StampaPeriodica ,
Si
torna
a
discutere
sulla
consistenza
per
non
dire
sulla
esistenza
della
lingua
italiana
!
Era
tempo
!
Da
qualche
anno
la
formidabile
questione
era
stata
lasciata
in
disparte
,
non
era
più
stata
dibattuta
.
Non
si
poteva
certo
confidare
che
la
pace
avesse
quetato
le
instancabili
ire
delle
fazioni
avverse
,
piuttosto
c
'
era
da
temere
in
qualche
cataclisma
,
quasi
era
più
credibile
che
la
lingua
italiana
fosse
davvero
per
iscomparire
.
Fortunatamente
ecco
che
ad
avvertirci
della
sua
prosperosa
vitalità
la
disputa
tanto
pratica
ed
opportuna
si
è
novamente
accesa
,
ed
oggi
si
incomincia
a
dissertare
con
una
freschezza
e
una
abbondanza
spontanea
di
argomentazioni
,
fra
l
'
attenta
meraviglia
degli
ascoltatori
,
come
se
non
se
ne
fosse
mai
trattato
,
come
se
si
fosse
proposto
il
più
inaudito
problema
sul
misterioso
avvenire
.
Ora
si
apre
un
bel
periodo
di
nudrite
discussioni
,
in
confronto
delle
quali
impallidirà
il
ricordo
delle
dense
orazioni
che
reciprocamente
si
lanciavano
quelli
eroici
dottori
della
scolastica
contrastanti
intorno
alla
gerarchia
degli
angeli
.
Nel
mondo
germoglia
bensì
qualche
cosa
di
nuovo
,
c
'
è
pur
qualche
novità
presso
di
noi
che
vorrebbe
richiedere
il
nostro
pensiero
e
la
nostra
opera
;
taluni
quesiti
anche
fastidiosi
cercano
di
occupare
la
nostra
perspicacia
,
ma
tutto
ciò
sta
per
passare
in
seconda
linea
,
un
'
ansia
ben
più
urgente
ci
scuote
senza
tregua
,
noi
dobbiamo
sapere
se
vi
è
o
no
una
lingua
italiana
,
e
se
vi
è
dobbiamo
sapere
che
cosa
è
e
come
sta
.
Mentre
l
'
Europa
si
dilaniava
con
guerre
atroci
e
non
si
sapeva
neanche
con
qualche
approssimazione
se
la
durata
della
propria
vita
avrebbe
toccato
il
domani
,
bisognava
a
qualunque
costo
,
assolutamente
,
acquistare
la
certezza
se
il
tale
ordine
di
cherubini
era
o
no
superiore
al
tale
altro
di
serafini
.
Oggi
in
cui
noi
ci
troviamo
in
uno
dei
supremi
momenti
della
storia
,
in
cui
stiamo
sulla
vetta
di
un
valico
millenario
di
civiltà
,
in
cui
sotto
altre
forme
sta
per
riapparire
,
mediante
le
macchine
,
una
condizione
straordinaria
di
vita
sociale
,
verificatasi
con
la
schiavitù
soltanto
una
volta
nel
lungo
cammino
umano
,
oggi
infine
in
cui
sta
per
deliberarsi
l
'
impero
del
mondo
noi
siamo
presi
da
una
irresistibile
urgenza
,
quella
di
accertarci
se
abbiamo
o
no
una
favella
,
se
quelle
che
ci
escono
di
bocca
sono
parole
di
un
idioma
o
rauchi
suoni
di
uno
strano
e
innominabile
gergo
.
Noi
dobbiamo
essere
ben
sicuri
del
fatto
nostro
,
della
nostra
situazione
e
delle
nostre
rendite
se
ci
è
dato
di
concederci
il
lusso
di
tali
esclusive
preoccupazioni
.
Ma
non
per
niente
Roma
,
che
è
stata
la
culla
della
più
interminabile
stirpe
di
verbosi
grammatici
,
che
vanta
accanto
al
Corpus
juris
,
la
mole
degli
scritti
grammaticali
su
cui
si
eleva
il
greve
edificio
di
Prisciano
,
non
per
niente
Roma
è
divenuta
,
se
non
il
centro
,
la
capitale
d
'
Italia
.
La
questione
sull
'
esistenza
della
lingua
italiana
oltre
che
la
questione
princeps
di
tutta
la
nostra
letteratura
,
è
stata
e
pare
che
continui
ad
essere
il
più
chiaro
sintomo
della
vitalità
del
nostro
idioma
la
manifestazione
più
caratteristica
della
nostra
attività
letteraria
.
Quasi
si
potrebbe
affermare
che
la
lingua
italiana
è
sorta
per
dar
luogo
alla
questione
sulla
sua
esistenza
,
questione
la
quale
ha
assunto
un
interesse
maggiore
del
suo
oggetto
,
talché
come
si
è
continuato
a
disputare
dell
'
esistenza
di
un
idioma
italico
quando
questo
c
'
era
,
se
ne
continuerà
ancora
a
discutere
quando
non
ci
sarà
più
.
Si
è
cominciato
a
porre
in
dubbio
che
la
lingua
italiana
esistesse
fino
da
quando
essa
trionfalmente
si
affermò
nella
vita
col
più
imperituro
monumento
,
col
massimo
capolavoro
mondiale
la
Divina
Commedia
,
e
colui
istesso
che
la
aveva
tratta
dal
gorgo
dell
'
anima
collettiva
e
la
aveva
di
un
tratto
spiegata
limpida
e
perfetta
e
di
universale
potenza
,
come
dopo
secoli
di
elaborazione
,
colui
istesso
che
la
aveva
in
un
sol
libro
inventata
completa
e
magnifica
,
fu
altresì
il
primo
a
iniziarne
la
discussione
.
Accanto
alla
Divina
Commedia
non
si
deve
dimenticare
il
De
vulgari
eloquentia
.
E
da
allora
il
dubbio
più
non
disparve
,
la
contesa
più
non
si
estinse
,
e
tanto
più
le
voci
si
levarono
alte
e
tanto
più
il
dibattito
fu
vivace
in
quanto
la
lingua
così
affermata
e
negata
dava
prova
più
luminosa
della
sua
vita
energica
e
feconda
.
Ad
ogni
generazione
letteraria
la
contesa
rinasce
,
ad
ogni
nuovo
scrittore
si
sente
il
bisogno
di
chiedere
se
la
lingua
che
viene
adoperata
è
o
no
italiana
.
Così
si
è
fatto
da
Dante
fino
a
Carducci
e
a
D
'
Annunzio
attraverso
il
Petrarca
,
l
'
Ariosto
,
il
Marino
,
l
'
Alfieri
,
il
Manzoni
,
così
si
fa
oggi
in
cui
,
mancando
una
qualche
nuova
grandiosa
affermazione
individuale
,
si
ha
nel
miglioramento
generale
dell
'
eloquio
una
attestazione
collettiva
di
italianità
.
Ben
si
può
ritenere
che
la
maggior
parte
delle
opere
scritte
in
italiano
trattano
se
l
'
italiano
esista
o
no
,
e
dopo
sette
secoli
di
duello
verbale
,
dopo
sette
secoli
di
parlatura
e
di
scrittura
italiane
,
la
questione
non
si
è
inoltrata
d
'
una
linea
verso
il
suo
risolvimento
,
siamo
ancora
come
al
primo
giorno
e
oggi
la
si
sta
ripresentando
tal
quale
.
Già
ne
abbiamo
avuto
il
preannuncio
in
due
lavori
differenti
per
indole
e
qualità
dei
rispettivi
autori
,
ma
concordi
nel
significato
.
Appartiene
il
primo
a
un
giovane
scrittore
,
un
narratore
arguto
,
uno
spirito
delicato
e
profondo
,
una
coscienza
retta
e
nitida
in
cui
le
cose
e
le
idee
si
rispecchiano
con
intatta
purezza
,
Alfredo
Panzini
,
ed
è
il
Dizionario
moderno
;
appartiene
il
secondo
a
uno
scrittore
non
più
giovane
,
un
espositore
facile
e
schietto
,
un
rappresentatore
abile
ed
evidentissimo
,
Edmondo
De
Amicis
,
ed
è
l
'
Idioma
gentile
.
Il
Panzini
premette
al
suo
Dizionario
ciò
che
il
De
Amicis
svolge
nel
suo
Idioma
,
l
'
uno
sfiora
in
poche
righe
ciò
che
l
'
altro
studia
in
un
capitolo
,
ambedue
rimettono
in
discussione
i
capi
saldi
della
lingua
,
i
punti
più
notevoli
intorno
a
cui
anche
in
passato
si
era
aggirata
la
famosa
controversia
:
opposizione
della
lingua
ai
dialetti
-
sua
attitudine
alla
rappresentazione
della
vita
-
lingua
scritta
e
lingua
parlata
-
intromissione
di
parole
nuove
straniere
-
stato
presente
della
lingua
-
sua
attitudine
ad
evolversi
.
Ambedue
ricercano
ciò
che
si
può
dire
e
non
si
può
dire
,
e
perché
si
può
o
non
si
può
,
ambedue
riprendono
gli
eleganti
dibattimenti
dei
puristi
,
ambedue
s
'
intrattengono
sull
'
uso
e
sul
non
uso
,
sulla
sanzione
popolare
e
sulla
lingua
preziosa
,
ambedue
cercano
di
difendere
e
di
celebrare
e
persino
di
far
conoscere
la
vera
lingua
italiana
,
la
bella
lingua
della
patria
,
come
se
già
presentissero
gli
attacchi
degli
avversari
.
Da
qui
al
ristabilirsi
della
disputa
in
tutta
la
sua
pienezza
non
vi
è
che
un
passo
.
E
il
passo
si
compirà
.
Come
già
vi
è
chi
asserisce
che
non
esiste
una
letteratura
nazionale
,
come
testé
tra
l
'
Ojetti
e
il
Bracco
si
è
discusso
intorno
all
'
esistenza
di
un
teatro
nazionale
,
domani
nelle
ricerche
e
nelle
critiche
che
si
faranno
circa
i
due
libri
sopranominati
si
dirà
dagli
uni
che
noi
non
abbiamo
una
lingua
nazionale
e
dagli
altri
che
non
l
'
abbiamo
mai
avuta
più
di
adesso
splendida
e
sonora
.
Io
stesso
,
che
pur
mi
domando
quasi
irosamente
,
che
cosa
sia
infine
questa
serie
di
parole
che
ci
esce
dalla
bocca
e
dalla
penna
e
che
non
si
può
ragionevolmente
attribuire
al
turco
,
al
cinese
,
all
'
ottentotto
,
io
stesso
,
malgrado
le
mie
intenzioni
in
contrario
,
sono
portato
invincibilmente
a
discutere
su
questo
rompicapo
,
a
aprire
anzi
il
fuoco
della
discussione
.
Ma
io
non
voglio
imporre
alcun
apprezzamento
decisivo
né
infliggere
alcuna
esumazione
storica
di
precedenti
.
Io
mi
limiterò
a
una
osservazione
particolare
che
è
di
solito
trascurata
.
Si
è
già
in
passato
accennato
alla
perniciosa
antitesi
verificantesi
presso
di
noi
tra
lingua
scritta
e
lingua
parlata
in
causa
dei
dialetti
,
del
poco
onore
in
cui
è
tenuto
un
bel
parlare
e
della
tendenza
delle
classi
signorili
a
usare
una
lingua
straniera
.
Ma
di
questa
antitesi
che
è
il
fondamento
e
il
movente
di
tutta
la
questione
non
è
stata
calcolata
tutta
la
portata
.
Manca
a
noi
e
in
genere
a
tutti
i
popoli
moderni
la
serenità
contemplativa
dei
Greci
antichi
in
cospetto
e
sotto
le
spire
delle
passioni
,
manca
a
noi
il
dominio
estetico
delle
passioni
e
perciò
ci
manca
la
grande
arte
tragica
,
la
quale
consiste
essenzialmente
nella
rappresentazione
estetica
e
quindi
impassibile
del
più
veemente
furore
.
Era
proprio
il
gesto
più
delirante
,
l
'
agonia
convulsa
del
guerriero
ferito
,
lo
schianto
della
madre
orbata
del
figlio
,
che
il
Greco
voleva
vedere
espresso
nell
'
atteggiamento
più
nobile
e
armonioso
;
era
l
'
impeto
delle
più
terribili
furie
del
sentimento
che
il
Greco
voleva
ascoltare
rivelato
nel
discorso
più
illustre
e
perfetto
,
col
massimo
decoro
verbale
.
La
lingua
artistica
,
la
lingua
letteraria
era
per
il
Greco
dei
tempi
di
Sofocle
la
lingua
più
fervida
di
vita
,
la
lingua
della
passione
.
Per
noi
è
l
'
opposto
;
il
linguaggio
letterario
ci
disturba
e
ci
contraria
nella
espressione
della
passione
;
nei
momenti
tragici
quanto
più
il
discorso
è
incoerente
e
rozzo
e
la
parola
si
riadduce
all
'
urlo
primordiale
tanto
più
ci
piacciono
.
Da
qui
l
'
opposizione
fra
lingua
scritta
e
parlata
,
poiché
gli
scrittori
anche
nelle
scene
di
passione
serbano
una
certa
dignità
di
linguaggio
a
cui
nella
azione
diretta
l
'
uomo
rinuncia
e
da
cui
repugna
.
Ma
altrove
,
in
Inghilterra
e
in
Francia
,
tale
opposizione
è
meno
sentita
per
l
'
identità
fondamentale
delle
due
forme
di
espressione
letteraria
e
parlata
,
di
cui
l
'
una
è
soltanto
più
raffinata
dell
'
altra
;
presso
di
noi
invece
diventa
antitesi
irrimediabile
,
diventa
differenza
irreducibile
,
poiché
le
due
forme
di
espressione
si
traducono
in
due
lingue
differenti
:
lingua
scritta
o
italiano
,
lingua
parlata
o
dialetto
.
L
'
inglese
e
il
francese
per
quanto
avverta
che
la
scena
di
passione
ascoltata
in
teatro
o
letta
in
un
romanzo
ha
una
struttura
verbale
diversa
da
quella
della
istessa
scena
nella
vita
reale
,
non
ne
è
urtato
;
si
tratta
in
fondo
della
stessa
lingua
e
le
differenze
non
sono
che
di
grado
;
l
'
ascoltatore
o
il
lettore
italiano
invece
si
trova
di
fronte
a
un
parlare
che
non
è
il
suo
,
che
non
è
quello
che
egli
adopera
nella
vita
vera
,
e
perciò
è
portato
a
ritenere
che
la
lingua
scritta
o
letteraria
non
sia
la
sua
lingua
,
non
sia
una
lingua
naturale
,
ma
un
artificio
,
una
convenzione
che
si
può
modificare
ad
arbitrio
,
che
si
può
respingere
od
accettare
.
Su
questo
strano
,
ma
inevitabile
concetto
che
noi
abbiamo
del
nostro
idioma
,
lasciate
lavorare
i
retori
!
Non
si
stancheranno
più
,
e
ancora
il
meno
che
possano
fare
si
è
di
negare
la
lingua
di
cui
si
valgono
per
la
loro
negazione
.
StampaPeriodica ,
Dovevano
essere
pur
felici
e
giocondi
i
nostri
avi
lontani
se
hanno
sentito
il
bisogno
di
instituire
una
stagione
obbligatoria
di
penitenza
,
di
mortificazione
,
di
privazione
!
Dovevano
essere
dotati
anzitutto
di
una
invidiabile
spensieratezza
e
dovevano
poi
essere
provveduti
di
ogni
ricchezza
in
abbondanza
e
aver
sempre
la
fortuna
propizia
,
se
è
apparso
loro
come
una
necessità
quasi
sacra
l
'
astenersi
,
almeno
per
un
breve
periodo
dell
'
anno
,
dai
consueti
piaceri
,
dalle
abituali
delizie
e
il
rinunziare
durante
alcuni
giorni
al
buon
umore
e
alle
feste
per
mettersi
volontariamente
nelle
condizioni
dei
miseri
,
degli
afflitti
,
dei
bisognosi
.
La
gioia
doveva
essere
l
'
ospite
assidua
delle
loro
case
e
l
'
ilare
serenità
delle
loro
anime
se
eglino
sono
giunti
fino
a
sancire
,
come
divino
comandamento
,
l
'
obbligo
di
allontanare
per
un
dato
tempo
queste
loro
indivisibili
e
preziose
compagne
.
Sulle
loro
mense
e
nelle
loro
dispense
doveva
essere
ignota
l
'
inopia
come
al
loro
spirito
il
cruccio
se
hanno
elevato
fino
a
legge
della
Chiesa
l
'
atto
del
digiuno
e
dell
'
ansia
meditabonda
durante
alcuni
giorni
prefissi
.
Oh
tavole
adorne
di
ogni
vivanda
e
imbandite
per
un
perenne
festino
,
tavole
sempre
copiose
che
soltanto
un
divino
decreto
aveva
la
forza
di
rendere
deserte
,
oh
appetiti
sempre
saziati
di
cui
soltanto
una
sacra
prescrizione
poteva
ritardare
la
sazietà
,
oh
anime
sgombre
da
cure
,
oh
spiriti
ridenti
spiegati
unicamente
nella
inconsapevole
dolcezza
di
vivere
cui
soltanto
un
volere
sovrumano
poteva
imporre
temporaneamente
una
preoccupazione
e
un
affanno
!
E
noi
vantiamo
il
nostro
progresso
,
i
benefici
della
nostra
umanitaria
civiltà
,
noi
ci
illudiamo
di
aver
accresciuto
la
felicità
e
la
ricchezza
!
Ma
quando
mai
oggi
si
troverebbe
un
solo
uomo
,
per
quanto
folle
,
che
osasse
proporre
come
un
obbligo
necessario
soltanto
qualche
ora
di
privazione
e
di
preoccupazione
in
più
di
quelle
che
già
dobbiamo
sopportare
?
O
tra
noi
e
i
nostri
predecessori
esiste
una
diversità
materiale
e
morale
così
fatta
da
rendere
gli
uni
opposti
e
incomprensibili
agli
altri
,
oppure
l
'
istituzione
della
Quaresima
,
di
una
stagione
cioè
in
cui
sono
rese
obbligatorie
le
condizioni
di
infelicità
e
di
miseria
,
dimostra
che
il
nostro
progresso
non
è
che
una
enorme
perdita
,
e
che
i
nostri
padri
stavano
incomparabilmente
meglio
di
noi
.
I
doveri
prescritti
dalla
Quaresima
al
credente
vengono
osservati
durante
tutto
l
'
anno
dall
'
uomo
moderno
in
una
misura
ben
più
grave
e
profonda
.
L
'
aver
stabilito
una
Quaresima
implica
evidentemente
che
nel
restante
dell
'
anno
non
era
quaresima
,
ci
si
trovava
cioè
in
uno
stato
se
non
contrario
almeno
differente
da
quello
quaresimale
.
A
noi
invece
non
verrebbe
certo
neanche
in
mente
di
pensare
a
qualcosa
di
simile
per
la
buona
ragione
che
tutto
l
'
anno
è
per
noi
una
quaresima
.
Noi
siamo
sempre
in
tetra
quaresima
.
Noi
non
abbiamo
bisogno
di
sguernire
le
nostre
mense
e
di
diminuire
il
nostro
cibo
poiché
già
esse
sono
troppo
squallide
e
il
cibo
è
sempre
insufficiente
;
non
abbiamo
bisogno
di
digiunare
perché
innumerevoli
ventri
digiunano
quotidianamente
contro
volontà
.
Noi
non
dobbiamo
certo
costringerci
volontariamente
alla
rinunzia
poiché
ogni
istante
che
passa
ci
sforza
nostro
malgrado
a
rinunziare
ai
più
ardenti
desideri
nostri
;
e
niuna
legge
deve
intervenire
per
piegarci
nella
polvere
e
indurci
alla
mortificazione
,
perché
noi
stiamo
costantemente
curvi
e
la
superbia
è
un
lusso
che
noi
abbiamo
definitivamente
abolito
.
E
la
penitenza
e
la
macerazione
meditativa
di
noi
stessi
occorre
forse
che
ci
siano
comandate
come
esercizi
eccezionali
?
Ma
la
penitenza
è
il
nostro
abito
normale
,
noi
viviamo
avvolti
di
tristezza
,
in
una
zona
grigia
in
cui
si
spuntano
come
dardi
senza
impeto
le
nostre
cupidigie
,
noi
non
facciamo
che
pentirci
da
mattina
a
sera
e
per
quello
che
abbiamo
compiuto
,
e
per
quello
che
non
abbiamo
compiuto
e
pratichiamo
tutte
le
dure
discipline
della
penitenza
,
costretti
come
siamo
durante
tutte
le
giornate
della
nostra
esistenza
a
fare
ciò
che
noi
non
vorremmo
e
a
non
fare
ciò
che
a
noi
piacerebbe
.
E
come
si
può
parlare
all
'
uomo
moderno
di
accrescere
la
sua
attività
interiore
,
di
flettersi
ancora
maggiormente
su
se
stesso
quando
egli
è
corroso
dalla
più
tormentosa
osservazione
di
se
medesimo
,
quando
è
estenuato
dal
suo
morboso
sforzo
spirituale
o
per
riandare
il
passato
o
per
speculare
nell
'
avvenire
?
L
'
uomo
rumina
oggi
continuamente
,
dolorosamente
se
medesimo
,
tutte
le
sue
facoltà
psichiche
sono
sempre
tese
e
sveglie
e
tutte
fremono
e
partecipano
al
suo
minimo
atto
.
L
'
uomo
non
alza
più
un
dito
spensieratamente
,
egli
calcola
,
scruta
,
ricorda
dal
passato
all
'
avvenire
,
confronta
e
prevede
,
analizza
fin
le
più
remote
radici
dell
'
essere
suo
,
pesa
i
più
sottili
moventi
,
e
il
dubbio
lo
trattiene
ancora
.
Oh
non
ha
certo
bisogno
di
proporsi
estranei
problemi
da
meditare
o
artificiosi
casi
di
coscienza
da
indagare
,
o
preoccupazioni
lontane
per
affannarsi
;
l
'
uomo
moderno
vive
in
un
perpetuo
affanno
.
Non
occorre
che
egli
sogni
la
suprema
ed
eterna
conquista
del
cielo
per
esercitare
le
sue
virtù
,
per
adempiere
al
suo
officio
umano
e
per
dare
una
occupazione
al
suo
spirito
,
poiché
la
più
umile
conquista
terrena
,
le
sole
necessità
della
esistenza
bastano
adesso
a
questo
scopo
.
L
'
uomo
non
ha
più
un
momento
di
tregua
,
la
sua
ansia
è
da
lui
indivisibile
come
la
sua
ombra
,
egli
è
continuamente
in
preda
a
ogni
sorta
di
preoccupazioni
,
stia
egli
al
sommo
o
all
'
infimo
non
può
più
concedere
un
momento
di
sé
a
se
stesso
,
al
suo
piacere
,
al
suo
riposo
.
L
'
uomo
non
sa
più
né
riposarsi
né
divertirsi
;
sia
nei
riposi
,
sia
nei
divertimenti
,
sia
quando
giace
stremato
,
sia
quando
mangia
,
sia
quando
cerca
e
crede
di
divertirsi
,
egli
porta
con
sé
tutti
i
suoi
fastidi
e
tutti
i
suoi
affanni
e
tutta
la
sua
fatica
e
tutto
il
suo
tedio
che
gli
sono
compagni
inseparabili
,
che
sono
omai
penetrati
nelle
sue
ossa
,
nelle
sue
carni
,
nel
suo
sangue
,
che
gli
sono
divenuti
quasi
indispensabili
e
da
cui
non
può
sicuramente
allontanarsi
anche
se
talvolta
gliene
prendesse
voglia
.
Il
riposo
infatti
non
è
più
per
l
'
uomo
un
fatto
naturale
,
la
soddisfazione
spontanea
di
un
bisogno
,
una
funzione
istintiva
,
una
condizione
normale
come
lo
è
per
tutti
gli
esseri
viventi
che
si
riposano
sempre
quando
non
agiscono
nelle
loro
funzioni
organiche
del
nutrimento
e
della
riproduzione
o
in
quelle
della
difesa
.
Per
tutti
gli
animali
il
riposo
è
lo
stato
consuetudinario
,
è
la
regola
che
ha
per
eccezioni
il
lavoro
del
nutrimento
e
della
difesa
e
il
piacere
della
riproduzione
.
Per
l
'
uomo
il
riposo
è
divenuto
l
'
eccezione
,
è
una
cura
,
è
una
condizione
forzata
.
L
'
uomo
deve
costringersi
a
riposare
e
anche
quando
si
costringe
non
è
più
capace
di
riposare
bene
,
talché
alla
sua
ignoranza
e
inettitudine
hanno
dovuto
supplire
i
medici
,
studiando
e
prescrivendo
metodi
sani
di
riposo
;
finché
,
segno
caratteristico
dei
tempi
,
siamo
ora
arrivati
al
punto
che
,
proprio
in
questi
giorni
,
si
è
fondata
a
New
York
la
scuola
del
sonno
,
ove
si
insegna
a
dormire
!
E
lo
stesso
si
dica
per
il
divertimento
.
Nulla
vi
è
di
più
triste
che
l
'
uomo
moderno
quando
si
diverte
;
sia
esso
il
macchinista
torvamente
seduto
in
una
fosca
e
fetida
osteria
,
sia
il
miliardario
che
si
annoia
in
un
teatro
o
in
un
salone
da
ballo
.
Ambedue
in
quel
momento
non
sono
che
vuoti
involucri
corporei
,
la
loro
anima
è
assente
,
o
per
meglio
dire
la
loro
anima
è
unicamente
occupata
di
sé
e
per
quanto
si
forzi
neanche
si
avvede
delle
cose
intorno
.
Ambedue
in
quel
momento
non
sono
che
la
figurazione
concreta
di
una
dolorosa
impossibilità
.
E
come
si
è
fatto
per
il
sonno
,
così
si
dovrà
fare
per
il
divertimento
,
bisognerà
insegnare
all
'
uomo
a
divertirsi
,
sarà
necessario
impartirgli
una
lunga
istruzione
perché
egli
impari
nuovamente
a
sorridere
.
La
strana
aberrazione
sarà
per
tanto
completa
;
l
'
uomo
avrà
perduto
la
nozione
dei
suoi
istinti
,
non
saprà
più
fare
ciò
che
avrebbe
piacere
di
fare
,
ciò
che
corrisponderebbe
alla
sua
stessa
natura
,
mentre
farà
soltanto
ciò
che
è
più
contrario
alla
sua
indole
,
alla
sua
conformazione
organica
,
alle
sue
inclinazioni
naturali
,
cioè
lavorare
e
affannarsi
;
e
quindi
allora
bisognerà
insegnargli
a
soddisfare
i
suoi
istinti
col
riposo
ed
il
divertimento
.
L
'
artificio
penoso
avendo
preso
il
posto
delle
tendenze
naturali
,
queste
diverranno
artifici
che
dovranno
essere
imposti
con
l
'
educazione
.
Non
la
quaresima
adunque
per
l
'
uomo
moderno
,
ma
le
nuove
religioni
gli
imporranno
con
sacro
obbligo
e
come
azione
devota
,
una
stagione
per
il
riposo
e
per
il
gioco
.
La
quaresima
sarà
per
l
'
uomo
futuro
il
carnevale
.
StampaPeriodica ,
Durante
un
mio
recente
soggiorno
a
Venezia
quello
che
mi
ha
colpito
di
più
non
è
stato
ciò
che
colà
si
costruisce
e
si
compie
di
nuovo
,
ma
ciò
che
si
restaura
e
si
vuole
restaurare
di
antico
.
L
'
opera
di
restaurazione
ha
assunto
una
estensione
illimitata
;
dai
monumenti
famosi
,
dai
palazzi
grandiosi
si
è
diffusa
ai
quadri
,
alle
statue
,
a
ogni
oggetto
d
'
arte
e
di
non
arte
;
dagli
uffici
a
tale
uopo
designati
,
dai
tecnici
esperti
in
tale
funzione
si
è
trasfusa
in
ogni
individuo
,
ha
invaso
ogni
studio
di
pittore
e
di
architetto
,
ogni
modesto
laboratorio
di
decoratore
,
di
marmista
,
di
falegname
,
di
verniciatore
,
ogni
bottega
di
rigattiere
;
è
diventata
una
febbre
,
una
mania
universale
.
Si
restaura
in
palazzo
ducale
e
nella
chiesa
di
San
Marco
,
nel
palazzo
reale
e
nel
palazzo
Dario
,
si
restaurano
le
Procuratie
e
la
Ca
'
d
'
Oro
,
si
restaura
all
'
Accademia
di
Belle
Arti
e
nella
Scuola
di
San
Rocco
,
si
restaura
nei
campi
e
nelle
calli
,
e
come
se
tanto
restauro
non
fosse
sufficiente
,
una
commissione
studia
i
restauri
da
effettuarsi
nelle
chiese
dei
Frari
e
di
San
Giovanni
e
Paolo
,
una
seconda
prepara
i
lavori
per
altri
edifici
,
e
così
via
.
Un
restauro
tira
l
'
altro
come
le
solite
ciliege
,
anzi
ne
tira
molti
altri
come
la
non
meno
solita
palla
di
neve
;
appena
si
pone
mano
a
un
lavoro
sorge
la
necessità
di
altri
lavori
imprevisti
ma
inevitabili
per
terminare
il
primo
,
e
appena
un
restauro
è
compiuto
bisogna
intraprenderne
dieci
altri
che
ne
sono
la
conseguenza
.
Il
proposito
,
lo
si
deve
riconoscere
subito
,
è
nella
maggior
parte
dei
casi
lodevolissimo
,
la
buona
fede
che
presiede
a
questi
sforzi
è
quasi
sempre
integra
;
vi
si
può
insinuare
talvolta
un
po
'
di
ambizione
,
vi
può
essere
magari
la
spinta
di
qualche
speranza
di
guadagno
,
ma
i
motivi
predominanti
sono
,
senza
dubbio
,
un
vivo
amore
per
l
'
avito
patrimonio
artistico
,
un
nobile
senso
di
rispetto
per
ciò
che
l
'
arte
ha
consacrato
,
e
una
fiducia
forse
eccessiva
nella
nostra
sapienza
e
nei
nostri
mezzi
per
ridare
una
vita
imperitura
a
ciò
che
sta
per
morire
.
E
questo
anzi
è
strano
.
Mentre
universalmente
si
ammette
che
l
'
opera
d
'
arte
è
quella
che
più
si
avvicina
all
'
opera
della
vita
e
per
caratteri
esterni
e
per
essenza
interiore
,
talché
il
capolavoro
è
ritenuto
il
solo
emulo
degno
di
ciò
che
vive
,
viceversa
allorché
si
tratta
di
restaurare
si
colloca
l
'
opera
d
'
arte
in
una
categoria
a
sé
,
in
una
categoria
d
'
eccezione
,
sottratta
a
tutte
le
leggi
della
vita
compresa
la
legge
suprema
e
inviolabile
della
morte
.
La
fatale
necessità
della
fine
pare
che
debba
essere
sospesa
di
fronte
all
'
opera
d
'
arte
,
per
la
quale
si
ritiene
possibile
il
miracolo
della
resurrezione
parziale
e
totale
;
e
ben
inteso
noi
soli
saremmo
i
dottori
forniti
di
tale
capacità
miracolosa
.
E
niuno
dei
nostri
restauratori
,
sia
il
dotto
architetto
,
sia
l
'
abile
pittore
,
sia
lo
studioso
degli
antichi
procedimenti
,
ha
mai
dubitato
che
l
'
edificio
rifatto
,
il
quadro
rinnovato
,
l
'
oggetto
rifabbricato
fossero
non
già
la
continuazione
rinfrescata
della
cosa
primitiva
,
ma
soltanto
un
simulacro
inerte
,
una
maschera
,
qualche
cosa
come
una
imagine
di
cera
in
confronto
dell
'
essere
vivente
,
oppure
un
'
altra
cosa
,
un
altro
essere
con
un
'
anima
differente
!
Poiché
i
moderni
restauratori
non
conoscono
né
le
trepidazioni
né
le
mezze
misure
,
quando
ci
si
mettono
vanno
fino
in
fondo
,
Non
si
limitano
a
qualche
ritocco
,
a
qualche
pulitura
,
a
qualche
rinforzatura
;
non
si
contentano
di
eliminare
le
cause
nocive
,
no
,
meschino
cómpito
sarebbe
questo
,
essi
vogliono
ricostituire
ciò
che
è
stato
danneggiato
,
ritrovare
ciò
che
si
è
perduto
,
ricostruire
ciò
che
è
stato
distrutto
,
rifare
,
ricreare
completamente
.
Ma
neanche
questo
li
appaga
,
non
basta
loro
rifare
e
ricreare
,
essi
vogliono
far
meglio
,
correggere
gli
errori
dei
padri
,
tener
conto
dei
progressi
del
buon
gusto
e
dell
'
estetica
.
E
questo
è
l
'
assurdo
.
Io
non
nego
che
si
possano
curare
i
monumenti
e
i
quadri
come
si
curano
gli
organismi
viventi
,
non
nego
che
vi
sia
un
'
arte
medica
che
possa
prolungare
talvolta
la
loro
vita
come
prolunga
,
in
date
circostanze
,
la
vita
degli
uomini
;
ma
non
si
può
fare
più
di
così
.
La
possibilità
del
restauratore
non
può
superare
quella
del
medico
.
Il
medico
può
togliere
una
causa
d
'
infezione
,
può
irrobustire
l
'
organismo
,
ma
non
può
arrestare
l
'
inesorabile
processo
della
decadenza
senile
,
il
chirurgo
può
evitare
la
morte
,
amputando
un
organo
malato
,
ma
non
può
rifare
l
'
organo
.
Il
restauratore
crede
di
essere
un
chirurgo
capace
non
solo
di
sostituire
l
'
organo
infermo
con
uno
sano
,
ma
con
uno
sano
migliore
di
quello
che
c
'
era
prima
.
A
operazione
compiuta
si
avvede
che
l
'
organo
nuovo
più
perfezionato
non
si
intona
con
tutto
il
rimanente
e
invece
di
pensare
che
la
sua
perfezione
artificiale
non
è
che
una
grossolana
imitazione
inanimata
in
confronto
del
corpo
vivo
,
egli
se
la
prende
con
ciò
che
resta
di
vivo
.
Dopo
aver
tagliata
una
gamba
e
dopo
averla
surrogata
con
una
di
legno
,
taglia
anche
l
'
altra
e
la
sostituisce
col
legno
perché
non
vi
siano
discordanze
,
e
dalle
gambe
passa
poi
alle
braccia
,
a
tutto
il
corpo
,
fino
ad
avere
un
completo
fantoccio
di
legno
in
cambio
dell
'
uomo
vivo
.
E
allora
esclama
:
Ho
compiuto
il
prodigio
della
resurrezione
!
Allorché
tutti
i
restauri
saranno
terminati
,
tutti
i
monumenti
rifabbricati
e
tutti
i
quadri
ridipinti
,
le
città
e
le
gallerie
non
saranno
più
che
un
vasto
museo
Grevin
dell
'
arte
dove
invece
dei
capolavori
veri
,
scomparsi
per
sempre
,
resteranno
le
riproduzioni
nuove
.
La
prova
?
Andiamo
a
cercarla
a
...
Metz
.
La
cattedrale
di
Metz
,
una
magnifica
chiesa
di
stile
ogivale
fiorito
,
è
l
'
edificio
che
in
questi
ultimi
anni
è
stato
restaurato
con
più
cura
,
con
più
diligenza
e
con
più
mezzi
,
e
naturalmente
è
quello
che
è
stato
più
sfigurato
.
Nel
1877
un
incendio
aveva
arso
il
tetto
della
cattedrale
,
si
doveva
ricostruirlo
;
era
naturale
che
il
nuovo
tetto
dovesse
essere
eguale
all
'
antico
,
ma
il
coscienzioso
restauratore
,
l
'
architetto
Tornow
,
rilevò
che
gli
antichi
costruttori
avevano
commesso
imperdonabili
errori
di
stile
e
di
estetica
,
avevano
fatto
il
tetto
troppo
basso
e
senza
grazia
.
E
giacché
il
fuoco
aveva
consumato
i
loro
sbagli
,
il
nuovo
costruttore
avveduto
non
doveva
ripeterli
,
ma
fare
il
tetto
più
alto
secondo
tutte
le
regole
e
in
conformità
allo
stile
del
monumento
.
Il
ragionamento
non
faceva
una
grinza
,
ma
il
nuovo
tetto
,
una
volta
terminato
,
ne
faceva
molte
,
deformava
tutto
l
'
aspetto
della
chiesa
,
invece
di
isveltirla
la
schiacciava
.
Chi
va
a
pensarle
tutte
?
Ai
fianchi
della
chiesa
stanno
due
torri
non
molto
alte
,
bene
intonate
con
l
'
antica
tettoia
bassa
,
ma
sorpassate
dalla
nuova
tettoia
elevata
;
da
qui
l
'
impressione
di
pesantezza
.
Il
restauratore
non
si
scoraggiò
per
questo
.
Le
torri
sembravano
diminuite
...
ebbene
ne
rialzeremo
una
;
sulla
torre
del
Capitolo
erigeremo
una
freccia
di
pietra
simile
a
quella
dell
'
altra
torre
.
E
il
lavoro
fu
cominciato
,
ma
la
torre
si
rifiutò
di
sostenere
il
peso
imprevisto
e
si
fendette
.
Neanche
di
fronte
a
questa
contrarietà
il
Tornow
si
perdette
d
'
animo
.
Ebbene
,
non
si
può
inalzare
la
torre
,
inalzeremo
la
chiesa
,
costruiremo
un
pinacolo
centrale
,
una
specie
di
campanile
sull
'
incontro
delle
due
navate
come
a
Parigi
e
ad
Amiens
.
Ed
ecco
come
si
rimette
in
pristino
un
monumento
!
La
cattedrale
di
Metz
è
lontana
,
ma
la
triste
istoria
del
suo
restauro
potrebbe
con
lievi
varianti
essere
quella
del
nostri
monumenti
.
Un
illustre
pittore
narrandomi
di
un
restauro
provvidenziale
eseguito
da
un
amico
suo
sopra
un
magnifico
Tintoretto
,
mi
diceva
che
il
restauratore
era
rimasto
soddisfattissimo
,
poiché
durante
l
'
abbondante
lavatura
del
quadro
,
un
intero
braccio
era
sparito
ed
egli
aveva
potuto
ridipingerlo
correggendo
alcuni
errori
di
disegno
e
di
prospettiva
commessi
dal
Tintoretto
!
Vero
che
il
braccio
nuovo
appariva
mostruoso
,
ma
era
esatto
!
Dopo
di
che
siano
lodati
gli
umili
fraticelli
che
affumicavano
i
quadri
con
i
ceri
dell
'
altare
,
siano
lodati
i
soldati
brutali
e
i
burocratici
ignari
che
passavano
la
calce
sugli
affreschi
preziosi
dei
conventi
e
delle
chiese
,
siano
lodati
gli
avidi
speculatori
che
seppellivano
i
ruderi
augusti
sotto
le
nuove
caserme
!
Meglio
,
meglio
assai
queste
tombe
premature
per
i
capolavori
anziché
le
contraffazioni
degli
odierni
restauratori
.
L
'
anima
dei
capolavori
non
si
rinnova
,
come
non
si
rinnova
la
vita
degli
organismi
.
StampaPeriodica ,
Il
nuovo
chiostro
-
Gli
effetti
del
verismo
-
L
'
arte
e
la
vita
contemporanea
-
Alla
ricerca
dell
'
automobile
-
La
locomozione
meccanica
e
gli
artisti
Io
credo
di
aver
oggi
quello
che
si
dice
un
'
idea
buona
e
pratica
,
destinata
a
far
della
strada
.
Io
ho
osservato
che
l
'
uomo
è
terribilmente
seccato
e
contrariato
da
tutti
quei
meravigliosi
progressi
scientifici
e
meccanici
che
egli
,
retore
impenitente
,
finge
con
tanta
eloquenza
di
magnificare
.
L
'
uomo
in
apparenza
si
vanta
delle
sue
invenzioni
,
delle
sue
macchine
,
dei
suoi
apparecchi
perfezionati
,
ostenta
come
titoli
di
nobiltà
le
sue
locomotive
,
i
suoi
automobili
,
le
sue
dinamo
,
i
suoi
telegrafi
,
le
sue
officine
,
i
suoi
piroscafi
,
ma
in
fondo
è
irritatissimo
di
tutte
queste
cose
che
gli
impongono
una
vita
tanto
dura
ed
estenuante
.
Le
diavolerie
meccaniche
;
questa
in
verità
è
l
'
ossessione
dell
'
uomo
moderno
,
il
quale
tornerebbe
tanto
volentieri
alla
consuetudine
semplice
e
lenta
di
una
volta
;
talché
il
suo
più
dolce
sogno
è
forse
quello
di
poter
trovare
un
angolo
quieto
e
silenzioso
,
un
recesso
isolato
e
lontano
ove
non
passino
né
treni
né
automobili
,
ove
non
arrivino
dispacci
e
giornali
,
ove
non
si
senta
altro
rumore
che
quello
del
vento
,
ove
sia
possibile
rinnovare
l
'
antica
e
tranquilla
esistenza
patriarcale
.
Passati
di
moda
e
chiusi
i
monasteri
chi
darà
all
'
uomo
moderno
,
dall
'
insoddisfatto
desiderio
di
solitudine
,
il
suo
nuovo
chiostro
?
Io
mi
sento
da
tanto
.
Vi
è
chi
per
isfuggire
dal
tumulto
e
dagli
urti
della
nostra
civiltà
brutale
e
vertiginosa
si
sottomette
a
ogni
genere
di
privazioni
e
di
sacrifici
;
si
arrampica
su
per
le
vette
pericolose
dei
monti
,
si
confina
nei
paesi
più
inospiti
,
erra
per
la
campagna
e
per
gli
oceani
o
per
i
deserti
e
i
ghiacci
polari
come
un
'
anima
in
pena
,
mentre
il
sospirato
porto
pare
che
gli
sfugga
dinanzi
sempre
.
Ma
questi
sono
tormenti
inutili
,
poiché
a
tutti
gli
esuli
volontari
io
posso
indicare
la
beata
riva
,
l
'
ideale
asilo
,
ben
vicino
,
e
a
cui
l
'
approdo
è
consentito
senza
disturbo
alcuno
.
Pare
incredibile
ma
così
è
;
ciò
che
l
'
uomo
va
a
cercare
a
costo
di
mille
fatiche
,
gli
sta
d
'
accanto
,
ed
è
la
pittura
moderna
che
glielo
offre
.
Si
entri
in
un
qualsiasi
recinto
ove
siano
adunate
opere
di
pittura
moderna
,
sia
in
Italia
sia
all
'
estero
,
e
lo
scopo
sarà
immediatamente
raggiunto
;
l
'
anima
più
desiderosa
di
solitudine
e
di
pace
vi
troverà
il
suo
supremo
conforto
.
Ogni
più
fantastico
sogno
di
isolamento
,
di
esistenza
romita
e
pura
sarà
trasformato
in
realtà
.
Il
breve
passaggio
attraverso
la
porta
sarà
come
il
varco
miracoloso
attraverso
il
Lete
e
lo
Stige
.
In
quel
ricovero
artistico
tutta
la
civiltà
sarà
obliata
e
scomparsa
,
sarà
come
se
non
fosse
mai
esistita
,
sembrerà
di
essere
entrati
in
un
altro
mondo
o
di
vivere
in
un
'
altra
età
,
senza
neanche
più
l
'
ombra
di
un
utensile
meccanico
,
di
un
palo
telegrafico
,
di
un
qualsiasi
segno
di
tutto
l
'
odierno
meccanicismo
.
Con
pochi
metri
e
pochi
centesimi
si
sarà
effettuato
il
più
straordinario
dei
viaggi
,
un
viaggio
al
cui
confronto
diventano
puerilità
quelli
del
Verne
,
un
viaggio
come
quello
dell
'
eroe
del
Wells
sulla
macchina
del
tempo
,
un
viaggio
cioè
da
un
mondo
ad
un
altro
,
da
una
civiltà
ad
un
'
altra
,
dal
secolo
nostro
ai
secoli
che
furono
.
Altro
che
chiostro
!
questo
è
il
rifugio
magico
,
il
castello
addormentato
,
ove
la
vita
si
svolge
sempre
eguale
,
immutabile
,
come
veramente
si
svolse
dalle
origini
fino
a
tutta
la
durata
del
regno
del
cavallo
;
questo
è
l
'
Eden
sicuro
e
incontaminato
,
l
'
Arcadia
mite
e
leggiadra
che
ci
ha
apprestato
la
pittura
moderna
durante
la
sua
irrequieta
rinnovazione
.
Ora
finalmente
si
capisce
dove
tendevano
le
audaci
riforme
degli
impressionisti
e
a
che
miravano
le
ribellioni
di
tutti
i
veristi
,
di
tutti
gli
ardenti
innamorati
della
realtà
e
della
vita
.
Come
sono
stati
misconosciuti
!
Pensare
che
fino
a
ieri
erano
ritenuti
come
i
più
acerrimi
nemici
della
tradizione
pittorica
,
come
altrettanti
anarchici
distruttori
di
tutto
il
passato
,
di
tutti
gli
schemi
,
di
tutte
le
formule
,
di
tutti
i
"
soggetti
"
omai
abituali
e
piacevoli
,
invasati
dall
'
idea
fissa
di
portare
la
realtà
,
la
natura
,
la
vita
,
dalle
vibrazioni
di
un
raggio
di
sole
o
dai
riflessi
lividi
della
luce
elettrica
al
maestoso
spettacolo
di
energia
di
una
stazione
ferroviaria
o
di
una
officina
elettrica
nel
quadro
!
C
'
è
voluta
proprio
tutta
la
malignità
dei
critici
per
travisare
così
le
loro
intenzioni
.
La
verità
è
che
la
vita
moderna
non
è
mai
stata
più
completamente
esclusa
dalla
rappresentazione
pittorica
come
dopo
la
prevalenza
del
verismo
e
la
vittoria
delle
nuove
tendenze
sull
'
accademia
.
Io
ricordo
infatti
la
strana
sensazione
provata
una
volta
passando
dalla
Avenue
des
Champs
Elysées
al
Grand
Palais
ove
erano
raccolte
le
tele
del
Salon
.
Non
mai
due
visioni
più
diverse
e
contrastanti
erano
state
così
contigue
e
si
erano
succedute
a
più
breve
distanza
dinanzi
ai
miei
occhi
.
Se
non
identità
,
avrebbe
dovuto
esservi
tra
l
'
una
e
l
'
altra
almeno
una
certa
somiglianza
;
si
trattava
della
vita
moderna
più
tipica
fervida
e
ricca
e
della
pittura
pure
moderna.più
libera
e
innovatrice
eseguita
in
mezzo
a
quella
vita
,
fiorita
dentro
a
quel
fervore
;
quest
'
ultima
avrebbe
dovuto
essere
una
specie
di
specchio
della
prima
;
ebbene
,
ne
era
invece
la
negazione
;
nulla
di
ciò
che
stava
nell
'
una
si
rinveniva
nell
'
altra
,
nulla
di
ciò
che
si
vedeva
nella
strada
si
scorgeva
sulle
tele
.
Ciò
che
si
poteva
discernere
sulle
tele
,
tranne
le
acconciature
di
qualche
ritratto
,
apparteneva
all
'
oggi
come
a
due
secoli
addietro
,
era
di
Parigi
come
della
più
rustica
borgata
alpestre
,
anzi
più
di
questa
che
di
quella
.
In
altre
parole
in
quelle
gallerie
polverose
e
fredde
,
tappezzate
di
quadri
,
Parigi
era
scomparsa
,
era
scomparsa
la
metropoli
più
vivace
della
vita
moderna
,
con
tutte
le
sue
folle
frettolose
,
con
tutti
i
suoi
rapidi
cortei
di
automobili
,
con
tutte
le
sue
cinture
ferroviarie
,
con
i
suoi
viadotti
per
i
treni
elettrici
,
con
tutta
la
sua
animazione
meccanica
;
era
scomparsa
bruscamente
come
cambia
uno
scenario
a
teatro
,
ed
era
stata
sostituita
da
zone
di
pianura
o
di
montagna
deserte
,
da
villaggi
,
da
casolari
,
da
stalli
di
pastori
fra
cui
si
aggiravano
sperduti
alcuni
tipi
parigini
dal
viso
sgomento
,
come
gli
ultimi
mascherotti
all
'
alba
delle
Ceneri
.
Qua
e
là
qualche
gruppo
storico
,
qualche
frammento
di
vita
passata
:
una
lotta
di
gladiatori
nel
circo
,
un
episodio
guerresco
dei
tempi
di
Napoleone
,
oppure
la
dimora
chimerica
intravista
nel
sogno
.
Che
cosa
può
esservi
di
più
distante
dalla
vita
moderna
di
questa
pittura
moderna
?
Vi
è
tra
le
sale
di
una
Esposizione
di
pittura
e
una
grande
strada
,
un
boulevard
di
Parigi
,
un
divario
maggiore
che
fra
lo
Strand
ove
si
accentra
il
maggior
movimento
londinese
e
una
galleria
del
British
Museum
.
Testé
alla
Mostra
di
Venezia
questa
sensazione
si
è
ripetuta
e
si
è
fatta
più
precisa
.
Malgrado
che
Venezia
,
per
la
sua
struttura
singolare
sia
la
città
ove
tanti
ordegni
e
tanti
aspetti
della
vita
moderna
non
hanno
potuto
entrare
,
sia
la
città
che
più
ha
resistito
a
quei
mutamenti
i
quali
hanno
cambiato
il
tipo
delle
metropoli
europee
e
che
ha
mantenuto
quindi
in
maggior
proporzione
intatto
il
suo
carattere
,
la
sua
suppellettile
e
le
sue
usanze
di
una
volta
,
malgrado
che
per
Venezia
non
circolino
né
biciclette
né
automobili
,
e
la
gondola
secolare
fiancheggi
il
mostruoso
piroscafo
e
sulle
spalle
delle
donne
perduri
l
'
antico
scialle
,
mentre
non
si
scorge
una
sola
casacca
di
chauffeur
,
malgrado
ciò
;
malgrado
questa
atmosfera
immutata
ab
antiquo
,
tuttavia
la
pittura
adunata
nelle
sale
dell
'
Esposizione
resta
sempre
isolata
e
assai
più
differente
e
distante
anche
da
questa
scarsa
vita
moderna
dei
cimeli
raccolti
nel
Museo
Correr
.
Questo
dissidio
che
già
mi
aveva
colpito
due
anni
or
sono
,
mi
è
apparso
ora
ancor
più
profondo
e
reciso
.
Perché
?
Perché
poi
aumenta
invece
di
diminuire
?
Io
non
sapeva
da
prima
rendermene
ragione
;
i
pittori
dovevano
pur
vivere
in
mezzo
a
noi
,
dovevano
sia
pur
alla
lunga
accorgersi
dei
cambiamenti
avvenuti
,
assuefarsi
alle
nuove
forme
,
accostarsi
ai
nostri
strumenti
;
eglino
già
rappresentavano
l
'
uomo
e
la
donna
non
solo
negli
acconciamenti
alla
moda
e
negli
ambienti
contemporanei
,
ma
anche
nel
loro
spirito
particolare
,
già
riproducevano
qualche
veduta
delle
nostre
nuove
città
,
già
il
loro
colorito
sentimentale
si
intonava
alle
nostre
commozioni
o
raffinate
o
eccessive
,
già
sapevano
misurare
le
nostre
passioni
;
ma
tutto
questo
non
bastava
,
tutto
questo
non
avvicinava
di
una
linea
la
pittura
alla
vita
;
anzi
il
dissidio
si
è
aumentato
ed
aumenta
vieppiù
fino
a
portarci
a
una
separazione
definitiva
.
L
'
enigma
pertanto
si
addensava
e
si
imbrogliava
,
quando
me
ne
ha
offerto
la
chiave
,
l
'
esclamazione
casuale
di
un
pittore
mio
conoscente
.
Sapendo
le
mie
simpatie
automobilistiche
,
mentre
si
chiacchierava
sulle
novità
e
sul
valore
della
Esposizione
egli
interruppe
d
'
un
tratto
il
suo
ragionare
per
dirmi
:
Toh
!
Hai
visto
?
Non
un
quadro
di
automobili
in
tutta
l
'
Esposizione
!
Al
momento
,
se
pur
riconobbi
l
'
esattezza
della
osservazione
,
non
mi
vi
fermai
sopra
.
Soltanto
alcun
tempo
dopo
,
ricordandola
,
mi
apparve
d
'
improvviso
come
il
nodo
della
questione
che
mi
aveva
tanto
preoccupato
.
Certo
in
tutta
l
'
Esposizione
non
si
scorge
un
solo
quadro
che
riproduca
l
'
automobile
o
fermo
o
in
corsa
,
come
non
ve
ne
sono
che
riproducano
il
treno
,
la
locomotiva
,
il
vagone
,
il
tranvai
,
niuno
insomma
dei
tanti
sistemi
di
locomozione
meccanica
;
come
non
se
ne
vedevano
nelle
Esposizioni
passate
,
come
non
se
ne
trovavano
nel
Salon
di
Parigi
,
come
,
tranne
forse
qualche
rarissima
eccezione
,
non
ne
esistono
in
tutta
la
pittura
moderna
.
Il
pittore
moderno
,
il
quale
per
necessità
o
per
diletto
va
in
ferrovia
,
in
tram
,
in
automobile
,
in
battello
a
motore
e
non
si
acconcerebbe
certo
a
farne
senza
,
nella
sua
arte
ignora
completamente
tutti
questi
arnesi
,
si
comporta
come
se
non
fossero
mai
esistiti
e
lo
stesso
contegno
attribuisce
alle
cose
da
lui
dipinte
.
Il
pittore
e
il
suo
mondo
dipinto
non
conoscono
che
la
marcia
a
piedi
e
la
trazione
animale
.
Ecco
ormai
risolto
il
problema
.
Se
la
pittura
moderna
è
tanto
lontana
da
noi
,
se
essa
è
tanto
separata
e
diversa
dalla
vita
moderna
,
così
da
sembrare
la
raffigurazione
di
un
'
altra
vita
e
di
un
altro
mondo
,
e
se
una
tal
separazione
cresce
vieppiù
,
malgrado
gli
sforzi
in
contrario
,
si
è
unicamente
per
la
esclusione
di
tutti
i
nostri
mezzi
meccanici
di
locomozione
.
Mi
pare
di
scorgere
qualche
gesto
di
incredulità
;
forse
questa
conclusione
sembra
eccessiva
.
Se
taluno
dubita
pensi
un
po
'
con
me
.
Se
in
qualche
cosa
noi
abbiamo
conseguito
un
progresso
decisivo
sui
nostri
predecessori
,
se
in
qualche
cosa
noi
siamo
diversi
,
non
solo
per
quantità
o
per
grado
,
ma
per
qualità
e
sostanza
dai
nostri
antenati
,
è
precisamente
nei
mezzi
di
locomozione
;
ogni
altro
progresso
può
essere
più
o
meno
autentico
,
questo
è
il
solo
indiscutibile
.
Ciò
che
ha
creato
una
condizione
di
cose
assolutamente
nuova
,
ciò
che
ha
cambiato
la
faccia
del
mondo
e
ha
rinnovato
la
vita
e
ha
spostato
l
'
indirizzo
della
civiltà
,
ciò
che
ha
posto
fra
noi
e
tutto
quanto
ci
ha
preceduto
una
demarcazione
incancellabile
,
che
ha
si
può
dire
diviso
la
storia
umana
in
due
êre
distintissime
,
e
ciò
che
nel
proprio
complesso
ha
subìto
la
massima
e
più
vasta
trasformazione
,
ciò
è
costituito
dai
moderni
sistemi
di
locomozione
e
di
comunicazione
.
In
questo
campo
nulla
è
rimasto
di
vecchio
,
tutto
si
è
cambiato
.
Tutte
le
altre
innovazioni
,
tutte
le
altre
scoperte
passano
in
seconda
linea
di
fronte
a
questa
della
locomozione
meccanica
.
Il
mondo
e
il
ritmo
della
vita
conservatisi
quasi
uniformi
dalle
origini
fino
alla
prima
locomotiva
hanno
fatto
da
qui
un
salto
enorme
;
il
mondo
che
fu
sempre
lo
stesso
fino
a
un
secolo
fa
è
da
allora
diventato
un
altro
.
Non
con
la
scoperta
della
polvere
,
della
stampa
e
dell
'
America
,
ma
dall
'
inizio
della
locomozione
meccanica
comincia
l
'
età
nuova
.
La
locomozione
meccanica
svolta
fino
alla
meravigliosa
perfezione
dell
'
automobile
per
cui
la
velocità
è
alla
portata
di
tutti
e
diventa
una
docile
facoltà
della
volontà
individuale
,
per
cui
ogni
resistenza
è
tolta
,
ogni
vincolo
spezzato
,
per
cui
l
'
uomo
è
il
più
rapido
e
quindi
il
più
libero
fra
i
viventi
,
ecco
il
presente
e
l
'
avvenire
,
la
conquista
umana
della
terra
,
del
mare
,
del
cielo
!
Anche
il
Wells
ha
posto
come
fondamento
delle
sue
Anticipazioni
,
i
nostri
nuovi
mezzi
di
locomozione
,
non
solo
perché
costituiscono
la
novità
più
distintiva
del
nostro
tempo
,
ma
perché
esercitano
il
massimo
potere
trasformatore
su
tutta
la
civiltà
.
Tolta
la
locomozione
meccanica
manca
il
rilievo
tipico
della
nostra
età
e
il
mondo
ricasca
nella
sua
consuetudine
antica
.
Ora
la
pittura
moderna
,
che
pur
ha
tenuto
conto
di
tanti
altri
elementi
secondari
di
modernità
,
elementi
spirituali
e
sentimentali
,
ha
lasciato
interamente
nell
'
oblio
questo
,
il
più
importante
,
quello
che
dà
l
'
impronta
alla
vita
moderna
.
Ed
è
per
questo
che
sebbene
la
pittura
non
disdegni
i
nostri
abbigliamenti
,
i
nostri
caffè
e
i
nostri
teatri
,
le
nostre
passeggiate
,
sebbene
la
pittura
interpreti
,
anche
esagerando
,
i
tratti
salienti
dell
'
uomo
e
della
donna
moderni
,
sebbene
nelle
sale
veneziane
l
'
Anglada
ci
mostri
le
notturne
creature
del
lusso
e
della
gioia
,
gli
artificiali
fiori
venefici
e
inebrianti
dei
restaurants
,
dei
music
-
halls
,
dei
teatri
parigini
,
e
il
Brangwin
ci
illustri
nelle
sue
composizioni
decorative
l
'
opera
solenne
e
gigantesca
dei
nostri
lavoratori
:
non
arriva
mai
a
darci
la
sensazione
della
vita
moderna
ed
anzi
se
ne
distacca
ognor
più
.
Essa
dimentica
l
'
essenziale
per
l
'
accessorio
,
dimentica
quello
che
è
unicamente
del
nostro
tempo
,
per
quello
che
può
essere
anche
di
altri
tempi
,
e
lo
dimentica
quando
la
sua
importanza
si
moltiplica
di
giorno
in
giorno
;
la
separazione
quindi
tra
la
pittura
e
la
vita
non
può
che
accrescersi
.
Io
non
voglio
già
affermare
con
ciò
che
il
pittore
moderno
per
essere
tale
non
debba
dipingere
che
automobili
e
treni
,
voglio
dire
che
egli
deve
far
loro
nell
'
arte
quel
posto
che
tali
strumenti
occupano
nella
vita
;
allora
la
sua
arte
sarà
lo
specchio
della
vita
moderna
.
E
per
dipingerli
,
per
trovare
la
loro
linea
di
bellezza
,
la
sola
che
meriti
di
essere
artisticamente
raffigurata
,
per
ottenere
cioè
la
loro
espressione
artistica
che
è
la
sintesi
della
loro
vita
,
egli
deve
conoscerli
ed
amarli
,
comprenderne
le
energie
e
i
grandi
destini
.
Altrimenti
non
farà
che
immagini
goffe
,
simulacri
inerti
o
disegni
tecnici
.
Poiché
purtroppo
nulla
vi
è
di
più
imbarazzato
e
puerile
e
di
meno
esatto
dei
nostri
pittori
quando
si
mettono
a
dipingere
qualche
brano
di
vita
tipicamente
moderno
.
Guai
se
gli
storici
futuri
dovessero
descrivere
lo
stato
delle
nostre
industrie
unicamente
sulle
rappresentazioni
decorative
del
Puvis
de
Chavannes
e
del
Brangwin
,
e
cito
i
migliori
.
I
grandi
maestri
del
passato
,
i
sommi
artefici
avvivatori
del
quattrocento
e
del
cinquecento
,
e
il
puro
e
ingenuo
Carpaccio
per
primo
,
creavano
simultaneamente
il
capolavoro
e
il
documento
storico
,
fondevano
la
precisione
con
la
bellezza
.
E
non
solo
esprimevano
così
alla
perfezione
il
loro
tempo
,
ma
traducevano
in
aspetti
e
in
forme
del
loro
tempo
anche
le
visioni
e
gli
spettacoli
del
passato
,
preferivano
la
loro
lingua
viva
ad
ogni
altra
,
erano
testimoni
insospettabili
e
traduttori
meravigliosi
.
Saggistica ,
I
.
L
'
INTUIZIONE
E
L
'
ESPRESSIONE
.
La
conoscenza
ha
due
forme
:
è
o
conoscenza
intuitiva
o
conoscenza
logica
;
conoscenza
per
la
fantasia
o
conoscenza
per
l
intelletto
;
conoscenza
dell
individuale
o
conoscenza
dell
'
universale
;
delle
cose
singole
ovvero
delle
loro
relazioni
;
è
,
insomma
,
o
produttrice
d
immagini
o
produttrice
di
concetti
.
Continuamente
si
fa
appello
,
nella
vita
ordinaria
,
alla
conoscenza
intuitiva
.
Si
dice
che
di
certe
verità
non
si
possono
dare
definizioni
;
che
non
si
dimostrano
per
sillogismi
;
che
conviene
apprenderle
intuitivamente
.
Il
politico
rimprovera
l
'
astratto
ragionatore
,
che
non
ha
l
intuizione
viva
delle
condizioni
di
fatto
;
il
pedagogista
batte
sulla
necessità
di
svolgere
anzitutto
nell
'
educando
la
facoltà
intuitiva
;
il
critico
si
tiene
a
onore
di
mettere
da
parte
,
innanzi
a
un
'
opera
artistica
,
le
teorie
e
le
astrazioni
e
di
giudicarla
intuendola
direttamente
;
l
'
uomo
pratico
,
infine
,
professa
di
vivere
d
intuizioni
più
che
di
ragionamenti
.
Ma
a
questo
ampio
riconoscimento
che
la
conoscenza
intuitiva
riceve
nella
vita
ordinaria
,
non
fa
riscontro
un
pari
e
adeguato
riconoscimento
nel
campo
della
teoria
e
della
filosofia
.
Della
conoscenza
intellettiva
c
è
una
scienza
antichissima
e
ammessa
indiscussamente
da
tutti
,
la
Logica
;
ma
una
scienza
della
conoscenza
intuitiva
è
appena
ammessa
,
e
timidamente
,
da
pochi
.
La
conoscenza
logica
si
è
fatta
la
parte
del
leone
;
e
,
quando
addirittura
non
divora
la
sua
compagna
,
le
concede
appena
un
umile
posticino
di
ancella
o
di
portinaia
.
Che
cosa
è
mai
la
conoscenza
intuitiva
senza
il
lume
della
intellettiva
?
È
un
servitore
senza
padrone
;
e
,
se
al
padrone
occorre
il
servitore
,
è
ben
più
necessario
il
primo
al
secondo
,
per
campare
la
vita
.
L
intuizione
è
cieca
;
l
intelletto
le
presta
gli
occhi
.
Ora
,
il
primo
punto
che
bisogna
fissare
bene
in
mente
è
che
la
conoscenza
intuitiva
non
ha
bisogno
di
padroni
;
non
ha
necessità
di
appoggiarsi
ad
alcuno
;
non
deve
chiedere
in
prestito
gli
occhi
altrui
perché
ne
ha
in
fronte
di
suoi
propri
,
validissimi
.
E
se
è
indubitabile
che
in
molte
intuizioni
si
possono
trovare
mescolati
concetti
,
in
altre
non
è
traccia
di
simile
miscuglio
;
il
che
prova
che
esso
non
è
necessario
.
L
impressione
di
un
chiaro
di
luna
,
ritratta
da
un
pittore
;
il
contorno
di
un
paese
,
delineato
da
un
cartografo
;
un
motivo
musicale
,
tenero
o
energico
;
le
parole
di
una
lirica
sospirosa
,
o
quelle
con
le
quali
chiediamo
,
comandiamo
e
ci
lamentiamo
nella
vita
ordinaria
,
possono
ben
essere
tutti
fatti
intuitivi
senza
ombra
di
riferimenti
intellettuali
.
Ma
,
checché
si
pensi
di
questi
esempi
,
e
posto
anche
si
voglia
e
debba
sostenere
che
la
maggior
parte
delle
intuizioni
dell
'
uomo
civile
siano
impregnate
di
concetti
,
v
è
ben
altro
,
e
di
più
importante
e
conclusivo
,
da
osservare
.
I
concetti
che
si
trovano
misti
e
fusi
nelle
intuizioni
,
in
quanto
vi
sono
davvero
misti
e
fusi
,
non
sono
più
concetti
,
avendo
perduto
ogni
indipendenza
e
autonomia
.
Furono
già
concetti
,
ma
sono
diventati
,
ora
,
semplici
elementi
d
intuizione
.
Le
massime
filosofiche
,
messe
in
bocca
a
un
personaggio
di
tragedia
o
di
commedia
,
hanno
colà
ufficio
,
non
più
di
concetti
,
ma
di
caratteristiche
di
quei
personaggi
;
allo
stesso
modo
che
il
rosso
in
una
figura
dipinta
non
sta
come
il
concetto
del
color
rosso
dei
fisici
,
ma
come
elemento
caratterizzante
di
quella
figura
.
Il
tutto
determina
la
qualità
delle
parti
.
Un
'
opera
d
'
arte
può
essere
piena
di
concetti
filosofici
,
può
averne
,
anzi
,
in
maggior
copia
,
e
anche
più
profondi
,
di
una
dissertazione
filosofica
,
la
quale
potrà
essere
,
a
sua
volta
,
ricca
e
riboccante
di
descrizioni
e
intuizioni
.
Ma
nonostante
tutti
quei
concetti
,
il
risultato
dell
'
opera
d
'
arte
è
un
intuizione
;
e
,
nonostante
tutte
quelle
intuizioni
,
il
risultato
della
dissertazione
filosofica
è
un
concetto
.
I
Promessi
sposi
contengono
copiose
osservazioni
e
distinzioni
di
etica
;
ma
non
per
questo
vengono
a
perdere
,
nel
loro
insieme
,
il
carattere
di
semplice
racconto
o
d
intuizione
.
Parimente
,
gli
aneddoti
e
le
effusioni
satiriche
,
che
possono
trovarsi
nei
libri
di
un
filosofo
come
lo
Schopenhauer
,
non
tolgono
a
quei
libri
il
carattere
di
trattazioni
intellettive
.
Nel
risultato
,
nell
'
effetto
diverso
a
cui
ciascuna
mira
e
che
determina
e
asservisce
tutte
le
singole
parti
,
non
già
in
queste
singole
parti
staccate
e
considerate
astrattamente
per
sé
,
sta
la
differenza
tra
un
'
opera
di
scienza
e
un
'
opera
d
'
arte
,
cioè
tra
un
atto
intellettivo
e
un
atto
intuitivo
.
Senonché
,
per
avere
un
idea
vera
ed
esatta
dell
intuizione
non
basta
riconoscerla
come
indipendente
dal
concetto
.
Tra
coloro
che
così
la
riconoscono
,
o
che
almeno
non
la
fanno
esplicitamente
dipendente
dall
intellezione
,
appare
un
altro
errore
,
il
quale
offusca
e
confonde
l
indole
propria
di
essa
.
Per
intuizione
s
intende
frequentemente
la
percezione
,
ossia
la
conoscenza
della
realtà
accaduta
,
l
'
apprensione
di
qualcosa
come
reale
.
Di
certo
,
la
percezione
è
intuizione
:
le
percezioni
della
stanza
nella
quale
scrivo
,
del
calamaio
e
della
carta
che
ho
innanzi
,
della
penna
di
cui
mi
servo
,
degli
oggetti
che
tocco
e
adopero
come
strumenti
della
mia
persona
,
la
quale
,
se
scrive
,
dunque
esiste
;
sono
tutte
intuizioni
.
Ma
è
parimente
intuizione
l
immagine
,
che
ora
mi
passa
pel
capo
,
di
un
me
che
scrive
in
un
'
altra
stanza
,
in
un
'
altra
città
,
con
carta
,
penna
e
calamaio
diversi
.
Il
che
vuol
dire
che
la
distinzione
tra
realtà
e
non
realtà
è
estranea
all
indole
propria
dell
intuizione
,
e
secondaria
.
Supponendo
uno
spirito
umano
che
intuisca
per
la
prima
volta
,
sembra
ch
'
egli
non
possa
intuire
se
non
realtà
effettiva
ed
abbia
perciò
soltanto
intuizioni
del
reale
.
Ma
poiché
la
coscienza
della
realtà
si
fonda
sulla
distinzione
tra
immagini
reali
e
immagini
irreali
,
e
tale
distinzione
nel
primo
momento
non
ha
luogo
,
quelle
,
in
verità
,
non
saranno
intuizioni
né
del
reale
né
dell
irreale
,
non
percezioni
ma
pure
intuizioni
.
Dove
tutto
è
reale
,
niente
è
reale
.
Una
certa
idea
,
assai
vaga
e
ben
da
lontano
approssimativa
,
di
questo
stato
ingenuo
può
darci
il
fanciullo
,
con
la
sua
difficoltà
a
discernere
il
reale
dal
finto
,
la
storia
dalla
favola
,
che
per
lui
fanno
tutt
'
uno
.
L
intuizione
è
l
'
unità
indifferenziata
della
percezione
del
reale
e
della
semplice
immagine
del
possibile
.
Nell
intuizione
noi
non
ci
contrapponiamo
come
esseri
empirici
alla
realtà
esterna
,
ma
oggettiviamo
senz
'
altro
le
nostre
impressioni
,
quali
che
siano
.
Sembrerebbe
perciò
che
si
appressino
di
più
al
vero
coloro
i
quali
considerano
l
intuizione
come
la
sensazione
formata
e
ordinata
semplicemente
secondo
le
categorie
dello
spazio
e
del
tempo
.
Spazio
e
tempo
(
essi
dicono
)
sono
le
forme
dell
'
intuizione
;
intuire
è
porre
nello
spazio
e
nella
serie
temporale
.
L
'
attività
intuitiva
consisterebbe
quindi
in
questa
duplice
concorrente
funzione
della
spazialità
e
della
temporalità
.
Senonché
,
è
da
ripetere
per
queste
due
categorie
ciò
che
si
è
detto
delle
distinzioni
intellettuali
,
che
pur
si
trovano
fuse
nell
intuizione
.
Noi
abbiamo
intuizioni
senza
spazio
e
senza
tempo
:
una
tinta
di
cielo
e
una
tinta
di
sentimento
,
un
ahi
!
di
dolore
e
uno
slancio
di
volontà
oggettivati
nella
coscienza
,
sono
intuizioni
che
possediamo
,
e
dove
nulla
è
formato
nello
spazio
e
nel
tempo
.
E
in
alcune
intuizioni
si
può
ritrovare
la
spazialità
e
non
la
temporalità
,
in
altre
questa
e
non
quella
;
ma
,
anche
dove
si
ritrovano
tutte
e
due
,
l
'
appercepirle
è
una
riflessione
posteriore
:
esse
possono
fondersi
nell
intuizione
allo
stesso
modo
che
tutti
gli
altri
elementi
di
questa
:
vi
staranno
cioè
materialiter
e
non
formaliter
,
come
ingredienti
e
non
come
ordinamento
.
Chi
,
senza
un
atto
di
riflessione
che
interrompa
per
un
momento
la
contemplazione
,
s
'
accorge
dello
spazio
innanzi
a
un
ritratto
o
magari
a
un
paesaggio
?
Chi
,
senza
un
simile
atto
riflessivo
e
interruttivo
,
s
'
accorge
della
serie
temporale
innanzi
a
un
racconto
o
a
un
pezzo
musicale
?
Ciò
che
s
intuisce
,
in
un
'
opera
d
'
arte
,
non
è
spazio
o
tempo
,
ma
carattere
o
fisionomia
individuale
.
Del
resto
,
parecchi
tentativi
che
si
notano
nella
filosofia
moderna
,
accennano
a
conformarsi
alla
veduta
qui
esposta
.
Spazio
e
tempo
,
anziché
forme
semplicissime
e
primitive
,
si
vengono
dimostrando
costruzioni
intellettuali
molto
complicate
.
E
,
d
'
altro
canto
,
anche
in
alcuni
di
coloro
che
non
rifiutano
del
tutto
allo
spazio
e
al
tempo
la
qualità
di
formanti
o
di
categorie
e
funzioni
,
si
nota
lo
sforzo
di
unificarli
e
intenderli
in
modo
diverso
dal
concetto
che
si
ha
ordinariamente
di
esse
categorie
.
Vi
è
chi
riduce
l
'
intuizione
all
'
unica
categoria
della
spazialità
,
sostenendo
che
anche
il
tempo
non
s
intuisca
se
non
spazialmente
.
Altri
abbandonano
come
filosoficamente
non
necessarie
le
tre
dimensioni
dello
spazio
,
e
concepiscono
la
funzione
della
spazialità
come
vuota
di
ogni
particolare
determinazione
spaziale
.
E
che
cosa
sarebbe
mai
siffatta
funzione
spaziale
,
semplice
ordinamento
che
ordinerebbe
perfino
il
tempo
?
Non
è
essa
forse
un
residuo
di
critiche
e
di
negazioni
,
dal
quale
si
ricava
soltanto
l
'
esigenza
di
porre
un
'
attività
genericamente
intuitiva
?
E
non
è
,
quest
'
ultima
,
veramente
determinata
,
allorché
le
si
attribuisce
un
'
unica
categoria
o
funzione
,
non
spazialeggiante
né
temporalizzante
ma
caratterizzante
?
o
meglio
,
allorché
viene
concepita
essa
stessa
come
categoria
o
funzione
,
che
dà
la
conoscenza
delle
cose
nella
loro
fisionomia
individuale
?
Liberata
,
in
tal
modo
,
la
conoscenza
intuitiva
da
qualsiasi
soggezione
intellettualistica
e
da
ogni
aggiunta
posteriore
ed
estranea
,
noi
dobbiamo
chiarirla
e
determinarne
i
confini
da
un
altro
lato
e
contro
una
diversa
invasione
e
confusione
.
Dall
'
altro
lato
,
di
qua
dal
limite
inferiore
,
è
la
sensazione
,
è
la
materia
informe
che
lo
spirito
non
può
mai
afferrare
in
sé
stessa
,
in
quanto
mera
materia
,
e
che
possiede
soltanto
con
la
forma
e
nella
forma
,
ma
di
cui
postula
il
concetto
come
,
appunto
,
di
un
limite
.
La
materia
,
nella
sua
astrazione
,
è
meccanismo
,
è
passività
,
è
ciò
che
lo
spirito
umano
subisce
,
ma
non
produce
.
Senza
di
essa
non
è
possibile
alcuna
conoscenza
e
attività
umana
;
ma
la
mera
materia
ci
dà
l
'
animalità
,
ciò
che
nell
'
uomo
è
di
brutale
e
d
impulsivo
,
non
il
dominio
spirituale
,
quello
in
cui
consiste
l
'
umanità
.
Quante
volte
ci
travagliamo
nello
sforzo
d
intuire
chiaramente
ciò
che
si
agita
in
noi
!
Intravediamo
qualcosa
,
ma
non
l
'
abbiamo
innanzi
allo
spirito
oggettivato
e
formato
.
In
quei
momenti
meglio
ci
accorgiamo
della
profonda
differenza
tra
materia
e
forma
;
le
quali
sono
non
già
due
atti
nostri
,
di
cui
l
'
uno
stia
di
fronte
all
'
altro
,
ma
l
'
uno
è
un
di
fuori
che
ci
assalta
e
ci
trasporta
,
l
'
altro
è
un
di
dentro
che
tende
ad
abbracciare
quel
di
fuori
e
a
farlo
suo
.
La
materia
,
investita
e
trionfata
dalla
forma
,
dà
luogo
alla
forma
concreta
.
la
materia
,
è
il
contenuto
quel
che
differenzia
una
nostra
intuizione
da
un
'
altra
:
la
forma
è
costante
,
l
'
attività
spirituale
;
la
materia
è
mutevole
,
e
senza
di
essa
l
'
attività
spirituale
non
uscirebbe
dalla
sua
astrattezza
per
diventare
attività
concreta
e
reale
,
questo
o
quel
contenuto
spirituale
,
questa
o
quella
intuizione
determinata
.
È
curioso
e
caratteristico
della
condizione
dei
nostri
tempi
che
proprio
questa
forma
,
proprio
l
'
attività
dello
spirito
,
proprio
ciò
ch
è
noi
stessi
,
venga
facilmente
ignorato
o
negato
.
E
vi
ha
chi
confonde
l
'
attività
spirituale
dell
'
uomo
con
la
metaforica
e
mitologica
attività
della
cosiddetta
natura
,
ch
è
meccanismo
,
e
che
non
somiglia
all
'
attività
umana
,
se
non
quando
,
come
nelle
favole
esopiche
,
s
'
immagini
che
arbores
loquantur
non
tantum
ferae
:
e
vi
ha
chi
asserisce
di
non
aver
mai
osservato
in
sé
tale
miracolosa
attività
;
quasi
che
tra
il
sudare
e
il
pensare
,
il
sentir
freddo
e
l
'
energia
della
volontà
non
sia
alcun
divario
o
si
tratti
soltanto
di
differenza
quantitativa
.
Altri
,
certo
meno
irrazionalmente
,
vuole
invece
che
attività
e
meccanismo
,
specificamente
distinti
,
si
unifichino
entrambi
in
un
concetto
più
alto
;
ma
,
lasciando
per
ora
di
esaminare
se
tale
unificazione
suprema
sia
possibile
e
in
qual
senso
,
e
ammettendo
che
la
ricerca
sia
da
tentare
,
è
chiaro
che
unificare
due
concetti
in
un
terzo
significa
anzitutto
porre
una
differenza
tra
i
due
primi
;
e
qui
la
differenza
c
importa
e
ad
essa
diamo
rilievo
.
L
intuizione
è
stata
scambiata
talvolta
con
la
sensazione
bruta
.
Ma
poiché
questo
scambio
urta
troppo
perfino
il
comune
buon
senso
,
più
di
frequente
si
è
cercato
di
attenuarlo
o
larvarlo
mercé
una
fraseologia
che
pare
voglia
nello
stesso
tempo
confondere
e
distinguere
.
Così
è
stato
asserito
che
l
intuizione
sia
sensazione
,
ma
non
già
semplice
sensazione
,
sì
bene
associazione
di
sensazioni
;
dove
l
'
equivoco
nasce
appunto
dalla
parola
associazione
.
La
quale
,
o
s
intende
come
memoria
,
associazione
mnemonica
,
ricordo
cosciente
;
e
in
tal
caso
appare
inconcepibile
la
pretesa
di
congiungere
nella
memoria
elementi
che
non
sono
intuiti
,
distinti
,
posseduti
in
qualche
modo
dallo
spirito
e
prodotti
dalla
coscienza
:
o
s
intende
come
associazione
di
elementi
incoscienti
;
e
,
in
questo
secondo
caso
,
non
si
esce
dalla
sensazione
e
dalla
naturalità
.
Che
se
poi
,
come
taluni
associazionisti
fanno
,
si
parla
di
un
'
associazione
che
non
sia
né
memoria
né
flusso
di
sensazioni
,
ma
associazione
produttiva
(
formativa
,
costruttiva
,
distinguente
)
,
in
questo
caso
si
concede
la
cosa
e
si
nega
solo
la
parola
.
Infatti
,
l
'
associazione
produttiva
non
è
più
associazione
nel
significato
dei
sensualisti
,
ma
sintesi
,
cioè
attività
spirituale
.
Si
chiami
pure
associazione
la
sintesi
:
ma
con
quel
concetto
di
produttività
è
posta
la
distinzione
tra
passività
e
attività
,
tra
sensazione
e
intuizione
.
Altri
psicologi
sono
disposti
a
distinguere
dalla
sensazione
qualcosa
che
non
è
più
tale
,
ma
non
è
ancora
il
concetto
intellettivo
:
la
rappresentazione
o
immagine
.
Quale
differenza
corre
tra
la
loro
rappresentazione
o
immagine
,
e
la
nostra
conoscenza
intuitiva
?
Grandissima
e
nessuna
:
anche
rappresentazione
è
parola
molto
equivoca
.
Se
essa
s
intende
come
qualcosa
di
ritagliato
e
risaltante
sul
fondo
psichico
delle
sensazioni
,
la
rappresentazione
è
l
intuizione
.
Se
,
invece
,
viene
concepita
come
sensazione
complessa
,
si
ritorna
alla
sensazione
bruta
,
che
non
cangia
qualità
perché
ricca
o
povera
,
effettuantesi
in
un
organismo
rudimentale
o
in
un
organismo
sviluppato
e
pieno
di
tracce
di
sensazioni
passate
.
Né
all
'
equivoco
si
rimedia
col
definire
la
rappresentazione
prodotto
psichico
di
secondo
grado
,
rispetto
alla
sensazione
che
sarebbe
di
primo
.
Che
cosa
significa
,
qui
,
secondo
grado
?
Differenza
qualitativa
,
formale
?
E
,
in
questo
caso
,
rappresentazione
è
elaborazione
della
sensazione
,
e
perciò
intuizione
.
Ovvero
maggiore
complessità
e
complicazione
,
differenza
quantitativa
e
materiale
?
In
quest
'
altro
caso
,
invece
,
l
'
intuizione
sarebbe
di
nuovo
confusa
con
la
sensazione
bruta
.
Eppure
vi
è
un
modo
sicuro
di
distinguere
l
intuizione
vera
,
la
vera
rappresentazione
,
da
ciò
che
le
è
inferiore
:
quell
'
atto
spirituale
dal
fatto
meccanico
,
passivo
,
naturale
.
Ogni
vera
intuizione
o
rappresentazione
è
,
insieme
,
espressione
.
Ciò
che
non
si
oggettiva
in
una
espressione
non
è
intuizione
o
rappresentazione
,
ma
sensazione
e
naturalità
.
Lo
spirito
non
intuisce
se
non
facendo
,
formando
,
esprimendo
.
Chi
separa
intuizione
da
espressione
,
non
riesce
mai
più
a
congiungerle
.
L
'
attività
intuitiva
tanto
intuisce
quanto
esprime
.
Se
questa
proposizione
suona
paradossale
,
una
delle
cause
di
ciò
è
senza
dubbio
nell
'
abito
di
dare
alla
parola
espressione
un
significato
troppo
ristretto
,
assegnandola
alle
sole
espressioni
che
si
dicono
verbali
;
laddove
esistono
anche
espressioni
non
verbali
,
come
quelle
di
linee
,
colori
,
toni
:
tutte
quante
da
includere
nel
concetto
di
espressione
,
che
abbraccia
perciò
ogni
sorta
di
manifestazioni
dell
'
uomo
,
oratore
,
musico
,
pittore
o
altro
che
sia
.
E
,
pittorica
o
verbale
o
musicale
o
come
altro
si
descriva
o
denomini
,
l
'
espressione
,
in
una
di
queste
manifestazioni
,
non
può
mancare
all
intuizione
,
dalla
quale
è
propriamente
inscindibile
.
Come
possiamo
intuire
davvero
una
figura
geometrica
,
se
non
ne
abbiamo
così
netta
l
immagine
da
essere
in
grado
di
tracciarla
immediatamente
sulla
carta
o
sulla
lavagna
?
Come
possiamo
intuire
davvero
il
contorno
d
'
una
regione
,
per
esempio
,
dell
isola
di
Sicilia
,
se
non
siamo
in
grado
di
disegnarlo
così
come
esso
è
in
tutti
i
suoi
meandri
?
A
ognuno
è
dato
sperimentare
la
luce
che
gli
si
fa
internamente
quando
riesce
,
e
solo
in
quel
punto
che
riesce
,
a
formolare
a
sé
stesso
le
sue
impressioni
e
i
suoi
sentimenti
.
Sentimenti
e
impressioni
passano
allora
,
per
virtù
della
parola
,
dall
'
oscura
regione
della
psiche
alla
chiarezza
dello
spirito
contemplatore
.
È
impossibile
,
in
questo
processo
conoscitivo
,
distinguere
l
intuizione
dall
'
espressione
.
L
'
una
viene
fuori
con
l
'
altra
,
nell
'
attimo
stesso
dell
'
altra
,
perché
non
sono
due
ma
uno
.
Ma
la
cagione
principale
che
fa
sembrare
paradossale
la
tesi
da
noi
affermata
,
è
l
illusione
o
pregiudizio
che
s
intuisca
della
realtà
più
di
quanto
effettivamente
se
ne
intuisce
.
Si
ode
spesso
taluni
asserire
di
avere
in
mente
molti
e
importanti
pensieri
,
ma
di
non
riuscire
a
esprimerli
.
In
verità
,
se
li
avessero
davvero
,
li
avrebbero
coniati
in
tante
belle
parole
sonanti
,
e
perciò
espressi
.
Se
,
nell
'
atto
di
esprimerli
,
quei
pensieri
sembrano
dileguarsi
o
si
riducono
scarsi
e
poveri
,
gli
è
che
o
non
esistevano
o
erano
soltanto
scarsi
e
poveri
.
Parimente
si
crede
che
noi
tutti
,
uomini
ordinari
,
intuiamo
e
immaginiamo
paesi
,
figure
,
scene
,
come
i
pittori
,
e
corpi
,
come
gli
scultori
;
salvo
che
pittori
e
scultori
sanno
dipingere
e
scolpire
quelle
immagini
,
e
noi
le
portiamo
dentro
il
nostro
animo
inespresse
.
Una
Madonna
di
Raffaello
,
si
erede
,
avrebbe
potuto
immaginarla
chiunque
;
ma
Raffaello
è
stato
Raffaello
per
l
'
abilità
meccanica
di
averla
fissata
sulla
tela
.
Niente
di
più
falso
.
Il
mondo
che
intuiamo
ordinariamente
è
poca
cosa
,
e
si
traduce
in
piccole
espressioni
,
le
quali
si
fanno
via
via
maggiori
e
più
ampie
solo
con
la
crescente
concentrazione
spirituale
in
alcuni
particolari
momenti
.
Sono
le
parole
interne
che
diciamo
a
noi
stessi
,
i
giudizi
che
esprimiamo
tacitamente
:
ecco
un
uomo
,
ecco
un
cavallo
,
questo
pesa
,
questo
è
aspro
,
questo
mi
piace
,
ecc
.
ecc
.
,
ed
è
un
barbaglio
di
luce
e
di
colori
,
che
pittoricamente
non
potrebbe
avere
altra
sincera
e
propria
espressione
se
non
in
un
guazzabuglio
,
e
dal
quale
appena
si
sollevano
pochi
tratti
distintivi
particolari
.
Ciò
,
e
non
altro
,
possediamo
nella
nostra
vita
ordinaria
,
ed
è
base
della
nostra
azione
ordinaria
.
È
l
indice
di
un
libro
;
sono
,
come
è
stato
detto
,
le
etichette
che
abbiamo
apposte
alle
cose
e
ci
tengono
luogo
di
queste
:
indice
ed
etichette
(
espressioni
anch
'
esse
)
,
sufficienti
ai
piccoli
bisogni
e
alle
piccole
azioni
.
Ma
,
di
tanto
in
tanto
,
dall
indice
passiamo
al
libro
,
dall
'
etichetta
alla
cosa
,
o
dalle
piccole
intuizioni
alle
più
grandi
e
alle
grandissime
ed
eccelse
.
E
il
passaggio
è
talvolta
tutt
'
altro
che
agevole
.
È
stato
osservato
da
coloro
che
hanno
meglio
indagato
la
psicologia
degli
artisti
che
,
quando
dal
vedere
con
rapido
sguardo
una
persona
ci
si
dispone
a
intuirla
davvero
,
per
farle
,
per
esempio
,
il
ritratto
,
quella
visione
ordinaria
,
che
sembrava
così
vivace
e
netta
,
si
rivela
come
poco
meno
che
nulla
:
ci
si
accorge
di
possedere
,
tutt
'
al
più
,
qualche
tratto
superficiale
,
non
bastevole
neppure
per
un
pupazzetto
;
la
persona
da
ritrarre
si
pone
innanzi
all
'
artista
come
un
mondo
da
scoprire
.
E
Michelangelo
sentenziava
che
Si
dipinge
col
cervello
,
non
con
le
mani
;
e
Leonardo
scandalizzava
il
priore
del
convento
delle
Grazie
con
lo
stare
giorni
interi
avanti
al
Cenacolo
senza
mettervi
pennello
,
e
diceva
che
gl
ingegni
elevati
talor
che
manco
lavorano
più
adoprano
,
cercando
con
la
mente
l
invenzione
.
Il
.
pittore
è
pittore
perché
vede
ciò
che
altri
sente
solo
,
o
intravede
,
ma
non
vede
.
Un
sorriso
crediamo
di
vederlo
,
ma
in
realtà
ne
abbiamo
solo
qualche
vago
accenno
,
non
scorgiamo
tutti
i
tratti
caratteristici
da
cui
risulta
,
come
,
dopo
averci
lavorato
intorno
,
li
scorge
il
pittore
,
che
perciò
può
fermarlo
compiutamente
sulla
tela
.
Anche
del
nostro
più
intimo
amico
,
di
colui
che
ci
sta
accanto
tutti
i
giorni
e
tutte
le
ore
,
non
possediamo
intuitivamente
se
non
qualche
tratto
appena
della
fisionomia
,
che
ce
lo
fa
distinguere
dagli
altri
.
Meno
facile
è
l
illusione
per
le
espressioni
musicali
;
perché
a
ognuno
parrebbe
strano
il
dire
che
a
un
motivo
,
il
quale
è
già
nell
'
animo
di
chi
non
è
compositore
,
il
compositore
aggiunga
o
appiccichi
le
note
;
quasi
che
l
'
intuizione
del
Beethoven
non
fosse
,
per
esempio
,
la
sua
Nona
sinfonia
e
la
sua
Nona
sinfonia
la
sua
intuizione
.
Ora
,
come
colui
che
si
fa
illusioni
sulla
quantità
delle
proprie
ricchezze
materiali
è
smentito
dall
'
aritmetica
,
la
quale
gli
dice
esattamente
a
quanto
esse
ammontano
;
così
chi
s
illude
sulla
ricchezza
dei
propri
pensieri
e
delle
proprie
immagini
è
ricondotto
alla
realtà
,
allorché
è
costretto
ad
attraversare
il
ponte
dell
'
asino
dell
'
espressione
.
Numerate
,
diciamo
al
primo
:
parlate
,
eccovi
una
matita
e
disegnate
,
esprimetevi
,
diremo
all
'
altro
.
Ognuno
di
noi
,
insomma
,
è
un
po
pittore
,
scultore
,
musicista
,
poeta
,
prosatore
;
ma
quanto
poco
,
rispetto
a
coloro
che
son
chiamati
così
appunto
pel
grado
elevato
in
cui
hanno
le
comunissime
disposizioni
ed
energie
della
natura
umana
;
e
quanto
poco
un
pittore
possiede
delle
intuizioni
di
un
poeta
,
o
di
quelle
anche
di
un
altro
pittore
!
Pure
,
quel
poco
è
tutto
il
nostro
patrimonio
attuale
d
intuizioni
o
rappresentazioni
.
Fuori
di
esse
,
sono
soltanto
impressioni
,
sensazioni
,
sentimenti
,
impulsi
,
emozioni
,
o
come
altro
si
chiami
ciò
che
è
ancora
di
qua
dello
spirito
,
non
assimilato
dall
'
uomo
,
postulato
per
comodo
di
esposizione
,
ma
effettivamente
inesistente
,
se
l
'
esistere
è
anche
esso
un
atto
dello
spirito
.
Alle
varianti
verbali
accennate
in
principio
,
con
le
quali
così
designa
la
conoscenza
intuitiva
,
possiamo
,
dunque
,
aggiungere
ancora
quest
'
altra
:
la
conoscenza
intuitiva
è
la
conoscenza
espressiva
.
Indipendente
e
autonoma
rispetto
all
intellezione
;
indifferente
alle
discriminazioni
posteriori
di
realtà
e
irrealtà
e
alle
formazioni
e
appercezioni
,
anche
posteriori
,
di
spazio
e
tempo
;
-
l
intuizione
o
rappresentazione
si
distingue
da
ciò
che
si
sente
e
subisce
,
dall
'
onda
o
flusso
sensitivo
,
dalla
materia
psichica
,
come
forma
;
e
questa
forma
,
questa
presa
di
possesso
,
è
l
'
espressione
.
Intuire
è
esprimere
;
e
nient
'
altro
(
niente
di
più
,
ma
niente
di
meno
)
che
esprimere
.
II
.
L
'
INTUIZIONE
E
L
'
ARTE
Prima
di
procedere
oltre
,
ci
sembra
opportuno
trarre
alcune
conseguenze
da
ciò
che
si
è
stabilito
e
soggiungere
qualche
schiarimento
.
Noi
abbiamo
francamente
identificato
la
conoscenza
intuitiva
o
espressiva
col
fatto
estetico
o
artistico
,
prendendo
le
opere
d
'
arte
come
esempi
di
conoscenze
intuitive
e
attribuendo
a
queste
i
caratteri
di
quelle
.
Ma
la
nostra
identificazione
ha
contro
di
sé
una
concezione
,
largamente
accolta
anche
da
filosofi
,
la
quale
considera
l
'
arte
come
intuizione
di
qualità
tutta
propria
.
Ammettiamo
(
si
dice
)
che
l
'
arte
sia
intuizione
;
ma
intuizione
non
è
sempre
arte
:
l
intuizione
artistica
è
una
specie
particolare
,
che
si
distingue
per
un
di
più
dall
intuizione
in
genere
.
In
che
poi
si
distingua
,
in
che
consista
questo
di
più
,
niuno
ha
saputo
mai
assegnare
.
Si
è
pensato
talvolta
che
l
'
arte
sia
,
non
la
semplice
intuizione
,
ma
quasi
l
intuizione
di
un
intuizione
;
allo
stesso
modo
che
il
concetto
scientifico
sarebbe
,
non
il
concetto
volgare
,
ma
il
concetto
di
un
concetto
.
L
'
uomo
,
insomma
,
si
eleverebbe
all
'
arte
con
l
'
oggettivare
,
non
le
sensazioni
,
come
accade
nell
intuizione
comune
,
ma
l
intuizione
stessa
.
Senonché
questo
processo
di
elevazione
a
seconda
potenza
non
ha
luogo
;
e
il
paragone
col
concetto
volgare
e
con
lo
scientifico
non
dice
ciò
che
gli
si
vorrebbe
far
dire
,
per
la
buona
ragione
che
non
è
vero
che
il
concetto
scientifico
sia
concetto
di
un
concetto
.
Quel
paragone
,
se
mai
,
dice
proprio
il
contrario
.
Il
concetto
volgare
,
se
concetto
è
e
non
semplice
rappresentazione
,
è
concetto
perfetto
,
quantunque
povero
e
limitato
.
La
scienza
sostituisce
alle
rappresentazioni
i
concetti
,
ai
concetti
poveri
e
limitati
aggiunge
e
sovrappone
altri
più
larghi
e
comprensivi
,
scoprendo
sempre
nuove
relazioni
;
ma
il
metodo
di
essa
non
differisce
da
quello
con
cui
si
forma
il
più
piccolo
universale
nel
cervello
del
più
umile
degli
uomini
.
Ciò
elle
comunemente
si
chiama
,
per
antonomasia
,
l
'
arte
,
coglie
intuizioni
più
vaste
e
complesse
di
quelle
che
si
sogliono
comunemente
avere
,
ma
intuisce
sempre
sensazioni
e
impressioni
:
è
espressione
d
impressioni
,
non
espressione
dell
'
espressione
.
Per
la
stessa
ragione
non
si
può
ammettere
che
l
intuizione
,
che
si
dice
di
solito
artistica
,
si
diversifichi
da
quella
comune
come
intuizione
intensiva
.
Sarebbe
tale
,
se
lavorasse
diversamente
in
pari
materia
.
Ma
poiché
l
'
attività
artistica
spazia
in
campi
più
larghi
e
tuttavia
con
metodo
non
diverso
da
quello
dell
intuizione
comune
,
la
differenza
tra
l
'
una
e
l
'
altra
non
è
intensiva
ma
estensiva
.
L
intuizione
di
un
semplicissimo
canto
popolare
d
'
amore
,
che
dica
lo
stesso
,
o
poco
più
,
di
una
dichiarazione
di
amore
quale
esce
a
ogni
momento
dalle
labbra
di
migliaia
di
uomini
ordinari
,
può
essere
intensivamente
perfetta
nella
sua
povera
semplicità
,
benché
,
estensivamente
,
tanto
più
ristretta
della
complessa
intuizione
di
un
canto
amoroso
di
Giacomo
Leopardi
.
Tutta
la
differenza
,
dunque
,
è
quantitativa
,
e
,
come
tale
,
indifferente
alla
filosofia
,
scientia
qualitatum
.
A
esprimere
pienamente
certi
complessi
stati
d
'
animo
vi
è
chi
ha
maggiore
attitudine
e
più
frequente
disposizione
,
che
non
altri
;
e
costoro
si
chiamano
,
nel
linguaggio
corrente
,
artisti
:
alcune
espressioni
,
assai
complicate
e
difficili
,
sono
raggiunte
più
di
rado
,
e
queste
si
chiamano
opere
d
'
arte
.
I
limiti
delle
espressioni
-
intuizioni
,
che
si
dicono
arte
,
verso
quelle
che
volgarmente
si
dicono
non
-
arte
,
sono
empirici
:
è
impossibile
definirli
.
Un
epigramma
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
una
semplice
parola
?
Una
novella
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
una
nota
di
cronaca
giornalistica
?
Un
paesaggio
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
uno
schizzo
topografico
?
Il
maestro
di
filosofia
della
commedia
di
Molière
aveva
ragione
:
sempre
che
si
parla
,
si
fa
della
prosa
.
Ma
vi
saranno
in
perpetuo
scolari
,
i
quali
,
come
il
borghese
signor
Jourdain
,
si
maraviglieranno
d
'
aver
fatto
prosa
per
quarant
'
anni
senza
saperlo
,
e
stenteranno
a
persuadersi
elle
,
quando
chiamano
il
servitore
Giovanni
perché
porti
loro
le
pantofole
,
anche
questa
sia
,
nientemeno
,
prosa
.
Noi
dobbiamo
tener
fermo
alla
nostra
identificazione
,
perché
l
'
avere
staccato
l
'
arte
dalla
comune
vita
spirituale
,
l
'
averne
fatto
non
si
sa
qual
circolo
aristocratico
o
quale
esercizio
singolare
,
è
stata
fra
le
principali
cagioni
che
hanno
impedito
all
Estetica
,
scienza
dell
'
arte
,
di
attingere
la
vera
natura
,
le
vere
radici
di
questa
nell
'
animo
umano
.
Come
nessuno
si
maraviglia
allorché
apprende
dalla
fisiologia
che
ogni
cellula
è
organismo
e
ogni
organismo
è
cellula
o
sintesi
di
cellule
;
né
alcuno
si
maraviglia
di
trovare
in
un
'
alta
montagna
gli
stessi
elementi
chimici
costituenti
un
piccolo
sasso
o
frammento
;
come
non
e
è
una
fisiologia
degli
animali
piccini
e
un
'
altra
dei
grossi
,
o
una
chimica
dei
sassi
e
un
'
altra
delle
montagne
;
così
non
e
è
una
scienza
dell
intuizione
piccola
e
un
'
altra
della
grande
,
una
dell
intuizione
comune
e
un
'
altra
dell
'
artistica
,
ma
una
sola
Estetica
,
scienza
della
cognizione
intuitiva
o
espressiva
,
ch
è
il
fatto
estetico
o
artistico
.
E
questa
Estetica
è
il
vero
analogo
della
Logica
,
la
quale
abbraccia
,
come
cose
della
medesima
natura
,
la
formazione
del
più
piccolo
e
ordinario
concetto
e
la
costruzione
del
più
complicato
sistema
scientifico
e
filosofico
.
Anche
niente
più
che
una
differenza
quantitativa
possiamo
ammettere
nel
determinare
il
significato
della
parola
genio
,
o
genio
artistico
,
distinto
dal
non
genio
,
dall
'
uomo
comune
.
Si
dice
che
i
grandi
artisti
rivelino
noi
a
noi
stessi
.
Ma
come
ciò
sarebbe
possibile
se
non
ci
fosse
identità
di
natura
tra
la
nostra
fantasia
e
la
loro
,
e
se
la
differenza
non
fosse
di
semplice
quantità
?
Meglio
che
:
poëta
nascitur
,
andrebbe
detto
:
homo
nascitur
poëta
;
poeti
piccoli
gli
uni
,
poeti
grandi
gli
altri
.
L
'
aver
fatto
di
questa
differenza
quantitativa
una
differenza
qualitativa
ha
dato
origine
al
culto
e
alla
superstizione
del
genio
,
dimenticandosi
che
la
genialità
non
è
qualcosa
di
disceso
dal
cielo
,
ma
è
l
'
umanità
stessa
.
L
'
uomo
di
genio
,
che
si
atteggi
o
venga
rappresentato
come
lontano
da
questa
,
trova
la
sua
punizione
nel
diventare
,
o
nell
'
apparire
,
alquanto
ridicolo
.
Tale
il
genio
del
periodo
romantico
,
tale
il
superuomo
dei
tempi
nostri
.
Ma
(
è
bene
qui
notare
)
dall
'
elevazione
disopra
all
'
umanità
fanno
poi
precipitare
il
genio
artistico
disotto
a
essa
coloro
che
ne
pongono
come
qualità
essenziale
l
incoscienza
.
La
genialità
intuitiva
o
artistica
,
come
ogni
forma
d
'
attività
umana
,
è
sempre
cosciente
;
altrimenti
,
sarebbe
cieco
meccanismo
.
Ciò
che
al
genio
artistico
può
mancare
,
è
soltanto
la
coscienza
riflessa
,
la
coscienza
sovraggiunta
dello
storico
o
del
critico
,
che
gli
è
inessenziale
.
Una
delle
questioni
più
dibattute
in
Estetica
è
la
relazione
tra
materia
e
forma
,
o
,
come
si
dice
di
solito
,
tra
contenuto
e
forma
.
Consiste
il
fatto
estetico
nel
solo
contenuto
o
nella
sola
forma
,
o
nell
'
uno
e
nell
'
altra
insieme
?
Questione
che
ha
avuto
vari
significati
,
che
menzioneremo
ciascuno
a
suo
luogo
;
ma
sempre
che
le
parole
sono
state
prese
nel
significato
da
noi
fermato
di
sopra
,
sempre
che
per
materia
si
è
intesa
l
'
emozionalità
non
elaborata
esteticamente
o
le
impressioni
,
e
per
forma
l
'
elaborazione
ossia
l
'
attività
spirituale
dell
'
espressione
,
il
nostro
pensiero
non
può
essere
dubbio
.
Dobbiamo
,
cioè
,
respingere
così
la
tesi
che
fa
consistere
l
'
atto
estetico
nel
solo
contenuto
(
ossia
nelle
semplici
impressioni
)
,
come
l
'
altra
che
lo
fa
consistere
nell
'
aggiunzione
della
forma
al
contenuto
,
ossia
nelle
impressioni
più
le
espressioni
.
Nell
'
atto
estetico
,
l
'
attività
espressiva
non
si
aggiunge
al
fatto
delle
impressioni
,
ma
queste
vengono
da
essa
elaborate
e
formate
.
Ricompaiono
,
per
così
dire
,
nell
'
espressione
come
acqua
che
sia
messa
in
un
filtro
e
riappaia
la
stessa
e
insieme
diversa
dall
'
altro
lato
di
questo
.
L
'
atto
estetico
è
,
perciò
,
forma
,
e
niente
altro
che
forma
.
Da
ciò
si
ricava
,
non
elle
il
contenuto
sia
alcunché
di
superfluo
(
ché
anzi
è
il
punto
di
partenza
necessario
del
fatto
espressivo
)
;
ma
che
dalle
qualità
del
contenuto
a
quelle
della
forma
non
c
è
passaggio
.
Si
è
pensato
talvolta
che
il
contenuto
,
per
essere
estetico
,
ossia
trasformabile
in
forma
,
dovesse
avere
alcune
qualità
determinate
o
determinabili
.
Ma
,
se
ciò
fosse
,
la
forma
sarebbe
una
cosa
medesima
con
la
materia
,
l
'
espressione
con
l
'
impressione
.
Il
contenuto
è
,
sì
,
il
trasformabile
in
forma
,
ma
fino
a
tanto
che
non
si
sia
trasformato
,
non
ha
qualità
determinabili
;
di
esso
noi
non
sappiamo
nulla
.
Diventa
contenuto
estetico
non
prima
,
ma
solo
quando
si
è
effettivamente
trasformato
.
Il
contenuto
estetico
è
stato
anche
definito
come
l
'
interessante
:
il
che
non
è
falso
,
ma
vuoto
.
Interessante
,
infatti
,
che
cosa
?
L
'
attività
espressiva
?
E
,
certo
,
se
questa
non
se
ne
interessasse
,
non
l
'
eleverebbe
a
forma
.
Il
suo
interessarsene
è
appunto
l
'
elevarlo
a
forma
.
Ma
la
parola
interessante
è
stata
anche
adoperata
con
altra
non
illegittima
intenzione
,
che
spiegheremo
più
oltre
.
È
polisensa
,
come
la
precedente
,
la
proposizione
che
l
'
arte
sia
imitazione
della
natura
.
Con
queste
parole
ora
si
sono
affermate
o
almeno
adombrate
verità
,
ora
sostenuti
errori
;
e
,
più
spesso
,
non
si
è
pensato
nulla
di
preciso
.
Uno
dei
significati
scientificamente
legittimi
si
ha
,
allorché
imitazione
viene
intesa
come
rappresentazione
o
intuizione
della
natura
,
forma
di
conoscenza
.
E
quando
si
è
voluto
designare
ciò
,
e
mettere
insieme
in
maggior
luce
il
carattere
spirituale
del
procedimento
,
risulta
legittima
anche
l
'
altra
proposizione
:
che
l
'
arte
è
idealizzamento
o
imitazione
idealizzatrice
della
natura
.
Ma
se
per
imitazione
della
natura
s
intende
che
l
'
arte
dia
riproduzioni
meccaniche
,
costituenti
duplicati
più
o
meno
perfetti
di
oggetti
naturali
,
innanzi
alle
quali
si
rinnovi
quello
stesso
tumulto
d
impressioni
che
producono
gli
oggetti
naturali
,
la
proposizione
è
evidentemente
erronea
.
Le
statue
di
cera
dipinta
,
che
simulano
esseri
vivi
e
innanzi
a
cui
arretriamo
sbalorditi
nei
musei
di
tale
roba
,
non
ci
danno
intuizioni
estetiche
.
L
illusione
e
l
'
allucinazione
non
hanno
che
vedere
col
calmo
dominio
dell
intuizione
artistica
.
Se
un
artista
dipinge
lo
spettacolo
di
un
museo
di
statue
di
cera
,
se
un
attore
sulla
scena
ritrae
burlescamente
l
'
uomo
-
statua
,
abbiano
di
nuovo
il
lavoro
spirituale
e
l
intuizione
artistica
.
Perfino
la
fotografia
,
se
ha
alcunché
di
artistico
,
lo
ha
in
quanto
trasmette
,
almeno
in
parte
,
l
intuizione
del
fotografo
,
il
suo
punto
di
vista
,
l
'
atteggiamento
e
la
situazione
ch
'
egli
s
è
industriato
di
cogliere
.
E
se
la
fotografia
non
è
del
tutto
arte
,
ciò
accade
appunto
perché
l
'
elemento
naturale
resta
più
o
meno
ineliminabile
e
insubordinato
:
e
,
infatti
,
innanzi
a
quale
fotografia
,
anche
delle
meglio
riuscite
,
proviamo
soddisfazione
piena
?
a
quale
un
artista
non
farebbe
una
o
molte
variazioni
e
ritocchi
,
non
toglierebbe
o
aggiungerebbe
?
Dal
non
aver
esattamente
riconosciuto
il
carattere
teoretico
della
semplice
intuizione
,
distinta
così
dalla
conoscenza
intellettiva
come
dalla
percezione
;
dal
credere
che
solo
l
intellettiva
,
o
,
tutt
'
al
più
,
anche
la
percezione
sia
conoscenza
;
è
sorta
l
'
affermazione
,
tante
volte
ripetuta
,
che
l
'
arte
non
sia
conoscenza
,
che
essa
non
dia
verità
,
che
appartenga
non
al
mondo
teoretico
ma
al
sentimentale
,
e
simili
.
Abbiamo
visto
che
l
intuizione
è
conoscenza
,
libera
da
concetti
e
più
semplice
che
non
sia
la
cosiddetta
percezione
del
reale
;
e
perciò
l
'
arte
è
conoscenza
,
è
forma
,
non
appartiene
al
sentimento
e
alla
materia
psichica
.
Se
si
è
insistito
tante
volte
e
da
tanti
estetici
a
mettere
in
rilievo
che
l
'
arte
è
apparenza
(
Schein
)
,
ciò
è
stato
appunto
perché
si
sentiva
la
necessità
di
distinguerla
dal
più
complicato
atto
percettivo
,
affermandone
la
pura
intuitività
.
E
se
si
è
insistito
sull
'
essere
l
'
arte
sentimento
,
ciò
è
stato
pel
medesimo
motivo
:
escluso
,
infatti
,
il
concetto
come
contenuto
dell
'
arte
ed
esclusa
la
realtà
storica
in
quanto
tale
,
altro
contenuto
non
resta
che
la
realtà
appresa
meramente
nella
sua
ingenuità
e
immediatezza
,
nello
slancio
vitale
,
come
sentimento
,
ossia
,
di
nuovo
,
l
intuizione
pura
.
Anche
dal
non
aver
bene
stabilito
,
o
dall
'
aver
perduto
di
vista
,
il
carattere
distintivo
dell
'
espressione
dal
.
impressione
,
della
forma
dalla
materia
,
ha
preso
origine
la
teoria
dei
sensi
estetici
.
Questa
teoria
si
riduce
all
'
errore
ora
indicato
,
di
voler
cercare
cioè
un
passaggio
dalle
qualità
del
contenuto
a
quelle
della
forma
.
Domandare
,
infatti
,
quali
siano
i
sensi
estetici
,
importa
domandare
quali
impressioni
sensibili
possano
entrare
nelle
espressioni
estetiche
,
e
quali
debbano
entrarvi
di
necessità
.
Al
che
dobbiamo
subito
rispondere
:
che
tutte
le
impressioni
possono
entrare
nelle
espressioni
o
formazioni
estetiche
;
ma
che
nessuna
deve
entrarvi
di
necessità
.
Dante
eleva
a
forma
non
solo
il
dolce
color
d
'
orïental
zaffiro
(
impressioni
visive
)
,
ma
impressioni
tattili
o
termiche
come
l
'
aër
grasso
e
i
freschi
ruscelletti
che
asciugano
vieppiù
la
gola
all
'
assetato
.
Ed
è
una
curiosa
illusione
credere
che
una
pittura
dia
impressioni
semplicemente
visive
.
Il
vellutato
di
una
guancia
,
il
calore
di
un
corpo
giovanile
,
la
dolcezza
e
la
freschezza
di
un
frutto
,
il
tagliente
di
una
lama
affilata
,
e
via
dicendo
,
non
sono
impressioni
che
abbiamo
anche
da
una
pittura
?
e
son
forse
visive
?
Che
cosa
sarebbe
una
pittura
per
un
ipotetico
uomo
,
il
quale
,
privo
di
tutti
o
di
molti
dei
sensi
,
acquistasse
d
'
un
tratto
l
'
organo
solo
della
vista
?
Il
quadro
,
che
abbiamo
innanzi
e
che
crediamo
di
vedere
solamente
con
.
gli
occhi
,
non
apparirebbe
,
agli
occhi
di
lui
,
se
non
come
qualcosa
di
poco
più
dell
'
imbrattata
tavolozza
di
un
pittore
.
Alcuni
,
che
tengono
fermo
al
carattere
estetico
di
particolari
gruppi
d
impressioni
(
per
esempio
,
delle
visive
e
delle
auditive
)
e
ne
escludono
altri
,
concedono
poi
elle
,
se
nel
fatto
estetico
le
impressioni
visive
e
auditive
entrano
come
dirette
,
quelle
percepite
dagli
altri
sensi
vi
entrino
anche
,
ma
solamente
come
associate
.
Anche
questa
distinzione
è
del
tutto
arbitraria
.
L
'
espressione
estetica
è
sintesi
,
nella
quale
è
impossibile
distinguere
il
diretto
e
l
.
indiretto
.
Tutte
le
impressioni
sono
in
essa
parificate
,
in
quanto
vengono
estetizzate
.
Chi
riceve
in
sé
l
immagine
di
un
quadro
o
di
una
poesia
,
non
ha
innanzi
questa
immagine
come
una
serie
d
impressioni
,
alcune
delle
quali
abbiano
una
prerogativa
o
una
precedenza
sulle
altre
.
E
di
ciò
che
accade
prima
,
di
averla
ricevuta
,
non
si
sa
nulla
;
come
,
d
'
altro
canto
,
le
distinzioni
,
che
si
fanno
dipoi
,
riflettendo
.
non
riguardano
più
in
nessun
modo
l
'
arte
in
quanto
tale
.
La
dottrina
dei
sensi
estetici
è
stata
presentata
anche
in
altro
modo
:
come
il
tentativo
di
stabilire
quali
organi
fisiologici
siano
necessari
pel
fatto
estetico
.
L
'
organo
o
l
'
apparato
fisiologico
non
è
altro
che
un
complesso
di
cellule
,
così
e
così
aggruppate
e
così
e
così
disposte
;
cioè
un
fatto
o
un
concetto
meramente
fisico
e
naturale
.
Ma
l
'
espressione
non
conosce
fatti
fisiologici
;
essa
ha
il
suo
punto
di
partenza
nelle
impressioni
,
e
la
via
fisiologica
per
la
quale
queste
sono
pervenute
nello
spirito
,
le
è
affatto
indifferente
.
Una
via
o
un
'
altra
fa
lo
stesso
:
basta
che
siano
impressioni
.
Certo
,
la
mancanza
di
alcuni
organi
,
ossia
di
alcuni
complessi
di
cellule
,
impedisce
il
prodursi
di
alcune
impressioni
(
salvoché
,
per
una
sorta
di
compensazione
organica
,
non
si
ottengano
per
altra
via
)
.
Il
cieco
nato
non
può
intuire
ed
esprimere
la
luce
.
Ma
le
impressioni
non
sono
condizionate
soltanto
dall
'
organo
,
sì
bene
anche
dagli
stimoli
che
operano
sull
'
organo
.
Chi
non
abbia
avuto
mai
l
impressione
del
mare
,
non
saprà
mai
esprimerlo
;
e
chi
non
abbia
avuto
l
impressione
della
vita
del
gran
mondo
o
della
lotta
politica
,
non
esprimerà
mai
né
l
'
una
cosa
né
l
'
altra
..
Ciò
non
stabilisce
una
dipendenza
della
funzione
espressiva
dallo
stimolo
o
dall
'
organo
;
ma
è
la
ripetizione
di
quanto
già
sappiamo
:
l
'
espressione
presuppone
l
impressione
,
e
particolari
espressioni
,
particolari
impressioni
.
Del
resto
,
ogni
impressione
esclude
le
altre
nel
momento
in
cui
essa
domina
;
e
così
ogni
espressione
.
Un
altro
corollario
della
concezione
dell
'
espressione
come
attività
,
è
l
indivisibilità
dell
'
opera
d
'
arte
.
Ogni
espressione
è
un
'
unica
espressione
.
L
'
attività
estetica
è
fusione
delle
impressioni
in
un
tutto
organico
.
Ed
è
quel
che
si
è
voluto
sempre
notare
quando
si
è
detto
che
l
'
opera
d
'
arte
deve
avere
unità
,
o
,
ch
è
lo
stesso
,
unità
nella
varietà
.
L
'
espressione
è
sintesi
del
vario
,
o
molteplice
,
nell
'
uno
.
Parrebbe
opporsi
a
quest
'
affermazione
il
fatto
che
noi
dividiamo
l
'
opera
artistica
nelle
sue
parti
:
un
poema
in
scene
,
episodi
,
similitudini
,
sentenze
,
o
un
quadro
nelle
singole
figure
e
oggetti
,
sfondo
,
primo
piano
,
e
così
via
.
Ma
cotesta
divisione
annulla
l
'
opera
,
come
il
dividere
l
'
organismo
in
cuore
,
cervello
,
nervi
,
muscoli
e
via
continuando
,
muta
il
vivente
in
cadavere
.
vero
che
vi
sono
organismi
in
cui
la
divisione
dà
luogo
a
più
esseri
viventi
;
ma
in
tal
caso
,
e
trasportando
l
'
analogia
al
fatto
estetico
,
è
da
concludere
per
una
molteplicità
di
germi
di
vita
e
per
una
rapida
rielaborazione
delle
singole
parti
in
nuove
espressioni
uniche
.
Si
osserverà
che
l
'
espressione
sorge
talora
su
altre
espressioni
:
vi
sono
espressioni
semplici
e
ve
ne
sono
composte
.
Qualche
differenza
bisogna
pur
riconoscere
tra
l
'
eureka
,
con
cui
Archimede
esprimeva
tutto
il
suo
giubilo
per
la
fatta
scoperta
,
e
l
'
atto
espressivo
(
anzi
i
cinque
atti
)
di
una
tragedia
regolare
.
Ma
no
:
l
'
espressione
sorge
sempre
direttamente
sulle
impressioni
.
Chi
concepisce
una
tragedia
mette
in
un
gran
crogiuolo
una
grande
quantità
,
per
così
dire
,
d
impressioni
:
le
espressioni
stesse
,
altra
volta
concepite
,
vengono
rifuse
insieme
con
le
nuove
in
un
'
unica
massa
;
allo
stesso
modo
che
in
una
fornace
di
fusione
si
possono
gittare
informi
pezzi
di
bronzo
e
statuette
elettissime
.
Perché
si
abbia
la
nuova
statua
,
le
statuette
elettissime
debbono
fondersi
al
modo
stesso
dei
pezzi
informi
.
Le
vecchie
espressioni
debbono
ridiscendere
a
impressioni
,
per
potere
essere
sintetizzate
con
le
altre
in
una
nuova
unica
espressione
.
Elaborando
le
impressioni
,
l
'
uomo
si
libera
da
esse
.
Oggettivandole
,
le
distacca
da
sé
e
si
fa
loro
superiore
.
La
funzione
liberatrice
e
purificatrice
dell
'
arte
è
un
altro
aspetto
e
un
'
altra
formola
del
suo
carattere
di
attività
.
L
'
attività
è
liberatrice
appunto
perché
scaccia
la
passività
.
Da
ciò
si
scorge
anche
perché
agli
artisti
si
soglia
a
volta
a
volta
attribuire
la
massima
sensibilità
o
passionalità
,
e
la
massima
insensibilità
o
l
'
olimpica
serenità
.
Entrambe
le
qualifiche
si
conciliano
,
perché
non
cadono
sullo
stesso
oggetto
.
La
sensibilità
o
passionalità
si
riferisce
alla
ricca
materia
che
l
'
artista
accoglie
nel
suo
animo
;
l
insensibilità
o
serenità
,
alla
forma
con
cui
egli
assoggetta
e
domina
il
tumulto
sensazionale
e
passionale
.
III
.
L
'
ARTE
E
LA
FILOSOFIA
.
Le
due
forme
di
conoscenza
,
l
'
estetica
e
l
intellettiva
o
concettuale
,
sono
bensì
diverse
,
ma
non
stanno
tra
loro
disgiunte
e
disparate
,
come
due
forze
di
cui
ciascuna
tiri
per
il
suo
verso
.
Se
abbiamo
dimostrato
che
la
forma
estetica
è
affatto
indipendente
dall
intellettiva
e
si
regge
da
sé
senz
'
alcun
appoggio
estraneo
,
non
abbiamo
detto
che
l
intellettiva
possa
stare
senza
l
'
estetica
.
Questa
reciproca
non
sarebbe
vera
.
Che
cosa
è
la
conoscenza
per
concetti
?
È
conoscenza
di
relazioni
di
cose
,
e
le
cose
sono
intuizioni
.
Senza
le
intuizioni
non
sono
possibili
i
concetti
,
come
senza
la
materia
delle
impressioni
non
è
possibile
l
intuizione
stessa
.
Le
intuizioni
sono
:
questo
fiume
,
questo
lago
,
questo
rigagnolo
,
questa
pioggia
,
questo
bicchier
d
'
acqua
;
il
concetto
è
:
l
'
acqua
,
non
questa
o
quella
apparizione
e
caso
particolare
,
ma
l
'
acqua
in
genere
,
in
qualunque
tempo
e
luogo
si
realizzi
;
materia
d
intuizioni
infinite
,
ma
di
un
concetto
solo
e
costante
.
Senonché
il
concetto
,
l
'
universale
,
se
per
un
verso
non
è
più
intuizione
,
per
un
altro
è
,
e
non
può
non
essere
,
intuizione
.
Anche
l
'
uomo
che
pensa
,
in
quanto
pensa
,
ha
impressioni
ed
affetti
:
le
sue
impressioni
e
i
suoi
affetti
non
saranno
quelli
dell
'
uomo
non
filosofo
,
non
l
'
amore
o
l
'
odio
per
certi
oggetti
e
individui
,
ma
lo
sforzo
stesso
del
pensiero
,
col
dolore
e
la
gioia
,
l
'
amore
e
l
'
odio
,
che
a
esso
sono
congiunti
;
il
quale
sforzo
,
per
diventare
oggettivo
innanzi
allo
spirito
,
non
può
non
prendere
forma
intuitiva
.
Parlare
non
è
pensare
logicamente
,
ma
pensare
logicamente
è
,
insieme
,
parlare
.
Che
il
pensiero
non
possa
stare
senza
il
parlare
,
è
verità
generalmente
riconosciuta
.
Le
negazioni
di
questa
tesi
si
fondano
tutte
su
equivoci
ed
errori
.
Un
primo
equivoco
è
di
coloro
che
osservano
che
si
può
pensare
del
pari
con
figure
geometriche
,
cifre
algebriche
,
segni
ideografici
,
senza
alcuna
parola
,
neanche
pronunciata
tacitamente
e
quasi
insensibilmente
dentro
di
sé
;
che
vi
son
lingue
in
cui
la
parola
,
il
segno
fonico
,
non
esprime
nulla
se
non
si
guardi
anche
al
segno
scritto
;
e
via
discorrendo
.
Ma
,
quando
si
è
detto
parlare
,
si
è
voluto
adoperare
da
noi
una
sineddoche
e
intendere
genericamente
espressione
,
la
quale
,
come
abbiamo
notato
,
non
è
la
sola
espressione
cosiddetta
verbale
.
Sarà
o
no
vero
elle
alcuni
concetti
possano
pensarsi
senza
manifestazioni
foniche
;
ma
gli
esempi
stessi
recati
in
contrario
provano
che
quei
concetti
non
stanno
mai
senza
espressioni
.
Altri
adducono
che
gli
animali
,
o
certi
animali
,
pensano
e
ragionano
senza
parlare
.
Ora
,
se
pensino
e
come
e
che
cosa
pensino
gli
animali
,
se
essi
siano
uomini
rudimentali
e
quasi
selvaggi
resistenti
all
incivilimento
,
piuttosto
che
macchine
fisiologiche
come
volevano
i
vecchi
spiritualisti
,
tutto
ciò
,
a
questo
punto
,
può
non
riguardarci
.
Allorché
il
filosofo
parla
della
natura
animale
,
brutale
,
impulsiva
,
istintiva
,
e
simili
,
non
si
fonda
su
congetture
di
questa
fatta
,
concernenti
cani
o
gatti
,
leoni
o
formiche
,
ma
sull
'
osservazione
di
quel
che
di
animalesco
e
di
brutale
è
nell
'
uomo
:
del
limite
o
della
base
animalesca
che
avvertiamo
in
noi
stessi
.
Che
se
poi
i
singoli
animali
,
cani
o
gatti
,
leoni
o
formiche
,
abbiano
alcunché
dell
'
attività
dell
'
uomo
,
tanto
meglio
,
o
tanto
peggio
,
per
essi
:
ciò
vorrà
dire
che
anche
per
essi
si
dovrà
discorrere
,
non
di
natura
in
senso
totale
,
ma
di
una
base
animalesca
,
più
ampia
e
greve
forse
di
quella
dell
'
uomo
.
E
,
supposto
pure
che
gli
animali
pensino
e
formino
concetti
,
che
cosa
giustificherebbe
,
in
linea
di
congettura
,
l
'
ammettere
che
facciano
ciò
senza
espressioni
corrispondenti
?
L
'
analogia
con
l
'
uomo
,
la
conoscenza
dello
spirito
,
la
psicologia
umana
,
che
serve
di
strumento
a
tutte
le
congetture
di
psicologia
animale
,
costringerebbe
invece
a
supporre
che
,
se
in
qualche
modo
pensano
,
parlino
anche
in
qualche
modo
.
Dalla
psicologia
umana
,
anzi
letteraria
,
è
tolta
l
'
altra
obiezione
,
che
il
concetto
può
esistere
senza
la
parola
,
tanto
vero
che
ognuno
di
noi
ammette
e
conosce
libri
pensati
bene
e
scritti
male
:
un
pensiero
cioè
,
che
resta
pensiero
di
là
dall
'
espressione
o
nonostante
l
'
espressione
manchevole
.
Ma
,
quando
discorriamo
di
libri
pensati
bene
e
scritti
male
,
non
possiamo
intendere
altro
se
non
che
in
quei
libri
sono
parti
,
pagine
,
periodi
o
proposizioni
,
pensati
bene
e
scritti
bene
,
e
altri
,
fors
'
anche
i
meno
importanti
,
pensati
male
e
scritti
male
,
non
pensati
davvero
e
quindi
non
espressi
davvero
.
La
Scienza
nuova
del
Vico
,
dov
è
scritta
veramente
male
,
è
pensata
anche
male
.
Che
se
dai
grossi
volumi
passiamo
a
una
breve
proposizione
,
l
'
erroneità
o
l
inesattezza
di
quel
detto
salta
agli
occhi
.
Come
una
proposizione
potrebb
'
essere
pensata
chiaramente
e
scritta
confusamente
?
Ciò
che
soltanto
si
può
ammettere
è
,
che
talora
noi
abbiamo
pensieri
(
concetti
)
in
una
forma
intuitiva
,
la
quale
è
un
'
espressione
abbreviata
o
meglio
peculiare
,
bastevole
a
noi
,
ma
non
sufficiente
a
comunicarli
con
facilità
a
un
'
altra
persona
determinata
o
a
più
altre
persone
determinate
.
Onde
inesattamente
si
dice
che
abbiamo
il
pensiero
e
non
l
'
espressione
;
quando
propriamente
si
dovrebbe
dire
,
che
abbiamo
,
sì
,
l
'
espressione
,
ma
un
'
espressione
che
non
è
ancora
facilmente
comunicabile
.
Il
che
è
,
per
altro
,
un
fatto
assai
mutevole
e
relativo
:
vi
ha
sempre
chi
coglie
a
volo
il
nostro
pensiero
,
e
lo
preferisce
in
quella
forma
abbreviata
,
e
s
infastidirebbe
dell
'
altra
più
sviluppata
gradita
ad
altri
.
In
altri
termini
,
il
pensiero
,
logicamente
e
astrattamente
considerato
,
sarà
a
un
dipresso
il
medesimo
;
ma
esteticamente
si
tratta
di
due
intuizioni
o
espressioni
diverse
,
in
ciascuna
delle
quali
entrano
elementi
psichici
diversi
.
Lo
stesso
argomento
vale
a
distruggere
,
o
a
interpretare
rettamente
,
la
distinzione
affatto
empirica
tra
linguaggio
interno
e
linguaggio
esterno
.
Le
manifestazioni
più
alte
,
le
cime
da
lontano
risplendenti
della
conoscenza
intuitiva
e
della
conoscenza
intellettuale
si
dicono
,
come
già
sappiamo
,
Arte
e
Scienza
.
Arte
e
Scienza
sono
,
dunque
,
distinte
e
insieme
congiunte
:
coincidono
per
un
lato
,
ch
è
il
lato
estetico
.
Ogni
opera
di
scienza
è
insieme
opera
d
'
arte
.
Il
lato
estetico
potrà
restare
poco
avvertito
,
quando
la
nostra
mente
sia
tutta
presa
dallo
sforzo
d
intendere
il
pensiero
dello
scienziato
e
di
esaminarne
la
verità
.
Ma
non
resta
più
inavvertito
quando
dall
'
attività
dell
intendere
passiamo
a
quella
del
contemplare
,
e
vediamo
quel
pensiero
o
svolgercisi
dinanzi
limpido
,
netto
,
ben
contornato
,
senza
parole
superflue
,
senza
parole
inadeguate
,
con
ritmo
e
intonazione
appropriati
;
ovvero
confuso
,
rotto
,
impacciato
,
saltellante
.
E
grandi
pensatori
sono
ammirati
talvolta
grandi
scrittori
;
laddove
altri
pensatori
,
anch
'
essi
grandi
,
restano
scrittori
più
o
meno
frammentari
,
se
pure
i
loro
frammenti
valgano
opere
armoniche
,
coerenti
e
perfette
.
Ai
pensatori
e
agli
scienziati
si
perdona
l
'
essere
scrittori
mediocri
:
i
frammenti
,
le
fulgurazioni
ci
consolano
dell
intero
,
perché
è
ben
più
facile
dal
frammento
geniale
cavare
la
composizione
ben
ordinata
,
dalla
scintilla
sprigionare
la
fiamma
,
che
non
raggiungere
la
scoperta
geniale
.
Ma
come
perdonare
ai
puri
artisti
di
esser
dicitori
mediocri
?
«
Mediocribus
esse
poëtis
non
dii
,
non
homines
,
non
concessere
columnae
»
.
Al
poeta
,
al
pittore
,
cui
manchi
la
forma
,
manca
ogni
cosa
,
perché
manca
sé
stesso
.
La
materia
poetica
corre
negli
animi
di
tutti
:
solo
l
'
espressione
,
cioè
la
forma
,
fa
il
poeta
.
E
qui
si
trova
la
verità
della
tesi
che
nega
all
'
arte
qualsiasi
contenuto
,
intendendosi
per
contenuto
appunto
il
concetto
intellettuale
.
In
questo
senso
,
posto
contenuto
eguale
a
concetto
,
è
esattissimo
non
solo
che
l
'
arte
non
consiste
nel
contenuto
,
ma
elle
essa
non
ha
contenuto
.
Anche
la
distinzione
tra
poesia
e
prosa
non
può
inverarsi
se
non
in
questa
tra
arte
e
scienza
.
Fin
dall
'
antichità
fu
visto
che
quella
distinzione
non
poteva
fondarsi
sopra
elementi
esteriori
,
quali
il
ritmo
e
il
metro
,
la
forma
sciolta
e
la
legata
;
e
ch
'
era
invece
tutta
interna
.
La
poesia
è
il
linguaggio
del
sentimento
:
la
prosa
,
dell
intelletto
;
ma
poiché
l
intelletto
,
nella
sua
concretezza
e
realtà
,
è
anche
sentimento
,
ogni
prosa
ha
un
lato
di
poesia
.
Il
rapporto
tra
conoscenza
intuitiva
o
espressione
,
e
conoscenza
intellettuale
o
concetto
,
tra
arte
e
scienza
,
tra
poesia
e
prosa
,
non
si
può
significare
altrimenti
se
non
dicendo
ch
è
quello
di
un
doppio
grado
.
Il
primo
grado
è
l
'
espressione
,
il
secondo
il
concetto
:
l
'
uno
può
stare
senza
l
'
altro
,
ma
il
secondo
non
può
stare
senza
il
primo
.
Vi
è
poesia
senza
prosa
,
ma
non
prosa
senza
poesia
.
L
'
espressione
è
,
infatti
,
la
prima
affermazione
dell
'
attività
umana
.
La
poesia
è
la
lingua
materna
del
genere
umano
;
i
primi
uomini
furono
da
natura
sublimi
poeti
.
Il
che
viene
riconosciuto
anche
in
altro
modo
da
quanti
notano
che
il
passaggio
da
psiche
a
spirito
,
da
sensibilità
animale
ad
attività
umana
,
si
compie
per
mezzo
del
linguaggio
(
e
dovrebbero
dire
dell
'
intuizione
o
espressione
in
genere
)
.
Soltanto
ci
pare
poco
esatto
dire
,
come
si
usa
,
che
il
linguaggio
o
l
'
espressione
sia
l
'
anello
intermedio
tra
la
naturalità
e
l
'
umanità
,
quasi
un
misto
dell
'
una
e
dell
'
altra
.
Dove
appare
l
'
umanità
,
l
'
altra
è
già
sparita
;
l
'
uomo
che
si
esprime
esce
,
sì
,
immediatamente
,
dallo
stato
naturale
,
ma
ne
esce
;
non
vi
sta
mezzo
dentro
e
mezzo
fuori
,
come
indicherebbe
l
immagine
dell
'
anello
intermedio
.
Oltre
queste
due
forme
,
lo
spirito
conoscitivo
non
ne
ha
altre
.
Intuizione
e
concetto
lo
esauriscono
completamente
.
Nel
passare
dall
'
una
all
'
altro
e
nel
ripassare
dal
secondo
alla
prima
,
s
'
aggira
tutta
la
vita
teoretica
dell
'
uomo
.
Inesattamente
è
annoverata
come
terza
forma
teoretica
la
storicità
.
Questa
non
è
forma
,
ma
contenuto
:
come
forma
,
non
è
altro
che
intuizione
o
fatto
estetico
.
La
storia
non
ricerca
leggi
né
foggia
concetti
;
non
induce
né
deduce
;
è
diretta
ad
narrandum
,
non
ad
demonstrandum
;
non
costruisce
universali
e
astrazioni
,
ma
pone
intuizioni
.
Il
questo
qui
,
l
individuum
omnimode
determinatum
,
è
il
dominio
di
essa
,
com
è
il
dominio
dell
'
arte
.
La
storia
si
riduce
perciò
sotto
il
concetto
generale
dell
'
arte
.
Contro
questa
tesi
,
riuscendo
impossibile
escogitare
una
terza
forma
conoscitiva
,
si
sono
mosse
obiezioni
,
le
quali
menerebbero
ad
aggregare
la
storia
alla
conoscenza
intellettiva
o
scientifica
.
Obiezioni
animate
,
per
una
parte
,
dal
preconcetto
che
alla
storia
si
tolga
qualcosa
del
suo
valore
e
della
sua
dignità
col
negarle
carattere
di
scienza
(
naturale
)
;
e
,
per
l
'
altra
,
da
una
falsa
idea
dell
'
arte
,
concepita
non
come
forma
teoretica
essenziale
,
ma
come
un
divertimento
,
una
superfluità
,
una
frivolezza
.
Senza
riaprire
un
lungo
e
dibattuto
processo
,
che
per
nostro
conto
stimiamo
chiuso
,
accenneremo
qui
soltanto
a
un
sofisma
,
che
ha
avuto
fortuna
e
ancora
si
ripete
,
diretto
a
provare
l
indole
logica
e
scientifica
della
storia
.
Il
sofisma
consiste
nel
concedere
che
la
conoscenza
storica
abbia
per
oggetto
l
individuale
,
ma
non
la
rappresentazione
(
si
soggiunge
)
,
sì
bene
il
concetto
dell
individuale
;
donde
si
conclude
che
la
storia
sia
anch
'
essa
conoscenza
logica
o
scientifica
.
La
storia
,
insomma
,
elaborerebbe
il
concetto
di
un
personaggio
,
di
Carlo
Magno
o
di
Napoleone
,
di
un
'
epoca
,
del
Rinascimento
o
della
Riforma
,
di
un
avvenimento
,
della
Rivoluzione
francese
o
della
Unificazione
d
Italia
,
allo
stesso
modo
che
la
Geometria
elabora
i
concetti
delle
forme
spaziali
o
l
Estetica
quello
dell
'
espressione
.
Ma
di
tutto
ciò
non
e
è
nulla
:
la
storia
non
può
se
non
presentare
Napoleone
e
Carlo
Magno
,
il
Rinascimento
e
la
Riforma
,
la
Rivoluzione
Francese
e
l
Unificazione
italiana
,
fatti
individuali
,
nella
loro
fisionomia
individuale
,
cioè
proprio
nel
senso
in
cui
i
logici
dicono
che
dell
individuale
non
si
dà
concetto
ma
solo
rappresentazione
.
Il
cosiddetto
concetto
dell
individuale
è
sempre
concetto
universale
o
generale
;
ricco
di
note
,
ricchissimo
se
si
vuole
,
ma
,
per
ricco
che
sia
,
incapace
di
attingere
quell
individualità
che
la
conoscenza
storica
,
in
quanto
conoscenza
estetica
,
sola
attinge
.
Per
intendere
in
qual
modo
nell
àmbito
dell
'
arte
in
genere
la
conoscenza
storica
si
distingua
da
quella
artistica
in
senso
stretto
,
bisogna
ricordare
ciò
che
si
è
osservato
circa
il
carattere
ideale
dell
intuizione
o
prima
percezione
,
in
cui
tutto
è
reale
e
perciò
niente
è
reale
.
In
uno
stadio
ulteriore
,
lo
spirito
forma
i
concetti
d
'
esterno
e
d
interno
,
di
accaduto
e
di
desiderato
,
di
oggetto
e
di
soggetto
e
simili
,
ossia
distingue
l
intuizione
storica
dalla
non
storica
,
la
reale
dalla
irreale
,
la
fantastica
reale
dalla
fantastica
pura
.
Anche
i
fatti
interni
,
ciò
che
si
desidera
e
si
fantastica
,
i
castelli
in
aria
e
i
paesi
di
cuccagna
,
hanno
la
loro
realtà
;
anche
la
psiche
ha
la
sua
storia
.
Nella
biografia
di
un
individuo
entrano
come
fatti
reali
anche
le
sue
illusioni
.
Ma
la
storia
di
una
psiche
individuale
è
storia
,
perché
vi
opera
sempre
la
distinzione
tra
reale
e
irreale
,
anche
quando
il
reale
siano
le
illusioni
stesse
.
Senonché
,
nella
storia
,
codesti
concetti
distintivi
non
stanno
come
i
concetti
nella
scienza
,
ma
piuttosto
come
quelli
che
abbiamo
visto
sciogliersi
e
fondersi
nelle
intuizioni
estetiche
,
benché
,
nel
nuovo
caso
,
abbiano
un
rilievo
affatto
proprio
.
La
storia
non
costruisce
i
concetti
del
reale
e
dell
irreale
,
ma
li
adopera
;
la
storia
,
insomma
,
non
è
la
teoria
della
storia
.
Per
riconoscere
se
un
fatto
della
nostra
vita
fu
reale
o
immaginario
,
non
soccorre
la
mera
analisi
concettuale
:
bisogna
riprodurre
innanzi
alla
niente
nel
riodo
più
completo
le
intuizioni
,
quali
erano
nel
momento
in
cui
si
produssero
.
La
storicità
si
distingue
in
concreto
dalla
pura
fantasia
come
un
intuizione
qualsiasi
da
un
'
altra
intuizione
qualsiasi
:
nella
memoria
.
Dove
questa
non
giunge
,
dove
le
sfumature
delle
intuizioni
reali
e
delle
irreali
sono
così
lievi
e
sfuggenti
che
le
une
si
confondono
con
le
altre
,
o
bisogna
rinunziare
,
almeno
provvisoriamente
,
a
sapere
ciò
che
in
realtà
accadde
(
rinunzia
che
facciamo
spesso
)
,
o
conviene
ricorrere
alla
congettura
,
alla
verisimiglianza
,
alla
probabilità
.
Il
principio
di
verisimiglianza
e
di
probabilità
domina
,
infatti
,
tutta
la
critica
storica
.
L
'
esame
delle
fonti
e
delle
autorità
è
diretto
a
stabilire
le
testimonianze
più
credibili
.
E
quali
sono
le
testimonianze
più
credibili
se
non
quelle
appunto
dei
migliori
osservatori
,
ossia
dei
migliori
ricordatori
,
e
che
(
ciò
s
intende
)
non
abbiano
avuto
animo
e
interesse
a
falsificare
la
verità
delle
cose
?
Onde
accade
che
lo
scettico
intellettualista
ha
buon
gioco
quando
si
fa
a
negare
la
certezza
di
qualunque
storia
;
ché
la
certezza
della
storia
è
diversa
da
quella
della
scienza
.
È
la
certezza
del
ricordo
e
dell
'
autorità
,
non
dell
'
analisi
e
della
dimostrazione
.
Chi
parla
d
induzione
,
di
dimostrazione
storica
e
simili
,
fa
uso
metaforico
di
queste
parole
,
le
quali
nella
storia
assumono
senso
affatto
diverso
da
quello
che
hanno
nelle
scienze
.
La
convinzione
dello
storico
è
la
convinzione
indimostrabile
del
giurato
,
che
ha
ascoltato
i
testimoni
,
seguito
attentamente
il
processo
,
e
pregato
il
cielo
d
ispirarlo
.
Sbaglia
,
senza
dubbio
,
alle
volte
;
ma
gli
sbagli
rappresentano
una
trascurabile
minoranza
di
fronte
ai
casi
in
cui
si
coglie
il
vero
.
E
perciò
il
buon
senso
ha
ragione
contro
gl
intellettualisti
nel
credere
alla
storia
,
la
quale
non
è
già
favola
convenuta
,
ma
ciò
che
l
individuo
e
l
'
umanità
ricordano
del
loro
passato
.
Ricordo
dove
oscuro
,
dove
chiarissimo
;
ricordo
che
con
industri
sforzi
si
procura
di
allargare
e
rendere
esatto
il
meglio
possibile
;
ma
tale
che
non
se
ne
può
far
di
meno
e
che
,
preso
nel
tutt
insieme
,
è
ricco
di
verità
.
Solo
per
gusto
di
paradossi
si
potrà
dubitare
che
sia
mai
esistita
una
Grecia
e
una
Roma
,
un
Alessandro
e
un
Cesare
,
un
Europa
feudale
e
una
serie
di
rivoluzioni
che
l
'
abbatterono
;
che
il
l
°
novembre
l5l7
si
videro
affisse
le
tesi
di
Lutero
alla
porta
della
chiesa
di
Vittemberga
,
o
che
il
l4
luglio
l789
fu
presa
dal
popolo
di
Parigi
la
Bastiglia
.
Che
ragione
rendi
tu
di
tutto
questo
?
,
domanda
ironicamente
il
sofista
.
L
'
umanità
risponde
:
Io
ricordo
.
Il
mondo
dell
'
accaduto
,
del
concreto
,
dello
storico
,
è
ciò
che
si
chiama
il
mondo
della
realtà
e
della
natura
,
comprendente
così
la
realtà
che
si
dice
fisica
come
quella
che
si
dice
spirituale
ed
umana
.
Tutto
questo
mondo
è
intuizione
;
intuizione
storica
,
se
lo
presenta
qual
esso
è
realisticamente
;
intuizione
fantastica
o
artistica
in
senso
stretto
,
se
lo
presenta
sotto
l
'
aspetto
del
possibile
,
ossia
dell
immaginabile
.
La
scienza
,
la
vera
scienza
,
che
non
è
intuizione
ma
concetto
,
non
individualità
ma
universalità
,
non
può
essere
se
non
scienza
dello
spirito
,
ossia
di
ciò
che
la
realtà
ha
di
universale
:
Filosofia
.
Se
,
fuori
di
questa
,
si
parla
di
scienze
naturali
,
bisogna
notare
che
codeste
sono
scienze
improprie
,
cioè
complessi
di
conoscenze
,
arbitrariamente
astratte
e
fissate
.
Le
cosiddette
scienze
naturali
,
infatti
,
riconoscono
esse
medesime
di
essere
sempre
circondate
da
limiti
:
limiti
i
quali
non
sono
poi
altro
che
dati
storici
e
intuitivi
.
Esse
calcolano
,
misurano
,
pongono
eguaglianze
,
stabiliscono
regolarità
,
foggiano
classi
e
tipi
,
formolano
leggi
,
mostrano
a
loro
modo
come
un
fatto
nasca
da
altri
fatti
;
ma
tutti
i
loro
progressi
urtano
sempre
in
fatti
che
sono
appresi
intuitivamente
e
storicamente
.
Perfino
la
geometria
afferma
ora
di
riposare
tutta
su
ipotesi
,
non
essendo
lo
spazio
tridimensionale
o
euclideo
se
non
uno
degli
spazi
possibili
,
che
si
studia
di
preferenza
perché
riesce
più
comodo
.
Ciò
che
di
vero
è
nelle
scienze
naturali
,
è
o
filosofia
o
fatto
storico
;
ciò
che
vi
è
di
propriamente
naturalistico
,
è
astrazione
e
arbitrio
.
Allorché
le
discipline
naturali
vogliono
costituirsi
in
scienze
perfette
,
debbono
saltare
fuori
dalla
loro
cerchia
e
passare
alla
filosofia
:
il
che
fanno
quando
pongono
i
concetti
,
tutt
'
altro
che
naturalistici
,
di
atomo
inesteso
,
di
etere
o
vibrante
,
di
forza
vitale
,
di
spazio
non
intuibile
,
e
simili
:
veri
e
propri
conati
filosofici
,
quando
non
siano
parole
vuote
di
senso
.
I
concetti
naturalistici
sono
,
senza
dubbio
,
molto
utili
;
ma
non
si
può
da
essi
cavare
quel
sistema
,
ch
è
solo
dello
spirito
.
Questi
dati
storici
e
intuitivi
,
ineliminabili
dalle
discipline
naturali
,
spiegano
,
inoltre
,
non
solo
come
,
col
progresso
del
sapere
,
discenda
via
via
al
grado
di
credenze
mitologiche
e
illusioni
fantastiche
ciò
che
un
tempo
era
considerato
verità
,
ma
anche
come
tra
i
naturalisti
si
trovino
di
quelli
che
chiamano
fatti
mitici
,
espedienti
verbali
,
convenzioni
tutto
ciò
che
nelle
loro
discipline
è
come
il
fondamento
di
ogni
ragionamento
.
E
i
naturalisti
e
matematici
che
,
impreparati
,
si
affacciano
allo
studio
delle
energie
dello
spirito
,
facilmente
vi
trasportano
siffatte
abitudini
mentali
,
e
parlano
,
in
filosofia
,
di
convenzioni
che
sono
così
o
così
,
come
l
'
uom
se
l
'
arreca
:
convenzioni
la
verità
e
la
moralità
,
convenzione
suprema
lo
Spirito
stesso
!
Eppure
,
perché
si
abbiano
convenzioni
,
è
necessario
che
esista
qualcosa
su
cui
non
si
conviene
,
ma
che
sia
l
'
agente
stesso
della
convenzione
:
l
'
attività
spirituale
dell
'
uomo
.
La
limitatezza
delle
scienze
naturali
postula
l
illimitatezza
della
filosofia
.
Resta
fermo
per
queste
spiegazioni
che
due
sono
le
forme
pure
o
fondamentali
della
conoscenza
:
l
intuizione
e
il
concetto
;
l
'
Arte
,
e
la
Scienza
o
Filosofia
;
risolvendo
in
esse
la
Storia
,
la
quale
è
come
la
risultante
della
intuizione
messa
a
contatto
col
concetto
,
cioè
dell
'
arte
che
,
nel
ricevere
in
sé
le
distinzioni
filosofiche
,
resta
tuttavia
concretezza
e
individualità
.
Tutte
le
altre
(
scienze
naturali
e
matematiche
)
sono
forme
impure
:
miste
di
elementi
estranei
e
d
'
origine
pratica
.
L
intuizione
ci
dà
il
mondo
,
il
fenomeno
;
il
concetto
ci
dà
il
noumeno
,
lo
Spirito
.
IV
.
ISTORISMO
E
INTELLETTUALISMO
NELL
ESTETICA
.
Questi
rapporti
nettamente
stabiliti
tra
la
conoscenza
intuitiva
o
estetica
e
le
altre
forme
fondamentali
o
derivate
di
conoscenza
ci
mettono
in
grado
di
scorgere
dove
sia
l
'
errore
di
una
serie
di
teorie
che
si
sono
presentate
o
si
sogliono
presentare
come
teorie
di
Estetica
.
Dalla
confutazione
tra
le
esigenze
dell
'
arte
in
genere
e
quelle
particolari
della
storia
è
nata
la
teoria
(
che
ora
ha
perduto
terreno
,
ma
ch
è
stata
dominante
nel
passato
)
del
verisimile
come
oggetto
dell
'
arte
.
Senza
dubbio
,
come
accade
di
solito
nell
'
uso
di
proposizioni
erronee
,
l
intenzione
che
portava
a
parlare
di
verisimile
era
spesse
volte
molto
più
sana
che
non
appaia
dalla
definizione
che
si
dava
della
parola
.
Per
verisimiglianza
si
voleva
intendere
,
in
fondo
,
la
coerenza
artistica
della
rappresentazione
,
cioè
la
pienezza
e
l
'
efficacia
,
l
'
effettiva
presenza
di
questa
.
Chi
si
faccia
a
tradurre
verisimile
con
coerente
troverà
spesso
un
senso
assai
giusto
nelle
discussioni
,
negli
esempi
e
nei
giudizi
dei
critici
presso
i
quali
quella
parola
ricorre
.
Un
personaggio
inverisimile
,
un
finale
inverisimile
di
commedia
sono
,
in
realtà
,
personaggi
mal
disegnati
,
finali
appiccicati
,
fatti
artisticamente
immotivati
:
anche
le
fate
e
i
folletti
(
si
è
detto
con
ragione
)
debbono
avere
verisimiglianza
,
cioè
essere
fate
e
folletti
per
davvero
,
intuizioni
artistiche
coerenti
.
Invece
di
verisimile
è
stato
usato
talora
il
vocabolo
possibile
,
il
quale
,
come
abbiamo
notato
di
passaggio
,
è
sinonimo
di
intuibile
o
immaginabile
:
tutto
ciò
che
s
immagina
davvero
,
ossia
coerentemente
,
è
possibile
.
Ma
altra
volta
,
e
da
non
pochi
critici
e
trattatisti
,
per
verisimile
si
è
inteso
il
carattere
di
credibilità
storica
,
cioè
quella
verità
storica
che
non
è
dimostrabile
ma
congetturabile
,
non
vera
ma
verisimile
;
e
si
è
voluto
imporre
il
medesimo
carattere
all
'
arte
.
Chi
non
ricorda
nella
storia
della
letteratura
la
gran
parte
che
hanno
avuto
le
censure
del
verisimile
,
per
esempio
della
Gerusalemme
,
condotte
in
base
alla
storia
delle
Crociate
,
o
dei
poemi
omerici
,
in
base
al
costume
verisimile
degl
imperatori
e
dei
re
?
Altra
volta
ancora
si
è
richiesta
dall
'
arte
la
riproduzione
della
realtà
naturale
ossia
storicamente
esistente
;
ed
è
questo
un
altro
dei
significati
erronei
che
assume
la
dottrina
dell
'
imitazione
della
natura
.
Il
verismo
e
il
naturalismo
hanno
dato
poi
l
'
esempio
di
una
confusione
del
fatto
estetico
perfino
coi
procedimenti
delle
scienze
naturali
,
col
vagheggiare
non
sappiamo
quale
dramma
o
romanzo
che
sarebbe
dovuto
essere
,
non
solo
di
osservazione
,
ma
,
nientemeno
,
sperimentale
.
Molto
più
frequenti
le
confusioni
tra
il
procedere
dell
'
arte
e
quello
delle
scienze
filosofiche
.
Così
si
è
considerato
come
proprio
dell
'
arte
esporre
concetti
,
unire
un
intelligibile
a
un
sensibile
,
rappresentare
le
idee
o
gli
universali
;
e
si
è
scambiata
per
tal
modo
l
'
arte
con
la
scienza
,
ossia
l
'
attività
artistica
in
genere
col
caso
particolare
in
cui
diventa
estetico
-
logica
.
Al
medesimo
errore
si
riduce
la
teoria
dell
'
arte
come
propugnatrice
di
tesi
,
consistente
cioè
in
una
rappresentazione
individuale
che
esemplifichi
leggi
scientifiche
.
L
'
esempio
,
in
quanto
è
esempio
,
sta
per
la
cosa
esemplificata
;
ed
appartiene
dunque
ai
modi
di
trattazione
scientifica
,
siano
pure
di
carattere
popolare
o
divulgativo
.
Si
dica
lo
stesso
della
teoria
estetica
del
tipico
,
quando
per
tipo
s
intende
appunto
,
come
si
suole
,
l
'
astrazione
o
il
concetto
,
e
si
afferma
che
l
'
arte
deve
far
risplendere
nell
individuo
la
specie
.
Che
se
poi
per
tipico
s
intende
l
individuale
,
anche
qui
si
fa
una
semplice
variazione
di
parole
.
Tipeggiare
importerà
,
in
questo
caso
,
caratterizzare
,
ossia
determinare
e
rappresentare
l
individuale
.
Don
Chisciotte
è
un
tipo
;
ma
di
che
è
tipo
se
non
di
tutti
i
Don
Chisciotte
?
tipo
,
per
così
dire
,
di
sé
medesimo
?
Di
concetti
astratti
,
come
della
perdita
del
senso
del
reale
,
o
dell
'
amore
della
gloria
,
no
,
di
certo
:
sotto
cotesti
concetti
si
possono
pensare
infiniti
personaggi
,
che
non
sono
Don
Chisciotte
.
In
altri
termini
,
nell
'
espressione
di
un
poeta
(
per
esempio
,
in
un
personaggio
poetico
)
noi
troviamo
le
nostre
medesime
impressioni
pienamente
determinate
e
inverate
;
e
diciamo
tipica
quell
'
espressione
,
che
potremmo
dire
semplicemente
estetica
.
Così
anche
si
è
parlato
di
universali
poetici
o
artistici
:
con
le
quali
parole
talvolta
si
ripeteva
la
richiesta
del
tipico
in
arte
,
ma
tal
'
altra
s
intendeva
dare
risalto
al
carattere
spirituale
e
ideale
dell
'
opera
artistica
,
che
gli
imitazionisti
,
realisti
e
veristi
ignoravano
o
negavano
.
Continuando
a
correggere
questi
errori
o
a
schiarire
gli
equivoci
,
noteremo
che
altresì
è
stato
considerato
essenza
dell
'
arte
il
simbolo
.
Ma
se
il
simbolo
è
concepito
come
inseparabile
dall
intuizione
artistica
,
è
sinonimo
dell
intuizione
stessa
,
che
ha
sempre
carattere
ideale
;
non
v
è
nell
'
arte
un
doppio
fondo
,
ma
un
fondo
solo
,
e
tutto
in
essa
è
simbolico
perché
tutto
è
ideale
.
Che
se
poi
il
simbolo
è
concepito
separabile
,
se
da
un
lato
si
può
esprimere
il
simbolo
e
dall
'
altro
la
cosa
simboleggiata
,
si
ricade
nell
'
errore
intellettualistico
:
quel
preteso
simbolo
è
l
'
esposizione
di
un
concetto
astratto
,
è
un
'
allegoria
,
è
scienza
,
o
arte
che
scimmiotta
la
scienza
.
Ma
bisogna
essere
giusti
anche
verso
l
'
allegorico
e
notare
che
in
certi
casi
esso
riesce
cosa
affatto
innocua
.
Posta
la
Gerusalemme
liberata
,
se
n
è
poi
escogitata
l
'
allegoria
;
posto
l
'
Adone
del
Marino
,
il
poeta
della
lascivia
insinuò
poi
ch
'
esso
fosse
vòlto
a
mostrare
come
smoderato
piacer
termina
in
doglia
;
posta
una
statua
di
bella
donna
,
lo
scultore
può
appiccarvi
un
cartello
per
dire
che
la
sua
statua
rappresenta
la
Clemenza
o
la
Bontà
.
Quest
'
allegoria
,
che
giunge
post
festum
,
a
opera
compiuta
,
non
altera
l
'
opera
d
'
arte
.
E
che
cosa
è
allora
?
un
'
espressione
aggiunta
estrinsecamente
a
un
'
altra
espressione
.
Al
poema
della
Gerusalemme
si
aggiunge
una
paginetta
di
prosa
,
che
esprime
un
altro
pensiero
del
poeta
;
all
'
Adone
,
un
verso
o
una
strofe
,
che
esprime
ciò
che
il
poeta
vorrebbe
dare
a
intendere
a
una
parte
del
suo
pubblico
;
alla
statua
,
nient
'
altro
che
una
parola
:
clemenza
o
bontà
.
Ma
il
trionfo
più
cospicuo
dell
'
errore
intellettualistico
è
nella
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
,
che
ancora
corre
nei
trattati
e
perturba
i
critici
e
gli
storici
dell
'
arte
.
Vediamone
la
genesi
.
Lo
spirito
umano
può
passare
dall
'
estetico
al
logico
,
appunto
perché
quello
è
un
primo
grado
rispetto
a
questo
;
distruggere
le
espressioni
,
ossia
il
pensamento
dell
individuale
,
col
pensamento
dell
'
universale
;
sciogliere
i
fatti
espressivi
in
rapporti
logici
.
Che
questa
operazione
si
concreti
a
sua
volta
in
un
'
espressione
,
abbiamo
già
mostrato
;
ma
ciò
non
vuol
dire
che
le
prime
espressioni
non
siano
state
distrutte
:
esse
hanno
ceduto
il
luogo
alle
nuove
espressioni
estetico
-
logiche
.
Quando
si
è
sul
secondo
gradino
,
il
primo
è
abbandonato
.
Chi
entri
in
una
galleria
di
quadri
,
o
chi
prenda
a
leggere
una
serie
di
poemi
,
può
,
dopo
aver
guardato
e
letto
,
procedere
oltre
a
indagare
la
natura
e
le
relazioni
delle
cose
in
essi
espresse
.
Così
quei
quadri
e
quei
componimenti
,
di
cui
ciascuno
è
un
individuo
logicamente
ineffabile
,
gli
si
vanno
risolvendo
in
universali
ed
astrazioni
,
come
costumi
,
paesaggi
,
ritratti
,
vita
domestica
,
battaglie
,
animali
,
fiori
,
frutti
,
marine
,
campagne
,
laghi
,
deserti
,
fatti
tragici
,
comici
,
pietosi
,
crudeli
,
lirici
,
epici
,
drammatici
,
cavallereschi
,
idillici
,
e
simili
;
spesso
anche
in
categorie
meramente
quantitative
,
come
quadretto
,
quadro
,
statuina
,
gruppo
,
madrigale
,
canzone
,
sonetto
,
collana
di
sonetti
,
poesia
,
poema
,
novella
,
romanzo
,
e
simili
.
Quando
noi
pensiamo
il
concetto
vita
domestica
,
o
cavalleria
,
o
idillio
,
o
crudeltà
,
o
uno
qualsiasi
dei
ricordati
concetti
quantitativi
,
il
fatto
espressivo
individuale
,
dal
quale
si
erano
prese
le
mosse
,
è
stato
abbandonato
.
Da
uomini
estetici
ci
siamo
mutati
in
uomini
logici
;
da
contemplatori
di
espressioni
,
in
raziocinatori
.
E
a
tal
procedere
,
di
certo
,
non
e
è
nulla
da
obiettare
.
Come
altrimenti
nascerebbe
la
scienza
,
la
quale
,
se
ha
per
presupposto
le
espressioni
estetiche
,
ha
per
proprio
fine
l
'
andar
oltre
di
quelle
?
La
forma
logica
o
scientifica
,
in
quanto
tale
,
esclude
la
forma
estetica
.
Chi
si
fa
a
pensare
scientificamente
,
ha
già
cessato
di
contemplare
esteticamente
;
benché
il
suo
pensamento
prenda
di
necessità
a
sua
volta
(
come
si
è
detto
e
sarebbe
superfluo
ripetere
)
forma
estetica
.
L
'
errore
comincia
quando
dal
concetto
si
vuol
dedurre
l
'
espressione
e
nel
fatto
sostituente
ritrovare
le
leggi
del
fatto
sostituito
;
quando
non
si
vede
il
distacco
tra
il
secondo
gradino
e
il
primo
,
e
di
conseguenza
,
stando
sul
secondo
,
si
asserisce
di
stare
sul
primo
.
Questo
errore
prende
il
nome
di
teoria
dei
generi
artistici
e
letterari
.
Qual
è
la
forma
estetica
della
vita
domestica
,
della
cavalleria
,
dell
idillio
,
della
crudeltà
,
e
così
via
?
come
debbono
essere
rappresentati
questi
contenuti
?
Tale
,
denudato
e
ridotto
alla
più
semplice
formola
,
è
il
problema
assurdo
,
che
la
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
si
propone
,
e
in
ciò
consiste
qualsiasi
richiesta
di
leggi
o
regole
di
generi
.
Vita
domestica
,
cavalleria
,
idillio
,
crudeltà
e
simili
non
sono
impressioni
,
ma
concetti
;
non
contenuti
,
ma
forme
logico
-
estetiche
.
La
forma
non
si
può
esprimere
,
perché
è
già
essa
stessa
espressione
.
O
che
cosa
sono
le
parole
crudeltà
,
idillio
,
cavalleria
,
vita
domestica
e
via
enumerando
,
se
non
le
espressioni
di
quei
concetti
?
Anche
le
più
raffinate
di
tali
distinzioni
,
anche
quelle
che
hanno
aspetto
più
filosofico
,
non
reggono
alla
critica
;
come
quando
si
distinguono
le
opere
d
'
arte
in
genere
soggettivo
e
genere
oggettivo
,
in
lirica
ed
epica
,
in
opere
di
sentimento
e
opere
di
figurazione
;
essendo
impossibile
staccare
,
in
analisi
estetica
,
il
lato
soggettivo
dall
'
oggettivo
,
il
lirico
dall
'
epico
,
l
immagine
del
sentimento
da
quella
delle
cose
.
Dalla
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
derivano
quelle
fogge
erronee
di
giudizio
e
di
critica
,
mercé
le
quali
innanzi
a
un
'
opera
d
'
arte
,
invece
di
determinare
se
sia
espressiva
e
che
cosa
esprima
,
se
parli
o
balbetti
o
taccia
addirittura
,
si
domanda
:
È
essa
conforme
alle
leggi
del
poema
epico
o
a
quelle
della
tragedia
?
alle
leggi
della
pittura
storica
o
a
quelle
del
paesaggio
?
Gli
artisti
,
per
altro
,
quantunque
a
parole
o
con
finte
ubbidienze
abbiano
mostrato
di
accettarle
,
in
realtà
hanno
fatto
sempre
le
fiche
a
coteste
leggi
dei
generi
.
Ogni
vera
opera
d
'
arte
ha
violato
un
genere
stabilito
,
venendo
così
a
scompigliare
le
idee
dei
critici
,
i
quali
sono
stati
costretti
ad
allargare
il
genere
,
senza
poter
impedire
per
altro
che
anche
il
genere
così
allargato
non
sembri
poi
troppo
stretto
a
causa
del
sorgere
di
nuove
opere
d
'
arte
,
seguite
,
com
è
naturale
,
da
nuovi
scandali
,
nuovi
scompigli
,
e
nuovi
allargamenti
.
Dalla
medesima
teoria
vengono
i
pregiudizi
poi
quali
un
tempo
(
ma
è
veramente
un
passato
?
)
si
lamentava
che
l
Italia
non
avesse
la
tragedia
(
finché
non
sorse
chi
le
dette
quel
serto
,
che
unico
mancava
al
crine
glorioso
di
lei
)
,
né
la
Francia
il
poema
epico
(
fino
alla
Henriade
,
che
acquetò
le
bramose
canne
dei
critici
)
.
E
connessi
con
tali
pregiudizi
sono
gli
elogi
agl
inventori
dei
nuovi
generi
;
tanto
che
parve
gran
cosa
che
si
fosse
inventato
nel
seicento
il
poema
eroicomico
,
e
si
contese
sull
'
onore
dell
invenzione
,
quasi
si
trattasse
della
scoperta
dell
'
America
,
quantunque
le
opere
decorate
con
quel
nome
(
la
Secchia
rapita
,
lo
Scherno
degli
Dei
)
fossero
opere
nate
morte
,
perché
i
loro
autori
(
piccolo
inconveniente
)
non
avevano
nulla
di
proprio
e
di
nuovo
da
dire
.
I
mediocri
si
stillavano
il
cervello
a
inventare
artificialmente
nuovi
generi
:
all
'
egloga
pastorale
fu
aggiunta
l
'
egloga
piscatoria
e
poi
,
perfino
,
l
'
egloga
militare
:
l
'
Aminta
fu
bagnato
e
divenne
l
'
Alceo
,
dramma
marinaresco
.
Affascinati
,
infine
,
da
questa
idea
dei
generi
,
si
sono
visti
storici
della
letteratura
e
dell
'
arte
pretendere
di
fare
la
storia
non
delle
singole
ed
effettive
opere
letterarie
e
artistiche
,
ma
di
quelle
vuote
fantasime
che
sono
i
loro
generi
,
e
ritrarre
,
invece
dell
'
evoluzione
dello
spirito
artistico
,
l
'
evoluzione
dei
generi
.
La
condanna
filosofica
dei
generi
artistici
e
letterari
è
la
dimostrazione
e
formolazione
rigorosa
di
ciò
che
l
'
attività
artistica
ha
sempre
operato
e
il
buon
gusto
sempre
riconosciuto
.
Che
cosa
farci
se
il
buon
gusto
e
il
fatto
reale
,
messi
in
formole
,
assumono
,
a
volte
,
l
'
aspetto
di
paradossi
?
Chi
poi
discorre
di
tragedie
,
commedie
,
drammi
,
romanzi
,
quadri
di
genere
,
quadri
di
battaglie
,
paesaggi
,
marine
,
poemi
,
poemetti
,
liriche
e
così
via
,
tanto
per
farsi
intendere
accennando
alla
buona
e
approssimativamente
ad
alcuni
gruppi
di
opere
sui
quali
vuole
,
per
una
ragione
o
per
un
'
altra
,
richiamare
l
'
attenzione
,
certo
non
dice
nulla
di
scientificamente
erroneo
,
perché
egli
adopera
vocaboli
e
frasi
,
non
stabilisce
definizioni
e
leggi
.
L
'
errore
si
ha
solamente
quando
al
vocabolo
si
dia
peso
di
distinzione
scientifica
;
quando
,
insomma
,
si
vada
ingenuamente
a
cadere
nei
tranelli
che
quella
fraseologia
suole
tendere
.
Ci
si
conceda
un
paragone
.
In
una
biblioteca
occorre
pure
ordinare
in
qualche
modo
i
volumi
;
il
che
si
faceva
in
passato
,
per
lo
più
,
mediante
una
grossolana
classificazione
per
materie
(
in
cui
non
mancavano
le
categorie
delle
miscellanee
e
degli
extravaganti
)
,
e
ora
,
di
solito
,
per
serie
di
editori
o
per
formati
.
Chi
potrebbe
negare
l
'
utilità
e
la
necessità
di
cotesti
aggruppamenti
?
Ma
che
cosa
si
direbbe
se
alcuno
si
mettesse
a
indagare
sul
serio
le
leggi
letterarie
delle
miscellanee
o
degli
extravaganti
,
della
collezione
aldina
o
della
bodoniana
,
del
pluteo
A
o
del
pluteo
B
,
cioè
di
quegli
aggruppamenti
affatto
arbitrari
e
rispondenti
a
un
semplice
bisogno
pratico
di
comodo
?
Eppure
,
chi
si
desse
a
questa
impresa
risibile
,
farebbe
né
più
né
meno
di
quel
che
fanno
con
ogni
serietà
gl
indagatori
delle
leggi
estetiche
,
che
dovrebbero
governare
,
a
detta
loro
,
i
generi
artistici
e
letterari
.
V
.
ERRORI
ANALOGHI
NELLA
ISTORICA
E
NELLA
LOGICA
.
Per
meglio
ribadire
le
critiche
ora
svolte
,
sarà
opportuno
gettare
un
rapido
sguardo
sugli
errori
inversi
e
analoghi
,
nascenti
dall
ignoranza
circa
l
indole
propria
dell
'
arte
e
circa
la
situazione
di
essa
rispetto
alla
storia
e
alla
scienza
;
i
quali
errori
hanno
danneggiato
così
la
teoria
della
storia
come
quella
della
scienza
,
così
la
Istorica
(
o
Storiologia
)
come
la
Logica
.
L
intellettualismo
storico
ha
aperto
la
strada
alle
tante
ricerche
che
si
sono
fatte
,
specie
da
due
secoli
in
qua
,
e
che
si
vanno
ritentando
tuttogiorno
di
una
filosofia
della
storia
,
di
una
storia
ideale
,
di
una
sociologia
,
di
una
psicologia
storica
,
o
come
altro
variamente
si
atteggi
e
intitoli
una
scienza
che
si
prefigga
di
estrarre
leggi
e
concetti
universali
dalla
storia
.
Di
quale
sorta
debbono
essere
queste
leggi
e
questi
universali
?
Leggi
storiche
e
concetti
storici
?
In
tal
caso
,
basta
un
'
elementare
critica
della
conoscenza
a
mostrare
l
'
assurdo
della
richiesta
.
Una
legge
storica
,
un
concetto
storico
(
quando
tali
parole
non
siano
semplici
metafore
e
usi
linguistici
)
sono
vere
contradizioni
in
termini
:
l
'
aggettivo
ripugna
al
sostantivo
non
meno
che
nelle
espressioni
quantità
qualitativa
o
monismo
pluralistico
.
La
storia
importa
concretezza
e
individualità
;
la
legge
e
il
concetto
,
astrattezza
e
universalità
.
Che
se
poi
si
abbandoni
la
pretesa
di
cavare
dalla
storia
leggi
e
concetti
storici
e
si
voglia
invece
restringere
la
richiesta
a
leggi
e
concetti
senz
'
alcun
aggettivo
,
non
si
dice
,
di
certo
,
cosa
vuota
,
ma
la
scienza
che
si
otterrà
sarà
,
non
una
filosofia
della
storia
,
sì
bene
,
secondo
i
casi
,
o
la
filosofia
nella
sua
unità
e
nelle
sue
varie
specificazioni
(
Etica
,
Logica
,
ecc
.
)
,
o
la
scienza
empirica
nelle
sue
infinite
divisioni
e
suddivisioni
.
Infatti
,
o
si
ricercano
quei
concetti
filosofici
,
che
,
come
si
è
accennato
,
sono
nel
fondo
di
ogni
costruzione
storica
e
differenziano
la
percezione
dall
intuizione
,
l
intuizione
storica
dall
intuizione
pura
,
la
storia
dall
'
arte
;
o
si
raccolgono
le
intuizioni
storiche
formate
e
si
riducono
a
tipi
e
classi
,
ch
è
per
l
'
appunto
il
metodo
delle
scienze
naturali
.
Dell
involucro
fallace
,
della
veste
disadatta
di
una
Filosofia
della
storia
si
sono
coperti
talvolta
grandi
pensatori
,
i
quali
,
nonostante
quell
'
involucro
,
hanno
ritrovato
verità
filosofiche
di
somma
importanza
;
sicché
,
caduto
poi
l
'
involucro
,
la
verità
è
restata
.
E
il
carico
da
farsi
ai
sociologi
moderni
non
è
tanto
dell
illusione
in
cui
si
avvolgono
asserendo
un
'
impossibile
scienza
filosofica
della
sociologia
,
quanto
dell
infecondità
che
accompagna
quasi
costantemente
questa
loro
illusione
.
Poco
male
che
l
Estetica
venga
chiamata
Estetica
sociologica
,
o
la
Logica
,
Logica
sociologica
.
Il
male
grave
è
che
quell
Estetica
è
un
vecchiume
sensualistico
,
e
che
quella
Logica
è
verbale
e
incoerente
.
Ma
due
effetti
buoni
si
sono
avuti
,
rispetto
alla
storia
,
dal
movimento
filosofico
a
cui
abbiamo
accennato
.
Si
è
acuito
,
anzitutto
,
il
bisogno
di
costruire
una
teoria
della
storiografia
,
ossia
d
'
intendere
la
natura
e
i
limiti
della
storia
:
teoria
che
,
in
conformità
dell
'
analisi
fatta
di
sopra
,
non
può
trovare
soddisfacimento
se
non
in
una
scienza
generale
della
intuizione
,
in
un
Estetica
,
dalla
quale
si
stacchi
,
per
l
interposta
funzione
degli
universali
,
quasi
capitolo
speciale
,
l
Istorica
.
Inoltre
,
sotto
l
involucro
falso
e
presuntuoso
di
una
Filosofia
della
storia
,
si
sono
affermate
spesso
verità
particolari
intorno
a
particolari
avvenimenti
storici
,
e
formolati
canoni
e
ammonimenti
,
empirici
senza
dubbio
,
ma
non
inutili
ai
ricercatori
e
ai
critici
.
Questa
utilità
non
pare
possa
negarsi
neppure
alla
più
recente
delle
filosofie
della
storia
,
al
cosiddetto
materialismo
storico
,
il
quale
ha
gettato
luce
assai
viva
su
molti
aspetti
della
vita
sociale
prima
poco
osservati
o
malamente
compresi
.
Un
'
invasione
della
storicità
nella
scienza
o
filosofia
è
il
principio
di
autorità
,
l
'
ipse
dixit
,
che
ha
infierito
nelle
scuole
,
e
che
sostituisce
alla
introspezione
e
analisi
filosofica
quella
testimonianza
,
quel
documento
,
quell
'
affermazione
autorevole
,
di
cui
certo
non
può
fare
di
meno
la
storia
.
Ma
i
più
gravi
turbamenti
ed
errori
cagionati
dal
confuso
concetto
del
fatto
estetico
li
ha
sofferti
la
scienza
del
pensiero
e
della
conoscenza
intellettiva
,
la
Logica
.
E
come
poteva
accadere
altrimenti
,
se
l
'
attività
logica
viene
dopo
quella
estetica
e
l
implica
in
sé
?
Un
Estetica
inesatta
doveva
tirarsi
dietro
di
necessità
una
Logica
inesatta
.
Chi
apra
i
trattati
di
Logica
,
dall
'
Organo
aristotelico
fino
ai
moderni
,
deve
convenire
che
in
essi
tutti
si
trova
un
guazzabuglio
di
fatti
verbali
e
di
fatti
di
pensiero
,
di
forme
grammaticali
e
di
forme
concettuali
,
di
Estetica
e
di
Logica
.
Non
che
siano
mancati
tentativi
per
trarsi
fuori
dall
'
espressione
verbale
e
cogliere
il
pensiero
nella
sua
genuina
natura
.
La
stessa
Logica
aristotelica
non
diventò
mera
sillogistica
e
verbalismo
senza
qualche
titubanza
e
oscillazione
;
nel
medio
evo
,
le
dispute
dei
nominalisti
,
realisti
e
concettualisti
toccarono
di
frequente
il
problema
propriamente
logico
;
le
scienze
naturali
moderne
col
Galilei
e
col
Bacone
misero
in
onore
l
induzione
;
il
Vico
combatté
contro
la
logica
formalistica
e
matematica
in
favore
dei
metodi
inventivi
;
il
Kant
richiamò
l
'
attenzione
sulla
sintesi
a
priori
;
l
'
idealismo
assoluto
svalutò
la
Logica
aristotelica
;
gli
herbartiani
,
ligi
a
questa
,
dettero
,
per
altro
,
rilievo
a
quei
giudizi
che
dissero
narrativi
e
che
hanno
carattere
del
tutto
diverso
dagli
altri
giudizi
logici
;
i
linguisti
,
infine
,
batterono
sull
irrazionalità
della
parola
rispetto
al
concetto
.
Ma
un
movimento
di
riforma
consapevole
,
sicuro
,
radicale
,
non
può
trovare
base
e
punto
di
partenza
se
non
nella
scienza
estetica
.
In
una
Logica
,
convenientemente
riformata
su
tale
base
,
converrà
anzitutto
stabilire
questa
verità
e
trarne
tutte
le
conseguenze
:
il
fatto
logico
,
il
solo
fatto
logico
,
è
il
concetto
,
l
'
universale
,
lo
spirito
che
forma
,
e
in
quanto
forma
,
l
'
universale
.
E
se
per
induzione
s
intende
,
come
si
è
intesa
talvolta
,
la
formazione
degli
universali
,
e
per
deduzione
lo
svolgimento
verbale
di
essi
,
è
chiaro
che
la
Logica
vera
non
può
essere
se
non
Logica
induttiva
.
Ma
,
poiché
più
frequentemente
con
la
parola
deduzione
Si
sono
avuti
di
mira
i
procedimenti
propri
della
matematica
,
e
con
la
parola
induzione
quelli
delle
scienze
naturali
,
sarà
opportuno
evitare
l
'
una
e
l
'
altra
denominazione
,
e
dire
che
la
Logica
vera
è
Logica
del
concetto
,
il
quale
,
adoperando
un
metodo
che
è
insieme
induzione
e
deduzione
,
non
adopera
né
l
'
una
né
l
'
altra
come
distinte
,
e
cioè
adopera
il
metodo
che
gli
è
intrinseco
(
lo
speculativo
o
dialettico
)
.
Il
concetto
,
l
'
universale
è
in
sé
,
astrattamente
considerato
,
inesprimibile
.
Nessuna
parola
gli
è
propria
.
Ciò
è
tanto
vero
,
che
il
concetto
logico
resta
sempre
il
medesimo
,
nonostante
il
variare
delle
forme
verbali
.
Rispetto
al
concetto
,
l
'
espressione
è
semplice
segno
o
indizio
:
non
può
mancare
,
un
'
espressione
dev
'
esserci
;
ma
quale
debba
essere
,
questa
o
quella
,
è
determinato
dalle
condizioni
storiche
e
psicologiche
dell
'
individuo
che
parla
:
la
qualità
dell
'
espressione
non
si
deduce
dalla
qualità
del
concetto
.
Non
vi
è
un
senso
vero
(
logico
)
delle
parole
:
chi
forma
un
concetto
,
conferisce
egli
,
volta
per
volta
,
il
senso
vero
alle
parole
.
Ciò
posto
,
le
sole
proposizioni
davvero
logiche
(
cioè
,
estetico
-
logiche
)
,
i
soli
giudizi
rigorosamente
logici
,
non
possono
essere
se
non
quelli
che
hanno
per
contenuto
proprio
ed
esclusivo
la
determinazione
di
un
concetto
.
Queste
proposizioni
o
giudizi
sono
le
definizioni
.
La
scienza
stessa
non
è
se
non
complesso
di
definizioni
,
unificate
in
una
definizione
suprema
:
sistema
di
concetti
,
o
sommo
concetto
.
Bisogna
escludere
quindi
(
almeno
preliminarmente
)
dalla
Logica
tutte
quelle
proposizioni
che
non
affermano
universali
.
I
giudizi
narrativi
e
quelli
chiamati
non
enunciativi
da
Aristotele
,
quali
le
espressioni
dei
desideri
,
non
sono
giudizi
propriamente
logici
,
ma
o
proposizioni
puramente
estetiche
o
proposizioni
storiche
.
Pietro
passeggia
;
Oggi
piove
;
Ho
sonno
;
Voglio
leggere
:
queste
e
le
infinite
proposizioni
di
questo
genere
non
sono
se
non
o
un
semplice
chiudere
in
parole
l
impressione
del
fatto
di
Pietro
che
passeggia
,
della
pioggia
che
cade
,
del
mio
organismo
che
inchina
al
sonno
,
e
della
mia
volontà
che
si
dirige
alla
lettura
;
o
un
'
affermazione
esistenziale
circa
quei
fatti
.
Espressioni
del
reale
o
dell
'
irreale
,
fantastico
-
storiche
o
fantastico
-
pure
;
non
già
definizioni
di
universali
.
E
che
cosa
deve
farsi
di
tutta
quella
parte
del
pensiero
umano
,
che
si
dice
sillogistica
,
e
che
consta
di
giudizi
e
ragionamenti
che
s
'
aggirano
intorno
a
concetti
?
Che
cosa
è
la
sillogistica
?
È
da
considerare
dall
'
alto
e
sprezzantemente
,
quasi
roba
inutile
,
come
si
è
fatto
tante
volte
,
nella
reazione
degli
umanisti
contro
la
scolastica
,
nell
idealismo
assoluto
,
nell
'
entusiastica
ammirazione
dei
tempi
nostri
pei
metodi
di
osservazione
e
di
sperimento
delle
scienze
naturali
?
La
sillogistica
,
il
ragionare
in
forma
,
non
è
scoperta
di
verità
:
è
arte
di
esporre
,
discettare
,
disputare
con
sé
stesso
e
con
altri
.
Movendo
da
concetti
già
trovati
,
da
fatti
già
osservati
,
e
facendo
appello
alla
costanza
del
vero
o
del
pensiero
(
tale
è
il
significato
del
principio
d
'
identità
e
di
contradizione
)
,
essa
trae
da
quei
dati
le
conseguenze
,
ossia
ripresenta
il
già
trovato
.
Perciò
,
se
sotto
l
'
aspetto
inventivo
è
un
idem
per
idem
,
pedagogicamente
ed
espositivamente
è
efficacissima
.
Ridurre
le
affermazioni
allo
schematismo
sillogistico
è
un
modo
di
controllare
il
proprio
pensiero
e
di
criticare
il
pensiero
altrui
.
È
facile
ridere
dei
sillogizzanti
,
ma
,
se
la
sillogistica
è
nata
e
si
mantiene
,
deve
avere
le
sue
buone
ragioni
.
La
satira
di
essa
non
può
colpire
se
non
gli
abusi
,
com
è
il
pretendere
di
risolvere
sillogisticamente
questioni
che
sono
di
fatto
,
di
osservazione
e
intuizione
o
dimenticare
per
l
'
esteriorità
sillogistica
la
profonda
meditazione
e
la
spregiudicata
investigazione
dei
problemi
.
E
se
al
fine
di
ricordare
facilmente
,
di
maneggiare
prontamente
i
dati
del
proprio
pensiero
,
può
soccorrere
talvolta
la
cosidetta
Logica
matematica
,
ben
venga
anche
questa
forma
speciale
di
sillogistica
,
augurata
,
fra
i
tanti
,
dal
Leibniz
e
ritentata
da
parecchi
ai
giorni
nostri
.
Ma
,
appunto
perché
la
sillogistica
è
arte
di
esporre
e
di
discettare
,
la
teoria
di
essa
non
può
avere
il
primo
posto
in
una
Logica
filosofica
,
usurpando
quello
che
spetta
alla
dottrina
del
concetto
,
ch
è
la
dottrina
centrale
e
dominante
,
cui
tutto
ciò
che
vi
ha
di
logico
nella
sillogistica
si
riduce
senza
residuo
(
rapporti
di
concetti
,
subordinazione
,
coordinazione
,
identificazione
,
e
via
dicendo
)
.
Né
bisogna
mai
dimenticare
che
concetto
,
e
giudizio
(
logico
)
e
sillogismo
,
non
stanno
sulla
stessa
linea
.
Solo
il
primo
è
il
vero
atto
logico
:
il
secondo
e
il
terzo
sono
le
forme
con
cui
il
primo
si
manifesta
;
le
quali
,
in
quanto
forme
,
non
possono
esaminarsi
se
non
esteticamente
(
grammaticalmente
)
,
e
,
in
quanto
hanno
contenuto
logico
,
se
non
trascurando
le
forme
stesse
e
passando
alla
dottrina
del
concetto
.
Si
riconferma
con
ciò
la
verità
dell
'
osservazione
comune
:
che
chi
ragiona
male
,
parla
o
scrive
anche
male
:
che
l
'
esatta
analisi
logica
è
fondamento
dell
'
esprimersi
bene
.
Verità
,
ch
è
una
tautologia
:
ragionare
bene
,
infatti
,
è
esprimersi
bene
,
perché
l
'
espressione
è
il
possesso
intuitivo
del
proprio
pensiero
logico
.
Lo
stesso
principio
di
contradizione
non
è
altro
,
in
fondo
,
che
il
principio
estetico
della
coerenza
.
Si
dirà
che
,
movendo
da
concetti
erronei
,
si
può
parlare
e
scrivere
benissimo
,
come
si
può
ragionare
benissimo
;
che
investigatori
poco
acuti
possono
essere
scrittori
limpidissimi
,
perché
lo
scrivere
bene
dipende
dall
'
avere
un
intuizione
chiara
del
proprio
pensiero
,
anche
se
erroneo
:
non
dalla
verità
scientifica
del
pensiero
,
ma
dalla
sua
verità
estetica
,
ed
è
anzi
questa
verità
stessa
.
Un
filosofo
può
fantasticare
,
come
lo
Schopenhauer
,
che
l
'
arte
sia
rappresentazione
delle
idee
platoniche
,
dottrina
scientificamente
errata
;
e
svolgere
questa
scienza
errata
in
una
prosa
eccellente
ed
esteticamente
verissima
.
Ma
a
siffatta
obiezione
abbiamo
già
risposto
quando
abbiamo
osservato
che
,
nel
punto
preciso
in
cui
un
parlante
o
uno
scrivente
enuncia
un
concetto
mal
pensato
,
è
anche
cattivo
parlante
e
cattivo
scrivente
;
per
quanto
possa
poi
rifarsi
nelle
tante
altre
parti
del
suo
pensiero
,
le
quali
constano
di
proposizioni
vere
,
non
connesse
con
l
'
errore
precedente
,
e
quindi
di
espressioni
limpide
,
che
seguono
a
espressioni
torbide
.
Tutte
le
ricerche
sulle
forme
dei
giudizi
e
dei
sillogismi
sulle
loro
conversioni
e
i
loro
vari
rapporti
,
che
ingombrano
ancora
i
trattati
di
Logica
,
sono
,
dunque
,
destinate
ad
assottigliarsi
,
a
trasformarsi
,
a
ridursi
ad
altro
.
La
dottrina
del
concetto
e
dell
'
organismo
dei
concetti
,
definizione
,
del
sistema
,
della
filosofia
e
delle
varie
scienze
,
e
simili
,
ne
occuperà
il
campo
;
e
costituirà
,
da
sola
,
la
vera
e
propria
Logica
.
I
primi
ch
'
ebbero
qualche
sentore
del
rapporto
intimo
che
corre
tra
Estetica
e
Logica
,
e
che
concepirono
l
Estetica
come
una
Logica
della
cognizione
sensibile
,
si
compiacquero
singolarmente
nell
'
applicare
le
categorie
logiche
alla
nuova
scienza
,
parlando
di
concetti
estetici
,
giudizi
estetici
,
sillogismi
estetici
,
e
così
via
.
Noi
,
meno
superstiziosi
verso
la
saldezza
della
Logica
tradizionale
o
delle
scuole
,
e
più
scaltriti
sull
indole
dell
Estetica
,
raccomandiamo
,
non
l
'
applicazione
della
Logica
all
Estetica
,
ma
la
liberazione
della
Logica
dalle
forme
estetiche
,
le
quali
,
seguendo
distinzioni
affatto
arbitrarie
e
grossolane
,
hanno
dato
luogo
alle
inesistenti
forme
e
categorie
logiche
.
La
Logica
,
così
riformata
,
sarà
sempre
Logica
formale
,
studierà
la
vera
forma
o
attività
del
pensiero
,
il
concetto
,
prescindendo
dai
singoli
e
particolari
concetti
.
Quella
antica
malamente
si
chiama
formale
,
e
meglio
si
direbbe
verbale
o
formalistica
.
La
Logica
formale
scaccerà
la
formalistica
.
E
a
questo
fine
non
sarà
necessario
ricorrere
,
come
altri
ha
fatto
,
a
una
Logica
reale
o
materiale
,
che
non
è
più
scienza
del
pensiero
,
ma
pensiero
in
atto
:
non
Logica
soltanto
,
ma
il
complesso
e
l
'
unità
della
Filosofia
,
in
cui
la
Logica
anche
è
inclusa
.
La
scienza
del
pensiero
(
Logica
)
è
quella
del
concetto
,
come
la
scienza
della
fantasia
(
Estetica
)
è
quella
dell
'
espressione
.
Nell
'
eseguire
esattamente
,
e
in
ogni
particolare
,
la
distinzione
tra
i
due
domini
è
riposta
la
salute
dell
'
una
e
dell
'
altra
scienza
.
VI
.
L
'
ATTIVITÀ
TEORETICA
E
L
'
ATTIVITÀ
PRATICA
.
Forma
intuitiva
e
forma
intellettiva
esauriscono
,
come
abbiamo
detto
,
tutto
il
dominio
teoretico
dello
spirito
.
Ma
non
si
può
conoscerle
a
pieno
,
né
criticare
un
'
altra
serie
di
dottrine
estetiche
erronee
,
se
prima
non
si
stabiliscono
chiaramente
le
relazioni
dello
spirito
teoretico
con
lo
spirito
pratico
.
La
forma
o
attività
pratica
è
la
volontà
.
Questa
parola
non
è
qui
presa
da
noi
nel
senso
di
qualche
sistema
filosofico
,
in
cui
la
volontà
è
il
fondamento
dell
'
universo
,
il
principio
delle
cose
,
la
realtà
vera
;
e
neanche
nel
senso
ampio
di
altri
sistemi
,
i
quali
intendono
per
volontà
l
'
energia
dello
spirito
,
lo
spirito
o
l
'
attività
in
genere
,
facendo
di
ogni
atto
dello
spirito
umano
un
atto
di
volontà
.
Né
quel
senso
metafisico
né
quest
'
uso
metaforico
è
il
nostro
.
La
volontà
è
per
noi
,
come
nella
comune
accezione
,
l
'
attività
dello
spirito
diversa
dalla
mera
teoria
o
contemplazione
delle
cose
,
e
produttrice
non
di
conoscenze
ma
di
azioni
.
L
'
azione
in
tanto
è
davvero
azione
in
quanto
è
volontaria
.
Non
occorrerebbe
poi
neppure
ricordare
che
nella
volontà
del
fare
è
incluso
,
in
senso
scientifico
,
anche
ciò
che
volgarmente
si
chiama
non
-
fare
:
la
volontà
del
resistere
,
del
ripugnare
,
la
volontà
prometeica
,
che
è
anch
'
essa
azione
.
Con
la
forma
teoretica
l
'
uomo
comprende
le
cose
,
con
la
pratica
le
viene
mutando
;
con
l
'
una
si
appropria
l
'
universo
,
con
l
'
altra
lo
crea
.
Ma
la
prima
forma
è
base
della
seconda
;
e
si
ripete
tra
le
due
,
più
in
grande
,
il
rapporto
di
doppio
grado
,
che
abbiamo
già
ritrovato
tra
l
'
attività
estetica
e
la
logica
.
Un
conoscere
,
indipendente
dal
volere
,
è
(
almeno
in
certo
senso
)
pensabile
;
una
volontà
,
indipendente
dal
conoscere
,
è
impensabile
.
La
volontà
cieca
non
è
volontà
;
la
volontà
vera
è
occhiuta
.
Come
si
può
volere
se
non
si
hanno
innanzi
intuizioni
storiche
di
oggetti
(
percezioni
)
e
conoscenze
di
rapporti
(
logici
)
,
che
illuminino
sulla
qualità
di
quegli
oggetti
?
Come
si
può
volere
davvero
,
se
non
conosciamo
il
mondo
che
ci
circonda
,
e
il
modo
di
cangiar
le
cose
operando
su
di
esse
?
È
stato
obiettato
che
gli
uomini
d
'
azione
,
gli
uomini
pratici
in
senso
eminente
,
sono
i
meno
disposti
al
contemplare
e
teorizzare
:
la
loro
energia
non
si
attarda
in
contemplazioni
,
si
precipita
subito
in
volontà
;
e
che
,
per
converso
,
i
contemplatori
e
i
filosofi
sono
di
frequente
uomini
pratici
ben
mediocri
,
di
debole
volontà
,
negletti
perciò
e
messi
da
banda
nelle
lotte
della
vita
.
È
facile
scorgere
che
queste
distinzioni
sono
meramente
empiriche
e
quantitative
.
Certo
,
l
'
uomo
pratico
,
per
operare
,
non
ha
bisogno
di
un
elaborato
sistema
filosofico
;
ma
,
nelle
sfere
in
cui
egli
opera
,
muove
da
intuizioni
e
concetti
che
ha
chiarissimi
.
Fino
le
più
ordinarie
azioni
non
potrebbero
,
altrimenti
,
esser
volute
;
non
sarebbe
possibile
neppur
cibarsi
volontariamente
,
se
non
si
avesse
conoscenza
del
cibo
e
del
legame
di
causa
ed
effetto
tra
certi
movimenti
e
certi
appagamenti
;
e
,
salendo
via
via
alle
forme
più
complesse
d
'
azione
,
per
esempio
,
all
'
azione
politica
,
come
si
potrebbe
volere
alcunché
di
politicamente
adatto
,
senza
conoscere
le
condizioni
reali
della
società
,
cioè
i
mezzi
ed
espedienti
da
adoperare
?
Quando
l
'
uomo
pratico
si
accorge
di
essere
all
'
oscuro
circa
uno
o
più
di
questi
punti
,
o
quando
è
preso
dal
dubbio
,
l
'
azione
o
non
comincia
o
s
'
arresta
;
il
momento
teoretico
che
,
nel
rapido
succedersi
delle
azioni
umane
,
viene
appena
avvertito
ed
è
presto
dimenticato
,
appare
allora
importante
e
occupa
più
a
lungo
la
coscienza
.
E
,
se
quello
si
prolunga
ancora
,
l
'
uomo
pratico
può
diventare
Amleto
,
diviso
tra
il
desiderio
dell
'
azione
e
la
poca
chiarezza
teoretica
circa
le
situazioni
e
i
mezzi
;
e
se
egli
,
prendendo
gusto
al
contemplare
e
al
meditare
,
lascia
agli
altri
,
in
misura
più
o
meno
larga
,
il
volere
e
l
'
operare
,
si
forma
in
lui
la
calma
disposizione
dell
'
artista
e
dello
scienziato
e
filosofo
,
talvolta
uomini
pratici
inetti
o
addirittura
dannosi
.
Tutte
coteste
sono
ovvie
osservazioni
,
di
cui
non
si
può
sconoscere
la
giustezza
;
ma
,
ripetiamo
,
si
fondano
sopra
distinzioni
quantitative
e
non
distruggono
,
anzi
confermano
il
fatto
,
che
un
'
azione
,
per
piccola
che
sia
,
non
può
essere
azione
davvero
,
cioè
azione
voluta
,
se
non
preceduta
dall
'
attività
conoscitiva
.
Alcuni
psicologi
fanno
,
per
altro
,
precedere
l
'
azione
pratica
da
una
classe
tutta
speciale
di
giudizi
,
ch
'
essi
chiamano
giudizi
pratici
o
di
valore
.
Per
risolversi
a
un
'
azione
(
dicono
)
,
è
necessario
aver
giudicato
e
pronunziato
:
quest
'
azione
è
utile
,
quest
'
azione
è
buona
.
La
quale
teoria
sembra
a
prima
vista
che
abbia
dalla
sua
il
testimonio
della
coscienza
.
Ma
chi
meglio
osservi
e
più
sottilmente
analizzi
si
accorge
che
quei
giudizi
,
anziché
precedere
,
seguono
l
'
affermarsi
della
volontà
;
e
non
sono
se
non
l
'
espressione
della
già
accaduta
volizione
.
Un
'
azione
utile
o
buona
è
un
'
azione
voluta
:
dall
'
esame
obiettivo
delle
cose
sarà
sempre
impossibile
distillare
una
goccia
sola
di
utilità
o
di
bontà
.
Noi
non
vogliamo
le
cose
,
perché
le
conosciamo
utili
o
buone
;
ma
le
conosciamo
utili
e
buone
,
perché
le
vogliamo
.
Anche
qui
la
rapidità
con
la
quale
si
seguono
i
fatti
di
coscienza
è
causa
d
illusione
.
L
'
azione
pratica
è
preceduta
da
conoscenza
,
ma
non
da
conoscenze
pratiche
,
o
meglio
,
del
pratico
:
per
aver
queste
,
è
necessario
che
si
abbia
prima
l
'
azione
pratica
.
Tra
i
due
momenti
o
gradi
,
teoretico
e
pratico
,
non
s
'
interpone
dunque
il
terzo
momento
,
affatto
immaginario
,
dei
giudizi
pratici
o
di
valore
.
D
'
altra
parte
,
e
in
generale
,
non
esistono
scienze
normative
,
regolative
o
imperative
,
che
scoprano
e
indichino
valori
all
'
attività
pratica
;
anzi
,
non
ne
esistono
per
nessuna
qualsiasi
attività
,
presupponendo
ogni
scienza
che
sia
già
realizzata
e
svolta
quell
'
attività
,
che
essa
poi
assume
a
oggetto
.
Stabilite
queste
distinzioni
,
dobbiamo
condannare
come
erronea
ogni
teoria
che
aggreghi
l
'
attività
estetica
a
quella
pratica
,
o
le
leggi
della
seconda
introduca
nella
prima
.
Che
la
scienza
sia
teoria
e
l
'
arte
sia
pratica
,
è
stato
affermato
molte
volte
.
E
quelli
che
così
affermano
e
il
fatto
estetico
considerano
come
fatto
pratico
,
nol
fanno
a
capriccio
o
perché
brancolino
nel
.
vuoto
,
ma
perché
hanno
l
'
occhio
a
qualcosa
ch
è
veramente
pratico
.
Senonché
il
pratico
a
cui
essi
mirano
non
è
l
'
estetico
né
dentro
l
'
estetico
,
ma
è
fuori
e
accanto
a
esso
;
e
,
quantunque
frequentemente
vi
si
trovi
congiunto
,
non
vi
si
congiunge
necessariamente
,
ossia
per
identità
di
natura
.
Il
fatto
estetico
si
esaurisce
tutto
nell
'
elaborazione
espressiva
delle
impressioni
.
Quando
abbiamo
conquistato
la
parola
interna
,
concepito
netta
e
viva
una
figura
o
una
statua
,
trovato
un
motivo
musicale
,
l
'
espressione
è
nata
ed
è
completa
:
non
ha
bisogno
d
'
altro
.
Che
noi
poi
apriamo
e
vogliamo
aprir
la
bocca
per
parlare
o
la
gola
per
cantare
,
e
cioè
diciamo
a
voce
alta
e
a
gola
spiegata
quanto
abbiamo
già
sommessamente
detto
e
cantato
a
noi
stessi
;
o
stendiamo
e
vogliamo
stender
le
mani
a
toccare
i
tasti
del
pianoforte
o
a
prendere
i
pennelli
e
lo
scalpello
,
eseguendo
,
per
così
dire
,
in
grande
quei
movimenti
che
già
abbiamo
eseguito
in
piccolo
e
rapidamente
,
e
traducendoli
in
una
materia
dove
ne
restino
tracce
più
o
meno
durature
;
è
questo
un
fatto
sopraggiunto
,
che
obbedisce
a
tutt
'
altre
leggi
che
non
il
primo
,
e
del
quale
,
per
ora
,
non
dobbiamo
tener
conto
;
benché
fin
da
ora
riconosciamo
che
esso
è
produzione
di
cose
e
fatto
pratico
o
di
volontà
.
Si
suoi
distinguere
l
'
opera
d
'
arte
interna
dall
'
opera
d
'
arte
esterna
:
la
terminologia
ci
pare
infelice
,
perché
l
'
opera
d
'
arte
(
l
'
opera
estetica
)
è
sempre
interna
;
e
quella
che
si
chiama
esterna
non
è
più
opera
d
'
arte
.
Altri
distingue
tra
fatto
estetico
e
fatto
artistico
,
intendendo
pel
secondo
lo
stadio
esterno
e
pratico
,
che
può
seguire
(
come
segue
infatti
di
solito
)
al
primo
.
Ma
si
tratta
,
in
tal
caso
,
di
semplice
uso
linguistico
,
lecito
senza
dubbio
,
sebbene
forse
non
opportuno
.
Per
le
stesse
ragioni
è
assurda
la
ricerca
del
fin
e
dell
'
arte
,
quando
s
intenda
dell
'
arte
in
quanto
tale
.
E
poiché
porre
un
fine
vale
scegliere
,
una
variante
dello
stesso
errore
è
la
pretesa
che
il
contenuto
dell
'
arte
debba
essere
scelto
.
Una
scelta
tra
sensazioni
o
impressioni
suppone
che
queste
siano
già
espressioni
:
altrimenti
,
come
scegliere
nel
continuo
e
nell
'
indistinto
?
Scegliere
è
volere
:
voler
questo
e
non
voler
quello
;
e
questo
e
quello
debbono
stare
innanzi
,
espressi
.
Il
pratico
segue
e
non
precede
il
teoretico
;
l
'
espressione
è
libera
ispirazione
.
L
'
artista
vero
,
infatti
,
si
trova
gravido
del
suo
tema
e
non
sa
come
;
sente
avvicinarsi
il
parto
,
ma
non
può
volerlo
o
non
volerlo
.
Se
egli
volesse
operare
a
controsenso
della
sua
ispirazione
,
se
volesse
sceglierla
arbitrariamente
,
se
,
nato
Anacreonte
,
volesse
cantare
di
Atride
e
di
Alcide
,
la
cetra
l
'
avvertirebbe
dello
sbaglio
,
risonando
,
nonostante
i
suoi
sforzi
in
contrario
,
sol
di
Venere
e
d
'
Amore
.
Perciò
il
tema
o
il
contenuto
non
può
essere
colpito
praticamente
e
moralmente
da
aggettivi
di
lode
o
di
biasimo
.
Quando
i
critici
d
'
arte
notano
che
un
tema
è
male
scelto
,
si
tratta
,
nei
casi
in
cui
quell
'
osservazione
ha
fondamento
giusto
,
di
un
biasimo
non
veramente
alla
scelta
del
tema
,
ma
al
modo
col
quale
l
'
artista
l
ha
trattato
,
all
'
espressione
non
riuscita
per
le
contradizioni
che
contiene
.
E
quando
gli
stessi
critici
innanzi
a
opere
che
giudicano
sotto
l
'
aspetto
artistico
perfette
protestano
contro
il
tema
o
contenuto
di
esse
come
cosa
indegna
dell
'
arte
e
biasimevole
;
posto
che
quelle
opere
siano
poi
davvero
perfette
,
non
resta
se
non
consigliare
ai
critici
di
lasciare
in
pace
gli
artisti
,
i
quali
s
'
ispirano
dì
necessità
a
ciò
che
ha
mosso
il
loro
animo
,
e
provvedere
invece
,
se
mai
,
a
promuovere
mutamenti
nella
natura
circostante
o
nella
società
,
perché
quegli
stati
d
'
animo
e
quelle
impressioni
non
abbiano
a
prodursi
di
nuovo
.
Se
le
brutture
spariranno
dal
Inondo
,
se
si
stabilirà
la
virtù
e
felicità
universale
,
gli
artisti
,
chi
sa
?
,
non
saranno
più
rappresentatori
di
sentimenti
malvagi
o
pessimistici
,
ma
calmi
,
innocenti
e
giulivi
,
arcadi
di
un
'
Arcadia
reale
.
Ma
,
fintanto
che
brutture
e
turpitudini
sono
in
natura
e
s
'
impongono
all
'
artista
,
non
si
può
impedire
che
sorga
anche
l
'
espressione
correlativa
;
e
,
quando
è
sorta
,
factum
infectum
fieri
nequit
.
Si
potrà
provvedere
a
non
lasciar
divulgare
questa
o
quella
opera
d
'
arte
,
presso
questa
o
quella
persona
,
in
questa
o
quella
condizione
;
ma
tutto
ciò
non
riguarda
l
'
arte
e
appartiene
ad
altro
discorso
,
come
si
vedrà
più
oltre
.
A
noi
non
spetta
qui
passare
a
rassegna
i
danni
che
la
critica
della
scelta
reca
alla
produzione
artistica
,
coi
pregiudizi
che
produce
o
mantiene
negli
artisti
stessi
,
e
coi
contrasti
,
a
cui
dà
luogo
,
tra
spinte
artistiche
e
imposizioni
critiche
.
Vero
è
che
talora
sembra
che
essa
faccia
anche
qualche
bene
,
aiutando
gli
artisti
a
scoprire
sé
medesimi
,
ossia
le
proprie
impressioni
e
la
propria
ispirazione
,
e
ad
acquistare
coscienza
dell
'
ufficio
che
viene
loro
come
affidato
dal
momento
storico
in
cui
vivono
e
dal
loro
individuale
temperamento
.
In
questi
casi
,
pur
credendo
di
generare
,
la
critica
della
scelta
non
fa
se
non
riconoscere
e
aiutare
le
espressioni
già
in
via
di
formazione
.
S
'
illude
d
'
essere
madre
,
dove
,
tutto
al
più
,
è
soltanto
levatrice
.
L
'
impossibilità
della
scelta
del
contenuto
compie
il
teorema
dell
indipendenza
dell
'
arte
;
ed
è
anche
il
solo
significato
legittimo
del
motto
:
l
'
arte
per
l
'
arte
.
L
'
arte
è
indipendente
così
dalla
scienza
come
dall
'
utile
e
dalla
morale
.
Né
si
nutra
timore
che
con
ciò
si
riesca
a
giustificare
l
'
arte
frivola
o
fredda
,
perché
ciò
che
è
davvero
frivolo
o
freddo
è
tale
solo
in
quanto
non
è
stato
innalzato
a
espressione
;
o
,
in
altri
termini
,
la
frivolezza
e
la
freddezza
nascono
sempre
dalla
forma
dell
'
elaborazione
estetica
,
dal
mancato
possesso
di
un
contenuto
e
non
dalle
qualità
materiali
del
contenuto
stesso
.
Anche
la
vulgata
sentenza
:
lo
stile
è
l
'
uomo
,
non
si
può
esaminare
e
criticare
in
modo
compiuto
se
non
partendo
dalla
distinzione
fra
il
teoretico
e
il
pratico
e
dal
carattere
teoretico
dell
'
attività
estetica
.
L
'
uomo
non
è
semplice
conoscere
e
contemplare
:
l
'
uomo
è
volontà
,
la
quale
comprende
in
sé
il
momento
conoscitivo
.
Onde
quella
sentenza
o
è
del
tutto
vuota
,
come
nei
casi
in
cui
s
intende
che
lo
stile
sia
l
'
uomo
in
quanto
stile
,
cioè
l
'
uomo
,
si
,
ma
solo
in
quanto
attività
espressiva
;
ovvero
è
erronea
,
sempreché
da
ciò
che
l
'
uomo
ha
visto
ed
espresso
si
pretenda
dedurre
ciò
che
l
'
uomo
ha
fatto
o
voluto
,
affermandosi
,
insomma
,
che
tra
un
conoscere
e
un
volere
ci
sia
legame
di
logica
conseguenza
.
Da
codesta
erronea
identificazione
sono
sorte
molte
leggende
nelle
biografie
degli
artisti
,
sembrando
impossibile
che
chi
espresse
sentimenti
generosi
non
fosse
poi
,
nella
vita
pratica
,
uomo
nobile
e
generoso
;
o
che
chi
fece
dare
molte
pugnalate
nei
suoi
drammi
non
ne
avesse
somministrato
almeno
qualcuna
egli
stesso
nella
vita
reale
.
E
invano
gli
artisti
protestano
col
lasciva
est
nobis
pagina
,
vita
proba
.
Ne
ricavano
,
di
giunta
,
la
taccia
di
bugiardi
o
d
'
ipocriti
.
Oh
,
ben
più
caute
donnicciuole
di
Verona
,
che
almeno
appoggiavate
la
vostra
credenza
,
che
Dante
fosse
sceso
realmente
all
Inferno
,
sul
suo
viso
affumicato
!
La
vostra
,
se
non
altro
,
era
una
congettura
storica
.
E
,
finalmente
,
la
sincerità
imposta
come
obbligo
all
'
artista
(
questa
legge
etica
,
si
dice
,
ch
è
insieme
legge
estetica
)
riposa
sopra
un
altro
doppio
senso
.
Giacché
,
o
per
sincerità
s
'
intende
il
dovere
morale
di
non
ingannare
il
prossimo
;
e
,
in
tal
caso
,
è
cosa
estranea
all
'
artista
.
Il
quale
,
infatti
,
non
inganna
nessuno
,
perché
dà
forma
a
ciò
ch
è
già
nel
suo
animo
,
e
ingannerebbe
solo
se
tradisse
il
suo
dovere
d
'
artista
,
venendo
meno
all
'
intrinseca
necessità
del
compito
suo
.
Se
nel
suo
animo
è
l
'
inganno
e
la
menzogna
,
la
forma
ch
'
egli
dà
a
quei
fatti
,
appunto
perché
estetica
,
non
può
essere
,
essa
,
inganno
o
menzogna
.
L
'
artista
purifica
perfino
l
'
altro
sé
stesso
,
ciarlatano
,
menzognero
,
malvagio
,
col
rappresentarlo
artisticamente
.
Ovvero
per
sincerità
s
'
intende
la
pienezza
e
verità
dell
'
espressione
;
ed
è
chiaro
che
questo
secondo
senso
non
ha
nessun
rapporto
col
concetto
etico
.
La
legge
,
che
si
dice
insieme
etica
ed
estetica
,
si
scopre
,
in
questo
caso
,
nient
'
altro
che
un
vocabolo
usato
insieme
e
dall
Etica
e
dall
Estetica
.
VII
.
ANALOGIA
FRA
IL
TEORETICO
E
IL
PRATICO
.
Il
doppio
grado
,
estetico
e
logico
,
dell
'
attività
teoretica
ha
un
importante
riscontro
,
finora
non
messo
in
luce
come
si
doveva
,
nell
'
attività
pratica
.
Anche
l
'
attività
pratica
si
partisce
in
un
primo
e
secondo
grado
,
questo
implicante
quello
.
Il
primo
grado
pratico
è
l
'
attività
meramente
utile
o
economica
;
il
secondo
,
l
'
attività
morale
.
L
Economia
è
come
l
Estetica
della
vita
pratica
;
la
Morale
,
come
la
Logica
.
Se
ciò
non
è
stato
visto
chiaramente
dai
filosofi
,
se
al
concetto
dell
'
attività
economica
non
è
stato
assegnato
il
posto
conveniente
nel
sistema
dello
spirito
e
lo
si
è
lasciato
errare
,
spesso
incerto
e
poco
elaborato
,
nei
prologhi
dei
trattati
di
Economia
politica
,
questo
si
deve
,
tra
l
'
altro
,
al
fatto
che
l
'
utile
o
economico
è
stato
scambiato
ora
col
concetto
del
tecnico
,
ora
con
quello
dell
'
egoistico
.
La
tecnici
t
à
non
è
,
di
certo
,
una
speciale
attività
dello
spirito
.
Tecnica
è
conoscenza
;
o
,
per
meglio
dire
,
è
la
conoscenza
stessa
in
genere
che
prende
quel
nome
in
quanto
serve
di
base
,
come
abbiamo
visto
,
all
'
azione
pratica
.
Una
conoscenza
,
che
non
è
seguita
,
o
si
presume
che
non
possa
essere
facilmente
seguita
da
un
'
azione
pratica
,
si
chiama
pura
:
la
stessa
conoscenza
,
se
è
seguita
effettivamente
da
quella
,
si
chiama
applicata
:
se
si
presume
che
possa
esser
facilmente
seguita
da
una
particolare
azione
,
applicabile
o
«
tecnica
»
.
Questa
parola
indica
,
dunque
,
una
situazione
in
cui
una
conoscenza
si
trova
o
può
facilmente
trovarsi
,
non
già
una
forma
speciale
di
conoscenza
.
Ciò
è
tanto
vero
che
riuscirebbe
affatto
impossibile
determinare
se
un
certo
ordine
di
conoscenze
sia
,
intrinsecamente
,
puro
o
applicabile
.
Ogni
conoscenza
,
per
astratta
e
filosofica
che
si
voglia
dirla
,
può
esser
guida
di
atti
pratici
:
un
errore
teoretico
nei
principi
ultimi
della
morale
può
riflettersi
,
e
si
riflette
sempre
in
qualche
modo
,
nella
vita
pratica
.
Solo
a
un
dipresso
,
e
in
sede
non
scientifica
,
è
dato
considerare
alcune
verità
come
pure
e
altre
come
applicabili
.
Le
stesse
conoscenze
,
quando
si
chiamano
tecniche
,
possono
chiamarsi
anche
u
t
i
l
i
.
Ma
la
parola
utile
,
conformemente
alla
critica
dei
giudizi
di
valore
fatta
di
sopra
,
è
da
ritenere
qui
come
di
uso
linguistico
o
metaforico
.
Allorché
si
dice
che
l
'
acqua
è
utile
per
spegnere
il
fuoco
,
si
usa
in
modo
non
scientifico
la
parola
utile
.
L
'
acqua
gettata
sul
fuoco
è
causa
che
questo
si
spenga
:
ecco
la
conoscenza
,
che
serve
di
fondamento
all
'
azione
,
poniamo
,
dei
pompieri
.
Tra
l
'
azione
utile
di
chi
spegne
l
'
incendio
,
e
quella
conoscenza
,
e
è
legame
non
di
natura
,
ma
di
semplice
successione
.
La
tecnica
degli
effetti
dell
'
acqua
è
l
'
attività
teoretica
che
precede
;
utile
è
veramente
solo
l
'
azione
di
chi
spegne
il
fuoco
.
Alcuni
economisti
identificano
l
'
utilità
,
cioè
l
'
azione
o
volontà
meramente
economica
,
con
ciò
ch
è
giovevole
all
individuo
in
quanto
individuo
,
senza
,
riguardo
,
anzi
in
piena
opposizione
alla
legge
morale
:
con
l
'
egoistico
.
L
'
egoistico
è
l
immorale
,
e
l
Economia
sarebbe
,
in
tal
caso
,
una
scienza
assai
bizzarra
:
sorgerebbe
,
non
accanto
ma
di
fronte
all
Etica
,
come
il
diavolo
di
fronte
a
Dio
,
o
,
almeno
,
come
l
'
advocatus
diaboli
nei
processi
di
santificazione
.
Un
concetto
siffatto
è
del
tutto
inammessibile
:
la
scienza
dell
immoralità
è
implicita
in
quella
della
moralità
,
come
la
scienza
del
falso
è
implicita
nella
Logica
,
scienza
del
vero
,
e
una
scienza
dell
'
espressione
sbagliata
,
nell
Estetica
,
scienza
dell
'
espressione
riuscita
.
Se
,
dunque
,
l
Economia
fosse
la
trattazione
scientifica
dell
'
egoismo
,
essa
sarebbe
un
capitolo
dell
Etica
,
anzi
l
Etica
stessa
;
perché
ogni
determinazione
di
quel
che
è
morale
importa
,
insieme
,
una
negazione
del
suo
contrario
.
D
'
altra
parte
,
la
coscienza
ci
dice
che
condursi
economicamente
non
è
condursi
egoisticamente
;
che
anche
l
'
uomo
moralmente
più
scrupoloso
deve
condursi
utilmente
(
economicamente
)
,
se
non
vuol
operare
a
caso
e
,
per
conseguenza
,
in
modo
poco
morale
.
Come
,
dunque
,
se
utilità
fosse
egoismo
,
l
'
altruista
avrebbe
il
dovere
di
condursi
da
egoista
?
La
difficoltà
si
risolve
,
se
non
c
inganniamo
,
in
modo
perfettamente
analogo
a
quello
nel
quale
si
risolve
il
problema
delle
relazioni
tra
l
'
espressione
e
il
concetto
,
tra
Estetica
e
Logica
.
Volere
economicamente
è
volere
un
fine
;
volere
moralmente
è
volere
il
fine
razionale
.
Ma
appunto
chi
vuole
e
opera
moralmente
non
può
non
volere
e
operare
utilmente
(
economicamente
)
.
Come
potrebbe
volere
il
fine
razionale
,
se
non
lo
volesse
insieme
come
fine
suo
particolare
?
La
reciproca
non
è
vera
;
come
non
è
vero
in
scienza
estetica
che
il
fatto
espressivo
debba
essere
di
necessità
congiunto
col
fatto
logico
.
Si
può
volere
economicamente
,
senza
volere
moralmente
;
ed
è
possibile
condursi
con
perfetta
coerenza
economica
seguendo
un
fine
obbiettivamente
irrazionale
(
immorale
)
,
o
,
piuttosto
,
che
tale
sarà
giudicato
in
un
grado
superiore
della
coscienza
.
Esempio
di
carattere
economico
disgiunto
da
quello
morale
è
l
'
uomo
del
Machiavelli
,
Cesare
Borgia
,
o
il
Jago
dello
Shakespeare
.
Chi
può
non
ammirare
la
forza
della
loro
volontà
,
benché
l
'
attività
loro
sia
soltanto
economica
e
si
esplichi
in
opposizione
a
ciò
che
noi
giudichiamo
morale
?
Chi
può
non
ammirare
il
ser
Ciappelletto
del
Boccaccio
,
il
quale
,
fin
sul
letto
di
morte
,
persegue
e
mette
in
atto
il
suo
ideale
di
completo
briccone
,
facendo
esclamare
ai
piccioletti
e
timidi
ladruncoli
che
assistono
alla
sua
confessione
canzonatoria
:
Che
uomo
è
costui
il
quale
né
vecchiezza
,
né
infermità
,
né
paura
di
morte
alla
quale
si
vede
vicino
,
né
ancora
di
Dio
,
innanzi
al
giudizio
del
quale
di
qui
a
piccola
ora
si
aspetta
di
dover
essere
,
dalla
sua
malvagità
lo
hanno
potuto
rimuovere
,
né
far
che
così
egli
non
voglia
morire
come
egli
è
vissuto
?
.
L
'
uomo
morale
congiunge
alla
pertinacia
e
impavidità
di
un
Cesare
Borgia
,
di
un
Jago
,
o
di
un
ser
Ciappelletto
,
la
buona
volontà
del
santo
o
dell
'
eroe
.
O
,
meglio
,
la
buona
volontà
non
sarebbe
volontà
e
,
per
conseguenza
,
neanche
buona
,
se
,
oltre
il
lato
che
la
rende
buona
,
non
avesse
quello
che
la
fa
volontà
.
Così
un
pensiero
logico
che
non
riesca
a
esprimersi
non
è
pensiero
,
ma
,
tutt
'
al
più
,
presentimento
confuso
di
un
pensiero
di
là
da
venire
.
Non
è
esatto
,
dunque
,
concepire
l
'
uomo
amorale
come
insieme
antieconomico
,
o
far
della
morale
un
elemento
di
coerenza
negli
atti
della
vita
e
perciò
di
economicità
.
Niente
ci
vieta
di
supporre
(
ipotesi
che
si
verifica
almeno
in
certi
periodi
e
momenti
,
se
non
per
vite
intere
;
e
in
senso
eminente
se
non
in
senso
totale
e
assoluto
)
un
uomo
affatto
privo
di
coscienza
morale
.
In
un
uomo
così
conformato
,
quella
che
per
noi
è
immoralità
,
per
lui
non
è
tale
,
perché
non
sentita
come
tale
.
E
non
può
nascere
in
lui
la
coscienza
della
contradizione
tra
ciò
che
si
vuole
come
fine
razionale
e
ciò
cui
si
corre
dietro
egoisticamente
:
contradizione
,
ch
è
antieconomicità
.
Il
procedere
immorale
diventa
insieme
antieconomico
solo
nell
'
uomo
fornito
di
coscienza
morale
.
Infatti
,
il
rimorso
morale
,
che
è
l
'
indice
di
questa
,
è
,
insieme
,
rimorso
economico
:
dolore
,
cioè
,
di
non
aver
saputo
volere
completamente
e
raggiungere
quell
'
ideale
morale
che
si
era
voluto
in
un
primo
momento
,
innanzi
di
lasciarsi
sviare
dalle
passioni
.
Video
meliora
proboque
,
deteriora
sequor
.
Il
video
e
il
probo
sono
qui
un
volo
iniziale
e
tosto
contradetto
e
soverchiato
.
In
luogo
del
rimorso
morale
si
deve
ammettere
nell
'
uomo
privo
di
senso
morale
,
un
rimorso
meramente
economico
:
come
sarebbe
quello
di
un
ladro
o
di
un
assassino
,
il
quale
,
già
sul
punto
dI
rubare
o
assassinare
,
se
ne
astenga
,
non
per
una
conversione
del
suo
essere
,
ma
per
impressionabilità
e
smarrimento
,
o
anche
per
momentaneo
risveglio
di
coscienza
morale
.
Tornato
in
sé
,
quel
ladro
o
quell
'
assassino
avrà
vergogna
e
rimorso
della
sua
incoerenza
:
rimorso
non
di
aver
fatto
il
male
,
ma
di
non
averlo
fatto
;
rimorso
,
dunque
,
economico
e
non
morale
,
essendo
quest
'
ultimo
escluso
per
ipotesi
.
Che
poi
,
ordinariamente
,
per
esser
viva
la
coscienza
morale
nel
comune
degli
uomini
e
l
'
assenza
totale
di
essa
una
rara
e
forse
inesistente
mostruosità
,
la
moralità
coincida
con
l
'
economicità
nella
pratica
della
vita
,
può
ben
concedersi
.
E
non
si
tema
che
l
'
analogia
da
noi
affermata
introduca
da
capo
in
etica
la
categoria
del
moralmente
indifferente
,
di
ciò
ch
è
bensì
azione
o
volizione
,
ma
non
è
né
morale
né
immorale
:
quella
categoria
,
insomma
,
del
lecito
e
del
permissivo
,
ch
è
stata
sempre
causa
o
specchio
di
corruttela
etica
,
come
si
vide
nella
morale
gesuitica
,
dove
essa
dominava
.
Resta
ben
saldo
che
azioni
moralmente
indifferenti
non
esistono
,
perché
l
'
attività
morale
pervade
e
deve
pervadere
ogni
più
piccolo
movimento
volitivo
dell
'
uomo
.
Ma
ciò
,
anziché
scuotere
il
parallelo
istituito
,
lo
conferma
.
Vi
sono
forse
intuizioni
che
l
'
intelletto
e
la
scienza
non
pervadano
e
analizzino
,
sciogliendole
in
concetti
universali
o
mutandole
in
affermazioni
storiche
?
Abbiamo
già
visto
che
la
vera
scienza
,
la
filosofia
,
non
conosce
limiti
estrinseci
innanzi
ai
quali
debba
arrestarsi
,
come
invece
accade
alle
cosiddette
scienze
naturali
.
Scienza
e
morale
dominano
interamente
l
'
una
le
rappresentazioni
estetiche
,
l
'
altra
le
volizioni
economiche
dell
'
uomo
;
benché
poi
l
'
una
e
l
'
altra
non
possano
in
concreto
apparir
mai
se
non
in
forma
estetica
l
'
una
,
economica
l
'
altra
.
Questa
identità
e
differenza
insieme
dell
'
utile
e
del
morale
,
dell
'
economico
e
dell
'
etico
,
spiega
la
fortuna
che
ha
avuto
,
e
ha
ancora
,
la
teoria
utilitaria
dell
Etica
.
Infatti
,
è
facile
ritrovare
e
porre
in
mostra
in
qualsiasi
azione
morale
un
lato
utilitario
;
com
è
facile
mostrare
in
ogni
proposizione
logica
un
lato
estetico
.
La
critica
dell
'
utilitarismo
etico
non
può
muovere
dal
negare
questa
verità
,
affannandosi
a
cercare
esempi
inesistenti
e
assurdi
di
azioni
morali
inutili
;
ma
deve
anzi
ammettere
il
lato
utilitario
e
spiegarlo
come
la
forma
concreta
della
moralità
,
la
quale
consiste
in
ciò
ch
è
d
entro
questa
forma
:
un
di
dentro
,
che
gli
utilitaristi
non
scorgono
.
Non
è
questo
il
luogo
dove
si
possano
svolgere
con
la
debita
ampiezza
tali
idee
;
ma
l
Etica
e
l
Economica
(
come
abbiamo
detto
della
Logica
e
dell
Estetica
)
non
potranno
non
avvantaggiarsi
entrambe
di
una
più
esatta
determinazione
dei
rapporti
che
intercedono
tra
loro
.
Al
concetto
attivistico
dell
'
utile
si
va
ora
lentamente
sollevando
la
scienza
economica
col
tentar
di
superare
la
fase
matematicistica
,
nella
quale
ancora
si
trova
impigliata
:
fase
ch
è
stata
progressiva
,
a
sua
volta
,
per
superare
lo
storicismo
,
ossia
la
confusione
del
teorico
con
lo
storico
,
e
per
distruggere
una
serie
di
distinzioni
arbitrarie
e
di
false
teorie
economiche
.
Con
quel
concetto
sarà
agevole
,
da
una
parte
,
accogliere
e
inverare
le
teorie
semifilosofiche
della
cosiddetta
Economia
pura
,
e
,
dall
'
altra
,
introducendo
successive
complicazioni
e
aggiunte
,
e
facendo
passaggio
dal
metodo
filosofico
all
'
empirico
o
naturalistico
,
discendere
alle
teorie
particolari
del
]
Economia
politica
o
nazionale
delle
scuole
.
Come
l
'
intuizione
estetica
conosce
il
fenomeno
o
la
natura
,
e
il
concetto
filosofico
,
il
noumeno
o
lo
spirito
,
così
l
'
attività
economica
vuole
il
fenomeno
o
la
natura
,
e
quella
morale
il
noumeno
o
lo
spirito
.
Lo
spirito
che
vuole
sé
stesso
,
il
vero
sé
stesso
,
l
'
universale
ch
è
nello
spirito
empirico
e
finito
:
ecco
la
formola
,
che
forse
meno
impropriamente
definisce
il
concetto
della
moralità
.
Questa
volizione
del
vero
sé
stesso
è
l
'
assoluta
l
i
b
e
r
t
à
.
VIII
.
ESCLUSIONE
DI
ALTRE
FORME
SPIRITUALI
.
In
questo
schizzo
sommario
che
abbiamo
dato
dell
'
intera
Filosofia
dello
spirito
nei
suoi
momenti
fondamentali
,
lo
spirito
è
concepito
,
dunque
,
come
percorrente
quattro
momenti
o
gradi
,
disposti
in
modo
che
l
'
attività
teoretica
stia
alla
pratica
come
il
primo
grado
teoretico
sta
al
secondo
teoretico
e
il
primo
pratico
al
secondo
pratico
.
I
quattro
momenti
s
'
implicano
regressivamente
per
la
loro
concretezza
:
il
concetto
non
può
stare
senza
l
'
espressione
,
l
'
utile
senza
l
'
una
e
l
'
altro
,
e
la
moralità
senza
i
tre
gradi
che
precedono
.
Se
soltanto
il
fatto
estetico
è
,
in
certo
senso
,
indipendente
,
e
gli
altri
sono
più
o
meno
dipendenti
,
il
meno
spetta
al
pensiero
logico
e
il
più
alla
volontà
morale
.
L
'
intenzione
morale
opera
su
date
basi
teoretiche
,
dalle
quali
non
può
prescindere
,
salvo
che
non
si
voglia
ammettere
quell
'
assurdo
pratico
,
ch
'
è
la
gesuitica
direzione
d
intenzione
,
in
cui
si
finge
a
sé
stesso
di
non
sapere
ciò
che
si
sa
troppo
bene
.
Se
l
'
attività
umana
assume
quattro
forme
,
quattro
sono
anche
le
forme
del
genio
o
della
genialità
.
Veramente
,
geni
dell
'
arte
,
della
scienza
,
della
volontà
morale
o
eroi
,
sono
stati
sempre
riconosciuti
.
Ma
il
genio
della
pura
economicità
ha
suscitato
ripugnanza
;
e
non
senza
qualche
ragione
si
è
foggiata
una
categoria
di
cattivi
geni
o
i
geni
del
male
.
Il
genio
pratico
,
meramente
economico
,
che
non
si
dirige
a
un
fine
razionale
,
non
può
non
destare
un
'
ammirazione
mista
di
spavento
.
Disputare
poi
se
la
parola
«
genio
»
si
debba
dare
solo
ai
creatori
di
espressioni
estetiche
,
o
anche
ai
ricercatori
della
scienza
e
agli
uomini
dell
'
azione
,
sarebbe
far
questione
di
parole
.
E
osservare
,
d
'
altra
parte
,
che
il
genio
,
di
qualunque
specie
sia
,
è
sempre
un
concetto
quantitativo
e
una
distinzione
empirica
,
sarebbe
ripetere
ciò
che
si
è
già
spiegato
a
proposito
della
genialità
artistica
.
Una
quinta
forma
di
attività
dello
spirito
non
esiste
.
Sarebbe
agevole
andare
mostrando
come
tutte
le
altre
forme
o
non
abbiano
carattere
di
attività
o
siano
varianti
verbali
delle
attività
già
esaminate
o
fatti
complessi
e
derivati
,
nei
quali
le
varie
attività
si
mescolano
e
si
riempiono
di
contenuti
particolari
e
contingenti
.
Per
esempio
,
il
fatto
giuridico
,
considerato
in
quel
che
si
suole
chiamare
diritto
oggettivo
,
deriva
dalla
attività
economica
e
dalla
logica
insieme
:
il
diritto
è
una
regola
,
una
formola
(
orale
o
scritta
,
qui
importa
poco
)
,
in
cui
è
fissato
un
rapporto
economico
voluto
da
un
individuo
o
da
una
collettività
e
che
per
questo
lato
economico
si
unisce
e
si
distingue
insieme
dall
'
attività
morale
.
Un
altro
esempio
:
la
sociologia
viene
talvolta
concepita
(
ed
è
uno
dei
tanti
significati
che
prende
ai
tempi
nostri
questa
parola
)
come
lo
studio
di
un
elemento
originario
,
che
si
dice
socialità
.
Ma
che
cosa
distingue
la
socialità
,
ossia
i
rapporti
che
si
sviluppano
in
un
'
accolta
di
uomini
e
non
già
in
una
di
esseri
subumani
,
se
non
appunto
le
varie
attività
spirituali
che
sono
nei
primi
e
che
si
suppone
non
siano
,
o
siano
solo
in
grado
rudimentale
,
nei
secondi
?
La
socialità
,
dunque
,
nonché
concetto
originario
,
semplice
,
irriducibile
,
è
concetto
molto
complesso
e
complicato
.
Prova
ne
sia
l
'
impossibilità
,
generalmente
riconosciuta
,
di
enunciare
una
sola
legge
propriamente
sociologica
.
Quelle
che
impropriamente
si
chiamano
con
tal
nome
,
si
svelano
o
empiriche
osservazioni
storiche
o
leggi
spirituali
(
ossia
giudizi
nei
quali
si
traducono
i
concetti
delle
attività
spirituali
)
;
quando
non
si
disperdano
addirittura
in
vaghe
e
vuote
generalità
,
come
la
cosiddetta
legge
dell
'
evoluzione
.
E
talvolta
per
socialità
non
s
'
intende
altro
che
regola
sociale
,
e
quindi
Diritto
;
nella
quale
accezione
la
sociologia
si
confonde
con
la
scienza
e
teoria
del
diritto
.
Diritto
,
socialità
e
simili
concetti
sono
,
insomma
,
da
trattare
in
modo
analogo
a
quello
onde
abbiamo
considerato
e
risoluto
la
storicità
e
la
tecnica
.
Può
parere
che
altro
giudizio
convenga
fare
dell
'
attività
religiosa
.
Ma
la
religione
è
,
in
verità
,
conoscenza
,
e
non
si
distingue
dalle
altre
forme
e
sottoforme
di
questa
,
perché
,
a
volta
a
volta
,
è
espressione
di
aspirazioni
e
d
'
ideali
pratici
(
ideali
religiosi
)
o
racconto
storico
(
leggenda
)
o
scienza
per
concetti
(
dommatica
)
.
Perciò
può
alla
pari
sostenersi
,
e
che
la
religione
venga
distrutta
dal
progresso
della
conoscenza
umana
,
e
che
essa
persista
sempre
in
questa
.
Religione
era
tutto
il
patrimonio
di
conoscenze
dei
popoli
primitivi
:
il
nostro
patrimonio
di
conoscenze
è
la
nostra
religione
.
Il
contenuto
si
è
mutato
,
migliorato
,
affinato
,
e
muterà
e
migliorerà
e
si
affinerà
ancora
in
futuro
;
ma
la
forma
è
sempre
la
medesima
.
Coloro
che
accanto
alla
attività
teoretica
del
]
'
uomo
,
alla
sua
arte
,
alla
sua
critica
,
alla
sua
filosofia
,
vogliono
serbare
una
religione
,
non
sappiamo
poi
a
quale
uso
se
ne
varrebbero
.
È
impossibile
conservare
una
conoscenza
imperfetta
e
inferiore
,
quale
è
la
religiosa
,
accanto
a
ciò
che
l
ha
superata
e
inverata
.
Il
cattolicismo
,
sempre
coerente
,
non
tollera
una
scienza
,
una
storia
,
un
'
etica
in
contradizione
con
le
sue
concezioni
e
dottrine
;
meno
coerenti
,
i
razionalisti
si
dispongono
a
fare
un
po
di
largo
nelle
loro
anime
a
una
religione
,
ch
è
in
contradizione
con
tutto
il
loro
mondo
teoretico
.
Queste
smancerie
e
tenerezze
religiose
dei
razionalisti
ai
nostri
tempi
derivano
,
in
ultima
analisi
,
dal
culto
superstizioso
,
che
si
è
prodigato
alle
scienze
naturali
.
Le
quali
,
come
sappiamo
,
e
come
oramai
esse
medesime
confessano
per
bocca
dei
loro
maggiori
cultori
,
sono
tutte
circondate
da
limiti
.
Identificata
a
torto
la
Scienza
con
le
cosiddette
scienze
naturali
,
era
da
prevedere
che
si
sarebbe
dovuto
chiedere
il
complemento
alla
religione
:
quel
complemento
di
cui
lo
spirito
dell
'
uomo
non
può
far
di
meno
.
Al
materialismo
,
al
positivismo
,
al
naturalismo
noi
siamo
,
dunque
,
debitori
di
questa
malsana
,
e
spesso
non
ingenua
,
rifioritura
di
esaltazione
religiosa
,
che
è
roba
da
ospedale
quando
non
è
roba
da
politici
.
La
filosofia
toglie
ogni
ragion
d
'
essere
alla
religione
,
perché
le
si
sostituisce
.
Quale
scienza
dello
spirito
,
essa
guarda
alla
religione
come
a
un
fenomeno
,
a
un
fatto
storico
e
transitorio
,
a
uno
stato
psichico
superabile
.
E
se
divide
il
regno
della
conoscenza
con
le
discipline
naturali
,
con
la
storia
e
con
l
'
arte
,
lasciando
alle
prime
il
contare
e
misurare
e
classificare
,
alla
seconda
il
rappresentare
l
'
individuale
accaduto
e
alla
terza
quello
possibile
;
non
ha
nulla
da
spartire
con
la
religione
.
Per
la
stessa
ragione
,
in
quanto
scienza
dello
spirito
,
la
filosofia
non
può
essere
filosofia
del
dato
intuitivo
;
epperò
,
come
si
è
veduto
,
né
filosofia
della
storia
né
filosofia
della
natura
,
non
potendosi
concepire
scienza
filosofica
di
ciò
che
non
è
forma
e
universale
,
ma
materia
e
particolare
.
Il
che
torna
ad
affermare
l
'
impossibilità
della
Metafisica
.
Alla
filosofia
della
storia
è
succeduta
la
metodologia
o
logica
della
storia
;
a
quella
della
natura
,
una
gnoseologia
dei
concetti
che
si
adoperano
nelle
scienze
naturali
.
Quel
che
la
filosofia
può
studiare
della
storia
è
il
modo
come
essa
si
costruisce
(
intuizione
,
percezione
,
documento
,
probabilità
,
ecc
.
)
;
quel
che
può
studiare
delle
scienze
naturali
sono
le
forme
di
concetti
che
le
costituiscono
(
spazio
,
tempo
,
moto
,
numero
,
tipi
,
classi
,
ecc
.
)
.
La
filosofia
,
che
si
atteggia
come
metafisica
nel
senso
sopraindicato
,
pretenderebbe
,
invece
,
muovere
concorrenza
alla
storia
e
alle
scienze
naturali
,
le
sole
legittime
e
capaci
nel
loro
campo
;
e
concorrenza
che
non
potrebbe
non
riuscire
,
nel
fatto
,
cosa
da
guastamestieri
.
In
questo
significato
noi
ci
dichiariamo
antimetafisici
,
pur
dichiarandoci
ultrametafisici
,
allorché
si
voglia
con
quella
parola
rivendicare
e
affermare
l
'
ufficio
della
filosofia
come
autocoscienza
dello
spirito
,
distinto
dall
'
ufficio
meramente
empirico
e
classificatorio
delle
scienze
naturali
.
La
Metafisica
,
per
sostenersi
accanto
alle
scienze
dello
spirito
,
ha
dovuto
postulare
una
specifica
attività
dello
spirito
della
quale
essa
sarebbe
l
'
opera
perpetua
.
Chiamata
,
nell
'
antichità
,
fantasia
mentale
o
superiore
,
e
nei
tempi
moderni
,
più
spesso
,
intelletto
intuitivo
o
intuizione
intellettuale
,
quest
'
attività
riunirebbe
in
forma
tutta
propria
il
carattere
della
fantasia
e
quello
dell
intelletto
;
darebbe
il
modo
di
passare
per
deduzione
o
per
dialettica
dall
infinito
al
finito
,
dalla
forma
alla
materia
,
dal
concetto
all
'
intuizione
,
dalla
scienza
alla
storia
,
operando
con
un
metodo
che
compenetrerebbe
universale
e
particolare
,
astratto
e
concreto
,
intuizione
e
intelletto
.
Facoltà
veramente
mirabile
e
che
non
sappiamo
se
poi
sarebbe
gran
vantaggio
o
gran
danno
possedere
;
ma
di
cui
chi
,
come
noi
,
non
la
possiede
,
non
ha
modo
di
assodare
l
'
esistenza
.
L
intuizione
intellettuale
è
stata
talvolta
considerata
come
la
vera
attività
estetica
;
tal
'
altra
le
è
stata
collocata
accanto
,
o
sotto
,
o
sopra
,
una
facoltà
estetica
non
meno
mirabile
,
affatto
diversa
dalla
semplice
intuizione
,
e
della
quale
si
sono
celebrate
le
glorie
,
attribuendole
la
produzione
dell
'
arte
,
o
almeno
alcuni
gruppi
,
arbitrariamente
messi
insieme
,
di
produzione
artistica
.
Arte
,
religione
e
filosofia
sono
sembrate
a
volte
una
sola
,
a
volte
tre
distinte
facoltà
dello
spirito
,
restando
ora
questa
ora
quella
di
esse
superiore
nella
dignità
assegnata
a
ciascuna
.
È
impossibile
enumerare
tutti
i
vari
atteggiamenti
,
che
ha
assunto
e
che
può
assumere
questa
concezione
,
che
diremo
mistica
,
dell
Estetica
.
Con
essa
siamo
nei
domini
,
non
più
della
scienza
della
fantasia
,
ma
della
fantasia
stessa
,
che
crea
il
suo
mondo
con
gli
elementi
mutevoli
delle
impressioni
e
del
sentimento
.
Basti
accennare
che
quella
facoltà
misteriosa
è
stata
concepita
ora
come
pratica
,
ora
come
media
fra
la
teoretica
e
la
pratica
,
talvolta
ancora
come
forma
teoretica
concorrente
con
la
religione
e
con
la
filosofia
.
Da
quest
'
ultima
concezione
è
stata
talvolta
dedotta
l
'
immortalità
dell
'
arte
,
come
appartenente
insieme
con
le
due
sorelle
alla
sfera
dello
spirito
assoluto
.
Tal
'
altra
,
invece
,
considerando
che
la
religione
è
mortale
e
si
dissolve
nella
filosofia
,
è
stata
annunziata
la
mortalità
,
anzi
la
morte
già
accaduta
,
o
almeno
l
'
agonia
,
dell
'
arte
.
Questione
che
per
noi
non
ha
significato
;
giacché
,
posto
che
la
forma
dell
'
arte
è
un
grado
necessario
dello
spirito
,
domandare
se
l
'
arte
sia
eliminabile
sarebbe
né
più
né
meno
come
domandare
se
sia
eliminabile
la
sensazione
o
l
'
intelligenza
.
Ma
la
Metafisica
nel
senso
predetto
,
trasportandoci
in
un
mondo
arbitrario
,
è
incriticabile
nei
suoi
particolari
,
come
non
si
critica
la
botanica
del
giardino
di
Alcina
o
la
cinetica
del
viaggio
di
Astolfo
.
La
critica
si
fa
soltanto
,
ricusando
di
entrare
nel
gioco
;
rigettando
,
cioè
,
la
possibilità
stessa
della
Metafisica
,
sempre
nel
significato
sopradetto
.
Non
,
dunque
,
intuizione
intellettuale
nella
filosofia
,
né
il
surrogato
o
l
'
analogo
di
essa
nell
'
arte
,
l
'
intuizione
intellettuale
estetica
.
Oltre
i
quattro
gradi
dello
spirito
che
la
coscienza
ci
rivela
,
non
esiste
(
sia
lecito
insistere
)
un
quinto
grado
,
una
quinta
e
suprema
facoltà
teoretica
o
teoretico
-
pratica
,
fantastico
-
intellettuale
o
intellettuale
-
fantastica
,
o
come
altro
si
tenti
di
concepirla
.
IX
.
INDIVISIBILITÀ
DELL
'
ESPRESSIONE
IN
MODI
O
GRADI
E
CRITICA
DELLA
RETTORICA
.
Si
sogliono
dare
lunghi
cataloghi
dei
caratteri
dell
'
arte
;
ma
a
noi
,
giunti
a
questo
punto
della
trattazione
,
dopo
avere
considerato
l
'
arte
come
attività
spirituale
,
come
attività
teoretica
e
come
speciale
attività
teoretica
(
intuitiva
)
,
è
dato
agevolmente
scorgere
che
quelle
numerose
e
svariate
determinazioni
di
caratteri
,
tutte
le
volte
che
accennano
a
qualcosa
di
reale
,
non
fanno
altro
che
ripresentare
ciò
che
abbiamo
già
conosciuto
come
genere
,
specie
e
individualità
della
forma
estetica
.
Alla
determinazione
generica
si
riducono
,
come
si
è
osservato
,
i
caratteri
,
o
,
meglio
,
le
varianti
verbali
dell
'
unità
,
dell
'
unità
nella
varietà
,
della
semplicità
,
dell
'
originalità
,
e
via
dicendo
;
alla
specifica
,
la
verità
,
la
schiettezza
,
e
simili
;
alla
individuale
,
la
vita
,
la
vivacità
,
l
'
animazione
,
la
concretezza
,
l
individualità
,
la
caratteristicità
.
Le
parole
possono
cangiare
ancora
,
ma
non
apporteranno
scientificamente
nulla
di
nuovo
.
L
'
analisi
dell
'
espressione
in
quanto
tale
è
esaurita
coi
caratteri
esposti
di
sopra
.
Si
potrebbe
invece
domandare
a
questo
punto
se
vi
siano
modi
o
gradi
dell
'
espressione
;
se
,
distinti
nell
'
attività
dello
spirito
due
gradi
,
ciascuno
dei
quali
suddiviso
in
altri
due
,
uno
di
questi
,
l
'
intuitivo
-
espressivo
,
non
si
suddivida
a
sua
volta
in
due
o
più
modi
intuitivi
,
in
un
primo
,
secondo
o
terzo
grado
di
espressione
.
Ma
questa
ulteriore
divisione
è
impossibile
;
una
classificazione
delle
intuizioni
-
espressioni
è
bensì
lecita
,
ma
non
è
filosofica
;
i
singoli
fatti
espressivi
sono
altrettanti
individui
,
l
'
uno
non
ragguagliabile
con
l
'
altro
se
non
nella
comune
qualità
di
espressione
.
Per
adoperare
il
linguaggio
delle
scuole
,
l
'
espressione
è
una
specie
,
che
non
può
fungere
a
sua
volta
da
genere
.
Variano
le
impressioni
ossia
i
contenuti
;
ogni
contenuto
è
diverso
da
ogni
altro
,
perché
niente
si
ripete
nella
vita
;
e
al
variare
continuo
dei
contenuti
corrisponde
la
varietà
irriducibile
delle
forme
espressive
,
sintesi
estetiche
delle
impressioni
.
Corollario
di
ciò
è
l
'
impossibilità
delle
traduzioni
,
in
quanto
abbiano
la
pretesa
di
compiere
il
travasamento
di
un
'
espressione
in
un
'
altra
,
come
di
un
liquido
da
un
vaso
in
un
altro
di
diversa
forma
.
Si
può
elaborare
logicamente
ciò
che
prima
era
stato
elaborato
in
forma
estetica
,
ma
non
ridurre
ciò
che
ha
avuto
già
la
sua
forma
estetica
ad
altra
forma
anche
estetica
.
Ogni
traduzione
,
infatti
,
o
sminuisce
e
guasta
,
ovvero
crea
una
nuova
espressione
,
rimettendo
la
prima
nel
crogiuolo
e
mescolandola
con
le
impressioni
personali
di
colui
che
si
chiama
traduttore
.
Nel
primo
caso
l
'
espressione
resta
sempre
una
,
quella
dell
'
originale
,
essendo
l
'
altra
più
o
meno
deficiente
,
cioè
non
propriamente
espressione
:
nell
'
altro
,
saranno
,
sì
,
due
,
ma
di
due
contenuti
diversi
.
Brutte
fedeli
o
belle
infedeli
;
questo
detto
proverbiale
coglie
bene
il
dilemma
,
che
ogni
traduttore
si
trova
innanzi
.
Le
traduzioni
inestetiche
,
come
quelle
letterali
o
parafrastiche
,
sono
poi
da
considerare
semplici
comenti
degli
originali
.
L
'
indebita
divisione
delle
espressioni
in
vari
gradi
è
nota
in
letteratura
col
nome
di
dottrina
dell
'
ornato
o
delle
categorie
rettoriche
.
Ma
anche
negli
altri
gruppi
di
arte
simili
tentativi
di
distinzione
non
mancano
:
basta
ricordare
le
forme
realistica
e
simbolica
,
di
cui
così
di
frequente
si
parla
in
pittura
e
scultura
.
E
realistico
e
simbolico
,
oggettivo
e
soggettivo
,
classico
e
romantico
,
semplice
e
ornato
,
proprio
e
metaforico
,
e
le
quattordici
forme
delle
metafore
,
e
le
figure
di
parola
e
di
sentenza
,
e
il
pleonasmo
,
e
l
'
ellissi
,
e
l
'
inversione
,
la
ripetizione
e
i
sinonimi
e
gli
omonimi
,
queste
e
tutte
le
altre
determinazioni
di
modi
e
gradi
dell
'
espressione
scoprono
la
loro
nullità
filosofica
quando
cercano
di
svolgersi
in
definizioni
precise
,
perché
allora
o
annaspano
nel
vuoto
o
cadono
nell
'
assurdo
.
Esempio
tipico
,
la
comunissima
definizione
della
metafora
,
come
di
un
'
altra
parola
messa
in
luogo
della
parola
propria
.
E
perché
darsi
quest
'
incomodo
,
perché
sostituire
alla
parola
propria
la
impropria
e
prendere
la
via
più
lunga
e
peggiore
,
quando
è
nota
la
più
corta
e
migliore
?
Forse
perché
,
come
si
suo
]
dire
volgarmente
,
la
parola
propria
,
in
certi
casi
,
non
è
tanto
espressiva
quanto
la
pretesa
parola
impropria
o
metafora
?
Ma
,
se
così
è
,
la
metafora
è
appunto
,
in
quel
caso
,
la
parola
«
propria
»
;
e
quella
che
si
suol
chiamare
propria
,
se
fosse
adoperata
in
quel
caso
,
sarebbe
poco
espressiva
e
perciò
improprissima
.
Simili
osservazioni
di
elementare
buon
senso
si
possono
ripetere
a
proposito
delle
altre
categorie
e
di
quella
stessa
,
generale
,
dell
'
ornato
,
e
qui
,
per
es
.
,
domandare
come
un
ornamento
si
congiunga
con
l
'
espressione
.
Esternamente
?
e
rimane
sempre
diviso
dall
'
espressione
.
Internamente
?
e
in
questo
secondo
caso
o
non
serve
all
'
espressione
e
la
guasta
,
o
ne
fa
parte
,
e
non
è
ornamento
ma
elemento
costitutivo
dell
'
espressione
,
indivisibile
e
indistinguibile
nell
'
unità
di
essa
.
Quanto
male
abbiano
prodotto
le
distinzioni
rettoriche
non
occorre
dire
:
contro
la
rettorica
si
è
già
abbastanza
declamato
,
quantunque
,
pure
ribellandosi
contro
le
conseguenze
,
se
ne
conservino
in
pari
tempo
preziosamente
(
forse
per
dare
saggio
di
filosofica
coerenza
)
i
principi
.
In
letteratura
le
categorie
rettoriche
hanno
contribuito
,
se
non
a
far
prevalere
,
almeno
a
giustificare
teoricamente
quel
particolare
modo
di
scriver
male
,
ch
'
è
lo
scriver
bene
o
secondo
rettorica
.
I
vocaboli
,
che
abbiamo
menzionati
,
non
uscirebbero
dalle
scuole
,
nelle
quali
ciascuno
di
noi
li
ha
appresi
(
salvo
poi
a
non
trovare
il
modo
di
valersene
nelle
discussioni
strettamente
estetiche
,
o
a
ricordarli
solo
scherzosamente
e
con
una
tinta
comica
)
,
se
talvolta
non
fossero
adoperati
in
uno
dei
seguenti
tre
significati
:
l
°
come
varianti
verbali
del
concetto
estetico
;
2°
come
indicazioni
dell
'
antiestetico
;
o
infine
(
ch
è
l
'
uso
più
importante
)
3°
in
servigio
non
più
dell
'
arte
e
dell
'
estetica
,
ma
della
scienza
e
della
logica
.
l
)
Le
espressioni
,
considerate
direttamente
o
positivamente
,
non
si
dividono
in
classi
;
ma
vi
sono
,
per
altro
,
espressioni
riuscite
e
altre
restate
a
mezzo
o
sbagliate
,
le
perfette
e
le
imperfette
,
le
valide
e
le
deficienti
.
I
vocaboli
ricordati
,
e
gli
altri
della
stessa
sorta
,
possono
dunque
indicare
,
talvolta
,
l
'
espressione
riuscita
e
le
varie
conformazioni
di
quelle
sbagliate
;
benché
sogliono
fare
ciò
nel
modo
più
incostante
e
capriccioso
,
tanto
che
il
medesimo
vocabolo
serve
ora
a
designare
il
perfetto
,
ora
a
condannare
l
imperfetto
.
Per
esempio
,
ci
sarà
chi
,
innanzi
a
due
quadri
,
l
'
uno
privo
d
ispirazione
,
nel
quale
l
'
autore
ha
inintelligentemente
copiato
oggetti
naturali
,
e
l
'
altro
,
bene
ispirato
ma
che
non
trova
riscontro
ovvio
in
oggetti
esistenti
,
chiamerà
il
primo
realistico
e
il
secondo
simbolico
.
Per
contrario
,
altri
innanzi
a
un
quadro
fortemente
sentito
,
raffigurante
una
scena
della
vita
ordinaria
,
pronunzierà
la
parola
realistico
,
e
innanzi
a
un
altro
quadro
che
freddamente
allegorizzi
,
quella
di
simbolico
.
C
evidente
che
nel
primo
caso
simbolico
significa
artistico
,
e
realistico
antiartistico
;
laddove
,
nel
secondo
caso
,
realistico
è
sinonimo
di
artistico
e
simbolico
di
antiartistico
.
Quale
meraviglia
se
alcuni
sostengano
poi
calorosamente
che
la
vera
forma
artistica
è
la
simbolica
,
e
che
la
realistica
è
antiartistica
;
e
altri
che
artistica
è
la
realistica
,
e
antiartistica
la
simbolica
?
e
come
non
dare
ragione
e
agli
uni
e
agli
altri
,
una
volta
che
ciascuno
adopera
quelle
parole
in
significati
tanto
diversi
?
Le
grandi
dispute
intorno
al
classicismo
e
al
romanticismo
si
aggiravano
di
frequente
sopra
equivoci
di
questo
genere
.
Il
primo
veniva
inteso
talora
come
l
'
artisticamente
perfetto
,
il
secondo
come
il
disarmonico
e
imperfetto
;
ma
,
altra
volta
,
classico
valeva
freddo
e
artificioso
,
e
romantico
,
schietto
,
caloroso
,
efficace
,
veramente
espressivo
.
Così
si
poteva
sempre
con
ragione
parteggiare
per
il
classico
contro
il
romantico
o
per
il
romantico
contro
il
classico
.
Accade
il
medesimo
per
la
parola
stile
.
Talora
si
asserisce
che
ogni
scrittore
deve
avere
stile
;
e
,
in
questo
caso
,
stile
è
sinonimo
di
forma
o
espressione
.
Tal
'
altra
si
qualifica
priva
di
stile
la
forma
di
un
codice
di
leggi
o
di
un
libro
di
matematica
;
e
qui
si
ricade
nell
'
errore
di
porre
due
modi
diversi
di
espressioni
,
e
un
'
espressione
ornata
e
un
'
altra
nuda
,
perché
,
se
stile
è
forma
,
si
deve
ammettere
,
parlando
con
rigore
,
che
codice
e
trattato
di
matematica
abbiano
anch
'
essi
il
loro
stile
.
Altra
volta
ancora
si
ode
dai
critici
biasimare
chi
mette
troppo
stile
,
chi
fa
dello
stile
;
e
qui
è
chiaro
che
stile
significa
,
non
la
forma
né
un
modo
di
questa
,
ma
l
'
espressione
impropria
e
pretensiosa
,
una
specie
di
antiartistico
.
2
)
Il
secondo
uso
non
del
tutto
vuoto
di
queste
distinzioni
e
vocaboli
s
'
incontra
allorché
,
per
esempio
,
nell
'
esame
di
una
composizione
letteraria
,
si
ode
notare
:
In
questo
punto
è
un
pleonasmo
,
in
quest
'
altro
un
'
ellissi
,
in
quest
'
altro
una
metafora
,
in
quest
'
altro
ancora
un
sinonimo
o
un
equivoco
.
E
s
'
intende
dire
:
Qui
è
un
errore
consistente
nell
'
aver
messo
un
numero
di
parole
maggiore
del
necessario
(
pleonasmo
)
;
qui
invece
,
l
'
errore
nasce
dall
'
averne
messe
troppo
poche
(
ellissi
)
;
qui
,
da
una
parola
impropria
(
metafora
)
;
qui
,
da
due
parole
,
che
sembrano
dire
cose
diverse
,
laddove
dicono
lo
stesso
(
sinonimo
)
;
qui
,
per
contrario
,
da
un
'
unica
parola
che
sembra
dire
lo
stesso
,
laddove
dice
due
cose
diverse
(
equivoco
)
.
Per
altro
,
siffatto
uso
peggiorativo
e
patologico
dei
vocaboli
della
rettorica
è
più
raro
del
precedente
.
3
)
Finalmente
,
quando
la
terminologia
rettorica
non
ha
nessun
significato
estetico
,
simile
o
analogo
a
quelli
passati
in
rassegna
,
e
pur
si
avverte
che
non
è
vuota
e
che
accenna
a
qualcosa
che
merita
di
essere
tenuto
in
conto
,
vuol
dire
che
è
adoperata
a
servigio
della
logica
e
della
scienza
.
Posto
che
un
concetto
nell
'
uso
scientifico
di
uno
scrittore
sia
designato
con
un
determinato
vocabolo
,
è
naturale
che
altri
vocaboli
che
quello
scrittore
trova
adoperati
,
o
incidentalmente
adopera
egli
stesso
per
significare
il
medesimo
concetto
,
diventino
,
rispetto
al
vocabolo
da
lui
fissato
come
esatto
,
metafora
,
sineddoche
,
sinonimo
,
forma
ellittica
e
simili
.
Anche
noi
,
nel
corso
di
questa
trattazione
,
ci
siamo
valsi
più
volte
(
e
intendiamo
valerci
ancora
)
di
cotesto
modo
di
dire
per
chiarire
il
senso
delle
parole
che
veniamo
adoperando
o
che
troviamo
adoperate
.
Ma
questo
procedimento
,
che
ritiene
il
suo
valore
nelle
disquisizioni
critiche
della
scienza
e
della
filosofia
,
non
ne
possiede
alcuno
nella
critica
letteraria
e
d
'
arte
.
Per
la
scienza
,
vi
sono
parole
proprie
e
metafore
:
uno
stesso
concetto
si
può
formare
psicologicamente
tra
varie
circostanze
e
perciò
esprimere
con
varia
intuizione
;
e
nel
costituirsi
della
terminologia
scientifica
di
uno
scrittore
,
fissato
uno
di
questi
modi
come
il
retto
,
gli
altri
appaiono
tutti
impropri
o
tropici
.
Ma
nel
fatto
estetico
non
si
hanno
se
non
parole
proprie
;
e
una
stessa
intuizione
non
si
può
esprimere
se
non
in
un
sol
modo
,
appunto
perché
è
intuizione
e
non
concetto
.
Alcuni
,
concedendo
l
'
insussistenza
estetica
delle
categorie
rettoriche
,
soggiungono
una
riserva
circa
l
'
utilità
di
esse
e
i
servigi
che
renderebbero
,
specie
nelle
scuole
di
letteratura
.
Confessiamo
di
non
intendere
come
l
'
errore
e
la
confusione
possano
educare
la
mente
alla
distinzione
logica
o
servire
all
'
apprendimento
di
quei
principi
di
scienza
che
da
essi
vengono
turbati
e
oscurati
.
Ma
forse
si
vorrà
dire
che
quelle
distinzioni
,
in
quanto
classi
empiriche
,
possono
agevolare
l
'
apprendimento
e
giovare
alla
memoria
,
in
modo
conforme
a
quanto
si
è
ammesso
di
sopra
circa
i
generi
letterari
e
artistici
:
su
di
che
,
nessuna
obiezione
.
Per
un
altro
fine
le
categorie
rettoriche
debbono
,
di
certo
,
seguitare
a
comparire
nelle
scuole
:
per
esservi
criticate
.
Non
è
lecito
dimenticare
senz
'
altro
gli
errori
del
passato
;
né
le
verità
si
riesce
a
tenere
in
vita
in
altro
modo
che
col
farle
battagliare
contro
gli
errori
.
Se
non
si
dà
notizia
delle
categorie
rettoriche
accompagnandola
con
la
critica
relativa
,
c
è
rischio
che
rinascano
;
e
si
può
dire
che
già
vadano
rinascendo
presso
alcuni
filologi
come
freschissime
scoperte
psicologiche
.
Parrebbe
che
,
a
questo
modo
,
si
volesse
negare
ogni
legame
di
somiglianza
delle
espressioni
o
delle
opere
d
'
arte
tra
loro
.
Le
somiglianze
esistono
,
e
in
forza
di
esse
le
opere
d
'
arte
possono
essere
disposte
in
questo
o
quel
gruppo
.
Ma
sono
somiglianze
quali
si
avvertono
tra
gl
'
individui
,
e
che
non
è
dato
mai
fissare
con
determinazioni
concettuali
:
somiglianze
,
cioè
,
alle
quali
mal
si
applicano
l
'
identificazione
,
la
subordinazione
,
la
coordinazione
e
le
altre
relazioni
dei
concetti
,
e
che
consistono
semplicemente
in
ciò
che
si
chiama
aria
di
famiglia
,
derivante
dalle
condizioni
storiche
tra
cui
nascono
le
varie
opere
,
o
dalle
parentele
d
'
anima
degli
artisti
.
E
in
siffatte
somiglianze
si
fonda
la
possibilità
relativa
delle
traduzioni
;
non
in
quanto
riproduzioni
(
che
sarebbe
vano
tentare
)
delle
medesime
espressioni
originali
,
ma
in
quanto
produzioni
di
espressioni
somiglianti
e
più
o
meno
prossime
a
quelle
.
La
traduzione
,
che
si
dice
buona
,
è
un
'
approssimazione
,
che
ha
valore
originale
d
'
opera
d
'
arte
e
può
stare
da
sé
.
X
.
I
SENTIMENTI
ESTETICI
E
LA
DISTINZIONE
DEL
BELLO
E
DEL
BRUTTO
.
Passando
a
studiare
concetti
più
complessi
,
nei
quali
l
'
attività
estetica
deve
essere
considerata
nella
sua
congiunzione
con
altri
ordini
di
attività
,
e
a
indicare
il
modo
dell
'
unione
o
complicazione
,
ci
viene
innanzi
,
in
primo
luogo
,
il
concetto
di
sentimento
,
e
di
quei
sentimenti
che
si
dicono
estetici
.
La
parola
sentimento
è
una
delle
più
riccamente
polisense
della
terminologia
filosofica
;
e
già
abbiamo
avuto
occasione
d
'
incontrarla
una
volta
tra
quelle
che
si
adoperano
a
designare
lo
spirito
nella
sua
passività
,
la
materia
o
contenuto
dell
'
arte
,
e
perciò
quale
sinonimo
d
'
impressioni
;
e
un
'
altra
volta
(
e
il
significato
era
allora
affatto
diverso
)
,
a
designare
il
carattere
alogico
e
astorico
del
fatto
estetico
,
cioè
l
'
intuizione
pura
,
forma
di
verità
che
non
definisce
nessun
concetto
né
afferma
nessuna
realtà
.
Ma
qui
essa
non
ci
riguarda
in
nessuno
di
cotesti
due
significati
,
né
negli
altri
che
pure
le
sono
stati
conferiti
per
designare
altre
forme
conoscitive
dello
spirito
,
si
bene
in
quello
soltanto
onde
il
sentimento
è
inteso
come
una
speciale
attività
,
di
natura
non
conoscitiva
,
avente
i
suoi
poli
,
positivo
e
negativo
,
nel
piacere
e
nel
dolore
.
Attività
,
cotesta
,
che
ha
messo
sempre
in
grandi
impacci
i
filosofi
i
quali
si
sono
provati
perciò
o
a
negarla
in
quanto
attività
o
ad
attribuirla
alla
natura
,
escludendola
dallo
spirito
.
Ma
entrambe
queste
soluzioni
sono
irte
di
difficoltà
,
e
tali
che
a
chi
le
esamini
con
cura
si
dimostrano
alla
fine
inaccettabili
.
Perché
che
cosa
potrebbe
mai
essere
un
'
attività
non
spirituale
,
un
'
attività
della
natura
,
quando
noi
non
abbiamo
altra
conoscenza
dell
'
attività
se
non
come
spiritualità
,
e
della
spiritualità
se
non
come
attività
,
e
natura
è
in
questo
caso
,
per
definizione
,
il
meramente
passivo
,
inerte
,
meccanico
,
materiale
?
D
'
altra
parte
,
la
negazione
del
carattere
di
attività
al
sentimento
viene
energicamente
smentita
proprio
da
quei
poli
del
piacere
e
del
dolore
,
che
appaiono
in
esso
e
mostrano
l
'
attività
nella
sua
concretezza
e
,
diremmo
,
nel
suo
fremito
.
Questa
conclusione
critica
dovrebbe
mettere
nel
maggiore
imbarazzo
proprio
noi
,
che
,
nello
schizzo
dato
di
sopra
del
sistema
dello
spirito
,
non
avremmo
lasciato
alcun
posto
per
la
nuova
attività
,
di
cui
saremmo
ora
costretti
a
riconoscere
l
'
esistenza
.
Senonché
l
'
attività
del
sentimento
,
se
è
attività
,
non
è
per
altro
nuova
;
e
già
ha
avuto
il
posto
che
le
toccava
nel
sistema
da
noi
abbozzato
,
sebbene
con
altro
nome
,
è
cioè
come
attività
economica
.
L
'
attività
,
che
si
dice
del
sentimento
,
non
è
altra
che
quella
più
elementare
e
fondamentale
attività
pratica
,
che
abbiamo
distinta
dalla
forma
etica
e
fatta
consistere
nell
'
appetizione
e
volizione
di
un
fine
qualsiasi
individuale
,
scevra
di
ogni
determinazione
morale
.
Se
il
sentimento
è
stato
alle
volte
considerato
come
attività
organica
o
naturale
,
ciò
è
accaduto
appunto
perché
esso
non
coincide
né
con
l
'
attività
logica
né
con
quella
estetica
né
con
quella
etica
;
e
,
guardato
dal
punto
di
vista
di
quelle
tre
(
che
erano
le
sole
che
si
ammettessero
)
,
appariva
fuori
dello
spirito
vero
e
proprio
,
dello
spirito
nella
sua
aristocrazia
,
e
quasi
determinazione
della
natura
o
della
psiche
in
quanto
natura
.
E
risulta
anche
da
ciò
la
verità
di
un
'
altra
tesi
,
più
volte
sostenuta
,
che
l
'
attività
estetica
,
al
pari
di
quelle
etica
e
intellettuale
,
non
sia
sentimento
:
tesi
inoppugnabile
,
posto
che
il
sentimento
sia
stato
già
,
implicitamente
e
inconsapevolmente
,
inteso
come
volizione
economica
.
La
concezione
,
che
in
questo
caso
vien
rifiutata
,
è
nota
col
nome
di
edonismo
,
consistente
nel
ridurre
tutte
le
varie
forme
dello
spirito
a
una
sola
,
che
perde
così
anche
il
suo
proprio
carattere
distintivo
e
diventa
alcunché
di
torbido
,
misterioso
,
somigliante
veramente
alle
tenebre
in
cui
tutte
le
vacche
sono
nere
.
Compiuta
questa
riduzione
e
mutilazione
,
gli
edonisti
,
com
è
naturale
,
non
riescono
a
vedere
altro
,
in
qualsiasi
attività
,
se
non
piacere
e
dolore
;
e
tra
il
piacere
dell
'
arte
e
quello
della
facile
digestione
,
tra
il
piacere
di
una
buona
azione
e
quello
del
respirare
l
'
aria
fresca
a
pieni
polmoni
,
non
trovano
nessuna
differenza
sostanziale
.
Ma
se
l
'
attività
del
sentimento
,
nel
significato
ora
definito
,
non
deve
essere
sostituita
a
tutte
le
altre
forme
dell
'
attività
spirituale
,
non
è
detto
che
non
possa
accompagnarle
.
Le
accompagna
,
anzi
,
di
necessità
,
perché
esse
sono
tutte
in
relazione
stretta
e
tra
loro
e
con
l
'
elementare
forma
volitiva
;
onde
ciascuna
di
esse
ha
concomitanti
le
volizioni
individuali
e
i
piaceri
e
dolori
volitivi
,
che
si
dicono
del
sentimento
.
Soltanto
non
bisogna
confondere
ciò
che
è
concomitante
e
ciò
che
è
principale
o
dominante
,
e
disconoscere
questo
per
quello
.
La
scoperta
di
una
verità
o
l
'
adempimento
di
un
dovere
morale
produce
in
noi
una
gioia
,
che
fa
vibrare
tutto
il
nostro
essere
,
il
quale
,
col
raggiungere
il
risultato
di
quelle
forme
d
'
attività
spirituale
,
raggiunge
insieme
ciò
a
cui
praticamente
in
quel
moto
tendeva
come
a
suo
fine
.
Tuttavia
,
la
soddisfazione
economica
o
edonistica
,
la
soddisfazione
etica
,
la
soddisfazione
estetica
,
la
soddisfazione
intellettuale
restano
sempre
,
pur
in
quella
loro
unione
,
tra
loro
distinte
.
Per
tal
modo
si
chiarisce
nel
tempo
stesso
la
questione
più
volte
proposta
(
e
che
è
sembrata
non
a
torto
di
vita
o
di
morte
per
la
scienza
estetica
)
:
se
il
sentimento
e
il
piacere
preceda
o
segua
,
sia
causa
o
effetto
del
fatto
estetico
.
Questione
che
bisogna
ampliare
in
quella
del
rapporto
tra
le
varie
forme
spirituali
,
e
risolvere
nel
senso
che
non
possa
parlarsi
di
causa
cd
effetto
,
e
di
un
prima
e
un
poi
cronologici
,
nell
'
unità
dello
spirito
.
E
cadono
,
stabilita
l
'
esposta
relazione
,
le
indagini
che
si
sogliono
istituire
sul
carattere
dei
sentimenti
estetici
,
morali
,
intellettuali
,
o
anche
(
come
si
è
detto
talvolta
)
economici
.
In
quest
'
ultimo
caso
,
è
chiaro
che
si
tratta
addirittura
non
di
due
termini
ma
di
uno
;
e
la
ricerca
sul
sentimento
economico
non
può
essere
se
non
quella
stessa
riguardante
l
'
attività
economica
.
Ma
anche
negli
altri
casi
la
ricerca
non
può
volgere
mai
sul
sostantivo
,
sì
bene
sull
'
aggettivo
:
l
'
esteticità
,
la
moralità
,
la
logicità
spiegheranno
il
vario
colorarsi
dei
sentimenti
in
estetici
,
morali
e
intellettuali
,
laddove
il
sentimento
per
sé
considerato
non
spiegherà
mai
quelle
rifrazioni
e
colorazioni
.
Un
'
ulteriore
conseguenza
è
,
che
non
fa
più
d
'
uopo
serbare
le
ben
note
distinzioni
tra
sentimenti
di
valore
e
sentimenti
meramente
edonistici
e
privi
di
valore
,
tra
sentimenti
disinteressati
e
interessati
,
oggettivi
e
non
oggettivi
o
soggettivi
,
di
approvazione
e
di
mero
diletto
(
Gefallen
e
Vergnügen
dei
tedeschi
)
.
Quelle
distinzioni
s
'
industriavano
a
salvare
le
tre
forme
spirituali
che
venivano
riconosciute
come
la
triade
del
Vero
,
Buono
e
Bello
,
contro
la
confusione
con
la
quarta
forma
,
ancora
disconosciuta
,
e
perciò
insidiosa
nella
sua
indeterminatezza
e
madre
di
scandali
.
Per
noi
,
esse
hanno
esaurito
ormai
il
loro
compito
,
perché
siamo
in
grado
di
raggiungere
ben
più
direttamente
la
distinzione
,
con
l
'
accogliere
,
cioè
,
anche
i
sentimenti
interessati
,
soggettivi
,
di
mero
diletto
,
tra
le
rispettabili
forme
dello
spirito
;
e
dove
prima
si
concepiva
(
e
noi
stessi
un
tempo
concepivamo
)
antinomia
tra
valore
e
sentimento
come
tra
spiritualità
e
naturalità
,
non
vediamo
ormai
altro
che
differenze
tra
valore
e
valore
.
Come
si
è
già
detto
,
il
sentimento
o
attività
economica
si
presenta
diviso
in
due
poli
,
positivo
e
negativo
,
piacere
e
dolore
,
che
possiamo
ora
tradurre
in
utile
e
disutile
(
o
nocivo
)
.
Bipartizione
già
accennata
di
sopra
a
prova
del
carattere
attivistico
del
sentimento
e
che
si
ritrova
infatti
in
tutte
le
forme
dell
'
attività
.
Se
ognuna
di
queste
è
valore
,
ognuna
ha
,
di
fronte
a
sé
,
l
'
antivalore
o
disvalore
.
E
perché
si
abbia
disvalore
non
basta
che
vi
sia
semplice
assenza
di
valore
,
ma
occorre
che
attività
e
passività
siano
in
lotta
tra
loro
senza
che
l
'
una
vinca
l
'
altra
;
donde
la
contradizione
e
il
disvalore
dell
'
attività
impacciata
,
contrastata
,
interrotta
.
Il
valore
è
l
'
attività
che
si
spiega
liberamente
:
il
disvalore
è
il
suo
contrario
.
Senza
entrare
qui
nel
problema
del
rapporto
tra
valore
e
disvalore
,
ossia
nel
problema
dei
contrari
(
se
,
cioè
,
siano
da
pensare
dualisticamente
come
due
entità
o
due
ordini
di
entità
nemiche
,
come
Ormuzd
e
Arimane
,
gli
angeli
e
i
diavoli
,
ovvero
come
un
'
unità
,
che
è
insieme
contrarietà
)
,
ci
contenteremo
di
questa
definizione
dei
due
termini
,
come
bastevole
al
nostro
scopo
presente
,
che
è
di
venire
chiarendo
l
'
attività
estetica
,
e
,
in
questo
punto
particolare
,
uno
dei
concetti
più
oscuri
e
dibattuti
dell
Estetica
:
il
concetto
del
Bello
.
I
valori
e
disvalori
estetici
,
intellettuali
,
economici
ed
etici
,
hanno
varie
denominazioni
nel
linguaggio
comune
,
bello
,
vero
,
buono
,
utile
,
conveniente
,
giusto
,
esatto
,
e
così
via
,
che
designano
il
libero
spiegarsi
dell
'
attività
spirituale
,
l
'
azione
,
la
ricerca
scientifica
,
la
produzione
artistica
ben
riuscite
;
e
brutto
,
falso
,
cattivo
,
inutile
,
sconveniente
,
ingiusto
,
inesatto
,
designanti
l
'
attività
impacciata
,
il
prodotto
mal
riuscito
.
Nell
'
uso
linguistico
,
queste
denominazioni
si
trasportano
continuamente
da
un
ordine
di
fatti
all
'
altro
.
Bello
,
per
esempio
,
si
trova
detto
non
solo
di
una
espressione
riuscita
,
ma
anche
di
una
verità
scientifica
e
di
un
'
azione
utilmente
compiuta
e
di
un
'
azione
morale
;
onde
si
parla
poi
di
un
bello
intellettuale
,
di
un
bello
d
'
azione
,
di
un
bello
morale
.
A
correre
dietro
a
questi
usi
svariatissimi
si
entra
in
un
labirinto
verbalistico
,
impervio
e
inestricabile
,
nel
quale
non
pochi
filosofi
ed
estetici
si
sono
cacciati
e
smarriti
.
Epperò
ci
è
parso
conveniente
di
scansare
finora
studiosamente
l
'
uso
della
parola
bello
a
designare
l
'
espressione
nel
suo
valore
positivo
.
Ma
,
dopo
tutte
le
spiegazioni
che
abbiamo
fornite
,
essendo
ormai
dissipato
ogni
pericolo
di
fraintendimenti
,
e
non
potendosi
,
d
'
altro
canto
,
sconoscere
che
la
tendenza
prevalente
così
nel
linguaggio
comune
come
in
quello
filosofico
è
di
restringere
il
significato
del
vocabolo
bello
per
l
'
appunto
al
valore
estetico
,
ci
sembra
lecito
e
opportuno
definire
la
bellezza
espressione
riuscita
,
o
meglio
,
espressione
senz
'
altro
,
perché
l
'
espressione
,
quando
non
è
riuscita
,
non
è
espressione
.
Conseguentemente
,
il
brutto
è
l
'
espressione
sbagliata
.
E
per
le
opere
d
'
arte
non
riuscite
vale
il
paradosso
:
che
il
bello
ci
presenta
unicità
di
bellezza
e
il
brutto
molteplicità
.
Onde
,
di
solito
,
innanzi
alle
opere
estetiche
più
o
meno
sbagliate
si
ode
discorrere
di
pregi
,
ossia
delle
loro
parti
belle
,
come
non
accade
invece
innanzi
a
quelle
perfette
.
In
queste
,
infatti
,
riesce
impossibile
enumerare
i
pregi
o
designare
le
parti
belle
,
perché
,
essendo
fusione
completa
,
hanno
un
unico
pregio
:
la
vita
circola
in
tutto
l
'
organismo
e
non
è
ritirata
in
alcuna
delle
singole
parti
.
I
pregi
delle
opere
sbagliate
possono
essere
di
vario
grado
,
anche
grandissimi
.
E
laddove
il
bello
non
presenta
gradi
non
essendo
concepibile
un
più
bello
,
cioè
un
espressivo
più
espressivo
,
un
adeguato
più
adeguato
,
li
presenta
invece
il
brutto
,
e
tali
che
vanno
dal
lievemente
brutto
(
o
quasi
bello
)
al
grandemente
brutto
.
Ma
se
il
brutto
fosse
completo
,
vale
a
dire
privo
di
qualsiasi
elemento
di
bellezza
,
esso
,
per
ciò
stesso
,
cesserebbe
di
essere
brutto
,
perché
verrebbe
,
in
quel
caso
,
a
mancare
la
contradizione
in
cui
è
la
sua
ragion
d
'
essere
.
Il
disvalore
diventerebbe
il
non
-
valore
,
l
'
attività
cederebbe
il
luogo
alla
passività
,
con
la
quale
essa
non
è
in
guerra
se
non
quando
questa
sia
effettivamente
guerreggiata
.
E
poiché
la
coscienza
distintiva
del
bello
e
del
brutto
si
fonda
sui
contrasti
e
sulle
contradizioni
in
cui
si
avvolge
l
'
attività
estetica
,
è
evidente
che
questa
coscienza
si
attenua
fino
a
dileguarsi
del
tutto
via
via
che
si
discenda
dai
casi
più
complessi
ai
più
semplici
e
ai
semplicissimi
di
espressione
.
Da
ciò
l
'
illusione
che
si
diano
espressioni
né
belle
né
brutte
,
considerandosi
come
tali
quelle
che
si
ottengono
senza
sensibile
sforzo
e
si
presentano
come
naturali
.
A
queste
ormai
facilissime
definizioni
si
riduce
tutto
il
mistero
del
bello
e
del
brutto
.
Che
se
qualcuno
obietti
che
esistono
espressioni
estetiche
perfette
,
innanzi
alle
quali
non
si
prova
piacere
,
e
altre
,
fors
'
anche
sbagliate
,
che
ci
procurano
piacere
vivissimo
,
bisogna
raccomandargli
di
far
bene
attenzione
,
nel
fatto
estetico
,
a
quello
solo
ch
è
veramente
piacere
estetico
.
Questo
viene
talvolta
rafforzato
,
o
piuttosto
complicato
,
da
piaceri
provenienti
da
fatti
estranei
,
i
quali
solo
casualmente
vi
si
trovano
congiunti
.
Un
esempio
di
piacere
puramente
estetico
offre
il
poeta
o
qualsiasi
altro
artista
nel
momento
in
cui
vede
(
intuisce
)
per
la
prima
volta
la
sua
opera
;
quando
,
cioè
,
le
sue
impressioni
pigliano
corpo
e
il
volto
gli
s
'
irraggia
della
divina
gioia
del
creatore
.
Un
piacere
misto
prova
invece
chi
si
è
recato
a
teatro
,
dopo
una
giornata
di
lavoro
,
per
assistere
a
una
commedia
;
quando
,
cioè
,
il
piacere
del
riposo
,
dello
svago
,
o
quello
del
ridere
sconficcando
un
chiodo
dalla
bara
preparata
,
si
accompagna
agli
istanti
di
vero
piacere
estetico
per
l
'
arte
del
commediografo
e
degli
attori
.
Lo
stesso
si
dica
dell
'
artista
,
il
quale
,
finito
il
suo
lavoro
,
lo
contempli
con
compiacenza
,
provando
,
oltre
il
diletto
estetico
,
quello
ben
diverso
che
sorge
dal
pensiero
dell
'
amor
proprio
soddisfatto
,
o
magari
del
lucro
economico
che
dalla
sua
opera
sia
per
venirgli
.
E
gli
esempi
si
potrebbero
moltiplicare
.
Nell
'
estetica
moderna
è
stata
foggiata
una
categoria
di
sentimenti
estetici
apparenti
,
derivanti
non
dalla
forma
ossia
dalle
opere
d
'
arte
in
quanto
tali
,
ma
dal
contenuto
delle
opere
d
'
arte
.
Le
rappresentazioni
artistiche
(
si
è
osservato
)
destano
piacere
e
dolore
nelle
loro
infinite
gradazioni
e
varietà
:
si
palpita
,
si
gioisce
,
si
teme
,
si
piange
,
si
ride
,
si
vuole
coi
personaggi
di
un
dramma
o
di
un
romanzo
,
con
le
figure
di
un
quadro
e
con
le
melodie
di
una
musica
.
Cotesti
sentimenti
,
per
altro
,
non
sono
quelli
che
desterebbe
il
fatto
reale
fuori
dell
'
arte
,
o
meglio
,
identici
nella
qualità
,
quantitativamente
sono
una
attenuazione
dei
reali
:
il
piacere
e
il
dolore
estetici
e
apparenti
si
manifestano
leggieri
,
poco
profondi
,
mobili
.
Di
questi
sentimenti
apparenti
non
è
il
caso
di
discorrere
qui
di
proposito
,
per
la
buona
ragione
che
ne
abbiamo
già
ampiamente
discorso
,
e
anzi
non
abbiamo
finora
discorso
d
'
altro
che
di
essi
.
Sentimenti
che
diventano
apparenti
o
parventi
,
che
cos
'
altro
sono
mai
se
non
sentimenti
oggettivati
,
intuiti
,
espressi
?
Ed
è
naturale
che
non
ci
diano
travaglio
e
agitazione
passionale
come
quelli
della
vita
reale
,
perché
quelli
erano
materia
e
questi
sono
forma
e
attività
,
quelli
veri
e
propri
sentimenti
,
questi
intuizioni
ed
espressioni
.
La
formola
dei
sentimenti
apparenti
non
è
altro
,
dunque
,
per
noi
,
che
una
tautologia
,
sulla
quale
potremmo
dare
senza
scrupolo
un
frego
di
penna
.
XI
.
CRITICA
DELL
'
EDONISMO
ESTETICO
.
Come
siamo
avversari
dell
'
edonismo
in
genere
,
ossia
della
teoria
la
quale
,
fondandosi
sul
piacere
e
dolore
che
è
intrinseco
all
'
attività
utilitaria
o
economica
e
perciò
inseparabile
da
ogni
altra
forma
di
attività
,
confonde
contenente
e
contenuto
e
non
riconosce
altro
processo
che
quello
edonistico
;
così
ci
opponiamo
all
'
edonismo
particolare
estetico
,
il
quale
considera
,
se
non
tutte
le
altre
attività
,
almeno
quella
estetica
come
semplice
vicenda
di
sentimento
e
confonde
il
piacevole
dell
'
espressione
,
ch
è
il
bello
,
col
piacevole
senz
'
altro
,
col
piacevole
d
'
ogni
altra
sorta
.
La
concezione
edonistica
dell
'
arte
si
presenta
in
parecchie
forme
,
delle
quali
una
delle
più
antiche
considera
il
bello
come
il
piacevole
della
vista
e
dell
'
udito
,
ossia
dei
cosiddetti
sensi
superiori
.
All
inizio
dell
'
analisi
dei
fatti
estetici
era
,
in
verità
,
difficile
sfuggire
alla
fallace
credenza
elle
un
quadro
o
una
musica
siano
impressioni
della
vista
o
dell
'
udito
,
e
interpretare
rettamente
l
'
ovvia
osservazione
che
il
cieco
non
gode
la
pittura
e
il
sordo
non
gode
la
musica
.
Mostrare
,
come
abbiamo
mostrato
,
che
il
produrre
estetico
non
dipende
dalla
natura
delle
impressioni
,
ma
che
tutte
le
impressioni
dei
sensi
possono
essere
elevate
a
espressione
e
nessuna
vi
ha
singolare
diritto
per
la
sua
qualità
o
per
la
classe
a
cui
appartiene
,
è
una
concezione
che
si
presenta
solo
dopo
che
sono
state
tentate
tutte
le
altre
costruzioni
dottrinali
possibili
in
questa
materia
.
Chi
immagina
che
il
fatto
estetico
sia
qualcosa
di
piacevole
per
gli
occhi
o
per
l
'
udito
,
non
ha
poi
nessuna
linea
di
difesa
contro
colui
che
,
logicamente
proseguendo
,
identifica
il
bello
col
piacevole
in
genere
,
e
include
nell
Estetica
la
culinaria
,
o
(
come
qualche
positivista
ha
fatto
)
il
bello
viscerale
.
Un
'
altra
forma
dell
'
edonismo
estetico
è
la
teoria
del
gioco
.
Il
concetto
del
gioco
ha
aiutato
talvolta
a
riconoscere
il
carattere
attivistico
del
fatto
espressivo
:
l
'
uomo
(
è
stato
detto
)
non
è
veramente
uomo
se
non
quando
comincia
a
giocare
(
cioè
quando
si
sottrae
alla
causalità
naturale
e
meccanica
,
producendo
spiritualmente
)
;
e
il
primo
suo
gioco
è
l
'
arte
.
Ma
poiché
la
parola
gioco
significa
anche
quel
piacere
che
nasce
dalla
provocata
scarica
dell
'
energia
esuberante
dell
'
organismo
(
ossia
da
un
bisogno
pratico
)
,
la
conseguenza
di
questa
teoria
è
stata
,
che
si
è
denominato
fatto
estetico
qualunque
gioco
,
o
si
è
denominato
gioco
l
'
arte
in
quanto
può
entrare
a
parte
di
un
gioco
,
come
accade
di
altre
cose
,
e
perfino
della
scienza
.
Sola
la
moralità
non
può
essere
dominata
mai
(
per
la
contradizione
che
nol
consente
)
dall
'
intenzione
di
giocare
;
e
domina
invece
e
regola
essa
l
'
atto
medesimo
del
gioco
.
Vi
è
stato
perfino
chi
ha
tentato
di
dedurre
il
piacere
dell
'
arte
dalla
risonanza
di
quello
degli
organi
sessuali
.
Ed
estetici
modernissimi
pongono
volentieri
la
genesi
de
]
.
fatto
estetico
nell
'
attrattiva
del
vincere
e
del
trionfare
,
o
,
come
altri
aggiunge
,
nel
bisogno
del
maschio
che
intende
a
conquistare
la
femmina
.
Teoria
che
si
condisce
con
molta
erudizione
di
aneddoti
,
Dio
sa
quanto
sicuri
!
,
sui
costumi
dei
popoli
selvaggi
;
ma
che
in
verità
non
avrebbe
bisogno
di
tanto
sussidio
,
giacché
di
poeti
che
si
adornino
delle
proprie
poesie
come
galli
che
ergano
la
cresta
o
tacchini
che
facciano
la
rota
,
se
ne
incontra
ben
di
frequente
nella
vita
ordinaria
.
Solamente
,
chi
fa
di
queste
cose
,
e
in
quanto
le
fa
,
non
è
poeta
,
sì
bene
un
povero
diavolo
,
anzi
un
povero
diavolo
di
gallo
o
di
tacchino
;
e
la
brama
della
vittoria
e
la
trionfale
conquista
della
femmina
non
hanno
che
vedere
col
fatto
dell
'
arte
.
Tanto
varrebbe
considerare
la
poesia
come
nient
'
altro
che
un
prodotto
economico
,
perché
vi
sono
stati
un
tempo
poeti
aulici
e
stipendiati
,
e
ve
ne
sono
tuttavia
che
aiutano
,
se
non
proprio
campano
la
vita
,
con
la
vendita
dei
loro
versi
.
La
quale
deduzione
e
definizione
non
ha
mancato
di
trarre
qualche
troppo
zelante
neofito
del
materialismo
storico
.
Un
'
altra
scuola
,
meno
grossolana
,
considera
l
Estetica
come
la
scienza
del
simpatico
,
di
ciò
con
cui
noi
simpatizziamo
,
che
ci
attira
,
ci
letifica
,
ci
desta
piacere
e
ammirazione
.
Ma
il
simpatico
è
nient
'
altro
che
l
'
immagine
o
rappresentazione
di
ciò
che
piace
.
E
,
come
tale
,
è
fatto
complesso
,
risultante
da
un
elemento
costante
,
che
è
quello
estetico
della
rappresentazione
,
e
da
uno
variabile
ch
è
il
piacevole
nelle
sue
infinite
apparizioni
,
nascente
da
tutte
le
varie
classi
di
valori
.
Nel
linguaggio
volgare
si
prova
talora
come
una
ripugnanza
a
chiamare
bella
l
'
espressione
,
che
non
sia
espressione
del
simpatico
.
Di
qui
i
continui
contrasti
tra
il
discorrere
dell
'
estetico
o
del
critico
d
'
arte
e
quello
della
persona
volgare
,
la
quale
non
riesce
a
persuadersi
che
l
immagine
del
dolore
e
della
turpitudine
possa
essere
bella
,
o
,
almeno
,
che
sia
bella
con
lo
stesso
diritto
di
quella
del
piacevole
e
del
buono
.
Il
contrasto
si
potrebbe
risolvere
distinguendo
due
scienze
diverse
,
una
dell
'
espressione
e
l
'
altra
del
simpatico
,
se
quest
'
ultimo
potesse
formare
oggetto
d
'
una
scienza
speciale
;
se
cioè
non
fosse
,
come
si
è
mostrato
,
un
concetto
complesso
,
quando
addirittura
non
sia
equivoco
.
Se
in
esso
si
dà
prevalenza
al
fatto
espressivo
,
si
entra
nella
Estetica
come
scienza
dell
'
espressione
;
se
al
contenuto
piacevole
,
si
ricade
nello
studio
di
fatti
essenzialmente
edonistici
(
utilitari
)
,
per
complicati
che
possano
presentarsi
.
Nell
Estetica
del
simpatico
è
da
cercare
anche
l
'
origine
precipua
della
dottrina
che
concepisce
il
rapporto
tra
contenuto
e
forma
come
la
somma
di
due
valori
.
L
'
arte
,
in
tutte
le
dottrine
or
ora
accennate
,
è
considerata
colpe
cosa
meramente
edonistica
.
Ma
l
'
edonismo
estetico
non
può
rimanere
saldo
se
non
a
condizione
che
si
congiunga
con
un
edonismo
filosofico
generale
,
il
quale
non
riconosca
alcun
'
altra
forma
di
valore
.
Non
appena
quel
concetto
edonistico
dell
'
arte
viene
accolto
da
filosofi
che
ammettono
uno
o
più
valori
spirituali
,
di
verità
o
di
moralità
,
non
può
non
sorgere
la
questione
:
Che
cosa
deve
farsi
dell
'
arte
?
a
qual
uso
valersene
?
è
da
lasciare
libero
corso
ai
diletti
che
essa
procura
?
o
bisogna
restringerli
?
e
in
quali
confini
?
La
questione
del
fine
dell
'
arte
,
che
nell
'
Estetica
dell
'
espressione
è
inconcepibile
,
nell
Estetica
del
simpatico
trova
il
suo
indubbio
significato
e
domanda
una
soluzione
.
Tale
soluzione
,
com
è
chiaro
,
non
può
avere
se
non
due
forme
:
una
di
carattere
negativo
,
l
'
altra
di
carattere
restrittivo
.
La
prima
,
che
diremo
rigoristica
o
ascetica
,
e
che
appare
parecchie
volte
,
sebbene
non
di
frequente
,
nella
storia
delle
idee
,
stima
l
'
arte
un
'
ebrezza
dei
sensi
,
epperò
non
solo
inutile
ma
nociva
:
bisogna
,
dunque
,
secondo
quella
teoria
,
liberarne
con
ogni
sforzo
e
industria
l
'
animo
umano
,
che
essa
perturba
.
L
'
altra
soluzione
,
che
chiameremo
pedagogica
o
utilitario
-
moralistica
,
ammette
l
'
arte
,
ma
solo
in
quanto
concorre
al
fine
della
moralità
;
in
quanto
aiuta
con
un
piacere
innocente
l
'
opera
di
chi
indirizza
al
vero
e
al
buono
;
in
quanto
sparge
di
soave
liquore
gli
orli
del
vaso
del
sapere
e
del
dovere
.
È
bene
osservare
che
sarebbe
erroneo
distinguere
questa
seconda
concezione
in
intellettualistica
e
utilitario
-
moralistica
,
secondo
che
all
'
arte
s
'
assegni
il
fine
di
condurre
al
vero
o
al
bene
pratico
.
Il
compito
,
che
le
viene
imposto
,
dell
'
istruire
,
appunto
perché
è
un
fine
che
si
cerca
e
raccomanda
,
è
,
non
più
mero
fatto
teoretico
,
ma
fatto
teoretico
diventato
già
materia
d
'
azione
pratica
;
non
intellettualismo
,
dunque
,
ma
sempre
pedagogismo
e
praticismo
.
Né
più
esatto
sarebbe
sottodistinguere
la
concezione
pedagogica
dell
'
arte
in
utilitaria
pura
e
in
utilitario
-
moralistica
,
giacché
coloro
che
ammettono
solo
l
'
utile
individuale
(
il
libito
dell
'
individuo
)
,
appunto
perché
edonisti
assoluti
,
non
hanno
alcun
motivo
a
cercare
un
'
ulteriore
giustificazione
dell
'
arte
.
Ma
enunciare
queste
teorie
,
nel
punto
al
quale
siamo
giunti
,
vale
confutarle
.
Piuttosto
giova
avvertire
che
nella
teoria
pedagogica
dell
'
arte
si
ritrova
un
'
altra
ancora
delle
cause
,
per
le
quali
è
stata
erroneamente
posta
l
'
esigenza
che
il
contenuto
dell
'
arte
debba
essere
(
in
vista
di
determinati
effetti
pratici
)
scelto
.
Contro
l
Estetica
edonistica
e
contro
quella
pedagogica
,
si
è
spesso
levata
la
tesi
,
riecheggiata
volentieri
dagli
artisti
,
che
l
'
arte
consista
nella
bellezza
pura
:
Nella
pura
bellezza
il
ciel
ripose
Ogni
nostra
letizia
,
e
il
Verso
è
tutto
(
D
'
Annunzio
)
.
Se
si
vuol
intendere
con
ciò
che
l
'
arte
non
è
da
scambiare
con
la
mera
dilettazione
sensuale
(
col
praticismo
utilitario
)
o
con
l
'
esercizio
della
moralità
,
si
conceda
,
in
questo
caso
,
anche
alla
nostra
di
fregiarsi
del
titolo
di
Estetica
della
bellezza
pura
.
Ma
se
per
quest
'
ultima
s
'
intende
invece
(
come
spesso
si
è
fatto
)
qualcosa
di
mistico
e
di
trascendente
,
ignoto
al
nostro
povero
mondo
umano
;
o
qualcosa
che
sia
spirituale
e
beatificante
,
ma
non
già
espressivo
;
dobbiamo
rispondere
che
,
plaudendo
al
concetto
di
una
bellezza
,
pura
di
tutto
ciò
che
non
sia
la
forma
spirituale
dell
'
espressione
,
non
sapremmo
concepire
una
bellezza
superiore
a
questa
e
,
meno
ancora
,
tale
che
sia
depurata
perfino
della
espressione
,
ossia
scevra
di
sé
medesima
.
XII
.
L
'
ESTETICA
DEL
SIMPATICO
E
I
CONCETTI
PSEUDOESTETICI
.
La
dottrina
del
simpatico
(
animata
e
secondata
dalla
capricciosa
Estetica
metafisica
e
mistica
,
e
da
quel
cieco
tradizionalismo
onde
si
suppone
un
legame
logico
tra
cose
che
per
caso
si
trovino
trattate
insieme
dagli
stessi
autori
e
negli
stessi
libri
)
,
ha
introdotti
e
resi
domestici
nei
sistemi
di
Estetica
una
serie
di
concetti
,
dei
quali
basta
dare
un
rapido
cenno
per
giustificare
il
risoluto
discacciamento
che
ne
facciamo
dal
nostro
.
Il
catalogo
di
essi
è
lungo
,
anzi
interminabile
:
tragico
,
comico
,
sublime
,
patetico
,
commovente
,
triste
,
ridicolo
,
malinconico
,
tragicomico
,
umoristico
,
maestoso
,
dignitoso
,
serio
,
grave
,
imponente
,
nobile
,
decoroso
,
grazioso
,
attraente
,
stuzzicante
,
civettuolo
,
idillico
,
elegiaco
,
allegro
,
violento
,
ingenuo
,
crudele
,
turpe
,
orrido
,
disgustoso
,
spaventoso
,
nauseante
;
e
chi
più
ne
ha
,
più
ne
metta
.
Poiché
quella
dottrina
assumeva
a
oggetto
suo
proprio
il
simpatico
,
era
naturale
che
non
potesse
trascurare
nessuna
delle
varietà
del
simpatico
,
nessuno
dei
miscugli
e
delle
gradazioni
per
le
quali
da
esso
nella
sua
più
alta
e
intensa
manifestazione
si
giunge
via
via
fino
al
suo
contrario
,
all
'
antipatico
e
ripugnante
.
E
poiché
il
contenuto
simpatico
era
considerato
come
il
bello
e
l
'
antipatico
come
il
brutto
,
le
varietà
(
tragico
,
comico
,
sublime
,
patetico
,
ecc
.
)
formavano
per
quella
concezione
dell
Estetica
le
gradazioni
e
le
sfumature
intercedenti
tra
il
bello
e
il
brutto
.
Enumerate
e
definite
alla
meglio
le
principali
di
coteste
varietà
,
l
Estetica
del
simpatico
si
proponeva
il
problema
circa
il
posto
da
concedere
al
brutto
nell
'
arte
:
problema
privo
di
significato
per
noi
che
non
conosciamo
altro
brutto
che
l
'
antiestetico
o
l
inespressivo
,
il
quale
non
può
essere
mai
parte
del
fatto
estetico
,
essendone
invece
il
contrario
e
l
'
antitesi
.
Ma
,
nella
dottrina
che
qui
esaminiamo
,
la
posizione
e
discussione
di
quel
problema
importava
né
più
né
meno
che
la
necessità
di
conciliare
in
qualche
modo
la
falsa
e
monca
idea
dell
'
arte
da
cui
si
prendevano
le
mosse
dell
'
arte
ristretta
alla
rappresentazione
del
piacevole
con
l
'
arte
effettiva
,
che
spazia
in
campi
ben
più
larghi
.
Da
ciò
l
'
artifizioso
tentativo
di
stabilire
quali
casi
di
brutto
(
antipatico
)
possano
ammettersi
nella
rappresentazione
artistica
,
e
per
quali
ragioni
e
in
quali
modi
.
La
risposta
suonava
:
che
il
brutto
è
ammessibile
solo
quando
è
superabile
,
dovendo
un
brutto
insuperabile
,
come
il
disgustoso
o
nauseante
,
essere
escluso
senz
'
altro
;
e
che
il
brutto
,
ammesso
nell
'
arte
,
ha
per
ufficio
di
contribuire
a
rafforzare
l
'
effetto
del
bello
(
simpatico
)
,
producendo
una
serie
di
contrasti
da
cui
il
piacevole
esca
più
efficace
e
letificante
.
È
,
infatti
,
comune
osservazione
che
il
piacere
si
sente
con
tanto
maggiore
vivezza
quanto
più
è
preceduto
da
astinenza
e
tormento
.
Il
brutto
nell
'
arte
veniva
a
questo
modo
considerato
come
addetto
ai
servigi
del
bello
,
stimolante
e
condimento
del
piacere
estetico
.
Col
cadere
dell
Estetica
del
simpatico
cade
anche
cotesta
artificiosa
dottrina
di
raffinamento
edonistico
,
che
è
nota
con
la
formola
pomposa
di
dottrina
del
superamento
del
brutto
;
e
in
pari
tempo
l
'
enumerazione
e
la
definizione
dei
concetti
accennati
di
sopra
si
dimostrano
estranee
all
Estetica
.
La
quale
non
conosce
né
il
simpatico
né
l
'
antipatico
né
le
loro
varietà
,
ma
solamente
la
spirituale
attività
della
rappresentazione
.
Senonché
il
grande
posto
che
,
come
abbiamo
detto
,
quei
concetti
hanno
occupato
finora
nelle
trattazioni
estetiche
,
rende
opportuno
qualche
maggiore
chiarimento
intorno
all
'
indole
loro
.
Quale
sarà
la
loro
sorte
?
Esclusi
dall
Estetica
,
in
quale
altra
parte
della
filosofia
verranno
accolti
?
In
verità
,
in
nessuna
parte
,
perché
quei
concetti
sono
privi
di
valore
filosofico
.
Essi
non
sono
altro
che
una
serie
di
classi
,
da
potersi
plasmare
nel
modo
più
vario
e
moltiplicare
a
libito
,
nelle
quali
si
cerca
di
ripartire
le
infinite
complicazioni
e
sfumature
dei
valori
e
disvalori
della
vita
.
Di
coceste
classi
alcune
hanno
significato
prevalentemente
positivo
,
come
il
bello
,
il
sublime
,
il
maestoso
,
il
solenne
,
il
serio
,
il
grave
,
il
nobile
,
l
'
elevato
;
altre
,
significato
prevalentemente
negativo
,
come
il
brutto
,
il
doloroso
,
l
'
orrido
,
lo
spaventoso
,
il
tremendo
,
il
mostruoso
,
l
'
insulso
,
lo
stravagante
;
in
altre
,
infine
,
prevale
l
'
aspetto
del
miscuglio
,
come
è
il
caso
del
comico
,
del
tenero
,
del
malinconico
,
dell
'
umoristico
,
del
tragicomico
.
Complicazioni
infinite
,
perché
infinite
sono
le
individuazioni
;
onde
non
è
possibile
costruirne
i
concetti
se
non
nel
modo
approssimativo
che
è
proprio
delle
scienze
naturali
,
paghe
di
schematizzare
alla
meglio
quel
reale
che
né
si
esaurisce
per
enumerazione
né
ad
esse
è
dato
comprendere
e
superare
speculativamente
.
E
poiché
la
disciplina
naturalistica
che
assume
di
costruire
tipi
e
schemi
sulla
vita
spirituale
dell
'
uomo
,
è
la
Psicologia
(
della
quale
,
infatti
,
si
va
sempre
meglio
accentuando
ai
giorni
nostri
il
carattere
meramente
empirico
e
descrittivo
)
,
quei
concetti
non
sono
di
pertinenza
né
dell
Estetica
né
in
genere
della
filosofia
,
ma
debbono
essere
rimandati
,
per
l
'
appunto
,
alla
Psicologia
.
Come
di
tutte
le
altre
costruzioni
psicologiche
,
così
di
quei
concetti
non
sono
possibili
,
dunque
,
definizioni
rigorose
;
e
non
è
lecito
,
per
conseguenza
,
dedurli
l
'
uno
dall
'
altro
e
connetterli
in
sistema
,
come
pur
tante
volte
è
stato
tentato
con
grande
spreco
di
tempo
e
senza
risultati
utili
.
E
nemmeno
si
può
pretendere
di
ottenere
,
in
cambio
di
quelle
filosofiche
riconosciute
impossibili
,
definizioni
empiriche
che
siano
universalmente
adoprabili
come
calzanti
e
vere
.
Le
definizioni
empiriche
non
sono
mai
uniche
ma
sempre
innumerevoli
,
variando
secondo
i
casi
e
gl
'
intenti
pei
quali
si
foggiano
:
che
se
una
sola
ce
ne
fosse
e
questa
avesse
valore
di
verità
,
la
definizione
,
com
è
chiaro
,
non
sarebbe
empirica
,
ma
rigorosa
e
filosofica
.
Ed
effettivamente
ogniqualvolta
è
stato
adoperato
alcuno
dei
termini
che
abbiamo
ricordati
(
o
che
della
medesima
serie
si
potrebbero
ricordare
)
se
n
è
data
insieme
,
espressa
o
sottintesa
,
una
nuova
definizione
.
Ciascuna
di
quelle
definizioni
differiva
dall
'
altra
per
un
qualcosa
,
per
un
particolare
,
sia
pure
minimo
,
e
pei
tacito
riferimento
a
uno
o
altro
fatto
individuale
al
quale
si
guardava
di
preferenza
,
elevandolo
a
tipo
generale
.
Perciò
accade
che
nessuna
di
esse
contenti
mai
chi
l
'
ascolta
,
e
neppure
colui
stesso
che
la
foggia
;
il
quale
,
subito
dopo
,
messo
a
fronte
di
un
nuovo
caso
,
la
riconosce
più
o
meno
insufficiente
e
disadatta
,
e
da
ritoccare
.
Bisogna
,
dunque
,
lasciare
liberi
i
parlanti
e
gli
scriventi
di
definire
volta
per
volta
il
sublime
o
il
comico
,
il
.
tragico
o
l
'
umoristico
,
secondo
loro
piaccia
e
sembri
comodo
per
il
fine
che
si
propongono
.
E
se
s
'
insiste
per
ottenere
una
definizione
empirica
di
validità
universale
,
non
e
è
da
somministrare
se
non
questa
:
-
Sublime
(
o
comico
,
tragico
,
umoristico
,
ecc
.
)
è
tutto
ciò
che
è
stato
,
o
sarà
,
chiamato
così
da
coloro
che
hanno
adoperato
,
o
adopereranno
,
queste
parole
.
Che
cosa
è
il
sublime
?
L
'
affermarsi
improvviso
di
una
forza
morale
ultrapossente
:
eccone
una
definizione
.
Ma
altrettanto
buona
è
l
'
altra
,
la
quale
riconosce
il
sublime
anche
dove
la
forza
che
si
afferma
è
una
volontà
ultrapossente
bensì
,
ma
immorale
e
distruttiva
.
E
l
'
una
e
l
'
altra
rimarranno
poi
nel
vago
e
non
acquisteranno
determinatezza
nessuna
se
non
saranno
riferite
a
un
caso
concreto
,
a
un
esempio
,
che
faccia
intendere
che
cosa
si
chiami
qui
ultrapossente
,
e
che
cosa
improvviso
:
concetti
quantitativi
,
anzi
falsamente
quantitativi
,
pei
quali
manca
ogni
misura
,
e
che
sono
,
in
fondo
,
metafore
,
frasi
enfatiche
o
logiche
tautologie
.
E
l
'
umoristico
sarà
il
riso
tra
le
lagrime
,
il
riso
amaro
,
lo
sbalzo
brusco
dal
comico
al
tragico
e
dal
tragico
al
comico
,
il
comico
romantico
,
il
sublime
a
rovescio
,
la
guerra
indetta
a
ogni
tentativo
d
'
insincerità
,
la
compassione
che
si
vergogna
di
piangere
,
il
ridere
non
del
fatto
ma
dell
'
ideale
stesso
,
o
come
altro
piaccia
meglio
,
secondo
che
con
queste
formole
si
tenti
di
cogliere
la
fisionomia
di
questo
o
quel
poeta
,
di
questa
o
quella
poesia
,
che
è
,
nella
sua
singolarità
,
la
definizione
di
sé
medesima
,
la
sola
adeguata
,
benché
circoscritta
e
momentanea
.
Il
comico
è
stato
definito
come
il
dispiacere
destato
dalla
percezione
di
una
stortura
e
seguito
subito
da
un
maggior
piacere
derivante
dal
rilasciarsi
delle
nostre
forze
psichiche
,
che
erano
tese
nell
'
aspettazione
di
qualcosa
che
si
prevedeva
importante
.
Nell
'
ascoltare
un
racconto
,
per
esempio
,
che
ci
descriva
il
proposito
magnifico
ed
eroico
di
una
determinata
persona
,
noi
anticipiamo
con
la
fantasia
l
'
avvento
di
un
'
azione
magnifica
ed
eroica
e
ci
prepariamo
ad
accoglierla
,
tendendo
le
nostre
forze
psichiche
.
Senonché
,
d
'
un
tratto
,
in
cambio
dell
'
azione
magnifica
ed
eroica
elle
le
premesse
e
il
tono
del
racconto
ci
preannunziavano
,
con
una
voltata
improvvisa
,
sopravviene
un
'
azione
piccola
,
meschina
,
stolta
,
impari
all
'
attesa
.
Ci
siamo
ingannati
,
e
il
riconoscimento
dell
'
inganno
porta
seco
un
attimo
di
dispiacere
.
Ma
quest
'
attimo
è
come
soverchiato
da
quello
che
immediatamente
segue
,
in
cui
possiamo
fare
getto
dell
'
attenzione
preparata
,
liberarci
della
provvista
di
forza
psichica
accumulata
e
ormai
superflua
,
sentirci
leggieri
e
sani
:
che
è
il
piacere
del
comico
,
col
suo
equivalente
fisiologico
,
il
riso
.
Se
il
fatto
spiacevole
sopraggiunto
ci
ferisse
vivamente
nei
nostri
interessi
,
il
piacere
non
sorgerebbe
,
il
riso
sarebbe
subito
soffocato
,
la
forza
psichica
sarebbe
tesa
e
sovrattesa
da
altre
percezioni
più
gravi
.
Se
invece
tali
percezioni
più
gravi
non
sopravvengono
,
se
tutto
il
danno
consiste
in
un
piccolo
inganno
della
nostra
preveggenza
,
a
questo
ben
lieve
dispiacere
fa
ampio
compenso
il
succeduto
sentimento
della
nostra
ricchezza
psichica
.
Questa
,
compendiata
in
poche
parole
,
è
una
delle
più
accurate
definizioni
moderne
del
comico
,
che
vanta
di
raccogliere
in
sé
,
giustificati
o
corretti
e
inveterati
,
i
molteplici
tentativi
succeduti
in
proposito
dall
'
antichità
ellenica
in
poi
:
da
quello
di
Platone
nel
Filebo
,
e
dall
'
altro
più
esplicito
di
Aristotele
,
considerante
il
comico
come
un
brutto
senza
dolore
,
via
via
alla
teoria
dell
Hobbes
,
che
lo
riponeva
nel
sentimento
della
superiorità
individuale
,
o
a
quella
kantiana
del
rilasciarsi
di
una
tensione
,
o
alle
altre
proposte
da
altri
,
del
contrasto
tra
grande
e
piccolo
,
infinito
e
finito
,
e
via
dicendo
.
Ma
,
se
ben
si
osservi
,
la
recata
analisi
e
definizione
,
tanto
elaborata
e
rigorosa
in
apparenza
,
enuncia
caratteri
che
sono
propri
non
solo
del
comico
,
ma
di
ogni
processo
spirituale
;
com
è
il
seguirsi
di
momenti
dolorosi
e
momenti
piacevoli
e
la
soddisfazione
nascente
dalla
coscienza
della
forza
e
del
suo
libero
spiegarsi
.
Il
differenziamento
è
dato
qui
da
determinazioni
quantitative
,
di
cui
non
si
potrebbero
assegnare
i
limiti
,
e
che
restano
perciò
vaghe
parole
,
attingenti
qualche
significato
dal
riferimento
a
questo
o
quel
fatto
comico
singolo
e
dalle
disposizioni
d
'
animo
di
chi
le
pronuncia
.
Se
quella
definizione
viene
presa
troppo
sul
serio
,
anche
di
essa
accade
ciò
che
Giampaolo
Richter
ebbe
a
dire
in
genere
di
tutte
le
definizioni
del
comico
:
che
il
loro
solo
merito
è
di
riuscire
esse
stesse
comiche
e
di
produrre
nella
realtà
il
fatto
che
indarno
tentano
di
fissare
logicamente
,
dando
così
a
conoscerlo
in
qualche
modo
con
la
presenza
stessa
.
E
chi
determinerà
mai
logicamente
la
linea
divisoria
tra
il
comico
e
il
non
comico
,
tra
il
riso
e
il
sorriso
,
tra
il
sorriso
e
la
gravità
,
e
taglierà
con
tagli
netti
quel
sempre
vario
continuo
in
cui
si
spazia
la
vita
?
I
fatti
,
classificati
alla
meglio
negli
indicati
concetti
psicologici
,
non
hanno
con
l
'
arte
altra
relazione
fuori
di
quella
,
generica
,
che
tutti
essi
,
in
quanto
compongono
la
materia
della
vita
,
possono
fornire
materia
di
rappresentazione
artistica
;
e
l
'
altra
,
accidentale
,
che
nei
processi
descritti
entrano
talvolta
anche
fatti
estetici
,
come
è
il
caso
dell
'
impressione
di
sublime
che
può
suscitare
l
'
opera
di
un
artista
titano
,
di
un
Dante
o
di
uno
Shakespeare
,
e
di
quella
comica
del
conato
di
un
imbrattatele
o
di
un
imbrattacarte
.
Ma
anche
in
questo
caso
il
processo
è
estrinseco
al
fatto
estetico
,
al
quale
non
si
lega
effettivamente
se
noni
il
sentimento
del
valore
e
disvalore
estetico
,
del
bello
e
del
brutto
.
Il
Farinata
dantesco
esteticamente
è
bello
e
nient
'
altro
che
bello
:
che
poi
la
forza
di
volontà
di
quel
personaggio
appaia
sublime
,
o
che
sublime
appaia
per
la
somma
genialità
sua
l
'
espressione
che
gli
dà
Dante
in
comparazione
di
quella
di
altro
meno
energico
poeta
,
sono
cose
che
escono
fuori
affatto
dalla
considerazione
estetica
.
La
quale
ultima
(
ripetiamo
ancora
qui
)
guarda
soltanto
all
'
adeguatezza
dell
'
espressione
,
ossia
alla
bellezza
.
XIII
.
IL
BELLO
FISICO
DI
NATURA
E
DI
ARTE
.
L
'
attività
estetica
,
distinta
dalla
pratica
,
è
nel
suo
esplicarsi
accompagnata
sempre
dall
'
altra
;
donde
il
suo
lato
utilitario
o
edonistico
e
il
.
piacere
e
dolore
,
che
sono
come
la
risonanza
pratica
del
valore
e
disvalore
estetici
,
del
bello
e
del
brutto
.
Ma
questo
lato
pratico
dell
'
attività
estetica
ha
a
sua
volta
un
accompagnamento
fisico
,
o
psicofisico
,
che
consiste
in
suoni
,
toni
,
movimenti
,
combinazioni
di
linee
e
colori
,
e
via
discorrendo
.
Lo
ha
realmente
,
o
pare
che
lo
abbia
per
effetto
della
costruzione
che
ne
facciamo
nella
scienza
fisica
,
e
dei
procedimenti
comodi
e
arbitrari
,
che
già
più
volte
abbiamo
messi
in
rilievo
come
propri
delle
scienze
empiriche
e
astratte
?
La
nostra
risposta
non
può
esser
dubbia
,
e
cioè
deve
affermare
la
seconda
delle
due
ipotesi
.
Tuttavia
,
gioverà
a
questo
punto
lasciarla
come
in
sospeso
,
non
essendo
per
ora
necessario
spingere
più
oltre
tale
indagine
.
Basti
la
sola
avvertenza
a
impedire
,
intanto
,
che
il
nostro
parlare
,
per
ragione
di
semplicità
e
di
adesione
al
linguaggio
comune
,
dell
'
elemento
fisico
come
di
alcunché
di
oggettivo
e
di
esistente
,
induca
ad
affrettare
conclusioni
circa
i
concetti
e
la
relazione
di
spirito
e
natura
.
Importa
,
invece
,
notare
che
,
come
l
'
esistenza
del
lato
edonistico
in
ogni
attività
spirituale
ha
dato
luogo
alla
confusione
tra
l
'
attività
estetica
e
l
'
utile
o
il
piacevole
,
così
l
'
esistenza
o
meglio
la
possibilità
della
costruzione
di
questo
lato
fisico
,
ha
ingenerato
la
confusione
tra
l
'
espressione
estetica
e
l
'
espressione
in
senso
naturalistico
;
tra
un
fatto
spirituale
,
cioè
,
e
uno
meccanico
e
passivo
(
per
non
dire
tra
una
realtà
concreta
e
un
'
astrazione
o
finzione
)
.
Nel
linguaggio
comune
si
chiamano
espressioni
tanto
le
parole
del
poeta
,
le
note
del
musicista
,
le
figure
del
pittore
,
quanto
il
rossore
che
suole
accompagnare
il
sentimento
di
vergogna
,
il
pallore
che
è
prodotto
spesso
dalla
paura
,
il
digrignare
dei
denti
proprio
della
collera
violenta
,
il
brillare
degli
occhi
e
certi
movimenti
dei
muscoli
della
bocca
che
manifestano
l
'
allegrezza
.
E
si
dice
ancora
che
un
certo
grado
di
calore
è
espressione
della
febbre
,
che
la
depressione
del
barometro
è
espressione
della
pioggia
;
e
,
magari
,
che
l
'
altezza
del
cambio
esprime
il
discredito
della
carta
-
moneta
di
uno
Stato
,
o
il
malcontento
sociale
l
'
avvicinarsi
di
una
rivoluzione
.
Quali
risultati
scientifici
si
possono
mai
raggiungere
lasciandosi
traviare
dall
'
uso
linguistico
e
mettendo
tutte
in
un
sol
fascio
cose
cotanto
disparate
,
si
può
bene
immaginare
.
Ma
,
in
verità
,
tra
un
uomo
in
preda
all
'
ira
con
tutte
le
manifestazioni
naturali
di
questa
,
e
un
altro
uomo
che
la
esprima
esteticamente
;
tra
l
'
aspetto
,
i
gridi
e
i
contorcimenti
di
chi
è
straziato
dal
dolore
per
la
perdita
di
una
persona
cara
,
e
le
parole
o
il
canto
con
cui
lo
stesso
individuo
ritrae
,
in
un
altro
momento
,
il
suo
strazio
;
tra
la
smorfia
della
commozione
e
il
gesto
dell
'
attore
;
è
un
abisso
.
Non
appartiene
all
Estetica
il
libro
del
Darwin
sull
'
espressione
dei
sentimenti
nell
'
uomo
e
negli
animali
,
perché
non
v
'
ha
nulla
di
comune
tra
la
scienza
dell
'
espressione
spirituale
e
una
Semiotica
,
medica
,
metereologica
,
politica
,
fisiognomica
o
chiromantica
che
sia
.
All
'
espressione
in
senso
naturalistico
manca
,
semplicemente
,
l
'
espressione
in
senso
spirituale
,
ossia
il
carattere
stesso
dell
'
attività
e
della
spiritualità
,
e
quindi
la
bipartizione
nei
poli
del
bello
e
del
brutto
.
Essa
non
è
altro
che
un
rapporto
,
fissato
dall
'
intelletto
astratto
,
di
causa
ed
effetto
.
Il
processo
completo
della
produzione
estetica
può
essere
simboleggiato
in
quattro
stadi
,
che
sono
:
a
,
impressioni
;
b
,
espressione
o
sintesi
spirituale
estetica
;
c
,
accompagnamento
edonistico
o
piacere
del
bello
(
piacere
estetico
)
;
d
,
traduzione
del
fatto
estetico
in
fenomeni
fisici
(
suoni
,
toni
,
movimenti
,
combinazioni
di
linee
e
colori
,
ecc
.
)
.
Ognun
vede
che
il
punto
essenziale
,
il
solo
che
sia
propriamente
estetico
e
davvero
reale
,
è
quel
b
,
che
manca
alla
mera
manifestazione
o
costruzione
naturalistica
,
detta
anch
'
essa
,
per
metafora
,
espressione
.
Percorsi
quei
quattro
stadi
,
il
processo
espressivo
è
esaurito
;
salvo
a
ricominciare
con
nuove
impressioni
,
nuova
sintesi
estetica
,
e
accompagnamenti
relativi
.
Le
espressioni
o
rappresentazioni
si
seguono
l
'
una
l
'
altra
,
l
'
una
scaccia
l
'
altra
.
Certamente
,
quel
passare
,
quell
'
esser
discacciato
,
non
è
un
perire
,
non
è
un
'
eliminazione
totale
:
niente
di
ciò
che
nasce
muore
,
di
quella
morte
completa
che
sarebbe
identica
al
non
esser
mai
nato
:
se
tutto
trapassa
,
nulla
può
morire
.
Anche
le
rappresentazioni
che
sono
state
dimenticate
persistono
in
qualche
modo
nel
nostro
spirito
;
senza
di
che
non
si
spiegherebbero
le
abitudini
e
le
capacità
acquisite
.
Anzi
,
in
questo
apparente
dimenticare
è
la
forza
della
vita
:
si
dimentica
ciò
che
è
stato
risoluto
e
che
la
vita
ha
almeno
provvisoriamente
superato
.
Ma
altre
rappresentazioni
sono
ancora
elementi
efficaci
nei
processi
attuali
del
nostro
spirito
;
e
a
noi
preme
non
dimenticarle
o
essere
in
grado
di
richiamarle
secondo
che
il
bisogno
richieda
.
E
la
volontà
è
costantemente
vigile
in
quest
'
opera
di
conservazione
,
che
mira
a
conservare
(
si
può
dire
)
la
maggiore
e
fondamentale
di
tutte
le
nostre
ricchezze
.
Senonché
,
la
sua
vigilanza
non
è
sempre
sufficiente
:
la
memoria
,
come
si
dice
,
ci
abbandona
o
più
o
meno
c
'
inganna
.
E
appunto
perciò
lo
spirito
umano
escogita
espedienti
,
che
soccorrano
alla
debolezza
della
memoria
e
siano
i
suoi
aiuti
.
In
qual
modo
sia
dato
ottenere
codesti
aiuti
,
s
'
intravvede
dal
già
detto
.
Le
espressioni
o
rappresentazioni
sono
,
insieme
,
fatti
pratici
,
i
quali
si
chiamano
anche
fisici
,
in
quanto
la
fisica
ha
per
compito
di
classificarli
e
ridurli
a
tipi
.
Ora
è
chiaro
che
,
se
si
riesce
a
rendere
in
qualche
modo
permanenti
quei
fatti
pratici
o
fisici
,
sarà
sempre
possibile
(
restando
pari
tutte
le
altre
condizioni
)
,
col
percepirli
,
riprodurre
in
sé
la
già
prodotta
espressione
o
intuizione
.
E
se
si
chiama
oggetto
o
stimolo
fisico
quello
in
cui
gli
atti
pratici
concomitanti
,
o
(
per
parlare
in
termini
fisici
)
i
movimenti
,
sono
stati
isolati
e
resi
in
qualche
modo
permanenti
;
designando
poi
quell
'
oggetto
o
stimolo
con
la
lettera
e
,
il
processo
della
riproduzione
sarà
rappresentato
dalla
serie
seguente
:
e
,
stimolo
fisico
;
d
-
b
,
percezione
di
fatti
fisici
(
suoni
,
toni
,
mimica
,
combinazione
di
linee
e
colori
,
ecc
.
)
,
che
è
insieme
la
sintesi
estetica
,
già
prodotta
;
c
,
accompagnamento
edonistico
,
che
anche
si
riproduce
.
E
che
cosa
altro
sono
se
non
stimoli
fisici
della
riproduzione
(
lo
stadio
e
)
quelle
combinazioni
di
parole
che
si
dicono
poesie
,
prose
,
poemi
,
novelle
,
romanzi
,
tragedie
o
commedie
,
e
quelle
di
toni
che
si
dicono
opere
,
sinfonie
,
sonate
,
e
quelle
combinazioni
di
linee
e
colori
che
si
dicono
quadri
,
statue
,
architetture
?
L
'
energia
spirituale
della
memoria
,
col
sussidio
di
quei
provvidi
fatti
fisici
,
rende
possibile
la
conservazione
e
la
riproduzione
delle
intuizioni
che
l
'
uomo
viene
producendo
.
S
'
infiacchisca
l
'
organismo
fisiologico
e
,
con
esso
,
la
memoria
;
si
distruggano
i
monumenti
dell
'
arte
;
ed
ecco
tutta
la
ricchezza
estetica
,
frutto
delle
fatiche
di
molte
generazioni
,
assottigliarsi
e
dileguare
rapidamente
.
I
monumenti
dell
'
arte
,
gli
stimoli
della
riproduzione
estetica
,
si
chiamano
cose
belle
o
bello
fisico
.
Unioni
di
parole
,
che
offrono
un
paradosso
verbale
,
perché
il
bello
non
è
fatto
fisico
,
e
non
appartiene
alle
cose
,
ma
all
'
attività
dell
'
uomo
,
all
'
energia
spirituale
.
Ma
è
chiaro
ormai
attraverso
quali
passaggi
e
quali
associazioni
le
cose
e
i
fatti
fisici
,
meri
aiuti
alla
riproduzione
del
bello
,
finiscano
con
l
'
esser
denominati
,
ellitticamente
,
cose
belle
e
bello
fisico
.
E
di
questa
ellissi
,
ora
che
l
'
abbiamo
sciolta
e
schiarita
,
ci
varremo
anche
noi
senza
scrupoli
.
L
'
intervento
del
bello
fisico
serve
a
spiegare
un
altro
significato
delle
parole
contenuto
e
forma
nell
'
uso
degli
estetici
.
Alcuni
,
infatti
,
chiamano
contenuto
l
'
espressione
o
fatto
interno
.
(
che
per
noi
già
è
forma
)
,
e
forma
,
invece
,
il
marmo
,
i
colori
,
le
voci
,
i
suoni
(
per
noi
,
non
più
forma
)
,
e
considerano
in
questo
modo
il
fatto
fisico
come
la
forma
,
che
può
aggiungersi
o
no
al
contenuto
.
E
serve
anche
a
spiegare
un
altro
aspetto
di
quel
che
si
dice
brutto
estetico
.
Chi
non
ha
nulla
di
proprio
da
esprimere
può
tentare
di
coprire
il
vuoto
interno
col
profluvio
delle
parole
,
col
verso
sonante
,
con
la
polifonia
assordante
,
col
dipingere
che
abbarbaglia
lo
sguardo
,
o
col
mettere
insieme
grandi
macchine
architettoniche
,
che
colpiscano
e
stordiscano
,
benché
,
in
fondo
,
non
significhino
nulla
.
Il
brutto
è
,
dunque
,
l
'
arbitrario
,
il
ciarlatanesco
;
e
,
in
realtà
senza
l
'
intervento
dell
'
arbitrio
pratico
nel
processo
teoretico
potrebbe
aversi
assenza
del
bello
,
ma
non
mai
presenza
di
qualcosa
di
effettivo
che
meriti
l
'
aggettivo
brutto
.
Il
bello
fisico
si
suoi
distinguere
in
bello
naturale
e
bello
artificiale
:
con
che
giungiamo
innanzi
a
uno
dei
fatti
che
hanno
dato
maggiore
travaglio
ai
pensatori
,
al
bello
di
natura
.
Queste
parole
spesso
designano
semplicemente
fatti
di
piacevole
pratico
.
Chi
chiama
bella
una
campagna
,
in
cui
l
'
occhio
si
riposa
sul
verde
e
il
corpo
si
muove
alacre
e
dove
il
tepido
raggio
del
sole
avvolge
e
carezza
le
membra
,
non
accenna
a
nulla
di
estetico
.
Ma
è
pure
indubitabile
che
,
altre
volte
,
l
'
aggettivo
bello
,
applicato
a
oggetti
e
scene
esistenti
in
natura
,
ha
significato
prettamente
estetico
.
È
stato
osservato
che
,
per
aver
godimento
estetico
dagli
oggetti
naturali
,
conviene
astrarre
dalla
loro
estrinseca
e
storica
realtà
,
e
separare
dall
'
esistenza
la
semplice
apparenza
o
parvenza
;
che
guardando
noi
un
paesaggio
col
passar
la
testa
fra
le
gambe
,
in
modo
da
toglierci
dalla
relazione
consueta
con
esso
,
il
paesaggio
ci
appare
come
uno
spettacolo
fantastico
;
che
la
natura
è
bella
solo
per
chi
la
contempli
con
occhio
d
'
artista
;
che
zoologi
e
botanici
non
conoscono
animali
e
fiori
belli
;
che
il
bello
naturale
si
scopre
(
ed
esempi
di
scoperte
sono
i
punti
di
vista
,
additati
da
artisti
e
da
uomini
dì
fantasia
e
di
gusto
,
e
a
cui
si
recano
poi
in
pellegrinaggio
viaggiatori
ed
escursionisti
più
o
meno
esteti
,
onde
ha
luogo
in
tali
casi
come
una
suggestione
collettiva
)
;
che
,
senza
il
concorso
della
fantasia
,
nessuna
parte
della
natura
è
bella
,
e
che
,
per
tale
concorso
,
secondo
le
varie
disposizioni
d
'
animo
,
uno
stesso
oggetto
o
fatto
naturale
è
ora
espressivo
ora
insignificante
,
ora
di
una
determinata
espressione
ora
di
un
'
altra
,
lieto
o
triste
,
sublime
o
ridicolo
,
dolce
o
beffardo
;
che
,
infine
,
non
esiste
alcuna
bellezza
naturale
alla
quale
un
artista
non
farebbe
qualche
correzione
.
Tutte
osservazioni
giustissime
,
e
che
confermano
pienamente
che
il
bello
naturale
è
semplice
stimolo
della
riproduzione
estetica
,
il
quale
presuppone
l
'
avvenuta
produzione
.
Senza
le
precedenti
intuizioni
estetiche
della
fantasia
,
la
natura
non
può
risvegliarne
alcuna
.
L
'
uomo
innanzi
alla
bellezza
naturale
è
proprio
il
mitico
Narciso
al
fonte
.
E
il
bello
di
natura
è
raro
,
scarso
e
fuggitivo
,
diceva
il
Leopardi
;
imperfetto
,
equivoco
,
variabile
.
Ciascuno
riferisce
il
fatto
naturale
all
'
espressione
che
gli
sta
in
mente
.
Un
artista
è
come
rapito
innanzi
a
un
ridente
paesaggio
,
e
un
altro
innanzi
a
una
bottega
di
cenciaiuolo
;
uno
innanzi
a
un
volto
grazioso
di
giovinetta
,
e
un
altro
innanzi
al
lurido
ceffo
di
un
vecchio
mascalzone
.
Il
primo
dirà
,
forse
,
che
la
bottega
del
cenciaiuolo
e
il
ceffo
del
mascalzone
sono
disgustosi
;
il
secondo
,
che
la
campagna
ridente
e
il
volto
della
giovinetta
sono
insipidi
.
E
potranno
litigare
all
'
infinito
;
e
non
si
metteranno
d
'
accordo
se
non
quando
siano
forniti
di
quella
dose
di
conoscenze
estetiche
,
la
quale
li
abiliti
a
riconoscere
che
hanno
entrambi
ragione
.
Il
bello
artificiale
,
foggiato
dall
'
uomo
,
è
aiuto
ben
più
duttile
ed
efficace
.
Accanto
a
queste
due
classi
,
si
parla
anche
,
talvolta
,
nei
trattati
,
di
un
bello
misto
.
Misto
di
che
?
appunto
di
naturale
e
artificiale
.
Chi
estrinseca
e
fissa
,
opera
con
dati
naturali
,
ch
'
egli
non
crea
,
ma
combina
e
trasforma
.
In
questo
senso
,
ogni
prodotto
artificiale
è
misto
di
natura
e
di
artificio
;
e
non
ci
sarebbe
luogo
a
parlare
del
bello
misto
come
di
una
speciale
categoria
.
Ma
accade
che
in
alcuni
casi
si
possano
adoperare
,
in
assai
maggiore
quantità
che
non
in
altri
,
combinazioni
già
date
in
natura
;
come
allorché
si
forma
un
bel
giardino
,
e
si
riesce
a
includere
in
quella
formazione
gruppi
di
alberi
o
laghetti
,
che
già
si
trovino
sul
posto
.
Altre
volte
,
l
'
estrinsecazione
è
limitata
dall
'
impossibilità
di
produrre
artificialmente
alcuni
effetti
.
Infatti
,
possiamo
mescolare
le
materie
coloranti
,
ma
non
foggiare
una
voce
potente
o
un
viso
e
una
persona
che
siano
acconci
al
tale
o
tal
altro
personaggio
di
un
dramma
;
e
dobbiamo
,
perciò
,
ricercarli
tra
le
cose
naturalmente
esistenti
,
e
adoperarli
quando
li
troviamo
.
Allorché
,
dunque
,
si
adoperano
in
gran
numero
combinazioni
già
esistenti
in
natura
,
e
tali
che
,
se
non
esistessero
,
non
sapremmo
produrre
artificialmente
,
si
dice
che
il
fatto
risultante
è
un
bello
misto
.
Dal
bello
artificiale
bisogna
distinguere
quegl
'
istrumenti
di
riproduzione
chiamati
scritture
,
quali
gli
alfabeti
,
le
note
musicali
,
i
geroglifici
,
e
tutti
gli
pseudolinguaggi
,
da
quello
dei
fiori
e
delle
bandiere
fino
al
linguaggio
(
molto
in
voga
nella
società
galante
del
settecento
)
dei
nèi
.
Le
scritture
sono
,
non
già
fatti
fisici
,
che
direttamente
destino
impressioni
rispondenti
alle
espressioni
estetiche
,
ma
semplici
indicazioni
di
ciò
che
si
deve
fare
per
produrre
quei
fatti
fisici
.
Una
serie
di
segni
grafici
serve
a
ricordarci
i
movimenti
che
dobbiamo
far
eseguire
al
nostro
apparato
vocale
,
per
emettere
certi
determinati
suoni
.
Che
poi
l
'
esercizio
ci
permetta
di
sentire
le
parole
senza
aprir
bocca
e
(
cosa
molto
più
difficile
)
di
sentire
i
toni
scorrendo
con
l
'
occhio
sul
.
pentagramma
;
tutto
ciò
non
muta
nulla
all
'
indole
delle
scritture
,
che
sono
cosa
assai
diversa
dal
bello
fisico
diretto
.
Il
libro
che
contiene
la
Divina
Commedia
,
o
la
partitura
che
contiene
il
Don
Giovanni
,
nessuno
li
dice
belli
al
modo
che
per
più
immediata
metafora
si
chiama
il
pezzo
di
marmo
contenente
il
Mosè
di
Michelangelo
e
il
pezzo
di
legno
colorato
contenente
la
Trasfigurazione
.
Gli
uni
e
gli
altri
sono
atti
a
riprodurre
le
impressioni
del
bello
;
ma
i
primi
per
un
giro
ben
più
lungo
,
e
molto
indiretto
.
Un
'
altra
partizione
,
che
si
trova
ancora
nei
trattati
,
è
quella
del
bello
in
libero
e
non
libero
.
Per
bellezze
non
libere
si
sono
intesi
quegli
oggetti
,
che
debbono
servire
a
un
doppio
scopo
,
extraestetico
ed
estetico
(
stimolante
di
intuizioni
)
;
e
,
sembrando
che
il
primo
scopo
ponga
limiti
e
impacci
al
secondo
,
l
'
oggetto
bello
risultante
è
stato
considerato
come
bellezza
non
libera
.
Come
esempi
si
adducono
specialmente
le
opere
architettoniche
;
anzi
appunto
per
ciò
l
'
architettura
è
stata
da
molti
esclusa
dal
novero
delle
cosiddette
arti
belle
.
Un
tempio
deve
essere
anzitutto
un
edificio
a
uso
di
culto
;
una
casa
deve
possedere
tutte
le
stanze
che
occorrono
pel
comodo
della
vita
,
e
disposte
al
fine
di
quel
comodo
;
una
fortezza
dev
'
essere
una
costruzione
resistente
agli
attacchi
di
dati
eserciti
e
alle
offese
di
dati
strumenti
bellici
.
L
'
architetto
(
si
conclude
)
si
aggira
in
un
campo
ristretto
:
può
abbellire
in
qualche
modo
il
tempio
,
la
casa
,
la
fortezza
;
ma
è
legato
dalla
destinazione
di
quegli
edifizi
,
e
non
può
della
sua
visione
di
bellezza
manifestare
se
non
quella
parte
che
non
danneggi
gli
scopi
extraestetici
,
ma
fondamentali
,
di
essi
.
Altri
esempi
si
tolgono
da
quella
che
si
chiama
l
'
arte
applicata
all
'
industria
.
Si
possono
fare
piatti
,
bicchieri
,
coltelli
,
fucili
,
pettini
belli
,
ma
la
bellezza
(
si
dice
)
non
deve
spingersi
tant
'
oltre
,
che
nel
piatto
non
si
possa
mangiare
,
nel
bicchiere
non
si
possa
bere
,
col
coltello
non
si
possa
tagliare
,
né
col
fucile
sparare
,
né
col
pettine
ravviarsi
i
capelli
.
Lo
stesso
si
dica
dell
'
arte
tipografica
:
un
libro
deve
essere
bello
,
ma
non
fino
al
punto
che
sia
impossibile
o
difficile
leggerlo
.
A
tutto
ciò
è
da
osservare
,
in
primo
luogo
,
che
il
fine
estrinseco
,
appunto
perché
tale
,
non
è
di
necessità
limite
e
impaccio
all
'
altro
fine
di
stimolo
della
riproduzione
estetica
.
È
,
dunque
,
affatto
erronea
la
tesi
che
l
'
architettura
,
per
esempio
,
sia
di
sua
natura
arte
non
libera
e
imperfetta
,
dovendo
ubbidire
anche
ad
altri
e
pratici
intenti
:
tesi
,
del
resto
,
che
le
belle
opere
architettoniche
hanno
cura
di
smentire
con
la
semplice
loro
presenza
.
In
secondo
luogo
,
non
solo
i
due
fini
non
stanno
di
necessità
in
contradizione
,
ma
,
si
deve
aggiungere
,
l
'
artista
ha
sempre
modo
d
'
impedire
che
la
contradizione
si
formi
.
E
come
?
Facendo
entrare
come
materia
nella
sua
intuizione
ed
estrinsecazione
estetica
la
destinazione
per
l
'
appunto
dell
'
oggetto
che
serve
a
uno
scopo
pratico
.
Egli
non
avrà
bisogno
di
aggiungere
nulla
all
'
oggetto
per
renderlo
strumento
d
'
intuizioni
estetiche
:
sarà
tale
,
se
perfettamente
adatto
al
suo
scopo
pratico
.
Case
rustiche
e
palagi
,
chiese
e
caserme
,
spade
e
aratri
,
sono
belli
,
non
in
quanto
abbelliti
e
adorni
,
ma
in
quanto
esprimenti
il
loro
fine
.
Una
veste
non
è
bella
se
non
perché
è
proprio
quella
che
conviene
a
una
data
persona
in
date
condizioni
.
Non
era
bello
il
brando
cinto
al
guerriero
Rinaldo
dall
'
amorosa
Armida
:
guernito
sì
che
inutile
ornamento
Sembra
,
non
militar
fero
istrumento
.
O
,
anzi
,
era
bello
,
se
si
vuole
,
ma
agli
occhi
e
alla
fantasia
della
maga
,
la
quale
vagheggiava
a
quel
modo
infemminito
il
suo
amante
.
L
'
attività
estetica
può
andare
sempre
d
'
accordo
con
quella
pratica
,
perché
l
'
espressione
è
verità
.
Che
poi
la
contemplazione
estetica
impacci
talora
l
'
uso
pratico
,
non
può
negarsi
;
giacché
è
un
fatto
di
comune
esperienza
che
certi
oggetti
nuovi
sembrano
tanto
adatti
al
loro
scopo
,
e
perciò
tanto
belli
,
che
si
prova
talvolta
come
uno
scrupolo
a
maltrattarli
,
passando
dalla
contemplazione
all
'
uso
,
ch
è
consumo
.
Per
questo
motivo
re
Federico
Guglielmo
di
Prussia
provava
ripugnanza
a
mandare
al
fango
e
al
fuoco
i
suoi
magnifici
granatieri
,
così
adatti
alla
guerra
,
e
che
resero
tanto
buon
servigio
al
meno
esteta
suo
figliuolo
,
il
gran
Federico
.
Ci
si
perdoni
se
siamo
entrati
in
ispiegazioni
circa
queste
cose
ovvie
e
queste
inezie
;
ma
sono
inezie
che
troviamo
assai
dilatate
nei
libri
degli
estetici
,
e
cose
ovvie
che
presso
di
essi
si
sono
molto
imbrogliate
.
Alla
teoria
da
noi
proposta
del
bello
fisico
come
semplice
aiuto
per
la
riproduzione
del
bello
interno
,
ossia
delle
espressioni
,
potrebbe
obiettarsi
:
che
l
'
artista
crea
le
sue
espressioni
dipingendo
o
scolpendo
,
scrivendo
o
componendo
;
e
che
perciò
il
bello
fisico
,
anziché
seguire
,
precede
talvolta
il
bello
estetico
.
Sarebbe
questo
un
modo
assai
superficiale
d
'
intendere
il
procedere
dell
'
artista
,
il
quale
,
in
realtà
,
non
dà
mai
pennellata
senza
prima
averla
vista
con
la
fantasia
;
e
,
se
non
l
'
ha
vista
ancora
,
la
darà
non
per
estrinsecare
la
sua
espressione
(
che
in
quel
momento
non
esiste
)
,
ma
quasi
a
prova
e
per
avere
un
semplice
punto
di
appoggio
all
'
ulteriore
meditazione
e
concentrazione
interna
.
Il
punto
fisico
di
appoggio
non
è
il
bello
fisico
,
strumento
di
riproduzione
,
ma
un
mezzo
che
si
potrebbe
dire
pedagogico
,
pari
al
ritrarsi
in
solitudine
o
ai
tanti
altri
espedienti
,
spesso
assai
bizzarri
,
che
adoperano
artisti
e
scienziati
e
che
variano
secondo
le
varie
idiosincrasie
.
Il
vecchio
estetico
Baumgarten
consigliava
ai
poeti
,
come
mezzi
per
promuovere
l
'
ispirazione
,
di
andare
a
cavallo
,
bere
moderatamente
vino
,
e
,
se
per
altro
(
ammoniva
)
fossero
casti
,
guardare
belle
donne
.
XIV
.
ERRORI
NASCENTI
DALLA
CONFUSIONE
TRA
FISICA
ED
ESTETICA
.
Dal
non
aver
inteso
il
rapporto
puramente
estrinseco
che
corre
tra
la
visione
artistica
e
il
fatto
fisico
,
ossia
l
'
istrumento
che
serve
di
aiuto
a
riprodurla
,
è
nata
una
serie
di
fallaci
dottrine
,
che
importa
menzionare
,
accennandone
la
critica
,
la
quale
discende
da
ciò
che
si
è
già
detto
.
In
tale
mancata
intelligenza
trova
sostegno
quella
forma
di
associazionismo
,
che
identifica
l
'
atto
estetico
con
l
'
associazione
di
due
immagini
.
Per
quale
via
si
è
potuto
venire
a
siffatto
errore
,
contro
cui
si
ribella
la
nostra
coscienza
estetica
,
ch
è
coscienza
di
unità
perfetta
e
non
mai
di
dualità
?
Appunto
perché
si
sono
considerati
separatamente
il
fatto
fisico
e
quello
estetico
,
quasi
due
immagini
distinte
,
che
entrino
nello
spirito
l
'
una
tirata
dall
'
altra
,
l
'
una
prima
e
l
'
altra
dopo
.
Un
quadro
si
è
scisso
nell
'
immagine
del
quadro
e
nell
'
immagine
del
significato
del
quadro
;
una
poesia
,
nell
'
immagine
delle
parole
e
in
quella
del
significato
delle
parole
.
Ma
questo
dualismo
d
'
immagini
è
inesistente
:
il
fatto
fisico
non
entra
nello
spirito
come
immagine
,
ma
fa
riprodurre
l
'
immagine
(
l
'
unica
immagine
,
ch
'
è
il
fatto
estetico
)
,
in
quanto
stimola
ciecamente
l
'
organismo
psichico
e
produce
l
'
impressione
rispondente
alla
già
prodotta
espressione
estetica
.
Sono
altamente
istruttivi
gli
sforzi
degli
associazionisti
(
gli
odierni
spadroneggiatori
nel
campo
dell
Estetica
)
per
uscire
d
'
imbarazzo
e
riafferrare
in
qualche
modo
l
'
unità
,
che
l
'
introdotto
principio
associazionistico
ha
distrutto
.
Alcuni
sostengono
che
l
'
immagine
richiamata
sia
inconscia
:
altri
,
lasciando
stare
l
inconscio
,
pretendono
invece
che
sia
vaga
,
vaporosa
,
confusa
,
e
riducono
così
la
forza
del
fatto
estetico
alla
debolezza
della
memoria
cattiva
.
Ma
il
dilemma
è
inesorabile
:
o
conservare
l
'
associazione
,
abbandonando
l
'
unità
;
o
conservare
l
'
unità
,
abbandonando
l
'
associazione
.
Una
terza
via
di
uscita
non
esiste
.
Dal
non
aver
bene
analizzato
il
cosiddetto
bello
naturale
e
riconosciutolo
semplice
incidente
della
riproduzione
estetica
,
e
dall
'
averlo
,
invece
,
considerato
come
qualcosa
di
dato
in
natura
,
è
provenuta
tutta
quella
parte
che
nelle
trattazioni
di
Estetica
prende
il
titolo
di
Bello
nella
natura
o
di
Fisica
estetica
,
suddivisa
,
magari
,
in
Mineralogia
,
Botanica
e
Zoologia
estetiche
.
Non
vogliamo
negare
che
siffatte
trattazioni
contengano
spesso
osservazioni
giuste
e
fini
,
e
siano
qualche
volta
esse
stesse
lavori
d
'
arte
,
in
quanto
rappresentano
bellamente
le
fantasie
e
fantasticherie
,
ossia
le
impressioni
dei
loro
autori
.
Ma
dobbiamo
affermare
che
è
scientificamente
fallace
proporsi
le
domande
se
il
cane
sia
bello
e
se
l
'
ornitorinco
sia
brutto
,
se
il
giglio
sia
bello
e
il
carciofo
sia
brutto
.
Anzi
,
qui
,
l
'
errore
è
doppio
.
La
Fisica
estetica
,
per
un
lato
,
ricade
nell
'
equivoco
della
teoria
dei
generi
artistici
e
letterari
,
di
voler
determinare
esteticamente
le
astrazioni
del
nostro
intelletto
;
e
dall
'
altro
,
sconosce
,
come
dicevamo
,
la
vera
formazione
del
cosiddetto
bello
naturale
:
formazione
per
la
quale
resta
esclusa
persino
la
domanda
,
se
un
dato
animale
individuo
,
un
dato
fiore
,
un
dato
uomo
sia
bello
o
brutto
.
Ciò
che
non
è
prodotto
dallo
spirito
estetico
o
non
ci
riconduce
a
questo
,
non
è
né
bello
né
brutto
.
Il
processo
estetico
sorge
dalle
connessioni
ideali
in
cui
gli
oggetti
naturali
vengono
collocati
.
Il
doppio
errore
può
essere
esemplificato
dalla
questione
,
sulla
quale
si
sono
scritti
interi
volumi
,
della
Bellezza
del
corpo
umano
.
Qui
fa
d
'
uopo
,
anzitutto
,
spingere
i
discettatori
dell
'
argomento
dall
'
astratto
verso
il
concreto
,
domandando
:
Che
cosa
s
'
intende
per
corpo
umano
,
quello
del
maschio
,
quello
della
femmina
o
quello
dell
'
androgine
?
Poniamo
che
si
risponda
con
lo
scindere
la
ricerca
nelle
due
distinte
,
circa
la
bellezza
virile
e
circa
la
muliebre
(
è
vero
che
vi
sono
scrittori
che
discutono
sul
serio
se
sia
più
bello
l
'
uomo
o
la
donna
)
;
e
continuiamo
:
Bellezza
maschile
o
bellezza
femminile
;
ma
di
quale
razza
d
'
uomini
?
la
bianca
,
la
gialla
,
la
negra
,
e
quante
altre
sono
e
comunque
si
ripartiscano
le
razze
?
Poniamo
che
si
circoscriva
alla
bianca
,
e
incalziamo
:
Di
quale
sottospecie
della
razza
bianca
?
E
allorché
li
avremo
ristretti
via
via
a
un
cantuccio
del
mondo
bianco
,
come
a
dire
alla
bellezza
italiana
,
anzi
toscana
,
anzi
senese
,
anzi
di
Porta
Camollia
,
seguiteremo
:
Sta
bene
;
ma
del
corpo
umano
in
quale
età
?
e
in
quale
condizione
e
atteggiamento
?
del
neonato
,
del
bambino
,
del
fanciullo
,
dell
'
adolescente
,
dell
'
uomo
a
mezzo
del
cammino
,
e
via
enumerando
,
e
dell
'
uomo
che
sta
in
calma
o
dell
'
uomo
che
lavora
o
di
quello
ch
è
occupato
come
la
vacca
di
Paolo
Potter
o
il
Ganimede
di
Rembrandt
?
Giunti
così
,
mediante
riduzioni
successive
,
all
'
individuo
omnimode
determinatum
,
o
,
meglio
,
al
questo
qui
,
che
s
'
indica
col
dito
,
sarà
facile
mostrare
l
'
altro
errore
,
ricordando
quello
che
abbiamo
detto
del
fatto
naturale
,
il
quale
,
secondo
il
punto
di
vista
,
secondo
ciò
che
s
'
agita
nella
psiche
dell
'
artista
,
è
ora
bello
ora
brutto
.
Se
perfino
il
Golfo
di
Napoli
ha
i
suoi
detrattori
,
e
artisti
che
lo
dichiarano
inespressivo
,
preferendogli
i
tetri
abeti
,
le
nebbie
e
i
perpetui
aquiloni
dei
mari
settentrionali
;
figurarsi
se
è
possibile
che
codesta
relatività
non
abbia
luogo
pel
corpo
umano
,
fonte
delle
più
svariate
suggestioni
.
Connessa
con
la
Fisica
estetica
è
la
questione
della
bellezza
delle
figure
geometriche
.
Ma
se
per
figure
geometriche
s
'
intendono
i
concetti
della
geometria
(
il
concetto
del
triangolo
,
del
quadrato
,
del
cono
)
,
questi
non
sono
né
belli
né
brutti
,
appunto
perché
concetti
.
Se
,
invece
,
per
tali
figure
s
'
intendono
corpi
che
hanno
determinate
forme
geometriche
,
esse
saranno
belle
o
brutte
,
come
ogni
fatto
naturale
,
secondo
le
connessioni
ideali
in
cui
vengono
poste
.
Si
è
detto
da
taluni
che
sono
belle
quelle
figure
geometriche
le
quali
tendono
all
'
alto
,
dandoci
l
'
immagine
della
fermezza
e
della
forza
.
E
che
ciò
possa
accadere
,
non
si
nega
.
Ma
non
si
deve
negare
neppure
,
che
anche
quelle
le
quali
ci
danno
l
'
impressione
del
malfermo
e
dello
schiacciato
,
possono
avere
il
loro
bello
,
quando
stanno
per
l
'
appunto
a
rappresentare
il
malfermo
e
lo
schiacciato
;
e
che
,
in
questi
ultimi
casi
,
la
fermezza
della
linea
retta
e
la
leggerezza
del
cono
o
del
triangolo
equilatero
sembreranno
,
invece
,
elementi
di
bruttezza
.
Certo
,
siffatte
questioni
sul
bello
di
natura
e
sulla
bellezza
della
geometria
,
come
le
altre
analoghe
sul
bello
storico
e
sul
bello
umano
,
appaiono
meno
assurde
nella
Estetica
del
simpatico
,
la
quale
,
con
le
parole
bellezza
estetica
intende
,
in
fondo
,
la
rappresentazione
del
piacevole
.
Ma
non
è
meno
erronea
,
anche
nell
'
àmbito
di
quella
dottrina
e
poste
quelle
premesse
,
la
pretensione
di
determinare
scientificamente
quali
siano
i
contenuti
simpatici
e
quali
quelli
irrimediabilmente
antipatici
.
Per
tale
questione
non
si
può
se
non
ripetere
,
con
lunghissima
infinita
coda
,
il
Sunt
quos
della
prima
ode
del
primo
libro
di
Orazio
,
e
l
'
Havvi
chi
dell
'
epistola
leopardiana
a
Carlo
Pepoli
.
A
ciascuno
il
suo
bello
(
=
simpatico
)
,
come
a
ciascuno
la
sua
bella
.
La
Filografia
non
è
scienza
.
Nel
produrre
l
istrumento
artificiale
,
o
bello
fisico
,
l
'
artista
ha
talora
innanzi
fatti
naturalmente
esistenti
,
che
sono
,
come
si
chiamano
,
i
suoi
modelli
:
corpi
,
stoffe
,
fiori
,
e
così
via
.
Si
percorrano
gli
schizzi
,
gli
studi
e
gli
appunti
degli
artisti
:
Leonardo
,
quando
lavorava
al
Cenacolo
,
annotava
nel
suo
taccuino
:
Giovannina
,
viso
fantastico
,
sta
a
S
.
Caterina
,
all
'
Ospedale
;
Cristofano
di
Castiglione
sta
alla
pietà
,
ha
bona
testa
;
Cristo
,
Giovan
Conte
,
quello
del
Cardinale
del
Mortaro
.
E
così
via
.
Sorge
da
ciò
l
'
illusione
che
l
'
artista
imiti
la
natura
;
laddove
sarebbe
forse
più
esatto
dire
,
che
la
natura
imiti
l
'
artista
e
gli
sia
obbediente
.
In
questa
illusione
ha
trovato
talvolta
terreno
e
alimento
la
teoria
dell
'
arte
imitatrice
della
natura
;
e
anche
la
variante
di
essa
,
meglio
sostenibile
,
che
fa
dell
'
arte
l
idealizzatrice
della
natura
.
Questa
ultima
teoria
presenta
il
processo
disordinatamente
,
anzi
all
inverso
dell
'
ordine
reale
;
perché
l
'
artista
non
muove
dalla
realtà
estrinseca
per
modificarla
avvicinandola
all
'
ideale
,
ma
dall
'
impressione
della
natura
esterna
va
alla
espressione
,
e
cioè
al
suo
ideale
,
e
da
questa
passa
al
fatto
naturale
,
che
riduce
strumento
di
riproduzione
del
fatto
ideale
.
Anche
conseguenza
di
uno
scambio
tra
atto
estetico
e
fatto
fisico
è
la
dottrina
delle
forme
elementari
del
bello
.
Se
l
'
espressione
,
se
il
bello
è
indivisibile
,
il
fatto
fisico
,
invece
,
nel
quale
esso
si
estrinseca
,
può
ben
essere
diviso
e
suddiviso
:
per
esempio
,
una
superficie
dipinta
in
linee
e
colori
,
gruppi
e
curve
di
linee
,
specie
di
colori
,
e
via
dicendo
;
una
poesia
,
in
strofe
,
versi
,
piedi
,
sillabe
;
una
prosa
,
in
capitoli
,
paragrafi
,
capiversi
,
periodi
,
frasi
,
parole
,
e
così
via
.
Le
parti
,
che
si
ottengono
a
questo
modo
,
non
sono
atti
estetici
,
ma
fatti
fisici
più
.
piccoli
,
arbitrariamente
tagliati
.
Procedendo
per
questa
via
,
e
persistendo
nella
confusione
,
si
finirebbe
col
concludere
che
le
vere
forme
elementari
del
bello
sono
gli
atomi
.
Contro
gli
atomi
si
potrebbe
far
valere
la
legge
estetica
,
più
volte
promulgata
,
che
il
bello
deve
avere
grandezza
:
una
certa
grandezza
,
che
non
sia
né
l
'
impercettibilità
del
troppo
piccolo
né
l
inafferrabilità
del
troppo
grande
.
Ma
una
grandezza
che
si
determini
,
non
secondo
misure
,
ma
secondo
la
percettibilità
,
accenna
a
ben
altro
che
non
a
un
concetto
matematico
.
E
,
infatti
,
ciò
che
si
dice
impercettibile
e
inafferrabile
non
produce
impressione
,
perché
non
è
fatto
reale
,
ma
concetto
:
il
requisito
della
grandezza
del
bello
si
riduce
in
tal
modo
a
quello
della
presenza
effettiva
del
fatto
fisico
,
che
serve
alla
riproduzione
del
bello
.
Continuando
nella
ricerca
delle
leggi
fisiche
o
delle
condizioni
obiettive
del
bello
,
è
stato
domandato
a
quali
fatti
fisici
risponde
il
bello
,
a
quali
il
brutto
,
ossia
a
quali
unioni
di
toni
,
di
colori
,
di
grandezze
,
matematicamente
determinabili
.
Il
che
sarebbe
come
se
,
in
Economia
politica
,
si
ricercassero
le
leggi
degli
scambi
nella
natura
fisica
degli
oggetti
che
si
scambiano
.
Della
vanità
del
tentativo
avrebbe
dovuto
dare
presto
qualche
sospetto
la
sua
costante
infecondità
.
Ai
nostri
tempi
in
ispecie
,
si
è
molte
volte
asserita
la
necessità
di
una
Estetica
induttiva
,
di
un
'
Estetica
dal
basso
,
che
proceda
come
scienza
naturale
e
non
affretti
le
sue
conclusioni
.
Induttiva
?
Ma
l
Estetica
è
stata
sempre
induttiva
e
deduttiva
insieme
,
come
ogni
scienza
filosofica
;
l
'
induzione
e
la
deduzione
non
possono
separarsi
,
né
,
separate
,
valgono
a
qualificare
una
scienza
vera
e
propria
.
Senonché
la
parola
«
induzione
»
non
era
pronunziata
a
caso
:
si
voleva
con
essa
significare
che
il
fatto
estetico
non
è
altro
,
in
fondo
,
che
un
fatto
fisico
,
da
studiare
applicandogli
i
concetti
e
i
metodi
propri
delle
scienze
fisiche
e
naturali
.
Con
tale
presupposto
e
con
tale
fiducia
l
Estetica
induttiva
o
Estetica
dal
basso
(
quanta
superbia
in
questa
modestia
!
)
si
è
messa
all
'
opera
.
E
ha
coscienziosamente
cominciato
dal
fare
raccolta
di
oggetti
belli
,
per
esempio
,
di
una
grande
quantità
di
buste
per
lettere
di
varia
forma
e
dimensione
;
ed
è
venuta
investigando
quali
di
queste
diano
l
impressione
del
bello
e
quali
del
brutto
.
Com
'
era
da
aspettare
,
gli
estetici
induttivi
si
sono
trovati
subito
nell
'
imbarazzo
:
lo
stesso
oggetto
,
che
sembrava
brutto
per
un
verso
,
sembrava
poi
bello
per
un
altro
.
Una
busta
gialla
,
grossolana
,
bruttissima
per
chi
debba
chiudervi
una
letterina
d
'
amore
,
è
poi
sommamente
adatta
a
contenere
una
citazione
in
carta
bollata
per
mano
d
'
usciere
;
la
quale
starebbe
molto
male
(
o
per
lo
meno
,
parrebbe
una
ironia
)
in
una
busta
quadrata
di
carta
inglese
.
Queste
considerazioni
di
semplice
buon
senso
sarebbero
dovute
bastare
a
persuadere
gli
estetici
dell
'
induzione
,
che
il
bello
non
ha
esistenza
fisica
;
e
a
far
loro
smettere
la
vana
e
ridicola
ricerca
.
Ma
no
:
essi
sono
ricorsi
a
un
espediente
,
che
non
sappiamo
quanto
appartenga
alla
severità
delle
scienze
naturali
.
Hanno
mandato
in
giro
le
loro
buste
e
aperto
un
referendum
,
cercando
di
stabilire
in
che
consista
il
bello
e
il
brutto
,
a
voti
di
maggioranza
.
Non
ci
dilungheremo
ancora
in
quest
'
argomento
,
perché
ci
parrebbe
di
mutarci
,
da
espositori
della
scienza
estetica
e
dei
suoi
problemi
,
in
narratori
di
aneddoti
comici
.
In
linea
di
fatto
sta
,
che
tutta
l
Estetica
induttiva
,
non
ha
finora
scoperto
una
legge
sola
.
Chi
dispera
dei
medici
,
è
disposto
ad
abbandonarsi
ai
ciarlatani
.
E
così
è
accaduto
ai
credenti
nelle
leggi
naturalistiche
del
bello
.
Gli
artisti
adoperano
talvolta
canoni
empirici
,
come
quello
delle
proporzioni
del
corpo
umano
o
quello
della
sezione
aurea
,
cioè
di
una
linea
divisa
in
due
parti
in
modo
che
la
minore
stia
alla
maggiore
come
la
maggiore
alla
linea
intera
(
bc
:
ac
=
ac
:
ab
)
.
Questi
canoni
diventano
facilmente
le
loro
superstizioni
,
attribuendo
essi
all
'
osservanza
di
regole
siffatte
la
buona
riuscita
delle
opere
loro
.
Così
Michelangelo
lasciava
in
eredità
al
discepolo
Marco
del
Pino
da
Siena
il
precetto
:
ch
'
egli
dovesse
sempre
fare
una
figura
piramidale
,
serpentinata
,
moltiplicata
per
una
,
due
e
tre
;
precetto
che
non
aiutò
,
per
altro
,
Marco
da
Siena
a
uscire
da
quella
mediocrità
,
che
noi
possiamo
osservare
ancora
nelle
tante
pitture
di
lui
esistenti
qui
in
Napoli
.
E
dal
detto
di
Michelangelo
altri
trasse
appicco
a
teorizzare
la
linea
ondulante
e
la
serpeggiante
,
come
le
vere
linee
della
bellezza
.
Su
queste
leggi
della
bellezza
,
sulla
sezione
aurea
e
sulla
linea
ondulante
e
serpeggiante
,
si
sono
composti
interi
volumi
,
che
bisogna
considerare
,
a
nostro
parere
,
quasi
l
'
astrologia
della
Estetica
.
XV
.
L
'
ATTIVITÀ
DELL
'
ESTRINSECAZIONE
.
LA
TECNICA
E
LA
TEORIA
DELLE
ARTI
.
Il
fatto
della
produzione
del
bello
fisico
importa
,
come
si
è
già
avvertito
,
la
vigile
volontà
che
si
sforza
a
non
lasciare
andar
perdute
certe
visioni
,
intuizioni
o
rappresentazioni
.
Volontà
che
può
svolgersi
rapidissimamente
e
come
istintivamente
,
e
può
anche
aver
bisogno
di
lunghe
e
laboriose
deliberazioni
.
A
ogni
modo
,
solo
così
,
cioè
per
effetto
della
produzione
che
ha
luogo
di
aiuti
alla
memoria
ossia
di
oggetti
fisici
,
l
'
attività
pratica
entra
in
relazione
con
quella
estetica
,
non
più
come
semplice
concomitante
di
essa
,
ma
come
momento
da
essa
realmente
distinto
.
Noi
non
possiamo
volere
o
non
volere
la
nostra
visione
estetica
:
possiamo
,
bensì
,
volerla
o
no
estrinsecare
,
o
,
meglio
,
serbare
e
comunicare
o
no
agli
altri
l
'
estrinsecazione
prodotta
.
Questo
fatto
volontario
dell
'
estrinsecazione
è
preceduto
da
un
complesso
di
svariate
conoscenze
,
le
quali
,
come
tutte
le
conoscenze
allorché
precedono
un
'
attività
pratica
,
sappiamo
che
prendono
il
nome
di
tecniche
.
E
allo
stesso
modo
metaforico
ed
ellittico
onde
si
parla
di
un
bello
fisico
,
si
discorre
di
una
tecnica
artistica
,
cioè
(
per
denominarla
più
precisamente
)
di
conoscenze
a
servigio
dell
'
attività
pratica
rivolta
a
produrre
stimoli
di
riproduzione
estetica
.
In
luogo
di
una
dicitura
così
lunga
ci
varremo
anche
qui
della
terminologia
comune
,
sul
significato
della
quale
oramai
siamo
intesi
.
La
possibilità
di
queste
conoscenze
tecniche
in
servigio
della
riproduzione
artistica
è
ciò
che
ha
traviato
le
menti
a
immaginare
una
tecnica
estetica
dell
'
espressione
interna
,
vale
a
dire
una
dottrina
dei
mezzi
dell
'
espressione
interna
,
cosa
affatto
inconcepibile
.
E
di
questa
inconcepibilità
ben
sappiamo
la
ragione
:
l
'
espressione
,
considerata
in
sé
stessa
,
è
attività
teoretica
elementare
;
e
,
in
quanto
tale
,
precede
la
pratica
e
le
conoscenze
intellettive
che
rischiarano
la
pratica
,
ed
è
indipendente
così
dall
'
una
come
dalle
altre
.
Concorre
per
sua
parte
a
determinare
la
pratica
,
ma
non
ne
viene
determinata
.
L
'
espressione
non
ha
mezzi
,
perché
non
ha
fine
;
intuisce
qualcosa
,
ma
non
vuole
,
e
perciò
non
si
può
analizzare
nei
componenti
astratti
della
volizione
,
il
mezzo
e
il
fine
.
E
se
si
dice
talora
che
uno
scrittore
ha
inventato
una
nuova
tecnica
del
romanzo
o
del
dramma
,
o
un
pittore
una
nuova
tecnica
del
distribuire
la
luce
,
la
parola
è
usata
a
casaccio
,
perché
la
pretesa
nuova
tecnica
è
proprio
quel
nuovo
romanzo
,
quel
nuovo
quadro
,
e
nient
'
altro
.
La
distribuzione
della
luce
appartiene
alla
visione
stessa
del
quadro
;
così
come
la
tecnica
di
un
drammaturgo
è
la
stessa
concezione
drammatica
di
lui
.
Altre
volte
,
con
la
parola
tecnica
Si
sogliono
designare
alcuni
pregi
o
difetti
di
un
'
opera
sbagliata
;
e
si
dice
,
come
per
eufemismo
,
che
la
concezione
è
sbagliata
ma
la
tecnica
è
buona
,
o
che
la
concezione
è
buona
,
ma
la
tecnica
è
sbagliata
.
Quando
,
invece
,
si
parla
dei
modi
di
dipingere
a
olio
o
d
'
incidere
ad
acquaforte
o
di
scolpire
l
'
alabastro
,
allora
sì
che
la
parola
tecnica
è
propria
;
senonché
,
in
tal
caso
,
l
'
aggettivo
artistico
è
usato
metaforicamente
.
E
se
una
tecnica
drammatica
,
in
senso
estetico
,
è
impossibile
,
non
è
impossibile
una
tecnica
teatrale
,
ossia
dei
processi
d
'
estrinsecazione
di
alcune
particolari
opere
estetiche
.
Allorché
,
per
esempio
,
in
Italia
,
nella
seconda
metà
del
secolo
decimosesto
,
s
'
introdussero
le
donne
sulle
scene
,
sostituendole
agli
uomini
truccati
da
donne
,
questo
fu
un
ritrovato
,
vero
e
proprio
,
di
tecnica
teatrale
;
e
tale
fu
anche
per
l
'
appunto
,
nel
secolo
seguente
,
quel
perfezionamento
che
alle
macchine
per
il
rapido
cambiamento
delle
scene
seppero
dare
gl
'
impresari
dei
teatri
di
Venezia
.
La
raccolta
di
conoscenze
tecniche
in
servigio
degli
artisti
che
intendono
a
estrinsecare
le
loro
espressioni
,
può
dividersi
in
gruppi
,
i
quali
prendono
il
titolo
di
teorie
delle
arti
.
Nasce
così
una
teoria
dell
'
Architettura
,
contenente
leggi
di
meccanica
,
ragguagli
sul
peso
o
sulla
resistenza
dei
materiali
di
costruzione
e
di
rivestimento
,
sul
modo
di
mescolare
la
calce
e
lo
stucco
;
una
teoria
della
Scultura
,
contenente
avvertenze
sui
modi
di
scolpire
le
varie
pietre
,
di
ottenere
una
buona
fusione
del
bronzo
,
di
lavorarlo
col
cesello
,
di
copiare
esattamente
il
modello
di
creta
e
di
gesso
,
di
tenere
umida
la
creta
;
una
teoria
della
Pittura
,
sulla
varia
tecnica
della
tempera
,
della
pittura
a
olio
,
dell
'
acquarello
,
del
pastello
,
sulle
proporzioni
del
corpo
umano
,
sulle
regole
della
prospettiva
;
una
teoria
dell
'
Oratoria
,
con
precetti
sulle
guise
del
porgere
,
sui
metodi
per
esercitare
e
rinforzare
la
voce
,
sugli
atteggiamenti
mimici
e
sui
gesti
;
una
teoria
della
Musica
,
sulle
combinazioni
e
fusioni
di
toni
e
di
suoni
,
e
via
seguitando
:
raccolte
di
precetti
,
che
abbondano
in
tutte
le
letterature
.
E
,
poiché
non
è
possibile
dire
esattamente
che
cosa
sia
utile
e
che
cosa
inutile
a
sapere
,
libri
di
questo
genere
tendono
molto
spesso
a
diventare
enciclopedie
o
cataloghi
di
desiderati
.
Vitruvio
,
nel
De
architectura
,
richiede
per
l
'
architetto
la
conoscenza
delle
lettere
,
del
disegno
,
della
geometria
,
dell
'
aritmetica
,
dell
'
ottica
,
della
storia
,
della
filosofia
naturale
e
morale
,
della
giurisprudenza
,
della
medicina
,
dell
'
astrologia
,
della
musica
,
e
così
via
.
Tutto
è
buono
da
sapere
:
impara
l
'
arte
e
mettila
da
parte
.
Come
dovrebbe
esser
chiaro
,
siffatte
raccolte
empiriche
non
sono
riducibili
a
scienza
.
Composte
di
nozioni
attinte
appunto
a
varie
scienze
e
discipline
,
i
loro
principi
filosofici
e
scientifici
si
trovano
in
quelle
.
Proporsi
di
elaborare
una
teoria
scientifica
delle
singole
arti
sarebbe
volere
ridurre
all
'
uno
e
omogeneo
ciò
ch
è
,
per
destinazione
,
molteplice
ed
eterogeneo
:
voler
distruggere
come
raccolta
ciò
ch
è
stato
messo
assieme
pel
fine
appunto
di
ottenere
una
raccolta
.
Nel
tentar
di
dare
forma
rigorosamente
scientifica
ai
manuali
per
l
'
architetto
o
pel
pittore
o
pel
musicista
,
è
chiaro
che
non
resterebbero
nelle
nostre
mani
se
non
i
principi
generali
della
Meccanica
,
dell
'
Ottica
o
dell
'
Acustica
.
E
se
si
viene
estraendo
da
essi
e
isolando
ciò
che
vi
può
essere
sparso
di
osservazioni
propriamente
artistiche
per
costruirlo
in
sistema
di
scienza
,
si
lascia
il
terreno
della
singola
arte
e
si
passa
all
Estetica
,
ch
'
è
sempre
Estetica
generale
o
,
per
dir
meglio
,
non
si
può
dividere
in
generale
e
speciale
.
Quest
'
ultimo
caso
(
proporsi
,
cioè
,
di
dare
una
tecnica
e
riuscire
a
un
Estetica
)
è
accaduto
di
solito
,
allorché
a
elaborare
simili
teoriche
e
manuali
tecnici
si
sono
messi
uomini
forniti
di
forte
senso
scientifico
e
di
naturale
disposizione
filosofica
.
Ma
la
confusione
tra
la
Fisica
e
l
'
Estetica
ha
raggiunto
il
più
alto
segno
,
quando
si
sono
immaginate
teorie
estetiche
delle
singole
arti
,
procurando
di
rispondere
alle
domande
:
quali
sono
i
limiti
di
ciascun
'
arte
?
che
cosa
si
può
rappresentare
coi
colori
e
che
cosa
coi
suoni
?
che
cosa
con
le
semplici
linee
monocrome
e
che
cosa
con
tocchi
di
colori
svariati
?
che
cosa
coi
toni
e
che
cosa
coi
metri
e
ritmi
?
quali
sono
i
limiti
tra
le
arti
figurative
e
le
uditive
,
tra
la
pittura
e
la
scultura
,
tra
la
poesia
e
la
musica
?
Il
che
,
tradotto
in
termini
scientifici
,
val
quando
domandare
:
quale
è
il
legame
tra
l
'
Acustica
e
l
'
espressione
estetica
?
quale
tra
questa
e
l
'
Ottica
?
e
simili
.
Ora
,
se
dal
fatto
fisico
a
quello
estetico
non
vi
è
passaggio
,
come
potrebbe
poi
esservene
dal
fatto
estetico
a
gruppi
particolari
di
fatti
fisici
,
quali
i
fenomeni
dell
'
Ottica
o
dell
'
Acustica
?
Le
cosiddette
arti
non
hanno
limiti
estetici
,
giacché
,
per
averli
,
dovrebbero
avere
anche
esistenza
estetica
nella
loro
particolarità
;
e
noi
abbiamo
mostrato
la
genesi
affatto
empirica
di
quelle
partizioni
.
Per
conseguenza
,
è
assurdo
ogni
tentativo
di
classificazione
estetica
delle
arti
.
Se
non
hanno
limiti
,
esse
non
sono
determinabili
esattamente
,
né
quindi
filosoficamente
distinguibili
.
Tutti
i
volumi
di
classificazioni
e
sistemi
delle
arti
si
potrebbero
(
e
sia
detto
col
massimo
rispetto
verso
gli
scrittori
che
vi
hanno
versato
sopra
i
loro
sudori
)
bruciare
senza
danno
alcuno
.
L
'
impossibilità
di
siffatte
sistemazioni
ha
come
una
riprova
negli
strani
modi
ai
quali
si
è
ricorso
per
eseguirle
.
Prima
e
più
comune
partizione
è
quella
in
arti
dell
'
udito
,
della
vista
e
della
fantasia
;
quasi
che
occhi
,
orecchi
e
fantasia
stiano
sulla
stessa
linea
e
possano
dedursi
da
una
medesima
variabile
logica
,
fondamento
della
divisione
.
Altri
hanno
proposto
l
'
ordinamento
in
arti
dello
spazio
e
arti
del
tempo
,
arti
del
riposo
e
arti
del
movimento
;
come
se
i
concetti
di
spazio
,
tempo
,
riposo
e
movimento
determinino
speciali
conformazioni
estetiche
e
abbiano
alcunché
di
comune
con
l
'
arte
in
quanto
tale
.
Altri
,
infine
,
si
sono
baloccati
a
dividerle
in
classiche
e
romantiche
,
dando
valore
di
concetti
scientifici
a
semplici
denominazioni
di
fatti
storici
,
o
cadendo
in
quelle
partizioni
rettoriche
delle
forme
espressive
già
di
sopra
criticate
;
o
ancora
in
arti
che
si
vedono
da
un
sol
lato
,
come
la
pittura
,
e
che
si
vedono
da
tutti
i
lati
,
come
la
scultura
;
e
simili
stravaganze
,
che
non
stanno
né
in
cielo
né
in
terra
.
La
teoria
dei
limiti
delle
arti
fu
,
forse
,
al
tempo
in
cui
venne
proposta
,
una
benefica
reazione
critica
contro
coloro
che
stimavano
possibile
il
travasamento
di
un
'
espressione
in
un
'
altra
(
per
esempio
,
dell
'
Iliade
o
del
Paradiso
perduto
in
una
serie
di
dipinti
)
,
e
anzi
giudicavano
di
maggiore
o
minor
valore
una
poesia
,
secondo
che
potesse
o
no
da
un
pittore
essere
tradotta
in
quadri
.
Ma
,
se
la
reazione
era
ragionevole
e
riportò
facile
vittoria
,
ciò
non
vuol
dire
che
le
ragioni
adoperate
e
i
sistemi
all
'
uopo
congegnati
fossero
buoni
.
Con
la
teoria
delle
arti
e
dei
loro
limiti
cade
ancora
l
'
altra
,
che
ne
è
un
corollario
:
quella
della
riunione
delle
arti
.
Poste
singole
arti
,
distinte
e
limitate
,
nascevano
le
domande
:
qual
è
la
più
possente
?
e
,
col
riunirne
parecchie
,
non
si
otterranno
effetti
più
possenti
?
Di
ciò
non
sappiamo
nulla
:
sappiamo
,
caso
per
caso
,
che
alcune
intuizioni
artistiche
hanno
bisogno
,
per
la
riproduzione
,
di
alcuni
mezzi
fisici
,
e
altre
intuizioni
artistiche
,
di
altri
mezzi
.
Vi
sono
drammi
il
cui
effetto
si
ottiene
dalla
semplice
lettura
;
altri
,
ai
quali
occorrono
la
declamazione
e
l
'
apparato
scenico
:
intuizioni
artistiche
che
,
per
estrinsecarsi
pienamente
,
richiedono
parole
,
canto
,
strumenti
musicali
,
colori
,
plastica
,
architetture
,
attori
;
e
altre
,
che
sono
belle
e
compiute
in
un
sottile
contorno
fatto
con
la
penna
o
con
pochi
tratti
di
matita
.
Ma
che
la
declamazione
e
l
'
apparato
scenico
,
o
tutte
insieme
le
altre
cose
che
abbiamo
ora
menzionate
,
siano
più
possenti
della
semplice
lettura
o
del
semplice
contorno
a
penna
e
a
matita
,
è
falso
;
perché
ciascuno
di
quei
fatti
o
gruppi
di
fatti
ha
,
per
così
dire
,
diverso
fine
,
e
la
potenza
dei
mezzi
è
incomparabile
quando
i
fini
sono
diversi
.
È
da
notare
che
,
solo
tenendo
ferma
la
netta
e
rigorosa
distinzione
tra
l
'
attività
estetica
vera
e
propria
,
e
quella
pratica
dell
'
estrinsecazione
,
è
dato
risolvere
le
avviluppate
e
confuse
questioni
circa
i
rapporti
dell
'
arte
con
l
'
utilità
e
con
la
moralità
.
Che
l
'
arte
come
arte
sia
indipendente
e
dall
'
utilità
e
dalla
moralità
,
ossia
da
ogni
valore
pratico
,
abbiamo
dimostrato
di
sopra
.
Senza
tale
indipendenza
non
sarebbe
possibile
parlare
di
un
valore
intrinseco
dell
'
arte
,
e
neppure
quindi
concepire
una
scienza
estetica
,
la
quale
ha
per
sua
necessaria
condizione
l
'
autonomia
dell
'
atto
estetico
.
Ma
sarebbe
erroneo
pretendere
che
l
'
affermata
indipendenza
dell
'
arte
,
ch
'
è
indipendenza
della
visione
o
intuizione
o
espressione
interna
dell
'
artista
,
debba
essere
estesa
senz
'
altro
all
'
attività
pratica
dell
'
estrinsecazione
e
della
comunicazione
,
la
quale
può
seguire
o
no
al
fatto
estetico
.
Intesa
l
'
arte
come
estrinsecazione
dell
'
arte
,
l
'
utilità
e
la
moralità
vi
entrano
di
pieno
diritto
;
col
diritto
,
cioè
,
che
si
ha
nelle
cose
di
casa
propria
.
Infatti
,
delle
tante
espressioni
e
intuizioni
che
formiamo
nel
nostro
spirito
,
non
tutte
estrinsechiamo
e
fissiamo
;
non
ogni
nostro
pensiero
o
immagine
traduciamo
a
voce
alta
o
mettiamo
per
iscritto
o
stampiamo
o
disegniamo
o
coloriamo
o
esponiamo
al
pubblico
.
Tra
la
folla
delle
intuizioni
,
formate
o
almeno
abbozzate
interiormente
,
noi
scegliamo
;
e
la
scelta
è
guidata
da
criteri
di
economica
disposizione
della
vita
e
di
morale
indirizzo
di
essa
.
Perciò
,
fissata
un
'
intuizione
,
resta
sempre
da
ponderare
ancora
se
convenga
comunicarla
ad
altri
,
e
a
chi
,
e
quando
,
e
come
:
ponderazioni
che
ricadono
tutte
egualmente
sotto
il
criterio
utilitario
e
sotto
quello
etico
.
Si
trovano
così
in
qualche
modo
giustificati
i
concetti
della
scelta
,
dell
'
interessante
,
della
moralità
,
del
fine
educativo
,
della
popolarità
,
e
simili
,
i
quali
,
imposti
all
'
arte
come
arte
,
non
possono
giustificarsi
in
niun
modo
,
e
perciò
sono
stati
da
noi
,
in
pura
Estetica
,
respinti
.
L
'
errore
ha
sempre
qualche
motivo
di
vero
;
e
chi
formolava
quelle
proposizioni
estetiche
erronee
volgeva
,
in
realtà
,
l
'
occhio
ai
fatti
pratici
,
che
si
collegano
esternamente
al
fatto
estetico
e
appartengono
alla
vita
economica
e
morale
.
Che
poi
si
sia
partigiani
della
maggiore
libertà
anche
nella
divulgazione
dei
mezzi
della
riproduzione
estetica
,
sta
bene
:
siamo
anche
noi
di
questo
avviso
e
lasciamo
le
leghe
pei
provvedimenti
legislativi
e
pei
processi
da
promuovere
contro
l
'
arte
immorale
agli
ipocriti
,
agli
ingenui
e
ai
perdigiorno
.
Ma
affermare
quella
libertà
e
fissarne
i
limiti
,
siano
pure
latissimi
,
è
sempre
ufficio
della
morale
.
E
sarebbe
,
a
ogni
modo
,
fuori
di
luogo
invocare
quell
'
altissimo
principio
,
quel
fundamentum
Aesthetices
,
ch
è
l
indipendenza
dell
'
arte
,
per
dedurne
l
'
incolpabilità
dell
'
artista
che
nell
'
estrinsecare
le
sue
fantasie
calcoli
da
immorale
speculatore
sui
gusti
malsani
dei
lettori
,
o
la
licenza
da
concedere
ai
girovaghi
che
vendono
per
le
piazze
figurine
oscene
.
Quest
'
ultimo
caso
è
di
competenza
della
polizia
,
come
il
primo
è
da
trarsi
innanzi
al
tribunale
della
coscienza
morale
.
Il
giudizio
estetico
sull
'
opera
d
'
arte
non
ha
che
vedere
con
quello
sulla
moralità
dell
'
artista
,
in
quanto
uomo
pratico
,
né
coi
provvedimenti
da
prendere
perché
le
cose
dell
'
arte
non
siano
distratte
a
fini
malvagi
,
alieni
dalla
natura
di
essa
,
ch
è
pura
contemplazione
teoretica
.
XVI
.
IL
GUSTO
E
LA
RIPRODUZIONE
DELL
'
ARTE
.
Compiuto
l
'
intero
processo
estetico
ed
estrinsecativo
,
prodotta
un
'
espressione
bella
,
e
fissatala
in
un
determinato
materiale
fisico
,
che
cosa
significa
giudicarla
?
Riprodurla
in
sé
,
rispondono
quasi
a
una
voce
i
critici
d
'
arte
,
ed
egregiamente
.
Procuriamo
d
'
intendere
bene
questo
fatto
e
,
a
tal
inténto
,
rappresentiamolo
come
in
uno
schema
.
L
'
individuo
A
cerca
l
'
espressione
di
un
'
impressione
che
sente
o
presente
,
ma
che
non
ha
ancora
espressa
.
Eccolo
a
tentare
varie
parole
e
frasi
,
che
gli
diano
l
'
espressione
cercata
,
quell
'
espressione
che
dev
'
esserci
,
ma
ch
'
egli
non
possiede
.
Prova
la
combinazione
m
,
e
la
rigetta
come
impropria
,
inespressiva
,
manchevole
,
brutta
:
prova
la
combinazione
n
,
e
col
medesimo
risultato
.
Non
vede
punto
o
non
vede
chiaro
.
L
'
espressione
gli
sfugge
ancora
.
Dopo
altre
vane
prove
,
nelle
quali
ora
s
'
accosta
,
ora
si
discosta
dal
segno
cui
tende
,
d
'
un
tratto
forma
(
par
quasi
che
gli
si
formi
da
sé
spontaneamente
)
l
'
espressione
cercata
,
e
lux
facta
est
.
Egli
gode
per
un
istante
il
piacere
estetico
o
del
bello
.
Il
brutto
,
col
dispiacere
correlativo
,
era
l
'
attività
estetica
che
non
riusciva
a
vincere
l
'
ostacolo
:
il
bello
è
l
'
attività
espressiva
,
che
ora
si
dispiega
trionfante
.
Abbiamo
tolto
l
'
esemplificazione
dal
dominio
della
parola
,
come
più
accessibile
e
prossimo
;
giacché
,
se
non
tutti
disegniamo
o
dipingiamo
,
tutti
parliamo
.
Se
ora
un
altro
individuo
,
che
diremo
B
,
dovrà
giudicare
quell
'
espressione
,
e
determinare
se
sia
bella
o
brutta
,
egli
non
potrà
se
non
mettersi
nel
punto
di
vista
di
A
,
e
rifarne
,
con
l
'
aiuto
del
segno
fisico
da
lui
prodotto
,
il
processo
.
Se
A
ha
visto
chiaro
,
B
(
essendosi
messo
nel
punto
di
vista
di
lui
)
vedrà
anch
'
esso
chiaro
,
e
sentirà
quell
'
espressione
come
bella
.
Se
A
non
ha
visto
chiaro
,
non
vedrà
chiaro
neanche
B
,
e
la
sentirà
,
d
'
accordo
con
lui
,
più
o
meno
brutta
.
Si
potrà
osservare
che
noi
non
abbiamo
preso
in
considerazione
due
altri
casi
:
che
A
abbia
visto
chiaro
e
B
veda
buio
;
o
che
A
abbia
visto
buio
e
B
veda
chiaro
.
Questi
due
casi
sono
,
parlando
con
rigore
,
impossibili
.
L
'
attività
espressiva
,
appunto
perché
attività
,
non
è
capriccio
,
ma
necessità
spirituale
;
e
non
può
risolvere
un
medesimo
problema
estetico
se
non
in
un
sol
modo
,
che
sia
buono
.
Si
obbietterà
contro
questa
nostra
recisa
affermazione
che
opere
le
quali
sembrano
belle
agli
artisti
,
vengono
poi
riconosciute
brutte
dai
critici
;
e
che
altre
opere
,
di
cui
quelli
erano
scontenti
e
che
giudicavano
imperfette
o
sbagliate
,
vengono
riconosciute
,
invece
,
da
questi
e
belle
e
perfette
.
Ma
,
in
tali
casi
,
una
delle
due
parti
ha
torto
:
o
i
critici
o
gli
artisti
,
e
talvolta
i
critici
e
talvolta
gli
artisti
.
Infatti
,
il
produttore
dell
'
espressione
non
sempre
si
rende
conto
esatto
di
ciò
che
accade
nel
suo
animo
.
La
fretta
,
la
vanità
,
l
'
irriflessione
,
i
pregiudizi
teorici
ci
fanno
dire
,
e
quasi
talora
anche
credere
,
che
siano
belle
opere
nostre
,
che
,
se
ci
ripiegassimo
davvero
su
noi
stessi
,
vedremmo
,
quali
sono
in
realtà
,
brutte
.
Il
povero
artista
si
comporta
talora
come
il
povero
Don
Quijote
,
quando
,
raccomodato
alla
meglio
l
'
elmo
con
la
celata
di
cartapesta
,
che
gli
si
era
svelato
alla
prima
prova
di
fiacchissima
resistenza
,
si
guardò
bene
dal
provarlo
di
nuovo
con
un
ben
assestato
colpo
di
spada
,
e
lo
dichiarò
e
ritenne
senz
'
altro
(
dice
il
suo
autore
)
por
celada
finisima
de
encaxe
.
In
altri
casi
,
le
cagioni
medesime
,
o
le
opposte
ma
analoghe
,
turbano
la
coscienza
dell
'
artista
,
e
gli
fanno
giudicare
male
ciò
che
ha
prodotto
bene
,
o
tentar
di
disfare
e
rifare
in
peggio
ciò
che
,
nell
'
artistica
spontaneità
,
egli
ha
ben
fatto
.
Esempio
:
Tasso
e
il
suo
passaggio
dalla
Gerusalemme
liberata
alla
Gerusalemme
conquistata
.
Parimente
,
la
fretta
,
la
pigrizia
,
l
'
irriflessione
,
i
pregiudizi
teorici
,
le
personali
simpatie
o
animosità
e
altri
motivi
di
tal
sorta
inducono
talora
i
critici
ad
asserire
brutto
ciò
ch
è
bello
e
bello
ciò
ch
è
brutto
;
e
ch
'
essi
sentirebbero
,
qual
è
effettivamente
,
se
eliminassero
quei
motivi
perturbatori
e
non
lasciassero
ai
posteri
,
giudici
più
diligenti
e
spassionati
,
l
'
ufficio
di
conferire
la
palma
o
compiere
la
giustizia
da
essi
negata
.
Dal
precedente
teorema
si
ricava
che
l
'
attività
giudicatrice
,
che
critica
e
riconosce
il
bello
,
s
'
identifica
con
quella
che
lo
produce
.
La
differenza
consiste
soltanto
nella
diversità
delle
circostanze
,
perché
l
'
una
volta
si
tratta
di
produzione
e
l
'
altra
di
riproduzione
estetica
.
L
'
attività
che
giudica
si
dice
gusto
;
l
'
attività
produttrice
genio
:
genio
e
gusto
sono
,
dunque
,
sostanzialmente
identici
.
Questa
identità
viene
intravveduta
allorché
si
osserva
comunemente
che
il
critico
deve
avere
alcunché
della
genialità
dell
'
artista
,
e
che
l
'
artista
deve
essere
fornito
di
gusto
;
ovvero
che
vi
ha
un
gusto
attivo
(
produttore
)
e
uno
passivo
(
riproduttore
)
.
Ma
in
altre
anche
comuni
osservazioni
essa
viene
negata
,
quando
,
per
esempio
,
si
parla
di
un
gusto
senza
genio
,
o
di
un
genio
senza
gusto
.
Osservazioni
,
queste
ultime
,
vuote
di
senso
,
se
non
alludessero
a
differenze
quantitative
o
psicologiche
,
chiamandosi
geni
senza
gusto
coloro
che
producono
opere
d
'
arte
indovinate
nelle
parti
culminanti
e
trascurate
e
difettose
in
quelle
secondarie
,
e
uomini
di
gusto
senza
genio
coloro
che
,
mentre
sanno
raggiungere
alcuni
pregi
isolati
o
secondari
,
non
hanno
la
forza
necessaria
per
una
vasta
sintesi
artistica
.
Interpretazioni
analoghe
si
possono
trovare
agevolmente
di
altre
proposizioni
simili
.
Ma
porre
differenza
sostanziale
tra
genio
e
gusto
,
tra
produzione
e
riproduzione
artistica
,
renderebbe
inconcepibili
la
comunicazione
e
il
giudizio
.
Come
si
potrebbe
giudicare
da
noi
ciò
che
ci
restasse
estraneo
?
Come
ciò
ch
è
prodotto
di
una
determinata
attività
si
potrebbe
giudicare
con
una
attività
diversa
?
Il
critico
sarà
un
piccolo
genio
,
l
'
artista
un
genio
grande
;
l
'
uno
avrà
forze
per
dieci
,
l
'
altro
per
cento
;
il
primo
,
per
levarsi
a
una
certa
altezza
,
avrà
bisogno
dell
'
appoggio
dell
'
altro
:
ma
la
natura
di
entrambi
dev
'
essere
la
medesima
.
Per
giudicare
Dante
ci
dobbiamo
levare
all
'
altezza
di
lui
:
empiricamente
,
s
'
intende
bene
,
noi
non
siamo
Dante
,
né
Dante
è
noi
;
ma
,
in
quel
momento
della
contemplazione
,
e
del
giudizio
,
il
nostro
spirito
è
tutt
'
uno
con
quello
del
poeta
,
e
in
quel
momento
noi
e
lui
siamo
una
cosa
sola
.
Soltanto
in
questa
identità
è
la
possibilità
che
le
nostre
piccole
anime
risuonino
con
le
grandi
,
e
s
'
aggrandiscano
con
esse
nella
universalità
dello
spirito
.
Osserviamo
per
incidente
che
ciò
che
sì
è
detto
del
giudizio
estetico
vale
per
ogni
altra
attività
e
per
ogni
altro
giudizio
;
e
che
allo
stesso
modo
si
fa
la
critica
scientifica
,
economica
,
etica
.
Per
fermarci
al
caso
di
quest
'
ultima
,
solo
se
ci
rimettiamo
idealmente
nelle
condizioni
medesime
in
cui
si
trovò
chi
prese
una
data
risoluzione
,
possiamo
giudicare
se
questa
fu
morale
o
immorale
.
Altrimenti
,
un
'
azione
ci
resterebbe
incomprensibile
e
quindi
ingiudicabile
.
Un
omicida
può
essere
un
furfante
o
un
eroe
:
il
che
,
se
riesce
,
in
certi
limiti
,
indifferente
alla
difesa
sociale
,
la
quale
condanna
alla
stessa
pena
l
'
uno
e
l
'
altro
,
non
è
indifferente
a
chi
voglia
distinguere
e
giudicare
secondo
morale
,
e
non
può
quindi
esimersi
dal
rifare
la
psicologia
individuale
dell
'
omicida
per
determinare
la
vera
figura
,
non
più
soltanto
giuridica
,
dell
'
azione
di
lui
.
Anche
nell
Etica
si
è
parlato
qualche
volta
di
un
gusto
o
di
un
tatto
morale
,
che
risponderebbe
a
ciò
che
di
solito
si
chiama
coscienza
morale
,
cioè
all
'
attività
stessa
della
buona
volontà
.
La
spiegazione
,
esposta
di
sopra
,
del
giudizio
o
riproduzione
estetica
dà
insieme
ragione
e
torto
agli
assolutisti
e
ai
relativisti
:
a
coloro
che
propugnano
l
'
assolutezza
del
gusto
,
e
a
coloro
che
la
negano
.
Gli
assolutisti
,
in
quanto
affermano
potersi
giudicar
del
bello
,
hanno
ragione
;
ma
la
dottrina
che
pongono
a
base
della
loro
affermazione
,
è
insostenibile
,
perché
essi
concepiscono
il
bello
,
ossia
il
valore
estetico
,
come
qualcosa
che
sia
posto
fuori
dell
'
attività
estetica
,
come
un
concetto
o
un
modello
che
l
'
artista
attui
nella
sua
opera
e
di
cui
il
critico
si
valga
poi
per
giudicare
l
'
opera
stessa
.
Concetti
e
modelli
,
che
in
arte
non
esistono
,
come
bene
si
è
riconosciuto
sin
da
quando
si
è
cominciato
a
dire
che
ogni
opera
d
'
arte
è
giudicabile
solo
in
sé
stessa
e
ha
in
sé
il
suo
modello
:
con
che
si
è
negata
l
'
esistenza
dei
modelli
oggettivi
di
bellezza
,
siano
essi
concetti
intellettuali
o
idee
sospese
nel
cielo
metafisico
.
In
questa
negazione
gli
avversari
,
i
relativisti
,
hanno
molta
ragione
,
e
col
farla
valere
sono
stati
autori
di
un
progresso
nella
teoria
della
critica
.
Senonché
,
la
ragionevolezza
iniziale
della
tesi
si
converte
poi
,
anche
presso
di
essi
,
in
una
teoria
falsa
.
Ripetendo
l
'
antico
adagio
,
che
dei
gusti
non
si
disputa
,
credono
che
l
'
espressione
estetica
sia
della
stessa
qualità
del
piacevole
e
dello
spiacevole
,
che
ciascuno
sente
a
suo
modo
e
sui
quali
non
si
disputa
.
Ma
piacevole
e
spiacevole
sono
,
come
sappiamo
,
fatti
utilitari
e
pratici
;
onde
i
relativisti
vengono
in
ultima
analisi
a
negare
la
natura
del
fatto
estetico
e
a
confondere
da
capo
l
'
espressione
con
l
'
impressione
,
il
teoretico
col
pratico
.
La
soluzione
giusta
consiste
nel
rigettare
così
il
relativismo
o
psicologismo
,
come
il
falso
assolutismo
;
e
nel
riconoscere
che
il
criterio
del
gusto
è
assoluto
,
ma
di
una
assolutezza
diversa
da
quella
dell
'
intelletto
,
che
si
svolge
nel
raziocinio
;
è
assoluto
dell
'
assolutezza
intuitiva
della
fantasia
.
P
da
giudicare
perciò
bello
qualsiasi
atto
di
attività
espressiva
che
sia
davvero
tale
,
e
brutto
qualunque
fatto
,
in
cui
entrino
in
lotta
insoluta
attività
espressiva
e
passività
.
Tra
assolutisti
e
relativisti
assoluti
è
una
terza
classe
,
che
potrebbe
chiamarsi
dei
relativisti
relativi
.
Costoro
affermano
l
'
assolutezza
dei
valori
in
altri
campi
(
in
quelli
,
per
esempio
,
della
Logica
o
dell
Etica
)
,
ma
la
negano
nel
campo
estetico
.
Che
si
disputi
di
scienza
o
di
morale
,
sembra
loro
naturale
e
giustificato
,
perché
la
scienza
riposa
sull
'
universale
,
comune
a
tutti
gli
uomini
,
e
la
morale
sul
dovere
,
anch
'
esso
legge
della
natura
umana
;
ma
come
disputare
dell
'
arte
,
che
riposa
sulla
fantasia
?
Senonché
non
solo
l
'
attività
fantastica
è
universale
e
appartiene
alla
natura
umana
,
al
pari
del
concetto
logico
e
del
dovere
pratico
;
ma
contro
la
riferita
tesi
intermedia
è
da
muovere
un
'
obiezione
preliminare
.
Negando
l
'
assolutezza
della
fantasia
,
si
verrebbe
a
negare
anche
quella
della
verità
intellettuale
o
concettuale
,
e
implicitamente
,
della
morale
.
La
morale
non
ha
forse
per
presupposto
le
distinzioni
logiche
?
e
come
altrimenti
queste
sono
conosciute
se
non
in
espressioni
e
parole
,
ossia
in
forma
fantastica
?
Tolta
l
'
assolutezza
della
fantasia
,
la
vita
dello
spirito
vacillerebbe
nella
base
.
L
'
individuo
non
intenderebbe
più
l
'
altro
individuo
,
anzi
neppure
il
sé
stesso
di
un
momento
prima
,
il
quale
,
considerato
nel
momento
dopo
,
è
già
un
altro
individuo
.
Pure
,
la
varietà
dei
giudizi
è
un
fatto
indubitabile
.
Gli
uomini
sono
discordi
in
valutazioni
logiche
,
etiche
,
economiche
;
e
discordi
altresì
,
o
ancora
di
più
,
in
quelle
estetiche
.
Se
alcune
cagioni
che
abbiamo
ricordate
(
fretta
,
pregiudizi
,
passioni
e
simili
)
possono
attenuare
l
'
importanza
di
cotesta
discordia
,
non
perciò
l
'
annullano
.
Nel
parlare
degli
stimoli
della
riproduzione
,
abbiamo
soggiunto
una
cautela
,
dicendo
che
la
riproduzione
ha
luogo
,
se
tutte
le
altre
condizioni
restano
pari
.
Restano
forse
pari
?
L
'
ipotesi
risponde
alla
realtà
?
Sembra
di
no
.
Riprodurre
più
volte
un
'
impressione
mediante
uno
stimolo
fisico
adatto
,
importa
che
questo
non
si
sia
alterato
,
e
che
l
'
organismo
si
trovi
nelle
medesime
condizioni
psicologiche
,
in
cui
era
quando
ebbe
l
'
impressione
che
si
vuol
riprodurre
.
Ora
è
un
fatto
che
lo
stimolo
fisico
si
altera
continuamente
,
e
così
anche
le
condizioni
psicologiche
.
Le
pitture
a
olio
anneriscono
,
quelle
a
fresco
diventano
sbiadite
,
le
statue
perdono
nasi
e
mani
e
gambe
,
le
architetture
rovinano
totalmente
o
parzialmente
,
dell
'
esecuzione
di
una
musica
si
smarrisce
la
tradizione
,
il
testo
di
una
poesia
è
corrotto
da
cattivi
copisti
o
da
cattive
stampe
.
Questi
sono
esempi
ovvi
di
mutazioni
,
che
accadono
ogni
giorno
negli
oggetti
o
stimoli
fisici
.
Circa
le
condizioni
psicologiche
,
non
ci
fermeremo
sul
caso
del
diventar
sordi
o
ciechi
,
cioè
della
perdita
d
'
interi
ordini
d
'
impressioni
psichiche
:
caso
particolare
e
di
secondaria
importanza
di
fronte
a
quello
fondamentale
,
quotidiano
,
immancabile
,
del
mutarsi
perpetuo
della
società
intorno
a
noi
e
delle
condizioni
interne
della
nostra
vita
individuale
.
Le
manifestazioni
foniche
,
ossia
le
parole
e
i
versi
della
Commedia
dantesca
debbono
produrre
in
un
cittadino
italiano
,
che
pratichi
la
politica
della
terza
Roma
,
impressione
ben
diversa
da
quella
che
provava
un
ben
informato
e
affiatato
coetaneo
del
poeta
.
La
Madonna
di
Cimabue
è
sempre
in
Santa
Maria
Novella
;
ma
parla
essa
al
visitatore
odierno
come
ai
fiorentini
del
Dugento
?
e
,
se
anche
il
tempo
non
l
'
avesse
annerita
,
l
'
impressione
che
ora
produce
non
deve
supporsi
del
tutto
diversa
da
quella
di
un
tempo
?
Perfino
nel
caso
di
un
medesimo
individuo
poeta
,
una
poesia
,
composta
da
lui
in
gioventù
,
gli
farà
forse
la
stessa
impressione
di
una
volta
,
quando
egli
la
rilegga
in
età
senile
,
con
disposizioni
affatto
mutate
?
Vero
è
che
alcuni
estetici
hanno
tentato
una
distinzione
tra
stimoli
e
stimoli
,
tra
segni
naturali
e
convenzionali
,
i
primi
dei
quali
avrebbero
un
effetto
costante
e
per
tutti
,
e
i
secondi
solo
per
circoli
ristretti
.
Segni
naturali
sarebbero
,
a
loro
avviso
,
quelli
della
pittura
;
convenzionali
,
le
parole
della
poesia
.
Ma
la
differenza
tra
gli
uni
e
gli
altri
è
,
tutt
'
al
più
,
solo
di
grado
.
Molte
volte
è
stato
affermato
che
la
pittura
è
un
linguaggio
che
s
'
intende
da
chiunque
,
diversamente
da
ciò
che
accade
per
la
poesia
.
In
questo
,
per
l
'
appunto
,
Leonardo
poneva
una
delle
prerogative
della
sua
arte
,
che
non
ha
bisogno
d
'
interpreti
di
diverse
lingue
come
hanno
le
lettere
,
e
soddisfa
agli
uomini
e
agli
animali
,
raccontando
l
'
aneddoto
di
quel
ritratto
di
un
padre
di
famiglia
,
cui
facean
carezze
li
piccioli
figliuoli
,
che
ancora
erano
nelle
fasce
,
e
similmente
il
cane
e
gatta
della
medesima
casa
.
Ma
altri
aneddoti
,
come
quelli
dei
selvaggi
che
toglievano
in
iscambio
la
figura
di
un
soldato
per
quella
di
una
barca
,
o
un
ritratto
di
uomo
a
cavallo
consideravano
come
fornito
di
una
sola
gamba
,
scoterebbero
la
fede
nei
lattanti
,
nei
cani
e
nei
gatti
,
intelligenti
di
pittura
.
Per
fortuna
,
non
occorrono
ardue
ricerche
per
avvedersi
che
i
quadri
,
e
le
poesie
,
e
qualsiasi
opera
d
'
arte
,
non
producono
effetto
se
non
su
animi
preparati
.
Segni
naturali
non
esistono
,
perché
tutti
sono
a
un
modo
stesso
convenzionali
,
o
,
per
parlare
con
la
dovuta
esattezza
,
storicamente
condizionati
.
Ciò
posto
,
come
ottenere
che
l
'
espressione
venga
riprodotta
per
mezzo
dell
'
oggetto
fisico
?
che
si
abbia
il
medesimo
effetto
,
quando
le
condizioni
non
sono
più
le
medesime
?
E
non
parrebbe
necessario
,
piuttosto
,
concludere
che
le
espressioni
,
nonostante
gl
'
istrumenti
fisici
foggiati
all
'
uopo
,
sono
irriproducibili
;
e
che
ciò
che
si
chiama
riproduzione
consiste
realmente
in
espressioni
sempre
nuove
?
E
tale
infatti
sarebbe
la
conclusione
,
se
le
varietà
delle
condizioni
fisiche
e
psichiche
fossero
intrinsecamente
insuperabili
.
Ma
,
poiché
l
'
insuperabilità
non
ha
nessun
carattere
di
necessità
,
bisogna
invece
concludere
:
che
la
riproduzione
ha
luogo
sempre
che
possiamo
e
vogliamo
rimetterci
nelle
condizioni
tra
le
quali
fu
prodotto
lo
stimolo
(
bello
fisico
)
.
In
queste
condizioni
non
solo
ci
possiamo
rimettere
per
astratta
possibilità
,
ma
ci
rimettiamo
di
fatto
,
continuamente
.
La
vita
individuale
,
ch
è
comunione
con
noi
stessi
(
col
nostro
passato
)
,
e
la
vita
sociale
,
ch
è
comunione
coi
nostri
simili
,
non
sarebbero
possibili
altrimenti
.
Per
ciò
che
riguarda
l
'
oggetto
fisico
,
i
paleografi
e
filologi
,
restitutori
dei
testi
nella
loro
fisionomia
originale
,
i
restauratori
di
quadri
e
di
statue
,
e
altrettali
industri
lavoratori
,
si
sforzano
appunto
di
conservare
o
ridare
all
'
oggetto
fisico
tutta
l
'
energia
primitiva
.
Certamente
,
sono
sforzi
che
non
sempre
riescono
,
o
non
riescono
sempre
completamente
,
anzi
non
mai
o
quasi
è
dato
ottenere
una
restaurazione
perfetta
nei
minimi
particolari
.
Ma
l
'
insuperabile
è
qui
meramente
accidentale
,
e
non
può
farci
disconoscere
i
risultati
favorevoli
che
pur
si
raggiungono
.
A
reintegrare
in
noi
le
condizioni
psicologiche
che
si
sono
mutate
attraverso
la
storia
,
lavora
da
sua
parte
l
'
interpretazione
storica
,
la
quale
ravviva
il
morto
,
compie
il
frammentario
,
ci
dà
modo
di
vedere
un
'
opera
d
'
arte
(
un
oggetto
fisico
)
quale
la
vedeva
l
'
autore
nell
'
atto
della
produzione
.
Condizione
di
cotesto
lavorio
storico
è
la
tradizione
,
mercé
la
quale
è
possibile
raccogliere
gli
sparsi
raggi
e
farli
convergere
a
un
fuoco
.
Noi
,
con
la
memoria
,
circondiamo
lo
stimolo
fisico
dei
fatti
tra
i
quali
esso
nacque
;
e
così
rendiamo
possibile
che
rioperi
su
noi
come
operava
su
chi
lo
produsse
.
Dove
la
tradizione
è
spezzata
,
l
'
interpretazione
si
arresta
;
i
prodotti
del
passato
restano
allora
,
per
noi
,
muti
.
Così
ci
sono
inattingibili
le
espressioni
contenute
nelle
iscrizioni
etrusche
o
in
quelle
messapiche
;
così
per
alcuni
prodotti
dell
'
arte
dei
selvaggi
si
ode
ancora
discutere
dagli
etnografi
,
nientemeno
,
se
siano
pitture
o
scritture
;
così
gli
archeologi
e
i
preistorici
non
riescono
sempre
a
stabilire
con
certezza
se
le
figurazioni
,
che
si
vedono
sulla
vascolaria
di
una
data
regione
,
o
su
altri
istrumenti
d
'
uso
,
siano
di
argomento
religioso
o
profano
.
Ma
l
'
arresto
dell
interpretazione
,
come
quello
della
restituzione
,
non
è
mai
un
limite
definitivamente
insuperabile
;
e
le
scoperte
,
che
accadono
ogni
giorno
,
e
ch
è
lecito
sperare
sempre
maggiori
,
di
nuove
fonti
storiche
e
di
nuovi
modi
di
adoperare
meglio
le
antiche
,
riattaccano
per
l
'
appunto
le
tradizioni
spezzate
.
Né
si
vuol
negare
che
l
'
erronea
interpretazione
storica
produca
talora
,
per
così
dire
,
palinsesti
,
dandoci
nuove
espressioni
sulle
antiche
,
fantasie
artistiche
invece
di
riproduzioni
storiche
.
Il
cosiddetto
fascino
del
passato
dipende
in
parte
da
queste
espressioni
nostre
,
che
tessiamo
sulle
storiche
.
Così
nelle
opere
della
plastica
ellenica
si
è
scorta
la
calma
e
la
serena
intuizione
della
vita
di
quei
popoli
,
che
pur
sentirono
tanto
pungente
il
dolore
universale
;
così
nelle
figure
dei
santi
bizantini
si
è
ravvisato
perfino
il
terrore
dell
'
anno
Mille
,
quel
terrore
ch
è
un
equivoco
storico
o
una
leggenda
artificiale
,
foggiata
da
tardi
eruditi
.
Ma
la
critica
storica
tende
appunto
a
circoscrivere
le
fantasticherie
e
a
stabilire
con
esattezza
il
punto
di
vista
dal
quale
bisogna
guardare
.
Per
il
processo
sopradescritto
noi
viviamo
in
comunicazione
con
gli
altri
uomini
,
del
presente
e
del
passato
;
e
non
perché
si
dia
talvolta
,
e
anche
sovente
,
l
'
incompreso
o
il
malcompreso
,
si
deve
concludere
che
,
quando
crediamo
di
fare
un
dialogo
,
facciamo
sempre
un
monologo
;
anzi
che
non
possiamo
nemmeno
ripetere
il
monologo
,
fatto
altra
volta
in
noi
medesimi
.
XVII
.
LA
STORIA
DELLA
LETTERATURA
E
DELL
'
ARTE
.
Questa
breve
esposizione
del
metodo
onde
si
ottiene
la
reintegrazione
delle
condizioni
originarie
in
cui
fu
prodotta
l
'
opera
d
'
arte
,
e
per
conseguenza
la
possibilità
della
riproduzione
e
del
giudizio
,
mostra
a
quale
importante
ufficio
adempiano
le
ricerche
storiche
concernenti
le
opere
artistiche
e
letterarie
;
che
è
ciò
che
si
chiama
,
di
solito
,
il
metodo
o
la
critica
storica
nella
letteratura
e
nell
'
arte
.
Senza
la
tradizione
e
la
critica
storica
,
il
godimento
di
tutte
o
quasi
tutte
le
opere
d
'
arte
sarebbe
irremissibilmente
perduto
:
noi
saremmo
poco
più
che
animali
,
immersi
nel
solo
presente
o
in
un
passato
ben
vicino
.
È
da
fatui
spregiare
e
deridere
chi
ricostituisce
un
testo
autentico
,
spiega
il
senso
di
parole
e
costumanze
obliate
,
investiga
le
condizioni
tra
le
quali
visse
un
artista
,
e
compie
tutti
quei
lavori
che
ravvivano
le
fattezze
e
il
colorito
originario
delle
opere
d
'
arte
.
Talvolta
,
il
giudizio
spregiativo
o
negativo
concerne
la
presunta
o
provata
inutilità
di
molte
ricerche
pel
fine
della
retta
intelligenza
delle
opere
artistiche
.
Ma
,
in
primo
luogo
,
è
da
osservare
che
le
ricerche
storiche
non
adempiono
al
solo
fine
di
aiutare
a
riprodurre
e
giudicare
le
opere
artistiche
:
la
biografia
di
uno
scrittore
o
di
un
artista
,
per
esempio
,
e
la
ricerca
dei
costumi
di
un
'
epoca
,
hanno
anche
fine
e
interesse
propri
,
cioè
estranei
alla
storia
dell
'
arte
ma
non
ad
altre
forme
di
storiografia
.
Che
se
si
vuole
intendere
di
quelle
indagini
che
sembra
non
presentino
interesse
di
sorta
,
è
da
osservare
ancora
che
il
ricercatore
storico
deve
spesso
adattarsi
all
'
ufficio
,
poco
glorioso
ma
utile
,
di
catalogatore
di
fatti
;
i
quali
restano
per
allora
informi
,
incoerenti
e
insignificanti
,
ma
sono
riserva
e
miniera
per
lo
storico
futuro
e
per
chiunque
altro
possa
averne
d
'
uopo
per
alcun
fine
.
In
una
biblioteca
si
collocano
sul
palchetto
,
e
si
notano
nelle
schede
,
anche
libri
che
nessuno
richiede
in
lettura
,
ma
che
,
una
volta
o
l
'
altra
,
possono
essere
richiesti
.
Certo
,
come
un
bibliotecario
intelligente
dà
la
preferenza
all
'
acquisto
e
alla
catalogazione
di
quei
libri
che
si
prevede
possano
servire
di
più
e
meglio
,
così
anche
i
ricercatori
intelligenti
hanno
il
fiuto
di
ciò
che
serve
,
o
potrà
più
facilmente
servire
,
tra
il
materiale
di
fatti
in
cui
vanno
frugando
;
laddove
altri
,
meno
intelligenti
,
meno
ben
dotati
,
più
frettolosamente
produttivi
,
accumulano
inutile
ciarpame
,
rifiuti
e
spazzature
,
e
si
perdono
in
sottigliezze
e
discussioni
pettegole
.
Ma
ciò
appartiene
all
'
economia
della
ricerca
,
e
non
ci
riguarda
.
Riguarda
,
tutt
'
al
più
,
il
maestro
che
dà
i
temi
,
l
'
editore
che
paga
la
stampa
,
e
il
critico
che
è
chiamato
a
lodare
e
biasimare
gli
operai
della
ricerca
.
È
evidente
,
d
'
altra
parte
,
che
le
ricerche
storiche
,
rivolte
a
illuminare
un
'
opera
d
'
arte
,
non
bastano
da
sole
a
farla
rinascere
nel
nostro
spirito
e
a
metterci
in
grado
di
giudicarla
;
ma
presuppongono
il
gusto
,
cioè
la
fantasia
sveglia
ed
esercitata
.
La
maggiore
erudizione
storica
può
accompagnarsi
a
un
gusto
rozzo
o
altrimenti
deficiente
,
a
una
fantasia
poco
agile
,
a
un
cuore
,
come
si
dice
comunemente
,
arido
e
freddo
,
negato
all
'
arte
.
Qual
è
il
male
minore
:
una
grande
erudizione
con
gusto
deficiente
,
o
un
gusto
naturale
accompagnato
da
molta
ignoranza
?
La
questione
è
stata
mossa
molte
volte
,
e
,
forse
,
converrebbe
negarla
,
perché
tra
due
mali
non
si
può
dire
quale
sia
il
minore
,
e
anzi
non
s
'
intende
che
cosa
ciò
significhi
.
Il
semplice
erudito
non
riesce
mai
a
mettersi
in
comunicazione
diretta
con
gli
spiriti
magni
,
e
s
'
aggira
di
continuo
pei
cortili
,
le
scale
e
le
anticamere
dei
loro
palagi
;
ma
l
'
ignorante
ben
dotato
o
passa
indifferente
innanzi
a
capolavori
per
lui
inaccessibili
o
,
invece
d
'
intendere
le
opere
d
'
arte
quali
sono
effettivamente
,
ne
inventa
,
egli
,
altre
,
con
l
'
immaginazione
.
Senonché
la
laboriosità
del
primo
può
almeno
illuminare
gli
altri
;
ma
la
genialità
del
secondo
resta
,
nei
rapporti
della
scienza
,
del
tutto
sterile
.
Come
,
dunque
,
in
un
certo
rispetto
,
cioè
in
quello
scientifico
,
non
preferire
l
'
erudito
coscienzioso
al
critico
geniale
inconcludente
,
che
non
è
poi
geniale
davvero
,
se
si
rassegna
,
e
in
quanto
si
rassegna
,
a
vagare
lungi
dalla
verità
?
Da
quei
lavori
storici
,
che
si
servono
delle
opere
d
'
arte
ma
per
intenti
estranei
(
biografia
,
storia
civile
,
religiosa
,
politica
,
ecc
.
)
,
e
anche
dall
'
erudizione
storica
diretta
a
preparare
la
sintesi
estetica
della
riproduzione
,
bisogna
distinguere
accuratamente
la
storia
dell
'
arte
e
della
letteratura
.
La
differenza
dei
primi
da
questa
è
palmare
.
La
storia
artistica
e
letteraria
ha
per
oggetto
principale
le
opere
d
'
arte
stesse
;
quegli
altri
lavori
chiamano
e
interrogano
le
opere
d
'
arte
,
ma
solo
come
testimoni
e
documenti
da
cui
ricavare
la
verità
di
fatti
non
estetici
.
Meno
profonda
può
sembrare
la
seconda
differenza
a
cui
abbiamo
accennato
.
Pure
,
è
grandissima
.
L
'
erudizione
,
indirizzata
a
rischiarare
l
'
intelligenza
delle
opere
d
'
arte
,
mira
semplicemente
a
far
sorgere
un
certo
fatto
interno
,
una
riproduzione
estetica
.
La
storia
artistica
e
letteraria
non
nasce
,
invece
,
se
non
dopo
che
tale
riproduzione
sia
stata
ottenuta
;
e
importa
,
dunque
,
un
lavoro
ulteriore
.
Oggetto
di
essa
,
come
di
qualsiasi
storia
,
è
dire
precisamente
quali
fatti
siano
accaduti
nella
realtà
,
e
cioè
quali
fatti
artistici
e
letterari
.
Chi
,
dopo
avere
raccolta
l
'
erudizione
storica
necessaria
,
riproduce
in
sé
e
gusta
un
'
opera
d
'
arte
,
può
restare
semplice
uomo
di
gusto
,
o
esprimere
,
tutt
'
al
più
,
il
proprio
sentimento
con
un
'
esclamazione
ammirativa
o
dispregiativa
.
Ciò
non
basta
perché
si
diventi
storico
della
letteratura
e
dell
'
arte
:
alla
semplice
riproduzione
deve
seguire
una
nuova
operazione
mentale
la
quale
è
,
a
sua
volta
,
un
'
espressione
,
l
'
espressione
della
riproduzione
,
la
descrizione
,
esposizione
o
rappresentazione
storica
.
Tra
l
'
uomo
di
gusto
e
lo
storico
c
'
è
,
dunque
,
questa
differenza
:
che
il
primo
riproduce
semplicemente
,
nel
suo
spirito
,
l
'
opera
d
'
arte
;
il
secondo
,
dopo
averla
riprodotta
,
la
rappresenta
storicamente
,
ossia
applicando
quelle
categorie
per
le
quali
,
come
sappiamo
,
la
storia
si
differenzia
dalla
pura
arte
.
La
storia
artistica
e
letteraria
è
,
perciò
,
un
'
opera
d
'
arte
storica
,
sorta
sopra
una
o
più
opere
d
'
arte
.
La
denominazione
critico
artistico
o
critico
letterario
Si
adopera
in
vario
senso
:
talora
riferendola
all
'
erudito
,
che
lavora
in
servigio
della
letteratura
;
tal
'
altra
,
allo
storico
che
espone
nella
loro
realtà
le
opere
artistiche
del
passato
;
più
spesso
,
a
entrambi
.
Qualche
volta
,
per
critico
s
'
intende
più
strettamente
colui
che
giudica
e
descrive
le
opere
della
letteratura
contemporanea
;
e
per
istorico
,
chi
tratta
di
quelle
meno
recenti
.
Usi
linguistici
e
distinzioni
empiriche
e
trascurabili
,
perché
la
vera
differenza
è
tra
erudito
,
uomo
di
gusto
e
storico
d
'
arte
:
i
quali
termini
designano
come
tre
stadi
successivi
di
lavoro
,
ciascuno
indipendente
relativamente
,
ossia
rispetto
al
seguente
,
ma
non
rispetto
al
precedente
.
Si
può
essere
,
come
abbiamo
visto
,
semplici
eruditi
,
poco
capaci
di
sentire
le
opere
d
'
arte
;
si
può
essere
magari
uomini
eruditi
e
di
gusto
,
capaci
di
sentirle
e
incapaci
di
ripensarle
componendo
una
pagina
di
storia
artistica
e
letteraria
;
ma
lo
storico
vero
e
compiuto
,
pur
contenendo
in
sé
come
precedenti
necessari
l
'
erudito
e
l
'
uomo
di
gusto
,
deve
aggiungere
alle
qualità
di
costoro
la
virtù
della
comprensione
e
rappresentazione
storica
.
La
metodica
della
storia
artistica
e
letteraria
presenta
problemi
e
difficoltà
,
alcune
comuni
a
ogni
metodica
storica
,
altre
a
essa
peculiari
,
perché
derivanti
dal
concetto
stesso
dell
'
arte
.
La
storia
si
suole
distinguere
in
storia
dell
'
uomo
,
storia
della
natura
e
storia
mista
di
entrambe
le
precedenti
.
Senza
qui
esaminare
la
solidità
di
questa
distinzione
,
è
chiaro
che
la
storia
artistica
e
letteraria
rientra
,
a
ogni
modo
,
nella
prima
,
concernendo
un
'
attività
spirituale
,
ossia
propria
dell
'
uomo
.
E
poiché
quest
'
attività
è
il
suo
subietto
,
si
scorge
da
ciò
come
sia
assurdo
proporsi
il
problema
storico
dell
'
origine
dell
'
arte
:
formola
,
per
altro
,
con
la
quale
(
è
bene
notare
)
si
sono
intese
,
a
volta
a
volta
,
cose
molto
diverse
.
Origine
molto
spesso
ha
significato
natura
o
qualità
del
fatto
artistico
;
nel
qual
caso
si
aveva
di
mira
un
vero
problema
scientifico
o
filosofico
,
il
problema
appunto
che
la
nostra
trattazione
ha
procurato
,
a
suo
modo
,
di
risolvere
.
Altra
volta
,
per
origine
si
è
intesa
la
genesi
ideale
,
la
ricerca
della
ragion
dell
'
arte
,
la
deduzione
dell
'
atto
artistico
da
un
sommo
principio
che
contiene
in
sé
lo
spirito
e
la
natura
:
problema
filosofico
anche
questo
,
e
compimento
del
precedente
,
anzi
coincidente
con
esso
,
sebbene
sia
stato
talvolta
stranamente
interpretato
e
risoluto
da
alcune
arbitrarie
e
semifantastiche
metafisiche
.
Ma
,
quando
poi
si
è
voluto
cercare
proprio
in
qual
modo
l
'
arte
si
sia
storicamente
formata
,
si
è
caduti
nell
'
assurdo
al
quale
abbiamo
accennato
.
Se
l
'
espressione
è
forma
della
coscienza
,
come
cercare
l
'
origine
storica
di
ciò
che
non
è
prodotto
della
natura
,
e
che
della
storia
umana
è
presupposto
?
come
assegnare
la
genesi
storica
di
quella
che
è
una
categoria
,
in
forza
della
quale
si
comprende
ogni
genesi
e
fatto
storico
?
L
'
assurdo
è
nato
dal
paragone
con
le
istituzioni
umane
,
che
si
sono
formate
,
infatti
,
nel
corso
della
storia
e
nel
corso
di
questa
sono
sparite
o
possono
sparire
.
Tra
l
'
atto
estetico
e
un
istituzione
umana
,
come
il
matrimonio
monogamico
o
il
feudo
corre
(
per
usare
un
paragone
facilmente
apprensibile
)
la
differenza
che
è
tra
i
corpi
semplici
e
i
composti
in
chimica
,
dei
primi
dei
quali
non
si
può
dare
la
formola
di
formazione
,
altrimenti
non
sarebbero
semplici
,
e
,
quando
di
alcuno
si
giunge
a
trovarla
,
esso
cessa
di
essere
semplice
e
passa
tra
i
composti
.
Il
problema
dell
'
origine
dell
'
arte
,
storicamente
inteso
,
è
giustificato
solo
quando
si
proponga
di
cercare
,
non
già
la
formazione
della
categoria
artistica
,
ma
dove
e
quando
l
'
arte
sia
per
la
prima
volta
apparsa
(
apparsa
,
cioè
,
in
modo
rilevante
)
,
in
quale
punto
o
regione
del
globo
,
in
quale
punto
o
epoca
della
sua
storia
;
quando
,
cioè
,
s
indaghi
,
non
l
'
origine
dell
'
arte
,
ma
la
storia
più
antica
o
primitiva
di
questa
.
Problema
ch
è
tutt
'
uno
con
quello
dell
'
apparizione
della
civiltà
umana
sulla
terra
.
A
risolverlo
mancano
certamente
i
dati
,
ma
non
l
'
astratta
possibilità
,
come
,
d
'
altra
parte
,
abbondano
i
tentativi
di
soluzione
e
le
ipotesi
.
Ogni
configurazione
di
storia
umana
ha
a
suo
criterio
costruito
il
concetto
del
progresso
.
Ma
per
progresso
non
è
da
intendere
la
fantastica
legge
del
progresso
,
la
quale
,
con
forza
irresistibile
,
menerebbe
le
generazioni
umane
a
non
si
sa
quali
destini
definitivi
,
secondo
un
piano
provvidenziale
,
che
noi
potremmo
indovinare
e
intendere
poi
nella
sua
logica
.
Una
supposta
legge
di
questo
genere
è
la
negazione
della
storia
stessa
,
di
quella
contingenza
,
o
,
per
dir
meglio
,
di
quella
libertà
che
distingue
il
processo
storico
da
un
qualsiasi
processo
meccanico
.
Per
la
medesima
ragione
,
il
progresso
non
ha
che
vedere
con
la
cosiddetta
legge
di
evoluzione
;
la
quale
,
se
significa
che
la
realtà
si
evolve
(
e
solo
in
quanto
si
evolve
o
diviene
è
realtà
)
,
non
può
chiamarsi
legge
;
e
,
se
si
dà
come
legge
,
fa
tutt
'
uno
con
la
legge
del
progresso
,
nel
significato
fallace
or
ora
esposto
.
Il
progresso
,
di
cui
qui
parliamo
,
non
è
altro
se
non
il
concetto
stesso
dell
'
attività
umana
,
la
quale
,
lavorando
sulla
materia
fornitale
dalla
natura
,
ne
vince
gli
ostacoli
e
la
sottomette
ai
suoi
scopi
.
Da
siffatto
concetto
del
progresso
,
ossia
dell
'
attività
umana
riferita
a
una
particolare
materia
,
muove
lo
storico
dell
'
umanità
.
Chiunque
non
sia
semplice
raccoglitore
di
fatti
slegati
,
mero
ricercatore
o
incoerente
cronista
,
non
può
mettere
insieme
la
più
piccola
narrazione
di
fatti
umani
se
non
possiede
un
suo
criterio
determinato
,
un
proprio
convincimento
circa
il
concetto
dei
fatti
di
cui
assume
di
narrare
la
storia
.
Dall
'
ammasso
confuso
e
discordante
dei
fatti
bruti
non
si
sale
all
'
opera
d
'
arte
storica
se
non
mercé
questa
appercezione
,
che
rende
possibile
ritagliare
in
quella
mole
rude
e
indigesta
una
rappresentazione
pensata
.
Lo
storico
di
un
'
azione
pratica
deve
sapere
che
cosa
è
economia
e
che
cosa
è
morale
;
lo
storico
delle
matematiche
,
che
cosa
sono
le
matematiche
;
quello
della
botanica
,
che
cosa
è
botanica
;
quello
della
filosofia
,
che
cosa
è
filosofia
.
O
,
se
queste
cose
non
le
sa
davvero
,
deve
almeno
illudersi
di
saperle
;
altrimenti
non
potrà
neppure
illudersi
di
raccontare
una
storia
.
Non
possiamo
estenderci
nel
dimostrare
la
necessità
e
l
'
indefettibilità
di
questo
criterio
soggettivo
(
che
si
concilia
con
la
massima
oggettività
e
imparzialità
e
scrupolosità
nella
riferenza
dei
dati
di
fatto
,
e
anzi
ne
è
elemento
costitutivo
)
in
ogni
narrazione
delle
opere
e
vicende
umane
.
Basta
leggere
qualsiasi
libro
di
storia
per
scoprire
subito
il
pensiero
dell
'
autore
,
se
questi
è
tale
che
sia
degno
del
nome
di
storico
e
conosca
l
'
arte
sua
.
Vi
sono
storici
liberali
e
storici
reazionari
,
razionalisti
e
cattolici
,
per
ciò
che
riguarda
la
storia
politica
o
sociale
;
storici
metafisici
,
empiristi
,
scettici
,
idealisti
,
spiritualisti
,
per
ciò
che
riguarda
la
storia
della
filosofia
:
storici
puramente
storici
non
ve
ne
sono
e
non
ve
ne
possono
essere
.
Erano
forse
privi
di
concetti
politici
e
morali
Tucidide
e
Polibio
,
Livio
e
Tacito
,
il
Machiavelli
e
il
Guicciardini
,
il
Giannone
e
il
Voltaire
,
e
,
nel
secolo
nostro
,
il
Guizot
o
il
Thiers
,
il
Macaulay
o
il
Balbo
,
il
Ranke
o
il
Mommsen
?
E
,
nella
storia
della
filosofia
,
dallo
Hegel
,
che
pel
primo
la
sollevò
a
grande
altezza
,
al
Ritter
,
allo
Zeller
,
al
Cousin
,
al
Lewes
,
al
nostro
Spaventa
,
quale
di
costoro
non
ha
avuto
il
suo
concetto
di
progresso
e
il
suo
criterio
di
giudizio
?
Nella
stessa
storiografia
dell
'
Estetica
,
si
ha
forse
una
sola
opera
di
qualche
valore
che
non
sia
condotta
secondo
questo
o
quello
indirizzo
storico
,
hegeliano
o
herbartiano
,
sensualistico
,
eclettico
,
e
via
dicendo
?
Per
isfuggire
all
'
ineluttabile
necessità
del
prendere
partito
lo
storico
dovrebbe
diventare
un
eunuco
,
politico
o
scientifico
;
e
scrivere
storie
non
è
mestiere
da
eunuchi
.
Costoro
saranno
buoni
,
tutt
'
al
più
,
a
mettere
insieme
quei
grossi
volumi
di
non
inutile
erudizione
,
elumbis
atque
fracta
,
che
si
dice
,
non
senza
ragione
,
fratesca
.
Se
dunque
un
concetto
di
progresso
,
un
punto
di
vista
,
un
criterio
è
inevitabile
,
il
meglio
che
si
possa
fare
non
è
tentare
di
fuggirlo
,
ma
procurarselo
buono
.
Al
qual
fine
ciascuno
tende
come
sa
e
può
,
quando
viene
formando
laboriosamente
e
seriamente
i
propri
convincimenti
.
Non
si
dia
credito
agli
storici
,
che
professano
di
voler
interrogare
i
fatti
senza
mettervi
dentro
niente
di
proprio
.
È
quella
,
tutt
'
al
più
,
una
loro
ingenuità
e
illusione
:
il
qualcosa
di
proprio
,
se
sono
storici
per
davvero
,
ve
lo
metteranno
sempre
,
anche
senz
'
accorgersene
;
o
crederanno
di
averlo
evitato
solo
perché
vi
avranno
accennato
per
sottintesi
,
ch
'
è
poi
il
modo
più
insinuante
,
penetrativo
ed
efficace
.
Del
criterio
di
progresso
la
storia
artistica
e
letteraria
,
come
ogni
altra
storia
,
non
può
far
di
meno
.
Che
cosa
sia
davvero
una
determinata
opera
d
'
arte
,
non
possiamo
esporre
se
non
movendo
da
un
concetto
dell
'
arte
per
fissare
il
problema
artistico
che
l
'
autore
di
essa
si
propose
,
e
determinare
se
ne
ha
raggiunta
la
soluzione
o
di
quanto
e
in
qual
modo
n
è
rimasto
lungi
.
Ma
importa
notare
che
il
criterio
del
progresso
assume
nella
storia
artistica
e
letteraria
forma
differente
da
quella
che
prende
(
o
,
almeno
,
si
crede
che
prenda
)
nella
storia
della
scienza
.
Si
suole
rappresentare
tutta
la
storia
della
scienza
su
di
un
'
unica
linea
di
progresso
e
regresso
.
La
scienza
è
l
'
universale
,
e
i
problemi
di
essa
sono
collegati
in
un
unico
vasto
sistema
o
problema
complessivo
.
Sullo
stesso
problema
della
natura
della
realtà
e
della
conoscenza
si
affaticarono
tutti
i
pensatori
:
contemplatori
indiani
e
filosofi
ellenici
,
cristiani
e
maomettani
,
teste
nude
e
teste
con
turbante
,
teste
con
parrucca
e
teste
con
nero
berretto
(
come
disse
lo
Heine
)
;
e
sì
affaticheranno
,
con
la
nostra
,
le
generazioni
future
.
Se
ciò
sia
vero
o
no
per
la
scienza
,
sarebbe
lungo
qui
ricercare
.
Ma
,
per
l
'
arte
,
certamente
non
è
vero
:
l
'
arte
è
intuizione
,
e
l
'
intuizione
è
individualità
,
e
l
'
individualità
non
si
ripete
.
Sarebbe
perciò
affatto
erroneo
porre
la
storia
della
produzione
artistica
del
genere
umano
sopra
una
sola
linea
progressiva
e
regressiva
.
Tutt
'
al
più
,
e
lavorando
alquanto
di
generalizzazione
e
astrazione
,
si
può
ammettere
che
la
storia
dei
prodotti
estetici
presenti
,
sì
,
cicli
progressivi
,
ma
ciascuno
col
proprio
problema
,
e
progressivo
solo
rispetto
a
quel
problema
.
Allorché
molti
si
travagliano
intorno
a
una
materia
che
sia
all
'
incirca
la
medesima
,
senza
riuscire
a
darle
la
forma
adatta
,
ma
a
questa
forma
sempre
più
avvicinandosi
,
si
dice
che
vi
ha
progresso
;
e
,
quando
sopraggiunge
chi
le
dà
la
forma
definitiva
,
si
dice
che
il
ciclo
è
compiuto
,
il
progresso
è
finito
.
Esempio
tipico
può
essere
qui
(
e
si
prenda
quale
esempio
e
se
ne
tolleri
l
'
eccessiva
semplificazione
)
il
progresso
nell
'
elaborazione
del
modo
di
sentire
la
materia
cavalleresca
,
durante
la
Rinascenza
italiana
,
dal
Pulci
all
'
Ariosto
.
Con
l
'
insistere
ancora
su
quella
stessa
materia
,
dopo
l
'
Ariosto
,
non
si
poteva
avere
se
non
la
ripetizione
o
l
'
imitazione
,
la
diminuzione
o
l
'
esagerazione
,
il
guasto
del
già
fatto
,
insomma
la
decadenza
.
Esempio
,
gli
epigoni
ariosteschi
.
Il
progresso
comincia
col
ricominciare
di
un
nuovo
ciclo
.
Esempio
,
il
Cervantes
,
che
è
più
apertamente
e
consciamente
ironico
.
E
in
che
consistette
la
decadenza
generale
della
letteratura
italiana
sulla
fine
del
cinquecento
se
non
in
questo
non
aver
più
altro
da
dire
,
e
ripetere
,
esagerando
,
i
motivi
già
trovati
?
Se
gl
'
italiani
,
in
quel
tempo
,
avessero
almeno
saputo
esprimere
la
loro
decadenza
,
già
non
sarebbero
stati
più
del
tutto
scaduti
;
e
avrebbero
anticipato
il
movimento
letterario
del
periodo
del
Risorgimento
.
Dove
la
materia
non
è
la
medesima
,
non
vi
ha
ciclo
progressivo
.
Né
lo
Shakespeare
progredì
su
Dante
,
né
il
Goethe
sullo
Shakespeare
;
ma
Dante
sugli
autori
medievali
di
visioni
e
lo
Shakespeare
sui
drammaturghi
del
periodo
elisabettiano
,
e
il
Goethe
,
col
Werther
e
col
primo
Fausto
,
sugli
scrittori
dello
Sturm
und
Drang
.
Senonché
,
questo
modo
di
presentare
la
storia
della
poesia
e
dell
'
arte
porta
seco
,
come
abbiamo
avvertito
,
qualcosa
di
astratto
,
che
ha
valore
meramente
pratico
e
non
rigorosamente
filosofico
.
Non
solo
l
'
arte
dei
selvaggi
non
è
inferiore
,
in
quanto
arte
,
a
quella
dei
popoli
più
civili
,
se
è
correlativa
alle
impressioni
del
selvaggio
;
ma
ogni
individuo
,
anzi
ogni
momento
della
vita
spirituale
di
un
individuo
,
ha
il
suo
mondo
artistico
;
e
quei
mondi
sono
tutti
,
artisticamente
,
incomparabili
tra
loro
.
Contro
questa
forma
speciale
del
criterio
del
progresso
nella
storia
artistica
e
letteraria
molti
hanno
peccato
e
peccano
.
E
vi
ha
,
per
esempio
,
chi
si
propone
di
rappresentare
l
'
infanzia
dell
'
arte
italiana
in
Giotto
,
e
la
maturità
di
essa
in
Raffaello
o
in
Tiziano
;
quasi
che
Giotto
non
sia
compiuto
e
perfettissimo
,
posta
la
materia
sentimentale
che
aveva
nell
'
animo
.
Egli
non
era
in
grado
,
certamente
,
di
disegnare
un
corpo
come
Raffaello
o
di
colorirlo
come
Tiziano
;
ma
erano
forse
in
grado
,
Raffaello
o
Tiziano
,
di
creare
il
Matrimonio
di
san
Francesco
con
la
Povertà
,
o
la
Morte
di
san
Francesco
?
Lo
spirito
dell
'
uno
non
era
ancora
attirato
dalla
floridezza
corporea
,
che
il
Rinascimento
mise
in
onore
e
fece
oggetto
di
studio
;
quello
degli
altri
era
ormai
incurioso
di
certi
movimenti
di
ardore
e
di
tenerezza
,
che
innamoravano
l
'
uomo
del
trecento
.
Come
,
dunque
,
istituire
paragoni
dove
il
termine
di
confronto
manca
?
Dello
stesso
difetto
soffrono
le
celebri
partizioni
della
storia
dell
'
arte
in
periodo
orientale
,
squilibrio
tra
idea
e
forma
,
con
prevalenza
della
seconda
;
classico
,
equilibrio
tra
idea
e
forma
;
e
romantico
,
nuovo
squilibrio
tra
idea
e
forma
,
con
prevalenza
della
prima
;
ovvero
di
arte
orientale
,
imperfezione
formale
;
classica
,
perfezione
formale
;
romantica
o
moderna
,
perfezione
di
contenuto
e
forma
.
Come
si
vede
,
classico
e
romantico
,
tra
i
tanti
altri
significati
,
hanno
ricevuto
quello
di
periodi
storici
progressivi
o
regressivi
rispetto
all
'
attuazione
di
non
si
sa
quale
ideale
artistico
dell
'
umanità
.
Non
vi
ha
,
dunque
,
per
parlare
con
esattezza
,
progresso
estetico
dell
'
umanità
.
Senonché
,
per
progresso
estetico
s
'
intende
talora
non
quel
che
propriamente
significano
le
due
parole
accoppiate
insieme
,
sì
bene
l
'
accumulamento
sempre
crescente
delle
nostre
cognizioni
storiche
,
che
ci
fa
simpatizzare
coi
prodotti
artistici
di
tutti
i
popoli
e
di
tutti
i
tempi
,
o
,
come
si
dice
,
allarga
il
nostro
gusto
.
Il
divario
appare
già
grandissimo
,
se
si
paragona
il
secolo
decimottavo
,
così
inetto
a
uscire
da
sé
medesimo
,
con
l
'
età
nostra
,
che
gusta
insieme
le
arti
ellenica
e
romana
,
più
genuinamente
intese
,
e
la
bizantina
,
e
la
medievale
,
e
l
'
araba
,
e
quella
del
Rinascimento
,
e
la
cinquecentesca
,
e
la
barocca
,
e
l
'
arte
del
settecento
;
e
va
sempre
meglio
approfondendo
l
'
egiziana
,
la
babilonese
,
l
'
etrusca
;
e
finanche
la
preistorica
.
Certo
,
la
differenza
tra
il
selvaggio
e
l
'
uomo
civile
non
sta
nelle
facoltà
umane
;
perché
il
primo
ha
,
come
il
secondo
,
lingua
,
intelletto
,
religione
e
moralità
,
ed
è
uomo
intero
:
sta
solo
in
ciò
che
l
'
uomo
civile
con
la
sua
attività
teoretica
e
pratica
penetra
e
domina
più
largamente
l
'
universo
.
Noi
non
potremmo
affermare
di
essere
uomini
spiritualmente
più
gagliardi
dei
contemporanei
di
Pericle
;
ma
chi
può
negare
che
siamo
più
ricchi
di
quelli
?
ricchi
delle
loro
ricchezze
,
e
di
quelle
di
tanti
altri
popoli
e
generazioni
,
oltre
che
delle
nostre
?
In
un
altro
significato
,
anche
improprio
,
s
'
intende
per
progresso
estetico
la
maggiore
abbondanza
delle
intuizioni
artistiche
,
e
la
minore
copia
di
opere
imperfette
o
scadenti
,
che
un
'
epoca
produce
rispetto
a
un
'
altra
.
Così
si
può
dire
che
alla
fine
del
secolo
decimoterzo
,
o
alla
fine
del
decimoquinto
,
si
ebbe
in
Italia
un
progresso
estetico
,
un
risveglio
artistico
.
In
un
terzo
significato
,
infine
,
si
discorre
di
progresso
estetico
;
avendo
l
'
occhio
,
cioè
,
alla
maggiore
complessità
e
al
maggiore
affinamento
di
stati
d
'
animo
,
che
si
osservano
nelle
opere
d
'
arte
dei
popoli
più
civili
,
messe
a
confronto
con
quelle
dei
popoli
meno
civili
o
dei
barbari
e
selvaggi
.
Ma
,
in
questo
caso
,
il
progresso
è
delle
condizioni
complessive
psicosociali
,
e
non
dell
'
attività
artistica
,
alla
quale
la
materia
è
indifferente
.
Questi
sono
i
punti
più
importanti
da
considerare
nella
metodica
della
storia
artistica
e
letteraria
.
XVIII
.
CONCLUSIONE
.
IDENTITÀ
DI
LINGUISTICA
ED
ESTETICA
.
Uno
sguardo
sul
cammino
percorso
può
mostrare
che
la
nostra
trattazione
è
pervenuta
al
suo
compimento
.
Avendo
definito
la
natura
della
conoscenza
intuitiva
o
espressiva
ch
è
l
'
atto
estetico
o
artistico
(
I
e
II
)
,
e
accennato
all
'
altra
forma
di
conoscenza
,
quella
intellettuale
,
e
alle
combinazioni
ulteriori
di
esse
forme
(
III
)
,
ci
è
stato
possibile
criticare
tutte
le
teorie
estetiche
erronee
che
nascono
dalla
confusione
tra
le
varie
forme
e
dal
trasferimento
indebito
dei
caratteri
dell
'
una
all
'
altra
(
IV
)
,
indicando
insieme
gli
errori
inversi
che
accadono
nella
teoria
della
conoscenza
intellettiva
e
della
storiografia
(
V
)
.
Passando
a
esaminare
le
relazioni
tra
l
'
attività
estetica
e
le
altre
attività
spirituali
non
più
teoretiche
ma
pratiche
,
abbiamo
assegnato
il
carattere
proprio
dell
'
attività
pratica
e
il
posto
ch
'
essa
prende
rispetto
alla
teoretica
;
donde
la
critica
dell
'
intromissione
dei
concetti
pratici
nella
teoria
estetica
(
VI
)
;
e
abbiamo
distinto
le
due
forme
dell
'
attività
pratica
in
economica
ed
etica
(
VII
)
,
giungendo
al
risultato
che
,
oltre
le
quattro
da
noi
definite
,
non
vi
sono
altre
forme
dello
spirito
;
donde
(
VIII
)
la
critica
di
ogni
Estetica
mistica
o
fantasiosa
.
E
come
non
vi
sono
altre
forme
spirituali
di
pari
grado
,
così
non
vi
sono
suddivisioni
originali
delle
quattro
stabilite
,
e
in
particolare
di
quella
estetica
;
dal
che
discende
l
'
impossibilità
di
classi
di
espressioni
e
la
critica
della
rettorica
,
cioè
della
espressione
ornata
,
distinta
dalla
nuda
,
e
di
altrettali
distinzioni
e
sottodistinzioni
(
IX
)
.
Ma
l
'
atto
estetico
,
per
la
legge
dell
'
unità
dello
spirito
,
è
,
insieme
,
atto
pratico
e
,
come
tale
,
dialettica
di
piacere
e
dolore
;
il
che
ci
ha
condotti
a
studiare
i
sentimenti
del
valore
in
genere
,
e
quelli
del
valore
estetico
o
del
bello
in
particolare
(
X
)
,
a
criticare
l
Estetica
edonistica
in
tutte
le
sue
varie
forme
e
combinazioni
(
XI
)
,
e
a
discacciare
dal
sistema
,
estetico
la
lunga
serie
di
concetti
psicologici
,
che
vi
erano
stati
introdotti
(
XII
)
.
Venendo
dalla
produzione
estetica
al
processo
della
riproduzione
,
abbiamo
dapprima
investigato
il
fissarsi
esterno
dell
'
espressione
estetica
per
uso
di
riproduzione
,
che
è
il
cosiddetto
bello
fisico
,
sia
artificiale
sia
naturale
(
XIII
)
;
e
da
questa
distinzione
ricavato
la
critica
degli
errori
che
nascono
dal
confondere
l
'
aspetto
fisico
con
l
'
interiorità
estetica
(
XIV
)
;
e
determinato
il
significato
della
tecnica
artistica
,
ossia
di
quella
che
è
tecnica
a
servigio
della
riproduzione
,
criticando
per
tal
modo
le
divisioni
,
i
limiti
e
le
classificazioni
delle
singole
arti
,
e
stabilendo
i
rapporti
dell
'
arte
con
l
'
economia
e
con
la
morale
(
XV
)
.
Poiché
,
per
altro
,
l
'
esistenza
degli
oggetti
fisici
stimolatori
non
basta
alla
piena
riproduzione
estetica
,
e
si
richiede
per
essa
la
rievocazione
delle
condizioni
tra
le
quali
lo
stimolo
in
prima
operò
,
abbiamo
ancora
studiato
l
'
ufficio
dell
'
erudizione
storica
,
diretto
a
rimettere
la
fantasia
in
comunicazione
con
le
opere
del
passato
e
a
servire
di
fondamento
al
giudizio
estetico
(
XVI
)
.
E
abbiamo
chiuso
la
nostra
trattazione
col
mostrare
come
l
'
ottenuta
riproduzione
venga
poi
elaborata
dalle
categorie
del
pensiero
,
ossia
con
un
'
indagine
circa
la
metodologia
della
storia
artistica
e
letteraria
(
XVII
)
.
L
'
atto
estetico
è
stato
,
insomma
,
considerato
in
sé
medesimo
e
nelle
sue
relazioni
con
le
altre
attività
spirituali
,
col
sentimento
del
piacere
e
del
dolore
,
coi
fatti
che
si
dicono
fisici
,
con
la
memoria
e
con
la
elaborazione
storica
.
Esso
ci
è
passato
dinanzi
da
soggetto
fino
a
quando
diventa
oggetto
;
cioè
dal
momento
in
cui
nasce
,
via
via
,
fino
a
quello
in
cui
si
muta
per
lo
spirito
in
argomento
di
storia
.
Può
darsi
che
la
nostra
trattazione
sembri
assai
scarna
,
quando
si
paragoni
estrinsecamente
ai
grossi
volumi
consacrati
di
solito
all
Estetica
.
Ma
se
si
osservi
che
quei
volumi
,
per
nove
decimi
,
sono
pieni
di
materie
non
pertinenti
,
quali
le
definizioni
psicologiche
o
metafisiche
dei
concetti
pseudoestetici
(
sublime
,
comico
,
tragico
,
umoristico
,
ecc
.
)
,
o
l
'
esposizione
della
pretesa
Zoologia
,
Botanica
e
Mineralogia
estetiche
,
e
della
storia
universale
giudicata
esteticamente
;
e
che
vi
è
tirata
dentro
,
e
di
solito
storpiata
tutta
la
storia
e
dell
'
arte
e
della
letteratura
,
coi
relativi
giudizi
su
Omero
e
su
Dante
,
sull
'
Ariosto
e
sullo
Shakespeare
,
sul
Beethoven
e
sul
Rossini
,
su
Michelangelo
e
su
Raffaello
;
ci
lusinghiamo
che
non
solo
la
nostra
non
sarà
per
apparire
troppo
scarna
,
ma
che
sarà
forse
giudicata
alquanto
più
ricca
delle
trattazioni
solite
;
le
quali
poi
tralasciano
o
solamente
sfiorano
la
maggior
parte
dei
difficili
problemi
,
propriamente
estetici
,
su
cui
abbiamo
sentito
il
dovere
di
travagliarci
per
essere
in
grado
di
darne
agli
studiosi
precise
formole
di
risoluzione
.
Ma
quantunque
l
Estetica
,
come
scienza
dell
'
espressione
,
sia
stata
studiata
da
noi
sott
'
ogni
aspetto
,
ci
resta
ancora
da
giustificare
il
sottotitolo
di
Linguistica
generale
,
che
abbiamo
aggiunto
al
titolo
del
nostro
libro
;
e
porre
e
chiarire
la
tesi
che
la
scienza
dell
'
arte
e
quella
del
linguaggio
,
l
'
Estetica
e
la
Linguistica
,
concepite
come
vere
e
proprie
scienze
,
non
sono
già
due
cose
distinte
,
ma
una
sola
.
Non
che
vi
sia
una
Linguistica
speciale
;
ma
la
ricercata
scienza
linguistica
,
Linguistica
generale
,
in
ciò
che
ha
di
riducibile
a
filosofia
,
non
è
se
non
Estetica
.
Chi
lavora
sulla
Linguistica
generale
,
ossia
sulla
Linguistica
filosofica
,
lavora
su
problemi
estetici
,
e
all
'
inverso
.
Filosofia
del
linguaggio
e
filosofia
dell
'
arte
sono
la
stessa
cosa
.
E
invero
,
perché
la
Linguistica
fosse
scienza
diversa
dall
'
Estetica
,
essa
non
dovrebbe
avere
per
oggetto
l
'
espressione
,
ch
è
per
l
'
appunto
il
fatto
estetico
;
vale
a
dire
,
si
dovrebbe
negare
che
linguaggio
sia
espressione
.
Ma
una
emissione
di
suoni
,
che
non
esprima
nulla
,
non
è
linguaggio
:
il
linguaggio
è
suono
articolato
,
delimitato
,
organato
al
fine
dell
'
espressione
.
D
'
altra
parte
,
perché
la
Linguistica
fosse
scienza
speciale
rispetto
all
Estetica
,
essa
dovrebbe
avere
per
oggetto
una
classe
speciale
di
espressioni
.
Ma
l
'
inesistenza
di
classi
di
espressioni
è
un
punto
già
da
noi
dimostrato
.
I
problemi
che
procura
risolvere
,
e
gli
errori
tra
i
quali
si
è
dibattuta
e
si
dibatte
la
Linguistica
,
sono
i
medesimi
che
rispettivamente
occupano
e
intricano
l
'
Estetica
.
Se
non
è
sempre
facile
,
è
sempre
per
altro
possibile
ridurre
le
questioni
filosofiche
della
Linguistica
alla
loro
formola
estetica
.
Le
dispute
stesse
circa
l
'
indole
dell
'
una
trovano
riscontro
in
quelle
che
si
sono
fatte
circa
l
'
indole
dell
'
altra
.
Così
si
è
disputato
se
la
Linguistica
sia
disciplina
storica
o
scientifica
;
e
,
distinto
lo
scientifico
dallo
storico
,
si
è
domandato
se
essa
appartenga
all
'
ordine
delle
scienze
naturali
o
delle
psicologiche
,
intendendosi
per
queste
ultime
tanto
la
Psicologia
empirica
quanto
le
Scienze
dello
spirito
.
Il
medesimo
è
accaduto
per
l
Estetica
,
che
alcuni
(
confondendo
l
'
espressione
estetica
con
quella
di
significato
fisico
)
considerano
come
scienza
naturale
;
altri
(
equivocando
tra
espressione
nella
sua
universalità
e
classificazione
empirica
delle
espressioni
)
come
scienza
psicologica
;
altri
ancora
,
negando
la
possibilità
stessa
di
una
scienza
su
tale
materia
,
mutano
in
una
semplice
raccolta
di
fatti
storici
;
non
avendo
nessuno
di
costoro
raggiunto
la
coscienza
dell
Estetica
come
scienza
di
attività
o
di
valore
,
scienza
dello
spirito
.
L
'
espressione
linguistica
,
o
parola
,
è
parsa
sovente
un
fatto
d
'
interiezione
,
che
rientri
nelle
cosiddette
espressioni
fisiologiche
dei
sentimenti
,
comuni
agli
uomini
e
agli
animali
.
Ma
non
si
è
tardato
a
scorgere
che
tra
un
ahi
!
,
riflesso
fisico
del
dolore
,
e
una
parola
,
e
anzi
che
tra
quell
'
ahi
!
,
e
l
'
ahi
!
usato
come
parola
,
intercede
un
abisso
.
Abbandonata
la
teorica
dell
'
interiezione
(
o
dell
'
ahi
!
ahi
!
,
come
la
chiamano
scherzosamente
i
linguisti
tedeschi
)
,
si
è
presentata
l
'
altra
dell
'
associazione
o
convenzione
;
la
quale
cade
sotto
l
'
obiezione
medesima
che
distrugge
l
'
associazionismo
estetico
in
genere
:
la
parola
è
unità
e
non
sequela
d
'
immagini
,
e
la
sequela
non
spiega
,
anzi
presuppone
l
'
espressione
da
spiegare
.
Una
variante
dell
'
associazionismo
linguistico
è
quello
imitativo
;
cioè
la
teoria
dell
'
onomatopea
,
che
i
linguisti
essi
stessi
deridono
talvolta
col
nome
di
teoria
del
bau
-
bau
,
dall
'
imitazione
dell
'
abbaiar
del
cane
,
che
dovrebbe
aver
dato
il
nome
al
cane
,
secondo
gli
onomatopeisti
.
La
teoria
più
comune
ai
tempi
nostri
intorno
al
linguaggio
(
quando
non
sia
addirittura
un
crasso
naturalismo
)
consiste
in
una
specie
di
eclettismo
o
miscuglio
delle
varie
a
cui
abbiamo
accennato
;
assumendosi
che
il
linguaggio
sia
prodotto
in
parte
di
interiezioni
e
in
parte
di
onomatopee
e
convenzioni
:
dottrina
al
tutto
degna
della
decadenza
filosofica
della
seconda
metà
del
secolo
decimonono
.
È
qui
da
notare
un
errore
in
cui
sono
caduti
quegli
stessi
fra
i
linguisti
che
meglio
hanno
penetrato
l
'
indole
attivistica
del
linguaggio
,
quando
,
pur
ammettendo
ch
'
esso
nella
sua
origine
fu
creazione
spirituale
,
sostengono
che
,
nel
séguito
,
si
è
venuto
accrescendo
,
in
gran
parte
,
per
associazione
.
Ma
la
distinzione
non
regge
,
perché
origine
non
può
significare
,
in
questo
caso
,
se
non
natura
o
indole
;
e
,
se
il
linguaggio
è
creazione
spirituale
,
sarà
sempre
creazione
;
se
è
associazione
,
tale
sarà
stato
fin
dal
principio
.
L
'
errore
è
sorto
dal
non
avere
avvertito
il
generale
principio
estetico
a
noi
noto
:
che
le
espressioni
già
prodotte
debbono
ridiscendere
a
impressioni
per
dare
origine
alle
nuove
espressioni
.
Allorché
produciamo
nuove
parole
,
trasformiamo
di
solito
le
antiche
,
variandone
o
allargandone
il
significato
;
ma
questo
procedere
non
è
associativo
,
sì
bene
creativo
,
quantunque
la
creazione
abbia
per
materiale
le
impressioni
non
dell
'
ipotetico
uomo
primitivo
,
ma
dell
'
uomo
vivente
da
secoli
in
società
e
che
ha
accolto
e
serba
,
per
così
dire
,
nel
suo
organismo
psichico
tante
cose
e
,
fra
queste
,
tanto
linguaggio
.
Il
problema
della
distinzione
tra
il
fatto
estetico
e
l
'
intellettuale
si
è
presentato
in
Linguistica
come
quello
dei
rapporti
tra
Grammatica
e
Logica
.
Tale
problema
ha
avuto
due
soluzioni
parzialmente
vere
:
quella
dell
indissolubilità
di
Logica
e
Grammatica
,
e
l
'
altra
della
loro
dissolubilità
.
Ma
la
soluzione
completa
è
:
che
,
se
la
forma
logica
è
indissolubile
dalla
grammaticale
(
estetica
)
,
questa
è
dissolubile
da
quella
.
Se
guardiamo
una
pittura
che
ritragga
,
per
esempio
,
un
individuo
che
cammina
per
una
via
campestre
,
noi
possiamo
dire
:
Questa
pittura
rappresenta
un
fatto
di
moto
,
il
quale
,
se
è
concepito
come
volontario
,
si
dice
azione
;
e
,
poiché
ogni
moto
suppone
una
materia
e
ogni
azione
un
ente
che
agisca
,
questa
pittura
presenta
anche
una
materia
o
un
ente
.
Ma
questo
moto
avviene
in
un
determinato
luogo
,
ch
è
un
pezzo
di
un
determinato
astro
(
la
Terra
)
,
e
propriamente
di
una
parte
di
esso
che
si
dice
terraferma
,
e
più
propriamente
di
una
parte
alberata
e
coperta
di
erbe
,
che
sì
dice
campagna
,
solcata
naturalmente
o
artificialmente
in
una
forma
che
si
dice
via
.
Ora
,
di
quell
'
astro
che
si
dice
Terra
non
vi
è
se
non
un
solo
esemplare
:
la
Terra
è
un
individuo
.
Ma
terraferma
,
campagna
,
via
sono
generi
o
universali
,
giacché
vi
sono
altre
terraferme
,
altre
campagne
,
altre
vie
.
Simili
considerazioni
potrebbero
continuare
a
lungo
.
Sostituendo
alla
pittura
da
noi
immaginata
una
frase
che
dica
:
Pietro
cammina
per
una
via
campestre
,
e
facendo
le
stesse
considerazioni
,
otteniamo
i
concetti
di
verbo
(
moto
o
azione
)
,
di
nome
(
materia
o
agente
)
,
di
nome
proprio
,
di
nome
comune
;
e
così
di
séguito
.
Che
cosa
abbiamo
fatto
in
entrambi
i
casi
?
Né
più
né
meno
che
sottomettere
a
un
'
elaborazione
logica
ciò
che
si
presentava
prima
elaborato
solo
esteticamente
;
abbiamo
,
cioè
,
distrutto
l
'
estetico
per
il
logico
.
Ma
come
nell
Estetica
generale
l
'
errore
comincia
quando
si
vuol
ritornare
dal
logico
all
'
estetico
e
si
domanda
quale
sia
l
'
espressione
del
moto
,
dell
'
azione
,
della
materia
,
dell
'
ente
,
del
generale
,
dell
'
individuale
,
e
via
discorrendo
,
così
,
nel
caso
del
linguaggio
,
l
'
errore
comincia
allorché
il
moto
o
l
'
azione
si
dice
verbo
,
l
'
ente
o
la
materia
,
nome
o
sostantivo
,
e
di
tutti
questi
,
nome
e
verbo
e
compagni
,
si
fanno
categorie
linguistiche
o
parti
del
discorso
.
La
teoria
delle
parti
del
discorso
è
,
in
fondo
,
tutt
'
uno
con
quella
dei
generi
artistici
e
letterari
,
già
criticata
nell
Estetica
.
falso
che
il
nome
o
il
verbo
si
esprimano
in
determinate
parole
,
distinguibili
realmente
da
altre
.
L
'
espressione
è
un
tutto
indivisibile
;
il
nome
e
il
verbo
non
esistono
in
essa
,
ma
sono
astrazioni
foggiate
da
noi
col
distruggere
la
sola
realtà
linguistica
,
ch
'
è
la
proposizione
.
La
quale
ultima
è
da
intendere
,
non
già
al
modo
solito
delle
grammatiche
,
ma
come
organismo
espressivo
di
senso
compiuto
,
che
comprende
alla
pari
una
semplicissima
esclamazione
e
un
vasto
poema
.
Ciò
suona
paradossale
;
eppure
è
verità
semplicissima
.
E
come
in
Estetica
,
a
causa
dell
'
errore
suddetto
,
si
sono
considerate
imperfette
le
produzioni
artistiche
di
alcuni
popoli
,
presso
i
quali
i
pretesi
generi
sembrano
essere
ancora
indiscriminati
o
in
parte
mancare
;
così
,
in
Linguistica
,
la
teoria
delle
parti
del
discorso
ha
generato
l
'
errore
analogo
di
giudicare
le
lingue
come
formate
e
informi
,
secondo
che
vi
appaiano
o
no
alcune
di
coteste
pretese
parti
del
discorso
:
per
esempio
,
il
verbo
.
La
Linguistica
ha
scoperto
anch
'
essa
il
principio
dell
'
individualità
irriducibile
del
fatto
estetico
,
allorché
ha
affermato
che
la
parola
è
il
realmente
parlato
,
e
che
non
vi
sono
due
parole
veramente
identiche
;
distruggendo
così
i
sinonimi
e
gli
omonimi
,
e
mostrando
l
'
impossibilità
di
tradurre
davvero
una
parola
in
un
'
altra
,
dal
cosiddetto
dialetto
alla
cosiddetta
lingua
o
dalla
cosiddetta
lingua
materna
alla
cosiddetta
lingua
straniera
.
Ma
a
questo
giusto
concetto
mal
risponde
poi
il
tentativo
di
classificare
le
lingue
.
Le
lingue
non
hanno
realtà
fuori
delle
proposizioni
e
nessi
di
proposizioni
realmente
pronunziati
o
scritti
,
presso
dati
popoli
,
in
determinati
periodi
;
cioè
fuori
delle
opere
d
'
arte
(
piccole
o
grandi
,
orali
o
scritte
,
presto
obliate
o
a
lungo
ricordate
,
non
importa
)
,
in
cui
concretamente
esistono
.
E
che
cosa
è
l
'
arte
di
un
popolo
se
non
il
complesso
di
tutti
i
suoi
prodotti
artistici
?
Che
cosa
è
il
carattere
di
un
'
arte
(
per
esempio
,
dell
'
arte
ellenica
o
della
letteratura
provenzale
)
se
non
la
fisionomia
complessiva
di
quei
prodotti
?
E
come
si
può
rispondere
a
questa
domanda
,
se
non
narrando
nei
suoi
particolari
la
storia
dell
'
arte
(
della
letteratura
,
ossia
della
lingua
in
atto
)
?
Sembrerà
che
questo
ragionamento
,
pur
avendo
valore
contro
molte
delle
classificazioni
solite
delle
lingue
,
nonne
abbia
poi
alcuno
contro
la
regina
delle
classificazioni
,
la
classificazione
storico
-
genealogica
,
gloria
della
filologia
comparata
.
E
così
è
di
certo
;
ma
perché
?
Appunto
perché
quella
storico
-
genealogica
non
è
mera
classificazione
.
Chi
fa
la
storia
non
classifica
,
e
gli
stessi
filologi
si
sono
affrettati
ad
avvertire
che
le
lingue
disponibili
in
serie
storica
(
ossia
le
lingue
di
cui
finora
sia
stata
rintracciata
la
serie
)
non
sono
generi
o
specie
distinte
e
staccate
,
ma
un
unico
complesso
di
fatti
nelle
varie
fasi
del
suo
svolgimento
.
Il
linguaggio
è
stato
,
talora
,
considerato
come
atto
volontario
o
d
'
arbitrio
.
Ma
altra
volta
si
è
scorta
chiara
l
'
impossibilità
di
creare
il
linguaggio
artificialmente
,
per
atto
di
volontà
.
Tu
,
Caesar
,
civitatem
dare
potes
homini
,
verbo
non
potes
!
,
fu
detto
già
all
'
imperatore
romano
.
E
la
natura
estetica
,
e
perciò
teoretica
e
non
pratica
,
dell
'
espressione
del
linguaggio
,
dà
il
modo
di
scorgere
l
'
errore
scientifico
,
ch
è
nel
concetto
di
una
Grammatica
(
normativa
)
,
che
stabilisca
le
regole
del
ben
parlare
.
Errore
contro
il
quale
il
buon
senso
si
è
sempre
ribellato
;
ed
esempio
di
tali
ribellioni
è
il
Tanto
peggio
per
la
grammatica
»
,
attribuito
al
signor
di
Voltaire
.
Ma
l
'
impossibilità
di
una
grammatica
normativa
viene
riconosciuta
anche
da
coloro
che
la
insegnano
,
allorché
avvertono
che
lo
scriver
bene
non
s
'
impara
per
regole
,
che
non
v
'
ha
regola
senza
eccezioni
,
e
che
lo
studio
della
grammatica
dev
'
essere
condotto
praticamente
per
letture
ed
esempi
,
che
formino
il
gusto
letterario
.
La
ragione
scientifica
dell
'
impossibilità
è
nel
principio
da
noi
dimostrato
:
che
una
tecnica
del
teoretico
rappresenta
una
contraddizione
in
termini
.
E
che
cosa
vorrebbe
essere
la
grammatica
(
normativa
)
se
non
appunto
una
tecnica
dell
'
espressione
linguistica
,
ossia
di
un
atto
teoretico
?
Ben
diverso
è
il
caso
in
cui
la
Grammatica
viene
intesa
come
mera
disciplina
empirica
,
cioè
come
raccolta
di
schemi
utili
all
'
apprendimento
delle
lingue
,
senza
pretesa
alcuna
di
filosofica
verità
.
Anche
le
astrazioni
delle
parti
del
discorso
sono
,
in
questo
caso
,
ammessibili
e
giovevoli
.
E
come
organismo
meramente
didascalico
bisogna
considerare
e
tollerare
molti
dei
libri
,
che
prendono
il
titolo
di
Trattati
di
linguistica
,
nei
quali
si
trova
di
solito
un
po
di
tutto
:
dalla
descrizione
dell
'
apparato
fonico
e
delle
macchine
artificiali
che
possono
imitarlo
(
fonografi
)
,
al
compendio
dei
risultati
più
importanti
della
filologia
indoeuropea
,
semitica
,
copta
,
cinese
,
o
altra
che
sia
;
dalle
generalità
filosofiche
sull
'
origine
o
natura
del
linguaggio
ai
consigli
sul
formato
,
la
calligrafia
e
l
'
ordinamento
delle
schede
per
gli
spogli
filologici
.
Ma
quel
tanto
di
nozioni
che
in
quei
libri
viene
somministrato
in
modo
frammentario
e
incompiuto
intorno
al
linguaggio
nella
sua
essenza
,
al
linguaggio
in
quanto
espressione
,
si
risolve
in
nozioni
di
Estetica
.
Fuori
dell
Estetica
,
che
dà
la
conoscenza
della
natura
del
linguaggio
,
e
della
Grammatica
empirica
ch
'
è
un
espediente
pedagogico
,
non
resta
altro
che
la
Storia
delle
lingue
nella
loro
realtà
vivente
,
cioè
la
storia
dei
prodotti
letterari
concreti
,
sostanzialmente
identica
con
la
Storia
della
letteratura
.
Il
medesimo
errore
dello
scambiare
il
fisico
per
l
'
estetico
,
da
cui
si
origina
la
ricerca
delle
forme
elementari
del
bello
,
si
commette
da
coloro
i
quali
vanno
a
caccia
dei
fatti
linguistici
elementari
,
decorando
di
tal
nome
le
divisioni
delle
serie
più
lunghe
di
suoni
fisici
in
serie
più
brevi
.
Sillabe
e
vocali
e
consonanti
,
e
le
serie
di
sillabe
dette
parole
,
tutte
queste
cose
che
,
prese
separatamente
,
non
dànno
senso
determinato
,
debbono
dirsi
non
già
fatti
di
linguaggio
,
ma
semplici
suoni
o
,
meglio
,
suoni
fisicamente
astratti
e
classificati
.
Altro
errore
dello
stesso
genere
è
quello
delle
radici
,
alle
quali
i
più
accorti
filologi
attribuiscono
oggi
valore
assai
scarso
.
Scambiati
gli
atti
del
parlare
o
atti
espressivi
coi
fatti
fisici
,
e
considerandosi
poi
che
nell
'
ordine
delle
idee
il
.
semplice
precede
il
complesso
,
si
doveva
finire
col
pensare
che
i
fatti
fisici
più
piccoli
designassero
i
fatti
linguistici
più
semplici
.
Da
ciò
l
'
immaginata
necessità
che
le
lingue
più
antiche
,
le
primitive
,
avessero
carattere
monosillabico
;
e
che
il
progresso
della
ricerca
storica
dovesse
condurre
a
scoprire
quelle
radici
monosillabiche
.
Ma
la
prima
espressione
che
(
tanto
per
seguire
l
'
ipotesi
fantastica
)
il
primo
uomo
concepì
,
poté
avere
un
riflesso
fisico
non
già
fonico
ma
mimico
,
ossia
estrinsecarsi
non
in
una
voce
ma
in
un
gesto
.
E
,
posto
che
si
fosse
estrinsecata
in
una
voce
,
non
v
'
ha
poi
nessuna
ragione
di
supporre
che
quella
voce
dovess
'
essere
monosillabica
o
non
piuttosto
plurisillabica
.
I
filologi
accusano
volentieri
la
loro
ignoranza
e
la
loro
impotenza
,
se
non
riescono
sempre
a
ricondurre
il
plurisillabismo
al
monosillabismo
,
e
sperano
nell
'
avvenire
.
Ma
è
una
fede
senza
fondamento
,
come
quell
'
accusa
è
un
atto
di
umiltà
derivante
da
una
supposizione
erronea
.
Del
resto
,
i
limiti
delle
sillabe
,
come
quelli
delle
parole
,
sono
affatto
arbitrari
,
e
distinti
alla
peggio
per
uso
empirico
.
Il
parlare
primitivo
o
il
parlare
dell
'
uomo
incolto
è
un
continuo
,
scompagnato
da
ogni
coscienza
di
divisione
del
discorso
in
parole
e
sillabe
,
enti
immaginari
foggiati
dalle
scuole
.
Su
questi
enti
non
si
fonda
nessuna
legge
di
vera
Linguistica
.
Si
veda
a
riprova
la
confessione
dei
linguisti
,
che
del
iato
,
della
cacofonia
,
della
dieresi
,
della
sineresi
,
non
vi
sono
veramente
leggi
fonetiche
,
ma
leggi
soltanto
di
gusto
e
di
convenienza
;
il
che
vuol
dire
leggi
estetiche
.
E
quali
sono
poi
le
leggi
circa
le
parole
,
che
non
siano
insieme
leggi
di
stile
?
Dal
pregiudizio
di
una
misura
razionalistica
del
bello
,
ossia
da
quel
concetto
che
abbiamo
detto
della
falsa
assolutezza
estetica
,
prende
,
infine
,
origine
la
ricerca
della
lingua
modello
,
o
del
modo
di
ridurre
l
'
uso
linguistico
all
'
unità
:
la
questione
,
come
è
stata
chiamata
da
noi
in
Italia
,
dell
'
unità
della
lingua
.
Il
linguaggio
è
perpetua
creazione
;
ciò
che
viene
espresso
una
volta
con
la
parola
non
si
ripete
se
non
appunto
come
riproduzione
del
già
prodotto
;
le
sempre
nuove
impressioni
dànno
luogo
a
mutamenti
continui
di
suoni
e
di
significati
,
ossia
a
sempre
nuove
espressioni
.
Cercare
la
lingua
modello
è
,
dunque
,
cercare
l
'
immobilità
del
moto
.
Ciascuno
parla
,
e
deve
parlare
,
secondo
gli
echi
che
le
cose
destano
nella
sua
psiche
,
ossia
secondo
le
sue
impressioni
.
Non
senza
ragione
il
più
convinto
sostenitore
di
qualsiasi
soluzione
del
problema
dell
'
unità
della
lingua
(
della
lingua
latineggiante
,
o
trecentistica
,
o
fiorentina
,
o
altra
che
sia
)
,
allorché
parla
poi
per
comunicare
i
suoi
pensieri
e
farsi
intendere
,
prova
ripugnanza
ad
applicare
la
sua
teoria
;
perché
sente
che
,
col
sostituire
la
parola
latina
o
trecentesca
o
fiorentina
a
quella
di
diversa
origine
ma
che
risponde
alle
sue
naturali
impressioni
,
verrebbe
a
falsare
la
genuina
forma
della
verità
:
da
parlatore
egli
diventerebbe
vanitoso
ascoltatore
di
sé
medesimo
;
da
uomo
serio
,
pedante
;
da
sincero
,
istrione
.
Scrivere
secondo
una
teoria
è
non
già
scrivere
per
davvero
,
ma
,
tutt
'
al
più
,
fare
della
letteratura
,
di
quella
non
buona
.
La
questione
dell
'
unità
della
lingua
ritorna
sempre
in
campo
,
perché
,
così
com
è
posta
,
è
insolubile
,
essendo
fondata
sopra
un
falso
concetto
di
ciò
che
sia
la
lingua
.
La
quale
non
è
arsenale
di
armi
belle
e
fatte
,
e
non
è
il
vocabolario
,
raccolta
di
astrazioni
ossia
cimitero
di
cadaveri
più
o
meno
abilmente
imbalsamati
.
Non
vorremmo
,
con
questo
modo
alquanto
brusco
di
troncare
la
questione
della
lingua
-
modello
o
dell
'
unità
della
lingua
,
apparire
meno
che
rispettosi
verso
la
lunga
tratta
di
letterati
che
l
'
hanno
per
secoli
agitata
in
Italia
.
Ma
quegli
ardenti
dibattiti
erano
,
in
fondo
,
dibattiti
di
esteticità
e
non
di
scienza
estetica
,
di
letteratura
e
non
di
teoria
letteraria
,
di
parlare
e
scrivere
effettivi
e
non
di
scienza
linguistica
.
L
'
errore
di
essi
consisteva
nel
convertire
la
manifestazione
di
un
bisogno
pratico
in
una
tesi
scientifica
;
l
'
esigenza
,
per
esempio
,
dell
'
intendersi
più
facilmente
tra
i
componenti
di
un
popolo
diviso
dialettalmente
,
nella
richiesta
filosofica
di
una
lingua
una
o
ideale
.
Ricerca
tanto
assurda
quanto
è
l
'
altra
di
una
lingua
universale
,
di
una
lingua
che
abbia
l
'
immobilità
del
concetto
o
,
piuttosto
,
dell
'
astrazione
.
Il
bisogno
sociale
del
più
facile
intendersi
non
si
soddisfa
se
non
col
diffondersi
della
cultura
e
col
crescere
delle
comunicazioni
e
degli
scambi
intellettuali
tra
gli
uomini
.
Bastino
queste
sparse
osservazioni
a
mostrare
che
tutti
i
problemi
scientifici
della
Linguistica
sono
i
medesimi
di
quelli
dell
Estetica
,
e
gli
errori
e
le
verità
dell
'
una
sono
gli
errori
e
le
verità
dell
'
altra
.
Se
Linguistica
ed
Estetica
paiono
due
scienze
diverse
,
ciò
deriva
dal
fatto
che
con
la
prima
si
pensa
a
una
grammatica
,
o
a
qualcosa
misto
di
filosofia
e
di
grammatica
,
cioè
a
un
arbitrario
schematismo
mnemonico
o
a
un
miscuglio
didascalico
,
e
non
già
a
una
scienza
razionale
e
a
una
pura
filosofia
del
parlare
.
La
grammatica
,
o
quel
certo
che
di
grammaticale
,
induce
altresì
nelle
menti
il
pregiudizio
,
che
la
realtà
del
linguaggio
consista
in
parole
isolate
e
combinabili
,
e
non
già
nei
discorsi
vivi
,
negli
organismi
espressivi
,
razionalmente
indivisibili
.
I
linguisti
o
glottologi
filosoficamente
dotati
,
che
hanno
meglio
approfondito
le
questioni
sul
linguaggio
,
si
trovano
(
per
adoperare
un
'
immagine
abusata
ma
efficace
)
nella
condizione
dei
lavoratori
di
un
traforo
:
a
un
certo
punto
debbono
sentire
le
voci
dei
loro
compagni
,
i
filosofi
dell
Estetica
,
che
si
sono
mossi
dall
'
altro
lato
.
A
un
certo
grado
di
elaborazione
scientifica
,
la
Linguistica
,
in
quanto
filosofia
,
deve
fondersi
nell
'
Estetica
;
e
si
fonde
,
infatti
,
senza
lasciare
residui
.
Saggistica ,
LA
LINGUA
DELLA
PATRIA
.
A
un
giovinetto
.
Tu
ami
la
lingua
del
tuo
paese
,
non
è
vero
?
L
'
amiamo
tutti
.
È
inseparabilmente
congiunto
l
'
amore
della
nostra
lingua
col
sentimento
d
'
ammirazione
e
di
gratitudine
che
ci
lega
ai
nostri
padri
per
il
tesoro
immenso
di
sapienza
e
di
bellezza
ch
'
essi
diedero
per
mezzo
di
lei
alla
famiglia
umana
,
e
che
è
la
gloria
dell
'
Italia
,
l
'
onore
del
nostro
nome
nel
mondo
.
L
'
amiamo
perché
l
'
hanno
formata
,
lavorata
,
arricchita
,
trasmessa
a
noi
come
un
'
eredità
sacra
milioni
e
milioni
d
'
esseri
del
nostro
sangue
,
dei
quali
,
per
secoli
,
ella
espresse
il
pensiero
,
e
le
sue
sorti
furon
le
sorti
d
'
Italia
,
la
sua
vita
la
nostra
storia
,
il
suo
regno
la
nostra
grandezza
.
L
'
amiamo
perché
la
parola
sua
ci
scaturisce
d
'
in
fondo
all
'
anima
insieme
con
ogni
nostro
sentimento
,
si
confonde
con
le
nostre
idee
fin
dalle
loro
sorgenti
più
intime
,
e
non
è
soltanto
forma
,
suono
,
colore
,
ma
sostanza
del
nostro
pensiero
.
L
'
amiamo
perché
è
la
nostra
nutrice
intellettuale
,
il
respiro
della
mente
e
dell
'
animo
nostro
,
l
'
espressione
di
quanto
è
più
intimamente
proprio
della
nostra
indole
nazionale
,
l
'
immagine
più
viva
e
più
fedele
e
quasi
la
natura
medesima
della
nostra
razza
.
L
'
amiamo
perché
è
il
vincolo
più
saldo
della
nostra
unità
di
popolo
,
l
'
eco
del
nostro
passato
,
la
voce
del
nostro
avvenire
,
verbo
non
solo
,
ma
essenza
dell
'
anima
della
patria
.
*
E
anche
l
'
amiamo
perché
è
bellissima
,
ricchissima
,
potentissima
,
varia
tanto
,
come
disse
uno
dei
più
grandi
cultori
suoi
,
da
parere
,
più
che
un
idioma
,
un
aggregato
d
'
idiomi
;
capace
di
prendere
infinite
forme
e
sembianze
,
stupendamente
pieghevole
a
tutti
gli
stili
,
unica
nell
'
attitudine
a
riportare
la
nobiltà
dello
stile
latino
e
del
greco
,
insuperata
nell
'
abbondanza
del
vocabolario
e
nella
vivezza
del
colorito
comico
,
maravigliosa
"
per
l
'
immensa
facoltà
delle
metafore
e
per
la
fecondità
della
sua
natura
sempre
propria
a
produrre
nuovi
modi
"
onde
"
è
tutta
coperta
di
germogli
"
come
una
terra
fertilissima
in
perpetua
primavera
;
fresca
ancora
nella
maggior
parte
dei
suoi
fiori
e
delle
sue
fronde
di
sette
secoli
,
e
armoniosa
come
nessun
'
altra
al
mondo
.
"
Lodata
e
ammirata
dagli
stranieri
,
e
anche
invidiata
"
;
ma
noi
più
l
'
amiamo
per
quella
bellezza
che
soltanto
a
noi
si
palesa
.
Le
sue
parole
hanno
per
noi
un
suono
che
è
come
un
secondo
significato
nascosto
,
sfuggente
a
ogni
espressione
;
la
sua
armonia
ci
risveglia
infiniti
ricordi
di
sensazioni
,
di
luoghi
e
di
forme
umane
,
di
voci
e
d
'
accenti
conosciuti
e
cari
di
viventi
e
di
morti
,
e
pensieri
e
immagini
e
versi
di
maestri
immortali
,
diventati
nostro
spirito
e
nostro
sangue
;
essa
è
per
noi
la
musica
dell
'
affetto
,
del
dolore
,
della
gioia
,
dell
'
amor
di
patria
,
piena
di
forze
e
di
dolcezze
misteriose
,
che
non
salgono
fino
alle
nostre
labbra
,
ma
vibrano
e
germinano
nel
più
profondo
dell
'
anima
nostra
,
come
virtù
secrete
della
nostra
natura
.
Anche
per
questo
,
perché
è
voce
del
nostro
cuore
e
lume
della
nostra
coscienza
,
l
'
amiamo
.
*
Ma
che
vale
amar
la
propria
lingua
se
non
si
studia
?
Non
solo
;
ma
chi
non
la
studia
,
e
quindi
la
sa
poco
e
male
,
quasi
come
una
lingua
straniera
,
la
può
amar
veramente
?
E
c
'
è
bisogno
di
dimostrare
che
,
non
soltanto
per
amore
,
ma
per
interesse
nostro
,
per
necessità
la
dobbiamo
studiare
?
Pensa
un
poco
.
In
qualunque
parte
d
'
Italia
tu
sia
nato
,
nella
lingua
,
non
nel
dialetto
,
quando
piglierai
in
mano
la
penna
,
dovrai
sempre
esprimere
i
tuoi
pensieri
e
i
tuoi
sentimenti
,
e
mille
volte
anche
di
viva
voce
.
Mille
volte
,
scrivendo
e
parlando
,
dovrai
manifestare
italianamente
,
con
la
maggior
efficacia
possibile
,
desidèri
e
bisogni
tuoi
,
trattare
i
tuoi
interessi
,
movere
l
'
affetto
e
la
volontà
altrui
,
raccontare
,
argomentare
,
pregare
,
giustificarti
,
difenderti
;
e
se
la
lingua
non
conoscerai
bene
,
ti
sarà
sempre
una
pena
e
una
vergogna
il
non
poter
dire
come
vorrai
quello
che
avrai
da
dire
,
il
trovarti
come
a
maneggiare
uno
strumento
che
ti
sfugga
dalle
mani
,
il
sentire
che
dei
tuoi
sentimenti
più
profondi
e
più
gentili
e
dei
tuoi
pensieri
e
delle
tue
ragioni
migliori
una
gran
parte
andrà
perduta
per
gli
altri
nell
'
espressione
rozza
,
manchevole
,
priva
d
'
evidenza
e
di
forza
.
Quello
che
hai
inteso
dire
:
che
molti
non
riescono
a
farsi
strada
nel
mondo
per
mancanza
di
facoltà
comunicativa
,
non
è
vero
soltanto
per
coloro
che
mancano
di
naturale
eloquenza
;
ma
anche
per
quei
moltissimi
che
,
eloquenti
nel
proprio
dialetto
,
sono
invece
nel
parlar
la
lingua
,
non
conoscendola
,
incerti
,
confusi
,
diffidenti
di
sé
,
inceppati
continuamente
dal
timore
e
dalla
coscienza
di
parlar
male
.
Quante
volte
nella
vita
dipende
un
grave
danno
o
un
grande
vantaggio
nostro
da
un
nostro
pensiero
o
sentimento
espresso
in
un
modo
infelice
,
onde
non
è
inteso
o
è
franteso
,
o
significato
invece
in
una
forma
che
svela
tutto
l
'
animo
e
va
dritta
alla
mente
e
al
cuore
della
persona
a
cui
è
diretta
!
Quante
cognizioni
,
quante
idee
rimangono
in
molte
menti
,
per
sempre
,
come
materia
informe
e
senza
valore
,
perché
manca
a
chi
le
possiede
il
possesso
della
lingua
per
comunicarle
alla
mente
altrui
?
Si
dice
che
l
'
uomo
vale
per
quello
che
sa
;
ma
vale
anche
in
gran
parte
per
come
sa
dire
quello
che
sa
.
Più
che
per
il
passato
,
ora
che
son
sempre
più
frequenti
per
tutti
il
bisogno
e
le
occasioni
di
comunicare
ad
altri
le
proprie
idee
,
scrivendo
per
la
stampa
,
parlando
in
pubblico
,
partecipando
in
diversi
modi
alla
trattazione
d
'
interessi
comuni
,
la
conoscenza
della
lingua
è
necessaria
.
Non
è
soltanto
un
ornamento
intellettuale
:
è
arma
nella
lotta
per
la
vita
,
è
forza
e
libertà
dello
spirito
,
è
chiave
dei
cuori
e
delle
coscienze
altrui
,
è
strumento
di
lavoro
e
di
fortuna
.
*
E
dobbiamo
studiar
la
lingua
anche
per
dovere
di
cittadini
.
Le
lingue
si
trasformano
col
tempo
,
come
ogni
cosa
si
trasforma
:
acquistano
nuove
voci
e
locuzioni
,
come
gli
alberi
mettono
nuove
foglie
;
ne
pèrdono
;
di
molte
che
esse
conservano
,
il
significato
si
muta
;
si
mutano
le
lingue
nella
sostanza
e
nella
struttura
:
è
effetto
d
'
una
legge
naturale
.
Ma
con
la
trasformazione
naturale
e
inevitabile
della
lingua
non
si
deve
confondere
la
corruzione
,
la
quale
consiste
nell
'
introdurvi
,
come
si
fa
dai
più
,
parole
e
frasi
barbare
e
non
necessarie
,
idiotismi
oziosi
,
modi
dell
'
uso
spurio
,
forme
che
ripugnano
all
'
indole
sua
.
Ora
,
da
questa
corruzione
è
dovere
d
'
ogni
cittadino
colto
preservare
la
lingua
della
patria
,
perché
,
come
ciascuno
fa
la
parte
sua
,
sia
pure
minima
,
nella
grande
opera
collettiva
,
da
cui
la
lingua
resulta
,
così
concorre
ciascuno
a
corromperla
,
sia
pure
in
parte
infinitesima
,
parlando
e
scrivendo
male
.
Non
è
dovere
soltanto
degli
scrittori
,
è
di
tutti
;
perché
dove
tutti
maltrattano
e
guastan
la
lingua
,
finiscono
anche
gli
scrittori
con
essere
travolti
dall
'
universale
barbarie
.
Nel
grande
commercio
nazionale
della
lingua
è
onestà
il
non
mettere
in
giro
monete
false
.
È
vergogna
per
un
italiano
colto
l
'
esprimere
barbaramente
pensieri
e
sentimenti
che
scrittori
insigni
di
trenta
generazioni
espressero
in
forme
italiane
pure
e
ammirabili
.
È
irragionevole
il
vantarsi
d
'
amare
il
proprio
paese
quando
si
concorre
a
imbastardirne
il
linguaggio
,
considerandolo
come
un
campo
che
a
tutti
sia
lecito
di
calpestare
e
lordare
.
Per
la
ragione
stessa
che
rispettiamo
e
custodiamo
gelosamente
la
ricchezza
infinita
d
'
opere
d
'
arte
,
che
i
nostri
padri
ci
lasciarono
,
dobbiamo
rispettare
e
custodire
il
patrimonio
della
lingua
,
che
essi
trasmisero
e
affidarono
a
noi
come
una
tradizione
gloriosa
,
e
che
da
noi
si
ha
da
tramandare
ai
nostri
figli
,
intatto
e
immaculato
quanto
lo
consentano
la
legge
del
tempo
e
la
forza
delle
cose
.
Per
amor
di
patria
,
dunque
,
per
sentimento
di
dignità
nazionale
e
d
'
onestà
cittadina
,
per
nostro
interesse
individuale
e
per
vantaggio
di
tutti
,
noi
dobbiamo
studiare
la
nostra
lingua
,
quanto
ci
è
possibile
,
in
qualunque
classe
sociale
ci
abbia
posto
la
fortuna
,
qualunque
sia
il
nostro
ufficio
nella
società
e
la
natura
dei
nostri
studi
professionali
,
in
qualunque
parte
d
'
Italia
siam
nati
o
destinati
a
vivere
;
dobbiamo
studiarla
perché
sono
una
cosa
patria
e
lingua
,
pensiero
e
parola
,
parola
e
vita
.
*
Ebbene
,
io
scrivo
con
lo
scopo
unico
di
farti
prendere
amore
a
questo
studio
,
provandoti
che
non
è
punto
uno
studio
arido
e
noioso
,
come
lo
credono
i
più
;
ma
che
si
può
fare
con
lo
stesso
diletto
col
quale
si
studia
la
pittura
e
la
musica
da
chi
non
vi
cerca
altro
che
il
diletto
.
Tu
hai
già
compreso
:
non
scrivo
un
trattato
;
non
scenderò
a
disquisizioni
grammaticali
minute
,
né
salirò
a
quistioni
alte
di
filologia
,
chè
non
sarebbe
affar
mio
,
e
non
gioverebbe
al
mio
scopo
:
tratterò
la
materia
semplicemente
e
praticamente
,
nella
forma
che
mi
pare
convenga
meglio
all
'
età
tua
.
E
scrivo
non
soltanto
per
te
;
ma
anche
per
quella
molta
gente
d
'
ogni
età
e
condizione
,
che
potrebbe
studiar
la
lingua
con
piacere
e
con
vantaggio
,
pure
senza
il
sussidio
utilissimo
della
conoscenza
del
latino
,
né
d
'
altra
preparazione
letteraria
,
e
che
ci
si
metterebbe
volentieri
,
se
non
la
trattenesse
il
pregiudizio
comune
che
v
'
occorra
uno
sforzo
enorme
della
volontà
e
una
pazienza
infinita
,
come
per
lo
studio
d
'
una
scienza
astrusa
.
Per
questo
,
strada
facendo
,
mi
staccherò
da
te
qualche
volta
,
per
rivolgermi
ad
altri
;
ma
tu
mi
potrai
venire
accanto
anche
allora
,
perché
non
mi
scorderò
mai
che
m
'
ascolti
.
Faremo
insieme
un
viaggio
d
'
istruzione
,
e
farò
il
possibile
perché
riesca
pure
un
viaggio
di
piacere
.
Può
darsi
che
in
qualche
punto
tu
t
'
annoi
;
ma
spesso
ti
soffermerai
a
pensare
,
e
di
tanto
in
tanto
sorriderai
,
e
ti
farai
buon
sangue
.
Non
sono
un
maestro
:
sono
una
guida
.
Alla
dottrina
che
mi
manca
supplirò
in
qualche
modo
con
la
dottrina
degli
altri
.
Non
imparerai
gran
cosa
da
me
lungo
il
viaggio
;
ma
moltissimo
poi
da
te
stesso
,
e
con
l
'
aiuto
altrui
,
se
io
riuscirò
,
come
spero
,
a
trasfondere
nell
'
animo
tuo
un
poco
del
vivo
amore
e
dell
'
allegra
fede
con
cui
mi
metto
al
lavoro
.
A
QUELLI
CHE
NON
VORREBBERO
LEGGERE
.
Vedo
parecchi
lettori
,
che
dopo
avere
scorso
la
prefazione
,
fanno
l
'
atto
di
chiudere
il
libro
.
Un
momento
,
signori
.
Chiedo
il
permesso
di
rivolgere
poche
parole
a
ciascun
di
loro
.
Poi
ritornerò
a
te
,
giovinetto
.
A
chi
dice
che
la
lingua
si
sa
.
-
Che
bisogno
c
'
è
di
studiar
la
lingua
?
La
lingua
si
sa
!
-
È
un
'
opinione
di
molti
.
Ella
la
saprà
meglio
di
molti
altri
,
non
ne
dubito
;
ma
si
lasci
dire
che
,
se
non
l
'
ha
studiata
,
non
la
può
sapere
,
non
solo
come
dovrebbe
,
ma
neppure
quanto
i
suoi
bisogni
richiedono
.
Ella
possiede
un
materiale
di
lingua
che
non
è
la
terza
parte
di
quello
che
le
sarebbe
necessario
per
parlar
bene
,
un
piccolo
corredo
di
vocaboli
e
di
frasi
,
che
le
servono
a
dire
impropriamente
e
a
un
di
presso
una
grande
quantità
di
cose
,
ciascuna
delle
quali
può
esser
detta
con
una
parola
o
una
frase
propria
,
che
dice
per
l
'
appunto
quella
cosa
sola
.
Nel
parlare
come
nello
scrivere
,
a
ogni
tratto
,
ella
gira
intorno
al
proprio
pensiero
,
non
lo
esprime
che
a
mezzo
,
ed
è
costretta
ad
aggiungere
e
a
correggere
per
compiere
e
chiarire
l
'
espressione
che
non
le
riuscì
compiuta
e
chiara
alla
prima
.
E
,
confessi
la
verità
:
molte
cose
ella
non
le
dice
per
non
mettersi
in
un
impaccio
.
Vuol
vedere
che
io
le
nomino
subito
venti
,
trenta
oggetti
,
operazioni
,
qualità
o
particolari
d
'
oggetti
,
che
a
tutti
occorre
di
rammentare
quasi
ogni
giorno
,
e
che
ella
designa
sempre
con
una
perifrasi
o
con
una
parola
sbagliata
?
Vuol
che
le
dica
lì
per
lì
una
filza
di
modi
della
lingua
viva
,
usatissimi
in
tutta
l
'
Italia
,
e
che
non
hanno
sinonimi
,
ma
che
lei
non
ha
mai
usati
e
che
le
riuscirebbero
nuovi
come
modi
d
'
un
'
altra
lingua
?
Ella
conosce
il
francese
?
Non
molto
.
Vuole
scommettere
che
se
mi
racconta
in
italiano
l
'
aneddoto
più
semplice
,
io
,
che
non
sono
un
linguista
né
un
pedante
,
ci
trovo
altrettante
improprietà
quante
ce
ne
troverebbe
un
francese
s
'
ella
gli
raccontasse
l
'
aneddoto
in
francese
?
E
mi
sostiene
che
la
lingua
si
sa
?
Capisco
come
non
si
sappia
d
'
ignorare
le
cose
che
non
si
sa
che
esistano
.
Ma
ella
somiglia
a
chi
credesse
di
saper
la
botanica
perché
conosce
i
legumi
che
gli
portano
in
tavola
e
i
nomi
dei
fiori
che
coltiva
sul
terrazzino
.
A
chi
dice
:
-
Che
cosa
importa
?
-
È
uno
studio
di
parole
,
insomma
;
che
cosa
importano
le
parole
?
-
Che
cosa
importano
le
parole
?
Questa
è
grossa
,
mi
perdoni
.
È
come
dire
:
-
Che
cosa
importa
parlare
e
scrivere
con
chiarezza
e
con
efficacia
?
Che
cosa
importa
l
'
usare
,
invece
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
propria
,
un
'
altra
parola
o
un
'
altra
frase
che
,
non
esprimendo
per
l
'
appunto
il
nostro
pensiero
,
può
farlo
frantendere
e
costringerci
perciò
ad
esprimerlo
un
'
altra
volta
in
un
'
altra
maniera
,
che
può
esser
peggiore
della
prima
?
Che
cosa
importa
,
parlando
e
scrivendo
,
inciampare
ogni
momento
in
una
difficoltà
,
essere
arrestati
a
ogni
passo
da
un
dubbio
,
lasciare
a
mezzo
una
frase
per
cercare
un
vocabolo
,
doversi
spiegare
coi
gesti
come
i
bambini
e
gl
'
idioti
,
e
qualche
volta
urtare
,
non
volendolo
,
e
offendere
una
persona
,
non
per
altro
che
per
non
saper
scegliere
,
nel
farle
un
'
osservazione
o
un
rimprovero
o
nel
dirle
una
verità
sgradita
,
la
parola
o
la
frase
che
esprimerebbe
lo
stesso
pensiero
senza
ferirla
nell
'
amor
proprio
?
Che
cosa
importano
le
parole
?
Ma
infiniti
malintesi
,
risentimenti
,
diverbi
dolorosi
nascono
di
continuo
fra
gli
uomini
da
una
parola
usata
a
sproposito
,
non
per
mal
animo
,
ma
per
pura
ignoranza
o
mancanza
di
finezza
nel
sentimento
della
lingua
.
Ma
mille
volte
nella
vita
il
primo
giudizio
che
facciamo
dell
'
ingegno
,
della
cultura
,
del
grado
d
'
educazione
d
'
una
persona
,
si
fonda
(
e
sia
pure
a
torto
sovente
,
chè
questo
cresce
valore
all
'
argomento
)
sopra
il
suo
modo
di
parlare
,
e
anche
su
poche
parole
che
le
abbiamo
udito
dire
,
sopra
una
sgrammaticatura
,
sopra
un
'
espressione
ridicola
,
sopra
l
'
ignoranza
d
'
una
parola
comune
.
Ma
ella
stessa
,
signore
,
ella
che
dice
che
le
parole
non
importano
,
quando
le
occorre
di
parlar
la
prima
volta
con
una
persona
che
le
ispira
reverenza
,
e
di
cui
le
preme
d
'
acquistarsi
la
stima
e
la
simpatia
,
ella
stessa
,
sempre
,
anche
inconscientemente
,
s
'
ingegna
di
parlar
meglio
del
solito
,
scegliendo
i
vocaboli
con
cura
e
filando
i
periodi
con
garbo
!
O
come
si
può
dire
:
-
Che
cosa
importano
le
parole
?
A
un
uomo
d
'
affari
.
-
Quanto
a
me
,
consentirà
che
non
ho
bisogno
di
studiar
l
'
italiano
.
Sono
un
uomo
d
'
affari
!
-
Mi
scusi
.
È
forse
il
dialetto
la
lingua
ufficiale
degli
affari
?
E
in
ogni
modo
,
non
pare
a
lei
che
un
uomo
d
'
affari
che
ha
studiato
e
parla
e
scrive
correttamente
e
facilmente
la
lingua
,
valga
,
a
parità
d
'
ingegno
e
d
'
esperienza
,
qualche
cosa
di
più
d
'
un
altro
,
il
quale
la
scriva
come
un
barbaro
e
la
balbetti
come
un
ragazzo
?
Ma
gli
uomini
d
'
affari
hanno
soventissime
volte
da
esporre
,
da
dimostrare
,
da
discutere
gl
'
interessi
propri
,
con
la
penna
o
di
viva
voce
,
a
quattr
'
occhi
e
in
riunioni
private
o
pubbliche
,
in
lingua
italiana
.
Ma
se
c
'
è
gente
al
mondo
a
cui
sia
utile
,
necessaria
nell
'
espressione
del
proprio
pensiero
la
lucidità
,
la
brevità
,
l
'
esattezza
del
linguaggio
,
son
loro
,
che
hanno
molte
cose
da
dire
e
importanti
e
non
facili
,
e
le
hanno
da
dire
alla
lesta
,
a
gente
che
non
ha
tempo
da
perdere
;
cose
nelle
quali
il
non
farsi
bene
intendere
produce
ben
più
gravi
inconvenienti
che
nei
discorsi
ordinari
.
Ma
gli
uomini
d
'
affari
vivono
pure
fuor
del
giro
dei
propri
interessi
,
fra
amici
d
'
altre
professioni
,
con
signore
,
con
artisti
,
con
gente
di
varia
cultura
,
in
mezzo
ai
quali
portano
il
loro
amor
proprio
,
non
solo
d
'
uomini
d
'
affari
,
ma
d
'
uomini
di
mondo
,
l
'
ambizione
di
contar
qualche
cosa
anche
fuor
delle
faccende
e
dei
numeri
,
il
desiderio
di
farsi
ascoltare
,
di
divertire
,
di
piacere
,
e
se
non
altro
la
cura
di
non
far
ridere
parlando
rozzamente
e
lasciandosi
scappare
strafalcioni
.
E
in
fine
,
signor
uomo
d
'
affari
,
vale
per
lei
,
come
per
tutti
,
questa
ragione
:
che
la
lingua
nazionale
,
in
certe
classi
della
società
,
si
deve
imparare
non
soltanto
per
sé
,
ma
per
i
propri
figliuoli
;
i
quali
ad
impararla
,
almeno
fin
che
son
piccoli
,
debbono
essere
aiutati
dal
padre
e
dalla
madre
.
Che
figura
farebbe
un
padre
che
dicesse
al
suo
figliuolo
:
-
Caro
mio
,
tu
hai
dieci
anni
;
in
materia
di
lingua
io
non
son
più
in
grado
d
'
insegnarti
nulla
perché
....
sono
un
uomo
d
'
affari
!
A
chi
non
ci
ha
attitudine
.
-
Lo
credo
anch
'
io
una
buona
cosa
;
ma
allo
studio
della
lingua
non
ci
ho
attitudine
.
-
Oh
bella
!
Che
risponderebbe
lei
a
chi
le
dicesse
:
-
Non
son
fatto
bene
,
son
di
complessione
debole
:
per
questo
non
faccio
ginnastica
?
-
Ma
il
non
aver
attitudine
allo
studio
della
lingua
è
una
ragione
di
più
per
istudiarla
.
Chi
non
è
dotato
di
buona
memoria
,
e
non
ha
facilità
d
'
esprimersi
,
né
un
vivo
sentimento
naturale
della
lingua
,
deve
e
può
supplire
alla
deficienza
di
queste
qualità
con
lo
studio
.
Un
'
attitudine
particolare
ci
vuole
per
diventare
scrittore
o
linguista
;
ma
per
imparar
la
lingua
quanto
lo
richiedono
il
dovere
,
l
'
interesse
e
la
dignità
di
qualunque
cittadino
colto
,
basta
la
volontà
.
Ci
si
provi
un
poco
.
Ella
non
immagina
quanto
possa
acquistare
in
materia
di
lingua
anche
chi
non
ci
ha
disposizione
di
natura
,
in
un
periodo
di
tempo
anche
breve
,
e
senza
far
grande
fatica
.
Mi
dirà
:
-
Non
ci
avendo
disposizione
,
non
ci
ho
amore
,
e
senza
questo
non
si
riesce
a
nulla
.
-
Ma
l
'
amore
viene
a
poco
a
poco
,
man
mano
che
dello
studio
si
riconoscono
i
profitti
,
come
viene
all
'
erborizzatore
esordiente
,
che
,
dopo
aver
classificato
nella
sua
mente
un
certo
numero
di
piante
,
prosegue
con
più
alacrità
,
per
il
piacere
d
'
accrescere
il
suo
patrimonio
di
cognizioni
,
e
perché
il
lavoro
gli
riesce
sempre
più
facile
.
Può
ella
affermare
che
se
stèsse
chiusa
un
mese
fra
quattro
pareti
senz
'
altri
libri
che
di
lingua
,
non
prenderebbe
amore
a
questo
studio
quanto
uno
che
ci
avesse
disposizione
?
No
,
non
è
vero
?
E
ci
prenderebbe
amore
per
il
solo
fatto
che
sarebbe
costretta
,
per
cacciar
la
noia
,
a
vincere
la
prima
riluttanza
,
insistendo
su
quella
materia
col
pensiero
,
come
non
ha
fatto
mai
.
Provi
dunque
a
insistervi
col
pensiero
una
volta
,
a
fare
una
volta
di
proposito
ciò
che
farebbe
in
quel
caso
per
forza
,
e
vedrà
che
il
difficile
non
sta
che
nel
principiare
.
E
poi
:
-
Non
ci
ho
attitudine
!
-
E
come
lo
sa
?
La
mente
umana
è
piena
di
sorprese
;
certe
attitudini
vi
stanno
nascoste
;
scavi
un
po
'
;
anche
nel
cervello
,
chi
cerca
trova
.
A
chi
non
ci
ha
tempo
.
-
Ci
ho
pensato
molte
volte
,
mi
ci
metterei
;
ma
ho
altro
da
fare
,
mi
manca
il
tempo
.
-
Non
le
può
mancare
.
Non
c
'
è
altra
materia
che
si
presti
meglio
a
uno
studio
frammentario
,
fatto
nei
ritagli
di
tempo
libero
,
e
anche
nei
momenti
di
riposo
;
a
uno
studio
somigliante
a
quelle
occupazioni
fra
intellettuali
e
meccaniche
,
a
cui
si
dànno
molti
per
isvago
.
Se
non
chiuderà
il
mio
libro
alle
prime
pagine
,
vedrà
che
può
studiare
la
lingua
senza
togliere
un
'
ora
alle
sue
faccende
quotidiane
,
anzi
facendo
servire
queste
a
quello
scopo
,
imparando
qualche
cosa
a
ogni
proposito
,
raccogliendo
le
cognizioni
quasi
senza
far
deviare
il
suo
pensiero
dall
'
andamento
abituale
.
Ella
mi
dirà
:
-
Ma
ho
mille
pensieri
,
mille
cure
;
quando
ci
avrei
tempo
,
non
ci
ho
testa
;
per
codesto
studio
ci
vuol
l
'
animo
tranquillo
.
-
Ma
appunto
,
ella
ci
troverà
quiete
e
sollievo
,
perché
non
c
'
è
altro
studio
che
giovi
quanto
questo
a
distrarci
dalle
passioni
che
ci
turbano
,
che
occupi
e
svaghi
la
mente
,
come
questo
fa
,
con
una
serie
continua
di
curiosità
nascenti
l
'
una
dall
'
altra
,
contentando
ad
un
tempo
l
'
animo
con
molte
piccole
conquiste
quotidiane
determinate
,
con
infinite
piccole
compiacenze
prodotte
dal
continuo
ripetersi
delle
occasioni
in
cui
si
può
spendere
quello
che
s
'
è
guadagnato
.
E
non
mi
dica
neppure
che
è
uno
studio
per
i
giovani
,
ai
quali
è
stimolo
l
'
idea
di
ricavarne
un
vantaggio
per
l
'
avvenire
,
non
per
gli
uomini
maturi
,
a
cui
quello
stimolo
manca
.
No
;
bisogna
pure
che
ci
si
trovi
un
piacere
indipendente
da
ogni
concetto
d
'
utilità
futura
,
poichè
per
tanti
uomini
,
anche
non
letterati
e
scrittori
,
è
uno
studio
amoroso
e
costante
,
un
conforto
nella
vecchiaia
e
nella
solitudine
,
l
'
ultima
forma
d
'
attività
della
loro
mente
,
come
è
per
altri
lo
studio
della
natura
.
Col
quale
,
infatti
,
ha
questo
di
comune
lo
studio
della
lingua
:
che
è
infinitamente
vario
,
e
che
i
suoi
confini
s
'
allontanano
dinanzi
a
chi
vi
procede
.
A
chi
dice
che
ci
avrà
tempo
.
A
lei
,
signorino
,
che
mi
dice
:
-
Ci
avrò
tempo
!
-
darei
volentieri
una
tiratina
d
'
orecchio
.
Se
c
'
è
studio
che
un
ragazzo
non
debba
rimandare
a
poi
,
è
questo
della
lingua
.
Non
t
'
hai
per
male
ch
'
io
paragoni
la
tua
memoria
a
un
foglio
di
carta
asciugante
?
Vedi
,
quando
questo
è
fresco
e
pulito
,
come
vi
s
'
imprimono
nette
tutte
le
parole
dello
scritto
su
cui
lo
premi
,
e
vedi
poi
,
quando
è
un
pezzo
che
l
'
usi
ed
è
già
nero
in
gran
parte
,
come
le
parole
vi
s
'
imprimono
confuse
,
o
non
vi
restano
,
o
se
ne
perde
l
'
impressione
in
quella
dello
scritto
che
già
lo
ricopre
.
La
tua
bella
età
è
quella
in
cui
la
mente
vergine
e
chiara
è
più
atta
ad
appropriarsi
il
materiale
della
lingua
,
non
soltanto
per
virtù
della
memoria
ancor
fresca
,
ma
anche
perché
,
essendo
tu
spettatore
più
che
attore
della
vita
,
dalle
parole
non
ti
distraggono
ancora
le
cose
così
fortemente
come
faranno
più
tardi
,
quando
avrai
mille
cure
,
faccende
e
pensieri
.
Per
questo
tu
hai
inteso
dire
mille
volte
che
i
ragazzi
imparano
le
lingue
più
facilmente
degli
uomini
.
Via
via
che
s
'
allargherà
il
campo
e
crescerà
la
difficoltà
dei
tuoi
studi
,
ti
mancherà
sempre
più
il
tempo
di
dedicarti
alla
lingua
e
dovrai
fare
uno
sforzo
sempre
maggiore
per
impararla
.
E
non
pensare
che
sia
uno
studio
puramente
letterario
,
che
a
te
,
chiamato
a
questa
o
a
quella
scienza
,
non
possa
giovare
.
È
un
errore
madornale
.
Nel
campo
di
qualunque
scienza
il
possesso
della
lingua
,
la
facoltà
di
esprimersi
con
chiarezza
e
con
proprietà
è
parte
della
scienza
stessa
.
Vedi
che
differenza
c
'
è
nel
profitto
che
fanno
fare
ai
giovani
gl
'
insegnanti
che
parlano
bene
e
quelli
che
parlano
male
.
E
non
credere
d
'
imparar
la
lingua
con
quel
tanto
che
te
ne
insegnano
:
la
scuola
non
ti
può
che
mettere
sulla
via
d
'
impararla
:
al
modo
particolare
che
ha
ciascun
di
noi
di
sentire
e
di
pensare
,
noi
soli
possiamo
trovar
la
lingua
che
lo
esprima
.
E
poi
,
che
logica
è
questa
?
Dici
che
a
studiar
la
lingua
ci
hai
tempo
,
ossia
,
che
è
uno
studio
che
non
preme
;
ma
d
'
ogni
sproposito
o
anche
piccolo
errore
di
lingua
che
sfugga
a
chi
che
sia
,
se
tu
lo
avverti
,
ne
fai
un
carnevale
.
Non
ti
dar
la
zappa
sui
piedi
,
dunque
;
mettiti
all
'
opera
;
per
qualunque
via
tu
abbia
da
fare
il
tuo
cammino
nel
mondo
,
benedirai
le
fatiche
che
avrai
dedicate
a
questo
studio
nei
tuoi
primi
anni
.
A
un
giovane
d
'
ingegno
.
-
Lo
studio
della
lingua
è
per
le
teste
piccole
,
che
,
non
avendo
idee
,
hanno
bisogno
d
'
imparar
parole
....
-
Lo
crede
davvero
?
Veda
come
andiamo
d
'
accordo
.
Io
penso
l
'
opposto
.
Credo
che
le
teste
piccole
abbian
meno
bisogno
di
studiar
la
lingua
che
le
teste
grandi
,
perché
,
avendo
poche
idee
,
basta
a
loro
un
ristretto
materiale
di
lingua
ad
esprimerle
;
perché
,
pensando
meno
profondamente
e
meno
sottilmente
,
non
occorre
loro
grande
efficacia
e
finezza
di
linguaggio
per
rendere
il
proprio
pensiero
.
Ma
chi
ha
vero
ingegno
,
se
non
sa
la
lingua
bene
,
si
trova
tanto
più
impacciato
a
farsi
valere
quanto
ha
più
ingegno
.
Come
non
lo
comprende
?
Non
è
verità
evidente
che
deve
posseder
la
lingua
meglio
degli
altri
chi
ha
idee
originali
e
sentimenti
vivi
e
delicati
da
esprimere
,
chi
sa
,
intuisce
e
ricorda
molte
cose
,
e
in
ogni
cosa
vede
particolari
che
la
maggior
parte
non
vedono
,
chi
dalla
forza
del
proprio
ingegno
e
del
proprio
sentimento
è
portato
più
degli
altri
ad
analizzare
,
ad
argomentare
,
a
raccontare
,
a
descrivere
,
e
nel
descrivere
,
a
scolpire
e
a
colorire
le
proprie
immagini
?
E
tanto
più
se
il
suo
ingegno
è
di
quella
natura
particolare
che
si
chiama
spirito
,
inclinato
a
coglier
delle
cose
il
lato
ridicolo
,
e
le
relazioni
riposte
di
affinità
e
di
contrasto
comico
intercedenti
fra
di
esse
,
e
a
giocare
coi
significati
diretti
e
traslati
dei
vocaboli
,
tanto
più
avrà
bisogno
di
maneggiar
con
destrezza
la
lingua
,
che
appunto
nel
campo
dello
scherzo
è
ricchissima
.
Se
si
paragona
la
lingua
al
danaro
,
si
può
dire
che
chi
non
ha
ingegno
è
rispetto
ad
essa
come
un
uomo
quieto
e
assestato
,
senza
vanità
e
senza
desidèri
,
che
campa
con
pochi
soldi
,
e
chi
ha
molto
ingegno
è
un
uomo
pien
di
vita
e
d
'
ambizione
,
di
raffinatezze
aristocratiche
e
di
voglie
giovanili
,
che
ha
bisogno
di
spendere
e
di
spandere
.
Studi
dunque
la
lingua
anche
lei
,
che
è
un
gran
signore
intellettuale
,
per
non
ridursi
poi
a
campare
come
un
pitocco
.
A
chi
studia
le
lingue
straniere
.
Mi
dice
un
giovinetto
,
con
accento
d
'
alterezza
:
-
Io
studio
le
lingue
straniere
.
-
Vuoi
dire
con
questo
che
ti
preme
più
di
saper
le
lingue
straniere
che
la
tua
?
Non
me
ne
maraviglierei
più
che
tanto
.
C
'
è
degli
italiani
che
,
volendo
fare
un
viaggio
di
piacere
e
d
'
istruzione
,
vanno
prima
a
Parigi
che
a
Roma
;
ce
n
'
è
altri
,
i
quali
dicono
sorridendo
,
con
l
'
aria
di
darsi
un
vanto
,
che
della
più
parte
dei
propri
pensieri
s
'
affaccia
loro
alla
mente
l
'
espressione
francese
o
inglese
prima
che
l
'
italiana
;
e
conobbi
anche
un
tale
,
che
a
un
esame
di
geografia
,
dopo
aver
detto
benissimo
i
confini
della
Persia
,
mise
Firenze
a
settentrione
di
Bologna
.
No
?
Tu
non
sei
di
quel
numero
?
E
tanto
meglio
.
Ma
non
sarai
mai
abbastanza
persuaso
di
questa
verità
:
che
non
si
studia
con
amore
,
che
non
s
'
impara
bene
nessuna
lingua
straniera
,
se
non
s
'
è
prima
studiato
con
amore
e
imparato
bene
la
propria
;
poichè
,
se
imparare
una
lingua
straniera
non
è
altro
che
imparare
a
tradurre
in
questa
i
nostri
pensieri
da
quella
che
usualmente
parliamo
,
come
si
può
fare
una
buona
traduzione
d
'
un
cattivo
testo
?
Come
riuscire
a
dir
con
esattezza
e
con
garbo
in
un
'
altra
lingua
quelle
cose
che
non
sappiamo
dire
se
non
confusamente
e
senza
garbo
nella
nostra
?
E
in
che
maniera
intendere
e
sentire
le
qualità
degli
scrittori
stranieri
,
se
queste
,
in
qualunque
lingua
,
non
s
'
intendono
e
non
si
sentono
se
non
paragonando
le
parole
,
le
frasi
,
le
forme
a
quelle
che
loro
corrispondono
nella
lingua
che
ci
è
famigliare
?
E
ti
seguirà
anche
questo
:
che
mentre
non
imparerai
che
male
altre
lingue
,
ti
si
corromperà
e
confonderà
nella
mente
quel
poco
che
sai
della
tua
,
perché
,
essendo
poco
e
mal
fermo
,
non
reggerà
il
materiale
straniero
che
gli
verserai
sopra
,
e
ti
troverai
così
ad
aver
acquistato
varie
mezze
lingue
,
senza
possederne
una
intera
;
sarai
come
chi
a
un
vestito
tutto
buchi
ne
sovrapponga
un
altro
pieno
di
strappi
,
che
riman
mezzo
nudo
a
ogni
modo
.
Dammi
retta
:
fatti
prima
un
buon
vestito
italiano
.
A
chi
dice
che
basta
leggere
.
-
La
lingua
-
dicon
molti
-
s
'
impara
leggendo
.
Lo
crede
davvero
,
signor
mio
?
Ma
se
anche
ella
non
legga
che
libri
,
dai
quali
la
lingua
si
possa
imparare
,
le
dico
che
ella
vive
in
una
grande
illusione
,
salvo
che
li
legga
principalmente
con
quello
scopo
,
ossia
badando
più
alla
forma
che
alla
sostanza
;
cosa
ch
'
ella
non
fa
,
senza
dubbio
,
o
che
può
far
tanto
meno
quanto
più
la
sostanza
dei
libri
l
'
attrae
e
la
diverte
.
Della
ricchezza
e
della
proprietà
della
lingua
,
leggendo
,
ella
sentirà
qua
e
là
,
e
complessivamente
,
l
'
effetto
;
ma
provi
,
finita
la
lettura
d
'
un
libro
,
a
cercar
quante
parole
e
frasi
le
sian
rimaste
nella
mente
,
in
maniera
da
diventar
sue
,
e
da
venirle
poi
sulla
bocca
o
alla
penna
nel
parlare
o
nello
scrivere
,
e
vedrà
che
poco
o
nulla
le
sarà
rimasto
.
La
memoria
della
lingua
non
si
rafforza
che
con
l
'
esercizio
,
e
nella
lettura
essa
non
si
esercita
.
S
'
impara
la
lingua
anche
leggendo
,
ma
leggendo
pochi
libri
molte
volte
e
attentamente
,
non
già
molti
una
volta
sola
e
di
corsa
,
come
dai
più
si
suol
fare
;
e
l
'
avrà
esperimentato
ella
pure
non
scoprendo
che
alla
terza
o
alla
quarta
lettura
,
in
libri
scritti
bene
,
una
quantità
di
bellezze
di
lingua
,
d
'
effetti
particolari
che
fanno
certi
vocaboli
collocati
in
un
certo
punto
,
di
ragioni
profonde
e
sottili
per
cui
certe
espressioni
,
e
non
cert
'
altre
,
furono
usate
.
E
se
anche
leggendo
soltanto
per
ispasso
,
s
'
imparasse
molta
lingua
,
come
si
potrebbe
imparare
la
nomenclatura
d
'
innumerevoli
cose
,
di
cui
solo
una
parte
minima
,
in
un
certo
numero
di
libri
,
può
ritrovarsi
?
Come
apprendere
la
lingua
viva
e
famigliare
che
,
fuor
d
'
un
certo
genere
di
letteratura
,
manca
nei
libri
quasi
affatto
?
E
come
acquistare
l
'
agilità
e
la
prontezza
della
mente
che
occorrono
per
maneggiare
il
materiale
linguistico
e
farlo
servire
con
garbo
al
pensiero
?
Tenga
per
fermo
che
leggendo
libri
per
vent
'
anni
non
imparerà
tanta
lingua
quanto
studiandola
di
proposito
un
anno
solo
.
Legga
e
rilegga
senza
studiare
,
e
verserà
dell
'
acqua
in
un
crivello
.
A
chi
dice
che
s
'
impara
la
lingua
dall
'
uso
.
Qui
sento
un
coro
d
'
italiani
settentrionali
che
esclamano
:
-
Studiare
la
lingua
!
Ma
la
lingua
s
'
impara
dall
'
uso
!
Da
qual
uso
l
'
imparate
voi
,
cari
signori
?
In
casa
voi
parlate
quasi
tutti
e
fuor
di
casa
quasi
sempre
il
vostro
dialetto
,
e
quando
non
parlate
questo
,
parlate
e
sentite
parlare
un
italiano
povero
e
scorretto
,
pieno
zeppo
d
'
idiotismi
e
di
francesismi
.
In
materia
di
lingua
s
'
usa
fra
noi
non
toscani
,
perché
parliamo
tutti
male
,
una
grande
tolleranza
reciproca
,
per
effetto
della
quale
nessuno
studia
di
correggersi
,
e
ognuno
sèguita
per
tutta
la
vita
a
ripetere
gli
stessi
spropositi
,
senz
'
arricchire
il
proprio
linguaggio
di
dieci
parole
in
un
anno
.
Anche
quei
pochi
che
hanno
studiato
la
lingua
e
che
,
scrivendo
,
sono
corretti
e
sfoggiano
una
certa
ricchezza
di
vocaboli
e
di
frasi
,
quando
parlano
,
parlano
poco
meno
scorrettamente
e
poveramente
degli
altri
,
appunto
perché
della
lingua
non
hanno
l
'
uso
,
perché
delle
frasi
e
dei
vocaboli
,
che
cercano
e
trovano
nello
scrivere
,
non
vien
loro
alla
bocca
,
non
avendoli
essi
famigliari
,
che
una
minima
parte
.
Come
si
può
dunque
imparare
la
buona
lingua
da
un
uso
cattivo
?
Come
imparare
centinaia
e
centinaia
di
voci
e
locuzioni
che
intorno
a
noi
nessuno
dice
mai
?
V
'
è
mai
occorso
di
sentir
degli
stranieri
che
credono
d
'
aver
imparato
l
'
italiano
dall
'
uso
in
dieci
anni
di
soggiorno
in
una
città
dell
'
Alta
Italia
?
V
'
avranno
fatto
scappare
.
Dall
'
uso
,
fra
noi
,
si
può
imparare
a
parlar
con
scioltezza
;
ma
con
proprietà
,
con
varietà
,
con
colorito
,
con
grazia
!
Corbellerie
.
Perdonatemi
:
m
'
è
scappata
dalla
penna
.
A
una
signorina
.
O
signorina
,
anche
lei
?
Ma
come
?
Metterà
tanta
cura
ad
abbigliare
la
sua
graziosa
persona
e
non
ne
vorrà
metter
punto
a
vestire
i
suoi
pensieri
?
Porrà
tanto
studio
a
camminare
con
grazia
e
nessun
impegno
a
parlar
con
garbo
?
Cercherà
con
tant
'
arte
di
modular
dolcemente
la
sua
voce
e
non
le
importerà
di
pronunziare
con
dolcezza
parole
spurie
e
frasi
barbare
?
E
le
parrà
che
non
abbia
a
studiar
la
lingua
la
donna
,
che
per
ragione
di
natura
e
per
gli
uffici
a
cui
è
destinata
,
di
madre
,
di
consigliera
,
d
'
educatrice
,
di
consolatrice
della
famiglia
,
avrà
tanti
sentimenti
amorosi
e
pensieri
gentili
da
esprimere
,
tante
cose
da
dire
,
delle
più
difficili
a
dire
e
a
sentire
,
e
che
può
e
sa
dire
essa
sola
,
e
che
da
lei
sola
si
vogliono
udire
!
E
come
farà
,
se
non
avrà
studiato
la
sua
lingua
,
a
compiere
con
la
voce
e
con
la
penna
questi
uffici
,
per
i
quali
occorre
conoscer
della
lingua
tutte
le
grazie
e
le
sfumature
,
possedere
tutte
quelle
parole
e
locuzioni
proprie
,
morbide
,
agili
,
sottili
,
che
entrano
quasi
inavvertite
nella
coscienza
e
nel
cuore
,
persuadono
e
commovono
,
accarezzano
e
consolano
?
Non
è
uno
studio
per
la
donna
?
Ma
direi
che
è
il
primo
studio
che
ella
ha
da
fare
,
poichè
la
madre
è
la
prima
maestra
dei
suoi
figliuoli
,
e
perché
in
ogni
società
colta
sono
,
e
non
possono
esser
che
le
donne
quelle
che
insegnano
ed
impongono
nella
conversazione
la
dignità
del
linguaggio
,
la
finezza
dello
scherzo
,
l
'
urbanità
della
contraddizione
.
E
come
si
può
far
questo
non
conoscendo
la
lingua
?
Ah
,
ella
scuote
il
capo
,
con
un
sorrisetto
:
ho
capito
.
È
bella
,
ed
ha
vanità
femminea
,
non
ambizione
letteraria
,
e
pensa
che
un
viso
come
il
suo
basterà
,
senza
il
sussidio
del
vocabolario
e
della
grammatica
,
ad
attirarle
da
per
tutto
l
'
ammirazione
e
l
'
ossequio
.
Ma
s
'
inganna
,
signorina
.
Se
sapesse
che
peggior
effetto
fa
una
parola
brutta
sur
una
bocca
bella
,
e
com
'
è
più
ridicola
la
sgrammaticatura
detta
con
un
sorriso
vanitoso
!
E
se
sentisse
con
che
barbara
compiacenza
le
belle
amiche
commentano
e
portano
in
giro
il
piccolo
sproposito
dell
'
amica
bella
!
Andiamo
,
mi
confessi
che
ha
torto
,
e
mi
conforti
anche
lei
,
almeno
per
un
tratto
di
strada
,
della
sua
cara
compagnia
.
LA
LINGUA
E
L
'
AMOR
PROPRIO
.
Ritorno
a
te
,
giovinetto
.
Hai
visto
che
cosa
s
'
ha
da
rispondere
a
chi
dice
:
-
Che
importano
le
parole
?
-
A
quella
risposta
debbo
fare
un
'
aggiunta
,
che
ti
persuaderà
anche
meglio
della
necessità
di
studiare
la
lingua
.
In
tutti
i
paesi
del
mondo
sono
argomento
di
ridicolo
gli
errori
di
lingua
.
Non
è
qui
il
caso
di
cercare
da
quale
intima
sorgente
della
ragione
e
del
sentimento
questo
ridicolo
nasca
.
Si
ride
degli
errori
dei
bambini
,
piacevolmente
,
perché
nei
bambini
è
naturale
l
'
errore
;
si
ride
degli
errori
della
gente
del
popolo
,
con
un
senso
di
compatimento
,
perché
derivano
da
un
'
ignoranza
scusabile
;
si
ride
degli
spropositi
di
chi
appartiene
alle
classi
colte
,
facendone
le
beffe
,
perché
sono
effetto
d
'
un
'
ignoranza
colpevole
.
E
avrai
osservato
che
si
ride
involontariamente
,
spesso
a
nostro
malgrado
,
anche
degli
errori
delle
persone
che
amiamo
e
rispettiamo
.
È
quasi
un
istinto
irresistibile
,
come
al
veder
fare
certe
smorfie
a
chi
mangia
e
certi
traballoni
a
chi
cammina
.
Ora
,
com
'
è
naturale
in
tutti
questo
sentimento
,
è
anche
naturale
che
tutti
,
chi
più
,
chi
meno
,
si
vergognino
e
si
stizziscano
di
suscitarlo
.
Benchè
ancora
giovinetto
,
tu
avrai
visto
più
volte
anche
uomini
che
non
hanno
alcuna
pretensione
a
letterati
,
e
che
tollerano
ogni
specie
di
scherzi
,
risentirsi
al
veder
ridere
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
sbagliata
che
sia
loro
sfuggita
di
bocca
.
Esiste
veramente
nell
'
uomo
un
particolare
amor
proprio
,
che
si
potrebbe
definire
l
'
amor
proprio
della
parola
,
e
che
è
singolarmente
delicato
e
irritabile
.
Non
ti
lasciar
ingannare
da
chi
lo
nega
e
dice
di
ridersene
.
Che
cosa
importano
le
parole
?
Ma
l
'
importanza
loro
,
che
tanta
gente
finge
di
disconoscere
,
è
dimostrata
di
continuo
e
da
per
tutto
da
infiniti
segni
.
Domanda
a
quanti
bazzicano
caffè
e
trattorie
da
molti
anni
,
quante
volte
hanno
inteso
a
un
tavolino
accanto
,
anche
fra
gente
di
professioni
lontanissime
dalla
letteratura
,
discussioni
accanite
e
interminabili
sull
'
italianità
o
sul
significato
d
'
un
vocabolo
.
Vedi
nei
giornali
che
pubblicano
corrispondenze
dei
piccoli
comuni
,
quante
volte
i
corrispondenti
,
polemizzando
,
si
scherniscono
e
si
dànno
a
vicenda
dell
'
asino
per
uno
svarione
di
lingua
o
di
sintassi
.
Interroga
qualunque
scrittore
noto
,
che
non
abbia
reputazione
di
strapazzar
la
grammatica
,
e
ti
dirà
quante
lettere
di
sconosciuti
riceve
,
che
invocano
il
suo
giudizio
sulla
legittimità
d
'
una
voce
o
d
'
una
locuzione
,
sulla
quale
è
corsa
una
scommessa
.
Fatti
dire
da
maestri
e
da
professori
quante
lettere
ricevano
da
padri
e
da
madri
,
che
rivendicano
la
correttezza
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
segnata
come
errore
in
un
componimento
del
loro
figliuolo
,
ragionando
,
citando
esempi
e
accalorandosi
come
linguisti
offesi
nell
'
orgoglio
.
E
quanti
battibecchi
seguono
negli
uffici
di
tutte
le
amministrazioni
,
per
piccole
quistioni
di
lingua
,
fra
redattori
di
minute
risentiti
d
'
un
appunto
linguistico
e
superiori
feriti
nel
sentimento
della
propria
autorità
letteraria
!
E
in
quante
assemblee
un
discorso
per
ogni
verso
sensato
fallisce
allo
scopo
per
una
frase
sgrammaticata
che
fa
ridere
!
E
quanti
sono
gli
uomini
politici
,
anche
illustri
,
al
cui
nome
è
rimasto
appiccicato
per
tutta
la
vita
,
come
un
'
insegna
derisoria
,
uno
sproposito
di
lingua
,
sfuggito
loro
una
volta
più
per
sbadataggine
che
per
ignoranza
!
Vedi
se
importano
o
no
le
parole
,
e
per
l
'
effetto
che
producono
negli
altri
gli
errori
,
e
per
il
risentimento
e
le
amarezze
che
da
quegli
effetti
vengono
a
noi
,
e
se
sia
da
darsi
retta
a
chi
sconsiglia
i
giovani
dallo
studio
della
lingua
,
come
da
un
perditempo
.
E
puoi
farne
la
prova
tu
stesso
.
A
chiunque
ti
dica
che
studiar
la
lingua
è
tempo
perso
,
se
te
lo
dice
in
italiano
,
prova
a
dir
lì
per
lì
ch
'
egli
ha
fatto
un
errore
di
proprietà
o
di
grammatica
,
e
vedrai
che
salta
su
,
smentendo
subito
sé
stesso
,
e
ti
rimbecca
:
-
Come
?
Vuoi
fare
il
maestro
a
me
?
...
Ma
studia
prima
la
lingua
!
E
qui
,
supponendo
che
tu
sia
oramai
arcipersuaso
,
chiudo
la
triplice
prefazione
,
e
mi
metto
in
cammino
.
DEL
PARLARE
.
Le
miserie
della
loquela
.
La
prima
cosa
che
ti
devi
proporre
,
mettendoti
a
studiare
la
lingua
,
è
d
'
imparare
a
parlarla
correttamente
e
facilmente
.
A
darti
fermezza
in
questo
proposito
gioverà
più
che
altro
la
consuetudine
,
che
tu
devi
prendere
,
d
'
osservare
la
scorrettezza
,
la
rozzezza
,
lo
stento
,
le
infinite
miserie
e
ridicolaggini
del
modo
di
parlare
dei
più
,
non
già
nelle
classi
sociali
inferiori
,
ma
in
quella
medesima
a
cui
tu
appartieni
.
Troverai
molti
che
,
parlando
italiano
,
perdono
ogni
vivacità
dello
spirito
,
come
se
cambiassero
natura
;
che
ti
fanno
sospirar
mezzo
minuto
ogni
parola
,
come
avari
a
cui
ogni
parola
costasse
uno
scudo
,
e
par
che
le
posino
l
'
una
dopo
l
'
altra
con
gran
riguardo
come
oggetti
fragili
e
preziosi
;
che
per
raccontar
la
cosa
più
semplice
e
più
futile
fanno
una
lunga
e
lenta
tiritera
,
che
metterebbe
alla
prova
la
pazienza
d
'
un
santo
.
Conoscerai
altri
che
,
per
parlar
corretto
,
si
rifanno
ogni
momento
indietro
a
rettificar
una
parola
o
a
correggere
una
frase
,
ti
presentano
due
volte
un
periodo
,
prima
in
brutta
copia
e
poi
messo
a
pulito
,
ti
fanno
assistere
a
tutta
la
faticosa
fabbricazione
del
proprio
discorso
,
pezzo
per
pezzo
e
giuntura
per
giuntura
,
e
quando
credi
che
l
'
abbian
finito
,
v
'
aggiungono
ancora
qualche
commento
e
gli
dànno
qualche
ritocco
;
dopo
di
che
,
affaticati
dal
lavoro
fatto
,
non
hanno
più
capo
ad
ascoltare
la
tua
risposta
.
Sentirai
parecchi
,
che
metton
fuori
ogni
tanto
una
parola
o
una
frase
francese
,
o
del
dialetto
,
o
del
loro
gergo
professionale
,
con
l
'
aria
di
non
avvedersene
,
o
di
dirla
per
dar
varietà
capricciosa
o
colorito
comico
al
discorso
;
ma
in
realtà
perché
non
sanno
l
'
espressione
corrispondente
italiana
;
e
screziano
così
il
loro
italiano
per
modo
,
che
non
si
sa
ben
dire
che
lingua
parlino
,
e
par
di
sentire
di
quei
sonatori
ambulanti
che
suonano
tre
strumenti
,
tutti
e
tre
malamente
,
in
una
volta
sola
.
Udirai
certi
tali
,
che
cercano
di
nascondere
gli
spropositi
come
i
prestigiatori
fanno
sparire
le
pallottole
,
assordandoti
con
un
precipizio
di
parole
;
che
per
distrarre
la
tua
attenzione
dalla
loro
grammatica
alzano
la
voce
o
dànno
in
risate
fuor
di
proposito
,
e
si
mangiano
a
mezzo
le
forme
verbali
di
cui
non
sono
sicuri
,
e
confondono
le
frasi
dubbie
con
l
'
accompagnamento
d
'
una
specie
di
rantolo
catarrale
,
somigliante
al
rugliare
che
fanno
i
cani
tra
l
'
uno
e
l
'
altro
latrato
.
Ma
chi
può
dire
tutte
le
industrie
puerili
e
ridicole
a
cui
si
ricorre
per
salvare
il
decoro
nella
disperata
lotta
con
la
lingua
italiana
?
Gli
uni
si
riducono
a
parlare
più
coi
gesti
e
con
gli
ammicchi
che
con
le
parole
;
gli
altri
vanno
avanti
a
furia
d
'
intercalari
e
di
luoghi
comuni
,
coi
quali
coprono
tutti
gli
sbrani
e
tappano
tutti
i
buchi
del
discorso
;
questi
,
per
prender
tempo
a
cercare
il
vocabolo
,
sciorinano
dei
ma
che
non
hanno
più
fine
,
o
piantano
dei
però
enormi
,
su
cui
s
'
appoggiano
come
sopra
un
bastone
;
quelli
,
per
poter
raccogliere
il
periodo
che
scappa
da
tutte
le
parti
,
fanno
lunghe
pause
,
anche
nel
dire
una
bazzecola
,
fingendo
un
lavorìo
profondo
del
pensiero
,
o
una
distrazione
improvvisa
,
o
una
svogliatezza
di
gente
annoiata
,
che
dica
tanto
per
dire
,
senza
badare
a
quello
che
dice
.
Quante
arti
,
quante
fatiche
e
figure
ridicole
per
iscansare
il
ridicolo
di
non
saper
parlare
la
propria
lingua
!
Ma
per
compier
la
mostra
bisogna
ricordare
anche
quelli
che
non
parlano
;
quelli
che
nelle
compagnie
dove
si
parla
italiano
non
vanno
,
o
ci
vanno
come
a
un
castigo
,
e
ci
stanno
come
sulle
spine
,
senza
rifiatare
,
o
parlando
il
meno
possibile
,
anche
con
danno
proprio
,
e
a
costo
di
parere
imbronciati
o
villani
;
quelli
che
,
per
la
stessa
ragione
,
pigliano
in
uggia
i
conoscenti
,
e
anche
gli
amici
italianeggianti
,
e
da
questi
si
fanno
prendere
in
uggia
alla
volta
loro
,
burlandoli
come
d
'
una
ostentazione
di
saccenti
e
d
'
aristocratici
;
quelli
che
vanno
più
oltre
,
che
non
nascondono
la
propria
antipatia
,
dandole
un
altro
colore
,
verso
tutti
quegli
italiani
d
'
altre
regioni
,
coi
quali
,
per
farsi
intendere
,
dovendo
trattar
con
loro
per
forza
,
sono
costretti
a
parlare
italiano
.
E
c
'
è
ancora
la
famiglia
numerosissima
degli
screanzati
incorreggibili
,
che
in
qualunque
compagnia
si
trovino
,
pure
sapendo
di
non
esser
capiti
,
s
'
ostinano
sfacciatamente
a
parlare
il
proprio
dialetto
,
a
sventolare
la
bandiera
della
propria
ignoranza
,
sulla
quale
hanno
scritto
:
-
Chi
mi
capisce
,
bene
;
chi
non
mi
capisce
,
s
'
accomodi
-
;
somiglianti
a
quegli
ubbriachi
allucinati
,
che
tiran
via
a
ragionar
coi
pilastri
.
Ma
c
'
è
nella
gran
famiglia
dei
poveri
della
parola
un
personaggio
,
che
tu
devi
conoscere
più
intimamente
degli
altri
,
perché
rappresenta
una
tendenza
pericolosa
e
comunissima
,
dalla
quale
più
che
da
ogni
altra
ti
hai
da
guardare
.
Egli
sarà
il
primo
d
'
una
serie
di
personaggi
singolari
,
che
io
conobbi
,
e
che
ti
farò
conoscere
man
mano
,
per
ammaestramento
e
per
ricreazione
,
nel
corso
del
viaggio
che
faremo
insieme
.
Ti
presento
per
il
primo
il
signor
Coso
.
IL
SIGNOR
COSO
.
Le
sue
qualità
più
notevoli
erano
un
profondo
disprezzo
per
l
'
arte
della
parola
e
un
grande
amore
per
la
pesca
con
l
'
amo
;
il
quale
amore
derivava
in
parte
da
quel
disprezzo
,
perché
diceva
egli
stesso
che
spessissimo
andava
a
pescare
non
per
altro
che
per
isfuggire
alla
noia
di
barattar
del
fiato
col
prossimo
.
Quando
lo
conobbi
non
era
più
giovane
;
ma
anche
da
giovane
dicevano
i
suoi
vecchi
amici
che
era
sempre
stato
restìo
al
parlare
come
un
tirchio
allo
spendere
.
Non
che
fosse
propriamente
taciturno
:
alle
conversazioni
degli
amici
prendeva
parte
;
ma
accennava
ogni
suo
pensiero
con
poche
sillabe
,
in
modo
informe
,
e
masticava
il
resto
con
voci
inarticolate
,
e
con
un
atto
del
capo
e
un
cenno
trascurato
della
mano
invitava
l
'
uditore
a
fare
in
vece
sua
il
molesto
lavoro
di
compiere
l
'
espressione
dell
'
idea
ch
'
egli
aveva
abbozzata
.
Con
un
come
si
dice
?
si
liberava
dalla
seccatura
di
dir
la
cosa
;
lasciava
a
mezzo
ogni
periodo
con
un
insomma
,
tu
capisci
;
e
con
la
parola
coso
faceva
di
meno
di
mille
vocaboli
.
Per
questo
gli
avevan
dato
il
soprannome
di
Coso
.
-
"
Sai
,
questa
mattina
ho
veduto
coso
,
laggiù
....
Dice
che
per
quell
'
affare
....
tu
sai
....
niente
;
salvo
il
caso
....
ma
neanche
nel
caso
....
Tu
m
'
intendi
-
"
.
Era
questa
la
forma
tipica
del
suo
discorso
.
-
Tu
sai
....
coso
-
diceva
d
'
un
amico
ammalato
,
e
non
si
curava
neppure
di
dir
che
era
morto
:
indicava
con
un
gesto
che
se
n
'
era
andato
.
Fu
lui
che
annunziò
agli
amici
l
'
elezione
del
nuovo
Papa
,
il
cardinale
Pecci
.
-
Eletto
-
disse
.
-
Chi
hanno
eletto
?
-
Coso
-
rispose
;
e
non
pronunziò
il
nome
che
alla
seconda
domanda
.
Era
in
parte
affettazione
,
come
si
dice
che
usasse
fra
certi
nobili
francesi
del
secondo
Impero
;
ma
era
più
che
altro
una
grande
pigrizia
,
venuta
a
poco
a
poco
a
tal
segno
,
che
gli
dava
molestia
anche
il
parlare
degli
altri
.
Quando
sentiva
un
amico
esprimere
,
discutendo
,
il
proprio
pensiero
con
un
periodo
filato
e
lunghetto
,
lo
guardava
con
l
'
aria
di
deriderlo
per
quella
fatica
inutile
ch
'
egli
faceva
,
come
avrebbe
guardato
uno
che
si
stroncasse
a
sollevare
un
baule
per
la
curiosità
di
saper
quanto
pesa
.
Quando
il
racconto
di
qualcuno
si
prolungava
oltre
un
minuto
,
non
faceva
complimenti
:
chiudeva
gli
occhi
e
fingeva
di
dormire
.
Dal
tempo
che
andava
a
scuola
,
dove
a
nessun
professore
era
mai
riuscito
di
cavargli
più
di
quindici
righe
su
qualunque
soggetto
di
componimento
,
egli
era
venuto
restringendo
sempre
più
il
suo
linguaggio
,
nel
quale
ai
vocaboli
si
sostituivano
i
gesti
,
e
alla
pronunzia
scolpita
un
barbugliamento
d
'
addormentato
.
Egli
aveva
un
gesto
per
dire
:
-
Non
ti
fidar
del
tale
:
è
un
briccone
;
-
un
gesto
per
annunziare
che
una
commedia
aveva
fatto
fiasco
,
che
un
certo
affare
non
premeva
,
che
d
'
un
altro
affare
non
si
voleva
impicciare
;
e
tutte
le
gradazioni
dello
stupore
,
della
maraviglia
,
del
dispiacere
esprimeva
con
una
sola
esclamazione
,
diversamente
intonata
:
-
Oh
diavolo
!
-
E
s
'
aveva
un
bel
burlarlo
di
questa
sua
stranezza
:
egli
scrollava
le
spalle
e
rispondeva
:
-
Chiacchieroni
!
-
Una
volta
sola
,
ch
'
io
mi
ricordi
,
egli
fece
il
miracolo
di
esprimere
senza
reticenze
,
benchè
in
forma
laconica
,
un
suo
pensiero
filosofico
,
per
dar
ragione
della
sua
maniera
di
parlare
.
Udendo
ripetere
una
sentenza
del
Michelet
:
-
Nous
mangeons
immensément
trop
;
-
da
che
derivano
alla
società
,
secondo
lo
scrittore
francese
,
infiniti
mali
,
egli
disse
che
a
quella
si
doveva
sostituire
un
'
altra
sentenza
:
-
Noi
parliamo
troppo
-
poichè
di
quasi
tutti
i
nostri
guai
la
vera
cagione
era
questa
.
Ma
non
si
può
credere
fino
a
che
punto
arrivasse
nel
far
economia
di
sillabe
:
fino
a
non
farsi
capire
dal
fiaccheraio
,
al
quale
,
invece
di
:
-
Alla
Stazione
di
Porta
Nuova
-
diceva
:
-
Alla
Nuova
-
;
fino
a
non
pronunziar
mai
che
una
delle
due
parole
di
cui
si
componesse
il
titolo
del
giornale
,
ch
'
egli
chiedeva
al
rivenditore
;
fino
a
bandire
dal
suo
vocabolario
tutti
i
superlativi
e
gli
avverbi
lunghi
;
tanto
che
a
sentirgli
dire
un
giorno
:
irremissibilmente
e
un
'
altra
volta
:
mortificatissimo
,
lo
guardammo
tutti
stupiti
.
Da
ultimo
,
poi
,
avendo
inteso
da
un
amico
toscano
un
verbo
non
prima
conosciuto
:
cosare
,
se
n
'
era
impadronito
con
la
gioia
d
'
un
matematico
che
scopre
una
nuova
formola
algebrica
,
e
con
quello
s
'
alleggeriva
anche
più
la
fatica
ingrata
del
parlare
.
Non
diceva
più
al
cameriere
della
trattoria
che
levasse
l
'
olio
dal
fiasco
;
ma
:
-
Cosami
quel
fiasco
-
,
e
così
,
cosare
un
plico
,
per
mettervi
il
suggello
,
e
a
un
amico
,
indicandogli
un
uscio
fresco
di
vernice
:
-
Bada
,
che
ti
cosi
l
'
abito
.
-
Se
avesse
trovato
nella
lingua
altre
dieci
parole
come
cosa
e
cosare
,
non
gli
sarebbe
occorso
altro
vocabolario
,
e
ne
avrebbe
avuto
d
'
avanzo
.
Poichè
pensiero
e
parola
nascono
nella
mente
gemelli
,
chi
si
disavvezza
dall
'
esprimere
il
proprio
pensiero
,
si
disavvezza
a
poco
a
poco
anche
dal
pensare
.
Questo
era
seguìto
a
lui
:
le
facoltà
di
pensare
e
di
parlare
gli
s
'
erano
arrugginite
ad
un
tempo
.
Egli
pensava
a
pensieri
indeterminati
,
monchi
e
sconnessi
come
il
suo
linguaggio
,
e
dall
'
inerzia
del
cervello
gli
era
venuta
una
grande
indifferenza
per
ogni
cosa
.
È
questo
l
'
ultimo
e
peggior
danno
nel
quale
incorrono
tutti
coloro
che
per
pigrizia
rifuggono
usualmente
dalla
fatica
di
tradurre
il
proprio
pensiero
in
parole
.
Negli
ultimi
suoi
anni
Coso
non
leggeva
nemmeno
più
i
giornali
:
si
contentava
di
raccoglier
le
notizie
politiche
al
caffè
o
per
la
strada
,
e
quando
gliele
davano
con
troppi
particolari
,
tagliava
la
parola
in
bocca
all
'
amico
,
dicendogli
:
-
Insomma
,
hanno
cosato
il
bilancio
-
oppure
:
-
alle
corte
,
avremo
un
ministero
Coso
-
,
e
aggiungeva
un
gesto
che
significava
:
-
Basta
,
basta
;
ho
capito
;
oh
che
fastidio
!
Coso
abbandonò
questa
valle
di
lacrime
e
di
parole
una
diecina
d
'
anni
fa
,
in
una
città
dell
'
Italia
meridionale
,
dove
era
andato
per
ragion
d
'
impiego
.
E
tal
morì
qual
visse
,
se
è
vero
quanto
si
riseppe
da
un
suo
nipote
,
che
l
'
assistette
negli
ultimi
giorni
:
un
capo
armonico
,
a
dir
la
verità
,
che
potrebbe
aver
inventato
una
fiaba
.
Io
la
ripeto
com
'
egli
la
disse
,
affermandoci
che
non
ci
metteva
nulla
di
suo
.
Presentendo
la
propria
fine
,
il
buon
Coso
,
che
aveva
avuto
sempre
religione
,
fece
chiamare
il
prete
.
A
un
certo
punto
il
nipote
,
che
stava
all
'
uscio
,
sentì
il
prete
dire
con
voce
grave
,
in
cui
la
pietà
velava
il
rimprovero
:
-
No
,
caro
signore
,
io
non
posso
acconsentire
a
una
domanda
fatta
in
codesto
modo
.
Il
malato
gli
aveva
espresso
il
suo
desiderio
con
la
sua
parola
solita
:
il
coso
.
Pensando
ch
'
egli
volesse
qualche
oggetto
,
un
ricordo
caro
di
famiglia
,
da
rivedere
l
'
ultima
volta
,
il
sacerdote
aveva
guardato
intorno
per
la
camera
.
Poi
,
da
un
atto
dell
'
infermo
avendo
compreso
,
s
'
era
risentito
.
Il
coso
era
il
Viatico
.
L
'
infermo
s
'
espresse
meglio
,
e
fu
contentato
.
Ma
per
poco
il
suo
malaugurato
vezzo
di
cosare
non
gli
costò
la
salute
dell
'
anima
.
Certo
quelli
che
si
lasciano
andare
fino
a
un
tal
segno
son
rari
.
Ma
quanti
non
sono
quelli
che
parlano
presso
a
poco
al
modo
di
Coso
;
che
,
per
infingardaggine
intellettuale
o
per
disprezzo
dell
'
arte
volgare
del
discorso
,
non
dànno
del
proprio
pensiero
che
briciole
e
sgoccioli
,
non
mettono
nella
conversazione
che
la
materia
bruta
del
loro
concetto
,
lasciando
agli
altri
la
cura
di
lavorarla
,
come
una
faccenda
indegna
di
loro
?
Il
mondo
n
'
è
pieno
.
Ma
se
l
'
uomo
si
può
definire
"
l
'
animale
parlante
"
,
codesti
non
sono
uomini
....
sono
cosi
.
TRA
LO
SCRIVERE
E
IL
PARLARE
C
'
È
DI
MEZZO
IL
MARE
.
Per
dimostrarti
che
a
parlar
bene
non
basta
studiar
la
lingua
,
ma
occorre
fare
uno
studio
e
un
esercizio
particolare
a
quel
fine
,
ti
racconto
un
aneddoto
.
Circa
trent
'
anni
fa
,
ebbi
una
sera
la
fortuna
di
desinare
con
una
brigata
di
milanesi
,
fra
i
quali
c
'
era
uno
scienziato
illustre
,
autore
d
'
un
libro
notissimo
di
scienza
popolare
,
che
è
una
delle
opere
più
eloquenti
e
meglio
scritte
della
letteratura
scientifica
d
'
Italia
.
Lo
scienziato
,
ch
'
era
un
uomo
d
'
indole
vivace
e
di
spirito
argutissimo
,
aveva
poche
sere
avanti
rallegrato
quella
stessa
compagnia
raccontando
in
dialetto
certi
episodi
comici
d
'
un
suo
recente
viaggio
nella
Scozia
;
e
il
suo
racconto
era
piaciuto
per
modo
,
che
anche
quella
sera
,
alle
frutte
,
tutti
i
commensali
vollero
che
lo
ripetesse
,
e
mi
dissero
parecchi
,
mentre
egli
si
disponeva
a
parlare
:
-
Sentirà
,
e
riderà
come
non
ha
mai
riso
.
-
L
'
illustre
uomo
incominciò
,
parlando
italiano
per
riguardo
al
nuovo
uditore
,
e
andò
un
pezzo
innanzi
nel
racconto
;
ma
l
'
uditorio
,
benchè
avesse
la
miglior
voglia
di
ridere
,
rimase
freddo
;
volevo
ridere
anch
'
io
,
ma
non
potevo
;
mi
sconcertava
il
disinganno
che
leggevo
sul
viso
degli
altri
;
i
quali
aspettavano
tutti
qualche
cosa
che
non
veniva
mai
,
e
parevano
stupiti
che
non
venisse
,
e
intenti
a
cercarne
dentro
di
sé
la
ragione
.
E
,
infatti
,
il
racconto
procedeva
male
;
lo
sforzo
che
faceva
il
parlatore
per
trovar
parole
e
frasi
comiche
,
che
poi
non
lo
appagavano
,
ratteneva
la
sua
vena
;
l
'
espressione
del
suo
viso
che
,
manifestando
quello
sforzo
,
discordava
dalla
comicità
del
discorso
,
ne
distruggeva
quasi
al
tutto
l
'
effetto
;
il
suo
gesto
stesso
riusciva
impacciato
come
il
suo
linguaggio
;
mancava
al
racconto
la
spontaneità
,
il
colorito
,
la
vita
.
A
un
certo
punto
egli
s
'
interruppe
,
facendo
un
atto
brusco
d
'
impazienza
,
ed
esclamò
ridendo
:
-
Oh
,
lasciatemi
un
po
'
parlare
il
mio
milanese
!
-
e
ripreso
in
milanese
il
discorso
,
tirò
via
col
vento
in
poppa
,
con
tutt
'
altro
viso
e
tutt
'
altro
accento
,
libero
,
arguto
,
amenissimo
,
accompagnato
fino
alla
fine
dall
'
ilarità
unanime
e
sonora
degli
ascoltatori
.
Mille
casi
consimili
vedrai
tu
pure
nella
vita
,
perché
migliaia
d
'
italiani
colti
,
e
che
scrivono
bene
,
si
ritrovano
,
parlando
italiano
,
nello
stesso
impaccio
nel
quale
si
trovò
lo
scienziato
milanese
.
E
la
ragione
dell
'
impaccio
sta
in
ciò
:
che
fra
il
parlare
e
lo
scrivere
passa
la
stessa
differenza
che
fra
il
correre
ed
il
camminare
.
Come
,
se
non
è
esercitata
alla
corsa
,
anche
una
persona
ben
formata
,
e
che
ha
nel
camminare
un
portamento
sciolto
e
elegante
,
corre
senza
leggerezza
e
senza
grazia
e
rimane
senza
fiato
dopo
un
breve
tratto
,
così
ogni
italiano
,
che
parli
per
uso
il
suo
dialetto
,
pur
conoscendo
la
lingua
benissimo
,
se
a
parlarla
non
s
'
è
esercitato
con
particolare
studio
,
se
non
ha
acquistato
con
quest
'
esercizio
la
prontezza
intellettuale
e
l
'
agilità
meccanica
necessaria
al
parlar
bene
,
che
è
come
un
comporre
all
'
improvviso
,
non
troverà
lì
per
lì
le
parole
proprie
,
snaturerà
il
proprio
pensiero
,
parlerà
stentato
e
slavato
,
traballando
e
inciampando
a
ogni
passo
.
Vedi
dunque
quanto
importa
che
,
prima
d
'
ogni
cosa
,
tu
t
'
eserciti
a
ben
parlare
;
e
dico
:
prima
d
'
ogni
cosa
,
perché
è
un
esercizio
che
puoi
cominciare
utilmente
anche
prima
di
metterti
a
studiare
il
materiale
della
lingua
nel
modo
che
vedremo
poi
.
E
ora
t
'
accenno
i
preliminari
della
ginnastica
;
dopo
i
quali
passeremo
agli
attrezzi
.
PER
IMPARARE
A
PARLAR
BENE
.
Il
parlar
malamente
,
in
chi
più
o
meno
conosce
la
lingua
,
deriva
in
gran
parte
dalla
consuetudine
di
non
pensar
mai
un
momento
,
prima
di
aprir
la
bocca
,
al
modo
di
dire
il
meglio
che
si
può
quello
che
si
vuol
dire
.
E
tu
avvèzzati
a
pensarci
.
Dirai
:
-
Non
s
'
ha
sempre
tempo
.
-
Basterà
che
ci
pensi
tutte
le
volte
che
ci
hai
tempo
,
e
non
tarderai
a
ricavarne
un
profitto
maggiore
di
quello
che
t
'
immagini
,
perché
ti
riuscirà
di
dir
meglio
che
per
il
passato
anche
molte
di
quelle
cose
che
sarai
costretto
a
dire
all
'
improvviso
.
Si
parla
male
generalmente
anche
per
effetto
della
consuetudine
,
che
si
prende
per
pigrizia
,
di
lasciar
quasi
sempre
a
mezzo
l
'
espressione
del
proprio
pensiero
quando
si
vede
che
l
'
ha
capito
a
volo
la
persona
a
cui
si
parla
.
Questa
consuetudine
pigra
ci
rende
faticoso
e
difficile
l
'
esprimer
bene
tutti
quegli
altri
pensieri
,
dei
quali
,
perché
sian
compresi
,
dobbiamo
dare
l
'
espressione
compiuta
.
Ebbene
,
e
tu
abìtuati
,
parlando
,
ad
esprimere
sempre
tutto
il
tuo
pensiero
,
anche
quando
non
sia
necessario
,
come
faresti
se
lo
dovessi
mettere
sulla
carta
.
Fa
'
qualche
volta
,
mentalmente
,
quest
'
altro
esercizio
,
dopo
che
hai
fatto
o
veduto
qualche
cosa
,
o
sentito
una
commozione
,
o
ricevuto
un
'
impressione
qualsiasi
;
domanda
a
te
stesso
:
-
Come
direi
se
dovessi
raccontare
questo
fatto
,
o
descrivere
questa
cosa
,
od
esprimere
questa
commozione
?
-
e
pròvati
a
farlo
,
supponendo
di
parlare
a
una
persona
colta
,
con
la
quale
tu
non
abbia
famigliarità
,
e
di
cui
ti
prema
la
stima
e
la
simpatia
.
Studia
in
special
modo
di
dir
bene
tutte
quelle
piccole
cose
che
occorre
dire
ogni
giorno
,
e
anche
più
volte
il
giorno
;
ti
riuscirà
facile
trovarle
e
fissartele
in
mente
,
poichè
sono
,
per
così
dire
,
i
luoghi
comuni
della
vita
quotidiana
e
del
linguaggio
di
ciascuno
;
e
quando
ti
sarai
avvezzato
a
dirle
facilmente
e
correttamente
,
riconoscerai
,
dal
vantaggio
acquistato
,
maggiore
della
tua
aspettazione
,
che
nel
dir
male
quelle
piccole
cose
,
benchè
non
sian
molte
e
sian
semplici
,
consiste
principalmente
il
parlar
male
di
quasi
tutti
.
Bada
anche
a
questo
.
Una
delle
nostre
miserie
,
parlando
,
è
l
'
incertezza
che
ci
arresta
nel
designare
certi
oggetti
,
atti
,
fatti
,
sentimenti
,
per
i
quali
sono
usati
comunemente
due
o
tre
vocaboli
di
senso
affine
,
ma
di
cui
è
proprio
uno
solo
;
poichè
,
nell
'
atto
che
c
'
indugiamo
a
scegliere
,
perdiamo
il
concetto
della
frase
o
del
periodo
,
che
poi
ci
riescono
alla
peggio
.
Se
nel
dir
la
cosa
più
semplice
,
come
,
per
esempio
,
che
siamo
andati
a
cercare
un
tale
a
casa
,
che
abbiamo
salito
quattro
branche
di
scale
,
e
dopo
aver
picchiato
all
'
uscio
,
sentito
abbaiare
un
cagnolino
,
e
una
voce
domandar
:
-
chi
è
?
-
mentre
scorreva
il
paletto
-
se
dubitiamo
un
momento
fra
branche
e
rami
,
fra
picchiato
e
battuto
,
fra
uscio
e
porta
,
sentito
e
udito
,
abbaiare
e
latrare
,
domandare
e
chiedere
,
paletto
e
chiavistello
,
è
facile
che
facciamo
un
brutto
garbuglio
d
'
un
periodo
che
dovrebbe
correr
liscio
como
l
'
olio
.
Fìssati
dunque
in
mente
le
parole
proprie
che
in
tutti
quei
casi
dubbi
,
frequentissimi
,
sono
da
usarsi
,
in
modo
che
sian
sempre
le
prime
a
venirti
sulle
labbra
,
e
avrai
fatto
con
questo
un
gran
passo
innanzi
sulla
via
del
parlar
facile
e
corretto
ad
un
tempo
.
Un
altro
consiglio
.
Ti
accadrà
spesso
di
sentir
strapazzare
la
lingua
italiana
,
e
di
ridere
dentro
di
te
delle
parole
sbagliate
,
delle
frasi
barbare
e
dei
costrutti
sgrammaticati
del
cattivo
parlatore
.
È
bene
che
in
questi
casi
tu
t
'
eserciti
alla
critica
;
ma
se
vuoi
che
ti
giovi
,
non
dev
'
essere
puramente
negativa
:
non
basta
che
tu
noti
gli
errori
,
bisogna
che
tu
cerchi
e
fissi
nel
tuo
pensiero
le
parole
,
le
frasi
,
i
costrutti
corretti
corrispondenti
a
quelli
erronei
,
che
hai
osservati
;
perché
,
bada
bene
,
noi
burliamo
assai
spesso
gli
altri
di
errori
che
sfuggono
usualmente
a
noi
pure
,
e
la
prima
cagione
del
nostro
persistere
nel
parlar
male
è
appunto
la
consuetudine
del
criticare
senza
correggere
;
per
la
qual
cosa
non
ricaviamo
nessun
frutto
degli
errori
altrui
,
che
dovrebbero
farci
aprir
gli
occhi
sui
nostri
.
Ancora
un
'
avvertenza
.
Il
parlar
bene
richiede
un
esercizio
vivo
e
rapido
delle
facoltà
intellettuali
.
Vedi
che
l
'
uomo
acceso
da
una
passione
,
appunto
perché
ha
le
facoltà
eccitate
,
parla
quasi
sempre
meglio
che
ad
animo
riposato
e
a
mente
tranquilla
.
Conviene
perciò
,
quando
hai
qualche
cosa
da
dire
che
ti
prema
di
dir
bene
,
quando
hai
da
fare
un
racconto
,
per
esempio
,
o
una
descrizione
o
un
ragionamento
anche
breve
,
che
tu
ti
ci
metta
di
buona
voglia
e
con
vivo
impegno
.
Come
per
fare
uno
sforzo
fisico
dài
prima
quasi
una
scossa
alla
volontà
e
tendi
i
muscoli
e
i
nervi
,
così
,
nell
'
atto
di
parlare
,
tu
devi
cacciar
l
'
indolenza
e
dar
alla
mente
un
abbrivo
risoluto
.
Ma
non
ti
mettere
alla
corsa
;
va
'
adagio
per
ora
;
avvèzzati
a
parlare
pensando
,
a
frenarti
.
A
correre
senza
inciampare
imparerai
a
poco
a
poco
;
devi
prima
esercitarti
a
camminar
bene
.
E
bada
sempre
,
nel
parlare
,
al
viso
di
chi
t
'
ascolta
,
che
è
un
critico
muto
utilissimo
,
perché
d
'
ogni
parola
stonata
,
d
'
ogni
oscurità
,
d
'
ogni
lungaggine
ci
vedi
il
riflesso
,
sia
pure
in
barlume
,
in
un
'
espressione
di
stupore
,
o
canzonatoria
,
o
interrogativa
,
o
annoiata
,
o
impaziente
;
anche
se
gli
ascoltatori
sian
gente
che
,
facendo
lo
stesso
discorso
,
cadrebbe
negli
stessi
errori
tuoi
,
o
assai
peggio
;
poichè
la
facoltà
critica
è
in
tutti
di
gran
lunga
più
acuta
e
più
attiva
quando
s
'
esercita
sugli
altri
che
quando
lavora
sul
suo
.
In
questo
studio
del
parlare
potrai
avvantaggiarti
molto
e
presto
se
in
casa
tua
c
'
è
la
buona
consuetudine
di
parlare
italiano
.
Se
non
c
'
è
,
tu
devi
fare
il
possibile
,
rispettosamente
,
per
farcela
entrare
.
Ma
....
Quello
che
dovrei
dirti
dopo
questo
ma
lo
troverai
nella
lettera
seguente
;
della
quale
ho
ritrovato
la
minuta
sotto
un
monte
di
vecchi
manoscritti
.
LA
LINGUA
ITALIANA
IN
FAMIGLIA
.
Cara
cugina
,
Ringrazio
te
,
tuo
marito
e
i
tuoi
figliuoli
grandi
e
piccoli
dell
'
allegra
giornata
che
mi
faceste
passare
in
casa
vostra
,
e
mantengo
la
promessa
,
che
ti
feci
nell
'
accomiatarmi
,
di
rispondere
per
iscritto
alle
tue
domande
:
-
Ho
fatto
bene
a
metter
l
'
uso
della
lingua
italiana
in
famiglia
?
Ti
pare
che
i
ragazzi
ne
facciano
profitto
?
Risponderei
di
sì
,
con
gran
piacere
,
alla
prima
domanda
,
se
non
avessi
un
gran
dubbio
sulla
risposta
da
dare
alla
seconda
.
Osservai
in
casa
tua
che
l
'
uso
dell
'
italiano
in
famiglia
non
giova
gran
fatto
,
che
,
anzi
,
riesce
quasi
più
dannoso
che
utile
,
se
non
è
accompagnato
dalla
cura
continua
di
parlar
bene
,
se
non
è
vigilato
,
illuminato
,
corretto
assiduamente
dal
padre
e
dalla
madre
,
se
non
si
riduce
,
in
somma
,
a
essere
uno
studio
costante
di
tutti
.
Osservai
nella
tua
famiglia
,
come
già
in
altre
,
che
i
ragazzi
si
sono
avvezzati
a
parlar
l
'
italiano
con
troppa
disinvoltura
.
Sono
belle
cose
nel
parlare
la
vivacità
,
la
scioltezza
,
la
sicurezza
di
sé
;
ma
solo
quando
non
derivino
dal
disprezzo
della
grammatica
e
dall
'
inconsapevolezza
dello
sproposito
.
Ora
,
lascia
che
te
lo
dica
,
i
tuoi
figliuoli
parlano
con
facilità
ammirabile
un
italiano
compassionevole
,
d
'
un
tessuto
tutto
piemontese
,
ricamato
d
'
ogni
specie
d
'
idiotismi
e
di
modi
di
conio
gallico
,
e
in
tutto
il
tempo
che
stetti
con
voi
non
gl
'
intesi
correggere
,
né
da
te
né
da
tuo
marito
,
neanche
una
volta
.
In
casa
vostra
,
per
quello
che
riguarda
la
lingua
,
regna
la
più
scapigliata
anarchia
.
Girando
per
le
stanze
,
feci
ai
tuoi
figliuoli
molte
domande
,
e
sentii
che
a
quasi
tutte
le
cose
dànno
il
nome
dialettale
o
francese
:
chiamano
tiretto
il
cassetto
,
robinetto
la
chiavetta
,
comò
il
cassettone
,
sopanta
il
palco
morto
.
A
tavola
,
in
quella
discussione
che
fecero
fra
di
loro
intorno
ai
propri
insegnanti
,
e
in
cui
parlarono
,
a
dire
il
vero
,
con
molto
brio
e
con
molta
arguzia
,
intesi
dire
dall
'
uno
:
-
mi
sono
sbagliato
,
-
dall
'
altro
:
-
niente
del
tutto
,
-
da
questo
:
-
gli
ho
fatto
un
bacio
,
da
quello
:
-
Mio
professore
di
aritmetica
,
-
da
più
d
'
uno
:
-
Che
s
'
immagini
!
-
e
:
-
Mai
più
!
-
per
:
nemmen
per
sogno
;
da
tutti
,
e
parecchie
volte
,
vizio
per
vezzo
o
consuetudine
(
pover
'
a
noi
,
se
anche
il
carezzarsi
la
barba
fosse
un
vizio
!
)
e
chiamare
(
Dio
di
misericordia
!
)
per
domandare
.
Parlai
di
mode
con
la
tua
Eleonora
,
e
trovai
che
ha
preso
da
te
tutta
quanta
la
terminologia
francese
che
tu
hai
presa
dalla
tua
sarta
,
e
discorrendo
con
Alberto
dei
suoi
prossimi
esami
raccolsi
dalla
sua
bocca
non
so
quante
parole
e
frasi
del
nefando
linguaggio
burocratico
che
tuo
marito
porta
a
casa
dall
'
ufficio
.
In
verità
,
s
'
io
avessi
ceduto
alla
tentazione
,
udendo
parlare
italiano
a
quel
modo
,
avrei
fatto
alla
tua
cara
prole
una
continua
distribuzione
di
biscottini
e
di
pacche
.
E
quello
che
faceva
più
forte
la
tentazione
era
il
vedere
che
straziavano
così
ferocemente
la
lingua
con
una
faccia
fresca
da
innamorare
,
senz
'
essere
arrestati
mai
dal
minimo
dubbio
,
senza
dar
mai
segno
di
sentire
le
proprie
stonature
,
tirando
via
con
una
speditezza
e
con
un
tono
,
che
uno
straniero
non
pratico
della
nostra
lingua
,
a
sentirli
,
li
avrebbe
presi
per
toscani
pretti
sputati
,
e
di
quelli
che
hanno
la
parola
più
pronta
e
sicura
.
Ah
no
,
cara
cugina
.
Codesta
non
è
una
scuola
di
conversazione
italiana
;
ma
una
baldoria
linguistica
,
dove
si
fa
del
vocabolario
e
della
grammatica
quello
che
in
certe
baldorie
bacchiche
si
fa
delle
stoviglie
e
del
Galateo
.
A
una
scuola
così
fatta
mi
par
quasi
preferibile
l
'
uso
del
dialetto
,
col
quale
i
tuoi
figliuoli
,
se
non
altro
,
non
contrarrebbero
abitudini
viziose
,
che
è
un
danno
grandissimo
,
poichè
i
barbarismi
,
gl
'
idiotismi
,
le
frasi
errate
che
il
ragazzo
s
'
avvezza
a
dire
in
famiglia
,
dove
si
parli
italiano
a
vanvera
,
gli
si
attaccano
alla
lingua
per
modo
che
gli
riesce
poi
difficile
liberarsene
anche
da
uomo
.
Dicono
che
Napoleone
primo
abbia
detto
per
tutta
la
vita
section
per
session
,
rentes
voyagères
per
rentes
viagères
,
point
fulminant
per
point
culminant
,
e
altri
spropositi
,
per
essersi
avvezzato
da
ragazzo
a
pronunziare
in
quel
modo
quelle
parole
,
che
in
casa
sua
si
pronunziavano
male
.
In
certe
famiglie
,
come
tutti
usano
certi
intercalari
e
hanno
un
certo
modo
di
gestire
,
così
dicono
tutti
gli
stessi
spropositi
.
Io
ho
osservato
che
i
figliuoli
dei
padri
mal
parlanti
quasi
tutti
parlano
male
,
anche
se
sono
più
colti
dei
padri
.
Conosco
un
tale
che
disse
per
vent
'
anni
scavezzare
per
scavizzolare
,
traccheggiare
per
inseguire
e
vita
libertina
per
vita
libera
:
un
giorno
lo
chiarii
dei
tre
errori
,
ed
egli
mi
confessò
che
erano
un
'
eredità
di
famiglia
,
che
in
casa
sua
,
dove
s
'
era
sostituita
la
lingua
al
dialetto
,
egli
aveva
sempre
inteso
usar
quelle
parole
in
quel
senso
:
alle
correzioni
che
gli
erano
state
fatte
da
ragazzo
,
fuor
di
casa
,
non
aveva
badato
;
poi
nessuno
non
aveva
più
osato
di
correggerlo
,
per
timore
che
se
ne
vergognasse
,
e
così
era
andato
innanzi
fino
ai
cinquanta
,
perdendo
prima
il
pelo
che
il
vizio
.
Dunque
,
segui
il
mio
consiglio
:
o
ripigliate
il
dialetto
in
casa
,
o
mettetevi
d
'
accordo
,
tu
e
tuo
marito
,
per
frenare
la
licenza
linguistica
dei
vostri
rampolli
,
costituite
fra
voi
una
commissione
di
vigilanza
e
di
censura
,
che
non
lasci
passare
nessuno
sproposito
,
che
ristabilisca
nella
vostra
famiglia
,
filologicamente
anarchica
,
l
'
impero
della
legge
.
I
ragazzi
,
sulle
prime
,
s
'
impazientiranno
,
tenteranno
di
ribellarsi
;
ma
finiranno
con
riconoscere
la
ragione
,
e
parleranno
forse
con
minor
facondia
,
che
non
sarà
una
gran
disgrazia
,
ma
con
maggior
correttezza
,
che
sarà
una
gran
fortuna
;
e
ve
ne
saranno
grati
più
tardi
.
Intanto
,
ti
prego
di
dar
loro
qualche
avvertimento
,
in
forma
canzonatoria
,
che
è
la
più
efficace
.
Di
'
a
Eleonora
che
se
mi
racconterà
qualche
altra
disgrazia
arrivata
a
qualche
sua
amica
di
scuola
,
vorrò
sapere
una
buona
volta
di
dove
le
disgrazie
partono
e
con
che
treno
arrivano
,
per
potermi
regolare
.
Di
'
a
Enrico
che
me
ne
impipo
per
me
ne
rido
e
buggerìo
per
baccano
non
sono
parole
pulite
,
e
che
il
dire
che
un
ragazzo
di
sette
anni
è
più
vecchio
d
'
uno
di
cinque
,
è
ridicolo
.
A
Luigina
,
che
mi
disse
tre
volte
:
-
Ho
fatto
una
malattia
-
di
'
che
mi
son
dimenticato
di
domandarle
se
non
aveva
di
meglio
da
fare
quando
le
è
venuta
quella
brutta
idea
.
Avverti
Mario
che
il
dir
che
un
ufficiale
ha
tre
medaglie
sullo
stomaco
,
invece
di
sul
petto
,
è
come
dire
che
le
medaglie
gli
sono
indigeste
.
Dirai
anche
nell
'
orecchio
a
tuo
marito
che
il
verbo
consumare
,
in
italiano
,
è
transitivo
,
e
che
quindi
la
candela
consuma
è
un
piemontesismo
,
ch
'
egli
non
deve
tramandare
ai
suoi
discendenti
.
E
anche
a
te
un
'
osservazione
nell
'
orecchio
:
brutto
come
tutto
è
brutto
di
molto
.
Spero
d
'
averti
persuasa
.
E
scusa
la
franchezza
del
critico
poichè
vien
dall
'
affetto
del
cugino
.
Il
tuo
*
*
*
A
CIASCUNO
IL
SUO
.
(
A
UNA
SCHIERA
DI
RAGAZZI
DI
DIVERSE
REGIONI
D
'
ITALIA
)
.
Avete
riso
dei
piemontesismi
,
non
è
vero
?
E
non
ci
ho
a
ridire
.
Ma
non
ne
ridete
troppo
forte
,
vi
prego
,
perché
quello
che
dissi
della
famiglia
piemontese
,
dove
si
parla
un
italiano
piemontizzato
,
si
può
dire
a
un
di
presso
di
migliaia
di
famiglie
d
'
altre
regioni
,
badando
soltanto
a
sostituire
a
quelli
che
citai
altri
dialettismi
e
idiotismi
;
dei
quali
ciascuna
serie
vi
farebbe
rider
pure
tutti
quanti
,
fuori
che
uno
.
Volete
che
ne
facciamo
la
prova
?
Desiderate
ch
'
io
vi
persuada
con
gli
esempi
?
E
io
vi
contento
,
nel
miglior
modo
che
m
'
è
possibile
,
così
alla
lesta
.
E
comincio
da
te
,
piccolo
milanese
.
Ce
n
'
è
così
anche
a
Milano
di
famiglie
per
bene
,
nelle
quali
i
ragazzi
credon
mica
di
parlar
male
dicendo
porsi
giù
per
"
mettersi
a
letto
"
e
menar
su
per
"
condurre
in
prigione
"
e
su
e
giù
a
ogni
proposito
;
e
qui
dietro
per
"
qui
attorno
"
e
andar
addietro
a
fare
per
"
continuare
a
fare
"
e
aver
una
cosa
addietro
per
"
averla
con
sé
"
e
si
può
no
,
e
morir
via
,
e
mangiarsi
fuori
e
smaniarsi
,
e
che
bello
!
e
che
caro
!
e
con
più
ne
vuoi
,
più
te
ne
metto
.
Ti
basterà
questo
piccolo
saggio
,
m
'
immagino
.
A
noi
,
piccolo
veneziano
.
A
te
pure
,
quando
che
parli
italiano
,
vien
fatto
di
ficcare
il
che
da
per
tutto
,
e
non
sei
buono
da
liberartene
,
e
dici
:
non
so
cosa
che
voglia
dire
,
non
so
cosa
che
ci
vorrebbe
;
e
ti
scappa
detto
lasciarsi
tirar
giù
per
"
lasciarsi
indurre
"
e
incapricciarsi
in
una
cosa
,
e
non
s
'
indubiti
,
e
l
'
aspetta
un
momento
;
e
ti
sfugge
ben
sovente
scampare
per
"
scappare
"
e
balcone
per
"
finestra
"
e
altana
per
"
terrazza
"
e
sgabello
per
"
comodino
"
.
E
che
dire
del
tuo
in
fatti
che
usi
così
spesso
nel
senso
di
"
in
somma
"
,
mettendo
nella
frase
una
contraddizione
di
termini
che
mi
fa
spalancare
la
bocca
?
-
Sarà
un
capolavoro
,
come
tutti
dicono
;
ma
in
fatti
non
mi
piace
.
-
Hai
ragione
di
burlarti
degli
idiotismi
altrui
;
ma
in
fatti
ne
dici
tu
pure
.
Sono
da
lei
,
caro
bolognese
.
Pensava
ch
'
io
la
potessi
dimenticare
?
Mo
'
ci
pare
!
Venga
qua
,
s
'
accomodi
bene
.
Godo
di
trovarla
in
buona
salute
.
E
il
padre
suo
di
lei
?
E
la
ragazzola
?
E
quel
bazzurlone
di
suo
cugino
,
come
sta
?
Fa
sempre
l
'
ammazzato
con
la
signorina
del
terzo
piano
?
Ella
riconosce
certamente
che
anche
ai
bolognesi
ne
scappano
di
carine
,
che
è
frequentissimo
fra
di
loro
il
si
per
il
ci
,
e
il
faressimo
e
il
diressimo
e
il
questa
cosa
che
qui
e
che
lì
;
e
che
non
è
rarissimo
il
sentir
da
loro
,
anche
da
gente
colta
,
ghignoso
per
"
antipatico
"
,
gnola
per
"
seccatura
"
,
benzolino
per
"
panchetto
"
,
zucca
per
"
fiasco
"
,
chiarle
per
"
ciarle
"
.
E
,
mi
perdoni
,
intesi
anche
dire
qualche
volta
"
ubbriaco
patocco
"
per
ubbriaco
"
fradicio
"
.
Questa
è
patocca
!
Ma
ne
ride
ella
pure
,
e
tutti
contenti
.
E
tu
,
bel
garzonetto
genovese
,
non
ti
dar
l
'
aria
d
'
impeccabile
,
se
dunque
sciorino
anche
a
te
una
bella
lista
di
dialettismi
comici
che
raccolsi
a
casa
tua
....
e
in
casa
mia
.
Se
dunque
per
"
se
no
"
è
uno
dei
più
preziosi
,
non
lo
puoi
negare
.
Non
me
ne
capisco
per
"
non
me
n
'
intendo
"
non
è
men
peregrino
.
Scorrere
per
"
rincorrere
o
inseguire
"
è
un
'
altra
bella
perla
.
E
uomo
di
sua
obbligazione
per
"
uomo
che
sa
il
fatto
suo
"
è
poco
bello
?
Certo
,
tu
non
dirai
mai
mugugnare
,
frusciare
,
frugattare
,
camallare
,
dar
recatto
alla
casa
,
in
luogo
di
"
brontolare
,
infastidire
,
frugacchiare
,
portar
sulle
spalle
,
mettere
in
ordine
"
,
come
da
non
pochi
concittadini
tuoi
intesi
dire
.
Ma
sii
sincero
:
non
t
'
è
mai
scappato
angoscia
per
"
nausea
"
e
angoscioso
per
"
molesto
"
e
inversare
per
"
rovesciare
"
?
Non
ti
scappa
proprio
mai
bugatta
per
"
puppattola
"
,
rango
per
"
zoppo
"
,
marsina
per
"
giubba
"
?
Pensaci
un
po
'
,
figgio
cäo
....
Cittadino
romano
,
ti
saluto
,
e
mi
fo
lecito
di
dirti
,
rispettosamente
,
che
spesso
sento
dire
dai
tuoi
concittadini
:
ce
sto
,
me
dài
,
ve
prometto
,
te
parlo
,
se
dice
,
e
io
so
'
contento
,
e
il
tale
non
vo
'
venire
,
e
troncare
gl
'
infiniti
:
anda
'
,
sta
'
,
di
'
,
e
dire
andiedi
e
stiedi
,
e
li
fiori
e
li
cavalli
,
e
le
mela
e
le
pera
,
e
subito
che
per
"
poichè
"
e
al
contrario
per
"
d
'
altra
parte
"
e
apposta
per
"
appunto
per
questo
"
o
imbottatore
e
tiratore
e
spogliatore
e
lavatore
per
"
imbuto
,
cassetto
,
armadio
,
acquaio
"
:
una
quantità
d
'
ore
e
d
'
altri
idiotismi
d
'
altre
desinenze
,
che
si
volessi
citartene
mezzi
no
me
basterebbe
du
'
ora
.
Lascio
stare
il
magnassimo
e
il
bevessimo
per
l
'
indicativo
,
che
a
te
non
c
'
è
caso
che
sfugga
;
ma
chi
sa
quante
volte
tu
pure
,
parlando
italiano
,
esclami
:
-
Guarda
sì
che
bellezza
!
-
o
dici
che
hai
rifame
o
che
un
Tizio
t
'
ha
fatto
una
vassallata
o
che
non
sai
se
quanto
una
certa
cosa
ti
convenga
.
A
ciascuno
il
suo
.
Non
ti
stranire
,
figliolo
.
Partenopeo
carissimo
!
Conosco
un
bravo
avvocato
napolitano
,
che
tiene
due
cari
figlioli
,
i
quali
,
parlando
italiano
con
me
,
chiamano
qualche
volta
,
senz
'
avvertirsene
,
gradinata
la
scala
,
coppola
il
berretto
,
cartiera
la
cartella
,
borro
la
brutta
copia
,
spiega
la
traduzione
;
che
dicono
cacciar
l
'
orologio
per
"
tirarlo
fuori
"
,
abbiamo
rimasto
per
abbiamo
"
lasciato
"
l
'
ombrello
a
casa
,
nostro
padre
è
andato
a
parlare
una
causa
a
Salerno
,
voglio
essere
spiegato
,
esser
levata
questa
difficoltà
,
essere
aperto
il
portone
,
e
non
mi
fido
per
"
non
mi
sento
"
e
vado
trovando
per
"
vado
cercando
"
e
nel
contempo
per
"
nello
stesso
tempo
"
.
Stesso
il
padre
,
dispiaciuto
di
quel
modo
di
parlare
,
li
avverte
sovente
che
dicon
troppi
napolitanismi
;
ma
non
serve
:
lo
voglion
bene
,
ma
non
dànno
retta
a
lui
più
che
a
me
,
e
tiran
via
.
Non
ho
detto
per
canzonare
a
te
,
bada
bene
;
ma
vedi
un
po
'
se
dei
modi
citati
non
ne
scappa
qualcuno
a
te
pure
.
Potrebb
'
essere
.
Se
te
ne
scappa
,
sei
prevenito
;
colpisci
l
'
occasione
per
correggerti
,
e
stammi
buono
.
O
piccolo
abruzzese
,
e
tu
,
non
ancor
baffuto
figliolo
della
Calabria
,
non
vi
fate
corrivi
se
vi
dico
che
sfuggono
allo
spesso
dei
provincialismi
a
voi
pure
;
e
il
senso
lor
m
'
è
duro
,
potrei
aggiungere
.
Come
v
'
ho
da
intendere
quando
mi
dite
scolla
,
andito
,
versatoio
,
coppino
,
ceroggeno
,
raschio
,
quartino
,
pizzo
del
tavolino
per
"
cravatta
,
ponte
,
acquaio
,
cucchiaione
,
candela
,
sputo
,
quartiere
,
canto
del
tavolino
"
?
e
lento
per
"
magro
"
e
sofistico
per
"
discolo
"
e
fanatico
per
"
vanesio
"
?
Quando
vi
sento
di
parlare
in
quella
maniera
,
sospetto
che
vogliate
scherzarmi
,
e
non
tanto
mi
piace
.
E
vada
quando
vi
scappa
detto
che
vi
siete
imprestato
(
per
"
fatto
imprestare
"
)
un
vocabolario
,
che
avete
donato
gli
esami
,
fatto
maturare
un
compagno
permaloso
,
liberato
un
pugno
a
un
insolente
,
o
che
in
mezzo
al
vostro
giardino
ci
vorrebbe
piantato
un
bell
'
albero
,
o
che
vi
par
mill
'
anni
di
giungere
il
ferio
di
Natale
:
si
sorride
,
e
null
'
altro
.
Ma
che
si
possa
scoprire
un
canuto
nella
barba
d
'
un
uomo
,
è
incredibile
,
e
mettersi
un
calzone
solo
non
è
decente
,
e
sparare
gli
uccelli
alla
caccia
è
feroce
,
e
dire
:
-
Mio
fratello
ha
picchiato
,
vado
ad
aprirlo
-
è
orrendo
.
Vi
raccomando
a
porre
attenzione
a
questi
errori
;
e
perdonatemi
la
franchezza
,
perché
,
se
ve
n
'
avreste
per
male
,
ne
fossi
troppo
dolente
.
Son
da
te
,
caro
siciliano
.
Molte
volte
,
nel
tuo
bel
paese
,
un
ospite
gentile
mi
disse
sull
'
uscio
:
-
Entrasse
,
signore
,
s
'
accomodasse
;
mi
facesse
il
piacere
....
-
Lo
dici
qualche
volta
tu
pure
,
non
è
vero
?
E
accoppii
non
di
rado
il
condizionale
col
condizionale
:
se
avrei
tempo
,
v
'
andrei
,
o
:
se
avessi
tempo
,
v
'
andassi
;
dico
giusto
?
E
per
voi
è
fare
un
complimento
anche
il
regalare
un
orologio
d
'
oro
,
e
dite
spesso
buono
per
"
bello
"
e
bello
per
"
buono
"
e
più
meglio
e
più
peggio
,
e
insegnarsi
la
lezione
per
"
impararla
"
e
mi
scanto
per
"
mi
perito
"
e
accudire
per
"
rivolgersi
"
e
qualche
volta
la
prima
del
mese
,
e
questa
,
senz
'
altro
,
per
"
questa
città
"
e
anche
casa
palazzata
per
"
palazzo
"
.
Chiamate
bevanda
il
caffè
e
latte
,
come
se
non
beveste
altro
nell
'
isola
,
o
zuppa
ogni
minestra
,
e
galantuomo
ogni
signore
;
e
così
fosse
,
che
sotto
un
bel
sopratutto
e
dentro
una
camicia
arricamata
non
si
nascondesse
mai
una
birba
!
Te
n
'
ho
da
metter
fora
dell
'
altre
?
No
?
Queste
bastano
?
E
dunque
,
come
dice
il
tuo
Meli
,
dunca
ascuta
a
lu
patri
,
e
teni
accura
a
sti
pochi
e
sinceri
avvirtimenti
.
E
anche
a
te
,
bruno
Sardignolo
,
poichè
ti
vedo
ridendo
dei
sicilianismi
,
dirò
amorevolmente
il
fatto
tuo
,
quantunque
del
tuo
bel
dialetto
latineggiante
io
sia
un
po
'
innamorato
:
a
te
che
qualche
volta
,
parlando
italiano
,
alzi
le
scale
invece
di
salirle
,
e
culli
il
tuo
fratellino
per
dormirlo
,
e
non
pigli
caffè
perché
non
ti
prova
,
e
chiami
cotti
i
fichi
d
'
India
maturi
,
e
occhi
cattivi
gli
occhi
malati
;
a
te
che
parti
al
villaggio
,
e
torni
da
campagna
,
e
vai
al
braccetto
con
gli
amici
,
e
a
chi
ti
domanda
l
'
ora
alle
dodici
e
dieci
rispondi
che
è
assai
ora
che
è
sonato
mezzogiorno
,
e
a
chi
ti
rivolge
domande
indiscrete
dici
che
non
entri
il
naso
negli
affari
tuoi
,
e
se
non
la
smette
subito
,
che
finisca
da
una
volta
d
'
importunarti
.
Per
farla
corta
,
non
t
'
ho
citato
che
una
dozzina
d
'
esempi
;
mi
dispiace
d
'
esser
troppo
pochi
;
ma
te
ne
potrei
pienare
più
pagine
.
A
si
biri
,
piseddu
.
-
Come
?
A
me
pure
?
-
Sì
,
signorino
,
a
lei
pure
,
e
spero
che
me
lo
permetta
,
poichè
sa
che
le
voglio
un
gran
bene
.
Per
insegnar
la
lingua
ai
tuoi
fratelli
d
'
Italia
,
che
ti
riconoscono
maestro
dalla
nascita
,
devi
guardarti
anche
tu
dai
dialettismi
,
non
con
altrettanta
,
ma
con
maggior
cura
degli
altri
;
non
devi
lasciarti
sfuggir
mai
,
neppure
una
volta
l
'
anno
(
e
ti
sfuggono
non
di
rado
)
voi
dicevi
,
voi
facevi
,
voi
andavi
,
e
dichino
e
venghino
,
e
leggano
per
leggono
,
temano
per
temono
,
e
lo
stai
e
il
vai
imperativi
,
e
il
dove
tu
vai
?
e
il
che
tu
vuoi
?
e
nemmeno
sortire
per
uscire
,
e
bastare
per
durare
,
e
tornar
di
casa
per
"
andar
a
stare
"
in
un
luogo
dove
non
s
'
è
mai
stati
.
E
sebbene
Dante
abbia
detto
"
lascia
dir
le
genti
"
è
meglio
che
tu
non
dica
genti
in
quel
senso
per
non
farmi
pensare
che
tu
parli
di
tutti
i
popoli
della
terra
;
e
che
suoi
per
"
loro
"
abbia
esempi
classici
,
non
toglie
che
sia
più
corretto
il
far
concordare
l
'
aggettivo
col
sostantivo
;
e
m
'
ammetterai
che
a
dire
ignorante
per
"
maleducato
"
si
corre
pericolo
di
calunniare
dei
sapientoni
;
e
una
"
minestra
diaccia
"
se
vuoi
esser
giusto
,
non
s
'
è
mai
portata
in
tavola
da
che
mondo
è
mondo
.
A
rivederci
,
bocca
fortunata
,
e
porta
un
bacio
alla
torre
di
Giotto
.
E
ora
che
giustizia
è
fatta
,
tiriamo
innanzi
.
*
FQ
*
IL
MALANNO
DELL
'
AFFETTAZIONE
.
Vi
son
due
modi
di
parlar
male
:
la
sciatteria
e
l
'
affettazione
.
Ma
questo
è
peggior
di
quello
,
perché
chi
parla
sciatto
è
soltanto
ridicolo
,
e
chi
parla
affettato
è
ridicolo
e
insopportabile
.
Non
occorre
ch
'
io
ti
dica
che
cos
'
è
l
'
affettazione
.
Te
lo
dicono
i
modi
proverbiali
che
la
deridono
:
-
Star
sul
quinci
e
sul
quindi
.
-
Parlare
in
punta
di
forchetta
.
-
Parlar
come
un
libro
stampato
.
-
È
un
misto
di
pedanteria
e
di
leziosaggine
.
È
la
consuetudine
di
scegliere
fra
i
modi
della
lingua
i
meno
comunemente
usati
,
credendo
che
il
parlar
bene
consista
nel
parlar
diversamente
dagli
altri
;
è
il
servirsi
di
vocaboli
e
di
frasi
poetiche
,
anche
nei
discorsi
famigliari
,
per
dir
le
cose
più
usuali
e
più
semplici
;
è
l
'
usar
locuzioni
e
costrutti
del
bello
stile
letterario
,
per
isfoggio
di
cultura
e
d
'
eleganza
,
in
luogo
d
'
altre
locuzioni
e
d
'
altri
costrutti
alla
mano
,
che
si
sdegnano
come
volgari
,
e
che
paiono
volgari
per
la
sola
ragione
che
tutti
li
sanno
.
Hai
visto
mai
dei
bellimbusti
che
fanno
il
bocchino
e
par
che
sorridano
continuamente
alla
propria
immagine
,
o
tengon
la
bocca
sempre
aperta
per
mostrare
i
denti
bianchi
;
che
pigliano
atteggiamenti
d
'
Apolli
,
gestiscono
coi
gomiti
stretti
al
busto
e
camminano
in
punta
di
piedi
,
dondolandosi
come
le
anitre
e
guardando
intorno
con
gli
occhi
socchiusi
o
dilatati
o
languenti
!
Sono
caricature
buffe
e
antipatiche
,
non
è
vero
?
E
lo
stesso
effetto
producono
quelli
che
parlano
affettato
.
Ci
dispiacciono
perché
,
parlando
diversamente
da
noi
,
hanno
l
'
aria
di
dirci
che
noi
parliamo
male
e
che
dovremmo
parlare
come
loro
;
non
ci
paiono
sinceri
perché
la
sincerità
parla
semplicemente
,
ed
essi
parlano
con
artificio
;
e
non
li
possiamo
prender
sul
serio
perché
,
lambiccando
a
quel
modo
il
proprio
linguaggio
,
mostrano
di
dar
più
importanza
alle
parole
che
alle
cose
e
di
parlar
soltanto
per
farci
sentire
che
parlan
bene
.
Senti
un
po
'
.
Se
uno
t
'
annunzia
la
morte
d
'
un
suo
amico
dicendoti
:
-
Ieri
,
dopo
una
malattia
lunga
e
dolorosa
,
morì
il
tal
dei
tali
,
mio
carissimo
amico
;
morì
fra
le
mie
braccia
;
le
sue
ultime
parole
furono
per
raccomandarmi
i
suoi
poveri
bambini
,
che
stavano
accanto
al
letto
piangendo
-
,
tu
sei
preso
da
un
sentimento
di
pietà
.
Ma
se
ti
dice
invece
:
-
Ieri
,
dopo
un
lungo
e
fiero
morbo
,
mancò
ai
vivi
il
tal
de
'
tali
,
amico
mio
dilettissimo
;
spirò
sul
mio
seno
,
e
i
suoi
supremi
accenti
furono
per
commettere
alle
mie
cure
i
suoi
sventurati
pargoletti
,
che
stavano
all
'
origliere
lacrimando
;
-
tu
,
invece
di
commoverti
,
non
credi
al
suo
dolore
,
e
gli
dài
del
buffone
.
L
'
affettazione
falsa
l
'
espressione
d
'
ogni
affetto
,
spunta
l
'
arguzia
,
toglie
forza
alla
ragione
,
vela
la
verità
,
distorna
la
confidenza
,
getta
il
ridicolo
su
ogni
cosa
,
rende
uggiose
e
moleste
,
e
qualche
volta
anche
odiose
,
facendole
apparire
sotto
un
falso
aspetto
,
persone
dotate
di
eccellenti
qualità
d
'
animo
.
Ed
è
un
difetto
terribile
,
che
guai
a
chi
s
'
attacca
,
perché
diventa
in
lui
come
una
seconda
natura
,
della
quale
egli
perde
la
coscienza
,
e
non
se
ne
libera
più
per
la
vita
.
Ed
è
un
difetto
disgraziatissimo
,
che
il
mondo
deride
e
flagella
anche
nelle
persone
più
rispettabili
,
senza
tregua
e
senza
pietà
,
fino
alla
morte
.
*
In
quest
'
affettazione
eccessiva
e
ridicola
non
c
'
è
pericolo
che
tu
cada
.
Ma
ti
devi
guardare
anche
dall
'
ombra
dell
'
affettazione
,
anche
da
quel
difetto
,
nel
quale
quasi
tutti
cadiamo
,
di
usare
,
parlando
,
una
quantità
di
parole
e
di
locuzioni
non
proprie
del
linguaggio
parlato
;
fra
le
quali
e
le
proprie
,
che
non
ignoriamo
,
e
che
usiamo
anche
spesso
,
ci
siamo
avvezzati
a
non
far
differenza
.
Di
tali
parole
e
locuzioni
non
ti
posso
fare
un
elenco
compiuto
,
che
sarebbe
troppo
lungo
;
ma
ti
do
qualche
esempio
in
un
dialogo
nel
quale
un
Tizio
mi
racconta
una
sua
avventura
,
ed
io
faccio
il
pedante
della
naturalezza
sui
fiori
della
sua
letteratura
.
FRA
UN
PARLATORE
RICERCATO
E
UNO
CHE
PARLA
ALLA
BUONA
.
TIZIO
.
-
Giunto
che
fui
al
bivio
,
stetti
un
momento
in
forse
se
dovessi
volgere
a
destra
o
a
sinistra
.
IL
PEDANTE
.
-
Mi
permetta
.
Io
direi
:
arrivato
che
fui
al
bivio
,
stetti
un
momento
in
dubbio
se
dovessi
voltare
....
T
.
-
....
Se
dovessi
voltare
a
destra
o
a
sinistra
.
M
'
arrestai
,
attendendo
che
passasse
qualcuno
,
per
chiedergli
l
'
indicazione
che
mi
faceva
d
'
uopo
....
P
.
-
Mi
faceva
d
'
uopo
!
E
se
dicesse
semplicemente
:
che
m
'
occorreva
?
E
invece
di
"
attendendo
"
:
aspettando
?
E
domandargli
invece
di
"
chiedergli
?
"
T
.
-
Ma
,
non
scorgendo
anima
nata
....
P
.
-
Non
vedendo
anima
viva
....
T
.
-
Piegai
a
destra
e
procedetti
fino
a
una
chiesetta
,
cinta
di
cipressi
,
della
quale
mi
sovvenne
che
m
'
aveva
parlato
mio
padre
,
quando
mi
narrò
la
sua
gita
al
castello
....
Trova
qualche
cosa
a
ridire
?
P
.
-
Cinque
cosette
.
Io
direi
presi
invece
di
"
piegai
"
,
andai
innanzi
invece
di
"
procedetti
"
,
circondata
invece
di
"
cinta
"
,
mi
ricordai
invece
di
"
mi
sovvenne
"
,
mi
raccontò
invece
di
mi
"
narrò
"
.
Vuol
seguitare
?
T
.
-
Quivi
scorsi
due
uomini
distesi
al
suolo
....
P
.
-
Quanto
amore
per
quello
scorgere
!
E
perché
non
lì
invece
di
"
quivi
?
"
E
stesi
per
terra
in
luogo
di
"
distesi
al
suolo
?
"
Il
suolo
!
T
.
-
....
che
sembravano
assopiti
....
P
.
-
....
parevano
addormentati
,
se
non
le
par
troppo
comune
.
T
.
-
Sostai
....
P
.
-
Si
soffermò
....
T
.
-
....
e
,
osservandoli
,
venni
in
sospetto
che
facessero
sembianza
,
ma
che
non
dormissero
davvero
.
Non
m
'
ero
male
apposto
....
P
.
-
Com
'
è
detto
bene
!
Sospettai
sarebbe
troppo
andante
;
"
far
sembianza
"
è
più
nobile
di
far
mostra
e
di
fingere
;
"
non
m
'
ero
male
apposto
"
non
è
un
modo
di
dozzina
come
non
m
'
ero
ingannato
.
T
.
-
Mi
dileggia
ella
forse
,
signore
?
P
.
-
"
Tolga
il
cielo
!
"
O
come
può
ella
"
accogliere
"
un
tal
pensiero
?
"
Proceda
"
.
T
.
-
Di
repente
,
infatti
,
quasi
per
accordo
,
si
destarono
entrambi
,
e
l
'
un
d
'
essi
....
P
.
-
Un
momento
.
Mi
lasci
ammirare
quel
"
di
repente
"
per
a
un
tratto
,
e
quell
'
"
entrambi
"
per
tutti
e
due
,
e
l
'
"
un
d
'
essi
"
per
uno
di
loro
.
Questo
si
chiama
"
favellare
"
!
Riprenda
.
T
.
-
(
Capisco
)
....
E
l
'
un
d
'
essi
,
con
accento
di
cortesia
,
che
mal
s
'
accordava
con
l
'
atteggiamento
del
suo
volto
,
mi
disse
:
-
Se
passa
di
qui
per
recarsi
al
castello
,
ha
errato
;
la
riporremo
noi
sul
retto
cammino
....
P
.
-
Mi
perdoni
.
Qui
,
benchè
ammiri
ancora
,
mi
parrebbe
più
naturale
il
dire
:
in
tono
cortese
,
e
non
corrispondeva
all
'
espressione
del
suo
viso
.
Quell
'
"
un
d
'
essi
"
,
poi
,
le
avrà
detto
andare
e
non
"
recarsi
"
,
la
rimetteremo
,
non
"
la
riporremo
"
,
sulla
buona
strada
,
non
"
sul
retto
cammino
....
"
T
.
-
(
Che
insopportabile
seccatore
!
)
Ciò
dicendo
,
sorsero
ambedue
da
terra
,
e
mossero
alla
mia
volta
....
P
.
-
Approvato
,
e
con
plauso
.
Io
avrei
detto
:
dicendo
questo
,
s
'
alzarono
tutt
'
e
due
,
e
vennero
verso
di
me
-
;
ma
riconosco
che
avrei
parlato
con
meno
squisita
eleganza
....
T
.
-
Insospettito
,
indietreggiai
.
Essi
accelerarono
il
passo
.
Avevano
in
animo
d
'
assalirmi
,
non
cadeva
dubbio
.
Si
figurerà
di
leggieri
il
mio
spavento
!
Volli
gridare
;
ma
mi
venne
meno
la
voce
.
Mi
volsi
in
fuga
;
ma
fu
indarno
:
mi
sentii
afferrare
da
tergo
;
mi
fu
forza
arrestarmi
....
P
.
-
L
'
arresto
anch
'
io
per
un
momento
,
per
farle
osservare
che
parla
troppo
bene
.
Avrebbe
potuto
dire
in
forma
più
modesta
:
-
Mi
feci
indietro
.
Quelli
affrettarono
il
passo
.
Volevano
assalirmi
;
non
c
'
era
dubbio
.
S
'
immaginerà
facilmente
il
mio
spavento
!
Volli
gridare
;
ma
mi
mancò
la
voce
.
Mi
diedi
alla
fuga
;
ma
fu
inutile
;
mi
sentii
afferrare
di
dietro
;
mi
dovetti
fermare
...
E
allora
?
T
.
-
Allora
gridai
:
-
Aiuto
!
-
Per
buona
ventura
,
transitava
là
presso
una
brigata
di
villici
,
che
i
malfattori
non
avevano
veduti
,
perché
eran
celati
dagli
alberi
....
P
.
-
Respiro
!
Ma
quel
"
transitava
"
per
passava
,
e
"
celati
"
per
nascosti
,
e
"
villici
"
per
contadini
....
T
.
-
Quelli
trassero
tosto
alle
mie
grida
....
P
.
-
Vuol
dire
che
accorsero
subito
....
T
.
-
I
malandrini
dileguarono
....
P
.
-
Come
nebbia
al
vento
.
T
.
-
Fui
salvo
.
Mi
palpai
.
Non
rinvenni
più
il
portamonete
nella
scarsella
.
Non
c
'
eran
che
poche
lire
;
non
porta
il
pregio
di
parlarne
.
Il
peggio
fu
la
paura
,
che
non
le
saprei
ritrarre
in
parole
.
P
.
-
Capisco
!
"
Ritrarre
in
parole
"
dev
'
essere
una
cosa
più
difficile
che
l
'
esprimere
semplicemente
.
Ma
ella
si
compiace
troppo
del
difficile
.
Perché
non
dire
alla
buona
che
non
si
ritrovò
più
il
portamonete
in
tasca
?
E
perché
dire
"
non
porta
il
pregio
"
invece
di
non
mette
conto
?
In
somma
,
se
l
'
è
cavata
con
la
paura
.
T
.
-
Se
non
mi
toccò
maggior
danno
,
debbo
saperne
grado
....
P
.
-
Basta
che
ne
sia
grato
....
T
.
-
A
quei
buoni
contadini
.
Ma
la
sera
mi
sopravvenne
la
febbre
.
P
.
-
Le
"
sopravvenne
"
?
T
.
-
Mi
prese
,
andiamo
;
mi
saltò
addosso
.
Questo
m
'
incolse
....
mi
seguì
per
aver
posto
in
non
cale
....
P
.
-
Se
dicesse
per
aver
trascurato
....
T
.
-
....
l
'
avvertimento
di
mio
padre
:
che
non
è
saggio
l
'
aggirarsi
in
quei
pressi
senza
compagnia
.
Me
ne
ricorderò
quind
'
innanzi
.
P
.
-
Suo
padre
le
avrà
detto
che
non
è
prudente
l
'
andare
in
giro
soli
in
quei
dintorni
.
E
farà
bene
a
ricordarsene
.
Ma
farà
anche
bene
d
'
ora
in
avanti
a
parlare
in
un
altro
modo
....
T
.
-
Ma
,
insomma
,
non
m
'
è
sfuggito
un
errore
!
P
.
-
No
;
ma
il
suo
discorso
è
stato
una
stonatura
da
capo
a
fondo
,
un
tessuto
di
parole
e
di
frasi
che
non
s
'
usano
mai
da
chi
parla
con
naturalezza
e
con
gusto
,
e
che
riescono
sgradevoli
quanto
gli
errori
,
e
rendono
il
suo
parlar
corretto
poco
meno
ridicolo
d
'
un
parlare
sgrammaticato
.
T
.
-
Troppo
gentile
!
La
ringrazio
.
P
.
-
"
Non
porta
il
pregio
.
"
Ma
non
ponga
"
in
non
cale
"
i
miei
consigli
.
"
Se
ne
rinverrà
"
contento
e
me
ne
"
saprà
grado
.
"
La
riverisco
e
"
mi
dileguo
.
"
T
.
-
(
Impertinente
!
)
Varie
altre
osservazioni
che
ti
dovrei
esporre
intorno
all
'
affettazione
nel
parlare
,
le
farai
tu
stesso
intrattenendoti
qualche
minuto
con
una
rispettabile
e
amabile
signora
,
che
ho
l
'
onore
di
presentarti
.
LA
SIGNORA
PIESOSPINTO
.
Le
avevan
messo
questo
soprannome
perché
il
bel
modo
letterario
a
ogni
piè
sospinto
era
uno
dei
fiori
più
frequenti
del
suo
linguaggio
abituale
,
tutto
fiorito
di
parole
e
di
frasi
eleganti
.
Era
vedova
e
sola
,
come
la
Roma
di
Dante
;
non
più
giovane
,
d
'
ottimo
cuore
,
stimata
da
tutti
;
ma
aveva
un
difetto
terribile
,
per
il
quale
s
'
eran
ridotti
pochissimi
i
frequentatori
del
suo
salottino
,
un
tempo
assai
numerosi
:
il
difetto
di
parlare
poeticamente
.
Cosa
tanto
più
strana
in
quanto
la
buona
signora
non
la
pretendeva
punto
a
letterata
,
quantunque
di
letteratura
e
d
'
arte
discorresse
quasi
sempre
;
era
anzi
in
tali
discorsi
molto
guardinga
e
modesta
.
Quel
linguaggio
,
che
a
noi
riusciva
affettato
,
per
lei
era
naturalissimo
,
ed
era
in
fatti
in
perfetto
accordo
con
tutte
le
altre
manifestazioni
del
suo
essere
.
La
sua
voce
,
il
suo
accento
,
il
suo
modo
d
'
atteggiarsi
e
di
camminare
,
la
sua
bizzarra
pettinatura
,
tutta
cernecchi
e
riccioli
artefatti
,
che
le
tremolavano
intorno
al
capo
come
bùbboli
,
e
il
suo
abbigliamento
tutto
gale
e
fronzoli
di
gusto
dubbio
:
ogni
cosa
rassomigliava
al
suo
vocabolario
e
alla
sua
fraseologia
prescelta
,
che
pareva
fatta
di
rottami
di
versi
.
Parlava
in
maniera
da
far
credere
che
ogni
parola
d
'
uso
comune
fosse
per
lei
una
parola
triviale
,
che
ogni
frase
famigliare
le
ripugnasse
come
una
frase
indecorosa
.
Per
esempio
:
allegrezza
,
gioia
,
desiderio
,
ricordo
,
avvenimento
,
momento
,
erano
modi
sbanditi
dal
suo
dizionario
;
diceva
:
letizia
,
giubilo
,
vaghezza
,
rimembranza
,
evento
,
istante
.
All
'
amico
che
entrava
in
casa
sua
gettava
qualche
volta
addosso
una
manata
di
fiori
poetici
anche
prima
ch
'
egli
si
fosse
seduto
.
-
Ah
,
la
riveggo
alla
fine
!
Che
accadde
di
lei
?
Credevo
che
avesse
spiccato
il
volo
verso
altri
lidi
o
che
fosse
di
mal
ferma
salute
;
vissi
in
affanno
;
s
'
assida
,
ingrato
amico
,
e
si
scagioni
.
-
Anche
parlando
delle
cose
più
comuni
usava
questo
linguaggio
di
gala
.
Era
famosa
fra
i
suoi
conoscenti
la
frase
con
cui
aveva
annunziato
a
un
di
loro
una
piccola
disgrazia
toccata
a
una
sua
cagnetta
,
ricciuta
e
infronzolata
come
lei
;
la
quale
faceva
un
certo
mugolo
strano
,
che
certi
capi
ameni
dicevano
un
'
affettazione
.
-
Ah
,
signor
mio
!
-
aveva
detto
.
-
Tale
era
la
moltitudine
di
piccoli
insetti
che
infestavano
la
cute
di
questo
sventurato
animaletto
....
Ma
benchè
affettato
il
linguaggio
,
era
sempre
sincero
il
sentimento
ch
'
ella
esprimeva
.
Era
commossa
veramente
quando
raccontava
d
'
esser
stata
costretta
,
con
suo
gran
dolore
,
ad
espellere
una
vecchia
fante
,
dopo
molti
anni
che
l
'
aveva
in
casa
,
per
aver
risaputo
che
quella
la
vilipendeva
nel
vicinato
con
le
più
nefande
calunnie
.
Quale
atroce
disinganno
!
Chi
avrebbe
potuto
sospettare
che
con
quel
sembiante
tutto
dolcezza
ella
albergasse
nel
petto
un
animo
così
malvagio
!
Che
schianto
era
stato
per
lei
lo
scoprire
una
nemica
in
quella
donna
,
con
la
quale
essa
aveva
sempre
largheggiato
di
doni
e
di
favori
,
per
lei
che
aveva
tanto
bisogno
di
sentirsi
aleggiare
intorno
la
benevolenza
e
la
simpatia
!
Naturalmente
,
il
maggior
piacere
che
ci
attirasse
nel
suo
salotto
era
quello
d
'
ammiccarsi
l
'
un
con
l
'
altro
e
di
sorridere
di
nascosto
alle
più
belle
delle
sue
frasi
:
dico
le
più
belle
perché
il
suo
discorso
era
un
ordito
così
fitto
di
poeticherie
,
che
non
si
sarebbe
potuto
rilevarle
tutte
senza
farsi
scorgere
;
del
che
ci
saremmo
vergognati
.
Ma
essa
non
sospettava
.
Povera
signora
Piesospinto
!
Se
ci
avesse
sentiti
giù
per
le
scale
!
Il
suo
frasario
c
'
era
diventato
così
famigliare
che
,
fra
di
noi
,
andando
da
lei
ed
uscendo
,
non
parlavamo
quasi
più
altro
che
alla
sua
maniera
.
E
,
com
'
è
naturale
,
glie
n
'
erano
affibbiate
anche
parecchie
che
non
le
appartenevano
.
Ma
la
più
amena
di
tutte
,
qualcuno
sosteneva
che
l
'
avesse
detta
davvero
a
una
delle
sue
amiche
più
strette
,
ed
era
un
modo
comunissimo
,
che
dice
un
'
occorrenza
altrettanto
comune
,
nobilitato
da
lei
nella
nuova
forma
:
-
andare
della
persona
.
-
Ammirabile
era
la
costanza
con
cui
usava
certi
modi
illustri
invece
di
altri
volgari
,
i
quali
non
le
venivano
mai
alla
bocca
,
come
s
'
ella
non
li
avesse
mai
né
intesi
né
letti
,
da
tanto
che
le
si
era
connaturata
l
'
affettazione
.
Non
diceva
mai
sposare
,
per
esempio
,
ma
impalmare
;
mai
,
non
so
una
cosa
,
ma
la
ignoro
;
mai
mi
fa
pietà
,
ma
mi
move
a
pietà
;
mai
aversi
per
male
,
ma
recarsi
ad
onta
.
Gli
aggettivi
,
più
che
altro
,
erano
il
suo
forte
;
non
poteva
metter
fuori
un
sostantivo
senza
attaccargliene
uno
,
che
era
sempre
pescato
fra
i
più
signorili
della
lingua
.
-
È
un
pezzo
,
signora
,
che
non
è
stata
a
Napoli
?
-
Da
dieci
anni
non
ho
più
veduto
quella
nobilissima
città
.
-
Ha
letto
la
notizia
della
morte
del
tale
?
-
Si
,
ho
letto
la
malaugurosa
notizia
.
-
Le
ha
fatto
piacere
la
promozione
di
suo
cugino
?
-
Sì
,
ne
ho
avuto
un
piacere
ineffabile
.
Colta
un
inverno
da
grave
malore
,
e
condotta
in
forse
della
vita
,
giacque
a
letto
per
lo
spazio
d
'
oltre
due
mesi
,
e
chi
la
trasse
a
salvamento
,
prodigandole
ogni
più
amorevole
cura
,
fu
un
giovine
medico
amico
nostro
e
suo
,
che
della
sua
vezzosa
favella
prendeva
diletto
grandissimo
.
Con
lui
e
con
un
altro
frequentatore
del
salotto
,
non
sì
tosto
ella
fu
fuor
di
pericolo
,
mi
recai
a
visitarla
.
Poi
che
fummo
seduti
accanto
al
letto
,
la
buona
signora
chiamò
la
fante
,
e
le
disse
con
fievole
voce
:
-
Appressati
,
Carolina
;
dischiudi
lievemente
le
imposte
,
che
entri
un
po
'
di
chiarore
....
Poi
ci
ringraziò
,
espresse
la
sua
gratitudine
al
medico
,
ci
raccontò
la
storia
del
suo
malore
.
E
fu
una
tal
pioggia
di
fiori
poetici
da
far
pensare
che
durante
la
malattia
glie
ne
fosse
germinato
in
casa
un
nuovo
giardino
.
La
malattia
le
era
saltata
addosso
ad
un
tratto
,
a
guisa
d
'
un
colpo
di
folgore
.
Stava
per
uscire
di
casa
,
era
già
sul
limitare
dell
'
uscio
,
quando
una
subita
nube
le
aveva
come
offuscato
l
'
intelletto
,
e
s
'
era
impossessata
di
lei
una
così
grande
debolezza
,
che
appena
aveva
fatto
in
tempo
a
invocar
soccorso
,
e
le
erano
mancati
i
sensi
.
Il
portinaio
,
la
portinaia
,
la
fante
,
accorsi
tosto
,
vedendo
il
pallore
mortale
del
suo
volto
,
l
'
avevano
creduta
esanime
,
e
s
'
eran
sciolti
in
pianto
;
poi
l
'
avevan
portata
sul
suo
letticciuolo
,
ed
essa
era
rimasta
tre
giorni
così
,
quasi
inconsapevole
,
come
in
istato
di
sopore
,
agitato
da
torbidi
sogni
.
E
in
questo
modo
continuò
a
fiorettare
,
fin
che
ci
accomiatò
cortesemente
lei
stessa
,
dicendoci
d
'
uscire
a
più
spirabil
aere
,
ma
che
tornassimo
presto
a
riportarle
il
refrigerio
della
nostra
cara
amicizia
.
Scendendo
le
scale
,
il
medico
faceto
ci
disse
che
la
povera
signora
era
stata
veramente
gravissima
;
ma
che
anche
quando
si
trovava
in
pericolo
aveva
sempre
parlato
nel
modo
solito
.
Egli
si
ricordava
le
parole
testuali
.
-
Ah
,
signor
dottore
!
-
gli
aveva
detto
.
-
Non
mi
lusinghi
di
vane
speranze
:
io
sento
bene
che
questa
mia
spossatezza
è
foriera
di
prossima
fine
.
-
E
soggiunse
che
,
sentendola
parlare
a
quel
modo
,
aveva
riconosciuto
la
grande
verità
d
'
una
osservazione
fatta
da
Vittor
Hugo
,
a
proposito
d
'
un
condannato
a
morte
,
il
cui
discorso
gli
era
parso
mancante
di
naturalezza
:
che
tutto
si
cancella
davanti
alla
morte
,
eccetto
l
'
affettazione
:
che
la
bontà
svanisce
,
che
la
malvagità
scompare
,
che
l
'
uomo
benevolo
diventa
amaro
,
che
l
'
uomo
duro
diventa
dolce
;
ma
l
'
uomo
affettato
rimane
affettato
.
-
E
concluse
:
-
Basta
,
è
scampata
;
fra
un
mese
sarà
guarita
;
e
io
ne
sono
felicissimo
perché
,
con
tutti
i
suoi
fiori
poetici
,
è
una
gran
buona
signora
.
-
Ah
,
questo
è
fuor
di
dubbio
-
disse
il
comune
amico
-
di
gentili
sensi
dotata
....
-
E
di
non
inculto
intelletto
-
aggiunse
il
medico
.
-
E
di
non
illeggiadro
sembiante
....
-
Finiamola
;
non
sta
bene
scherzare
fin
che
non
s
'
è
rimessa
;
ricominceremo
quando
sulla
sua
guancia
"
torni
a
fiorir
la
rosa
"
.
E
si
ricominciò
,
come
Dio
volle
,
con
diletto
ineffabile
.
VERGOGNA
FUOR
DI
LUOGO
.
Non
basta
,
per
parlar
bene
,
sfuggire
l
'
affettazione
;
bisogna
pure
,
quando
occorre
,
non
aver
timore
di
parere
affettati
;
bisogna
vincere
un
sentimento
naturale
e
comunissimo
,
specie
fra
noi
italiani
dell
'
Italia
settentrionale
,
che
si
potrebbe
chiamare
la
"
vergogna
fuor
di
luogo
"
della
lingua
.
Noi
,
parlando
italiano
,
siamo
tutti
riluttanti
ad
usare
parole
e
frasi
che
non
appartengano
a
quello
scarso
materiale
linguistico
che
si
possiede
comunemente
nella
nostra
regione
,
e
la
nostra
riluttanza
deriva
dal
timore
di
parer
pedanti
e
ricercati
adoperando
modi
insoliti
;
i
quali
appunto
ci
paiono
strani
e
affettati
per
la
sola
ragione
che
non
siamo
assuefatti
a
dirli
e
a
sentirli
.
Per
ispiegarti
chiaramente
la
cosa
ti
riferisco
una
discussione
che
,
mutate
poche
parole
,
dovetti
sostenere
e
m
'
occorse
di
sentire
cento
volte
.
Mi
domanda
un
tale
se
non
c
'
è
in
italiano
una
parola
che
significhi
"
stringer
molto
la
persona
con
cintura
o
con
busto
o
con
altro
,
in
modo
che
essa
paia
meglio
disposta
,
ma
che
non
abbia
più
liberi
i
movimenti
.
"
-
Certo
che
c
'
è
.
Striminzire
.
Una
ragazza
striminzita
nel
busto
.
Dice
anche
il
Giusti
,
per
analogia
,
di
persone
striminzite
in
una
carrozza
troppo
piccola
.
-
Striminzire
!
Che
parola
strana
!
-
Strana
perché
?
Per
il
suono
?
Non
è
mica
più
strana
d
'
impazientire
e
d
'
indolenzire
,
che
tutti
dicono
.
-
Ma
questa
non
l
'
ho
mai
intesa
.
-
È
d
'
uso
comune
in
Toscana
,
è
in
tutti
i
dizionari
,
la
usano
molti
italiani
d
'
ogni
provincia
.
-
Eppure
,
che
so
io
?
Parlando
,
non
l
'
userei
.
-
Per
che
ragione
?
-
Non
so
....
Non
oserei
.
-
Ma
per
la
stessa
ragione
si
dovrebbe
interdire
l
'
uso
d
'
una
quantità
d
'
altre
parole
proprie
,
necessarie
,
italianissime
.
Per
esempio
,
userebbe
le
parole
rimpulizzire
,
spericolarsi
,
spiaccicare
,
stintignare
,
baluginare
,
che
in
certi
casi
significano
una
cosa
che
non
si
può
dire
per
l
'
appunto
con
un
altro
modo
?
-
Spiaccicare
!
Baluginare
!
Stintignare
!
(
dopo
aver
pensato
un
po
'
,
sorridendo
)
.
-
No
,
glielo
dico
sinceramente
,
non
oserei
.
Saranno
parole
italianissime
,
e
anche
usatissime
in
altre
parti
d
'
Italia
;
ma
fra
noi
paiono
strane
.
-
E
picchia
sullo
strano
!
Ma
strana
le
parrà
ogni
parola
che
non
abbia
mai
intesa
.
Quelle
parole
non
paiono
punto
strane
e
affettate
,
paiono
naturalissime
a
tutti
coloro
che
le
usano
dove
sono
generalmente
usate
.
La
cagione
dell
'
effetto
che
producono
in
lei
non
sta
in
esse
medesime
;
ma
nel
fatto
che
lei
non
è
usato
a
sentirle
.
Lei
stesso
adopera
ora
come
naturali
parole
e
frasi
che
,
anni
fa
,
la
prima
volta
che
le
intese
,
le
saranno
parse
cercate
col
lumicino
.
Il
tipo
dell
'
affettato
e
dell
'
inaffettato
,
in
materia
di
lingua
,
ha
detto
un
grande
maestro
,
non
è
altro
che
l
'
assuefazione
.
-
Avrà
ragione
.
E
non
di
meno
....
che
vuol
che
le
dica
?
Se
,
parlando
in
famiglia
o
fra
amici
,
mi
venissero
sulla
punta
della
lingua
le
parole
stintignare
,
striminzire
,
baluginare
,
me
le
terrei
in
bocca
,
perché
son
certo
che
tutti
quanti
,
udendole
da
me
,
rimarrebbero
come
stupiti
,
e
direbbero
fra
sé
,
e
fors
'
anche
forte
:
-
Cospetto
!
Tu
peschi
nel
vocabolario
;
tu
diventi
un
linguista
.
Che
lusso
!
-
Ma
se
tutti
ragionassero
così
,
la
lingua
italiana
,
fra
noi
,
rimarrebbe
sempre
allo
stesso
punto
;
nessuno
arricchirebbe
mai
il
suo
vocabolario
d
'
una
sola
parola
;
dai
dieci
anni
in
su
si
rimpasterebbero
sempre
lo
stesso
miserabile
frasario
elementare
.
Se
tutti
avessero
sempre
ceduto
a
codesto
sentimento
,
nell
'
Italia
settentrionale
,
in
Piemonte
,
per
esempio
,
si
parlerebbe
ancora
l
'
italiano
come
si
parlava
quarant
'
anni
fa
.
-
O
non
si
parla
ora
come
si
parlava
allora
?
-
Ah
no
,
per
fortuna
.
Sono
usati
ora
anche
fra
noi
,
parlando
italiano
,
sono
anzi
diventati
comunissimi
una
quantità
di
vocaboli
e
di
locuzioni
che
quand
'
ero
ragazzo
erano
affatto
sconosciuti
.
Quarant
'
anni
fa
non
le
sarebbe
mai
occorso
di
sentir
dire
da
un
piemontese
schiacciare
un
sonno
,
appisolarsi
,
fare
uno
spuntino
,
fare
ammodo
,
uomo
di
garbo
,
gente
per
bene
,
mi
frulla
per
il
capo
,
andare
in
visibilio
,
prendere
in
tasca
,
faticare
parecchio
,
e
via
discorrendo
.
Ora
io
sento
questi
modi
ogni
momento
da
giovani
,
da
signore
,
da
gente
che
non
pensa
neppur
per
ombra
a
parlare
scelto
,
e
non
c
'
è
caso
che
chi
li
ascolta
si
stupisca
e
sorrida
con
l
'
aria
di
dire
:
-
Che
lusso
!
-
Eppure
,
quando
furono
intesi
qui
le
prime
volte
,
tutti
quei
modi
debbono
esser
parsi
strani
come
paiono
a
lei
quelli
che
ho
citati
.
-
Le
ripeto
che
avrà
ragione
;
ma
....
(
tra
sé
,
scrollando
il
capo
)
Striminzire
!
Stintignare
!
Baluginare
!
Così
è
.
E
l
'
ha
detto
un
grande
scrittore
,
che
di
queste
cose
s
'
intendeva
:
-
La
locuzione
della
lingua
in
cui
si
scrive
,
la
locuzione
propria
,
unica
,
necessaria
,
può
far
ridere
,
esclamare
,
urlare
,
dov
'
essa
non
è
conosciuta
in
fatto
;
e
però
sono
impicci
da
cui
uno
non
può
uscir
solo
:
l
'
unico
mezzo
d
'
uscirne
è
d
'
uscirne
tutti
insieme
.
-
Il
che
vuol
dire
che
tutti
quanti
dobbiamo
adoperarci
a
mettere
in
commercio
,
parlando
,
quella
parte
di
lingua
che
manca
al
nostro
uso
regionale
,
e
che
ci
è
necessaria
,
anche
a
costo
di
far
ridere
,
esclamare
e
urlare
.
Incomincia
dunque
tu
a
far
la
tua
parte
.
Ricordo
certe
famiglie
d
'
impiegati
piemontesi
e
lombardi
,
stabilite
in
Firenze
capitale
,
nelle
quali
i
bambini
,
che
in
casa
parlavano
italiano
,
portavano
ogni
giorno
dalla
scuola
una
parola
o
una
frase
nuova
,
di
cui
il
padre
e
la
madre
ridevano
:
ne
ridevano
la
prima
volta
,
poi
ci
s
'
avvezzavano
,
e
poi
dicevano
quelle
parole
e
quelle
frasi
essi
medesimi
,
da
prima
come
per
celia
,
dopo
senz
'
avvedersene
;
e
così
il
bambino
arricchiva
il
dizionario
e
insegnava
a
parlare
alla
famiglia
.
E
così
devi
far
tu
nel
giro
delle
persone
fra
cui
vivi
,
usando
francamente
le
parole
insolite
,
come
se
ti
venissero
spontanee
,
vincendo
la
"
vergogna
fuor
di
luogo
"
che
è
la
cagione
principale
della
nostra
perpetua
miseria
in
materia
di
lingua
.
Miseria
che
conserviamo
di
conseguenza
anche
nello
scrivere
,
perché
tutto
quel
materiale
di
lingua
,
che
conosciamo
ma
non
usiamo
parlando
,
non
ci
verrà
mai
pronto
all
'
occorrenza
quando
scriviamo
,
lo
dovremo
sempre
andar
a
cercare
,
e
non
lo
cercheremo
per
pigrizia
,
o
lo
useremo
male
,
e
sarà
sempre
per
noi
come
quelle
stoviglie
di
casa
che
non
si
tiran
fuori
dall
'
armadio
che
per
i
pranzi
solenni
,
dove
gl
'
invitati
s
'
accorgono
alla
prima
che
non
siamo
assuefatti
ad
usarle
.
BELLA
MUSICA
SONATA
MALE
.
Impara
a
pronunziar
bene
.
Non
parla
bene
chi
pronunzia
male
.
E
noi
,
quasi
tutti
,
pronunziamo
l
'
italiano
scelleratamente
.
Una
bella
lingua
pronunziata
male
è
come
una
bella
musica
sciupata
da
un
cattivo
sonatore
.
Che
vale
che
la
nostra
sia
una
lingua
ammirabilmente
musicale
se
noi
in
mille
modi
ne
alteriamo
i
suoni
,
come
se
fosse
per
noi
una
lingua
straniera
?
Che
serve
che
tanti
grandi
poeti
,
nei
quali
erano
profondi
e
finissimi
il
senso
e
l
'
arte
dell
'
armonia
,
abbiano
faticato
a
comporre
tanti
versi
squisitamente
armoniosi
,
quando
noi
li
pronunziamo
in
maniera
che
se
ci
sentisse
chi
li
fece
ci
tratterebbe
di
cani
e
si
tapperebbe
gli
orecchi
?
Che
giova
che
la
lingua
italiana
abbia
tante
parole
dolci
,
forti
,
gravi
,
agili
,
graziose
,
che
suonano
come
note
di
canto
,
se
le
dolci
noi
inaspriamo
pronunziando
delle
s
che
sembrano
fischi
di
serpenti
,
se
fiacchiamo
le
forti
scempiando
le
consonanti
doppie
,
se
facciamo
ridere
con
le
gravi
raddoppiando
le
consonanti
semplici
,
se
aggraviamo
le
leggiere
e
deformiamo
le
graziose
strascicando
o
squarciando
o
strozzando
le
vocali
,
e
dando
all
'
u
un
suono
barbaro
che
trapassa
l
'
orecchio
come
lo
stridore
d
'
un
chiavistello
arrugginito
?
E
predichiamo
agli
stranieri
l
'
armonia
della
nostra
lingua
!
E
ci
vantiamo
d
'
aver
orecchio
musicale
!
C
'
è
da
riderne
,
e
da
averne
vergogna
.
*
-
Come
ho
da
fare
?
-
domanderai
.
-
Ho
da
toscaneggiare
?
-
Così
chiamano
,
per
canzonatura
,
il
pronunziar
corretto
tutti
coloro
che
pronunziano
barbaro
e
se
ne
trovan
contenti
,
come
se
non
si
potesse
pronunziar
l
'
italiano
correttamente
senza
rifare
il
verso
ai
Toscani
;
chè
non
è
altro
,
in
fatti
,
la
cattiva
imitazione
della
loro
pronunzia
che
fanno
certuni
fra
noi
.
No
,
non
c
'
è
bisogno
di
toscaneggiare
per
pronunziar
bene
,
che
consiste
nel
dare
a
ogni
lettera
il
suo
vero
suono
e
a
ogni
parola
il
suo
giusto
accento
,
come
sono
indicati
nelle
grammatiche
,
nei
vocabolari
e
in
trattatelli
speciali
.
Tu
non
hai
che
da
prendere
uno
di
questi
libri
,
e
con
la
scorta
delle
regole
e
delle
indicazioni
che
vi
troverai
,
badare
a
correggere
i
difetti
della
tua
pronunzia
dialettale
,
cominciando
dai
più
grossi
e
più
ridicoli
,
i
quali
son
quasi
tutti
comuni
agl
'
italiani
delle
regioni
subalpine
.
Avvèzzati
prima
d
'
ogni
cosa
a
pronunziare
l
'
a
larga
,
che
noi
tendiamo
a
restringere
;
poichè
c
'
è
chi
dice
:
tanto
gentile
e
tanto
onesta
pore
,
e
cantando
come
donna
innamorota
e
giunta
sul
pendìo
precipita
l
'
etó
;
Dei
del
cielo
!
E
a
dir
l
'
e
e
l
'
o
larghe
o
strette
nelle
parole
in
cui
hanno
l
'
uno
o
l
'
altro
suono
:
a
non
allargar
la
bocca
come
un
imbuto
per
dir
vérde
,
frésco
,
césto
,
Róma
,
dóno
,
enórme
,
e
le
desinenze
degli
avverbi
in
ente
,
che
sono
uno
degli
orrori
della
nostra
pronunzia
,
veramante
!
E
a
dare
il
suono
duro
o
molle
all
'
s
,
e
dolce
o
aspro
alla
z
dove
tale
dev
'
essere
;
non
come
si
suol
fare
da
noi
,
che
pronunziamo
ad
un
modo
rosa
fiore
e
rosa
participio
,
zaino
e
zampa
,
cosa
e
sposa
,
pranzo
e
pazzo
;
quando
non
si
dice
pranso
e
passo
,
come
da
molti
si
dice
.
Ma
abbiamo
altri
difetti
di
pronunzia
,
dei
quali
i
libri
non
ci
possono
correggere
,
come
quello
di
triplicare
spesso
le
consonanti
per
timore
di
non
far
sentire
abbastanza
le
doppie
,
come
usano
i
nostri
burattinai
quando
fanno
parlare
i
personaggi
terribili
:
ferrro
,
guerrra
,
sconquassso
,
trapassso
;
di
raddoppiare
l
'
r
in
nero
,
fiero
e
simili
,
per
rafforzarne
il
significato
;
di
non
far
sentire
l
'
sc
nelle
parole
come
scendere
e
scempio
,
che
pronunziamo
sendere
e
sempio
;
di
pronunziare
la
doppia
n
faucale
,
come
nel
dialettale
laña
,
luña
,
nelle
parole
donna
,
ginnastica
e
simili
;
di
raddoppiare
la
c
in
molte
parole
dov
'
è
semplice
,
come
bacio
,
cacio
,
mendacio
,
e
di
metter
la
g
in
molte
dove
non
entra
(
la
povera
Amaglia
non
sa
gniente
)
,
e
di
sopprimerla
in
altre
dove
dev
'
esser
pronunziata
(
sua
filia
li
tien
compania
)
.
Ma
perché
quell
'
atto
d
'
impazienza
?
...
*
Ho
capito
.
Ti
pare
ch
'
io
metta
alla
berlina
della
cattiva
pronunzia
la
nostra
cara
provincia
,
e
questo
ti
dispiace
.
Ma
non
temere
.
Nessuno
dei
tuoi
fratelli
italiani
ti
lancerà
la
prima
buccia
di
mela
,
perché
hanno
tutti
coscienza
d
'
esser
grandi
peccatori
.
Oltre
che
parecchi
dei
nostri
difetti
di
pronunzia
sono
comuni
a
varie
regioni
d
'
Italia
,
ciascuna
ne
ha
altri
suoi
propri
,
che
stanno
a
paro
coi
nostri
peggiori
.
Rassicùrati
.
Non
ti
canzonerà
il
milanese
che
allarga
l
'
e
senza
discreziune
e
converte
in
u
le
o
finali
,
e
pronunzia
l
'
u
alla
francese
cont
una
frequenza
lacrimevole
;
né
il
genovese
che
muta
in
ou
il
dittongo
au
,
dice
aritemetica
per
aritmetica
,
e
fa
strage
delle
z
;
né
il
tuo
fratelo
veneziano
che
di
tutti
i
cittadini
dell
'
aregno
d
'
Italia
è
il
più
indomabile
ribelle
alla
leie
della
doppia
consonante
.
E
il
bolognese
sostituisce
l
'
e
all
'
a
nella
finale
dell
'
infinito
dei
verbi
,
fa
rimar
Roma
con
gomma
,
toglie
la
z
alle
ragaze
,
fa
scomparir
le
vocali
quanto
pió
gli
è
possibile
;
e
il
romano
ti
dice
che
lo
interressano
le
notizie
della
guera
,
che
le
sue
crature
son
ghiotte
delle
brugne
e
ch
'
egli
ha
un
debbole
per
i
fonghi
;
e
il
napoletano
....
No
,
non
darà
la
baia
al
piemondese
il
napolitano
,
che
muta
il
t
in
d
dopo
l
'
n
,
che
pronunzia
inghiostro
e
angora
,
e
mobbile
e
doppo
;
e
neppure
l
'
abruzzese
che
distende
il
dittongo
uo
in
maniera
da
attribuire
a
ogni
buono
una
bontà
infinita
,
e
mette
fra
due
vocali
un
suono
gutturale
aspirato
:
non
ti
burlerà
neppur
per
idega
.
E
neanche
il
siciliano
sarrà
fra
i
tuoi
canzonatori
,
egli
che
cangia
in
ea
il
dittongo
ia
e
in
u
tante
o
e
che
dà
all
'
s
davanti
alle
consonanti
il
suono
dello
sh
inglese
,
e
ficca
cossí
spesso
l
'
i
fra
il
c
e
l
'
e
,
anche
chiamando
la
Concietta
del
suo
cuore
;
e
nemmeno
il
sardo
,
che
nel
raddoppiar
la
consonante
dove
è
semplice
,
e
scempiarla
dov
'
è
doppia
,
non
la
cede
a
nessuno
.
Intesi
appunto
ieri
note
due
proffessori
che
discuttevano
su
quest
'
argomento
.
*
Dunque
,
stùdiati
di
correggere
la
tua
pronunzia
.
Ma
pronunziar
le
parole
corrette
non
basta
.
Il
nostro
parlare
manca
generalmente
d
'
armonia
e
di
speditezza
perché
non
facciamo
abbastanza
troncamenti
e
elisioni
,
perché
diciamo
una
quantità
di
vocaboli
e
di
sillabe
superflue
,
che
allungan
le
frasi
e
rompono
l
'
onda
armonica
e
c
'
impacciano
la
lingua
.
Sono
,
ciascuna
per
sé
,
superfluità
minime
e
durezze
appena
sensibili
;
ma
che
quando
s
'
affollano
,
come
segue
spesso
,
in
un
breve
giro
di
parole
,
fanno
un
brutto
sentire
.
Se
,
per
esempio
,
in
un
periodo
,
dove
t
'
occorra
di
dire
:
gl
'
impeti
d
'
amore
,
l
'
ha
detto
senz
'
arrossire
,
m
'
ha
fatto
girar
la
testa
,
quell
'
ingrato
,
un
altr
'
anno
,
quella
gran
virtù
,
in
un
mar
di
guai
,
non
facevan
nulla
,
non
m
'
accorsi
in
tempo
,
per
la
qual
ragione
,
tu
non
tronchi
e
non
elidi
nulla
,
e
dici
invece
:
gli
impeti
di
amore
,
lo
ha
detto
senza
arrossire
,
mi
ha
fatto
girare
la
testa
,
quello
ingrato
,
un
altro
anno
,
quella
grande
virtù
,
in
un
mare
di
guai
,
non
facevano
nulla
,
per
la
quale
ragione
,
tu
senti
che
il
tuo
parlare
riesce
assai
meno
armonico
e
sciolto
che
nell
'
altra
forma
.
Ed
è
singolare
che
,
mentre
riusciamo
duri
nel
parlare
per
non
far
troncamenti
e
elisioni
dove
potrebbero
farsi
,
riusciamo
spesso
egualmente
duri
in
più
d
'
un
caso
,
in
cui
,
in
luogo
di
togliere
,
aggiungiamo
appunto
per
evitar
la
durezza
,
come
nel
dire
:
fanciulli
ed
adolescenti
,
scrissi
ad
Edvige
o
ad
Edgardo
,
selvatici
od
addomesticati
.
Bada
a
tutte
queste
piccole
cose
,
e
se
vuoi
avere
una
buona
norma
,
prendi
l
'
edizione
del
romanzo
I
promessi
sposi
,
dove
è
raffrontato
il
primo
testo
con
quello
corretto
nel
1840
.
Il
Manzoni
,
nel
troncare
e
nell
'
elidere
,
s
'
è
attenuto
rigorosamente
alla
norma
del
parlar
fiorentino
;
e
si
potrà
discutere
sulla
sua
idea
,
che
la
lingua
parlata
a
Firenze
debba
esser
la
lingua
di
tutti
;
ma
non
sul
fatto
che
l
'
uso
fiorentino
,
per
ciò
che
riguarda
l
'
armonia
del
discorso
,
si
possa
seguir
da
tutti
fedelmente
,
senza
timor
di
sbagliare
.
Bada
all
'
armonia
nelle
due
edizioni
comparate
del
romanzo
,
e
ci
troverai
un
insegnamento
utilissimo
a
scansar
nel
parlare
ogni
ridondanza
e
ogni
durezza
di
suoni
.
*
Un
'
altra
cosa
.
Ciascun
dialetto
è
parlato
con
certe
intonazioni
,
modulazioni
,
cadenze
,
strascicamenti
di
voce
e
raggruppamenti
di
suoni
,
che
noi
,
quasi
tutti
,
facciamo
sentire
anche
parlando
italiano
,
e
che
dànno
al
nostro
italiano
il
colorito
musicale
,
per
dir
così
,
del
dialetto
medesimo
.
Dirai
che
questa
musica
dialettale
essendo
naturale
in
noi
,
noi
non
la
sentiamo
,
e
quindi
non
possiamo
liberarcene
.
No
:
la
sentiamo
,
chi
più
chi
meno
,
perché
mettiamo
in
canzonatura
chi
la
esagera
.
La
sentiamo
in
ogni
modo
quando
udiamo
parlare
italiano
uno
della
nostra
regione
con
uno
d
'
un
'
altra
,
perché
,
anche
non
conoscendolo
di
persona
,
lo
riconosciamo
dei
nostri
.
Ebbene
,
quando
questo
t
'
accade
,
osserva
le
modulazioni
e
le
cadenze
a
cui
lo
riconosci
,
e
t
'
avvedrai
che
sono
proprie
a
te
pure
.
E
non
pensare
che
perché
tu
non
le
avverti
abitualmente
o
non
ti
riescono
sgradevoli
,
non
siano
sentite
dagli
italiani
delle
altre
regioni
,
o
non
riescano
sgradevoli
neppure
a
loro
.
Tanto
le
sentono
che
non
son
pochi
quelli
che
,
pure
non
comprendendo
il
nostro
dialetto
,
ci
rifanno
il
verso
per
modo
che
noi
stessi
ci
riconosciamo
nella
caricatura
;
la
quale
essi
non
farebbero
se
la
nostra
musica
dialettale
non
li
facesse
ridere
.
Ora
,
ogni
volta
che
ti
segua
un
caso
simile
,
sta
'
bene
attento
,
chè
ti
può
molto
giovare
.
Io
mi
corressi
di
certe
intonazioni
del
dialetto
udendo
un
attore
toscano
che
imitava
mirabilmente
il
modo
di
recitare
d
'
un
celebre
attore
piemontese
,
perché
sentii
la
prima
volta
in
quella
imitazione
quelle
intonazioni
,
come
un
'
eco
della
mia
voce
.
E
credi
che
non
riuscirai
a
pronunziar
bene
l
'
italiano
fin
che
non
ti
sarai
liberato
di
questa
specie
di
melopea
vernacola
,
perché
è
quella
che
ti
fa
forza
,
in
certo
modo
,
nella
pronunzia
viziosa
delle
parole
,
che
quasi
ti
costringe
,
senza
che
tu
te
n
'
avveda
,
a
pronunziare
ciascun
vocabolo
all
'
uso
dialettale
,
in
maniera
che
suoni
in
tono
con
essa
.
Fa
a
questo
caso
il
proverbio
francese
,
che
dice
:
è
la
musica
quella
che
fa
la
canzone
.
*
Un
mazzetto
di
consigli
,
per
finire
.
Avvèzzati
a
leggere
a
voce
alta
scolpendo
bene
le
parole
.
Quando
vai
al
teatro
,
sta
'
attento
alla
pronunzia
degli
attori
che
pronunzian
bene
,
e
paragonala
con
quella
di
quegli
altri
attori
,
dei
quali
riconosci
il
dialetto
nativo
.
Fa
'
attenzione
al
modo
di
pronunziare
di
tutti
quegli
italiani
,
dei
quali
non
ti
riesce
di
capire
in
che
parte
d
'
Italia
sian
nati
.
E
non
dar
retta
ai
pigri
che
ti
dicono
:
-
È
tempo
perso
;
a
nascondere
il
dialetto
nella
lingua
non
si
riesce
.
-
Non
è
vero
,
e
non
è
tanto
difficile
riuscirvi
.
Tutte
le
regioni
d
'
Italia
,
anche
quelle
dove
si
parla
un
dialetto
più
dissimile
dalla
lingua
,
dànno
oratori
forensi
e
politici
,
attori
drammatici
,
conferenzieri
,
professori
,
conversatori
,
che
pronunziano
l
'
italiano
perfettamente
,
o
quasi
;
nei
quali
non
si
sente
indizio
alcuno
dei
loro
propri
dialetti
.
Fa
'
il
proposito
di
riuscire
a
questo
tu
pure
,
ridendoti
di
chi
chiama
affettazione
il
pronunziar
l
'
italiano
da
italiani
,
e
induci
a
farlo
anche
le
signorine
di
casa
tua
;
poichè
io
m
'
immagino
che
tu
abbia
delle
sorelle
,
una
almeno
.
E
poichè
me
l
'
immagino
,
e
vedo
che
la
signorina
scrolla
il
capo
,
mi
rivolgo
a
lei
pure
.
Sì
,
signorina
,
lei
che
sentirà
molte
volte
nella
sua
vita
lodar
la
dolcezza
della
sua
voce
,
si
studi
anche
lei
di
pronunziar
meglio
;
ciò
che
riuscirà
facile
ai
suoi
muscoli
labiali
fini
ed
elastici
;
perché
a
che
serve
avere
la
voce
dolce
se
la
sciupa
una
pronunzia
ingrata
?
Se
viaggerà
fuori
d
'
Italia
vedrà
molte
volte
degli
stranieri
,
che
l
'
avranno
riconosciuta
italiana
,
porger
l
'
orecchio
per
raccoglier
dalla
sua
bocca
la
musica
decantata
della
sua
lingua
:
vorrà
che
rimangano
disingannati
?
E
faccia
anche
propaganda
di
buona
pronunzia
,
perché
la
può
fare
senza
suo
incomodo
.
Basterà
che
torca
leggermente
la
bocca
quando
sentirà
lodare
la
sua
bellessa
,
o
dir
che
è
graziosa
come
un
fiure
,
o
splendida
come
una
stela
,
o
seducende
come
una
dega
,
o
che
si
darebbe
la
vita
per
darle
un
baccio
.
E
non
risparmi
neppure
quei
toscaneggianti
che
,
credendo
di
pronunziar
toscano
,
non
fanno
di
quella
bella
pronunzia
che
una
caricatura
stucchevole
.
STRETTA
FINALE
.
Animo
,
dunque
.
Comincia
fin
d
'
oggi
ad
avvezzarti
a
parlar
bene
,
e
vedrai
come
sarai
presto
incoraggiato
a
proseguire
dai
vantaggi
che
ne
ricaverai
.
Primissimo
dei
quali
sarà
quello
di
pensar
meglio
,
perché
dal
parlar
chiaro
,
proprio
,
preciso
,
scolpito
,
dalla
consuetudine
di
esprimer
tutto
il
proprio
pensiero
nel
miglior
modo
che
ci
è
possibile
,
s
'
è
immancabilmente
condotti
a
"
spiegarci
con
noi
stessi
e
a
meglio
intenderci
noi
medesimi
"
,
a
formulare
con
maggior
chiarezza
e
maggior
precisione
il
pensiero
anche
nell
'
officina
silenziosa
della
nostra
mente
.
E
sarai
anche
incoraggiato
a
proseguire
dalla
sodisfazione
che
il
tuo
parlar
bene
produrrà
evidentemente
negli
altri
,
poichè
è
un
fatto
che
chi
parla
con
chiarezza
,
precisione
,
facilità
e
speditezza
,
facendoci
risparmiar
tempo
e
sforzo
d
'
attenzione
e
imprimendoci
nette
nella
mente
quelle
cose
che
ci
preme
di
ricordare
,
ci
procaccia
,
oltre
che
un
piacere
di
natura
artistica
,
un
vantaggio
,
di
cui
gli
siamo
grati
.
E
ti
sarà
incoraggiamento
e
compenso
quello
ch
'
io
molte
volte
osservai
ed
osservo
:
che
è
per
quasi
tutti
una
sodisfazione
d
'
amor
proprio
il
sentir
parlar
bene
l
'
italiano
da
un
concittadino
della
loro
stessa
regione
,
perché
vedono
in
lui
una
prova
che
essi
pure
,
volendo
,
ci
riuscirebbero
,
un
argomento
vivente
contro
l
'
opinione
di
quegli
italiani
d
'
altre
regioni
,
i
quali
li
dicono
e
li
stimano
inetti
(
la
cosa
è
frequente
e
reciproca
)
a
parlare
un
italiano
italiano
.
E
queste
sodisfazioni
avrai
per
tutta
la
vita
,
e
con
queste
molte
altre
,
in
mille
casi
,
a
mille
diversi
propositi
,
in
mille
forme
diverse
e
inaspettate
,
poichè
non
puoi
immaginare
quante
simpatie
,
quanti
atti
cortesi
,
quanti
consensi
,
quante
agevolezze
non
ci
derivan
da
altro
nel
mondo
che
dalla
scioltezza
,
dalla
grazia
,
dalla
convenienza
della
parola
.
Ma
per
parlare
bene
bisogna
possedere
il
materiale
della
lingua
,
e
in
che
maniera
questo
s
'
acquisti
vedrai
nella
seconda
parte
del
libro
.
Chiuderà
la
prima
un
bell
'
originale
,
che
non
è
forse
inutile
che
tu
conosca
.
L
'
AMÍO
ENRÍO
.
Aveva
passato
parecchi
anni
a
Firenze
;
ma
quello
che
per
ogni
altro
italiano
,
come
direbbe
l
'
Alfieri
,
boreale
,
desideroso
d
'
imparar
la
lingua
,
sarebbe
stata
una
buona
fortuna
,
per
lui
era
stata
una
disgrazia
,
perché
in
riva
all
'
Arno
aveva
perduto
la
naturalezza
del
parlare
,
e
raccattato
soltanto
le
scorie
idiomatiche
che
gli
stessi
toscani
colti
ributtano
.
Aveva
fatto
là
una
gran
retata
d
'
idiotismi
e
di
vezzi
di
lingua
mercatina
,
come
se
la
fiorentinità
non
consistesse
in
altro
,
e
preso
per
giunta
il
malanno
di
pronunziar
più
fiorentino
dei
fiorentini
,
esagerando
istrionicamente
tutte
le
inflessioni
di
voce
loro
proprie
,
e
aspirando
la
c
perfin
nelle
parole
dov
'
essi
non
l
'
aspirano
.
Per
questo
lo
chiamavamo
l
'
amío
Enrío
,
essendo
Enrico
il
suo
nome
di
battesimo
.
Non
diceva
più
un
tu
,
neanche
a
pagarglielo
.
-
Vieni
te
a
ber
la
birra
?
-
Se
'
stato
te
,
se
'
stato
!
-
Te
mi
vorresti
canzonare
!
-
Bandiva
il
dittongo
uo
da
ogni
parola
:
non
diceva
più
che
core
,
omo
,
bono
,
spalancando
la
bocca
come
per
inghiottire
un
ovo
sodo
.
E
gl
'
icché
t
'
ho
da
dire
e
i
questecchequí
e
i
l
'
aresti
a
avere
li
spacciava
a
canestrelli
.
Figurarsi
la
faccia
che
facevano
a
questa
roba
i
suoi
"
rozzi
"
amici
pedemontani
!
Ma
quello
che
rendeva
più
uggioso
il
suo
toscaneggiamento
era
l
'
inettitudine
dell
'
imitazione
,
poichè
spesso
,
anzi
ogni
momento
,
fra
due
parole
pronunziate
alla
fiorentina
ne
pronunziava
una
alla
piemontese
,
che
sonava
come
una
stecca
falsa
;
ciò
che
faceva
dire
con
ragione
agli
amici
che
in
ogni
suo
periodo
dietro
Stenterello
saltava
fuori
Gianduia
.
E
sarebbe
stato
un
amico
piacevole
,
perché
in
fondo
era
di
buona
indole
,
e
di
spirito
arguto
;
ma
riusciva
insopportabile
per
quella
sua
parlata
artifiziosa
e
bastarda
.
C
'
era
fra
gli
altri
,
nella
brigata
degli
amici
,
un
genovese
,
che
pativa
una
vera
tortura
a
sentirlo
.
-
Che
volete
?
-
ci
diceva
.
-
Quand
'
io
gli
sento
dire
aritmetica
per
aritemetica
,
Enna
per
Etena
,
austríao
per
austriaco
,
mi
vien
la
pelle
d
'
oca
.
-
E
allora
era
un
doppio
spasso
,
perché
si
rideva
insieme
del
critico
e
del
criticato
.
Un
altro
,
che
avesse
parlato
a
quel
modo
,
l
'
avremmo
corretto
a
furia
di
canzonature
e
di
risate
;
ma
a
questo
con
lui
nessuno
s
'
arrischiava
,
perché
era
un
buon
giovane
,
ma
ombroso
,
che
non
reggeva
la
celia
,
e
tirava
bene
di
scherma
.
I
tolleranti
se
ne
spassavano
senza
che
se
n
'
avvedesse
,
gli
altri
gonfiavano
in
silenzio
,
e
così
egli
non
aveva
mai
un
sospetto
di
far
ridere
le
gente
alle
proprie
spalle
,
e
toscaneggiava
a
tutto
pasto
,
altero
e
felisce
di
tener
lo
scettro
della
buona
lingua
e
della
bella
pronunzia
.
Ma
non
riusciva
a
ingannar
nessuno
,
neppur
la
prima
volta
che
lo
sentivano
,
e
nemmeno
persone
incolte
,
o
che
non
fossero
mai
state
in
Toscana
,
tanto
è
giusto
il
verso
Troppo
toscano
non
toscan
l
'
accusa
.
Anche
costoro
,
dopo
venti
parole
,
sentivano
la
caricatura
,
la
contraffazione
grossolana
,
e
sorridevano
,
incerti
,
come
domandando
a
sé
stessi
s
'
egli
parlasse
sul
serio
o
per
burla
,
e
aspettando
che
da
un
momento
all
'
altro
ripigliasse
il
parlar
naturale
.
Di
quando
in
quando
,
per
effetto
di
quel
suo
parlare
,
gli
seguivano
dei
casi
comici
.
Un
giorno
,
credendo
d
'
aver
lasciata
la
canna
(
com
'
egli
chiamava
alla
subalpina
la
mazza
)
in
un
caffè
,
vi
ritornò
mezz
'
ora
dopo
,
e
domandò
al
padrone
:
-
Ha
veduto
la
mi
'
anna
?
Quegli
,
pensando
che
domandasse
se
era
stata
a
cercarlo
nel
caffè
la
sua
signora
,
benchè
gli
paresse
un
po
'
troppo
famigliare
quel
modo
di
nominarla
,
gli
rispose
di
no
,
perché
signore
,
in
fatti
,
non
ce
n
'
era
state
.
E
allora
l
'
amío
,
rivolgendosi
al
cameriere
:
-
Guarda
un
po
'
sotto
il
biliardo
.
Immaginate
la
risata
.
Un
'
altra
volta
,
a
un
conoscente
che
gli
andò
a
chiedere
informazioni
intorno
a
un
nuovo
professore
destinato
al
Ginnasio
del
proprio
figliuolo
,
disse
fra
l
'
altro
:
-
È
d
'
umore
un
po
'
vivo
;
bocia
,
bocia
sempre
;
ma
in
fondo
è
un
omo
bono
.
-
E
quegli
,
scattando
:
-
La
grazia
di
quella
bontà
!
Da
un
professore
che
boccia
tutti
il
mio
ragazzo
non
ce
lo
mando
.
Ma
queste
piccole
contrarietà
non
lo
correggevano
.
Egli
seguitava
a
ingollar
le
c
e
a
profondere
i
te
sempre
più
allegramente
;
e
con
maggiore
esagerazione
e
a
voce
più
alta
toscaneggiava
nei
caffè
e
nei
teatri
,
dove
ci
occorreva
spesso
d
'
osservare
intorno
a
lui
quel
fatto
psichico
curiosissimo
,
che
si
potrebbe
chiamare
l
'
inversione
o
la
traslazione
della
vergogna
:
persone
sconosciute
che
,
udendolo
,
chinavano
il
capo
e
restavan
lì
impacciate
,
e
qualche
volta
arrossivano
,
come
se
quel
linguaggio
falsificato
e
ridicolo
uscisse
a
loro
malgrado
dalla
loro
bocca
,
nel
modo
che
escon
le
parole
dalla
bocca
dei
farneticanti
.
Ma
quel
mal
vezzo
finì
con
portargli
disgrazia
.
Fu
un
caso
curioso
.
Una
sera
,
nella
platea
d
'
un
teatro
,
mentre
egli
toscaneggiava
con
un
suo
amico
,
a
voce
alta
,
com
'
era
solito
,
fu
inteso
da
un
signore
toscano
,
che
discorreva
con
altri
,
lì
accanto
,
e
che
,
riconoscendo
apocrifa
quella
toscanità
ostentata
,
sospettò
che
parlasse
a
quel
modo
per
rifare
il
verso
a
lui
.
Risentito
,
gli
domandò
spiegazione
.
L
'
amío
rispose
con
buon
garbo
,
ma
rimangiando
due
o
tre
c
di
quelle
che
i
toscani
non
mangiano
;
ciò
che
ribadì
il
sospetto
nell
'
altro
,
che
gli
tirò
un
'
impertinenza
,
la
quale
ebbe
per
risposta
un
urtone
.
Alle
corte
,
si
barattarono
i
biglietti
di
visita
,
non
ci
fu
modo
di
raggiustarla
,
ne
seguì
un
duello
,
e
l
'
amío
Enrío
ebbe
una
leggiera
sdrucitura
al
braccio
destro
.
Andai
a
visitare
il
ferito
con
un
comune
amico
;
il
quale
,
prima
di
tirare
il
campanello
,
fece
un
'
osservazione
consolante
.
-
Tutto
il
male
non
vien
per
nuocere
-
disse
.
-
Quest
'
avventura
l
'
avrà
guarito
dalla
toscanite
.
-
E
lo
credevo
io
pure
.
Lo
trovammo
sulla
poltrona
,
col
braccio
al
collo
,
d
'
ottimo
umore
.
E
proprio
le
prime
parole
che
disse
,
rispondendo
al
mio
:
-
Com
'
è
andata
?
-
furon
queste
:
-
O
che
vo
'
tu
ch
'
i
'
ti
dia
?
-
È
incurabile
!
-
esclamò
l
'
amico
quando
uscimmo
.
-
E
glie
ne
toccherà
dell
'
altre
.
È
il
suo
destino
.
Egli
ha
da
morir
sul
terreno
,
e
di
ferro
etrusco
.
PER
IMPARARE
I
VOCABOLI
.
Bisogna
,
la
prima
cosa
,
acquistare
il
materiale
della
lingua
.
Parlando
a
te
,
italiano
,
intendo
dire
con
"
materiale
della
lingua
"
tutti
quei
vocaboli
e
quelle
locuzioni
che
mancano
generalmente
all
'
italiano
parlato
fuor
della
Toscana
.
Gli
uni
e
le
altre
si
possono
cercare
ad
un
tempo
;
ma
sarà
meglio
che
tu
incominci
coi
vocaboli
,
che
sono
i
più
necessari
,
e
che
per
qualche
tempo
non
t
'
occupi
d
'
altro
.
Ci
sono
,
prima
di
tutto
,
certe
consuetudini
del
pensiero
,
che
tu
devi
prendere
.
Delle
moltissime
parole
che
non
sappiamo
molte
le
abbiamo
lette
o
intese
dire
;
ma
non
ci
sono
rimaste
nella
memoria
perché
non
abbiamo
fermato
su
esse
,
neppure
un
momento
,
l
'
attenzione
.
Bisogna
dunque
,
ogni
volta
che
ci
cade
sott
'
occhio
o
ci
viene
all
'
orecchio
una
parola
non
compresa
nel
nostro
vocabolario
abituale
,
guardarla
in
faccia
come
si
guarda
una
persona
sconosciuta
che
ci
si
presenti
,
fare
un
atto
della
volontà
per
ritenerla
,
metterci
sopra
,
per
così
dire
,
il
suggello
del
nostro
pensiero
.
Se
,
leggendo
o
ascoltando
,
avessimo
fatto
questo
,
non
dico
sempre
,
ma
soltanto
una
volta
su
cinque
,
anche
senza
ricorrer
mai
alla
penna
,
avremmo
tutti
nella
memoria
molte
centinaia
di
vocaboli
di
più
di
quelli
che
possediamo
.
Poi
:
ogni
volta
che
discorrendo
ci
manca
una
parola
per
designare
una
data
cosa
,
prender
nota
nella
nostra
memoria
di
quella
mancanza
,
e
ripararvi
quanto
prima
ci
è
possibile
,
cercando
quella
parola
.
Ogni
volta
che
ci
càpita
alle
mani
o
ci
si
presenta
in
qualunque
modo
un
oggetto
usuale
od
insolito
,
domandare
a
noi
stessi
,
non
solo
se
lo
sapremmo
nominare
a
chi
non
lo
conoscesse
,
ma
se
glielo
sapremmo
descrivere
nominando
le
sue
varie
parti
,
e
,
non
sapendo
,
cercare
il
nome
delle
sue
varie
parti
,
per
metterci
in
grado
di
descriverlo
.
Ogni
volta
che
troviamo
in
un
libro
una
parola
nuova
,
della
quale
non
comprendiamo
il
significato
,
non
cercarla
immediatamente
nel
vocabolario
,
chè
,
trovata
così
subito
senza
fatica
,
non
ci
rimane
impressa
;
ma
pensarci
un
po
'
,
cercare
d
'
intenderla
da
noi
stessi
,
segnarla
nella
nostra
mente
con
un
punto
interrogativo
;
al
quale
essa
rimarrà
poi
attaccata
come
a
un
gancio
quando
sapremo
che
cosa
significa
,
perché
non
si
dimenticano
mai
le
parole
nuove
sulle
quali
s
'
è
esercitata
la
curiosità
,
e
di
cui
c
'
è
costato
qualche
sforzo
l
'
apprendere
il
senso
.
Ma
questo
non
basta
.
Tu
,
che
sei
sulla
via
degli
studi
,
devi
fare
questo
studio
in
forma
ordinata
e
metodica
.
Proponiti
,
da
principio
,
d
'
imparare
i
nomi
di
tutte
le
cose
che
t
'
occorre
ogni
giorno
di
vedere
,
toccare
,
adoperare
.
Prendi
uno
di
quei
Prontuari
dove
son
registrati
tutti
i
nomi
degli
oggetti
d
'
uso
domestico
,
con
la
descrizione
di
ciascun
oggetto
,
la
quale
comprende
i
nomi
d
'
ogni
sua
parte
.
Comincia
dalla
roba
che
porti
addosso
,
per
poi
passare
alle
cose
che
hai
sempre
tra
mano
,
ai
mobili
della
tua
camera
,
alla
mensa
,
allo
scrittoio
,
agli
arredi
e
utensili
di
tutta
la
casa
,
alle
varie
parti
della
casa
stessa
.
Va
'
innanzi
con
ordine
,
a
poco
a
poco
,
fissandoti
d
'
imparare
ogni
giorno
un
certo
numero
di
nomi
.
Non
ti
costerà
alcuno
sforzo
il
ritenerli
,
avendo
sempre
sott
'
occhio
le
cose
a
cui
si
riferiscono
,
e
a
ritenerli
t
'
aiuterà
il
dirli
spesso
a
voce
alta
,
con
pronunzia
netta
.
Passerai
poi
dalla
casa
al
cortile
,
al
giardino
,
a
tutti
gli
annessi
e
connessi
della
casa
,
e
poi
alle
varie
parti
della
città
e
ai
luoghi
e
ai
servizi
pubblici
,
e
alle
arti
e
ai
mestieri
più
comuni
.
E
non
considerar
neppure
come
uno
studio
quest
'
occupazione
;
fattene
uno
svago
dello
spirito
.
E
ogni
volta
che
te
ne
sentirai
un
po
'
svogliato
,
pensa
che
ciascuna
delle
parole
che
ti
si
stamperà
stabilmente
nella
memoria
ti
risparmierà
mille
volte
,
nel
corso
della
vita
,
un
'
incertezza
,
un
impaccio
,
una
piccola
vergogna
;
che
mille
volte
la
cognizione
di
una
data
parola
ti
toglierà
,
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
un
intoppo
,
il
quale
romperebbe
il
corso
del
tuo
pensiero
e
la
foga
del
tuo
discorso
;
che
ogni
vocabolo
che
s
'
impara
,
anche
se
paia
superfluo
,
è
come
uno
di
quegli
utensili
da
nulla
,
dei
quali
non
s
'
ha
bisogno
quasi
mai
,
ma
che
una
o
due
volte
in
molt
'
anni
son
necessari
,
e
se
non
si
ritrovano
,
non
si
sa
che
pesci
pigliare
.
E
poi
vedrai
che
anche
questo
studio
,
che
ora
ti
par
materiale
,
ti
darà
sodisfazioni
che
non
t
'
aspetti
.
Quando
il
tuo
corredo
di
vocaboli
sarà
già
considerevole
,
t
'
accorgerai
che
ogni
nuova
parola
ti
rimarrà
impressa
assai
più
facilmente
che
per
il
passato
,
perché
in
quel
particolare
esercizio
ti
si
sarà
fortificata
e
fatta
tenace
la
memoria
mirabilmente
.
Riconoscerai
,
quando
potrai
nominare
molte
cose
e
particolari
di
cose
di
cui
prima
non
sapevi
il
nome
,
di
quanti
giri
di
parole
,
di
quante
definizioni
e
descrizioni
e
lungaggini
,
che
prima
non
potevi
scansare
,
potrai
far
di
meno
parlando
,
e
che
nuovo
sentimento
di
libertà
e
di
sicurezza
avrai
nel
parlare
,
non
essendo
più
impensierito
di
continuo
dal
timore
d
'
inciampare
nell
'
impedimento
d
'
una
cosa
comunissima
,
che
tu
debba
nominare
e
non
sappia
,
o
nella
necessità
di
fare
una
svoltata
col
discorso
per
non
averla
da
nominare
.
E
vedrai
quante
volte
,
dopo
che
ti
ci
sarai
avvezzato
per
proposito
,
ti
sarà
un
passatempo
piacevole
,
trovandoti
ad
aspettare
in
qualche
luogo
,
come
un
'
officina
o
una
bottega
o
una
sala
,
rifar
nella
tua
mente
la
nomenclatura
di
tutte
le
cose
che
avrai
dintorno
;
e
come
ti
divertirai
a
osservare
gli
artifizi
curiosi
coi
quali
la
gente
s
'
ingegna
,
nella
conversazione
italiana
,
di
nascondere
la
propria
ignoranza
dei
vocaboli
più
necessari
,
e
di
farsi
in
qualche
modo
capire
;
e
che
piacere
sarà
per
te
in
molti
casi
il
levar
d
'
impaccio
chi
parla
,
anche
persone
d
'
età
maggiore
e
di
cultura
superiore
alla
tua
,
porgendo
loro
gli
spiccioli
per
le
minute
spese
del
discorso
.
Mettiti
dunque
a
questo
studio
,
non
con
l
'
impazienza
di
chi
ha
uno
scopo
immediato
;
ma
tranquillamente
,
adagio
adagio
,
nei
tuoi
ritagli
di
tempo
,
contentandoti
di
poco
ogni
giorno
,
e
rimarrai
maravigliato
ben
presto
della
quantità
di
materiale
linguistico
,
che
senza
fatica
,
quasi
senz
'
avvedertene
,
ti
troverai
accumulato
nella
memoria
.
DIVERSI
MODI
DI
STUDIAR
LA
LINGUA
.
Suppongo
ora
che
tu
mi
domandi
in
qual
modo
dovrai
proseguire
,
allargando
il
campo
dello
studio
,
dopo
aver
fatto
la
preparazione
che
accennai
riguardo
ai
vocaboli
.
Darò
alla
tua
domanda
cinque
risposte
,
le
quali
mi
furon
date
(
quattro
per
iscritto
e
una
a
voce
)
da
cinque
studiosi
,
che
interrogai
per
conto
tuo
.
L
'
aristocratico
.
Io
non
sono
un
registratore
né
un
magazziniere
della
lingua
.
Non
mi
servii
mai
della
penna
per
questo
studio
.
Lessi
e
leggo
gli
scrittori
migliori
di
tutti
i
secoli
con
la
matita
alla
mano
,
sottolineo
ogni
parola
e
ogni
locuzione
che
mi
riesca
nuova
,
e
mi
paia
efficace
,
e
usabile
anche
da
uno
scrittore
del
tempo
presente
,
e
cerco
d
'
imprimerla
nella
memoria
insieme
con
la
frase
o
col
periodo
a
cui
appartiene
,
e
,
più
che
altro
,
con
l
'
idea
ch
'
essa
esprime
o
concorre
ad
esprimere
.
Non
volli
mai
trascrivere
a
parte
frasi
,
locuzioni
o
parole
perché
,
se
si
metton
sulla
carta
,
non
si
fa
più
sforzo
della
memoria
per
ritenerle
,
sapendo
che
si
rileggeranno
poi
;
e
anche
perché
,
quando
si
hanno
di
queste
raccolte
,
facilmente
si
cede
alla
tentazione
d
'
andarvi
a
far
provvista
prima
di
mettersi
a
scrivere
,
onde
avviene
che
nello
scritto
si
scopra
la
mano
del
raccoglitore
;
e
per
quest
'
altra
ragione
,
finalmente
,
che
i
modi
registrati
così
solitari
,
quando
poi
s
'
è
dimenticato
il
posto
che
occupavano
,
la
serie
d
'
idee
a
cui
eran
legati
,
il
significato
e
il
valore
che
ricavavano
dal
contesto
,
s
'
adoperano
spesso
in
un
senso
che
non
è
quello
per
l
'
appunto
che
avevano
dove
li
abbiamo
trovati
.
Dunque
,
sottolineo
soltanto
,
e
questo
mi
basta
a
riparare
poi
alle
dimenticanze
.
Tutti
i
miei
libri
son
pieni
di
sottolineature
.
Quando
,
dopo
un
pezzo
,
ne
riapro
uno
,
scorrendolo
con
l
'
occhio
solamente
,
vi
ritrovo
in
pochissimo
tempo
tutto
quanto
v
'
è
di
meglio
in
materia
di
lingua
,
e
con
la
memoria
delle
voci
e
delle
frasi
mi
ravvivo
quella
dei
pensieri
,
la
quale
corregge
alla
sua
volta
,
se
mi
s
'
è
alterato
nella
mente
,
il
concetto
del
significato
e
del
valore
d
'
ogni
frase
e
d
'
ogni
voce
.
Così
le
mie
note
linguistiche
sono
sparse
in
centinaia
di
volumi
,
e
questa
,
a
mio
giudizio
,
è
la
maniera
più
intellettuale
di
studiar
la
lingua
.
Per
me
un
periodo
è
come
un
viso
umano
:
certi
studiosi
della
lingua
ne
staccano
un
occhio
,
un
orecchio
,
il
naso
,
il
mento
,
e
li
conservano
a
parte
:
io
mi
stampo
nella
mente
tutto
il
viso
;
voglio
dire
che
affido
la
memoria
della
parola
a
quella
dell
'
idea
.
Aggiungo
che
quest
'
uso
di
sottolineare
i
libri
me
ne
rende
particolarmente
piacevole
e
utile
la
seconda
lettura
,
perché
,
ritrovandovi
segnate
tutte
le
mie
prime
impressioni
,
dalle
quali
spesso
riescon
diverse
le
seconde
,
mi
vien
fatto
di
cercare
le
ragioni
delle
diversità
,
che
derivano
o
da
un
diverso
stato
dell
'
animo
,
o
da
nuove
cognizioni
acquisite
,
o
da
gusti
mutati
,
e
quest
'
operazione
mentale
ha
per
effetto
d
'
imprimermi
più
profondamente
nella
memoria
le
parole
e
le
frasi
.
E
non
è
da
credere
che
riesca
poi
troppo
difficile
il
ritrovare
,
per
chiarirsi
d
'
un
dubbio
,
una
data
parola
o
locuzione
in
quel
mare
di
segni
,
perché
quest
'
uso
di
sottolineare
fortifica
ed
estende
straordinariamente
la
facoltà
della
memoria
locale
;
tanto
che
di
moltissime
di
quelle
si
ricorda
fino
il
punto
della
pagina
dove
restano
e
il
tratto
particolare
della
matita
con
cui
si
sono
segnate
.
Io
ho
dinanzi
agli
occhi
della
mente
centinaia
di
frasi
e
di
vocaboli
sottolineati
in
centinaia
di
pagine
,
in
cima
,
in
fondo
,
nel
mezzo
,
da
un
lato
e
dall
'
altro
,
chiari
e
netti
per
effetto
della
sottolineatura
come
se
fossero
in
caratteri
rilevati
.
Il
mio
dizionario
,
il
mio
frasario
è
la
mia
biblioteca
.
I
miei
fiori
di
lingua
non
sono
stretti
in
mazzi
,
ordinati
in
tepidari
,
affollati
in
aiuole
;
ma
sparsi
sur
un
vastissimo
spazio
,
piantati
nella
terra
dove
nacquero
,
olezzanti
all
'
aria
aperta
e
viva
;
e
le
corse
che
ho
da
fare
col
pensiero
per
rivederli
mi
fanno
bene
alla
salute
dello
spirito
,
mi
accrescono
le
forze
e
l
'
agilità
della
mente
.
Per
mantenermi
nel
possesso
del
mio
materiale
linguistico
mi
debbo
rimettere
ogni
tanto
in
conversazione
diretta
coi
grandi
maestri
da
cui
lo
presi
,
e
questo
mi
dà
occasione
e
modo
di
raccogliere
dalla
loro
bocca
nuovi
tesori
.
Ecco
il
modo
di
studiar
la
lingua
,
ch
'
io
consiglierei
ai
giovani
.
Non
empite
dei
quaderni
di
note
,
chè
v
'
avvezzate
a
pescar
la
parola
per
la
parola
,
la
frase
per
la
frase
.
Non
serve
avere
in
mente
una
locuzione
se
non
è
legata
a
un
pensiero
,
e
se
il
pensiero
vi
resta
,
vi
resterà
quella
con
esso
,
senza
bisogno
di
metterla
a
sedere
sulla
carta
,
di
dove
non
accorrerà
più
pronta
al
vostro
bisogno
,
e
dovrete
andarla
a
prendere
e
tirar
fuori
a
forza
.
Trattate
la
lingua
da
gran
signori
,
non
da
pitocchi
.
Ospitatela
nel
grande
palazzo
della
vostra
memoria
;
non
la
soffocate
nei
ripostigli
oscuri
degli
scartabelli
.
La
lingua
è
pensiero
,
è
sentimento
,
è
bellezza
;
cercate
nei
grandi
scrittori
queste
tre
cose
;
pensate
,
commovetevi
,
dilettatevi
,
e
imparerete
la
lingua
;
essa
vi
deve
entrare
nella
mente
e
nell
'
animo
a
raggi
d
'
idee
,
a
ondate
d
'
affetto
,
a
scosse
d
'
ammirazione
.
E
il
modo
ch
'
io
consiglio
è
anche
il
solo
che
non
stanchi
mai
;
chè
,
anzi
,
tanto
più
riesce
gradevole
e
profittevole
quanto
più
,
andando
innanzi
con
gli
anni
,
s
'
impara
a
pensare
,
e
il
leggere
con
la
matita
alla
mano
diventa
un
abito
che
non
si
può
più
smettere
;
dovechè
la
pazienza
di
raccogliere
,
trascrivere
e
rileggere
delle
note
morte
,
facilmente
si
perde
,
tanto
più
quanto
si
fa
più
vivo
e
acuto
il
pensiero
.
Il
mio
è
uno
studio
,
un
modo
da
pensatore
e
da
artista
;
l
'
altro
è
una
fatica
,
come
direbbe
il
Carducci
,
da
spazzaturai
di
parole
.
Nello
studio
della
lingua
sono
aristocratico
.
Il
classificatore
.
Io
sono
nello
studio
della
lingua
,
come
in
ogni
altra
cosa
,
un
uomo
d
'
ordine
,
e
in
questo
vo
fino
alla
pedanteria
.
Fin
da
quando
principiai
,
mi
persuasi
che
il
metodo
migliore
di
studiare
era
quello
di
raccogliere
con
la
penna
e
di
disporre
nella
mia
raccolta
il
materiale
della
lingua
come
si
dispongono
i
libri
nelle
biblioteche
,
per
ordine
di
materie
.
Mi
fissai
prima
una
serie
di
titoli
,
sotto
i
quali
potessi
raggruppare
tutte
le
voci
e
locuzioni
che
venivo
notando
negli
scrittori
man
mano
che
procedevo
nelle
mie
letture
.
Presi
tanti
quaderni
,
scrissi
sopra
ciascuno
uno
dei
titoli
,
e
sotto
ciascun
titolo
feci
una
seconda
serie
di
divisioni
.
Per
esempio
,
nel
quaderno
Natura
:
-
Cielo
,
mare
,
fenomeni
meteorologici
,
vegetazione
,
ecc
.
-
;
nel
quaderno
Passioni
:
-
amore
,
gioia
,
ira
,
odio
,
e
via
discorrendo
.
Un
quaderno
per
i
ritratti
fisici
,
uno
per
i
ritratti
morali
,
uno
per
il
movimento
(
sia
d
'
esseri
viventi
,
sia
di
cose
inanimate
)
,
uno
per
il
vestire
,
per
il
mangiare
,
per
il
parlare
,
per
le
arti
belle
,
per
la
critica
letteraria
,
per
il
linguaggio
faceto
,
per
i
suoni
e
rumori
;
e
potrei
proseguire
.
Ogni
parola
o
locuzione
ch
'
io
legga
negli
scrittori
,
o
senta
dire
,
o
trovi
nel
vocabolario
,
la
quale
io
mi
voglia
appropriare
,
la
scrivo
nel
quaderno
,
e
sotto
il
titolo
,
a
cui
si
riferisce
.
Dopo
che
cominciai
questo
lavoro
,
furon
fatte
varie
pubblicazioni
informate
allo
stesso
concetto
,
ad
uso
degli
studiosi
;
ma
io
tirai
innanzi
egualmente
,
con
la
persuasione
che
nessuna
di
quelle
opere
,
anche
se
più
ampia
e
meglio
ordinata
,
m
'
avrebbe
giovato
quanto
quella
che
andavo
facendo
io
medesimo
;
perché
fra
il
materiale
di
lingua
scelto
e
raccolto
da
altri
e
quello
scelto
e
raccolto
da
noi
,
per
ciò
che
riguarda
la
memoria
,
corre
presso
a
poco
la
stessa
differenza
che
tra
il
ricordare
dei
versi
propri
e
il
ricordare
dei
versi
altrui
.
In
pochi
anni
,
facendo
poco
ogni
giorno
,
ho
raccolto
un
materiale
ricchissimo
.
Questo
metodo
presenta
due
grandi
vantaggi
.
Il
primo
è
che
,
ricorrendo
ogni
tanto
ciascuna
serie
di
note
,
per
l
'
affinità
che
è
fra
di
esse
,
che
l
'
una
tira
l
'
altra
come
le
ciliege
,
molto
facilmente
si
richiamano
alla
memoria
tutte
o
in
gran
parte
.
Il
secondo
è
che
,
per
la
stessa
ragione
dell
'
affinità
,
riesce
singolarmente
piacevole
il
rileggerle
.
Ogni
volta
ch
'
io
ripasso
ciascuna
di
quelle
filze
di
parole
e
di
modi
di
dire
,
che
si
riferiscono
tutti
a
un
soggetto
unico
,
mi
si
ravviva
,
con
l
'
ammirazione
della
ricchezza
e
della
varietà
della
nostra
lingua
,
la
volontà
e
il
piacere
di
studiarla
.
Mi
par
di
sentire
un
linguista
maraviglioso
che
sfoggi
tutta
la
sua
dottrina
mettendo
fuori
rapidamente
tutto
il
vocabolario
e
tutto
il
frasario
che
si
possono
usare
a
quel
dato
proposito
,
o
che
si
diverta
a
dire
in
cento
modi
diversi
,
con
cento
gradazioni
di
significato
,
con
cento
sfumature
di
colore
quella
data
cosa
;
o
una
folla
di
persone
che
della
stessa
cosa
discorrano
tutte
insieme
,
rivoltando
l
'
idea
per
tutti
i
versi
,
accennandone
tutti
i
particolari
,
studiandosi
ciascuna
di
non
servirsi
della
espressione
altrui
.
È
anche
un
altro
diletto
dell
'
immaginazione
vivissimo
.
Quando
leggo
le
pagine
del
movimento
,
per
esempio
,
io
vedo
passare
con
tutte
le
andature
,
scarrierare
,
arrancare
,
ballettare
,
sbalzellare
,
saltabeccare
,
giravoltolare
,
capitombolare
,
volicchiare
,
sguizzare
,
frullare
,
sfarfallare
,
ecc
.
,
ecc
.
,
movere
in
tutti
i
modi
possibili
mille
forme
animate
e
inanimate
,
una
danza
universale
,
un
caos
agitato
d
'
immagini
,
che
m
'
eccita
il
pensiero
come
lo
spettacolo
reale
d
'
un
vasto
movimento
svariatissimo
d
'
esseri
viventi
e
di
cose
.
Quando
entro
nella
partizione
dell
'
Ira
,
mi
par
d
'
entrare
in
una
bolgia
dell
'
inferno
,
in
mezzo
a
una
moltitudine
d
'
energumeni
,
dove
ciascuno
grida
una
delle
parole
o
delle
frasi
notate
,
e
in
queste
vedo
le
immagini
delle
facce
accese
e
gli
atti
violenti
che
accompagnano
le
voci
,
di
cui
l
'
una
risponde
all
'
altra
,
come
in
un
'
assemblea
politica
fuor
della
grazia
di
Dio
.
E
le
pagine
dell
'
Amore
!
Non
avete
idea
della
dolcezza
che
mettono
nell
'
animo
tutte
quelle
parole
e
frasi
d
'
amore
ardente
,
tenero
,
voluttuoso
,
disperato
,
beato
,
che
paiono
di
tante
coppie
d
'
innamorati
invisibili
,
le
quali
spandano
nell
'
aria
,
passando
di
volo
,
il
grido
del
loro
cuore
.
E
così
nel
vocabolario
dei
Suoni
,
voci
,
rumori
,
mi
par
di
passare
da
una
sala
di
concerti
in
un
'
officina
,
dall
'
officina
sur
un
campo
di
battaglia
,
dal
campo
di
battaglia
nell
'
arca
di
Noè
;
e
scorrendo
le
pagine
del
mangiare
e
bere
ho
l
'
illusione
di
sedere
a
una
mensa
di
gastronomi
eccitati
,
che
non
parlino
d
'
altro
che
di
pappatoria
,
sfoggiando
tutta
la
loro
dottrina
terminologica
intorno
all
'
oggetto
della
loro
passione
;
e
ripassando
la
raccolta
relativa
alla
Natura
,
vedo
aurore
e
tramonti
,
rapide
variazioni
di
tempo
,
aspetti
diversi
della
campagna
,
e
passo
fiumi
,
corro
mari
,
salgo
montagne
,
scendo
nelle
viscere
della
terra
,
percorro
in
poche
pagine
tutte
le
latitudini
e
assisto
a
cento
diversi
fenomeni
del
cielo
e
della
terra
.
V
'
ho
data
un
'
idea
del
mio
metodo
?
Il
quale
offre
ancora
altri
vantaggi
.
Ogni
volta
che
ho
da
scrivere
,
rileggo
prima
le
pagine
dov
'
è
raccolto
un
materiale
di
lingua
relativo
al
mio
soggetto
,
e
non
solo
mi
ravvivo
nella
memoria
,
in
quel
modo
,
in
pochi
minuti
,
una
quantità
di
voci
e
di
locuzioni
che
mi
possono
giovare
;
ma
quella
rapida
lettura
mi
dà
una
scossa
alla
fantasia
,
mi
desta
nella
mente
una
folla
d
'
immagini
,
che
formano
come
un
preludio
sinfonico
,
che
sono
per
me
come
una
prima
ispirazione
efficacissima
al
lavoro
che
sto
per
imprendere
.
Aggiungete
che
,
raccogliendo
e
ordinando
il
materiale
della
lingua
in
questa
forma
,
l
'
atto
di
riflessione
che
s
'
ha
da
fare
sopra
una
quantità
di
parole
e
di
frasi
dubbie
per
determinare
la
divisione
in
cui
si
debbono
inscrivere
,
vi
fa
penetrar
più
addentro
con
la
mente
nel
significato
di
ciascuna
;
e
che
la
lettura
ripetuta
di
tante
serie
di
modi
di
senso
affine
vi
assuefà
a
meditare
sulle
sfumature
dei
significati
,
vi
chiarisce
il
criterio
della
scelta
,
vi
raffina
il
senso
della
lingua
.
In
fine
,
quello
che
io
feci
e
continuo
a
fare
è
un
dizionario
mio
,
del
quale
ho
una
grande
padronanza
,
nel
quale
ritrovo
con
grande
facilità
ogni
parola
o
frase
di
cui
non
abbia
o
tema
di
non
avere
esatta
memoria
;
un
dizionario
in
cui
godo
a
tuffar
le
mani
come
in
un
mucchio
di
monete
o
di
gemme
che
io
mi
sia
guadagnate
o
che
abbia
trovate
io
stesso
a
una
a
una
;
un
tesoro
di
lingua
accumulato
con
gran
cura
,
che
io
amo
,
che
mi
compiaccio
d
'
arricchire
e
d
'
abbellire
,
come
una
casa
piena
di
cose
belle
e
utili
,
perfezionandone
a
mano
a
mano
l
'
ordine
e
l
'
assetto
,
con
sentimento
di
proprietario
e
d
'
artista
.
Ecco
come
studiai
e
studio
la
lingua
.
Mi
ci
volle
molta
pazienza
in
principio
;
poi
feci
il
lavoro
con
piacere
;
ora
lo
continuo
con
amore
.
E
non
credo
che
ci
sia
metodo
migliore
:
per
le
teste
costrutte
come
la
mia
,
ben
inteso
.
Lo
mnemonico
.
In
che
modo
studiai
la
lingua
?
In
un
modo
semplicissimo
,
per
il
quale
non
occorre
il
calamaio
.
È
la
buon
'
anima
di
mio
padre
,
dantista
appassionato
,
che
me
ne
diede
l
'
idea
.
Un
giorno
,
dopo
avermi
letto
e
commentato
il
canto
dei
Serpenti
,
ch
'
egli
considerava
come
un
miracolo
di
potenza
descrittiva
:
-
Vedi
-
mi
disse
-
in
queste
cinquanta
terzine
,
oltre
le
stupende
bellezze
d
'
invenzione
e
d
'
armonia
,
in
quanti
diversi
modi
son
dette
mirabilmente
cose
difficilissime
a
dirsi
,
quale
maravigliosa
proprietà
di
vocaboli
,
e
quanta
ricchezza
di
lingua
!
Chi
impara
questo
canto
a
memoria
si
mette
in
capo
più
materiale
di
lingua
che
non
ne
potrebbe
raccogliere
da
qualche
volume
di
bella
prosa
.
-
Io
imparai
quel
canto
a
memoria
.
Fu
questo
il
mio
primo
passo
sulla
via
che
tenni
poi
.
Avendo
esperimentato
che
con
quel
canto
m
'
ero
appropriato
una
quantità
di
modi
,
i
quali
mi
venivano
facilmente
alle
labbra
o
alla
penna
anche
nel
discorrere
o
nello
scrivere
di
cose
che
non
avevano
alcuna
relazione
con
la
materia
del
canto
medesimo
,
pensai
:
-
Non
sarebbe
un
buon
modo
d
'
imparar
la
lingua
quello
di
mandar
a
mente
della
poesia
,
che
è
facile
a
imparare
e
a
ritenere
?
-
E
d
'
allora
in
poi
andai
cercando
e
studiando
poesie
e
frammenti
di
poesie
,
particolarmente
ricche
di
buona
lingua
;
ma
,
si
noti
,
di
lingua
più
conforme
a
quella
della
prosa
che
non
sia
il
così
detto
linguaggio
poetico
;
la
quale
si
trova
in
special
modo
nella
poesia
faceta
o
satirica
,
famigliare
o
popolare
che
si
voglia
dire
.
Ricordo
che
la
seconda
cosa
che
imparai
fu
un
capitolo
del
Berni
,
e
la
terza
i
duecento
versi
sciolti
della
Gita
a
Montecatini
del
Giusti
:
uno
dei
componimenti
poetici
,
ch
'
io
mi
conosca
nella
letteratura
italiana
,
più
fitti
di
modi
e
di
costrutti
del
linguaggio
parlato
,
e
più
facili
a
ritenersi
,
benchè
non
rimato
,
per
la
fluidità
insuperabile
dello
stile
.
Con
questo
criterio
scelsi
poi
tutte
le
altre
poesie
.
Esperimentai
un
particolare
vantaggio
nell
'
imparar
sonetti
;
le
cui
locuzioni
,
entrando
nella
mente
strette
e
chiuse
in
una
breve
forma
compiuta
,
vi
rimangono
impresse
più
distintamente
,
quasi
in
disparte
,
e
pronte
tutte
insieme
a
ogni
richiamo
del
pensiero
;
e
però
imparai
centinaia
di
sonetti
di
tutti
i
secoli
.
La
facilità
,
che
acquistai
con
quest
'
esercizio
,
di
mandar
versi
a
mente
,
non
è
credibile
da
chi
non
n
'
abbia
fatto
la
prova
;
né
sarei
creduto
se
dicessi
quanti
me
ne
insaccai
nella
testa
.
E
non
ne
perdetti
,
in
molti
anni
,
che
un
'
assai
piccola
parte
,
perché
ebbi
ed
ho
ancora
la
consuetudine
di
riandare
di
quando
in
quando
,
un
poco
per
volta
,
e
con
cert
'
ordine
,
la
materia
acquistata
.
Spesso
,
nei
ritagli
di
tempo
,
nelle
passeggiate
solitarie
,
e
di
notte
,
quando
non
viene
il
sonno
,
e
dovunque
aspetti
qualcuno
,
mi
ridico
mentalmente
dei
versi
.
Ma
quello
che
me
li
stampò
nella
memoria
in
forma
incancellabile
è
l
'
uso
,
a
cui
sempre
m
'
attenni
e
m
'
attengo
,
quando
m
'
occorrono
lacune
e
incertezze
,
di
non
ripararvi
mai
ricercando
il
testo
;
ma
di
cercare
tranquillamente
e
pazientemente
nel
mio
capo
le
parole
e
le
frasi
che
mancano
,
o
che
si
sono
alterate
;
nel
qual
lavoro
mi
move
una
curiosità
d
'
indovinatore
d
'
enigmi
,
che
me
lo
rende
oltremodo
piacevole
.
Dopo
aver
studiato
per
lungo
tempo
nient
'
altro
che
versi
,
mi
diedi
alla
prosa
,
scegliendo
nei
migliori
scrittori
quelle
pagine
diventate
celebri
per
forza
d
'
eloquenza
,
nelle
quali
è
un
ritmo
oratorio
che
rende
più
facile
l
'
impararle
a
mente
.
E
studiai
e
so
a
menadito
parecchie
delle
più
belle
parlate
dei
personaggi
del
Decamerone
,
decine
di
pagine
del
Machiavelli
,
quasi
intera
l
'
apologia
di
Lorenzino
dei
Medici
,
lettere
del
Caro
,
frammenti
di
dialoghi
di
Galileo
,
discorsi
del
Carducci
,
molti
dei
passi
migliori
dei
Promessi
sposi
.
Il
maggior
vantaggio
di
questo
studio
è
che
con
le
parole
e
le
frasi
mi
restano
nella
mente
la
struttura
dei
periodi
,
la
musica
dello
stile
,
l
'
andamento
del
pensiero
,
proprio
di
ciascuno
scrittore
.
E
in
che
modo
vi
restano
!
Non
lo
può
immaginare
chi
non
ha
fatto
un
'
egual
prova
.
A
rischio
di
farla
ridere
alle
mie
spalle
,
le
dico
che
tutta
quella
prosa
,
quando
la
ridico
a
me
stesso
,
o
alla
muta
o
di
viva
voce
,
non
mi
par
più
roba
d
'
altri
,
ma
mia
;
che
mi
par
veramente
che
tutti
quei
pensieri
siano
usciti
in
quella
data
forma
dal
fondo
del
mio
cervello
;
ed
è
così
fatta
l
'
illusione
,
che
quando
in
luogo
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
del
testo
me
ne
scappa
un
'
altra
,
sento
l
'
errore
subito
e
scatto
,
quasi
offeso
,
come
un
musicista
che
senta
una
stonatura
in
una
melodia
propria
sonata
da
un
altro
.
Da
questo
segue
che
nel
parlare
e
nello
scrivere
non
m
'
accorgo
punto
delle
locuzioni
che
adopero
,
prese
dalle
pagine
che
so
a
memoria
;
poichè
mi
son
tutte
così
profondamente
fitte
nel
capo
,
così
intimamente
compenetrate
coi
pensieri
abituali
,
che
non
le
posso
più
discernere
da
quell
'
altro
materiale
linguistico
che
abbiamo
tutti
nella
mente
fin
dall
'
infanzia
,
senza
saper
né
quando
né
come
vi
sia
penetrato
.
La
ho
persuasa
della
bontà
del
mio
metodo
?
Io
ne
son
persuaso
per
modo
dall
'
esperienza
,
che
a
quanti
giovani
mi
chiedon
consiglio
,
do
questo
consiglio
:
-
Studiate
a
mente
.
Una
pagina
di
prosa
o
di
poesia
,
bella
e
ricca
di
lingua
,
che
vi
stampiate
nella
memoria
,
che
vi
appropriate
,
che
vi
assimiliate
in
maniera
da
parervi
che
sia
pensiero
,
arte
,
musica
vostra
,
vi
gioverà
più
di
cento
letture
,
più
d
'
un
monte
di
note
,
più
d
'
un
mese
impiegato
a
scartabellar
dizionarî
.
Studiate
anche
una
cosa
sola
ogni
mese
e
vedrete
qual
vantaggio
ne
avrete
dopo
un
anno
.
Cominciate
con
la
poesia
,
passate
poi
alla
prosa
.
Oltre
all
'
imparare
il
materiale
della
lingua
,
scoprirete
a
poco
a
poco
le
più
segrete
virtù
musicali
degli
stili
,
le
finezze
più
squisite
dell
'
arte
dello
scrivere
,
senza
sforzo
,
per
il
solo
effetto
della
ripetizione
.
Vi
formerete
una
biblioteca
mentale
in
cui
troverete
un
piacere
e
un
conforto
grandissimo
in
mille
congiunture
della
vita
,
ogni
giorno
,
ogni
momento
;
un
'
Antologia
che
avrete
sempre
aperta
dinanzi
agli
occhi
,
dovunque
siate
,
come
una
visione
permanente
dello
spirito
;
una
raccolta
inestimabile
di
bellezze
di
lingua
,
non
solitarie
e
fredde
,
ma
contessute
e
armonizzate
dall
'
arte
dei
grandi
maestri
,
animate
dal
pensiero
,
scaldate
dall
'
ispirazione
:
forma
e
sostanza
,
splendore
e
sapienza
ad
un
tempo
.
Io
pensavo
da
principio
che
l
'
amore
di
questa
maniera
di
studio
mi
sarebbe
scemato
con
gli
anni
;
ma
non
scemò
:
si
fece
più
vivo
.
Ogni
passo
di
scrittore
ch
'
io
so
a
memoria
è
per
me
come
un
amico
e
un
maestro
di
lingua
che
m
'
accompagna
da
per
tutto
,
sempre
pronto
a
rallegrarmi
e
a
insegnarmi
qualche
cosa
.
Oggi
ancora
,
quando
leggo
una
poesia
o
uno
squarcio
di
prosa
magistrale
,
dico
a
me
stesso
:
-
Facciamoci
un
nuovo
amico
,
-
e
me
lo
faccio
,
con
una
facilità
maravigliosa
oramai
.
Ella
,
per
bontà
sua
,
dice
che
sono
uno
scrittore
.
Ebbene
,
sono
diventato
uno
scrittore
in
questo
modo
.
E
può
scrollar
le
spalle
chi
vuole
:
io
continuo
.
Il
miscellaneo
.
Un
metodo
,
io
?
Ma
le
pare
che
un
arruffone
par
mio
possa
avere
un
metodo
?
Io
non
sono
che
un
dilettante
,
che
studia
la
lingua
per
ispasso
,
in
una
maniera
affatto
irragionevole
.
Ho
un
così
detto
Gran
libro
della
lingua
,
nel
quale
esperimento
tutti
i
metodi
;
ma
seguo
di
preferenza
quello
che
tengono
inconsciamente
i
bambini
nell
'
imparare
a
parlare
:
un
curiosissimo
libro
,
in
cui
si
rispecchia
il
disordine
matto
della
mia
mente
,
il
perpetuo
trescone
che
ballano
le
idee
nel
mio
capo
.
Lo
vuol
vedere
?
È
una
maraviglia
di
scapigliatura
intellettuale
.
Mentre
lei
lo
sfoglierà
,
io
le
darò
le
spiegazioni
occorrenti
,
e
può
darsi
che
si
diverta
.
Dicendo
questo
,
tirò
giù
da
uno
scaffale
un
grosso
registro
,
che
pareva
il
Libro
maestro
di
una
Casa
di
commercio
,
e
me
lo
mise
aperto
sul
tavolo
.
-
Veda
-
mi
disse
-
le
prime
pagine
.
Io
vi
cominciai
a
notare
parole
e
frasi
prese
dagli
scrittori
,
man
mano
che
li
andavo
leggendo
,
senz
'
ordine
di
tempo
né
di
materie
.
Vede
che
si
salta
dal
Boccaccio
al
Giusti
,
da
Gino
Capponi
al
Guicciardini
,
dal
Cellini
al
Leopardi
.
Noti
qui
,
fra
gli
estratti
di
due
trecentisti
,
uno
studio
sulla
terminologia
del
vestiario
femminile
,
che
feci
sulla
traduzione
d
'
un
romanzo
francese
,
fatta
da
Ferdinando
Martini
;
e
più
oltre
,
accanto
a
una
pagina
d
'
aggettivi
prediletti
da
Dante
,
una
serie
di
locuzioni
relative
al
vino
,
pescate
nel
ditirambo
del
Redi
.
Questo
le
può
dare
un
'
idea
del
metodo
.
E
ora
veda
lei
,
più
innanzi
,
se
ci
si
raccapezza
.
Nelle
pagine
seguenti
,
in
fatti
,
trovai
il
più
strano
disordine
che
si
possa
immaginare
.
Elenchi
di
proverbi
toscani
;
infilzate
di
vocaboli
e
di
frasi
ingiuriose
;
una
pagina
intitolata
:
-
Vari
modi
di
dar
dell
'
asino
al
prossimo
;
in
un
'
altra
pagina
,
sotto
un
grosso
titolo
:
-
Alla
gogna
-
registrati
tutti
i
più
marchiani
francesismi
e
idiotismi
d
'
uso
corrente
nei
giornali
e
nella
conversazione
,
e
ad
alcuni
di
quelli
scritto
accanto
:
-
Guardati
!
-
;
quelli
appunto
,
mi
spiegò
l
'
amico
,
che
solevano
più
spesso
scappare
anche
a
lui
nello
scrivere
e
nel
parlare
.
Alternati
con
questi
,
altri
elenchi
di
frasi
e
di
parole
,
abbracciati
da
grandi
graffe
,
lungo
le
quali
era
scritto
:
-
Ti
fanno
paura
?
-
e
disse
ch
'
erano
modi
efficaci
ch
'
egli
non
usava
mai
,
e
che
aveva
messi
in
mostra
in
quella
forma
per
rammentare
a
sé
stesso
d
'
usarli
.
Poi
una
serie
di
dizionarietti
speciali
:
di
giochi
fanciulleschi
,
di
difetti
fisici
,
di
motti
scherzosi
,
di
colori
,
di
piante
,
di
strumenti
di
lavoro
,
illustrati
di
figurine
schizzate
con
la
penna
,
per
chiarire
il
significato
e
facilitare
la
memoria
delle
parole
.
C
'
eran
disegnati
un
violino
e
una
finestra
,
con
su
scritti
i
nomi
di
tutte
le
loro
parti
,
e
una
figura
umana
in
caricatura
,
che
aveva
scritto
sopra
il
capo
:
pera
,
sul
naso
:
nappa
,
sul
mento
:
bietta
,
su
ventre
:
buzzo
,
sulle
mani
:
mestole
,
sulle
gambe
:
seste
,
sulle
scarpe
:
-
ciotole
.
Lessi
una
Pagina
delle
busse
,
nella
quale
erano
notate
tutte
le
forme
di
percossa
possibili
,
dal
rovescione
al
biscottino
,
con
tutti
i
verbi
con
cui
si
può
designare
l
'
azione
:
accoccare
,
appiccicare
,
appioppare
,
allungare
,
ammenare
,
appoggiare
,
assestare
,
azzeccare
,
ammollare
,
affibbiare
,
barbare
,
distendere
,
consegnare
,
fiancare
,
misurare
,
piantare
,
rifilare
,
rivogare
,
somministrare
,
tirare
:
un
tesoro
di
gentilezze
.
Di
tanto
in
tanto
,
in
grandi
caratteri
:
-
Esercizi
ginnastici
-
e
sotto
,
un
dialogo
strambo
,
nel
quale
due
persone
,
collegando
a
dispetto
dei
santi
le
idee
più
disparate
,
si
palleggiano
tutte
le
locuzioni
registrate
nelle
dieci
o
venti
pagine
precedenti
;
o
aneddoti
o
descrizioni
bizzarre
,
in
cui
tutte
quelle
locuzioni
sono
pigiate
a
forza
,
o
periodi
a
chiocciola
,
dove
una
stessa
idea
è
espressa
parecchie
volte
di
seguito
in
forma
diversa
.
Alcuni
di
questi
esercizi
,
intitolati
Scrigni
poetici
,
erano
sonetti
e
versi
sciolti
,
nei
quali
l
'
amico
aveva
incastrato
una
quantità
di
modi
,
per
ricordarli
meglio
,
in
grazia
del
ritmo
.
Fra
due
di
queste
poesiole
c
'
era
un
discorso
d
'
un
pedante
marcio
,
tutto
tessuto
di
quei
vocaboli
e
di
quelle
frasi
antiquate
,
che
nessuno
usa
più
parlando
,
ma
che
qualcuno
s
'
ostina
ancora
a
scrivere
,
sfidando
eroicamente
il
ridicolo
;
altrove
il
discorso
d
'
un
lezioso
;
più
là
il
soliloquio
d
'
uno
sgrammaticante
,
con
le
sgrammaticature
più
frequenti
nella
conversazione
della
gente
per
bene
.
Mi
cadde
sottocchio
,
fra
l
'
altro
,
una
pagina
di
Spazzature
,
dov
'
era
raccolto
un
buon
numero
di
quelle
frasi
fatte
,
calìe
letterarie
,
o
fiori
secchi
di
rettorica
,
che
ricorrono
di
continuo
nei
discorsi
e
nei
brindisi
,
e
che
son
diventati
odiosi
a
tutti
oramai
,
anche
a
quelli
che
li
usano
,
quando
li
sentono
usare
dagli
altri
.
Ma
sopra
ogni
cosa
attirò
la
mia
attenzione
e
mi
parve
strana
una
grande
quantità
di
parole
e
di
frasi
segnate
a
capo
e
a
piè
di
pagina
,
sui
margini
,
tra
riga
e
riga
,
a
traverso
lo
scritto
,
un
po
'
da
per
tutto
,
alcune
in
istampatello
,
altre
inquadrate
in
quattro
tratti
di
penna
,
o
scritte
con
matita
rossa
,
verde
o
turchina
,
o
sormontate
da
un
Nota
bene
,
o
fiancheggiate
da
un
punto
esclamativo
,
o
da
un
crocione
,
o
da
una
bandierina
disegnata
:
parole
e
frasi
,
che
l
'
amico
mi
disse
d
'
aver
appuntate
così
a
caso
,
dove
prima
gli
veniva
,
man
mano
che
le
intoppava
nei
libri
,
e
contrassegnate
in
quella
maniera
,
perché
attirassero
il
suo
sguardo
e
gli
si
rinfrescassero
nella
memoria
quando
egli
sfogliava
il
librone
per
cercarvi
o
per
notarvi
altre
cose
.
Tutto
il
librone
n
'
era
tempestato
,
e
anche
molte
di
queste
note
illustrate
da
piccoli
schizzi
di
figure
umane
,
di
mobili
,
d
'
utensili
,
d
'
oggetti
d
'
ogni
genere
;
e
v
'
eran
qua
e
là
delle
pagine
bianche
,
preparate
per
altre
note
,
coi
titoli
già
scritti
.
Trovai
in
ultimo
un
elenco
di
quei
modi
dialettali
,
che
si
sogliono
scansare
con
gran
cura
,
benchè
appartengano
pure
alla
lingua
,
e
siano
correttissimi
,
e
nella
pagina
accanto
una
raccolta
di
frasi
di
complimento
antiche
e
moderne
,
alla
quale
faceva
riscontro
un
piccolo
dizionario
di
moccoli
smorzati
,
di
quelle
esclamazioni
vigorose
di
maraviglia
o
di
dispetto
,
che
la
gente
ben
educata
sostituisce
ai
sacrati
autentici
,
quando
è
in
una
compagnia
a
cui
si
devono
dei
riguardi
.
Arrivato
a
questo
punto
,
benchè
mi
destasse
un
senso
d
'
ammirazione
l
'
amor
della
lingua
vivissimo
che
si
manifestava
in
quella
strana
rigatteria
filologica
,
non
potei
trattenere
una
risata
.
Ma
il
bottegaio
non
se
n
'
ebbe
per
male
;
tutt
'
altro
.
-
Bene
!
-
mi
disse
.
-
Mi
fa
piacere
di
vederla
ridere
.
È
il
commento
che
desideravo
e
aspettavo
,
perché
giustifica
la
mia
mancanza
di
metodo
,
ed
è
un
modo
di
riconoscere
che
si
può
far
dello
studio
della
lingua
uno
spasso
amenissimo
,
come
io
faccio
appunto
.
Studiando
la
lingua
io
scrivo
versi
,
recito
la
commedia
,
lavoro
di
mosaico
,
faccio
ginnastica
con
la
penna
,
rivedo
le
bucce
agli
altri
e
a
me
stesso
,
rido
,
tesoreggio
,
disegno
,
fantastico
,
e
serbo
una
libertà
di
spirito
che
esclude
ogni
fatica
e
ogni
noia
.
Non
è
un
metodo
;
ma
un
modo
che
credo
convenientissimo
a
tutte
le
teste
disordinate
e
svolazzatoie
com
'
è
quella
che
porto
sulle
spalle
.
Veda
,
io
non
darei
questo
libraccio
per
un
peso
eguale
di
biglietti
da
cento
.
E
se
lo
stampassi
,
credo
che
farebbe
furore
.
Certo
sarebbe
il
trattato
linguistico
più
originale
che
si
sia
pubblicato
mai
,
e
forse
non
il
più
inutile
.
Dopo
la
mia
morte
,
chi
sa
!
O
lo
lascerò
alla
Biblioteca
Vittorio
Emanuele
,
di
Roma
.
Il
vocabolarista
.
Per
imparar
la
lingua
io
leggo
assiduamente
,
oltre
gli
scrittori
,
il
Vocabolario
.
Non
lo
leggo
soltanto
perché
è
il
solo
libro
che
,
se
non
tutta
,
contiene
quasi
tutta
la
lingua
;
ma
anche
perché
mi
diletta
l
'
immaginazione
,
senza
turbarmi
l
'
animo
,
non
movendo
in
alcun
modo
le
passioni
;
dalle
quali
rifugge
la
mia
indole
tranquilla
.
Dico
di
più
:
che
per
me
non
c
'
è
altro
libro
che
diletti
altrettanto
,
per
poco
che
l
'
immaginazione
del
lettore
si
presti
a
vivificar
la
lettura
.
Per
me
le
parole
sono
creature
umane
,
e
le
colonne
,
strade
,
dove
passa
una
folla
maravigliosa
.
In
questa
folla
incontro
conoscenti
e
sconosciuti
;
indifferenti
che
lascio
passare
,
figure
curiose
con
cui
mi
soffermo
,
vecchi
amici
che
mi
son
famigliari
fin
dai
primi
anni
,
persone
con
le
quali
ebbi
relazione
un
tempo
,
e
che
dimenticai
in
seguito
,
e
che
riconosco
con
piacere
,
e
altre
che
cercai
un
pezzo
nel
regno
dei
libri
,
senza
trovarle
,
e
a
cui
faccio
festa
,
come
si
fa
a
un
amico
inaspettato
,
che
ci
venga
a
cavar
da
un
impiccio
.
Vedo
nelle
parole
immagini
di
scienziati
,
di
poeti
,
di
pedanti
,
di
villani
,
di
beceri
,
di
patrizi
,
d
'
operai
,
facce
benigne
e
sinistre
,
e
buffe
,
e
tragiche
,
e
figure
di
ragazze
snelle
e
gentili
,
di
donnine
semplici
o
affettate
,
e
di
vecchie
venerabili
,
sei
volte
secolari
,
che
parlarono
col
Boccaccio
e
con
Dante
,
e
serbano
la
fresca
vivacità
della
giovinezza
.
E
ciascuna
mi
desta
un
pensiero
,
e
alla
più
parte
mi
scappa
detto
qualche
cosa
,
passando
.
-
Ti
saluto
,
simpatia
!
-
Mi
rallegro
con
lei
,
finalmente
assunta
all
'
onore
del
Vocabolario
.
-
Passa
via
,
svergognata
.
-
O
lei
,
che
mille
volte
m
'
è
entrata
e
mille
volte
sfuggita
dalla
mente
,
quando
si
risolverà
a
rimanervi
?
-
Te
non
ti
ci
voglio
,
chè
non
t
'
ho
mai
potuta
patire
.
-
Si
fermi
lei
,
e
mi
dica
bene
una
volta
quello
che
vuol
dire
,
chè
non
l
'
ho
mai
saputo
per
l
'
appunto
.
-
Le
parole
seguite
da
derivati
e
diminutivi
mi
danno
l
'
immagine
di
padri
o
di
madri
con
un
codazzo
di
figliuoli
e
di
nipoti
grandi
e
piccoli
;
quelle
cadute
fuor
d
'
uso
,
di
superstiti
d
'
altre
età
,
che
si
trascinino
,
e
non
si
ritrovino
in
mezzo
alla
folla
giovanile
che
passa
,
o
d
'
ombre
di
trapassati
,
ricordate
nel
dizionario
da
una
lapide
;
quelle
di
significati
diversi
,
di
faccendieri
che
facciano
ogni
arte
;
le
nuove
,
d
'
origine
straniera
,
di
viaggiatori
arrivati
di
fresco
,
con
la
valigia
alla
mano
.
E
incontro
greci
e
romani
antichi
,
e
italiani
d
'
ogni
secolo
,
e
visi
e
vestiari
di
tutte
le
regioni
d
'
Italia
.
Tutti
i
mestieri
,
tutte
le
scienze
,
usi
e
costumi
di
ogni
classe
sociale
e
d
'
ogni
popolo
,
tutti
gli
stati
dell
'
animo
,
tutte
le
forme
e
tutti
gli
strumenti
dell
'
operosità
umana
,
tutti
gli
aspetti
della
natura
e
tutte
le
epoche
della
storia
mi
passano
dinnanzi
nel
Vocabolario
.
Ed
è
il
mio
maggior
diletto
appunto
questo
passaggio
continuo
dall
'
una
all
'
altra
idea
disparatissima
,
questo
procedere
a
salti
,
a
volate
subitanee
da
cose
materiali
a
cose
ideali
,
da
un
polo
all
'
altro
del
mondo
intellettuale
,
questa
fuga
vertiginosa
di
luoghi
,
d
'
oggetti
,
di
genti
,
d
'
orizzonti
,
di
secoli
,
nella
quale
il
mio
pensiero
balena
più
fitto
,
la
mia
fantasia
batte
più
rapidamente
l
'
ali
che
nell
'
impeto
d
'
un
'
inspirazione
creatrice
.
E
quanti
ricordi
mi
destano
le
parole
!
Moltissime
,
sonandomi
nella
mente
,
risvegliano
e
fanno
uscire
dai
recessi
della
memoria
volti
,
nomi
,
casi
,
momenti
della
vita
,
che
da
più
o
meno
tempo
vi
stavano
rimpiattati
e
ignorati
.
Una
parola
antiquata
o
poetica
mi
rammenta
una
persona
che
spesso
la
diceva
,
facendone
pompa
fra
gli
amici
,
i
quali
ne
sorridevano
,
toccandosi
a
vicenda
col
gomito
;
un
'
altra
mi
fa
riudir
l
'
accento
d
'
un
lontano
o
d
'
un
morto
,
che
la
pronunziava
in
certo
modo
suo
proprio
;
questa
mi
richiama
alla
mente
un
linguista
che
le
mosse
guerra
e
uno
che
la
difese
,
e
le
dispute
che
vi
fecero
intorno
,
e
le
impertinenze
che
si
scambiarono
pel
fatto
suo
;
quella
mi
ricorda
un
verso
celebre
o
un
motto
storico
o
una
scena
di
commedia
o
un
angolo
di
salotto
dove
la
intesi
dire
storpiata
o
a
sproposito
.
E
a
certi
nomi
di
malattie
mi
si
levan
davanti
le
immagini
di
amici
perduti
;
rivedo
certe
tavole
di
banchettanti
a
leggere
certi
vocaboli
gastronomici
;
in
certe
parole
onomatopeiche
infantili
risento
la
voce
dei
miei
figliuoli
bambini
;
e
molte
mi
fanno
balenare
alla
mente
le
sembianze
degli
scrittori
che
le
predilessero
:
la
fronte
grave
del
Machiavelli
,
gli
occhi
ardenti
del
Foscolo
,
il
viso
pallido
del
Leopardi
.
Ho
detto
in
che
modo
mi
diverto
:
mi
domanderete
in
che
modo
imparo
.
Vi
dico
come
.
M
'
arresto
ogni
momento
a
pensare
.
Ecco
,
per
esempio
,
un
vocabolo
,
che
soglio
usare
in
un
significato
che
non
è
propriamente
il
suo
:
bisogna
che
me
ne
fissi
nella
mente
,
una
volta
per
sempre
,
il
significato
vero
.
Eccone
un
altro
del
quale
abuso
:
vi
segno
accanto
:
liberarsene
,
e
segnerò
poi
quelli
che
troverò
,
che
vi
si
possano
sostituire
.
Segno
una
parola
d
'
uso
comune
,
che
non
uso
mai
,
benchè
sia
spesso
necessaria
:
perché
non
l
'
uso
?
quale
altra
adopero
invece
?
che
differenza
passa
fra
l
'
una
e
l
'
altra
?
Trovo
parole
efficacissime
e
generalmente
usate
che
in
nessun
modo
mi
si
vogliono
appiccicare
alla
memoria
,
come
se
ci
fosse
nella
loro
forma
e
nel
loro
suono
qualche
cosa
di
ripugnante
all
'
occhio
della
mia
mente
e
al
mio
senso
dell
'
armonia
:
e
faccio
un
atto
vivo
della
volontà
per
istamparmele
nel
cervello
.
Ad
ogni
vocabolo
segnato
come
fuor
di
corso
,
o
d
'
uso
non
comune
,
cerco
quello
che
vi
si
è
sostituito
o
che
s
'
usa
più
comunemente
in
sua
vece
;
mi
provo
a
definire
il
significato
di
certe
parole
prima
di
leggere
la
definizione
stampata
,
e
raffronto
con
questa
la
mia
;
m
'
esercito
a
cercare
esempi
di
scrittori
o
dell
'
uso
parlato
corrente
da
aggiungere
a
quelli
che
il
Vocabolario
registra
;
e
via
discorrendo
.
Vedete
come
e
quanto
si
può
studiare
sul
Vocabolario
!
E
non
dico
delle
nuove
parole
che
imparo
,
che
ignoravo
affatto
;
delle
nozioni
elementari
d
'
ogni
scienza
,
che
acquisto
o
rettifico
e
chiarisco
nella
mia
mente
;
dei
proverbi
,
delle
sentenze
,
dei
consigli
pratici
,
utili
alla
vita
,
delle
infinite
immagini
,
sussidio
all
'
arte
dello
scrivere
,
che
raccolgo
passando
.
Sin
dalla
prima
lettura
segnai
con
lunghi
tratti
di
penna
sui
margini
tutte
le
serie
di
parole
che
non
giova
rileggere
,
e
così
procedo
ora
senza
perder
tempo
.
E
di
questa
lettura
non
mi
stanco
mai
.
Sebbene
io
abbia
letto
il
Vocabolario
tante
volte
che
certe
pagine
,
certe
colonne
mi
son
rimaste
nella
memoria
come
armadi
aperti
,
in
cui
vedo
ogni
parola
al
suo
posto
,
quasi
nell
'
ordine
alfabetico
col
quale
v
'
è
collocata
,
mi
dà
sempre
un
nuovo
diletto
ogni
lettura
;
qualche
cosa
da
imparare
trovo
sempre
,
sempre
nuovi
passaggi
e
contrasti
inaspettati
e
strani
fra
vocaboli
che
si
toccano
,
nuovi
richiami
di
ricordi
,
nuove
sorgenti
di
comicità
,
nuovi
segreti
e
virtù
e
maraviglie
del
verbo
umano
.
E
v
'
entro
con
un
senso
sempre
più
vivo
di
reverenza
pensando
di
quale
enorme
lavoro
di
generazioni
è
il
prodotto
quell
'
enorme
materiale
di
lingua
,
che
lunga
e
varia
e
venturosa
vita
ogni
parola
ha
vissuta
,
e
per
che
mirabili
vicende
passeranno
ancora
la
maggior
parte
nei
secoli
,
e
che
tesoro
immenso
di
pensiero
fu
accumulato
e
si
spargerà
ancora
per
il
mondo
per
mezzo
di
quelle
parole
.
Il
Vocabolario
!
Ma
è
il
grande
Museo
,
il
tempio
nazionale
,
la
montagna
sacra
,
sul
cui
vertice
risplende
il
genio
della
razza
.
E
si
tratta
di
freddo
e
vuoto
pedante
chi
lo
studia
!
Ma
io
istituirei
delle
cattedre
per
leggerlo
e
per
commentarlo
;
ma
....
Suona
l
'
ora
.
Faccio
punto
.
È
l
'
ora
della
mia
lettura
quotidiana
.
Salute
.
IL
MODO
MIGLIORE
.
Ora
,
dei
cinque
modi
,
che
abbiamo
visti
,
di
studiare
la
lingua
,
tu
domanderai
quale
sia
il
meglio
.
Il
meglio
,
a
mio
parere
,
è
il
sesto
.
Voglio
dire
un
metodo
,
il
quale
raccolga
quanto
v
'
è
di
buono
in
quei
cinque
.
Leggere
attentamente
i
buoni
scrittori
,
segnando
sul
libro
,
se
si
può
,
per
ritrovarle
poi
facilmente
,
le
voci
e
le
locuzioni
che
ci
riescon
nuove
e
che
ci
vogliamo
appropriare
,
cercando
di
fissarcene
nella
mente
,
senza
l
'
aiuto
della
penna
,
il
maggior
numero
possibile
,
con
quanto
occorre
del
testo
a
chiarirne
bene
il
significato
e
a
farne
sentire
tutto
il
valore
;
mandar
a
memoria
poesie
e
squarci
di
prosa
,
nei
quali
al
pregio
del
pensiero
o
del
sentimento
e
alla
bellezza
dello
stile
sia
congiunta
una
particolar
ricchezza
di
lingua
;
notare
il
meglio
del
materiale
che
si
ricava
dalle
letture
,
dividendolo
e
raggruppandolo
intorno
a
certi
soggetti
,
perché
riesca
più
facile
ritenerlo
e
ritrovarlo
;
esercitarsi
,
scrivendo
,
a
maneggiare
il
materiale
raccolto
con
abbozzi
di
componimenti
,
di
periodi
,
anche
di
semplici
frasi
,
che
siano
come
i
bozzetti
che
buttan
giù
i
pittori
per
acquistare
la
padronanza
della
tavolozza
;
e
leggere
ad
un
tempo
,
rileggere
,
studiare
il
vocabolario
.
Quest
'
ultimo
studio
ti
raccomando
in
particolar
modo
,
perché
è
quello
che
più
difficilmente
s
'
inducono
a
fare
i
giovinetti
.
Ma
occorre
intendersi
bene
.
Una
trentina
d
'
anni
fa
,
con
uno
scritto
diretto
particolarmente
ai
giovani
,
io
raccomandai
la
lettura
del
vocabolario
.
Nel
corso
di
questi
trent
'
anni
parecchi
mi
scrissero
,
e
altri
mi
dissero
presso
a
poco
quello
che
segue
:
-
Abbiamo
seguìto
il
suo
consiglio
,
o
meglio
,
ci
siamo
provati
a
seguirlo
;
ma
non
c
'
è
riuscito
di
tirare
innanzi
:
la
lettura
del
vocabolario
ci
addormentava
;
ci
vuole
una
pazienza
di
Benedettini
per
reggerci
;
abbiamo
smesso
.
Ecco
.
Rispondo
prima
di
tutto
che
senza
pazienza
non
si
riesce
a
imparar
la
lingua
in
nessuna
maniera
,
e
che
la
pazienza
di
studiare
il
vocabolario
l
'
ebbero
scrittori
di
grande
ingegno
,
come
il
Manzoni
che
postillò
la
Crusca
per
modo
da
non
lasciarne
vedere
i
margini
,
Teofilo
Gautier
,
che
teneva
il
vocabolario
sul
tavolino
da
notte
,
Gabriele
d
'
Annunzio
,
che
legge
persino
dei
vocabolari
tecnici
,
dalla
prima
all
'
ultima
parola
.
Rispondo
in
secondo
luogo
che
quella
è
una
lettura
che
non
va
fatta
a
modo
dell
'
altre
.
Se
tu
ti
metti
a
leggere
il
vocabolario
come
un
romanzo
o
una
storia
,
con
l
'
idea
di
correrlo
tutto
d
'
un
fiato
,
per
finirlo
il
più
presto
possibile
,
e
liberarti
dalla
fatica
,
non
solo
ti
farai
nella
mente
una
grande
confusione
,
senza
cavarne
alcun
frutto
;
ma
non
reggerai
a
leggerne
una
decima
parte
,
si
capisce
,
chè
t
'
ammazzerà
la
noia
prima
d
'
arrivarci
.
È
una
lettura
che
si
deve
fare
a
poco
per
volta
,
a
pezzi
e
bocconi
,
con
l
'
animo
tranquillo
,
quando
ci
si
ha
disposto
lo
spirito
,
e
non
di
corsa
,
ma
a
rilento
,
accompagnandola
passo
per
passo
,
come
ti
disse
il
Vocabolarista
,
con
un
lavoro
di
memoria
,
di
ragionamento
e
d
'
immaginazione
.
Bisogna
,
insomma
,
mettersi
alla
lettura
e
procedervi
per
modo
,
che
quello
studio
finisca
a
poco
a
poco
con
non
più
richiedere
uno
sforzo
di
volontà
,
e
diventi
una
consuetudine
,
cessi
d
'
essere
una
fatica
,
e
si
muti
in
un
piacere
.
Dirai
:
-
È
presto
detto
.
Hai
ragione
:
è
presto
detto
.
Ebbene
,
farò
qualche
cosa
di
più
.
Ti
propongo
di
fare
una
prova
insieme
.
Pigliamo
,
per
esempio
,
il
Novo
dizionario
italiano
del
Petrocchi
:
una
lettera
qualunque
,
la
lettera
P
,
e
leggiamola
tutta
.
M
'
ingegnerò
di
farti
vedere
come
si
deve
leggere
il
vocabolario
,
o
,
per
dir
meglio
,
ti
farò
vedere
come
io
lo
leggo
,
in
che
maniera
mi
ci
diverto
e
c
'
imparo
,
che
è
la
maniera
in
cui
mi
pare
che
anche
tu
ti
ci
possa
divertire
,
imparando
;
e
nel
far
questo
,
userò
con
te
la
più
grande
sincerità
,
come
con
un
compagno
di
scuola
:
ti
confesserò
le
mie
ignoranze
,
i
miei
stupori
e
i
miei
dubbi
,
che
ti
gioveranno
forse
,
se
te
ne
ricorderai
,
nelle
tue
letture
avvenire
.
Sarà
una
prova
un
po
'
lunghetta
,
benchè
io
proceda
alla
lesta
,
omettendo
le
parole
più
comuni
,
e
anche
molte
che
non
son
tali
,
e
un
gran
numero
di
vocaboli
tecnici
e
storici
;
ma
ci
occorrerà
spesso
di
ricrearci
divagando
e
scherzando
.
All
'
opera
,
dunque
.
Apro
il
secondo
volume
,
alla
lettera
P
.
Incominciamo
.
Ma
no
.
Tu
avrai
bisogno
di
respirare
.
Svaghiamoci
prima
insieme
con
qualche
personaggio
ameno
:
con
un
nemico
del
vocabolario
,
questa
volta
,
per
non
uscir
d
'
argomento
.
IL
FALSO
MONETARIO
.
Falso
monetario
della
lingua
,
s
'
intende
.
Era
un
pittore
ligure
,
digiuno
di
lettere
,
ma
pieno
d
'
ingegno
,
che
parlava
il
più
bizzarro
italiano
ch
'
io
abbia
mai
inteso
dagli
scali
di
Levante
alle
Colonie
del
rio
de
La
Plata
:
tutte
parole
storpiate
,
mutate
di
desinenza
e
di
genere
,
o
usate
in
tutt
'
altro
significato
da
quello
loro
proprio
.
Il
suo
magazzino
linguistico
era
come
una
tesoreria
di
monete
false
,
adulterate
o
calanti
,
ch
'
egli
dava
via
a
casaccio
e
in
tutta
buona
fede
.
Questo
derivava
principalmente
dal
fatto
strano
(
ma
nella
gente
incolta
non
raro
)
,
che
ogni
parola
insolita
ch
'
egli
leggesse
o
sentisse
si
confondeva
nella
sua
mente
con
un
'
altra
parola
usuale
di
suono
affine
,
o
acquistava
stabilmente
nel
suo
concetto
il
primo
significato
che
,
per
certe
analogie
misteriose
con
altri
vocaboli
,
gli
pareva
dovesse
avere
.
E
siccome
,
avendo
immaginazione
viva
e
spirito
arguto
,
aveva
bisogno
,
per
esprimersi
,
d
'
un
gran
numero
di
parole
,
e
se
ne
appropriava
di
continuo
,
così
gli
fiorivano
sulla
bocca
gli
spropositi
con
una
fecondità
maravigliosa
.
Per
lui
,
ad
esempio
,
donna
in
ghingheri
e
donna
in
gangheri
,
inciprignita
o
incipriata
erano
la
stessa
cosa
,
e
faceva
tutt
'
uno
d
'
immerso
e
sommerso
,
evento
e
avvento
,
immane
e
immune
,
stame
e
strame
,
eminente
e
imminente
.
Parlava
nel
modo
che
può
parlare
un
orecchiante
della
lingua
,
che
ode
a
frullo
e
legge
a
vànvera
,
com
'
egli
infatti
udiva
e
leggeva
.
Usava
sgattaiolare
per
imitar
la
voce
del
gatto
,
sobbillare
per
fare
il
solletico
,
cincischiato
per
azzimato
.
Diceva
a
un
amico
che
s
'
era
fatto
rader
la
barba
:
-
Come
sei
tutto
cincischiato
questa
mattina
!
-
e
quello
subito
si
tastava
il
viso
,
credendo
che
il
suo
Sfregia
lo
avesse
lavorato
d
'
intaglio
.
Ricordo
sfruconare
,
che
per
lui
era
verbo
omnibus
.
-
.
Questa
mattina
mi
sono
sfruconato
a
colazione
mezzo
pollo
.
-
Mi
sfruconai
l
'
abito
contro
il
muro
.
-
Lo
colsero
sul
fatto
e
lo
sfruconarono
ben
bene
.
-
Ho
pagato
dieci
lire
questo
straccio
di
cappello
:
m
'
hanno
sfruconato
.
-
Ad
altre
parole
faceva
far
cento
servizi
.
Per
esempio
ad
ambiente
.
Quando
il
cielo
era
sereno
:
-
Che
bell
'
ambiente
questa
sera
!
-
Che
cos
'
hai
?
Oggi
non
ti
trovo
nel
tuo
ambiente
.
-
Per
gli
amici
era
uno
spasso
.
N
'
aveva
ogni
giorno
una
nuova
,
o
parecchie
.
Fra
le
più
belle
,
che
non
riuscimmo
mai
a
fargli
smettere
,
c
'
era
voce
stentorea
per
voce
stentata
e
aureola
per
arietta
.
-
Tirava
un
'
aureola
deliziosa
!
-
Un
giorno
,
ritornando
da
Cavoretto
,
ci
disse
che
aveva
trovato
il
paese
tutto
infestato
.
-
Da
qual
malanno
?
-
domandammo
.
-
Ma
che
malanno
!
-
Voleva
dire
:
il
paese
in
festa
.
Ma
il
più
comico
era
la
sicurezza
con
cui
le
diceva
,
senza
un
sospetto
al
mondo
dei
suoi
reati
filologici
,
il
colpo
ardito
con
cui
piantava
lo
sproposito
,
come
una
bandiera
vittoriosa
.
Le
nostre
risate
non
lo
sconcertavano
minimamente
.
Alle
osservazioni
critiche
scrollava
le
spalle
.
-
Oh
che
pedanti
!
-
diceva
.
-
Digrignare
,
digrugnare
,
ammaccare
,
ammiccare
,
ruzzolare
e
razzolare
,
su
per
giù
è
lo
stesso
.
So
bene
che
parlo
un
po
'
così
,
all
'
insaputa
.
Ma
mi
capite
sì
o
no
?
E
tanto
basta
.
-
Di
certi
suoi
qui
pro
quo
si
capiva
l
'
origine
:
era
l
'
analogia
fonetica
fra
due
parole
:
da
sfracellare
cavava
sfracelo
;
gemicare
credeva
che
volesse
dire
:
gemere
sommesso
.
Ma
come
diamine
poteva
dire
"
una
scaramuccia
di
bicchieri
sopra
una
tavola
"
per
dire
una
quantità
di
bicchieri
in
disordine
,
e
si
attuffarono
per
vennero
alle
mani
?
E
anche
per
quei
nomi
delle
citazioni
storiche
proverbiali
,
che
si
sogliono
dir
giusti
anche
da
chi
non
ha
cognizione
alcuna
del
fatto
,
faceva
lo
stesso
lavoro
.
-
La
spada
d
'
Empedocle
.
-
L
'
anello
di
Gigi
.
-
L
'
orecchio
di
Dionisia
.
-
Una
che
è
una
non
l
'
infilava
,
e
aveva
una
grande
smania
di
citare
.
Per
gli
amici
che
conoscevano
il
suo
ingegno
,
il
suo
modo
vivo
e
colorito
di
raccontare
e
di
descrivere
e
la
vera
eloquenza
con
cui
parlava
qualche
volta
dell
'
arte
sua
,
quella
profluvie
di
svarioni
era
una
singolarità
piacevole
,
non
derivante
che
da
un
'
imperfezione
del
suo
organo
uditorio
e
della
sua
facoltà
mnemonica
;
ma
chi
non
lo
conosceva
,
la
prima
volta
che
l
'
udiva
parlare
a
quel
modo
,
sospettava
che
n
'
avesse
un
ramo
,
e
lo
guardava
con
diffidenza
.
Fra
le
molte
scene
lepide
di
cui
fu
causa
la
sua
maniera
di
parlare
,
ricordo
quella
che
seguì
in
casa
d
'
una
colta
signora
,
alla
quale
lo
presentammo
.
-
Signora
-
le
diss
'
egli
,
appena
presentato
-
,
io
son
fatto
alla
buona
,
non
so
spiaccicare
complimenti
;
ma
so
che
lei
preferisce
la
sincerità
alla
raffineria
.
La
signora
lo
guardò
,
stupita
;
poi
rispose
:
-
È
vero
.
Preferisco
mille
volte
la
brusca
sincerità
alla
finzione
cortese
.
-
Quanto
a
questo
-
ribattè
l
'
artista
-
le
assicuro
che
l
'
infingardaggine
non
è
fra
i
miei
difetti
.
Ciò
detto
,
si
staccò
dal
crocchio
,
per
parlar
con
altri
;
ma
,
voltatosi
a
un
tratto
e
colto
a
volo
un
atto
che
faceva
a
noi
la
signora
,
come
per
dirci
:
-
Ma
quest
'
artista
non
ha
il
cervello
a
segno
-
credendo
ch
'
ella
accennasse
d
'
aver
male
al
capo
,
le
disse
cortesemente
:
-
È
effetto
del
tempo
,
signora
.
Anche
a
me
questo
tempo
linfatico
rende
la
testa
pesante
.
Fu
quello
uno
dei
suoi
più
"
brillanti
successi
.
"
E
appunto
quello
strano
epiteto
affibbiato
da
lui
al
tempo
,
confondendo
l
'
idea
della
linfa
,
umore
del
corpo
umano
,
che
somiglia
all
'
acqua
,
con
l
'
idea
dell
'
acqua
piovana
,
è
un
esempio
che
spiega
come
si
formassero
nella
sua
mente
certi
strafalcioni
.
E
son
più
frequenti
che
non
si
creda
i
parlatori
di
questo
stampo
,
questi
sbadatoni
e
fracassoni
terribili
,
che
nel
campo
della
lingua
rovesciano
e
rompono
ogni
cosa
,
come
farebbe
un
toro
imbizzarrito
in
un
magazzino
di
chincaglierie
.
Ma
di
maravigliosi
come
lui
non
n
'
intesi
altri
.
Quanti
ameni
ricordi
ci
lasciò
,
che
sono
nella
nostra
mente
sorgenti
inesauribili
di
buon
umore
!
Che
impareggiabili
trovate
!
Quel
tenore
del
teatro
Balbo
che
gli
stralciava
gli
orecchi
con
le
sue
detonazioni
!
E
quel
certo
suo
amico
che
gli
aveva
raccomandato
che
gli
telegrafacesse
immediatamente
l
'
esito
di
non
so
quale
concorso
!
E
quel
Crispi
,
il
suo
adorato
Crispi
,
che
sarebbe
diventato
il
perno
motrice
della
politica
europea
!
E
quelle
guerre
intestinali
della
Francia
!
Tu
mi
perdonerai
,
mio
buon
anarchico
della
grammatica
e
del
dizionario
,
d
'
aver
fatto
ridere
qualcuno
alle
tue
spalle
:
tu
comprenderai
che
non
l
'
ho
fatto
per
mal
animo
.
Non
posso
aver
mal
animo
con
te
,
poichè
per
te
serbo
la
più
viva
gratitudine
.
Vedendoti
pigliare
quei
granchi
enormi
,
imparai
a
scansare
certi
granchi
minori
,
che
di
tanto
in
tanto
pescavo
io
pure
;
tu
m
'
infondesti
nell
'
animo
,
meglio
d
'
ogni
professore
di
lettere
,
il
terrore
salutare
del
farfallone
;
e
un
'
altra
saggia
cosa
m
'
insegnasti
:
a
non
giudicar
mai
lì
per
lì
dal
modo
di
parlare
,
per
malandato
che
questo
sia
,
le
facoltà
intellettuali
d
'
un
mio
simile
.
Ti
ringrazio
dunque
pubblicamente
;
e
non
per
burla
,
ma
per
affetto
mi
servo
ancora
delle
tue
parole
per
dirti
che
la
tua
memoria
mi
è
sempre
sommersa
nel
cuore
,
e
che
vi
rimarrà
finchè
la
Parca
non
recida
lo
strame
della
mia
vita
.
UNA
CORSA
NEL
VOCABOLARIO
.
P
.
P
.
-
Quattordicesima
lettera
dell
'
alfabeto
.
Che
novità
!
Un
momento
.
Nota
che
è
in
generale
maschile
;
più
spesso
maschile
che
femminile
,
dicono
altri
.
Ma
sul
genere
delle
lettere
bisogna
fissarsi
bene
perché
occorre
spesso
di
rammentare
questa
o
quella
vocale
o
consonante
per
canzonare
errori
d
'
ortografia
o
di
pronunzia
del
prossimo
,
ed
è
ridicolo
,
nell
'
atto
stesso
che
si
canzona
un
errore
d
'
altri
,
sbagliare
o
mostrare
incertezza
riguardo
al
genere
della
lettera
a
cui
s
'
accenna
.
Nota
anche
quel
P
.
C
.
,
per
congratulazioni
o
condoglianze
.
Siccome
le
condoglianze
si
fanno
quasi
sempre
per
morti
,
non
ti
pare
che
quel
p
.
c
.
,
usato
da
molti
,
sia
un
po
'
,
...
villanamente
asciutto
,
salvo
che
si
tratti
della
morte
d
'
un
cane
?
Chi
,
per
condolersi
con
me
d
'
una
disgrazia
qualsiasi
,
mi
scrive
un
semplice
p
.
c
.
,
m
'
ha
l
'
aria
di
voler
dire
per
canzonatura
o
per
cavarmela
.
Ed
è
veramente
canzonatura
il
fare
un
atto
di
gentilezza
con
un
'
avarizia
così
spilorcia
d
'
inchiostro
.
PACCA
,
PACCHINA
.
-
Colpo
della
mano
aperta
.
-
Non
m
'
occorre
,
dirai
;
ci
sono
tant
'
altre
parole
per
dir
la
stessa
cosa
!
Adagio
un
po
'
.
Se
tu
dici
a
un
bambino
,
per
ischerzo
:
-
Bada
che
ti
do
una
manata
o
uno
scapaccione
-
,
all
'
orecchio
della
mamma
può
sonar
male
lo
scherzo
.
Se
dirai
una
manatina
o
uno
scapaccioncino
,
dirai
una
parola
che
non
è
d
'
uso
corrente
.
Pacchina
è
la
parola
che
fa
al
caso
.
Inezie
!
Ma
,
nel
parlare
come
nello
scrivere
,
si
manifesta
appunto
in
queste
inezie
il
senso
della
convenienza
e
della
finezza
.
Hai
ragione
,
invece
,
se
mi
dici
che
si
può
far
di
meno
della
parola
PACCHÉO
,
che
vien
dopo
,
per
dir
baggeo
,
uomo
stupido
.
È
da
notarsi
che
di
queste
parole
che
suonano
scherno
o
disprezzo
,
come
di
quelle
che
designano
percosse
,
il
vocabolario
è
mirabilmente
ricco
:
se
lo
leggerai
tutto
,
ci
troverai
una
miniera
di
modi
d
'
ingiuriare
il
prossimo
e
di
termini
relativi
all
'
arte
di
menar
le
mani
;
ciò
che
non
è
un
segno
consolante
della
gentilezza
della
natura
umana
.
Non
c
'
è
forse
altra
famiglia
di
modi
più
numerosa
,
se
non
è
quella
che
si
riferisce
alla
"
noia
di
mangiare
e
bere
"
.
E
a
proposito
,
ecco
la
parola
PACCHIARE
,
mangiare
,
che
molti
lombardi
stupirebbero
di
trovar
nel
vocabolario
italiano
:
è
il
loro
paciáa
,
donde
paciada
,
mangiata
,
d
'
uso
volgare
.
E
tu
,
piemontese
,
troverai
,
andando
innanzi
,
un
gran
numero
di
parole
del
tuo
dialetto
,
che
credi
non
siano
della
lingua
.
Rideresti
,
per
esempio
,
se
sentissi
dire
in
italiano
:
PACCHIUCO
,
che
è
il
piemontese
paciocc
;
fango
,
mota
e
simili
.
Ed
eccolo
qua
,
seguito
da
Pacchiucone
,
pasticcione
,
che
è
il
piemontese
paccioccon
.
E
c
'
è
poco
sotto
Pacioccone
,
più
somigliante
dell
'
altro
al
vocabolo
dialettale
,
ma
che
in
italiano
ha
significato
diverso
,
cioè
di
persona
grassa
,
e
par
che
dica
la
cosa
anche
col
suono
.
Questo
pacioccone
anonimo
ci
conduce
nel
regno
della
pace
.
Il
pane
è
la
pace
della
casa
.
Che
profonda
verità
!
A
quante
cose
fa
pensare
questo
semplice
proverbio
,
in
cui
balenano
tutte
le
tristezze
e
le
tempeste
domestiche
che
derivano
dalla
miseria
!
E
nota
l
'
esempio
:
-
Viene
avanti
con
tutta
la
sua
pace
.
-
Non
c
'
è
l
'
immagine
viva
dell
'
indole
,
dell
'
aspetto
,
dell
'
andatura
d
'
una
persona
?
PACIERE
.
Ebbene
?
Niente
.
Sorrido
a
un
ricordo
mio
,
d
'
un
'
antica
edizione
del
Conte
di
Carmagnola
del
Manzoni
,
che
ebbi
tra
mano
da
ragazzo
,
nella
quale
all
'
ultima
scena
,
dove
il
Conte
dice
di
sperare
che
la
propria
morte
riconcilierà
il
duca
Visconti
con
la
figliuola
,
in
vece
di
:
è
un
gran
pacier
,
era
stampato
:
è
un
gran
piacer
la
morte
;
ed
è
quasi
mezzo
secolo
che
ogni
volta
ch
'
io
trovo
quella
parola
mi
ricordo
d
'
essermi
scervellato
un
bel
pezzo
a
pensare
come
fosse
potuta
sfuggire
ad
Alessandro
Manzoni
quella
stramberia
.
PACIFICONE
.
Ecco
una
parola
comunissima
che
in
venti
volumi
che
ho
sulla
coscienza
sono
ben
sicuro
di
non
aver
usata
mai
,
benchè
mi
sia
occorso
chi
sa
quante
volte
d
'
esprimere
l
'
idea
ch
'
essa
esprime
;
ciò
ch
'
io
feci
senza
dubbio
con
più
d
'
una
parola
,
o
con
un
'
altra
meno
propria
.
Dunque
,
memento
.
-
Come
?
-
mi
domanderai
-
;
anche
alla
Padella
ci
dobbiamo
fermare
?
-
Sì
,
signore
,
e
c
'
è
il
suo
perché
;
sono
anzi
due
.
Lo
sai
che
si
chiama
occhio
il
foro
che
è
nel
manico
dell
'
utensile
benemerito
,
per
attaccarlo
al
chiodo
?
E
sai
che
si
chiama
padella
il
piattello
di
latta
,
di
cristallo
o
d
'
altro
,
che
si
mette
sotto
il
lume
o
sul
candeliere
per
riparar
l
'
olio
o
la
cera
?
-
Ma
son
minuzie
,
-
mi
rispondi
-
;
o
se
m
'
occorrerà
due
volte
o
tre
nella
vita
di
nominar
quelle
cose
!
-
E
batti
!
Ma
siccome
(
e
già
lo
dissi
)
ci
sono
altre
migliaia
di
piccole
cose
,
che
nella
vita
avrai
da
nominar
poche
volte
,
se
tu
trascurerai
d
'
impararne
i
nomi
perché
son
cose
di
poco
conto
,
ti
troverai
migliaia
di
volte
impacciato
.
Ti
capaciti
?
E
nota
il
vantaggio
che
ti
dà
la
lettura
del
Vocabolario
,
dove
,
essendo
detti
tutti
i
significati
di
ciascun
vocabolo
,
tu
puoi
imparare
insieme
i
nomi
di
diversi
oggetti
,
ciascun
dei
quali
ti
rammenterà
l
'
altro
.
Vedi
,
per
esempio
,
più
avanti
,
la
parola
PALA
.
Pala
,
attrezzo
comune
,
pala
del
remo
,
pala
del
timone
,
pala
delle
ruote
dei
molini
.
-
Vedi
PALCO
.
I
palchi
fronzuti
d
'
una
quercia
,
i
palchi
delle
corna
,
i
palchi
delle
pine
,
un
vestito
di
seta
con
trine
a
tre
palchi
;
palco
morto
,
quello
che
si
dice
in
piemontese
sopanta
.
-
Poi
PALLINO
.
Pallino
da
caccia
,
pallino
delle
bocce
,
della
sella
,
della
balaustrata
,
della
chiave
maschia
;
soprannome
d
'
un
cane
,
d
'
un
cavallo
,
ecc
.
;
bambino
grassoccio
.
Più
sotto
,
dietro
PARACADUTE
,
una
filza
di
cose
che
parano
:
PARACAMINO
,
PARAFOCO
,
PARAFUMO
,
PARAMOSCHE
,
PARAOCCHI
,
PARATASCHE
,
PARACENERE
,
PARACIELO
d
'
un
pulpito
,
d
'
una
carrozza
,
d
'
un
tetto
,
ecc
.
Si
piglia
la
lingua
a
retate
.
Rifacciamoci
indietro
.
Ecco
una
bella
parola
per
dire
una
cosa
che
ci
occorre
di
dire
spessissimo
:
PADREGGIARE
,
d
'
un
figliolo
o
d
'
una
figliola
che
somiglia
al
padre
,
o
,
come
si
dice
famigliarmente
,
che
tira
dal
padre
.
-
Per
solito
le
figliole
padreggiano
,
i
figlioli
madreggiano
.
-
Ecco
la
parola
PAESANO
,
che
noi
dell
'
Italia
settentrionale
non
adoperiamo
quasi
mai
nel
senso
di
contrapposto
a
forestiero
o
a
militare
:
-
Vino
paesano
,
ufficiale
vestito
da
paesano
.
-
Ecco
alle
parole
PAGA
e
PAGARE
una
serqua
di
modi
quasi
tutti
relegati
fuor
del
nostro
vocabolario
parlato
.
-
PAGACCIA
,
un
cattivo
pagatore
.
-
Essere
il
PAGA
della
compagnia
-
dar
le
paghe
,
le
busse
.
-
Pagare
a
sgocciolo
,
alla
stracca
,
coi
gomiti
,
a
chiacchiere
,
a
respiro
,
sul
tamburo
,
sulla
cavezza
,
alla
banca
dei
monchi
,
il
giorno
di
San
Mai
,
pagar
di
schiena
.
-
E
alla
parola
:
PAGLIA
:
aver
altra
paglia
in
becco
-
(
un
altro
amore
)
-
mangiarsi
la
paglia
di
sotto
i
piedi
(
rifinire
ogni
cosa
)
-
batter
la
paglia
(
vagar
col
discorso
)
-
rompersi
il
collo
in
un
fil
di
paglia
-
per
ogni
fuscello
di
paglia
(
per
un
nonnulla
)
....
Segue
una
serie
di
nomi
di
cose
utili
a
sapersi
.
PALIOTTO
,
l
'
arnese
di
stoffa
o
altro
che
si
mette
davanti
all
'
altare
;
PALLA
,
il
quadretto
di
tela
per
coprire
il
calice
,
e
il
globo
di
vetro
che
si
mette
ai
lumi
;
PALMENTO
,
la
grande
cassa
dove
casca
la
farina
che
esce
dalle
macine
(
donde
il
modo
:
mangiare
a
due
palmenti
)
;
PEDANA
,
tappeto
per
sotto
i
piedi
;
PEDAGNÓLO
,
il
fusto
dell
'
albero
ancor
giovane
;
PEDALE
,
il
fusto
dell
'
albero
da
terra
all
'
inforcatura
;
PELLÉTICA
,
pelle
della
carne
da
mangiare
,
o
pelle
floscia
o
cascante
della
persona
;
PELO
,
di
marmi
o
pietre
o
vasi
,
fenditura
sottilissima
somigliante
ad
un
pelo
.
Sapevi
tu
i
nomi
di
tutte
queste
cose
?
No
?
Ebbene
,
ti
dico
nell
'
orecchio
che
parte
gl
'
ignoravo
anch
'
io
,
e
parte
li
avevo
dimenticati
.
E
PALANDRA
,
per
abito
d
'
uomo
a
lunga
falda
?
Che
cosa
dice
il
Sor
Palandra
?
Mi
par
di
vederlo
.
Una
sosta
.
Sostiamo
un
poco
,
e
voltiamoci
indietro
.
Vedi
,
nel
breve
tratto
percorso
,
quante
parole
abbiamo
trovate
,
che
ci
hanno
destato
un
ricordo
storico
,
portato
l
'
immaginazione
in
ogni
parte
del
mondo
,
a
cose
remotissime
di
spazio
e
di
tempo
,
dalle
palafitte
lacustri
dell
'
età
preistorica
alle
architetture
palladiane
,
dai
paleosauri
fossili
ai
bacilli
del
Pacini
!
Abbiamo
visto
passare
la
paggeria
pomposa
delle
Corti
,
i
principi
orientali
portati
in
palanchino
,
i
trionfatori
romani
in
veste
palmata
,
i
giovani
greci
lottanti
al
Pancrazio
,
e
dame
e
sonatori
di
lira
e
poeti
tragici
e
ninfe
cacciatrici
di
Diana
ravvolte
nella
palla
,
e
i
lottatori
delle
feste
panatenée
in
onor
di
Pallade
,
e
i
Bolognesi
antichi
plaudenti
alla
battaglia
d
'
ova
e
di
porci
della
Pachetta
.
Ci
son
balenati
dinanzi
Attilio
Regolo
,
che
con
le
palpebre
arrovesciate
,
spasimando
,
guarda
il
sole
,
e
Carlomagno
circondato
di
Paladini
,
e
i
Palleschi
e
i
Piagnoni
,
partigiani
e
avversari
dei
Medici
,
e
i
Francesi
caduti
nel
sangue
delle
Pasque
Veronesi
,
e
Paisanetto
,
la
maschera
genovese
,
e
Pantalone
,
la
maschera
veneziana
,
e
Pantagruele
,
figlio
di
Gargantua
;
e
di
là
da
questa
maravigliosa
processione
,
una
fuga
di
palazzi
famosi
,
i
palmizi
ridenti
di
Liguria
e
di
Sicilia
,
e
il
Palatino
e
il
Panteon
e
le
paludi
Pontine
e
l
'
orizzonte
immenso
della
Pampa
.
Pensasti
mai
,
leggendo
altri
libri
,
a
tante
cose
e
così
diverse
in
così
breve
tratto
di
lettura
?
E
quante
n
'
ho
tralasciate
!
Ma
Rimettiamoci
in
cammino
.
PANACÈA
.
Tu
non
sei
di
quelli
che
pronunziano
panácea
,
non
è
vero
?
Non
t
'
aver
per
male
della
domanda
:
non
di
rado
io
sento
dire
stentoréo
per
stentóreo
,
e
qualche
volta
anche
Satìro
per
Sátiro
,
santissimi
numi
!
E
come
sono
efficaci
le
maniere
:
-
LEVAR
DI
PAN
DURO
-
,
per
mangiar
molto
,
non
lasciar
che
il
pane
diventi
duro
in
casa
;
-
MANGIARE
IL
PAN
PENTITO
-
FINIR
DI
MANGIAR
PANE
,
per
morire
,
e
-
PAN
DI
RICATTO
-
che
si
dice
quando
uno
rifà
agli
altri
quello
che
hanno
fatto
a
lui
.
E
RIMBRONTOLARE
IL
PANE
a
uno
non
è
più
espressivo
di
rimproverare
e
rinfacciare
?
E
com
'
è
ben
significato
e
quasi
effigiato
l
'
ipocrita
untuoso
in
BOCCA
PARI
,
poichè
FAR
LA
BOCCA
PARI
vuol
dire
accomodar
la
bocca
per
ipocrisia
!
Un
'
altra
parola
,
PARI
,
che
non
s
'
usa
quasi
punto
fuor
di
Toscana
,
benchè
serva
a
dire
molte
cose
che
non
si
possono
dire
altrimenti
che
meno
bene
,
o
con
più
parole
,
ciò
che
in
fondo
è
il
medesimo
.
Per
esempio
,
come
diresti
tu
in
altre
parole
:
camminar
pari
pari
o
portar
una
cosa
pari
pari
,
perché
non
si
spanda
l
'
acqua
che
v
'
è
dentro
?
PARARE
.
È
una
di
quelle
tante
parole
comuni
alla
lingua
e
al
dialetto
,
le
quali
noi
non
usiamo
in
certe
forme
perché
,
essendo
queste
anche
dialettali
,
non
le
crediamo
forme
italiane
.
Di
'
la
verità
:
oseresti
dire
che
una
stanza
è
buia
perché
c
'
è
la
casa
di
faccia
che
PARA
?
PARA
,
senz
'
altro
,
sottintendendosi
il
sole
,
la
luce
?
E
dire
:
-
Escimi
davanti
che
mi
PARI
?
E
:
un
pastrano
che
PARA
il
freddo
?
E
a
un
bambino
,
offerendogli
qualche
cosa
:
PARA
bocca
?
PARA
mano
?
PARA
il
grembiule
?
PARA
il
sacco
?
-
No
.
Vedi
,
dunque
.
Ma
di
queste
parole
e
locuzioni
dialettali
e
italiane
ne
abbiamo
già
trovate
parecchie
nelle
pagine
antecedenti
,
e
ne
troveremo
di
più
in
seguito
.
-
TIRAR
LA
PAGA
,
per
riscuoterla
.
-
Essere
una
cattiva
paga
,
un
cattivo
pagatore
.
-
PAGHEREI
che
tu
provassi
il
gusto
che
c
'
è
a
far
questi
lavori
-
Non
PAPPARE
d
'
una
cosa
,
non
intendersene
-
Non
aver
PAURA
,
non
temere
il
confronto
.
-
PELAR
gli
uccelli
,
le
castagne
,
PELARSI
una
mano
con
un
ferro
rovente
.
-
Farsi
PELARE
,
per
farsi
tagliare
i
capelli
.
-
PRENDERE
di
qui
,
di
là
,
da
questa
parte
,
da
questa
strada
,
per
avviarsi
.
-
PIGLIARSI
,
per
isposarsi
.
Pare
che
que
'
due
si
PIGLINO
.
-
Lo
so
DA
PER
ME
,
viene
DA
PER
SÉ
.
-
PILUCCARE
uno
(
plucchè
,
piemontese
)
per
pigliargli
i
denari
.
-
È
un
PIGLIA
PIGLIA
(
ciapa
,
ciapa
)
.
-
E
PAPPINO
,
PASTONE
,
PATAFFIONE
,
PATATUCCO
,
PIOTA
,
QUEI
POCHI
,
per
servo
d
'
ospedale
,
pasto
per
le
galline
,
uomo
grossolano
,
uomo
stupido
e
bizzarro
,
pianta
di
piede
grosso
,
quattrini
.
Vedi
di
quanti
vani
scrupoli
e
paure
ti
puoi
liberare
leggendo
il
vocabolario
.
Conosci
i
modi
:
PARLARE
con
le
seste
,
PARLUCCHIARE
sul
conto
altrui
,
PASSAR
PAROLA
a
qualcuno
d
'
un
affare
,
aver
PASSATO
con
alcuno
POCHE
PAROLE
,
entrar
in
parole
,
pigliarsi
a
parole
?
-
Provati
a
trovare
un
altro
modo
che
equivalga
appunto
quest
'
ultimo
,
e
vedi
se
PARTICOLARE
,
nella
frase
:
-
Tu
sei
PARTICOLARE
,
veh
!
-
da
noi
non
mai
usato
,
non
dice
qualche
cosa
di
più
di
curioso
e
qualche
cosa
di
meno
d
'
originale
o
strano
,
che
qualche
volta
sarebbe
troppo
.
E
diciamo
mai
pascolare
in
senso
attivo
,
come
nell
'
esempio
:
-
Andò
a
PASCOLARE
le
pecore
-
?
PASSATELLA
,
di
donna
avanzata
in
età
,
è
uno
di
quei
modi
riguardosi
,
da
registrarsi
nel
Galateo
della
lingua
,
i
quali
possono
attenuare
,
in
certi
casi
,
il
risentimento
d
'
una
signora
rispettabile
.
E
nota
pure
,
perché
ti
può
occorrere
:
-
tirare
una
PASSATELLA
,
che
è
mandar
la
boccia
in
modo
che
tocchi
quella
dell
'
avversario
per
rimoverla
.
-
CANTARE
A
PAURA
,
che
bel
modo
di
dir
:
cantare
per
ingannar
la
paura
!
E
PENCOLARE
nel
senso
di
esser
dubbio
tra
il
sì
e
il
no
?
Ricordo
un
ragazzetto
fiorentino
che
mi
disse
:
-
Io
volevo
che
mi
lasciassero
andar
solo
a
vedere
il
serraglio
:
la
mamma
pencolava
,
pencolava
....
-
Nota
(
e
noto
anch
'
io
,
perché
son
parole
che
imparo
con
te
)
:
-
PECETTA
,
per
seccatore
(
bellissimo
)
:
Levami
questa
PECETTA
di
torno
.
-
PASTRANAIO
,
chi
alla
porta
d
'
un
teatro
o
altro
prende
e
conserva
i
pastrani
.
-
PATACCONE
,
un
orologio
grosso
e
vecchio
.
-
PATATE
(
volgarmente
)
i
calli
.
-
PECORELLE
,
la
schiuma
dei
cavalloni
.
-
PEDINARE
,
il
correre
per
terra
degli
uccelli
....
In
confessionale
.
Qui
apro
una
parentesi
,
che
già
volevo
aprire
alla
parola
Paleografia
,
poi
a
Paleolitico
,
a
Paleontologia
,
a
Palingenesi
,
a
Palinsesto
,
a
Paralipomeni
,
e
che
dovrei
poi
aprire
a
Pirronismo
o
a
Prammatica
e
ad
altri
vocaboli
,
se
non
lo
facessi
in
questo
punto
.
Zitto
!
Non
ti
domando
se
di
tutti
quei
vocaboli
sai
il
significato
:
ti
tratto
da
uomo
.
Quelle
ed
altre
molte
appartengono
a
una
famiglia
di
parole
che
si
potrebbero
chiamare
:
della
scienza
sottintesa
:
parole
che
si
senton
dire
sovente
nelle
conversazioni
della
gente
colta
o
mezzo
colta
,
e
che
spessissimo
si
leggono
nei
giornali
;
le
quali
molti
non
sanno
o
sanno
soltanto
per
nebbia
che
cosa
significhino
,
e
sarebbero
impacciatissimi
a
dirlo
;
ma
fingono
di
capirle
,
perché
hanno
coscienza
che
è
alquanto
vergognoso
il
non
conoscerne
il
significato
.
Fra
quanti
bravi
signori
,
se
fossero
sinceri
,
seguirebbe
la
scena
di
quei
due
giurati
del
Fucini
,
i
quali
,
di
parola
in
parola
,
finiscono
col
dichiararsi
a
vicenda
di
non
sapere
che
cosa
voglia
dir
recidiva
,
che
credevano
un
delitto
snaturato
!
Ebbene
,
questo
è
uno
dei
tanti
vantaggi
della
lettura
del
Vocabolario
:
che
tutti
,
scorrendo
le
sue
pagine
,
possiamo
colmare
una
quantità
di
piccole
lacune
della
nostra
cultura
,
le
quali
non
confesseremmo
neppure
a
un
amico
,
aggiustare
i
conti
della
nostra
coscienza
letteraria
,
di
nascosto
,
senza
dover
arrossire
,
come
con
un
maestro
fidato
,
che
s
'
interroga
a
quattr
'
occhi
,
e
che
dà
le
risposte
nell
'
orecchio
,
e
non
risponde
soltanto
alle
nostre
domande
,
ma
ci
svela
pure
molte
nostre
ignoranze
inconsapevoli
,
e
vi
ripara
ad
un
tempo
.
Cito
fra
le
tante
che
ci
passeranno
sott
'
occhio
una
sola
parola
:
preconizzare
,
che
quasi
tutti
sanno
,
ma
che
moltissimi
non
intendono
nel
suo
significato
vero
,
poichè
cento
volte
io
l
'
intesi
usare
nel
senso
di
presagire
,
dove
significa
propriamente
:
proclamare
l
'
elezione
d
'
un
vescovo
,
e
quindi
,
per
traslato
,
proclamare
che
che
sia
.
Il
Giordani
preconizzò
all
'
Italia
l
'
ingegno
del
Leopardi
.
E
si
sente
dire
:
-
Io
preconizzai
la
pioggia
fin
da
ieri
!
-
E
a
proposito
di
pioggia
:
una
PASSATA
D
'
ACQUA
,
una
PASSATINA
,
per
piccola
pioggia
,
e
che
passa
presto
,
come
dice
bene
la
cosa
!
Da
"
Pencolone
"
a
"
Piaccicone
"
.
Credo
che
avrò
detto
cento
volte
uno
che
pencola
o
pende
camminando
,
e
non
dissi
né
scrissi
mai
:
PENCOLONE
,
che
m
'
avrebbe
fatto
risparmiare
parecchie
parole
.
Notiamolo
per
ragione
d
'
economia
.
-
L
'
albero
cade
dalla
parte
che
pende
.
I
timorati
della
grammatica
direbbero
:
dalla
parte
da
cui
o
dalla
quale
pende
;
ma
è
un
modo
che
stride
come
un
paletto
arrugginito
.
PENNA
.
Qui
c
'
è
un
grappolo
di
modi
che
ti
possono
occorrere
ogni
momento
:
PENNA
CHE
FA
,
CHE
INTACCA
,
SCRIVE
CORRENTE
,
FA
GROSSO
,
SOTTILE
,
STRIDE
,
SCHIZZA
,
LASCIA
(
non
finisce
il
tratto
)
,
SBAVA
.
-
PENNATA
,
quanto
inchiostro
prende
in
una
volta
la
penna
.
-
PENSIERO
.
Nota
la
locuzione
:
HO
FATTO
PENSIERO
di
ritirarmi
:
è
più
che
ho
pensato
e
meno
che
ho
fatto
proposito
.
-
PENSUCCHIARE
,
pensare
meschinamente
.
Questo
scrittore
non
pensa
,
ma
pensucchia
.
-
PENTOLINO
.
È
bello
il
modo
:
TORNARE
AL
PENTOLINO
,
per
tornare
alla
sobrietà
,
alla
vita
parsimoniosa
di
casa
,
dopo
aver
scialato
.
To
'
:
c
'
è
anche
un
modo
per
dir
l
'
atto
di
riunire
i
cinque
polpastrelli
della
mano
.
FA
'
PEPINO
,
se
ti
riesce
,
si
dice
a
chi
ha
le
mani
aggranchiate
dal
freddo
.
E
giusto
,
mostrami
la
mano
:
questa
pellicola
staccata
dalla
carne
vicino
all
'
unghia
si
chiama
PEPITA
.
Tágliatela
,
e
osserva
l
'
uso
del
per
nei
modi
seguenti
,
che
per
noi
sono
insoliti
:
-
Si
volsero
PER
ponente
-
Assalirono
il
nemico
PER
fianco
-
PER
bambino
,
ha
molto
giudizio
.
-
PER
gobbo
,
dicono
in
Toscana
,
è
fatto
bene
-
Levò
quel
ragazzo
DI
PER
le
strade
-
Dare
una
cosa
PER
DI
.
Gli
hanno
dato
questo
quadro
PER
DI
Raffaello
.
-
E
l
'
uso
del
PERCHÉ
in
quest
'
altro
esempio
:
-
La
cagione
PERCHÉ
io
lo
cacciai
di
casa
-
più
svelto
che
per
la
quale
.
PERDOVE
.
Volle
sapere
il
perché
,
il
percome
e
IL
PERDOVE
.
-
Vedi
com
'
è
graziosa
la
parola
PERSONALINO
per
figura
:
-
Quella
ragazza
ha
un
bel
PERSONALINO
-
,
e
com
'
è
espressivo
il
costrutto
:
-
I
facchini
la
mancia
la
pesano
-
;
il
quale
tu
usi
ogni
momento
nel
dialetto
,
e
non
l
'
useresti
in
italiano
,
pensando
che
sia
un
errore
l
'
oggetto
doppio
:
corbellerie
!
PESTARE
uno
di
nerbate
,
un
modo
vigoroso
.
PESUCCHIARE
,
per
pesare
abbastanza
.
Questo
bambino
non
pare
;
ma
PESUCCHIA
.
PETTATA
,
salita
piuttosto
forte
:
fare
una
pettata
.
-
PETTEGOLATA
,
azione
da
pettegoli
;
bada
:
non
pettegolezzo
.
PRENDERE
PER
IL
PETTO
uno
,
fargli
violenza
.
Un
piacere
lo
fo
;
ma
non
voglio
esser
PRESO
PER
IL
PETTO
.
-
PIACCICHICCIO
.
Con
questo
PIACCICHICCIO
di
fango
,
non
si
cammina
.
-
PIACCICONE
,
PIACCICONA
,
chi
fa
le
cose
lentamente
.
-
PIPA
,
per
naso
grosso
....
altrimenti
Nappa
,
che
è
la
napia
del
nostro
dialetto
....
A
proposito
di
Piaccicone
,
è
da
notarsi
il
gran
numero
di
parole
comprese
nella
sola
lettera
P
,
le
quali
definiscono
il
carattere
,
l
'
aspetto
,
il
modo
di
moversi
e
d
'
operare
d
'
una
persona
;
tutte
occorrenti
spessissimo
,
in
special
modo
nel
linguaggio
parlato
.
Per
esempio
:
-
Quel
PALLIDONE
d
'
Eugenio
.
-
Se
tu
dici
invece
:
quella
faccia
pallida
,
non
fai
capir
così
bene
che
Eugenio
è
pallido
sempre
,
naturalmente
.
-
PANCETTA
,
chi
ha
la
pancia
grossa
.
Maestro
Pancetta
;
scherzoso
,
ma
non
impertinente
.
-
PAPPATACI
,
chi
soffre
,
mangia
e
tace
.
-
PEPINO
,
è
un
PEPINO
,
di
ragazzo
o
donna
arguta
e
frizzante
.
-
PETECCHIA
,
uomo
spilorcio
.
-
PIDOCCHIO
riunto
,
rivestito
,
rifatto
,
rilevato
,
ignorante
arricchito
e
superbo
.
-
PISPOLETTA
,
PISPOLINO
(
da
pispola
,
uccello
cantatore
)
,
donnetta
vezzosa
,
o
ragazzo
o
bambino
piacente
.
E
ne
tralascio
molte
altre
,
che
vedremo
un
'
altra
volta
,
per
finir
con
Puzzone
,
persona
che
puzza
,
e
anche
persona
superba
.
-
Tìrati
in
là
,
puzzone
,
che
mi
mozzi
il
fiato
.
-
Che
si
crede
d
'
essere
quella
puzzona
?
-
E
poichè
si
parla
di
puzzo
,
nota
,
com
'
è
detto
bene
di
persona
senza
sentimenti
e
senza
idee
:
-
SENZA
PUZZI
E
SENZA
ODORI
-
;
che
si
potrebbe
riferire
anche
a
scrittori
e
a
libri
corretti
,
ma
vuoti
e
freddi
,
che
lasciano
nel
lettore
....
il
tempo
che
trovano
.
E
ora
,
per
riprender
fiato
,
un
'
altra
occhiata
alla
Lanterna
magica
.
Quante
cose
,
oltre
la
lingua
,
in
quest
'
altro
breve
tratto
che
abbiamo
percorso
,
e
in
altre
poche
pagine
che
possiamo
precorrere
con
lo
sguardo
!
Armati
ad
ogni
passo
:
Pentacontarchi
,
Peltasti
,
Petardieri
,
Pretoriani
;
magistrati
romani
,
con
la
pretesta
strisciata
di
porpora
,
plaudenti
ai
gladiatori
dal
Podio
;
e
poeti
e
re
e
numi
e
genti
d
'
ogni
età
e
d
'
ogni
latitudine
,
dai
Pelasgi
ai
Lapponi
....
che
fabbricano
pane
con
la
corteccia
del
PIN
DI
RUSSIA
.
E
che
strana
processione
,
Pilade
,
Pilato
,
Pindaro
,
Plinio
,
re
Pipino
,
Petrarca
,
Platone
,
Plutone
!
Abbiamo
visto
Pegaso
trasvolare
nelle
nubi
,
passare
il
pétaso
alato
di
Mercurio
,
Psiche
spiar
le
forme
dell
'
amante
incognito
,
Ulisse
sterminare
i
Proci
,
Teseo
giustiziare
Procuste
,
Pirra
far
degli
uomini
coi
sassi
,
Progne
cangiarsi
in
rondine
e
Proteo
in
cento
forme
,
e
Perillo
fabbricare
l
'
orrendo
bue
ciciliano
,
rogo
e
tomba
di
bronzo
di
corpi
vivi
.
Abbiamo
visto
fender
l
'
acque
le
piroghe
degl
'
Indiani
,
scorrer
sull
'
Egeo
la
nave
capitana
del
Morosini
il
Peloponnesiaco
,
errar
sul
Ponte
Eusino
l
'
ombra
d
'
Ovidio
;
e
Aristotele
passeggiare
nel
Peripato
e
la
procuratessa
Grimani
in
piazza
San
Marco
;
e
meditar
sulla
pila
Alessandro
Volta
,
e
fuggire
dalle
Tuileries
la
testa
a
pera
di
Luigi
Filippo
;
e
lontano
,
verdeggiar
nell
'
azzurro
i
giardini
pensili
di
Babilonia
e
la
vetta
del
monte
Pimpla
,
sacro
alle
Muse
.
Che
fantasmagoria
,
per
gli
Dei
Penati
!
Cento
pagine
di
corsa
.
Di
corsa
,
perché
è
ancora
lunga
la
strada
,
e
tu
la
rifarai
da
te
a
più
bell
'
agio
.
PIAGGELLARE
,
lodare
,
dar
dell
'
unto
,
più
discreto
di
piaggiare
,
e
anche
nel
senso
di
ninnolare
,
divertir
con
ninnoli
.
-
PIANGERE
.
Di
un
vestito
che
non
si
confà
a
una
persona
si
dice
con
traslato
felicissimo
che
le
PIANGE
addosso
,
perché
fa
le
grinze
d
'
un
viso
piangente
,
e
di
scarpe
tutte
rotte
:
scarpe
che
PIANGONO
a
cent
'
occhi
.
Dire
che
ho
cercato
tante
volte
il
contrapposto
di
valligiano
,
colligiano
,
senza
trovarlo
,
ed
eccolo
qua
:
PIANIGIANO
:
me
lo
appiccico
sulla
fronte
.
PIANTACAROTE
....
Ma
questa
è
una
parola
comunissima
,
come
l
'
azione
che
esprime
.
Ora
,
ecco
una
manciata
di
modi
comuni
a
vari
dialetti
,
di
grande
efficacia
.
-
PIANTAR
spropositi
.
-
PIANTAR
uno
a
un
dato
posto
(
in
senso
canzonatorio
)
.
-
L
'
hanno
PIANTATO
agli
arresti
.
-
PIANTARE
una
ragazza
.
-
PIANTARE
un
amico
lì
su
due
piedi
.
(
Un
poeta
usò
argutamente
,
in
questo
senso
,
la
parola
Piantagione
)
.
-
PIANTAR
gli
occhi
in
faccia
a
uno
.
-
PIANTARE
il
discorso
,
e
andarsene
.
-
PIANTAR
casa
.
-
PIARE
,
degli
uccelli
che
cantano
in
amore
,
e
PÍO
PÍO
;
e
si
dice
anche
PIARE
delle
castagne
e
delle
patate
che
mettono
:
-
Non
lo
vedete
che
queste
castagne
PÌANO
?
-
PIENO
,
una
delle
tante
parole
che
nel
vocabolario
hanno
il
sacco
:
-
PIENO
zeppo
,
pinzo
,
colmo
,
gremito
-
bicchiere
PIENO
RASO
-
piatto
PIENO
a
CUPOLA
-
nel
PIENO
INVERNO
-
nel
PIENO
DELLA
NOTTE
.
-
e
così
PIGLIARE
:
PIGLIARE
a
cambio
,
a
chiodo
,
a
calo
,
e
nel
senso
d
'
accendersi
:
-
questo
lume
non
PIGLIA
-
e
in
altri
significati
:
-
vino
che
PIGLIA
d
'
aceto
-
pianta
che
non
PIGLIA
-
mastice
che
PIGLIA
appena
....
Ah
che
miseria
!
Pensare
che
io
pure
,
vecchio
al
mondo
,
dico
quasi
sempre
queste
cose
in
altri
modi
tanto
meno
spicci
e
meno
propri
!
-
PINZO
,
PINZARE
è
proprio
del
morso
degl
'
insetti
.
-
Nota
i
modi
:
-
Starà
poco
a
piovere
.
-
Piove
a
paesi
(
in
qua
e
in
là
)
.
-
PÍPPOLO
,
che
è
una
piccola
escrescenza
delle
piante
in
forma
di
bacca
,
si
dice
pure
d
'
un
'
escrescenza
della
carne
:
ho
un
amico
al
quale
una
gallina
portò
via
un
píppolo
dal
naso
con
una
beccata
.
PÍTTIMA
,
per
persona
noiosa
,
è
anche
del
nostro
dialetto
.
A
POCHINI
A
POCHINI
se
ne
spende
tanti
,
molto
più
espressivo
e
garbato
che
a
poco
a
poco
.
-
POPONE
fatto
,
strafatto
.
-
POPONE
per
gobba
.
Mi
ricorda
il
sonetto
del
Fucini
,
dove
al
prete
gobbo
che
dice
che
l
'
uomo
è
fatto
a
somiglianza
di
Dio
,
Neri
risponde
:
-
Con
quel
popone
non
me
l
'
ha
a
dir
lei
.
-
O
sciocco
,
va
'
a
dare
il
colore
ai
poponi
.
Amenità
del
vocabolario
.
Da
quest
'
ultimo
esempio
possiamo
prender
le
mosse
a
una
corsettina
allegra
,
per
vedere
una
quantità
di
modi
proverbiali
e
di
motti
e
d
'
esempi
lepidi
e
arguti
,
che
nelle
pagine
precedenti
abbiamo
saltato
a
piè
pari
.
Se
leggerai
tutto
il
vocabolario
,
vedrai
che
ce
n
'
è
a
profusione
,
che
alle
immagini
e
ai
pensieri
tristi
vi
predominano
di
gran
lunga
gli
ameni
,
che
il
libro
della
lingua
,
insomma
,
è
generalmente
un
libro
gaio
,
gran
motteggiatore
e
burlone
;
e
nei
suoi
motti
non
troverai
soltanto
fiori
e
vezzi
di
lingua
faceta
,
ma
anche
molte
sagge
sentenze
e
verità
utili
e
sani
consigli
.
Rifacciamoci
un
po
'
indietro
,
e
spigoliamo
alla
lesta
,
senza
tralasciarvi
certi
modi
un
po
'
volgari
,
ma
efficacissimi
,
che
è
bene
conoscere
,
benchè
non
sia
bene
adoperarli
.
-
Fàtti
in
là
,
disse
la
padella
al
paiolo
.
-
Non
si
può
esprimere
più
argutamente
il
concetto
d
'
una
persona
di
cattiva
reputazione
che
ostenta
timore
d
'
insudiciarsi
nella
compagnia
d
'
un
'
altra
della
stessa
tacca
.
-
Sei
come
la
padella
,
che
tinge
e
scotta
.
-
C
'
è
da
rivomitar
le
palle
degli
occhi
,
a
mangiar
certe
bazzoffie
delle
trattorie
.
-
Ti
s
'
ha
a
portare
il
panchetto
?
A
chi
non
finisce
di
chiacchierare
per
la
strada
.
A
Parigi
,
quando
due
comari
stanno
a
chiacchiera
un
pezzo
davanti
a
una
bottega
,
esce
il
bottegaio
con
due
seggiole
,
dicendo
:
-
Ces
dames
seront
peut
-
être
mieux
sur
des
chaises
.
-
Aver
della
pappa
frullata
nel
cervello
,
essere
un
baggeo
.
Di
una
cosa
nauseante
:
-
Fa
venir
su
la
prima
pappa
.
-
Soffiar
nella
pappa
,
fare
la
spia
.
-
Da
pappardelle
(
certe
lasagne
)
:
il
condotto
delle
pappardelle
,
la
gola
.
-
Pappa
tu
che
pappo
io
(
comune
,
credo
,
a
tutti
i
dialetti
)
,
alludendo
a
due
persone
che
mangiano
d
'
accordo
in
un
affare
.
-
Eh
,
non
mi
pappar
vivo
!
A
chi
risponde
arrogante
.
-
Aspetto
che
passi
la
mia
,
diceva
quell
'
ubbriaco
che
si
vedeva
girar
intorno
le
case
e
non
riusciva
a
trovar
la
sua
porta
.
-
Far
passare
il
vino
da
Santa
Chiara
,
degli
osti
che
lo
annacquano
.
-
Nella
sua
testa
c
'
è
andato
a
covare
un
passerotto
,
di
persona
senza
senno
.
-
Il
SE
,
il
MA
,
il
FORSE
,
è
il
patrimonio
dei
minchioni
.
-
Dottor
Pausania
,
a
persona
che
parla
con
molte
pause
e
con
prosopopea
.
Di
una
persona
magra
:
-
gli
si
sentono
i
paternostri
nella
schiena
:
-
da
paternostri
,
le
pallottoline
maggiori
della
corona
del
Rosario
,
alle
quali
somigliano
i
nodi
della
spina
dorsale
.
A
chi
fa
il
superbo
perché
è
arricchito
,
per
ricordargli
il
tempo
quand
'
era
povero
:
-
Ti
ricordi
quando
con
una
pedata
ti
rifacevi
il
letto
?
ossia
,
quando
dormivi
sulla
paglia
.
-
Il
caldo
dei
lenzuoli
non
fa
bollir
la
pentola
(
anche
dialettale
)
,
la
poltroneria
non
è
guadagno
.
-
Pare
una
pentola
di
fagioli
(
si
sottintende
"
in
bollore
"
)
di
persona
catarrosa
.
-
Dio
ti
benedica
con
una
pertica
verde
.
-
Pillole
di
gallina
(
le
ova
)
e
sciroppo
di
cantina
aiutano
a
star
sani
.
-
Di
persona
segreta
:
-
Più
chiuso
delle
pine
verdi
.
-
Tu
fai
piovere
!
A
chi
parla
con
affettazione
o
canta
male
.
-
E
ponza
e
ponza
e
ponza
,
venne
fuori
la
Monaca
di
Monza
,
fu
detto
del
Rosini
,
che
con
quel
romanzo
credeva
d
'
aver
ammazzato
I
Promessi
Sposi
;
e
si
dice
di
chi
fa
un
grande
sforzo
,
che
poi
non
dà
degno
frutto
.
-
E
udendo
un
suono
di
quel
vento
che
esce
dallo
stomaco
:
-
Al
tempo
dei
porci
erano
sospiri
.
-
Proserpina
,
di
donna
scarruffata
.
Vatti
a
pettinare
,
che
con
codesti
ciuffi
mi
pari
una
Proserpina
(
la
figlia
di
Giove
e
di
Cerere
,
rapita
da
Pluto
)
.
-
Non
esce
mai
dal
bagno
:
o
che
ci
sta
in
purgo
?
Dal
mettere
una
cosa
in
purgo
,
o
in
molle
,
perché
prenda
o
perda
certe
qualità
.
-
È
meglio
puzzar
di
porco
che
di
povero
,
dicono
i
poveri
che
si
vedon
malmenati
.
Vespasiano
a
Tito
,
che
gli
chiedeva
come
mai
avesse
messo
un
'
imposta
sull
'
orina
,
mise
una
moneta
sotto
il
naso
,
e
domandò
:
-
Puzza
questa
?
Ultima
verba
.
POLIARCHÍA
.
Tu
capisci
la
mia
strizzatina
d
'
occhio
:
questa
è
una
di
quelle
tali
parole
che
è
convenuto
che
tutti
intendano
,
e
di
cui
non
è
prudente
domandare
la
spiegazione
,
in
presenza
d
'
altri
,
a
una
persona
che
si
rispetta
.
-
POLPETTA
,
tu
saprai
per
prova
che
cosa
significhi
in
traslato
:
sgridata
.
Bello
il
verbo
PORGERE
nel
senso
di
suggerire
:
-
Fa
'
quello
che
la
natura
ti
porge
.
-
Dice
il
popolo
,
in
Toscana
:
-
Un
animo
mi
PORGE
,
il
cuore
mi
PORGEVA
di
fare
una
data
cosa
.
POSARE
.
Nota
bene
.
Noi
diciamo
troppo
spesso
deporre
,
che
è
ricercato
,
per
posare
il
cappello
sopra
una
seggiola
o
il
candeliere
sul
tavolo
o
altro
simile
;
io
intesi
anche
gridare
a
un
cane
:
-
Deponi
quell
'
osso
,
come
nelle
tragedie
si
dice
a
un
re
:
-
Deponi
quel
serto
.
Corbezzoli
!
-
Positivo
.
Si
dice
famigliarmente
di
positivo
per
sicuramente
,
senza
dubbio
.
A
primavera
c
'
è
la
guerra
DI
POSITIVO
.
-
Posteggiare
,
far
la
posta
,
non
si
dice
soltanto
d
'
un
animale
alla
caccia
,
ma
anche
d
'
una
persona
:
L
'
ho
POSTEGGIATO
un
pezzo
all
'
angolo
di
via
Garibaldi
,
dove
passa
ogni
giorno
;
ma
non
comparve
.
-
Si
dice
che
PUÒ
il
sole
,
il
vento
in
un
luogo
,
per
dire
che
ci
batte
forte
,
ed
è
un
modo
tanto
efficace
quanto
lesto
.
Eccoci
a
PRATICA
.
E
qui
ammonisco
me
stesso
:
-
Si
ricordi
bene
,
signor
E
.
D
.
,
che
si
dice
far
LE
PRATICHE
da
avvocato
,
e
non
la
pratica
,
come
dice
lei
,
e
far
pratiche
,
non
le
pratiche
,
per
far
quello
che
occorre
a
riuscire
in
un
intento
.
E
tu
pure
,
figliuolo
,
a
proposito
di
PRECIPIZIO
,
avverti
,
discorrendo
,
di
non
PRECIPITAR
le
parole
,
le
sillabe
,
il
racconto
,
che
è
un
vezzo
per
cui
si
dice
un
PRECIPIZIO
di
spropositi
;
e
già
fanno
tutto
male
gli
uomini
PRECIPITOSI
;
e
non
te
la
PRENDERE
(
è
un
modo
anche
dialettale
)
se
t
'
ammonisco
con
tanta
franchezza
.
Su
PRESA
tiriamo
via
,
perché
tu
capisci
che
cosa
significa
negli
esempi
:
un
muro
che
non
ha
fatto
ancora
PRESA
,
una
colla
,
una
pasta
che
non
fa
PRESA
.
Ma
facciamo
alto
a
PRESTIGIO
,
che
il
vocabolario
definisce
:
influenza
,
forza
abbagliante
,
ma
di
cui
si
fa
ora
un
abuso
ridicolo
,
adoperandolo
nel
significato
più
ristretto
di
stima
e
d
'
autorità
,
e
anche
di
serietà
solamente
,
tanto
che
tutti
credono
d
'
aver
del
prestigio
da
perdere
,
e
io
intesi
dire
persino
d
'
un
cane
da
guardia
,
che
aveva
perduto
ogni
prestigio
in
una
fattoria
,
per
averci
lasciato
entrare
i
ladri
di
notte
.
-
Grazioso
il
verbo
PROSPERARE
in
senso
transitivo
:
-
Il
Signore
vi
PROSPERI
!
-
PUGNO
,
ribeccarsi
un
pugno
,
mescere
fior
di
pugni
.
Sentii
dire
in
Toscana
:
-
Quattro
pugni
bene
scolpiti
,
che
è
proprio
uno
scolpire
l
'
idea
.
-
Mi
piace
PUNTARE
nel
senso
di
fissare
con
insistenza
una
persona
:
La
smetta
,
giovanotto
,
di
PUNTAR
quella
ragazza
;
e
anche
riflessivo
,
per
ostinarsi
:
-
Se
si
PUNTA
,
non
ottieni
nulla
.
-
Ed
ecco
alla
parola
PUNTO
un
mazzo
di
modi
da
ricordarsi
:
-
Far
punto
e
da
capo
,
stare
a
punto
e
virgola
,
ci
sono
i
punti
e
le
virgole
(
in
uno
scritto
perfetto
)
,
capitare
in
brutto
punto
,
prendere
in
buon
punto
(
nel
momento
buono
)
,
se
s
'
affatica
punto
punto
s
'
ammala
,
non
è
ancora
in
punto
(
all
'
ordine
)
.
Per
primo
punto
ti
dirò
....
-
PURE
DI
,
in
senso
ellittico
.
PUR
di
campare
,
fa
di
tutto
:
esprime
il
concetto
con
assai
più
forza
che
per
campare
,
dicendo
l
'
amor
della
vita
anche
più
forte
del
sentimento
della
dignità
e
della
rettitudine
.
PUZZARE
,
PUZZACCHIARE
.
-
Passa
di
qui
a
naso
ritto
:
par
che
si
PUZZI
tutti
!
-
Il
pesce
PUZZA
DAL
CAPO
.
-
Azioni
che
PUZZAN
di
ladro
.
Diciamo
anche
noi
nel
dialetto
che
una
cosa
non
pagata
,
ma
presa
a
credito
,
puzza
d
'
inchiostro
,
e
d
'
una
cosa
che
si
ritrova
o
si
riceve
inaspettatamente
,
e
che
ci
fa
comodo
:
-
Un
pastrano
a
questi
freddi
?
Non
puzza
.
-
Nota
che
noi
usiamo
quasi
sempre
,
in
vece
di
PUZZO
,
puzza
,
che
è
del
linguaggio
letterario
.
-
Un
puzzo
che
assaetta
,
un
puzzo
che
si
schianta
,
che
si
scoppia
.
-
Di
questo
puzzo
non
ce
n
'
ho
mai
avuto
in
casa
mia
:
s
'
intende
di
questi
peccati
,
di
queste
cattive
azioni
.
E
per
rumore
,
putiferio
:
-
Per
un
nulla
non
importava
far
tanto
puzzo
!
-
E
ancora
vari
nomi
di
cose
,
d
'
uso
raro
fra
noi
,
ma
che
è
bene
aggiungere
al
nostro
vocabolario
manchevole
:
-
POSATURA
,
quella
che
lascia
l
'
acqua
nella
boccia
,
e
che
noi
diciamo
fondo
,
che
è
proprio
del
caffè
,
com
'
è
del
vino
e
dell
'
aceto
fondigliólo
.
-
PRODA
del
campo
,
del
tavolino
,
del
letto
,
del
muro
,
del
fosso
,
che
noi
diciamo
malamente
orlo
.
-
PULCESECCA
,
sinonimo
faceto
di
strizzatura
o
pizzicotto
,
o
anche
il
segno
che
ne
rimane
.
-
Mi
son
fatto
una
pulcesecca
con
la
fibbia
,
e
in
un
sonetto
del
Fucini
:
e
giù
na
pulcesecca
'
n
tel
nodello
.
-
PULCIAIO
,
un
luogo
pieno
di
pulci
o
sudicio
.
-
Son
capitato
in
un
pulciaio
di
locanda
!
-
PULCINAIO
,
un
luogo
pieno
di
pulcini
.
-
PULISCISCARPE
e
PULISCIPIEDI
,
che
si
mette
all
'
entrata
delle
case
,
e
che
si
chiama
Raschino
se
è
di
ferro
.
-
PULSANTINO
,
la
mollettina
degli
orologi
,
che
serve
,
calcandola
e
girando
il
gambo
,
a
rimetter
l
'
ore
.
-
PUNZONE
,
forte
colpo
dato
con
le
nocche
o
con
la
mano
puntata
.
Gli
diede
un
punzone
nel
petto
che
lo
mandò
con
le
gambe
levate
.
-
E
questo
è
l
'
ultimo
vocabolo
della
processione
del
P
,
che
se
finisce
poco
bellamente
con
due
scarpe
per
aria
,
non
è
mia
colpa
.
Per
finire
.
Credo
di
non
averti
seccato
.
Non
ti
saresti
seccato
neppure
,
credo
,
s
'
io
non
avessi
fatto
molte
omissioni
per
abbreviarti
il
cammino
.
Ho
detto
molte
,
ma
sono
moltissime
,
e
in
special
modo
di
nomi
storici
,
di
termini
architettonici
,
matematici
,
filosofici
,
chimici
,
nautici
;
ai
quali
forse
,
leggendo
in
luogo
mio
,
tu
ti
saresti
arrestato
.
Anche
ho
trascurato
un
monte
di
vocaboli
con
cui
ti
sarebbe
passata
dinanzi
una
varietà
grande
d
'
animali
rari
,
di
minerali
,
d
'
erbe
,
di
fiori
,
d
'
alberi
,
di
frutti
,
di
medicinali
,
d
'
alimenti
,
d
'
abitazioni
e
di
paesaggi
,
e
d
'
armi
e
di
macchine
d
'
offesa
e
di
difesa
antiche
e
moderne
,
e
di
vestimenta
e
di
costumanze
e
di
giochi
e
di
feste
dell
'
età
passate
e
del
tempo
presente
,
che
alla
mia
immaginazione
presentavano
,
durante
la
lettura
,
un
'
altra
fuga
ammirabile
d
'
immagini
,
di
là
da
quella
che
tu
vedevi
con
me
,
seguitando
le
mie
citazioni
.
E
ho
tralasciato
voci
imitative
,
interiezioni
,
esclamazioni
,
facezie
,
proverbi
,
quanto
era
necessario
che
tralasciassi
,
insomma
,
per
ridurre
in
una
ventina
di
pagine
più
di
quattrocento
colonne
di
stampa
.
E
queste
quattrocento
colonne
non
rappresentano
che
una
lettera
.
Vedi
che
vasta
e
succosa
e
dilettevole
lettura
è
quella
del
Vocabolario
,
e
immagina
quanto
avrai
imparato
quando
su
tutte
le
lettere
dell
'
alfabeto
avrai
fatto
il
lavoro
che
abbiamo
fatto
insieme
sopra
una
sola
,
ma
con
più
attenzione
,
e
smettendolo
e
ripigliandolo
a
intervalli
,
dopo
ciascun
dei
quali
ritornerai
all
'
opera
con
maggior
curiosità
e
con
più
vivo
ardore
e
con
la
mente
meglio
esercitata
a
scegliere
,
a
osservare
e
a
imparare
.
Sei
persuaso
?
E
dopo
questo
,
se
qualcuno
ti
dirà
che
a
leggere
il
Vocabolario
si
muor
di
noia
e
si
sciupa
il
tempo
e
il
cervello
,
mandalo
....
alla
lettera
P
.
LA
MEMORIA
LATENTE
.
Ora
ti
debbo
dire
alcune
cose
per
preservarti
da
un
senso
di
scoraggiamento
,
dal
quale
è
probabile
che
tu
sia
preso
a
quando
a
quando
,
nel
primo
corso
dei
tuoi
studi
.
T
'
accadrà
qualche
volta
di
passare
in
rassegna
mentalmente
il
materiale
di
lingua
che
crederai
d
'
aver
accumulato
in
vari
mesi
di
letture
e
di
appunti
,
e
troverai
nella
tua
memoria
ben
poca
cosa
,
ti
parrà
che
una
gran
parte
di
quel
materiale
ti
sia
sfuggito
come
un
liquido
da
un
vaso
forato
,
e
che
un
'
altra
parte
ti
sfugga
nell
'
atto
che
lo
cerchi
,
e
rimarrai
scoraggiato
da
quel
disinganno
,
e
quasi
avvilito
.
Ebbene
,
sarai
in
errore
.
Una
gran
parte
del
materiale
della
lingua
si
va
a
riporre
da
sé
in
certi
scompartimenti
secreti
della
memoria
,
dove
noi
lo
portiamo
senz
'
esserne
consapevoli
,
e
donde
non
esce
se
non
quando
è
chiamato
fuori
da
certe
idee
,
con
le
quali
è
legato
da
fili
sottilissimi
,
invisibili
,
per
così
dire
,
al
nostro
pensiero
,
e
quindi
non
afferrabili
dalla
nostra
volontà
.
Ma
,
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
quando
vorrai
esprimere
certi
pensieri
e
nella
ricerca
viva
dell
'
espressione
le
tue
facoltà
intellettuali
si
ecciteranno
,
tu
vedrai
che
ti
verranno
sulle
labbra
e
alla
penna
una
quantità
di
parole
,
di
frasi
e
di
costrutti
,
che
non
sapevi
di
possedere
,
e
che
ti
parrà
di
non
aver
cercati
.
È
una
cosa
che
segue
a
tutti
quelli
che
studiano
la
lingua
,
e
che
è
per
loro
una
sorpresa
gradevole
,
come
di
trovare
nelle
tasche
o
nei
cassetti
carte
preziose
o
danari
dimenticati
.
Non
ti
sgomentare
,
dunque
,
se
dai
ripostigli
della
tua
memoria
non
esce
che
pochissima
lingua
,
quando
a
questa
tu
gridi
:
-
Fuori
!
-
non
per
bisogno
,
ma
per
vederla
soltanto
,
per
metterla
in
mostra
a
te
stesso
.
Quando
n
'
avrai
bisogno
davvero
,
saranno
le
tue
idee
urgenti
e
imperiose
che
andranno
a
picchiare
all
'
uscio
delle
mille
celle
in
cui
le
parole
stanno
nascoste
,
ciascuna
alla
cella
di
quella
che
le
conviene
e
le
appartiene
,
e
te
le
porteranno
di
volo
sulla
carta
e
alla
bocca
.
E
ti
porteranno
vocaboli
e
frasi
che
da
lungo
tempo
non
s
'
eran
più
fatte
vive
nella
tua
mente
,
e
che
ti
parrà
d
'
imparare
in
quel
punto
,
e
della
forma
felice
in
cui
ti
verranno
espressi
certi
pensieri
,
rimarrai
maravigliato
come
di
roba
non
tua
,
che
ti
fosse
suggerita
da
un
altro
,
o
come
se
scoprissi
in
te
un
altro
te
stesso
,
che
parli
e
scriva
una
lingua
più
ricca
,
più
propria
,
più
efficace
di
quella
che
tu
possiedi
.
Sii
certo
di
questo
.
Molto
spesso
,
ritrovando
nel
dizionario
o
nei
tuoi
appunti
certi
modi
segnati
da
te
un
pezzo
addietro
,
esclamerai
:
-
Guarda
!
Questo
m
'
era
scappato
di
mente
.
-
No
,
non
t
'
era
scappato
;
vi
stava
rimbucato
,
e
dormiva
,
aspettando
che
venisse
a
risvegliarlo
un
'
altra
parola
o
frase
di
senso
o
di
suono
affine
,
una
voce
sfuggevole
dell
'
animo
,
un
'
idea
sua
parente
od
amica
,
alla
quale
egli
si
sarebbe
manifestato
ed
offerto
.
Prosegui
dunque
con
animo
a
leggere
,
a
notare
,
a
raccogliere
,
poichè
tutto
il
materiale
di
lingua
che
ti
metti
in
capo
vi
si
ordina
e
vi
si
collega
in
mille
modi
,
come
in
una
officina
oscura
,
a
poco
a
poco
,
con
un
lavorìo
spontaneo
,
del
quale
tu
non
hai
coscienza
.
E
non
ne
sarà
affatto
perduta
neppur
quella
parte
che
non
verrà
fuori
al
bisogno
,
perché
di
molte
voci
e
locuzioni
effettivamente
dimenticate
,
tu
sentirai
nella
tua
memoria
il
vuoto
che
v
'
avranno
lasciato
,
e
di
là
le
spierai
e
moverai
per
rintracciarle
e
prima
o
poi
le
ripiglierai
al
laccio
per
sempre
.
Prosegui
nello
studio
,
con
viva
fede
nelle
forze
latenti
e
nel
lavoro
misterioso
e
maraviglioso
della
memoria
,
che
ti
sarà
per
sé
medesimo
un
argomento
di
studio
e
una
fonte
di
diletto
profondo
.
IL
PERICOLO
.
Ancora
un
'
avvertenza
,
prima
di
rimetterci
in
cammino
.
Bada
che
nello
studio
della
lingua
,
in
special
modo
per
chi
v
'
ha
inclinazione
naturale
,
c
'
è
un
pericolo
:
il
pericolo
d
'
un
così
brutto
malanno
,
che
se
io
avessi
anche
solo
un
leggerissimo
dubbio
di
potertelo
tirare
addosso
con
le
mie
esortazioni
e
i
miei
consigli
,
vorrei
piuttosto
che
tu
buttassi
il
mio
libro
sul
fuoco
come
un
libro
scellerato
.
Sì
,
se
nel
culto
della
letteratura
tu
dovessi
fare
allo
studio
della
lingua
una
troppo
gran
parte
,
riporre
in
essa
il
meglio
dei
tuoi
sforzi
e
dei
tuoi
godimenti
intellettuali
,
ridurti
a
considerarla
,
in
somma
,
non
come
un
mezzo
,
ma
come
un
fine
,
e
diventare
uno
di
quei
perdigiorni
delle
lettere
che
badano
soltanto
a
baloccarsi
con
le
parole
e
con
le
frasi
,
come
se
queste
non
fossero
forme
e
suoni
vanissimi
quando
non
servono
a
dir
qualche
cosa
che
piaccia
o
che
giovi
,
io
ti
direi
che
è
meglio
per
te
rinunziare
a
questo
studio
,
e
continuare
a
scrivere
e
a
parlar
male
per
tutta
la
vita
.
E
sappi
che
il
malanno
c
'
entra
dentro
lentamente
,
senza
che
ce
n
'
avvediamo
.
La
nostra
innata
pigrizia
intellettuale
c
'
induce
a
poco
a
poco
a
tenere
in
conto
d
'
un
nobile
esercizio
dell
'
ingegno
il
facile
lavoro
di
accumular
vocaboli
e
locuzioni
,
e
a
credere
che
sia
arte
e
scienza
ciò
che
con
l
'
arte
ha
che
fare
come
la
preparazione
dei
colori
con
la
pittura
,
e
con
l
'
alta
matematica
lo
studio
della
tavola
pitagorica
.
Non
occupandoci
più
d
'
altro
che
di
lingua
,
finiamo
con
non
cercare
e
non
raccoglier
più
altro
nelle
opere
dell
'
ingegno
altrui
;
ci
avvezziamo
a
non
veder
più
bellezza
che
nella
bellezza
della
parola
,
a
non
badar
più
che
alla
forma
anche
nelle
pagine
più
splendide
di
pensiero
e
più
calde
d
'
affetto
,
a
non
più
pensare
noi
medesimi
,
scrivendo
,
se
non
quanto
è
necessario
ad
aver
qualche
cosa
da
dorare
e
da
infronzolare
con
gli
orpelli
e
coi
nastrini
del
nostro
guardaroba
linguistico
.
Ed
ecco
lo
studioso
della
lingua
che
,
naturalmente
,
a
grado
a
grado
,
diventa
pedante
e
intollerante
,
come
il
bigotto
diventa
superstizioso
e
misantropo
;
che
non
ha
più
altro
nel
cranio
che
una
grammatica
e
nel
petto
che
un
vocabolario
,
e
nelle
cui
mani
la
lingua
perde
lume
,
calore
e
vita
,
per
ridursi
una
materia
inerte
e
fredda
,
da
mettere
in
mostra
a
diletto
di
chi
ha
gli
occhi
confitti
in
una
fronte
vuota
;
ecco
il
linguaio
degenerato
,
uggioso
e
ridicolo
,
che
sempre
e
da
per
tutto
dove
imperò
,
isterilì
la
letteratura
,
uccise
l
'
arte
e
prostituì
l
'
idolo
che
stupidamente
adorava
.
Ma
tu
non
ti
lascerai
andare
per
quella
china
;
tu
terrai
sempre
per
fermo
che
ogni
studio
diretto
a
parlare
e
a
scriver
bene
sarà
fatica
,
peggio
che
sprecata
,
rivolta
a
tuo
danno
,
se
ti
distoglierà
dall
'
esercitar
l
'
ingegno
a
un
più
alto
fine
;
tu
studierai
la
lingua
per
diventarne
padrone
,
non
per
fartene
servo
,
per
servirtene
,
non
per
adorarla
;
tu
ne
farai
forza
e
bellezza
,
ma
non
la
sostanza
stessa
del
tuo
pensiero
,
che
si
dissolverebbe
nel
vuoto
,
non
l
'
alimento
unico
del
tuo
intelletto
,
per
cui
si
muterebbe
in
veleno
.
No
,
tu
non
seguirai
la
via
del
professor
Pataracchi
.
IL
PROFESSOR
PATARACCHI
.
Fu
forse
l
'
ultimo
dei
veri
,
grandi
,
formidabili
pedanti
italiani
;
per
i
quali
io
non
capisco
come
non
sentano
ammirazione
anche
i
loro
avversari
e
le
loro
vittime
,
perché
è
sempre
ammirabile
chi
combatte
ferocemente
,
senza
tregua
,
fino
alla
morte
,
per
una
causa
ch
'
egli
crede
santa
;
anche
se
sia
una
causa
sballata
.
E
per
tutta
la
vita
il
professor
Pataracchi
,
paladino
di
Nostra
Santa
Lingua
Immacolata
,
ritto
sulla
rocca
sacra
del
Purismo
,
già
rotta
da
ogni
parte
,
eroicamente
ostinato
ed
intrepido
,
menò
la
spada
sui
barbari
assalitori
,
e
ne
fece
memorando
sterminio
.
Il
suo
Credo
era
questo
.
Lingua
e
nazione
sono
una
cosa
sola
:
dunque
chi
offende
la
lingua
tradisce
la
patria
;
dunque
chi
parla
e
scrive
male
,
chi
contamina
l
'
idioma
nativo
di
francesismi
e
d
'
idiotismi
,
ha
da
essere
odiato
e
vituperato
come
il
più
nefando
dei
malfattori
.
E
poichè
in
questa
fede
era
sincero
,
la
professava
,
con
logica
rigorosa
e
costante
,
anche
nella
pratica
della
vita
,
non
curandosi
né
d
'
inimicizie
né
di
danni
che
glie
ne
potessero
incogliere
.
E
siccome
il
suo
purismo
arrivava
a
tal
segno
,
da
respingere
ogni
frase
o
parola
che
non
avesse
il
suggello
della
classicità
più
genuina
,
fino
a
non
ammettere
in
alcun
modo
nessun
vocabolo
nuovo
,
per
quanto
fosse
giustificato
dal
bisogno
o
dall
'
uso
comune
,
si
capisce
com
'
egli
dovesse
odiar
mezzo
mondo
e
si
facesse
prendere
in
tasca
da
quasi
tutti
quelli
che
gli
s
'
avvicinavano
.
Dico
quasi
tutti
,
non
tutti
,
perché
a
me
e
a
pochi
altri
,
che
sapevamo
quanto
un
'
offesa
alla
lingua
lo
facesse
veramente
soffrire
,
egli
destava
,
insieme
con
l
'
ammirazione
del
suo
foco
sacro
,
un
sentimento
di
schietta
pietà
.
Perché
dirgli
una
parola
o
una
frase
che
gli
pareva
illecita
era
come
forargli
le
carni
con
un
punteruolo
d
'
acciaio
:
avrebbe
gridato
in
mezzo
alla
strada
,
se
non
avesse
temuto
di
far
gente
.
A
chi
gli
rivolgeva
una
domanda
in
forma
scorretta
,
non
rispondeva
,
o
tardava
un
pezzo
a
rispondere
,
per
fargli
capire
che
l
'
aveva
offeso
e
per
lasciargli
il
tempo
di
ritrattar
l
'
ingiuria
.
A
certi
cattivi
scrittori
e
parlatori
,
quand
'
io
lo
conobbi
,
aveva
levato
il
saluto
da
anni
.
Domanderete
perché
non
lo
levasse
a
me
pure
.
Ma
coi
giovani
che
lo
frequentavano
con
buona
disposizione
d
'
alunni
,
e
fingevano
di
consentir
con
lui
e
di
voler
battere
la
sua
via
,
usava
qualche
indulgenza
.
Non
faceva
però
complimenti
nemmen
con
loro
quando
gli
toccava
d
'
udire
o
di
leggere
in
qualche
loro
scritto
una
locuzione
o
un
costrutto
di
lega
impura
.
Diceva
fuor
dei
denti
:
-
Queste
son
bricconate
,
mi
scusi
.
-
Questo
non
è
uno
scrivere
da
galantuomo
.
-
O
dove
ha
pescato
questa
porcheria
?
-
Per
lui
non
c
'
era
differenza
fra
il
commettere
un
atto
di
lesa
maestà
del
suo
dizionario
e
rubare
un
orologio
o
fare
una
cambiale
falsa
.
Avrebbe
voluto
che
nel
Codice
penale
ci
fosse
un
articolo
per
questo
genere
di
reati
.
E
non
faceva
grazia
a
nessuno
.
Nessuno
scrittore
lo
contentava
perché
il
buon
effetto
di
qualunque
pagina
più
bella
e
eloquente
,
se
pur
lo
sentiva
ancora
,
gli
era
distrutto
ipso
facto
da
una
sola
parola
illegittima
ch
'
egli
v
'
inciampasse
.
Anche
quei
pochi
puristi
della
sua
razza
,
che
rimanevano
in
Italia
,
e
ch
'
erano
generalmente
canzonati
per
la
loro
feroce
pedanteria
,
anche
quelli
li
giudicava
di
manica
troppo
larga
,
troppo
cedevoli
,
vilmente
propensi
a
venire
a
patti
con
la
barbarie
invadente
.
Ed
è
a
notarsi
che
furioso
in
particolar
modo
era
contro
i
suoi
concittadini
toscani
,
e
contro
i
fiorentini
più
che
mai
,
ch
'
egli
accusava
d
'
essere
i
primi
e
più
infesti
corruttori
della
loro
lingua
.
Già
erano
imbarbariti
i
suoi
coetanei
;
ma
erano
assai
peggio
i
loro
figliuoli
.
Diceva
che
"
veniva
su
una
generazione
toscana
senza
freno
né
legge
,
la
quale
preparava
al
suo
paese
un
triste
avvenire
"
perché
nel
suo
concetto
un
parlatore
o
scrittore
"
maculato
"
non
poteva
che
seminar
dei
guai
in
qualunque
campo
o
forma
d
'
azione
operasse
.
Ricordo
d
'
avergli
udito
dire
,
all
'
annunzio
di
non
so
che
nuovo
Ministero
:
-
Ministro
dei
lavori
pubblici
quello
sgrammaticante
?
Ne
vedremo
delle
belle
!
-
Non
avevano
altra
sorgente
anche
i
suoi
odi
politici
,
perché
di
politica
non
si
curava
,
e
non
riconosceva
altra
quistione
nazionale
o
sociale
che
quella
della
lingua
.
E
sebbene
,
in
fondo
,
fosse
tutt
'
altro
che
un
cattivo
uomo
,
serbava
i
suoi
odi
linguistici
oltre
il
rogo
.
Udendo
ch
'
era
morto
un
tal
letterato
,
una
delle
sue
bestie
nere
:
-
Come
uomo
-
disse
,
-
lo
compiango
;
come
scrittore
....
è
una
pestilenza
di
meno
.
È
giusto
dire
che
della
purità
assoluta
che
voleva
dagli
altri
,
egli
dava
l
'
esempio
,
non
solo
in
quel
pochissimo
che
scriveva
,
ma
anche
parlando
;
ciò
che
gli
doveva
costare
una
cura
assidua
e
faticosissima
,
perché
,
in
somma
,
non
viveva
mica
fuori
del
mondo
presente
,
e
le
parole
nuove
,
i
francesismi
correnti
,
gl
'
idiotismi
d
'
uso
universale
e
necessario
dovevano
penetrare
e
sonar
di
continuo
anche
nel
cervello
suo
,
come
nei
polmoni
di
tutti
entrano
i
microbi
dell
'
aria
.
Ma
di
lingua
era
dotto
davvero
,
e
non
c
'
era
caso
che
peccasse
.
Di
certe
cose
,
delle
quali
,
senza
peccare
,
non
avrebbe
potuto
discorrere
,
non
discorreva
mai
.
Certe
novità
,
a
cui
non
si
poteva
dar
altro
che
un
nome
nuovo
e
barbaro
,
non
c
'
era
verso
di
fargliele
nominare
.
Altre
le
nominava
con
un
vocabolo
antico
,
o
di
conio
proprio
,
risolutamente
,
non
dandosi
alcun
pensiero
di
non
essere
capito
,
o
d
'
esser
franteso
,
o
di
far
ridere
gli
uditori
;
il
che
seguiva
sovente
.
Chiamava
,
per
esempio
,
una
dimostrazione
popolare
:
una
raunata
di
popolo
;
guardie
del
fuoco
,
i
pompieri
;
traino
,
il
treno
della
strada
ferrata
(
partirò
col
traino
diretto
,
diceva
)
:
un
banchetto
,
non
di
trecento
coperti
,
ma
di
trecento
tovaglioli
;
negava
la
medesimezza
della
così
detta
casa
di
Dante
in
Firenze
.
E
non
diceva
mai
semplicemente
il
re
,
poichè
era
monarchico
umilissimo
,
ma
neanche
Sua
Maestà
,
che
condannava
come
modo
improprio
:
diceva
la
maestà
del
re
:
la
maestà
del
re
arriverà
domani
.
Ma
i
due
più
belli
esempi
della
sua
audacia
di
purista
,
diventati
famosi
a
Firenze
,
sono
le
voci
antiche
con
le
quali
s
'
ostinava
a
designare
due
imposte
,
ch
'
egli
chiamava
gravezze
:
l
'
imposta
progressiva
e
quella
della
ricchezza
mobile
,
già
esistenti
ai
tempi
della
Repubblica
:
la
decima
scalata
e
l
'
arbitrio
.
E
tutte
queste
parole
,
e
le
altre
,
pronunziava
con
aria
di
sfida
fra
i
"
neologizzanti
"
quasi
gettandogliele
in
faccia
(
scrivo
così
perché
è
morto
)
e
dicendogli
con
gli
occhi
:
-
Beccatevi
questo
,
e
fatene
vostro
pro
,
pezzi
d
'
ignoranti
.
Variatissimo
e
comicissimo
era
il
suo
vocabolario
di
pedante
vituperatore
di
barbari
;
nell
'
uso
del
quale
egli
graduava
il
vituperio
con
rigorosa
giustezza
.
Da
modo
non
bello
,
brutta
voce
,
vociaccia
,
robaccia
,
veniva
su
su
a
mostriciattolo
,
mostruoso
vocabolo
,
voce
appestata
,
abbominevole
voce
,
parola
infame
.
Così
d
'
un
francesismo
tollerabile
si
contentava
di
dire
:
sente
di
francese
,
e
via
via
:
e
'
pute
di
francioso
(
il
francioso
aggravava
)
o
di
gallico
(
che
era
più
grave
di
francioso
)
;
francesismo
vile
,
fetentissimo
,
sgangherata
voce
gallica
,
scempiata
metafora
transalpina
.
E
in
diversi
modi
egualmente
fieri
e
lepidi
ammoniva
i
giovani
a
rifuggire
da
quei
delitti
:
-
Al
fuoco
questa
parolaccia
!
-
Al
gasse
!
-
Alla
cassetta
della
spazzatura
!
-
Deh
,
non
lo
dire
!
-
Via
quest
'
orrore
!
-
La
lasci
agli
acciabattoni
!
-
E
lascio
altre
sue
maniere
usuali
:
-
Goffe
eleganze
romanzieresche
,
sconce
sgrammaticature
segretariesche
,
stomachevoli
parole
muschiate
,
sguaiate
leziosaggini
,
turpi
granciporri
:
n
'
aveva
una
collezione
infinita
.
Ma
non
era
mai
così
bello
a
vedere
e
a
sentire
come
quando
scorreva
un
libro
nuovo
e
sospetto
,
con
quel
viso
sanguigno
e
minaccioso
,
con
quei
baffi
irti
,
che
s
'
appuntavano
contro
la
pagina
come
penne
d
'
istrice
,
con
quelle
unghie
adunche
,
piantate
sui
margini
,
come
pronte
a
graffiare
.
Egli
segnalava
il
francesismo
con
una
contrazione
del
viso
come
se
vedesse
correre
fra
le
righe
un
insetto
schifoso
.
La
manifestazione
più
tenue
del
suo
sdegno
era
un
pugno
sul
tavolino
.
Quando
una
parola
o
una
frase
lo
urtava
più
forte
,
prorompeva
in
invettive
contro
il
fantasma
dell
'
autore
:
-
Ah
,
italiano
rinnegato
!
-
Camerlingo
degli
spropositi
!
-
Sgrammaticato
malfattore
codardo
!
-
E
l
'
ultima
espressione
della
sua
collera
era
un
riso
ironico
forzato
,
che
gli
scopriva
i
denti
canini
,
accompagnato
da
uno
scotimento
di
spalle
,
con
cui
fingeva
un
'
ilarità
smodata
.
Ma
dopo
questo
sforzo
,
sbatteva
il
libro
nel
muro
e
andava
fuor
della
grazia
di
Dio
.
-
A
questo
punto
siamo
arrivati
!
Ma
è
un
'
aberrazione
,
una
demenza
universale
.
L
'
Italia
va
in
isfacelo
.
Quando
non
c
'
è
più
lingua
non
c
'
è
più
nulla
.
È
finita
.
Oh
bastarda
razza
di
traditori
!
Povero
professor
Pataracchi
!
Conservarmi
la
sua
benevolenza
costò
a
me
qualche
fatica
;
ma
deve
aver
faticato
più
lui
a
non
levarmela
.
Chi
sa
quante
volte
fu
in
procinto
di
dirmi
come
Virgilio
all
'
Argenti
:
-
Via
costà
con
gli
altri
cani
!
-
Poichè
,
in
somma
,
gli
dovevo
parere
un
ipocrita
,
io
che
per
tenermi
nelle
sue
buone
grazie
gli
davo
ragione
a
parole
,
ma
seguitavo
a
scrivere
come
un
Ostrogoto
,
non
potendomi
ribellare
alla
terminologia
dei
regolamenti
,
poichè
scrivevo
di
cose
militari
.
-
Ma
è
proprio
proprio
costretto
-
mi
domandava
qualche
volta
-
a
servirsi
di
codesto
orribile
gergo
caporalesco
?
-
Io
rispondevo
di
sì
,
e
mi
giustificavo
umilmente
.
Ed
egli
mi
diceva
:
-
La
compiango
!
-
E
forse
fu
la
compassione
che
mi
mantenne
la
sua
amicizia
.
Il
giorno
prima
di
lasciar
Firenze
per
sempre
,
m
'
andai
ad
accomiatare
da
lui
.
Fu
più
affettuoso
che
non
m
'
aspettassi
.
Forse
lo
impietosiva
il
pensiero
ch
'
io
m
'
andavo
a
stabilire
a
Torino
,
poichè
a
lui
,
per
rispetto
alla
lingua
,
Torino
doveva
parere
un
covo
brigantesco
,
dove
io
non
potessi
far
altro
che
una
miseranda
fine
.
M
'
accompagnò
per
un
tratto
di
via
del
Cocomero
.
All
'
angolo
di
via
degli
Alfani
,
prima
di
lasciarmi
,
mi
disse
qualche
parola
benevola
,
raccomandandomi
la
lingua
.
Forse
gli
avrei
lasciato
un
buon
ricordo
di
me
,
se
non
avessi
più
aperto
bocca
;
ma
all
'
ultimo
momento
guastai
la
frittata
.
-
Se
per
combinazione
-
gli
dissi
-
venisse
una
volta
a
Torino
,
abbia
la
bontà
d
'
avvertirmene
.
Mi
metterò
ai
suoi
ordini
.
Sarò
felice
di
rivederla
e
di
servirla
.
-
Grazie
,
-
rispose
stringendomi
la
mano
.
-
Buon
viaggio
,
e
a
rivederla
.
E
mi
lasciò
.
Ma
fatti
pochi
passi
,
mi
richiamò
con
un
cenno
,
e
mi
disse
:
-
Senta
.
Combinazione
,
per
caso
o
casualità
,
mi
perdoni
,
è
orribile
.
E
se
n
'
andò
senza
dir
altro
.
Furon
quelle
le
ultime
parole
ch
'
io
intesi
dalla
sua
bocca
purissima
.
Fulminò
ancora
i
barbari
per
sette
anni
,
e
poi
morì
sulla
breccia
,
ravvolto
negli
avanzi
della
sua
bandiera
.
[
162
bianca
]
PARTE
SECONDA
.
[
164
bianca
]
Nel
corso
degli
studi
che
farai
sulla
lingua
,
con
la
penna
alla
mano
,
nei
vocabolari
e
negli
scrittori
,
se
vorrai
impadronirti
durevolmente
delle
cognizioni
che
verrai
acquistando
e
ricavarne
il
maggior
vantaggio
possibile
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
sarà
bene
che
tu
le
ordini
nella
tua
memoria
,
raggruppandole
intorno
a
certi
concetti
,
che
dovrai
tener
sempre
presenti
.
A
ciascuno
di
tali
concetti
,
o
per
dir
meglio
,
divisioni
della
materia
,
dedicherò
un
breve
capitolo
.
Sarà
una
serie
di
consigli
e
d
'
avvertenze
intorno
alle
relazioni
della
lingua
coi
dialetti
,
alla
lingua
che
non
si
sa
,
alla
lingua
che
si
sa
,
ma
non
s
'
usa
,
alla
lingua
impropria
,
alla
lingua
abbreviativa
,
ai
sinonimi
,
alle
definizioni
,
ai
modi
famigliari
,
al
linguaggio
faceto
,
al
modo
di
variare
il
proprio
materiale
linguistico
.
Ragioneremo
poi
dei
francesismi
e
delle
parole
nuove
,
degli
spropositi
più
frequenti
e
dei
luoghi
comuni
più
usuali
del
linguaggio
corrente
,
e
delle
licenze
lecite
e
di
quelle
che
offendono
i
diritti
della
Grammatica
;
e
in
fine
faremo
insieme
una
corsa
a
traverso
la
letteratura
italiana
per
scegliere
gli
scrittori
che
tu
dovrai
leggere
e
studiare
di
preferenza
.
Non
ti
spaventare
della
via
lunga
:
la
percorreremo
alla
lesta
,
scherzando
spesso
da
buoni
amici
,
e
ricreandoci
ogni
tanto
nella
compagnia
d
'
originali
piacevoli
.
Adelante
,
Pedrito
.
LE
LAGNANZE
D
'
UN
DIALETTO
.
DIALOGO
FRA
IL
DIALETTO
PIEMONTESE
E
LA
LINGUA
.
(
Il
dialetto
è
il
piemontese
;
ma
il
dialogo
può
star
benissimo
con
qualunque
altro
dialetto
d
'
Italia
,
sostituendovi
altre
voci
e
locuzioni
a
quelle
che
son
citate
ad
esempio
)
.
LA
LINGUA
.
-
Buon
giorno
,
fratello
.
Tu
hai
la
cera
rannuvolata
.
IL
DIALETTO
.
-
Me
la
vedo
come
in
uno
specchio
,
Signora
,
e
mi
duole
di
presentarmi
a
Voi
in
quest
'
aspetto
.
L
.
-
Perché
mi
chiami
Signora
?
Altre
volte
ti
dissi
che
mi
piace
esser
chiamata
sorella
.
La
fortuna
e
la
gloria
non
m
'
hanno
fatto
montare
in
superbia
.
Non
siamo
,
tu
ed
io
,
rami
dello
stesso
tronco
?
figliuoli
della
stessa
madre
?
legati
ancora
e
per
sempre
da
mille
somiglianze
e
proprietà
comuni
,
dalle
quali
lo
straniero
riconosce
in
noi
,
a
primo
aspetto
,
il
comun
sangue
latino
?
Che
cosa
t
'
affanna
,
fratello
?
D
.
-
Ti
ringrazio
,
sorella
illustre
e
venerata
.
(
Scattando
)
Ma
è
proprio
questo
pensiero
che
mi
fa
stizzire
:
d
'
aver
che
fare
con
una
razza
d
'
ingrati
,
i
quali
,
disconoscendo
i
vincoli
che
mi
legano
a
te
,
credono
di
farti
onore
disprezzandomi
,
e
,
parlando
e
scrivendo
italiano
,
rifiutano
un
monte
di
parole
e
di
frasi
mie
come
se
fossero
barbare
per
il
solo
fatto
d
'
esser
mie
,
e
vanno
predicando
ai
ragazzi
che
,
per
non
offenderti
,
debbono
rifuggir
da
me
come
dalla
peste
bubbonica
.
L
.
-
Lo
so
.
D
.
-
E
che
ne
dici
?
L
.
-
Confòrtati
.
Mi
fanno
sovente
la
stessa
lagnanza
i
tuoi
fratelli
.
E
scrisse
pure
un
grande
maestro
che
ogni
italiano
,
per
imparar
la
lingua
,
la
dovrebbe
studiare
tenendo
tanto
d
'
occhi
aperti
sul
proprio
dialetto
;
con
che
volle
dire
che
v
'
è
in
ciascun
dialetto
una
grande
quantità
di
modi
e
costrutti
comuni
alla
lingua
;
conoscendo
i
quali
,
ed
usandoli
,
riuscirebbero
tutti
ad
esprimersi
in
italiano
con
assai
più
facilità
ed
efficacia
che
ora
non
facciano
,
poichè
a
quelle
forme
che
si
presentano
loro
spontanee
,
ed
essi
rifiutano
come
puramente
vernacole
,
ne
sostituiscono
altre
quasi
sempre
men
naturali
,
appunto
perché
cercate
,
e
meno
proprie
,
perché
meno
naturali
.
D
.
-
Ecco
la
gran
verità
,
sii
benedetta
!
Mi
disprezzano
per
onorarti
,
e
offendono
te
,
disprezzandomi
;
mi
fuggono
come
un
nemico
,
quando
si
potrebbero
giovare
di
me
come
d
'
un
maestro
.
L
.
-
Dici
il
vero
.
Ma
non
pensar
che
ti
disprezzino
.
Ogni
giorno
sento
dire
da
italiani
di
questa
o
di
quella
provincia
che
il
loro
dialetto
è
più
vivace
,
più
vario
,
più
espressivo
della
lingua
,
e
che
col
proprio
dialetto
soltanto
riesce
loro
di
dire
tutto
quello
che
vogliono
,
d
'
esprimere
tutte
le
particolarità
d
'
ogni
loro
pensiero
,
tutte
le
sfumature
d
'
ogni
sentimento
.
Vedi
dunque
!
Ma
è
singolare
.
E
non
sospettano
che
la
grande
difficoltà
ch
'
essi
trovano
a
dire
in
italiano
tutto
quello
che
vogliono
,
deriva
principalmente
dal
credere
non
italiane
una
buona
parte
di
quelle
forme
con
le
quali
appunto
possono
dir
tutto
nel
vernacolo
.
D
.
-
Tu
mi
riconforti
,
sorella
.
Ma
se
sapessi
quanti
affronti
mi
tocca
d
'
ingollare
!
Ne
sento
da
ogni
parte
e
d
'
ogni
specie
.
È
dialetto
;
dunque
moneta
falsa
:
è
la
massima
.
Sento
molti
ridere
quando
uno
dice
,
parlando
italiano
:
-
legger
la
vita
,
mangiar
la
foglia
,
bruciare
il
pagliaccio
,
trovare
una
bella
vigna
,
tirarsi
da
banda
,
battere
il
taccone
,
ridere
sul
mostaccio
ad
un
tale
,
far
filare
uno
,
far
pressa
a
un
altro
,
tramutare
un
tavolino
,
battere
una
culattata
in
terra
,
andar
lì
lì
per
morire
,
tirare
avanti
la
famiglia
....
O
dimmi
tu
:
non
sono
modi
italiani
,
di
tua
proprietà
incontestabile
,
sorella
mia
?
L
.
-
Li
riconosco
.
D
.
-
O
dunque
!
E
ne
potrei
citare
mille
e
passa
.
Giusto
,
eccone
un
altro
,
che
guai
a
chi
gli
scappa
.
Bisogna
sentire
come
si
spassa
certa
gente
colta
alle
spalle
dei
poveri
ignoranti
che
s
'
ingegnano
di
parlare
italiano
,
per
certe
parole
e
frasi
italianissime
,
credute
piemontesismi
grossolani
.
Ho
sentito
una
famiglia
intera
dare
in
una
risata
perché
alla
domanda
:
-
che
tempo
fa
?
-
la
serva
rispose
:
-
È
nuvolo
!
-
Diedero
in
un
'
altra
risata
,
un
'
altra
volta
,
a
sentirle
dire
:
-
Com
'
è
peso
questo
bimbo
!
-
La
stessa
cosa
,
un
giorno
ch
'
ella
disse
:
-
La
botte
versa
;
bisogna
stopparla
.
-
Ma
aspetta
,
che
te
ne
citi
dell
'
altre
più
curiose
,
coi
commenti
relativi
degli
italianissimi
.
-
Sono
uscito
senza
niente
in
capo
.
-
Bell
'
italiano
!
-
Se
ci
sono
stato
?
Quelle
belle
volte
!
-
Ah
quelle
belle
volte
,
che
perla
!
-
Grazie
!
Ho
mangiato
il
mio
bisogno
.
Un
signore
che
mangia
il
suo
bisogno
!
-
No
,
l
'
assicella
va
messa
per
così
.
Per
così
parli
la
lingua
,
Ostrogoto
?
-
Dove
sta
il
tale
?
Deve
star
per
qui
(
qui
vicino
)
.
Dio
di
misericordia
!
-
Svelto
come
sei
,
fai
un
momento
a
arrivare
a
casa
.
-
O
come
si
fa
a
fare
un
momento
,
citrullo
?
-
Dopo
la
Norma
,
andrà
su
l
'
Ernani
.
L
'
Ernani
che
va
su
!
A
quale
altezza
?
-
Se
non
c
'
è
appunto
sei
miglia
,
siamo
lì
.
Dove
lì
?
-
Ah
,
povera
Italia
!
Dimmi
ancora
:
c
'
è
qualche
cosa
che
offenda
la
tua
purità
in
tutto
quello
che
ho
detto
?
L
.
-
Nulla
,
fratello
.
Son
tutte
forme
della
lingua
parlata
,
usatissime
da
chi
più
mi
conosce
e
mi
rispetta
.
D
.
-
Deo
gratias
.
Se
tu
sentissi
,
in
certe
case
,
dove
si
parla
l
'
italiano
per
istituto
,
che
rabbuffi
toccano
a
dei
poveri
ragazzi
quando
si
lasciano
scappare
di
bocca
spasseggiare
,
slargare
,
sgraffignare
,
disgruppare
,
ciaramellare
,
tambussare
,
ciucciare
,
impappinarsi
!
-
Questo
è
italiano
di
Porta
Palazzo
:
bene
spesi
i
denari
per
mandarti
a
scuola
!
-
A
un
ragazzo
che
diceva
piangendo
:
-
M
'
hanno
dato
!
(
delle
busse
,
era
sottinteso
)
,
udii
rispondere
:
-
E
te
lo
meriti
,
se
parli
italiano
in
codesta
maniera
.
-
E
:
-
berrai
quando
parlerai
meglio
-
a
un
altro
,
che
chiedeva
dell
'
acqua
dicendo
che
aveva
una
sete
del
diavolo
.
E
non
parlo
delle
correzioni
che
fanno
molti
insegnanti
ai
componimenti
scolareschi
;
nei
quali
,
oltre
agli
errori
inevitabili
nella
prima
età
,
bollano
come
strafalcioni
,
per
la
sola
ragione
che
sono
dialettali
,
una
quantità
di
modi
correttissimi
,
che
i
piccoli
scolari
,
poveretti
,
non
sono
in
grado
di
giustificare
.
Se
ne
vuoi
sentire
....
L
.
-
Ne
son
curiosa
.
D
.
-
E
io
ti
contento
.
Ho
appunto
sott
'
occhio
i
componimenti
d
'
una
quarta
classe
elementare
,
corretti
da
una
maestrina
,
della
quale
non
si
può
dire
che
non
conosca
la
lingua
,
chè
anzi
scrive
benino
.
Ebbene
,
ci
trovo
segnati
come
piemontesismi
,
con
la
matita
rossa
,
una
decina
almeno
di
modi
,
che
tu
certamente
non
ripudii
.
-
Torino
fa
350
000
abitanti
.
C
'
è
un
frego
rosso
sul
fa
.
-
La
famiglia
costumava
festeggiare
il
natalizio
del
babbo
.
Condannato
costumava
.
-
La
mamma
si
tapinava
tutto
il
giorno
.
Bollato
il
tapinava
.
-
Doman
da
sera
.
Tre
punti
d
'
esclamazione
.
-
Un
dopo
desinare
verrò
da
te
.
Un
frego
rosso
all
'
un
dopo
desinare
e
al
verrò
,
chè
s
'
ha
da
dire
andrò
,
si
capisce
.
Passò
da
Torino
,
invece
di
per
,
sottolineato
.
-
Disse
che
non
ci
sarei
riuscito
;
ma
io
l
'
ho
fatto
bugiardo
.
Un
punto
interrogativo
rosso
accanto
a
questo
modo
.
-
Son
nato
del
1891
.
Riprovato
il
del
.
Figurava
di
non
volere
;
ma
non
aspettava
altro
.
Sostituito
fingeva
.
-
E
tu
non
vieni
?
fa
la
sorella
.
Crociato
il
fa
.
-
Una
cosa
fatta
come
va
.
Un
tratto
rosso
anche
a
questo
.
E
se
ne
vuoi
dell
'
altre
,
che
ho
pescate
altrove
,
ce
n
'
ho
un
cestone
....
L
.
-
Codeste
mi
bastano
,
chè
ne
so
molte
anch
'
io
.
Quanto
rosso
sciupato
,
dio
buono
!
E
questo
è
risibile
,
che
i
più
di
coloro
che
si
dànno
tanta
cura
per
iscansar
codesti
pretesi
errori
dialettali
,
si
lasciano
sfuggire
a
ogni
tratto
dialettismi
veri
e
bruttissimi
,
per
isbadataggine
,
o
perché
non
li
conoscon
per
tali
.
Ed
è
naturale
:
non
si
può
badare
insieme
a
ogni
cosa
:
mentre
si
guardan
dagli
uni
,
inciampano
negli
altri
.
D
.
-
E
così
dagli
altri
italiani
mi
fanno
dar
del
barbaro
coi
dialettismi
veri
,
e
mi
trattano
di
barbaro
essi
medesimi
dando
la
caccia
ai
dialettismi
falsi
.
E
mi
son
ristretto
a
citare
vocaboli
.
Lascio
da
parte
un
gran
numero
di
forme
sintattiche
,
di
legature
,
di
giri
di
frase
svelti
e
efficaci
,
che
sono
cosa
mia
e
tua
ad
un
tempo
,
di
cui
potrei
cavare
esempi
dai
tuoi
più
grandi
e
puri
scrittori
,
e
da
cui
si
guardano
parlando
e
scrivendo
italiano
,
come
da
azioni
disoneste
,
per
usare
invece
forme
scontorte
,
giunture
che
stridono
,
costrutti
forzati
e
pesanti
;
che
sono
nel
concetto
loro
i
soli
corretti
.
E
m
'
hanno
l
'
aria
di
gente
che
fabbrichi
dei
ponti
per
passare
un
fil
d
'
acqua
...
L
.
-
Ed
è
vero
anche
questo
,
fratello
.
E
hanno
ragione
al
par
di
te
i
fratelli
tuoi
,
che
un
fanno
le
stesse
lagnanze
.
Ma
il
tempo
vi
renderà
giustizia
,
non
dubitare
.
Via
via
ch
'
io
sarò
conosciuta
e
parlata
da
un
numero
sempre
maggiore
d
'
italiani
,
scoprendo
questi
da
sé
quante
voci
e
forme
son
comuni
a
me
e
ai
loro
vernacoli
,
e
gli
scrittori
mettendole
in
mostra
e
in
commercio
,
sempre
più
si
farà
manifesta
la
vanità
di
gran
parte
della
fatica
che
ora
si
dura
a
scansare
errori
immaginari
,
e
una
sempre
più
larga
parte
dell
'
esser
tuo
si
confonderà
col
mio
nelle
lettere
,
e
ti
sarà
reso
l
'
onore
che
meriti
,
e
saranno
lamentati
gli
oltraggi
che
ora
ti
si
recano
,
e
si
trarrà
da
te
forza
,
vita
,
colore
,
varietà
,
comicità
,
naturalezza
,
per
parlare
e
per
scrivere
italianamente
.
Mi
credi
?
D
.
-
M
'
hai
racconsolato
.
Ti
ringrazio
....
e
ti
riverisco
,
Signora
.
L
.
-
Chiamami
sorella
.
D
.
-
Sorella
ti
posso
chiamare
nel
corso
dei
nostri
colloqui
;
ma
non
presentandomi
a
te
,
né
accomiatandomi
.
Nell
'
atto
di
salutarti
,
il
mio
amor
fraterno
è
sovrappreso
da
un
senso
di
riverenza
.
Dietro
di
te
,
vedo
Dante
.
LA
LINGUA
CHE
NON
SI
SA
.
Ne
abbiamo
già
detto
qualche
cosa
;
ma
di
passata
,
ed
è
bene
riparlarne
.
Intendo
dire
principalmente
di
quel
gran
numero
di
nomi
di
cose
,
che
noi
non
sappiamo
e
che
non
ci
curiamo
di
sapere
,
perché
di
quelle
date
cose
non
abbiamo
mai
occasione
o
bisogno
di
parlare
se
non
nel
dialetto
;
ma
che
deve
imparare
chi
studia
davvero
la
lingua
,
perché
questa
non
si
saprà
mai
che
malamente
se
non
se
ne
studia
più
di
quanto
occorre
a
parlarla
alla
meglio
fra
di
noi
,
dove
non
se
ne
parla
che
mezza
.
Noi
la
dobbiamo
studiare
,
non
in
relazione
coi
nostri
bisogni
immediati
e
abituali
,
ma
come
se
fossimo
certi
di
dover
quando
che
sia
andar
a
vivere
in
una
regione
d
'
Italia
dove
neanche
una
parola
del
nostro
dialetto
sia
intesa
,
e
dove
,
per
conseguenza
,
ci
sia
necessario
parlare
sempre
e
d
'
ogni
cosa
in
lingua
italiana
.
Ora
le
cose
delle
quali
ignoriamo
il
nome
italiano
sono
innumerevoli
,
e
noi
non
c
'
illudiamo
che
sian
poche
se
non
perché
,
parlando
la
lingua
,
ci
siamo
assuefatti
per
modo
a
scansare
di
nominarle
,
che
quasi
non
ci
accorgiamo
più
del
nostro
gioco
.
E
questa
illusione
è
anche
maggiore
nei
giovinetti
che
,
vivendo
in
un
giro
più
ristretto
d
'
idee
e
di
faccende
,
hanno
di
solito
meno
cose
da
dire
che
gli
uomini
,
e
con
minori
particolari
,
e
con
minor
necessità
d
'
essere
esatti
.
Ma
se
potessero
i
giovanetti
immaginare
in
quanti
impicci
si
troverebbero
parlando
la
lingua
,
quando
fossero
trasportati
di
sbalzo
in
un
'
altra
regione
d
'
Italia
,
fuor
del
piccolo
mondo
della
famiglia
e
della
scuola
in
cui
è
circoscritta
la
loro
vita
,
quanta
parte
di
lingua
s
'
accorgerebbero
d
'
ignorare
,
assolutamente
necessaria
,
e
soprattutto
quante
cose
si
troverebbero
costretti
ogni
momento
a
descrivere
,
invece
di
nominarle
,
con
molto
stento
e
non
senza
vergogna
,
se
questo
potessero
immaginare
,
credo
che
non
occorrerebbe
loro
altro
eccitamento
per
indursi
allo
studio
.
A
questo
proposito
ebbi
da
ragazzo
una
lezione
che
mi
riuscì
utilissima
.
Da
qualche
tempo
studiavo
la
lingua
,
e
mi
illudevo
che
fosse
un
gran
che
quel
poco
patrimonio
di
parole
e
di
frasi
letterarie
,
che
m
'
ero
ammucchiato
nel
capo
;
e
ne
menavo
gran
vanto
.
Un
giorno
fui
invitato
a
colazione
da
un
mio
vecchio
zio
,
che
stava
in
una
villetta
,
sulla
riva
d
'
un
torrente
,
a
qualche
miglio
dalla
piccola
città
piemontese
,
dov
'
era
stabilita
allora
la
mia
famiglia
.
Era
uno
spirito
mordace
,
benchè
buono
d
'
indole
,
dotto
di
storia
,
e
conoscitore
profondo
della
lingua
,
della
quale
s
'
occupava
ancora
con
amore
.
Eravamo
alle
frutte
,
quando
il
discorso
cadde
su
quest
'
argomento
,
ed
io
vantai
i
miei
studi
di
lingua
col
tono
d
'
un
filologo
,
che
potesse
parlare
in
cattedra
della
materia
.
Spiacque
la
mia
sicumera
al
buon
vecchio
;
il
quale
sorrise
con
aria
maliziosa
,
e
mi
disse
:
-
Vediamo
dunque
un
poco
,
signor
linguista
,
se
la
dottrina
corrisponde
al
vanto
.
Vuol
ella
scommettere
che
senza
uscire
dal
giro
delle
cose
che
abbiamo
sotto
gli
occhi
,
di
nove
su
dieci
che
glie
ne
accenno
ella
non
sa
il
nome
,
e
neppure
delle
operazioni
usualissime
che
vi
si
riferiscono
?
-
E
cominciò
la
prova
,
che
m
'
è
rimasta
bene
impressa
nella
mente
,
perché
egli
mi
fece
notar
le
parole
con
la
matita
.
-
Eccoti
il
fiasco
-
,
mi
disse
.
-
Sai
come
si
dice
gettar
via
dal
fiasco
pieno
un
poco
di
vino
per
purgarlo
da
qualche
cosa
di
poco
netto
?
No
?
Sboccare
il
fiasco
.
Sai
come
si
chiama
l
'
operazione
di
riempire
un
fiasco
scemo
?
No
?
Rabboccarlo
.
E
come
si
dice
con
una
sola
parola
vuotare
un
mezzo
fiasco
?
Neppure
.
Si
dice
ammezzarlo
,
un
fiasco
ammezzato
.
Hai
detto
che
questo
vino
è
un
po
'
infortito
,
ed
è
vero
:
comincia
a
prendere
il
fuoco
;
ma
sai
come
si
dice
del
vino
infortito
che
pizzica
la
lingua
e
il
palato
?
La
parola
propria
?
No
.
Si
dice
che
ha
l
'
appinzo
.
Guarda
questo
bicchiere
:
vedi
questo
spazietto
interposto
nella
sostanza
del
vetro
?
Sai
come
si
chiama
?
Púlica
.
E
la
parte
più
sottile
della
lama
di
questo
coltello
,
che
è
fermata
nel
manico
?
Códolo
.
E
il
dente
della
forchetta
?
Rebbio
.
E
questo
?
Reggifiasco
.
E
quest
'
altro
?
Reggiposate
.
E
ciascuna
di
queste
ciocchette
di
chicchi
che
formano
il
grappolo
,
sai
che
si
chiama
racìmolo
?
E
fiócine
la
buccia
dell
'
acino
?
E
vinacciuolo
il
granello
sodo
che
v
'
è
dentro
?
E
il
nome
di
questa
buccia
interiore
della
castagna
?
Peluria
,
andiamo
.
E
questa
parte
della
lattuga
,
composta
delle
foglie
più
piccole
e
più
tenere
,
che
fanno
cesto
,
come
la
chiami
?
Grùmolo
.
E
il
reticino
per
scoter
l
'
insalata
?
Nemmen
questo
.
Scotitoio
.
O
veda
un
po
'
,
signor
linguista
!
Riprese
fiato
e
tirò
innanzi
.
-
Ora
ti
servo
le
frutte
.
Son
certo
che
non
sai
che
si
dicono
sfarinate
le
pere
come
queste
,
che
non
reggono
al
dente
,
come
le
patate
,
che
sfarinano
;
né
che
si
dicono
maculate
quelle
che
portano
segni
delle
mani
;
né
che
si
chiamano
nocchi
queste
specie
d
'
osserelli
dei
frutti
,
che
è
lo
stesso
nome
,
nocchio
,
della
parte
del
fusto
dell
'
albero
indurita
e
gonfiata
per
la
pullulazione
dei
rami
.
E
guarda
questo
baco
della
pera
che
s
'
attorce
:
tu
non
sai
che
con
parola
propria
si
dice
che
s
'
assérpola
.
Rifacciamoci
un
po
'
indietro
.
Tu
hai
rotto
la
punta
a
un
ovo
a
bere
:
sai
che
si
chiama
scocciare
l
'
ovo
?
Hai
preso
la
parte
superiore
del
gelato
:
sai
che
si
dice
scolmare
il
gelato
?
E
a
proposito
dei
tordi
che
hai
mangiati
,
sai
che
si
dice
dare
un
fermo
ai
tordi
la
prima
cottura
che
si
da
loro
perché
non
vadano
a
male
?
Ora
senti
:
come
dici
del
pan
fresco
che
fa
questo
rumore
,
quando
si
preme
?
Che
scroscia
,
signorino
.
E
di
questa
crostata
sotto
il
dente
?
Che
scrógiola
,
da
non
confondersi
con
sgrigiolare
,
che
è
il
rumore
delle
scarpe
nuove
.
E
dell
'
olio
che
bolle
?
Che
grilla
o
grilletta
;
e
sfriggolare
del
rumore
che
fa
il
pesce
o
altra
cosa
,
posta
a
soffriggere
nella
padella
.
E
agitar
così
il
liquido
nella
bottiglia
sai
che
si
dice
sciaguattare
?
E
uscire
a
gorgo
l
'
uscir
dall
'
acqua
così
,
dalla
bottiglia
capovolta
?
E
l
'
uscire
in
quest
'
altro
modo
:
venir
giù
filo
filo
?
To
'
,
e
come
si
chiama
questa
pozza
che
ha
fatto
l
'
acqua
buttata
in
terra
?
Stroscia
.
E
a
questa
radura
del
tovagliolo
che
nome
dài
?
Ragnatura
.
E
questo
,
dove
infilerai
il
tovagliolo
?
Girello
,
signor
linguista
.
E
potrei
seguitare
,
se
ti
garbasse
.
Io
m
'
alzai
da
tavola
,
stizzito
,
e
per
nascondere
la
stizza
,
m
'
andai
a
affacciare
alla
finestra
.
Ma
il
vocabolarista
implacabile
mi
si
venne
a
mettere
accanto
,
e
riattaccò
.
-
Ti
voglio
regalare
un
'
appendice
-
mi
disse
.
-
Supponi
di
dover
andare
di
qua
,
partendo
dall
'
orto
,
fino
a
quel
ceppo
di
case
che
è
là
di
faccia
.
Tu
parti
da
quell
'
angolo
dove
son
piantati
i
baccelli
,
e
non
sai
che
si
chiama
baccellaio
,
ci
scommetto
.
Suppongo
che
tu
inciampi
nel
ceppo
di
quel
noce
tagliato
a
fior
di
terra
,
e
non
sai
che
si
chiama
ceppaia
.
Passi
all
'
ombra
di
quel
filare
d
'
alberi
,
e
non
sapresti
dire
che
son
potati
a
capitozza
.
E
non
sai
neppure
che
si
chiama
cavaticcio
quel
mucchio
di
terra
intorno
al
quale
devi
girare
,
e
palancola
il
tavolone
su
cui
passerai
quella
gora
,
dove
si
raccolgono
tutti
gli
scoli
del
campo
,
e
che
ha
pure
un
nome
che
non
sai
:
capifosso
.
Non
ti
domando
neppure
se
sai
che
si
chiama
capezza
quell
'
ultimo
solco
che
fa
vivagno
al
lato
del
campo
,
e
callaia
quell
'
apertura
fatta
nella
siepe
per
entrar
nel
campo
vicino
,
e
macereto
quell
'
ammasso
di
macerie
d
'
una
vecchia
casa
che
è
in
riva
al
torrente
,
dove
vedi
quel
ragazzo
che
bada
alle
vacche
.
E
a
proposito
,
qual
è
il
nome
proprio
della
campanella
che
hanno
al
collo
le
vacche
?
E
quello
del
tempo
nel
quale
l
'
erba
suol
nascere
?
E
quello
della
rena
raccolta
sulle
rive
del
torrente
,
dove
passa
ora
quel
contadino
che
v
'
affonda
i
piedi
?
...
Cam
-
pá
-
no
,
er
-
ba
-
tu
-
ra
,
re
-
nic
-
cio
.
E
quei
punti
del
torrente
dove
l
'
acqua
è
profonda
,
e
una
pietra
che
vi
si
getti
fa
un
tonfo
,
si
chiaman
tónfani
,
una
bella
parola
onomatopeica
;
e
quello
dove
il
torrente
fa
una
gran
voltata
si
chiama
girone
;
e
dove
l
'
acqua
fa
un
rigiro
vorticoso
si
dice
che
fa
un
mulinello
....
Che
cosa
ne
dici
?
C
'
è
ancora
qualche
lacunetta
,
pare
,
nella
tua
dottrina
linguistica
.
Mentre
egli
parlava
,
io
mi
tenni
sempre
in
un
silenzio
cocciuto
,
sorridendo
un
po
'
ironicamente
,
per
fargli
supporre
che
molte
di
quelle
parole
le
sapessi
,
e
non
le
volessi
dire
per
dispetto
;
ma
in
realtà
mi
riuscivan
nuove
quasi
tutte
.
E
seguitai
a
tacere
mentre
le
notavo
sur
un
foglio
di
carta
,
a
sua
dettatura
.
Ma
mi
rodevo
dal
dispetto
davvero
,
e
in
cuor
mio
lo
trattavo
di
pedante
fradicio
e
di
spazzaturaio
di
vocaboli
,
e
dicevo
che
aver
nel
capo
un
magazzino
di
parole
non
era
saper
la
lingua
.
La
lezione
fece
frutto
,
non
di
meno
.
Quando
fui
a
casa
,
pensai
che
in
cento
altri
luoghi
,
in
mezzo
a
cose
affatto
diverse
da
quelle
che
mio
zio
m
'
aveva
indicate
,
io
avrei
dovuto
rispondere
altrettante
volte
:
-
non
so
-
a
chi
m
'
avesse
interrogato
com
'
egli
aveva
fatto
,
e
compresi
per
la
prima
volta
il
vuoto
enorme
che
mi
restava
a
riempire
nella
mente
prima
di
potermi
vantare
di
saper
la
lingua
.
Mi
posi
allora
sul
serio
allo
studio
della
nomenclatura
.
Ma
non
ebbi
la
costanza
di
proseguirlo
come
avrei
dovuto
.
E
dell
'
averlo
trasandato
risento
e
lamento
il
danno
spessissimo
,
perché
son
costretto
a
ogni
tratto
,
scrivendo
,
a
posar
la
penna
per
cercare
come
si
chiama
questa
o
quella
cosa
,
e
non
sempre
trovando
subito
,
perdo
la
pazienza
e
il
filo
delle
idee
e
il
calore
dell
'
ispirazione
;
e
spesso
non
trovo
,
e
mi
tocca
a
interrogare
amici
,
a
voce
e
anche
per
lettera
;
e
qualche
volta
son
ridotto
a
non
scrivere
una
cosa
che
vorrei
scrivere
perché
mi
manca
la
parola
e
il
tempo
di
cercarla
.
E
non
dico
della
vergogna
di
dover
rispondere
molte
volte
:
-
non
lo
so
-
a
chi
mi
domanda
il
nome
di
questo
o
di
quell
'
oggetto
,
che
tutti
i
ragazzi
toscani
sanno
nominare
;
vergogna
,
dico
,
perché
nel
sorriso
degl
'
interrogatori
non
sodisfatti
leggo
bene
il
pensiero
che
non
m
'
esprimono
:
-
E
son
cinquant
'
anni
che
studia
la
lingua
!
LA
LINGUA
CHE
NON
SI
PARLA
.
Via
via
che
procederai
nello
studio
,
sempre
più
sarai
maravigliato
del
gran
numero
di
parole
e
di
locuzioni
vive
,
che
,
pure
essendo
usate
da
scrittori
d
'
ogni
regione
d
'
Italia
,
non
si
sentono
mai
,
o
di
radissimo
,
nella
conversazione
della
gente
colta
fuor
della
Toscana
,
come
se
non
appartenessero
alla
lingua
parlata
;
e
dalla
considerazione
di
questa
povertà
della
lingua
che
si
parla
intorno
a
te
,
sempre
più
sarai
eccitato
a
studiare
.
Per
dimostrarti
la
verità
di
quanto
affermo
,
ti
cito
alcuni
modi
notati
da
me
,
fra
i
moltissimi
ch
'
io
non
sento
mai
dire
né
da
piemontesi
,
né
da
lombardi
,
né
da
liguri
,
né
da
veneti
,
che
anche
parlino
e
scrivano
decorosamente
la
lingua
.
Pensa
un
poco
tu
pure
se
t
'
occorse
mai
d
'
udir
le
parole
malmenìo
,
rigirìo
,
rodìo
,
rosicchío
,
pigío
,
friggío
,
brusío
,
sbatacchío
,
fulminío
,
almanacchío
,
battío
(
battío
di
mani
)
,
delle
quali
si
comprende
alla
prima
il
significato
anche
da
chi
non
le
abbia
mai
udite
né
lette
.
Così
intesi
mille
volte
accennare
,
per
esempio
,
quelle
pieghe
graziose
che
fanno
per
grassezza
il
collo
e
le
gambe
dei
bambini
;
ma
mai
,
posso
dir
mai
in
vita
mia
,
con
la
parola
più
propria
,
che
è
riseghinetta
,
o
riségolo
.
Occorre
spessissimo
di
dir
le
cose
seguenti
:
la
fanghiglia
,
che
rimane
nelle
strade
dopo
la
pioggia
;
una
quantità
di
roba
vegetale
,
guasta
o
non
adoperabile
,
che
fa
impaccio
e
lordura
;
un
laidume
invecchiato
sulla
persona
o
sur
un
muro
;
una
macchia
di
sudiciume
vistosa
;
un
'
operazione
lunga
e
noiosa
da
non
cavarne
costrutto
nessuno
;
una
stanzuccia
misera
e
stretta
;
un
segreto
intrigo
amoroso
;
un
aiuto
o
guadagno
o
risorsa
inaspettata
;
un
soffio
di
vento
che
vien
da
una
fessura
o
apertura
;
un
minuzzolo
di
che
che
sia
,
in
senso
spregevole
;
l
'
irritamento
che
fanno
alla
gola
certe
vivande
fritte
nell
'
olio
o
nel
burro
non
più
fresco
;
la
bella
mostra
che
fanno
di
sé
cose
o
persone
,
o
il
crescere
,
cuocendo
,
di
certe
pietanze
,
che
riescono
più
abbondanti
che
non
paressero
;
e
inquietarsi
,
arrabbiarsi
a
trattar
con
qualcuno
o
a
far
qualche
cosa
.
Ebbene
,
io
non
sento
mai
,
o
quasi
mai
dir
queste
cose
con
le
parole
usatissime
in
Toscana
e
dagli
scrittori
:
belletta
,
pattume
o
pacciame
,
loia
,
struggibuco
,
sgabuzzino
,
ripesco
,
rincalzo
,
spiffero
,
trìtolo
,
rancico
,
compariscenza
,
appariscenza
,
compàrita
,
assaettamento
.
Così
non
mi
ricordo
d
'
aver
mai
inteso
da
un
mio
corregionale
i
verbi
anfanare
(
andar
qua
e
là
senza
saper
dove
)
,
frucchiare
(
metter
le
mani
,
per
smania
di
darsi
faccenda
,
in
più
e
diverse
cose
)
,
frizzare
(
vuol
far
lo
spiritoso
,
ma
non
frizza
)
,
frullare
(
mi
sentii
frullare
un
sasso
accanto
all
'
orecchio
)
,
rigirare
(
rigirarsela
bene
)
,
raccenciarsi
,
rinquattrinarsi
,
spappolare
(
di
cosa
morbida
che
,
toccandola
,
si
disfà
fra
le
dita
)
;
né
i
modi
:
aver
entratura
con
uno
,
trovar
l
'
inchiodatura
(
trovar
modo
o
argomento
certo
di
far
che
che
sia
)
,
avere
il
restío
,
avere
il
suo
ripieno
(
in
una
cosa
,
vale
a
dire
il
fatto
suo
)
,
averla
graziata
,
far
monte
,
farla
bassa
,
baciar
basso
,
lavorar
di
fine
,
gettarsi
in
grembo
a
uno
,
levarla
del
pari
,
fare
una
cosa
a
saetta
,
dare
un
'
indossata
a
un
abito
,
stare
a
uscio
e
bottega
;
e
potrei
seguitare
per
decine
di
pagine
.
Non
è
a
dire
che
queste
e
altre
parole
e
maniere
siano
sconosciute
:
molti
le
sapranno
o
le
sanno
;
ma
non
le
usano
parlando
perché
non
le
hanno
alla
mano
,
perché
esse
non
fanno
parte
del
loro
vocabolario
orale
,
di
quella
provvisione
di
lingua
che
si
porta
con
sé
,
e
che
si
spende
giornalmente
,
nella
conversazione
ordinaria
;
e
però
,
quanto
all
'
uso
,
è
come
se
non
le
sapessero
.
Dunque
,
se
non
ti
vuoi
ridurre
a
parlar
la
lingua
povera
che
generalmente
si
parla
,
bada
bene
,
leggendo
,
a
tutti
quei
modi
che
intorno
a
te
non
senti
mai
dire
,
e
cerca
quali
sono
i
modi
che
s
'
usano
di
solito
in
luogo
di
quelli
,
e
raffronta
gli
uni
con
gli
altri
;
e
per
stamparti
nella
mente
quelli
insoliti
,
e
perché
non
vadano
dentro
gli
armadi
chiusi
,
ma
restino
sugli
scaffali
aperti
della
memoria
,
dove
ti
s
'
offrano
alla
vista
e
alla
mano
a
ogni
occorrenza
,
lega
ciascun
d
'
essi
a
un
tuo
pensiero
,
immaginando
un
fatto
,
un
luogo
,
un
'
occasione
,
in
cui
tu
lo
possa
usare
,
e
anche
una
persona
nota
a
cui
tu
lo
abbia
a
dire
,
e
anche
l
'
accento
e
il
gesto
con
cui
lo
diresti
.
Se
non
farai
questo
,
sfuggiranno
di
mente
anche
a
te
come
agli
altri
,
e
ti
troverai
,
parlando
la
lingua
,
nella
condizione
di
quei
moltissimi
sfortunati
ai
quali
,
nelle
discussioni
e
nell
'
opera
,
l
'
arguzia
vittoriosa
,
l
'
argomento
convincente
,
lo
spediente
utile
si
presentano
sempre
troppo
tardi
,
quando
il
momento
di
servirsene
è
passato
.
LA
LINGUA
APPROSSIMATIVA
.
Perché
non
possediamo
che
uno
scarso
materiale
di
lingua
,
noi
parliamo
una
lingua
che
si
potrebbe
chiamare
approssimativa
,
con
la
quale
non
esprimiamo
quasi
mai
esattamente
,
ma
soltanto
press
'
a
poco
,
il
nostro
pensiero
;
e
perché
dell
'
improprietà
del
nostro
linguaggio
non
abbiamo
coscienza
,
una
gran
parte
dei
modi
,
che
ci
sono
abituali
,
ci
paiono
i
più
propri
a
dire
quello
che
pensiamo
;
e
solo
quando
vengono
a
nostra
cognizione
quelli
che
sarebbero
propri
veramente
,
riconosciamo
che
quegli
altri
non
dicevano
per
l
'
appunto
le
cose
che
volevamo
dire
.
Non
soltanto
;
ma
ricominciamo
assai
spesso
,
imparando
i
nuovi
modi
,
che
non
erano
nella
nostra
mente
certe
gradazioni
d
'
idee
,
sfumature
di
sentimento
e
particolarità
di
cose
,
che
essi
esprimono
;
e
son
essi
che
ce
ne
dànno
il
concetto
;
ciò
che
disse
benissimo
un
grande
scrittore
,
affermando
che
certe
idee
non
ci
vengono
neppure
in
mente
perché
non
abbiamo
le
parole
con
le
quali
potrebbero
venire
.
Ti
cito
una
serie
d
'
esempi
che
ti
persuaderanno
.
Confondere
.
-
Noi
non
usiamo
questa
parola
nel
significato
che
ha
negli
esempi
seguenti
:
-
Non
si
confonda
con
la
politica
.
-
Non
si
confonda
con
quel
figuro
.
-
Non
si
confonda
a
cercare
codesto
foglio
.
-
Ebbene
,
nessuna
delle
espressioni
che
noi
usiamo
in
quei
casi
in
vece
di
confondere
dice
per
l
'
appunto
la
stessa
cosa
,
perché
affannarsi
,
tormentarsi
,
montarsi
il
capo
dicon
troppo
,
e
darsi
pensiero
,
perdere
il
tempo
,
occuparsi
,
impicciarsi
non
dicono
abbastanza
.
Infognare
.
-
Infognarsi
in
un
affare
,
in
una
impresa
.
Con
che
altra
parola
potresti
dire
così
efficacemente
che
si
tratta
d
'
un
affare
,
oltre
che
rischioso
,
disonorevole
?
Ribruscolare
.
-
Sono
andati
a
ribruscolare
tutte
le
scapataggini
della
sua
gioventù
.
-
Noi
sogliamo
dire
rintracciare
,
rivangare
.
Ma
ribruscolare
,
che
significa
propriamente
raccogliere
i
minuti
avanzi
e
bruscoli
d
'
ogni
cosa
,
come
esprime
meglio
la
minuziosità
,
quasi
la
malignità
diligente
e
paziente
con
la
quale
i
nemici
d
'
una
persona
cercano
il
pelo
nell
'
ovo
per
iscreditarla
!
Rifrustare
.
-
È
un
fannullone
vizioso
che
rifrusta
tutte
le
bettole
.
-
Rifrustare
,
che
,
traslato
,
significa
ricercare
in
ogni
parte
,
in
ogni
angolo
più
segreto
,
esprime
assai
meglio
del
frequentare
o
bazzicare
,
che
noi
useremmo
,
l
'
idea
del
vizio
infistolito
e
insaziabile
.
Riportare
.
-
Quel
ragazzo
mi
riporta
tutto
suo
padre
nell
'
andare
,
nel
gestire
,
nel
parlare
.
-
Riportare
,
in
questo
significato
,
dice
più
di
rassomigliare
e
di
ricordare
,
come
noi
diremmo
;
significa
:
è
tal
quale
,
e
presenta
molto
più
vivamente
l
'
immagine
.
Rimaner
male
,
nella
sua
indeterminatezza
,
esprime
meglio
d
'
ogni
altro
modo
generalmente
usato
lo
stato
d
'
animo
mal
definibile
di
chi
per
un
detto
o
un
atto
altrui
rimane
scontento
,
corbellato
,
disingannato
,
fra
risentito
e
confuso
.
Star
su
.
-
Credi
ch
'
io
stia
sui
cinquanta
centesimi
?
Piglia
una
lira
e
vattene
.
-
Noi
diremmo
che
io
badi
o
ch
'
io
m
'
impunti
;
ma
in
badare
non
è
espresso
abbastanza
il
concetto
dell
'
interesse
;
impuntarsi
è
troppo
forte
;
star
su
esprime
un
'
idea
di
mezzo
tra
il
semplice
concetto
dell
'
interesse
e
quello
dell
'
avarizia
che
lesina
.
Stillare
.
-
L
'
ha
stillata
bella
!
-
Nove
su
dieci
noi
diremmo
l
'
ha
pensata
o
trovata
.
Ma
stillare
significa
chiaramente
la
ricerca
sottile
e
l
'
accortezza
della
trovata
,
che
pensare
e
trovare
non
esprimono
.
Stridere
.
-
Bisogna
striderci
,
per
dire
che
di
una
tal
cosa
non
ci
possiamo
esimere
,
benchè
ci
dispiaccia
.
Noi
diremmo
invece
adattarsi
,
rassegnarsi
o
simili
,
che
non
dicono
così
bene
il
rincrescimento
o
il
dispetto
con
cui
c
'
induciamo
a
fare
o
a
sopportare
quella
data
cosa
.
Storcere
.
-
Non
mi
storcere
le
parole
.
-
Non
c
'
è
altro
modo
,
di
quelli
che
noi
useremmo
,
che
esprima
con
un
traslato
così
efficace
l
'
interpretare
malignamente
le
parole
altrui
in
significato
diverso
dal
vero
.
Pigliare
in
cattivo
senso
,
per
esempio
,
non
dice
,
come
la
parola
storcere
,
il
proposito
dell
'
interpretazione
cattiva
,
e
anche
sostituendo
voltare
a
pigliare
si
esprimerebbe
con
minore
evidenza
lo
sforzo
e
il
mal
animo
.
Stare
in
tentenna
.
-
Tu
diresti
tentennare
senz
'
altro
;
ma
tentennare
dice
una
cosa
che
tentenni
,
barcolli
o
stia
male
in
piedi
momentaneamente
;
stare
in
tentenna
dice
la
permanenza
della
cosa
in
quello
stato
.
E
così
stare
in
tremolo
.
Pigliare
a
frullo
.
-
Vedi
se
l
'
idea
di
fermare
una
persona
dove
che
sia
e
appena
càpiti
,
o
quella
di
cogliere
rapidamente
parole
,
idee
,
senza
che
altri
ci
pensi
e
per
nostro
giovamento
,
può
essere
espressa
in
altri
modi
con
maggior
proprietà
ed
evidenza
.
-
Venirti
a
cercare
a
casa
è
tempo
perso
;
bisogna
pigliarti
a
frullo
.
-
Piglia
a
frullo
i
discorsi
dei
valentuomini
,
e
poi
se
ne
fa
bello
.
Prendere
il
vecchiuccio
.
-
D
'
una
persona
,
non
è
lo
stesso
che
dire
:
comincia
a
farsi
vecchio
,
perché
significa
pure
l
'
idea
:
benchè
non
paia
,
o
cerchi
di
nasconderlo
.
Fare
agli
occhi
.
-
Si
dice
di
due
innamorati
che
fanno
agli
occhi
.
Vedi
se
ti
riesce
di
trovare
qualsiasi
altro
modo
che
dica
come
questo
il
guardarsi
a
vicenda
dì
continuo
e
quasi
conversare
con
gli
sguardi
,
non
potendolo
fare
liberamente
a
parole
.
Fare
una
smusata
,
una
smusatura
a
uno
.
-
Tu
intendi
quello
che
significa
,
e
senti
che
l
'
idea
non
è
significata
così
determinatamente
dalle
parole
atto
villano
,
o
di
dispregio
o
di
schifo
o
di
fastidio
,
o
mal
garbo
,
né
con
pari
sfumatura
comica
da
fare
una
brutta
faccia
o
una
smorfia
.
Ti
cito
più
alla
lesta
qualche
altro
esempio
.
Non
senti
che
la
parola
amarume
nella
frase
:
-
C
'
è
un
po
'
d
'
amarume
fra
di
noi
,
-
significa
qualche
cosa
di
meno
di
amarezza
,
e
non
potrebbe
essere
sostituita
per
l
'
appunto
da
nessun
'
altra
parola
?
E
nel
modo
:
ho
tutta
la
giornata
impicciata
non
è
espressa
un
'
idea
che
le
parole
occupata
,
impegnata
non
rendono
esattamente
,
perché
voglion
dire
un
'
occupazione
continua
,
non
una
serie
d
'
occupazioni
con
intervalli
di
tempo
libero
,
ma
troppo
brevi
,
da
poterli
impiegare
a
qualche
cos
'
altro
?
E
dicendo
un
affare
rassegato
(
rassegare
,
d
'
un
liquido
grasso
che
si
rappiglia
)
non
dài
l
'
idea
d
'
un
affare
finito
,
ma
più
recente
di
quello
che
significherebbe
finito
senz
'
altro
,
o
passato
o
da
non
pensarci
più
?
E
come
s
'
esprimerebbe
così
propriamente
l
'
idea
d
'
un
tempo
in
cui
si
sia
fatta
una
vita
dura
,
faticosa
,
affannosa
,
come
col
modo
:
sono
stati
giorni
,
anni
sudati
?
E
la
parola
strettita
nel
dire
:
aver
la
gola
strettita
dal
pianto
,
non
ti
pare
che
abbia
forza
più
particolarmente
espressiva
che
la
parola
stretta
,
che
fa
a
tanti
altri
casi
?
E
qual
altra
parola
dice
così
bene
ad
un
tempo
turbato
di
mente
,
distratto
,
sconcertato
,
svogliato
,
impensierito
,
come
stonato
:
oggi
sono
stonato
,
non
capisco
nulla
?
E
pensa
un
po
'
se
t
'
occorre
spesso
di
sentir
dire
:
uomo
di
ricapito
,
uomo
impiccioso
,
un
po
'
zolfino
,
scattoso
,
troppo
entrante
,
un
mettibocca
,
uno
sputazucchero
,
tutti
modi
che
s
'
intendono
alla
prima
,
e
se
le
parole
che
s
'
usano
di
solito
in
luogo
di
quelle
hanno
proprio
la
stessa
sfumatura
di
significato
,
o
non
dicono
invece
la
cosa
press
'
a
poco
,
come
altre
innumerevoli
che
noi
spendiamo
abusivamente
perché
non
abbiamo
tra
mano
moneta
migliore
?
Credo
che
bastino
questi
esempi
a
dimostrarti
che
noi
parliamo
davvero
una
lingua
approssimativa
,
e
che
il
liberarti
da
questo
malanno
dev
'
essere
uno
dei
tuoi
primi
intenti
,
e
questo
intento
una
delle
tue
prime
norme
nello
studio
della
tua
lingua
.
LA
LINGUA
CHE
ABBREVIA
.
Ti
do
un
altro
consiglio
,
sul
quale
credo
di
dover
insistere
in
particolar
modo
:
di
notare
e
d
'
imprimerti
bene
nella
mente
,
leggendo
gli
scrittori
e
il
dizionario
,
tutte
le
parole
e
le
locuzioni
che
esprimono
un
'
idea
più
brevemente
di
come
tu
sei
usato
ad
esprimerla
o
a
sentirla
esprimere
fra
noi
.
Dirai
:
-
Che
importa
una
parola
o
una
sillaba
di
più
o
di
meno
nell
'
espressione
d
'
un
'
idea
?
-
Poco
-
rispondo
-
nell
'
espressione
di
ciascuna
idea
presa
a
parte
;
ma
siccome
sono
moltissime
le
cose
che
noi
sogliamo
dire
con
maggior
numero
di
parole
del
necessario
,
ne
segue
che
il
nostro
discorso
,
in
generale
,
riuscirebbe
notevolmente
più
breve
,
più
sobrio
e
quindi
più
efficace
,
se
accorciassimo
tutte
le
espressioni
del
nostro
pensiero
che
si
possono
accorciare
.
La
brevità
,
quando
non
nuoce
alla
chiarezza
,
è
bellezza
e
forza
.
Nel
parlare
come
nello
scrivere
,
c
'
è
fra
chi
è
breve
e
chi
è
lungo
,
per
rispetto
all
'
uditore
e
al
lettore
,
la
stessa
differenza
che
fra
chi
paga
in
oro
e
chi
paga
in
rame
;
chè
,
dandoti
la
stessa
somma
,
l
'
uno
ti
lascia
leggiero
e
l
'
altro
ti
carica
.
E
sai
quello
che
dice
il
Leopardi
:
che
tanto
è
più
viva
l
'
attenzione
e
maggiore
il
piacere
di
chi
legge
o
ascolta
quanto
è
più
rapida
la
successione
delle
cose
,
dei
pensieri
,
delle
immagini
che
lo
scrittore
o
il
parlatore
gli
fa
passare
davanti
.
*
Per
esempio
;
noi
usiamo
esprimere
col
verbo
diventare
o
fare
e
con
un
aggettivo
un
gran
numero
d
'
idee
che
s
'
esprimono
benissimo
con
una
sola
parola
,
con
un
verbo
intransitivo
.
Della
maggior
parte
dei
verbi
intransitivi
,
specialmente
parlando
,
non
ci
serviamo
quasi
mai
,
come
se
fossero
ferri
della
lingua
che
non
sappiamo
maneggiare
.
Diciamo
quasi
sempre
:
diventar
rozzo
,
secco
,
triste
,
selvatico
,
vano
,
grullo
,
asino
,
canaglia
,
tozzo
,
furbo
,
zotico
,
bello
,
brutto
,
caparbio
,
grinzoso
,
minchione
,
sospettoso
,
insolente
,
e
mai
,
o
quasi
mai
:
arrozzire
,
assecchire
,
intristire
,
inselvatichire
,
invanire
,
ingrullire
o
ringrullire
,
inasinire
,
incanaglire
,
intozzire
,
infurbire
,
inzotichire
,
imbellire
,
imbruttire
,
incaparbire
,
raggrinzire
,
rimminchionire
,
insospettire
,
insolentire
.
Diciamo
sempre
:
i
capelli
tagliati
diventano
più
fitti
,
non
affittiscono
o
raffittiscono
;
si
fa
notte
,
si
fa
buio
,
non
annotta
,
rabbuia
;
questa
tela
comincia
a
farsi
rada
,
non
:
comincia
a
diradare
;
questo
mobile
non
è
bene
accostato
al
muro
,
non
:
accosta
bene
al
muro
.
E
vedi
se
senti
mai
usare
in
forma
intransitiva
i
verbi
:
-
abbassare
(
la
temperatura
abbassa
)
,
raffrescare
(
verso
sera
raffresca
)
,
raddolcire
(
la
stagione
comincia
a
raddolcire
)
,
rabbruscare
,
del
tempo
(
cominciò
a
rabbruscare
verso
notte
)
,
riscaldare
(
appena
riscalda
,
io
vado
in
villa
)
,
rischiarare
(
aspetto
che
rischiari
per
uscir
di
casa
)
,
scorciare
(
le
giornate
cominciano
a
scorciare
)
,
alzare
(
la
casa
alza
dalle
fondamenta
quindici
metri
)
,
accordare
(
questa
parte
non
accorda
bene
con
l
'
altra
)
,
infortire
(
questo
vino
infortisce
)
,
abbozzolare
(
questa
farina
abbozzola
)
,
stingere
,
perdere
il
colore
(
questi
panni
stingono
)
?
E
tu
diresti
sempre
che
la
carne
diventa
frolla
non
che
infrollisce
;
che
il
burro
diventa
rancido
,
non
che
rancidisce
;
che
il
sangue
si
rappiglia
,
non
che
rappiglia
;
che
un
tale
s
'
impunta
,
s
'
incaglia
nel
parlare
,
non
che
impunta
,
che
incaglia
;
e
che
una
passione
si
fa
o
diventa
gagliarda
,
non
che
ingagliardisce
,
e
che
Tizio
per
ogni
piccola
cosa
mette
il
grugno
,
non
che
ingrugna
;
e
non
mai
infreddare
,
ma
sempre
:
prendere
un
raffreddore
.
Non
è
forse
vero
?
Differenze
minime
;
ma
son
queste
e
tant
'
altre
piccole
abbreviature
,
ciascuna
per
sé
trascurabile
,
che
tutte
insieme
abbreviano
e
isveltiscono
notevolmente
il
discorso
.
*
Ti
cito
un
'
altra
serie
di
verbi
,
usati
pochissimo
da
noi
,
ciascuno
dei
quali
ci
farebbe
risparmiare
una
o
più
parole
,
e
qualche
volta
una
proposizione
intera
.
-
Con
quella
pipa
egli
m
'
appuzza
tutta
la
casa
.
Noi
diremmo
:
mi
riempie
di
puzzo
.
-
Dopo
che
è
cavaliere
non
mi
degna
più
.
Non
si
può
esprimere
altrimenti
l
'
idea
con
una
sola
parola
.
-
Appena
mi
vide
,
si
difilò
verso
di
me
.
Noi
diremmo
:
venne
difilato
.
-
Quel
ragazzo
dirazza
dai
suoi
genitori
.
-
Il
terreno
comincia
a
erbire
.
-
Ho
appratito
(
ridotto
a
prato
)
tutto
il
mio
podere
.
-
Il
sole
di
maggio
fiorisce
tutta
la
campagna
.
-
Gli
alberi
cominciano
a
frondeggiare
.
-
Il
prato
colmeggia
verso
il
mezzo
.
-
Il
terreno
in
quel
punto
pianeggia
.
-
La
strada
in
quel
punto
forcheggia
.
-
Quest
'
anno
le
biade
graniscono
bene
.
-
Quell
'
abito
le
rifà
la
persona
,
quelle
tende
nuove
rifanno
il
salotto
.
-
Non
è
vero
che
tutti
questi
verbi
non
li
usiamo
quasi
mai
nella
forma
e
nel
significato
che
hanno
negli
esempi
citati
,
e
che
quasi
sempre
ci
occorrono
parecchie
parole
per
dire
quello
che
essi
dicono
?
E
si
può
dir
lo
stesso
dei
seguenti
:
-
entrare
,
senz
'
altro
,
per
entrare
a
parlare
(
quando
qualcuno
gli
entrava
sull
'
affare
dell
'
eredità
,
era
un
guaio
)
-
,
cabalare
,
per
ordire
inganni
-
,
incappellare
,
per
prender
cappello
-
,
insignorirsi
,
per
diventar
signore
-
,
dimoiare
(
il
liquefarsi
della
neve
.
Faceva
un
umidiccio
come
quando
dimoia
)
,
-
imbaulare
la
roba
-
,
discoleggiare
,
facicchiare
(
un
far
leggero
e
poco
concludente
:
non
fa
,
ma
facicchia
)
-
,
frivoleggiare
,
ghiribizzare
(
che
vai
ghiribizzando
?
)
-
,
giovaneggiare
,
labbreggiare
(
recitar
sotto
voce
)
-
,
legneggiare
(
far
legna
)
-
,
lenteggiare
(
questa
corda
lenteggia
,
non
è
abbastanza
tesa
)
-
,
molleggiare
(
questo
canape
molleggia
)
-
,
sfrottolare
,
sfuriare
(
ora
che
è
sfuriato
,
possiamo
uscir
noi
,
senza
farsi
pigiare
)
-
,
riavere
(
una
pioggia
a
tempo
rià
la
campagna
)
-
,
riguardarsi
(
usarsi
dei
riguardi
)
-
,
rimpollare
(
la
roba
in
quella
casa
pare
che
ci
rimpolli
,
che
cresca
a
misura
che
si
consuma
)
-
,
rimanere
,
restare
,
senz
'
altro
,
per
rimaner
maravigliato
,
stupito
-
,
riparare
(
il
tal
bottegaio
non
ripara
,
ossia
:
ci
ha
continuamente
gente
)
-
,
scampagnare
(
andare
o
stare
in
campagna
per
ricreazione
o
divertimento
)
-
,
schiassare
(
fare
del
chiasso
per
divertirsi
)
-
,
scrupoleggiare
-
,
sbraccettare
una
signora
,
per
accompagnarla
a
spasso
,
dandole
il
braccio
-
,
scaponire
un
testardo
,
vincerlo
in
ostinazione
-
,
scasare
(
andar
via
da
un
luogo
dove
s
'
aveva
casa
)
,
scarognare
,
sfaccendare
,
scoronciare
,
spaternostrare
-
,
scrudire
l
'
acqua
troppo
fredda
-
,
soleggiare
,
esporre
al
sole
(
bisogna
soleggiare
quest
'
uva
)
-
,
scuriosire
,
scaltrire
,
sneghittire
,
spigrire
uno
-
,
spiovere
,
cessar
di
piovere
(
aspettiamo
che
spiova
)
-
,
spoliticare
,
svecchiare
:
toglier
via
il
vecchiume
(
svecchiare
una
selva
,
svecchiare
la
lingua
degli
arcaismi
)
-
,
sfondar
poco
,
non
sfondare
:
aver
poca
intelligenza
(
s
'
è
messo
a
studiar
le
matematiche
,
ma
non
isfonda
;
in
quanto
a
talento
,
non
isfonda
)
-
,
tavoleggiare
,
trattenersi
a
tavola
,
discorrendo
e
centellando
-
,
tentennare
un
tavolino
,
per
veder
se
sta
saldo
.
-
Vedi
un
po
'
:
son
certo
d
'
aver
detto
la
cosa
cento
volte
in
vita
mia
,
e
d
'
averla
sempre
detta
,
non
con
quella
sola
parola
,
ma
con
un
'
altra
,
meno
propria
,
e
appunto
per
questo
,
accompagnata
quasi
sempre
da
una
spiegazione
.
*
Poichè
t
'
ho
fatta
una
confessione
,
te
ne
fo
dell
'
altre
.
So
bene
che
si
dice
:
-
una
cosa
non
mi
finisce
-
per
:
non
mi
sodisfa
,
o
non
mi
contenta
pienamente
;
e
non
di
meno
,
parlando
,
esprimo
sempre
quel
pensiero
nella
seconda
maniera
,
con
nove
sillabe
invece
di
cinque
.
Dico
:
-
il
tal
podere
ha
un
circuito
di
sette
chilometri
-
quando
potrei
dire
con
due
sole
sillabe
:
-
gira
sette
chilometri
.
Potrei
dire
:
-
un
salone
che
riquadra
cento
metri
-
,
e
dico
:
ha
la
superfice
di
cento
metri
quadrati
.
Non
oso
dirti
quali
locuzioni
stentate
e
ridicole
usai
qualche
volta
per
dire
che
una
certa
sostanza
,
nel
ribollire
,
rientra
o
ricresce
,
che
un
dato
legno
,
o
una
stufa
,
rende
poco
o
molto
,
che
il
legno
non
bene
stagionato
rimbarca
.
Dissi
per
anni
con
una
locuzione
di
tredici
sillabe
quello
che
si
può
dire
in
cinque
:
alfabetare
,
per
esempio
,
le
note
sulla
lingua
.
Ricordo
d
'
aver
fatto
un
giorno
un
interminabile
giro
di
parole
per
dire
d
'
aver
trovato
un
tal
pittore
occupato
a
graticolare
,
o
reticolare
,
o
retare
la
tela
.
Non
espressi
mai
con
una
parola
sola
l
'
idea
che
esprime
benissimo
il
verbo
avventare
negli
esempi
:
-
un
colore
che
avventa
,
una
ragazza
che
avventa
a
primo
aspetto
,
ma
non
è
bella
,
uno
stile
che
avventa
alla
prima
lettura
,
ma
è
vizioso
.
-
E
così
:
abbambinare
una
cosa
che
non
si
può
portare
,
agghiaiare
una
strada
,
allentarsi
dopo
aver
mangiato
,
arrivare
una
vivanda
,
assodare
un
uovo
,
avviare
una
candela
,
spicciolare
uno
scudo
,
calettare
o
non
calettar
bene
(
d
'
un
uscio
,
per
esempio
,
che
sia
bene
o
male
aggiustato
,
in
modo
da
lasciare
,
o
no
,
trapelare
l
'
aria
)
,
son
tutti
modi
che
non
mi
vengono
mai
alla
bocca
,
e
in
luogo
dei
quali
uso
sempre
parecchie
parole
,
che
,
per
giunta
,
quasi
sempre
dicono
meno
chiaramente
la
cosa
.
E
per
farti
ancora
una
confessione
,
aggiungo
che
pochi
giorni
fa
,
avendomi
detto
un
toscano
:
-
Gli
è
tutto
un
figurarselo
;
quando
sarai
là
non
ti
parrà
niente
-
io
osservai
tra
me
che
se
avessi
dovuto
esprimere
lì
per
lì
quell
'
idea
,
non
avrei
saputo
dire
altrimenti
che
:
-
la
tua
immaginazione
t
'
ingrandisce
la
cosa
-
;
che
non
è
solamente
più
lungo
,
ma
meno
famigliare
,
e
quasi
comicamente
solenne
nel
parlare
fra
amici
.
*
V
'
è
un
gran
numero
d
'
altri
modi
abbreviativi
,
usatissimi
in
Toscana
,
che
noi
non
usiamo
,
come
:
-
anno
,
per
l
'
anno
passato
;
sabato
notte
,
per
esempio
,
per
nella
notte
di
sabato
;
a
buio
(
stasera
a
buio
sarò
qui
)
;
di
levata
(
fare
una
cosa
di
levata
,
ossia
,
appena
scesi
da
letto
)
;
fare
un
'
usciata
,
una
finestrata
,
per
isbattere
l
'
uscio
o
la
finestra
in
faccia
a
uno
.
E
vedi
il
significato
della
parola
aria
,
che
tien
luogo
di
più
parole
,
negli
esempi
:
-
gli
volevo
parlare
di
quell
'
affare
;
ma
vidi
che
non
era
aria
;
-
oggi
non
è
aria
;
lasciatemi
stare
-
;
e
la
brevità
efficace
dell
'
espressione
:
-
una
casa
a
uscio
e
tetto
-
per
dire
una
casa
bassa
,
che
ha
soltanto
il
pian
terreno
;
e
della
parola
riesci
-
è
un
riesci
-
per
dire
una
cosa
che
imprendiamo
a
fare
senza
deliberato
proposito
e
studio
precedente
,
e
che
non
sappiamo
se
riuscirà
bene
o
male
.
E
nota
negli
esempi
:
-
mettere
delle
frutte
sul
cassettone
per
bellezza
-
,
sapere
una
cosa
di
rimbalzo
-
,
non
verrà
certo
,
ma
se
per
impossibile
egli
venisse
....
-
se
ti
riuscirebbe
d
'
esprimere
con
eguale
evidenza
,
non
usando
più
di
due
parole
,
l
'
idea
che
quei
tre
modi
esprimono
.
E
ora
una
filza
di
vocaboli
,
ciascuno
dei
quali
ne
fa
risparmiare
parecchi
.
Cimiciaio
,
una
casa
o
un
mobile
pieno
di
cimici
.
-
Birbonaio
,
un
covo
di
birboni
.
-
Ladronaia
.
(
Quell
'
Amministrazione
è
diventata
una
ladronaia
)
.
-
Serpaio
,
viperaio
,
un
luogo
pieno
di
serpi
o
di
vipere
.
-
Scannatoio
,
una
trattoria
,
un
albergo
,
dove
si
pelano
gli
avventori
.
E
ti
potrei
anche
citare
,
come
vocaboli
ai
quali
ne
sostituiamo
quasi
sempre
più
d
'
uno
:
-
Frasconaia
(
per
traslato
,
ornamenti
e
addobbi
eccessivi
e
senz
'
ordine
:
d
'
una
sala
e
anche
d
'
una
donna
,
che
si
metta
troppa
roba
in
capo
)
.
-
Frascume
(
ornamenti
vani
d
'
opere
d
'
arte
,
e
anche
di
stile
)
.
-
Tritume
(
soverchia
quantità
,
varietà
e
minuziosità
di
parti
o
membri
in
opera
d
'
architettura
,
o
anche
di
pittura
)
.
-
Rifrittume
(
lavoro
composto
di
cose
dette
e
ridette
da
molti
,
e
anche
dall
'
autore
stesso
)
.
-
Grinzume
,
una
quantità
di
grinze
considerate
insieme
,
o
d
'
un
viso
o
d
'
un
vestito
.
-
Vietume
,
roba
vieta
.
E
per
finire
con
qualche
cosa
di
fresco
:
fiorita
di
neve
,
un
modo
graziosissimo
,
col
quale
possiamo
far
di
meno
di
dire
:
uno
strato
leggerissimo
,
o
anche
più
lungamente
:
tanta
neve
che
ricopra
appena
il
terreno
.
*
V
'
è
poi
un
ordine
di
vocaboli
(
più
ricco
nella
nostra
,
credo
,
che
in
ogni
altra
lingua
)
ai
quali
noi
sostituiamo
quasi
sempre
una
definizione
,
che
rallenta
il
discorso
e
rende
con
meno
immediata
evidenza
l
'
idea
.
Ne
feci
già
un
cenno
nella
Corsa
nel
vocabolario
.
Sono
vocaboli
che
significano
l
'
indole
e
l
'
aspetto
d
'
una
persona
,
certi
difetti
e
vizi
e
abiti
fisici
e
morali
,
e
modi
d
'
essere
,
di
moversi
,
di
fare
,
di
vivere
.
Te
ne
metto
sotto
gli
occhi
una
serie
,
di
cui
la
maggior
parte
non
richiede
spiegazione
,
e
che
son
non
di
meno
d
'
uso
rarissimo
fra
noi
.
Sono
come
tanti
piccoli
ritratti
chiusi
in
una
parola
.
Abbacone
-
Abbaione
-
Almanaccone
-
Annaspone
-
Badalone
-
Baione
-
Baffone
-
Barbuglione
-
Belone
-
Biascicone
-
Boccalone
-
Brodolone
-
Cabalone
-
Ciabattone
-
Ciaccione
-
Ciampicone
-
Ciarpone
-
Cincischione
-
Ciondolone
-
Combriccolone
-
Dimenticone
-
Dondolone
-
Ficcone
-
Fiottone
-
Fracassone
-
Frittellone
-
Gamberone
-
Gingillone
-
Gonfione
-
Gracchione
-
Impiccione
-
Lanternone
-
Lasagnone
-
Leccone
-
Lezzone
-
Machione
-
Massiccione
-
Nappone
-
Ninnolone
-
Nonnone
-
Pataccone
-
Pecorone
-
Pencolone
-
Piaccione
-
Picchione
-
Pigolone
-
Praticone
-
Perticone
-
Raggirone
-
Sbracione
-
Sbraitone
-
Sbrendolone
-
Scioperone
-
Sgomentone
-
Soppiattone
-
Spilungone
-
Squarcione
-
Tatticone
-
Tenerone
-
Tentennone
-
Appiccichino
-
Attacchino
-
Attizzino
-
Cicalino
-
Ficchino
-
Frucchino
-
Frustino
-
Galoppino
-
Gambino
-
Girandolino
-
Lecchino
-
Rabattino
-
Pepino
-
Stillino
-
Tritino
-
Ferraccio
-
Falcaccio
-
Lamaccia
-
Annaspo
-
Scricciolo
-
Reciticcio
.
Considera
quanto
di
frequente
,
parlando
o
scrivendo
,
occorre
di
definire
o
di
descrivere
o
d
'
accennare
di
volo
qualche
particolarità
fisica
o
morale
d
'
una
persona
,
e
comprenderai
come
dal
fatto
di
non
conoscere
i
vocaboli
citati
,
o
di
non
averli
alla
mano
,
o
di
non
volerli
usare
per
timore
che
altri
non
gl
'
intenda
,
si
sia
costretti
ogni
momento
a
dir
molte
parole
che
si
potrebbero
risparmiare
,
con
l
'
aggiunta
d
'
esprimere
stentatamente
e
male
la
nostra
idea
,
e
quasi
sempre
con
minor
effetto
comico
di
quello
che
vorremmo
ottenere
.
Mi
sono
diffuso
alquanto
su
quest
'
argomento
perché
nell
'
arte
del
parlare
e
dello
scrivere
è
d
'
importanza
primissima
il
precetto
del
poeta
:
-
Sii
breve
ed
arguto
.
-
So
che
a
me
tu
potresti
dire
:
-
Da
che
pulpiti
!
-
E
avresti
ragione
.
Ma
non
badare
al
mio
;
bada
al
pulpito
del
Parini
.
DELL
'
UTILITÀ
DI
STUDIAR
LE
DEFINIZIONI
.
Per
imparare
a
esprimersi
con
brevità
credo
molto
utile
il
fare
uno
studio
attento
,
così
negli
scrittori
come
nei
dizionari
,
delle
definizioni
;
nelle
quali
,
oltre
che
la
proprietà
e
la
finezza
dei
termini
,
si
suol
trovare
la
maggior
parsimonia
possibile
di
parole
,
che
è
condizione
necessaria
della
loro
semplicità
ed
evidenza
.
Nel
dizionario
in
special
modo
,
consistendo
le
definizioni
di
molte
cose
nell
'
indicazione
di
tutte
le
parti
che
le
compongono
,
tu
non
imparerai
soltanto
la
brevità
,
ma
un
gran
numero
di
vocaboli
;
la
cui
ignoranza
appunto
costituisce
la
maggior
difficoltà
che
noi
troviamo
quasi
sempre
a
definire
e
a
descrivere
un
oggetto
qualsiasi
.
Ecco
,
per
esempio
,
alcune
definizioni
,
ricavate
da
dizionari
diversi
.
ARPA
.
-
Strumento
di
molte
corde
di
minugia
,
di
figura
triangolare
,
senza
fondo
;
di
cui
tre
sono
le
parti
principali
:
il
corpo
,
la
colonna
e
l
'
arco
:
nel
corpo
,
corredato
d
'
animella
o
sordina
sta
la
risonanza
dello
strumento
;
nell
'
arco
i
pironi
di
ferro
,
e
i
semituoni
cui
sono
raccomandate
le
corde
;
la
colonna
è
quel
ritto
che
collega
l
'
arco
ed
il
corpo
.
BATTARELLA
.
-
Quell
'
arresto
,
che
essendo
imperniato
ad
un
'
estremità
,
punta
con
l
'
altra
contro
il
dente
d
'
una
ruota
che
tende
a
girare
in
una
direzione
,
mentre
,
lasciandone
liberamente
passare
i
denti
,
le
permette
di
girare
quando
si
muove
per
il
verso
contrario
.
INFINESTRATURA
.
-
Foglio
di
carta
tagliato
in
quadro
,
con
vano
quadro
in
mezzo
a
uso
d
'
un
telaio
di
finestra
,
dentro
a
cui
s
'
appicca
un
foglio
guasto
nei
margini
.
GRADINA
.
-
Ferro
piano
a
foggia
di
scarpello
,
alquanto
più
sottile
del
calcagnolo
o
dente
di
cane
,
e
serve
per
andar
lavorando
con
gentilezza
le
statue
,
dopo
aver
adoperato
la
subbia
e
il
calcagnuolo
.
LACCIAIA
.
-
Lunga
fune
a
cappio
scorsoio
che
i
bútteri
portan
seco
e
che
a
un
bisogno
acciambellandola
e
sfilandola
verso
una
mandria
accalappiano
con
essa
la
bestia
che
loro
piace
.
RIBALTA
.
-
Piano
della
scrivania
sul
quale
si
scrive
e
che
è
mobile
nei
maschietti
per
poterlo
alzare
,
abbassare
e
chiudere
,
oppure
quell
'
asse
girevole
sui
pernietti
che
s
'
adatta
lungo
la
batteria
dei
lumi
in
un
teatro
.
STAME
.
-
Parte
fecondante
della
pianta
contornata
dal
calice
o
dalla
corolla
,
o
da
entrambi
,
che
è
per
lo
più
della
figura
d
'
un
filo
,
il
quale
è
detto
filamento
,
e
terminato
da
un
globo
,
o
borsetta
,
che
dicesi
ántera
,
e
che
contiene
la
farina
o
polvere
fecondante
,
la
quale
è
detta
pòlline
.
Bastano
questi
esempi
,
credo
,
a
dimostrare
quanto
possa
esser
utile
leggere
attentamente
le
definizioni
.
E
se
te
ne
vuoi
meglio
persuadere
,
prova
a
mandarne
a
mente
parecchie
,
e
poi
a
definire
di
tuo
qualche
oggetto
complesso
,
come
per
far
capire
e
vedere
che
cosa
sia
a
chi
non
lo
conosca
,
e
vedrai
come
per
effetto
di
quel
breve
studio
ti
riuscirà
più
facile
dare
alla
definizione
un
giro
di
frase
agile
,
collegare
in
un
nodo
stretto
i
particolari
e
ottener
con
l
'
ordine
la
chiarezza
.
Perché
vi
sono
operazioni
della
mente
,
anche
nell
'
arte
della
parola
,
alle
quali
ci
addestriamo
con
facilità
mirabile
,
come
a
certi
esercizi
fisici
,
che
ci
riescono
alla
prima
difficilissimi
per
il
solo
fatto
che
non
li
abbiamo
mai
tentati
.
IL
DIZIONARIO
DEI
SINONIMI
.
Dice
Beniamino
Franklin
che
chi
insegna
a
un
giovane
a
farsi
la
barba
da
sé
gli
fa
un
maggior
vantaggio
che
se
gli
regalasse
mille
lire
.
Ebbene
,
s
'
io
riuscissi
a
farti
studiare
il
Dizionario
dei
sinonimi
del
Tommaseo
,
stimerei
d
'
averti
regalato
un
podere
:
nel
regno
della
letteratura
,
intendiamoci
.
Chi
studia
la
lingua
lo
dovrebbe
tener
sempre
sul
tavolino
,
come
un
prete
il
Breviario
,
per
leggerne
e
rileggerne
qualche
pagina
ogni
giorno
,
e
consultarlo
a
ogni
tratto
;
perché
ad
imparare
a
scrivere
e
a
parlare
con
proprietà
e
con
esattezza
,
a
dar
contorno
fermo
e
netto
all
'
espressione
del
proprio
pensiero
e
a
rendere
di
questo
tutte
le
flessioni
e
le
sfumature
,
non
c
'
è
lavoro
più
utile
che
l
'
esercitarsi
a
"
discernere
le
più
piccole
gradazioni
di
significato
delle
parole
,
a
adagiare
l
'
una
voce
sull
'
altra
,
per
vedere
dove
combacino
,
dove
no
,
dove
sia
maggiore
il
rilievo
,
dove
più
delicati
i
contorni
,
e
a
trovar
parole
così
sottili
e
così
calzanti
che
rendano
con
evidenza
le
differenze
più
tenui
,
senza
ingrossarle
.
"
Questo
lavoro
fece
mirabilmente
su
migliaia
di
vocaboli
Niccolò
Tommaseo
,
nel
suo
Dizionario
pieno
d
'
ingegno
e
di
dottrina
,
d
'
arte
e
di
vita
,
altrettanto
dilettevole
quanto
profondo
,
e
riboccante
d
'
ogni
maniera
d
'
insegnamenti
,
non
solamente
filologici
,
ma
morali
,
filosofici
,
estetici
:
un
libro
d
'
oro
,
al
quale
è
titolo
troppo
modesto
quello
di
dizionario
.
Leggilo
,
mio
giovane
amico
,
e
rileggilo
a
brevi
tratti
,
pensandovi
su
.
Non
ti
sarà
solo
un
vital
nutrimento
allo
spirito
;
ma
una
ginnastica
intellettuale
che
ti
farà
più
forti
,
più
acute
,
più
agili
tutte
le
facoltà
della
mente
.
Tu
ci
troverai
espresse
mille
idee
e
facce
d
'
idee
,
sentimenti
e
modificazioni
di
sentimenti
,
e
aspetti
e
proprietà
e
qualità
intime
di
cose
,
che
ora
sono
confuse
nella
tua
mente
e
nel
tuo
animo
,
e
di
cui
cerchi
invano
l
'
espressione
,
come
inseguendola
tentoni
nella
nebbia
.
E
imparerai
a
scrutare
il
significato
d
'
ogni
parola
come
si
scruta
un
'
anima
;
a
scoprire
sotto
ogni
idea
un
'
altra
idea
,
ordini
interi
d
'
idee
;
a
chiarire
,
a
distinguere
,
a
separare
una
quantità
di
concetti
e
di
sentimenti
,
che
sono
ora
nascosti
nella
tua
mente
sotto
un
solo
vocabolo
,
col
quale
tu
li
mescoli
e
li
designi
tutti
insieme
come
un
mucchio
di
cose
uniformi
.
E
non
soltanto
quella
lettura
"
ti
raddrizzerà
l
'
espressione
di
molte
idee
,
ma
le
idee
medesime
.
"
Imparerai
non
solo
ad
esprimere
,
ma
a
pensare
profondamente
,
sottilmente
,
nettamente
.
Quante
parole
t
'
accorgerai
d
'
aver
usate
finora
e
udito
usare
dai
più
in
un
significato
che
non
hanno
,
o
che
del
loro
significato
vero
non
è
che
un
'
ombra
!
Di
quant
'
altre
parole
e
frasi
che
ora
ti
vengono
ogni
momento
sulla
bocca
e
sotto
la
penna
,
moleste
come
ripetizioni
obbligate
,
e
di
cui
ti
riesce
molesta
la
ripetizione
anche
nei
discorsi
e
negli
scritti
altrui
,
t
'
avvedrai
che
le
ripeti
e
che
tutti
le
ripetono
,
non
perché
siano
inevitabili
,
ma
perché
tu
e
gli
altri
le
usate
ad
esprimere
gradazioni
diverse
d
'
un
'
idea
o
d
'
un
sentimento
,
ciascuna
delle
quali
dovrebb
'
essere
espressa
in
un
'
altra
forma
,
e
la
forma
c
'
è
,
e
nessuno
l
'
adopera
!
E
come
di
questa
benedetta
lingua
,
che
tu
dici
ricca
,
varia
,
delicata
,
potente
,
più
per
consuetudine
che
per
coscienza
,
ti
apparirà
moltiplicata
la
ricchezza
,
più
maravigliosa
la
varietà
,
più
squisita
la
finezza
,
ingigantita
la
potenza
!
Certo
,
ti
sarà
impossibile
ritenere
a
mente
tutte
quelle
innumerevoli
e
fini
distinzioni
fra
i
significati
dei
vocaboli
;
benchè
la
maggior
parte
di
esse
siano
spiegate
con
magistrale
chiarezza
e
illustrate
da
esempi
efficacissimi
.
Ma
il
vantaggio
massimo
che
ricaverai
da
questo
studio
,
non
sarà
nella
tua
memoria
:
lo
riconoscerai
nel
sentimento
della
lingua
raffinato
,
nella
facoltà
del
discernimento
acuita
,
nella
consuetudine
che
avrai
acquistata
di
cercare
e
ponderare
il
significato
d
'
ogni
parola
prima
di
buttarla
sulla
carta
,
di
raffrontare
una
locuzione
con
l
'
altra
,
di
provarne
parecchie
al
tuo
pensiero
per
vestirgli
quella
che
più
gli
conviene
,
di
diffidare
cautamente
delle
apparenze
di
sinonimia
che
di
continuo
ci
si
presentano
,
e
da
cui
ci
lasciamo
ogni
momento
ingannare
.
Ti
parrà
dopo
un
mese
di
non
aver
cavato
da
quella
lettura
che
un
profitto
di
poco
conto
,
o
anche
nullo
.
Ma
se
,
dopo
aver
letto
e
pensato
qualche
centinaio
di
quelle
pagine
,
dove
lo
scrittore
,
esercitando
le
facoltà
più
delicate
della
mente
,
affronta
e
vince
a
ogni
periodo
le
più
terribili
difficoltà
del
linguaggio
,
che
son
quelle
dell
'
analisi
,
della
distinzione
,
della
definizione
,
ti
proverai
a
scrivere
sopra
un
argomento
comune
,
tu
esperimenterai
nel
raccontare
,
nel
descrivere
,
nel
ragionare
,
una
facilità
nuova
,
un
senso
di
scioltezza
,
di
sicurezza
,
di
padronanza
delle
tue
facoltà
e
delle
tue
mosse
,
simile
a
quello
che
prova
a
camminare
sur
una
via
larga
,
piana
e
libera
chi
sia
andato
un
pezzo
per
un
sentiero
erto
e
stretto
e
pieno
d
'
inciampi
,
con
un
precipizio
da
lato
.
La
tua
mente
si
sarà
addestrata
a
veder
le
varie
sembianze
d
'
ogni
idea
con
uno
sguardo
rapido
e
avvolgente
,
a
penetrarvi
in
fondo
,
a
passare
in
rassegna
alla
lesta
i
diversi
modi
di
significarla
,
e
a
cogliere
sull
'
atto
il
migliore
;
e
non
soltanto
nel
maneggio
della
lingua
risentirai
il
vantaggio
,
e
nella
cresciuta
attitudine
ad
analizzarla
,
e
nel
più
forte
amore
che
avrai
per
essa
;
ma
alla
scuola
dell
'
autore
che
insieme
con
le
parole
analizza
passioni
,
azioni
,
usi
,
costumi
,
caratteri
,
ti
sarai
avvezzato
a
meditar
sopra
ogni
cosa
,
e
studierai
nella
lingua
l
'
anima
umana
,
la
vita
,
la
natura
,
e
qualche
volta
dirai
tu
pure
col
maestro
che
ti
par
di
sentire
in
questo
studio
il
verbo
di
Dio
.
Libro
preziosissimo
;
leggendo
il
quale
ti
sentirai
prima
compreso
d
'
ammirazione
,
e
poi
di
reverenza
e
di
gratitudine
per
lo
scrittore
che
fece
della
lingua
della
tua
patria
uno
studio
così
amoroso
e
profondo
,
e
per
trasmetterne
ai
giovani
la
cognizione
e
l
'
amore
,
un
lavoro
così
poderoso
e
variamente
utile
e
bello
;
e
di
pagina
in
pagina
ingrandirà
davanti
ai
tuoi
occhi
e
ti
sarà
eccitamento
via
via
più
forte
e
più
caro
a
perseverar
nello
studio
,
l
'
immagine
del
vecchio
venerabile
,
d
'
occhi
cieco
e
divin
raggio
di
mente
.
SCRUPOLINO
.
I
sinonimi
erano
una
delle
molte
afflizioni
della
sua
vita
.
Lo
conobbi
a
Firenze
.
Era
un
impiegato
della
Prefettura
,
nato
e
cresciuto
Là
dove
Italia
boreal
diventa
,
già
vicino
alla
trentina
;
ma
così
smilzo
,
e
sprovvisto
d
'
ogni
onor
del
mento
,
e
d
'
indole
così
timida
,
che
pareva
ancora
un
adolescente
.
Si
dilettava
di
letteratura
,
leggeva
molto
e
non
mancava
d
'
ingegno
;
ma
era
affetto
d
'
una
malattia
incurabile
:
il
terrore
della
lingua
italiana
.
Aveva
della
difficoltà
dell
'
idioma
gentile
un
concetto
così
smisurato
,
gl
'
incuteva
un
così
grande
sgomento
il
fantasma
della
Grammatica
,
che
,
parlando
,
impuntava
a
ogni
tratto
,
e
balbettava
come
uno
scolaretto
agli
esami
,
assalito
da
mille
dubbi
,
turbato
da
mille
scrupoli
;
dai
quali
non
riusciva
a
liberarsi
né
sull
'
atto
né
poi
,
e
se
ne
disperava
.
Anche
nel
crocchio
degli
amici
soliti
,
ma
tanto
più
se
c
'
era
qualche
toscano
colto
,
o
chiunque
altro
,
che
avesse
reputazione
di
parlar
bene
,
e
non
gli
fosse
famigliare
,
gli
si
vedeva
in
viso
la
preparazione
mentale
faticosa
e
piena
d
'
incertezze
ch
'
egli
faceva
d
'
ogni
periodo
o
frase
che
volesse
dire
;
e
quando
poi
si
risolveva
a
parlare
,
usava
ogni
specie
di
cautele
e
di
formole
attenuanti
,
come
:
-
sto
per
dire
,
direi
quasi
,
la
parola
non
sarà
di
Crusca
,
mi
si
passi
l
'
espressione
;
-
e
qualche
volta
arrossiva
a
un
tratto
,
e
restava
in
tronco
.
Con
questo
o
con
quell
'
amico
,
poi
,
a
quattr
'
occhi
,
sfogava
il
suo
dispetto
contro
la
lingua
e
contro
sé
stesso
,
e
gli
confidava
i
dubbi
e
i
timori
che
lo
perseguitavano
di
continuo
come
un
nuvolo
di
vespe
.
Si
doveva
dire
a
un
uomo
lei
è
buono
o
lei
è
buona
?
Vacci
o
vavvi
?
Credo
che
tu
sii
o
che
tu
sia
?
Lo
trattò
come
se
fosse
uno
sconosciuto
o
come
se
fosse
stato
?
Ha
fatto
la
tal
cosa
di
nascosto
di
o
da
o
al
tale
?
Ho
antipatia
per
o
con
o
verso
o
contro
una
persona
?
Come
Dio
benedetto
s
'
ha
da
dire
?
E
non
serviva
dirgli
i
modi
che
i
"
buoni
parlanti
"
usavano
,
e
consigliargli
di
fissarseli
una
volta
per
sempre
nel
cervello
,
e
d
'
attenersi
a
quelli
immutabilmente
;
senza
di
che
non
sarebbe
guarito
mai
della
sua
malattia
.
Se
in
un
libro
di
scrittore
autorevole
gli
accadeva
di
leggere
un
modo
diverso
da
quello
generalmente
usato
(
cosa
troppo
facile
in
Italia
,
pur
troppo
)
,
il
dubbio
gli
rampollava
da
capo
.
-
Questa
maledetta
lingua
italiana
-
diceva
-
è
una
disperazione
.
Preferirei
di
studiare
il
cinese
.
-
Ogni
giorno
gli
saltava
su
un
dubbio
nuovo
,
anzi
un
nuovo
ordine
di
dubbi
e
di
scrupoli
:
sul
fra
o
tra
,
sul
lì
o
là
,
qui
o
qua
,
costì
o
costà
;
sull
'
uso
degli
ausiliari
essere
o
avere
con
certi
verbi
;
sulla
collocazione
dei
pronomi
personali
che
non
sapeva
mai
dove
mettere
,
e
che
spesso
gli
restavano
in
mano
.
A
volte
fermava
un
amico
per
la
strada
,
e
gli
domandava
di
punto
in
bianco
:
-
Si
dice
:
lo
dissi
loro
o
loro
lo
dissi
?
-
E
quando
un
amico
,
del
quale
avesse
stima
in
materia
di
lingua
,
a
uno
dei
suoi
quesiti
si
mostrava
perplesso
:
-
Ah
!
vedi
-
esclamava
in
tono
di
trionfo
-
vedi
se
non
ho
ragione
!
È
una
lingua
terribile
,
terribile
,
terribile
.
Per
questo
suo
perpetuo
"
scrupoleggiare
"
gli
s
'
era
affibbiato
il
soprannome
di
Scrupolino
,
di
cui
non
s
'
aveva
per
male
;
ma
nemmeno
ne
rideva
,
perché
la
parola
designava
un
'
infermità
mentale
,
della
quale
egli
aveva
coscienza
e
vergogna
.
A
furia
di
porre
quesiti
a
sé
stesso
finiva
con
dubitare
anche
della
legittimità
delle
parole
e
delle
locuzioni
più
usuali
,
e
in
certi
momenti
di
sconforto
esclamava
:
-
Io
non
so
più
parlare
!
Io
finirò
col
non
più
parlare
!
Qualche
volta
cercavamo
di
persuaderlo
,
sul
serio
.
-
Vedi
-
gli
si
diceva
-
tu
hai
tanta
difficoltà
di
parlare
perché
non
parli
,
componi
.
Non
devi
comporre
.
Ti
devi
gettare
a
nuoto
nel
discorso
,
arditamente
;
lasciarti
andare
all
'
ispirazione
,
alla
dettatura
dell
'
orecchio
,
non
badando
a
regole
,
dimenticando
ogni
studio
.
Volendo
esaminare
e
scegliere
le
parole
,
come
fai
,
così
con
la
fretta
,
per
non
far
aspettare
,
e
col
timore
di
seccare
chi
ascolta
,
ti
confondi
,
e
scegli
quasi
sempre
male
,
o
non
trovi
,
e
resti
lì
,
impaniato
.
Prova
un
po
'
a
parlare
come
vien
viene
.
-
Ma
egli
stava
un
po
'
pensando
,
e
poi
rispondeva
,
scrollando
il
capo
:
-
È
inutile
,
non
posso
;
le
parole
e
le
regole
battagliano
nel
mio
capo
come
i
Deputati
nel
Parlamento
.
-
Ed
era
vero
.
A
quando
a
quando
si
provava
a
parlar
libero
;
ma
subito
gli
spettri
dell
'
Improprietà
,
dell
'
Impurità
,
dell
'
Idiotismo
,
il
fantasma
formidabile
della
Lingua
Italiana
gli
si
rizzavano
dinanzi
,
ed
egli
era
perduto
.
A
poco
a
poco
il
tarlo
del
dubbio
gli
era
risalito
,
come
sempre
avviene
,
dalla
lingua
alla
radice
del
pensiero
,
per
modo
che
anche
lo
scrivere
la
più
semplice
lettera
diventava
per
lui
un
affare
di
Stato
.
Egli
mi
fece
la
confessione
d
'
uno
di
questi
casi
,
al
quale
tutti
gli
altri
rassomigliavano
,
e
che
è
un
esempio
dell
'
impotenza
intellettuale
a
cui
può
condurre
l
'
esercizio
della
critica
sopra
sé
stessi
,
quando
non
è
tenuta
nella
giusta
misura
.
Si
trattava
d
'
una
breve
lettera
di
condoglianza
.
-
Stimatissimo
signore
,
gradisca
le
mie
condoglianze
.
-
No
.
Come
si
fa
ad
associare
l
'
idea
del
gradimento
con
quella
d
'
una
sventura
?
-
Le
mando
le
mie
condoglianze
.
-
Come
si
manda
un
pacco
!
E
poi
è
troppo
famigliare
.
-
Le
faccio
....
-
Ma
non
è
troppo
materiale
per
l
'
espressione
d
'
un
sentimento
?
E
si
dice
faccio
una
condoglianza
,
o
non
confondo
col
modo
fare
un
complimento
,
che
dei
due
è
il
solo
corretto
?
-
Riceva
le
mie
....
-
Oh
bella
!
Se
glie
le
mando
,
bisogna
ben
che
le
riceva
:
è
ridicolo
.
-
Abbia
,
dunque
....
Ma
quest
'
imperativo
è
sgarbato
.
E
via
così
per
tutto
il
resto
.
Sette
righe
gli
costavano
i
sette
dolori
.
E
finiva
sempre
col
ritornello
:
-
È
terribile
!
-
Un
giorno
mi
venne
incontro
in
via
Calzaioli
agitando
un
giornale
,
e
me
lo
mise
sotto
gli
occhi
,
dicendo
:
-
Leggi
qua
.
-
Era
una
Conversazione
del
giovedì
,
nella
quale
Giuseppe
Civinini
,
che
per
lui
era
il
principe
dei
giornalisti
e
dei
critici
,
diceva
che
la
lingua
italiana
era
una
delle
meno
parlate
e
delle
più
difficili
lingue
d
'
Europa
.
-
Hai
inteso
?
-
quasi
gridò
-
e
lo
dice
uno
scrittore
di
quella
forza
!
Non
c
'
è
da
dar
l
'
anima
al
diavolo
?
Io
vorrei
esser
nato
in
Lapponia
!
Uno
dei
più
molesti
argomenti
di
dubbio
e
di
confusione
era
per
lui
l
'
uso
del
lei
e
dell
'
ella
,
fra
cui
si
trovava
ogni
momento
come
tra
il
martello
e
l
'
incudine
.
Gli
dicevano
:
-
Di
'
come
i
fiorentini
.
-
Ma
questi
scellerati
-
rispondeva
-
dicono
un
po
'
l
'
uno
e
un
po
'
l
'
altro
.
Che
regola
ci
si
può
cavare
,
che
Dio
li
confonda
!
-
E
con
gente
ch
'
egli
praticasse
,
tanto
e
tanto
si
lasciava
andare
al
lei
;
ma
con
persone
a
cui
parlasse
la
prima
volta
,
e
che
gli
mettessero
un
po
'
di
suggezione
,
non
c
'
era
verso
:
il
lei
gli
veniva
sulle
labbra
,
ma
se
lo
rimangiava
,
e
metteva
fuori
l
'
ella
a
proprio
dispetto
,
e
lo
sosteneva
nel
discorso
a
prezzo
di
qualunque
sforzo
e
sacrificio
della
naturalezza
e
dell
'
armonia
,
anche
facendo
rider
gli
amici
,
pur
di
salvare
la
Grammatica
sacra
.
Appunto
per
la
gran
paura
di
non
parlar
bene
,
gli
toccò
un
giorno
a
inghiottire
un
boccone
amaro
,
che
gli
restò
sullo
stomaco
un
pezzo
.
Andando
insieme
a
Prato
,
ci
trovammo
nel
vagone
con
un
ragazzo
e
un
giovinetto
toscani
,
fratelli
,
di
viso
intelligente
e
vivo
tutt
'
e
due
;
i
quali
scherzavano
argutamente
a
ogni
proposito
,
e
rammentavano
spesso
il
babbo
,
che
li
doveva
aspettare
all
'
arrivo
.
Allettato
dalla
loro
allegrezza
,
l
'
amico
Scrupolino
sentì
desiderio
d
'
attaccar
conversazione
,
e
a
un
certo
punto
domandò
cortesemente
al
maggiore
:
-
E
dove
,
se
è
lecito
....
dove
vanno
...
?
Stava
per
dir
loro
;
ma
m
'
accorsi
che
non
osò
,
e
ripetè
:
-
Dove
vanno
....
elleno
?
I
due
toscanelli
fini
si
scambiarono
un
'
occhiatina
e
un
sorriso
,
e
il
maggiore
,
prendendo
baldanza
dalla
timidità
dell
'
interrogante
,
rispose
con
malizia
:
-
Dove
andiamo
noi
,
ci
domanda
?
...
A
Bologna
.
E
il
mio
amico
,
un
po
'
confuso
:
-
E
....
a
Bologna
,
mi
par
d
'
aver
inteso
,
li
aspetta
il
loro
....
genitore
?
Il
giovinetto
sbirciò
un
'
altra
volta
il
fratello
,
e
poi
rispose
con
un
leggerissimo
sorriso
burlesco
:
-
Sì
,
l
'
autore
dei
nostri
giorni
.
Scrupolino
sentì
la
puntura
,
arrossì
un
poco
,
e
non
aggiunse
altro
.
Quando
scendemmo
dal
treno
,
scattò
:
-
Hai
sentito
quell
'
impertinente
?
Avrebbe
meritato
una
lezione
.
È
inutile
.
Io
non
dovrei
più
parlare
italiano
.
Mi
darei
degli
schiaffi
,
come
è
vero
Dio
.
Ebbene
(
e
tirò
un
pugno
nell
'
aria
)
non
parlerò
più
,
e
ogni
cosa
è
finita
.
Tu
ridi
!
...
Ma
è
terribile
.
Ma
fatti
pochi
passi
pensandoci
fermò
,
e
mi
domandò
a
mezza
voce
,
timidamente
:
-
Ogni
cosa
....
è
neutro
o
femminino
?
APOLOGIA
DEL
PEGGIORATIVO
.
Eccomi
qua
,
signorino
.
Sono
il
sor
Accio
,
peggiorativo
di
professione
,
vecchio
come
il
primo
topo
;
ma
sempre
sano
e
pien
di
vita
come
un
ragazzo
.
Non
si
sgomenti
della
mia
faccia
burbera
e
della
mia
voce
grossa
,
chè
sono
un
buon
diavolaccio
in
fondo
,
nonostante
la
mia
reputazione
di
persona
grossolana
,
e
benchè
di
solito
si
pronunzi
il
mio
nome
sporgendo
il
labbro
di
sotto
in
atto
di
disprezzo
.
Vero
è
che
io
servo
quasi
sempre
a
esprimere
sentimenti
di
disistima
e
d
'
avversione
,
a
sparlare
del
prossimo
e
a
definir
cose
brutte
e
sgradite
;
ma
,
insomma
,
sono
utile
,
perché
avversione
e
disistima
sono
ben
sovente
sentimenti
onesti
,
e
dir
male
di
certa
gente
è
dovere
di
coscienza
,
e
sono
mai
tante
le
cose
brutte
e
sgradite
che
gli
uomini
sono
costretti
a
rammentare
!
E
appunto
perché
ho
coscienza
d
'
esser
utile
,
mi
fo
lecito
di
offrirle
i
miei
servizi
,
e
di
farle
,
modestamente
,
una
lezioncina
di
lingua
.
Perché
,
parlando
e
scrivendo
,
ella
si
serve
così
raramente
di
me
?
Eppure
io
servo
a
dir
molte
cose
,
che
non
si
possono
dir
bene
se
non
per
mezzo
mio
.
Di
molte
idee
accorcio
l
'
espressione
;
di
certi
sentimenti
significo
io
solo
certe
sfumature
che
altrimenti
non
si
saprebbero
rendere
;
a
molte
parole
do
un
particolare
senso
comico
che
per
sé
sole
esse
non
hanno
;
e
a
chi
esprime
un
giusto
sentimento
di
disprezzo
o
di
sdegno
,
il
mio
suono
stesso
dà
un
certo
qual
senso
di
sodisfazione
,
che
nessun
'
altra
parola
gli
darebbe
,
poichè
è
un
suono
largo
e
forte
,
che
gli
riempie
la
bocca
e
gli
fa
stringere
i
denti
,
non
è
vero
?
il
suono
come
d
'
una
palmata
vigorosa
,
che
pianti
ben
salda
e
ribadisca
l
'
idea
.
O
perché
non
si
serve
qualche
volta
di
me
quando
vuol
dire
,
per
esempio
:
una
trista
idea
,
una
mala
giornata
,
una
mossa
o
un
'
entrata
o
un
'
uscita
villana
,
una
cattiva
ragione
,
un
cattivo
partito
,
una
cattiva
pratica
,
una
brutta
cera
o
un
brutto
momento
?
Perché
,
invece
di
usare
due
parole
o
una
perifrasi
,
non
dice
invece
:
-
Questa
è
un
'
ideaccia
-
Oggi
è
una
giornataccia
-
Il
tale
m
'
ha
fatto
una
mossaccia
,
un
'
entrataccia
,
un
'
uscitaccia
-
Codesta
che
tu
adduci
è
una
ragionaccia
-
Ha
trovato
marito
;
ma
è
un
partitaccio
-
Quel
giovane
si
mette
male
;
ha
delle
praticacce
-
Il
tale
oggi
si
deve
sentir
male
;
ha
una
ceraccia
-
Se
càpita
ora
quel
poco
di
buono
,
mi
piglia
in
un
momentaccio
-
?
Non
esprimerebbe
la
sua
idea
con
maggior
brevità
e
con
po
'
più
forza
?
E
se
per
dire
che
un
tale
d
'
una
cert
'
arte
,
ufficio
o
mestiere
ha
una
certa
pratica
,
ma
affatto
materiale
,
senza
alcun
lume
di
scienza
,
o
che
un
impertinente
l
'
ha
messo
al
punto
di
fare
uno
sproposito
,
o
che
un
trivialone
di
sua
conoscenza
ha
mangiato
come
un
bufalo
,
dormito
come
un
ghiro
e
tenuto
dei
discorsi
indecenti
,
ella
dicesse
:
-
Non
ha
che
una
certa
praticaccia
-
m
'
ha
messo
a
un
puntaccio
-
ha
fatto
una
mangiataccia
,
una
dormitaccia
,
dei
discorsacci
,
-
non
direbbe
la
cosa
più
alla
svelta
e
con
più
vigore
d
'
espressione
?
E
non
son
mica
grossolano
come
posso
parere
a
primo
aspetto
,
chè
nel
graduare
o
colorire
il
significato
delle
parole
ho
io
pure
le
mie
industrie
e
le
mie
finezze
.
Fare
una
levataccia
,
per
esempio
,
non
significa
soltanto
:
levarsi
più
presto
del
solito
;
ma
dice
anche
la
violenza
che
si
fa
alla
propria
pigrizia
,
e
il
rincrescimento
del
farla
.
Fare
una
partaccia
a
uno
non
vuol
dir
solo
fargli
un
rimprovero
acerbo
,
o
,
famigliarmente
,
una
lavata
di
testa
,
ma
anche
usare
,
facendogliela
,
aspre
parole
.
Dicendo
che
uno
ha
un
talentaccio
,
un
ingegnaccio
,
si
dice
che
ha
molto
talento
,
molto
ingegno
,
ma
in
qualche
lato
manchevole
,
o
poco
ordinato
,
o
non
usato
sempre
degnamente
:
non
si
direbbe
del
Manzoni
o
del
Carducci
.
Poveraccio
!
esprime
una
sfumatura
di
compassione
o
di
pietà
,
che
non
si
può
sentire
od
esprimere
riguardo
a
persone
che
ispirano
reverenza
:
ella
può
dire
poverino
o
poveretto
,
ma
non
poveraccio
,
di
suo
padre
.
Nell
'
espressione
:
un
uomo
fatto
all
'
anticaccia
,
v
'
è
una
leggiera
intenzione
di
canzonatura
che
non
è
in
fatto
all
'
antica
.
E
con
librucciaccio
ella
dice
un
libro
non
soltanto
meschino
nella
forma
(
chè
libruccio
significa
meschino
nella
forma
più
che
nella
sostanza
)
e
non
solo
di
poco
pregio
nella
sostanza
,
ma
anche
in
questa
rozzo
e
cattivo
.
E
s
'
ella
dice
che
un
tale
fa
il
comodaccio
suo
,
dice
che
fa
il
suo
comodo
con
particolare
indiscrezione
e
noncuranza
del
comodo
altrui
e
del
dovere
proprio
.
Vede
quante
piccole
cose
,
quante
minute
diversità
e
graduazioni
di
idee
io
servo
a
dire
e
determinare
!
E
poi
,
ho
stampato
tante
parole
di
forte
rilievo
e
di
color
vivo
e
gaio
,
a
cui
nessun
'
altra
equivale
!
Veda
un
po
'
queste
.
Di
un
lavoro
duro
e
misero
,
che
dia
appena
da
vivere
:
-
È
un
panaccio
.
-
Mangiare
un
panaccio
arrabbiato
.
-
Non
t
'
immischiare
con
colui
:
è
un
arnesaccio
,
è
robaccia
.
-
S
'
è
preso
un
cosaccio
d
'
avvocato
,
che
gli
mangerà
fin
l
'
ultimo
soldo
.
-
Mi
tocca
a
far
certe
facciacce
per
cagion
sua
!
-
S
'
è
presentato
con
un
pajaccio
di
scarpe
rotte
.
-
O
figliaccio
e
po
'
d
'
un
cane
!
-
E
veda
come
servo
anche
a
dare
il
fatto
suo
a
un
indegno
,
così
di
sbieco
,
senza
parere
:
-
L
'
hanno
fatto
cavaliere
l
'
altro
giornaccio
,
o
uno
di
questi
giornacci
lo
faranno
.
-
Non
è
una
bellezza
?
E
non
finirei
più
!
Ma
le
dico
ancor
questa
:
che
servo
io
solo
,
in
Toscana
,
senz
'
essere
appiccicato
ad
altra
parola
,
a
definire
una
persona
:
-
È
un
ragazzo
accio
,
ma
accio
bene
;
è
un
farabutto
,
ma
di
quegli
acci
;
-
o
sono
adoperato
tre
volte
per
rincarare
la
dose
:
-
È
un
malandrinaccio
....
accio
,
accio
,
accio
.
-
E
,
in
fine
,
m
'
accecherà
l
'
orgoglio
;
ma
io
penso
che
uno
scrittore
che
non
sa
giovarsi
del
fatto
mio
,
o
che
mi
trascura
o
mi
disprezza
,
non
può
essere
che
uno
scrittore
da
un
tanto
il
mazzo
.
E
me
ne
scappo
,
perché
vedo
avvicinarsi
un
tale
,
un
giovincello
sdolcinato
,
con
cui
non
me
la
dico
,
e
non
mi
posso
trovare
insieme
.
La
lascio
con
lui
,
che
cercherà
di
rivogarle
la
sua
mercanzia
.
Ma
ritornerò
.
A
rivederci
a
presto
,
e
si
guardi
da
un
'
indigestione
di
zuccherini
.
APOLOGIA
DEL
DIMINUTIVO
.
Giovanettino
,
ti
saluto
.
Io
sono
il
diminutivo
...
Comprendo
il
tuo
sorriso
;
ma
non
mo
ne
risento
,
perché
sono
un
buon
figliuolo
.
Da
qualcuno
tu
avrai
inteso
dir
corna
di
me
,
e
sei
mal
prevenuto
a
mio
riguardo
.
T
'
avranno
detto
che
sono
uno
sdolcinato
stucchevole
,
che
stempero
le
parole
e
snervo
la
lingua
,
empiendola
di
lezi
femminei
e
di
vezzi
bambineschi
.
Ma
tu
non
devi
dar
retta
a
costoro
:
gente
di
grossa
pasta
,
che
non
mi
capisce
e
non
mi
sente
.
Io
son
modesto
di
natura
,
e
non
per
vanagloria
,
lo
puoi
credere
,
ti
affermo
che
chi
mi
maltratta
o
per
ignoranza
o
per
rozzezza
d
'
animo
,
chi
non
ha
famigliarità
con
le
mie
forme
innumerevoli
e
le
tiene
in
conto
di
vane
frasche
,
non
può
saper
quanto
è
ricca
,
quanto
è
flessibile
,
quant
'
è
dolce
la
lingua
della
sua
patria
.
Cascano
nella
leziosaggine
e
ristuccano
,
non
c
'
è
dubbio
,
tutti
coloro
che
abusano
di
me
,
appiccicandomi
a
cinque
parole
su
dieci
,
che
dicono
a
un
modo
bellino
e
carino
un
fiore
e
un
campanile
,
un
bambino
e
una
montagna
,
che
non
possono
esprimere
un
'
idea
senza
rimpicciolirla
alla
misura
della
loro
animetta
,
un
sentimento
senza
indolcirlo
fino
alla
nausea
,
col
giulebbe
che
hanno
nelle
vene
invece
del
sangue
.
Ma
,
usato
con
discernimento
da
chi
ha
intelletto
e
gusto
fine
,
io
compio
nella
lingua
un
ufficio
nobile
e
utile
;
io
do
alla
parola
gentilezza
e
grazia
e
soavità
di
suono
e
sapore
di
scherzo
garbato
e
cento
significati
delicatissimi
d
'
affetto
,
di
pietà
,
di
simpatia
,
d
'
indulgenza
;
io
attenuo
e
scuso
colpe
ed
errori
di
persone
care
,
velo
infermità
e
deformità
d
'
infelici
,
esprimo
quanto
vi
è
di
più
tenero
nel
cuore
delle
madri
e
degli
amanti
,
rendo
tutte
le
più
delicate
gradazioni
della
bellezza
e
delle
virtù
gentili
e
dei
sensi
ch
'
esse
ispirano
;
e
addolcisco
il
rimprovero
,
e
spunto
l
'
offesa
,
e
accarezzo
e
compiango
e
conforto
.
E
non
vezzeggio
alla
cieca
ogni
cosa
,
come
afferma
chi
non
m
'
intende
o
mi
calunnia
;
ma
dico
anche
verità
sgradite
a
chi
in
altra
forma
non
le
vorrebbe
udire
,
e
faccio
atto
di
giustizia
temperando
la
lode
eccessiva
,
restringendo
il
concetto
ingiustamente
ingrandito
di
molte
cose
,
mettendo
un
'
ombra
di
rampogna
,
quando
occorre
,
anche
nell
'
espressione
della
pietà
e
dell
'
affetto
.
Non
vezzeggio
soltanto
;
ma
definisco
,
distinguo
,
dipingo
,
scolpisco
ed
illumino
.
E
non
è
la
mia
vanità
,
è
la
voce
universale
che
mi
chiama
una
bellezza
e
un
privilegio
della
lingua
italiana
.
Imita
dunque
la
gentilezza
di
chi
,
volendo
designare
un
piccolo
infelice
,
di
cui
non
sa
il
nome
,
e
sentendo
che
nel
modo
il
piccolo
storpiato
non
suona
la
pietà
,
dice
-
lo
storpiatino
-
,
come
chiama
loschina
una
ragazza
losca
,
e
dicendo
d
'
un
'
altra
che
ha
la
bazza
,
fa
intendere
insieme
ch
'
ella
ha
qualche
cosa
di
grazioso
,
che
quasi
fa
piacere
il
difetto
,
chiamandola
:
-
Una
bazzina
.
-
Ecco
la
bazzina
.
-
È
una
bazzina
,
bionda
,
piena
di
vita
.
-
E
dicendo
d
'
una
giovinetta
o
d
'
una
bimba
:
boriosina
,
invece
di
:
un
po
'
boriosa
,
farai
comprender
meglio
che
,
pure
avendo
quel
difetto
,
non
ha
animo
cattivo
.
E
se
chiamerai
un
'
altra
:
beatina
,
dirai
,
come
non
potresti
meglio
,
ch
'
essa
è
devota
alle
pratiche
del
culto
,
ma
non
pinzochera
,
e
che
il
sentimento
religioso
in
lei
è
gentilezza
.
E
quando
vorrai
dire
che
una
donna
ha
un
carattere
alquanto
astioso
,
tu
potrai
chiamarla
astiosina
,
senz
'
offenderla
;
ciò
che
non
ti
riuscirebbe
né
premettendo
un
po
'
all
'
aggettivo
,
né
con
altra
parola
attenuante
.
Ma
è
l
'
affetto
,
è
il
sentimento
della
delicatezza
che
suggerisce
a
chi
parla
le
mie
forme
più
gentili
;
esse
non
si
cercano
,
vengon
via
spontanee
,
come
certe
inflessioni
carezzevoli
della
voce
.
Senti
le
mamme
del
popolo
,
in
Toscana
.
Chiamano
maggiorino
il
maggiore
dei
loro
figliuoli
piccoli
.
Dicono
vergognosina
una
bimba
timida
,
e
magari
anche
un
po
'
selvatica
.
Non
chiameranno
un
loro
bimbo
:
spersonito
o
malsano
,
ma
stentino
,
e
per
non
dir
gracile
,
diranno
:
-
È
così
minutino
,
ma
sano
,
-
e
per
non
dire
d
'
una
ragazza
che
è
di
complessione
delicata
,
diranno
:
gentilina
;
e
capacino
,
per
modestia
,
d
'
un
ragazzino
intelligente
o
bravo
in
qualunque
cosa
.
-
Ammodino
,
ragazzi
!
-
dicono
spesso
,
invece
di
:
ammodo
,
per
addolcire
l
'
avvertimento
.
Tu
potresti
urtare
il
loro
amor
proprio
dicendo
che
un
loro
figliuoletto
ha
già
le
sue
malizie
;
non
l
'
urteresti
dicendo
che
ha
le
sue
malizine
;
che
esprime
l
'
idea
d
'
un
accorgimento
fine
meglio
che
quella
dell
'
astuzia
.
E
così
,
se
vorranno
dirti
che
un
loro
bimbo
è
schifiltoso
nel
mangiare
,
te
lo
diranno
con
un
'
espressione
graziosissima
:
-
È
tanto
boccuccia
,
che
è
capace
di
rifiutarmi
un
piatto
se
ci
trova
un
bruscolo
.
-
E
dicono
al
pigretto
che
chiede
una
cosa
:
-
Allunga
il
santo
manino
,
e
pìgliatela
da
te
.
-
E
quante
altre
espressioni
graziose
ti
potrei
citare
,
fatte
col
mio
conio
!
Di
una
piccola
donna
o
ragazza
seducente
:
-
È
una
cosolina
simpaticissima
-
Ha
un
'
ideina
che
piace
-
Una
camera
raccoltina
:
non
è
significata
nel
diminutivo
anche
la
piccolezza
e
quasi
la
giocondità
della
camera
?
E
se
uno
ti
dice
:
-
A
tastar
per
terra
nel
buio
c
'
è
il
casetto
di
raccattare
qualche
cosa
di
spiacevole
-
non
senti
in
quel
casetto
un
sapor
comico
che
ti
fa
sorridere
?
E
se
ti
dice
un
altro
che
:
-
bisognerà
aspettare
un
paietto
d
'
ore
-
,
non
senti
in
questo
diminutivo
l
'
intenzione
cortese
d
'
abbreviare
il
tempo
nel
tuo
concetto
e
di
esortarti
ad
aver
pazienza
?
Ma
chi
può
noverare
la
varietà
degli
effetti
ch
'
io
posso
ottenere
?
Anche
l
'
attenuazione
del
peggiorativo
!
Sentirai
dire
nella
campagna
toscana
,
in
val
d
'
Elsa
:
-
Animaccina
!
-
che
è
come
dar
dell
'
animaccia
a
uno
e
chiedergli
scusa
ad
un
tempo
,
riconoscendo
d
'
aver
detto
troppo
.
Donnaccina
!
Dieci
vocaboli
ammontati
,
nota
un
filologo
illustre
,
non
saprebbero
dire
altrettanto
.
E
di
annatina
che
i
contadini
toscani
dicono
qualche
volta
per
"
annataccia
affamata
"
dice
lo
stesso
filologo
che
v
'
è
in
quel
diminutivo
una
mirabile
disposizione
d
'
animo
,
la
quale
attenua
il
dolore
e
quasi
ingentilisce
il
bisogno
;
e
si
sottintende
:
un
sentimento
di
rassegnazione
cristiana
,
per
cui
si
vuol
dire
la
cosa
senza
lagnarsi
,
per
timor
di
Dio
,
che
l
'
ha
mandata
.
Che
potrei
fare
di
più
,
mondo
birbetta
?
Sarai
dunque
persuaso
,
carino
mio
,
che
non
è
mia
colpa
se
molti
seccano
il
prossimo
e
mi
fanno
prendere
in
uggia
con
gl
'
ini
,
con
gli
etti
,
e
con
gli
ucci
;
che
è
soltanto
l
'
abuso
e
il
mal
uso
che
mi
rendono
indigesto
;
che
il
vizio
non
è
in
me
,
ma
in
chi
mi
violenta
e
mi
snatura
.
E
lascia
ch
'
io
batta
ancora
su
questo
chiodo
,
facendoti
considerare
,
per
esempio
,
che
se
è
proprio
e
grazioso
il
dire
d
'
un
ragazzo
:
ravviatino
,
ravversatino
,
ricciutino
,
fa
venire
il
latte
ai
gomiti
l
'
udirlo
dire
d
'
un
uomo
tanto
fatto
;
che
se
è
gentile
il
dire
che
una
bimba
è
tutta
pensierini
per
la
sua
mamma
,
è
sdolcinato
davvero
il
dir
lo
stesso
d
'
un
padre
per
la
sua
figliuola
;
e
che
è
ridicolo
il
dire
d
'
un
barbuto
impiegato
postale
,
cortese
col
pubblico
,
che
ha
una
manierina
amabilissima
,
e
che
stonerebbe
un
ufficiale
con
la
sciabola
in
pugno
,
che
gridasse
ai
suoi
soldati
,
chiamandoli
alle
file
:
-
Fate
prestino
!
Giovati
dunque
di
me
,
giovinetto
,
e
dirai
molte
cose
propriamente
e
con
garbo
e
con
arguzia
;
ma
non
mi
chiamare
in
ballo
troppo
spesso
,
e
,
sopra
tutto
,
non
m
'
usare
che
quando
calzo
appunto
al
sentimento
e
all
'
idea
.
Perché
io
sono
nella
lingua
come
il
sorriso
sul
volto
umano
.
Che
c
'
è
di
più
gradevole
d
'
un
sorriso
gentile
?
Ma
chi
sorride
a
tutti
,
ogni
momento
e
a
qualunque
proposito
,
è
uno
smanceroso
che
viene
a
noia
.
E
qui
fo
punto
.
Parto
per
un
viaggio
di
propaganda
nell
'
Italia
nordica
;
ma
ritornerò
ogni
tantino
nel
paese
tuo
,
dove
mi
pare
d
'
esser
tenuto
anche
in
minor
conto
che
altrove
.
Ricordati
di
me
,
e
fa
'
spallucce
ai
tangheri
che
mi
vorrebbero
bandire
dalla
lingua
:
fratelli
nati
di
quei
padroni
di
casa
villani
,
che
in
casa
loro
non
vogliono
né
bambini
né
fiori
.
LA
LINGUA
FAMIGLIARE
.
Ho
ricevuto
in
questi
giorni
....
Non
è
vero
;
non
ho
ricevuto
niente
.
Perché
fare
una
delle
solite
finzioni
letterarie
,
che
non
ingannano
nessuno
?
Ho
scritto
io
a
me
medesimo
,
in
nome
d
'
una
signora
immaginaria
,
la
lettera
seguente
,
e
confesso
che
l
'
ho
scritta
perché
mi
faceva
comodo
,
come
riconoscerai
dalla
mia
risposta
,
per
la
quale
ti
domando
,
in
cambio
della
mia
sincerità
,
un
po
'
d
'
attenzione
.
Al
Signor
tal
dei
tali
,
M
'
hanno
detto
ch
'
Ella
sta
scrivendo
un
libro
sul
modo
di
studiar
la
lingua
italiana
.
Mi
permetta
di
rivolgerle
una
preghiera
.
Ella
ebbe
un
giorno
la
cortesia
di
farmi
una
lode
,
la
quale
,
spogliata
del
complimento
dove
era
chiusa
,
voleva
dire
che
delle
signore
di
sua
conoscenza
non
ero
io
quella
che
parlasse
peggio
.
Ebbene
,
poichè
io
mostro
buone
disposizioni
,
m
'
aiuti
un
poco
.
Veda
il
caso
mio
.
Ho
un
'
amica
toscana
,
che
è
come
una
mia
sorella
.
Quando
parlo
italiano
con
l
'
altre
mie
amiche
subalpine
,
son
sodisfatta
di
me
,
dal
più
al
meno
;
ma
da
ogni
conversazione
con
quella
esco
malcontenta
del
fatto
mio
,
e
anche
un
po
'
umiliata
.
Mi
dirà
che
la
cosa
è
naturalissima
.
Ma
badi
:
non
è
ch
'
io
m
'
accorga
,
parlando
con
quella
signora
,
di
mancar
di
parole
e
di
frasi
per
esprimere
il
mio
pensiero
;
chè
,
per
esempio
,
quando
tutt
'
e
due
parliamo
d
'
arte
o
di
letteratura
con
altri
,
non
avverto
quasi
differenza
fra
me
e
lei
,
fuorchè
nella
pronunzia
.
La
differenza
grande
che
ferisce
il
mio
amor
proprio
è
quella
ch
'
io
riconosco
quando
discorriamo
a
quattr
'
occhi
liberamente
,
di
cose
comuni
o
intime
,
scherzando
e
facendoci
confidenze
a
vicenda
.
Io
sento
,
allora
,
che
non
riesco
a
dare
al
mio
discorso
il
colore
di
famigliarità
,
la
vivezza
,
e
,
non
so
come
dire
altrimenti
,
la
libera
giocondità
che
è
nel
suo
;
e
non
capisco
bene
perché
non
ci
riesca
.
Forse
me
lo
saprà
dir
lei
,
e
se
mi
facesse
questo
favore
,
gliene
sarei
grata
,
e
se
della
risposta
che
darà
a
me
facesse
un
capitolo
per
il
suo
libro
,
credo
che
renderebbe
un
servizio
anche
ad
altri
.
Mi
perdoni
....
È
inutile
far
la
chiusa
a
una
lettera
apocrifa
,
che
è
un
semplice
pretesto
per
far
la
RISPOSTA
.
Stimatissima
Signora
Subalpina
,
Quello
che
segue
a
lei
con
la
sua
amica
,
segue
a
me
coi
miei
amici
toscani
.
La
nostra
inferiorità
nel
parlar
famigliare
non
sta
che
in
minima
parte
nel
giro
diverso
che
si
dà
all
'
espressione
del
pensiero
e
nella
minor
ricchezza
di
vocaboli
che
noi
possediamo
;
perché
in
questo
non
può
esser
grande
la
differenza
fra
un
toscano
e
uno
di
noi
,
che
abbia
studiato
la
lingua
;
nella
conversazione
ordinaria
in
ispecie
,
la
quale
s
'
aggira
quasi
sempre
sugli
stessi
argomenti
,
non
molti
,
né
molto
vari
.
Consiste
principalmente
la
loro
superiorità
in
un
gran
numero
di
modi
,
non
assolutamente
necessari
,
ma
propri
più
che
altro
del
linguaggio
parlato
,
comunissimi
fra
di
loro
,
e
da
noi
non
conosciuti
o
non
usati
;
che
son
quelli
appunto
che
dànno
al
discorso
quel
colore
di
famigliarità
,
quella
vivezza
,
quella
libera
giocondità
,
alla
quale
ella
accenna
.
Le
citerò
una
serie
di
questi
modi
,
attenendomi
nella
scelta
alla
mia
esperienza
,
voglio
dire
a
quelli
ch
'
io
sento
spessissimo
dai
miei
amici
toscani
,
e
che
non
uso
mai
,
o
quasi
mai
,
né
parlando
con
loro
,
né
con
altri
,
non
perché
non
li
sappia
,
ma
perché
ho
più
alla
mano
altri
modi
,
di
significato
equivalente
,
ma
meno
famigliari
e
meno
vivi
,
meno
genuinamente
italiani
.
Essi
sogliono
dire
,
per
esempio
,
e
io
non
dico
:
-
Niente
niente
ch
'
io
parli
,
mi
dà
subito
sulla
voce
.
-
Di
nulla
nulla
borbotta
per
un
'
ora
.
-
Punto
punto
ch
'
egli
tardasse
,
non
arrivava
a
tempo
.
-
Mi
promise
di
non
dir
nulla
;
ma
sotto
sotto
andò
a
dire
....
-
Alto
alto
mi
toccò
di
quell
'
affare
.
-
A
andar
bene
bene
,
ci
guadagnerà
cento
lire
.
-
A
andarmi
male
male
,
mi
cacceranno
di
casa
.
-
Tanto
tanto
sarà
costretto
a
dir
di
sì
.
-
Tant
'
è
fermarsi
qui
che
in
un
'
altra
parte
.
-
Quella
pietra
non
è
molto
grande
;
ma
per
il
suo
tanto
,
è
bella
assai
.
-
Una
rendituccia
pur
che
sia
,
tanto
quant
'
è
nulla
.
-
Non
mi
piace
più
che
tanto
.
-
Sciocco
quanto
ce
n
'
entra
.
-
Non
lo
guardo
quant
'
è
lungo
.
-
Tutt
'
a
un
tratto
,
per
la
strada
,
me
lo
trovai
quanto
di
qui
a
lì
....
Vedo
che
scrolla
il
capo
.
Capisco
.
Forse
ella
non
si
ricorda
d
'
aver
mai
inteso
dalla
sua
amica
nessuno
di
quei
modi
.
Ma
proseguiamo
.
Può
essere
che
le
abbia
inteso
dire
quest
'
altri
,
che
né
lei
né
io
non
usiamo
:
-
Scambio
di
far
questo
,
faccia
quest
'
altro
.
-
Quest
'
accorciatura
del
vestito
non
basta
;
l
'
accorcerei
dell
'
altro
.
-
Gli
dissi
,
perché
non
mi
stèsse
a
seccar
altro
....
-
Al
vedere
,
non
par
che
sia
molto
pentito
.
-
A
come
si
mette
la
cosa
,
non
c
'
è
molto
da
sperare
.
-
A
sprofondare
(
questo
la
sua
amica
non
lo
dirà
,
ma
i
miei
toscani
lo
dicono
)
,
a
farla
grossa
,
a
fare
i
conti
grassi
,
è
grassa
se
si
guadagna
le
spese
del
viaggio
.
-
Come
si
fa
a
vedere
un
pezzo
di
giovine
a
quel
modo
a
chieder
l
'
elemosina
?
-
Quando
avete
fatto
bene
,
egli
è
il
miglior
medico
della
giornata
.
-
Oh
,
c
'
è
che
fare
!
(
ci
vuol
ancora
molto
tempo
)
.
-
Voglio
(
riconosco
,
ammetto
)
che
sia
un
lavoro
difficile
;
ma
egli
va
troppo
per
le
lunghe
.
-
Fa
delle
grandi
promesse
;
ma
voltati
in
là
,
non
si
ricorda
di
nulla
.
-
Gran
poco
giudizio
che
tu
sei
a
confonderti
col
tal
dei
tali
!
-
Quando
si
dice
!
-
È
un
gran
dire
ch
'
io
non
possa
liberarmi
da
quel
seccatore
.
-
So
di
molto
io
,
m
'
importa
di
molto
!
-
Non
me
ne
importa
il
gran
nulla
,
il
bellissimo
nulla
.
-
All
'
ultimo
degli
ultimi
,
al
tempo
dei
tempi
,
al
peggio
dei
peggi
,
in
caso
dei
casi
.
-
Non
sarebbe
mica
delle
peggio
andare
a
fare
una
gita
a
Superga
.
-
Non
è
dell
'
erba
d
'
oggi
(
d
'
una
persona
non
più
giovane
)
.
-
Non
è
più
d
'
oggi
né
di
ieri
.
-
Siamo
a
tocco
e
non
tocco
.
-
Sono
stato
tutto
il
giorno
col
pover
'
a
me
....
-
O
cavaci
un
numero
,
via
!
(
Quando
ci
stizziamo
di
non
capir
di
che
umore
uno
sia
)
....
Credo
ch
'
ella
cominci
a
trovarsi
d
'
accordo
con
me
.
Ma
andiamo
innanzi
.
Scommetterei
che
la
sua
amica
dice
qualche
volta
,
e
che
lei
non
dice
,
com
'
io
non
dico
mai
:
-
Un
bambino
che
mai
il
più
bello
.
-
Una
ragazza
bella
che
mai
.
-
Si
vogliono
un
bene
che
mai
.
-
I
danari
li
ha
bell
'
e
bene
,
ma
non
li
vuol
spendere
.
-
Non
ci
si
discorre
(
non
si
può
parlare
con
quella
tal
persona
)
.
-
Qui
che
cosa
ci
dice
?
(
Che
cosa
c
'
è
scritto
in
questo
punto
?
)
-
Ce
lo
divezzerò
io
(
lo
divezzerò
io
dal
far
questo
o
quell
'
altro
)
.
-
Vuol
fare
una
bella
nevata
.
-
È
capace
che
piova
.
-
Quando
il
tempo
è
fatto
bene
,
ha
tempo
a
piovere
!
-
Levandomi
da
letto
,
la
prima
cosa
prendo
il
caffè
.
-
S
'
è
montato
il
capo
di
diventare
un
gran
che
.
-
Non
me
lo
posso
levare
di
torno
.
-
È
lui
,
luissimo
.
-
L
'
hai
veduto
mai
?
Maissimo
.
-
E
"
perdoni
"
qui
,
e
"
mi
scusi
là
"
non
fa
altro
che
far
cerimonie
dalla
mattina
alla
sera
.
-
E
gonfia
gonfia
,
non
ci
potei
più
stare
.
-
Neanche
questo
non
lo
dirà
una
signora
;
ma
lo
cito
come
un
modo
tipico
d
'
altri
molti
famigliarissimi
,
che
i
toscani
usano
,
e
noi
no
;
donde
il
nostro
italiano
meno
famigliare
del
loro
.
Usano
essi
ancora
nel
parlar
famigliare
un
gran
numero
di
modi
che
si
potrebbero
chiamar
duplici
o
geminati
;
nei
quali
l
'
espressione
dell
'
idea
è
ripetuta
con
un
vocabolo
sinonimo
o
affine
o
antitetico
,
sia
per
ribadire
l
'
idea
stessa
,
sia
per
far
un
contrapposto
che
le
dia
maggiore
evidenza
,
sia
per
tondeggiare
la
locuzione
,
che
suoni
meglio
all
'
orecchio
,
o
,
come
si
direbbe
elegantemente
,
per
cura
del
numero
.
E
questi
modi
servono
moltissimo
a
dar
colore
di
famigliarità
al
discorso
,
quando
non
si
confonda
il
famigliare
col
volgare
;
chè
parecchi
di
essi
cadono
nella
volgarità
,
o
ci
dànno
accanto
,
e
non
li
avrà
certo
uditi
mai
dalla
sua
amica
.
-
Cito
alla
rinfusa
:
-
Essere
d
'
accordo
bene
e
meglio
.
-
Essere
un
paio
e
una
coppia
.
-
Essere
d
'
un
pelo
e
d
'
una
buccia
,
d
'
un
pelo
e
d
'
una
lana
.
-
Fare
una
cosa
spesso
e
volentieri
.
-
Non
aver
né
garbo
né
grazia
.
-
Non
aver
modo
né
maniera
.
-
Averne
da
dare
e
da
serbare
.
-
Non
far
né
uno
né
due
.
-
Non
aver
né
colpa
né
peccato
.
-
Far
calze
e
scarpe
d
'
una
cosa
.
-
Esser
fiori
e
baccelli
con
uno
.
-
Non
voler
né
tenere
né
scorticare
.
-
Non
dar
né
in
tinche
né
in
ceci
.
-
Costare
il
cuore
e
gli
occhi
.
-
Mandar
via
uno
segnato
e
benedetto
.
-
Non
saper
né
grado
né
grazia
.
-
Una
ne
fa
e
una
ne
ficca
.
-
Di
politica
non
ne
vuol
sentire
né
cotto
né
bruciaticcio
.
-
Non
l
'
ho
più
visto
né
cotto
né
crudo
.
-
È
lui
in
petto
e
persona
.
-
È
una
lingua
che
taglia
e
cuce
,
che
taglia
e
fende
,
che
taglia
e
fora
.
-
Dàgli
e
picchia
,
dàgli
e
tocca
,
dàgli
e
martella
.
-
In
fine
e
in
fatti
.
-
Né
così
né
cosà
.
-
Non
fa
né
ficca
.
-
Non
cresce
né
crepa
.
(
Mi
perdoni
,
signora
)
.
E
mi
par
che
basti
per
un
saggio
.
Tutti
questi
modi
,
e
quelli
citati
più
sopra
(
di
cui
molti
appartengono
a
tutti
i
dialetti
,
alcuni
tali
e
quali
,
altri
in
forma
poco
dissimile
)
corrispondono
per
l
'
appunto
nella
lingua
a
certi
gesti
,
atteggiamenti
,
sorrisi
e
inflessioni
di
voce
,
che
noi
usiamo
soltanto
con
persone
domestiche
,
nei
quali
consiste
particolarmente
quello
che
si
chiama
modo
,
contegno
,
tratto
famigliare
.
Certo
,
non
sta
in
questo
soltanto
la
superiorità
che
hanno
su
noi
i
toscani
nella
conversazione
ordinaria
:
sta
in
molt
'
altre
cose
che
non
è
qui
il
luogo
d
'
accennare
;
ma
nel
caso
suo
,
signora
,
mi
par
che
l
'
altre
cose
ci
abbiano
che
fare
assai
meno
di
quella
che
mi
sono
ingegnato
di
dimostrarle
.
Si
tratta
d
'
una
parte
della
lingua
che
noi
non
sappiamo
,
o
possediamo
male
,
non
avendola
imparata
nelle
scuole
,
dove
si
bada
più
che
altro
alla
lingua
letteraria
;
ma
che
è
forse
più
necessaria
,
o
più
utile
di
questa
,
perché
sono
le
persone
famigliari
,
gli
amici
intimi
quelli
coi
quali
abbiamo
più
occasione
e
bisogno
,
nel
corso
della
vita
,
di
parlare
e
anche
di
scrivere
,
e
di
trattare
di
più
varie
cose
,
e
più
liberamente
,
e
penetrando
più
addentro
alle
cose
stesse
.
E
ora
,
signora
mia
....
Ma
la
signora
ha
fatto
l
'
ufficio
suo
,
e
la
possiamo
accomiatare
con
una
reverenza
.
LA
LINGUA
FACETA
.
Questa
tu
devi
studiare
in
particolar
modo
se
sei
di
natura
tagliato
al
faceto
,
ossia
inclinato
a
osservare
e
a
rappresentare
ad
altri
il
lato
ridicolo
delle
cose
,
e
a
esprimere
molti
dei
tuoi
pensieri
,
anche
non
lepidi
in
sé
,
in
forma
scherzosa
;
poichè
per
noi
,
che
non
abbiamo
imparato
la
lingua
dalla
balia
,
non
c
'
è
cosa
più
difficile
che
scherzare
con
garbo
e
ottener
con
la
parola
l
'
effetto
del
riso
.
Perché
sia
difficile
lo
spiega
con
grande
evidenza
il
Leopardi
nei
Pensieri
che
furono
pubblicati
dopo
la
sua
morte
;
nei
quali
troverai
un
tesoro
d
'
osservazioni
acutissime
sulla
lingua
italiana
.
Egli
dice
che
il
ridicolo
(
per
quanto
si
riferisce
al
linguaggio
,
non
alla
sostanza
)
"
nasce
da
quella
tal
composizione
di
voci
,
da
quell
'
equivoco
,
da
quella
tale
allusione
,
da
quel
giocolino
di
parole
,
da
quella
tal
parola
appunto
,
di
maniera
che
se
sostituite
una
parola
in
cambio
d
'
un
'
altra
,
il
ridicolo
svanisce
"
.
Ora
,
per
questa
ragione
appunto
noi
otteniamo
difficilmente
il
nostro
intento
nei
discorsi
faceti
che
facciamo
in
italiano
:
perché
ci
manca
la
maggior
parte
di
quelle
parole
e
locuzioni
,
dalle
quali
nasce
il
ridicolo
,
e
quasi
sempre
usiamo
in
luogo
di
quelle
gli
stessi
modi
che
useremmo
per
dire
sul
serio
le
cose
che
diciamo
per
far
ridere
.
*
È
una
verità
che
non
occorre
di
dimostrare
.
L
'
avrai
osservata
molte
volte
tu
stesso
nei
discorsi
tuoi
e
in
quelli
degli
altri
.
Tu
devi
sentire
alla
prima
qual
maggior
effetto
comico
si
possa
ottenere
in
certi
casi
dicendo
invece
di
"
tremar
dal
freddo
"
:
-
batter
la
diana
o
pigliar
le
pispole
;
invece
di
"
dar
poco
da
mangiare
a
uno
"
:
tenergli
alta
la
madia
;
invece
di
"
ridurgli
il
vitto
"
:
alzargli
la
mangiatoia
;
invece
di
"
non
ha
la
testa
a
segno
"
:
gli
va
male
l
'
oriolo
;
invece
di
"
picchiare
,
dar
lo
busse
a
uno
"
:
pettinarlo
,
rosolarlo
,
tamburarlo
,
fargli
una
tamburata
,
dargli
le
croste
o
le
paghe
o
le
briscole
.
-
E
senti
che
più
facilmente
farai
ridere
se
invece
di
"
scappare
,
indebitarsi
,
dire
l
'
opposto
di
quello
che
s
'
è
detto
,
far
le
occorrenze
sue
,
tirar
calci
,
andar
tutto
d
'
un
pezzo
e
impettito
"
dirai
:
-
spronar
le
scarpe
,
inchiodarsi
,
rivoltar
la
frittata
,
far
gli
offici
di
sotto
,
lavorar
di
pedate
,
aver
mangiato
la
minestra
o
lo
stufato
di
fusi
.
-
E
non
c
'
è
bisogno
di
farti
notare
che
diversità
d
'
effetto
comico
corra
fra
le
espressioni
:
un
abito
che
"
si
comincia
a
scucire
"
e
che
comincia
a
fischiare
;
fra
"
abito
lungo
e
largo
o
logoro
o
scarso
o
mal
fatto
"
e
palandrana
,
biracchio
,
paraguai
,
saltamindosso
;
fra
"
brodo
allungato
"
e
brodo
di
carrucola
,
fra
"
cattiva
minestra
"
e
sbroscia
o
basoffia
,
fra
"
miseria
"
e
trucia
,
"
paura
"
e
battisoffia
,
"
cattivo
quadro
"
e
cerotto
;
"
persona
acciaccosa
e
di
malumore
"
e
deposito
:
-
Andiamo
a
far
visita
a
quel
deposito
del
signor
Gaudenzio
!
-
Molte
di
queste
parole
e
locuzioni
sono
ridicole
per
sé
medesime
,
e
bastano
da
sé
in
molti
casi
a
destar
l
'
ilarità
,
dove
non
gioverebbe
a
destarla
un
particolare
o
un
'
osservazione
arguta
aggiunta
alla
frase
o
alla
descrizione
e
all
'
aneddoto
.
*
Per
dimostrarti
quant
'
è
ricca
in
questo
campo
la
nostra
lingua
,
ti
cito
ancora
una
serie
di
modi
d
'
uso
comune
in
Toscana
,
che
noi
non
usiamo
se
non
raramente
;
di
alcuni
dei
quali
è
evidente
il
significato
;
e
d
'
una
parte
degli
altri
lascerò
che
cerchi
il
significato
tu
stesso
,
perché
ti
resti
meglio
impresso
nella
memoria
.
-
Affogare
nel
cappello
,
nelle
scarpe
,
nel
soprabito
-
Aver
roba
in
corpo
o
in
manica
-
Aver
paglia
in
becco
-
Avere
il
baco
(
con
qualcuno
;
avercela
,
senza
dimostrarlo
,
o
volerlo
dimostrare
)
-
Avere
i
bachi
(
essere
inquieto
o
di
malumore
)
-
Aver
famiglia
in
capo
-
Aver
la
fregola
(
di
fare
una
cosa
)
-
Aver
messo
il
tetto
-
Alzare
i
mazzi
-
Andare
,
darsi
ai
cani
-
Andare
in
dolcitudine
-
Attaccare
il
lucignolo
-
Bastonare
la
messa
(
dirla
in
furia
)
,
una
cosa
qualunque
(
abborracciarla
e
venderla
a
vil
prezzo
)
-
Batter
la
solfa
-
Battere
il
trentuno
-
Campare
con
uno
stecco
unto
-
Dar
le
pere
-
Dare
fune
o
spago
-
Dare
una
lunga
a
uno
(
intrattenerlo
,
senza
spedirlo
)
-
Dare
un
'
untatina
-
Dar
nelle
girelle
o
nelle
girandole
-
Essere
al
lumicino
,
al
moccolino
,
al
moccoletto
-
Essere
uno
spianto
(
una
rovina
:
quell
'
affare
è
stato
un
vero
spianto
per
il
tale
)
-
Essere
in
pernecche
-
Fare
un
bollo
(
vuol
prender
moglie
quello
spiantato
?
Farebbe
un
bel
bollo
!
)
-
Far
polvere
(
sollevare
scompigli
:
non
faccia
tanta
polvere
:
abbia
un
po
'
più
di
prudenza
)
-
Fare
una
buca
(
un
cassiere
nella
cassa
)
-
Fare
un
passio
(
una
cosa
lunga
di
cosa
che
dovrebbe
esser
breve
)
-
Far
baciabasso
(
per
umiliazione
,
per
adulazione
,
sottomettersi
)
-
Girare
a
uno
la
cuccuma
,
la
còccola
,
il
boccino
-
Grattar
gli
orecchi
-
Levar
le
repliche
-
Mangiare
a
macca
-
Macinarsi
il
patrimonio
-
Mettere
in
purgo
(
una
notizia
non
sicura
)
-
Non
mondar
nespole
(
S
'
egli
lavora
,
l
'
altro
non
monda
nespole
)
-
Pagar
con
le
gomita
-
Piantare
un
melo
-
Piantare
un
porro
-
Prendere
al
bacchio
(
alla
cieca
,
alla
ventura
)
-
Prender
pelo
-
Prendere
una
lùcia
,
una
briaca
,
una
bertuccia
-
Ridursi
all
'
accattolica
-
Spianare
il
gobbo
,
le
costure
-
Scuotere
la
polvere
-
Sonarla
a
uno
-
Sonare
a
mattana
-
Sbarbare
(
Non
riuscire
in
una
cosa
:
s
'
è
messo
a
tradurre
Orazio
;
ma
non
ce
la
sbarba
)
-
Tagliare
le
calze
-
Venir
le
cascaggini
(
d
'
una
cosa
che
ci
annoia
:
mi
fa
venir
le
cascaggini
)
.
E
soltanto
per
esprimere
facetamente
l
'
idea
del
mangiare
con
avidità
,
o
molto
,
o
soverchio
:
diluviare
,
digrumare
,
dipanare
,
scuffiare
,
sgranocchiare
,
dimenare
le
ganasce
,
ungere
,
sbattere
,
far
ballare
il
dente
,
far
ballare
il
mento
,
ingubbiarsi
,
rimpippiarsi
,
rimbuzzarsi
,
spolverare
,
dar
ripiego
a
quant
'
è
in
tavola
,
mangiare
a
scoppiacorpo
,
macinare
a
due
palmenti
,
mangiar
con
l
'
imbuto
,
divorare
a
quattro
ganasce
.
E
fermiamoci
qui
,
per
non
fare
un
'
indigestione
.
*
Certo
che
le
parole
non
hanno
per
tutti
la
stessa
faccia
.
Molte
che
hanno
effetto
comico
per
alcuni
,
per
altri
non
l
'
hanno
,
e
questo
non
è
soltanto
delle
parole
di
tal
genere
,
ma
,
in
generale
,
di
tutte
;
e
deriva
dall
'
aver
ciascuno
un
suo
particolare
sentimento
della
lingua
,
che
è
la
ragione
per
cui
della
lingua
stessa
ciascuno
tende
ad
appropriarsi
certe
forme
a
preferenza
d
'
altre
,
o
ad
usarle
in
un
significato
più
o
men
lievemente
diverso
da
quello
in
che
altri
le
usano
.
Ma
il
senso
comico
delle
parole
,
in
special
modo
,
è
un
senso
che
si
affina
grandemente
con
l
'
osservazione
,
coi
raffronti
,
e
via
via
che
,
avanzando
con
gli
anni
,
si
scoprono
negli
uomini
,
e
nelle
cose
,
nuove
e
più
intime
sorgenti
di
ridicolo
;
e
quand
'
è
affinato
,
dà
nello
studio
della
lingua
mille
diletti
.
Sono
ben
lontano
dal
credermi
in
questo
più
fine
di
Caio
o
di
Tizio
;
e
non
di
meno
,
m
'
accade
di
ridere
o
sorridere
di
molte
parole
,
ogni
volta
che
le
leggo
o
le
sento
,
come
di
certe
forme
e
di
certi
atteggiamenti
del
viso
umano
,
versi
buffi
o
mosse
allegre
o
burattinesche
.
Per
esempio
:
-
Briachite
-
Briachella
(
uno
che
piglia
spesso
piccole
sbornie
)
.
-
Non
è
briaco
:
ha
soltanto
un
po
'
d
'
accollo
(
l
'
inclinazione
del
collo
come
sotto
un
peso
)
-
Sbiobbo
(
d
'
uno
rachitinoso
e
con
gran
bazza
)
-
Musceppia
(
bambina
o
ragazzetta
saputella
)
-
Patìto
(
l
'
innamorato
)
-
Pateracchio
(
per
conclusione
spiccia
,
specialmente
di
matrimonio
:
si
videro
,
si
piacquero
e
fecero
subito
il
pateracchio
)
-
Un
tient
'
a
mente
(
uno
scapaccione
)
-
Stanga
,
stangato
(
per
bulletta
,
un
uomo
in
bulletta
)
-
Pispilloria
(
discorso
a
carico
di
qualcuno
,
o
lungo
e
noioso
)
-
Scarpata
(
pedata
)
-
Ciucata
(
cavalcata
con
gli
asini
)
-
Cacheroso
(
svenevole
)
-
Bacherozzolo
(
per
bambino
)
-
Frittura
(
di
molti
bambini
)
-
Sguerguente
(
uno
che
fa
atti
strani
o
sgarbati
)
-
Squarquoio
(
di
vecchio
cascante
)
-
Rubapianete
(
ladro
di
chiesa
)
-
Spulcialetti
-
Squarciavento
-
Spiantamondi
-
Strizzalimoni
-
Picchiapetto
-
Frustamattoni
-
Sottaniere
-
Religionaio
-
Miracolaio
-
Pretaio
(
uno
che
bazzica
preti
)
-
Mogliaio
(
che
non
esce
mai
d
'
attorno
a
sua
moglie
)
-
Fantajo
(
dilettante
d
'
ancelle
,
direbbe
la
signora
Piesospinto
)
;
e
di
verbi
non
cito
che
pissipissare
,
indragonire
,
rinfichisecchire
,
insatanassare
,
sfanfanare
(
struggersi
d
'
amore
)
,
cicisbeare
,
matrimoniarsi
,
rivogare
....
Giusto
,
mi
vengono
in
mente
due
versi
di
Neri
Tanfucio
:
Povera
truppa
,
quanti
serviziali
T
'
ho
visto
rivoga
'
nel
deretano
!
*
Ho
citato
quasi
tutti
modi
dell
'
uso
vivo
toscano
.
Ma
il
linguaggio
del
ridicolo
non
può
essere
circoscritto
dall
'
uso
,
perché
a
chi
scherza
e
vuol
far
ridere
tutto
è
lecito
,
pur
che
rimanga
nei
confini
più
vasti
della
lingua
.
Nascendo
anche
il
ridicolo
da
contrasti
e
dissonanze
tra
la
parola
e
l
'
idea
,
da
parole
usate
in
senso
insolito
,
inaspettate
,
strane
o
anche
fuor
d
'
ogni
proposito
ragionevole
,
e
dalla
stessa
affettazione
o
pedanteria
voluta
del
vocabolo
o
della
frase
,
ne
segue
che
qualsiasi
modo
vieto
o
tronfio
o
poetico
o
arcaico
,
il
quale
,
usato
sul
serio
,
stonerebbe
intollerabilmente
,
e
farebbe
ridere
alle
spese
di
chi
lo
dice
,
ottiene
invece
l
'
effetto
che
si
propone
chi
scherza
,
ed
è
quindi
legittimo
se
a
quest
'
effetto
è
adoperato
opportunamente
e
con
garbo
.
È
come
di
certi
gesti
e
impostature
e
alterazioni
del
viso
e
dell
'
accento
,
che
riescono
leziosi
,
sconvenienti
e
anche
odiosi
quando
in
una
persona
sono
abituali
e
inconsapevoli
o
affettazioni
di
dignità
e
d
'
eleganza
;
ma
che
all
'
opposto
riescono
piacevoli
quando
son
fatti
con
l
'
intenzione
di
far
ridere
,
contraffacendo
qualcuno
,
per
esempio
.
Gli
esempi
sono
così
frequenti
negli
scrittori
,
che
non
mette
conto
di
citarne
;
e
sono
frequentissimi
anche
nelle
conversazioni
della
gente
colta
.
Noi
tutti
abbiamo
conosciuto
o
conosciamo
certi
belli
umori
che
hanno
la
consuetudine
di
rallegrar
la
gente
dicendo
cose
comunissime
o
lepide
con
parole
gravi
e
lambiccate
e
in
stile
magniloquente
.
Io
ebbi
un
amico
,
professore
di
lettere
,
il
quale
faceva
sbellicar
dalle
risa
gli
amici
raccontando
aneddoti
faceti
,
e
parlando
anche
delle
cose
più
ovvie
con
parole
e
giri
di
frase
del
Decamerone
,
ch
'
egli
sapeva
quasi
a
memoria
.
Seriamente
diceva
d
'
esser
rimasto
in
una
trattoria
attirato
dalla
piacevolezza
del
beveraggio
;
descriveva
un
desinare
suntuoso
a
cui
era
stato
invitato
,
con
grandissimo
e
bello
e
riposato
ordine
servito
,
dove
lui
,
vago
di
vini
solenni
,
aveva
trovato
il
fatto
suo
bevendo
del
Caluso
e
del
Barolo
in
certi
graziosi
bicchieri
,
che
d
'
ariento
pareano
;
e
chiamava
un
avvocato
:
armario
di
ragione
civile
,
e
una
ragazza
afflitta
da
pene
amorose
:
-
sventurata
in
amadore
;
e
diceva
d
'
un
farabutto
:
-
Testimonianze
false
con
sommo
diletto
dice
,
chiesto
e
non
richiesto
-
,
e
a
un
amico
incontrato
per
la
strada
:
-
Dammi
un
fiammifero
,
se
tu
hai
in
te
alcuna
favilluzza
di
gentilezza
;
e
:
-
Grazie
,
cuore
del
corpo
mio
!
-
e
adoperava
il
con
ciò
sia
cosa
che
con
tanto
garbo
,
e
qualche
volta
così
all
'
impensata
,
e
con
un
così
forte
contrasto
col
significato
e
con
l
'
intonazione
del
discorso
,
che
strappava
risate
da
mandarsi
a
male
.
Non
trascurare
dunque
,
leggendo
gli
scrittori
e
i
dizionari
,
neppure
quella
parte
della
lingua
che
è
fuori
d
'
uso
,
perché
certe
voci
e
locuzioni
muffite
,
che
tu
quasi
ributti
dalla
tua
mente
,
ti
possono
servire
in
certi
casi
a
dare
un
vivo
effetto
comico
a
uno
scherzo
,
il
quale
altrimenti
riuscirebbe
sciapito
,
a
far
ridere
con
un
gioco
di
parole
semplicissimo
,
con
una
sola
parola
,
con
un
nonnulla
.
Nulla
nella
lingua
è
disprezzabile
,
tutto
può
giovare
.
La
lingua
giocosa
è
infinita
come
le
sorgenti
del
riso
.
PER
VARIARE
IL
PROPRIO
VOCABOLARIO
.
Più
di
trent
'
anni
fa
,
in
un
tempo
che
sfornavo
prosa
a
gran
furia
,
un
mio
amico
un
fermò
una
mattina
per
la
strada
,
e
con
un
viso
grave
,
che
a
tutta
prima
mi
fece
temere
una
cattiva
notizia
,
mi
disse
:
-
Ho
letto
il
tuo
ultimo
articolo
.
Dimmi
un
po
'
:
quando
intendi
di
finirla
col
tuo
in
un
battibaleno
?
La
prima
volta
che
scriverai
invece
:
in
un
momento
,
in
un
attimo
,
in
un
lampo
,
o
anche
semplicemente
in
un
baleno
,
t
'
inviterò
a
desinare
.
Aveva
ragione
.
C
'
era
anche
nel
mio
ultimo
articolo
quel
maledetto
battibaleno
,
che
avevo
cacciato
non
so
quante
volte
in
altri
miei
scritti
,
senz
'
avvedermi
della
ripetizione
,
e
che
doveva
esser
venuto
a
noia
,
oltre
che
al
mio
amico
,
a
molt
'
altri
.
Tutti
gli
scrittori
hanno
certi
modi
dei
quali
fanno
un
uso
indiscreto
,
come
gli
attori
drammatici
di
certe
intonazioni
di
voce
.
Non
parlo
di
quelle
parole
(
per
lo
più
verbi
e
aggettivi
)
ch
'
essi
usano
frequentemente
per
necessità
,
perché
sono
la
espressione
di
qualche
cosa
che
è
nell
'
indole
del
loro
ingegno
e
del
loro
animo
.
Parlo
di
quei
modi
che
non
esprimono
alcun
sentimento
o
maniera
particolare
di
veder
le
cose
,
e
che
son
ripetuti
quasi
inconsciamente
,
senza
bisogno
,
per
forza
di
consuetudine
,
in
luogo
d
'
altri
modi
,
i
quali
direbbero
lo
stesso
per
l
'
appunto
.
I
più
degli
scrittori
non
n
'
hanno
soltanto
uno
o
due
,
ma
parecchi
,
e
alcuni
un
buon
numero
;
e
non
solo
gli
scrittori
,
ma
quasi
tutti
,
parlando
,
n
'
hanno
più
o
meno
.
Sono
parole
che
s
'
attaccano
alla
lingua
,
come
vizi
di
pronunzia
,
e
ci
restano
attaccati
per
tutta
la
vita
.
C
'
è
,
per
esempio
,
chi
dice
e
scrive
fin
che
campa
:
-
Quindici
giorni
,
tre
anni
,
due
ore
or
sono
-
,
e
mai
,
neanche
una
volta
per
isbaglio
:
-
quindici
giorni
,
tre
anni
,
due
ore
fa
.
-
C
'
è
chi
ha
preso
il
vezzo
di
dire
:
-
Avere
il
tarlo
con
uno
-
per
averci
odio
,
ira
,
rancore
,
e
questo
tarlo
gli
vien
fuori
infallibilmente
tutte
le
volte
che
ha
da
esprimere
quell
'
idea
,
foss
'
anche
dieci
volte
il
giorno
e
migliaia
l
'
anno
.
Altri
s
'
è
avvezzato
a
dir
tratto
tratto
,
e
lo
dice
in
ogni
caso
,
invece
di
ogni
tanto
,
ogni
poco
,
di
quando
in
quando
,
a
quando
a
quando
;
e
spesso
impropriamente
,
perché
d
'
uno
,
per
esempio
,
che
faccia
una
tal
cosa
ogni
due
o
tre
mesi
,
non
è
proprio
il
dire
che
la
fa
tratto
tratto
,
che
significa
intervalli
di
tempo
più
brevi
.
Perché
quasi
sempre
accade
questo
:
che
chi
sposa
,
come
suol
dirsi
,
una
data
locuzione
,
finisce
con
adoperarla
ad
esprimere
non
solo
l
'
idea
alla
quale
essa
è
propria
,
ma
tutte
le
idee
affini
a
quella
,
e
ch
'
essa
non
esprime
che
a
un
incirca
.
Ma
non
è
questo
il
solo
inconveniente
del
mal
vezzo
.
La
ripetizione
oziosa
e
abituale
di
certe
voci
e
locuzioni
toglie
loro
in
molti
casi
gran
parte
dell
'
efficacia
,
e
tutta
quanta
,
di
solito
,
nei
discorsi
faceti
,
perché
da
chi
legge
o
ascolta
esse
sono
presentite
e
aspettate
come
ritornelli
;
oltrechè
riescono
sgradevoli
,
come
affettazioni
,
anche
le
più
naturali
e
semplici
,
parendo
che
chi
scrive
o
parla
le
metta
innanzi
così
ogni
momento
perché
le
tenga
in
conto
di
fiori
rari
e
di
pietre
preziose
;
e
aggiungi
che
,
dicendo
sempre
certe
cose
con
gli
stessi
vocaboli
,
è
quasi
impossibile
evitar
rime
,
cacofonie
,
iati
,
asprezze
,
com
'
è
impossibile
a
chi
parla
o
scrive
in
una
lingua
straniera
,
in
cui
non
conosca
che
un
modo
unico
di
significare
ciascuna
idea
.
Ora
,
via
via
che
andrai
innanzi
nell
'
uso
della
lingua
,
a
te
pure
s
'
incolleranno
alle
labbra
certi
modi
di
dire
,
e
ci
resteranno
,
se
non
vincerai
la
pigrizia
intellettuale
,
che
è
in
tutti
la
cagione
prima
di
questa
specie
di
servitù
parziale
del
pensiero
alla
parola
;
se
,
voglio
dire
,
ogni
volta
che
avrai
da
esprimere
quella
data
idea
,
non
farai
uno
sforzo
per
cacciar
via
l
'
espressione
tirannica
,
e
trovare
qualche
altro
modo
egualmente
proprio
,
o
più
proprio
,
di
esprimerla
.
E
non
basterà
che
tu
faccia
questo
:
tu
dovrai
preservarti
dal
vizio
cercando
continuamente
,
nello
studio
che
fai
della
lingua
,
d
'
arricchire
,
di
variare
,
di
rinfrescare
il
tuo
vocabolario
.
Perché
,
per
esempio
,
dovrai
dire
eternamente
d
'
ora
in
poi
,
quando
puoi
dire
di
qui
avanti
,
di
qui
innanzi
,
d
'
ora
in
avanti
,
d
'
ora
avanti
,
di
qui
in
là
?
Perpetuamente
un
via
vai
invece
di
un
va
e
vieni
,
un
andirivieni
,
un
andare
e
venire
?
Sempre
:
non
ne
indovina
una
,
invece
di
:
non
ne
infila
,
non
ne
azzecca
,
non
ne
becca
,
non
ne
incarta
una
?
E
improvvisamente
o
all
'
improvviso
in
luogo
di
:
di
punto
in
bianco
,
di
secco
in
secco
,
di
stianto
,
a
un
tratto
,
tutt
'
a
un
tratto
?
E
alla
bella
prima
o
a
tutta
prima
invece
di
:
di
primo
tratto
,
di
primo
lancio
,
di
primo
colpo
,
di
primo
acchito
?
E
da
solo
a
solo
in
luogo
di
testa
testa
,
a
faccia
a
faccia
,
a
quattr
'
occhi
;
e
alla
rinfusa
invece
di
alla
mescolata
o
all
'
arruffata
,
e
stare
in
contegno
o
in
contegni
invece
di
stare
in
aria
,
star
sulle
sue
,
stare
in
sussiego
,
stare
sul
grave
,
e
sulle
cerimonie
in
cambio
di
:
sulle
convenienze
e
sui
convenevoli
?
E
così
quel
tal
signore
del
tarlo
potrebbe
in
molti
casi
esprimere
diversamente
e
con
maggior
proprietà
la
sua
idea
,
dicendo
:
averla
amara
,
avere
il
sangue
guasto
,
avere
il
baco
,
esser
nero
con
uno
.
E
un
altro
,
che
invece
del
tarlo
ha
la
mosca
,
e
la
fa
volare
a
ogni
proposito
,
potrebbe
dire
spesso
e
meglio
,
invece
di
saltar
la
mosca
al
naso
:
montar
la
luna
,
montare
in
bestia
,
saltare
in
collera
,
saltare
il
grillo
,
pigliare
i
cocci
,
prender
cappello
,
andar
nei
nuvoli
,
alzare
i
mazzi
;
o
almen
qualche
volta
,
se
della
mosca
vuol
serbar
qualche
cosa
,
sostituirvi
la
mostarda
.
E
un
signore
di
mia
conoscenza
,
che
ha
sempre
la
ramanzina
in
bocca
,
potrebbe
variar
la
nota
con
:
fare
o
dare
un
rabbuffo
,
una
risciacquata
,
una
lavata
di
testa
,
una
ripassata
,
una
sbarbazzata
,
un
'
intemerata
,
una
parrucca
,
un
tu
per
tu
,
una
polpetta
,
un
trippone
.
E
un
mio
amico
intimissimo
,
che
per
molt
'
anni
seccò
il
prossimo
col
bighellonare
,
avrebbe
potuto
molte
volte
sostituire
al
prediletto
gioiello
:
girandolare
,
gironzolare
,
girondolare
,
girellare
,
girottolare
,
vagare
,
vagolare
,
vagabondare
,
vagabondeggiare
,
zonzare
,
andare
a
zonzo
,
in
ronda
,
in
volta
,
in
giro
,
gironi
.
E
il
signore
medesimo
,
che
confessa
le
sue
male
abitudini
per
sua
mortificazione
,
dovrebbe
lasciare
un
po
'
riposare
il
suo
bisticciarsi
,
ricordandosi
che
si
può
dir
più
a
proposito
in
molti
casi
:
pigliarsi
a
picca
,
piccheggiarsi
,
gattigliarsi
,
pizzicarsi
,
stare
a
ribecco
,
stare
punta
a
punta
,
stare
a
tu
per
tu
,
essere
agli
occhi
.
E
....
fermami
,
ti
prego
,
o
non
la
finisco
.
Arricchisci
dunque
,
ti
ripeto
,
varia
,
rinfresca
continuamente
il
tuo
linguaggio
.
Tu
avrai
osservato
quanto
sono
attraenti
nel
parlare
il
dialetto
anche
persone
ignoranti
che
,
non
per
istudio
che
n
'
abbian
fatto
,
ma
per
privilegio
di
natura
possedono
e
usano
molte
più
parole
e
frasi
che
la
maggior
parte
del
popolo
;
com
'
è
vivo
,
colorito
,
scintillante
,
spesso
comico
il
loro
discorso
,
e
con
che
piacere
li
stanno
tutti
a
sentire
,
anche
gente
colta
.
Ma
per
acquistar
questa
dote
non
basta
acquistare
e
fissarsi
nella
mente
parole
e
locuzioni
;
bisogna
esercitarsi
a
adoperarle
,
come
faceva
il
Leopardi
in
quei
suoi
Pensieri
già
citati
,
ch
'
egli
metteva
sulla
carta
giorno
per
giorno
,
senza
pensare
che
sarebbero
stati
mai
pubblicati
.
Manca
a
quando
a
quando
in
quelle
pagine
quella
sobrietà
rigorosa
che
si
ammira
in
tutte
le
altre
sue
prose
:
egli
ripete
il
suo
pensiero
in
vari
modi
,
l
'
uno
dopo
l
'
altro
,
infilando
sinonimi
e
frasi
equivalenti
,
come
passando
in
rassegna
tutte
le
maniere
possibili
d
'
esprimere
quel
pensiero
;
ed
è
evidente
che
scriveva
quei
periodi
per
premunirsi
dal
vizio
della
ripetizione
di
certe
forme
nelle
scritture
che
destinava
alla
stampa
.
Quest
'
esercizio
paziente
faceva
egli
pure
da
giovane
,
ed
era
già
un
grande
maestro
.
IL
PESCATORE
DI
PERLE
.
Ecco
un
personaggio
che
variava
davvero
il
suo
vocabolario
;
ma
lo
variava
in
maniera
che
non
si
faceva
più
intendere
.
Il
che
(
sia
detto
a
sua
scusa
)
non
era
sempre
un
gran
danno
per
chi
l
'
ascoltava
.
Questo
pescatore
di
perle
era
un
fabbricante
di
pillole
,
panciuto
e
brizzolato
,
d
'
aspetto
e
di
modi
signorili
;
col
quale
strinsi
relazione
in
una
trattoria
,
ch
'
egli
frequentava
da
anni
,
e
dov
'
io
desinavo
ogni
giorno
con
parecchi
amici
,
dilettanti
di
letteratura
.
Era
uno
di
quei
cultori
solitari
della
lingua
,
per
i
quali
questo
studio
non
è
che
un
'
occupazione
piacevole
dei
ritagli
di
tempo
,
senz
'
alcun
fine
letterario
,
e
quel
po
'
d
'
ambizione
che
ci
mettono
non
va
oltre
il
cerchio
degli
amici
,
con
cui
fanno
sfoggio
innocente
della
loro
filologia
.
Ma
uno
studioso
della
lingua
propriamente
non
era
:
era
un
appuntatore
di
parole
scompagnate
da
ogni
frase
o
pensiero
,
che
nel
suo
concetto
avevano
un
valore
per
sé
,
anche
non
servendo
a
nulla
:
raccoglieva
parole
come
altri
raccoglie
insetti
curiosi
o
francobolli
rari
.
La
sentenza
del
Tommaseo
,
che
ogni
modo
è
tanto
più
accetto
quanto
più
è
comune
,
e
che
il
più
comune
,
in
fatto
di
lingua
,
come
in
tante
altre
cose
,
è
quasi
sempre
il
più
bello
,
era
proprio
il
rovescio
del
gusto
e
della
norma
che
guidavan
lui
nel
suo
lavoro
di
spigolatura
;
ciò
che
si
può
dire
di
molti
,
anche
al
dì
d
'
ancoi
,
come
dice
Dante
.
Egli
non
s
'
innamorava
che
della
parola
peregrina
,
rimota
dall
'
uso
,
e
quanto
più
dall
'
uso
era
rimota
,
tanto
più
gli
pareva
bella
e
pregevole
,
e
per
il
solo
fatto
che
non
fosse
mai
stata
udita
e
che
riuscisse
incomprensibile
,
egli
pensava
che
dovesse
dare
un
gran
piacere
a
chi
l
'
udiva
e
fargli
ammirare
chi
la
sapeva
.
Da
anni
andava
facendo
questa
raccolta
di
perle
false
;
credo
che
le
notasse
in
un
registro
;
n
'
aveva
alla
mano
un
gran
numero
,
e
gli
pareva
di
possedere
il
tesoro
di
Montecristo
.
Cosa
singolare
:
il
suo
linguaggio
era
generalmente
scevro
d
'
ogni
affettazione
,
il
suo
frasario
semplicissimo
:
solo
di
tanto
in
tanto
buttava
là
all
'
improvviso
una
di
quelle
parole
straordinarie
e
difficili
,
che
facevano
spalancare
gli
occhi
e
la
bocca
alla
compagnia
.
Si
sottintende
che
,
per
poter
fare
questa
mostra
di
calìe
linguistiche
,
doveva
parlar
sempre
italiano
.
E
,
in
fatti
,
aveva
smesso
con
tutti
il
vernacolo
,
giustificandosi
col
dire
che
ogni
buon
cittadino
avrebbe
dovuto
far
lo
stesso
,
per
amor
di
patria
,
perché
la
lingua
diventasse
l
'
unico
linguaggio
degl
'
italiani
.
Ma
se
tutti
gl
'
italiani
avessero
parlato
come
lui
,
si
sarebbe
parlato
nel
nostro
paese
la
più
matta
e
burlesca
lingua
del
mondo
.
Non
le
ricordo
tutte
,
peccato
!
Ma
le
più
belle
mi
son
rimaste
.
Per
esempio
,
non
chiamava
mai
"
mal
di
capo
"
l
'
incomodo
a
cui
andava
soggetto
;
ma
cefalalgia
,
e
non
"
limonata
purgativa
"
volgarmente
,
il
rimedio
col
quale
la
curava
;
ma
limonata
catartica
.
Si
faceva
radere
un
giorno
sì
e
un
giorno
no
,
e
questo
chiamava
sempre
:
farsi
radere
epicraticamente
;
ma
sul
serio
,
intendiamoci
;
senza
un
barlume
di
sorriso
che
mostrasse
la
coscienza
di
dire
una
parola
strana
.
E
a
proposito
di
barba
,
si
faceva
fare
un
solo
radimento
,
e
quando
il
rasoio
non
tagliava
,
diceva
al
barbiere
:
-
Questo
rasoio
non
è
radevole
.
-
E
poi
:
non
"
ingarbugliare
"
gli
affari
e
i
conti
,
ma
garabullare
;
scarabillare
la
chitarra
;
frucandolare
,
per
frugacchiare
;
avvocatarsi
,
per
prender
la
laurea
d
'
avvocato
;
avvocato
parlantiere
,
per
chiacchierone
;
dinanzare
uno
per
la
strada
,
per
passargli
davanti
,
e
mal
camminabile
una
strada
disagevole
.
Diceva
d
'
aver
visto
un
ubbriaco
che
squinciava
per
la
piazza
,
ossia
,
che
andava
ora
per
un
verso
ora
per
un
altro
;
e
ogni
momento
,
discutendo
:
-
Ma
codesta
non
è
una
ragione
,
è
uno
ziribiglio
(
arzigògolo
)
-
;
e
rifiutando
da
bere
:
-
Grazie
,
ho
bevuto
abbastanza
;
non
sono
bibace
.
Comico
quanto
le
parole
era
il
modo
come
le
diceva
,
con
certa
intonazione
e
aria
di
trascuranza
,
quasi
di
sbadataggine
,
che
si
riconoscevano
finte
nell
'
atto
stesso
,
dallo
sguardo
furtivo
ch
'
egli
girava
sugli
uditori
,
per
veder
l
'
impressione
che
quegli
ori
di
lingua
facevano
.
E
n
'
aveva
di
due
qualità
:
le
parole
ultra
peregrine
,
per
lo
più
inintelligibili
,
ch
'
egli
pescava
nei
libri
,
non
letti
da
lui
che
con
questo
scopo
,
e
non
pregiati
se
non
in
ragione
della
pesca
rara
che
ci
poteva
fare
;
e
le
parole
comuni
,
delle
quali
usava
costantemente
la
variante
antica
.
Sempre
diceva
diputato
per
deputato
,
cileste
per
celeste
,
maledicenza
,
malevoglienza
,
insapiente
,
inreprensibile
,
fabuloso
.
Queste
piccole
violazioni
dell
'
uso
comune
gli
parevano
una
cosa
nobilissima
.
Ne
ricordo
dell
'
altre
anche
più
graziose
,
ch
'
egli
prediligeva
,
come
:
ghiribizzamento
,
dimenticamento
,
pretensionoso
.
-
Non
fumo
che
dopo
desinare
,
-
diceva
-
;
mai
nelle
ore
mattutinali
:
mi
darebbe
degli
archeggiamenti
di
stomaco
.
-
E
dava
una
sbirciata
circolare
all
'
uditorio
.
Giorno
per
giorno
andava
arricchendo
il
suo
vocabolario
di
qualche
rarità
.
Noi
riconoscevamo
quelle
di
recente
acquisto
dal
giro
forzato
ch
'
egli
dava
al
discorso
per
far
venire
il
punto
opportuno
di
metterle
fuori
.
Qualche
volta
inventava
anche
espressamente
dei
fatti
.
Nessuno
gli
credeva
,
per
esempio
,
quando
egli
raccontava
che
gli
era
cascato
uno
specchio
dalla
parete
:
era
un
'
invenzione
per
poter
dire
che
,
prima
d
'
appenderlo
,
avrebbe
dovuto
dimergolare
il
chiodo
,
per
assicurarsi
che
fosse
ben
piantato
.
E
come
affaticava
l
'
immaginazione
,
si
vedeva
,
per
trovare
il
pretesto
di
chiamare
gentildonnaio
(
corteggiatore
di
signore
dell
'
aristocrazia
)
un
avventore
della
sua
farmacia
,
e
per
venir
a
dire
che
aveva
rincincignato
e
lacerato
una
lettera
insolente
,
e
che
il
portinaio
di
casa
sua
,
che
s
'
era
ubbriacato
la
domenica
,
aveva
rinfonfillato
la
sbornia
il
lunedì
!
Questa
ci
confessò
poi
che
l
'
aveva
intesa
da
un
operaio
senese
ch
'
era
andato
da
lui
a
comperare
dell
'
ammoniaca
;
e
fu
un
caso
notevole
perché
,
neanche
a
domandarglielo
,
non
diceva
mai
dove
avesse
raccattato
questo
o
quel
diamante
della
sua
favella
.
Come
il
Conte
di
Montecristo
,
delle
sorgenti
della
sua
ricchezza
egli
faceva
un
mistero
.
Perché
aveva
molti
più
anni
di
noi
,
non
osavamo
dargli
la
baia
,
se
non
con
certa
discrezione
.
Ma
spesso
mettevamo
in
dubbio
l
'
italianità
dei
suoi
vocaboli
.
-
È
proprio
sicuro
che
questa
sia
una
parola
di
buona
lingua
?
-
Non
glielo
domandavamo
per
altro
che
per
ispassarci
della
gravità
con
cui
rispondeva
:
-
Sì
,
ha
degli
esempi
autorevoli
.
-
E
credo
che
,
veramente
,
non
ne
dicesse
una
che
non
potesse
in
qualche
modo
giustificare
.
Ma
,
come
disse
un
linguista
insigne
,
gli
scrittori
italiani
che
fanno
testo
son
tanti
,
tanto
diversi
d
'
età
,
di
patria
,
tanto
disuguali
di
gusto
e
di
senno
,
che
non
c
'
è
stranezza
in
materia
di
lingua
,
la
quale
con
la
loro
autorità
non
si
possa
difendere
.
Un
giorno
provammo
noi
a
parlare
a
modo
suo
per
veder
se
capiva
la
satira
.
Stavamo
seduti
fuori
della
trattoria
.
Il
tempo
si
metteva
a
brutto
.
Cominciò
uno
a
dire
:
-
Il
cielo
s
'
annubila
.
Un
altro
:
-
Lampaneggia
.
-
Senti
che
aria
umidosa
!
Vuol
venire
un
'
acquazione
.
-
Già
pioviniggia
.
Non
diede
segno
d
'
intender
lo
scherzo
;
ma
se
l
'
intese
,
non
se
n
'
ebbe
per
male
.
Ci
parve
che
facesse
un
atto
di
riflessione
per
imprimersi
nella
mente
quelle
parole
insolite
.
Poi
,
guardando
per
aria
:
-
Se
piove
-
disse
-
non
può
durare
.
Il
vento
è
a
tramontana
.
Rim
-
bel
-
tem
-
pirà
.
Insomma
,
l
'
ebbe
vinta
lui
,
perché
non
avevamo
in
pronto
altri
vocaboli
per
continuare
la
celia
.
Ma
una
sera
fece
una
brutta
figura
,
che
gli
avrebbe
dovuto
insegnare
come
non
fosse
senza
pericoli
la
pesca
delle
parole
stupefacenti
.
S
'
era
avvicinata
al
nostro
crocchio
la
padrona
della
trattoria
,
una
signora
attempatotta
,
sempre
tutta
ripicchiata
,
che
si
dava
grandi
arie
di
nobildonna
,
affettando
una
grande
castigatezza
nel
parlare
con
gli
avventori
;
dai
quali
non
tollerava
la
minima
licenza
di
linguaggio
.
Si
discorreva
prosaicamente
di
certi
cibi
di
facile
o
di
difficile
digestione
.
A
un
certo
punto
il
pescatore
di
perle
disse
con
molta
gravità
:
-
Noi
digeriamo
un
cibo
tanto
più
facilmente
quanto
più
lo
...
Un
altro
avrebbe
detto
semplicemente
:
quanto
più
lo
desideriamo
,
o
ne
abbiamo
voglia
.
Egli
volle
dire
una
parola
"
rimota
dall
'
uso
"
.
E
anche
questa
sarebbe
passata
come
tante
altre
,
se
egli
non
avesse
intoppato
in
una
difficoltà
di
pronunzia
.
Ma
intoppò
dopo
le
prime
due
sillabe
,
e
pronunciò
le
tre
ultime
dopo
una
pausa
,
in
modo
che
ne
formò
un
verbo
a
parte
,
non
dicibile
in
presenza
d
'
una
signora
.
Ci
fu
impossibile
trattener
la
risata
che
ci
venne
su
dai
precordi
,
e
ne
seguì
un
piccolo
scandalo
.
La
signora
credette
ch
'
egli
avesse
voluto
dire
uno
scherzo
,
che
sarebbe
stato
davvero
sconvenientissimo
;
lo
fulminò
d
'
un
'
occhiata
,
e
se
n
'
andò
a
passi
tragici
;
e
il
povero
"
pescatore
di
perle
"
che
era
un
uomo
gentile
,
in
fondo
,
e
pieno
d
'
amor
proprio
,
restò
annichilito
.
La
parola
,
pur
troppo
,
era
la
prima
persona
plurale
dell
'
indicativo
presente
del
verbo
concupiscere
,
registrato
dalla
Crusca
,
con
parecchi
esempi
di
scrittori
sacri
.
È
ERRORE
?
NON
È
ERRORE
?
Queste
due
domande
da
quasi
mezzo
secolo
mi
suonano
così
spesso
nella
mente
e
all
'
orecchio
che
oramai
mi
paiono
di
quelle
Voci
della
natura
o
delle
cose
che
parlano
nei
cori
fantastici
dei
poemi
.
E
tu
pure
,
nel
corso
dei
tuoi
studi
di
lingua
,
e
per
tutta
la
vita
,
rivolgerai
migliaia
di
volte
a
te
stesso
quelle
domande
,
e
migliaia
di
volte
le
rivolgerai
ad
altri
,
e
altri
le
rivolgeranno
a
te
;
e
nella
più
parte
dei
casi
rimarrete
incerti
della
risposta
.
-
Ecco
il
gran
malanno
della
lingua
italiana
-
dicon
molti
.
E
sarà
davvero
,
per
varie
ragioni
,
un
malanno
più
grave
nella
nostra
che
nelle
altre
lingue
;
ma
non
è
proprio
esclusivamente
della
nostra
:
è
un
poco
di
tutte
.
Un
illustre
scrittore
francese
,
per
esempio
,
ha
detto
argutamente
che
non
c
'
è
cosa
più
difficile
del
trovare
tre
francesi
colti
,
i
quali
siano
d
'
accordo
nel
dire
che
un
loro
concittadino
parla
e
scrive
correttamente
il
francese
.
E
pure
si
considera
questa
come
una
delle
lingue
viventi
che
hanno
maggior
fissità
e
sono
più
uniformemente
parlate
nella
loro
patria
.
Discorriamo
dunque
del
"
gran
malanno
"
.
Ma
bisogna
ch
'
io
mi
rifaccia
un
po
'
di
lontano
.
Leggi
,
ti
prego
,
la
lettera
seguente
,
che
fu
scritta
da
un
bravo
signore
a
un
suo
nipote
,
per
indurlo
a
presentarsi
al
direttore
d
'
una
Banca
,
a
chiedergli
riparazione
d
'
un
torto
che
gli
avevan
fatto
nella
sua
estimazione
.
Nota
che
lo
scrittore
della
lettera
è
un
uomo
che
fece
i
suoi
bravi
corsi
classici
,
ed
è
giustamente
stimato
una
persona
colta
,
a
cui
sta
bene
la
penna
in
mano
.
Mi
domanderai
come
c
'
entrino
gli
affari
della
Banca
nella
quistione
degli
errori
di
lingua
.
C
'
entrano
bene
e
meglio
,
lo
vedrai
,
se
avrai
la
pazienza
di
leggere
.
Caro
nipote
,
Mi
stupisce
quello
che
mi
scrivi
d
'
aver
inteso
dire
del
signor
B
.
Fu
indubbiamente
qualche
male
intenzionato
che
te
lo
volle
mettere
in
trista
luce
,
e
mi
domando
con
qual
fine
possa
averlo
fatto
.
Sono
menzogne
che
rivoltano
.
Ignorante
?
Orgoglioso
?
Mancante
di
tatto
?
Nulla
di
tutto
ciò
è
vero
.
Te
ne
posso
star
garante
,
poichè
ho
l
'
onore
di
conoscerlo
da
tempo
;
a
meno
ch
'
egli
sia
mutato
di
bianco
in
nero
da
un
mese
a
questa
parte
.
Non
è
soltanto
,
incontestabilmente
,
un
uomo
di
merito
,
abilissimo
nel
suo
ufficio
,
appassionato
degli
studi
finanziari
,
e
che
gode
della
massima
considerazione
presso
tutto
il
personale
della
Banca
;
ma
anche
uomo
d
'
animo
elevato
,
di
cuore
sensibile
,
e
in
fatto
di
cortesia
,
gentiluomo
senza
eccezione
;
tanto
che
è
amato
,
più
che
beneviso
,
da
quanti
l
'
avvicinano
.
Mai
non
conobbi
personaggio
alto
locato
più
abbordabile
;
chiunque
gli
può
parlare
;
anche
gente
del
basso
popolo
è
ricevuta
da
lui
alla
prima
.
Che
vada
soggetto
ad
accessi
di
malumore
,
che
si
lasci
trasportar
qualche
volta
dalla
passione
,
ne
convengo
;
ma
non
è
detto
che
alla
vivacità
del
temperamento
non
possa
andar
congiunta
la
delicatezza
;
e
in
ogni
caso
,
basta
a
disarmarlo
una
buona
parola
.
Deciditi
dunque
;
presèntati
a
lui
senza
imbarazzo
;
raccontagli
l
'
accaduto
;
mettilo
al
fatto
d
'
ogni
circostanza
,
senza
far
nomi
;
osservagli
che
fosti
tu
il
provocato
,
che
ti
si
fece
un
tiro
inqualificabile
,
tentando
d
'
intaccare
il
tuo
onore
,
per
sbalzarti
da
una
posizione
che
per
te
è
quistione
di
pane
,
e
mettere
al
tuo
posto
peggio
che
una
nullità
,
un
birbaccione
spudorato
,
cointeressato
coi
tuoi
peggiori
nemici
.
Non
ti
preoccupare
dell
'
esito
:
vedrai
che
prenderà
interessamento
al
caso
tuo
e
che
non
ti
toccherà
una
delusione
.
Io
gli
scrivo
oggi
stesso
,
d
'
altronde
,
per
metterlo
prima
al
corrente
della
cosa
,
o
per
porre
i
punti
sugl
'
i
,
caso
che
già
la
sapesse
.
Ti
prevengo
,
peraltro
,
che
non
devi
pensare
di
raggiungere
il
tuo
scopo
con
adulazioni
e
maniere
insinuanti
,
le
quali
con
lui
non
fanno
effetto
di
sorta
;
chè
non
è
di
quegli
uomini
che
per
vanità
transigono
con
la
propria
coscienza
;
e
come
non
si
lascia
toccare
dalle
lusinghe
,
non
si
lascia
imporre
dalle
minacce
.
Ma
siccome
è
ragionevole
e
onesto
,
nulla
di
più
facile
che
persuaderlo
e
cattivarselo
dicendogli
alla
spiccia
la
verità
e
aprendogli
con
effusione
il
proprio
cuore
.
Se
credi
che
ti
possa
essere
una
facilitazione
,
t
'
accludo
una
mia
carta
di
visita
per
presentartigli
.
Abbi
la
compiacenza
d
'
accusarmi
subito
ricevuta
di
questa
lettera
.
Non
ho
bisogno
di
dirti
che
per
quest
'
affare
o
per
altro
,
nella
mia
pochezza
,
sono
sempre
a
tua
disposizione
.
In
attesa
d
'
una
risposta
,
ti
mando
una
stretta
di
mano
,
e
tienmi
per
la
vita
il
tuo
affezionatissimo
zio
TAL
DEI
TALI
.
È
una
lettera
,
riconoscerai
,
che
a
novantanove
su
cento
italiani
colti
parrebbe
non
scritta
male
.
Ebbene
:
tra
francesismi
,
neologismi
,
solecismi
,
parole
e
locuzioni
non
puramente
italiane
,
o
per
ragioni
diverse
riprovate
dai
purissimi
,
contiene
la
bellezza
di
78
-
dico
settantotto
-
errori
grossi
e
piccoli
.
Su
parecchi
di
questi
i
purissimi
non
cadono
d
'
accordo
:
chi
li
bolla
come
errori
,
chi
no
.
Ma
il
professore
Pataracchi
starebbe
fermo
sul
78
,
o
al
più
concederebbe
che
alcuni
veri
errori
non
sono
;
ma
mende
,
nèi
,
parole
brutte
,
metafore
strane
,
leziosaggini
;
insomma
,
modi
da
sfuggirsi
.
Ed
ecco
presso
a
poco
in
qual
forma
concerebbe
,
alla
lesta
,
il
povero
zio
.
-
Mi
stupisce
.
No
,
"
Stupisco
"
:
Stupire
è
intransitivo
.
-
Indubbiamente
,
per
"
indubitatamente
"
non
ha
corso
legale
.
-
Intenzionato
.
Brutta
voce
,
da
non
usare
.
-
Mettere
in
trista
luce
.
Una
metaforaccia
da
buttarsi
via
.
-
Io
mi
domando
.
Falso
:
"
domandare
"
e
"
dire
"
non
s
'
usano
a
modo
di
riflessivi
.
-
Menzogne
che
rivoltano
.
"
Rivoltare
"
riferito
a
cose
morali
,
è
improprio
.
-
Mancante
di
tatto
,
nulla
di
tutto
ciò
,
ho
l
'
onore
di
(
invece
di
"
mi
onoro
"
)
,
un
mazzo
di
francesismi
.
-
Da
tempo
(
senza
dir
da
quanto
)
e
star
garante
(
per
star
mallevadore
)
,
da
bollare
.
-
A
meno
che
(
per
"
eccetto
che
"
)
,
barbaro
.
-
Da
un
mese
a
questa
parte
.
Che
parte
?
Che
c
'
entra
la
parte
?
Un
fregaccio
.
-
Uomo
di
merito
.
Merito
,
usato
in
questa
forma
indeterminata
,
sta
male
.
-
Incontestabilmente
per
"
incontrastabilmente
"
,
abilissimo
per
"
valentissimo
"
,
massima
per
"
grandissima
"
,
personale
per
"
gl
'
impiegati
"
,
da
rimandarsi
in
Gallia
.
-
Appassionato
degli
studi
,
improprio
.
-
Considerazione
per
"
stima
"
,
brutta
metafora
.
-
Animo
elevato
,
francese
,
e
sensibile
,
nel
senso
che
qui
gli
si
dà
,
francesissimo
.
Improprio
in
fatto
di
cortesia
per
"
in
materia
di
"
o
"
rispetto
a
"
.
È
brutto
e
strano
modo
senza
eccezione
per
"
assolutamente
"
e
lezioso
beneviso
per
"
ben
veduto
"
e
metaforaccia
sgarbata
e
materiale
alto
locato
.
-
Un
brutto
paio
di
francesismi
avvicinare
una
persona
per
"
avvicinarsi
a
lei
"
e
abbordabile
per
"
degnevole
"
o
"
accostevole
"
.
-
Chiunque
per
"
ciascuno
che
"
quando
serve
a
un
costrutto
sospeso
,
riprovevole
.
-
Riprovevole
basso
popolo
,
che
non
s
'
usa
che
in
senso
spregiativo
.
-
Francese
accessi
di
malumore
per
"
moti
,
impeti
"
,
francese
lasciarsi
trasportare
da
una
passione
per
"
lasciarsi
sopraffare
"
,
francese
ne
convengo
per
"
lo
riconosco
"
.
-
Un
frego
su
insieme
al
,
invece
di
"
insieme
con
"
che
è
errore
;
su
delicatezza
per
"
gentilezza
"
,
su
disarmare
per
"
far
cadere
la
collera
"
.
-
Deciditi
per
"
risolviti
"
via
!
-
Senza
imbarazzo
?
alla
spazzatura
!
Imbarazzo
non
vuol
dire
che
"
gravezza
di
stomaco
"
.
-
L
'
accaduto
!
Ma
accaduto
non
è
sostantivo
,
è
participio
.
-
Mettere
al
fatto
,
per
"
far
sapere
?
"
,
mai
al
mondo
.
-
Brutto
circostanza
per
"
particolare
"
.
Foggiato
sul
francese
far
nomi
.
Francese
inqualificabile
per
"
indegno
"
.
Osservagli
per
"
fagli
osservare
o
notare
"
,
sproposito
.
Intaccar
l
'
onore
,
altro
sproposito
.
Posizione
per
"
impiego
"
,
di
vil
conio
francese
,
e
così
è
quistione
di
pane
e
una
nullità
per
"
si
tratta
di
pane
"
e
"
uomo
da
nulla
"
.
E
bollo
spudorato
per
"
impudente
"
"
e
cointeressato
,
che
è
del
gergo
mercantesco
,
e
delusione
per
"
disinganno
"
,
che
non
è
parola
italiana
,
e
interessamento
,
che
è
voce
ostrogotica
,
e
preoccuparsi
per
"
darsi
pensiero
"
che
è
uno
svarione
,
e
mettere
al
corrente
,
che
è
mal
detto
invece
di
"
in
corrente
"
od
"
a
giorno
"
.
Un
altro
mucchietto
di
scorie
francesi
:
d
'
altronde
,
mettere
i
punti
sugl
'
i
,
ti
prevengo
per
"
ti
avviso
"
,
far
effetto
per
"
commovere
,
colpire
"
.
Sgarbatissimo
raggiungere
lo
scopo
per
"
ottenerlo
"
:
lo
scopo
non
corre
.
-
Improprio
insinuante
per
"
lusinghevole
"
.
-
Abbominevole
transigere
con
la
coscienza
per
"
patteggiare
"
.
-
Ignobile
mozzicone
di
frase
imporre
per
"
soverchiare
"
.
E
non
fanno
effetto
di
sorta
!
Che
ci
sta
a
fare
quel
sorta
?
E
siccome
per
"
poichè
"
qual
uomo
onesto
lo
può
usare
?
E
toccare
per
"
commovere
"
con
che
faccia
si
può
scrivere
?
E
fare
una
cosa
con
effusione
?
Effusione
di
che
?
-
È
un
altro
francesismo
nulla
di
più
facile
,
ed
è
contennendo
alla
spiccia
per
"
alla
lesta
"
e
non
di
buona
lingua
facilitazione
per
"
agevolezza
"
.
-
Ti
accludo
.
Oibò
!
"
Ti
includo
"
Carta
di
visita
.
Eh
,
via
!
"
Biglietto
di
visita
"
.
-
Abbi
la
compiacenza
.
Che
roba
e
?
Si
dice
:
"
Cortesia
,
gentilezza
"
.
-
Ricevuta
non
si
dice
che
per
danaro
:
"
ricevimento
"
.
-
E
bellino
il
francesismo
non
ho
bisogno
di
dirti
per
"
non
occorre
,
non
importa
ch
'
io
ti
dica
"
!
E
quest
'
altro
:
sono
a
tua
disposizione
per
"
ai
tuoi
comandi
"
!
E
pochezza
per
"
insufficienza
"
è
voce
non
solo
brutta
,
ma
falsa
.
E
in
attesa
è
un
fiore
del
gergaccio
burocratico
.
E
non
è
un
bel
modo
una
stretta
di
mano
come
si
direbbe
una
"
stretta
d
'
occhi
o
di
spalle
"
.
Ed
ecco
il
razzo
finale
:
Tienmi
per
la
vita
!
Perché
vuol
che
lo
tengano
per
la
vita
?
Ha
paura
di
cascare
?
*
Hai
visto
che
po
'
po
'
di
roba
.
E
i
modi
bollati
nella
lettera
di
quel
disgraziato
zio
non
sono
che
una
parte
minuscola
del
numero
grandissimo
che
il
professor
Pataracchi
e
altri
come
lui
bollerebbero
.
Sfoglia
i
dizionari
dei
francesismi
,
i
vocabolari
dei
modi
errati
,
i
lessici
della
corrotta
italianità
,
e
altri
simili
:
ci
troverai
riprovate
,
per
ragioni
diverse
,
un
'
infinità
(
ma
no
,
anche
infinità
è
un
francesismo
)
,
dirò
:
innumerevoli
parole
e
locuzioni
,
che
si
senton
dire
continuamente
da
persone
colte
d
'
ogni
parte
d
'
Italia
,
(
non
esclusa
la
Toscana
)
,
e
che
si
trovano
a
ogni
tratto
anche
in
libri
di
scrittori
,
i
quali
hanno
tutt
'
altro
che
reputazione
di
barbari
.
Tu
m
'
interrompi
per
dirmi
:
-
Ebbene
?
Tante
grazie
.
È
una
bella
notizia
per
incoraggiarmi
a
studiare
l
'
italiano
.
C
'
è
da
darsi
al
diavolo
.
Posso
dire
come
Scrupolino
,
che
val
meglio
studiare
il
cinese
.
-
Ma
no
;
non
per
iscoraggiarti
dico
quello
che
dico
;
ma
per
preservarti
da
ogni
scoraggiamento
che
ti
potesse
cogliere
andando
innanzi
nello
studio
.
Voglio
dire
che
se
darai
retta
a
tutto
quello
che
dicono
i
vagliatori
e
distillatori
e
lavandai
della
lingua
,
che
non
hanno
altro
da
fare
,
e
'
ti
faranno
il
capo
,
ti
faranno
,
grosso
come
un
cocomero
di
Prato
;
che
se
,
fin
da
principio
,
ti
vorrai
proporre
di
parlare
e
di
scrivere
un
italiano
assolutamente
immacolato
,
nel
modo
che
lo
vorrebbero
i
Pataracchi
,
dovrai
darti
tal
cura
e
durar
tanta
fatica
,
che
a
questo
solo
si
ridurranno
i
tuoi
studi
,
che
starai
fermo
invece
di
procedere
,
e
non
farai
che
difenderti
in
luogo
di
conquistare
.
Né
t
'
incoraggio
a
barbareggiare
con
questo
,
che
Dio
mi
liberi
;
poichè
moltissimi
dei
modi
d
'
uso
corrente
,
che
i
puristi
condannano
,
sono
di
fatto
erronei
o
barbari
o
brutti
,
e
devi
imparare
a
conoscerli
per
non
usarli
,
e
per
conoscerli
è
bene
che
tu
legga
i
libri
citati
,
dove
sono
raccolti
.
Ma
questo
lavoro
di
ripulimento
della
lingua
tu
devi
farlo
a
poco
a
poco
,
tranquillamente
,
come
un
esercizio
igienico
;
non
con
la
furia
di
mondarti
d
'
ogni
impurità
tutt
'
a
un
tratto
,
come
molti
fanno
,
che
è
un
mettersi
a
un
'
impresa
disperata
.
E
devi
considerare
che
molti
di
quei
modi
sono
inevitabili
,
che
che
se
ne
dica
,
e
che
dalla
lingua
italiana
non
s
'
estirperanno
più
,
per
quanto
si
faccia
;
e
che
sull
'
erroneità
di
molti
altri
non
concordano
neppure
i
linguisti
più
severi
;
e
che
questi
stessi
linguisti
severissimi
,
quando
non
scrivono
o
non
parlano
di
lingua
,
si
lasciano
scappare
dalla
bocca
o
dalla
penna
una
buona
parte
delle
parole
e
delle
locuzioni
a
cui
nei
loro
codici
dànno
lo
sfratto
.
Va
'
dunque
franco
.
Non
ti
costerà
gran
fatica
lo
scansare
prima
di
tutto
i
francesismi
,
che
si
riconoscono
alla
brutta
faccia
.
Tu
non
hai
bisogno
di
ricorrere
ai
dizionari
per
sapere
che
sono
francesismi
sformati
circostanziare
,
debuttare
,
decampare
,
defezionare
,
dettagliare
,
dilazionare
,
formalizzare
,
negligentare
,
rivoluzionare
,
terrorizzare
,
e
altri
errori
simili
,
che
suonano
nella
lingua
italiana
come
le
stecche
false
nel
canto
.
E
non
ti
lascerai
scappare
dalla
penna
né
"
declinare
il
proprio
nome
"
,
né
"
demolire
una
reputazione
"
,
né
"
fare
delle
amabilità
"
,
né
"
colmare
di
attenzioni
"
;
e
non
dirai
che
in
una
casa
c
'
è
tutto
il
confortabile
,
per
dire
che
c
'
è
ogni
comodità
e
ogni
agio
;
né
che
sei
andato
a
Genova
o
a
Milano
in
una
data
epoca
;
né
che
un
dato
scrittore
la
importa
per
bellezza
di
stile
sopra
un
altro
;
né
tanti
altri
modi
dello
stesso
genere
,
nei
quali
è
evidente
il
conio
straniero
falsificato
,
e
che
pure
si
dànno
giornalmente
e
si
accettano
come
moneta
di
zecca
italiana
.
Bada
per
ora
che
non
cadano
nella
tua
lingua
le
grosse
immondizie
,
e
spazza
via
quelle
che
ci
sono
.
Poi
,
avvezzandoti
a
far
pulizia
nella
casa
,
diventerai
a
poco
a
poco
in
quel
lavoro
sempre
più
accurato
e
meticoloso
,
fino
a
volerla
tersa
e
lucente
come
uno
specchio
.
Ora
devi
provveder
soprattutto
ad
ammobiliarla
,
a
mettervi
tutto
quello
che
è
necessario
e
utile
,
e
a
darle
un
aspetto
generale
decoroso
,
senza
star
dietro
a
tutte
le
minuzie
e
cercar
la
perfezione
in
ogni
nonnulla
.
Che
cos
'
è
questo
vocìo
?
Viene
innanzi
una
folla
.
Mi
par
di
riconoscervi
qualcuno
.
Senti
che
gridano
essi
stessi
chi
sono
,
l
'
un
dopo
l
'
altro
.
Abbonamento
-
Abitudine
-
Accattonaggio
-
Aggiotaggio
-
Affarismo
-
Affarista
-
Ballottaggio
-
Canotto
-
Canottiere
-
Carriera
(
per
professione
)
-
Colpo
di
stato
-
Comitato
-
Crisi
ministeriale
-
Decorazione
(
per
insegna
cavalieresca
)
-
Dimostrazione
popolare
-
Esplosione
-
Esposizione
-
Evoluzione
storica
-
Favoritismo
-
Giornalismo
-
Genio
(
per
uomo
di
genio
)
-
L
'
insieme
(
per
"
il
tutto
"
)
-
Influenza
(
per
influsso
)
-
Interpellanza
-
Iniziativa
-
Manovra
-
Marcia
-
Mozione
-
Panico
(
per
timor
panico
)
-
Pensione
(
per
retta
o
dozzina
)
-
Personale
d
'
un
'
amministrazione
-
Pompa
(
da
incendi
)
-
Proclama
-
Proiettile
-
Progetto
-
Protezionismo
-
Reazione
-
Solidarietà
-
Uomo
di
spirito
-
Specialista
-
Spionaggio
-
Successo
-
Insuccesso
-
Interesse
,
interessante
,
interessare
-
Naturalizzare
-
Materializzare
-
Sorvegliare
-
Speculare
-
Subire
-
Sensibile
-
Suscettibile
-
Indispensabile
-
Normale
-
Anormale
-
Obbligatorio
-
Refrattario
-
Seducente
-
I
prodotti
dell
'
industria
-
Le
produzioni
teatrali
-
I
torbidi
di
Vattelapesca
-
Abbasso
i
tiranni
!
...
Ci
vorrebbe
altro
a
sentirli
tutti
.
Ma
ora
gridano
tutti
insieme
.
Sentiamoli
.
"
Noi
siamo
francesismi
,
barbarismi
,
sconce
parole
,
tutto
quello
che
volete
.
Ma
arrestate
il
nostro
corso
,
se
vi
riesce
,
signori
Pataracchi
e
compagnia
.
Abbiamo
preso
l
'
aire
e
non
c
'
è
più
freno
per
tenerci
,
disse
un
dei
pochi
di
voi
,
che
hanno
vista
lunga
e
senso
di
discrezione
.
Avete
avuto
un
bel
gridare
e
scaraventarci
addosso
tòrsoli
e
sassi
e
tenderci
funi
a
traverso
la
strada
:
noi
siamo
andati
oltre
,
e
ci
siamo
sparsi
da
per
tutto
;
cacciati
dalle
porte
,
siamo
rientrati
per
le
finestre
;
dalle
bocche
dei
mal
parlanti
siamo
passati
a
quelle
di
chi
parla
meglio
;
abbiamo
invaso
i
giornali
,
i
trattati
,
le
leggi
,
le
cattedre
,
il
Parlamento
,
i
vocabolari
,
le
Accademie
;
e
ci
siamo
e
ci
resteremo
.
Abbasso
i
Pataracchi
!
"
LE
PAROLE
NUOVE
.
(
Pareri
d
'
un
senatore
,
d
'
un
filologo
,
d
'
una
signora
,
d
'
un
ingegnere
industriale
e
d
'
un
bello
spirito
)
.
*
Per
parole
nuove
intendo
principalmente
quelle
che
noi
prendiamo
a
prestito
da
lingue
straniere
per
designare
nuove
cose
(
come
istituzioni
,
invenzioni
,
usanze
)
,
per
le
quali
non
abbiamo
nella
nostra
lingua
parole
proprie
,
perché
son
cose
che
non
ebbero
origine
,
ma
furono
introdotte
da
paesi
stranieri
nel
nostro
.
Come
di
altre
parole
e
locuzioni
si
domanda
:
-
È
errore
?
Non
è
errore
?
-
di
queste
si
suol
domandare
:
-
Si
può
o
non
si
può
dire
?
O
che
parola
italiana
vi
si
potrebbe
sostituire
?
-
A
questo
riguardo
,
invece
di
stenderti
un
lungo
elenco
di
vocaboli
,
e
di
ripeterti
(
chè
altro
non
potrei
fare
)
le
discussioni
che
si
fecero
e
si
fanno
sulla
convenienza
d
'
accettarne
alcuni
e
di
rifiutarne
altri
,
e
sui
vocaboli
italiani
che
potrebbero
far
le
veci
dei
rifiutati
,
credo
più
opportuno
il
riferirti
certi
pareri
che
mi
furon
dati
intorno
all
'
argomento
da
persone
di
dottrina
e
di
buon
senso
,
alcuni
molti
anni
fa
,
altri
di
recente
;
dai
quali
tu
potrai
dedurre
una
norma
generale
da
seguire
,
parlando
e
scrivendo
.
UN
SENATORE
.
-
Come
ho
da
fare
,
signor
Senatore
?
-
domandai
a
un
dotto
toscano
,
scrittore
elegantissimo
(
ahimè
!
son
più
di
trent
'
anni
,
e
il
valentuomo
è
morto
da
un
pezzo
)
.
-
Come
si
può
conciliare
la
necessità
d
'
usar
le
parole
nuove
col
dovere
di
non
offendere
la
purità
della
lingua
?
Rivedo
il
buon
sorriso
arguto
con
cui
mi
rispose
:
-
La
purità
della
lingua
?
Ma
nessuna
lingua
è
pura
,
e
non
deve
,
né
può
essere
.
Non
potrebbe
esser
pura
che
la
lingua
d
'
un
popolo
,
il
quale
non
avesse
commercio
né
di
cose
né
d
'
idee
con
alcun
altro
popolo
,
non
solo
,
ma
che
,
non
mutando
in
nulla
mai
né
le
idee
né
le
cose
proprie
,
ossia
,
non
pensando
e
non
progredendo
,
non
avesse
mai
bisogno
di
variare
e
d
'
arricchire
il
proprio
linguaggio
;
che
sarebbe
perciò
un
linguaggio
morto
,
e
morto
il
popolo
stesso
.
Nessuna
lingua
è
ricca
abbastanza
da
poter
designare
in
termini
che
già
possegga
tutti
gli
oggetti
e
i
concetti
nuovi
che
porta
con
sé
il
progresso
universale
di
ogni
forma
del
lavoro
umano
:
deve
quindi
ogni
lingua
accettare
e
produrre
continuamente
nuovi
termini
.
La
maggior
parte
di
questi
,
a
chi
vorrebbe
la
lingua
immobile
,
paiono
voci
impure
,
che
la
deturpino
e
la
snaturino
.
Ma
le
cause
dell
'
alterazione
della
lingua
essendo
inevitabili
e
necessarie
,
è
così
illogico
e
impossibile
il
respingere
le
nuove
parole
per
amor
della
purità
linguistica
,
come
sarebbe
il
respingere
le
cose
e
le
idee
per
conservare
immutato
il
modo
di
vivere
e
di
pensare
della
propria
nazione
.
Sono
i
barbarismi
superflui
e
le
parole
nostre
storpiate
o
usate
in
senso
improprio
e
i
traslati
e
i
costrutti
ripugnanti
all
'
indole
della
lingua
nazionale
,
quelli
che
la
offendono
e
la
imbastardiscono
:
non
le
parole
straniere
di
cui
non
si
può
fare
di
meno
.
Si
può
dire
che
macchiassero
la
purità
della
lingua
i
primi
italiani
che
nominavano
coi
termini
ora
in
uso
tutte
le
nuove
armi
inventate
dopo
la
scoperta
della
polvere
?
E
quelli
che
chiamavano
coi
loro
nomi
d
'
origine
tutti
i
concetti
e
le
istituzioni
che
ci
vennero
dalla
rivoluzione
francese
,
e
che
fra
noi
hanno
conservato
quei
nomi
,
non
più
discussi
ora
,
e
quasi
neppur
più
riconosciuti
come
stranieri
?
E
quelli
che
usavano
per
i
primi
le
parole
telegrafo
,
piroscafo
,
dagherrotipo
,
fotografia
,
e
cento
altre
simili
?
Non
si
dia
dunque
pensiero
per
questo
riguardo
,
perché
non
offenderà
la
purità
della
lingua
usando
le
parole
nuove
,
e
necessarie
,
più
che
non
ne
offenda
l
'
armonia
pronunziando
o
scrivendo
i
nomi
di
personaggi
storici
o
d
'
amici
suoi
francesi
,
inglesi
o
tedeschi
,
che
le
occorra
di
rammentare
nei
suoi
discorsi
o
nei
suoi
scritti
.
UN
FILOLOGO
.
Questi
esordì
bruscamente
:
-
Anche
lei
!
Ma
non
c
'
è
che
il
nostro
paese
dove
la
letteratura
abbia
tanto
tempo
da
perdere
.
Che
bisogno
ha
di
pareri
in
una
quistione
di
semplicissimo
buon
senso
?
Sulle
parole
straniere
assolutamente
necessarie
per
designar
nuove
cose
,
non
c
'
è
da
discutere
:
bisogna
usarle
;
e
non
è
nemmeno
il
caso
di
dire
:
bisogna
:
s
'
usano
,
le
usan
tutti
,
e
la
quistione
è
risolta
.
Il
dubbio
può
cadere
su
tutte
quelle
voci
e
locuzioni
nuove
che
servono
ad
esprimere
nuovi
aspetti
di
cose
,
nuove
relazioni
fra
di
esse
,
modificazioni
nuove
d
'
idee
e
di
sentimenti
,
nuovi
ordini
di
idee
,
principalmente
in
politica
,
in
arte
,
in
filosofia
;
e
intendo
la
filosofia
che
è
materia
delle
conversazioni
comuni
.
In
questo
campo
,
come
ha
detto
un
maestro
,
ci
sono
in
ogni
lingua
,
in
qualunque
momento
considerata
,
parole
e
frasi
straniere
messe
in
prova
,
delle
quali
alcune
rimarranno
,
altre
saranno
sostituite
da
altre
,
che
l
'
uso
formerà
e
farà
prevalere
alle
prime
;
parole
nazionali
di
cui
si
va
mutando
il
significato
;
processi
di
differenziazione
,
per
dirla
coi
matematici
,
che
si
vanno
compiendo
,
ma
che
non
sono
interamente
compiuti
.
Ora
,
rispetto
all
'
uso
di
questo
materiale
mobile
della
lingua
,
ciascuna
nazione
fa
come
una
moltitudine
in
cammino
;
nella
quale
c
'
è
chi
si
spinge
alla
testa
della
colonna
,
chi
rimane
alla
coda
e
chi
si
tiene
nel
mezzo
.
Lei
,
come
scrittore
,
non
ha
da
andare
né
tra
i
primi
né
tra
gli
ultimi
;
ma
deve
camminare
fra
gli
uni
e
gli
altri
.
Il
criterio
della
scelta
lo
ha
da
ricavare
dall
'
uso
.
Delle
parole
nuove
usi
quelle
che
s
'
usano
generalmente
e
che
generalmente
sono
capite
.
Fra
due
parole
che
s
'
usino
,
una
straniera
e
una
italiana
,
con
non
determinata
prevalenza
di
questa
o
di
quella
,
ma
tutt
'
e
due
egualmente
intese
dai
più
,
si
tenga
all
'
italiana
.
E
in
tutti
i
casi
in
cui
la
parola
italiana
,
che
alcuni
vorrebbero
sostituire
all
'
esotica
,
non
è
capìta
dai
più
,
non
c
'
è
da
tentennare
:
poichè
si
parla
e
si
scrive
per
farsi
capire
dai
più
,
usi
l
'
esotica
,
e
non
si
dia
altro
pensiero
.
Fuor
di
questa
norma
,
che
anche
un
ragazzo
troverebbe
da
sé
,
non
si
fanno
che
vanissime
ciance
.
UNA
SIGNORA
.
Era
una
signora
toscana
,
coltissima
,
che
avrebbe
potuto
presedere
un
'
Accademia
,
e
non
aveva
ombra
di
pedanteria
.
-
Io
non
le
posso
dire
-
rispose
-
che
quello
che
lei
certamente
pensa
.
Si
ricorda
i
versi
del
Giusti
a
proposito
della
parola
diligenza
?
Il
cambio
delle
voci
Fra
gente
e
gente
,
come
l
'
ombra
al
corpo
,
Tien
dietro
al
cambio
delle
cose
umane
;
Né
straniero
vocabolo
corrompe
L
'
intrinseca
virtù
d
'
una
favella
Quando
lo
stile
riman
paesano
.
Se
lei
parla
e
scrive
in
buon
italiano
,
una
lingua
tutta
italiana
di
sostanza
,
d
'
impasto
e
di
colore
,
nessuno
dirà
che
parla
o
che
scrive
male
per
il
fatto
che
a
quando
a
quando
usi
una
parola
non
italiana
per
dire
una
cosa
che
nella
nostra
lingua
non
ha
ancora
la
parola
che
la
esprima
.
So
bene
che
ad
alcune
delle
parole
straniere
già
divulgate
c
'
è
chi
propone
di
sostituire
altre
parole
nostre
,
e
che
,
se
queste
calzano
,
e
se
hanno
da
prevalere
,
ciò
che
è
desiderabile
,
bisogna
pure
che
qualcuno
le
cominci
a
usare
.
Ma
in
questo
io
m
'
attengo
a
una
regola
che
mi
è
suggerita
da
un
sentimento
più
forte
di
quello
della
lingua
.
Delle
parole
italiane
che
si
vorrebbero
sostituire
alle
straniere
ce
n
'
è
che
si
posson
dire
senza
che
ne
scapiti
la
naturalezza
del
discorso
,
e
quelle
le
dico
.
Ce
n
'
è
altre
che
non
si
possono
dire
senza
far
maravigliare
e
sorridere
chi
ascolta
e
senza
passar
per
saccenti
che
si
voglia
in
materia
di
lingua
dettar
la
legge
,
e
queste
non
le
dico
e
non
le
scrivo
,
perché
preferisco
usare
un
barbarismo
al
far
ridere
e
all
'
esser
tacciata
di
saputella
.
Così
non
voglio
e
non
posso
dire
teletta
invece
di
toeletta
,
né
posa
invece
di
consolle
,
né
rinfresco
invece
di
buffé
,
e
con
buona
pace
del
nostro
buon
B
.
,
dirò
cupè
,
finchè
lui
od
altri
non
abbiano
trovato
in
luogo
di
quella
parola
qualcosa
di
più
spiccio
di
scompartimento
anteriore
della
diligenza
,
che
quando
è
detto
per
non
dire
la
parola
barbara
,
è
ridicolo
.
Questa
è
la
mia
regola
riguardo
alle
parole
nuove
:
parlare
e
scrivere
italiano
quanto
più
puramente
si
può
,
senza
far
ridere
;
perché
nell
'
uso
delle
parole
ciascuno
ha
un
suo
sentimento
proprio
della
convenienza
,
al
quale
nessun
'
autorità
linguistica
può
comandare
.
Ma
già
dev
'
esser
pure
l
'
opinione
sua
,
com
'
è
di
quasi
tutti
,
e
lei
non
m
'
ha
interrogata
che
perché
gliela
confermassi
;
e
se
le
avessi
espresso
un
'
opinione
contraria
,
non
ne
avrebbe
tenuto
nessun
conto
.
Stia
dunque
col
Giusti
.
L
'
importante
è
che
lo
stile
rimanga
paesano
.
UN
INGEGNERE
INDUSTRIALE
.
Sono
ameni
i
puristi
sine
labe
che
non
vogliono
le
parole
nuove
.
È
perché
non
vivono
nel
nuovo
mondo
.
Se
ci
vivessero
,
se
sapessero
il
numero
enorme
di
nuove
parole
che
hanno
portato
con
sé
e
rese
necessarie
i
progressi
delle
industrie
minerarie
e
metallurgiche
,
il
telegrafo
,
il
telefono
,
l
'
elettricità
,
le
macchine
tessili
,
la
stampa
,
e
cento
altre
cose
;
se
toccassero
con
mano
che
non
passa
quasi
giorno
senza
che
si
scopra
o
s
'
inventi
qualche
nuovo
strumento
,
o
procedimento
,
o
particolare
di
congegno
o
di
tecnica
,
che
non
può
aver
altro
nome
fuor
di
quello
che
gli
dà
chi
lo
inventa
,
si
sdarebbero
dall
'
impresa
per
disperati
.
Per
ogni
dieci
o
cento
parole
che
occorrono
,
e
che
son
prese
da
una
lingua
straniera
o
coniate
alla
meglio
fra
noi
dalla
gente
che
n
'
ha
bisogno
,
essi
ne
propongono
una
,
che
dicono
italiana
,
o
meno
barbara
.
Ma
a
che
pro
?
Chi
la
mette
in
corso
?
E
quale
scrittore
ha
mai
fabbricato
nuove
parole
,
che
sian
diventate
d
'
uso
comune
?
D
'
uno
dei
più
fecondi
e
popolari
scrittori
francesi
del
settecento
,
si
dice
che
n
'
abbia
coniate
di
suo
e
mandate
in
giro
due
sole
;
delle
quali
una
è
morta
.
E
,
infatti
,
l
'
azione
d
'
uno
scrittore
,
per
quanto
autorevole
,
non
è
che
pochissima
cosa
,
per
non
dire
nulla
affatto
,
rispetto
all
'
azione
collettiva
del
popolo
,
che
di
certe
parole
nuove
ha
bisogno
subito
,
e
le
piglia
dove
sono
e
come
le
trova
,
o
se
le
fabbrica
da
sé
,
nel
modo
che
gli
comoda
e
gli
garba
.
Conosco
una
sola
nuova
parola
italiana
che
in
quest
'
ultimi
anni
sia
stata
coniata
da
un
pubblicista
,
e
abbia
avuto
una
certa
fortuna
:
ed
è
tramvia
,
che
entrò
nei
regolamenti
e
nelle
leggi
.
Ma
moltissimi
che
scrivono
tramvia
,
dicono
parlando
tranvai
,
e
tranvai
o
tram
si
dice
dalla
grande
maggioranza
in
Toscana
e
altrove
;
e
anche
di
quelli
che
usano
la
parola
ufficiale
,
chi
la
fa
femminile
e
chi
maschile
,
e
chi
pronunzia
tramvia
e
chi
tranvia
,
poichè
il
suono
amv
non
è
della
lingua
italiana
;
e
non
è
ancor
certo
che
a
tramvia
debba
restar
la
vittoria
.
Dunque
?
Io
lascerei
gridare
i
linguisti
,
e
farei
il
comodo
mio
,
come
tutti
fanno
,
senza
il
loro
permesso
,
e
come
s
'
è
sempre
fatto
da
per
tutto
,
da
che
mondo
è
mondo
e
le
lingue
vanno
da
sé
,
come
i
fiumi
.
UN
BELLO
SPIRITO
.
Quello
che
mi
fa
dispetto
,
in
quest
'
affare
delle
parole
nuove
,
di
cui
mi
son
molto
occupato
per
pura
curiosità
,
è
l
'
ipocrisia
dei
pedanti
:
è
che
molti
di
loro
condannano
certe
parole
senza
dire
quali
altre
vi
si
hanno
da
sostituire
,
e
qualche
volta
riconoscendo
che
non
ce
n
'
è
altre
;
o
ne
propongono
tre
o
quattro
,
che
equivale
a
non
proporne
alcuna
,
perché
è
un
sostituire
a
una
questione
un
'
altra
quistione
;
e
che
,
in
ogni
caso
,
combattendo
una
parola
in
uso
e
proponendone
un
'
altra
,
sono
certi
certissimi
di
fare
un
buco
nell
'
acqua
;
ciò
che
vuol
dire
che
seccano
la
gente
sapendo
di
non
ottenere
altro
effetto
che
quello
di
seccare
.
Mi
fa
anche
più
dispetto
il
vedere
che
molte
delle
parole
nuove
ch
'
essi
non
registrano
o
bollano
di
barbarismi
nei
dizionari
e
nelle
dissertazioni
o
dispute
filologiche
,
o
cancellano
con
tanto
di
frego
nei
componimenti
dei
loro
discepoli
,
le
usano
poi
essi
stessi
a
tutto
pasto
,
parlando
,
perché
non
possono
farne
di
meno
,
perché
non
si
farebbero
capire
o
si
farebbero
canzonare
usando
quelle
che
ci
vogliono
sostituire
.
Per
esempio
,
io
giocherei
tutti
e
due
gli
occhi
che
di
tutti
quanti
i
proscrittori
del
barbarismo
consommé
o
consumé
non
ce
n
'
è
uno
che
abbia
mai
detto
,
non
ci
sarà
mai
uno
che
dirà
in
nessun
luogo
,
in
nessun
caso
,
a
nessun
cameriere
o
cuoco
o
albergatore
o
serva
d
'
Italia
:
-
Mi
dia
un
consumato
o
un
brodo
ristretto
.
-
E
l
'
esempio
val
per
cento
.
O
che
razza
di
gioco
a
partita
doppia
è
codesto
?
Se
quelle
parole
le
dicono
,
perché
non
le
scrivono
?
Se
non
osano
di
scriverle
,
perché
le
dicono
?
Sono
bene
costretti
a
scriverne
e
a
lasciarne
scrivere
tante
altre
che
ai
loro
padri
fecero
orrore
.
Ma
la
lingua
s
'
altera
!
Ma
sono
secoli
che
si
va
alterando
;
ma
tutto
s
'
altera
col
tempo
:
i
costumi
,
le
idee
,
la
vita
,
il
mondo
:
non
s
'
ha
da
alterare
la
lingua
?
Ma
la
vanno
alterando
essi
medesimi
,
che
usano
molte
parole
non
usate
dalla
generazione
antecedente
,
che
ne
usano
da
vecchi
molte
altre
,
che
non
usavano
da
giovani
.
Dicevano
essi
da
ragazzi
le
parole
:
patinaggio
,
scatingring
,
fonografo
,
cinematografo
,
sport
,
automobile
,
motocicletta
?
E
bisogna
ben
che
le
dicano
ora
per
forza
.
Io
vorrei
che
con
la
macchina
maravigliosa
del
romanziere
Wells
ci
potessimo
trasportare
tutti
quanti
nel
venticinquesimo
secolo
,
per
veder
che
faccia
farebbero
a
leggere
il
vocabolario
della
Crusca
del
2400
!
E
allora
,
a
che
serve
questo
dire
e
non
scrivere
,
prescriver
con
la
penna
e
accettar
con
la
bocca
,
e
pensar
d
'
arrestare
una
moltitudine
che
corre
agguantando
Tizio
e
Caio
per
il
colletto
?
*
Ma
tu
mi
dirai
che
non
t
'
ho
riferito
che
giudizi
anonimi
.
Ebbene
,
consultiamo
insieme
uno
scrittore
grande
e
purissimo
.
Ecco
quello
che
ti
direbbe
Giacomo
Leopardi
,
condensando
in
un
breve
discorso
quanto
è
scritto
sparsamente
nei
sette
volumi
dei
Pensieri
postumi
.
-
Conservare
la
purità
della
lingua
è
un
sogno
,
un
'
immaginazione
,
un
'
ipotesi
astratta
,
un
'
idea
non
mai
riducibile
ad
atto
,
se
non
solamente
nel
caso
d
'
una
nazione
che
,
sia
riguardo
alla
letteratura
e
alla
dottrina
,
sia
riguardo
alla
vita
,
non
abbia
ricevuto
e
non
riceva
nulla
da
nessuna
nazione
straniera
.
Le
cose
vivendo
sempre
,
e
modificandosi
sempre
continuamente
e
moltiplicandosi
le
conosciute
,
e
non
potendo
una
lingua
esser
mai
perfettamente
fornita
del
necessario
fin
ch
'
ella
non
esprime
perfettamente
e
convenientemente
tutte
le
cose
e
tutte
le
possibili
modificazioni
delle
cose
di
questo
mondo
,
ne
segue
la
necessità
ch
'
ella
s
'
accresca
sempre
di
nuovi
modi
;
i
quali
è
ben
naturale
che
a
noi
italiani
vengano
in
gran
parte
di
fuori
,
perché
la
vita
ci
viene
in
gran
parte
d
'
altronde
.
Molte
di
queste
parole
e
modi
nuovi
sono
comuni
a
tutte
le
lingue
colte
d
'
Europa
,
e
però
sono
europeismi
,
non
barbarismi
,
perché
non
è
barbaro
quello
che
è
proprio
di
tutto
il
mondo
civile
e
proprio
per
ragione
appunto
della
civiltà
,
com
'
è
l
'
uso
di
queste
voci
che
deriva
dalla
stessa
civiltà
e
dalla
stessa
scienza
d
'
Europa
.
E
d
'
altra
parte
l
'
esempio
dei
nostri
classici
(
quasi
tutti
)
che
hanno
arricchito
la
nostra
lingua
con
derivar
vocaboli
e
modi
dal
latino
,
dal
greco
,
dallo
spagnuolo
o
donde
che
sia
,
e
li
hanno
resi
italiani
di
fatto
,
ci
ammonisce
che
la
lingua
italiana
è
capacissima
d
'
appropriarsi
voci
e
maniere
d
'
altre
lingue
.
E
non
solo
può
,
ma
lo
deve
fare
,
perché
quanto
più
la
nostra
lingua
è
diligente
nel
non
voler
perdere
(
cosa
ottima
)
,
tanto
più
per
necessaria
conseguenza
dev
'
essere
industriosa
nel
guadagnare
,
per
non
somigliarsi
al
pazzo
avaro
che
per
amor
del
danaro
non
mette
a
frutto
il
danaro
,
ma
si
contenta
di
non
perderlo
e
di
guardarlo
senza
pericoli
.
Voler
respingere
le
parole
nuove
è
voler
mettere
l
'
Italia
fuori
del
mondo
.
Tutte
sentenze
d
'
oro
,
come
dice
il
Giusti
.
Ma
poichè
potresti
esser
tentato
d
'
abusarne
,
seguendo
l
'
esempio
dei
molti
barbari
che
dalle
lingue
straniere
pigliano
a
prestito
una
parola
ogni
dieci
,
ti
presento
come
antidoto
un
mio
amico
di
gioventù
;
la
cui
immagine
mi
salta
sempre
davanti
quando
nel
parlare
italiano
sto
per
dire
una
parola
o
una
frase
francese
,
non
perché
manchi
alla
mia
lingua
il
modo
corrispondente
,
ma
per
iscansare
la
fatica
di
cercarlo
.
Ho
l
'
onore
di
presentarti
il
visconte
La
Nuance
.
IL
VISCONTE
LA
NUANCE
.
La
famiglia
dei
visconti
La
Nuance
è
antica
e
numerosissima
.
Il
giovine
italiano
,
al
quale
avevamo
posto
quel
soprannome
,
era
nobile
veramente
(
del
che
non
si
boriava
punto
)
;
ma
povero
come
noi
,
figliuolo
d
'
un
esattore
,
e
impiegato
egli
stesso
,
non
ricordo
in
che
amministrazione
dello
Stato
.
Essendo
cresciuto
in
Savoia
,
dove
suo
padre
era
stato
parecchi
anni
,
aveva
imparato
il
francese
prima
e
meglio
dell
'
italiano
,
e
quella
era
rimasta
la
sua
lingua
preferita
,
e
diventata
il
suo
vanto
,
la
sua
gloria
,
il
vero
titolo
di
nobiltà
,
del
quale
egli
andava
superbo
;
affermando
,
naturalmente
,
ch
'
era
la
più
bella
d
'
ogni
lingua
antica
e
moderna
,
superiore
senza
confronto
e
per
ogni
rispetto
alla
nostra
.
Quindi
le
continue
discussioni
e
battaglie
che
seguivano
fra
lui
e
gli
amici
,
e
le
infinite
canzonature
che
gli
piovevano
addosso
;
delle
quali
non
si
risentiva
mai
,
poichè
a
un
'
ostinazione
invincibile
in
quella
sua
idea
,
in
quella
soltanto
,
egli
accoppiava
una
bonarietà
inalterabile
,
che
gli
faceva
tollerare
anche
gli
scherzi
più
mordenti
.
Ci
stizziva
in
particolar
modo
il
suo
continuo
interpolare
nel
discorso
italiano
vocaboli
e
frasi
francesi
,
come
se
la
nostra
fosse
una
mezza
lingua
,
che
non
bastasse
ad
esprimere
perfettamente
nessun
pensiero
;
e
non
men
di
questo
la
ostentazione
ch
'
egli
faceva
di
quell
'
italiano
infranciosato
,
quasi
compiacendosi
di
non
avere
della
lingua
propria
che
un
'
infarinatura
,
quanto
gli
occorreva
appunto
per
i
suoi
ristretti
bisogni
di
impiegato
.
E
usava
nella
più
parte
dei
casi
il
modo
francese
anche
sapendo
il
modo
italiano
,
poichè
in
ogni
parola
o
frase
di
quella
lingua
egli
sentiva
o
diceva
di
sentire
una
sfumatura
di
significato
(
una
nuance
,
diceva
sempre
)
che
nella
nostra
lingua
non
si
poteva
rendere
.
Era
quasi
sempre
un
'
immaginazione
sua
;
ma
non
c
'
era
verso
di
sconficcargliela
dal
capo
.
Citava
un
modo
francese
,
e
diceva
in
aria
di
sfida
:
-
Sentiamo
,
come
direste
in
italiano
?
-
Noi
gli
citavamo
un
modo
nostro
che
,
per
consenso
di
tutti
,
significava
per
l
'
appunto
lo
stesso
.
Ed
egli
no
,
s
'
incapava
a
negare
.
-
Ci
s
'
avvicina
-
rispondeva
-
;
ma
è
un
'
altra
nuance
;
no
,
ce
n
'
est
pas
ça
tout
à
fait
.
-
No
,
far
riscontro
non
voleva
dire
precisamente
faire
pendant
,
averne
un
ramo
non
significava
tal
quale
être
toqué
,
dire
di
uno
roba
da
chiodi
o
ira
di
Dio
non
era
propriamente
lo
stesso
che
pis
que
pendre
.
-
Un
'
altra
nuance
,
un
'
altra
nuance
,
qualche
cosa
di
sopraffino
,
l
'
idea
d
'
un
'
idea
,
un
nonnulla
,
ch
'
egli
non
sapeva
dire
,
ma
che
sentiva
.
E
quando
poi
si
faceva
la
prova
inversa
,
aveva
la
faccia
fresca
di
tradurre
disinvolto
in
dégagé
,
traccheggiarsi
in
se
dandiner
e
vattelapesca
in
que
sais
-
je
!
Noi
gli
coprivamo
la
voce
con
una
urlata
,
ed
egli
rispondeva
urlando
:
-
Traducete
in
italiano
il
Marivaux
,
se
vi
riesce
!
Traducete
il
Labiche
!
-
E
tu
traduci
il
Berni
,
traduci
il
Giusti
,
traduci
il
Parini
!
-
Fiato
sprecato
.
Aveva
anche
il
coraggio
di
sostenere
che
il
francese
è
più
musicale
dell
'
italiano
.
-
Troppe
vocali
,
troppe
vocali
-
diceva
.
-
Si
parla
sempre
con
la
bocca
spalancata
.
Per
esempio
,
il
famoso
verso
di
Dante
,
nel
racconto
di
Francesca
....
-
e
squarciando
le
a
con
una
bocca
da
entrarci
una
rapa
,
declamava
:
-
Aaamor
che
aaa
nullo
aaamato
aaamar
perdonaaa
!
Ma
c
'
è
da
slogarsi
le
mascelle
!
-
E
noi
gli
citavamo
bellissimi
versi
francesi
che
avevano
non
meno
a
che
il
verso
dantesco
;
ma
non
serviva
,
perché
l
'
a
francese
,
per
lui
,
era
un
'
altra
a
,
di
suono
più
discreto
dell
'
italiana
.
Nei
versi
francesi
sentiva
armonie
misteriose
che
al
nostro
grosso
orecchio
sfuggivano
.
-
Per
esempio
,
quel
celebre
verso
del
La
Fontaine
,
che
Victor
Hugo
giudicò
ammirabile
:
Six
forts
chevaux
tiraient
un
coche
;
che
maravigliosa
,
inimitabile
armonia
imitativa
!
-
Di
versi
italiani
,
maravigliosi
per
armonia
imitativa
,
gliene
citavamo
a
decine
.
-
Ma
non
così
fini
-
ribatteva
-
non
così
fini
!
-
Andava
fino
a
dire
che
era
ben
più
dolce
l
'
au
revoir
che
l
'
a
rivederci
,
benchè
nel
saluto
francese
ci
siano
come
nel
nostro
due
erre
;
le
quali
,
per
giunta
,
egli
arrotava
in
tal
modo
,
che
,
a
sentirlo
,
pareva
d
'
esser
salutati
da
una
sega
arrugginita
.
-
Au
rrrevoirrr
!
Ma
non
sentite
che
dolcezza
?
-
E
allora
gli
davamo
del
barbaro
,
dell
'
italiano
rinnegato
,
del
traditore
della
patria
;
al
che
egli
rispondeva
invariabilmente
:
-
Des
bêtises
!
des
bêtises
!
-
guardandoci
con
un
sorriso
compassionevole
,
come
gente
di
una
razza
primitiva
,
parlanti
ancora
una
lingua
rudimentale
.
Di
scrittori
italiani
parlava
il
meno
possibile
,
e
ci
aveva
le
sue
buone
ragioni
.
Quando
gli
chiedevamo
un
giudizio
sopra
un
nostro
grande
scrittore
antico
o
moderno
,
egli
riconosceva
con
parole
vaghe
i
meriti
che
noi
ammiravamo
in
lui
;
ma
soggiungeva
sempre
che
gli
pareva
lourd
,
sans
souplesse
,
sans
finesse
.
La
finezza
era
nel
suo
concetto
la
grande
superiorità
della
lingua
francese
sulla
nostra
,
e
affermava
che
soltanto
in
francese
si
poteva
parlare
con
una
signora
con
delicatezza
aristocratica
,
senza
mai
stonare
,
senza
urtar
mai
le
convenienze
e
il
buon
gusto
.
Gli
domandavamo
se
credeva
davvero
che
il
marchese
Gino
Capponi
e
il
barone
Ricasoli
,
allora
viventi
,
non
sapessero
sostenere
una
conversazione
con
una
patrizia
fiorentina
senz
'
urtare
il
buon
gusto
e
le
convenienze
.
Egli
aveva
l
'
audacia
di
risponderci
che
non
li
aveva
mai
sentiti
.
Lo
investivamo
qualche
volta
fieramente
.
-
Come
puoi
giudicare
della
finezza
della
lingua
italiana
tu
,
ostrogoto
lacerator
d
'
orecchi
,
che
dici
tutto
il
lungo
del
cammino
,
una
ragazza
non
si
può
più
gentile
,
e
giuocare
un
ruolo
,
e
venir
di
desinare
?
-
Perché
erano
di
questo
conio
i
francesismi
che
egli
schiantava
.
E
allora
ribatteva
trionfalmente
;
-
Ah
!
Ah
!
Voi
v
'
importate
!
È
segno
che
non
avete
delle
buone
ragioni
,
che
vi
sentite
battuti
,
battuti
a
piatta
cucitura
,
ridotti
a
....
Come
direste
in
italiano
aux
abois
?
-
O
vile
Gallo
,
agli
estremi
!
-
rispondevamo
noi
.
E
lui
,
col
suo
solito
sorriso
di
commiserazione
:
-
È
un
'
altra
nuance
;
non
c
'
è
il
senso
comico
;
è
un
'
altra
nuance
tutt
'
affatto
.
Non
disperavamo
di
persuaderlo
,
non
di
meno
.
Alle
volte
lo
pigliavamo
con
le
buone
,
ragionando
;
gli
parlavamo
della
grande
ricchezza
della
lingua
italiana
,
di
cui
una
gran
parte
non
è
nei
dizionari
;
della
sua
mirabile
facoltà
di
adattarsi
a
tutti
i
toni
,
agli
stili
più
diversi
,
e
alla
traduzione
d
'
ogni
lingua
,
serbando
il
colore
dell
'
originale
,
senza
snaturare
l
'
indole
propria
;
della
grande
quantità
e
varietà
di
"
tipi
e
di
conii
ch
'
ella
possiede
per
poter
formare
voci
e
modi
d
'
uno
stesso
genere
di
significazione
"
,
delle
innumerevoli
desinenze
frequentative
,
diminutive
e
disprezzative
dei
suoi
verbi
,
e
dell
'
elasticità
e
capacità
e
mutabilità
stupenda
del
suo
periodo
;
e
cercavamo
di
dimostrargli
che
,
nel
più
dei
casi
,
quando
una
parola
francese
non
si
può
tradurre
in
una
italiana
dello
stesso
valore
,
questo
deriva
dal
fatto
che
la
francese
è
usata
in
vari
significati
,
per
ciascuno
dei
quali
noi
abbiamo
una
parola
propria
;
e
via
discorrendo
.
Ma
era
come
dire
al
muro
.
Egli
rispondeva
che
noi
facevamo
della
letteratura
,
ch
'
egli
intendeva
parlare
della
lingua
di
conversazione
,
e
ribatteva
il
suo
chiodo
,
che
soltanto
in
francese
si
poteva
conversare
con
grazia
e
con
spirito
,
e
che
al
confronto
del
francese
l
'
italiano
era
lourd
,
poco
pieghevole
,
privo
di
nuances
,
una
lingua
d
'
accademici
e
di
professori
.
E
noi
in
coro
,
come
sempre
:
-
Bugiardo
rinnegato
!
-
Gallaccio
odioso
!
-
Va
'
fuori
d
'
Italia
!
-
Che
il
diavolo
t
'
importi
!
-
Smettila
,
o
t
'
assommiamo
a
calotte
!
-
E
lui
,
col
suo
eterno
sorriso
:
-
È
inutile
.
Non
mi
farete
demordere
dalla
mia
opinione
.
Ma
quello
che
agli
amici
non
era
mai
riuscito
d
'
ottenere
parve
che
l
'
ottenesse
il
Governo
,
trasferendolo
improvvisamente
da
Torino
,
con
suo
grande
rammarico
,
in
non
so
quale
città
del
Veneto
;
poichè
,
forse
per
lasciarci
una
buona
memoria
di
sé
,
per
tutto
il
tempo
che
rimase
ancora
fra
noi
,
non
solo
non
mise
più
sul
tappeto
e
non
accettò
più
nessuna
discussione
sulle
due
lingue
,
ma
anche
parlò
meno
francescamente
del
solito
,
smettendo
,
se
non
altro
,
d
'
ostentare
certi
francesismi
per
provocazione
.
Credemmo
d
'
aver
operato
noi
il
miracolo
,
e
ce
ne
rallegrammo
.
Il
giorno
della
partenza
lo
accompagnammo
tutti
alla
stazione
.
Era
malinconico
.
Quando
ci
abbracciò
,
prima
di
salire
nel
vagone
,
si
commosse
.
-
Ricordatevi
di
me
-
ci
disse
-
,
scrivetemi
.
E
dimenticate
i
nostri
battibecchi
per
la
lingua
.
-
Ci
strinse
ancora
la
mano
dallo
sportello
,
dicendoci
con
le
lacrime
agli
occhi
:
-
Addio
!
Addio
!
A
rivederci
!
-
E
quel
suo
salutarci
,
contro
il
suo
solito
,
in
italiano
,
ci
parve
il
segno
più
certo
del
ravvedimento
,
e
noi
pure
salutammo
con
affetto
l
'
amico
,
ridiventato
italiano
.
Oppresso
dalla
commozione
,
si
ritirò
in
fondo
al
vagone
prima
del
fischio
della
partenza
.
Ma
appena
il
treno
si
mosse
,
si
rilanciò
al
finestrino
,
e
con
voce
più
commossa
di
prima
,
agitando
il
fazzoletto
,
gridò
con
diciotto
erre
:
-
Au
revoir
!
Au
revoir
!
Au
revoir
!
Era
la
frecciata
del
Parto
.
-
Trrraître
!
-
gli
rispose
uno
degli
amici
.
Ma
forse
egli
non
ci
aveva
tradito
di
proposito
:
soltanto
,
nell
'
impeto
della
commozione
,
gli
era
uscito
irresistibilmente
dal
cuore
il
saluto
che
all
'
orecchio
suo
sonava
più
dolce
.
E
così
,
nonostante
l
'
ultimo
ravvedimento
,
egli
rimase
per
sempre
nella
nostra
memoria
il
visconte
La
Nuance
,
tipo
perfetto
e
amenissimo
dell
'
italiano
con
la
cresta
e
coi
bargigli
.
PER
LA
DIFESA
DELLA
LINGUA
.
Fin
qui
,
giovinetto
mio
,
mi
sono
ingegnato
di
darti
consigli
e
suggerimenti
utili
ad
acquistare
il
possesso
della
lingua
.
Ma
,
in
materia
di
lingua
,
non
basta
acquistare
,
bisogna
difendersi
.
Tu
dovrai
badare
di
continuo
a
preservarti
dal
contagio
della
lingua
corrotta
che
si
parla
,
si
scrive
e
si
stampa
,
non
soltanto
nella
tua
,
ma
in
ogni
regione
del
paese
;
a
respingere
da
te
le
infinite
voci
e
locuzioni
barbare
,
errate
,
strampalate
,
torte
ad
altro
significato
dal
vero
,
che
pullulano
nel
comune
linguaggio
parlato
e
scritto
,
e
che
appunto
per
la
frequenza
con
cui
sono
generalmente
ripetute
,
s
'
attaccano
per
modo
alla
lingua
e
alla
penna
di
tutti
,
da
riuscir
quasi
impossibile
,
anche
a
chi
ci
metta
una
cura
attentissima
,
il
preservarsene
affatto
.
Di
questi
modi
da
fuggire
non
ti
faccio
un
elenco
,
perché
,
anche
a
non
citar
che
mezzi
di
quelli
che
conosco
,
ne
dovrei
empire
decine
di
pagine
,
e
ti
seccheresti
a
leggerli
;
ma
troverai
i
più
comuni
nel
dialogo
seguente
;
il
quale
seguì
davvero
tempo
fa
,
con
poche
differenze
nell
'
ordine
e
nella
materia
,
fra
quattro
amici
;
e
che
,
più
o
meno
variato
,
si
ripete
certamente
spesso
,
in
ogni
parte
d
'
Italia
,
fra
persone
colte
,
che
hanno
a
cuore
la
purità
e
il
decoro
della
lingua
nazionale
.
A
CHI
LE
DICE
PEGGIO
.
DIALOGO
fra
uno
scrittore
,
un
avvocato
,
un
professore
di
chimica
,
fisica
e
matematica
,
e
un
cronista
di
giornale
,
che
stanno
desinando
in
una
stanzetta
di
trattoria
.
LO
SCRITTORE
(
al
Professore
)
.
-
Dov
'
eravamo
rimasti
?
IL
PROFESSORE
.
-
Aspetta
:
lascia
che
m
'
orienti
un
poco
.
SCRITT
.
-
Orièntati
.
E
una
.
PROF
.
-
Ne
sentirai
dell
'
altre
.
Caro
mio
,
noi
non
ci
abbiamo
nessuna
colpa
nel
fatto
che
la
lingua
diventi
sempre
più
scientifica
,
o
per
dir
meglio
,
scienziata
.
Non
siamo
noi
che
divulghiamo
,
portandolo
in
tutti
i
campi
del
pensiero
,
il
nostro
linguaggio
tecnico
,
del
quale
non
possiamo
far
di
meno
.
È
il
gran
pubblico
,
sono
i
giornali
e
la
cattiva
letteratura
che
ce
lo
pigliano
....
SCRITT
.
-
Già
:
è
effetto
del
polarizzarsi
di
tutte
le
idee
verso
la
scienza
.
PROF
.
-
Hai
detto
bene
.
Ma
è
un
fatto
,
te
lo
confesso
,
di
cui
il
nostro
amor
proprio
si
compiace
.
Al
vedere
che
ogni
interruzione
o
lacuna
di
qualunque
cosa
diventa
una
soluzione
di
continuità
,
ogni
scopo
un
obbiettivo
,
ogni
caso
un
fenomeno
....
SCRITT
.
-
E
ogni
mescolanza
un
'
amalgama
.
PROF
.
-
A
sentir
parlare
di
forza
centripeta
e
centrifuga
dell
'
istinto
,
del
dinamismo
dei
partiti
politici
,
di
movimenti
rivoluzionari
sincroni
e
sinfoni
,
e
di
coefficienti
della
vittoria
e
d
'
esponenti
della
debolezza
del
Ministero
,
e
di
Parlamenti
saturi
d
'
elettricità
....
AVVOCATO
.
-
E
di
atmosfera
d
'
odio
....
CRONISTA
.
-
E
di
fenomeni
di
capillarità
psicologici
....
Questa
l
'
ho
letta
io
.
PROF
.
-
Forse
in
una
tua
cronaca
.
Ma
io
n
'
ho
letta
una
assai
meglio
.
-
Di
queste
consuetudini
e
sentimenti
si
forma
nella
gioventù
un
precipitato
di
scetticismo
.
-
Sei
battuto
.
Lasciami
finire
.
A
sentire
quante
quistioni
particolari
sono
una
faccia
del
prisma
d
'
una
quistione
generale
;
quanti
ordini
d
'
idee
sono
stratificazioni
o
substrati
d
'
altri
ordini
d
'
idee
,
e
quanti
uomini
e
cose
,
quantità
negative
;
ma
più
che
altro
al
vedere
quanti
concetti
non
si
sanno
più
esprimere
senza
ricorrere
agli
strumenti
e
agli
apparecchi
dei
nostri
Gabinetti
,
come
sarebbe
il
barometro
del
malcontento
popolare
....
SCRITT
.
-
Il
termometro
dell
'
opinione
pubblica
.
CRON
.
-
Il
diapason
della
moralità
nazionale
.
AVV
.
-
E
il
propulsore
degli
entusiasmi
cittadini
?
PROF
.
-
Benissimo
;
e
la
valvola
di
sicurezza
delle
passioni
....
Al
sentir
tutto
questo
,
dico
,
io
gonfio
di
giubilo
e
d
'
alterezza
....
SCRITT
.
-
Fino
all
'
ennesima
potenza
.
PROF
.
-
Lo
volevo
dire
;
perché
penso
che
,
andando
innanzi
per
questa
strada
,
verrà
tempo
che
quanti
vorranno
imparar
l
'
italiano
dovranno
venire
a
scuola
da
noi
,
a
studiar
fisica
,
chimica
,
matematica
,
mineralogia
,
geologia
....
;
i
Vocabolari
dell
'
uso
saranno
i
nostri
trattati
.
SCRITT
.
-
E
allora
tutto
si
dovrà
studiare
,
fuorchè
la
letteratura
.
E
non
solo
le
scienze
esatte
,
ma
anche
le
scienze
giuridiche
.
Per
esempio
:
la
circostanza
attenuante
,
la
cerziorazione
,
la
requisitoria
,
il
verdetto
,
usciti
dalle
aule
dei
tribunali
,
sono
oramai
entrati
da
per
tutto
.
E
quante
cose
si
comminano
,
oltre
le
pene
stabilite
dalla
legge
!
E
si
testimonia
affetto
,
rispetto
e
riverenza
.
E
non
sono
più
i
soliti
testimoni
che
depongono
;
sono
anche
i
fatti
.
-
Una
data
circostanza
depone
in
favore
d
'
una
tal
persona
....
-
Io
mi
figuro
la
Circostanza
che
giura
sul
Vangelo
di
dir
tutta
la
verità
....
AVV
.
-
E
una
Ragione
che
cammina
a
suon
di
tamburo
,
col
facile
sulla
spalla
,
te
la
figuri
?
È
la
solita
Ragione
che
milita
in
favore
di
qualcuno
o
di
qualcosa
.
E
poi
che
siamo
nel
campo
militare
,
a
me
piace
infinitamente
la
base
d
'
operazione
.
Un
innamorato
,
per
esempio
,
che
va
a
stare
in
una
villa
vicina
a
quella
della
sua
amata
,
e
ne
fa
la
sua
base
d
'
operazione
!
L
'
ho
letta
in
un
romanzo
.
Mi
piace
anche
mossa
strategica
riferito
a
un
atto
qualunque
di
piccola
furberia
.
E
una
parola
che
ha
una
data
portata
,
come
un
pezzo
d
'
artiglieria
....
SCRITT
.
-
Io
preferisco
il
linguaggio
finanziario
,
che
va
prendendo
sempre
più
voga
.
Ha
certe
espressioni
così
nobili
!
Fare
il
bilancio
,
per
esempio
,
delle
buone
qualità
e
dei
difetti
di
un
amico
;
dire
d
'
un
uomo
politico
,
venuto
in
auge
,
o
scapitato
d
'
autorità
,
che
le
sue
azioni
si
sono
alzate
o
ribassate
,
o
,
accennando
ai
suoi
meriti
e
ai
suoi
demeriti
verso
il
paese
,
che
ha
al
suo
attivo
certe
cose
e
al
suo
passivo
certe
altre
....
Mi
par
di
vederlo
diviso
in
due
colonne
,
come
il
registro
d
'
un
negoziante
.
AVV
.
-
E
dove
lasciate
i
verbi
,
che
sono
i
più
bei
fiori
?
Suicidarsi
,
terrorizzare
,
ostacolare
,
impossibilitare
,
prevenzionare
,
massacrare
,
acutizzare
....
Si
va
acutizzando
il
dissidio
in
seno
alla
Commissione
del
Bilancio
,
signori
!
SCRITT
.
-
O
signori
,
e
suggestionare
?
AVV
.
-
Bravo
,
hai
detto
il
gran
verbo
,
il
verbo
factotum
,
che
si
presta
a
tutti
i
servizi
.
Ora
si
è
suggestionati
da
una
donna
,
dalla
fame
,
da
un
libro
,
da
un
luogo
,
dalle
circostanze
,
da
tutto
.
Ho
letto
in
un
giornale
che
un
certo
fanale
di
luce
elettrica
,
davanti
a
un
teatro
,
faceva
una
réclame
suggestionante
.
PROF
.
-
Suggestionante
,
impressionante
,
emozionante
,
raccapricciante
,
son
tutta
roba
del
vostro
magazzino
,
signori
giornalisti
.
CRON
.
-
Non
mia
.
SCRITT
.
-
Tu
ce
n
'
hai
dell
'
altra
.
Chi
scrisse
l
'
altro
giorno
nel
tuo
giornale
:
-
L
'
uomo
di
Stato
che
è
stato
intervistato
-
?
Sei
stato
tu
,
sei
stato
?
Io
son
restato
.
AVV
.
-
Non
facciamo
quistioni
personali
.
Per
me
,
del
resto
,
nel
linguaggio
delle
cronache
trovo
bellezze
ammirabili
.
Per
esempio
:
il
borsaiolo
o
l
'
accoltellatore
che
,
dopo
fatto
il
colpo
,
s
'
ecclissa
,
come
un
astro
,
mi
pare
un
traslato
dantesco
.
PROF
.
-
È
uno
dei
tanti
verbi
a
cui
si
fa
fare
un
ufficio
indegno
della
nobiltà
della
nascita
,
come
rivelare
,
trasfigurare
....
SCRITT
.
-
Già
:
si
dice
che
un
certo
puzzo
rivela
che
il
pesce
è
guasto
,
che
una
faccia
tinta
di
carbone
è
trasfigurata
.
E
sono
anche
dei
credenti
nella
Rivelazione
e
nella
Trasfigurazione
che
lo
dicono
!
Questo
non
è
un
errore
di
lingua
,
è
un
sacrilegio
.
E
così
tutti
creano
,
tutto
si
crea
....
PROF
.
-
Un
altro
verbo
che
fa
cento
mestieri
,
come
organizzare
,
funzionare
,
sistemare
.
Si
organizza
uno
Stato
,
un
ballo
,
una
dimostrazione
,
una
colazione
alla
romana
.
E
tutto
funziona
o
non
funziona
:
un
arcivescovo
,
una
serratura
,
un
'
amministrazione
,
una
vite
,
una
legge
,
un
cavatappi
,
un
governo
,
la
molla
d
'
un
gibus
.
E
c
'
è
chi
parla
di
sistemarsi
in
un
nuovo
quartiere
....
AVV
.
-
E
perché
no
?
(
accennando
con
un
'
occhiata
il
Cronista
)
.
S
'
è
inteso
dire
poco
fa
:
-
Io
ho
il
sistema
di
prendere
il
tè
col
latte
la
mattina
,
come
se
una
colazione
fosse
una
dottrina
filosofica
....
CRON
.
-
Sta
'
zitto
,
tu
,
che
dicesti
un
giorno
in
tribunale
che
il
tuo
avversario
deragliava
.
AVV
.
-
Deragliai
.
Ma
deragli
tu
pure
dalla
buona
lingua
quando
scrivi
che
s
'
è
verificato
un
incendio
.
Che
bisogno
c
'
è
di
verificare
che
una
casa
è
in
fiamme
?
E
quando
dici
o
dite
che
il
Ministero
ha
conglobato
in
uno
due
progetti
di
legge
!
Oh
giusto
!
Scrive
oggi
il
tuo
direttore
che
"
la
conversione
del
Ministero
a
sinistra
s
'
accentua
"
.
Doveva
anche
dirci
su
quale
atto
o
dichiarazione
del
Governo
cade
l
'
accento
,
e
se
è
acuto
o
grave
.
Ma
già
ora
s
'
accentua
anche
una
tempesta
in
mare
e
la
peste
nelle
Indie
.
SCRITT
.
-
Ma
questa
diventa
una
discussione
a
base
di
personalità
.
Vi
richiamo
all
'
ordine
.
PROF
.
-
Anche
l
'
a
base
è
diventato
moneta
corrente
.
Un
discorso
a
base
d
'
insinuazioni
,
una
letteratura
a
base
di
pornografia
.
Ho
letto
in
un
giornale
:
una
rissa
fra
due
erbivendole
a
base
di
zoccolate
.
SCRITT
.
-
È
un
modo
di
moda
fra
gli
eleganti
,
come
darsi
il
lusso
di
fare
una
cosa
,
posare
a
liberale
o
ad
altro
,
aver
esito
negativo
,
fare
una
cosa
su
vasta
scala
,
essere
all
'
ordine
del
giorno
.
Gabriele
d
'
Annunzio
,
per
esempio
,
è
all
'
ordine
del
giorno
...
CRON
.
-
Come
un
progetto
di
legge
....
SCRITT
.
-
Associarsi
al
dolore
....
CRON
.
-
Come
a
un
giornale
....
SCRITT
.
-
L
'
opinione
pubblica
che
si
commove
,
si
sdegna
,
inorridisce
.
AVV
.
-
Come
un
'
attrice
.
SCRITT
.
-
Un
ministro
,
uno
scienziato
che
è
un
valore
.
PROF
.
-
Come
una
cedola
del
debito
pubblico
.
SCRITT
.
-
Il
morale
che
s
'
abbatte
e
si
rialza
.
AVV
.
e
CRON
.
(
a
una
voce
)
.
-
Come
un
misirizzi
.
SCRITT
.
-
L
'
avete
detto
contemporaneamente
.
Notate
anche
quest
'
avverbio
,
che
abbraccia
la
durata
della
vita
d
'
un
uomo
,
e
s
'
usa
per
dire
che
due
persone
si
voltano
indietro
nello
stesso
punto
.
Ma
dimenticavo
le
due
più
ammirabili
.
S
'
annunzia
che
s
'
è
fatta
non
so
dove
una
strage
di
poveri
israeliti
:
la
notizia
merita
conferma
.
Assassini
!
E
una
regione
che
è
teatro
d
'
un
'
inondazione
!
Bella
rappresentazione
!
CRON
.
-
Qualche
volta
la
notizia
è
meno
esatta
.
PROF
.
-
Già
:
un
bel
modo
delicato
di
dire
che
è
una
pastocchia
.
Così
,
per
consolare
i
poveri
disperati
,
si
chiamano
cortesemente
i
meno
abbienti
.
AVV
.
-
Ma
queste
son
miserie
!
Volete
ch
'
io
vi
dica
la
più
preziosa
di
tutte
?
La
lessi
l
'
altro
giorno
.
Si
riferisce
a
un
fatto
doloroso
.
Ma
si
riesce
a
far
ridere
di
tutto
.
Un
suicidio
al
sublimato
corrosivo
.
PROF
.
-
Impossibile
.
È
di
tuo
conio
.
AVV
.
-
Ti
porterò
il
giornale
.
PROF
.
-
Nati
di
cani
!
Come
si
dice
il
risotto
al
pomodoro
!
SCRITT
.
-
E
se
passassimo
ai
sostantivi
?
Riguardo
a
questi
,
quello
che
c
'
è
di
più
curioso
per
me
è
l
'
uso
che
prevale
di
adoperarli
a
sproposito
,
e
che
deriva
da
una
tendenza
generale
,
morbosa
,
a
esagerare
ogni
cosa
.
Nove
volte
su
dieci
,
anche
in
discorsi
e
in
proclami
ufficiali
,
si
dice
orgoglio
,
che
è
un
vizio
,
per
dire
alterezza
,
che
è
un
sentimento
nobile
,
e
orgoglioso
invece
d
'
altero
.
Le
parole
alterezza
e
altero
pare
che
vadano
cadendo
in
disuso
.
Così
non
più
dignità
,
ma
fierezza
.
E
si
dice
l
'
incarico
di
scopare
come
l
'
incarico
di
rispondere
al
discorso
della
Corona
;
aver
la
missione
di
far
l
'
operazione
del
catasto
in
una
provincia
,
come
la
missione
di
convertire
un
popolo
al
Cristianesimo
;
l
'
apostolato
della
cultura
delle
barbabietole
;
il
còmpito
,
che
era
un
lavoro
d
'
ago
o
di
maglia
,
o
un
lavoro
assegnato
agli
scolaretti
....
AVV
.
-
Il
còmpito
d
'
unificare
la
Germania
....
fu
il
lavoro
di
scuola
del
Bismark
.
SCRITT
.
-
Far
l
'
apoteosi
del
formaggio
di
Gorgonzola
....
PROF
.
-
È
il
parossismo
dell
'
iperbole
.
Dove
lasci
gl
'
ismi
?
Fra
cinquant
'
anni
ci
saranno
nella
lingua
tanti
ismi
che
si
farà
rima
ogni
dieci
parole
.
Andiamo
,
io
lancio
il
primo
:
il
nervosismo
delle
nuove
generazioni
....
.
AVV
.
-
Il
rigorismo
del
Fisco
...
CRON
.
-
Il
confusionismo
dei
partiti
....
SCRITT
.
-
Il
parallelismo
delle
situazioni
.
Ma
parossismo
è
l
'
ismo
prediletto
.
Si
serve
in
tutte
le
salse
.
C
'
è
persino
chi
ama
i
maccheroni
fino
al
parossismo
.
E
anche
coi
sostantivi
in
à
non
si
scherza
.
Se
ne
fa
un
tale
scialacquo
,
che
a
sentir
certi
discorsi
,
par
che
l
'
oratore
picchi
delle
martellate
in
un
muro
....
AVV
.
-
Garibaldi
è
una
grande
individualità
.
SCRITT
.
-
Il
Tolstoi
una
celebrità
,
una
sommità
....
CRON
.
-
Il
dottor
Carle
una
specialità
.
PROF
.
-
E
ha
molte
notabilità
l
'
Università
della
nostra
città
.
AVV
.
-
Che
è
posta
in
una
bella
località
.
PROF
.
-
In
una
delle
principali
arterie
di
Torino
,
poichè
ora
si
chiamano
arterie
le
strade
grandi
,
e
non
so
perché
non
si
chiamino
vene
le
strade
minori
....
SCRITT
.
-
Oh
bravo
!
Poichè
hai
portato
la
nota
anatomica
,
ricordiamo
il
linguaggio
medico
.
Ce
n
'
è
una
che
vale
per
cento
:
l
'
idiosincrasia
.
Le
declamazioni
d
'
una
liberale
e
civile
idiosincrasia
.
C
'
è
chi
ne
va
matto
.
Ma
anche
il
portar
la
nota
è
una
perla
.
Ora
si
porta
la
nota
amena
in
un
banchetto
,
la
nota
patriottica
in
un
'
assemblea
,
la
nota
trista
in
una
conversazione
.
Di
uno
che
ammazzò
il
rivale
in
un
ballo
disse
ieri
l
'
altro
un
giornale
:
che
vi
portò
la
nota
tragica
.
La
grazia
di
quella
nota
!
E
a
proposito
:
tragedia
,
un
'
altra
parola
che
ha
fortuna
.
Non
ci
son
più
delitti
volgari
:
son
tutte
tragedie
e
drammi
.
(
Al
Cronista
)
:
Ma
questa
è
una
vostra
industria
letteraria
per
far
comprare
il
giornale
.
CRON
.
-
Manco
a
dirlo
.
SCRITT
.
-
L
'
hai
detta
finalmente
!
Mi
maravigliavo
che
non
ti
fosse
ancora
scappata
.
O
dove
l
'
avete
scovato
codesto
manco
a
dirlo
odiosissimo
che
inciampiamo
a
ogni
passo
?
CRON
.
-
O
come
vuoi
ch
'
io
lo
sappia
?
Chi
è
imbevuto
di
letteratura
classica
,
non
può
dire
da
che
classico
abbia
preso
questo
o
quel
modo
.
Da
Dante
,
forse
.
SCRITT
.
-
Avete
preso
da
Dante
anche
la
piattaforma
elettorale
?
PROF
.
-
In
questo
hai
torto
.
Piattaforma
è
una
parola
che
mi
piace
:
larga
,
solida
,
maestosa
.
Come
superfetazione
,
che
mi
piace
anche
di
più
,
per
la
sua
gentilezza
.
Quando
sento
dire
che
un
tal
progetto
di
legge
non
è
che
una
superfetazione
d
'
un
altro
,
presentato
da
un
altro
Ministero
,
vado
in
solluchero
.
Mi
par
così
poetica
l
'
immagine
di
quei
due
feti
!
SCRITT
.
-
Ciascuno
ha
i
suoi
gusti
.
Io
ho
il
gusto
degli
aggettivi
nuovi
,
semplici
e
partecipati
,
dei
quali
faccio
uno
studio
particolare
.
Ce
n
'
è
di
deliziosi
,
come
ora
si
dice
.
Per
esempio
:
sensazionale
;
schiacciante
,
riferito
a
un
argomento
;
toccante
:
un
oratore
toccante
:
mi
par
di
vederlo
suonar
la
chitarra
.
E
scollacciato
,
d
'
un
romanzo
!
L
'
immagine
di
quel
sostantivo
mascolino
col
seno
troppo
scoperto
,
m
'
affascina
.
E
così
macabro
è
uno
dei
miei
amori
.
Si
scopre
il
cadavere
d
'
una
povera
bimba
strozzata
:
-
scoperta
macabra
.
-
Com
'
è
a
proposito
l
'
immagine
d
'
una
danza
,
che
desta
quell
'
aggettivo
!
E
calza
bene
anche
l
'
aggettivo
drammatico
che
accoppia
all
'
idea
d
'
un
assassinio
quella
d
'
un
'
opera
d
'
immaginazione
dilettevole
!
E
imponente
detto
ad
un
modo
d
'
una
signora
d
'
alta
statura
e
d
'
un
grande
incendio
!
E
l
'
innocenza
completa
,
come
un
tranvai
!
E
la
commedia
movimentata
!
E
il
partito
politico
compatto
,
come
il
legno
del
sorbo
!
Elettori
,
andate
alle
urne
compatti
!
AVV
.
-
Camminerebbero
un
po
'
impacciati
.
SCRITT
.
-
Dovresti
dire
marcerebbero
.
Marciano
anche
gli
avvenimenti
.
Più
curiosa
è
la
voga
che
hanno
preso
cert
'
altri
aggettivi
in
un
nuovo
significato
,
come
grandioso
,
che
è
dei
più
abusati
.
In
questi
giorni
,
per
esempio
,
in
un
manifesto
d
'
un
'
associazione
è
chiamato
grandioso
l
'
avvenimento
dell
'
andata
del
re
d
'
Italia
a
Parigi
,
e
hanno
creduto
di
dire
,
non
qualche
cosa
di
meno
,
ma
di
più
che
grande
;
perché
grande
,
oramai
,
è
un
aggettivo
scaduto
.
Ora
non
basta
più
dire
che
un
attore
è
grande
in
una
data
parte
:
si
dice
che
è
immenso
.
Anche
famoso
si
dice
a
tutto
pasto
.
Una
buona
salsa
?
Famosa
.
Un
potente
schiaffo
?
Famoso
.
Una
sbornia
maiuscola
?
Famosa
.
Questo
vino
,
per
esempio
,
è
bonino
;
ma
non
così
famoso
come
a
voi
pare
.
PROF
.
-
E
superbo
?
E
magnifico
?
E
splendido
?
AVV
.
-
Un
magnifico
paio
di
scarpe
....
CRON
.
-
Che
calzano
magnificamente
.
SCRITT
.
-
Anzi
,
divinamente
!
Ma
splendido
è
l
'
aggettivo
re
del
tempo
che
corre
.
Splendido
un
par
di
calzoni
,
un
viale
,
un
artista
,
un
programma
politico
,
un
risotto
.
È
diventato
un
aggettivo
irresistibile
.
Sapete
che
il
Guerrini
,
per
combatterne
l
'
abuso
,
tenne
una
volta
una
conferenza
satirica
a
un
uditorio
d
'
amici
?
Tutti
ne
furono
persuasi
;
ma
quando
egli
ebbe
finito
,
e
domandò
un
giudizio
sul
suo
discorso
,
risposero
tutti
a
una
voce
:
-
Splendido
!
-
Non
c
'
è
forza
che
valga
più
a
sradicarlo
.
Come
fanatico
.
Che
c
'
entra
la
superstizione
religiosa
?
Ora
si
è
fanatici
di
tutto
quello
che
piace
:
d
'
una
grande
idea
umanitaria
come
d
'
un
bel
servizio
da
tavola
,
della
Divina
Commedia
come
delle
triglie
alla
livornese
.
AVV
.
-
Ben
detto
,
ben
definito
,
come
dice
Azzeccagarbugli
.
PROF
.
-
Stupendamente
bene
!
CRON
.
-
Hai
il
nostro
plauso
.
SCRITT
.
-
Non
mi
basta
.
Voglio
un
'
ovazione
.
Oggi
si
fa
a
tutti
e
per
ogni
cosa
.
Ma
non
ho
finito
.
Il
discorso
che
ho
fatto
sugli
aggettivi
non
è
esauriente
.
Quello
che
è
più
strano
nell
'
uso
invadente
,
a
mio
parere
,
è
l
'
accompagnamento
degli
aggettivi
coi
sostantivi
,
nel
quale
non
si
riconosce
più
alcuna
legge
né
di
convenienza
né
di
logica
,
mettendo
fra
gli
uni
e
gli
altri
dei
legami
forzati
,
repugnanti
al
buon
gusto
e
al
buon
senso
.
Basterà
che
vi
citi
un
esempio
per
suggerirvene
altri
cento
.
Possiamo
fare
una
gara
.
CRON
.
-
Si
dice
record
.
SCRITT
.
-
Fu
un
lapsus
,
perdonami
.
Un
pregiudizio
riguardo
a
una
quistione
d
'
ordinamento
delle
strade
ferrate
si
chiama
pregiudizio
ferroviario
.
Non
lo
vedete
correre
sulle
rotaie
?
AVV
.
-
Lo
vedo
.
Animo
.
La
gara
è
aperta
.
I
disinganni
dei
proprietari
nel
raccolto
dell
'
uva
:
-
delusioni
vinicole
.
PROF
.
-
Ansietà
agrarie
.
CRON
.
-
Ravvedimenti
costituzionali
.
AVV
.
-
Un
monumento
operaio
!
Quello
eretto
dagli
operai
cattolici
a
Leone
XIII
.
Questa
è
delle
meglio
,
mi
pare
.
SCRITT
.
-
Fermi
là
!
Vinco
la
gara
io
.
Vi
porterò
il
documento
in
prova
.
Il
titolo
d
'
un
articolo
sui
miliardai
americani
che
vanno
in
automobile
.
Indovinate
!
Cedo
il
premio
a
chi
indovina
.
CRON
.
-
Tempo
perso
.
Favella
.
SCRITT
.
-
Motorismo
miliardario
!
AVV
.
-
Splendido
.
PROF
.
-
Grandioso
.
CRON
.
-
Famoso
.
L
'
ho
scritto
io
!
SCRITT
.
-
Allora
il
premio
è
tuo
.
Tu
sei
immenso
.
La
gara
è
chiusa
.
AVV
.
-
Se
ne
può
aprire
un
'
altra
.
SCRITT
.
-
Immediatamente
.
Quella
delle
locuzioni
frequentissime
,
delle
quali
dovrebbe
bastar
la
ragione
,
il
semplice
buon
senso
a
far
avvertire
l
'
erroneità
e
il
ridicolo
,
perché
contengono
una
contraddizione
di
termini
manifesta
,
o
di
idee
,
che
non
possono
stare
insieme
.
Il
tipo
di
queste
locuzioni
è
la
famosa
sentenza
del
Prudhomme
:
-
Il
carro
dello
Stato
naviga
sopra
un
vulcano
.
-
Come
si
fa
a
dire
che
una
data
Amministrazione
o
un
Istituto
è
una
baracca
che
cammina
male
?
Che
il
tal
ministro
ha
esorbitato
dalla
linea
retta
?
Un
'
orbita
rettilinea
!
E
suscitare
un
'
impressione
,
che
è
come
dire
:
sollevare
una
cosa
in
giù
?
Ed
è
scoppiato
un
attrito
?
Avanti
,
signori
!
AVV
.
-
Vediamo
.
Abbracciare
una
carriera
.
SCRITT
.
-
È
un
bell
'
amplesso
!
PROF
.
-
Farsi
una
posizione
.
AVV
.
-
È
un
bel
fare
.
Ve
ne
dico
una
della
nostra
fabbrica
.
Gli
elementi
che
vanno
in
esilio
.
"
Da
questo
scritto
,
considerato
a
mente
serena
,
esulano
gli
elementi
della
minaccia
e
dell
'ingiuria."
SCRITT
.
-
Buona
;
ma
non
di
prim
'
ordine
.
È
meglio
,
e
si
sente
ogni
momento
:
-
M
'
è
accaduto
un
aneddoto
.
PROF
.
-
Come
chi
dicesse
:
m
'
è
accaduto
un
racconto
.
Ma
val
di
più
questa
:
-
Una
voce
amica
che
addita
la
via
del
dovere
.
-
Una
voce
con
le
dita
.
Trovami
l
'
uguale
.
AVV
.
-
Non
è
possibile
che
si
possa
trovare
,
lo
riconosco
.
SCRITT
.
-
Bella
anche
questa
,
e
comunissima
;
ma
non
è
premiabile
.
Ci
avrei
un
esempio
del
verbo
trattare
,
in
vece
del
semplice
essere
,
arcifrequente
.
L
'
ho
letto
in
una
cronaca
di
giornale
(
al
cronista
)
non
tua
.
A
un
tale
par
di
vedere
un
uomo
travolto
dalle
acque
d
'
un
fiume
;
si
butta
giù
per
salvarlo
;
ma
riconoscendo
che
si
trattava
d
'
un
cane
....
CRON
.
-
Ti
darei
quasi
la
palma
.
PROF
.
-
La
palma
è
mia
.
Ve
ne
do
una
freschissima
.
-
Con
quest
'
atto
il
Governo
ha
ribadito
la
corrente
della
sfiducia
pubblica
....
AVV
.
e
SCRITT
.
-
La
gara
è
chiusa
!
SCRITT
.
-
Sì
!
Ribadire
una
corrente
è
senza
dubbio
la
più
maravigliosa
di
tutte
.
CRON
.
-
Un
momento
.
Ammettetene
ancor
una
al
concorso
.
Son
sicuro
di
vincere
.
Attenti
bene
.
Il
teatro
era
completamente
vuoto
!
GLI
ALTRI
TRE
INSIEME
,
con
una
risata
:
-
Tombola
!
SCRITT
.
-
Facciamo
un
brindisi
al
vincitore
!
CRON
.
-
Voi
mi
emozionate
.
Fate
troppo
onore
a
una
quantità
trascurabile
come
son
io
.
(
Allo
scrittore
)
:
Ma
,
barbaro
,
non
si
dice
:
facciamo
un
brindisi
;
si
dice
brindiamo
.
E
poi
...
GLI
ALTRI
TRE
.
-
E
poi
?
CRON
.
-
Perché
bere
alla
mia
salute
?
È
superfluo
.
Io
sto
magnificamente
.
Beviamo
invece
alla
salute
della
lingua
italiana
,
che
,
poveretta
,
per
colpa
un
po
'
di
tutti
,
sta
male
assai
.
GLI
ALTRI
TRE
.
-
Evviva
!
CRON
.
-
Non
si
grida
più
evviva
.
Si
grida
:
-
Hoch
!
-
È
più
di
moda
,
e
poi
....
non
è
italiano
.
TUTTI
INSIEME
,
alzando
i
bicchieri
:
-
Hoch
!
Hoch
!
Hoch
!
UN
CAMERIERE
(
tra
sé
,
passando
nel
corridoio
:
)
-
Che
siano
artisti
del
Circo
equestre
?
CONTRO
I
LUOGHI
COMUNI
(
APPENDICE
AL
DIALOGO
)
.
Caro
amico
,
Ieri
sera
,
dopo
il
nostro
desinare
cruscaio
,
mi
parlasti
d
'
un
libro
che
stai
ponzando
intorno
allo
studio
della
lingua
.
Non
ne
ricordo
gran
che
,
perdonami
,
perché
avevo
un
po
'
di
Chianti
nel
capo
;
ma
ti
suggerisco
una
buona
idea
,
che
mi
venne
in
mente
dopo
averti
dato
la
buona
notte
:
a
me
le
idee
migliori
vengono
quasi
sempre
in
ritardo
di
qualche
minuto
;
ciò
che
è
una
gran
disgrazia
per
un
avvocato
.
Dovresti
scrivere
un
capitolo
feroce
,
come
direbbe
l
'
Alfieri
,
contro
i
luoghi
comuni
.
Che
vuoi
?
In
materia
di
lingua
io
sono
un
mezzo
barbaro
:
parlo
male
,
non
scrivo
meglio
di
come
parlo
,
e
quanto
a
materiale
linguistico
appartengo
alla
classe
dei
meno
abbienti
,
come
si
diceva
ieri
sera
.
Ma
odio
i
luoghi
comuni
.
Di
questo
stupirai
.
Ma
non
dovresti
stupire
.
C
'
è
dei
poveri
diavoli
che
hanno
per
istinto
gusti
e
tendenze
di
gran
signori
.
Tu
hai
capito
ch
'
io
intendo
parlare
di
quel
gran
numero
di
vocaboli
e
traslati
triti
e
di
frasi
fatte
,
che
ricorrono
continuamente
nei
giornali
,
nelle
conversazioni
,
nei
discorsi
parlamentari
,
necrologici
,
inaugurali
e
convivali
,
e
anche
nelle
lettere
private
dei
nostri
concittadini
.
Ebbene
,
queste
parole
e
frasi
mi
son
venute
in
ira
a
tal
punto
che
ogni
volta
che
me
ne
cade
una
sotto
gli
occhi
o
m
'
arriva
all
'
orecchio
,
mi
dà
il
senso
come
d
'
una
botta
nel
gomito
o
d
'
un
urtone
nel
petto
.
È
irragionevole
;
ma
preferisco
a
un
luogo
comune
uno
sproposito
,
e
quasi
quasi
un
'
impertinenza
.
Dipende
dai
nervi
,
mio
caro
.
Sì
,
tutte
queste
maniere
viete
che
tutti
usano
,
anche
nel
linguaggio
famigliare
(
per
iscansare
altre
maniere
più
semplici
,
le
quali
paion
volgari
perché
son
semplici
)
,
come
tributare
elogi
,
rendere
omaggio
,
prodigar
carezze
,
largire
favori
,
esser
largo
di
cure
,
dar
lustro
al
paese
e
a
sé
stesso
,
dare
ospitalità
a
un
articolo
,
render
sentite
azioni
di
grazie
(
questa
mi
fa
fremere
)
,
poggiare
a
un
'
altezza
(
ci
s
'
aggiunge
spesso
,
per
vezzo
,
non
comune
)
;
e
tutte
quell
'
altre
perifrasi
muffite
,
come
l
'
elemento
divoratore
,
per
il
fuoco
,
e
la
malattia
che
non
perdona
,
per
la
tisi
,
e
il
lenocinio
della
forma
,
e
le
veneri
dello
stile
,
e
l
'
aureola
della
pubblica
stima
,
e
la
carità
del
loco
natìo
,
e
le
nubi
che
offuscano
ogni
specie
d
'
orizzonti
metaforici
,
e
i
guiderdoni
e
gli
usberghi
e
i
Palladii
e
i
fior
fiore
della
cittadinanza
,
son
diventati
l
'
afflizione
della
mia
vita
.
Ma
come
mai
chi
le
rimastica
non
ci
sente
il
rancidume
che
ammorba
la
bocca
e
vince
lo
stomaco
?
È
una
smania
universale
di
fuggir
la
parola
ovvia
come
un
malanno
.
Vedi
se
c
'
è
uno
su
cento
dei
necrologisti
quotidiani
che
si
contenti
di
dire
che
un
galantuomo
è
morto
!
Ha
esalato
l
'
ultimo
respiro
,
ha
reso
l
'
anima
,
è
uscito
di
vita
,
è
mancato
ai
vivi
,
ha
cessato
di
vivere
,
ha
chiuso
gli
occhi
,
si
è
estinto
,
si
è
spento
;
ma
non
è
morto
.
La
stessa
parola
morte
,
così
solenne
,
e
che
al
nostro
cuore
par
che
suoni
sempre
per
la
prima
volta
,
è
giudicata
ignobile
:
si
dice
dipartita
,
decesso
,
la
fine
.
Confessato
e
comunicato
è
troppo
comune
:
si
dice
munito
dei
conforti
religiosi
.
Bella
quella
munizione
di
conforti
!
E
quando
si
metterà
a
riposo
quella
decrepita
Parca
col
suo
putrefatto
inesorabile
?
E
quando
si
finirà
di
profondere
la
larga
eredità
d
'
affetti
?
Ah
,
chi
l
'
ha
detta
per
il
primo
si
può
ben
vantare
di
non
aver
seminato
nella
sabbia
!
E
quell
'
insopportabile
intelletto
d
'
amore
,
di
cui
si
fa
toppe
da
scarpe
,
tanto
da
scrivere
che
è
fatto
con
intelletto
d
'
amore
anche
un
quadro
statistico
dell
'
esportazione
dei
formaggi
?
E
quella
inevitabile
traccia
onorata
di
sé
,
che
si
lascia
dietro
ogni
scalzacane
?
E
quella
misteriosa
eloquenza
di
cui
Tizio
soltanto
possiede
il
segreto
,
come
d
'
uno
specifico
farmaceutico
?
E
quella
maledetta
ostinazione
a
non
voler
mai
dire
che
una
riunione
fu
allegra
,
cordiale
,
triste
,
per
mettere
invece
lo
scettro
in
mano
all
'
allegria
,
alla
cordialità
,
alla
tristezza
,
e
farla
regnare
?
E
quell
'
eterna
banda
musicale
che
rallegra
tutti
i
banchetti
coi
lieti
concenti
?
E
quel
sempiterno
brillare
per
la
loro
assenza
delle
Autorità
e
degl
'
invitati
che
mancano
?
Il
contagio
di
queste
affettazioni
obbligatorie
,
e
dei
vezzi
latini
in
ispecie
,
è
penetrato
fin
dove
la
luce
del
gas
non
è
giunta
ancora
.
Vedi
nelle
corrispondenze
mandate
ai
giornali
fin
dai
più
piccoli
villaggi
.
I
matrimoni
,
i
funerali
,
le
rappresentazioni
teatrali
,
le
deliberazioni
del
municipio
(
espressioni
troppo
comuni
)
sono
annunziate
come
nuptialia
,
funeralia
,
theatralia
,
municipalia
:
che
spocchia
!
Dire
:
nel
consiglio
comunale
?
Miserie
!
In
seno
al
consiglio
.
Il
più
vecchio
dei
Consiglieri
,
o
di
qualunque
adunanza
,
è
sempre
il
Nestore
:
il
paese
è
pieno
di
Nestori
.
E
quando
si
seppellisce
un
cristiano
,
gli
si
augura
leggiera
la
terra
:
una
leggerezza
diventata
più
pesante
del
monolito
di
Pianezza
.
E
a
proposito
di
villaggi
,
non
immagini
la
stizza
che
mi
fa
quel
popolo
Ebreo
esulante
dall
'
Egitto
,
tirato
sempre
in
ballo
nell
'
autunno
per
dire
che
i
villeggianti
se
ne
vanno
:
l
'
esodo
dei
villeggianti
!
Non
c
'
è
che
un
'
altra
eleganza
che
mi
dia
ai
nervi
a
egual
punto
,
ed
è
il
senza
por
tempo
in
mezzo
o
in
men
che
non
si
dica
,
o
con
la
rapidità
del
fulmine
,
che
intoppo
a
ogni
passo
.
Ma
che
Dio
vi
benedica
con
una
pertica
,
se
volete
dire
che
un
tale
ha
fatto
una
cosa
in
un
lampo
,
imitatelo
,
ditela
alla
più
lesta
possibile
,
per
rendere
la
rapidità
dell
'
azione
,
con
una
sola
parola
,
e
non
con
una
filastrocca
.
Ma
no
,
c
'
è
un
altro
luogo
comune
che
detesto
più
di
quanti
n
'
ho
citati
,
ed
è
la
moglie
di
Cesare
che
non
dev
'
essere
sospettata
.
Chi
ci
libererà
una
volta
da
questa
signora
,
Dei
superiori
!
E
siamo
anche
a
questa
,
in
fine
:
che
non
si
possa
più
dire
nei
giornali
,
né
in
Parlamento
,
né
dove
diamine
tu
voglia
,
che
c
'
è
del
marcio
in
una
banca
,
in
un
ministero
,
in
una
classe
sociale
,
o
anche
in
una
cesta
di
cavoli
,
senza
tirarvi
per
i
capelli
Amleto
e
la
Danimarca
?
Io
c
'
inverdisco
,
parola
d
'
onore
.
Flagella
dunque
gagliardamente
i
luoghi
comuni
.
Per
me
sono
uno
dei
primi
segni
che
servono
a
distinguere
gli
scrittori
veri
dagli
scrittori
di
dozzina
.
Io
che
,
non
per
finezza
d
'
educazione
letteraria
,
ma
per
istinto
,
ne
sento
il
puzzo
un
miglio
lontano
,
non
ne
trovai
uno
solo
nel
Manzoni
,
nel
Leopardi
,
nel
Carducci
,
in
nessuno
dei
grandi
maestri
.
Mostrali
ai
ragazzi
studiosi
per
quello
che
sono
:
germi
d
'
infezione
;
perché
,
non
badandovi
,
essi
s
'
avvezzano
a
usarli
,
e
se
ne
fanno
una
provvista
,
e
questa
,
ingrossando
a
poco
a
poco
,
finisce
con
soffocare
in
loro
il
sentimento
della
semplicità
,
e
anche
,
se
l
'
hanno
,
la
dote
rara
dell
'
originalità
della
forma
.
Flagella
senza
misericordia
.
Ti
parrò
troppo
inviperito
.
Ma
è
perché
,
pure
abbominando
il
luogo
comune
,
di
tanto
in
tanto
,
alla
sbarra
,
me
ne
lascio
scappare
qualcuno
;
non
serve
ch
'
io
stia
in
guardia
;
è
come
un
influsso
dell
'
aria
,
al
quale
è
forza
ch
'
io
soggiaccia
.
Ah
,
vedi
che
ci
son
cascato
!
È
forza
ch
'
io
soggiaccia
!
Disgraziato
!
Me
ne
vergogno
,
mi
schiaffeggio
,
e
ti
saluto
.
IL
TUO
AVVOCATO
.
"
GLI
ARDIRI
"
.
Confessioni
d
'
uno
scrittore
pusillanime
a
uno
senza
paura
.
Il
dialogo
segue
in
casa
del
primo
,
di
nome
Leone
,
che
sta
seduto
allo
scrittoio
,
coperto
di
fogli
.
L
'
altro
,
Rompicollo
di
pseudonimo
,
gli
siede
di
faccia
.
Età
dei
due
personaggi
:
vicini
al
pendìo
dove
l
'
età
precipita
.
LEONE
(
che
ha
finito
di
leggere
un
manoscritto
)
.
-
Che
te
ne
pare
?
Sii
sincero
.
ROMPICOLLO
.
-
Sincerissimo
.
La
narrazione
è
ordinata
,
lucida
,
scritta
bene
come
tutto
quello
che
tu
scrivi
.
Ma
c
'
è
il
difetto
che
è
in
tutti
i
tuoi
scritti
.
Ci
manca
una
bella
qualità
,
una
sola
.
L
.
-
Tira
il
colpo
.
R
.
-
Mettiti
in
guardia
.
Si
può
riferire
a
te
il
giudizio
che
diede
un
editore
illustre
sul
modo
di
scrivere
d
'
un
romanziere
che
tu
conosci
:
-
Scrive
da
maestro
;
ma
....
non
c
'
è
caso
di
vedergli
una
volta
la
cravatta
per
traverso
.
L
.
-
Spiègati
meglio
.
R
.
-
Per
spiegarmi
meglio
,
bisogna
che
te
la
faccia
un
po
'
lunga
.
L
.
-
Purchè
tu
la
faccia
di
corsa
.
R
.
-
Mi
rifaccio
a
ottant
'
anni
addietro
,
quando
già
un
grande
maestro
osservava
che
negli
scrittori
del
suo
tempo
la
lingua
italiana
s
'
andava
geometrizzando
,
riducendo
al
linguaggio
magro
e
asciutto
della
ragione
e
delle
scienze
che
si
chiamano
esatte
,
con
grave
pericolo
di
cadere
nella
timidità
,
povertà
,
impotenza
,
regolarità
eccessiva
,
ch
'
egli
rimproverava
alla
lingua
francese
dell
'
età
sua
.
Egli
voleva
dire
che
s
'
andava
perdendo
l
'
uso
di
quella
libertà
,
di
quei
tanti
idiotismi
e
irregolarità
felicissime
,
di
quelle
tante
licenze
,
o
ardiri
,
per
servirmi
d
'
una
sua
parola
,
nei
quali
consistevano
principalmente
"
la
facilità
,
la
varietà
,
la
volubilità
,
la
pieghevolezza
,
la
forza
insomma
e
la
bellezza
,
il
genio
e
il
gusto
della
lingua
italiana
.
"
Gli
ardiri
,
capisci
!
Li
definisce
bene
anche
il
Padre
Cesari
dove
dice
che
i
nostri
antichi
scrittori
non
procedevano
sempre
a
passi
di
stretto
costrutto
grammaticale
,
che
alcune
cose
,
scrivendo
,
lasciavano
da
mettercele
i
leggitori
,
che
prendevano
spesso
un
giro
o
legamento
che
usciva
dal
comune
,
che
s
'
allargavano
fuori
della
via
trita
,
tenendo
l
'
occhio
più
alla
sentenza
che
alla
costruzione
delle
parole
.
C
'
erano
insomma
nella
loro
lingua
(
tanto
lontana
per
questo
dal
cader
nell
'
arido
e
nel
matematico
)
scorci
,
ellissi
,
annodature
e
snodature
,
travolgimenti
di
costrutto
,
ogni
specie
d
'
idiotismi
efficaci
e
di
belle
licenze
,
che
le
davano
una
naturalezza
e
un
vigore
ammirabile
;
c
'
era
una
franchezza
,
un
far
da
padroni
,
un
coraggio
....
L
.
-
Che
io
non
ho
.
R
.
-
Hai
voluto
la
sincerità
.
La
maggior
parte
di
quelle
licenze
o
ardiri
,
consacrati
dall
'
uso
dei
classici
,
d
'
errori
che
erano
a
rigor
di
grammatica
,
son
diventati
bellezze
.
Vezzi
e
grazie
,
dice
il
Cesari
.
Ma
sono
anche
concisione
e
forza
.
Ebbene
,
tu
non
te
ne
servi
mai
.
Ma
non
tu
solo
:
pochissimi
se
ne
servono
,
e
con
parsimonia
paurosa
,
anche
fra
gli
scrittori
toscani
.
Scriviamo
tutti
col
compasso
e
con
le
seste
.
E
scrivendo
così
,
disconosciamo
,
offendiamo
la
natura
della
nostra
lingua
.
Tu
m
'
intendi
.
Le
lingue
,
ha
detto
un
grande
scrittore
francese
,
sono
somiglianti
ad
antiche
foreste
,
dove
le
parole
e
le
frasi
vennero
su
come
vollero
o
come
poterono
.
Ce
n
'
è
di
bizzarre
e
anche
di
mostruose
;
ma
formano
tutt
'
insieme
,
riunite
nel
discorso
,
armonie
bellissime
;
ed
è
da
barbari
e
da
insensati
il
potarle
come
i
tigli
dei
passeggi
pubblici
.
La
lingua
,
aggiunge
lo
stesso
scrittore
,
esce
da
un
fondo
popolare
:
è
piena
d
'
ignoranze
,
d
'
errori
,
di
capricci
,
e
le
sue
più
grandi
bellezze
sono
ingenue
....
Perché
mi
fai
quel
risolino
ironico
?
L
.
(
buttando
il
manoscritto
con
dispetto
)
.
-
Perché
t
'
affanni
a
sfondare
una
porta
aperta
,
figliuol
mio
.
(
Balzando
in
piedi
)
.
Ah
,
tu
non
sai
che
tasto
ingrato
mi
tocchi
!
Ma
io
sono
più
persuaso
di
te
della
verità
di
quanto
mi
dici
.
Ma
io
sento
e
riconosco
meglio
di
te
quello
che
mi
manca
,
e
questo
appunto
è
il
tormento
della
mia
vita
.
Ma
delle
belle
licenze
,
dei
solecismi
efficaci
,
degli
ardimenti
felici
,
che
tu
mi
decanti
,
io
ho
fatto
nei
nostri
scrittori
uno
studio
amoroso
e
paziente
come
nessuno
l
'
ha
fatto
mai
,
e
te
lo
posso
far
toccare
con
mano
...
R
.
-
E
allora
...
perché
non
ti
si
vede
mai
la
cravatta
per
traverso
?
L
.
(
lasciandosi
ricader
sulla
seggiola
e
con
accento
sconsolato
)
.
-
Perché
sono
un
vigliacco
.
R
.
(
ridendo
)
.
-
Eh
via
,
amico
;
non
ti
calunniare
.
L
.
(
con
un
movimento
impetuoso
apre
un
cassetto
,
e
ne
tira
fuori
e
sbatte
sul
tavolino
un
grosso
scartafaccio
)
.
-
Vedi
se
ti
dico
la
verità
.
Qui
ci
sono
esempi
cavati
da
scrittori
di
tutti
i
secoli
,
dai
trecentisti
ai
contemporanei
,
dal
Villani
al
Machiavelli
,
dal
Machiavelli
al
Bartoli
,
dal
Bartoli
a
Gino
Capponi
...
Guarda
,
sfoglia
;
questa
è
la
prova
della
mia
vigliaccheria
.
R
.
-
Ma
è
una
raccolta
preziosa
.
Io
non
ho
mai
pensato
a
farla
.
Te
l
'
invidio
.
Tu
me
la
devi
far
leggere
.
L
.
-
E
vedi
se
l
'
ho
fatta
con
amore
.
Ho
diviso
e
ordinato
gli
esempi
:
esempi
dell
'
uso
di
certe
preposizioni
,
di
certi
pronomi
,
di
certi
avverbi
,
di
certi
costrutti
.
Ah
,
tu
credevi
ch
'
io
fossi
compassato
e
geometrico
per
non
sapere
come
si
violano
bellamente
le
buone
regole
!
Ma
io
sento
la
bellezza
delle
licenze
classiche
quant
'
altri
mai
al
mondo
,
e
n
'
ho
a
mia
disposizione
un
magazzino
.
Solo
ch
'
esse
ci
stanno
come
le
monete
d
'
oro
nella
cassa
forte
d
'
un
avaro
fradicio
.
Io
non
le
spendo
per
vigliaccheria
.
Vedi
qui
,
soltanto
intorno
all
'
uso
del
che
,
quante
n
'
ho
ammucchiate
...
R
.
-
Leggi
,
te
ne
prego
.
Sono
curiosissimo
.
L
.
-
Quel
che
,
che
è
la
mia
tortura
e
la
mia
vergogna
!
Ti
voglio
svelare
tutta
la
mia
dappocaggine
.
Vedi
qui
il
Villani
:
-
Una
cosa
ebbero
i
rettori
di
quello
(
del
popolo
di
Firenze
)
,
CHE
furono
molto
leali
e
diritti
a
comune
.
-
Vuoi
credere
ch
'
io
non
sarei
da
tanto
d
'
usare
il
che
in
quella
maniera
,
che
mi
parrebbe
temerario
?
Che
ne
dici
?
E
quest
'
altro
esempio
del
Sacchetti
:
-
E
pone
questa
sua
pultiglia
a
mensa
,
CHE
non
è
porco
in
terra
di
Roma
che
n
'
avesse
mangiato
.
-
E
neanche
quest
'
altro
che
io
m
'
arrischierei
ad
usare
.
-
Udite
le
mie
parole
,
e
non
le
abbiate
a
schifo
per
la
nostra
etade
,
CHE
siamo
giovani
.
-
E
anche
questo
che
,
che
sta
lì
a
maraviglia
,
mo
lo
rimangerei
.
-
E
uscì
di
Parigi
,
e
cavalcò
tante
giornate
ch
'
egli
giunse
a
Narbona
,
CHE
sono
cento
venti
leghe
.
-
E
io
,
cane
,
scriverei
:
-
che
è
distante
da
Parigi
cento
venti
leghe
.
-
E
campò
da
quel
morbo
,
CHE
non
ne
campò
uno
sul
centinaio
.
-
E
vorrei
che
fosse
qualche
uccello
nuovo
,
CHE
non
se
ne
trovano
molti
per
l
'
altre
genti
,
come
sono
fanelli
e
calderelle
.
-
Come
scriverei
io
,
per
non
usar
quei
due
che
,
non
ho
la
faccia
di
dirtelo
.
Questo
del
Machiavelli
:
-
Perché
dai
Tarquini
ai
Gracchi
,
CHE
furono
più
di
trecent
'
anni
.
-
Io
avrei
scritto
un
orrore
:
-
fra
i
quali
e
i
primi
corsero
più
di
trecent
'
anni
-
,
o
forse
peggio
.
-
Mi
pasco
di
quel
cibo
che
solum
è
mio
,
e
CHE
io
nacqui
per
lui
.
-
Un
anacoluto
bellissimo
,
non
è
vero
?
E
io
non
lo
scriverei
neppure
sotto
il
bastone
.
E
vado
innanzi
,
senza
citar
gli
autori
:
-
Diedegli
un
colpo
in
su
l
'
elmo
,
CHE
tutto
il
grifone
d
'
ariento
andò
per
terra
.
-
Io
ci
avrei
premesso
un
tale
o
un
così
forte
,
per
salvar
l
'
onore
.
-
Un
teatro
CHE
non
ci
toccava
d
'
entrarvi
che
cinque
o
sei
volte
in
tutto
il
carnevale
...
-
Cosa
CHE
me
ne
dispiace
anche
adesso
.
-
Per
bisogno
di
danari
arrandellò
quella
villa
,
CHE
avrebbe
potuto
pigliarci
il
doppio
.
-
Epopea
e
storia
sono
due
termini
CHE
l
'
uno
ammazza
l
'
altro
.
-
Il
magnanimo
fa
le
grandi
cose
con
l
'
agevolezza
CHE
il
comune
degli
uomini
fa
le
cose
comuni
...
Io
,
vile
,
avrei
usato
in
quest
'
ultimo
caso
un
vile
con
la
quale
,
e
commesso
altre
piccole
viltà
compagne
nei
casi
precedenti
...
R
.
-
O
perché
mai
,
se
di
quei
modi
senti
l
'
efficacia
,
e
sai
che
sono
legittimati
dagli
scrittori
?
L
.
-
Te
lo
dirò
poi
.
Senti
sull
'
uso
dell
'
avverbio
dove
,
che
è
un
'
altra
mia
afflizione
,
perché
lo
saprei
usar
bene
,
e
vi
sostituisco
ogni
specie
di
locuzioni
odiose
.
-
Con
questi
m
'
ingaglioffo
...
-
Hai
già
ricosciuto
messer
Niccolò
,
non
è
vero
?
-
Con
questi
m
'
ingaglioffo
per
tutto
il
dì
,
giuocando
a
cricca
,
a
trictrac
,
DOVE
nascono
mille
contese
.
-
In
questo
caso
è
DOVE
si
riconosce
la
virtù
dell
'
edificatore
.
-
In
queste
cose
bisogna
esser
cauto
,
ma
DOVE
ne
va
'
l
capo
,
cautissimo
.
-
Vollero
farli
malgrado
loro
santi
,
DOVE
non
era
poco
che
fossero
cristiani
.
-
Accanto
a
DOVE
ora
è
San
Francesco
di
Paola
.
-
Si
fecero
molte
ricerche
a
Meda
,
DI
DOV
'
era
la
conversa
.
-
Io
sarei
capace
di
scrivere
:
-
che
era
il
paese
nativo
della
conversa
.
-
Non
uno
dei
dove
citati
avrei
l
'
animo
d
'
usare
in
quella
maniera
.
Che
te
ne
pare
?
Andiamo
innanzi
.
Ti
secco
?
R
.
-
Ma
no
;
sèguita
,
che
mi
ci
godo
.
L
.
-
Sull
'
uso
della
preposizione
da
.
Vedrai
se
io
so
a
quante
belle
locuzioni
abbreviative
e
svelte
si
può
far
servire
.
-
Fin
DA
abatonzolo
(
da
quando
era
abatonzolo
)
il
fatto
suo
era
uno
spasso
.
-
Quello
non
è
luogo
DA
andarvi
di
notte
.
-
La
passione
il
fe
'
dare
in
falli
DA
non
inciamparvi
altro
che
un
cieco
.
-
Gli
dia
un
tema
tale
che
i
due
vocaboli
cadano
DA
dover
adoperare
.
-
Le
son
cose
queste
DA
farle
e
DA
lodarle
le
donne
della
santa
nazione
;
ma
noi
...
-
Il
penultimo
esempio
è
del
Tommaseo
,
l
'
ultimo
del
Carducci
.
Io
farei
il
viso
rosso
,
vedi
,
se
dovessi
dirti
il
giro
ignobile
di
parole
che
avrei
fatto
per
esprimere
l
'
uno
e
l
'
altro
pensiero
!
R
.
-
Ma
perche
,
in
nome
di
Dio
?
L
.
-
E
riguardo
all
'
uso
del
se
,
senti
che
ellissi
efficaci
,
che
scorci
d
'
espressione
io
rifiuto
per
codardìa
.
-
Brancolando
con
le
mani
,
SE
a
cosa
nessuna
si
potesse
appigliare
.
-
Il
desiderio
che
questi
signori
Medici
mi
cominciassero
adoperare
,
SE
(
quand
'
anche
)
dovessero
cominciare
a
farmi
voltolare
un
sasso
.
-
Erano
saliti
sui
tetti
,
SE
di
là
potessero
veder
la
cassa
,
il
corteggio
,
qualche
cosa
.
-
Sei
persuaso
che
non
mi
mancherebbe
l
'
arte
,
se
non
mi
mancasse
il
fegato
?
R
.
-
Ma
dunque
!
L
.
-
Ma
aspetta
.
Io
ti
voglio
ben
persuadere
che
so
,
e
che
soltanto
per
poltroneria
,
non
per
ignoranza
,
scrivo
come
un
tanghero
.
Mi
voglio
schiaffeggiar
con
le
mie
mani
quanto
merito
.
Passo
all
'
uso
dell
'
infinito
.
Ecco
del
Sacchetti
:
-
Il
lupo
entrava
domesticamente
nelle
case
,
senza
far
male
a
persona
,
e
senza
ESSERNE
fatto
a
lui
.
-
O
nobile
duca
,
dov
'
è
la
tua
saviezza
A
SEDERE
dove
tu
non
dèi
per
dignità
di
re
?
-
Tu
devi
essere
un
ladroncello
A
ENTRARE
per
le
case
altrui
.
-
E
se
alcuno
dicesse
(
è
Niccolò
da
capo
)
-
:
i
modi
erano
straordinari
,
e
quasi
efferati
:
VEDERE
il
popolo
insieme
gridare
contro
il
Senato
,
il
Senato
contro
il
popolo
,
CORRERE
tumultuosamente
per
le
strade
,
PARTIRSI
tutta
la
plebe
da
Roma
ecc
.
,
dico
come
ogni
città
...
-
Com
'
è
detto
bene
!
E
io
non
direi
così
per
un
biglietto
da
mille
.
-
Venendo
alla
seconda
inginocchiazione
,
la
fatica
della
prima
aggiungendosi
alla
seconda
,
e
VOLERE
far
presto
e
non
POTERE
,
(
bellissimo
!
)
lo
costrinse
a
far
sì
,
che
la
parte
di
sotto
si
fe
'
sentire
.
-
Ed
ecco
il
saluto
che
meriterebbero
da
chi
legge
gli
scrittori
poltroni
del
mio
stampo
.
R
.
-
Ma
le
ragioni
della
poltroneria
!
L
.
-
E
quelle
proposizioni
incidenti
,
interpolate
fra
gli
elementi
d
'
un
'
altra
,
quasi
indipendenti
,
e
per
così
dir
sospese
nel
periodo
,
che
imitano
così
bene
il
linguaggio
parlato
,
e
dànno
al
discorso
un
andamento
così
disinvolto
e
spigliato
,
un
così
bel
colore
di
naturalezza
....
R
.
-
Giusto
;
qui
t
'
aspettavo
:
sono
la
mia
predilezione
.
Vediamo
se
n
'
hai
qualcuna
della
mia
raccolta
.
L
.
-
Ce
n
'
ho
un
cassone
.
-
Per
mia
fè
,
che
CHI
MI
DONASSE
L
'
ORO
DEL
MONDO
,
non
t
'
offenderei
.
-
Come
pienamente
si
legge
per
Lucano
poeta
,
CHI
LE
STORIE
VORRÀ
CERCARE
.
-
Il
Chiodo
è
un
chirurgo
che
,
CHI
LO
PAGA
BENE
,
tien
segreti
gli
ammalati
.
-
E
se
tira
vento
,
t
'
acceca
,
poichè
non
può
stare
se
non
intinge
ogni
momento
le
cinque
dita
in
una
gran
tabacchiera
,
E
SU
SU
,
E
QUEL
CHE
NON
C
'
ENTRA
SEMINA
,
movendo
i
polpastrelli
aggruppati
.
R
.
-
È
detto
con
un
garbo
ammirabile
.
E
tu
non
useresti
nemmeno
codeste
forme
di
sintassi
,
che
tutti
usano
?
L
.
-
No
,
ch
'
io
sia
dannato
!
Nemmen
queste
.
E
tutti
quegli
altri
modi
semplici
e
ingenui
,
tolti
dal
linguaggio
famigliare
,
di
legare
un
pensiero
ad
un
altro
,
e
d
'
accozzar
l
'
uno
all
'
altro
senza
legame
,
che
sono
una
bellezza
!
Per
esempio
:
-
Il
quale
manifesta
agli
uomini
certe
cose
che
non
sanno
,
ED
EGLI
LE
SA
.
-
Questi
piani
,
che
sono
in
mezzo
di
queste
montagne
,
sono
spazzati
e
puliti
come
la
palma
della
mano
,
E
TUTTO
QUESTO
FA
IL
VENTO
.
-
Venendo
San
Francesco
a
Santa
Maria
degli
Angeli
con
frate
Leone
a
tempo
di
verno
,
E
IL
FREDDO
GRANDISSIMO
FORTEMENTE
IL
CRUCCIAVA
....
E
il
grande
verso
di
Dante
:
Vedi
che
non
rincresce
a
me
,
E
ARDO
.
Sostituiamo
all
'
e
un
che
,
come
avrei
fatto
io
,
vigliacco
,
e
facciamo
un
verso
mediocre
e
floscio
d
'
un
verso
che
fa
fremere
:
non
è
vero
?
Ah
,
tu
credevi
ch
'
io
scrivessi
come
scrivo
per
ignoranza
!
Per
esempio
,
ci
ho
un
tesoro
di
modi
ellittici
preziosi
,
che
tengo
a
muffire
.
-
Ora
perché
si
sappia
come
morì
,
UDII
DIRE
a
mio
padre
che
gli
venne
voglia
d
'
andare
alla
stufa
....
-
Com
'
è
garbata
l
'
omissione
del
dirò
che
,
ch
'
io
mi
sarei
ben
guardato
dall
'
omettere
!
-
E
avendo
dato
a
questo
suo
figliuolo
certe
carte
,
E
CHE
ANDASSE
INNANZI
CON
ESSE
,
e
aspettasselo
da
lato
della
badìa
di
Firenze
....
-
Disse
:
i
nemici
esser
oltre
numero
molti
:
quaranta
che
essi
erano
,
non
far
corpo
da
sostener
contro
a
tanti
,
E
I
PAESANI
DA
NON
FIDARSENE
IN
TALE
ESTREMO
.
-
Per
dir
questo
io
avrei
fabbricato
un
periodaccio
doppio
.
-
Confortate
la
donna
E
ELLA
VOI
.
-
Io
c
'
avrei
rificcato
un
conforti
.
Io
rispetto
bassamente
tutte
le
concordanze
,
io
bacio
la
terra
purchè
sia
sempre
in
perfetta
corrispondenza
il
soggetto
col
verbo
,
e
rovini
il
mondo
!
Vedi
,
per
me
è
una
bellezza
la
frase
:
-
In
questo
,
I
SIGNORI
CHI
ANDAVA
IN
QUA
E
IN
LÀ
,
E
CHI
'
NSÙ
E
CHI
'
NGIÙ
,
e
il
restante
,
chi
si
nascose
in
un
luogo
,
chi
in
un
altro
;
-
e
quest
'
altra
:
-
dubbiosi
,
mutoli
,
attratti
,
ciechi
ed
OGNI
ALTRA
INFERMITÀ
VENNERO
dal
re
-
;
ma
(
scrollando
il
capo
,
con
un
sorriso
ironico
)
mi
farei
levar
la
pelle
prima
di
metter
sulla
carta
quelle
bellezze
.
So
bene
che
"
una
parte
della
Grammatica
è
costituita
dalla
somma
degl
'
idiotismi
d
'
una
lingua
,
diventati
un
fatto
"
,
so
che
"
la
scienza
della
lingua
consiste
nel
sapere
e
l
'
arte
dello
scrivere
nell
'
adoperare
quelle
variazioni
idiomatiche
"
che
sono
innumerevoli
,
e
tutte
opportunamente
usabili
,
anche
quelle
di
cui
non
c
'
è
esempio
negli
scrittori
;
so
tutto
questo
....
e
scrivo
come
scrivo
!
R
:
-
Ma
me
lo
dici
una
volta
di
che
,
di
chi
,
per
che
ragione
hai
paura
!
L
.
(
scoppiando
)
.
-
Ho
paura
dell
'
ignoranza
del
maggior
numero
,
ho
paura
della
pedanteria
degli
asini
,
ho
paura
di
Giuseppe
Prudhomme
!
Ecco
di
che
ho
paura
.
R
.
-
Di
Giuseppe
Prudhomme
?
Ah
,
capisco
finalmente
!
L
.
-
Sì
.
Tu
conosci
il
Prudhomme
,
quel
personaggio
maraviglioso
in
cui
Enrico
Monnier
ha
rappresentato
la
scioccheria
,
l
'
ignoranza
saccente
,
la
meschinità
e
la
pecoraggine
intellettuale
,
inconsapevole
e
presuntuosa
di
una
grande
famiglia
d
'
esseri
,
non
soltanto
della
sua
Francia
,
ma
d
'
ogni
paese
del
mondo
.
Ebbene
,
io
,
nello
scrivere
,
ho
paura
del
Prudhomme
italiano
,
e
della
signora
Prudhomme
,
e
dei
suoi
figliuoli
e
delle
sue
figliuole
,
e
di
tutti
i
suoi
congiunti
ed
amici
,
e
di
tutti
coloro
che
poco
o
molto
rassomigliano
a
lui
.
Quando
sto
per
mettere
sul
foglio
uno
di
quei
tanti
modi
che
abbiamo
visti
,
e
degli
altri
moltissimi
,
che
ho
notati
,
mi
si
leva
davanti
tutta
quella
gente
,
li
vedo
col
mio
libro
o
col
mio
articolo
fra
le
mani
,
e
li
sento
esclamare
:
-
Oh
che
ciuco
!
Ma
che
italiano
è
questo
?
Ma
costui
non
sa
la
grammatica
!
-
perché
tutte
quelle
licenze
e
arditezze
che
per
te
e
per
me
sono
bellezza
e
forza
della
lingua
,
per
il
Prudhomme
e
per
i
suoi
simili
sono
offese
alla
grammatica
,
alla
logica
,
al
senso
comune
;
poichè
Prudhomme
,
liberale
in
politica
,
è
in
letteratura
un
tiranno
superbo
e
stupido
,
che
sputa
sull
'
idiotismo
,
e
calpesta
ogni
libertà
di
parola
.
È
il
suo
fantasma
che
mi
fa
geometrizzare
la
lingua
:
io
faccio
l
'
asino
per
paura
degli
asini
.
Sono
di
coloro
,
di
cui
dice
il
Carducci
che
,
per
scrivere
,
si
mettono
i
guanti
,
per
parer
gentiluomini
ai
borghesucci
.
Se
non
che
egli
parla
di
chi
ha
le
mani
grosse
e
nocchiute
,
piene
di
porri
,
di
verruche
e
di
schianze
,
che
i
guanti
non
bastano
a
mascherare
.
Ed
io
no
:
io
avrei
una
mano
ben
fatta
,
leggera
,
una
mano
da
signore
;
e
sono
i
guanti
che
me
la
sformano
:
i
grossi
guanti
grammaticali
,
tutti
sgonfi
e
grinze
e
frinzelli
.
E
dire
che
m
'
inguanto
per
il
Prudhomme
!
Che
abbominio
!
R
.
-
Eh
via
,
tu
esageri
.
Il
Prudhomme
è
una
testa
piccola
;
ma
non
un
cretino
addirittura
.
Mi
pare
che
tu
lo
calunni
per
iscusarti
.
L
.
-
E
tu
lo
difendi
per
farmi
coraggio
,
capisco
.
Ma
fors
'
anche
non
lo
conosci
quanto
me
.
Io
non
lo
conosco
soltanto
per
i
giudizi
suoi
che
mondo
ripete
;
ma
anche
per
esperimento
diretto
che
feci
di
lui
in
varie
occasioni
.
Ecco
qua
un
foglio
col
quale
lo
misi
alla
prova
.
Son
tutti
periodi
,
frasi
di
scrittori
magistrali
,
che
sottoposi
al
suo
giudizio
,
dandoglieli
per
roba
di
sconosciuti
;
di
quei
costrutti
,
frequentissimi
negli
scrittori
classici
,
dei
quali
noi
ammiriamo
la
naturalezza
e
l
'
efficacia
.
-
E
tutte
quelle
cose
delle
quali
non
è
ragione
naturale
perché
così
debba
essere
o
intervenire
,
non
si
debbono
osservare
né
credere
.
-
Ma
che
pasticcio
è
questo
?
-
domandò
il
Prudhomrne
.
-
Costui
non
deve
aver
fatto
le
elementari
!
-
Questo
Castruccio
,
guerreggiando
,
e
dando
assai
che
fare
ai
Francesi
,
fra
le
altre
nobili
cose
che
fece
fu
questa
.
-
Oh
che
bella
sintassi
!
-
esclamò
il
Prudhomme
.
-
Rilegga
un
po
'
,
tanto
per
ridere
.
-
Perché
il
Prudhomme
,
lo
devi
sapere
,
va
in
estasi
davanti
alle
inversioni
latine
più
forzate
e
contorte
,
che
gli
paiono
eleganze
aristocratiche
;
ma
a
quelle
naturali
e
necessarie
alla
lingua
viva
,
che
sono
,
come
dice
un
filologo
,
una
parte
di
stile
diventato
lingua
,
arriccia
il
naso
come
a
volgarità
di
scrittori
incolti
.
E
senti
quest
'
altre
,
che
sono
anche
più
amene
.
-
Io
so
che
la
cagione
che
tanta
moltitudine
è
qui
,
è
solo
per
udire
quello
che
più
volte
v
'
ho
detto
.
-
A
questa
il
Prudhomme
fece
una
risata
.
-
Non
c
'
è
materia
da
farne
proverbio
,
i
quali
generalmente
si
fondano
sulla
ragione
e
sull
'
esperienza
.
-
Proverbio
,
i
quali
-
disse
-
;
e
chi
è
questo
pazzo
?
-
Era
scritto
che
egli
portato
su
dai
tumulti
di
Livorno
,
un
tumulto
di
Livornesi
dovesse
farlo
precipitare
.
-
Commento
:
-
Che
egli
....
lo
dovesse
....
Una
grammatica
da
serve
.
-
I
dodici
capitani
del
Cairo
è
come
se
tu
dicessi
i
dodici
capitani
di
guerra
.
-
I
dodici
capitani
è
....
E
chi
è
quest
'
asino
?
-
È
Daniello
Bartoli
,
-
risposi
.
R
.
-
Codesta
è
incredibile
.
L
.
-
Ma
vera
.
Te
ne
cito
ancor
una
,
che
sarà
l
'
ultima
.
Lessi
a
un
Prudhomme
questa
frase
del
Carducci
:
-
Leggendo
sì
fatte
cose
,
chi
conosce
discretamente
la
letteratura
nazionale
,
la
prima
cosa
che
pensi
è
....
-
Ma
questa
-
mi
disse
-
è
una
costruzione
da
scolaretto
di
terza
elementare
.
-
Capisci
:
secondo
lui
,
il
periodo
doveva
esser
rovesciato
!
R
.
(
ridendo
)
.
-
Andiamo
,
te
lo
confesso
ora
:
avevi
ragione
:
non
ho
difeso
il
Prudhomme
che
per
farti
coraggio
.
L
.
-
A
un
vigliaccone
par
mio
?
Ma
è
fatica
sprecata
,
caro
amico
.
E
lascia
ch
'
io
finisca
la
mia
confessione
perché
voglio
che
tu
mi
disprezzi
nella
misura
che
mi
spetta
.
Tu
non
puoi
immaginare
fino
a
che
segno
io
arrivi
.
Nel
racconto
che
t
'
ho
letto
,
nel
primo
dialogo
,
avevo
scritto
:
-
Ma
bada
,
me
,
tu
m
'
hai
a
risparmiare
.
-
Vedi
qua
:
ho
cancellato
il
me
.
-
Avevo
scritto
:
-
Era
un
luogo
destinato
ad
ammazzarvisi
le
bestie
.
-
Ho
sostituito
:
-
Dov
'
era
destinato
che
s
'
ammazzassero
le
bestie
.
-
Un
orrore
.
Qui
,
dov
'
era
scritto
:
-
Quel
ragazzaccio
non
gli
si
può
dir
nulla
che
si
rivolta
come
un
aspide
-
,
ho
corretto
:
-
A
quel
ragazzaccio
non
si
può
dir
nulla
....
-
Sì
,
ridi
pure
.
Dove
avevo
detto
:
-
Mi
diede
che
m
'
accompagnasse
per
la
città
il
suo
segretario
-
...
come
abbia
corretto
non
oso
dirtelo
.
E
nota
che
per
ciascuno
di
quei
modi
ho
i
miei
bravi
esempi
classici
.
Ah
,
faccio
stomaco
a
me
stesso
!
A
questa
miseria
son
ridotto
!
R
.
-
Amico
,
sei
gravemente
malato
,
lo
riconosco
.
Ma
i
malati
della
tua
malattia
,
consòlati
,
sono
molti
più
che
non
credi
fra
gli
scrittori
.
La
conclusione
è
questa
:
che
hai
bisogno
d
'
una
cura
rigorosa
.
L
.
-
Eh
,
tu
puoi
celiare
,
tu
che
sei
intrepido
.
Leggendo
le
cose
tue
,
non
sai
come
t
'
invidio
!
R
.
-
E
dunque
segui
la
mia
via
,
che
è
assai
più
comodo
che
continuar
per
la
tua
.
Io
ero
come
te
,
un
tempo
.
E
guarii
senza
cura
.
Fu
una
parola
di
Gino
Capponi
il
mio
toccasana
.
Ci
sono
certi
motti
di
scrittori
che
operano
di
questi
miracoli
.
Egli
dice
in
una
lettera
:
-
Io
,
quando
piglio
la
penna
in
mano
,
ho
sempre
la
voglia
di
farmi
bastonare
.
-
Fu
un
lampo
per
me
.
Dopo
d
'
allora
,
ogni
volta
che
pigliai
la
penna
,
saltò
addosso
a
me
pure
quella
voglia
,
ma
doppia
:
di
buscarne
e
di
darne
ad
un
tempo
.
L
'
immagine
del
Prudhomme
italiano
,
critico
di
lingua
,
che
a
te
fa
tanto
spavento
,
a
me
mette
il
diavolo
in
corpo
.
Io
ci
ho
un
gusto
matto
a
provocarlo
con
la
penna
,
a
irritarlo
,
a
farlo
strillare
,
e
mentre
me
lo
immagino
fuor
della
grazia
di
Dio
,
rido
di
lui
,
e
batto
più
forte
.
Dar
delle
urtonate
al
buon
gusto
del
Prudhomme
,
schiaffeggiare
la
sua
pedanteria
,
sfondare
a
pugni
e
a
calci
la
sua
grammatica
tarlata
,
è
per
me
una
sodisfazione
indicibile
.
Pròvatici
,
e
vedrai
che
piacere
ci
troverai
tu
pure
.
Eccoti
la
cura
della
tua
malattia
:
la
lotta
.
Rimbòccati
le
maniche
,
e
picchia
.
L
.
(
guardandolo
)
.
-
Ti
ammiro
.
Io
,
invece
,
rassomiglio
a
quel
pittore
che
passava
delle
giornate
davanti
al
suo
quadro
,
esclamando
:
-
Ah
,
se
osassi
!
Se
osassi
!
-
Ma
a
che
serve
?
Come
dice
don
Abbondio
,
il
coraggio
uno
non
se
lo
può
dare
.
E
sì
che
per
darmelo
ho
tentato
ogni
mezzo
;
perfino
....
(
dopo
un
momento
d
'
esitazione
)
quello
di
bere
del
cognac
prima
di
mettermi
a
scrivere
.
R
.
-
E
allora
osavi
?
L
.
-
Sì
,
ma
(
vergognandosi
)
la
mattina
dopo
....
cancellavo
.
R
.
-
Ma
oggi
tu
devi
farla
finita
.
Tu
devi
giurar
qui
,
in
mia
presenza
,
stendendo
la
mano
sul
tuo
scartafaccio
,
guerra
implacabile
al
Prudhomme
!
L
.
(
scrollando
il
capo
)
.
-
Sarebbe
un
giuramento
di
marinaro
.
(
A
un
tratto
,
tendendo
il
pugno
)
.
Ah
,
come
l
'
odio
!
R
.
-
Chi
odia
teme
.
Fin
che
lo
temerai
,
non
lo
affronterai
.
Fa
'
il
giuramento
.
L
.
-
Ebbene
,
andiamo
:
giuro
.
R
.
-
Guerra
a
morte
?
L
.
(
con
viso
truce
,
ma
con
accento
fiacco
)
.
-
A
morte
.
R
.
(
tra
sé
,
guardandolo
di
sott
'
occhio
)
.
-
Non
si
batterà
.
Non
c
'
è
altro
.
Requiescat
in
pace
.
L
'
ALTO
LÀ
DELLA
GRAMMATICA
.
Alto
là
,
signorino
.
Le
ho
da
parlare
.
Non
mi
guardi
bieco
.
Non
le
ho
gridato
che
per
celia
l
'
alto
là
soldatesco
.
Non
sono
più
la
dura
tiranna
che
molti
credono
;
non
considero
più
come
offese
mortali
ogni
rifiuto
di
cieco
ossequio
,
ogni
minima
licenza
o
confidenza
che
si
prenda
la
gente
con
me
.
Essendomi
persuasa
che
,
come
tutte
le
cose
di
questo
mondo
,
son
destinata
anch
'
io
a
mutare
col
tempo
,
mi
vengo
piegando
man
mano
a
transigere
coi
diritti
dell
'
uso
,
con
la
ragione
dell
'
armonia
,
con
molte
piccole
convenienze
dell
'
arte
che
una
volta
disconoscevo
.
Ma
non
vorrei
che
per
queste
ragioni
ella
si
credesse
lecito
di
buttarmi
tra
i
ferravecchi
,
che
sarebbe
anche
un
gran
male
per
lei
,
com
'
è
per
tutti
quelli
che
gliene
dànno
l
'
esempio
;
e
però
voglio
che
c
'
intendiamo
bene
,
che
ella
sappia
da
me
quanto
posso
concedere
,
e
quanto
credo
d
'
avere
ancora
il
diritto
di
vietare
.
Dirà
lei
che
questo
è
il
linguaggio
d
'
una
tiranna
?
E
veda
,
a
provarle
quanto
sono
arrendevole
dovrebbe
bastare
quel
lei
;
col
quale
entro
in
materia
.
Io
volevo
una
volta
che
nel
caso
retto
s
'
usasse
sempre
egli
,
e
ora
lascio
dire
lui
e
lei
in
tutti
i
casi
in
cui
il
significato
della
frase
s
'
appoggia
sul
pronome
,
che
deve
perciò
far
rilievo
.
Quindi
:
-
È
lui
che
l
'
ha
detto
.
-
Lo
saprà
lui
,
io
non
lo
so
.
-
S
'
impanca
a
filosofo
,
lui
!
-
sta
bene
.
Ma
che
bisogno
c
'
è
di
dire
:
-
Me
lo
dice
lui
stesso
?
-
Andai
senza
che
lui
lo
sapesse
?
-
Mi
valsi
delle
ragioni
che
lui
addusse
?
-
Questo
non
è
più
uso
giustificato
;
ma
profusione
dell
'
idiotismo
,
inutile
e
ristucchevole
.
E
così
eglino
ed
elleno
son
pronomi
diventati
arcaici
,
ridicoli
nel
parlar
famigliare
e
un
po
'
pedanteschi
anche
nella
prosa
letteraria
;
ma
non
vi
si
può
sostituire
essi
ed
esse
,
che
sono
pur
sempre
dell
'
uso
comune
,
invece
di
quello
sfacciato
loro
,
che
molti
vogliono
in
ogni
caso
,
forse
non
per
altro
che
per
vilipendermi
?
E
perché
bandire
questi
,
quegli
e
altri
al
nominativo
singolare
,
per
sostituirvi
questo
,
quello
e
un
altro
,
sempre
,
anche
quando
non
sono
richiesti
dal
carattere
famigliare
del
discorso
?
E
perché
usare
a
tutto
pasto
lei
invece
di
ella
,
quando
ella
è
ancora
vivo
e
comunissimo
nell
'
uso
dei
Toscani
,
i
quali
dicono
l
'
uno
o
l
'
altro
secondo
che
vuole
l
'
orecchio
o
il
diverso
grado
di
famigliarità
che
hanno
con
la
persona
a
cui
si
rivolgono
?
E
consento
che
si
dica
e
scriva
gli
in
luogo
di
loro
e
a
loro
,
quando
il
loro
dà
impaccio
,
come
nell
'
esempio
:
-
Vuoi
dare
del
vino
ai
ragazzi
?
Non
voglio
dargliene
-
,
perché
:
-
non
voglio
darne
loro
o
loro
darne
-
sarebbe
troppo
duro
all
'
orecchio
;
ma
non
che
si
dia
lo
sfratto
a
loro
come
a
una
parola
intollerabile
per
sé
,
e
che
si
scriva
,
ad
esempio
:
-
Fermò
i
suoi
compagni
e
gli
disse
-
,
dove
il
gli
è
una
sgrammaticatura
gratuita
,
più
sgradevole
a
due
doppi
del
loro
.
E
non
mi
si
dica
che
,
ragionevolmente
,
dovrei
essere
inflessibile
,
e
aver
per
massima
:
-
O
sempre
o
mai
-
,
perché
,
ammettendo
questo
,
io
mi
dovrei
disfare
e
rifare
per
metà
:
non
dovrei
permettere
di
dir
come
me
e
come
te
;
né
glielo
dissi
riferito
a
femmina
;
né
consentire
che
s
'
usi
il
verbo
nel
plurale
con
un
nome
collettivo
singolare
,
come
nell
'
esempio
:
-
La
gente
vanno
-
;
né
tollerare
che
si
riferisca
un
verbo
in
singolare
ad
un
soggetto
plurale
,
preceduto
o
no
da
un
di
partitivo
,
come
nelle
frasi
:
-
Non
c
'
è
cristi
.
-
C
'
è
dei
birboni
.
-
Malati
non
ce
n
'
era
.
-
Può
nascer
di
gran
cose
-
;
licenze
che
io
consento
,
come
altre
moltissime
,
perché
per
una
parte
io
sono
costituita
da
leggi
generali
della
ragione
immutabili
,
e
per
un
'
altra
parte
non
sono
che
il
codice
degl
'
idiotismi
della
lingua
;
onde
ne
vengo
accettando
sempre
di
nuovi
,
benchè
adagio
adagio
.
Per
continuare
:
chiudo
gli
occhi
sul
lo
proaggettivo
(
per
esempio
:
"
non
fosti
generoso
,
ma
lo
saresti
stato
"
)
quando
sonerebbe
troppo
ingrato
il
tale
,
che
i
miei
devotissimi
usano
,
o
sarebbe
uggiosa
la
ripetizione
dell
'
aggettivo
,
o
il
non
dir
quello
né
ripeter
questo
lascerebbe
nella
frase
un
vuoto
anche
più
sgradevole
.
Lascio
passare
,
quando
cadono
opportuni
,
tutti
quei
costrutti
viziosi
,
come
:
-
A
me
non
me
ne
vien
nulla
;
a
chi
sa
mostrare
i
denti
gli
si
porta
rispetto
,
ecc
.
,
-
che
sono
frequentissimi
,
e
per
ragion
di
suono
quasi
inevitabili
nel
linguaggio
parlato
.
Permetto
il
volgare
cosa
per
che
cosa
,
e
il
costrutto
toscano
noi
si
fa
,
noi
si
dice
,
e
il
gli
e
il
la
soggetti
pleonastici
ogni
volta
che
servano
a
riprodurre
fedelmente
un
discorso
famigliare
o
di
gente
del
popolo
.
Gabello
,
infine
,
tutti
gli
anacoluti
più
arditi
in
tutti
i
casi
in
cui
per
mezzo
loro
si
scansa
di
dar
alla
frase
una
rigida
forma
grammaticale
che
nuocerebbe
alla
chiarezza
,
alla
naturalezza
,
all
'
efficacia
,
e
quando
,
come
disse
un
maestro
,
s
'
usa
l
'
anacoluto
per
non
mettere
altrimenti
in
contraddizione
un
pensiero
ingenuo
,
immediato
o
semiserio
con
una
maniera
d
'
esprimerlo
riflessa
,
compassata
o
seria
.
Ma
(
e
qui
siamo
al
nodo
)
se
do
il
dito
,
non
voglio
che
mi
si
pigli
la
mano
,
e
poi
il
braccio
,
e
poi
tutta
la
persona
.
Voglio
che
non
s
'
usino
se
non
gl
'
idiotismi
necessari
o
utili
;
che
tra
due
locuzioni
di
eguale
naturalezza
ed
evidenza
,
una
sgrammaticata
e
una
corretta
,
si
scelga
sempre
quella
corretta
;
che
non
si
consideri
,
come
molti
fanno
,
ogni
idiotismo
come
una
gemma
per
la
sola
ragione
che
è
un
idiotismo
;
che
non
si
creda
ogni
licenza
ugualmente
lecita
così
nella
riproduzione
d
'
un
dialogo
famigliare
come
in
un
discorso
letterario
,
così
nel
far
parlare
un
uomo
del
contado
come
quando
parla
lo
scrittore
in
persona
propria
;
che
all
'
antica
tirannia
della
Grammatica
,
non
si
sostituisca
il
dispotismo
della
Sgrammaticatura
,
e
all
'
ostentazione
dell
'
eleganza
la
sfacciataggine
della
volgarità
;
che
non
si
calpesti
ogni
legge
del
galateo
linguistico
,
cascando
nel
linguaggio
mercatino
per
non
cascare
nel
linguaggio
accademico
;
che
,
infine
,
perché
s
'
è
buttata
via
la
parrucca
e
la
cipria
,
non
si
creda
un
dovere
il
mettersi
anche
in
maniche
di
camicia
e
l
'
andare
attorno
con
la
faccia
sporca
.
Ho
detto
,
signorino
.
QUELLO
CHE
SI
PUÒ
IMPARARE
DAI
TOSCANI
.
Se
t
'
accadrà
,
fin
che
sei
giovane
,
di
fare
,
un
soggiorno
breve
o
lungo
in
Toscana
,
sarà
per
te
una
buona
fortuna
,
perché
,
volendo
,
imparerai
là
in
un
mese
dalla
voce
della
gente
più
che
in
un
anno
altrove
dallo
studio
dei
libri
.
Se
questa
fortuna
non
avrai
,
t
'
occorrerà
senza
dubbio
,
nella
tua
o
in
altre
città
d
'
Italia
,
di
conoscere
e
di
frequentare
toscani
.
Ebbene
,
ti
raccomando
fin
d
'
ora
d
'
ascoltarli
sempre
con
gli
orecchi
bene
aperti
,
e
di
studiare
attentamente
il
loro
linguaggio
,
in
special
modo
se
saranno
fiorentini
.
Non
soltanto
molto
materiale
di
lingua
potrai
imparare
da
loro
,
essendo
gran
parte
dell
'
uso
fiorentino
presente
,
come
tutti
sanno
,
l
'
uso
fiorentino
antico
,
che
diventò
lingua
letteraria
comune
a
tutta
Italia
;
ma
,
quello
che
più
importa
,
la
proprietà
,
la
spontaneità
,
la
prontezza
dell
'
espressione
,
che
son
quello
che
manca
a
noi
principalmente
.
Perché
corre
fra
noi
e
loro
questa
gran
differenza
,
come
osservò
giustamente
un
linguista
illustre
:
che
a
noi
,
parlando
,
per
dire
una
data
cosa
,
vengono
quasi
sempre
sulla
bocca
due
modi
:
il
dialettale
e
uno
o
più
modi
italiani
,
fra
i
quali
dobbiamo
scegliere
;
e
a
loro
viene
un
modo
solo
,
quello
che
dice
per
l
'
appunto
quella
data
cosa
,
quello
che
è
il
più
proprio
,
e
che
tutti
i
loro
concittadini
usano
in
quello
stesso
caso
;
donde
la
facilità
,
la
sicurezza
,
la
precisione
del
loro
parlare
,
dove
il
nostro
è
quasi
sempre
opera
di
stento
e
d
'
artifizio
.
Possono
qualche
volta
anche
i
toscani
stentare
e
riuscire
artifiziosi
,
quando
hanno
da
esprimere
un
pensiero
nuovo
o
insolito
o
complesso
,
perché
in
tal
caso
cercano
essi
pure
,
se
non
la
parola
,
la
frase
,
e
il
modo
di
collegare
le
frasi
;
ma
nel
dire
le
infinite
cose
comuni
,
che
sono
argomento
quotidiano
di
discorso
,
tutti
sono
sempre
pronti
,
spontanei
e
semplici
;
non
tentennano
perché
non
hanno
dubbî
;
non
sbagliano
perché
non
possono
sbagliare
.
Fa
'
bene
attenzione
.
Vedrai
quanti
modi
piani
e
agili
hanno
d
'
esprimere
pensieri
che
noi
esprimiamo
di
solito
in
forma
ricercata
e
pesante
;
in
quanti
casi
fanno
un
salto
con
la
frase
dove
noi
facciamo
più
passi
;
in
quant
'
altri
scansano
con
una
mossa
snella
e
garbata
l
'
intoppo
che
noi
urtiamo
,
o
arrivano
con
la
parola
un
tratto
di
là
dal
punto
dove
noi
crediamo
che
la
sua
potenza
si
arresti
.
E
anche
nel
parlare
di
quelli
che
non
hanno
cultura
nessuna
,
osserverai
certi
modi
di
legar
le
proposizioni
,
certe
forme
armoniche
di
sintassi
,
certe
abbreviature
di
frase
efficacissime
,
che
negli
scrittori
ti
parrebbero
effetti
di
arte
meditati
,
e
sono
pregi
naturali
del
loro
linguaggio
.
E
sentirai
da
loro
a
ogni
tratto
una
parola
inaspettata
,
che
è
come
un
tocco
di
pennello
dato
all
'
idea
,
che
tu
non
sapresti
dare
con
altra
parola
;
espressioni
ingegnose
,
graziose
e
comiche
,
eleganze
e
arguzie
felici
,
che
non
sono
proprie
di
chi
parla
,
ma
di
tutta
la
sua
gente
,
e
tanto
più
efficaci
per
questo
,
che
gli
vengon
via
come
da
sé
,
e
l
'
una
incalza
l
'
altra
,
e
nessuna
ti
fa
pensare
che
sarebbe
più
calzante
un
'
altra
al
pensiero
.
E
bada
bene
a
loro
anche
quando
parli
tu
,
ed
essi
t
'
ascoltano
:
uno
schiarimento
che
ti
chiederanno
,
un
'
ombra
leggiera
di
stupore
o
di
dubbio
,
che
passerà
sul
loro
viso
,
o
un
sorriso
leggerissimo
,
o
una
ripetizione
emendata
,
che
faranno
quasi
senza
volerlo
,
dell
'
espressione
d
'
un
tuo
pensiero
,
t
'
avvertiranno
che
t
'
è
sfuggita
una
parola
impropria
,
e
perciò
non
chiara
,
invece
della
propria
,
un
'
espressione
letteraria
in
luogo
della
famigliare
,
una
frase
affettata
in
cambio
di
quella
semplice
,
ch
'
essi
avrebbero
usata
in
quel
caso
.
Che
sono
mai
i
pochi
idiotismi
che
ai
toscani
si
rinfacciano
per
rincalzar
la
stramba
affermazione
che
essi
parlino
un
dialetto
come
gli
altri
,
di
fronte
alla
ricchezza
,
alla
finezza
,
alla
grazia
,
alla
mirabile
armonia
pittrice
del
loro
linguaggio
?
E
che
stupido
orgoglio
è
quello
che
non
vuol
riconoscere
in
loro
una
superiorità
,
della
quale
ci
avvantaggiamo
tutti
,
poichè
tutti
attingiamo
alla
loro
lingua
quando
non
ci
basta
la
fonte
degli
scrittori
e
dei
dizionari
,
e
che
cocciutaggine
il
non
voler
riconoscere
che
si
parli
meglio
l
'
italiano
in
quella
regione
,
che
fu
la
culla
della
lingua
,
ed
è
la
sola
in
cui
la
lingua
si
parli
da
tutti
?
Ma
tu
non
sarai
di
questi
,
certamente
.
Se
andrai
in
Toscana
,
tu
t
'
immergerai
,
nuoterai
con
piacere
infinito
in
quell
'
onda
di
lingua
viva
e
pura
,
alla
cui
armonia
ti
parrà
che
consuoni
quella
che
spira
nelle
linee
dei
monumenti
di
arte
maravigliosi
,
che
ti
sorgeranno
d
'
intorno
;
e
ti
parranno
dolci
anche
quegl
'
idiotismi
di
pronunzia
,
che
prima
deridevi
,
quando
penserai
che
sonarono
pure
sulle
labbra
degli
scrittori
e
degli
artisti
immortali
che
il
mondo
venera
;
e
con
l
'
amore
della
lingua
e
con
l
'
ammirazione
dell
'
arte
nascerà
nel
tuo
cuore
un
sentimento
di
gratitudine
affettuosa
e
profonda
per
quel
popolo
,
primo
custode
del
tesoro
della
nostra
parola
,
dotato
d
'
ogni
facoltà
più
gentile
e
del
più
squisito
senso
della
bellezza
;
di
quel
popolo
al
quale
dobbiamo
tanta
parte
della
nostra
gloria
,
che
,
a
immaginarlo
assente
dalla
storia
italiana
,
non
ci
appare
più
la
immagine
della
patria
che
con
la
corona
smezzata
sulla
fronte
.
IL
DOTTOR
RAGANELLA
.
Era
stato
un
pezzo
in
Toscana
il
dottor
Raganella
;
ma
dai
toscani
non
aveva
imparato
nulla
,
perché
non
li
aveva
mai
lasciati
parlare
.
La
parola
,
soleva
egli
dire
,
è
il
più
bel
dono
di
Dio
.
Noi
dicevamo
che
il
dono
a
lui
era
toccato
un
po
'
troppo
abbondante
.
Ma
per
fortuna
non
era
che
dottore
in
legge
,
non
esercitava
l
'
avvocatura
,
non
rintronava
la
testa
che
agli
amici
.
Si
vantava
d
'
avere
una
grande
facilità
di
parola
.
Ed
era
vero
:
aveva
una
facilità
spaventevole
.
E
sarebbe
riuscito
eloquente
se
fosse
stato
persuaso
della
verità
detta
dal
Bonghi
:
che
gli
uomini
dotati
di
parola
facile
si
debbono
assoggettare
più
degli
altri
a
una
disciplina
rigorosa
per
non
cadere
nella
prolissità
,
con
la
quale
non
c
'
è
eloquenza
né
stile
.
Non
erano
discorsi
i
suoi
:
erano
cascate
,
frane
,
diluvi
di
parole
.
Non
intaccava
,
non
si
posava
mai
,
e
parlava
sempre
più
in
fretta
via
via
che
il
suo
discorso
s
'
allungava
.
Disse
un
poeta
francese
ad
un
giovane
:
Se
tu
riuscirai
a
parlare
dieci
ore
di
seguito
senza
sputare
,
sarai
padrone
della
Francia
-
:
egli
avrebbe
dovuto
esser
padrone
dell
'
Italia
.
Dopo
averlo
inteso
discorrere
per
un
quarto
d
'
ora
,
restava
a
tutti
una
romba
nell
'
orecchio
come
quando
ci
passa
accanto
a
grande
velocità
un
treno
di
strada
ferrata
.
Egli
aveva
l
'
illusione
,
comune
a
tutti
i
parlatori
troppo
facili
,
che
la
rapidità
vertiginosa
del
discorso
impedisca
la
noia
in
chi
ascolta
;
quando
segue
invece
l
'
opposto
,
perché
in
quella
furia
essi
non
hanno
tempo
né
modo
di
dar
rilievo
e
colore
a
nessun
concetto
o
parte
di
concetto
,
e
riescono
però
necessariamente
uniformi
.
E
accadeva
pure
a
lui
,
come
a
tutti
gli
altri
suoi
simili
,
che
avendo
coscienza
di
quella
mancanza
di
rilievo
e
di
colore
,
cercava
di
supplirvi
ripetendo
più
volte
l
'
espressione
d
'
ogni
pensiero
,
a
modo
di
quel
giornalista
verboso
d
'
uno
scherzo
comico
del
Ferrari
,
che
incomincia
un
discorso
col
verso
So
,
conosco
,
m
'
è
noto
e
non
ignoro
,
e
va
innanzi
così
fino
alla
fine
.
E
pure
la
soverchia
facilità
di
parola
lo
portava
a
non
far
grazia
,
raccontando
un
fatto
qualsiasi
,
di
nessuno
anche
minimo
e
più
futile
particolare
,
di
modo
che
se
aveva
da
dire
,
per
esempio
,
ch
'
era
stato
a
visitare
un
amico
,
diceva
per
quali
strade
era
passato
e
che
cosa
gli
era
frullato
pel
capo
camminando
,
e
poi
:
-
"
Salgo
le
scale
,
suono
il
campanello
,
m
'
aprono
,
domando
:
-
È
in
casa
?
-
È
in
casa
,
-
vado
avanti
,
entro
nel
salotto
....
"
e
via
su
quest
'
andare
.
E
come
di
ragione
,
non
lasciandogli
tempo
di
riflettere
la
troppa
foga
,
parlava
scorretto
,
come
tutte
le
raganelle
umane
.
Il
suo
eloquio
era
un
torrente
impetuoso
che
travolgeva
improprietà
,
sgrammaticature
,
riempitivi
,
cacofonie
,
contraddizioni
e
vesciche
.
Non
di
meno
,
la
prima
volta
che
l
'
udivano
,
alcuni
l
'
ammiravano
.
-
Che
ammirabile
facondia
!
-
dicevano
.
Ma
facondia
non
era
la
parola
che
facesse
al
caso
.
Si
poteva
dire
di
lui
quello
che
uno
scrittore
disse
d
'
un
suo
critico
,
il
quale
scriveva
come
il
dottor
Raganella
parlava
:
-
La
buona
educazione
mi
vieta
di
definire
con
la
parola
propria
le
fughe
del
suo
stile
.
Ciò
non
ostante
egli
ci
divertiva
,
qualche
volta
;
in
special
modo
quando
faceva
uno
sfogo
di
collera
contro
qualche
suo
nemico
,
quando
si
metteva
a
gridare
,
per
esempio
:
-
Gridi
pure
,
strepiti
,
strilli
,
minacci
,
tempesti
;
non
mi
lascerò
smovere
:
sono
deciso
,
risoluto
questa
volta
,
irremovibile
,
inflessibile
nel
proposito
di
far
quel
passo
,
e
vi
accerto
,
v
'
affermo
,
vi
giuro
sul
mio
onore
....
-
Fèrmati
!
-
gli
dicevamo
-
,
e
bevi
un
sorso
....
-
o
gli
cantavamo
l
'
aria
del
Matrimonio
Segreto
:
Prenda
fiato
,
prenda
fiato
,
Seguitare
poi
potrà
.
E
come
parlava
nel
calore
della
passione
,
così
nello
scherzo
.
Gli
venivano
spesso
dei
motti
arguti
;
ma
ne
sciupava
sempre
l
'
effetto
ripetendoli
,
parafrasandoli
,
commentandoli
,
fin
che
ce
li
faceva
tornare
a
gola
,
come
bocconi
indigesti
.
E
quale
nel
parlare
era
nello
scrivere
.
Tirava
via
con
la
rapidità
che
usano
gli
attori
quando
fingono
di
scrivere
sulla
scena
:
letteroni
d
'
otto
pagine
,
in
cui
le
proposizioni
si
succedevano
senza
legame
grammaticale
,
e
le
ripetizioni
cadevano
l
'
una
sull
'
altra
come
le
fette
di
salame
accanto
al
coltello
,
e
ad
ogni
pagina
la
lettera
ricominciava
.
Ma
del
più
bel
dono
di
Dio
non
abusava
soltanto
per
esprimere
il
pensiero
proprio
;
anche
per
parlare
per
conto
nostro
,
come
fanno
tutti
i
parlatori
irrefrenabili
,
che
non
vogliono
star
a
sentire
i
discorsi
degli
altri
.
Egli
rompeva
in
bocca
all
'
amico
il
ragionamento
o
il
racconto
,
e
lo
finiva
per
lui
:
-
Ho
capito
:
tu
gli
hai
risposto
così
e
così
,
lui
ha
replicato
in
codesto
modo
,
tu
hai
perso
la
pazienza
,
e
l
'
hai
piantato
,
non
è
vero
?
E
hai
fatto
bene
,
e
io
feci
lo
stesso
in
un
caso
simile
che
m
'
occorse
appunto
....
-
E
non
serviva
dirgli
:
-
Fa
'
il
comodo
tuo
;
quando
avrai
finito
tu
,
ricomincerò
io
-
;
sorrideva
e
tirava
innanzi
,
e
non
ci
lasciava
ricominciare
.
Quando
andava
al
teatro
o
faceva
una
gita
fuor
di
città
,
o
quando
sapevamo
che
gli
era
seguìta
qualche
avventura
,
lo
aspettavamo
con
vero
sgomento
nella
saletta
appartata
del
caffè
dove
ci
veniva
a
trovare
ogni
sera
;
perché
non
c
'
era
cristi
,
egli
ci
voleva
riferire
le
sue
impressioni
,
e
filava
dei
discorsi
di
mezz
'
ora
così
rapidi
e
fitti
,
che
a
noi
non
riusciva
neppure
di
farci
entrare
di
straforo
un
'
osservazione
.
E
s
'
aveva
un
bel
tentare
di
scoraggiarlo
non
badandogli
:
egli
pensava
che
la
nostra
disattenzione
fosse
simulata
per
un
tantino
d
'
invidia
che
ci
pungesse
del
dono
di
Dio
,
e
questo
pensiero
lo
stimolava
anche
più
.
Oppure
,
vedendoci
disattenti
noi
,
rivolgeva
il
discorso
agli
altri
pochi
avventori
che
venivano
nella
stessa
sala
,
anche
se
sconosciuti
,
e
s
'
infervorava
a
cicalare
anche
più
del
solito
,
scambiando
con
ammirazione
lo
stupore
che
quelli
mostravano
in
viso
,
un
poco
somigliante
all
'
intontimento
che
dà
il
rumore
monotono
d
'
una
ruota
di
mulino
.
Una
sera
,
fra
l
'
altre
,
prese
di
mira
un
grosso
medico
barbuto
che
stava
sorbendo
il
caffè
dalla
parte
opposta
della
saletta
,
e
di
discorso
in
discorso
gli
venne
a
parlare
d
'
un
suo
incomodo
,
del
quale
gli
raccontò
la
storia
minuta
con
una
fiumana
di
parole
;
e
finì
con
domandargli
:
-
Che
rimedio
mi
consiglia
lei
?
Quegli
lo
guardò
fisso
,
e
poi
,
fra
il
silenzio
di
tutti
,
con
un
viso
grave
e
un
vocione
di
basso
,
gli
rispose
spiccicando
le
sillabe
:
-
Lei
ha
bisogno
d
'
un
astringente
.
Tutti
risero
in
coro
,
e
fu
quella
la
prima
volta
che
il
dottor
Raganella
mostrò
un
'
ombra
di
vergogna
d
'
aver
troppo
parlato
.
Il
matrimonio
ci
liberò
dalla
tirannia
della
sua
loquela
.
Ma
ci
separammo
da
buoni
amici
,
quando
partì
per
il
viaggio
di
nozze
.
Nel
fargli
i
nostri
augùri
,
peraltro
,
compiangemmo
tutti
in
cuor
nostro
la
sua
povera
moglie
:
come
avrebbe
potuto
resistere
per
tutta
la
vita
al
flagello
di
quella
facondia
?
Pochi
giorni
dopo
,
uno
di
noi
ricevette
dalla
Svizzera
una
sua
lunga
lettera
,
nella
quale
egli
diceva
,
fra
l
'
altro
,
che
la
sua
sposa
era
stata
così
commossa
dallo
spettacolo
della
cascata
del
Reno
a
Sciaffusa
,
che
l
'
aveva
fatto
rimaner
là
un
'
ora
con
lei
ad
ammirarlo
.
Lo
stesso
pensiero
balenò
a
tutti
:
l
'
aveva
fatto
rimaner
là
perché
il
fragore
della
cascata
copriva
la
sua
voce
,
e
in
quel
tempo
essa
s
'
era
un
po
'
riposata
....
Lo
stesso
amico
ricevette
poi
un
'
altra
lettera
,
con
la
quale
egli
annunziava
il
suo
ritorno
,
e
che
la
sera
dopo
sarebbe
venuto
a
trovarci
al
caffè
.
Tremammo
all
'
idea
della
descrizione
del
viaggio
ch
'
egli
ci
avrebbe
inflitta
:
chi
ci
poteva
reggere
?
Sarebbe
stata
una
grandinata
di
parole
dalle
otto
a
mezzanotte
.
La
sera
fatale
,
un
amico
,
che
l
'
aveva
visto
avvicinarsi
per
la
strada
,
ce
lo
preannunziò
,
affacciandosi
all
'
uscio
:
-
Si
salvi
chi
può
!
-
Tutti
se
la
diedero
a
gambe
.
Trovando
la
saletta
vuota
,
egli
sospettò
la
fuga
,
se
n
'
ebbe
per
male
,
e
non
ritornò
più
.
Ne
fummo
dolenti
;
ma
non
c
'
era
rimedio
.
Pochi
mesi
dopo
,
per
ragione
d
'
interessi
domestici
,
andò
a
stare
a
Bologna
,
e
per
anni
non
se
n
'
ebbe
più
notizia
.
Poi
si
seppe
che
sua
moglie
gli
aveva
fatto
causa
per
separazione
legale
.
Il
vero
perché
non
ci
fu
detto
.
Ma
per
noi
non
ci
fu
dubbio
.
Egli
doveva
aver
reso
alla
povera
donna
la
vita
intollerabile
.
La
causa
della
separazione
era
certissimamente
il
più
bel
dono
di
Dio
.
A
TRAVERSO
I
SECOLI
.
I
Trecentisti
.
A
questo
punto
bisogna
che
ci
fermiamo
un
poco
a
discorrere
dei
principali
scrittori
che
s
'
hanno
da
leggere
per
imparare
la
lingua
.
Prima
di
tutti
....
Qui
vedo
sorridere
i
miei
lettori
,
che
in
questo
momento
suppongo
siano
tre
,
un
giovinetto
,
una
signorina
e
un
cittadino
originale
,
a
cui
è
saltato
il
ticchio
,
fra
i
trenta
e
i
quarant
'
anni
,
di
mettersi
a
studiare
la
lingua
del
suo
paese
:
li
vedo
sorridere
con
certa
malizia
,
e
mi
par
di
sentirli
dire
tutti
e
tre
insieme
:
-
Già
,
ci
aspettavamo
il
consiglio
prammatico
-
,
e
poi
in
cadenza
di
canto
:
-
i
Tre
-
cen
-
ti
-
sti
!
Eh
,
Dio
buono
,
non
è
una
novità
,
lo
so
bene
.
E
so
anche
,
giovinetto
mio
,
quello
che
tu
e
gli
altri
due
lettori
mi
vorreste
rispondere
:
che
a
leggere
quei
nostri
antichi
scrittori
vi
provaste
,
ma
che
vi
riuscirono
ostici
,
non
tanto
per
la
materia
quanto
per
la
forma
;
voglio
dir
per
la
lingua
e
per
lo
stile
troppo
diversi
da
quelli
delle
scritture
moderne
;
per
cagion
di
che
vi
sentiste
,
leggendoli
,
come
spaesati
,
sconcertati
nelle
consuetudini
del
vostro
pensiero
e
del
vostro
gusto
,
e
quasi
in
compagnia
di
gente
con
cui
non
fosse
possibile
,
per
la
differenza
dell
'
indole
,
pigliar
famigliarità
;
e
fra
la
quale
e
voi
s
'
interponesse
un
velo
di
nebbia
,
che
v
'
impedisse
di
vederli
bene
in
viso
,
e
quindi
di
mettervi
in
comunicazione
immediata
con
l
'
animo
loro
.
Ma
io
vorrei
principalmente
persuader
te
,
giovinetto
,
che
,
vincendo
quel
primo
senso
ostico
,
e
persistendo
nella
lettura
di
quegli
scrittori
,
finiresti
col
prendervi
amore
,
con
tuo
vantaggio
grandissimo
,
per
quelle
medesime
ragioni
per
le
quali
ti
pare
ora
che
quella
lettura
non
t
'
abbia
mai
ad
attirare
.
Pròvatici
un
'
altra
volta
,
te
ne
prego
,
e
persisti
,
tenendo
sempre
presente
che
quelle
parole
e
frasi
,
nelle
quali
consiste
la
maggior
differenza
fra
quegli
scrittori
e
i
moderni
,
erano
allora
in
Toscana
,
e
in
specie
a
Firenze
,
d
'
uso
comune
,
e
quindi
naturalissime
a
coloro
che
scrivevano
;
i
quali
,
eccetto
pochissimi
,
non
facevano
distinzione
fra
lingua
parlata
e
lingua
scritta
;
di
che
deriva
appunto
la
ricchezza
,
la
schiettezza
,
l
'
efficacia
delle
loro
scritture
.
Dopo
che
avrai
preso
con
essi
qualche
famigliarità
,
non
sentirai
più
la
novità
di
quei
modi
,
che
ora
ti
paiono
affettazioni
e
stranezze
;
parranno
anche
a
te
naturali
come
parevano
agli
scrittori
a
cui
venivano
spontanei
;
e
allora
,
non
più
arrestato
da
quegl
'
intoppi
,
ti
lascerai
andare
all
'
onda
di
quella
prosa
viva
,
fresca
,
giovanile
,
sentirai
,
come
dice
il
nostro
primo
poeta
vivente
,
quello
che
c
'
è
di
più
vivido
e
più
frizzante
,
più
zampillante
e
più
mosso
nell
'
elocuzione
di
quei
prosatori
che
in
quella
dei
moderni
che
tu
preferisci
;
nei
quali
l
'
arte
è
più
raffinata
,
ma
tanto
meno
ricca
e
meno
schietta
la
vena
.
Ti
parrà
di
sentirli
parlare
di
viva
voce
in
quei
loro
periodi
,
simili
appunto
al
linguaggio
parlato
,
d
'
una
orditura
così
semplice
e
debole
,
con
poca
o
nessuna
legatura
rettorica
di
pensieri
,
e
affollati
di
determinazioni
accessorie
;
i
quali
alle
volte
piglian
la
fuga
,
alle
volte
s
'
arrestano
a
un
tratto
,
e
fanno
mille
brusche
svoltate
,
come
seguendo
tutti
i
balzi
del
pensiero
nascente
e
riproducendo
il
disordine
del
discorso
vivo
;
ammirerai
,
come
dice
il
Capponi
,
quella
naturalezza
delle
armonie
,
in
cui
non
sono
mai
cercate
combinazioni
di
suoni
,
e
"
hanno
più
rilievo
quelle
parole
che
avevano
avuto
prima
nella
voce
più
vivo
l
'
accento
"
;
ti
delizierai
in
quella
loro
proprietà
di
vocaboli
,
non
studiata
,
perché
essi
eran
propri
per
necessità
,
in
quelle
loro
locuzioni
"
della
nitidezza
che
si
vede
nelle
monete
novellamente
coniate
"
,
in
quella
fresca
verginità
d
'
una
lingua
,
che
cominciava
appena
a
diventar
letteraria
,
e
in
cui
si
sente
come
la
fragranza
della
sbocciatura
.
E
sempre
più
,
continuando
a
leggere
,
t
'
innamorerai
di
quello
che
così
giustamente
si
chiama
candore
di
tali
scrittori
,
di
quell
'
aria
amabile
d
'
ingenuità
che
dà
alla
loro
prosa
la
frequenza
della
congiunzione
semplice
,
come
l
'
usano
i
bambini
e
la
gente
del
popolo
,
e
la
profusione
dei
superlativi
,
in
cui
si
manifesta
la
fanciullesca
vivacità
dell
'
ammirazione
,
e
quel
martellamento
,
che
fanno
così
spesso
,
sopra
un
'
idea
semplicissima
,
come
per
farla
entrare
in
capo
a
un
lettore
ignorante
;
ciò
che
pure
è
proprio
della
gente
ingenua
.
Vedrai
che
singolari
effetti
d
'
arte
escono
dalla
schietta
ispirazione
non
corretta
dall
'
arte
,
dal
calore
del
sentimento
libero
,
dalle
negligenze
,
dalle
rozzezze
medesime
,
dagli
stessi
difetti
non
mascherati
d
'
alcun
artifizio
,
ma
lasciati
scoperti
come
nudità
innocenti
.
Come
si
respira
in
quelle
pagine
!
Ecco
gente
che
parla
davvero
alla
buona
e
alla
libera
,
che
ci
dice
quello
che
ha
da
dire
senza
l
'
interprete
letterario
!
Ci
par
quasi
un
miracolo
.
E
quanta
naturalezza
nel
modo
di
raccontare
,
quanta
vivezza
in
quei
dialoghi
a
botte
e
risposte
,
e
quanta
evidenza
in
quello
stesso
disordine
affannoso
con
cui
ci
rappresentano
le
scene
animate
,
e
che
graziosa
semplicità
negli
esordi
e
nelle
considerazioni
sugli
uomini
e
sugli
avvenimenti
!
Ti
diletterai
pure
a
osservare
quante
cose
si
potevano
dir
bene
allora
senza
una
quantità
di
parole
e
di
frasi
che
a
noi
,
per
dir
quelle
cose
stesse
,
paiono
ora
di
necessità
assoluta
;
ti
maraviglierai
di
trovare
interi
periodi
che
si
potrebbero
riscrivere
al
presente
,
dopo
sei
secoli
,
senza
mutarvi
un
vocabolo
;
ti
divertirai
a
notare
qua
e
là
i
francesismi
curiosissimi
,
le
parole
che
mutarono
significato
,
e
quelle
cadute
in
disuso
,
che
ora
farebbero
sorridere
,
le
diversità
singolarissime
,
fra
quel
tempo
e
il
nostro
,
del
senso
e
del
linguaggio
comico
,
del
frasario
cerimonioso
,
delle
forme
del
ragionamento
,
dell
'
espressione
della
gioia
e
dell
'
amore
.
E
arrivato
a
un
certo
punto
,
vivrai
con
l
'
immaginazione
in
quel
tempo
,
ti
parrà
d
'
aggirarti
fra
quella
gente
e
di
respirare
l
'
aria
che
essi
respiravano
.
Avendo
cominciato
a
leggere
per
imparar
la
lingua
,
sarai
preso
a
poco
a
poco
dalla
sostanza
,
attratto
dalla
curiosità
di
quel
modo
di
sentire
e
di
pensare
,
dalla
descrizione
delle
costumanze
,
degli
usi
pubblici
,
della
vita
domestica
,
dell
'
arte
della
guerra
e
dei
viaggi
,
da
tutte
le
manifestazioni
dello
spirito
di
quel
popolo
"
giovane
,
forte
,
adoprante
,
pieno
d
'
immaginazione
,
più
inventore
che
ora
non
sia
"
,
e
compreso
d
'
una
fede
religiosa
semplice
e
ardente
.
E
ammirerai
di
più
quegli
scrittori
se
proverai
qualche
volta
a
staccarti
all
'
improvviso
da
loro
per
leggere
uno
qualsiasi
dei
prosatori
del
tuo
tempo
.
Come
ti
parranno
compassati
,
troppo
ligi
alla
fredda
ragione
,
pieni
d
'
artifici
e
di
civetterie
e
ricercati
nell
'
orditura
e
nell
'
armonia
dello
stile
anche
quelli
che
per
questi
rispetti
peccano
meno
!
E
più
avvertirai
il
vantaggio
di
quelle
letture
quando
,
avendone
ancor
piena
la
mente
,
ti
metterai
a
scrivere
,
chè
ti
sentirai
tanto
più
sciolto
,
più
libero
,
meglio
inclinato
a
esprimere
i
tuoi
pensieri
semplicemente
,
fresco
e
leggiero
dello
spirito
come
si
sente
del
corpo
chi
esce
dall
'
acque
d
'
un
fiume
.
E
ti
do
un
consiglio
:
di
leggere
prima
i
più
semplici
,
dai
quali
quando
passerai
a
Dante
,
rimarrai
maravigliato
,
come
d
'
un
prodigio
,
del
passo
gigantesco
che
fa
con
lui
la
prosa
italiana
,
senza
perdere
la
sua
freschezza
giovanile
,
pure
prendendo
a
norma
la
sintassi
latina
;
maravigliato
profondamente
della
elaborazione
sapiente
che
egli
vi
porta
insieme
coi
"
soavi
numeri
"
e
i
"
sottili
legamenti
"
della
poesia
,
dell
'
arte
magistrale
con
cui
egli
disegna
l
'
idea
,
plasma
l
'
immagine
,
illumina
tutti
i
particolari
dei
fatti
in
quell
'
architettura
mirabilmente
varia
dei
periodi
,
in
quella
prosa
"
ora
solenne
ora
gentile
,
profonda
e
limpida
"
che
è
il
primo
vero
e
grande
esempio
di
prosa
artistica
nella
nostra
letteratura
.
E
studia
con
amore
anche
l
'
altro
grande
maestro
.
Vinci
la
noia
che
ti
daranno
da
prima
i
lunghi
periodi
,
nei
quali
,
per
accarezzare
l
'
orecchio
,
sovrabbonda
di
parole
,
e
per
raggruppare
intorno
a
un
concetto
principale
troppi
concetti
accessori
,
addossa
incisi
ad
incisi
,
e
per
imitare
la
prosa
latina
intreccia
e
traspone
forzatamente
frasi
e
vocaboli
.
Vinci
quella
prima
noia
,
e
dello
sforzo
sarai
compensato
ad
usura
.
Dov
'
egli
esprime
un
sentimento
vivo
o
tratta
un
argomento
che
s
'
accorda
con
le
sue
facoltà
naturali
,
i
suoi
difetti
spariscono
o
s
'
attenuano
;
dove
ai
suoi
personaggi
fa
parlare
il
linguaggio
della
passione
,
ha
tratti
d
'
eloquenza
calda
,
logica
e
impetuosa
che
t
'
avvolge
e
ti
trascina
;
nella
pittura
della
realtà
comica
,
nella
descrizione
delle
scene
e
dei
personaggi
lepidi
,
nel
dialogo
,
nella
satira
,
egli
si
serve
con
ardimento
e
con
arte
impareggiabile
di
tutti
i
più
efficaci
costrutti
del
parlar
fiorentino
,
dell
'
idiotismo
,
del
proverbio
,
di
tutto
quanto
v
'
è
di
più
vivo
nella
lingua
viva
,
come
se
in
lui
fossero
raccolti
e
saltassero
fuori
l
'
un
dopo
l
'
altro
dieci
scrittori
.
Ti
parrà
uniforme
da
principio
:
poi
vi
troverai
mille
forme
,
mille
armonie
,
mille
colori
.
E
non
possiamo
imitarlo
,
non
forzare
il
nostro
pensiero
moderno
alle
sue
forme
,
a
cui
non
si
piegherebbe
che
snaturandosi
,
né
dipingere
e
scolpire
con
l
'
arte
sua
,
né
ripeter
la
sua
musica
;
ma
egli
resta
pur
sempre
un
architetto
sovrano
,
un
pittore
insigne
,
uno
scultore
stupendo
,
un
artefice
di
suoni
maraviglioso
,
uno
scrittore
unico
,
che
fece
nella
prosa
italiana
il
lavoro
d
'
una
generazione
,
che
ogni
volta
che
ci
riprende
,
ci
domina
,
e
al
quale
è
bene
ritornare
ogni
tanto
,
perché
se
n
'
esce
sempre
con
un
raggio
nella
mente
e
dell
'
oro
nelle
mani
.
Dal
Boccaccio
a
Leonardo
.
Vuoi
ora
qualche
consiglio
,
non
da
maestro
,
ma
da
vecchio
amico
,
per
proseguire
dopo
il
Trecento
?
Fatto
che
avrai
il
gusto
al
Boccaccio
,
non
ti
svoglierà
dalla
lettura
l
'
imitazione
che
troverai
di
lui
in
una
serie
di
scrittori
del
secolo
seguente
;
i
quali
,
sotto
l
'
influsso
del
culto
risorgente
dell
'
antichità
,
seguirono
l
'
esempio
del
grande
novelliere
,
dislogando
le
ossa
,
come
dice
il
Leopardi
,
e
le
giunture
della
nostra
lingua
,
per
imporle
violentemente
le
forme
latine
.
Leggerai
Leon
Battista
Alberti
che
della
gravezza
della
sintassi
boccaccesca
ti
compenserà
con
molte
pagine
di
stile
elegante
e
agile
,
sparse
di
parole
vive
e
frasi
schiette
del
suo
volgare
nativo
.
Leggerai
con
piacere
la
lettera
di
Lorenzo
il
Magnifico
a
Federico
d
'
Aragona
,
che
si
può
dire
la
prima
esposizione
critica
della
nostra
più
antica
letteratura
poetica
,
oltre
che
un
esempio
di
bella
prosa
,
foggiata
alla
latina
,
d
'
una
eloquenza
nobile
e
calda
.
Per
formarti
un
concetto
della
prosa
classicheggiante
di
quel
secolo
,
qual
è
nel
più
alto
grado
del
suo
svolgimento
,
leggerai
,
con
un
po
'
di
pazienza
,
l
'
Arcadia
del
Sannazzaro
.
Altri
scrittori
leggerai
,
che
con
più
o
meno
garbo
innestarono
la
latinità
nel
volgare
,
temperando
la
gravità
dello
stile
forzato
con
quella
parte
della
lingua
viva
,
che
irresistibilmente
veniva
loro
dalla
bocca
alla
penna
.
E
farai
una
cosa
:
alternerai
con
la
lettura
di
questi
,
che
prolungata
ti
stancherebbe
,
quella
degli
scrittori
semplici
e
spontanei
,
che
anche
nel
Quattrocento
fiorirono
.
Leggi
le
lettere
di
Alessandra
Macinghi
,
dove
,
col
candore
dei
Trecentisti
,
troverai
la
ricchezza
e
la
vivacità
del
parlar
fiorentino
del
tempo
suo
,
e
come
in
uno
specchio
limpidissimo
riflessa
la
vita
d
'
una
famiglia
di
quel
secolo
,
e
in
questa
un
'
anima
schietta
,
buona
,
amorosa
,
di
cui
ti
resterà
l
'
immagine
impressa
nel
cuore
.
Leggi
le
prediche
di
Fra
Bernardino
da
Siena
,
tutte
fiorite
di
bei
modi
dell
'
antico
parlar
senese
,
tutte
apologhi
,
novellette
,
arguzie
,
quadretti
pieni
di
freschezza
e
di
vita
.
Leggi
,
come
esempio
di
spontaneità
e
di
forza
,
belle
nonostante
le
ruvidezze
dello
stile
,
efficacissime
nelle
forme
piane
e
spezzate
del
parlare
popolaresco
,
le
prediche
del
Savonarola
,
piene
di
lampi
e
di
tuoni
,
qualche
volta
grandi
e
terribili
.
Leggi
sopra
tutto
il
Trattato
della
Pittura
di
Leonardo
da
Vinci
,
per
vedere
a
che
grado
d
'
efficacia
possa
pervenire
nello
scrivere
un
homo
senza
lettere
quando
tratta
una
materia
in
cui
è
maestro
,
a
qual
segno
di
gagliardia
,
di
densità
,
di
concisione
,
di
limpidezza
possa
arrivar
nella
prosa
,
pur
senza
lettere
,
chi
ha
osservazioni
profonde
e
grandi
pensieri
da
esprimere
,
che
quadri
stupendi
di
colorito
e
d
'
evidenza
riesca
a
dipinger
con
la
penna
chi
ha
delle
cose
la
visione
fisica
netta
,
luminosa
,
immensa
ch
'
egli
aveva
.
Da
Leonardo
al
Machiavelli
.
La
stessa
norma
,
d
'
alternar
le
letture
di
scrittori
d
'
indole
opposta
o
diversa
,
ti
consiglio
di
seguire
per
gli
scrittori
del
secolo
decimosesto
,
il
più
ricco
di
grandi
maestri
,
il
più
vario
nelle
opere
,
il
più
ammirabile
per
ricchezza
di
lingua
e
perfezione
di
forma
,
di
tutta
la
letteratura
italiana
.
Nel
Bembo
,
primo
legislatore
della
lingua
volgare
,
che
giovò
più
di
tutti
in
Italia
alla
formazione
d
'
un
idioma
letterario
comune
,
e
in
molti
dei
suoi
imitatori
,
che
tutta
l
'
arte
dello
scrivere
ridussero
nella
scelta
e
nella
collocazione
delle
parole
,
ti
spiaceranno
la
mancanza
di
spontaneità
,
l
'
asservimento
del
pensiero
alla
frase
,
l
'
imitazione
pedissequa
del
Boccaccio
,
e
più
che
altro
quel
pavoneggiarsi
perpetuo
,
come
se
a
ogni
periodo
dicessero
ai
lettori
:
-
Vedete
come
scrivo
bene
!
-
Ma
leggili
con
attenzione
,
non
fosse
che
per
la
lingua
purissima
,
chè
ne
ricaverai
un
grande
vantaggio
.
Quanti
felici
costrutti
e
garbati
giri
di
sintassi
vi
troverai
,
che
fine
arte
nel
concatenare
i
periodi
e
nel
rendere
ogni
sfumatura
del
pensiero
,
che
ricchezza
di
modi
e
che
belle
e
flessuose
forme
di
eleganza
e
di
cortesia
signorile
!
E
non
soltanto
lo
stile
dignitoso
e
semplice
ti
attirerà
nel
Cortegiano
del
Castiglione
;
ma
la
rara
potenza
dell
'
osservar
dal
vero
e
sul
vivo
,
e
la
forte
pittura
di
caratteri
storici
,
e
la
rappresentazione
evidente
della
vita
delle
Corti
italiane
del
Cinquecento
,
e
la
magistrale
arte
dialogica
.
E
nel
Galateo
del
Della
Casa
,
oltre
la
grazia
,
la
fiorentinità
schietta
,
il
sapore
trecentistico
,
la
ricchezza
delle
espressioni
proprie
e
calzanti
,
ammirerai
le
osservazioni
argute
e
finissime
sull
'
animo
umano
,
sui
costumi
e
sulla
vita
;
e
nel
Gelli
la
forma
semplice
,
tersa
,
spontanea
,
ricca
del
più
bel
volgare
fiorentino
e
in
molti
tratti
quasi
moderna
,
con
la
quale
egli
rende
intelligibile
e
gradevole
a
ogni
lettore
anche
la
materia
ardua
della
filosofia
;
e
nel
Firenzuola
l
'
amenità
,
la
leggiadria
,
la
lingua
candidissima
,
snella
,
vivace
,
tutta
grazie
e
bei
modi
del
parlar
famigliare
.
Che
salti
maravigliosi
farai
da
un
prosatore
all
'
altro
!
E
come
sentirai
meglio
l
'
originalità
e
i
pregi
di
ciascuno
raffrontandolo
col
precedente
!
Dopo
la
prosa
rapida
,
nervosa
,
scolpita
del
traduttore
stringatissimo
del
più
stringato
degli
storici
,
dal
quale
imparerai
a
serrare
nel
più
breve
cerchio
possibile
di
parole
l
'
espressione
del
tuo
pensiero
,
ti
parrà
più
mirabilmente
fluida
e
musicale
l
'
eloquenza
dei
dialoghi
e
delle
lettere
del
Tasso
.
Dopo
esserti
dilettato
nell
'
arte
squisita
delle
Lettere
del
Caro
,
di
stile
disinvolto
e
brillante
,
ma
correttissimo
,
e
piene
di
gaio
lepore
,
leggerai
con
doppio
piacere
il
più
eloquente
e
più
incantevole
sgrammaticatore
di
tutte
letterature
,
quel
libro
unico
,
riboccante
di
vita
,
di
forza
,
di
baldanza
,
d
'
ingegno
,
viva
immagine
d
'
un
uomo
e
d
'
un
secolo
straordinario
,
quella
specie
d
'
Orlando
Furioso
in
prosa
,
quell
'
indiavolato
e
sfolgorante
capolavoro
,
che
è
la
Vita
di
Benvenuto
Cellini
.
Quando
t
'
avranno
un
po
'
stancato
le
descrizioni
e
le
orazioni
sfoggiate
della
storia
del
Giambullari
"
artista
finissimo
della
parola
e
della
sintassi
"
ma
impettito
e
freddo
nella
sua
"
dignità
impeccabile
"
,
leggerai
e
rileggerai
con
sempre
più
calda
ammirazione
l
'
Apologia
di
Lorenzino
dei
Medici
,
una
folata
d
'
eloquenza
italianissima
,
lucidissima
,
ardente
di
passione
,
bella
e
spaventevole
come
un
torrente
in
piena
,
che
travolge
ogni
cosa
.
E
senti
:
studia
il
Guicciardini
.
Non
ti
sgomentare
di
quello
stile
involuto
e
austero
,
talvolta
un
po
'
rude
,
sovente
oscuro
,
che
dà
sulle
prime
al
lettore
un
senso
d
'
oppressione
,
e
gli
confonde
la
mente
.
Continua
a
leggere
.
Tu
riconoscerai
a
poco
a
poco
che
quel
modo
di
scrivere
non
è
tanto
sforzo
e
artifizio
quanto
effetto
naturale
della
maniera
di
sentire
e
di
pensare
propria
dell
'
autore
,
del
procedimento
con
cui
si
svolgono
e
s
'
intrecciano
le
idee
nel
suo
intelletto
profondo
e
complesso
,
"
uno
dei
più
chiaroveggenti
che
siano
stati
al
mondo
.
"
E
dai
periodi
lunghi
e
farragginosi
,
di
cui
si
stenta
a
cogliere
il
senso
,
distinguerai
quelli
lunghi
del
pari
,
ma
architettati
con
maestria
mirabile
,
periodi
da
gran
signore
della
lingua
e
dello
stile
,
in
cui
dagli
accessori
emerge
l
'
idea
principale
,
dominante
,
come
una
torre
sopra
un
villaggio
.
E
da
questi
imparerai
a
legare
con
ordine
e
con
armonia
in
un
periodo
solo
,
intorno
a
un
solo
concetto
,
una
famiglia
di
concetti
minori
;
e
dai
magistrali
ritratti
dei
personaggi
e
dalle
considerazioni
acute
e
profonde
sugli
avvenimenti
,
a
studiare
l
'
animo
umano
e
i
casi
della
vita
;
e
di
quella
lettura
ti
rimarrà
nella
mente
un
suono
grave
e
solenne
,
che
risentirai
come
un
'
eco
ispiratrice
ogni
volta
che
,
scrivendo
,
cercherai
una
forma
degna
a
un
ordine
di
alti
pensieri
.
Ma
sopra
tutti
ammirerai
e
studierai
il
Machiavelli
,
che
"
segna
il
punto
d
'
arrivo
della
sincera
prosa
antica
e
il
punto
di
partenza
della
moderna
"
,
prosatore
che
dal
latinismo
e
dall
'
uso
volgare
trae
insieme
una
forza
che
nessun
altro
raggiunse
,
il
più
schietto
,
il
più
sicuro
,
il
più
sintetico
,
il
più
logico
scrittore
del
tempo
suo
,
il
più
sdegnoso
disprezzatore
della
rettorica
,
il
più
strettamente
legato
alla
realtà
delle
cose
,
il
più
potentemente
drammatico
,
il
più
superbamente
eloquente
;
grande
nell
'
arte
che
va
innanzi
al
suo
secolo
,
grande
nell
'
ardimento
e
nella
carità
di
patria
che
gli
fiammeggia
nell
'
anima
,
grande
nel
pensiero
folgorante
,
che
illumina
il
presente
e
legge
nell
'
avvenire
.
Da
Galileo
all
'
Alfieri
.
Un
altro
grande
maestro
.
Di
dove
arriva
il
Machiavelli
,
il
più
moderno
dei
prosatori
antichi
,
muove
Galileo
,
che
infondendo
nella
prosa
il
soffio
di
quella
nuova
filosofia
,
la
quale
"
fa
più
ricche
,
più
chiare
e
più
dritte
le
teste
"
,
le
dà
sulla
via
della
libertà
e
della
verità
l
'
impulso
poderoso
,
per
cui
ella
procede
fino
al
tempo
nostro
.
La
sodezza
e
la
concisione
che
viene
dalla
densità
del
pensiero
e
dalla
profondità
della
dottrina
,
la
lucidità
pura
che
deriva
dalla
chiarezza
perfetta
e
dallo
stretto
e
sottile
concatenamento
delle
idee
,
l
'
eleganza
,
la
dignità
,
la
sprezzatura
signorile
che
è
effetto
del
pieno
possesso
e
del
sentimento
profondo
della
lingua
letteraria
e
della
famigliare
,
tutto
questo
è
in
quella
nobile
prosa
che
scorre
come
un
largo
fiume
pacato
e
limpido
,
e
in
cui
si
sente
la
forza
d
'
un
intelletto
sovrano
e
d
'
un
'
anima
grande
.
Rimani
un
pezzo
alla
scuola
di
Galileo
,
e
ritornavi
ogni
tanto
per
imparare
,
non
soltanto
a
scrivere
,
ma
a
meditare
e
a
ragionare
;
senza
di
che
si
mena
la
penna
,
ma
non
si
scrive
.
Poi
leggerai
i
suoi
discepoli
e
continuatori
,
e
ti
piacerà
nel
Redi
la
grazia
prettamente
paesana
,
nel
Magalotti
la
scioltezza
tutta
moderna
,
nel
Boccalini
la
vivacità
e
la
gagliardìa
.
In
altra
forma
ti
persuaderà
eloquentemente
dell
'
obbligo
di
ben
parlare
la
propria
lingua
il
Dati
,
nella
cui
prosa
ritroverai
il
miglior
Cinquecento
;
e
nel
Sarpi
ammirerai
la
sobrietà
vigorosa
e
lucida
,
retta
da
una
coscienza
fortissima
e
da
un
alto
intento
civile
.
Ti
parrà
di
ritornare
indietro
col
Bartoli
,
adoratore
della
forma
,
studioso
di
vezzi
e
di
grazie
,
servitore
,
non
dominatore
della
lingua
;
ma
di
lingua
vi
troverai
una
miniera
enorme
,
e
v
'
imparerai
l
'
arte
difficile
di
"
condurre
come
in
ordinanza
stretta
i
pensieri
e
trarre
dalla
destrissima
collocazione
delle
parole
chiarezza
lucidissima
e
nobile
e
grato
temperamento
di
suoni
"
.
E
artificio
rettorico
troverai
pure
nelle
prediche
del
Segneri
,
concitate
talvolta
per
proposito
più
che
per
passione
;
ma
anche
spontaneità
nell
'
esuberanza
,
e
puro
eloquio
e
varietà
d
'
armonie
nella
stretta
argomentazione
e
negl
'
impeti
non
rari
d
'
eloquenza
vera
;
e
calda
,
viva
,
irruente
eloquenza
nelle
Filippiche
del
Tassoni
,
frementi
d
'
ira
contro
la
dominazione
straniera
e
tutte
palpitanti
di
generose
speranze
italiane
.
C
'
è
bisogno
di
raccomandarti
Gaspare
Gozzi
,
maestro
di
eleganza
e
di
grazia
,
pieno
di
buon
gusto
e
di
buon
senso
,
e
osservatore
arguto
e
finissimo
,
che
in
pieno
Settecento
oppone
all
'
invadente
gusto
straniero
la
sua
bella
prosa
castigata
,
ancora
atteggiata
della
dignità
antica
?
Occorre
accennarti
la
prosa
agile
,
spigliata
,
scintillante
,
con
la
quale
Giuseppe
Baretti
allarga
i
confini
della
critica
e
tratta
a
ferro
e
a
fuoco
le
frivolezze
e
le
pastorellerie
dell
'
Arcadia
?
Ma
a
lui
non
t
'
arresterai
per
studiare
gli
effetti
prodotti
nella
prosa
italiana
dal
nuovo
mescolarsi
della
cultura
nazionale
con
la
cultura
europea
contemporanea
.
Leggerai
del
Cesarotti
,
benchè
francesizzante
,
le
pagine
dove
si
prefigge
di
liberar
la
lingua
dal
dispotismo
dell
'
autorità
e
dai
capricci
della
moda
e
dell
'
uso
per
sommetterla
al
governo
legittimo
della
ragione
e
del
gusto
;
e
non
trascurerai
il
Bettinelli
,
se
vorrai
un
esempio
singolare
di
prosa
battagliera
,
ribelle
alle
tradizioni
pedantesche
,
inforestierata
,
ma
viva
;
né
l
'
Algarotti
,
che
nello
stile
foggiato
alla
francese
ha
l
'
arte
di
render
piane
con
facilità
e
vivezza
quasi
di
conversazione
le
verità
più
difficili
della
scienza
;
né
Alessandro
Verri
,
non
puro
di
lingua
né
di
stile
,
ma
uno
dei
primi
nostri
scrittori
riusciti
efficacissimi
nella
mozione
degli
affetti
.
E
arriverai
così
a
Vittorio
Alfieri
,
che
con
la
sua
Vita
eresse
il
primo
monumento
di
prosa
veramente
moderna
:
e
s
'
intende
di
quella
prosa
personale
,
non
calcata
su
alcun
esemplare
da
tutti
imitabile
,
la
quale
prende
forma
e
colore
dall
'
indole
dell
'
autore
,
ed
è
opera
d
'
arte
,
ma
d
'
un
'
arte
sua
propria
,
uscita
dall
'
intimo
dell
'
animo
suo
,
e
che
non
si
può
confondere
con
quella
di
nessun
altro
,
come
l
'
espressione
del
viso
e
il
suono
della
voce
.
Dal
Foscolo
al
Carducci
.
E
ora
una
schiera
di
maestri
,
mirabilmente
vari
,
nei
quali
,
come
nell
'
Alfieri
,
parla
il
nuovo
spirito
destato
dalla
rivoluzione
e
la
coscienza
nazionale
risuscitata
dalla
dominazione
francese
;
e
primo
fra
questi
Ugo
Foscolo
con
quell
'
Epistolario
impareggiabile
,
in
cui
egli
trasfuse
e
svelò
tutta
l
'
anima
sua
con
un
calore
,
con
una
sincerità
,
con
una
franchezza
e
vigoria
di
stile
che
ti
soggiogheranno
.
Ma
non
trascurerai
però
la
prosa
fluida
,
chiarissima
,
sonoramente
faconda
del
suo
rivale
poetico
,
Vincenzo
Monti
,
battagliante
col
diavolo
in
corpo
contro
la
Crusca
e
i
propri
critici
.
Né
ti
spiacerà
il
ritorno
all
'
imitazione
dell
'
antico
in
quegli
scrittori
che
tentarono
per
tal
via
di
salvare
le
nostre
lettere
dalla
corruzione
straniera
;
chè
anzi
essi
ti
gioveranno
per
questo
.
Declamazione
,
ridondanza
d
'
ornamenti
,
affettazione
anticheggiante
;
ma
anche
vigor
maschio
di
stile
,
pagine
scultorie
e
magniloquenti
troverai
nel
Botta
.
Ammirerai
il
gusto
squisito
e
"
la
strettissima
fabbrica
dei
periodi
"
nel
Giordani
,
benchè
per
il
soverchio
studio
appunto
di
legare
strettamente
le
idee
e
di
serbar
la
lingua
purissima
,
egli
abbia
qualche
cosa
di
rattenuto
,
come
dice
il
Capponi
,
e
"
non
scorra
nella
sua
prosa
libera
e
franca
l
'
onda
della
parola
"
.
E
benchè
la
parola
idoleggi
,
e
sia
schiavo
del
suo
principio
di
restringere
la
lingua
al
Trecento
,
ti
gioverà
il
Padre
Cesari
,
prosator
gioielliere
,
tutto
eleganze
classiche
,
che
fu
al
tempo
suo
contro
il
forestierume
linguistico
un
"
antidoto
potente
"
non
inutile
affatto
ai
giorni
nostri
.
E
lascerai
dire
chi
vuole
:
leggerai
il
Colletta
,
non
impeccabile
nella
lingua
e
non
sempre
chiarissimo
,
ma
fiero
e
gagliardo
in
quella
sua
prosa
da
uomo
di
guerra
,
che
porta
lo
stampo
profondo
dell
'
animo
suo
.
E
non
leggerai
soltanto
,
studierai
con
amore
i
due
prosatori
ammirabili
che
sono
nel
Leopardi
:
quello
libero
,
vivo
,
tutto
moderno
dei
Pensieri
inediti
,
dove
s
'
abbandona
all
'
ispirazione
subitanea
,
quasi
parlando
più
che
scrivendo
,
e
quello
meno
agile
,
meno
colorito
,
ma
di
disegno
più
puro
e
più
fermo
,
delle
Operette
morali
:
prosa
originalissima
,
mista
di
modernità
e
di
classicismo
,
magistralmente
ordita
,
d
'
una
"
serenità
marmorea
"
,
d
'
un
'
armonia
sommessa
e
delicatissima
,
e
d
'
una
chiarezza
"
a
traverso
la
quale
si
vedono
i
pensieri
come
per
un
'
acqua
limpida
le
rene
e
i
sassolini
del
fondo
"
.
Quello
che
il
Leopardi
non
fece
,
di
rinfrescare
la
lingua
alla
sorgente
dell
'
uso
vivo
,
troverai
nel
Tommaseo
,
che
alla
propria
prosa
"
diede
moto
e
vita
e
copia
ritraendo
giudiziosamente
dall
'
uso
fiorentino
"
,
poeta
e
scienziato
della
parola
,
qualche
volta
troppo
forzatamente
conciso
,
ma
ricco
,
robusto
,
proprio
,
e
pittore
e
scultore
e
cesellatore
,
che
dice
mirabilmente
e
in
modo
tutto
suo
ogni
cosa
più
difficile
a
dire
.
C
'
è
bisogno
di
rammentarti
Giuseppe
Giusti
?
Non
è
a
imitarsi
la
soverchia
ripetizione
dei
modi
prediletti
,
né
l
'
abuso
delle
forme
vernacole
,
né
l
'
affettazione
della
sprezzatura
,
in
cui
cade
troppo
spesso
nell
'
Epistolario
;
ma
quanta
ricchezza
di
modi
famigliari
e
popolari
,
che
pieghevolezza
,
che
amabile
baldanza
,
che
briosa
disinvoltura
di
stile
!
Non
t
'
avrei
neppure
da
rammentare
il
Guerrazzi
,
non
scevro
di
vecchia
rettorica
,
né
d
'
enfasi
romantica
,
e
spesso
forzato
nello
stile
;
ma
ricchissimo
di
lingua
pura
,
di
frasi
scultorie
e
d
'
immagini
ardite
,
potente
nell
'
espressione
dell
'
ira
e
del
sarcasmo
e
negl
'
impeti
d
'
eloquenza
patriottica
,
scrittore
originale
e
grande
nelle
sue
pagine
migliori
,
venate
d
'
oro
e
scintillanti
di
gemme
,
irte
di
rilievi
di
bronzo
e
di
punte
d
'
acciaio
.
Leggi
dopo
questa
,
per
amor
del
contrasto
,
la
prosa
nobilmente
famigliare
di
Gino
Capponi
,
bella
d
'
una
proporzione
,
d
'
una
discrezione
,
d
'
una
compostezza
patrizia
,
nella
quale
,
come
dice
il
Carducci
,
l
'
anima
del
lettore
si
riposa
e
si
contenta
come
l
'
occhio
dello
spettatore
nelle
linee
degli
edifizi
fiorentini
.
E
non
soltanto
per
dovere
di
cittadino
,
ma
per
interesse
di
studioso
,
leggerai
la
prosa
del
Mazzini
,
"
lievemente
colorita
di
classicismo
"
,
misurata
,
ma
viva
,
armoniosa
,
ma
senza
ridondanza
,
ora
profeticamente
solenne
,
ora
squillante
come
una
musica
guerriera
,
e
sempre
chiara
come
cristallo
.
E
per
prender
coraggio
da
un
esempio
insigne
del
come
anche
un
italiano
nato
ai
piedi
delle
Alpi
possa
con
lo
studio
riuscire
uno
scrittore
facondo
,
nobile
e
ricco
,
leggi
Vincenzo
Gioberti
:
un
maestro
,
benchè
vesta
troppo
ampiamente
il
pensiero
e
"
faccia
sciupìo
di
metafore
e
di
splendori
"
.
Col
quale
terminerei
,
non
essendo
necessario
l
'
accennare
i
viventi
,
se
d
'
uno
di
questi
non
si
potesse
in
nessun
modo
tacere
,
perché
è
incominciato
per
lui
il
giudizio
della
posterità
.
Voglio
dire
Giosue
Carducci
,
prosatore
potentissimo
,
che
dice
tutto
quello
che
vuole
e
come
vuole
,
solennemente
e
famigliarmente
,
con
un
'
arte
che
sgomenta
chi
studia
l
'
arte
;
nel
quale
la
conoscenza
profonda
della
lingua
letteraria
e
il
possesso
perfetto
dell
'
uso
vivo
,
non
abusati
mai
ad
alcun
proposito
,
si
fondono
e
si
contemperano
in
un
linguaggio
di
forza
straordinaria
e
d
'
armonia
svariatissima
,
egualmente
bello
e
potente
nella
descrizione
e
nella
polemica
,
nel
discorso
dottrinale
e
nel
volo
lirico
,
nell
'
orazione
politica
e
nella
fantasia
scherzosa
,
sempre
segnato
d
'
un
'
impronta
in
cui
lo
riconosci
e
lo
ammiri
.
-
Ma
,
e
Alessandro
Manzoni
?
-
domanderai
a
questo
punto
.
L
'
ho
lasciato
ultimo
per
finire
con
lui
,
e
volevo
finir
con
lui
perché
è
lo
scrittore
che
devo
raccomandarti
con
maggior
insistenza
di
studiare
,
parendomi
la
prosa
dei
Promessi
Sposi
la
più
vicina
a
quello
che
è
per
tutti
oramai
il
tipo
ideale
della
prosa
moderna
:
moderna
e
perfettamente
italiana
.
È
semplice
,
in
fatti
,
conforme
al
linguaggio
parlato
,
e
pare
spontanea
;
ma
non
cade
mai
nella
volgarità
,
e
neppure
nell
'
affettazione
della
naturalezza
.
È
chiara
,
limpida
come
l
'
aria
,
ma
non
per
effetto
d
'
una
semplicità
elementare
:
ha
la
chiarezza
che
deriva
dalla
precisione
e
dall
'
ordine
dei
pensieri
,
e
dall
'
arte
finissima
di
ridurre
ogni
idea
,
per
quanto
profonda
e
complessa
,
a
un
'
espressione
semplice
,
che
la
fa
parere
un
portato
del
senso
comune
.
È
sempre
stretta
al
pensiero
,
ma
senza
impacciarlo
mai
;
logica
,
ma
senza
mostrar
lo
sforzo
delle
connessioni
e
dei
legamenti
;
omogenea
,
ma
pieghevole
a
tutti
gli
atteggiamenti
del
pensiero
e
alla
natura
propria
d
'
ogni
oggetto
o
argomento
;
originale
,
ma
non
ribelle
alla
tradizione
,
e
scevra
a
un
tempo
d
'
ogni
imitazione
o
reminiscenza
di
stili
altrui
.
È
ricca
di
lingua
,
e
dove
il
soggetto
lo
vuole
,
elegante
,
ma
senza
che
la
forma
si
faccia
mai
sentire
per
sé
stessa
,
senza
che
alcuna
parola
o
frase
distolga
mai
l
'
attenzione
dal
pensiero
;
ed
è
variamente
colorita
,
ma
senza
vistosità
,
e
con
una
fusione
perfetta
di
tinte
;
ed
è
mirabilmente
armoniosa
,
ma
senza
ricerca
evidente
del
numero
,
d
'
un
'
armonia
riposta
e
delicatissima
,
che
par
non
venga
dalle
parole
,
ma
dal
pensiero
,
e
nasce
infatti
dall
'
equilibrio
perfetto
delle
idee
,
e
suona
nella
mente
quasi
senza
che
l
'
orecchio
la
senta
.
Leggila
e
studiala
con
attenzione
e
con
amore
.
Studiala
confrontando
le
due
Edizioni
del
Romanzo
,
quella
del
primo
testo
,
del
1825
,
e
quella
corretta
,
del
1840
,
e
ne
intenderai
meglio
la
ragione
,
l
'
arte
e
la
bellezza
al
vedere
come
del
primo
testo
l
'
autore
ha
appianato
le
scabrosità
,
addolcito
le
durezze
,
sostituito
al
latinismo
o
al
modo
vernacolo
la
locuzione
italiana
,
all
'
arcaismo
la
parola
viva
,
alla
pedanteria
grammaticale
l
'
anacoluto
efficace
;
per
che
via
,
con
che
norma
lucida
e
costante
egli
ha
rifatto
in
parte
e
avvicinato
l
'
opera
sua
alla
forma
ideale
che
gli
splendeva
nella
mente
.
Studiala
,
e
t
'
affinerai
il
criterio
e
il
gusto
,
e
prenderai
in
avversione
per
sempre
il
manierato
e
il
falso
,
il
troppo
e
il
vano
,
la
trivialità
e
la
stranezza
,
l
'
orpello
e
la
ciancia
.
Studiala
,
e
imparerai
a
fare
e
a
correggere
,
a
condensare
e
a
semplificare
,
a
esser
chiaro
e
sincero
,
dignitoso
e
discreto
,
logico
e
giusto
.
Studia
il
Manzoni
e
amalo
per
tutta
la
vita
.
Ma
non
lo
adorare
;
ti
sia
maestro
,
non
idolo
.
Conclusione
.
Voglio
dire
:
non
te
lo
prefiggere
modello
unico
di
prosatore
,
per
avere
il
pretesto
,
comodo
alla
pigrizia
,
di
non
leggerne
altri
,
come
molti
fanno
;
ai
quali
il
maestro
unico
raffina
il
gusto
,
ma
lo
circoscrive
;
poichè
il
Manzoni
mostrò
ciò
che
può
la
lingua
nostra
,
ma
non
in
tutti
i
campi
,
né
in
ogni
forma
della
letteratura
,
non
avendo
trattato
ogni
argomento
,
né
tutto
detto
in
tutti
i
modi
possibili
neppure
nel
campo
suo
.
E
non
lo
imitare
,
per
la
ragione
principalissima
,
ch
'
egli
non
ha
imitato
nessuno
.
Ma
la
semplicità
-
domanderai
-
la
naturalezza
,
tutte
le
qualità
mirabili
che
riconosciamo
nella
sua
prosa
,
perché
non
s
'
hanno
da
imitare
?
-
E
io
ti
rispondo
che
quelle
qualità
non
te
le
darà
l
'
imitazione
,
con
la
quale
troppo
facilmente
la
semplicità
degenera
in
sciatteria
,
la
grazia
in
sguaiataggine
e
in
superficialità
la
chiarezza
.
Quelle
qualità
devono
essere
in
te
,
come
furono
nel
Manzoni
,
il
frutto
maturo
d
'
infiniti
studi
e
letture
,
e
disse
stupendamente
il
più
sensato
dei
manzoniani
:
che
è
illusione
il
credere
di
potergliele
rubare
,
leggendo
lui
soltanto
,
senza
rifare
in
qualche
modo
il
cammino
ch
'
egli
fece
.
Leggi
dunque
,
e
studia
tutti
gli
scrittori
.
Leggi
e
confronta
fra
di
loro
quelli
che
si
rassomigliano
e
quelli
che
più
si
dissomigliano
,
arrestandoti
in
special
modo
a
considerare
gli
effetti
simili
ottenuti
con
mezzi
diversi
.
In
ciascuno
troverai
certi
ordini
di
pensieri
e
di
sentimenti
ch
'
essi
esprimono
con
maggior
efficacia
d
'
ogni
altro
;
troverai
nei
più
artificiosi
espressioni
e
forme
semplici
;
nei
meno
eleganti
forme
elegantissime
;
nei
meno
ricchi
di
lingua
locuzioni
e
costrutti
preziosi
,
da
altri
non
usati
,
frasi
e
parole
,
dalle
quali
essi
soli
traggono
certi
effetti
vivi
,
per
il
punto
e
il
modo
con
cui
le
adoperano
,
come
se
quelle
forme
acquistassero
dalla
loro
penna
,
incastonate
nei
loro
periodi
,
un
valore
particolare
.
Cerca
in
tutti
,
quando
sei
arrestato
da
una
frase
o
da
una
parola
che
suona
falso
,
o
da
un
'
oscurità
,
o
da
una
slegatura
che
ti
dà
il
senso
d
'
un
vuoto
,
o
da
un
giro
di
parole
che
ti
dà
un
principio
di
noia
,
cerca
in
qual
maniera
si
potrebbe
correggere
l
'
errore
,
chiarire
l
'
oscurità
,
annodare
i
pensieri
sconnessi
,
recidere
la
frase
oziosa
.
Arrèstati
in
special
modo
ogni
volta
che
trovi
espressi
con
facilità
e
proprietà
certi
sentimenti
e
pensieri
,
dei
quali
a
te
suol
riuscire
difficile
l
'
espressione
,
o
perché
corrispondono
a
lati
deboli
delle
tue
facoltà
,
o
perché
sono
remoti
dalla
tua
indole
,
o
perché
si
riferiscono
a
cose
sulle
quali
non
hai
mai
fermato
a
lungo
l
'
attenzione
.
E
ritorna
sulle
pagine
belle
:
non
ti
contentare
di
quella
prima
commozione
viva
e
piacevole
ch
'
esse
ti
destano
,
nella
quale
,
come
dice
il
Leopardi
,
la
mente
tumultua
e
si
confonde
;
ma
esamina
,
com
'
egli
faceva
,
e
rivolgi
in
mente
quelle
bellezze
fin
che
esse
vi
piglino
un
posto
,
dove
rimangano
.
Locuzioni
,
armonie
,
inflessioni
di
stile
,
particolarità
sintattiche
degli
scrittori
più
diversi
si
mescoleranno
nella
tua
memoria
,
si
combineranno
coi
tuoi
pensieri
,
e
ti
verranno
fuori
in
certi
momenti
,
senza
che
tu
ne
riconosca
l
'
origine
,
come
dall
'
intimo
del
tuo
spirito
,
come
nate
nel
tuo
capo
,
e
tutte
tue
;
chè
saranno
tue
veramente
.
Ti
verranno
,
nello
scrivere
,
reminiscenze
inconsapevoli
di
tutte
le
scuole
,
di
tutti
i
generi
e
di
tutti
i
secoli
della
letteratura
,
soccorsi
inaspettati
,
echi
lontani
e
vicini
e
soffi
animatori
e
baleni
;
scriverai
con
la
cooperazione
misteriosa
di
tutti
i
grandi
scrittori
;
e
ti
parrà
nondimeno
di
non
ricever
nulla
da
nessuno
,
perché
quello
che
n
'
avrai
tolto
sarà
diventato
tua
eredità
legittima
,
ti
sarà
penetrato
"
nei
più
profondi
strati
del
pensabile
"
,
sarà
diventato
sostanza
del
tuo
cervello
e
del
tuo
sangue
,
il
tuo
ingegno
,
la
tua
italianità
,
la
parola
spontanea
e
necessaria
del
tuo
sentimento
e
del
tuo
pensiero
.
UN
PARLATORE
IDEALE
.
È
uno
dei
più
cari
ricordi
della
mia
gioventù
questo
toscano
illustre
,
al
quale
,
per
riuscire
un
grande
scrittore
,
non
mancò
né
l
'
ingegno
,
né
la
dottrina
,
né
il
sentimento
,
né
l
'
arte
;
ma
solamente
la
voglia
di
scrivere
.
Già
dissi
di
lui
in
altri
libri
;
ma
l
'
impressione
ch
'
egli
mi
lasciò
di
sé
nell
'
animo
e
nella
mente
è
così
profonda
,
e
ancor
così
viva
,
che
,
riparlandone
,
non
ho
coscienza
di
ripetere
cose
già
dette
;
e
se
ripeto
le
cose
,
mi
vien
sempre
fatto
di
dirle
in
modo
diverso
,
poichè
mi
pare
di
non
averle
mai
dette
prima
con
bastante
efficacia
.
È
il
più
ammirabile
maestro
di
lingua
parlata
ch
'
io
abbia
inteso
mai
,
quello
che
mi
mostrò
meglio
d
'
ogni
altro
più
eletto
parlatore
ciò
che
può
la
lingua
italiana
nel
campo
della
conversazione
agile
e
varia
,
irto
di
tante
difficoltà
per
la
maggior
parte
degl
'
italiani
anche
colti
.
Si
sentiva
ch
'
era
toscano
;
ma
non
negl
'
idiotismi
di
pronunzia
che
ai
toscani
si
rimproverano
,
chè
non
n
'
aveva
nessuno
,
non
aspirando
neppur
leggermente
la
c
:
si
sentiva
nella
pronunzia
perfetta
che
,
fuor
di
Toscana
,
nessun
italiano
o
pochissimi
possedono
,
anche
di
coloro
che
hanno
reputazione
meritata
di
parlar
perfettamente
.
Ma
la
pronunzia
era
il
pregio
minore
del
suo
parlare
.
Il
pregio
massimo
era
d
'
esprimere
ogni
pensiero
,
anche
più
difficile
,
intorno
a
qualunque
argomento
,
o
più
ovvio
o
più
astruso
,
con
una
facilità
e
con
un
garbo
impareggiabile
,
senza
uscir
mai
dal
tono
della
conversazione
famigliare
;
di
dire
ogni
cosa
con
proprietà
,
con
finezza
e
con
eleganza
,
senza
che
apparisse
mai
nel
suo
discorso
neppure
un
'
ombra
di
ricercatezza
e
d
'
ostentazione
letteraria
.
Parlava
con
facilità
,
ma
non
in
furia
,
e
se
qualche
volta
s
'
arrestava
un
momento
a
cercare
una
parola
o
una
frase
,
nessuno
dei
suoi
ascoltatori
s
'
impazientiva
;
non
solo
,
ma
l
'
aspettazione
era
piacevole
,
perché
sapevan
tutti
che
l
'
espressione
aspettata
veniva
poi
quasi
sempre
più
felice
,
più
calzante
al
pensiero
di
quella
che
alla
mente
loro
s
'
affacciava
.
E
v
'
erano
nel
suo
linguaggio
gradazioni
finissime
secondo
ch
'
egli
parlava
con
persone
con
le
quali
non
avesse
dimestichezza
,
o
con
amici
stretti
,
o
in
un
crocchio
dove
non
fossero
signore
,
o
con
signore
.
Non
c
'
era
caso
che
con
queste
gli
sfuggisse
mai
uno
di
quei
tanti
modi
volgari
,
comunemente
usati
,
dello
stampo
di
tirar
su
le
calze
o
romper
le
tasche
o
mandare
a
far
friggere
,
che
molti
credono
leciti
in
ogni
compagnia
perché
li
hanno
letti
nei
libri
:
egli
non
aveva
neppur
da
fare
un
atto
di
riflessione
per
iscansarli
:
il
suo
senso
squisito
della
dignità
e
della
grazia
li
escludeva
.
E
così
,
quando
gli
occorreva
di
spiegare
ad
uno
qualche
cosa
che
questi
non
comprendesse
alla
prima
,
o
quando
faceva
una
citazione
,
o
ribatteva
un
'
opinione
altrui
,
erano
ammirabili
le
sfumature
,
le
industrie
gentili
della
frase
e
dell
'
accento
,
ch
'
egli
usava
,
non
lasciandole
quasi
avvertire
,
perché
non
ci
fosse
nel
suo
linguaggio
nessun
'
apparenza
d
'
insegnamento
,
né
colore
di
saccenteria
,
né
asprezza
di
contraddizione
.
Ne
seguiva
mai
ch
'
egli
mostrasse
,
come
fanno
molti
bei
parlatori
,
di
star
a
sentire
sé
stesso
,
o
di
cercar
negli
occhi
degli
uditori
l
'
ammirazione
della
propria
eloquenza
:
non
si
vedeva
mai
sul
suo
viso
,
non
si
sentiva
mai
nel
suo
accento
altra
espressione
da
quella
del
pensiero
o
del
sentimento
ch
'
egli
esponeva
.
Alla
semplicità
signorile
e
amabile
del
linguaggio
corrispondeva
perfettamente
il
suo
modo
di
gestire
:
vivo
,
ma
sobrio
,
e
sempre
spontaneo
,
e
pieno
d
'
efficacia
,
sia
che
facesse
l
'
atto
di
disegnar
nell
'
aria
un
'
immagine
,
o
d
'
incidere
col
cesello
una
frase
,
o
di
modellare
una
forma
nella
creta
,
o
di
scacciare
con
la
mano
un
velo
di
nebbia
che
ondeggiasse
fra
il
suo
pensiero
e
la
sua
parola
.
Maravigliosa
era
poi
la
varietà
del
suo
vocabolario
,
ricchissimo
,
secondo
gli
argomenti
della
conversazione
,
di
locuzioni
letterarie
e
di
modi
popolari
,
senza
che
nessun
modo
insolito
usato
da
lui
paresse
mai
strano
o
nuovo
affatto
a
chi
l
'
udiva
per
la
prima
volta
,
tanto
egli
l
'
usava
a
proposito
,
e
in
maniera
che
da
tutto
il
discorso
n
'
era
chiarito
il
senso
e
l
'
opportunità
dimostrata
.
Persino
quei
vocaboli
stranieri
,
che
s
'
usano
di
necessità
per
designar
nuove
cose
,
ma
che
suonano
sgradevolmente
all
'
orecchio
non
ancora
assuefatto
a
sentirli
,
riuscivano
meno
esotici
,
pigliavan
quasi
suono
e
apparenza
italiani
in
quel
suo
linguaggio
di
sostanza
e
di
forma
tutta
italiana
,
come
se
questo
comunicasse
loro
un
poco
del
suo
colorito
e
della
sua
armonia
.
Con
che
agilità
di
parola
raccontava
,
con
che
evidenza
di
disegno
e
securità
di
tocco
descriveva
,
con
che
vivezza
faceva
scattare
e
scintillare
l
'
arguzia
,
e
con
che
stretta
concatenazione
d
'
argomenti
e
lucida
semplicità
di
dizione
ragionava
,
smorzando
il
tono
,
allentando
la
stretta
della
dialettica
,
raffinando
la
cortesia
dell
'
espressione
man
mano
che
sentiva
vacillare
l
'
avversario
,
non
più
ostinato
a
resistere
che
per
salvare
l
'
orgoglio
!
Si
diceva
ogni
momento
,
ascoltandolo
:
-
Senti
,
come
si
può
dire
semplicemente
la
tal
cosa
che
io
dico
sempre
con
una
frase
solenne
!
-
Oppure
:
-
Guarda
,
e
io
sostenni
sempre
che
la
tal
frase
francese
non
si
poteva
tradurre
in
buon
italiano
!
-
A
sentirlo
,
desideravo
sempre
che
fosse
lì
qualche
dotto
straniero
,
di
quelli
che
intendono
l
'
italiano
e
lo
gustano
,
perché
ammirasse
in
quel
parlare
un
saggio
della
ricchezza
e
della
potenza
della
nostra
lingua
,
e
mi
rallegravo
in
fondo
all
'
anima
,
e
sentivo
alterezza
d
'
esser
nato
nel
paese
dove
una
tal
lingua
si
parla
.
E
osservavo
che
quasi
tutti
,
discorrendo
con
lui
,
parlavano
meglio
del
solito
,
e
non
per
uno
sforzo
che
facessero
,
per
emulazione
;
ma
naturalmente
,
come
per
un
'
eco
armoniosa
ch
'
egli
destasse
in
loro
;
ciò
che
pure
osservai
nelle
famiglie
,
dove
parlan
tutti
più
o
men
bene
,
se
c
'
è
uno
che
parla
benissimo
.
La
sua
conversazione
era
un
diletto
,
un
pascolo
intellettuale
,
una
scuola
di
lingua
e
di
gentilezza
.
E
per
effetto
dei
vari
pregi
ch
'
egli
riuniva
,
dell
'
espressione
propria
e
colorita
,
della
pronunzia
bella
,
dell
'
accento
e
del
gesto
efficacissimo
,
tanta
parte
dei
suoi
discorsi
m
'
è
rimasta
impressa
nella
memoria
,
che
ad
ogni
tratto
,
parlando
e
scrivendo
,
nell
'
atto
stesso
che
certe
espressioni
m
'
escono
dalla
bocca
o
dalla
penna
,
mi
ricordo
d
'
averle
imparate
da
lui
;
e
molte
volte
,
dopo
che
ho
scritto
una
frase
o
una
parola
che
mi
pare
affettata
,
o
volgare
,
o
disadatta
,
domando
a
me
stesso
s
'
egli
l
'
avrebbe
usata
,
e
se
,
immaginando
d
'
udirla
dire
da
lui
,
mi
par
che
stoni
col
suo
discorso
,
la
cancello
;
e
quasi
sempre
,
nel
rileggere
con
intento
critico
qualche
cosa
mia
che
non
mi
contenti
,
per
forzarmi
ad
esser
severo
con
me
medesimo
in
ciò
che
riguarda
il
buon
gusto
,
mi
figuro
che
ci
sia
lì
lui
,
ad
ascoltare
.
E
così
nei
buoni
effetti
del
suo
insegnamento
mi
risorge
dinanzi
sovente
l
'
immagine
del
maestro
insigne
e
caro
,
che
da
venticinque
anni
non
vedo
più
,
e
a
cui
m
'
è
dolce
esprimere
ancora
una
volta
la
reverenza
antica
e
la
gratitudine
fatta
più
viva
dal
tempo
.
[
350
bianca
]
PARTE
TERZA
.
[
352
bianca
]
SE
CI
POSSIAMO
FARE
UNO
STILE
.
Un
onesto
negoziante
,
un
po
'
burbero
in
famiglia
,
ma
buon
diavolaccio
,
il
quale
credeva
che
per
legge
di
natura
un
padre
fosse
in
grado
d
'
insegnare
alla
sua
prole
ogni
cosa
,
un
giorno
,
in
mia
presenza
,
disse
severamente
al
suo
figliuoletto
,
rendendogli
la
pagina
del
componimento
italiano
:
-
Ma
quando
ti
farai
uno
stile
?
-
Poi
,
rivolgendosi
a
me
:
-
Lo
persuada
lei
,
che
è
tempo
che
si
faccia
uno
stile
.
Gli
promisi
di
contentarlo
in
un
momento
più
opportuno
;
ma
la
prima
volta
che
mi
trovai
a
quattr
'
occhi
col
ragazzo
,
lo
confesso
senza
rimorso
,
tradii
il
genitore
con
un
discorsetto
ribelle
alla
sua
volontà
;
il
quale
diceva
presso
a
poco
quello
che
ora
ripeto
a
te
,
mio
giovine
lettore
ideale
.
Farsi
uno
stile
!
Mi
par
come
dire
:
farsi
un
temperamento
,
farsi
una
fisonomia
,
farsi
una
voce
.
Lo
stile
non
ce
lo
facciamo
:
ci
vien
fatto
;
o
come
disse
un
grande
scrittore
,
si
trova
senza
cercarlo
:
chi
lo
cerca
,
non
può
che
trovare
uno
stile
artefatto
;
chi
se
lo
vuol
fare
non
riuscirà
che
a
farsi
una
maniera
,
non
uno
stile
.
Qualunque
scrittore
,
che
abbia
uno
stile
veramente
proprio
e
sano
,
che
non
sia
imitazione
o
artifizio
(
sinonimi
,
letterariamente
,
di
malsania
)
,
se
gli
domandi
in
che
modo
se
lo
sia
fatto
,
ti
dirà
che
non
lo
sa
,
o
che
non
lo
sa
dire
;
che
in
fondo
è
la
stessa
cosa
.
Non
ti
dar
dunque
questa
briga
,
non
soltanto
inutile
,
ma
perniciosa
.
Se
si
tien
per
giusta
la
definizione
:
lo
stile
è
l
'
uomo
,
tu
devi
prima
diventare
un
uomo
.
Se
s
'
accetta
l
'
altra
definizione
:
-
lo
stile
è
quella
vita
che
il
tuo
concetto
prende
in
te
,
e
che
tu
comunichi
,
nell
'
esprimerlo
,
agli
altri
-
,
o
più
breve
:
-
è
la
vita
nella
parola
-
,
come
si
può
cercare
la
vita
?
Sei
persuaso
?
T
'
addurrò
un
'
altra
ragione
.
È
un
fatto
universalmente
riconosciuto
che
ogni
individuo
,
in
un
certo
senso
,
parla
un
linguaggio
diverso
da
quello
d
'
ogni
altro
uomo
,
cioè
,
che
non
solo
usa
sempre
o
quasi
quelle
tali
parole
per
esprimere
quelle
tali
cose
,
e
ha
certi
modi
e
frasi
famigliari
,
consuete
a
lui
più
che
agli
altri
;
ma
che
certe
parole
e
frasi
suole
usare
in
un
significato
leggermente
diverso
da
quello
che
dànno
loro
la
maggior
parte
.
E
non
soltanto
ciascun
uomo
ha
un
linguaggio
individuale
per
quello
che
riguarda
i
semplici
vocaboli
e
le
semplici
frasi
;
ma
ha
pure
un
suo
modo
particolare
d
'
ordinare
le
idee
,
il
quale
deriva
dal
maggiore
o
minor
grado
d
'
importanza
che
a
ciascuna
idea
egli
attribuisce
rispetto
all
'
altre
,
e
un
modo
suo
proprio
di
legarle
fra
loro
,
il
quale
dipende
dalle
relazioni
particolari
che
fra
loro
egli
vede
,
e
anche
un
andamento
del
discorso
,
per
così
dir
musicale
,
suo
proprio
,
il
quale
è
effetto
del
suo
modo
individuale
di
sentire
il
suono
del
linguaggio
ch
'
egli
parla
.
Ora
in
questo
vocabolario
individuale
,
e
nel
modo
d
'
ordinare
e
di
collegare
l
'
idee
,
e
nel
ritmo
del
discorso
che
ciascuno
ha
di
suo
,
consiste
appunto
lo
stile
;
e
tu
comprendi
che
tutte
queste
cose
non
si
cercano
,
ma
vengono
da
sé
,
col
tempo
,
che
ne
porta
molt
'
altre
.
Vedi
dunque
che
non
ti
devi
affannare
a
farti
uno
stile
.
Ognun
sa
sé
,
dice
il
proverbio
,
e
il
Giusti
,
riferendolo
allo
scrivere
,
l
'
ha
ben
commentato
così
:
ognuno
ha
mezzi
tutti
suoi
,
tutti
voluti
dal
suo
modo
di
essere
,
e
dei
quali
il
più
delle
volte
non
saprebbe
dar
conto
neppure
a
sé
medesimo
.
Ma
questi
mezzi
non
si
svolgono
,
e
non
vien
fatto
d
'
usarli
che
con
gli
anni
,
quando
è
formata
l
'
organatura
della
mente
e
formato
l
'
animo
.
In
ciò
che
nel
linguaggio
di
ciascuno
c
'
è
di
differente
da
quello
degli
altri
"
entra
tutta
l
'
individualità
del
carattere
,
del
sapere
,
dell
'
educazione
"
.
Lo
stile
ti
verrà
dai
recessi
più
profondi
dell
'
animo
,
da
quello
che
faranno
di
te
le
passioni
,
i
casi
della
vita
,
le
cose
che
amerai
e
ammirerai
,
la
tua
professione
,
i
tuoi
studi
prediletti
;
ti
verrà
dal
predominio
che
avrà
in
te
o
il
sentimento
o
la
ragione
,
o
dall
'
equilibrio
stabile
dell
'
uno
con
l
'
altra
;
dai
contrasti
che
troverai
,
dalle
lotte
che
dovrai
combattere
,
dai
favori
e
dalle
percosse
che
avrai
dalla
fortuna
nell
'
aprirti
una
strada
nel
mondo
,
dall
'
aspetto
in
cui
ti
si
presenterà
la
natura
,
dal
modo
come
giudicherai
gli
uomini
,
dalla
fede
che
avrai
in
qualche
cosa
di
bello
e
di
grande
,
o
dai
sentimenti
che
non
ti
lasceranno
sorgere
o
ti
spegneranno
nel
cuore
quella
fede
.
Come
la
luce
del
sole
dà
il
colore
alle
cose
,
sarà
il
lume
dell
'
anima
tua
che
darà
il
colore
al
tuo
stile
,
sarà
il
palpito
del
tuo
cuore
che
gli
darà
il
movimento
,
e
gli
darà
il
calore
l
'
onda
del
tuo
sangue
,
e
l
'
eco
che
avrà
nel
tuo
spirito
l
'
armonia
del
giorno
sarà
la
sua
armonia
.
Cerca
dunque
per
ora
,
nello
scrivere
,
la
naturalezza
,
la
chiarezza
,
l
'
ordine
,
la
proprietà
;
ma
quel
che
indefinibile
che
è
l
'
individualità
dello
stile
,
che
è
lo
stile
senz
'
altro
,
aspetta
che
ti
venga
.
Se
te
lo
volessi
fare
,
cadresti
sicuramente
nell
'
imitazione
e
nella
stranezza
.
Non
cercare
lo
stile
:
pensa
,
studia
,
opera
,
ama
,
vivi
,
e
l
'
avrai
.
LO
STILETTATORE
.
Vien
qui
a
proposito
un
nuovo
personaggio
piacevole
.
Non
bazzicò
che
breve
tempo
il
nostro
piccolo
cenacolo
letterario
di
capi
armonici
,
quando
Firenze
era
capitale
;
ma
vi
lasciò
di
sé
una
memoria
vivissima
,
che
,
come
vedi
,
ancor
non
m
'
abbandona
;
(
o
dolce
Francesca
,
perdonami
!
)
In
che
modo
si
fosse
imbrancato
con
noi
non
ricordo
bene
:
mi
pare
al
caffè
,
dove
attaccò
conversazione
di
punto
in
bianco
,
da
un
tavolino
all
'
altro
,
una
sera
che
discutevamo
di
letteratura
,
vociando
tutti
a
un
tempo
,
com
'
era
nostro
costume
.
Era
Emiliano
,
agente
di
varie
Case
di
commercio
,
benchè
ancora
molto
giovane
,
e
dilettante
di
lettere
a
ore
avanzate
.
Aveva
scelto
per
passatempo
la
letteratura
,
non
so
perché
,
invece
del
biliardo
o
del
tiro
al
piccione
:
forse
perché
meno
costosa
;
ma
a
poco
a
poco
ci
aveva
preso
passione
;
e
l
'
idea
madre
della
sua
passione
era
,
com
'
egli
diceva
corrugando
la
fronte
,
di
farsi
uno
stile
.
Questa
frase
,
nella
quale
si
riduceva
,
credo
,
quanto
egli
conservava
degli
studi
ginnasiali
non
finiti
,
gli
s
'
era
ficcata
nel
capo
come
una
vite
;
farsi
uno
stile
era
diventato
per
lui
il
pensiero
precipuo
della
vita
,
dopo
quello
di
guadagnarsi
il
pane
.
Ma
qualunque
altra
cosa
avesse
disegnato
di
farsi
,
anche
un
palazzo
di
marmo
di
Carrara
,
credo
che
gli
sarebbe
riuscita
più
facilmente
di
quella
,
da
tanto
ch
'
era
falso
e
strambo
il
modo
ch
'
egli
teneva
per
conseguirla
.
Al
pari
di
molt
'
altri
,
egli
considerava
lo
scrivere
come
un
'
industria
a
parte
,
che
non
avesse
che
fare
col
pensiero
,
o
quasi
;
come
un
'
arte
meccanica
in
cui
si
riuscisse
maestri
con
l
'
esercizio
,
indipendentemente
dal
fatto
di
avere
o
no
qualche
cosa
da
dire
;
e
credeva
quindi
che
uno
si
potesse
fare
uno
stile
,
come
un
sarto
fa
un
abito
,
per
esporlo
nella
vetrina
della
sua
bottega
.
E
neanche
studiava
a
modo
suo
(
chè
sarebbe
stato
inutile
)
di
farsi
uno
stile
suo
proprio
.
Egli
andava
cercando
nella
gran
sartoria
della
letteratura
italiana
un
abito
bell
'
e
fatto
;
pigliava
ora
questo
ora
quello
,
se
lo
insaccava
,
e
veniva
a
farcelo
vedere
,
pavoneggiandosi
.
Un
certo
talentaccio
d
'
imitazione
l
'
aveva
.
Letto
per
una
settimana
un
autore
,
ne
cavava
un
certo
numero
di
frasi
e
di
costrutti
,
gl
'
imbastiva
insieme
alla
diavola
sopra
un
argomento
qualsiasi
,
e
correva
al
caffè
a
leggerci
la
paginetta
come
un
saggio
dello
stile
che
s
'
era
fatto
.
Gli
saltavamo
agli
occhi
,
dandogli
del
contraffattore
,
del
falso
pavone
,
dell
'
arlecchino
finto
Principe
.
E
allora
egli
ricorreva
a
un
altro
autore
,
e
tornava
dopo
un
po
'
con
un
'
altra
paginetta
,
tessuta
con
la
filaccia
spicciata
dai
panni
di
quello
.
Una
volta
rifaceva
il
Giusti
,
un
'
altra
il
Boccaccio
,
una
settimana
guerrazzeggiava
,
la
settimana
appresso
impiccava
i
fantocci
del
suo
pensiero
al
laccio
del
Davanzati
.
E
non
si
scoraggiava
mai
per
le
nostre
canzonature
.
-
Eppure
-
,
esclamava
,
picchiando
il
pugno
sul
tavolino
-
io
mi
farò
uno
stile
!
Parve
una
volta
persuaso
,
finalmente
,
della
falsità
della
via
che
batteva
:
che
uno
stile
non
si
sarebbe
fatto
mai
scimiottando
ora
l
'
uno
ora
l
'
altro
scrittore
.
Avete
ragione
-
ci
disse
-
non
bisogna
imitare
pecorescamente
nessuno
.
-
E
ci
manifestò
la
sua
nuova
idea
,
un
'
idea
luminosa
,
una
trovata
da
uomo
di
genio
,
espressa
con
una
formula
farmaceutica
:
-
Bisogna
mescolare
e
agitare
.
-
E
mescolò
e
agitò
davvero
.
La
sera
che
ci
portò
il
suo
nuovo
saggio
,
si
fece
un
baccano
di
casa
del
diavolo
.
Era
la
brutta
copia
d
'
un
lungo
articolo
di
giornale
,
in
cui
aveva
fatto
il
più
bizzarro
intruglio
di
stili
che
si
possa
immaginare
;
dove
quasi
ad
ogni
periodo
saltava
dall
'
imitazione
d
'
uno
scrittore
a
quella
d
'
un
altro
,
facendo
anche
salti
di
secoli
,
con
una
temerità
di
matto
furioso
;
un
cibreo
stilistico
,
nel
quale
si
sentivano
i
più
disparati
sapori
della
cucina
letteraria
nazionale
,
dalle
semplici
minestre
patriarcali
dei
trecentisti
ai
lambiccati
manicaretti
dolciastri
dei
cianciatorelli
fiorentineggianti
e
francesizzanti
della
scuola
manzoniana
degenerata
.
Il
chiasso
che
facemmo
lo
sconcertò
al
primo
momento
;
riconobbe
sbagliata
la
ricetta
;
ma
si
rifece
animo
ben
presto
,
e
ripetè
fieramente
che
in
ogni
modo
,
o
per
una
via
o
per
un
'
altra
,
a
furia
di
cercare
e
d
'
ostinarsi
,
si
sarebbe
fatto
uno
stile
.
E
appunto
per
questo
suo
continuo
farci
balenare
agli
occhi
,
quasi
in
atto
di
minaccia
,
il
suo
stile
futuro
,
gli
mettemmo
il
soprannome
di
stilettatore
.
Il
ridere
che
si
fece
alle
sue
spalle
,
povero
stilettatore
!
Quando
l
'
incontravamo
per
la
strada
,
dopo
qualche
giorno
che
non
s
'
era
visto
,
gli
domandavamo
lì
su
due
piedi
:
-
Te
lo
sei
fatto
?
-
Non
ancora
proprio
-
,
rispondeva
;
-
ma
sono
sulla
buona
strada
.
-
Ma
è
tempo
che
tu
ti
spicci
!
-
Si
fa
presto
a
dire
-
,
ribatteva
sul
serio
.
-
Ma
non
ci
si
fa
mica
uno
stile
in
ventiquattr
'
ore
!
-
lasciando
capire
con
quelle
parole
,
che
forse
in
fin
di
settimana
avrebbe
avuto
il
fatto
suo
.
Non
gli
davamo
requie
.
Aveva
ragione
di
dirci
che
gli
stilettatori
eravamo
noi
.
Quando
al
caffè
si
chinava
a
cercare
un
soldo
che
gli
era
cascato
,
gli
domandavamo
:
-
Che
cosa
cerchi
?
Uno
stile
?
-
Quando
mescolava
nel
bicchiere
vari
liquori
per
farsi
una
certa
bibita
di
sua
invenzione
,
dicevamo
:
-
Ecco
Pippo
(
era
il
suo
nome
di
battesimo
)
che
si
fa
uno
stile
!
-
E
gli
davamo
ogni
specie
di
ricette
scritte
per
farselo
.
-
Recipe
:
tanti
grammi
di
questo
,
tanti
di
quest
'
altro
:
pestare
,
sbattere
,
far
cuocere
a
bagnomaria
-
,
e
la
parte
del
corpo
dove
aveva
da
applicare
l
'
impiastro
.
Ma
egli
non
badava
alle
nostre
burle
,
e
seguitava
a
braccar
lo
stile
.
-
Uno
stile
-
ci
disse
gravemente
una
sera
(
e
doveva
essere
una
frase
imparata
di
fresco
)
-
che
sia
nello
stesso
tempo
moderno
e
ritragga
dai
grandi
esemplari
.
Curiosa
,
fra
l
'
altro
,
era
l
'
impressione
che
gli
facevano
tutte
le
locuzioni
e
le
definizioni
insolite
ch
'
egli
leggesse
,
concernenti
la
tecnica
(
era
una
sua
parola
prediletta
)
dello
stile
.
Non
le
capiva
bene
,
e
non
poteva
;
ma
le
raccoglieva
con
cura
amorosa
,
e
le
veniva
ripetendo
con
cert
'
aria
di
solennità
e
di
mistero
,
come
formule
d
'
arte
magica
.
L
'
elaborazione
formale
del
periodo
,
il
tipo
periodico
,
il
nodo
sintattico
,
i
legami
gerundivi
e
ipotetici
,
gli
spunti
melodici
dello
stile
lo
facevano
pensare
,
non
so
ben
che
cosa
,
nulla
forse
,
ma
profondamente
.
Ricordo
che
gli
fece
un
gran
senso
una
frase
bella
davvero
che
aveva
letta
in
un
libro
,
dove
era
detto
di
certe
curve
del
periodo
prosastico
di
Dante
,
non
mai
girate
per
intero
,
rompentisi
come
a
formare
un
sesto
acuto
.
Ah
!
s
'
egli
avesse
potuto
fare
dei
periodi
col
sesto
acuto
!
Anche
uno
solo
!
Credo
che
avrebbe
dato
per
questo
tutti
i
suoi
guadagni
commerciali
d
'
un
mese
.
Ma
per
tutto
il
tempo
che
rimase
a
Firenze
,
lo
stile
non
lo
trovò
.
Per
i
suoi
affari
di
commercio
dovè
andare
a
stabilirsi
a
Milano
.
Ma
per
lungo
tempo
noi
continuammo
a
parlare
spesso
di
lui
.
Non
occorreva
di
nominarlo
.
Quando
,
in
un
ristagno
della
conversazione
,
saltava
su
uno
a
dire
:
-
Se
lo
sarà
già
fatto
?
-
tutti
capivano
ch
'
egli
domandava
se
lo
stilettatore
si
fosse
fatto
finalmente
uno
stile
.
Lo
incontrai
molti
anni
dopo
a
Milano
,
mentre
attraversava
la
Galleria
con
aria
affaccendata
.
Mi
salutò
con
viva
cordialità
:
aveva
dimenticato
o
perdonato
le
canzonature
fiorentine
.
Dopo
lo
scambio
solito
di
rallegramenti
e
di
notizie
,
pensando
che
la
fisima
dello
stile
gli
fosse
uscita
di
capo
da
un
pezzo
,
gli
domandai
,
per
celia
,
se
se
l
'
era
fatto
.
Ma
da
questo
genere
di
monomanìe
letterarie
non
si
guarisce
.
Mi
rispose
seriamente
:
-
Eh
,
no
,
non
ancora
.
Che
cosa
vuoi
?
Ho
avuto
tanto
da
lavorare
in
tutti
questi
anni
!
Ma
ci
penso
sempre
.
Ho
un
tipo
stilistico
nella
mente
.
Oh
,
ci
riuscirò
,
ci
dovessi
impiegare
tutta
la
vita
.
Ora
son
persuaso
che
a
trovar
lo
stile
ideale
basta
appena
la
vita
d
'
un
uomo
.
-
Ma
che
ne
farai
del
tuo
stile
ideale
nei
tuoi
ultimi
anni
?
-
gli
domandai
;
-
poichè
può
ben
darsi
che
tu
non
lo
trovi
che
agli
ultimi
,
e
anche
proprio
all
'
estremo
passo
.
A
che
serve
lo
stile
in
punto
di
morte
?
Mi
diede
una
risposta
sublime
:
-
Io
ho
un
ideale
puro
,
senz
'
ambizioni
.
Sarei
contento
anche
di
portar
la
mia
trovata
con
me
al
camposanto
.
Ma
lascerò
qualche
pagina
,
vedrai
.
Basterà
una
pagina
!
E
queste
furono
le
ultime
parole
che
intesi
dalla
sua
bocca
,
e
che
spesso
mi
risuonano
in
mente
.
Ma
di
lui
non
rido
più
.
Ogni
volta
che
ci
penso
,
ora
,
mi
prende
un
sentimento
d
'
ammirazione
,
misto
di
tenerezza
pietosa
,
raffigurandomi
quel
povero
sognatore
che
ancora
abbracciato
alla
sua
illusione
letteraria
,
sul
letto
di
morte
,
dice
con
un
ultimo
sorriso
alla
sua
famiglia
sconsolata
:
-
Fatevi
coraggio
!
Io
muoio
contento
.
Ho
uno
stile
.
A
CHE
SERVONO
I
PRECETTI
.
Dunque
,
regole
,
precetti
,
niente
?
Adagio
Biagio
.
Ma
questo
non
dovrebb
'
essere
affar
mio
,
che
essendo
tuo
consigliere
soltanto
,
non
maestro
,
non
sono
in
debito
di
dirti
ogni
cosa
.
E
poi
i
precetti
tu
li
hai
nei
tuoi
libri
di
scuola
.
Questi
ti
dicono
quanto
t
'
occorre
:
che
,
nello
scrivere
con
vien
badare
che
tra
i
pensieri
ci
sia
unità
e
continuità
;
che
bisogna
collocare
vicine
le
frasi
che
hanno
fra
di
loro
relazione
più
stretta
,
e
di
cui
l
'
una
chiama
l
'
altra
quasi
naturalmente
;
che
le
proposizioni
secondarie
(
precedenti
,
conseguenti
o
concomitanti
che
siano
)
debbono
essere
misurate
e
collocate
in
modo
da
non
nuocere
mai
all
'
evidenza
della
proposizione
principale
,
che
regge
tutto
il
periodo
,
o
che
è
principale
,
se
non
altro
,
per
il
suo
valor
logico
.
Ti
dicono
pure
che
non
si
ha
da
abusare
di
nessuno
dei
vari
modi
di
legare
fra
di
loro
i
concetti
,
per
coordinazione
,
per
subordinazione
,
per
conclusione
,
ma
usarli
alternatamente
,
quanto
è
possibile
senza
forzar
la
sintassi
;
che
certi
concetti
o
certe
parti
del
concetto
,
perché
richiamino
sopra
di
sé
l
'
attenzione
,
debbono
essere
staccati
,
invece
che
fusi
con
gli
altri
,
e
fatti
risaltare
,
come
gli
aggetti
in
architettura
;
che
in
certi
casi
bisogna
affollare
nel
periodo
le
proposizioni
,
in
altri
diradarle
,
per
la
stessa
ragione
che
si
fa
del
tempo
nella
musica
;
e
in
alcuni
punti
fare
una
breve
pausa
,
per
lasciar
liberi
un
momento
al
lettore
la
mente
e
il
respiro
,
e
in
altri
una
pausa
più
lunga
,
perché
il
lettore
riposi
,
come
si
fa
danzando
e
camminando
;
e
che
è
necessario
variare
il
tipo
del
periodo
,
come
il
tono
nella
parlata
,
per
iscansare
la
monotonia
nella
quale
i
pensieri
si
confondono
e
si
velano
come
dentro
una
nebbia
.
Tutti
questi
precetti
tu
conosci
,
e
Dio
mi
guardi
dal
dirti
che
sono
inutili
.
Ti
dico
,
anzi
,
che
ne
devi
tenere
grandissimo
conto
,
perché
alcuni
di
essi
,
che
sono
leggi
fondamentali
del
pensiero
,
se
li
avrai
sempre
vivi
nella
mente
,
saranno
come
voci
che
,
a
quando
a
quando
,
mentre
scrivi
,
ti
faranno
star
attento
a
non
uscir
della
retta
via
,
o
t
'
avvertiranno
che
ne
sei
uscito
e
t
'
indurranno
a
rientrarvi
,
cancellando
le
orme
dei
passi
fuorviati
.
E
aggiungo
che
il
conoscere
bene
i
termini
e
le
definizioni
della
precettistica
ti
sarà
utilissimo
a
formare
nettamente
nel
tuo
pensiero
le
osservazioni
che
farai
sugli
scrittori
,
a
determinare
con
esattezza
a
te
medesimo
i
difetti
e
gli
errori
che
troverai
in
loro
,
altrettanto
utili
a
studiare
quanto
i
pregi
e
le
bellezze
,
a
fare
,
insomma
,
delle
opere
letterarie
quella
lettura
analitica
e
critica
,
che
è
la
sola
veramente
proficua
.
E
non
di
meno
ti
dico
che
da
tutta
la
precettistica
del
mondo
non
imparerai
a
scriver
bene
;
te
lo
dico
perché
tu
non
ti
sgomenti
,
come
avviene
a
molti
giovani
,
della
difficoltà
,
della
quasi
impossibilità
d
'
aver
tutti
presenti
,
scrivendo
,
e
d
'
osservare
tanti
precetti
rigidi
e
astratti
,
che
pare
debbano
essere
un
inciampo
più
che
un
aiuto
,
e
come
una
rete
tesa
intorno
al
pensiero
,
che
gli
tolga
ogni
libertà
di
movimento
.
No
,
non
ti
sgomentare
dei
precetti
.
Quando
ti
metterai
a
scrivere
con
un
concetto
chiaro
nel
capo
,
e
mosso
da
un
sentimento
vivo
,
quando
ti
troverai
,
procedendo
nel
lavoro
,
in
quello
stato
di
mente
e
d
'
animo
,
nel
quale
chi
scrive
"
è
compreso
,
agitato
,
spronato
da
dieci
operazioni
della
mente
distinte
e
conflate
ad
un
tempo
,
che
vanno
come
in
figura
di
cono
a
metter
capo
a
un
prodotto
comune
"
,
l
'
osservanza
della
più
parte
di
quei
precetti
ti
riuscirà
spontanea
per
modo
,
che
quasi
non
avrai
coscienza
d
'
osservarli
.
Sarà
la
tua
ispirazione
che
,
dando
l
'
impulso
alle
parole
e
alle
frasi
,
le
manderà
ad
occupare
il
posto
che
loro
convien
meglio
nel
periodo
;
sarà
la
mobilità
del
tuo
pensiero
che
scanserà
naturalmente
la
monotonia
,
facendoti
rompere
le
uguaglianze
,
variar
le
misure
dei
periodi
,
mandare
innanzi
il
discorso
a
onde
ora
lunghe
e
placide
,
ora
rotte
e
precipitose
;
sarà
la
stessa
respirazione
mutevole
del
tuo
pensiero
che
ti
farà
trovare
le
giuste
pause
,
e
rallentare
il
passo
dopo
le
corse
,
per
riprender
lena
,
e
riprender
la
corsa
più
rapida
dopo
esser
andato
un
tratto
a
rilento
;
sarà
il
tuo
sentimento
eccitato
il
maestro
muto
,
pronto
e
sicuro
che
ti
farà
dar
risalto
a
certi
concetti
,
sollevandoli
come
sur
un
piedestallo
,
e
collocarne
alcuni
disparte
,
come
in
uno
spazio
vuoto
,
ed
esporre
altri
quasi
a
una
svoltata
brusca
del
periodo
,
dove
facciano
un
'
apparizione
inaspettata
.
Tu
metterai
in
atto
molte
arti
sottili
che
non
saprai
di
possedere
,
obbedirai
a
molti
precetti
ai
quali
non
avrai
mai
pensato
,
sarai
nello
scrivere
,
come
dice
il
Tommaseo
che
ogni
uomo
è
nel
parlare
,
guidato
da
certe
norme
sapientissime
di
natura
che
sono
l
'
umana
ragione
medesima
.
Prevedo
ora
una
tua
domanda
.
Riguardo
ai
due
stili
,
non
è
vero
?
C
'
è
in
ogni
letteratura
due
forme
di
stile
,
che
,
come
dice
benissimo
un
grande
scrittore
,
scaturiscono
tutt
'
e
due
dall
'
intima
natura
del
cervello
umano
.
C
'
è
quello
più
spontaneo
,
che
del
pensiero
rende
tutte
le
flessioni
,
segue
tutti
i
serpeggiamenti
,
accompagna
in
tutti
i
minimi
moti
il
processo
,
non
lasciando
nulla
sottintendere
a
chi
legge
;
al
quale
mette
innanzi
come
un
quadro
,
dove
il
pensiero
stesso
è
rappresentato
in
tutti
i
suoi
particolari
,
e
questi
nell
'
ordine
e
nel
disordine
con
cui
si
sono
affacciati
alla
mente
.
E
c
'
è
lo
stile
che
,
con
un
lavoro
sintetico
,
segna
del
pensiero
soltanto
i
rialti
e
le
cime
,
in
modo
che
la
mente
di
chi
legge
faccia
un
salto
dall
'
uno
all
'
altro
pensiero
importante
,
sorvolando
e
sottintendendo
tutti
i
pensieri
secondari
che
fanno
catena
fra
quelli
,
ossia
compiendo
da
sé
il
quadro
di
cui
lo
scrittore
non
ha
dato
che
i
tratti
principali
.
Ebbene
,
tu
domandi
a
quale
dei
due
stili
ti
debba
attenere
.
E
chi
te
lo
può
dire
,
amico
mio
?
Noi
andiamo
perpetuamente
dall
'
uno
all
'
altro
.
L
'
uno
e
l
'
altro
si
trovano
a
vicenda
,
se
non
in
ciascuna
opera
,
nell
'
opera
complessiva
di
quasi
tutti
gli
scrittori
,
non
tanto
perché
essi
passino
da
questo
a
quello
deliberatamente
,
sentendo
che
ciascuno
di
essi
,
alla
lunga
,
affatica
,
quanto
perché
al
primo
o
al
secondo
sono
naturalmente
condotti
dalla
varia
natura
degli
argomenti
,
dal
diverso
modo
di
concepire
che
induce
in
loro
il
diverso
genere
degli
studi
,
e
dalle
condizioni
dello
spirito
mutate
dall
'
età
e
dai
casi
della
vita
.
È
più
naturale
nell
'
età
giovanile
la
prima
forma
,
cioè
,
il
lasciar
andar
la
parola
,
la
frase
,
la
sintassi
libere
e
agili
come
è
il
pensiero
della
gioventù
,
viva
e
impaziente
;
s
'
inclina
più
all
'
altra
nell
'
età
matura
,
quando
,
pensando
più
denso
e
più
cauto
,
si
è
di
conseguenza
più
sobri
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
e
come
in
tutte
l
'
altre
cose
anche
nell
'
espressione
del
proprio
pensiero
si
cura
soltanto
quello
che
più
importa
e
si
va
dritti
allo
scopo
per
la
via
più
breve
.
Tu
,
se
diventerai
uno
scrittore
,
prenderai
più
spesso
l
'
uno
che
l
'
altro
stile
secondo
che
vorrà
la
tua
indole
;
o
fors
'
anche
tutt
'
e
due
cozzeranno
sempre
in
te
senza
che
l
'
uno
o
l
'
altro
prevalga
:
chi
lo
sa
?
Questi
son
misteri
,
come
dice
Giambattista
Giorgini
,
che
l
'
anima
celebra
con
sé
stessa
.
Non
te
ne
dar
pensiero
per
ora
.
Quello
che
più
preme
,
per
riuscire
nell
'
uno
o
nell
'
altro
modo
a
scriver
bene
,
è
che
tu
possegga
da
padrone
la
lingua
;
senza
di
che
nessuna
forma
di
stile
prenderai
,
perché
chi
è
povero
di
lingua
,
ed
è
quindi
costretto
a
far
servire
a
tutti
gli
usi
quel
poco
che
n
'
ha
,
non
va
dove
la
natura
e
l
'
ispirazione
lo
spingono
,
ma
dove
le
scarse
parole
e
frasi
del
suo
dizionario
lo
tirano
;
le
quali
,
invece
di
obbedirgli
,
gli
comandano
,
come
fa
in
generale
chi
serve
,
quando
gli
s
'
addossano
anche
dei
servizi
che
non
deve
fare
,
ed
egli
sa
che
non
abbiamo
nessuno
da
sostituirgli
.
E
ora
tiriamo
innanzi
....
.
Ma
no
;
aspetta
un
momento
.
Mi
devo
prima
difendere
da
un
tale
,
eccolo
qua
,
che
mi
corre
addosso
come
uno
spiritato
...
COME
S
'
HA
DA
INTENDERE
LA
MASSIMA
CHE
SI
DEVE
SCRIVERE
COME
SI
PARLA
.
L
'
anonimo
,
ansando
:
-
Sono
arrivato
in
tempo
,
grazie
al
cielo
!
Lei
stava
per
consigliare
a
questo
povero
ragazzo
di
scrivere
come
si
parla
!
-
Ha
indovinato
.
-
O
come
si
fa
ad
avere
i
capelli
bianchi
e
così
poco
giudizio
?
-
Glielo
dirò
poi
,
quando
lei
avrà
sfogato
la
sua
generosa
indignazione
.
Faccia
liberamente
.
-
Faccio
sicuro
.
Voglio
salvare
un
'
anima
.
Lei
,
dunque
,
consiglia
a
chi
scrive
di
proporsi
come
ideale
un
linguaggio
imperfetto
.
No
?
Ma
è
necessariamente
imperfetto
il
linguaggio
parlato
,
poichè
chi
parla
,
chiunque
sia
,
non
ha
tempo
di
vagliare
i
vocaboli
,
né
di
sceglier
le
frasi
,
né
d
'
ordinare
le
idee
,
né
d
'
architettare
con
garbo
i
periodi
;
perché
i
migliori
parlatori
non
esprimono
i
più
dei
loro
pensieri
che
a
mezzo
,
o
ne
dànno
l
'
espressione
compiuta
a
furia
di
ritocchi
e
d
'
aggiunte
,
e
allungano
e
ripetono
,
e
parlano
a
sbalzi
e
a
strappi
,
e
suppliscono
alle
deficienze
dell
'
espressione
parlata
con
l
'
accento
,
col
gesto
e
con
lo
sguardo
.
Che
cosa
mi
può
rispondere
?
-
Le
rispondo
prima
di
tutto
che
lei
ha
sciorinato
un
periodo
che
è
un
argomento
in
mio
favore
,
perché
è
un
periodo
parlato
che
sta
benissimo
;
invece
del
quale
ne
farebbe
probabilmente
un
altro
men
naturale
e
meno
efficace
se
scrivesse
quello
che
m
'
ha
detto
seguendo
la
sua
teoria
:
che
non
bisogna
scrivere
come
si
parla
.
In
secondo
luogo
,
le
rispondo
che
lei
sfonda
una
porta
spalancata
.
-
Come
sarebbe
a
dire
?
-
Sarebbe
a
dir
questo
.
Che
per
iscrivere
come
si
parla
io
intendo
:
scrivere
come
uno
che
parlasse
perfettamente
.
-
Oh
bella
!
Lei
si
dà
la
zappa
sui
piedi
,
dunque
,
e
riconosce
la
mia
ragione
,
perché
chi
parlasse
perfettamente
parlerebbe
come
si
scrive
...
da
chi
sa
scrivere
com
'
io
m
'
intendo
.
-
No
,
ed
ecco
il
punto
:
non
parlerebbe
perfettamente
,
perché
riuscirebbe
,
e
parrebbe
anche
a
lei
strano
e
affettato
,
chi
,
parlando
,
adoperasse
tutti
i
vocaboli
,
le
frasi
e
i
costrutti
che
per
solito
s
'
adoperano
scrivendo
;
la
maggior
parte
dei
quali
non
sono
adoperati
parlando
neppure
da
coloro
che
ne
abusano
nelle
scritture
,
e
ciò
perché
sentono
anch
'
essi
che
quei
modi
parrebbero
nella
conversazione
ricercati
e
pedanteschi
.
Ora
io
dico
che
quei
modi
,
per
la
stessa
ragione
che
non
s
'
usano
parlando
,
si
deve
scansar
d
'
usarli
scrivendo
,
perché
essi
non
mutano
natura
né
suono
nel
passar
dalla
bocca
alla
penna
;
e
se
ai
più
fanno
un
altro
senso
sulla
carta
da
quello
che
fanno
nella
conversazione
,
questo
non
deriva
che
da
una
consuetudine
viziosa
della
mente
,
la
quale
non
vede
più
nella
scrittura
la
rappresentazione
della
parola
viva
,
com
'
è
in
realtà
,
ma
qualche
cosa
di
convenzionale
,
quasi
d
'
impersonale
,
e
quindi
indipendente
dalle
leggi
del
linguaggio
comune
.
E
questo
è
tanto
vero
,
che
a
quelli
stessi
che
sono
del
parer
suo
,
cioè
che
parlano
in
un
modo
e
scrivono
in
un
altro
,
par
più
naturale
,
più
viva
,
più
efficace
,
benchè
sempre
non
lo
dicano
,
la
prosa
conforme
al
linguaggio
parlato
che
quella
non
conforme
;
e
non
può
essere
altrimenti
.
Credo
giusta
perciò
questa
regola
:
quando
s
'
è
scritto
un
periodo
,
domandare
a
noi
stessi
se
,
dovendo
dire
quella
stessa
cosa
che
abbiamo
scritta
,
la
diremmo
nello
stesso
modo
,
con
la
certezza
di
non
parer
leziosi
,
o
pedanti
,
o
forzati
;
e
se
ci
pare
di
no
,
levar
via
dal
periodo
i
vocaboli
e
le
frasi
che
non
diremmo
,
e
sostituirvi
quelli
che
diremmo
.
Sono
assolutamente
certo
che
in
tutti
i
casi
,
così
facendo
,
il
periodo
riuscirebbe
più
semplice
,
più
chiaro
e
più
bello
.
-
Ha
finito
?
-
Per
ora
.
-
Dei
del
cielo
,
perdonategli
!
O
non
riconosce
lei
che
c
'
è
una
quantità
di
modi
e
di
forme
,
che
non
s
'
usano
parlando
perché
non
son
naturali
,
ma
che
si
possono
e
debbono
usare
scrivendo
perché
abbreviano
l
'
espressione
del
pensiero
,
legano
i
pensieri
fra
loro
meglio
delle
forme
usuali
della
conversazione
,
e
tengon
su
la
sintassi
,
e
dànno
forza
al
discorso
;
e
che
è
irragionevole
,
nell
'
interesse
medesimo
dell
'
efficacia
dello
stile
,
il
sacrificare
tutti
quei
vantaggi
alla
naturalezza
?
-
Lo
riconosco
,
e
per
questo
a
questa
povera
anima
che
lei
vuol
salvare
,
avrei
detto
,
se
me
n
'
avesse
lasciato
il
tempo
,
che
quelle
forme
e
quei
modi
,
a
cui
lei
accenna
,
bisogna
evitarli
quanto
è
possibile
,
non
in
modo
assoluto
.
Gli
avrei
detto
prima
che
per
scrivere
come
si
parla
non
si
ha
da
intendere
che
si
debba
scrivere
con
lo
stessissimo
linguaggio
una
pagina
di
romanzo
e
una
commemorazione
dantesca
,
una
lettera
a
un
amico
e
un
capitolo
di
storia
.
Ma
questa
distinzione
non
contraddice
punto
al
mio
principio
,
poichè
lo
stesso
linguaggio
parlato
non
ha
sempre
lo
stesso
carattere
e
le
stesse
forme
,
con
chiunque
,
dovunque
e
in
qualsiasi
occasione
e
di
qual
si
voglia
cosa
si
parli
.
Intesi
un
giorno
un
amico
improvvisare
un
discorso
sopra
un
feretro
,
al
camposanto
,
in
presenza
d
'
un
migliaio
di
persone
:
egli
usò
frasi
e
parole
che
non
avrebbe
usate
dicendo
quelle
stesse
cose
a
me
solo
:
eppure
non
stonavano
perché
erano
esse
pure
del
linguaggio
parlato
;
ma
del
linguaggio
che
si
parla
quando
s
'
ha
l
'
animo
commosso
,
in
un
momento
solenne
,
davanti
a
un
grande
uditorio
.
E
le
vorrei
mostrare
le
migliori
pagine
degli
scrittori
italiani
di
tutti
i
tempi
,
dal
Machiavelli
al
Carducci
,
e
farle
toccar
con
mano
che
le
più
eloquenti
e
più
belle
tra
le
migliori
,
anche
sopra
argomenti
altissimi
,
quelle
che
ci
vanno
più
dritte
al
cuore
e
alla
mente
,
e
che
ci
rimangono
più
scolpite
nella
memoria
,
e
che
rileggiamo
sempre
con
maggior
piacere
,
sono
per
l
'
appunto
le
pagine
,
nelle
quali
abbiamo
più
viva
l
'
illusione
di
sentir
parlare
l
'
autore
come
immaginiamo
che
parli
o
che
parlasse
con
tutti
,
nelle
quali
troviamo
meno
parole
,
frasi
e
costrutti
lontani
dall
'
uso
del
linguaggio
parlato
.
-
Ah
,
no
!
Ah
,
no
!
Ah
,
no
!
E
se
anche
potessi
riconoscere
vero
codesto
per
quanto
riguarda
le
parole
e
le
frasi
,
non
lo
potrei
mai
ammettere
rispetto
alla
struttura
del
periodo
;
il
quale
,
nel
linguaggio
parlato
,
non
è
mai
e
non
può
essere
,
come
spesso
nella
prosa
scritta
dev
'
essere
,
largamente
svolto
,
sapientemente
costrutto
,
nobilmente
architettato
.
-
Nego
,
nego
,
nego
.
Lei
può
aver
ragione
in
riguardo
al
periodo
della
conversazione
ordinaria
,
su
argomenti
comuni
,
famigliare
e
tranquilla
;
ma
ha
torto
,
se
riferisce
quello
che
dice
anche
al
linguaggio
della
passione
.
La
passione
,
parlando
,
ha
due
maniere
di
periodo
.
Parla
a
brevi
incisi
,
senz
'
ordine
e
senza
legature
,
negl
'
impeti
violenti
e
passeggeri
,
che
offuscano
la
mente
e
fanno
balbettare
il
pensiero
come
la
lingua
.
Ma
quando
l
'
uomo
infiammato
dalla
passione
,
e
tanto
più
se
è
un
uomo
colto
,
le
fa
un
racconto
o
una
descrizione
o
un
ragionamento
,
nel
quale
,
per
produrle
un
'
impressione
immediata
e
viva
,
ha
bisogno
di
presentarle
tutt
'
insieme
,
o
nel
minor
tempo
possibile
una
quantità
d
'
idee
,
d
'
argomenti
,
di
fatti
,
d
'
immagini
,
che
nella
sua
mente
s
'
affollano
e
s
'
incalzano
,
osservi
come
svolge
anch
'
egli
largamente
il
periodo
,
che
periodi
lunghi
le
tesse
,
pieni
d
'
incisi
e
pur
rapidi
,
complessi
e
chiari
ad
un
tempo
,
e
ben
lumeggiati
in
ogni
loro
parte
,
e
ampi
e
armonici
e
leggeri
;
che
paiono
stati
preparati
e
imparati
a
mente
,
e
sono
non
di
meno
pieni
di
spontaneità
e
di
naturalezza
,
e
non
hanno
né
parole
,
né
frasi
,
né
costrutti
che
non
siano
comunissimi
nel
linguaggio
parlato
!
Per
questo
io
dico
che
anche
dove
occorre
di
svolgere
ampiamente
il
periodo
,
scrivendo
,
si
può
serbare
la
naturalezza
del
linguaggio
di
chi
parla
,
e
che
non
soltanto
nei
termini
e
nelle
frasi
,
ma
anche
nella
sintassi
e
nell
'
andamento
della
prosa
scritta
,
pur
mirando
sempre
a
una
perfezione
che
nel
parlare
non
si
può
raggiungere
,
ci
dobbiamo
scostare
il
meno
possibile
dal
linguaggio
che
usiamo
nella
conversazione
.
Così
io
intendo
lo
"
scrivere
come
si
parla
"
.
-
Non
creda
d
'
avermi
persuaso
.
In
ogni
modo
,
nel
dar
quella
norma
ai
giovani
c
'
è
un
pericolo
:
di
farli
cadere
nella
trascuratezza
e
nella
volgarità
.
-
Ma
c
'
è
un
pericolo
anche
nel
combatterla
,
ed
è
di
farli
cadere
nell
'
affettazione
e
nella
pedanteria
.
-
Lasciamola
lì
.
-
Badi
che
è
lei
che
la
lascia
.
-
Allora
la
ripiglio
.
-
Ripigliamola
.
(
Continua
)
.
PENSARCI
PRIMA
.
Ecco
il
più
utile
dei
precetti
:
-
Pensare
prima
di
mettersi
a
scrivere
.
-
Un
grande
scrittore
ha
detto
:
-
Meditare
vivamente
e
tranquillamente
sull
'
argomento
.
Alla
tua
età
,
quando
s
'
ha
da
scrivere
,
si
suol
commettere
l
'
errore
d
'
incominciar
subito
e
in
qualunque
modo
,
con
la
risoluzione
di
chi
spicca
la
corsa
incontro
a
un
pericolo
per
non
lasciar
tempo
alla
paura
di
saltargli
addosso
;
s
'
entra
d
'
un
salto
nell
'
argomento
anche
senza
un
'
idea
preconcetta
,
pensando
che
l
'
ispirazione
ci
raggiungerà
per
la
via
,
che
le
idee
sorgeranno
sul
nostro
cammino
,
l
'
una
dall
'
altra
,
come
le
bolle
in
un
'
acqua
agitata
.
È
un
calcolo
sbagliato
della
pigrizia
,
che
rifugge
dal
lavoro
preparatorio
della
composizione
.
Quanto
meno
avrai
pensato
prima
,
tanto
più
faticherai
dopo
,
e
con
minor
frutto
.
Quanto
più
ti
sarai
voltato
e
rivoltato
per
la
mente
il
soggetto
avanti
di
scrivere
,
con
tanto
maggior
rapidità
scriverai
;
e
questa
rapidità
non
sarà
precipitazione
,
ma
impeto
spontaneo
,
che
andrà
tutto
a
vantaggio
della
vivacità
dell
'
espressione
e
della
fluidità
dello
stile
.
Noi
pensiamo
a
frammenti
e
a
ritocchi
.
Poche
idee
ci
nascono
nella
mente
chiare
e
vestite
di
un
'
espressione
che
possa
esser
messa
tal
quale
sulla
carta
.
Al
primo
sorgere
,
l
'
idea
ci
si
presenta
quasi
sempre
come
"
un
'
ombra
,
presso
che
informe
;
poi
si
disegna
,
ma
a
linee
ancora
mal
determinate
,
e
qua
e
là
spezzate
e
manchevoli
;
poi
piglia
una
forma
compiuta
e
netta
.
Tu
getti
per
lo
più
l
'
idea
sulla
carta
quando
è
ancora
nella
prima
o
nella
seconda
fase
.
Aspetta
la
terza
.
Ci
sono
idee
che
si
svolgono
con
un
lungo
giro
misterioso
nei
labirinti
del
cervello
:
tu
devi
lasciar
che
compiano
il
giro
:
se
le
prendi
a
mezzo
cammino
non
prendi
che
un
embrione
d
'
idea
.
E
non
pensare
che
certe
espressioni
felici
,
che
tu
trovi
negli
scrittori
,
siano
sempre
,
come
ti
paiono
,
effetto
d
'
un
'
ispirazione
subitanea
:
tali
possono
esser
parse
allo
scrittore
medesimo
nell
'
atto
che
le
scriveva
;
ma
sono
in
realtà
quasi
sempre
"
l
'
ultimo
effetto
istantaneo
d
'
un
lavoro
precedente
del
suo
pensiero
"
.
Nota
ancora
che
ciò
che
osservano
tutti
gl
'
insegnanti
in
certi
giovani
,
che
non
riescono
mai
ad
appropriarsi
certi
costrutti
sintattici
,
non
deriva
se
non
dal
fatto
che
essi
formano
sempre
stortamente
nel
loro
capo
certi
gruppi
di
concetti
,
ai
quali
quei
costrutti
corrispondono
;
e
li
formano
sempre
stortamente
perché
non
fanno
mai
quel
lavoro
a
mente
tranquilla
,
prima
di
scrivere
,
e
nella
furia
dello
scrivere
accettano
sempre
lì
per
lì
la
forma
solita
in
cui
quei
dati
concetti
si
presentano
alla
loro
mente
.
E
devi
pensar
prima
anche
per
questo
:
che
,
in
quel
pensare
avanti
di
scrivere
,
l
'
attenzione
è
più
facilmente
raccolta
,
essendo
la
stessa
operazione
meccanica
della
scrittura
una
distrazione
;
e
il
lavoro
del
pensiero
è
più
libero
e
più
vivo
,
e
meno
proclive
a
oltrepassare
i
confini
d
'
una
brevità
sobria
ed
efficace
che
quando
va
di
conserva
con
la
penna
;
poichè
la
penna
è
chiacchierona
,
tende
ad
allungare
,
a
infronzolare
,
a
ripetere
;
ed
anche
in
quel
lavoro
mentale
preparatorio
libero
e
agile
abbracciando
e
misurando
più
facilmente
tutte
le
parti
del
tuo
pensiero
,
previeni
il
pericolo
di
lasciarti
poi
tirare
,
scrivendo
,
più
là
del
giusto
e
del
conveniente
da
ciascuna
parte
del
pensiero
medesimo
.
E
principalmente
per
bene
ordinar
le
tue
idee
devi
pensar
prima
,
perché
,
se
aspetti
a
ordinarle
mentre
scrivi
,
questo
lavoro
ti
distrarrà
da
quello
di
cercar
l
'
espressione
;
e
se
per
cercar
l
'
espressione
trascurerai
l
'
ordine
delle
idee
,
non
ti
verrà
più
fatto
di
legarle
naturalmente
e
logicamente
;
ma
le
legherai
con
nodi
grammaticali
artificiosi
e
forzati
,
che
faranno
peggior
effetto
delle
sconnessioni
.
Oltrechè
nel
troppo
frequente
sostare
con
la
penna
per
riparare
all
'
insufficiente
preparazione
,
perderai
anche
l
'
originalità
del
pensiero
e
della
forma
,
perché
darai
tempo
alle
reminiscenze
letterarie
di
sopraggiungere
,
ossia
,
ai
pensieri
e
alle
frasi
d
'
altri
di
mescolarsi
coi
tuoi
,
e
ti
si
raffredderà
l
'
ispirazione
,
senza
la
quale
non
c
'
è
spontaneità
,
e
accetterai
molte
volte
,
per
impazienza
dell
'
indugio
e
per
abbreviare
lo
stento
,
senza
critica
,
violentando
la
tua
coscienza
,
la
prima
idea
che
ti
s
'
affaccia
alla
mente
.
C
'
è
ancora
un
'
altra
ragione
,
e
questa
te
la
dico
con
le
parole
d
'
un
autore
drammatico
valentissimo
,
che
certo
t
'
ha
più
volte
rallegrato
e
commosso
.
Dopo
avermi
spiegato
com
'
egli
abbia
per
uso
di
non
mettersi
mai
a
scrivere
prima
d
'
avere
in
mente
il
lavoro
quasi
compiuto
,
disse
:
-
Resisto
quanto
più
posso
alla
tentazione
di
prender
la
penna
,
perché
qualunque
cosa
io
metta
sulla
carta
,
prima
d
'
aver
pensato
tutto
il
mio
dramma
,
mi
diventa
un
impaccio
.
Quando
quella
tal
cosa
è
scritta
,
non
mi
so
più
risolvere
a
mutarla
né
a
cancellarla
,
o
non
lo
faccio
che
con
grande
sforzo
,
per
un
senso
di
pigrizia
e
quasi
d
'
avarizia
intellettuale
,
perché
mi
rincresce
di
buttar
via
quella
fatica
già
fatta
,
anche
non
essendone
contento
.
Una
pagina
,
invece
,
o
una
frase
,
la
quale
non
sia
scritta
ancora
che
nel
mio
pensiero
,
la
correggo
o
la
cancello
senza
esitazione
e
senza
rammarico
.
M
'
è
sempre
riuscito
meglio
tutto
quello
che
ho
più
tardato
a
far
passare
dalla
mente
nella
scrittura
.
-
Avvèzzati
dunque
a
ordinare
e
ad
esprimer
le
tue
idee
,
a
prendere
appunti
,
a
cancellare
,
a
correggere
,
a
rifare
le
cose
tue
mentalmente
.
Tu
rimarrai
maravigliato
nel
riconoscere
quanto
si
fortifichi
,
anche
con
un
breve
esercizio
,
la
facoltà
,
che
da
principio
è
debolissima
in
tutti
,
di
fare
"
minute
mentali
"
.
Da
una
volta
all
'
altra
che
ti
proverai
,
ti
riuscirà
di
farle
,
con
minor
fatica
,
sempre
più
lunghe
,
più
particolareggiate
,
più
chiare
,
più
vicine
alla
forma
definitiva
.
Quando
avrai
in
mente
ben
chiaro
e
ordinato
quello
che
vuoi
scrivere
,
il
tuo
pensiero
franco
e
sicuro
di
sé
farà
correre
la
penna
diritta
e
svelta
senza
lasciarle
tempo
né
modo
di
fuorviare
,
di
serpeggiare
,
di
perdersi
in
minuzie
e
in
fregi
inutili
e
falsi
.
Credi
che
nessuno
scrittore
scrisse
mai
una
pagina
veramente
bella
,
rigorosamente
logica
,
in
ogni
parte
perfetta
,
la
quale
non
fosse
già
composta
per
intero
nel
suo
capo
prima
ch
'
egli
intingesse
la
penna
nel
calamaio
.
E
tieni
a
mente
sopra
tutto
che
l
'
ordine
delle
idee
è
,
dopo
il
valore
delle
idee
stesse
,
il
primo
pregio
d
'
ogni
scrittura
,
perché
è
insieme
chiarezza
,
brevità
,
armonia
,
bellezza
,
forza
,
e
che
all
'
ordine
prima
che
ad
ogni
altra
cosa
deve
intendere
il
lavoro
di
preparazione
,
perché
dall
'
ordine
principalmente
deriva
la
facilità
dell
'
espressione
e
la
spontaneità
dello
stile
,
perché
fra
lo
scrivere
con
le
idee
già
ordinate
nella
mente
e
l
'
ordinarle
scrivendo
corre
la
stessa
differenza
che
tra
il
camminare
per
una
strada
fatta
e
il
farsi
la
strada
a
passo
a
passo
sur
un
terreno
ingombro
di
pietroni
e
di
sterpi
.
Questo
è
il
lavorìo
preparatorio
che
devi
fare
ogni
volta
che
hai
da
scrivere
.
Ma
,
quando
non
ti
manchi
il
tempo
,
è
bene
che
tu
ne
faccia
anche
un
altro
,
che
sarebbe
come
la
preparazione
generale
di
quella
preparazione
particolare
.
E
questo
consiglio
te
lo
do
in
nome
d
'
un
sommo
scrittore
.
Il
quale
dice
che
quando
s
'
ha
da
comporre
giova
moltissimo
il
leggere
abitualmente
in
quel
tempo
autori
di
materia
analoga
a
quella
che
dobbiamo
trattare
;
non
già
per
proporceli
come
modelli
di
ciò
che
dobbiamo
fare
,
non
per
imitarli
;
ma
per
l
'
assuefazione
materiale
che
,
leggendoli
,
la
mente
acquista
a
quel
dato
lavoro
e
stile
,
per
l
'
esercizio
ch
'
essa
fa
di
questi
in
quelle
letture
.
Osservazione
giustissima
,
poichè
tutti
esperimentiamo
,
e
avverrà
a
te
pure
,
che
dopo
aver
letto
,
per
esempio
,
un
ragionatore
,
si
prova
una
singolare
tendenza
e
facilità
a
ragionare
,
e
così
dopo
aver
letto
racconti
,
a
raccontare
,
e
descrizioni
,
a
descrivere
;
si
fa
la
mano
a
quel
dato
genere
,
per
dirla
con
un
traslato
che
può
parere
ignobile
,
ma
che
non
è
,
perché
ci
sono
molte
più
rassomiglianze
che
il
nostro
orgoglio
non
voglia
riconoscere
,
fra
il
lavoro
intellettuale
e
il
lavoro
meccanico
.
E
ora
che
abbiamo
visto
come
ci
dobbiamo
preparare
a
scrivere
,
vediamo
un
poco
lo
scrittore
alla
prova
;
in
che
intoppi
s
'
imbatta
,
da
che
cattive
tentazioni
sia
assalito
,
quali
pericoli
corra
,
che
battaglia
debba
combattere
con
sé
stesso
,
e
con
quali
forze
e
con
quali
arti
possa
vincere
.
Può
essere
che
la
rappresentazione
ti
giovi
e
ti
diverta
ad
un
tempo
.
CON
LA
PENNA
IN
MANO
SCENA
IDEALE
.
Personaggi
:
Un
giovinetto
che
scrive
.
-
Il
genio
amico
.
-
Il
Buon
gusto
.
-
Il
Buon
senso
.
-
Idee
,
frasi
,
parole
.
-
Un
'
idea
velata
.
-
L
'
Ambizione
.
UNA
FRASE
.
-
Eccomi
.
LO
SCRITTORE
(
guardandola
)
.
-
Le
rassomigli
;
ma
non
sei
per
l
'
appunto
quella
che
cerco
.
LA
FRASE
.
-
Ma
son
bella
.
LO
SCRITTORE
.
-
Lo
vedo
,
e
mi
tenti
.
Ma
non
puoi
vestir
la
mia
idea
,
le
faresti
addosso
delle
pieghe
,
e
parresti
un
abito
preso
a
nolo
.
LA
FRASE
.
-
Ma
poichè
non
n
'
hai
altre
alla
mano
!
Chi
sa
quanto
avresti
a
cercare
,
e
forse
senza
trovare
!
Pigliami
.
I
lettori
,
colpiti
dal
mio
color
vivo
,
non
baderanno
alle
pieghe
.
IL
BUON
GUSTO
.
-
Non
le
dar
retta
:
le
vedrebbero
,
come
si
vedono
le
rughe
anche
in
un
bel
viso
.
Rifiutala
.
LA
FRASE
.
-
Farai
vedere
se
non
altro
che
mi
possiedi
,
sarò
un
segno
di
più
della
tua
ricchezza
.
IL
BUON
GUSTO
.
-
E
del
tuo
cattivo
gusto
e
della
tua
improprietà
e
della
vanità
per
giunta
.
Mandala
via
e
cerca
ancora
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
aver
un
po
'
pensato
,
fa
un
atto
d
'
impazienza
e
si
rimette
a
pensare
.
IL
GENIO
AMICO
.
-
Non
la
trovi
?
LO
SCRITTORE
-
non
risponde
.
IL
GENIO
AMICO
.
-
Se
non
la
trovi
,
non
insistere
.
Forse
è
già
nella
tua
mente
,
ma
nascosta
,
e
uscirà
di
sorpresa
.
Forse
è
già
passata
,
e
non
l
'
hai
colta
a
volo
,
ma
ritornerà
.
Prosegui
.
LO
SCRITTORE
(
rimettendosi
a
scrivere
)
.
-
"
Le
contrarietà
e
le
lotte
,
le
fatiche
e
gli
stenti
,
le
amarezze
e
le
angosce
,
i
disinganni
....
"
IL
GENIO
.
-
La
durerai
un
pezzo
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Codesto
si
chiama
sfilar
la
corona
del
rosario
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Tu
dài
il
tuo
pensiero
a
sgoccioli
....
IL
BUON
GUSTO
.
-
Sei
pagato
a
un
tanto
la
parola
?
IL
GENIO
AMICO
.
-
Dacci
un
bel
frego
,
figliuolo
.
LO
SCRITTORE
-
cancella
,
arrossendo
e
sorridendo
leggermente
,
e
continua
a
scrivere
.
IL
GENIO
(
leggendo
di
sopra
alle
spalle
dello
scrittore
)
.
-
Codesto
è
buono
.
(
Un
minuto
dopo
)
.
E
ora
perché
t
'
impunti
?
LO
SCRITTORE
.
-
È
arrivato
a
un
punto
dove
il
pensiero
gli
manca
;
egli
vede
un
vuoto
davanti
a
sé
,
come
un
fosso
profondo
,
di
là
dal
quale
gli
appare
nettamente
il
sentiero
per
cui
potrà
continuare
il
cammino
.
Ma
come
riempire
quel
vuoto
per
passare
di
là
?
UNA
FOLLA
DI
PAROLE
CHE
ACCORRONO
DA
TUTTE
LE
PARTI
.
-
Siamo
qui
noi
,
al
tuo
servizio
.
Comanda
.
LO
SCRITTORE
.
-
Ma
voi
non
dite
nulla
.
LE
PAROLE
.
-
Ma
possiamo
colmare
il
fosso
.
LO
SCRITTORE
-
le
guarda
,
titubando
.
IL
GENIO
(
alle
parole
)
.
-
Sgombrate
,
fannullone
impostore
!
(
Allo
scrittore
)
.
Non
ti
servire
di
questa
mala
genìa
.
Lascia
il
vuoto
piuttosto
,
e
fàtti
coraggio
a
spiccare
il
salto
.
Al
lettore
riuscirà
meno
ingrato
lo
scomodarsi
a
saltare
con
te
che
il
passare
sopra
il
mucchio
di
ciarpame
,
col
quale
lo
vorresti
ingannare
,
facendoglielo
parer
terra
salda
.
LO
SCRITTORE
-
spicca
il
salto
e
si
rimette
in
cammino
.
UNA
IDEA
-
ravvolta
in
un
velo
,
gli
si
presenta
in
atto
grazioso
.
Egli
le
sorride
e
le
fa
cenno
di
venire
innanzi
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Bada
.
Non
ti
lasciar
ingannare
.
Non
la
riconosci
?
(
Strappa
il
velo
all
'
Idea
)
.
La
riconosci
ora
?
È
la
seconda
volta
che
ti
si
presenta
.
Le
hai
già
fatto
troppo
onore
la
prima
.
Mettila
alla
porta
.
(
L
'
Idea
svanisce
)
.
Guàrdati
da
queste
seccatrici
vanitose
e
sfacciate
che
ritornano
anche
dieci
volte
in
abiti
diversi
per
farsi
ritrarre
in
tutti
gli
atteggiamenti
e
con
tutti
i
giochi
di
luce
.
Sono
la
perdizione
degli
scrittori
che
cascano
nelle
loro
reti
.
Scrutale
bene
in
viso
prima
di
riceverle
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
aver
scritto
un
altro
poco
,
dà
un
'
esclamazione
di
contentezza
,
che
significa
chiaramente
:
-
Ecco
un
pensiero
!
-
e
fa
correre
più
lesta
la
penna
.
IL
GENIO
(
si
china
a
leggere
,
sorride
,
e
dopo
un
breve
silenzio
)
.
-
È
un
pensiero
originale
,
ed
espresso
bene
;
ma
....
non
è
tuo
!
LO
SCRITTORE
-
si
riscote
,
rimane
pensieroso
qualche
momento
,
come
cercando
,
poi
fa
un
atto
di
rammarico
e
abbassa
il
capo
.
IL
GENIO
.
-
Oh
!
l
'
hai
ritrovato
il
proprietario
legittimo
.
È
vero
?
Sono
illusioni
frequenti
.
L
'
ha
detto
un
valentuomo
,
che
pensava
sempre
col
suo
capo
:
un
pensiero
ci
par
nostro
e
nuovo
,
alle
volte
,
nel
punto
in
cui
è
ancora
confuso
nella
nostra
mente
,
perché
,
così
essendo
,
non
rassomiglia
a
nulla
;
ma
quando
si
determina
nell
'
espressione
e
assume
la
sua
vera
faccia
,
riconosciamo
che
è
d
'
un
altro
.
Codesto
tu
l
'
avresti
forse
riconosciuto
da
te
,
rileggendo
.
Non
rubare
:
è
il
settimo
comandamento
.
Un
freguccio
.
Bravo
.
È
da
giovine
onesto
.
LO
SCRITTORE
(
si
rimette
a
scrivere
.
Dopo
un
poco
,
lascia
cader
la
penna
)
.
-
È
inutile
!
È
un
pensiero
che
non
mi
riesce
d
'
esprimere
.
Ci
rinunzio
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Eh
,
via
!
Io
ne
intuisco
la
ragione
,
poichè
ti
leggo
in
mente
il
pensiero
.
Tu
hai
in
capo
una
bella
frase
preconcetta
,
nella
quale
vuoi
far
entrare
quel
pensiero
,
e
non
ti
riesce
,
perché
non
son
fatti
l
'
uno
per
l
'
altro
,
e
t
'
ostini
,
perché
vuoi
mettere
in
mostra
la
frase
.
Rinunzia
alla
forma
elegante
e
impropria
che
ti
sta
a
cuore
,
supponi
di
aver
da
dire
quello
che
pensi
a
un
amico
,
in
una
conversazione
famigliarissima
,
senz
'
altra
cura
che
di
farti
capire
;
e
vedrai
che
ti
riuscirà
di
dirlo
.
Espresso
che
ti
sarai
in
quel
modo
,
se
l
'
espressione
non
ti
finirà
,
ti
sarà
facile
ridurla
,
con
qualche
mutamento
,
a
maggior
perfezione
.
Fanne
la
prova
,
e
ne
sarai
persuaso
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
avere
un
po
'
pensato
,
rimane
immobile
,
con
gli
occhi
fissi
sul
foglio
,
in
atto
di
fare
uno
sforzo
intenso
;
ma
gli
occhi
sono
senza
vita
.
IL
GENIO
.
-
Ecco
il
momento
in
cui
l
'
occhio
della
mente
si
vela
.
Smetti
,
amico
.
Non
faresti
più
uno
sforzo
utile
.
Alzati
e
muovi
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
LO
SCRITTORE
-
si
rimette
al
lavoro
e
scrive
di
lena
,
senza
interrompersi
,
per
un
buon
tratto
.
Poi
alza
il
viso
,
come
cercando
qualcosa
con
gli
occhi
,
impaziente
.
IL
GENIO
.
-
Che
cosa
cerchi
?
Un
legame
fra
l
'
idea
che
hai
espressa
nel
periodo
finito
e
quella
che
vuoi
esprimere
nel
periodo
che
segue
?
Ma
se
un
legame
naturale
non
c
'
è
,
perché
ce
lo
vuoi
mettere
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Per
eleganza
?
Ma
come
potrà
essere
elegante
un
legame
non
naturale
?
IL
BUON
SENSO
.
-
Non
è
meglio
uno
stacco
inelegante
che
una
bella
attaccatura
forzata
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Che
sarebbe
un
anello
di
latta
dorata
?
IL
BUON
SENSO
.
-
E
che
in
ogni
modo
congiungerebbe
le
parole
,
ma
non
le
idee
?
IL
GENIO
(
dopo
un
poco
)
.
-
Ah
,
ti
ci
colgo
ora
!
Ti
colgo
in
flagranti
a
raccattare
un
pensiero
superfluo
per
metterci
addosso
una
bella
frase
!
IL
BUON
SENSO
(
dopo
un
altro
poco
)
.
-
E
a
cercar
dei
cavilli
per
giustificare
a
te
stesso
codesta
espressione
che
la
coscienza
ti
rimprovera
!
IL
BUON
GUSTO
(
due
minuti
dopo
)
.
-
E
a
metter
la
barba
finta
a
un
pensiero
già
espresso
,
per
farlo
parere
un
personaggio
nuovo
!
LO
SCRITT
.
(
lavora
altri
dieci
minuti
;
poi
guarda
alla
finestra
,
sospirando
)
.
-
Oh
che
bel
sole
di
primavera
e
che
bell
'
aria
limpida
!
Come
cantano
allegramente
gli
uccelli
!
Che
fragranza
deliziosa
mandano
le
acacie
fiorite
dei
viali
!
Come
sarebbe
piacevole
a
quest
'
ora
correre
fra
il
verde
e
l
'
azzurro
,
col
pensiero
libero
,
bevendo
a
grandi
sorsi
la
vita
!
E
che
dura
cosa
è
questa
fatica
,
quest
'
affanno
della
mente
prigioniera
,
segregata
dal
mondo
vivente
,
questo
torturarsi
il
capo
con
la
penna
come
con
la
punta
d
'
uno
stile
!
L
'
AMBIZIONE
(
sbucando
d
'
un
salto
di
dietro
a
una
libreria
)
.
-
Ah
!
è
una
dura
cosa
,
è
un
affanno
,
è
una
prigionia
,
è
una
tortura
!
Ah
,
credeva
il
signorino
che
fosse
una
cosa
facile
l
'
arte
,
l
'
arte
a
cui
diceva
di
voler
consacrare
la
vita
!
Ma
non
ci
si
riesce
senza
incredibili
fatiche
,
dice
il
poeta
della
Ginestra
.
Ma
bisogna
sudare
e
gelare
,
dice
Orazio
.
Ma
convien
farsi
per
molt
'
anni
macro
,
dice
Dante
.
Ma
tutti
gli
scrittori
che
tu
ammiri
sudarono
,
vegliarono
,
si
torturarono
,
ci
rimisero
la
salute
e
ci
si
logorarono
l
'
anima
.
E
il
signorino
ambizioso
,
che
vuol
arrivare
alla
gloria
,
crede
che
sia
come
prendere
la
via
dell
'
orto
!
LO
SCRITT
.
china
la
fronte
e
si
rimette
all
'
opera
.
IL
GENIO
(
passata
un
'
ora
,
dopo
aver
letto
l
'
ultima
pagina
)
.
-
Sta
bene
.
Eccoti
col
vento
in
poppa
.
Non
dare
all
'
immaginazione
il
tempo
di
raffreddare
.
Non
cercar
la
frase
,
chè
non
ti
sfugga
il
pensiero
.
Segna
di
volo
le
idee
che
ti
incalzano
.
Non
ti
soffermare
a
scegliere
fra
le
varie
parole
che
ti
s
'
offrono
:
notale
in
margine
,
come
faceva
il
Leopardi
:
sceglierai
più
tardi
la
più
calzante
.
Non
insistere
su
nessun
concetto
secondario
.
Non
lasciar
deviare
in
rigagnoli
,
tieni
raccolta
la
corrente
del
tuo
pensiero
;
scaccia
le
idee
intruse
che
romperebbero
l
'
onda
;
e
va
'
spedito
,
ma
non
ti
lasciar
travolgere
.
Fa
'
un
ultimo
sforzo
,
e
pianterai
la
bandiera
sulla
riva
.
LO
SCRITT
.
-
tira
un
grande
respiro
,
e
posa
la
penna
,
col
viso
rasserenato
e
sorridente
.
IL
GENIO
(
dopo
aver
letto
)
.
-
Tutto
codesto
è
ben
pensato
e
ben
detto
.
Hai
vinto
le
cattive
tentazioni
.
Non
hai
tradito
il
tuo
pensiero
.
La
tua
coscienza
dev
'
esser
contenta
.
Che
sentimento
di
serenità
e
di
leggerezza
,
non
è
vero
?
E
come
ti
è
dolce
ora
la
libertà
dello
spirito
!
E
come
benedici
la
tua
fatica
!
LA
SFILATA
DEI
BRUTTI
PERIODI
.
Vien
'
ora
,
che
assisteremo
insieme
a
uno
spettacolo
singolare
,
il
quale
ti
potrà
dar
argomento
a
osservazioni
utili
.
Come
le
madri
spartane
facevano
vedere
ai
figliuoli
gl
'
Iloti
ubbriachi
perché
prendessero
in
aborrimento
il
vizio
dell
'
ubbriachezza
,
io
ti
farò
sfilare
dinanzi
i
periodi
deformi
e
viziosi
,
affinchè
lo
spettacolo
ripugnante
e
compassionevole
ti
fortifichi
nel
proposito
di
non
mostrar
mai
nulla
di
simile
nella
prosa
che
uscirà
dalla
tua
penna
.
La
moltitudine
miserevole
sfilerà
in
tre
processioni
successive
,
che
rappresenteranno
ciascuna
una
deformità
o
infermità
particolare
,
comunissima
nel
mondo
letterario
,
dalla
quale
tu
dovrai
fare
ogni
sforzo
per
preservarti
,
in
special
modo
nel
primo
periodo
dei
tuoi
studi
.
Ecco
la
prima
colonna
che
viene
avanti
,
come
può
.
È
lo
sciame
dei
periodi
nani
,
appartenenti
tutti
alla
gran
famiglia
dello
Stile
singhiozzato
,
che
è
numerosissima
,
e
sparsa
in
tutti
i
campi
della
letteratura
.
Sono
molto
in
voga
a
cagione
del
gran
comodo
che
fanno
a
chi
vuol
scrivere
facilmente
,
senza
darsi
la
noia
d
'
affrontar
le
difficoltà
della
sintassi
,
di
collegare
,
cioè
,
e
d
'
intrecciare
le
idee
,
di
concatenare
e
di
saldare
l
'
una
all
'
altra
le
frasi
,
che
è
un
perditempo
di
pedanti
e
una
fatica
di
certosini
.
Vedi
che
son
quasi
tutti
periodi
d
'
una
sola
,
o
di
due
proposizioni
al
più
,
semplici
come
la
miseria
.
Grazie
a
loro
il
discorso
va
avanti
a
piccoli
salti
,
come
gli
uccelli
,
o
a
brevissimi
passi
misurati
come
le
galline
a
cui
si
mettono
i
laccetti
alle
gambe
,
perché
non
scappino
.
Chi
li
usa
,
dice
che
servono
a
imitare
il
linguaggio
parlato
;
ma
quella
non
è
imitazione
,
è
caricatura
,
perché
anche
nel
parlare
è
rarissimo
che
s
'
esprima
il
pensiero
così
a
pezzi
e
bocconi
,
che
si
proceda
in
quel
modo
a
scatti
e
a
sussulti
,
come
se
la
mente
battesse
la
terzana
.
Vedi
se
non
è
buffo
che
un
uomo
scimiotti
l
'
andatura
d
'
un
bambino
.
Prova
a
seguitar
per
un
po
'
codesti
periodi
,
e
ti
sentirai
le
gambe
rotte
.
Non
son
periodi
,
ma
rottami
,
briciole
di
periodi
;
pensieri
in
pillole
e
in
polvere
;
trucioli
e
segatura
di
prosa
.
E
ne
passa
,
e
ne
passa
,
di
tutti
i
gradi
di
statura
al
disotto
della
media
,
di
tutte
le
gradazioni
di
magrezza
fra
il
corpo
spolpato
e
lo
scheletro
nudo
,
e
usciti
d
'
ogni
dove
:
da
romanzi
d
'
appendice
,
da
discorsi
politici
solenni
,
da
commemorazioni
mortuarie
lacrimose
,
da
parlate
asmatiche
di
drammi
,
da
lettere
d
'
amore
deliranti
a
freddo
e
simulatamente
disperate
.
Dicono
:
-
È
brevità
efficace
.
-
Ma
non
è
vero
;
si
provino
d
'
un
lungo
periodo
perfetto
d
'
uno
scrittore
conciso
a
far
tre
periodi
,
e
vedranno
se
non
l
'
allungano
,
dovendo
ripigliare
il
cammino
due
volte
,
e
ripetere
verbi
e
soggetti
.
-
È
stile
scolpito
!
-
Ma
non
sono
scultura
i
denti
d
'
una
ruota
di
legno
,
come
non
è
musica
il
rumore
che
n
'
esce
.
-
È
vivacità
di
stile
!
-
Ma
chi
è
più
vivace
dell
'
epilettico
?
-
È
un
risparmio
di
noia
al
lettore
!
-
Ma
che
c
'
è
di
più
uggioso
del
tic
tac
d
'
un
orologio
?
Oh
,
di
che
riso
amaro
e
sprezzante
riderebbe
il
Machiavelli
al
veder
la
prosa
italiana
ridotta
a
questo
balbettìo
di
scamiciati
aggranchiti
dal
freddo
!
Ma
non
occorre
ch
'
io
ti
dica
altro
.
Tu
non
ti
mescolerai
con
questa
ragazzaglia
di
periodi
;
tu
preferisci
fin
d
'
ora
la
compagnia
degli
adulti
;
chi
ha
buona
gamba
non
fa
tre
passi
sur
un
mattone
.
Lasciali
andare
all
'
Asilo
.
Guarda
ora
quest
'
altri
che
s
'
avvicinano
.
Non
ti
par
di
veder
venire
innanzi
lentamente
,
l
'
un
dietro
l
'
altro
,
di
quei
piccoli
treni
di
strada
ferrata
,
che
si
dànno
per
balocco
ai
ragazzi
?
Sono
i
periodi
degli
scrittori
geometrici
.
È
un
altro
modo
di
scansar
la
fatica
e
le
difficoltà
delle
orditure
sintattiche
sapienti
e
belle
,
pur
avendo
l
'
aria
di
far
dei
periodi
di
grande
disegno
.
Sono
periodi
fatti
d
'
una
lunga
serie
di
membri
,
d
'
un
'
egual
misura
a
un
di
presso
,
e
legati
fra
loro
quasi
tutti
con
lo
stesso
legame
di
coordinazione
,
per
modo
che
alla
fin
di
ciascuno
il
lettore
può
riposarsi
,
quasi
come
a
un
punto
fermo
;
ciò
che
dà
allo
scrittore
il
pretesto
di
stendere
dei
periodi
sterminati
,
e
di
poter
dire
che
non
leva
al
lettore
il
respiro
.
Vero
è
che
lo
ammazza
in
un
altro
modo
,
e
non
più
piacevole
.
Questi
periodi
non
c
'
è
ragione
mai
che
finiscano
,
se
non
quando
lo
scrittore
non
ha
più
nulla
da
dire
:
li
finisce
quando
vuole
,
per
bontà
sua
;
e
potrebbe
,
con
quell
'
andare
,
fare
anche
un
libro
d
'
un
periodo
solo
.
Sono
pensieri
cristallizzati
,
come
disse
a
maraviglia
un
critico
,
in
espressioni
geometricamente
uguali
.
Non
sono
propriamente
periodi
,
ossia
,
non
tessuti
di
proposizioni
,
ma
filze
;
non
costruzioni
,
ma
pietre
e
mattoni
ammontati
a
filo
di
piombo
,
senza
cemento
né
incastro
;
non
c
'
è
in
questo
periodare
né
rilievi
,
né
intrecci
,
né
scorci
,
né
inversioni
efficaci
,
né
varietà
di
suoni
e
di
modulazioni
;
non
v
'
è
che
una
sfilata
monotona
di
pensieri
,
tutti
vestiti
a
un
modo
,
che
vanno
avanti
con
lo
stesso
passo
,
mettendo
l
'
uno
il
piede
sull
'
orma
dell
'
altro
,
come
una
processione
di
frati
.
Vedi
che
soltanto
a
parlarne
,
si
prende
il
contagio
:
di
questi
periodi
n
'
ho
scritto
uno
.
Alla
fin
di
ciascuno
tu
ti
senti
cascare
il
capo
e
le
palpebre
e
ti
devi
dare
un
pizzicotto
per
incominciare
il
secondo
.
Dev
'
esser
qualche
cosa
di
simile
il
viaggiare
sul
dorso
d
'
un
ippopotamo
.
In
tutto
il
tempo
che
ho
impiegato
a
discorrere
n
'
è
passato
uno
solo
.
E
se
n
'
avvicina
un
altro
della
stessa
mole
.
Schiaccia
un
sonnellino
,
che
ti
sveglierò
al
terzo
.
Buon
riposo
.
Ecco
la
terza
sfilata
.
Questa
è
la
più
sbalorditoia
,
quella
che
comprende
tutte
le
deformità
,
malattie
e
vizi
più
miserevoli
e
strani
:
i
periodi
zoppi
,
i
gobbi
,
gl
'
idropici
,
gli
accidentati
,
i
periodi
tutti
testa
o
tutti
pancia
,
quelli
senz
'
occhi
che
vanno
a
tentoni
,
quelli
senza
gambe
che
si
trascinano
per
terra
,
e
quelli
che
dalle
reni
hanno
tornato
il
volto
,
come
gl
'
indovini
dell
'
inferno
dantesco
,
e
i
malati
d
'
atassìa
che
non
hanno
coordinazione
fra
i
movimenti
delle
membra
,
e
gli
ubbriachi
che
camminano
a
zig
zag
,
barcollando
,
e
a
ogni
tratto
soffermandosi
o
inciampando
,
e
finiscono
a
cadere
sulle
ginocchia
o
sulle
mele
.
Sono
tutte
le
mostruosità
sintattiche
che
possono
uscir
dalle
menti
che
non
conoscono
né
seste
,
né
compasso
,
e
in
cui
"
la
ragion
naturale
e
reciproca
della
parte
d
'
un
concetto
è
continuamente
turbata
dalle
varie
associazioni
della
fantasia
che
s
'
intromette
nel
processo
del
loro
pensiero
"
;
dalle
menti
di
tutti
coloro
che
,
come
diceva
il
Montaigne
,
data
la
mossa
coi
remi
alla
barca
del
periodo
,
costeggiando
,
si
soffermano
qua
e
là
e
imbarcano
alla
cieca
tutte
le
idee
che
loro
fanno
cenno
di
voler
salire
,
per
modo
che
la
barca
sopraccarica
va
innanzi
a
sbilancioni
e
bevendo
acqua
,
fin
che
si
capovolge
o
s
'
affonda
,
e
tutti
annegano
.
Alcuni
,
come
vedi
,
non
hanno
forma
nessuna
:
non
son
periodi
,
ma
una
certa
quantità
di
parole
chiuse
fra
due
punti
fermi
.
Altri
rassomigliano
alle
Sirene
,
che
hanno
un
bel
viso
e
finiscono
in
coda
di
pesce
.
Qualcuno
è
vestito
bene
;
ma
le
ossa
sformate
e
i
bubboni
gli
fanno
dei
gonfi
sotto
i
panni
,
o
i
panni
gli
s
'
aggrinzano
dove
mancano
le
carni
o
le
costole
,
o
il
pelame
intonso
e
arruffato
,
somigliante
a
una
vegetazione
selvatica
,
nasconde
la
fisonomia
.
Ce
n
'
è
parecchi
che
non
sono
che
aggrovigliamenti
di
congiuntivi
,
figliati
l
'
uno
dall
'
altro
,
o
sequele
di
parentesi
,
che
si
fanno
buio
a
vicenda
,
e
mettono
il
pensiero
principale
all
'
oscuro
;
e
molt
'
altri
che
mostrano
d
'
essere
stati
fatti
con
gran
cura
,
ma
con
la
cura
e
con
l
'
arti
d
'
un
chirurgo
,
che
per
tenerli
su
li
ha
ricerchiati
come
botti
d
'
apparecchi
ortopedici
visibilissimi
,
e
mezzi
coperti
di
bende
,
d
'
imbottiture
e
di
cerotti
.
Se
questi
periodi
tu
esaminassi
a
uno
a
uno
,
riconosceresti
che
la
più
parte
dei
loro
vizi
e
difetti
non
richiedono
ad
essere
scansati
né
ingegno
singolare
né
arte
sopraffina
o
esperienza
consumata
di
scrittore
;
ma
che
sono
quasi
tutti
errori
di
logica
elementare
,
dai
quali
basta
il
buon
senso
e
un
po
'
di
riflessione
a
preservarci
.
Guardali
bene
,
e
vedi
quanta
bruttezza
e
quanta
miseria
!
E
pensa
quant
'
è
grande
il
numero
di
questi
mostricini
messi
al
mondo
di
continuo
da
innumerevoli
persone
anche
non
incolte
,
o
per
sbadataggine
o
per
furia
o
per
trascuranza
d
'
ogni
decoro
letterario
,
e
immagina
gl
'
infiniti
piccoli
danni
che
ne
derivano
nel
commercio
universale
del
pensiero
:
quante
oscurità
,
quante
confusioni
,
quanti
malintesi
,
e
quindi
intoppi
e
lentezze
e
sciupìo
di
lavoro
e
di
tempo
!
Senza
parlar
del
ridicolo
,
altra
fonte
infinita
di
piccoli
guai
.
Dunque
,
hai
veduto
gl
'
Iloti
.
Guàrdati
.
Non
periodi
singhiozzati
,
non
periodi
mastodontici
,
non
periodi
sciancati
,
né
gibbosi
,
né
malati
,
né
selvaggi
,
né
matti
.
Volta
il
foglio
,
e
troverai
il
periodo
perfetto
.
Ma
no
:
bisogna
che
tu
conosca
prima
Carlo
Imbroglia
.
CARLO
IMBROGLIA
.
Imbrogliava
il
discorso
,
intendiamoci
subito
:
non
il
prossimo
;
chè
anzi
nel
commercio
che
esercitava
,
e
anche
fuor
del
commercio
,
era
uno
specchio
di
galantuomo
;
e
se
non
ci
fossero
al
mondo
che
imbroglioni
del
suo
genere
,
sarebbe
un
tutt
'
altro
viverci
.
Non
mancava
,
per
commerciante
,
di
cultura
letteraria
,
ed
era
pieno
di
buon
senso
;
ma
aveva
il
difetto
accennato
da
Dante
dove
dice
che
l
'
uomo
,
nel
quale
rampolla
pensiero
sopra
pensiero
,
arriva
tardi
al
segno
,
a
cui
intende
;
e
il
perché
si
capisce
:
perché
il
pensiero
di
lui
s
'
intralcia
a
ogni
passo
in
sé
medesimo
.
Ha
definito
mirabilmente
questo
vizio
mentale
comunissimo
un
critico
moderno
,
dicendo
che
in
non
so
quale
scrittore
la
nozione
si
corrompeva
e
si
disgregava
prima
d
'
esser
vissuta
,
presentando
quel
fenomeno
che
,
secondo
certi
fisiologi
,
segue
in
ogni
organismo
che
si
discioglie
:
il
quale
di
sede
ch
'
egli
era
d
'
un
solo
principio
vivente
,
diventa
il
semenzaio
di
parecchi
,
che
con
nuovi
moti
e
combinazioni
si
riorganizzano
nella
sua
materia
imputridita
.
Che
diavolo
d
'
arruffio
si
facesse
nella
mente
del
nostro
buon
amico
quando
filava
un
ragionamento
o
raccontava
un
fatto
anche
semplicissimo
,
non
saprei
ben
dire
.
Incominciava
con
un
'
idea
,
e
subito
quest
'
idea
si
fendeva
in
due
;
poi
ciascuna
idea
si
biforcava
alla
sua
volta
,
o
si
triforcava
e
si
sfaccettava
;
e
volendo
seguire
tutte
le
deviazioni
e
accennare
tutte
le
trasformazioni
e
le
sfaccettature
del
proprio
pensiero
,
egli
diceva
e
ridiceva
,
correggeva
e
aggiungeva
,
e
accumulava
incisi
e
incastrava
parentesi
,
fin
che
si
smarriva
nei
raggiri
delle
sue
frasi
,
come
in
un
labirinto
,
e
doveva
rifarsi
da
capo
.
Il
difetto
grammaticale
più
frequente
in
cui
si
manifestava
questo
suo
modo
farragginoso
di
pensare
era
l
'
abuso
del
congiuntivo
.
Egli
parlava
come
un
certo
personaggio
d
'
una
commedia
francese
che
un
amico
suo
definisce
:
un
subjonctif
à
jet
continu
.
Mi
ricordo
parola
per
parola
un
periodo
ch
'
egli
disse
a
proposito
di
certe
pratiche
fatte
da
noi
per
riconciliarlo
con
un
amico
:
-
"
Nel
caso
ch
'
egli
volesse
ch
'
io
andassi
prima
da
lui
,
affinchè
non
si
credesse
da
chi
non
conoscesse
i
fatti
ch
'
egli
si
fosse
umiliato
...
"
-
Il
famoso
verso
di
Dante
Io
credo
ch
'
ei
credesse
ch
'
io
credessi
poteva
essere
la
divisa
del
suo
stile
.
Alle
persone
di
servizio
,
perché
facessero
a
puntino
questa
o
quella
cosa
,
non
volendo
omettere
nessun
particolare
e
dir
tutto
ben
chiaramente
,
dava
gli
ordini
con
certi
periodi
così
complessi
e
aggrovigliati
,
che
finivano
col
non
capirci
una
maledetta
.
Tale
e
quale
era
nello
scrivere
.
Ai
suoi
corrispondenti
commerciali
scriveva
delle
lettere
sulle
quali
dovevano
meditare
un
pezzo
,
col
capo
fra
le
mani
,
come
sopra
dei
palinsesti
,
per
tirarne
fuori
l
'
idea
principale
.
Nella
conversazione
con
gli
amici
,
poi
,
era
una
vera
calamità
.
Povero
Carlo
Imbroglia
!
Quando
principiava
un
racconto
,
o
diceva
:
-
Ecco
il
ragionamento
ch
'
io
farei
-
,
oppure
:
-
Mi
spiegherò
meglio
-
tutti
allibbivano
.
Era
uno
spasso
nella
trattoria
sentirgli
dire
al
cameriere
,
per
esempio
:
-
Io
vorrei
che
tu
dicessi
al
cuoco
che
mi
cocesse
la
bistecca
in
modo
(
ma
già
credo
ch
'
egli
lo
sappia
,
ma
è
bene
che
tu
glielo
ricordi
,
caso
che
l
'
avesse
dimenticato
,
il
che
non
è
improbabile
)
in
modo
che
facesse
meno
sangue
che
fosse
possibile
;
ma
che
un
poco
ne
faccia
,
intendiamoci
bene
,
e
non
mancar
di
dirglielo
,
che
non
gli
accadesse
di
mandarmela
secca
,
che
mi
restasse
nel
gozzo
,
come
qualcuno
vuole
ch
'
egli
la
faccia
,
ch
'
io
non
so
che
gusto
ci
trovino
.
-
E
quasi
tutti
i
suoi
periodi
erano
di
quest
'
architettura
.
Ma
questi
erano
i
suoi
periodi
chiari
.
Alle
volte
,
quando
lo
vedevamo
impigliato
in
una
rete
da
cui
non
gli
riusciva
di
strigarsi
,
cercavamo
d
'
aiutarlo
:
chi
gli
suggeriva
l
'
espressione
d
'
un
pensiero
incidentale
,
chi
gli
porgeva
una
parentesi
bell
'
e
fatta
,
chi
gli
apriva
con
un
'
abbreviatura
una
via
d
'
uscita
.
Ma
egli
respingeva
tutti
i
soccorsi
e
s
'
ostinava
a
finir
da
sé
il
suo
periodo
,
volendo
a
ogni
costo
dir
la
cosa
a
modo
suo
.
Qualche
volta
era
costretto
a
fermarsi
,
per
ravviare
le
fila
arruffate
del
discorso
,
e
stava
alcuni
momenti
in
silenzio
,
accennandoci
con
la
mano
di
pazientare
un
poco
,
e
socchiudendo
i
piccoli
occhi
cerpellini
,
spesso
malati
;
i
quali
lacrimavano
,
dicevamo
noi
,
per
effetto
dello
sforzo
ch
'
egli
faceva
nella
troppo
minuta
e
intricata
orditura
della
sua
sintassi
.
Un
giorno
si
scherzava
nel
crocchio
sopra
un
argomento
poco
faceto
:
sul
genere
di
morte
che
ciascuno
di
noi
avrebbe
preferito
.
Quando
fu
la
sua
volta
,
uno
lo
prevenne
,
dicendogli
:
-
Quanto
a
lei
,
mi
perdoni
,
la
sua
fine
è
scritta
:
lei
resterà
soffocato
fra
le
spire
d
'
uno
dei
suoi
periodi
.
-
Rise
con
gli
altri
egli
pure
,
dicendo
che
era
consapevole
del
proprio
difetto
;
ma
soggiunse
che
aveva
ferma
certezza
di
riuscire
a
forza
di
volontà
ad
emendarsene
,
a
parlare
finalmente
come
voleva
e
come
,
secondo
lui
,
si
doveva
parlare
.
E
infatti
incominciava
sempre
a
parlare
col
fermo
proponimento
di
resistere
alla
forza
dell
'
abito
vizioso
,
d
'
andar
diritto
con
la
parola
allo
scopo
,
rigettando
tutte
le
tentazioni
del
pensiero
serpeggiante
;
ma
era
invano
:
ci
ricascava
sempre
.
Un
momento
dopo
d
'
aver
fermato
per
la
millesima
volta
quel
proponimento
,
era
capace
di
scrivere
,
a
proposito
d
'
un
amico
,
del
quale
s
'
era
discusso
se
si
dovesse
sì
o
no
invitarlo
a
un
banchetto
,
una
maraviglia
di
letterina
come
questa
:
-
"
Penso
che
converrebbe
che
gli
mandassimo
l
'
invito
(
poichè
avete
stabilito
che
gli
si
mandi
,
benchè
io
fossi
d
'
opinione
che
sarebbe
stato
meglio
che
non
si
facesse
)
prima
ch
'
egli
avesse
notizia
del
pranzo
da
altri
(
il
che
non
credo
che
sia
impossibile
,
chè
anzi
è
assai
probabile
che
l
'
abbia
)
,
affinchè
non
potesse
sospettare
che
noi
avessimo
deciso
d
'
invitarlo
all
'
ultimo
momento
con
la
speranza
ch
'
egli
non
facesse
in
tempo
a
venire
;
cosa
di
cui
,
se
la
credesse
,
credo
che
anche
voi
,
che
sapete
quanto
egli
sia
permaloso
,
ammettiate
che
sarebbe
naturale
ch
'
egli
si
risentisse
;
ciò
che
dispiacerebbe
a
tutti
,
benchè
avessimo
coscienza
che
fosse
infondato
il
sospetto
.
"
-
Che
sudata
,
povero
Imbroglia
!
Eppure
,
come
si
capisce
,
anche
da
quel
viluppo
di
parole
,
ch
'
egli
non
avrebbe
scritto
malaccio
se
fosse
riuscito
a
levar
le
gambe
dal
congiuntivo
e
a
camminar
con
la
penna
per
la
via
più
corta
!
Ogni
volta
che
penso
a
lui
,
mi
rigodo
una
scenetta
comica
,
che
è
il
più
piacevole
dei
ricordi
ch
'
egli
m
'
abbia
lasciati
.
S
'
era
convenuto
fra
una
mezza
dozzina
d
'
amici
di
desinare
con
lui
alla
trattoria
.
Eravamo
già
tutti
intorno
alla
tavola
,
era
passata
l
'
ora
da
un
pezzo
,
ed
egli
non
compariva
.
Comparve
finalmente
in
vece
sua
,
con
un
biglietto
in
mano
,
una
sua
vecchia
serva
,
buona
donna
semplice
,
che
stava
con
lui
da
molt
'
anni
,
e
gli
era
affezionata
come
una
parente
.
Uno
di
noi
lesse
a
voce
alta
:
-
"
Cari
amici
!
È
impossibile
che
immaginiate
quanto
io
sia
dolente
che
un
malore
,
che
m
'
affligge
da
due
giorni
,
m
'
impedisca
d
'
intervenire
a
codesto
desinare
amichevole
,
al
quale
è
superfluo
che
io
vi
dica
quanto
sarei
stato
felice
....
"
-
,
e
terminava
dicendo
che
era
malato
di
congiuntivite
.
Che
volete
?
S
'
ha
un
bel
dire
che
è
inumano
il
ridere
del
male
altrui
.
Ma
chi
si
sarebbe
frenato
?
Malato
di
congiuntivite
!
Era
un
caso
comico
di
forza
maggiore
.
Ma
il
meglio
venne
dopo
,
quando
la
buona
donna
ci
domandò
se
non
avevamo
nulla
da
mandar
a
dire
al
suo
padrone
.
-
Sì
,
-
rispose
uno
,
-
ditegli
che
abbiamo
detto
che
ce
ne
rincresce
assai
,
ma
che
della
malattia
che
lo
tormenta
non
crediamo
possibile
ch
'
egli
guarisca
.
Riferitegli
queste
precise
parole
.
Ci
capirà
.
-
La
donna
ci
guardò
stupefatta
;
poi
disse
:
-
Eh
no
,
signori
.
Non
credano
.
Non
è
grave
.
È
un
incomodo
a
cui
va
soggetto
.
E
allora
si
scoppiò
addirittura
.
IL
PERIODO
PERFETTO
.
Il
modo
di
periodare
d
'
uno
scrittore
maestro
nell
'
arte
è
paragonabile
per
certi
rispetti
al
modo
d
'
andare
d
'
un
uomo
ben
formato
,
sano
,
svelto
e
elegante
;
il
quale
cammina
per
la
strada
a
passi
né
lunghi
né
corti
,
ritto
,
ma
non
impettito
,
sciolto
,
ma
dignitoso
,
e
guarda
e
saluta
di
qua
e
di
là
senza
soffermarsi
e
senza
scomporsi
,
supera
gl
'
impedimenti
con
agilità
,
scansa
le
persone
con
garbo
,
svolta
alle
cantonate
con
un
giro
cauto
,
sale
senz
'
affannarsi
,
discende
senza
lasciarsi
andare
,
e
s
'
arresta
a
un
tratto
,
quando
arriva
alla
meta
,
con
un
ultimo
passo
risoluto
,
rimanendo
ritto
ed
immobile
.
Hai
mai
analizzato
il
diletto
vivo
che
ti
dà
,
oltre
all
'
utile
dell
'
idea
che
v
'
è
espressa
,
uno
di
quei
periodi
magistrali
,
d
'
ampia
stesura
e
di
proporzioni
giuste
,
nei
quali
v
'
è
una
corrispondenza
perfetta
fra
il
pensiero
e
la
forma
,
e
i
concetti
sono
collegati
e
contrapposti
in
maniera
da
illuminarsi
a
vicenda
,
e
tutte
le
locuzioni
son
proprie
,
e
tutte
le
giunture
facili
,
e
nessuna
parola
superflua
,
per
modo
che
non
ti
riesce
d
'
immaginare
come
quella
data
idea
avrebbe
potuto
essere
svolta
altrimenti
,
neppure
nei
particolari
secondari
e
minimi
della
sua
espressione
?
Il
periodo
è
lungo
e
ti
par
rapido
,
perché
non
c
'
è
nessuna
oscurità
che
ti
desti
un
dubbio
,
nessuna
ridondanza
che
ti
distragga
,
nessun
intoppo
né
vuoto
che
t
'
arresti
.
I
concetti
e
i
membri
vi
son
distribuiti
così
bene
,
senz
'
affollamento
,
quantunque
siano
molto
fitti
,
che
ti
par
che
l
'
aria
vi
si
mova
e
v
'
entri
dentro
la
luce
da
ogni
parte
.
Il
periodo
è
così
ben
modulato
che
vi
senti
una
correlazione
armonica
fra
la
prima
e
l
'
ultima
frase
,
e
fra
queste
e
le
intermedie
,
e
nelle
intermedie
fra
di
loro
;
ma
è
un
'
armonia
non
studiata
e
discreta
,
e
come
naturalmente
prodotta
dall
'
accordo
dei
pensieri
.
Tutti
i
concetti
accessori
che
vi
son
contenuti
ti
si
stampano
nella
memoria
nello
stesso
ordine
in
cui
lo
scrittore
li
ha
posti
,
come
se
quello
fosse
il
loro
ordine
necessario
e
immutabile
.
Sono
poche
righe
,
e
quando
sei
arrivato
in
fondo
ti
par
d
'
aver
fatto
un
lungo
cammino
,
perché
hai
veduto
molte
cose
in
un
piccolo
spazio
,
e
non
sei
soltanto
sodisfatto
della
lettura
,
ma
anche
di
te
medesimo
,
perché
dietro
alle
idee
espresse
n
'
hai
vedute
di
sfuggita
,
grazie
all
'
arte
dell
'
autore
,
molt
'
altre
,
e
scambi
quell
'
arte
con
acume
d
'
intuizione
tuo
proprio
.
E
dopo
la
prima
lettura
ti
senti
forzato
a
rileggere
,
compiacendoti
di
cercare
le
cause
di
quell
'
effetto
piacevole
e
utile
,
d
'
esaminare
in
ogni
sua
parte
il
congegno
,
e
quasi
di
disfarlo
e
rifarlo
,
per
conoscere
l
'
operazione
mentale
complessa
e
sottile
,
con
la
quale
fu
fabbricato
.
Ti
sembra
un
'
opera
d
'
arte
che
stia
da
sé
,
ed
è
in
fatti
una
serie
di
parole
che
formano
per
sé
sole
un
tutto
,
che
contengono
un
principio
e
un
fine
;
è
un
piccolo
capolavoro
d
'
ordine
e
di
numero
,
in
cui
sono
congiunte
la
semplicità
e
l
'
eleganza
,
l
'
ampiezza
e
la
brevità
,
la
delicatezza
e
la
forza
;
dove
lo
scrittore
ha
esercitato
tutte
le
sue
facoltà
e
messo
tutte
le
sue
doti
migliori
:
il
buon
senso
,
il
buon
gusto
,
la
ragione
,
l
'
immaginazione
,
la
profondità
e
l
'
agilità
del
pensiero
,
l
'
acutezza
e
la
vastità
della
vista
mentale
,
alla
quale
non
sfugge
minuzia
alcuna
,
e
che
abbraccia
ad
un
tempo
cento
cose
vicine
e
remote
.
Poi
,
rivolgendo
quel
piccolo
capolavoro
nel
pensiero
,
godi
un
piacere
simile
a
quello
con
cui
si
guarda
e
si
rivolta
per
le
mani
un
corpo
rotondo
,
solido
,
liscio
e
lucente
,
e
fai
dei
paragoni
,
per
i
quali
t
'
appare
anche
più
ammirabile
la
sua
perfezione
.
Ripensi
altri
periodi
d
'
altri
scrittori
,
che
ammirasti
,
ampi
anche
quelli
,
e
bene
architettati
,
e
musicali
;
ma
che
differenza
!
C
'
è
in
quelli
più
suono
che
pensiero
,
e
in
qualche
punto
il
suono
è
strepito
;
ci
sono
proposizioni
che
fanno
eco
l
'
una
all
'
altra
,
frasi
che
si
voltano
indietro
a
guardare
lo
strascico
della
propria
veste
,
concetti
secondari
che
portano
in
capo
un
pennacchio
troppo
alto
per
la
loro
statura
;
e
a
certi
svolti
tu
ci
perdi
d
'
occhio
l
'
idea
principale
,
e
non
sempre
la
ritrovi
,
o
la
ritrovi
per
riperderla
ancora
quando
sei
arrivato
alla
fine
.
Ma
questo
è
per
ogni
verso
perfetto
.
Non
è
nulla
o
è
poca
cosa
rispetto
al
libro
che
lo
contiene
;
si
potrebbe
anche
togliere
,
e
rimarrebbe
all
'
opera
tutto
il
suo
valore
;
eppure
non
c
'
è
da
secoli
fra
le
migliaia
di
lettori
uno
solo
che
non
si
sia
arrestato
a
quel
breve
giro
di
parole
,
che
non
l
'
abbia
ammirato
,
riletto
dieci
volte
,
citato
in
cento
occasioni
,
ricordato
per
molti
anni
o
per
tutta
la
vita
;
e
in
questa
gemma
si
fisserà
lo
sguardo
di
generazioni
e
generazioni
di
lettori
,
fin
che
non
sarà
morta
e
sepolta
la
letteratura
dov
'
essa
risplende
.
Ora
senti
:
non
è
soltanto
un
consiglio
,
è
una
calda
raccomandazione
questa
ch
'
io
ti
faccio
,
con
la
ferma
certezza
che
,
se
la
seguirai
,
n
'
avrai
un
vantaggio
grande
.
Quando
,
leggendo
uno
scrittore
,
t
'
imbatti
in
uno
di
quei
periodi
,
trascrivilo
.
E
non
temere
d
'
aver
da
fare
una
tal
fatica
troppo
sovente
,
perché
son
periodi
rari
anche
negli
scrittori
grandi
.
L
'
avere
alla
mano
una
corona
di
queste
piccole
maraviglie
,
e
lo
sfilarla
ogni
tanto
,
ti
gioverà
di
più
,
per
imparare
a
periodar
bravamente
,
che
leggere
decine
di
volumi
.
Potrei
presentartene
io
parecchi
,
che
ho
raccolti
da
scrittori
di
vari
secoli
;
ma
è
meglio
che
li
cerchi
e
che
faccia
la
scelta
tu
stesso
.
Quando
li
avrai
trascritti
,
e
li
rileggerai
,
e
ci
penserai
su
,
ci
scoprirai
molte
più
bellezze
di
quelle
che
t
'
avranno
fermata
l
'
attenzione
alla
prima
,
e
ne
ricaverai
tanti
ammaestramenti
da
formartene
in
capo
un
piccolo
trattato
dell
'
arte
del
periodo
,
che
sarà
tutto
tuo
.
Ci
troverai
fra
i
vari
concetti
connessioni
intime
,
non
significate
con
parole
,
come
legami
di
fila
finissime
,
non
visibili
che
allo
sguardo
fisso
e
prolungato
della
mente
;
"
volute
di
sintassi
accennate
appena
che
faranno
fare
come
un
mezzo
giro
al
tuo
pensiero
verso
un
oggetto
nuovo
,
per
rimetterlo
quasi
subito
al
punto
da
cui
l
'
avranno
ritolto
"
;
brevi
spiragli
,
per
cui
t
'
appariranno
di
fuga
tratti
d
'
orizzonti
lontani
;
e
salite
e
discese
e
scorciatoie
e
profondità
e
curve
ed
angoli
della
locuzione
,
che
ti
desteranno
nella
mente
altrettanti
moti
diversi
,
leggerissimi
,
con
ciascuno
dei
quali
ti
parrà
di
fare
,
e
farai
in
effetto
un
passo
avanti
nell
'
arte
difficile
dello
scrivere
.
E
vedrai
come
ogni
volta
che
ti
metterai
a
scrivere
dopo
aver
ristudiato
quei
modelli
,
troverai
maggior
facilità
a
far
capire
nel
circuito
d
'
un
periodo
solo
molti
concetti
,
a
inanellarli
senza
sforzo
,
ad
accennarne
alcuni
senza
esprimerli
,
a
involgerne
altri
dentro
un
altro
,
e
a
trascorrere
da
questo
a
quello
con
un
colpo
d
'
ala
,
e
a
districare
gli
stami
di
molti
pensieri
confusi
per
distenderli
e
incrociarli
in
un
disegno
netto
e
leggero
.
Dammi
retta
:
fàtti
da
te
questa
piccola
raccolta
di
periodi
perfetti
,
e
imparala
a
mente
,
se
puoi
.
E
,
chi
sa
!
Se
proseguirai
in
questi
studi
nell
'
età
virile
,
forse
ti
verrà
in
mente
di
ampliare
la
raccolta
fatta
nella
giovinezza
,
e
di
dare
ai
giovani
italiani
un
'
Antologia
singolare
e
utilissima
;
della
quale
,
ch
'
io
sappia
,
non
c
'
è
ancora
esempio
.
IL
SOGNO
D
'
UNO
SCRITTORE
FALSO
.
Scena
:
una
camera
buia
.
Lo
scrittore
dorme
e
sogna
,
agitato
.
Al
principiare
del
sogno
egli
vede
accanto
al
letto
,
dalla
parte
del
capezzale
,
un
cassone
enorme
,
pieno
di
cose
preziose
,
che
gli
son
care
quanto
la
vita
;
e
udendo
un
rumoretto
all
'
uscio
,
e
parendogli
che
un
ladro
tenti
di
forzar
la
serratura
per
venirgli
a
rubare
quel
tesoro
,
stende
e
preme
la
mano
tremante
sul
coperchio
del
cassone
,
respirando
con
affanno
.
Una
figura
di
donna
,
bianca
e
leggera
come
vapore
in
nuvoletta
accolto
sotto
forme
fugaci
all
'
orizzonte
,
appare
nel
mezzo
della
camera
,
e
gli
rivolge
la
parola
con
voce
limpida
e
pacata
.
LA
SEMPLICITÀ
.
-
Vengo
non
desiderata
,
lo
so
.
Ma
fino
a
quando
rifuggirai
da
me
come
da
una
nemica
mortale
?
Fino
a
quando
persisterai
a
metter
sul
viso
dei
tuoi
periodi
cipria
e
belletto
e
ad
appiccicarvi
nèi
e
finti
riccioli
e
orecchini
di
perle
false
?
Fino
a
quando
,
per
ottenere
codesta
bellezza
artificiosa
e
stucchevole
,
farai
gli
sforzi
che
dovresti
fare
invece
per
nasconder
l
'
arte
,
per
conseguire
"
quell
'
apparenza
di
trascuratezza
,
di
sprezzatura
,
quell
'
abbandono
,
quella
quasi
noncuranza
"
che
,
come
dice
un
grande
maestro
,
è
una
delle
mie
specie
più
amabili
,
e
in
cui
si
manifesta
veramente
l
'
ingegno
;
dovecchè
il
raccattare
e
l
'
accozzare
lustre
e
chincaglie
è
cosa
da
tutti
?
Disse
un
critico
ardito
che
per
secoli
,
fatte
poche
eccezioni
,
fu
una
fitta
di
damerini
dello
stile
e
della
lingua
tutta
la
letteratura
italiana
.
Fino
a
quando
farai
il
damerino
tu
pure
,
vecchio
vanerello
smanceroso
?
Il
sognatore
dà
uno
scossone
.
UN
ESPLORATORE
AFRICANO
.
-
O
senta
,
signore
!
Ritornato
appena
dall
'
Africa
,
ho
letto
per
caso
un
libro
suo
.
Vidi
laggiù
certi
piccoli
re
selvaggi
che
sul
loro
semplice
abito
primitivo
di
stoffa
bianca
mettevano
quanto
potevan
raccogliere
di
vistoso
e
di
luccicante
,
come
fanno
le
gazze
,
dagli
europei
di
passaggio
;
e
quando
mi
venivan
dinanzi
così
addobbati
,
con
aria
maestosa
e
contenta
,
mi
dovevo
morder
la
lingua
per
non
scoppiare
dal
ridere
.
E
vidi
anche
dei
selvaggi
che
avevano
incise
sulla
pelle
figure
di
fiori
,
d
'
alberi
,
d
'
armi
e
d
'
animali
,
e
credevano
d
'
esser
belli
,
conciati
a
quel
modo
;
e
a
me
parevano
orribili
e
buffi
.
La
sua
prosa
,
mi
perdoni
,
mi
ricorda
l
'
abito
di
quei
re
,
e
il
suo
stile
mi
par
tatuato
,
signore
.
Il
sognatore
geme
.
UN
GENTILUOMO
.
-
Io
,
signore
,
conobbi
un
tale
,
un
bottegaio
arricchito
,
che
quando
gli
capitava
in
casa
qualcuno
,
lo
faceva
girar
per
tutte
le
stanze
,
dove
aveva
messo
in
mostra
un
poco
prima
tutta
l
'
argenteria
da
tavola
,
i
gioielli
di
sua
moglie
e
ogni
oggetto
di
valore
comprato
o
ricevuto
in
dono
da
lui
nel
corso
di
trent
'
anni
;
e
credeva
con
quello
sfoggio
di
farsi
veder
gran
signore
;
e
tutti
lo
giudicavano
invece
uno
spocchione
senza
gentilezza
e
senza
gusto
.
Il
sognatore
si
volta
di
scatto
sur
un
fianco
,
cercando
una
posizione
più
comoda
.
UN
CRITICO
(
con
un
sorriso
acre
e
una
voce
di
sega
)
.
-
Signore
!
È
tempo
oramai
ch
'
io
le
spiattelli
la
verità
nuda
e
cruda
.
O
chi
crede
d
'
ingannare
con
codesto
abbarbaglio
di
frasi
,
con
codesta
ostentazione
di
gale
e
di
lustrini
?
Crede
che
non
si
capisca
ch
'
Ella
ricorre
a
codesti
mezzi
perché
non
ha
un
possesso
sicuro
della
lingua
,
per
nascondere
l
'
indeterminatezza
che
da
quel
possesso
malsicuro
deriva
all
'
espressione
del
suo
pensiero
?
Che
non
si
capisca
ch
'
Ella
tira
a
scriver
bello
e
avventato
perché
non
le
riesce
di
scriver
proprio
ed
esatto
?
E
s
'
illude
che
con
quelle
cianfrusaglie
brillanti
si
possa
mascherar
mai
il
pensiero
nullo
o
mediocre
?
Eh
,
via
!
Anche
il
lettore
meno
colto
ha
una
percezione
finissima
per
iscoprire
un
concetto
trito
o
volgare
sotto
il
cencio
di
porpora
dozzinale
,
come
scopre
la
menzogna
nel
falso
sorriso
.
Smetta
codesta
roba
,
che
sciupa
anche
i
pensieri
migliori
,
perché
svia
la
mente
dalla
diritta
e
rapida
intuizione
del
buono
e
del
vero
.
O
che
è
l
'
immagine
,
quando
non
serve
a
dar
risalto
all
'
idea
,
altro
che
polvere
negli
occhi
?
O
quando
capirà
che
la
bellezza
non
è
che
nella
parola
o
nella
frase
necessaria
,
e
che
questa
non
può
essere
che
la
più
propria
,
e
che
la
più
propria
è
sempre
la
più
semplice
e
la
più
comune
?
Oh
,
rinunzi
una
volta
per
sempre
a
tutta
codesta
rigatteria
letteraria
,
che
si
compra
e
si
vende
a
peso
a
tutte
le
cantonate
.
Lo
scrittore
respira
sempre
più
affannoso
,
contraendo
il
viso
e
le
mani
.
LA
PASSIONE
.
-
Il
tuo
linguaggio
non
è
il
mio
.
Tu
non
parli
mai
con
la
mia
voce
e
con
le
mie
parole
.
Tu
mi
tradisci
sempre
.
Io
non
pèttino
,
non
arricciolo
,
non
infioro
le
frasi
e
i
periodi
:
io
sono
semplice
e
franca
.
Tu
non
commovi
nessuno
perché
sei
l
'
opposto
di
quello
ch
'
io
sono
.
Chi
ti
può
credere
sincero
?
Crederesti
tu
alla
sincerità
d
'
un
uomo
che
mentre
ti
confida
,
per
impietosirti
,
un
grande
dolore
,
facesse
il
bocchin
di
miele
e
gli
occhi
languidi
come
una
donnina
leziosa
,
e
atti
vezzosi
del
capo
come
una
tortora
in
amore
?
LA
RAGIONE
.
-
E
piglieresti
sul
serio
un
altro
che
mentre
s
'
affanna
a
persuaderti
d
'
una
grande
verità
o
a
indurti
a
un
'
azione
generosa
,
scoprisse
ogni
tanto
i
polsini
per
mostrarti
i
bottoni
d
'
oro
o
lanciasse
un
'
occhiata
allo
specchio
per
veder
l
'
effetto
del
suo
gesto
?
UN
VECCHIO
.
-
Senti
.
Io
ho
molto
vissuto
e
conosco
il
mondo
.
Se
tu
lo
conoscessi
quant
'
io
lo
conosco
,
se
tu
sapessi
a
quanta
gente
ha
recato
e
reca
danno
di
continuo
codesto
mal
vezzo
,
in
cui
tu
t
'
ostini
,
d
'
inorpellare
l
'
espressione
d
'
ogni
sentimento
e
d
'
ogni
pensiero
,
tu
faresti
ogni
maggiore
sforzo
per
liberartene
,
come
d
'
una
malattia
pericolosa
di
morte
.
Quanti
uomini
retti
e
modesti
son
giudicati
irreparabilmente
non
sinceri
,
vanitosi
,
presuntuosi
,
e
si
vedon
rifiutati
favori
e
vantaggi
ed
aiuti
non
per
altro
che
perché
li
chiedono
con
codeste
forme
affettate
e
leziose
a
persone
che
aborriscono
l
'
affettazione
e
la
leziosaggine
quanto
la
malvagità
e
l
'
impostura
!
Quante
lettere
e
scritture
d
'
ogni
forma
,
che
chiedono
cose
giuste
e
dovute
,
sono
lacerate
e
buttate
fra
le
cartacce
non
per
altro
che
perché
sono
scritte
nel
modo
che
tu
scrivi
!
Quanti
scrittori
di
alto
ingegno
e
di
animo
buono
sono
diventati
universalmente
uggiosi
e
odiosi
,
e
stati
in
ogni
modo
avversati
e
defraudati
dell
'
onore
che
per
altri
rispetti
meritavano
,
per
non
essere
riusciti
mai
a
spogliarsi
di
codest
'
abito
sciagurato
d
'
infronzolare
,
d
'
ingioiellare
,
di
fiorettare
il
proprio
linguaggio
!
Che
aberrazione
!
O
com
'
è
ancora
possibile
?
UNO
SCRITTORE
.
-
Ho
pietà
di
te
,
confratello
,
e
non
te
n
'
offendere
,
chè
è
pietà
fraterna
,
poichè
l
'
ebbi
un
tempo
di
me
pure
;
e
fu
quando
tutte
le
gale
e
le
lustre
della
parola
,
di
cui
avevo
fatto
abuso
cieco
per
vent
'
anni
,
m
'
apparvero
nel
loro
vero
aspetto
,
e
mi
fecero
il
senso
che
risentirebbe
un
uomo
,
il
quale
,
addormentatosi
nell
'
orgia
d
'
un
martedì
grasso
,
si
risvegliasse
il
mercoledì
delle
ceneri
,
in
mezzo
alla
sua
famiglia
,
sbriacato
,
ma
ancor
mascherato
da
re
delle
marionette
.
Quando
riconobbi
quanti
bei
pensieri
avevo
sciupati
,
quanti
sentimenti
gentili
traditi
,
per
quanto
tempo
avevo
offeso
la
dignità
dell
'
ufficio
di
scrittore
scrivendo
prosa
di
chincagliere
e
gettando
negli
occhi
al
pubblico
crusca
dorata
,
sentii
tale
vergogna
e
nausea
di
me
stesso
,
da
esser
tentato
di
dar
della
fronte
nel
muro
.
T
'
auguro
di
guarire
;
ma
la
convalescenza
ti
sarà
triste
,
povero
amico
.
UN
AMICO
D
'
INFANZIA
(
col
viso
afflitto
,
e
un
accento
di
rimprovero
triste
)
.
-
Ah
,
no
,
in
quel
modo
non
m
'
avresti
dovuto
scrivere
in
quella
occasione
dolorosa
.
Sapevi
che
avevo
l
'
anima
straziata
da
una
grande
sventura
:
mi
dovevi
scrivere
come
ti
dettava
il
cuore
.
Tu
non
puoi
immaginare
che
pena
fu
per
me
il
trovare
nella
tua
lettera
certe
espressioni
,
quei
tuoi
soliti
ornamenti
e
vezzi
di
lingua
e
di
stile
,
che
mi
fecero
dubitare
della
sincerità
del
tuo
dolore
,
che
mi
parvero
anzi
segni
manifesti
d
'
indifferenza
e
di
durezza
d
'
animo
.
No
;
se
tu
avessi
avuto
pietà
del
tuo
vecchio
amico
,
se
tu
avessi
pianto
davvero
sulla
sventura
terribile
che
lo
colpiva
,
tu
non
avresti
usato
quelle
parole
per
dirglielo
,
non
avresti
lisciato
lo
stile
a
quel
modo
,
perdonami
,
per
consolare
il
suo
cuore
.
Mi
facesti
una
gran
pena
,
amico
,
una
gran
pena
!
Il
sognatore
,
che
s
'
era
andato
agitando
sempre
più
durante
le
varie
apparizioni
,
vinto
all
'
ultima
da
un
impeto
di
vergogna
,
di
dolore
e
di
sdegno
,
si
precipita
dal
letto
(
in
sogno
)
e
si
mette
a
tirar
pedate
furiose
contro
il
cassone
;
il
quale
si
rovescia
e
si
scoperchia
,
spandendo
sul
pavimento
una
strana
variopinta
luccicante
mescolanza
di
vasetti
,
di
piume
,
di
ritagli
di
talco
e
di
trina
,
di
bubboli
,
di
nastrini
,
di
stelline
,
di
prismetti
di
vetro
,
di
scampoli
di
panno
rosso
e
di
frange
argentate
e
dorate
,
ravvolto
il
tutto
in
un
nuvolo
di
polvere
d
'
oro
e
di
riso
.
Furiosamente
,
a
scarpate
,
egli
caccia
a
mucchio
ogni
cosa
verso
la
finestra
e
abbranca
a
piene
mani
e
butta
tutto
fuori
del
davanzale
,
e
poi
scaraventa
fuori
anche
il
cassone
.
Il
tonfo
che
fa
questo
battendo
sul
selciato
della
strada
,
lo
risveglia
.
Si
mette
a
sedere
sul
letto
,
si
frega
gli
occhi
e
guarda
intorno
.
Non
è
ancora
bene
sveglio
:
gli
cadono
dagli
occhi
due
lacrime
.
Ahimè
!
Sono
lacrime
di
rimpianto
per
il
cassone
!
UNA
PAGINA
DI
MUSICA
.
È
tendenza
naturale
in
noi
il
dare
un
ritmo
al
linguaggio
scritto
,
come
lo
diamo
al
linguaggio
parlato
,
perché
il
nostro
orecchio
cerca
naturalmente
l
'
armonia
,
e
anche
delle
parole
scritte
sentiamo
il
suono
nella
mente
.
Gl
'
imitatori
dànno
alla
prosa
l
'
onda
armonica
,
che
hanno
nella
memoria
,
dello
stile
del
loro
scrittore
prediletto
;
quelli
che
non
imitano
,
le
dànno
un
ritmo
loro
proprio
,
che
è
come
la
musica
intima
del
loro
pensiero
;
e
anche
gli
scrittori
che
paiono
più
noncuranti
dell
'
armonia
,
si
sente
qua
e
là
che
non
resistono
alla
tentazione
di
dare
al
periodo
un
suono
largo
e
gradevole
,
o
,
se
non
altro
,
di
terminarlo
con
una
clausola
sonora
.
La
nostra
lingua
così
ricca
e
varia
di
suoni
,
nella
quale
facciamo
anche
in
prosa
,
senz
'
avvedercene
,
una
quantità
di
versi
d
'
ogni
metro
,
ci
tenta
continuamente
a
cantare
.
E
qui
sta
il
pericolo
:
di
far
cantare
la
prosa
per
forza
,
aggiungendo
parole
superflue
al
periodo
per
dargli
quella
data
sonorità
,
sforzando
il
pensiero
stesso
per
ridurlo
a
quella
data
forma
che
all
'
orecchio
piace
,
facendo
servire
l
'
idea
al
numero
,
in
somma
,
invece
di
far
obbedire
il
numero
all
'
idea
.
E
quando
s
'
è
su
questa
china
,
facilmente
si
precipita
al
peggio
:
si
va
dalle
armonie
delicate
e
sommesse
a
una
musica
sempre
più
risonante
,
fino
ad
accompagnare
la
sfilata
delle
frasi
a
colpi
di
piatti
turchi
,
e
a
chiudere
con
colpi
di
gran
cassa
e
squilli
di
tromba
.
Come
si
può
sfuggire
a
questo
pericolo
?
Il
mio
umile
parere
(
come
si
suol
dire
quando
si
crede
il
parere
proprio
migliore
degli
altri
)
è
questo
:
che
ci
dovremmo
proporre
non
di
cercare
l
'
armonia
,
ma
soltanto
d
'
evitar
le
asprezze
e
le
stonature
.
E
paiono
le
due
cose
una
sola
;
ma
sono
negli
effetti
assai
diverse
,
perché
,
cercando
l
'
armonia
,
si
finisce
col
cercare
una
data
armonia
,
la
quale
non
si
può
ottener
sempre
senza
artifici
;
ciò
che
non
accade
a
chi
si
studia
solamente
di
non
ferir
l
'
orecchio
.
Per
questo
non
c
'
è
bisogno
di
forzare
il
pensiero
,
d
'
aggiungere
,
di
riempire
,
d
'
arrotondare
,
perché
ciò
che
fa
suonare
sgradevolmente
il
periodo
non
sono
quasi
mai
altro
che
uno
o
pochi
vocaboli
messi
fuor
di
posto
,
e
qualche
volta
uno
o
due
o
pochi
monosillabi
;
e
basta
per
ripararvi
il
collocare
gli
uni
e
gli
altri
in
quelli
che
il
Leopardi
,
facendo
esercizio
di
lingua
,
chiamò
"
cantucci
,
spigoli
,
spazietti
,
passaggetti
,
rivolte
,
giratine
,
tortuosità
,
angustie
,
stretture
del
discorso
e
del
periodo
"
nelle
quali
quei
vocaboli
e
monosillabi
possono
entrare
senza
violenza
e
stare
senza
stridere
.
Non
è
certo
questa
l
'
unica
norma
che
dobbiamo
seguire
perché
la
prosa
non
riesca
disarmonica
;
ma
è
la
principale
,
e
a
te
può
bastare
per
ora
.
Un
ritmo
,
un
andamento
musicale
tuo
proprio
ti
verrà
con
lo
stile
,
del
quale
sarà
un
elemento
inseparabile
;
e
quanto
più
il
tuo
stile
sarà
spontaneo
,
logico
,
fedelmente
consentaneo
al
movimento
del
tuo
pensiero
,
tanto
meno
t
'
accorgerai
d
'
avere
quel
ritmo
;
per
modo
che
,
rileggendo
dopo
qualche
tempo
le
cose
tue
,
ti
parrà
di
sentirvi
una
musica
sconosciuta
,
o
di
cui
tu
abbia
appena
una
vaga
reminiscenza
.
Bada
ora
sopra
tutto
a
non
mandar
avanti
la
tua
prosa
a
suon
di
tamburi
e
di
pifferi
,
a
non
far
del
periodo
una
cabaletta
,
sempre
chiusa
con
quelle
certe
battute
,
che
il
lettore
presènte
e
solfeggia
prima
che
tu
vi
giunga
;
perché
è
questa
una
consuetudine
che
inceppa
la
ragione
e
l
'
ispirazione
,
circoscrive
la
libertà
del
pensiero
,
vizia
l
'
espressione
,
gonfia
lo
stile
,
e
avvilisce
la
dignità
dello
scrittore
riducendolo
un
sonatore
d
'
organetto
.
UNA
VOCE
NELL
'
ARIA
:
-
Benissimo
!
O
che
c
'
è
un
grammofono
qui
?
Chi
è
che
parla
?
La
stessa
voce
,
in
tono
leggermente
ironico
:
-
"
Ma
devi
anche
dire
all
'
alunno
che
ci
sono
i
sonatori
del
periodo
,
i
tenori
dello
stile
dissimulati
,
certi
astuti
che
abbassano
la
voce
,
invece
d
'
alzarla
,
che
non
vanno
mai
negli
acuti
,
che
modulano
il
discorso
come
per
cantare
senza
farsi
scorgere
;
ma
che
in
realtà
cantano
anch
'
essi
.
Il
canto
non
si
sente
periodo
per
periodo
;
ma
quando
voi
avete
letto
dieci
loro
pagine
senz
'
aver
mai
colto
proprio
sull
'
atto
il
cantante
,
sentite
non
di
meno
che
non
hanno
parlato
col
tono
di
chi
parla
naturalmente
,
non
cercando
né
ritmo
né
risonanza
.
È
una
specie
di
musica
morbida
e
liscia
,
dov
'
essi
fondono
i
propri
pensieri
e
smorzano
le
tinte
dello
stile
;
ma
che
,
appunto
per
questo
,
finisce
col
ristuccare
essa
pure
,
come
il
mormorìo
d
'
un
rigagnolo
,
facendoci
desiderare
qualche
asprezza
,
qualche
schianto
qua
e
là
,
in
cui
salti
su
il
pensiero
o
l
'
immagine
,
e
magari
anche
qualche
stonatura
selvaggia
,
che
ne
rompa
la
dolce
monotonia
,
dalla
quale
ci
sentiamo
conciliare
il
sonno
come
dal
rullìo
d
'
una
barchetta
o
dal
cullamento
d
'
una
sedia
a
dondolo
.
E
per
ottener
questo
bell
'
effetto
forzano
spesso
anche
costoro
il
proprio
pensiero
,
appiccicando
delle
brave
code
ai
periodi
,
dicendo
cose
che
non
dovrebbero
o
come
non
vorrebbero
,
esercitando
come
gli
altri
la
non
nobile
industria
dei
pleonasmi
,
delle
zeppe
,
delle
imbottiture
e
delle
vescichette
,
con
certa
discrezione
,
quasi
di
sotterfugio
,
e
con
aria
innocente
;
ma
che
non
inganna
chi
ha
fine
l
'
occhio
e
l
'
orecchio
.
Questo
essi
non
imitano
certamente
dal
loro
maestro
Alessandro
Manzoni
,
che
non
n
'
ha
ombra
.
E
anche
dall
'
esempio
di
questi
signori
convien
mettere
in
guardia
gli
alunni
.
Rifuggano
dagli
uni
e
dagli
altri
:
dai
suonatori
di
gran
cassa
e
da
quelli
che
fanno
il
verso
degli
uccelli
.
"
Pare
che
abbia
finito
.
Mi
domandi
se
ha
detto
giusto
?
Eh
sì
,
non
c
'
è
a
ridire
,
pur
troppo
.
Mi
domandi
ancora
s
'
io
so
a
chi
abbia
fatto
allusione
?
Lo
so
,
sicuro
;
ma
a
dirtelo
....
mi
vergognerei
un
poco
.
CORREGGI
E
LÀSCIATI
CORREGGERE
.
Abbiamo
veduto
da
principio
quello
che
s
'
ha
da
fare
prima
di
scrivere
;
dobbiamo
vedere
ora
quello
che
è
da
farsi
dopo
aver
scritto
.
Tu
hai
già
capito
:
rivedere
,
correggere
.
Lascia
passare
un
po
'
di
tempo
,
chè
si
quieti
l
'
eccitamento
intellettuale
,
e
tu
possa
giudicare
a
mente
serena
e
ad
animo
riposato
l
'
opera
tua
,
e
questa
apparisca
come
a
una
certa
distanza
all
'
occhio
indagatore
della
tua
mente
.
Poi
rileggi
,
mettendoti
con
l
'
immaginazione
,
per
quanto
t
'
è
possibile
,
nell
'
animo
d
'
un
lettore
non
solo
non
indulgente
,
ma
malevolo
,
il
quale
cerchi
nel
tuo
lavoro
i
difetti
col
desiderio
di
trovarne
,
o
svogliato
o
male
attento
,
che
non
regga
ad
alcuna
ripetizione
e
lungaggine
,
e
smetta
di
leggere
al
primo
senso
di
noia
che
lo
prenda
.
Leggi
,
e
apri
nella
mente
dieci
occhi
per
veder
dieci
cose
ad
un
punto
:
le
improprietà
,
le
superfluità
,
le
lacune
,
le
disarmonie
,
i
luoghi
oscuri
,
i
costrutti
contorti
,
i
legami
forzati
,
le
slegature
,
gli
errori
d
'
ordine
e
le
offese
al
buon
gusto
.
Vedi
se
in
qualche
luogo
non
hai
espresso
con
due
o
tre
periodi
brevi
un
pensiero
o
una
serie
di
pensieri
che
si
potevano
raccogliere
in
uno
,
non
però
così
lungo
da
non
potersi
abbracciare
,
come
dice
un
maestro
,
con
un
'
occhiata
;
se
,
alleggerendo
tutti
e
due
o
tutti
e
tre
quei
periodi
,
non
li
puoi
fondere
insieme
,
affinchè
il
lettore
legga
d
'
un
fiato
solo
quello
che
dovrebbe
leggere
con
tre
riprese
di
respiro
.
Vedi
se
dove
hai
creduto
di
esprimere
una
gradazione
di
pensiero
non
hai
fatto
altro
invece
che
una
gradazione
di
frase
;
se
non
hai
ripetuto
nessun
pensiero
sotto
altra
forma
,
o
presentato
l
'
una
dopo
l
'
altra
delle
immagini
che
dovevi
presentare
tutte
a
un
tratto
di
fronte
,
o
interposto
una
distanza
fra
due
concetti
che
dovevano
stare
vicini
o
connessi
.
Dove
puoi
mandare
innanzi
d
'
un
salto
il
pensiero
,
che
ha
fatto
un
passo
a
destra
e
uno
a
sinistra
,
correggi
;
dove
la
svoltata
del
pensiero
è
troppo
larga
,
ristringila
;
dove
puoi
accorciare
una
frase
,
serrare
più
forte
un
nodo
sintattico
,
sostituire
una
parola
breve
a
una
parola
lunga
,
accorcia
,
serra
,
sostituisci
.
Cerca
bene
se
hai
avuto
qualche
momento
di
distrazione
o
di
stanchezza
,
dove
hai
commesso
un
peccato
di
vanità
letteraria
,
dove
hai
lasciato
sul
tuo
pensiero
un
velo
di
nebbia
.
Se
farai
questo
lavoro
con
attenzione
viva
,
ne
ricaverai
altrettanto
diletto
quanto
dal
lavoro
facile
e
caldo
dell
'
ispirazione
.
Proverai
che
piacere
squisito
è
lo
sfrondare
il
superfluo
quando
se
ne
vede
balzar
fuori
più
chiara
e
lucida
l
'
idea
;
che
maraviglia
gradevole
è
il
veder
tutto
un
periodo
mutar
aspetto
e
suono
per
la
trasposizione
d
'
una
frase
o
d
'
una
parola
ch
'
era
fuor
di
posto
.
In
questo
lavoro
comprenderai
tutta
la
delicatezza
dell
'
arte
dello
scrivere
,
vedendo
come
un
ritocco
leggerissimo
metta
alle
volte
la
forza
dov
'
era
la
fiacchezza
,
come
la
cancellatura
o
l
'
aggiunta
d
'
un
solo
vocabolo
assodi
un
pensiero
che
era
campato
in
aria
,
o
ne
saldi
due
l
'
uno
all
'
altro
,
che
non
parevano
collegabili
;
come
un
nuovo
aggettivo
,
non
prima
trovato
,
getti
quasi
un
raggio
di
sole
sopra
un
'
idea
che
stava
nell
'
ombra
.
Sentirai
come
questo
lavoro
del
correggere
,
quando
è
fatto
bene
,
non
sia
lavoro
di
pedante
,
quale
molti
lo
dicono
;
ma
di
critico
e
d
'
artista
ad
un
tempo
;
lavoro
fine
e
profondo
,
che
eccita
anch
'
esso
la
mente
e
l
'
animo
come
una
seconda
creazione
,
e
che
si
può
far
con
amore
,
e
che
quando
è
fatto
in
tal
modo
,
lascia
nella
coscienza
una
sodisfazione
e
una
quiete
,
che
sono
il
più
dolce
premio
della
fatica
.
Ma
correggere
non
è
sempre
migliorare
,
bada
bene
.
Bisogna
,
correggendo
,
tener
sempre
presente
che
nello
scrivere
di
primo
getto
la
mente
eccitata
e
come
dilatata
e
sveltita
dall
'
eccitazione
faceva
rapidamente
il
giro
d
'
un
largo
spazio
,
vedeva
in
una
volta
molte
cose
e
molte
relazioni
fra
le
cose
,
e
abbracciava
con
occhio
pronto
e
mobilissimo
ragioni
,
proporzioni
e
convenienze
.
Correggendo
a
mente
fredda
,
noi
tendiamo
a
esaminare
invece
idea
per
idea
,
frase
per
frase
,
parola
per
parola
;
e
quindi
facilmente
prendiamo
abbaglio
sul
valore
di
ciascuna
idea
,
frase
o
parola
,
che
non
vediamo
più
in
relazione
con
l
'
altre
;
e
facilmente
per
questo
correggiamo
male
;
e
spesso
togliamo
forza
a
un
concetto
del
quale
non
abbiamo
più
vivo
il
sentimento
,
credendo
di
perfezionarne
l
'
espressione
,
e
ci
lasciamo
andare
ad
arrotondar
dei
periodi
perché
non
ci
suonano
più
nella
mente
insieme
con
l
'
armonia
generale
dello
scritto
,
per
dar
loro
una
sonorità
più
piena
,
con
danno
di
quell
'
armonia
generale
.
Convien
dunque
guardarsi
,
correggendo
,
dal
corregger
troppo
,
e
per
guardarsene
bisogna
rimettersi
a
quando
a
quando
,
con
uno
sforzo
dell
'
immaginazione
,
nello
stato
di
mente
e
d
'
animo
in
cui
ci
trovavamo
nel
far
la
prima
stesura
del
lavoro
,
e
riscontrare
così
la
nostra
correzione
col
criterio
che
in
quei
momenti
ci
guidava
:
criterio
meno
guardingo
e
men
minuzioso
,
ma
più
largo
,
più
agile
,
più
istintivamente
sicuro
di
quello
della
critica
lenta
e
tranquilla
.
Ma
quello
che
sopra
tutto
occorre
nella
correzione
è
la
sincerità
.
-
La
sincerità
con
sé
stessi
?
-
domanderai
.
O
come
si
può
non
esser
sinceri
?
Si
può
in
questo
modo
.
Quando
nel
nostro
scritto
troviamo
un
errore
o
un
difetto
,
a
cui
sia
difficile
riparare
,
diamo
ascolto
alla
voce
della
pigrizia
che
ci
dice
:
-
Lascia
com
'
è
;
forse
t
'
inganni
;
quello
che
pare
a
te
un
errore
di
proprietà
o
di
gusto
,
o
altro
che
sia
,
non
parrà
forse
tale
a
chi
legge
,
o
questi
vi
passerà
su
senz
'
avvertirlo
.
-
Persiste
la
nostra
coscienza
ad
avvertirci
che
quello
è
un
errore
o
un
difetto
;
ma
,
illudendo
noi
stessi
di
proposito
,
noi
diamo
retta
alla
pigrizia
,
e
tralasciamo
di
correggere
.
Ed
è
una
illusione
insensata
,
perché
il
lettore
,
anche
incolto
,
non
avvertirà
certe
bellezze
che
noi
crediamo
ch
'
egli
noti
,
ma
vede
per
contro
molti
difetti
leggerissimi
,
che
a
noi
pare
gli
debbano
sfuggire
.
E
infatti
,
chi
si
provi
a
leggere
scritti
propri
a
persone
senza
cultura
,
ma
sincere
,
riman
meravigliato
spesso
dell
'
acutezza
delle
osservazioni
critiche
che
quegli
uditori
gli
fanno
;
e
la
ragione
del
fatto
è
che
la
gente
incolta
,
non
avendo
il
criterio
viziato
o
velato
da
concetti
letterari
convenzionali
o
dall
'
assuefazione
della
mente
a
certi
artifizi
e
vizi
comuni
dello
scrivere
,
riceve
dagli
scritti
un
'
impressione
immediata
e
schietta
,
e
non
badando
,
o
non
dando
pregio
a
certe
forme
della
lingua
e
dello
stile
,
raccoglie
meglio
l
'
attenzione
su
cert
'
altre
,
e
le
vede
con
occhio
più
chiaro
.
Sarà
una
leggiera
oscurità
,
sarà
una
parola
fuor
di
luogo
,
sarà
una
frase
dubbia
,
che
può
esser
presa
in
doppio
senso
;
ma
qualche
menda
noterà
,
qualche
osservazione
utile
farà
sempre
anche
l
'
uomo
ignorante
,
se
dice
schiettamente
quello
che
pensa
d
'
uno
scritto
che
gli
si
legga
.
Per
questo
ti
consiglio
di
sottoporre
qualche
volta
quello
che
scrivi
anche
alla
critica
delle
persone
,
delle
quali
è
generalmente
disprezzato
il
giudizio
in
materia
letteraria
.
Le
loro
osservazioni
,
lo
so
,
feriscono
più
di
quelle
d
'
ogni
altro
l
'
amor
proprio
,
o
per
dir
meglio
,
l
'
orgoglio
dello
scrittore
.
Ma
in
ogni
campo
intellettuale
una
delle
condizioni
essenzialissime
per
imparare
è
quella
di
vincere
l
'
orgoglio
.
Non
s
'
impara
veramente
se
non
si
ha
la
ferma
persuasione
,
in
qualunque
età
,
e
a
qualsiasi
altezza
si
sia
pervenuti
nell
'
arte
o
nella
scienza
,
d
'
avere
ancora
e
sempre
da
imparare
moltissimo
.
E
a
che
serve
tener
alto
l
'
orgoglio
di
fronte
agli
altri
,
se
siamo
di
continuo
costretti
a
mortificarlo
dentro
noi
stessi
?
Procedendo
negli
studi
e
nell
'
arte
dello
scrivere
,
tu
dovrai
ogni
giorno
,
ogni
momento
,
fare
atto
d
'
umiltà
davanti
all
'
immensità
del
campo
che
ti
s
'
allargherà
man
mano
dintorno
,
alle
sempre
nuove
difficoltà
che
ti
sorgeranno
dinanzi
dopo
che
n
'
avrai
superate
altre
molte
che
ti
saranno
parse
le
ultime
;
atti
infiniti
di
rassegnazione
dovrai
fare
,
dolorosamente
,
disperando
di
poter
raggiungere
l
'
ideale
della
tua
mente
.
L
'
arte
è
grande
e
divina
per
questo
.
S
'
ama
per
tutta
la
vita
perché
non
appaga
mai
pienamente
,
e
sono
quasi
sovrumane
le
gioie
ch
'
ella
dà
perché
sono
frutto
e
ci
compensano
d
'
infiniti
sforzi
e
amarezze
.
E
tu
,
se
sei
chiamato
all
'
arte
,
va
'
incontro
alla
lotta
nobilissima
con
l
'
anima
serena
e
piena
di
fede
.
Ti
sorrida
o
no
la
vittoria
,
sarai
contento
d
'
aver
combattuto
.
Se
non
salirà
in
alto
il
tuo
nome
,
salirà
il
tuo
spirito
,
e
per
questo
solo
benefizio
che
dall
'
arte
avrai
ricevuto
,
anche
nella
tristezza
d
'
una
nobile
ambizione
delusa
,
tu
l
'
amerai
ancora
come
un
'
amica
dolcissima
,
la
benedirai
sempre
come
una
consolatrice
celeste
.
AL
MIO
LETTORE
IDEALE
.
E
ora
addio
,
giovinetto
,
mio
lettore
ideale
,
ch
'
io
mi
vidi
sempre
dinanzi
durante
il
mio
lavoro
,
nell
'
aspetto
d
'
un
figliuolo
più
che
d
'
un
alunno
.
T
'
avesse
dato
il
mio
libro
anche
solo
una
minima
parte
del
piacere
con
cui
lo
scrissi
!
E
non
fu
un
piacere
che
nascesse
dall
'
illusione
di
mettere
in
atto
degnamente
un
concetto
che
mi
pareva
buono
,
chè
non
fui
contento
un
giorno
di
quanto
facevo
:
nasceva
dai
mille
ricordi
che
mi
si
ravvivavano
,
dalle
mille
immaginazioni
che
mi
si
destavano
lungo
il
cammino
;
perché
non
c
'
è
studio
che
risvegli
e
rimescoli
la
memoria
,
quando
si
fa
con
amore
,
che
affolli
tanto
la
mente
d
'
immagini
quanto
lo
studio
della
lingua
;
e
tu
ne
farai
esperienza
,
spero
.
Fu
come
un
viaggio
di
vari
anni
per
il
mio
paese
e
a
traverso
la
sua
letteratura
,
dove
quasi
ad
ogni
parola
mi
s
'
alzava
davanti
la
reminiscenza
d
'
una
lettura
,
la
visione
d
'
un
fatto
,
il
fantasma
d
'
uno
scrittore
.
Pensa
un
po
'
:
dai
primi
monaci
del
Duecento
,
divulgatori
di
leggende
miracolose
,
fino
agli
scrittori
ancor
viventi
,
quante
diverse
apparizioni
,
che
sfilata
maravigliosa
di
notari
,
di
mercanti
,
di
cardinali
,
di
principi
,
d
'
ambasciatori
,
d
'
artefici
,
di
capitani
vestiti
di
ferro
e
di
professori
con
la
toga
accademica
o
col
cappello
a
cilindro
!
E
tutti
quanti
si
disegnavano
sul
mare
ondeggiante
delle
trenta
generazioni
che
fucinarono
la
lingua
per
tutti
.
In
mezzo
a
quei
personaggi
saltavano
su
bambini
di
Firenze
,
dai
quali
avevo
inteso
la
prima
volta
certe
parole
,
assistendo
ai
loro
giochi
sul
Viale
dei
Colli
,
e
contadini
con
cui
m
'
ero
accompagnato
per
lunghi
tratti
nei
miei
viaggi
a
piedi
per
la
campagna
toscana
;
e
fra
i
loro
discorsi
mi
ritornavano
in
mente
correzioni
fatte
ai
miei
lavori
di
scuola
da
antichi
maestri
,
discussioni
linguistiche
avute
con
amici
di
trent
'
anni
addietro
,
e
casi
e
scene
della
vita
,
il
cui
ricordo
m
'
era
rimasto
legato
in
capo
con
quel
tal
vocabolo
o
quella
tal
frase
,
senza
una
ragione
ch
'
io
percepissi
.
La
lingua
mi
faceva
rivivere
il
passato
,
come
fa
la
musica
,
che
riporta
tutta
l
'
anima
nostra
a
grandi
distanze
di
tempo
e
di
spazio
.
E
mi
sentivo
ringiovanire
nel
rimetter
le
mani
,
dopo
molti
anni
,
nei
miei
vecchi
scartafacci
d
'
appunti
,
ingialliti
e
polverosi
,
scritti
in
caratteri
che
non
mi
parevan
più
miei
,
e
nel
ricorrere
certi
vecchi
libri
sottolineati
e
annotati
nei
margini
,
che
mi
ricordavano
letture
notturne
e
care
speranze
della
bella
età
ch
'
è
ora
la
tua
.
Ringiovanendo
nel
pensiero
,
mi
sentivo
più
vicino
a
te
,
e
mi
pareva
che
lavorassimo
insieme
.
Non
tutti
i
miei
pensieri
erano
lieti
,
peraltro
.
Riscontrando
il
significato
proprio
di
certi
modi
,
m
'
accadeva
qualche
volta
di
riconoscere
che
li
avevo
usati
sempre
a
sproposito
;
d
'
altri
mi
vergognavo
di
non
averli
imparati
che
poco
prima
di
citarli
a
te
con
l
'
aria
di
saperli
da
un
pezzo
;
e
così
di
certi
precetti
e
consigli
ch
'
io
ti
davo
,
mentre
la
coscienza
mi
rinfacciava
d
'
averli
quasi
sempre
trasgrediti
.
Spesso
anche
mi
sorgeva
dinanzi
il
professor
Pataracchi
,
gridando
:
-
Ah
,
barbaro
!
E
hai
la
faccia
d
'
impancarti
a
far
la
lezione
?
Concerò
io
la
tua
carta
stampata
per
il
dì
delle
feste
!
-
Oppure
pensavo
a
questo
o
a
quello
scrittore
morto
o
vivente
,
e
dicevo
:
-
Chi
sa
come
avrebbe
fatto
o
farebbe
meglio
di
me
questo
libro
!
-
,
e
mi
tormentava
la
coscienza
di
mancare
della
facoltà
e
della
dottrina
che
in
quelli
riconoscevo
.
E
a
volte
mi
prendeva
un
senso
di
sgomento
,
ed
ero
tentato
di
buttar
la
penna
.
Ma
in
questi
casi
eri
sempre
tu
,
mio
lettore
ideale
,
indulgente
come
s
'
è
all
'
età
tua
,
che
mi
facevi
animo
a
proseguire
;
era
la
tua
immagine
che
mi
veniva
a
dir
la
mattina
:
-
Al
lavoro
!
Qualche
cosa
n
'
uscirà
,
e
anche
quel
poco
mi
potrà
giovare
.
E
poi
mi
dava
cuore
un
sentimento
sempre
più
forte
,
ravvivato
a
quando
a
quando
da
un
ricordo
lontano
,
come
una
fiamma
da
un
soffio
di
vento
.
Mi
ricordavo
d
'
un
povero
ragazzo
italiano
,
che
un
giorno
udii
cantare
una
canzone
malinconica
in
una
strada
d
'
una
città
d
'
oltralpe
,
e
certi
stranieri
villani
,
da
un
terrazzino
,
lo
beffeggiavano
,
ripetendo
sformate
le
sue
dolci
parole
,
e
rifacendogli
il
verso
sguaiatamente
.
E
a
quel
ricordo
risentivo
per
la
mia
lingua
,
scrivendo
,
quello
che
avevo
sentito
quel
giorno
all
'
udirla
vilipendere
con
versacci
di
scherno
:
un
amore
ardente
e
altero
,
pieno
di
venerazione
e
di
tenerezza
,
che
mi
faceva
formar
più
saldo
il
proposito
di
servirla
e
d
'
onorarla
nel
miglior
modo
ch
'
io
potessi
,
con
tutta
l
'
anima
e
per
tutta
la
vita
.
E
dicevo
in
cuor
mio
:
-
Se
riuscissi
a
trasfondere
questo
sentimento
nel
mio
lettore
ideale
!
-
E
questa
speranza
mi
dava
un
fremito
di
gioia
e
un
nuovo
impulso
al
lavoro
.
E
ora
ti
dirò
ancora
una
bella
cosa
,
come
dice
un
trecentista
.
Credo
che
nella
mente
d
'
ogni
scrittore
,
quando
scrive
un
libro
,
si
formi
a
poco
a
poco
e
finisca
con
l
'
essergli
quasi
sempre
presente
un
'
immagine
,
la
quale
gli
rappresenta
in
forma
simbolica
il
suo
pensiero
assiduo
.
Ed
ecco
quale
fu
per
me
quest
'
immagine
,
confusa
da
principio
,
poi
da
un
giorno
all
'
altro
più
netta
.
Io
vedevo
un
palazzo
smisurato
,
che
sorgeva
fra
rovine
colossali
di
monumenti
romani
,
e
nascondeva
la
sommità
fra
le
nuvole
.
Presentava
sovrapposte
di
piano
in
piano
le
architetture
di
vari
secoli
:
dove
semplici
e
severe
,
tutte
grandi
bozze
di
granito
greggio
,
o
marmi
nudi
nitidissimi
;
dove
sopraccariche
di
sculture
,
coperte
d
'
affreschi
,
messe
a
oro
e
a
musaici
di
gemme
,
risplendenti
come
un
seminìo
di
stelle
.
A
tutte
le
altezze
,
sopra
le
cornici
e
nei
fregi
ricorrevano
in
lunghe
file
le
effigie
di
mille
scrittori
coronati
,
che
balenavano
dagli
occhi
,
come
volti
viventi
;
a
somiglianza
dei
quali
anche
i
fiori
delle
pitture
,
i
fogliami
dei
capitelli
,
le
figure
delle
colonne
storiate
,
le
cariatidi
simboleggianti
ogni
forma
della
letteratura
,
tutto
si
moveva
e
viveva
.
E
dalle
logge
aeree
,
dagli
ampi
intercolonnii
,
da
tutte
le
aperture
dell
'
edifizio
enorme
e
gentile
,
maestoso
come
una
montagna
e
leggero
come
una
cosa
di
sogno
,
uscivano
canti
di
poeti
,
grida
d
'
oratori
,
armonie
gravi
e
soavissime
di
voci
innumerevoli
,
che
parevano
venire
da
una
lontananza
sterminata
.
Ma
non
era
la
bellezza
multiforme
e
magnifica
la
maggior
maraviglia
:
era
che
tutte
le
linee
e
gli
aspetti
diversi
dell
'
edifizio
offrivano
insieme
,
non
l
'
effigie
propria
,
ma
l
'
espressione
vaga
e
prodigiosa
d
'
un
volto
,
sul
quale
era
diffusa
la
luce
d
'
un
sorriso
ineffabile
,
misto
d
'
alterezza
regale
e
di
dolcezza
materna
,
e
che
a
quando
a
quando
le
voci
infinite
si
confondevano
in
una
,
immensa
come
la
voce
d
'
un
mare
che
parlasse
,
ripetendo
quanto
di
più
grande
e
di
più
dolce
ha
detto
al
mondo
l
'
Italia
nello
spazio
di
settecent
'
anni
....
Era
l
'
edifizio
della
lingua
italiana
.
E
man
mano
che
andavo
innanzi
,
ingrandiva
nella
mente
eccitata
dal
lavoro
,
e
mi
pareva
sempre
più
bello
e
splendido
,
e
che
spandesse
armonie
più
soavi
e
più
solenni
,
e
mi
penetrava
più
profondamente
nell
'
animo
quel
sorriso
misterioso
,
come
d
'
un
volto
sovrumano
,
che
brillava
nella
maestà
del
suo
aspetto
.
Ma
sempre
,
quando
mi
trattenevo
ad
ammirarlo
,
pensavo
che
a
visitarne
i
tesori
nascosti
e
le
bellezze
intime
più
maravigliose
non
t
'
avrei
potuto
guidare
io
stesso
;
e
questo
pensiero
era
un
rammarico
.
Ma
che
importa
?
Tu
le
visiterai
con
la
scorta
d
'
altri
,
o
anche
solo
,
più
tardi
.
Ebbene
,
se
il
mio
povero
libro
non
t
'
ha
annoiato
,
e
se
t
'
ha
giovato
un
poco
,
io
ti
chiedo
questa
ricompensa
alla
mia
fatica
:
che
quando
t
'
aggirerai
fra
le
meraviglie
del
palazzo
incantato
,
ti
ricordi
qualche
volta
di
me
,
che
ti
lascio
sulla
soglia
,
con
tristezza
,
benedicendo
i
buoni
propositi
che
porti
nel
cuore
e
le
belle
speranze
che
ti
splendono
in
fronte
.
FINE
.
Per
esser
breve
il
più
possibile
ho
fatto
parecchie
citazioni
senza
accennare
i
nomi
e
le
opere
degli
scrittori
,
restringendomi
a
chiudere
le
frasi
fra
due
virgole
doppie
;
il
che
può
bastare
per
gli
scrittori
morti
,
essendo
quasi
tutti
notissimi
i
giudizi
loro
che
ho
citati
;
ma
non
basta
per
gli
scrittori
viventi
.
Accenno
dunque
,
per
debito
di
gratitudine
e
per
utilità
dei
giovani
lettori
:
-
La
lingua
dei
Promessi
Sposi
,
di
Francesco
d
'
Ovidio
,
che
tutti
gli
studiosi
della
lingua
dovrebbero
leggere
.
-
L
'
arte
del
periodo
nelle
opere
volgari
di
Dante
Alighieri
e
del
secolo
XIII
,
ottimo
studio
critico
di
Giuseppe
Lisio
.
-
Storia
della
letteratura
italiana
,
di
Vittorio
Rossi
.
-
La
formazione
della
prosa
moderna
,
prolusione
di
Dino
Mantovani
.
-
La
filosofia
delle
parole
,
di
Federico
Garlanda
.
-
Abruzzesismi
,
Calabresismi
,
Sardismi
,
di
Fedele
Romani
.
-
Grammatica
italiana
dell
'
uso
moderno
,
di
Raffaello
Fornaciari
.
-
L
'
Italia
dialettale
,
di
G
.
I
.
Ascoli
.
-
Manuale
della
Letteratura
italiana
,
di
Alessandro
d
'
Ancona
e
Orazio
Bacci
.
Quelli
ch
'
io
posso
aver
dimenticati
,
mi
perdonino
.
E
mi
perdonino
anche
i
miei
carissimi
amici
Guido
Mazzoni
e
Cesario
Testa
l
'
indiscrezione
che
commetto
esprimendo
loro
pubblicamente
la
mia
gratitudine
per
l
'
aiuto
validissimo
che
mi
diedero
nella
revisione
del
libro
.
Saggistica ,
Giorni
Pericolosi
Nei
dieci
mesi
che
volsero
dalla
pace
di
Villafranca
alla
spedizione
dei
Mille
,
l
'
Italia
di
mezzo
diede
prove
di
virtù
civili
meravigliose
,
ma
col
Piemonte
corse
dei
pericoli
gravi
forse
quanto
quelli
che
il
Piemonte
stesso
aveva
corsi
,
prima
della
guerra
del
1859
.
I
duchi
,
gli
arciduchi
,
i
legati
pontifici
fuggiti
dalle
loro
sedi
,
fin
da
prima
di
quella
guerra
,
non
avevano
più
osato
tornarvi
;
e
allora
Parma
,
Modena
,
Bologna
con
la
Romagna
fino
alla
Cattolica
,
si
strinsero
in
un
solo
Stato
,
che
nel
bel
ricordo
della
gran
via
romana
da
Piacenza
a
Rimini
,
chiamarono
l
'
Emilia
.
Spento
così
d
'
un
tratto
ogni
vecchio
sentimento
di
gelosia
,
conferirono
la
Dittatura
al
Farini
,
romagnolo
venuto
su
,
da
giovane
,
nelle
cospirazioni
,
e
poi
maturo
ed
esule
fattosi
alla
vita
dell
'
uomo
di
stato
vicino
al
Cavour
,
in
Piemonte
.
Si
crearono
un
esercito
proprio
,
con
gioventù
propria
e
d
'
ogni
parte
d
'
Italia
;
e
il
loro
governo
procedeva
d
'
accordo
con
quello
di
Toscana
,
libera
anche
essa
,
e
col
suo
grande
statista
Bettino
Ricasoli
risoluta
d
'
unirsi
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
.
Intanto
quelle
regioni
si
chiamavano
,
tutte
insieme
,
Italia
centrale
.
Quello
Stato
provvisorio
era
tranquillo
come
se
non
ci
fosse
in
aria
nessuna
minaccia
,
ma
senza
mostrarne
paura
,
conosceva
i
pericoli
tra
i
quali
viveva
.
L
'
Austria
,
che
non
aveva
potuto
aiutar
con
l
'
armi
i
principi
fuggiti
a
tornare
,
dichiarava
caso
di
guerra
l
'
ingresso
anche
d
'
un
solo
soldato
piemontese
nell
'
Italia
centrale
:
la
Russia
era
apertamente
ostile
non
soltanto
a
che
Toscana
e
Ducati
e
Legazioni
si
unissero
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
,
ma
ancora
a
che
si
scegliessero
un
Sovrano
:
la
Prussia
consigliava
il
Piemonte
di
rimetter
esso
stesso
in
trono
i
principi
fuggiti
.
I
diplomatici
italiani
avevano
un
bel
dire
fin
da
allora
ai
prussiani
che
la
Germania
mostrava
desiderio
di
rompere
i
legami
posti
anche
a
lei
dai
trattati
del
1815
:
quegli
uomini
di
Stato
,
sebbene
sapessero
che
presto
la
Germania
avrebbe
fatto
ciò
che
già
faceva
l
'
Italia
,
insistevano
perché
il
Piemonte
si
contentasse
della
Lombardia
,
si
consolidasse
bene
e
lasciasse
tempo
al
tempo
.
In
quanto
a
Napoleone
III
,
questi
diceva
di
non
voler
correre
i
rischi
di
una
nuova
guerra
che
l
'
Austria
avrebbe
immancabilmente
intrapresa
se
fosse
avvenuta
l
'
annessione
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
al
nuovo
regno
;
ed
erano
avversi
all
'
Italia
la
Spagna
,
la
Baviera
,
persino
il
Belgio
.
Sola
l
'
Inghilterra
si
mostrava
amica
al
nuovo
Stato
,
che
si
veniva
formando
;
sola
suggeriva
agli
Italiani
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
di
stare
saldi
nella
loro
risoluzione
.
Al
Piemonte
consigliava
di
fare
,
di
osare
senza
domandare
e
di
non
darsi
briga
né
dell
'
Austria
né
della
Francia
,
né
di
nessuno
.
E
il
Ricasoli
e
il
Farini
erano
uomini
da
sentir
bene
il
consiglio
,
perché
stavano
al
governo
di
popolazioni
che
sapevano
ragionare
il
loro
diritto
.
Come
s
'
erano
formate
le
grandi
potenze
,
esse
che
mormoravano
e
minacciavano
perché
Piemontesi
e
Lombardi
volevano
aiutare
i
loro
fratelli
del
centro
a
divenir
com
'
essi
liberi
,
e
tutti
insieme
Italiani
?
L
'
Austria
,
la
Francia
,
la
Prussia
,
la
Russia
si
erano
costituite
in
secoli
di
violenze
e
di
usurpazioni
,
calpestando
popoli
,
che
due
o
tre
di
esse
ritenevano
ancora
con
la
forza
;
gli
Italiani
non
conquistavano
,
non
usurpavano
nulla
;
non
abbattevano
se
non
delle
dinastie
che
loro
erano
state
imposte
.
Ora
perché
esse
,
le
grandi
potenze
,
volevano
impedirli
?
Si
ragionava
così
,
e
così
stavano
le
cose
nel
principio
del
1860
,
quando
appunto
Cavour
,
che
dopo
la
pace
di
Villafranca
,
sdegnato
contro
Napoleone
e
fin
contro
il
Re
,
si
era
ritirato
dal
governo
,
tornava
alla
presidenza
dei
Ministri
.
Egli
allora
osò
da
uomo
che
sapeva
di
aver
dei
collaboratori
potenti
,
e
un
popolo
pronto
a
tutto
.
E
d
'
accordo
con
lui
,
il
Ricasoli
per
la
Toscana
e
il
Farini
per
l
'
Emilia
,
pubblicarono
il
Decreto
che
convocava
i
Comizi
,
in
tutta
l
'
Italia
centrale
,
pel
plebiscito
.
In
quei
Comizi
,
i
votanti
dovevano
dichiarare
se
volessero
l
'
unione
alla
Monarchia
costituzionale
di
Vittorio
Emanuele
,
ovvero
il
regno
separato
.
E
nell
'
Emilia
su
2,916,104
abitanti
,
comprese
donne
e
fanciulli
,
426,006
voti
furono
per
l
'
unione
;
contrari
,
solo
756
.
Nella
Toscana
,
su
1,806,940
abitanti
votarono
per
l
'
unione
366,871
,
pel
regno
separato
54,925
.
Così
l
'
Europa
,
che
tante
sciagure
aveva
versate
o
lasciato
versare
sull
'
Italia
,
da
secoli
,
vide
meravigliata
Emiliani
e
Toscani
concordi
ed
entusiasti
fondersi
con
Piemontesi
e
Lombardi
;
e
i
duchi
e
gli
arciduchi
-
parole
di
Cavour
-
"
sepolti
in
perpetuo
sotto
il
cumulo
di
schede
deposte
nelle
urne
.
"
Protestarono
i
principi
che
vedevano
levati
via
per
sempre
i
pretesi
loro
diritti
;
protestò
l
'
Austria
,
protestò
quasi
tutta
l
'
Europa
,
ma
nessuno
si
mosse
:
e
un
regno
dell
'
Alta
Italia
,
di
undici
milioni
,
fu
fatto
.
*
Allora
,
anche
a
uomini
molto
arditi
,
parve
di
aver
avuto
tanta
fortuna
,
che
pensare
ad
altro
sembrava
temerità
e
follia
.
L
'
Europa
poteva
,
alla
fine
,
saltar
su
e
dire
di
aver
tollerato
anche
troppo
.
Infatti
mostrò
ancora
il
suo
broncio
il
2
aprile
,
nella
seduta
inaugurale
del
nuovo
Parlamento
in
Torino
;
nella
qual
seduta
,
con
manifesta
avversione
,
non
si
fecero
vedere
i
rappresentanti
diplomatici
di
Russia
,
Prussia
,
Spagna
e
del
Belgio
.
E
se
i
limiti
del
nuovo
regno
fossero
stati
segnati
dalla
valle
del
Po
,
forse
il
Governo
avrebbe
potuto
facilmente
persuadere
lo
spirito
pubblico
a
mantenersi
cheto
per
alcuni
anni
,
aspettando
e
preparando
altri
eventi
.
Ma
i
confini
erano
già
di
là
dall
'
Appennino
;
e
aver
a
far
parte
del
regno
la
Toscana
,
la
gran
maestra
antica
della
vita
civile
italiana
,
voleva
dire
esser
costretti
a
continuare
l
'
impresa
nazionale
.
Napoleone
III
lo
aveva
ben
capito
,
e
di
malumore
aveva
già
detto
ad
un
suo
ministro
che
l
'
unione
della
Toscana
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
portava
di
conseguenza
l
'
unità
italiana
.
Però
al
Conte
di
Cavour
l
'
unità
non
pareva
ancora
possibile
.
L
'
idea
sua
era
sempre
di
dar
assetto
al
nuovo
regno
;
promuoversi
tutte
le
libertà
;
svolgerne
le
forze
già
così
rigogliose
e
omogenee
;
farlo
ricco
,
colto
,
solcarlo
di
strade
ferrate
e
di
canali
;
dotarlo
di
ogni
sorta
di
opere
pubbliche
;
farne
insomma
il
Belgio
in
grande
dell
'
Europa
meridionale
.
Così
,
intanto
gli
Italiani
dello
Stato
Pontificio
e
delle
Due
Sicilie
,
avrebbero
sentito
e
desiderato
la
prosperità
dello
Stato
settentrionale
anche
per
sé
;
e
forse
,
prima
che
passasse
un
decennio
,
si
sarebbero
mossi
spontaneamente
per
unirsi
a
goderla
.
Egli
aveva
allora
appena
cinquant
'
anni
,
e
poteva
ripromettersi
di
vivere
ancora
tanto
da
guidare
quel
movimento
.
Senonchè
Mazzini
sin
dal
2
marzo
aveva
scritto
:
"
Non
si
tratta
più
di
repubblica
o
di
monarchia
,
si
tratta
di
unità
nazionale
;
d
'
essere
o
non
essere
.
Se
l
'
Italia
vuole
essere
monarchica
sotto
la
Casa
di
Savoia
,
sia
pure
:
se
dopo
la
riscossa
vuol
acclamare
liberatori
e
non
so
che
altro
il
Re
e
Cavour
,
sia
pure
.
Ciò
che
ora
vogliamo
è
che
l
'
Italia
si
faccia
.
"
Il
gesto
era
preciso
,
diritto
;
Sicilia
,
Napoli
,
Roma
tutto
doveva
venire
nell
'
unità
nazionale
:
per
Mazzini
,
pel
suo
partito
,
che
era
anche
fatto
di
uomini
di
guerra
,
l
'
ora
era
buona
;
o
coglierla
,
quali
che
si
fossero
i
pericoli
,
o
non
vederla
tornar
mai
più
.
Egli
fin
dal
1856
aveva
rivolta
la
sua
azione
al
Mezzodì
per
far
procedere
di
laggiù
in
su
la
propaganda
rivoluzionaria
:
nel
'57
,
per
tentarvi
una
rivoluzione
,
d
'
intesa
con
lui
era
andato
a
morir
colà
Pisacane
:
nel
'59
,
temendo
che
la
pace
di
Villafranca
e
le
sue
conseguenze
portassero
a
far
guarentire
dall
'
Europa
l
'
intangibilità
delle
Due
Sicilie
,
egli
Mazzini
,
aveva
mandato
Crispi
in
Sicilia
a
promuovervi
agitazioni
e
a
prepararvi
l
'
insurrezione
.
Ora
dunque
bisognava
gettare
il
dado
,
e
cominciare
appunto
dalla
Sicilia
.
*
Certo
la
convinzione
di
Mazzini
l
'
aveva
in
parte
,
almeno
nel
cuore
,
anche
il
Cavour
.
Egli
dopo
Villafranca
,
in
uno
scatto
di
magnanima
ira
,
aveva
detto
:
"
Mi
hanno
troncato
la
via
a
fare
l
'
Italia
con
la
diplomazia
dal
Nord
;
ebbene
,
la
farò
dal
Sud
con
la
rivoluzione
!
"
Ma
poi
si
era
frenato
.
E
se
Mazzini
vedeva
le
cose
da
credente
che
subordinava
tutto
alla
propria
fede
,
e
andava
incontro
ai
fatti
,
fosse
pure
per
trovare
il
martirio
,
Cavour
col
suo
tatto
del
possibile
guardava
da
uomo
di
Stato
che
misura
le
probabilità
e
vi
conforma
l
'
azione
.
Il
regno
delle
Due
Sicilie
gli
pareva
un
organismo
da
lasciar
vivere
ancora
;
le
idee
sue
rispetto
a
quello
non
si
erano
peranche
mutate
.
L
'
anno
avanti
,
nel
maggio
,
appena
salito
al
trono
Francesco
II
,
egli
lo
aveva
invitato
a
unirsi
al
Piemonte
contro
l
'
Austria
.
Ma
Francesco
aveva
preferito
la
neutralità
,
sperando
che
Russia
,
Prussia
,
Inghilterra
si
sarebbero
messe
dalla
parte
dell
'
Austria
,
e
che
la
guerra
del
'59
sarebbe
finita
come
quella
del
'48
.
Cavour
il
25
giugno
,
cioè
dopo
la
battaglia
di
Solferino
e
San
Martino
,
sempre
sperando
di
convincere
quel
Re
a
divenir
italiano
,
gli
aveva
mandato
il
conte
Ruggero
Gabaleone
di
Salmour
come
inviato
straordinario
,
con
l
'
istruzione
di
dirgli
che
il
concetto
dell
'
indipendenza
italiana
aveva
informato
sempre
il
Governo
piemontese
;
che
perciò
da
anni
,
consigliando
con
l
'
esempio
e
con
la
voce
agli
altri
principi
d
'
Italia
quelle
interne
riforme
che
dessero
soddisfazione
ai
legittimi
desiderii
dei
popoli
,
aveva
mirato
soprattutto
a
consociarli
nello
stesso
intento
di
nazionalità
,
unico
mezzo
per
disarmare
le
fazioni
.
Quel
diplomatico
doveva
ricordare
al
Re
avere
il
Piemonte
ammonito
sempre
che
,
seguendo
altra
via
,
i
governi
avrebbero
dovuto
combattere
non
più
le
sette
,
ma
il
sentimento
universale
della
nazione
,
e
che
nella
funesta
lotta
non
essi
sarebbero
stati
vincitori
.
L
'
inviato
doveva
anche
dire
che
mentre
la
guerra
era
guerreggiata
in
Lombardia
,
l
'
ostinata
neutralità
del
re
di
Napoli
sarebbe
considerata
come
una
diserzione
o
un
segreto
patteggiamento
coll
'
inimico
.
In
quanto
alle
Due
Sicilie
,
poi
,
doveva
dire
essere
noto
che
colà
più
che
altrove
fremevano
passioni
ardenti
,
rancori
profondi
,
ire
lungamente
compresse
che
aspettavano
ansiosamente
l
'
occasione
di
prorompere
terribili
e
irrefrenate
:
che
le
occasioni
non
tarderebbero
,
e
con
esse
gli
incitamenti
e
le
seduzioni
entro
e
fuori
del
regno
:
che
confidare
nella
sola
forza
,
far
puntello
al
trono
d
'
armi
mercenarie
,
era
partito
che
non
solamente
doveva
ripugnare
all
'
animo
onesto
del
giovane
Re
,
a
partito
mal
sicuro
e
pieno
di
pericoli
.
Pensasse
il
Re
che
la
presenza
di
un
esercito
francese
in
Italia
doveva
commuovere
il
paese
dove
aveva
regnato
Gioachino
Murat
;
e
dove
era
morto
compianto
:
ci
pensasse
,
e
collegandosi
sinceramente
col
Piemonte
,
dichiarasse
pronta
guerra
all
'
Austria
e
mandasse
parte
dell
'
esercito
sul
Po
e
sull
'
Adige
,
a
combattere
a
fianco
di
Vittorio
Emanuele
e
di
Napoleone
.
L
'
inviato
doveva
anche
pregare
il
Re
di
far
vuotare
le
carceri
politiche
,
di
riaprire
le
vie
del
ritorno
ai
proscritti
,
di
sanar
le
piaghe
della
Sicilia
;
ma
su
questo
e
su
tutto
il
resto
aveva
trovato
sordi
i
cuori
.
Tuttavia
Cavour
non
si
era
stancato
.
Al
principio
del
1860
,
appena
tornato
al
governo
,
quando
temeva
ancora
l
'
intervento
dell
'
Austria
nell
'
Italia
centrale
,
aveva
ritentato
di
condurre
il
re
di
Napoli
ad
allearsi
col
nuovo
regno
di
Vittorio
Emanuele
.
Ma
Francesco
II
e
il
suo
governo
si
erano
messi
invece
a
cospirargli
contro
,
istigati
dal
Nunzio
Pontificio
,
dalla
Spagna
,
dalla
regina
Sofia
di
Baviera
stessa
sposa
del
Re
,
fantasticanti
tutti
insieme
una
lega
cattolica
.
E
assoldavano
austriaci
per
Napoli
e
pel
Papa
,
concentravano
soldati
negli
Abruzzi
,
miravano
a
suscitar
tumulti
nella
Romagna
.
Allora
Cavour
cambiò
tono
,
e
fece
avvertire
badassero
bene
a
non
far
mettere
piede
di
soldato
borbonico
nel
pontificio
.
Essi
,
cocciuti
,
non
ascoltavano
consigli
neppur
dall
'
Inghilterra
.
La
quale
alla
fine
diceva
loro
tirannia
,
ingiustizia
,
oppressione
essere
le
caratteristiche
del
governo
dell
'
Italia
meridionale
;
quelle
dell
'
Italia
settentrionale
,
libertà
e
giustizia
;
e
che
in
tutti
i
paesi
del
mondo
,
la
gente
anche
la
più
volgare
capiva
la
differenza
esistente
tra
un
governo
giusto
e
umano
e
un
governo
ingiusto
e
spietato
.
Ostinato
ognor
più
,
non
ascoltavano
nemmeno
la
Russia
loro
amicissima
,
che
per
bocca
del
suo
primo
Ministro
diceva
a
Napoli
che
la
polizia
del
Regno
,
spiaceva
fino
al
capo
della
polizia
russa
;
e
questi
era
allora
Kakoskine
,
uomo
addirittura
feroce
.
Anche
la
Francia
consigliava
invano
minori
asprezze
.
Pareva
tempo
da
non
usar
più
nessun
riguardo
,
ma
forse
il
giovane
Re
ispirava
ancora
a
Vittorio
Emanuele
una
certa
pietà
:
Era
figlio
di
Maria
Cristina
di
Savoia
,
sposata
nel
1832
al
grossolano
e
cattivo
Ferdinando
II
,
trattata
male
nella
reggia
e
morta
consunta
nel
1836
.
Essa
aveva
avuto
quell
'
unico
figlio
.
E
si
sapeva
che
quando
era
nato
,
non
volendo
concedere
a
lei
di
allattarlo
,
le
avevano
fatto
entrare
in
camera
per
nutrice
una
donna
di
Santa
Lucia
,
piagata
a
una
gamba
,
con
le
tracce
della
scrofola
al
collo
,
con
pochi
capelli
in
testa
,
quasi
tignosa
e
con
figli
rachitici
o
che
non
si
reggevano
in
piedi
.
Aveva
rivelate
queste
miserie
un
abate
Terzi
,
che
Maria
Cristina
aveva
condotto
con
sé
dal
Piemonte
per
confessore
.
E
l
'
abate
aveva
anche
narrato
che
vicina
a
morte
,
avendo
chiamato
il
Re
,
la
infelice
regina
s
'
era
sentita
rispondere
che
il
Re
dormiva
.
Così
era
spirata
soletta
come
una
povera
,
con
al
capezzale
un
oscuro
frate
;
e
il
popolo
napoletano
l
'
aveva
chiamata
santa
.
Per
disgrazia
sua
,
quel
povero
bambino
,
orfano
di
madre
,
mal
visto
erede
al
trono
,
non
aveva
potuto
morire
anch
'
esso
,
era
stato
educato
a
odiare
ogni
cosa
italiana
.
Ed
ora
regnava
.
Se
Vittorio
Emanuele
aveva
voluto
che
il
suo
Governo
usasse
dei
riguardi
a
quel
parente
nato
e
vissuto
infelice
,
come
uomo
di
cuore
aveva
fatto
bene
.
L
'
agitazione
per
la
Sicilia
.
Ma
la
Nazione
non
aveva
nessun
dovere
di
sentimenti
pietosi
.
E
allora
la
voce
di
Mazzini
che
dopo
la
pace
di
Villafranca
aveva
gridato
:
"
Al
Centro
mirando
al
sud
,
"
si
mise
a
gridare
:
"
Al
Sud
mirando
al
Centro
,
Roma
:
"
e
infiammò
i
cuori
,
e
diresse
le
aspirazioni
degli
italiani
del
Nord
verso
la
Sicilia
.
Egli
e
i
Comitati
suoi
e
il
partito
repubblicano
che
nel
1859
aveva
saputo
lealmente
servire
in
guerra
la
monarchia
,
s
'
accinsero
al
preparar
un
'
impresa
che
pareva
folle
,
e
che
invece
doveva
riuscire
a
fini
meravigliosi
.
L
'
uomo
per
condurla
,
tutti
lo
designavano
:
Garibaldi
.
Intanto
Mazzini
aveva
fatto
partir
per
la
Sicilia
Rosolino
Pilo
.
Era
questi
un
uomo
di
quarant
'
anni
,
nato
in
Palermo
dalla
famiglia
dei
conti
Capeci
,
sangue
d
'
Angiò
,
tutta
devota
ai
Borboni
.
Egli
unico
di
quella
famiglia
aveva
dato
il
suo
cuore
alla
patria
.
Dal
'49
era
esule
;
nell
'
esiglio
aveva
conosciuto
Mazzini
e
n
'
era
divenuto
l
'
apostolo
.
Nel
1857
,
doveva
andar
compagno
di
Pisacane
alla
impresa
finita
in
Sapri
;
ma
i
barcaroli
coi
quali
aveva
aspettato
il
passaggio
del
vapore
Cagliari
,
lo
avevan
mal
servito
,
il
vapore
era
passato
,
ed
egli
era
ridisceso
a
Genova
,
a
sentir
poi
la
tragica
fine
dell
'
amico
.
Da
allora
aveva
vissuto
con
quella
spina
nel
cuore
.
Ora
,
d
'
intesa
con
Mazzini
e
con
Garibaldi
,
partiva
il
26
marzo
su
di
un
povero
legno
viareggino
per
l
'
isola
sua
.
Garibaldi
gli
aveva
detto
che
qual
si
fosse
il
suo
destino
laggiù
,
rammentasse
che
tutto
vi
si
doveva
fare
in
nome
dell
'
Italia
e
di
Vittorio
Emanuele
.
Pilo
,
repubblicano
,
aveva
accettato
il
motto
,
ed
era
partito
con
Giovanni
Corrao
,
anche
questi
siciliano
,
arditissimo
uomo
del
popolo
.
Avevano
navigato
quattordici
giorni
,
erano
riusciti
a
sbarcar
presso
Messina
,
e
s
'
eran
messi
a
percorrere
l
'
isola
,
annunziando
Garibaldi
.
Anche
Cavour
era
ormai
quasi
convinto
che
non
si
poteva
più
lasciar
la
questione
napolitana
al
tempo
,
ma
gli
doleva
che
Garibaldi
e
Mazzini
si
pigliassero
col
loro
partito
l
'
onore
d
'
essere
i
primi
.
E
perciò
d
'
accordo
col
Fanti
,
Ministro
della
guerra
non
amico
di
Garibaldi
,
avea
già
fatto
profferire
al
nizzardo
generale
Ribotti
d
'
andar
in
Sicilia
a
capitanarvi
l
'
insurrezione
.
Ribotti
gli
pareva
uomo
da
ciò
.
Era
stato
al
servizio
della
rivoluzione
siciliana
del
'48;
per
essa
aveva
tentato
di
portar
l
'
armi
in
Calabria
,
era
stato
preso
e
condannato
,
e
aveva
sofferto
anni
di
carcere
dai
Borboni
.
Ma
Ribotti
non
aveva
accettato
.
Forse
indovinava
che
laggiù
,
solo
il
gran
nome
di
Garibaldi
e
l
'
ingegno
suo
di
guerra
e
la
sua
figura
,
avrebbero
potuto
trovar
la
vittoria
.
*
In
quei
giorni
venne
come
la
folgore
una
lieta
notizia
:
a
Palermo
era
scoppiata
l
'
insurrezione
.
E
si
diceva
che
all
'
alba
del
4
aprile
,
da
un
convento
chiamato
della
Gancia
,
un
Francesco
Riso
,
giovane
di
28
anni
,
aveva
con
alcuni
compagni
data
la
mossa
,
e
che
un
Salvatore
La
Placa
s
'
era
azzuffato
con
la
milizia
,
in
certi
quartieri
della
città
abitati
da
pescatori
e
retaioli
.
Ma
la
gioia
si
cambiò
in
ira
quando
,
subito
appresso
,
oggi
una
voce
,
domani
l
'
altra
,
si
seppe
che
quei
generosi
erano
stati
oppressi
;
che
le
squadre
di
campagna
,
già
scese
vicino
a
Palermo
,
s
'
erano
ritirate
nei
monti
;
che
tredici
compagni
di
Riso
,
oltre
quelli
morti
combattendo
,
erano
stati
fucilati
;
che
egli
giaceva
pieno
di
ferite
e
prigioniero
;
che
lo
stato
d
'
assedio
era
proclamato
,
e
che
erano
arrestati
il
padre
di
Riso
con
altri
cittadini
cospicui
di
Palermo
.
Dunque
la
rivoluzione
era
domata
!
No
,
non
doveva
essere
:
l
'
Italia
superiore
la
faceva
sua
propria
.
Da
quel
momento
tutti
cominciarono
a
chiedere
che
facesse
Garibaldi
,
e
se
non
si
muovesse
,
e
se
non
era
ancora
andato
,
e
perché
non
fosse
ancora
laggiù
.
E
non
dicevano
già
,
che
dovesse
muoversi
il
governo
di
Vittorio
Emanuele
;
tutti
avevano
il
sentimento
del
rischio
cui
si
sarebbe
messo
d
'
aver
mezza
Europa
addosso
:
a
tutti
bastava
che
si
muovesse
lui
,
Garibaldi
,
che
quanto
a
gente
per
seguirlo
ce
ne
sarebbe
stata
anche
troppa
.
Ma
si
sentiva
che
bisognava
far
presto
,
perché
il
Governo
borbonico
aveva
compreso
che
la
Sicilia
non
mirava
più
,
come
nel
'20
e
nel
'48
a
separarsi
da
Napoli
o
a
rifarsi
regno
da
sé
;
ma
che
il
suo
moto
era
di
tendenze
unitarie
,
con
mira
all
'
Italia
superiore
.
Perciò
quel
Governo
prometteva
largamente
strade
ferrate
,
portifranchi
,
casse
di
sconto
,
prestiti
alle
grandi
città
;
mentre
si
ingegnava
di
reprimere
la
insurrezione
nell
'
interno
,
mandando
colonne
mobili
a
disarmare
la
gente
.
Se
Francesco
II
avesse
dato
una
costituzione
quale
l
'
isola
la
voleva
del
'48
,
chi
poteva
dire
che
la
Sicilia
non
si
sarebbe
acconciata
?
Bisognava
proprio
far
presto
.
*
Non
si
vuol
mica
dire
che
nel
settentrione
i
liberali
bruciassero
tutti
dal
desiderio
di
vedere
andar
gente
ad
aiutar
la
Sicilia
e
Napoli
a
liberarsi
dai
Borboni
,
a
unirsi
al
resto
d
'
Italia
.
V
'
erano
allora
i
ragionatori
che
trovavano
gli
argomenti
forti
in
contrario
.
Ma
come
mai
si
voleva
fare
un
solo
stato
di
quest
'
Italia
così
lunga
e
sottile
,
senza
un
centro
,
e
nel
napoletano
senza
strade
né
nulla
?
Eh
già
,
rispondevano
altri
,
ragionatori
anch
'
essi
,
queste
cose
le
diceva
pure
Napoleone
I
.
Diceva
che
se
tutta
la
parte
d
'
Italia
dal
Monte
Velino
in
giù
e
con
essa
la
Sicilia
fosse
stata
gettata
dalla
natura
tra
la
Sardegna
e
la
Corsica
la
Toscana
e
Genova
,
la
Penisola
avrebbe
avuto
un
centro
quasi
egualmente
distante
da
tutti
i
punti
della
sua
circonferenza
:
ma
così
come
era
fatta
,
quella
parte
dal
Velino
che
formava
il
Regno
di
Napoli
,
gli
pareva
di
clima
,
d
'
interessi
,
di
bisogni
,
diversi
da
quelli
di
tutta
la
valle
del
Po
e
di
quella
dell
'
Arno
.
Però
non
avrebbe
detto
così
se
a
'
suoi
tempi
avesse
avuto
il
telegrafo
,
la
navigazione
a
vapore
,
le
strade
ferrate
.
Tutte
queste
cose
levavano
via
dall
'
Italia
un
bel
po
'
degli
inconvenienti
della
sua
configurazione
.
Del
resto
,
Napoleone
aveva
soggiunto
che
nonostante
tutto
,
l
'
Italia
era
una
sola
nazione
,
una
di
costumi
,
di
lingua
e
di
letteratura
;
affermava
che
in
un
tempo
più
o
meno
lontano
i
suoi
abitanti
si
unirebbero
sotto
un
solo
governo
;
e
passate
in
rassegna
le
condizioni
storiche
di
tutte
le
grandi
città
,
dichiarava
solennemente
di
pensare
che
Roma
sarebbe
senz
'
altro
quella
che
gli
Italiani
si
sceglierebbero
per
capitale
.
Altri
ragionatori
dicevano
che
il
Re
di
Napoli
teneva
un
esercito
di
più
di
120
mila
soldati
,
bene
armati
e
con
cavallerie
e
artiglierie
delle
migliori
d
'
Europa
.
Era
vero
.
Ma
ai
giovani
che
ascoltavano
solo
il
cuore
,
il
cuore
diceva
una
cosa
molto
semplice
,
cioè
che
quei
cento
ventimila
soldati
non
erano
tutti
,
come
un
sol
uomo
,
nel
pugno
di
quel
Re
,
così
che
ei
li
potesse
lanciar
di
colpo
nel
punto
dell
'
isola
dove
Garibaldi
anderebbe
a
sbarcare
.
Allora
i
savi
soggiungevano
che
intorno
all
'
isola
vigilava
una
crociera
di
chi
sa
quante
navi
,
forse
trenta
,
forse
quaranta
:
ma
quelli
del
cuore
sentivano
che
se
anche
le
navi
fossero
tante
,
il
mare
era
vasto
,
e
che
una
catena
intorno
all
'
isola
non
era
possibile
a
tenersi
così
stretta
,
che
di
notte
o
di
giorno
un
marinaio
come
Garibaldi
non
riuscisse
a
passare
.
(
NdA
:
Si
seppe
poi
,
a
cose
finite
,
che
la
crociera
intorno
all
'
isola
era
composta
di
14
legni
e
di
2
rimorchiatori
da
guerra
,
con
aggiunti
ad
essi
4
piroscafi
mercantili
della
Società
di
navigazione
siciliana
e
2
della
napolitana
,
armati
e
dati
da
comandare
ad
ufficiali
militari
.
In
tutto
adunque
erano
22
legni
.
La
vigilanza
,
da
Capo
San
Vito
a
Mazzara
,
era
affidata
alla
Partenope
,
fregata
a
vela
da
60
cannoni
;
al
Valoroso
,
pure
a
vela
da
12
cannoni
;
allo
Stromboli
,
pirocorvetta
da
6
cannoni
e
al
Capri
,
da
2
.
Comandavano
quella
crociera
,
un
Cossovich
capitano
di
vascello
imbarcato
sulla
Partenope
,
e
sullo
Stromboli
era
imbarcato
l
'
Acton
,
baldanzoso
uomo
che
partendo
da
Napoli
aveva
detto
al
Re
di
voler
buttar
a
mare
Garibaldi
.
Da
Mazzara
a
Capo
Passaro
,
da
Capo
Passaro
al
Faro
,
dal
Faro
a
Trapani
,
incrociava
il
resto
della
flotta
.
)
Invece
una
preoccupazione
grave
davvero
,
e
tale
da
togliere
l
'
ardire
a
molti
,
riguardava
il
poi
,
se
mai
la
spedizione
sbarcasse
.
Della
Sicilia
si
sapeva
poco
qual
fosse
nell
'
interno
.
Nella
sua
solitudine
pareva
quasi
fuor
della
vita
.
E
quasi
più
del
suo
tempo
presente
si
sapeva
del
suo
passato
ma
bene
antico
.
Molti
parlavano
di
quelle
sue
città
di
due
milioni
d
'
abitanti
,
del
suo
popolo
d
'
otto
milioni
che
nutriva
sé
eppure
faceva
ancora
chiamar
l
'
isola
sua
granaio
d
'
Italia
;
sapevano
enumerare
le
sue
civiltà
,
greca
,
latina
,
araba
;
la
sua
monarchia
normanna
che
seppe
valersi
di
quelle
civiltà
,
farsi
amare
dai
vinti
e
lasciare
,
a
traverso
i
secoli
,
il
desiderio
ancora
di
quel
regno
.
Ma
all
'
infuori
dei
marinai
,
chi
mai
sapeva
della
Sicilia
presente
?
Chi
vi
era
mai
stato
?
Forse
qualche
ricco
,
e
anche
soltanto
nelle
grandi
città
,
Palermo
,
Messina
,
Catania
,
Siracusa
;
ma
l
'
interno
dell
'
isola
non
era
guari
conosciuto
neppur
sulla
carta
.
Però
si
indovinava
e
si
amava
il
suo
popolo
,
perché
avevano
insegnato
a
pregiarlo
i
suoi
profughi
,
ne
'
dieci
anni
da
che
stavano
rifugiati
in
Piemonte
;
gente
degna
,
patrizi
,
letterati
,
avvocati
,
medici
,
architetti
o
artigiani
valenti
e
virtuosi
.
Se
dalla
Sicilia
era
venuto
via
quel
fior
di
gente
,
non
poteva
darsi
che
non
vi
fosse
laggiù
un
popolo
degno
di
loro
;
bisognava
andarvi
,
per
dir
così
,
a
scarcerare
l
'
anima
dell
'
isola
,
farla
espandersi
nella
vita
italiana
.
Quante
energie
,
quanta
luce
,
quante
virtù
,
aggiunte
all
'
anima
della
nazione
!
Queste
cose
non
si
pensavano
per
l
'
appunto
così
,
ma
si
sentivano
vagamente
,
come
nell
'
adolescenza
si
sentono
le
prime
aure
dell
'
amore
cui
si
va
incontro
,
e
sono
la
vita
.
Ma
intanto
,
quale
rischio
l
'
andarvi
!
Certo
Garibaldi
si
sarebbe
gettato
su
qualche
costa
,
lontano
dalle
città
marittime
,
dove
non
fossero
milizie
,
per
non
farsi
opprimere
appena
giunto
.
E
da
quella
costa
si
sarebbe
mosso
a
trovar
nell
'
interno
sui
monti
qualche
posizione
forte
,
per
chiamarvi
a
sé
gli
insorti
e
fare
un
esercito
tale
da
poter
affrontare
in
campo
quello
dei
regi
,
o
magari
piombar
sulla
capitale
.
Ma
quanti
scontri
avrebbe
dovuto
sostenere
nelle
sue
prime
marcie
,
e
chi
mai
sapeva
in
quali
condizioni
?
E
se
gli
fosse
avvenuto
di
perdere
?
Pazienza
i
morti
,
ma
i
feriti
,
in
che
mani
sarebbero
rimasti
?
Come
li
avrebbe
trattati
il
nemico
offeso
per
quell
'
assalto
che
gli
veniva
da
gente
di
fuori
?
E
chi
fosse
riuscito
a
salvarsi
da
quelle
mani
,
in
quali
boschi
,
in
quali
tane
,
senza
cure
,
solo
,
disperato
sarebbe
andato
a
finire
?
Si
fantasticavano
cose
orrende
.
Eppure
l
'
aria
del
tempo
,
la
fede
in
Garibaldi
e
una
certa
voluttà
di
andare
a
patire
per
una
grande
idea
,
faceva
vincere
anche
quelle
tetre
preoccupazioni
.
E
appunto
,
qual
era
allora
lo
spirito
dell
'
esercito
del
Borbone
?
A
sentir
gli
esuli
siciliani
e
napoletani
,
in
quell
'
esercito
v
'
erano
dei
generali
,
dei
colonnelli
,
persin
dei
vecchi
capitani
,
che
sapevano
bene
quanta
era
stata
la
gloria
dei
loro
padri
.
Da
fanciulli
li
avevano
visti
tornare
dalle
guerre
napoleoniche
di
Spagna
e
di
Russia
,
dopo
aver
empito
il
mondo
delle
loro
geste
e
dei
loro
nomi
.
Nel
1815
li
avevano
visti
sotto
re
Gioachino
tentar
l
'
impresa
di
cacciar
l
'
Austria
dalla
Lombardia
.
Nel
1848
avevano
marciato
essi
stessi
alla
guerra
quasi
fino
al
Po
;
erano
tornati
indietro
afflitti
,
quando
il
loro
Re
spergiuro
li
aveva
richiamati
;
e
quelli
che
non
avevano
ubbidito
ed
erano
andati
a
Venezia
,
vi
si
erano
fatti
ammirare
.
Pepe
,
Ulloa
,
Rossarol
!
Appresso
,
a
sentir
le
risorte
glorie
dei
Piemontesi
in
Crimea
e
poi
quelle
recenti
del
1859
,
dovevano
aver
patito
di
non
essere
stati
mandati
a
quella
bella
guerra
,
fatta
per
cacciare
lo
straniero
.
E
così
forse
era
entrato
nell
'
animo
dell
'
esercito
lo
scontento
.
Ma
in
quel
momento
non
si
sapeva
se
amassero
o
odiassero
.
Forse
contro
i
piemontesi
avrebbero
combattuto
fieramente
,
se
ne
fossero
scesi
nel
Regno
a
guerra
di
Re
:
ma
contro
Garibaldi
avrebbero
combattuto
solo
per
disciplina
.
Dovevano
anche
trovarsi
nelle
file
molti
ai
quali
quel
nome
incuteva
sgomento
.
Non
era
egli
colui
che
undici
anni
avanti
si
era
fatto
conoscere
a
Velletri
e
a
Palestrina
,
quando
i
napolitani
erano
marciati
su
Roma
per
rimettere
il
Papa
in
trono
?
Insomma
,
bene
bene
non
si
sapeva
nulla
dello
spirito
vero
dell
'
esercito
laggiù
:
certo
,
a
volerlo
giudicare
dalle
opere
contro
la
Sicilia
,
doveva
essere
feroce
ancora
come
era
stato
nel
'48
.
Ma
si
sarebbe
visto
alla
prova
cosa
valessero
quelle
milizie
in
cui
ufficiali
e
sott
'
ufficiali
avevano
quasi
tutti
grossa
famiglia
;
e
si
sarebbero
visti
anche
gli
stranieri
mercenari
che
non
si
chiamavano
più
svizzeri
,
ma
di
svizzeri
erano
formati
e
di
bavaresi
e
d
'
austriaci
,
d
'
un
po
'
d
'
ogni
gente
.
In
quanto
alla
marineria
,
saperne
qualcosa
sarebbe
stato
più
interessante
.
Ma
neppur
essa
si
conosceva
guari
.
Però
degli
ufficiali
malcontenti
ve
ne
dovevano
essere
;
e
anzi
,
alcuni
dicevano
che
quelli
del
Fieramosca
,
quando
nel
gennaio
del
'59
avevano
scortato
a
Gibilterra
i
grandi
cittadini
del
Regno
liberati
dalle
galere
ma
condannati
alla
deportazione
,
erano
stati
visti
con
le
lagrime
agli
occhi
e
il
dolore
sul
viso
.
Così
dicevano
i
meridionali
profughi
antichi
o
recenti
dal
Regno
.
Tra
essi
i
Siciliani
erano
i
più
ardenti
.
Parlavano
della
loro
isola
,
facendone
ritratti
vivissimi
coll
'
immaginosa
parola
.
I
loro
Vespri
parevano
un
fatto
recente
.
Conoscevano
la
storia
della
loro
indipendenza
dai
Vespri
fino
al
1735
,
come
se
l
'
avessero
vissuta
;
si
vantavano
di
aver
avuta
da
quell
'
anno
bandiera
e
amministrazione
distinta
dalla
napolitana
,
e
Parlamento
proprio
:
tutte
cose
confermate
nella
Costituzione
del
1812
,
quando
i
Borboni
,
perduto
il
continente
,
si
erano
rifugiati
laggiù
e
vi
avevano
trovato
sicurezza
,
protetti
dalla
generosità
del
popolo
e
dall
'
Inghilterra
.
Ma
essi
,
tornati
sul
trono
di
Napoli
,
avevano
poi
tradito
tutto
,
e
cominciato
a
offender
l
'
isola
e
il
suo
popolo
,
chiamandola
negli
atti
pubblici
:
"
Terra
di
là
dal
faro
"
,
quasi
come
a
dire
paese
barbaro
.
Onde
le
sue
rivoluzioni
del
'20
e
del
'48
,
e
un
odio
crescente
sempre
e
tanto
,
che
l
'
isola
si
sarebbe
messa
sotto
l
'
Inghilterra
,
la
Russia
,
la
Francia
,
sotto
chi
si
fosse
che
l
'
avesse
voluta
,
pur
di
esser
levata
da
dipender
da
Napoli
.
Ora
quella
passione
si
rivolgeva
all
'
Italia
,
a
chiamar
lei
,
l
'
Italia
del
nord
che
doveva
ascoltarla
.
E
Garibaldi
dov
'
era
,
che
cosa
faceva
?
Garibaldi
e
Cavour
.
Garibaldi
stava
in
Torino
alle
prese
col
Conte
di
Cavour
,
perché
avvenuta
la
cessione
di
Nizza
alla
Francia
,
credeva
che
egli
la
avesse
patteggiata
fin
dal
'57
,
quando
aveva
concertato
con
Napoleone
l
'
aiuto
militare
del
'59
.
Invece
la
cessione
era
seguita
per
una
soperchieria
di
Napoleone
,
che
oltre
la
Savoia
,
per
non
opporsi
all
'
annessione
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
,
aveva
voluto
anche
Nizza
.
Cavour
aveva
fatto
di
tutto
per
salvarla
,
ma
non
v
'
era
riuscito
;
e
Garibaldi
pareva
contro
di
lui
implacabile
.
Ma
il
7
aprile
gli
capitarono
a
Torino
il
Bixio
e
il
Crispi
,
i
quali
"
a
nome
degli
amici
comuni
per
l
'
onor
della
rivoluzione
,
per
carità
della
povera
isola
,
per
la
salute
della
patria
intera
,
"
lo
pregarono
di
mettersi
a
capo
di
una
spedizione
e
di
condurla
in
Sicilia
.
E
Garibaldi
che
forse
meditava
un
moto
popolare
in
Nizza
stessa
,
per
salvarla
lui
se
Cavour
non
aveva
potuto
;
messo
in
disparte
questo
e
ogni
suo
pensiero
,
accettò
e
decise
di
far
l
'
impresa
.
Par
quasi
certo
che
Egli
n
'
abbia
parlato
con
Vittorio
Emanuele
e
che
n
'
abbia
avuti
incoraggiamenti
.
Però
il
Re
,
il
15
aprile
,
volle
ancora
scrivere
al
Cugino
di
Napoli
che
era
"
giunto
il
tempo
in
cui
l
'
Italia
poteva
esser
divisa
in
due
stati
potenti
,
uno
del
Settentrione
l
'
altro
del
Mezzogiorno
:
che
Egli
pel
bene
suo
lo
consigliava
di
abbandonare
la
via
fino
allora
tenuta
:
e
che
se
ripudiasse
il
consiglio
,
presto
egli
,
Vittorio
Emanuele
,
sarebbe
posto
nella
terribile
alternativa
o
di
mettere
a
pericolo
gli
interessi
più
urgenti
della
stessa
sua
propria
dinastia
,
o
di
essere
il
principale
strumento
della
rovina
di
lui
.
Qualche
mese
che
passasse
ancora
senza
che
egli
si
attenesse
all
'
amichevole
suggerimento
,
egli
,
il
Re
di
Napoli
,
sperimenterebbe
l
'
amarezza
delle
terribili
parole
:
troppo
tardi
.
"
E
scritto
così
,
Vittorio
Emanuele
partì
lo
stesso
giorno
15
aprile
pel
suo
viaggio
trionfale
in
Toscana
e
nell
'
Emilia
,
dove
andava
per
la
prima
volta
da
Re
.
*
La
sera
di
quel
15
aprile
Garibaldi
si
presentò
improvviso
alla
Villa
Spinola
nel
territorio
di
Quarto
,
allora
ignoto
borgo
poco
discosto
da
Genova
,
sulla
riviera
orientale
.
In
quella
villa
se
ne
stava
Augusto
Vecchi
esule
Ascolano
,
suo
antico
ufficiale
di
dieci
anni
avanti
,
alla
difesa
di
Roma
.
-
Buona
sera
,
Vecchi
;
vengo
come
Cristo
a
trovare
i
miei
apostoli
,
ed
ho
scelto
il
più
ricco
,
questa
volta
.
Mi
volete
?
-
Per
Dio
,
Generale
,
e
con
piacere
immenso
!
-
Pare
una
pagina
romanzesca
,
ma
allora
appunto
cominciava
il
periodo
in
cui
le
cose
più
vere
ebbero
l
'
aria
di
fantasie
.
In
quella
villa
il
Generale
si
stabilì
,
e
vi
chiamò
i
suoi
.
Per
andare
in
Sicilia
occorrevano
armi
,
ed
egli
senz
'
altro
mandò
in
Milano
a
prenderne
di
quelle
già
comprate
col
fondo
del
milione
di
fucili
,
fatto
raccogliere
da
lui
per
sottoscrizione
nazionale
.
Sennonché
là
,
Massimo
d
'
Azeglio
,
governatore
,
non
solo
rifiutò
di
concedere
che
se
ne
portasse
via
una
parte
,
ma
le
fece
mettere
tutte
sotto
sequestro
.
Scrisse
poi
d
'
aver
temuto
che
quelle
armi
finissero
in
tutte
altre
mani
che
quelle
di
Garibaldi
,
certo
temeva
di
Mazzini
,
ma
in
quel
momento
l
'
atto
suo
diede
grandemente
da
sospettare
che
il
Governo
fosse
avverso
a
ogni
impresa
garibaldina
.
Veramente
il
Conte
di
Cavour
desiderava
proprio
più
che
mai
che
la
spedizione
non
si
facesse
.
Temeva
che
Garibaldi
,
una
volta
mosso
si
lasciasse
trasportare
dal
suo
vecchio
pensiero
di
Roma
,
e
invece
che
in
Sicilia
andasse
a
sbarcare
su
qualche
parte
della
costa
pontificia
,
senza
riguardo
al
pericolo
di
tirare
addosso
a
sé
e
al
Regno
una
guerra
dalla
Francia
.
Sperava
,
anzi
,
che
ogni
cosa
sfumasse
.
Il
24
aprile
mandò
apposta
il
colonnello
Frapolli
da
Garibaldi
,
per
indurlo
ad
abbandonare
ogni
disegno
;
e
il
Frapolli
,
amico
del
Generale
,
gli
parlò
delle
difficoltà
che
si
opponevano
ad
una
discesa
nell
'
isola
o
nel
continente
.
Gli
ricordò
persino
le
tragedie
di
Murat
,
dei
Bandiera
,
di
Pisacane
.
Non
si
sa
che
viso
facesse
il
Generale
a
tali
moniti
del
Frapolli
,
ma
certo
è
che
questi
tornò
a
Torino
da
Cavour
,
persuaso
che
Garibaldi
non
partirebbe
.
E
,
in
verità
,
il
Generale
era
già
inclinato
a
rompere
ogni
preparativo
,
perché
dalla
Sicilia
aveva
notizie
non
buone
.
Ondeggiò
tutti
quei
giorni
pensando
alla
tremenda
responsabilità
di
una
catastrofe
.
Il
27
gli
giunse
un
telegramma
da
Fabrizi
da
Malta
,
quasi
lugubre
:
"
Completo
insuccesso
nelle
provincie
e
in
Palermo
;
molti
profughi
raccolti
dalle
navi
inglesi
giunti
in
Malta
.
"
Così
diceva
il
telegramma
.
E
la
parola
del
Fabrizi
valeva
quella
che
Garibaldi
stesso
avrebbe
detto
.
Era
un
vecchio
patriota
di
quelli
sfuggiti
nel
1831
alle
forche
di
Modena
;
e
sempre
poi
aveva
vissuto
in
esilio
a
onorare
l
'
Italia
e
a
farla
stimare
dagli
stranieri
.
Egli
non
poteva
che
dire
la
verità
.
E
perciò
Garibaldi
deliberò
di
lasciar
andar
tutto
,
e
di
tornarsene
nella
sua
solitudine
di
Caprera
:
anzi
,
diede
ordine
di
tenergli
un
posto
sul
vapore
che
doveva
partire
il
2
maggio
per
la
Sardegna
.
Cavour
lo
seppe
,
e
scrisse
a
Napoleone
che
ormai
di
una
impresa
di
Garibaldi
non
c
'
era
più
da
temere
.
Ma
allora
si
erano
fatti
attorno
al
Generale
tutti
i
più
ostinati
a
voler
andare
in
Sicilia
:
Bertani
,
Bixio
,
Crispi
e
tanti
altri
minori
,
che
nella
Villa
Spinola
tennero
con
lui
una
specie
di
gran
Consiglio
,
il
30
aprile
,
anniversario
della
sua
bella
vittoria
del
'49
,
contro
i
francesi
,
sotto
Roma
.
In
mezzo
a
quel
consesso
,
tra
i
discorsi
roventi
di
quei
patrioti
,
come
uomo
ispirato
da
una
luce
improvvisa
,
Garibaldi
balzò
su
d
'
un
tratto
a
dire
:
"
Partiamo
.
Ma
subito
,
domani
!
"
Domani
era
troppo
presto
:
bisognava
pensare
ad
avere
i
legni
da
navigare
!
Ma
insomma
un
po
'
di
giorni
,
tre
o
quattro
,
sarebbero
bastati
.
Intanto
quegli
operosi
avrebbero
raccolta
la
gente
da
fuori
.
Dacché
egli
aveva
detto
:
"
Partiamo
,
"
lasciasse
fare
,
che
ad
eseguire
c
'
era
chi
ci
pensava
.
Il
Conte
di
Cavour
,
ignorando
quella
nuova
deliberazione
,
era
partito
il
1
maggio
per
Bologna
,
a
raggiungervi
nel
giro
trionfale
il
Re
,
cui
sperava
di
strappare
l
'
ultima
parola
che
impedisse
a
Garibaldi
ogni
tentativo
d
'
allora
e
di
poi
.
Narrano
gli
intimi
del
Conte
e
del
Re
che
si
trovavano
con
essi
in
Bologna
,
avere
il
Cavour
manifestato
fin
l
'
intenzione
di
fare
arrestar
Garibaldi
,
se
si
fosse
ostinato
a
tentar
qualche
cosa
,
e
d
'
andar
egli
stesso
a
porgli
addosso
le
mani
,
se
non
si
trovasse
chi
avesse
l
'
ardimento
di
farlo
.
E
sarà
vero
,
perché
allora
egli
temeva
troppo
che
l
'
Imperatore
dei
Francesi
,
credendosi
canzonato
da
lui
,
pigliasse
qualche
violenta
deliberazione
contro
l
'
Italia
.
Ma
ormai
alla
forza
delle
cose
neppur
egli
poteva
più
resistere
.
E
saputo
ciò
che
a
Genova
si
faceva
,
stette
col
Re
a
Bologna
,
per
non
tornare
a
Torino
in
quei
giorni
a
farsi
tormentare
dalla
diplomazia
.
Però
prese
le
sue
precauzioni
.
E
temendo
sempre
che
Garibaldi
volesse
fare
un
colpo
contro
Roma
,
ordinò
alla
divisione
navale
del
contrammiraglio
Persano
d
'
andare
in
crociera
tra
Capo
Carbonara
e
Capo
dello
Sperone
a
Sant
'
Antioco
,
o
,
in
altre
parole
,
dinanzi
al
Golfo
di
Cagliari
.
Gli
ingiungeva
però
di
non
"
adoperar
le
macchine
"
;
e
che
cosa
intendesse
di
voler
dire
con
ciò
non
si
sa
bene
ora
,
né
lo
seppe
allora
forse
neppure
il
Persano
.
Poi
non
tornò
a
Torino
se
non
la
sera
del
5
maggio
,
e
là
,
da
Genova
,
gli
piovvero
le
notizie
.
Che
fare
?
Adesso
non
c
'
era
altro
che
lasciar
fare
;
e
giacché
la
spedizione
non
si
poteva
più
impedirla
senza
che
sorgessero
chi
sa
quali
guai
nel
paese
,
pensò
subito
di
mettersi
sul
gioco
di
dominarla
,
e
di
rispondere
alle
proteste
che
lo
avrebbero
tempestato
.
Genova
nel
gran
giorno
In
Genova
,
sin
dagli
ultimi
di
aprile
,
stavano
già
molti
dei
più
vogliosi
di
partire
per
la
Sicilia
,
e
altri
ve
ne
furono
chiamati
nei
primi
tre
giorni
di
maggio
.
Per
le
vie
di
quella
città
tutta
lavoro
,
dove
la
gente
va
attorno
sempre
con
l
'
aria
di
chi
non
ha
tempo
da
perdere
,
quei
forestieri
che
riempivano
i
caffè
e
le
passeggiate
stonavano
alquanto
.
Ma
forse
nessuna
città
era
adatta
come
Genova
a
farvi
quell
'
adunata
e
a
servir
di
copertura
al
Governo
.
Il
quale
così
,
negli
ultimi
momenti
,
poté
far
bene
le
viste
di
non
accorgersi
di
nulla
,
proprio
come
se
nulla
vi
fosse
,
e
tutto
pareva
inteso
,
consentito
,
voluto
dalla
città
intera
,
ma
con
somma
prudenza
.
Il
5
maggio
ogni
cosa
era
pronta
.
Allora
Garibaldi
scrisse
al
Re
cominciando
:
"
Il
grido
di
sofferenza
che
dalla
Sicilia
arrivò
alle
mie
orecchie
,
ha
commosso
il
mio
cuore
e
quelle
d
'
alcune
centinaia
dei
miei
vecchi
compagni
d
'arme."
Pareva
che
volesse
rammentare
a
Vittorio
Emanuele
che
l
'
anno
avanti
egli
per
il
primo
,
nel
suo
discorso
del
10
gennaio
in
Parlamento
,
aveva
trovato
la
espressione
giusta
come
un
'
eco
delle
"
grida
di
dolore
"
giunte
a
lui
da
ogni
parte
d
'
Italia
.
E
soggiungeva
di
saper
bene
a
quale
impresa
pericolosa
si
sobbarcava
,
ma
che
poneva
confidenza
in
Dio
e
nella
devozione
dei
suoi
compagni
.
Prometteva
che
grido
di
guerra
sarebbe
l
'
unità
nel
nome
di
Lui
,
Vittorio
;
e
sperava
che
se
mai
l
'
impresa
fallisse
,
l
'
Italia
e
l
'
Europa
liberale
non
dimenticherebbero
che
era
stata
determinata
da
motivi
puri
affatto
da
egoismo
.
Disse
,
che
riuscendo
,
un
nuovo
e
brillantissimo
gioiello
avrebbe
ornato
la
corona
di
Lui
;
ma
non
celava
l
'
amarezza
sua
per
la
cessione
della
sua
terra
natale
.
E
,
certo
per
non
compromettere
il
Re
,
finiva
scusandosi
di
non
avergli
detto
il
suo
disegno
,
per
tema
che
egli
lo
dissuadesse
dal
fare
quel
passo
.
Mesta
e
solenne
lettera
,
nella
quale
era
serenamente
espresso
il
dubbio
e
la
speranza
e
il
sentimento
dell
'
ora
.
Spiace
in
essa
quel
tanto
che
c
'
è
di
finzione
:
ma
insomma
,
i
tempi
erano
tali
,
da
giustificare
questo
ed
altro
.
Il
Generale
scriveva
pure
all
'
Esercito
italiano
,
esortando
ufficiali
e
soldati
a
star
saldi
nella
disciplina
,
a
non
abbandonare
le
fila
per
seguir
lui
.
Scriveva
all
'
Esercito
napolitano
per
ricordare
ai
figli
dei
Sanniti
e
dei
Marsi
che
erano
fratelli
dei
soldati
di
Varese
e
di
San
Martino
.
E
anche
non
dimenticava
i
Direttori
della
Società
dei
Vapori
Nazionali
,
cui
nella
notte
doveva
menar
via
il
Piemonte
e
il
Lombardo
,
scusandosi
di
quell
'
atto
di
violenza
,
e
raccomandandoli
al
paese
perché
rimettesse
qualunque
danno
,
avaria
o
perdita
che
loro
potesse
seguirne
.
In
tutte
quelle
lettere
e
in
parecchie
altre
di
quel
giorno
,
una
frase
qua
un
'
altra
là
rivelavano
un
sentimento
sicuro
ma
anche
una
misteriosa
tristezza
.
Il
5
maggio
1860
.
La
sera
di
quel
5
maggio
,
coloro
che
erano
destinati
a
partire
,
ricevuto
un
ordine
aspettato
tanto
,
quale
da
solo
quale
con
qualche
amico
,
come
se
andassero
a
diporto
,
così
consigliati
per
non
dar
nell
'
occhio
alla
polizia
,
cominciarono
a
uscir
da
Genova
per
la
Porta
Pila
,
sulla
via
del
Bisagno
.
Andavano
alla
Foce
o
a
Quarto
,
secondo
che
loro
era
stato
detto
.
E
trovavano
sul
loro
cammino
folle
di
cittadini
di
ogni
classe
,
donne
,
uomini
,
che
senza
parere
davano
loro
l
'
augurio
,
e
ciascuno
un
poco
dell
'
anima
sua
.
Nino
Bixio
scese
al
porto
.
"
Là
-
scrive
il
Guerzoni
-
in
una
andana
tra
il
Lombardo
e
il
Piemonte
e
proprio
costa
a
costa
tanto
da
toccarsi
coi
due
vapori
,
riposava
una
vecchia
carcassa
di
nave
condannata
da
tempo
,
che
chiamavano
"
Nave
Joseph
"
.
Bixio
nella
sua
mente
ne
aveva
fatta
la
prima
base
di
operazione
di
tutta
la
mossa
.
Già
da
parecchi
giorni
la
Joseph
andava
ricevendo
a
poco
per
volta
delle
casse
misteriose
,
degli
involti
sospetti
,
che
avevano
le
più
strane
somiglianze
di
casse
da
munizioni
e
d
'
involti
di
fucili
...
Bixio
aveva
ordinato
che
per
la
sera
del
5
maggio
tra
le
nove
e
le
dieci
,
una
quarantina
d
'
uomini
si
raccogliessero
in
silenzio
su
quella
nave
,
e
stessero
ad
aspettare
la
sua
venuta
e
i
suoi
ordini
.
Gli
uomini
erano
parte
marinai
fedeli
,
parte
volontari
ma
del
fiore
.
Alle
nove
e
mezzo
arrivarono
sulla
Joseph
Bixio
e
lo
scrittore
di
queste
pagine
.
Appena
a
bordo
Bixio
cavò
di
tasca
un
berretto
da
tenente
-
colonnello
,
se
lo
calò
sulle
orecchie
,
e
disse
:
-
Signori
,
da
questo
momento
comando
io
,
attenti
ai
miei
ordini
.
-
E
gli
ordini
furono
:
buttarsi
col
revolver
in
pugno
sui
vicini
vapori
,
fingere
di
svegliarvi
la
gente
di
guardia
,
fingere
di
costringere
i
fochisti
ad
accendere
,
i
marinai
a
salpar
l
'
ancora
,
i
macchinisti
a
prepararsi
al
loro
mestiere
,
sgombrare
,
pulire
il
bastimento
,
allestirlo
in
fretta
per
la
partenza
.
E
così
fu
fatto
nel
massimo
ordine
e
silenzio
,
e
non
senza
accompagnare
di
molti
sorrisi
quella
farsa
con
cui
quella
epopea
esordiva
.
Fra
tutte
queste
operazioni
se
ne
andarono
quattro
o
cinque
ore
,
e
già
i
primi
chiarori
dell
'
alba
cominciavano
a
rompere
dalla
punta
di
Portofino
.
Bixio
era
inquieto
e
principiava
a
perdere
anche
quell
'
ultimo
avanzo
di
pazienza
che
in
quei
giorni
di
febbre
e
rabbia
gli
era
restato
.
Finalmente
,
verso
le
quattro
del
mattino
tutto
era
pronto
,
e
i
due
piroscafi
uscirono
dal
porto
,
girando
verso
Quarto
,
punto
designato
dell
'imbarco."
Ma
prima
di
tirar
avanti
per
Quarto
,
i
due
piroscafi
si
pigliarono
su
una
parte
dei
Mille
,
che
stava
alla
foce
del
Bisagno
.
Ivi
erano
avvenute
delle
scene
pietose
di
questa
sorte
.
Tra
quei
giovani
c
'
era
un
Luzzatto
da
Udine
,
cui
fu
detto
che
tra
la
folla
si
aggirava
la
madre
sua
,
venuta
così
da
lontano
a
cercarlo
.
Voleva
benedirlo
o
tirarselo
via
da
quel
cimento
?
Il
giovanetto
le
si
fece
incontro
,
e
le
andò
tra
le
braccia
;
ma
la
sua
prima
parola
fu
di
pregarla
a
non
gli
dir
di
tornarsene
,
perché
a
lui
sarebbe
stato
mortale
il
dolore
di
partir
lo
stesso
dopo
averla
disubbidita
.
Altri
padri
,
madri
sorelle
andavano
tra
quei
gruppi
,
pregando
,
scongiurando
,
incuorando
,
e
alla
fine
dando
il
bacio
quasi
della
morte
;
e
quando
i
due
vapori
apparvero
e
accolsero
quei
giovani
,
chi
aveva
assistito
a
quelle
scene
dovè
tornarsene
nella
città
col
cuore
quasi
sollevato
.
Uguali
cose
avvenivano
a
Quarto
.
Là
verso
le
dieci
c
'
era
folla
anche
più
fitta
che
alla
foce
.
Tutta
la
via
che
si
svolge
intorno
a
quel
piccolo
seno
di
acque
era
stipata
.
Nella
villa
Spinola
entravano
,
dalla
villa
uscivano
frettolosi
uno
dopo
l
'
altro
incessanti
messaggeri
;
a
ogni
momento
si
faceva
tra
la
folla
gran
silenzio
,
si
udiva
dire
:
"
Eccolo
!
"
No
,
non
era
ancora
Garibaldi
.
Poi
la
folla
fece
un
'
ultima
volta
largo
più
agitata
,
tacquero
tutti
:
finalmente
era
Lui
!
Garibaldi
attraversò
la
strada
seguìto
da
Turr
e
da
Sirtori
,
allora
già
colonnelli
,
e
per
un
vano
del
muricciolo
rimpetto
al
cancello
della
Villa
,
discese
franco
giù
per
gli
scogli
.
E
cominciarono
i
commiati
.
Tra
gli
altri
bello
e
forte
è
narrare
quello
di
uno
Stefano
Dapino
cui
suo
padre
,
vecchio
amico
di
Mazzini
e
dei
fratelli
Ruffini
,
aveva
accompagnato
fino
a
quel
passo
.
Quel
padre
aveva
con
sé
anche
un
altro
figliuolo
più
giovane
.
Conversavano
tranquilli
come
se
il
figlio
partisse
per
una
caccia
;
poi
senza
parole
,
senza
sospiri
il
padre
abbracciò
il
figlio
,
stettero
un
poco
stretti
prima
essi
due
,
poi
tutti
e
tre
,
finché
Stefano
che
aveva
alla
spalla
la
carabina
,
baciò
il
fratello
,
gli
fece
segno
come
a
raccomandargli
il
padre
,
si
staccò
da
loro
e
discese
per
dove
scendevano
alle
barche
i
suoi
compagni
.
E
quel
padre
e
quell
'
altro
figlio
si
persero
fra
la
folla
,
portando
alla
casa
lieta
di
altre
gioie
,
ricchezza
,
bellezza
,
onore
,
quell
'
amara
gioia
d
'
esser
stati
a
quella
fortissima
prova
.
Piccole
cose
tra
le
grandi
,
nelle
ore
dell
'
attesa
,
qua
e
là
per
e
vie
di
Quarto
,
sugli
usci
delle
casupole
,
quelli
che
dovevano
partire
si
sentivano
dare
dai
pescatori
,
dai
marinai
,
certi
consigli
semplici
,
ma
d
'
amore
.
Avete
mai
navigato
?
-
No
.
-
Se
temete
di
avere
il
mal
di
mare
,
appena
a
bordo
,
coricatevi
supino
e
state
sempre
così
,
non
patirete
.
-
Se
vi
daranno
del
biscotto
mangiatene
poco
,
e
bevete
poi
pochissimo
,
se
no
guai
!
-
Sbarcherete
in
Sicilia
,
oh
sbarcherete
!
Ma
,
...
vini
traditori
laggiù
!
-
E
la
gente
?
-
Come
noi
...
però
molto
facili
a
tirare
...
Ma
chi
la
rispetta
...
Soprattutto
la
famiglia
bisogna
rispettare
laggiù
...
Ma
voi
avrete
altro
pel
capo
...
Coraggio
!
-
A
poco
a
poco
tutti
discesero
nelle
barche
,
queste
presero
il
largo
.
Verso
le
undici
,
d
'
una
di
queste
già
più
in
alto
,
si
udì
una
voce
limpida
e
bella
chiamare
"
La
Masa
!
"
E
un
'
altra
voce
rispose
:
"
Generale
!
"
Poi
non
si
udì
più
nulla
.
E
su
quell
'
acqua
stetterro
le
barche
a
cullarsi
aspettando
.
Quelli
che
v
'
erano
su
parlavano
del
Governo
,
di
Cavour
,
di
Vittorio
Emanuele
,
dell
'
accordo
,
del
disaccordo
tra
loro
e
Garibaldi
e
della
finzione
;
e
siccome
le
ore
passavano
,
i
più
cominciavano
a
temere
che
i
vapori
non
venissero
,
e
che
si
dovesse
tornare
a
terra
mortificati
,
fors
'
anche
a
farsi
arrestare
.
Oh
quel
Cavour
!
La
voleva
vincer
lui
!
Ma
quando
furon
visti
i
segnali
rossi
e
verdi
dei
due
legni
,
e
poi
i
legni
stessi
venir
con
già
a
bordo
la
gente
che
v
'
era
stata
imbarcata
alla
foce
:
quelle
barche
scoppiarono
di
grida
di
gioia
.
In
un
lampo
vogarono
ai
due
legni
;
e
in
meno
di
mezz
'
ora
,
chi
sul
Lombardo
,
chi
sul
Piemonte
,
quell
'
altro
mezzo
migliaio
di
uomini
furono
su
,
come
ognuno
seppe
ingegnandosi
;
braccia
,
ganci
,
scale
,
corde
,
tutto
fu
buono
a
salirvi
.
La
Partenza
Bellissima
fu
l
'
alba
di
quella
domenica
6
maggio
1860
.
Il
mare
,
un
po
'
mosso
durante
la
notte
,
si
era
chetato
.
Da
bordo
,
a
guardare
indietro
,
si
vedevano
la
collina
del
Bisagno
,
là
,
cupa
nella
fredda
ombra
;
e
lontano
,
profilati
nell
'
azzurro
,
azzurro
anch
'
essi
,
i
monti
lungo
la
riviera
d
ponente
che
sfumavano
via
via
verso
Savona
fin
dove
se
ne
perdevano
le
forme
.
Le
cittadette
e
le
borgate
di
quella
riva
biancheggiavano
appena
,
e
mettevano
degli
strani
sensi
di
desiderio
domestico
nella
gioia
della
partenza
.
Ma
quando
i
due
vapori
sbuffarono
e
i
mossero
,
a
vederselo
dinanzi
,
là
a
prua
,
il
promontorio
di
Portofino
pareva
dire
:
"
Venite
pure
,
oltre
me
lontana
,
molto
lontana
,
sta
la
terra
misteriosa
,
che
andate
a
cercare
.
"
Dalle
navi
,
rispondevano
all
'
invito
quelle
mille
anime
;
vecchi
amici
,
compagni
d
'
armi
che
,
cercandosi
un
posto
a
bordo
,
s
'
incontravano
,
si
abbracciavano
e
:
-
Anche
tu
?
E
tu
?
E
tu
?
-
gioia
d
'
amarsi
meglio
per
aver
sentito
e
voluto
fare
una
stessa
gran
cosa
.
Ma
ci
fu
un
momento
che
dai
due
vapori
Garibaldi
e
Bixio
si
scambiarono
coi
portavoce
delle
non
liete
parole
.
Diceva
Garibaldi
a
Bixio
:
-
Quanti
fucili
avete
a
bordo
?
-
Mille
e
cento
.
-
E
di
munizioni
?
-
Nulla
-
E
le
barche
di
Bogliasco
?
Per
guardar
che
si
guardasse
non
si
scoprivano
da
nessuna
parte
le
barche
di
cui
il
Generale
chiedeva
,
e
che
si
dovevano
trovare
in
quelle
acque
ad
aspettare
i
due
vapori
.
Eppure
quelle
barche
avevano
nella
notte
imbarcate
le
armi
e
le
munizioni
raccolte
a
Bogliasco
!
Dunque
si
doveva
star
là
tanto
che
comparissero
?
E
se
in
Genova
il
Governo
,
destato
a
forza
dalle
grida
di
qualche
Console
,
dovesse
di
necessità
accorgersi
che
dal
porto
erano
stati
menati
via
i
due
vapori
?
Se
fosse
costretto
a
spedir
una
delle
sue
navi
da
guerra
a
catturarli
,
a
ricondurli
nel
porto
,
quando
mai
si
potrebbe
poi
ritentare
l
'
impresa
?
Non
era
di
quelle
che
si
fanno
due
volte
.
Il
generale
Turr
che
in
quel
momento
stava
vicino
a
Garibaldi
,
narra
che
questi
"
rimase
qualche
tempo
meditabondo
,
che
poi
alzò
verso
il
cielo
il
capo
dicendo
:
'
Anderemo
avanti
egualmente
!
'
E
che
,
stato
un
altro
poco
,
ordinò
di
navigare
verso
Piombino
.
"
*
Ora
ecco
ciò
che
era
avvenuto
.
La
sera
avanti
un
manipolo
di
giovani
genovesi
,
scelti
dal
Bixio
e
dall
'
Acerbi
,
erano
stati
mandati
al
ponte
di
Sori
.
-
Là
-
aveva
lor
detto
Bixio
-
troverete
due
uomini
coi
quali
vi
riconoscerete
questa
parola
d
'
ordine
che
vi
do
.
Essi
vi
consegneranno
le
casse
raccolte
a
Bogliasco
;
con
quelle
vi
metteranno
nelle
barche
,
e
vi
condurranno
,
come
siamo
intesi
,
a
trovarci
.
-
Chi
erano
i
due
uomini
?
A
qualcuno
di
quel
giovani
balenò
il
dubbio
che
potessero
essere
quegli
stessi
che
già
nel
1857
avevano
guidate
le
barche
comandate
da
Rosolino
Pilo
,
cariche
dei
fucili
e
delle
munizioni
per
Pisacane
,
che
doveva
passar
sul
vapore
Cagliari
.
Quegli
uomini
avevano
menato
pel
golfo
il
povero
Rosolino
così
male
,
che
egli
e
il
gruppo
di
esuli
che
aveva
seco
non
erano
riusciti
a
trovar
il
vapore
su
cui
Pisacane
magnanimo
aveva
continuato
senz
'
armi
la
sua
avventura
.
Ora
se
quegli
uomini
erano
forse
gli
stessi
di
allora
?
I
giovani
mandati
dal
Bixio
a
Sori
avevano
ragione
di
volersi
accertare
e
ne
domandarono
i
nomi
.
-
A
voi
non
ispetta
per
ora
sapere
né
il
nome
né
chi
vi
guiderà
-
disse
Bixio
-
né
dove
incontrerete
i
vapori
:
andate
;
tutto
,
si
spera
,
andrà
a
seconda
.
-
Allora
la
gioventù
aveva
imparato
a
ubbidire
fortemente
,
e
quei
giovani
si
recarono
a
Sori
,
dove
trovarono
i
due
uomini
,
che
erano
proprio
quelli
dei
quali
avevano
dubitato
.
Tuttavia
si
imbarcarono
essi
e
ogni
cosa
.
Ma
di
quei
due
uomini
che
dovevano
guidarli
in
mare
,
uno
si
era
già
allontanato
,
e
l
'
altro
non
volle
entrare
con
loro
in
nessuna
barca
.
Lo
pregarono
,
lo
supplicarono
e
persino
lo
minacciarono
,
ma
egli
si
slanciò
in
un
leggerissimo
canotto
a
due
remi
,
e
celerissimo
si
allontanò
,
gridando
che
lo
seguissero
alla
luce
del
fanale
che
stava
accendendo
sulla
sua
poppa
.
Il
fanale
stette
acceso
una
ventina
di
minuti
,
poi
si
spense
;
e
per
quanto
quei
giovani
gridassero
dietro
a
quell
'
uomo
,
egli
non
si
fece
più
vivo
.
Sperarono
che
tornasse
,
passarono
le
ore
;
e
intanto
i
rematori
,
tutti
di
Conegliano
,
vogarono
al
largo
verso
ponente
.
Benché
fosse
notte
alta
,
i
giovani
si
accorsero
di
esser
condotti
male
;
ma
i
barcaiuoli
giurarono
di
aver
avuto
l
'
ordine
di
andar
allo
scoglio
detto
di
Sant
'
Andrea
presso
Sestri
Ponente
,
che
là
avrebbero
trovato
i
vapori
e
che
là
i
due
uomini
li
avrebbero
raggiunti
.
Durarono
così
molte
ore
,
finché
sicuri
di
essere
ingannati
costrinsero
i
barcaiuoli
a
volgersi
verso
levante
,
e
quando
fu
l
'
alba
videro
da
lontanissimo
due
vapori
verso
Portofino
.
Indovinarono
che
vapori
erano
;
e
allora
(
l
'
espressione
è
di
uno
di
loro
che
ne
scrisse
pochi
anni
dipoi
)
,
il
loro
dolore
fu
immenso
come
il
mare
.
Intanto
i
due
uomini
,
i
due
traditori
che
gli
avevano
ingannati
,
erano
stati
tutta
la
notte
a
scaricare
mercanzie
di
contrabbando
,
sete
e
coloniali
;
certo
approfittando
del
fatto
che
i
doganieri
lungo
le
rive
o
non
v
'
erano
o
facevano
cattiva
guardia
,
per
ordini
avuti
di
non
disturbar
nessuno
quella
notte
di
misteriosa
faccenda
.
Se
Bixio
che
aveva
dato
gli
ordini
a
quei
giovani
,
sicuro
nella
sua
fierezza
di
mandarli
a
gente
dabbene
,
avesse
potuto
avere
quei
due
ribaldi
là
sul
suo
ponte
,
chi
sa
qual
pena
avrebbe
loro
inflitta
!
Egli
era
uomo
da
metterseli
sotto
i
piedi
,
o
da
impiccarli
all
'
albero
della
sua
nave
,
come
anticamente
si
faceva
ai
pirati
.
L
'
Ordine
del
giorno
Dunque
i
due
vapori
navigarono
via
verso
Piombino
.
E
tutto
il
6
e
la
notte
appresso
e
la
mattina
del
7
,
non
ebbero
incontri
.
I
volontari
che
a
poco
a
poco
si
erano
messi
al
posto
che
ognuno
aveva
saputo
trovarsi
,
e
sopra
coperta
o
sotto
nelle
sale
dei
vapori
,
passavano
le
ore
dormendo
,
conversando
,
leggendo
.
Ma
a
mezza
mattina
quelli
che
stavano
sul
Lombardo
,
furono
chiamati
in
coperta
,
dove
dal
ponte
di
comando
fu
loro
letto
l
'
ordine
del
giorno
.
Diceva
così
:
"
La
missione
di
questo
corpo
sarà
,
come
fu
,
basata
sull
'
abnegazione
la
più
completa
davanti
alla
rigenerazione
della
patria
.
I
prodi
Cacciatori
delle
Alpi
servirono
e
serviranno
il
loro
paese
con
la
devozione
e
la
disciplina
dei
migliori
militanti
,
senz
'
altra
speranza
,
senz
'
altra
pretesa
che
la
soddisfazione
della
loro
intemerata
coscienza
.
Non
gradi
,
non
onori
,
non
ricompense
allettarono
questi
bravi
;
essi
si
rannicchiarono
nella
modestia
della
vita
privata
,
allorché
scomparve
il
pericolo
;
suonando
l
'
ora
della
pugna
,
l
'
Italia
li
rivede
ancora
in
prima
fila
,
ilari
,
volenterosi
,
e
pronti
a
versare
il
sangue
loro
per
essa
.
Il
grido
di
guerra
dei
Cacciatori
delle
Alpi
è
lo
stesso
che
rimbombò
sulle
sponde
del
Ticino
,
or
sono
dodici
mesi
:
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
,
e
questo
grido
pronunciato
da
voi
metterà
spavento
ai
nemici
d
'Italia."
Quella
lettura
destò
qualche
mormorio
qua
e
là
tra
le
gente
del
Lombardo
;
ma
la
nobiltà
dei
certe
frasi
e
il
nome
del
Generale
che
le
parlava
,
imponevano
silenzio
ad
ogni
passione
.
Il
motto
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
scontentava
moltissimi
,
i
quali
,
repubblicani
di
fede
,
non
avrebbero
voluto
sentirsi
legare
da
quelle
parole
.
Ma
non
vi
furono
gravi
rimostranze
.
A
quell
'
ora
stessa
,
lo
stesso
ordine
del
giorno
era
letto
sul
Piemonte
e
vi
faceva
lo
stesso
effetto
.
A
Talamone
Intanto
i
due
vapori
costeggiavano
quasi
la
terra
.
Pareva
già
passato
tanto
tempo
dalla
partenza
,
che
i
meno
esperti
,
vedendo
una
torre
su
cui
sventolava
la
bandiera
tricolore
,
credettero
di
esser
già
in
Sicilia
,
e
che
quella
fosse
la
bandiera
della
rivoluzione
trionfante
.
Ma
non
erano
che
in
Toscana
.
Quella
torre
e
quel
gruppo
di
case
che
le
stavano
intorno
,
si
chiamavano
Talamone
.
E
quando
le
navi
furono
là
vicinissime
,
fu
vista
una
barca
vogare
loro
incontro
:
e
nella
barca
stava
un
ufficiale
con
in
capo
un
enorme
cappello
a
feluca
,
che
non
lasciava
quasi
vedere
un
altro
ufficiale
che
quello
aveva
seco
.
Erano
i
comandanti
del
forte
e
del
porto
.
Scambiarono
dei
saluti
col
Piemonte
,
vi
montarono
su
,
vi
si
trattennero
un
poco
con
Garibaldi
,
poi
tornarono
nella
loro
barca
;
e
poco
appresso
i
due
vapori
gettavano
l
'
ancora
in
quel
porto
.
Ivi
,
alla
lesta
,
Garibaldi
discese
a
terra
col
suo
stato
maggiore
,
vestito
da
generale
dell
'
esercito
piemontese
,
come
l
'
anno
avanti
in
Lombardia
,
e
come
se
fosse
in
terra
sua
fece
sbarcare
i
Mille
.
Il
villaggio
fu
invaso
.
Quei
poveri
abitanti
,
marinai
,
pescatori
,
carbonai
della
Maremma
,
si
trovarono
con
le
case
messe
sossopra
da
quella
gente
che
pagava
,
ma
voleva
mangiare
.
Forse
pensavano
che
anticamente
così
s
'
erano
visti
invasi
i
loro
padri
dai
corsari
;
ma
saputo
chi
erano
quei
forestieri
e
l
'
uomo
che
li
conduceva
,
si
sbrigavano
con
gioia
per
contentarli
.
Garibaldi
undici
anni
avanti
era
passato
per
la
Maremma
,
e
vi
aveva
lasciato
la
sua
leggenda
.
Intanto
,
tra
quei
volontari
,
i
più
vaghi
delle
cose
belle
contemplavano
il
paesaggio
.
A
guardare
il
mare
vedevano
l
'
Elba
,
la
Pianosa
,
Montecristo
,
il
Giglio
,
quasi
in
vasto
semicerchio
come
a
una
gran
danza
:
a
guardar
verso
terra
,
vedevano
il
monte
Amiata
,
e
i
più
colti
indovinavano
in
quelle
lontananze
Santafiora
e
Sovana
,
nomi
pieni
di
storia
.
Tra
l
'
Amiata
e
il
mare
,
faceva
tristezza
un
lembo
della
Maremma
infelice
.
Là
doveva
essere
Orbetello
,
fortezza
dell
'
antico
Stato
dei
Presidii
fondato
da
Carlo
V
,
quando
spenta
la
repubblica
di
Siena
e
dato
il
suo
territorio
a
Cosimo
de
'
Medici
,
volle
tenere
per
sé
quel
lembo
di
dominio
,
diffidando
certo
del
popolo
senese
e
più
del
fiorentino
che
aveva
fatto
la
meravigliosa
difesa
nel
1530
contro
le
sue
milizie
.
Ora
quel
lembo
di
terra
,
dopo
vicende
molte
,
era
toscano
,
italiano
,
libero
.
Era
stato
anche
del
Re
di
Napoli
fino
al
1805
.
Ecco
che
ora
vi
faceva
sosta
Garibaldi
,
per
pigliarvi
,
se
si
può
dir
così
,
l
'
abbrivio
,
a
levar
via
dal
trono
gli
eredi
di
quei
Re
.
In
faccia
a
Talamone
verso
sud
,
forse
a
dieci
chilometri
di
mare
,
i
contemplatori
ammiravano
il
monte
Argentaro
selvoso
sulle
sue
cime
,
che
guardate
da
quell
'
umile
spiaggia
parevano
eccelse
.
Gli
stava
ai
piedi
la
cittadetta
di
Santo
Stefano
.
Ricordo
allora
quasi
fresco
,
ivi
,
nel
1849
,
s
'
era
fatto
portare
da
Talamone
in
una
barca
da
pescatori
Leopoldo
II
,
fuggito
da
Firenze
con
la
sua
famiglia
.
Da
Santo
Stefano
con
ignobili
infingimenti
,
ingannati
i
toscani
,
era
poi
partito
per
Gaeta
,
dove
aveva
cospirato
per
far
venire
gli
Austriaci
in
Toscana
.
E
gli
Austriaci
lo
avevano
servito
a
rimetterlo
in
trono
.
Ma
adesso
erano
appena
passati
undici
anni
,
si
era
avverata
la
minaccia
fattagli
dai
più
nobili
uomini
del
paese
;
ed
egli
da
un
anno
se
n
'
era
dovuto
andar
via
per
sempre
.
In
un
gruppo
d
'
eruditi
raccolti
all
'
ombra
di
un
ciuffo
di
olivi
,
a
ridosso
di
Talamone
,
si
parlava
d
'
una
battaglia
vinta
là
attorno
dai
Romani
contro
i
Galli
Cesati
.
Quarantamila
morti
!
Ma
come
mai
tanta
strage
con
l
'
armi
d
'
allora
?
Certo
doveva
avvenire
nell
'
inseguimento
dei
vinti
.
E
dai
Galli
passavano
a
dir
di
Mario
.
Anche
Mario
reduce
da
Cartagine
per
tornarsene
a
Roma
,
era
sbarcato
lì
a
Talamone
.
Ora
Garibaldi
non
era
quasi
un
Mario
buono
?
E
Roma
non
era
il
suo
pensiero
?
Se
gli
fosse
venuto
in
mente
di
andare
anch
'
egli
di
là
a
Roma
!
Non
era
egli
il
Generale
della
repubblica
romana
?
Erano
ardenti
discorsi
.
Ma
,
a
questo
proposito
,
nascevano
in
quello
e
anche
in
altri
gruppi
discussioni
vive
sull
'
ordine
del
giorno
udito
a
bordo
il
mattino
.
Molti
non
si
sapevano
liberare
da
certo
scontento
che
aveva
lasciato
loro
il
motto
monarchico
;
ma
la
disciplina
volontaria
era
forte
.
Difatti
si
staccarono
poi
dalla
spedizione
e
se
ne
tornarono
di
là
alle
loro
case
,
soltanto
sei
o
sette
giovani
cari
.
Seguivano
il
sardo
Brusco
Onnis
che
del
motto
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
era
rimasto
quasi
offeso
.
Repubblicano
inflessibile
,
si
era
imbarcato
a
Genova
sperando
forse
che
Garibaldi
,
una
volta
in
mare
,
si
ricordasse
d
'
essere
anche
egli
repubblicano
;
ma
deluso
,
ora
se
ne
andava
,
e
se
ne
andavano
con
lui
quei
pochi
,
però
senza
che
fosse
fatto
a
loro
nessun
raffaccio
.
Rinunciavano
per
la
loro
idea
ad
una
delle
più
grandi
soddisfazioni
che
cuor
d
'
allora
potesse
avere
,
e
il
sacrificio
meritava
rispetto
.
I
Mille
Ma
cosa
si
stava
a
perder
tempo
in
Talamone
,
mentre
in
Sicilia
la
rivoluzione
pericolava
,
e
si
poteva
,
giungendovi
,
trovarla
spenta
?
Questo
lo
sapeva
Garibaldi
.
Intanto
su
quella
spiaggia
i
Mille
si
vedevano
bene
tra
loro
la
prima
volta
,
come
in
una
rassegna
.
Ora
,
chi
parla
di
quei
tempi
e
di
quelle
cose
,
dice
presto
:
il
1860
,
la
Sicilia
insorta
,
il
gran
nome
di
Garibaldi
,
quello
di
alcuni
suoi
illustri
,
la
partenza
da
Quarto
,
la
traversata
maravigliosa
,
lo
sbarco
a
Marsala
,
Calatafimi
,
Palermo
e
la
liberazione
finale
;
due
o
tre
date
e
un
numero
d
'
uomini
,
pochi
più
di
Mille
,
e
per
la
storia
in
grande
è
quasi
tutto
.
Ma
quei
Mille
chi
erano
?
Che
cosa
erano
?
Non
certo
una
specie
di
compagnia
di
ventura
all
'
antica
;
non
una
parte
di
vecchio
esercito
costituito
,
staccata
a
scelta
o
per
caso
;
nessuna
legge
li
obbligava
,
non
erano
soldati
di
professione
,
non
avevano
tutti
quella
media
di
età
che
di
solito
hanno
i
soldati
;
non
una
cultura
comune
ed
uguale
,
e
nemmeno
una
divisa
uniforme
.
Vestivano
quasi
tutti
alla
borghese
e
alle
diverse
fogge
,
dalle
quali
,
a
quei
tempi
,
si
riconoscevano
ancora
a
qual
regione
d
'
Italia
e
a
qual
classe
sociale
uno
appartenesse
.
E
parlavano
quasi
tutti
i
dialetti
della
penisola
.
Erano
,
per
dir
così
,
parte
dell
'
esercito
popolare
militante
di
cuore
nel
partito
rivoluzionario
:
vecchi
,
figliuoli
di
giacobini
,
di
napoleonidi
,
di
Murattisiti
;
uomini
di
mezza
età
,
educati
dalla
Giovane
Italia
,
tra
le
congiure
e
le
insurrezioni
;
giovani
nei
quali
la
letteratura
classica
e
la
romantica
s
'
erano
fuse
in
una
bella
temperanza
a
fecondare
l
'
amor
di
patria
.
Con
essi
,
degli
artigiani
che
dalle
diverse
scuole
politiche
e
dai
fatti
belli
dell
'
ultimo
decennio
,
erano
stati
destati
al
concetto
della
nazione
.
Di
loro
fu
subito
detto
che
erano
eroi
favolosi
,
pazzi
sublimi
,
ed
altre
simili
iperboli
,
e
anche
delle
ingiurie
.
Invece
di
volenterosi
com
'
essi
ve
n
'
erano
in
Italia
a
migliaia
;
ma
ad
essi
intanto
era
toccata
quella
fortuna
.
Uno
che
vi
era
e
dei
migliori
,
scrivendone
poi
nella
vita
di
Garibaldi
,
con
quattro
pennellate
alla
brava
disse
che
erano
un
popolo
misto
"
di
tutte
le
età
e
di
tutti
i
ceti
,
di
tutte
le
parti
e
di
tutte
le
opinioni
,
di
tutte
le
ombre
e
di
tutti
gli
splendori
,
di
tutte
le
miserie
e
di
tutte
le
virtù
"
e
vi
notò
"
il
patriota
sfuggito
per
prodigio
alle
forche
austriache
e
alle
galere
borboniche
,
il
siciliano
in
cerca
della
patria
,
il
poeta
in
cerca
d
'
un
romanzo
,
l
'
innamorato
in
cerca
dell
'
oblio
,
il
notaio
in
cerca
di
un
'
emozione
,
il
miserabile
in
cerca
d
'
un
pane
,
l
'
infelice
in
cerca
della
morte
:
mille
teste
,
mille
cuori
,
mille
vite
diverse
,
ma
la
cui
lega
purificata
dalla
santità
dell
'
insegna
,
animata
dalla
volontà
unica
di
quel
Capitano
,
formava
una
legione
formidabile
e
quasi
fatata
.
"
Così
li
ritrasse
il
Guerzoni
,
caro
al
Generale
e
vivido
ingegno
,
e
fu
felice
pittore
.
Narrar
di
loro
,
descriverne
gli
aspetti
,
farne
rivivere
la
fisionomia
morale
,
resuscitare
coi
ricordi
i
loro
sentimenti
e
quelli
dell
'
epoca
ora
quasi
estinti
,
è
un
giusto
servigio
che
vuole
essere
reso
alla
storia
.
La
quale
si
avvia
a
non
più
fermarsi
solo
nelle
reggie
per
trovarvi
le
dinastie
,
o
nei
campi
per
descriver
battaglie
e
celebrare
capitani
;
ma
già
accoglie
nelle
sue
pagine
il
personaggio
popolo
,
che
ai
fatti
col
proprio
sangue
e
col
proprio
danaro
dà
il
cuore
.
E
il
cuore
governa
il
mondo
,
e
il
sentimento
fa
i
veri
miracoli
della
storia
.
*
A
colpo
d
'
occhio
,
si
poteva
dire
che
per
un
quarto
quei
Mille
erano
uomini
fra
i
trenta
e
i
quarant
'
anni
e
per
un
altro
bel
numero
tra
i
quaranta
e
i
cinquanta
;
forse
dugento
stavano
tra
i
venticinque
e
i
trenta
.
Gli
altri
,
i
più
,
erano
tra
i
diciotto
e
i
venticinque
.
Di
adolescenti
ce
n
'
erano
una
ventina
,
quasi
tutti
bergamaschi
.
Alcuni
qua
e
là
tra
quei
gruppi
parevano
trovarvisi
per
curiosità
,
perché
,
vecchi
oltre
i
sessanta
;
e
invece
vi
stavano
a
spendere
le
ultime
forze
di
una
vita
tutta
vissuta
nell
'
amore
della
patria
.
Il
vecchissimo
passava
i
sessantanove
,
aveva
guerreggiato
sotto
Napoleone
e
si
chiamava
Tommaso
Parodi
da
Genova
;
il
giovanissimo
aveva
undici
anni
,
si
chiamava
Giuseppe
Marchetti
da
Chioggia
,
fortunato
fanciullo
cui
toccava
nella
vita
un
mattino
così
bello
!
Seguiva
il
medico
Marchetti
padre
suo
,
che
se
l
'
era
tirato
dietro
in
quell
'
avventura
.
In
generale
,
certo
più
della
metà
erano
gente
colta
;
anzi
si
può
dire
che
soldati
più
colti
non
mossero
mai
a
nessun
'
altra
impresa
.
Alcuni
di
essi
,
i
vecchi
,
avevano
combattuto
nelle
rivoluzioni
del
'20
del
'21
del
'31;
molti
nelle
guerre
del
'48
e
del
'49
e
nelle
insurrezioni
di
poi
.
Nella
guerra
del
1859
avevano
militato
quasi
tutti
,
volontari
nei
reggimenti
piemontesi
o
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
sotto
Garibaldi
.
E
quasi
tutti
avevano
tenuto
il
broncio
al
paese
perché
,
non
si
era
mosso
quanto
avevano
sperato
,
tanto
almeno
che
il
Piemonte
non
avesse
avuto
bisogno
dell
'
aiuto
francese
.
Pronti
essi
sempre
a
dar
la
vita
,
credevano
che
tutti
dovessero
esserlo
come
loro
,
e
che
la
rivoluzione
bastasse
a
vincere
i
grandi
eserciti
e
a
far
cadere
le
fortezze
.
Per
essi
a
ogni
modo
,
quell
'
aiuto
era
stato
un
gran
dolore
,
perché
lo
aveva
recato
Napoleone
,
che
allora
chiamavano
con
forte
rancore
:
'
l
'
Uomo
del
2
dicembre
'
.
Ma
v
'
erano
pure
certuni
che
ragionando
con
la
storia
per
guida
,
sebbene
un
po
'
da
romantici
,
trovavano
che
anzi
l
'
aiuto
francese
era
stato
ammenda
giusta
d
'
una
colpa
antica
.
Non
era
stata
la
Francia
di
Carlo
VIII
la
causa
prima
della
servitù
tre
volte
secolare
d
'
Italia
?
I
francesi
del
1494
avevano
,
per
dir
così
,
gettato
il
dado
,
provocando
altri
a
giocarsi
con
loro
il
possesso
d
'
Italia
:
ora
,
quelli
del
1859
erano
venuti
a
riparare
il
danno
fattole
dai
loro
avi
.
Qualcosa
di
provvidenziale
pareva
di
vederlo
sin
nelle
date
capitali
di
quella
storia
.
Non
era
finita
la
gara
antica
proprio
nel
1559
,
con
quel
tal
trattato
di
Castel
Cambresis
che
,
esclusi
i
Francesi
,
avevano
messo
l
'
Italia
,
direttamente
o
indirettamente
,
quasi
tutta
nelle
mani
degli
Spagnuoli
?
Ed
ecco
che
dopo
trecento
anni
giusti
,
la
Francia
era
venuta
a
strappar
la
Lombardia
dalle
mani
dell
'
Austria
,
erede
in
qualche
guisa
degli
Spagnuoli
.
E
giusta
era
venuta
con
alla
testa
un
imperatore
di
sangue
italiano
;
come
era
stato
un
italiano
Emanuele
Filiberto
,
colui
che
trecent
'
anni
avanti
aveva
finita
la
gara
antica
tra
Spagnuoli
e
Francesi
,
vincendo
per
la
Spagna
a
San
Quintino
.
Non
era
quasi
da
dire
che
gli
italiani
d
'
allora
si
fossero
pigliata
la
sola
vendetta
possibile
contro
i
Francesi
?
Questi
per
primi
li
avevano
disturbati
mentre
lavoravano
a
resuscitare
il
sapere
antico
per
sé
,
e
per
l
'
Europa
;
ed
essi
,
all
'
ultimo
,
avevano
dato
il
genio
di
un
loro
guerriero
per
farla
finita
a
beneficio
del
loro
nemico
,
dovesse
pure
essere
poi
peggiore
di
essi
.
Adesso
quell
'
Italiano
che
imperava
in
Francia
ed
era
venuto
con
centocinquantamila
soldati
pareva
un
riparatore
.
Anche
l
'
Europa
intera
non
sembrava
fare
ammenda
di
qualche
suo
vecchio
torto
?
Se
essa
gridava
ma
lasciava
che
in
Italia
gl
'
italiani
facessero
ciò
che
loro
sembrava
meglio
,
non
poteva
dire
che
si
contenesse
a
quel
modo
per
un
tacito
consenso
di
giustizia
verso
il
popolo
che
trecent
'
anni
indietro
le
aveva
dato
i
frutti
del
proprio
studio
,
l
'
arte
sua
,
e
per
essa
aveva
scoperto
la
terra
e
aperte
le
vie
a
studiar
il
cielo
,
con
Colombo
e
con
Galileo
?
*
I
giovani
dai
venti
ai
venticinque
anni
quasi
tutti
sentivano
in
sé
,
vivi
e
presenti
i
fratelli
Bandiera
con
la
loro
storia
,
intesa
nella
prima
adolescenza
,
tra
le
pareti
domestiche
,
dai
padri
e
dalle
madri
angosciate
.
Quell
'
Emilio
di
25
anni
,
quell
'
Attilio
di
23
,
disertati
a
Corfù
di
sulle
navi
austriache
;
la
loro
madre
corsa
invano
colà
,
per
supplicarli
di
smettere
il
loro
disegno
d
'
andar
a
morire
;
le
loro
risposte
a
Mazzini
che
li
consigliava
di
serbarsi
a
tempi
migliori
;
e
poi
l
'
imbarco
,
il
tragitto
nell
'
Ionio
e
lo
sbarco
sulla
spiaggia
di
Crotone
,
presso
la
foce
del
Neto
,
-
che
nomi
!
-
e
il
primo
scontro
a
San
Benedetto
coi
gendarmi
borbonici
,
e
le
plebi
sollevate
a
suon
di
campane
a
stormo
contro
di
loro
gridati
Turchi
;
e
il
secondo
scontro
a
San
Giovani
in
Fiore
,
-
poesia
,
poesia
di
nomi
!
-
e
l
'
inutile
eroismo
contro
il
numero
,
e
la
cattura
e
la
Corte
marziale
e
le
risposte
ai
giudici
vili
e
la
condanna
e
la
fucilazione
nel
Vallo
di
Rovito
;
tutto
sapevano
,
tutto
come
canti
di
epopea
studiati
per
puro
amore
.
E
suonava
nei
loro
cuori
la
strofa
amara
ed
eroica
del
canto
di
Mameli
:
L
'
inno
dei
forti
ai
forti
,
Quando
sarem
risorti
Sol
li
potrem
nomar
.
Un
po
'
più
in
qua
negli
anni
,
quei
giovani
avevano
sentito
il
grido
di
Pio
IX
:
"
Gran
Dio
,
benedite
l
'
Italia
!
"
andato
a
suonare
fin
nei
più
riposti
tugurii
.
Avevano
viste
le
rivoluzioni
nelle
quali
,
troppo
fanciulli
,
non
avevano
potuto
cacciarsi
;
e
le
guerre
del
'48
e
del
'49
,
e
le
cadute
,
e
le
disperazioni
,
e
le
speranze
rinate
;
e
nel
'57
la
gran
tragedia
di
Carlo
Pisacane
coi
suoi
trecento
,
tra
plebi
mutatesi
anche
allora
in
furie
contro
di
loro
andati
per
redimerle
,
combattuti
,
accerchiati
,
oppressi
,
morti
.
Ma
dunque
tutte
le
spiaggie
del
Regno
erano
tombe
aperte
per
chiunque
tentasse
di
portarvi
un
po
'
di
libertà
?
Cresceva
la
febbre
in
quei
cuori
.
E
ve
n
'
erano
che
avevano
concepito
il
pensiero
di
andar
laggiù
per
un
ricordo
di
scuola
di
qualche
anno
addietro
:
un
luogo
dell
'
Odissea
e
dell
'
Eneide
;
o
il
racconto
letto
in
Plutarco
della
libertà
data
dai
Siracusani
ai
prigionieri
ateniesi
,
solo
per
averli
sentiti
cantare
i
cori
di
Euripide
;
o
un
episodio
della
guerra
servile
dei
tempi
romani
.
E
v
'
era
chi
più
che
delle
cose
antiche
era
pieno
delle
recenti
,
per
aver
letto
nella
storia
del
Colletta
i
supplizi
del
Caracciolo
e
del
Sanfelice
,
o
la
fine
della
repubblica
Partenopea
nel
1799
.
Altri
ancora
s
'
era
inebriato
dei
canti
popolari
siculi
,
uditi
nella
melodia
viva
di
qualche
volontario
siciliano
conosciuto
l
'
anno
avanti
nei
Cacciatori
delle
Alpi
.
Ve
n
'
era
fin
uno
,
e
lo
narrava
,
che
aveva
avuto
la
spinta
a
quel
passo
da
un
fatto
da
nulla
,
ma
che
sul
suo
cuore
aveva
potuto
più
che
la
scuola
e
i
libri
.
Un
giorno
di
luglio
dell
'
anno
avanti
,
stando
egli
in
Brescia
alla
porta
di
uno
degli
ospedali
zeppi
ancora
dei
feriti
di
Solferino
e
di
San
Martino
,
aveva
veduto
fermarsi
un
carro
di
casse
d
'
aranci
e
di
filacciche
e
di
bende
.
Venivano
dalle
donne
di
Palermo
!
O
santa
carità
della
patria
!
Dunque
in
quella
terra
lontana
si
pensava
a
chi
pativa
per
tutti
?
E
aveva
anche
inteso
dire
dai
medici
che
quelle
cose
erano
uscite
dall
'
isola
trafugate
,
perché
,
la
polizia
di
laggiù
,
guai
!
Dunque
c
'
era
in
Italia
una
tirannide
più
cruda
di
quella
dell
'
Austria
?
Ed
egli
aveva
fatto
voto
di
andare
a
dar
la
sua
vita
laggiù
,
se
mai
fosse
venuta
l
'
ora
di
levar
quella
tirannide
dal
mondo
.
La
formazione
del
piccolo
esercito
Sapeva
Garibaldi
ciò
che
faceva
,
nè
in
Talamone
stava
certo
a
perdere
tempo
.
Ivi
doveva
trovare
le
munizioni
da
guerra
o
andar
avanti
lo
stesso
a
pigliarle
in
Sicilia
al
nemico
.
Ma
frattanto
vi
faceva
dar
forma
alla
spedizione
,
comporre
le
compagnie
combattenti
e
tutti
i
corpi
che
deve
avere
un
esercito
per
entrar
in
guerra
.
Non
poteva
già
scendere
in
Sicilia
alla
testa
di
uno
stormo
disordinato
!
Al
suo
quartier
generale
diede
per
capo
il
colonnello
Stefano
Turr
che
allora
aveva
trentacinque
anni
.
Da
giovane
tenente
dell
'
esercito
austriaco
,
il
Turr
era
passato
in
Piemonte
l
'
anno
'49;
sapeva
cos
'
era
stato
il
dolore
della
sua
Ungheria
e
dell
'
Italia
quell
'
anno
;
sapeva
cosa
voleva
dire
essersi
trovato
condannato
a
morte
e
liberato
quasi
nell
'
ora
del
supplizio
,
e
cos
'
erano
le
gioie
e
le
ansie
del
cospiratore
nell
'
impaziente
attesa
della
riscossa
.
Aveva
combattuto
l
'
anno
avanti
sotto
Garibaldi
in
Lombardia
,
e
a
Tre
Ponti
aveva
sparso
il
suo
sangue
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
.
Bellissimo
uomo
,
alto
e
diritto
,
con
due
gran
baffi
e
un
gran
pizzo
scuri
,
e
occhi
pensosi
ma
vigili
e
mobilissimi
sotto
la
fronte
quadrata
a
torre
.
Novecento
anni
avanti
sarebbe
stato
un
fiero
capo
di
quegli
Ungheri
che
vennero
a
turbare
il
regno
di
Berengario
;
ma
ora
,
con
la
gentilezza
acquistata
dalla
sua
gente
nei
secoli
e
la
sua
nativa
,
era
un
cavaliero
che
poteva
tenere
scuola
d
'
ogni
cortesia
.
Finita
quella
guerra
divenne
diplomatico
,
apostolo
di
lavoro
e
di
pace
.
Scavò
canali
di
navigazione
nella
sua
Ungheria
,
tagliò
l
'
istmo
di
Corinto
;
va
ancora
pel
mondo
gridando
all
'
umanità
la
concordia
,
l
'
amore
e
il
bene
.
Ungherese
come
il
Turr
,
un
po
'
più
giovane
di
lui
,
aiutante
anch
'
esso
del
Generale
,
v
'
era
il
Tukory
,
che
veniva
ad
offrir
l
'
ingegno
e
la
vita
a
quest
'
Italia
,
la
quale
,
nel
Cinquantanove
,
in
certa
guisa
aveva
disdetto
la
fratellanza
di
sventure
e
di
speranze
,
che
l
'
avevano
legata
fino
allora
alla
patria
sua
.
Diceva
egli
così
senza
raffaccio
,
ma
con
dolore
.
Egli
aveva
militato
per
la
Turchia
contro
la
Russia
durante
la
guerra
di
Crimea
,
e
s
'
era
trovato
a
difendere
la
fortezza
di
Kars
contro
quei
soldati
dello
Czar
che
nel
'49
gli
avevano
rovinato
la
patria
.
Servire
un
barbaro
per
odio
contro
un
altro
barbaro
gli
doveva
essere
stato
grande
strazio
;
ma
con
Garibaldi
a
faticare
per
l
'
Italia
era
quasi
felice
.
Però
s
'
indovinava
che
era
molto
deluso
del
mondo
,
e
morire
come
morì
poi
a
Palermo
non
gli
dovette
parere
amaro
.
Poi
c
'
era
il
Cenni
di
Comacchio
,
uomo
di
quarantatré
anni
,
avanzo
di
Roma
e
della
ritirata
di
San
Marino
;
uno
tutto
fremiti
,
che
ad
averlo
vicino
pareva
di
camminar
col
fuoco
in
mano
presso
una
polveriera
.
Amico
del
Cenni
v
'
era
l
'
ingegnere
Montanari
di
Mirandola
,
anch
'
egli
avanzo
di
Roma
,
che
aveva
trentott
'
anni
e
ne
mostrava
cinquanta
per
la
tetraggine
che
gli
avevano
impressa
le
meditate
sventure
del
paese
.
Anche
aveva
molto
patito
nelle
carceri
di
Mantova
e
di
Rubiera
.
Ma
contrasto
quasi
d
'
arte
gli
stava
a
lato
un
senese
,
che
da
giovane
aveva
fatto
versi
,
sembrati
al
Niccolini
degni
del
Foscolo
.
Nei
suoi
ventisei
anni
bellissimo
e
forte
,
era
sempre
gaio
come
se
gli
cantasse
un
'
allodola
in
core
.
Era
quel
povero
Bandi
,
che
cinque
ferite
di
piombo
non
poterono
poi
uccidere
sul
colle
di
Calatafimi
;
e
doveva
campare
ancora
trentacinque
anni
,
per
essere
ucciso
quasi
vecchio
e
a
ghiado
,
da
uno
a
lui
sconosciuto
.
E
v
'
era
Giovanni
Basso
,
nizzardo
,
ombra
più
che
segretario
del
Generale
,
ch
'
egli
aveva
visto
sublime
a
Roma
,
umile
ma
ancora
più
sublime
da
povero
candelaio
alla
Nuova
York
.
E
c
'
erano
il
Crispi
,
allora
poco
conosciuto
,
e
l
'
Elia
anconitano
,
che
poi
a
Calatafimi
fu
quasi
ucciso
mentre
si
lanciava
a
coprir
Garibaldi
.
C
'
erano
il
Griziotti
pavese
di
trentott
'
anni
,
matematico
di
bella
mente
ma
di
cuore
più
bello
ancora
;
e
il
Gusmaroli
di
cinquanta
,
antico
parroco
del
Mantovano
,
che
come
l
'
eroe
dell
'
Henriade
andava
tra
quelli
che
uccidevano
,
senza
difendersi
e
senza
mai
pensare
ad
uccidere
.
Ma
il
tocco
michelangiolesco
lo
metteva
in
quel
gruppo
Simone
Schiaffino
,
bel
capitano
di
mare
,
che
pareva
andasse
studiando
Garibaldi
,
per
divenire
simile
a
lui
nell
'
anima
come
gli
somigliava
già
un
po
'
nel
volto
;
biondo
come
lui
,
assai
più
aitante
di
lui
,
con
un
petto
da
contenervi
cento
cuori
d
'
eroe
.
Allo
Stato
Maggiore
generale
presiedeva
il
colonnello
Sirtori
.
Antico
sacerdote
,
aveva
chiuso
per
sempre
il
suo
breviario
,
portandone
scolpito
il
contenuto
nel
cuore
casto
,
e
serbando
nella
vita
la
severità
e
la
povertà
dell
'
asceta
claustrale
.
Spirito
rigido
,
cuore
intrepido
,
ingegno
poderoso
,
nel
Quarantanove
con
l
'
Ulloa
napoletano
,
era
stato
ispiratore
del
generale
Pepe
nella
difesa
di
Venezia
.
Poi
esule
in
Parigi
,
aveva
visto
indignato
trionfare
sull
'
uccisa
repubblica
Napoleone
III
.
E
la
vita
gli
si
era
fatta
un
lutto
.
Non
aveva
perdonato
all
'
Imperatore
il
2
dicembre
,
neppure
vedendolo
poi
scendere
nel
Cinquantanove
con
centocinquantamila
francesi
a
liberargli
la
sua
Lombardia
;
anzi
,
antico
soldato
della
patria
s
'
era
astenuto
dal
venire
a
quella
guerra
imperiale
.
Ma
la
guerra
stessa
,
com
'
era
seguita
,
gli
aveva
insegnato
a
non
illudersi
più
.
Non
aveva
guari
speranze
che
quell
'
impresa
si
potesse
far
bene
;
consultato
,
l
'
aveva
sconsigliata
,
ma
dichiarando
che
se
Garibaldi
ci
si
fosse
risolto
,
lo
avrebbe
seguito
.
Ed
ora
a
quarantasette
anni
,
era
lì
con
quella
sua
faccia
patita
,
incorniciata
da
una
strana
barba
ancor
bionda
,
esile
alquanto
della
persona
,
silenzioso
,
guardato
come
se
portasse
in
sé
qualcosa
di
sacro
,
forse
le
promesse
dell
'
oltretomba
.
Pareva
il
Turpino
di
quella
gesta
.
Da
lui
dipendevano
,
come
capitani
,
un
Bruzzesi
romano
di
trentasette
anni
;
il
matematico
Calvino
esule
trapanese
di
quarant
'
anni
,
onore
dell
'
emigrazione
siciliana
;
Achille
Maiocchi
milanese
di
trentanove
,
e
Giorgio
Manin
,
figlio
del
gran
Presidente
della
repubblica
veneziana
,
che
non
ne
aveva
ancor
trenta
.
Ufficiali
minori
seguivano
Ignazio
Calona
palermitano
,
un
gran
bel
sessagenario
che
a
guardargli
in
viso
pareva
di
leggere
la
poesia
del
Meli
;
il
mantovano
ingegner
Borchetta
di
trentadue
anni
gran
repubblicano
;
ultimo
v
'
era
un
giovane
tenente
dell
'
esercito
piemontese
,
disertato
a
portar
tra
i
Mille
il
suo
cuore
.
Questi
doveva
morire
a
Calatafimi
sotto
il
nome
di
De
Amicis
,
ma
veramente
si
chiamava
Costantino
Pagani
.
*
E
poi
veniva
il
grosso
del
piccolo
esercito
.
Alla
testa
della
prima
compagnia
chi
se
non
il
Bixio
?
Era
quel
Bixio
che
nel
Quarantasette
,
in
una
via
di
Genova
,
fattosi
alle
briglie
del
cavallo
di
Carlo
Alberto
,
gli
aveva
gridato
:
"
Dichiarate
,
o
Sire
,
la
guerra
all
'
Austria
,
e
saremo
tutti
con
voi
!
"
Nel
Quarantotto
era
volato
in
Lombardia
con
Mameli
;
con
Mameli
era
stato
a
Roma
dove
era
parso
l
'
Aiace
della
difesa
,
e
il
30
aprile
vi
aveva
fatto
prigioniero
tutto
un
battaglione
di
francesi
.
Poi
aveva
navigato
portando
per
gli
oceani
le
sue
speranze
.
Ma
nel
Cinquantanove
aveva
riprese
le
armi
,
non
più
riluttante
a
fare
la
guerra
regia
,
e
facendola
bene
:
adesso
era
capitano
del
Lombardo
,
ma
in
terra
avrebbe
comandata
la
prima
compagnia
.
Il
Dezza
ingegnere
e
il
Piva
,
che
dovevano
divenire
generali
dell
'
esercito
italiano
,
erano
suoi
luogotenenti
.
Marco
Cossovich
,
veneziano
,
uno
che
nel
'48
aveva
concorso
a
levar
l
'
arsenale
agli
Austriaci
,
e
Francesco
Buttinoni
da
Treviglio
provato
già
nel
'48
e
nel
'49
,
erano
loro
sottotenenti
,
tutti
e
quattro
già
chi
di
trenta
,
di
trentacinque
o
trentasei
anni
;
e
sergenti
e
soldati
benché
fior
d
'
uomini
tutti
,
badassero
bene
con
chi
avevano
da
fare
,
ché
con
Bixio
,
non
dico
paurosi
,
ma
solo
inesperti
o
disattenti
o
svogliati
,
c
'
era
da
essere
inceneriti
.
Ma
ogni
dappoco
sarebbe
divenuto
un
valente
anche
solo
pel
contatto
con
sergenti
come
erano
Ettore
Filippini
,
Eugenio
Sartori
,
Angelo
Rebeschini
,
Enrico
Uziel
,
e
tra
commilitoni
come
Giovanni
Capurro
,
Emilio
Evangelisti
,
Enrico
Rossetti
,
e
altri
molti
che
Bixio
aveva
impressi
del
suo
sigillo
.
E
poi
vi
erano
nella
compagnia
Pietro
Spangaro
,
Raniero
Taddei
,
Antonio
Ottavi
,
già
ufficiali
di
grido
che
per
nobile
compiacimento
si
erano
lasciati
fondere
con
la
massa
dei
semplici
militi
,
e
vi
facevano
scuola
di
virtù
militari
.
La
seconda
compagnia
,
detta
dei
livornesi
perché
di
Livorno
era
Jacopo
Sgarallino
,
il
più
popolare
dei
suoi
ufficiali
,
e
di
Livorno
erano
i
suoi
sergenti
,
fu
affidata
al
colonnello
Vincenzo
Orsini
.
Questi
non
veniva
dalla
storica
famiglia
Orsini
di
Roma
e
neppure
da
quella
romagnola
da
cui
uscì
Felice
Orsini
,
uomo
allora
di
recente
terribilità
,
per
le
bombe
che
aveva
lanciate
in
Parigi
contro
Napoleone
III
,
e
rimpianto
per
la
nobile
vita
così
sacrificata
e
per
la
rassegnata
morte
sul
patibolo
.
Il
colonnello
garibaldino
era
di
famiglia
palermitana
,
uomo
già
di
quarantacinque
anni
,
ufficiale
dell
'
artiglieria
borbonica
da
giovane
,
poi
affiliato
alla
Giovane
Italia
,
passato
al
servizio
dell
'
isola
sua
nella
rivoluzione
del
'48
,
cresciuto
con
essa
,
con
essa
caduto
nel
'49
.
Da
quell
'
anno
era
vissuto
esule
negli
eserciti
di
Turchia
,
salendovi
a
colonnello
dell
'
arma
ne
'
cui
studi
era
stato
allevato
.
Venuto
il
'59
,
era
tornato
in
Italia
,
e
adesso
era
lì
a
riportar
il
braccio
alla
sua
Sicilia
.
Prevalevano
nella
compagnia
per
numero
gli
operai
,
anch
'
essi
però
uomini
intelligenti
,
che
sapevano
bene
qual
passo
avevano
fatto
:
e
i
più
erano
toscani
,
e
portavano
nomi
i
nobiltà
popolaresca
antica
.
Per
la
stessa
ragione
per
cui
la
seconda
compagnia
fu
chiamata
dei
livornesi
,
la
terza
poteva
dirsi
dei
calabresi
perché
di
Calabria
erano
il
barone
Stocco
che
la
comandava
,
verde
vecchio
di
cinquantaquattro
anni
,
e
Francesco
Sprovieri
,
Stanislao
Lamensa
,
Raffaele
Piccoli
,
Antonio
Santelmo
suoi
ufficiali
.
V
'
erano
inquadrati
degli
uomini
insigni
come
Cesare
Braico
,
Vincenzo
Caronelli
,
Domenico
Damis
,
Domenico
e
Raffaele
Mauro
fratelli
,
Nicolò
Mignogna
,
Antonio
Plutino
,
Luigi
Miceli
;
e
avvocati
e
medici
e
ingegneri
,
e
futuri
deputati
,
senatori
,
ministri
e
generali
,
tutti
fra
i
trentacinque
e
i
cinquant
'
anni
,
tutti
di
Calabria
e
di
Puglia
.
Pareva
la
compagnia
dei
savi
!
La
quarta
toccò
a
Giuseppe
La
Masa
,
siciliano
di
Trabia
,
antico
all
'
esilio
,
già
quarantenne
.
Era
un
singolarissimo
uomo
.
Biondo
quasi
ancora
come
un
giovinetto
e
di
carnagione
che
doveva
essere
stata
rosea
,
finissimo
nei
lineamenti
del
volto
,
più
che
un
siciliano
sembrava
uno
scandinavo
.
Certo
aveva
nelle
vene
sangue
normanno
.
Poeta
improvvisatore
,
giureconsulto
,
agitatore
d
'
idee
,
s
'
era
fatto
mandar
via
presto
dall
'
isola
natia
,
e
a
Firenze
nel
'47
aveva
stretto
amicizia
col
fiore
dei
patriotti
.
Doveva
aver
sentito
di
sé
grandi
cose
e
grandissime
averne
agognate
;
e
fino
a
un
certo
segno
le
aveva
conseguite
.
Si
diceva
che
nel
gennaio
del
'48
avesse
decretato
lui
la
rivoluzione
di
Palermo
,
per
il
12
di
quel
mese
preciso
,
genetliaco
del
Re
,
firmando
audacemente
un
proclama
di
sfida
col
proprio
nome
per
un
Comitato
che
non
esisteva
.
Ma
non
era
vero
.
Però
la
rivoluzione
era
scoppiata
,
ed
egli
nella
guerra
che
n
'
era
venuta
tra
Napoli
e
la
sua
Sicilia
era
stato
Capo
dello
Stato
maggiore
dell
'
esercito
.
In
un
intermezzo
di
quella
aveva
condotto
i
Cento
Crociati
isolani
alla
guerra
di
Lombardia
;
poi
,
finita
male
ogni
cosa
nell
'
isola
come
altrove
,
si
era
rifugiato
in
Piemonte
,
aveva
scritto
libri
di
guerra
,
infaticabile
.
Pochi
giorni
avanti
la
spedizione
dei
Mille
,
quando
Garibaldi
esitava
a
fare
la
impresa
,
egli
si
era
offerto
di
condurla
,
e
l
'
avrebbe
condotta
con
grande
animo
,
se
non
forse
con
grande
fortuna
.
Però
non
lo
avevano
voluto
lasciar
fare
neppure
i
siciliani
.
Pareva
ambizioso
.
Un
po
'
di
quell
'
avversione
che
poi
lo
tribolò
,
già
gli
si
manifestava
contro
,
e
forse
per
questa
non
ebbe
sotto
di
sé
in
quella
sua
compagnia
ufficiali
di
nome
.
Ma
aveva
nel
quadro
de
'
suoi
sott
'
ufficiali
dei
giovani
eminenti
.
Vi
aveva
Adolfo
Azzi
da
Trecenta
,
di
ventitré
anni
,
che
con
Simone
Schiaffino
si
era
diviso
l
'
onore
di
far
da
timoniere
a
Bixio
;
vi
aveva
l
'
avvocato
Antonio
Semenza
,
monzasco
,
che
nell
'
animo
aveva
tutta
l
'
opera
di
Mazzini
,
e
Francesco
Bonafini
,
di
Mantova
,
che
riassumeva
in
sé
tutta
la
vigorosa
gentilezza
della
sua
regione
.
E
nella
compagnia
s
'
erano
concentrati
quasi
tutti
i
bresciani
,
forse
perché
del
bresciano
egli
aveva
preso
qualche
cosa
.
Nel
'57
aveva
sposata
la
duchessa
Felicita
Bevilacqua
sua
fidanzata
fin
da
prima
del
'48
,
donna
che
lo
aveva
fatto
signore
del
proprio
destino
,
delle
proprie
ricchezze
sterminate
,
quasi
fatto
re
d
'
un
piccolo
regno
.
Ora
egli
abbandonava
quegli
splendori
,
per
tornare
all
'
amore
della
sua
terra
.
Ed
era
un
prezioso
elemento
,
e
doveva
presto
mostrarlo
in
Sicilia
,
dove
raccolse
le
squadre
paesane
dei
Picciotti
,
e
le
tenne
ordinate
per
Garibaldi
.
Alla
testa
della
quinta
compagnia
sonava
il
nome
nizzardo
degli
Anfossi
,
glorioso
pel
caduto
delle
cinque
giornate
di
Milano
.
Ma
ahimè
!
Il
vivo
non
era
del
valore
del
morto
.
Però
la
inquadravano
degli
ufficiali
subalterni
che
bastavano
a
raccoglier
l
'
anima
della
compagnia
come
un
'
arma
corta
nel
pugno
.
V
'
era
tra
essi
Faustino
Tanara
del
parmigiano
,
una
specie
di
Rinaldo
combattente
per
la
giustizia
in
un
mondo
che
a
lui
fu
ingiusto
e
che
non
seppe
mai
il
cuore
che
egli
ebbe
.
In
quella
compagnia
,
nulla
di
regionale
.
C
'
erano
un
centinaio
di
uomini
di
tutte
le
terre
italiane
,
vi
si
sentivano
tutte
le
nostre
parlate
,
vi
si
vedevano
delle
teste
di
tutte
le
tinte
,
e
di
grigie
e
di
bianche
parecchie
.
Mesto
a
pensarsi
,
vi
si
trovavano
parecchi
trentini
tra
i
quali
Giuseppe
Fontana
,
Attilio
Zanoli
,
Camillo
Zancani
,
che
morirono
poi
vecchi
,
senza
la
gioia
di
aver
visto
libera
la
loro
bella
terra
di
Trento
.
Ma
ecco
alla
sesta
il
più
bello
degli
otto
capitani
.
Era
un
biondo
di
trentatré
anni
,
alto
,
snello
,
elegante
.
Si
sarebbe
detto
che
se
avesse
voluto
volare
,
subito
gli
si
sarebbero
aperte
al
dorso
due
ali
di
cherubino
.
Parlava
un
bell
'
italiano
con
leggero
accento
meridionale
,
gestiva
sobrio
e
grazioso
come
un
parigino
;
nel
portamento
pareva
un
soldato
di
mestiere
,
negli
atti
e
nei
discorsi
un
Creso
vissuto
tra
le
delizie
dell
'
arte
,
in
qualche
gran
palazzo
da
Mecenate
.
Si
chiamava
Giacinto
Carini
,
nome
di
borghesi
e
nome
anche
di
principi
siciliani
che
a
lui
,
già
nobilissimo
della
persona
,
dava
un
'
aria
alta
e
singolarmente
aristocratica
.
In
lui
v
'
era
il
generale
che
sei
anni
dopo
avrebbe
comandata
una
brigata
italiana
all
'
attacco
di
Borgoforte
.
E
da
lui
fu
detto
un
giorno
che
se
alla
morte
di
Pio
IX
fosse
venuto
,
come
venne
,
al
seggio
di
San
Pietro
il
Vescovo
di
Perugia
,
ch
'
ei
ben
conosceva
,
l
'
Italia
avrebbe
avuto
il
Papa
italiano
iniziatore
di
quella
vita
che
poi
non
ebbe
.
Luogotenente
del
Carino
era
Alessandro
Ciaccio
,
palermitano
,
uomo
di
quarant
'
anni
,
esule
da
dieci
.
In
mezzo
alla
compagnia
pareva
il
sacerdote
di
una
religione
non
ancora
predicata
ma
già
viva
nei
cuori
.
Non
era
tempra
da
uomo
di
guerra
,
ma
da
dar
la
vita
per
qualche
grande
amore
,
sì
:
sarebbe
stato
capace
di
ber
la
cicuta
e
morire
conversando
di
cose
alte
e
pure
in
mezzo
a
quei
suoi
militi
che
,
lui
presente
,
si
sentivano
sempre
come
avvolti
da
un
'
aura
casta
e
purificatrice
.
Altri
ufficiali
del
Carini
erano
Giuseppe
Campo
e
Giuseppe
Bracco
-
Amari
,
palermitani
anch
'
essi
;
quello
rivoluzionario
per
tradizione
di
famiglia
,
questo
un
altezzoso
uomo
che
pareva
aristocratico
e
schivo
,
ma
era
soltanto
un
distratto
.
Andava
distratto
fino
nei
combattimenti
.
Altro
singolare
uomo
era
il
sottotenente
Achille
Cepollini
,
napolitano
,
di
quarant
'
anni
,
vecchio
difensore
di
Venezia
,
letterato
anzi
professore
di
lettere
,
che
fu
visto
a
Calatafimi
l
'
ultima
volta
,
e
sparito
non
lasciò
di
sé
traccia
sicura
,
né
di
lui
se
ne
riseppe
mai
più
.
Sfilava
la
settima
compagnia
,
la
più
numerosa
e
la
più
signorile
,
quasi
tutta
di
studenti
dell
'
Università
pavese
,
lombardi
di
ogni
provincia
,
milanesi
eleganti
,
veneti
che
la
grazia
natìa
temperavano
alla
baldanza
dei
compagni
nati
tra
l
'
Adda
e
il
Ticino
.
La
comandava
Benedetto
Cairoli
,
che
allora
aveva
già
trentacinque
anni
.
E
pareva
così
contento
,
in
quella
sua
bella
faccia
di
giusto
,
aveva
un
'
aria
così
paterna
,
che
uno
avrebbe
detto
:
"
Certo
a
costui
è
stato
affidato
ogni
soldato
dalla
madre
in
persona
,
perché
,
se
non
è
necessario
sacrificarlo
,
glielo
riconduca
puro
e
migliore
.
"
Ah
,
il
contatto
con
quell
'
anima
!
Molti
vanno
ancora
pel
mondo
che
vissero
giovinetti
sotto
quell
'
occhio
,
in
quei
giorni
di
altissima
scuola
;
e
ne
portarono
la
luce
tra
la
gente
,
che
,
pur
divenuta
scettica
,
pensa
che
un
mondo
migliore
debba
essere
stato
,
e
spera
che
torni
.
Era
luogotenente
del
Cairoli
il
Vigo
Pellizzari
,
da
Vimercate
,
bello
e
giocondo
giovane
,
di
ventiquattro
anni
,
nato
coi
più
bei
doni
di
natura
,
ma
sprezzatore
superbo
fin
di
sé
stesso
.
Amava
la
vita
,
avrebbe
potuto
averla
felice
,
non
volle
.
Scherzava
con
la
morte
,
pareva
che
l
'
andasse
cercando
per
schiaffeggiarla
,
e
che
la
morte
lo
scansasse
,
tanto
era
ardimentoso
.
Sette
anni
di
poi
,
le
si
diede
irato
a
Mentana
gridando
insulti
ai
francesi
.
Sottotenenti
della
compagnia
erano
Biagio
Perduca
di
venticinque
anni
e
Nazzaro
Salterio
di
trentasei
.
Pavese
quello
,
aveva
personale
giusto
,
viso
fiero
ma
a
certi
momenti
dolcissimo
.
Non
morì
in
guerra
e
fu
sorte
crudele
,
perché
doveva
finire
di
là
a
quindici
anni
con
la
luce
della
mente
già
spenta
.
Invece
il
Salterio
visse
cinque
anni
più
di
lui
,
e
quando
fu
l
'
ora
sua
cadde
di
colpo
,
sano
e
intero
,
nella
sua
divisa
di
colonnello
,
come
uno
fulminato
sul
campo
.
Furiere
della
compagnia
era
il
marchese
Aurelio
Bellisomi
da
Milano
,
allora
sui
ventiquattro
,
bellissimo
giovane
e
colto
assai
,
mazziniano
per
fare
l
'
unità
nell
'
ora
che
passava
,
ma
forse
già
vagheggiatore
dell
'
idea
del
Cattaneo
,
come
di
cosa
da
venir
sicura
col
tempo
,
conseguenza
della
stessa
unità
allora
necessaria
per
conseguire
l
'
indipendenza
.
Ma
non
parlava
guari
delle
sue
idee
federaliste
per
non
seminare
discordie
.
In
quanto
ai
sergenti
,
quando
s
'
è
detto
che
si
chiamavano
Enrico
Cairoli
,
Luigi
Mazzucchelli
,
Pompeo
Rizzi
,
Camillo
Ruta
,
par
d
'
aver
detto
tutto
anche
a
chi
non
portò
mai
camicia
rossa
.
Erano
giovani
tra
i
venti
e
i
ventisett
'
anni
,
e
son
già
morti
da
un
pezzo
;
ma
di
essi
soltanto
Enrico
finì
come
erano
degni
di
trovarsi
a
finire
tutti
,
in
quel
bel
giorno
di
Villa
Glori
,
sotto
le
mura
di
Roma
,
uno
contro
venti
.
Il
caporal
furiere
era
Luigi
Fabio
,
il
buon
Fabio
morto
poi
quasi
sessantenne
,
ma
di
cuor
sempre
giovane
.
E
i
quattro
caporali
erano
lo
studente
Ferdinando
Cadei
,
che
cadde
a
Calatafimi
,
Giuseppe
Campagnuoli
,
Alessandro
Casali
,
Luigi
Novaria
;
quello
di
Caleppio
,
questi
tre
di
Pavia
.
Tra
quei
compagni
di
ventitré
anni
il
Novaria
ne
aveva
trentatré
,
pareva
un
vecchio
,
ma
stonava
poco
perché
versava
larga
la
sua
vena
di
ilarità
,
sebbene
talvolta
fosse
canzonatore
mordace
,
e
talvolta
pigliasse
il
tono
fin
di
Tersite
.
Così
la
compagnia
era
fortemente
inquadrata
.
Contava
centotrenta
militi
,
ventitré
dei
quali
erano
proprio
pavesi
.
E
tra
quei
centotrenta
,
ventiquattro
erano
studenti
di
legge
,
dodici
di
medicina
,
quattordici
di
matematica
,
due
di
farmacia
.
Di
commercianti
ve
n
'
erano
una
dozzina
,
di
possidenti
e
di
impiegati
una
trentina
.
Gli
altri
erano
artigiani
e
operai
,
ma
tutta
gente
anche
questa
che
sapeva
bene
dove
andava
.
Allegri
e
vibranti
di
vita
,
parevano
avviati
a
conquistarsi
un
regno
ognuno
per
sé
.
Ma
dei
più
cari
a
ricordarsi
fu
un
giovanetto
,
forse
non
ancora
ventenne
,
che
durante
la
traversata
cantava
sempre
,
accompagnato
da
due
altri
pavesi
Giuseppe
Tozzi
e
Luigi
Rossi
.
In
quelle
notti
del
Tirreno
empiva
il
mare
e
il
cielo
con
le
arie
eroiche
del
Nabucco
e
dei
Masnadieri
,
con
una
voce
che
faceva
tacere
tutti
e
pigliava
i
cuori
.
Si
sentiva
che
l
'
anima
sua
si
inebriava
di
un
'
acre
voluttà
di
morire
;
e
forse
fu
poi
felice
quell
'
ora
a
Palermo
,
su
d
'
una
barricata
,
combattendo
e
cantando
:
"
Si
vola
d
'
un
salto
nel
mondo
di
là
,
"
cadde
morto
.
Lo
chiamavano
Pùdarla
,
ma
il
suo
vero
nome
era
Angelo
Gilardelli
.
E
l
'
ultima
era
l
'
ottava
.
L
'
aveva
raccolta
quasi
tutta
nella
sua
Bergamo
Francesco
Nullo
,
che
la
dava
bell
'
e
fatta
ad
Angelo
Bassini
pavese
,
certo
di
darla
a
chi
l
'
avrebbe
condotta
da
bravo
.
Era
il
Bassini
un
uomo
che
se
avesse
lanciato
il
suo
cuore
in
aria
,
quel
cuore
avrebbe
mandato
luce
come
il
sole
;
e
se
lo
avesse
lanciato
nell
'
inferno
,
avrebbe
fatto
divenir
buono
Satana
stesso
.
Così
dicevano
coloro
che
avevano
già
lette
sin
da
allora
queste
immagini
nelle
poesie
di
Petofi
.
A
Roma
il
3
giugno
del
'49
,
nell
'
ora
dello
sterminio
,
s
'
era
avventato
quasi
solo
contro
i
francesi
di
Villa
Corsini
,
percotendo
,
insultando
,
gridando
a
chi
volesse
ammazzarlo
,
e
nessuno
lo
aveva
ucciso
.
Aveva
una
testa
che
sembrava
una
mazza
d
'
armi
,
ma
l
'
espressione
della
sua
faccia
ricordava
quella
di
certi
santi
anacoreti
.
Sapeva
poco
,
discorreva
poco
;
ostinato
nell
'
idea
che
gli
si
piantava
nel
capo
,
a
chi
lo
vinceva
di
prove
gridava
:
"
Appiccati
!
"
ma
lo
abbracciava
e
gli
dava
subito
ragione
,
intenerito
e
devoto
.
Per
tutte
queste
sue
doti
,
e
perché
aveva
già
quarantacinque
anni
,
gli
si
erano
lasciati
volentieri
metter
sotto
Vittore
Tasca
,
Luigi
Dall
'
Ovo
,
Daniele
Piccinini
,
coi
loro
bergamaschi
,
quasi
un
centinaio
e
mezzo
di
quella
gente
Orobia
,
quadrata
e
intrepida
sempre
,
sia
che
scelga
la
patria
per
suo
culto
,
sia
che
ad
altri
ideali
volga
il
pensiero
:
quella
che
parve
ai
siciliani
formidabile
per
gli
ardimenti
sulle
barricate
,
e
per
la
serena
fidanza
nei
vini
dell
'
isola
,
bevuti
ai
banchetti
liberamente
,
senza
perdere
dignità
né
d
'
atti
né
di
parole
.
Vittore
Tasca
aveva
trentanove
anni
,
ed
era
una
strana
testa
,
che
con
un
po
'
di
studi
forse
sarebbe
riuscita
d
'
un
artista
.
Con
quelli
ch
'
egli
aveva
fatti
era
rimasto
qualcosa
di
mezzo
tra
un
commerciante
geniale
e
un
agricoltore
.
Conosceva
le
vie
del
Levante
dove
era
andato
per
seme
di
filugello
,
e
si
trovava
appunto
sulle
mosse
di
tornarvi
,
quando
sentì
della
spedizione
garibaldina
.
Allora
piantò
ogni
cosa
e
seguì
Garibaldi
,
cui
si
diè
tutto
e
cui
nella
tarda
età
dedicò
quasi
bosco
sacro
una
sua
villetta
in
Brembate
,
dove
fino
al
1892
raccolse
ogni
anno
anche
da
lontano
i
suoi
amici
,
a
commemorare
in
una
cerimonia
all
'
antica
il
gran
Duce
.
Il
Dall
'
Ovo
che
aveva
anch
'
egli
trentanove
anni
,
era
una
figura
su
per
giù
sul
fare
del
Tasca
,
forse
un
po
'
meno
aspro
ma
anch
'
egli
burbero
e
buono
.
Non
sapeva
che
da
quell
'
umile
posto
di
sottotenente
della
compagnia
,
le
sorti
della
guerra
e
dell
'
esercito
nazionale
lo
avrebbero
elevato
su
tanto
,
da
fare
di
lui
un
colonnello
.
E
da
colonnello
doveva
invecchiar
nell
'
esercito
per
uscirne
alfine
e
sparire
come
tanti
,
che
si
rincantucciarono
a
rivivere
del
loro
passato
,
dei
quali
non
si
seppe
più
se
fossero
vivi
o
morti
.
Ma
Daniele
Piccinini
che
più
di
lui
e
più
del
Tasca
personificava
in
sé
il
bergamasco
cittadino
insieme
e
valligiano
e
di
monte
,
come
rimase
vivo
e
presente
a
tutto
il
mondo
garibaldino
!
Nato
a
Pradalunga
in
Val
Seriana
,
da
una
famiglia
radicata
tra
le
rocce
e
ricca
e
forte
ivi
come
una
volta
quelle
dei
feudatari
,
ma
però
tutta
di
virtù
patriarcali
;
candido
a
trent
'
anni
come
un
adolescente
,
valoroso
come
un
personaggio
dei
'
Reali
di
Francia
'
,
allora
ancora
molto
letti
nelle
campagne
;
in
quel
maggio
era
disceso
dal
suo
paesello
a
vedere
se
non
si
tornasse
a
far
qualche
cosa
per
l
'
Italia
,
e
aveva
dato
il
suo
nome
di
tono
guerriero
antico
alla
compagnia
bergamasca
.
Fu
lui
quello
che
a
Calatafimi
,
in
un
momento
che
Garibaldi
si
trovò
tanto
vicino
ai
nemici
da
farsi
colpire
fino
da
un
colpo
di
pietra
,
gli
si
lanciò
quasi
irato
davanti
,
e
coprendolo
col
suo
pastrano
da
pioggia
onde
la
camicia
rossa
non
lo
facesse
più
far
da
bersaglio
,
osava
gridargli
che
non
a
lui
stava
bene
andare
a
farsi
uccidere
come
un
soldato
qualunque
.
"
Chi
è
quel
giovane
?
"
domandò
allora
Garibaldi
,
guardando
quella
bella
figura
.
"
Piccinini
di
Bergamo
,
"
gli
fu
risposto
.
Il
Generale
non
se
ne
scordò
più
,
né
il
Piccinini
lasciò
più
di
seguirlo
.
Due
anni
dipoi
,
in
Aspromonte
,
ruppe
la
spada
di
capitano
per
non
consegnarla
intera
al
capitano
dei
bersaglieri
che
lo
faceva
prigioniero
:
prigioniero
con
gli
altri
compagni
garibaldini
stipati
nel
forte
di
Bard
in
Val
d
'
Aosta
,
si
rannicchiò
in
una
cannoniera
dove
stette
quasi
notte
giorno
a
languire
di
nostalgia
e
di
dolore
civile
.
Poi
nel
1866
volle
far
la
guerra
del
Trentino
da
semplice
milite
,
perché
aveva
giurato
di
non
portare
spada
mai
più
.
Tornato
poi
a
'
suoi
monti
,
non
ne
uscì
per
venti
anni
.
Alla
fine
si
lasciò
vincere
dal
desiderio
d
'
andare
a
visitare
la
Sicilia
e
la
Calabria
che
egli
aveva
percorse
e
voleva
di
nuovo
percorrere
a
piedi
,
per
vedervi
quanto
fosse
migliorato
il
popolo
e
quanto
la
terra
.
Non
poté
giungere
fin
laggiù
.
Un
giorno
dell
'
agosto
1889
a
Tagliacozzo
gli
accadde
di
esser
ferito
per
disavventura
da
un
giovane
amico
.
E
morì
là
,
quasi
lieto
di
morire
tra
quei
monti
,
dove
suona
ancora
con
tanta
mestizia
il
nome
della
battaglia
perduta
da
Corradino
.
Ora
la
sua
salma
è
chiusa
nel
piccolo
camposanto
della
sua
Pradalunga
,
a
cui
salgono
i
clamori
del
Serio
sonante
che
passa
.
Càpita
là
talvolta
ancora
adesso
qualche
vecchio
forestiero
che
fa
chiamar
il
custode
per
farsi
mostrar
la
terra
dove
sta
Daniele
.
Entra
in
quel
recinto
,
cui
con
forse
quattro
lenzuola
cucite
insieme
si
potrebbe
fare
un
velario
,
svolta
a
sinistra
,
nell
'
angolo
c
'
è
una
cappelletta
nuda
.
"
Sta
qui
,
"
dice
il
custode
.
Qui
?
Pensa
il
forestiero
.
E
vorrebbe
gridare
:
Su
,
Piccinini
!
D
'
uomini
come
te
v
'
è
ancor
penuria
nel
mondo
.
Risorgi
e
insegna
!
Un
po
'
della
tempra
del
Piccinini
erano
quei
bergamaschi
tutti
,
anche
i
più
popolani
;
anime
esaltate
dal
patriottismo
e
un
po
'
mistiche
.
Nel
1863
,
quando
la
Polonia
fece
la
sua
terza
rivoluzione
,
uno
stormo
di
quei
militi
tornati
dall
'
ottava
compagnia
dei
Mille
,
volò
laggiù
con
Francesco
Nullo
.
E
il
5
maggio
,
terzo
anniversario
della
partenza
da
Quarto
,
entrarono
nella
Polonia
russa
a
Olkusz
,
dove
s
'
imbatterono
subito
nei
Cacciatori
finlandesi
del
generale
Szakowskoy
,
coi
quali
impegnarono
un
combattimento
.
Il
Nullo
cadde
ai
primi
colpi
,
e
morì
magnifico
fin
nella
caduta
;
essi
combatterono
fin
che
furono
tutti
morti
o
feriti
o
ridotti
a
non
poter
più
.
Elia
Marchetti
si
trascinò
ferito
a
morte
fin
nel
territorio
austriaco
;
dove
un
austriaco
capitano
,
ammirandolo
se
lo
raccolse
in
casa
e
ve
lo
tenne
con
religione
a
morire
.
Quelli
che
sopravvissero
furono
mandati
in
Siberia
.
Nelle
miniere
di
Jskutz
logorarono
la
vita
sette
anni
,
invidiando
i
morti
,
e
parecchi
vi
morirono
.
Quelli
che
erano
scampati
alla
strage
e
alla
cattura
,
camminando
come
belve
,
valicando
montagne
,
passando
fiumi
,
vennero
dietro
il
sole
a
cercar
la
patria
.
E
per
le
terre
dell
'
Austria
vi
giunsero
.
Ma
non
si
erano
ancora
riposati
di
tanta
via
,
che
scoppiò
la
guerra
del
1866
.
Allora
tutti
tornarono
in
campo
,
e
Giuseppe
Dilani
detto
Farfarello
,
umile
operaio
,
andava
a
farsi
uccidere
dagli
Austriaci
,
nelle
terre
trentine
nostre
a
Monte
Suello
,
vecchio
nei
patimenti
a
ventisette
anni
.
E
Luigi
Perla
,
con
quel
suo
visetto
arguto
?
Oh
!
Egli
andò
nel
1870
a
morire
a
Digione
per
la
repubblica
,
alla
testa
di
un
battaglione
che
gli
fu
affidato
.
La
Francia
riconoscente
lo
fregiò
,
morto
,
della
Legion
d
'
onore
;
ma
già
egli
era
compensato
nell
'
aver
potuto
morire
per
quel
nome
di
repubblica
,
che
alla
sua
mente
semplice
pareva
realtà
di
tutte
le
belle
cose
sognate
.
Quei
bergamaschi
fecero
scuola
.
Così
,
come
alcuni
in
Polonia
e
come
il
Perla
in
Francia
,
ultimo
alunno
di
quell
'
antica
compagnia
,
figlio
d
'
uno
di
quei
bergamaschi
,
Ettore
Panzeri
ufficiale
degli
Alpini
nell
'
esercito
della
nuova
Italia
,
andava
a
morir
giovinetto
per
la
Grecia
a
Domokos
nel
1897
,
bella
favilla
dell
'
antico
fuoco
garibaldino
,
che
ridiede
dopo
tanti
anni
quella
tardiva
vampata
.
I
Carabinieri
genovesi
Ora
ecco
i
Carabinieri
genovesi
,
quasi
tutti
di
Genova
,
o
in
Genova
vissuti
a
lungo
,
mazziniani
ardenti
,
armati
di
carabine
loro
proprie
,
esercitati
nel
tiro
a
segno
da
otto
o
nove
anni
i
più
,
gente
che
s
'
era
già
fatta
ammirare
nel
1859
,
ben
provveduta
,
colta
,
elegante
.
Li
comandava
Antonio
Mosto
,
tutto
di
Mazzini
,
uomo
non
molto
sopra
i
trent
'
anni
,
ma
che
ne
mostrava
di
più
:
barba
piena
,
lunga
,
sguardo
acuto
,
ficcato
lontano
come
per
guardare
se
al
mondo
esistesse
il
bene
quale
ei
lo
sentiva
in
sé
.
Quanto
al
coraggio
,
era
per
lui
cosa
tanto
naturale
,
che
non
poteva
credere
vi
fosse
altri
che
non
ne
avesse
.
In
tutta
la
campagna
i
borbonici
non
ebbero
per
lui
una
palla
,
ma
il
cuore
glielo
straziarono
uccidendogli
il
fratello
Carlo
,
che
piantato
lo
studio
all
'
Università
di
Pisa
,
aveva
ripreso
la
carabina
.
E
la
fortuna
gli
serbava
di
tornare
illeso
anche
dalla
guerra
del
1866
.
Ma
l
'
anno
appresso
,
a
Mentana
,
una
palla
francese
lo
colpì
di
tale
ferita
,
che
lo
rese
invalido
fin
che
nel
1880
morì
.
Suo
luogotenente
era
Bartolomeo
Savi
,
un
fierissimo
repubblicano
,
tutto
nudrito
di
studi
classici
,
e
già
ben
sopra
la
quarantina
;
uomo
austero
e
cruccioso
,
che
guardava
sempre
con
un
certo
piglio
di
rimprovero
Garibaldi
,
perché
s
'
era
lasciato
tirare
dalla
parte
del
Re
.
Ma
lo
seguiva
perché
gli
pareva
di
non
aver
diritto
di
negar
il
suo
braccio
alla
patria
,
soltanto
pel
motivo
che
la
patria
si
andava
rifacendo
nel
nome
di
un
re
.
E
lo
seguì
poi
fino
al
giorno
che
,
dopo
Aspromonte
,
tutto
gli
parve
falsato
,
e
,
poco
appresso
,
tediato
della
vita
si
uccise
.
Inquadravano
la
compagnia
Canzio
,
Burlando
,
Uziel
,
Sartorio
,
Belleno
,
dei
quali
i
tre
ultimi
non
tornarono
più
;
e
tra
tutti
,
quei
trentasette
carabinieri
dovevano
pagare
un
gran
tributo
fin
dal
primo
scontro
di
Calatafimi
,
dove
cinque
morirono
,
dieci
furono
feriti
.
Ma
la
vittoria
fu
dovuta
in
gran
parte
alle
loro
infallibili
carabine
.
Le
Guide
Mancavano
i
cavalli
,
né
c
'
era
tempo
di
far
una
corsa
nella
vicina
Maremma
a
pigliarne
un
branco
al
laccio
,
ma
le
Guide
furono
ordinate
lo
stesso
.
Erano
ventitré
.
Le
comandava
il
Missori
,
l
'
elegantissimo
milanese
,
passato
dal
culto
delle
eleganze
a
quello
delle
armi
,
e
come
da
prode
lo
seppero
tutti
.
Basti
che
in
quella
guerra
l
'
Italia
dovette
a
lui
e
a
pochi
altri
se
a
Milazzo
Garibaldi
non
fu
sopraffatto
e
ucciso
da
un
branco
di
cavalieri
napoletani
,
che
essi
a
rivoltella
sgominarono
,
mentre
il
Generale
che
si
trovava
a
piedi
poté
,
uccidendolo
,
liberarsi
dal
capitano
di
quelli
ruinatogli
addosso
furioso
,
menando
fendenti
.
Sergente
delle
Guide
era
Francesco
Nullo
,
il
più
bell
'
uomo
della
spedizione
.
Aveva
trentaquattro
anni
,
era
mercante
come
Francesco
Ferrucci
.
Allora
gli
entrò
la
passione
di
cavalier
di
ventura
dell
'
umanità
,
e
non
ebbe
più
requie
finché
non
gliela
diede
tre
anni
di
poi
,
nel
cimitero
di
Miekov
,
il
generale
russo
che
ve
lo
seppellì
con
onori
militari
da
generale
pari
suo
.
Sapeva
quel
russo
di
dover
andare
punito
nel
Caucaso
,
ma
nonostante
,
a
quella
nobile
figura
di
morto
volle
mostrare
il
suo
nobile
cuore
di
uomo
.
Compagni
più
che
sottoposti
al
Missori
e
al
Nullo
,
erano
certi
degni
uomini
come
Giovan
Maria
Damiani
da
Piacenza
,
che
a
sedici
anni
aveva
combattuto
a
Novara
,
dove
gli
era
morto
un
fratello
;
e
Giuseppe
Nuvolari
da
Roncoferraro
nel
Mantovano
ricchissimo
di
possessioni
e
già
sui
quaranta
;
due
puritani
,
niente
allegri
,
provati
nell
'
esilio
,
pensierosi
sempre
,
quasi
scontrosi
.
Semplice
guida
era
Emilio
Zasio
da
Pralboino
,
di
ventinove
anni
,
che
uscito
di
modesta
casa
pareva
figlio
di
principi
,
tanto
ambiva
le
cose
signorili
;
fantastico
,
impetuoso
,
temerario
e
nell
'
amare
e
nel
volere
sempre
grandioso
.
Luigi
Martignoli
,
da
Lodi
come
Fanfulla
,
che
a
trentatré
anni
doveva
morire
a
Calatafimi
,
somigliava
un
po
'
al
Zasio
nel
portamento
non
nella
bellezza
;
ma
bello
ancor
più
di
Zasio
era
il
conte
Filippo
Manci
da
Poro
nel
Trentino
,
giovinetto
di
ventun
anni
.
Tutti
e
due
furono
infelici
.
Sopravvissuti
a
quelle
guerre
e
alle
altre
venute
dopo
,
dovevano
finire
quasi
insieme
nel
1869
,
col
raggio
della
mente
già
spento
per
dolori
così
crudeli
,
specie
quelli
del
Manci
,
che
chi
li
conobbe
ingiuriò
la
morte
perché
non
se
li
aveva
presi
quando
le
andavano
incontro
sani
d
'
anima
e
lieti
.
E
poi
tra
quelle
Guide
erano
scritti
l
'
avvocato
Filippo
Tranquillini
e
Egisto
Bezzi
trentini
anch
'
essi
come
il
Manci
;
Domenico
Cariolato
da
Vicenza
,
che
di
ventiquattro
anni
era
già
un
veterano
della
difesa
di
Roma
;
il
medico
Camillo
Chizzolini
da
Marcaria
e
l
'
ingegnere
Luigi
Daccò
da
Marcignano
giovanissimi
tutti
,
che
parevano
figli
del
sessagenario
Alessandro
Fasola
novarese
,
già
carbonaro
nel
1821
col
Santarosa
,
profugo
,
poi
soldato
di
tutte
le
guerre
sino
a
quella
del
1859
,
e
che
ora
correva
a
quell
'
impresa
romanzesca
con
la
baldanza
d
'
un
giovanetto
che
fa
la
sua
prima
volata
fuori
casa
.
L
'
Intendenza
Poiché
la
spedizione
doveva
avere
una
Intendenza
,
questa
fu
formata
sul
serio
,
benché
in
verità
,
la
cassa
di
guerra
non
contenesse
che
trentamila
povere
lire
.
E
vi
fu
messo
a
capo
Giovanni
Acerbi
,
avanzo
dei
martirii
di
Mantova
,
il
quale
andava
rivendicando
nelle
cospirazioni
e
nelle
guerre
l
'
onor
del
nome
,
macchiato
da
uno
del
casato
che
aveva
venduto
l
'
ingegno
e
le
lettere
all
'
Austria
,
prima
ch
'
egli
nascesse
.
Aveva
compagni
Ippolito
Nievo
,
Paolo
Bovi
,
Francesco
De
Maestri
e
Carlo
Rodi
,
tre
veterani
questi
ultimi
,
mutilati
ciascuno
d
'
un
braccio
,
che
parevano
intervenuti
per
dire
ai
giovani
:
"
Vedete
che
cosa
ci
si
guadagna
?
Eppure
non
fa
male
!
"
In
quanto
al
Nievo
andava
tra
quella
gente
,
per
dir
così
,
come
Orfeo
tra
gli
Argonauti
.
Chi
lo
guardava
indovinava
che
era
già
grande
,
o
che
era
destinato
a
divenirlo
.
Egli
era
noto
per
due
suoi
romanzi
sentimentali
:
'
Angelo
di
bontà
'
e
'
Il
conte
pecoraio
'
;
e
anche
si
sapeva
da
qualche
amico
suo
che
ei
stava
lavorando
alle
sue
maravigliose
'
Confessioni
d
'
un
Ottuagenario
'
,
e
che
le
lasciava
imperfette
per
accorrere
alla
grande
impresa
.
Diceva
egli
stesso
che
gli
sarebbe
tanto
rincresciuto
morire
senza
averle
finite
!
Nel
1859
aveva
cantati
gli
'
Amori
garibaldini
'
,
liriche
scintillanti
come
spade
,
scritte
sull
'
arcione
cavalcando
alla
guerra
di
Lombardia
,
e
stampate
sul
punto
di
partire
per
la
Sicilia
.
E
,
'
Partendo
per
la
Sicilia
'
,
fu
appunto
il
titolo
che
egli
dava
all
'
ultima
,
non
uscita
dal
suo
petto
ma
rappresentata
nella
pagina
da
una
fila
di
interrogativi
.
Forse
egli
presentiva
che
non
sarebbe
più
ritornato
?
Difatti
spariva
dal
mondo
nel
marzo
del
1861
,
in
una
notte
di
tempesta
nel
Tirreno
,
con
un
vapore
che
fu
ingoiato
,
passeggeri
e
tutto
,
dalle
acque
.
Perì
in
lui
il
poeta
che
avrebbe
cantato
davvero
l
'
Epopea
garibaldina
;
e
un
cadavere
che
fu
creduto
lui
,
venne
poi
trovato
sulla
riva
d
'
Ischia
,
l
'
isola
dei
poeti
.
Il
corpo
sanitario
Più
necessario
allora
che
non
l
'
Intendenza
,
fu
ordinato
anche
il
Corpo
sanitario
,
sotto
il
vecchio
dottor
Pietro
Ripari
da
Solarolo
Rainiero
,
che
de
'
suoi
cinquantott
'
anni
ne
aveva
passati
molti
nelle
carceri
dell
'
Austria
e
del
Papa
.
Ma
per
tormenti
che
vi
avesse
durati
,
non
si
era
mai
stancato
di
adorare
la
propria
idea
,
e
tant
'
era
che
per
essa
,
con
l
'
età
che
aveva
,
lì
si
metteva
al
caso
d
'
andare
a
sperimentare
anche
le
galere
del
Borbone
e
a
finir
la
vita
tra
i
ferri
.
Aveva
con
sé
Cesare
Boldrini
,
mantovano
,
uomo
di
quarantaquattro
anni
,
e
Francesco
Ziliani
del
bresciano
,
di
ventotto
,
valenti
medici
e
bravi
soldati
.
Il
Boldrini
,
nel
seguito
della
guerra
,
volle
poi
essere
soltanto
ufficiale
combattente
.
E
il
1°
ottobre
cadde
a
Maddaloni
,
comandante
di
un
battaglione
rimasto
celebre
col
suo
nome
;
consolazione
grande
questa
al
prode
nei
dolori
che
durarono
due
mesi
a
consumarlo
e
a
farlo
morire
.
Il
Ziliani
bellissimo
,
robustissimo
e
giocondo
,
per
qualche
cosa
che
aveva
nel
far
suo
metteva
la
soggezione
,
e
temperava
solo
con
la
sua
presenza
anche
i
più
spensierati
e
chiassosi
.
Dove
egli
capitava
,
fossero
pur
allegri
i
discorsi
,
tutti
diventavano
serii
,
le
lingue
si
facevano
caste
,
di
cose
frivole
nessuno
sapeva
più
dirne
.
Crebbe
su
agli
alti
gradi
,
ma
non
se
ne
volle
giovare
:
tornò
modestamente
alle
case
patriarcali
da
dove
non
uscì
che
per
le
altre
guerre
;
vi
si
chiuse
alla
fine
a
farsi
crescere
intorno
una
famiglia
secondo
il
suo
cuore
,
e
in
mezzo
ad
essa
invecchiò
,
ricordando
ed
amando
i
campi
e
le
plebi
.
Altri
medici
in
quel
piccolo
corpo
erano
Oddo
-
Tedeschi
d
'
Alimena
e
Gaetano
Zen
di
Adria
;
e
del
resto
se
ne
trovavano
sparsi
in
tutte
le
compagnie
,
combattenti
dei
migliori
e
da
combattenti
infermieri
.
A
Calatafimi
ne
furono
visti
tra
un
assalto
e
l
'
altro
deporre
il
fucile
,
tirar
fuori
ferri
e
bende
,
curare
qualche
ferito
;
ripigliar
su
l
'
arma
,
e
andar
a
farsi
ferire
.
*
La
storia
dovrebbe
aver
già
detto
e
dirà
che
quella
spedizione
fu
più
che
per
metà
composta
d
'
uomini
di
studio
e
d
'
intelletto
.
Ne
contava
più
d
'
un
centinaio
e
mezzo
che
erano
già
o
divennero
poi
avvocati
;
e
così
come
questi
un
centinaio
di
medici
,
un
mezzo
centinaio
di
ingegneri
,
una
ventina
di
farmacisti
,
trenta
capitani
marittimi
,
dieci
pittori
o
scultori
,
parecchi
scrittori
o
professori
di
lettere
e
di
scienze
,
tre
sacerdoti
,
alcuni
seminaristi
.
V
'
era
anche
una
donna
,
Rosalia
Montmasson
savoiarda
,
moglie
di
Crispi
,
che
volle
seguir
il
marito
in
quel
pericolo
;
poi
centinaia
di
commercianti
e
centinaia
di
artefici
,
operai
il
resto
,
contadini
quasi
nessuno
.
Non
sarà
inutile
aggiungere
che
trecentocinquanta
di
quegli
uomini
erano
lombardi
,
centosessanta
genovesi
,
il
resto
veneti
,
trentini
,
istriani
e
delle
altre
provincie
dell
'
Italia
superiore
e
centrale
,
con
forse
un
centinaio
di
siciliani
e
napolitani
tornanti
dall
'
esilio
.
Non
ve
n
'
erano
affatto
delle
provincie
di
Aquila
,
Benevento
,
Caltanissetta
,
Campobasso
,
Chieti
,
Caserta
,
Forlì
,
Pesaro
,
Ravenna
e
Siracusa
.
Stranieri
accorsi
per
amor
d
'
Italia
ve
n
'
erano
diciotto
,
uno
dei
quali
africano
,
l
'
altro
d
'
America
,
e
questi
era
Menotti
,
il
figlio
del
Generale
.
Di
quel
centinaio
di
meridionali
trentacinque
appartenevano
alla
parte
peninsulare
del
Regno
;
gente
degna
davvero
tutti
.
Ma
sette
di
essi
erano
venerandi
per
chi
sapeva
la
storia
dei
loro
dolori
.
Avevano
portato
per
dieci
anni
la
catena
negli
ergastoli
di
Procida
,
di
Montefusco
o
di
Montesarchio
;
condannati
a
trenta
,
a
venticinque
,
a
vent
'
anni
di
ferri
per
amore
di
libertà
.
Ma
il
9
gennaio
del
1859
,
proprio
la
vigilia
del
giorno
in
cui
Vittorio
Emanuele
diceva
,
lassù
,
lontano
,
nel
Parlamento
piemontese
,
la
sua
storica
frase
delle
'
grida
di
dolore
'
;
avevano
ricevuto
laggiù
col
gran
Poerio
,
col
Settembrini
,
con
Silvio
Spaventa
,
la
beffarda
grazia
di
andar
banditi
,
deportati
in
America
.
Re
Ferdinando
,
sentendosi
divenuto
odioso
a
tutta
Europa
,
che
lo
chiamava
da
un
pezzo
negazione
di
Dio
,
aveva
voluto
dare
quel
segno
della
sua
clemenza
,
a
sessantasei
delle
sue
vittime
.
Di
queste
si
sa
il
viaggio
a
Cadice
,
la
liberazione
avvenuta
a
bordo
nell
'
Atlantico
per
opera
del
figlio
di
Settembrini
,
la
discesa
a
Cork
in
Irlanda
e
il
rifugio
in
Piemonte
.
Ora
di
quei
sessantasei
,
sette
erano
lì
che
se
n
'
andavano
tra
i
Mille
,
come
sette
vendette
.
Bisognava
esser
nati
con
cuori
veramente
eroici
per
mettersi
dopo
tanto
patire
a
quel
passo
,
o
aver
lo
spasimo
di
riveder
lui
il
Re
crudele
;
e
poiché
egli
era
già
morto
,
incontrarsi
almeno
con
qualche
suo
rappresentante
per
afferrarlo
al
petto
e
farlo
domandar
pietà
.
Questo
diciamo
noi
,
forse
perché
in
generale
siamo
ancora
tanto
deboli
,
che
ci
compiacciamo
di
pensar
da
violenti
;
ma
que
'
sette
erano
forti
e
miti
.
Allora
non
erano
più
nel
fior
degli
anni
.
Achille
Argentino
ingegnere
di
Sant
'
Angelo
dei
Lombardi
ne
aveva
trentanove
;
Cesare
Braico
,
medico
di
Brindisi
,
trentasette
;
Domenico
Damis
,
gentiluomo
di
Lungro
,
trentasei
;
Stanislao
Lamnesa
,
legale
di
Saracena
,
quarantotto
;
Raffaele
Mauro
,
gentiluomo
di
Cosenza
,
quarantasei
;
Rocco
Morgante
,
farmacista
da
Fiumara
,
cinquantacinque
;
Raffaele
Piccoli
di
Castagna
diacono
,
quarantotto
.
E
Mauro
aveva
a
casa
cinque
figliuoli
,
Lamensa
quattro
.
Non
li
avevano
più
veduti
dal
1849
,
anno
della
loro
condanna
;
ora
andavano
a
ritrovarli
per
quella
via
.
Parlavano
poco
,
ma
se
dicevano
gli
orrori
delle
galere
nelle
quali
erano
stati
,
a
quelli
che
ascoltavano
avveniva
di
augurarsi
che
essi
vi
fossero
ancora
chiusi
,
d
'
aver
dieci
vite
,
d
'
andar
a
darle
tutte
per
liberare
da
tante
miserie
dei
cristiani
come
loro
.
Al
paragone
quelle
dello
Spielberg
dovevano
esser
state
sopportabili
,
umane
.
Ma
ce
n
'
erano
ancora
tanti
altri
negli
ergastoli
del
Regno
!
Tutto
il
Regno
era
un
carcere
,
dunque
era
bello
andare
a
sfondarlo
.
L
'
Artiglieria
e
il
Genio
Perché
fu
allora
cosa
inaspettata
,
si
narra
qui
un
po
'
fuor
di
posto
che
in
Talamone
fu
pur
formata
l
'
Artiglieria
.
Fin
dalla
prima
ora
della
sua
discesa
a
terra
,
Garibaldi
aveva
visto
nel
vecchio
castello
una
colubrina
,
lunga
come
la
fame
,
montata
su
di
un
cattivo
affusto
,
a
ruote
di
legno
non
cerchiate
,
e
pel
logoro
di
chi
sa
quanti
anni
divenute
poligonali
.
Portava
in
rilievo
sulla
culatta
l
'
anno
del
suo
getto
,
1600
,
e
il
nome
del
fonditore
Cosimo
Cenni
,
certo
un
toscano
.
Una
delle
maniglie
in
forma
di
delfino
le
era
stata
rotta
,
ma
due
segni
di
cannonate
ricevute
le
facevano
onore
.
Forse
non
aveva
mai
più
tuonato
dal
9
maggio
1646
,
quando
novemila
francesi
condotti
da
Tommaso
di
Savoia
erano
giunti
in
quel
golfo
su
d
'
una
flotta
di
galee
e
tartane
.
Adesso
là
nel
castello
non
faceva
più
nulla
,
e
Garibaldi
se
la
prese
.
Il
giorno
appresso
,
vennero
da
Orbetello
tre
altri
cannoni
,
uno
dei
quali
non
guari
migliore
della
colubrina
,
ma
due
erano
di
bronzo
bellissimi
,
alla
francese
,
fusi
nel
1802
.
Sulla
fascia
della
culatta
d
'
uno
si
leggeva
"
L
'
Ardito
"
su
quella
dell
'
altro
"
Il
Giocoso
"
.
I
nomi
piacquero
;
convenivano
agli
umori
di
quella
gente
.
Quei
cannoni
non
avevano
affusto
,
ma
laggiù
in
Sicilia
qualcuno
avrebbe
saputo
incavarseli
,
e
per
questo
c
'
erano
tra
i
Mille
i
palermitani
Giuseppe
Orlando
e
Achille
Campo
,
macchinisti
valenti
,
i
quali
difatti
fecero
poi
tutto
alla
meglio
sei
giorni
appresso
.
Ma
chi
aveva
dato
quei
cannoni
?
Garibaldi
aveva
mandato
il
colonnello
Turr
,
al
comandante
della
fortezza
di
Orbetello
con
questo
scritto
:
"
Credete
a
tutto
quanto
vi
dirà
il
mio
aiutante
di
campo
,
colonnello
Turr
,
e
aiutateci
con
tutti
i
mezzi
vostri
,
per
la
spedizione
che
intraprendo
per
la
gloria
del
nostro
Re
Vittorio
Emanuele
e
per
la
grandezza
della
patria
.
"
Il
comandante
,
che
era
un
tenente
-
colonnello
Giorgini
,
quando
lesse
quel
foglio
si
dovette
sentire
un
grande
schianto
al
cuore
.
L
'
aiutante
di
campo
di
Garibaldi
gli
chiedeva
delle
munizioni
!
Impossibile
.
Ella
è
militare
,
-
disse
al
Turr
-
e
sa
che
cosa
significhi
consegnare
le
armi
e
le
munizioni
di
una
fortezza
,
senza
ordine
dei
capi
.
Ma
se
gli
ordini
li
riceveste
dal
Re
?
-
rispose
il
Turr
-
basterà
che
gli
inviate
questa
mia
lettera
.
E
lì
per
lì
,
sotto
gli
occhi
del
Comandante
,
scrisse
al
conte
Trecchi
,
notissimo
aiutante
di
campo
di
Vittorio
Emanuele
:
"
Caro
Trecchi
,
Dite
a
Sua
Maestà
che
le
munizioni
destinate
per
la
nostra
spedizione
sono
rimaste
a
Genova
;
ora
preghiamo
Sua
Maestà
di
voler
dar
ordine
al
Comandante
della
fortezza
di
Orbetello
di
provvederci
con
quanto
più
può
del
suo
arsenale
.
Colonnello
Turr
.
"
Porgendo
la
lettera
al
Comandante
,
il
Turr
gli
disse
che
siccome
la
risposta
non
verrebbe
se
non
forse
in
una
settimana
,
su
di
lui
Comandante
peserebbero
tutte
le
incalcolabili
conseguenze
di
quel
ritardo
;
lo
informò
della
spedizione
;
lo
accertò
dell
'
intesa
tra
il
Re
e
Garibaldi
;
insomma
seppe
far
tanto
che
quell
'
ufficiale
,
solo
facendosi
promettere
che
l
'
impresa
non
sarebbe
volta
contro
gli
Stati
del
Papa
,
diede
tutte
le
cartucce
che
aveva
pronte
,
e
casse
di
polvere
e
quei
tre
cannoni
e
quant
'
altre
cose
poté
.
E
tutto
fu
caricato
e
condotto
a
Talamone
,
dov
'
egli
stesso
volle
recarsi
per
veder
Garibaldi
e
la
spedizione
.
Vollero
accompagnarlo
due
suoi
ufficiali
,
e
insieme
il
maggior
Pinelli
che
comandava
un
battaglione
di
bersaglieri
,
diviso
tra
Orbetello
e
Santo
Stefano
.
Temeva
questi
che
quei
soldati
gli
scappassero
mezzi
per
imbarcarsi
con
Garibaldi
,
e
voleva
pregarlo
di
non
riceverli
a
bordo
.
Il
Generale
accolse
tutti
con
grato
animo
,
ma
non
senza
pensare
che
al
Giorgini
dovevano
seguire
de
'
guai
.
E
gliene
seguirono
,
perché
il
povero
Comandante
fu
poi
tenuto
a
lungo
nella
fortezza
di
Alessandria
sottoposto
a
Consiglio
di
guerra
;
ma
alcuni
mesi
dopo
,
nel
tripudio
della
patria
,
fu
mandato
sciolto
di
pena
.
Ora
dunque
la
spedizione
possedeva
anche
delle
artiglierie
,
e
bisognava
formare
il
corpo
dei
Cannonieri
.
A
ordinarli
e
comandarli
venne
messo
il
colonnello
Vincenzo
Orsini
,
che
per
questo
dovette
lasciare
la
2°
Compagnia
cui
si
era
appena
presentato
.
Egli
chiamò
a
sé
quanti
avessero
già
militato
nell
'
artiglieria
,
e
ne
trovò
una
ventina
.
Ai
quali
ne
aggiunse
dieci
altri
,
inesperti
nell
'
arma
,
ma
studenti
quasi
tutti
di
matematica
nell
'
Università
di
Pavia
.
E
fu
di
questo
numero
Oreste
Baratieri
,
giovinetto
sui
diciannove
,
pigliato
appunto
allora
dalla
fortuna
che
non
lo
abbandonò
più
per
trentasei
anni
,
e
doveva
elevarlo
tanto
da
farlo
brillar
come
un
astro
e
spegnerlo
poi
in
un
giorno
,
come
nulla
,
nel
buio
.
Egli
aveva
allora
compagni
in
quell
'
artiglieria
strana
,
giovani
come
lui
,
Luigi
Premi
da
Casalnovo
,
Arturo
Termanini
da
Casorate
,
saliti
poi
anche
essi
nell
'
esercito
nazionale
e
assai
alti
,
ma
senza
clamori
.
Vi
aveva
Domenico
Sampieri
di
Adria
,
uomo
di
trentadue
anni
,
avanzo
della
difesa
di
Venezia
e
degli
esigli
di
Smirne
e
d
'
Epiro
,
e
divenuto
anch
'
egli
Generale
dell
'
esercito
nazionale
.
Rimasto
oscuro
e
modesto
,
vi
si
trovava
insieme
ad
essi
Giuseppe
Nodari
,
da
Castiglione
delle
Stiviere
,
anima
d
'
artista
,
che
dappertutto
laggiù
avea
sempre
la
matita
in
mano
a
schizzare
dal
vero
bivacchi
,
fatti
d
'
arme
e
figure
caratteristiche
,
delle
quali
s
'
ornò
poi
la
casa
dove
morì
medico
,
trentott
'
anni
di
poi
.
E
giovane
mistico
,
nato
per
ogni
sacrificio
,
vi
stava
bene
col
Nodari
l
'
ingegnere
Antonio
Pievani
da
Tirano
,
che
già
deliberato
a
farsi
frate
,
solo
quando
fu
finita
l
'
opera
di
rifar
la
patria
,
entrò
nei
Francescani
,
per
andar
missionario
nel
mondo
barbaro
.
E
invece
,
tradito
dalla
salute
,
morì
nel
1880
,
in
una
cella
del
convento
di
Lovere
,
sul
lago
d
'
Iseo
,
sulle
cui
rive
deliziose
eran
nati
quattro
compagni
suoi
nei
Mille
,
Zebo
Arcangeli
,
Gian
Maria
Archetti
,
Carlo
Bonardi
e
Giuseppe
Volpi
,
questi
ultimi
due
a
lui
carissimi
e
morti
in
guerra
.
Poiché
ormai
quel
piccolo
esercito
aveva
tutte
le
sue
membra
fuorché
il
Genio
,
fu
ordinato
anche
questo
:
una
dozzina
e
mezza
di
operai
,
di
macchinisti
,
d
'
ingegneri
,
con
Filippo
Minutilli
da
Grumo
d
'
Appula
per
Comandante
,
uomo
di
quarantasette
anni
,
severo
,
di
poche
parole
,
cui
si
leggeva
in
viso
,
e
certo
lo
aveva
dentro
,
qualche
profondo
dolore
.
Pativa
l
'
esilio
dal
1849;
era
stato
in
Oriente
,
in
Malta
,
in
Piemonte
;
lasciava
in
Genova
coi
figliuoli
la
moglie
,
eroica
donna
messinese
,
che
si
era
sentita
il
cuore
di
cucire
per
lui
la
camicia
rossa
,
e
di
scendere
alle
porte
di
Genova
,
a
dirgli
addio
,
mentre
egli
passava
per
andar
a
Quarto
ad
imbarcarsi
.
Luogotenente
del
Minutilli
fu
l
'
ingegnere
Achille
Argentino
,
uno
dei
liberati
l
'
anno
avanti
dalle
galere
di
Re
Ferdinando
,
dei
quali
si
è
detto
.
Formati
così
anche
i
piccoli
corpi
dell
'
Artiglieria
e
del
Genio
,
gli
uomini
che
vi
appartenevano
andarono
a
piantar
sul
Piemonte
un
piccolo
laboratorio
.
E
subito
,
e
i
giorni
dipoi
,
pur
non
avendo
strumenti
,
fabbricarono
scatole
di
mitraglia
con
ogni
sorta
di
rottami
e
di
lamiere
di
ferro
rinvenute
nelle
stive
dei
due
vapori
.
Con
le
lenzuola
di
bordo
fecero
sacchetti
per
le
cariche
da
cannone
,
e
fabbricarono
cartucce
da
fucile
,
metà
delle
quali
passarono
sul
Lombardo
.
La
diversione
Tutto
cominciava
ad
andare
per
bene
:
solo
sembrava
strano
che
la
spedizione
continuasse
a
stare
a
perdere
un
tempo
prezioso
.
Ma
nel
pomeriggio
dell'8
corse
vagamente
la
voce
che
Garibaldi
avesse
deliberato
di
gettarsi
nel
Pontificio
,
per
marciare
senz
'
altro
su
Roma
.
Una
sessantina
di
uomini
,
presi
qua
e
là
nelle
campagne
e
raccolti
in
drappello
,
erano
partiti
sin
dalla
sera
avanti
,
per
la
strada
che
,
girando
il
golfo
,
mena
da
Talamone
in
Maremma
.
Marciava
alla
loro
testa
un
Zambanchi
.
Era
un
forlivese
già
sulla
cinquantina
,
quadrato
,
barbuto
,
di
poca
testa
,
assai
rozzo
e
millantatore
.
E
aveva
fama
d
'
esser
uomo
di
sangue
,
perché
nel
'49
,
a
Roma
,
era
stato
crudo
contro
tre
preti
,
i
quali
,
volendo
entrare
nelle
città
travestiti
da
contadini
,
avevano
dato
del
capo
nei
suoi
avamposti
.
Egli
li
aveva
tenuti
prigionieri
;
poi
,
senza
averne
ordine
dal
Governo
,
gli
aveva
fatti
fucilare
.
Per
tal
suo
fatto
gli
pesava
addosso
l
'
accusa
di
sterminatore
di
preti
e
frati
,
e
sin
d
'
averne
colmato
un
pozzo
.
A
chi
non
sapeva
tutto
,
pareva
che
quella
compagnia
fosse
l
'
avanguardia
,
e
che
la
spedizione
dovesse
tenerle
dietro
.
E
i
più
giovani
lo
credevano
,
ma
gli
anziani
no
.
Delle
otto
compagnie
,
Garibaldi
ne
aveva
affidate
tre
a
comandanti
siciliani
,
una
ad
un
calabrese
;
ora
come
poteva
darsi
che
egli
volesse
far
loro
il
torto
di
non
andare
in
Sicilia
?
Però
il
fatto
che
quel
piccolo
drappello
se
n
'
era
andato
per
entrare
nel
Pontificio
a
farvisi
distruggere
forse
ai
primi
passi
,
se
tutta
la
spedizione
non
lo
volesse
seguire
,
non
si
capiva
.
Vi
era
chi
diceva
che
Garibaldi
avesse
fatto
così
,
per
levarsi
dai
piedi
quel
Zambianchi
che
gli
era
odioso
:
ma
altri
faceva
osservare
che
forse
si
esagerava
perché
non
a
un
uomo
così
fatto
Garibaldi
avrebbe
dato
da
condurre
quel
manipolo
,
in
cui
si
erano
trovati
a
dover
andare
dei
giovani
come
il
Guerzoni
,
il
Leardi
,
il
Locatelli
,
il
Ferrari
,
il
Fumagalli
,
il
Pittaluga
,
e
avvocati
,
scrittori
,
scultori
,
e
quattro
medici
come
Fochi
,
Bandini
e
Soncini
da
Parma
,
e
Cantoni
da
Pavia
,
e
tanti
altri
,
proprio
gente
già
di
conto
.
Pensavano
forse
meglio
quelli
che
dicevano
che
il
Generale
aveva
mandato
quel
manipolo
nel
Pontificio
affinché
n
'
andasse
la
voce
a
Roma
e
a
Napoli
,
a
generar
confusione
in
quei
governi
;
e
che
quanto
al
Zambianchi
qualcuno
,
forse
il
Guerzoni
,
avesse
l
'
ordine
di
levargli
il
comando
,
se
mai
venisse
l
'
occasione
di
doversene
liberare
per
qualche
suo
sproposito
o
qualche
violenza
.
Verso
sera
le
trombe
suonarono
,
le
compagnie
si
ordinarono
,
scesero
al
porto
,
tornarono
a
imbarcarsi
sui
due
vapori
.
Quella
tornata
a
bordo
levò
via
ogni
dubbio
.
E
allora
nacque
negli
animi
una
generosa
pietà
per
i
compagni
partiti
.
Che
brava
gente
!
Avevano
compìto
il
più
duro
sacrificio
che
si
potesse
ideare
:
perdevano
la
vista
di
Lui
e
l
'
epopea
che
s
'
erano
sentita
nel
pensiero
,
per
andar
a
crearne
un
episodio
oscuro
,
non
sapevano
dove
,
pochi
,
bene
armati
,
ma
condotti
da
un
uomo
disamato
.
Parlando
d
'
essi
,
molti
confessavano
che
comandati
a
quel
passo
non
avrebbero
ubbidito
;
ma
i
più
lodavano
l
'
ubbidienza
di
quei
sessanta
come
indizio
di
gran
virtù
,
e
testimonianza
del
più
alto
valore
.
A
Santo
Stefano
Garibaldi
aveva
fretta
di
partire
,
ma
non
aveva
fatto
imbarcare
le
compagnie
per
questo
.
Alcuni
dei
suoi
uomini
per
cattiveria
o
per
braveria
,
avevano
dato
noia
a
qualcuno
di
Talamone
,
ond
'
egli
,
sdegnato
,
si
era
risolto
a
levar
tutti
da
terra
.
Così
i
due
vapori
stettero
carichi
all
'
ancora
tutta
la
notte
dall'8
al
9;
e
solo
all
'
alba
salparono
pel
golfo
a
Santo
Stefano
,
breve
tratto
.
La
cittadetta
si
svegliava
.
Viste
dal
porto
,
le
sue
case
parevano
edificate
l
'
una
a
inseguir
l
'
altra
su
su
,
per
arrivare
in
alto
a
trovar
i
giardini
,
i
vigneti
,
gli
oliveti
pensili
tra
le
rocce
.
Vi
scesero
Bixio
,
Schiaffino
e
Bandi
,
per
andare
ai
magazzini
del
governo
,
e
in
qualche
modo
farsi
dare
carbone
,
perché
la
traversata
della
Sicilia
era
ancora
lunga
,
e
poteva
anche
capitare
di
dover
andare
chi
sa
quanti
giorni
,
fuggendo
di
qua
e
di
là
pel
Mediterraneo
,
perseguitati
dalle
navi
napoletane
.
Il
Bandi
s
'
accostò
al
custode
dei
magazzini
e
cominciò
colle
buone
a
tentarlo
.
Ormai
sapevano
tutti
colà
che
Orbetello
aveva
dato
armi
,
e
in
quei
giorni
quel
custode
poteva
fare
uno
strappo
anch
'
egli
ai
regolamenti
.
Ma
colui
nicchiava
,
e
il
Bandi
non
riusciva
a
convincerlo
.
Allora
gli
cadde
là
Bixio
,
che
preso
al
petto
il
custode
fedele
,
lo
scosse
un
poco
,
e
,
miracoli
di
quell
'
uomo
,
il
carbone
andò
a
bordo
per
dir
così
da
sé
.
E
andarono
a
bordo
e
viveri
e
barili
d
'
acqua
.
V
'
andarono
anche
per
imbarcarsi
stormi
di
bersaglieri
,
ma
Garibaldi
aveva
promesso
all
maggior
Pinelli
di
respingerli
,
e
non
li
volle
.
Tre
soli
che
poterono
salire
a
nascondersi
sul
Lombardo
,
seguirono
la
spedizione
,
e
divennero
poi
ufficiali
dei
migliori
nella
bella
compagnia
.
Le
armi
Durante
la
sosta
a
Santo
Stefano
furono
distribuite
le
armi
alle
compagnie
;
solenne
momento
!
Faceva
pensare
a
un
altro
ancor
più
solenne
,
quello
di
quando
vicina
l
'
ora
della
battaglia
,
i
reggimenti
d
'
allora
caricavano
i
fucili
con
quell
'
indescrivibile
ronzio
di
bacchette
tutte
piantate
a
un
tempo
nelle
canne
,
che
dava
il
raccapriccio
e
il
cupo
sentimento
della
morte
.
Quelle
armi
erano
vecchi
fucili
di
avanti
il
'48
,
trasformati
da
pietra
focaia
a
percussione
,
lunghi
,
pesanti
,
rugginosi
,
tetri
.
Stava
legata
a
ciascun
fucile
una
baionetta
nel
fodero
cucito
a
un
cinturone
di
cuoio
nero
,
con
certa
piastra
da
fermarselo
alla
vita
e
certa
cartucciera
proprio
da
far
malinconia
a
provarsela
.
Oggi
non
se
ne
vorrebbe
servire
,
per
così
dire
,
neppure
un
bandito
.
Eppure
nessuno
se
ne
lagnò
.
Insieme
con
quell
'
arma
,
ognuno
ricevette
venti
cartucce
,
e
se
le
mise
a
posto
con
gran
cura
.
Quelle
povere
cose
erano
tutte
le
risorse
di
cui
Garibaldi
poteva
disporre
.
Povero
Garibaldi
!
Nell
'
ultimo
momento
che
stette
in
quelle
acque
,
un
suo
compagno
d
'
altri
tempi
che
lo
aveva
seguito
nei
mari
della
Cina
e
che
poi
aveva
perduto
una
gamba
combattendo
pei
liberali
del
Perù
,
bel
soldato
,
vivacissimo
ingegno
,
voleva
seguirlo
così
mutilato
com
'
era
anche
a
quella
sua
bella
guerra
.
Egli
dovette
supplicarlo
di
andarsene
,
e
infine
comandarglielo
.
Furono
lagrime
!
Ma
Stefano
Siccoli
dovè
ubbidire
,
discendere
,
veder
da
terra
salpare
l
'
ancora
,
stringersi
il
cuore
perché
non
gli
scoppiasse
.
Però
aveva
già
il
suo
proposito
bell
'
e
formato
:
egli
avrebbe
raggiunto
Zambianchi
.
Di
nuovo
in
mare
Era
quasi
il
tocco
dopo
mezzodì
,
quando
il
Piemonte
e
il
Lombardo
si
mossero
verso
l
'
isola
del
Giglio
.
Finalmente
!
Garibaldi
era
stato
tutti
quei
due
giorni
in
angustia
.
Certo
egli
ignorava
ciò
che
si
seppe
poi
,
e
cioè
che
il
Ricasoli
,
governatore
della
Toscana
,
aveva
telegrafato
al
prefetto
di
Grosseto
di
"
tenersi
estraneo
a
quanto
succedeva
"
nel
golfo
di
Talamone
.
Ma
lo
avesse
anche
saputo
,
temeva
del
Farini
,
temeva
del
Cavour
,
né
avrebbe
potuto
giustamente
lagnarsi
di
loro
,
se
gli
avessero
fatto
giungere
addosso
la
squadra
di
Persano
a
pigliarselo
.
Il
momento
era
ben
più
cruccioso
che
quello
di
Genova
.
Nei
tre
giorni
della
sua
partenza
,
tutta
l
'
Europa
avea
avuto
tempo
di
mettere
il
Governo
di
Torino
alla
stretta
o
di
catturare
lui
o
di
prepararsi
alla
guerra
.
E
allora
che
rovina
!
Le
genti
del
mezzodì
deluse
e
cadute
nell
'
accasciamento
;
egli
e
il
suo
partito
umiliati
;
Vittorio
Emanuele
costretto
a
rinnegare
il
pensiero
unitario
!
Ci
sarebbero
voluti
molti
anni
a
rimetter
su
gli
animi
;
e
intanto
,
prima
che
tornasse
un
'
occasione
,
sarebbero
divenuti
vecchi
,
sarebbero
forse
morti
il
Re
,
Cavour
,
Mazzini
,
lui
,
tutta
quella
generazione
;
e
non
si
sapeva
che
cosa
sarebbe
poi
avvenuto
.
Ora
dunque
egli
e
tutti
sulle
due
navi
respiravano
contenti
.
Girata
la
punta
dell
'
Argentaro
,
ecco
a
destra
l
'
isola
del
Giglio
con
la
sua
costa
erta
e
rocciosa
e
col
suo
borgo
su
in
cima
.
Una
freschezza
,
una
pace
!
Quanti
di
quei
naviganti
già
vecchi
e
stanchi
avranno
pensato
di
venirvi
un
dì
a
trovarsi
un
posticino
lassù
,
per
invecchiarvi
del
tutto
e
morirvi
,
pensando
alla
loro
odissea
!
Ma
ora
l
'
odissea
non
era
finita
,
anzi
andavano
a
crearne
forse
l
'
ultimo
canto
.
Più
in
là
del
Giglio
,
Montecristo
,
l
'
isola
dei
sogni
;
e
lungo
la
costa
occidentale
dell
'
Argentaro
a
guardare
in
su
torri
,
torri
e
torri
.
Che
strano
arnese
da
guerra
doveva
essere
stato
quel
monte
!
E
poi
a
sinistra
Giannutri
,
luogo
da
capre
selvatiche
e
da
conigli
.
Di
là
da
quelle
isolette
i
due
vapori
pigliarono
il
largo
;
dunque
alle
coste
romane
non
c
'
era
proprio
più
da
pensarci
,
e
presto
sarebbero
entrati
nelle
acque
napolitane
.
Veniva
ai
Mille
la
sera
e
la
malinconia
.
Cosa
si
pensava
di
loro
nelle
loro
città
,
nei
loro
villaggi
,
nelle
loro
case
?
Davvero
tutta
l
'
Italia
doveva
stare
in
grande
ansietà
.
Ormai
la
spedizione
era
via
da
quattro
giorni
;
ogni
istante
poteva
esser
quello
di
una
grande
tragedia
,
in
qualche
punto
del
Tirreno
.
Se
i
due
vapori
si
fossero
imbattuti
nella
crociera
napolitana
,
avrebbero
dovuto
arrendersi
o
avventarsi
cannoneggiati
contro
le
navi
borboniche
,
lanciarsi
all
'
arrembaggio
da
disperati
,
e
farsi
saltar
in
aria
con
esse
o
pigliarsele
.
Chi
sapeva
mai
!
Con
Garibaldi
e
con
Bixio
alla
testa
,
tutto
era
possibile
.
Ma
se
invece
fossero
stati
catturati
e
menati
nel
porto
di
Napoli
,
dove
quel
Re
potesse
veder
Garibaldi
e
i
suoi
là
,
sotto
le
finestre
della
reggia
,
prima
di
farli
morire
forse
tutti
,
o
empirne
le
sue
galere
?
Chi
amava
,
pensava
così
e
temeva
e
sperava
;
e
forse
non
sarà
mancato
chi
anche
peggio
della
cattura
avrà
augurato
una
tempesta
di
cannonate
sui
due
vapori
e
il
fondo
del
mare
a
chi
vi
era
su
,
per
tomba
.
Ma
i
due
vapori
andavano
ancora
sicuri
.
E
andarono
tutta
la
notte
e
tutto
il
giorno
dipoi
,
che
era
il
10
,
senza
veder
che
cielo
ed
acqua
come
se
fossero
nell
'
Oceano
.
A
bordo
,
i
pavesi
cantavano
.
Tutto
era
quieto
.
Solo
a
una
cert
'
ora
prima
del
mezzodì
,
ci
fu
un
po
'
di
trambusto
,
perché
uno
del
Lombardo
si
era
gettato
in
mare
,
pel
dolore
di
non
essere
riuscito
a
farsi
inscrivere
nei
Carabinieri
genovesi
.
Fu
subito
fermato
il
vapore
;
una
lancia
vogò
come
saetta
,
giunse
dove
quell
'
uomo
si
dibatteva
tra
le
onde
,
e
uno
della
lancia
si
chinò
,
lo
tirò
su
mezzo
morto
ma
come
fosse
un
gingillo
.
Quel
forte
dalle
braccia
così
gagliarde
doveva
essere
,
era
certo
il
figlio
di
Garibaldi
.
A
bordo
si
diceva
così
,
perché
così
le
moltitudini
fanno
la
loro
poesia
,
e
infatti
quel
forte
era
proprio
Menotti
.
Dopo
,
sul
meriggio
,
il
Piemonte
cominciò
a
filar
via
più
spedito
e
il
Lombardo
a
rimanere
indietro
.
La
distanza
s
'
allungava
ora
per
ora
...
Dove
voleva
andare
il
Generale
così
solo
?
Forse
aveva
pensato
di
dividere
in
due
la
spedizione
,
per
non
correre
tutti
la
stessa
sorte
,
se
mai
fosse
stata
avversa
?
Chi
lo
sapeva
!
Divisi
,
Piemonte
e
Lombardo
,
l
'
uno
o
l
'
altro
sarebbero
riusciti
ad
approdare
,
e
riuscendo
tutt
'
e
due
,
una
volta
sbarcati
,
facile
sarebbe
stato
riunirsi
nell
'
isola
.
Era
un
nuovo
dolore
per
quei
del
Lombardo
,
poiché
se
Bixio
era
Bixio
,
ben
più
fortunati
erano
coloro
che
si
trovavano
a
correr
le
sorti
del
Generale
,
ora
che
la
prova
era
così
vicina
.
Finire
con
lui
come
che
fosse
,
ognuno
se
lo
poteva
augurare
.
In
un
certo
momento
,
mentre
gli
animi
erano
agitati
così
,
Bixio
chiamò
tutti
a
poppa
.
Era
furioso
:
Aveva
scaraventato
un
piatto
in
viso
a
uno
che
s
'
era
lamentato
dei
superiori
,
e
aveva
perduto
a
lui
il
rispetto
.
-
Tutti
a
poppa
!
-
E
Bixio
di
lassù
,
dal
ponte
del
comando
,
fremente
come
un
'
aquila
librata
sull
'
ali
,
già
per
piombare
sulla
preda
,
parlò
:
"
Io
sono
giovane
,
ho
trentasette
anni
ed
ho
fatto
il
giro
del
mondo
.
Sono
stato
naufrago
,
prigioniero
,
ma
son
qui
e
qui
comando
io
.
Qui
io
sono
tutto
,
lo
Czar
,
il
Sultano
,
il
Papa
,
sono
Nino
Bixio
.
Dovete
ubbidirmi
tutti
:
guai
chi
osasse
un
'
alzata
di
spalle
,
guai
chi
pensasse
d
'
ammutinarsi
.
Uscirei
col
mio
uniforme
,
colla
mia
sciabola
,
con
le
mie
decorazioni
,
e
vi
ucciderei
tutti
.
Il
Generale
mi
ha
lasciato
,
comandandomi
di
sbarcarvi
in
Sicilia
.
Vi
sbarcherò
.
Là
mi
impiccherete
al
primo
albero
che
troveremo
,
ma
in
Sicilia
,
ve
lo
giuro
,
vi
sbarcheremo
.
"
Veramente
esagerava
,
perché
l
'
atto
di
colui
che
lo
aveva
offeso
era
affatto
individuale
,
e
non
meritava
quel
suo
fiero
discorso
.
Però
quand
'
egli
ebbe
finito
e
voltò
le
spalle
,
forse
per
non
farsi
vedere
commosso
,
tutte
le
braccia
erano
alzate
a
lui
,
tra
grida
di
lode
.
Ma
da
quel
suo
discorso
parve
a
tutti
di
aver
indovinato
che
il
disegno
di
Garibaldi
era
proprio
di
tentar
lo
sbarco
,
egli
e
Bixio
,
ognuno
da
sé
.
Difatti
il
Piemonte
era
già
quasi
fuori
della
lor
vista
,
sicché
prima
che
fosse
notte
fatta
,
non
ne
scorgevano
neppur
più
il
fumo
.
E
passò
sul
Lombardo
un
soffio
di
gran
malinconia
.
Erano
congetture
.
Di
certo
vi
era
che
cominciava
la
notte
dei
pericoli
veri
.
Ormai
la
marineria
napoletana
doveva
sapere
da
un
pezzo
che
la
spedizione
era
in
mare
,
e
che
si
era
forse
già
tesa
tutta
davanti
all
'
isola
ad
aspettarla
.
Garibaldi
andava
ad
esplorare
.
Egli
,
prudentissimo
e
in
guerra
sempre
geloso
del
proprio
segreto
,
soltanto
dopo
salpato
da
Santo
Stefano
,
poiché
allora
nessuno
avrebbe
più
potuto
propalar
nulla
,
aveva
detto
al
suo
aiutante
Turr
di
chiamargli
Crispi
,
Castiglia
e
Orsini
siciliani
,
per
determinare
il
punto
di
sbarco
.
E
in
quella
conferenza
,
abbandonato
il
suo
primo
pensiero
di
scendere
a
Castellamare
del
Golfo
,
aveva
deliberato
di
tentarlo
a
Porto
Palo
,
sulla
costa
tra
Sciacca
e
Mazzara
,
dove
è
fama
che
il
16
giugno
dell'827
siano
sbarcati
i
primi
Saraceni
che
invasero
l
'
isola
,
chiamati
e
guidati
da
Eufemio
di
Messina
.
Ma
certamente
questo
fatto
di
mille
anni
avanti
non
entrò
per
nulla
nella
scelta
di
Garibaldi
:
perché
né
egli
,
né
quegli
uomini
che
stavano
con
lui
,
se
anche
lo
sapevano
,
erano
teste
da
fissarvisi
su
.
Comunque
sia
,
per
andare
a
Porto
Palo
,
i
due
vapori
dovevano
fare
falsa
rotta
verso
la
Berberia
,
e
poi
,
se
le
acque
parevano
libere
,
voltar
di
colpo
verso
Sicilia
a
trovarlo
.
Ma
assai
dopo
il
mezzo
di
quella
notte
dal
10
all'11
,
Garibaldi
giunto
presso
l
'
isoletta
di
Maretimo
,
che
nel
gruppo
delle
Egadi
è
la
più
lontana
dalla
costa
di
Sicilia
,
deliberò
di
fermarsi
celato
dall
'
isoletta
e
a
lumi
spenti
,
per
aspettare
il
Lombardo
.
Da
ponente
e
da
tramontana
vedeva
i
fanali
delle
navi
napolitane
in
crociera
,
e
in
quei
momenti
doveva
parergli
d
'
esser
ne
'
suoi
tempi
quasi
favolosi
di
Rio
Grande
d
'
America
.
Stato
un
pezzo
in
quel
silenzio
come
in
agguato
,
inquieto
pel
Lombardo
che
non
appariva
,
tornò
indietro
per
cercarlo
.
E
coloro
che
stavano
sul
Lombardo
e
che
a
quell
'
ora
vegliavano
,
quando
rividero
il
Piemonte
lo
credettero
una
nave
nemica
che
corresse
loro
incontro
a
investirli
.
Lo
credette
lo
stesso
Bixio
.
Piantato
sul
suo
ponte
,
egli
fece
levar
su
tutti
e
inastar
le
baionette
;
comandò
al
macchinista
di
dar
tutto
il
vapore
,
e
al
timoniere
di
voltar
tutto
a
sinistra
,
per
andare
alla
disperata
addosso
a
quel
legno
.
A
prora
Simone
Schiaffino
,
capitan
Carlo
Burattini
d
'
Ancona
,
Jacopo
Sgaralino
di
Livorno
,
con
dietro
una
folla
,
stavano
pronti
per
lanciarsi
all
'
arrembaggio
,
tutto
il
ponte
del
Lombardo
fremeva
,
e
mancava
poco
al
grand
'
urto
.
Ma
allora
sonò
la
voce
di
Garibaldi
:
-
Capitan
Bixio
!
-
Generale
!
-
urlò
Bixio
.
-
Indietro
!
Macchina
indietro
!
Generale
,
non
vedevo
i
fanali
.
-
E
non
vedete
che
siamo
in
mezzo
alla
crociera
nemica
?
-
La
commozione
era
stata
così
grande
,
il
passaggio
dallo
sgomento
,
dall
'
ira
,
dalla
ferocia
alla
gioia
così
repentino
,
che
la
parola
'
crociera
'
non
fece
quasi
niun
senso
,
e
tutto
fino
a
un
certo
segno
tornò
quieto
.
Intanto
Garibaldi
e
Bixio
si
concertarono
,
poi
i
due
vapori
ripresero
la
via
l
'
un
presso
l
'
altro
verso
l
'
Africa
,
sempre
però
il
Piemonte
un
po
'
avanti
.
Così
andarono
fino
all
'
alba
,
e
per
le
prime
ore
del
mattino
,
in
quell
'
acque
tra
la
Sicilia
e
le
coste
di
Barberia
,
ma
senza
mai
perder
di
vista
il
gruppo
delle
Egadi
;
Levanzo
lontana
,
Maretimo
più
in
qua
,
ancor
più
in
qua
verso
loro
la
Favignana
.
A
bordo
del
Lombardo
un
Galigarsia
,
nativo
di
quell
'
isoletta
,
povero
milite
che
doveva
morire
quattro
giorni
dipoi
a
Calatafimi
,
diceva
ad
un
gruppo
di
quei
suoi
compagni
che
in
quell
'
isoletta
così
bella
v
'
era
un
carcere
profondissimo
sotto
il
livello
del
mare
,
dove
stavano
chiusi
sette
compagni
di
Pisacane
sopravvissuti
all
'
eccidio
di
Sapri
.
Condannati
al
patibolo
e
poi
graziati
,
morivano
ogni
ora
un
po
'
in
quella
fossa
maledetta
.
Ma
il
sentimento
del
pericolo
presente
,
la
maravigliosa
vista
delle
cose
in
contrasto
col
disgustoso
stato
in
cui
tutti
si
trovavano
,
pigiati
da
tanto
tempo
su
quel
legno
,
non
lasciavano
quasi
posto
alla
pietà
per
chi
dolorava
altrove
.
Del
resto
,
l
'
ora
era
decisiva
:
o
presto
quei
miseri
sarebbero
usciti
liberi
,
o
avrebbero
avuto
dei
nuovi
compagni
.
La
Sicilia
!
Tutti
intanto
sui
due
legni
stavano
accovacciati
per
ordine
severissimo
dei
Comandanti
,
ma
tutti
guatavano
dall
'
orlo
dei
parapetti
certi
monti
che
dapprima
parevano
nuvolaglia
e
che
svolgevano
via
nell
'
aria
vaporosa
i
loro
profili
sempre
più
netti
.
Quei
monti
per
quei
cuori
eran
già
tutta
la
Sicilia
che
si
animava
,
che
esultava
,
che
cantava
alla
loro
venuta
.
E
poco
appresso
,
quando
cominciò
ad
apparire
una
striscia
bianca
tra
mare
e
terra
,
si
diffuse
la
voce
che
là
fosse
Marsala
.
Marsala
!
Tra
quella
e
i
due
vapori
erano
libere
le
acque
.
Che
fortuna
!
Pareva
che
quella
striscia
bianca
e
tutta
la
terra
movesse
loro
incontro
,
tanto
la
distanza
si
stringeva
,
tanto
i
due
legni
filavano
agili
,
aiutati
anche
da
un
po
'
di
ponente
che
appunto
allora
si
era
messo
.
Dunque
ancora
forse
qualche
breve
ora
,
e
i
due
vapori
avrebbero
atterrato
.
Tutto
dipendeva
da
questo
,
che
non
si
staccassero
da
Marsala
navi
da
guerra
a
incontrarli
a
cannonate
.
Ma
la
speranza
era
grande
.
Sul
ponte
del
Piemonte
che
andava
sempre
avanti
,
quei
del
Lombardo
vedevano
Garibaldi
circondato
da
un
gruppo
dei
suoi
,
coi
cannocchiali
all
'
occhio
.
Guardavano
due
legni
da
guerra
bianchi
,
ancorati
nel
porto
.
Ad
un
tratto
il
Piemonte
rallentò
,
si
fermò
quasi
,
pigliò
su
qualcuno
da
una
barca
peschereccia
che
veniva
da
Marsala
.
E
da
colui
Garibaldi
seppe
che
quei
due
legni
erano
inglesi
;
che
dal
porto
di
Marsala
,
nella
notte
,
n
'
erano
partiti
due
napolitani
per
Sciacca
e
Girgenti
;
che
in
quella
mattina
stessa
delle
milizie
venute
il
dì
avanti
eran
tornate
via
dalla
città
,
dirette
a
Trapani
.
La
fortuna
,
dunque
,
era
proprio
tutta
dalla
parte
di
Garibaldi
!
E
il
Piemonte
filava
e
il
Lombardo
dietro
con
Bixio
,
che
non
sapendo
ciò
che
Garibaldi
sapeva
,
tempestava
i
suoi
di
star
giù
,
minacciava
ira
ai
marinai
se
gli
sbagliassero
manovra
:
Ma
di
sbarcare
era
anch
'
egli
sicuro
:
anzi
a
un
certo
momento
che
passò
vicino
al
suo
un
piccolo
legno
inglese
,
egli
gridò
:
"
Dite
a
Genova
che
il
general
Garibaldi
è
sbarcato
a
Marsala
oggi
11
maggio
,
alle
una
pomeridiana
!
"
Quella
sicurezza
di
Bixio
passò
in
tutti
i
cuori
.
Perciò
non
fece
quasi
senso
l
'
apparizione
di
due
pennacchi
neri
,
lontani
,
in
giù
a
destra
;
fumo
di
due
navi
da
guerra
certo
,
che
dovevano
venire
a
furia
.
Fulmini
se
mai
giungessero
in
tempo
!
Ma
esse
quel
tanto
spazio
non
potevano
divorarselo
;
la
terra
era
ormai
vicinissima
:
si
distingueva
già
il
molo
e
fino
la
gente
.
Un
altro
po
'
di
ansietà
,
poi
...
Lo
sbarco
E
poco
appresso
il
Piemonte
imboccava
il
porto
,
e
vi
si
andava
a
posare
in
mezzo
come
in
luogo
suo
.
Bixio
,
nella
rapina
dell
'
animo
tempestosa
,
lanciò
il
Lombardo
come
un
cavallo
sfrenato
,
andasse
pure
ad
investire
,
a
spaccarsi
,
magari
a
sommergersi
,
tanto
meglio
!
Così
,
una
volta
sbarcati
,
quelli
che
vi
stavan
su
avrebbero
capito
che
non
v
'
era
più
via
di
ritorno
.
E
si
fermò
così
fuori
del
molo
destro
,
a
poche
braccia
da
quella
riva
.
Era
il
tocco
dopo
mezzodì
.
Nessuna
poesia
potrà
mai
dire
l
'
anima
di
quella
gente
in
quell
'
ora
.
Ecco
il
momento
degli
uomini
di
mare
.
Benedetto
Castiglia
,
capo
della
marineria
da
guerra
sicula
nel
1848;
capitano
Andrea
Rossi
da
Diano
Marina
,
capitan
Giuseppe
Gastaldi
da
Porto
Maurizio
,
Burattini
,
Assi
,
Sgarallino
,
Schiaffino
e
tutti
quelli
che
com
'
essi
erano
marinai
,
scesero
a
raccoglier
nel
porto
quante
barche
vi
si
trovavano
.
E
per
amore
o
per
forza
le
fecero
lavorare
.
Bisognava
far
presto
a
levar
la
gente
e
le
poche
cose
da
guerra
e
le
artiglierie
dai
due
vapori
,
perché
in
men
di
due
ore
quelle
navi
che
si
vedevano
sempre
più
vicine
potevano
giungere
a
tiro
e
fare
una
strage
.
Intorno
al
Lombardo
e
al
Piemonte
parve
un
finimondo
.
Intanto
Turr
con
Missori
,
Pentasuglia
,
Argentino
,
Bruzzesi
,
Manin
,
Miocchi
,
discesi
primi
,
salirono
alla
città
,
su
cui
cominciavano
a
sventolare
bandiere
d
'
altre
nazioni
,
ma
le
più
inglesi
.
E
dalla
città
alcuni
cittadini
calavano
al
porto
timidamente
.
Dei
ragazzi
li
precedevano
a
corsa
;
sopraggiungevano
frati
bianchi
,
che
davano
poderose
strette
di
mano
a
quegli
strani
forestieri
sbarcati
in
armi
e
tutti
vestiti
alla
borghese
,
salvo
pochi
in
qualche
divisa
piemontese
o
in
camicia
rossa
,
forse
una
cinquantina
.
E
quei
frati
facevano
delle
domande
strane
,
da
curiosi
ma
semplici
;
e
udendo
da
uno
dir
che
era
di
Venezia
,
da
un
altro
di
Genova
,
di
Milano
,
di
Roma
,
di
Bergamo
,
inarcavano
le
ciglia
,
maravigliati
come
se
l
'
esser
essi
potuti
giungere
nella
loro
Sicilia
da
quelle
città
,
fosse
cosa
quasi
fuori
del
naturale
.
In
un
'
ora
o
in
un
'
ora
e
mezzo
al
più
,
tutta
la
spedizione
fu
a
terra
.
Qualcuno
si
ricordò
che
quel
giorno
era
venerdì
,
malaugurio
;
qualcun
altro
disse
che
era
pur
venerdì
il
giorno
in
cui
Colombo
partì
da
Palos
,
e
che
andassero
al
vento
le
superstizioni
...
!
Ma
a
un
tratto
tuonò
una
prima
cannonata
.
Le
navi
borboniche
giungevano
a
tiro
.
Erano
tre
:
due
a
vapore
più
vicine
,
la
terza
a
vela
tirata
a
rimorchio
da
una
di
esse
e
lasciata
poi
indietro
per
far
più
alla
lesta
.
Ma
anche
quella
si
avvicinava
.
E
avrebbe
potuto
tirar
qualche
poco
prima
,
ma
avevano
indugiato
alquanto
i
lor
fuochi
,
perché
i
due
legni
inglesi
Argus
e
Intrepid
ancorati
nel
porto
avevano
pregato
a
segnali
di
bandiere
di
non
tirare
,
finché
i
loro
ufficiali
da
terra
non
fossero
tornati
a
bordo
.
Difatti
dei
marinai
in
calzoni
bianchi
uscivano
da
Marsala
e
scendevano
frettolosi
al
mare
.
E
allora
quelle
navi
cominciarono
a
sfogarsi
contro
gli
sbarcati
,
le
due
a
vapore
con
tiri
quasi
in
cadenza
,
quella
a
vela
addirittura
a
fiancate
.
Però
i
loro
proiettili
o
davano
in
acqua
,
sguisciando
poi
a
rotolar
sulla
riva
già
mezzi
morti
,
o
non
oltrepassavano
guari
la
linea
del
molo
.
Cadde
qualche
granata
in
mezzo
alle
compagnie
già
ordinate
,
ma
queste
pronte
,
si
gettarono
a
terra
e
lasciarono
scoppiare
:
una
di
quelle
colpì
e
sfasciò
mezzo
un
casotto
da
doganieri
del
molo
;
un
'
altra
fece
tremare
la
settima
Compagnia
,
passandole
parallela
alla
fronte
,
così
che
due
braccia
più
a
sinistra
la
mieteva
tutta
.
"
Alte
le
teste
!
"
gridò
Cairoli
;
e
la
Compagnia
stette
salda
.
Alfine
fu
dato
il
comando
di
salire
alla
città
.
Manin
e
Maiocchi
regolavano
la
corsa
a
gruppi
.
Un
po
'
curvi
,
un
po
'
carponi
,
un
po
'
ritti
,
regolandosi
alle
vampate
dei
cannoni
nemici
,
correvano
quei
gruppi
su
per
il
pendio
verso
la
porta
della
città
e
vi
entravano
.
Cara
Marsala
!
E
di
qua
e
di
là
si
spandevano
per
le
vie
traverse
,
perché
in
faccia
a
quella
maestra
era
andata
a
porsi
una
delle
fregate
,
e
tentava
,
coi
suoi
tiri
,
d
'
infilare
la
porta
.
Poca
gente
per
quelle
vie
;
degli
usci
si
chiudevano
;
dalle
soglie
d
'
altri
usci
e
dalle
finestre
donne
e
uomini
guardavano
paurosi
;
e
ve
n
'
erano
che
applaudivano
,
i
più
parevano
gente
trasognata
.
Garibaldi
,
sbarcato
degli
ultimi
,
saliva
anch
'
egli
ma
lento
alla
città
,
portando
la
sciabola
sulla
spalla
come
un
contadino
la
zappa
.
E
ogni
poco
si
volgeva
a
guardar
il
porto
.
Gusmaroli
e
altri
pochi
che
lo
seguivano
,
avrebbero
voluto
portarlo
via
di
peso
dal
pericolo
d
'
essere
ucciso
o
soltanto
ferito
in
quel
primo
istante
.
Senza
di
lui
non
si
sapeva
cosa
sarebbe
stato
di
quel
gruppo
d
'
uomini
,
fossero
pur
molti
i
grandi
e
i
forti
tra
loro
.
Egli
da
solo
era
un
esercito
.
Ma
nessuno
osava
dirgli
che
si
guardasse
,
nessuno
,
neppur
Bixio
,
venuto
via
addirittura
l
'
ultimo
da
bordo
.
Egli
aveva
voluto
prima
far
portare
a
terra
tutto
ciò
che
gli
era
parso
buono
a
qualcosa
,
poi
non
avendo
più
nulla
da
farvi
,
aperti
egli
stesso
i
rubinetti
delle
macchine
affinché
il
Lombardo
s
'
empisse
d
'
acqua
,
era
disceso
.
Intanto
le
navi
borboniche
continuavano
a
tirare
.
E
fu
saputo
subito
che
le
due
fregate
a
vapore
si
chiamavano
Stromboli
e
Capri
,
e
che
quella
a
vela
,
tanto
maestosa
,
era
la
Partenope
.
Ah
!
La
Stromboli
!
V
'
erano
tra
gli
sbarcati
quei
tali
sette
che
vi
avevano
navigato
su
nel
1859
fino
a
Cadice
,
con
gli
altri
deportati
che
dovevano
andare
a
finire
in
America
.
Ora
la
riconoscevano
ai
profili
.
Non
erano
più
quei
tempi
,
sebbene
fossero
ancora
tanto
vicini
:
né
era
più
l'11
luglio
del
1849
,
quando
,
comandata
da
un
Salazar
,
la
Stromboli
aveva
inseguito
i
trabaccoli
siciliani
che
,
fallito
loro
lo
sbarco
in
Calabria
,
andavano
a
rifugiarsi
nelle
Ionie
.
Lo
Stromboli
allora
aveva
issato
bandiera
inglese
,
perfidamente
ingannando
quei
siciliani
,
e
li
aveva
catturati
e
condotti
a
lunghe
pene
nelle
carceri
dei
Borboni
.
Adesso
era
lì
mortificata
con
quegli
altri
due
legni
,
cui
non
restava
che
pigliarsi
il
Piemonte
per
menarlo
via
.
Quanto
al
Lombardo
l
'
avrebbero
dovuto
lasciar
là
giacere
,
come
un
mostro
marino
sputato
sulla
spiaggia
.
Testimoni
di
quei
fatti
stettero
i
due
vapori
inglesi
,
ammirando
la
discesa
e
la
prontezza
e
l
'
ordine
con
cui
tutto
era
avvenuto
.
E
non
sapevano
che
si
sarebbe
subito
gridato
e
ripetuto
poi
lungamente
pel
mondo
che
essi
avevano
aiutato
Garibaldi
,
e
che
anzi
per
aiutarlo
s
'
erano
trovati
là
apposta
.
Furono
voci
false
.
L
'
Argus
stava
in
quel
porto
da
parecchi
giorni
per
proteggere
gli
inglesi
residenti
in
Marsala
,
L
'
Intrepid
v
'
era
giunto
di
passaggio
da
poche
ore
,
e
poche
ore
dopo
se
n
'
andava
per
Malta
.
Il
proclama
A
guardia
del
porto
,
se
mai
dalle
navi
borboniche
sbarcasse
della
gente
,
rimasero
la
7°
Compagnia
e
i
Carabinieri
genovesi
.
Con
le
loro
infallibili
carabine
,
quei
genovesi
,
che
,
per
dir
così
,
davano
in
una
capocchia
di
chiodo
a
trecento
metri
,
avrebbero
presto
levato
ogni
voglia
di
sbarcare
a
chi
l
'
avesse
tentato
.
Da
mare
dunque
Garibaldi
non
aveva
da
temere
.
Da
terra
sì
.
Per
questo
mandò
ricognizioni
verso
Trapani
e
verso
Sciacca
,
fece
uscire
dalla
città
quanto
poté
più
delle
Compagnie
,
fors
'
anche
non
si
fidando
dei
vini
del
paese
pei
loro
effetti
sulle
teste
di
quei
suoi
uomini
,
i
quali
in
cinque
giorni
non
avevano
mangiato
che
poco
biscotto
e
bevuto
acqua
di
botte
quasi
imputridita
.
Per
esplorare
il
paese
montò
egli
stesso
sulla
cupola
della
Cattedrale
,
cui
passarono
subito
ben
vicine
due
granate
delle
navi
che
avevano
visto
gente
lassù
.
Disceso
andò
al
Municipio
,
e
di
là
disse
alla
Sicilia
la
sua
prima
parola
:
"
Siciliani
!
Io
vi
ho
condotto
un
piccolo
pugno
di
valorosi
,
accorsi
alle
vostre
eroiche
grida
,
avanzi
delle
battaglie
lombarde
.
Noi
siamo
qui
con
voi
,
ed
altro
non
cerchiamo
che
di
liberare
il
vostro
paese
.
Se
saremo
tutti
uniti
sarà
facile
il
nostro
assunto
.
Dunque
,
all
'
armi
!
Chi
non
prende
un
'
arma
qualunque
,
è
un
vile
o
un
traditore
.
A
nulla
vale
il
pretesto
che
manchino
le
armi
.
Noi
avremo
i
fucili
,
ma
per
il
momento
ogni
arma
è
buona
,
quando
sia
maneggiata
dalle
braccia
di
un
valoroso
.
I
Comuni
avranno
cura
dei
figli
,
delle
donne
,
dei
vecchi
che
lascerete
addietro
!
La
Sicilia
mostrerà
ancora
una
volta
al
mondo
,
come
un
paese
,
con
l
'
efficace
volontà
d
'
un
intero
popolo
,
sappia
liberarsi
dei
suoi
oppressori
.
"
Di
questo
proclama
,
affisso
alle
cantonate
di
Marsala
,
furono
mandati
esemplari
alle
città
vicine
,
e
lontano
alle
squadre
che
tenevano
i
monti
.
Bisognava
che
la
gran
voce
andasse
,
e
infiammasse
la
rivoluzione
già
quasi
vinta
.
I
Marsalesi
leggevano
e
cominciavano
a
comprendere
,
coloro
che
cinque
giorni
avanti
non
avevano
osato
insorgere
al
grido
di
Abele
Damiani
,
loro
concittadino
,
adesso
pigliavano
animo
,
seguisse
poi
ciò
che
potesse
,
perché
con
quegli
italiani
c
'
erano
pur
Crispi
,
La
Masa
,
Orsini
,
Palizzolo
,
Carini
,
tutti
dei
loro
,
proprio
dell
'
isola
,
e
tutti
già
celebri
fin
dal
'48
.
E
poi
avevano
visto
Lui
,
Garibaldi
in
persona
.
Se
la
colonna
del
generale
Letizia
,
che
il
giorno
avanti
aveva
fatto
la
sua
comparsa
minacciosa
,
e
se
n
'
era
andata
credendo
di
lasciarsi
dietro
tutto
tranquillo
,
fosse
anche
rinvenuta
;
avrebbero
avuto
da
far
con
Garibaldi
,
con
quei
suoi
ufficiali
facili
a
riconoscersi
per
uomini
di
guerra
sul
serio
,
con
quella
gente
un
po
'
d
'
ogni
età
ma
pratica
d
'
armi
e
disciplinata
,
con
loro
infine
e
con
al
loro
città
che
si
sarebbe
difesa
.
Anche
il
popolino
pigliava
via
via
confidenza
con
quei
forestieri
.
Nelle
taverne
,
nelle
botteghe
dove
essi
entravano
per
rifocillarsi
e
provvedersi
di
qualche
cosuccia
necessaria
,
la
gente
faceva
subito
folla
.
E
si
tratteneva
a
sentirli
parlare
.
Come
erano
buoni
e
cortesi
!
Le
donne
osservavano
che
molti
portavano
i
capelli
lunghi
,
cosa
strana
per
soldati
,
e
che
avevano
gli
occhi
azzurri
e
le
mani
e
i
panni
indosso
da
veri
signori
.
I
bottegai
ricevevano
le
monete
con
su
l
'
effigie
di
Vittorio
Emanuele
,
mirando
e
facendo
mirare
i
gran
baffi
del
Re
di
cui
avevano
sentito
parlar
vagamente
,
domandavano
se
Garibaldi
fosse
suo
fratello
.
Davano
i
resti
in
mucchi
di
monete
luride
e
fruste
,
e
facevano
tutto
gli
uni
e
gli
altri
con
gran
fidanza
.
Quelle
non
erano
ore
da
inganni
.
Correvano
intanto
dei
racconti
curiosi
di
particolari
minuti
dello
sbarco
,
un
fatterello
seguito
qua
o
là
,
a
questo
o
a
quell
'
altro
di
questa
,
di
quella
Compagnia
.
Faceto
,
nel
serio
,
ma
vero
,
si
diceva
che
appena
sceso
a
terra
,
un
Pentasuglia
,
pratico
del
mestiere
,
era
entrato
nell
'
ufficio
del
telegrafo
,
dove
l
'
impiegato
aveva
appena
finito
di
annunziare
a
Palermo
e
a
Trapani
che
gente
armata
sbarcava
da
due
legni
sardi
.
Ripicchiavano
appunto
da
Trapani
,
domandando
quanti
fossero
gli
sbarcati
;
e
il
Pentasuglia
aveva
risposto
egli
stesso
:
-
Mi
sono
ingannato
,
sono
due
vapori
nostri
.
-
Poi
,
stato
un
istante
ridendo
a
sentirsi
dare
dell
'
imbecille
da
Trapani
,
subito
aveva
tagliato
il
filo
.
*
Dunque
la
gran
notizia
era
andata
,
e
a
quell
'
ora
la
avevano
già
a
Napoli
nella
reggia
.
Ivi
che
sgomento
e
che
collera
!
Se
ne
aspettavano
ben
altra
.
Il
giorno
6
avevano
saputo
della
partenza
di
Garibaldi
da
Genova
,
e
protestato
col
telegrafo
a
tutte
le
Corti
d
'
Europa
contro
il
Pirata
e
contro
chi
lo
doveva
aver
favorito
.
La
mattina
del
7
,
il
Re
era
andato
a
far
le
sue
divozioni
a
San
Gennaro
,
e
il
Governo
aveva
mandato
ordini
alla
flotta
"
d
'
impedire
a
ogni
costo
lo
sbarco
dei
filibustieri
;
di
respingere
con
la
forza
;
di
catturare
i
legni
.
"
Poi
erano
stati
quattro
giorni
d
'
angoscia
mortale
.
E
ora
lo
sbarco
era
avvenuto
!
Ma
ancora
assai
che
l
'
invasore
era
andato
a
mettersi
dal
punto
più
lontano
dalla
Capitale
!
Tempo
e
spazio
per
schiacciarlo
non
sarebbe
mancato
.
Pure
il
colpo
era
tremendo
.
Ancor
più
tremendo
il
colpo
doveva
essere
sentito
a
Palermo
,
dove
il
luogotenente
del
Re
,
principe
di
Castelcicala
,
e
i
generali
e
l
'
esercito
avevano
così
vicino
l
'
uomo
temuto
.
Chi
sapeva
mai
in
quale
trambusto
era
la
gran
città
,
se
anche
la
popolazione
era
già
venuta
a
conoscere
che
il
Garibaldi
annunziato
da
Rosolino
Pilo
stava
in
Sicilia
davvero
?
Intanto
a
Marsala
bisognava
vegliare
.
Potevano
giungere
nella
notte
numerose
truppe
da
Trapani
,
da
Sciacca
,
dal
mare
;
e
l
'
impresa
garibaldina
,
così
ben
riuscita
nella
traversata
e
nello
sbarco
,
finire
là
in
quella
piccola
città
come
già
quella
di
Pisacane
a
Sapri
.
Ma
la
notte
passò
tranquilla
;
verso
l
'
alba
furono
ritirati
gli
avamposti
,
raccolte
le
compagnie
e
tutto
approntato
per
la
prima
marcia
verso
l
'
interno
.
In
marcia
Alla
chiamata
non
mancava
neppure
un
uomo
.
Ed
era
naturale
.
Ognuno
sentiva
in
sé
il
pericolo
di
rimaner
isolato
;
ognuno
,
per
quanto
piccolo
,
aveva
coscienza
della
propria
responsabilità
.
Quasi
staccati
dal
mondo
,
ridotti
per
dir
così
in
un
campo
chiuso
dove
erano
discesi
a
mettersi
da
sé
,
comprendevano
,
chi
più
chi
meno
,
molti
forse
confusamente
,
che
trovarvisi
non
voleva
dire
soltanto
essere
in
guerra
contro
altri
soldati
ne
'
quali
da
un
'
ora
all
'
altra
si
sarebbero
imbattuti
;
e
che
quella
che
erano
venuti
a
cercare
non
era
una
guerra
come
tutte
le
altre
.
Vincere
dovevano
ad
ogni
costo
,
perché
dall
'
isola
non
potevano
più
uscire
che
vincitori
;
ma
soprattutto
bisognava
non
lasciar
perire
Garibaldi
.
Era
coscienza
dunque
che
ognuno
desse
tutto
sé
stesso
,
e
che
tutti
insieme
si
facessero
amare
dal
popolo
siciliano
per
virtù
e
purezza
in
tutte
le
azioni
.
Perciò
si
udirono
fieramente
rimproverar
dai
compagni
certi
pochi
che
nella
notte
s
'
erano
dati
bel
tempo
.
Diceva
Enrico
Moneta
da
Milano
,
piccolo
soldatino
della
6°
Compagnia
,
di
diciannove
anni
,
uno
dei
quattro
fratelli
che
l
'
anno
avanti
erano
stati
Cacciatori
delle
Alpi
,
diceva
che
chi
era
là
per
aiutare
quel
mondo
a
mutarsi
,
doveva
badare
ad
essere
austero
ancor
più
che
prode
.
-
Per
di
più
,
quella
che
stava
per
accendersi
era
sotto
un
certo
aspetto
una
vera
guerra
civile
.
E
se
per
quella
trafila
doveva
passare
l
'
Italia
a
divenire
nazione
,
bisognava
badare
a
farsi
onore
e
a
far
onore
anche
al
nemico
pur
vincendolo
,
per
lasciargli
possibile
l
'
oblio
della
sconfitta
senza
viltà
,
e
facile
e
pronto
il
ritorno
all
'
amore
.
Tali
spiriti
si
venivano
formando
negli
animi
anche
di
quelli
che
non
avrebbero
saputo
spiegarsi
a
manifestarli
,
così
come
uno
quasi
senza
che
se
ne
avveda
si
ritempra
d
'
aria
pura
.
Schierate
fuor
di
Marsala
sulla
via
che
mena
a
Sciacca
,
stavano
tutte
le
compagnie
con
gli
altri
piccoli
corpi
.
Il
tempo
era
bello
e
fresco
,
la
guazza
sull
'
erbe
magre
di
quello
spiazzo
pareva
quasi
una
brinata
.
Il
mare
dormiva
:
lontani
,
già
verso
l
'
Egadi
,
i
legni
napolitani
rimorchiavano
il
Piemonte
.
E
per
tutto
era
una
quiete
diffusa
,
anche
nella
città
che
pareva
avesse
già
dimenticato
il
turbamento
del
giorno
innanzi
.
Pochi
cittadini
si
aggiravano
intorno
alle
compagnie
.
Qualcheduno
armato
di
doppietta
era
là
per
seguirle
.
Faceva
senso
tra
gli
altri
un
signore
,
forse
di
trentacinque
o
quaranta
anni
,
taciturno
e
pensoso
.
Si
chiamava
Gerolamo
Italia
.
Egli
di
là
fino
all
'
ultimo
di
quella
guerra
nel
Regno
,
marciò
poi
,
fido
alla
6°
Compagnia
,
semplice
milite
,
sempre
pensoso
e
modesto
.
Una
tromba
suonò
in
distanza
,
poi
comparve
Garibaldi
a
cavallo
.
Indossava
camicia
rossa
,
portava
i
calzoni
grigi
da
generale
ma
senza
le
strisce
d
'
argento
,
e
in
capo
teneva
il
suo
solito
cappello
dalla
foggia
che
allora
si
diceva
all
'
Orsini
o
anche
all
'
ungherese
,
come
glielo
hanno
poi
fatto
gli
scultori
quasi
in
tutti
i
monumenti
;
e
gli
sventolava
dietro
un
gran
fazzoletto
annodato
al
collo
.
Teneva
il
mantello
americano
ripiegato
sull
'
arcione
davanti
.
Dietro
di
lui
cavalcavano
il
suo
stato
maggiore
e
alcuni
delle
Guide
,
Nullo
tra
gli
altri
,
bellissimo
nella
sua
divisa
del
'59
,
tutta
grigia
con
alamari
neri
e
galloni
da
sergente
.
Pareva
col
suo
cavallo
un
solo
getto
di
bronzo
.
Il
Missori
indossava
la
giubba
rossa
da
ufficiale
con
alamari
d
'
oro
.
Al
passaggio
del
Generale
non
furono
presentate
le
armi
.
Egli
certe
cose
non
le
voleva
.
Tirò
via
,
guardando
le
Compagnie
molto
ilare
in
viso
;
poi
queste
si
mossero
,
fianco
destro
,
trombe
in
testa
e
partirono
.
Quelle
trombe
suonavano
le
arie
semplici
ma
pungenti
de
'
bersaglieri
di
La
Marmora
;
il
passo
delle
compagnie
era
franco
,
nessuno
si
sentiva
più
mareggiare
il
terreno
sotto
,
come
il
giorno
innanzi
dopo
lo
sbarco
;
e
quando
spuntò
il
sole
cominciarono
i
canti
.
A
forse
un
miglio
da
Marsala
,
la
testa
della
colonna
svoltò
per
una
via
traversa
che
,
staccandosi
dalla
consolare
,
menava
verso
l
'
interno
tra
vigneti
allora
già
in
pieno
rigoglio
.
Passati
i
vigneti
cominciarono
gli
oliveti
,
e
pareva
che
quella
prima
marcia
dovesse
condurre
a
vedere
meravigliose
colture
.
Verso
le
undici
la
colonna
fece
il
grand
'
alto
in
una
conca
,
presso
una
casa
bianca
,
fresca
,
silenziosa
,
con
a
ridosso
delle
fitte
macchie
d
'
olivi
vetusti
.
Là
,
Garibaldi
,
seduto
a
'
piedi
d
'
uno
di
quegli
alberi
,
come
se
fosse
l
'
ultimo
di
quella
gran
Compagnia
,
si
mise
a
mangiar
del
pane
.
Tutta
la
conca
era
popolata
di
gruppi
,
tutti
mangiavano
gagliardamente
il
saporito
pane
di
Marsala
;
quanto
a
bere
,
pei
novellini
che
s
'
erano
imbarcati
senza
fiaschetta
,
c
'
era
presso
la
casa
un
pozzo
,
e
intorno
a
questo
molti
facevano
ressa
contendendosi
un
poco
d
'
acqua
.
Il
Generale
guardava
con
certa
compassione
quei
poveri
ragazzi
:
"
Poveri
ragazzi
!
"
come
fu
udito
dire
egli
stesso
.
Ripresa
la
marcia
,
spuntato
il
valichetto
del
colle
in
cui
giaceva
quella
conca
,
la
colonna
si
vide
davanti
una
distesa
ondulata
senz
'
alberi
,
senza
case
,
il
deserto
.
-
Come
la
Pampa
!
-
dicevano
alcuni
che
nella
loro
vita
avevano
visto
l
'
America
.
E
in
quel
deserto
s
'
inoltrò
la
spedizione
,
sotto
un
sole
,
ah
che
sole
!
E
che
peso
i
panni
!
Felici
coloro
che
ne
avevano
appena
indosso
tanto
da
non
andare
scoperti
.
E
quella
prima
marcia
fu
una
gran
prova
,
ma
nessuno
rimase
indietro
.
Eppure
c
'
erano
dei
giovanetti
che
ad
ogni
passo
parevano
doversi
lasciar
cadere
in
terra
sfiniti
.
Ma
lo
spirito
li
reggeva
,
e
continuavano
a
marciare
,
aiutati
anche
dai
compagni
più
esercitati
che
levavano
loro
fino
il
fucile
,
tanto
che
ricogliessero
un
po
'
di
fiato
.
Dove
mai
si
sarebbero
fermati
?
Per
quanto
guardassero
a
sinistra
,
a
destra
e
davanti
,
nulla
,
mai
un
ciuffo
d
'
alberi
,
mai
una
casa
.
Cosa
era
dunque
la
Sicilia
già
granaio
d
'
Italia
?
Degli
uomini
pratici
di
campi
dicevano
che
tutta
quella
miseria
dipendeva
dal
disboscamento
,
altri
che
dai
latifondi
,
dal
feudalesimo
,
dai
frati
.
Il
fatto
era
che
quel
deserto
metteva
un
senso
di
sgomento
nei
cuori
.
Là
sarebbe
stato
bello
trasformarsi
in
un
esercito
di
legionari
alla
romana
con
la
marra
,
la
vanga
,
gli
aratri
di
Lombardia
!
Ma
là
non
c
'
erano
le
acque
di
Lombardia
;
anzi
non
ci
si
trovava
neppure
da
dissetarsi
.
E
alcune
voci
intonavano
il
coro
del
Verdi
:
'
Fonti
eterne
,
purissimi
laghi
...
'
*
Finalmente
quando
già
si
faceva
sera
,
apparve
lontano
un
corpo
di
casa
massiccio
e
scuro
,
su
di
un
rilievo
un
po
'
più
spiccato
di
quella
campagna
.
Era
il
maniero
di
Rampagallo
,
quello
che
si
chiamava
bellamente
feudo
,
come
se
là
il
feudalesimo
fosse
ancora
una
cosa
viva
.
E
tutto
,
dai
muri
massicci
,
alle
finestre
,
alla
gran
porta
,
ai
cortili
dentro
,
ai
contadini
che
vi
si
aggiravano
,
tutto
vi
aveva
infatti
una
fisionomia
d
'
antichità
corrucciata
.
Le
Compagnie
si
accamparono
davanti
a
quel
vasto
casamento
su
di
un
pendio
erboso
,
che
dopo
l
'
arsura
della
lunga
giornata
pareva
dar
un
carezzevole
senso
di
refrigerio
.
A
pié
dei
loro
fasci
d
'
arme
,
mangiarono
il
loro
pane
,
e
in
silenzio
si
addormentarono
.
Ma
i
pochi
che
per
servizio
dell
'
accampamento
vegliavano
,
videro
di
prima
notte
entrar
nel
gran
cortile
di
Rampagallo
una
piccola
schiera
d
'
uomini
,
forse
sessanta
,
condotti
da
tre
o
quattro
cavalieri
,
alti
su
degli
stalloni
piuttosto
che
sellati
,
bardati
,
con
attraverso
sulle
cosce
dei
lungi
fucili
.
Gli
uomini
a
piedi
erano
armati
di
doppietta
,
con
alla
vita
la
ventriera
per
le
cartucce
e
qualche
pugnale
.
Vestivano
panni
strani
,
parecchi
avevano
sopravesti
e
cosciali
di
pelli
caprine
,
e
portavano
in
capo
dei
berretti
quasi
frigi
o
dei
cappellacci
a
cencio
.
I
loro
capi
,
fratelli
Sant
'
Anna
e
barone
Mocarta
,
passarono
da
Garibaldi
.
Egli
fece
liete
accoglienze
a
quel
primo
manipolo
che
la
Sicilia
armata
gli
dava
;
la
scena
era
quasi
da
medio
evo
:
pareva
proprio
che
in
quelle
ore
in
quel
luogo
quei
signori
fossero
giunti
per
prestare
l
'
omaggio
a
un
conquistatore
.
Ma
Garibaldi
che
sapeva
ricevere
come
un
re
,
nello
stesso
tempo
sapeva
parere
quasi
inferiore
a
chi
gli
si
presentava
,
onde
quel
fascino
e
quel
suo
dominio
sui
cuori
,
da
cui
subito
quei
siciliani
si
sentirono
presi
.
E
uscivano
da
quel
ricevimento
,
magnificando
.
A
Salemi
A
levata
di
sole
,
il
giorno
appresso
che
era
domenica
,
la
colonna
si
mise
in
cammino
.
Andava
alla
testa
la
1°
Compagnia
con
Bixio
,
il
quale
aveva
l
'
ordine
d
'
avanzarsi
fino
a
Salemi
,
grosso
borgo
che
fu
presto
veduto
apparire
lontano
in
cima
a
un
monte
.
Bella
vista
a
guardarlo
,
ma
poveri
petti
!
La
salita
lassù
fu
faticosissima
e
lunga
;
però
,
quando
le
compagnie
vi
giunsero
,
provarono
un
forte
compiacimento
.
Tutta
la
gente
aspettava
gridando
:
"
Garibaldi
!
Garibaldi
!
"
storpiandone
il
nome
con
alterazioni
strane
;
ma
insomma
era
un
vero
delirio
.
E
le
campane
squillavano
a
festa
;
e
una
banda
suonava
delle
arie
eroiche
.
Via
via
che
le
compagnie
giungevano
nella
piazza
,
si
trovavano
avvolte
da
uomini
,
da
donne
,
persin
da
preti
;
e
tutti
abbracciavano
,
molti
baciavano
,
molti
porgevano
boccali
di
vino
e
cedri
meravigliosi
.
Ma
v
'
erano
anche
dei
poveretti
,
troppi
!
i
quali
stendevano
la
mano
per
dar
a
capire
d
'
aver
fame
,
facevano
certi
segni
da
parer
nemici
se
non
fossero
stati
i
loro
occhi
pieni
di
umiltà
.
-
E
noi
pure
abbiamo
fame
!
-
rispondevano
quei
soldati
stizziti
,
ma
parecchi
davano
degli
spiccioli
a
quella
povera
gente
,
che
largiva
loro
dell
'
Eccellenza
.
E
Garibaldi
qual
è
?
Domandava
la
folla
.
Passava
Turr
.
E
'
questo
?
No
.
Passava
Carini
.
Dunque
sarà
questo
?
No
.
Ognuno
dei
più
belli
e
prestanti
tra
i
grandi
della
spedizione
,
per
essa
doveva
essere
Garibaldi
.
Chi
sa
quale
se
lo
immaginavano
!
Ma
quando
lo
videro
,
quei
siciliani
quasi
quasi
si
inginocchiarono
.
Oh
che
viso
,
che
testa
,
che
santo
!
Egli
sorridendo
si
levò
come
poté
dalla
turba
,
e
andò
a
mettersi
al
suo
lavoro
.
Cominciava
così
a
formarsi
intorno
a
lui
la
leggenda
che
pigliò
poi
tante
forme
;
da
quella
che
un
angelo
gli
parasse
le
schioppettate
,
a
quell
'
altra
che
fosse
parente
di
Santa
Rosalia
e
fin
suo
fratello
.
Stettero
poco
a
giungere
delle
cavalcate
da
tutte
le
parti
,
e
poi
drappelli
di
insorti
come
quei
della
notte
avanti
,
a
cento
,
ducento
,
trecento
;
e
chi
portava
lo
schioppo
ancora
a
pietra
focaia
,
chi
la
doppietta
,
chi
fino
il
trombone
.
I
più
erano
armati
di
picche
,
e
tutti
insieme
,
per
quelle
viuzze
a
salite
e
discese
ripide
,
facevano
un
chiasso
più
da
sagra
che
da
rivoluzione
.
Ma
si
udivano
anche
delle
grida
ingiuriose
ai
Borboni
,
e
delle
canzoni
che
ferivano
il
nome
di
Sofia
regina
.
E
spiacevano
.
Dopo
mezzodì
fu
affisso
alle
cantonate
un
proclama
.
Ah
!
Ora
dunque
tutto
è
nelle
mani
sue
!
-
dicevano
i
militi
,
e
pareva
loro
che
quel
titolo
di
Dittatore
infondesse
una
forza
di
disciplina
superba
.
E
pensavano
al
nemico
.
Non
si
sarebbe
fatto
vedere
!
O
bisognava
andare
a
trovarlo
?
Già
,
di
salir
lassù
a
Salemi
per
trovar
loro
,
non
avrebbe
certo
tentato
.
Chi
sapeva
mai
!
Ma
a
buon
conto
,
già
dalle
prime
ore
,
erano
partiti
per
gli
avamposti
i
Carabinieri
genovesi
,
e
più
lontano
ancora
era
andata
una
mezza
squadra
della
Compagnie
di
Bixio
.
In
quella
squadra
,
comandata
dal
giovanissimo
Ettore
Filippini
veneziano
,
si
trovavano
da
semplici
militi
Raniero
Taddei
ingegnere
e
Antonio
Ottavi
tutt
'
e
due
da
Reggio
Emilia
,
ufficiali
esperti
e
considerati
nelle
guerre
passate
;
e
così
da
quella
parte
il
servizio
di
campo
era
bene
affidato
.
Intanto
gli
artiglieri
avevano
già
piantato
alla
meglio
una
sorta
di
officina
,
dove
lavoravano
a
costruir
gli
affusti
pei
canoni
di
Orbetello
.
Giuseppe
Orlando
e
Achille
Campo
,
coi
soli
e
primitivi
strumenti
che
avevano
potuto
trovare
dai
carrai
di
Salemi
riuscivano
a
far
miracoli
di
meccanica
;
e
il
giorno
dipoi
i
tre
cannoni
e
la
colubrina
,
rimessa
un
po
'
a
nuovo
anch
'
essa
sul
suo
carretto
,
facevano
buona
promessa
che
nello
sparo
non
si
sarebbero
,
rimboccandosi
indietro
,
avventati
addosso
ai
loro
serventi
.
E
quel
giorno
fu
veduto
giungere
in
Salemi
un
giovane
monaco
,
raggiante
di
quell
'
allegrezza
che
ognuno
ricorda
d
'
aver
letto
in
viso
ai
sacerdoti
del
'48
.
Chi
non
aveva
udito
benedire
la
patria
da
qualche
pulpito
,
in
quell
'
anno
che
pareva
ancora
tanto
vicino
?
E
poi
appresso
,
dall
'
oggi
al
domani
,
le
chiese
erano
divenute
mute
.
Pio
IX
s
'
era
disdetto
,
e
la
coscienza
delle
moltitudini
tra
la
patria
e
la
religione
s
'
era
confusa
.
Pure
,
a
non
lungo
andare
,
le
moltitudini
avevano
poi
ripreso
lume
da
sé
,
e
poiché
la
patria
doveva
a
ogni
modo
rifarsi
,
o
s
'
erano
messe
ad
aiutar
la
grand
'
opera
,
o
se
non
altro
avevano
lasciato
che
si
andasse
svolgendo
,
spettatrici
non
ostili
né
indifferenti
.
Ma
laggiù
nell
'
isola
,
dove
il
clero
viveva
ancora
delle
passioni
civili
del
popolo
,
i
sacerdoti
in
generale
erano
caldi
patriotti
.
Quel
monaco
si
chiamava
fra
Pantaleo
.
Era
un
bello
e
robusto
giovane
di
forse
trent
'
anni
,
che
parlava
come
se
fosse
uscito
allora
da
un
cenacolo
miracoloso
,
donde
avesse
portato
via
il
fuoco
degli
apostoli
nell
'
anima
e
nella
lingua
.
Piacque
ma
non
a
tutti
.
Tra
quella
gente
dell
'
alta
Italia
,
v
'
erano
i
diffidenti
e
gli
avversi
per
sistema
agli
uomini
di
chiesa
;
ma
poiché
Garibaldi
accolse
bene
il
monaco
,
e
lo
chiamò
l
'
Ugo
Bassi
delle
sue
nuove
legioni
,
anche
quelli
rispettarono
il
frate
e
lo
lasciarono
predicare
.
Intanto
riconoscevano
che
la
parola
di
lui
immaginosa
e
ardente
era
una
forza
di
più
.
Continuavano
ad
arrivare
squadre
alla
spicciolata
,
e
tra
quello
scorcio
di
giornata
e
tutta
l
'
altra
appresso
si
poté
calcolare
alla
grossa
che
quegli
insorti
fossero
già
due
migliaia
.
Non
dovevano
essersi
mossi
da
lontanissimo
,
anzi
era
da
presumersi
che
fossero
tutti
della
estrema
parte
occidentale
dell
'
isola
;
dunque
una
volta
che
Garibaldi
si
fosse
avanzato
verso
il
centro
,
si
sarebbe
trovato
tra
popoli
che
avrebbero
fatto
levar
su
il
fiore
della
gioventù
pronta
a
seguirlo
.
Frattanto
quelli
che
erano
già
lì
si
mostravano
ossequenti
,
guatavano
con
occhio
cupido
i
fucili
del
Mille
,
che
per
quanto
meschini
erano
sempre
armi
da
guerra
;
ma
discorrendo
di
fatti
d
'
arme
,
essi
così
saldi
a
star
al
fuoco
e
a
sparar
da
fermi
contro
il
nemico
,
essi
così
destri
e
fieri
nei
loro
duelli
ad
armi
corte
,
se
sentivano
parlar
d
'
attacchi
alla
baionetta
,
quasi
raccapricciavano
.
Piovve
dirotto
tutta
la
notte
tra
il
13
e
il
14
,
e
poi
tutto
quanto
questo
giorno
con
tedio
grande
e
grande
stizza
di
tutti
,
perché
il
mal
tempo
li
faceva
indugiar
lassù
in
quell
'
ozio
.
Ed
essi
erano
tormentati
da
un
desiderio
inquieto
di
trovarsi
alla
prima
prova
,
per
esperimentare
il
nemico
con
cui
avevano
da
fare
,
e
di
cui
,
non
sapendo
nulla
di
preciso
,
sentivano
dir
le
cose
più
stravaganti
.
Neppur
dagli
avamposti
avevano
segno
che
fosse
in
movimento
.
Che
faceva
?
Il
nemico
Da
Palermo
,
sin
dall
'
alba
del
6
,
era
partita
una
colonna
comandata
dal
generale
Landi
,
vecchio
di
settant
'
anni
,
promosso
di
fresco
a
quel
grado
.
Da
soldato
egli
aveva
combattuto
contro
le
rivoluzioni
siciliane
,
sin
da
quella
del
1820
,
ed
era
venuto
su
grado
grado
in
quella
milizia
stagnante
,
che
sentiva
d
'
essere
mantenuta
più
per
assicurare
il
Re
contro
i
sudditi
che
per
difendere
il
Regno
.
Questo
se
ne
stava
infatti
sicuro
,
coperto
com
'
era
dallo
Stato
pontificio
e
protetto
dal
mare
.
Quel
Landi
era
un
uomo
pio
.
In
marcia
si
era
fermato
a
sentir
messa
a
Monreale
,
per
santificare
la
domenica
,
proprio
quella
domenica
in
cui
Garibaldi
con
la
spedizione
faceva
il
suo
primo
giorno
di
mare
.
Poi
,
continuando
la
sua
via
molto
adagio
,
andando
in
carrozza
alla
testa
della
sua
colonna
,
il
12
aveva
fatto
sosta
in
Alcamo
.
Di
là
partito
la
notte
per
Calatafimi
,
v
'
era
giunto
la
mattina
del
13
,
appunto
mentre
Garibaldi
saliva
a
Salemi
.
Da
Calatafimi
aveva
scritto
lettere
dogliose
al
Comandante
in
capo
dell
'
isola
,
annunziando
che
prima
di
marciar
su
Salemi
,
dove
sapeva
trovarsi
una
banda
di
'
gente
raccogliticcia
'
,
voleva
aspettare
un
battaglione
del
10°
di
linea
che
gli
avevano
promesso
.
Ignorava
ancora
lo
sbarco
di
Garibaldi
,
ignorava
che
quelle
genti
raccogliticce
erano
i
Mille
con
Garibaldi
in
persona
.
Ma
,
il
14
sapeva
già
qualche
cosa
di
più
,
e
scrivendo
parlava
di
'
emigrati
sbarcati
'
.
Si
proponeva
d
'
andare
il
15
ad
attaccarli
.
Poi
risolse
d
'
aspettar
a
Calatafimi
,
"
posizione
tutta
militare
,
molto
vantaggiosa
all
'
offensiva
ed
alla
difensiva
ed
essenzialmente
necessaria
ad
impedire
che
le
bande
si
scaricassero
su
Palermo
da
quel
lato
della
Consolare
"
.
E
il
15
,
fermo
nel
suo
proposito
,
scriveva
che
"
tentare
un
assalto
a
Salemi
sarebbe
un
'
imprudenza
ed
un
avventurare
la
colonna
fra
la
imboscata
nemica
.
"
Mostrava
dunque
di
ignorare
il
numero
degli
avversari
ma
di
temerli
:
e
veramente
spie
la
Sicilia
non
ne
diede
a
lui
allora
,
né
ad
altri
dopo
;
però
egli
li
chiamava
già
'
Garibaldesi
'
.
Tuttavia
non
nominava
Garibaldi
quasi
che
a
scriver
quel
nome
temesse
di
vedersi
apparir
lì
innanzi
il
terribile
uomo
.
Forse
ripensando
al
passato
,
rammentava
che
quel
giorno
stesso
cadeva
l
'
anniversario
di
due
grandi
fatti
:
il
15
maggio
del
1848
,
re
Ferdinando
spergiuro
aveva
fatta
far
la
strage
nelle
vie
di
Napoli
,
chiuso
il
Parlamento
,
tradita
la
nazione
;
il
15
maggio
del
1849
,
oppressa
la
rivoluzione
in
tutta
la
Sicilia
,
il
generale
Filangeri
era
entrato
in
Palermo
vittorioso
.
E
rammentando
,
forse
quel
povero
Landi
sperava
.
*
Non
si
potrebbe
dire
se
Garibaldi
,
pensando
anche
egli
a
quelle
date
,
abbia
aspettato
quel
giorno
15
come
una
scadenza
di
buon
augurio
.
Un
po
'
preso
da
certi
fili
era
egli
pure
,
e
spesso
la
sua
bella
stella
Arturo
guardata
da
lui
gli
aveva
fatto
venir
su
dal
cuore
il
consiglio
buono
.
Comunque
sia
,
all
'
alba
del
15
maggio
,
fatto
leggere
alle
compagnie
un
suo
ordine
del
giorno
che
piantava
nei
cuori
le
risoluzioni
supreme
,
mise
il
suo
piccolo
esercito
in
marcia
.
Le
compagnie
mossero
con
la
sinistra
in
testa
,
e
così
andava
innanzi
alle
altre
la
8°
bergamaschi
;
orgoglio
di
Francesco
Nullo
e
di
Francesco
Cucchi
,
gran
ricco
questi
che
dato
di
suo
largamente
a
denaro
,
adesso
era
pronto
a
dar
l
'
anima
.
Ma
i
carabinieri
genovesi
la
precedevano
,
e
le
guide
erano
già
assai
più
oltre
di
questi
.
Discendeva
quella
gente
da
Salemi
per
le
giravolte
che
fa
la
via
calandosi
nella
valle
;
e
Garibaldi
,
fermo
ancora
appena
fuor
da
Salemi
lassù
,
a
quei
che
giunti
a
mezzo
la
china
si
volgevano
a
guardarlo
,
pareva
librato
nell
'
aria
.
Il
popolo
della
cittadetta
affollava
il
ciglio
del
monte
attorno
alle
mura
,
e
gridava
a
modo
suo
gli
augurii
a
chi
se
n
'
andava
...
Certamente
quello
sarebbe
stato
giorno
di
battaglia
,
e
molti
di
quegli
uomini
che
partivano
non
avrebbero
veduto
andar
sotto
quel
sole
che
nasceva
.
Coi
Mille
camminavano
le
squadre
.
Ed
essi
non
già
più
così
,
ma
le
chiamavano
'
Picciotti
'
,
dilettandosi
in
questo
nome
paesano
che
pareva
l
'
espressione
del
confidente
abbandono
con
cui
quegli
uomini
si
erano
messi
nelle
mani
di
Garibaldi
.
Per
vezzo
chiamavano
'
Picciotto
'
qualcuno
delle
compagnie
che
avesse
tipo
più
di
meridionale
:
carissimi
pel
gran
valore
militare
,
ma
dolci
a
ricordare
anche
per
questa
cosa
da
nulla
,
Ferdinando
Secondi
da
Dresano
studente
di
legge
e
Giuseppe
Sisti
da
Pasturago
studente
di
matematica
,
della
compagnia
Cairoli
.
Parevano
proprio
nati
dalla
più
bella
gente
aristocratica
dell
'
isola
.
Altri
d
'
altre
compagnie
si
erano
fin
vestiti
da
'
picciotti
'
;
bellissimo
tra
tutti
Francesco
Margarita
da
Cuggiono
che
col
berretto
frigio
nero
,
con
la
giacca
mezza
fatta
di
peli
e
cosciali
pure
fatti
di
pelle
,
pareva
un
tipo
di
baronetto
da
star
bene
in
uno
di
quei
feudi
là
intorno
.
Avevano
smesso
i
panni
di
gala
e
i
cappelli
a
cilindro
,
alcuni
che
s
'
erano
imbarcati
a
Genova
forse
appena
usciti
dal
teatro
o
da
qualche
salotto
,
e
anch
'
essi
vestivano
alla
siciliana
.
Dal
capo
alla
coda
della
colonna
,
correva
come
un
fluido
che
fondeva
sempre
più
in
un
sentimento
di
forza
e
d
'
allegrezza
tutti
quegli
animi
;
e
via
via
che
la
colonna
avanzava
,
pareva
che
ognuno
fiutasse
nell
'
aria
la
misteriosa
presenza
del
nemico
.
A
un
certo
punto
,
si
ripiegò
sulla
colonna
un
drappello
di
uomini
che
scendevano
da
certi
pagliai
fuori
di
mano
nella
campagna
.
Parevano
irati
.
Erano
quelli
della
mezza
squadra
della
Compagnia
Bixio
,
che
andati
agli
avamposti
da
quarantott
'
ore
,
erano
stati
via
sotto
la
pioggia
e
fin
senza
pane
.
Raccontavano
che
poco
avanti
era
capitato
a
trovarli
lo
stesso
Bixio
,
e
che
li
aveva
assai
bruscamente
ripresi
,
come
se
avessero
avuto
qualche
gran
torto
.
Ma
essi
,
pazienti
,
da
quel
terribile
che
non
mangiava
,
non
dormiva
,
tempestava
giorno
e
notte
non
lasciando
quiete
neppur
le
pietre
,
si
erano
lasciati
dir
tutto
;
e
ora
lieti
di
ricongiungersi
ai
compagni
,
vi
portarono
in
mezzo
la
gran
notizia
,
Sì
!
Il
nemico
doveva
essere
,
anzi
era
certo
non
lontano
,
già
in
posizione
.
Dunque
tra
poco
la
battaglia
.
E
intanto
si
vedevano
le
squadre
dei
'
Picciotti
'
svoltare
per
le
vie
traverse
,
anche
i
cinquanta
o
sessanta
che
andavano
a
cavallo
,
e
allontanarsi
,
pigliare
i
monti
.
Dove
andavano
?
Nessuno
ci
capiva
nulla
.
La
bandiera
Durante
una
breve
sosta
,
che
fu
fatta
fare
alla
colonna
,
passò
l
'
ordine
di
mandar
la
bandiera
al
centro
della
7°
Compagnia
,
quella
del
Cairoli
.
Da
Marsala
fin
là
,
quella
bandiera
l
'
aveva
custodita
la
6°
del
Carini
.
E
la
portava
Giuseppe
Campo
palermitano
,
uno
che
nell
'
ottobre
avanti
aveva
tentato
la
rivoluzione
a
Bagheria
presso
Palermo
,
e
che
lasciato
quasi
solo
era
fuggito
dall
'
isola
a
Genova
.
Ma
ora
tornava
portabandiera
dei
Mille
.
Egli
dunque
con
sei
militi
della
6°
andò
al
centro
della
7°
salutato
da
questa
con
molto
onore
.
E
allora
alla
bandiera
fu
tolto
per
la
prima
volta
l
'
incerato
da
Stefano
Gatti
mantovano
.
Sfavillarono
al
sole
da
una
parte
del
drappo
,
ricchissimi
nei
tre
colori
,
emblemi
d
'
argento
e
d
'
oro
che
figuravano
catene
infrante
e
cannoni
ed
armi
d
'
ogni
sorta
,
con
su
un
'
Italia
,
in
forma
d
'
una
bellissima
donna
trionfante
colla
corona
turrita
.
E
dall
'
altra
parte
,
a
lettere
romane
trapunte
in
oro
,
spiccava
questa
leggenda
:
A
GIUSEPPE
GARIBALDI
GLI
ITALIANI
RESIDENTI
A
VALPARAISO
1855
.
Su
tre
grandi
nastri
pendenti
dalla
cima
dell
'
asta
tutto
bullettine
d
'
oro
,
brillavano
pure
d
'
oro
tre
parole
che
allora
facevano
sospirare
come
roba
da
sogni
impossibili
ad
avverarsi
,
tre
cose
che
ora
perché
si
hanno
pare
siano
sempre
esistite
:
'
Indipendenza
,
Unità
,
Libertà
'
.
Allora
volevano
esprimere
semplicemente
delle
speranze
e
dei
voti
,
ma
dicevano
insieme
che
i
donatori
di
quella
bandiera
,
in
quelle
terre
d
'
America
da
dove
veniva
,
tra
i
nativi
e
gli
stranieri
,
sentivano
più
amari
che
in
Italia
il
rammarico
,
la
vergogna
,
il
danno
di
non
avere
un
nome
patrio
come
gli
inglesi
,
i
francesi
,
gli
spagnuoli
,
tutti
gli
europei
emigrati
come
loro
,
pur
sentendosi
,
da
lavoratori
,
pari
e
forse
migliori
.
Ciò
forse
avevano
voluto
significare
a
Garibaldi
,
mentre
egli
dolente
era
passato
pei
porti
del
Pacifico
:
ed
egli
ora
in
quell
'
angusta
valletta
siciliana
,
tra
gente
nata
e
tenuta
nell
'
ignoranza
dell
'
esistenza
d
'
un
'
Italia
,
sventolava
quella
bandiera
e
gettava
le
sorti
della
nazione
.
Fatto
un
altro
po
'
di
cammino
,
la
colonna
giungeva
a
Vita
,
piccolo
borgo
,
case
rustiche
,
molte
catapecchie
,
una
chiesa
.
Parecchi
di
quelli
che
posarono
l
'
occhio
su
quella
chiesa
,
non
immaginarono
di
certo
che
la
sera
di
quel
giorno
vi
sarebbero
stati
portati
dentro
feriti
,
a
patire
,
a
veder
morire
,
a
morire
.
Faceva
brutto
senso
veder
la
gente
di
quel
borgo
fuggire
a
gruppi
,
a
famiglie
intere
,
trascinare
i
vecchi
e
pigliare
i
monti
,
carica
di
masserizie
,
mandando
lamenti
.
Pareva
che
fuggissero
a
un
'
invasione
di
barbari
.
Ma
quella
gente
sapeva
cosa
c
'
era
là
vicino
e
ricordava
eccidii
recenti
.
La
colonna
traversò
il
borgo
,
e
poco
distante
fece
alto
.
Passò
Garibaldi
frettoloso
;
domandò
se
le
Compagnie
avessero
mangiato
;
se
no
,
mangiassero
pure
.
Ma
che
cosa
?
Senza
scomporre
troppo
gli
ordini
,
e
anche
ridendo
giocondamente
,
chi
volle
si
adagiò
,
e
si
misero
tutti
a
sbocconcellare
il
loro
pane
:
molti
sbrancarono
alquanto
in
certi
piccoli
campi
di
fave
lì
ai
lati
della
via
,
e
con
quel
companatico
fecero
il
loro
pasto
.
Allora
furono
viste
alcune
Guide
tornar
trottando
per
lo
stradale
che
si
stendeva
innanzi
.
Tra
quelle
il
sessagenario
Alessandro
Fasola
pareva
ringiovanito
.
Poi
fu
un
correre
di
cavalli
dal
luogo
dove
stava
Garibaldi
alle
Compagnie
,
e
subito
s
'
udirono
due
squilli
di
tromba
.
Tutti
a
posto
e
via
come
stormi
,
pigliarono
quasi
a
volo
un
colle
a
destra
brullo
,
ronchioso
,
arso
dal
sole
.
Vi
si
piantarono
in
cima
ordinati
.
E
di
lassù
,
oltre
una
breve
convalle
,
forse
a
duemila
metri
,
videro
su
di
un
altro
colle
rimpetto
schierato
il
nemico
.
Era
un
balenio
d
'
armi
che
coronava
la
vetta
gran
tratto
;
due
macchie
scure
parevano
due
cannoni
;
certe
linee
nette
profilate
nel
fianco
del
colle
facevano
indovinare
dei
terrazzi
sostenuti
forse
da
muri
a
secco
;
filiere
di
fichi
d
'
India
rotte
qua
e
là
si
spandevano
dal
ciglio
d
'
alcuni
di
quei
terrazzi
;
forse
nascondevano
delle
linee
di
soldati
.
Su
di
un
balzo
del
colle
sorgeva
una
casetta
;
pochi
alberi
grami
lassù
;
in
molti
punti
pareva
la
roccia
nuda
.
Di
là
da
quel
colle
facevano
sfondo
alti
monti
.
Grigio
,
con
aspetto
più
di
rovina
che
d
'
abitato
,
si
vedeva
lontano
in
alto
,
a
pie
'
d
'
un
castello
,
un
gruppo
grande
di
case
,
che
non
si
sapeva
ancora
chiamare
Calatafimi
.
Nelle
gole
dei
monti
a
sinistra
formicolavano
turbe
di
gente
;
le
squadre
partite
da
Salemi
erano
anch
'
esse
lassù
;
ogni
tanto
vi
scoppiavano
delle
grida
.
E
quelli
dall
'
altra
parte
,
i
napolitani
,
videro
anch
'
essi
e
lo
narrarono
poi
per
anni
.
Videro
quella
linea
che
s
'
era
formata
rimpetto
a
loro
con
movimenti
non
soliti
tra
gli
insorti
,
rotta
a
tratti
da
macchie
rosse
.
E
stupirono
.
Non
capivano
cosa
volessero
dire
,
o
dubitavano
che
quei
rossi
fossero
casacche
di
galeotti
fuggiti
da
non
sapevano
quale
bagno
.
I
soldati
ignoravano
che
fosse
là
Garibaldi
,
ma
s
'
accorgevano
d
'
essere
dinanzi
a
gente
che
doveva
sapere
star
in
battaglia
.
Mancava
poco
al
mezzogiorno
.
Il
combattimento
Dal
1814
quando
i
napolitani
di
Murat
salirono
fino
al
Po
,
senza
saper
bene
se
si
sarebbero
incontrati
amici
o
nemici
coi
loro
vecchi
commilitoni
dell
'
esercito
italico
del
Viceré
Eugenio
;
e
poi
si
offesero
scambiando
con
essi
delle
cannonate
:
da
allora
non
si
erano
più
trovati
di
fronte
italiani
delle
due
parti
estreme
,
armati
per
darsi
battaglia
.
L
'
ora
dunque
era
solenne
.
I
due
piccoli
eserciti
stettero
ancora
un
pezzo
a
guardarsi
.
Garibaldi
su
di
una
sporgenza
del
colle
,
tra
certe
rocce
che
gli
facevano
riparo
dinanzi
a
mezzo
la
persona
,
stava
con
Turr
,
Sirtori
,
Tukory
,
osservando
il
nemico
.
Aveva
dato
l
'
ordine
di
tener
chete
le
Compagnie
che
non
sparassero
,
e
queste
stavano
chete
,
anzi
a
terra
sdraiate
.
I
Carabinieri
genovesi
erano
stati
messi
avanti
a
tutti
,
già
un
po
'
più
giù
nel
pendio
verso
il
nemico
:
dietro
di
loro
la
8°
e
la
7°
Compagnia
giacevano
stese
in
cacciatori
a
quadriglie
,
e
così
era
formata
da
loro
la
prima
linea
.
La
6°
e
la
5°
Compagnia
sul
ciglio
del
colle
,
sdraiate
anch
'
esse
in
ordine
aperto
formavano
la
seconda
linea
;
tutto
il
battaglione
di
Bixio
,
e
cioè
la
4°
,
la
3°
e
la
2°
Compagnia
,
stavano
in
riserva
sul
versante
dalla
parte
di
Vita
,
ma
solo
pochi
passi
dal
ciglio
;
più
in
giù
,
quasi
alla
falda
,
era
rimasta
la
1°
Compagnia
,
quella
di
Bixio
,
il
quale
la
aveva
lasciata
al
suo
luogotenente
Dezza
.
Egli
si
era
portato
avanti
forse
per
trovarsi
sempre
vicino
al
Generale
,
per
non
perderlo
di
vista
mai
,
quasi
che
in
caso
di
sconfitta
si
sentisse
di
salvarlo
,
o
,
non
lo
potendo
,
volesse
morirgli
al
lato
.
Passavano
le
ore
,
e
Garibaldi
,
che
di
solito
preferiva
assalire
,
non
si
risolveva
all
'
attacco
.
Sperava
forse
che
nelle
file
nemiche
si
destasse
qualche
sentimento
italiano
?
Chi
lo
sa
!
Ma
si
può
crederlo
perché
aveva
ordinato
di
portar
nel
punto
più
alto
la
bandiera
tricolore
,
e
di
farla
sventolare
.
Ad
ogni
modo
sembrava
che
avesse
risolto
cavallerescamente
di
lasciar
ai
Napolitani
il
vanto
d
'
assalir
primi
.
E
verso
il
tocco
squillò
una
tromba
napolitana
.
Uno
dei
garibaldini
,
certo
Natale
Imperatori
della
6°
Compagnia
Carini
,
che
conosceva
quella
sonata
,
disse
subito
:
"
Vengono
i
Cacciatori
!
"
E
difatti
,
contro
il
grigio
e
il
verde
del
suolo
,
furono
viste
prima
come
un
formicolio
,
poi
più
nette
,
spiccate
le
divise
cilestrine
discendere
alla
sfilata
,
agili
,
giù
pei
terrazzi
del
loro
colle
,
serpeggiando
tra
i
ciuffi
di
fichi
d
'
India
.
Erano
addirittura
due
Compagnie
.
Giunti
all
'
ultima
falda
del
colle
,
s
'
avanzarono
pel
po
'
di
spazio
che
faceva
la
valletta
,
e
cominciarono
i
loro
fuochi
di
sotto
in
su
contro
i
garibaldini
della
prima
fronte
.
Questi
erano
i
Genovesi
.
Chi
li
poteva
tenere
che
non
rispondessero
al
fuoco
delle
quadriglie
?
Pure
durarono
un
pezzo
senza
sparare
e
peritissimi
al
tiro
giudicavano
impediti
i
nemici
le
cui
palle
passavano
miagolando
molto
in
alto
:
ma
alla
fine
cominciarono
anch
'
essi
con
le
loro
carabine
di
pochissimo
scoppio
,
ma
secco
,
acuto
,
e
le
palle
andavano
al
segno
.
Allora
quei
Cacciatori
si
arrestarono
a
scambiare
ancora
pochi
tiri
,
così
da
fermi
,
coi
Genovesi
.
Ma
subito
le
trombe
garibaldine
suonarono
l
'
attacco
alla
baionetta
.
Bisognava
levar
le
Compagnie
dalla
tentazione
di
sprecar
di
lassù
le
munizioni
,
perché
i
più
non
avevano
che
dieci
cartucce
,
e
i
fucili
non
portavano
più
che
a
quattrocento
metri
.
Le
Compagnie
,
a
quegli
squilli
,
balzarono
ritte
come
sorgessero
dalla
terra
improvvise
,
e
si
rovesciarono
giù
dal
colle
una
dietro
l
'
altra
,
correndo
scaglionate
oblique
giù
per
la
china
,
ma
mirabilmente
composte
,
poi
s
'
allargarono
in
ordine
sparso
,
quando
i
cannoni
napolitani
cominciarono
a
trarre
granate
.
Lo
narrarono
poi
molti
che
stavano
allora
nelle
file
nemiche
.
Quel
movimento
,
fatto
così
di
lancio
e
con
sicurezza
da
veterani
,
produsse
in
loro
un
effetto
indicibile
.
Ma
non
si
sgomentarono
.
E
fu
bene
,
perché
per
la
loro
mirabile
resistenza
meritarono
d
'
esser
lodati
nell
'
ordine
di
Garibaldi
il
giorno
appresso
;
e
la
lode
poté
forse
sugli
animi
più
della
stessa
vittoria
riportata
da
chi
li
lodava
.
Così
il
bel
fatto
d
'
arme
era
cominciato
.
In
un
lampo
le
due
Compagnie
di
Cacciatori
furono
spazzate
via
,
lasciando
esse
alcuni
caduti
in
quel
fondo
,
bei
giovani
d
'
Abruzzo
,
di
Calabria
,
di
chi
sa
quale
di
quelle
terre
delle
rivoluzioni
gloriose
e
infelici
.
Sul
berretto
elegante
a
barchetta
,
portavano
il
numero
8
-
8°
Cacciatori
!
-
E
indossavano
delle
divise
di
tela
cilestrina
,
giubba
corta
,
elegante
,
su
cui
s
'
incrociavano
pittorescamente
le
corregge
degli
zaini
e
della
fiaschetta
a
zucca
,
schiacciata
e
foderata
di
cuoio
.
La
loro
carabina
,
pei
tempi
d
'
allora
,
era
perfettissima
,
e
la
daga
baionetta
faceva
pensare
a
quelle
terribili
degli
zuavi
.
Poveri
ragazzi
!
Come
fanno
stringere
il
cuore
l
'
eleganza
delle
divise
indosso
ai
morti
sui
campi
,
e
quelle
cose
e
quei
numeri
e
quei
nomi
dei
corpi
!
Coloro
che
giacciono
non
hanno
più
né
vita
né
nome
,
né
paese
né
nulla
:
a
casa
loro
i
parenti
non
sapranno
la
zolla
che
beve
il
loro
sangue
,
né
l
'
erba
su
cui
spirarono
l
'
ultimo
fiato
.
Solo
non
li
vedranno
mai
più
;
essi
son
morti
.
Triste
cosa
la
guerra
!
Ma
allora
pareva
ancora
bella
perché
vi
si
poteva
patire
,
morire
,
per
far
trionfare
un
'
idea
,
più
che
perché
vi
si
potesse
provar
la
gioia
e
la
gloria
di
vincere
.
Rispettate
i
nemici
,
rispettate
i
feriti
!
-
gridò
Francesco
Montanari
di
Mirandola
,
caduto
per
grave
ferita
su
quel
colle
-
sono
italiani
anch
'
essi
!
-
E
la
sua
faccia
severa
,
quasi
dura
e
in
quel
momento
contratta
dal
dolore
,
parve
trasfigurata
da
quella
sua
sublime
pietà
.
A
che
ormai
descrivere
il
fatto
d
'
armi
di
Calatafimi
?
Le
battaglie
,
da
quelle
che
descrisse
Omero
all
'
ultima
della
storia
moderna
,
si
somigliano
tutte
.
Sono
furia
d
'
uomini
contro
uomini
che
s
'
avventano
gli
uni
agli
altri
,
dandosi
a
vicenda
da
vicino
o
da
lontano
la
morte
,
con
più
o
meno
arte
,
secondo
i
tempi
.
Cortesi
fin
che
si
vuole
,
i
combattenti
son
sempre
ancor
poco
diversi
"
dagli
uomini
sul
vinto
orso
rissosi
.
"
Eppure
leggiamo
rapiti
dalle
narrazioni
,
ammirando
fatti
che
in
sé
sono
atroci
,
e
ci
esaltiamo
e
chiamiamo
magnanimo
tanto
chi
dà
come
chi
riceve
la
morte
in
campo
.
Ci
pare
sovrumano
il
maresciallo
Ney
a
Vaterloo
,
quando
nella
tragica
ora
della
sconfitta
già
imminente
,
grida
con
voluttà
disperata
che
vorrebbe
tutti
nel
petto
i
proiettili
dei
cannoni
inglesi
rombanti
nell
'
aria
.
Sublime
ci
pare
quell
'
oscuro
lanciere
francese
,
che
là
,
in
una
delle
ultime
cariche
di
cavalleria
,
gittò
la
sua
lancia
in
mezzo
a
un
quadrato
inglese
,
per
andare
a
raccattarla
come
per
gioco
in
quel
quadrato
;
e
spronò
e
balzò
e
cadde
egli
e
il
suo
cavallo
sulle
siepi
di
baionette
,
schiacciando
altri
e
morendo
.
Chi
mai
ci
pare
più
grande
di
lord
Cardigan
,
quando
ricevuto
l
'
ordine
di
assalire
la
batterie
russe
a
Balaclava
,
sa
che
vi
morrà
egli
,
l
'
ultimo
di
sua
schiatta
,
forse
con
tutti
i
suoi
seicento
cavalieri
;
ma
snuda
la
spada
e
gridando
:
"
Avanti
,
ultimo
dei
Cardigan
!
"
galoppa
alla
morte
come
se
volasse
al
cielo
?
Ma
quel
Montanari
e
quel
suo
grido
,
son
ben
più
degni
di
storia
.
Quello
di
Calatafimi
fu
fatto
d
'
arme
che
appena
potrebbe
stare
come
frammento
episodico
di
una
di
quelle
grandi
battaglie
.
Eppur
e
per
l
'
importanza
e
per
l
'
influenza
sua
sulla
vita
della
nostra
nazione
,
conta
quanto
e
forse
più
di
ciascuna
d
'
esse
per
le
altre
.
E
il
Generale
?
L
'
arte
di
Garibaldi
,
mirabile
già
nell
'
aver
saputo
creare
in
tutti
i
suoi
un
sentimento
profondo
,
sicuro
,
superbo
della
loro
situazione
,
nei
tre
giorni
avanti
;
in
quello
del
fatto
d
'
armi
,
stette
tutta
nell
'
averseli
tenuti
stretti
nel
pugno
come
un
fascio
di
folgori
,
fino
al
momento
in
cui
,
non
essendo
più
possibile
in
nessun
modo
lasciare
il
campo
non
vincitori
,
poté
abbandonar
ognuno
al
comando
di
sé
stesso
,
certo
egli
che
da
quel
momento
si
sarebbero
svolte
le
più
recondite
virtù
e
le
forze
e
l
'
ingegno
d
'
ognuno
,
dalla
calma
pontificale
di
Sirtori
al
furore
di
Bixio
,
all
'
impeto
geniale
di
Schiaffino
,
all
'
audacia
di
Edoardo
Herter
,
d
'
Achille
Sacchi
,
di
cento
altri
,
e
,
si
può
dire
di
tutti
,
perché
un
codardo
che
è
uno
,
in
quell
'
ora
,
in
quel
luogo
,
non
ci
poté
più
essere
.
E
il
merito
di
questo
miracolo
fu
tutto
del
Generale
.
L
'
anima
sua
era
entrata
,
era
presente
in
tutte
quelle
anime
,
fosse
egli
in
qual
si
volesse
punto
del
campo
.
Due
momenti
della
pugna
furono
esclusivamente
suoi
:
uno
,
quello
di
quando
Bixio
,
che
era
Bixio
,
osò
domandargli
alla
maniera
sua
se
non
gli
paresse
il
caso
di
battere
in
ritirata
,
ed
egli
rispose
che
là
si
faceva
l
'
Italia
o
si
moriva
:
l
'
altro
,
quello
dell
'
ultimo
assalto
,
quando
tutti
rifiniti
boccheggiavano
sotto
il
ciglio
del
colle
,
su
cui
si
erano
ridotte
via
via
risalendo
le
schiere
nemiche
scacciate
da
terrazzo
a
terrazzo
in
su
.
Là
disperavano
tutti
,
non
egli
,
che
parlando
pacato
andava
per
le
file
come
un
padre
con
gli
occhi
rilucenti
di
lagrime
:
"
Riposate
,
figliuoli
,
poi
un
ultimo
sforzo
e
abbiamo
vinto
.
"
Fu
in
quel
momento
che
lo
colpì
nella
spalla
destra
uno
dei
sassi
che
i
borbonici
facevano
rotolar
giù
;
ma
egli
non
degnò
mostrare
d
'
essersene
accorto
,
e
continuò
a
mantenere
quell
'
aria
sicura
che
creava
la
sicurezza
altrui
,
in
quel
quarto
d
'
ora
in
cui
,
se
i
borbonici
avessero
osato
rovesciarsi
giù
alla
baionetta
,
in
più
di
duemila
quanti
erano
ancora
,
la
rotta
era
sua
.
Essi
invece
,
raccolti
lassù
,
urlavano
:
'
Viva
lo
Re
'
;
rotolavano
sassi
,
e
tiravano
schioppettate
a
chi
si
faceva
su
dal
ciglio
a
guardare
.
Uno
di
questi
fu
Edoardo
Herter
da
Treviso
,
medico
di
26
anni
.
Pareva
una
damigella
bionda
vestita
da
uomo
,
tanto
aveva
esile
l
'
aspetto
,
ma
i
suoi
muscoli
erano
d
'
acciaio
.
Parlò
con
Garibaldi
un
istante
,
poi
si
lanciò
su
per
un
greppo
.
'
Ah
piangerà
tua
madre
!
'
fu
cantato
di
lui
,
e
appena
su
,
cadde
riverso
colpito
nel
petto
a
morte
.
In
quel
momento
l
'
artiglieria
garibaldina
tuonò
di
giù
dalla
strada
,
dove
alla
fine
aveva
potuto
mettersi
a
tiro
,
e
un
suo
proiettile
andò
a
cadere
tra
i
regii
.
Fu
come
il
segno
della
ripresa
,
perché
poco
appresso
si
fece
come
un
subbuglio
,
e
fu
gridato
:
"
La
bandiera
,
la
bandiera
in
pericolo
!
"
E
la
bella
bandiera
di
Valparaiso
fu
veduta
salire
,
come
se
andasse
da
sé
,
trascinando
dietro
ai
lembi
delle
sue
pieghe
quanti
vi
s
'
affollavano
presso
.
Passata
dalle
mani
di
Giuseppe
Campo
a
Elia
,
a
Menotti
,
a
Schiaffino
,
ora
Schiaffino
la
portava
all
'
ultima
prova
.
E
giù
,
staccati
dalla
loro
fronte
,
uno
stormo
di
napolitani
corsero
per
pigliarsela
.
Allora
le
si
formò
un
viluppo
intorno
,
cozzo
breve
,
fiero
,
feroce
,
vera
mischia
;
e
la
bandiera
sparì
,
lasciando
uno
dei
suoi
nastri
nel
pugno
di
Gian
Maria
Damiani
.
E
Schiaffino
,
il
superbo
nocchiero
del
Lombardo
,
giacque
là
morto
.
E
'
questo
il
momento
d
'
annunziarmi
una
pubblica
sciagura
?
-
gridò
Garibaldi
a
chi
gli
dava
notizia
di
quella
morte
.
Ma
proprio
in
quel
momento
,
in
un
altro
punto
della
battaglia
scoppiava
un
urlo
di
gioia
...
Un
cannone
era
preso
.
Fumigava
ancora
la
sua
gola
dell
'
ultimo
colpo
sparato
contro
quelli
che
vi
s
'
erano
lanciati
su
primi
,
primo
Achille
Sacchi
da
Pavia
,
giovanetto
di
diciassett
'
anni
,
che
cadde
già
con
le
mani
sulla
volata
di
quel
pezzo
e
giacque
morto
.
"
Ancora
uno
sforzo
!
"
e
lo
sforzo
era
fatto
.
Erano
balzati
su
fino
i
moribondi
;
l
'
ultimo
assalto
alla
baionetta
fu
veramente
meraviglioso
.
I
napolitani
non
vi
ressero
,
si
volsero
,
rovinarono
via
.
Non
però
tutti
in
fuga
.
Avevano
cominciato
i
Cacciatori
e
i
Cacciatori
finivano
.
Mentre
la
fanteria
e
i
Carabinieri
napolitani
si
ritiravano
confusi
giù
pel
declivio
del
colle
perduto
;
quei
Cacciatori
,
come
stessero
in
un
campo
a
istruirsi
,
facevano
le
loro
fucilate
a
quadriglie
,
allontanandosi
lentamente
.
Fin
Garibaldi
stette
a
mirarli
un
pezzo
,
in
quelle
loro
belle
mosse
;
ma
poi
diede
ordine
di
caricarli
a
una
delle
Compagnie
che
appena
conquistato
il
colle
,
già
si
erano
quasi
riordinate
intorno
ai
loro
ufficiali
.
Corse
la
6°
,
Carini
.
E
quell
'
ultimo
strascico
del
fatto
d
'
arme
fu
presto
levato
.
Tutta
la
colonna
borbonica
si
sprofondò
nel
vallone
,
sparì
un
momento
,
poi
ricomparve
di
là
.
Saliva
l
'
erta
per
Calatafimi
.
La
chiudeva
un
manipolo
di
cavalli
,
forse
mezzo
squadrone
,
che
durante
il
combattimento
s
'
era
tenuto
giù
sullo
stradale
,
certo
aspettando
di
potersi
gettare
sui
nemici
vinti
a
sciabolarli
.
Invece
ora
proteggeva
la
ritirata
ai
suoi
.
Dal
campo
di
battaglia
fu
vista
quella
gente
serpeggiare
su
per
l
'
erta
lunga
,
stendersi
e
di
nuovo
sparire
poi
più
su
,
a
poco
a
poco
,
in
Calatafimi
.
Dopo
la
vittoria
Sul
colle
conquistato
riposarono
i
vincitori
.
E
cominciò
subito
la
raccolta
dei
feriti
gravi
,
che
non
avevano
più
potuto
reggersi
,
e
giacevano
giù
pei
fianchi
del
colle
,
molti
,
troppi
,
per
un
fatto
di
così
pochi
combattenti
e
di
così
corta
durata
.
Tra
grave
e
non
gravi
erano
182
,
i
morti
31
.
Le
ferite
erano
orribili
,
lacerate
,
larghe
,
massime
quelle
fatte
dalle
palle
ogivali
cave
dei
Cacciatori
.
Pochi
napolitani
che
i
loro
non
avevano
potuto
portar
via
,
si
lasciavano
pigliar
su
meravigliati
di
vedersi
trattati
bene
,
mentre
s
'
erano
forse
aspettati
d
'
essere
uccisi
.
All
'
allegrezza
della
vittoria
si
mescolava
così
quella
grande
malinconia
.
E
s
'
era
messo
un
vento
freddo
che
faceva
frizzar
la
pelle
.
Calavano
intanto
dalle
montagne
le
squadre
dei
'
Picciotti
'
,
e
invadevano
il
campo
di
battaglia
,
meravigliati
anch
'
essi
del
combattimento
contemplato
dall
'
alto
,
come
dai
gradini
d
'
un
anfiteatro
una
lotta
di
gladiatori
.
Garibaldi
guardava
sempre
una
strada
che
da
ponente
,
per
una
gola
,
metteva
in
quella
specie
di
conca
da
cui
sorgevano
su
i
due
colli
,
quello
della
sua
posizione
del
mattino
e
quello
conquistato
su
cui
si
posava
coi
suoi
.
Forse
temeva
l
'
arrivo
di
un
corpo
nemico
da
Trapani
.
Ma
aveva
fatto
mettere
gli
avamposti
,
e
dato
l
'
ordine
a
Bixio
di
collocare
le
artiglierie
.
Aveva
anche
già
detto
di
voler
salire
a
Calatafimi
il
giorno
appresso
,
e
sapeva
lui
per
quali
vie
si
sarebbe
incamminato
.
Per
quella
fatta
dai
Napolitani
nella
ritirata
no
certo
:
e
questo
capivano
tutti
,
perché
tentar
un
attacco
da
quella
parte
sarebbe
stata
una
follia
.
Ma
egli
era
allegro
in
viso
,
e
ciò
bastava
.
Uno
strano
sentimento
,
che
tutti
dovettero
provare
,
ma
di
cui
si
accorsero
e
se
lo
spiegarono
per
dir
così
solo
i
più
raffinati
allora
e
molto
di
poi
anche
gli
altri
,
ripensando
a
quelle
ore
,
fu
quello
dell
'
isolamento
in
cui
si
trovavano
.
Non
erano
passati
che
dieci
giorni
da
quando
avevano
lasciato
Genova
,
eppure
pareva
loro
d
'
essere
via
da
mesi
e
mesi
,
d
'
aver
navigato
molto
,
d
'
aver
camminato
molto
,
d
'
esser
già
quasi
gente
dimenticata
.
Si
sapeva
nell
'
Alta
Italia
che
erano
sbarcati
,
che
erano
stati
accolti
bene
?
Qualche
spirituale
forza
dava
almeno
in
quel
momento
un
senso
vago
del
dove
si
trovavano
e
della
loro
vittoria
?
A
Milano
,
a
Genova
,
a
Torino
e
nella
Venezia
gemente
in
mani
austriache
,
per
tutti
i
borghi
e
i
villaggi
da
dove
qualcuno
d
'
essi
s
'
era
mosso
,
cosa
si
pensava
,
cosa
si
sperava
,
cosa
si
temeva
per
loro
?
Ah
!
Un
filo
di
telegrafo
per
mandare
la
gran
notizia
alla
patria
e
riceverne
una
parola
.
Certo
da
Napoli
sarebbe
taciuta
o
mandata
pel
mondo
svisata
,
falsata
la
notizia
della
battaglia
a
far
piangere
.
E
intanto
erano
scene
di
gioia
,
come
a
rivedersi
dopo
anni
ed
anni
,
nell
'
incontrarsi
fra
loro
amici
di
casa
,
di
scuola
,
di
Compagnia
che
si
erano
perduti
di
vista
durante
il
combattimento
e
che
si
ritrovavano
sani
e
salvi
.
Ed
erano
lamenti
per
i
caduti
,
il
tale
giù
ai
primi
colpi
,
il
tal
altro
a
mezzo
al
colle
,
un
altro
addirittura
in
cima
quasi
in
braccio
ai
nemici
.
Andavano
a
cercarli
,
a
guardarli
,
a
baciarli
.
E
così
i
nomi
dei
morti
e
dei
feriti
,
il
modo
,
il
come
,
il
dove
,
il
quando
,
tutti
i
particolari
se
li
scambiavano
,
e
parlavano
commossi
,
ma
tuttavia
ancora
con
un
po
'
del
sentimento
egoistico
d
'
essere
usciti
salvi
dal
pericolo
in
cui
altri
aveva
lasciato
la
vita
.
Si
sa
;
il
vero
dolore
,
quello
grande
e
sincero
viene
dopo
,
quando
il
sangue
si
è
rimesso
in
calma
e
la
pietà
si
ridesta
.
Tra
le
Compagnie
che
si
erano
riordinate
,
si
faceva
un
gran
parlare
dell
'
importanza
del
fatto
;
qua
e
là
in
quel
campo
ci
parevano
dei
piccoli
Parlamenti
.
Quelli
che
avevano
sentito
Garibaldi
,
quando
aveva
detto
a
Bixio
:
"
Qui
si
fa
l
'
Italia
o
si
muore
,
"
commentavano
le
solenni
parole
,
e
pareva
proprio
a
tutti
di
sentirsi
piantato
in
cuore
che
il
fatto
d
'
armi
,
piccolo
in
sé
,
era
già
come
un
'
ultima
battaglia
risolutiva
,
da
combattersi
ancora
sì
,
non
si
sapeva
dove
né
quando
,
ma
già
vittoriosi
.
E
ciò
voleva
dire
l
'
Italia
fatta
sin
da
quel
giorno
,
su
quel
colle
.
Il
qual
colle
aveva
tuttavia
un
nome
di
malaugurio
.
Era
stato
subito
detto
che
si
chiamava
'
Pianto
dei
Romani
'
,
perché
ivi
,
più
di
duemila
anni
indietro
,
questi
erano
stati
vinti
dai
Segestani
e
dai
Cartaginesi
.
Ma
quel
nome
di
mestizia
era
un
'
invenzione
,
o
per
lo
meno
una
interpretazione
errata
.
'
Pianto
'
non
è
che
il
vernacolo
siciliano
'
Chiantu
'
,
o
piantamento
di
viti
;
e
uno
n
'
era
stato
fatto
far
su
quel
colle
da
un
'
antica
famiglia
Romano
.
E
difatti
,
quei
tali
terrazzi
dovevano
essere
stati
fatti
per
dei
poderosi
filari
di
viti
,
sebbene
allora
vi
si
vedessero
soltanto
arbusti
grami
,
e
piante
che
esalavano
un
tristo
odore
di
cimitero
.
Così
,
e
durante
il
combattimento
,
aveva
detto
il
livornese
Giuseppe
Petrucci
della
compagnia
Bixio
,
facendo
parer
ai
vicini
di
fiutar
davvero
un
'
aria
di
morte
.
*
La
notte
calò
rapida
come
nelle
giornate
più
corte
dell
'
anno
.
E
in
quel
crepuscolo
fu
commovente
veder
un
gruppo
di
sei
o
sette
Francescani
,
i
quali
dopo
aver
combattuto
fino
con
tromboni
,
partivano
per
tornare
al
loro
convento
.
Erano
accorsi
là
da
Castelvetrano
.
A
quell
'
ora
se
ne
andavano
giù
dal
colle
nei
loro
tonaconi
grossi
,
con
le
loro
armi
in
spalla
,
seri
e
tranquilli
,
come
se
tornassero
da
aver
fatto
la
questua
tra
quei
soldati
che
avevano
fame
,
e
stavano
divorando
pane
e
cacio
distribuito
in
fretta
già
quasi
nel
buio
.
Poi
le
Compagnie
si
addormentarono
.
Al
tocco
dopo
la
mezzanotte
la
sentinella
dell
'
avamposto
verso
Calatafimi
diede
l
'
alto
a
due
persone
che
le
venivano
incontro
.
-
Amici
,
galantuomini
di
Calatafimi
.
-
Avanti
.
-
Tutto
l
'
avamposto
fu
subito
in
piedi
.
-
Cosa
volete
?
-
Con
l
'
anima
nelle
parole
,
quei
due
galantuomini
recavano
che
i
Napoletani
avevano
abbandonato
Calatafimi
,
marciando
verso
Alcamo
,
che
stava
di
là
,
di
là
...
La
notizia
era
lieta
.
Levava
la
gran
preoccupazione
di
ciò
che
sarebbe
potuto
avvenire
il
giorno
appresso
.
Da
Palermo
,
a
quell
'
ora
,
poteva
già
esser
giunto
per
nave
a
Castellamare
un
corpo
di
aiuto
ai
vinti
,
e
con
tutta
comodità
aver
marciato
da
Castellamare
a
Calatafimi
.
Ora
se
i
Napolitani
se
n
'
erano
invece
andati
,
ciò
voleva
dire
che
a
Palermo
non
c
'
era
un
generale
che
avesse
occhi
.
Bene
,
bene
!
Quei
galantuomini
furono
condotti
da
Garibaldi
,
che
stava
ben
desto
nella
casupola
sul
colle
,
e
che
gli
accolse
con
gioia
.
Fatta
l
'
ambasciata
,
volevano
tornarsene
;
ma
egli
,
non
li
volendo
lasciar
esporsi
a
pericoli
,
se
li
tenne
fino
al
mattino
.
Avrebbero
marciato
con
lui
.
Ed
essi
non
s
'
accorsero
che
forse
diffidava
di
loro
,
tanto
era
buona
e
incredibile
la
notizia
che
gli
avevano
portato
.
*
Nel
brivido
che
dà
l
'
alba
,
prima
ancora
che
le
trombe
suonassero
le
sveglie
,
molti
di
quei
militi
,
mezzo
intirizziti
dalla
gran
guazza
,
giravano
già
pel
campo
a
rivedere
i
morti
.
Di
questi
ve
n
'
erano
che
parevano
dormirsene
sicurissimi
d
'
essere
svegliati
a
lor
tempo
,
tanta
era
la
pace
che
avevano
nel
volto
.
Così
Giuseppe
Belleno
,
così
Giuseppe
Sartoriio
,
tutti
e
due
Carabinieri
genovesi
;
questo
colpito
nel
petto
proprio
nel
momento
che
fulminava
un
gran
fante
borbonico
,
mirato
a
prova
da
lui
.
Aveva
data
e
ricevuta
la
morte
in
un
punto
.
Poco
discosto
giaceva
Ferdinando
Cadei
di
Caleppio
,
bel
giovane
di
ventun
'
anno
,
che
adagiato
sul
fianco
destro
pareva
sogguardasse
timidamente
.
Carlo
Bonardi
da
Iseo
non
si
trovava
più
nel
luogo
dov
'
era
caduto
e
rimasto
morto
bocconi
,
né
per
quanto
gli
amici
suoi
cercassero
là
attorno
vedevano
le
sue
larghe
spalle
da
atleta
,
né
il
mantello
che
portava
rotolato
a
bandoliera
ancora
nell
'
ultimo
istante
.
Cosa
n
'
era
mai
stato
?
Invece
il
gran
Schiaffino
copriva
ancora
la
terra
là
dove
l
'
anima
sua
lo
aveva
lasciato
.
Era
solo
un
po
'
scolorito
in
viso
.
In
uno
dei
punti
,
dove
la
resistenza
del
nemico
era
stata
più
forte
,
giaceva
Luciano
Marchesini
da
Vicenza
,
col
capo
su
d
'
un
sasso
nero
che
pareva
un
libro
.
"
Come
il
Battaglia
l
'
anno
scorso
a
San
Fermo
!
"
diceva
Odoardo
Rienti
da
Como
.
E
narrava
di
Giacomo
Battaglia
poeta
,
che
combattendo
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
cadde
a
San
Fermo
colpito
in
fronte
,
e
tratto
di
tasca
un
suo
Dantino
se
lo
pose
sotto
il
capo
e
sul
poema
divino
spirò
.
Un
po
'
più
in
su
,
e
proprio
sulla
cima
del
colle
,
dove
erano
stati
fatti
gli
ultimi
colpi
,
giaceva
come
un
assiderato
Eugenio
Sartori
da
Sacile
.
La
morte
che
,
toccandolo
quasi
per
saggiarlo
a
Venezia
nel
'49
,
lo
aveva
lasciato
tornare
alle
mense
patriarcali
di
casa
sua
,
se
l
'
era
preso
lì
.
Egli
no
,
non
pareva
in
pace
!
Gli
occhi
non
gli
si
erano
ancora
chiusi
,
e
,
dopo
tante
ore
,
il
suo
viso
esprimeva
sempre
una
gran
collera
da
battaglia
.
E
via
via
cercati
così
,
i
morti
furono
rivisitati
quasi
tutti
.
Ma
alla
fine
bisognò
pure
che
i
vivi
gli
abbandonassero
.
Sarebbero
poi
venuti
i
seppellitori
a
scavare
a
ogni
morto
una
buca
lungo
il
corpo
,
ve
l
'
avrebbero
fatto
rivoltar
giù
forse
con
malgarbo
,
poi
o
sul
corpo
o
sul
dorso
,
poche
badilate
di
terra
e
addio
.
Un
dì
,
chi
sa
quando
,
qualcuno
verrebbe
a
scoprire
delle
ossa
.
*
Le
compagnie
partirono
.
E
per
la
stessa
china
e
poi
per
la
stessa
erta
fatta
dai
Napolitani
la
sera
avanti
,
marciarono
a
Calatafimi
.
Ivi
trovarono
la
gente
ancora
scompigliata
.
Quei
poveri
abitanti
avevano
visto
dalle
loro
case
,
il
combattimento
del
Pianto
Romano
,
e
poi
i
borbonici
tornare
vinti
tra
loro
.
Erano
stati
gran
parte
della
notte
tremando
che
il
mattino
portasse
loro
uno
scontro
nelle
stesse
vie
della
città
tra
le
loro
case
:
invece
i
borbonici
erano
partiti
.
Ma
potevano
sopraggiungerne
di
nuovi
.
Insomma
la
fisionomia
generale
era
triste
.
Nella
via
maestra
si
trovavano
a
ogni
passo
i
segni
della
sosta
fattavi
dai
vinti
;
nelle
poche
botteghe
,
misere
assai
,
non
c
'
era
più
nulla
;
quelli
avevano
portato
via
ogni
cosa
.
Ma
le
Compagnie
,
a
poco
a
poco
,
misero
un
po
'
di
fidanza
e
d
'
allegrezza
;
tanto
più
poi
nel
pomeriggio
,
quando
fu
lor
letto
l
'
ordine
del
giorno
di
Garibaldi
.
Era
uno
de
'
suoi
più
eloquenti
,
e
parve
la
voce
di
tutta
la
patria
.
"
Soldati
della
libertà
italiana
,
con
compagni
come
voi
io
posso
tentare
ogni
cosa
,
e
ve
lo
mostrai
ieri
conducendovi
alla
vittoria
contro
un
nemico
superiore
per
numero
e
per
le
sue
forti
posizioni
.
Io
avevo
contato
sulle
vostre
fatali
baionette
,
e
vedete
che
non
mi
sono
ingannato
.
"
Deplorando
la
triste
necessità
di
dover
combattere
soldati
italiani
,
debbo
confessare
d
'
aver
trovato
una
resistenza
degna
di
causa
migliore
.
E
questo
vi
mostra
quanto
noi
potremo
fare
,
quando
l
'
intiera
famiglia
italiana
sarà
riunita
intorno
a
una
sola
bandiera
.
"
Domani
il
continente
italiano
sarà
parato
a
festa
,
per
la
vittoria
dei
suoi
liberi
figli
e
dei
nostri
prodi
siciliani
.
"
Le
vostre
madri
,
le
vostre
amanti
,
usciranno
nella
via
superbe
di
voi
,
con
la
fronte
alta
e
radiante
.
"
Il
combattimento
ci
costò
molti
cari
fratelli
,
morti
nelle
prime
file
;
e
nei
fasti
della
gloria
italiana
risplenderanno
eternamente
i
nomi
di
questi
martiri
della
nostra
santa
causa
.
"
Paleserò
al
nostro
paese
i
nomi
dei
bravi
che
con
sommo
valore
condussero
alla
lotta
i
più
giovani
e
i
più
inesperti
militi
,
e
che
domani
li
guideranno
alla
vittoria
su
altri
campi
,
a
rompere
gli
ultimi
anelli
delle
catene
che
tengono
avvinta
la
nostra
Italia
carissima
.
"
I
nemici
!
Ve
n
'
erano
in
Calatafimi
parecchi
,
feriti
il
giorno
avanti
e
abbandonati
là
,
perché
per
via
avrebbero
patito
troppo
.
I
vincitori
andavano
a
trovarli
nelle
chiese
e
nei
conventi
,
li
confortavano
,
li
carezzavano
.
Ed
essi
dicevano
che
non
sarebbero
più
tornati
alle
loro
bandiere
.
Cominciava
già
allora
la
fratellanza
;
solo
qualcuno
guatava
bieco
e
mormorava
sdegnoso
.
Dai
Francescani
,
prodigava
la
sua
carità
un
padre
Luigi
,
il
quale
fu
poi
amorosissimo
nei
giorni
appresso
ai
garibaldini
portati
là
da
Vita
,
dove
non
c
'
era
luogo
per
tenerli
se
non
ammucchiati
come
nelle
prime
ore
dopo
il
combattimento
.
Forse
quel
frate
si
sentì
prendere
fin
da
allora
da
quella
forza
per
cui
ebbe
il
coraggio
di
spogliar
l
'
abito
,
di
lasciarsi
portar
via
dalla
rivoluzione
nella
vita
nuova
italiana
;
e
tornato
al
secolo
divenne
col
tempo
uomo
di
cattedra
,
uomo
di
Stato
in
Roma
,
dove
coloro
che
lo
avevano
conosciuto
laggiù
continuarono
a
chiamarlo
in
segreto
"
padre
Luigi
"
.
Le
emozioni
del
giorno
avanti
,
il
bisogno
di
raccoglimento
,
la
stanchezza
,
non
svogliarono
di
visitar
il
paese
intorno
chi
aveva
sentimento
dei
luoghi
e
delle
cose
.
Uscendo
dalla
parte
occidentale
molti
andavano
in
poco
tempo
alle
rovine
di
Segesta
,
e
vi
si
appressavano
esaltandosi
via
via
.
Quelle
trentasei
colonne
del
tempio
dorico
rimaste
in
piedi
come
parte
di
un
'
opera
incompiuta
,
tanto
sembravano
recenti
;
il
teatro
poco
più
in
là
,
ispiravano
una
malinconia
magnanima
.
Era
mai
possibile
che
fosse
stata
abitata
da
gente
così
ricca
e
grandiosa
da
aver
eretto
quei
monumenti
,
una
terra
ora
popolata
quasi
solo
di
miseri
?
Quelle
colonne
parevano
vive
e
pensanti
,
quel
tempio
pareva
aver
ancora
un
'
anima
cui
facesse
dolore
vedersi
intorno
caprai
indifferenti
,
nei
quali
tuttavia
l
'
uomo
antico
doveva
starsene
addormentato
.
Ora
quei
visitatori
si
lusingavano
d
'
essere
capitati
a
svegliarlo
.
La
marcia
ad
Alcamo
Garibaldi
non
perdeva
tempo
:
all
'
alba
del
17
rimise
la
sua
gente
in
cammino
.
Da
Calatafimi
un
'
ultima
occhiata
d
'
addio
al
colle
del
Pianto
Romano
,
poi
via
per
Alcamo
.
E
fu
una
marcia
mattutina
di
poca
fatica
anche
per
quelli
dei
feriti
che
,
sentendo
di
potersi
reggere
,
piuttosto
che
starsene
inoperosi
,
avevano
voluto
seguire
la
colonna
,
chi
col
braccio
al
collo
,
chi
con
la
testa
bendata
,
chi
a
piede
nelle
file
,
chi
su
quei
carri
di
laggiù
storiati
di
Madonne
e
di
Santi
,
illustrati
da
sentenze
e
leggende
paesane
.
Parlavano
dei
compagni
rimasti
a
Vita
nella
chiesa
o
nelle
case
,
dove
mancavano
di
tutto
e
pativano
,
e
qualcuno
stava
forse
per
morire
,
sebbene
il
vecchio
Ripari
e
Ziliani
e
Boldrini
e
gli
altri
medici
facessero
prodigi
d
'
amore
.
Erano
cose
meste
;
eppure
la
campagna
meravigliosa
metteva
nei
cuori
il
proprio
rigoglio
,
onde
si
sentivano
senza
troppi
rimpianti
.
Ah
che
paese
!
Se
quel
trionfo
di
verde
fosse
venuto
crescendo
così
come
pareva
,
la
via
doveva
menare
davvero
alla
terra
promessa
.
Intanto
qualche
cosa
di
paradisiaco
si
vedeva
già
.
La
fama
di
Garibaldi
era
andata
a
rinnovare
le
fantasie
già
note
altrove
;
onde
,
agli
sbocchi
delle
stradicciole
campestri
che
mettevano
in
quella
via
,
gruppi
di
donne
dinanzi
ai
loro
uomini
e
coi
bimbi
al
collo
o
per
mano
,
gli
gridavano
dei
saluti
quasi
religiosi
.
Alcune
si
inginocchiavano
,
altre
dicevano
"
Beddi
!
"
ai
giovani
soldati
.
Via
via
andando
si
scoprivano
,
tra
le
biade
peste
,
arnesi
militari
dei
borbonici
;
e
quei
villici
li
additavano
imprecando
agli
'
schifiosi
'
che
li
avevano
gettati
nella
ritirata
.
Poi
,
già
nelle
vicinanze
di
Alcamo
,
comparvero
delle
carrozze
di
signori
che
venivano
incontro
a
Garibaldi
,
tirate
da
pariglie
superbe
.
A
un
certo
punto
comparve
il
mare
del
Golfo
così
azzurro
,
sotto
un
cielo
così
terso
,
che
tra
per
quella
vista
e
la
bella
campagna
e
il
tutt
'
insieme
,
fu
un
'
ora
di
incanto
.
In
qualche
gruppo
della
colonna
scoppiarono
canti
lombardi
,
di
quelli
della
regione
dei
laghi
.
Quella
era
proprio
la
terra
degna
che
vi
fosse
sbocciato
uno
dei
primi
fiori
della
nostra
poesia
,
perché
tutto
ciò
che
vi
si
vedeva
ricordava
la
'
Rosa
fresca
aulentissima
'
di
Ciullo
o
di
Cielo
.
Allora
la
variante
non
importava
.
E
poi
ecco
Alcamo
con
le
sue
belle
case
e
i
suoi
giardini
coi
muri
passati
dai
palmizi
,
che
si
spandevano
fuori
torpidi
nel
caldo
meriggio
.
Non
poteva
essersi
dato
che
il
delizioso
'
Contrasto
'
fosse
avvenuto
davvero
con
di
mezzo
uno
di
quei
muri
o
la
siepe
d
'
uno
di
quegli
orti
?
Tutto
vi
pareva
così
antico
!
La
città
,
quasi
moresca
d
'
aspetto
,
quasi
mesta
,
era
in
festa
religiosa
,
ma
pareva
allegrarsi
a
poco
a
poco
,
per
l
'
arrivo
di
quegli
ospiti
d
'
oltremare
.
E
poi
si
esaltò
addirittura
per
un
fatto
quasi
incredibile
,
di
cui
si
parlava
già
sin
dal
giorno
avanti
in
Calatafimi
come
di
cosa
avvenuta
o
da
avvenire
.
Garibaldi
si
era
lasciato
indurre
da
fra
Pantaleo
a
ricevervi
la
benedizione
in
chiesa
.
Egli
schiettamente
,
semplicemente
,
in
mezzo
al
popolo
,
si
sottomise
alla
Croce
che
il
frate
gli
impose
sulla
spalla
,
proclamandolo
guerriero
mandato
da
Dio
.
La
scena
fu
un
po
'
strana
,
ma
il
Generale
stette
con
tanta
sincerità
di
spirito
,
che
neppure
i
più
filosofanti
della
spedizione
trovarono
nulla
a
ridire
.
Fu
un
lampo
di
misticismo
sprigionato
dall
'
anima
di
lui
,
formata
d
'
un
po
'
di
tutte
le
anime
grandi
che
furono
,
e
anche
di
quella
di
Francesco
d
'
Assisi
,
dietro
al
quale
,
nato
nel
suo
tempo
,
egli
si
sarebbe
scalzato
dei
primi
a
seguirlo
.
A
Partinico
Fu
dunque
un
giorno
lieto
quello
d
'
Alcamo
;
ma
l
'
altro
appresso
,
quando
la
colonna
partì
acclamata
e
marciò
a
Partinico
,
qual
diverso
mondo
le
si
apprestava
a
così
breve
distanza
!
Per
Alcamo
la
milizia
borbonica
battuta
a
Calatafimi
era
passata
senza
che
nessuno
le
si
fosse
fatto
contro
per
impedirla
;
ma
Partinico
la
aveva
affrontata
,
e
per
le
vie
e
per
le
case
era
stato
un
combattimento
da
selvaggi
.
A
entrare
in
quella
città
,
parve
di
affacciarsi
a
uno
degli
orrendi
spettacoli
di
strage
fra
Greci
e
Turchi
della
rivoluzione
ellenica
di
quarant
'
anni
avanti
.
Proprio
sulle
soglie
della
cittadetta
,
stavano
mucchi
di
morti
bruciacchiati
,
enfiati
,
in
cento
modi
straziati
.
E
tenendosi
per
mano
a
catena
e
cantando
,
vi
danzavano
attorno
fanciulle
scapigliate
come
furie
,
cui
faceva
da
quadro
e
da
sfondo
la
via
maestra
nera
d
'
incendi
non
ancora
ben
spenti
.
Le
campane
sonavano
a
stormo
;
preti
,
frati
,
popolo
d
'
ogni
ceto
,
urlavano
gloria
ai
militi
correnti
dietro
a
Garibaldi
,
che
traversò
rapido
la
città
col
cappello
calato
sugli
occhi
,
e
andò
a
posarsi
all
'
altro
capo
,
in
un
bosco
d
'
olivi
,
mesto
come
non
era
ancor
parso
in
quei
giorni
.
E
là
gli
furono
condotti
alcuni
sodatucci
borbonici
,
rimasti
prigionieri
in
mano
dei
Partinicotti
e
salvati
a
stento
da
qualche
buono
;
poveri
giovani
disfatti
dal
terrore
di
due
giorni
passati
con
la
morte
alla
gola
.
Consegnati
a
lui
si
sentirono
sicuri
,
e
piansero
e
risero
come
fanciulli
.
Sprazzo
di
sereno
nella
tempesta
,
chi
si
potrebbe
tenere
dal
narrarlo
!
Garibaldi
sedeva
in
quel
momento
a
pie
'
d
'
un
olivo
.
Aveva
appena
finito
di
confortare
quei
poveri
soldati
,
che
gli
fu
presentato
dal
capitano
Cenni
suo
carissimo
uno
dei
giovani
della
spedizione
,
il
quale
portava
una
manata
di
fragole
in
un
canestrino
fatto
di
foglie
.
"
Generale
,
"
disse
il
Cenni
,
"
questo
cacciatore
delle
Alpi
vi
offre
le
fragole
.
"
Garibaldi
guardò
Cenni
,
guardò
il
giovane
,
poi
sorrise
un
poco
,
crollò
la
sua
bella
testa
e
gli
domandò
:
"
Di
dove
siete
?
"
-
"
Genovese
"
rispose
il
giovane
quasi
tremando
.
E
allora
il
Generale
in
dialetto
genovese
.
"
E
avete
ancora
la
madre
?
"
"
Generale
sì
;
"
e
gli
occhi
del
giovane
videro
allora
molto
lontano
.
"
Cosa
direbbe
-
continuò
Garibaldi
-
se
fosse
qui
a
vedere
che
mi
piglio
le
vostre
fragole
?
"
Ma
intanto
tese
la
mano
e
ne
levò
due
o
tre
per
gradire
,
soggiungendo
:
"
Andate
,
andate
,
godetevele
voi
,
che
vi
parranno
più
buone
che
a
me
.
"
Dopo
non
lungo
riposo
,
le
Compagnie
si
rimisero
in
marcia
,
allontanandosi
quasi
con
gioia
da
quel
luogo
di
sangue
.
Alcuni
Partinicotti
le
seguirono
armati
di
doppiette
e
di
pugnali
.
Ve
n
'
era
uno
che
pareva
di
bronzo
,
tutto
vestito
di
velluto
biancastro
,
con
a
cintola
due
pistole
.
Il
Sampieri
dell
'
artiglieria
diceva
che
erano
dell
'
aria
di
colui
i
Palicari
e
i
Clefti
dei
quali
egli
,
nell
'
esilio
suo
in
Grecia
,
ne
aveva
conosciuti
alcuni
,
vecchi
ancora
di
quei
di
Bozzaris
.
Si
sarebbe
detto
che
quell
'
uomo
non
fosse
fatto
che
ad
uccidere
,
e
invece
a
parlargli
era
buono
e
anche
grazioso
.
Raccontava
quasi
scusandosi
l
'
eccidio
cui
aveva
partecipato
;
e
diceva
con
poesia
di
Palermo
,
bella
,
grande
:
"
Vedrete
,
vedrete
!
Il
palazzo
reale
!
"
E
forse
tutto
il
suo
patriottismo
era
per
l
'
isola
sua
,
pel
regno
,
pel
piccolo
regno
di
Sicilia
,
indipendente
da
tutto
il
mondo
.
Seguì
la
marcia
di
Garibaldi
senza
più
staccarsi
,
divenne
amico
di
qualcuno
in
tutte
le
Compagnie
,
portava
la
letizia
in
tutti
i
crocchi
e
le
buone
promesse
.
Nove
giorni
di
poi
,
il
mattino
del
27
,
nell
'
assalto
di
Palermo
,
fu
visto
l
'
ultima
volta
,
sotto
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
,
disteso
morto
presso
un
Cacciatore
borbonico
,
che
moribondo
egli
stesso
lo
guardava
.
Forse
lo
aveva
ucciso
lui
.
Al
Passo
di
Renda
Sul
vespro
di
quel
giorno
la
colonna
garibaldina
entrò
nell
'
ombra
di
un
anfiteatro
di
monti
,
dove
si
immerse
quasi
a
celarsi
.
In
quell
'
ora
,
tutto
là
intorno
pareva
minaccioso
,
dalle
falde
ronchiose
ai
profili
di
quei
monti
dentati
in
alto
e
taglienti
.
Il
po
'
di
piano
traversato
dalla
strada
consolare
dava
un
senso
di
freddo
.
E
il
luogo
,
al
dire
dei
Siciliani
,
era
infame
per
istorie
truci
di
masnadieri
.
Passo
di
Renda
voleva
dire
pericolo
di
non
uscirne
vivo
chi
vi
si
avventurasse
da
solo
.
Le
Compagnie
,
rifinite
dalla
stanchezza
e
dalla
fame
,
si
gettarono
in
terra
ciascuna
,
per
dir
così
,
dove
fu
fermata
;
e
per
un
po
'
fu
silenzio
profondo
.
Ma
poi
qua
e
là
furono
accesi
dei
fuochi
con
gli
arbusti
raccolti
per
quelle
ripe
,
e
intorno
ai
fuochi
quei
militi
si
misero
come
al
solito
a
sgranocchiare
il
loro
pane
.
Da
otto
giorni
non
si
cibavano
quasi
d
'
altro
che
di
pane
e
cacio
come
il
Generale
,
semplice
uomo
che
faceva
divenir
semplici
tutti
e
senza
voglie
,
senza
bisogni
.
Quella
sera
si
mise
a
dormire
in
un
cantuccio
di
quell
'
accampamento
,
tra
corte
rocce
ferrigne
,
dove
i
più
novelli
tra
i
suoi
andavano
timidamente
a
passargli
vicino
per
guardarlo
.
Ma
era
veramente
Garibaldi
quell
'
uomo
coricato
su
quella
povera
coperta
,
sotto
quel
mantello
,
con
la
sella
del
suo
cavallo
per
origliere
?
Ed
era
Dittatore
,
e
voleva
levar
via
dal
trono
il
Re
delle
Due
Sicilie
,
egli
così
povero
e
che
riposava
così
tranquillo
,
senza
guardie
né
nulla
?
Pareva
un
sogno
.
Contemplatolo
un
poco
,
quei
giovinetti
se
ne
tornavano
alle
Compagnie
,
a
dire
che
egli
dormiva
e
che
perciò
tutto
doveva
andar
bene
.
Ma
tutti
sentivano
di
trovarsi
a
una
breve
camminata
da
Palermo
,
da
dove
un
generale
un
po
'
ardito
avrebbe
potuto
condurre
una
colonna
a
sorprenderli
;
e
guai
se
anche
un
'
altra
colonna
mandata
a
sbarcare
a
Castellamare
,
per
Alcamo
e
Partinico
,
per
la
via
stessa
che
essi
avevano
fatta
,
fosse
giunta
alle
loro
spalle
.
Invece
quella
notte
passò
quieta
,
senz
'
altra
noia
che
d
'
un
po
'
di
pioggia
.
ma
all
'
alba
,
che
bella
sveglia
!
Da
un
'
altura
di
quell
'
anfiteatro
scese
sul
campo
improvviso
un
suon
di
banda
,
che
parve
venuta
dall
'
infinito
a
far
una
melodia
nota
,
ma
tal
quale
come
laggiù
non
gustata
mai
da
nessuno
in
nessun
teatro
del
mondo
,
e
nemmeno
in
cuore
dal
Verdi
,
che
l
'
aveva
creata
.
Era
il
suo
bolero
dei
'
Vespri
Siciliani
'
.
Benedetto
lui
!
L
'
anima
sua
tornava
a
soffiare
l
'
entusiasmo
in
quei
cuori
,
in
quel
luogo
,
come
già
sul
mare
da
Quarto
a
Marsala
coi
canti
dei
'
Masnadieri
'
,
col
coro
del
'
Nabucco
'
"
Va
'
pensiero
sull
'
ali
dorate
.
"
Una
voce
di
tenore
limpida
e
potente
s
'
accordò
subito
ai
suoni
,
adattandovi
i
bei
versi
del
'
Giovanni
da
Procida
'
del
Niccolini
"
Le
Siciliane
Vergini
,
"
e
qualche
parte
del
campo
applaudiva
.
Ripetuta
tre
o
quattro
volte
,
quell
'
aria
dei
'
Vespri
'
mise
una
grande
agitazione
.
E
non
era
più
lo
scoppio
di
gioia
idillica
d
'
Elena
,
che
nel
melodramma
scende
dalla
scalea
incontro
al
coro
di
fanciulle
,
che
le
portano
fiori
;
ma
passava
come
un
vento
eroico
di
martirio
,
che
invitasse
amici
e
nemici
a
morir
insieme
per
la
pace
del
mondo
.
Il
piccolo
esercito
si
levò
tutto
;
e
allora
fu
un
andare
verso
un
punto
dove
la
strada
consolare
mette
da
quell
'
orrido
passo
alla
vista
della
Conca
d
'
Oro
.
Tutti
si
fermavano
là
incantati
.
Vedevano
giù
in
basso
quel
paradiso
;
e
in
fondo
Palermo
che
pareva
infinita
;
e
nel
tremolare
della
marina
un
fitto
di
antenne
,
navi
da
guerra
certo
le
più
,
navi
di
tutta
Europa
e
forse
d
'
America
,
corse
là
per
vedervi
la
gran
scena
che
vi
doveva
avvenire
.
Di
quella
scena
essi
dovevano
essere
poi
attori
!
Ma
quando
,
come
,
con
quali
sorti
?
Sapevano
che
laggiù
tra
quelle
mura
stavano
ventimila
soldati
,
ma
insomma
v
'
erano
pure
dugentomila
cittadini
.
E
alcuni
,
quasi
col
sentimento
dei
diecimila
di
Senofonte
quando
scopersero
il
mare
,
gridavano
:
Palermo
,
Palermo
!
Di
là
,
il
vecchio
Ignazio
Calona
mostrava
gli
sbocchi
dei
monti
da
dove
erano
discesi
i
Napolitani
di
Florestano
Pepe
e
di
Filangeri
,
nel
1820
e
nel
1849
.
A
quelle
due
rivoluzioni
egli
aveva
partecipato
di
venticinque
anni
e
di
cinquantatré
,
e
si
poteva
immaginare
con
qual
animo
se
tanto
glie
ne
avanzava
adesso
,
che
ne
aveva
sessantacinque
.
E
diceva
con
foco
giovanile
che
nel
maggio
del
1849
,
quando
Palermo
si
preparava
all
'
ultimo
sforzo
per
respingere
Filangeri
già
vincitore
del
resto
dell
'
isola
,
laggiù
nella
pianura
che
si
vedeva
tra
la
città
e
il
Monte
Grifone
,
ogni
giorno
accorreva
gente
d
'
ogni
ceto
a
scavar
fossati
,
ad
alzar
ripari
,
e
che
tutti
lavoravano
insieme
signori
e
plebe
,
anche
le
dame
e
le
più
nobili
fanciulle
.
A
quei
discorsi
i
giovani
si
esaltavano
.
Così
per
tutta
la
mattinata
fu
una
grande
vivezza
nell
'
accampamento
,
dove
quei
militi
si
facevano
giocondamente
ognuno
da
sé
le
più
umili
cose
;
si
lavavano
le
camicie
a
una
gran
cisterna
,
si
rattoppavano
le
scarpe
,
si
ricucivano
gli
strappi
dei
panni
così
mal
ridotti
,
che
coloro
che
avevano
indosso
i
più
signorili
parevano
ormai
i
peggio
vestiti
.
Ma
alle
belle
persone
,
al
portamento
elegante
,
quella
miseria
dava
quasi
maggior
risalto
.
Altri
davano
una
ripulita
ai
fucili
o
si
ingegnavano
di
raccomodarne
i
guasti
.
I
cannonieri
stavano
intorno
ai
loro
pezzi
.
Appoggiato
alla
gran
colubrina
,
Antonio
Pievani
da
Sondrio
leggeva
il
Vangelo
,
e
lo
spiegava
ad
alcuni
che
aveva
intorno
.
Tutti
ascoltavano
raccolti
e
pensosi
,
e
facevano
venire
in
mente
i
Puritani
di
Cromwell
.
Passava
qualche
scettico
,
stava
un
istante
,
poi
se
n
'
andava
compreso
di
rispetto
per
quel
soldato
credente
.
Ma
in
un
canto
dell
'
accampamento
v
'
era
qualcuno
che
,
per
dir
così
,
teneva
il
posto
che
nei
poemi
cavallereschi
hanno
le
Orche
e
i
mostri
.
Sdraiato
in
terra
,
legato
mani
e
piedi
,
vestito
alla
siciliana
con
certa
eleganza
,
custodito
da
alcuni
'
Picciotti
'
delle
squadre
del
barone
Sant
'
Anna
,
stava
un
uomo
grande
e
forte
,
di
viso
cattivo
.
Guardava
sprezzante
e
taceva
.
I
garibaldini
che
andavano
a
vederlo
,
sentivano
dire
che
egli
era
un
tal
Santo
Mele
,
il
quale
sin
dallo
scoppio
della
rivoluzione
aveva
principiato
a
correre
la
campagna
con
alcuni
ribaldi
,
rubando
le
casse
pubbliche
e
assassinando
gente
.
Aveva
fino
incendiato
il
villaggio
di
Calamina
.
E
tutto
aveva
fatto
in
nome
di
certa
sua
giustizia
che
gli
pareva
d
'
aver
diritto
d
'
esercitare
;
anzi
,
se
ne
gloriava
.
I
Siciliani
che
dall
'
esiglio
erano
tornati
nell
'
isola
con
Garibaldi
,
dicevano
che
colui
doveva
essere
'
Maffioso
'
;
e
spiegavano
ai
compagni
la
natura
d
'
una
tenebrosa
società
,
che
aveva
le
sue
fila
per
tutta
l
'
isola
,
in
alto
,
in
basso
,
nelle
città
,
nelle
campagne
,
dappertutto
.
Piace
rammentare
che
i
continentali
scusavano
l
'
isola
,
narrando
che
anche
da
loro
vi
erano
state
compagnie
di
malfattori
che
avevano
esercitato
una
giustizia
di
loro
genio
,
favoriti
dalle
plebi
delle
campagne
e
anche
dai
ricchi
delle
città
,
quando
le
leggi
parevano
torte
contro
la
giustizia
vera
;
e
dicevano
che
quelli
erano
passati
e
che
sarebbe
passata
anche
la
'
Maffia
'
.
Quel
Santo
Mele
il
giorno
appresso
sparì
.
Forse
la
'
Maffia
'
potentissima
gli
aveva
dato
aiuto
fino
in
quell
'
accampamento
.
Noiosissima
cosa
,
nel
pomeriggio
di
quel
giorno
cominciò
a
piovere
.
Senza
tende
,
senza
coperte
era
un
gran
brutto
stare
;
ma
il
campo
non
si
attristò
per
questo
;
anzi
,
vi
fu
un
momento
di
gaiezza
fin
troppa
.
Era
stato
macellato
un
gran
bove
donato
da
un
Comune
là
presso
,
e
in
certi
pentoloni
mandati
pure
da
quel
Comune
,
cuochi
improvvisati
cuocevano
di
quel
bove
a
pezzi
,
e
del
riso
.
Ma
quando
si
fu
sul
punto
di
scodellare
,
e
tutti
si
sentivano
già
quasi
nello
stomaco
quel
ristoro
,
s
'
accorsero
di
non
avere
né
gamelle
né
cucchiai
,
e
una
risata
generale
empì
l
'
aria
di
chiasso
.
Però
vi
fu
l
'
ingegnoso
che
si
prese
la
parte
sua
di
riso
in
una
foglia
di
fico
d
'
India
,
e
allora
tutti
ai
fichi
,
e
nel
cavo
di
quelle
foglie
coriacee
un
po
'
di
quel
cibo
poterono
gustarlo
tutti
.
Quanto
a
vino
ce
n
'
era
nel
campo
a
botti
.
Seguitò
la
pioggia
tutto
il
resto
del
giorno
e
anche
quella
notte
,
sicché
la
dimane
quella
gente
,
fradicia
fino
alla
pelle
,
faceva
un
brutto
vedere
.
Garibaldi
guardava
mesto
.
Egli
nella
notte
aveva
fatto
levar
via
una
specie
di
baldacchino
che
alcuni
di
quei
suoi
militi
gli
avevano
formato
sopra
con
dei
mantelli
sostenuti
da
pali
,
mentre
dormiva
.
Ma
alfine
anche
quel
giorno
venne
il
sole
,
e
ognuno
tornò
a
sentirsi
bene
.
Intanto
Garibaldi
aveva
meditato
una
mossa
.
Voleva
piantar
nella
mente
dei
difensori
di
Palermo
che
egli
avesse
deliberato
di
assalirli
da
Renda
per
la
via
di
Monreale
,
e
creare
in
essi
l
'
illusione
che
egli
potesse
scendere
a
farsi
pigliare
come
in
una
trappola
su
quella
via
.
Così
la
sera
del
20
,
messo
in
marcia
il
battaglione
Carini
,
lo
fece
calare
nel
villaggio
di
Pioppo
,
a
pie
'
dei
monti
e
già
sul
lembo
della
Conca
d
'
oro
.
Ivi
tenne
quelle
Compagnie
tutta
la
notte
.
All
'
alba
del
21
si
spinse
avanti
egli
stesso
dove
erano
già
i
Carabinieri
genovesi
,
con
le
compagnie
del
battaglione
Bixio
passate
anch
'
esse
durante
la
notte
.
Quasi
subito
l
'
avanguardia
venne
alle
schioppettate
con
gli
avamposti
napolitani
,
mentre
che
a
sinistra
,
su
pei
fianchi
dei
monti
,
si
svolgeva
una
loro
ala
,
certo
per
aggirare
la
gente
garibaldina
,
calarle
addosso
e
metterla
in
rotta
tra
gli
aranceti
del
piano
.
Quel
mattino
i
napolitani
parevano
di
buon
umore
.
Ma
la
loro
ala
girante
s
'
abbatté
nelle
squadre
di
Rosolino
Pilo
,
che
stava
a
mezza
costa
,
e
dovette
arrestarsi
.
Allora
s
'
impegnò
lassù
un
fuoco
vivissimo
di
fucileria
,
a
cui
le
squadre
ressero
bravamente
,
per
più
di
due
ore
,
finché
i
borbonici
furono
costretti
a
ritirarsi
.
E
giù
nel
piano
le
Compagnie
garibaldine
,
menate
avanti
,
indietro
e
poi
ancora
avanti
per
modo
che
esse
stesse
non
ci
capivano
più
nulla
,
verso
il
mezzodì
ricevettero
l
'
ordine
di
ritirarsi
.
Videro
Garibaldi
tornar
dalla
fronte
col
suo
Stato
maggiore
in
sì
gran
fretta
,
che
avrebbero
potuto
credere
di
doversi
sentir
dietro
i
compagni
dell
'
avanguardia
fuggenti
;
ma
bastò
loro
guardar
in
faccia
il
Generale
,
e
la
breve
ritirata
di
ritorno
al
Passo
di
Renda
fu
fatta
con
calma
.
Risalite
lassù
trovarono
sul
ciglio
del
passo
i
cannoni
in
posizione
con
le
gole
chinate
verso
la
pianura
,
dove
,
volgendosi
a
guardarla
,
vedevano
brillar
non
lontano
le
armi
dei
nemici
distesi
.
Forse
questi
si
apparecchiavano
a
farsi
avanti
.
E
allora
pareva
di
capire
che
Garibaldi
avesse
mirato
a
tirar
fuori
di
Palermo
una
parte
di
difensori
per
piombarle
addosso
,
e
se
la
fortuna
lo
secondasse
,
romperli
,
ed
entrare
con
essi
in
Palermo
,
che
sarebbe
insorta
.
Invece
seguì
una
gran
quiete
.
Ma
in
quella
quiete
si
sparse
una
notizia
dolorosa
.
Rosolino
Pilo
,
che
su
quei
colli
di
San
Martino
,
con
le
sue
squadre
,
aveva
così
ben
rintuzzato
l
'
attacco
dei
regii
,
era
stato
colpito
al
capo
da
una
palla
di
rimbalzo
,
mentre
scriveva
un
biglietto
a
Garibaldi
.
Ed
era
morto
,
povero
prode
,
con
in
vista
la
sua
Palermo
laggiù
,
sospirata
dall
'
esilio
per
undici
anni
.
Alla
testa
delle
sue
squadre
rimaneva
l
'
amico
suo
Corrao
,
uomo
di
gran
coraggio
ma
incolto
e
di
poco
prestigio
;
e
così
con
la
gran
figura
di
Pilo
veniva
a
mancare
una
delle
forze
più
vive
della
rivoluzione
.
Perciò
si
diffuse
una
gran
mestizia
,
Garibaldi
fu
visto
afflittissimo
;
e
facilmente
il
pensiero
de
'
suoi
passava
da
Pilo
a
lui
,
che
da
una
palla
poteva
essere
spento
da
un
'
ora
all
'
altra
.
E
allora
?
Marcia
notturna
Venne
intanto
la
sera
,
una
sera
cupa
che
minacciava
una
notte
di
pioggia
.
Eppure
le
Compagnie
furono
fatte
mettere
sotto
le
armi
e
in
marcia
,
di
nuovo
come
il
giorno
avanti
sulla
via
per
discendere
a
Pioppo
.
Dunque
Garibaldi
si
ostinava
davvero
a
tentar
Palermo
da
quella
parte
e
con
un
attacco
notturno
?
Fosse
pure
!
Gli
animi
erano
ben
disposti
,
perché
quello
stare
con
la
gran
città
alle
viste
e
con
le
spalle
mal
sicure
cominciava
a
diventar
fastidioso
.
E
marciarono
.
Ma
là
dove
la
via
chinava
,
dove
sul
mezzodì
avevano
visto
i
cannoni
in
batteria
,
i
cannoni
non
c
'
erano
più
,
e
le
Compagnie
invece
di
scendere
,
si
videro
fatte
girar
a
destra
per
entrare
in
un
sentiero
che
non
poteva
menare
se
non
sulle
creste
di
certi
monti
,
dei
quali
nei
due
giorni
passati
nel
campo
di
Renda
avevano
potuto
considerare
l
'
asprezza
.
All
'
imbocco
di
quel
sentiero
,
soldato
per
soldato
ricevevano
tre
pani
da
alcuni
uomini
,
che
agli
ordini
del
capitano
Bovi
,
bolognese
,
facevano
fretta
ai
passanti
che
pigliassero
e
andassero
.
Quei
tre
pani
volevano
dire
tre
giorni
forse
di
marcia
per
le
montagne
.
Erano
dunque
preziosi
;
onde
i
più
dei
soldati
non
sapendo
dove
se
li
mettere
,
inastate
le
baionette
ve
li
infilzavano
,
e
tiravano
via
col
fucile
in
spalla
sbilanciato
a
quel
modo
,
celiando
.
Ma
come
fu
notte
chiusa
e
il
sentiero
venne
a
mutarsi
in
sterpeto
,
si
fecero
alquanto
tristi
.
Sennonché
a
un
certo
punto
trovarono
Garibaldi
che
tribolava
a
mandare
avanti
dei
contadini
,
i
quali
curvi
sotto
lunghe
stanghe
portavano
a
spalle
appesi
a
quelle
i
cannoni
smontati
,
dieci
o
dodici
per
ciascun
pezzo
.
E
li
esortava
,
e
li
metteva
sul
gioco
di
moversi
ognuno
con
tutte
le
sue
forze
,
li
aiutava
persino
,
e
per
insegnar
loro
come
dovevano
stare
sotto
la
stanga
ci
si
metteva
egli
stesso
.
In
quel
mestiere
lo
secondavano
il
Castiglia
,
il
Rossi
,
il
Burattini
,
i
marinai
del
Lombardo
e
del
Piemonte
,
già
sin
da
Salemi
formati
in
una
piccola
Compagnia
.
Con
quell
'
esempio
la
colonna
sfilava
,
un
uomo
dietro
l
'
altro
oramai
,
ché
per
due
non
c
'
era
più
luogo
.
E
cominciò
una
pioggerella
che
presto
divenne
fitta
tra
quelle
tenebre
,
dando
alla
gente
il
senso
di
camminare
nelle
nubi
.
Ah
le
belle
vie
di
Milano
,
di
Venezia
,
di
Genova
,
tutte
inondate
di
luce
,
a
quell
'
ora
!
I
pani
,
inzuppandosi
,
cascavano
giù
dalle
baionette
,
cascava
qualche
uomo
a
ogni
passo
;
tuttavia
si
rideva
ancora
,
ma
,
per
dir
così
,
d
'
un
malinconico
riso
interiore
.
Metteva
un
po
'
di
sgomento
il
non
veder
più
nulla
,
salvo
dei
gran
fuochi
indietro
nel
campo
di
Renda
abbandonato
,
e
un
altro
gran
fuoco
solitario
avanti
,
lontano
,
verso
il
quale
si
accorgevano
di
marciare
;
mentre
dal
fondo
,
sulla
sinistra
,
salivano
a
intervalli
i
gridi
d
'
allerta
delle
sentinelle
napolitane
.
Dalla
testa
della
colonna
veniva
il
nitrito
d
'
un
cavallo
,
insistente
,
selvaggio
.
A
un
tratto
s
'
udirono
due
colpi
di
fuoco
.
Fu
un
fremito
per
tutta
quella
sfilata
:
forse
l
'
avanguardia
s
'
era
imbattuta
nel
nemico
.
Ma
poi
non
si
udì
più
nulla
.
E
sempre
tirando
avanti
,
passò
la
voce
che
quei
colpi
erano
stati
scaricati
da
Bixio
nella
testa
del
suo
cavallo
,
per
farlo
smetter
di
nitrire
;
atto
proprio
da
Bixio
che
aveva
voluto
far
quella
marcia
del
diavolo
in
sella
.
Era
vero
.
Andando
avanti
,
i
soldati
passavano
vicino
a
un
cavallo
spianato
là
morto
fuori
de
'
piedi
.
Quando
fu
quasi
l
'
alba
,
le
Compagnie
si
trovarono
a
calare
dalle
ultime
falde
di
quei
monti
su
d
'
una
grossa
borgata
.
Pioveva
ancora
.
Credevano
d
'
aver
camminato
lontano
,
e
invece
la
Conca
d
'
oro
era
ancora
lì
davanti
ad
essi
come
quando
stavano
a
Renda
,
solo
che
adesso
la
vedevano
da
oriente
.
Mirabile
marcia
!
Garibaldi
che
per
natura
si
ricordava
così
poco
delle
cose
fatte
,
ebbe
ragione
quando
,
riparlandone
dopo
molti
anni
,
disse
che
neppure
in
America
si
era
trovato
a
farne
fare
una
a
'
suoi
,
somigliante
a
quella
del
Parco
.
E
non
un
uomo
si
era
perduto
;
qualche
ritardatario
aveva
saputo
serrarsi
presto
alla
colonna
;
anche
i
cannoni
erano
venuti
per
quelle
balze
.
Ma
in
quale
stato
,
povera
gente
!
Il
borgo
di
Parco
sia
lodato
sempre
pel
modo
come
la
accolse
.
Non
ci
fu
casa
che
non
si
aprisse
a
ristorare
qualcuno
,
a
rasciugare
i
panni
,
a
rifornirne
che
non
poteva
più
tener
indosso
i
propri
,
ridotti
in
cenci
,
a
rincalzare
chi
non
aveva
più
scarpe
in
piede
.
Ma
ancora
più
da
lodarsi
quel
borgo
,
perché
si
prese
in
seno
tutta
quella
gente
,
e
se
la
tenne
celata
tutto
quel
giorno
e
la
notte
appresso
,
senza
che
nulla
ne
trapelasse
ai
borbonici
,
campeggianti
nella
Conca
d
'
oro
.
Un
frate
strano
Cotesto
giorno
,
uno
di
quei
soldati
fu
fermato
da
un
giovane
monaco
che
egli
avea
già
veduto
girare
pel
borgo
,
e
soffermarsi
qua
e
là
a
parlare
coi
suoi
compagni
.
E
capì
subito
che
era
un
'
anima
tormentata
da
qualche
gran
cruccio
.
Avviato
il
discorso
,
il
monaco
si
spiegò
:
avrebbe
voluto
gettarsi
nella
rivoluzione
,
ma
qualcosa
lo
tratteneva
.
Seduti
a
pie
'
d
'
una
delle
tre
grandi
croci
che
sorgevano
su
d
'
un
poggio
a
figurarvi
il
Calvario
;
quei
due
parlavano
già
come
vecchi
amici
.
E
il
garibaldino
diceva
al
frate
che
se
avesse
voluto
entrare
nella
sua
Compagnia
,
vi
avrebbe
trovato
il
Comandante
e
gli
ufficiali
e
molti
militi
siciliani
tornati
dall
'
esilio
;
e
che
l
'
esser
frate
non
voleva
dire
;
che
già
altri
frati
avevano
combattuto
per
Garibaldi
a
Calatafimi
e
che
anzi
,
un
francescano
lo
seguiva
già
da
Salemi
.
Il
monaco
rispondeva
che
pur
ammirando
Garibaldi
gli
pareva
che
quella
ch
'
egli
combatteva
non
fosse
la
guerra
di
cui
la
Sicilia
aveva
bisogno
.
L
'
unità
d
'
Italia
e
la
libertà
pel
vero
popolo
siciliano
erano
quasi
nulla
.
Che
potevano
farsene
quelle
plebi
ancora
oppresse
da
tutte
le
ingiustizie
,
altrove
,
in
Piemonte
,
in
Lombardia
,
levate
da
un
secolo
?
Non
avevano
visto
essi
venuti
da
fuori
,
per
quel
poco
che
avevano
già
corso
dell
'
isola
,
quanta
era
la
miseria
e
quanta
l
'
abiezione
di
quelle
plebi
?
La
libertà
non
era
pane
per
lo
stomaco
e
nemmeno
per
lo
spirito
;
anzi
sarebbe
poi
per
i
già
prepotenti
un
mezzo
per
opprimere
di
più
.
In
Sicilia
era
necessaria
una
guerra
che
trasformasse
la
società
e
la
vita
,
facendo
guadagnare
al
popolo
il
tempo
che
per
forza
gli
era
stato
fatto
perdere
.
Non
vedeva
Garibaldi
che
la
Sicilia
era
ancora
quasi
come
doveva
essere
stata
ai
tempi
delle
guerre
servili
di
venti
secoli
avanti
?
Insomma
quel
monaco
voleva
la
guerra
non
soltanto
contro
i
Borboni
,
ma
contro
tutti
gli
oppressori
grandi
e
piccoli
,
che
si
trovavano
laggiù
dappertutto
.
Il
garibaldino
cui
pareva
di
non
capir
quasi
come
un
monaco
parlasse
a
quel
modo
,
gli
diceva
che
allora
quella
guerra
ch
'
egli
voleva
avrebbe
dovuto
esser
fatta
anche
contro
i
frati
ricchissimi
,
e
molti
.
E
il
monaco
ardente
rispondeva
che
sì
,
che
anche
contro
i
frati
si
doveva
farla
,
contro
di
essi
prima
che
contro
d
'
ogni
altro
,
ma
col
Vangelo
in
mano
e
con
la
Croce
:
che
allora
anch
'
egli
ci
si
sarebbe
messo
,
ma
che
così
come
era
fatta
e
per
quel
che
era
fatta
,
gli
pareva
inutile
.
Se
Garibaldi
avesse
guardato
bene
,
si
sarebbe
accorto
che
le
plebi
lo
lasciavano
solo
coi
suoi
.
Allora
il
garibaldino
accennò
alle
squadre
che
numerose
tenevano
i
monti
qua
e
là
.
-
E
chi
vi
dice
-
esclamò
il
monaco
con
voce
risoluta
-
chi
vi
dice
che
non
si
aspettino
qualche
cosa
di
più
?
-
Il
discorso
era
stringente
.
Il
garibaldino
che
non
si
voleva
dar
vinto
,
sentiva
tuttavia
che
il
monaco
ne
sapeva
più
di
lui
.
Mirava
quel
volto
illuminato
da
una
fiamma
che
non
era
la
sua
di
mazziniano
,
taceva
un
po
'
confuso
e
anche
alquanto
impicciolito
.
Poi
egli
e
il
monaco
si
levarono
di
là
,
si
abbracciarono
,
e
questi
se
n
'
andò
.
Egli
discese
tra
i
suoi
con
l
'
animo
turbato
e
scontento
.
Gli
pareva
d
'
aver
imparato
molto
in
quel
colloquio
,
e
vagamente
sentiva
che
l
'
unità
della
patria
non
era
tutto
,
che
la
libertà
avrebbe
scoperto
molte
piaghe
,
alle
quali
poi
col
tempo
altri
avrebbe
dovuto
pensare
.
E
se
ne
ricordò
e
pensò
a
quel
monaco
trent
'
anni
dipoi
,
quando
proprio
da
quella
parte
dell
'
isola
parlò
più
alto
l
'
antico
dolore
che
quegli
sin
da
quel
tempo
remoto
sentiva
.
I
borbonici
all
'
offensiva
Tornando
ai
fatti
allora
presenti
,
i
borbonici
si
erano
svegliati
la
mattina
del
25
maggio
,
certi
di
avere
ancora
in
faccia
Garibaldi
su
al
passo
di
Renda
,
dove
tutta
la
notte
erano
stati
tenuti
accesi
dei
grandi
fuochi
.
Ma
allo
schiarirsi
s
'
accorsero
che
egli
non
era
più
là
.
Dove
mai
poteva
essere
andato
?
Forse
la
prima
supposizione
fu
ch
'
egli
si
fosse
ritirato
indietro
.
Non
passò
loro
neppur
per
la
mente
che
avesse
fatto
quella
marcia
inverosimile
per
andarsi
a
porre
sul
loro
fianco
in
quel
nascondiglio
di
Parco
.
E
non
ne
seppero
nulla
tutto
quel
giorno
,
perché
la
Sicilia
non
dava
spie
,
non
ne
seppero
fino
al
mattino
appresso
,
quando
videro
coronarsi
d
'
armati
il
poggio
che
sorge
sopra
quel
borgo
.
Certo
là
era
lui
;
quelle
che
si
vedevano
non
potevano
essere
squadre
.
E
deliberarono
di
andare
a
trovarlo
.
Il
dì
stesso
sul
vespro
mossero
,
e
parve
per
assalire
Garibaldi
in
due
colonne
a
tenaglia
.
Ma
non
era
che
un
movimento
per
saggiarlo
o
forse
per
tirarselo
giù
nel
piano
.
Egli
aveva
scelta
bene
la
sua
posizione
;
piantato
Bixio
a
mezza
costa
col
suo
battaglione
,
il
battaglione
Carini
aveva
schierato
lungo
la
strada
che
sale
per
quel
dosso
ed
entra
poi
tra
i
monti
verso
Piana
de
'
Greci
.
I
cannoni
erano
in
batteria
.
Tutto
era
pronto
per
ricevere
i
borbonici
.
Ma
la
loro
ala
sinistra
si
avanzò
appena
a
tiro
di
fucile
,
e
scambiò
qualche
colpo
con
alcuni
'
Picciotti
'
che
stavano
sulle
più
basse
falde
,
l
'
altra
non
si
inoltrò
neppur
tanto
.
Erano
dunque
soltanto
ricognizioni
,
ma
volevano
dire
che
per
l
'
indomani
si
preparava
qualche
cosa
di
grosso
.
E
avvenne
.
Alla
levata
del
sole
,
un
gran
tratto
della
via
da
Palermo
a
Monreale
fu
visto
dal
Campo
di
Garibaldi
sfavillar
tutto
d
'
armi
.
Pareva
che
i
ventimila
uomini
del
presidio
fossero
usciti
tutti
alla
campagna
,
tanto
era
lunga
quella
traccia
,
la
cui
testa
entrò
nei
fitti
pomari
e
continuò
a
marciarvi
nascosta
,
come
s
'
indovinava
dall
'
accorciarsi
delle
sue
code
.
Garibaldi
,
fermo
nelle
sue
posizioni
,
faceva
lavorar
di
zappa
il
suo
Genio
e
la
sua
Artiglieria
,
come
se
si
preparasse
a
ricevere
l
'
assalto
.
Aveva
già
mandati
i
Carabinieri
genovesi
alla
posta
,
là
dove
il
primo
incontro
degli
assalitori
doveva
naturalmente
seguire
,
certo
che
contro
le
loro
carabine
il
nemico
si
sarebbe
sentito
cader
la
baldanza
.
Antonio
Mosto
doveva
pensare
a
reggervi
quanto
fosse
possibile
a
brava
gente
qual
era
la
sua
,
e
alla
fine
ritirarsi
la
via
che
tutta
la
Colonna
avrebbe
pigliata
,
perché
Garibaldi
,
contro
ogni
apparenza
data
da
principio
alle
proprie
intenzioni
,
aveva
deliberato
un
'
altra
volta
la
ritirata
,
quasi
la
fuga
.
Infatti
,
quando
i
primi
colpi
dei
Carabinieri
genovesi
annunziarono
che
la
colonna
nemica
attaccava
,
egli
mise
le
sue
Compagnie
in
marcia
con
l
'
artiglieria
già
avviata
;
passò
egli
stesso
avanti
a
cavallo
,
disse
qualche
parola
d
'
incoraggiamento
,
e
un
po
'
di
gran
passo
e
un
po
'
di
corsa
,
in
una
stretta
lunga
parecchie
miglia
,
la
marcia
fu
gagliardamente
condotta
.
Va
'
e
va
'
,
anche
quella
volta
le
Compagnie
furono
messe
a
una
dura
prova
,
perché
quando
trafelate
giunsero
a
veder
la
Piana
de
'
Greci
,
e
idealmente
già
vi
si
riposavano
,
con
quel
sentimento
che
devono
avere
sin
gli
uccelli
migratori
di
oltremare
all
'
apparire
della
terra
;
ecco
le
Guide
a
sbarrar
loro
la
via
e
additare
la
salita
a
un
monte
.
Uno
sgomento
!
Ma
lassù
era
già
il
Generale
,
di
lassù
chiamavano
con
alte
grida
ben
note
i
più
rotti
alle
fatiche
;
bisognava
raggiungerli
perché
il
nemico
tentava
di
precederli
alla
Piana
de
'
Greci
varcando
quel
monte
.
Chi
non
era
addirittura
spossato
ubbidiva
.
Veramente
il
Comandante
nemico
che
aveva
ideato
quel
movimento
,
si
era
ingannato
sulla
possibilità
d
'
eseguirlo
,
data
la
mobilità
delle
compagnie
garibaldine
.
Contro
altra
gente
forse
gli
sarebbe
riuscito
.
Ma
esso
non
aveva
ancor
guadagnata
la
prima
,
e
già
Garibaldi
gli
appariva
sulla
seconda
delle
cime
che
credeva
di
aver
tempo
a
varcare
,
avanti
che
i
garibaldini
avessero
percorso
la
via
da
Parco
alla
Piana
.
Così
non
ci
fu
che
uno
scambio
di
fucilate
lassù
da
gola
a
gola
;
poi
i
borbonici
se
ne
tornarono
indietro
giù
pel
versante
verso
Parco
;
Garibaldi
,
ridisceso
dalla
parte
sua
,
andò
a
occupare
la
Piana
de
'
Greci
.
Si
chiama
così
la
città
degli
Albanesi
,
adagiata
in
mezzo
a
una
campagna
grigia
,
grigia
essa
stessa
e
tetti
e
muri
e
tutto
.
Almeno
aveva
tale
aspetto
quel
giorno
,
vista
traverso
l
'
aria
infiammata
del
mezzodì
,
che
tremolava
come
una
sottilissima
rete
di
fil
d
'
argento
,
sì
che
uno
avrebbe
detto
di
poterla
palpare
solo
a
far
quattro
passi
avanti
.
Oh
che
sole
!
Che
refrigerio
sarebbe
stato
sdraiarsi
appena
giunti
tra
quelle
case
!
Ma
la
gente
della
città
fuggiva
.
Cosa
le
avevano
fatto
credere
di
quei
forestieri
,
di
quel
Garibaldi
di
cui
anche
i
preti
,
i
frati
e
le
monache
dicevano
bene
?
Sapeva
quella
gente
che
i
garibaldini
avevano
i
borbonici
alle
spalle
,
e
temeva
che
in
quella
sua
città
volessero
far
fronte
al
nemico
e
aspettarlo
a
battaglia
?
Certo
non
era
cosa
che
dovesse
incuorarla
a
stare
.
Il
fatto
è
che
fuggiva
.
Ed
era
proprio
il
24
maggio
,
giorno
che
per
costume
di
secoli
gli
Albanesi
della
Piana
salgono
al
Monte
delle
Rose
,
a
cantarvi
con
le
fronti
volte
a
oriente
,
verso
l
'
antica
patria
,
lamentose
parole
nella
loro
antichissima
lingua
.
O
bella
Morea
,
Da
che
ti
lasciai
non
ti
vidi
più
!
Quivi
trovasi
mio
padre
,
Quivi
la
madre
mia
,
Quivi
i
miei
fratelli
sepolti
ho
lasciati
.
O
bella
Morea
,
Da
che
ti
lasciai
non
ti
vidi
più
.
Quella
data
,
quell
'
ascesa
,
quel
canto
ricordavano
loro
i
dolori
degli
avi
tre
secoli
e
mezzo
indietro
,
che
per
non
soggiacere
ai
Turchi
s
'
erano
rassegnati
a
lasciar
l
'
Albania
,
e
col
fior
degli
Epiroti
condotti
da
Giorgio
Scanderberg
avevano
trovato
rifugio
in
Sicilia
,
portando
seco
loro
le
immagini
e
quanto
possedevano
di
più
caro
.
Fiera
e
costumata
gente
,
orgogliosa
della
sua
origine
,
che
ne
'
suoi
canti
serba
vivo
il
sentimento
di
quattro
secoli
,
e
sogna
ancora
che
uno
del
suo
sangue
possa
,
quando
che
sia
,
ricondurla
nella
vecchia
patria
lontana
.
Si
può
dire
che
i
Garibaldini
videro
appena
gli
abitanti
della
città
,
perché
,
accampati
fuori
,
stettero
stanchi
,
inquieti
e
pensosi
d
'
altro
.
Sapevano
che
da
un
'
ora
all
'
altra
il
nemico
che
li
seguiva
sarebbe
apparso
.
I
Carabinieri
genovesi
che
,
sostenuto
il
primo
assalto
al
Parco
,
s
'
erano
ripiegati
sulla
colonna
,
raccontavano
che
i
borbonici
erano
almeno
cinque
mila
,
mercenari
bavaresi
la
più
parte
,
con
artiglieria
e
cavalleria
.
E
lamentavano
di
aver
perduto
nello
scontro
Carlo
Mosto
e
Francesco
Rivalta
,
ai
quali
forse
quei
feroci
non
avevano
dato
quartiere
.
Tutti
dunque
erano
pensosi
.
Che
cosa
meditasse
il
Generale
lo
ignoravano
;
se
quella
fosse
una
manovra
o
una
vera
ritirata
,
nessuno
poteva
dirlo
.
Garibaldi
ne
scrisse
poi
,
riconoscendo
egli
stesso
che
quel
giorno
poteva
essergli
funesto
,
se
avesse
avuto
da
fare
con
un
nemico
più
diligente
.
Verso
sera
,
le
Compagnie
furono
rimesse
in
marcia
,
e
ancora
quasi
con
aria
di
ritirarsi
in
fretta
.
L
'
artiglieria
e
i
pochi
carri
erano
già
stati
incamminati
verso
Corleone
,
scortati
da
poche
dozzine
di
quei
militi
,
tra
i
quali
i
non
ben
guariti
di
Calatafimi
.
L
'
Orsini
comandante
dell
'
artiglieria
aveva
ricevuto
l
'
ordine
di
andare
,
andar
sempre
;
e
la
colonna
gli
si
mise
dietro
persuasa
che
omai
di
Palermo
non
si
sarebbe
più
parlato
,
se
pure
non
c
'
era
da
dubitare
che
tutto
dovesse
finire
con
quanto
già
s
'
era
sentito
sussurrare
due
volte
,
cioè
che
Garibaldi
avrebbe
sciolta
la
spedizione
,
lasciando
a
ciascuno
la
cura
di
mettersi
in
salvo
da
sé
.
L
'
ora
correva
triste
.
Ma
dopo
aver
marciato
un
pezzo
e
fatta
notte
,
la
Colonna
fu
menata
fuor
della
via
Consolare
a
piantarsi
in
un
bosco
,
dove
accampò
.
Il
luogo
era
selvaggio
.
E
ordine
fu
dato
di
non
parlare
,
di
non
accender
fuoco
neppure
per
fumare
,
di
sdraiarsi
ognuno
nel
posto
ove
si
trovava
senza
più
moversi
per
nulla
.
Si
discusse
molto
per
trovare
se
tutte
le
cose
che
Garibaldi
aveva
fatto
nei
due
giorni
avanti
a
quello
,
e
ciò
che
fece
nei
due
dipoi
,
siano
state
fasi
d
'
esecuzione
d
'
un
suo
concetto
svolto
con
intenzioni
ben
determinate
;
o
se
tutta
una
sequela
di
fatti
,
non
legati
tra
loro
da
verun
concetto
,
e
venuti
quasi
fortuiti
ora
per
ora
,
l
'
abbiano
condotto
al
resultato
glorioso
d
'
entrar
in
Palermo
,
nel
modo
,
per
dir
così
,
favoloso
con
cui
v
'
entrò
.
E
così
,
soltanto
a
discuterlo
,
si
disconobbe
tutto
il
suo
studio
di
quei
giorni
,
che
fu
di
trar
da
Palermo
una
parte
del
grosso
presidio
;
illuder
questo
,
creandogli
l
'
opinione
d
'
aver
costretto
lui
a
rifugiarsi
co
'
suoi
lontano
;
illudere
il
Comando
supremo
della
capitale
,
farlo
sicuro
ch
'
egli
non
tornerebbe
,
tanto
che
vigilasse
meno
e
si
lasciasse
sorprendere
.
Certo
nell
'
esecuzione
di
quel
suo
disegno
vi
furono
dei
momenti
ne
'
quali
poté
parere
il
disegno
stesso
non
fosse
ben
fermo
,
né
Garibaldi
lo
contesterebbe
.
Ma
poi
,
che
contestare
quando
si
sa
come
egli
pensava
e
sentiva
?
La
guerra
non
la
faceva
per
gusto
,
e
non
era
per
lui
né
scienza
né
arte
.
Si
trovava
al
mondo
in
queste
nostre
età
,
in
cui
essa
è
ancora
uno
dei
mezzi
per
far
trionfar
la
giustizia
,
e
la
faceva
senza
cercarvi
né
gloria
né
altro
.
Anzi
ne
dimenticava
i
fatti
appena
li
aveva
compiuti
.
Non
è
forse
vero
che
quando
,
per
esempio
,
scrisse
di
Calatafimi
,
che
pur
egli
stimava
uno
de
'
suoi
più
bei
fatti
d
'
armi
,
ne
scrisse
quasi
come
uno
che
non
vi
fosse
stato
presente
,
e
non
avesse
mai
visto
neppure
quel
campo
?
Nei
tempi
che
verranno
,
tale
noncuranza
sarà
forse
il
titolo
più
alto
per
la
sua
gloria
di
generale
,
cui
nessuno
preparava
i
mezzi
di
guerra
,
che
tutto
doveva
improvvisare
ed
eseguire
,
solo
con
l
'
aiuto
d
'
uomini
devoti
a
lui
come
a
un
'
idea
;
e
col
sentimento
del
bene
,
e
con
la
fede
in
qualche
cosa
di
superiore
da
cui
si
credeva
assistito
,
andava
avanti
vincitore
sempre
,
almeno
moralmente
anche
quando
era
vinto
.
In
quel
bosco
,
la
forza
misteriosa
superiore
da
cui
gli
pareva
d
'
essere
assistito
,
gli
si
rivelò
nello
splendore
d
'
Arturo
,
la
bella
stella
che
egli
sin
da
giovane
marinaio
aveva
scelta
per
sua
.
Lo
udirono
i
suoi
intimi
rassicurarsi
in
quello
splendore
.
Ciò
almeno
fu
detto
e
creduto
per
tutto
il
campo
,
dove
sottovoce
si
diceva
che
il
Generale
era
lieto
perché
Arturo
appariva
fulgido
più
che
mai
.
E
se
era
n
'
aveva
cagione
.
In
quella
notte
,
poco
distante
dal
bosco
,
per
la
via
consolare
di
Corleone
,
il
nemico
marciava
sicuro
di
andare
dietro
di
lui
rotto
e
in
fuga
,
e
mandava
a
Palermo
la
notizia
,
e
la
notizia
andava
a
Napoli
,
e
Napoli
diceva
al
mondo
un
'
altra
bugia
così
:
"
Le
regie
truppe
riportarono
una
segnalata
vittoria
.
Garibaldi
battuto
una
seconda
volta
al
Parco
,
perduto
un
cannone
e
sconfitto
a
Piana
de
'
Greci
,
fuggiva
inseguito
dalla
milizia
verso
Corleone
.
Gravi
dissensi
tra
i
ribelli
.
"
Invece
quelle
milizie
non
avevano
battuto
nessuno
,
non
preso
cannoni
,
né
inseguivano
lui
ma
la
sua
artiglieria
,
di
cui
in
quella
manovra
aveva
saputo
disfarsi
;
e
lui
si
lasciava
alle
spalle
coi
suoi
,
più
d
'
accordo
che
mai
coi
ribelli
siciliani
,
e
prossimi
a
far
con
essi
la
congiunzione
.
Infatti
all
'
alba
,
egli
salì
da
quel
bosco
a
Marineo
,
e
vi
si
trattenne
fino
alla
sera
;
poi
marciò
a
Missilmeri
,
dove
,
come
gli
annunziava
un
messaggio
del
generale
La
Masa
,
lo
aspettavano
quattromila
isolani
che
questi
aveva
raccolti
per
lui
.
Certo
la
posizione
in
cui
Garibaldi
s
'
era
posto
con
quella
mossa
era
pericolosissima
.
Bastava
che
una
spia
ne
avvisasse
il
Comandante
della
colonna
nemica
da
lui
così
ben
elusa
,
perché
essa
tornasse
indietro
a
schiacciarlo
sotto
Palermo
.
Tanto
era
ciò
facile
,
che
nella
marcia
di
notte
,
da
Marineo
a
Missilmeri
,
in
un
momento
di
sosta
fu
quasi
da
tutti
creduto
di
averla
addosso
.
E
allora
?
Il
senso
della
lor
condizione
era
in
tutti
profondo
.
Ma
non
fu
nulla
.
Ben
presto
,
ripresa
la
marcia
,
apparve
non
lontano
una
gran
luminaria
.
Era
Missilmeri
che
li
invitava
.
Vi
giunsero
verso
la
mezzanotte
e
vi
si
posarono
.
Quanto
erano
tornati
vicini
a
Palermo
?
La
gente
di
Missilmeri
diceva
loro
che
dopo
una
piccola
marcia
,
subito
salito
il
monte
a
ridosso
del
paese
,
l
'
avrebbero
veduta
.
E
la
rividero
il
giorno
appresso
,
da
quel
monte
di
Gibilrossa
.
Di
lassù
guardando
a
sinistra
potevano
anche
scoprire
quasi
tutte
le
terre
che
avevano
percorse
.
Oltre
certi
monti
lontani
doveva
trovarsi
Calatafimi
.
Come
vi
stavano
i
cari
feriti
gravi
,
dei
quali
non
avevano
più
risaputo
nulla
?
E
quanti
vi
erano
morti
?
Gibilrossa
Su
quella
sorta
d
'
altopiano
,
se
si
può
chiamar
così
la
cima
di
Gibilrossa
,
formicolava
il
campo
dei
'
Picciotti
'
di
La
Masa
,
che
vi
facevano
un
sussurro
come
nelle
selve
il
vento
.
Erano
forse
quattromila
,
ma
pochi
gli
armati
almeno
di
fucili
da
caccia
.
Tuttavia
davano
da
sperare
che
,
avventati
a
tempo
opportuno
,
anche
gli
armati
soltanto
di
picche
avrebbero
fatto
da
bravi
.
Aveva
detto
Garibaldi
che
ogni
arma
era
buona
,
purché
impugnata
da
un
valoroso
.
I
continentali
si
frammischiavano
a
quelle
squadre
,
a
farsi
descrivere
nelle
belle
e
immaginose
parlate
sicule
le
parti
dell
'
isola
da
cui
erano
venuti
.
E
osservavano
che
anche
i
più
rozzi
di
quei
'
Picciotti
'
avevano
pensieri
e
sentimenti
elevati
,
e
che
riusciva
loro
d
'
esprimerli
quasi
con
eloquenza
.
Ispidi
all
'
aspetto
,
erano
squisiti
dentro
come
certi
frutti
maturati
ai
loro
lunghi
soli
.
Ma
anche
pareva
che
alcuni
di
essi
parlassero
dialetti
che
sapevano
di
lombardo
e
di
monferrino
!
E
di
ciò
si
maravigliavano
appunto
i
lombardi
,
tra
i
quali
Telesforo
Cattoni
del
Mantovano
,
angelico
giovane
a
ventun
'
anni
già
dottore
in
legge
e
studioso
di
lettere
,
cui
l
'
ingegno
lampeggiava
negli
occhi
.
Ma
Domenico
Maura
calabrese
,
dottissimo
uomo
sulla
cinquantina
,
che
sempre
tra
quei
giovani
parlava
di
Dante
,
diceva
che
se
la
fortuna
avesse
secondato
Garibaldi
,
essi
avrebbero
poi
trovato
da
maravigliarsi
anche
in
Calabria
,
sentendo
in
certi
villaggi
parlar
piemontese
dai
discendenti
dei
Valdesi
scampati
dalle
persecuzioni
.
Quelli
che
lì
in
Sicilia
avevano
del
lombardo
e
del
monferrino
,
erano
discendenti
d
'
avventurieri
e
di
favoriti
tirati
nell
'
isola
dal
gran
Conte
Ruggero
,
quando
vi
condusse
sposa
Adelaide
di
Monferrato
.
Dietro
quella
gentildonna
uscita
dal
paese
più
cavalleresco
d
'
Italia
,
erano
corsi
a
frotte
nell
'
isola
gentiluomini
d
'
ogni
grado
,
e
Ruggero
aveva
dato
loro
da
abitare
certi
luoghi
,
che
per
il
numero
grande
di
quegli
ospiti
furono
poi
chiamati
villaggi
lombardi
.
E
coloro
vi
si
erano
misti
e
fusi
coi
nativi
,
greci
,
arabi
e
normanni
,
pur
conservando
le
loro
consuetudini
e
i
loro
dialetti
.
Aidone
,
Piazza
,
Nicosia
,
altre
cittadette
erano
di
quei
luoghi
.
Nel
pomeriggio
di
quel
giorno
,
apparvero
lassù
alcuni
uomini
di
mare
in
calzoni
bianchi
,
e
si
disse
subito
che
erano
ufficiali
delle
navi
inglesi
ancorate
nel
porto
di
Palermo
,
saliti
per
vaghezza
a
visitare
quell
'
accampamento
.
Sapevano
essi
che
v
'
avrebbero
trovato
Garibaldi
?
E
se
lo
sapevano
,
poteva
ignorarlo
il
Comandante
generale
borbonico
di
Palermo
?
Ciò
dava
dell
'
inquietudine
.
Essi
intanto
recavano
che
nella
gran
città
tutti
erano
persuasi
della
fuga
di
Garibaldi
,
che
anzi
questo
si
leggeva
stampato
sulle
cantonate
,
che
l
'
ufficialità
del
presidio
esultava
,
ma
che
n
'
era
addolorato
e
sgomento
il
popolo
,
cui
la
sbirraglia
raddoppiava
gli
insulti
.
Diedero
per
primi
anche
la
notizia
che
il
governo
di
Napoli
aveva
chiamato
'
filibustieri
'
Garibaldi
e
i
suoi
appena
partiti
da
Quarto
,
denunciandoli
al
mondo
come
pirati
;
e
il
nome
di
'
filibustieri
'
fu
subito
preso
per
titolo
di
vanto
da
quei
giovani
,
come
da
altri
in
altri
tempi
altri
nomi
vituperosi
.
Aggirandosi
nell
'
accampamento
,
quegli
Inglesi
si
dilettavano
di
schizzare
i
profili
dei
più
pittoreschi
tra
quei
Garibaldini
;
si
facevano
scrivere
nei
loro
taccuini
i
nomi
di
questo
e
di
quello
,
davano
delle
strette
di
mano
che
parevano
strappi
;
insomma
sembravano
in
festa
,
e
si
facevano
promettere
una
visita
sulle
loro
navi
.
Ma
i
politici
,
e
tra
quei
militi
ve
n
'
erano
molti
,
mormoravano
.
Ah
gli
Inglesi
?
Sempre
dove
avevano
toccato
avevano
lasciato
l
'
ipoteca
o
fatto
mercato
.
Berchet
li
aveva
ben
giudicati
ne
'
suoi
'
Profughi
di
Praga
'
!
Essi
forse
agognavano
che
in
Sicilia
si
versasse
tanto
sangue
che
non
fosse
più
possibile
nessuna
pace
coi
Napolitani
:
e
poi
d
'
accordo
con
Napoleone
si
sarebbero
presa
l
'
isola
,
lasciando
libero
lui
di
farsi
dar
la
Sardegna
da
Vittorio
Emanuele
,
e
questo
di
dargliela
.
Napoli
con
le
sue
provincie
continentali
sarebbe
rimasto
ai
Borboni
.
E
così
salvi
questi
,
salvato
al
Papa
il
resto
del
regno
,
l
'
Austria
si
sarebbe
baciate
le
mani
di
veder
questi
contenti
e
di
tenersi
il
Veneto
;
la
Russia
contentissima
,
avrebbe
applaudito
;
e
l
'
unità
d
'
Italia
,
addio
!
Queste
cose
si
dicevano
a
Gibilrossa
dai
mazziniani
specialmente
;
e
di
quelli
che
le
ascoltavano
chi
le
credeva
già
quasi
belle
fatte
;
chi
ci
si
arrabbiava
a
discuterle
,
a
negarle
,
e
chi
crollava
le
spalle
,
ridendo
.
A
buon
conto
,
se
era
vero
qualcosa
d
'
altro
che
già
si
sussurrava
,
quegli
Inglesi
avevano
portato
a
Garibaldi
i
piani
delle
fortificazioni
di
Palermo
e
dei
posti
occupati
dal
nemico
alle
porte
.
Questo
era
bene
sapere
,
perché
il
tempo
incalzava
,
si
avvicinava
qualche
grand
'
ora
,
e
con
quella
tal
colonna
andata
dietro
all
'
Orsini
e
che
poteva
da
un
'
ora
all
'
altra
apparire
alle
spalle
,
bisognava
far
presto
.
*
Potevano
essere
le
sedici
all
'
italiana
antica
,
come
si
contavano
le
ore
laggiù
,
quando
si
sentì
dire
che
Garibaldi
aveva
chiamati
a
sé
tutti
i
suoi
maggiori
ufficiali
e
i
Comandanti
di
tutte
le
Compagnie
.
Grande
commozione
,
grande
attesa
.
Il
campo
pareva
stare
tutto
in
ascolto
.
Si
seppe
poi
subito
che
in
quel
consiglio
Garibaldi
aveva
fatti
due
casi
:
o
ritirarsi
a
Castrogiovanni
e
là
in
luogo
forte
attendere
che
la
rivoluzione
ingagliardisse
e
giungessero
dal
continente
altre
spedizioni
;
oppure
gettarsi
su
Palermo
.
Si
diceva
che
tutti
i
Comandanti
avevano
gridato
con
entusiasmo
:
"
A
Palermo
!
"
e
che
anzi
Bixio
aveva
soggiunto
:
"
o
all
'
inferno
!
"
Allora
corse
per
tutta
quella
gente
un
tal
fremito
,
che
parve
s
'
animassero
fin
le
rocce
.
La
gran
risoluzione
era
presa
:
presa
in
quel
punto
di
Gibilrossa
dove
fu
fatto
poi
sorgere
l
'
obelisco
di
marmo
che
vi
si
vede
biancheggiare
dal
mare
e
dai
monti
,
a
ricordanza
di
quell
'
ora
suprema
.
Lassù
fu
anche
stabilito
l
'
ordine
della
marcia
;
impegno
delicatissimo
,
in
cui
Garibaldi
seppe
usare
tatto
squisito
.
Egli
aveva
deliberato
di
tentare
l
'
assalto
di
Palermo
dalla
Porta
Termini
,
piombando
improvviso
,
all
'
arma
bianca
,
sulla
guardia
quale
e
quanta
essa
fosse
.
Ma
in
ciò
non
poteva
adoperare
le
squadre
del
La
Masa
,
neppure
quelle
armate
di
fucile
,
perché
non
avevano
baionetta
.
Eppure
non
gli
pareva
né
prudente
né
giusto
,
privar
affatto
i
Siciliani
di
quel
grande
onore
di
andar
primi
o
almeno
coi
primi
,
alla
presa
della
loro
capitale
.
Perciò
risolse
di
far
marciare
alla
testa
un
mezzo
centinaio
di
Cacciatori
delle
Alpi
condotti
dal
Tukory
,
i
quali
dovevano
cadere
come
ombre
addosso
alla
vedetta
nemica
.
La
avrebbero
trovata
oltre
certe
case
,
a
pie
'
di
un
altissimo
pioppo
.
Bisognava
impedire
come
che
fosse
che
quel
povero
ignoto
soldato
desse
l
'
allarme
alla
guardia
del
Ponte
dell
'
Ammiraglio
;
sorte
strana
di
un
semplicissimo
uomo
,
dalla
cui
piccola
vita
poteva
dipendere
tutto
un
mondo
di
cose
grandi
.
Dietro
quel
drappello
doveva
marciare
un
mezzo
migliaio
di
'
Picciotti
'
,
poi
i
Carabinieri
genovesi
e
appresso
tutte
le
Compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
.
Ultimo
in
coda
,
avrebbe
seguito
il
grande
stormo
.
Disposte
così
le
cose
,
tutti
quei
corpi
furono
condotti
a
pigliar
il
posto
loro
assegnato
,
nei
pressi
del
Convento
che
sorge
lassù
,
per
aspettarvi
che
imbrunisse
.
I
Cacciatori
delle
Alpi
abbandonavano
così
quei
luoghi
,
dove
avevano
passato
una
delle
loro
giornate
più
tormentose
,
sotto
un
sole
feroce
,
senz
'
altro
riparo
che
di
poveri
fichi
d
'
India
.
E
in
tutta
quella
giornata
non
avevano
ricevuto
che
ognuno
un
pane
e
una
fetta
di
carne
cruda
,
che
avevano
mangiato
chi
rosolandosela
al
fuoco
sulla
punta
della
baionetta
,
chi
scaldandosela
sulle
rocce
arse
dal
sole
,
chi
tale
e
quale
.
Non
erano
mesti
né
lieti
,
si
incamminavano
forse
alla
morte
.
Ma
se
avessero
avuto
fortuna
,
se
fosse
loro
riuscito
di
penetrar
nella
gran
Palermo
,
e
farvi
levar
su
tutto
il
popolo
come
un
mare
,
e
pigliarsela
,
che
grido
di
gloria
per
tutta
l
'
Italia
,
che
gioia
poi
poter
dire
:
io
v
'
era
!
A
ogni
modo
,
meglio
quel
cimento
supremo
,
meglio
che
star
dell
'
altro
in
quelle
incertezze
,
per
finire
alla
meno
peggio
e
tornare
se
forse
e
chi
sa
come
,
nell
'
Alta
Italia
mortificati
.
Intanto
che
veniva
la
notte
,
furono
fatte
dai
Comandanti
raccomandazioni
amichevoli
.
Marciare
in
silenzio
;
non
badare
a
rumore
che
potesse
venire
da
qualsifosse
parte
;
non
si
lasciassero
impaurire
dalla
cavalleria
,
se
mai
,
come
era
da
prevedersi
,
ne
fosse
capitata
sui
fianchi
della
colonna
.
Contro
di
essa
bastava
formare
i
gruppi
,
giovandosi
degli
accidenti
del
terreno
,
e
tirare
ai
cavalli
.
Del
resto
,
la
fortuna
di
Garibaldi
avrebbe
sempre
aiutato
,
e
all
'
alba
sarebbero
stati
in
Palermo
.
Con
certa
esaltazione
qualcuno
ripeteva
che
Bixio
aveva
già
detto
:
"
A
Palermo
o
all
'inferno."
La
calata
a
Palermo
Appena
fu
buio
,
la
colonna
si
mise
in
marcia
e
cominciò
subito
la
discesa
.
Allora
,
di
là
,
fu
veduto
il
vastissimo
semicerchio
di
monti
,
che
serra
la
Conca
d
'
oro
,
coronarsi
di
fuochi
,
come
se
dappertutto
vi
fossero
dei
piccoli
accampamenti
.
Se
si
volesse
così
avvisare
il
popolo
di
Palermo
perché
si
preparasse
,
o
confondere
i
borbonici
non
si
sapeva
.
Ma
intanto
quei
fuochi
empivano
di
una
forza
misteriosa
l
'
anima
della
colonna
in
marcia
,
fino
a
crear
l
'
illusione
che
da
tutti
quei
punti
movessero
su
Palermo
tante
altre
colonne
di
insorti
,
per
assalirla
da
tutte
le
porte
,
e
trovarvisi
dentro
insieme
con
Garibaldi
,
il
giorno
seguente
,
a
celebrar
la
festa
dello
Spirito
Santo
.
Era
proprio
la
vigilia
della
Pentecoste
.
L
'
anno
avanti
,
il
27
maggio
,
Garibaldi
aveva
vinto
gli
Austriaci
in
Lombardia
a
San
Fermo
;
il
27
maggio
del
1849
aveva
messo
piede
sul
territorio
del
Regno
a
Ceperano
,
dietro
il
Borbone
fugato
da
lui
,
generale
della
Repubblica
romana
:
anche
una
terza
volta
quel
giorno
poteva
segnargli
forse
una
bella
data
.
*
L
'
ampia
strada
,
che
oggi
sale
per
agevoli
giravolte
a
Gibilrossa
,
allora
non
esisteva
.
Non
era
che
un
sentieruccio
giù
pel
ripidissimo
pendio
,
dove
bisognava
camminare
con
l
'
olio
santo
in
mano
,
sull
'
orlo
d
'
un
borro
tutto
balzi
e
sfasciume
.
Eppure
,
per
quella
traccia
calò
senza
disgrazie
tutto
quel
mondo
,
anche
Garibaldi
che
andava
su
d
'
un
cavallo
molto
tranquillo
,
che
finì
poi
nelle
mani
di
Alberto
Mario
,
cui
fu
donato
.
Perduto
alquanto
tempo
a
riordinarsi
giù
a
piè
del
monte
,
la
colonna
si
rimise
in
marcia
lenta
e
silenziosa
.
Ululavano
per
la
campagna
a
sinistra
i
cani
da
lontanissimo
;
da
destra
muggiva
il
mare
;
non
era
molto
buio
;
faceva
quasi
freddo
,
per
la
gran
guazza
.
Nel
piano
,
la
via
correva
fiancheggiata
da
muriccioli
a
secco
tra
oliveti
,
e
a
tratti
fra
case
mute
e
tetre
.
Da
una
di
quelle
case
là
attorno
,
veniva
un
tintinno
di
pianoforte
,
che
ora
si
udiva
ora
no
,
e
dava
una
di
quelle
malinconie
che
son
fatte
di
dolore
,
d
'
amore
,
di
speranza
,
di
desideri
,
d
'
un
po
'
di
tutto
ciò
che
è
gentile
in
noi
.
Chi
mai
sonava
in
quell
'
ora
tanto
tranquilla
,
mentre
stava
per
cominciare
la
musica
della
morte
?
E
pareva
che
fosse
ancora
molto
lontano
il
gran
punto
,
il
gran
momento
,
e
che
l
'
alba
volesse
venire
più
presto
del
solito
,
troppo
presto
.
Perciò
fu
fatto
incalzare
il
passo
,
ma
sempre
più
raccomandando
il
silenzio
.
Poi
la
colonna
sboccò
nella
via
Consolare
.
Allora
le
compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
si
misero
per
quattro
,
serrando
così
più
sotto
,
con
l
'
ordine
di
tirar
avanti
senza
badare
a
chi
si
arrestasse
,
e
di
stringersi
ai
muri
degli
orti
.
I
cuori
battevano
già
.
Ma
ad
un
tratto
li
schiantò
addirittura
un
uragano
di
grida
e
di
fucilate
scoppiato
alla
testa
,
perché
a
un
certo
punto
che
si
chiama
Molino
della
Scafa
,
i
'
Picciotti
'
,
credendo
forse
d
'
essere
già
alle
prime
case
di
Palermo
,
si
misero
ad
urlare
.
E
molti
di
essi
,
presi
chi
sa
per
qual
cosa
dal
panico
,
si
arrestarono
,
si
scomposero
,
si
rovesciarono
sui
Carabinieri
genovesi
,
cagionando
il
rigurgito
di
tutta
la
colonna
.
Accorse
Bixio
inviperito
contro
il
La
Masa
;
accorse
Garibaldi
che
richiamò
lui
alla
calma
;
e
volto
ai
Carabinieri
genovesi
gridò
:
"
Colonne
di
bronzo
,
le
spalle
anche
voi
?
"
All
'
immeritato
rimprovero
,
il
Mosto
rispose
mesto
,
ma
fermo
:
"
Noi
siamo
al
nostro
posto
,
e
abbiamo
aperte
le
righe
per
non
esser
travolti
.
"
Garibaldi
sapeva
bene
cosa
erano
quei
prodi
;
e
del
resto
tutto
ciò
fu
un
lampo
,
perché
pigliata
subito
la
corsa
avanti
,
una
corsa
impetuosa
,
serrata
,
gridata
;
il
meglio
della
Colonna
fu
di
lancio
sotto
il
fuoco
dei
Cacciatori
borbonici
,
che
difendevano
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
.
In
quella
prima
luce
apparvero
il
profilo
a
schiena
d
'
asino
e
i
dieci
o
dodici
pilastri
interrati
del
ponte
,
brulicanti
d
'
uomini
e
d
'
armi
nel
fumo
,
visione
da
sogno
,
ma
incancellabile
anche
per
chi
non
sapeva
che
quel
ponte
normanno
aveva
ben
più
di
sette
secoli
sulle
sue
pietre
.
Così
adunque
la
sorpresa
tanto
ben
preparata
era
venuta
in
parte
a
mancare
.
Ma
quei
Cacciatori
che
avevano
dormito
intorno
al
Ponte
,
con
l
'
animo
sicuro
che
Garibaldi
era
in
fuga
lontano
;
a
un
assalto
così
violento
,
presi
alla
baionetta
,
non
ressero
a
lungo
,
e
si
ritirarono
fuggendo
da
disperati
,
tanto
che
invece
d
'
andar
a
piantarsi
dietro
a
una
loro
gran
barricata
oltre
il
crocicchio
di
Porta
Termini
,
come
avrebbero
dovuto
,
giunti
appena
al
crocicchio
stesso
,
svoltarono
a
Sant
'
Antonino
,
per
sottrarsi
a
quei
dannati
Garibaldini
che
giungevano
di
notte
a
quel
modo
.
Questi
inseguivano
.
E
infilavano
la
via
del
sobborgo
sotto
il
fuoco
d
'
un
altro
battaglione
schierato
sulle
mura
a
sinistra
;
si
arrestavano
al
crocicchio
,
e
subito
si
mettevano
a
sbarrarsi
la
via
alle
spalle
.
Di
lì
minacciava
la
cavalleria
che
moveva
dalla
chiesetta
di
San
Giovanni
Decollato
.
Ma
Faustino
Tanara
da
Parma
,
con
un
plotone
della
sua
Compagnia
,
e
il
sacerdote
siciliano
Antonio
Rotolo
,
con
una
grossa
squadra
di
'
Picciotti
'
,
tennero
quella
cavalleria
in
rispetto
.
Ora
,
a
passar
quel
crocicchio
faceva
caldo
.
Dal
mare
lo
spazzava
la
mitraglia
delle
fregate
,
vi
grandinavano
le
palle
da
Sant
'
Antonino
.
Ma
bisognava
passarlo
,
che
se
no
,
chi
sa
quanta
forza
di
nemici
poteva
tornarvi
,
appena
si
fossero
rimessi
dal
primo
sgomento
.
E
vi
era
già
Garibaldi
col
suo
Stato
Maggiore
.
Raggiava
.
Forse
non
sapeva
ancora
che
tra
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
e
quel
crocicchio
,
in
sì
breve
tratto
,
erano
caduti
Tukory
,
Benedetto
ed
Enrico
Cairoli
feriti
gravemente
.
Ben
vedeva
Bixio
tempestar
a
cavallo
su
e
giù
ferito
anch
'
egli
,
rimproverando
,
ingiuriando
quasi
perché
non
s
'
era
già
presa
tutta
la
città
,
e
sfogando
la
sua
furia
contro
di
uno
che
aveva
osato
dirgli
che
si
guardasse
che
sanguinava
dal
petto
.
Egli
s
'
era
già
levato
da
sé
il
proiettile
.
E
molti
in
quel
breve
tratto
erano
i
morti
.
Giaceva
sul
Ponte
il
dottor
La
Russa
di
Monte
Erice
;
giaceva
presso
il
ponte
Stanislao
Lamensa
.
La
morte
lo
aveva
fermato
lì
,
senza
misericordia
per
i
suoi
dieci
anni
di
ergastolo
,
né
per
i
suoi
figliuoli
che
lo
aspettavano
in
Calabria
dal
1849
.
Sotto
il
Ponte
,
fra
parecchi
altri
amici
e
nemici
,
giaceva
Giovanni
Garibaldi
,
popolano
genovese
,
morto
di
fuoco
e
di
ferro
.
Placido
Fabris
da
Povegliano
,
giovane
tanto
bello
che
i
compagni
d
'
Università
lo
chiamavano
Febo
,
giaceva
per
morto
con
tutta
traverso
al
petto
la
daga
-
baionetta
d
'
un
cacciatore
ucciso
da
altri
,
mentre
vibrava
a
lui
il
colpo
mortale
.
E
non
morì
.
Doveva
,
guarito
,
ricomparire
quasi
un
risorto
,
per
andarsi
a
far
ferire
anche
dagli
Austriaci
a
Bezzecca
sei
anni
dopo
.
Bellissimi
tipi
di
siciliani
giacevano
feriti
.
Inserillo
,
Caccioppo
,
Di
Benedetto
,
gente
che
continuò
a
dare
il
proprio
sangue
fino
a
Mentana
.
Narciso
Cozzo
,
il
bello
e
biondo
patrizio
palermitano
che
,
uscito
tre
giorni
avanti
a
raggiunger
Garibaldi
,
si
era
unito
,
nell
'
accampamento
del
Parco
,
alla
6°
Compagnia
;
camminava
tra
quei
feriti
,
quei
morti
e
quella
calca
,
quasi
andasse
invulnerabile
ammirando
.
Pareva
un
Normanno
di
settecent
'
anni
addietro
,
tornato
a
guardare
come
dai
moderni
si
combattesse
.
A
lui
la
morte
diè
tempo
e
spazio
fino
al
Volturno
,
e
il
1°
ottobre
,
nella
gran
battaglia
garibaldina
,
là
se
lo
colse
.
Bisognava
dunque
passar
oltre
quel
crocicchio
infernale
,
e
a
un
cenno
di
Garibaldi
il
passo
terribile
fu
traversato
,
fu
invasa
alla
corsa
la
via
per
la
Fiera
Vecchia
.
Piazza
della
Fiera
Vecchia
!
Lì
all
'
alba
del
12
gennaio
1848
,
quel
La
Masa
che
ora
conduceva
i
'
Picciotti
'
aveva
lanciato
il
suo
grido
di
guerra
quasi
da
solo
,
a
piè
di
quella
statua
di
Palermo
che
ora
non
v
'
era
più
,
perché
la
polizia
l
'
aveva
fatta
levare
.
Ma
era
la
piazza
della
Fiera
Vecchia
davvero
quel
largo
?
Non
ci
si
vedeva
nessuno
,
precisamente
come
nel
1848
.
Garibaldi
quasi
impallidì
.
Un
cittadino
,
di
tra
i
due
battenti
d
'
un
uscio
socchiuso
,
gli
gridò
:
"
Evviva
!
"
Qualche
finestra
si
aperse
,
qualche
testa
si
sporse
,
ma
gente
non
ne
compariva
né
con
armi
né
senza
.
Fu
un
istante
da
tragedia
.
Ma
appunto
per
questo
avanti
!
Garibaldi
col
suo
Stato
maggiore
,
preceduto
dai
più
ardenti
,
seguito
dall
'
onda
de
'
suoi
si
inoltrò
per
quelle
vie
deserte
fino
a
piazza
Bologni
.
Ivi
smontò
,
e
nell
'
atrio
del
palazzo
che
dà
il
nome
alla
piazza
,
si
assise
.
Proprio
si
assise
!
Ora
la
sua
tranquillità
faceva
quasi
paura
.
Giungevano
intanto
i
suoi
da
tutte
le
parti
con
notizie
diverse
,
confuse
,
assurde
:
giungeva
Bixio
a
piedi
con
in
pugno
la
spada
spezzata
a
mezzo
,
furibondo
,
terribile
.
Veniva
a
pigliarsi
venti
uomini
di
buona
volontà
,
per
andare
a
farsi
uccidere
con
loro
a
Palazzo
reale
.
"
Tanto
,
-
gridava
-
tra
due
ore
siamo
tutti
morti
!
"
E
già
si
avviava
,
già
voltava
l
'
angolo
di
via
Toledo
,
quando
Garibaldi
lo
fece
chiamar
indietro
.
Garibaldi
in
quel
momento
era
quasi
giulivo
.
Aveva
riso
d
'
un
colpo
che
sfuggitogli
da
una
delle
sue
pistole
,
gli
aveva
sforacchiato
il
lembo
dei
calzoni
sopra
il
malleolo
,
dove
fu
poi
ferito
due
anni
appresso
in
Aspromonte
:
aveva
confortato
due
giovani
prigionieri
napolitani
;
aveva
baciato
nel
nome
di
Benedetto
Cairoli
qualcuno
della
7°
Compagnia
,
e
baciandolo
gli
aveva
detto
che
intendeva
di
baciare
in
lui
tutti
i
presenti
.
Giulivo
era
anche
perché
cominciavano
a
comparire
dei
cittadini
ansanti
,
trasecolati
.
Dunque
era
vero
,
era
entrato
,
era
Lui
?
E
guardavano
quei
capelli
ancora
così
biondi
,
quella
barba
,
quel
torso
erculeo
nella
camicia
rossa
,
quelle
gambe
un
po
'
esili
e
quei
piccoli
piedi
da
gentiluomo
.
Adoravano
.
Era
lui
e
non
avevano
creduto
!
Il
romore
della
fucileria
di
Porta
Termini
,
l
'
avevano
preso
per
uno
dei
tranelli
della
polizia
,
che
già
parecchie
volte
aveva
sull
'
alba
fatto
sparare
qua
e
là
;
e
sempre
chi
era
stato
pronto
a
scendere
,
credendo
di
gettarsi
nella
rivoluzione
,
era
invece
caduto
in
mano
dei
birri
.
Così
raccontavano
quei
cittadini
.
Dunque
,
se
la
città
non
era
subito
insorta
,
nulla
di
male
,
purché
si
facesse
,
purché
non
si
lasciasse
tempo
ai
nemici
di
riaversi
:
barricate
!
barricate
!
Non
si
sentì
più
gridar
altro
che
barricate
.
Garibaldi
diede
l
'
ordine
all
'
Acerbi
,
mantovano
,
di
mettersi
a
quel
lavoro
,
e
gli
designò
compagno
il
palermitano
duca
della
Verdura
;
formò
un
comitato
provvisorio
per
il
governo
della
città
presieduto
dal
dottor
Gaetano
La
Loggia
:
ma
veramente
il
governo
era
lui
.
E
le
campane
cominciarono
a
martello
,
perché
la
polizia
aveva
fatto
levar
via
il
battaglio
da
tutte
.
Prima
suonò
quella
di
San
Giuseppe
,
poi
un
'
altra
,
poi
altre
e
altre
;
tutta
la
città
si
svegliava
:
Santa
Rosalia
!
Santo
Spirito
!
Che
c
'
era
mai
?
Garibaldi
?
Garibaldi
era
venuto
dentro
in
quel
giorno
di
festa
religiosa
,
certo
lo
aveva
voluto
Iddio
.
E
nessuno
,
forse
nessuno
,
pensò
che
quell
'
uomo
con
sì
poca
gente
era
entrato
a
tirar
su
la
città
,
su
di
sé
,
sui
suoi
,
lo
sterminio
.
Tra
quei
cittadini
vi
erano
fin
dei
preti
.
Quello
alto
,
maestoso
,
con
la
gran
testa
già
grigia
,
era
l
'
abate
Ugdulena
;
e
quell
'
altro
smilzo
,
pallido
,
vibrante
,
era
prete
Di
Stefano
.
E
giunsero
degli
uomini
in
divisa
che
parevano
di
cavalleria
,
giubba
rossa
,
calzoni
azzurri
.
Disertori
forse
?
Al
portamento
no
;
e
poi
non
avevano
armi
.
Donzelli
del
comune
erano
,
che
venivano
dal
Palazzo
pretorio
.
Dunque
la
magistratura
cittadina
,
il
Pretore
,
i
Decurioni
erano
già
in
moto
?
No
.
Essi
erano
borbonici
quasi
tutti
,
e
quasi
tutta
l
'
aristocrazia
borbonica
se
n
'
era
fuggita
a
Napoli
,
o
ritirata
sulle
navi
in
rada
,
stava
al
sicuro
.
Ma
insomma
quelli
erano
i
Donzelli
del
Palazzo
.
Sui
bottoni
dorati
delle
loro
divise
,
si
leggeva
la
sigla
:
S.P.Q.P.
'
Senatus
populusque
palermitanus
'
.
Ma
Giuseppe
Giusta
,
artigiano
,
lingua
di
fuoco
,
lesse
subito
a
modo
suo
:
"
Sono
Pochi
Quanto
Prodi
.
"
Il
frizzo
non
destò
allegria
perché
quello
non
era
momento
da
celie
;
anzi
,
qualcuno
disse
che
Giusta
celiava
per
farsi
dar
giù
,
forse
,
un
po
'
di
paura
.
Ah
la
paura
!
Strana
affezione
.
V
'
erano
lì
dei
giovani
che
nella
notte
,
durante
la
marcia
,
avevano
forse
tremato
;
e
adesso
si
sarebbero
messi
da
soli
a
qualsifosse
cimento
.
Perché
adesso
era
davvero
aperta
la
via
a
tutte
le
prove
,
e
la
città
s
'
avviava
a
divenir
tutta
un
campo
.
Verso
Sant
'
Antonino
si
combatteva
;
da
porta
Macqueda
,
i
cannoni
del
generale
Cataldo
tiravano
lungo
la
gran
via
;
quelli
del
generale
in
capo
Lanza
,
da
Palazzo
reale
,
spazzavano
tutta
Toledo
.
Non
pareva
vero
che
il
forte
di
Castellamare
tacesse
ancora
.
Si
sapeva
già
che
ivi
comandava
il
Colonnello
d
'
artiglieria
Briganti
;
si
seppe
poi
che
un
suo
figliuolo
capitano
era
stato
ai
mortai
,
aspettando
l
'
ordine
di
cominciar
il
fuoco
,
e
che
rapito
dalla
voglia
di
mandar
la
prima
bomba
sulla
città
ribelle
,
aveva
già
mormorato
contro
suo
padre
,
minacciando
persino
d
'
andar
egli
stesso
a
scuoterlo
.
Ma
verso
le
sette
l
'
ordine
gli
fu
mandato
,
e
allora
si
udì
un
gran
tonfo
a
Castellamare
,
e
su
nell
'
aria
un
gran
rombo
.
La
prima
bomba
piombò
.
Cominciava
quel
bombardamento
,
che
con
terribili
pause
di
cinque
minuti
tra
bomba
e
bomba
,
doveva
durare
tre
giorni
e
farne
piovere
sulla
città
ben
mille
e
trecento
.
E
subito
scoppiarono
qua
e
là
degli
incendi
.
A
mezzogiorno
in
punto
si
misero
poi
a
tirare
anche
le
navi
.
Intanto
Garibaldi
era
passato
col
suo
Quartier
generale
nel
Palazzo
pretorio
.
Là
,
con
un
suo
decreto
da
Dittatore
,
sciolse
il
Municipio
,
per
nominare
,
come
fece
il
dì
appresso
,
un
nuovo
Pretore
e
nuovi
Senatori
.
Ora
la
città
,
anzi
la
Sicilia
era
lui
.
Da
quel
centro
si
diramavano
i
suoi
ordini
alle
piccole
colonne
che
si
erano
spinte
in
tutti
i
versi
alla
periferia
della
città
.
Erano
gruppi
di
Cacciatori
delle
Alpi
,
cui
si
univano
fidenti
e
volenterosi
i
'
Picciotti
'
entrati
il
mattino
,
e
via
via
cittadini
d
'
ogni
ceto
usciti
di
casa
con
armi
o
senza
.
E
dove
avveniva
uno
scontro
coi
borbonici
,
i
disarmati
aspettavano
bramosi
che
qualcuno
cadesse
,
ne
prendevano
l
'
arma
,
le
cartucce
,
il
posto
,
e
combattevano
esultanti
.
Un
grosso
nerbo
della
8°
Compagnia
avanzò
per
vie
traverse
,
verso
Palazzo
reale
fino
alla
gran
Guardia
,
e
di
lì
fugò
il
generale
Landi
,
quel
povero
vecchio
Landi
,
già
battuto
a
Calatafimi
.
Un
po
'
della
6°
con
parte
della
7°
e
alcuni
Carabinieri
genovesi
,
andavano
per
pigliare
il
convento
dei
Benedettini
;
la
5°
si
spingeva
verso
porta
Macqueda
,
fino
a
Villa
Filippina
.
Ma
dir
Compagnie
non
è
preciso
.
Queste
si
erano
frante
e
si
frangevano
ognor
più
in
manipoli
,
e
ogni
manipolo
seguiva
il
più
stimato
fra
quelli
che
lo
componevano
,
o
chi
si
mostrava
più
ricco
di
partiti
.
Così
dei
vecchi
ubbidivano
a
dei
giovinetti
;
uomini
in
divisa
d
'
ufficiali
si
lasciavano
consigliare
da
studenti
che
non
avevano
mai
visto
una
caserma
;
qualcuno
come
Vigo
Pellizzari
che
,
caduto
Benedetto
Cairoli
,
era
divenuto
il
Comandante
della
7°
,
rivelava
qualità
di
vero
uomo
di
guerra
;
Giuseppe
Dezza
della
1°
suppliva
da
bravissimo
il
Bixio
,
che
,
non
potendo
più
reggere
dal
molto
sangue
perduto
,
era
stato
costretto
da
Garibaldi
a
ritirarsi
in
casa
Ugdulena
,
e
aveva
ubbidito
mordendosi
per
ira
le
mani
.
*
I
borbonici
avevano
lasciato
passare
il
momento
buono
ad
invadere
la
città
,
come
avrebbero
potuto
.
Quattro
o
cinque
ufficiali
audaci
che
si
fossero
mossi
ciascuno
alla
testa
d
'
un
mezzo
battaglione
,
e
avessero
marciato
verso
il
centro
tutti
a
un
tempo
,
pur
seminando
di
morti
e
di
feriti
la
via
,
bastavano
a
schiacciar
tutti
.
Ma
forse
nessuno
aveva
osato
cimentarvisi
,
per
paura
di
entrare
a
farsi
seppellire
sotto
un
po
'
di
tutto
,
da
tutte
le
case
,
mobili
,
pietre
,
olio
ardente
.
Adesso
,
dopo
quattro
ore
dall
'
entrata
di
Garibaldi
,
sarebbe
già
stato
difficile
riuscire
,
anche
se
i
borbonici
ci
si
fossero
provati
;
e
già
si
vedeva
che
prima
di
sera
sarebbe
divenuto
addirittura
impossibile
.
Poiché
nelle
vie
sorgevano
come
per
incanto
barricate
per
tutto
.
Dagli
usci
venivano
fuori
carri
,
carrozze
,
botti
;
dalle
finestre
piovevano
mobili
,
materasse
,
fin
pianoforti
.
E
tutto
era
subito
raccolto
,
ammontato
,
serrato
insieme
.
Poi
a
forza
di
picconi
e
di
leve
si
spiantavano
li
lastre
delle
vie
;
e
queste
sì
,
queste
servivano
bene
!
Parevano
fatte
apposta
.
E
con
esse
,
visto
o
non
visto
,
venivano
alzate
su
delle
vere
mura
,
una
barricata
a
dieci
metri
dall
'
altra
;
fin
troppe
,
come
disse
poi
Garibaldi
.
Vi
lavoravano
e
uomini
e
donne
e
fanciulli
,
che
si
rissavano
tra
loro
facendo
a
chi
ubbidisse
meglio
,
se
dai
panni
,
dai
capelli
,
dall
'
accento
,
riconoscevano
un
garibaldino
in
chi
comandava
.
Le
popolane
poi
parevano
furie
.
"
Signuri
,
nui
riciano
ca
di
li
nostri
trizzi
un
'
avianu
a
fari
ghiumazzo
pi
li
so
mugghieri
!
Scillirati
,
infami
!
"
E
davano
dentro
da
disperate
a
portar
pietre
e
sacchi
di
terra
.
Il
Comitato
delle
barricate
,
composto
di
cittadini
esperti
ancora
del
1848
,
presedeva
a
quel
lavoro
che
metteva
sossopra
il
lastrico
di
ogni
via
.
E
già
si
vedevano
uomini
sugli
orli
dei
tetti
ad
ammonticchiarvi
tegole
,
uomini
sui
balconi
a
preparar
mobili
da
buttar
giù
,
se
mai
le
milizie
borboniche
si
fossero
avventurate
.
Ma
quelle
milizie
non
si
muovevano
all
'
offensiva
.
Anzi
,
verso
le
sedici
,
come
si
diceva
là
all
'
uso
antico
d
'
Italia
,
il
general
Cataldo
che
occupava
i
pressi
di
Porta
Macqueda
,
i
Quattro
venti
e
il
Giardino
inglese
,
assalito
dalla
città
,
tormentato
alle
spalle
dai
'
Picciotti
'
,
si
ritirava
al
Palazzo
reale
;
e
al
Palazzo
reale
si
ripiegava
il
generale
Letizia
,
scacciato
dal
rione
Ballerò
.
Sicché
al
Palazzo
e
nella
piazza
e
negli
orti
intorno
,
si
trovavano
da
dodicimila
soldati
,
sotto
il
generale
Ferdinando
Lanza
,
alter
ego
del
Re
,
uomo
di
72
anni
che
aveva
a
lato
Maniscalco
,
il
fiero
capo
della
polizia
.
E
allora
le
carceri
non
più
custodite
si
apersero
,
e
ne
sbucarono
duemila
condannati
,
orribile
ingombro
gettato
tra
i
piedi
alla
rivoluzione
,
perché
potevano
solo
disonorarla
.
Ma
Garibaldi
provvide
.
Vietò
d
'
andar
armati
senza
dipendere
da
un
capo
;
vietò
di
perseguitar
i
birri
sperduti
;
decretò
pena
di
morte
al
furto
,
al
saccheggio
:
fece
tremare
e
fu
ubbidito
.
Lavoravano
intanto
i
mortai
di
Castellamare
,
che
nel
pomeriggio
di
quella
prima
giornata
presero
specialmente
di
mira
il
Palazzo
pretorio
,
sul
quale
misuravano
l
'
arcata
delle
loro
bombe
.
I
nemici
,
non
da
palermitani
,
ma
da
qualche
birro
vagante
,
dovevano
aver
saputo
che
in
quel
palazzo
si
era
messo
Garibaldi
,
e
perciò
cercavano
di
seppellirvelo
sotto
col
suo
Stato
maggiore
!
Non
vi
riuscivano
;
ma
le
loro
bombe
,
cadendo
nelle
vicinanze
,
facevano
delle
grandi
rovine
.
*
A
notte
,
quel
fuoco
da
Castellamare
cessò
,
e
cessò
anche
quello
della
fucileria
quasi
per
tutto
.
Ma
la
veglia
fu
viva
,
incessante
.
Le
finestre
delle
case
cominciarono
a
illuminarsi
,
per
le
vie
ci
si
vedeva
quasi
come
di
giorno
.
Ed
era
un
andirivieni
dalle
parti
della
città
al
Palazzo
pretorio
e
di
lì
alle
parti
;
sicché
pareva
che
i
combattenti
si
dessero
il
cambio
nei
posti
che
occupavano
,
solo
per
andar
un
po
'
dal
Generale
,
e
rifare
nella
vista
di
lui
le
speranze
e
le
forze
.
Egli
aveva
fatto
mettere
una
materassa
sulla
gradinata
della
fontana
di
Piazza
Pretoria
,
rimpetto
al
gran
portone
del
Palazzo
,
e
là
,
a
pie
'
di
una
di
quelle
alte
statue
che
la
adornano
,
riceveva
notizie
,
dava
ordini
,
riposava
,
Giovanni
Basso
da
Nizza
,
suo
segretario
e
compagno
sugli
oceani
,
Giovanni
Froscianti
da
Collescipoli
antico
frate
,
Pietro
Stagnetti
da
Orvieto
,
veterani
della
Repubblica
romana
,
gli
facevano
guardia
:
dall
'
altra
parte
della
piazza
,
nelle
scuderie
di
palazzo
Serradifalco
,
stavano
sellati
i
cavalli
delle
Guide
.
E
sul
portone
di
quel
palazzo
si
vedeva
Giovanni
Damiani
,
vigile
come
un
'
aquila
,
pronto
a
qualche
partito
supremo
di
Garibaldi
,
se
forse
fosse
venuta
l
'
ora
della
disperazione
.
Di
quelli
che
andavano
e
tornavano
,
taluni
si
sentivano
chiamar
dentro
dagli
usci
di
qualche
casa
o
palazzo
socchiusi
.
E
là
nei
cortili
,
sotto
i
porticati
,
giù
nei
sotterranei
,
trovavano
donne
,
uomini
,
fanciulli
,
signori
e
servi
;
e
questi
a
gara
se
li
pigliavano
in
mezzo
curiosi
,
e
li
tempestavano
di
domande
:
e
di
dove
erano
,
e
come
si
chiamavano
,
e
se
avevano
madri
,
sorelle
.
E
stringendo
loro
le
mani
,
tastavano
se
queste
erano
fini
;
maravigliavano
a
udirli
parlare
da
gentili
uomini
.
Li
ristoravano
di
cibi
e
di
vini
squisiti
;
empivano
loro
le
tasche
di
biancherie
;
mostravano
le
coccarde
tricolori
,
triangolari
come
l
'
isola
;
li
baciavano
,
li
pregavano
di
farsi
portar
da
loro
se
mai
cadessero
feriti
.
E
le
donne
esaltate
congiungevano
le
mani
come
in
chiesa
;
e
le
fanciulle
sorridevano
estatiche
nei
grandi
occhi
lucenti
;
e
poi
a
veder
coloro
andarsene
,
piangevano
come
sorelle
amorose
.
Nei
posti
in
faccia
al
nemico
,
quelli
che
vegliavano
,
ricevevano
le
notizie
delle
cose
avvenute
altrove
.
Ai
Benedettini
,
Giuseppe
Gnecco
,
carabiniere
genovese
,
si
era
lanciato
alla
gola
di
un
ufficiale
borbonico
e
lo
aveva
tratto
via
seco
prigioniero
.
Là
e
là
,
i
tali
della
tale
Compagnia
o
della
tal
'
altra
,
avevano
formato
barricate
mobili
con
botti
rinvolte
in
materasse
,
e
spingendole
avanti
a
forza
di
spalle
sotto
il
fuoco
dei
borbonici
,
erano
giunti
fino
alle
case
occupate
da
questi
,
e
balzati
dentro
,
fulminei
avevano
preso
le
case
e
i
difensori
.
Metteva
una
certa
sicurezza
negli
animi
sapere
che
ormai
tutta
la
parte
bassa
della
città
era
in
mano
degli
insorti
,
salvo
il
palazzo
delle
Finanze
in
piazza
Marina
,
che
era
ben
tenuto
d
'
occhio
perché
i
borbonici
non
potessero
portar
via
il
tesoro
.
Anche
la
caserma
di
Sant
'
Antonio
era
stata
presa
,
e
molti
vi
si
erano
riforniti
di
bellissime
armi
.
Là
Andrea
Fasciolo
,
Carabiniere
genovese
,
aveva
dato
tutto
il
giorno
lo
spettacolo
d
'
un
coraggio
che
i
suoi
compagni
,
per
dire
quanto
era
,
chiamavano
coraggio
sfacciato
.
Cominciava
a
disertare
qualche
ufficiale
borbonico
:
al
Palazzo
pretorio
era
giunto
il
tenente
Achille
De
Martini
,
comandante
dei
cannoni
a
Calatafimi
,
e
si
era
dato
anima
e
corpo
a
Garibaldi
.
Intanto
seguitavano
a
entrar
in
città
da
porta
Termini
e
'
Picciotti
'
e
'
Picciotti
'
;
da
porta
Macqueda
era
entrato
Giovanni
Carrao
,
con
la
squadra
che
era
stata
di
Rosolino
Pilo
.
E
la
notte
passava
.
*
Ma
i
mortai
di
Castellamare
suonarono
presto
la
diana
del
28
,
e
presto
ricominciò
il
fuoco
dappertutto
.
Dappertutto
la
rivoluzione
vinceva
.
Ma
dolorose
perdite
si
fecero
fin
dalle
prime
ore
di
quel
secondo
giorno
.
Enrico
Richiedei
da
Salò
ed
Enrico
Uziel
da
Venezia
,
furono
uccisi
da
una
palla
di
cannone
che
li
compì
tutti
e
due
al
capo
,
lasciandoli
morti
sfigurati
l
'
uno
vicino
all
'
altro
quei
due
fiori
di
giovinezza
.
Antonio
Simonetta
milanese
diciannovenne
,
puro
come
uno
di
quei
fraticelli
che
cantarono
al
letto
di
San
Francesco
morente
,
uscito
l
'
anno
avanti
incolume
dalla
battaglia
di
San
Martino
,
cadeva
al
convento
dei
Benedettini
,
dove
gli
amici
ne
cercarono
poi
invano
il
corpo
e
la
fossa
.
E
ai
Benedettini
cadeva
Giuseppe
Naccari
palermitano
,
reduce
dall
'
esilio
coi
Mille
,
cadeva
senza
aver
ancor
riveduto
la
sua
famiglia
,
anch
'
egli
bellezza
maschia
,
che
nella
6°
Compagnia
,
per
la
molta
somiglianza
col
gran
lombardo
morto
a
Roma
nel
1849
,
era
chiamato
Luciano
Manara
.
Nel
campanile
di
quel
convento
fu
ucciso
Crispo
Cavallini
da
Orbetello
,
altro
bel
forte
cui
toccò
di
morire
senza
lasciar
il
nome
alla
schiera
dei
Mille
.
Egli
fu
dimenticato
come
uno
che
non
avesse
avuto
né
parenti
,
né
amici
,
né
nulla
.
E
forse
felice
lui
,
se
morendo
,
avesse
potuto
indovinare
quell
'
oblio
;
perché
,
diciamo
noi
,
portar
seco
nella
morte
tutto
sé
stesso
,
la
gloria
e
il
nome
,
deve
esser
una
gioia
più
che
da
uomo
.
Non
insegnava
così
l
'
ordine
del
giorno
di
Garibaldi
letto
nella
traversata
in
alto
mare
?
Ai
Benedettini
combatteva
il
Mosto
co
'
suoi
Carabinieri
,
Carabiniere
infallibile
anch
'
esso
,
e
dal
campanile
fulminava
gli
artiglieri
del
bastione
Porta
Montalto
,
obbligandoli
a
lasciar
muti
due
pezzi
.
Lo
secondavano
tranquillamente
,
con
tiri
che
coglievano
,
Giambattista
Capurro
,
giovinetto
che
aveva
la
testa
bendata
per
una
ferita
in
fronte
,
ed
Ernesto
Cicala
benché
già
toccato
malamente
da
una
scheggia
di
granata
.
Vicini
e
mirabili
per
la
calma
,
facevano
i
loro
tiri
Stefano
Dapino
e
Bartolomeo
Savi
,
testa
d
'
oro
da
cherubino
,
tanto
era
biondo
,
il
primo
;
l
'
altro
arruffato
quella
sua
testa
grigia
piena
sempre
delle
tragedie
di
Sofocle
.
Si
combatteva
dunque
dappertutto
e
si
dimenticava
ogni
cosa
.
Ma
se
qualcuno
non
si
sentiva
più
dalla
fame
,
i
conventi
dei
frati
erano
là
divenuti
ospizi
.
Ivi
le
cucine
fervevano
.
Bastava
dar
una
corsa
là
,
e
uno
ci
trovava
il
cuoco
e
il
cantiniere
,
pronti
a
scodellare
e
a
mescere
.
Si
ristorava
e
via
,
tornava
benedetto
a
farsi
onore
.
Dei
frati
veri
,
molti
parevano
più
rivoluzionari
dei
garibaldini
stessi
;
qualche
vecchio
brontolava
pauroso
,
perché
delle
rivoluzioni
ne
aveva
già
viste
troppe
e
tutte
finite
male
,
quella
del
'20
e
quella
del
'48
.
Si
dava
da
mangiare
anche
nei
refettorii
e
nei
parlatorii
dei
monasteri
.
Folle
di
monacelle
bianche
si
premevano
a
guardar
dalle
porte
,
e
parevano
stormi
alati
d
'
angeli
,
discesi
come
nella
poesia
a
contemplar
i
figli
degli
uomini
.
Qualcuna
osava
,
correva
quasi
ad
occhi
chiusi
,
e
al
primo
cui
le
capitava
di
stendere
le
braccia
metteva
al
collo
una
reliquia
,
subito
fuggendo
beata
come
se
avesse
rapita
un
'
anima
al
purgatorio
.
Colui
per
quella
non
pericolava
più
.
Invece
delle
vecchie
suore
si
mettevano
a
discorrere
in
mezzo
agli
ospiti
armati
e
laceri
e
sporchi
di
polvere
;
e
li
interrogavano
curiose
,
e
domandavano
se
Garibaldi
era
cristiano
,
giovane
,
bello
,
e
li
pregavano
di
vincere
e
di
tornare
poi
a
dar
loro
le
notizie
,
a
difender
loro
,
povere
monacelle
,
dalle
genti
borboniche
crudeli
.
Non
sapevano
ancora
che
i
monasteri
dei
Sette
Angeli
e
della
Badia
nuova
erano
stati
saccheggiati
,
né
che
quello
di
Santa
Caterina
bruciava
.
Lì
sì
!
C
'
era
bisogno
d
'
aiuto
!
Ma
nel
gran
trambusto
che
assordava
tutti
,
nessuno
aveva
ancor
badato
che
lì
come
altrove
c
'
era
l
'
incendio
.
Eppure
il
monastero
sorgeva
a
lato
del
Palazzo
pretorio
!
Il
fuoco
vi
aveva
cominciato
dal
tetto
,
a
cagione
di
una
bomba
di
quelle
destinate
al
Palazzo
,
scoppiata
in
aria
.
E
l
'
incendio
era
disceso
di
piano
in
piano
.
Solo
verso
la
sera
del
28
,
qualcuno
pensò
che
là
dentro
c
'
erano
delle
povere
creature
.
E
allora
,
sfondata
la
porta
del
monastero
,
vi
entrarono
dieci
o
dodici
Cacciatori
delle
Alpi
con
dei
'
Picciotti
'
,
a
tentar
di
salvarle
.
Nel
piano
terreno
ci
si
poteva
ancora
,
ma
cerca
di
qua
,
cerca
di
là
non
si
trovavano
monache
in
nessuna
parte
.
Che
si
fossero
lasciate
perir
arse
nei
piani
superiori
,
non
pareva
da
credersi
.
Finalmente
uno
andò
nell
'
oratorio
,
e
là
ne
vide
che
,
come
larve
bianche
nella
penombra
in
fondo
,
piangevano
,
fuggivano
a
nascondersi
fino
in
certe
loro
catacombe
.
Raggiunte
,
si
inginocchiavano
in
terra
,
torcendo
le
braccia
,
porgendo
le
gole
come
a
dei
carnefici
;
pregate
di
uscir
di
là
dentro
,
perché
presto
non
ci
sarebbe
stato
più
tempo
,
non
volevano
lasciarsi
condur
via
a
niun
patto
.
Sicché
quei
soldati
dovettero
minacciare
di
porre
loro
addosso
le
mani
per
salvarle
a
forza
.
E
allora
esse
si
lasciarono
mettere
in
fila
,
lunga
fila
di
religiose
di
tutte
le
età
,
monache
e
converse
.
Ve
n
'
erano
di
bellezza
celestiale
,
giovani
come
aurore
;
ve
n
'
erano
delle
vecchie
mummificate
.
I
fratelli
Carlo
e
Pietro
Invernizzi
da
Bergamo
,
bizzarrissimi
spiriti
,
ne
portavano
via
sulle
spalle
una
per
ciascuno
quasi
paralitiche
,
e
mentre
che
agli
atti
pareva
che
reggessero
dei
reliquiari
,
parlavano
in
bergamasco
da
diavoli
cose
che
avrebbero
fatto
ridere
i
sassi
.
Fu
questa
la
sola
profanazione
,
se
si
può
dir
così
;
tutti
gli
altri
vennero
fuori
serii
con
quella
strana
processione
;
e
a
vedere
la
raffinatezza
dei
riguardi
che
sapevano
usare
,
faceva
orgoglio
.
Condussero
quelle
meschine
a
un
altro
monastero
;
e
là
,
nella
gioia
della
salvezza
,
qualche
stretta
di
mano
,
sin
qualche
bacio
fu
dato
e
preso
.
*
La
seconda
giornata
passò
dunque
come
la
prima
e
peggio
;
ma
la
terza
furono
cose
indescrivibili
.
Tutte
le
vie
erano
ormai
gremite
di
gente
.
A
cagione
del
bombardamento
,
lo
stare
in
casa
era
più
pericoloso
che
lo
star
fuori
;
perché
dove
una
bomba
cadeva
su
di
un
tetto
,
sprofondava
giù
fino
a
terreno
,
scoppiava
e
faceva
crollar
tutto
.
Invece
per
quelle
che
cadevano
nelle
piazze
o
nelle
vie
,
la
gente
si
gettava
a
terra
,
le
lasciva
scoppiare
,
poi
su
,
si
levava
gridando
:
"
Viva
Santa
Rosalia
,
Garibaldi
,
l
'
Italia
!
"
E
si
esaltava
,
e
si
lasciava
pigliare
da
un
certo
cupo
entusiasmo
della
strage
,
senza
neppur
più
inorridire
perché
qualcuno
restava
a
terra
morto
o
ferito
.
Di
tanto
in
tanto
si
udiva
uno
scoppio
di
grida
furiose
qua
e
là
;
erano
donne
del
popolo
che
avevano
fatto
la
posta
a
qualche
birro
,
e
riuscite
a
pigliarlo
,
urlandogli
"
Sorcio
,
Sorcio
!
"
lo
malmenavano
,
lo
straziavano
a
brani
.
Così
dovevano
aver
urlato
:
"
Mora
!
Mora
!
"
le
loro
antenate
dei
Vespri
.
Sennonché
ora
bastava
che
capitasse
in
tempo
un
garibaldino
a
stender
le
mani
sul
birro
sciagurato
,
e
quelle
donne
glielo
cedevano
vivo
,
quasi
contente
,
urlando
ancora
:
"
Viva
Santa
Rosalia
!
"
Di
quei
miseri
servi
della
polizia
ne
furono
salvati
parecchi
in
tal
modo
,
e
pel
momento
venivano
messi
nei
sotterranei
del
Palazzo
pretorio
,
dove
almeno
nessuno
poteva
più
torturarli
.
Così
le
turbe
si
aggiravano
per
la
città
,
passando
da
barricata
a
barricata
pei
vani
lasciativi
apposta
;
e
incontrandosi
ai
Quattro
Cantoni
si
incrociavano
,
si
acclamavano
e
si
confondevano
come
quattro
correnti
.
Ivi
un
gran
tendone
tirato
tra
due
palazzi
celava
la
metà
di
via
Toledo
verso
porta
Felice
,
all
'
altra
metà
di
lì
in
su
,
verso
al
Palazzo
reale
.
Perciò
i
borbonici
del
Palazzo
non
potevano
più
comunicare
a
segni
con
le
loro
navi
da
guerra
del
porto
.
Quel
tendone
era
come
un
immenso
arazzo
bene
istoriato
,
e
però
spiaceva
vederlo
sforacchiare
dalle
cannonate
borboniche
;
ma
dal
Palazzo
reale
ci
si
erano
accaniti
contro
.
Diceva
un
Cattaneo
da
Bergamo
,
rimasto
loro
prigioniero
e
mandato
a
Garibaldi
per
certa
ambasciata
,
con
promessa
sua
che
sarebbe
tornato
,
come
infatti
volle
tornare
;
diceva
che
i
borbonici
già
quasi
ridotti
a
cibarsi
di
lattughe
,
provavano
dispetto
e
noia
di
quel
tendone
più
che
di
tutto
.
Erano
anche
arrabbiati
,
perché
l
'
Ospedale
militare
pieno
di
risorse
era
stato
preso
dai
garibaldini
.
Dunque
tra
gli
strazi
che
si
vedevano
,
le
buone
notizie
davano
gran
conforto
.
E
si
seguivano
.
Il
bastione
di
Porta
Montalto
era
stato
preso
dal
colonnello
Sirtori
,
mosso
dal
convento
dei
Benedettini
alla
testa
di
alcuni
,
che
si
erano
lasciati
mettere
in
petto
il
fuoco
dell
'
eroismo
da
quel
prete
soldato
.
I
regi
dell
'
Annunziata
erano
stati
costretti
a
sgombrare
;
e
comparivano
a
Palazzo
pretorio
dei
giovani
che
avevan
durato
a
star
là
giorno
e
notte
per
vincere
quel
posto
.
Venivano
carichi
di
armi
,
e
alcuni
portavano
superbi
mantelli
tolti
a
quei
nemici
.
Ma
correvano
intanto
gli
annunzi
delle
morti
e
delle
ferite
.
Adolfo
Azzi
,
il
forte
timoniere
del
Lombardo
,
era
caduto
con
una
coscia
trapassata
da
una
palla
;
Liberio
Chiesa
,
chiassoso
ma
prode
,
giaceva
anch
'
egli
con
una
gamba
spezzata
.
A
confortar
i
feriti
un
po
'
dappertutto
,
andava
il
prete
Gusmaroli
da
Mantova
,
e
portava
loro
i
saluti
dei
combattenti
,
e
tra
i
combattenti
tornava
,
serbando
una
calma
e
una
pace
di
cuore
meravigliosa
.
Mai
che
impugnasse
un
'
arma
!
Essere
ucciso
poteva
;
uccidere
no
.
Egli
non
voleva
macchiare
di
sangue
le
sue
mani
di
sacerdote
.
Andava
così
vendicandosi
a
modo
suo
dell
'
offesa
che
gli
aveva
fatto
l
'
Austria
,
impiccandoli
nella
sua
Mantova
Orioli
,
Grioli
e
Speri
e
Poma
e
gli
altri
di
Belfiore
.
E
siccome
somigliava
molto
ai
ritratti
di
Garibaldi
,
per
questo
,
dove
appariva
,
i
'
Picciotti
'
,
credendolo
il
Generale
in
persona
,
sotto
i
suoi
sguardi
gareggiavano
a
chi
mostrasse
d
'
aver
più
cuore
.
Egli
aveva
allora
quarantanove
anni
,
ma
se
avesse
saputo
quali
dolori
gli
serbavano
gli
altri
dodici
che
stette
poi
ancora
al
mondo
,
si
sarebbe
augurato
di
averne
cento
per
morire
se
non
lo
volevano
le
palle
di
qualunque
altra
morte
,
ma
là
,
ma
allora
.
Finì
nel
1872
,
in
una
misera
casupola
della
Maddalena
,
dove
era
suo
solo
conforto
contemplare
almeno
l
'
altra
isola
,
quella
di
Garibaldi
,
dal
cui
cuore
fu
fatto
cadere
.
Bello
e
grande
fu
l
'
atto
della
8°
Compagnia
che
,
mantenutasi
più
compatta
delle
altre
per
l
'
ostinata
voglia
di
occupare
la
Cattedrale
,
vi
riuscì
finalmente
alle
quattordici
di
quel
terzo
giorno
.
Rovinava
allora
lì
a
lato
con
indicibile
fragore
il
palazzo
del
principe
Carini
,
incendiato
da
una
bomba
,
come
erano
già
rovinati
i
palazzi
Cutò
,
D
'
Azzale
e
altri
.
E
allora
appunto
,
in
faccia
ai
borbonici
di
Palazzo
reale
,
quei
bergamaschi
invasero
tutto
il
di
fuori
del
tempio
e
dentro
e
su
fino
il
campanile
.
E
di
là
si
misero
a
tirare
sui
soldati
stipati
nella
gran
piazza
.
Uccidevano
a
schioppettate
gli
artiglieri
sui
pezzi
.
Il
loro
capitano
Bassini
li
governava
coi
trilli
di
certo
suo
fischietto
da
cacciatore
,
fumando
alla
pipa
,
tutto
scoperto
ai
nemici
che
lo
tempestavano
di
palle
senza
toccarlo
.
Ma
egli
si
credeva
invulnerabile
.
*
A
quell
'
ora
il
generale
in
capo
Lanza
,
volendo
tentare
una
disperata
prova
,
mandò
il
generale
Sary
a
ripigliar
la
Cattedrale
;
e
il
generale
Colonna
a
ripigliare
i
Benedettini
,
l
'
Annunziata
,
Porta
Montalto
.
Inutile
sforzo
,
inutile
strage
.
Tutti
gli
assalti
furono
respinti
dai
garibaldini
,
dai
'
Picciotti
'
e
dai
cittadini
.
I
borbonici
lasciarono
più
di
cento
morti
e
forse
quattrocento
feriti
,
intorno
alla
Cattedrale
e
per
le
vie
percorse
,
ma
ritirandosi
incendiavano
le
case
,
uccidevano
gli
inermi
,
violavano
le
donne
.
Erano
diventati
selvaggi
,
furiosi
.
Forse
facevano
così
,
per
dare
l
'
ultimo
sfogo
all
'
odio
secolare
mantenuto
vivo
contro
l
'
isola
in
loro
,
sudditi
dell
'
altra
parte
del
regno
;
forse
li
faceva
divenir
più
crudeli
lo
spettacolo
degli
incendi
,
ardenti
in
più
di
sessanta
luoghi
della
città
;
tra
i
quali
più
grande
e
spaventoso
quello
del
quartiere
intorno
San
Domenico
,
tutto
in
fiamme
.
Ma
se
le
sorti
volgevano
a
male
per
i
borbonici
,
anche
dalla
parte
di
Garibaldi
crescevano
le
angustie
.
Quella
sera
non
v
'
erano
quasi
più
munizioni
.
Si
lavorava
a
fabbricare
polvere
,
ma
non
ne
veniva
abbastanza
pel
bisogno
,
specialmente
perché
i
'
Picciotti
'
,
come
scrisse
poi
Garibaldi
,
sparavano
troppo
.
E
da
tutti
i
punti
della
città
dove
si
combatteva
,
giungevano
uomini
a
chieder
cartucce
,
come
chi
spasima
per
fame
chiede
pane
.
Gli
aiutanti
del
Generale
rispondevano
alzando
le
braccia
muti
:
il
Sirtori
,
sempre
tranquillo
,
raccomandava
di
dir
dappertutto
che
le
munizioni
giungerebbero
,
che
intanto
i
combattenti
s
'
ingegnassero
con
la
baionetta
.
E
invocava
la
notte
.
Almeno
ci
sarebbero
state
alcune
ore
di
riposo
.
E
poi
girava
già
viva
la
voce
che
tra
i
regi
fosse
cominciato
un
grande
scoraggiamento
;
si
diceva
che
altri
loro
ufficiali
erano
passati
alla
rivoluzione
,
tra
i
quali
due
capitani
del
genio
ed
era
vero
;
e
ormai
pareva
certo
che
i
dodicimila
uomini
del
Palazzo
reale
stessero
isolati
affatto
,
senza
viveri
e
senza
comunicazioni
col
porto
e
con
Castellamare
.
Dunque
una
risoluzione
il
loro
generale
l
'
avrebbe
dovuta
prendere
;
o
avventarli
tutti
a
morire
o
capitolare
.
Ma
venuta
la
notte
l
'
inquietudine
non
cessò
,
anzi
faceva
terrore
il
pensiero
di
quel
che
sarebbe
potuto
succedere
il
mattino
seguente
;
e
quasi
si
agognava
che
fosse
già
l
'
alba
,
per
tornare
nella
furia
invece
di
consumar
l
'
anima
in
orribili
fantasie
.
Anche
Garibaldi
ebbe
quella
sera
un
momento
in
cui
quasi
disperò
.
Gli
avevano
portato
la
nuova
che
erano
sbarcati
alla
Flora
due
battaglioni
di
bavaresi
,
gente
aizzata
da
Napoli
e
per
tutta
la
traversata
con
feroci
promesse
,
ed
esaltata
dalla
lusinga
d
'
aver
essa
l
'
onore
di
dar
il
colpo
mortale
alla
rivoluzione
.
Ma
la
notizia
non
era
esatta
.
I
due
battaglioni
erano
sbarcati
sì
,
ma
non
alla
Flora
.
E
il
generale
Lanza
aveva
commesso
l
'
errore
di
chiamarseli
al
Palazzo
reale
.
Dunque
erano
men
da
temersi
,
stando
essi
nelle
mani
di
chi
non
sapeva
adoprar
bene
neppur
le
buone
truppe
che
aveva
già
.
E
Garibaldi
si
rassicurò
.
Ma
quella
era
la
notte
del
dolore
,
ed
Egli
ebbe
pur
quello
di
venir
a
sapere
che
alcuni
de
'
suoi
,
tre
o
quattro
in
tutti
,
non
potendo
più
star
con
l
'
animo
alla
paura
,
erano
ricorsi
ai
consoli
stranieri
,
per
farsi
munire
di
passaporti
.
Il
dolore
che
ne
provò
non
si
può
dire
;
la
pena
del
suo
disprezzo
che
inflisse
a
quei
tali
fu
mortale
.
Uno
di
essi
,
poi
,
che
portava
un
bel
nome
nizzardo
,
era
ricorso
al
consolato
di
Francia
!
Il
Generale
ne
pianse
.
Gli
toccava
là
,
nel
pieno
della
sua
grandezza
,
fosse
pure
alla
vigilia
forse
della
catastrofe
suprema
,
gli
toccava
là
quella
atroce
puntura
di
veder
quel
suo
uomo
aver
riconosciuto
con
quell
'
atto
che
Nizza
era
Francese
!
Egli
,
così
proclive
a
compatire
,
a
scusare
,
non
perdonò
;
e
il
nome
di
quell
'
uomo
fu
spento
.
*
Il
giorno
appresso
,
mentre
il
fuoco
,
riacceso
in
tutti
i
punti
sin
dall
'
alba
,
lasciava
indovinare
ne
'
regi
una
certa
stanchezza
,
ma
teneva
pur
sempre
in
forse
dell
'
esito
finale
,
Garibaldi
ricevè
un
messaggio
del
generale
Lanza
.
Questi
che
sin
dal
28
aveva
chiesto
all
'
Ammiraglio
inglese
d
'
intromettersi
per
imporre
una
breve
tregua
,
onde
si
potessero
raccogliere
i
feriti
e
seppellire
i
morti
,
ma
però
senza
trattare
egli
con
Garibaldi
;
e
dall
'
inglese
aveva
ricevuto
in
risposta
che
appunto
a
Garibaldi
doveva
rivolgersi
:
ora
nel
suo
messaggio
dava
di
Eccellenza
al
'
Filibustiere
'
!
E
gli
chiedeva
un
armistizio
di
ventiquattr
'
ore
,
e
lo
invitava
a
un
ritrovo
con
due
suoi
generali
,
per
trattar
d
'
altre
cose
.
Designava
per
luogo
la
nave
ammiraglia
inglese
.
Garibaldi
concesse
subito
l
'
armistizio
,
accettò
l
'
invito
al
ritrovo
,
e
da
una
parte
e
dall
'
altra
fu
subito
dato
l
'
ordine
di
cessare
il
fuoco
.
Erano
le
undici
antimeridiane
.
Il
ritrovo
doveva
avvenire
alle
ore
quattordici
.
Ma
mentre
Garibaldi
trattava
di
queste
cose
nel
Palazzo
pretorio
,
e
sottoscriveva
l
'
armistizio
col
Colonnello
messaggero
del
Generale
nemico
,
gli
giunse
un
grido
di
tradimento
,
propagato
sia
da
Porta
Termini
,
grido
terribile
di
cui
veniva
interprete
a
lui
,
smaniando
,
quel
prete
Di
Stefano
che
gli
era
apparso
dei
primi
,
il
mattino
del
27
.
Insomma
a
Porta
Termini
erano
giunti
a
marcie
forzate
i
cinque
i
seimila
uomini
del
Von
Mechel
e
del
Bosco
,
quelli
che
dal
dì
24
,
credendo
di
inseguir
Garibaldi
in
fuga
,
erano
andati
fino
a
Corleone
.
Là
,
avendo
alla
fine
saputo
l
'
inganno
in
cui
erano
caduti
,
s
'
erano
rivolti
volando
al
ritorno
;
ed
adesso
erano
lì
alla
porta
stessa
per
cui
Garibaldi
era
entrato
in
Palermo
,
furiosi
,
sguinzagliati
dai
loro
comandanti
come
belve
fuor
di
catena
.
Una
mezz
'
ora
prima
che
fossero
sopravvenuti
,
entravano
di
lancio
fino
al
Palazzo
pretorio
,
perché
da
quella
parte
della
città
le
barricate
non
erano
quasi
guardate
.
E
chi
sa
?
forse
Garibaldi
sarebbe
finito
davvero
nella
tragedia
.
Invano
li
avevano
voluti
arrestare
combattendo
gli
accorsi
al
grido
del
loro
arrivo
;
i
Bavaresi
avanzavano
di
barricata
in
barricata
,
erano
già
alla
Fiera
Vecchia
.
Ma
l
'
armistizio
era
firmato
.
Il
Colonnello
borbonico
,
messaggero
che
si
trovò
di
fronte
a
Garibaldi
,
a
sentirsi
dare
quasi
di
traditore
,
si
offerse
di
andar
egli
stesso
a
fermare
quella
terribile
colonna
,
e
andò
lealmente
.
Garibaldi
seguì
.
Tra
via
incontrarono
il
colonnello
Carini
che
veniva
via
di
là
,
portato
su
d
'
una
barella
,
ferito
gravemente
ad
un
omero
,
e
gridava
di
accorrere
,
di
accorrere
,
che
se
no
era
finita
.
Alla
vista
del
Colonnello
borbonico
che
sventolava
un
fazzoletto
bianco
,
i
Bavaresi
si
fermarono
come
d
'
incanto
.
Ma
i
loro
colonnelli
Von
Mechel
e
Bosco
,
quando
seppero
dell
'
armistizio
,
parvero
lì
per
lì
per
andare
in
pezzi
dall
'
ira
.
Ah
quel
Bosco
!
Egli
siciliano
,
caro
per
certi
liberi
sentimenti
a
'
suoi
amici
palermitani
,
aveva
fiutato
nell
'
aria
che
la
fortuna
stava
per
passargli
vicino
e
,
smesse
le
buone
idee
,
si
era
preparato
a
pigliarla
pei
capelli
.
Quel
Garibaldi
cui
,
secondo
che
si
diceva
,
si
era
vantato
d
'
aver
mandato
a
sfidare
a
duello
,
egli
ora
si
era
figurato
d
'
averlo
già
nelle
mani
.
Allora
sarebbe
divenuto
il
primo
uomo
del
regno
.
Che
sarebbe
più
contato
rimpetto
a
lui
Nunziante
,
Ischitella
,
Filangeri
stesso
e
tutti
insieme
i
vecchi
servitori
e
salvatori
della
dinastia
?
Era
giovane
,
bello
,
prode
,
d
'
ingegno
,
stava
per
valore
,
nell
'
esercito
borbonico
quasi
come
poi
il
colonnello
Pallavicini
stette
in
quello
di
Vittorio
Emanuele
;
Francesco
II
avrebbe
regnato
di
nome
,
egli
di
fatto
,
e
nella
reggia
e
nel
Regno
sarebbe
stato
più
che
re
.
Ma
il
gran
miraggio
gli
si
dileguò
in
quell
'
istante
,
ond
'
egli
rimase
là
alla
Fiera
Vecchia
tempestoso
.
Però
nella
sua
collera
,
ispirava
quasi
ammirazione
.
Cessato
anche
il
fuoco
alla
Fiera
Vecchia
come
già
per
tutta
la
città
,
non
si
udì
più
che
qualche
colpo
di
qualche
mal
disciplinato
sperduto
.
Ma
allora
,
peggior
di
quello
del
combattimento
,
cominciò
lo
strazio
dei
feriti
e
dei
morti
da
cercare
.
Se
ne
trovaron
dappertutto
.
Facevano
grande
pietà
le
donne
,
i
vecchi
,
i
fanciulli
.
Quanti
destini
infranti
,
quante
lacrime
da
essi
lasciate
dietro
!
E
dal
Palazzo
pretorio
fu
subito
dato
l
'
ordine
di
riunire
le
Compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
ciascuna
a
un
punto
designato
,
dove
si
dovevano
raccogliere
tutti
coloro
che
non
fossero
impegnati
alla
guardia
dei
posti
.
Così
oltre
il
numero
dei
morti
,
sarebbe
stato
possibile
sapere
il
numero
dei
feriti
ricoverati
negli
ospedali
o
nelle
case
dei
cittadini
.
Allora
avvennero
gli
incontri
dei
compagni
che
in
qualche
momento
di
quei
tre
giorni
si
erano
perduti
di
vista
fra
loro
,
e
nella
confusione
avevano
partecipato
ai
fatti
d
'
arme
in
punti
diversi
,
dubitando
reciprocamente
della
vita
gli
uni
degli
altri
,
o
avendo
ricevuto
notizie
vaghe
di
ferite
e
di
morte
.
"
E
tu
dove
ti
sei
trovato
?
E
tu
cosa
hai
fatto
,
e
dove
eri
la
notte
tale
?
dove
hai
mangiato
,
dormito
,
vissuto
?
"
Ve
n
'
erano
di
così
storditi
,
di
così
disfatti
dalle
veglie
,
dalle
fatiche
,
dalle
emozioni
,
che
non
sapevano
nemmen
essi
che
dire
.
Ma
parlava
per
loro
il
loro
aspetto
.
Di
alcuni
che
parevano
riposati
e
pasciuti
si
mormorava
.
E
così
,
alla
grossa
,
si
poté
fare
il
conto
delle
morti
.
Non
erano
molte
.
La
vittoria
di
Calatafimi
era
costata
assai
di
più
.
Ma
in
Palermo
le
Compagnie
avevano
combattuto
,
governandosi
ogni
soldato
quasi
da
sé
,
esponendosi
appena
quant
'
era
necessario
per
far
fuoco
,
e
avanzando
con
quell
'
abilità
naturale
con
cui
si
sa
cogliere
il
destro
a
scansare
i
danni
,
a
pigliarsi
i
vantaggi
.
Invece
moltissimi
erano
i
feriti
,
i
più
nel
capo
o
nella
parte
superiore
del
torso
.
Le
barricate
avevano
salvato
il
resto
della
persona
.
Ed
era
stata
fortuna
,
perché
i
feriti
nelle
gambe
morirono
poi
quasi
tutti
.
Molti
più
erano
i
morti
borbonici
.
In
certi
luoghi
,
come
al
bastione
di
Porta
Montalto
,
erano
così
fitti
,
che
non
si
capiva
chi
ne
avesse
potuti
uccidere
tanti
.
Ma
quasi
nessun
ufficiale
tra
loro
.
Di
questi
,
in
tutti
i
tre
giorni
,
non
ne
morirono
che
quattro
,
misera
testimonianza
del
valore
di
quella
ufficialità
,
se
pur
non
fu
una
manifestazione
di
sentimento
già
nato
negli
animi
,
almen
dei
giovani
,
quello
dell
'
inutilità
d
'
ogni
sacrificio
contro
colui
che
,
impersonando
la
milizia
di
un
altro
Re
,
rappresentava
un
'
idea
della
quale
sarebbero
stati
volentieri
soldati
.
In
quel
pomeriggio
,
tutti
si
misero
a
dar
una
ripulita
alle
armi
;
poi
chi
di
qua
chi
di
là
,
i
più
andarono
a
visitar
i
compagni
feriti
o
a
trovar
le
famiglie
dalle
quali
erano
capitati
,
durante
quell
'
inferno
dei
tre
giorni
,
per
caso
o
per
chiedere
un
tozzo
o
un
sorso
.
E
là
erano
accoglienze
da
principi
.
Ve
ne
furono
che
capitarono
in
casa
di
gente
altolocata
ma
malveduta
dal
popolo
,
e
che
senza
saperlo
servirono
di
copertura
agli
ospiti
da
cui
furono
tenuti
in
casa
come
guardie
.
Altri
furon
visti
accompagnar
di
qua
e
di
là
tra
la
folla
famiglie
sgomente
che
,
così
protette
,
si
facevano
condurre
nei
monasteri
o
alla
marina
,
dove
si
imbarcavano
per
andare
al
sicuro
su
qualche
nave
,
ad
aspettare
il
resto
della
tragedia
.
Perché
ventiquattr
'
ore
di
armistizio
sarebbero
presto
passate
.
Intanto
allo
Stato
Maggiore
,
il
Turr
,
il
Sirtori
,
gli
altri
non
perdevano
il
tempo
,
e
tutto
quel
pomeriggio
fu
dato
loro
a
fabbricar
polvere
,
a
ordinare
un
poco
i
'
Picciotti
'
,
a
far
mettere
in
batteria
certi
vecchi
cannoni
cavati
fuori
da
dove
erano
stati
nascosti
nel
1849
.
Altri
ne
furono
messi
su
,
avuti
in
dono
o
comprati
dai
bastimenti
mercantili
che
stavano
in
rada
.
E
i
'
Picciotti
'
vi
facevano
intorno
la
ronda
,
li
lustravano
e
li
coprivano
di
immagini
sacre
,
improvvisavano
fin
delle
laudi
a
quei
bronzi
,
come
se
fossero
eroi
o
santi
.
Il
giorno
appresso
si
sarebbe
sentita
la
loro
voce
.
Nei
luoghi
della
città
più
affollati
,
sebbene
l
'
andirivieni
fosse
più
che
mai
vivo
,
bande
musicali
suonavano
arie
patriottiche
dell
'
Attila
,
dei
'
Due
Foscari
'
,
dei
'
Lombardi
'
,
o
inni
del
Quarantotto
;
qualcuno
suonava
già
anche
"
Si
scopron
le
tombe
...
"
E
,
cosa
meravigliosa
,
invece
di
far
adagiare
gli
animi
nella
speranza
che
la
lotta
non
ricominciasse
più
,
l
'
armistizio
li
aveva
ancora
concitati
.
Perciò
si
vedevano
le
gronde
dei
tetti
,
i
balconi
,
le
finestre
,
sempre
più
carichi
di
materiale
da
buttar
giù
;
e
tra
la
gente
che
lavorava
a
far
sempre
più
alte
le
barricate
,
si
sentiva
dire
con
sicurezza
che
neppure
centomila
uomini
avrebbero
più
potuto
venir
da
fuori
al
Palazzo
pretorio
.
Queste
erano
esagerazioni
battagliere
.
Ma
cosa
grande
davvero
,
che
passa
l
'
immaginazione
,
fu
sul
tardi
il
ritorno
di
Garibaldi
dal
suo
abboccamento
coi
generali
borbonici
Letizia
e
Chrétien
,
avvenuto
a
bordo
della
nave
ammiraglia
inglese
.
Egli
vi
era
andato
lasciando
in
angoscia
indicibile
chi
lo
sapeva
.
Ed
essendo
giunto
a
un
luogo
del
porto
detto
la
Sanità
,
proprio
nel
momento
in
cui
vi
giungevano
i
generali
nemici
,
l
'
ufficiale
della
lancia
inglese
non
sapendo
che
far
di
meglio
,
lo
aveva
imbarcato
insieme
con
quei
due
.
Come
si
sentissero
in
compagnia
di
quell
'
uomo
in
semplice
camicia
rossa
essi
tutti
galloni
,
non
è
facile
immaginare
;
ma
narrava
il
capitano
Cenni
che
parevano
aver
voglia
di
far
l
'
altezzoso
.
E
difatti
nelle
trattative
,
una
volta
a
bordo
e
cominciata
la
conferenza
,
il
general
Letizia
affettava
di
non
rivolgersi
a
Garibaldi
,
e
parlava
con
una
certa
alterigia
.
Ciò
dispiacque
all
'
ammiraglio
Mundy
e
ai
comandanti
navali
francese
,
americano
e
sardo
,
che
egli
aveva
chiamati
sulla
sua
nave
,
perché
assistessero
al
colloquio
.
E
questo
si
mutò
presto
quasi
in
un
diverbio
.
Il
Mundy
,
ospite
,
ebbe
anzi
un
bel
da
fare
onde
Garibaldi
,
pur
con
ragione
,
non
trascendesse
.
Il
Letizia
aveva
tra
l
'
altre
cose
osato
chiedergli
che
la
rappresentanza
cittadina
di
Palermo
facesse
un
atto
di
sottomissione
al
suo
Re
.
E
allora
Garibaldi
proruppe
che
la
rappresentanza
cittadina
era
in
lui
Dittatore
,
e
rotta
ogni
trattativa
si
ritirò
.
Ma
nel
partirsi
da
bordo
si
rivolse
al
Comandante
americano
Palmer
,
confidandogli
rapidamente
e
a
bassa
voce
che
in
Palermo
non
aveva
quasi
più
munizioni
,
e
raccomandandosi
a
lui
perché
,
se
potesse
,
gliene
mandasse
.
Così
tornò
a
terra
.
Ma
nel
breve
tragitto
dalla
marina
al
Palazzo
pretorio
,
ebbe
uno
di
quei
momenti
nei
quali
gli
eroi
pagano
,
per
dir
così
,
il
fio
della
loro
grandezza
.
Lo
pagano
con
la
tempesta
che
si
scatena
loro
nell
'
animo
,
come
avvenne
al
Mazzini
nel
1833
,
nell
'
ora
terribile
in
cui
si
trovò
a
lottar
tra
l
'
idea
sua
,
che
egli
chiamava
dovere
,
e
il
sacrificio
di
tanti
,
che
per
quell
'
idea
suscitata
da
lui
,
si
offrivano
alla
rivoluzione
,
alla
galera
,
alle
forche
.
E
così
come
narrò
di
sé
il
Mazzini
,
di
sé
e
di
quel
suo
momento
narrò
Garibaldi
.
"
Confesso
che
non
ero
scoraggiato
;
ma
considerando
la
potenza
e
il
numero
del
nemico
e
la
pochezza
dei
nostri
mezzi
,
mi
nacque
un
po
'
d
'
indecisione
sulla
risoluzione
da
prendersi
,
cioè
se
convenisse
continuar
la
difesa
della
città
,
oppure
rannodare
tutte
le
nostre
forze
e
ripigliar
la
campagna
.
Quest
'
ultima
idea
mi
passò
per
la
mente
come
un
incubo
,
ma
la
allontanai
da
me
con
dispetto
:
trattavasi
di
abbandonar
la
città
di
Palermo
alle
devastazioni
di
una
soldatesca
sfrenata
!
Mi
presentai
quindi
quasi
indispettito
con
me
stesso
al
bravo
popolo
dei
Vespri
.
"
Apparve
di
fatto
dal
balcone
sinistro
del
Palazzo
,
nel
lampo
delle
invetriate
che
,
mentre
si
aprirono
,
scintillarono
percosse
dal
sole
già
basso
verso
Monte
Pellegrino
,
e
a
capo
scoperto
,
come
Ferruccio
ai
suoi
,
prima
di
Gavinana
,
parlò
.
Breve
,
pacato
,
con
voce
che
suonò
come
un
canto
,
disse
che
il
nemico
gli
aveva
fatto
delle
proposte
ingiuriose
per
Palermo
e
che
egli
,
sapendo
il
popolo
pronto
a
farsi
seppellire
sotto
le
rovine
della
sua
città
,
le
aveva
rifiutate
.
V
'
è
ancora
qualcuno
,
vivo
,
al
mondo
,
che
,
sebbene
sia
passato
quasi
mezzo
secolo
,
si
sente
sempre
nell
'
anima
quella
voce
.
E
ancora
vede
ciò
che
vide
in
quell
'
ora
.
Vede
quella
moltitudine
che
non
balenò
neppur
un
istante
,
e
che
alle
ultime
parole
di
Garibaldi
ruppe
in
un
grido
solo
:
"
Sì
!
Sì
!
Grazie
!
Grazie
!
"
con
una
levata
di
mani
,
di
fronti
,
di
cuori
,
tale
da
fare
impallidire
lui
,
pel
sovrumano
peso
che
gli
imponeva
,
accettando
l
'
onore
di
lasciarsi
sacrificare
.
Egli
guardò
un
poco
,
poi
si
tirò
dentro
'
"
ritemprato
(
lo
narrò
nelle
sue
'
memorie
'
)
e
da
quel
momento
ogni
sintomo
di
timore
,
di
titubanza
,
d
'
indecisione
"
gli
sparve
.
Il
discorso
di
Garibaldi
comparve
poi
subito
stampato
sotto
forma
di
Proclama
alle
cantonate
.
Diceva
così
:
"
Il
nemico
mi
ha
proposto
un
armistizio
.
Io
accettai
quelle
condizioni
che
l
'
umanità
dettava
di
accettare
,
cioè
ritirar
le
famiglie
e
i
feriti
:
ma
fra
le
richieste
,
una
ve
n
'
era
ingiuriosa
per
la
brava
popolazione
di
Palermo
,
ed
io
la
rigettai
con
disprezzo
.
Il
risultato
della
mia
conferenza
d
'
oggi
fu
dunque
di
ripigliar
le
ostilità
domani
.
Io
e
i
miei
compagni
siamo
festanti
di
poter
combattere
accanto
ai
figli
dei
Vespri
una
battaglia
,
che
deve
infrangere
l
'
ultimo
anello
di
catene
con
cui
fu
avvinta
questa
terra
del
genio
e
dell
'eroismo."
Parrà
forse
dir
troppo
ma
è
verità
.
La
sera
di
quel
giorno
,
proprio
come
se
ricorresse
la
sua
festa
di
Santa
Rosalia
,
Palermo
si
illuminò
tutta
.
Lasciamo
stare
che
i
palazzi
e
le
case
dei
ricchi
nelle
grandi
vie
fecero
addirittura
la
luminaria
;
ma
non
vi
fu
casupola
per
quanto
povera
e
nascosta
ne
'
vicoli
,
che
non
avesse
il
suo
lume
a
ogni
finestra
.
E
la
notte
passò
in
cene
e
canti
e
fino
in
danze
.
Per
prepararsi
alla
ripresa
della
guerra
,
se
guerra
doveva
ancora
esservi
,
si
avrebbe
avuta
poi
tutta
la
mattinata
appresso
.
Ma
quando
fu
mezzodì
e
i
combattenti
erano
tornati
tutti
ai
loro
posti
,
pronti
a
ricominciare
,
fu
fatto
dire
dappertutto
che
l
'
armistizio
era
prolungato
di
tre
giorni
.
Allora
entrò
nei
cuori
che
in
quanto
a
Palermo
i
regi
avevano
finito
.
E
tanto
più
crebbe
l
'
idea
quando
si
arrese
la
compagnia
che
custodiva
il
palazzo
delle
Finanze
in
piazza
Marina
,
dove
giaceva
un
tesoro
di
cinquanta
milioni
di
ducati
.
Avevano
messo
il
blocco
al
palazzo
una
ventina
di
Garibaldini
e
un
nugolo
di
popolani
,
appostati
intorno
a
distanza
,
vigili
giorno
e
notte
,
e
così
il
denaro
della
Sicilia
,
rimaneva
in
Sicilia
.
Durante
quell
'
armistizio
,
stettero
le
due
parti
ai
loro
posti
,
ognuna
con
le
proprie
sentinelle
piantate
a
farsi
guardia
contro
la
nemica
.
E
in
certi
punti
della
città
,
le
sentinelle
si
trovavano
a
essere
così
vicine
fra
loro
,
che
in
quattro
passi
potevano
gettarsi
a
zuffa
l
'
una
sull
'
altra
.
Perciò
in
quei
luoghi
insieme
coi
'
Picciotti
'
,
che
dal
grande
odio
non
avrebbero
saputo
stare
senza
insultarsi
o
saltare
addirittura
sui
napolitani
,
fu
messo
un
gruppo
di
Garibaldini
.
E
talvolta
avveniva
che
dei
soldati
napolitani
qualcuno
o
la
sentinella
stessa
,
da
una
parola
all
'
altra
,
si
lasciava
tirare
a
conversare
coi
Garibaldini
,
perdeva
la
testa
,
dava
indietro
un
'
occhiata
,
tentennava
un
poco
,
e
poi
scattava
via
di
lancio
a
rifugiarsi
tra
loro
,
abbracciato
,
baciato
,
portato
via
in
trionfo
per
la
città
.
Così
,
alla
Fiera
Vecchia
,
anche
i
Bavaresi
disertarono
a
dozzine
,
ultime
figure
di
mercenarii
che
avevano
fatto
quell
'
ultima
apparizione
in
Italia
.
Magnanimo
veramente
era
stato
il
primo
giorno
Francesco
Crispi
che
,
appena
sottoscritto
l
'
armistizio
,
si
era
ricordato
subito
del
Mosto
e
del
Rivalta
,
rimasti
in
mano
dei
borbonici
,
nella
ritirata
dal
Parco
.
Egli
,
segretario
di
Stato
del
Dittatore
,
corse
a
Castellamare
per
farne
lo
scambio
con
due
ufficiali
superiori
nemici
,
prigionieri
.
Entrò
nel
forte
superbamente
,
e
chiese
dei
due
Garibaldini
.
Di
Garibaldini
prigionieri
non
v
'
era
che
il
Rivalta
;
dell
'
altro
,
quei
del
Castello
non
sapevano
nulla
.
Il
Rivalta
sì
,
sapeva
dove
era
il
suo
povero
amico
;
ma
non
lo
disse
,
temendo
che
il
Crispi
infuriasse
,
e
tirasse
fors
'
anche
su
di
sé
e
su
di
lui
la
bestialità
di
alcuno
di
quei
biechi
soldati
.
Diceva
il
Comandante
del
Castello
che
il
Mosto
era
forse
dal
generale
Lanza
nel
Palazzo
Reale
.
Il
Crispi
uscì
per
andarvi
,
ma
tra
via
il
Rivalta
,
gli
narrò
che
il
Mosto
esile
e
stanco
,
nella
ritirata
dal
Parco
era
caduto
sfinito
su
per
l
'
erta
del
monte
e
che
sopraggiunti
i
Cacciatori
era
stato
trafitto
a
baionettate
.
Egli
,
il
Rivalta
,
aveva
visto
da
pochi
passi
più
in
su
morir
l
'
amico
a
quel
modo
,
e
sarebbe
toccata
anche
a
lui
la
stessa
sorte
,
se
un
giovane
ufficiale
non
avesse
persuasi
i
Cacciatori
a
serbarlo
per
averne
informazioni
su
Garibaldi
.
Salvato
così
,
lo
avevano
mandato
al
colonnello
Bosco
e
poi
a
Palermo
,
dove
era
stato
chiuso
in
una
casamatta
del
Castello
,
e
tra
le
minacce
e
gli
insulti
ivi
tenuto
sino
a
quel
momento
.
Ma
dalla
mattina
del
27
,
quando
si
era
sentito
sopra
il
capo
tremar
le
volte
al
tuonar
dei
mortai
,
aveva
sperato
,
gli
si
era
allargato
il
cuore
.
Sparsa
la
notizia
tra
i
Carabinieri
genovesi
,
andò
al
Parco
Antonio
Mosto
con
alcuni
amici
;
e
sul
monte
,
ancora
nel
posto
dov
'
era
stato
ucciso
,
trovò
il
suo
fratello
,
dolce
e
gracile
giovine
,
da
otto
giorni
insepolto
.
E
nello
stesso
posto
lo
seppellì
.
*
Garibaldi
,
un
di
quei
giorni
,
verso
sera
,
fece
una
passeggiata
a
cavallo
per
la
città
,
passando
pei
luoghi
dove
le
barricate
erano
meno
fitte
.
Dire
che
accoglienze
gli
faceva
il
popolo
parrebbe
ora
poesia
,
ora
che
il
mondo
è
tanto
mutato
.
Miravano
le
turbe
quella
figura
dolce
,
e
non
sapendo
ben
capire
come
ad
essa
convenisse
il
gran
nome
guerriero
,
chinavano
religiosamente
la
fronte
,
o
gli
si
protendevano
come
ad
un
essere
sovrumano
.
Non
era
difficile
immaginare
le
folle
deliranti
di
certi
altri
paesi
prostrate
per
voluttà
di
farsi
schiacciare
dai
carri
sacri
.
Egli
correggeva
con
lo
sguardo
quei
fanatismi
.
Spirato
quel
termine
di
tre
giorni
,
fu
prolungato
l
'
armistizio
di
altri
tre
.
Si
indovinava
in
ciò
gli
ondeggiamenti
della
Reggia
di
Napoli
,
dove
il
re
mite
e
le
donne
fiere
tenevano
la
questione
sospesa
tra
i
consigli
di
chi
voleva
che
Palermo
fosse
tutta
ridotta
in
rovine
,
e
il
vecchio
saggio
Filangeri
che
ammoniva
il
Re
,
supplicandolo
di
non
si
mettere
da
sé
,
con
quell
'
eccidio
,
al
bando
di
tutta
l
'
Europa
liberale
.
E
il
suo
consiglio
prevalse
.
Così
al
terzo
armistizio
seguì
una
convenzione
,
per
la
quale
i
regi
si
obbligavano
a
sgombrar
Palermo
,
però
con
l
'
onore
delle
armi
.
Garibaldi
concesse
.
Andassero
pure
onorati
!
Erano
italiani
anch
'
essi
,
e
nel
trattarli
così
,
egli
poteva
dire
di
riportare
un
'
altra
vittoria
.
E
il
giorno
8
giugno
fu
uno
strano
spettacolo
.
Al
cospetto
di
molto
popolo
in
festa
,
dinanzi
a
forse
quattrocento
Cacciatori
delle
Alpi
raccolti
per
quella
cerimonia
,
sfilarono
i
ventimila
soldati
dell
'
esercito
regio
,
soldati
di
tutte
le
armi
.
Dove
andavano
,
dove
si
sarebbero
ancora
incontrati
a
combattere
con
quei
loro
vincitori
che
,
così
pochi
,
avevano
dietro
di
loro
l
'
Italia
Nuova
?
Non
sapevano
,
ma
pareva
sentissero
che
il
mondo
abbandonava
il
loro
sovrano
.
Tuttavia
,
se
passavano
senza
fierezza
,
non
avevano
aria
avvilita
.
I
soldati
avevano
combattuto
.
Allora
Palermo
festeggiò
sé
stessa
magnificamente
,
e
quelli
che
chiamava
i
suoi
liberatori
.
Essi
,
in
venticinque
giorni
dalla
partenza
da
Genova
,
avevano
vissuto
quanto
si
può
vivere
in
parecchi
anni
,
e
veduto
e
sentito
quanto
in
un
lungo
viaggio
,
per
terre
di
civiltà
antiche
e
venerande
.
E
avevano
anche
potuto
meditare
sugli
effetti
delle
rivoluzioni
compiutesi
,
durante
l
'
ultimo
secolo
,
nell
'
alta
Italia
,
dove
se
le
miserie
della
vita
erano
ancora
molte
,
certa
somma
di
beni
s
'
era
pur
cumulata
nelle
città
e
nelle
campagne
,
e
di
questi
beni
tutti
ne
avevano
risentito
.
Ma
là
nell
'
Isola
,
rimasta
nel
silenzio
e
nella
solitudine
,
senza
essere
stata
toccata
dalla
rivoluzione
francese
,
quasi
tutto
era
ancora
come
doveva
essere
stato
parecchi
secoli
indietro
.
Grandezze
da
principi
in
una
classe
ristretta
;
povertà
,
ignoranza
e
superstizione
nella
grossa
moltitudine
;
e
,
salvo
le
grandi
città
,
assenza
quasi
assoluta
di
quel
ceto
di
mezzo
colto
,
ricco
,
operoso
,
che
nell
'
alta
Italia
teneva
già
sin
da
allora
in
pugno
le
sorti
sociali
.
Però
l
'
anima
siciliana
si
rivelava
pronta
a
liberarsi
da
quanto
di
troppo
vecchio
la
impediva
,
e
capace
di
rimettere
in
breve
il
gran
tempo
perduto
.
Ma
queste
eran
cose
da
lasciarsi
al
poi
.
Per
allora
bastava
che
l
'
Italia
spingesse
avanti
l
'
opera
iniziata
dai
Siciliani
e
dai
Mille
.
Questi
si
sarebbero
modestamente
confusi
nell
'
onda
grossa
di
volontari
che
essa
avrebbe
mandati
,
come
infatti
mandò
.
Ma
nei
giorni
che
corsero
tra
lo
sgombro
dei
regi
e
l
'
arrivo
di
quella
che
fu
chiamata
la
seconda
spedizione
condotta
dal
Medici
,
le
gioie
che
Palermo
fece
loro
godere
furono
cose
da
novelle
orientali
.
Banchetti
e
festini
,
uno
che
aspettava
la
fine
dell
'
altro
per
cominciare
.
I
Mille
,
smessi
i
panni
borghesi
,
vi
comparivano
nelle
loro
fiammanti
camicie
rosse
,
mirabili
le
Guide
nelle
pittoresche
divise
tra
ungheresi
e
francesi
;
mirabili
i
Carabinieri
genovesi
in
un
costume
severo
e
quanto
mai
signorile
.
Ogni
tanto
,
però
,
si
faceva
qualche
gran
funerale
di
morti
per
ferite
,
perché
grandiosa
e
solenne
doveva
essere
in
Palermo
anche
l
'
ospitalità
della
tomba
.
Così
certi
umili
volontari
che
,
morti
nelle
loro
case
,
sarebbero
stati
accompagnati
al
cimitero
da
pochi
umili
come
loro
,
ebbero
esequie
da
grandi
.
Quelle
di
Adolfo
Azzi
morto
il
4
giugno
,
quelle
del
colonnello
Tukory
morto
il
dì
8
,
furono
apoteosi
.
Intanto
alla
gioia
veniva
a
mescersi
certa
mestizia
.
Era
di
quella
che
le
grandi
cose
lasciano
nel
cuore
,
quando
sono
compiute
.
Gli
animi
alacri
e
lieti
della
vigilia
cambiano
godimento
nella
tristezza
di
poi
.
Quanto
a
quelli
che
avanzarono
dopo
Palermo
,
alcuni
andarono
a
morir
a
Milazzo
come
Vincenzo
Padula
da
Padula
,
Gaetano
Erede
da
Genova
e
Giuseppe
Poggi
,
il
bello
ed
eroico
Poggi
,
cui
Garibaldi
aveva
ammirato
a
Calatafimi
.
Pilade
Tagliapietra
da
Treviso
,
Giuseppe
Profumo
da
Genova
,
Pietro
Zenner
da
Vittorio
e
l
'
angelico
Ernesto
Belloni
da
Treviso
,
caddero
a
Reggio
Calabria
;
Angelo
Cereseto
e
Giovanni
Battista
Roggerone
,
Quirico
e
Pietro
Traverso
,
tutt
'
e
quattro
genovesi
,
e
Innocente
Stella
da
Arsiero
,
morirono
in
battaglia
sul
Volturno
,
e
a
Villa
Gualtieri
,
il
1°
ottobre
.
Così
in
tutti
,
dei
Mille
,
da
Calatafimi
al
Volturno
,
quelli
che
morirono
in
quel
grand
'
anno
furono
settantotto
.
Altri
come
il
Nullo
ed
Elia
Marchetti
andarono
presto
a
morir
in
Polonia
cavalieri
poeti
della
libertà
;
altri
ancora
come
Raniero
Taddei
e
Antonio
Ottavi
da
Reggio
Emilia
e
Stefano
Messaggi
milanese
,
morirono
combattendo
,
ufficiali
dell
'
esercito
,
a
Custoza
;
o
come
Vincenzo
Dalla
Santa
e
Giuseppe
Dilani
camicie
rosse
,
nel
Trentino
.
Finirono
a
Mentana
Vigo
Pelizzari
e
Antonio
Caretti
;
alcuni
,
come
Giuseppe
Gnecco
da
Genova
e
Luigi
Perla
da
Bergamo
,
morirono
in
Francia
,
combattendo
ne
'
Vosgi
contro
i
Prussiani
.
Di
morte
naturale
,
nei
primi
dieci
anni
dopo
il
'60
,
morirono
quelli
che
erano
già
quasi
vecchi
al
tempo
della
spedizione
,
ma
anche
molti
,
massime
dei
più
giovani
,
consumati
dalla
tisi
.
Non
pochi
finirono
di
malattie
mentali
;
troppi
si
spensero
da
sé
,
non
rimasti
abbastanza
forti
alla
vita
.
Si
dice
che
a
Quarto
sorgerà
un
giorno
un
monumento
con
su
tutti
i
nomi
dei
Mille
incisi
nel
marmo
.
Sarà
cosa
che
onorerà
la
patria
;
ma
lo
scoglio
da
cui
Garibaldi
scese
a
imbarcarsi
,
è
da
sé
monumento
cui
la
poesia
fece
già
più
duraturo
d
'
ogni
marmo
e
d
'
ogni
bronzo
,
essa
che
vince
il
silenzio
dei
secoli
!
-
Fine
-
Saggistica ,
[
Introduzione
]
-
La
controversia
che
ai
dì
nostri
si
agita
fra
quella
che
suolsi
chiamare
scuola
"
positiva
"
del
diritto
penale
e
la
scuola
detta
"
classica
"
non
è
che
il
riflesso
nel
campo
del
diritto
di
un
dissidio
assai
più
vasto
che
si
manifesta
in
tutto
quanto
il
campo
delle
discipline
filosofiche
e
morali
.
La
negazione
del
libero
arbitrio
,
e
,
secondo
i
seguaci
della
nuova
scuola
,
la
conseguente
negazione
di
ogni
responsabilità
morale
;
la
tesi
loro
che
in
diritto
penale
occorra
abbandonare
la
considerazione
astratta
del
reato
come
entità
a
sé
,
e
sia
necessario
invece
studiare
il
delinquente
nelle
sue
particolarità
fisiologiche
,
psicologiche
ed
antropologiche
,
il
delitto
nelle
sue
cause
sì
individuali
che
sociali
;
la
loro
tendenza
ad
erigere
il
diritto
penale
su
basi
utilitarie
;
tutte
le
innovazioni
insomma
sì
teoriche
che
pratiche
di
cui
la
scuola
positiva
si
fa
propugnatrice
si
presentano
come
corollari
di
quelli
che
sono
i
principî
del
movimento
scientifico
moderno
;
movimento
di
cui
il
"
positivismo
"
vuol
considerarsi
come
la
più
genuina
manifestazione
.
Il
positivismo
moderno
,
da
altri
designato
sotto
il
nome
di
filosofia
della
esperienza
,
non
fu
,
com
'
è
noto
,
eretto
a
sistema
filosofico
che
dal
Comte
,
ma
rintraccia
le
sue
origini
assai
più
addietro
,
e
può
considerarsi
,
nella
sua
espressione
generale
,
come
una
fondamentale
tendenza
dello
spirito
umano
.
Due
furono
in
ogni
tempo
le
vie
per
cui
l
'
uomo
tentò
di
accrescere
la
sfera
della
propria
conoscenza
:
ora
ripiegandosi
sopra
sé
stesso
,
traendo
dalle
profondità
della
propria
mente
e
dalla
contemplazione
delle
idee
la
parte
maggiore
dello
scibile
;
ora
invece
volgendo
lo
sguardo
attento
allo
svolgersi
dei
fatti
nel
mondo
reale
,
registrandoli
con
pazienti
osservazioni
e
confronti
,
per
ridurli
a
formole
via
via
più
schematiche
e
più
generali
.
All
'
una
corrisponde
la
tendenza
aprioristica
o
speculativa
,
all
'
altra
quella
positiva
,
empirica
o
sperimentale
.
Queste
due
tendenze
si
sono
in
ogni
tempo
divise
il
campo
del
pensiero
filosofico
,
e
nella
filosofia
greca
le
vediamo
principalmente
rappresentate
,
l
'
una
da
Platone
,
l
'
altra
da
Aristotile
.
Ma
vi
sono
state
epoche
,
in
cui
l
'
una
o
l
'
altra
delle
due
ha
sembrato
prender
decisamente
il
sopravvento
.
Così
il
prevalere
della
prima
tendenza
ha
contrassegnato
in
genere
le
epoche
di
profondo
fervore
mistico
e
religioso
,
atto
a
distogliere
l
'
attenzione
dell
'
uomo
dal
mondo
delle
realtà
terrene
,
per
rivolgerla
a
mondi
ideali
,
più
razionali
e
perfetti
di
quello
nel
quale
la
nostra
vita
si
svolge
;
mentre
l
'
osservazione
dell
'
effettivo
prodursi
ed
avvicendarsi
dei
fenomeni
ha
contrassegnato
invece
piuttosto
quelli
d
'
intensa
attività
ed
interesse
pratico
.
È
così
che
sono
opera
principalmente
del
pensiero
teologico
quegli
abusi
e
quelle
esagerazioni
del
metodo
astratto
ed
aprioristico
che
hanno
viziato
in
modo
così
singolare
la
scienza
del
Medio
Evo
,
e
che
hanno
senza
dubbio
contribuito
potentemente
a
provocare
quella
reazione
contro
la
scolastica
e
la
"
metafisica
"
che
dura
tuttora
,
e
di
cui
il
positivismo
moderno
è
la
più
recente
espressione
.
Alla
scolastica
il
positivismo
si
contrappone
sì
come
metodo
che
come
dottrina
.
-
Era
infatti
appunto
la
credenza
mistica
in
una
realtà
diversa
e
superiore
a
quella
sensibile
,
e
quindi
non
raggiungibile
per
mezzo
dell
'
osservazione
e
dello
sperimento
,
e
di
ogni
ragionamento
che
da
questi
prendesse
le
mosse
,
era
la
credenza
in
una
realtà
"
trascendentale
"
per
accedere
alla
quale
solo
potevano
valere
le
facoltà
superiori
dell
'
intelletto
e
della
ragione
pura
,
quella
che
giustificava
l
'
uso
troppo
esclusivo
,
tanto
nei
sistemi
metafisici
che
in
quelli
teologici
,
del
raziocinio
astratto
e
speculativo
.
Per
lungo
tempo
credettero
gli
uomini
che
i
fenomeni
conosciuti
per
mezzo
della
osservazione
sensibile
fossero
la
parte
più
caduca
,
più
transitoria
,
e
meno
degna
di
fede
,
del
nostro
sapere
.
Mentre
essa
non
può
fornirci
che
le
apparenze
puramente
passeggiere
del
"
mondo
dell
'
esperienza
"
,
la
nostra
ragione
,
il
nostro
intelletto
,
l
'
intuizione
,
o
addirittura
la
rivelazione
"
soprannaturale
"
ci
mettono
in
presenza
dell
'
Immutabile
,
dell
'
Assoluto
,
del
Necessario
,
in
quanto
si
contrappongono
al
Variabile
,
al
Relativo
,
al
Contingente
,
-
di
quelle
verità
eterne
ed
imperiture
che
"
trascendono
"
la
sfera
della
esperienza
.
Senza
tener
conto
di
questa
credenza
in
una
realtà
trascendentale
che
precedette
loro
,
credo
sia
impossibile
il
giudicare
rettamente
della
funzione
e
del
valore
di
molti
sistemi
filosofici
,
passati
e
moderni
.
Comunque
,
era
la
realtà
trascendentale
l
'
oggetto
di
quella
che
fu
detta
"
metafisica
"
,
e
fu
per
essa
che
la
metafisica
fu
considerata
non
solo
come
la
parte
più
nobile
ed
elevata
,
ma
anche
come
la
parte
più
"
verace
"
del
nostro
sapere
.
Col
progresso
del
pensiero
si
produsse
,
com
'
è
noto
,
un
vasto
movimento
che
fece
perdere
alle
investigazioni
metafisiche
il
favore
originariamente
tributato
loro
.
Il
cammino
trionfale
delle
scienze
fisiche
,
le
conquiste
del
metodo
sperimentale
,
la
coscienza
dell
'
infecondità
di
quel
tipo
di
speculazione
che
consiste
nel
preoccuparsi
quasi
esclusivamente
del
concatenamento
logico
delle
idee
senza
fermarsi
a
verificare
le
premesse
,
giustificazione
ultima
di
ogni
ragionamento
;
infine
la
grande
rivoluzione
metodologica
che
è
associata
col
nome
di
Bacone
;
tutto
ciò
contribuì
ad
estendere
la
sfera
d
'
influenza
della
"
fisica
"
e
ad
esaltarla
di
fronte
alla
"
metafisica
"
.
Il
primo
a
formulare
nettamente
l
'
opposizione
fra
il
positivismo
,
come
sistema
filosofico
distinto
,
e
la
metafisica
,
fu
il
creatore
della
parola
stessa
"
positivismo
"
e
il
fondatore
del
sistema
:
Augusto
Comte
.
Colla
sua
legge
dei
tre
stadi
della
conoscenza
umana
,
di
cui
il
terzo
solo
è
compatibile
secondo
lui
con
la
verità
scientifica
,
egli
condannava
inesorabilmente
ad
un
tempo
le
dottrine
ed
i
metodi
metafisici
.
Chi
legge
le
prime
pagine
del
suo
Cours
de
Philosophie
positive
,
scorge
subito
come
per
lui
il
rinnovamento
del
metodo
non
sia
che
la
conseguenza
logica
di
un
modo
radicalmente
nuovo
di
considerare
l
'
universo
ed
i
suoi
rapporti
con
la
conoscenza
dell
'
uomo
.
Ciò
che
distingue
lo
stadio
positivo
dallo
stadio
teologico
e
da
quello
metafisico
"
il
quale
in
fondo
non
è
che
una
modificazione
del
primo
"
,
è
che
in
esso
"
la
mente
umana
,
riconoscendo
l
'
impossibilità
d
'
ottenere
delle
nozioni
assolute
,
rinunzia
a
ricercare
l
'
origine
e
la
destinazione
dell
'
universo
,
e
a
conoscere
le
cause
intime
dei
fenomeni
per
applicarsi
solo
alla
scoperta
,
mediante
l
'
uso
ben
combinato
del
ragionamento
e
dell
'
osservazione
,
delle
loro
leggi
effettive
,
vale
a
dire
delle
loro
relazioni
invariabili
di
successione
e
di
similitudine
.
La
spiegazione
dei
fatti
,
ridotta
allora
a
dei
termini
reali
,
non
è
più
quindi
che
il
legame
stabilito
fra
i
diversi
fenomeni
particolari
e
alcuni
fatti
generali
,
di
cui
il
progresso
tende
sempre
più
a
diminuire
il
numero
"
.
Ora
,
se
osserviamo
questo
periodo
,
come
pure
gli
altri
che
lo
accompagnano
vediamo
che
è
facile
riscontrare
in
esso
due
elementi
distinti
,
sebbene
messi
in
stretto
rapporto
fra
di
loro
.
Oltre
all
'
elemento
metodologico
-
l
'
ammonimento
da
tener
conto
della
realtà
positiva
,
a
usare
con
sobrietà
del
raziocinio
allo
scopo
di
evitare
il
pericolo
di
equivoci
,
sofismi
,
spiegazioni
verbali
o
altri
errori
;
-
vi
si
scorge
l
'
idea
di
una
vera
e
propria
limitazione
della
conoscenza
umana
.
Non
può
l
'
uomo
conoscere
le
"
cause
intime
"
dei
fenomeni
e
deve
abbandonare
la
vana
pretesa
di
penetrare
fino
alle
"
essenze
"
alle
"
sostanze
"
delle
cose
,
di
risalire
alle
loro
origini
o
ricercare
il
loro
fine
.
La
sua
conoscenza
è
puramente
relativa
;
una
vasta
porzione
della
realtà
deve
rimanere
per
lui
in
eterno
un
mistero
,
un
campo
per
le
ipotesi
più
svariate
,
tutte
egualmente
destituite
di
ogni
possibilità
di
verificazione
.
È
questa
la
teoria
detta
della
"
relatività
della
conoscenza
"
,
la
quale
ha
prestato
allo
Spencer
gli
argomenti
per
la
sua
celebre
dottrina
dell
'
Inconoscibile
,
ma
che
si
riconnette
storicamente
e
logicamente
alle
classiche
ricerche
di
Locke
,
Hume
,
Berkeley
e
finalmente
Kant
,
sulla
natura
e
le
funzioni
della
nostra
conoscenza
.
Quale
sia
la
portata
di
tali
ricerche
è
noto
:
esse
ebbero
per
oggetto
l
'
analisi
dei
nostri
concetti
più
elevati
ed
astratti
,
lo
studio
della
origine
delle
nostre
idee
,
e
dimostrarono
la
natura
sensoriale
"
empirica
"
di
ogni
conoscenza
,
la
dipendenza
di
ciò
che
diciamo
"
mondo
esteriore
"
dalle
nostre
rappresentazioni
,
il
contenuto
sperimentale
dei
nostri
concetti
di
causa
e
di
sostanza
.
A
torto
o
a
ragione
,
da
tali
ricerche
scaturì
una
vena
di
scetticismo
e
d
'
agnosticismo
che
ancora
oggi
domina
gran
parte
del
pensiero
filosofico
,
e
risalta
evidente
negli
scritti
dei
più
fra
i
positivisti
.
Il
positivismo
è
da
questi
concepito
come
una
dottrina
critica
e
demolitrice
,
che
rovesci
,
per
la
sola
virtù
del
suo
modo
di
concepire
la
conoscenza
umana
,
tutto
un
mondo
di
antiche
idee
e
credenze
di
cui
dimostra
irrevocabilmente
la
falsità
.
Tutti
quegli
oggetti
del
pensiero
,
cui
si
accompagnava
nella
mente
dei
"
metafisici
"
qualche
credenza
effettivamente
resa
inaccettabile
dalla
nuova
teoria
della
conoscenza
(
p
.
es
.
la
credenza
ch
'
essi
facessero
parte
della
realtà
"
trascendentale
"
)
,
sono
per
ciò
solo
dichiarati
"
entità
metafisiche
"
,
destituite
pertanto
d
'
ogni
valore
e
significato
e
da
scartarsi
senza
ulteriore
esame
.
Non
è
qui
il
luogo
di
mostrare
quali
danni
alla
correttezza
del
pensiero
filosofico
può
aver
recato
tal
maniera
di
ragionare
.
Avremo
occasione
di
tornare
varie
volte
su
questo
argomento
,
specialmente
a
riguardo
del
modo
con
cui
molti
positivisti
considerano
la
libertà
e
la
volontà
,
designate
da
loro
quali
entità
metafisiche
.
Di
questo
elemento
scettico
si
risente
in
parte
l
'
attitudine
assunta
dal
"
positivismo
"
moderno
di
fronte
alle
questioni
morali
e
giuridiche
.
Ma
qui
bisogna
inoltre
tener
conto
dell
'
apparente
antagonismo
fra
la
concezione
"
scientifica
"
delle
cose
e
quella
che
e
morale
e
diritto
hanno
considerato
finora
come
essenziale
alla
propria
esistenza
e
a
cui
il
positivismo
quella
vorrebbe
sostituire
.
La
scienza
tende
a
concepire
i
fenomeni
come
svolgentisi
gli
uni
dagli
altri
secondo
leggi
fisse
e
costanti
,
fornite
del
carattere
della
necessità
;
mentre
la
morale
e
il
diritto
li
considerano
come
atti
a
mutarsi
e
trasformarsi
docilmente
sotto
la
mano
dell
'
uomo
,
dotato
di
volontà
e
libertà
.
Di
qui
un
dissidio
che
,
apparente
o
reale
che
sia
,
ha
ad
ogni
modo
fatto
credere
esservi
fra
i
risultati
della
scienza
ed
i
postulati
della
morale
un
'
insanabile
contraddizione
,
ogni
progresso
dell
'
una
dovendo
segnare
una
restrizione
ed
un
abbassamento
dell
'
altra
.
È
questo
il
problema
omai
secolare
del
libero
arbitrio
,
la
discussione
del
quale
dal
positivismo
sembra
avere
ricevuto
nei
tempi
recenti
nuovo
incitamento
e
importanza
più
grave
,
e
che
può
considerarsi
altresì
come
il
pernio
attorno
al
quale
si
aggira
la
controversia
da
esso
sollevata
a
riguardo
del
diritto
penale
.
-
Consideriamo
ora
più
specialmente
la
"
scuola
positiva
del
diritto
penale
"
.
Anche
qui
vediamo
la
proposta
di
un
metodo
,
nuovo
e
diverso
,
fondata
su
un
modo
nuovo
e
diverso
di
concepire
la
base
e
la
natura
del
diritto
di
punire
.
Come
il
positivismo
in
genere
dichiara
"
antiscientifici
"
i
metodi
della
metafisica
in
nome
di
una
nuova
teoria
della
conoscenza
,
così
pure
noi
vediamo
nella
scuola
"
positiva
"
come
contrapposta
alla
scuola
classica
,
la
pretesa
di
inaugurare
un
metodo
nuovo
,
più
"
scientifico
"
di
quello
finora
prevalso
nelle
discipline
penali
.
L
'
indirizzo
prevalente
del
diritto
penale
,
sia
per
le
sue
origini
che
risalgono
a
quel
generoso
movimento
di
reazione
che
si
produsse
nel
secolo
XVIII
contro
gli
abusi
e
gli
arbitrii
che
viziavano
l
'
amministrazione
della
giustizia
,
e
quindi
nel
razionalismo
individualistico
degli
enciclopedisti
;
-
sia
anche
per
le
tendenze
psicologiche
e
le
opinioni
individuali
degli
scrittori
che
più
hanno
influito
su
di
essa
;
-
ma
soprattutto
,
diciamolo
sin
d
'
ora
,
per
le
esigenze
imprescindibili
della
materia
penale
,
si
è
sempre
attenuto
,
e
si
attiene
tuttora
,
ad
un
metodo
essenzialmente
astratto
.
Non
questo
o
quell
'
individuo
autore
del
reato
,
ma
il
reato
stesso
è
l
'
oggetto
del
diritto
penale
:
e
il
reato
considerato
non
come
fatto
concreto
,
ma
come
ente
astratto
,
come
mero
rapporto
di
contraddizione
fra
l
'
atto
dell
'
uomo
e
la
legge
dello
stato
.
È
al
reato
così
inteso
che
viene
commisurata
la
pena
,
indipendentemente
da
ogni
effetto
d
'
emenda
o
di
ravvedimento
che
sia
a
presumersi
abbia
ad
avverarsi
nell
'
autore
del
fatto
lesivo
,
indipendentemente
dalla
pericolosità
speciale
dell
'
individuo
quale
può
risultare
dall
'
esame
particolare
di
lui
,
indipendentemente
infine
da
ogni
idea
di
esemplarità
ulteriore
della
pena
sui
male
intenzionati
.
-
Per
i
positivisti
,
un
tale
metodo
si
trova
in
contraddizione
colle
regole
più
utili
e
feconde
del
metodo
sperimentale
;
esso
è
per
loro
un
metodo
"
metafisico
"
,
come
è
una
"
entità
metafisica
"
per
loro
il
reato
quale
è
dalla
scuola
classica
considerato
e
studiato
.
Ma
non
solo
il
metodo
:
i
principii
stessi
su
cui
si
fonda
secondo
i
classici
,
il
diritto
di
punire
sono
per
loro
"
metafisici
"
.
È
questo
anzi
il
punto
in
cui
più
si
manifesta
il
carattere
critico
e
demolitore
delle
nuove
dottrine
,
analogo
a
quello
che
abbiamo
riscontrato
nel
positivismo
in
generale
.
Qui
come
là
,
la
riforma
del
metodo
si
annunzia
come
la
conseguenza
logica
della
mutazione
nelle
dottrine
;
cosicché
un
giudizio
completo
nel
metodo
non
potrà
aversi
se
non
dopo
un
esame
,
per
quanto
sommario
,
di
queste
sue
basi
teoriche
,
e
della
questione
se
e
fino
a
qual
punto
il
metodo
possa
considerarsene
come
una
logica
derivazione
.
Due
sono
i
punti
teorici
fondamentali
nei
quali
la
scuola
positiva
si
pone
come
avversaria
alla
classica
.
L
'
uno
è
rappresentato
dalla
questione
del
libero
arbitrio
,
l
'
esistenza
del
quale
la
scuola
"
classica
"
postula
come
fondamento
della
imputabilità
,
mentre
è
dall
'
altra
scuola
negata
.
L
'
altro
punto
è
la
"
giustificazione
"
del
diritto
di
punire
,
che
l
'
una
pone
nella
giustizia
,
l
'
altra
nell
'
utilità
,
nella
necessità
in
cui
si
trova
la
società
di
difendersi
dai
suoi
nemici
.
Come
è
facile
vedere
,
queste
premesse
trascendono
la
sfera
speciale
del
diritto
punitivo
per
avere
una
portata
addirittura
sul
modo
di
concepire
la
morale
.
-
Coll
'
identificarla
col
calcolo
utilitario
,
esse
tendono
a
toglierle
esistenza
distinta
;
come
,
negando
la
libertà
,
esse
le
tolgono
la
"
condizione
pratica
"
per
la
sua
possibilità
.
Per
ciò
che
riguarda
il
diritto
penale
,
piuttosto
che
a
produrre
una
riforma
di
esso
,
tali
dottrine
,
se
considerate
nella
loro
espressione
estrema
,
sembrano
atte
piuttosto
a
scalzarne
addirittura
le
basi
.
I
diversi
argomenti
dei
positivisti
sono
concatenati
fra
loro
.
Ragionano
i
positivisti
:
negato
il
libero
arbitrio
,
su
cui
poggiavano
l
'
idea
di
responsabilità
,
di
merito
e
demerito
,
idee
necessarie
così
alla
morale
come
al
diritto
,
ne
viene
di
conseguenza
che
il
diritto
di
punire
,
nel
senso
più
comune
di
questo
vocabolo
,
non
è
più
ammissibile
né
nella
società
,
né
negli
individui
,
e
sola
rimane
la
necessità
per
la
società
di
difendersi
da
chi
ne
lede
il
benessere
e
la
tranquillità
,
di
porlo
nell
'
impossibilità
di
nuocere
altrimenti
,
di
rimuovere
le
cause
per
cui
egli
fu
condotto
a
ciò
fare
.
A
questo
fine
unico
mezzo
è
lo
studio
accurato
dei
precedenti
del
colpevole
,
la
ricerca
di
tutti
i
coefficienti
che
cooperarono
alla
produzione
necessaria
del
male
,
e
ciò
col
duplice
intento
di
rimuovere
le
cause
individuali
e
sociali
del
delitto
,
di
curare
nell
'
individuo
l
'
irresistibile
impulso
a
commetterlo
;
nonché
di
mettere
,
nel
modo
più
opportuno
e
su
di
lui
efficace
,
il
reo
nella
pratica
impossibilità
di
tradurlo
in
atto
,
per
tutto
il
tempo
che
l
'
impulso
dura
.
La
verità
è
che
,
ammessi
tali
principî
,
si
avrà
una
medicina
od
una
profilassi
individuale
o
sociale
;
si
avrà
un
complesso
di
riforme
per
prevenire
in
modo
diverso
il
delitto
;
ma
di
un
vero
e
proprio
diritto
penale
non
si
potrà
parlare
.
Comunque
,
è
da
tali
premesse
che
si
traggono
le
conseguenze
surriferite
intorno
al
metodo
in
diritto
penale
.
Non
più
la
considerazione
astratta
del
reato
,
ma
lo
studio
concreto
del
delinquente
e
di
tutte
le
cause
che
lo
spinsero
a
delinquere
.
Solo
così
potrà
ottenersi
una
efficace
difesa
e
rigenerazione
sociale
.
Il
metodo
da
adottarsi
,
secondo
i
positivisti
,
non
è
diverso
da
quello
invalso
per
lo
studio
dei
fenomeni
naturali
:
mediante
l
'
osservazione
e
lo
sperimento
acquistare
una
conoscenza
chiara
del
modo
di
prodursi
e
di
svolgersi
dei
fenomeni
,
delle
leggi
fatali
che
li
governano
:
allo
scopo
di
poter
poi
agire
,
modificando
gli
antecedenti
,
sui
conseguenti
,
e
di
accrescere
così
il
nostro
potere
sulla
natura
.
Fino
a
che
punto
tale
concezione
è
essa
legittima
?
Fino
a
che
punto
i
principî
del
positivismo
come
sistema
filosofico
,
se
veri
in
generale
,
sono
applicabili
alla
sfera
più
particolare
del
diritto
penale
?
E
quali
sono
le
conseguenze
legittime
di
una
tale
applicazione
?
A
nostro
parere
,
se
la
tendenza
generale
segnata
dal
positivismo
è
giusta
,
come
quella
che
rappresenta
la
maturità
scientifica
dei
tempi
nostri
;
bisogna
però
guardarsi
da
certe
intemperanze
ed
eccessività
,
frequenti
negli
scritti
dei
positivisti
,
ma
che
del
vero
e
proprio
metodo
positivo
costituiscono
la
più
flagrante
violazione
.
Se
molte
delle
premesse
che
la
scuola
positiva
in
diritto
penale
fa
sue
,
sono
tali
che
nessuno
potrebbe
con
cognizione
di
causa
negar
loro
la
propria
adesione
;
pure
molte
delle
illazioni
che
essa
ne
trae
sono
inesatte
od
errate
,
o
non
tengono
conto
di
elementi
pure
imprescindibili
dell
'
oggetto
loro
.
Per
chiarir
ciò
,
converrà
prima
prendere
in
esame
la
questione
del
libero
arbitrio
:
per
poi
passare
alle
altre
questioni
implicate
dal
nostro
argomento
.
LIBERO
ARBITRIO
ED
IMPUTABILITÀ
MORALE
.
La
teoria
,
che
per
la
prima
volta
io
comprendeva
rettamente
,
cessava
di
essere
scoraggiante
,
e
,
oltre
al
sollievo
che
ne
venne
al
mio
spirito
,
io
cessai
di
soffrire
sotto
al
peso
,
così
grave
per
chi
mira
ad
essere
un
riformatore
delle
altrui
opinioni
,
di
reputare
una
dottrina
come
vera
,
e
la
dottrina
contraria
come
moralmente
benefica
.
[
MILL
,
Autobiography
,
,
1873
,
p
.
170
]
.
-
Se
noi
ricerchiamo
qual
'
è
la
ragione
dell
'
interesse
e
della
passione
di
cui
la
questione
del
libero
arbitrio
è
stata
in
ogni
tempo
l
'
oggetto
,
non
ci
sarà
difficile
vedere
ch
'
essa
sta
principalmente
nell
'
enorme
importanza
pratica
del
problema
della
Responsabilità
.
L
'
intima
connessione
fra
questo
e
la
libertà
del
volere
è
insieme
un
dato
del
senso
comune
,
un
risultato
della
riflessione
filosofica
,
e
un
prodotto
dell
'
evoluzione
del
diritto
dalle
forme
più
brutali
di
reazione
violenta
e
senza
misura
contro
la
causa
,
qualunque
essa
sia
,
del
danno
ricevuto
,
a
quelle
rigorosamente
misurate
e
strettamente
personali
delle
civiltà
più
progredite
.
Una
conveniente
trattazione
del
tema
della
responsabilità
non
potrebbe
quindi
andar
disgiunta
da
una
discussione
,
per
quanto
sommaria
,
della
celebre
questione
detta
del
"
libero
arbitrio
"
.
Questa
,
com
'
è
noto
,
sembra
essere
una
delle
questioni
più
ribelli
che
abbiano
mai
affaticato
l
'
ingegno
umano
;
e
da
più
secoli
ch
'
essa
è
controversa
,
non
sembra
ancora
aver
mosso
il
passo
decisivo
verso
la
sua
soluzione
.
Oggi
ancora
per
alcuni
il
libero
arbitrio
è
"
un
'
illusione
"
per
altri
esso
è
una
verità
evidente
,
un
"
fatto
"
che
non
ha
bisogno
neppure
di
dimostrazione
.
Per
quasi
tutti
poi
,
l
'
affermazione
o
la
negazione
del
libero
arbitrio
è
un
dilemma
gravissimo
,
onde
dipendono
conseguenze
teoriche
e
pratiche
di
incalcolabile
valore
.
Si
tratta
infatti
di
sapere
"
se
l
'
uomo
possa
determinarsi
da
sé
ad
agire
in
un
modo
piuttosto
che
in
un
altro
,
se
possa
scegliere
liberamente
il
male
ed
il
bene
,
e
se
perciò
possa
essere
ritenuto
responsabile
dei
propri
atti
"
.
Il
consenso
comune
è
sempre
stato
per
il
verdetto
affermativo
,
mentre
la
filosofia
,
che
col
senso
comune
non
di
rado
si
trova
in
conflitto
,
ha
dato
per
bocca
di
molti
fra
i
suoi
più
eminenti
cultori
responso
contrario
.
Secondo
l
'
opinione
più
generale
,
la
questione
"
se
l
'
uomo
possa
determinarsi
ad
agire
"
si
identifica
con
quella
della
causalità
nelle
umane
azioni
:
se
cioè
all
'
uomo
,
in
quanto
è
dotato
della
facoltà
di
volere
,
sia
applicabile
il
principio
di
causalità
.
L
'
uomo
solo
,
dicono
alcuni
,
sfugge
alla
"
legge
di
necessità
"
che
governa
tutti
quanti
gli
altri
esseri
.
Niuna
regola
lo
costringe
,
niuna
legge
fatale
gli
addita
in
anticipo
la
via
da
seguirsi
.
Egli
solo
perciò
è
veramente
libero
;
libero
non
"
relativamente
"
,
come
lo
possono
essere
alcuni
agenti
della
natura
di
fronte
ad
altri
,
ma
"
assolutamente
"
.
A
tali
affermazioni
rispondono
altri
,
facendosi
forti
di
tutto
il
movimento
scientifico
moderno
ed
asserendo
l
'
impero
della
causalità
anche
nel
campo
dell
'
umane
azioni
,
donde
essa
sembrava
voler
essere
per
sempre
esclusa
.
Essi
si
credono
perciò
anche
in
diritto
di
negare
che
le
azioni
umane
possano
dirsi
libere
,
e
ne
traggono
argomento
per
rifiutar
loro
la
responsabilità
,
così
morale
che
giuridica
.
È
un
dilemma
dal
quale
sembra
non
esservi
scampo
:
da
una
parte
una
esigenza
suprema
della
morale
e
del
sentimento
,
dall
'
altra
l
'
autorità
della
scienza
,
oggi
sempre
crescente
.
Delle
due
tesi
alternative
,
la
prima
ci
conduce
alla
concezione
di
una
volontà
quasi
nata
per
miracolo
,
distaccata
da
ogni
suo
antecedente
,
non
atta
ad
essere
studiata
nelle
sue
origini
,
nelle
sue
cause
,
non
suscettibile
cioè
di
alcuna
conoscenza
scientifica
(
scire
est
per
causas
scire
)
;
l
'
altra
sembra
por
capo
ad
un
fatalismo
più
o
meno
larvato
(
poiché
nessuno
,
come
ben
osserva
il
Mill
,
è
coerentemente
fatalista
)
.
E
mentre
il
fatalismo
ci
ripugna
,
ed
è
d
'
altra
parte
contrario
all
'
intuitiva
coscienza
e
all
'
orgoglio
dell
'
uomo
,
l
'
ammettere
una
soluzione
assoluta
della
continuità
naturale
fra
gli
antecedenti
tutti
quanti
della
volontà
e
la
volontà
stessa
,
un
abisso
attraverso
il
quale
non
sia
possibile
tendere
alcun
filo
logico
di
prevedibilità
,
è
cosa
non
meno
contraria
,
per
altri
rispetti
,
alle
nostre
esigenze
pratiche
ed
intellettuali
.
Come
la
morale
sembra
postulare
l
'
affermazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
così
tutta
quanta
la
scienza
dell
'
uomo
sembra
postularne
la
negazione
.
Entrambe
le
alternative
sono
insomma
,
per
dirla
col
James
,
postulati
di
razionalità
,
la
scelta
fra
i
quali
non
può
non
riuscirvi
per
un
lato
od
un
altro
,
dolorosa
.
Nel
fatto
,
sulla
inevitabilità
di
questo
dilemma
sorgono
gravi
dubbi
.
È
evidente
,
che
se
una
necessità
inesorabile
costringesse
gli
uomini
ad
agire
in
determinate
guise
e
non
altrimenti
;
se
l
'
uomo
fosse
condannato
ad
assistere
,
spettatore
inerte
,
automa
cosciente
,
allo
svolgersi
degli
avvenimenti
predeterminati
ab
aeterno
da
un
fato
contro
cui
ogni
resistenza
è
vana
,
la
nostra
credenza
nella
responsabilità
sua
sarebbe
un
imperdonabile
errore
.
Questa
è
la
tesi
del
fatalismo
logico
e
coerente
.
Ma
il
fatalismo
come
dottrina
implica
l
'
impotenza
della
volontà
umana
dinanzi
a
forze
che
la
trascinano
suo
malgrado
:
esso
pone
queste
forze
come
estrinseche
alla
volontà
,
come
fattori
a
lei
esterni
che
entrano
in
lotta
con
lei
e
finalmente
la
dominano
vittoriosamente
.
Per
il
fatalista
,
la
volontà
esiste
come
entità
distinta
,
già
completamente
formata
;
esiste
l
'
impulso
ad
agire
,
la
tendenza
al
bene
o
al
male
,
il
dolore
e
il
piacere
,
il
desiderio
,
l
'
aspirazione
,
l
'
ideale
;
tutto
quel
complesso
di
elementi
che
contribuiscono
alla
costituzione
di
una
volontà
risoluta
;
solo
che
tutte
queste
forze
rimangono
senza
alcun
effetto
.
"
Ducunt
volentem
fata
,
nolentem
trahunt
"
,
è
l
'
espressione
tipica
del
modo
fatalistico
di
concepir
la
vita
:
nel
quale
la
volontà
ed
il
fato
sono
rappresentati
come
potenze
antagonistiche
,
l
'
una
però
destinata
a
soggiacere
eternamente
all
'
altra
.
La
questione
del
libero
arbitrio
però
,
com
'
è
generalmente
intesa
,
non
si
limita
a
considerare
soltanto
la
volontà
in
rapporto
alle
forze
che
ne
possono
limitare
o
contrastare
l
'
effetto
.
Se
infatti
noi
ci
domandiamo
quali
sono
le
cause
che
hanno
prodotta
una
determinata
volizione
,
oppur
discutiamo
in
astratto
se
cause
siffatte
esistono
o
sono
discopribili
,
consideriamo
la
volontà
non
più
ne
'
suoi
effetti
,
ma
nel
processo
stesso
della
sua
formazione
.
Posso
benissimo
conoscere
l
'
atto
volontario
e
saperlo
distinguere
nel
caso
pratico
dagli
atti
di
diversa
natura
,
attribuire
alla
volontà
la
sua
più
piena
efficacia
;
e
nello
stesso
tempo
rimanere
dubbioso
intorno
a
qualche
qualità
propria
dell
'
atto
volontario
stesso
.
Così
posso
pormi
la
questione
,
alla
quale
più
propriamente
si
riduce
la
controversia
del
determinismo
:
fra
le
proprietà
che
distinguono
l
'
azione
volontaria
da
quella
che
non
è
tale
,
si
trova
anche
la
proprietà
di
fare
eccezione
al
principio
di
causalità
?
Si
differenzia
essa
dalle
non
volontarie
per
una
maggiore
indeterminatezza
,
o
per
una
indeterminatezza
assoluta
?
Questa
seconda
questione
è
assai
diversa
dalla
prima
,
se
cioè
gli
atti
umani
dipendano
o
non
dipendano
dalla
volontà
.
Mentre
quella
portava
essenzialmente
sulla
volontarietà
delle
umane
azioni
,
questa
porta
sulla
loro
prevedibilità
;
mentre
quella
verteva
sulla
possibilità
per
noi
di
agire
in
un
modo
piuttosto
che
in
un
altro
,
questa
verte
piuttosto
sulla
possibilità
per
gli
altri
di
influire
su
di
noi
:
mentre
infine
la
soluzione
di
quella
può
decidere
della
fiducia
che
possiamo
avere
in
noi
,
questa
decide
piuttosto
della
fiducia
che
in
noi
possono
avere
gli
altri
.
L
'
insistere
sulla
radicale
diversità
dei
due
problemi
non
è
,
come
alcuno
potrebbe
ritenere
,
l
'
enunciare
un
truismo
:
tale
diversità
è
atta
ad
essere
stranamente
trascurata
.
Molti
la
riconoscono
in
principio
,
per
poi
dimenticarsene
nell
'
ulteriore
svolgimento
delle
loro
dottrine
,
mentre
altri
adoperano
un
linguaggio
che
lascia
incerto
quale
dei
due
problemi
intendano
trattare
.
Ciò
produce
uno
stato
di
confusione
e
d
'
equivoco
da
cui
è
assai
difficile
liberarsi
,
anche
per
le
menti
più
avvezze
alla
critica
logica
.
-
Chi
nega
il
libero
arbitrio
è
raro
che
con
ciò
voglia
negare
il
carattere
di
volontarietà
che
hanno
alcune
fra
le
nostre
azioni
.
Interrogato
,
è
anzi
probabile
ch
'
egli
protesti
contro
una
supposizione
siffatta
.
"
Chi
ha
mai
contestato
,
egli
dirà
,
l
'
esistenza
di
volizioni
e
la
loro
relativa
efficacia
?
Ciò
sarebbe
puerile
.
Sono
i
nostri
avversari
che
ci
fraintendono
.
Per
costoro
,
la
volontà
sorge
dal
nulla
;
è
un
vero
miracolo
;
è
un
concetto
che
si
trova
nel
contrasto
più
aperto
colla
concezione
scientifica
,
"
positiva
"
del
mondo
;
è
infine
una
"
entità
metafisica
"
che
noi
ci
sentiamo
in
diritto
di
scartare
sdegnosamente
.
Ma
altra
cosa
è
affermare
che
le
nostre
relazioni
son
"
necessarie
"
e
altra
cosa
affermare
che
non
possiamo
fare
ciò
che
vogliamo
.
Questa
è
la
libertà
fisica
,
mentre
noi
ci
riferiamo
alla
libertà
"
morale
"
,
fondata
nell
'
assurdo
concetto
di
una
volontà
senza
cause
.
È
soltanto
nel
concetto
di
volontà
che
differiamo
dai
nostri
avversari
;
alla
loro
concezione
metafisica
noi
sostituiamo
la
sola
concezione
positiva
"
.
A
tal
discorso
non
potremmo
rispondere
se
non
che
su
ciò
possiamo
essere
in
parte
d
'
accordo
con
loro
,
e
che
il
solo
argomento
di
discussione
sarà
fino
a
qual
punto
certe
ulteriori
loro
affermazioni
siano
conformi
alla
premessa
così
enunciata
.
Quando
si
muta
il
concetto
di
una
cosa
,
quando
,
in
altre
parole
,
non
si
fa
che
negarle
certe
proprietà
e
attribuirgliene
certe
altre
,
occorre
star
bene
attenti
a
distinguere
dalle
proprietà
che
se
ne
vanno
quelle
che
rimangono
,
per
non
attribuire
a
tal
mutamento
di
concetto
conseguenze
maggiori
di
quelle
che
veramente
ne
derivano
.
Quando
neghiamo
agli
atti
umani
l
'
attributo
della
libertà
,
occorre
essere
ben
cauti
a
sapere
di
qual
libertà
si
parla
.
Per
lungo
tempo
si
è
creduto
che
"
l
'
essenza
"
della
libertà
consistesse
nell
'
indipendenza
da
quel
principio
di
causalità
che
regge
la
natura
esteriore
;
perciò
chi
pretende
estendere
il
principio
di
causalità
alle
azioni
umane
si
è
creduto
in
diritto
di
negare
che
queste
si
possano
dir
"
libere
"
.
Lo
stesso
è
a
dirsi
dell
'
attributo
della
"
volontarietà
"
:
se
i
nostri
atti
volontari
sono
quelli
che
fuggono
ad
ogni
vincolo
causale
,
ciò
significa
che
non
v
'
è
attività
umana
che
meriti
veramente
il
nome
di
volontaria
.
Il
male
si
è
che
le
parole
"
volontario
"
e
"
libero
"
hanno
,
nel
linguaggio
ordinario
,
un
significato
determinato
ed
ormai
consacrato
dall
'
uso
.
Venti
volte
al
giorno
io
dico
:
voglio
,
e
mi
sento
libero
di
eseguire
la
mia
volontà
.
Se
qualcuno
mi
viene
a
dire
che
tale
mia
persuasione
è
frutto
di
una
"
illusione
"
,
il
mio
buon
senso
si
ribella
,
e
sono
inclinato
a
dar
del
mistificatore
al
mio
interlocutore
.
Che
se
poi
le
sue
ragioni
mi
convincono
,
io
ne
risento
un
effetto
deprimente
,
e
propendo
verso
una
concezione
fatalistica
della
vita
.
È
che
la
violazione
dell
'
uso
corrente
delle
parole
non
avviene
quasi
mai
impunemente
;
tosto
o
tardi
la
confusione
si
produce
,
con
danni
teorici
e
pratici
talora
gravissimi
.
È
come
se
qualcuno
spacciasse
monete
con
valore
effettivo
inferiore
al
loro
valor
nominale
,
e
credesse
d
'
essere
scevro
di
ogni
responsabilità
,
e
di
avere
evitato
ogni
inconveniente
,
per
non
essersene
egli
valso
se
non
per
il
loro
valore
effettivo
,
dichiarando
oltre
a
ciò
il
valore
stesso
alla
persona
ricevente
.
A
parte
la
possibilità
della
frode
e
di
illecito
guadagno
per
quest
'
ultima
,
è
certo
che
vi
sarà
tosto
o
tardi
chi
prenderà
le
monete
per
il
loro
valore
nominale
,
se
qualcuno
non
ne
arresta
il
corso
denunziando
l
'
inganno
.
Non
altrimenti
avviene
per
le
parole
adoperate
in
un
senso
troppo
diverso
dall
'
usuale
.
Il
linguaggio
ha
un
valore
essenzialmente
sociale
,
quasi
direi
pubblico
,
e
a
nessun
singolo
è
lecito
farlo
variare
arbitrariamente
.
Ogni
parola
desta
in
noi
,
occorre
non
dimenticarselo
,
una
folla
di
associazioni
,
che
solo
in
parte
soggiacciono
al
nostro
controllo
cosciente
.
Le
"
questioni
di
parola
"
che
generalmente
sono
considerate
come
disquisizioni
sterili
ed
oziose
,
hanno
invece
una
importanza
grande
appunto
per
ciò
:
che
una
parola
,
a
meno
che
non
sia
coniata
ex
novo
,
porta
seco
una
moltitudine
di
rappresentazioni
associate
che
è
vano
il
volere
assolutamente
sopprimere
negli
altri
,
e
perfino
in
noi
.
Il
chiedersi
se
ad
un
dato
oggetto
sia
applicabile
un
dato
nome
equivale
praticamente
a
chiedersi
se
tale
oggetto
possegga
le
qualità
che
da
tal
nome
sono
o
debbono
essere
rappresentate
ed
evocate
,
se
cioè
tale
oggetto
debba
farsi
registrare
nella
"
classe
di
oggetti
"
che
il
nome
designa
.
Ogni
questione
di
parola
pertanto
,
coinvolgendo
più
o
meno
direttamente
una
questione
di
classificazione
,
è
nello
stesso
tempo
anche
una
questione
di
pensiero
:
la
sola
differenza
fra
essa
e
la
"
questione
di
fatto
"
consistendo
in
ciò
,
che
mentre
in
quest
'
ultima
si
tratta
di
vedere
se
esista
un
determinato
oggetto
o
quali
sono
i
suoi
rapporti
con
altri
,
nella
prima
si
discute
se
quei
rapporti
(
ad
es
.
di
somiglianza
)
che
abbiamo
constatati
fra
più
oggetti
e
che
vengono
connotati
da
un
nome
si
estendano
anche
ad
un
altro
oggetto
:
il
che
si
esprime
dicendo
che
questo
oggetto
deve
o
non
deve
essere
chiamato
in
quel
dato
modo
.
Non
si
meravigli
quindi
alcuno
se
ravviserà
nella
presente
discussione
del
problema
del
libero
arbitrio
i
caratteri
propri
della
"
questione
di
parola
"
.
È
appunto
solo
sollevando
una
"
questione
di
parola
"
che
le
nostre
idee
sul
libero
arbitrio
e
i
suoi
rapporti
colla
responsabilità
morale
e
giuridica
potranno
farsi
chiare
;
ed
è
dal
non
averla
sollevata
per
tempo
che
dipende
,
in
gran
parte
,
lo
sterile
dispendio
di
forze
intellettuali
che
intorno
a
questa
questione
si
è
prodotto
.
L
'
inconveniente
,
che
rende
difficili
tutte
le
questioni
del
genere
di
questa
del
libero
arbitrio
,
non
è
,
come
alcuno
ha
creduto
,
ch
'
esse
non
abbiano
per
oggetto
l
'
esperienza
accessibile
e
che
perciò
offrano
soluzioni
le
une
e
le
altre
egualmente
indimostrabili
come
vere
;
ma
che
i
concetti
e
le
idee
sono
in
esse
rappresentate
da
parole
il
cui
significato
,
volgare
o
filosofico
,
ha
variato
storicamente
e
non
è
oggi
facile
a
definirsi
,
e
che
quindi
recano
implicazioni
intellettuali
o
sentimentali
aventi
coi
concetti
maestri
,
per
così
dire
,
un
semplice
rapporto
di
contiguità
e
non
di
dipendenza
logica
.
Vedremo
ciò
meglio
or
ora
.
Ma
è
così
che
spesso
gli
avversari
discutono
come
se
asserissero
cose
irreconciliabilmente
opposte
,
mentre
in
realtà
fanno
affermazioni
che
potrebbero
benissimo
sussistere
l
'
una
accanto
all
'
altra
senza
nuocersi
:
ed
avviene
altresì
che
ciascuno
di
essi
,
trasportato
dalla
foga
della
disputa
e
dallo
spirito
di
scuola
,
nonché
tratto
in
inganno
dal
suono
stesso
delle
proprie
parole
,
trascura
di
fare
le
necessarie
distinzioni
e
si
rifiuta
di
ammettere
quelle
parti
della
dottrina
avversaria
,
spesso
le
più
fondamentali
,
alle
quali
egli
non
avrebbe
di
per
sé
alcuna
obbiezione
da
fare
.
Avviene
pertanto
che
l
'
errore
di
ciascuno
consista
piuttosto
in
ciò
che
ognuno
indebitamente
nega
dell
'
altro
,
anziché
in
ciò
ch
'
egli
afferma
di
cognizione
propria
;
e
nelle
conseguenze
ch
'
egli
da
questa
indiscriminata
negazione
trae
.
-
È
generalmente
nota
la
distinzione
fra
quei
giudizii
che
il
Kant
chiama
analitici
e
quelli
ch
'
egli
chiama
sintetici
,
e
che
furono
per
lo
addietro
designati
come
proposizioni
essenziali
e
proposizioni
accidentali
.
Mentre
colle
proposizioni
sintetiche
,
che
possono
anche
essere
chiamate
proposizioni
reali
(
Mill
)
,
intendiamo
asserire
qualche
cosa
di
nuovo
nell
'
oggetto
designato
da
un
nome
,
che
perciò
non
era
implicato
nel
significato
del
nome
stesso
,
nelle
proposizioni
analitiche
,
che
possono
essere
considerate
come
verbali
,
noi
"
asseriamo
di
una
cosa
sotto
ad
un
nome
determinato
solo
ciò
che
è
asserito
di
essa
per
il
semplice
fatto
di
averla
chiamata
con
quel
nome
"
(
Mill
)
.
Tale
distinzione
non
ha
forse
quell
'
importanza
che
le
venne
da
alcuni
attribuita
,
per
il
fatto
che
praticamente
riesce
assai
difficile
il
riconoscere
quali
sono
le
proposizioni
analitiche
e
quali
le
sintetiche
.
Le
parole
non
conservano
il
medesimo
significato
da
tempo
a
tempo
,
né
da
individuo
ad
individuo
.
Esse
vanno
ora
estendendo
il
loro
senso
a
proprietà
che
prima
erano
fuori
dalla
loro
sfera
d
'
applicazione
,
ora
abbandonandone
altre
che
prima
in
essa
rientravano
.
Onde
non
sempre
le
proposizioni
sono
sintetiche
o
analitiche
per
tutti
:
certe
proprietà
,
che
per
alcuni
sono
pure
e
semplici
implicazioni
del
significato
di
una
parola
,
per
altri
,
più
ignoranti
o
meno
riflessivi
,
sono
elementi
nuovi
,
su
cui
la
loro
attenzione
va
espressamente
richiamata
.
"
Le
parole
,
scrive
un
arguto
filosofo
,
che
sono
l
'
intermediario
indispensabile
fra
il
mio
pensiero
e
l
'
altrui
,
hanno
ben
l
'
aria
di
essere
un
intermediario
inutile
ed
incomodo
fra
il
pensiero
e
il
suo
oggetto
.
Il
pensiero
per
sua
natura
è
dinamico
e
vivente
;
esso
non
è
,
ma
diventa
,
è
un
progresso
,
non
una
cosa
;
esso
è
un
organismo
di
cui
le
immagini
rappresentano
le
cellule
,
con
questa
differenza
,
che
"
ogni
cellula
occupa
un
punto
determinato
del
corpo
,
mentre
un
'
idea
veramente
nostra
riempie
tutto
il
nostro
organismo
"
(
Bergson
)
.
Le
immagini
si
avviluppano
,
si
generano
,
si
penetrano
fra
di
loro
;
esse
formano
un
tessuto
vivente
.
Questo
tessuto
,
il
linguaggio
lo
lacera
,
lo
mette
in
brandelli
,
poi
ch
'
esso
esige
che
"
noi
stabiliamo
fra
le
nostre
idee
le
medesime
distinzioni
nette
e
precise
,
la
medesima
discontinuità
che
fra
gli
oggetti
materiali
"
(
Bergson
)
.
Come
l
'
arcobaleno
sulla
cascata
permane
colla
sua
gamma
di
vivaci
colori
nonostante
il
fluire
incessante
delle
molecole
liquide
che
ne
sono
quasi
il
sostegno
materiale
,
come
il
corpo
umano
si
mantiene
colle
sue
fattezze
pressoché
inalterate
attraverso
al
perenne
rinnovarsi
della
materia
organica
che
lo
compone
,
così
,
mentre
il
pensiero
si
trova
in
uno
stato
di
plasticità
e
di
fluidità
continue
,
le
forme
del
linguaggio
che
servono
ad
esprimerlo
hanno
la
fissità
dei
solidi
che
non
mutano
d
'
aspetto
se
non
per
la
lenta
corrosione
degli
elementi
esteriori
.
Parole
rimaste
quasi
inalterate
a
traverso
i
secoli
sono
passate
a
poco
a
poco
per
infinite
sfumature
di
significato
,
in
modo
da
trovarsi
alla
fine
della
loro
evoluzione
a
contatto
,
per
così
dire
,
con
pensieri
diversissimi
da
quelli
ch
'
esse
rappresentavano
originariamente
.
La
storia
delle
scienze
e
della
filosofia
ci
offre
innumerevoli
esempi
di
questa
attitudine
del
pensiero
a
scivolare
sotto
alle
parole
.
E
ciò
che
si
verifica
per
i
popoli
si
verifica
pure
per
gli
individui
.
Per
il
medesimo
individuo
,
nei
diversi
stadi
della
sua
vita
,
a
seconda
dei
diversi
gradi
della
sua
educazione
e
della
sua
esperienza
,
il
significato
di
una
parola
cambia
.
Così
pure
se
ci
volgiamo
a
considerare
i
rapporti
degli
uomini
fra
di
loro
,
vediamo
che
per
quanto
i
diversi
individui
adoperino
gli
stessi
termini
a
designare
a
un
dipresso
i
medesimi
oggetti
,
dietro
a
tale
uso
abbastanza
uniforme
si
celano
differenze
notevoli
nel
senso
dei
termini
stessi
.
In
altre
parole
,
numerose
espressioni
,
pure
avendo
per
tutti
la
medesima
estensione
,
non
hanno
per
tutti
la
medesima
comprensione
:
non
altrimenti
che
gli
oggetti
sul
mercato
,
vendutivi
ad
un
prezzo
ch
'
è
eguale
all
'
incirca
per
tutti
,
possono
rappresentare
per
gl
'
individui
che
se
li
scambiano
gradi
diversissimi
di
valore
subbiettivo
,
cioè
di
"
utilità
marginale
"
.
"
Ciò
dipende
,
dice
il
succitato
scrittore
,
dal
modo
in
cui
facciamo
la
conoscenza
delle
parole
.
È
a
forza
di
veder
attribuire
le
medesime
parole
ad
una
quantità
di
oggetti
differenti
che
si
arriva
ad
indovinarne
il
senso
,
se
pur
ci
si
arriva
:
poiché
di
rado
si
osserva
,
e
mai
con
grande
precisione
,
e
qualche
volta
non
si
osserva
affatto
ciò
che
tutti
questi
oggetti
hanno
in
comune
.
Così
"
un
fratello
sa
chi
sono
i
suoi
fratelli
e
le
sue
sorelle
,
molto
tempo
prima
di
avere
una
nozione
qualsiasi
della
natura
dei
fatti
implicati
nel
significato
di
tali
nomi
(
MILL
,
System
of
logic
,
I
,
1
,
Ch
.
II
)
"
.
"
Per
provare
che
qualche
fraintendimento
esiste
sempre
in
fondo
alle
conversazioni
,
basta
considerarne
parecchie
che
si
succedono
sul
medesimo
argomento
.
Il
malinteso
,
impercettibile
a
prima
vista
,
diventa
allora
patente
e
colpisce
le
menti
anche
meno
accorte
.
È
così
che
la
storia
si
converte
in
leggenda
.
Il
sistema
filosofico
più
intelligibile
in
sé
e
più
chiaramente
esposto
,
se
si
propaga
e
si
estende
,
è
atto
a
diventare
una
raccolta
di
formole
vane
od
una
nuova
dottrina
.
Esso
non
è
più
compreso
o
è
mal
compreso
.
E
in
tal
modo
che
nel
Medio
Evo
ogni
commento
alla
filosofia
di
Aristotile
è
un
traviamento
oppure
un
pensiero
originale
.
Ora
la
scolastica
è
un
fatto
di
tutti
i
tempi
:
essa
compare
nell
'
antichità
,
e
il
Rinascimento
l
'
ha
appena
rovesciata
ch
'
esso
la
ristabilisce
sotto
altra
forma
"
.
Comunque
,
è
il
fatto
che
le
parole
non
hanno
eguale
comprensione
per
tutti
coloro
che
le
adoperano
,
quello
che
rende
quasi
impossibile
stabilire
quali
siano
le
proposizioni
sintetiche
e
quali
le
analitiche
.
Così
si
suol
addurre
generalmente
,
seguendo
il
Kant
,
come
esempio
di
proposizione
analitica
la
frase
:
i
corpi
sono
estesi
,
mentre
quest
'
altra
:
i
corpi
sono
pesanti
,
sarebbe
una
proposizione
sintetica
.
Ora
ciò
non
è
esatto
,
poiché
se
chi
ha
studiato
nei
libri
di
fisica
,
dove
corpo
è
generalmente
definito
come
ciò
che
occupa
dello
spazio
,
è
probabile
pensi
che
l
'
estensione
è
un
attributo
assai
più
direttamente
implicato
in
tal
nome
;
d
'
altra
parte
può
darsi
che
l
'
operaio
o
il
contadino
,
che
assai
più
spesso
ha
sentito
la
pesantezza
dei
corpi
di
quel
che
non
abbia
ragionato
sulla
loro
estensione
,
troverà
più
naturale
attribuir
loro
la
prima
che
la
seconda
.
È
vero
che
mentre
tutti
i
corpi
"
occupano
dello
spazio
"
,
vi
sono
dei
corpi
che
non
pesano
pel
braccio
che
li
solleva
;
ma
se
per
pesante
s
'
intende
semplicemente
soggetto
alla
gravità
,
si
vedrà
che
la
frase
:
i
corpi
sono
pesanti
,
è
non
meno
analitica
dell
'
altra
.
Il
principio
d
'
inerzia
,
o
di
conservazione
dell
'
energia
,
e
quello
della
conservazione
della
materia
ci
appajono
oggi
così
evidenti
che
sono
da
alcuno
in
ciò
equiparati
agli
assiomi
della
aritmetica
.
Eppure
vi
è
stato
un
tempo
in
cui
tali
verità
erano
apertamente
disconosciute
,
in
cui
si
credeva
che
il
movimento
si
esaurisse
e
la
materia
svanisse
senza
lasciar
traccia
di
sé
,
ed
è
solo
attraverso
ad
una
lunga
serie
di
sforzi
intellettuali
che
gli
uomini
sono
arrivati
a
convincersi
del
contrario
.
Il
principio
che
la
materia
"
non
si
crea
né
si
distrugge
"
,
è
asceso
al
grado
di
giudizio
analitico
solo
in
tempi
relativamente
recenti
.
In
tesi
generale
il
cammino
della
scienza
tende
ad
aumentare
il
numero
delle
proposizioni
che
sono
,
o
possono
essere
per
chi
le
enuncia
,
analitiche
.
-
Le
leggi
scientifiche
formulano
rapporti
invariabili
di
coesistenza
e
successione
fra
fatti
e
proprietà
;
il
che
ci
permette
di
dedurre
dalla
presenza
di
un
fatto
o
di
una
proprietà
una
catena
sempre
più
lunga
di
fatti
o
proprietà
.
-
Ora
le
proprietà
di
un
oggetto
sono
quelle
che
servono
alla
sua
definizione
-
un
oggetto
è
un
insieme
di
proprietà
costantemente
legate
fra
loro
.
-
Ciò
che
ci
dà
il
concetto
di
un
oggetto
non
è
che
l
'
insieme
delle
sue
proprietà
essenziali
:
e
tali
sono
quelle
appunto
che
intendo
attribuirgli
quando
gli
assegno
quel
dato
nome
.
E
quando
io
affermo
di
un
oggetto
una
di
queste
proprietà
le
quali
sono
,
o
possono
essere
contenute
nella
sua
definizione
,
io
enuncio
una
proposizione
analitica
.
Ora
la
scienza
accresce
il
numero
delle
proprietà
legate
fra
loro
in
modo
,
che
la
presenza
di
una
di
essa
sia
indizio
certo
della
presenza
delle
altre
.
-
Tutte
le
proposizioni
generali
ch
'
essa
enuncia
sono
sintetiche
per
chi
le
ode
per
la
prima
volta
,
ma
sono
atte
a
divenir
analitiche
per
chi
è
familiare
con
esse
.
Se
tutti
gli
oggetti
designati
da
un
nome
posseggono
invariabilmente
,
oltre
alle
proprietà
sin
qui
conosciute
come
costituenti
la
connotazione
del
nome
stesso
,
anche
altre
proprietà
ciò
vorrà
dire
che
basterà
d
'
ora
in
poi
semplicemente
aver
applicato
il
nome
stesso
ad
un
oggetto
per
intendere
che
questo
possiede
,
oltre
a
quelle
,
anche
queste
.
"
La
scienza
,
scrive
il
Dugas
,
è
un
linguaggio
ben
fatto
,
e
questo
linguaggio
è
l
'
espressione
,
ognora
più
abbreviativa
e
più
semplice
,
di
una
realtà
meglio
conosciuta
nei
suoi
particolari
e
nella
sua
complessità
"
.
Ma
se
pertanto
col
progredire
della
scienza
il
numero
dei
giudizi
analitici
tende
a
crescere
,
talora
per
avventura
accade
che
una
proprietà
,
fino
a
un
certo
momento
ritenuta
"
essenziale
"
ad
un
dato
oggetto
,
si
scopra
non
esser
tale
,
sia
perché
si
trovano
altri
oggetti
,
pur
aventi
tale
comunanza
di
proprietà
con
quello
da
costringerci
a
chiamarlo
collo
stesso
nome
,
ma
mancanti
di
quella
proprietà
in
particolare
;
sia
perché
una
nuova
corrente
di
pensiero
porti
a
negare
quell
'
opinione
finora
generale
.
In
breve
,
anche
nel
cammino
della
scienza
bisogna
tener
conto
dell
'
errore
possibile
.
Che
avverrebbe
se
domani
si
verificasse
un
caso
ben
constatato
di
annullamento
della
materia
?
-
Quando
si
scopre
l
'
errore
,
cioè
si
riconosce
che
una
data
proprietà
non
è
affatto
,
come
si
credeva
,
caratteristica
di
un
dato
oggetto
,
una
scelta
si
impone
:
o
si
mantiene
il
nome
di
prima
a
quel
gruppo
d
'
oggetti
,
rifiutando
d
'
ora
innanzi
la
definizione
che
se
ne
dava
mediante
quella
proprietà
;
o
si
seguita
a
ritenere
quella
proprietà
essenziale
all
'
applicabilità
del
nome
,
affermando
così
che
il
tal
gruppo
di
oggetti
non
"
merita
"
più
tal
nome
.
Ad
ogni
modo
tutto
ciò
mette
sempre
capo
ad
un
rifiuto
o
ad
una
sostituzione
di
definizione
.
Tale
rifiuto
o
sostituzione
non
interessa
gli
oggetti
reali
se
non
per
ciò
che
riguarda
quella
o
quelle
determinate
proprietà
.
Gli
oggetti
rimangono
integri
pel
rimanente
,
né
apprendiamo
nulla
sulla
loro
esistenza
o
meno
.
Non
sempre
però
di
ciò
si
tien
conto
.
Accade
,
abbiamo
visto
,
che
coloro
i
quali
sono
avvezzi
a
sentir
definire
l
'
oggetto
mediante
quella
proprietà
particolare
,
si
rifiutino
d
'
ora
innanzi
ad
applicare
il
nome
di
quell
'
oggetto
al
complesso
di
proprietà
rimanenti
,
o
,
ciò
che
è
lo
stesso
si
rifiutino
di
ammettere
l
'
esistenza
di
oggetti
a
cui
quel
nome
sia
applicabile
,
col
pretesto
che
quelli
che
esistono
"
mancano
delle
proprietà
necessarie
per
potere
essere
così
chiamati
"
.
Che
cosa
ne
deriva
?
che
siccome
invece
nel
linguaggio
ordinario
il
nome
indica
anche
la
presenza
delle
altre
proprietà
,
il
loro
rifiuto
è
male
interpretato
,
si
crede
che
"
l
'
oggetto
"
sia
addirittura
negato
,
e
se
ne
desumono
delle
conseguenze
che
sono
altrettante
erronee
quanto
difficili
a
dimostrarsi
tali
.
Infatti
la
premessa
onde
si
parte
,
il
rifiuto
di
applicare
un
dato
nome
,
può
esser
giusta
;
ma
secundum
quid
,
vale
a
dire
secondo
la
definizione
particolare
che
del
nome
è
stata
data
.
D
'
altra
parte
le
conseguenze
sono
tratte
da
quel
rifiuto
preso
sic
et
simpliciter
,
come
riguardante
il
nome
nella
sua
più
completa
ed
usuale
connotazione
.
Ci
troviamo
quindi
dinnanzi
ad
un
sofisma
,
che
spesso
si
cela
sotto
le
pieghe
di
una
sottilissima
e
complicatissima
dialettica
,
ma
che
non
è
per
questo
meno
fecondo
di
danni
.
-
Se
ora
consideriamo
più
particolarmente
la
questione
del
"
libero
arbitrio
"
vediamo
subito
come
ad
essa
si
applichi
tutto
ciò
che
abbiamo
detto
sin
qui
sulla
influenza
di
un
linguaggio
poco
preciso
nel
rendere
pressoché
insolubili
certi
problemi
.
-
La
fusione
del
problema
del
fatalismo
con
quello
della
"
causalità
delle
umane
azioni
"
è
stata
ed
è
prevalentemente
favorita
dalla
non
sufficiente
accuratezza
nell
'
accertare
che
cosa
si
intende
dire
colle
parole
causa
,
necessità
,
libertà
,
quando
si
afferma
che
anche
le
volizioni
umane
sono
necessarie
,
che
di
esse
si
potrebbero
determinare
le
cause
con
altrettanta
sicurezza
come
a
riguardo
di
qualunque
fenomeno
naturale
;
che
l
'
uomo
pertanto
non
è
"
libero
"
.
Senza
tener
conto
di
ciò
,
rimarrà
sempre
inesplicabile
come
la
conciliazione
fra
i
concetti
di
libertà
e
necessità
appaia
agli
uni
così
semplice
ed
evidente
,
mentre
ad
altri
essa
appare
addirittura
una
cosa
"
enorme
"
.
-
Alla
domanda
:
esiste
il
libero
arbitrio
?
-
si
potranno
dare
risposte
in
apparenza
contraddittorie
,
in
realtà
suscettibili
di
essere
nello
stesso
tempo
vere
e
false
,
fintanto
che
non
si
è
data
una
soluzione
alla
prima
questione
:
che
cosa
cioè
s
'
intenda
,
o
si
debba
intendere
per
libero
arbitrio
.
Originariamente
,
liberum
arbitrium
non
poteva
voler
dire
altro
che
la
facoltà
di
scegliere
volontariamente
fra
le
diverse
azioni
quella
che
si
preferisca
,
e
di
menare
ad
esecuzione
il
verdetto
della
volontà
.
Libero
arbitrio
e
volontà
non
potevano
avere
significato
diverso
,
e
questione
del
libero
arbitrio
non
poteva
rappresentare
se
non
la
questione
se
e
fino
a
che
punto
l
'
uomo
possa
volere
ciò
che
fa
.
Solo
più
tardi
questa
-
se
l
'
uomo
possa
volere
ciò
che
fa
e
fare
ciò
che
vuole
-
venne
considerata
come
la
questione
semplicemente
della
libertà
fisica
,
-
questione
facilmente
risolubile
in
senso
affermativo
;
mentre
la
questione
detta
del
"
libero
arbitrio
"
fu
trasportata
in
una
sfera
più
alta
,
quella
della
"
libertà
metafisica
"
in
cui
pur
si
stimò
conservasse
gran
parte
della
sua
importanza
pratica
e
morale
e
seguitasse
ad
essere
il
fondamento
della
responsabilità
etica
ed
anche
giuridica
.
Tale
libertà
metafisica
poi
fu
fatta
consistere
nell
'
indipendenza
più
assoluta
da
ogni
vincolo
di
causalità
.
Per
comprender
per
qual
processo
psicologico
sia
avvenuto
tale
trapasso
,
occorre
considerare
che
per
lungo
tempo
,
specialmente
sotto
l
'
influsso
del
pensiero
teologico
,
fu
creduto
che
l
'
indipendenza
dalla
causalità
costituisse
effettivamente
l
'
"
essenza
"
dell
'
atto
volontario
,
e
la
proprietà
fondamentale
per
cui
questo
potesse
dirsi
libero
e
quindi
responsabile
.
La
parola
libertà
poteva
dunque
per
tutto
questo
tempo
"
connotare
"
indifferentemente
l
'
attributo
della
volontarietà
e
quello
della
mancanza
di
causalità
.
Ma
quando
cambiò
il
modo
di
considerar
la
natura
dell
'
azione
volontaria
;
quando
si
suppose
o
si
credette
dimostrato
che
anche
di
essa
potevano
rintracciarsi
le
cause
;
ne
venne
che
chi
al
nome
libertà
faceva
corrispondere
soprattutto
il
secondo
degli
attributi
si
credette
poter
affermar
legittimamente
che
l
'
uomo
non
fosse
libero
,
e
conseguentemente
anche
che
non
fosse
neppur
responsabile
delle
proprie
azioni
.
Ne
nacque
quindi
la
credenza
che
alla
responsabilità
morale
nell
'
uomo
non
bastasse
la
libertà
fisica
,
pratica
,
ch
'
egli
asserisce
ad
ogni
istante
della
sua
vita
dicendo
:
io
voglio
,
-
ma
fosse
necessaria
una
libertà
più
elevata
e
recondita
,
di
cui
fu
fatto
un
problema
a
parte
.
Ora
è
intorno
a
questo
concetto
di
una
libertà
"
superiore
"
che
verte
tutta
la
questione
.
L
'
estensione
della
parola
libertà
a
quest
'
ulteriore
problema
è
cosa
legittima
,
e
tale
da
non
ingenerare
equivoci
?
Ed
è
proprio
questa
la
libertà
in
cui
ha
suo
fondamento
il
concetto
dell
'
umana
responsabilità
?
La
nostra
opinione
è
che
il
problema
della
libertà
è
uno
solo
.
Ed
è
il
problema
della
volontarietà
.
Ogni
indagine
avente
per
oggetto
una
libertà
"
ulteriore
"
,
più
profonda
e
verace
di
questa
implica
un
impiego
abusivo
di
termini
atto
a
traviare
il
pensiero
filosofico
,
e
pertanto
da
scartarsi
.
Quando
,
nella
discussione
intorno
al
libero
arbitrio
,
gli
uni
asseriscono
che
l
'
uomo
non
è
libero
,
l
'
importo
vero
della
loro
asserzione
è
che
l
'
uomo
non
possa
dirsi
libero
secondo
la
definizione
speciale
data
del
liberum
arbitrium
indifferentiae
dai
loro
avversari
.
Senza
tener
conto
di
ciò
ogni
apprezzamento
della
loro
dottrina
e
delle
sue
conseguenze
riescirà
malsicuro
.
Essi
intendono
semplicemente
negare
che
delle
volizioni
umane
sia
assolutamente
impossibile
rintracciare
le
cause
,
e
di
"
negare
"
quindi
quel
concetto
di
libertà
che
in
tale
assenza
di
cause
la
faceva
consistere
.
Ma
la
parola
libertà
,
come
le
altre
che
occorrono
in
questa
questione
,
"
causa
"
,
"
necessità
"
,
e
simili
,
hanno
-
giova
ripeterlo
-
un
significato
ormai
consacrato
dall
'
uso
.
La
distinzione
fra
atti
liberi
e
non
liberi
è
una
distinzione
che
ci
serve
continuamente
nelle
vicissitudini
quotidiane
.
Tutti
noi
profferiamo
continuamente
giudizi
sulla
libertà
nostra
o
l
'
altrui
,
valutiamo
l
'
innocenza
o
la
colpevolezza
di
questo
o
quell
'
individuo
,
ne
ricerchiamo
le
scuse
,
le
attenuanti
o
le
aggravanti
,
senza
mai
aver
ragionato
se
le
nostre
affermazioni
implichino
la
negazione
della
causalità
e
senza
il
più
delle
volte
sospettare
neppure
di
trattar
come
risolto
"
un
problema
metafisico
della
più
alta
importanza
e
difficoltà
"
.
Prendiamo
le
parole
così
come
ci
vengono
presentate
dall
'
uso
volgare
,
e
le
applichiamo
,
senza
troppo
esitare
,
ai
casi
pratici
ogni
qualvolta
in
essi
ravvisiamo
certi
caratteri
,
certi
segni
,
che
sono
,
logicamente
parlando
,
quelle
che
si
chiamano
le
note
dei
nostri
concetti
,
e
formano
la
connotazione
delle
parole
.
Determinare
quali
sono
queste
note
,
e
qual
è
pertanto
il
contenuto
dei
giudizi
che
tutti
noi
,
uomini
incolti
e
scienziati
,
confusi
nelle
esigenze
della
vita
pratica
,
dieci
e
dieci
volte
al
giorno
profferiamo
,
è
compito
d
'
importanza
,
non
solo
psicologica
,
ma
anche
logica
e
filosofica
grandissima
.
Esso
è
anzi
lo
scopo
di
gran
parte
dell
'
indagine
filosofica
passata
e
presente
.
Non
altrimenti
vanno
considerate
tutte
le
speculazioni
che
soglionsi
raggruppare
sotto
il
nome
di
teoria
della
conoscenza
.
Le
classiche
ricerche
di
Berkeley
sul
concetto
di
realtà
,
di
Hume
sul
concetto
di
causa
,
per
tacer
d
'
altre
,
non
hanno
,
come
venne
da
molti
creduto
,
lo
scopo
di
rispondere
alla
domanda
"
se
la
realtà
esista
"
o
"
sia
conoscibile
"
se
si
possano
o
no
ritrovare
le
cause
vere
dei
fenomeni
;
ma
piuttosto
di
analizzare
il
contenuto
di
tali
concetti
,
da
dirci
che
cosa
intendiamo
dire
quando
enunciamo
giudizi
sulla
realtà
dei
fenomeni
e
sulle
loro
cause
.
Sarebbe
assurdo
il
pensare
che
tali
giudizi
siano
privi
di
senso
,
e
che
i
termini
corrispondenti
meritino
addirittura
di
essere
cancellati
dal
nostro
vocabolario
"
scientifico
"
.
Si
potrà
discutere
quali
siano
i
caratteri
su
cui
si
basa
la
distinzione
fra
atti
liberi
e
non
liberi
,
non
già
rifiutarla
senz
'
altro
.
Alcune
distinzioni
,
specie
se
create
artificialmente
dallo
scienziato
in
vista
di
certe
differenze
fra
i
fatti
,
possono
bensì
essere
scartate
senza
scrupolo
e
abbandonate
per
sempre
,
ove
si
riconosca
inesistente
la
differenza
su
cui
si
fondavano
:
ma
altre
invece
-
che
troppo
di
frequente
ci
servono
nel
linguaggio
parlato
e
che
è
lecito
quindi
presumere
siano
basate
su
differenze
reali
fra
i
fenomeni
,
se
anche
generiche
e
difficili
a
determinarsi
-
non
possono
esserlo
senza
gravi
inconvenienti
.
"
Si
potrebbe
dire
,
scrive
il
Vailati
,
che
la
tattica
più
opportuna
da
adottarsi
dal
filosofo
e
dallo
psicologo
,
di
fronte
ad
una
parola
che
,
dalla
tradizione
o
dal
linguaggio
comune
,
gli
venga
presentata
con
significato
indeciso
o
viziato
da
pericolose
associazioni
,
sia
quella
consigliata
dal
vangelo
rispetto
al
peccatore
:
"
non
si
deve
desiderare
la
morte
ma
ch
'
essa
si
converta
e
viva
"
;
che
cioè
essa
,
spogliata
e
purificata
da
ogni
indeterminatezza
od
ambiguità
,
entri
a
far
parte
del
linguaggio
tecnico
assumendo
un
senso
quanto
meno
è
possibile
disforme
da
quello
che
vagamente
e
quasi
istintivamente
il
linguaggio
comune
le
attribuisce
"
.
Se
ora
interroghiamo
l
'
uso
popolare
;
se
ci
domandiamo
che
cosa
vogliamo
dire
quando
diciamo
di
essere
liberi
di
scegliere
questo
piuttosto
che
quel
corso
d
'
azione
,
vediamo
che
in
ogni
caso
ci
riferiamo
alla
nostra
facoltà
di
volere
una
cosa
piuttosto
che
un
'
altra
,
e
di
eseguire
la
nostra
determinazione
volontaria
.
Qualunque
sia
il
risultato
dei
moderni
studi
di
psicologia
e
di
fisiologia
sulla
volontà
;
qualunque
sia
la
risposta
che
la
scienza
moderna
sarà
per
dare
a
quell
'
altro
e
"
più
elevato
"
problema
:
se
le
nostre
azioni
siano
o
no
determinate
da
cause
;
resterà
sempre
per
noi
ridubitata
l
'
esistenza
di
un
'
azione
volontaria
come
distinta
dall
'
azione
involontaria
.
Spetterà
allo
psicologo
,
al
fisiologo
,
al
filosofo
il
determinare
su
che
si
basi
tal
distinzione
,
lo
spinger
quindi
più
innanzi
l
'
indagine
intorno
alla
natura
dei
fatti
implicati
nel
nostro
discorso
quando
diciamo
di
volere
.
Ma
il
fatto
che
talora
vogliamo
,
e
talora
non
vogliamo
agire
,
che
talora
la
nostra
volontà
resta
senza
efficacia
,
talora
invece
sortisce
il
suo
pieno
effetto
,
non
potrà
essere
distrutto
da
alcuno
sforzo
di
dialettica
.
Avremo
fatto
un
gran
passo
innanzi
quando
ci
saremo
convinti
che
ciò
che
il
senso
comune
ha
in
ogni
tempo
postulato
non
è
la
libertà
"
metafisica
"
,
consistente
nell
'
esser
sciolti
da
ogni
vincolo
di
"
causalità
"
,
ma
è
la
libertà
pratica
,
"
fisica
"
di
fare
ciò
che
vogliamo
.
-
Aggiungiamo
che
a
questo
riguardo
il
responso
della
scienza
e
della
filosofia
non
può
essere
che
la
piena
giustificazione
di
quello
del
senso
comune
.
L
'
uomo
è
dotato
di
aspirazioni
sentimentali
ed
ideali
,
di
una
ragione
capace
di
guidar
la
sua
mano
nella
scelta
dei
fini
e
dei
mezzi
,
di
una
mente
cioè
,
nella
quale
si
rispecchia
l
'
avvenire
e
dalla
quale
l
'
avvenire
è
in
parte
plasmato
;
ciò
sarà
sempre
vero
,
sia
che
la
mente
stessa
segua
ne
'
suoi
processi
una
tal
qual
regolarità
che
ci
permetta
un
giorno
di
determinarne
le
leggi
,
sia
che
questo
debba
restar
in
eterno
vietato
agli
sforzi
degli
psicologi
.
Poiché
tale
è
la
sola
pretesa
legittima
che
possano
vantare
i
"
deterministi
"
.
E
se
essi
hanno
così
spesso
palesata
la
tendenza
a
negare
o
almeno
a
deprezzare
l
'
efficacia
direttiva
della
nostra
ragione
sulle
nostre
azioni
,
nel
che
consiste
propriamente
la
volontà
e
così
pure
la
libertà
,
ciò
dipende
oltre
a
tutto
dal
persistere
in
loro
di
un
concetto
della
causalità
e
della
necessità
,
che
essi
stessi
poi
magari
in
altre
occasioni
professano
di
rigettare
.
-
È
ciò
che
osserva
il
Mill
in
un
celebre
capitolo
del
suo
Sistema
di
logica
.
"
Molti
non
credono
affatto
,
egli
dice
,
e
pochissimi
sentono
praticamente
che
non
v
'
è
nella
causalità
nulla
oltre
ad
una
invariabile
,
certa
ed
incondizionale
successione
.
Pochi
sono
coloro
ai
quali
la
semplice
costanza
di
successione
appaia
un
vincolo
di
unione
abbastanza
stringente
per
un
rapporto
di
natura
così
speciale
come
quello
di
causa
ed
effetto
.
-
Anche
se
la
ragione
lo
ripudia
,
l
'
immaginazione
conserva
il
sentimento
di
una
connessione
più
intima
,
di
un
qualche
strano
legame
o
misteriosa
costrizione
esercitata
dall
'
antecedente
sul
conseguente
.
Ora
è
appunto
ciò
che
,
considerato
in
applicazione
alla
umana
volontà
,
confligge
colla
nostra
coscienza
e
rivolta
i
nostri
sentimenti
.
-
Siamo
certi
,
che
nel
caso
delle
nostre
religioni
una
tal
costrizione
misteriosa
non
esiste
"
.
"
Coloro
che
credono
che
le
cause
traggano
seco
i
loro
effetti
per
un
mistico
legame
hanno
ragione
di
credere
che
la
relazione
fra
le
volizioni
e
i
loro
antecedenti
sia
d
'
altra
natura
.
Ma
essi
dovrebbero
fare
un
passo
innanzi
,
e
riconoscere
che
questo
è
anche
vero
del
rapporto
di
ogni
altro
effetto
col
suo
antecedente
.
Se
un
tal
vincolo
è
considerato
come
implicato
dalla
parola
necessità
,
la
dottrina
non
è
vera
delle
azioni
umane
;
ma
neppure
è
essa
allora
vera
degli
oggetti
inanimati
.
Sarebbe
assai
più
corretto
il
dire
,
che
la
materia
non
è
vincolata
da
necessità
,
che
l
'
affermare
ciò
della
mente
"
.
La
cosa
apparirà
anche
più
chiara
ove
si
rifletta
all
'
origine
psicologica
di
questo
concetto
di
un
legame
più
intimo
e
stringente
fra
i
fenomeni
della
natura
esteriore
che
non
fra
quelli
del
nostro
mondo
interno
.
A
dirimere
i
rapporti
fra
gli
elementi
della
natura
esteriore
è
necessario
un
certo
sforzo
.
-
Cosicché
l
'
affermazione
che
una
cosa
è
causa
di
un
'
altra
viene
ad
essere
il
più
delle
volte
anche
l
'
espressione
della
nostra
impotenza
,
assoluta
o
relativa
,
di
impedire
che
,
data
la
causa
,
l
'
effetto
si
produca
;
il
che
esprimiamo
dicendo
che
è
necessario
,
che
è
inevitabile
,
che
il
tal
fatto
si
produca
,
che
non
sta
in
nostro
potere
di
modificare
il
rapporto
fra
esso
e
i
suoi
antecedenti
,
o
che
per
far
ciò
si
richiede
da
parte
nostra
la
spesa
di
una
certa
somma
di
energia
.
I
rapporti
del
concetto
popolare
della
causalità
col
sentimento
dello
sforzo
furono
a
torto
trascurati
dal
Hume
e
dal
Mill
.
È
evidente
che
lo
sforzo
non
è
altro
che
l
'
indice
che
qualche
cosa
si
oppone
all
'
esecuzione
della
nostra
volontà
.
Se
la
necessità
indica
sforzo
,
relativa
impotenza
,
allora
necessità
e
volontarietà
sono
termini
antagonistici
.
Azioni
volontarie
sono
quelle
che
per
eccellenza
stanno
nel
nostro
potere
.
Non
è
peraltro
l
'
estensione
alle
azioni
volontarie
di
questa
causalità
o
necessità
in
senso
più
stretto
quella
che
i
deterministi
possono
volere
,
poiché
essa
implicherebbe
una
contraddizione
nei
termini
.
-
Essi
non
possono
affermare
se
non
che
anche
della
produzione
delle
azioni
volontarie
è
possibile
stabilire
le
leggi
.
Ma
legge
qui
non
indica
se
non
prevedibilità
.
Ogni
legge
stabilisce
che
dati
certi
elementi
della
realtà
,
se
ne
potranno
prevedere
certi
altri
.
Essa
presuppone
altresì
che
altri
elementi
nel
caso
contrario
non
vengano
a
disturbare
il
rapporto
così
stabilito
.
La
combinazione
di
più
elementi
dà
luogo
ad
effetti
che
sarebbe
stato
impossibile
argomentare
a
priori
dall
'
esame
di
ciascun
elemento
separato
ma
che
,
data
la
combinazione
,
si
possono
con
ogni
certezza
prevedere
.
Onde
se
si
conoscessero
le
leggi
dell
'
azione
combinata
di
tutti
gli
elementi
presenti
in
un
dato
oggetto
,
ad
un
istante
dato
,
sarebbe
possibile
dedurne
con
tutta
sicurezza
ciò
che
avverrà
nel
momento
successivo
.
Nella
sfera
della
volontà
,
ciò
significa
che
se
all
'
istante
che
precede
immediatamente
l
'
azione
io
conoscessi
tutti
gli
elementi
presenti
,
potrei
predire
infallibilmente
l
'
azione
che
seguirà
.
Quest
'
asserzione
teorica
non
fa
del
resto
che
mostrarci
la
quasi
-
impossibilità
pratica
che
tale
predizione
avvenga
.
-
Ben
lungi
dal
convincere
l
'
agente
della
inevitabilità
delle
proprie
azioni
,
essa
deve
fargli
presente
che
ogni
suo
pensiero
,
ogni
sua
considerazione
-
quella
"
se
esista
o
no
il
libero
arbitrio
"
compresa
-
introduce
per
ciò
solo
un
nuovo
elemento
al
complesso
di
cause
che
determineranno
l
'
evento
.
I
rapporti
di
causalità
che
lo
studioso
avrà
riscontrati
fra
i
fatti
del
suo
pensiero
e
le
sue
azioni
non
saranno
mai
per
riprodursi
indisturbati
ogni
qualvolta
egli
vorrà
servirsene
per
predire
il
corso
del
proprio
pensiero
o
della
propria
attività
nel
momento
prossimo
successivo
;
e
questo
perché
?
perché
il
semplice
fatto
di
conoscere
tutto
ciò
in
anticipo
rende
deforme
la
realtà
concreta
dalle
premesse
delle
leggi
da
lui
stabilite
:
tale
conoscenza
può
fornire
motivi
nuovi
ed
inaspettati
ad
una
delle
alternative
possibili
.
-
E
così
via
all
'
infinito
.
Come
si
vede
,
si
può
ammettere
la
possibilità
di
determinare
le
leggi
dell
'
azione
volontaria
e
nello
stesso
tempo
affermare
nell
'
uomo
il
potere
più
assoluto
di
modificare
a
suo
talento
il
corso
delle
proprie
azioni
,
dichiarando
antiscientifica
e
contraddittoria
ogni
concezione
fatalistica
della
volontà
.
Nulla
di
più
può
essere
postulato
dai
moralisti
più
rigorosi
ed
esigenti
,
per
ciò
che
riguarda
la
pratica
possibilità
della
morale
,
la
quale
sarebbe
certamente
nulla
ove
l
'
uomo
non
potesse
disporre
dei
suoi
atti
a
suo
talento
.
Ogni
esame
degli
scritti
loro
,
non
meno
che
ogni
indagine
della
coscienza
popolare
,
ci
convincerà
che
ciò
che
è
veramente
necessario
alla
morale
terrena
è
l
'
esistenza
di
quella
libertà
che
alcuni
hanno
chiamata
,
con
frase
inesatta
ed
equivoca
,
libertà
fisica
.
"
L
'
uomo
,
scrive
il
Carrara
,
ha
la
facoltà
di
determinarsi
nelle
sue
azioni
,
preferendo
a
proprio
talento
il
fare
e
il
non
fare
dietro
i
calcoli
del
proprio
intelletto
.
Questa
potenza
è
quella
che
costituisce
la
sua
libertà
d
'
elezione
.
È
in
virtù
di
tale
facoltà
che
gli
si
chiede
conto
degli
atti
a
cui
si
determina
"
.
"
Il
magistrato
trova
in
un
individuo
la
causa
materiale
di
un
atto
e
gli
dice
:
tu
facesti
:
imputazione
fisica
.
Trova
quell
'
individuo
con
volontà
intelligente
e
gli
dice
:
tu
facesti
volontariamente
:
imputazione
morale
"
.
"
La
morale
,
scrive
il
Brusa
,
insegna
che
l
'
uomo
ha
,
fra
i
previsti
,
l
'
obbligo
di
renderne
reale
uno
,
il
quale
possa
ragionevolmente
adattarsi
come
degno
de
'
suoi
fini
ideali
.
La
morale
dice
e
dirà
sempre
all
'
uomo
finché
essa
sussisterà
:
tu
devi
.
Ora
se
tu
devi
,
gli
è
che
tu
puoi
"
.
Orbene
,
che
cosa
v
'
è
in
una
libertà
così
concepita
,
che
cozzi
veramente
contro
l
'
ammissione
di
un
vincolo
di
causalità
fra
la
volontà
e
i
suoi
antecedenti
,
quale
siamo
venuti
delucidando
?
Dobbiamo
andar
più
oltre
,
e
col
Ihering
,
il
grande
filosofo
del
diritto
,
non
certo
sospetto
di
non
aver
stimato
al
suo
giusto
valore
la
funzione
della
volontà
nelle
opere
individuali
e
sociali
dell
'
uomo
,
che
senza
una
qualche
causalità
riesce
difficile
addirittura
il
concepire
la
volontà
?
"
Senza
ragion
sufficiente
,
egli
dice
,
un
movimento
della
volontà
è
altrettanto
impensabile
quanto
il
movimento
della
materia
:
la
libertà
del
volere
nel
senso
,
che
la
volontà
si
possa
mettere
in
moto
spontaneamente
senza
alcuna
causa
impulsiva
,
è
qualche
cosa
di
simile
al
barone
di
Münchhausen
,
traente
sé
stesso
per
i
capelli
fuor
della
palude
"
.
Comunque
,
il
moralista
non
ha
bisogno
,
per
concepir
la
possibilità
della
morale
fra
gli
uomini
,
di
suppor
risolta
in
senso
negativo
la
questione
"
se
le
nostre
azioni
obbediscano
o
no
al
principio
di
causalità
"
.
Quand
'
anche
fosse
dimostrato
irrevocabilmente
che
la
legge
di
causalità
non
soffre
eccezione
alcuna
neppure
nella
sfera
dell
'
attività
umana
,
rimarrebbe
sempre
indiscussa
l
'
esistenza
di
azioni
volontarie
distinte
da
quelle
che
tali
non
sono
.
Non
è
quindi
nella
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
nel
senso
tradizionale
di
questa
espressione
,
che
possa
fondarsi
logicamente
la
negazione
della
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
al
suo
simile
per
le
azioni
commesse
;
ed
ogni
affermazione
dei
positivisti
come
di
altri
la
quale
implichi
una
tal
premessa
è
pertanto
inammissibile
.
-
Noi
abbiamo
fin
qui
parlato
della
volontarietà
delle
nostre
azioni
come
sufficiente
a
costituire
il
fondamento
della
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
ai
propri
simili
.
Con
questo
non
abbiamo
voluto
affermare
ch
'
essa
sia
sufficiente
ad
altre
esigenze
,
principalmente
a
quelle
del
sentimento
religioso
.
Ciò
che
basta
a
stabilire
la
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
ad
un
altro
uomo
può
non
bastare
a
stabilirne
la
responsabilità
di
fronte
a
Dio
.
Per
farsi
una
idea
di
come
sia
sorta
e
si
sia
radicata
l
'
opinione
che
alla
possibilità
di
una
imputazione
morale
sia
necessaria
una
libertà
consistente
nell
'
indipendenza
da
ogni
causalità
,
bisogna
tener
conto
della
parte
importantissima
rappresentata
dal
"
problema
del
libero
arbitrio
"
nella
teologia
cristiana
.
È
noto
infatti
com
'
esso
costituisca
,
per
così
dire
,
il
pernio
delle
questioni
più
gravi
e
difficili
che
abbiano
agitato
il
pensiero
teologico
:
la
predestinazione
,
la
grazia
,
il
peccato
originale
,
la
redenzione
,
la
stessa
bontà
,
preveggenza
,
e
onnipotenza
divina
;
e
sia
stato
nel
seno
della
chiesa
,
dai
tempi
primitivi
fino
ai
nostri
giorni
,
una
delle
più
vivaci
sorgenti
d
'
eresie
e
di
scismi
.
Il
sentimento
religioso
è
fenomeno
oltremodo
complesso
,
composto
di
elementi
morali
ed
intellettuali
che
spesso
si
trovano
in
conflitto
fra
loro
.
Qualunque
sia
esso
stato
al
suo
inizio
:
sia
esso
stato
il
frutto
del
primo
svegliarsi
della
curiosità
scientifica
,
abbia
esso
avuto
origine
nel
sentimento
di
terrore
dell
'
uomo
primitivo
dinnanzi
ai
paurosi
fenomeni
della
natura
,
oppure
nelle
prime
e
malcerte
esigenze
del
suo
senso
morale
,
il
certo
si
è
che
nelle
nostre
religioni
più
evolute
si
riscontra
la
presenza
di
questi
vari
elementi
,
per
quanto
trasformati
e
sublimati
.
La
divinità
è
anzitutto
concepita
come
"
spiegazione
"
suprema
dell
'
universo
,
come
suprema
verità
,
ed
è
considerata
come
la
causa
prima
ed
il
sostrato
essenziale
di
tutti
i
fenomeni
.
Le
sue
attribuzioni
sono
l
'
infinità
e
l
'
eternità
,
l
'
onnipotenza
e
l
'
onniveggenza
;
ogni
limite
imposto
alla
personalità
divina
ripugna
alla
coscienza
religiosa
dei
tempi
moderni
.
Ma
nello
stesso
tempo
la
divinità
personifica
e
rappresenta
il
principio
e
la
sanzione
morale
suprema
,
il
fine
di
ogni
esistenza
,
la
sua
giustificazione
.
Affinché
il
sentimento
religioso
sia
pienamente
soddisfatto
,
affinché
una
religione
sia
veramente
tale
(
religio
?
)
,
occorre
che
la
divinità
,
oltreché
pensata
,
possa
essere
anche
venerata
ed
amata
.
Il
valore
delle
religioni
non
sta
tanto
nell
'
essere
esse
una
spiegazione
dell
'
universo
,
quanto
nell
'
essere
una
spiegazione
ottimistica
,
consolatrice
,
confortante
.
In
questa
loro
missione
sentimentale
va
ravvisata
una
delle
principali
ragioni
della
loro
forza
.
Ma
per
ciò
,
bisogna
che
la
divinità
possa
apparirci
come
immensamente
giusta
ed
immensamente
buona
,
come
la
raddrizzatrice
di
ogni
torto
,
la
compensatrice
della
infelicità
della
vita
,
come
quella
che
risolve
,
insomma
,
il
problema
del
male
:
in
essa
deve
convergere
non
la
sola
fede
,
ma
anche
la
speranza
e
la
carità
degli
uomini
.
Fino
a
che
punto
è
possibile
l
'
accordo
fra
queste
esigenze
del
sentimento
religioso
?
Il
problema
non
ha
mai
cessato
di
agitare
la
mente
dei
credenti
.
Esso
è
,
per
così
dire
,
il
problema
teologico
per
eccellenza
.
Se
Dio
è
causa
di
tutte
le
cose
,
come
spiegare
la
presenza
,
d
'
altronde
incontestabile
,
di
tanto
dolore
e
di
tanta
perversità
nell
'
universo
?
Se
Dio
è
onnipotente
ed
onniscente
,
come
non
ammetterlo
nello
stesso
tempo
o
indifferente
,
o
addirittura
malevolo
a
nostro
riguardo
?
Come
sopratutto
ammettere
in
lui
il
diritto
di
castigare
l
'
uomo
per
aver
commesso
un
fallo
la
cui
responsabilità
ultima
risalirebbe
a
lui
?
"
L
'
ultimo
autore
di
tutte
le
nostre
volizioni
,
scrive
Hume
,
fu
il
creatore
del
mondo
,
che
per
il
primo
impresse
il
movimento
a
questa
immensa
macchina
e
pose
tutti
gli
esseri
in
quella
posizione
particolare
,
dalla
quale
ogni
evento
successivo
doveva
risultare
per
una
inevitabile
necessità
.
Le
azioni
umane
possono
dunque
o
non
contenere
malizia
alcuna
,
come
quelle
che
procedono
da
una
causa
così
perfetta
,
oppure
,
se
ne
contengono
,
debbono
coinvolgere
il
creatore
nel
biasimo
che
meritano
,
dal
momento
che
si
riconosce
ch
'
egli
ne
è
la
causa
ultima
e
il
vero
autore
.
Perocché
come
un
uomo
che
ha
appiccato
il
fuoco
ad
una
mina
,
è
responsabile
di
tutte
le
conseguenze
di
questo
atto
,
tanto
se
la
miccia
è
lunga
come
se
è
corta
,
-
così
,
dovunque
si
trovi
una
catena
continua
di
modificazioni
necessarie
,
l
'
Essere
,
finito
o
infinito
,
che
ha
prodotto
la
prima
deve
essere
considerato
anche
come
l
'
autore
di
tutte
le
altre
"
.
Di
qui
l
'
ipotesi
del
libero
arbitrio
,
secondo
la
quale
la
volontà
è
essa
stessa
un
anello
terminale
nella
catena
delle
cause
,
è
essa
stessa
una
causa
prima
.
La
necessità
di
tale
ipotesi
s
'
impose
ai
dottori
della
chiesa
sin
dai
tempi
più
antichi
.
"
Né
gli
elogi
,
né
i
supplizi
,
dice
Clemente
d
'
Alessandria
,
sono
fondati
in
giustizia
,
se
l
'
anima
non
ha
il
libero
potere
di
desiderare
e
d
'
astenersi
,
e
se
il
vizio
è
involontario
"
.
Ma
subito
aggiunge
:
affinché
per
quanto
è
possibile
Dio
non
sia
la
causa
dei
vizî
degli
uomini
.
I
Manichei
,
che
,
com
'
è
noto
,
negavano
il
"
libero
arbitrio
"
,
erano
costretti
ad
ammettere
un
altro
principio
del
male
(
Hylè
)
.
Essi
furono
combattuti
vivacemente
da
Sant
'
Agostino
,
il
quale
peraltro
credette
risolvere
la
questione
concludendo
che
l
'
uomo
non
ha
avuto
il
"
libero
arbitrio
"
se
non
prima
della
caduta
,
ma
che
da
allora
in
poi
,
divenuto
preda
del
peccato
,
non
ha
più
da
sperare
la
propria
salvezza
se
non
dalla
predestinazione
e
dalla
redenzione
.
Ad
un
grado
maggiore
di
maturità
è
giunta
la
controversia
con
S
.
Tommaso
d
'
Aquino
.
L
'
uomo
è
dotato
di
libero
arbitrio
"
alioquim
frustra
essent
consilia
,
exhortationes
,
praecepta
,
prohibitiones
,
praemia
et
poenae
"
.
Il
libero
arbitrio
però
v
'
è
identificato
colla
volontà
,
e
la
distinzione
fra
volontario
ed
involontario
v
'
è
fondata
sulla
definizione
datane
da
Aristotile
.
Dio
è
sempre
la
causa
prima
di
tutte
le
cose
,
e
naturali
,
e
volontarie
.
Ma
"
come
per
le
cause
naturali
egli
non
toglie
,
movendole
,
che
i
loro
atti
siano
naturali
,
così
,
movendo
le
cause
volontarie
non
toglie
che
le
azioni
loro
siano
volontarie
,
ma
piuttosto
ciò
produce
in
loro
,
poiché
opera
in
ciascuna
cosa
secondo
la
proprietà
sua
"
.
S
.
Tommaso
ammette
dunque
la
predestinazione
:
tuttavia
egli
la
concilia
colle
esigenze
opposte
mediante
la
dottrina
delle
cause
contingenti
.
Tale
dottrina
ha
una
importanza
immensa
nella
concezione
cosmologica
del
medio
evo
,
in
cui
fra
le
altre
cose
,
serviva
a
spiegare
la
presunta
influenza
degli
astri
sul
corso
della
vita
umana
,
come
appare
anche
in
Dante
.
Secondo
questa
concezione
,
che
risale
alle
dottrine
d
'
Aristotile
sulla
materia
e
sulla
forma
-
sebbene
vi
sia
chi
discute
ch
'
essa
sia
una
riproduzione
genuina
del
pensiero
di
lui
-
l
'
ordine
che
regge
l
'
universo
e
che
emana
da
Dio
non
è
costante
in
tutte
le
sue
parti
.
Il
mondo
ci
presenta
una
gerarchia
digradante
da
una
maggiore
ad
una
minor
perfezione
,
regolarità
,
ed
uniformità
..
Il
tipo
della
uniformità
e
della
regolarità
era
la
sfera
esteriore
del
Cosmo
,
l
'
Aplanes
(
Empireo
)
coll
'
innumerabil
genere
delle
stelle
fisse
incastonate
in
esso
,
eterna
e
sempre
in
moto
nella
medesima
orbita
circolare
,
per
necessità
della
sua
stessa
natura
,
e
senza
alcuna
potenzialità
di
fare
altrimenti
.
Ma
la
terra
e
i
corpi
elementari
,
organici
ed
inorganici
,
sotto
alla
sfera
lunare
e
nell
'
interno
del
Cosmo
,
apparivano
di
perfezione
inferiore
e
di
natura
diversa
.
Erano
invero
in
parte
governati
e
pervasi
dal
movimento
e
dall
'
influenza
della
sostanza
celestiale
nella
quale
erano
comprese
,
e
dalla
quale
prendevano
in
prestito
la
loro
forma
implicata
colla
materia
,
col
principio
cioè
di
potenzialità
,
di
trasformazione
,
di
mutabilità
,
di
irregolarità
,
di
generazione
e
distruzione
.
Vi
sono
dunque
nei
corpi
sublunari
e
tendenze
fisse
e
tendenze
variabili
.
Le
tendenze
costanti
sono
quelle
che
costituiscono
la
natura
,
la
quale
sempre
aspira
al
bene
,
o
alla
perpetua
rinnovazione
di
forme
perfette
al
massimo
grado
,
per
quanto
impedita
in
quest
'
opera
dalle
influenze
avverse
,
e
perciò
atta
a
non
produr
mai
se
non
individui
difettosi
e
destinati
a
perire
(
per
ch
'
a
risponder
la
materia
è
sorda
)
.
La
parte
variabile
è
costituita
dalla
"
spontaneità
"
o
"
caso
"
i
quali
costituiscono
un
agente
indipendente
che
accompagna
inseparabilmente
la
natura
,
sempre
modificandone
pervertendone
,
frustrandone
i
propositi
.
Inoltre
,
i
diversi
agenti
naturali
di
frequente
reagiscono
gli
uni
sugli
altri
,
mentre
le
tendenze
irregolari
agiscono
alla
loro
volta
su
essi
tutti
.
Nella
misura
in
cui
agisce
la
natura
,
in
ciascuno
dei
suoi
agenti
distinti
,
i
fenomeni
sono
regolari
e
prevedibili
:
tutto
ciò
ch
'
è
uniforme
,
o
che
,
senza
essere
del
tutto
uniforme
,
ricorre
naturalmente
e
frequentemente
,
è
opera
sua
.
Ma
,
oltre
ed
accanto
alla
natura
,
vi
è
l
'
influenza
del
caso
e
della
spontaneità
,
che
è
essenzialmente
irregolare
e
imprevedibile
:
sotto
questa
influenza
vi
sono
possibilità
tanto
pro
che
contro
:
di
due
eventi
alternativi
,
tanto
l
'
uno
che
l
'
altro
possono
egualmente
prodursi
.
[
Grote
,
Aristotle
,
I
,
pp
.
164-165
]
.
Per
noi
,
che
siamo
oggi
portati
a
vedere
nella
apparente
assenza
di
cause
determinanti
piuttosto
un
segno
della
nostra
ignoranza
che
non
dell
'
irregolarità
della
natura
,
tale
concetto
di
una
irredimibile
contingenza
può
non
parere
accettabile
.
La
parola
contingenza
,
se
rimanesse
nel
nostro
vocabolario
filosofico
,
non
designerebbe
se
non
quei
fatti
che
,
per
la
complessità
e
il
numero
delle
loro
cause
,
per
la
remota
disparità
degli
elementi
che
concorrono
a
formarli
,
per
la
loro
attitudine
a
modificarsi
per
ogni
più
piccola
influenza
sopravveniente
,
ci
è
impossibile
,
allo
stato
attuale
delle
nostre
cognizioni
,
di
prevedere
.
-
Essa
starebbe
cioè
a
rappresentarci
piuttosto
la
presenza
di
leggi
molteplici
,
intreccianti
i
loro
effetti
,
la
esistenza
cioè
di
un
ordine
più
complicato
,
che
non
la
mancanza
di
ogni
legge
.
La
contingenza
in
questo
senso
non
sarebbe
che
relativa
,
non
assoluta
.
Se
per
causa
s
'
intende
non
il
complesso
degli
elementi
necessari
e
sufficienti
alla
produzione
di
un
fenomeno
,
ma
anche
quelli
semplicemente
necessari
,
causa
contingente
significherà
quel
fattore
che
può
dar
luogo
a
prodotti
diversi
a
seconda
della
diversità
degli
altri
fattori
con
cui
si
trova
in
combinazione
;
così
il
sole
sarebbe
una
causa
contingente
rispetto
all
'
esistenza
della
vita
organica
sui
pianeti
.
-
Così
intesa
,
la
distinzione
fra
cause
necessarie
e
contingenti
può
riescire
di
qualche
utilità
,
ed
è
forse
ad
averla
trascurata
che
sono
dovuti
alcuni
errori
che
si
sono
accreditati
e
diffusi
nel
mondo
scientifico
moderno
.
In
questo
senso
-
nel
senso
di
una
maggior
complessità
di
cause
-
si
può
dire
,
senza
timore
di
sollevare
contestazioni
,
che
le
azioni
volontarie
rientrano
nella
contingenza
.
Ma
oggi
in
generale
,
per
la
nostra
educazione
scientifica
,
siamo
poco
disposti
ad
ammettere
che
vi
sia
una
porzione
dell
'
universo
ove
la
legge
e
l
'
ordine
non
estendano
il
loro
dominio
:
una
contingenza
come
quella
di
S
.
Tommaso
ci
ripugna
ed
urta
contro
tendenze
ormai
inveterate
in
noi
.
Giova
osservare
però
che
non
mancano
tentativi
,
anche
modernissimi
,
di
ripristinare
un
concetto
di
contingenza
analogo
a
quello
di
S
.
Tommaso
;
e
ciò
sempre
,
osserviamolo
,
per
fini
e
mire
essenzialmente
teologiche
.
Certo
si
è
che
la
contingenza
in
senso
assoluto
rappresenta
pur
sempre
quella
soluzione
di
continuità
nella
catena
causale
,
che
è
indispensabile
per
evitar
di
concepire
il
male
come
una
emanazione
della
divinità
.
Il
male
allora
non
sorge
e
si
sviluppa
se
non
in
quella
parte
dell
'
universo
ove
domina
la
contingenza
.
Il
dualismo
inerente
ad
ogni
religione
positiva
qui
si
fa
manifesto
:
da
una
parte
Dio
e
la
"
natura
"
che
,
"
obbedendo
all
'
istinto
a
lei
dato
che
la
porta
"
,
aspira
alla
perfezione
;
dall
'
altra
una
potenza
avversa
,
sia
essa
il
caso
,
la
materia
,
la
volontà
umana
od
uno
spirito
maligno
,
il
demonio
.
Fino
a
qual
punto
la
teologia
sia
riescita
a
togliere
la
contraddizione
fra
l
'
infinità
e
l
'
onnipotenza
di
Dio
e
la
presenza
di
questa
potenza
avversa
,
è
questione
troppo
grave
per
esser
qui
discussa
;
tanto
più
che
contraddizioni
siffatte
,
insuperabili
dalla
fredda
ragione
,
possono
benissimo
essere
superate
ove
intervenga
un
atto
di
fede
.
In
ultima
analisi
,
per
la
teologia
il
problema
della
predestinazione
si
risolve
coll
'
ammettere
si
tratti
di
un
mistero
:
è
imperscrutabile
il
giudizio
per
cui
la
divinità
permette
talvolta
il
trionfo
del
male
.
Alla
provvidenza
spetta
,
secondo
S
.
Tommaso
,
permettere
alcuni
difetti
nelle
cose
,
e
l
'
apparente
ingiustizia
della
giustizia
divina
non
è
che
una
conseguenza
della
limitatezza
della
nostra
ragione
.
"
Niente
,
osserva
il
Vailati
,
prova
meglio
la
inevitabilità
dell
'
ipotesi
del
libero
arbitrio
per
i
teologi
,
quanto
il
constatare
le
enormi
assurdità
in
cui
furono
costretti
a
cadere
ogni
qualvolta
tentarono
di
rigettarla
.
Così
,
per
esempio
....
dalla
negazione
del
libero
arbitrio
Lutero
fu
costretto
ad
ammettere
la
credenza
,
moralmente
mostruosa
,
che
la
salvezza
o
la
dannazione
eterna
degli
uomini
non
dipendesse
affatto
dalla
loro
condotta
,
ma
solo
dal
beneplacito
(
grazia
)
di
Dio
,
il
quale
creandole
sapeva
già
che
una
parte
di
essi
era
irrevocabilmente
destinata
alle
pene
dell
'
inferno
.
Per
adoperare
la
sua
immagine
,
ingenua
e
cinica
nello
stesso
tempo
:
quando
Dio
nei
sacri
libri
esorta
gli
uomini
al
ben
fare
,
fa
come
quei
genitori
che
,
ai
loro
bambini
non
ancora
abili
a
camminare
,
dicono
di
venir
verso
di
loro
,
ben
sapendo
che
non
lo
possono
fare
onde
essi
sian
costretti
ad
invocare
il
loro
aiuto
"
.
Insomma
,
"
fu
soprattutto
la
difficoltà
di
conciliare
l
'
esistenza
troppo
evidente
del
male
nel
mondo
,
colla
credenza
,
troppo
preziosa
,
nella
prescienza
e
nella
giustizia
divina
,
quella
che
rese
necessaria
l
'
introduzione
di
un
'
ipotesi
che
,
come
questa
del
libero
arbitrio
,
sgravasse
da
una
parte
il
creatore
dalla
taccia
di
aver
creato
un
mondo
imperfetto
e
pieno
di
miserie
di
ogni
genere
,
e
dall
'
altra
attribuisse
a
queste
il
carattere
di
"
punizioni
"
o
"
espiazioni
"
provocate
e
rese
necessarie
dalle
disubbidienze
e
dai
peccati
degli
uomini
.
I
metafisici
che
credono
che
la
questione
del
libero
arbitrio
possa
continuare
ad
avere
un
senso
qualunque
all
'
infuori
di
ogni
implicazione
teologica
rassomigliano
a
quegli
amputati
che
si
illudono
di
sentir
ancora
dei
dolori
e
delle
trafitture
nel
membro
che
non
hanno
più
;
essi
sono
dei
teologi
.
con
una
gamba
di
legno
"
.
-
Una
cosa
infatti
altamente
degna
di
nota
è
che
il
"
problema
del
libero
arbitrio
"
,
nella
forma
in
cui
è
oggi
comunemente
inteso
,
pare
fosse
totalmente
sconosciuto
ai
grandi
pensatori
dell
'
antichità
.
I
più
fra
essi
,
è
vero
,
sembrano
aver
ammesso
insieme
con
Aristotile
un
elemento
di
spontaneità
e
di
variazione
irregolare
nell
'
universo
,
ma
questa
era
per
loro
una
veduta
puramente
cosmologica
.
Consideravano
la
causalità
e
la
volontarietà
delle
umane
azioni
come
due
questioni
differenti
,
da
trattarsi
separatamente
e
irrilevanti
l
'
una
per
l
'
altra
;
non
le
raggruppavano
insieme
in
un
solo
problema
globale
,
per
così
dire
,
pressoché
insolubile
se
non
per
mezzo
di
un
mistero
.
Ciò
è
tanto
vero
che
secondo
alcuni
di
essi
,
p
.
es
.
Epicuro
,
la
volontà
,
governata
dai
motivi
,
non
rientra
affatto
nella
cerchia
,
pur
da
loro
ammessa
,
dei
fenomeni
essenzialmente
irregolari
e
spontanei
.
Questa
mancanza
del
problema
"
del
libero
arbitrio
"
nella
filosofia
antica
è
quella
che
fa
far
le
alte
maraviglie
allo
Schopenhauer
,
e
gli
ispira
anzi
per
essa
un
certo
qual
disprezzo
.
"
Gli
antichi
,
egli
scrive
,
non
sono
da
consultarsi
su
tale
questione
,
perché
la
loro
filosofia
,
per
così
dire
ancora
allo
stato
d
'
infanzia
(
?
)
,
non
si
era
ancora
fatta
un
'
idea
adeguata
dei
due
più
profondi
o
più
gravi
problemi
della
filosofia
moderna
,
quello
cioè
del
libero
arbitrio
e
quello
della
realtà
del
mondo
esteriore
,
ossia
del
rapporto
fra
l
'
ideale
e
il
reale
.
Quanto
al
grado
di
chiarezza
e
di
comprensione
al
quale
avevano
portata
la
questione
del
libero
arbitrio
,
è
ciò
di
cui
si
può
rendersi
conto
in
modo
soddisfacente
coll
'
Etica
a
Nicomaco
di
Aristotile
(
III
,
c
.
1-8
)
;
si
riconoscerà
che
il
suo
giudizio
a
questo
proposito
non
concerne
essenzialmente
che
la
libertà
fisica
ed
intellettuale
,
ed
è
perciò
ch
'
egli
non
parla
che
dell
'
ekousion
e
dell
'
akousion
,
confondendo
gli
atti
volontari
cogli
atti
liberi
.
Il
problema
assai
più
difficile
della
libertà
morale
non
gli
si
è
ancora
presentato
,
sebbene
a
momenti
il
suo
pensiero
si
estenda
fino
a
questo
punto
,
sopratutto
in
un
punto
dell
'
Etica
a
Nicomaco
(
II
,
2
e
III
,
7
)
,
ma
egli
commette
l
'
errore
di
dedurre
il
carattere
dalle
azioni
,
anziché
queste
da
quello
"
.
Ebbene
ciò
non
fa
,
a
nostro
parere
,
che
far
risaltare
in
questo
la
superiorità
di
Aristotile
sul
filosofo
tedesco
.
La
sua
concezione
è
assai
più
positiva
-
se
per
positivo
s
'
intende
chi
possiede
una
visione
netta
della
realtà
ed
i
suoi
problemi
e
chi
sa
di
questi
discernere
gli
elementi
essenziali
da
quelli
puramente
accessori
-
di
quella
dello
Schopenhauer
.
La
ragione
per
cui
Aristotile
,
in
un
'
opera
di
morale
,
non
fa
parola
del
"
problema
del
libero
arbitrio
"
è
ch
'
esso
,
-
inteso
come
lo
intenderebbe
lo
Schopenhauer
,
-
non
è
neppur
veramente
un
problema
nel
senso
proprio
della
parola
.
Il
trasporto
della
questione
della
causalità
delle
umane
azioni
volontarie
-
problema
cosmologico
e
teologico
-
nel
campo
della
morale
,
e
l
'
applicazione
alla
questione
così
trasportata
del
nome
di
libero
arbitrio
,
hanno
fatto
credere
che
nella
morale
esista
un
problema
là
dove
veramente
non
ne
esiste
nessuno
.
Quando
il
moralista
ha
constatato
che
esiste
una
volontà
e
che
questa
è
pienamente
efficace
,
tutte
le
sue
esigenze
sono
soddisfatte
.
E
questo
è
il
solo
significato
legittimo
,
a
nostro
parere
,
della
parola
libertà
.
L
'
immaginare
una
libertà
ulteriore
,
la
sola
"
verace
"
,
consistente
nella
"
possibilità
di
volere
diversamente
da
come
abbian
voluto
,
pur
rimanendo
costanti
tutti
quanti
gli
antecedenti
della
nostra
volizione
"
;
libertà
che
non
sia
quella
di
cui
si
parla
ogni
giorno
quando
si
afferma
di
esser
liberi
perché
sì
può
far
ciò
che
si
vuole
,
ma
da
cui
dipendano
nondimeno
tutte
le
conseguenze
che
soglionsi
generalmente
far
dipendere
da
quella
;
-
il
sostituire
insomma
al
concetto
"
pratico
"
della
libertà
un
presunto
concetto
"
trascendentale
"
;
-
equivale
a
voler
a
tutti
i
costi
considerare
come
non
risolta
una
questione
che
già
lo
è
.
Sarebbe
difficile
trovare
un
sintomo
più
caratteristico
di
quella
che
i
tedeschi
chiamano
Grübelsucht
,
e
che
consiste
in
una
tendenza
insaziabile
a
dubitar
di
tutto
,
della
propria
esistenza
,
della
esistenza
degli
oggetti
che
ci
circondano
,
della
nostra
capacità
a
pensare
,
a
sapere
,
a
volere
;
mentre
è
evidente
che
,
se
la
parola
certezza
ha
un
significato
qualsiasi
,
essa
è
applicabile
a
questi
casi
della
nostra
esperienza
più
immediata
e
giornaliera
.
Quelli
che
lo
Schopenhauer
chiama
"
i
due
più
profondi
e
gravi
problemi
della
filosofia
moderna
"
non
hanno
altra
origine
.
Alla
"
realtà
del
mondo
esteriore
"
abbiamo
accennato
in
un
altro
scritto
,
parlando
della
teoria
della
"
relatività
della
conoscenza
"
.
Abbiamo
osservato
,
che
l
'
affermazione
di
una
siffatta
"
relatività
"
non
implica
alcuna
diminuzione
della
nostra
certezza
riguardo
alla
realtà
delle
cose
;
ciò
deriva
da
una
errata
interpretazione
del
valore
e
della
funzione
delle
indagini
del
Berkeley
.
Tali
indagini
non
avevano
per
scopo
di
dirci
se
le
cose
esteriori
esistano
,
di
insegnarci
cioè
qualchecosa
sulla
veridicità
della
nostra
conoscenza
,
ma
solo
di
analizzare
la
natura
del
nostro
giudizio
nell
'
esistenza
delle
cose
,
che
cosa
intendiamo
dire
quando
diciamo
:
la
tal
cosa
esiste
.
Così
il
problema
dei
rapporti
fra
l
'
ideale
ed
il
reale
non
può
essere
che
il
tentativo
di
stabilire
su
che
si
basi
tale
distinzione
.
Vi
è
una
parte
della
realtà
che
noi
crediamo
particolarmente
legata
al
nostro
io
,
un
'
altra
che
crediamo
"
indipendente
"
da
esso
.
Vi
è
una
parte
più
apparente
della
realtà
(
le
parvenze
sensibili
delle
cose
)
,
un
'
altra
più
recondita
,
a
conoscer
la
quale
giungiamo
per
mezzo
del
ragionamento
(
di
cui
argomentiamo
l
'
esistenza
)
.
Così
l
'
astronomo
giunge
a
determinare
per
mezzo
del
calcolo
i
movimenti
reali
degli
astri
,
in
contrapposto
ai
loro
movimenti
apparenti
sulla
volta
celeste
.
È
questo
-
e
non
altro
-
ciò
che
volevano
dire
gli
antichi
coll
'
antitesi
fra
i
nooumena
(
le
cose
come
reali
)
e
i
phainomena
(
le
cose
apparenti
)
;
ma
un
concetto
qual
è
quello
del
noumeno
Kantiano
non
era
ancor
venuto
loro
in
mente
.
O
la
distinzione
fra
il
fenomeno
e
il
noumeno
serve
a
discernere
alcuni
fra
gli
oggetti
della
nostra
conoscenza
da
altri
,
ed
allora
ha
un
senso
,
e
può
essere
utile
:
o
serve
a
designare
il
rapporto
fra
tutta
quanta
la
nostra
conoscenza
,
(
cioè
tutto
il
nostro
mondo
)
reale
e
possibile
,
e
una
presunta
realtà
al
di
fuori
di
essa
,
ed
allora
essa
è
addirittura
un
non
senso
.
Lo
stesso
può
dirsi
della
"
libertà
trascendentale
"
.
Questa
,
si
chiami
essa
libertà
d
'
indifferenza
o
libero
arbitrio
,
sta
precisamente
alla
libertà
nel
senso
comune
della
parola
,
come
il
noumeno
,
la
realtà
trascendentale
sta
a
quella
cui
possiam
pervenire
mediante
le
operazioni
ordinarie
del
nostro
intelletto
.
I
teorici
della
conoscenza
,
Berkeley
,
Hume
,
Kant
hanno
,
si
dice
,
dimostrato
l
'
inconoscibilità
di
una
realtà
siffatta
.
Bisogna
andar
più
oltre
,
e
dichiarare
l
'
inesistenza
di
essa
,
come
rappresentata
da
una
nozione
assurda
,
contraddittoria
e
quindi
inconcepibile
.
Non
facendo
ciò
,
si
trarranno
sempre
da
tali
teorie
conseguenze
illegittime
in
senso
scettico
:
si
crederà
cioè
,
esservi
una
porzione
della
realtà
esistente
che
sia
stata
da
tali
studi
dichiarata
inaccessibile
alla
mente
umana
,
mentre
non
si
è
fatto
che
abolire
un
concetto
,
e
più
che
un
concetto
,
una
parola
la
quale
,
essendo
vuota
di
senso
,
non
è
applicabile
ad
alcunché
di
reale
.
Per
convincersi
che
simile
è
il
caso
per
la
libertà
metafisica
o
morale
,
basta
considerare
le
definizioni
che
se
ne
sogliono
dare
,
sia
che
essa
si
affermi
,
sia
ch
'
essa
venga
negata
.
È
impossibile
definire
questa
libertà
senza
dare
artificialmente
a
tutte
le
parole
della
definizione
un
senso
diverso
dall
'
usuale
;
un
senso
"
trascendentale
"
.
"
Per
libertà
morale
o
libertà
volitiva
o
libero
arbitrio
,
scrive
il
Ferri
,
si
intende
:
la
facoltà
per
cui
l
'
uomo
può
volere
una
determinata
cosa
piuttosto
che
un
'
altra
,
indipendentemente
da
ogni
causa
o
motivo
,
esterno
o
interno
,
che
lo
determini
necessariamente
a
quella
data
volizione
o
decisione
della
volontà
.
Questa
è
appunto
la
libertà
che
forma
l
'
oggetto
della
tanto
dibattuta
questione
,
e
si
esprime
così
:
io
posso
voler
fare
questa
cosa
o
quella
,
a
mio
piacere
,
all
'
infuori
ed
in
opposizione
ad
ogni
motivo
,
a
qualsiasi
causa
necessaria
,
fisica
o
psichica
,
esterna
od
interna
"
.
A
chi
ben
guardi
questo
periodo
,
apparrà
chiaro
che
il
suo
contesto
si
presta
egualmente
bene
ad
indicare
quel
genere
di
libertà
che
è
semplicemente
implicato
dalla
volontarietà
delle
nostre
azioni
.
Il
Ferri
parla
di
un
uomo
che
può
agire
a
suo
piacere
,
indipendentemente
da
qualsiasi
causa
o
motivo
,
senza
vincolo
di
sorta
,
esterno
od
interno
,
che
lo
determini
necessariamente
.
Sembra
dunque
che
,
secondo
tale
definizione
la
libertà
che
il
Ferri
combatte
postuli
la
presistenza
di
un
qualchecosa
che
si
chiama
uomo
con
un
"
piacere
"
suo
proprio
,
e
ne
implichi
la
indipendenza
di
fronte
ad
altre
cause
,
i
motivi
,
siano
essi
esterni
(
?
)
od
interni
.
Ora
la
facoltà
di
poter
perseverare
nella
propria
volontà
a
dispetto
di
motivi
ulteriori
,
è
certo
uno
dei
dati
della
credenza
comune
nella
libertà
.
Il
negare
questo
potere
;
postulare
l
'
uomo
esistente
come
forza
,
qualunque
ne
sia
l
'
origine
,
ed
immaginare
questa
forza
annichilita
,
impotente
di
fronte
ad
altre
forze
da
lei
distinte
,
non
è
questa
la
concezione
del
fatalismo
?
È
appunto
la
negazione
di
questa
libertà
così
definita
che
può
condurre
i
lettori
(
e
gli
scrittori
stessi
)
a
conseguenze
prettamente
fatalistiche
.
Ma
tale
invece
non
era
il
pensiero
di
chi
questa
definizione
enunciava
:
le
parole
,
inadatte
ad
esprimere
cose
tanto
elevate
,
lo
hanno
tradito
.
Il
potere
di
agire
a
piacer
nostro
,
di
cui
qui
si
tratta
,
non
è
quel
potere
,
che
tutti
sappiamo
di
possedere
,
di
agire
come
ci
pare
opportuno
,
utile
,
buono
,
perché
questa
è
la
libertà
fisica
,
su
cui
non
v
'
è
discussione
aperta
.
La
libertà
"
morale
"
è
qualchecosa
di
molto
più
elevato
,
e
si
libra
in
una
sfera
ove
la
debolezza
dell
'
umana
ragione
può
invano
sperare
di
raggiungerla
.
Essa
non
è
la
libertà
di
fare
ciò
che
si
vuole
,
perché
questa
viene
sdegnosamente
rigettata
come
libertà
fisica
;
non
è
la
libertà
consistente
nel
volere
questa
o
quella
cosa
,
e
neppure
,
checché
se
ne
dica
,
quella
consistente
nel
voler
volere
,
-
poiché
anche
gli
sforzi
dell
'
attenzione
,
l
'
ostinazione
a
persistere
in
un
proposito
a
dispetto
di
tutto
e
di
tutti
,
l
'
acciecamento
volontario
sono
suscettibili
di
una
spiegazione
"
deterministica
"
.
Che
cosa
è
dunque
questa
libertà
?
Essa
è
una
creatura
vaporosa
,
che
sparisce
appena
facciamo
il
gesto
di
mettervi
sopra
la
mano
,
che
si
dilegua
in
alto
,
sempre
più
in
alto
,
che
precede
l
'
inseguitore
come
l
'
ombra
precede
il
corpo
,
indefinitamente
.
La
libertà
,
secondo
Malebranche
,
è
un
"
mistero
"
.
Ora
per
lo
scienziato
,
che
studia
il
problema
della
libertà
come
gli
vien
posto
dal
senso
comune
,
la
libertà
non
può
essere
un
mistero
.
Un
problema
deve
essere
almeno
concepibile
perché
egli
tenti
di
darne
una
soluzione
.
Egli
può
studiare
il
problema
della
volontarietà
delle
umane
azioni
,
e
può
studiare
il
problema
della
causalità
delle
umane
azioni
.
Sono
due
problemi
differenti
.
Ma
il
problema
della
"
libertà
"
è
uno
solo
.
La
parola
libertà
,
come
tutte
le
altre
parole
del
nostro
linguaggio
,
è
stata
creata
dagli
uomini
per
il
loro
uso
e
consumo
.
Essa
è
fatta
per
essere
riempita
di
buona
e
solida
sostanza
,
tolta
al
mondo
nel
quale
viviamo
e
a
conoscere
il
quale
si
affaticano
le
nostre
intelligenze
;
non
per
essere
vuotata
pneumaticamente
di
ogni
contenuto
sensibile
e
respirabile
e
poi
conservata
e
ammirata
con
superstiziosa
venerazione
,
come
se
ancor
contenesse
qualche
essenza
preziosa
.
Le
parole
nostre
tutte
hanno
un
senso
determinato
(
o
determinabile
)
ed
umano
,
né
ci
è
lecito
,
per
capriccio
,
dar
loro
un
preteso
senso
trascendentale
che
-
per
il
fatto
che
siamo
noi
stessi
uomini
-
non
potrebbe
essere
se
non
un
vero
e
proprio
non
senso
.
Di
tali
non
sensi
,
prodotti
da
parole
che
restano
campate
in
aria
dopo
che
loro
fu
tolto
ogni
valore
assegnabile
,
ve
ne
sono
stati
nella
storia
del
pensiero
assai
più
di
quanto
non
parrebbe
possibile
a
prima
vista
.
È
compito
dello
scienziato
e
del
filosofo
lo
scoprirli
appena
si
formano
e
toglierli
di
mezzo
,
e
questo
suo
lavoro
è
tutt
'
altro
che
privo
di
importanza
,
vista
la
facilità
che
hanno
gli
uomini
a
cadere
nelle
forme
più
svariate
di
psittacismo
.
Ma
quello
che
giova
notare
,
è
che
la
negazione
di
"
concetti
"
consimili
,
nulli
ab
initio
,
per
così
dire
,
per
la
presenza
di
elementi
contraddittori
,
non
è
da
confondersi
affatto
coll
'
affermazione
dell
'
inapplicabilità
dei
concetti
veri
a
determinati
oggetti
o
alla
realtà
in
genere
:
tale
negazione
non
è
che
la
constatazione
,
rispetto
ai
primi
,
della
loro
intima
ed
essenziale
nullità
.
Il
loro
annientamento
non
lascia
quindi
alcun
vacuum
nel
mondo
del
pensiero
,
alcuna
limitazione
di
esso
,
che
possa
dare
adito
a
scetticismo
di
sorta
;
la
loro
forma
è
già
subito
riempita
efficacemente
,
né
alcuna
soluzione
di
continuità
resta
a
segnare
il
luogo
ove
essi
già
furono
.
Risulta
così
illegittimo
ogni
dubbio
sulla
nostra
libertà
non
meno
che
sulla
esistenza
o
realtà
in
genere
delle
cose
.
Come
,
quando
ho
debitamente
constatato
,
con
tutti
i
mezzi
di
prova
che
come
uomo
ho
a
mia
disposizione
,
la
presenza
di
un
oggetto
,
la
mia
credenza
nell
'
esistenza
di
esso
ha
ogni
grado
immaginabile
e
desiderabile
di
certezza
,
né
v
'
è
luogo
a
dubbio
ulteriore
-
tutte
le
conseguenze
teoriche
e
pratiche
che
decorrono
da
tale
credenza
sono
d
'
ora
innanzi
legittime
;
-
così
,
quando
ho
constatato
di
trovarmi
nella
condizione
di
poter
scegliere
a
mia
volontà
fra
più
azioni
possibili
,
non
mi
è
lecito
dubbio
alcuno
sulla
libertà
mia
.
Concludendo
dunque
il
dilemma
che
il
più
delle
volte
si
crede
posto
dalla
"
questione
del
libero
arbitrio
"
-
quello
cioè
fra
la
credenza
nell
'
assoluta
imprevedibilità
degli
atti
volontari
,
e
l
'
accettazione
di
un
fatalismo
deprimente
e
distruttore
di
ogni
morale
responsabilità
,
-
è
un
falso
dilemma
.
L
'
analisi
logica
della
questione
ci
ha
condotto
a
ravvisarvi
due
problemi
distinti
,
suscettibili
ciascuno
di
soluzioni
opposte
,
ma
indipendenti
fra
loro
.
Da
una
parte
,
la
questione
se
le
nostre
azioni
dipendano
dalla
nostra
volontà
;
o
meglio
-
poiché
è
evidente
che
ve
ne
sono
alcune
che
ne
dipendono
-
quali
sono
le
azioni
che
ne
dipendono
;
fino
a
che
punto
cioè
siamo
liberi
,
e
pertanto
responsabili
.
Rientrano
in
tale
questione
tutti
quegli
studi
sulla
psicologia
e
la
patologia
della
volontà
che
sono
di
tanta
utilità
così
al
sociologo
,
come
al
moralista
e
al
giurista
.
Dall
'
altra
parte
,
la
questione
più
"
elevata
"
forse
,
ma
certo
praticamente
meno
importante
,
e
ad
ogni
modo
irrilevante
per
l
'
altra
,
se
alle
nostre
azioni
sia
o
no
applicabile
il
principio
di
causalità
.
Chi
tale
applicabilità
nega
,
intende
asserire
che
i
fenomeni
della
nostra
mente
,
che
sono
gli
antecedenti
dell
'
azione
volontaria
,
posseggono
una
fondamentale
ed
irrimediabile
irregolarità
:
che
cioè
una
previsione
sicura
dei
loro
effetti
,
come
non
si
ha
ora
,
non
si
potrà
mai
avere
.
Essi
pretendono
in
altre
parole
segnare
sin
d
'
ora
un
limite
insuperabile
alla
psicologia
della
volontà
.
Quale
delle
due
opinioni
contrarie
sia
la
vera
è
cosa
assai
ardua
a
decidersi
allo
stato
presente
delle
nostre
cognizioni
.
Certo
si
è
che
col
progredire
della
scienza
si
vanno
scoprendo
di
continuo
nuovi
casi
di
uniformità
e
regolarità
fra
i
fenomeni
,
e
non
sfuggono
a
questa
sorte
i
fenomeni
psichici
,
per
quanto
in
modo
meno
spiccato
degli
altri
.
Molta
della
contingenza
Aristotelica
o
Tomistica
si
è
ormai
dileguata
ai
nostri
occhi
;
e
la
materia
,
che
per
Aristotile
rappresentava
il
principio
della
irregolarità
,
oggi
,
mutato
significato
,
è
venuta
ad
apparirci
come
la
sede
delle
leggi
più
fisse
e
sicure
che
signoreggiano
l
'
Universo
,
-
le
meccaniche
,
le
fisiche
e
chimiche
.
Fin
qui
,
la
natura
si
è
mostrata
abbastanza
docile
ai
nostri
desideri
:
i
fatti
suoi
si
sono
lasciati
a
poco
a
poco
ridurre
in
leggi
,
plasmare
ad
una
forma
più
razionale
di
quella
che
ci
vien
presentata
dal
crudo
ordine
dell
'
esperienza
;
ed
è
ciò
che
ha
permesso
all
'
uomo
di
tanto
estendere
il
suo
potere
sulle
forze
naturali
,
che
ha
prodotto
le
meraviglie
del
vapore
e
dell
'
elettricità
,
dell
'
industria
,
dell
'
igiene
e
della
terapia
moderne
.
Ma
"
fino
a
che
punto
,
per
dirla
con
un
acuto
pensatore
americano
,
la
natura
si
mostrerà
così
plastica
nell
'
avvenire
,
nessuno
può
dire
.
Il
nostro
solo
mezzo
di
saper
ciò
è
di
metterla
alla
prova
"
.
Intanto
a
questa
lotta
dell
'
uomo
contro
l
'
oscura
potenza
del
caso
e
del
disordine
possiamo
assistere
con
una
certa
serena
tranquillità
,
sicuri
che
,
qualunque
ne
sia
l
'
esito
,
esso
non
potrà
essere
fatale
ad
alcuno
dei
supremi
postulati
della
nostra
vita
morale
.
Se
fosse
vero
che
dall
'
esito
di
questa
lotta
dipende
per
noi
la
possibilità
di
applicare
il
concetto
di
responsabilità
,
ogni
progresso
della
fisiologia
e
della
psicologia
dovrebbe
segnare
una
restrizione
della
sfera
della
morale
.
Ogni
motivo
per
agire
dovrebbe
costituire
un
'
attenuante
dell
'
azione
commessa
.
Fortunatamente
,
non
è
dell
'
assenza
di
motivi
e
di
cause
che
il
diritto
e
la
morale
hanno
bisogno
:
la
loro
base
in
tal
caso
sarebbe
davvero
troppo
malsicura
e
ristretta
.
Essi
hanno
soltanto
bisogno
che
l
'
atto
sia
l
'
emanazione
del
carattere
e
della
personalità
cosciente
dell
'
individuo
che
valuta
i
motivi
,
in
altre
parole
della
sua
ragione
.
La
suscettibilità
al
motivo
,
l
'
attitudine
cioè
ad
agire
in
modo
diverso
a
seconda
della
previsione
delle
conseguenze
dei
nostri
atti
,
ben
lungi
dall
'
essere
un
argomento
contro
la
libertà
e
la
responsabilità
,
è
piuttosto
la
prova
di
essa
.
Nella
vita
,
le
persone
di
maggior
volontà
non
sono
quelle
che
persistono
in
un
modo
d
'
agire
,
sordi
ad
ogni
voce
in
contrario
,
ma
quelli
che
meglio
si
lasciano
convincere
dalla
bontà
degli
argomenti
;
non
i
più
impulsivi
,
ma
i
più
riflessivi
nell
'
azione
:
non
quelli
che
seguono
la
randagia
associazione
delle
idee
,
ma
le
regole
della
logica
.
Per
meglio
chiarire
tutto
ciò
,
non
sarà
male
il
far
parola
dei
caratteri
distintivi
dell
'
atto
volontario
,
e
della
natura
dei
fatti
implicati
in
esso
.
Ne
derivano
infatti
conseguenze
per
la
morale
ed
il
diritto
che
meritano
forse
di
essere
segnalate
.
LA
VOLONTÀ
.
-
Che
cos
'
è
un
atto
volontario
?
E
perché
l
'
atto
volontario
solo
è
atto
responsabile
?
"
Atto
volontario
,
dice
Aristotile
,
sembra
esser
l
'
atto
il
cui
principio
è
nell
'
agente
stesso
,
che
sa
in
particolare
tutte
le
condizioni
che
l
'
atto
suo
coinvolge
"
.
"
La
parola
volontario
designa
,
propriamente
parlando
,
ciò
che
noi
facciamo
senza
esservi
costretti
da
una
necessità
qualsiasi
.
Involontarie
sono
quelle
cose
che
noi
facciamo
per
forza
maggiore
o
per
ignoranza
"
.
"
Una
cosa
fatta
per
forza
maggiore
è
quella
la
cui
causa
è
esteriore
,
e
di
tal
natura
che
l
'
essere
che
agisce
e
che
soffre
non
contribuisca
in
nulla
a
questa
causa
:
per
esempio
,
quando
siamo
trascinati
da
un
vento
irresistibile
,
o
da
gente
che
si
è
impadronita
della
nostra
persona
"
.
Tali
definizioni
d
'
Aristotile
,
quantunque
non
si
discostino
dall
'
uso
volgare
delle
parole
,
ed
esprimano
ciò
a
cui
tutti
siamo
disposti
a
consentire
,
hanno
forse
bisogno
di
esser
completate
.
Molti
movimenti
del
nostro
corpo
sembrano
aver
il
loro
principio
in
"
noi
"
senza
per
questo
meritare
il
nome
di
volontari
,
nel
senso
più
ristretto
secondo
il
quale
ci
reputiamo
responsabili
per
averli
commessi
.
La
nostra
vita
psichica
reagisce
continuamente
sulla
nostra
vita
fisica
e
fisiologica
;
essa
produce
in
noi
i
movimenti
riflessi
ed
istintivi
,
tutto
quel
complesso
di
reazioni
svariate
che
costituiscono
le
emozioni
,
eppure
questi
fatti
rientrano
in
una
categoria
ch
'
è
di
somma
importanza
il
poter
distinguere
da
quella
degli
atti
propriamente
volontari
.
Di
certi
impulsi
,
di
certi
atti
che
hanno
la
loro
sorgente
nell
'
oscuro
meccanismo
della
nostra
vita
reflessa
e
istintiva
noi
non
sogliamo
ritenerci
responsabili
se
non
nella
misura
in
cui
potevamo
impedirli
:
cosicché
la
responsabilità
,
degradando
poco
a
poco
,
svanisce
addirittura
quando
tali
impulsi
superino
un
certo
grado
di
intensità
,
che
li
rende
"
irresistibili
"
.
Come
ed
in
che
senso
le
passioni
,
che
pur
costituiscono
tanta
parte
della
nostra
individualità
,
possono
rappresentare
una
limitazione
alla
volontà
,
ponendosi
di
fronte
a
questa
come
potenze
a
lei
avverse
?
Lo
stesso
Aristotile
sembra
imbarazzato
a
rispondere
a
questa
domanda
:
"
Così
,
egli
scrive
,
non
si
possono
a
buon
dritto
chiamare
involontari
gli
atti
che
ci
fanno
commettere
la
collera
e
il
desiderio
.
Una
prima
ragione
si
è
che
,
ciò
ammesso
,
ne
verrebbe
di
conseguenza
che
nessun
essere
all
'
infuori
dell
'
uomo
,
agirebbe
volontariamente
,
neppure
i
bambini
.
Possiamo
dire
che
noi
non
facciamo
niente
di
nostra
piena
e
libera
volontà
,
nelle
cose
della
collera
e
del
desiderio
?
Oppur
dobbiamo
far
qui
una
distinzione
,
ed
ammettere
che
noi
facciamo
il
bene
volontariamente
e
il
male
involontariamente
?
ma
non
sarebbe
ridicolo
di
ammettere
una
distinzione
simile
,
dal
momento
che
non
vi
è
che
un
solo
e
medesimo
agente
che
cagiona
tutti
questi
atti
?
"
.
Gli
è
che
tali
impulsi
,
istinti
e
passioni
sono
bensì
fra
i
coefficienti
della
volontà
,
fra
gli
elementi
che
combinandosi
dànno
origine
al
fatto
complesso
della
volizione
,
e
senza
i
quali
anche
quegli
atti
che
posseggono
nel
grado
più
eminente
il
carattere
della
volontarietà
sarebbero
inintelligibili
.
-
Ma
i
movimenti
che
questi
impulsi
producono
possono
considerarsi
come
volontari
o
no
a
seconda
del
contenuto
intellettuale
,
per
così
dire
,
della
nostra
mente
al
momento
in
cui
si
eseguiscono
e
che
su
di
essi
infierisce
.
Mentre
infatti
fra
gli
scienziati
e
i
filosofi
non
manca
chi
consideri
tutta
quanta
la
nostra
vita
impulsiva
ed
attiva
,
impulsi
e
stati
sentimentali
come
manifestazioni
della
volontà
(
Schopenhauer
)
,
il
linguaggio
ordinario
sembra
riserbare
la
designazione
di
volontari
a
quelli
fra
gli
impulsi
che
siano
preceduti
o
accompagnati
da
una
chiara
e
lucida
coscienza
dell
'
atto
che
sta
per
seguire
,
con
una
visione
più
o
meno
netta
,
più
o
meno
penetrante
,
delle
sue
conseguenze
.
Questa
coscienza
è
quella
che
permette
ad
altri
impulsi
,
atti
a
controbilanciare
il
primo
,
di
sorgere
:
che
permette
,
cioè
,
il
fatto
dell
'
inibizione
,
senza
la
possibilità
della
quale
non
vi
è
atto
propriamente
volontario
.
Fermiamoci
un
momento
a
considerare
che
cos
'
è
implicato
da
ciò
.
Non
è
raro
di
trovare
scrittori
che
definiscono
gli
atti
volontari
come
quelli
a
determinare
i
quali
contribuiscono
le
nostre
idee
,
le
nostre
rappresentazioni
.
Un
tal
modo
di
esprimersi
non
è
tuttavia
del
tutto
esatto
.
-
Per
adoprare
una
frase
cara
ad
alcuni
deterministi
,
non
è
vero
che
"
ogni
determinismo
interno
rappresenti
una
determinazione
volontaria
"
.
Le
nostre
idee
e
rappresentazioni
possono
produrre
numerose
reazioni
che
pur
non
sono
volontarie
.
Se
,
per
esempio
,
estendo
il
dito
indice
della
mia
mano
,
e
ad
occhi
chiusi
mi
sforzo
di
rappresentarmi
,
più
vivacemente
che
sia
possibile
,
di
tenere
un
revolver
in
mano
e
di
premere
il
grilletto
,
mi
avverrà
certamente
di
sentire
il
mio
dito
a
tremare
per
la
tendenza
a
contrarsi
;
e
,
se
fosse
connesso
con
un
apparecchio
registratore
,
esso
certamente
tradirebbe
il
suo
stato
di
tensione
col
segnare
movimenti
incipienti
.
Questi
non
avvengono
perché
io
so
di
non
avere
in
mano
la
rivoltella
,
e
quindi
io
inibisco
la
tendenza
iniziale
.
Ma
quei
movimenti
incipienti
tengono
dietro
ad
una
rappresentazione
mia
,
e
pur
non
sono
volontari
,
anzi
si
compiono
contro
la
volontà
mia
.
Altro
esempio
sono
tutti
i
movimenti
"
incoscienti
"
che
si
compiono
quando
alcuno
di
noi
è
internamente
assorto
nella
meditazione
o
nella
fantasticheria
(
rêverie
)
,
come
il
parlar
da
soli
accompagnandosi
col
gesto
:
e
tanti
altri
.
Per
spiegare
la
produzione
dell
'
azione
volontaria
bisogna
dunque
specificare
maggiormente
e
ricorrere
a
fatti
di
natura
più
particolare
.
-
Esiste
una
categoria
di
fatti
psichici
che
è
opportuno
classificare
a
parte
dalle
semplici
"
rappresentazioni
"
,
o
"
idee
"
,
e
sono
le
nostre
credenze
,
i
giudizi
che
formuliamo
sulle
cose
.
Ora
è
di
somma
importanza
notare
che
è
solo
a
quegli
atti
su
cui
hanno
influito
vere
e
proprie
credenze
nostre
,
che
diamo
il
nome
di
volontari
.
-
Se
prima
io
non
ho
premuto
il
grilletto
,
è
perché
ben
sapevo
che
il
grilletto
non
esisteva
che
nella
mia
immaginazione
.
Il
premere
un
grilletto
immaginario
è
cosa
assurda
,
e
perciò
non
ho
voluto
far
ciò
.
-
Così
è
:
altra
cosa
è
rappresentarsi
un
albero
,
altra
cosa
il
credere
nella
sua
esistenza
,
il
giudicare
:
l
'
albero
è
.
Ogni
giudizio
presuppone
l
'
esistenza
di
rappresentazioni
,
ma
queste
sono
distinte
da
quello
e
possono
anche
esistere
senza
di
esso
.
Nello
stato
anteriore
alla
determinazione
volontaria
,
lo
stato
di
deliberazione
,
ciò
che
si
svolge
nella
nostra
mente
non
è
il
conflitto
di
semplici
idee
contraddittorie
,
richiamantisi
l
'
una
l
'
altra
secondo
le
leggi
dell
'
associazione
per
contiguità
o
per
similarità
:
ma
quello
fra
più
giudizi
sull
'
atto
che
si
compie
o
sta
per
compiersi
,
e
le
sue
conseguenze
certe
o
probabili
.
-
Perché
vi
sia
atto
volontario
,
occorre
che
tali
giudizi
figurino
fra
le
cause
dell
'
atto
stesso
:
ch
'
essi
cioè
abbiano
la
facoltà
di
sospenderne
o
di
modificarne
la
produzione
.
Se
ben
si
considera
,
è
proprio
questo
il
criterio
differenziale
fra
le
azioni
volontarie
e
le
involontarie
.
-
Se
io
sto
per
prendere
una
grave
determinazione
,
per
esempio
,
quella
di
commettere
il
suicidio
gettandomi
dalla
finestra
,
fino
ad
un
certo
momento
,
ogni
considerazione
nuova
sopravveniente
ha
la
capacità
di
sospendere
l
'
esecuzione
dell
'
atto
:
il
dolore
che
proveranno
i
congiunti
e
gli
amici
,
la
condizione
in
cui
rimarranno
gli
altri
componenti
la
famiglia
,
la
possibilità
di
porre
rimedio
alle
cause
della
mia
disperazione
,
l
'
irrevocabilità
dell
'
atto
,
o
semplicemente
il
male
fisico
della
caduta
sono
considerazioni
che
possono
,
anche
quando
ho
già
scavalcata
la
ringhiera
,
indurmi
a
non
condurre
a
termine
l
'
azione
incominciata
.
Perciò
io
dico
che
tale
azione
dipende
dalla
mia
volontà
.
Ma
da
un
certo
momento
in
poi
:
da
quando
il
punto
di
appoggio
è
perduto
e
l
'
individuo
si
è
abbandonato
,
ogni
ulteriore
considerazione
è
inutile
:
se
ad
un
certo
punto
della
discesa
l
'
individuo
è
colto
dal
pensiero
ch
'
egli
si
sfracellerà
immancabilmente
le
ossa
sul
marciapiede
,
ciò
non
gli
impedirà
di
seguitare
a
cadere
secondo
la
legge
inesorabile
della
gravità
:
l
'
atto
non
dipende
più
dal
suo
volere
.
Lo
stesso
avviene
quando
spesso
la
nostra
volontà
si
trova
in
lotta
con
le
leggi
del
nostro
organismo
.
Vi
sono
certi
movimenti
che
si
possono
bensì
non
cominciare
,
ma
che
una
volta
cominciati
non
si
possono
interrompere
.
In
altri
l
'
impulso
ad
eseguirle
cresce
colla
ripetizione
degli
atti
:
ad
un
certo
momento
della
vita
esso
diventa
realmente
irresistibile
.
In
altri
ancora
l
'
atto
è
irresistibile
sin
da
principio
quando
l
'
agente
si
trovi
in
determinate
condizioni
;
a
lui
non
è
possibile
che
evitare
le
condizioni
stesse
.
È
così
che
nascono
,
com
'
è
noto
,
la
maggior
parte
dei
vizi
di
cui
l
'
uomo
si
fa
poi
schiavo
;
è
su
ciò
che
è
fondata
la
massima
pedagogica
:
principiis
obsta
.
Tutto
ciò
rientra
nella
questione
dei
limiti
della
volontà
,
lo
studio
della
quale
è
d
'
importanza
capitale
per
il
pedagogo
,
il
moralista
,
il
sociologo
,
il
giurista
.
Nella
natura
infatti
i
fenomeni
che
godono
di
questa
singolare
proprietà
,
per
noi
oltremodo
preziosa
,
di
poter
esser
modificati
dalle
nostre
credenze
e
dai
nostri
giudizi
,
dalle
considerazioni
cioè
che
facciamo
sul
loro
modo
di
svolgersi
,
sono
in
numero
relativamente
ristretto
.
Degli
altri
noi
siamo
spettatori
,
ma
non
motori
.
Le
loro
successioni
e
le
loro
coesistenze
,
i
loro
divorzi
e
i
loro
connubi
sono
stabiliti
da
vincoli
così
tenaci
che
possiamo
bensì
conoscerli
,
ma
non
possiamo
infrangerli
.
Conosciuti
,
tali
vincoli
fra
i
fenomeni
saranno
gli
elementi
della
nostra
concezione
scientifica
dell
'
Universo
,
la
base
sempre
più
larga
,
sulla
quale
si
erigerà
quella
possibilità
di
previsione
delle
conseguenze
degli
atti
nostri
,
che
è
atta
a
renderci
sempre
più
potenti
nella
nostra
relativa
impotenza
di
fronte
all
'
immensa
natura
.
Ma
la
nostra
influenza
su
di
essi
non
sarà
che
indiretta
:
se
vogliamo
renderci
propizie
le
loro
forze
,
se
vogliamo
piegarle
ai
nostri
fini
,
non
possiamo
farlo
se
non
per
mezzo
di
quella
parte
della
realtà
,
che
realmente
si
mostra
obbediente
al
semplice
fiat
nostro
.
Che
una
parte
siffatta
della
realtà
esista
,
è
indubitabile
:
tutti
coloro
che
hanno
come
noi
identificato
la
libertà
colla
volontarietà
delle
azioni
,
hanno
considerato
la
libertà
come
un
fatto
evidente
.
Hanno
avuto
torto
però
alcuni
di
essi
di
considerare
questo
fatto
come
un
attestato
diretto
della
coscienza
.
Ciò
che
ci
dice
che
un
dato
atto
,
un
dato
movimento
terrà
dietro
ad
una
determinata
nostra
credenza
,
è
,
non
meno
che
per
quelli
che
tengono
dietro
direttamente
agli
stimoli
"
esteriori
"
,
l
'
esperienza
.
Desidero
che
domani
piova
,
e
la
pioggia
non
cade
per
questo
:
stimo
invece
opportuno
che
il
mio
braccio
si
muova
per
prendere
quell
'
oggetto
,
che
la
mia
bocca
articoli
certi
suoni
,
che
la
mia
penna
scriva
le
presenti
parole
,
ed
ecco
!
la
cosa
è
fatta
.
Nel
formulare
il
mio
desiderio
,
io
ben
sapevo
che
esso
si
sarebbe
realizzato
nel
primo
caso
,
che
non
si
sarebbe
realizzato
nel
secondo
.
Onde
io
dal
semplice
esame
del
mio
stato
d
'
animo
posso
dire
a
priori
se
esso
sarà
efficace
o
no
a
diventare
,
secondo
l
'
espressione
del
Kant
,
la
causa
dell
'
esistenza
del
proprio
oggetto
;
se
quindi
,
io
potrò
formularlo
nella
forma
risoluta
:
"
io
voglio
"
,
o
dovrò
limitarmi
a
quella
più
mite
e
modesta
:
"
io
desidero
"
,
o
"
io
spero
.
"
-
Ma
ciò
non
è
che
un
prodotto
delle
ripetute
esperienze
fatte
,
per
mezzo
delle
quali
ho
potuto
constatare
"
quali
movimenti
tengano
dietro
a
quali
pensieri
.
"
Tanto
è
vero
che
nel
caso
di
paralisi
il
rapporto
di
successione
normale
è
rotto
,
l
'
esperienza
deve
rifarsi
da
capo
:
in
un
paralitico
di
data
recente
,
vi
hanno
tutti
gli
antecedenti
dell
'
azione
volontaria
,
compresa
la
certezza
che
l
'
azione
seguirà
-
ma
l
'
azione
invece
questa
volta
non
si
produce
:
il
braccio
non
si
alza
,
le
labbra
non
si
muovono
ad
articolare
il
suono
,
le
gambe
si
rifiutano
al
comando
che
vien
loro
impartito
col
consueto
vigore
.
È
questo
uno
stato
di
cose
a
cui
presto
tien
dietro
la
convinzione
della
propria
impotenza
;
sparisce
il
vero
e
proprio
carattere
di
volizione
,
e
subentra
il
semplice
desiderio
,
distinto
dalla
volontà
vera
e
propria
in
quanto
per
questa
è
necessaria
la
previsione
dell
'
atto
.
-
Un
essere
adunque
che
non
avesse
avuto
esperienza
anteriore
non
potrebbe
,
nel
senso
proprio
della
parola
,
volere
.
Tutte
le
reazioni
sue
agli
stimoli
di
ogni
sorta
sarebbero
di
natura
inaspettata
per
lui
.
"
I
movimenti
volontari
,
scrive
il
James
,
debbono
essere
funzioni
secondarie
,
non
primitive
,
del
nostro
organismo
.
È
questo
il
primo
punto
che
deve
essere
capito
nella
psicologia
della
volontà
.
I
movimenti
reflessi
,
istintivi
,
emozionali
sono
tutti
fatti
primarii
:
i
centri
nervosi
sono
organizzati
in
modo
che
certi
stimoli
fanno
scattare
certe
parti
esplosive
;
e
la
creatura
che
assiste
per
la
prima
volta
ad
una
di
tali
esplosioni
,
fa
una
esperienza
nuova
.
Un
giorno
assistevo
insieme
ad
un
bambino
all
'
arrivo
rumoroso
di
un
treno
diretto
nella
stazione
.
Il
bambino
che
si
trovava
assai
vicino
ad
una
piattaforma
si
scosse
e
si
mise
a
piangere
,
divenne
pallido
col
respiro
affannoso
,
e
gridando
corse
a
me
a
nascondersi
il
viso
.
Sono
convinto
che
quel
piccolo
essere
non
era
meno
maravigliato
per
il
proprio
contegno
che
per
l
'
arrivo
del
treno
,
e
certo
più
di
quanto
fossi
io
,
che
assistevo
alla
scena
.
Naturalmente
,
se
una
tale
reazione
si
ripetesse
spesso
,
sapremmo
presto
che
cosa
ci
dobbiamo
aspettare
da
noi
stessi
,
e
potremmo
prevedere
la
nostra
condotta
,
pur
rimanendo
questa
involontaria
ed
incontrollabile
come
prima
.
Ma
se
,
nell
'
azione
volontaria
propriamente
detta
,
l
'
azione
volontaria
deve
essere
preveduta
,
ne
consegue
che
nessuna
creatura
che
non
abbia
un
potere
divinatorio
potrà
mai
eseguire
per
la
prima
volta
un
atto
volontario
.
Ora
noi
non
siamo
forniti
di
un
potere
di
visione
profetica
dei
movimenti
che
possiamo
fare
,
più
che
delle
sensazioni
che
possiamo
avere
.
Come
dobbiamo
aspettare
che
le
sensazioni
ci
si
presentino
,
così
dobbiamo
aspettare
che
i
nostri
movimenti
si
siano
compiuti
involontariamente
,
prima
di
formarci
l
'
idea
di
ciò
che
sono
l
'
uno
o
l
'
altro
di
questi
due
processi
.
Noi
impariamo
per
la
via
della
esperienza
tutte
le
possibilità
che
possediamo
:
quando
un
movimento
particolare
avvenuto
una
volta
in
modo
casuale
,
reflesso
e
involontario
ha
lasciato
una
traccia
di
sé
nella
nostra
memoria
,
il
movimento
può
essere
di
nuovo
desiderato
,
può
essere
proposto
come
fine
,
può
essere
deliberatamente
voluto
.
Ma
è
impossibile
vedere
in
qual
modo
avrebbe
potuto
essere
voluto
altrimenti
.
Una
provvista
di
idee
dei
vari
movimenti
possibili
,
formatasi
nella
memoria
,
per
l
'
esperienza
fatta
compiendoli
involontariamente
,
è
pertanto
il
primo
requisito
della
vita
volontaria
"
.
Vediamo
dunque
come
le
azioni
reflesse
ed
istintive
,
che
alcuni
sogliono
contrapporre
alla
volontà
come
qualchecosa
di
irreducibilmente
diverso
,
siano
invece
il
materiale
onde
la
volontà
si
vale
e
senza
il
quale
sarebbe
impossibile
comprendere
i
suoi
movimenti
.
Inoltre
,
ben
lungi
dal
rappresentare
antiche
azioni
volontarie
rese
incoscienti
,
o
subcoscienti
,
dalla
lunga
ripetizione
,
esse
sono
qualchecosa
di
anteriore
alla
volontà
,
qualchecosa
che
può
bensì
esservi
senza
che
esista
una
vera
e
propria
volontà
,
ma
senza
di
cui
una
volontà
qualsiasi
è
inintelligibile
.
Se
ora
forse
molte
delle
nostre
reazioni
istintive
sono
azioni
volontarie
diventate
automatiche
,
ciò
vuol
dire
che
prima
ancora
vi
dovevano
essere
altre
azioni
automatiche
,
se
anche
diverse
dalle
attuali
.
La
volontà
presuppone
quella
che
il
Bain
chiama
attività
spontanea
del
sistema
nervoso
,
per
la
quale
a
certi
determinati
stimoli
,
esteriori
od
interiori
,
rispondono
determinate
reazioni
.
"
Si
può
paragonare
il
sistema
nervoso
a
un
organo
i
cui
mantici
sono
costantemente
tesi
e
pronti
a
scaricarsi
in
tutti
i
sensi
a
seconda
dei
tasti
che
preme
l
'
organista
.
Lo
stimolo
delle
nostre
sensazioni
e
dei
nostri
sentimenti
(
feelings
)
non
dà
la
forza
interna
,
ma
determina
il
punto
ove
si
produrrà
la
scarica
e
come
essa
si
produrrà
.
Questa
attività
diremo
così
automatica
del
nostro
sistema
nervoso
è
la
base
di
tutta
quanta
la
nostra
vita
emozionale
,
sentimentale
,
affettiva
.
La
vista
di
certi
oggetti
,
di
certi
aggruppamenti
di
linee
e
di
colori
,
il
contatto
di
certi
corpi
,
l
'
audizione
di
certi
suoni
,
ogni
sensazione
insomma
fa
nascere
nel
nostro
organismo
certe
reazioni
determinate
,
piacevoli
o
dolorose
,
certe
preferenze
o
repulsioni
,
certi
impulsi
ad
agire
,
che
non
possono
altrimenti
chiamarsi
se
non
istintivi
.
E
nella
vita
istintiva
hanno
la
loro
radice
,
più
o
meno
direttamente
,
tutti
i
nostri
sentimenti
,
dai
più
elementari
e
volgari
,
ai
più
complessi
,
elevati
e
raffinati
.
-
La
vita
istintiva
fornisce
alla
volontà
,
oltreché
,
come
abbiamo
visto
,
i
suoi
materiali
,
anche
ogni
fine
,
ogni
ragione
in
vista
della
quale
essa
si
determina
.
I
grandi
fini
,
ai
quali
si
vogliono
talora
ricondurre
tutti
gli
altri
subordinati
:
la
nostra
conservazione
,
la
conservazione
della
specie
,
la
felicità
o
il
piacere
;
quelle
tendenze
che
possono
orientare
tutta
quanta
la
vita
di
un
uomo
,
l
'
amore
,
il
sentimento
familiare
o
patriottico
,
la
bramosia
di
sapere
,
la
passione
artistica
,
l
'
aspirazione
umanitaria
,
che
cosa
sono
in
ultima
analisi
,
se
non
grandi
istinti
,
più
degli
altri
"
fondamentali
"
?
E
nel
dire
ch
'
essi
sono
istinti
,
noi
non
intendiamo
affatto
deprezzarli
.
Il
fatto
che
un
istinto
,
una
nostra
tendenza
è
"
cieca
"
,
che
è
impossibile
"
giustificarla
"
con
una
"
ragione
"
qualsiasi
non
dice
nulla
infatti
sulla
opportunità
o
meno
per
gli
uomini
di
seguirla
;
imperocché
ciò
è
vero
di
tutte
le
nostre
maggiori
tendenze
.
Una
nostra
tendenza
,
una
nostra
preferenza
,
non
può
giustificarsi
se
non
mediante
un
'
altra
tendenza
,
un
'
altra
preferenza
;
onde
è
forza
pur
far
capo
ad
una
tendenza
,
ad
una
preferenza
che
non
ha
bisogno
di
essere
ulteriormente
giustificata
,
ad
un
qualche
cosa
cioè
,
la
cui
preferibilità
ci
sembri
perfettamente
ovvia
e
naturale
.
Ogni
sentimento
,
nel
fatto
,
basta
a
sé
stesso
;
e
alla
domanda
di
un
perché
non
si
può
rispondere
,
nella
massima
parte
dei
casi
,
se
non
:
perché
è
così
.
La
ragazza
piace
al
suo
innamorato
non
per
alcun
fine
indiretto
o
remoto
,
ma
semplicemente
perché
gli
piace
:
s
'
egli
la
sposa
,
anche
per
altri
motivi
per
la
sua
posizione
sociale
o
i
suoi
danari
,
s
'
egli
ciò
facendo
crede
di
servire
la
patria
,
o
,
avendo
una
vena
filosofica
,
è
convinto
di
servire
all
'
alto
fine
della
conservazione
della
razza
,
tutti
questi
sentimenti
sono
elementi
estranei
all
'
amore
,
che
possono
bensì
rinforzarlo
e
magari
sostituirlo
,
ma
che
non
possono
essere
,
agli
occhi
dell
'
innamorato
,
la
giustificazione
della
propria
passione
.
Il
bisogno
di
giustificare
ai
propri
occhi
un
sentimento
è
già
una
prova
ch
'
esso
incomincia
a
vacillare
.
Presso
l
'
uomo
non
meno
che
presso
gli
animali
esiste
un
certo
numero
di
tendenze
che
non
hanno
altra
giustificazione
all
'
infuori
della
propria
esistenza
.
Nel
gatto
la
vista
del
topo
fuggente
,
nella
gallina
la
vista
delle
uova
,
nel
cane
l
'
odore
di
un
buon
boccone
provocano
l
'
impulso
ad
una
serie
di
atti
,
il
fine
dei
quali
può
benissimo
essere
conosciuto
dall
'
animale
in
questione
,
ma
che
si
compierebbero
egualmente
anche
ove
tale
conoscenza
mancasse
.
La
gallina
che
ha
già
covato
e
veduti
i
pulcini
,
il
gatto
ed
il
cane
che
sanno
ormai
per
esperienza
qual
complesso
di
raffinate
sensazioni
rappresentino
il
topo
acchiappato
e
il
boccone
furato
,
alla
vista
degli
oggetti
stessi
non
provano
più
quel
semplice
e
cieco
impulso
ad
agire
della
prima
volta
:
prima
ancora
di
essersi
mossi
è
sorta
in
loro
la
rappresentazione
(
previsione
)
degli
effetti
dei
loro
movimenti
,
e
questi
effetti
possono
presentarsi
come
desiderabili
alla
loro
volta
,
cioè
rinforzare
l
'
impulso
primitivo
,
oppure
come
dolorosi
,
e
quindi
neutralizzarlo
.
Nel
caso
del
cane
,
accanto
alla
delizia
del
boccone
può
sorgere
il
ricordo
e
la
previsione
delle
frustate
del
padrone
.
Dal
momento
in
cui
nasce
la
possibilità
che
un
impulso
sia
frenato
dalla
previsione
di
conseguenze
ulteriori
,
l
'
azione
comincia
a
meritarsi
il
nome
di
volontaria
.
Intanto
l
'
azione
si
compierebbe
egualmente
anche
senza
quella
nozione
delle
conseguenze
desiderabili
dell
'
atto
,
che
costituisce
ciò
che
ìmpropriamente
chiamasi
"
l
'
idea
del
fine
"
.
Per
la
gallina
il
desiderio
di
covare
le
uova
è
altrettanto
finale
quanto
lo
è
per
noi
quello
di
mangiare
quando
abbiamo
fame
.
Le
uova
le
vengono
presentate
,
ed
essa
vi
si
adagia
sopra
,
né
essa
sa
perché
,
se
non
che
la
cosa
l
'
attrae
e
la
seduce
.
Le
uova
sono
per
lei
una
fonte
di
emozioni
,
e
l
'
oggetto
di
un
forte
sentimento
,
le
cui
ragioni
trascendono
di
gran
lunga
le
sue
capacità
intellettuali
,
e
che
per
lei
è
cosa
più
naturale
di
questo
mondo
.
Così
parteciperanno
per
lei
di
questa
tinta
emozionale
,
per
così
dire
,
tutti
quegli
oggetti
ch
'
essa
giungerà
ad
associare
colle
uova
stesse
:
le
uova
saranno
suscettibili
di
diventar
fine
per
una
quantità
di
atti
ad
esse
relativi
,
atti
in
sé
magari
spiacevoli
,
ma
eseguiti
in
vista
del
piacere
dato
dalle
uova
stesse
.
Abbiamo
dunque
veduto
che
cosa
contraddistingua
la
volontà
:
l
'
influenza
sui
nostri
atti
dei
giudizi
che
formuliamo
intorno
agli
atti
stessi
.
Abbiamo
veduto
altresì
come
ciò
presupponga
l
'
esistenza
di
impulsi
,
di
tendenze
,
di
preferenze
per
così
dire
automatiche
del
nostro
organismo
;
i
quali
fatti
costituiscono
una
terza
categoria
di
fenomeni
altrettanto
distinta
dalle
credenze
(
giudizi
)
quanto
queste
lo
sono
dalle
rappresentazioni
.
Essi
sono
la
base
di
ogni
nostra
vita
sentimentale
ed
affettiva
,
sia
essa
di
natura
inferiore
come
la
vegetativa
,
o
superiore
come
quella
estetica
e
morale
.
-
Possiamo
ora
giungere
a
conseguenze
di
qualche
importanza
a
riguardo
del
concetto
di
responsabilità
.
Se
le
azioni
volontarie
sono
solo
quelle
e
tutte
quelle
,
su
cui
influiscono
i
nostri
giudizi
sulle
conseguenze
loro
,
ne
consegue
che
solo
l
'
azione
volontaria
potrà
essere
impedita
dalla
previsione
di
un
male
vicino
o
lontano
che
sia
per
derivarne
a
qualcuno
(
propria
,
persona
,
famiglia
,
amici
,
patria
,
umanità
)
.
Solo
su
di
essa
potrà
agire
il
motivo
,
egoistico
od
altruistico
.
Ora
giova
notare
che
non
è
la
specie
,
la
qualità
di
tale
influenza
che
importa
alla
responsabilità
.
Se
io
,
dopo
aver
accertato
tutte
le
conseguenze
,
sicure
o
probabili
,
dei
miei
atti
;
dopo
aver
veduto
con
perfetta
lucidità
che
agendo
in
una
determinata
guisa
produrrò
un
determinato
danno
alla
tal
persona
o
alla
tal
cosa
la
integrità
della
quale
è
sancita
dal
senso
morale
pubblico
:
pur
nondimeno
persisto
nel
mio
disegno
semplicemente
perché
questa
considerazione
non
mi
fa
alcuna
impressione
e
mi
lascia
freddo
ed
indifferente
,
vale
a
dire
se
persisto
nel
mio
disegno
per
deficienza
d
'
impulso
al
ben
fare
,
io
non
sono
meno
responsabile
per
questo
.
In
altre
parole
,
la
deficienza
sentimentale
non
è
di
per
sé
sola
una
minorante
della
responsabilità
.
È
questo
un
punto
che
merita
di
richiamare
la
nostra
attenzione
poiché
costituisce
,
per
così
dire
,
il
nodo
della
questione
della
responsabilità
.
Il
principio
che
abbiamo
enunciato
è
atto
ad
essere
trascurato
ai
giorni
nostri
,
in
cui
taluni
sembrano
credere
che
il
non
aver
sentito
che
bisognava
agire
in
un
dato
modo
sia
una
scusa
sufficiente
per
non
aver
fatto
il
proprio
dovere
.
Eppure
il
principio
è
irrecusabile
anche
dal
punto
di
vista
deterministico
.
Ciò
che
intendiamo
biasimare
in
un
individuo
è
appunto
questa
mancanza
dei
sentimenti
,
nella
quale
si
rivela
la
sua
personalità
.
Affinché
un
individuo
possa
essere
ritenuto
responsabile
occorre
che
l
'
azione
fosse
in
suo
potere
.
Ma
"
essere
in
suo
potere
"
che
cosa
implica
,
se
non
"
l
'
assenza
di
ogni
ostacolo
insuperabile
eccetto
la
mancanza
di
spinta
al
bene
?
"
È
precisamente
in
questo
caso
che
la
punizione
e
l
'
espressione
della
disapprovazione
morale
sono
anche
utili
per
fornire
la
forza
impulsiva
deficiente
.
La
presenza
di
un
sentimento
malvagio
,
la
mancanza
di
un
sentimento
buono
,
non
alterano
adunque
la
misura
della
responsabilità
di
un
individuo
.
La
preponderanza
di
un
sentimento
qualsiasi
è
sempre
necessaria
all
'
azione
.
Se
quindi
,
per
dichiarare
uno
responsabile
,
bisognasse
constatare
che
i
sentimenti
buoni
e
malvagi
si
controbilanciano
in
lui
;
ne
deriverebbe
la
pratica
inapplicabilità
del
concetto
di
responsabilità
.
Solo
quando
un
sentimento
acquista
tale
un
sopravvento
da
invadere
tutto
quanto
il
campo
della
coscienza
,
togliendole
quella
lucidità
ch
'
è
necessaria
per
agire
volontariamente
:
solo
quando
il
sentimento
degenera
in
passione
,
e
più
che
in
passione
,
in
monomania
,
precludendo
addirittura
la
via
al
sorgere
di
ogni
considerazione
a
sé
contraria
,
dando
così
alle
reazioni
dell
'
individuo
qualche
cosa
della
natura
cieca
e
pressoché
irresistibile
dell
'
azione
riflessa
:
solo
allora
potrà
parlarsi
di
una
diminuzione
di
responsabilità
.
Ma
finché
l
'
organismo
intellettuale
rimane
inalterato
e
rimane
quindi
la
possibilità
che
sorgano
impulsi
contrari
alla
passione
dominante
,
la
responsabilità
persiste
inalterata
.
Qual
'
è
il
punto
in
cui
si
produce
il
tracollo
,
in
cui
la
preponderanza
della
passione
cioè
diviene
irresistibile
?
È
questo
il
problema
pratico
della
responsabilità
,
quello
a
cui
si
trova
di
fronte
il
giudice
e
il
moralista
nei
singoli
casi
concreti
.
Risolverlo
astrattamente
è
cosa
impossibile
.
I
limiti
del
potere
d
'
inibizione
si
spostano
di
continuo
col
crescere
della
civiltà
col
perfezionarsi
della
educazione
.
Vi
è
sempre
un
certo
punto
,
in
cui
la
coscienza
generale
quasi
istintivamente
riconosce
che
,
crescendo
più
oltre
l
'
impulso
,
esso
diviene
tale
che
nessuno
dei
consociati
in
circostanze
determinate
saprebbe
resistergli
.
Si
crea
così
una
certa
norma
,
una
certa
media
intorno
alle
quali
oscillano
i
limiti
della
responsabilità
.
Come
tali
,
esse
sono
necessariamente
imperfette
,
e
necessariamente
creano
talora
nel
loro
conflitto
colla
realtà
delle
cose
,
particolari
ingiustizie
e
crudeltà
come
indebite
indulgenze
.
Ma
ciò
è
inevitabile
,
data
la
origine
sociale
del
concetto
di
responsabilità
.
Solo
potrebbe
essere
un
giudice
infallibile
di
sé
l
'
individuo
stesso
,
ove
fosse
imparziale
,
oppure
una
divinità
omnisciente
.
Strettamente
legata
colla
questione
dei
limiti
della
responsabilità
è
quella
di
stabilire
quali
sono
gli
oggetti
su
cui
la
volontà
estende
il
proprio
potere
.
Non
manca
chi
pretende
restringere
gli
effetti
della
volontà
a
quegli
eventi
che
possono
essere
prodotti
dalle
contrazioni
muscolari
.
Ora
è
certo
che
questi
costituiscono
la
parte
più
ovvia
ed
evidente
della
sfera
della
volontà
.
Ma
una
parte
non
meno
importante
soprattutto
moralmente
è
costituita
dai
cambiamenti
che
possiamo
provocare
nel
corso
dei
nostri
pensieri
e
dei
nostri
sentimenti
.
Se
ciò
avvenga
con
o
senza
il
concorso
del
nostro
sistema
muscolare
è
questione
non
risoluta
del
tutto
,
ma
che
ad
ogni
modo
non
toglie
l
'
importanza
del
fatto
in
sé
.
Possiamo
entro
certi
limiti
dominare
e
dirigere
i
nostri
pensieri
ed
i
nostri
sentimenti
,
specialmente
mediante
l
'
attenzione
volontaria
.
Ed
a
proposito
dell
'
attenzione
è
bene
avvertire
che
anche
a
suo
riguardo
è
impossibile
concludere
a
priori
la
possibilità
di
una
spiegazione
"
deterministica
"
.
Anche
qui
possiamo
ripetere
ciò
che
abbiamo
detto
in
generale
della
volontà
.
Vi
sono
degli
oggetti
che
attraggono
quasi
automaticamente
la
nostra
attenzione
(
oggetti
brillanti
,
nuovi
insoliti
,
cose
in
sé
piacevoli
,
ecc
.
)
,
in
modo
da
farci
concentrare
nella
loro
contemplazione
,
in
piena
dimenticanza
di
ogni
altra
realtà
.
Ma
l
'
attenzione
può
svegliarsi
,
per
qualche
fine
remoto
,
e
appuntarsi
in
oggetti
in
sé
privi
di
qualunque
attrattiva
:
allora
nasce
propriamente
l
'
attenzione
volontaria
,
accompagnata
da
quel
sentimento
di
sforzo
nel
quale
alcuni
hanno
voluto
vedere
a
tutti
i
costi
un
argomento
in
favore
dell
'
indeterminismo
assoluto
.
Ma
se
noi
persistiamo
in
una
occupazione
mentale
anche
a
dispetto
degli
ostacoli
oppostici
dalla
nostra
stessa
costituzione
cerebrale
,
stanchezza
ecc
.
,
ciò
sarà
sempre
per
qualche
ragione
(
perché
crediamo
sia
utile
,
necessario
,
doveroso
far
ciò
)
.
Anzi
la
differenza
fra
l
'
attenzione
volontaria
ed
involontaria
starà
tutta
qui
:
che
nel
primo
caso
sappiamo
perché
stiamo
attenti
alle
cose
,
nel
secondo
no
.
Restano
infine
fra
gli
effetti
della
volontà
le
alterazioni
che
possiamo
produrre
sulle
nostre
abitudini
e
le
nostre
future
tendenze
all
'
azione
,
per
mezzo
delle
quali
possiamo
quasi
,
per
così
dire
,
rinnovare
la
nostra
personalità
.
Nell
'
educazione
non
sarà
mai
troppa
l
'
attenzione
attribuita
a
questa
terza
categoria
d
'
effetti
.
Lo
scopo
principale
dell
'
educazione
è
di
rendere
l
'
individuo
un
"
fascio
di
abitudini
"
buone
,
in
modo
che
lo
sforzo
ch
'
egli
dovrà
fare
per
tener
la
via
retta
d
'
azione
sia
quanto
più
lieve
è
possibile
.
Allora
,
quando
l
'
individuo
in
sé
stesso
,
o
altri
su
di
lui
hanno
ottenuto
questo
scopo
,
l
'
azione
volontaria
stessa
diviene
una
cosa
molto
più
semplice
,
in
quanto
ormai
più
non
si
rivolge
che
all
'
esterno
:
l
'
individuo
non
ha
più
bisogno
di
diffidare
delle
sue
forze
interne
,
dei
suoi
impulsi
:
è
giunto
il
momento
in
cui
l
'
educatore
può
rivolgere
al
suo
pupillo
le
parole
di
Virgilio
a
Dante
,
giunto
in
cima
alla
bella
montagna
del
Purgatorio
:
Tratto
ti
ho
qui
con
ingegno
e
con
arte
;
Lo
tuo
piacere
omai
prendi
per
duce
;
Fuor
sei
dell
'
erte
vie
,
fuor
se
'
dell
'
arte
.
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
..
Non
aspettar
mio
dir
più
,
né
mio
cenno
:
Libero
,
dritto
e
sano
è
lo
tuo
arbitrio
,
E
fallo
fòra
non
fare
a
suo
senno
;
Perch
'
io
te
sopra
te
corono
e
mitrio
.
(
Purg
.
,
XXVII
,
130-132,139-142
)
.
-
Perché
-
qualcuno
potrebbe
chiedere
-
questa
digressione
sulla
natura
e
i
caratteri
della
volontà
,
dal
momento
che
tutti
sappiamo
distinguere
un
atto
volontario
da
un
atto
involontario
?
Ciò
basta
perfettamente
per
ogni
bisogno
pratico
,
ed
è
soltanto
dal
lato
pratico
che
la
volontà
è
considerata
dal
moralista
e
dal
giurista
.
La
volontà
è
una
delle
cose
a
noi
più
direttamente
note
,
e
,
anziché
aver
bisogno
di
esser
"
definita
"
,
può
essa
stessa
servirci
a
definire
una
moltitudine
di
cose
.
Il
meglio
quindi
da
farsi
per
il
moralista
,
il
giurista
e
il
sociologo
è
di
assumere
la
volontà
come
un
dato
,
lasciando
allo
psicologo
e
al
metafisico
le
ulteriori
indagini
,
che
per
i
primi
non
hanno
alcun
interesse
diretto
.
Rispondiamo
,
che
se
tale
è
la
conclusione
a
cui
si
dovrebbe
arrivare
,
non
è
per
questo
men
vero
che
spesso
non
ne
vien
tenuto
conto
,
ed
è
abbastanza
,
generale
la
convinzione
che
la
scienza
possa
in
qualche
modo
negare
la
volontà
o
qualcuno
de
'
suoi
attributi
essenziali
alle
esigenze
pratiche
:
ed
il
rilevare
,
per
quanto
in
modo
sommario
,
i
principali
caratteri
per
cui
,
anche
secondo
la
scienza
psicologica
più
recente
,
si
distingue
il
processo
delle
nostre
volizioni
,
serve
quindi
ad
evitare
certi
errori
assai
comuni
,
che
tendono
ad
attribuire
alla
scienza
stessa
un
aspetto
assai
più
"
rivoluzionario
"
di
quanto
in
realtà
non
abbia
.
Le
conclusioni
a
cui
siamo
giunti
non
sono
del
tutto
irrilevanti
per
una
esatta
comprensione
della
posizione
della
morale
e
del
diritto
di
fronte
alle
scienze
propriamente
dette
.
Anzi
tutto
,
abbiamo
visto
che
ogni
descrizione
del
processo
volitivo
è
incompleta
,
la
quale
non
rilevi
come
precedenti
causali
caratteristici
della
volizione
siano
le
nostre
credenze
,
vale
a
dire
i
giudizi
che
facciamo
intorno
alle
cose
,
strettamente
o
lontanamente
connesse
coll
'
atto
che
stiamo
per
compiere
.
Abbiamo
osservato
d
'
altra
parte
,
che
ciò
presuppone
anche
nel
nostro
organismo
un
'
attività
automatica
,
per
la
quale
tali
credenze
siano
impulsive
,
facciano
cioè
nascere
in
noi
tendenze
a
determinate
azioni
;
e
come
le
tendenze
stesse
costituiscono
tutta
la
nostra
vita
istintiva
,
emozionale
,
affettiva
,
e
sono
perciò
la
base
di
ogni
nostra
preferenza
,
di
ogni
nostro
apprezzamento
sulla
desiderabilità
delle
diverse
azioni
possibili
che
,
nello
stato
di
deliberazione
volontaria
,
si
presentano
come
alternative
.
Vediamo
ora
in
che
questo
possa
interessarci
.
Che
la
credenza
,
e
non
la
semplice
rappresentazione
in
quanto
da
essa
si
distingue
,
sia
il
precedente
causale
dell
'
atto
volontario
,
ci
mostra
subito
che
della
produzione
di
questo
nessuna
meccanica
di
rappresentazioni
,
susseguentisi
per
via
di
semplice
associazione
,
potrebbe
render
esatta
ragione
.
La
psicologia
associazionistica
inglese
,
e
quella
intellettualistica
di
Herbart
non
teneva
abbastanza
conto
di
ciò
:
essa
tentava
di
derivare
tutti
quanti
i
processi
mentali
dalle
rappresentazioni
e
dai
loro
rapporti
.
Nella
psicologia
più
recente
invece
si
manifesta
la
tendenza
a
mantener
distinti
da
quelle
sì
i
fatti
di
credenza
come
gli
stati
emozionali
e
volitivi
,
gli
uni
e
gli
altri
indefinibili
per
mezzo
delle
sole
rappresentazioni
.
Ora
le
nostre
credenze
,
i
nostri
giudizi
,
sebbene
non
siano
per
nulla
indipendenti
dalle
leggi
per
cui
si
susseguono
fra
loro
le
rappresentazioni
(
leggi
dell
'
associazione
psicologica
)
,
soggiacciono
ad
altre
leggi
loro
particolari
che
da
quelle
non
possono
in
alcun
modo
dedursi
.
Tali
leggi
,
che
sono
quelle
per
cui
la
evidenza
(
la
credibilità
)
di
un
giudizio
scaturisce
da
quella
di
un
altro
giudizio
,
e
su
cui
pertanto
sono
fondati
tanto
il
processo
di
spiegazione
che
quello
di
dimostrazione
,
formano
la
base
della
logica
umana
.
Resta
perciò
salvato
quello
che
può
dirsi
il
carattere
razionale
della
volontà
,
carattere
a
cui
per
uno
strano
equivoco
si
è
creduto
che
la
"
scienza
"
potesse
in
qualche
modo
attentare
,
e
che
viene
implicato
nelle
definizioni
che
i
moralisti
più
rigorosi
ed
esigenti
dànno
della
facoltà
di
volere
e
quindi
della
libertà
.
Affermare
poi
che
la
volontà
presuppone
altresì
quegli
stati
emozionali
e
affettivi
che
costituiscono
un
terzo
elemento
irreducibile
della
nostra
vita
mentale
,
equivale
a
rilevare
un
'
altra
qualità
della
volontà
che
i
deterministi
sono
troppo
spesso
portati
a
trascurare
o
a
negare
:
voglio
dire
quella
che
potrebbe
chiamarsi
la
sua
spontaneità
ed
originalità
;
qualità
che
anch
'
essa
pertanto
non
ha
nulla
di
contraddittorio
con
un
determinato
bene
inteso
.
Da
nessuna
combinazione
di
rappresentazioni
o
credenze
potrebbe
dedursi
quale
sarà
l
'
atto
seguente
ove
non
si
conosca
quale
sarà
il
sentimento
,
nel
senso
più
ampio
della
parola
,
ch
'
esse
determineranno
:
in
altre
parole
,
quale
sarà
l
'
azione
che
l
'
agente
preferirà
.
Ora
,
come
nelle
leggi
che
regolano
le
nostre
credenze
va
ricercato
il
fondamento
della
logica
,
così
in
altre
leggi
particolari
secondo
cui
si
svolgono
le
nostre
preferenze
,
le
nostre
emozioni
,
va
ricercato
il
fondamento
psicologico
sì
dell
'
estetica
come
della
morale
propriamente
detta
.
Scopo
della
morale
è
di
determinare
i
fini
che
l
'
uomo
deve
proporsi
nell
'
operare
.
Ora
tutto
ciò
che
vogliamo
,
lo
vogliamo
come
fine
o
come
mezzo
ad
un
fine
.
Il
fine
stesso
poi
può
apparirci
a
sua
volta
come
mezzo
ad
un
fine
ulteriore
,
e
così
via
;
vale
a
dire
che
possiamo
via
via
"
giustificare
"
le
nostre
azioni
o
i
nostri
proponimenti
col
riferirli
a
fini
sempre
superiori
,
creando
così
una
scala
od
una
gerarchia
di
fini
gli
uni
agli
altri
subordinati
.
Ma
-
ritornando
su
ciò
che
abbiamo
detto
a
proposito
degli
istinti
in
questo
procedimento
non
potremo
andare
all
'
infinito
:
vi
sarà
un
certo
numero
di
fini
che
ci
apparranno
degni
di
essere
desiderati
innanzi
a
tutto
e
per
sé
stessi
;
la
cui
bontà
o
preferibilità
ci
apparrà
così
evidente
da
non
aver
bisogno
di
ulteriore
"
giustificazione
"
.
Ora
,
come
nel
decidere
della
rispettiva
desiderabilità
dei
diversi
fini
,
così
nel
decidere
di
questi
fini
ultimi
il
nostro
"
senso
morale
"
è
giudice
inappellabile
.
Ogni
tentativo
di
sfuggire
in
modo
definitivo
al
suo
verdetto
è
assurdo
:
non
si
farà
che
spostare
la
questione
,
per
tornare
,
quando
si
tratti
di
deciderla
,
alla
medesima
autorità
a
cui
abbiam
voluto
sottrarci
.
Insomma
,
senza
qualchecosa
di
desiderabile
in
sé
,
senza
un
termine
finale
,
la
cui
desiderabilità
giustifichi
le
altre
ma
non
abbia
bisogno
di
essere
giustificata
;
senza
un
"
imperativo
categorico
"
di
qualche
sorta
,
non
vi
è
morale
,
né
altra
scienza
pratica
che
sia
possibile
.
L
'
"
INDIPENDENZA
"
DELLA
MORALE
.
-
Da
tutto
ciò
che
abbiamo
detto
fin
qui
vediamo
balzare
in
piena
luce
un
principio
spesso
implicitamente
od
esplicitamente
violato
da
scienziati
e
filosofi
,
che
è
merito
della
scuola
criticista
francese
,
fondata
dal
Renouvier
,
di
avere
strenuamente
rivendicato
,
e
che
forma
il
cardine
,
per
così
dire
,
di
quella
filosofia
.
Vogliam
parlare
di
quello
che
fu
detto
"
principio
della
indipendenza
della
morale
"
.
Ciò
che
fin
qui
abbiamo
detto
può
non
considerarsi
che
come
una
illustrazione
del
medesimo
principio
.
Sono
due
i
modi
con
cui
l
'
attività
scientifica
(
comprendendo
con
questa
tutti
i
tentativi
di
spiegazione
generale
o
speciale
dei
fenomeni
,
e
quindi
anche
i
sistemi
metafisici
le
religiosi
)
hanno
sembrato
minacciare
l
'
esistenza
autonoma
della
morale
:
l
'
uno
consiste
nella
negazione
della
libertà
,
"
condizione
pratica
"
della
morale
;
l
'
altro
in
una
tendenza
più
o
meno
conscia
a
non
considerare
più
come
inappellabile
il
giudizio
del
senso
morale
,
e
nella
corrispondente
opinione
che
la
scienza
possa
in
certo
qual
modo
sostituirlo
nella
determinazione
di
ciò
che
è
bene
di
fare
.
Per
ciò
che
riguarda
il
primo
punto
,
crediamo
di
aver
dimostrato
che
il
timore
,
che
la
scienza
possa
in
alcun
modo
scalzare
le
basi
della
morale
e
del
diritto
,
essere
privo
di
fondamento
.
La
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
in
quanto
questo
si
confonde
colla
inapplicabilità
del
principio
di
causalità
alle
umane
azioni
,
non
implica
la
negazione
della
libertà
umana
.
Alla
credenza
dell
'
uomo
nella
propria
libertà
noi
attribuiamo
,
con
Aristotile
e
Cartesio
,
con
Cousin
e
Mill
tutta
la
forza
di
una
verità
scientifica
.
Non
sempre
ed
in
ogni
caso
-
ma
in
generale
e
nella
normalità
-
le
nostre
credenze
hanno
il
potere
di
influenzare
le
nostre
azioni
;
quel
complesso
di
giudizi
sulla
realtà
delle
cose
,
come
sono
e
come
saranno
in
seguito
al
nostro
atto
,
congiunto
all
'
apprezzamento
etico
che
ne
facciamo
,
ha
per
la
massima
parte
di
noi
e
in
gran
parte
degli
eventi
della
nostra
vita
,
la
facoltà
di
tradursi
negli
atti
nostri
.
E
in
tale
facoltà
è
ravvisata
l
'
attuazione
più
piena
e
completa
della
libertà
,
quale
è
postulata
dalla
morale
e
dal
diritto
.
Ogni
altro
senso
della
parola
libertà
è
invero
illegittimo
e
atto
a
traviare
il
pensiero
.
Andiamo
dunque
più
oltre
di
coloro
,
i
quali
ritengono
dover
noi
mantener
la
libertà
come
postulato
supremo
della
morale
e
del
diritto
sol
perché
la
credenza
nella
libertà
è
ancor
generale
fra
gli
uomini
,
e
la
morale
ed
il
diritto
,
avendo
uno
scopo
essenzialmente
sociale
,
debbono
tener
conto
della
opinione
della
maggioranza
e
non
di
quella
di
solitari
pensatori
.
Noi
al
contrario
siamo
convinti
che
la
negazione
della
libertà
quale
base
della
morale
e
del
diritto
sia
fondata
su
un
vero
e
proprio
sofisma
,
che
scientificamente
non
regge
.
Essa
ha
,
come
abbiamo
osservato
,
lo
stesso
valore
della
"
negazione
della
realtà
esteriore
"
e
simili
tesi
in
cui
pur
troppo
si
è
spesso
smarrita
l
'
alta
filosofia
.
Come
a
chi
negava
la
realtà
delle
cose
esteriori
fu
da
taluno
risposto
col
dare
un
calcio
ad
una
pietra
;
come
a
chi
negava
il
moto
fu
risposto
col
mettersi
a
camminare
,
così
è
lecito
a
chiunque
confutare
un
filosofo
negatore
della
libertà
col
compiere
la
più
insignificante
delle
azioni
volontarie
.
-
La
prova
che
egli
così
fornisce
non
è
soltanto
in
pieno
accordo
col
senso
comune
:
essa
è
del
tutto
conforme
allo
spirito
scientifico
e
consona
ai
più
rigidi
canoni
del
metodo
sperimentale
.
A
riguardo
del
secondo
punto
,
qualche
altra
osservazione
è
forse
necessaria
.
Che
la
scienza
possa
dimostrare
"
l
'
assurdità
"
di
un
ideale
etico
è
opinione
oggidì
ancora
comune
,
com
'
è
ancora
opinione
comune
che
essa
dimostri
essere
"
illusioni
"
intere
categorie
di
parvenze
sensibili
degli
oggetti
.
È
tutt
'
altro
che
raro
,
per
esempio
,
il
trovare
fra
gli
scienziati
chi
vi
affermi
che
quei
fatti
di
special
natura
sui
quali
la
scienza
moderna
ha
attratto
di
preferenza
l
'
attenzione
degli
studiosi
,
quali
le
vibrazioni
degli
atomi
materiali
,
costituiscono
la
sola
"
realtà
"
,
mentre
quelle
apparenze
,
che
assumono
i
corpi
in
quanto
cadono
sotto
questo
o
quel
senso
,
rientrano
nel
mondo
delle
"
illusioni
"
.
Così
il
fisico
vi
dirà
:
noi
crediamo
di
veder
rosso
o
turchino
,
ci
immaginiamo
di
udire
una
determinata
nota
,
di
provare
una
data
sensazione
,
poniamo
,
di
calore
;
ma
in
realtà
non
esistono
che
certe
vibrazioni
dell
'
aria
o
dell
'
etere
che
colpiscono
i
nostri
organi
del
senso
.
Tali
affermazioni
,
che
possono
anche
non
avere
un
senso
errato
,
implicano
ad
ogni
modo
un
uso
equivoco
della
parola
illusione
.
Chi
ci
dice
così
non
si
accorge
che
anche
quelle
vibrazioni
cui
egli
accenna
,
non
ci
sarebbero
note
affatto
se
non
possedessimo
in
qualche
altro
senso
il
mezzo
di
percepirle
,
direttamente
o
indirettamente
-
senza
o
con
l
'
aiuto
di
strumenti
e
del
raziocinio
.
Egli
non
ha
dunque
alcun
diritto
di
chiamare
illusione
alcuna
delle
percezioni
stesse
.
Egli
crede
di
dar
la
preferenza
,
sulla
realtà
che
appare
ai
nostri
sensi
,
ad
una
realtà
diversa
e
più
reale
.
-
Nel
fatto
invece
egli
non
fa
che
posporre
una
parte
della
realtà
che
gli
appare
ai
sensi
,
ad
un
'
altra
parte
della
medesima
realtà
.
Parimenti
lo
scienziato
,
il
quale
si
rifiuta
di
ammettere
come
giusto
un
ideale
etico
col
pretesto
che
la
scienza
ne
ha
dimostrata
la
assurdità
,
è
sovente
vittima
di
un
'
illusione
sulla
natura
delle
proprie
ricerche
.
Egli
crede
in
certo
qual
modo
di
potersi
emancipare
dai
pregiudizi
del
bene
e
del
male
,
uscir
dalla
sfera
della
morale
,
ma
invece
vi
si
trova
sempre
e
necessariamente
di
nuovo
rinchiuso
.
Egli
potrà
bensì
eseguire
tutte
le
operazioni
che
vuole
sostituendo
un
fine
etico
ad
un
altro
,
ma
nel
far
questo
egli
compie
pur
sempre
opera
di
moralista
e
non
di
scienziato
,
e
la
sua
posizione
sarà
altrettanto
"
poco
scientifica
"
quanto
prima
.
In
altri
termini
,
la
scienza
non
può
creare
"
valori
etici
"
,
come
non
può
neppure
creare
valori
estetici
.
"
L
'
osservazione
ed
il
ragionamento
scientifico
,
scrive
il
Vailati
,
non
possono
condurci
che
a
prevedere
le
conseguenze
delle
nostre
azioni
o
a
determinare
i
mezzi
per
arrivare
a
questo
o
quello
scopo
.
Le
conclusioni
alle
quali
si
giunge
possono
essere
poste
sotto
questa
forma
:
se
si
vuole
,
o
non
si
vuole
,
la
tal
cosa
,
si
deve
volere
la
tale
o
tal
altra
cosa
.
Ma
con
nessuno
sforzo
di
alchimia
dialettica
potrebbesi
giungere
a
conclusioni
della
forma
seguente
:
si
deve
volere
,
o
non
si
deve
volere
,
la
tale
o
tal
altra
cosa
"
.
-
È
notevole
l
'
analogia
fra
quella
che
chiamasi
"
giustificazione
"
nel
mondo
morale
,
e
la
"
spiegazione
"
o
"
dimostrazione
"
nel
mondo
scientifico
.
Allo
stesso
modo
come
si
"
spiega
"
un
fatto
ed
una
legge
mostrando
che
si
può
dedurre
da
un
altro
fatto
o
da
un
'
altra
legge
,
così
non
si
può
"
giustificare
"
un
atto
od
una
norma
(
un
modo
generale
di
agire
che
ci
par
desiderabile
)
se
non
deducendola
(
mostrando
ch
'
essa
ne
è
un
presupposto
necessario
)
da
un
altro
atto
o
da
un
altra
legge
.
-
Ma
ciò
con
cui
si
"
spiega
"
,
si
dimostra
,
si
prova
un
fatto
(
una
credenza
)
non
può
essere
che
un
altro
fatto
(
un
'
altra
credenza
)
;
così
ciò
con
cui
si
"
giustifica
"
una
norma
d
'
agire
,
e
qualunque
nostra
aspirazione
in
genere
,
non
può
essere
che
un
'
altra
norma
d
'
agire
,
un
'
altra
nostra
aspirazione
.
Non
si
potrà
mai
"
giustificare
"
un
ideale
etico
per
mezzo
di
una
semplice
credenza
,
come
non
si
può
spiegare
nessun
fatto
per
mezzo
di
semplici
rappresentazioni
.
Ora
,
il
numero
delle
cose
verso
le
quali
proviamo
una
specie
di
tendenza
impulsiva
che
ci
appar
così
naturale
da
non
aver
bisogno
di
giustificarsi
,
è
notevole
.
-
Ci
riferiamo
a
quello
che
abbiamo
detto
degli
istinti
.
-
Ogni
istinto
,
con
tutte
le
emozioni
e
gli
affetti
corrispondenti
,
è
atto
a
costituire
un
fine
in
sé
.
E
nell
'
uomo
gli
istinti
,
ben
lungi
dall
'
essere
più
scarsi
che
negli
altri
animali
,
sono
assai
più
numerosi
o
svariati
,
ed
è
questa
una
delle
ragioni
della
sua
superiorità
.
Il
bisogno
di
una
"
giustificazione
"
nasce
solo
allorquando
fra
i
diversi
impulsi
,
fra
le
diverse
tendenze
si
produce
un
conflitto
:
quando
cose
di
per
sé
indifferenti
o
ripulsive
acquistano
la
capacità
di
muoverci
verso
di
loro
per
i
rapporti
di
dipendenza
che
giungiamo
a
stabilire
fra
esse
e
le
cose
che
sono
oggetto
diretto
delle
nostre
aspirazioni
e
desideri
.
Se
la
cosa
è
indifferente
,
allora
ad
essa
si
trasmette
,
intatto
,
il
suo
valore
emozionale
;
ma
se
la
cosa
invece
ha
un
contenuto
emozionale
già
di
per
sé
,
allora
questo
concorre
ad
accrescere
o
a
diminuire
lo
stimolo
che
ci
porta
all
'
azione
.
Per
raggiungere
un
fine
,
occorre
passare
sopra
ad
una
quantità
di
mezzi
sgradevoli
o
ripugnanti
:
vi
è
un
punto
però
,
nel
quale
la
sgradevolezza
dei
mezzi
supera
il
limite
,
e
la
loro
adozione
non
è
più
"
giustificata
"
dal
fine
.
È
così
che
si
"
costituisce
il
bilancio
"
,
per
così
dire
,
dei
pro
e
dei
contro
di
un
determinato
genere
di
condotta
:
se
l
'
attivo
supera
il
passivo
,
le
azioni
si
compiono
;
altrimenti
l
'
uomo
si
astiene
dall
'
agire
.
Alla
"
costituzione
del
bilancio
"
la
scienza
concorre
,
ed
abbiamo
visto
come
:
per
opera
sua
la
catena
delle
conseguenze
prevedibili
si
accresce
ogni
giorno
di
preziosi
anelli
;
ma
ciascuno
di
questi
anelli
è
,
sin
dalla
sua
comparsa
,
subito
valutato
dal
sentimento
,
ed
in
questa
valutazione
la
"
scienza
"
non
ha
nulla
che
vedere
e
deve
dichiararsi
incompetente
.
Osserviamo
ancora
che
la
principale
funzione
del
processo
di
giustificazione
si
ha
nei
rapporti
degli
uomini
fra
loro
.
Nonostante
che
ciascuno
di
noi
abbia
una
quantità
di
fini
separati
che
gli
appaiono
di
per
sé
desiderabili
;
nonostante
che
vi
sono
per
me
e
gli
altri
innumerevoli
cose
il
cui
perseguimento
è
assolutamente
disinteressato
e
che
si
ricercherebbero
egualmente
anche
se
fosse
assolutamente
impossibile
trovar
per
loro
la
più
piccola
"
giustificazione
"
;
nondimeno
gli
uomini
sono
continuamente
in
cerca
di
fini
,
che
essendo
universalmente
riconosciuti
come
degni
di
essere
appetiti
,
possano
servire
di
giustificazione
degli
atti
dei
singoli
di
fronte
ai
consociati
.
La
tendenza
all
'
unificazione
esiste
tanto
nella
morale
quanto
nella
scienza
.
Anche
fra
le
credenze
ve
ne
è
un
certo
numero
che
per
ciascuno
di
noi
non
ha
bisogno
di
essere
né
spiegata
,
né
dimostrata
vera
:
ma
ciò
non
toglie
che
il
conoscerne
la
spiegazione
,
la
dimostrazione
mi
mette
in
grado
di
convincere
chi
era
restio
ad
ammetterla
,
col
mostrargli
ch
'
essa
è
una
conseguenza
de
'
principii
che
a
lui
e
a
me
sono
comuni
o
di
fatti
ch
'
egli
stesso
non
può
rifiutarsi
di
riconoscere
come
veri
.
-
Così
in
morale
sarebbe
certamente
desiderabile
il
trovare
un
principio
etico
,
riconosciuto
universalmente
come
giusto
,
un
fine
supremo
a
cui
si
potesse
dimostrare
che
tutti
gli
altri
corrispondono
.
Ciò
è
forse
un
'
utopia
:
ma
ad
ogni
modo
,
ogni
qualvolta
si
riesce
a
dimostrare
che
un
dato
fatto
,
oltre
a
soddisfare
ad
un
dato
fine
,
soddisfa
anche
ad
un
fine
ulteriore
,
che
oltre
ad
essere
desiderato
per
sé
può
anche
essere
desiderato
in
vista
di
un
altro
bene
,
io
faccio
un
effettivo
passo
innanzi
verso
quella
possibilità
di
convincere
tutti
della
opportunità
di
un
dato
corso
d
'
azione
,
verso
quella
concordia
su
ciò
che
è
bene
(
in
concreto
)
,
che
è
stata
,
in
ogni
tempo
l
'
aspirazione
suprema
della
morale
.
I
tentativi
ordinari
di
unificazione
degli
scopi
morali
non
corrispondono
peraltro
,
troppo
spesso
,
che
apparentemente
a
tale
aspirazione
.
Essi
(
come
,
p
.
es
.
per
citare
quello
che
appare
il
più
plausibile
,
l
'
utilitarismo
)
o
non
sono
che
delle
unificazioni
puramente
verbali
(
in
quanto
che
quando
si
tratti
di
definire
,
poniamo
,
il
preteso
scopo
unico
,
il
bene
della
società
,
questo
finisce
collo
scindersi
in
una
quantità
di
beni
desiderabili
ciascuno
per
proprio
conto
)
,
oppure
equivalgono
ad
un
'
arbitraria
mutilazione
delle
aspirazioni
morali
dell
'
uomo
,
e
ad
una
"
ingiustificabile
"
soppressione
o
dedignificazione
dei
suoi
più
nobili
impulsi
eccettuato
uno
solo
,
-
come
se
non
fosse
meglio
,
di
questi
,
averne
a
disposizione
uno
di
più
piuttosto
che
uno
di
meno
.
Il
torto
loro
è
di
tendere
,
non
a
mostrare
,
che
la
bontà
,
per
esempio
,
di
certe
cose
o
di
tutte
le
cose
buone
,
è
accompagnata
dalla
loro
utilità
;
e
che
quindi
convenga
compierle
anche
a
chi
la
loro
bontà
direttamente
non
sente
;
ma
a
mostrare
che
la
sola
giustificazione
legittima
delle
cose
è
la
loro
utilità
;
nel
che
dicono
,
o
una
cosa
ovvia
di
per
sé
,
e
quindi
irrilevante
,
o
addirittura
basata
sul
falso
.
LA
"
GIUSTIFICAZIONE
"
DEL
DIRITTO
DI
PUNIRE
-
La
controversia
fra
i
positivisti
e
i
classici
nel
diritto
penale
verte
,
come
abbiamo
accennato
,
oltreché
sul
libero
arbitrio
,
anche
sulla
giustificazione
della
pena
.
Dopo
ciò
che
è
stato
detto
sul
processo
di
giustificazione
non
sarà
troppo
difficile
il
chiarire
questo
secondo
punto
.
La
posizione
assunta
dalla
scuola
positivistica
di
fronte
a
quella
classica
,
per
ciò
che
riguarda
il
diritto
di
punire
,
è
nettamente
utilitaria
.
Essa
pretende
bandire
dalle
proprie
considerazioni
ogni
idea
di
merito
o
di
demerito
,
si
propone
di
fare
astrazione
da
ogni
fine
etico
,
e
pretende
di
fondare
la
necessità
della
pena
nel
solo
criterio
della
pericolosità
del
delinquente
,
convertendo
quindi
il
diritto
di
punire
nella
semplice
necessità
o
utilità
per
la
società
,
simile
in
questo
a
qualsiasi
organismo
vivente
nella
natura
,
di
difendersi
da
chi
ne
minaccia
l
'
esistenza
od
il
benessere
.
Se
ben
si
guardi
in
fondo
a
questo
proponimento
di
"
evitar
la
morale
"
si
vedrà
la
principale
,
se
non
la
sola
ragione
sua
sta
nella
premessa
negazione
del
libero
arbitrio
.
Ogni
giudizio
di
merito
presuppone
l
'
imputabilità
morale
.
Questa
essendo
,
secondo
i
positivisti
,
dimostrata
insostenibile
per
la
negazione
del
libero
arbitrio
,
ne
deriva
che
il
principale
argomento
in
favore
della
loro
tesi
utilitaria
è
dato
dall
'
impossibilità
di
dare
altra
base
al
diritto
di
punire
.
Un
tale
argomento
però
,
crediamo
di
averlo
dimostrato
,
non
regge
alla
critica
.
La
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
lascia
impregiudicata
ogni
questione
di
morale
umana
e
sociale
.
Ma
anche
se
ciò
non
fosse
-
ed
è
strano
che
i
positivisti
e
gli
altri
sostenitori
della
loro
tesi
non
l
'
avvertano
-
;
anche
se
la
negazione
del
libero
arbitrio
portasse
seco
di
necessità
"
l
'
impossibilità
della
morale
"
,
e
bene
e
male
,
virtù
e
vizio
,
merito
e
demerito
,
ricompensa
e
castigo
dovessero
essere
d
'
ora
innanzi
nomi
vani
e
senza
subbietto
;
ciò
avverrebbe
ad
ogni
modo
per
essere
stato
dimostrato
che
sia
per
l
'
uomo
impossibile
proporsi
qualunque
fine
ed
attuarlo
;
non
soltanto
i
fini
morali
in
particolare
.
Non
solo
il
bene
morale
,
ma
anche
l
'
utile
dovrebbe
essere
bandito
dal
campo
delle
giustificazioni
;
la
parola
stessa
"
giustificazione
"
cesserebbe
anzi
di
aver
qualsiasi
significato
.
Niente
può
servire
meglio
di
queste
conseguenze
enormi
come
riduzione
all
'
assurdo
delle
tesi
fatalistiche
che
si
annidano
spesso
più
o
meno
inconsciamente
nelle
dottrine
che
assumono
la
negazione
del
libero
arbitrio
come
loro
punto
di
partenza
.
Ai
soli
argomenti
che
soglionsi
in
generale
addurre
a
favore
dell
'
utilitarismo
sono
dunque
ridotti
coloro
che
vogliono
sostituire
la
"
difesa
della
società
"
senz
'
altro
ad
ogni
altra
base
del
diritto
penale
.
La
verbalità
di
questa
sostituzione
colpisce
subito
lo
sguardo
.
Sarebbe
difficile
invero
trovare
una
espressione
più
vaga
ed
indeterminata
,
che
meglio
si
adatti
a
tutti
i
gusti
e
meglio
si
presti
a
tutte
le
interpretazioni
ed
illazioni
più
svariate
.
Anzitutto
,
osserviamo
che
si
tratta
di
un
fine
etico
,
non
meno
"
trascendentale
"
di
qualunque
altro
fine
.
Si
presuppone
come
dimostrato
che
la
"
Società
"
sia
desiderabile
in
sé
,
e
debba
avere
la
prevalenza
indiscussa
su
tutti
gli
altri
fini
possibili
.
Oppure
si
suppone
che
scopo
e
giustificazione
della
società
sia
di
essere
la
miglior
condizione
per
l
'
attuazione
di
questi
ultimi
;
-
ed
in
questo
secondo
caso
torna
ad
affacciarsi
il
problema
:
quali
sono
essi
?
E
fino
a
che
punto
,
credendo
di
fare
il
"
bene
della
società
"
si
corre
il
rischio
di
offendere
questi
fini
?
-
E
ci
troviamo
altrettanto
lontani
da
una
soluzione
soddisfacente
del
problema
quanto
lo
eravamo
prima
di
introdurre
il
concetto
della
difesa
della
società
.
Che
rimane
dunque
di
tal
concetto
?
Una
frase
equivoca
,
che
dà
addito
al
pericolo
continuo
di
violazioni
e
soprusi
nell
'
esercizio
del
magistero
penale
,
per
l
'
impossibilità
di
determinare
che
cosa
si
debba
intendere
per
bene
della
società
e
la
conseguente
probabilità
che
qualche
furbo
l
'
identifichi
con
questo
o
quell
'
interesse
transitorio
e
particolare
.
Nel
fatto
,
se
la
"
difesa
della
società
"
come
giustificazione
del
diritto
di
punire
si
presenta
con
un
aspetto
così
plausibile
,
è
appunto
in
grazia
della
sua
grande
elasticità
.
Se
interpretata
con
sufficiente
larghezza
,
tutti
,
compresi
i
classici
,
si
possono
trovare
daccordo
nell
'
accettarla
.
Ma
la
dottrina
"
classica
"
ci
offre
,
a
mio
avviso
,
una
concezione
assai
più
maturata
,
una
definizione
assai
più
rigorosa
e
scientifica
di
qual
genere
di
difesa
sociale
sia
quella
a
cui
serve
il
diritto
penale
;
e
tale
da
non
essere
affatto
in
contraddizione
inconciliabile
con
ciò
che
forma
la
parte
sostanziale
del
positivismo
moderno
.
Nel
mentre
ch
'
essa
ci
dà
un
'
approssimazione
assai
maggiore
alla
vera
natura
e
funzione
del
magistero
punitivo
,
non
pregiudica
d
'
altra
parte
,
col
suo
principio
della
tutela
giuridica
,
alla
questione
dei
fini
a
cui
più
specialmente
questo
deve
servire
,
lasciando
la
determinazione
loro
a
chi
ne
ha
veramente
la
competenza
,
al
moralista
cioè
e
alla
coscienza
pubblica
,
manifestatasi
per
mezzo
degli
organi
a
ciò
designati
.
"
Il
delitto
come
fatto
,
scrive
il
Carrara
,
ha
origine
dalle
umane
passioni
,
le
quali
spingono
l
'
uomo
a
ledere
il
diritto
del
proprio
simile
malgrado
la
legge
che
proibiva
di
farlo
.
Il
delitto
come
ente
giuridico
ha
origine
dalla
natura
della
società
civile
.
L
'
associazione
(
che
all
'
uomo
è
imposta
dalla
legge
eterna
come
mezzo
di
conservazione
e
di
progresso
intellettuale
)
,
non
sussisterebbe
né
risponderebbe
ai
suoi
fini
,
se
ciascuno
dei
consociati
avesse
libera
ogni
sua
volontà
,
anche
ingiusta
e
dannosa
ad
altrui
.
Di
qui
la
necessità
,
di
proibire
certi
atti
che
turberebbero
l
'
ordine
esterno
,
e
decretare
che
qualora
si
commettano
saranno
considerati
come
delitti
"
.
Il
bisogno
della
difesa
del
diritto
rende
necessaria
l
'
autorità
dello
Stato
.
"
La
tutela
giuridica
,
scrive
egli
nella
mirabile
introduzione
alla
parte
speciale
del
suo
Programma
,
non
potrebbe
convenientemente
esercitarsi
mercè
la
sola
azione
disgregata
degli
individui
,
nella
quale
non
sempre
sarebbesi
trovata
,
razionalità
,
uniformità
e
potenza
;
per
lo
che
avrebbe
mancato
del
più
necessario
dei
suoi
elementi
:
la
certezza
di
sé
.
Così
la
costituzione
della
autorità
sociale
e
il
rispetto
alla
medesima
è
un
precetto
imposto
all
'
uomo
dalla
stessa
legge
di
natura
,
perché
la
forza
umana
alla
quale
è
consegnato
il
mantenimento
della
sovranità
del
diritto
si
eserciti
in
modo
razionale
,
uniforme
e
potente
.
Tranne
per
questo
fine
la
costituzione
dell
'
impero
sui
consociati
non
sarebbe
che
un
abuso
di
forza
"
.
"
Riconosciuta
così
nell
'
autorità
sociale
la
potestà
legittima
di
esercitare
una
coazione
efficace
sugli
individui
per
la
conservazione
della
legge
giuridica
,
lo
esercizio
di
tale
coazione
piuttosto
col
mezzo
del
castigo
che
col
mezzo
della
prevenzione
diretta
altro
non
è
che
la
consguenza
di
uno
stato
di
fatto
che
rende
necessaria
quella
forma
piuttosto
che
questa
.
Essendo
umanamente
impossibile
anche
ad
una
autorità
sociale
,
per
quanto
potentemente
armata
,
fermare
in
precedenza
il
braccio
del
micidiale
e
dell
'
avido
che
muove
alla
violazione
del
diritto
,
la
forza
tutelatrice
bisogna
che
si
eserciti
mediante
la
coazione
morale
.
La
necessità
della
coazione
morale
legittima
la
minaccia
della
pena
.
E
poiché
la
minaccia
della
pena
non
sarebbe
minaccia
efficace
ma
vana
parola
,
se
allo
avvenimento
di
una
violazione
la
pena
non
cogliesse
realmente
il
violatore
;
la
necessità
e
legittimità
della
minaccia
porta
seco
la
necessità
e
la
legittimità
della
irrogazione
effettiva
del
castigo
"
.
Difficile
è
davvero
comprendere
in
che
cosa
una
concezione
siffatta
possa
essere
stata
reputata
in
contraddizione
formale
coi
portati
della
scienza
moderna
.
In
ogni
stadio
di
civiltà
vi
è
stato
un
certo
numero
di
azioni
che
gli
uomini
stimarono
non
doversi
permettere
,
un
certo
numero
di
fini
,
individuali
e
sociali
,
il
cui
raggiungimento
dovesse
essere
garantito
.
Di
questi
,
che
non
hanno
mai
rappresentato
tutti
quanti
i
fini
a
cui
gli
uomini
aspirano
,
ma
solo
la
parte
più
essenziale
,
una
specie
di
minimum
di
moralità
sociale
reputato
indispensabile
alla
vita
in
comune
,
fu
stimato
necessario
rilasciare
la
protezione
all
'
autorità
sociale
,
qualunque
essa
fosse
;
e
sono
quelli
precisamente
che
quando
sono
raccolti
a
sistema
costituiscono
ciò
che
viene
chiamato
il
diritto
di
un
popolo
.
La
determinazione
di
questi
fini
,
come
già
più
volte
affermammo
,
non
spetta
allo
scienziato
,
e
neppure
al
giurista
in
quanto
egli
li
trova
già
elaborati
dalla
coscienza
popolare
,
dal
"
senso
morale
"
generale
.
Questi
può
talora
,
come
legislatore
,
come
interprete
ed
ispiratore
della
coscienza
popolare
,
assumere
anche
in
parte
questa
funzione
-
è
nota
la
funzione
che
ebbero
i
giureconsulti
e
i
magistrati
nello
svolgimento
storico
del
giure
romano
;
ma
,
in
quanto
egli
determina
non
che
cosa
è
ma
che
cosa
deve
essere
,
non
è
la
semplice
scienza
che
parla
in
lui
,
ma
la
voce
della
coscienza
morale
sua
o
per
mezzo
suo
quella
generale
del
popolo
.
Tali
fini
,
sebbene
dal
vivere
sociale
elaborati
e
resi
sempre
più
chiari
collo
svilupparsi
del
senso
morale
e
giuridico
,
pure
rappresentano
alla
loro
volta
in
molta
parte
la
ragione
stessa
per
cui
il
vivere
sociale
si
è
costituito
;
sono
quindi
sotto
molti
rispetti
la
giustificazione
della
società
,
qualchecosa
di
più
"
fondamentale
"
ancora
di
essa
,
e
che
può
essere
considerata
come
ad
essa
anteriore
.
La
"
società
"
adunque
,
negli
organi
che
la
rappresentano
o
sono
creduti
rappresentarla
,
si
"
difende
"
contro
l
'
azione
che
viola
quei
principî
ch
'
essa
ritiene
indispensabile
siano
rispettati
.
Ma
la
difesa
della
società
,
se
così
chiamar
si
vuole
,
non
si
esercita
contro
un
uomo
libero
(
dotato
di
volontà
)
allo
stesso
modo
con
cui
si
eserciterebbe
contro
un
pericolo
naturale
,
un
animale
furioso
,
un
pazzo
infrenabile
.
Contro
questi
agenti
la
sola
maniera
di
provvedere
è
di
porre
impedimenti
fisici
all
'
effettuazione
del
danno
.
Ma
sull
'
uomo
libero
,
suscettibile
di
essere
influenzato
da
motivi
,
capace
pertanto
di
astenersi
da
una
azione
in
vista
delle
conseguenze
che
questa
porterà
su
lui
o
su
altri
,
è
possibile
agire
per
via
morale
.
Nuovi
motivi
possono
essere
presentati
od
imposti
alla
sua
considerazione
per
astenersi
da
atti
che
egli
altrimenti
avrebbe
compiuti
.
Questi
motivi
possono
essere
considerazioni
intorno
all
'
immoralità
o
inciviltà
dell
'
azione
stessa
,
fornitigli
per
mezzo
della
persuasione
e
alimentati
in
lui
dal
fatto
stesso
che
la
coscienza
sociale
colpisce
l
'
azione
con
una
pena
(
vedi
Brusa
,
Proleg
.
,
p
.
135
)
e
simili
;
ma
possono
anche
consistere
nella
minaccia
di
un
male
effettivo
per
l
'
agente
,
la
quale
chiami
a
raccolta
,
ove
i
sentimenti
socievoli
ed
altruistici
non
bastino
,
anche
i
sentimenti
egoistici
a
distogliere
l
'
individuo
dalla
violazione
del
diritto
.
Così
nasce
la
necessità
della
pena
,
la
quale
può
essere
definita
in
genere
come
quel
complesso
di
conseguenze
dolorose
artificialmente
annesse
a
date
azioni
volontarie
dalla
legge
o
dalla
pubblica
opinione
allo
scopo
di
diminuirne
il
numero
e
di
tranquillare
la
coscienza
sociale
.
La
pena
dunque
,
ripetiamo
,
può
essere
considerata
come
un
modo
di
"
difesa
"
;
ma
essa
è
un
modo
di
difesa
speciale
,
diretto
contro
speciali
pericoli
e
speciali
nemici
.
Il
giustificare
quindi
la
pena
colla
difesa
della
società
può
anche
non
implicare
un
errore
;
ma
a
condizione
di
non
significare
se
non
ciò
che
altri
,
con
locuzione
più
precisa
,
chiamano
"
tutela
giuridica
"
.
-
Ove
ben
si
consideri
,
tutte
le
altre
dottrine
che
sono
state
escogitate
per
render
ragione
del
diritto
di
punire
sono
deficienti
per
non
aver
tenuto
conto
di
tutti
i
dati
del
problema
,
per
aver
contemplato
un
solo
lato
,
se
anche
vero
,
della
questione
,
facendo
più
o
meno
astrazione
dalle
esigenze
pratiche
alle
quali
soggiace
in
ogni
suo
stadio
il
diritto
,
ed
in
qualche
modo
dimenticando
che
il
diritto
è
un
organismo
concreto
,
la
cui
vitalità
ed
il
cui
retto
funzionamento
dipendono
dal
soddisfacimento
di
condizioni
molteplici
,
fuor
dalle
quali
esso
corre
il
rischio
di
venir
meno
al
suo
fine
;
-
per
aver
mancato
,
pertanto
,
di
senso
"
positivo
"
,
nel
significato
più
proprio
di
questa
parola
.
La
teoria
della
giustizia
assoluta
-
della
espiazione
-
della
pena
fondata
puramente
ed
assolutamente
sulla
proporzione
fra
il
male
e
la
colpa
da
compensarsi
e
retribuirsi
col
male
del
castigo
,
se
si
basa
puramente
sul
giudizio
del
merito
e
demerito
del
colpevole
e
non
viene
in
pratica
limitata
da
altre
considerazioni
,
mette
capo
,
nonché
ad
una
indebita
confusione
del
diritto
colla
morale
,
ad
un
esagerato
subiettivismo
.
Allo
speculatore
astratto
essa
si
presenta
come
idealmente
giusta
,
ed
anche
come
idealmente
efficace
.
Che
cosa
può
meglio
contribuire
a
far
sì
che
gli
uomini
perseverino
nella
retta
via
,
dell
'
idea
che
saranno
puniti
esattamente
in
proporzione
del
loro
merito
,
tenuto
conto
di
tutto
ciò
che
può
alleviare
,
di
tutto
ciò
che
può
aggravare
la
loro
responsabilità
?
Ma
un
tal
giudizio
richiede
un
giudice
onniveggente
ed
infallibile
,
quale
solo
può
ritrovarsi
in
una
divinità
.
Non
per
nulla
i
sistemi
religiosi
hanno
sempre
avuta
la
tendenza
ad
accettare
senza
restrizioni
la
dottrina
dell
'
espiazione
.
Nel
fatto
,
siccome
la
giustizia
terrena
è
amministrata
da
uomini
atti
ad
ingannarsi
ed
a
peccare
,
la
teoria
del
perfetto
adattamento
del
castigo
al
demerito
è
stata
la
fonte
dei
peggiori
abusi
.
Essa
è
quella
,
che
,
abbandonando
al
giudice
una
discrezione
illimitata
,
è
stata
uno
dei
più
validi
sostegni
del
sistema
inquisitorio
di
procedura
.
La
teoria
della
esemplarità
della
pena
,
d
'
altra
parte
,
è
esposta
ad
obbiezioni
analoghe
.
Essa
urta
anzitutto
contro
il
nostro
sentimento
di
giustizia
,
poiché
non
sarebbe
ammissibile
che
,
solo
per
dare
un
esempio
agli
altri
fosse
punito
gravemente
chi
ha
commesso
un
fatto
,
la
responsabilità
per
il
quale
sia
per
molti
riguardi
mitigata
.
Intesa
in
questo
senso
,
la
teoria
della
esemplarità
potrebbe
legittimare
anche
la
condanna
del
pazzo
e
di
chi
ha
agito
per
forza
maggiore
,
e
perfino
quei
giudizi
contro
gli
animali
e
le
cose
che
furono
comuni
nel
Medio
Evo
.
Vero
è
che
la
maggior
parte
dei
seguaci
di
tale
dottrina
la
intendono
in
un
modo
assai
più
razionale
:
poiché
,
si
può
obbiettare
,
l
'
esempio
non
è
efficace
se
non
quando
la
punizione
si
applica
a
chi
agisce
in
condizioni
simili
alle
nostre
,
onde
chi
è
,
normalmente
o
per
accidente
,
privo
della
facoltà
di
astenersi
volontariamente
da
una
azione
,
non
deve
esserne
colpito
.
Ma
allora
si
può
rispondere
che
,
con
tali
ed
altre
specificazioni
,
l
'
elemento
della
esemplarità
trova
il
suo
posto
anche
nella
teoria
"
classica
"
della
tutela
giuridica
.
È
ovvio
che
la
ragione
per
cui
alla
minaccia
della
pena
è
indispensabile
far
seguire
effettivamente
la
pena
che
altrimenti
mancherebbe
l
'
esempio
.
Lo
stesso
Carrara
novera
l
'
esemplarità
fra
i
requisiti
della
pena
;
ma
nello
stesso
tempo
pone
in
guardia
contro
la
cattiva
interpretazione
e
la
indebita
estensione
del
criterio
della
esemplarità
.
"
La
pena
,
egli
scrive
,
deve
essere
esemplare
:
tale
cioè
che
ingeneri
nei
cittadini
la
persuasione
che
il
reo
ha
patito
un
male
.
La
mancanza
del
primo
requisito
(
l
'
afflittività
)
fa
cessare
l
'
efficacia
della
pena
rispetto
al
reo
;
la
mancanza
di
questo
secondo
la
fa
cessare
rispetto
a
tutti
gli
altri
;
e
così
nei
buoni
come
nei
malvagi
per
diversa
ragione
.
Ma
la
esemplarità
che
richiedesi
nelle
pene
non
devesi
riguardare
come
il
fine
precipuo
a
cui
essa
deve
servire
:
ciò
condurrebbe
alla
falsa
dottrina
della
intimidazione
.
Deve
piuttosto
intendersi
come
una
condizione
esteriore
della
pena
nella
sua
irrogazione
.
Ma
non
deve
spingersi
all
'
effetto
di
aggiungere
alla
pena
tormenti
oltre
alla
giusta
misura
sotto
il
pretesto
di
renderla
più
esemplare
.
La
esemplarità
,
in
una
parola
,
deve
essere
un
risultato
che
si
deve
ottenere
dalla
punizione
,
senza
che
,
per
ottenerla
,
se
ne
alteri
la
misura
oltre
il
rapporto
della
giustizia
"
.
L
'
emenda
del
reo
è
pure
incontestabilmente
uno
degli
scopi
a
cui
sarebbe
desiderabile
che
corrispondesse
la
pena
.
Ma
si
può
essa
stabilire
come
criterio
supremo
,
a
cui
tutti
gli
altri
debbano
cedere
?
Essa
viola
l
'
esigenza
che
la
pena
sia
certa
,
nonché
l
'
altra
ch
'
essa
sia
spiacevole
e
dolorosa
.
L
'
emenda
non
potrebbe
ottenersi
se
non
coi
buoni
trattamenti
:
il
risultato
d
'
altra
parte
sarebbe
nella
maggior
parte
dei
casi
problematico
.
Il
fine
dell
'
emenda
dovrà
dunque
,
fino
a
che
la
pena
sarà
destinata
sopra
ed
anzitutto
a
guarentire
la
tranquillità
dei
consociati
,
sempre
considerarsi
come
un
fine
subordinato
.
Finalmente
,
la
teoria
dei
"
positivisti
"
.
È
curioso
notare
come
questa
,
per
quanto
si
attenga
sempre
al
semplice
diritto
di
difesa
sociale
,
pure
quando
si
tratta
di
interpretarlo
si
presenti
piuttosto
come
una
dottrina
eclettica
,
che
fa
larga
parte
alle
diverse
esigenze
delle
altre
scuole
,
e
mentre
ora
sembra
accostarsi
alle
forme
più
utilitarie
di
difesa
(
colla
giustificazione
perfino
della
pena
di
morte
)
,
ora
si
accosta
piuttosto
alla
dottrina
dell
'
emenda
,
ed
ora
invece
,
col
dar
maggior
rilievo
all
'
elemento
subiettivo
nell
'
esame
del
delinquente
,
ai
medesimi
risultati
cui
mette
capo
la
teoria
dell
'
espiazione
.
Secondo
il
Florian
,
gli
scopi
della
pena
sono
tre
:
a
)
porre
il
delinquente
nella
impossibilità
materiale
di
nuocere
(
pura
difesa
)
;
b
)
cercare
che
il
delinquente
non
ricada
nel
delitto
e
che
in
lui
si
destino
sentimenti
ed
attitudini
sociali
(
emenda
)
;
c
)
trattenere
gli
altri
dal
delitto
mediante
la
minaccia
e
l
'
intimidazione
.
Nella
dottrina
però
dei
positivisti
è
notevole
la
sfiducia
rispetto
a
quest
'
ultimo
fine
,
cioè
all
'
efficacia
della
minaccia
della
pena
a
distogliere
i
male
intenzionati
dal
delinquere
.
Se
basata
sulla
negazione
assoluta
del
"
libero
arbitrio
"
,
tale
sfiducia
è
,
come
abbiamo
visto
,
del
tutto
infondata
;
se
invece
derivata
dal
concetto
della
irresistibilità
di
certi
impulsi
per
certe
categorie
d
'
individui
,
sordi
perciò
alla
coazione
morale
,
la
questione
è
ben
lungi
dall
'
essere
definitivamente
risolta
,
ma
si
presenta
come
plausibile
e
di
immenso
interesse
.
Le
ricerche
e
le
intuizioni
geniali
del
Lombroso
non
hanno
,
e
non
dovrebbero
avere
,
altro
scopo
che
di
stabilire
se
esistano
tali
categorie
d
'
individui
,
quali
siano
e
come
riconoscerle
.
Tali
ricerche
possono
portare
a
risultati
preziosi
,
di
grandissima
importanza
anche
per
il
diritto
penale
,
ma
certamente
non
pare
che
il
materiale
di
fatti
sin
qui
accumulato
sia
sufficiente
per
poter
ancora
considerar
la
teoria
come
scientificamente
provata
.
Troppo
è
ardua
tale
questione
per
poterla
qui
discutere
:
essa
è
di
competenza
dello
psichiatra
,
del
fisiologo
e
dell
'
antropologo
più
che
del
giurista
,
il
quale
si
deve
limitare
ad
accettare
i
portati
dei
loro
studi
ove
abbia
sufficienti
garanzie
ch
'
essi
sono
solidamente
fondati
.
Non
si
tratta
ad
ogni
modo
-
ed
è
questo
il
punto
di
massima
importanza
per
la
presente
dissertazione
-
di
una
questione
di
assoluta
affermazione
o
negazione
,
ma
di
una
questione
di
misura
.
La
teoria
del
delinquente
nato
non
può
pretender
di
essere
estesa
a
tutti
quanti
gli
umani
delinquenti
.
La
tesi
dell
'
inefficacia
assoluta
della
pena
a
prevenire
il
delitto
mi
par
troppo
contraria
alla
coscienza
generale
e
alla
esperienza
particolare
che
ciascuno
di
noi
sì
è
fatta
della
natura
umana
,
per
poter
esser
vera
.
-
Le
manca
inoltre
una
base
di
fatto
,
poiché
nessuno
ha
osato
sperimentare
che
cosa
diverrebbe
la
società
ove
per
quindici
giorni
si
decretasse
l
'
impunità
assoluta
per
ogni
sorta
di
delitti
.
-
Ma
l
'
efficacia
della
pena
ha
certamente
dei
limiti
-
lo
prova
il
fatto
stesso
che
,
a
malgrado
delle
pene
anche
severissime
,
il
delitto
non
ha
mai
cessato
completamente
d
'
esistere
-
;
ed
è
di
sommo
interesse
il
conoscere
quali
sono
questi
limiti
.
Non
è
quindi
l
'
irresponsabilità
in
generale
,
ma
sono
alcuni
casi
di
irresponsabilità
che
la
nuova
scuola
farebbe
risaltare
;
ed
in
questo
la
sua
posizione
è
,
a
priori
,
inoppugnabile
.
Rimane
l
'
affermazione
della
scuola
positiva
di
voler
fare
astrazione
da
ogni
concetto
di
merito
o
demerito
,
di
retribuzione
.
Qui
ancora
,
tale
affermazione
,
se
fondata
nella
negazione
del
libero
arbitrio
,
è
insostenibile
.
Il
principio
della
difesa
sociale
non
può
d
'
altra
parte
fornirle
appoggio
di
sorta
.
La
nostra
coscienza
morale
,
come
ci
addita
quali
sono
i
fini
che
debbono
essere
protetti
contro
eventuali
violazioni
,
così
pure
ci
addita
i
limiti
entro
cui
tale
protezione
,
si
designi
essa
come
difesa
sociale
o
tutela
giuridica
,
va
mantenuta
-
l
'
individualità
umana
,
per
la
simpatia
naturale
che
desta
,
costituendo
di
per
sé
stessa
un
fine
che
va
rispettato
.
Vi
sarà
quindi
un
punto
in
cui
il
fine
della
sicurezza
pubblica
,
la
cui
necessità
è
tanto
più
urgente
quanto
è
più
grave
il
male
minacciato
,
non
basta
più
a
giustificare
il
sacrifizio
dell
'
individualità
-
in
cui
la
pena
(
che
,
per
essere
una
restrizione
della
personalità
,
è
in
sé
un
male
)
sembra
un
mezzo
troppo
increscioso
per
ottenere
il
risultato
voluto
.
Quale
è
questo
punto
?
Quello
in
cui
la
pena
cessa
di
essere
giusta
,
perché
sproporzionata
al
demerito
del
colpevole
.
Nel
determinare
questo
punto
,
la
nostra
coscienza
morale
sarà
giudice
inappellabile
:
dopo
ciò
che
abbiamo
detto
nel
suo
corso
di
giustificazione
non
ci
pare
che
ciò
abbia
bisogno
di
essere
ulteriormente
dimostrato
.
Ecco
dunque
come
il
concetto
del
merito
,
di
ciò
che
è
giusto
subisca
il
delinquente
come
conseguenza
del
suo
operato
,
è
concetto
che
non
si
può
assolutamente
evitare
,
perché
esso
è
un
elemento
che
entra
continuamente
nei
nostri
giudizi
.
Che
se
poi
invece
l
'
affermazione
dei
positivisti
di
voler
fare
astrazione
da
tale
idea
indica
il
proponimento
di
escludere
dal
diritto
penale
le
considerazioni
d
'
indole
più
strettamente
etica
,
allora
questo
è
un
principio
già
ammesso
nella
distinzione
rigorosa
fra
diritto
e
morale
,
in
quanto
quello
riguarda
un
numero
minore
di
azioni
e
si
astiene
,
per
motivi
di
garanzia
individuale
,
da
ogni
ingerenza
nella
nostra
personalità
subiettiva
.
Anche
a
questo
riguardo
dunque
possiamo
dire
che
la
nuova
scuola
,
combattendo
la
scuola
"
classica
"
,
ha
un
po
'
combattuto
"
contro
i
mulini
a
vento
"
.
È
forse
il
caso
di
ripetere
ancora
una
volta
che
molte
controversie
si
potrebbero
evitare
,
se
chi
combatte
una
dottrina
si
proponesse
sul
serio
di
comprenderla
completamente
,
e
se
,
anziché
scegliere
questa
o
quell
'
affermazione
,
staccata
di
questo
o
quell
'
autore
,
per
aver
facile
giuoco
di
demolirla
,
si
curasse
di
considerare
la
teoria
avversa
nella
sua
coerenza
logica
e
nella
sua
forma
più
accettabile
;
se
insomma
invece
di
prendere
le
teorie
per
il
loro
lato
più
debole
,
si
prendessero
dal
loro
lato
più
vero
.
È
così
che
troppo
spesso
uno
si
maraviglia
della
facilità
colla
quale
può
sbaragliare
un
avversario
creduto
formidabile
,
mentre
non
si
accorge
che
quella
che
ha
dinanzi
a
sé
non
è
l
'
avversario
in
carne
ed
ossa
,
ma
una
immagine
impagliata
,
per
così
dire
,
del
medesimo
,
posta
inoltre
nella
maniera
più
acconcia
per
essere
colpita
.
Un
esame
più
attento
gli
avrebbe
tosto
chiarito
l
'
inganno
.
Spesso
fatti
e
cose
,
che
a
prima
vista
ci
appaiono
illogici
ed
assurdi
,
cessano
poi
di
apparirci
tali
appena
uno
studio
più
accurato
e
una
conoscenza
più
precisa
della
complessa
realtà
ci
forzano
a
riconoscere
un
fondamento
ed
una
giustificazione
che
prima
ci
erano
sfuggiti
solo
in
grazia
di
ingenuo
semplicismo
e
,
diciamolo
pure
,
di
un
'
ignoranza
da
dilettanti
.
La
lezione
che
ci
dànno
i
fatti
è
spesso
una
lezione
di
modestia
.
È
assai
frequente
,
ed
in
special
modo
di
fronte
al
diritto
,
un
certo
atteggiamento
di
fastidiosa
impazienza
e
d
'
intolleranza
,
che
dipende
dall
'
incapacità
di
afferrare
la
ragione
della
molteplicità
,
della
complicanza
e
sottigliezza
delle
esigenze
a
cui
deesi
piegare
chi
lavora
in
un
campo
pratico
.
Il
diritto
è
un
prodotto
essenzialmente
"
storico
"
,
frutto
di
sforzi
protratti
per
secoli
in
vista
di
risultati
pratici
di
grande
interesse
ma
di
enorme
difficoltà
:
esso
ha
dovuto
nel
suo
svolgimento
tener
conto
di
innumerevoli
esigenze
talora
contraddittorie
,
preferire
spesso
fra
più
mali
il
minimo
,
cercare
il
contemperamento
delle
varie
tendenze
,
dei
vari
bisogni
,
delle
varie
idealità
:
e
rappresenta
quindi
l
'
accumulazione
di
una
sapienza
che
spesso
è
di
difficile
comprensione
al
profano
,
e
presta
facilmente
il
fianco
alle
obbiezioni
superficiali
di
un
immaturo
senso
comune
.
Così
chi
guarda
soprattutto
all
'
esigenza
di
far
giustizia
mal
comprenderà
perché
il
giudice
sia
inceppato
da
leggi
che
pretendono
fissare
anticipatamente
la
misura
della
responsabilità
del
colpevole
.
Chi
guarda
invece
piuttosto
all
'
emenda
si
stupisce
della
barbarie
dei
mezzi
adoperati
nella
repressione
del
delitto
,
che
sono
in
contraddizione
con
tutte
le
teorie
moderne
sull
'
educazione
.
Chi
infine
guarda
alla
necessità
di
difendere
la
società
,
ove
non
interpreti
tale
concetto
con
sufficiente
larghezza
,
si
maraviglierà
di
certe
debolezze
e
condiscendenze
,
dell
'
inefficacia
dei
mezzi
escogitati
,
oppure
vorrà
un
adattamento
della
difesa
al
pericolo
concreto
,
troppo
superiore
a
quanto
non
permetta
la
necessità
di
determinare
legalmente
la
pena
prima
che
la
violazione
effettiva
si
sia
avverata
.
Le
medesime
considerazioni
si
possono
fare
,
a
parer
nostro
,
anche
intorno
a
quell
'
altra
questione
che
ci
interessa
:
quella
cioè
che
più
specialmente
riguarda
il
metodo
del
diritto
penale
.
IL
METODO
DEL
DIRITTO
PENALE
.
-
La
questione
del
metodo
può
dirsi
il
nodo
della
controversia
fra
i
positivisti
ed
i
"
classici
"
.
Il
metodo
di
cui
i
positivisti
propugnano
l
'
adozione
anche
nelle
discipline
penali
è
,
com
'
è
noto
,
quello
stesso
delle
scienze
naturali
,
"
positive
"
;
cioè
l
'
osservazione
e
,
entro
i
limiti
del
possibile
,
lo
sperimento
,
che
mettano
in
luce
le
vere
cause
del
delitto
,
rimovendo
le
quali
soltanto
si
può
sperar
di
sopprimere
il
delitto
stesso
.
"
Il
reato
è
un
fatto
dell
'
uomo
,
che
si
verifica
in
società
e
che
alla
società
riesce
dannoso
;
è
quindi
,
un
fenomeno
individuale
e
sociale
insieme
.
Or
dunque
è
necessario
prima
di
parlare
del
reato
,
studiare
l
'
uomo
che
ha
commesso
il
reato
e
l
'
ambiente
,
nel
quale
si
produsse
.
Di
qui
l
'
indagine
dei
caratteri
,
che
si
mostrano
propri
della
massa
dei
delinquenti
,
da
un
lato
;
dall
'
altro
,
l
'
esame
delle
peculiari
condizioni
dell
'
ambiente
fisico
e
sociale
,
nel
quale
la
delinquenza
fiorisce
.
Appariva
quindi
evidente
fin
dagli
esordi
del
nuovo
indirizzo
,
che
il
reato
,
una
volta
studiato
nelle
sue
manifestazioni
reali
e
quotidiane
,
era
il
prodotto
e
il
resultato
di
un
triplice
ordine
di
fattori
:
antropologici
od
individuali
(
fisici
e
psichici
)
,
fisici
e
sociali
.
Ora
,
che
un
tale
studio
possa
essere
fecondo
di
utili
ed
interessanti
risultati
,
è
cosa
evidente
.
E
appunto
notiamo
che
l
'
ipotesi
del
liberum
arbitrium
indifferentiae
colla
conseguente
impossibilità
di
ogni
studio
scientifico
del
delitto
,
aveva
per
tal
riguardo
un
effetto
deprimente
.
Chi
invece
nega
il
libero
arbitrio
ha
la
speranza
di
poter
un
giorno
fondare
una
scienza
completa
dell
'
uomo
in
tutte
le
manifestazioni
della
sua
attività
morale
e
materiale
,
e
quindi
anche
di
poter
rintracciare
tutte
quelle
cause
molteplici
che
possono
aver
posto
un
individuo
nella
triste
"
necessità
"
del
delitto
.
Ma
un
tale
studio
,
se
offre
un
interesse
scientifico
e
pratico
grandissimo
,
può
considerarsi
come
un
metodo
accettabile
in
diritto
penale
,
e
tale
da
poter
essere
utilmente
sostituito
al
metodo
finora
prevalente
?
Anzitutto
,
occorre
scartare
una
opinione
,
che
più
volte
nel
corso
del
presente
lavoro
abbiamo
dichiarata
errata
:
quella
cioè
che
un
'
organizzazione
,
qual
è
quella
del
diritto
,
che
ha
per
scopo
la
determinazione
ed
il
raggiungimento
di
fini
,
possa
aver
per
base
unica
l
'
osservazione
della
realtà
.
Se
una
cosa
debba
o
non
debba
essere
è
questione
in
cui
la
"
scienza
"
non
ha
nulla
che
fare
.
Se
una
pena
sia
o
no
conveniente
,
giusta
,
opportuna
è
cosa
che
solo
il
nostro
"
sentimento
"
può
decidere
.
Una
pena
potrebbe
apparirci
come
la
sola
efficace
a
estirpare
il
delitto
e
pur
essere
scartata
come
quella
che
urta
contro
il
nostro
senso
morale
.
La
osservazione
della
realtà
può
dirci
qual
è
il
risultato
dell
'
applicazione
di
una
data
pena
:
il
nostro
sentimento
,
se
il
provvedimento
della
pena
comporti
un
grado
di
desiderabilità
tale
da
essere
adottato
per
raggiungere
questo
risultato
.
In
altre
parole
,
anche
dopo
che
la
scienza
,
l
'
uso
del
metodo
positivo
,
ci
ha
mostrati
i
mezzi
necessari
ove
si
voglia
raggiungere
il
fine
,
resta
sempre
adito
al
giudizio
etico
se
valga
la
pena
di
adottarli
in
vista
del
medesimo
.
Perciò
,
sia
che
si
tratti
di
elaborare
il
diritto
o
di
stabilire
le
sanzioni
per
la
sua
violazione
,
l
'
uso
esclusivo
del
metodo
"
positivo
"
è
addirittura
una
impossibilità
.
Ma
se
tutto
ciò
è
vero
,
si
dirà
:
se
è
vero
che
la
sola
osservazione
oggettiva
della
realtà
non
può
bastare
né
al
giurista
,
né
al
moralista
;
pur
nondimeno
è
sempre
su
un
materiale
concreto
,
di
fatto
,
che
deve
esercitarsi
il
giudizio
nostro
,
se
anche
contiene
elementi
etici
;
e
quindi
quanto
più
la
pena
sarà
stabilita
caso
per
caso
,
quanto
più
essa
terrà
conto
dei
molteplici
e
variabili
elementi
che
possono
concorrere
a
modificare
l
'
opportunità
e
la
misura
del
gastigo
,
tanto
più
il
nostro
metodo
sarà
"
positivo
"
nel
senso
più
proprio
della
parola
;
poiché
questo
non
disconosce
la
funzione
del
nostro
senso
etico
nella
determinazione
del
fine
,
ma
richiama
l
'
attenzione
sulla
impossibilità
di
raggiungere
un
fine
qualsiasi
senza
conoscere
la
realtà
sulla
quale
si
deve
operare
.
Rispondiamo
che
tali
osservazioni
sarebbero
perfettamente
giuste
se
l
'
uso
dell
'
astrazione
non
trovasse
a
sua
volta
la
sua
giustificazione
nelle
esigenze
pratiche
della
materia
.
È
impossibile
evitar
l
'
uso
dell
'
astrazione
nella
scienza
;
tanto
meno
sarà
possibile
evitarlo
in
morale
e
diritto
.
Anche
per
ciò
che
riguarda
la
scienza
,
i
fatti
concreti
esorbitano
sempre
dalle
categorie
nette
e
precise
ch
'
essa
pone
,
e
contengono
sempre
dei
residui
e
degli
elementi
da
essa
non
contemplati
.
Ciò
è
vero
tanto
delle
scienze
astratte
quanto
di
quelle
che
si
propongono
espressamente
di
studiare
i
fatti
.
Il
fatto
della
scienza
non
è
il
fatto
della
natura
.
E
le
scienze
stesse
che
hanno
per
oggetti
i
fatti
procedono
per
due
vie
principali
:
la
constatazione
delle
somiglianze
e
la
determinazione
di
medie
:
processi
nei
quali
l
'
astrazione
si
trova
continuamente
implicata
.
Se
non
vi
fossero
anche
nei
fatti
delle
somiglianze
e
delle
ripetizioni
accanto
alle
loro
diversità
,
non
solo
la
scienza
storica
sarebbe
impossibile
,
ma
sarebbe
perfino
impossibile
riferire
un
fatto
qualsiasi
per
mezzo
delle
parole
;
non
avremmo
che
una
successione
d
'
impressioni
indefinibili
.
"
L
'
ordine
generale
dei
fatti
non
esclude
certi
disordini
,
né
la
regolarità
certe
irregolarità
.
Lo
storico
che
generalizza
,
classifica
,
riassume
,
deve
rendersi
conto
di
ciò
ch
'
egli
fa
;
egli
deve
vedere
che
la
complessità
e
la
varietà
del
reale
sorpassano
ogni
immaginazione
e
sfidano
ogni
sforzo
di
analisi
completa
;
egli
deve
guardarsi
dal
negare
la
diversità
col
pretendere
di
ricondurla
tutta
quanta
alle
unità
ch
'
egli
constata
.
Nella
morale
poi
,
ed
a
più
forte
ragione
nel
diritto
,
per
l
'
indole
sociale
di
queste
discipline
,
la
necessità
di
una
certa
astrazione
si
presenta
come
inevitabile
.
-
La
morale
sociale
è
certamente
più
astratta
della
morale
individuale
,
quale
può
elaborarsi
in
un
animo
generoso
,
preoccupato
della
inevitabile
insufficienza
di
tutte
le
soluzioni
generali
e
a
grandi
linee
dei
problemi
etici
.
Ogni
precetto
categorico
,
quando
sia
considerato
dalla
coscienza
individuale
desiosa
di
realizzare
il
minimo
possibile
di
ingiustizia
e
d
'
immoralità
,
è
atto
ad
apparir
difettoso
nel
senso
che
vi
sono
dei
casi
rispetto
ai
quali
esso
non
raggiunge
assolutamente
più
il
suo
fine
.
La
complicatezza
e
la
sottigliezza
della
casistica
etica
è
pressoché
infinita
.
Ne
consegue
pur
troppo
inevitabilmente
,
che
ogni
sistema
dogmatico
e
assoluto
di
morale
,
ogni
precettistica
astratta
,
ogni
"
codificazione
"
delle
nostre
norme
di
condotta
non
può
alla
lunga
non
apparire
insoddisfacente
ed
incompleta
alle
anime
più
nobili
e
raffinate
,
che
sono
senza
posa
alla
ricerca
del
massimo
bene
e
del
minimo
male
,
ed
atta
a
patire
,
nei
casi
reali
,
di
numerose
eccezioni
.
Se
alcune
norme
eterne
di
morale
ci
appajono
universalmente
giuste
,
come
per
esempio
quella
di
non
fare
agli
altri
ciò
che
non
vorremmo
fatto
a
noi
;
ciò
dipende
e
soprattutto
dal
fatto
ch
'
esse
esprimono
piuttosto
la
condizione
d
'
animo
in
cui
si
deve
porre
colui
che
vuol
giudicare
della
via
più
retta
nelle
evenienze
pratiche
,
che
non
una
vera
e
propria
regola
pratica
d
'
azione
.
Ma
appena
dall
'
indeterminatezza
ideale
si
scende
nel
campo
delle
pratiche
realtà
per
porre
una
regola
definita
da
non
derogarsi
mai
nelle
vicissitudini
della
vita
,
allora
nasce
tosto
il
conflitto
fra
le
più
delicate
aspirazioni
dell
'
anima
individuale
e
la
grossolana
rigidità
della
morale
tradizionale
e
legale
.
E
così
l
'
opinione
pubblica
è
in
genere
indulgente
verso
quelle
grandi
personalità
che
dànno
,
a
torto
o
a
ragione
,
maggiori
garanzie
di
veder
meglio
e
più
lontano
dagli
altri
,
permettendo
loro
di
violare
,
in
vista
di
un
resultato
determinato
,
i
canoni
più
indiscussi
della
morale
costituita
;
è
così
anche
che
vediamo
talvolta
le
persone
veramente
buone
e
generose
mettersi
in
contrasto
coi
modi
di
pensare
della
società
ove
vivono
,
perdonando
dove
altri
condannerebbe
,
e
valersi
della
loro
conoscenza
del
mondo
morale
per
trovare
giustificazioni
ed
attenuanti
prima
insospettate
alle
azioni
dei
loro
simili
,
ammaestrandoci
a
guardare
più
benevolmente
la
vita
degli
altri
e
ad
astenerci
da
ogni
giudizio
fondato
su
criteri
troppo
esclusivi
,
generali
ed
assoluti
.
"
De
même
que
la
grace
est
parfois
plus
belle
que
la
beauté
,
de
même
il
y
a
une
chose
encore
plus
juste
que
la
justice
:
la
bonté
"
.
Un
tal
modo
di
pensare
peraltro
,
ove
si
generalizzasse
in
epoche
di
senso
morale
malfermo
ed
incerto
,
ove
non
fosse
usato
con
una
certa
diffidenza
e
mantenuto
in
una
cerchia
,
per
così
dire
,
tutta
individuale
e
morale
,
sarebbe
certo
assai
pericoloso
.
Il
permesso
di
contravvenire
alle
norme
riconosciute
di
condotta
in
vista
di
un
fine
superiore
,
se
dispensato
con
troppa
larghezza
,
può
condurre
,
ai
peggiori
abusi
:
i
risultati
della
morale
gesuitica
sono
lì
per
ammaestrarcene
.
Ogni
società
richiede
per
conservarsi
e
prosperare
che
un
certo
numero
di
regole
pratiche
di
condotta
siano
universalmente
osservate
dai
consociati
,
e
che
la
facoltà
di
violarle
in
singoli
casi
non
sia
abbandonata
all
'
arbitrio
individuale
.
Il
numero
di
queste
regole
varia
coi
tempi
,
ed
è
presumibile
che
diminuisca
col
crescere
della
civiltà
e
col
perfezionarsi
del
senso
morale
.
Intanto
possiamo
vedere
che
già
si
cammina
per
certi
riguardi
in
questo
senso
.
Nelle
vecchie
società
a
base
consuetudinaria
ed
autoritaria
un
numero
enorme
di
atti
,
quale
oggi
a
grande
stento
riusciamo
a
rappresentarci
,
era
sottratto
all
'
arbitrio
individuale
e
regolato
secondo
precetti
rigidi
e
fissi
,
valevoli
per
ogni
tempo
ed
ogni
circostanza
sanzionati
da
pene
severissime
ed
inflessibili
.
In
tali
stadi
di
civiltà
sembra
,
come
osserva
il
Bagehot
,
essere
stato
profondamente
,
se
non
consapevolmente
sentito
che
per
i
popoli
ancora
all
'
inizio
della
propria
evoluzione
è
meglio
il
seguire
una
norma
purchessia
,
che
il
non
seguirne
alcuna
.
Oggi
invece
siamo
in
un
'
epoca
di
piena
discussione
:
vediamo
l
'
individuo
ergersi
colla
propria
ragione
e
col
proprio
sentimento
di
fronte
alla
collettività
,
senza
tollerare
altre
ingerenze
nella
sua
facoltà
di
crearsi
una
vita
secondo
le
proprie
aspirazioni
e
di
gudicare
della
opportunità
dei
proprii
atti
nelle
singole
circostanze
,
all
'
infuori
di
quelle
più
strettamente
necessarie
.
La
libertà
,
non
solo
di
fronte
alle
leggi
,
ma
anche
di
fronte
alla
pubblica
opinione
e
alle
consuetudini
,
la
reciproca
tolleranza
in
fatto
di
pensiero
e
di
moralità
,
tutta
questa
maggior
fluidità
e
plasticità
di
tutto
l
'
ambiente
sociale
sono
sintomi
della
maggior
fiducia
riposta
nell
'
individuo
e
della
corrispondente
diffidenza
verso
le
regole
di
viver
sociale
di
carattere
troppo
fisso
,
troppo
asssoluto
e
troppo
durevole
.
Ma
che
siamo
ben
lontani
ancora
dall
'
epoca
in
cui
si
potrà
fare
a
meno
di
ogni
regola
fissa
,
ce
lo
mostrano
d
'
altra
parte
tutte
le
nuove
leggi
sorte
in
epoca
recente
allo
scopo
di
guarentire
precisamente
questa
libertà
individuale
contro
i
soprusi
e
gli
arbitrii
dei
singoli
,
tutti
i
complicati
organi
del
diritto
pubblico
odierno
,
col
loro
meccanismo
di
freni
e
contrappesi
,
di
reciproca
vigilanza
e
controllo
,
che
costituiscono
uno
dei
caratteri
delle
moderne
democrazie
.
Onde
è
a
dirsi
che
si
tratti
piuttosto
di
una
sostituzione
di
norme
piuttosto
che
di
una
vera
e
propria
loro
diminuzione
,
e
che
si
è
in
cerca
di
regole
che
contemperino
il
massimo
di
libertà
e
indipendenza
individuale
,
il
massimo
di
fluidità
sociale
,
con
quella
regolarità
e
con
quell
'
equilibrio
necessario
alla
vita
di
una
società
;
non
del
modo
di
poter
fare
a
meno
di
qualunque
norma
;
-
tesi
quest
'
ultima
che
solo
gli
anarchici
,
nel
loro
incoercibile
ottimismo
,
possono
aver
l
'
audacia
di
sostenere
.
Tali
norme
pertanto
,
che
la
loro
sanzione
sia
semplicemente
esercitata
dall
'
opinione
(
morale
)
,
o
dallo
stato
(
diritto
)
,
non
possono
in
qualche
modo
non
partecipare
della
natura
dell
'
astrazione
:
il
diritto
non
può
,
per
la
sua
stessa
natura
di
disciplina
sociale
,
piegarsi
ai
fatti
particolari
nella
loro
complessità
talora
formidabile
.
È
così
che
nasce
il
conflitto
fra
la
legge
e
l
'
equità
,
fra
il
jus
strictum
e
il
jus
equum
,
fra
il
diritto
civile
e
il
naturale
,
fra
il
diritto
e
la
giustizia
.
Il
diritto
,
come
disse
il
Vico
,
ha
bisogno
anzitutto
del
certo
;
ora
il
certo
non
si
può
ottenere
se
non
fissando
dei
limiti
e
delle
categorie
generali
ed
astratte
,
che
,
appunto
come
tali
,
hanno
qualche
cosa
in
sé
dell
'
arbitrario
.
Di
questi
inconvenienti
-
e
come
potrebbe
essere
diversamente
?
-
partecipa
anche
il
diritto
penale
.
La
pena
accompagna
il
precetto
giuridico
come
sua
sanzione
,
precede
quindi
la
violazione
del
precetto
medesimo
e
non
può
pertanto
non
essere
astrattamente
commisurata
,
in
base
a
ciò
che
per
una
misura
media
appar
giusto
,
utile
.
E
ciò
per
una
necessità
difficilmente
evitabile
senza
andare
incontro
ad
inconvenienti
maggiori
.
È
necessario
che
ogni
cittadino
conosca
che
cosa
lo
attende
ov
'
egli
commetta
questa
o
quella
azione
lesiva
del
diritto
.
È
necessario
veder
guarentito
l
'
individuo
contro
l
'
arbitrio
personale
del
giudice
,
contro
l
'
impeto
momentaneo
del
sentimento
pubblico
,
contro
il
prevalere
di
considerazioni
estranee
al
magistero
penale
.
L
'
individualità
moderna
è
troppo
gelosa
della
propria
integrità
per
esporla
al
capriccio
variabile
e
alla
mutevole
forza
del
sentimento
.
Fra
le
garanzie
reclamate
oggidì
dall
'
individuo
,
la
principale
è
senza
dubbio
quella
consacrata
dall
'
art
.
1
del
codice
penale
nostro
,
il
principio
cioè
che
nessuno
possa
essere
punito
per
una
azione
che
non
sia
stata
nelle
debite
forme
e
anteriormente
al
suo
compimento
,
dichiarata
reato
.
Nullum
delictum
,
nulla
peona
sine
praevia
lege
poenali
.
Come
il
giudice
di
un
fatto
deve
essere
designato
prima
che
il
fatto
sia
compiuto
,
così
prima
del
fatto
deve
essere
stabilito
che
esso
costituisce
delitto
e
qual
'
è
la
pena
sua
.
Onde
il
grave
pericolo
insito
in
ogni
pena
indeterminata
.
La
pena
quindi
deve
essere
eseguita
quale
fu
stabilita
dalla
legge
,
e
non
in
base
ad
una
presunta
temibilità
del
reo
,
argomentata
dai
suoi
caratteri
particolari
.
"
La
pena
,
scrive
il
Carrara
,
non
può
essere
che
una
pena
.
Mite
sì
;
giusta
.
Ma
adeguata
al
passato
;
e
inamovibile
per
fatti
posteriori
"
.
Ed
ecco
la
semplice
e
naturale
giustificazione
di
quel
metodo
astratto
che
considera
il
reato
come
ente
giuridico
,
contro
al
quale
i
positivisti
sollevano
tante
obbiezioni
.
Ma
a
prescindere
dal
suo
"
sapor
metafisico
"
,
non
poco
irritante
forse
per
i
positivisti
più
profondamente
penetrati
dallo
spirito
di
scuola
,
nella
espressione
ente
giuridico
non
è
a
vedersi
se
non
l
'
espressione
della
necessità
di
una
determinazione
legale
del
delitto
,
del
valore
comparativo
dei
delitti
fra
loro
e
colle
rispettive
pene
,
-
e
ciò
puramente
a
scopo
di
pubblica
garanzia
.
Fissar
la
pena
prima
del
resto
vuol
dire
necessariamente
fissarla
per
mezzo
di
dati
astratti
,
di
generalizzazioni
,
ed
in
base
ad
una
media
:
quindi
esporla
ad
essere
nei
casi
concreti
,
malgrado
la
discrezione
limitata
concessa
al
giudice
,
ora
troppo
severa
,
ora
troppo
mite
.
Ma
come
evitar
ciò
?
È
un
'
imperfezione
pressoché
inevitabile
in
ogni
istituzione
sociale
ch
'
essa
non
debba
tener
conto
di
certe
esigenze
individuali
,
e
consideri
le
grandi
linee
e
le
grandi
masse
;
ciò
a
cui
dobbiamo
mirare
essendo
che
di
queste
ingiustizie
ve
ne
sia
il
minor
numero
possibile
.
-
Intanto
i
seguaci
della
nuova
scuola
,
col
voler
ridurre
senz
'
altro
il
giudizio
penale
ad
un
libero
esame
della
temibilità
dell
'
individuo
,
tolgono
,
senza
essere
forse
abbastanza
consci
della
gravità
ciò
che
propongono
,
una
delle
più
valide
garanzie
di
libertà
individuale
,
una
di
quelle
più
faticosamente
acquistate
in
epoche
recenti
.
D
'
accordo
in
ciò
colle
dottrine
in
apparenza
più
discordi
dalle
loro
,
come
,
p
.
es
.
,
quella
della
espiazione
,
essi
tendono
in
pratica
a
rinnovare
le
forme
più
schiette
del
procedimento
inquisitorio
,
col
subbiettivismo
,
coll
'
arbitrio
eccessivo
del
giudice
,
colla
pena
indeterminata
e
straordinaria
e
la
confusione
delle
parti
in
giudizio
,
che
a
questo
sistema
sono
inerenti
.
Qualunque
sia
il
nostro
parere
sulla
desiderabilità
di
ovviare
agli
inconvenienti
che
oggi
si
verificano
,
non
si
può
negare
l
'
importanza
di
simili
considerazioni
e
la
necessità
di
non
mai
perderle
di
vista
,
nel
tentar
qualunque
riforma
.
Anche
per
ciò
che
riguarda
il
metodo
nel
diritto
penale
,
possiamo
dunque
dire
che
le
affermazioni
dei
positivisti
,
a
meno
,
che
non
siano
corrette
da
numerose
restrizioni
,
sono
eccessive
o
peccano
di
unilateralità
,
non
tenendo
sufficiente
conto
di
esigenze
e
pericoli
pratici
per
volgere
l
'
attenzione
di
preferenza
a
uno
solo
dei
dati
del
complesso
problema
della
giustizia
pratica
.
Anche
qui
,
possiamo
dire
che
peccano
di
semplicismo
ed
ottimismo
,
mancando
pertanto
di
senso
"
positivo
"
.
-
Tutto
ciò
ci
mostra
qual
'
è
la
funzione
possibile
,
e
nello
stesso
tempo
quali
sono
i
limiti
,
del
"
metodo
positivo
"
nel
diritto
penale
.
Non
vogliamo
dire
che
le
nuove
dottrine
non
rappresentino
una
tendenza
giusta
e
vera
,
che
il
metodo
astratto
non
sia
la
fonte
,
in
molti
casi
concreti
,
di
deplorevoli
inconvenienti
,
che
la
corrente
di
pensiero
scientifico
,
la
quale
ha
influito
così
potentemente
nel
trasformare
tutte
le
condizioni
di
vita
nell
'
epoca
presente
,
debba
restare
senza
un
efficace
infiusso
nel
diritto
penale
.
Ben
diverso
è
il
nostro
pensiero
.
Crediamo
piuttosto
,
che
se
i
positivisti
forse
non
hanno
recato
tutto
il
vantaggio
che
possono
recare
,
se
si
sono
attirata
da
parte
dei
"
classici
"
un
'
antipatia
e
una
ripulsione
eccessiva
,
ciò
è
dovuto
al
fatto
ch
'
essi
non
hanno
saputo
sempre
discernere
la
parte
sana
delle
loro
dottrine
,
ch
'
essi
hanno
interpretato
il
"
positivismo
"
in
un
modo
troppo
angusto
e
parziale
,
traendone
conseguenze
affrettate
ed
estreme
e
mancando
di
quello
spirito
conciliativo
ed
equanime
,
senza
il
quale
ogni
collaborazione
scientifica
è
impossibile
.
Qualunque
sia
l
'
opinione
a
cui
si
arrivi
sulla
necessità
di
introdurre
questa
o
quella
riforma
nell
'
indirizzo
prevalente
nel
diritto
penale
,
indirizzo
che
risale
al
Beccaria
,
ciò
che
non
gli
si
può
contestare
è
l
'
amore
verso
la
libertà
umana
ed
i
diritti
individuali
,
a
cui
sono
ispirati
i
suoi
principi
.
-
Ogni
giudizio
su
di
esso
che
non
tenesse
conto
delle
sue
origini
nel
grande
movimento
razionalistico
del
secolo
XVIII
correrebbe
il
rischio
di
essere
ingiusto
e
manchevole
.
Come
reazione
a
tutto
un
sistema
,
inveterato
da
secoli
di
soprusi
e
d
'
arbitrii
,
per
cui
l
'
individuo
era
continuamente
minacciato
di
pene
oscure
ed
incerte
,
motivate
dall
'
argomento
senza
repliche
della
ragione
di
stato
,
niuna
meraviglia
ch
'
essa
abbia
talora
forse
anche
trapassato
il
segno
in
senso
contrario
.
Vediamo
infatti
il
movimento
di
riforma
accennarsi
in
sulle
prime
nel
Beccaria
stesso
con
forme
che
a
noi
parrebbero
eccessivamente
dogmatiche
ed
intransigenti
,
spiegabili
in
lui
per
il
fatto
ch
'
egli
si
era
trovato
a
contatto
col
sistema
,
contro
il
quale
combatte
,
in
tutta
la
sua
crudità
,
mentre
non
era
naturalmente
in
grado
di
misurare
gli
eventuali
danni
del
sistema
opposto
.
Sono
caratteri
della
dottrina
del
Beccaria
:
l
'
intolleranza
assoluta
di
ogni
interpretazione
della
legge
penale
,
non
giustificabile
neppure
con
giudici
peggiori
di
quelli
del
tempo
suo
;
un
ossequio
alla
legge
e
alla
certezza
della
pena
portato
fino
all
'
acciecamento
di
non
volerne
saper
neanche
del
diritto
di
grazia
;
la
mancanza
di
ogni
senso
storico
.
Tolto
quindi
assolutamente
l
'
arbitrio
del
giudice
;
e
alle
pene
arbitrarie
sostituite
pene
assolutamente
determinate
e
fisse
.
"
Chi
potrebbe
lagnarsi
della
proclamazione
di
questi
principi
,
osserva
il
Brusa
riferendosi
alla
nuova
legislazione
criminale
,
per
ciò
solo
che
di
un
tratto
essi
non
tennero
conto
di
certe
esigenze
ulteriori
della
giustizia
pratica
?
Se
il
diritto
criminale
avesse
dovuto
attendere
la
propria
risurrezione
prima
dallo
spirito
storico
che
non
da
quello
speculativo
,
neanche
la
riforma
leopoldina
e
le
altre
contemporanee
avrebbero
potuto
precorrere
la
rivoluzione
del
1849
.
Chi
può
anzi
dire
se
,
per
esempio
,
l
'
obbrobrioso
mercato
della
giustizia
che
profittava
a
giudici
e
sovrani
avrebbe
altrimenti
allora
cessato
,
insieme
all
'
abuso
delle
mitigazioni
per
motivi
futili
ed
indegni
,
come
quella
che
il
bigamo
avesse
,
sposando
una
meretrice
,
elevato
questa
ad
una
vita
onorata
?
"
.
La
stessa
giustificazione
utilitaria
del
diritto
di
punire
,
la
stessa
dottrina
del
contratto
sociale
,
per
quanto
oggi
si
possano
riconoscere
i
loro
difetti
come
teorie
generali
,
hanno
nella
mente
del
Beccaria
e
dei
suoi
contemporanei
una
funzione
ed
un
valore
che
sarebbe
ingiusto
disconoscere
.
Essi
rappresentano
la
negazione
degli
abusi
di
un
sistema
anteriore
:
la
teoria
utilitaria
,
come
quella
che
vuol
rattenere
la
pena
entro
i
limiti
della
necessità
di
reprimere
solo
le
azioni
che
veramente
turbano
l
'
ordine
e
la
tranquillità
sociale
;
la
teoria
del
contratto
sociale
come
quella
che
denuncia
le
ineguaglianze
stridenti
,
non
più
fondate
nella
reciprocità
dei
servigi
e
contrarie
al
sentimento
di
giustizia
.
Oggi
la
pratica
delle
legislazioni
è
venuta
introducendo
via
via
quelle
limitazioni
ai
principii
assoluti
,
che
apparvero
necessarie
ad
un
migliore
contemperamento
delle
varie
tendenze
.
-
Al
giudice
si
è
concesso
quell
'
arbitrio
che
è
indispensabile
al
retto
esercizio
delle
sue
funzioni
;
entro
i
limiti
fissati
dalla
legge
egli
può
graduare
la
pena
adattandola
quanto
è
più
possibile
alla
particolare
gravità
del
fatto
.
Per
ciò
che
riguarda
il
convincimento
,
il
sistema
delle
prove
morali
,
sostituito
a
quello
delle
prove
legali
,
nel
quale
massima
è
la
diffidenza
verso
la
personalità
del
giudice
,
già
segna
un
passo
grandissimo
in
una
direzione
nella
quale
si
può
molto
avanzare
.
Perocché
quando
è
lasciata
al
giudice
la
facoltà
di
condannare
od
assolvere
secondo
il
proprio
convincimento
,
sì
può
intravedere
anche
la
possibilità
di
lasciargli
secondo
il
proprio
convincimento
graduare
le
pene
.
E
l
'
istituzione
stessa
dei
giurati
,
per
quanto
la
si
voglia
limitata
al
puro
giudizio
del
fatto
,
pure
è
un
segno
della
medesima
tendenza
.
In
pratica
,
i
giurati
sono
i
rappresentanti
della
coscienza
popolare
anche
per
ciò
che
riguarda
la
valutazione
del
fatto
come
delitto
o
no
,
e
perciò
forniscono
un
avvicinamento
,
per
quanto
limitato
,
alla
"
individualizzazione
"
della
pena
.
Ma
in
tutto
ciò
il
canone
più
indicato
del
metodo
positivo
è
di
procedere
gradatamente
,
senza
sacrificare
nulla
di
ciò
che
si
è
ottenuto
,
in
vista
di
risultati
che
possono
essere
problematici
ed
incerti
.
La
"
individualizzazione
della
pena
"
non
è
l
'
aspirazione
esclusiva
di
nessuna
scuola
speciale
,
ma
la
tendenza
naturale
del
progresso
;
la
sola
questione
da
discutersi
essendo
fino
a
qual
punto
essa
si
possa
conciliare
con
garanzie
essenziali
di
libertà
contro
gli
arbitrii
di
qualunque
specie
.
Tale
questione
è
troppo
grave
per
essere
discussa
nel
presente
lavoro
,
che
pretende
più
che
altro
esporre
alcune
osservazioni
pregiudiziali
sulle
questioni
che
più
spesso
si
discutono
intorno
al
diritto
punitivo
;
-
la
forma
stessa
in
cui
tale
questione
è
da
noi
enunciata
,
mostra
d
'
altra
parte
come
riteniamo
essere
impossibile
risolverla
così
a
priori
ed
in
generale
.
Trattandosi
essenzialmente
di
una
questione
di
misura
,
essa
si
presterà
a
soluzioni
sempre
varie
coll
'
avanzare
del
tempo
e
col
progredire
della
civiltà
,
e
secondo
le
divergenze
nel
carattere
e
nell
'
educazione
dei
popoli
.
Nello
stabilire
il
valore
comparativo
dei
reati
fra
loro
e
la
proporzione
loro
colle
pene
,
una
legge
ben
fatta
dovrà
avvicinarsi
quanto
più
è
possibile
alla
realtà
delle
cose
,
ed
essere
quanto
più
possibile
particolareggiata
,
creando
distinzioni
e
categorie
che
realmente
corrispondano
a
quelle
che
si
riscontrano
nelle
cose
stesse
.
Ma
ciò
non
deve
considerarsi
come
un
sovvertimento
delle
basi
su
cui
fin
qui
posava
il
diritto
penale
.
-
Al
contrario
,
il
movimento
positivistico
deve
piuttosto
considerarsi
come
un
tentativo
di
completare
ed
integrare
l
'
indirizzo
fin
qui
prevalente
nel
diritto
penale
,
di
spingerlo
più
velocemente
in
una
direzione
già
presa
,
di
additarne
certe
lacune
e
di
colmarle
,
senza
per
questo
rinunciare
ai
benefizi
dall
'
indirizzo
prevalente
presi
più
specialmente
di
mira
.
-
Esso
non
può
propugnare
la
sostituzione
assoluta
del
"
metodo
positivo
"
al
metodo
astratto
:
ciò
sarebbe
,
come
abbiam
visto
,
non
aver
intesa
del
tutto
la
natura
del
metodo
positivo
,
e
disconoscere
quella
del
diritto
stesso
:
ma
nello
stesso
tempo
ci
dà
un
avvertimento
di
tener
conto
,
più
di
quanto
non
lo
si
sia
fatto
forse
per
il
passato
,
dei
risultati
dell
'
osservazione
positiva
,
e
soprattutto
insiste
su
alcuni
fatti
e
leggi
nuove
scoperte
o
intravedute
dalla
scienza
moderna
,
che
possono
condurci
a
vedere
un
po
'
diversamente
la
natura
dell
'
uomo
,
oggetto
del
diritto
penale
,
e
la
società
.
-
Ciò
può
portare
una
trasformazione
,
nella
legge
stessa
,
nel
senso
di
darle
una
maggior
specializzazione
,
nonché
nell
'
ufficio
del
giudice
,
aumentando
la
sua
discrezione
,
perché
egli
possa
tener
conto
di
quella
relatività
,
che
tutti
i
fenomeni
posseggono
,
e
che
non
si
può
trascurare
senza
lacerare
in
qualche
modo
la
giustizia
come
la
verità
.
Ed
è
qui
che
si
manifesta
una
delle
pieghe
caratteristiche
del
pensiero
moderno
,
che
merita
attenzione
.
La
"
negazione
del
libero
arbitrio
"
,
nel
senso
tradizionale
,
non
è
,
come
abbiam
visto
,
una
dottrina
così
sovversiva
come
alcuni
hanno
voluto
farla
apparire
:
e
non
è
che
in
base
ad
un
equivoco
che
si
può
sostenere
ch
'
essa
scalzi
le
basi
del
diritto
e
della
morale
.
Ciò
non
ostante
non
è
a
negarsi
l
'
influenza
che
deve
esercitare
il
nuovo
modo
di
concepire
la
libertà
sulle
concezioni
etiche
e
giuridiche
.
Il
"
liberum
arbitrium
indifferentiae
"
come
solo
ed
indispensabile
fondamento
della
libertà
e
della
responsabilità
,
portava
a
far
concepire
queste
come
qualità
fisse
ed
inalterabili
dell
'
uomo
in
ogni
condizione
di
tempo
e
di
cose
;
eccesso
a
cui
doveva
contrapporsi
quello
di
considerare
ogni
causa
ed
ogni
condizione
assegnabile
come
una
minorante
della
responsabilità
.
Ogni
ricerca
sulle
condizioni
obbiettive
della
responsabilità
dichiarata
pericolosa
,
o
scoraggiata
come
impossibile
.
Il
"
negatore
del
libero
arbitrio
"
che
non
sia
vittima
di
equivoci
sul
valore
di
tal
negazione
,
sarà
portato
invece
a
vedere
nella
libertà
e
responsabilità
,
qualità
esistenti
nell
'
uomo
,
ma
analoghe
alle
altre
,
atte
cioè
ad
essere
studiate
nella
loro
genesi
e
nella
loro
evoluzione
,
suscettibili
di
gradazioni
infinite
,
e
subordinate
alla
presenza
di
certe
condizioni
e
concomitanti
,
a
concepire
in
altri
termini
la
responsabilità
piuttosto
dinamicamente
ed
evoluzionisticamente
,
che
staticamente
.
Ed
in
questo
senso
gli
studi
nuovi
sulla
responsabilità
possono
portare
un
contributo
prezioso
,
come
al
sociologo
,
così
al
legislatore
e
al
giurista
.
Col
mostrarci
quali
delle
nostre
azioni
veramente
dipendano
dalla
nostra
volontà
,
fino
a
che
punto
siamo
effettivamente
liberi
di
compiere
una
data
azione
,
e
fino
a
che
punto
invece
la
responsabilità
dei
nostri
atti
vanisca
dinanzi
all
'
influenza
di
cause
prepotenti
,
essa
può
rivelarci
nuovi
casi
di
irresponsabilità
,
come
anche
di
responsabilità
finora
inaspettate
(
ipnotismo
,
suggestione
)
.
Né
il
giurista
deve
guardare
con
sospetto
e
diffidenza
la
corrente
dei
nuovi
studi
come
se
ogni
risultato
di
questi
dovesse
segnare
un
'
offesa
alla
integrità
del
diritto
e
della
morale
.
L
'
idea
di
un
antagonismo
fra
gli
studi
"
positivi
"
in
genere
e
le
nostre
aspirazioni
etiche
è
un
concetto
falso
,
contro
il
quale
è
stato
nostro
intento
di
combattere
in
tutto
il
corso
del
presente
lavoro
.
Abbiamo
dunque
visto
a
che
cosa
si
riduca
la
possibilità
per
gli
studi
scientifici
di
modificare
il
nostro
concetto
di
responsabilità
:
non
nella
negazione
di
questa
,
ma
nell
'
avvertimento
che
la
responsabilità
è
qualche
cosa
di
più
fuggitivo
,
di
meno
palpabile
,
di
assai
più
legato
al
fatto
particolare
nella
sua
complessità
,
di
quanto
forse
non
lo
supponessero
le
vecchie
scuole
di
morale
,
sta
l
'
importanza
della
nuova
scuola
anche
nel
campo
del
diritto
penale
.
Ed
è
questo
anzi
,
a
mio
parere
,
ciò
che
dovrebbe
renderla
sopra
ogni
altra
cosa
simpatica
.
Essa
tende
a
mostrarci
sempre
più
che
anche
nel
campo
dell
'
infamia
e
del
delitto
sono
numerosi
i
disgraziati
,
coloro
che
hanno
assai
più
bisogno
di
essere
educati
,
ajutati
e
curati
che
d
'
essere
minacciati
di
punizione
.
Nonostante
le
intemperanze
e
gli
errori
incontestabili
che
ne
hanno
segnato
il
sorgere
,
la
nuova
scuola
desta
attenzione
e
interesse
per
il
nuovo
soffio
di
simpatia
che
da
essa
nccessariamente
,
quasi
a
dispetto
di
certe
sue
premesse
utilitarie
,
spira
verso
coloro
che
furono
condotti
al
delitto
e
all
'
abbrutimento
da
cause
strapotenti
.
Essa
ci
addita
,
se
non
l
'
impossibilità
,
la
terribile
difficoltà
di
sfuggire
a
certi
impulsi
quando
tutto
nella
vita
concorre
a
togliere
stimolo
e
potenza
alla
difesa
contro
di
essi
.
Essa
ci
mostra
,
anche
nel
campo
della
morale
,
l
'
esistenza
di
una
schiera
di
privilegiati
,
che
compiono
il
bene
senza
fatica
,
poiché
tutto
in
loro
,
condizioni
fisiologiche
,
psicologiche
e
sociali
,
cospira
a
far
loro
vedere
il
lato
buono
delle
cose
,
che
godono
una
specie
di
"
rendita
di
situazione
"
morale
,
mentre
per
altri
la
medesima
condotta
non
potrebbe
mantenersi
se
non
a
prezzo
di
indicibili
sforzi
e
sacrifizi
.
Onde
un
grande
e
benefico
impulso
a
tutte
le
riforme
sociali
,
che
tendono
a
togliere
le
cause
della
delinquenza
,
in
modo
da
render
quanto
meno
necessario
è
possibile
il
provvedimento
increscioso
ed
imperfetto
dell
'
applicazione
della
pena
.
La
pena
non
è
il
miglior
modo
di
difesa
sociale
,
o
di
tutela
giuridica
che
dir
si
voglia
.
La
sua
efficacia
è
limitata
:
è
presto
raggiunto
il
punto
oltre
il
quale
un
aumento
nella
severità
di
essa
non
produce
più
una
diminuzione
corrispondente
negli
attentati
al
diritto
.
La
sicurezza
sociale
non
è
perciò
da
essa
se
non
imperfettamente
ristabilita
:
il
senso
morale
,
se
non
imperfettamente
soddisfatto
.
Ogni
giorno
,
coll
'
ingentilirsi
dei
costumi
,
cresce
la
ripugnanza
per
i
mezzi
fisici
di
repressione
;
ogni
giorno
,
si
sente
maggiormente
il
bisogno
di
trovare
mezzi
più
potenti
e
più
civili
di
prevenire
il
delitto
.
Sotto
un
certo
aspetto
,
la
pena
può
considerarsi
come
il
sintomo
dell
'
impotenza
della
società
a
provvedere
altrimenti
ai
mali
che
la
travagliano
.
Troppo
forse
si
è
creduto
per
lo
addietro
che
i
mezzi
penali
fossero
la
panacea
per
tutte
le
correnti
delittuose
che
serpeggiano
nella
società
.
Gli
studi
positivi
moderni
,
psicologici
,
antropologici
e
sociali
,
hanno
se
non
altro
il
merito
di
aver
fatto
concepire
in
un
modo
più
relativo
la
natura
e
la
funzione
del
diritto
penale
.
La
controversia
fra
la
scuola
positiva
e
la
scuola
classica
può
dirsi
pertanto
un
prodotto
,
più
che
di
divergenze
reali
di
dottrine
,
di
tendenze
e
di
aspirazioni
.
Eccessivamente
ostile
è
stata
forse
finora
l
'
attitudine
sì
da
una
parte
che
dall
'
altra
;
ed
è
venuto
,
parmi
,
il
momento
in
cui
alle
lotte
ed
alle
polemiche
,
in
parte
almeno
sterili
,
debba
succedere
il
riconoscimento
dei
rispettivi
limiti
,
il
contemperamento
delle
tendenze
,
e
la
serena
collaborazione
.
-
"
Se
nel
secolo
XVI
,
scrive
Carlo
Cattaneo
in
alcune
sue
mirabili
pagine
,
che
fu
il
primo
dell
'
era
moderna
,
la
ragione
individuale
aveva
ardito
farsi
a
discutere
popolarmente
li
arcani
religiosi
,
e
nel
XVII
li
asserti
delle
scuole
filosofiche
,
nel
XVIII
ella
estese
quell
'
aspro
sindacato
a
tutte
le
istituzioni
civili
.
Sommo
divenne
il
contrasto
fra
la
vita
delli
uomini
e
i
loro
pensieri
.
Vivendo
in
mezzo
all
'
intreccio
dei
vincoli
sociali
,
quelle
menti
animate
dai
geometri
e
acuite
dal
calcolo
mercantile
osarono
domandare
se
,
e
come
,
e
quanto
ciascuna
istituzione
giovasse
ad
ogni
individuo
partecipe
della
civile
aggregazione
.
Tutto
si
valutò
dunque
col
giudicio
individuale
e
giusta
l
'
individuale
interesse
.
Si
considerò
la
società
come
un
patto
fra
eguali
;
si
domandò
la
revisione
del
patto
,
il
ritorno
all
'
uguaglianza
primitiva
,
la
restituzione
dello
stato
naturale
del
genere
umano
.
Le
predilezioni
delle
scuole
e
l
'
inesplicabile
eccellenza
delle
arti
e
delle
lettere
antiche
sospinsero
ad
immaginare
un
mondo
primitivo
,
educato
nelle
lingue
,
nelle
arti
,
nelle
scienze
,
nelle
leggi
da
una
serie
di
geni
benefici
,
l
'
opera
dei
quali
sotto
lo
sforzo
della
superstizione
e
della
violenza
fosse
venuta
oscurandosi
successivamente
fino
alle
caligini
del
Medio
Evo
,
ma
potesse
coll
'
opera
d
'
altri
geni
rivocarsi
in
breve
,
e
quasi
di
repente
,
al
nativo
splendore
.
Vi
fu
perfino
chi
preferì
ad
una
fittizia
civiltà
,
ingombra
dei
ruderi
d
'
ogni
tempo
e
piena
di
ingiustizie
e
di
corruttele
,
la
semplice
e
pura
vita
,
che
li
uomini
dovevano
aver
gioito
prima
del
patto
sociale
in
seno
alla
primigenia
selva
della
terra
.
Adunque
lo
sforzo
capitale
del
pensiero
umano
nello
scorso
secolo
XVIII
era
una
generale
censura
delle
istituzioni
del
tempo
,
nel
senso
di
ogni
individuo
,
e
all
'
intento
di
ristaurare
il
regno
della
logica
naturale
e
della
personale
indipendenza
.
Nel
secolo
presente
vi
fu
quasi
riflusso
del
pensiero
umano
in
contrario
verso
.
Si
trovò
che
l
'
utile
di
ogni
individuo
scaturiva
dal
complesso
dell
'
azienda
sociale
,
né
poteva
avverarsi
mai
nella
solitudine
o
nel
dissociamento
.
Le
più
complicate
istituzioni
apparvero
necessari
effetti
del
consorzio
civile
e
forme
della
sua
esistenza
.
Si
vide
che
certe
consuetudini
erano
scala
e
preparazione
ad
altre
migliori
,
alle
quali
i
popoli
non
potevano
giungere
altrimenti
;
e
così
si
vennero
spiegando
e
giustificando
certi
ordinamenti
transitori
,
che
in
faccia
ad
una
logica
immediata
sembravano
assurdi
e
barbari
.
Viceversa
s
'
intravvide
sotto
lo
splendore
delle
libertà
antiche
l
'
oppressione
e
la
servitù
delle
moltitudini
,
e
nella
dolorosa
ruina
di
quelle
meravigliose
civiltà
si
riconobbe
un
evento
che
poteva
condurre
all
'
emancipazione
degli
oppressi
.
La
consolante
dottrina
del
progresso
si
svolse
dal
seno
della
istoria
si
vide
il
genere
umano
elevarsi
dalla
ferocia
del
vivere
ferino
,
attraverso
alla
guerra
,
alla
schiavitù
,
alle
devastazioni
,
alle
tirannidi
,
ai
supplici
,
alle
torture
,
sino
all
'
effezione
graduale
dell
'
utile
,
del
giusto
,
dell
'
equo
,
del
bello
,
del
vero
,
della
pace
,
della
carità
.
Allora
si
rallentò
quella
inesorabile
censura
,
spinta
dai
nostri
padri
nel
diretto
interesse
dell
'
individuo
;
ed
in
quella
vece
si
promosse
un
'
interpretazione
benigna
,
benigna
forse
oltre
misura
,
di
tutte
le
transazioni
scalari
e
successive
della
civil
società
:
si
giustificò
il
senso
comune
dei
popoli
,
che
aveva
sancito
e
venerato
ciò
che
era
rispettivamente
opportuno
ai
luoghi
ed
ai
tempi
;
e
le
leggi
più
celebri
apparvero
piuttosto
frutti
di
una
certa
graduale
maturanza
d
'
interessi
e
di
opinioni
,
che
liberi
decreti
della
mente
individua
dei
legislatori
.
Perloché
la
tendenza
più
comune
del
pensiero
istorico
in
questo
secolo
XIX
è
una
generale
spiegazione
delle
eccessive
forme
civili
,
in
quanto
promuovono
gradualmente
lo
spontaneo
sviluppo
dell
'
individuo
ed
il
suo
bene
,
nello
sviluppo
e
nel
bene
della
intera
società
.
Questo
comune
movimento
delle
dottrine
filosofiche
e
istoriche
nell
'
età
nostra
si
diramò
poi
per
molte
strade
assai
divergenti
.
Li
uni
,
mettendosi
a
tutta
carriera
nella
idea
delle
successive
evoluzioni
sociali
,
vollero
stringere
un
corso
di
secoli
in
poche
giornate
,
e
s
'
appresero
di
slancio
al
sogno
di
un
incivilimento
nuovo
ed
inaudito
,
senza
famiglia
,
senza
eredità
,
senza
proprietà
.
Altri
al
contrario
acquietandosi
nella
generale
giustificazione
dei
fatti
,
e
confidando
nel
genio
naturale
delle
moltitudini
,
e
nella
forza
ingenita
che
spinge
le
cose
al
compimento
di
un
ordine
prestabilito
,
ricadono
nel
fatalismo
dell
'
oriente
,
e
maledicendo
alla
virtù
infelice
santificano
la
vittoria
e
adorano
la
forza
.
Altri
fraintesero
la
giustificazione
istorica
del
passato
,
e
vi
supposero
la
necessità
di
ritornare
le
cose
ai
loro
principi
;
e
vanamente
additarono
,
come
mèta
ad
un
viaggio
retrogrado
dell
'
umanità
,
ora
l
'
un
ora
l
'
altra
delle
età
già
consumate
.
In
mezzo
a
queste
aberrazioni
,
i
più
veggenti
sanno
congiungere
la
fiducia
nel
progresso
alla
paziente
accettazione
delle
lente
e
graduate
sue
fasi
,
e
alla
critica
proporzionale
e
perseverante
,
ch
'
è
pur
necessaria
a
promuoverlo
.
Essi
sanno
discernere
le
istituzioni
transitorie
e
caduche
da
quelle
senza
cui
l
'
umano
consorzio
non
regge
.
Essi
nutrono
la
generosa
persuasione
che
l
'
individuo
non
è
sempre
cieco
strumento
del
tempo
,
ma
una
forza
libera
e
viva
,
la
quale
tratto
tratto
può
far
trapiombare
la
dubia
bilancia
delle
umane
cose
.
Questa
scuola
pratica
,
che
studia
il
campo
della
libertà
umana
nel
seno
della
necessità
e
del
tempo
,
deve
librarsi
tra
la
violenza
logica
delle
dottrine
passate
,
e
l
'
indolente
e
servile
ottimismo
delle
dottrine
che
si
levarono
sulla
ruina
di
quelle
"
.
Sarebbe
difficile
invero
immaginare
un
quadro
più
eloquente
e
più
vero
di
ciò
che
è
stato
il
grande
movimento
scientifico
del
secolo
testé
trascorso
e
un
cenno
più
chiaro
e
riassuntivo
di
quelli
che
sono
veramente
,
a
parer
nostro
,
i
caratteri
essenziali
delle
tendenze
positive
moderne
.
In
un
altro
nostro
scritto
,
abbiamo
tentato
di
dare
al
"
positivismo
"
un
significato
più
vasto
,
e
nello
stesso
tempo
meno
radicale
e
dogmatico
di
quello
che
gli
attribuiscono
molti
dei
sostenitori
dei
"
sistemi
"
positivistici
;
di
mostrare
cioè
come
sia
vano
il
voler
restringere
questo
all
'
accettazione
ed
alla
applicazione
di
pochi
principi
teorici
e
metodologici
,
e
come
si
tratti
,
piuttosto
che
di
un
brusco
mutamento
nella
direzione
del
pensiero
scientifico
,
dello
sviluppo
graduale
di
una
specie
di
facoltà
nuova
,
così
variata
e
complessa
nei
suoi
diversi
aspetti
che
è
pressoché
impossibile
di
darne
una
definizione
che
sia
insieme
e
completa
e
precisa
.
Chi
potrebbe
,
per
esempio
,
formulare
esattamente
i
principi
su
cui
si
fonda
il
senso
storico
,
quella
delicata
facoltà
di
comprendere
ogni
epoca
sotto
il
suo
vero
colore
,
facoltà
che
è
uno
dei
tratti
più
caratteristici
della
società
intellettuale
contemporanea
?
È
qualche
cosa
di
simile
a
ciò
che
si
chiama
,
nella
vita
sociale
,
la
inestimabile
qualità
del
"
tatto
"
del
"
saper
vivere
"
-
qualche
cosa
che
non
s
'
insegna
,
ma
che
s
'
impara
bensì
,
frequentando
certe
persone
,
vivendo
in
certi
ambienti
,
respirando
,
come
si
suol
dire
,
una
certa
atmosfera
.
"
Se
osserviamo
-
dicevamo
-
la
differenza
fra
la
scienza
e
la
filosofia
moderna
e
quelle
che
hanno
per
lo
più
prevalso
nel
passato
,
vediamo
che
ciò
che
più
nettamente
caratterizza
questa
in
confronto
a
quella
è
lo
spirito
nuovo
di
cui
questa
è
animata
.
Vediamo
in
essa
,
da
un
lato
,
una
maggior
circospezione
nelle
osservazioni
e
nelle
esperienze
,
una
conoscenza
più
esatta
dei
mezzi
più
atti
a
raggiungere
un
determinato
risultato
scientifico
,
una
maggior
prudenza
nella
generalizzazione
e
nella
deduzione
,
un
più
completo
disinteresse
,
per
così
dire
,
nella
aspirazione
alla
verità
,
un
'
unità
più
completa
nella
sua
ricerca
,
e
infine
una
indipendenza
maggiore
da
considerazioni
estranee
alla
scienza
;
dall
'
altra
parte
,
un
perfezionamento
dello
spirito
critico
,
la
tendenza
a
non
accontentarsi
di
spiegazioni
puramente
verbali
e
formali
di
fenomeni
,
ad
analizzare
i
nostri
concetti
e
a
scomporre
ne
'
suoi
elementi
ogni
nostra
cognizione
.
Finalmente
,
bisogna
tener
conto
della
influenza
profonda
esercitata
in
tutti
i
rami
dello
scibile
dal
nuovo
elemento
di
recente
introdotto
nelle
speculazioni
filosofiche
e
scientifiche
:
la
teoria
della
evoluzione
.
Mentre
prima
v
'
era
la
tendenza
a
considerare
ogni
cosa
"
sub
specie
aeternitatis
"
,
oggi
tutto
invece
ci
appare
in
preda
ad
un
perpetuo
lavorio
di
trasformazione
e
siamo
portati
a
considerare
tutti
gli
eventi
piuttosto
da
un
punto
di
vista
dinamico
che
statico
.
Si
è
propagato
fra
noi
un
sentimento
oltremodo
vivace
della
relatività
di
tutti
i
fenomeni
concreti
al
momento
,
cosmologico
o
storico
,
in
cui
si
producono
;
onde
una
reazione
contro
i
modi
troppo
astratti
e
semplicisti
di
concepire
la
realtà
,
i
quali
troppo
trascuravano
il
"
coefficiente
del
tempo
"
,
e
contro
la
filosofia
razionalista
del
secolo
XVIII
;
è
la
propagazione
del
metodo
storico
comparativo
in
tutte
le
scienze
"
.
È
a
torto
che
alcuni
hanno
voluto
vedere
in
questo
complesso
di
tendenze
,
frutto
della
maturità
scientifica
dei
tempi
nostri
,
l
'
indicazione
di
una
limitazione
effettiva
del
nostro
sapere
ad
una
porzione
ristretta
della
realtà
,
mentre
un
vasto
campo
di
questa
,
tutto
ciò
ché
riferisce
all
'
al
di
là
dei
fenomeni
,
sia
per
sempre
sottratto
alle
nostre
indagini
.
L
'
Agnosticismo
sistematico
è
anzi
ciò
che
vi
può
esser
di
più
estraneo
alla
scienza
moderna
.
Se
si
è
creduto
il
contrario
,
ciò
dipende
dall
'
influenza
che
nella
filosofia
moderna
hanno
avuto
le
teorie
della
conoscenza
di
Hume
,
Berkeley
,
Kant
.
Ma
tali
dottrine
,
qualunque
sia
la
nostra
opinione
sulla
loro
intrinseca
accettabilità
e
giustezza
,
qualunque
sia
stata
l
'
opinione
dei
loro
stessi
creatori
,
non
giustificano
,
come
è
stato
mostrato
,
alcuna
delle
conseguenze
agnostiche
e
scettiche
che
alcuni
ne
hanno
tratto
.
Il
loro
scopo
,
non
è
,
abbiamo
detto
,
di
dare
un
giudizio
sulla
possibilità
o
l
'
attendibilità
della
nostra
conoscenza
,
ma
di
definirla
e
spiegarla
;
di
dirci
che
cosa
intendiamo
dire
quando
affermiamo
che
la
tal
cosa
esiste
,
che
la
sua
causa
è
la
tal
altra
cosa
,
etc
.
,
non
di
dirci
se
tali
nostri
giudizi
siano
veri
o
no
.
Delle
parole
causa
,
sostanza
,
realtà
e
simili
esse
ci
forniscono
definizioni
nuove
e
diverse
dalle
antiche
;
ma
non
ne
segue
che
per
ciò
solo
alcuna
porzione
della
realtà
sia
sottratta
alle
nostre
ricerche
come
non
ne
segue
neppure
che
debba
prevalere
questo
o
quel
metodo
di
ricerca
ad
ogni
altro
.
Se
oggi
sappiamo
imporre
dei
limiti
ad
una
troppo
impaziente
curiosità
scientifica
,
se
ci
atteniamo
di
preferenza
,
ove
ciò
sia
possibile
,
al
metodo
induttivo
o
sperimentale
,
piuttosto
che
all
'
astratto
e
razionale
;
ciò
non
che
per
la
nostra
esperienza
intellettuale
più
matura
,
la
quale
ci
ha
insegnato
la
via
più
economica
e
sicura
per
giungere
alla
scoperta
del
vero
,
ed
a
guardarci
da
certe
intemperanze
ed
errori
in
cui
troppo
spesso
caddero
i
pensatori
del
passato
.
Concludendo
adunque
,
il
positivismo
più
che
un
sistema
nuovo
e
radicalmente
diverso
da
quelli
che
lo
hanno
preceduto
,
rappresenta
un
complesso
di
tendenze
che
si
sono
formate
a
poco
a
poco
in
un
grande
secolo
di
indefesso
lavoro
pratico
ed
intellettuale
,
di
incessante
discussione
e
di
inesorabile
critica
:
il
sorgere
delle
scuole
storiche
ed
evoluzionistiche
,
la
visione
sempre
più
netta
della
relatività
e
della
complessità
dei
fenomeni
,
la
ripugnanza
a
concepire
qualsiasi
campo
della
realtà
come
non
soggetto
a
leggi
"
naturali
"
sono
tutte
manifestazioni
del
medesimo
movimento
.
Di
queste
tendenze
generali
del
mondo
moderno
dovevano
inevitabilmente
risentirsi
anche
la
morale
ed
il
diritto
,
e
ciò
naturalmente
non
poteva
avvenire
senza
un
periodo
di
crisi
,
contrassegnato
dalla
eccessiva
baldanza
demolitrice
degli
uni
,
da
eccessivi
timori
e
ingiustificati
scoraggiamenti
degli
altri
.
Per
ciò
che
riguarda
il
diritto
penale
,
abbiam
visto
come
ciò
si
palesasse
soprattutto
nella
pretesa
demolizione
del
concetto
di
responsabilità
,
e
nelle
offese
all
'
autonomia
del
nostro
senso
morale
nel
determinare
l
'
esistenza
e
la
ragione
del
"
diritto
di
punire
"
.
Ma
abbiam
visto
pure
,
come
ciò
derivasse
da
una
errata
interpretazione
dei
principii
supremi
su
cui
il
movimento
positivo
si
reputa
fondato
.
Resta
dunque
,
come
sola
legittima
e
veramente
feconda
,
la
tendenza
rappresentata
da
tutti
i
moderni
studi
psicologici
e
sociali
,
criminologici
e
antropologici
.
Nello
stesso
tempo
,
abbiamo
rilevato
come
ciò
possa
portare
a
limitazione
e
sostituzioni
parziali
del
diritto
punitivo
con
altri
mezzi
migliori
.
Non
già
però
in
forza
della
enunciazione
di
alcuni
principii
,
ma
per
opera
dei
risultati
a
cui
eventualmente
i
nuovi
studi
metteranno
a
capo
.
Fino
a
che
punto
ciò
potrà
portare
ad
una
trasformazione
profonda
del
presente
indirizzo
nel
diritto
penale
,
è
impossibile
determinare
sin
d
'
ora
,
solo
un
avvenire
di
studi
,
d
'
esperienze
e
d
'
ulteriore
maturazione
scientifica
e
morale
potrà
dare
gradualmente
a
questa
domanda
una
completa
risposta
.
Gennaio
-
Ottobre
1901
Saggistica ,
Parte
prima
I.LA
PAROLA
UMORISMO
Alessandro
D
'
Ancona
,
in
quel
suo
notissimo
studio
su
Cecco
Angiolieri
da
Siena
(
in
Studi
di
Critica
e
Storia
Letteraria
,
Bologna
,
Zanichelli
ed
.
,
1880
)
,
dopo
aver
notato
quanto
vi
sia
di
burlesco
in
questo
nostro
poeta
del
sec
.
XIII
,
osserva
:
Ma
per
noi
l
'
Angiolieri
non
è
soltanto
un
burlesco
:
bensì
anche
,
e
più
propriamente
,
un
umorista
.
E
qui
i
camarlinghi
della
favella
ci
faccian
pure
il
viso
dell
'
arme
,
ma
non
pretendano
di
dire
che
in
italiano
bisogna
rassegnarsi
a
non
dir
la
cosa
,
perché
non
abbiam
la
parola
.
E
,
accortamente
,
in
una
nota
a
piè
di
pagina
(
pag
.
179
)
,
soggiunge
:
È
curioso
però
che
il
traduttore
francese
di
una
dissertazione
tedesca
sull
'
Humour
,
inserita
nel
Recueil
de
pièces
intéressantes
,
concernant
les
antiquités
,
les
beaux
-
arts
,
les
belles
-
lettres
et
la
philosophie
,
traduites
de
différentes
langues
,
citando
il
Riedel
,
Theor
.
d
.
Schönen
Künste
,
I
.
artic
.
Laune
,
sostenga
che
sebbene
gli
Inglesi
,
ed
il
Congreve
in
particolare
,
rivendichino
per
sé
i
vocaboli
humour
e
humourist
,
il
est
néanmoins
certain
qu
'
ils
viennent
de
l
'
italien
.
E
quindi
il
D
'
Ancona
riprende
:
Del
resto
,
poi
,
la
nostra
lingua
ha
umore
per
fantasia
,
capriccio
,
e
umorista
per
fantastico
:
e
gli
umori
dell
'
animo
e
del
cervello
ognun
sa
che
stanno
in
stretta
relazione
con
la
poesia
umorista
.
E
l
'
Italia
ebbe
ai
suoi
tempi
le
accademie
degli
Umorosi
a
Bologna
ed
a
Cortona
e
degli
Umoristi
in
Roma
,
e
speriamo
che
i
mali
umori
della
politica
non
le
facciano
mai
venir
meno
i
begli
umori
nel
regno
dell
'arte».(E
anche
a
Napoli
(
Arch
.
stor
.
p
.
le
prov
.
nap
.
V
.
608
)
.
E
perché
non
citare
anche
quella
degli
Umidi
di
Firenze
di
cui
il
Lasca
disse
(
Lett
.
a
Mes
.
Lorenzo
Scala
,
premessa
al
primo
libro
delle
opere
burlesche
,
ed
.
Bern
.
Giunta
1548
)
:
la
quale
(
Accademia
degli
Umidi
)
principalmente
fa
professione
,
essendovi
tutte
persone
dentro
allegre
e
spensierate
,
dello
stil
burlesco
,
giocondo
,
lieto
,
amorevole
e
,
per
dir
così
,
buon
compagno
»
?
Si
vedano
,
per
altro
,
a
proposito
delle
parole
umore
e
umorismo
,
il
Baldensperger
,
Les
definitions
de
l
'
humour
in
Eluder
d
'
bistoire
littéraire
,
Paris
,
Hachette
,
1907
e
lo
Spingarn
nell
'
introduzione
del
primo
volume
della
sua
raccolta
Critical
Essays
of
the
Seventeenth
Century
,
Oxford
,
Clarendon
Press
,
1908;
nonché
ciò
che
ne
dice
il
Croce
in
Critica
,
vol
.
VII
,
pagine
219-20
)
.
La
parola
umore
derivò
a
noi
naturalmente
dal
latino
e
col
senso
materiale
che
essa
aveva
di
corpo
fluido
,
liquore
,
umidità
o
vapore
,
e
col
senso
anche
di
fantasia
,
capriccio
o
vigore
.
Aliquantum
habeo
humoris
in
corpore
,
neque
dum
exarui
ex
amoenis
rebus
et
voluptariis
(
Plauto
)
.
Qui
humor
non
ha
evidentemente
senso
materiale
,
perché
sappiamo
che
,
fin
dai
tempi
più
antichi
,
ogni
umore
nel
corpo
era
ritenuto
segno
o
cagione
di
malattia
.
Li
uomini
,
si
legge
in
un
vecchio
libro
di
mascalcia
,
hanno
quattro
umori
:
cioè
lo
sangue
,
la
collera
,
la
flemma
e
la
malinconia
:
e
questi
umori
sono
cagione
delle
infermità
degli
uomini
.
E
in
Brunetto
Latini
:
Malinconia
è
un
umore
,
che
molti
chiamano
collera
nera
,
ed
è
fredda
,
e
secca
,
ed
ha
il
suo
sedio
nello
spino
com
'
è
in
somma
nel
latino
di
Cicerone
e
di
Plinio
.
Sant
'
Agostino
poi
in
un
suo
sermone
ci
fa
sapere
che
i
porri
accendono
la
collera
,
i
cavoli
generano
malinconia
(
Cecco
Angiolieri
in
uno
dei
suoi
sonetti
,
parlando
della
madre
che
gli
vuol
male
,
dopo
avere
enumerato
alcuni
cibi
dannosi
ch
'
ella
gli
consiglia
,
dice
:
E
se
di
questo
non
avessi
voglia
E
stessi
quasimente
su
la
colla
Molto
mi
loda
porri
con
la
foglia
)
.
Sarà
bene
,
trattando
dell
'
umorismo
,
tener
presente
anche
quest
'
altro
significato
di
malattia
della
parola
umore
,
e
che
malinconia
,
prima
di
significare
quella
delicata
affezione
o
passion
d
'
animo
che
intendiamo
noi
,
abbia
avuto
in
origine
il
senso
di
bile
o
fiele
e
sia
stata
per
gli
antichi
un
umore
nel
significato
materiale
della
parola
.
Vedremo
appresso
la
relazione
che
le
due
parole
umore
e
malinconia
avranno
tra
loro
assumendo
un
senso
spirituale
.
Diciamo
intanto
che
tal
relazione
,
se
non
mancò
affatto
nello
spirito
della
nostra
lingua
,
certo
non
vi
apparve
chiaramente
.
Da
noi
,
in
fatti
,
la
parola
umore
o
serba
il
significato
materiale
,
tanto
che
un
proverbio
toscano
può
dire
:
Chi
ha
umore
non
ha
sapore
(
alludendo
alle
frutta
acquose
)
;
o
,
se
assume
un
significato
spirituale
,
esprime
sì
inclinazione
,
natura
,
disposizione
o
stato
passeggero
d
'
animo
o
anche
fantasia
,
pensiero
,
capriccio
,
ma
senza
una
qualità
determinata
;
tanto
vero
che
dobbiamo
dire
umor
tristo
o
gajo
,
o
tetro
,
buono
o
cattivo
o
bell
'
umore
,
ecc
.
In
somma
,
la
parola
italiana
umore
non
è
la
inglese
humour
.
Questa
,
come
dice
il
Tommaseo
,
racchiude
.
e
contempera
le
nostre
espressioni
bell
'
umore
,
buonumore
,
e
malumore
.
C
'
entrano
un
po
'
,
dunque
,
i
cavoli
di
Sant
'
Agostino
.
Discutiamo
adesso
su
la
parola
,
non
su
la
cosa
:
è
bene
avvertirlo
,
perché
non
vorremmo
si
credesse
che
a
noi
manchi
veramente
la
cosa
per
il
solo
fatto
che
la
parola
nostra
non
riuscì
idealmente
a
serbare
e
a
contemperare
in
sé
ciò
che
già
materialmente
includeva
.
Vedremo
che
tutto
,
in
fondo
,
si
riduce
a
un
bisogno
di
più
chiara
distinzione
che
sentiamo
noi
,
perché
,
o
bello
o
buono
o
tetro
o
gajo
,
umore
è
sempre
,
e
non
è
diverso
dall
'
inglese
nell
'
essenza
,
ma
nelle
modificazioni
che
naturalmente
vi
imprimono
la
lingua
diversa
e
la
varia
natura
degli
scrittori
.
Del
resto
,
non
si
creda
che
la
parola
inglese
humour
e
il
suo
derivato
umorismo
siano
di
così
facile
comprensione
.
Il
D
'
Ancona
stesso
,
in
quel
suo
saggio
su
l
'
Angiolieri
,
su
cui
più
tardi
dovremo
ritornare
,
confessa
:
S
'
io
dovessi
dare
una
definizione
dell
'
umorismo
sarei
davvero
molto
impacciato
.
Ed
ha
ragione
.
Tutti
dicono
così
.
Piuttosto
no
'
l
comprendo
,
che
te
'
l
dica
.
Di
tutte
quelle
tentate
nei
secoli
XVIII
e
XIX
parla
in
un
suo
studio
già
citato
,
il
Baldensperger
,
per
concludere
,
a
modo
del
Croce
,
che
:
il
n
y
a
pas
d
'
humour
,
il
n
'
y
a
que
des
humouristes
,
come
se
per
poter
dire
o
riconoscere
che
questo
o
quello
scrittore
è
un
umorista
,
non
si
dovesse
avere
un
qualche
concetto
dell
'
umorismo
,
e
bastasse
sostenere
,
come
fa
il
Cazamian
,
citato
dallo
stesso
Baldensperger
,
che
l
'
umorismo
sfugge
alla
scienza
,
perché
gli
elementi
caratteristici
e
costanti
di
esso
sono
in
piccolo
numero
e
sopra
tutto
negativi
,
laddove
gli
elementi
variabili
sono
in
numero
indeterminato
.
Sì
.
Anche
l
'
Addison
stimava
più
facile
dire
ciò
che
l
'
humour
non
è
,
che
dire
ciò
che
è
.
E
tutte
le
fatiche
che
si
son
fatte
per
definirlo
ricordano
veramente
quelle
speciosissime
che
si
fecero
nel
secolo
XVII
per
definir
l
'
ingegno
(
oh
,
il
Cannocchiale
aristotelico
di
Emmanuele
Tesauro
!
)
e
il
gusto
o
buon
gusto
e
quell
'
ineffabile
non
so
che
,
per
cui
il
Bouhours
scriveva
:
Les
Italiens
,
qui
font
mystère
de
tout
,
emploient
en
toutes
rencontres
leur
non
so
che
:
on
ne
voit
rien
de
plus
commun
dans
leurs
poëtes
.
Gl
'
Italiani
qui
font
mystère
de
tout
.
Ma
andate
a
domandare
ai
Francesi
che
cosa
intendono
per
esprit
.
Quanto
all
'
umorismo
,
certo
è
seguita
il
D
'
Ancona
che
la
definizione
non
è
facile
,
perché
l
'
umorismo
ha
infinite
varietà
,
secondo
le
nazioni
,
i
tempi
,
gl
'
ingegni
,
e
quel
di
Rabelais
e
di
Merlin
Coccajo
non
è
una
cosa
coll
'
umorismo
dello
Sterne
,
dello
Swift
o
di
Gian
Paolo
,
e
la
vena
umoristica
dell
'
Heine
e
del
Musset
non
è
di
egual
sapore
.
Non
vi
ha
poi
forse
alcun
altro
genere
nel
quale
sia
,
o
dovrebbe
esser
più
sottil
differenza
dalla
forma
prosaica
alla
poetica
,
per
quanto
ciò
non
venga
sempre
avvertito
dai
lettori
,
e
neanche
dagli
scrittori
.
Ma
di
ciò
,
e
delle
ragioni
di
queste
differenze
,
e
delle
varietà
fra
l
'
umore
e
la
satira
e
l
'
epigramma
e
la
facezia
e
la
parodia
e
il
comico
d
'
ogni
foggia
e
qualità
,
e
se
,
come
vuole
il
Richter
,
alcuni
umoristi
sieno
semplicemente
lunatici
,
non
è
qui
il
luogo
di
discutere
.
Certo
è
questo
,
che
un
fondo
comune
vi
è
in
tutti
coloro
che
la
voce
pubblica
raccoglie
sotto
la
stessa
denominazione
di
umoristi
.
L
'
osservazione
in
fondo
è
giusta
;
ma
piano
con
la
voce
pubblica
!
-
vorremmo
dire
al
D
'
Ancona
.
Dopo
la
parola
romanticismo
,
la
parola
più
abusata
e
sbagliata
in
Italia
(
in
Italia
soltanto
?
)
è
quella
di
umorismo
.
Se
fossero
realmente
umoristi
gli
scrittori
,
i
libri
,
i
giornali
battezzati
con
questo
nome
,
noi
non
avremmo
nulla
da
invidiare
alla
patria
di
Sterne
e
di
Thackeray
o
a
quella
di
Gian
Paolo
e
di
Heine
.
Non
si
potrebbe
uscir
di
casa
senza
incontrar
per
la
strada
due
o
tre
Cervantes
e
una
mezza
dozzina
di
Dickens
...
Vogliamo
solo
notare
fin
da
principio
che
vi
è
una
babilonica
confusione
nell
'
interpretazione
della
voce
umorismo
.
Per
il
gran
numero
,
scrittore
umoristico
è
lo
scrittore
che
fa
ridere
:
il
comico
,
il
burlesco
,
il
satirico
;
il
grottesco
,
il
triviale
:
la
caricatura
,
la
farsa
,
l
'
epigramma
,
il
calembour
si
battezzano
per
umorismo
:
come
da
un
pezzo
si
costuma
di
chiamare
romantico
tutto
ciò
che
vi
è
di
più
arcadico
e
sentimentale
,
di
più
falso
e
barocco
.
Si
confonde
Paul
de
Kock
con
Dickens
,
e
il
visconte
d
'
Arlincourt
con
Victor
Hugo
.
Questo
notava
Enrico
Nencioni
,
già
fin
dal
1884
,
in
un
articolo
su
la
Nuova
Antologia
intitolato
appunto
L
'
Umorismo
e
gli
Umoristi
,
che
fece
molto
rumore
.
Non
si
può
dir
veramente
che
la
voce
pubblica
in
tutto
questo
lasso
di
tempo
,
si
sia
ricreduta
.
Anche
oggi
,
per
il
gran
numero
,
scrittore
umoristico
è
lo
scrittore
che
fa
ridere
.
Ma
,
ripeto
,
perché
in
Italia
soltanto
?
Da
per
tutto
!
Il
volgo
non
può
intendere
i
segreti
contrasti
,
le
sottili
finezze
del
vero
umorismo
.
Si
confondono
anche
altrove
la
caricatura
,
la
farsa
bislacca
,
il
grottesco
con
l
'
umorismo
;
si
confondono
anche
là
dove
al
Nencioni
sembrava
(
e
non
a
lui
soltanto
)
che
l
'
umorismo
stesse
di
casa
:
non
ha
forse
nome
d
'
umorista
Mark
Twain
,
i
cui
racconti
sono
,
secondo
la
sua
stessa
definizione
,
una
collezione
di
eccellenti
cose
,
prodigiosamente
divertenti
,
che
strappano
il
riso
anche
dai
volti
più
ingrugniti
?
Il
giornalismo
,
un
certo
giornalismo
si
è
impadronito
della
parola
,
l
'
ha
adottata
e
,
sforzandosi
di
far
ridere
più
o
meno
sguajatamente
a
ogni
costo
,
l
'
ha
divulgata
in
questo
falso
senso
.
Cosicché
ogni
vero
umorista
prova
oggi
ritegno
,
anzi
sdegno
a
qualificarsi
per
tale
.
Umorista
,
sì
,
ma
...
non
confondiamo
,
si
sente
il
bisogno
d
'
avvertire
:
umorista
nel
vero
senso
della
parola
.
Come
dire
:
Badate
ch
'
io
non
mi
propongo
di
farvi
ridere
facendo
sgambettar
le
parole
.
E
più
d
'
uno
,
per
non
passar
da
buffone
,
per
non
esser
confuso
coi
centomila
umoristi
da
strapazzo
,
ha
voluto
buttar
via
la
parola
sciupata
,
abbandonarla
al
volgo
,
e
adottarne
un
'
altra
:
ironismo
,
ironista
.
Come
da
umore
,
umorismo
;
da
ironia
,
ironismo
.
Ma
ironia
,
in
che
senso
?
Bisognerà
distinguere
,
anche
qui
.
Perché
c
'
è
un
modo
retorico
e
un
altro
filosofico
d
'
intendere
l
'
ironia
.
L
'
ironia
,
come
figura
retorica
,
racchiude
in
sé
un
infingimento
che
è
assolutamente
contrario
alla
natura
dello
schietto
umorismo
.
Implica
sì
,
questa
figura
retorica
,
una
contradizione
,
ma
fittizia
,
tra
quel
che
si
dice
e
quel
che
si
vuole
sia
inteso
.
La
contradizione
dell
'
umorismo
non
è
mai
,
invece
,
fittizia
ma
essenziale
,
come
vedremo
,
e
di
ben
altra
natura
.
Quando
Dante
aggrava
la
riprensione
eccettuando
dal
numero
dei
ripresi
chi
è
più
riprensibile
,
come
per
la
brigata
dei
prodighi
matti
,
allor
che
esclama
:
...
Or
fu
giammai
-
Gente
si
vana
?
e
un
dannato
risponde
:
Tranne
lo
Stricca
...
E
tranne
la
brigata
;
oppure
là
dove
dice
:
Ogni
uom
v
'
è
barattier
fuor
che
Bonturo
;
o
quando
rammenta
il
bene
per
esacerbare
il
sentimento
del
male
,
come
fanno
i
diavoli
al
barattier
lucchese
:
...
Qui
non
ha
luogo
il
Santo
Volto
:
Qui
si
nuota
altrimenti
che
nel
Serchio
;
o
quando
a
chi
parla
fa
rammentare
i
proprii
vantaggi
nell
'
usarli
aspramente
,
come
fa
quell
'
altro
diavolo
che
toglie
a
S
.
Francesco
l
'
anima
d
'
un
reo
,
argomentando
teologicamente
su
la
penitenza
,
per
modo
che
quell
'
anima
presa
da
lui
si
sente
dire
:
Forse
Tu
non
pensavi
,
ch
'
io
loico
fossi
;
o
quando
esclama
:
Godi
,
Firenze
,
poiché
se
'
sì
grande
;
oppure
:
Fiorenza
mia
,
ben
puoi
esser
contenta
Di
questa
digression
che
non
ti
tocca
Or
ti
fa
lieta
,
ché
tu
hai
ben
onde
;
Tu
ricca
,
tu
con
pace
,
e
tu
con
senno
...
dà
mirabili
esempii
di
ironia
nel
senso
retorico
della
parola
:
ma
né
qui
,
né
in
altro
punto
,
del
resto
,
della
Comedia
,
non
è
traccia
d
'
umorismo
.
Un
altro
senso
,
dicevamo
,
e
questo
filosofico
,
fu
dato
alla
parola
ironia
in
Germania
.
Lo
dedussero
Federico
Schlegel
e
Ludovico
Tieck
direttamente
dall
'
idealismo
soggettivo
del
Fichte
;
ma
deriva
in
fondo
da
tutto
il
movimento
idealistico
e
romantico
tedesco
post
-
kantiano
.
L
'
Io
,
sola
realtà
vera
,
spiegava
Hegel
,
può
sorridere
della
vana
parvenza
dell
'
universo
:
come
la
pone
,
può
anche
annullarla
;
può
non
prender
sul
serio
le
proprie
creazioni
.
Onde
l
'
ironia
:
cioè
quella
forza
secondo
il
Tieck
che
permette
al
poeta
di
dominar
la
materia
che
tratta
;
materia
che
si
riduce
per
essa
secondo
Federico
Schlegel
a
una
perpetua
parodia
,
a
una
farsa
trascendentale
.
Trascendentale
più
d
'
un
po
'
,
osserveremo
noi
,
questa
concezione
dell
'
ironia
:
né
,
del
resto
,
se
consideriamo
per
poco
donde
ci
viene
,
poteva
essere
altrimenti
.
Tuttavia
essa
ha
,
o
può
avere
,
almeno
in
un
certo
senso
,
qualche
parentela
col
vero
umorismo
,
più
stretta
certamente
che
non
l
'
ironia
retorica
,
da
cui
,
in
fondo
,
tira
tira
,
si
potrebbe
veder
derivare
.
Qui
,
nell
'
ironia
retorica
,
non
bisogna
prender
sul
serio
quel
che
si
dice
;
lì
,
nella
romantica
,
si
può
non
prender
sul
serio
quel
che
si
fa
.
L
'
ironia
retorica
sarebbe
,
rispetto
alla
romantica
,
come
quella
famosa
rana
della
favola
,
la
quale
,
trasportata
nel
macchinoso
mondo
dell
'
idealismo
metafisico
tedesco
e
abbottandosi
qua
più
di
vento
che
d
'
acqua
,
fosse
riuscita
ad
assumere
le
invidiate
proporzioni
del
bue
.
L
'
infingimento
,
quella
tal
contradizione
fittizia
,
di
cui
parla
la
retorica
,
è
diventata
qua
,
a
furia
di
gonfiarsi
,
la
vana
parvenza
dell
'
universo
.
Ora
ecco
:
se
l
'
umorismo
consistesse
tutto
nella
puntura
di
spillo
che
svescia
quella
rana
abbottata
,
ironia
e
umorismo
sarebbero
press
'
a
poco
la
stessa
cosa
.
Ma
l
'
umorismo
,
come
vedremo
,
non
è
tutto
in
questa
puntura
di
spillo
.
Al
solito
,
Federico
Schlegel
non
fece
altro
qui
che
esagerare
idee
e
teorie
altrui
:
oltre
all
'
idealismo
soggettivo
del
Fichte
,
la
famosa
teoria
del
giuoco
esposta
dallo
Schiller
nelle
27
lettere
Ueber
die
aesthetische
Erziehung
des
Menschen
.
Il
Fichte
aveva
voluto
,
in
fondo
,
compire
la
dottrina
kantiana
del
dovere
:
dicendo
che
l
'
universo
è
creato
dallo
spirito
,
dall
'
Io
,
che
è
anche
divinità
,
l
'
anima
dell
'
essenza
del
mondo
,
che
genera
tutto
ed
è
impersonale
,
che
è
volontà
infaticabile
,
la
quale
racchiude
in
sé
ragione
,
libertà
,
moralità
;
aveva
voluto
dimostrare
il
dovere
dei
singoli
uomini
di
sottomettersi
al
volere
della
totalità
e
di
tendere
al
culmine
dell
'
armonia
morale
.
Ora
,
quest
'
Io
del
Fichte
diventò
l
'
io
individuale
,
il
piccolo
io
strambo
del
signor
Federico
Schlegel
,
che
con
un
cannellino
e
un
po
'
d
'
acqua
saponata
si
mise
allegramente
a
gonfiar
bolle
di
sapone
:
vane
parvenze
d
'
universo
,
mondi
;
e
a
soffiarci
su
.
E
questo
era
il
giuoco
.
Povero
Schiller
!
Non
poteva
esser
falsato
in
modo
più
indegno
il
suo
Spieltrieb
.
Ma
il
signor
Federico
Schlegel
prese
alla
lettera
le
parole
:
der
Mensch
soll
mit
der
Schönheit
nur
spielen
,
und
er
soll
nur
mit
der
Schönheit
spielen
.
Denn
,
um
es
endlich
auf
einmal
herauszusagen
,
der
Mensch
spielt
nur
,
wo
er
in
voller
Bedeutung
des
Worts
Mensch
ist
,
und
er
ist
nur
da
ganz
Mensch
,
wo
er
spielt
(
Lettera
XV
)
,
e
disse
che
per
il
poeta
l
'
ironia
consiste
nel
non
fondersi
mai
del
tutto
con
l
'
opera
propria
,
nel
non
perdere
,
neppure
nel
momento
del
patetico
,
la
coscienza
della
irrealtà
delle
sue
creazioni
,
nel
non
essere
lo
zimbello
dei
fantasmi
da
lui
stesso
evocati
,
nel
sorridere
del
lettore
che
si
lascerà
prendere
al
giuoco
e
anche
di
sé
stesso
che
la
propria
vita
consacra
a
giocare
(
Vedi
Victor
Basch
,
La
poëtique
de
F
.
Schiller
,
Paris
,
Alcan
,
1902
)
.
Intesa
in
questo
senso
l
'
ironia
,
ognun
vede
come
a
torto
essa
venga
attribuita
a
certi
scrittori
,
come
ad
esempio
,
al
nostro
Manzoni
,
che
della
realtà
oggettiva
,
della
verità
storica
si
fece
una
vera
e
propria
fissazione
,
fino
a
condannare
il
suo
stesso
capolavoro
.
Né
d
'
altra
parte
si
può
attribuire
al
Manzoni
quell
'
altra
ironia
,
la
retorica
,
giacché
nessuna
contradizione
fittizia
si
trova
mai
in
lui
tra
quel
che
dice
e
quel
che
vuole
sia
inteso
,
contradizione
frutto
di
sdegno
.
Il
Manzoni
non
si
sdegna
mai
della
realtà
in
contrasto
col
suo
ideale
:
per
compassione
transige
qua
e
là
e
spesso
indulge
,
rappresentando
ogni
volta
minutamente
,
in
forma
viva
,
le
ragioni
del
suo
transigere
e
del
suo
indulgere
:
il
che
,
come
vedremo
,
è
proprio
dell
'
umorismo
.
La
sostituzione
di
ironismo
,
ironista
a
umorismo
,
umorista
non
sarebbe
quindi
legittima
.
Dall
'
ironia
,
anche
quando
sia
usata
a
fin
di
bene
,
non
si
sa
disgiungere
l
'
idea
di
un
che
di
beffardo
e
di
mordace
.
Ora
,
beffardi
e
mordaci
possono
essere
anche
scrittori
indubbiamente
umoristici
,
ma
il
loro
umorismo
non
consisterà
già
in
questa
beffa
mordace
.
È
pur
vero
però
che
a
una
parola
si
può
per
comune
accordo
alterare
il
significato
.
Tante
parole
che
noi
adoperiamo
adesso
in
un
senso
,
ne
avevano
un
altro
in
antico
.
E
se
alla
parola
umorismo
,
come
abbiamo
veduto
,
s
'
è
già
veramente
alterato
il
senso
,
non
ci
sarebbe
in
fondo
nulla
di
male
se
per
determinare
,
per
significare
senza
equivoco
la
cosa
venisse
adoperata
un
'
altra
parola
.
II
.
QUESTIONI
PRELIMINARI
Prima
di
entrare
a
parlar
dell
'
essenza
,
dei
caratteri
e
della
materia
dell
'
umorismo
,
dobbiamo
sgomberarci
il
terreno
di
tre
altre
questioni
preliminari
:
1
)
se
l
'
umorismo
sia
fenomeno
letterario
esclusivamente
moderno
;
2
)
se
esotico
per
noi
;
3
)
se
specialmente
nordico
.
Queste
tre
questioni
si
ricollegano
strettamente
con
quella
più
vasta
e
complessa
della
differenza
dell
'
arte
moderna
dall
'
arte
antica
,
lungamente
agitata
durante
la
lotta
tra
classicismo
e
romanticismo
,
per
un
verso
;
e
,
per
l
'
altro
,
del
romanticismo
considerato
dalle
genti
anglo
-
germaniche
come
una
rivalsa
contro
il
classicismo
delle
genti
latine
.
Vedremo
in
fatti
ripresi
nelle
varie
dispute
su
l
'
umorismo
tutti
gli
argomenti
della
critica
romantica
,
a
cominciare
da
quelli
dello
Schiller
,
il
quale
,
col
saggio
famoso
Ueber
naive
und
sentimentalische
Dichtung
,
fu
,
a
dire
del
Goethe
il
fondatore
di
tutta
l
'
estetica
moderna
(
Zur
Naturwissenschaft
im
Allgemeinen
.
Tomo
XXXIV
delle
Opere
,
ed
.
Hempel
,
pag
.
96-97;
ma
il
Goethe
non
tenne
conto
che
prima
dello
Schiller
lo
Herder
aveva
distinto
Natur
-
poesie
da
Kunst
-
poesie
.
Vedi
anche
V
.
Basch
,
op
.
cit
.
)
.
Questi
argomenti
sono
ben
noti
:
il
subiettivismo
del
poeta
speculativo
-
sentimentale
,
rappresentante
dell
'
arte
moderna
,
in
contrapposto
con
l
'
obiettivismo
del
poeta
istintivo
o
ingenuo
,
rappresentante
dell
'
arte
antica
;
il
contrasto
tra
l
'
ideale
e
il
reale
;
la
serenità
marmorea
,
l
'
equilibrio
dignitoso
,
la
bellezza
esteriore
dell
'
arte
antica
contro
l
'
esaltazione
dei
sentimenti
,
il
vago
,
l
'
infinito
,
l
'
indeterminato
delle
aspirazioni
,
le
melanconie
,
la
nostalgia
,
la
bellezza
interiore
dell
'
arte
moderna
;
e
da
un
canto
le
bassure
del
verismo
della
poesia
ingenua
,
e
dall
'
altro
le
nebbie
dell
'
astrazione
e
il
capogiro
intellettuale
della
poesia
sentimentale
(
Vedi
G
.
Muoni
,
Note
per
una
poetica
storica
del
romanticismo
,
Milano
,
Società
Ed
.
Libr
.
,
1906
)
;
l
'
azione
del
cristianesimo
;
l
'
elemento
filosofico
;
l
'
incoerenza
dell
'
arte
moderna
opposta
all
'
armonia
della
poesia
greca
;
le
particolarità
singole
di
fronte
alle
tipificazioni
classiche
;
la
ragione
che
s
'
interessa
del
valore
filosofico
del
contenuto
più
che
della
vaghezza
della
forma
esteriore
;
il
sentimento
profondo
di
un
'
interna
disunione
,
di
una
doppia
natura
dell
'
uomo
moderno
,
ecc
.
ecc
.
Per
darne
qualche
prova
,
citeremo
ciò
che
scriveva
il
Nencioni
in
quel
suo
studio
su
L
'
Umorismo
e
gli
Umoristi
,
di
cui
abbiamo
già
fatto
parola
:
L
'
antichità
,
nel
suo
felice
equilibrio
dei
sensi
e
dei
sentimenti
,
guardò
con
calma
statuaria
anche
nelle
tragiche
profondità
del
destino
.
L
'
anima
umana
era
sana
e
giovine
allora
,
né
il
cuore
e
la
intelligenza
erano
stati
tormentati
da
trenta
secoli
di
precetti
e
di
sistemi
,
di
dolori
e
di
dubbi
.
Nessuna
penosa
dottrina
,
nessuna
crisi
interiore
aveva
alterato
la
serena
armonia
della
vita
e
del
temperamento
umano
.
Ma
il
tempo
e
il
cristianesimo
hanno
insegnato
all
'
uomo
moderno
a
contemplare
l
'
infinito
,
a
paragonarlo
con
l
'
effimero
e
doloroso
soffio
della
vita
presente
.
Il
nostro
organismo
e
continuamente
eccitato
e
sovreccitato
;
e
secolari
dolori
hanno
umanizzato
il
nostro
cuore
.
Noi
guardiamo
nell
'
anima
umana
,
e
nella
natura
con
una
simpatia
più
penetrante
,
e
vi
troviamo
delle
arcane
relazioni
e
un
'
intima
poesia
ignote
all
'
antichità
...
Il
riso
d
'
artista
e
la
comica
fantasia
di
Aristofane
,
alcuni
dialoghi
di
Luciano
,
sono
eccezioni
.
L
'
antichità
non
ebbe
,
né
poteva
avere
,
letteratura
umoristica
...
Si
direbbe
che
questa
sia
la
caratteristica
delle
letterature
anglo
-
germaniche
.
Il
cielo
crepuscolare
e
l
'
umido
suolo
del
Nord
sembrano
esser
più
acconci
a
nutrire
la
delicata
e
strana
pianta
dell
'
umorismo
»
.
Concedeva
però
il
Nencioni
che
anche
sotto
il
cielo
azzurro
e
nella
vita
facile
delle
razze
latine
l
'
umorismo
ha
talora
fiorito
e
due
o
tre
volte
in
modo
unico
,
meraviglioso
.
E
parlava
in
fatti
del
Rabelais
e
del
Cervantes
,
e
anche
dell
'
umorismo
realista
e
vivente
di
Carlo
Porta
e
di
quello
delicato
e
desolato
di
Carlo
Bini
,
e
diceva
il
don
Abbondio
del
Manzoni
una
creazione
umoristica
di
prim
'
ordine
.
Più
reciso
nella
negazione
fu
Giorgio
Arcoleo
(
L
'
Umorismo
nell
'
arte
moderna
.
Due
conferenze
al
Circolo
filologico
di
Napoli
,
Napoli
,
Detken
ed
.
,
1885
)
,
il
quale
,
pur
ammettendo
che
la
nota
dell
'
umorismo
,
speciale
della
letteratura
moderna
,
non
manchi
di
legami
col
mondo
antico
,
e
pur
citando
quell
'
insegnamento
di
Socrate
che
dice
:
Una
è
l
'
origine
dell
'
allegria
e
della
tristezza
:
nei
contrapposti
un
'
idea
non
si
conosce
che
per
la
sua
contraria
:
della
stessa
materia
si
forma
il
socco
e
il
coturno
,
soggiungeva
:
Questo
lo
intelletto
greco
pensava
:
ma
l
'
Arte
non
potea
esprimerlo
:
la
percezione
dei
contrasti
rimaneva
nel
campo
astratto
,
perché
diversa
era
la
vita
.
La
Teogonia
avvolgeva
l
'
anima
nel
mito
;
l
'
Epopea
i
fatti
umani
nella
leggenda
;
la
Politica
le
forze
individuali
nella
suprema
legge
dello
Stato
.
L
'
Antichità
costrinse
serenamente
le
forme
nell
'
armonia
del
finito
:
vide
il
Ciclope
o
lo
Gnomo
,
le
Grazie
o
le
Parche
.
Come
la
vita
avea
liberi
o
servi
,
onnipotenti
o
impotenti
,
così
la
scienza
ebbe
sorrisi
o
pianto
:
Eraclito
o
Democrito
;
e
la
letteratura
ebbe
tragedie
o
commedie
.
Tutt
'
al
più
il
contrasto
dalla
sfera
dell
'
intelletto
passò
nell
'
altra
dell
'
immaginazione
,
si
tramutò
in
fantasma
,
e
allora
Aristofane
fece
la
satira
dei
sofisti
,
Luciano
degli
Dei
.
Ma
se
il
Paganesimo
si
era
obliato
nella
magnificenza
delle
forme
e
della
natura
,
il
Medio
Evo
si
tormentò
nei
dubbii
e
nelle
angosce
dello
spirito
.
Fu
triste
,
ebbe
sogni
agitati
da
spettri
:
la
potenza
baronale
finiva
spesso
nei
conventi
,
la
bellezza
nei
chiostri
.
La
corruttela
romana
non
seduceva
neppure
come
ricordo
:
la
dissoluzione
del
grande
Impero
aveva
inoculato
negli
animi
l
'
idea
dell
'
impotenza
.
A
rovescio
del
mondo
antico
:
questo
rimpiccolì
nelle
forme
plastiche
le
energie
soprannaturali
;
il
Medio
Evo
le
allargò
nell
'
infinito
:
e
,
compreso
dallo
spazio
e
dal
tempo
,
lo
spirito
umano
si
annullò
con
braminica
rassegnazione
.
Tale
depressione
soffocò
ogni
spirito
d
'
iniziativa
e
di
ricerca
.
Nelle
credenze
sovraneggiò
il
dogma
,
nella
scienza
l
'
erudizione
,
nell
'
arte
la
copia
,
nel
costume
la
disciplina
.
L
'
umanità
nel
suo
periodo
di
decadenza
romana
avea
sostenuto
i
dolori
della
vita
coll
'
indifferenza
dello
stoico
:
ne
avea
cercato
i
piaceri
con
la
sensualità
dell
'
epicureo
:
nel
Medio
Evo
volle
sottrarsi
alla
vita
con
l
'
estasi
:
donde
una
nuova
mitologia
cristiana
,
popolata
di
rimorsi
,
di
paure
,
di
preghiere
.
Il
pensiero
seguiva
la
fede
:
il
manuale
di
logica
era
un
'
appendice
del
catechismo
.
In
tali
condizioni
dominava
il
terrore
,
si
aspettava
il
finimondo
...
Finalmente
nella
materia
come
nello
spirito
sorge
un
nuovo
mondo
.
È
un
periodo
di
esultanza
e
al
tempo
stesso
di
mestizia
e
di
riflessione
:
ma
si
rivela
con
due
tendenze
spiccate
,
l
'
una
presso
le
razze
germaniche
,
l
'
altra
presso
le
latine
:
lì
il
libero
esame
o
la
Riforma
:
qui
il
culto
della
bellezza
e
della
forza
,
la
Rinascenza
.
I
contrasti
si
moltiplicano
nelle
istituzioni
,
nella
vita
privata
,
nei
costumi
,
nelle
leggi
,
nella
letteratura
...
Non
è
antitesi
percepita
dall
'
intelletto
o
intravista
dalla
fantasia
;
non
è
lotta
contro
la
natura
umana
,
come
nell
'
età
di
mezzo
;
è
dissonanza
che
stride
in
tutte
le
sfere
del
pensiero
e
dell
'
azione
:
è
il
dissidio
tra
lo
spirito
nuovo
e
le
forme
vecchie
.
In
tale
situazione
il
trionfo
dell
'
uno
o
dell
'
altra
ha
influenza
decisiva
sulle
istituzioni
,
sulla
scienza
,
sull
'
arte
.
Qui
appunto
va
notata
la
differenza
dei
risultati
nelle
razze
germaniche
e
nelle
latine
:
differenza
che
spiega
in
gran
parte
,
perché
l
'
umorismo
ebbe
tanto
sviluppo
presso
le
prime
,
e
riuscì
quasi
nullo
presso
le
seconde
.
Ora
,
si
dovrebbe
innanzi
tutto
intendere
che
,
prendendo
in
esame
un
'
eccezionale
e
speciosissima
espressione
d
'
arte
come
l
'
umoristica
,
queste
rapide
sintesi
,
queste
ideali
ricostruzioni
storiche
,
non
sono
ammissibili
.
Come
nella
formazione
d
'
una
leggenda
l
'
immaginazione
collettiva
rigetta
tutti
gli
elementi
,
i
tratti
,
i
caratteri
discordanti
con
la
natura
ideale
d
'
un
dato
fatto
o
d
'
un
dato
personaggio
ed
evoca
invece
e
combina
tutte
le
immagini
convenienti
;
così
,
nel
tracciare
in
breve
la
sintesi
d
'
una
data
epoca
,
inevitabilmente
noi
siamo
indotti
a
non
tener
conto
di
tanti
particolari
in
contradizione
,
delle
singole
espressioni
.
Non
possiamo
prestare
orecchio
alle
voci
che
protestano
in
mezzo
a
un
coro
soverchiante
.
Nella
lontananza
,
si
sa
,
certi
colori
accesi
,
sparsi
qua
e
là
,
si
attenuano
,
si
smorzano
,
si
fondono
nella
tinta
generale
,
azzurra
o
grigia
,
del
paesaggio
.
Perché
questi
colori
risaltino
,
riassumendo
intera
la
loro
individualità
,
bisogna
che
noi
ci
avviciniamo
:
riconosceremo
allora
come
e
quanto
ci
avesse
ingannato
la
lontananza
.
Seguendo
le
teorie
del
Taine
,
considerando
i
fenomeni
morali
come
soggetti
anch
'
essi
al
determinismo
al
pari
dei
fenomeni
fisici
,
la
storia
umana
come
parte
della
naturale
,
l
'
opera
d
'
arte
come
il
prodotto
di
determinati
fattori
e
di
determinate
leggi
,
e
cioè
di
quella
delle
dipendenze
e
di
quella
delle
condizioni
,
con
le
regole
che
ne
derivano
:
del
carattere
essenziale
o
della
facoltà
dominante
,
dalla
prima
;
delle
forze
primordiali
,
razza
,
ambiente
,
momento
,
dalla
seconda
;
e
vedendo
esclusivamente
nelle
espressioni
artistiche
gli
effetti
necessarii
di
forze
naturali
e
sociali
;
non
penetreremo
mai
nell
'
intimità
dell
'
arte
,
ci
rappresenteremo
per
forza
tutte
le
manifestazioni
d
'
un
dato
tempo
come
solidali
tra
loro
e
complementari
,
per
modo
che
ciascuna
necessiti
le
altre
e
tutte
insieme
rispecchino
quelle
qualità
che
,
secondo
il
nostro
concetto
o
la
nostra
idea
sommaria
,
le
ha
raccolte
e
prodotte
;
non
già
la
realtà
infinitamente
varia
e
continuamente
mutabile
,
e
i
singoli
sentimenti
di
essa
,
varii
infinitamente
e
continuamente
mutabili
anch
'
essi
.
Dopo
aver
considerato
il
cielo
,
il
clima
,
il
sole
,
la
società
,
i
costumi
,
i
pregiudizii
,
ecc
.
,
non
dobbiamo
forse
appuntar
lo
sguardo
sui
singoli
individui
e
domandarci
che
cosa
siano
divenuti
in
ciascuno
di
essi
questi
elementi
,
secondo
lo
speciale
organamento
psichico
,
la
combinazione
originaria
,
unica
,
che
costituisce
questo
o
quell
'
individuo
?
Dove
uno
s
'
abbandona
,
l
'
altro
si
rivolta
;
dove
uno
piange
,
l
'
altro
ride
;
e
ci
può
esser
sempre
qualcuno
che
ride
e
piange
a
un
tempo
.
Del
mondo
che
lo
circonda
,
l
'
uomo
,
in
questo
o
in
quel
tempo
,
non
vede
se
non
ciò
che
lo
interessa
:
fin
dall
'
infanzia
,
senza
neppur
sospettarlo
,
egli
fa
una
scelta
d
'
elementi
e
li
accetta
e
accoglie
in
sé
;
e
questi
elementi
,
più
tardi
,
sotto
l
'
azione
del
sentimento
,
s
'
agiteranno
per
combinarsi
nei
modi
più
svariati
.
L
'
Antichità
costrinse
serenamente
le
forme
nell
'
armonia
del
finito
.
Ecco
una
sintesi
.
Tutta
l
'
antichità
?
Nessun
antico
escluso
?
Il
Ciclope
o
lo
Gnomo
,
le
Grazie
o
le
Parche
.
E
non
anche
le
Sirene
,
metà
donne
,
metà
pesce
?
La
vita
non
aveva
che
o
liberi
o
servi
.
E
non
poteva
qualche
libero
sentirsi
servo
e
qualche
servo
sentirsi
libero
entro
di
.
sé
?
Non
cita
lo
stesso
Arcoleo
Diogene
che
chiude
il
mondo
nella
botte
,
e
non
accetta
la
grandezza
d
'
Alessandro
,
se
gli
toglie
la
vista
del
sole
?
E
che
vuol
dire
che
l
'
intelletto
greco
poteva
percepire
il
contrasto
e
l
'
Arte
non
poteva
esprimerlo
perché
la
vita
era
diversa
?
Com
'
era
la
vita
?
O
tutta
pianto
o
tutta
riso
?
E
come
faceva
allora
l
'
intelletto
a
cogliere
il
contrasto
?
Ogni
astrazione
bisogna
che
abbia
per
forza
radice
in
un
fatto
concreto
.
C
'
era
dunque
il
pianto
e
il
riso
,
non
il
pianto
o
il
riso
;
e
se
l
'
intelletto
poteva
cogliere
il
contrasto
,
perché
non
avrebbe
potuto
esprimerlo
l
'
arte
?
Tutt
'
al
più
dice
l
'
Arcoleo
il
contrasto
dalla
sfera
dell
'
intelletto
passò
nell
'
altra
dell
'
immaginazione
,
si
tramutò
in
fantasma
,
e
allora
Aristofane
fece
la
satira
dei
sofisti
,
e
Luciano
degli
Dei
.
Che
vuol
dire
quel
tutt
'
al
più
?
Se
il
contrasto
dalla
sfera
dell
'
intelletto
passò
in
quella
dell
'
immaginazione
e
si
tramutò
in
fantasma
,
vuol
dire
che
divenne
arte
.
E
allora
?
Lasciamo
andare
Aristofane
che
,
come
vedremo
,
non
ha
nulla
da
fare
con
l
'
umorismo
;
ma
Luciano
non
è
soltanto
autore
del
dialogo
degli
Dei
.
E
andiamo
avanti
.
Il
mondo
antico
rimpiccolì
nelle
forme
plastiche
le
energie
soprannaturali
.
Ecco
un
'
altra
sintesi
.
Tutto
il
mondo
antico
e
tutte
le
energie
soprannaturali
?
anche
il
fato
?
E
tutta
l
'
Italia
del
rinascimento
rimase
nei
suoi
gusti
pagana
,
serena
;
non
ebbe
curiosità
,
non
intimità
?
Vedremo
.
Parliamo
d
'
umorismo
e
delle
espressioni
artistiche
di
esso
,
espressioni
eccezionali
e
speciosissime
,
ripeto
:
ci
basterebbe
un
umorista
solo
;
ne
troveremo
parecchi
,
in
ogni
tempo
,
in
ogni
luogo
;
e
diremo
la
ragione
per
cui
i
nostri
segnatamente
ci
debba
parere
che
non
siano
tali
.
Tutte
le
partizioni
sono
arbitrarie
.
Poco
dopo
la
pubblicazione
del
saggio
del
Nencioni
,
che
negava
come
abbiamo
veduto
all
'
antichità
una
letteratura
umoristica
,
non
solo
,
ma
anche
la
possibilità
di
averla
,
sorsero
da
noi
prima
il
Fraccaroli
,
con
uno
studio
intitolato
appunto
Per
gli
Umoristi
dell
'
Antichità
(
Verona
,
1885
)
,
poi
il
Bonghi
(
zLa
coltura
,
15
gennaio
1886
)
,
poi
altri
ancora
a
rilevare
nelle
letterature
classiche
e
specialmente
nella
greca
,
assai
più
umorismo
,
che
non
avesse
saputo
vedere
il
Nencioni
.
Quel
felice
equilibrio
,
quella
calma
statuaria
e
l
'
anima
sana
e
giovine
e
la
serena
armonia
della
vita
e
del
temperamento
degli
antichi
,
come
la
natura
rappresentata
da
questi
con
precisione
e
con
fedeltà
,
senza
melanconia
né
nostalgia
,
sono
vecchi
cavalli
di
battaglia
della
critica
romantica
.
Già
lo
stesso
Schiller
,
autore
primo
della
partizione
,
dovette
riconoscere
che
Euripide
,
Orazio
,
Properzio
,
Virgilio
non
si
erano
fatti
un
concetto
ingenuo
della
natura
e
quindi
concludere
che
vi
erano
anime
sentimentali
presso
gli
antichi
e
anime
greche
presso
i
moderni
,
e
cancellare
così
,
come
impossibile
a
mantenere
,
la
linea
divisoria
tra
ispirazione
antica
e
ispirazione
moderna
.
Su
le
tracce
del
Biese
,
che
scrisse
su
l
'
evoluzione
del
sentimento
della
natura
presso
i
greci
(
Die
Entwickelung
des
Naturgefühls
bei
den
Griechen
,
Kiel
,
1882;
abbiamo
su
l
'
argomento
lavori
più
recenti
)
,
il
Basch
dimostrò
agevolmente
quanto
di
sentimentale
vi
fosse
nella
poesia
e
nel
pensiero
dei
Greci
,
nella
mitologia
primitiva
,
nelle
metamorfosi
spesso
grottesche
delle
divinità
,
nell
'
utopia
nostalgica
dell
'
età
dell
'
oro
,
nella
raffinata
melanconia
dei
lirici
e
degli
elegiaci
in
ispecie
,
che
rappresentarono
la
natura
non
solamente
comme
cadre
des
sentiments
de
l
'
âme
,
mais
encore
comme
ayant
des
profondes
et
mystérieuses
affinités
avec
ses
sentiments
.
Anche
lo
Herder
,
autore
della
partizione
tra
Natur
-
poesie
e
Kunst
poesie
,
non
dava
ad
essa
un
senso
rigorosamente
cronologico
.
E
il
Richter
negava
che
il
cristianesimo
fosse
causa
e
origine
esclusiva
della
nuova
poesia
,
giacché
i
poemi
scandinavi
dell
'
Edda
e
quelli
dell
'
India
eran
nati
fuori
del
misticismo
cristiano
;
e
,
ripetendo
l
'
osservazione
del
Herder
che
nessun
poeta
resta
fedele
ad
un
'
ispirazione
sentimentale
unica
,
chiamava
romantici
non
già
gli
autori
,
ma
quelle
fra
le
opere
ch
'
erano
d
'
ispirazione
sentimentale
.
Arrigo
Heine
diceva
nella
Germania
che
si
era
caduti
in
un
deplorevole
errore
chiamando
plastica
l
'
arte
classica
,
come
se
ogni
arte
,
antica
o
moderna
,
volendo
esser
arte
,
non
dovesse
per
forza
esser
plastica
nella
sua
forma
esteriore
.
Ed
è
inutile
ricordare
qui
a
quali
strette
si
trovò
Victor
Hugo
,
volendo
additare
come
principio
dell
'
arte
moderna
la
famosa
teoria
del
grottesco
,
di
fronte
a
Vulcano
,
a
Polifemo
,
a
Sileno
,
ai
tritoni
,
ai
satiri
,
ai
ciclopi
,
alle
sirene
,
alle
furie
,
alle
Parche
,
alle
arpie
,
al
Tersite
omerico
,
alle
dramatis
persone
delle
commedie
aristofanesche
.
D
'
altra
parte
,
nessuno
più
si
sogna
di
negare
che
anch
'
essi
gli
antichi
avessero
l
'
idea
della
profonda
infelicità
degli
uomini
.
La
espressero
,
del
resto
,
chiaramente
filosofi
e
poeti
.
Ma
,
al
solito
,
anche
tra
il
dolore
antico
e
il
dolore
moderno
si
è
voluto
vedere
da
alcuni
una
differenza
quasi
sostanziale
,
e
si
è
sostenuto
che
vi
è
una
lugubre
progressione
nel
dolore
,
svolgentesi
con
la
storia
stessa
della
civiltà
,
una
progressione
che
ha
fondamento
nella
sensibilità
dell
'
umana
coscienza
,
sempre
più
delicata
,
e
nell
'
irritabilità
e
nella
incontentabilità
di
essa
di
mano
in
mano
sempre
maggiori
.
Ma
questo
lo
aveva
già
detto
,
se
non
c
'
inganniamo
,
fin
dal
tempo
dei
tempi
,
Salomone
.
Accrescimento
di
scienza
,
accrescimento
di
dolore
.
E
aveva
proprio
ragione
,
fin
dal
tempo
dei
tempi
,
Salomone
?
Sta
a
vedere
.
Se
le
passioni
,
quanto
più
si
afforzano
e
si
affinano
,
tanto
più
acquistano
una
specie
d
'
attrazione
e
di
compenetrazione
scambievole
;
se
con
l
'
ajuto
della
fantasia
e
dei
sensi
noi
ci
inoltriamo
,
come
dicono
,
in
un
processo
d
'
universalizzazione
che
si
fa
sempre
più
rapido
e
sempre
più
invadente
,
sicché
in
un
dolore
ci
par
di
sentire
più
dolori
,
tutti
i
dolori
,
soffriamo
noi
per
questo
veramente
di
più
?
No
:
perché
questo
accrescimento
,
se
mai
,
è
a
scapito
dell
'
intensità
.
E
ben
per
questo
il
Leopardi
notava
acutamente
che
il
dolore
antico
era
un
dolor
disperato
,
come
suoi
essere
in
natura
,
com
'
è
ancora
nei
popoli
barbari
e
semi
-
selvaggi
o
nelle
genti
della
campagna
,
senza
il
conforto
cioè
della
sensibilità
,
senza
la
dolce
rassegnazione
alle
sventure
.
Facilmente
oggi
,
agli
occhi
nostri
,
se
crediamo
d
'
essere
infelici
,
il
mondo
si
converte
in
un
teatro
d
'
universale
infelicità
?
Vuol
dire
che
,
invece
di
sprofondarci
nel
nostro
proprio
dolore
,
noi
lo
allarghiamo
,
lo
diffondiamo
nell
'
universo
.
Ci
strappiamo
la
spina
,
e
ci
avvolgiamo
in
una
nuvola
nera
.
Cresce
la
noja
,
ma
si
spunta
e
si
attenua
il
dolore
.
Però
,
ecco
,
e
quel
tal
tedio
della
vita
dei
contemporanei
di
Lucrezio
?
e
quella
tal
tristezza
misantropica
di
Timone
?
Oh
via
!
è
proprio
inutile
sfoggiare
esempii
e
citazioni
.
Sono
questioni
,
disquisizioni
,
argomentazioni
accademiche
.
L
'
umanità
passata
non
c
'
è
bisogno
di
cercarla
lontano
:
è
sempre
in
noi
,
tal
quale
.
Possiamo
tutt
'
al
più
ammettere
che
oggi
,
per
questa
se
vuolsi
cresciuta
sensibilità
e
per
il
progresso
(
ahimè
)
della
civiltà
,
siano
più
comuni
quelle
disposizioni
di
spirito
,
quelle
condizioni
di
vita
più
favorevoli
al
fenomeno
dell
'
umorismo
,
o
meglio
,
di
un
certo
umorismo
;
ma
è
assolutamente
arbitrario
il
negare
che
tali
disposizioni
non
esistessero
o
non
potessero
esistere
in
antico
.
A
buon
conto
,
Diogene
,
con
la
sua
botte
e
la
sua
lanterna
,
non
è
di
jeri
;
e
nulla
di
più
serio
nel
ridicolo
e
di
più
ridicolo
nel
serio
.
Eccezioni
,
come
dice
il
Nencioni
e
ripete
l
'
Arcoleo
,
Aristofane
e
Luciano
?
Ma
eccezioni
,
allora
,
anche
Swift
e
Sterne
.
Tutta
l
'
arte
umoristica
,
ripetiamo
,
è
stata
sempre
ed
è
tuttavia
arte
d
'
eccezione
.
Diverso
il
pianto
,
secondo
questa
critica
,
e
diverso
naturalmente
anche
il
riso
degli
antichi
.
Notissima
,
la
distinzione
di
Gian
Paolo
Richter
tra
comico
classico
e
comico
romantico
:
facezia
grossolana
,
satira
volgare
,
derisione
de
'
vizii
e
dei
difetti
,
senza
alcuna
commiserazione
o
pietà
,
quello
;
umore
,
questo
,
cioè
riso
filosofico
,
misto
di
dolore
,
perché
nato
dalla
comparazione
del
piccolo
mondo
finito
con
la
idea
infinita
,
riso
pieno
di
tolleranza
e
di
simpatia
.
Da
noi
il
Leopardi
,
che
ebbe
sempre
la
nostalgia
del
passato
e
che
nei
Pensieri
di
varia
filosofia
e
di
bella
letteratura
volle
far
notare
che
egli
sentiva
il
dolore
non
a
modo
dei
romantici
,
ma
a
modo
degli
antichi
,
cioè
il
dolore
disperato
,
difese
pure
il
comico
antico
contro
il
moderno
,
il
comico
antico
che
era
veramente
sostanzioso
,
esprimeva
sempre
e
metteva
sotto
gli
occhi
,
per
dir
così
,
un
corpo
di
ridicolo
,
mentre
il
moderno
un
'
ombra
,
uno
spirito
,
un
vento
,
un
soffio
,
un
fumo
.
Quello
empieva
di
riso
,
questo
appena
lo
fa
gustare
;
quello
era
solido
,
questo
fugace
;
quello
consisteva
in
immagini
,
similitudini
,
paragoni
,
racconti
,
insomma
cose
ridicole
;
questo
in
parole
,
generalmente
e
sommariamente
parlando
,
e
nasce
da
quella
tal
composizione
di
voci
,
da
quello
equivoco
,
da
quella
tale
allusione
di
parole
,
da
quel
giocolino
di
parole
,
da
quella
tal
parola
appunto
di
maniera
che
,
togliete
quelle
allusioni
,
scomponete
e
ordinate
diversamente
quelle
parole
,
levate
quell
'
equivoco
,
sostituite
una
parola
in
cambio
d
'
un
'
altra
,
svanisce
il
ridicolo
.
E
cita
l
'
esempio
di
Luciano
che
paragona
gli
Dei
sospesi
al
fuso
della
Parca
ai
pesciolini
sospesi
alla
canna
del
pescatore
.
Poi
avverte
:
Ma
forse
e
senza
forse
,
presentemente
,
e
massime
ai
francesi
,
par
grossolano
quel
che
una
volta
si
chiamava
sale
attico
,
e
piacque
ai
greci
,
popolo
il
più
civile
dell
'
antichità
e
ai
latini
.
E
può
essere
che
anche
Orazio
avesse
una
simile
opinione
,
quando
disse
male
de
'
sali
di
Plauto
;
e
in
fatti
le
Satire
e
le
Epistole
di
Orazio
non
sono
di
così
solido
ridicolo
come
l
'
antico
comico
greco
e
latino
,
ma
né
anche
di
gran
lunga
così
sottile
come
il
moderno
.
Ora
,
a
forza
di
motti
,
si
è
renduto
spirituale
anche
il
ridicolo
,
assottigliato
tanto
che
ormai
non
è
più
né
pur
liquore
,
ma
un
etere
,
un
vapore
;
e
questo
solo
si
stima
ridicolo
degno
delle
persone
di
buon
gusto
e
di
spirito
e
di
vero
buon
tono
,
e
degno
del
bel
mondo
e
della
civile
conversazione
.
Il
ridicolo
delle
antiche
commedie
nasceva
anche
molto
dalle
operazioni
stesse
che
erano
introdotti
a
fare
i
personaggi
sulla
scena
,
e
quivi
ancora
era
non
piccola
sorgente
di
sale
,
ma
pura
azione
;
come
nelle
Cerimonie
del
Maffei
:
commedia
piena
di
vero
e
antico
ridicolo
,
quel
salire
di
Orazio
per
la
finestra
a
fine
di
evitare
i
complimenti
alle
porte
.
Un
'
altra
gran
differenza
tra
il
ridicolo
antico
e
il
moderno
è
che
quello
era
preso
da
cose
popolari
e
domestiche
o
almeno
non
della
più
fina
conversazione
,
la
quale
poi
non
esisteva
ancor
per
lo
meno
così
raffinata
;
ma
il
moderno
,
massime
il
francese
,
versa
principalmente
intorno
al
più
squisito
mondo
,
alle
cose
dei
nobili
più
raffinati
,
alle
vicende
domestiche
delle
famiglie
più
moderne
,
ecc
.
,
ecc
.
(
come
anche
proporzionatamente
era
il
ridicolo
d
'
Orazio
)
:
sicché
quello
era
un
ridicolo
che
avea
corpo
,
e
,
come
il
filo
di
un
'
arma
che
non
sia
troppo
aguzzo
,
durò
lungo
tempo
;
dove
questo
,
come
ha
una
punta
sottilissima
,
più
o
meno
secondo
i
tempi
e
le
nazioni
,
così
anche
in
un
batter
d
'
occhio
si
logora
e
si
consuma
,
e
dal
volgo
poi
non
si
sente
,
come
il
taglio
del
rasojo
a
prima
giunta
.
Il
Leopardi
,
evidentemente
,
parla
qui
dell
'
esprit
francese
in
contrapposizione
del
ridicolo
classico
,
senza
pensare
che
questo
esprit
de
conversation
,
le
talent
de
faire
des
mors
,
le
goût
des
petites
phrases
vives
,
fines
,
imprévues
,
ingénieuses
,
dardées
avec
gaieté
ou
malice
(
Vedi
H
.
Taine
,
Notes
sur
l
'
Angleterre
,
Paris
,
Hachette
et
Cie
,
douzième
édition
,
1903
,
-
ch
.
VIII
.
De
l
'
esprit
anglais
,
pag
.
339
)
,
è
classico
anch
'
esso
e
antichissimo
in
Francia
:
Duas
res
industriosissime
persequitur
gens
Gallorum
,
rem
militarem
et
argute
loqui
.
Questo
esprit
nativo
in
Francia
,
che
si
raffina
anch
'
esso
a
mano
a
mano
e
diviene
un
po
'
convenzionale
,
elegante
,
aristocratico
,
in
certi
periodi
letterarii
,
non
è
certamente
l
'
humour
moderno
,
e
tanto
meno
quello
inglese
che
il
Taine
gli
contrappone
,
come
fatto
appunto
di
case
più
che
di
parole
o
,
sotto
un
certo
aspetto
,
fatto
di
buon
senso
,
se
come
pensava
il
Joubert
esprit
consiste
nell
'
aver
molte
idee
inutili
e
il
buon
senso
nell
'
esser
provvisto
di
nozioni
necessarie
.
Non
confondiamo
dunque
.
Nel
1899
Alberto
Cantoni
,
argutissimo
nostro
umorista
(
vedi
su
lui
il
mio
saggio
Un
critico
fantastico
nel
vol
.
Arte
e
scienza
,
Roma
,
W
.
Modes
ed
.
,
1908
)
,
che
sentiva
profondamente
il
dissidio
interno
tra
la
ragione
e
il
sentimento
e
soffriva
di
non
poter
essere
ingenuo
come
prepotentemente
in
lui
la
natura
avrebbe
voluto
,
riprese
l
'
argomento
in
una
sua
novella
critica
intitolata
Humour
classico
e
moderno
(
il
Cantoni
chiama
propriamente
questo
suo
lavoro
grottesco
,
forse
per
la
contaminazione
dell
'
elemento
fantastico
con
la
critica
)
,
nella
quale
immagina
che
un
bel
vecchio
rubicondo
e
gioviale
,
che
rappresenta
l
'
Humour
classico
,
e
un
ometto
smilzo
e
circospetto
,
con
una
faccia
un
poco
sdolcinata
e
un
poco
motteggiatrice
,
che
rappresenta
l
'
Humour
moderno
,
s
'
incontrino
a
Bergamo
innanzi
al
monumento
a
Gaetano
Donizetti
e
là
,
senz
'
altro
,
si
mettono
a
disputare
tra
loro
e
poi
si
lanciano
una
sfida
,
si
propongono
cioè
d
'
andare
in
campagna
lì
presso
,
a
Clusone
,
dove
si
tiene
una
fiera
,
ognuno
per
conto
proprio
,
come
se
non
si
fossero
mai
visti
,
e
di
ritornare
poi
la
sera
,
daccapo
,
innanzi
al
monumento
di
Donizetti
,
recando
ciascuno
le
fugaci
e
particolari
impressioni
della
gita
per
metterle
a
paragone
.
Invece
di
discorrere
criticamente
della
natura
,
delle
intenzioni
,
del
sapore
dell
'
umorismo
antico
e
del
moderno
,
il
Cantoni
,
in
questa
novella
,
riferisce
vivacemente
,
in
un
dialogo
brioso
,
le
impressioni
del
vecchio
gioviale
e
dell
'
ometto
circospetto
raccolte
alla
fiera
di
Clusone
.
Quelle
del
primo
avrebbero
potuto
essere
argomento
d
'
una
novella
del
Boccaccio
,
del
Firenzuola
,
del
Bandello
;
i
correnti
e
le
variazioni
sentimentali
dell
'
altro
hanno
invece
il
sapore
di
quelle
dello
Sterne
nel
Sentimental
Journey
o
del
Heine
nei
Reisebilder
.
Il
Cantoni
,
prediligendo
la
natura
ingenua
e
schietta
,
terrebbe
nella
disputa
dalla
parte
del
vecchio
rubicondo
,
se
non
fosse
costretto
a
riconoscere
ch
'
esso
ha
voluto
rimanere
tal
quale
assai
più
che
non
lo
comportassero
gli
anni
e
che
è
volgaruccio
e
spesso
vergognosamente
sensuale
;
ma
poi
,
sentendo
anche
In
sé
il
dissidio
che
tiene
scissa
e
sdoppiata
l
'
anima
di
quell
'
altro
,
dell
'
ometto
smilzo
,
lo
fa
mordere
dal
vecchio
con
aspre
parole
:
A
forza
di
ripetere
continuamente
che
tu
sembri
sorriso
e
che
sei
dolore
...
n
'
è
venuto
che
oramai
non
si
sa
più
né
che
cosa
veramente
tu
sembri
,
né
che
cosa
veramente
tu
sia
...
Se
tu
ti
potessi
vedere
,
non
capiresti
,
come
me
,
se
tu
abbia
più
voglia
di
piangere
o
di
sorridere
.
Adesso
è
vero
gli
risponde
l
'
Humour
moderno
.
Perché
adesso
penso
solamente
che
voi
vi
siete
fermato
a
mezza
via
.
Al
vostro
tempo
le
gioje
e
le
angustie
della
vita
avevano
due
forme
o
almeno
due
parvenze
più
semplici
e
molto
dissimili
fra
di
loro
,
e
niente
era
più
facile
che
sceverare
le
une
dalle
altre
per
poi
rialzare
le
prime
a
danno
delle
seconde
,
o
viceversa
;
ma
dopo
,
cioè
al
tempo
mio
,
è
sopravvenuta
la
critica
e
felice
notte
;
s
'
è
brancolato
molto
tempo
a
non
sapere
né
che
cosa
fosse
il
meglio
,
né
che
cosa
fosse
il
peggio
,
finché
principiarono
ad
apparire
,
dopo
essere
stati
così
gran
tempo
assai
nascosti
,
i
lati
dolorosi
della
gioja
e
i
lati
risibili
del
dolore
umano
.
Anche
gli
antichi
solevano
sostenere
che
il
piacere
non
era
altro
che
la
cessazione
del
dolore
e
che
il
dolore
stesso
,
ben
esaminato
,
non
era
punto
il
male
;
ma
le
sostenevano
sul
serio
queste
belle
cose
:
come
dire
che
non
ne
erano
niente
penetrati
;
adesso
invece
è
venuto
pur
troppo
il
tempo
mio
e
si
ripete
,
aimè
,
quasi
ridendo
,
cioè
con
la
più
profonda
persuasione
,
che
i
due
suddetti
elementi
,
attaccati
da
poco
in
qua
alla
gioja
e
al
dolore
,
hanno
assunto
aspetti
così
incerti
e
così
trascolorati
che
non
si
possono
più
,
nonché
separare
,
nemmeno
distinguere
.
Ne
è
venuto
che
i
miei
contemporanei
non
sanno
ora
più
essere
né
ben
contenti
,
né
bene
malcontenti
mai
,
e
che
voi
solo
non
bastate
più
né
a
far
fermentare
il
misurato
sollazzo
dei
primi
e
né
a
divergere
le
sofistiche
tremerelle
dei
secondi
.
Ci
voglio
io
,
che
mescolo
tutto
scientemente
,
per
fare
svanire
da
una
parte
quanto
più
posso
ingannevoli
miraggi
e
per
limare
dall
'
altra
quante
più
trovo
superflue
asperità
.
Vivo
di
espedienti
e
di
cuscinetti
,
io
...
Bella
vita
!
esclama
il
vecchio
.
E
l
'
ometto
smilzo
séguita
:
...
per
arrivare
possibilmente
ad
uno
stato
intermedio
che
rappresenti
come
la
sostanza
grigia
dell
'
umana
sensibilità
.
Si
sente
troppo
adesso
,
come
troppo
s
'
è
riso
a
ufo
ed
a
credenza
in
altri
tempi
:
urge
però
che
il
pensiero
regga
le
briglie
alla
più
incomposta
manifestazione
del
sentimento
...
Rimpiango
sempre
di
non
aver
potuto
ereditare
le
vostre
illusioni
,
e
mi
rallegro
nello
stesso
tempo
di
trovarmi
di
qua
dal
fosso
,
bene
agguerrito
contro
alle
insidie
delle
illusioni
stesse
!
O
che
avete
?
Perché
mi
affisate
a
codesto
modo
?
Penso
,
risponde
il
vecchio
,
che
se
vuoi
proprio
aver
due
anime
in
una
,
fai
molto
bene
a
non
assumere
la
famosa
guardatura
di
quel
vedovo
innamorato
,
che
a
sinistra
piangeva
la
morta
e
a
destra
faceva
l
'
occhietto
alla
viva
.
Tu
invece
vuoi
piangere
e
far
l
'
occhietto
insieme
,
da
tutte
due
le
parti
,
come
dire
che
non
ci
si
capisce
più
nulla
.
Come
nel
dramma
romantico
che
i
due
bravi
borghesi
Dupuis
e
Cotonet
vedevano
:
vêtu
de
blanc
et
de
noir
,
riant
d
'
un
oeil
et
pleurant
de
l
'
autre
.
Ma
abbiamo
confusione
anche
qui
.
In
fondo
,
il
Cantoni
viene
a
dire
sott
'
altra
forma
quello
stesso
che
avevano
detto
il
Richter
e
il
Leopardi
.
Se
non
che
,
egli
chiama
anche
humour
quello
che
gli
altri
due
avevano
chiamato
comico
classico
e
ridicolo
antico
.
Il
Richter
tedesco
tesse
però
l
'
elogio
del
comico
romantico
o
humour
moderno
,
e
vitupera
come
grossolano
e
volgare
il
comico
classico
;
mentre
Cantoni
,
come
il
Leopardi
da
buon
italiano
lo
difende
,
pur
riconoscendo
che
la
taccia
di
vergognosa
sensualità
non
sia
affatto
immeritata
.
Ma
anche
per
lui
l
'
humour
moderno
non
è
altro
che
una
sofisticazione
dell
'antico.Via,
ho
idea
,
gli
dice
infatti
l
'
Humour
classico
,
che
si
sia
fatto
sempre
senza
di
te
,
ovvero
che
tu
non
sia
altro
che
la
parte
peggiore
di
me
medesimo
,
la
quale
abbia
messo
cresta
per
impertinenza
,
come
ora
usa
.
È
un
gran
dire
però
che
non
s
'
abbia
mai
a
conoscersi
bene
da
sé
soli
!
Tu
mi
sei
certo
scivolato
di
sotto
ed
io
non
me
ne
sono
avvisto
.
Ora
,
è
vero
questo
?
Ciò
che
il
Cantoni
chiama
Humour
classico
è
proprio
humour
?
o
non
incorre
il
Cantoni
per
un
verso
nello
stesso
errore
in
cui
incorse
già
per
l
'
altro
il
Leopardi
,
confondendo
cioè
con
l
'
esprit
francese
tutto
il
ridicolo
moderno
?
Più
propriamente
:
ciò
che
il
Cantoni
chiama
humour
classico
,
non
sarebbe
l
'
umorismo
inteso
in
un
senso
molto
più
largo
,
nel
quale
sian
comprese
la
burla
,
la
baja
,
la
facezia
,
tutto
il
comico
in
somma
nelle
sue
varie
espressioni
?
Qui
è
il
nodo
vero
della
questione
.
Non
c
'
entra
la
diversità
dell
'
arte
antica
dalla
moderna
,
come
non
c
'
entrano
le
speciali
prerogative
di
questa
o
di
quella
razza
.
Si
tratta
di
vedere
in
che
senso
si
debba
considerar
l
'
umorismo
,
se
nel
senso
largo
che
comunemente
ed
erroneamente
gli
si
suoi
dare
,
e
ne
troveremo
allora
in
gran
copia
così
presso
le
letterature
antiche
come
presso
le
moderne
,
d
'
ogni
nazione
;
o
se
in
un
senso
più
ristretto
e
più
proprio
,
e
ne
troveremo
allora
parimenti
,
ma
in
molto
minor
copia
,
anzi
in
pochissime
espressioni
eccezionali
,
così
presso
gli
antichi
come
presso
i
moderni
,
d
'
ogni
nazione
.
III
.
DISTINZIONI
SOMMARIE
Nel
Cap
.
VIII
del
libro
Notes
sur
l
'
Angleterre
il
Taine
,
com
'
è
noto
,
si
provò
a
comparare
l
'
esprit
francese
e
quello
inglese
.
Non
deve
dirsi
che
essi
(
gl
'
Inglesi
)
non
abbiano
spirito
,
scrisse
il
Taine
;
ne
hanno
uno
per
conto
loro
,
in
verità
poco
gradevole
,
ma
affatto
originale
,
di
sapor
forte
e
pungente
e
anche
un
po
'
amaro
,
come
le
lor
bevande
nazionali
.
Lo
chiamano
humour
;
e
,
in
generale
,
è
la
facezia
di
chi
,
scherzando
,
serba
un
'
aria
grave
.
Questa
facezia
abbonda
negli
scritti
di
Swift
,
di
Fielding
,
di
Sterne
,
di
Dickens
,
di
Thackeray
,
di
Sidney
Smith
;
sotto
quest
'
aspetto
,
il
Libro
degli
snobs
e
le
Lettere
di
Peter
Plymley
son
capolavori
.
Se
ne
trova
anche
molto
,
della
qualità
più
indigena
e
più
aspra
,
in
Carlyle
.
Essa
confina
ora
con
la
caricatura
buffonesca
,
ora
col
sarcasmo
meditato
;
scuote
rudemente
i
nervi
,
o
s
'
affonda
e
prende
stanza
nella
memoria
.
È
un
'
opera
dell
'
immaginazione
stramba
o
dell
'
indignazione
concentrata
.
Si
piace
nei
contrasti
stridenti
,
nei
travestimenti
impreveduti
.
Para
la
follia
con
gli
abiti
della
ragione
o
la
ragione
con
gli
abiti
della
follia
.
Arrigo
Heine
,
Aristofane
,
Rabelais
e
talvolta
Montesquieu
,
fuori
dell
'
Inghilterra
,
sono
quelli
che
ne
hanno
in
più
larga
dose
.
Ma
pur
si
deve
in
questi
tre
ultimi
sottrarre
un
elemento
straniero
,
la
estrosità
francese
,
la
gioja
,
la
gajezza
,
quella
specie
di
buon
vino
che
non
si
vendemmia
se
non
nei
paesi
del
sole
.
Nello
stato
insulare
e
puro
,
essa
lascia
sempre
,
in
fine
,
un
sapor
di
aceto
.
Chi
scherza
così
è
di
raro
benevolo
e
non
è
mai
lieto
,
sente
e
tradisce
fortemente
le
dissonanze
della
vita
.
E
non
ne
gode
;
in
fondo
anzi
ne
soffre
e
se
ne
irrita
.
Per
studiar
minuziosamente
un
grottesco
,
per
prolungar
freddamente
un
'
ironia
,
bisogna
avere
un
sentimento
continuo
di
tristezza
e
di
collera
.
I
saggi
perfetti
del
genere
si
devono
cercare
nei
grandi
scrittori
,
ma
il
genere
è
talmente
indigeno
che
si
trova
ogni
giorno
nella
conversazione
ordinaria
,
nella
letteratura
,
nelle
discussioni
politiche
,
ed
è
la
moneta
corrente
del
Punch
.
La
citazione
è
un
po
'
troppo
lunga
;
ma
opportuna
per
chiarir
parecchie
cose
.
Il
Taine
riesce
a
coglier
bene
la
differenza
generale
tra
la
plaisanterie
inglese
e
la
francese
,
o
meglio
,
il
diverso
umore
dei
due
popoli
.
Ogni
popolo
ha
il
suo
,
con
caratteri
di
distinzione
sommaria
.
Ma
,
al
solito
,
non
bisogna
andare
tropp
'
oltre
,
non
bisogna
cioè
prender
questa
distinzione
sommaria
come
solido
fondamento
nel
trattare
d
'
un
'
espressione
d
'
arte
specialissima
come
la
nostra
.
Che
diremmo
di
uno
il
quale
dal
sommario
accertamento
che
vi
son
certi
tratti
fisionomici
comuni
per
cui
,
così
all
'
ingrosso
,
distinguiamo
un
Inglese
da
uno
Spagnuolo
,
un
Tedesco
da
un
Italiano
,
ecc
.
,
traesse
la
conseguenza
che
tutti
quanti
gl
'
Inglesi
,
per
esempio
,
hanno
gli
stessi
occhi
,
lo
stesso
naso
,
la
stessa
bocca
?
Per
intender
bene
quanto
sia
sommario
questo
modo
di
distinguere
,
chiudiamoci
per
un
momento
nei
confini
del
nostro
paese
.
Noi
tutti
,
d
'
una
data
nazione
,
possiamo
notar
facilmente
come
e
quanto
la
fisionomia
dell
'
uno
sia
diversa
da
quella
d
'
un
altro
.
Ma
questa
osservazione
,
ovvia
,
facilissima
per
noi
,
riesce
invece
difficilissima
a
uno
straniero
,
per
il
quale
noi
tutti
avremo
uno
stesso
aspetto
generale
.
Pensiamo
a
un
gran
bosco
dove
fossero
parecchie
famiglie
di
piante
:
querci
,
aceri
,
faggi
,
platani
,
pini
,
ecc
.
Sommariamente
,
a
prima
vista
,
noi
distingueremo
le
varie
famiglie
dall
'
altezza
del
fusto
,
dalla
diversa
gradazione
del
verde
,
in
somma
dalla
configurazione
generale
di
ciascuna
.
Ma
dobbiamo
poi
pensare
che
in
ognuna
di
queste
famiglie
non
solo
un
albero
è
diverso
dall
'
altro
,
un
tronco
dall
'
altro
,
un
ramo
dall
'
altro
,
una
fronda
dall
'
altra
,
ma
che
,
fra
tutta
quella
incommensurabile
moltitudine
di
foglie
,
non
ve
ne
sono
due
,
due
sole
,
identiche
tra
loro
.
Ora
,
se
si
trattasse
di
giudicare
di
un
'
opera
d
'
immaginazione
collettiva
,
come
sarebbe
appunto
un
'
epopea
genuina
,
sorta
viva
e
possente
dalle
leggende
tradizionali
primitive
d
'
un
popolo
,
ci
potremmo
in
certa
guisa
contentare
di
quella
sommaria
distinzione
.
Non
possiamo
contentarcene
più
invece
nel
giudicar
di
opere
che
siano
creazioni
individuali
,
segnatamente
poi
se
umoristiche
.
Colto
astrattamente
il
tipo
dell
'
umore
inglese
,
il
Taine
mette
prima
in
un
fascio
Swift
e
Fielding
e
Sterne
e
Dickens
e
Thackeray
e
Sidney
Smith
e
Carlyle
,
e
vi
accozza
poi
Heine
,
Aristofane
,
Rabelais
,
Montesquieu
.
Bel
fascio
!
Dall
'
umorismo
inteso
nel
senso
più
largo
,
come
carattere
comune
,
tipico
modo
di
ridere
di
questo
o
di
quel
popolo
,
saltiamo
a
piè
pari
a
considerar
le
singole
e
specialissime
espressioni
d
'
un
umorismo
,
che
non
è
più
possibile
intendere
in
quel
senso
largo
,
se
non
a
patto
di
rinunziare
assolutamente
alla
critica
:
dico
a
quella
critica
che
indaga
e
scopre
tutte
le
singole
differenze
caratteristiche
per
cui
l
'
espressione
,
e
dunque
l
'
arte
,
il
modo
d
'
essere
,
lo
stile
d
'
uno
scrittore
si
distingue
da
quello
dell
'
altro
:
lo
Swift
dal
Fielding
,
lo
Sterne
dallo
Swift
e
dal
Fielding
,
il
Dickens
dallo
Swift
e
dal
Fielding
e
dallo
Sterne
e
così
via
.
Le
relazioni
che
questi
scrittori
umoristici
inglesi
possono
avere
con
l
'
umore
nazionale
sono
affatto
secondarie
e
superficiali
come
quelle
che
essi
possono
aver
fra
loro
,
e
non
hanno
per
la
valutazione
estetica
alcuna
importanza
.
Quel
che
di
comune
possono
aver
tra
loro
questi
scrittori
non
deriva
dalla
qualità
dell
'
umore
nazionale
inglese
,
ma
dal
solo
fatto
ch
'
essi
sono
umoristi
,
ciascuno
si
a
suo
modo
,
ma
umoristi
tutti
veramente
,
scrittori
cioè
nei
quali
avviene
quello
speciale
processo
intimo
e
caratteristico
da
cui
risulta
l
'
espressione
umoristica
.
E
soltanto
per
questo
,
non
Arrigo
Heine
e
il
Rabelais
e
il
Montesquieu
e
basta
,
ma
tutti
i
veri
scrittori
umoristici
d
'
ogni
tempo
e
d
'
ogni
nazione
possono
andare
a
schiera
con
quelli
.
Non
però
Aristofane
,
nel
quale
quel
processo
non
avviene
affatto
.
In
Aristofane
non
abbiamo
veramente
il
contrasto
,
ma
soltanto
l
'
opposizione
.
Egli
non
è
mai
tenuto
tra
il
sì
e
il
no
;
egli
non
vede
che
le
ragioni
sue
,
ed
è
per
il
no
,
testardamente
,
contro
ogni
novità
,
cioè
contro
la
retorica
,
che
crea
demagoghi
,
contro
la
musica
nuova
,
che
,
cangiando
i
modi
antichi
e
consacrati
,
rimuove
le
basi
dell
'
educazione
e
dello
Stato
,
contro
la
tragedia
d
'
Euripide
,
che
snerva
i
caratteri
e
corrompe
i
costumi
,
contro
la
filosofia
di
Socrate
,
che
non
può
produrre
che
spiriti
indocili
e
atei
,
ecc
.
Alcune
sue
commedie
son
come
le
favole
che
scriverebbe
la
volpe
,
in
risposta
a
quelle
che
hanno
scritto
gli
uomini
calunniando
le
bestie
.
Gli
uomini
in
esse
ragionano
e
agiscono
con
la
logica
delle
bestie
,
mentre
nelle
favole
le
bestie
ragionano
e
agiscono
con
la
logica
degli
uomini
.
Sono
allegorie
in
un
dramma
fantastico
,
nel
quale
la
burla
è
satira
iperbolica
,
spietata
(
Vedi
Jacques
Denis
,
La
comédie
grecque
,
vol
.
I
,
chap
.
VI
,
Paris
,
Hachette
et
Cie
,
1886
,
e
la
bella
e
dotta
prefazione
di
Ettore
Romagnoli
alla
sua
impareggiabile
traduzione
delle
commedie
di
A
.
,
Torino
,
Bocca
,
1908
)
.
Aristofane
ha
uno
scopo
morale
,
e
il
suo
non
è
mai
dunque
il
mondo
della
fantasia
pura
.
Nessuno
studio
della
verosimiglianza
:
egli
non
se
ne
cura
perché
si
riferisce
di
continuo
a
cose
e
a
persone
vere
:
astrae
iperbolicamente
dalla
realtà
contingente
e
non
crea
una
realtà
fantastica
,
come
,
ad
esempio
,
lo
Swift
.
Umorista
non
è
Aristofane
,
ma
Socrate
,
come
acutamente
osserva
Teodoro
Lipps
(
Komik
und
Humor
,
eine
psychologisch
-
ästhetische
Untersuchung
,
Hamburg
u
.
Leipzig
,
Voss
,
1898
)
:
Socrate
che
assiste
alla
rappresentazione
delle
Nuvole
e
ride
con
gli
altri
della
derisione
che
fa
di
lui
il
poeta
,
Socrate
che
versteht
den
Standpunkt
des
Volksbewusstseins
,
zu
dessen
Vertreter
sich
Aristophanes
gemacht
hat
,
und
sieht
darin
etwas
relativ
Gutes
und
Vernünftiges
.
Er
anerkennt
eben
damit
das
relative
Recht
derer
,
die
seinen
Kampf
gegen
das
Volksbewusstsein
verlachen
.
Damit
erst
wird
sein
Lachen
zum
Mitlachen
.
Andererseits
lacht
er
doch
über
die
Lacher
.
Er
thut
es
und
kann
es
thun
,
weil
er
des
höheren
Rechtes
und
notwendigen
Sieges
seiner
Anschauungen
gewiss
ist
.
Eben
dieses
Bewusstsein
leuchtet
durch
sein
Lachen
,
und
lässt
es
in
seiner
Thorheit
logisch
berechtigt
,
in
seiner
Nichtigkeit
sittlich
erhaben
erscheinen
.
Socrate
ha
il
sentimento
del
contrario
;
Aristofane
,
dunque
,
se
mai
,
può
esser
considerato
umorista
soltanto
se
intendiamo
l
'
umorismo
nell
'
altro
senso
molto
più
largo
,
e
per
noi
improprio
,
in
cui
siano
compresi
la
burla
,
la
baja
,
la
facezia
,
la
satira
,
la
caricatura
,
tutto
il
comico
in
somma
nelle
sue
varie
espressioni
.
Ma
in
questo
senso
anche
tanti
e
tant
'
altri
scrittori
faceti
,
burleschi
,
grotteschi
,
satirici
,
comici
d
'
ogni
tempo
e
d
'
ogni
nazione
dovrebbero
esser
considerati
umoristi
.
L
'
errore
è
sempre
quello
:
della
distinzione
sommaria
.
Sono
innegabili
le
diverse
qualità
delle
varie
razze
,
è
innegabile
che
la
plaisanterie
francese
non
è
l
'
inglese
come
non
è
l
'
italiana
,
la
spagnuola
,
la
tedesca
,
la
russa
,
e
via
dicendo
;
innegabile
che
ogni
popolo
ha
un
suo
proprio
umore
;
l
'
errore
comincia
quando
quest
'
umore
,
naturalmente
mutabile
nelle
sue
manifestazioni
secondo
i
momenti
e
gli
ambienti
,
è
considerato
,
come
comunemente
il
volgo
suol
fare
,
quale
umorismo
;
oppure
quando
per
considerazioni
esteriori
e
sommarie
si
afferma
sostanzialmente
diverso
negli
antichi
e
nei
moderni
;
e
quando
in
fine
,
per
il
solo
fatto
che
gl
'
Inglesi
chiamarono
humour
questo
loro
umore
nazionale
,
mentre
gli
altri
popoli
lo
chiamarono
altrimenti
,
si
viene
a
dire
che
soltanto
gl
'
Inglesi
hanno
il
vero
e
proprio
umorismo
.
Abbiamo
già
veduto
che
,
molto
prima
che
quel
gruppo
di
scrittori
inglesi
del
sec
.
XVIII
si
chiamasse
degli
umoristi
(
vedi
su
essi
le
sei
letture
del
Thackeray
,
The
english
Humourists
of
the
eighteenth
Century
,
Leipzig
,
Tauchnitz
,
1853
.
Sono
:
Swift
,
Congreve
,
Addison
,
Steele
,
Prior
,
Gay
,
Pope
,
Hogarth
,
Smollett
,
Fielding
,
Sterne
,
Goldsmith
)
;
in
Italia
avevamo
avuto
e
umidi
e
umorosi
e
umoristi
.
Questo
,
se
si
vuol
discutere
sul
nome
.
Se
si
vuol
poi
discutere
intorno
alla
cosa
,
è
da
osservare
innanzi
tutto
che
,
intendendo
in
questo
senso
largo
l
'
umorismo
,
tanti
e
tanti
scrittori
che
noi
chiamiamo
burleschi
o
ironici
o
satirici
o
comici
ecc
.
,
sarebbero
chiamati
umoristi
dagli
Inglesi
,
i
quali
sentirebbero
in
essi
quel
tal
sapore
che
noi
sentiamo
nei
loro
scrittori
e
non
sentiamo
più
nei
nostri
per
quella
particolarissima
ragione
,
che
con
molto
accorgimento
fu
messa
in
chiaro
dal
Pascoli
.
C
'
è
,
disse
il
Pascoli
in
ogni
lingua
e
letteratura
un
quid
speciale
e
intraducibile
,
che
pochi
sanno
percepire
nella
lingua
e
letteratura
lor
propria
e
avvertono
,
invece
,
senza
difficoltà
nelle
altrui
.
Ogni
lingua
straniera
,
pur
da
noi
non
intesa
,
vi
suona
all
'
orecchio
più
,
dirò
,
mirabilmente
,
che
la
vostra
.
Un
racconto
,
una
poesia
,
esotici
,
vi
sembrano
più
belli
,
anche
se
mediocri
,
di
molte
belle
cose
nostrane
;
e
tanto
più
,
quanto
più
conservano
di
quell
'
essenza
nazionale
.
Ora
non
crediate
che
la
vostra
lingua
e
letteratura
non
abbiano
a
fare
il
medesimo
effetto
negli
altri
che
quelle
altre
in
noi
!
.
Una
prova
di
questo
fatto
si
può
avere
in
ciò
che
W
.
Roscoe
scrisse
nel
cap
.
XVI
,
§
12
,
della
sua
opera
Vita
e
pontificato
di
Leon
X
,
a
proposito
del
Berni
.
Il
Roscoe
,
inglese
,
e
che
perciò
di
quel
che
comunemente
nel
suo
paese
s
'
intende
per
humour
doveva
aver
coscienza
,
scrisse
che
le
facili
composizioni
del
Berni
e
del
Bini
e
del
Mauro
,
ecc
.
non
è
improbabile
che
abbiano
aperta
la
strada
ad
una
simile
eccentricità
di
stile
in
altri
paesi
e
che
in
verità
può
concepirsi
l
'
idea
più
caratteristica
degli
scritti
del
Berni
e
dei
compagni
e
seguaci
di
lui
col
considerare
esser
quelli
in
versi
facili
e
vivaci
la
stessa
cosa
,
che
sono
le
opere
in
prosa
di
Rabelais
,
di
Cervantes
e
di
Sterne
.
E
non
ci
dà
Antonio
Panizzi
,
che
lungamente
visse
in
Inghilterra
e
degli
scrittori
nostri
scrisse
in
inglese
,
una
definizione
dello
stile
del
Berni
,
che
risponde
in
gran
parte
a
quella
che
il
Nencioni
poi
volle
dare
dell
'
umorismo
?
I
precipui
elementi
dello
stile
del
Berni
dice
il
Panizzi
sono
:
l
'
ingegno
che
non
trova
somiglianza
tra
oggetti
distanti
e
la
rapidità
onde
subitamente
connette
le
idee
più
remote
;
il
modo
solenne
onde
allude
ad
avvenimenti
ridicoli
e
profferisce
un
'
assurdità
;
l
'
aria
d
'
innocenza
e
d
'
ingenuità
con
che
fa
osservazioni
piene
d
'
accorgimento
e
conoscenza
del
mondo
,
la
peculiar
bonarietà
con
che
sembra
riguardare
con
indulgenza
...
gli
errori
e
le
malvagità
umane
;
la
sottile
ironia
che
egli
adopera
con
tanta
apparenza
di
semplicità
e
d
'
avversione
all
'
acerbezza
;
la
singolare
schiettezza
con
che
pare
desideroso
di
scusare
uomini
e
opere
nello
stesso
momento
che
è
tutto
inteso
a
farne
strazio
»
.
A
ogni
modo
,
è
certo
che
il
Roscoe
sentiva
nel
Berni
e
negli
altri
nostri
poeti
bajoni
lo
stesso
sapore
che
sentiva
negli
scrittori
suoi
connazionali
dotati
di
humour
(
il
Nencioni
definisce
l
'
umorismo
una
naturale
disposizione
del
cuore
e
della
mente
a
osservare
con
simpatica
indulgenza
le
contradizioni
e
le
assurdità
della
vita
)
.
E
non
lo
sentiva
forse
il
Byron
nel
nostro
Pulci
,
di
cui
tradusse
finanche
il
primo
canto
del
Morgante
?
E
lo
stesso
Sterne
non
lo
sentiva
finanche
nel
nostro
Gian
Carlo
Passeroni
(
Passeroni
dabben
,
come
lo
chiamava
il
Parini
)
,
quel
buon
prete
nizzardo
che
nel
canto
XVII
,
parte
III
del
suo
Cicerone
ci
fa
sapere
(
str
.
I22ª
)
:
E
già
mi
disse
un
chiaro
letterato
Inglese
,
che
da
questa
mia
stampita
Il
disegno
,
il
modello
avea
cavato
Di
scrivere
in
più
torni
la
sua
vita
E
pien
di
gratitudine
e
d
'
amore
Mi
chiamava
suo
duce
e
precettore
.
E
,
d
'
altro
canto
,
non
risente
proprio
per
nulla
degli
scrittori
francesi
del
grand
siècle
e
anche
di
altri
che
non
appartengono
a
questo
,
quel
gruppo
di
umoristi
inglesi
di
cui
abbiamo
or
ora
fatto
parola
?
Il
Voltaire
,
parlando
dello
Swift
nelle
sue
Lettres
sur
les
Anglais
dice
:
Mr
.
Swift
est
Rabelais
dans
son
bon
sens
et
vivant
en
bonne
compagnie
.
Il
n
'
a
pas
,
à
la
verité
,
la
gaité
du
premier
,
mais
il
a
toute
la
finesse
,
la
raison
,
le
choix
,
le
bon
goût
qui
manquent
à
notre
curé
de
Meudon
(
Come
suonano
curiose
queste
lodi
a
uno
scrittore
inglese
raffrontato
con
uno
scrittore
francese
,
dopo
aver
letto
nel
Taine
la
pagina
su
l
'
esprit
francese
e
su
l
'
inglese
!
)
.
Ses
vers
sont
d
'
un
goût
singulier
et
presque
inimitable
;
la
bonne
plaisanterie
est
son
partage
en
vers
et
en
prose
;
mais
pour
le
bien
entendre
,
il
faut
faire
un
petit
voyage
dans
son
pays
»
.
Dans
son
pays
,
va
bene
;
ma
c
'
è
anche
chi
vuol
dire
che
bisognerebbe
far
pure
un
piccolo
viaggio
alla
luna
in
compagnia
di
Cyrano
de
Bergerac
.
E
chi
metterà
in
dubbio
l
'
azione
del
Voltaire
e
del
Boileau
sul
Pope
?
E
ricorderemo
che
il
Lessing
,
accusando
il
Gottsched
nelle
sue
Lettere
su
la
letteratura
moderna
,
dice
che
meglio
sarebbe
convenuta
al
gusto
e
al
costume
tedesco
l
'
imitazione
degli
Inglesi
,
di
Shakespeare
,
di
Jonson
,
di
Beaumont
e
Fletcher
,
anzi
che
quella
dell
'
infranciosato
Addison
.
Ma
una
prova
anche
più
chiara
si
può
cavar
dal
fatto
che
,
mentre
nessuno
di
quelli
che
da
noi
si
sono
occupati
di
umorismo
e
,
per
un
pregiudizio
snobistico
,
lo
hanno
veduto
soltanto
in
Inghilterra
,
si
è
mai
sognato
di
chiamare
umorista
il
Boccaccio
per
quelle
molte
sue
novelle
che
ridono
,
umorista
e
anzi
il
primo
degli
umoristi
è
ritenuto
invece
in
Inghilterra
pe
'
suoi
Canterbury
Tales
il
Chaucer
.
Han
voluto
vedere
nel
poeta
inglese
,
non
com
'
era
giusto
il
quid
speciale
della
diversa
lingua
,
un
altro
stile
;
ma
,
nello
stile
,
una
maggiore
intimità
,
e
dimostrar
questa
maggiore
intimità
innanzi
tutto
nell
'
ingegnoso
pretesto
delle
novelle
(
il
pellegrinaggio
a
Canterbury
)
,
nei
ritratti
dei
pellegrini
novellatori
,
segnatamente
di
quella
indimenticabile
,
graziosissima
Prioressa
,
Suor
Eglantina
,
e
di
sir
Thopas
e
della
donna
di
Bath
,
poi
nella
rispondenza
delle
novelle
ai
caratteri
di
chi
le
racconta
,
o
meglio
,
nel
modo
con
cui
le
varie
novelle
,
che
il
Chaucer
non
inventa
,
prendono
colore
e
qualità
dai
pellegrini
.
Ma
questa
che
vuol
parere
un
'
osservazione
profonda
,
è
,
invece
,
superficialissima
,
perché
si
arresta
soltanto
alla
cornice
del
quadro
.
La
magnifica
opulenza
dello
stile
boccaccesco
,
la
copia
e
l
'
appariscenza
della
forma
si
possono
forse
da
un
canto
considerare
come
esteriori
e
implicano
forse
dall
'
altro
scarsezza
d
'
intimità
psicologica
?
Esaminiamo
,
sotto
questo
aspetto
,
a
una
a
una
le
novelle
,
i
caratteri
dei
singoli
personaggi
,
lo
svolgimento
delle
passioni
,
la
dipintura
minuta
,
spiccata
,
evidente
della
realtà
,
che
sottintende
una
sottilissima
analisi
,
una
conoscenza
profonda
del
cuore
umano
,
e
vedremo
se
il
Boccaccio
,
segnatamente
nell
'
arte
di
render
verosimili
certe
avventure
troppo
strane
,
non
supera
di
gran
lunga
il
Chaucer
.
Si
è
troppo
abusato
d
'
una
osservazione
,
al
solito
sommaria
,
fatta
da
coloro
che
han
studiato
con
soverchio
amore
delle
cose
altrui
le
relazioni
tra
le
letterature
straniere
e
la
nostra
:
la
osservazione
cioè
che
gli
scrittori
nostri
abbiano
dato
sempre
a
tutto
ciò
che
han
tolto
dagli
stranieri
una
così
detta
maggior
bellezza
esteriore
,
una
linea
più
composta
e
più
armoniosa
;
e
che
gli
stranieri
,
invece
,
abbiano
dato
a
tutto
ciò
che
han
tolto
dagli
scrittori
nostri
una
maggior
bellezza
interiore
,
un
carattere
più
intimo
e
profondo
.
Ora
questo
,
se
mai
,
può
valere
per
certi
scrittori
nostri
mediocri
,
da
cui
qualche
sommo
scrittore
straniero
abbia
tolto
questo
o
quell
'
argomento
:
può
valere
ad
esempio
per
certi
novellieri
nostri
,
da
cui
lo
Shakespeare
cavò
la
favola
per
alcuni
suoi
drammi
possenti
.
Non
può
valere
per
il
Boccaccio
e
per
il
Chaucer
.
Bisogna
invece
considerare
,
in
questo
caso
,
che
cosa
uno
scheletrico
fabliau
francese
(
ammesso
che
il
Chaucer
non
abbia
preso
nulla
direttamente
dal
Boccaccio
)
sia
diventato
nelle
novelle
dell
'
uno
e
dell
'
altro
.
IV
.
L
'
UMORISMO
E
LA
RETORICA
Giacomo
Barzellotti
,
nel
suo
volume
Dal
Rinascimento
al
Risorgimento
(
Palermo
,
R
.
Sandron
ed
.
,
1904
)
,
seguendo
i
concetti
e
il
sistema
del
Taine
e
anche
qualche
idea
espressa
dal
Bonghi
nelle
Lettere
critiche
,
e
da
un
saggio
di
etologia
della
nostra
cultura
,
inteso
a
ricercare
la
mutua
dipendenza
tra
le
disposizioni
morali
e
sociali
,
gli
abiti
della
mente
,
gl
'
istinti
di
razza
del
nostro
popolo
e
le
sue
abitudini
a
concepire
e
ad
esprimere
il
bello
,
passando
a
studiare
Il
problema
storico
della
prosa
nella
Letteratura
italiana
,
disse
che
uno
dei
pregiudizii
nostri
è
quello
di
presupporre
che
l
'
arte
dello
scrivere
sia
,
solo
o
prima
di
tutto
,
un
lavoro
esterno
di
forma
e
di
stile
,
mentre
la
forma
stessa
e
lo
stile
,
il
cui
studio
è
bensì
essenziale
allo
scrivere
,
sono
avanti
a
tutto
,
un
'
opera
intima
di
pensiero
,
vale
a
dire
una
cosa
che
si
può
ottener
bene
se
si
prenda
immediatamente
e
come
un
fine
in
sé
,
una
cosa
a
cui
non
si
giunge
se
non
movendo
da
un
'
altra
parte
,
cioè
dal
di
dentro
,
dal
pensiero
,
non
dalla
parola
,
dallo
studio
,
dalla
meditazione
e
dalla
elaborazione
profonda
della
materia
,
del
soggetto
e
dell
'
idea
.
Ora
questo
pregiudizio
,
come
si
sa
,
fu
quello
della
Retorica
,
ch
'
era
appunto
una
poetica
intellettualistica
,
fondata
tutta
cioè
su
astrazioni
,
in
base
a
un
procedimento
logico
(
La
retorica
corrisponde
alla
logica
aveva
già
detto
Aristotele
,
Ret
.
lib
.
I
,
c
.
1
)
.
L
'
arte
per
essa
era
abito
di
operare
secondo
certi
principii
.
E
stabiliva
secondo
quali
principii
l
'
arte
dovesse
operare
:
principii
universali
,
assoluti
,
come
se
l
'
opera
d
'
arte
fosse
una
conclusione
da
costruire
al
pari
d
'
un
ragionamento
.
Diceva
:
Così
si
è
fatto
;
così
si
deve
fare
.
Raccolti
,
come
in
un
museo
,
tanti
modelli
di
bellezza
immutabile
,
ne
imponeva
l
'
imitazione
.
Retorica
e
imitazione
sono
in
fondo
la
stessa
cosa
.
E
i
danni
che
essa
cagionò
in
ogni
tempo
alla
letteratura
sono
senza
dubbio
,
come
ognun
sa
,
incalcolabili
.
Fondata
sul
pregiudizio
della
così
detta
tradizione
,
insegnava
ad
imitare
ciò
che
non
si
imita
:
lo
stile
,
il
carattere
,
la
forma
.
Non
intendeva
che
ogni
forma
dev
'
essere
né
antica
né
moderna
,
ma
unica
,
quella
cioè
che
è
propria
d
'
ogni
singola
opera
d
'
arte
e
non
può
esser
altra
né
di
altre
opere
,
e
,
che
perciò
non
può
né
deve
esistere
tradizione
in
arte
.
Regolata
com
'
era
dalla
ragione
,
vedeva
da
per
tutto
categorie
e
la
letteratura
come
un
casellario
:
per
ogni
casella
,
un
cartellino
.
Tante
categorie
,
tanti
generi
;
e
ogni
genere
aveva
la
sua
forma
prestabilita
:
quella
e
non
altra
.
È
vero
che
tante
volte
,
poi
,
s
'
accomodava
;
ma
darsi
per
vinta
non
voleva
mai
.
Quando
un
poeta
ribelle
appioppava
un
calcio
bene
scolpito
al
casellario
e
creava
a
suo
modo
una
forma
nuova
,
i
retori
gli
abbajavano
dietro
per
un
pezzo
:
ma
poi
,
alla
fine
,
se
quella
forma
riusciva
a
imporsi
,
essi
se
la
prendevano
,
la
smontavano
come
una
macchinetta
,
la
scioglievano
in
un
rapporto
logico
,
la
catalogavano
,
magari
aggiungendo
una
nuova
casella
al
casellario
.
Così
avvenne
,
ad
esempio
,
per
il
dramma
storico
di
quel
gran
barbaro
dello
Shakespeare
.
Si
diede
per
vinta
la
Retorica
?
No
:
dopo
avere
abbajato
per
un
pezzo
,
prescrisse
le
norme
per
il
dramma
storico
,
accolto
nel
casellario
.
Ma
è
anche
vero
che
questi
cani
,
quando
s
'
abbattevano
a
un
povero
poeta
indebolito
di
mente
,
ne
facevano
strazio
e
lo
costringevano
a
tartassar
la
propria
opera
non
condotta
a
puntino
sul
modello
imposto
alla
imitazione
forzata
.
Esempio
:
la
Conquistata
del
Tasso
.
La
coltura
,
per
la
Retorica
,
non
era
la
preparazione
del
terreno
,
la
vanga
,
l
'
aratro
,
il
sarchio
,
il
concime
,
perché
il
germe
fecondo
,
il
polline
vitale
,
che
un
'
aura
propizia
,
in
un
momento
felice
,
doveva
far
cadere
in
quel
terreno
vi
mettesse
salde
radici
e
vi
trovasse
abbondante
nutrimento
e
si
sviluppasse
vigoroso
e
solido
e
sorgesse
senza
stento
,
alto
e
possente
nel
desiderio
del
sole
.
No
:
la
coltura
,
per
la
Retorica
,
consisteva
nel
piantar
pali
e
nel
vestirli
di
frasche
.
Gli
alberi
antichi
,
custoditi
nella
sua
serra
,
perdevano
il
loro
verde
,
appassivano
;
e
con
le
fronde
morte
,
con
le
foglie
ingiallite
,
coi
fiori
secchi
essa
insegnava
a
parar
certi
tronchi
di
idee
senza
radici
nella
vita
.
Per
la
Retorica
prima
nasceva
il
pensiero
,
poi
la
forma
.
Il
pensiero
cioè
non
nasceva
come
Minerva
armata
dal
cervello
di
Giove
:
nudo
nasceva
,
poveretto
;
ed
essa
lo
vestiva
.
Il
vestito
era
la
forma
.
La
Retorica
,
in
somma
,
era
come
un
guardaroba
:
il
guardaroba
dell
'
eloquenza
dove
i
pensieri
nudi
andavano
a
vestirsi
.
E
gli
abiti
,
in
quel
guardaroba
,
eran
già
belli
e
pronti
,
tagliati
tutti
su
i
modelli
antichi
,
o
meno
adorni
,
di
stoffa
umile
o
mezzana
o
magnifica
,
divisi
in
tante
scansie
,
appesi
alle
grucce
e
custoditi
dalla
guardarobiera
che
si
chiamava
Convenienza
.
Questa
assegnava
gli
abiti
acconci
ai
pensieri
che
si
presentavano
ignudi
.
Vuoi
essere
un
Idillio
,
tu
?
un
Idillietto
leggiadro
e
pettinato
?
Su
,
fammi
sentire
come
sospiri
:
Ahi
lasso
!
Oh
,
bravo
.
Hai
letto
Teocrito
?
hai
letto
Mosco
?
hai
letto
Bione
?
e
di
Virgilio
le
Bucoliche
?
Sì
?
Recita
su
,
da
bravo
.
Sei
un
pappagallino
bene
ammaestrato
.
Vieni
qua
.
Apriva
la
scansia
,
su
la
cui
targa
in
cima
si
leggeva
:
Idillii
,
e
ne
traeva
un
grazioso
abituccio
di
pastorello
.
E
tu
una
Tragedia
vorresti
essere
?
Ma
proprio
proprio
una
Tragedia
?
È
cosa
ardua
,
bada
!
Devi
essere
a
un
tempo
grave
e
lesta
,
cara
mia
.
In
ventiquattr
'
ore
,
tutto
finito
.
E
ferma
,
veh
!
Scegliti
un
luogo
,
e
lì
.
Unità
,
unità
,
unità
.
Lo
sai
?
Brava
.
Ma
dimmi
un
po
'
:
ti
scorre
sangue
reale
per
le
vene
?
E
hai
studiato
Eschilo
,
Sofocle
,
Euripide
?
Anche
il
buon
Seneca
?
Brava
.
Vuoi
uccidere
i
figli
come
Medea
?
il
marito
come
Clitennestra
?
la
madre
come
Oreste
?
Tu
vuoi
uccidere
un
tiranno
come
Bruto
;
ho
capito
;
vieni
qua
.
Così
i
pensieri
facevan
da
manichini
alla
forma
-
vestiario
.
Cioè
la
forma
non
era
propriamente
forma
,
ma
formazione
:
non
nasceva
,
si
faceva
.
E
si
faceva
secondo
norme
prestabilite
:
si
componeva
esteriormente
,
come
un
oggetto
.
Era
dunque
artificio
,
non
arte
;
copia
,
non
creazione
.
Ora
si
deve
ad
essa
,
senza
dubbio
,
la
scarsa
intimità
dello
stile
che
si
può
notare
in
genere
in
tante
opere
della
nostra
letteratura
;
si
deve
ad
essa
se
per
restringerci
alla
nostra
indagine
speciale
non
pochi
scrittori
nostri
che
avrebbero
avuto
e
anzi
ebbero
indubbiamente
,
come
per
tante
testimonianze
si
può
arguire
,
una
spiccatissima
disposizione
all
'
umorismo
,
non
riuscirono
a
manifestarla
,
a
darle
espressione
,
per
rispettare
appunto
le
leggi
della
composizione
artistica
.
L
'
umorismo
,
come
vedremo
,
per
il
suo
intimo
,
specioso
,
essenziale
processo
,
inevitabilmente
scompone
,
disordina
,
discorda
;
quando
,
comunemente
,
l
'
arte
in
genere
,
com
'
era
insegnata
dalla
scuola
,
dalla
retorica
,
era
sopra
tutto
composizione
esteriore
,
accordo
logicamente
ordinato
.
E
si
può
veder
difatti
che
tanto
quegli
scrittori
nostri
che
si
sogliono
chiamare
umoristi
,
quanto
quegli
altri
che
sono
veramente
e
propriamente
tali
,
o
son
di
popolo
o
popolareggianti
,
lontani
cioè
dalla
scuola
,
o
son
ribelli
alla
Retorica
,
cioè
alle
leggi
esterne
della
tradizionale
educazione
letteraria
.
Si
può
vedere
,
infine
,
che
quando
questa
tradizionale
educazione
letteraria
fu
spezzata
,
quando
il
giogo
della
poetica
intellettualistica
del
classicismo
fu
infranto
dall
'
irrompere
del
sentimento
e
della
volontà
,
che
caratterizza
il
movimento
romantico
,
quegli
scrittori
che
avevano
una
natural
disposizione
all
'
umorismo
la
espressero
nelle
loro
opere
non
per
imitazione
,
ma
spontaneamente
.
Alessandro
D
'
Ancona
in
quel
suo
studio
su
Cecco
Angiolieri
,
da
cui
abbiamo
preso
le
mosse
,
volle
scorgere
i
caratteri
del
vero
umorismo
nella
poesia
di
questo
nostro
bizzarro
poeta
del
sec
.
XIII
.
Ora
questo
,
no
,
veramente
.
L
'
esempio
dell
'
Angiolieri
può
giovarci
per
chiarire
quanto
abbiamo
detto
or
ora
e
non
per
altro
.
Io
ho
già
dimostrato
altrove
(
vedi
mio
volume
Arte
e
scienza
,
Roma
,
W
.
Modes
ed
.
,
1908
:
I
sonetti
di
Cecco
Angiolieri
)
che
i
caratteri
del
vero
umorismo
mancano
assolutamente
all
'
Angiolieri
,
come
gli
mancano
pur
quelli
ritenuti
tali
dal
D
'
Ancona
.
La
parola
malinconia
in
Cecco
,
ad
esempio
,
se
non
ha
più
il
senso
originario
che
aveva
nel
latino
di
Cicerone
e
di
Plinio
,
è
pur
lontanissima
dal
significare
quella
delicata
affezione
o
passion
d
'
animo
che
intendiamo
noi
:
malinconia
per
Cecco
significa
sempre
non
aver
denari
da
scialacquare
,
non
tener
la
Becchino
.
a
sua
posta
,
aspettare
invano
che
il
padre
vecchissimo
e
ricco
si
muoja
ed
e
'
morrà
quando
il
mar
sarà
sicco
si
ll
à
dio
fatto
per
mio
strazio
sano
!
Un
certo
verso
che
il
D
'
Ancona
chiama
singhiozzante
e
che
cita
per
ultimo
a
concludere
che
ogni
sforzo
che
il
poeta
faccia
per
liberarsi
della
malinconia
gli
riesce
inutile
:
con
gran
malinconia
sempre
istò
,
non
ha
affatto
il
carattere
compendioso
,
né
il
valore
espressivo
che
il
D
'
Ancona
gli
vuole
attribuire
.
Il
contrasto
,
quel
che
par
sorriso
ed
è
dolore
,
in
Cecco
in
somma
non
c
'
è
mai
.
A
provarlo
,
il
D
'
Ancona
cita
anche
qui
due
versi
,
staccandoli
da
tutto
il
resto
e
dando
ad
essi
un
valore
espressivo
che
non
hanno
:
Però
malinconia
non
prenderaggio
anzi
m
'
allegrerò
del
mi
'
tormento
.
Segue
in
fatti
a
questi
due
versi
una
terzina
,
che
non
solo
spiega
l
'
apparente
contrasto
,
ma
lo
distrugge
affatto
.
Cecco
non
prenderà
malinconia
,
anzi
s
'
allegrerà
del
suo
tormento
,
perché
ha
udito
dire
a
un
uomo
saggio
:
che
ven
un
dì
che
val
per
più
di
cento
.
E
il
dì
sarà
quello
della
morte
del
padre
,
che
gli
permetterà
di
far
gavazze
,
come
allude
in
un
altro
sonetto
:
Sed
i
'
credesse
vivar
un
dì
solo
più
di
colui
che
mi
fa
vivar
tristo
,
assa
'
di
volte
ringrazere
'
Cristo
...
Questo
giorno
ha
pur
da
venire
:
bisognerà
aspettarlo
con
pazienza
,
perché
:
l
'
uom
non
può
sua
ventura
prolungare
né
far
più
brieve
c
'
ordinato
sia
;
ond
'
i
'
mi
credo
tener
questa
via
di
lasciar
la
natura
lavorare
e
di
guardarmi
,
s
'
io
'
l
potrò
fare
che
non
m
'
accolga
più
malinconia
,
ch
'
i
'
posso
dir
che
per
la
mia
follia
i
'
ò
perduto
assai
buon
sollazzare
.
Anche
che
troppo
tardi
mi
n
'
avveggio
non
lascerò
ch
'
i
'
non
prenda
conforto
,
c
'
a
far
d
'
un
danno
due
sarebbe
peggio
,
Ond
'
i
'
mi
allegro
e
aspetto
buon
porto
,
ta
'
cose
nascer
ciascun
giorno
veggio
,
che
'
n
dì
di
vita
(
mia
)
non
m
'
isconforto
.
Sul
valore
della
parola
malinconia
,
tante
volte
ripetuta
da
Cecco
,
non
è
possibile
farsi
,
come
il
D
'
Ancona
ha
voluto
farsi
,
alcuna
illusione
.
Cecco
non
s
'
allegra
mai
veramente
del
suo
tormento
,
sì
lo
riveste
d
'
una
forma
arguta
e
vivace
,
la
quale
per
me
,
spesso
,
più
che
per
intenzione
burlesca
o
satirica
,
proviene
dalla
sua
natura
paesana
,
ed
è
affatto
popolare
senese
.
Tutto
il
popolo
toscano
,
che
meritamente
si
vanta
il
più
arguto
d
'
Italia
,
volendo
anche
oggidì
narrare
le
sue
sventure
e
le
sue
afflizioni
,
esprimere
gli
odii
suoi
e
i
suoi
amori
,
manifestar
lo
sdegno
o
il
rimprovero
o
un
desiderio
,
non
usa
una
forma
diversa
.
In
genere
,
colorir
comicamente
la
frase
è
virtù
nel
popolo
spontanea
,
nativa
.
Il
Belli
,
per
esempio
,
non
vuol
tradurre
in
romanesco
per
Luigi
Luciano
Bonaparte
il
vangelo
di
San
Matteo
,
perché
la
lingua
della
plebe
è
buffona
e
appena
riuscirebbe
ad
altro
che
ad
una
irriverenza
verso
i
sacri
volumi
(
vedi
Morandi
,
Prefaz
.
ai
sonetti
romaneschi
del
Belli
,
Città
di
Castello
,
Lapi
,
vol
.
I
,
1889
)
.
Qui
abbiamo
,
in
somma
,
l
'
ironia
,
cioè
quella
tal
contradizione
fittizia
tra
quel
che
si
dice
e
quel
che
si
vuole
sia
inteso
.
Il
contrasto
non
è
nel
sentimento
,
è
solo
verbale
.
Dobbiamo
,
dunque
,
da
un
canto
tener
conto
di
questo
generale
umore
del
popolo
,
di
questa
lingua
buffona
della
plebe
,
e
dall
'
altro
intender
l
'
umorismo
in
quel
senso
largo
e
improprio
,
se
vogliamo
includere
tra
gli
umoristi
Cecco
Angiolieri
,
e
non
Cecco
Angiolieri
soltanto
,
allora
,
ma
tutto
quel
gruppo
di
poeti
toscani
,
non
di
scuola
,
ma
di
popolo
,
pieni
di
naturalezza
nell
'
arte
loro
non
ancora
ben
sicura
,
nel
cui
petto
per
prima
si
ridesta
o
di
dolce
voglia
o
per
casi
reali
,
per
sentimenti
veri
,
un
'
anima
di
canto
umano
,
tra
le
insulse
sconsolanti
scimierie
dei
poeti
per
distrazione
o
per
sollazzo
o
per
moda
o
per
galanteria
,
trai
bisticci
pur
che
siano
della
scuola
provenzaleggiante
:
.
di
quei
poeti
in
fine
,
ne
'
cui
versi
,
per
dirla
col
Bartoli
,
è
l
'
annunzio
del
carattere
realistico
che
assumeranno
le
nostre
lettere
.
Son
toscani
,
questi
poeti
,
e
in
Toscana
segnatamente
troveremo
queste
espressioni
così
dette
umoristiche
in
senso
largo
:
in
Toscana
,
e
nella
non
scarsa
letteratura
nostra
dialettale
.
Perché
?
Perché
l
'
umorismo
ha
sopra
tutto
bisogno
d
'
intimità
di
stile
,
la
quale
fu
sempre
da
noi
ostacolata
dalla
preoccupazione
della
forma
,
da
tutte
quelle
questioni
retoriche
che
si
fecero
sempre
da
noi
intorno
alla
lingua
.
L
'
umorismo
ha
bisogno
del
più
vivace
,
libero
,
spontaneo
e
immediato
movimento
della
lingua
,
movimento
che
si
può
avere
sol
quando
la
forma
a
volta
a
volta
si
crea
.
Ora
la
retorica
insegnava
,
non
a
crear
la
forma
ma
ad
imitarla
,
a
comporla
esteriormente
;
insegnava
a
cercar
la
lingua
fuori
,
come
un
oggetto
,
e
naturalmente
nessuno
riusciva
a
trovarla
se
non
nei
libri
,
in
quei
libri
che
essa
aveva
imposti
come
modelli
,
come
testi
.
Ma
che
movimento
si
poteva
imprimere
a
questa
lingua
esteriore
,
fissata
,
mummificata
,
a
questa
forma
non
creata
a
volta
a
volta
,
ma
imitata
,
studiata
,
composta
?
Il
movimento
è
nella
lingua
viva
e
nella
forma
che
si
crea
.
E
l
'
umorismo
che
non
può
farne
a
meno
(
sia
nel
senso
largo
,
sia
nel
suo
proprio
senso
)
,
lo
troveremo
ripeto
nelle
espressioni
dialettali
,
nella
poesia
macaronica
e
negli
scrittori
ribelli
alla
retorica
.
C
'
è
bisogno
d
'
intendersi
su
questa
creazione
della
forma
,
cioè
su
le
relazioni
tra
la
lingua
e
lo
stile
?
Avvertiva
acutamente
lo
Schleiermacher
nelle
sue
Vorles
.
lib
.
Aesth
.
che
l
'
artista
adopera
strumenti
che
di
lor
natura
non
son
fatti
per
l
'
individuale
,
ma
per
l
'
universale
:
tale
il
linguaggio
.
L
'
artista
,
il
poeta
,
deve
cavar
dalla
lingua
l
'
individuale
,
cioè
appunto
lo
stile
.
La
lingua
è
conoscenza
,
è
oggettivazione
;
lo
stile
è
il
subiettivarsi
di
questa
oggettivazione
.
In
questo
senso
è
creazione
di
forma
:
è
,
cioè
,
la
larva
della
parola
in
noi
investita
e
animata
dal
nostro
particolar
sentimento
e
mossa
da
una
nostra
particolar
volontà
.
Non
dunque
creazione
ex
nihilo
.
La
fantasia
non
crea
nel
senso
rigoroso
della
parola
,
non
produce
cioè
forme
genuinamente
nuove
.
Se
,
in
fatti
,
esaminiamo
anche
i
rabeschi
più
capricciosi
,
i
grotteschi
più
strani
,
i
centauri
,
le
sfingi
,
i
mostri
alati
,
vi
troveremo
sempre
,
più
o
meno
alterate
per
le
loro
combinazioni
,
immagini
rispondenti
a
sensazioni
reali
.
Ebbene
,
una
forma
,
press
'
a
poco
,
o
meglio
,
in
un
certo
senso
corrispondente
al
grottesco
nelle
arti
figurative
troviamo
nell
'
arte
della
parola
,
ed
è
appunto
lo
stil
macaronico
:
creazione
arbitraria
,
contaminazione
mostruosa
di
diversi
elementi
del
materiale
conoscitivo
.
E
avvertiamo
che
esso
sorse
appunto
come
ribellione
e
come
derisione
,
e
che
non
fu
solo
,
che
ebbe
cioè
a
compagni
altri
linguaggi
burleschi
,
fittizii
.
Il
dialetto
sprezzato
notava
Giovanni
Zannoni
,
illustrando
I
precursori
di
Merlin
Cocai
(
Città
di
Castello
,
Lapi
ed
.
,
1888
)
volle
insinuarsi
malignamente
nel
latino
per
sfregiare
la
togata
lingua
dei
dotti
e
quello
che
era
stato
un
elemento
parziale
della
satira
popolare
e
goliardica
divenne
elemento
massimo
;
volle
mostrare
la
propria
flessibilità
,
quando
il
volgare
ancora
accademico
,
grave
,
impacciato
non
poteva
piegarsi
a
tutte
le
esigenze
dell
'
umorismo
,
e
ad
un
tratto
formò
una
nuova
maniera
di
sogghigno
.
In
tal
modo
,
da
due
cause
contrarie
ebbe
origine
il
linguaggio
macaronico
che
fu
la
più
grossa
e
fragorosa
risata
del
risorgimento
,
la
beffa
più
atroce
al
classicismo
e
che
,
pure
involontariamente
,
giovò
tanto
al
definitivo
trionfo
del
volgare
.
Ma
quanti
furono
questi
scrittori
ribelli
?
pochi
o
molti
?
pochi
ahimè
,
perché
il
maggior
numero
è
sempre
dei
mediocri
:
servum
pecus
.
Il
Barzellotti
riconosce
che
un
primo
moto
di
originalità
e
di
feconda
spontaneità
creatrice
si
era
fatto
nella
mente
e
nella
vita
degli
Italiani
durante
i
secoli
decimoterzo
e
decimoquarto
;
ma
poi
dice
tutti
o
quasi
tutti
gli
umanisti
avere
interrotto
con
l
'
imitazione
e
la
ripetizione
degli
antichi
quel
primo
moto
d
'
originalità
.
Ora
questa
a
noi
sembra
un
'
altra
di
quelle
considerazioni
molto
sommarie
,
che
abbiamo
deplorato
più
su
,
considerazione
che
s
'
accorda
con
altre
simili
su
la
scettica
indifferenza
,
ad
esempio
,
su
la
pagana
serenità
,
su
la
mortificazione
delle
energie
individuali
,
su
la
mancanza
d
'
aspirazioni
,
sul
riposo
nelle
forme
e
nel
senso
,
ecc
.
,
ecc
.
,
del
nostro
grande
rinascimento
,
come
se
il
culto
dell
'
antichità
non
fosse
stato
già
di
per
sé
un
'
idealità
grande
,
tanto
grande
che
illuminò
tutto
il
mondo
,
il
riacquisto
d
'
un
patrimonio
che
si
fece
fruttare
sapientemente
e
produsse
opere
immortali
,
e
come
se
esso
non
fosse
venuto
anzi
a
tempo
a
riempire
il
vuoto
d
'
idealità
cadute
o
cadenti
;
come
se
insieme
con
quattro
o
cinque
dotti
aridi
e
vacui
non
ce
ne
fossero
stati
tant
'
altri
pieni
di
vita
e
d
'
ardire
,
nel
cui
latino
palpitano
e
vibrano
le
energie
tutte
della
lingua
italiana
;
come
se
per
entro
al
Facetiarum
libellus
unicus
di
Poggio
,
per
esempio
,
non
spirassero
aure
nuove
(
Quanti
spunti
di
vero
e
proprio
umorismo
in
Poggio
!
Basterà
ricordare
il
patto
di
quel
buon
'
uomo
col
cantastorie
di
piazza
per
differir
la
morte
di
Ettore
,
che
tanto
lo
addolorava
;
la
risposta
di
quel
cardinal
di
Spagna
ai
soldati
della
Santa
Sede
:
Ancora
non
ho
fame
;
la
disperazione
di
quel
bandito
per
la
goccia
di
latte
venutagli
in
gola
durante
la
quaresima
,
ecc
.
ecc
.
)
;
come
se
il
Valla
fosse
soltanto
autore
del
trattato
Elegantiarum
latinae
linguae
;
come
se
nel
Pontano
e
nel
Poliziano
e
in
tanti
altri
non
fosse
così
intero
e
fresco
il
sentimento
della
realtà
,
che
il
Poliziano
poi
,
componendo
in
volgare
,
poté
aver
tutte
le
grazie
ingenue
d
'
un
poeta
popolare
.
E
sotto
questo
mondo
dei
dotti
,
così
sommariamente
considerato
,
non
c
'
era
forse
il
popolo
?
E
si
può
dire
,
d
'
altro
canto
,
che
i
nostri
poeti
cavallereschi
,
ad
esempio
,
diedero
solamente
una
maggior
bellezza
esteriore
,
una
linea
più
composta
,
più
armoniosa
alla
materia
romanzesca
,
se
da
capo
a
fondo
la
ricrearono
con
la
fantasia
?
Altro
che
bellezza
esteriore
!
Si
è
troppo
ripetuto
,
e
con
troppa
leggerezza
,
che
nell
'
indole
della
nostra
gente
predomini
l
'
intelletto
più
che
il
sentimento
e
la
volontà
,
cioè
la
parte
obiettiva
più
che
la
subiettiva
dello
spirito
,
donde
il
carattere
dell
'
arte
nostra
più
intellettualistica
che
sentimentale
,
più
esteriore
che
interiore
.
L
'
equivoco
qui
è
fondato
nell
'
ignoranza
del
procedimento
di
quell
'
attività
creatrice
dello
spirito
,
che
si
chiama
fantasia
:
ignoranza
che
era
fondamentale
nella
Retorica
.
L
'
artista
deve
sentire
la
propria
opera
com
'
essa
si
sente
e
volerla
com
'
essa
si
vuole
.
Avere
un
fine
e
una
volontà
esteriori
,
vuol
dire
uscire
dall
'
arte
.
E
ne
escono
difatti
quanti
s
'
ostinano
a
ripetere
che
l
'
arte
nostra
del
rinascimento
fu
splendida
di
fuori
e
vuota
di
dentro
.
Vuota
in
che
senso
?
Nel
senso
che
non
ebbe
volontà
e
fini
oltre
a
sé
stessa
?
Ma
questo
fu
un
pregio
e
non
un
difetto
.
O
se
no
,
bisognerebbe
dimostrare
che
fu
arte
falsa
,
cioè
artificio
.
Si
può
dimostrar
questo
?
Sì
,
certamente
,
se
prendiamo
i
mediocri
,
gli
schiavi
della
retorica
,
la
quale
insegnava
appunto
l
'
artificio
,
la
copia
!
Ma
perché
dobbiamo
prendere
i
mediocri
?
perché
dobbiam
guardare
così
taineamente
all
'
ingrosso
,
senza
distinguere
?
Arte
falsa
,
quella
dell
'
Ariosto
?
Buttando
via
in
un
fascio
i
mediocri
,
e
affrontando
i
veri
poeti
,
ci
accorgeremo
subito
di
fare
una
questione
di
contenuto
e
non
di
forma
,
una
questione
dunque
estranea
all
'
arte
.
Ma
questo
stesso
contenuto
,
che
fa
tanto
dispetto
,
come
fu
assunto
dai
poeti
veri
,
da
coloro
che
ebbero
innegabilmente
uno
stile
,
e
dunque
originalità
e
intimità
?
Non
c
'
è
proprio
nulla
che
riempia
il
vuoto
che
ci
si
vuol
sentire
?
Non
c
'
è
l
'
ironia
di
questi
poeti
?
E
perché
non
si
vuol
riconoscere
il
valore
positivo
,
sottinteso
,
di
questa
ironia
?
Itali
rident
,
sì
,
ma
con
questo
riso
si
cacciò
il
Medio
-
evo
;
e
quanto
fiele
sotto
a
questo
riso
!
E
che
ha
di
diverso
questo
riso
in
Erasmo
di
Rotterdam
,
in
Ulrico
di
Hutten
?
Perché
si
disconosce
soltanto
nei
nostri
questo
valore
positivo
dell
'
ironia
e
si
riconosce
invece
negli
stranieri
?
si
disconosce
in
Pulci
e
nel
Folengo
per
esempio
,
e
si
riconosce
in
Rabelais
?
Forse
perché
questi
ebbe
l
'
accortezza
d
'
invitare
i
lettori
a
imitare
il
cane
innanzi
all
'
osso
,
e
quegli
altri
no
?
...
Vites
-
vous
oncques
chiens
rencontrans
quelque
os
médullaire
?
C
'
est
,
comme
Platon
dit
(
lib
.
II
De
Rep
.
)
,
la
bête
du
monde
plus
philosophe
.
Si
vû
l
'
avez
,
vous
avez
pû
noter
de
quelle
dévotion
il
le
guette
,
de
quel
soin
il
le
garde
,
de
quelle
ferveur
il
le
tient
,
de
quelle
prudence
il
l
'
entomme
,
de
quelle
affection
il
le
brise
et
de
quelle
diligente
il
le
succe
.
Qui
l
'
induit
à
ce
faire
?
Quel
est
l
'
espoir
de
son
étude
?
Quel
bien
prétend
-
il
?
Rien
plus
sinon
qu
'
un
peu
de
moüelle
.
E
l
'
osso
gettato
dal
Rabelais
ai
critici
è
stato
difatti
spiato
con
devozione
,
preso
con
cura
,
tenuto
con
fervore
,
scalfito
con
prudenza
,
spezzato
con
affetto
e
succhiato
con
diligenza
.
E
perché
non
così
quelli
del
Pulci
e
del
Folengo
?
(
vedi
sul
Pulci
il
libro
di
Attilio
Momigliano
L
'
indole
e
il
riso
di
L
.
P
.
,
Rocca
S
.
Casciano
,
Cappelli
,
1907
,
da
cui
però
in
gran
parte
io
dissento
,
come
dirò
appresso
;
e
quel
che
dicono
del
Folengo
il
De
Sanctis
nella
sua
Storia
d
.
lett
.
ital
.
cap
.
XIV
,
il
Canello
nel
suo
Cinquecento
e
gli
studii
dello
Zumbini
e
dello
Zannoni
)
.
Ma
ogni
qual
volta
si
butta
un
osso
a
un
critico
si
deve
dunque
dire
:
Bada
,
c
'
è
dentro
il
midollo
?
o
far
che
questo
midollo
si
mostri
un
tantino
da
qualche
parte
fuori
dell
'
osso
?
Ma
tanto
più
pregevole
è
un
'
opera
d
'
arte
,
quanto
maggiore
è
l
'
assorbimento
della
volontà
e
del
fine
nella
creazione
artistica
.
Questo
maggiore
assorbimento
rischia
di
parere
indifferenza
verso
gli
ideali
della
vita
a
chi
consideri
le
opere
con
criterii
estranei
all
'
arte
,
e
le
opere
d
'
arte
superficialmente
;
ma
a
prescindere
che
gl
'
ideali
della
vita
,
per
sé
stessi
,
non
hanno
nulla
da
vedere
con
l
'
arte
,
che
dev
'
essere
creazione
spontanea
e
indipendente
pure
quell
'
indifferenza
,
in
fondo
,
non
c
'
è
,
perché
altrimenti
non
ci
sarebbe
neppur
l
'
ironia
.
Se
l
'
ironia
c
'
è
,
ed
è
innegabile
,
non
c
'
è
l
'
indifferenza
,
di
cui
tanto
s
'
è
parlato
.
Piuttosto
deve
dirsi
che
questa
ironia
non
riesce
se
non
di
rado
a
drammatizzarsi
comicamente
,
come
avviene
nei
veri
umoristi
:
resta
quasi
sempre
comica
senza
dramma
,
e
dunque
facezia
,
burla
,
caricatura
più
o
men
grottesca
.
Lo
stesso
però
avviene
in
Rabelais
:
Mieulx
est
de
ris
que
des
larmes
escripre
:
Pour
ce
que
rire
est
le
propre
de
l
'
homme
.
E
Alcofribas
Nasier
è
condamné
en
Sorbonne
pour
les
facéties
de
haute
graisse
qui
caractérisent
son
livre
.
Che
hanno
di
più
o
di
diverso
queste
facéties
de
baule
graisse
di
quelle
del
Pulci
e
del
Folengo
e
del
Berni
?
Rileggiamo
con
questo
intento
il
Morgante
Maggiore
e
il
Baldus
e
poi
La
vie
de
Gargantua
e
Les
faits
et
les
dits
héroïques
du
bon
Pantagruel
roi
des
Dipsodes
,
e
ci
salteranno
agli
occhi
a
ogni
passo
la
parentela
spirituale
innegabile
,
le
innegabili
derivazioni
.
E
rileggiamo
il
Berni
.
Lasciando
anche
da
parte
le
18
stanze
al
principio
del
canto
XX
del
Rifacimento
dell
'
Orlando
Innamorato
e
l
'
opuscolo
del
Vergerio
sul
protestantesimo
del
Berni
e
tutte
le
altre
riflessioni
filosofiche
,
sociali
e
politiche
sparse
qua
e
là
nel
Rifacimento
stesso
;
lasciando
da
parte
il
Dialogo
contro
i
poeti
e
le
parodie
del
Petrarca
in
derisione
dei
petrarchisti
,
e
l
'
invettiva
famosa
:
Nel
tempo
che
fu
fatto
papa
Adriano
VI
e
i
sonetti
contro
Clemente
VII
:
Il
papa
non
fa
altro
che
mangiare
,
Il
papa
non
fa
altro
che
dormire
;
e
tutti
gli
altri
sonetti
contro
a
preti
e
abati
,
e
anche
quel
sonetto
che
comincia
:
Poiché
da
voi
,
signor
,
m
'
é
pur
vietato
Che
dir
le
vere
mie
ragion
non
possa
,
Per
consumarmi
le
midolle
e
l
'
ossa
Con
questo
nuovo
strazio
e
non
usato
;
e
lasciando
anche
da
parte
il
capitolo
in
lode
d
'
Aristotile
(
che
non
affetta
il
favellar
toscano
)
dedicato
a
Messer
Pietro
Buffetto
cuoco
;
spigoliamo
proprio
in
quei
capitoli
che
paiono
i
più
frivoli
e
spigoliamo
nelle
lettere
del
Berni
(
si
legga
a
questo
proposito
quel
che
dice
il
Graf
nel
suo
aureo
libro
Attraverso
il
Cinquecento
su
le
condizioni
del
letterato
nel
sec
.
XVI
)
.
A
Messer
Latino
Juvenale
scrive
:
Ecco
il
Valerio
mi
riprende
,
e
dice
ch
'
io
farei
bene
a
lasciare
andar
queste
baie
e
a
rivolgere
i
miei
pensieri
a
miglior
parte
;
che
maledetto
sia
egli
,
e
chi
sente
talmente
seco
.
Che
penitenza
è
la
mia
,
a
dare
ad
intendere
al
mondo
che
questo
si
debbe
piuttosto
imputare
alla
mia
disgrazia
che
ad
alcuna
elezione
?
Io
non
ho
comprato
a
contanti
questo
tormento
,
né
me
lo
sono
andato
cercando
a
posta
per
far
rider
la
gente
del
fatto
mio
:
che
non
se
ne
ridon
però
se
non
gli
scempi
.
E
a
Monsignor
Cornaro
scrive
:
Ma
che
la
natura
e
la
fortuna
mi
ha
fatto
tale
,
dico
,
asciutto
di
parole
e
poco
cerimonioso
,
e
per
ristoro
intrigato
in
servita
.
In
un
'
altra
lettera
confessa
:
Io
,
spinto
dalla
furia
del
dolore
,
sono
ricorso
al
rimedio
della
poesia
.
Egli
si
governa
,
come
dice
in
una
poesia
,
a
volte
di
cervello
,
e
a
Messer
Agnolo
Divizio
scrive
:
conciossiaché
alla
giornata
io
operi
e
faccia
tutte
le
mie
azioni
.
Che
si
cava
di
questo
mondo
finalmente
altro
che
'
l
contentarsi
o
almeno
cercare
di
contentarsi
:
Ciascun
faccia
secondo
il
suo
cervello
Che
non
siam
tutti
d
'
una
fantasia
.
E
a
Giovan
Francesco
Bini
:
Nondimeno
ancora
io
sono
stoico
come
voi
,
e
lascio
correre
alla
'
righi
l
'
acqua
di
questo
fiume
.
In
mezzo
alla
peste
,
allo
stesso
Divizio
suo
padrone
,
che
andava
fuggendo
di
qua
e
di
là
per
paura
,
scrive
:
Se
ben
son
uomo
,
e
come
uomo
tengo
conto
della
vita
,
ho
anche
tanta
grazia
da
Dio
,
che
a
luogo
e
tempo
so
non
ne
tener
conto
;
ch
'
è
anche
cosa
da
uomo
.
Sicché
non
mi
dite
pauroso
,
ché
io
sono
piuttosto
degno
di
esser
chiamato
temerario
.
E
come
uno
stoico
veramente
fu
in
mezzo
alla
peste
,
ne
vinse
il
terrore
e
riuscì
ad
acquistarne
quel
sentimento
che
vedremo
esser
fondamentale
dell
'
umorismo
,
cioè
il
sentimento
del
contrario
:
l
'
ironia
,
nei
due
capitoli
in
lode
della
peste
riesce
a
drammatizzarsi
comicamente
,
e
però
va
oltre
alla
facezia
,
oltre
alla
burla
,
oltre
al
comico
.
Nel
flagello
vede
,
come
vedrà
poi
don
Abbondio
,
la
scopa
,
ma
con
ben
altre
riflessioni
filosofiche
.
Non
fu
mai
malattia
senza
ricetta
,
La
natura
l
'
ha
fatte
tutt
'
e
due
,
Ella
imbratta
le
cose
,
ella
le
netta
.
E
la
natura
,
dopo
aver
trovato
il
bujo
e
le
candele
e
aver
fatto
gli
orecchi
e
le
campane
,
Trovò
la
peste
perché
bisognava
;
bisognava
,
perché
:
a
questo
corpaccio
del
mondo
Che
per
esser
maggior
più
feccia
mena
,
Bisogna
spesso
risciacquare
il
fondo
.
E
la
natura
che
si
sente
piena
Piglia
una
medicina
di
moria
.
Ma
la
natura
ha
anche
forte
del
buffone
e
il
Berni
sa
bene
avvertirne
tutti
i
contrasti
amari
e
le
aspre
dissonanze
e
riderne
,
rappresentandoli
.
In
una
lettera
in
versi
al
pittore
Sebastiano
del
Piombo
,
parlando
anche
di
Michelangelo
,
comune
amico
,
dice
:
Ad
ogni
modo
è
disonesto
a
cure
,
Che
voi
che
fate
i
legni
e
i
sassi
vivi
,
Abbiate
poi
com
'
asini
a
morire
.
Basta
che
vivon
le
querci
e
gli
olivi
,
I
sorbi
,
le
cornacchie
,
i
cervi
e
i
cani
,
E
mille
animalacci
più
cattivi
.
Ma
questi
son
ragionamenti
vani
,
Però
lasciamli
andar
,
ché
non
si
dica
Che
noi
siam
mammalucchi
o
luterani
.
V
.
L
'
IRONIA
COMICA
NELLA
POESIA
CAVALLERESCA
Quando
il
Brunetière
,
su
la
Revue
des
Deux
Mondes
prima
(
1879
,
III
,
p
.
62o
e
segg
.
)
,
poi
nel
volume
Études
critiques
sur
l
'
histoire
de
la
littérature
francaise
(
Paris
,
1880
)
,
si
scagliò
contro
l
'
erudizione
contemporanea
e
la
letteratura
francese
nel
medio
evo
,
a
difender
questa
e
quello
sorsero
,
fieramente
indignati
,
molti
critici
,
segnatamente
romanisti
,
e
non
soltanto
della
Francia
.
Certo
,
la
difesa
dell
'
erudizione
contemporanea
sarebbe
riuscita
molto
più
efficace
,
se
i
difensori
non
si
fossero
da
un
canto
lasciati
andare
per
ripicco
a
dire
ogni
sorta
di
villanie
contro
la
critica
estetica
,
e
non
si
fossero
,
dall
'
altro
,
provati
a
difendere
con
troppo
zelo
anche
le
bellezze
della
poesia
medievale
,
epica
e
cavalleresca
,
della
Francia
.
Ricordo
,
fra
le
altre
,
la
difesa
di
Cr
.
Nyrop
,
nella
sua
Storia
dell
'
Epopea
francese
nel
M
.
E
.
(
trad
.
del
Gorra
,
Torino
,
Loescher
,
1888
.
Vedi
Lib
.
III
,
cap
.
III
,
Valore
dell
'
Epopea
)
,
per
la
ingenua
speciosità
degli
argomenti
.
Si
è
fatto
un
rimprovero
ai
poemi
dicendo
che
sono
rozzi
e
ruvidi
e
che
i
personaggi
che
vi
agiscono
non
possono
pretendere
al
nome
di
eroe
,
poiché
tutto
il
loro
sforzo
non
tende
ad
altro
che
ad
uccidere
.
Ebbene
,
da
questa
accusa
di
rozzezza
,
di
ruvidità
,
di
crudeltà
,
come
difendeva
egli
i
poemi
?
Non
li
difendeva
affatto
:
Si
concederà
volentieri
,
egli
dice
anzi
,
che
in
molti
poemi
si
cantano
e
celebrano
cose
le
quali
,
osservate
dal
punto
di
vista
del
nostro
tempo
,
non
possono
chiamarsi
altro
che
crudeltà
,
abominevoli
e
bestiali
crudeltà
,
e
che
gli
eroi
spesso
sfogano
la
loro
ira
in
modo
inumano
sopra
coloro
che
per
mala
ventura
sono
venuti
in
loro
potere
.
Cita
alcuni
esempii
e
quindi
,
a
mo
'
di
scusa
,
soggiunge
:
ma
il
Medio
Evo
non
era
osservato
cogli
occhi
del
nostro
tempo
neppure
differente
;
l
'
antico
poema
francese
non
si
è
certamente
reso
colpevole
di
nessuna
esagerazione
,
poiché
la
storia
ha
conservato
memoria
di
molte
simili
crudeltà
.
Bella
scusa
,
la
fedeltà
storica
,
di
fronte
all
'
estimativa
estetica
!
Ma
anche
la
crudeltà
più
atroce
,
come
tutto
,
può
essere
argomento
d
'
arte
;
e
crudelissimo
si
dimostra
Achille
nel
trascinare
attorno
alle
mura
di
Troja
il
cadavere
di
Ettore
:
bisognava
dimostrare
che
la
crudeltà
,
nei
poemi
francesi
,
è
rappresentata
,
non
solo
con
fedeltà
storica
(
il
che
in
fondo
importerebbe
poco
)
,
ma
artisticamente
:
e
questo
il
Nyrop
non
poteva
,
perché
gli
eroi
,
riconosce
egli
stesso
,
considerati
dal
lato
psicologico
sono
figure
poco
complesse
,
i
loro
moti
interiori
,
i
loro
momenti
di
dubbio
,
le
lotte
del
loro
animo
sono
qualche
cosa
di
cui
i
poeti
non
fanno
quasi
mai
parola
...
Analizzare
e
notomizzare
un
'
anima
è
solamente
possibile
e
può
soltanto
interessare
in
un
periodo
di
civiltà
più
avanzato
.
Il
poeta
del
medio
evo
non
conosce
tutti
questi
delicati
gradi
del
sentimento
:
per
lui
esistono
soltanto
i
più
spiccati
segni
esteriori
,
per
lui
gli
uomini
sono
prodi
o
vigliacchi
,
lieti
o
afflitti
,
credenti
o
eretici
,
e
quello
che
essi
sono
,
lo
sono
completamente
ed
egli
non
spende
mai
molte
parole
per
dirlo
a
'
suoi
uditori
o
a
'
suoi
lettori
.
Esaminando
poi
a
uno
a
uno
tutti
i
poemi
,
il
Nyrop
è
costretto
a
riconoscere
che
la
religione
,
la
quale
,
accanto
al
furore
bellico
,
si
presenta
come
uno
dei
principali
motivi
nell
'
epica
francese
,
è
una
concezione
puerile
,
anzi
la
religiosità
,
egli
dice
,
occorre
il
più
delle
volte
nei
poemi
come
qualche
cosa
di
esteriore
,
aggiunto
agli
eroi
,
per
la
qualcosa
sta
in
generale
anche
in
contradizione
con
le
loro
azioni
.
In
altre
parole
:
gli
eroi
non
sembrano
essere
intieramente
convinti
della
verità
di
tutte
le
belle
sentenze
cristiane
che
si
pongono
loro
in
bocca
;
il
loro
carattere
e
il
loro
interiore
mal
s
'
accorda
coi
miti
ed
umani
dommi
del
cristianesimo
,
e
ne
risulta
perciò
spesso
una
contradizione
insolubile
che
apparisce
fortemente
nei
loro
discorsi
e
nelle
loro
azioni
.
Così
,
per
recare
un
esempio
,
non
è
raro
che
l
'
uno
o
l
'
altro
eroe
dimentichi
nelle
sue
preghiere
sé
stesso
al
punto
di
aggiungere
le
peggiori
minacce
se
Dio
non
gli
concede
quello
che
egli
chiede
.
Ed
io
credo
,
soggiunge
il
Nyrop
,
che
il
Gautier
e
il
D
'
Avril
siano
molto
fuor
di
strada
,
quando
considerano
la
religiosità
come
il
più
importante
elemento
dell
'
epopea
.
L
'
entusiasmo
del
Gautier
ogni
volta
che
gli
eroi
nominano
il
nome
di
Dio
è
talora
ridicolo
;
egli
va
in
estasi
per
la
frase
più
bassa
e
triviale
in
cui
si
parli
di
angeli
ed
esclama
tosto
:
sublime
,
incomparable
;
e
quando
s
'
imbatte
in
qualche
verso
così
stereotipo
come
questo
Foi
que
doi
Dieu
,
le
fils
sainte
Marie
"
,
egli
lo
chiama
una
energica
affermazione
di
fede
.
Il
suo
punto
di
veduta
,
preso
nel
suo
insieme
,
è
così
limitato
ed
estremamente
cattolico
,
che
non
vale
la
pena
di
combatterlo
.
Io
concepisco
solo
la
religiosità
degli
eroi
come
qualche
cosa
che
per
una
parte
fu
aggiunta
più
tardi
,
forse
al
tempo
delle
crociate
,
e
diventa
perciò
soltanto
un
fattore
concomitante
ma
subordinato
;
la
mia
opinione
può
ben
anche
essere
appoggiata
da
questo
che
gli
ecclesiastici
,
specialmente
i
monaci
,
sono
di
rado
messi
in
una
luce
di
cui
abbiano
molto
a
lodarsi
;
se
essi
vogliono
poter
pretendere
al
favore
dei
poeti
,
devono
,
come
Turpino
,
presentarsi
con
la
spada
a
fianco
(
i
cavalieri
si
permettono
anche
,
e
questo
accade
negli
stessi
poemi
della
crociata
,
di
farsi
beffe
dei
cerimonieri
.
Così
nell
'
Antioche
accade
una
scena
piacevole
e
caratteristica
,
quando
i
cavalieri
francesi
escono
dalla
città
per
combattere
contro
Kerboga
.
Enguerrant
de
Saint
-
Pol
sta
loro
alla
testa
e
il
suo
lucido
elmo
forbito
e
la
sua
corazza
splendente
scintillano
ai
raggi
del
sole
.
Quando
sono
usciti
dalla
città
,
si
fermano
e
un
arcivescovo
implora
la
benedizione
del
cielo
sopra
di
loro
e
vuole
aspergerli
con
acqua
benedetta
,
ma
Enguerrant
fa
qualche
obiezione
e
lo
prega
di
non
macchiargli
l
'
elmo
:
Anqui
le
vourrai
bel
a
Sarrarins
mostrer
»
,
vedi
Pigeonneau
,
Cycle
de
la
Croisade
,
p
.
90-91
)
.
Ho
voluto
ricordar
questo
,
perché
mi
sembra
che
troppo
se
ne
siano
dimenticati
quanti
,
discorrendo
con
scarsa
cognizione
dell
'
epopea
francese
,
notano
in
essa
serietà
e
profondità
di
sentimento
religioso
e
non
so
quali
e
quanti
fieri
e
nobili
ideali
,
per
venir
poi
a
dire
che
quel
sentimento
e
questi
ideali
non
potevano
trovar
eco
nei
nostri
poeti
cavallereschi
fioriti
in
un
tempo
di
scettica
indifferenza
,
di
pagana
serenità
,
privo
di
aspirazioni
,
ecc
.
ecc
.
Tutte
queste
frasi
fatte
non
c
'
entrano
e
la
ragione
del
riso
dei
nostri
poeti
cavallereschi
va
cercata
altrove
.
Già
l
'
ironia
per
la
materia
,
la
satira
della
vita
cavalleresca
,
la
troviamo
in
Francia
fin
nei
poemi
,
come
ad
esempio
,
nell
'
Aiol
;
l
'
irrisione
per
l
'
Imperatore
,
gli
indizii
della
degradazione
graduale
di
lui
si
trovano
già
in
un
poema
antico
come
l
'
Ogier
le
Danois
,
dove
Carlo
non
ha
più
la
prudenza
tranquilla
e
si
lascia
facilmente
vincer
dall
'
ira
,
e
ingiuria
e
poi
ha
paura
della
vendetta
degli
ingiuriati
.
A
poco
a
poco
,
lo
vediamo
divenire
imbecille
,
assotez
,
bersaglio
delle
beffe
,
e
moralmente
corrotto
.
Nel
Garin
de
Montglane
,
com
'
è
noto
,
arriva
finanche
a
giocarsi
a
scacchi
la
Francia
.
La
ragione
di
questo
degradamento
,
di
questa
irrisione
la
troviamo
facilmente
;
è
in
ispecie
nei
poemi
in
cui
si
vuol
glorificare
qualche
eroe
provinciale
,
poemi
composti
da
troveri
che
servivan
vassalli
,
se
non
al
tutto
ribelli
,
quasi
indipendenti
,
ai
quali
piaceva
di
ridere
alle
spalle
dell
'
autorità
imperiale
.
Come
l
'
irrisione
della
vita
cavalleresca
e
la
degradazione
dei
cavalieri
,
esaltati
prima
alle
spalle
dei
vilan
,
si
troverà
nei
poemi
non
più
cantati
a
corte
o
nei
castelli
.
Se
il
nostro
buon
Tassoni
avesse
potuto
leggere
nel
Siège
de
Neuville
l
'
impresa
di
quei
bravi
tessitori
fiamminghi
capitanati
da
Simone
Banin
,
non
si
sarebbe
forse
vantato
più
inventore
del
poema
eroicomico
.
Troviamo
finanche
questo
in
Francia
,
purus
et
putus
.
E
allora
?
Il
Rajna
avverte
che
la
propagazione
della
materia
dalla
regione
transalpina
alla
cisalpina
par
seguita
sopra
tutto
di
buon
'
ora
ed
essersi
poi
rallentata
;
ché
altrimenti
poco
si
capirebbe
come
l
'
Italia
abbia
conosciuto
meglio
gli
strati
arcaici
delle
chansons
de
geste
che
i
successivi
,
tanto
da
conservare
racconti
e
forme
di
racconto
dimenticati
poi
e
alterati
nella
Francia
,
e
da
ignorare
invece
quasi
affatto
le
creazioni
ibride
che
introdussero
nel
genere
il
meraviglioso
dei
romanzi
d
'
avventura
.
E
traccia
in
brevi
linee
il
tipo
più
comune
del
romanzo
cavalleresco
prevalso
nell
'
età
franco
-
italiana
:
tipo
a
cui
risponde
in
grandissima
parte
il
Morgante
del
Pulci
.
Ma
è
da
notare
altresì
col
Rajna
stesso
che
la
letteratura
romanzesca
toscana
,
senza
distinzione
di
prosa
e
di
rima
,
ha
rapporti
diretti
e
immediati
colle
età
precedenti
...
Non
mancano
testi
in
prosa
fabbricati
sulle
versioni
rimate
oppure
ad
un
tempo
su
queste
e
sulle
forme
anteriori
,
francesi
o
franco
-
italiane
.
Il
fatto
è
che
quando
in
Francia
i
più
antichi
poemi
furon
tradotti
in
forma
di
romanzi
e
scesero
tra
il
popolo
,
l
'
epica
era
morta
;
e
che
all
'
opposto
in
Italia
se
non
l
'
epica
,
che
non
era
possibile
il
poema
cavalleresco
cominciò
a
nascere
quando
,
con
versioni
in
prosa
o
rimate
,
la
produzione
francese
e
franco
-
italiana
o
veneta
entrò
in
Toscana
e
vi
trovò
il
suo
metro
,
l
'
ottava
;
e
che
in
tutto
questo
movimento
la
materia
o
rimase
qual
'
era
,
degradata
,
o
per
ringentilirsi
si
contaminò
(
nel
senso
classico
della
parola
)
e
anche
si
sollevò
fino
a
drammatizzarsi
seriamente
.
Che
ci
han
dunque
da
vedere
lo
scetticismo
del
tempo
,
l
'
indifferenza
,
la
mancanza
d
'
ogni
ideale
,
se
anzi
i
nostri
poeti
cavallereschi
tendono
invece
a
rialzare
a
mano
a
mano
,
a
nobilitar
la
materia
,
a
rivagheggiar
quasi
in
sogno
quegli
ideali
,
lavando
del
troppo
sangue
gli
eroi
e
rendendoli
più
umani
e
più
gentili
?
Che
se
,
anche
così
,
poi
essi
non
riescono
bene
a
prenderli
sul
serio
,
non
è
già
perché
li
vedano
innanzi
a
loro
spogli
di
quegli
ideali
e
non
più
animati
dall
'
antico
sentimento
religioso
,
ma
perché
la
rappresentazione
che
di
essi
aveva
fatto
la
poesia
medievale
(
tranne
qualche
rarissima
eccezione
)
,
ruvida
e
rozza
,
non
li
poteva
in
alcun
modo
né
per
alcun
lato
far
prendere
sul
serio
.
A
poeti
colti
e
maturi
,
che
leggono
e
sanno
ammirare
i
classici
,
quegli
eroi
tutti
d
'
un
pezzo
,
foggiati
tutti
su
lo
stesso
stampo
,
dovevano
apparir
per
forza
fantocci
.
Eppure
il
popolo
ancora
e
anche
i
signori
prendevano
gusto
al
racconto
delle
loro
gesta
inverosimili
.
Il
popolo
si
capisce
:
se
ne
diletta
vivamente
tuttora
,
a
Napoli
,
a
Palermo
;
e
la
materia
si
modifica
,
s
'
accresce
,
prende
nutrimento
e
qualità
dai
sentimenti
,
dai
costumi
,
dalle
aspirazioni
della
gente
innanzi
a
cui
si
rappresenta
,
assumendo
una
rozza
forma
,
di
cui
facilmente
quella
si
contenta
.
Il
popolo
crede
;
in
ispecie
il
popolo
meridionale
,
inculto
,
appassionato
e
ancor
quasi
primitivo
,
serba
anche
oggidì
tutti
quegli
elementi
d
'
ingenua
meraviglia
e
di
credulità
superstiziosa
e
fanatica
,
che
rendon
possibili
la
nascita
e
lo
sviluppo
della
leggenda
:
e
se
Garibaldi
,
vestito
di
fiamma
,
passa
in
mezzo
ad
esso
,
è
investito
senz
'
altro
,
spontaneamente
,
dei
più
antichi
attributi
leggendarii
:
è
creduto
invulnerabile
,
e
che
abbia
nella
spada
un
capello
di
Santa
Rosalia
,
patrona
di
Palermo
,
proprio
come
Orlando
aveva
in
Durendala
un
capello
della
Vergine
.
E
tutti
noi
,
del
resto
,
anche
privi
della
beata
ignoranza
popolare
,
non
abbiamo
forse
di
Garibaldi
,
la
cui
vita
fu
e
volle
essere
una
vera
creazione
in
tutto
,
fin
nel
modo
di
vestirsi
,
fuori
e
sopra
le
conoscenze
d
'
ogni
realtà
contingente
,
noi
tutti
,
dico
,
non
abbiamo
di
Garibaldi
un
sentimento
leggendario
,
epico
,
che
si
offende
se
minimamente
un
tratto
discordante
si
voglia
metter
in
luce
,
un
documento
storico
tenti
in
qualche
punto
di
diminuircelo
?
Noi
tutti
però
non
potremmo
più
affatto
contentarci
oggi
d
'
una
epopea
garibaldina
vera
e
propria
,
sorta
cioè
dal
popolo
con
quegli
ingenui
e
primitivi
attributi
leggendarii
;
come
per
altro
non
ci
contentiamo
dei
componimenti
epico
-
lirici
su
questo
Eroe
,
componimenti
in
cui
il
poeta
tenta
di
sostituire
la
immaginazione
collettiva
del
popolo
con
la
propria
fantasia
individuale
,
e
non
ci
riesce
,
perché
quell
'
Eroe
con
la
volontà
e
col
sentimento
creò
di
per
sé
epicamente
la
propria
vita
,
cosicché
la
sua
storia
è
di
per
sé
epopea
,
e
nulla
potrebbe
aggiungervi
la
fantasia
d
'
un
poeta
,
come
gl
'
ingrandimenti
meravigliosi
e
ingenui
della
immaginazione
collettiva
del
popolo
la
renderebbero
a
noi
diminuita
e
ridicola
:
parodia
d
'
epopea
a
volerla
rappresentare
;
qual
'
è
,
ad
esempio
,
La
scoperta
dell
'
America
di
Cesare
Pascarella
.
Per
il
popolo
la
storia
non
è
scritta
;
o
,
se
è
scritta
,
esso
la
ignora
o
non
se
ne
cura
;
la
sua
storia
esso
se
la
crea
,
e
in
modo
che
risponda
a
'
suoi
sentimenti
e
alle
sue
aspirazioni
.
A
una
sola
storia
,
se
mai
,
popolo
avrebbe
potuto
credere
,
in
materia
cavalleresca
:
alla
famosa
Cronaca
dello
pseudo
-
Turpino
,
la
quale
,
all
'
uopo
,
per
un
esempio
,
avrebbe
potuto
confermargli
che
il
gigante
di
nome
Ferraù
o
Ferracutus
fuit
de
genere
Goliat
,
poiché
la
sua
statura
era
quasi
cubitis
XX
,
facies
erat
longa
quasi
unius
cubiti
et
nasus
illius
unius
palmi
mensurati
et
brachia
et
crura
jus
quatuor
cubitum
erant
et
digiti
jus
tribus
palmis
.
Ma
non
ce
n
'
era
punto
bisogno
!
Perché
anzi
il
bisogno
del
popolo
è
sempre
un
altro
:
quello
di
credere
,
non
di
dubitare
minimamente
di
ciò
che
gli
piace
credere
.
Questo
dubbio
poteva
nascere
nel
tardi
raffazzonatori
pseudo
-
letterati
dell
'
epica
francese
,
quando
,
alterate
a
lor
modo
le
antiche
leggende
,
tiravano
in
ballo
Turpino
o
le
cronache
di
S
.
Dionigi
:
Et
qui
ice
voudrai
a
mançogne
tenir
Se
voist
lire
l
'
estoire
en
France
,
a
Paris
.
Dal
che
si
vede
che
neanche
in
questo
sarebbero
stati
originali
i
nostri
poeti
cavallereschi
,
ogni
qual
volta
a
mo
'
di
scusa
aggiungevano
:
Turpin
lo
dice
.
Quando
questa
materia
cavalleresca
,
dalle
piazze
ove
ormai
è
caduta
,
risale
,
per
capriccio
o
per
curiosità
o
per
vaghezza
che
se
ne
abbia
,
ai
palagi
,
alle
corti
dei
signori
,
che
avviene
?
Ma
bisogna
innanzi
tutto
avvertire
all
'
indole
,
ai
gusti
,
ai
costumi
di
queste
corti
,
a
cui
sale
!
Quale
fosse
la
corte
di
Lorenzo
de
'
Medici
,
quali
le
abitudini
,
i
piaceri
,
gl
'
intendimenti
di
lui
,
è
ben
noto
;
e
basterebbe
,
anche
senza
dare
tutto
quel
peso
che
si
deve
alla
diversa
indole
e
alla
diversa
educazione
dei
poeti
,
a
spiegarci
in
gran
parte
perché
il
Morgante
.
Maggiore
sia
così
diverso
dell
'
Innamorato
del
Bojardo
e
del
Furioso
dell
'
Ariosto
.
Il
Morgante
risponde
perfettamente
alla
corte
di
Lorenzo
,
il
quale
si
piace
della
espressione
popolare
e
per
il
popolo
compone
,
parodiando
,
come
nella
Nencia
da
Barberino
.
Egli
ha
il
gusto
della
parodia
,
e
lo
dimostra
anche
coi
Beoni
,
parodia
dantesca
,
letteraria
,
qui
;
parodia
dell
'
espressione
popolare
,
nella
Nencia
.
Ben
è
vero
che
il
Medici
,
notò
il
Carducci
nella
prefazione
alle
poesie
di
Lorenzo
de
'
Medici
(
Firenze
,
Barbera
,
1859
)
contraffece
e
parodiò
più
presto
che
non
ritraesse
la
espressione
degli
affetti
e
il
modo
di
favellare
de
'
nostri
campagnuoli
:
ché
i
Rispetti
più
volte
stampati
negli
ultimi
anni
mostrano
aperto
avere
il
popolo
di
Toscana
più
gentilezza
d
'
affetto
,
più
squisitezza
di
fantasia
,
più
forbitezza
di
favella
,
che
non
piacesse
prestargliene
a
Lorenzo
dei
Medici
detto
il
Magnifico
e
a
Luigi
Pulci
suo
cortegiano
.
Il
quale
,
com
'
è
de
'
cortegiani
,
volle
dar
a
divedere
ch
'
e
'
facea
conto
del
poeta
potente
imitandolo
nella
Beca
da
Dicomano
;
e
com
'
è
degli
imitatori
,
per
superarlo
l
'
esagerò
,
sfoggiando
lo
strano
e
il
grottesco
dove
il
Medici
pur
nella
parodia
s
'
era
tenuto
al
delicato
.
Ma
è
chiaro
che
l
'
intenzione
parodica
comunica
per
forza
alla
forma
la
caricatura
,
giacché
,
chi
voglia
imitare
un
altro
,
bisogna
che
ne
colga
i
caratteri
più
spiccati
e
su
questi
insista
:
tale
insistenza
genera
inevitabilmente
la
caricatura
.
La
presenza
di
quella
pia
donna
che
fu
Lucrezia
Tornabuoni
potrebbe
poi
anche
spiegarci
,
almeno
in
parte
,
la
mascheratura
religiosa
che
il
Pulci
volle
dare
al
suo
poema
;
parodia
anch
'
essa
,
per
altro
,
a
mio
modo
di
vedere
,
come
tutto
il
resto
.
Basta
trattare
di
religione
con
la
lingua
buffona
della
plebe
,
perché
si
abbia
l
'
irriverenza
.
Ricorderò
qui
,
a
questo
proposito
,
ancora
una
volta
quello
che
il
Belli
faceva
rispondere
a
Luigi
Luciano
Bonaparte
che
gli
proponeva
la
traduzione
in
romanesco
del
vangelo
di
San
Matteo
.
Ma
questa
irriverenza
che
nasce
dalla
lingua
buffona
della
plebe
non
denota
punto
per
sé
stessa
irreligiosità
.
E
ricorderò
anche
l
'
aneddoto
che
si
racconta
in
Sicilia
d
'
un
altro
grande
poeta
dialettale
,
notissimo
nell
'
isola
e
ignoto
affatto
nel
Continente
,
Domenico
Tempio
,
il
quale
chiamato
un
giorno
dal
vescovo
di
Catania
e
paternamente
esortato
a
non
più
cantare
cose
oscene
e
a
dare
invece
al
popolo
durante
la
settimana
santa
un
bell
'
esempio
di
contrizione
sciogliendo
un
cantico
sacro
su
la
passione
e
morte
di
Cristo
,
rispose
a
Monsignore
che
volentieri
lo
avrebbe
soddisfatto
,
essendo
egli
credentissimo
e
divoto
;
e
volle
anzi
dargliene
un
saggio
lì
per
lì
,
scagliandosi
con
due
versi
d
'
estrosa
improvvisazione
contro
Ponzio
Pilato
così
sconci
,
che
fecero
subito
passar
la
voglia
a
Monsignore
del
bell
'
esempio
di
contrizione
da
offrire
al
popolo
catanese
durante
la
settimana
santa
.
Tutte
le
dispute
che
si
son
fatte
intorno
alla
irriverenza
verso
la
religione
,
anzi
all
'
empietà
,
all
'
ateismo
del
Pulci
,
non
possono
veramente
non
apparir
vane
quando
si
intendano
a
dovere
lo
spirito
del
poema
,
la
qualità
e
la
ragione
della
sua
ironia
e
del
suo
riso
.
Non
è
possibile
,
o
è
ingiustissimo
,
giudicare
in
sé
e
per
sé
esclusivamente
il
Morgante
Maggiore
,
come
fece
ad
esempio
una
prima
volta
il
De
Sanctis
,
il
quale
credette
e
volle
dimostrare
che
il
Pulci
,
nel
comporre
il
suo
poema
,
non
avesse
vera
e
profonda
coscienza
del
suo
scopo
;
e
però
condannò
come
insufficienze
del
poeta
la
puerilità
delle
situazioni
,
la
rudimentalità
psicologica
dei
personaggi
,
le
ripetizioni
nell
'
ordito
,
ecc
.
ecc
.
(
vedi
Scritti
varii
inediti
o
rari
,
a
cura
di
B
.
Croce
,
vol
.
I
,
Napoli
,
Morano
e
figlio
,
1898;
il
De
Sanctis
poi
nella
sua
Storia
della
letteratura
it
.
corresse
il
suo
giudizio
sul
Pulci
e
sul
poema
.
Qui
ho
citato
il
suo
primo
giudizio
solo
perché
anche
da
un
errore
,
del
resto
riparato
,
del
sommo
critico
,
si
può
trarre
profitto
,
ponendo
in
giusta
evidenza
,
in
questa
facile
confutazione
,
tra
i
due
casi
di
cui
egli
parla
,
quale
veramente
sia
quello
del
Pulci
)
.
Il
Pulci
,
invece
,
è
coscientissimo
del
suo
scopo
,
e
tra
i
due
casi
che
pone
il
De
Sanctis
di
chi
dice
sciocchezze
con
intenzione
comica
e
fa
ridere
non
di
lui
,
ma
di
quel
che
dice
,
e
di
chi
all
'
incontro
dice
sciocchezze
per
sciocchezza
e
fa
rider
di
lui
e
non
di
quel
che
ha
detto
,
l
'
autore
del
Morgante
sta
certamente
nel
primo
caso
,
non
già
nel
secondo
.
Il
Pulci
dice
sciocchezze
con
intenzione
comica
o
,
più
propriamente
,
parodica
,
e
fa
ridere
,
non
tanto
però
quanto
vorrebbe
far
credere
in
un
,
suo
libro
recente
Attilio
Momigliano
(
vedi
il
vol
.
già
citato
L
'
indole
e
il
riso
di
L
.
P
.
,
Rocca
S
.
Casciano
,
Cappelli
,
1907
)
,
come
vedremo
appresso
.
Ho
ricordato
più
su
La
scoperta
dell
'
America
di
Cesare
Pascarella
.
Ebbene
,
si
può
dire
che
,
esteticamente
,
il
Pulci
si
trovi
,
di
fronte
alla
materia
cavalleresca
,
in
certo
qual
modo
nella
stessa
posizione
del
poeta
romanesco
di
fronte
alla
scoperta
dell
'
America
narrata
da
un
popolano
.
Il
Pascarella
infatti
sorprende
,
o
finge
di
sorprendere
,
in
un
'
osteria
un
popolano
saputo
,
che
racconta
ad
amici
quella
scoperta
,
commovendosi
della
gloria
e
della
sventura
di
Colombo
.
Chi
si
sognerebbe
d
'
attribuire
al
poeta
romanesco
le
sciocchezze
che
dice
quel
popolano
?
la
puerilità
ridicola
di
quei
dialoghi
col
re
di
Spagna
portoghese
?
tutte
le
altre
meraviglie
non
meno
ridicole
e
infantili
del
viaggio
,
dell
'
arrivo
,
del
ritorno
?
E
si
noti
che
codeste
meraviglie
suscitano
anche
,
a
un
certo
punto
,
qualche
reazione
d
'
incredulità
in
chi
ascolta
:
Come
le
sai
tu
codeste
cose
?
Eh
!
c
'
è
la
storia
.
(
Turpin
lo
dice
)
.
E
,
qua
e
là
,
paragoni
che
par
dimostrino
con
la
massima
evidenza
qualche
cosa
e
invece
non
dimostrano
nulla
:
e
certe
tirate
calorose
di
sdegno
o
d
'
ammirazione
;
e
certe
spiegazioni
in
cui
la
logica
rudimentale
del
popolano
si
compiace
quando
vuol
farsi
ragione
di
qualche
caso
o
avvenimento
straordinario
;
e
certi
impeti
di
commozione
che
fanno
ridere
non
per
intenzione
comica
di
chi
racconta
,
ma
o
per
false
deduzioni
o
per
immagini
improprie
e
stonate
o
per
incongrue
frasi
.
Ciaripensa
,
e
te
scopre
er
cannocchiale
.
Chi
si
sognerebbe
di
dire
che
il
Pascarella
voglia
metter
qui
in
dileggio
Galileo
?
Ma
egli
non
può
,
pur
serbando
affatto
oggettiva
la
rappresentazione
di
quel
racconto
d
'
osteria
,
non
ridere
entro
di
sé
e
di
quel
popolano
che
narra
in
tal
modo
la
gloria
di
Colombo
e
d
'
altri
sommi
Italiani
e
anche
della
scoperta
dell
'
America
in
tal
modo
narrata
.
E
questo
suo
riso
segreto
forma
quasi
un
'
aria
ilare
,
un
'
atmosfera
di
comicità
irresistibile
attorno
a
quella
rappresentazione
oggettiva
.
L
'
intenzione
comica
del
poeta
,
nel
riferire
oggettivamente
le
sciocchezze
di
quel
popolano
,
non
si
appalesa
mai
;
il
poeta
non
fa
mai
capolino
.
Questo
,
veramente
,
non
si
può
dire
del
Pulci
.
Mentre
il
Pascarella
ritrae
semplicemente
,
il
Pulci
spesso
contraffà
per
parodia
.
Ma
non
si
debbono
imputare
a
lui
tutte
le
sciocchezze
,
le
volgarità
,
le
puerilità
dei
cantastorie
o
della
letteratura
epica
e
romanzesca
venuta
di
Francia
o
dall
'
Italia
settentrionale
,
poiché
egli
anzi
,
contraffacendo
e
parodiando
,
se
ne
beffa
apertamente
.
Sarebbe
come
prendere
sul
serio
una
cosa
fatta
per
giuoco
;
o
come
incolpare
il
Pascarella
d
'
aver
deriso
la
gloria
di
Colombo
,
ritraendo
il
racconto
che
ne
faceva
quel
popolalo
.
Il
Pulci
non
si
sogna
neppur
lui
di
deridere
la
cavalleria
o
la
religione
;
si
spassa
a
contraffare
i
cantastorie
di
piazza
,
a
cantar
coi
loro
modi
,
con
la
loro
lingua
,
con
la
loro
psicologia
infantile
,
coi
loro
mezzi
inventivi
stereotipati
,
la
materia
epica
e
cavalleresca
;
di
tratto
in
tratto
segue
e
interpreta
il
sentimento
popolare
per
qualche
scena
patetica
,
per
qualche
azione
che
suscita
l
'
ira
o
il
compianto
o
lo
sdegno
,
ecc
.
Naturalmente
,
tutto
questo
,
se
rappresenta
per
lui
uno
spasso
,
un
giuoco
,
per
il
solo
fatto
poi
ch
'
egli
v
'
impiega
l
'
arte
sua
e
studio
e
tempo
,
non
può
non
esser
anche
preso
sul
serio
;
e
non
di
rado
,
dunque
,
egli
si
immedesima
davvero
nel
racconto
,
ma
sempre
col
sentimento
,
con
la
logica
,
con
la
psicologia
del
popolo
,
e
trova
espressioni
efficacissime
.
É
vero
che
poi
,
tutt
'
a
un
tratto
,
rompe
questa
serietà
con
una
risata
.
Ma
non
è
mai
,
secondo
me
,
per
intenzione
satirica
:
l
'
uscita
è
spesso
burlesca
,
popolare
:
segue
e
interpreta
anche
qui
spesso
il
sentimento
del
popolo
.
E
sbaglia
,
dunque
,
secondo
me
,
il
Momigliano
e
contradice
anche
a
sé
stesso
,
quando
afferma
(
pag
.
120-121
del
vol
.
cit
.
)
che
il
sorriso
del
Morgante
è
soggettivo
:
soggettivo
nel
senso
che
è
la
naturale
,
incoercibile
irruzione
dell
'
indole
del
Pulci
nella
materia
epica
.
In
questo
senso
,
anzi
egli
aggiunge
,
il
Morgante
è
uno
dei
poemi
epici
più
soggettivi
,
che
io
conosca
;
potrebbe
esser
definito
:
il
mondo
cavalleresco
veduto
attraverso
un
temperamento
giocondo
.
Anzi
,
dopo
tante
discussioni
sul
suo
protagonista
,
chi
vuole
sia
Morgante
,
chi
Gano
io
credo
che
l
'
unico
personaggio
,
che
domina
tutta
l
'
azione
,
attorno
al
quale
tutta
l
'
azione
si
svolge
,
sia
l
'
autore
stesso
:
all
'
infuori
di
lui
non
c
'
è
protagonista
.
Poche
pagine
innanzi
(
pag
.
113
)
,
egli
aveva
detto
:
In
quell
'
età
di
riso
spensierato
più
che
satirico
,
il
riso
del
Morgante
non
è
che
la
vernice
del
tempo
,
che
si
sovrappone
alla
materia
tradizionale
deformandone
soltanto
la
superficie
.
E
,
indagando
e
studiando
nella
prima
parte
del
volume
l
'
indole
di
Luigi
Pulci
:
Certo
mentre
l
'
uomo
piangeva
,
il
poeta
rideva
.
Non
fu
piccola
forza
d
'
animo
durar
a
scrivere
un
poema
giocondo
come
il
Morgante
,
col
cuore
straziato
da
sempre
nuove
ferite
,
fra
le
minacce
della
fame
e
della
prigione
per
debiti
.
Non
sono
infrequenti
i
casi
di
poeti
,
che
si
ridono
dei
proprii
travagli
,
ma
è
rarissimo
quello
di
un
poeta
sventurato
,
che
impiega
la
sua
attività
artistica
in
un
'
opera
,
nella
quale
il
riso
non
si
vela
mai
di
pianto
.
È
un
miracolo
,
nel
quale
probabilmente
ebbe
qualche
parte
l
'
influsso
della
Rinascenza
»
.
Confesso
di
passata
ch
'
io
non
riesco
a
veder
così
giocondo
lo
spirito
del
nostro
Rinascimento
,
come
il
Momigliano
insieme
con
altri
lo
vede
.
Diffido
degli
inviti
a
godere
,
specialmente
quando
son
così
insistenti
e
vogliono
aver
l
'
aria
d
'
essere
spensierati
;
diffido
di
chi
vuol
esser
gajo
ad
ogni
costo
.
Il
Trionfo
di
Bacco
e
d
'
Arianna
?
Ma
è
carpe
diem
d
'
Orazio
:
Tu
ne
quaesieris
,
scire
nefas
,
quem
rnihi
,
quem
tibi
finem
Di
dederint
...
E
può
dirsi
giocondità
quella
di
chi
si
stordisce
per
non
pensare
?
Potrebbe
esser
,
se
mai
,
filosofia
di
saggi
,
non
giocondità
di
giovani
.
E
quante
cose
tristi
non
dicono
i
famosi
canti
carnascialeschi
a
chi
sappia
leggervi
ben
addentro
!
Ma
lasciamo
star
questo
,
che
per
il
momento
sarebbe
questione
oziosa
,
tanto
più
che
per
me
il
Pulci
ritrae
tutto
dall
'
aspetto
caratteristico
dell
'
indole
fiorentina
e
la
sua
è
la
lingua
buffona
del
popolo
,
e
le
idee
e
il
sentimento
del
popolo
,
rispetto
alla
materia
epica
e
cavalleresca
,
nelle
espressioni
d
'
un
cantastorie
,
egli
vuol
contraffare
e
parodiare
nel
suo
Morgante
,
il
quale
per
me
,
ripeto
,
non
è
poi
tutto
quel
monumento
di
giocondità
che
il
Momigliano
ci
vorrebbe
far
credere
.
Per
spiegarci
il
miracolo
,
di
cui
parla
il
Momigliano
,
basta
pôr
mente
a
questo
,
cioè
più
allo
scopò
che
il
Pulci
s
'
è
proposto
,
che
alla
sua
indole
.
Se
la
vita
del
poeta
è
tristissima
,
se
egli
nel
componimento
Io
vo
'
dire
una
frottola
confessa
:
I
'
ho
mal
quand
'
i
'
rido
e
Io
non
sarò
mai
lieto
,
...non
piacqui
mai
-
A
me
stesso
,
né
piaccio
,
se
egli
è
inclinato
fin
dalla
nascita
alla
mestizia
e
alla
malinconia
,
come
il
Momigliano
stesso
dimostra
per
altre
testimonianze
,
oltre
a
questa
della
Frottola
composta
negli
anni
tardi
,
se
egli
aveva
due
modi
per
mitigare
i
propri
dolori
:
rassegnarcisi
ed
era
il
rimedio
al
quale
ricorreva
più
di
raro
o
riderci
su
al
modo
degli
umoristi
:
vera
consolazione
da
disperato
,
e
quest
'
umorismo
triste
soggettivo
nel
Pulci
,
non
oggettivo
manca
quasi
affatto
nel
Morgante
,
come
diventa
poi
soggettivo
,
invece
,
il
riso
del
Morgante
,
naturale
,
incoercibile
irruzione
dell
'
indole
del
Pulci
nella
materia
epica
?
Come
può
esser
il
Pulci
il
vero
protagonista
del
suo
poema
?
Magari
fosse
stato
!
Ma
il
Pulci
,
se
in
parte
nelle
lettere
e
nella
Frottola
riesce
a
ridere
dei
suoi
dolori
a
modo
degli
umoristi
,
non
riesce
mai
a
oggettivare
nel
suo
poema
la
disposizione
naturale
all
'
umorismo
.
Egli
vive
due
vite
,
ma
non
le
fa
vivere
nel
suo
poema
.
Dualismo
doloroso
,
esclama
qua
il
Momigliano
,
che
condanna
il
Pulci
a
rappresentare
nel
Morgante
la
parte
d
'
una
maschera
allegra
,
mentre
,
quando
s
'
è
raffreddata
la
sua
fantasia
,
onde
i
facili
versi
sono
fluiti
come
una
brigata
perennemente
gaja
dalle
porte
d
'
un
palazzo
fatato
,
il
dolore
della
vita
tormentata
di
ogni
giorno
lo
deve
,
pel
contrasto
,
riassalire
più
acuto
che
mai
!
O
dunque
?
Se
è
una
maschera
,
non
è
l
'
indole
che
naturalmente
e
incoercibilmente
irrompe
nella
materia
epica
!
Ma
non
è
neanche
una
maschera
.
Di
veramente
soggettivo
nel
poema
non
c
'
è
quasi
nulla
:
il
Morgante
è
la
materia
cavalleresca
infusa
d
'
un
'
anima
plebea
come
dice
il
Cesareo
,
il
quale
nel
gigante
armato
di
battaglio
e
in
Margutte
vede
il
popolo
stesso
che
si
mira
allo
specchio
del
suo
rozzo
e
sincero
naturalismo
.
Il
primo
è
ignorante
,
vorace
,
manesco
,
burlone
,
ma
non
ha
perfidia
;
e
compie
le
imprese
più
ardue
a
un
sol
cenno
del
suo
padrone
;
è
la
forza
ignara
e
subitanea
del
popolo
acconciamente
diretta
da
un
sentimento
che
ne
sviluppi
le
qualità
oscure
,
l
'
onestà
,
la
giustizia
,
l
'
indulgenza
,
la
devozione
,
l
'
amorevolezza
.
Margutte
invece
è
il
popolo
senza
fede
e
senza
sentimento
,
la
canaglia
abietta
e
impudente
,
motteggiatrice
ed
obbliqua
,
criminosa
e
spavalda
.
E
il
vero
protagonista
del
poema
è
dunque
Morgante
,
il
buon
popolo
,
che
segue
,
ammirato
,
le
strampalate
avventure
dei
paladini
di
Francia
e
vi
partecipa
a
suo
modo
.
Il
Pulci
non
ha
voluto
rappresentare
altro
,
nella
sua
parodia
.
Non
posso
indugiarmi
a
rilevare
tutte
le
false
conseguenze
che
il
Momigliano
trae
dalla
secondo
me
erronea
convinzione
che
Fil
riso
del
Morgante
sia
soggettivo
.
Egli
è
in
buona
compagnia
:
anche
per
il
Rajna
le
novità
del
Morgante
consistono
in
certi
episodi
,
dove
l
'
Autore
introduce
curiosi
personaggi
di
sua
fattura
e
si
scapriccia
tanto
colla
fantasia
quanto
colla
ragione
;
soprattutto
poi
nella
dimostrazione
del
suo
io
e
nell
'
atteggiamento
che
prende
di
fronte
all
'
opera
sua
(
vedi
Introduzione
alle
Fonti
dell
'
Orl
.
Fur
.
,
seconda
ed
.
pag
.
20
,
Firenze
,
Sansoni
,
1900
)
.
Ora
il
vero
suo
io
il
Pulci
,
se
dobbiamo
stare
all
'
indagine
che
ne
fa
lo
stesso
Momigliano
ripeto
non
lo
dimostra
affatto
nel
Morgante
.
Se
vi
rappresenta
la
parte
d
'
una
maschera
allegra
!
Per
me
è
gravissimo
torto
attribuire
direttamente
al
poeta
ciò
che
va
attribuito
al
sentimento
,
alla
logica
,
alla
psicologia
,
alla
lingua
buffona
della
plebe
,
nella
parodia
ch
'
egli
ne
fa
.
Così
ad
esempio
,
il
Momigliano
a
un
certo
punto
osserva
:
Non
oserei
però
sostenere
la
perfetta
innocenza
del
Pulci
,
quando
Ulivieri
mi
vien
fuori
a
spiegare
il
mistero
della
Trinità
con
quel
certo
esempio
della
candela
,
che
non
spiega
un
bel
nulla
.
Come
se
di
queste
spiegazioni
che
non
spiegano
nulla
non
fosse
piena
tutta
la
letteratura
popolare
!
E
poi
,
se
il
paragone
si
trova
già
nell
'
Orlando
,
che
c
'
entra
la
malizia
del
Pulci
?
Più
sotto
,
a
proposito
della
conversione
di
Fuligatto
,
osserva
:
Già
queste
conversioni
e
questi
battesimi
e
per
la
loro
rapidità
e
per
la
loro
frequenza
e
per
il
troppo
fervore
dei
neofiti
più
o
meno
insospettiscono
sempre
.
Ma
se
questo
è
uno
dei
tratti
caratteristici
,
che
dimostrano
appunto
la
puerilità
della
concezione
religiosa
nella
epopea
francese
!
Appena
conquistata
una
città
,
i
vincitori
impongono
agl
'
infedeli
la
conversione
:
chi
si
rifiuta
,
tagliato
a
fil
di
spada
;
e
i
battezzati
diventano
d
'
un
tratto
cristiani
zelantissimi
.
Che
c
'
entra
il
Pulci
?
A
proposito
dell
'
episodio
d
'
Orlando
motteggiato
nel
c
.
XXI
dai
ragazzacci
della
città
,
che
il
paladino
attraversa
su
Vegliantino
così
mal
ridotto
;
che
non
si
regge
in
piedi
,
il
Momigliano
dice
che
il
Pulci
non
sente
la
maestà
cavalleresca
,
e
poi
nota
:
Pel
nostro
poeta
il
riso
è
una
delle
grandi
leggi
,
a
cui
tutti
devono
pagare
il
proprio
tributo
.
Il
Pulci
,
quindi
,
accenna
ne
'
suoi
personaggi
tanto
i
lati
seri
quanto
i
lati
ridicoli
e
li
riduce
a
quando
a
quando
ai
limiti
dell
'
umano
.
Così
,
in
quest
'
episodio
,
pare
che
egli
prenda
in
giro
Orlando
,
ma
non
è
vero
:
un
paladino
invitto
,
col
palafreno
cascante
anche
Vegliantino
qui
scade
dalla
dignità
solita
nei
cavalli
degli
eroi
non
è
sottoposto
ad
una
deminutio
capitis
,
non
s
'
avvicina
un
po
'
al
Cavaliere
dalla
trista
figura
?
E
questo
non
può
accadere
ad
un
paladino
?
Ma
fate
che
gli
s
'
avvicini
un
petulante
a
beffeggiarlo
e
vedrete
che
egli
non
è
un
Don
Quijote
,
ma
un
paladino
autentico
:
ecco
in
qual
modo
Orlando
,
abbassato
per
un
momento
,
subito
si
rialza
.
Nella
fonte
c
'
è
qualche
cosa
di
molto
simile
(
Orl
.
L
.
30-37
)
.
Siam
già
vicini
alla
beffa
,
ma
non
l
'
abbiamo
raggiunta
ancora
:
la
beffa
si
avrà
solo
,
quando
il
riso
sarà
l
'
esplosione
della
ribellione
meditata
del
raziocinio
.
Anche
qui
è
attribuito
al
Pulci
quel
che
già
,
prima
di
tutto
,
si
trova
nella
fonte
,
e
che
si
trova
poi
in
altri
poemi
,
come
ad
esempio
nell
'
Aiol
e
nel
Florent
et
Octavien
.
Così
,
quella
certa
facilità
di
commozione
che
hanno
i
paladini
,
e
che
al
Momigliano
sembra
non
molto
naturale
in
guerrieri
di
quella
tempra
,
si
trova
già
,
come
è
noto
,
nell
'
epopea
francese
,
dove
centinaja
di
volte
si
leggono
versi
come
questi
(
formule
epiche
stereotipate
)
:
Trois
fois
se
pasme
sor
le
corant
destrier
.
Quando
non
sviene
un
intero
esercito
:
Cent
milie
frane
s
'
en
pasment
cuntre
terre
.
Dato
il
concetto
che
il
Momigliano
s
'
è
formato
dell
'
umorismo
,
che
questo
cioè
sia
il
riso
che
penetra
più
finemente
o
più
profondamente
nel
proprio
oggetto
,
e
,
anche
quando
non
si
eleva
alla
contemplazione
di
un
fatto
generale
,
è
tuttavia
indizio
di
uno
spirito
avvezzo
a
cercare
il
nocciolo
delle
cose
,
s
'
intende
com
'
egli
possa
trovare
con
molta
buona
volontà
anche
l
'
umorismo
nel
Morgante
,
non
ostante
che
prima
egli
stesso
abbia
detto
che
il
genere
di
riso
del
Morgante
non
scaturisce
da
una
psicologia
profonda
e
che
questo
procede
da
due
ragioni
,
dall
'
inettitudine
del
Pulci
e
dalla
materia
,
che
di
solito
si
appaga
di
caratteri
inconsistenti
e
che
il
Pulci
vede
specialmente
il
ridicolo
fisico
,
il
ridicolo
delle
forme
,
degli
atteggiamenti
,
delle
movenze
d
'
un
corpo
e
il
suo
sia
di
solito
un
riso
superficiale
che
nella
sua
quasi
costante
leggerezza
ritrae
dello
spirito
e
della
letteratura
dei
tempi
.
Ma
ora
per
lui
:
il
pianto
,
l
'
indulgenza
,
la
simpatia
,
ecc
.
ecc
.
,
sono
tutti
elementi
accessori
dell
'
umorismo
,
il
quale
,
in
somma
,
è
come
ha
detto
il
Masci
il
senso
generale
della
comicità
,
e
nient
'
altro
.
Inteso
così
,
l
'
umorismo
si
può
trovare
da
per
tutto
.
Ulivieri
è
sbalzato
di
sella
da
Manfredonio
davanti
a
Meridiana
e
dice
:
Alla
mia
vita
non
caddi
ancor
mai
,
Ma
ogni
cosa
vuol
cominciamento
?
Umorismo
!
Meridiana
gli
risponde
:
Usanza
è
in
guerra
cader
dal
destriere
,
Ma
chi
si
fugge
non
suol
mai
cadere
?
Umorismo
!
Rinaldo
,
dimentico
di
Luciana
,
si
innamora
di
Antea
e
raccomanda
a
Ulivieri
di
servirla
con
ogni
cura
,
e
l
'
amico
risponde
:
Così
va
la
fortuna
;
Cércati
d
'
altro
amante
,
Luciana
;
Da
me
sarai
d
'
ogni
cosa
servito
»
?
Risposta
stringata
,
filosofica
,
umoristica
commenta
il
Momigliano
,
e
via
di
questo
passo
.
Ma
no
!
Il
vero
umorismo
non
si
può
trovare
nel
Morgante
.
Si
sarebbe
potuto
trovare
,
se
il
Pulci
fosse
riuscito
a
trasfondere
i
suoi
dolori
,
le
sue
miserie
in
qualcuno
dei
personaggi
o
in
qualche
scena
,
e
ne
avesse
riso
,
come
nella
Frottola
o
in
qualcuna
delle
lettere
;
se
la
sua
ironia
,
la
vana
parvenza
di
quello
sciocco
,
puerile
o
grottesco
mondo
cavalleresco
,
fosse
riuscita
in
qualche
punto
a
drammatizzarsi
,
attraverso
il
suo
sentimento
,
comicamente
.
Ma
egli
non
solo
non
vede
,
né
può
vedere
sé
nel
dramma
,
ma
non
riesce
neanche
a
vedere
il
dramma
nell
'
oggetto
rappresentato
.
E
come
si
può
parlare
dunque
d
'
umorismo
?
Dico
del
vero
umorismo
,
che
non
è
punto
quel
che
crede
il
Momigliano
,
seguendo
il
Masci
.
Dell
'
altro
,
cioè
dell
'
umorismo
inteso
nel
senso
più
largo
e
comune
,
di
cui
ho
già
fatto
parola
,
eh
,
di
quello
sì
,
ce
n
'
è
in
lui
solo
tanta
copia
,
quanta
in
cento
scrittori
inglesi
messi
insieme
,
che
dal
Nencioni
o
dall
'
Arcoleo
sarebbero
tenuti
in
conto
di
veri
umoristi
.
Questo
è
indubitabile
.
*
Mi
sono
intrattenuto
così
a
lungo
sul
Morgante
perché
fra
i
tre
nostri
maggiori
poemi
cavallereschi
è
quello
in
cui
certamente
ha
più
campo
l
'
ironia
:
l
'
ironia
che
secondo
l
'
espressione
dello
Schlegel
riduce
la
materia
a
una
perpetua
parodia
e
consiste
nel
non
perdere
,
neppure
nel
momento
del
patetico
,
la
coscienza
della
irrealità
della
propria
creazione
.
L
'
intendimento
dei
due
altri
poeti
,
il
Bojardo
e
l
'
Ariosto
,
è
più
serio
.
Ma
bisogna
bene
intendersi
,
su
questa
maggior
serietà
...
Il
Pulci
è
poeta
popolare
,
nel
senso
che
non
solleva
per
nulla
dal
popolo
la
materia
che
tratta
,
anzi
ve
la
tiene
per
riderne
parodiandola
,
in
una
corte
borghese
come
quella
di
Lorenzo
che
della
parodia
,
come
ho
detto
,
ha
il
gusto
.
Il
Bojardo
è
poeta
cortegiano
,
nel
senso
che
ha
,
per
usare
le
parole
stesse
del
Rajna
,
una
profonda
simpatia
per
i
costumi
e
i
sentimenti
cavallereschi
,
cioè
per
l
'
amore
,
la
gentilezza
,
il
valore
,
la
cortesia
e
se
non
ha
ritegno
a
scherzare
col
soggetto
,
né
ha
rimorso
di
esporre
alla
derisione
i
suoi
personaggi
,
gli
è
che
egli
intende
a
celebrare
la
prodezza
,
la
cortesia
e
l
'
amore
,
non
già
Orlando
e
Ferraguto
;
cortegiano
,
dunque
,
nel
senso
che
scrive
per
dar
buon
tempo
e
gradito
sollazzo
a
una
corte
che
,
vivendo
in
ozii
agiati
ed
eleganti
,
appassionandosi
ai
casi
di
Ginevra
e
di
Isotta
,
alle
avventure
dei
cavalieri
erranti
,
non
avrebbe
potuto
far
buon
viso
ai
paladini
di
Francia
,
se
questi
le
fossero
venuti
innanzi
senza
amore
e
senza
cortesia
.
L
'
Ariosto
,
se
per
condizioni
di
vita
,
rispetto
alla
casa
d
'
Este
,
è
in
un
altro
senso
poeta
cortegiano
anche
lui
,
rispetto
però
alla
materia
che
prende
a
trattare
,
non
guarda
che
alle
condizioni
serie
dell
'
arte
.
Abbiamo
veduto
che
nella
stessa
Francia
già
da
tempo
il
mondo
epico
e
cavalleresco
aveva
perduto
ogni
serietà
.
Come
avrebbero
potuto
i
poeti
italiani
trattare
seriamente
ciò
che
già
da
tempo
era
cessato
di
esser
serio
?
L
'
ironia
comica
era
inevitabile
.
Ma
chi
fa
un
lavoro
comico
osserva
giustamente
il
De
Sanctis
non
è
esentato
dalle
condizioni
serie
dell
'
arte
.
Ebbene
,
queste
condizioni
serie
dell
'
arte
rispetta
più
di
tutti
l
'
Ariosto
,
meno
di
tutti
il
Pulci
,
ma
non
per
difetto
d
'
arte
,
come
era
parso
prima
al
De
Sanctis
,
bensì
ripetiamo
per
lo
scopo
ch
'
egli
si
prefisse
.
Chi
fa
una
parodia
o
una
caricatura
è
certamente
animato
da
un
intento
o
satirico
o
semplicemente
burlesco
:
la
satira
o
la
burla
consistono
in
un
'
alterazione
ridicola
del
modello
,
e
non
sono
perciò
commisurabili
se
non
in
relazione
con
le
qualità
di
questo
e
segnatamente
con
quelle
che
spiccano
di
più
e
che
già
rappresentano
nel
modello
una
esagerazione
.
Chi
fa
una
parodia
o
una
caricatura
insiste
su
queste
qualità
spiccate
;
dà
loro
maggior
rilievo
;
esagera
un
'
esagerazione
.
Per
far
questo
è
inevitabile
che
si
sforzino
ì
mezzi
espressivi
,
si
àlteri
stranamente
,
goffamente
o
anche
grottescamente
la
linea
,
la
voce
o
,
comunque
,
l
'
espressione
;
si
faccia
in
somma
violenza
all
'
arte
e
alle
condizioni
serie
di
essa
.
Si
lavora
su
un
vizio
o
su
un
difetto
d
'
arte
o
di
natura
,
e
il
lavoro
deve
consistere
nell
'
esagerato
,
perché
se
ne
rida
.
Ne
risulta
inevitabilmente
un
mostro
;
qualcosa
che
,
a
considerarla
in
sé
e
per
sé
,
non
può
avere
alcuna
verità
,
né
,
dunque
,
alcuna
bellezza
;
per
intenderne
la
verità
e
però
la
bellezza
,
bisogna
esaminarla
in
relazione
col
modello
.
Si
esce
così
dal
campo
della
fantasia
pura
.
Per
ridere
di
quel
vizio
o
di
quel
difetto
o
per
deriderli
,
dobbiamo
anche
scherzare
con
lo
strumento
dell
'
arte
;
esser
coscienti
del
nostro
gioco
,
che
può
esser
crudele
,
che
può
anche
non
aver
intenzioni
maligne
o
averne
anche
di
serie
,
come
le
aveva
ad
esempio
Aristofane
nelle
sue
caricature
.
Se
dunque
il
Pulci
nel
suo
lavoro
comico
viene
meno
alle
condizioni
serie
dell
'
arte
,
non
è
per
insufficienza
d
'
arte
,
ripeto
.
Lo
stesso
non
si
può
dire
per
il
Bojardo
.
La
maggior
serietà
di
questo
deve
considerarsi
non
già
nell
'
intenzion
dell
'
arte
,
che
gli
difetta
,
bensì
in
quella
di
piacere
alla
sua
corte
,
seguendo
anche
il
suo
gusto
e
il
piacer
suo
.
Si
arrivò
finanche
a
dire
che
il
Bojardo
tratta
seriamente
,
nel
suo
poema
,
la
cavalleria
.
Il
Rajna
,
che
com
'
è
noto
nel
suo
libro
su
Le
Fonti
dell
'
Orl
.
Fur
.
par
che
si
sia
proposto
di
rialzare
il
Bojardo
a
costo
del
suo
continuatore
,
a
proposito
della
distinzione
da
farsi
tra
l
'
Innamorato
e
il
Furioso
,
domanda
:
La
faremo
noi
consistere
nella
cosiddetta
ironia
ariostesca
?
Certo
starebbe
bene
,
se
fosse
vero
,
come
si
pretende
,
che
l
'
Ariosto
avesse
,
con
un
sorriso
incredulo
,
sciolto
in
fumo
l
'
edificio
del
Bojardo
,
e
trasformato
in
fantasmi
i
personaggi
dell
'
Innamorato
.
Il
male
si
è
che
quell
'
edificio
,
quei
personaggi
,
erano
già
una
fantasmagoria
anche
per
il
Conte
di
Scandiano
.
Se
Lodovico
non
crede
al
mondo
che
canta
e
se
ne
fa
giuoco
,
non
ci
crede
maggiormente
e
all
'
occasione
non
se
ne
fa
meno
giuoco
il
suo
predecessore
e
maestro
;
se
ironia
c
'
è
nel
Furioso
,
non
ne
manca
nemmeno
nell
'
Innamorato
.
E
,
alcune
pagine
innanzi
:
Certo
il
sentir
parlare
di
burlesco
e
umorismo
,
a
proposito
dell
'
Innamorato
,
deve
far
meraviglia
,
e
non
poca
.
Si
è
tanto
avvezzi
a
sentir
ripetere
su
tutti
i
toni
,
e
da
uomini
autorevolissimi
e
giudiziosissimi
,
che
il
Bojardo
canta
le
guerre
d
'
Albraccà
,
e
le
avventure
d
'
Orlando
e
di
Rinaldo
,
con
quella
medesima
serietà
e
convinzione
,
colla
quale
il
Tasso
celebrava
un
secolo
dopo
le
imprese
dei
Cristiani
in
Palestina
e
l
'
acquisto
di
Gerusalemme
!
È
un
errore
,
di
cui
.
mi
par
superflua
la
confutazione
...
Non
ci
vuol
molto
ad
accorgersi
che
tra
il
Bojardo
ed
il
mondo
da
lui
preso
a
rappresentare
,
c
'
è
un
vero
contrasto
,
dissimile
soltanto
per
grado
e
per
tono
da
quello
che
impediva
al
Pulci
d
'
immedesimarsi
colla
sua
materia
.
Ché
agli
occhi
di
ogni
Italiano
colto
del
secolo
XV
erano
ridicoli
quei
terribili
colpi
di
lancia
e
di
spada
,
che
al
paragone
avrebbero
fatto
apparir
fanciulli
gli
eroi
di
Omero
;
ridicolo
quel
frapparsi
(
!
)
le
armature
e
le
carni
per
le
ragioni
più
futili
,
od
anche
senza
un
motivo
al
mondo
;
ridicole
le
profonde
meditazioni
amorose
,
che
assorbivano
tutta
l
'
anima
per
ore
ed
ore
,
e
sopprimevano
ogni
ombra
di
coscienza
;
ridicole
,
insomma
,
tutte
le
esagerazioni
dei
romanzi
cavallereschi
.
O
come
si
vuole
che
un
uomo
imbevuto
fino
al
midollo
di
coltura
classica
,
e
dotato
di
un
buon
senso
a
tutta
prova
,
avesse
a
contemplare
e
rappresentare
questo
mondo
senza
mai
prorompere
in
uno
scoppio
di
riso
?
E
infatti
il
Bojardo
ride
,
e
si
studia
di
far
ridere
;
anche
in
mezzo
alle
narrazioni
più
serie
esce
in
frizzi
e
facezie
;
e
più
d
'
una
volta
egli
crea
scene
,
che
si
potrebbero
credere
trovate
dal
Cervantes
per
beffare
là
cavalleria
ed
i
suoi
eroi
.
Il
Rajna
crede
di
difendere
così
il
Bojardo
da
una
ingiustizia
.
Il
suo
torto
e
gli
è
stato
rilevato
alla
ristampa
del
libro
dal
Cesareo
(
vedi
in
Critica
militante
,
Messina
,
Trimarchi
,
1907
,
lo
studio
La
fantasia
dell
'
Ariosto
,
pubbl
.
prima
su
la
Nuova
Antologia
).)
è
quello
di
trattare
la
questione
dei
rapporti
tra
il
Bojardo
e
l
'
Ariosto
senza
una
adeguata
preparazione
estetica
.
Eppure
,
già
il
De
Sanctis
,
trattando
della
poesia
cavalleresca
in
un
corso
di
lezioni
all
'
Università
di
Zurigo
,
aveva
avvertito
maravigliosamente
:
La
facoltà
poetica
per
eccellenza
è
la
fantasia
:
ma
il
poeta
non
lavora
solo
con
le
facoltà
estetiche
,
tutte
le
facoltà
cooperano
:
il
poeta
non
è
solo
poeta
;
mentre
la
fantasia
forma
il
fantasma
,
l
'
intelletto
e
i
sensi
non
rimangono
inerti
.
Un
poeta
può
avere
potente
virtù
estetica
ed
esser
povero
d
'
immaginazione
,
commettere
errori
nel
disegno
o
spropositi
storici
e
geografici
:
questi
difetti
non
toccano
l
'
essenza
della
poesia
.
Ma
se
un
poeta
che
ha
in
alto
grado
queste
alte
facoltà
,
che
ha
un
bel
disegno
ed
una
perfetta
esecuzione
meccanica
,
ha
debole
fantasia
,
non
saprà
render
vivente
quanto
vede
:
la
mancanza
di
fantasia
è
la
morte
del
poeta
.
Ecco
la
distinzione
da
farsi
.
Fin
qui
non
avete
diritto
di
mettere
in
quistione
l
'
ingegno
poetico
del
Bojardo
;
i
difetti
,
che
abbiamo
enumerato
,
dipendono
da
altre
facoltà
.
Per
venire
ad
esaminarlo
come
poeta
,
bisogna
dunque
vedere
fino
a
qual
punto
abbia
la
potenza
formativa
del
fantasma
.
Ha
una
grande
inventiva
:
è
stato
il
poeta
italiano
che
ha
raccolto
il
più
vasto
e
vario
materiale
di
poesia
;
non
solo
per
quantità
ma
anche
per
qualità
.
L
'
inventiva
è
già
una
prima
condizione
del
poeta
;
e
per
tal
riguardo
il
Bojardo
è
superiore
al
Pulci
.
Ma
,
non
che
basti
,
è
poca
cosa
:
l
'
invenzione
nell
'
arte
è
il
meno
.
Dumas
lascia
ai
suoi
segretarii
l
'
incarico
di
raccogliere
i
materiali
,
ne
'
quali
si
riserba
d
'
infonder
poi
la
vita
.
Raccolto
il
materiale
,
il
Bojardo
lo
sa
lavorare
?
Ecco
la
quistione
.
Non
lo
lascia
nudo
ed
arido
come
il
Pulci
;
ha
la
facoltà
del
concepimento
,
dà
ad
ogni
fatto
e
personaggio
le
determinazioni
necessarie
perché
acquisti
una
fisionomia
propria
.
Non
gli
basta
l
'
abbozzare
un
personaggio
;
e
anzi
,
egli
è
uno
dei
principali
disegnatori
della
poesia
italiana
.
Pochi
sanno
dar
con
più
sicurezza
i
lineamenti
ad
un
carattere
...
Che
resta
da
fare
al
poeta
?
Mostrar
vivo
il
personaggio
.
Chi
ha
dato
tal
forma
e
tal
carattere
,
lo
deve
far
vivere
.
Bisogna
che
la
concezione
diventi
situazione
.
Anche
i
più
appassionati
non
sono
sempre
appassionati
.
Volendo
mettere
in
opera
le
determinazioni
,
bisogna
scegliere
tali
circostanze
che
,
mediante
di
esse
,
possano
manifestarsi
le
forze
interne
d
'
un
personaggio
.
V
'
è
situazione
estetica
quando
il
personaggio
è
posto
nelle
condizioni
più
favorevoli
,
perché
possa
rivelarsi
.
Ma
il
Bojardo
non
sa
mutar
la
concezione
in
situazione
.
Il
Cesareo
,
che
svolge
ampiamente
e
precisa
nel
suo
studio
su
La
fantasia
dell
'
Ariosto
questa
stupenda
intuizione
del
De
Sanctis
,
nota
a
questo
punto
che
,
in
verità
quando
una
creatura
vive
nella
fantasia
d
'
un
poeta
,
ella
si
rivelerà
intera
in
qualunque
circostanza
si
trovi
.
Il
poeta
non
ha
da
sceglier
nulla
,
perché
quella
creatura
è
libera
,
autonoma
,
fuori
del
poeta
medesimo
e
non
si
può
trovare
se
non
in
quelle
situazioni
a
cui
la
sospinge
il
suo
carattere
in
contrasto
coi
caratteri
circostanti
.
Le
situazioni
vengon
da
sé
,
non
le
sceglie
il
poeta
;
il
quale
deve
soltanto
curare
che
in
ciascuna
situazione
,
anche
la
meno
drammatica
,
il
personaggio
apparisca
tutto
,
con
tutte
le
sue
determinazioni
interiori
.
E
allora
una
sola
situazione
basterà
a
farci
conoscere
quella
creatura
;
e
noi
sapremo
a
un
dipresso
ciò
che
ella
farà
in
situazioni
più
favorevoli
"
.
Il
carattere
di
Farinata
è
già
tutto
ne
'
primi
sei
versi
co
'
quali
ei
si
volge
a
Dante
;
quello
d
'
Amleto
è
già
tutto
nella
scena
dell
'
udienza
a
Corte
;
quello
di
don
Abbondio
è
già
tutto
nella
sua
passeggiata
in
vista
de
'
bravi
.
Certo
,
la
successione
delle
situazioni
accresce
intensità
ed
evidenza
al
carattere
;
ma
qualunque
situazione
è
una
situazione
estetica
.
Per
il
Cesareo
,
al
Bojardo
manca
per
l
'
appunto
la
visione
completa
del
carattere
;
ed
io
son
d
'
accordo
con
lui
.
Su
un
altro
punto
io
dissento
dal
De
Sanctis
,
cioè
là
dove
egli
dice
che
il
Bojardo
per
intenzioni
pedantesche
,
ha
voluto
fare
seriamente
quanto
è
sostanzialmente
ridicolo
.
Codeste
intenzioni
pedantesche
nel
Bojardo
veramente
non
so
vederle
,
come
non
so
vedere
ch
'
egli
abbia
voluto
esser
serio
e
che
soltanto
per
la
forza
dei
tempi
sia
riuscito
ridicolo
.
Se
,
come
dice
lo
stesso
De
Sanctis
,
egli
ride
delle
sue
invenzioni
,
non
ha
voluto
esser
serio
.
Secondo
me
,
anzi
,
il
torto
del
Bojardo
è
proprio
là
dove
il
Rajna
crede
di
difenderlo
da
una
ingiustizia
:
che
egli
,
cioè
,
nobile
cavaliere
,
animato
da
una
profonda
simpatia
per
i
costumi
cavallereschi
,
cioè
per
l
'
amore
,
la
gentilezza
,
il
valore
,
la
cortesia
,
non
ha
voluto
esser
serio
,
come
per
il
sentimento
suo
poteva
e
come
per
il
rispetto
alle
condizioni
serie
dell
'
arte
doveva
.
E
,
non
volendo
esser
serio
,
egli
non
ha
saputo
ridere
,
perché
a
quella
materia
solo
un
riso
ormai
conveniva
,
quello
della
forma
,
e
la
forma
sopra
tutto
manca
al
Bojardo
.
Dice
bene
il
Rajna
che
non
ci
vuol
molto
ad
accorgersi
che
tra
il
Bojardo
ed
il
mondo
da
lui
preso
a
rappresentare
,
c
'
è
un
vero
contrasto
,
dissimile
soltanto
per
grado
e
per
tono
da
quello
che
impediva
al
Pulci
d
'
immedesimarsi
colla
sua
materia
.
Ma
l
'
inferiorità
del
Bojardo
rispetto
al
Pulci
e
all
'
Ariosto
è
appunto
qui
,
nel
grado
e
nel
tono
del
suo
riso
.
Egli
volle
badar
soltanto
a
sollazzare
sé
e
gli
altri
,
e
non
intese
che
,
volendo
sollevar
dal
popolo
quella
materia
e
non
volendo
più
farne
deliberatamente
la
parodia
,
come
aveva
fatto
il
Pulci
,
si
dovevano
rispettare
le
condizioni
serie
dell
'
arte
,
come
l
'
Ariosto
le
rispettò
.
Non
è
affatto
vero
che
il
poeta
del
Furioso
con
sorriso
incredulo
sciolga
in
fumo
l
'
edificio
del
Bojardo
e
trasformi
in
fantasmi
i
personaggi
dell
'
Innamorato
.
Al
contrario
!
Egli
dà
anzi
a
quell
'
edificio
e
a
quei
personaggi
ciò
che
loro
mancava
:
consistenza
e
fondamento
di
verità
fantastica
e
coerenza
estetica
.
Bisogna
bene
intendersi
sul
non
credere
del
poeta
al
mondo
che
canta
o
che
,
comunque
,
rappresenta
.
Ma
si
potrebbe
dire
che
non
solo
per
l
'
artista
,
ma
non
esiste
per
nessuno
una
rappresentazione
,
sia
creata
dall
'
arte
o
sia
comunque
quella
che
tutti
ci
facciamo
di
noi
stessi
e
degli
altri
e
della
vita
,
che
si
possa
credere
una
realtà
.
Sono
,
in
fondo
,
una
medesima
illusione
quella
dell
'
arte
e
quella
che
comunemente
a
noi
tutti
viene
dai
nostri
sensi
.
Pur
non
di
meno
,
noi
chiamiamo
vera
quella
dei
nostri
sensi
,
finta
quella
dell
'
arte
.
Tra
l
'
una
e
l
'
altra
illusione
non
è
però
questione
di
realtà
,
bensì
di
volontà
,
e
solo
in
quanto
la
finzione
dell
'
arte
è
voluta
,
voluta
non
nel
senso
che
sia
procacciata
con
la
volontà
per
un
fine
estraneo
a
sé
stessa
;
ma
voluta
per
sé
e
per
sé
amata
,
disinteressatamente
;
mentre
quella
dei
sensi
non
sta
a
noi
volerla
o
non
volerla
:
si
ha
,
come
e
in
quanto
si
hanno
i
sensi
.
E
quella
dunque
è
libera
,
e
questa
no
.
E
l
'
una
finzione
è
dunque
immagine
o
forma
di
sensazioni
,
mentre
l
'
altra
,
quella
dell
'
arte
,
è
creazione
di
forma
.
Il
fatto
estetico
,
effettivamente
,
comincia
solo
quando
una
rappresentazione
acquisti
in
noi
per
sé
stessa
una
volontà
,
cioè
quando
essa
in
sé
e
per
sé
stessa
si
voglia
,
provocando
per
questo
solo
fatto
,
che
si
vuole
,
il
movimento
(
tecnica
)
atto
ad
effettuarla
fuori
di
noi
.
Se
la
rappresentazione
non
ha
in
sé
questa
volontà
,
che
è
il
movimento
stesso
dell
'
immagine
,
essa
è
soltanto
un
fatto
psichico
comune
;
l
'
immagine
non
voluta
per
sé
stessa
;
fatto
spirituale
-
meccanico
,
in
quanto
non
sta
in
noi
volerla
o
non
volerla
;
ma
che
si
ha
in
quanto
risponde
in
noi
a
una
sensazione
.
Abbiamo
tutti
,
più
o
meno
,
una
volontà
che
provoca
in
noi
quei
movimenti
atti
a
creare
la
nostra
propria
vita
.
Questa
creazione
,
che
ciascuno
fa
a
sé
stesso
della
propria
vita
,
ha
bisogno
anch
'
essa
,
in
maggiore
o
minor
grado
,
di
tutte
le
funzioni
e
attività
dello
spirito
,
cioè
d
'
intelletto
e
di
fantasia
,
oltre
che
di
volontà
;
e
chi
più
ne
ha
e
più
ne
mette
in
opera
,
riesce
a
creare
a
sé
stesso
una
più
alta
e
vasta
e
forte
vita
.
La
differenza
tra
questa
creazione
e
quella
dell
'
arte
è
solo
in
questo
(
che
fa
appunto
comunissima
l
'
una
e
non
comune
l
'
altra
)
:
che
quella
è
interessata
e
questa
disinteressata
,
il
che
vuol
dire
che
l
'
una
ha
un
fine
di
pratica
utilità
,
l
'
altra
non
ha
alcun
fine
che
in
sé
stessa
;
l
'
una
è
voluta
per
qualche
cosa
;
l
'
altra
si
vuole
per
sé
stessa
.
E
una
prova
di
questo
si
può
avere
nella
frase
che
ciascuno
di
noi
suoi
ripetere
ogni
qual
volta
,
per
disgrazia
,
contro
ogni
nostra
aspettativa
,
il
proprio
fine
pratico
,
i
proprii
interessi
siano
stati
frustrati
:
Ho
lavorato
per
amore
dell
'
arte
.
E
il
tono
con
cui
si
ripete
questa
frase
ci
spiega
la
ragione
per
cui
la
maggioranza
degli
uomini
,
che
lavorano
per
fini
di
pratica
utilità
e
che
non
intendono
la
volontà
disinteressata
,
suoi
chiamare
matti
i
poeti
veri
,
quelli
cioè
in
cui
la
rappresentazione
si
vuole
per
sé
stessa
senz
'
altro
fine
che
in
sé
medesima
,
e
tale
essi
la
vogliono
,
quale
essa
si
vuole
.
Non
ricorderò
qui
la
domanda
del
cardinale
Ippolito
a
Messer
Lodovico
.
Il
quale
però
,
per
tutta
risposta
,
avrebbe
potuto
rileggergli
quell
'
ottava
del
canto
ove
si
narra
del
viaggio
di
Astolfo
alla
Luna
:
Non
sì
pietoso
Enea
,
né
forte
Achille
Fu
,
com
'
è
fama
,
né
sì
fiero
Ettorre
;
E
ne
son
stati
e
mille
e
mille
e
mille
Che
lor
si
puon
con
verità
anteporre
:
Ma
i
donati
palazzi
e
le
gran
ville
Dai
discendenti
lor
,
gli
ha
fatto
porre
In
questi
senza
fin
sublimi
onori
Dall
'
onorate
man
degli
scrittori
...
Dal
che
si
può
vedere
come
anche
in
un
grandissimo
poeta
un
sentimento
almeno
in
parte
non
disinteressato
poté
macchiar
l
'
opera
e
mortificarla
.
Fortunatamente
questo
avvenne
per
una
parte
soltanto
del
poema
.
In
qualche
altro
punto
si
può
notare
che
la
riflessione
più
che
il
sentimento
,
muova
la
rappresentazione
;
la
quale
allora
perde
l
'
azione
spontanea
,
d
'
essere
organico
e
vivente
,
e
acquista
un
movimento
rigido
e
quasi
meccanico
.
È
là
dove
il
poeta
dimostra
d
'
essersi
proposto
a
freddo
il
rispetto
delle
condizioni
serie
dell
'
arte
,
là
cioè
dove
non
le
rispetta
più
istintivamente
,
ma
per
intenzione
preconcetta
.
Citerò
per
esempio
le
personificazioni
di
Melissa
e
di
Logistilla
.
Ma
là
dove
il
poeta
rispetta
istintivamente
le
condizioni
serie
dell
'
arte
,
cessa
l
'
ironia
?
riesce
il
poeta
a
perder
la
coscienza
della
irrealità
della
sua
creazione
?
e
come
s
'
immedesima
egli
con
la
sua
materia
?
Questo
è
il
punto
da
chiarire
e
che
richiede
l
'
analisi
più
sottile
.
È
qui
il
segreto
dello
stile
dell
'
Ariosto
.
Nella
lontananza
del
tempo
e
dello
spazio
,
il
poeta
vede
innanzi
a
sé
un
mondo
meraviglioso
che
in
parte
la
leggenda
,
in
parte
le
capricciose
invenzioni
dei
cantori
han
costruito
attorno
a
Carlo
Magno
.
Egli
vede
l
'
Imperatore
non
già
come
quella
cosa
oscura
del
Pulci
,
che
passeggia
per
la
mastra
sala
impaurito
dei
formidabili
eserciti
dei
Saracini
o
,
più
spesso
,
delle
minacciate
vendette
dei
Paladini
per
i
tradimenti
di
Gano
,
che
lo
mena
per
il
naso
a
sua
posta
:
né
lo
vede
come
il
Bojardo
,
Carlone
rimbambito
,
che
s
'
indugia
a
parlar
con
Angelica
,
affocato
in
volto
e
con
gli
occhi
lustri
,
poiché
si
sente
toccar
l
'
ugola
anche
lui
.
Egli
comprende
che
è
da
farsa
o
da
teatrino
di
marionette
un
imperatore
così
fatto
.
Rida
il
volgo
,
ridano
i
fanciulli
dei
fantocci
.
Il
riso
è
facile
quando
con
burlesca
grossolanità
si
sconci
una
figura
o
si
faccia
comunque
ridicola
violenza
alla
realtà
.
Questo
non
può
voler
l
'
Ariosto
;
e
questo
lo
pone
già
di
gran
lunga
sopra
ai
suoi
predecessori
,
non
solo
,
ma
tanto
alto
forse
,
che
quantunque
egli
poi
si
sforzi
o
di
dissennarsi
o
di
tirar
su
fino
alla
sua
altezza
quella
materia
essa
,
per
ciò
che
ha
in
sé
di
irriducibile
ormai
,
gli
resta
in
parte
di
troppo
inferiore
.
Egli
la
domina
da
assoluto
padrone
e
secondo
l
'
imprevedibile
capriccio
della
sua
meravigliosa
fantasia
creatrice
combina
e
separa
,
associa
e
dissocia
tutti
gli
elementi
ch
'
essa
gli
fornisce
.
Con
questo
giuoco
,
che
maraviglia
e
incanta
per
la
sua
prodigiosa
agilità
,
egli
riesce
a
salvar
sé
e
la
materia
.
Dov
'
egli
può
,
cioè
in
quel
che
han
di
eterno
i
sentimenti
umani
e
le
umane
illusioni
,
egli
s
'
immedesima
tutto
,
fino
a
dar
la
stessa
consistenza
della
realtà
alla
sua
rappresentazione
;
dove
non
può
,
dove
agli
occhi
suoi
stessi
si
scopre
la
irrealità
irreparabile
di
quel
mondo
,
egli
dà
invece
alla
rappresentazione
una
leggerezza
,
quasi
di
sogno
,
che
si
ilara
tutta
d
'
una
sottilissima
ironia
diffusa
,
che
non
rompe
quasi
mai
l
'
incanto
né
di
questa
o
di
quell
'
opera
di
magia
rappresentata
,
né
quello
assai
più
meraviglioso
che
opera
la
magia
del
suo
stile
.
Ecco
,
ho
detto
la
parola
:
la
magia
dello
stile
.
Il
poeta
ha
compreso
che
a
un
solo
patto
si
poteva
dar
coerenza
estetica
e
verità
fantastica
a
quel
mondo
,
ove
appunto
la
magia
ha
tanta
parte
:
a
patto
che
il
poeta
diventasse
un
mago
a
sua
volta
,
e
il
suo
stile
dalla
magia
prendesse
qualità
e
virtù
.
E
c
'
è
l
'
illusione
che
il
poeta
crea
a
noi
,
e
talvolta
anche
a
sé
stesso
,
immedesimandosi
nel
giuoco
fino
ad
abbandonarvisi
tutto
.
Ah
,
quel
giuoco
tanto
gli
par
bello
,
che
bramerebbe
crederlo
realtà
:
non
è
,
pur
troppo
!
Tanto
che
,
di
tratto
in
tratto
,
il
velo
sottilissimo
si
squarcia
;
attraverso
lo
squarcio
la
realtà
vera
,
del
presente
,
si
scopre
,
e
allora
l
'
ironia
diffusa
si
raccoglie
d
'
un
subito
e
con
improvviso
scoppio
s
'
appalesa
.
Questo
scoppio
però
non
stride
,
non
urta
mai
troppo
:
si
presente
sempre
.
E
oltre
alle
illusioni
che
il
poeta
crea
a
noi
e
a
sé
stesso
,
ci
son
quelle
che
i
personaggi
si
creano
e
quelle
che
a
loro
creano
i
maghi
e
le
fate
.
E
tutto
un
giuoco
d
'
illusioni
,
fantasmagorico
.
Ma
la
fantasmagoria
non
è
tanto
nel
mondo
rappresentato
,
che
ha
sovente
,
ripeto
,
la
consistenza
stessa
della
realtà
;
quanto
nello
stile
e
nella
rappresentazione
del
poeta
,
il
quale
con
meraviglioso
accorgimento
ha
compreso
,
che
così
soltanto
,
rivaleggiando
cioè
con
la
stessa
magia
,
poteva
salvar
gli
elementi
irriducibili
della
materia
e
renderli
con
tutto
il
resto
coerenti
.
Ne
vogliamo
una
prova
?
Il
poeta
rivaleggia
con
la
magia
d
'
Atlante
,
nel
canto
XII
:
il
mago
ha
innalzato
un
castello
,
ove
i
cavalieri
si
travagliano
invano
a
cercar
le
loro
donne
ch
'
essi
vi
credono
rapite
;
tre
,
Orlando
,
Ferraù
e
Sacripante
,
vi
cercano
la
finta
immagine
d
'
Angelica
,
che
essi
credon
vera
.
Ebbene
,
il
poeta
,
più
mago
d
'
Atlante
,
fa
che
Angelica
viva
e
vera
entri
in
quel
castello
.
Angelica
che
può
rendersi
vana
come
quella
vana
immagine
creata
da
Atlante
per
magia
.
Quivi
entra
,
che
veder
non
la
può
il
Mago
;
E
cerca
il
tutto
,
ascosa
dal
suo
anello
;
E
trova
Orlando
e
Sacripante
vago
Di
lei
cercar
invan
per
quello
ostello
.
Vede
come
fingendo
la
sua
imago
Atlante
usa
gran
fraude
a
questo
e
a
quello
.
Chi
tor
debba
di
lor
molto
rivolve
Nel
suo
pensier
,
né
ben
se
ne
risolve
.
L
'
anel
trasse
di
bocca
,
e
di
sua
faccia
Levò
dagli
occhi
a
Sacripante
il
velo
.
Credette
a
lui
sol
dimostrarsi
,
e
avvenne
Ch
'
Orlando
e
Ferraù
le
sopravvenne
.
Corser
di
par
tutti
alla
donna
,
quando
Nessun
incantamento
gl
'
impediva
;
Perché
l
'
anel
ch
'
ella
si
pose
in
mano
Fece
d
'
Atlante
ogni
disegno
vano
.
È
una
magia
che
entra
in
un
'
altra
.
Il
poeta
si
avvale
di
quest
'
elemento
,
lo
fa
anzi
siffattamente
suo
,
che
in
un
momento
innanzi
agli
occhi
nostri
illusi
la
realtà
diventa
magia
e
la
magia
realtà
:
appena
Angelica
si
scopre
,
la
realtà
d
'
un
subito
avventa
e
crolla
l
'
incanto
;
sparisce
mercé
l
'
anello
,
ed
ecco
il
castello
d
'
Atlante
assumer
quasi
consistenza
reale
innanzi
a
noi
.
Che
stupenda
finezza
in
questo
giuoco
!
E
giuoco
di
magia
;
ma
la
magia
vera
è
quella
dello
stile
ariostesco
.
Che
ne
volete
più
di
quei
poveri
cavalieri
?
Volgon
pel
bosco
or
quinci
or
quindi
in
fretta
Quelli
scherniti
la
stupida
faccia
.
Chi
li
fa
andare
incontro
a
questi
scherni
e
a
guai
anche
peggiori
?
Ma
l
'
amore
,
signori
miei
,
che
se
non
è
proprio
proprio
una
pazzia
,
tante
pur
ne
fa
fare
,
jeri
come
oggi
,
e
tante
ne
farà
fare
domani
e
sempre
!
Chi
mette
il
piè
su
l
'
amorosa
pania
,
Cerchi
ritrarlo
,
e
non
v
'
inveschi
l
'
ale
;
Ché
non
è
in
somma
Amor
se
non
insania
A
giudizio
de
'
savi
universale
:
E
sebben
come
Orlando
ognun
non
smania
,
Suo
furor
mostra
a
qualch
'
altro
segnale
.
E
quale
è
di
pazzia
segno
più
espresso
,
Che
,
per
altri
voler
,
perder
sé
stesso
?
Vari
gli
effetti
son
;
ma
la
pazzia
E
tutt
'
una
però
,
che
li
fa
uscire
.
Gli
è
come
una
gran
selva
,
ove
la
via
Conviene
a
forza
,
a
chi
vi
va
,
fallire
.
In
questi
due
ultimi
versi
il
poeta
dà
una
perfetta
immagine
del
suo
poema
,
che
poggia
per
tanta
parte
su
quest
'
amore
che
dissenna
.
Fontane
,
giardini
,
castelli
incantati
?
Ma
si
!
Se
sono
oggi
per
noi
larve
inconsistenti
,
furono
come
realtà
per
le
pazzie
che
l
'
Amore
fece
far
jeri
,
là
in
quel
mondo
lontano
;
ridetene
,
se
vi
piace
;
ma
pensate
che
altre
fallaci
immagini
crea
oggi
e
creerà
domani
con
l
'
eterna
magia
delle
sue
illusioni
l
'
Amore
,
a
scherno
e
a
tormento
degli
uomini
.
Se
voi
ridete
di
quelli
,
potreste
ugualmente
ridere
di
voi
.
Frate
,
tu
vai
L
'
altrui
mostrando
,
e
non
vedi
il
tuo
fallo
.
Sotto
la
favola
è
la
verità
.
Vedete
:
il
poeta
non
ha
che
a
gravare
un
tantino
la
mano
,
perché
la
favola
gli
si
muti
in
allegoria
.
E
la
tentazione
è
forte
,
e
qua
e
là
egli
difatti
vi
casca
;
la
,
fantasia
però
subito
lo
risolleva
,
per
fortuna
,
e
lo
richiama
al
giusto
grado
e
al
giusto
tono
,
in
cui
fin
da
principio
s
'
era
messo
:
Dirò
d
'
Orlando
,
Che
per
amor
venne
in
furore
e
matto
D
'
uom
che
sì
saggio
era
stimato
prima
;
Se
da
colei
che
tal
quasi
m
'
ha
fatto
,
Che
'
l
poco
ingegno
ad
ora
ad
or
mi
lima
,
Me
ne
sarà
però
tanto
concesso
Che
mi
basti
a
finir
quanto
ho
promesso
.
E
fin
da
principio
lo
stile
ha
virtù
magica
.
Tutto
il
primo
canto
è
,
nella
rappresentazione
,
fantasmagorico
,
corso
da
lampi
,
d
'
apparizioni
fugaci
.
E
questi
lampi
non
spiazzano
per
abbagliar
soltanto
i
lettori
,
ma
anche
gli
attori
della
scena
.
Ecco
:
ad
Angelica
balza
innanzi
Rinaldo
;
a
Ferraù
,
che
cerca
l
'
elmo
,
l
'
Argalia
;
a
Rinaldo
,
Bajardo
;
a
Sacripante
,
Angelica
;
a
tutt
'
e
due
,
Bradamante
,
e
poi
il
messaggero
,
e
poi
Bajardo
di
nuovo
e
poi
di
nuovo
Rinaldo
.
E
questi
lampi
,
dopo
il
rapidissimo
guizzo
,
si
estinguono
comicamente
,
con
la
frode
dell
'
illusione
improvvisa
.
Il
poeta
esercita
,
cosciente
,
questa
sua
magia
;
non
dà
mai
tempo
;
lascia
questo
e
prende
quello
;
sbalordisce
e
sorride
dello
sbalordimento
altrui
e
de
'
suoi
stessi
personaggi
.
Non
va
molto
Rinaldo
che
si
vede
Saltare
innanzi
il
suo
destrier
feroce
:
Ferma
,
Bajardo
mio
,
deh
ferma
il
piede
!
Ché
l
'
esser
senza
te
troppo
mi
nuoce
.
Per
questo
il
destrier
sordo
a
lui
non
riede
,
Anzi
più
se
ne
va
sempre
veloce
.
Segue
Rinaldo
,
e
d
'
ira
si
distrugge
,
Ma
seguitiamo
Angelica
che
fugge
.
Figurarsi
se
Bajardo
voleva
fermarsi
!
Il
suo
padrone
è
innamorato
,
dunque
è
matto
.
E
Quel
destrier
,
ch
'
avea
ingegno
a
meraviglia
,
capisce
quel
che
il
suo
padrone
nón
può
capire
.
Ecco
:
il
senno
che
l
'
Amore
toglie
agli
uomini
è
dato
dal
poeta
a
una
bestia
.
Nel
c
.
II
(
s
.
20
)
dice
,
a
mo
'
d
'
aggiunta
,
il
destrier
ch
'
avea
intelletto
umano
.
Umano
,
sì
,
ma
intendiamoci
non
d
'
uomo
innamorato
!
Non
giurerei
proprio
che
qui
non
ci
sia
una
punta
di
.
satira
.
L
'
ironia
del
poeta
è
una
sottilissima
sega
,
che
ha
tanti
denti
,
e
anche
quello
della
satira
,
che
morde
un
po
'
tutti
,
fino
fino
,
sotto
sotto
,
a
cominciar
dal
cardinale
Ippolito
,
suo
padrone
.
Oh
gran
bontà
dei
cavalieri
antiqui
!
Vi
par
che
qui
l
'
ironia
consista
soltanto
nel
fatto
che
Ferraù
e
Rinaldo
,
dopo
essersi
picchiati
a
quel
modo
che
sapete
,
cavalchino
insieme
,
come
se
nulla
fosse
stato
?
Il
Rajna
dice
che
i
romanzi
francesi
recano
in
buona
fede
molti
esempii
di
siffatte
magnanime
cortesie
,
e
tre
ne
reca
dal
Tristan
per
concludere
:
Questa
è
la
cortesia
e
la
lealtà
dei
cavalieri
di
Brettagna
.
Benissimo
!
Ma
non
già
dei
due
cavalieri
dell
'
Ariosto
,
che
non
dimostrano
ombra
di
cavalleria
.
Per
intenderlo
,
bisogna
pensare
a
che
cosa
avrebbe
potuto
rispondere
Ferraù
alla
proposta
di
Rinaldo
di
smettere
il
duello
:
io
non
combatto
per
una
preda
,
io
combatto
per
difendere
una
donna
che
m
'
invoca
ajuto
;
e
se
io
son
riuscito
a
difenderla
,
non
ho
combattuto
invano
.
Un
buon
cavaliere
antico
,
veramente
nobile
,
avrebbe
risposto
cosa
.
Ma
tanto
Rinaldo
quanto
Ferraù
non
vedono
in
Angelica
che
una
preda
da
appropriarsi
,
e
poiché
questa
è
uscita
lor
di
mano
,
s
'
ajutano
entrambi
a
rintracciarla
con
un
criterio
molto
positivo
e
pochissimo
cavalleresco
.
Quella
esclamazione
dunque
oh
gran
bontà
dei
cavalieri
antiqui
!
è
veramente
ironica
e
suona
irrisione
.
Tanto
è
vero
,
che
poco
dopo
,
nel
c
.
II
,
ripetendosi
la
medesima
situazione
del
duello
interrotto
per
la
stessa
ragione
,
Rinaldo
lascia
Sacripante
a
piedi
:
E
dove
aspetta
il
suo
Bajardo
,
passa
,
E
sopra
vi
si
lancia
,
e
via
galoppa
;
Né
al
cavalier
,
ch
'
a
piè
nel
bosco
lassa
,
Pur
dice
addio
,
non
che
lo
'
nviti
in
groppa
.
Ripetete
sul
serio
,
se
vi
riesce
,
dopo
questo
:
Oh
gran
bontà
dei
cavalieri
antiqui
!
Il
poeta
scherza
,
e
con
quel
povero
re
di
Circassia
,
quel
d
'
amor
travagliato
Sacripante
,
lo
scherzo
del
poeta
è
veramente
crudele
e
passa
la
parte
.
Già
,
come
lo
dipinge
:
Un
ruscello
?
Parean
le
guance
,
e
'
l
petto
un
Mongibello
!
Gli
pone
accanto
,
benigna
,
colei
per
cui
si
duole
(
è
curioso
veramente
il
notare
a
quali
aberrazioni
poté
essere
condotto
il
Rajna
dalla
smania
di
sorprendere
a
ogni
costo
il
poeta
del
Furioso
con
le
mani
nel
sacco
altrui
.
A
proposito
di
questo
episodio
di
Sacripante
e
Angelica
,
cita
nientemeno
che
12
esemplari
,
che
l
'
Ariosto
avrebbe
dovuto
aver
presenti
.
E
non
si
accorge
ch
'
è
stupido
senz
'
altro
il
ravvicinamento
di
queste
pretese
fonti
,
poiché
nell
'
Ariosto
,
invece
del
solito
cavaliere
che
ascolta
furtivo
i
lamenti
,
abbiamo
Angelica
,
proprio
lei
in
persona
.
Ma
questo
ha
il
coraggio
di
notare
il
Rajna
è
una
differenza
di
sommo
momento
per
Sacripante
,
ma
secondaria
per
noi
.
Già
!
come
dire
che
,
se
veramente
il
Tasso
ebbe
presente
il
battesimo
di
Sorgalis
nei
Chétifs
a
proposito
del
battesimo
di
Clorinda
,
è
differenza
secondaria
che
Tancredi
battezzi
Clorinda
in
luogo
di
un
altro
cavaliere
qualsiasi
!
Sapete
quali
sono
invece
le
parti
sostanziali
?
Erba
,
alberi
,
acqua
,
se
è
giorno
o
notte
,
e
simili
altre
amenità
.
Come
se
Angelica
non
fosse
nel
bosco
fin
dal
principio
del
canto
!
Avrebbe
potuto
risparmiarsi
il
Rajna
tanto
sfoggio
di
erudizione
e
venir
senz
'
altro
all
'
episodio
di
Prasildo
nel
Bojardo
.
La
differenza
però
rimane
sempre
sostanziale
.
L
'
Ariosto
prende
un
verso
al
Bojardo
:
Che
avria
spezzato
un
sasso
di
pietade
;
ma
glielo
corregge
così
:
Che
avrebbe
di
pietà
spezzato
un
sasso
.
Ecco
tutto
)
.
Poi
,
sotto
gli
occhi
di
Angelica
,
lo
fa
buttare
in
terra
miseramente
da
un
cavaliere
che
passa
di
corsa
;
e
Angelica
non
ha
ancor
finito
di
confortarlo
con
fine
ironia
,
attribuendo
cioè
,
al
solito
,
la
colpa
della
caduta
al
cavallo
,
che
gli
fa
dare
il
calcio
dell
'
asino
da
quel
messaggero
che
sopravviene
afflitto
e
stanco
su
un
ronzino
:
Tu
déi
saper
che
ti
levò
di
sella
L
'
alto
valor
d
'
una
gentil
donzella
.
C
'
è
da
morirne
!
Ma
non
basta
:
ecco
Rinaldo
;
Angelica
fugge
;
e
il
povero
Sacripante
,
re
di
Circassia
,
resta
scornato
,
bastonato
e
a
piedi
.
Ma
alla
fin
fine
può
consolarsi
,
che
non
avvengono
soltanto
a
lui
simili
disgrazie
.
Ad
altri
ne
occorrono
anche
di
peggiori
.
Ce
n
'
è
per
tutti
!
Il
poeta
si
spassa
a
rappresentar
la
frode
delle
varie
illusioni
e
a
frodar
anche
i
maghi
che
le
frodi
ordiscono
.
È
un
mondo
in
balia
dell
'
amore
,
della
magia
,
della
fortuna
;
che
ne
volete
?
E
come
dell
'
amore
le
pazzie
e
della
magia
gl
'
inganni
,
egli
rappresenta
della
fortuna
la
mutabilità
.
Ferraù
,
staccatosi
al
bivio
da
Rinaldo
,
gira
gira
,
si
ritrova
onde
si
tolse
,
e
poiché
non
spera
di
ritrovar
la
donna
,
si
scorda
le
botte
date
e
ricevute
,
la
tenzone
differita
,
e
si
rimette
a
cercar
l
'
elmo
che
gli
era
caduto
nell
'
acqua
.
Or
se
fortuna
(
quel
che
non
volesti
Far
tu
)
pone
ad
effetto
il
voler
mio
,
Non
ti
turbar
,
gli
grida
l
'
Argalia
emerso
dalle
onde
con
l
'
elmo
in
mano
,
l
'
elmo
caduto
a
Ferraù
giusto
dove
il
cadavere
dell
'
Argalia
era
stato
gittato
.
Un
tratto
che
a
noi
non
suona
comicamente
,
ma
che
forse
poteva
sonar
comico
a
coloro
che
avevan
dimestichezza
col
poema
e
i
personaggi
del
Bojardo
,
è
nei
versi
che
dipingono
l
'
orrore
di
Ferraù
all
'
apparir
dell
'
ombra
d
'
Argalia
:
Ogni
pelo
arricciosse
E
scolorosse
al
Saracino
il
viso
.
Ora
Ferraguto
era
stato
raffigurato
dal
Bojardo
,
Tutto
ricciuto
e
ner
come
carbone
.
Gli
si
poteva
arricciare
il
pelo
e
scolorir
il
viso
?
Non
giuoca
forse
anche
qui
,
dunque
,
il
poeta
?
L
'
altro
contendente
,
Rinaldo
,
spedito
da
Carlo
in
Bretagna
per
ajuti
e
distolto
così
d
'
andar
cercando
Angelica
Che
gli
avea
il
cor
di
mezzo
il
petto
tolto
,
arrivato
a
Calesse
,
lo
stesso
giorno
,
Contro
la
volontà
d
'
ogni
nocchiero
,
Pel
gran
desir
che
di
tornare
avea
,
Entrò
nel
mar
ch
'
era
turbato
e
fiero
;
ma
,
sissignori
,
spinto
dal
vento
nella
Scozia
,
si
scorda
di
Angelica
,
si
scorda
di
Carlo
e
della
gran
fretta
che
avea
di
ritornare
,
e
s
'
affonda
solo
nella
gran
Selva
Caledonia
,
facendo
ora
una
,
ora
un
'
altra
via
Dove
più
aver
strane
avventure
pensa
.
E
capitato
a
una
badia
,
prima
mangia
,
poi
domanda
all
'
abbate
come
si
possano
ritrovare
queste
avventure
per
dimostrarsi
valente
.
E
i
monachi
e
l
'
Abbate
:
Risposongli
,
ch
'
errando
in
quelli
boschi
,
Trovar
potria
strane
avventure
e
molte
:
Ma
come
i
luoghi
,
i
fati
ancor
son
foschi
;
Ché
non
se
n
'
ha
notizia
le
più
volte
.
Cerca
,
diceano
,
andar
dove
conoschi
Che
l
'
opre
tue
non
restino
sepolte
,
Acciò
dietro
al
periglio
e
alla
fatica
Segua
la
fama
,
e
il
debito
ne
dica
.
Il
Rajna
qua
si
compiace
nel
notare
che
mai
un
barone
del
ciclo
di
Carlo
Magno
fu
convertito
così
espressamente
in
Cavaliere
Errante
come
in
questo
caso
,
ma
non
può
non
avvertire
che
le
parole
degli
ospiti
dànno
tuttavia
a
conoscere
come
lo
spirito
della
cavalleria
romanzesca
sia
ormai
svanito
poiché
sempre
per
i
principali
tra
gli
Erranti
la
modestia
è
uno
dei
primissimi
doveri
,
tal
che
nulla
è
tanto
difficile
,
quanto
indurli
a
confessarsi
autori
di
qualche
opera
gloriosa
,
e
anche
quando
essi
si
trovano
dinanzi
a
migliaja
di
spettatori
,
procurano
di
celarsi
con
ignote
divise
;
cavalcano
quasi
sempre
sconosciuti
,
mutando
spesso
di
insegne
,
e
nascondendosi
molte
volte
anche
agli
amici
più
cari
e
più
fidi
.
E
allora
?
Non
dobbiamo
arguire
che
qui
ci
sia
un
'
intenzione
satirica
,
e
che
anzi
questa
intenzione
sia
stata
così
forte
nel
poeta
,
da
farlo
venir
meno
una
volta
tanto
alle
condizioni
serie
dell
'
arte
,
che
pure
egli
più
di
tutti
suoi
rispettare
?
L
'
incoerenza
estetica
,
difatti
,
nella
condotta
di
Rinaldo
è
lampantissima
e
inescusabile
,
il
personaggio
non
apparisce
libero
,
ma
soggetto
all
'
intenzione
dell
'
autore
.
Ho
voluto
notar
questo
perché
mi
sembra
che
troppo
si
tenda
,
da
qualche
tempo
in
qua
,
a
sforzare
i
termini
dell
'
immedesimazione
del
poeta
con
la
sua
materia
.
Certo
è
difficilissimo
vederli
netti
e
precisi
,
questi
termini
.
Ma
non
li
vede
affatto
,
secondo
me
,
o
ha
ben
poco
chiaro
il
lume
del
discorso
,
chi
,
riconoscendo
com
'
è
giusto
l
'
immedesimazione
del
poeta
col
suo
mondo
,
nega
l
'
ironia
o
in
gran
parte
la
esclude
o
gli
dà
poca
importanza
.
Bisogna
riconoscere
l
'
una
cosa
e
l
'
altra
l
'
immedesimazione
e
l
'
ironia
poiché
nell
'
accordo
,
se
non
sempre
perfetto
quasi
sempre
però
raggiunto
,
d
'
entrambe
queste
cose
a
prima
vista
contrarie
,
sta
,
ripeto
,
il
segreto
dello
stile
ariostesco
.
L
'
immedesimazione
del
poeta
col
suo
mondo
consiste
in
questo
,
che
egli
con
la
fantasia
potente
vede
,
digrossato
,
finito
anzi
in
ogni
contorno
,
preciso
,
limpido
,
ordinato
e
vivo
,
quel
mondo
che
altri
aveva
messo
insieme
grossolanamente
e
aveva
popolato
di
esseri
,
che
,
o
per
la
loro
goffaggine
o
per
la
loro
sciocchezza
o
per
la
puerile
loro
incoerenza
,
ecc
.
non
potevano
in
alcun
modo
esser
presi
sul
serio
neppure
dai
loro
stessi
autori
;
e
poi
di
maghi
e
di
fate
e
di
mostri
che
,
naturalmente
,
ne
accrescevano
la
irrealità
e
la
inverosimiglianza
.
Il
poeta
toglie
questi
esseri
dal
loro
stato
di
fantocci
o
di
fantasmi
,
dà
loro
consistenza
e
coerenza
,
vita
e
carattere
.
Obbedisce
fin
qui
alla
propria
fantasia
,
istintivamente
.
Poi
subentra
la
speculazione
.
C
'
è
,
ho
detto
,
un
elemento
irriducibile
in
quel
mondo
,
un
elemento
cioè
che
il
poeta
non
riesce
a
oggettivar
seriamente
,
senza
mostrar
coscienza
della
irrealità
di
esso
.
Con
quel
meraviglioso
accorgimento
,
di
cui
ho
fatto
parola
più
su
,
egli
però
s
'
industria
di
renderlo
coerente
con
tutto
il
resto
.
Ma
non
sempre
in
questo
giuoco
la
fantasia
lo
assiste
.
E
allora
egli
s
'
ajuta
con
la
speculazione
:
la
vita
perde
il
movimento
spontaneo
,
diventa
macchina
,
allegoria
.
E
uno
sforzo
.
Il
poeta
intende
di
dare
una
certa
consistenza
a
quelle
costruzioni
fantastiche
,
di
cui
sente
la
irrealità
irriducibile
,
per
mezzo
di
una
dirò
così
impalcatura
morale
.
Sforzo
vano
e
malinteso
,
perché
il
solo
fatto
di
dar
senso
allegorico
a
una
rappresentazione
dà
a
veder
chiaramente
che
già
si
tien
questa
in
conto
di
favola
che
non
ha
alcuna
verità
né
fantastica
né
effettiva
,
ed
è
fatta
per
la
dimostrazione
di
una
verità
morale
.
C
'
è
da
giurare
che
al
poeta
non
prema
affatto
la
dimostrazione
d
'
alcuna
verità
morale
,
e
che
quelle
allegorie
siano
nel
poema
suggerite
dalla
riflessione
,
per
rimedio
.
Quello
era
il
mondo
;
quelli
,
gli
elementi
,
ch
'
esso
offriva
.
L
'
elemento
della
magia
,
del
meraviglioso
cavalleresco
non
si
poteva
in
alcun
modo
eliminare
senza
snaturare
al
tutto
quel
mondo
.
E
allora
il
poeta
o
cerca
di
ridurlo
a
simbolo
,
o
senz
'
altro
lo
accoglie
,
ma
naturalmente
con
un
sentimento
ironico
.
Un
poeta
può
,
non
credendo
alla
realtà
della
propria
creazione
,
rappresentarla
come
se
ci
credesse
,
cioè
non
mostrare
affatto
coscienza
della
irrealità
di
essa
;
può
rappresentar
come
vero
un
suo
mondo
affatto
fantastico
,
di
sogno
,
regolato
da
leggi
sue
proprie
,
e
,
secondo
queste
leggi
,
perfettamente
logico
o
coerente
.
Quando
un
poeta
si
mette
in
codeste
condizioni
,
il
critico
non
deve
più
vedere
se
quel
che
il
poeta
gli
ha
posto
innanzi
è
vero
o
è
sogno
,
ma
se
come
sogno
è
vero
;
poiché
il
poeta
non
ha
voluto
rappresentare
una
realtà
effettiva
,
ma
un
sogno
che
avesse
apparenza
di
realtà
,
s
'
intende
di
sogno
,
fantastica
,
non
effettiva
.
Ora
questo
non
è
il
caso
dell
'
Ariosto
.
In
più
d
'
un
punto
,
come
abbiamo
già
notato
,
egli
mostra
apertamente
coscienza
della
irrealità
della
sua
creazione
,
la
mostra
anche
dove
all
'
elemento
meraviglioso
di
quel
mondo
dà
valore
morale
e
consistenza
logica
,
non
fantastica
.
Il
poeta
non
vuol
creare
e
rappresentare
come
vero
un
sogno
;
non
è
preoccupato
soltanto
della
verità
fantastica
del
suo
mondo
,
è
preoccupato
anche
della
realtà
effettiva
;
non
vuole
che
quel
suo
mondo
sia
popolato
di
larve
o
di
fantocci
,
ma
di
uomini
vivi
e
veri
,
mossi
e
agitati
dalle
nostre
stesse
passioni
;
il
poeta
in
somma
vede
,
non
le
condizioni
di
quel
passato
leggendario
divenute
realtà
fantastica
nella
sua
visione
,
ma
le
ragioni
del
presente
,
trasportate
e
investite
in
quel
mondo
lontano
.
Ora
naturalmente
,
allorché
esse
vi
trovano
elementi
capaci
di
accoglierle
,
la
realtà
fantastica
si
salva
;
ma
allorché
non
li
trovano
,
per
la
irriducibilità
stessa
di
quegli
elementi
,
l
'
ironia
scoppia
,
inevitabile
,
e
quella
realtà
si
frange
.
Quali
sono
queste
ragioni
del
presente
?
Sono
le
ragioni
del
buon
senso
,
di
cui
il
poeta
è
dotato
;
sono
le
ragioni
della
vita
entro
i
limiti
della
possibilità
naturale
:
limiti
che
in
parte
la
leggenda
,
in
gran
parte
il
capriccioso
arbitrio
di
rozzi
e
volgari
cantatori
aveva
balordamente
,
goffamente
o
grottescamente
violati
;
sono
le
ragioni
del
tempo
,
in
fine
,
in
cui
il
poeta
vive
.
Abbiamo
veduto
Ferraù
e
Rinaldo
a
cavallo
insieme
,
guidati
com
'
ho
detto
da
un
criterio
molto
positivo
e
pochissimo
cavalleresco
;
abbiamo
ascoltato
il
consiglio
dell
'
abbate
a
Rinaldo
in
cerca
d
'
avventure
;
tant
'
altri
esempii
potremmo
recare
;
ma
basterà
senz
'
altro
quello
della
volata
di
Ruggiero
su
l
'
ippogrifo
.
Anche
quando
il
poeta
con
la
magia
dello
stile
riesce
a
dar
consistenza
di
realtà
a
quell
'
elemento
meraviglioso
,
levandosi
poi
a
un
volo
troppo
alto
in
questa
realtà
fantastica
,
tutt
'
a
un
tratto
,
quasi
temesse
d
'
averne
lui
stesso
o
chi
l
'
ascolta
il
capogiro
,
precipita
a
posarsi
su
la
realtà
effettiva
,
rompendo
così
l
'
incanto
della
fantastica
.
Ruggiero
vola
sublime
su
l
'
ippogrifo
;
ma
anche
dalla
sublimità
di
quel
volo
il
poeta
avvista
in
terra
le
ragioni
del
presente
,
che
gli
gridano
:
Cala
!
cala
!
Non
crediate
,
Signor
,
che
però
stia
Per
sì
lungo
cammin
sempre
su
l
ale
:
Ogni
sera
all
'
albergo
se
ne
gìa
Schivando
a
suo
poter
d
'
alloggiar
male
.
E
quest
'
ippogrifo
è
vero
?
proprio
vero
?
Lo
rappresenta
cioè
il
poeta
senza
mostrare
affatto
coscienza
dell
'
irrealità
di
esso
?
Lo
vede
la
prima
volta
calar
dal
castello
d
'
Atlante
sui
Pirenei
,
con
in
groppa
il
mago
,
e
dice
che
si
il
castello
,
come
castello
,
non
era
vero
,
era
finto
,
opera
di
magia
;
ma
l
'
ippogrifo
no
,
l
'
ippogrifo
era
vero
e
naturale
.
Proprio
vero
?
proprio
naturale
?
Ma
sì
,
generato
da
un
grifo
e
da
una
giumenta
.
Sono
animali
che
vengono
nei
monti
Rifei
.
Ah
sì
?
proprio
proprio
?
e
come
va
che
non
se
ne
vedono
mai
?
Oh
Dio
;
ne
vengono
,
ma
rari
...
Quest
'
attenuazione
,
prettamente
ironica
,
mi
fa
pensare
a
quella
farsa
napoletana
,
ove
un
impostore
si
lagna
delle
sue
sciagure
,
e
tra
le
altre
,
di
quella
del
padre
,
che
,
prima
di
morire
,
penò
tanto
,
ridotto
a
vivere
,
poveretto
,
non
so
per
quanti
mesi
senza
fegato
:
all
'
osservazione
,
che
senza
fegato
non
si
può
vivere
,
concede
che
sì
,
ne
aveva
,
ma
poco
,
ecco
!
Così
gl
'
ippogrifi
;
ne
vengono
;
ma
rari
!
Proprio
da
impostore
,
il
poeta
non
vuol
passare
.
Ha
l
'
aria
di
dirvi
:
Signori
miei
,
di
codeste
fole
io
non
posso
farne
a
meno
,
bisogna
pure
che
c
'
entrino
,
nel
mio
poema
;
e
bisogna
che
io
,
fin
dove
posso
,
mostri
di
crederci
.
Ecco
qua
la
gran
muraglia
che
cinge
la
città
d
'
Alcina
:
Par
che
la
sua
altezza
a
ciel
s
'
aggiunga
E
d
'
oro
sia
dall
'
alta
cima
a
terra
.
Ma
come
?
Una
muraglia
di
tal
fatta
,
tutta
d
'
oro
?
Alcun
dal
mio
parer
qui
si
dilunga
E
dice
ch
'
ella
è
alchimia
;
e
forse
ch
'
erra
,
Ed
anco
forse
meglio
di
me
intende
:
A
me
par
oro
,
poiché
sì
risplende
.
Come
ve
lo
deve
dir
meglio
il
poeta
?
Sa
come
voi
che
non
è
tutt
'.pro,
quel
che
luce
;
ma
a
lui
oro
deve
parere
,
poiché
si
risplende
...
.
Per
intonarsi
quanto
più
può
con
quel
mondo
,
fin
da
principio
s
'
è
dichiarato
matto
come
il
suo
eroe
.
È
tutto
un
giuoco
di
continui
accomodamenti
per
stabilir
l
'
accordo
tra
sé
e
la
materia
,
tra
le
condizioni
inverosimili
di
quel
passato
leggendario
e
le
ragioni
del
presente
.
Dice
:
Chi
va
lontan
dalla
sua
patria
,
vede
Cose
da
quel
che
già
credea
,
lontane
;
Che
narrandole
poi
,
non
se
gli
crede
,
E
stimato
bugiardo
ne
rimane
;
Ché
'
l
sciocco
vulgo
non
gli
vuol
dar
fede
,
Se
non
le
vede
e
tocca
chiare
e
piane
.
Per
questo
io
so
che
l
'
inesperienza
Farà
al
mio
canto
dar
poca
credenza
.
Poca
o
molta
ch
'
io
ci
abbia
non
bisogna
Ch
'
io
ponga
mente
al
vulgo
sciocco
e
ignaro
.
A
voi
so
ben
che
non
parrà
menzogna
Che
'
l
lume
del
discorso
avete
chiaro
.
Qui
aver
chiaro
il
lume
del
discorso
significa
saper
leggere
sotto
il
velame
dei
versi
.
Siamo
nel
canto
d
'
Alcina
:
e
il
poeta
ci
suggerisce
:
S
'
io
dico
Alcina
,
s
'
io
dico
Melissa
,
s
'
io
dico
Erifilla
,
s
'
io
dico
l
'
iniqua
frotta
,
o
Logistilla
,
Andronica
o
Fronesia
o
Dicilla
o
Sofrosina
,
voi
intendete
bene
a
che
cosa
io
voglia
alludere
.
È
un
altro
espediente
(
non
felice
)
per
stabilir
l
'
accordo
,
ma
che
pure
,
come
tutti
gli
altri
,
scopre
l
'
ironia
del
poeta
,
cioè
la
coscienza
della
irrealità
della
sua
creazione
.
Dove
l
'
accordo
non
si
può
stabilire
,
questa
ironia
però
non
scoppia
mai
stridula
o
stonata
,
appunto
perché
l
'
accordo
è
sempre
nell
'
intenzione
del
poeta
,
e
quest
'
intenzione
d
'
accordo
è
per
sé
stessa
ironica
.
L
'
ironia
è
nella
visione
che
il
poeta
ha
,
non
solo
di
quel
mondo
fantastico
,
ma
della
vita
stessa
e
degli
uomini
.
Tutto
è
favola
e
tutto
è
vero
,
poiché
è
fatale
che
noi
crediamo
vere
le
vane
parvenze
che
spirano
dalle
nostre
illusioni
e
dalle
passioni
nostre
;
illudersi
può
esser
bello
,
ma
del
troppo
immaginare
si
piange
poi
sempre
la
frode
:
e
questa
frode
ci
appare
comica
o
tragica
secondo
il
grado
della
partecipazione
nostra
ai
casi
di
chi
la
subisce
,
secondo
l
'
interesse
o
la
simpatia
che
quella
passione
o
quell
'
illusione
ci
suscitano
,
secondo
gli
effetti
che
quella
frode
produce
.
Così
avviene
che
noi
vediamo
il
sentimento
ironico
del
poeta
mostrarsi
anche
sotto
un
altro
aspetto
nel
poema
,
non
più
spiccato
ed
evidente
,
ma
attraverso
la
rappresentazione
stessa
,
in
cui
è
riuscito
a
trasfondersi
per
modo
che
essa
così
si
senta
e
così
si
voglia
.
Il
sentimento
ironico
,
in
somma
,
oggettivato
,
spira
dalla
rappresentazione
stessa
anche
là
dove
il
poeta
non
mostra
apertamente
coscienza
della
irrealità
di
essa
.
Ecco
qua
Bradamante
in
cerca
del
suo
Ruggiero
:
per
salvarlo
,
ha
corso
rischio
di
perire
per
mano
del
maganzese
Pinabello
;
il
poeta
le
fa
soffrire
insieme
coi
lettori
il
supplizio
di
sentirsi
predire
e
di
vedersi
mostrare
a
dito
dalla
maga
Melissa
tutti
gl
'
illustri
suoi
discendenti
;
e
poi
va
,
va
per
monti
inaccessibili
,
sale
balze
,
traversa
torrenti
,
arriva
al
mare
,
trova
l
'
albergo
ov
'
è
Brunello
(
e
qui
non
dice
se
ella
vi
mangia
)
;
riprende
la
via
Di
monte
in
monte
e
d
'
uno
in
altro
bosco
,
e
si
riduce
fin
sui
Pirenei
;
s
'
impadronisce
dell
'
anello
;
lotta
con
Atlante
;
riesce
a
romper
l
'
incanto
;
scioglie
in
fumo
il
castello
del
mago
;
e
,
sissignori
,
dopo
aver
corso
tanto
,
dopo
essersi
tanto
affannata
e
travagliata
,
si
vede
portar
via
dall
'
ippogrifo
il
suo
Ruggiero
liberato
.
Non
le
resta
che
ricevere
le
congratulazioni
di
coloro
ch
'
ella
non
s
'
era
curata
di
liberare
!
Ma
neanche
queste
,
perché
:
Le
donne
e
i
cavalier
si
trovar
fuora
Delle
superbe
stanze
alla
campagna
E
furon
di
lor
molte
a
cui
ne
dolse
;
Che
tal
franchezza
un
gran
piacer
lor
tolse
.
L
'
Ariosto
non
aggiunge
altro
.
Un
vero
umorista
non
si
sarebbe
lasciata
sfuggire
la
stupenda
occasione
di
descrivere
gli
effetti
nelle
donne
e
nei
cavalieri
dell
'
improvviso
sciogliersi
dell
'
incanto
,
del
ritrovarsi
alla
campagna
,
e
il
dolore
del
perduto
bene
della
schiavitù
per
una
libertà
che
dal
bel
sogno
li
faceva
piombare
nella
realtà
nuda
e
cruda
.
La
descrizione
manca
affatto
.
Il
poeta
si
compiace
in
un
'
altra
descrizione
,
invece
,
come
già
Atlante
si
compiaceva
di
scherzare
coi
cavalieri
che
venivano
a
sfidarlo
;
voglio
dire
nella
descrizione
comica
di
tutti
quei
liberati
,
che
vorrebbero
impadronirsi
dell
'
ippogrifo
,
il
quale
li
mena
per
la
campagna
:
Come
fa
la
cornacchia
in
secca
arena
Che
seco
il
cane
or
qua
or
là
si
mena
.
Perché
manca
quell
'
altra
descrizione
?
Ma
perché
il
poeta
si
è
posto
fin
da
principio
,
rispetto
alla
sua
materia
,
in
condizioni
del
tutto
opposte
a
quelle
in
cui
si
sarebbe
messo
un
umorista
.
Egli
schiva
il
contrasto
e
cerca
l
'
accordo
tra
le
ragioni
del
presente
e
le
condizioni
favolose
di
quel
mondo
passato
:
lo
ottiene
sì
,
ironicamente
,
perché
,
com
'
ho
detto
,
è
per
sé
stessa
ironica
quell
'
intenzione
d
'
accordo
;
ma
l
'
effetto
è
che
quelle
condizioni
non
si
affermano
come
realtà
nella
rappresentazione
,
si
sciolgono
,
per
dirla
col
De
Sanctis
,
nell
'
ironia
,
la
quale
,
distruggendo
il
contrasto
,
non
può
più
drammatizzarsi
comicamente
,
ma
resta
comica
,
senza
dramma
.
Si
affermano
invece
le
ragioni
del
presente
trasportate
e
investite
negli
elementi
di
quel
mondo
lontano
capaci
d
'
accogliere
,
e
allora
possiamo
anche
avere
il
dramma
,
ma
seriamente
e
finanche
tragicamente
rappresentato
:
Ginevra
,
Olimpia
,
la
pazzia
d
'
Orlando
.
I
due
elementi
comico
e
tragico
non
si
fondono
mai
.
Si
fonderanno
in
un
'
opera
,
nella
quale
il
poeta
,
ben
lungi
dal
mostrar
coscienza
della
irrealità
di
quel
mondo
fantastico
;
ben
lungi
dal
cercar
con
esso
l
'
accordo
,
che
di
necessità
non
è
possibile
se
non
ironicamente
,
palesata
in
tanti
modi
la
coscienza
di
quella
irrealità
;
ben
lungi
dal
trasportare
in
quel
mondo
fantastico
le
ragioni
del
presente
per
investirne
gli
elementi
capaci
d
'
accoglierle
;
darà
a
questo
mondo
fantastico
del
passato
consistenza
di
persona
viva
,
corpo
,
e
lo
chiamerà
Don
Quijote
,
e
gli
porrà
in
mente
e
gli
darà
per
anima
tutte
quelle
fole
e
lo
porrà
in
contrasto
,
in
urto
continuo
e
doloroso
col
presente
.
Doloroso
,
perché
il
poeta
sentirà
viva
e
vera
entro
di
sé
questa
sua
creatura
e
soffrirà
con
essa
dei
contrasti
e
degli
urti
.
A
chi
cerca
contatti
e
somiglianze
tra
l
'
Ariosto
e
il
Cervantes
,
basterà
semplicemente
por
bene
in
chiaro
in
due
parole
le
condizioni
in
cui
fin
da
principio
il
Cervantes
ha
messo
il
suo
eroe
e
quelle
in
cui
s
'
è
messo
l
'
Ariosto
.
Don
Quijote
non
finge
di
credere
,
come
l
'
Ariosto
,
a
quel
mondo
meraviglioso
delle
leggende
cavalleresche
:
ci
crede
sul
serio
;
lo
porta
,
lo
ha
in
sé
quel
mondo
,
che
è
la
sua
realtà
,
la
sua
ragion
d
'
essere
.
La
realtà
che
porta
e
sente
in
sé
l
'
Ariosto
è
ben
altra
;
e
con
questa
realtà
in
sé
,
egli
è
come
sperduto
nella
leggenda
.
Don
Quijote
,
invece
,
che
ha
in
sé
la
leggenda
,
è
come
sperduto
nella
realtà
.
Tanto
è
vero
che
,
per
non
vaneggiar
del
tutto
,
per
ritrovarsi
in
qualche
modo
,
così
sperduti
come
sono
,
l
'
uno
si
mette
a
cercar
la
realtà
nella
leggenda
;
l
'
altro
,
la
leggenda
nella
realtà
.
Come
si
vede
,
son
due
condizioni
al
tutto
opposte
.
Sì
:
vi
dice
Don
Quijote
,
i
molini
a
vento
son
molini
a
vento
,
ma
sono
anche
giganti
:
non
io
,
Don
Quijote
,
ho
scambiato
per
giganti
i
molini
a
vento
;
ma
il
mago
Freston
ha
cangiato
in
molini
a
vento
i
giganti
.
Ecco
la
leggenda
nella
realtà
evidente
.
Sì
:
vi
dice
l
'
Ariosto
,
Ruggiero
vola
su
l
'
ippogrifo
:
il
mago
Freston
,
cioè
la
stramba
immaginazione
dei
miei
antecessori
,
ha
cacciato
dentro
a
questo
mondo
anche
bestie
siffatte
,
e
bisogna
ch
'
io
ci
faccia
volar
su
il
mio
Ruggiero
:
però
vi
dico
che
ogni
sera
egli
se
ne
va
all
'
albergo
e
schiva
a
suo
potere
d
'
alloggiar
male
.
Ecco
nella
leggenda
evidente
la
realtà
.
Ma
intanto
,
altro
è
fingere
di
credere
,
altro
è
credere
sul
serio
.
Quella
finzione
,
per
sé
stessa
ironica
,
può
condurre
a
un
accordo
con
la
leggenda
,
la
quale
,
o
si
scioglie
facilmente
nell
'
ironia
,
come
abbiamo
veduto
,
o
con
un
procedimento
inverso
a
quello
fantastico
,
cioè
con
una
impalcatura
logica
,
si
lascia
ridurre
a
parvenza
di
realtà
.
La
realtà
vera
,
invece
,
se
per
un
momento
si
lascia
alterare
in
forme
inverosimili
dalla
contemplazione
fantastica
d
'
un
maniaco
,
resiste
e
rompe
il
naso
,
se
questo
maniaco
non
si
contenta
più
di
contemplarla
a
suo
modo
da
lontano
,
ma
viene
a
darvi
di
cozzo
.
Altro
è
abbattersi
a
un
castello
finto
,
che
si
lascia
a
un
tratto
sciogliere
in
fumo
,
altro
a
un
molino
a
vento
vero
,
che
non
si
lascia
atterrare
come
un
gigante
immaginario
.
Mire
vuestra
merced
,
grida
Sancho
al
suo
padrone
,
que
aquellos
que
allí
se
parecen
,
no
son
gigantes
,
sino
molinos
de
viento
,
y
lo
que
en
ellos
parecen
brazos
son
las
aspas
,
que
volteadas
del
viento
hacen
andar
la
piedra
del
molino
.
Ma
Don
Quijote
volge
uno
sguardo
compassionevole
al
suo
panciuto
scudiero
,
e
grida
ai
molini
:
-
Pues
aunque
moveis
mas
bragos
que
los
del
gigante
Briareo
,
me
lo
habeis
de
pagar
.
La
paga
lui
,
ohimè
.
E
noi
ridiamo
.
Ma
il
riso
che
qua
scoppia
per
quest
'
urto
con
la
realtà
è
ben
diverso
di
quello
che
nasce
là
per
l
'
accordo
che
il
poeta
cerca
con
quel
mondo
fantastico
per
mezzo
dell
'
ironia
,
che
nega
appunto
la
realtà
di
quel
mondo
.
L
'
uno
è
il
riso
dell
'
ironia
,
l
'
altro
il
riso
dell
'
umorismo
.
Allorché
Orlando
urta
anche
lui
contro
la
realtà
e
smarrisce
del
tutto
il
senno
,
getta
via
le
armi
,
si
smaschera
,
si
spoglia
d
'
ogni
apparato
leggendario
,
e
precipita
,
uomo
nudo
,
nella
realtà
.
Scoppia
la
tragedia
.
Nessuno
può
ridere
del
suo
aspetto
e
de
'
suoi
atti
;
quanto
vi
può
esser
di
comico
in
essi
è
superato
dal
tragico
del
suo
furore
.
Don
Quijote
è
matto
anche
lui
;
ma
è
un
matto
che
non
si
spoglia
;
è
un
matto
anzi
che
si
veste
,
si
maschera
di
quell
'
apparato
leggendario
e
,
così
mascherato
,
muove
con
la
massima
serietà
verso
le
sue
ridicole
avventure
.
Quella
nudità
e
questa
mascheratura
sono
i
segni
più
manifesti
della
loro
follia
.
Quella
,
nella
sua
tragicità
,
ha
del
comico
;
questa
ha
del
tragico
nella
sua
comicità
.
Noi
però
non
ridiamo
dei
furori
di
quel
nudo
;
ridiamo
delle
prodezze
di
questo
mascherato
,
ma
pur
sentiamo
che
quanto
vi
è
di
tragico
in
lui
non
è
del
tutto
annientato
dal
comico
della
sua
mascheratura
,
così
come
il
comico
di
quella
nudità
è
annientato
dal
tragico
della
furibonda
passione
.
Sentiamo
in
somma
che
qui
il
comico
è
anche
superato
,
non
però
dal
tragico
,
ma
attraverso
il
comico
stesso
(
applico
qui
la
formula
del
Lipps
che
definisce
appunto
l
'
umorismo
:
Erhabenheit
in
der
Komik
und
durch
dieselbe
,
vedi
op
.
cit
.
,
pag
.
243
.
Ma
come
si
spiega
questo
superamento
del
comico
attraverso
il
comico
stesso
?
La
spiegazione
che
dà
il
Lipps
non
mi
sembra
accettabile
per
quelle
stesse
ragioni
che
infirmano
tutta
la
sua
teoria
estetica
.
Vedi
su
questa
la
critica
del
Croce
nella
seconda
parte
della
sua
Estetica
,
pag
.
434
)
.
Noi
commiseriamo
ridendo
,
o
ridiamo
commiserando
.
Come
è
riuscito
il
poeta
a
ottenere
questo
effetto
?
Per
conto
mio
,
non
so
proprio
capacitarmi
che
l
'
ingegnoso
gentiluomo
Don
Quijote
sia
nato
en
un
lugar
de
la
Mancha
,
e
non
piuttosto
in
Alcalá
de
Henares
nell
'
anno
1547
.
Non
so
capacitarmi
che
la
famosa
battaglia
di
Lepanto
,
che
doveva
,
come
tante
magnanime
imprese
della
cavalleria
,
strepitosamente
apparecchiate
,
cader
nel
vuoto
,
così
che
l
'
arguto
Gran
Visir
di
Selim
poté
dire
ai
cristiani
:
Noi
vi
abbiamo
tagliato
un
braccio
prendendovi
l
'
isola
di
Cipro
;
ma
voi
che
ci
avete
fatto
,
distruggendoci
tante
navi
subito
ricostruite
?
La
barba
,
che
ci
è
rinata
il
giorno
dopo
!
non
so
capacitarmi
,
dicevo
,
che
la
famosa
battaglia
di
Lepanto
,
di
cui
i
confederati
cristiani
non
seppero
trarre
alcun
profitto
,
non
sia
qualcosa
come
la
espantable
y
jamds
imaginada
aventura
de
los
molinos
de
viento
.
Questa
è
dice
Don
Quijote
al
suo
fido
scudiero
questa
è
,
Sancho
,
buona
guerra
,
e
gran
servizio
a
Dio
toglier
tanto
mal
seme
dalla
faccia
della
terra
!
Non
vedeva
dunque
il
turbante
turco
Don
Quijote
in
capo
a
quei
giganti
,
che
al
buon
Sancho
parevano
molini
a
vento
?
Forse
erano
,
per
la
Spagna
.
L
'
isola
di
Cipro
poteva
premere
ai
signori
veneziani
,
una
guerra
contro
i
Turchi
poteva
premere
a
Pio
V
,
fiero
papa
domenicano
,
nelle
cui
vecchie
vene
fremeva
ancor
caldo
il
sangue
della
giovinezza
.
Ma
a
que
'
bei
dì
di
primavera
,
quando
il
Torres
giunse
in
Ispagna
,
inviato
dal
Papa
a
patrocinar
la
causa
de
'
Veneziani
,
Filippo
II
moveva
verso
i
festeggiamenti
sontuosi
di
Cordova
e
di
Siviglia
:
molini
a
vento
,
le
navi
del
Gran
Visir
!
Non
per
Don
Quijote
,
però
:
dico
per
il
Don
Quijote
,
non
della
Mancha
,
ma
di
Alcali
.
Eran
giganti
veri
per
lui
,
e
con
che
cuore
di
gigante
mosse
incontro
a
loro
.
Gli
avvenne
male
,
ahimè
!
Ma
all
'
evidenza
,
come
ad
alcun
nemico
,
come
alla
sorte
ingrata
,
egli
non
volle
arrendersi
mai
!
E
disse
allora
che
le
cose
della
guerra
van
soggette
più
delle
altre
a
continui
mutamenti
:
pensò
,
e
gli
parve
la
verità
,
che
il
tristo
incantatore
suo
nemico
,
il
mago
Freston
,
colui
che
gli
aveva
tolto
i
libri
e
la
casa
,
aveva
cangiato
i
giganti
in
molini
per
togliergli
anche
il
vanto
della
vittoria
.
Questo
soltanto
?
Anche
una
mano
gli
tolse
,
il
tristo
mago
.
Una
mano
,
e
poi
la
libertà
.
Molti
han
voluto
cercar
la
ragione
per
cui
Miguel
Cervantes
de
Saavedra
,
prode
soldato
,
reduce
di
Lepanto
e
di
Terceira
,
piuttosto
che
cantare
epicamente
,
come
alla
sua
natura
eroica
sarebbe
meglio
convenuto
,
le
gesta
del
Cid
o
i
trionfi
di
Carlo
V
,
o
la
stessa
giornata
di
Lepanto
o
la
spedizione
delle
Azzorre
,
poté
concepire
un
tipo
come
il
Cavaliere
dalla
Trista
Figura
e
comporre
un
libro
come
il
Don
Quote
.
E
si
è
voluto
finanche
supporre
che
il
Cervantes
creasse
il
suo
eroe
per
la
stessa
ragione
per
cui
più
tardi
il
nostro
buon
Tassoni
il
suo
Conte
di
Culagna
.
Qualcuno
,
è
vero
,
si
è
spinto
fino
a
dire
che
la
vera
ragione
del
lavoro
sta
nel
contrasto
,
costante
in
noi
,
fra
le
tendenze
poetiche
e
quelle
prosaiche
della
nostra
natura
,
fra
le
illusioni
della
generosità
e
dell
'
eroismo
e
le
dure
esperienze
della
realtà
.
Ma
questa
che
,
se
mai
,
vorrebbe
estere
una
spiegazione
astratta
del
libro
,
non
ci
dà
la
ragione
per
cui
fu
composto
.
Scartate
come
inammissibili
le
vedute
del
Sismondi
e
del
Bouterwek
,
tutti
,
o
più
o
meno
,
si
sono
attenuti
a
ciò
che
lo
stesso
Cervantes
dichiara
nel
prologo
della
prima
parte
del
suo
capolavoro
e
nella
chiusa
del
secondo
volume
:
che
il
libro
cioè
non
ha
altro
fine
che
quello
d
'
arrestare
e
di
distruggere
l
'
importanza
che
hanno
nel
mondo
e
presso
il
volgo
i
libri
di
cavalleria
,
e
che
il
desiderio
dell
'
autore
altro
non
è
stato
che
quello
di
abbandonare
all
'
esecrazione
degli
uomini
le
false
stravaganti
storie
della
cavalleria
,
le
quali
,
colpite
a
morte
da
quella
del
suo
vero
Don
Quijote
,
non
camminano
più
se
non
traballando
e
hanno
indubbiamente
a
cadere
del
tutto
.
Ora
noi
ci
guarderemo
bene
dal
contradire
allo
stesso
autore
;
tanto
più
che
è
noto
a
tutti
qual
potere
avessero
a
quei
dì
in
Ispagna
i
libri
di
cavalleria
e
come
il
gusto
per
siffatta
letteratura
avesse
assunto
il
grado
della
follia
.
Ci
avvarremo
anzi
anche
noi
di
queste
parole
e
ci
serviremo
dell
'
autore
stesso
e
della
stessa
storia
della
sua
vita
per
dimostrare
la
vera
ragione
del
libro
e
quella
,
più
profonda
,
dell
'
umorismo
di
esso
.
Come
nasce
al
Cervantes
l
'
idea
di
coglier
vivo
e
vero
nel
suo
paese
e
nel
tempo
suo
,
anziché
lontano
,
in
Francia
,
al
tempo
di
Carlomagno
,
l
'
eroe
da
celebrare
con
quell
'
intento
espresso
nelle
parole
del
prologo
?
Quando
e
dove
gli
nasce
quest
'
idea
e
perché
?
Non
è
senza
ragione
il
favore
straordinario
per
la
letteratura
epica
e
cavalleresca
in
quel
tempo
:
è
l
'
incubo
del
secolo
del
poeta
la
lotta
fra
Cristianità
e
Islamismo
.
E
il
poeta
,
fin
dall
'
infanzia
anche
lui
sotto
il
fascino
dello
spirito
cavalleresco
,
povero
,
ma
altero
discendente
d
'
una
nobile
famiglia
da
più
secoli
devota
alla
monarchia
e
alle
armi
,
fu
per
tutta
la
vita
uno
strenuo
difensore
della
sua
fede
.
Non
aveva
dunque
bisogno
d
'
andarlo
a
cercar
lontano
,
nella
leggenda
,
l
'
eroe
,
cavaliere
della
fede
e
della
giustizia
:
lo
aveva
presente
in
sé
.
E
quest
'
eroe
combatte
a
Lepanto
;
quest
'
eroe
tien
testa
per
cinque
anni
,
schiavo
in
Algeri
,
ad
Hassan
,
il
feroce
re
berbero
;
quest
'
eroe
combatte
in
tre
altre
campagne
per
il
suo
re
contro
a
Francesi
e
Inglesi
.
Come
mai
,
tutt
'
a
un
tratto
,
gli
si
mutano
in
molini
a
vento
queste
campagne
,
e
l
'
elmo
che
ha
in
testa
in
un
vil
piatto
da
barbiere
?
Ha
avuto
molta
fortuna
una
considerazione
del
Sainte
-
Beuve
,
che
cioè
nei
capolavori
del
genio
umano
viva
nascosta
una
plusvalenza
futura
,
la
quale
si
svolge
di
per
sé
sola
,
indipendentemente
dagli
autori
medesimi
,
come
dal
germe
si
svolgono
il
fiore
ed
il
frutto
senza
che
il
giardiniere
abbia
fatto
altro
se
non
avere
zappato
bene
,
rastrellato
,
innaffiato
il
terreno
,
e
dato
ad
esso
tutte
quelle
cure
e
conferito
quegli
elementi
che
meglio
valessero
a
fecondarlo
.
Di
questa
considerazione
avrebbero
potuto
farsi
forti
tutti
coloro
che
nel
medio
evo
scoprivano
non
so
che
allegorie
nei
poeti
greci
e
latini
.
Era
anche
questo
un
modo
di
sciogliere
in
rapporti
logici
le
creazioni
della
fantasia
.
Certo
,
quando
un
poeta
riesce
veramente
a
dar
vita
a
una
sua
creatura
,
questa
vive
indipendentemente
dal
suo
autore
,
tanto
che
noi
possiamo
immaginarla
in
altre
situazioni
in
cui
l
'
autore
non
pensò
di
collocarla
,
e
vederla
agire
secondo
le
intime
leggi
della
sua
propria
vita
,
leggi
che
neanche
l
'
autore
avrebbe
potuto
violare
;
certo
,
questa
creatura
,
in
cui
il
poeta
riuscì
a
raccogliere
istintivamente
,
ad
assommare
e
a
far
vivere
tanti
particolari
caratteristici
e
tanti
elementi
sparsi
qua
e
là
,
può
divenir
poi
quel
che
suoi
dirsi
un
tipo
,
ciò
che
non
era
nell
'
intenzione
dell
'
autore
nell
'
atto
della
creazione
.
Ma
si
può
dir
questo
veramente
del
Don
Quote
del
Cervantes
?
Si
può
dire
e
sostenere
sul
serio
che
l
'
intenzione
del
poeta
nel
comporre
il
suo
libro
era
solamente
quella
di
toglier
con
l
'
arma
del
ridicolo
ogni
autorità
e
prestigio
che
avevan
nel
mondo
e
presso
il
volgo
i
libri
di
cavalleria
,
a
fine
di
distruggerne
i
mali
effetti
,
e
che
il
poeta
non
si
sognò
mai
di
porre
in
quel
suo
capolavoro
tutto
quello
che
ci
vediamo
noi
?
Chi
è
Don
Quijote
,
e
perché
è
ritenuto
pazzo
?
Egli
in
fondo
non
ha
e
tutti
lo
riconoscono
che
una
sola
e
santa
aspirazione
:
la
giustizia
.
Vuol
proteggere
i
deboli
e
atterrare
i
prepotenti
,
recar
rimedio
agli
oltraggi
della
sorte
,
far
vendetta
delle
violenze
della
malvagità
.
Quanto
più
bella
e
più
nobile
sarebbe
la
vita
,
più
giusto
il
mondo
,
se
i
propositi
dell
'
ingegnoso
gentiluomo
potessero
sortire
il
loro
effetto
!
Don
Quijote
è
mite
,
di
squisiti
sentimenti
,
prodigo
e
non
curante
di
sé
,
tutto
per
gli
altri
.
E
come
parla
bene
!
Quanta
franchezza
e
quanta
generosità
in
tutto
ciò
che
dice
!
Egli
considera
il
sacrificio
come
un
dovere
,
e
tutti
i
suoi
atti
,
almeno
nelle
intenzioni
,
son
meritevoli
d
'
encomio
e
di
gratitudine
.
E
allora
la
satira
dov
'
è
?
Noi
tutti
amiamo
questo
virtuoso
cavaliere
;
e
le
sue
disgrazie
se
da
un
canto
ci
fanno
ridere
,
dall
'
altro
ci
commuovono
profondamente
.
Se
il
Cervantes
voleva
far
dunque
strazio
dei
libri
di
cavalleria
,
per
i
mali
effetti
che
essi
producevano
negli
animi
de
'
suoi
contemporanei
,
l
'
esempio
ch
'
egli
reca
con
Don
Quijote
non
è
calzante
.
L
'
effetto
che
quei
libri
producono
in
Don
Quijote
non
è
disastroso
se
non
per
lui
,
per
il
povero
Hidalgo
.
Ed
è
così
disastroso
,
solo
perché
l
'
idealità
cavalleresca
non
poteva
più
accordarsi
con
la
realtà
dei
nuovi
tempi
.
Orbene
,
questo
appunto
,
a
sue
spese
,
aveva
imparato
don
Miguel
Cervantes
de
Saavedra
.
Com
'
era
stato
egli
rimeritato
del
suo
eroismo
,
delle
due
archibugiate
e
della
perdita
della
mano
nella
battaglia
di
Lepanto
,
della
schiavitù
sofferta
per
cinque
anni
in
Algeri
,
del
valore
dimostrato
nell
'
assalto
di
Terceira
,
della
nobiltà
dell
'
animo
,
della
grandezza
dell
'
ingegno
,
della
modestia
paziente
?
che
sorte
avevano
avuto
i
sogni
generosi
,
che
lo
avevan
tratto
a
combattere
sui
campi
di
battaglia
e
a
scrivere
pane
immortali
?
che
sorte
le
illusioni
luminose
?
S
'
era
armato
cavaliere
come
il
suo
Don
Quijote
,
aveva
combattuto
,
affrontando
nemici
e
rischi
d
'
ogni
sorta
per
cause
giuste
e
sante
,
s
'
era
nutrito
sempre
delle
più
alte
e
nobili
idealità
,
e
qual
compenso
ne
aveva
avuto
?
Dopo
aver
miseramente
stentato
la
vita
in
impieghi
indegni
di
lui
;
prima
scomunicato
,
da
commissario
di
proviande
militari
in
Andalusia
;
poi
,
da
esattore
,
truffato
,
non
va
forse
a
finire
in
prigione
?
E
dov
'
è
questa
prigione
?
Ma
lì
,
proprio
lì
nella
Mancha
!
In
un
'
oscura
e
rovinosa
carcere
della
Mancha
,
nasce
il
Don
Quijote
.
Ma
era
già
nato
prima
il
vero
Don
Quijote
:
era
nato
in
Alcalá
de
Henares
nel
1547
.
Non
s
'
era
ancora
riconosciuto
,
non
s
'
era
veduto
ancor
bene
:
aveva
creduto
di
combattere
contro
i
giganti
e
di
avere
in
capo
l
'
elmo
di
Mambrino
.
Lì
,
nell
'
oscura
carcere
della
Mancha
,
egli
si
riconosce
,
egli
si
vede
finalmente
;
si
accorge
che
i
giganti
eran
molini
a
vento
e
l
'
elmo
di
Mambrino
un
vil
piatto
da
barbiere
.
Si
vede
,
e
ride
di
sé
stesso
.
Ridono
tutti
i
suoi
dolori
.
Ah
,
folle
!
folle
!
folle
!
Via
,
al
rogo
,
tutti
i
libri
di
cavalleria
!
Altro
che
plusvalenza
futura
!
Leggete
nello
stesso
prologo
alla
prima
parte
ciò
che
il
Cervantes
dice
all
'
ozioso
lettore
:
Io
non
ho
potuto
contravvenire
all
'
ordine
naturale
che
vuole
che
ogni
cosa
generi
ciò
che
le
somiglia
.
E
così
,
che
cosa
poteva
mai
generare
lo
sterile
e
mal
coltivato
ingegno
mio
,
se
non
la
storia
d
'
un
figlio
rinsecchito
,
ingiallito
e
capriccioso
,
pieno
di
pensieri
varii
non
mai
finora
da
alcun
altro
immaginati
;
generato
com
'
ei
fu
in
una
carcere
,
dove
ogni
angustia
siede
ed
ha
stanza
ogni
tristo
umore
?
Ma
come
si
spiegherebbe
altrimenti
la
profonda
amarezza
che
è
come
l
'
ombra
seguace
d
'
ogni
passo
,
d
'
ogni
atto
ridicolo
,
d
'
ogni
folle
impresa
di
quel
povero
gentiluomo
della
Mancha
?
E
il
sentimento
di
pena
che
ispira
l
'
immagine
stessa
nell
'
autore
,
quando
,
materiata
com
'
è
del
dolore
di
lui
,
si
vuole
ridicola
.
E
si
vuole
così
,
perché
la
riflessione
,
frutto
d
'
amarissima
esperienza
,
ha
suggerito
all
'
autore
il
sentimento
del
contrario
,
per
cui
riconosce
il
suo
torto
e
vuol
punirsi
con
la
derisione
che
gli
altri
faranno
di
lui
.
Perché
Cervantes
non
cantò
il
Cid
Campeador
?
Ma
chi
sa
se
nell
'
oscura
e
rovinosa
carcere
l
'
immagine
di
quest
'
eroe
non
gli
s
'
affacciò
veramente
,
a
destargli
un
'
angosciosa
invidia
!
Tra
Don
Quijote
,
che
nel
suo
tempo
volle
vivere
come
,
non
già
nel
loro
,
ma
fuori
del
tempo
e
fuori
del
mondo
,
nella
leggenda
o
nel
sogno
dei
poeti
avevano
vissuto
i
cavalieri
erranti
,
e
il
Cid
Campeador
che
,
ajutando
il
tempo
,
poté
facilmente
far
leggenda
della
sua
storia
,
non
avvenne
in
quella
carcere
,
alla
presenza
del
poeta
,
un
dialogo
?
Presso
le
altre
genti
il
romanzo
cavalleresco
aveva
creato
a
sé
stesso
personaggi
fittizii
,
o
meglio
,
il
romanzo
cavalleresco
era
sorto
dalla
leggenda
che
si
era
formata
intorno
ai
cavalieri
.
Ora
la
leggenda
che
fa
?
Accresce
,
trasforma
,
idealizza
,
astrae
dalla
realtà
comune
,
dalla
materialità
della
vita
,
da
tutte
quelle
vicende
ordinarie
,
che
creano
appunto
le
maggiori
difficoltà
nell
'
esistenza
.
Perché
un
personaggio
non
più
fittizio
,
ma
un
uomo
che
prenda
a
modello
le
smisurate
immagini
ideali
messe
su
dall
'
immaginazione
collettiva
o
dalla
fantasia
d
'
un
poeta
,
riesca
a
riempir
di
sé
queste
grandiose
maschere
leggendarie
,
ci
vuole
non
solo
una
grandezza
d
'
animo
straordinaria
,
ma
anche
il
tempo
che
ajuti
.
Questo
avvenne
al
Cid
Campeador
.
Ma
Don
Quijote
?
Coraggio
a
tutta
prova
,
animo
nobilissimo
,
fiamma
di
fede
;
ma
quel
coraggio
non
gli
frutta
che
volgari
bastonate
;
quella
nobiltà
d
'
animo
è
una
follia
;
quella
fiamma
di
fede
è
un
misero
stoppaccio
ch
'
egli
si
ostina
a
tenere
acceso
,
povero
pallone
mal
fatto
e
rappezzato
,
che
non
riesce
a
pigliar
vento
,
che
sogna
di
lanciarsi
a
combattere
con
le
nuvole
,
nelle
quali
vede
giganti
e
mostri
,
e
va
intanto
terra
terra
,
incespicando
in
tutti
gli
sterpi
e
gli
stecchi
e
gli
spuntoni
,
che
ne
fanno
strazio
,
miseramente
.
VI
.
UMORISTI
ITALIANI
Non
è
mia
intenzione
tracciare
,
neppure
per
sommi
capi
,
pi
,
la
storia
dell
'
umorismo
presso
le
genti
latine
e
segnatamente
in
Italia
.
Ho
voluto
soltanto
,
in
questa
prima
parte
del
mio
lavoro
,
oppormi
a
quanti
han
voluto
sostenere
che
esso
sia
un
fenomeno
esclusivamente
moderno
e
quasi
una
prerogativa
delle
genti
anglo
-
germaniche
,
in
base
a
certi
preconcetti
,
a
certe
divisioni
e
considerazioni
,
arbitrarie
le
une
,
sommarie
le
altre
,
come
mi
sembra
di
aver
dimostrato
.
La
discussione
intorno
a
queste
divisioni
arbitrarie
e
considerazioni
sommarie
,
se
forse
mi
ha
fatto
ritardare
alquanto
il
cammino
,
che
mi
ero
proposto
più
spedito
,
trattenendomi
a
osservar
da
presso
certi
particolari
aspetti
,
certe
particolari
condizioni
nella
storia
della
nostra
letteratura
;
tuttavia
non
mi
ha
disviato
mai
dall
'
argomento
principale
,
che
del
resto
vuol
essere
trattato
con
sottile
penetrazione
e
minuta
analisi
.
Vi
ho
girato
attorno
,
ma
per
circuirlo
sempre
più
e
penetrarlo
meglio
da
ogni
parte
.
A
qualcuno
che
forse
avrà
creduto
di
trovare
una
contradizione
tra
il
mio
assunto
e
gli
esempii
finora
recati
di
scrittori
italiani
,
nei
quali
non
ho
riconosciuto
la
nota
del
vero
umorismo
,
ricorderò
che
io
ho
parlato
in
principio
di
due
maniere
d
'
intenderlo
,
e
ho
detto
che
il
vero
nodo
della
questione
è
appunto
qui
:
cioè
,
se
l
'
umorismo
debba
essere
inteso
nel
senso
largo
con
cui
comunemente
si
suole
intendere
,
e
non
in
Italia
soltanto
;
o
in
un
senso
più
stretto
e
particolare
,
con
peculiari
caratteri
ben
definiti
,
che
è
per
me
il
giusto
modo
d
'
intenderlo
.
Inteso
in
quel
senso
largo
ho
detto
se
ne
può
trovare
in
gran
copia
nella
letteratura
così
antica
come
moderna
d
'
ogni
paese
;
inteso
in
questo
senso
stretto
e
per
me
proprio
,
se
ne
troverà
parimenti
,
ma
in
molto
minor
copia
,
anzi
in
pochissime
espressioni
eccezionali
,
così
presso
gli
antichi
come
presso
i
moderni
d
'
ogni
paese
,
non
essendo
prerogativa
di
questa
o
di
quella
razza
,
di
questo
o
di
quel
tempo
,
ma
frutto
di
una
specialissima
disposizione
naturale
,
d
'
un
intimo
processo
psicologico
che
può
avvenire
tanto
in
un
savio
dell
'
antica
Grecia
,
come
Socrate
,
quanto
in
un
poeta
dell
'
Italia
moderna
,
come
Alessandro
Manzoni
.
Non
è
lecito
però
assumere
a
capriccio
questo
o
quel
modo
d
'
intendere
e
applicar
l
'
uno
a
una
letteratura
,
per
concludere
che
essa
non
ha
umorismo
,
e
applicar
l
'
altro
a
un
'
altra
per
dimostrare
che
l
'
umorismo
vi
sta
di
casa
.
Non
è
lecito
sentir
soltanto
negli
stranieri
,
a
causa
della
lingua
diversa
,
quel
particolar
sapore
,
che
per
la
familiarità
dello
stesso
strumento
espressivo
non
si
avverte
più
nei
nostri
,
ma
nei
quali
intanto
gli
stranieri
a
lor
volta
lo
avvertono
.
Così
facendo
,
noi
saremo
i
soli
a
non
riconoscer
traccia
d
'
umorismo
nella
nostra
letteratura
,
mentre
vedremo
gl
'
Inglesi
,
ad
esempio
,
porre
a
capo
della
loro
un
umorista
,
il
Chaucer
,
il
quale
,
se
mai
,
può
esser
considerato
per
tale
,
ove
si
assuma
l
'
umorismo
nel
senso
più
largo
,
in
quel
senso
cioè
per
cui
può
esser
considerato
quale
umorista
anche
il
Boccaccio
e
tanti
altri
scrittori
nostri
con
lui
.
Nessuna
contradizione
,
dunque
,
da
parte
nostra
.
La
contradizione
invece
è
in
coloro
che
,
dopo
aver
affermato
che
l
'
umorismo
è
un
fenomeno
nordico
e
una
prerogativa
delle
genti
anglo
-
germaniche
,
quando
poi
vogliono
recare
due
esempii
mirabili
del
più
schietto
e
compiuto
umorismo
,
citano
Rabelais
e
Cervantes
,
un
francese
e
uno
spagnuolo
;
oppure
il
Rabelais
e
il
Montaigne
;
e
citando
il
Rabelais
non
hanno
occhi
per
vedere
in
casa
loro
il
Pulci
,
il
Folengo
,
il
Berni
;
e
,
citando
il
Montaigne
,
che
è
il
tipo
dello
scettico
sereno
,
non
avido
di
lotte
,
sorridente
,
senza
impeti
,
senza
ideali
da
difendere
,
senza
virtù
da
seguire
,
lo
scettico
che
tollera
tutto
senza
aver
fede
in
nulla
,
che
non
ha
né
entusiasmi
né
aspirazioni
,
che
si
serve
del
dubbio
per
giustificare
l
'
inerzia
con
la
tolleranza
,
che
dimostra
una
percezione
della
vita
serena
,
ma
sterile
,
indice
di
egoismo
e
di
decadenza
di
razza
,
giacché
il
libero
esame
che
non
spinge
all
'
azione
può
meglio
che
salvare
dalla
schiavitù
,
accettare
,
o
rendersi
complice
del
dispotismo
,
non
s
'
accorgono
,
dico
,
che
le
ragioni
per
cui
han
negato
a
tanti
scrittori
italiani
non
solo
la
nota
umoristica
,
ma
anche
la
possibilità
d
'
averla
,
sono
appunto
queste
che
dicono
d
'
aver
prodotto
l
'
umorismo
del
Montaigne
.
Un
peso
,
come
si
vede
,
e
due
misure
.
Noi
vedremo
che
,
in
realtà
,
l
'
avere
una
fede
profonda
,
un
ideale
innanzi
a
sé
,
l
'
aspirare
a
qualche
cosa
e
il
lottare
per
raggiungerla
,
lungi
dall
'
essere
condizioni
necessarie
all
'
umorismo
,
sono
anzi
opposte
;
e
che
tuttavia
può
benissimo
essere
umorista
anche
chi
abbia
una
fede
,
un
ideale
innanzi
a
sé
,
un
'
aspirazione
,
e
lotti
a
suo
modo
per
raggiungerla
.
Un
ideale
qualsiasi
,
in
somma
,
per
sé
stesso
,
non
dispone
affatto
all
'
umorismo
,
anzi
ostacola
questa
disposizione
.
Ma
l
'
ideale
può
ben
esserci
;
e
se
c
'
è
,
l
'
umorismo
,
che
deriva
da
altre
cause
,
certamente
prenderà
qualità
da
esso
,
come
del
resto
da
tutti
gli
altri
elementi
costitutivi
dello
spirito
di
questo
o
di
quell
'
umorista
.
In
altre
parole
:
l
'
umorismo
non
ha
affatto
bisogno
d
'
un
fondo
etico
,
può
averlo
o
non
averlo
:
questo
dipende
dalla
personalità
,
dall
'
indole
dello
scrittore
;
ma
,
naturalmente
,
dall
'
esserci
o
dal
non
esserci
,
l
'
umorismo
prende
qualità
e
muta
d
'
effetto
,
riesce
cioè
più
o
meno
amaro
,
più
o
meno
aspro
,
pende
più
o
meno
o
verso
il
tragico
o
verso
il
comico
,
o
verso
la
satira
,
o
verso
la
burla
,
ecc
.
Chi
crede
che
sia
tutto
un
giuoco
di
contrasto
tra
l
'
ideale
del
poeta
e
la
realtà
,
e
dice
che
si
ha
l
'
invettiva
,
l
'
ironia
,
la
satira
,
se
l
'
ideale
del
poeta
resta
offeso
acerbamente
e
sdegnato
dalla
realtà
;
la
commedia
,
la
farsa
,
la
beffa
,
la
caricatura
,
il
grottesco
,
se
poco
se
ne
sdegna
e
delle
apparenze
della
realtà
in
contrasto
con
sé
è
piuttosto
indotto
a
ridere
più
o
meno
fortemente
;
e
che
infine
si
ha
l
'
umorismo
,
se
l
'
ideale
del
poeta
non
resta
offeso
e
non
si
sdegna
,
ma
transige
bonariamente
,
con
indulgenza
un
po
'
dolente
,
mostra
d
'
avere
dell
'
umorismo
una
veduta
troppo
unilaterale
e
anche
un
po
'
superficiale
.
Certo
molto
dipende
dalla
disposizione
d
'
animo
del
poeta
;
certo
l
'
ideale
di
questo
in
contrasto
con
la
realtà
può
o
sdegnarsi
o
ridere
o
transigere
;
ma
un
ideale
che
transige
non
dimostra
in
verità
d
'
esser
molto
sicuro
di
sé
e
profondamente
radicato
.
E
consisterà
l
'
umorismo
in
questa
limitazione
dell
'
ideale
?
No
.
La
limitazione
dell
'
ideale
sarà
,
se
mai
,
non
causa
,
ma
conseguenza
di
quel
particolar
processo
psicologico
che
si
chiama
umorismo
.
Lasciamo
star
dunque
una
buona
volta
gl
'
ideali
,
la
fede
,
le
aspirazioni
e
via
dicendo
:
lo
scetticismo
,
la
tolleranza
,
il
carattere
realistico
,
che
le
nostre
lettere
assunsero
fin
quasi
dal
loro
inizio
,
furon
bene
disposizioni
e
condizioni
favorevoli
all
'
umorismo
;
l
'
ostacolo
maggiore
fu
la
retorica
imperante
,
che
impose
leggi
e
norme
astratte
di
composizione
,
una
letteratura
di
testa
,
quasi
meccanicamente
costruita
,
in
cui
gli
elementi
soggettivi
dello
spirito
eran
soffocati
.
Infranto
il
giogo
,
abbiamo
detto
,
di
questa
poetica
intellettualistica
dalla
ribellione
appunto
degli
elementi
soggettivi
dello
spirito
,
che
caratterizza
il
movimento
romantico
,
l
'
umorismo
si
affermò
liberamente
,
massime
in
Lombardia
che
del
romanticismo
italiano
fu
il
campo
.
Ma
questo
così
detto
romanticismo
fu
l
'
ultima
e
clamorosa
levata
di
scudi
della
volontà
e
del
sentimento
ribelli
all
'
intelletto
;
in
tanti
altri
periodi
,
in
tanti
altri
momenti
della
storia
letteraria
d
'
ogni
nazione
avvennero
di
tali
ribellioni
,
e
ci
furon
sempre
solitarie
anime
ribelli
,
e
ci
fu
sempre
il
popolo
che
si
espresse
nei
varii
dialetti
senza
imparare
a
scuola
regole
e
leggi
.
Fra
questi
scrittori
solitarii
ribelli
alla
retorica
,
fra
i
dialettali
bisogna
cercar
gli
umoristi
e
,
in
senso
largo
,
ne
troveremo
in
gran
copia
,
fin
dagli
inizii
della
nostra
letteratura
,
segnatamente
in
Toscana
;
nel
senso
vero
e
proprio
pochi
ne
troveremo
,
ma
non
se
ne
trovano
di
più
certo
nelle
letterature
degli
altri
paesi
,
né
questi
pochi
nostri
son
da
meno
dei
pochi
stranieri
,
che
a
confusione
nostra
ci
son
messi
innanzi
di
continuo
,
e
son
sempre
quelli
,
se
ben
s
'
avverte
,
da
contarli
su
le
dita
d
'
una
mano
.
Solo
che
il
valore
e
il
sapor
dei
nostri
,
noi
non
lo
abbiamo
saputo
mai
né
metter
bene
in
rilievo
,
e
pregiare
,
né
avvertire
e
distinguere
a
dovere
,
perché
alle
loro
singole
e
specialissime
individualità
la
critica
,
guidata
nella
maggior
parte
delle
nostre
storie
letterarie
da
pregiudizii
che
non
hanno
nulla
che
vedere
con
l
'
estetica
o
,
comunque
,
da
criterii
generali
,
non
ha
saputo
a
volta
a
volta
adattarsi
e
piegarsi
,
e
ha
giudicato
come
errori
,
eccessi
o
difetti
quelli
che
eran
caratteri
peculiari
.
Dico
questo
soltanto
:
chi
sa
che
giudizio
troveremmo
nelle
nostre
storie
letterarie
d
'
un
libro
come
la
Vita
e
opinioni
di
Tristram
ShandY
,
se
scritto
in
italiano
,
da
uno
scrittore
italiano
,
chi
sa
che
capolavoro
d
'
umorismo
sarebbero
,
ad
esempio
,
la
Circe
o
I
capricci
di
Giusto
Bottajo
,
se
scritti
in
inglese
,
da
uno
scrittore
inglese
,
o
magari
la
stessa
Vita
di
Cicerone
di
Gian
Carlo
Passeroni
!
Discorrevo
,
qualche
anno
fa
,
appunto
di
questo
,
con
un
cultissimo
signore
inglese
,
conoscitore
profondo
della
letteratura
italiana
.
Neanche
nel
Machiavelli
?
mi
domandava
egli
con
meraviglia
quasi
incredula
.
I
vostri
critici
non
riconoscono
umorismo
neanche
nel
Machiavelli
?
neanche
nella
novella
di
Belfagor
?
Ed
io
pensavo
alla
grandezza
nuda
di
questo
Sommo
nostro
,
che
non
andò
mai
a
vestirsi
nel
guardaroba
della
retorica
;
che
come
pochi
comprese
la
forza
delle
cose
;
a
cui
la
logica
venne
sempre
dai
fatti
;
.
che
contro
ogni
sintesi
confusa
reagì
con
l
'
analisi
più
arguta
e
più
sottile
;
che
ogni
macchina
ideale
smontò
coi
due
strumenti
dell
'
esperienza
e
del
discorso
;
che
ogni
esagerazione
di
forma
distrusse
col
riso
;
pensavo
che
nessuno
ebbe
maggiore
intimità
di
stile
di
lui
e
più
acuto
spirito
d
'
osservazione
;
che
poche
anime
furono
come
la
sua
disposte
all
'
apprensione
dei
contrasti
,
a
ricevere
più
profondamente
l
'
impressione
delle
incongruenze
della
vita
;
pensavo
che
,
parendo
a
molti
un
carattere
dell
'
umorismo
quella
certa
cura
delle
minuzie
e
una
-
come
dice
il
D
'
Ancona
a
giudicarla
astrattamente
e
a
prima
vista
,
trivialità
e
volgarità
,
anch
'
egli
,
il
Machiavelli
,
alla
moltitudine
talvolta
si
mescolò
fino
alla
volgarità
,
tanto
che
scrisse
:
Così
involto
tra
questi
pidocchi
,
traggo
il
cervello
di
muffa
,
e
sfogo
questa
malignità
di
questa
mia
sorte
,
sendo
contento
mi
calpesti
per
questa
via
per
vedere
se
la
se
ne
vergognassi
;
ma
anche
:
Però
se
alcuna
volta
io
rido
o
canto
Facciol
perché
non
ho
se
non
quest
'
una
Via
da
sfogare
il
mi
'
angoscioso
pianto
;
pensavo
anche
a
un
'
acuta
osservazione
del
De
Sanctis
,
che
cioè
:
il
Machiavelli
adopera
la
tolleranza
che
comprende
e
assolve
:
non
già
la
tolleranza
indifferente
dello
scettico
,
dell
'
ebete
,
dello
sciocco
;
ma
la
tolleranza
dello
scienziato
,
che
non
sente
odio
contro
la
materia
ch
'
egli
analizza
e
studia
,
e
la
tratta
coll
'
ironia
dell
'
uomo
superiore
alle
passioni
e
dice
:
ti
tollero
,
non
perché
ti
approvi
,
ma
perché
ti
comprendo
pensavo
a
tutti
questi
elementi
che
,
a
farlo
apposta
,
se
li
mettiamo
in
fila
,
son
proprio
quelli
che
gl
'
intenditori
delle
letterature
straniere
riconoscono
proprii
dei
veri
e
più
celebrati
umoristi
(
s
'
intende
,
inglesi
o
tedeschi
)
,
e
Dio
me
lo
perdoni
non
sapevo
più
se
piangere
o
ridere
di
tutte
le
meraviglie
che
questi
intenditori
han
sempre
detto
...
che
so
?
delle
Lettere
d
'
un
drappiere
e
degli
altri
scritti
politici
del
decano
Gionata
Swift
!
A
questi
intenditori
,
che
delle
letterature
straniere
ci
pongono
innanzi
i
soliti
cinque
o
sei
scrittori
umoristi
,
basta
dare
della
letteratura
nostra
un
giudizio
così
fatto
:
L
'
opera
d
'
arte
è
scherzo
geniale
di
fantasia
,
è
riso
fugace
d
'
impressione
destato
dalle
immagini
,
non
dalle
cose
,
gajezza
accademica
di
ricordi
,
erudita
ilarità
;
manca
il
sentimento
profondo
della
famiglia
(
e
ne
aveva
tanto
lo
Swift
,
difatti
!
)
,
della
natura
,
della
patria
;
o
meglio
manca
in
quella
forma
gaja
e
ne
assume
un
'
altra
,
acre
e
violenta
(
e
che
miele
,
difatti
,
nello
Swift
!
)
,
che
ricorda
Persio
e
Giovenale
.
Non
fo
nomi
;
basti
accennare
che
le
tradizioni
classiche
,
lo
spirito
d
'
imitazione
,
la
lingua
ristretta
nel
vocabolario
,
schiva
del
popolo
,
impedirono
nell
'
arte
la
libertà
di
atteggiamenti
,
di
forma
,
di
stile
indispensabile
all
'
humour
:
come
altri
ostacoli
,
il
Papato
,
la
dominazione
straniera
,
le
discordie
intestine
,
la
boria
regionale
e
le
accademie
e
le
scuole
impedirono
la
libertà
politica
,
religiosa
,
scientifica
.
Ne
affligge
antico
male
;
in
scienza
pedanti
,
in
arte
retori
,
nella
vita
attori
,
solenni
sempre
o
gravi
,
insofferenti
di
analisi
,
corrivi
alle
grandi
idee
,
sdegnosi
delle
modeste
e
lente
esperienze
,
cercatori
di
tesi
e
di
antitesi
,
vaporosi
o
empirici
,
atei
o
mistici
,
manierati
o
barbari
.
La
nostra
coltura
é
a
strati
,
e
non
sempre
nazionale
;
lo
straniero
persiste
dentro
a
noi
;
le
forme
letterarie
hanno
tipi
fissi
;
una
generazione
fa
il
testo
,
altre
parecchie
fanno
le
note
;
così
si
pensa
e
sente
per
riflesso
,
per
reminiscenza
o
per
fantasia
;
così
ne
sfugge
il
senso
reale
della
vita
,
si
ottunde
quella
libertà
di
percezione
e
di
attitudini
che
crea
l
'
umorismo
;
e
si
riproduce
il
circolo
vizioso
;
gli
scrittori
umoristi
non
sorgono
perché
mancano
le
condizioni
adatte
,
e
queste
non
mutano
perché
mancano
gli
scrittori
.
Il
difetto
é
alla
radice
;
poco
sviluppato
lo
spirito
di
curiosità
;
fioca
la
nota
intima
.
L
'
humour
vuole
l
'
uno
e
l
'
altra
;
vuole
il
pensatore
e
l
'
artista
;
ma
l
'
arte
e
la
scienza
presso
noi
son
divise
tra
loro
e
divise
dalla
vita
(
vedi
Arcoleo
,
op
.
cit
.
,
pag
.
94-95
)
.
Ho
citato
il
Machiavelli
.
Citerò
,
a
questo
proposito
,
un
altro
piccolo
nostro
che
non
ebbe
quella
libertà
di
atteggiamenti
,
di
forma
,
di
stile
indispensabile
all
'
humour
,
a
cui
il
Papato
...
le
accademie
e
le
scuole
impedirono
la
libertà
politica
,
religiosa
e
scientifica
,
un
insofferente
d
'
analisi
,
pedante
in
iscienza
e
retore
in
arte
,
uno
che
ebbe
poco
sviluppato
lo
spirito
di
curiosità
,
ecc
.
:
Giordano
Bruno
,
se
permettete
,
academico
di
nulla
academia
,
autore
,
tra
l
'
altro
,
dello
Spaccio
de
la
Bestia
trionfante
,
della
Cabala
del
Cavallo
Pegaseo
,
dell
'
Asino
Cillenico
e
del
Candelajo
;
colui
che
ebbe
per
motto
,
come
tutti
sanno
:
In
tristitia
hilaris
,
in
hilaritate
tristis
,
che
pare
il
motto
dello
stesso
umorismo
.
E
la
candela
di
quel
suo
candelajo
potrà
chiarir
alquanto
certe
ombre
dell
'
idee
,
le
quali
invero
spaventano
le
bestie
,
dice
egli
stesso
;
e
dice
anche
:
Considerate
chi
va
,
chi
viene
,
che
si
fa
,
che
si
dice
,
come
s
'
intende
,
come
si
può
intendere
;
ché
certo
,
contemplando
quest
'
azioni
e
discorsi
umani
col
senso
d
'
Eraclito
,
o
di
Democrito
,
avrete
occasion
di
molto
o
ridere
o
piangere
.
Per
conto
suo
,
l
'
autore
le
ha
contemplate
col
senso
di
Erarlito
e
di
Democrito
a
un
tempo
.
Qua
Giordano
parla
per
volgare
,
nomina
liberamente
,
dona
il
proprio
nome
a
chi
la
natura
dona
il
proprio
essere
;
non
dice
vergognoso
quel
che
fa
degno
la
natura
;
non
copre
quel
ch
'
ella
mostra
aperto
,
chiama
il
pane
pane
,
il
vino
vino
,
il
piede
piede
,
et
altre
parti
di
proprio
nome
;
dice
il
mangiare
mangiare
,
il
dormire
dormire
,
il
bere
bere
,
e
così
gli
altri
atti
naturali
significa
con
proprio
titolo
.
Questo
,
nella
Epistola
esplicatoria
che
precede
lo
Spaccio
de
la
Bestia
trionfante
.
Apriamo
un
po
'
questo
Spaccio
e
sentiamo
che
cosa
Mercurio
dice
di
Giove
.
Ecco
qua
:
Ha
ordinato
che
oggi
a
mezzogiorno
doi
meloni
tra
gli
altri
,
nel
melonajo
di
Fronzino
,
sieno
perfettamente
maturi
:
ma
che
non
sieno
colti
se
non
tre
giorni
a
presso
,
quando
non
saran
giudicati
buoni
a
mangiare
.
Vuole
che
al
medesimo
tempo
de
la
iviuma
che
sta
a
le
radici
del
monte
di
Cicala
,
in
casa
di
Gioan
Bruno
,
trenta
iviomi
sieno
perfetti
colti
,
e
diecesette
cadano
scalmati
in
terra
,
quindici
siano
rosi
da
'
vermi
;
che
Nasta
,
moglie
d
'
Albenzio
,
mentre
si
vuole
increspar
li
capegli
de
le
tempie
,
vegna
,
per
aver
troppo
scaldato
il
ferro
,
a
bruciarsene
cinquantasette
,
ma
che
non
si
scotte
la
testa
,
e
per
questa
volta
non
biastemi
quando
sentirà
il
puzzo
,
ma
con
pazienza
la
passe
;
che
dal
sterco
del
suo
bove
nascano
dugento
cinquanta
doi
scarafoni
,
de
'
quali
quattordici
sieno
calpestati
e
uccisi
per
il
pie
'
di
Albenzio
,
vinti
sei
muojano
di
rinversato
,
vinti
doi
vivano
in
caverna
,
ottanta
vadano
in
peregrinaggio
per
il
cortile
,
quaranta
doi
si
retirino
a
vivere
sotto
quel
ceppo
vicino
a
la
porta
,
sedici
vadano
isvoltando
le
pallotte
per
dove
meglio
li
vien
comodo
,
il
resto
corra
a
la
fortuna
...
Che
Ambrogio
ne
la
centesima
e
duodecima
spinta
abbia
spaccio
et
ispedito
il
negozio
con
la
mogliera
,
e
che
non
la
ingravide
per
questa
volta
,
ma
ne
l
'
altra
volta
,
con
quel
seme
in
cui
si
convertisce
quel
porro
cotto
che
mangia
al
presente
con
sapa
e
pane
miglio
.
E
questo
per
dimostrare
a
Sofia
che
s
'
inganna
se
pensa
che
ai
celesti
non
sieno
a
cura
così
le
cose
minime
,
come
le
più
grandi
.
Come
si
chiama
questo
?
Dice
di
sé
Giordano
nell
'
Antiprologo
del
Candelajo
:
L
'
autore
,
se
voi
lo
conoscete
,
direste
ch
'
have
una
fisionomia
smarrita
;
par
che
sempre
sia
in
contemplazione
de
le
pene
de
l
'
inferno
;
par
sia
stato
a
la
pressa
,
come
le
barrette
;
un
che
ride
,
sol
per
far
come
fan
gli
altri
.
Per
il
più
lo
vedrete
fastidito
,
restio
e
bizzarro
:
non
si
contenta
di
nulla
,
ritroso
come
un
vecchio
d
'
ottant
'
anni
,
fantastico
come
un
cane
.
E
Dedalo
si
chiama
circa
gli
abiti
dell
'
intelletto
nella
proemiale
epistola
al
De
l
'
infinito
Universo
et
Mondi
,
e
come
Momo
,
dio
del
riso
,
s
'
introduce
nello
Spaccio
.
Lo
stile
del
Bruno
,
osserva
nel
suo
studio
mirabile
su
Tre
commedie
italiane
nel
Cinquecento
il
Graf
(
vedi
in
Studii
drammatici
,
Torino
,
Loescher
,
1878;
le
tre
commedie
sono
La
Calandria
,
La
Mandragola
,
Il
Candelajo
)
lo
stile
del
Bruno
è
l
'
immagine
viva
della
mente
onde
muove
.
Ad
un
'
amplissima
varietà
di
forme
,
di
figurazioni
e
di
processi
,
s
'
accoppia
in
esso
un
'
efficacia
impareggiabile
.
Pien
di
vitale
fervore
esso
non
si
adagia
ne
'
simmetrici
spartimenti
retorici
,
ma
si
devolve
per
effluente
,
organica
funzione
.
Di
natura
proteiforme
,
con
pari
agevolezza
s
'
adegua
al
più
arduo
pensiero
della
mente
disquisitiva
,
e
al
più
volgar
sentimento
di
un
'
anima
abjetta
.
Le
parole
vi
si
affrontano
in
riscontri
impensati
,
e
dal
cozzar
loro
erompe
sfavillando
nuova
luce
d
'
idee
.
Esso
è
un
vivo
fermento
di
peregrini
concetti
,
d
'
immagini
epifaniche
,
di
clausole
feconde
.
La
lingua
copiosa
,
proporzionata
alla
varietà
e
al
numero
delle
cose
che
per
essa
si
debbono
significare
,
non
conosce
,
o
disprezza
,
i
ritegni
e
le
leggi
dell
'
accademica
purità
,
e
s
'
impingua
di
elementi
tratti
così
da
'
ripositorii
più
augusti
dell
'
eloquenza
classica
,
come
dagli
ultimi
fondi
della
parlata
vernacola
.
Un
istrumento
sì
fatto
era
necessario
ad
un
ingegno
che
,
senza
smarrire
mai
l
'
equilibrio
,
trascorre
tutti
i
gradi
dell
'
essere
,
dagli
imi
termini
del
reale
ai
supremi
dell
'
ideale
.
Sia
che
raffronti
,
e
associi
o
sceveri
i
termini
del
pensiero
,
sia
che
narri
o
descriva
,
la
virtù
sua
rimane
sempre
uguale
a
sé
stessa
(
Certe
tropologie
del
Bruno
sono
di
un
'
efficacia
senza
pari
;
così
,
quando
di
un
inetto
ragionatore
dice
che
è
venuto
armato
di
parole
e
scommi
che
si
muojono
di
fame
e
di
freddo
.
Certe
comparazioni
scolpiscono
,
come
là
dove
di
due
presuntuosi
sapienti
dice
che
l
'
uno
parea
il
conestabile
de
la
gigantessa
dell
'
orco
,
l
'
altro
l
'
amostante
de
la
dea
reputazione
.
Nella
Cabala
del
Cavallo
Pegaseo
così
è
descritto
Don
Cocchiarone
,
mistiriarca
filosofo
:
Don
Cocchiarone
pien
d
'
infinita
e
nobil
meraviglia
sen
va
per
il
largo
de
la
sua
sala
,
dove
rimosso
dal
rude
ed
ignobil
volgo
,
se
la
spasseggia
,
e
rimenando
or
quinci
or
quindi
de
la
litteraria
sua
toga
le
fimbrie
,
rimenando
or
questo
or
quell
'
altro
piede
,
rigettando
or
verso
il
destro
or
verso
il
sinistro
fianco
il
petto
,
con
il
testo
commento
sotto
l
'
ascella
,
e
con
gesto
di
voler
buttar
quel
pulce
ch
'
ha
tra
le
due
prime
dita
,
in
terra
,
con
la
rugata
fronte
cogitabondo
,
con
erte
ciglia
et
occhi
arrotondati
,
in
gesto
d
'
un
uomo
fortemente
maravigliato
,
conchiudendola
con
un
grave
et
enfatico
sospiro
,
farà
pervenire
a
l
'
orecchio
de
'
circostanti
questa
sentenza
:
Hucusque
alii
Philosophi
non
pervenerunt
)
.
Le
contradizioni
innegabili
che
il
Graf
in
questo
suo
studio
scopre
nella
mente
del
filosofo
panteista
,
per
cui
confessa
di
non
intendere
come
si
generi
in
essa
il
momento
del
riso
si
spiegano
,
secondo
me
,
perfettamente
con
quell
'
intimo
e
particolar
processo
psicologico
in
cui
consiste
appunto
l
'
umorismo
e
che
implica
per
sé
stesso
queste
e
tant
'
altre
contradizioni
.
Del
resto
,
il
Graf
stesso
soggiunge
:
Può
darsi
che
la
contradizione
tragga
la
origine
da
una
certa
disformità
preesistente
fra
l
'
intelletto
e
l
'
indole
da
una
parte
,
e
fra
la
virtù
apprensiva
e
la
raziocinativa
da
un
'
altra
.
Ma
io
non
posso
indugiarmi
a
discorrere
su
ogni
scrittore
che
mi
avvenga
di
nominare
in
questa
rapida
corsa
.
Debbo
limitarmi
a
fuggevoli
accenni
,
rimandando
a
miglior
tempo
uno
studio
compiuto
e
un
'
antologia
degli
umoristi
italiani
,
che
qui
,
dato
il
mio
compito
,
sarebbe
fuor
di
luogo
.
Basterà
porre
in
vista
alcuni
pochi
nomi
;
e
due
ne
abbiamo
già
citati
di
sommi
,
e
un
terzo
di
più
modesto
scrittore
,
che
fu
di
popolo
e
artigiano
,
uso
,
come
disse
egli
stesso
tutto
il
giorno
a
combattere
con
la
forbice
e
con
l
'
ago
:
cose
che
se
bene
sono
strumenti
da
donne
,
e
le
muse
son
donne
,
non
si
legge
però
ch
'
elle
fussino
mai
adoperate
da
loro
:
Giambattista
Gelli
,
voglio
dire
,
che
nei
giardini
del
Rucellai
si
pascolò
di
filosofia
e
diede
fuori
quella
Circe
e
quei
Capricci
di
Giusto
Bottajo
,
che
ripeto
chi
sa
che
capolavori
d
'
umorismo
sembrerebbero
,
se
scritti
in
inglese
,
da
scrittore
inglese
.
Ma
sul
serio
,
se
son
considerati
umoristi
in
Inghilterra
il
Congreve
,
lo
Steele
,
il
Prior
,
il
Gay
,
non
troveremo
noi
nella
letteratura
nostra
da
contrapporre
altri
nomi
di
scrittori
,
che
noi
,
per
conto
nostro
,
non
ci
siamo
mai
sognati
di
chiamare
umoristi
,
anche
del
Settecento
,
e
anche
di
due
e
di
tre
secoli
innanzi
?
Ma
quanti
bizzarri
e
gaj
ingegni
tra
quei
bajoni
nostri
del
Cinquecento
!
E
il
Cellini
?
Sul
serio
,
se
ci
vediamo
porre
innanzi
The
Dunciad
del
Pope
,
non
abbiamo
da
prendere
a
piene
mani
,
per
seppellirla
,
tutta
una
letteratura
,
di
cui
sogliamo
vergognarci
,
a
cominciar
dai
Mattaccini
del
Caro
?
Mancassero
guerre
d
'
inchiostro
tra
i
letterati
nostri
d
'
ogni
tempo
,
giù
giù
dai
sonetti
di
Cecco
Angiolieri
contro
Dante
,
all
'
Atlantide
di
Mario
Rapisardi
!
Riso
anche
questo
,
sicuro
,
gajezza
mala
,
umore
,
cioè
fiele
,
collera
fredda
e
secca
,
come
la
chiama
Brunetto
Latini
,
o
malinconia
nel
senso
originario
della
parola
:
la
malinconia
appunto
dello
Swift
libellista
.
Penso
al
Franco
,
all
'
Aretino
e
,
più
qua
,
a
quel
terribile
monsignor
Lodovico
Sergardi
.
A
questi
soltanto
?
Ma
a
ben
più
d
'
uno
è
forza
ch
'
io
riguardi
,
Il
qual
mi
grida
e
di
lontano
accenna
E
priega
ch
'
io
noi
lasci
nella
penna
,
vedendo
con
quanta
larghezza
gli
altri
imbarchino
scrittori
su
questo
Narrenschiff
dell
'
umorismo
!
Ma
sì
,
perché
no
?
anche
tu
,
Ortensio
Lando
,
se
pur
volontariamente
non
pazzeggi
come
Bruto
per
aver
diritto
di
vivere
e
di
parlare
con
libertà
,
come
disse
Carlo
Tenca
;
monta
anche
tu
,
autore
dei
Paradossi
e
del
Commentario
delle
cose
mostruose
d
'
Italia
e
d
'
altri
luoghi
,
tu
che
,
non
foss
'
altro
,
avesti
il
coraggio
di
dare
ai
tuoi
dì
dell
'
animalaccio
ad
Aristotile
.
Io
,
per
me
,
ti
lascerei
a
terra
con
tutti
gli
altri
,
a
terra
col
Doni
,
a
terra
col
Boccalini
,
Tacito
proconsolo
nell
'
isola
di
Lesbo
,
a
terra
col
Dotti
,
a
terra
con
tanti
prima
e
dopo
di
te
,
il
Caporali
e
il
Lippi
e
il
Passeroni
;
ma
non
vorrei
essere
io
solo
così
rigoroso
,
massime
quando
vedo
dalla
barca
uno
che
ha
il
diritto
di
starvi
,
incontestabile
,
Lorenzo
Sterne
,
far
cenni
e
invitar
quell
'
ultimo
dei
nostri
che
ho
nominati
,
a
montarvi
.
E
Alessandro
Tassoni
?
si
deve
lasciare
a
terra
anche
lui
?
Nelle
recenti
feste
in
suo
onore
,
parecchi
han
voluto
veder
stoffa
d
'
umorista
vero
in
questo
acuto
e
acerbo
derisore
,
anzi
disprezzatone
del
suo
tempo
.
Se
fosse
inglese
o
tedesco
,
sarebbe
già
da
un
pezzo
nella
barca
anche
lui
e
degno
di
starvi
a
giudizio
de
'
savi
universale
.
Siamo
sempre
lì
:
in
che
senso
si
deve
intendere
l
'
umorismo
?
L
'
Arcoleo
,
su
la
fine
della
sua
seconda
conferenza
,
dichiara
dì
non
essere
incline
a
quella
critica
che
,
rispetto
a
forme
letterarie
,
dispensa
facilmente
scomuniche
e
ostracismi
;
e
dice
che
non
sono
molto
complesse
le
ragioni
per
le
quali
in
Italia
ebbe
poca
vita
la
forma
umoristica
,
e
che
egli
non
vuol
profanare
quest
'
argomento
che
merita
studio
speciale
.
Quali
sieno
queste
ragioni
molto
complesse
,
che
al
lume
degli
stessi
esempii
recati
dall
'
Arcoleo
appajono
qua
e
là
contradittorie
,
abbiamo
già
veduto
:
da
noi
non
c
'
è
spirito
d
'
osservazione
né
intimità
di
stile
,
siamo
pedanti
e
accademici
,
siamo
scettici
e
indifferenti
,
non
aspiriamo
a
nulla
.
Contro
queste
accuse
,
noi
abbiamo
citato
parecchi
nomi
,
che
mai
,
neppure
in
un
lampo
,
sono
sorti
in
mente
all
'
Arcoleo
.
Una
sola
volta
,
parlando
del
Heine
in
fin
di
vita
,
che
ride
del
suo
dolore
,
pensa
,
per
combinazione
,
al
Leopardi
che
si
sentiva
anche
lui
un
tronco
che
pena
e
vive
e
al
Brighenti
scriveva
:
Io
sto
qui
deriso
,
sputacchiato
,
preso
a
calci
da
tutti
,
di
maniera
che
se
vi
penso
mi
fa
raccapricciare
.
Tuttavia
mi
avvezzo
a
ridere
e
ci
riesco
.
Sì
,
ma
restò
lirico
,
osserva
,
l
'
educazione
classica
non
gli
permise
di
essere
umorista
!
Ma
scrisse
anche
certi
dialoghi
,
se
non
c
'
inganniamo
,
e
certe
altre
prosette
...
Restò
lirico
anche
lì
?
L
'
educazione
classica
...
Ma
almeno
la
tendenza
romantica
avrà
permesso
al
Manzoni
di
essere
umorista
?
Che
!
Il
suo
don
Abbondio
non
aspira
a
nulla
,
litiga
tra
il
dovere
e
la
paura
;
è
ridicolo
senz
'
altro
.
Non
è
questo
un
modo
abbastanza
spiccio
di
giudicare
e
mandare
?
Ma
questo
modo
,
veramente
,
tiene
l
'
Arcoleo
dal
principio
alla
fine
delle
due
conferenze
:
l
'
argomento
è
trattato
così
,
a
sprazzi
,
per
sentenze
inappellabili
.
Umorismo
:
fuoco
d
'
artifizio
di
scoppiettanti
definizioni
;
poi
,
prima
fase
:
dubbio
e
scetticismo
ridere
del
proprio
pensiero
Amleto
;
seconda
fase
,
lotta
e
adattamento
ridere
del
proprio
dolore
Don
Giovanni
.
E
tra
gli
umoristi
della
prima
fase
son
citati
due
francesi
,
Rabelais
e
Montaigne
,
e
due
inglesi
,
Swift
e
Sterne
;
tra
gli
umoristi
della
seconda
,
due
tedeschi
,
Richter
e
Heine
,
tre
inglesi
,
Carlyle
,
Dickens
,
Thackeray
e
poi
...
Marco
Twain
.
Come
si
vede
,
nessun
italiano
.
E
dire
che
arriviamo
fino
a
Marco
Twain
!
L
'
Arcoleo
conclude
così
:
Lo
spirito
comico
rimase
avviluppato
nell
'
embrione
della
commedia
dell
'
arte
o
nella
poesia
dialettale
;
e
molto
e
ricco
sviluppo
ebbero
invece
e
in
poesia
e
in
prosa
,
in
poemi
,
novelle
,
romanzi
e
saggi
,
l
'
ironia
e
la
satira
.
Basta
confondere
con
queste
forme
l
'
humour
,
perché
n
'
esca
giudizio
opposto
al
mio
,
o
perché
io
sembri
esagerato
e
ingiusto
.
Non
intendo
parlare
di
tentativi
o
abbozzi
;
si
trovano
facilmente
in
ogni
storia
artistica
e
di
ogni
forma
:
ma
io
non
so
vedere
fra
noi
una
letteratura
umoristica
e
all
'
uopo
non
avrei
che
a
fare
un
paragone
tra
l
'
Ariosto
e
Cervantes
.
Questo
paragone
l
'
abbiamo
fatto
noi
,
e
con
un
giudizio
non
opposto
a
quello
ch
'
egli
avrebbe
dato
,
se
avesse
fatto
il
paragone
.
Tra
parentesi
però
,
Cervantes
-
come
Rabelais
,
come
Montaigne
è
un
latino
;
e
non
crediamo
che
la
Riforma
propriamente
in
Spagna
...
Lasciamo
andare
!
Veniamo
in
Italia
.
Noi
non
vogliamo
affatto
confondere
lo
spirito
comico
,
l
'
ironia
,
la
satira
con
l
'
umorismo
:
tutt
'
altro
!
Ma
non
si
deve
neanche
confondere
l
'
umorismo
vero
e
proprio
con
l
'
humour
inglese
,
cioè
con
quel
tipico
modo
di
ridere
o
umore
che
,
come
tutti
gli
altri
popoli
,
hanno
anche
gl
'
Inglesi
.
Non
si
pretenderà
,
che
gl
'
Italiani
o
i
Francesi
abbiano
l
'
humour
inglese
;
come
non
si
può
pretendere
che
gl
'
Inglesi
ridano
a
modo
nostro
o
facciano
dello
spirito
come
i
Francesi
.
L
'
avranno
magari
fatto
,
qualche
volta
;
ma
ciò
non
vuol
dire
.
L
'
umorismo
vero
e
proprio
è
un
'
altra
cosa
,
ed
è
anche
per
gl
'
Inglesi
un
'
eccentricità
di
stile
.
Basta
confondere
l
'
una
cosa
e
l
'
altra
-
diciamo
anche
noi
a
nostra
volta
perché
si
venga
a
riconoscere
una
letteratura
umoristica
a
un
popolo
e
a
negarla
a
un
altro
.
Ma
una
letteratura
umoristica
si
può
avere
a
questo
solo
patto
,
cioè
di
far
questa
confusione
;
e
allora
ogni
popolo
avrà
la
sua
,
assommando
tutte
le
opere
in
cui
questo
tipico
umore
si
esprime
nei
più
bizzarri
modi
;
e
noi
potremmo
cominciar
la
nostra
,
ad
esempio
,
con
Cecco
Angiolieri
,
come
gl
'
Inglesi
la
cominciano
col
Chaucer
,
e
non
direi
che
la
comincino
bene
,
non
per
il
valore
del
poeta
,
ma
perché
egli
mostra
di
aver
mescolato
alla
bevanda
nazionale
un
po
'
del
vino
che
si
vendemmia
nel
paese
del
sole
.
Altrimenti
,
una
letteratura
umoristica
vera
e
propria
non
è
possibile
,
presso
nessun
popolo
:
si
possono
avere
umoristi
,
cioè
pochi
e
rari
scrittori
in
cui
per
natural
disposizione
avviene
quel
complicato
e
speciosissimo
processo
psicologico
che
si
chiama
umorismo
.
Quanti
ne
cita
l
'
Arcoleo
?
Certamente
,
l
'
umorismo
nasce
da
uno
speciale
stato
d
'
animo
,
che
può
,
più
o
meno
,
diffondersi
.
Quando
un
'
espressione
d
'
arte
riesce
a
conquistare
l
'
attenzione
del
pubblico
,
questo
si
dà
subito
a
pensare
e
a
parlare
e
a
scrivere
secondo
le
impressioni
che
ne
ha
ricevuto
;
di
modo
che
quella
espressione
,
sorta
dapprima
dalla
particolare
intuizione
d
'
uno
scrittore
,
penetrata
rapidamente
nel
pubblico
,
è
poi
da
questo
variamente
trasformata
e
diretta
.
Così
avvenne
per
il
romanticismo
,
così
per
il
naturalismo
:
diventarono
le
idee
del
tempo
,
quasi
un
'
atmosfera
ideale
;
e
molti
fecero
per
moda
i
romantici
o
i
naturalisti
,
come
molti
per
moda
fecero
gli
umoristi
in
Inghilterra
nel
sec
.
'
XVIII
,
e
molti
furon
degli
umidi
nel
Cinquecento
in
Italia
,
e
degli
arcadi
nel
Settecento
.
Uno
stato
d
'
animo
si
può
creare
in
noi
e
divenir
coerente
o
rimaner
fittizio
,
secondo
che
risponda
o
no
alla
speciale
fisionomia
dell
'
organismo
psichico
.
Ma
poi
le
idee
del
tempo
mutano
,
cangia
la
moda
,
i
pòmpili
seguaci
si
mettono
appresso
ad
altre
navi
.
Chi
resta
?
Restano
quei
pochi
,
da
contar
su
le
dita
,
quei
pochi
che
ebbero
,
primi
,
l
'
intuizione
straordinaria
,
o
in
cui
quello
speciale
stato
d
'
animo
divenne
così
coerente
,
che
poteron
creare
un
'
opera
organica
,
resistente
al
tempo
e
alla
moda
.
Sul
serio
poi
l
'
Arcoleo
crede
che
nella
nostra
letteratura
dialettale
non
ci
sia
altro
che
spirito
comico
?
Egli
è
siciliano
,
e
certamente
ha
letto
il
Meli
,
e
sa
quanto
sia
ingiusto
il
giudizio
di
arcadia
superiore
dato
della
poesia
di
lui
,
che
non
fu
sonata
soltanto
su
la
zampogna
pastorale
,
ma
ebbe
anche
tutte
le
corde
della
lira
e
si
espresse
in
tutte
le
forme
.
Non
c
'
è
vero
e
proprio
umorismo
in
tanta
parte
della
poesia
del
Meli
?
Ma
basterebbe
citar
soltanto
La
cutuliata
per
dimostrarlo
!
Tic
tic
...
chi
fu
?
Cutuliata
.
E
non
c
'
è
umorismo
,
vero
e
proprio
umorismo
,
in
tanti
e
tanti
sonetti
del
Belli
?
E
senza
parlare
delle
figure
del
Maggi
,
il
Giovannin
Bongee
,
il
Marchionn
di
gamb
avert
di
Carlo
Porta
non
son
due
capolavori
d
'
umorismo
?
E
,
poiché
si
parla
di
tipi
rimasti
imperituri
,
il
Monsù
Travet
del
Bersezio
,
Il
Nobilomo
Vidal
del
Gallina
?
E
un
altro
scrittore
dialettale
abbiamo
,
finora
quasi
del
tutto
ignoto
,
grandissimo
:
umorista
vero
,
se
mai
ce
ne
fu
,
e
a
farlo
apposta
meridionalissimo
,
di
Reggio
Calabria
:
Giovanni
Merlino
,
rivelato
or
son
parecchi
anni
,
in
una
conferenza
da
Giuseppe
Mantica
(
vedi
Giovanni
Merlino
,
umorista
,
Napoli
,
Pierro
,
1898
)
,
suo
conterraneo
,
che
sarebbe
stato
anche
lui
un
forte
scrittore
umorista
se
,
nel
breve
corso
della
sua
esistenza
,
la
politica
non
lo
avesse
troppo
presto
distratto
dalle
lettere
.
Scrisse
il
Merlino
i
suoi
libri
per
55
lettori
,
che
nomina
uno
per
uno
e
divide
in
quattro
categorie
,
imponendo
a
ciascuna
di
esse
alcuni
speciali
obblighi
in
ricompensa
del
piacere
loro
procurato
.
Uno
de
'
suoi
volumi
,
ancora
tutti
inediti
,
è
detto
:
Miscellanea
di
varie
cose
sconnesse
e
piacevoli
,
fatta
per
coloro
che
,
avendo
poco
cervello
,
vogliono
istruirsi
sul
modo
più
acconcio
per
perderlo
interamente
;
gli
altri
sono
Memorie
utili
ed
inutili
ai
posteri
,
ossia
la
vita
di
Giovanni
Merlino
del
quondam
Antonino
di
Reggio
,
principiata
a
27
decembre
1789
e
proseguita
fino
al
1850
,
composta
di
sette
volumi
.
Vorrei
poter
citare
per
disteso
il
lungo
Dialogo
alla
calabrese
tra
Domine
Dio
e
Giovanni
Merlino
o
il
Conto
con
Domine
Dio
per
dimostrare
che
umorista
fosse
il
Merlino
.
Nell
'
attesa
che
gli
eredi
lo
rendano
a
tutti
noto
pubblicando
i
volumi
,
rimando
alla
pubblicazione
che
il
Mantica
fece
di
questi
due
impareggiabili
Dialoghi
,
con
la
traduzione
a
fronte
.
Questo
,
per
la
letteratura
dialettale
.
Non
scopre
poi
sul
serio
altro
che
ironia
e
satira
l
'
Arcoleo
negli
scrittori
italiani
?
Io
penso
a
un
certo
Socrate
immaginario
d
'
un
certo
abbate
del
Settecento
;
penso
al
Didimo
chierico
del
Foscolo
;
ad
alcune
volate
in
prosa
del
Baretti
;
penso
ai
Promessi
Sposi
del
Manzoni
,
tutto
infuso
di
genuino
umorismo
(
vedi
nella
seconda
parte
la
dimostrazione
dell
'
umorismo
di
don
Abfiondio
,
che
all
'
Arcoleo
sembra
una
figura
ridicola
o
comica
senz
'
altro
)
;
penso
al
Sant
'
Ambrogio
del
Giusti
,
vera
poesia
umoristica
,
unica
forse
tra
le
tante
satiriche
o
sentimentali
;
penso
a
quei
certi
dialoghi
e
a
quelle
certe
prosette
del
Leopardi
;
penso
all
'
Asino
e
al
Buco
nel
muro
del
Guerrazzi
;
penso
al
Fanfulla
del
D
'
Azeglio
;
penso
a
Carlo
Bini
;
penso
a
quella
tal
cucina
nel
castello
di
Fratta
delle
Confessioni
d
'
un
ottuagenario
del
Nievo
;
penso
a
Camillo
De
Meis
,
al
Revere
;
e
,
poiché
l
'
Arcoleo
arriva
fino
a
Marco
Twain
,
penso
al
Re
umorista
,
al
Demonio
dello
stile
,
all
'
Altalena
delle
antipatie
,
al
Pietro
e
Paola
,
a
Scaricalasino
,
all
'
Illustrissimo
del
Cantoni
;
al
Demetrio
Pianelli
del
De
Marchi
;
penso
ai
poeti
della
scapigliatura
lombarda
e
a
tante
note
di
schietto
e
profondo
umorismo
nelle
liriche
del
Carducci
e
del
Graf
;
penso
ai
tanti
personaggi
umoristici
che
popolano
i
romanzi
e
le
novelle
del
Fogazzaro
,
del
Farina
,
del
Capuana
,
del
Fucini
,
e
anche
ad
alcune
opere
di
più
giovani
scrittori
,
da
Luigi
Antonio
Villari
all
'
Albertazzi
,
al
Panzini
...
ed
ecco
,
la
Lanterna
di
Diogene
di
quest
'
ultimo
vorrei
porre
in
una
mano
all
'
Arcoleo
e
nell
'
altra
la
candela
del
Candelajo
del
Bruno
:
son
sicuro
che
parecchi
scrittori
umoristi
scoprirebbe
nella
letteratura
italiana
antica
e
nuova
.
Parte
seconda
.
ESSENZA
,
CARATTERI
E
MATERIA
DELL
'
UMORISMO
I
.
Che
cosa
è
l
'
umorismo
?
Se
volessimo
tener
conto
di
tutte
le
risposte
che
si
son
date
a
questa
domanda
,
di
tutte
le
definizioni
che
autori
e
critici
han
tentato
,
potremmo
riempire
parecchie
e
parecchie
pagine
,
e
probabilmente
alla
fine
,
confusi
tra
tanti
pareri
e
dispareri
,
non
riusciremmo
ad
altro
che
a
ripetere
la
domanda
:
-
Ma
,
in
somma
,
che
cos
'
è
l
'
umorismo
?
Abbiamo
già
detto
che
tutti
coloro
,
i
quali
,
o
di
proposito
o
per
incidenza
,
ne
han
parlato
,
in
una
cosa
sola
si
accordano
,
nel
dichiarare
che
è
difficilissimo
dire
che
cosa
sia
veramente
,
perché
esso
ha
infinite
varietà
e
tante
caratteristiche
che
,
a
volerlo
descrivere
in
generale
,
si
rischia
sempre
di
dimenticarne
qualcuna
.
Questo
è
vero
;
ma
è
vero
altresì
che
da
un
pezzo
ormai
avrebbe
dovuto
capirsi
che
partire
da
queste
caratteristiche
non
è
la
via
migliore
per
arrivare
a
intendere
la
vera
essenza
dell
'
umorismo
,
poiché
sempre
avviene
che
una
se
ne
assuma
per
fondamentale
,
quella
che
si
è
riscontrata
comune
a
parecchie
opere
o
a
parecchi
scrittori
studiati
con
predilezione
;
di
modo
che
tante
definizioni
si
vengono
infine
ad
avere
dell
'
umorismo
,
quante
sono
le
caratteristiche
riscontrate
,
e
tutte
naturalmente
hanno
una
parte
di
vero
,
e
nessuna
è
la
vera
.
Certamente
,
dalla
somma
di
tutte
queste
varie
caratteristiche
e
delle
conseguenti
definizioni
si
può
arrivare
a
comprendere
,
così
,
in
generale
,
che
cosa
sia
l
'
umorismo
;
ma
se
ne
avrà
sempre
una
conoscenza
sommaria
ed
esteriore
,
appunto
perché
fondata
su
queste
sommarie
ed
esteriori
determinazioni
.
La
caratteristica
,
ad
esempio
,
di
quella
tale
peculiar
bonarietà
o
benevola
indulgenza
che
scoprono
alcuni
nell
'
umorismo
,
già
definito
dal
Richter
malinconia
d
'
un
animo
superiore
che
giunge
a
divertirsi
finanche
di
ciò
che
lo
rattrista
,
quel
tranquillo
,
giocondo
e
riflesso
sguardo
su
le
cose
,
quel
modo
d
'
accogliere
gli
spettacoli
divertenti
,
che
sembra
,
nella
sua
moderazione
,
soddisfare
il
senso
del
ridicolo
e
domandar
perdono
di
ciò
che
v
'
è
di
poco
delicato
in
tal
compiacimento
,
quella
tale
espansione
degli
spiriti
dall
'
interno
all
'
esterno
incontrata
e
ritardata
dalla
corrente
contraria
d
'
una
specie
di
benevolenza
pensosa
,
di
cui
parla
il
Sully
nel
suo
Essai
sur
le
rire
(
Paris
,
Alcan
,
1904
,
pag
.
276
)
,
non
si
trovano
in
tutti
gli
umoristi
.
Alcuni
di
questi
tratti
,
che
al
critico
francese
,
e
non
a
lui
soltanto
,
pajono
principali
dell
'
umorismo
,
si
troveranno
in
alcuni
,
in
altri
no
;
e
in
certuni
anzi
si
troverà
il
contrario
,
come
ad
esempio
nello
Swift
,
che
è
malinconico
nel
senso
originario
della
parola
,
cioè
pieno
di
fiele
;
e
del
resto
noi
vedremo
un
po
'
più
innanzi
,
parlando
del
don
Abbondio
del
Manzoni
,
a
che
cosa
in
fondo
si
riduca
quella
peculiar
bonarietà
o
simpatica
indulgenza
.
Al
contrario
,
quella
acre
disposizione
a
scoprire
ed
esprimere
il
ridicolo
del
serio
e
il
serio
del
ridicolo
umano
,
di
cui
parla
il
Bonghi
,
calzerà
allo
Swift
e
a
umoristi
al
pari
di
lui
beffardi
e
mordaci
;
non
calzerà
ad
altri
;
né
del
resto
,
come
osserva
il
Lipps
,
opponendosi
alla
teoria
del
Lazzarus
,
che
considera
anch
'
esso
l
'
umorismo
soltanto
come
una
disposizione
d
'
animo
,
questo
modo
di
considerarlo
è
compiuto
.
Né
compiuto
sarà
quello
del
Hegel
che
lo
dice
attitudine
speciale
d
'
intelletto
e
di
animo
onde
l
'
artista
si
pone
lui
stesso
al
posto
delle
cose
,
definizione
che
,
a
non
porsi
bene
a
guardare
da
quel
solo
lato
da
cui
lo
Hegel
lo
guarda
,
ha
tutta
l
'
aria
d
'
un
rebus
.
Caratteristiche
più
comuni
,
e
però
più
generalmente
osservate
,
sono
la
contradizione
fondamentale
,
a
cui
si
suol
dare
per
causa
principale
il
disaccordo
che
il
sentimento
e
la
meditazione
scoprono
o
fra
la
vita
reale
e
l
'
ideale
umano
o
fra
le
nostre
aspirazioni
e
le
nostre
debolezze
e
miserie
,
e
per
principale
effetto
quella
tal
perplessità
tra
il
pianto
e
il
riso
;
poi
lo
scetticismo
,
di
cui
si
colora
ogni
osservazione
,
ogni
pittura
umoristica
,
e
in
fine
il
suo
procedere
minuziosamente
e
anche
maliziosamente
analitico
.
Dalla
somma
,
ripeto
,
di
tutte
queste
caratteristiche
e
conseguenti
definizioni
si
può
arrivare
a
comprendere
,
così
,
in
generale
,
che
cosa
sia
l
'
umorismo
,
ma
nessuno
negherà
che
non
ne
risulti
una
conoscenza
troppo
sommaria
.
Che
se
accanto
ad
alcune
determinazioni
affatto
incompiute
,
come
abbiamo
veduto
,
altre
ve
ne
sono
indubbiamente
più
comuni
,
l
'
intima
ragione
di
esse
non
è
poi
veduta
affatto
con
precisione
né
spiegata
.
Rinunzieremo
noi
a
vederla
con
precisione
e
a
spiegarla
,
accettando
l
'
opinione
di
Benedetto
Croce
che
nel
Jouurnal
of
comparative
Literature
(
fasc
.
III
,
1903
)
dichiarò
indefinibile
l
'
umorismo
come
tutti
gli
stati
psicologici
,
e
nel
libro
dell
'
Estetica
lo
annoverò
tra
i
tanti
concetti
dell
'
estetica
del
simpatico
?
.
L
'
indagine
dei
filosofi
egli
dice
si
è
a
lungo
travagliata
intorno
a
questi
fatti
,
e
specialmente
intorno
ad
alcuni
di
essi
,
come
,
in
prima
linea
,
il
comico
,
e
poi
il
sublime
,
il
tragico
,
l
'
umoristico
e
il
grazioso
.
Ma
bisogna
evitar
l
'
errore
di
considerarli
come
sentimenti
speciali
,
note
del
sentimento
,
ammettendo
così
delle
distinzioni
e
classi
di
sentimenti
,
laddove
il
sentimento
organico
per
sé
stesso
non
può
dar
luogo
a
classi
;
e
bisogna
chiarire
in
che
senso
possano
dirsi
fatti
misti
.
Essi
dan
luogo
a
concetti
complessi
,
ossia
di
complessi
di
fatti
,
nei
quali
entrano
sentimenti
organici
di
piacere
e
dispiacere
(
o
anche
sentimenti
spirituali
-
organici
)
,
e
date
circostanze
esterne
che
forniscono
a
quei
sentimenti
meramente
organici
o
spirituali
-
organici
un
determinato
contenuto
.
Il
modo
di
definizione
di
questi
concetti
è
il
genetico
:
Posto
l
'
organismo
nella
situazione
a
,
sopravvenendo
la
circostanza
b
,
si
ha
il
fatto
c
.
Questo
e
simili
processi
non
hanno
col
fatto
estetico
nessun
contatto
:
salvo
quello
generale
che
tutti
essi
,
in
quanto
costituiscono
la
materia
o
la
realtà
,
possono
essere
rappresentati
dall
'
arte
;
e
l
'
altro
,
accidentale
,
che
in
questi
processi
entrino
talvolta
dei
fatti
estetici
,
come
nel
caso
dell
'
impressione
di
sublime
che
può
produrre
l
'
opera
di
un
artista
titano
,
di
un
Dante
o
di
uno
Shakespeare
,
o
di
quella
comica
del
conato
di
un
imbrattatele
o
di
un
imbrattacarte
.
Anche
in
questi
casi
il
processo
è
estrinseco
al
fatto
estetico
:
al
quale
non
si
lega
se
non
il
sentimento
del
piacere
e
dispiacere
,
del
valore
e
disvalore
estetico
,
del
bello
e
del
brutto
.
Innanzi
tutto
,
perché
sono
indefinibili
gli
stati
psicologici
?
Saranno
forse
indefinibili
per
un
filosofo
,
ma
l
'
artista
,
in
fondo
,
non
fa
altro
che
definire
e
rappresentare
stati
psicologici
.
E
poi
se
l
'
umorismo
è
un
processo
o
un
fatto
che
dà
luogo
a
concetti
complessi
,
ossia
complessi
di
fatti
,
come
diventa
poi
esso
un
concetto
?
Concetto
sarà
quello
a
cui
l
'
umorismo
dà
luogo
,
non
l
'
umorismo
.
Certamente
se
per
fatto
estetico
deve
intendersi
quel
che
intende
il
Croce
,
tutto
diviene
estrinseco
ad
esso
,
non
che
questo
processo
.
Ma
noi
abbiamo
dimostrato
altrove
e
anche
nel
corso
di
questo
lavoro
,
che
il
fatto
estetico
non
è
né
può
essere
quel
che
il
Croce
intende
.
E
,
del
resto
,
che
significa
la
concessione
che
questo
e
simili
processi
non
hanno
col
fatto
estetico
nessun
contatto
,
salvo
quello
generale
che
tutti
essi
,
in
quanto
costituiscono
la
materia
o
la
realtà
,
possono
essere
rappresentati
dall
'
arte
?
L
'
arte
può
rappresentare
questo
processo
che
dà
luogo
al
concetto
di
umorismo
.
Ora
,
come
potrò
io
,
critico
,
rendermi
conto
di
questa
rappresentazione
artistica
,
se
non
mi
rendo
conto
del
processo
da
cui
risulta
?
E
in
che
consisterebbe
allora
la
critica
estetica
?
Se
un
'
opera
d
'
arte
,
osserva
il
Cesareo
nel
suo
saggio
su
La
critica
estetica
appunto
,
ha
da
provocare
uno
stato
d
'
animo
,
appar
manifesto
che
tanto
più
pieno
sarà
l
'
effetto
finale
,
quanto
più
intense
e
concordi
vi
coopereranno
tutte
le
singole
determinazioni
.
Anche
in
estetica
la
somma
è
in
ragion
delle
poste
.
L
'
esame
di
tutte
a
una
a
una
le
particolari
espressioni
ci
darà
la
misura
dell
'
espressione
totale
.
Or
come
la
perfetta
riproduzione
d
'
uno
stato
d
'
animo
,
in
cui
per
l
'
appunto
consiste
la
bellezza
estetica
,
è
un
fatto
emozionale
che
può
risultare
soltanto
dalla
somma
d
'
alcune
rappresentazioni
sentimentali
,
così
l
'
analisi
psicologica
d
'
un
'
opera
di
poesia
è
il
necessario
fondamento
di
qualsiasi
valutazione
estetica
.
Parlando
di
questo
mio
saggio
su
la
sua
rivista
La
Critica
(
vol
.
VII
,
a
.
1909
,
pagg
.
219-23
)
,
il
Croce
,
a
proposito
dello
studio
del
Baldensperger
Les
definitions
de
l
'
humour
(
in
Études
d
'
histoire
littéraire
,
Paris
,
Hachette
,
1907
)
,
Si
compiace
di
dire
che
il
Baldensperger
ricorda
anche
le
ricerche
del
Cazamian
,
edite
nella
Revue
germanique
del
1906
:
Pourquoi
nous
ne
pouvons
definir
l
'
humour
,
in
cui
l
'
autore
,
seguace
del
Bergson
,
sostiene
che
l
'
umorismo
sfugge
alla
scienza
,
perché
gli
elementi
caratteristici
e
costanti
di
esso
sono
in
piccolo
numero
e
sopra
tutto
negativi
,
laddove
gli
elementi
variabili
sono
in
numero
indeterminato
.
Per
cui
,
il
compito
della
critica
è
di
studiare
il
contenuto
e
il
tono
di
ogni
umore
,
e
cioè
,
la
personalità
di
ciascun
umorista
.
Il
ny
a
pas
d
'
humour
,
il
ny
a
que
des
humouristes
,
dice
il
signor
Baldensperger
.
E
il
Croce
s
'
affretta
a
concludere
:
La
questione
è
così
esaurita
.
Esaurita
?
Torniamo
e
torneremo
sempre
a
domandare
come
mai
,
se
l
'
umorismo
non
c
'
è
,
né
si
sa
,
né
si
può
dire
che
cosa
sia
,
ci
sieno
poi
scrittori
,
di
cui
si
possa
sapere
e
dire
che
sono
umoristi
.
In
base
a
che
cosa
si
saprà
e
si
potrà
dire
?
L
'
umorismo
non
c
'
è
;
ci
sono
scrittori
umoristi
.
Il
comico
non
c
'
è
;
ci
sono
scrittori
comici
.
Benissimo
!
E
se
un
tale
,
sbagliando
,
afferma
che
un
tale
scrittore
umorista
è
un
comico
,
come
farò
io
a
chiarirgli
lo
sbaglio
,
a
dimostrargli
che
è
un
umorista
e
non
un
comico
?
Il
Croce
pone
innanzi
la
pregiudiziale
metodica
circa
la
possibilità
di
definire
un
concetto
.
Io
gli
pongo
innanzi
questo
caso
,
e
gli
domando
come
potrebbe
egli
dimostrare
,
per
esempio
,
all
'
Arcoleo
,
il
quale
afferma
che
il
personaggio
di
don
Abbondio
è
comico
,
che
invece
no
,
quel
personaggio
è
umoristico
,
se
non
avesse
ben
chiaro
in
mente
che
cosa
sia
e
che
debba
intendersi
per
umorismo
.
Ma
egli
dice
,
in
fondo
,
di
non
muover
guerra
alle
definizioni
,
e
che
anzi
il
suo
modo
di
rifiutarle
tutte
,
filosoficamente
,
è
l
'
accettarle
tutte
,
empiricamente
.
Anche
la
mia
;
che
del
resto
non
è
,
né
vuol
essere
una
definizione
,
ma
piuttosto
la
spiegazione
di
quell
'
intimo
processo
che
avviene
,
e
che
non
può
non
avvenire
,
in
tutti
quegli
scrittori
che
si
dicono
umoristi
.
L
'
Estetica
del
Croce
è
così
astratta
e
negativa
,
che
applicarla
alla
critica
non
è
assolutamente
possibile
,
se
non
a
patto
di
negarla
di
continuo
,
com
'
egli
stesso
fa
,
accettando
questi
così
detti
concetti
empirici
che
,
cacciati
dalla
porta
,
gli
rientrano
dalla
finestra
.
Ah
,
una
bella
soddisfazione
,
la
filosofia
!
II
Vediamo
dunque
,
senz
'
altro
,
qual
è
il
processo
da
cui
risulta
quella
particolar
rappresentazione
che
si
suoi
chiamare
umoristica
;
se
questa
ha
peculiari
caratteri
che
la
distinguono
,
e
da
che
derivano
:
se
vi
è
un
particolar
modo
di
considerare
il
mondo
,
che
costituisce
appunto
la
materia
e
la
ragione
dell
'
umorismo
.
Ordinariamente
,
ho
già
detto
altrove
(
vedi
nel
mio
volume
già
citato
Arte
e
scienza
il
saggio
Un
critico
fantastico
)
,
e
qui
m
'
è
forza
ripetere
l
'
opera
d
'
arte
è
creata
dal
libero
movimento
della
vita
interiore
che
organa
le
idee
e
le
immagini
in
una
forma
armoniosa
,
di
cui
tutti
gli
elementi
han
corrispondenza
tra
loro
e
con
l
'
idea
-
madre
che
le
coordina
.
La
riflessione
,
durante
la
concezione
,
come
durante
l
'
esecuzione
dell
'
opera
d
'
arte
,
non
resta
certamente
inattiva
:
assiste
al
nascere
e
al
crescere
dell
'
opera
,
ne
segue
le
fasi
progressive
e
ne
gode
,
raccosta
i
varii
elementi
,
li
coordina
,
li
compara
.
La
coscienza
non
rischiara
tutto
lo
spirito
;
segnatamente
per
l
'
artista
essa
non
è
un
lume
distinto
dal
pensiero
,
che
permetta
alla
volontà
di
attingere
in
lei
come
in
un
tesoro
d
'
immagini
e
d
'
idee
.
La
coscienza
,
in
somma
,
non
è
una
potenza
creatrice
,
ma
lo
specchio
interiore
in
cui
il
pensiero
si
rimira
;
si
può
dire
anzi
ch
'
essa
sia
il
pensiero
che
vede
sé
stesso
,
assistendo
a
quello
che
esso
fa
spontaneamente
.
E
,
d
'
ordinario
,
nell
'
artista
,
nel
momento
della
concezione
,
la
riflessione
si
nasconde
,
resta
,
per
casi
dire
,
invisibile
:
è
,
quasi
,
per
l
'
artista
una
forma
del
sentimento
.
Man
mano
che
l
'
opera
si
fa
,
essa
la
critica
,
non
freddamente
,
come
farebbe
un
giudice
spassionato
,
analizzandola
;
ma
d
'
un
tratto
,
mercé
l
'
impressione
che
ne
riceve
.
Questo
,
ordinariamente
.
Vediamo
adesso
se
,
per
la
natural
disposizione
d
'
animo
di
quegli
scrittori
che
si
chiamano
umoristi
e
per
il
particolar
modo
che
essi
hanno
di
intuire
e
di
considerar
gli
uomini
e
la
vita
,
questo
stesso
procedimento
avviene
nella
concezione
delle
loro
opere
;
se
cioè
la
riflessione
vi
tenga
la
parte
che
abbiamo
or
ora
descritto
,
o
non
vi
assuma
piuttosto
una
speciale
attività
.
Ebbene
,
noi
vedremo
che
nella
concezione
di
ogni
opera
umoristica
,
la
riflessione
non
si
nasconde
,
non
resta
invisibile
,
non
resta
cioè
quasi
una
forma
del
sentimento
,
quasi
uno
specchio
in
cui
il
sentimento
si
rimira
;
ma
gli
si
pone
innanzi
,
da
giudice
;
lo
analizza
,
spassionandosene
;
ne
scompone
l
'
immagine
;
da
questa
analisi
però
,
da
questa
scomposizione
,
un
altro
sentimento
sorge
o
spira
:
quello
che
potrebbe
chiamarsi
,
e
che
io
difatti
chiamo
il
sentimento
del
contrario
.
Vedo
una
vecchia
signora
,
coi
capelli
ritinti
,
tutti
unti
non
si
sa
di
quale
orribile
manteca
,
e
poi
tutta
goffamente
imbellettata
e
parata
d
'
abiti
giovanili
.
Mi
metto
a
ridere
.
Avverto
che
quella
vecchia
signora
è
il
contrario
di
ciò
che
una
vecchia
rispettabile
signora
dovrebbe
essere
.
Posso
così
,
a
prima
giunta
e
superficialmente
,
arrestarmi
a
questa
impressione
comica
.
Il
comico
è
appunto
un
avvertimento
del
contrario
.
Ma
se
ora
interviene
in
me
la
riflessione
,
e
mi
suggerisce
che
quella
vecchia
signora
non
prova
forse
nessun
piacere
a
pararsi
così
come
un
pappagallo
,
ma
che
forse
ne
soffre
e
lo
fa
soltanto
perché
pietosamente
s
'
inganna
che
,
parata
così
,
nascondendo
così
le
rughe
e
la
canizie
,
riesca
a
trattenere
a
sé
l
'
amore
del
marito
molto
più
giovane
di
lei
,
ecco
che
io
non
posso
più
riderne
come
prima
,
perché
appunto
la
riflessione
,
lavorando
in
me
,
mi
ha
fatto
andar
oltre
a
quel
primo
avvertimento
,
o
piuttosto
,
più
addentro
:
da
quel
primo
avvertimento
del
contrario
mi
ha
fatto
passare
a
questo
sentimento
del
contrario
.
Ed
è
tutta
qui
la
differenza
tra
il
comico
e
l
'
umoristico
.
Signore
,
signore
!
oh
!
signore
,
forse
,
come
gli
altri
,
voi
stimate
ridicolo
tutto
questo
;
forse
vi
annojo
raccontandovi
questi
stupidi
e
miserabili
particolari
della
mia
vita
domestica
:
ma
per
me
non
è
ridicolo
,
perché
io
sento
tutto
ciò
...
Così
grida
Marmeladoff
nell
'
osteria
,
in
Delitto
e
Castigo
del
Dostojevski
,
a
Raskolnikoff
tra
le
risate
degli
avventori
ubriachi
.
E
questo
grido
è
appunto
la
protesta
dolorosa
ed
esasperata
d
'
un
personaggio
umoristico
contro
chi
,
di
fronte
a
lui
,
si
ferma
a
un
primo
avvertimento
superficiale
e
non
riesce
a
vederne
altro
che
la
comicità
.
Ed
ecco
qua
un
terzo
esempio
,
che
per
la
sua
lampante
chiarezza
,
si
potrebbe
dir
tipico
.
Un
poeta
,
il
Giusti
,
entra
un
giorno
nella
chiesa
di
Sant
'
Ambrogio
a
Milano
,
e
vi
trova
un
pieno
di
soldati
,
Di
que
'
soldati
settentrionali
,
Come
sarebbe
boemi
e
croati
,
Messi
qui
nella
vigna
a
far
da
pali
...
Il
suo
primo
sentimento
è
d
'
odio
:
quei
soldatacci
ispidi
e
duri
son
lì
a
ricordargli
la
patria
schiava
.
Ma
ecco
levarsi
nel
tempio
il
suono
dell
'
organo
:
poi
quel
cantico
tedesco
lento
lento
,
D
'
un
suono
grave
,
flebile
,
solenne
che
è
preghiera
e
pare
lamento
.
Ebbene
,
questo
suono
determina
a
un
tratto
una
disposizione
insolita
nel
poeta
,
avvezzo
a
usare
il
flagello
della
satira
politica
e
civile
:
determina
in
lui
la
disposizione
propriamente
umoristica
:
cioè
,
lo
dispone
a
quella
particolar
riflessione
che
,
spassionandosi
del
primo
sentimento
,
dell
'
odio
suscitato
dalla
vista
di
quei
soldati
;
genera
appunto
il
sentimento
del
contrario
.
Il
poeta
ha
sentito
nell
'
inno
la
dolcezza
amara
Dei
canti
uditi
da
fanciullo
:
il
core
,
Che
da
voce
domestica
gl
'
impara
,
Ce
li
ripete
i
giorni
del
dolore
.
Un
pensier
mesto
della
madre
cara
,
Un
desiderio
di
pace
e
d
'
amore
,
Uno
sgomento
di
lontano
esilio
...
E
riflette
che
quei
soldati
,
strappati
ai
loro
tetti
da
un
re
pauroso
,
A
dura
vita
,
a
dura
disciplina
,
Muti
,
derisi
,
solitari
stanno
,
Strumenti
ciechi
d
'
occhiuta
rapina
,
Che
lor
non
tocca
e
che
forse
non
sanno
.
Ed
ecco
il
contrario
dell
'
odio
di
prima
:
Povera
gente
!
lontana
da
'
suoi
,
In
un
paese
qui
che
le
vuol
male
...
Il
poeta
è
costretto
a
fuggir
dalla
chiesa
perché
Qui
,
se
non
fuggo
,
abbraccio
un
caporale
,
Colla
su
'
brava
mazza
di
nocciuolo
Duro
e
piantato
li
come
un
piuolo
.
Notando
questo
,
avvertendo
cioè
questo
sentimento
del
contrario
che
nasce
da
una
speciale
attività
della
riflessione
,
io
non
esco
affatto
dal
campo
della
critica
estetica
e
psicologica
.
L
'
analisi
psicologica
di
questa
poesia
è
il
necessario
fondamento
della
valutazione
estetica
di
essa
.
Io
non
posso
intenderne
la
bellezza
,
se
non
intendo
il
processo
psicologico
da
cui
risulta
la
perfetta
riproduzione
di
quello
stato
d
'
animo
che
il
poeta
voleva
suscitare
,
nella
quale
consiste
appunto
la
bellezza
estetica
.
Vediamo
ora
un
esempio
più
complesso
,
nel
quale
la
speciale
attività
della
riflessione
non
si
scopre
casi
a
prima
giunta
;
prendiamo
un
libro
di
cui
abbiamo
già
discorso
:
il
Don
Quijote
del
Cervantes
.
Vogliamo
giudicarne
il
valore
estetico
.
Che
faremo
?
Dopo
la
prima
lettura
e
la
prima
impressione
che
ne
avremo
ricevuto
,
terremo
conto
anche
qui
dello
stato
d
'
animo
che
l
'
autore
ha
voluto
suscitare
.
Qual
è
questo
stato
d
'
animo
?
Noi
vorremmo
ridere
di
tutto
quanto
c
'
è
di
comico
nella
rappresentazione
di
questo
povero
alienato
che
maschera
della
sua
follia
sé
stesso
e
gli
altri
e
tutte
le
cose
;
vorremmo
ridere
,
ma
il
riso
non
ci
viene
alle
labbra
schietto
e
facile
;
sentiamo
che
qualcosa
ce
lo
turba
e
ce
l
'
ostacola
;
è
un
senso
di
commiserazione
,
di
pena
e
anche
d
'
ammirazione
,
si
,
perché
se
le
eroiche
avventure
di
questo
povero
hidalgo
sono
ridicolissime
,
pur
non
v
'
ha
dubbio
che
egli
nella
sua
ridicolaggine
è
veramente
eroico
.
Noi
abbiamo
una
rappresentazione
comica
,
ma
spira
da
questa
un
sentimento
che
ci
impedisce
di
ridere
o
ci
turba
il
riso
della
comicità
rappresentata
;
ce
lo
rende
amaro
.
Attraverso
il
comico
stesso
,
abbiamo
anche
qui
il
sentimento
del
contrario
.
L
'
autore
l
'
ha
destato
in
noi
perché
s
'
è
destato
in
lui
,
e
noi
ne
abbiamo
già
veduto
le
ragioni
.
Ebbene
,
perché
non
si
scopre
qui
la
speciale
attività
della
riflessione
?
Ma
perché
essa
frutto
della
tristissima
esperienza
della
vita
,
esperienza
che
ha
determinato
la
disposizione
umoristica
nel
poeta
s
i
era
già
esercitata
sul
sentimento
di
lui
,
su
quel
sentimento
che
lo
aveva
armato
cavaliere
della
fede
a
Lepanto
.
Spassionandosi
di
questo
sentimento
e
ponendovisi
contro
,
da
giudice
,
nella
oscura
carcere
della
Mancha
,
ed
analizzandolo
con
amara
freddezza
,
la
riflessione
aveva
già
destato
nel
poeta
il
sentimento
del
contrario
,
e
frutto
di
esso
è
appunto
il
Don
Quijote
:
è
questo
,
sentimento
del
contrario
oggettivato
.
Il
poeta
non
ha
rappresentato
la
causa
del
processo
come
il
Giusti
nella
sua
poesia
ne
ha
rappresentato
soltanto
l
'
effetto
,
e
però
il
sentimento
del
contrario
spira
attraverso
la
comicità
della
rappresentazione
;
questa
comicità
è
frutto
del
sentimento
del
contrario
generato
nel
poeta
dalla
speciale
attività
della
riflessione
sul
primo
sentimento
tenuto
nascosto
.
Ora
,
che
bisogno
ho
io
d
'
assegnare
un
qualsiasi
valore
etico
a
questo
sentimento
del
contrario
,
come
fa
Theodor
Lipps
nel
suo
libro
Komik
und
Humor
?
Cioè
intendiamoci
bene
al
Lipps
veramente
non
si
affaccia
mai
questo
sentimento
del
contrario
.
Egli
,
da
un
canto
,
non
vede
che
una
specie
di
meccanismo
così
del
comico
come
dell
'
umore
:
quello
stesso
che
il
Croce
nella
sua
Estetica
cita
come
un
esempio
di
spiegazione
accettabile
di
siffatti
concetti
:
Posto
l
'
organismo
nella
situazione
a
,
sopravvenendo
la
circostanza
b
,
si
ha
il
fatto
c
.
E
,
dall
'
altro
canto
,
s
'
impaccia
di
continuo
di
valori
etici
,
poiché
per
lui
ogni
godimento
artistico
ed
estetico
in
genere
è
godimento
di
qualcosa
che
ha
valore
etico
:
non
già
come
elemento
di
un
complesso
,
ma
come
oggetto
dell
'
intuizione
estetica
.
E
tira
continuamente
in
ballo
il
valore
etico
della
personalità
umana
,
e
parla
di
positivo
umano
e
di
negazione
di
esso
.
Egli
dice
:
Dass
durch
die
Negation
,
,
die
am
positiv
Menschlichen
geschieht
,
dies
positiv
Menschliche
uns
näher
gebracht
,
in
seinem
Wert
offenbarer
und
fühlbarer
gemacht
wird
,
darin
besteht
,
wie
wir
sahen
,
das
allgemeinste
Wesen
der
Tragik
.
Ebendarin
besteht
auch
das
allgemeinste
Wesen
des
Humors
.
Nur
dass
hier
die
Negation
anderer
Art
ist
als
dort
,
nämlich
komische
Negation
.
Ich
sagte
vom
Naivkomischen
,
dass
es
auf
dem
Wege
liege
von
der
Komik
zum
Humor
.
Dies
heisst
nicht
:
die
naive
Komik
ist
Humor
.
Vielmehr
ist
auchhier
die
Komik
als
solche
das
Gegenteil
des
Humors
.
Die
naive
Komik
entsteht
,
indem
das
vom
Standpunkte
der
naiven
Persönlichkeit
aus
Berechtigte
,
Gute
,
Kluge
von
unserem
Standpunkte
aus
im
gegenteiligen
Lichte
erscheint
.
Der
Humor
entsteht
umgekehrt
,
indem
jenes
relativ
Berechtigte
,
Gute
,
Kluge
aus
dem
Prozess
der
komischen
Vernichtung
wiederum
emportaucht
,
und
nun
erst
recht
in
seinem
Werte
einleuchtet
und
genossen
wird
.
E
poco
più
oltre
:
Der
eigentliche
Grund
und
Kern
des
Humors
ist
überall
und
jederzeit
das
relativ
Gute
,
Schöne
,
Vernünftige
,
das
auch
da
sich
findet
,
wo
es
nach
unseren
gewöhnlichen
Begriffen
nicht
vorhanden
,
ja
geflissentlich
negiert
erscheint
.
Dice
anche
:
in
der
Komik
nicht
nur
das
Komische
in
nichts
zergeht
,
sondern
auch
wir
in
gewisser
Weise
,
mit
unserer
Erwartung
,
unserem
Glauben
an
eine
Erhabenheit
oder
Grösse
,
den
Regeln
oder
Gewohnheiten
unserer
Denkens
u
.
s
.
w
.
"
zu
nichte
"
werden
.
Über
dieses
eigene
Zunichtewerden
erhebt
sich
der
Humor
.
Dieser
Humor
,
der
Humor
,
den
wir
angesichts
des
Komischen
haben
,
besteht
schliesslich
ebenso
wie
derjenige
,
den
der
Träger
des
bewusst
humoristischen
Geschehens
hat
,
in
der
Geistesfreiheit
,
der
Gewissheit
des
eigenen
Selbst
und
des
Vernünftigen
,
Guten
und
Erhabenen
in
der
Welt
,
die
bei
aller
objektiven
und
eigenen
Nichtigkeit
bestehen
bleibt
,
oder
eben
darin
zur
Geltung
kommt
.
Ma
è
poi
costretto
a
riconoscere
egli
stesso
che
nicht
jeder
Humor
diese
höchste
Stufe
erreicht
e
che
vi
ha
neben
dem
versöhnten
,
einen
entzweiten
Humor
.
Ma
che
bisogno
ho
io
,
ripeto
,
di
dare
un
qualsiasi
valore
etico
a
quello
che
ho
chiamato
il
sentimento
del
contrario
,
o
di
determinarlo
a
priori
in
alcun
modo
?
Esso
si
determinerà
da
sé
,
volta
per
volta
,
secondo
la
personalità
del
poeta
o
l
'
oggetto
della
rappresentazione
.
Che
importa
a
me
,
critico
estetico
,
di
sapere
in
chi
o
dove
stia
la
ragion
relativa
e
il
giusto
e
il
bene
?
Io
non
voglio
né
debbo
uscire
dal
campo
della
fantasia
pura
:
Io
mi
pongo
dinanzi
qualunque
rappresentazione
artistica
,
e
mi
propongo
soltanto
di
giudicarne
il
valore
estetico
.
Per
questo
giudizio
,
ho
bisogno
innanzi
tutto
di
sapere
lo
stato
d
'
animo
che
quella
rappresentazione
artistica
vuol
suscitare
:
lo
saprò
dall
'
impressione
che
ne
ho
ricevuto
.
Questo
stato
d
'
animo
,
ogni
qual
volta
mi
trovo
innanzi
a
una
rappresentazione
veramente
umoristica
,
è
di
perplessità
:
io
mi
sento
come
tenuto
tra
due
:
vorrei
ridere
,
rido
,
ma
il
riso
mi
è
turbato
e
ostacolato
da
qualcosa
che
spira
dalla
rappresentazione
stessa
.
Ne
cerco
la
ragione
.
Per
trovarla
,
non
ho
affatto
bisogno
di
sciogliere
l
'
espressione
fantastica
in
un
rapporto
etico
,
di
tirare
in
ballo
il
valore
etico
della
personalità
umana
e
via
dicendo
.
Trovo
questo
sentimento
del
contrario
,
qualunque
esso
sia
,
che
spira
in
tanti
modi
dalla
rappresentazione
stessa
,
costantemente
in
tutte
le
rappresentazioni
che
soglio
chiamare
umoristiche
.
Perché
limitarne
eticamente
la
causa
,
oppure
astrattamente
,
attribuendola
,
ad
esempio
,
al
disaccordo
che
il
sentimento
e
la
meditazione
scoprono
fra
la
vita
reale
e
l
'
ideale
umano
o
fra
le
nostre
aspirazioni
e
le
nostre
debolezze
e
miserie
?
Nascerà
anche
da
questo
,
come
da
tantissime
altre
cause
indeterminabili
a
priori
.
A
noi
preme
soltanto
accertare
che
questo
sentimento
del
contrario
nasce
,
e
che
nasce
da
una
speciale
attività
che
assume
nella
concezione
di
siffatte
opere
d
'
arte
la
riflessione
.
III
Teniamoci
a
questo
;
seguiamo
questa
attività
speciale
della
riflessione
,
e
vediamo
se
essa
non
ci
spiega
a
una
a
una
le
varie
caratteristiche
,
che
si
possono
riscontrare
in
ogni
opera
umoristica
.
Abbiamo
detto
che
,
ordinariamente
,
nella
concezione
d
'
un
'
opera
d
'
arte
,
la
riflessione
è
quasi
una
forma
del
sentimento
,
quasi
uno
specchio
in
cui
il
sentimento
si
rimira
.
Volendo
seguitar
quest
'
immagine
,
si
potrebbe
dire
che
,
nella
concezione
umoristica
,
la
riflessione
è
,
sì
,
come
uno
specchio
,
ma
d
'
acqua
diaccia
,
in
cui
la
fiamma
del
sentimento
non
si
rimira
soltanto
,
ma
si
tuffa
e
si
smorza
:
il
friggere
dell
'
acqua
è
il
riso
che
suscita
l
'
umorista
;
il
vapore
che
n
'
esala
è
la
fantasia
spesso
un
po
'
fumosa
dell
'
opera
umoristica
.
A
questo
mondo
c
'
è
giustizia
finalmente
!
grida
Renzo
,
il
promesso
sposo
,
appassionato
e
rivoltato
.
Tant
'
è
vero
che
un
uomo
sopraffatto
dal
dolore
non
sa
più
quel
che
si
dica
,
commenta
il
Manzoni
.
Ecco
la
fiamma
là
del
sentimento
,
che
si
tuffa
qua
e
si
smorza
nell
'
acqua
diaccia
della
riflessione
.
La
riflessione
,
assumendo
quella
sua
speciale
attività
,
viene
a
turbare
,
a
interrompere
il
movimento
spontaneo
che
organa
le
idee
e
le
immagini
in
una
forma
armoniosa
.
E
stato
tante
volte
notato
che
le
opere
umoristiche
sono
scomposte
,
interrotte
,
intramezzate
di
continue
digressioni
.
Anche
in
un
'
opera
così
armonica
nel
suo
complesso
come
I
Promessi
Sposi
,
è
stato
notato
qualche
difetto
di
composizione
,
una
soverchia
minuzia
qua
e
là
e
il
frequente
interrompersi
della
rappresentazione
o
per
richiami
al
famoso
Anonimo
o
per
l
'
arguta
intrusione
dell
'
autore
stesso
.
Questo
,
che
ai
critici
nostri
è
sembrato
un
eccesso
per
un
verso
,
un
difetto
per
l
'
altro
,
è
poi
la
caratteristica
più
evidente
di
tutti
i
libri
umoristici
.
Basta
citare
il
Tristram
Shandy
dello
Sterne
,
che
è
tutto
quanto
un
viluppo
di
variazioni
e
digressioni
,
non
ostante
che
l
'
autobiografo
si
proponga
di
narrar
tutto
ab
ovo
,
punto
per
punto
,
e
cominci
dall
'
alvo
di
sua
madre
e
dalla
pendola
che
il
signor
Shandy
padre
soleva
puntualmente
caricare
.
Ma
se
questa
caratteristica
è
stata
notata
,
non
se
ne
son
vedute
chiaramente
le
ragioni
.
Questa
scompostezza
,
queste
digressioni
,
queste
variazioni
non
derivano
già
dal
bizzarro
arbitrio
o
dal
capriccio
degli
scrittori
,
ma
sono
appunto
necessaria
e
inovviabile
conseguenza
del
turbamento
e
delle
interruzioni
del
movimento
organatore
delle
immagini
per
opera
della
riflessione
attiva
,
la
quale
suscita
un
'
associazione
per
contrarci
:
le
immagini
cioè
,
anziché
associate
per
similazione
o
per
contiguità
,
si
presentano
in
contrasto
:
ogni
immagine
,
ogni
gruppo
d
'
immagini
desta
e
richiama
le
contrarie
,
che
naturalmente
dividono
lo
spirito
,
il
quale
,
irrequieto
,
s
'
ostina
a
trovare
o
a
stabilir
tra
loro
le
relazioni
più
impensate
.
Ogni
vero
umorista
non
è
soltanto
poeta
,
è
anche
critico
,
ma
si
badi
-
un
critico
sui
generis
,
un
critico
fantastico
:
e
dico
fantastico
non
solamente
nel
senso
di
bizzarro
o
di
capriccioso
,
ma
anche
nel
senso
estetico
della
parola
,
quantunque
possa
sembrare
a
prima
giunta
una
contradizione
in
termini
.
Ma
è
proprio
così
;
e
però
ho
sempre
parlato
di
una
speciale
attività
della
riflessione
.
Questo
apparirà
chiaro
quando
si
pensi
che
se
,
indubbiamente
,
una
innata
o
ereditata
malinconia
,
le
tristi
vicende
,
un
'
amara
esperienza
della
vita
,
o
anche
un
pessimismo
o
uno
scetticismo
acquisito
con
lo
studio
e
con
la
considerazione
su
le
sorti
dell
'
umana
esistenza
,
sul
destino
degli
uomini
,
ecc
.
possono
determinare
quella
particolar
disposizione
d
'
animo
che
si
suol
chiamare
umoristica
,
questa
disposizione
poi
,
da
sola
,
non
basta
a
creare
un
'
opera
d
'
arte
.
Essa
non
è
altro
che
il
terreno
preparato
:
l
'
opera
d
'
arte
è
il
germe
che
cadrà
in
questo
terreno
,
e
sorgerà
,
e
si
svilupperà
nutrendosi
dell
'
umore
di
esso
,
togliendo
cioè
da
esso
condizione
e
qualità
.
Ma
la
nascita
e
lo
sviluppo
di
questa
pianta
debbono
essere
spontanei
.
Apposta
il
germe
non
cade
se
non
nel
terreno
preparato
a
riceverlo
,
ove
meglio
cioè
può
germogliare
.
La
creazione
dell
'
arte
è
spontanea
:
non
è
composizione
esteriore
,
per
addizione
d
'
elementi
di
cui
si
siano
studiati
i
rapporti
:
di
membra
sparse
non
si
compone
un
corpo
vivo
,
innestando
,
combinando
.
Un
'
opera
d
'
arte
,
in
somma
,
è
,
in
quanto
è
ingenua
;
non
può
essere
il
risultato
della
riflessione
cosciente
.
La
riflessione
,
dunque
,
di
cui
io
parlo
,
non
è
un
'
opposizione
del
cosciente
verso
lo
spontaneo
;
è
una
specie
di
projezione
della
stessa
attività
fantastica
:
nasce
dal
fantasma
,
come
l
'
ombra
dal
corpo
;
ha
tutti
i
caratteri
della
ingenuità
o
natività
spontanea
;
è
nel
germe
stesso
della
creazione
,
e
spira
in
fatti
da
essa
ciò
che
ho
chiamato
il
sentimento
del
contrario
.
Ben
per
questo
ho
soggiunto
che
l
'
umorismo
potrebbe
dirsi
un
fenomeno
di
sdoppiamento
nell
'
atto
della
concezione
.
La
concezione
dell
'
opera
d
'
arte
non
è
altro
,
in
fondo
,
che
una
forma
dell
'
organamento
delle
immagini
.
L
'
idea
dell
'
artista
non
è
un
'
idea
astratta
;
è
un
sentimento
,
che
divien
centro
della
vita
interiore
,
si
impadronisce
dello
spirito
,
l
'
agita
e
,
agitandolo
,
tende
a
crearsi
un
corpo
d
'
immagini
.
Quando
un
sentimento
scuote
violentemente
lo
spirito
,
d
'
ordinario
,
si
svegliano
tutte
le
idee
,
tutte
le
immagini
che
son
con
esso
in
accordo
:
qui
,
invece
,
per
la
riflessione
inserta
nel
germe
del
sentimento
,
come
un
vischio
maligno
,
si
sveglian
le
idee
e
le
immagini
in
contrasto
.
E
la
condizione
,
è
la
qualità
che
prende
il
germe
,
cadendo
nel
terreno
che
abbiamo
più
su
descritto
:
gli
s
'
inserisce
il
vischio
della
riflessione
;
e
la
pianta
sorge
e
si
veste
d
'
un
verde
estraneo
e
pur
con
essa
connaturato
.
A
questo
punto
si
fa
avanti
il
Croce
con
tutta
la
forza
della
sua
logica
raccolta
in
un
cosicché
,
per
inferire
da
quanto
ho
detto
più
su
,
ch
'
io
contrappongo
arte
e
umorismo
.
E
si
domanda
:
Vuol
egli
dire
che
l
'
umorismo
non
è
arte
,
o
che
esso
è
più
che
arte
?
E
,
in
questo
caso
,
che
cosa
è
mai
?
Riflessione
sull
'
arte
,
e
cioè
critica
d
'
arte
?
Riflessione
sulla
vita
,
e
cioè
filosofia
della
vita
?
O
una
forma
sui
generis
dello
spirito
,
che
i
filosofi
,
finora
,
non
hanno
conosciuta
?
Il
P
.
,
se
l
'
ha
scoperta
lui
,
avrebbe
dovuto
,
a
ogni
modo
,
dimostrarla
,
assegnarle
un
posto
,
dedurla
e
farne
intendere
la
connessione
con
le
altre
forme
dello
spirito
.
Il
che
non
ha
fatto
,
limitandosi
ad
affermare
che
l
'
umorismo
è
l
'
opposto
dell
'
arte
.
Io
mi
guardo
attorno
sbalordito
.
Ma
dove
,
ma
quando
mai
ho
affermato
questo
?
Qui
sta
tra
due
:
o
io
non
so
scrivere
,
o
il
Croce
non
sa
leggere
.
Come
c
'
entra
la
riflessione
sull
'
arte
che
è
critica
d
'
arte
,
e
la
riflessione
sulla
vita
che
è
filosofia
della
vita
?
Io
ho
detto
che
ordinariamente
,
in
generale
,
nella
concezione
d
'
un
'
opera
d
'
arte
,
cioè
mentre
uno
scrittore
la
concepisce
,
la
riflessione
ha
un
ufficio
che
ho
cercato
di
determinare
,
per
poi
venire
a
determinare
quale
speciale
attività
essa
assuma
,
non
già
sull
'
opera
d
'
arte
,
ma
in
quella
speciale
opera
d
'
arte
che
si
chiama
umoristica
.
Ebbene
,
perciò
l
'
umorismo
non
è
arte
,
o
è
più
che
arte
?
Chi
lo
dice
?
Lo
dice
lui
,
il
Croce
,
perché
vuol
dirlo
,
non
perché
io
non
mi
sia
espresso
chiaramente
,
dimostrando
.
che
è
arte
con
questo
particolar
carattere
,
e
chiarendo
da
che
cosa
le
provenga
,
cioè
da
questa
speciale
attività
della
riflessione
,
la
quale
scompone
l
'
immagine
creata
da
un
primo
sentimento
per
far
sorgere
da
questa
scomposizione
e
presentarne
un
altro
contrario
,
come
appunto
s
'
è
veduto
dagli
esempii
recati
e
da
tutti
gli
altri
che
avrei
potuto
recare
,
esaminando
a
una
a
una
le
più
celebrate
opere
umoristiche
.
Non
vorrei
ammettere
un
'
ipotesi
quanto
mai
ingiuriosa
per
il
Croce
,
che
cioè
egli
creda
che
un
'
opera
d
'
arte
si
componga
come
un
qualunque
pasticcio
con
tanto
d
'
uova
,
tanto
di
farina
,
tanto
di
questo
o
di
quell
'
altro
ingrediente
,
che
si
potrebbe
anche
mettere
o
lasciar
fuori
.
Ma
pur
troppo
mi
vedo
costretto
da
lui
stesso
ad
ammettere
una
siffatta
ipotesi
,
quand
'
egli
per
farmi
toccare
con
mano
che
l
'
umorismo
come
arte
non
si
può
distinguere
dalla
restante
arte
pone
questi
due
casi
circa
alla
riflessione
,
di
cui
io
secondo
lui
vorrei
fare
carattere
distintivo
dell
'
arte
umoristica
,
quasi
che
fosse
lo
stesso
dire
così
,
in
generale
,
la
riflessione
e
parlare
com
'
io
faccio
,
d
'
una
speciale
attività
della
riflessione
,
più
come
processo
intimo
,
immancabile
nell
'
atto
della
concezione
e
della
creazione
di
tali
opere
,
che
come
carattere
distintivo
che
per
forza
debba
mostrarsi
.
Ma
lasciamo
andare
.
Pone
,
dicevo
,
questi
due
casi
:
che
cioè
,
la
riflessione
o
entra
come
componente
nella
materia
dell
'
opera
dell
'
arte
e
,
in
questo
caso
,
tra
l
'
umorismo
e
la
commedia
(
o
la
tragedia
o
la
lirica
,
e
via
dicendo
)
,
non
vi
ha
differenza
alcuna
,
giacché
in
tutte
le
opere
d
'
arte
entra
,
o
può
entrare
,
il
pensiero
e
la
riflessione
;
ovvero
rimane
estrinseca
all
'
opera
d
'
arte
,
e
allora
si
avrà
critica
e
non
mai
arte
,
e
neppure
arte
umoristica
.
È
chiaro
.
Il
pasticcio
!
Recipe
:
tanto
di
fantasia
,
tanto
di
sentimento
,
tanto
di
riflessione
;
impasta
e
avrai
una
qualunque
opera
d
'
arte
,
perché
nella
composizione
di
una
qualunque
opera
d
'
arte
possono
entrare
tutti
quegli
ingredienti
,
e
anche
altri
.
Ma
domando
io
:
come
c
'
entra
questo
pasticcio
,
questa
composizione
d
'
elementi
come
materia
dell
'
opera
d
'
arte
,
qualunque
e
comunque
sia
,
con
quello
che
io
ho
detto
più
su
e
che
ho
fatto
vedere
,
punto
per
punto
,
parlando
per
esempio
del
Sant
'
Ambrogio
del
Giusti
,
quando
ho
mostrato
come
la
riflessione
,
inserendosi
come
un
vischio
nel
primo
sentimento
del
poeta
,
che
è
d
'
odio
verso
quei
soldatacci
stranieri
,
generò
a
poco
a
poco
il
contrario
del
sentimento
di
prima
?
E
forse
perché
questa
riflessione
,
sempre
vigile
e
specchiante
in
ogni
artista
durante
la
creazione
,
non
segue
qua
il
primo
sentimento
,
ma
a
un
certo
punto
gli
s
'
oppone
,
diventa
perciò
estrinseca
all
'
opera
d
'
arte
,
diventa
perciò
critica
?
Io
parlo
d
'
una
attività
intrinseca
della
riflessione
,
e
non
della
riflessione
come
materia
componente
dell
'
opera
d
'
arte
.
È
chiaro
!
E
non
è
credibile
che
il
Croce
non
l
'
intenda
.
Non
vuole
intenderlo
.
E
ne
è
prova
quel
suo
voler
far
credere
che
siano
imprecise
le
mie
distinzioni
e
che
io
le
ripeta
e
le
modifichi
e
le
temperi
di
continuo
e
che
,
quando
altro
non
sappia
,
ricorra
alle
immagini
;
mentre
invece
negli
esempii
ch
'
egli
cita
di
queste
mie
pretese
ripetizioni
e
modificazioni
e
soccorrevoli
immagini
,
sfido
chiunque
a
scoprire
il
minimo
disaccordo
,
la
minima
modificazione
,
il
minimo
temperamento
della
prima
asserzione
,
e
non
piuttosto
una
più
chiara
spiegazione
,
una
più
precisa
immagine
;
sfido
chiunque
a
riconoscere
con
lui
il
mio
imbarazzo
,
poiché
i
concetti
,
a
suo
dire
,
mi
si
sformano
tra
mano
quando
li
prendo
per
porgerli
altrui
.
Tutto
questo
è
veramente
pietoso
.
Ma
tanto
può
sul
Croce
ciò
che
una
volta
egli
s
'
è
lasciato
dire
:
che
cioè
dell
'
umorismo
non
si
debba
,
né
si
possa
parlare
.
Andiamo
avanti
.
IV
Per
spiegarci
la
ragione
del
contrasto
tra
la
riflessione
e
il
sentimento
,
dobbiamo
penetrar
nel
terreno
in
cui
il
germe
cade
,
voglio
dire
nello
spirito
dello
scrittore
umorista
.
Che
se
la
disposizione
umoristica
per
sé
sola
non
basta
,
perché
ci
vuole
il
germe
della
creazione
,
questo
germe
poi
si
nutre
dell
'
umore
che
trova
.
Lo
stesso
Lipps
che
vede
tre
modi
d
'
essere
dell
'
umore
,
cioè
:
a
)
l
'
umore
,
come
disposizione
,
o
modo
di
considerar
le
cose
;
b
)
l
'
umore
,
come
rappresentazione
;
c
)
l
'
umore
obiettivo
;
conclude
poi
che
in
verità
l
'
umore
è
soltanto
in
chi
lo
ha
:
soggettivismo
e
oggettivismo
non
sono
altro
che
un
diverso
atteggiamento
dello
spirito
nell
'
atto
della
rappresentazione
.
La
rappresentazione
cioè
dell
'
umore
,
che
è
sempre
in
chi
lo
ha
,
può
essere
atteggiata
in
due
modi
:
subiettivamente
od
obiettivamente
.
Quei
tre
modi
d
'
essere
si
presentano
al
Lipps
perché
egli
limita
e
determina
eticamente
la
ragione
dell
'
umorismo
,
il
quale
è
per
lui
,
come
abbiamo
già
veduto
,
superamento
del
comico
attraverso
il
comico
stesso
.
Sappiamo
che
cosa
egli
intenda
per
superamento
.
Io
,
secondo
lui
,
ho
umore
,
quando
:
ich
selbst
bin
der
Erhabene
,
der
sich
Behauptende
,
der
Träger
des
Vernünftigen
oder
Sittlichen
.
Als
dieser
Erhabene
,
oder
im
Lichte
dieses
Erhabenen
betrachte
ich
die
Welt
.
Ich
finde
in
ihr
Komisches
und
gehe
betrachtend
in
die
Komik
ein
.
Ich
gewinne
aber
schliesslich
mich
selbst
,
oder
das
Erhabene
in
mir
,
erhöht
,
befestigt
,
gesteigert
wieder
.
Ora
questa
per
noi
è
una
considerazione
assolutamente
estranea
,
prima
di
tutto
,
e
poi
anche
unilaterale
.
Togliendo
alla
formula
il
valore
etico
,
l
'
umorismo
poi
con
essa
riman
considerato
,
se
mai
,
nel
suo
effetto
,
non
nella
causa
.
Per
noi
tanto
il
comico
quanto
il
suo
contrario
,
sono
nella
disposizione
d
'
animo
stessa
ed
insiti
nel
processo
che
ne
risulta
.
Nella
sua
anormalità
,
non
può
esser
che
amaramente
comica
la
condizione
d
'
un
uomo
che
si
trova
ad
esser
sempre
quasi
fuori
di
chiave
,
ad
essere
a
un
tempo
violino
e
contrabbasso
;
d
'
un
uomo
a
cui
un
pensiero
non
può
nascere
,
che
subito
non
gliene
nasca
un
altro
opposto
,
contrario
;
a
cui
per
una
ragione
ch
'
egli
abbia
di
dir
sì
,
subito
un
'
altra
e
due
e
tre
non
ne
sorgano
che
lo
costringono
a
dir
no
;
e
tra
il
sì
e
il
no
lo
tengan
sospeso
,
perplesso
,
per
tutta
la
vita
;
d
'
un
uomo
che
non
può
abbandonarsi
a
un
sentimento
,
senza
avvertir
subito
qualcosa
dentro
che
gli
fa
una
smorfia
e
lo
turba
e
lo
sconcerta
e
lo
indispettisce
.
Questo
stesso
contrasto
,
che
è
nella
disposizione
dell
'
animo
,
si
scorge
nelle
cose
e
passa
nella
rappresentazione
.
È
una
speciale
fisionomia
psichica
,
a
cui
è
assolutamente
arbitrario
attribuire
una
causa
determinante
;
può
esser
frutto
d
'
una
esperienza
amara
della
vita
e
degli
uomini
,
d
'
una
esperienza
che
se
,
da
un
canto
,
non
permette
più
al
sentimento
ingenuo
di
metter
le
ali
e
di
levarsi
come
un
'
allodola
perché
lanci
un
trillo
nel
sole
,
senza
ch
'
essa
la
trattenga
per
la
coda
nell
'
atto
di
spiccare
il
volo
,
dall
'
altro
induce
a
riflettere
che
la
tristizia
degli
uomini
si
deve
spesso
alla
tristezza
della
vita
,
ai
mali
di
cui
essa
è
piena
e
che
non
tutti
sanno
o
possono
sopportare
;
induce
a
riflettere
che
la
vita
,
non
avendo
fatalmente
per
la
ragione
umana
un
fine
chiaro
e
determinato
,
bisogna
che
,
per
non
brancolar
nel
vuoto
,
ne
abbia
uno
particolare
,
fittizio
,
illusorio
,
per
ciascun
uomo
,
o
basso
o
alto
;
poco
importa
,
giacché
non
è
,
né
può
essere
il
fine
vero
,
che
tutti
cercano
affannosamente
e
nessuno
trova
,
forse
perché
non
esiste
.
Quel
che
importa
è
che
si
dia
importanza
a
qualche
cosa
,
e
sia
pur
vana
:
varrà
quanto
un
'
altra
stimata
seria
,
perché
in
fondo
né
l
'
una
né
l
'
altra
daranno
soddisfazione
:
tanto
è
vero
che
durerà
sempre
ardentissima
la
sete
di
sapere
,
non
si
estinguerà
mai
la
facoltà
di
desiderare
,
e
non
è
detto
pur
troppo
che
nel
progresso
consista
la
felicità
degli
uomini
.
Tutte
le
finzioni
dell
'
anima
,
tutte
le
creazioni
del
sentimento
vedremo
esser
materia
dell
'
umorismo
,
vedremo
cioè
la
riflessione
diventar
come
un
demonietto
che
smonta
il
congegno
d
'
ogni
immagine
,
d
'
ogni
fantasma
messo
su
dal
sentimento
;
smontarlo
per
veder
com
'
è
fatto
;
scaricarne
la
molla
,
e
tutto
il
congegno
striderne
,
convulso
.
Può
darsi
che
questo
faccia
talvolta
con
quella
simpatica
indulgenza
di
cui
parlan
coloro
che
vedono
soltanto
un
umorismo
bonario
.
Ma
non
c
'
è
da
fidarsene
,
perché
se
la
disposizione
umoristica
ha
talvolta
questo
di
particolare
,
cioè
questa
indulgenza
,
questo
compatimento
o
anche
questa
pietà
,
bisogna
pensare
che
esse
son
frutto
della
riflessione
che
si
è
esercitata
sul
sentimento
opposto
;
sono
un
sentimento
del
contrario
nato
dalla
riflessione
su
quei
casi
,
su
quei
sentimenti
,
su
quegli
uomini
,
che
provocano
nello
stesso
tempo
lo
sdegno
,
il
dispetto
,
l
'
irrisione
dell
'
umorista
,
il
quale
è
tanto
sincero
in
questo
dispetto
,
in
questa
irrisione
,
in
questo
sdegno
,
quanto
in
quell
'
indulgenza
,
in
quel
compatimento
,
in
quella
pietà
.
Se
così
non
fosse
,
si
avrebbe
non
più
l
'
umorismo
vero
e
proprio
,
ma
l
'
ironia
,
che
deriva
come
abbiamo
veduto
da
una
contradizione
soltanto
verbale
,
da
un
infingimento
retorico
,
affatto
contrario
alla
natura
dello
schietto
umorismo
.
Ogni
sentimento
,
ogni
pensiero
,
ogni
moto
che
sorga
nell
'
umorista
si
sdoppia
subito
nel
suo
contrario
:
ogni
sì
in
un
no
,
che
viene
in
fine
ad
assumere
lo
stesso
valore
del
sì
.
Magari
può
fingere
talvolta
l
'
umorista
di
tenere
soltanto
da
una
parte
:
dentro
intanto
gli
parla
l
'
altro
sentimento
che
pare
non
abbia
il
coraggio
di
rivelarsi
in
prima
;
gli
parla
e
comincia
a
muovere
ora
una
timida
scusa
,
ora
un
'
attenuante
,
che
smorzano
il
calore
del
primo
sentimento
,
ora
un
'
arguta
riflessione
che
ne
smonta
la
serietà
e
induce
a
ridere
.
Così
avviene
che
noi
dovremmo
tutti
provar
disprezzo
e
indignazione
per
don
Abbondio
,
per
esempio
,
e
stimar
ridicolissimo
e
spesso
un
matto
da
legare
Don
Quijote
;
eppure
siamo
indotti
al
compatimento
,
finanche
alla
simpatia
per
quello
,
e
ad
ammirare
con
infinita
tenerezza
le
ridicolaggini
di
questo
,
nobilitate
da
un
ideale
così
alto
e
puro
.
Dove
sta
il
sentimento
del
poeta
?
Nel
disprezzo
o
nel
compatimento
per
don
Abbondio
?
Il
Manzoni
ha
un
ideale
astratto
,
nobilissimo
della
missione
del
sacerdote
su
la
terra
,
e
incarna
questo
ideale
in
Federigo
Borromeo
.
Ma
ecco
la
riflessione
,
frutto
della
disposizione
umoristica
,
suggerire
al
poeta
che
questo
ideale
astratto
soltanto
per
una
rarissima
eccezione
può
incarnarsi
e
che
le
debolezze
umane
sono
pur
tante
.
Se
il
Manzoni
avesse
ascoltato
solamente
la
voce
di
quell
'
ideale
astratto
,
avrebbe
rappresentato
don
Abbondio
in
modo
che
tutti
avrebbero
dovuto
provar
per
lui
odio
e
disprezzo
,
ma
egli
ascolta
entro
di
sé
anche
la
voce
delle
debolezze
umane
.
Per
la
naturale
disposizione
dello
spirito
,
per
l
'
esperienza
della
vita
,
che
gliel
'
ha
determinata
,
il
Manzoni
non
può
non
sdoppiare
in
germe
la
concezione
di
quell
'
idealità
religiosa
,
sacerdotale
:
e
tra
le
due
fiamme
accese
di
Fra
Cristoforo
e
del
Cardinal
Federigo
vede
,
terra
terra
,
guardinga
e
mogia
,
allungarsi
l
'
ombra
di
don
Abbondio
.
E
si
compiace
a
un
certo
punto
di
porre
a
fronte
,
in
contrasto
,
il
sentimento
attivo
,
positivo
,
e
la
riflessione
negativa
;
la
fiaccola
accesa
del
sentimento
e
l
'
acqua
diaccia
della
riflessione
;
la
predicazione
alata
,
astratta
,
dell
'
altruismo
,
per
veder
come
sì
smorzi
nelle
ragioni
pedestri
e
concrete
dell
'
egoismo
.
Federigo
Borromeo
domanda
a
don
Abbondio
:
E
quando
vi
siete
presentato
alla
Chiesa
per
addossarvi
codesto
ministero
,
v
'
ha
essa
fatto
sicurtà
della
vita
?
V
'
ha
detto
che
i
doveri
annessi
al
ministero
fossero
liberi
da
ogni
ostacolo
,
immuni
da
ogni
pericolo
?
O
v
'
ha
detto
forse
che
dove
cominciasse
il
pericolo
,
ivi
cesserebbe
il
dovere
?
O
non
v
'
ha
espressamente
detto
il
contrario
?
Non
v
'
ha
avvertito
che
vi
mandava
come
un
agnello
tra
i
lupi
?
Non
sapevate
voi
che
c
'
eran
de
'
violenti
,
a
cui
potrebbe
dispiacere
ciò
che
a
voi
sarebbe
comandato
?
Quello
da
Cui
abbiam
la
dottrina
e
l
'
esempio
,
ad
imitazione
di
Cui
ci
lasciam
nominare
e
ci
nominiamo
pastori
,
venendo
in
terra
a
esercitarne
l
'
uffizio
,
mise
forse
per
condizione
d
'
aver
salva
la
vita
?
E
per
salvarla
,
per
conservarla
,
dico
,
qualche
giorno
di
più
sulla
terra
,
a
spese
della
carità
e
del
dovere
,
c
'
era
bisogno
dell
'
unzione
santa
,
della
imposizion
delle
mani
,
della
grazia
del
sacerdozio
?
Basta
il
mondo
a
dar
questa
virtù
,
a
insegnar
questa
dottrina
.
Che
dico
?
oh
vergogna
!
il
mondo
stesso
la
rifiuta
:
il
mondo
fa
anch
'
esso
le
sue
leggi
,
che
prescrivono
il
male
come
il
bene
;
ha
il
suo
vangelo
anch
'
esso
,
un
vangelo
di
superbia
e
d
'
odio
;
e
non
vuol
che
si
dica
che
l
'
amore
della
vita
sia
una
ragione
per
trasgredire
i
comandamenti
.
Non
lo
vuole
ed
è
ubbidito
!
E
noi
!
noi
figli
e
annunziatori
della
promessa
!
Che
sarebbe
la
Chiesa
se
codesto
vostro
linguaggio
fosse
quello
di
tuttii
vostri
confratelli
?
Dove
sarebbe
,
se
fosse
comparsa
nel
mondo
con
codeste
dottrine
?
.
Don
Abbondio
ascolta
questa
lunga
e
animosa
predica
a
capo
basso
.
Il
Manzoni
dice
che
lo
spirito
di
lui
si
trovava
tra
quegli
argomenti
,
come
un
pulcino
negli
artigli
del
falco
,
che
lo
tengono
sollevato
in
una
regione
sconosciuta
,
in
un
'
aria
che
non
ha
mai
respirata
.
Il
paragone
è
bello
,
quantunque
a
qualcuno
l
'
idea
di
rapacità
e
di
fierezza
che
è
nel
falco
sia
sembrata
poco
conveniente
al
Cardinal
Federigo
.
L
'
errore
,
secondo
me
,
non
è
tanto
nella
maggiore
o
minor
convenienza
del
paragone
,
quanto
nel
paragone
stesso
,
per
amore
del
quale
il
Manzoni
,
volendo
rifar
la
tavoletta
d
'
Esiodo
,
s
'
è
forse
lasciato
andare
a
dir
quello
che
non
doveva
.
Si
trovava
don
Abbondio
veramente
sollevato
in
una
regione
sconosciuta
tra
quegli
argomenti
del
Cardinal
Borromeo
?
Ma
il
paragone
dell
'
agnello
tra
i
lupi
si
legge
nel
Vangelo
di
Luca
,
dove
Cristo
dice
appunto
agli
apostoli
:
Ecco
,
io
mando
voi
come
agnelli
tra
i
lupi
.
E
chi
sa
quante
volte
dunque
don
Abbondio
lo
aveva
letto
;
come
in
altri
libri
chi
sa
quante
volte
aveva
letto
quegli
ammonimenti
austeri
;
quelle
considerazioni
elevate
.
E
diciamo
di
più
:
forse
lo
stesso
don
Abbondio
,
in
astratto
,
parlando
,
predicando
della
missione
del
sacerdote
,
avrebbe
detto
su
per
giù
le
stesse
cose
.
Tanto
vero
che
,
in
astratto
,
egli
le
intende
benissimo
:
Monsignore
illustrissimo
,
avrò
torto
,
risponde
infatti
;
ma
s
'
affretta
a
soggiungere
:
Quando
la
vita
non
si
deve
contare
,
non
so
cosa
mi
dire
.
E
allorché
il
Cardinale
insiste
:
E
non
sapete
voi
che
il
soffrire
per
la
giustizia
è
il
nostro
vincere
?
E
se
non
sapete
questo
,
che
cosa
predicate
?
di
che
siete
maestro
?
qual
è
la
buona
nuova
che
annunziate
ai
poveri
?
Chi
pretende
da
voi
che
vinciate
la
forza
con
la
forza
?
Certo
non
vi
sarà
domandato
,
un
giorno
,
se
abbiate
saputo
fare
stare
a
dovere
i
potenti
;
ché
a
questo
non
vi
fu
dato
né
missione
,
né
modo
.
Ma
vi
sarà
ben
domandato
se
avrete
adoprati
i
mezzi
ch
'
erano
in
vostra
mano
per
far
ciò
che
v
'
era
prescritto
,
anche
quando
avessero
la
temerità
di
proibirvelo
.
Anche
questi
santi
son
curiosi
,
pensa
don
Abbondio
:
in
sostanza
,
a
spremerne
il
sugo
,
gli
stanno
più
a
cuore
gli
amori
di
due
giovani
,
che
la
vita
d
'
un
povero
sacerdote
.
E
poiché
il
cardinale
è
rimasto
in
atto
di
chi
aspetti
una
risposta
,
risponde
:
Torno
a
dire
,
monsignore
,
che
avrò
torto
io
...
Il
coraggio
,
uno
non
se
lo
può
dare
.
Il
che
significa
appunto
:
Sissignore
,
ragionando
astrattamente
,
la
ragione
è
dalla
parte
di
Vossignoria
Illustrissima
;
il
torto
sarà
mio
.
Però
Vossignoria
Illustrissima
parla
bene
,
ma
quelle
facce
le
ho
viste
io
,
le
ho
sentite
io
quelle
parole
.
E
perché
dunque
,
gli
domanda
in
fine
il
Cardinale
,
vi
siete
voi
impegnato
in
un
ministero
che
v
'
impone
di
stare
in
guerra
con
le
passioni
del
secolo
?
Oh
,
il
perché
noi
lo
sappiamo
bene
:
il
Manzoni
stesso
ce
l
'
ha
detto
fin
da
principio
;
ce
l
'
ha
voluto
dire
e
poteva
anche
farne
a
meno
:
don
Abbondio
,
non
nobile
,
non
ricco
,
coraggioso
ancor
meno
,
s
'
era
accorto
,
prima
quasi
di
toccare
gli
anni
della
discrezione
,
d
'
essere
,
in
quella
società
,
come
un
vaso
di
terra
cotta
costretto
a
viaggiare
in
compagnia
di
molti
vasi
di
ferro
.
Aveva
quindi
,
assai
di
buon
grado
,
ubbidito
ai
parenti
,
che
lo
vollero
prete
.
Per
dir
la
verità
,
non
aveva
gran
fatto
pensato
agli
obblighi
e
ai
nobili
fini
del
ministero
al
quale
si
dedicava
:
procacciarsi
di
che
vivere
con
qualche
agio
e
mettersi
in
una
classe
privilegiata
e
forte
,
gli
eran
sembrate
due
ragioni
più
che
sufficienti
per
una
tale
scelta
.
In
lotta
dunque
con
le
passioni
del
secolo
?
Ma
se
egli
s
'
è
fatto
prete
per
guardarsi
appunto
dagli
urti
di
quelle
passioni
e
col
suo
sistema
particolare
di
scansar
tutti
i
contrasti
!
Bisogna
pure
ascoltare
,
signori
miei
,
le
ragioni
del
coniglio
!
Io
immaginai
una
volta
che
alla
tana
della
volpe
,
o
di
Messer
Renardo
,
com
'
essa
si
suol
chiamare
nel
mondo
delle
favole
,
accorressero
a
una
a
una
tutte
le
bestie
per
la
notizia
che
tra
loro
s
'
era
sparsa
di
certe
controfavole
che
la
volpe
avesse
in
animo
di
comporre
in
risposta
a
tutte
quelle
che
da
tempo
immemorabile
gli
uomini
compongono
,
e
da
cui
esse
bestie
han
forse
motivo
di
sentirsi
calunniate
.
E
tra
le
altre
alla
tana
di
Messer
Renardo
veniva
il
coniglio
a
protestare
contro
gli
uomini
che
lo
chiamano
pauroso
,
e
diceva
:
Ma
ben
vi
so
dire
per
conto
mio
,
Messer
Renardo
,
che
topi
e
lucertole
e
uccelli
e
grilli
e
tant
'
altre
bestiole
ho
sempre
messo
in
fuga
,
le
quali
,
se
voi
domandaste
loro
che
concetto
abbiano
di
me
,
chi
sa
che
cosa
vi
risponderebbero
,
non
certo
che
io
sia
una
bestia
paurosa
.
a
che
forse
pretenderebbero
gli
uomini
che
al
loro
cospetto
io
mi
rizzassi
su
due
piedi
e
movessi
loro
incontro
per
farmi
prendere
e
uccidere
?
Io
credo
veramente
,
Messer
Renardo
,
che
per
gli
uomini
non
debba
correre
alcuna
differenza
tra
eroismo
e
imbecillità
!
Ora
,
io
non
nego
,
don
Abbondio
è
un
coniglio
.
Ma
noi
sappiamo
che
Don
Rodrigo
,
se
minacciava
,
non
minacciava
invano
,
sappiamo
che
pur
di
spuntare
l
'
impegno
egli
era
veramente
capace
di
tutto
;
sappiamo
che
tempi
eran
quelli
,
e
possiamo
benissimo
immaginare
che
a
don
Abbondio
,
se
avesse
sposato
Renzo
e
Lucia
,
una
schioppettata
non
gliel
'
avrebbe
di
certo
levata
nessuno
,
e
che
forse
Lucia
,
sposa
soltanto
di
nome
,
sarebbe
stata
rapita
,
uscendo
dalla
chiesa
,
e
Renzo
anch
'
egli
ucciso
.
A
che
giovano
l
'
intervento
,
il
suggerimento
di
Fra
Cristoforo
?
Non
è
rapita
Lucia
dal
monastero
di
Monza
?
C
'
è
la
lega
dei
birboni
,
come
dice
Renzo
.
Per
scioglier
quella
matassa
ci
vuol
la
mano
di
Dio
;
non
per
modo
di
dire
,
la
mano
di
Dio
propriamente
.
Che
poteva
fare
un
povero
prete
?
Pauroso
,
sissignori
,
don
Abbondio
;
e
il
De
Sanctis
ha
dettato
alcune
pagine
meravigliose
esaminando
il
sentimento
della
paura
nel
povero
curato
;
ma
non
ha
tenuto
conto
di
questo
,
perbacco
:
che
il
pauroso
è
ridicolo
,
è
comico
,
quando
si
crea
rischi
e
pericoli
immaginarci
:
ma
quando
un
pauroso
ha
veramente
ragione
d
'
aver
paura
,
quando
vediamo
preso
,
impigliato
in
un
contrasto
terribile
,
uno
che
per
natura
e
per
sistema
vuole
scansar
tutti
i
contrasti
,
anche
i
più
lievi
,
e
che
in
quel
contrasto
terribile
per
suo
dovere
sacrosanto
dovrebbe
starci
,
questo
pauroso
non
è
più
comico
soltanto
.
Per
quella
situazione
non
basta
neanche
un
eroe
come
Fra
Cristoforo
,
che
va
ad
affrontare
il
nemico
nel
suo
stesso
palazzotto
!
Don
Abbondio
non
ha
il
coraggio
del
proprio
dovere
;
ma
questo
dovere
,
dalla
nequizia
altrui
,
è
reso
difficilissimo
,
e
però
quel
coraggio
è
tutt
'
altro
che
facile
;
per
compierlo
ci
vorrebbe
un
eroe
.
Al
posto
d
'
un
eroe
troviamo
don
Abbondio
.
Noi
non
possiamo
,
se
non
astrattamente
,
sdegnarci
di
lui
,
cioè
se
in
astratto
consideriamo
il
ministero
del
sacerdote
.
Avremmo
certamente
ammirato
un
sacerdote
eroe
che
,
al
posto
di
don
Abbondio
,
non
avesse
tenuto
conto
della
minaccia
e
del
pericolo
e
avesse
adempiuto
il
dovere
del
suo
ministero
.
Ma
non
possiamo
non
compatire
don
Abbondio
,
che
non
è
l
'
eroe
che
ci
sarebbe
voluto
al
suo
posto
,
che
non
solo
non
ha
il
grandissimo
coraggio
che
ci
voleva
;
ma
non
ne
ha
né
punto
né
poco
;
e
il
coraggio
,
uno
non
se
lo
può
dare
!
Un
osservatore
superficiale
terrà
conto
del
riso
che
nasce
dalla
comicità
esteriore
degli
atti
,
dei
gesti
,
delle
frasi
reticenti
ecc
.
di
don
Abbondio
,
e
lo
chiamerà
ridicolo
senz
'
altro
,
o
una
figura
semplicemente
comica
.
Ma
chi
non
si
contenta
di
queste
superficialità
e
sa
veder
più
a
fondo
,
sente
che
il
riso
qui
scaturisce
da
ben
altro
,
e
non
è
soltanto
quello
della
comicità
.
Don
Abbondio
è
quel
che
si
trova
in
luogo
di
quello
che
ci
sarebbe
voluto
.
Ma
il
poeta
non
si
sdegna
di
questa
realtà
che
trova
,
perché
,
pur
avendo
,
come
abbiamo
detto
,
un
ideale
altissimo
della
missione
del
sacerdote
su
la
terra
,
ha
pure
in
sé
la
riflessione
che
gli
suggerisce
che
quest
'
ideale
non
si
incarna
se
non
per
rarissima
eccezione
,
e
però
lo
obbliga
a
limitare
quell
'
ideale
,
come
osserva
il
De
Sanctis
.
Ma
questa
limitazione
dell
'
ideale
che
cos
'
è
?
è
l
'
effetto
appunto
della
riflessione
che
,
esercitandosi
su
quest
'
ideale
,
ha
suggerito
al
poeta
il
sentimento
del
contrario
.
E
don
Abbondio
è
appunto
questo
sentimento
del
contrario
oggettivato
e
vivente
;
e
però
non
è
comico
soltanto
,
ma
schiettamente
e
profondamente
umoristico
.
Bonarietà
?
Simpatica
indulgenza
?
Andiamo
adagio
:
lasciamo
star
codeste
considerazioni
,
che
sono
in
fondo
estranee
e
superficiali
,
e
che
,
a
volerle
approfondire
,
c
'
è
il
rischio
che
ci
facciano
anche
qui
scoprire
il
contrario
.
Vogliamo
vederlo
?
Sì
,
ha
compatimento
il
Manzoni
per
questo
pover
'
uomo
di
don
Abbondio
;
ma
è
un
compatimento
,
signori
miei
,
che
nello
stesso
tempo
ne
fa
strazio
,
necessariamente
.
In
fatti
,
solo
a
patto
di
riderne
e
di
far
rider
di
lui
,
egli
può
compatirlo
e
farlo
compatire
,
commiserarlo
e
farlo
commiserare
.
Ma
,
ridendo
di
lui
e
compatendolo
nello
stesso
tempo
,
il
poeta
viene
anche
a
ridere
amaramente
di
questa
povera
natura
umana
inferma
di
tante
debolezze
;
e
quanto
più
le
considerazioni
pietose
si
stringono
a
proteggere
il
povero
curato
,
tanto
più
attorno
a
lui
s
'
allarga
il
discredito
del
valore
umano
.
Il
poeta
,
in
somma
,
ci
induce
ad
aver
compatimento
del
povero
curato
,
facendoci
riconoscere
che
è
pur
umano
,
di
tutti
noi
,
quel
che
costui
sente
e
prova
,
a
passarci
bene
la
mano
su
la
coscienza
.
E
che
ne
segue
?
Ne
segue
che
se
,
per
sua
stessa
virtù
,
questo
particolare
divien
generale
,
se
questo
sentimento
misto
di
riso
o
di
pianto
,
quanto
più
si
stringe
e
determina
in
don
Abbondio
,
tanto
più
si
allarga
e
quasi
vapora
in
una
tristezza
infinita
,
.
ne
segue
,
dicevamo
,
che
a
voler
considerare
da
questo
lato
la
rappresentazione
del
curato
manzoniano
,
noi
non
sappiamo
più
riderne
.
Quella
pietà
,
in
fondo
,
è
spietata
:
la
simpatica
indulgenza
non
è
così
bonaria
come
sembra
a
tutta
prima
.
Gran
cosa
come
si
vede
,
avere
un
ideale
religioso
,
come
il
Manzoni
;
cavalleresco
,
come
il
Cervantes
per
vederselo
poi
ridurre
dalla
riflessione
in
don
Abbondio
e
in
Don
Quijote
!
Il
Manzoni
se
ne
consola
,
creando
accanto
al
curato
di
villaggio
Fra
Cristoforo
e
il
Cardinal
Borromeo
;
ma
è
pur
vero
che
,
essendo
egli
sopra
tutto
umorista
,
la
creatura
sua
più
viva
è
quell
'
altra
,
quella
cioè
in
cui
il
sentimento
del
contrario
s
'
è
incarnato
.
Il
Cervantes
non
può
consolarsi
in
alcun
modo
perché
,
nella
carcere
della
Mancha
,
con
Don
Quijote
come
egli
stesso
dice
genera
qualcuno
che
gli
somiglia
.
V
È
un
considerar
superficialmente
,
abbiamo
detto
,
e
da
un
lato
solo
l
'
umorismo
,
il
vedere
in
esso
un
particolar
contrasto
tra
l
'
ideale
e
la
realtà
.
Un
ideale
può
esserci
,
ripetiamo
;
questo
dipende
dalla
personalità
del
poeta
;
ma
se
c
'
è
,
ecco
,
è
per
vedersi
decomposto
,
limitato
,
rappresentato
a
questo
modo
.
Certamente
,
come
tutti
gli
altri
elementi
costitutivi
dello
spirito
d
'
un
poeta
,
esso
entra
e
si
fa
sentire
nell
'
opera
umoristica
,
le
dà
un
particolar
carattere
,
un
particolar
sapore
;
ma
non
è
condizione
imprescindibile
:
tutt
'
altro
!
ché
anzi
è
proprio
dell
'
umorista
,
per
la
speciale
attività
che
assume
in
lui
la
riflessione
,
generando
il
sentimento
del
contrario
,
il
non
saper
più
da
qual
parte
tenere
,
la
perplessità
,
lo
stato
irresoluto
della
coscienza
.
E
quest
'
appunto
distingue
nettamente
l
'
umorista
dal
comico
,
dall
'
ironico
,
dal
satirico
.
Non
nasce
in
questi
altri
il
sentimento
del
contrario
;
se
nascesse
,
sarebbe
reso
amaro
,
cioè
non
più
comico
,
il
riso
provocato
nel
primo
dall
'
avvertimento
di
una
qualsiasi
anormalità
;
la
contradizione
che
nel
secondo
è
soltanto
verbale
,
tra
quel
che
si
dice
e
quel
che
si
vuole
sia
inteso
,
diventerebbe
effettiva
,
sostanziale
,
e
dunque
non
più
ironica
;
e
cesserebbe
lo
sdegno
o
,
comunque
,
l
'
avversione
della
realtà
che
è
ragione
d
'
ogni
satira
.
Non
che
all
'
umorista
però
piaccia
la
realtà
!
Basterebbe
questo
soltanto
,
che
per
poco
gli
piacesse
,
perché
,
esercitandosi
la
riflessione
su
questo
suo
piacere
,
glielo
guastasse
.
Questa
riflessione
s
'
insinua
acuta
e
sottile
da
per
tutto
e
tutto
scompone
:
ogni
immagine
del
sentimento
,
ogni
finzione
ideale
,
ogni
apparenza
della
realtà
,
ogni
illusione
.
Il
pensiero
dell
'
uomo
,
diceva
Guy
de
Maupassant
tourne
comme
une
mouche
dans
une
bouteille
.
Tutti
i
fenomeni
,
o
sono
illusorii
,
o
la
ragione
di
essi
ci
sfugge
,
inesplicabile
.
Manca
affatto
alla
nostra
conoscenza
del
mondo
e
di
noi
stessi
quel
valore
obiettivo
che
comunemente
presumiamo
di
attribuirle
.
È
una
costruzione
illusoria
continua
.
Vogliamo
assistere
alla
lotta
tra
l
'
illusione
,
che
s
'
insinua
anch
'
essa
da
per
tutto
e
costruisce
a
suo
modo
;
e
la
riflessione
umoristica
che
scompone
a
una
a
una
quelle
costruzioni
?
Cominciamo
da
quella
che
l
'
illusione
fa
a
ciascuno
di
noi
,
dalla
costruzione
cioè
che
ciascuno
per
opera
dell
'
illusione
si
fa
di
sé
stesso
.
Ci
vediamo
noi
nella
nostra
vera
e
schietta
realtà
,
quali
siamo
,
o
non
piuttosto
quali
vorremmo
essere
?
Per
uno
spontaneo
artificio
interiore
,
frutto
di
segrete
tendenze
o
d
'
incosciente
imitazione
,
non
ci
crediamo
noi
in
buona
fede
diversi
da
quel
che
sostanzialmente
siamo
?
E
pensiamo
,
operiamo
,
viviamo
secondo
questa
interpretazione
fittizia
e
pur
sincera
di
noi
stessi
.
Ora
la
riflessione
,
si
,
può
scoprire
tanto
al
comico
e
al
satirico
quanto
all
'
umorista
questa
costruzione
illusoria
.
Ma
il
comico
ne
riderà
solamente
,
contentandosi
di
sgonfiar
questa
metafora
di
noi
stessi
messa
su
dall
'
illusione
spontanea
;
il
satirico
se
ne
sdegnerà
;
l
'
umorista
,
no
:
attraverso
il
ridicolo
di
questa
scoperta
vedrà
il
lato
serio
e
doloroso
;
smonterà
questa
costruzione
,
ma
non
per
riderne
solamente
;
e
in
luogo
di
sdegnarsene
,
magari
,
ridendo
,
compatirà
.
Il
comico
e
il
satirico
sanno
dalla
riflessione
quanta
bava
tragga
dalla
vita
sociale
il
ragno
dell
'
esperienza
per
comporre
la
ragna
della
mentalità
in
questo
e
in
quell
'
individuo
,
e
come
in
questa
ragna
resti
spesso
avviluppato
ciò
che
si
chiama
il
senso
morale
.
Che
cosa
sono
,
in
fondo
,
i
rapporti
sociali
della
così
detta
convenienza
?
Considerazioni
di
calcolo
,
nelle
quali
la
moralità
è
quasi
sempre
sacrificata
.
L
'
umorista
va
più
addentro
,
e
ride
senza
sdegnarsi
scoprendo
come
,
anche
ingenuamente
,
con
la
massima
buona
fede
,
per
opera
d
'
una
finzione
spontanea
,
noi
siamo
indotti
a
interpretar
come
vero
riguardo
,
come
vero
sentimento
morale
,
in
sé
,
ciò
che
non
è
altro
,
in
realtà
,
se
non
riguardo
o
sentimento
di
convenienza
,
cioè
di
calcolo
.
E
va
anche
più
in
là
,
e
scopre
che
può
diventar
convenzionale
finanche
il
bisogno
d
'
apparir
peggiori
di
quello
che
si
è
realmente
,
se
l
'
essere
aggregati
a
un
qualsiasi
gruppo
sociale
importi
che
si
manifestino
idealità
e
sentimenti
che
sono
proprii
a
quel
gruppo
,
e
che
tuttavia
a
chi
vi
partecipa
appariscono
contrarii
e
inferiori
al
proprio
intimo
sentimento
(
mi
avvalgo
qui
di
alcune
acute
considerazioni
contenute
nel
libro
di
Giovanni
Marchesini
,
Le
finzioni
dell
'
anima
,
Bari
,
Gius
.
Laterza
e
figli
,
1905
)
.
La
conciliazione
delle
tendenze
stridenti
,
dei
sentimenti
ripugnanti
,
delle
opinioni
contrarie
,
sembra
più
attuabile
su
le
basi
d
'
una
comune
menzogna
,
che
non
su
la
esplicita
e
dichiarata
tolleranza
del
dissenso
e
del
contrasto
;
sembra
,
in
somma
,
che
la
menzogna
debba
ritenersi
più
vantaggiosa
della
veracità
,
in
quanto
quella
può
unire
,
laddove
questa
divide
;
il
che
non
impedisce
che
,
mentre
la
menzogna
è
tacitamente
scoperta
e
riconosciuta
,
si
assuma
poi
a
garanzia
della
sua
efficacia
associatrice
la
veracità
stessa
,
facendosi
apparire
come
sincerità
l
'
ipocrisia
.
La
ritenutezza
,
il
riserbo
,
il
lasciar
credere
più
di
quanto
si
dica
o
si
faccia
,
il
silenzio
stesso
non
scompagnato
dalla
sapienza
dei
segni
che
lo
giustifichi
oh
,
indimenticabile
Conte
Zio
del
Consiglio
segreto
,
sono
arti
che
si
usano
di
frequente
nella
pratica
della
vita
;
e
cosa
pure
il
non
dare
occasione
che
si
osservi
ciò
che
si
pensa
,
il
lasciar
credere
che
si
pensi
meno
di
quanto
si
pensa
effettivamente
,
il
pretendere
di
essere
creduti
differenti
da
ciò
che
in
fondo
si
è
:
Un
parlare
ambiguo
,
un
tacere
significativo
,
un
restare
a
mezzo
,
uno
stringere
d
'
occhi
che
esprimeva
:
non
posso
parlare
;
un
lusingare
senza
promettere
,
un
minacciar
in
cerimonia
;
tutto
era
diretto
a
quel
fine
;
e
tutto
,
o
più
o
meno
,
tornava
in
prò
.
A
segno
che
fino
un
:
io
non
posso
niente
in
questo
affare
,
detto
talvolta
per
la
pura
verità
,
ma
detto
in
modo
che
non
gli
era
creduto
,
serviva
ad
accrescere
il
concetto
,
e
quindi
la
realtà
,
del
suo
potere
:
come
quelle
scatole
che
si
vedono
ancora
in
qualche
bottega
di
speziale
,
con
su
certe
parole
arabe
,
e
dentro
non
c
'
è
nulla
:
ma
servono
per
mantenere
il
credito
alla
bottega
.
Notava
il
Rousseau
nell
'
Émile
:
Si
può
fare
ciò
che
si
è
fatto
e
non
si
doveva
fare
.
Poiché
un
interesse
maggiore
può
far
sì
che
si
violi
una
promessa
che
si
era
fatta
per
un
interesse
minore
,
ciò
che
importa
è
che
la
violazione
avvenga
impunemente
.
Il
mezzo
a
questo
fine
è
la
menzogna
,
che
può
essere
di
due
specie
,
potendo
riguardare
il
passato
,
onde
ci
si
dichiara
autori
di
ciò
che
in
realtà
non
facemmo
,
o
essendone
autori
dichiariamo
di
non
essere
;
e
potendo
riguardare
il
futuro
,
come
avviene
quando
ci
facciamo
promesse
che
si
ha
in
animo
di
non
mantenere
.
E
evidente
che
la
menzogna
,
nell
'
uno
e
nell
'
altro
caso
,
sorge
dai
rapporti
della
convenienza
,
come
mezzo
a
conservar
l
'
altrui
benevolenza
e
ad
accaparrarsi
l
'
altrui
soccorso
.
Quanto
più
difficile
è
la
lotta
per
la
vita
,
e
più
è
sentita
in
questa
lotta
la
propria
debolezza
,
tanto
maggiore
si
fa
poi
il
bisogno
del
reciproco
inganno
.
La
simulazione
della
forza
,
dell
'
onestà
,
della
simpatia
,
della
prudenza
,
in
somma
,
d
'
ogni
virtù
massima
della
veracità
,
è
una
forma
d
'
adattamento
,
un
abile
strumento
di
lotta
.
L
'
umorista
coglie
subito
queste
varie
simulazioni
per
la
lotta
della
vita
;
si
diverte
a
smascherarle
;
non
se
n
'
indigna
:
è
così
!
E
mentre
il
sociologo
descrive
la
vita
sociale
qual
'
essa
risulta
dalle
osservazioni
esterne
,
l
'
umorista
armato
del
suo
arguto
intuito
dimostra
,
rivela
come
le
apparenze
siano
profondamente
diverse
dall
'
essere
intimo
della
coscienza
degli
associati
.
Eppure
si
mentisce
psicologicamente
come
si
mentisce
socialmente
.
E
il
mentire
a
noi
stessi
,
vivendo
coscientemente
solo
la
superficie
del
nostro
essere
psichico
,
è
un
effetto
del
mentire
sociale
.
L
'
anima
che
riflette
sé
stessa
è
un
'
anima
solitaria
;
ma
non
è
mai
tanta
la
solitudine
interiore
che
non
penetrino
nella
coscienza
le
suggestioni
della
vita
comune
,
con
gl
'
infingimenti
e
le
arti
trasfigurative
che
la
caratterizzano
.
Vive
nell
'
anima
nostra
l
'
anima
della
razza
o
della
collettività
di
cui
siamo
parte
;
e
la
pressione
dell
'
altrui
modo
di
giudicare
,
dell
'
altrui
modo
di
sentire
e
di
operare
,
è
risentita
da
noi
inconsciamente
:
e
come
dominano
nel
mondo
sociale
la
simulazione
e
la
dissimulazione
,
tanto
meno
avvertite
quanto
più
sono
divenute
abituali
,
così
simuliamo
e
dissimuliamo
con
noi
medesimi
,
sdoppiandoci
e
spesso
anche
moltiplicandoci
.
Risentiamo
noi
stessi
quella
vanità
di
parer
diversi
da
ciò
che
si
è
,
che
è
forma
consustanziata
nella
vita
sociale
;
e
rifuggiamo
da
quell
'
analisi
che
,
svelando
la
vanità
,
ecciterebbe
il
morso
della
coscienza
e
ci
umilierebbe
di
fronte
a
noi
stessi
.
Ma
quest
'
analisi
la
fa
per
noi
l
'
umorista
,
che
si
può
dar
pure
l
'
ufficio
di
smascherare
tutte
le
vanità
,
e
di
rappresentar
la
società
,
come
fa
appunto
il
Thackeray
,
quale
una
Vanity
Fair
(
lo
stesso
ufficio
si
dà
il
Thackeray
anche
nel
Libro
degli
Snobs
e
in
quella
Novella
senza
eroi
,
o
vanità
illuminate
con
le
candele
stesse
dell
'
autore
)
.
E
l
'
umorista
sa
bene
che
anche
la
pretesa
della
logicità
supera
spesso
di
gran
lunga
in
noi
la
reale
coerenza
logica
,
e
che
se
ci
fingiamo
logici
teoreticamente
,
la
logica
dell
'
azione
può
smentire
quella
del
pensiero
,
dimostrando
che
è
una
finzione
il
credere
alla
sua
sincerità
assoluta
.
L
'
abitudine
,
l
'
imitazione
incosciente
,
la
pigrizia
mentale
concorrono
a
crear
l
'
equivoco
.
E
quand
'
anche
poi
alla
ragione
rigorosamente
logica
si
aderisca
,
poniamo
,
col
rispetto
e
l
'
amore
verso
determinati
ideali
,
è
sempre
sincero
il
riferimento
che
facciamo
di
essi
alla
ragione
?
E
sempre
nella
ragione
pura
,
disinteressata
,
la
sorgente
vera
e
unica
della
scelta
degli
ideali
e
della
perseveranza
nel
coltivarli
?
O
invece
non
è
più
conforme
alla
realtà
il
sospettare
che
essi
siano
talora
giudicati
non
già
con
un
criterio
obiettivo
e
razionale
,
ma
piuttosto
a
seconda
di
speciali
impulsi
affettivi
e
di
oscure
tendenze
?
Le
barriere
,
i
limiti
che
noi
poniamo
alla
nostra
coscienza
,
sono
anch
'
essi
illusioni
,
sono
le
condizioni
dell
'
apparir
della
nostra
individualità
relativa
;
ma
,
nella
realtà
,
quei
limiti
non
esistono
punto
.
Non
soltanto
noi
,
quali
ora
siamo
,
viviamo
in
noi
stessi
,
ma
anche
noi
,
quali
fummo
in
altro
tempo
,
viviamo
tuttora
e
sentiamo
e
ragioniamo
con
pensieri
e
affetti
già
da
un
lungo
oblio
oscurati
,
cancellati
,
spenti
nella
nostra
coscienza
presente
,
ma
che
a
un
urto
,
a
un
tumulto
improvviso
dello
spirito
,
possono
ancora
dar
prova
di
vita
,
mostrando
vivo
in
noi
un
altro
essere
insospettato
.
I
limiti
della
nostra
memoria
personale
e
cosciente
non
sono
limiti
assoluti
.
Di
là
da
quella
linea
vi
sono
memorie
,
vi
sono
percezioni
e
ragionamenti
.
Ciò
che
noi
conosciamo
di
noi
stessi
,
non
è
che
una
parte
,
forse
una
piccolissima
parte
di
quello
che
noi
siamo
(
vedi
nel
libro
di
Alfredo
Binet
Les
altérations
de
la
personnalité
quella
rassegna
di
meravigliosi
esperimenti
psico
-
fisiologici
,
da
cui
queste
e
tant
'
altre
considerazioni
si
possono
trarre
,
come
notava
già
G
.
Negri
nel
libro
Segni
dei
tempi
)
.
E
tante
e
tante
cose
,
in
certi
momenti
eccezionali
,
noi
sorprendiamo
in
noi
stessi
,
percezioni
,
ragionamenti
,
stati
di
coscienza
,
che
son
veramente
oltre
i
limiti
relativi
della
nostra
esistenza
normale
e
cosciente
.
Certi
ideali
che
crediamo
ormai
tramontati
in
noi
e
non
più
capaci
d
'
alcuna
azione
nel
nostro
pensiero
,
su
i
nostri
affetti
,
sui
nostri
atti
,
forse
persistono
tuttavia
,
se
non
più
nella
forma
intellettuale
,
pura
,
nel
rostrato
loro
,
costituito
dalle
tendenze
affettive
e
pratiche
.
E
possono
essere
motivi
reali
di
azione
certe
tendenze
da
cui
ci
crediamo
liberati
,
e
non
aver
per
l
'
opposto
efficacia
pratica
in
noi
,
se
non
illusoria
,
credenze
nuove
che
riteniamo
di
possedere
veramente
,
intimamente
.
E
appunto
le
varie
tendenze
che
contrassegnano
la
personalità
fanno
pensare
sul
serio
che
non
sia
una
l
'
anima
individuale
.
Come
affermarla
una
,
difatti
,
se
passione
e
ragione
,
istinto
e
volontà
,
tendenze
e
idealità
,
costituiscono
in
certo
modo
altrettanti
sistemi
distinti
e
mobili
,
che
fanno
si
che
l
'
individuo
,
vivendo
ora
l
'
uno
ora
l
'
altro
di
essi
,
ora
qualche
compromesso
fra
due
o
più
orientamenti
psichici
,
apparisca
come
se
veramente
in
lui
fossero
più
anime
diverse
e
perfino
opposte
,
più
e
opposte
personalità
?
Non
c
'
è
uomo
,
osservò
il
Pascal
,
che
differisca
più
da
un
altro
che
da
sé
stesso
nella
successione
del
tempo
.
La
semplicità
dell
'
anima
contradice
al
concetto
storico
dell
'
anima
umana
.
La
sua
vita
è
equilibrio
mobile
;
è
un
risorgere
e
un
assopirsi
continuo
di
affetti
,
di
tendenze
,
di
idee
;
un
fluttuare
incessante
fra
termini
contradittorii
,
e
un
oscillare
fra
poli
opposti
,
come
la
speranza
e
la
paura
,
il
vero
e
il
falso
,
il
bello
e
il
brutto
,
il
giusto
e
l
'
ingiusto
e
via
dicendo
.
Se
d
'
un
tratto
si
disegna
nell
'
immagine
oscura
dell
'
avvenire
un
luminoso
disegno
d
'
azione
,
o
vagamente
brilla
il
fiore
del
godimento
,
non
tarda
ad
apparire
,
vindice
dei
diritti
dell
'
esperienza
,
il
pensiero
del
passato
,
non
di
rado
cupo
e
triste
;
o
interviene
a
infrenare
la
briosa
fantasia
il
senso
riottoso
del
presente
.
Questa
lotta
di
ricordi
,
di
speranze
,
di
presentimenti
,
di
percezioni
,
d
'
idealità
,
può
raffigurarsi
come
una
lotta
d
'
anime
fra
loro
,
che
si
contrastino
il
dominio
definitivo
e
pieno
della
personalità
.
Ecco
un
alto
funzionario
,
che
si
crede
,
ed
è
,
poveretto
,
in
verità
,
un
galantuomo
.
Domina
in
lui
l
'
anima
morale
.
Ma
un
bel
giorno
,
l
'
anima
istintiva
,
che
è
come
la
bestia
originaria
acquattata
in
fondo
a
ciascuno
di
noi
,
spara
un
calcio
all
'
anima
morale
,
e
quel
galantuomo
ruba
.
Oh
,
egli
stesso
,
poveretto
,
egli
per
il
primo
,
poco
dopo
,
ne
prova
stupore
,
piange
,
domanda
a
sé
stesso
,
disperato
:
Come
,
come
mai
ho
potuto
far
questo
?
Ma
,
sissignori
,
ha
rubato
.
E
quell
'
altro
là
?
Uomo
dabbene
,
anzi
dabbenissimo
:
sissignori
,
ha
ucciso
.
L
'
idealità
morale
costituiva
nella
personalità
di
lui
un
'
anima
che
contrastava
con
l
'
anima
istintiva
e
pure
in
parte
con
quella
affettiva
o
passionale
;
costituiva
un
'
anima
acquisita
che
lottava
con
l
'
anima
ereditaria
,
la
quale
,
lasciata
per
un
po
'
libera
a
sé
stessa
,
è
riuscita
'
d
'
improvviso
al
furto
,
al
delitto
.
La
vita
è
un
flusso
continuo
che
noi
cerchiamo
d
'
arrestare
,
di
fissare
in
forme
stabili
e
determinate
,
dentro
e
fuori
di
noi
,
perché
noi
già
siamo
forme
fissate
,
forme
che
si
muovono
in
mezzo
ad
altre
immobili
,
e
che
però
possono
seguire
il
flusso
della
vita
,
fino
a
tanto
che
,
irrigidendosi
man
mano
,
il
movimento
,
già
a
poco
a
poco
rallentato
,
non
cessi
.
Le
forme
,
in
cui
cerchiamo
d
'
arrestare
,
di
fissare
in
noi
questo
flusso
continuo
,
sono
i
concetti
,
sono
gli
ideali
a
cui
vorremmo
serbarci
coerenti
,
tutte
le
finzioni
che
ci
creiamo
,
le
condizioni
,
lo
stato
in
cui
tendiamo
a
stabilirci
.
Ma
dentro
di
noi
stessi
,
in
ciò
che
noi
chiamiamo
anima
,
e
che
è
la
vita
in
noi
,
il
flusso
continua
,
indistinto
,
sotto
gli
argini
,
oltre
i
limiti
che
noi
imponiamo
,
componendoci
una
coscienza
,
costruendoci
una
personalità
.
In
certi
momenti
tempestosi
,
investite
dal
flusso
,
tutte
quelle
nostre
forme
fittizie
crollano
miseramente
;
e
anche
quello
che
non
scorre
sotto
gli
argini
e
oltre
i
limiti
,
ma
che
si
scopre
a
noi
distinto
e
che
noi
abbiamo
con
cura
incanalato
nei
nostri
affetti
,
nei
doveri
che
ci
siamo
imposti
,
nelle
abitudini
che
ci
siamo
tracciate
,
in
certi
momenti
di
piena
straripa
e
sconvolge
tutto
.
Vi
sono
anime
irrequiete
,
quasi
in
uno
stato
di
fusione
continua
,
che
sdegnano
di
rapprendersi
,
d
'
irrigidirsi
in
questa
o
in
quella
forma
di
personalità
.
Ma
anche
per
quelle
più
quiete
,
che
si
sono
adagiate
in
una
o
in
un
'
altra
forma
,
la
fusione
è
sempre
possibile
:
il
flusso
della
vita
è
in
tutti
.
E
per
tutti
però
può
rappresentare
talvolta
una
tortura
,
rispetto
all
'
anima
che
si
muove
e
si
fonde
,
il
nostro
stesso
corpo
fissato
per
sempre
in
fattezze
immutabili
.
Oh
perché
proprio
dobbiamo
essere
così
,
noi
?
ci
domandiamo
talvolta
allo
specchio
,
con
questa
faccia
,
con
questo
corpo
?
Alziamo
una
mano
,
nell
'
incoscienza
;
e
il
gesto
ci
resta
sospeso
.
Ci
pare
strano
che
l
'
abbiamo
fatto
noi
.
Ci
vediamo
vivere
.
Con
quel
gesto
sospeso
possiamo
assomigliarci
a
una
statua
;
a
quella
statua
d
'
antico
oratore
,
per
esempio
,
che
si
vede
in
una
nicchia
,
salendo
per
la
scalinata
del
Quirinale
.
Con
un
rotolo
di
carta
in
mano
,
e
l
'
altra
mano
protesa
a
un
sobrio
gesto
,
come
pare
afflitto
e
meravigliato
quell
'
oratore
antico
d
'
esser
rimasto
lì
,
di
pietra
,
per
tutti
i
secoli
,
sospeso
in
quell
'
atteggiamento
,
dinanzi
a
tanta
gente
che
è
salita
,
che
sale
e
salirà
per
quella
scalinata
!
In
certi
momenti
di
silenzio
interiore
,
in
cui
l
'
anima
nostra
si
spoglia
di
tutte
le
finzioni
abituali
,
e
gli
occhi
nostri
diventano
più
acuti
e
più
penetranti
,
noi
vediamo
noi
stessi
nella
vita
,
e
in
sé
stessa
la
vita
,
quasi
in
una
nudità
arida
,
inquietante
;
ci
sentiamo
assaltare
da
una
strana
impressione
,
come
se
,
in
un
baleno
,
ci
si
chiarisse
una
realtà
diversa
da
quella
che
normalmente
percepiamo
,
una
realtà
vivente
oltre
la
vista
umana
,
fuori
delle
forme
dell
'
umana
ragione
.
Lucidissimamente
allora
la
compagine
dell
'
esistenza
quotidiana
,
quasi
sospesa
nel
vuoto
di
quel
nostro
silenzio
interiore
,
ci
appare
priva
di
senso
,
priva
di
scopo
;
e
quella
realtà
diversa
ci
appare
orrida
nella
sua
crudezza
impassibile
e
misteriosa
,
poiché
tutte
le
nostre
fittizie
relazioni
consuete
di
sentimenti
e
d
'
immagini
si
sono
scisse
e
disgregate
in
essa
.
Il
vuoto
interno
si
allarga
,
varca
i
limiti
del
nostro
corpo
,
diventa
vuoto
intorno
a
noi
,
un
vuoto
strano
,
come
un
arresto
del
tempo
e
della
vita
,
come
se
il
nostro
silenzio
interiore
si
sprofondasse
negli
abissi
del
mistero
.
Con
uno
sforzo
supremo
cerchiamo
allora
di
riacquistar
la
coscienza
normale
delle
cose
,
di
riallacciar
con
esse
le
consuete
relazioni
,
di
riconnetter
le
idee
,
di
risentirci
vivi
come
per
l
'
innanzi
,
al
modo
solito
.
Ma
a
questa
coscienza
normale
,
a
queste
idee
riconnesse
,
a
questo
sentimento
solito
della
vita
non
possiamo
più
prestar
fede
,
perché
sappiamo
ormai
che
sono
un
nostro
inganno
per
vivere
e
che
sotto
c
'
è
qualcos
'
altro
,
a
cui
l
'
uomo
non
può
affacciarsi
,
se
non
a
costo
di
morire
o
d
'
impazzire
.
È
stato
un
attimo
;
ma
dura
a
lungo
in
noi
l
'
impressione
di
esso
,
come
di
vertigine
,
con
la
quale
contrasta
la
stabilità
,
pur
così
vana
,
delle
cose
:
ambiziose
o
misere
apparenze
.
La
vita
,
allora
,
che
s
'
aggira
piccola
,
solita
,
fra
queste
apparenze
ci
sembra
quasi
che
non
sia
più
per
davvero
,
che
sia
come
una
fantasmagoria
meccanica
.
E
come
darle
importanza
?
come
portarle
rispetto
?
Oggi
siamo
,
domani
no
.
Che
faccia
ci
hanno
dato
per
rappresentar
la
parte
del
vivo
?
Un
brutto
naso
?
Che
pena
doversi
portare
a
spasso
un
brutto
naso
per
tutta
la
vita
...
Fortuna
che
,
a
lungo
andare
,
non
ce
n
'
accorgiamo
più
.
Se
ne
accorgono
gli
altri
,
è
vero
,
quando
noi
siamo
finanche
arrivati
a
credere
d
'
avere
un
bel
naso
;
e
allora
non
sappiamo
più
spiegarci
perché
gli
altri
ridano
,
guardandoci
.
Sono
tanti
sciocchi
!
Consoliamoci
guardando
che
orecchi
ha
quello
e
che
labbra
quell
'
altro
;
i
quali
non
se
n
'
accorgono
nemmeno
e
hanno
il
coraggio
di
ridere
di
noi
.
Maschere
,
maschere
...
Un
soffio
e
passano
,
per
dar
posto
ad
altre
.
Quel
povero
zoppetto
là
...
Chi
è
?
Correre
alla
morte
con
la
stampella
...
La
vita
,
qua
,
schiaccia
il
piede
a
uno
;
cava
là
un
occhio
a
un
altro
...
Gamba
di
legno
,
occhio
di
vetro
,
e
avanti
!
Ciascuno
si
racconcia
la
maschera
come
può
la
maschera
esteriore
.
Perché
dentro
poi
c
'
è
l
'
altra
,
che
spesso
non
s
'
accorda
con
quella
di
fuori
.
E
niente
è
vero
!
Vero
il
mare
,
sì
,
vera
la
montagna
;
vero
il
sasso
;
vero
un
filo
d
'
erba
;
ma
l
'
uomo
?
Sempre
mascherato
,
senza
volerlo
,
senza
saperlo
,
di
quella
tal
cosa
ch
'
egli
in
buona
fede
si
figura
d
'
essere
:
bello
,
buono
,
grazioso
,
generoso
,
infelice
,
ecc
.
ecc
.
E
questo
fa
tanto
ridere
,
a
pensarci
.
Sì
,
perché
un
cane
,
poniamo
,
quando
gli
sia
passata
la
prima
febbre
della
vita
,
che
fa
?
mangia
e
dorme
:
vive
come
può
vivere
,
come
deve
vivere
;
chiude
gli
occhi
,
paziente
,
e
lascia
che
il
tempo
passi
,
freddo
se
freddo
,
caldo
se
caldo
;
e
se
gli
dànno
un
calcio
se
lo
prende
,
perché
è
segno
che
gli
tocca
anche
questo
.
Ma
l
'
uomo
?
Anche
da
vecchio
,
sempre
con
la
febbre
:
delira
e
non
se
n
'
avvede
;
non
può
fare
a
meno
d
'
atteggiarsi
,
anche
davanti
a
sé
stesso
,
in
qualche
modo
,
e
si
figura
tante
cose
che
ha
bisogno
di
creder
vere
e
di
prendere
sul
serio
.
L
'
ajuta
in
questo
una
certa
macchinetta
infernale
che
la
natura
volle
regalargli
,
aggiustandogliela
dentro
,
per
dargli
una
prova
segnalata
della
sua
benevolenza
.
Gli
uomini
,
per
la
loro
salute
,
avrebbero
dovuto
tutti
lasciarla
irrugginire
,
non
muoverla
,
non
toccarla
mai
.
Ma
sì
!
Certuni
si
sono
mostrati
così
orgogliosi
e
stimati
così
felici
di
possederla
,
che
si
son
messi
subito
a
perfezionarla
,
con
zelo
accanito
.
E
Aristotile
ci
scrisse
sopra
finanche
un
libro
,
un
leggiadro
trattatello
che
si
adotta
ancora
nelle
scuole
,
perché
i
fanciulli
imparino
presto
e
bene
a
baloccarcisi
.
E
una
specie
di
pompa
a
filtro
che
mette
in
comunicazione
il
cervello
col
cuore
.
La
chiamano
LOGICA
i
signori
filosofi
.
Il
cervello
pompa
con
essa
i
sentimenti
dal
cuore
,
e
ne
cava
idee
.
Attraverso
il
filtro
,
il
sentimento
lascia
quanto
ha
in
sé
di
caldo
,
di
torbido
:
si
refrigera
,
si
purifica
,
si
i
-
de
-
a
-
liz
-
za
.
Un
povero
sentimento
,
così
,
destato
da
un
caso
particolare
,
da
una
contingenza
qualsiasi
,
spesso
dolorosa
,
pompato
e
filtrato
dal
cervello
per
mezzo
di
quella
macchinetta
,
diviene
idea
astratta
generale
;
e
che
ne
segue
?
Ne
segue
che
noi
non
dobbiamo
affliggerci
soltanto
di
quel
caso
particolare
,
di
quella
contingenza
passeggera
;
ma
dobbiamo
anche
attossicarci
la
vita
con
l
'
estratto
concentrato
,
col
sublimato
corrosivo
della
deduzione
logica
.
E
molti
disgraziati
credono
di
guarire
così
di
tutti
i
mali
di
cui
il
mondo
è
pieno
,
e
pompano
e
filtrano
,
pompano
e
filtrano
,
finché
il
loro
cuore
non
resti
arido
come
un
pezzo
di
sughero
e
il
loro
cervello
non
sia
come
uno
stipetto
di
farmacia
pieno
di
quei
barattolini
che
portano
su
l
'
etichetta
nera
un
teschio
fra
due
stinchi
in
croce
e
la
leggenda
:
VELENO
.
L
'
uomo
non
ha
della
vita
un
'
idea
,
una
nozione
assoluta
,
bensì
un
sentimento
mutabile
e
vario
,
secondo
i
tempi
,
i
casi
,
la
fortuna
.
Ora
la
logica
,
astraendo
dai
sentimenti
le
idee
,
tende
appunto
a
fissare
quel
che
è
mobile
,
mutabile
,
fluida
;
tende
a
dare
un
valore
assoluto
a
ciò
che
è
relativo
.
E
aggrava
un
male
già
grave
per
sé
stesso
.
Perché
la
prima
radice
del
nostro
male
è
appunto
in
questo
sentimento
che
noi
abbiamo
della
vita
.
L
'
albero
vive
e
non
si
sente
:
per
lui
la
terra
,
il
sole
,
l
'
aria
,
la
luce
,
il
vento
,
la
pioggia
,
non
sono
cose
che
esso
non
sia
.
All
'
uomo
,
invece
,
nascendo
è
toccato
questo
triste
privilegio
di
,
sentirsi
vivere
,
con
la
bella
illusione
che
ne
risulta
:
di
prendere
cioè
come
una
realtà
fuori
di
sé
questo
suo
interno
sentimento
della
vita
,
mutabile
e
vario
.
Gli
antichi
favoleggiarono
che
Prometeo
rapi
una
favilla
al
sole
per
farne
dono
agli
uomini
.
Orbene
,
il
sentimento
che
noi
abbiamo
della
vita
è
appunto
questa
favilla
prometèa
favoleggiata
.
Essa
ci
fa
vedere
sperduti
su
la
terra
;
essa
projetta
tutt
'
intorno
a
noi
un
cerchio
più
o
meno
ampio
di
luce
,
di
là
dal
quale
è
l
'
ombra
nera
,
l
'
ombra
paurosa
che
non
esisterebbe
,
se
la
favilla
non
fosse
accesa
in
noi
;
ombra
che
noi
però
dobbiamo
purtroppo
creder
vera
,
fintanto
che
quella
ci
si
mantiene
viva
in
petto
.
Spenta
alla
fine
dal
soffio
della
morte
,
ci
accoglierà
davvero
quell
'
ombra
fittizia
,
ci
accoglierà
la
notte
perpetua
dopo
il
giorno
fumoso
della
nostra
illusione
,
o
non
rimarremo
noi
piuttosto
alla
mercé
dell
'
Essere
,
che
avrà
rotto
soltanto
le
vane
forme
della
ragione
umana
?
Tutta
quell
'
ombra
,
l
'
enorme
mistero
,
che
tanti
e
tanti
filosofi
hanno
invano
speculato
e
che
ora
la
scienza
,
pur
rinunziando
all
'
indagine
di
esso
,
non
esclude
,
non
sarà
forse
in
fondo
un
inganno
come
un
altro
,
un
inganno
della
nostra
mente
,
una
fantasia
che
non
si
colora
?
Se
tutto
questo
mistero
,
in
somma
,
non
esistesse
fuori
di
noi
,
ma
soltanto
in
noi
,
e
necessariamente
,
per
il
famoso
privilegio
del
sentimento
che
noi
abbiamo
della
vita
?
Se
la
morte
fosse
soltanto
il
soffio
che
spegne
in
noi
questo
sentimento
penoso
,
pauroso
,
perché
limitato
,
definito
da
questo
cerchio
d
'
ombra
fittizia
oltre
il
breve
àmbito
dello
scarso
lume
che
ci
projettiamo
attorno
,
e
in
cui
la
vita
nostra
rimane
come
imprigionata
,
come
esclusa
per
alcun
tempo
dalla
vita
universale
,
eterna
,
nella
quale
ci
sembra
che
dovremo
un
giorno
rientrare
,
mentre
già
ci
siamo
e
sempre
vi
rimarremo
,
ma
senza
più
questo
sentimento
di
esilio
che
ci
angoscia
?
Non
è
anche
qui
illusorio
il
limite
,
e
relativo
al
poco
lume
nostro
,
della
nostra
individualità
?
Forse
abbiamo
sempre
vissuto
,
sempre
vivremo
con
l
'
universo
;
anche
ora
,
in
questa
forma
nostra
,
partecipiamo
a
tutte
le
manifestazioni
dell
'
universo
;
non
lo
sappiamo
,
non
lo
vediamo
,
perché
purtroppo
quella
favilla
che
Prometeo
ci
volle
donare
ci
fa
vedere
soltanto
quel
poco
a
cui
essa
arriva
.
E
domani
un
umorista
potrebbe
raffigurar
Prometeo
sul
Caucaso
in
atto
di
considerare
malinconicamente
la
sua
fiaccola
accesa
e
di
scorgere
in
essa
alla
fine
la
causa
fatale
del
suo
supplizio
infinito
.
Egli
s
'
è
finalmente
accorto
che
Giove
non
è
altro
che
un
suo
vano
fantasma
,
un
miserevole
inganno
,
l
'
ombra
del
suo
stesso
corpo
che
si
projetta
gigantesca
nel
cielo
,
a
causa
appunto
della
fiaccola
ch
'
egli
tiene
accesa
in
mano
.
A
un
solo
patto
Giove
potrebbe
sparire
,
a
patto
che
Prometeo
spegnesse
la
candela
,
cioè
la
sua
fiaccola
.
Ma
egli
non
sa
,
non
vuole
,
non
può
;
e
quell
'
ombra
rimane
,
paurosa
e
tiranna
,
per
tutti
gli
uomini
che
non
riescono
a
rendersi
conto
del
fatale
inganno
.
Così
il
contrasto
ci
si
dimostra
inovviabile
,
inscindibile
,
come
l
'
ombra
dal
corpo
.
Noi
l
'
abbiamo
veduto
,
in
questa
rapida
visione
umoristica
,
allargarsi
man
mano
,
varcare
i
limiti
del
nostro
essere
individuale
,
ov
'
ha
radice
,
ed
estendersi
intorno
.
Lo
ha
scoperto
la
riflessione
,
che
vede
in
tutto
una
costruzione
o
illusoria
o
finta
o
fittizia
del
sentimento
e
con
arguta
,
sottile
e
minuta
analisi
la
smonta
e
la
scompone
.
Uno
dei
più
grandi
umoristi
,
senza
saperlo
,
fu
Copernico
,
che
smontò
non
propriamente
la
macchina
dell
'
universo
,
ma
l
'
orgogliosa
immagine
che
ce
n
'
eravamo
fatta
.
Si
legga
quel
dialogo
del
Leopardi
che
s
'
intitola
appunto
dal
canonico
polacco
.
Ci
diede
il
colpo
di
grazia
la
scoperta
del
telescopio
:
altra
macchinetta
infernale
,
che
può
fare
il
pajo
con
quella
che
volle
regalarci
la
natura
.
Ma
questa
l
'
abbiamo
inventata
noi
,
per
non
esser
da
meno
.
Mentre
l
'
occhio
guarda
di
sotto
,
dalla
lente
più
piccola
,
e
vede
grande
ciò
che
la
natura
provvidenzialmente
aveva
voluto
farci
veder
piccolo
,
l
'
anima
nostra
,
che
fa
?
salta
a
guardar
di
sopra
,
dalla
lente
più
grande
,
e
il
telescopio
allora
diventa
un
terribile
strumento
,
che
subissa
la
terra
e
l
'
uomo
e
tutte
le
nostre
glorie
e
grandezze
.
Fortuna
che
è
proprio
della
riflessione
umoristica
il
provocare
il
sentimento
del
contrario
;
il
quale
,
in
questo
caso
,
dice
:
Ma
è
poi
veramente
così
piccolo
l
'
uomo
,
come
il
telescopio
rivoltato
ce
lo
fa
vedere
?
Se
egli
può
intendere
e
concepire
l
'
infinita
sua
piccolezza
,
vuol
dire
ch
'
egli
intende
e
concepisce
l
'
infinita
grandezza
dell
'
universo
.
E
come
si
può
dir
piccolo
dunque
l
'
uomo
?
Ma
è
anche
vero
che
se
poi
egli
si
sente
grande
e
un
umorista
viene
a
saperlo
,
gli
può
capitare
come
a
Gulliver
,
gigante
a
Lilliput
e
balocco
tra
le
mani
dei
giganti
di
Brobdingnag
.
VI
Da
quanto
abbiamo
detto
finora
intorno
alla
speciale
attività
della
riflessione
nell
'
umorista
,
appare
chiaramente
quale
dell
'
arte
umoristica
necessariamente
sia
l
'
intimo
processo
.
Anch
'
essa
l
'
arte
,
come
tutte
le
costruzioni
ideali
o
illusorie
,
tende
a
fissar
la
vita
:
la
fissa
in
un
momento
o
in
varii
momenti
determinati
:
la
statua
in
un
gesto
,
il
paesaggio
in
un
aspetto
temporaneo
,
immutabile
.
Ma
,
e
la
perpetua
mobilità
degli
aspetti
successivi
?
e
la
fusione
continua
in
cui
le
anime
si
trovano
?
L
'
arte
in
genere
astrae
e
concentra
,
coglie
cioè
e
rappresenta
così
degli
individui
come
delle
cose
,
l
'
idealità
essenziale
e
caratteristica
.
Ora
pare
all
'
umorista
che
tutto
ciò
semplifichi
troppo
la
natura
e
tenda
a
rendere
troppo
ragionevole
o
almeno
troppo
coerente
la
vita
.
Gli
pare
che
delle
cause
,
delle
cause
vere
che
muovono
spesso
questa
povera
anima
umana
agli
atti
più
inconsulti
,
assolutamente
imprevedibili
,
l
'
arte
in
genere
non
tenga
quel
conto
che
secondo
lui
dovrebbe
.
Per
l
'
umorista
le
cause
,
nella
vita
,
non
sono
mai
così
logiche
,
così
ordinate
,
come
nelle
nostre
comuni
opere
d
'
arte
,
in
cui
tutto
è
,
in
fondo
,
combinato
,
congegnato
,
ordinato
ai
fini
che
lo
scrittore
s
'
è
proposto
.
L
'
ordine
?
la
coerenza
?
Ma
se
noi
abbiamo
dentro
quattro
,
cinque
anime
in
lotta
fra
loro
:
l
'
anima
istintiva
,
l
'
anima
morale
,
l
'
anima
affettiva
,
l
'
anima
sociale
?
E
secondo
che
domina
questa
o
quella
,
s
'
atteggia
la
nostra
coscienza
;
e
noi
riteniamo
valida
e
sincera
quella
interpretazione
fittizia
di
noi
medesimi
,
del
nostro
essere
interiore
che
ignoriamo
,
perché
non
si
manifesta
mai
tutt
'
intero
,
ma
ora
in
un
modo
,
ora
in
un
altro
,
come
volgano
i
casi
della
vita
.
Sì
,
un
poeta
epico
o
drammatico
può
rappresentare
un
suo
eroe
,
in
cui
si
mostrino
in
lotta
elementi
opposti
e
repugnanti
;
ma
egli
di
questi
elementi
comporrà
un
carattere
,
e
vorrà
coglierlo
coerente
in
ogni
suo
atto
.
Ebbene
,
l
'
umorista
fa
proprio
l
'
inverso
:
egli
scompone
il
carattere
nei
suoi
elementi
;
e
mentre
quegli
cura
di
coglierlo
coerente
in
ogni
atto
,
questi
si
diverte
a
rappresentarlo
nelle
sue
incongruenze
.
L
'
umorista
non
riconosce
eroi
;
o
meglio
,
lascia
che
li
rappresentino
gli
altri
,
gli
eroi
;
egli
,
per
conto
suo
,
sa
che
cosa
è
la
leggenda
e
come
si
forma
,
che
cosa
è
la
storia
e
come
si
forma
:
composizioni
tutte
,
più
o
meno
ideali
,
e
tanto
più
ideali
forse
,
quanto
pio
mostrare
pretesa
di
realtà
:
composizioni
ch
'
egli
si
diverte
a
scomporre
;
né
si
può
dir
che
sia
un
divertimento
piacevole
.
Il
mondo
,
lui
,
se
non
propriamente
nudo
,
lo
vede
,
per
così
dire
,
in
camicia
:
in
camicia
il
re
,
che
vi
fa
così
bella
impressione
a
vederlo
composto
nella
maestà
d
'
un
trono
con
lo
scettro
e
la
corona
e
il
manto
di
porpora
e
d
'
ermellino
;
e
non
componete
con
troppa
pompa
nelle
camere
ardenti
su
catafalchi
i
morti
,
perché
egli
è
capace
di
non
rispettar
neppure
questa
composizione
,
tutto
questo
apparato
;
è
capace
di
sorprendere
,
per
esempio
,
in
mezzo
alla
compunzione
degli
astanti
,
in
quel
morto
lì
,
freddo
e
duro
,
ma
decorato
e
in
marsina
,
un
qualche
borboglio
lugubre
nel
ventre
,
e
d
'
esclamare
(
poiché
certe
cose
si
dicono
meglio
in
latino
)
:
-
Digestio
post
mortem
.
Anche
quei
soldatacci
austriaci
della
poesia
del
Giusti
,
di
cui
ci
siamo
occupati
in
principio
,
son
veduti
in
fine
dal
poeta
come
tanti
poveri
uomini
in
camicia
:
sono
spogliati
cioè
di
quelle
loro
uniformi
odiose
,
nelle
quali
il
poeta
vede
un
simbolo
della
schiavitù
della
patria
.
Quelle
uniformi
compongono
nell
'
animo
del
poeta
una
rappresentazione
ideale
,
della
patria
schiava
;
la
riflessione
scompone
questa
rappresentazione
,
spoglia
quei
soldati
e
vede
in
essi
una
torma
di
poveretti
addogliati
e
derisi
.
L
'
uomo
è
un
animale
vestito
dice
il
Carlyle
nel
suo
Sartor
Resartus
la
società
ha
per
base
il
vestiario
.
E
il
vestiario
compone
anch
'
esso
,
compone
e
nasconde
:
due
cose
che
l
'
umorismo
non
può
soffrire
.
La
vita
nuda
,
la
natura
senz
'
ordine
almeno
apparente
,
irta
di
contradizioni
,
pare
all
'
umorista
lontanissima
dal
congegno
ideale
delle
comuni
concezioni
artistiche
,
in
cui
tutti
gli
elementi
,
visibilmente
,
si
tengono
a
vicenda
e
a
vicenda
cooperano
.
Nella
realtà
vera
le
azioni
che
mettono
in
rilievo
un
carattere
si
stagliano
su
un
fondo
di
vicende
ordinarie
,
di
particolari
comuni
.
Ebbene
,
gli
scrittori
,
in
genere
,
non
se
n
'
avvalgono
,
o
poco
se
ne
curano
,
come
se
queste
vicende
,
questi
particolari
non
abbiano
alcun
valore
e
siano
inutili
e
trascurabili
.
Ne
fa
tesoro
invece
l
'
umorista
.
L
'
oro
,
in
natura
,
non
si
trova
frammisto
alla
terra
?
Ebbene
,
gli
scrittori
ordinariamente
buttano
via
la
terra
e
presentano
l
'
oro
in
zecchini
nuovi
,
ben
colato
,
ben
fuso
,
ben
pesato
e
con
la
loro
marca
e
il
loro
stemma
bene
impressi
.
Ma
l
'
umorista
sa
che
le
vicende
ordinarie
,
i
particolari
comuni
,
la
materialità
della
vita
in
somma
,
così
varia
e
complessa
,
contradicono
poi
aspramente
quelle
semplificazioni
ideali
,
costringono
ad
azioni
,
ispirano
pensieri
e
sentimenti
contrarii
a
tutta
quella
logica
armoniosa
dei
fatti
e
dei
caratteri
concepiti
dagli
scrittori
ordinarii
.
E
l
'
impreveduto
che
è
nella
vita
?
E
l
'
abisso
che
è
nelle
anime
?
Non
ci
sentiamo
guizzar
dentro
,
spesso
,
pensieri
strani
,
quasi
lampi
di
follia
,
pensieri
inconseguenti
,
inconfessabili
finanche
a
noi
stessi
,
come
sorti
davvero
da
un
'
anima
diversa
da
quella
che
normalmente
ci
riconosciamo
?
Di
qui
,
nell
'
umorismo
,
tutta
quella
ricerca
dei
particolari
più
intimi
e
minuti
,
che
possono
anche
parer
volgari
e
triviali
se
si
raffrontano
con
le
sintesi
idealizzatrici
dell
'
arte
in
genere
,
e
quella
ricerca
dei
contrasti
e
delle
contradizioni
,
su
cui
l
'
opera
sua
si
fonda
,
in
opposizione
alla
coerenza
cercata
dagli
altri
;
di
qui
quel
che
di
scomposto
,
di
slegato
,
di
capriccioso
,
tutte
quelle
digressioni
che
si
notano
nell
'
opera
umoristica
,
in
opposizione
al
congegno
ordinato
,
alla
composizione
dell
'
opera
d
'
arte
in
genere
.
Sono
il
frutto
della
riflessione
che
scompone
.
Se
il
naso
di
Cleopatra
fosse
stato
più
lungo
,
chi
sa
quali
altre
vicende
avrebbe
avuto
il
mondo
.
E
questo
se
,
questa
minuscola
particella
che
si
può
appuntare
,
inserire
come
un
cuneo
in
tutte
le
vicende
,
quante
e
quali
disgregazioni
può
produrre
,
di
quanta
scomposizione
può
esser
causa
,
in
mano
d
'
un
umorista
come
,
ad
esempio
,
lo
Sterne
,
che
dall
'
infinitamente
piccolo
vede
regolato
tutto
il
mondo
!
Riassumendo
:
l
'
umorismo
consiste
nel
sentimento
del
contrario
,
provocato
dalla
speciale
attività
della
riflessione
che
non
si
cela
,
che
non
diventa
,
come
ordinariamente
nell
'
arte
,
una
forma
del
sentimento
,
ma
il
suo
contrario
,
pur
seguendo
passo
passo
il
sentimento
come
l
'
ombra
segue
il
corpo
.
L
'
artista
ordinario
bada
al
corpo
solamente
:
l
'
umorista
bada
al
corpo
e
all
'
ombra
,
e
talvolta
più
all
'
ombra
che
al
corpo
;
nota
tutti
gli
scherzi
di
quest
'
ombra
,
com
'
esca
ora
s
'
allunghi
ed
ora
s
'
intozzi
,
quasi
a
far
le
smorfie
al
corpo
,
che
intanto
non
la
calcola
e
non
se
ne
cura
.
Nelle
rappresentazioni
comiche
medievali
del
diavolo
,
troviamo
uno
scolare
che
per
farsi
beffe
di
lui
gli
dà
ad
acchiappare
la
propria
ombra
sul
muro
.
Chi
rappresentò
questo
diavolo
non
era
certamente
un
umorista
.
Quanto
valga
un
'
ombra
l
'
umorista
sa
bene
:
il
Peter
Schlemihl
di
Chamisso
informi
.
ProsaGiuridica ,
TITOLO
I
BIBLIOTECHE
PUBBLICHE
E
GOVERNATIVE
1
.
Le
biblioteche
governative
aperte
al
pubblico
e
rette
dal
Ministero
della
pubblica
istruzione
si
distinguono
in
biblioteche
autonome
e
biblioteche
che
servono
di
sussidio
ad
altri
istituti
,
o
che
sono
riunite
amministrativamente
ad
istituti
maggiori
.
Sono
biblioteche
autonome
:
1
)
la
Biblioteca
Nazionale
centrale
«
Vittorio
Emanuele
»
di
Roma
;
2
)
la
Biblioteca
Nazionale
centrale
di
Firenze
;
3
)
la
Biblioteca
Nazionale
(
Braidense
)
di
Milano
;
4
)
la
Biblioteca
Nazionale
di
Napoli
;
5
)
la
Biblioteca
Nazionale
di
Palermo
;
6
)
la
Biblioteca
Nazionale
universitaria
di
Torino
;
7
)
la
Biblioteca
Nazionale
(
Marciana
)
di
Venezia
;
8
)
la
Biblioteca
Governativa
di
Cremona
;
9
)
la
Biblioteca
Marucelliana
di
Firenze
;
10
)
la
Biblioteca
Mediceo
-
Laurenziana
di
Firenze
;
11
)
la
Biblioteca
Riccardiana
di
Firenze
;
12
)
la
Biblioteca
Governativa
di
Lucca
;
13
)
la
Biblioteca
Estense
di
Modena
;
14
)
la
Biblioteca
Brancacciana
di
Napoli
;
15
)
la
Biblioteca
San
Giacomo
di
Napoli
;
16
)
la
Biblioteca
Palatina
di
Parma
;
17
)
la
Biblioteca
Angelica
di
Roma
;
18
)
la
Biblioteca
Casanatense
di
Roma
;
19
)
la
Biblioteca
Lancisiana
di
Roma
;
Sono
biblioteche
che
servono
di
sussidio
ad
altri
istituti
:
20
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Bologna
;
21
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Cagliari
;
22
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Catania
;
23
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Genova
;
24
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Messina
;
25
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Modena
;
26
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Napoli
;
27
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Padova
;
28
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Pavia
;
29
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Pisa
;
30
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Roma
;
31
)
la
Biblioteca
Universitaria
di
Sassari
;
32
)
la
Biblioteca
Ventimiliana
di
Catania
,
riunita
amministrativamente
coll
Universitaria
;
33
)
la
sezione
governativa
della
Biblioteca
musicale
della
R
.
Accademia
di
Santa
Cecilia
di
Roma
,
che
è
retta
secondo
il
R
.
D
.
2
marzo
1882
,
n
.
716;
34
)
la
Biblioteca
Valicelliana
di
Roma
,
che
è
retta
secondo
le
disposizioni
contenute
nel
R
.
D
.
16
ottobre
1884;
35
)
la
sezione
musicale
della
Biblioteca
Palatina
di
Parma
,
istituita
con
R
.
D
.
14
luglio
1889
,
n
.
6431
,
e
retta
secondo
le
disposizioni
contenute
nel
D.M.
24
novembre
1891;
36
)
la
Biblioteca
Lucchesi
-
Palli
,
costituita
in
sezione
autonoma
della
Biblioteca
Nazionale
di
Napoli
,
che
è
retta
secondo
le
disposizioni
contenute
nel
R
.
D
.
16
dicembre
1900
.
2
.
È
in
facoltà
del
Ministero
di
provvedere
con
suoi
decreti
a
riunire
amministrativamente
talune
delle
biblioteche
minori
ad
altre
maggiori
della
stessa
città
,
di
regolarne
in
forma
più
semplice
ed
economica
l
uso
pubblico
,
di
specializzare
alcune
biblioteche
,
di
convertire
altre
in
musei
bibliografici
.
Nelle
città
dove
sono
più
biblioteche
governative
,
i
capi
delle
biblioteche
medesime
costituiscono
un
comitato
,
presieduto
e
convocato
dal
capo
superiore
di
grado
e
,
in
caso
di
parità
di
grado
,
dal
più
anziano
di
ufficio
,
per
deliberare
sulle
questioni
d
interesse
comune
(
orari
,
vacanze
,
indirizzo
degli
acquisti
,
interpretazione
e
applicazione
uniforme
dei
regolamenti
,
ecc
.
)
e
per
gli
accordi
di
cui
all
art
.
10
.
3
.
Le
biblioteche
annesse
agli
istituti
d
insegnamento
superiore
del
regno
,
alle
regie
accademie
letterarie
e
scientifiche
,
agli
istituti
di
belle
arti
,
alle
gallerie
e
ai
musei
,
ai
regi
istituti
di
istruzione
media
,
non
aperte
al
pubblico
,
sono
rette
da
regolamenti
speciali
.
Alle
biblioteche
annesse
ai
monumenti
nazionali
sono
applicabili
le
norme
del
presente
regolamento
,
e
in
particolar
modo
quelle
del
titolo
VI
sull
uso
pubblico
,
in
quanto
non
contrastino
con
le
norme
speciali
che
le
reggono
.
4
.
Le
due
biblioteche
nazionali
-
centrali
di
Roma
e
di
Firenze
tendono
al
fine
di
:
a
)
raccogliere
e
conservare
ordinatamente
tutto
quello
che
si
pubblica
in
Italia
,
e
che
esse
ricevono
in
virtù
della
legge
sulla
stampa
;
b
)
arricchire
la
suppellettile
letteraria
e
scientifica
,
per
modo
da
rappresentare
compiutamente
la
storia
del
pensiero
italiano
;
c
)
provvedersi
delle
opere
straniere
più
importanti
che
illustrino
l
Italia
nella
sua
storia
e
nella
sua
cultura
scientifica
,
artistica
e
letteraria
;
d
)
rappresentare
,
quanto
è
possibile
,
nella
sua
continuità
e
generalità
,
anche
la
cultura
straniera
.
5
.
Le
altre
biblioteche
nazionali
,
dovendo
anche
esse
rappresentare
la
cultura
italiana
,
e
quanto
è
possibile
la
straniera
,
debbono
arricchire
la
loro
suppellettile
delle
più
importanti
pubblicazioni
antiche
e
moderne
,
italiane
e
straniere
.
Ciascuna
di
esse
deve
procurare
più
specialmente
di
rappresentare
,
con
concorso
di
altre
biblioteche
della
città
,
la
cultura
di
quella
regione
nella
quale
ha
sede
.
6
.
A
questo
fine
tendono
anche
le
altre
biblioteche
autonome
delle
città
dove
è
una
biblioteca
nazionale
,
quando
o
le
tavole
della
loro
fondazione
o
il
particolare
loro
intento
non
vogliano
altrimenti
.
7
.
Le
biblioteche
universitarie
hanno
obbligo
:
a
)
di
porgere
ai
discenti
il
necessario
sussidio
per
quegli
studi
che
si
compiono
nell
università
stessa
;
b
)
di
offrire
agl
insegnanti
gli
strumenti
di
ricerca
propri
della
scienza
che
essi
professano
.
8
.
Le
biblioteche
nazionali
e
le
universitarie
debbono
considerare
come
sussidio
le
altre
pubbliche
biblioteche
esistenti
nella
stessa
città
,
siano
o
no
governative
,
e
nell
aumentare
la
propria
suppellettile
debbono
dare
la
preferenza
a
quelle
parti
dello
scibile
,
delle
quali
siano
deficienti
le
altre
biblioteche
locali
.
9
.
(
)
.
10
.
Il
Ministro
provvede
,
con
l
aiuto
del
personale
superiore
delle
biblioteche
governative
e
tenendo
conto
delle
norme
dettate
dalla
Giunta
consultiva
delle
biblioteche
,
ad
esercitare
una
efficace
sorveglianza
anche
sulle
biblioteche
non
governative
,
nella
misura
consentita
dalle
leggi
vigenti
e
dalle
convenzioni
stabilite
con
gli
enti
proprietari
o
consegnatari
delle
biblioteche
medesime
,
allo
scopo
di
assicurare
la
conservazione
dei
codici
manoscritti
,
degli
incunaboli
e
delle
incisioni
e
stampe
rare
e
di
pregio
,
a
cui
siano
applicabili
le
disposizioni
della
L
.
12
giugno
1902
,
n
.
185
.
Con
gli
stessi
mezzi
provvede
inoltre
a
facilitare
il
coordinamento
delle
funzioni
fra
le
biblioteche
governative
e
le
biblioteche
non
governative
di
una
stessa
città
,
affinché
,
nell
interesse
dei
vari
ordini
di
studiosi
e
dei
vari
rami
di
cultura
,
riescano
il
più
possibile
effettive
le
disposizioni
degli
artt
.
8
e
109
.
TITOLO
II
ORDINAMENTO
INTERNO
11
.
Tutta
la
suppellettile
letteraria
e
scientifica
e
i
mobili
esistenti
nella
biblioteca
sono
affidati
per
la
custodia
e
per
la
conservazione
al
capo
della
biblioteca
.
12
.
È
stretto
obbligo
di
ogni
impiegato
di
dar
subito
avviso
scritto
al
capo
della
biblioteca
di
qualunque
sottrazione
,
dispersione
,
disordine
o
danno
nella
suppellettile
o
nel
materiale
della
biblioteca
stessa
,
di
cui
abbia
direttamente
o
indirettamente
notizia
.
Dello
smarrimento
o
sottrazione
di
opere
si
deve
subito
dare
avviso
scritto
anche
all
impiegato
che
tiene
l
elenco
delle
opere
smarrite
o
sottratte
,
di
cui
all
art
.
27
.
Chi
contravviene
a
queste
disposizioni
incorre
in
pene
disciplinari
.
13
.
Tutti
i
volumi
delle
opere
stampate
o
manoscritte
,
e
tutti
gli
opuscoli
che
già
esistano
od
entrino
in
biblioteca
,
debbono
avere
impresso
sul
frontespizio
o
sul
verso
un
bollo
particolare
,
portante
il
nome
della
biblioteca
.
Questo
bollo
deve
essere
ripetuto
sopra
una
pagina
determinata
del
volume
.
14
.
Tutti
i
volumi
di
opere
stampate
o
manoscritte
e
tutti
gli
opuscoli
che
entrano
nella
biblioteca
,
debbono
essere
immediatamente
notati
nel
registro
d
ingresso
,
ed
oltre
al
bollo
particolare
della
biblioteca
,
di
cui
all
art
.
13
,
debbono
avere
impresso
il
numero
progressivo
sotto
il
quale
sono
notati
in
quel
registro
.
Questo
numero
progressivo
è
impresso
con
un
contatore
meccanico
nell
ultima
pagina
del
testo
di
ogni
volume
od
opuscolo
.
15
.
Per
meglio
assicurare
la
conservazione
dei
volumi
e
degli
opuscoli
a
stampa
di
somma
rarità
bibliografica
,
che
esistano
od
entrino
in
biblioteca
,
il
Ministero
,
sentita
la
Giunta
consultiva
,
dà
particolari
istruzioni
.
16
.
Ogni
biblioteca
deve
possedere
:
per
le
opere
a
stampa
:
a
)
un
inventario
topografico
generale
;
b
)
un
catalogo
alfabetico
per
autori
;
c
)
un
catalogo
per
materie
(
o
sistematico
o
reale
)
;
e
per
manoscritti
:
a
)
un
inventario
topografico
;
b
)
un
catalogo
alfabetico
.
Questi
due
mezzi
di
ricerca
possono
essere
utilmente
sostituiti
da
un
inventario
descrittivo
corredato
dagli
indici
necessari
.
17
.
Tutte
le
opere
stampate
o
manoscritte
e
tutti
gli
opuscoli
,
dopo
essere
stati
notati
nel
registro
di
ingresso
,
debbono
essere
descritti
con
esattezza
bibliografica
nelle
schede
necessarie
alla
formazione
dei
cataloghi
.
Ogni
scheda
deve
avere
il
numero
progressivo
dato
all
opera
nel
registro
d
ingresso
e
la
segnatura
della
collocazione
.
18
.
Tutte
le
opere
della
biblioteca
devono
avere
una
collocazione
rappresentata
da
una
segnatura
apposita
nell
interno
e
all
esterno
di
ciascun
volume
.
19
.
Nell
inventario
generale
degli
stampati
e
in
quello
dei
manoscritti
sono
registrate
tutte
le
opere
secondo
l
ordine
della
loro
collocazione
.
Questi
due
inventari
sono
tenuti
a
volume
.
Negl
inventari
è
rigorosamente
vietato
di
raschiare
o
di
cancellare
con
acidi
.
Le
correzioni
che
siano
necessarie
si
fanno
con
inchiostro
rosso
,
per
modo
che
si
possa
leggere
sempre
quello
che
prima
era
scritto
.
Nelle
registrazioni
che
si
fanno
sugli
inventari
,
al
titolo
di
ogni
opera
si
deve
aggiungere
il
numero
progressivo
che
essa
ha
nel
registro
d
ingresso
.
20
.
Il
catalogo
alfabetico
delle
opere
a
stampa
,
compresi
gli
opuscoli
,
e
l
indice
alfabetico
dei
manoscritti
debbono
essere
ordinati
ciascuno
in
serie
unica
.
21
.
Dal
catalogo
alfabetico
degli
stampati
si
debbono
escludere
gli
spartiti
o
pezzi
di
musica
,
le
carte
geografiche
,
le
stampe
o
incisioni
,
le
fotografie
pubblicate
senza
testo
,
e
in
genere
tutto
ciò
che
deve
essere
registrato
e
descritto
in
modo
diverso
da
quello
adoperato
per
i
libri
propriamente
detti
.
È
data
facoltà
ai
capi
delle
singole
biblioteche
di
non
riferire
nel
catalogo
alfabetico
i
titoli
delle
pubblicazioni
di
scarsa
importanza
per
gli
studiosi
,
che
si
tengono
ordinate
per
classi
o
gruppi
.
Il
Ministero
,
sentita
la
Giunta
consultiva
,
fissa
le
norme
per
la
formazione
delle
classi
e
dei
gruppi
di
queste
pubblicazioni
.
22
.
I
cataloghi
in
uso
non
possono
essere
interrotti
o
trasformati
senza
gravi
ragioni
senza
il
consenso
del
Ministero
.
Così
la
facoltà
di
trascrivere
a
volumi
i
cataloghi
a
schede
o
di
adottare
nuovi
sistemi
è
data
dal
Ministero
,
sentita
la
Giunta
consultiva
,
dopo
che
il
capo
della
biblioteca
abbia
indicato
il
metodo
che
intende
seguire
,
il
tempo
e
la
spesa
che
si
prevede
possa
occorrere
.
Parimenti
non
si
può
mutare
l
ordinamento
già
esistente
in
una
biblioteca
senza
averne
richiesto
,
con
relazione
motivata
,
ed
ottenuto
l
assenso
del
Ministero
.
23
.
Nelle
biblioteche
,
i
cui
cataloghi
non
si
trovino
in
corrispondenza
con
le
norme
del
presente
regolamento
,
i
capi
propongono
al
Ministero
i
lavori
necessari
per
raggiungere
questo
scopo
,
nella
misura
del
possibile
dando
la
precedenza
ai
più
urgenti
.
24
.
Alla
fine
di
ogni
trimestre
ciascuna
biblioteca
rende
conto
al
Ministero
delle
opere
entrate
e
dei
lavori
fatti
all
inventario
generale
ed
ai
cataloghi
coll
inviare
uno
specchio
statistico
conforme
al
mod
.
A
.
25
.
Le
biblioteche
governative
,
che
abbiano
già
in
buon
ordine
gl
inventari
e
i
cataloghi
sopra
detti
degli
stampati
e
dei
manoscritti
,
e
quelli
speciali
indicati
all
art
.
21
,
debbono
compilare
a
parte
indici
illustrati
delle
rarità
e
delle
specialità
bibliografiche
,
dando
la
precedenza
alle
collezioni
più
numerose
e
più
importanti
possedute
dalla
biblioteca
.
26
.
I
cataloghi
vecchi
delle
biblioteche
,
e
che
sono
fuori
d
uso
,
e
gli
elenchi
e
i
cataloghi
parziali
che
accompagnano
l
acquisto
di
intere
collezioni
,
debbono
essere
diligentemente
conservati
,
in
modo
da
permettere
la
consultazione
.
27
.
Oltre
i
cataloghi
indicati
agli
artt
.
16
e
21
,
ogni
biblioteca
deve
avere
i
seguenti
registri
:
a
)
delle
opere
in
continuazione
,
delle
collezioni
e
dei
periodici
;
b
)
delle
opere
incomplete
;
c
)
delle
opere
difettose
;
d
)
dei
duplicati
:
e
)
delle
opere
smarrite
o
sottratte
.
28
.
Il
registro
delle
opere
in
continuazione
,
delle
collezioni
e
dei
periodici
deve
tenersi
in
schede
mobili
in
conformità
dei
moduli
B
segnando
su
di
esse
i
volumi
,
fascicoli
e
fogli
,
che
a
mano
a
mano
si
ricevono
.
29
.
I
registri
delle
opere
incomplete
e
difettose
debbono
tenersi
a
schede
,
sulle
quali
sia
chiaramente
indicato
che
cosa
manca
.
30
.
Il
registro
delle
opere
duplicate
deve
tenersi
a
schede
ordinate
alfabeticamente
.
Sulle
schede
si
notano
la
segnatura
dell
esemplare
migliore
rimasto
a
uso
pubblico
,
e
la
provenienza
di
tutti
gli
altri
esemplari
.
31
.
Il
registro
delle
opere
smarrite
o
sottratte
,
di
cui
agli
artt
.
12
e
27
,
deve
tenersi
in
conformità
del
mod
.
C
.
32
.
Ogni
biblioteca
deve
avere
anche
i
seguenti
registri
:
a
)
un
registro
d
ingresso
;
b
)
un
bollettario
delle
opere
ordinate
ai
librai
;
c
)
un
libro
di
cassa
;
d
)
un
giornale
delle
spese
;
e
)
un
libro
mastro
dei
creditori
;
f
)
un
registro
delle
opere
date
a
legare
;
g
)
un
elenco
a
schede
mobili
dei
manoscritti
studiati
;
h
)
un
registro
delle
opere
desiderate
;
i
)
un
registro
delle
lettere
in
arrivo
e
uno
di
quelle
in
partenza
;
k
)
un
inventario
dei
mobili
;
l
)
i
registri
per
il
prestito
dei
libri
,
prescritti
dal
regolamento
speciale
.
33
.
Il
registro
d
ingresso
(
mod
.
D
)
comprende
tutti
i
manoscritti
e
tutte
le
opere
o
parti
di
opere
che
entrano
in
biblioteca
,
sia
per
compra
,
sia
per
dono
,
sia
per
diritto
di
stampa
.
Si
può
separare
il
registro
d
ingresso
degli
acquisti
da
quello
dei
doni
e
da
quello
delle
opere
ricevute
per
diritto
di
stampa
.
In
questo
caso
il
numero
d
ingresso
deve
essere
sempre
in
unica
serie
progressiva
,
concatenata
coi
necessari
rimandi
da
un
registro
all
'
altro
.
34
.
Il
bollettario
delle
opere
ordinate
ai
librai
deve
esser
tenuto
conforme
al
mod
.
E
.
Tutte
le
ordinazioni
date
debbono
portare
la
firma
del
capo
.
35
.
Nel
libro
di
cassa
vanno
registrate
le
riscossioni
e
i
pagamenti
,
allo
scopo
di
tenere
in
evidenza
il
movimento
dei
fondi
che
il
Ministero
anticipa
alla
biblioteca
.
Nel
giornale
delle
spese
si
registrano
cronologicamente
tutte
le
spese
della
biblioteca
,
ripartite
secondo
i
capitoli
del
bilancio
di
previsione
(
mod
.
F
)
.
36
.
Per
ogni
lavoro
o
provvista
,
il
capo
deve
chiedere
la
relativa
fattura
.
Senza
la
fattura
che
li
accompagni
non
possono
essere
ricevuti
in
biblioteca
né
libri
né
altri
oggetti
.
Nel
libro
mastro
dei
creditori
si
registrano
volta
per
volta
le
fatture
dei
conti
rispettivi
.
Un
repertorio
alfabetico
richiama
al
nome
di
ciascun
fornitore
.
I
pagamenti
si
segnano
immediatamente
nel
libro
di
cassa
e
nel
giornale
delle
spese
,
e
si
addebitano
a
loro
luogo
nel
libro
mastro
.
37
.
Nel
registro
dei
legatori
(
mod
.
G
)
si
notano
tutti
i
libri
dati
a
legare
e
a
riparare
.
Dopo
il
riscontro
di
consegna
,
il
legatore
firmandosi
sul
registro
,
nota
il
giorno
in
cui
ha
ricevuto
i
libri
e
quello
in
cui
si
obbliga
a
riportarli
.
Nell
atto
della
consegna
,
il
legatore
riceve
una
fattura
di
accompagnamento
(
mod
.
H
)
,
che
egli
riporta
insieme
con
i
libri
legati
.
Nell
atto
della
restituzione
,
l
impiegato
,
verificato
il
lavoro
e
il
prezzo
,
dichiara
,
firmandosi
nel
registro
stesso
,
di
aver
ricevuto
i
libri
.
Il
legatore
ha
l
obbligo
di
apporre
nell
interno
della
coperta
di
ogni
volume
un
cartellino
portante
il
suo
nome
.
38
.
Per
ogni
manoscritto
dato
in
lettura
deve
notarsi
sopra
l
apposita
scheda
il
nome
dei
lettori
che
l
hanno
studiato
,
con
tutte
le
indicazioni
richieste
dal
mod
.
I
.
Queste
schede
costituiscono
un
catalogo
,
che
si
tiene
ordinato
secondo
la
segnatura
dei
codici
studiati
,
e
che
può
essere
,
col
permesso
del
capo
della
biblioteca
,
consultato
dai
lettori
.
39
.
Tutta
la
corrispondenza
epistolare
della
biblioteca
col
Ministero
,
con
gli
altri
uffici
governativi
e
pubblici
e
coi
privati
deve
essere
registrata
in
conformità
dei
moduli
K
e
L
,
e
deve
conservarsi
ordinata
nell
archivio
della
biblioteca
stessa
.
40
.
L
inventario
del
mobili
deve
tenersi
secondo
quanto
prescrivono
la
legge
e
il
regolamento
per
l
amministrazione
del
patrimonio
e
per
la
contabilità
generale
dello
Stato
.
41
.
Nell
interno
della
coperta
d
ogni
volume
donato
s
incolla
un
cartellino
contenente
il
nome
del
donatore
e
la
data
del
dono
.
42
.
Nel
mese
di
maggio
il
capo
della
biblioteca
presenta
al
Ministero
il
bilancio
di
previsione
per
le
spese
ordinarie
,
ripartite
negli
articoli
in
cui
è
suddiviso
il
giornale
delle
spese
(
mod
F
)
.
Egli
può
aggiungervi
le
somme
necessarie
per
lavori
e
bisogni
straordinari
,
delle
quali
abbia
ottenuto
precedentemente
la
concessione
dal
Ministero
.
43
.
Ogni
rendimento
di
conti
della
biblioteca
deve
essere
accompagnato
da
uno
specchio
il
quale
mostri
:
1
)
l
entrata
e
le
spese
previste
per
tutto
l
anno
,
secondo
il
bilancio
di
previsione
approvato
dal
Ministero
;
2
)
le
somme
già
riscosse
e
quelle
spese
nell
anno
,
distinguendo
quelle
delle
quali
la
biblioteca
rende
conto
da
quelle
dei
conti
precedenti
;
3
)
quanto
ancora
rimane
delle
somme
assegnate
per
le
spese
ordinarie
e
straordinarie
della
biblioteca
.
44
.
Alla
fine
di
ogni
anno
amministrativo
il
capo
della
biblioteca
invia
al
Ministero
il
bilancio
consuntivo
,
accompagnandolo
con
le
opportune
osservazioni
.
45
.
I
capi
delle
biblioteche
non
possono
,
per
qualunque
causa
e
senza
pregiudizio
della
loro
personale
responsabilità
,
oltrepassare
nell
anno
la
somma
assegnata
per
le
spese
ordinarie
e
straordinarie
della
biblioteca
,
né
spendere
nell
acquisto
di
libri
una
somma
minore
di
quella
assegnata
a
questo
fine
dal
Ministero
;
bensì
debbono
convertire
nell
acquisto
di
libri
le
altre
parti
della
dote
che
per
avventura
sopravanzassero
.
46
.
Il
cambio
dei
duplicati
,
veramente
riconosciuti
tali
per
identità
assoluta
,
può
essere
autorizzato
con
deliberazione
del
Ministero
,
su
proposta
del
capo
delle
biblioteche
.
Sul
frontespizio
di
ogni
volume
che
cessa
di
appartenere
alla
biblioteca
,
deve
essere
impresso
un
bollo
particolare
,
per
indicare
che
il
libro
è
un
doppio
ceduto
e
render
nullo
l
altro
bollo
che
lo
dichiarava
proprietà
della
biblioteca
.
47
.
Nel
corso
di
due
anni
nelle
biblioteche
minori
e
di
cinque
nelle
maggiori
,
tutti
i
libri
debbono
esser
levati
dagli
scaffali
e
spolverati
.
Durante
la
revisione
si
tiene
particolarmente
conto
dei
libri
e
degli
scaffali
infetti
da
tarli
,
da
muffe
e
da
altri
parassiti
.
I
bibliotecari
debbono
proporre
,
ed
il
Ministro
si
riserva
di
fissare
le
norme
ed
i
mezzi
per
la
disinfezione
ed
il
risanamento
dei
volumi
e
dei
mobili
.
Gl
impiegati
superiori
e
gli
ordinatori
o
distributori
,
che
non
siano
incaricati
di
vigilare
a
queste
operazioni
,
debbono
,
anche
nella
settimana
della
spolveratura
,
occuparsi
della
revisione
di
cui
all
articolo
seguente
.
48
.
Durante
il
periodo
della
chiusura
(
articolo
103
)
si
procede
,
con
la
scorta
degli
inventari
,
alla
revisione
parziale
della
biblioteca
.
Questa
revisione
è
fatta
da
uno
o
più
impiegati
superiori
e
da
ordinatori
o
distributori
.
Gl
impiegati
,
a
cui
sia
particolarmente
affidata
la
custodia
di
certe
sale
della
biblioteca
,
non
prendono
parte
,
ove
sia
possibile
,
alla
revisione
dei
libri
o
manoscritti
di
quelle
sale
.
I
relativi
verbali
,
firmati
dagl
impiegati
che
hanno
fatto
la
revisione
,
debbono
essere
conservati
nell
archivio
della
biblioteca
.
Nel
caso
di
mancanze
che
dessero
fondato
sospetto
di
sottrazioni
,
il
capo
della
biblioteca
deve
farne
speciale
rapporto
al
Ministero
,
rilevando
,
a
confronto
con
le
revisioni
precedenti
,
tutte
le
mancanze
nuove
e
i
rinvenimenti
dei
volumi
che
altra
volta
fossero
stati
dichiarati
smarriti
o
mancanti
.
49
.
Ad
ogni
libro
tolto
dagli
scaffali
,
perché
dato
in
prestito
o
a
legare
,
o
temporaneamente
dislocato
per
più
di
un
giorno
,
deve
essere
immediatamente
sostituita
una
tavoletta
con
la
segnatura
e
con
le
indicazioni
relative
.
Una
tavoletta
deve
essere
pure
collocata
al
posto
di
quei
libri
che
siano
andati
smarriti
o
perduti
.
La
mancanza
della
tavoletta
indicatrice
è
considerata
come
grave
negligenza
.
50
.
Tutti
i
libri
dati
in
sala
di
lettura
devono
esser
rimessi
giorno
per
giorno
al
posto
,
salvo
il
caso
che
il
lettore
,
nel
restituirli
,
abbia
espressamente
,
dichiarato
,
all
impiegato
che
li
riceve
,
di
voler
servirsene
il
giorno
successivo
.
Per
la
ricollocazione
dei
libri
dati
in
lettura
o
che
ritornano
dal
prestito
o
dal
legatore
,
sono
specialmente
destinate
la
mezz
ora
che
precede
l
apertura
e
quella
seguente
all
'
ora
della
chiusura
della
biblioteca
al
pubblico
.
TITOLO
III
DIREZIONE
DELLE
BIBLIOTECHE
ED
ACQUISTI
51
.
Le
biblioteche
universitarie
hanno
una
Commissione
permanente
,
composta
dal
Rettore
dell
Università
,
che
la
presiede
,
dal
capo
della
biblioteca
e
da
un
professore
delegato
d
anno
in
anno
da
ciascuna
Facoltà
.
Questa
Commissione
si
riunisce
di
regola
una
volta
all
anno
,
convocata
dal
Rettore
,
e
deve
deliberare
:
a
)
sull
acquisto
dei
libri
;
b
)
sulla
scelta
dei
periodici
e
delle
riviste
;
c
)
sulle
pubblicazioni
che
si
facciano
a
cura
della
biblioteca
;
d
)
sulle
richieste
di
fondi
straordinari
per
spese
impreviste
;
e
)
sopra
ogni
altra
questione
che
si
riferisca
al
miglioramento
e
alla
sicurezza
della
sede
della
biblioteca
;
f
)
sulle
ore
nelle
quali
la
biblioteca
deve
essere
aperta
per
maggior
comodità
dei
professori
e
degli
studenti
.
52
.
I
capi
delle
biblioteche
universitarie
corrispondono
direttamente
col
Ministero
per
tutto
ciò
che
si
riferisce
all
amministrazione
,
al
personale
e
alla
disciplina
della
biblioteca
.
53
.
Le
proposte
da
farsi
al
Ministero
,
per
le
quali
sia
richiesta
una
deliberazione
della
Commissione
permanente
,
debbono
esser
sempre
accompagnate
da
una
copia
del
processo
verbale
.
54
.
Nelle
biblioteche
universitarie
la
Commissione
permanente
delibera
soltanto
sopra
sei
decimi
della
parte
della
dotazione
assegnata
dal
Ministero
per
acquisto
di
libri
.
Degli
altri
quattro
decimi
dispone
il
capo
della
biblioteca
,
tenuto
conto
dei
bisogni
della
biblioteca
e
delle
proposte
degli
studiosi
.
L
onere
delle
riviste
e
delle
opere
in
continuazione
grava
in
parte
proporzionale
sulle
quote
di
ripartizione
.
55
.
Ogni
anno
,
nella
seduta
ordinaria
,
la
Commissione
permanente
delibera
quanto
,
sopra
i
sei
decimi
della
somma
concedutole
dal
Ministero
per
acquisti
di
libri
,
può
essere
assegnato
a
ciascuna
Facoltà
.
In
questa
ripartizione
di
sei
decimi
del
fondo
destinato
per
acquisto
di
libri
,
la
commissione
deve
tener
conto
delle
somme
che
le
biblioteche
delle
scuole
e
dei
gabinetti
,
musei
,
ecc
.
,
potessero
trarre
dai
loro
propri
assegni
per
lo
stesso
fine
.
56
.
I
capi
delle
biblioteche
debbono
mandare
al
Ministero
,
entro
il
mese
di
luglio
,
la
relazione
su
di
esse
per
l
anno
amministrativo
compiuto
.
I
capi
delle
biblioteche
universitarie
hanno
pure
l
obbligo
di
comunicare
al
rettore
la
relazione
diretta
al
Ministero
.
In
questa
relazione
si
rende
conto
di
quello
che
si
riferisce
:
a
)
al
servizio
pubblico
;
b
)
ai
lavori
fatti
durante
l
anno
nei
cataloghi
;
c
)
agli
altri
lavori
di
riordinamento
compiuti
o
avviati
,
indicando
per
ciascun
lavoro
gli
impiegati
,
che
lo
eseguiscono
,
e
quale
parte
dei
nuovi
lavori
s
intenda
di
eseguire
dentro
l
anno
iniziato
.
Il
capo
della
biblioteca
può
aggiungere
quelle
proposte
che
crede
opportune
nell
interesse
dell
istituto
al
quale
è
preposto
.
57
.
Quando
il
capo
dello
biblioteca
creda
di
disporre
innovazioni
,
deve
di
ciascuna
proposta
fare
oggetto
di
separata
relazione
al
Ministero
.
58
.
Affinché
gli
studiosi
abbiano
notizia
delle
opere
onde
si
arricchiscono
le
biblioteche
pubbliche
:
a
)
la
Biblioteca
Nazionale
centrale
di
Firenze
dà
in
luce
periodicamente
,
diviso
per
materie
,
il
bollettino
bibliografico
delle
pubblicazioni
italiane
che
essa
riceve
per
diritto
di
stampa
;
b
)
la
Biblioteca
Nazionale
centrale
di
Roma
pubblica
periodicamente
,
diviso
per
materie
,
il
bollettino
bibliografico
delle
opere
moderne
straniere
che
entrano
nelle
biblioteche
governative
,
delle
quali
debbono
essere
inviate
le
schede
bibliografiche
.
I
bollettini
bibliografici
sopraddetti
sono
distribuiti
gratuitamente
a
tutti
gli
istituti
che
dipendono
dal
ministero
.
TITOLO
IV
IMPIEGATI
59-60
.
(
)
.
61
.
Il
bibliotecario
,
che
è
capo
di
una
biblioteca
,
rappresenta
la
biblioteca
,
tratta
gli
affari
col
Ministero
e
cogli
altri
uffici
,
tiene
il
carteggio
coi
privati
e
firma
tutti
gli
atti
e
tutte
le
lettere
che
si
spediscono
dalla
biblioteca
.
62
.
Il
capo
della
biblioteca
ha
strettissimo
obbligo
:
a
)
di
ben
conservare
la
suppellettile
affidata
alle
sue
cure
,
della
quale
egli
è
custode
responsabile
;
b
)
di
procurare
che
la
suppellettile
letteraria
e
scientifica
si
accresca
nel
miglior
modo
possibile
,
secondo
il
fine
al
quale
è
destinata
la
biblioteca
;
c
)
di
tenere
questa
suppellettile
ordinata
in
modo
che
gli
studiosi
possano
utilmente
valersene
ma
con
quelle
cautele
che
dalla
responsabilità
gli
sono
imposte
;
d
)
di
aver
continua
cura
che
l
inventario
generale
e
tutti
i
cataloghi
vengano
compilati
esattamente
,
con
carattere
nitido
e
chiaro
,
e
con
uniformità
,
e
che
siano
tenuti
sempre
in
pari
;
e
)
di
vigilare
l
andamento
del
servizio
pubblico
e
la
disciplina
nella
biblioteca
;
f
)
di
osservare
e
di
far
osservare
dagli
impiegati
da
lui
dipendenti
le
prescrizioni
contenute
nei
regolamenti
in
vigore
,
e
tutte
quelle
altre
che
fossero
impartite
dal
Ministero
.
In
particolar
modo
deve
vigilare
all
esatta
applicazione
delle
norme
di
sicurezza
da
seguirsi
nell
impianto
dei
sistemi
dell
illuminazione
e
di
riscaldamento
,
con
l
aiuto
della
commissione
tecnica
stabilita
dalle
norme
medesime
,
ed
è
responsabile
della
esecuzione
dei
deliberati
della
commissione
suddetta
,
per
quanto
da
lui
dipende
.
63
.
Il
capo
della
biblioteca
ogni
mese
si
fa
rendere
conto
in
iscritto
,
da
tutti
gli
impiegati
che
attendono
a
lavori
di
ordinamento
,
dei
lavori
da
essi
fatti
per
la
biblioteca
.
Queste
relazioni
si
conservano
poi
a
disposizione
del
Ministero
,
affinché
esso
possa
esaminarle
quando
voglia
conoscere
per
qualunque
ragione
l
opera
prestata
da
ciascun
impiegato
.
64
.
Alla
fine
di
ogni
anno
il
capo
della
biblioteca
invia
al
Ministero
,
le
tabelle
con
le
note
informative
degli
impiegati
dipendenti
,
secondo
il
modulo
qui
allegato
.
Agli
impiegati
sono
comunicate
direttamente
dal
rispettivo
capo
della
biblioteca
le
notizie
riguardanti
la
loro
operosità
,
diligenza
,
disciplina
e
condotta
morale
.
L
impiegato
appone
la
sua
firma
alla
tabella
,
dopo
presane
visione
.
65
.
Il
capo
della
biblioteca
tiene
la
cassa
ed
è
interamente
responsabile
delle
somme
riscosse
o
pagate
per
conto
dell
istituto
.
Nessuna
spesa
può
farsi
per
la
biblioteca
senza
l
ordine
di
lui
.
Spetta
a
lui
di
vegliare
sulla
contabilità
e
sulla
tenuta
regolare
dei
libri
di
amministrazione
,
come
pure
di
porre
ogni
cura
negli
acquisti
per
la
biblioteca
.
66
.
Il
capo
della
biblioteca
non
può
assentarsi
dalla
sua
sede
se
non
in
casi
di
grave
urgenza
,
né
per
di
più
di
quattro
giorni
,
senza
averne
ottenuto
il
permesso
dal
Ministero
.
Egli
può
ogni
anno
,
col
consenso
del
Ministero
,
ottenere
una
regolare
licenza
di
30
giorni
.
67
.
In
caso
di
temporanea
assenza
del
capo
della
biblioteca
,
ne
fa
le
veci
il
funzionario
a
ciò
delegato
dal
Ministero
e
,
in
mancanza
di
delegazione
,
il
bibliotecario
o
il
sottobibliotecario
di
classe
più
elevata
,
il
quale
deve
adempiere
agli
uffici
che
dal
capo
gli
siano
affidati
,
né
può
cambiare
o
alterare
le
disposizioni
generali
in
vigore
circa
l
ordinamento
della
biblioteca
.
68
.
Il
capo
della
biblioteca
può
concedere
licenze
dall
ufficio
,
purché
non
ne
abbia
danno
e
a
condizione
che
il
numero
totale
dei
giorni
della
licenza
non
superi
in
un
anno
i
trenta
giorni
per
gli
impiegati
e
i
venti
per
gli
uscieri
.
69
.
Le
attribuzioni
dell
economato
sono
assegnate
o
ripartite
a
scelta
del
capo
della
biblioteca
,
tenendo
conto
delle
attitudini
degli
impiegati
.
Esse
sono
essenzialmente
le
seguenti
:
a
)
tenere
la
scrittura
della
biblioteca
conservando
le
carte
e
i
documenti
relativi
secondo
quanto
prescrive
il
presente
regolamento
e
quello
sull
amministrazione
e
contabilità
generale
dello
Stato
;
b
)
eseguire
per
ordine
del
capo
tutti
i
pagamenti
e
compilare
il
resoconto
delle
spese
;
c
)
preparare
entro
il
mese
di
maggio
lo
specchio
del
bilancio
di
previsione
per
l
anno
successivo
;
d
)
curare
il
servizio
di
protocollo
e
di
classificazione
e
custodia
di
tutte
le
carte
amministrative
;
e
)
redigere
ogni
mese
le
note
amministrative
per
la
riscossione
degli
stipendi
degl
impiegati
e
riscuoterli
con
la
loro
procura
;
f
)
provvedere
ai
servizi
di
posta
;
g
)
rispondere
della
conservazione
e
dell
uso
di
tutti
gli
oggetti
della
biblioteca
,
ad
eccezione
dei
libri
;
h
)
compilare
l
inventario
dei
beni
mobili
in
conformità
del
regolamento
per
l
amministrazione
del
patrimonio
dello
Stato
;
i
)
preparare
le
note
semestrali
per
le
variazioni
agli
inventari
;
k
)
custodire
le
chiavi
interne
della
biblioteca
,
tranne
quella
affidata
al
capo
;
l
)
conservare
e
dispensare
gli
oggetti
di
cancelleria
,
tenendo
conto
delle
distribuzioni
fatte
;
m
)
visitare
i
locali
della
biblioteca
,
per
vedere
se
occorrano
riparazioni
e
per
accertarsi
che
la
suppellettile
non
soffra
danno
per
umidità
od
altra
causa
;
n
)
vigilare
gli
operai
che
lavorano
nella
biblioteca
;
o
)
dirigere
il
servizio
di
nettezza
,
e
curare
la
disciplina
degli
uscieri
e
dei
fattorini
,
rispondendo
del
loro
operato
.
Ove
sia
possibile
,
le
operazioni
dell
economato
e
la
custodia
dell
archivio
non
debbono
essere
cumulate
in
una
medesima
persona
.
70
.
In
ciascuna
biblioteca
fra
gli
impiegati
di
terza
categoria
sono
distribuite
dal
capo
,
e
a
seconda
delle
particolari
attitudini
,
le
attribuzioni
di
ordinatore
e
quelle
di
distributore
.
Di
regola
,
le
funzioni
di
ordinatore
si
affidano
ai
distributori
più
anziani
e
capaci
.
71
.
Gli
ordinatori
o
distributori
,
a
vicenda
per
una
settimana
,
debbono
assistere
con
tutti
gli
uscieri
all
apertura
ed
alla
chiusura
della
biblioteca
.
Le
chiavi
della
porta
esterna
della
biblioteca
debbono
essere
conservate
e
star
chiuse
in
una
cassetta
di
ferro
,
della
quale
ha
una
chiave
l
incaricato
della
apertura
e
della
chiusura
ed
un
altra
il
capo
.
È
severamente
vietato
di
cedere
,
anche
per
un
momento
,
questa
chiave
ad
altra
persona
.
Mentre
la
biblioteca
è
aperta
la
mattina
per
il
solo
servizio
di
pulizia
,
l
ordinatore
o
distributore
di
settimana
non
può
abbandonarla
,
né
permettere
ad
alcuno
di
uscire
sotto
qualsiasi
pretesto
o
ragione
,
né
introdurre
persone
estranee
.
Dove
nella
biblioteca
abbia
abitazione
non
il
bibliotecario
,
ma
un
custode
,
nella
abitazione
di
questo
e
sotto
la
sua
responsabilità
,
in
una
cassetta
di
ferro
,
solidamente
murata
e
chiuso
da
cristallo
,
si
deve
conservare
un
esemplare
delle
chiavi
esterne
della
biblioteca
,
per
modo
che
in
caso
d
incendio
o
di
altro
gravissimo
pericolo
imminente
possa
il
custode
,
rompendo
il
cristallo
,
aprire
la
biblioteca
.
L
ordinatore
o
distributore
di
settimana
,
accompagnato
da
un
usciere
,
visita
ogni
giorno
,
prima
che
si
chiuda
la
biblioteca
,
tutte
le
sale
e
anche
i
caloriferi
quando
siano
stati
accesi
,
i
rubinetti
dell
acqua
potabile
e
l
interrutore
della
luce
elettrica
,
ed
assiste
alla
chiusura
di
tutte
le
finestre
e
delle
porte
interne
.
Ambedue
danno
prova
,
coll
apporre
la
loro
firma
in
un
registro
speciale
,
giorno
per
giorno
,
di
avere
adempiuto
a
quest
obbligo
.
Essi
sono
responsabili
dei
danni
che
potessero
venire
alla
biblioteca
della
loro
negligenza
nel
fare
questo
servizio
.
Le
chiusure
interne
e
i
ripostigli
,
di
tutte
le
chiavi
interne
si
devono
regolare
con
norme
semplici
e
fisse
,
ben
note
al
personale
di
direzione
,
al
facente
funzione
di
economo
e
al
custode
;
né
possono
venire
variate
senza
grave
ragione
.
L
ordinatore
o
distributore
di
settimana
deve
pure
intervenire
tutte
le
volte
che
occorra
di
aprire
la
biblioteca
nei
giorni
festivi
.
72
.
Terminato
il
servizio
di
pulizia
,
gli
uscieri
debbono
indossare
il
vestito
uniforme
al
modello
stabilito
dal
Ministero
,
e
svestirsene
nell
uscire
dalla
biblioteca
compiuto
l
orario
d
ufficio
.
73
.
All
ora
indicata
nell
orario
,
gli
impiegati
debbono
trovarsi
in
biblioteca
e
iscriversi
nel
registro
di
presenza
.
Nessuno
può
,
senza
licenza
del
capo
,
assentarsi
durante
le
ore
di
servizio
,
né
rimanere
in
biblioteca
,
senza
speciale
permesso
,
oltre
l
ora
fissata
per
la
chiusura
.
L
impiegato
che
,
per
malattia
o
per
altro
legittimo
impedimento
,
non
possa
recarsi
in
ufficio
,
deve
darne
sollecitamente
avviso
per
lettera
al
capo
.
Durante
le
ore
di
servizio
,
tutti
gl
impiegati
debbono
astenersi
da
qualunque
lavoro
estraneo
al
loro
ufficio
,
e
da
tutto
ciò
che
turbi
il
servizio
e
la
quiete
delle
sale
.
Nessuno
può
ricevere
estranei
nella
sua
stanza
di
ufficio
e
nelle
sale
della
biblioteca
senza
uno
speciale
permesso
del
capo
.
74
.
Salva
la
eccezione
contenuta
nell
articolo
6
della
L
.
24
dicembre
1908
,
n
.
754
,
si
applicano
agli
impiegati
delle
biblioteche
pubbliche
governative
le
disposizioni
contenute
nell
art
.
7
(
relative
alle
incompatibilità
)
,
negli
artt
.
10
e
seguenti
(
relative
al
cumulo
degli
impieghi
)
del
T.U.
delle
leggi
sullo
stato
degli
impiegati
civili
,
22
novembre
1908
,
n
.
693
e
negli
articoli
corrispondenti
del
Reg
.
generale
24
novembre
1908
,
numero
756
.
Agli
impiegati
delle
biblioteche
pubbliche
governative
è
inoltre
fatto
espresso
divieto
di
far
traffico
di
manoscritti
,
libri
,
stampe
,
sia
direttamente
,
sia
indirettamente
.
75
.
Non
possono
essere
destinati
nella
stessa
biblioteca
a
posti
d
impiegati
di
ruolo
con
vincolo
di
diretta
,
normale
dipendenza
gerarchica
gli
ascendenti
e
i
discendenti
,
i
coniugi
,
i
fratelli
,
il
suocero
ed
il
genero
.
76
.
Le
pene
disciplinari
che
possono
applicarsi
agli
impiegati
delle
quattro
categorie
delle
biblioteche
governative
sono
le
seguenti
:
1
)
Censura
.
2
)
Sospensione
dallo
stipendio
.
3
)
Sospensione
dall
ufficio
con
perdita
dello
stipendio
.
4
)
Revocazione
.
5
)
Destituzione
.
Dette
pene
sono
applicate
nei
casi
e
con
le
forme
contemplate
nel
testo
unico
delle
leggi
sullo
stato
degli
impiegati
civili
approvato
con
R
.
D
.
22
novembre
1908
,
n
.
693
e
nel
regolamento
per
l
esecuzione
del
detto
testo
unico
,
approvato
con
R
.
D
.
24
novembre
1908
,
n
.
756
.
La
facoltà
di
infliggere
la
censura
agli
impiegati
delle
biblioteche
pubbliche
governative
spetta
ai
capi
delle
rispettive
biblioteche
.
A
questi
la
censura
viene
inflitta
dal
Ministro
.
Per
le
pene
disciplinari
da
applicarsi
agli
impiegati
della
4a
categoria
,
le
attribuzioni
del
Consiglio
di
disciplina
sono
deferite
ad
una
commissione
speciale
istituita
presso
il
Ministero
e
composta
di
un
Direttore
generale
,
presidente
,
e
di
due
Capi
di
divisione
.
77-79
.
(
)
.
TITOLO
V
NOMINE
E
PROMOZIONI
80-101
.
(
)
.
TITOLO
VI
USO
PUBBLICO
DELLE
BIBLIOTECHE
102
.
Le
biblioteche
governative
stanno
aperte
al
pubblico
tutti
i
giorni
,
eccettuate
le
domeniche
,
le
feste
nazionali
e
le
altre
feste
riconosciute
dal
calendario
civile
,
i
due
ultimi
giorni
di
carnevale
,
dal
giovedì
santo
al
lunedì
di
Pasqua
inclusivamente
,
il
giorno
della
commemorazione
dei
morti
,
il
24
dicembre
.
Durante
le
vacanze
autunnali
,
anche
le
biblioteche
universitarie
debbono
restare
aperte
al
pubblico
con
l
orario
prescritto
dall
articolo
106
.
103
.
Ciascuna
biblioteca
resta
chiusa
al
pubblico
ogni
anno
due
settimane
per
la
spolveratura
e
per
la
revisione
prescritte
dagli
articoli
47
e
48
.
Durante
la
chiusura
il
capo
deve
assegnare
un
ora
e
mezzo
in
ciascun
giorno
per
il
servizio
del
prestito
dei
libri
.
Nelle
città
ove
sono
due
o
più
biblioteche
governative
,
questa
chiusura
non
può
mai
esser
fatta
contemporaneamente
da
due
o
più
biblioteche
.
Nelle
biblioteche
universitarie
o
di
sussidio
ad
altri
istituti
la
spolveratura
e
la
revisione
si
fanno
sempre
mentre
l
università
o
gli
altri
istituti
sono
chiusi
.
Il
capo
deve
quindici
giorni
innanzi
darne
avviso
al
pubblico
anche
per
mezzo
dei
giornali
.
104
.
Nelle
due
settimane
che
la
biblioteca
resta
chiusa
al
pubblico
per
ragioni
di
servizio
interno
,
il
capo
non
può
,
senza
gravi
motivi
,
assentarsi
dall
ufficio
né
accordare
congedi
agli
impiegati
.
105
.
Ogni
altra
interruzione
del
servizio
pubblico
giornaliero
della
biblioteca
deve
prima
essere
approvata
dal
Ministero
.
Soltanto
in
casi
di
grave
ed
urgente
necessità
,
il
capo
può
,
sotto
la
propria
responsabilità
,
tener
chiusa
la
biblioteca
avvisandone
immediatamente
il
Ministero
.
Questa
facoltà
è
estesa
al
rettore
per
le
biblioteche
universitarie
.
106
.
Nei
giorni
destinati
al
pubblico
servizio
ogni
biblioteca
deve
essere
aperta
almeno
sei
ore
consecutive
,
senza
contare
quelle
della
lettura
serale
.
Gli
orari
delle
biblioteche
debbono
essere
approvati
dal
Ministero
,
e
nelle
città
dove
sono
più
biblioteche
debbono
essere
coordinati
per
modo
da
permettere
la
massima
durata
della
lettura
pubblica
.
107
.
Gli
impiegati
debbono
trovarsi
in
biblioteca
mezz
ora
prima
che
essa
venga
aperta
al
pubblico
,
e
trattenervisi
mezz
ora
dopo
che
fu
chiusa
ai
lettori
.
Nelle
biblioteche
che
stessero
aperte
al
pubblico
più
di
sei
ore
al
giorno
,
l
orario
dell
ufficio
deve
essere
ordinato
in
modo
che
a
ciascun
impiegato
tocchino
sette
ore
di
lavoro
,
non
contando
per
gli
uscieri
il
tempo
da
spendere
ogni
mattina
nel
servizio
di
pulizia
e
spolveratura
.
Quando
le
necessità
del
servizio
lo
richiedano
,
tutti
gli
impiegati
sono
tenuti
a
prestar
servizio
anche
in
ore
non
comprese
nell
orario
normale
,
salvo
che
per
giustificato
motivo
ne
siano
esonerati
.
108
.
È
ammesso
alla
lettura
nelle
biblioteche
governative
soltanto
chi
abbia
oltrepassato
il
18°
anno
di
età
.
È
però
in
facoltà
del
capo
della
biblioteca
di
ammettere
nella
sala
di
lettura
giovani
studiosi
di
età
inferiore
,
concedendo
loro
solo
quei
libri
che
creda
confacenti
ai
loro
studi
.
109
.
Il
Ministro
può
,
nelle
città
dove
sono
più
biblioteche
,
sentita
la
Giunta
consultiva
,
stabilire
speciali
condizioni
di
ammissione
ad
una
di
esse
,
in
modo
da
restringere
la
frequentazione
a
qualche
particolare
ordine
di
studiosi
,
assicurando
in
compenso
al
resto
del
pubblico
l
uso
di
speciali
biblioteche
di
cultura
più
generale
o
popolare
.
110
.
La
lettura
serale
si
fa
,
dove
sia
possibile
,
secondo
le
disposizioni
date
,
caso
per
caso
,
dal
Ministero
.
111
.
Dove
sia
possibile
,
deve
essere
pure
costituita
una
sala
di
consultazione
,
riservata
a
determinate
categorie
di
studiosi
secondo
le
norme
e
le
condizioni
di
ciascuna
biblioteca
.
112
.
La
domanda
dei
libri
a
stampa
va
fatta
sempre
in
iscritto
sopra
schede
conformi
al
mod
.
M
.
Nella
scheda
si
devono
indicare
chiaramente
il
titolo
,
l
edizione
e
il
volume
dell
opera
domandata
,
e
si
deve
scrivere
in
modo
leggibile
il
nome
e
il
cognome
di
chi
fa
la
domanda
.
Chi
desse
false
generalità
,
è
escluso
temporaneamente
dalla
biblioteca
:
in
caso
di
recidiva
,
l
esclusione
può
essere
permanente
.
Per
ogni
opera
va
fatta
una
richiesta
separata
.
Per
regola
generale
,
non
possono
darsi
in
lettura
nella
sala
pubblica
più
di
due
opere
,
né
più
di
quattro
volumi
per
volta
.
È
in
facoltà
di
chi
presiede
al
servizio
pubblico
di
permettere
l
uso
contemporaneo
di
un
numero
maggiore
di
opere
o
di
volumi
.
La
richiesta
è
consegnata
agl
impiegati
addetti
al
catalogo
,
perchè
sia
indicata
sulla
scheda
in
collocazione
del
libro
,
tranne
il
caso
che
il
lettore
non
faccia
da
sé
la
ricerca
nei
cataloghi
.
Consegnato
il
libro
,
l
impiegato
ritira
la
scheda
pel
controllo
di
restituzione
.
113
.
Le
ricerche
nei
cataloghi
sono
fatte
ordinariamente
dagli
impiegati
della
biblioteca
;
ma
,
col
permesso
dell
impiegato
che
sopraintende
ai
cataloghi
e
sotto
la
sua
sorveglianza
,
possono
farle
anche
gli
studiosi
.
In
nessun
caso
i
lettori
possono
accedere
agli
scaffali
se
non
siano
quelli
aperti
al
pubblico
per
la
consultazione
.
La
richiesta
può
anche
essere
depositata
in
una
casetta
speciale
all
ingresso
della
biblioteca
.
In
questo
caso
il
lettore
trova
pronto
il
giorno
successivo
,
nella
sala
della
distribuzione
il
libro
desiderato
o
,
se
questo
non
possa
essere
dato
in
lettura
,
la
risposta
relativa
alla
domanda
.
Quando
una
richiesta
non
possa
essere
soddisfatta
perché
le
opere
non
siano
possedute
dalla
biblioteca
o
siano
escluse
dalla
lettura
o
si
trovino
per
qualsiasi
ragione
assenti
dagli
scaffali
,
gl
impiegati
del
catalogo
e
i
distributori
sono
tenuti
a
indicare
nella
scheda
relativa
,
sottoscrivendola
,
le
ragioni
precise
per
cui
l
opera
non
fu
consegnata
al
richiedente
.
Queste
richieste
,
annullate
in
presenza
del
lettore
,
vengono
passate
al
capo
della
biblioteca
per
gli
opportuni
controlli
.
114
.
Gli
incunabuli
della
stampa
,
i
libri
rari
,
le
edizioni
di
gran
prezzo
,
le
incisioni
,
i
disegni
possono
darsi
in
esame
e
studio
durante
il
solo
orario
diurno
,
col
permesso
del
capo
e
sotto
speciale
sorveglianza
.
115
.
È
vietato
il
lucidare
;
ma
in
caso
di
assoluta
necessità
,
riconosciuta
dal
capo
della
biblioteca
,
questi
può
concedere
il
permesso
con
quelle
cautele
che
valgano
ad
impedire
ogni
danno
.
E
vietato
l
uso
del
compasso
,
degl
inchiostri
e
dei
colori
.
116
.
È
in
facoltà
del
capo
della
biblioteca
di
consentire
,
a
scopo
di
studio
,
riproduzioni
fotografiche
dagli
originali
della
biblioteca
a
chi
ne
faccia
domanda
scritta
indicando
lo
scopo
dello
studio
e
obbligandosi
a
osservare
le
cautele
richieste
dal
capo
della
biblioteca
per
la
migliore
tutela
dell
originale
.
Per
le
riproduzioni
destinate
a
esser
pubblicate
e
per
quante
altre
abbiano
,
a
giudizio
del
bibliotecario
,
particolare
interesse
paleografico
,
bibliografico
o
artistico
,
il
richiedente
deve
rilasciare
alla
biblioteca
da
uno
a
tre
esemplari
perfetti
delle
tavole
riprodotte
,
in
cambio
di
essi
,
una
copia
della
pubblicazione
che
comprende
quei
facsimili
;
e
ciò
secondo
la
entità
della
riproduzione
e
gli
accordi
prestabiliti
col
capo
della
biblioteca
.
Quando
la
riproduzione
abbia
straordinaria
importanza
,
sia
per
la
mole
,
sia
per
altra
ragione
,
la
domanda
viene
accompagnata
e
presentata
dal
capo
della
biblioteca
al
Ministero
con
un
rapporto
sulla
convenienza
della
concessione
e
sulle
speciali
condizioni
cui
fosse
opportuno
subordinarla
.
117
.
È
in
facoltà
del
capo
,
ove
sia
richiesto
,
il
rilasciare
dichiarazioni
di
conformità
su
copie
di
manoscritti
o
stampati
posseduti
dalla
biblioteca
.
In
tal
caso
,
le
copie
debbono
essere
stese
su
carta
da
bollo
,
a
termine
dell
art
.
19
,
n
.
7
della
legge
sul
bollo
(R.D
.
4
luglio
1897
,
n
.
414
)
.
118
.
Senza
il
permesso
del
capo
non
possono
essere
dati
in
lettura
i
romanzi
,
i
giornali
politici
non
ancora
legati
,
e
tutti
i
libri
di
frivolo
argomento
e
di
mero
passatempo
.
È
vietato
dare
in
lettura
libri
immorali
o
accompagnati
da
disegni
osceni
,
tranne
il
caso
che
il
capo
riconosca
che
sono
necessari
per
un
determinato
studio
letterario
,
storico
o
scientifico
.
Le
traduzioni
di
classici
e
le
raccolte
di
temi
svolti
per
uso
scolastico
non
possono
essere
date
in
lettura
agli
alunni
delle
scuole
secondarie
senza
espressa
licenza
del
capo
dell
istituto
di
cui
è
alunno
il
richiedente
.
119
.
Nessun
lettore
potrà
uscire
dalla
sala
senza
aver
restituito
prima
le
opere
ricevute
.
Le
richieste
di
libri
firmate
dal
lettore
debbono
essere
annullate
all
atto
della
restituzione
e
trattenute
presso
l
ufficio
.
120
.
Prima
di
dare
in
lettura
manoscritti
o
libri
rari
,
il
capo
ha
il
dovere
di
assicurarsi
con
prudente
discernimento
della
identità
del
richiedente
e
della
legittimità
degli
intendimenti
con
i
quali
il
cimelio
è
richiesto
in
lettura
.
121
.
I
manoscritti
debbono
essere
dati
in
lettura
,
se
è
possibile
in
stanza
separata
,
e
non
mai
di
sera
.
Chi
chiede
un
manoscritto
deve
obbligarsi
ad
osservare
tutte
le
prescrizioni
che
gli
vengano
date
dal
capo
.
Egli
deve
farne
domanda
su
scheda
a
riscontro
stampata
(
mod
.
N
)
,
indicando
con
chiarezza
il
titolo
del
manoscritto
,
il
volume
desiderato
e
la
segnatura
che
porta
.
La
parte
principale
della
scheda
rimane
presso
l
impiegato
che
ha
in
custodia
i
manoscritti
per
tutto
il
tempo
che
il
codice
sta
a
disposizione
del
lettore
.
Lo
scontrino
attesta
la
consegna
fatta
del
codice
ed
è
presentato
e
ritirato
dal
lettore
ogni
volta
che
l
ottiene
in
lettura
o
ne
fa
la
restituzione
.
122
.
Chi
domanda
un
manoscritto
deve
indicare
sulla
richiesta
(
mod
.
N
)
,
se
intende
copiarlo
,
farne
estratti
,
collazionarlo
con
altro
codice
o
edizione
a
stampa
,
o
semplicemente
esaminarlo
.
Chi
studia
o
copia
per
gli
altri
il
manoscritto
ha
parimenti
obbligo
di
dare
notizie
sopra
indicate
,
designando
la
persona
che
gli
ha
commesso
il
lavoro
.
Le
biblioteche
che
ricevono
col
consenso
del
Ministero
un
manoscritto
da
un
altra
biblioteca
sono
pure
in
obbligo
di
accompagnare
la
restituzione
del
manoscritto
con
le
sopraddette
notizie
trasmettendo
alla
biblioteca
cui
appartiene
il
manoscritto
il
modulo
di
cui
all
art
.
38
.
Chiunque
si
rifiuti
di
dare
con
tutta
esattezza
le
indicazioni
sopra
accennate
al
capo
della
biblioteca
non
potrà
avere
in
lettura
il
manoscritto
richiesto
.
123
.
Le
opere
a
stampa
o
manoscritte
della
biblioteca
debbono
essere
sempre
adoperate
con
ogni
cura
e
diligenza
,
perchè
non
soffrano
danno
.
È
vietato
far
segni
o
scrivere
nelle
opere
stampate
o
manoscritte
della
biblioteca
,
anche
quando
si
trattasse
di
correggere
qualche
sbaglio
evidente
dell
autore
,
o
qualche
errore
di
stampa
.
Non
è
permesso
a
due
o
più
lettori
di
servirsi
nella
sala
di
lettura
contemporaneamente
di
una
medesima
opera
stampata
o
manoscritta
.
È
rigorosamente
vietato
l
uso
di
qualunque
reagente
chimico
sulla
scrittura
dei
manoscritti
.
124
.
Non
possono
essere
dati
in
lettura
i
libri
non
ancora
registrati
,
non
bollati
né
numerati
,
e
neppure
i
libri
o
fascicoli
non
cuciti
in
maniera
da
garantire
la
loro
conservazione
.
125
.
È
consentito
il
prestito
di
libri
o
manoscritti
con
l
osservanza
delle
prescrizioni
determinate
del
regolamento
speciale
.
126
.
Per
speciali
ricerche
bibliografiche
,
gli
studiosi
possono
rivolgersi
in
persona
o
per
lettera
ai
capi
delle
biblioteche
governative
.
I
capi
delle
biblioteche
fanno
queste
ricerche
come
lo
consentano
le
altre
loro
occupazioni
e
gli
altri
doveri
d
ufficio
.
127
.
Alla
fine
di
ogni
mese
ciascuna
biblioteca
deve
mandare
al
Ministero
uno
specchio
statistico
(
mod
.
O
)
del
numero
dei
lettori
e
delle
opere
stampate
o
manoscritte
date
in
lettura
e
di
quelle
date
in
prestito
.
128
.
Il
capo
può
consentire
che
si
visitino
le
sale
della
biblioteca
e
si
vedano
i
cimeli
in
essa
raccolti
ed
esposti
,
determinando
,
se
occorre
,
i
giorni
e
le
ore
.
Il
visitatore
deve
conformarsi
a
tutte
quelle
prescrizioni
che
gli
vengano
date
dall
impiegato
che
l
accompagna
.
129
.
Nella
sala
di
lettura
nessuno
può
entrare
o
trattenersi
per
semplice
passatempo
o
per
qualsiasi
altra
ragione
estranea
allo
studio
.
In
qualsiasi
sala
o
parte
della
biblioteca
è
a
tutti
rigorosamente
vietato
di
fumare
.
130
.
Il
capo
può
escludere
temporaneamente
o
definitivamente
dalla
biblioteca
coloro
che
trasgrediscano
o
violino
la
disciplina
della
biblioteca
,
o
ne
turbino
in
alcun
modo
la
quiete
.
Nel
caso
di
esclusione
definitiva
,
il
capo
della
biblioteca
deve
immediatamente
riferirne
al
Ministero
,
al
quale
l
escluso
può
fare
ricorso
.
131
.
Chi
si
rendesse
colpevole
di
sottrazione
o
di
guasti
in
una
biblioteca
,
sarà
deferito
all
autorità
giudiziaria
ed
escluso
da
tutte
le
biblioteche
governative
del
Regno
.
Saranno
parimenti
esclusi
da
tutte
le
biblioteche
governative
coloro
che
avessero
commesso
altre
gravi
mancanze
in
una
pubblica
biblioteca
;
I
nomi
degli
esclusi
saranno
indicati
in
un
avviso
affisso
in
biblioteca
e
pubblicati
nel
Bollettino
del
Ministero
della
pubblica
istruzione
.
132
.
Gli
impiegati
debbono
evitare
con
cura
tutto
ciò
che
,
pur
non
essendo
esplicitamente
vietato
,
possa
far
diventare
incomodo
o
sgradito
agli
studiosi
il
frequentare
la
biblioteca
.
Chi
credesse
d
aver
giusto
motivo
di
lagnarsi
del
contegno
di
qualcuno
degli
impiegati
,
deve
,
senza
recare
alcun
disturbo
alla
pubblica
lettura
,
ricorrere
al
capo
della
biblioteca
.
133
.
Ogni
biblioteca
determina
,
secondo
le
proprie
condizioni
e
i
propri
bisogni
,
le
norme
che
il
pubblico
deve
osservare
perché
proceda
regolarmente
il
servizio
per
la
lettura
diurna
e
serale
,
perchè
l
ordine
nelle
sale
di
studio
sia
mantenuto
,
e
per
il
retto
uso
e
la
conservazione
della
suppellettile
.
Questi
regolamenti
particolari
non
debbono
discostarsi
dalle
prescrizioni
generali
contenute
nel
presente
regolamento
,
e
debbono
essere
inviati
al
Ministero
per
essere
approvati
.
(
Omessi
i
moduli
)
.