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> anno_i:[1880 TO 1910}
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Si torna a discutere sulla consistenza per non dire sulla esistenza della lingua italiana ! Era tempo ! Da qualche anno la formidabile questione era stata lasciata in disparte , non era più stata dibattuta . Non si poteva certo confidare che la pace avesse quetato le instancabili ire delle fazioni avverse , piuttosto c ' era da temere in qualche cataclisma , quasi era più credibile che la lingua italiana fosse davvero per iscomparire . Fortunatamente ecco che ad avvertirci della sua prosperosa vitalità la disputa tanto pratica ed opportuna si è novamente accesa , ed oggi si incomincia a dissertare con una freschezza e una abbondanza spontanea di argomentazioni , fra l ' attenta meraviglia degli ascoltatori , come se non se ne fosse mai trattato , come se si fosse proposto il più inaudito problema sul misterioso avvenire . Ora si apre un bel periodo di nudrite discussioni , in confronto delle quali impallidirà il ricordo delle dense orazioni che reciprocamente si lanciavano quelli eroici dottori della scolastica contrastanti intorno alla gerarchia degli angeli . Nel mondo germoglia bensì qualche cosa di nuovo , c ' è pur qualche novità presso di noi che vorrebbe richiedere il nostro pensiero e la nostra opera ; taluni quesiti anche fastidiosi cercano di occupare la nostra perspicacia , ma tutto ciò sta per passare in seconda linea , un ' ansia ben più urgente ci scuote senza tregua , noi dobbiamo sapere se vi è o no una lingua italiana , e se vi è dobbiamo sapere che cosa è e come sta . Mentre l ' Europa si dilaniava con guerre atroci e non si sapeva neanche con qualche approssimazione se la durata della propria vita avrebbe toccato il domani , bisognava a qualunque costo , assolutamente , acquistare la certezza se il tale ordine di cherubini era o no superiore al tale altro di serafini . Oggi in cui noi ci troviamo in uno dei supremi momenti della storia , in cui stiamo sulla vetta di un valico millenario di civiltà , in cui sotto altre forme sta per riapparire , mediante le macchine , una condizione straordinaria di vita sociale , verificatasi con la schiavitù soltanto una volta nel lungo cammino umano , oggi infine in cui sta per deliberarsi l ' impero del mondo noi siamo presi da una irresistibile urgenza , quella di accertarci se abbiamo o no una favella , se quelle che ci escono di bocca sono parole di un idioma o rauchi suoni di uno strano e innominabile gergo . Noi dobbiamo essere ben sicuri del fatto nostro , della nostra situazione e delle nostre rendite se ci è dato di concederci il lusso di tali esclusive preoccupazioni . Ma non per niente Roma , che è stata la culla della più interminabile stirpe di verbosi grammatici , che vanta accanto al Corpus juris , la mole degli scritti grammaticali su cui si eleva il greve edificio di Prisciano , non per niente Roma è divenuta , se non il centro , la capitale d ' Italia . La questione sull ' esistenza della lingua italiana oltre che la questione princeps di tutta la nostra letteratura , è stata e pare che continui ad essere il più chiaro sintomo della vitalità del nostro idioma la manifestazione più caratteristica della nostra attività letteraria . Quasi si potrebbe affermare che la lingua italiana è sorta per dar luogo alla questione sulla sua esistenza , questione la quale ha assunto un interesse maggiore del suo oggetto , talché come si è continuato a disputare dell ' esistenza di un idioma italico quando questo c ' era , se ne continuerà ancora a discutere quando non ci sarà più . Si è cominciato a porre in dubbio che la lingua italiana esistesse fino da quando essa trionfalmente si affermò nella vita col più imperituro monumento , col massimo capolavoro mondiale la Divina Commedia , e colui istesso che la aveva tratta dal gorgo dell ' anima collettiva e la aveva di un tratto spiegata limpida e perfetta e di universale potenza , come dopo secoli di elaborazione , colui istesso che la aveva in un sol libro inventata completa e magnifica , fu altresì il primo a iniziarne la discussione . Accanto alla Divina Commedia non si deve dimenticare il De vulgari eloquentia . E da allora il dubbio più non disparve , la contesa più non si estinse , e tanto più le voci si levarono alte e tanto più il dibattito fu vivace in quanto la lingua così affermata e negata dava prova più luminosa della sua vita energica e feconda . Ad ogni generazione letteraria la contesa rinasce , ad ogni nuovo scrittore si sente il bisogno di chiedere se la lingua che viene adoperata è o no italiana . Così si è fatto da Dante fino a Carducci e a D ' Annunzio attraverso il Petrarca , l ' Ariosto , il Marino , l ' Alfieri , il Manzoni , così si fa oggi in cui , mancando una qualche nuova grandiosa affermazione individuale , si ha nel miglioramento generale dell ' eloquio una attestazione collettiva di italianità . Ben si può ritenere che la maggior parte delle opere scritte in italiano trattano se l ' italiano esista o no , e dopo sette secoli di duello verbale , dopo sette secoli di parlatura e di scrittura italiane , la questione non si è inoltrata d ' una linea verso il suo risolvimento , siamo ancora come al primo giorno e oggi la si sta ripresentando tal quale . Già ne abbiamo avuto il preannuncio in due lavori differenti per indole e qualità dei rispettivi autori , ma concordi nel significato . Appartiene il primo a un giovane scrittore , un narratore arguto , uno spirito delicato e profondo , una coscienza retta e nitida in cui le cose e le idee si rispecchiano con intatta purezza , Alfredo Panzini , ed è il Dizionario moderno ; appartiene il secondo a uno scrittore non più giovane , un espositore facile e schietto , un rappresentatore abile ed evidentissimo , Edmondo De Amicis , ed è l ' Idioma gentile . Il Panzini premette al suo Dizionario ciò che il De Amicis svolge nel suo Idioma , l ' uno sfiora in poche righe ciò che l ' altro studia in un capitolo , ambedue rimettono in discussione i capi saldi della lingua , i punti più notevoli intorno a cui anche in passato si era aggirata la famosa controversia : opposizione della lingua ai dialetti - sua attitudine alla rappresentazione della vita - lingua scritta e lingua parlata - intromissione di parole nuove straniere - stato presente della lingua - sua attitudine ad evolversi . Ambedue ricercano ciò che si può dire e non si può dire , e perché si può o non si può , ambedue riprendono gli eleganti dibattimenti dei puristi , ambedue s ' intrattengono sull ' uso e sul non uso , sulla sanzione popolare e sulla lingua preziosa , ambedue cercano di difendere e di celebrare e persino di far conoscere la vera lingua italiana , la bella lingua della patria , come se già presentissero gli attacchi degli avversari . Da qui al ristabilirsi della disputa in tutta la sua pienezza non vi è che un passo . E il passo si compirà . Come già vi è chi asserisce che non esiste una letteratura nazionale , come testé tra l ' Ojetti e il Bracco si è discusso intorno all ' esistenza di un teatro nazionale , domani nelle ricerche e nelle critiche che si faranno circa i due libri sopranominati si dirà dagli uni che noi non abbiamo una lingua nazionale e dagli altri che non l ' abbiamo mai avuta più di adesso splendida e sonora . Io stesso , che pur mi domando quasi irosamente , che cosa sia infine questa serie di parole che ci esce dalla bocca e dalla penna e che non si può ragionevolmente attribuire al turco , al cinese , all ' ottentotto , io stesso , malgrado le mie intenzioni in contrario , sono portato invincibilmente a discutere su questo rompicapo , a aprire anzi il fuoco della discussione . Ma io non voglio imporre alcun apprezzamento decisivo né infliggere alcuna esumazione storica di precedenti . Io mi limiterò a una osservazione particolare che è di solito trascurata . Si è già in passato accennato alla perniciosa antitesi verificantesi presso di noi tra lingua scritta e lingua parlata in causa dei dialetti , del poco onore in cui è tenuto un bel parlare e della tendenza delle classi signorili a usare una lingua straniera . Ma di questa antitesi che è il fondamento e il movente di tutta la questione non è stata calcolata tutta la portata . Manca a noi e in genere a tutti i popoli moderni la serenità contemplativa dei Greci antichi in cospetto e sotto le spire delle passioni , manca a noi il dominio estetico delle passioni e perciò ci manca la grande arte tragica , la quale consiste essenzialmente nella rappresentazione estetica e quindi impassibile del più veemente furore . Era proprio il gesto più delirante , l ' agonia convulsa del guerriero ferito , lo schianto della madre orbata del figlio , che il Greco voleva vedere espresso nell ' atteggiamento più nobile e armonioso ; era l ' impeto delle più terribili furie del sentimento che il Greco voleva ascoltare rivelato nel discorso più illustre e perfetto , col massimo decoro verbale . La lingua artistica , la lingua letteraria era per il Greco dei tempi di Sofocle la lingua più fervida di vita , la lingua della passione . Per noi è l ' opposto ; il linguaggio letterario ci disturba e ci contraria nella espressione della passione ; nei momenti tragici quanto più il discorso è incoerente e rozzo e la parola si riadduce all ' urlo primordiale tanto più ci piacciono . Da qui l ' opposizione fra lingua scritta e parlata , poiché gli scrittori anche nelle scene di passione serbano una certa dignità di linguaggio a cui nella azione diretta l ' uomo rinuncia e da cui repugna . Ma altrove , in Inghilterra e in Francia , tale opposizione è meno sentita per l ' identità fondamentale delle due forme di espressione letteraria e parlata , di cui l ' una è soltanto più raffinata dell ' altra ; presso di noi invece diventa antitesi irrimediabile , diventa differenza irreducibile , poiché le due forme di espressione si traducono in due lingue differenti : lingua scritta o italiano , lingua parlata o dialetto . L ' inglese e il francese per quanto avverta che la scena di passione ascoltata in teatro o letta in un romanzo ha una struttura verbale diversa da quella della istessa scena nella vita reale , non ne è urtato ; si tratta in fondo della stessa lingua e le differenze non sono che di grado ; l ' ascoltatore o il lettore italiano invece si trova di fronte a un parlare che non è il suo , che non è quello che egli adopera nella vita vera , e perciò è portato a ritenere che la lingua scritta o letteraria non sia la sua lingua , non sia una lingua naturale , ma un artificio , una convenzione che si può modificare ad arbitrio , che si può respingere od accettare . Su questo strano , ma inevitabile concetto che noi abbiamo del nostro idioma , lasciate lavorare i retori ! Non si stancheranno più , e ancora il meno che possano fare si è di negare la lingua di cui si valgono per la loro negazione .
LA FUTURA QUARESIMA ( MORASSO MARIO , 1905 )
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Dovevano essere pur felici e giocondi i nostri avi lontani se hanno sentito il bisogno di instituire una stagione obbligatoria di penitenza , di mortificazione , di privazione ! Dovevano essere dotati anzitutto di una invidiabile spensieratezza e dovevano poi essere provveduti di ogni ricchezza in abbondanza e aver sempre la fortuna propizia , se è apparso loro come una necessità quasi sacra l ' astenersi , almeno per un breve periodo dell ' anno , dai consueti piaceri , dalle abituali delizie e il rinunziare durante alcuni giorni al buon umore e alle feste per mettersi volontariamente nelle condizioni dei miseri , degli afflitti , dei bisognosi . La gioia doveva essere l ' ospite assidua delle loro case e l ' ilare serenità delle loro anime se eglino sono giunti fino a sancire , come divino comandamento , l ' obbligo di allontanare per un dato tempo queste loro indivisibili e preziose compagne . Sulle loro mense e nelle loro dispense doveva essere ignota l ' inopia come al loro spirito il cruccio se hanno elevato fino a legge della Chiesa l ' atto del digiuno e dell ' ansia meditabonda durante alcuni giorni prefissi . Oh tavole adorne di ogni vivanda e imbandite per un perenne festino , tavole sempre copiose che soltanto un divino decreto aveva la forza di rendere deserte , oh appetiti sempre saziati di cui soltanto una sacra prescrizione poteva ritardare la sazietà , oh anime sgombre da cure , oh spiriti ridenti spiegati unicamente nella inconsapevole dolcezza di vivere cui soltanto un volere sovrumano poteva imporre temporaneamente una preoccupazione e un affanno ! E noi vantiamo il nostro progresso , i benefici della nostra umanitaria civiltà , noi ci illudiamo di aver accresciuto la felicità e la ricchezza ! Ma quando mai oggi si troverebbe un solo uomo , per quanto folle , che osasse proporre come un obbligo necessario soltanto qualche ora di privazione e di preoccupazione in più di quelle che già dobbiamo sopportare ? O tra noi e i nostri predecessori esiste una diversità materiale e morale così fatta da rendere gli uni opposti e incomprensibili agli altri , oppure l ' istituzione della Quaresima , di una stagione cioè in cui sono rese obbligatorie le condizioni di infelicità e di miseria , dimostra che il nostro progresso non è che una enorme perdita , e che i nostri padri stavano incomparabilmente meglio di noi . I doveri prescritti dalla Quaresima al credente vengono osservati durante tutto l ' anno dall ' uomo moderno in una misura ben più grave e profonda . L ' aver stabilito una Quaresima implica evidentemente che nel restante dell ' anno non era quaresima , ci si trovava cioè in uno stato se non contrario almeno differente da quello quaresimale . A noi invece non verrebbe certo neanche in mente di pensare a qualcosa di simile per la buona ragione che tutto l ' anno è per noi una quaresima . Noi siamo sempre in tetra quaresima . Noi non abbiamo bisogno di sguernire le nostre mense e di diminuire il nostro cibo poiché già esse sono troppo squallide e il cibo è sempre insufficiente ; non abbiamo bisogno di digiunare perché innumerevoli ventri digiunano quotidianamente contro volontà . Noi non dobbiamo certo costringerci volontariamente alla rinunzia poiché ogni istante che passa ci sforza nostro malgrado a rinunziare ai più ardenti desideri nostri ; e niuna legge deve intervenire per piegarci nella polvere e indurci alla mortificazione , perché noi stiamo costantemente curvi e la superbia è un lusso che noi abbiamo definitivamente abolito . E la penitenza e la macerazione meditativa di noi stessi occorre forse che ci siano comandate come esercizi eccezionali ? Ma la penitenza è il nostro abito normale , noi viviamo avvolti di tristezza , in una zona grigia in cui si spuntano come dardi senza impeto le nostre cupidigie , noi non facciamo che pentirci da mattina a sera e per quello che abbiamo compiuto , e per quello che non abbiamo compiuto e pratichiamo tutte le dure discipline della penitenza , costretti come siamo durante tutte le giornate della nostra esistenza a fare ciò che noi non vorremmo e a non fare ciò che a noi piacerebbe . E come si può parlare all ' uomo moderno di accrescere la sua attività interiore , di flettersi ancora maggiormente su se stesso quando egli è corroso dalla più tormentosa osservazione di se medesimo , quando è estenuato dal suo morboso sforzo spirituale o per riandare il passato o per speculare nell ' avvenire ? L ' uomo rumina oggi continuamente , dolorosamente se medesimo , tutte le sue facoltà psichiche sono sempre tese e sveglie e tutte fremono e partecipano al suo minimo atto . L ' uomo non alza più un dito spensieratamente , egli calcola , scruta , ricorda dal passato all ' avvenire , confronta e prevede , analizza fin le più remote radici dell ' essere suo , pesa i più sottili moventi , e il dubbio lo trattiene ancora . Oh non ha certo bisogno di proporsi estranei problemi da meditare o artificiosi casi di coscienza da indagare , o preoccupazioni lontane per affannarsi ; l ' uomo moderno vive in un perpetuo affanno . Non occorre che egli sogni la suprema ed eterna conquista del cielo per esercitare le sue virtù , per adempiere al suo officio umano e per dare una occupazione al suo spirito , poiché la più umile conquista terrena , le sole necessità della esistenza bastano adesso a questo scopo . L ' uomo non ha più un momento di tregua , la sua ansia è da lui indivisibile come la sua ombra , egli è continuamente in preda a ogni sorta di preoccupazioni , stia egli al sommo o all ' infimo non può più concedere un momento di sé a se stesso , al suo piacere , al suo riposo . L ' uomo non sa più né riposarsi né divertirsi ; sia nei riposi , sia nei divertimenti , sia quando giace stremato , sia quando mangia , sia quando cerca e crede di divertirsi , egli porta con sé tutti i suoi fastidi e tutti i suoi affanni e tutta la sua fatica e tutto il suo tedio che gli sono compagni inseparabili , che sono omai penetrati nelle sue ossa , nelle sue carni , nel suo sangue , che gli sono divenuti quasi indispensabili e da cui non può sicuramente allontanarsi anche se talvolta gliene prendesse voglia . Il riposo infatti non è più per l ' uomo un fatto naturale , la soddisfazione spontanea di un bisogno , una funzione istintiva , una condizione normale come lo è per tutti gli esseri viventi che si riposano sempre quando non agiscono nelle loro funzioni organiche del nutrimento e della riproduzione o in quelle della difesa . Per tutti gli animali il riposo è lo stato consuetudinario , è la regola che ha per eccezioni il lavoro del nutrimento e della difesa e il piacere della riproduzione . Per l ' uomo il riposo è divenuto l ' eccezione , è una cura , è una condizione forzata . L ' uomo deve costringersi a riposare e anche quando si costringe non è più capace di riposare bene , talché alla sua ignoranza e inettitudine hanno dovuto supplire i medici , studiando e prescrivendo metodi sani di riposo ; finché , segno caratteristico dei tempi , siamo ora arrivati al punto che , proprio in questi giorni , si è fondata a New York la scuola del sonno , ove si insegna a dormire ! E lo stesso si dica per il divertimento . Nulla vi è di più triste che l ' uomo moderno quando si diverte ; sia esso il macchinista torvamente seduto in una fosca e fetida osteria , sia il miliardario che si annoia in un teatro o in un salone da ballo . Ambedue in quel momento non sono che vuoti involucri corporei , la loro anima è assente , o per meglio dire la loro anima è unicamente occupata di sé e per quanto si forzi neanche si avvede delle cose intorno . Ambedue in quel momento non sono che la figurazione concreta di una dolorosa impossibilità . E come si è fatto per il sonno , così si dovrà fare per il divertimento , bisognerà insegnare all ' uomo a divertirsi , sarà necessario impartirgli una lunga istruzione perché egli impari nuovamente a sorridere . La strana aberrazione sarà per tanto completa ; l ' uomo avrà perduto la nozione dei suoi istinti , non saprà più fare ciò che avrebbe piacere di fare , ciò che corrisponderebbe alla sua stessa natura , mentre farà soltanto ciò che è più contrario alla sua indole , alla sua conformazione organica , alle sue inclinazioni naturali , cioè lavorare e affannarsi ; e quindi allora bisognerà insegnargli a soddisfare i suoi istinti col riposo ed il divertimento . L ' artificio penoso avendo preso il posto delle tendenze naturali , queste diverranno artifici che dovranno essere imposti con l ' educazione . Non la quaresima adunque per l ' uomo moderno , ma le nuove religioni gli imporranno con sacro obbligo e come azione devota , una stagione per il riposo e per il gioco . La quaresima sarà per l ' uomo futuro il carnevale .
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Durante un mio recente soggiorno a Venezia quello che mi ha colpito di più non è stato ciò che colà si costruisce e si compie di nuovo , ma ciò che si restaura e si vuole restaurare di antico . L ' opera di restaurazione ha assunto una estensione illimitata ; dai monumenti famosi , dai palazzi grandiosi si è diffusa ai quadri , alle statue , a ogni oggetto d ' arte e di non arte ; dagli uffici a tale uopo designati , dai tecnici esperti in tale funzione si è trasfusa in ogni individuo , ha invaso ogni studio di pittore e di architetto , ogni modesto laboratorio di decoratore , di marmista , di falegname , di verniciatore , ogni bottega di rigattiere ; è diventata una febbre , una mania universale . Si restaura in palazzo ducale e nella chiesa di San Marco , nel palazzo reale e nel palazzo Dario , si restaurano le Procuratie e la Ca ' d ' Oro , si restaura all ' Accademia di Belle Arti e nella Scuola di San Rocco , si restaura nei campi e nelle calli , e come se tanto restauro non fosse sufficiente , una commissione studia i restauri da effettuarsi nelle chiese dei Frari e di San Giovanni e Paolo , una seconda prepara i lavori per altri edifici , e così via . Un restauro tira l ' altro come le solite ciliege , anzi ne tira molti altri come la non meno solita palla di neve ; appena si pone mano a un lavoro sorge la necessità di altri lavori imprevisti ma inevitabili per terminare il primo , e appena un restauro è compiuto bisogna intraprenderne dieci altri che ne sono la conseguenza . Il proposito , lo si deve riconoscere subito , è nella maggior parte dei casi lodevolissimo , la buona fede che presiede a questi sforzi è quasi sempre integra ; vi si può insinuare talvolta un po ' di ambizione , vi può essere magari la spinta di qualche speranza di guadagno , ma i motivi predominanti sono , senza dubbio , un vivo amore per l ' avito patrimonio artistico , un nobile senso di rispetto per ciò che l ' arte ha consacrato , e una fiducia forse eccessiva nella nostra sapienza e nei nostri mezzi per ridare una vita imperitura a ciò che sta per morire . E questo anzi è strano . Mentre universalmente si ammette che l ' opera d ' arte è quella che più si avvicina all ' opera della vita e per caratteri esterni e per essenza interiore , talché il capolavoro è ritenuto il solo emulo degno di ciò che vive , viceversa allorché si tratta di restaurare si colloca l ' opera d ' arte in una categoria a sé , in una categoria d ' eccezione , sottratta a tutte le leggi della vita compresa la legge suprema e inviolabile della morte . La fatale necessità della fine pare che debba essere sospesa di fronte all ' opera d ' arte , per la quale si ritiene possibile il miracolo della resurrezione parziale e totale ; e ben inteso noi soli saremmo i dottori forniti di tale capacità miracolosa . E niuno dei nostri restauratori , sia il dotto architetto , sia l ' abile pittore , sia lo studioso degli antichi procedimenti , ha mai dubitato che l ' edificio rifatto , il quadro rinnovato , l ' oggetto rifabbricato fossero non già la continuazione rinfrescata della cosa primitiva , ma soltanto un simulacro inerte , una maschera , qualche cosa come una imagine di cera in confronto dell ' essere vivente , oppure un ' altra cosa , un altro essere con un ' anima differente ! Poiché i moderni restauratori non conoscono né le trepidazioni né le mezze misure , quando ci si mettono vanno fino in fondo , Non si limitano a qualche ritocco , a qualche pulitura , a qualche rinforzatura ; non si contentano di eliminare le cause nocive , no , meschino cómpito sarebbe questo , essi vogliono ricostituire ciò che è stato danneggiato , ritrovare ciò che si è perduto , ricostruire ciò che è stato distrutto , rifare , ricreare completamente . Ma neanche questo li appaga , non basta loro rifare e ricreare , essi vogliono far meglio , correggere gli errori dei padri , tener conto dei progressi del buon gusto e dell ' estetica . E questo è l ' assurdo . Io non nego che si possano curare i monumenti e i quadri come si curano gli organismi viventi , non nego che vi sia un ' arte medica che possa prolungare talvolta la loro vita come prolunga , in date circostanze , la vita degli uomini ; ma non si può fare più di così . La possibilità del restauratore non può superare quella del medico . Il medico può togliere una causa d ' infezione , può irrobustire l ' organismo , ma non può arrestare l ' inesorabile processo della decadenza senile , il chirurgo può evitare la morte , amputando un organo malato , ma non può rifare l ' organo . Il restauratore crede di essere un chirurgo capace non solo di sostituire l ' organo infermo con uno sano , ma con uno sano migliore di quello che c ' era prima . A operazione compiuta si avvede che l ' organo nuovo più perfezionato non si intona con tutto il rimanente e invece di pensare che la sua perfezione artificiale non è che una grossolana imitazione inanimata in confronto del corpo vivo , egli se la prende con ciò che resta di vivo . Dopo aver tagliata una gamba e dopo averla surrogata con una di legno , taglia anche l ' altra e la sostituisce col legno perché non vi siano discordanze , e dalle gambe passa poi alle braccia , a tutto il corpo , fino ad avere un completo fantoccio di legno in cambio dell ' uomo vivo . E allora esclama : Ho compiuto il prodigio della resurrezione ! Allorché tutti i restauri saranno terminati , tutti i monumenti rifabbricati e tutti i quadri ridipinti , le città e le gallerie non saranno più che un vasto museo Grevin dell ' arte dove invece dei capolavori veri , scomparsi per sempre , resteranno le riproduzioni nuove . La prova ? Andiamo a cercarla a ... Metz . La cattedrale di Metz , una magnifica chiesa di stile ogivale fiorito , è l ' edificio che in questi ultimi anni è stato restaurato con più cura , con più diligenza e con più mezzi , e naturalmente è quello che è stato più sfigurato . Nel 1877 un incendio aveva arso il tetto della cattedrale , si doveva ricostruirlo ; era naturale che il nuovo tetto dovesse essere eguale all ' antico , ma il coscienzioso restauratore , l ' architetto Tornow , rilevò che gli antichi costruttori avevano commesso imperdonabili errori di stile e di estetica , avevano fatto il tetto troppo basso e senza grazia . E giacché il fuoco aveva consumato i loro sbagli , il nuovo costruttore avveduto non doveva ripeterli , ma fare il tetto più alto secondo tutte le regole e in conformità allo stile del monumento . Il ragionamento non faceva una grinza , ma il nuovo tetto , una volta terminato , ne faceva molte , deformava tutto l ' aspetto della chiesa , invece di isveltirla la schiacciava . Chi va a pensarle tutte ? Ai fianchi della chiesa stanno due torri non molto alte , bene intonate con l ' antica tettoia bassa , ma sorpassate dalla nuova tettoia elevata ; da qui l ' impressione di pesantezza . Il restauratore non si scoraggiò per questo . Le torri sembravano diminuite ... ebbene ne rialzeremo una ; sulla torre del Capitolo erigeremo una freccia di pietra simile a quella dell ' altra torre . E il lavoro fu cominciato , ma la torre si rifiutò di sostenere il peso imprevisto e si fendette . Neanche di fronte a questa contrarietà il Tornow si perdette d ' animo . Ebbene , non si può inalzare la torre , inalzeremo la chiesa , costruiremo un pinacolo centrale , una specie di campanile sull ' incontro delle due navate come a Parigi e ad Amiens . Ed ecco come si rimette in pristino un monumento ! La cattedrale di Metz è lontana , ma la triste istoria del suo restauro potrebbe con lievi varianti essere quella del nostri monumenti . Un illustre pittore narrandomi di un restauro provvidenziale eseguito da un amico suo sopra un magnifico Tintoretto , mi diceva che il restauratore era rimasto soddisfattissimo , poiché durante l ' abbondante lavatura del quadro , un intero braccio era sparito ed egli aveva potuto ridipingerlo correggendo alcuni errori di disegno e di prospettiva commessi dal Tintoretto ! Vero che il braccio nuovo appariva mostruoso , ma era esatto ! Dopo di che siano lodati gli umili fraticelli che affumicavano i quadri con i ceri dell ' altare , siano lodati i soldati brutali e i burocratici ignari che passavano la calce sugli affreschi preziosi dei conventi e delle chiese , siano lodati gli avidi speculatori che seppellivano i ruderi augusti sotto le nuove caserme ! Meglio , meglio assai queste tombe premature per i capolavori anziché le contraffazioni degli odierni restauratori . L ' anima dei capolavori non si rinnova , come non si rinnova la vita degli organismi .
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Il nuovo chiostro - Gli effetti del verismo - L ' arte e la vita contemporanea - Alla ricerca dell ' automobile - La locomozione meccanica e gli artisti Io credo di aver oggi quello che si dice un ' idea buona e pratica , destinata a far della strada . Io ho osservato che l ' uomo è terribilmente seccato e contrariato da tutti quei meravigliosi progressi scientifici e meccanici che egli , retore impenitente , finge con tanta eloquenza di magnificare . L ' uomo in apparenza si vanta delle sue invenzioni , delle sue macchine , dei suoi apparecchi perfezionati , ostenta come titoli di nobiltà le sue locomotive , i suoi automobili , le sue dinamo , i suoi telegrafi , le sue officine , i suoi piroscafi , ma in fondo è irritatissimo di tutte queste cose che gli impongono una vita tanto dura ed estenuante . Le diavolerie meccaniche ; questa in verità è l ' ossessione dell ' uomo moderno , il quale tornerebbe tanto volentieri alla consuetudine semplice e lenta di una volta ; talché il suo più dolce sogno è forse quello di poter trovare un angolo quieto e silenzioso , un recesso isolato e lontano ove non passino né treni né automobili , ove non arrivino dispacci e giornali , ove non si senta altro rumore che quello del vento , ove sia possibile rinnovare l ' antica e tranquilla esistenza patriarcale . Passati di moda e chiusi i monasteri chi darà all ' uomo moderno , dall ' insoddisfatto desiderio di solitudine , il suo nuovo chiostro ? Io mi sento da tanto . Vi è chi per isfuggire dal tumulto e dagli urti della nostra civiltà brutale e vertiginosa si sottomette a ogni genere di privazioni e di sacrifici ; si arrampica su per le vette pericolose dei monti , si confina nei paesi più inospiti , erra per la campagna e per gli oceani o per i deserti e i ghiacci polari come un ' anima in pena , mentre il sospirato porto pare che gli sfugga dinanzi sempre . Ma questi sono tormenti inutili , poiché a tutti gli esuli volontari io posso indicare la beata riva , l ' ideale asilo , ben vicino , e a cui l ' approdo è consentito senza disturbo alcuno . Pare incredibile ma così è ; ciò che l ' uomo va a cercare a costo di mille fatiche , gli sta d ' accanto , ed è la pittura moderna che glielo offre . Si entri in un qualsiasi recinto ove siano adunate opere di pittura moderna , sia in Italia sia all ' estero , e lo scopo sarà immediatamente raggiunto ; l ' anima più desiderosa di solitudine e di pace vi troverà il suo supremo conforto . Ogni più fantastico sogno di isolamento , di esistenza romita e pura sarà trasformato in realtà . Il breve passaggio attraverso la porta sarà come il varco miracoloso attraverso il Lete e lo Stige . In quel ricovero artistico tutta la civiltà sarà obliata e scomparsa , sarà come se non fosse mai esistita , sembrerà di essere entrati in un altro mondo o di vivere in un ' altra età , senza neanche più l ' ombra di un utensile meccanico , di un palo telegrafico , di un qualsiasi segno di tutto l ' odierno meccanicismo . Con pochi metri e pochi centesimi si sarà effettuato il più straordinario dei viaggi , un viaggio al cui confronto diventano puerilità quelli del Verne , un viaggio come quello dell ' eroe del Wells sulla macchina del tempo , un viaggio cioè da un mondo ad un altro , da una civiltà ad un ' altra , dal secolo nostro ai secoli che furono . Altro che chiostro ! questo è il rifugio magico , il castello addormentato , ove la vita si svolge sempre eguale , immutabile , come veramente si svolse dalle origini fino a tutta la durata del regno del cavallo ; questo è l ' Eden sicuro e incontaminato , l ' Arcadia mite e leggiadra che ci ha apprestato la pittura moderna durante la sua irrequieta rinnovazione . Ora finalmente si capisce dove tendevano le audaci riforme degli impressionisti e a che miravano le ribellioni di tutti i veristi , di tutti gli ardenti innamorati della realtà e della vita . Come sono stati misconosciuti ! Pensare che fino a ieri erano ritenuti come i più acerrimi nemici della tradizione pittorica , come altrettanti anarchici distruttori di tutto il passato , di tutti gli schemi , di tutte le formule , di tutti i " soggetti " omai abituali e piacevoli , invasati dall ' idea fissa di portare la realtà , la natura , la vita , dalle vibrazioni di un raggio di sole o dai riflessi lividi della luce elettrica al maestoso spettacolo di energia di una stazione ferroviaria o di una officina elettrica nel quadro ! C ' è voluta proprio tutta la malignità dei critici per travisare così le loro intenzioni . La verità è che la vita moderna non è mai stata più completamente esclusa dalla rappresentazione pittorica come dopo la prevalenza del verismo e la vittoria delle nuove tendenze sull ' accademia . Io ricordo infatti la strana sensazione provata una volta passando dalla Avenue des Champs Elysées al Grand Palais ove erano raccolte le tele del Salon . Non mai due visioni più diverse e contrastanti erano state così contigue e si erano succedute a più breve distanza dinanzi ai miei occhi . Se non identità , avrebbe dovuto esservi tra l ' una e l ' altra almeno una certa somiglianza ; si trattava della vita moderna più tipica fervida e ricca e della pittura pure moderna.più libera e innovatrice eseguita in mezzo a quella vita , fiorita dentro a quel fervore ; quest ' ultima avrebbe dovuto essere una specie di specchio della prima ; ebbene , ne era invece la negazione ; nulla di ciò che stava nell ' una si rinveniva nell ' altra , nulla di ciò che si vedeva nella strada si scorgeva sulle tele . Ciò che si poteva discernere sulle tele , tranne le acconciature di qualche ritratto , apparteneva all ' oggi come a due secoli addietro , era di Parigi come della più rustica borgata alpestre , anzi più di questa che di quella . In altre parole in quelle gallerie polverose e fredde , tappezzate di quadri , Parigi era scomparsa , era scomparsa la metropoli più vivace della vita moderna , con tutte le sue folle frettolose , con tutti i suoi rapidi cortei di automobili , con tutte le sue cinture ferroviarie , con i suoi viadotti per i treni elettrici , con tutta la sua animazione meccanica ; era scomparsa bruscamente come cambia uno scenario a teatro , ed era stata sostituita da zone di pianura o di montagna deserte , da villaggi , da casolari , da stalli di pastori fra cui si aggiravano sperduti alcuni tipi parigini dal viso sgomento , come gli ultimi mascherotti all ' alba delle Ceneri . Qua e là qualche gruppo storico , qualche frammento di vita passata : una lotta di gladiatori nel circo , un episodio guerresco dei tempi di Napoleone , oppure la dimora chimerica intravista nel sogno . Che cosa può esservi di più distante dalla vita moderna di questa pittura moderna ? Vi è tra le sale di una Esposizione di pittura e una grande strada , un boulevard di Parigi , un divario maggiore che fra lo Strand ove si accentra il maggior movimento londinese e una galleria del British Museum . Testé alla Mostra di Venezia questa sensazione si è ripetuta e si è fatta più precisa . Malgrado che Venezia , per la sua struttura singolare sia la città ove tanti ordegni e tanti aspetti della vita moderna non hanno potuto entrare , sia la città che più ha resistito a quei mutamenti i quali hanno cambiato il tipo delle metropoli europee e che ha mantenuto quindi in maggior proporzione intatto il suo carattere , la sua suppellettile e le sue usanze di una volta , malgrado che per Venezia non circolino né biciclette né automobili , e la gondola secolare fiancheggi il mostruoso piroscafo e sulle spalle delle donne perduri l ' antico scialle , mentre non si scorge una sola casacca di chauffeur , malgrado ciò ; malgrado questa atmosfera immutata ab antiquo , tuttavia la pittura adunata nelle sale dell ' Esposizione resta sempre isolata e assai più differente e distante anche da questa scarsa vita moderna dei cimeli raccolti nel Museo Correr . Questo dissidio che già mi aveva colpito due anni or sono , mi è apparso ora ancor più profondo e reciso . Perché ? Perché poi aumenta invece di diminuire ? Io non sapeva da prima rendermene ragione ; i pittori dovevano pur vivere in mezzo a noi , dovevano sia pur alla lunga accorgersi dei cambiamenti avvenuti , assuefarsi alle nuove forme , accostarsi ai nostri strumenti ; eglino già rappresentavano l ' uomo e la donna non solo negli acconciamenti alla moda e negli ambienti contemporanei , ma anche nel loro spirito particolare , già riproducevano qualche veduta delle nostre nuove città , già il loro colorito sentimentale si intonava alle nostre commozioni o raffinate o eccessive , già sapevano misurare le nostre passioni ; ma tutto questo non bastava , tutto questo non avvicinava di una linea la pittura alla vita ; anzi il dissidio si è aumentato ed aumenta vieppiù fino a portarci a una separazione definitiva . L ' enigma pertanto si addensava e si imbrogliava , quando me ne ha offerto la chiave , l ' esclamazione casuale di un pittore mio conoscente . Sapendo le mie simpatie automobilistiche , mentre si chiacchierava sulle novità e sul valore della Esposizione egli interruppe d ' un tratto il suo ragionare per dirmi : Toh ! Hai visto ? Non un quadro di automobili in tutta l ' Esposizione ! Al momento , se pur riconobbi l ' esattezza della osservazione , non mi vi fermai sopra . Soltanto alcun tempo dopo , ricordandola , mi apparve d ' improvviso come il nodo della questione che mi aveva tanto preoccupato . Certo in tutta l ' Esposizione non si scorge un solo quadro che riproduca l ' automobile o fermo o in corsa , come non ve ne sono che riproducano il treno , la locomotiva , il vagone , il tranvai , niuno insomma dei tanti sistemi di locomozione meccanica ; come non se ne vedevano nelle Esposizioni passate , come non se ne trovavano nel Salon di Parigi , come , tranne forse qualche rarissima eccezione , non ne esistono in tutta la pittura moderna . Il pittore moderno , il quale per necessità o per diletto va in ferrovia , in tram , in automobile , in battello a motore e non si acconcerebbe certo a farne senza , nella sua arte ignora completamente tutti questi arnesi , si comporta come se non fossero mai esistiti e lo stesso contegno attribuisce alle cose da lui dipinte . Il pittore e il suo mondo dipinto non conoscono che la marcia a piedi e la trazione animale . Ecco ormai risolto il problema . Se la pittura moderna è tanto lontana da noi , se essa è tanto separata e diversa dalla vita moderna , così da sembrare la raffigurazione di un ' altra vita e di un altro mondo , e se una tal separazione cresce vieppiù , malgrado gli sforzi in contrario , si è unicamente per la esclusione di tutti i nostri mezzi meccanici di locomozione . Mi pare di scorgere qualche gesto di incredulità ; forse questa conclusione sembra eccessiva . Se taluno dubita pensi un po ' con me . Se in qualche cosa noi abbiamo conseguito un progresso decisivo sui nostri predecessori , se in qualche cosa noi siamo diversi , non solo per quantità o per grado , ma per qualità e sostanza dai nostri antenati , è precisamente nei mezzi di locomozione ; ogni altro progresso può essere più o meno autentico , questo è il solo indiscutibile . Ciò che ha creato una condizione di cose assolutamente nuova , ciò che ha cambiato la faccia del mondo e ha rinnovato la vita e ha spostato l ' indirizzo della civiltà , ciò che ha posto fra noi e tutto quanto ci ha preceduto una demarcazione incancellabile , che ha si può dire diviso la storia umana in due êre distintissime , e ciò che nel proprio complesso ha subìto la massima e più vasta trasformazione , ciò è costituito dai moderni sistemi di locomozione e di comunicazione . In questo campo nulla è rimasto di vecchio , tutto si è cambiato . Tutte le altre innovazioni , tutte le altre scoperte passano in seconda linea di fronte a questa della locomozione meccanica . Il mondo e il ritmo della vita conservatisi quasi uniformi dalle origini fino alla prima locomotiva hanno fatto da qui un salto enorme ; il mondo che fu sempre lo stesso fino a un secolo fa è da allora diventato un altro . Non con la scoperta della polvere , della stampa e dell ' America , ma dall ' inizio della locomozione meccanica comincia l ' età nuova . La locomozione meccanica svolta fino alla meravigliosa perfezione dell ' automobile per cui la velocità è alla portata di tutti e diventa una docile facoltà della volontà individuale , per cui ogni resistenza è tolta , ogni vincolo spezzato , per cui l ' uomo è il più rapido e quindi il più libero fra i viventi , ecco il presente e l ' avvenire , la conquista umana della terra , del mare , del cielo ! Anche il Wells ha posto come fondamento delle sue Anticipazioni , i nostri nuovi mezzi di locomozione , non solo perché costituiscono la novità più distintiva del nostro tempo , ma perché esercitano il massimo potere trasformatore su tutta la civiltà . Tolta la locomozione meccanica manca il rilievo tipico della nostra età e il mondo ricasca nella sua consuetudine antica . Ora la pittura moderna , che pur ha tenuto conto di tanti altri elementi secondari di modernità , elementi spirituali e sentimentali , ha lasciato interamente nell ' oblio questo , il più importante , quello che dà l ' impronta alla vita moderna . Ed è per questo che sebbene la pittura non disdegni i nostri abbigliamenti , i nostri caffè e i nostri teatri , le nostre passeggiate , sebbene la pittura interpreti , anche esagerando , i tratti salienti dell ' uomo e della donna moderni , sebbene nelle sale veneziane l ' Anglada ci mostri le notturne creature del lusso e della gioia , gli artificiali fiori venefici e inebrianti dei restaurants , dei music - halls , dei teatri parigini , e il Brangwin ci illustri nelle sue composizioni decorative l ' opera solenne e gigantesca dei nostri lavoratori : non arriva mai a darci la sensazione della vita moderna ed anzi se ne distacca ognor più . Essa dimentica l ' essenziale per l ' accessorio , dimentica quello che è unicamente del nostro tempo , per quello che può essere anche di altri tempi , e lo dimentica quando la sua importanza si moltiplica di giorno in giorno ; la separazione quindi tra la pittura e la vita non può che accrescersi . Io non voglio già affermare con ciò che il pittore moderno per essere tale non debba dipingere che automobili e treni , voglio dire che egli deve far loro nell ' arte quel posto che tali strumenti occupano nella vita ; allora la sua arte sarà lo specchio della vita moderna . E per dipingerli , per trovare la loro linea di bellezza , la sola che meriti di essere artisticamente raffigurata , per ottenere cioè la loro espressione artistica che è la sintesi della loro vita , egli deve conoscerli ed amarli , comprenderne le energie e i grandi destini . Altrimenti non farà che immagini goffe , simulacri inerti o disegni tecnici . Poiché purtroppo nulla vi è di più imbarazzato e puerile e di meno esatto dei nostri pittori quando si mettono a dipingere qualche brano di vita tipicamente moderno . Guai se gli storici futuri dovessero descrivere lo stato delle nostre industrie unicamente sulle rappresentazioni decorative del Puvis de Chavannes e del Brangwin , e cito i migliori . I grandi maestri del passato , i sommi artefici avvivatori del quattrocento e del cinquecento , e il puro e ingenuo Carpaccio per primo , creavano simultaneamente il capolavoro e il documento storico , fondevano la precisione con la bellezza . E non solo esprimevano così alla perfezione il loro tempo , ma traducevano in aspetti e in forme del loro tempo anche le visioni e gli spettacoli del passato , preferivano la loro lingua viva ad ogni altra , erano testimoni insospettabili e traduttori meravigliosi .
Saggistica ,
I . L ' INTUIZIONE E L ' ESPRESSIONE . La conoscenza ha due forme : è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica ; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l ’ intelletto ; conoscenza dell ’ individuale o conoscenza dell ' universale ; delle cose singole ovvero delle loro relazioni ; è , insomma , o produttrice d ’ immagini o produttrice di concetti . Continuamente si fa appello , nella vita ordinaria , alla conoscenza intuitiva . Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni ; che non si dimostrano per sillogismi ; che conviene apprenderle intuitivamente . Il politico rimprovera l ' astratto ragionatore , che non ha l ’ intuizione viva delle condizioni di fatto ; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere anzitutto nell ' educando la facoltà intuitiva ; il critico si tiene a onore di mettere da parte , innanzi a un ' opera artistica , le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente ; l ' uomo pratico , infine , professa di vivere d ’ intuizioni più che di ragionamenti . Ma a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria , non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia . Della conoscenza intellettiva c ’ è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti , la Logica ; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa , e timidamente , da pochi . La conoscenza logica si è fatta la parte del leone ; e , quando addirittura non divora la sua compagna , le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia . Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva ? È un servitore senza padrone ; e , se al padrone occorre il servitore , è ben più necessario il primo al secondo , per campare la vita . L ’ intuizione è cieca ; l ’ intelletto le presta gli occhi . Ora , il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni ; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno ; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri , validissimi . E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti , in altre non è traccia di simile miscuglio ; il che prova che esso non è necessario . L ’ impressione di un chiaro di luna , ritratta da un pittore ; il contorno di un paese , delineato da un cartografo ; un motivo musicale , tenero o energico ; le parole di una lirica sospirosa , o quelle con le quali chiediamo , comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria , possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali . Ma , checché si pensi di questi esempi , e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell ' uomo civile siano impregnate di concetti , v ’ è ben altro , e di più importante e conclusivo , da osservare . I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni , in quanto vi sono davvero misti e fusi , non sono più concetti , avendo perduto ogni indipendenza e autonomia . Furono già concetti , ma sono diventati , ora , semplici elementi d ’ intuizione . Le massime filosofiche , messe in bocca a un personaggio di tragedia o di commedia , hanno colà ufficio , non più di concetti , ma di caratteristiche di quei personaggi ; allo stesso modo che il rosso in una figura dipinta non sta come il concetto del color rosso dei fisici , ma come elemento caratterizzante di quella figura . Il tutto determina la qualità delle parti . Un ' opera d ' arte può essere piena di concetti filosofici , può averne , anzi , in maggior copia , e anche più profondi , di una dissertazione filosofica , la quale potrà essere , a sua volta , ricca e riboccante di descrizioni e intuizioni . Ma nonostante tutti quei concetti , il risultato dell ' opera d ' arte è un ’ intuizione ; e , nonostante tutte quelle intuizioni , il risultato della dissertazione filosofica è un concetto . I Promessi sposi contengono copiose osservazioni e distinzioni di etica ; ma non per questo vengono a perdere , nel loro insieme , il carattere di semplice racconto o d ’ intuizione . Parimente , gli aneddoti e le effusioni satiriche , che possono trovarsi nei libri di un filosofo come lo Schopenhauer , non tolgono a quei libri il carattere di trattazioni intellettive . Nel risultato , nell ' effetto diverso a cui ciascuna mira e che determina e asservisce tutte le singole parti , non già in queste singole parti staccate e considerate astrattamente per sé , sta la differenza tra un ' opera di scienza e un ' opera d ' arte , cioè tra un atto intellettivo e un atto intuitivo . Senonché , per avere un ’ idea vera ed esatta dell ’ intuizione non basta riconoscerla come indipendente dal concetto . Tra coloro che così la riconoscono , o che almeno non la fanno esplicitamente dipendente dall ’ intellezione , appare un altro errore , il quale offusca e confonde l ’ indole propria di essa . Per intuizione s ’ intende frequentemente la percezione , ossia la conoscenza della realtà accaduta , l ' apprensione di qualcosa come reale . Di certo , la percezione è intuizione : le percezioni della stanza nella quale scrivo , del calamaio e della carta che ho innanzi , della penna di cui mi servo , degli oggetti che tocco e adopero come strumenti della mia persona , la quale , se scrive , dunque esiste ; sono tutte intuizioni . Ma è parimente intuizione l ’ immagine , che ora mi passa pel capo , di un me che scrive in un ' altra stanza , in un ' altra città , con carta , penna e calamaio diversi . Il che vuol dire che la distinzione tra realtà e non realtà è estranea all ’ indole propria dell ’ intuizione , e secondaria . Supponendo uno spirito umano che intuisca per la prima volta , sembra ch ' egli non possa intuire se non realtà effettiva ed abbia perciò soltanto intuizioni del reale . Ma poiché la coscienza della realtà si fonda sulla distinzione tra immagini reali e immagini irreali , e tale distinzione nel primo momento non ha luogo , quelle , in verità , non saranno intuizioni né del reale né dell ’ irreale , non percezioni ma pure intuizioni . Dove tutto è reale , niente è reale . Una certa idea , assai vaga e ben da lontano approssimativa , di questo stato ingenuo può darci il fanciullo , con la sua difficoltà a discernere il reale dal finto , la storia dalla favola , che per lui fanno tutt ' uno . L ’ intuizione è l ' unità indifferenziata della percezione del reale e della semplice immagine del possibile . Nell ’ intuizione noi non ci contrapponiamo come esseri empirici alla realtà esterna , ma oggettiviamo senz ' altro le nostre impressioni , quali che siano . Sembrerebbe perciò che si appressino di più al vero coloro i quali considerano l ’ intuizione come la sensazione formata e ordinata semplicemente secondo le categorie dello spazio e del tempo . Spazio e tempo ( essi dicono ) sono le forme dell ' intuizione ; intuire è porre nello spazio e nella serie temporale . L ' attività intuitiva consisterebbe quindi in questa duplice concorrente funzione della spazialità e della temporalità . Senonché , è da ripetere per queste due categorie ciò che si è detto delle distinzioni intellettuali , che pur si trovano fuse nell ’ intuizione . Noi abbiamo intuizioni senza spazio e senza tempo : una tinta di cielo e una tinta di sentimento , un “ ahi ! ” di dolore e uno slancio di volontà oggettivati nella coscienza , sono intuizioni che possediamo , e dove nulla è formato nello spazio e nel tempo . E in alcune intuizioni si può ritrovare la spazialità e non la temporalità , in altre questa e non quella ; ma , anche dove si ritrovano tutte e due , l ' appercepirle è una riflessione posteriore : esse possono fondersi nell ’ intuizione allo stesso modo che tutti gli altri elementi di questa : vi staranno cioè materialiter e non formaliter , come ingredienti e non come ordinamento . Chi , senza un atto di riflessione che interrompa per un momento la contemplazione , s ' accorge dello spazio innanzi a un ritratto o magari a un paesaggio ? Chi , senza un simile atto riflessivo e interruttivo , s ' accorge della serie temporale innanzi a un racconto o a un pezzo musicale ? Ciò che s ’ intuisce , in un ' opera d ' arte , non è spazio o tempo , ma carattere o fisionomia individuale . Del resto , parecchi tentativi che si notano nella filosofia moderna , accennano a conformarsi alla veduta qui esposta . Spazio e tempo , anziché forme semplicissime e primitive , si vengono dimostrando costruzioni intellettuali molto complicate . E , d ' altro canto , anche in alcuni di coloro che non rifiutano del tutto allo spazio e al tempo la qualità di formanti o di categorie e funzioni , si nota lo sforzo di unificarli e intenderli in modo diverso dal concetto che si ha ordinariamente di esse categorie . Vi è chi riduce l ' intuizione all ' unica categoria della spazialità , sostenendo che anche il tempo non s ’ intuisca se non spazialmente . Altri abbandonano come filosoficamente non necessarie le tre dimensioni dello spazio , e concepiscono la funzione della spazialità come vuota di ogni particolare determinazione spaziale . E che cosa sarebbe mai siffatta funzione spaziale , semplice ordinamento che ordinerebbe perfino il tempo ? Non è essa forse un residuo di critiche e di negazioni , dal quale si ricava soltanto l ' esigenza di porre un ' attività genericamente intuitiva ? E non è , quest ' ultima , veramente determinata , allorché le si attribuisce un ' unica categoria o funzione , non spazialeggiante né temporalizzante ma caratterizzante ? o meglio , allorché viene concepita essa stessa come categoria o funzione , che dà la conoscenza delle cose nella loro fisionomia individuale ? Liberata , in tal modo , la conoscenza intuitiva da qualsiasi soggezione intellettualistica e da ogni aggiunta posteriore ed estranea , noi dobbiamo chiarirla e determinarne i confini da un altro lato e contro una diversa invasione e confusione . Dall ' altro lato , di qua dal limite inferiore , è la sensazione , è la materia informe che lo spirito non può mai afferrare in sé stessa , in quanto mera materia , e che possiede soltanto con la forma e nella forma , ma di cui postula il concetto come , appunto , di un limite . La materia , nella sua astrazione , è meccanismo , è passività , è ciò che lo spirito umano subisce , ma non produce . Senza di essa non è possibile alcuna conoscenza e attività umana ; ma la mera materia ci dà l ' animalità , ciò che nell ' uomo è di brutale e d ’ impulsivo , non il dominio spirituale , quello in cui consiste l ' umanità . Quante volte ci travagliamo nello sforzo d ’ intuire chiaramente ciò che si agita in noi ! Intravediamo qualcosa , ma non l ' abbiamo innanzi allo spirito oggettivato e formato . In quei momenti meglio ci accorgiamo della profonda differenza tra materia e forma ; le quali sono non già due atti nostri , di cui l ' uno stia di fronte all ' altro , ma l ' uno è un di fuori che ci assalta e ci trasporta , l ' altro è un di dentro che tende ad abbracciare quel di fuori e a farlo suo . La materia , investita e trionfata dalla forma , dà luogo alla forma concreta . la materia , è il contenuto quel che differenzia una nostra intuizione da un ' altra : la forma è costante , l ' attività spirituale ; la materia è mutevole , e senza di essa l ' attività spirituale non uscirebbe dalla sua astrattezza per diventare attività concreta e reale , questo o quel contenuto spirituale , questa o quella intuizione determinata . È curioso e caratteristico della condizione dei nostri tempi che proprio questa forma , proprio l ' attività dello spirito , proprio ciò ch ’ è noi stessi , venga facilmente ignorato o negato . E vi ha chi confonde l ' attività spirituale dell ' uomo con la metaforica e mitologica attività della cosiddetta natura , ch ’ è meccanismo , e che non somiglia all ' attività umana , se non quando , come nelle favole esopiche , s ' immagini che “ arbores loquantur non tantum ferae ” : e vi ha chi asserisce di non aver mai osservato in sé tale “ miracolosa ” attività ; quasi che tra il sudare e il pensare , il sentir freddo e l ' energia della volontà non sia alcun divario o si tratti soltanto di differenza quantitativa . Altri , certo meno irrazionalmente , vuole invece che attività e meccanismo , specificamente distinti , si unifichino entrambi in un concetto più alto ; ma , lasciando per ora di esaminare se tale unificazione suprema sia possibile e in qual senso , e ammettendo che la ricerca sia da tentare , è chiaro che unificare due concetti in un terzo significa anzitutto porre una differenza tra i due primi ; e qui la differenza c ’ importa e ad essa diamo rilievo . L ’ intuizione è stata scambiata talvolta con la sensazione bruta . Ma poiché questo scambio urta troppo perfino il comune buon senso , più di frequente si è cercato di attenuarlo o larvarlo mercé una fraseologia che pare voglia nello stesso tempo confondere e distinguere . Così è stato asserito che l ’ intuizione sia sensazione , ma non già semplice sensazione , sì bene associazione di sensazioni ; dove l ' equivoco nasce appunto dalla parola “ associazione ” . La quale , o s ’ intende come memoria , associazione mnemonica , ricordo cosciente ; e in tal caso appare inconcepibile la pretesa di congiungere nella memoria elementi che non sono intuiti , distinti , posseduti in qualche modo dallo spirito e prodotti dalla coscienza : o s ’ intende come associazione di elementi incoscienti ; e , in questo secondo caso , non si esce dalla sensazione e dalla naturalità . Che se poi , come taluni associazionisti fanno , si parla di un ' associazione che non sia né memoria né flusso di sensazioni , ma associazione produttiva ( formativa , costruttiva , distinguente ) , in questo caso si concede la cosa e si nega solo la parola . Infatti , l ' associazione produttiva non è più associazione nel significato dei sensualisti , ma sintesi , cioè attività spirituale . Si chiami pure associazione la sintesi : ma con quel concetto di produttività è posta la distinzione tra passività e attività , tra sensazione e intuizione . Altri psicologi sono disposti a distinguere dalla sensazione qualcosa che non è più tale , ma non è ancora il concetto intellettivo : la rappresentazione o immagine . Quale differenza corre tra la loro rappresentazione o immagine , e la nostra conoscenza intuitiva ? Grandissima e nessuna : anche “ rappresentazione ” è parola molto equivoca . Se essa s ’ intende come qualcosa di ritagliato e risaltante sul fondo psichico delle sensazioni , la rappresentazione è l ’ intuizione . Se , invece , viene concepita come sensazione complessa , si ritorna alla sensazione bruta , che non cangia qualità perché ricca o povera , effettuantesi in un organismo rudimentale o in un organismo sviluppato e pieno di tracce di sensazioni passate . Né all ' equivoco si rimedia col definire la rappresentazione prodotto psichico di secondo grado , rispetto alla sensazione che sarebbe di primo . Che cosa significa , qui , secondo grado ? Differenza qualitativa , formale ? E , in questo caso , rappresentazione è elaborazione della sensazione , e perciò intuizione . Ovvero maggiore complessità e complicazione , differenza quantitativa e materiale ? In quest ' altro caso , invece , l ' intuizione sarebbe di nuovo confusa con la sensazione bruta . Eppure vi è un modo sicuro di distinguere l ’ intuizione vera , la vera rappresentazione , da ciò che le è inferiore : quell ' atto spirituale dal fatto meccanico , passivo , naturale . Ogni vera intuizione o rappresentazione è , insieme , espressione . Ciò che non si oggettiva in una espressione non è intuizione o rappresentazione , ma sensazione e naturalità . Lo spirito non intuisce se non facendo , formando , esprimendo . Chi separa intuizione da espressione , non riesce mai più a congiungerle . L ' attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime . Se questa proposizione suona paradossale , una delle cause di ciò è senza dubbio nell ' abito di dare alla parola “ espressione ” un significato troppo ristretto , assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali ; laddove esistono anche espressioni non verbali , come quelle di linee , colori , toni : tutte quante da includere nel concetto di espressione , che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell ' uomo , oratore , musico , pittore o altro che sia . E , pittorica o verbale o musicale o come altro si descriva o denomini , l ' espressione , in una di queste manifestazioni , non può mancare all ’ intuizione , dalla quale è propriamente inscindibile . Come possiamo intuire davvero una figura geometrica , se non ne abbiamo così netta l ’ immagine da essere in grado di tracciarla immediatamente sulla carta o sulla lavagna ? Come possiamo intuire davvero il contorno d ' una regione , per esempio , dell ’ isola di Sicilia , se non siamo in grado di disegnarlo così come esso è in tutti i suoi meandri ? A ognuno è dato sperimentare la luce che gli si fa internamente quando riesce , e solo in quel punto che riesce , a formolare a sé stesso le sue impressioni e i suoi sentimenti . Sentimenti e impressioni passano allora , per virtù della parola , dall ' oscura regione della psiche alla chiarezza dello spirito contemplatore . È impossibile , in questo processo conoscitivo , distinguere l ’ intuizione dall ' espressione . L ' una viene fuori con l ' altra , nell ' attimo stesso dell ' altra , perché non sono due ma uno . Ma la cagione principale che fa sembrare paradossale la tesi da noi affermata , è l ’ illusione o pregiudizio che s ’ intuisca della realtà più di quanto effettivamente se ne intuisce . Si ode spesso taluni asserire di avere in mente molti e importanti pensieri , ma di non riuscire a esprimerli . In verità , se li avessero davvero , li avrebbero coniati in tante belle parole sonanti , e perciò espressi . Se , nell ' atto di esprimerli , quei pensieri sembrano dileguarsi o si riducono scarsi e poveri , gli è che o non esistevano o erano soltanto scarsi e poveri . Parimente si crede che noi tutti , uomini ordinari , intuiamo e immaginiamo paesi , figure , scene , come i pittori , e corpi , come gli scultori ; salvo che pittori e scultori sanno dipingere e scolpire quelle immagini , e noi le portiamo dentro il nostro animo inespresse . Una Madonna di Raffaello , si erede , avrebbe potuto immaginarla chiunque ; ma Raffaello è stato Raffaello per l ' abilità meccanica di averla fissata sulla tela . Niente di più falso . Il mondo che intuiamo ordinariamente è poca cosa , e si traduce in piccole espressioni , le quali si fanno via via maggiori e più ampie solo con la crescente concentrazione spirituale in alcuni particolari momenti . Sono le parole interne che diciamo a noi stessi , i giudizi che esprimiamo tacitamente : “ ecco un uomo , ecco un cavallo , questo pesa , questo è aspro , questo mi piace , ecc . ecc . ” , ed è un barbaglio di luce e di colori , che pittoricamente non potrebbe avere altra sincera e propria espressione se non in un guazzabuglio , e dal quale appena si sollevano pochi tratti distintivi particolari . Ciò , e non altro , possediamo nella nostra vita ordinaria , ed è base della nostra azione ordinaria . È l ’ indice di un libro ; sono , come è stato detto , le etichette che abbiamo apposte alle cose e ci tengono luogo di queste : indice ed etichette ( espressioni anch ' esse ) , sufficienti ai piccoli bisogni e alle piccole azioni . Ma , di tanto in tanto , dall ’ indice passiamo al libro , dall ' etichetta alla cosa , o dalle piccole intuizioni alle più grandi e alle grandissime ed eccelse . E il passaggio è talvolta tutt ' altro che agevole . È stato osservato da coloro che hanno meglio indagato la psicologia degli artisti che , quando dal vedere con rapido sguardo una persona ci si dispone a intuirla davvero , per farle , per esempio , il ritratto , quella visione ordinaria , che sembrava così vivace e netta , si rivela come poco meno che nulla : ci si accorge di possedere , tutt ' al più , qualche tratto superficiale , non bastevole neppure per un pupazzetto ; la persona da ritrarre si pone innanzi all ' artista come un mondo da scoprire . E Michelangelo sentenziava che “ Si dipinge col cervello , non con le mani ” ; e Leonardo scandalizzava il priore del convento delle Grazie con lo stare giorni interi avanti al Cenacolo senza mettervi pennello , e diceva che “ gl ’ ingegni elevati talor che manco lavorano più adoprano , cercando con la mente l ’ invenzione ” . Il . pittore è pittore perché vede ciò che altri sente solo , o intravede , ma non vede . Un sorriso crediamo di vederlo , ma in realtà ne abbiamo solo qualche vago accenno , non scorgiamo tutti i tratti caratteristici da cui risulta , come , dopo averci lavorato intorno , li scorge il pittore , che perciò può fermarlo compiutamente sulla tela . Anche del nostro più intimo amico , di colui che ci sta accanto tutti i giorni e tutte le ore , non possediamo intuitivamente se non qualche tratto appena della fisionomia , che ce lo fa distinguere dagli altri . Meno facile è l ’ illusione per le espressioni musicali ; perché a ognuno parrebbe strano il dire che a un motivo , il quale è già nell ' animo di chi non è compositore , il compositore aggiunga o appiccichi le note ; quasi che l ' intuizione del Beethoven non fosse , per esempio , la sua Nona sinfonia e la sua Nona sinfonia la sua intuizione . Ora , come colui che si fa illusioni sulla quantità delle proprie ricchezze materiali è smentito dall ' aritmetica , la quale gli dice esattamente a quanto esse ammontano ; così chi s ’ illude sulla ricchezza dei propri pensieri e delle proprie immagini è ricondotto alla realtà , allorché è costretto ad attraversare il ponte dell ' asino dell ' espressione . Numerate , diciamo al primo : parlate , eccovi una matita e disegnate , esprimetevi , diremo all ' altro . Ognuno di noi , insomma , è un po ’ pittore , scultore , musicista , poeta , prosatore ; ma quanto poco , rispetto a coloro che son chiamati così appunto pel grado elevato in cui hanno le comunissime disposizioni ed energie della natura umana ; e quanto poco un pittore possiede delle intuizioni di un poeta , o di quelle anche di un altro pittore ! Pure , quel poco è tutto il nostro patrimonio attuale d ’ intuizioni o rappresentazioni . Fuori di esse , sono soltanto impressioni , sensazioni , sentimenti , impulsi , emozioni , o come altro si chiami ciò che è ancora di qua dello spirito , non assimilato dall ' uomo , postulato per comodo di esposizione , ma effettivamente inesistente , se l ' esistere è anche esso un atto dello spirito . Alle varianti verbali accennate in principio , con le quali così designa la conoscenza intuitiva , possiamo , dunque , aggiungere ancora quest ' altra : la conoscenza intuitiva è la conoscenza espressiva . Indipendente e autonoma rispetto all ’ intellezione ; indifferente alle discriminazioni posteriori di realtà e irrealtà e alle formazioni e appercezioni , anche posteriori , di spazio e tempo ; - l ’ intuizione o rappresentazione si distingue da ciò che si sente e subisce , dall ' onda o flusso sensitivo , dalla materia psichica , come forma ; e questa forma , questa presa di possesso , è l ' espressione . Intuire è esprimere ; e nient ' altro ( niente di più , ma niente di meno ) che esprimere . II . L ' INTUIZIONE E L ' ARTE Prima di procedere oltre , ci sembra opportuno trarre alcune conseguenze da ciò che si è stabilito e soggiungere qualche schiarimento . Noi abbiamo francamente identificato la conoscenza intuitiva o espressiva col fatto estetico o artistico , prendendo le opere d ' arte come esempi di conoscenze intuitive e attribuendo a queste i caratteri di quelle . Ma la nostra identificazione ha contro di sé una concezione , largamente accolta anche da filosofi , la quale considera l ' arte come intuizione di qualità tutta propria . Ammettiamo ( si dice ) che l ' arte sia intuizione ; ma intuizione non è sempre arte : l ’ intuizione artistica è una specie particolare , che si distingue per un di più dall ’ intuizione in genere . In che poi si distingua , in che consista questo di più , niuno ha saputo mai assegnare . Si è pensato talvolta che l ' arte sia , non la semplice intuizione , ma quasi l ’ intuizione di un ’ intuizione ; allo stesso modo che il concetto scientifico sarebbe , non il concetto volgare , ma il concetto di un concetto . L ' uomo , insomma , si eleverebbe all ' arte con l ' oggettivare , non le sensazioni , come accade nell ’ intuizione comune , ma l ’ intuizione stessa . Senonché questo processo di elevazione a seconda potenza non ha luogo ; e il paragone col concetto volgare e con lo scientifico non dice ciò che gli si vorrebbe far dire , per la buona ragione che non è vero che il concetto scientifico sia concetto di un concetto . Quel paragone , se mai , dice proprio il contrario . Il concetto volgare , se concetto è e non semplice rappresentazione , è concetto perfetto , quantunque povero e limitato . La scienza sostituisce alle rappresentazioni i concetti , ai concetti poveri e limitati aggiunge e sovrappone altri più larghi e comprensivi , scoprendo sempre nuove relazioni ; ma il metodo di essa non differisce da quello con cui si forma il più piccolo universale nel cervello del più umile degli uomini . Ciò elle comunemente si chiama , per antonomasia , l ' arte , coglie intuizioni più vaste e complesse di quelle che si sogliono comunemente avere , ma intuisce sempre sensazioni e impressioni : è espressione d ’ impressioni , non espressione dell ' espressione . Per la stessa ragione non si può ammettere che l ’ intuizione , che si dice di solito artistica , si diversifichi da quella comune come intuizione intensiva . Sarebbe tale , se lavorasse diversamente in pari materia . Ma poiché l ' attività artistica spazia in campi più larghi e tuttavia con metodo non diverso da quello dell ’ intuizione comune , la differenza tra l ' una e l ' altra non è intensiva ma estensiva . L ’ intuizione di un semplicissimo canto popolare d ' amore , che dica lo stesso , o poco più , di una dichiarazione di amore quale esce a ogni momento dalle labbra di migliaia di uomini ordinari , può essere intensivamente perfetta nella sua povera semplicità , benché , estensivamente , tanto più ristretta della complessa intuizione di un canto amoroso di Giacomo Leopardi . Tutta la differenza , dunque , è quantitativa , e , come tale , indifferente alla filosofia , scientia qualitatum . A esprimere pienamente certi complessi stati d ' animo vi è chi ha maggiore attitudine e più frequente disposizione , che non altri ; e costoro si chiamano , nel linguaggio corrente , artisti : alcune espressioni , assai complicate e difficili , sono raggiunte più di rado , e queste si chiamano opere d ' arte . I limiti delle espressioni - intuizioni , che si dicono arte , verso quelle che volgarmente si dicono non - arte , sono empirici : è impossibile definirli . Un epigramma appartiene all ' arte : perché no una semplice parola ? Una novella appartiene all ' arte : perché no una nota di cronaca giornalistica ? Un paesaggio appartiene all ' arte : perché no uno schizzo topografico ? Il maestro di filosofia della commedia di Molière aveva ragione : “ sempre che si parla , si fa della prosa ” . Ma vi saranno in perpetuo scolari , i quali , come il borghese signor Jourdain , si maraviglieranno d ' aver fatto prosa per quarant ' anni senza saperlo , e stenteranno a persuadersi elle , quando chiamano il servitore Giovanni perché porti loro le pantofole , anche questa sia , nientemeno , “ prosa ” . Noi dobbiamo tener fermo alla nostra identificazione , perché l ' avere staccato l ' arte dalla comune vita spirituale , l ' averne fatto non si sa qual circolo aristocratico o quale esercizio singolare , è stata fra le principali cagioni che hanno impedito all ’ Estetica , scienza dell ' arte , di attingere la vera natura , le vere radici di questa nell ' animo umano . Come nessuno si maraviglia allorché apprende dalla fisiologia che ogni cellula è organismo e ogni organismo è cellula o sintesi di cellule ; né alcuno si maraviglia di trovare in un ' alta montagna gli stessi elementi chimici costituenti un piccolo sasso o frammento ; come non e ’ è una fisiologia degli animali piccini e un ' altra dei grossi , o una chimica dei sassi e un ' altra delle montagne ; così non e ’ è una scienza dell ’ intuizione piccola e un ' altra della grande , una dell ’ intuizione comune e un ' altra dell ' artistica , ma una sola Estetica , scienza della cognizione intuitiva o espressiva , ch ’ è il fatto estetico o artistico . E questa Estetica è il vero analogo della Logica , la quale abbraccia , come cose della medesima natura , la formazione del più piccolo e ordinario concetto e la costruzione del più complicato sistema scientifico e filosofico . Anche niente più che una differenza quantitativa possiamo ammettere nel determinare il significato della parola genio , o genio artistico , distinto dal non genio , dall ' uomo comune . Si dice che i grandi artisti rivelino noi a noi stessi . Ma come ciò sarebbe possibile se non ci fosse identità di natura tra la nostra fantasia e la loro , e se la differenza non fosse di semplice quantità ? Meglio che : poëta nascitur , andrebbe detto : homo nascitur poëta ; poeti piccoli gli uni , poeti grandi gli altri . L ' aver fatto di questa differenza quantitativa una differenza qualitativa ha dato origine al culto e alla superstizione del genio , dimenticandosi che la genialità non è qualcosa di disceso dal cielo , ma è l ' umanità stessa . L ' uomo di genio , che si atteggi o venga rappresentato come lontano da questa , trova la sua punizione nel diventare , o nell ' apparire , alquanto ridicolo . Tale il genio del periodo romantico , tale il superuomo dei tempi nostri . Ma ( è bene qui notare ) dall ' elevazione disopra all ' umanità fanno poi precipitare il genio artistico disotto a essa coloro che ne pongono come qualità essenziale l ’ incoscienza . La genialità intuitiva o artistica , come ogni forma d ' attività umana , è sempre cosciente ; altrimenti , sarebbe cieco meccanismo . Ciò che al genio artistico può mancare , è soltanto la coscienza riflessa , la coscienza sovraggiunta dello storico o del critico , che gli è inessenziale . Una delle questioni più dibattute in Estetica è la relazione tra materia e forma , o , come si dice di solito , tra contenuto e forma . Consiste il fatto estetico nel solo contenuto o nella sola forma , o nell ' uno e nell ' altra insieme ? Questione che ha avuto vari significati , che menzioneremo ciascuno a suo luogo ; ma sempre che le parole sono state prese nel significato da noi fermato di sopra , sempre che per materia si è intesa l ' emozionalità non elaborata esteticamente o le impressioni , e per forma l ' elaborazione ossia l ' attività spirituale dell ' espressione , il nostro pensiero non può essere dubbio . Dobbiamo , cioè , respingere così la tesi che fa consistere l ' atto estetico nel solo contenuto ( ossia nelle semplici impressioni ) , come l ' altra che lo fa consistere nell ' aggiunzione della forma al contenuto , ossia nelle impressioni più le espressioni . Nell ' atto estetico , l ' attività espressiva non si aggiunge al fatto delle impressioni , ma queste vengono da essa elaborate e formate . Ricompaiono , per così dire , nell ' espressione come acqua che sia messa in un filtro e riappaia la stessa e insieme diversa dall ' altro lato di questo . L ' atto estetico è , perciò , forma , e niente altro che forma . Da ciò si ricava , non elle il contenuto sia alcunché di superfluo ( ché anzi è il punto di partenza necessario del fatto espressivo ) ; ma che dalle qualità del contenuto a quelle della forma non c ’ è passaggio . Si è pensato talvolta che il contenuto , per essere estetico , ossia trasformabile in forma , dovesse avere alcune qualità determinate o determinabili . Ma , se ciò fosse , la forma sarebbe una cosa medesima con la materia , l ' espressione con l ' impressione . Il contenuto è , sì , il trasformabile in forma , ma fino a tanto che non si sia trasformato , non ha qualità determinabili ; di esso noi non sappiamo nulla . Diventa contenuto estetico non prima , ma solo quando si è effettivamente trasformato . Il contenuto estetico è stato anche definito come l ' interessante : il che non è falso , ma vuoto . Interessante , infatti , che cosa ? L ' attività espressiva ? E , certo , se questa non se ne interessasse , non l ' eleverebbe a forma . Il suo interessarsene è appunto l ' elevarlo a forma . Ma la parola “ interessante ” è stata anche adoperata con altra non illegittima intenzione , che spiegheremo più oltre . È polisensa , come la precedente , la proposizione che l ' arte sia imitazione della natura . Con queste parole ora si sono affermate o almeno adombrate verità , ora sostenuti errori ; e , più spesso , non si è pensato nulla di preciso . Uno dei significati scientificamente legittimi si ha , allorché “ imitazione ” viene intesa come rappresentazione o intuizione della natura , forma di conoscenza . E quando si è voluto designare ciò , e mettere insieme in maggior luce il carattere spirituale del procedimento , risulta legittima anche l ' altra proposizione : che l ' arte è idealizzamento o imitazione idealizzatrice della natura . Ma se per imitazione della natura s ’ intende che l ' arte dia riproduzioni meccaniche , costituenti duplicati più o meno perfetti di oggetti naturali , innanzi alle quali si rinnovi quello stesso tumulto d ’ impressioni che producono gli oggetti naturali , la proposizione è evidentemente erronea . Le statue di cera dipinta , che simulano esseri vivi e innanzi a cui arretriamo sbalorditi nei musei di tale roba , non ci danno intuizioni estetiche . L ’ illusione e l ' allucinazione non hanno che vedere col calmo dominio dell ’ intuizione artistica . Se un artista dipinge lo spettacolo di un museo di statue di cera , se un attore sulla scena ritrae burlescamente l ' uomo - statua , abbiano di nuovo il lavoro spirituale e l ’ intuizione artistica . Perfino la fotografia , se ha alcunché di artistico , lo ha in quanto trasmette , almeno in parte , l ’ intuizione del fotografo , il suo punto di vista , l ' atteggiamento e la situazione ch ' egli s ’ è industriato di cogliere . E se la fotografia non è del tutto arte , ciò accade appunto perché l ' elemento naturale resta più o meno ineliminabile e insubordinato : e , infatti , innanzi a quale fotografia , anche delle meglio riuscite , proviamo soddisfazione piena ? a quale un artista non farebbe una o molte variazioni e ritocchi , non toglierebbe o aggiungerebbe ? Dal non aver esattamente riconosciuto il carattere teoretico della semplice intuizione , distinta così dalla conoscenza intellettiva come dalla percezione ; dal credere che solo l ’ intellettiva , o , tutt ' al più , anche la percezione sia conoscenza ; è sorta l ' affermazione , tante volte ripetuta , che l ' arte non sia conoscenza , che essa non dia verità , che appartenga non al mondo teoretico ma al sentimentale , e simili . Abbiamo visto che l ’ intuizione è conoscenza , libera da concetti e più semplice che non sia la cosiddetta percezione del reale ; e perciò l ' arte è conoscenza , è forma , non appartiene al sentimento e alla materia psichica . Se si è insistito tante volte e da tanti estetici a mettere in rilievo che l ' arte è apparenza ( Schein ) , ciò è stato appunto perché si sentiva la necessità di distinguerla dal più complicato atto percettivo , affermandone la pura intuitività . E se si è insistito sull ' essere l ' arte sentimento , ciò è stato pel medesimo motivo : escluso , infatti , il concetto come contenuto dell ' arte ed esclusa la realtà storica in quanto tale , altro contenuto non resta che la realtà appresa meramente nella sua ingenuità e immediatezza , nello slancio vitale , come sentimento , ossia , di nuovo , l ’ intuizione pura . Anche dal non aver bene stabilito , o dall ' aver perduto di vista , il carattere distintivo dell ' espressione dal . ’ impressione , della forma dalla materia , ha preso origine la teoria dei sensi estetici . Questa teoria si riduce all ' errore ora indicato , di voler cercare cioè un passaggio dalle qualità del contenuto a quelle della forma . Domandare , infatti , quali siano i sensi estetici , importa domandare quali impressioni sensibili possano entrare nelle espressioni estetiche , e quali debbano entrarvi di necessità . Al che dobbiamo subito rispondere : che tutte le impressioni possono entrare nelle espressioni o formazioni estetiche ; ma che nessuna deve entrarvi di necessità . Dante eleva a forma non solo il “ dolce color d ' orïental zaffiro ” ( impressioni visive ) , ma impressioni tattili o termiche come “ l ' aër grasso ” e i “ freschi ruscelletti ” che “ asciugano vieppiù ” la gola all ' assetato . Ed è una curiosa illusione credere che una pittura dia impressioni semplicemente visive . Il vellutato di una guancia , il calore di un corpo giovanile , la dolcezza e la freschezza di un frutto , il tagliente di una lama affilata , e via dicendo , non sono impressioni che abbiamo anche da una pittura ? e son forse visive ? Che cosa sarebbe una pittura per un ipotetico uomo , il quale , privo di tutti o di molti dei sensi , acquistasse d ' un tratto l ' organo solo della vista ? Il quadro , che abbiamo innanzi e che crediamo di vedere solamente con . gli occhi , non apparirebbe , agli occhi di lui , se non come qualcosa di poco più dell ' imbrattata tavolozza di un pittore . Alcuni , che tengono fermo al carattere estetico di particolari gruppi d ’ impressioni ( per esempio , delle visive e delle auditive ) e ne escludono altri , concedono poi elle , se nel fatto estetico le impressioni visive e auditive entrano come dirette , quelle percepite dagli altri sensi vi entrino anche , ma solamente come associate . Anche questa distinzione è del tutto arbitraria . L ' espressione estetica è sintesi , nella quale è impossibile distinguere il diretto e l . ’ indiretto . Tutte le impressioni sono in essa parificate , in quanto vengono estetizzate . Chi riceve in sé l ’ immagine di un quadro o di una poesia , non ha innanzi questa immagine come una serie d ’ impressioni , alcune delle quali abbiano una prerogativa o una precedenza sulle altre . E di ciò che accade prima , di averla ricevuta , non si sa nulla ; come , d ' altro canto , le distinzioni , che si fanno dipoi , riflettendo . non riguardano più in nessun modo l ' arte in quanto tale . La dottrina dei sensi estetici è stata presentata anche in altro modo : come il tentativo di stabilire quali organi fisiologici siano necessari pel fatto estetico . L ' organo o l ' apparato fisiologico non è altro che un complesso di cellule , così e così aggruppate e così e così disposte ; cioè un fatto o un concetto meramente fisico e naturale . Ma l ' espressione non conosce fatti fisiologici ; essa ha il suo punto di partenza nelle impressioni , e la via fisiologica per la quale queste sono pervenute nello spirito , le è affatto indifferente . Una via o un ' altra fa lo stesso : basta che siano impressioni . Certo , la mancanza di alcuni organi , ossia di alcuni complessi di cellule , impedisce il prodursi di alcune impressioni ( salvoché , per una sorta di compensazione organica , non si ottengano per altra via ) . Il cieco nato non può intuire ed esprimere la luce . Ma le impressioni non sono condizionate soltanto dall ' organo , sì bene anche dagli stimoli che operano sull ' organo . Chi non abbia avuto mai l ’ impressione del mare , non saprà mai esprimerlo ; e chi non abbia avuto l ’ impressione della vita del gran mondo o della lotta politica , non esprimerà mai né l ' una cosa né l ' altra .. Ciò non stabilisce una dipendenza della funzione espressiva dallo stimolo o dall ' organo ; ma è la ripetizione di quanto già sappiamo : l ' espressione presuppone l ’ impressione , e particolari espressioni , particolari impressioni . Del resto , ogni impressione esclude le altre nel momento in cui essa domina ; e così ogni espressione . Un altro corollario della concezione dell ' espressione come attività , è l ’ indivisibilità dell ' opera d ' arte . Ogni espressione è un ' unica espressione . L ' attività estetica è fusione delle impressioni in un tutto organico . Ed è quel che si è voluto sempre notare quando si è detto che l ' opera d ' arte deve avere unità , o , ch ’ è lo stesso , unità nella varietà . L ' espressione è sintesi del vario , o molteplice , nell ' uno . Parrebbe opporsi a quest ' affermazione il fatto che noi dividiamo l ' opera artistica nelle sue parti : un poema in scene , episodi , similitudini , sentenze , o un quadro nelle singole figure e oggetti , sfondo , primo piano , e così via . Ma cotesta divisione annulla l ' opera , come il dividere l ' organismo in cuore , cervello , nervi , muscoli e via continuando , muta il vivente in cadavere . vero che vi sono organismi in cui la divisione dà luogo a più esseri viventi ; ma in tal caso , e trasportando l ' analogia al fatto estetico , è da concludere per una molteplicità di germi di vita e per una rapida rielaborazione delle singole parti in nuove espressioni uniche . Si osserverà che l ' espressione sorge talora su altre espressioni : vi sono espressioni semplici e ve ne sono composte . Qualche differenza bisogna pur riconoscere tra l ' eureka , con cui Archimede esprimeva tutto il suo giubilo per la fatta scoperta , e l ' atto espressivo ( anzi i cinque atti ) di una tragedia regolare . Ma no : l ' espressione sorge sempre direttamente sulle impressioni . Chi concepisce una tragedia mette in un gran crogiuolo una grande quantità , per così dire , d ’ impressioni : le espressioni stesse , altra volta concepite , vengono rifuse insieme con le nuove in un ' unica massa ; allo stesso modo che in una fornace di fusione si possono gittare informi pezzi di bronzo e statuette elettissime . Perché si abbia la nuova statua , le statuette elettissime debbono fondersi al modo stesso dei pezzi informi . Le vecchie espressioni debbono ridiscendere a impressioni , per potere essere sintetizzate con le altre in una nuova unica espressione . Elaborando le impressioni , l ' uomo si libera da esse . Oggettivandole , le distacca da sé e si fa loro superiore . La funzione liberatrice e purificatrice dell ' arte è un altro aspetto e un ' altra formola del suo carattere di attività . L ' attività è liberatrice appunto perché scaccia la passività . Da ciò si scorge anche perché agli artisti si soglia a volta a volta attribuire la massima sensibilità o passionalità , e la massima insensibilità o l ' olimpica serenità . Entrambe le qualifiche si conciliano , perché non cadono sullo stesso oggetto . La sensibilità o passionalità si riferisce alla ricca materia che l ' artista accoglie nel suo animo ; l ’ insensibilità o serenità , alla forma con cui egli assoggetta e domina il tumulto sensazionale e passionale . III . L ' ARTE E LA FILOSOFIA . Le due forme di conoscenza , l ' estetica e l ’ intellettiva o concettuale , sono bensì diverse , ma non stanno tra loro disgiunte e disparate , come due forze di cui ciascuna tiri per il suo verso . Se abbiamo dimostrato che la forma estetica è affatto indipendente dall ’ intellettiva e si regge da sé senz ' alcun appoggio estraneo , non abbiamo detto che l ’ intellettiva possa stare senza l ' estetica . Questa reciproca non sarebbe vera . Che cosa è la conoscenza per concetti ? È conoscenza di relazioni di cose , e le cose sono intuizioni . Senza le intuizioni non sono possibili i concetti , come senza la materia delle impressioni non è possibile l ’ intuizione stessa . Le intuizioni sono : questo fiume , questo lago , questo rigagnolo , questa pioggia , questo bicchier d ' acqua ; il concetto è : l ' acqua , non questa o quella apparizione e caso particolare , ma l ' acqua in genere , in qualunque tempo e luogo si realizzi ; materia d ’ intuizioni infinite , ma di un concetto solo e costante . Senonché il concetto , l ' universale , se per un verso non è più intuizione , per un altro è , e non può non essere , intuizione . Anche l ' uomo che pensa , in quanto pensa , ha impressioni ed affetti : le sue impressioni e i suoi affetti non saranno quelli dell ' uomo non filosofo , non l ' amore o l ' odio per certi oggetti e individui , ma lo sforzo stesso del pensiero , col dolore e la gioia , l ' amore e l ' odio , che a esso sono congiunti ; il quale sforzo , per diventare oggettivo innanzi allo spirito , non può non prendere forma intuitiva . Parlare non è pensare logicamente , ma pensare logicamente è , insieme , parlare . Che il pensiero non possa stare senza il parlare , è verità generalmente riconosciuta . Le negazioni di questa tesi si fondano tutte su equivoci ed errori . Un primo equivoco è di coloro che osservano che si può pensare del pari con figure geometriche , cifre algebriche , segni ideografici , senza alcuna parola , neanche pronunciata tacitamente e quasi insensibilmente dentro di sé ; che vi son lingue in cui la parola , il segno fonico , non esprime nulla se non si guardi anche al segno scritto ; e via discorrendo . Ma , quando si è detto “ parlare ” , si è voluto adoperare da noi una sineddoche e intendere genericamente “ espressione ” , la quale , come abbiamo notato , non è la sola espressione cosiddetta verbale . Sarà o no vero elle alcuni concetti possano pensarsi senza manifestazioni foniche ; ma gli esempi stessi recati in contrario provano che quei concetti non stanno mai senza espressioni . Altri adducono che gli animali , o certi animali , pensano e ragionano senza parlare . Ora , se pensino e come e che cosa pensino gli animali , se essi siano uomini rudimentali e quasi selvaggi resistenti all ’ incivilimento , piuttosto che macchine fisiologiche come volevano i vecchi spiritualisti , tutto ciò , a questo punto , può non riguardarci . Allorché il filosofo parla della natura animale , brutale , impulsiva , istintiva , e simili , non si fonda su congetture di questa fatta , concernenti cani o gatti , leoni o formiche , ma sull ' osservazione di quel che di animalesco e di brutale è nell ' uomo : del limite o della base animalesca che avvertiamo in noi stessi . Che se poi i singoli animali , cani o gatti , leoni o formiche , abbiano alcunché dell ' attività dell ' uomo , tanto meglio , o tanto peggio , per essi : ciò vorrà dire che anche per essi si dovrà discorrere , non di “ natura ” in senso totale , ma di una base animalesca , più ampia e greve forse di quella dell ' uomo . E , supposto pure che gli animali pensino e formino concetti , che cosa giustificherebbe , in linea di congettura , l ' ammettere che facciano ciò senza espressioni corrispondenti ? L ' analogia con l ' uomo , la conoscenza dello spirito , la psicologia umana , che serve di strumento a tutte le congetture di psicologia animale , costringerebbe invece a supporre che , se in qualche modo pensano , parlino anche in qualche modo . Dalla psicologia umana , anzi letteraria , è tolta l ' altra obiezione , che il concetto può esistere senza la parola , tanto vero che ognuno di noi ammette e conosce libri pensati bene e scritti male : un pensiero cioè , che resta pensiero di là dall ' espressione o nonostante l ' espressione manchevole . Ma , quando discorriamo di libri pensati bene e scritti male , non possiamo intendere altro se non che in quei libri sono parti , pagine , periodi o proposizioni , pensati bene e scritti bene , e altri , fors ' anche i meno importanti , pensati male e scritti male , non pensati davvero e quindi non espressi davvero . La Scienza nuova del Vico , dov ’ è scritta veramente male , è pensata anche male . Che se dai grossi volumi passiamo a una breve proposizione , l ' erroneità o l ’ inesattezza di quel detto salta agli occhi . Come una proposizione potrebb ' essere pensata chiaramente e scritta confusamente ? Ciò che soltanto si può ammettere è , che talora noi abbiamo pensieri ( concetti ) in una forma intuitiva , la quale è un ' espressione abbreviata o meglio peculiare , bastevole a noi , ma non sufficiente a comunicarli con facilità a un ' altra persona determinata o a più altre persone determinate . Onde inesattamente si dice che abbiamo il pensiero e non l ' espressione ; quando propriamente si dovrebbe dire , che abbiamo , sì , l ' espressione , ma un ' espressione che non è ancora facilmente comunicabile . Il che è , per altro , un fatto assai mutevole e relativo : vi ha sempre chi coglie a volo il nostro pensiero , e lo preferisce in quella forma abbreviata , e s ’ infastidirebbe dell ' altra più sviluppata gradita ad altri . In altri termini , il pensiero , logicamente e astrattamente considerato , sarà a un dipresso il medesimo ; ma esteticamente si tratta di due intuizioni o espressioni diverse , in ciascuna delle quali entrano elementi psichici diversi . Lo stesso argomento vale a distruggere , o a interpretare rettamente , la distinzione affatto empirica tra linguaggio interno e linguaggio esterno . Le manifestazioni più alte , le cime da lontano risplendenti della conoscenza intuitiva e della conoscenza intellettuale si dicono , come già sappiamo , Arte e Scienza . Arte e Scienza sono , dunque , distinte e insieme congiunte : coincidono per un lato , ch ’ è il lato estetico . Ogni opera di scienza è insieme opera d ' arte . Il lato estetico potrà restare poco avvertito , quando la nostra mente sia tutta presa dallo sforzo d ’ intendere il pensiero dello scienziato e di esaminarne la verità . Ma non resta più inavvertito quando dall ' attività dell ’ intendere passiamo a quella del contemplare , e vediamo quel pensiero o svolgercisi dinanzi limpido , netto , ben contornato , senza parole superflue , senza parole inadeguate , con ritmo e intonazione appropriati ; ovvero confuso , rotto , impacciato , saltellante . E grandi pensatori sono ammirati talvolta grandi scrittori ; laddove altri pensatori , anch ' essi grandi , restano scrittori più o meno frammentari , se pure i loro frammenti valgano opere armoniche , coerenti e perfette . Ai pensatori e agli scienziati si perdona l ' essere scrittori mediocri : i frammenti , le fulgurazioni ci consolano dell ’ intero , perché è ben più facile dal frammento geniale cavare la composizione ben ordinata , dalla scintilla sprigionare la fiamma , che non raggiungere la scoperta geniale . Ma come perdonare ai puri artisti di esser dicitori mediocri ? « Mediocribus esse poëtis non dii , non homines , non concessere columnae » . Al poeta , al pittore , cui manchi la forma , manca ogni cosa , perché manca sé stesso . La materia poetica corre negli animi di tutti : solo l ' espressione , cioè la forma , fa il poeta . E qui si trova la verità della tesi che nega all ' arte qualsiasi contenuto , intendendosi per contenuto appunto il concetto intellettuale . In questo senso , posto “ contenuto ” eguale a “ concetto ” , è esattissimo non solo che l ' arte non consiste nel contenuto , ma elle essa non ha contenuto . Anche la distinzione tra poesia e prosa non può inverarsi se non in questa tra arte e scienza . Fin dall ' antichità fu visto che quella distinzione non poteva fondarsi sopra elementi esteriori , quali il ritmo e il metro , la forma sciolta e la legata ; e ch ' era invece tutta interna . La poesia è il linguaggio del sentimento : la prosa , dell ’ intelletto ; ma poiché l ’ intelletto , nella sua concretezza e realtà , è anche sentimento , ogni prosa ha un lato di poesia . Il rapporto tra conoscenza intuitiva o espressione , e conoscenza intellettuale o concetto , tra arte e scienza , tra poesia e prosa , non si può significare altrimenti se non dicendo ch ’ è quello di un doppio grado . Il primo grado è l ' espressione , il secondo il concetto : l ' uno può stare senza l ' altro , ma il secondo non può stare senza il primo . Vi è poesia senza prosa , ma non prosa senza poesia . L ' espressione è , infatti , la prima affermazione dell ' attività umana . La poesia è la “ lingua materna del genere umano ” ; i primi uomini “ furono da natura sublimi poeti ” . Il che viene riconosciuto anche in altro modo da quanti notano che il passaggio da psiche a spirito , da sensibilità animale ad attività umana , si compie per mezzo del linguaggio ( e dovrebbero dire dell ' intuizione o espressione in genere ) . Soltanto ci pare poco esatto dire , come si usa , che il linguaggio o l ' espressione sia l ' anello intermedio tra la naturalità e l ' umanità , quasi un misto dell ' una e dell ' altra . Dove appare l ' umanità , l ' altra è già sparita ; l ' uomo che si esprime esce , sì , immediatamente , dallo stato naturale , ma ne esce ; non vi sta mezzo dentro e mezzo fuori , come indicherebbe l ’ immagine dell ' anello intermedio . Oltre queste due forme , lo spirito conoscitivo non ne ha altre . Intuizione e concetto lo esauriscono completamente . Nel passare dall ' una all ' altro e nel ripassare dal secondo alla prima , s ' aggira tutta la vita teoretica dell ' uomo . Inesattamente è annoverata come terza forma teoretica la storicità . Questa non è forma , ma contenuto : come forma , non è altro che intuizione o fatto estetico . La storia non ricerca leggi né foggia concetti ; non induce né deduce ; è diretta ad narrandum , non ad demonstrandum ; non costruisce universali e astrazioni , ma pone intuizioni . Il questo qui , l ’ individuum omnimode determinatum , è il dominio di essa , com ’ è il dominio dell ' arte . La storia si riduce perciò sotto il concetto generale dell ' arte . Contro questa tesi , riuscendo impossibile escogitare una terza forma conoscitiva , si sono mosse obiezioni , le quali menerebbero ad aggregare la storia alla conoscenza intellettiva o scientifica . Obiezioni animate , per una parte , dal preconcetto che alla storia si tolga qualcosa del suo valore e della sua dignità col negarle carattere di scienza ( naturale ) ; e , per l ' altra , da una falsa idea dell ' arte , concepita non come forma teoretica essenziale , ma come un divertimento , una superfluità , una frivolezza . Senza riaprire un lungo e dibattuto processo , che per nostro conto stimiamo chiuso , accenneremo qui soltanto a un sofisma , che ha avuto fortuna e ancora si ripete , diretto a provare l ’ indole logica e scientifica della storia . Il sofisma consiste nel concedere che la conoscenza storica abbia per oggetto l ’ individuale , ma non la rappresentazione ( si soggiunge ) , sì bene il concetto dell ’ individuale ; donde si conclude che la storia sia anch ' essa conoscenza logica o scientifica . La storia , insomma , elaborerebbe il concetto di un personaggio , di Carlo Magno o di Napoleone , di un ' epoca , del Rinascimento o della Riforma , di un avvenimento , della Rivoluzione francese o della Unificazione d ’ Italia , allo stesso modo che la Geometria elabora i concetti delle forme spaziali o l ’ Estetica quello dell ' espressione . Ma di tutto ciò non e ’ è nulla : la storia non può se non presentare Napoleone e Carlo Magno , il Rinascimento e la Riforma , la Rivoluzione Francese e l ’ Unificazione italiana , fatti individuali , nella loro fisionomia individuale , cioè proprio nel senso in cui i logici dicono che dell ’ individuale non si dà concetto ma solo rappresentazione . Il cosiddetto concetto dell ’ individuale è sempre concetto universale o generale ; ricco di note , ricchissimo se si vuole , ma , per ricco che sia , incapace di attingere quell ’ individualità che la conoscenza storica , in quanto conoscenza estetica , sola attinge . Per intendere in qual modo nell ’ àmbito dell ' arte in genere la conoscenza storica si distingua da quella artistica in senso stretto , bisogna ricordare ciò che si è osservato circa il carattere ideale dell ’ intuizione o prima percezione , in cui tutto è reale e perciò niente è reale . In uno stadio ulteriore , lo spirito forma i concetti d ' esterno e d ’ interno , di accaduto e di desiderato , di oggetto e di soggetto e simili , ossia distingue l ’ intuizione storica dalla non storica , la reale dalla irreale , la fantastica reale dalla fantastica pura . Anche i fatti interni , ciò che si desidera e si fantastica , i castelli in aria e i paesi di cuccagna , hanno la loro realtà ; anche la psiche ha la sua storia . Nella biografia di un individuo entrano come fatti reali anche le sue illusioni . Ma la storia di una psiche individuale è storia , perché vi opera sempre la distinzione tra reale e irreale , anche quando il reale siano le illusioni stesse . Senonché , nella storia , codesti concetti distintivi non stanno come i concetti nella scienza , ma piuttosto come quelli che abbiamo visto sciogliersi e fondersi nelle intuizioni estetiche , benché , nel nuovo caso , abbiano un rilievo affatto proprio . La storia non costruisce i concetti del reale e dell ’ irreale , ma li adopera ; la storia , insomma , non è la teoria della storia . Per riconoscere se un fatto della nostra vita fu reale o immaginario , non soccorre la mera analisi concettuale : bisogna riprodurre innanzi alla niente nel riodo più completo le intuizioni , quali erano nel momento in cui si produssero . La storicità si distingue in concreto dalla pura fantasia come un ’ intuizione qualsiasi da un ' altra intuizione qualsiasi : nella memoria . Dove questa non giunge , dove le sfumature delle intuizioni reali e delle irreali sono così lievi e sfuggenti che le une si confondono con le altre , o bisogna rinunziare , almeno provvisoriamente , a sapere ciò che in realtà accadde ( rinunzia che facciamo spesso ) , o conviene ricorrere alla congettura , alla verisimiglianza , alla probabilità . Il principio di verisimiglianza e di probabilità domina , infatti , tutta la critica storica . L ' esame delle fonti e delle autorità è diretto a stabilire le testimonianze più credibili . E quali sono le testimonianze più credibili se non quelle appunto dei migliori osservatori , ossia dei migliori ricordatori , e che ( ciò s ’ intende ) non abbiano avuto animo e interesse a falsificare la verità delle cose ? Onde accade che lo scettico intellettualista ha buon gioco quando si fa a negare la certezza di qualunque storia ; ché la certezza della storia è diversa da quella della scienza . È la certezza del ricordo e dell ' autorità , non dell ' analisi e della dimostrazione . Chi parla d ’ induzione , di dimostrazione storica e simili , fa uso metaforico di queste parole , le quali nella storia assumono senso affatto diverso da quello che hanno nelle scienze . La convinzione dello storico è la convinzione indimostrabile del giurato , che ha ascoltato i testimoni , seguito attentamente il processo , e pregato il cielo d ’ ispirarlo . Sbaglia , senza dubbio , alle volte ; ma gli sbagli rappresentano una trascurabile minoranza di fronte ai casi in cui si coglie il vero . E perciò il buon senso ha ragione contro gl ’ intellettualisti nel credere alla storia , la quale non è già “ favola convenuta ” , ma ciò che l ’ individuo e l ' umanità ricordano del loro passato . Ricordo dove oscuro , dove chiarissimo ; ricordo che con industri sforzi si procura di allargare e rendere esatto il meglio possibile ; ma tale che non se ne può far di meno e che , preso nel tutt ’ insieme , è ricco di verità . Solo per gusto di paradossi si potrà dubitare che sia mai esistita una Grecia e una Roma , un Alessandro e un Cesare , un ’ Europa feudale e una serie di rivoluzioni che l ' abbatterono ; che il l ° novembre l5l7 si videro affisse le tesi di Lutero alla porta della chiesa di Vittemberga , o che il l4 luglio l789 fu presa dal popolo di Parigi la Bastiglia . “ Che ragione rendi tu di tutto questo ? ” , domanda ironicamente il sofista . L ' umanità risponde : “ Io ricordo ” . Il mondo dell ' accaduto , del concreto , dello storico , è ciò che si chiama il mondo della realtà e della natura , comprendente così la realtà che si dice fisica come quella che si dice spirituale ed umana . Tutto questo mondo è intuizione ; intuizione storica , se lo presenta qual esso è realisticamente ; intuizione fantastica o artistica in senso stretto , se lo presenta sotto l ' aspetto del possibile , ossia dell ’ immaginabile . La scienza , la vera scienza , che non è intuizione ma concetto , non individualità ma universalità , non può essere se non scienza dello spirito , ossia di ciò che la realtà ha di universale : Filosofia . Se , fuori di questa , si parla di scienze naturali , bisogna notare che codeste sono scienze improprie , cioè complessi di conoscenze , arbitrariamente astratte e fissate . Le cosiddette scienze naturali , infatti , riconoscono esse medesime di essere sempre circondate da limiti : limiti i quali non sono poi altro che dati storici e intuitivi . Esse calcolano , misurano , pongono eguaglianze , stabiliscono regolarità , foggiano classi e tipi , formolano leggi , mostrano a loro modo come un fatto nasca da altri fatti ; ma tutti i loro progressi urtano sempre in fatti che sono appresi intuitivamente e storicamente . Perfino la geometria afferma ora di riposare tutta su ipotesi , non essendo lo spazio tridimensionale o euclideo se non uno degli spazi possibili , che si studia di preferenza perché riesce più comodo . Ciò che di vero è nelle scienze naturali , è o filosofia o fatto storico ; ciò che vi è di propriamente naturalistico , è astrazione e arbitrio . Allorché le discipline naturali vogliono costituirsi in scienze perfette , debbono saltare fuori dalla loro cerchia e passare alla filosofia : il che fanno quando pongono i concetti , tutt ' altro che naturalistici , di atomo inesteso , di etere o vibrante , di forza vitale , di spazio non intuibile , e simili : veri e propri conati filosofici , quando non siano parole vuote di senso . I concetti naturalistici sono , senza dubbio , molto utili ; ma non si può da essi cavare quel sistema , ch ’ è solo dello spirito . Questi dati storici e intuitivi , ineliminabili dalle discipline naturali , spiegano , inoltre , non solo come , col progresso del sapere , discenda via via al grado di credenze mitologiche e illusioni fantastiche ciò che un tempo era considerato verità , ma anche come tra i naturalisti si trovino di quelli che chiamano fatti mitici , espedienti verbali , convenzioni tutto ciò che nelle loro discipline è come il fondamento di ogni ragionamento . E i naturalisti e matematici che , impreparati , si affacciano allo studio delle energie dello spirito , facilmente vi trasportano siffatte abitudini mentali , e parlano , in filosofia , di convenzioni che sono così o così , “ come l ' uom se l ' arreca ” : convenzioni la verità e la moralità , convenzione suprema lo Spirito stesso ! Eppure , perché si abbiano convenzioni , è necessario che esista qualcosa su cui non si conviene , ma che sia l ' agente stesso della convenzione : l ' attività spirituale dell ' uomo . La limitatezza delle scienze naturali postula l ’ illimitatezza della filosofia . Resta fermo per queste spiegazioni che due sono le forme pure o fondamentali della conoscenza : l ’ intuizione e il concetto ; l ' Arte , e la Scienza o Filosofia ; risolvendo in esse la Storia , la quale è come la risultante della intuizione messa a contatto col concetto , cioè dell ' arte che , nel ricevere in sé le distinzioni filosofiche , resta tuttavia concretezza e individualità . Tutte le altre ( scienze naturali e matematiche ) sono forme impure : miste di elementi estranei e d ' origine pratica . L ’ intuizione ci dà il mondo , il fenomeno ; il concetto ci dà il noumeno , lo Spirito . IV . ISTORISMO E INTELLETTUALISMO NELL ’ ESTETICA . Questi rapporti nettamente stabiliti tra la conoscenza intuitiva o estetica e le altre forme fondamentali o derivate di conoscenza ci mettono in grado di scorgere dove sia l ' errore di una serie di teorie che si sono presentate o si sogliono presentare come teorie di Estetica . Dalla confutazione tra le esigenze dell ' arte in genere e quelle particolari della storia è nata la teoria ( che ora ha perduto terreno , ma ch ’ è stata dominante nel passato ) del verisimile come oggetto dell ' arte . Senza dubbio , come accade di solito nell ' uso di proposizioni erronee , l ’ intenzione che portava a parlare di verisimile era spesse volte molto più sana che non appaia dalla definizione che si dava della parola . Per verisimiglianza si voleva intendere , in fondo , la coerenza artistica della rappresentazione , cioè la pienezza e l ' efficacia , l ' effettiva presenza di questa . Chi si faccia a tradurre “ verisimile ” con “ coerente ” troverà spesso un senso assai giusto nelle discussioni , negli esempi e nei giudizi dei critici presso i quali quella parola ricorre . Un personaggio inverisimile , un finale inverisimile di commedia sono , in realtà , personaggi mal disegnati , finali appiccicati , fatti artisticamente immotivati : anche le fate e i folletti ( si è detto con ragione ) debbono avere verisimiglianza , cioè essere fate e folletti per davvero , intuizioni artistiche coerenti . Invece di “ verisimile ” è stato usato talora il vocabolo “ possibile ” , il quale , come abbiamo notato di passaggio , è sinonimo di intuibile o immaginabile : tutto ciò che s ’ immagina davvero , ossia coerentemente , è possibile . Ma altra volta , e da non pochi critici e trattatisti , per verisimile si è inteso il carattere di credibilità storica , cioè quella verità storica che non è dimostrabile ma congetturabile , non vera ma verisimile ; e si è voluto imporre il medesimo carattere all ' arte . Chi non ricorda nella storia della letteratura la gran parte che hanno avuto le censure del verisimile , per esempio della Gerusalemme , condotte in base alla storia delle Crociate , o dei poemi omerici , in base al costume verisimile degl ’ imperatori e dei re ? Altra volta ancora si è richiesta dall ' arte la riproduzione della realtà naturale ossia storicamente esistente ; ed è questo un altro dei significati erronei che assume la dottrina dell ' imitazione della natura . Il verismo e il naturalismo hanno dato poi l ' esempio di una confusione del fatto estetico perfino coi procedimenti delle scienze naturali , col vagheggiare non sappiamo quale dramma o romanzo che sarebbe dovuto essere , non solo di osservazione , ma , nientemeno , sperimentale . Molto più frequenti le confusioni tra il procedere dell ' arte e quello delle scienze filosofiche . Così si è considerato come proprio dell ' arte esporre concetti , unire un intelligibile a un sensibile , rappresentare le idee o gli universali ; e si è scambiata per tal modo l ' arte con la scienza , ossia l ' attività artistica in genere col caso particolare in cui diventa estetico - logica . Al medesimo errore si riduce la teoria dell ' arte come propugnatrice di tesi , consistente cioè in una rappresentazione individuale che esemplifichi leggi scientifiche . L ' esempio , in quanto è esempio , sta per la cosa esemplificata ; ed appartiene dunque ai modi di trattazione scientifica , siano pure di carattere popolare o divulgativo . Si dica lo stesso della teoria estetica del tipico , quando per tipo s ’ intende appunto , come si suole , l ' astrazione o il concetto , e si afferma che l ' arte deve far risplendere nell ’ individuo la specie . Che se poi per tipico s ’ intende l ’ individuale , anche qui si fa una semplice variazione di parole . Tipeggiare importerà , in questo caso , caratterizzare , ossia determinare e rappresentare l ’ individuale . Don Chisciotte è un tipo ; ma di che è tipo se non di tutti i Don Chisciotte ? tipo , per così dire , di sé medesimo ? Di concetti astratti , come della perdita del senso del reale , o dell ' amore della gloria , no , di certo : sotto cotesti concetti si possono pensare infiniti personaggi , che non sono Don Chisciotte . In altri termini , nell ' espressione di un poeta ( per esempio , in un personaggio poetico ) noi troviamo le nostre medesime impressioni pienamente determinate e inverate ; e diciamo tipica quell ' espressione , che potremmo dire semplicemente estetica . Così anche si è parlato di universali poetici o artistici : con le quali parole talvolta si ripeteva la richiesta del tipico in arte , ma tal ' altra s ’ intendeva dare risalto al carattere spirituale e ideale dell ' opera artistica , che gli imitazionisti , realisti e veristi ignoravano o negavano . Continuando a correggere questi errori o a schiarire gli equivoci , noteremo che altresì è stato considerato essenza dell ' arte il simbolo . Ma se il simbolo è concepito come inseparabile dall ’ intuizione artistica , è sinonimo dell ’ intuizione stessa , che ha sempre carattere ideale ; non v ’ è nell ' arte un doppio fondo , ma un fondo solo , e tutto in essa è simbolico perché tutto è ideale . Che se poi il simbolo è concepito separabile , se da un lato si può esprimere il simbolo e dall ' altro la cosa simboleggiata , si ricade nell ' errore intellettualistico : quel preteso simbolo è l ' esposizione di un concetto astratto , è un ' allegoria , è scienza , o arte che scimmiotta la scienza . Ma bisogna essere giusti anche verso l ' allegorico e notare che in certi casi esso riesce cosa affatto innocua . Posta la Gerusalemme liberata , se n ’ è poi escogitata l ' allegoria ; posto l ' Adone del Marino , il poeta della lascivia insinuò poi ch ' esso fosse vòlto a mostrare come “ smoderato piacer termina in doglia ” ; posta una statua di bella donna , lo scultore può appiccarvi un cartello per dire che la sua statua rappresenta la Clemenza o la Bontà . Quest ' allegoria , che giunge post festum , a opera compiuta , non altera l ' opera d ' arte . E che cosa è allora ? un ' espressione aggiunta estrinsecamente a un ' altra espressione . Al poema della Gerusalemme si aggiunge una paginetta di prosa , che esprime un altro pensiero del poeta ; all ' Adone , un verso o una strofe , che esprime ciò che il poeta vorrebbe dare a intendere a una parte del suo pubblico ; alla statua , nient ' altro che una parola : “ clemenza ” o “ bontà ” . Ma il trionfo più cospicuo dell ' errore intellettualistico è nella dottrina dei generi artistici e letterari , che ancora corre nei trattati e perturba i critici e gli storici dell ' arte . Vediamone la genesi . Lo spirito umano può passare dall ' estetico al logico , appunto perché quello è un primo grado rispetto a questo ; distruggere le espressioni , ossia il pensamento dell ’ individuale , col pensamento dell ' universale ; sciogliere i fatti espressivi in rapporti logici . Che questa operazione si concreti a sua volta in un ' espressione , abbiamo già mostrato ; ma ciò non vuol dire che le prime espressioni non siano state distrutte : esse hanno ceduto il luogo alle nuove espressioni estetico - logiche . Quando si è sul secondo gradino , il primo è abbandonato . Chi entri in una galleria di quadri , o chi prenda a leggere una serie di poemi , può , dopo aver guardato e letto , procedere oltre a indagare la natura e le relazioni delle cose in essi espresse . Così quei quadri e quei componimenti , di cui ciascuno è un individuo logicamente ineffabile , gli si vanno risolvendo in universali ed astrazioni , come costumi , paesaggi , ritratti , vita domestica , battaglie , animali , fiori , frutti , marine , campagne , laghi , deserti , fatti tragici , comici , pietosi , crudeli , lirici , epici , drammatici , cavallereschi , idillici , e simili ; spesso anche in categorie meramente quantitative , come quadretto , quadro , statuina , gruppo , madrigale , canzone , sonetto , collana di sonetti , poesia , poema , novella , romanzo , e simili . Quando noi pensiamo il concetto vita domestica , o cavalleria , o idillio , o crudeltà , o uno qualsiasi dei ricordati concetti quantitativi , il fatto espressivo individuale , dal quale si erano prese le mosse , è stato abbandonato . Da uomini estetici ci siamo mutati in uomini logici ; da contemplatori di espressioni , in raziocinatori . E a tal procedere , di certo , non e ’ è nulla da obiettare . Come altrimenti nascerebbe la scienza , la quale , se ha per presupposto le espressioni estetiche , ha per proprio fine l ' andar oltre di quelle ? La forma logica o scientifica , in quanto tale , esclude la forma estetica . Chi si fa a pensare scientificamente , ha già cessato di contemplare esteticamente ; benché il suo pensamento prenda di necessità a sua volta ( come si è detto e sarebbe superfluo ripetere ) forma estetica . L ' errore comincia quando dal concetto si vuol dedurre l ' espressione e nel fatto sostituente ritrovare le leggi del fatto sostituito ; quando non si vede il distacco tra il secondo gradino e il primo , e di conseguenza , stando sul secondo , si asserisce di stare sul primo . Questo errore prende il nome di teoria dei generi artistici e letterari . Qual ’ è la forma estetica della vita domestica , della cavalleria , dell ’ idillio , della crudeltà , e così via ? come debbono essere rappresentati questi contenuti ? Tale , denudato e ridotto alla più semplice formola , è il problema assurdo , che la dottrina dei generi artistici e letterari si propone , e in ciò consiste qualsiasi richiesta di leggi o regole di generi . Vita domestica , cavalleria , idillio , crudeltà e simili non sono impressioni , ma concetti ; non contenuti , ma forme logico - estetiche . La forma non si può esprimere , perché è già essa stessa espressione . O che cosa sono le parole “ crudeltà ” , “ idillio ” , cavalleria ” , “ vita domestica ” e via enumerando , se non le espressioni di quei concetti ? Anche le più raffinate di tali distinzioni , anche quelle che hanno aspetto più filosofico , non reggono alla critica ; come quando si distinguono le opere d ' arte in genere soggettivo e genere oggettivo , in lirica ed epica , in opere di sentimento e opere di figurazione ; essendo impossibile staccare , in analisi estetica , il lato soggettivo dall ' oggettivo , il lirico dall ' epico , l ’ immagine del sentimento da quella delle cose . Dalla dottrina dei generi artistici e letterari derivano quelle fogge erronee di giudizio e di critica , mercé le quali innanzi a un ' opera d ' arte , invece di determinare se sia espressiva e che cosa esprima , se parli o balbetti o taccia addirittura , si domanda : È essa conforme alle leggi del poema epico o a quelle della tragedia ? alle leggi della pittura storica o a quelle del paesaggio ? Gli artisti , per altro , quantunque a parole o con finte ubbidienze abbiano mostrato di accettarle , in realtà hanno fatto sempre le fiche a coteste leggi dei generi . Ogni vera opera d ' arte ha violato un genere stabilito , venendo così a scompigliare le idee dei critici , i quali sono stati costretti ad allargare il genere , senza poter impedire per altro che anche il genere così allargato non sembri poi troppo stretto a causa del sorgere di nuove opere d ' arte , seguite , com ’ è naturale , da nuovi scandali , nuovi scompigli , e nuovi allargamenti . Dalla medesima teoria vengono i pregiudizi poi quali un tempo ( ma è veramente un passato ? ) si lamentava che l ’ Italia non avesse la tragedia ( finché non sorse chi le dette quel serto , che unico mancava al crine glorioso di lei ) , né la Francia il poema epico ( fino alla Henriade , che acquetò le bramose canne dei critici ) . E connessi con tali pregiudizi sono gli elogi agl ’ inventori dei nuovi generi ; tanto che parve gran cosa che si fosse inventato nel seicento il poema eroicomico , e si contese sull ' onore dell ’ invenzione , quasi si trattasse della scoperta dell ' America , quantunque le opere decorate con quel nome ( la Secchia rapita , lo Scherno degli Dei ) fossero opere nate morte , perché i loro autori ( piccolo inconveniente ) non avevano nulla di proprio e di nuovo da dire . I mediocri si stillavano il cervello a inventare artificialmente nuovi generi : all ' egloga pastorale fu aggiunta l ' egloga piscatoria e poi , perfino , l ' egloga militare : l ' Aminta fu bagnato e divenne l ' Alceo , dramma marinaresco . Affascinati , infine , da questa idea dei generi , si sono visti storici della letteratura e dell ' arte pretendere di fare la storia non delle singole ed effettive opere letterarie e artistiche , ma di quelle vuote fantasime che sono i loro generi , e ritrarre , invece dell ' evoluzione dello spirito artistico , l ' evoluzione dei generi . La condanna filosofica dei generi artistici e letterari è la dimostrazione e formolazione rigorosa di ciò che l ' attività artistica ha sempre operato e il buon gusto sempre riconosciuto . Che cosa farci se il buon gusto e il fatto reale , messi in formole , assumono , a volte , l ' aspetto di paradossi ? Chi poi discorre di tragedie , commedie , drammi , romanzi , quadri di genere , quadri di battaglie , paesaggi , marine , poemi , poemetti , liriche e così via , tanto per farsi intendere accennando alla buona e approssimativamente ad alcuni gruppi di opere sui quali vuole , per una ragione o per un ' altra , richiamare l ' attenzione , certo non dice nulla di scientificamente erroneo , perché egli adopera vocaboli e frasi , non stabilisce definizioni e leggi . L ' errore si ha solamente quando al vocabolo si dia peso di distinzione scientifica ; quando , insomma , si vada ingenuamente a cadere nei tranelli che quella fraseologia suole tendere . Ci si conceda un paragone . In una biblioteca occorre pure ordinare in qualche modo i volumi ; il che si faceva in passato , per lo più , mediante una grossolana classificazione per materie ( in cui non mancavano le categorie delle miscellanee e degli extravaganti ) , e ora , di solito , per serie di editori o per formati . Chi potrebbe negare l ' utilità e la necessità di cotesti aggruppamenti ? Ma che cosa si direbbe se alcuno si mettesse a indagare sul serio le leggi letterarie delle miscellanee o degli extravaganti , della collezione aldina o della bodoniana , del pluteo A o del pluteo B , cioè di quegli aggruppamenti affatto arbitrari e rispondenti a un semplice bisogno pratico di comodo ? Eppure , chi si desse a questa impresa risibile , farebbe né più né meno di quel che fanno con ogni serietà gl ’ indagatori delle leggi estetiche , che dovrebbero governare , a detta loro , i generi artistici e letterari . V . ERRORI ANALOGHI NELLA ISTORICA E NELLA LOGICA . Per meglio ribadire le critiche ora svolte , sarà opportuno gettare un rapido sguardo sugli errori inversi e analoghi , nascenti dall ’ ignoranza circa l ’ indole propria dell ' arte e circa la situazione di essa rispetto alla storia e alla scienza ; i quali errori hanno danneggiato così la teoria della storia come quella della scienza , così la Istorica ( o Storiologia ) come la Logica . L ’ intellettualismo storico ha aperto la strada alle tante ricerche che si sono fatte , specie da due secoli in qua , e che si vanno ritentando tuttogiorno di una filosofia della storia , di una storia ideale , di una sociologia , di una psicologia storica , o come altro variamente si atteggi e intitoli una scienza che si prefigga di estrarre leggi e concetti universali dalla storia . Di quale sorta debbono essere queste leggi e questi universali ? Leggi storiche e concetti storici ? In tal caso , basta un ' elementare critica della conoscenza a mostrare l ' assurdo della richiesta . Una legge storica , un concetto storico ( quando tali parole non siano semplici metafore e usi linguistici ) sono vere contradizioni in termini : l ' aggettivo ripugna al sostantivo non meno che nelle espressioni “ quantità qualitativa ” o “ monismo pluralistico ” . La storia importa concretezza e individualità ; la legge e il concetto , astrattezza e universalità . Che se poi si abbandoni la pretesa di cavare dalla storia leggi e concetti storici e si voglia invece restringere la richiesta a leggi e concetti senz ' alcun aggettivo , non si dice , di certo , cosa vuota , ma la scienza che si otterrà sarà , non una filosofia della storia , sì bene , secondo i casi , o la filosofia nella sua unità e nelle sue varie specificazioni ( Etica , Logica , ecc . ) , o la scienza empirica nelle sue infinite divisioni e suddivisioni . Infatti , o si ricercano quei concetti filosofici , che , come si è accennato , sono nel fondo di ogni costruzione storica e differenziano la percezione dall ’ intuizione , l ’ intuizione storica dall ’ intuizione pura , la storia dall ' arte ; o si raccolgono le intuizioni storiche formate e si riducono a tipi e classi , ch ’ è per l ' appunto il metodo delle scienze naturali . Dell ’ involucro fallace , della veste disadatta di una Filosofia della storia si sono coperti talvolta grandi pensatori , i quali , nonostante quell ' involucro , hanno ritrovato verità filosofiche di somma importanza ; sicché , caduto poi l ' involucro , la verità è restata . E il carico da farsi ai sociologi moderni non è tanto dell ’ illusione in cui si avvolgono asserendo un ' impossibile scienza filosofica della sociologia , quanto dell ’ infecondità che accompagna quasi costantemente questa loro illusione . Poco male che l ’ Estetica venga chiamata “ Estetica sociologica ” , o la Logica , “ Logica sociologica ” . Il male grave è che quell ’ Estetica è un vecchiume sensualistico , e che quella Logica è verbale e incoerente . Ma due effetti buoni si sono avuti , rispetto alla storia , dal movimento filosofico a cui abbiamo accennato . Si è acuito , anzitutto , il bisogno di costruire una teoria della storiografia , ossia d ' intendere la natura e i limiti della storia : teoria che , in conformità dell ' analisi fatta di sopra , non può trovare soddisfacimento se non in una scienza generale della intuizione , in un ’ Estetica , dalla quale si stacchi , per l ’ interposta funzione degli universali , quasi capitolo speciale , l ’ Istorica . Inoltre , sotto l ’ involucro falso e presuntuoso di una Filosofia della storia , si sono affermate spesso verità particolari intorno a particolari avvenimenti storici , e formolati canoni e ammonimenti , empirici senza dubbio , ma non inutili ai ricercatori e ai critici . Questa utilità non pare possa negarsi neppure alla più recente delle filosofie della storia , al cosiddetto materialismo storico , il quale ha gettato luce assai viva su molti aspetti della vita sociale prima poco osservati o malamente compresi . Un ' invasione della storicità nella scienza o filosofia è il principio di autorità , l ' ipse dixit , che ha infierito nelle scuole , e che sostituisce alla introspezione e analisi filosofica quella testimonianza , quel documento , quell ' affermazione autorevole , di cui certo non può fare di meno la storia . Ma i più gravi turbamenti ed errori cagionati dal confuso concetto del fatto estetico li ha sofferti la scienza del pensiero e della conoscenza intellettiva , la Logica . E come poteva accadere altrimenti , se l ' attività logica viene dopo quella estetica e l ’ implica in sé ? Un ’ Estetica inesatta doveva tirarsi dietro di necessità una Logica inesatta . Chi apra i trattati di Logica , dall ' Organo aristotelico fino ai moderni , deve convenire che in essi tutti si trova un guazzabuglio di fatti verbali e di fatti di pensiero , di forme grammaticali e di forme concettuali , di Estetica e di Logica . Non che siano mancati tentativi per trarsi fuori dall ' espressione verbale e cogliere il pensiero nella sua genuina natura . La stessa Logica aristotelica non diventò mera sillogistica e verbalismo senza qualche titubanza e oscillazione ; nel medio evo , le dispute dei nominalisti , realisti e concettualisti toccarono di frequente il problema propriamente logico ; le scienze naturali moderne col Galilei e col Bacone misero in onore l ’ induzione ; il Vico combatté contro la logica formalistica e matematica in favore dei metodi inventivi ; il Kant richiamò l ' attenzione sulla sintesi a priori ; l ' idealismo assoluto svalutò la Logica aristotelica ; gli herbartiani , ligi a questa , dettero , per altro , rilievo a quei giudizi che dissero narrativi e che hanno carattere del tutto diverso dagli altri giudizi logici ; i linguisti , infine , batterono sull ’ irrazionalità della parola rispetto al concetto . Ma un movimento di riforma consapevole , sicuro , radicale , non può trovare base e punto di partenza se non nella scienza estetica . In una Logica , convenientemente riformata su tale base , converrà anzitutto stabilire questa verità e trarne tutte le conseguenze : il fatto logico , il solo fatto logico , è il concetto , l ' universale , lo spirito che forma , e in quanto forma , l ' universale . E se per induzione s ’ intende , come si è intesa talvolta , la formazione degli universali , e per deduzione lo svolgimento verbale di essi , è chiaro che la Logica vera non può essere se non Logica induttiva . Ma , poiché più frequentemente con la parola “ deduzione ” Si sono avuti di mira i procedimenti propri della matematica , e con la parola “ induzione ” quelli delle scienze naturali , sarà opportuno evitare l ' una e l ' altra denominazione , e dire che la Logica vera è Logica del concetto , il quale , adoperando un metodo che è insieme induzione e deduzione , non adopera né l ' una né l ' altra come distinte , e cioè adopera il metodo che gli è intrinseco ( lo speculativo o dialettico ) . Il concetto , l ' universale è in sé , astrattamente considerato , inesprimibile . Nessuna parola gli è propria . Ciò è tanto vero , che il concetto logico resta sempre il medesimo , nonostante il variare delle forme verbali . Rispetto al concetto , l ' espressione è semplice segno o indizio : non può mancare , un ' espressione dev ' esserci ; ma quale debba essere , questa o quella , è determinato dalle condizioni storiche e psicologiche dell ' individuo che parla : la qualità dell ' espressione non si deduce dalla qualità del concetto . Non vi è un senso vero ( logico ) delle parole : chi forma un concetto , conferisce egli , volta per volta , il senso vero alle parole . Ciò posto , le sole proposizioni davvero logiche ( cioè , estetico - logiche ) , i soli giudizi rigorosamente logici , non possono essere se non quelli che hanno per contenuto proprio ed esclusivo la determinazione di un concetto . Queste proposizioni o giudizi sono le definizioni . La scienza stessa non è se non complesso di definizioni , unificate in una definizione suprema : sistema di concetti , o sommo concetto . Bisogna escludere quindi ( almeno preliminarmente ) dalla Logica tutte quelle proposizioni che non affermano universali . I giudizi narrativi e quelli chiamati non enunciativi da Aristotele , quali le espressioni dei desideri , non sono giudizi propriamente logici , ma o proposizioni puramente estetiche o proposizioni storiche . “ Pietro passeggia ; Oggi piove ; Ho sonno ; Voglio leggere ” : queste e le infinite proposizioni di questo genere non sono se non o un semplice chiudere in parole l ’ impressione del fatto di Pietro che passeggia , della pioggia che cade , del mio organismo che inchina al sonno , e della mia volontà che si dirige alla lettura ; o un ' affermazione esistenziale circa quei fatti . Espressioni del reale o dell ' irreale , fantastico - storiche o fantastico - pure ; non già definizioni di universali . E che cosa deve farsi di tutta quella parte del pensiero umano , che si dice sillogistica , e che consta di giudizi e ragionamenti che s ' aggirano intorno a concetti ? Che cosa è la sillogistica ? È da considerare dall ' alto e sprezzantemente , quasi roba inutile , come si è fatto tante volte , nella reazione degli umanisti contro la scolastica , nell ’ idealismo assoluto , nell ' entusiastica ammirazione dei tempi nostri pei metodi di osservazione e di sperimento delle scienze naturali ? La sillogistica , il ragionare in forma , non è scoperta di verità : è arte di esporre , discettare , disputare con sé stesso e con altri . Movendo da concetti già trovati , da fatti già osservati , e facendo appello alla costanza del vero o del pensiero ( tale è il significato del principio d ' identità e di contradizione ) , essa trae da quei dati le conseguenze , ossia ripresenta il già trovato . Perciò , se sotto l ' aspetto inventivo è un idem per idem , pedagogicamente ed espositivamente è efficacissima . Ridurre le affermazioni allo schematismo sillogistico è un modo di controllare il proprio pensiero e di criticare il pensiero altrui . È facile ridere dei sillogizzanti , ma , se la sillogistica è nata e si mantiene , deve avere le sue buone ragioni . La satira di essa non può colpire se non gli abusi , com ’ è il pretendere di risolvere sillogisticamente questioni che sono di fatto , di osservazione e intuizione o dimenticare per l ' esteriorità sillogistica la profonda meditazione e la spregiudicata investigazione dei problemi . E se al fine di ricordare facilmente , di maneggiare prontamente i dati del proprio pensiero , può soccorrere talvolta la cosidetta Logica matematica , ben venga anche questa forma speciale di sillogistica , augurata , fra i tanti , dal Leibniz e ritentata da parecchi ai giorni nostri . Ma , appunto perché la sillogistica è arte di esporre e di discettare , la teoria di essa non può avere il primo posto in una Logica filosofica , usurpando quello che spetta alla dottrina del concetto , ch ’ è la dottrina centrale e dominante , cui tutto ciò che vi ha di logico nella sillogistica si riduce senza residuo ( rapporti di concetti , subordinazione , coordinazione , identificazione , e via dicendo ) . Né bisogna mai dimenticare che concetto , e giudizio ( logico ) e sillogismo , non stanno sulla stessa linea . Solo il primo è il vero atto logico : il secondo e il terzo sono le forme con cui il primo si manifesta ; le quali , in quanto forme , non possono esaminarsi se non esteticamente ( grammaticalmente ) , e , in quanto hanno contenuto logico , se non trascurando le forme stesse e passando alla dottrina del concetto . Si riconferma con ciò la verità dell ' osservazione comune : che chi ragiona male , parla o scrive anche male : che l ' esatta analisi logica è fondamento dell ' esprimersi bene . Verità , ch ’ è una tautologia : ragionare bene , infatti , è esprimersi bene , perché l ' espressione è il possesso intuitivo del proprio pensiero logico . Lo stesso principio di contradizione non è altro , in fondo , che il principio estetico della coerenza . Si dirà che , movendo da concetti erronei , si può parlare e scrivere benissimo , come si può ragionare benissimo ; che investigatori poco acuti possono essere scrittori limpidissimi , perché lo scrivere bene dipende dall ' avere un ’ intuizione chiara del proprio pensiero , anche se erroneo : non dalla verità scientifica del pensiero , ma dalla sua verità estetica , ed è anzi questa verità stessa . Un filosofo può fantasticare , come lo Schopenhauer , che l ' arte sia rappresentazione delle idee platoniche , dottrina scientificamente errata ; e svolgere questa scienza errata in una prosa eccellente ed esteticamente verissima . Ma a siffatta obiezione abbiamo già risposto quando abbiamo osservato che , nel punto preciso in cui un parlante o uno scrivente enuncia un concetto mal pensato , è anche cattivo parlante e cattivo scrivente ; per quanto possa poi rifarsi nelle tante altre parti del suo pensiero , le quali constano di proposizioni vere , non connesse con l ' errore precedente , e quindi di espressioni limpide , che seguono a espressioni torbide . Tutte le ricerche sulle forme dei giudizi e dei sillogismi sulle loro conversioni e i loro vari rapporti , che ingombrano ancora i trattati di Logica , sono , dunque , destinate ad assottigliarsi , a trasformarsi , a ridursi ad altro . La dottrina del concetto e dell ' organismo dei concetti , definizione , del sistema , della filosofia e delle varie scienze , e simili , ne occuperà il campo ; e costituirà , da sola , la vera e propria Logica . I primi ch ' ebbero qualche sentore del rapporto intimo che corre tra Estetica e Logica , e che concepirono l ’ Estetica come una Logica della cognizione sensibile , si compiacquero singolarmente nell ' applicare le categorie logiche alla nuova scienza , parlando di concetti estetici , giudizi estetici , sillogismi estetici , e così via . Noi , meno superstiziosi verso la saldezza della Logica tradizionale o delle scuole , e più scaltriti sull ’ indole dell ’ Estetica , raccomandiamo , non l ' applicazione della Logica all ’ Estetica , ma la liberazione della Logica dalle forme estetiche , le quali , seguendo distinzioni affatto arbitrarie e grossolane , hanno dato luogo alle inesistenti forme e categorie logiche . La Logica , così riformata , sarà sempre Logica formale , studierà la vera forma o attività del pensiero , il concetto , prescindendo dai singoli e particolari concetti . Quella antica malamente si chiama formale , e meglio si direbbe verbale o formalistica . La Logica formale scaccerà la formalistica . E a questo fine non sarà necessario ricorrere , come altri ha fatto , a una Logica reale o materiale , che non è più scienza del pensiero , ma pensiero in atto : non Logica soltanto , ma il complesso e l ' unità della Filosofia , in cui la Logica anche è inclusa . La scienza del pensiero ( Logica ) è quella del concetto , come la scienza della fantasia ( Estetica ) è quella dell ' espressione . Nell ' eseguire esattamente , e in ogni particolare , la distinzione tra i due domini è riposta la salute dell ' una e dell ' altra scienza . VI . L ' ATTIVITÀ TEORETICA E L ' ATTIVITÀ PRATICA . Forma intuitiva e forma intellettiva esauriscono , come abbiamo detto , tutto il dominio teoretico dello spirito . Ma non si può conoscerle a pieno , né criticare un ' altra serie di dottrine estetiche erronee , se prima non si stabiliscono chiaramente le relazioni dello spirito teoretico con lo spirito pratico . La forma o attività pratica è la volontà . Questa parola non è qui presa da noi nel senso di qualche sistema filosofico , in cui la volontà è il fondamento dell ' universo , il principio delle cose , la realtà vera ; e neanche nel senso ampio di altri sistemi , i quali intendono per volontà l ' energia dello spirito , lo spirito o l ' attività in genere , facendo di ogni atto dello spirito umano un atto di volontà . Né quel senso metafisico né quest ' uso metaforico è il nostro . La volontà è per noi , come nella comune accezione , l ' attività dello spirito diversa dalla mera teoria o contemplazione delle cose , e produttrice non di conoscenze ma di azioni . L ' azione in tanto è davvero azione in quanto è volontaria . Non occorrerebbe poi neppure ricordare che nella volontà del fare è incluso , in senso scientifico , anche ciò che volgarmente si chiama non - fare : la volontà del resistere , del ripugnare , la volontà prometeica , che è anch ' essa azione . Con la forma teoretica l ' uomo comprende le cose , con la pratica le viene mutando ; con l ' una si appropria l ' universo , con l ' altra lo crea . Ma la prima forma è base della seconda ; e si ripete tra le due , più in grande , il rapporto di doppio grado , che abbiamo già ritrovato tra l ' attività estetica e la logica . Un conoscere , indipendente dal volere , è ( almeno in certo senso ) pensabile ; una volontà , indipendente dal conoscere , è impensabile . La volontà cieca non è volontà ; la volontà vera è occhiuta . Come si può volere se non si hanno innanzi intuizioni storiche di oggetti ( percezioni ) e conoscenze di rapporti ( logici ) , che illuminino sulla qualità di quegli oggetti ? Come si può volere davvero , se non conosciamo il mondo che ci circonda , e il modo di cangiar le cose operando su di esse ? È stato obiettato che gli uomini d ' azione , gli uomini pratici in senso eminente , sono i meno disposti al contemplare e teorizzare : la loro energia non si attarda in contemplazioni , si precipita subito in volontà ; e che , per converso , i contemplatori e i filosofi sono di frequente uomini pratici ben mediocri , di debole volontà , negletti perciò e messi da banda nelle lotte della vita . È facile scorgere che queste distinzioni sono meramente empiriche e quantitative . Certo , l ' uomo pratico , per operare , non ha bisogno di un elaborato sistema filosofico ; ma , nelle sfere in cui egli opera , muove da intuizioni e concetti che ha chiarissimi . Fino le più ordinarie azioni non potrebbero , altrimenti , esser volute ; non sarebbe possibile neppur cibarsi volontariamente , se non si avesse conoscenza del cibo e del legame di causa ed effetto tra certi movimenti e certi appagamenti ; e , salendo via via alle forme più complesse d ' azione , per esempio , all ' azione politica , come si potrebbe volere alcunché di politicamente adatto , senza conoscere le condizioni reali della società , cioè i mezzi ed espedienti da adoperare ? Quando l ' uomo pratico si accorge di essere all ' oscuro circa uno o più di questi punti , o quando è preso dal dubbio , l ' azione o non comincia o s ' arresta ; il momento teoretico che , nel rapido succedersi delle azioni umane , viene appena avvertito ed è presto dimenticato , appare allora importante e occupa più a lungo la coscienza . E , se quello si prolunga ancora , l ' uomo pratico può diventare Amleto , diviso tra il desiderio dell ' azione e la poca chiarezza teoretica circa le situazioni e i mezzi ; e se egli , prendendo gusto al contemplare e al meditare , lascia agli altri , in misura più o meno larga , il volere e l ' operare , si forma in lui la calma disposizione dell ' artista e dello scienziato e filosofo , talvolta uomini pratici inetti o addirittura dannosi . Tutte coteste sono ovvie osservazioni , di cui non si può sconoscere la giustezza ; ma , ripetiamo , si fondano sopra distinzioni quantitative e non distruggono , anzi confermano il fatto , che un ' azione , per piccola che sia , non può essere azione davvero , cioè azione voluta , se non preceduta dall ' attività conoscitiva . Alcuni psicologi fanno , per altro , precedere l ' azione pratica da una classe tutta speciale di giudizi , ch ' essi chiamano giudizi pratici o di valore . Per risolversi a un ' azione ( dicono ) , è necessario aver giudicato e pronunziato : “ quest ' azione è utile , quest ' azione è buona ” . La quale teoria sembra a prima vista che abbia dalla sua il testimonio della coscienza . Ma chi meglio osservi e più sottilmente analizzi si accorge che quei giudizi , anziché precedere , seguono l ' affermarsi della volontà ; e non sono se non l ' espressione della già accaduta volizione . Un ' azione utile o buona è un ' azione voluta : dall ' esame obiettivo delle cose sarà sempre impossibile distillare una goccia sola di utilità o di bontà . Noi non vogliamo le cose , perché le conosciamo utili o buone ; ma le conosciamo utili e buone , perché le vogliamo . Anche qui la rapidità con la quale si seguono i fatti di coscienza è causa d ’ illusione . L ' azione pratica è preceduta da conoscenza , ma non da conoscenze pratiche , o meglio , del pratico : per aver queste , è necessario che si abbia prima l ' azione pratica . Tra i due momenti o gradi , teoretico e pratico , non s ' interpone dunque il terzo momento , affatto immaginario , dei giudizi pratici o di valore . D ' altra parte , e in generale , non esistono scienze normative , regolative o imperative , che scoprano e indichino valori all ' attività pratica ; anzi , non ne esistono per nessuna qualsiasi attività , presupponendo ogni scienza che sia già realizzata e svolta quell ' attività , che essa poi assume a oggetto . Stabilite queste distinzioni , dobbiamo condannare come erronea ogni teoria che aggreghi l ' attività estetica a quella pratica , o le leggi della seconda introduca nella prima . Che la scienza sia teoria e l ' arte sia pratica , è stato affermato molte volte . E quelli che così affermano e il fatto estetico considerano come fatto pratico , nol fanno a capriccio o perché brancolino nel . vuoto , ma perché hanno l ' occhio a qualcosa ch ’ è veramente pratico . Senonché il pratico a cui essi mirano non è l ' estetico né dentro l ' estetico , ma è fuori e accanto a esso ; e , quantunque frequentemente vi si trovi congiunto , non vi si congiunge necessariamente , ossia per identità di natura . Il fatto estetico si esaurisce tutto nell ' elaborazione espressiva delle impressioni . Quando abbiamo conquistato la parola interna , concepito netta e viva una figura o una statua , trovato un motivo musicale , l ' espressione è nata ed è completa : non ha bisogno d ' altro . Che noi poi apriamo e vogliamo aprir la bocca per parlare o la gola per cantare , e cioè diciamo a voce alta e a gola spiegata quanto abbiamo già sommessamente detto e cantato a noi stessi ; o stendiamo e vogliamo stender le mani a toccare i tasti del pianoforte o a prendere i pennelli e lo scalpello , eseguendo , per così dire , in grande quei movimenti che già abbiamo eseguito in piccolo e rapidamente , e traducendoli in una materia dove ne restino tracce più o meno durature ; è questo un fatto sopraggiunto , che obbedisce a tutt ' altre leggi che non il primo , e del quale , per ora , non dobbiamo tener conto ; benché fin da ora riconosciamo che esso è produzione di cose e fatto pratico o di volontà . Si suoi distinguere l ' opera d ' arte interna dall ' opera d ' arte esterna : la terminologia ci pare infelice , perché l ' opera d ' arte ( l ' opera estetica ) è sempre interna ; e quella che si chiama esterna non è più opera d ' arte . Altri distingue tra fatto estetico e fatto artistico , intendendo pel secondo lo stadio esterno e pratico , che può seguire ( come segue infatti di solito ) al primo . Ma si tratta , in tal caso , di semplice uso linguistico , lecito senza dubbio , sebbene forse non opportuno . Per le stesse ragioni è assurda la ricerca del fin e dell ' arte , quando s ’ intenda dell ' arte in quanto tale . E poiché porre un fine vale scegliere , una variante dello stesso errore è la pretesa che il contenuto dell ' arte debba essere scelto . Una scelta tra sensazioni o impressioni suppone che queste siano già espressioni : altrimenti , come scegliere nel continuo e nell ' indistinto ? Scegliere è volere : voler questo e non voler quello ; e questo e quello debbono stare innanzi , espressi . Il pratico segue e non precede il teoretico ; l ' espressione è libera ispirazione . L ' artista vero , infatti , si trova gravido del suo tema e non sa come ; sente avvicinarsi il parto , ma non può volerlo o non volerlo . Se egli volesse operare a controsenso della sua ispirazione , se volesse sceglierla arbitrariamente , se , nato Anacreonte , volesse cantare di Atride e di Alcide , la cetra l ' avvertirebbe dello sbaglio , risonando , nonostante i suoi sforzi in contrario , sol di Venere e d ' Amore . Perciò il tema o il contenuto non può essere colpito praticamente e moralmente da aggettivi di lode o di biasimo . Quando i critici d ' arte notano che un tema è male scelto , si tratta , nei casi in cui quell ' osservazione ha fondamento giusto , di un biasimo non veramente alla scelta del tema , ma al modo col quale l ' artista l ’ ha trattato , all ' espressione non riuscita per le contradizioni che contiene . E quando gli stessi critici innanzi a opere che giudicano sotto l ' aspetto artistico perfette protestano contro il tema o contenuto di esse come cosa indegna dell ' arte e biasimevole ; posto che quelle opere siano poi davvero perfette , non resta se non consigliare ai critici di lasciare in pace gli artisti , i quali s ' ispirano dì necessità a ciò che ha mosso il loro animo , e provvedere invece , se mai , a promuovere mutamenti nella natura circostante o nella società , perché quegli stati d ' animo e quelle impressioni non abbiano a prodursi di nuovo . Se le brutture spariranno dal Inondo , se si stabilirà la virtù e felicità universale , gli artisti , chi sa ? , non saranno più rappresentatori di sentimenti malvagi o pessimistici , ma calmi , innocenti e giulivi , arcadi di un ' Arcadia reale . Ma , fintanto che brutture e turpitudini sono in natura e s ' impongono all ' artista , non si può impedire che sorga anche l ' espressione correlativa ; e , quando è sorta , factum infectum fieri nequit . Si potrà provvedere a non lasciar divulgare questa o quella opera d ' arte , presso questa o quella persona , in questa o quella condizione ; ma tutto ciò non riguarda l ' arte e appartiene ad altro discorso , come si vedrà più oltre . A noi non spetta qui passare a rassegna i danni che la critica della “ scelta ” reca alla produzione artistica , coi pregiudizi che produce o mantiene negli artisti stessi , e coi contrasti , a cui dà luogo , tra spinte artistiche e imposizioni critiche . Vero è che talora sembra che essa faccia anche qualche bene , aiutando gli artisti a scoprire sé medesimi , ossia le proprie impressioni e la propria ispirazione , e ad acquistare coscienza dell ' ufficio che viene loro come affidato dal momento storico in cui vivono e dal loro individuale temperamento . In questi casi , pur credendo di generare , la critica della scelta non fa se non riconoscere e aiutare le espressioni già in via di formazione . S ' illude d ' essere madre , dove , tutto al più , è soltanto levatrice . L ' impossibilità della scelta del contenuto compie il teorema dell ’ indipendenza dell ' arte ; ed è anche il solo significato legittimo del motto : l ' arte per l ' arte . L ' arte è indipendente così dalla scienza come dall ' utile e dalla morale . Né si nutra timore che con ciò si riesca a giustificare l ' arte frivola o fredda , perché ciò che è davvero frivolo o freddo è tale solo in quanto non è stato innalzato a espressione ; o , in altri termini , la frivolezza e la freddezza nascono sempre dalla forma dell ' elaborazione estetica , dal mancato possesso di un contenuto e non dalle qualità materiali del contenuto stesso . Anche la vulgata sentenza : lo stile è l ' uomo , non si può esaminare e criticare in modo compiuto se non partendo dalla distinzione fra il teoretico e il pratico e dal carattere teoretico dell ' attività estetica . L ' uomo non è semplice conoscere e contemplare : l ' uomo è volontà , la quale comprende in sé il momento conoscitivo . Onde quella sentenza o è del tutto vuota , come nei casi in cui s ’ intende che lo stile sia l ' uomo in quanto stile , cioè l ' uomo , si , ma solo in quanto attività espressiva ; ovvero è erronea , sempreché da ciò che l ' uomo ha visto ed espresso si pretenda dedurre ciò che l ' uomo ha fatto o voluto , affermandosi , insomma , che tra un conoscere e un volere ci sia legame di logica conseguenza . Da codesta erronea identificazione sono sorte molte leggende nelle biografie degli artisti , sembrando impossibile che chi espresse sentimenti generosi non fosse poi , nella vita pratica , uomo nobile e generoso ; o che chi fece dare molte pugnalate nei suoi drammi non ne avesse somministrato almeno qualcuna egli stesso nella vita reale . E invano gli artisti protestano col “ lasciva est nobis pagina , vita proba ” . Ne ricavano , di giunta , la taccia di bugiardi o d ' ipocriti . Oh , ben più caute donnicciuole di Verona , che almeno appoggiavate la vostra credenza , che Dante fosse sceso realmente all ’ Inferno , sul suo viso affumicato ! La vostra , se non altro , era una congettura storica . E , finalmente , la sincerità imposta come obbligo all ' artista ( questa legge etica , si dice , ch ’ è insieme legge estetica ) riposa sopra un altro doppio senso . Giacché , o per sincerità s ' intende il dovere morale di non ingannare il prossimo ; e , in tal caso , è cosa estranea all ' artista . Il quale , infatti , non inganna nessuno , perché dà forma a ciò ch ’ è già nel suo animo , e ingannerebbe solo se tradisse il suo dovere d ' artista , venendo meno all ' intrinseca necessità del compito suo . Se nel suo animo è l ' inganno e la menzogna , la forma ch ' egli dà a quei fatti , appunto perché estetica , non può essere , essa , inganno o menzogna . L ' artista purifica perfino l ' altro sé stesso , ciarlatano , menzognero , malvagio , col rappresentarlo artisticamente . Ovvero per sincerità s ' intende la pienezza e verità dell ' espressione ; ed è chiaro che questo secondo senso non ha nessun rapporto col concetto etico . La legge , che si dice insieme etica ed estetica , si scopre , in questo caso , nient ' altro che un vocabolo usato insieme e dall ’ Etica e dall ’ Estetica . VII . ANALOGIA FRA IL TEORETICO E IL PRATICO . Il doppio grado , estetico e logico , dell ' attività teoretica ha un importante riscontro , finora non messo in luce come si doveva , nell ' attività pratica . Anche l ' attività pratica si partisce in un primo e secondo grado , questo implicante quello . Il primo grado pratico è l ' attività meramente utile o economica ; il secondo , l ' attività morale . L ’ Economia è come l ’ Estetica della vita pratica ; la Morale , come la Logica . Se ciò non è stato visto chiaramente dai filosofi , se al concetto dell ' attività economica non è stato assegnato il posto conveniente nel sistema dello spirito e lo si è lasciato errare , spesso incerto e poco elaborato , nei prologhi dei trattati di Economia politica , questo si deve , tra l ' altro , al fatto che l ' utile o economico è stato scambiato ora col concetto del tecnico , ora con quello dell ' egoistico . La tecnici t à non è , di certo , una speciale attività dello spirito . Tecnica è conoscenza ; o , per meglio dire , è la conoscenza stessa in genere che prende quel nome in quanto serve di base , come abbiamo visto , all ' azione pratica . Una conoscenza , che non è seguita , o si presume che non possa essere facilmente seguita da un ' azione pratica , si chiama “ pura ” : la stessa conoscenza , se è seguita effettivamente da quella , si chiama “ applicata ” : se si presume che possa esser facilmente seguita da una particolare azione , “ applicabile ” o « tecnica » . Questa parola indica , dunque , una situazione in cui una conoscenza si trova o può facilmente trovarsi , non già una forma speciale di conoscenza . Ciò è tanto vero che riuscirebbe affatto impossibile determinare se un certo ordine di conoscenze sia , intrinsecamente , puro o applicabile . Ogni conoscenza , per astratta e filosofica che si voglia dirla , può esser guida di atti pratici : un errore teoretico nei principi ultimi della morale può riflettersi , e si riflette sempre in qualche modo , nella vita pratica . Solo a un dipresso , e in sede non scientifica , è dato considerare alcune verità come “ pure ” e altre come “ applicabili ” . Le stesse conoscenze , quando si chiamano tecniche , possono chiamarsi anche u t i l i . Ma la parola “ utile ” , conformemente alla critica dei giudizi di valore fatta di sopra , è da ritenere qui come di uso linguistico o metaforico . Allorché si dice che l ' acqua è utile per spegnere il fuoco , si usa in modo non scientifico la parola “ utile ” . L ' acqua gettata sul fuoco è causa che questo si spenga : ecco la conoscenza , che serve di fondamento all ' azione , poniamo , dei pompieri . Tra l ' azione utile di chi spegne l ' incendio , e quella conoscenza , e ’ è legame non di natura , ma di semplice successione . La tecnica degli effetti dell ' acqua è l ' attività teoretica che precede ; utile è veramente solo l ' azione di chi spegne il fuoco . Alcuni economisti identificano l ' utilità , cioè l ' azione o volontà meramente economica , con ciò ch ’ è giovevole all ’ individuo in quanto individuo , senza , riguardo , anzi in piena opposizione alla legge morale : con l ' egoistico . L ' egoistico è l ’ immorale , e l ’ Economia sarebbe , in tal caso , una scienza assai bizzarra : sorgerebbe , non accanto ma di fronte all ’ Etica , come il diavolo di fronte a Dio , o , almeno , come l ' advocatus diaboli nei processi di santificazione . Un concetto siffatto è del tutto inammessibile : la scienza dell ’ immoralità è implicita in quella della moralità , come la scienza del falso è implicita nella Logica , scienza del vero , e una scienza dell ' espressione sbagliata , nell ’ Estetica , scienza dell ' espressione riuscita . Se , dunque , l ’ Economia fosse la trattazione scientifica dell ' egoismo , essa sarebbe un capitolo dell ’ Etica , anzi l ’ Etica stessa ; perché ogni determinazione di quel che è morale importa , insieme , una negazione del suo contrario . D ' altra parte , la coscienza ci dice che condursi economicamente non è condursi egoisticamente ; che anche l ' uomo moralmente più scrupoloso deve condursi utilmente ( economicamente ) , se non vuol operare a caso e , per conseguenza , in modo poco morale . Come , dunque , se utilità fosse egoismo , l ' altruista avrebbe il dovere di condursi da egoista ? La difficoltà si risolve , se non c ’ inganniamo , in modo perfettamente analogo a quello nel quale si risolve il problema delle relazioni tra l ' espressione e il concetto , tra Estetica e Logica . Volere economicamente è volere un fine ; volere moralmente è volere il fine razionale . Ma appunto chi vuole e opera moralmente non può non volere e operare utilmente ( economicamente ) . Come potrebbe volere il fine razionale , se non lo volesse insieme come fine suo particolare ? La reciproca non è vera ; come non è vero in scienza estetica che il fatto espressivo debba essere di necessità congiunto col fatto logico . Si può volere economicamente , senza volere moralmente ; ed è possibile condursi con perfetta coerenza economica seguendo un fine obbiettivamente irrazionale ( immorale ) , o , piuttosto , che tale sarà giudicato in un grado superiore della coscienza . Esempio di carattere economico disgiunto da quello morale è l ' uomo del Machiavelli , Cesare Borgia , o il Jago dello Shakespeare . Chi può non ammirare la forza della loro volontà , benché l ' attività loro sia soltanto economica e si esplichi in opposizione a ciò che noi giudichiamo morale ? Chi può non ammirare il ser Ciappelletto del Boccaccio , il quale , fin sul letto di morte , persegue e mette in atto il suo ideale di completo briccone , facendo esclamare ai piccioletti e timidi ladruncoli che assistono alla sua confessione canzonatoria : “ Che uomo è costui il quale né vecchiezza , né infermità , né paura di morte alla quale si vede vicino , né ancora di Dio , innanzi al giudizio del quale di qui a piccola ora si aspetta di dover essere , dalla sua malvagità lo hanno potuto rimuovere , né far che così egli non voglia morire come egli è vissuto ? ” . L ' uomo morale congiunge alla pertinacia e impavidità di un Cesare Borgia , di un Jago , o di un ser Ciappelletto , la buona volontà del santo o dell ' eroe . O , meglio , la buona volontà non sarebbe volontà e , per conseguenza , neanche buona , se , oltre il lato che la rende buona , non avesse quello che la fa volontà . Così un pensiero logico che non riesca a esprimersi non è pensiero , ma , tutt ' al più , presentimento confuso di un pensiero di là da venire . Non è esatto , dunque , concepire l ' uomo amorale come insieme antieconomico , o far della morale un elemento di coerenza negli atti della vita e perciò di economicità . Niente ci vieta di supporre ( ipotesi che si verifica almeno in certi periodi e momenti , se non per vite intere ; e in senso eminente se non in senso totale e assoluto ) un uomo affatto privo di coscienza morale . In un uomo così conformato , quella che per noi è immoralità , per lui non è tale , perché non sentita come tale . E non può nascere in lui la coscienza della contradizione tra ciò che si vuole come fine razionale e ciò cui si corre dietro egoisticamente : contradizione , ch ’ è antieconomicità . Il procedere immorale diventa insieme antieconomico solo nell ' uomo fornito di coscienza morale . Infatti , il rimorso morale , che è l ' indice di questa , è , insieme , rimorso economico : dolore , cioè , di non aver saputo volere completamente e raggiungere quell ' ideale morale che si era voluto in un primo momento , innanzi di lasciarsi sviare dalle passioni . “ Video meliora proboque , deteriora sequor ” . Il video e il probo sono qui un volo iniziale e tosto contradetto e soverchiato . In luogo del rimorso morale si deve ammettere nell ' uomo privo di senso morale , un rimorso meramente economico : come sarebbe quello di un ladro o di un assassino , il quale , già sul punto dI rubare o assassinare , se ne astenga , non per una conversione del suo essere , ma per impressionabilità e smarrimento , o anche per momentaneo risveglio di coscienza morale . Tornato in sé , quel ladro o quell ' assassino avrà vergogna e rimorso della sua incoerenza : rimorso non di aver fatto il male , ma di non averlo fatto ; rimorso , dunque , economico e non morale , essendo quest ' ultimo escluso per ipotesi . Che poi , ordinariamente , per esser viva la coscienza morale nel comune degli uomini e l ' assenza totale di essa una rara e forse inesistente mostruosità , la moralità coincida con l ' economicità nella pratica della vita , può ben concedersi . E non si tema che l ' analogia da noi affermata introduca da capo in etica la categoria del moralmente indifferente , di ciò ch ’ è bensì azione o volizione , ma non è né morale né immorale : quella categoria , insomma , del lecito e del permissivo , ch ’ è stata sempre causa o specchio di corruttela etica , come si vide nella morale gesuitica , dove essa dominava . Resta ben saldo che azioni moralmente indifferenti non esistono , perché l ' attività morale pervade e deve pervadere ogni più piccolo movimento volitivo dell ' uomo . Ma ciò , anziché scuotere il parallelo istituito , lo conferma . Vi sono forse intuizioni che l ' intelletto e la scienza non pervadano e analizzino , sciogliendole in concetti universali o mutandole in affermazioni storiche ? Abbiamo già visto che la vera scienza , la filosofia , non conosce limiti estrinseci innanzi ai quali debba arrestarsi , come invece accade alle cosiddette scienze naturali . Scienza e morale dominano interamente l ' una le rappresentazioni estetiche , l ' altra le volizioni economiche dell ' uomo ; benché poi l ' una e l ' altra non possano in concreto apparir mai se non in forma estetica l ' una , economica l ' altra . Questa identità e differenza insieme dell ' utile e del morale , dell ' economico e dell ' etico , spiega la fortuna che ha avuto , e ha ancora , la teoria utilitaria dell ’ Etica . Infatti , è facile ritrovare e porre in mostra in qualsiasi azione morale un lato utilitario ; com ’ è facile mostrare in ogni proposizione logica un lato estetico . La critica dell ' utilitarismo etico non può muovere dal negare questa verità , affannandosi a cercare esempi inesistenti e assurdi di azioni morali inutili ; ma deve anzi ammettere il lato utilitario e spiegarlo come la forma concreta della moralità , la quale consiste in ciò ch ’ è d entro questa forma : un di dentro , che gli utilitaristi non scorgono . Non è questo il luogo dove si possano svolgere con la debita ampiezza tali idee ; ma l ’ Etica e l ’ Economica ( come abbiamo detto della Logica e dell ’ Estetica ) non potranno non avvantaggiarsi entrambe di una più esatta determinazione dei rapporti che intercedono tra loro . Al concetto attivistico dell ' utile si va ora lentamente sollevando la scienza economica col tentar di superare la fase matematicistica , nella quale ancora si trova impigliata : fase ch ’ è stata progressiva , a sua volta , per superare lo storicismo , ossia la confusione del teorico con lo storico , e per distruggere una serie di distinzioni arbitrarie e di false teorie economiche . Con quel concetto sarà agevole , da una parte , accogliere e inverare le teorie semifilosofiche della cosiddetta Economia pura , e , dall ' altra , introducendo successive complicazioni e aggiunte , e facendo passaggio dal metodo filosofico all ' empirico o naturalistico , discendere alle teorie particolari del ] ’ Economia politica o nazionale delle scuole . Come l ' intuizione estetica conosce il fenomeno o la natura , e il concetto filosofico , il noumeno o lo spirito , così l ' attività economica vuole il fenomeno o la natura , e quella morale il noumeno o lo spirito . Lo spirito che vuole sé stesso , il vero sé stesso , l ' universale ch ’ è nello spirito empirico e finito : ecco la formola , che forse meno impropriamente definisce il concetto della moralità . Questa volizione del vero sé stesso è l ' assoluta l i b e r t à . VIII . ESCLUSIONE DI ALTRE FORME SPIRITUALI . In questo schizzo sommario che abbiamo dato dell ' intera Filosofia dello spirito nei suoi momenti fondamentali , lo spirito è concepito , dunque , come percorrente quattro momenti o gradi , disposti in modo che l ' attività teoretica stia alla pratica come il primo grado teoretico sta al secondo teoretico e il primo pratico al secondo pratico . I quattro momenti s ' implicano regressivamente per la loro concretezza : il concetto non può stare senza l ' espressione , l ' utile senza l ' una e l ' altro , e la moralità senza i tre gradi che precedono . Se soltanto il fatto estetico è , in certo senso , indipendente , e gli altri sono più o meno dipendenti , il meno spetta al pensiero logico e il più alla volontà morale . L ' intenzione morale opera su date basi teoretiche , dalle quali non può prescindere , salvo che non si voglia ammettere quell ' assurdo pratico , ch ' è la gesuitica direzione d ’ intenzione , in cui si finge a sé stesso di non sapere ciò che si sa troppo bene . Se l ' attività umana assume quattro forme , quattro sono anche le forme del genio o della genialità . Veramente , geni dell ' arte , della scienza , della volontà morale o eroi , sono stati sempre riconosciuti . Ma il genio della pura economicità ha suscitato ripugnanza ; e non senza qualche ragione si è foggiata una categoria di cattivi geni o i geni del male . Il genio pratico , meramente economico , che non si dirige a un fine razionale , non può non destare un ' ammirazione mista di spavento . Disputare poi se la parola « genio » si debba dare solo ai creatori di espressioni estetiche , o anche ai ricercatori della scienza e agli uomini dell ' azione , sarebbe far questione di parole . E osservare , d ' altra parte , che il “ genio ” , di qualunque specie sia , è sempre un concetto quantitativo e una distinzione empirica , sarebbe ripetere ciò che si è già spiegato a proposito della genialità artistica . Una quinta forma di attività dello spirito non esiste . Sarebbe agevole andare mostrando come tutte le altre forme o non abbiano carattere di attività o siano varianti verbali delle attività già esaminate o fatti complessi e derivati , nei quali le varie attività si mescolano e si riempiono di contenuti particolari e contingenti . Per esempio , il fatto giuridico , considerato in quel che si suole chiamare diritto oggettivo , deriva dalla attività economica e dalla logica insieme : il diritto è una regola , una formola ( orale o scritta , qui importa poco ) , in cui è fissato un rapporto economico voluto da un individuo o da una collettività e che per questo lato economico si unisce e si distingue insieme dall ' attività morale . Un altro esempio : la sociologia viene talvolta concepita ( ed è uno dei tanti significati che prende ai tempi nostri questa parola ) come lo studio di un elemento originario , che si dice socialità . Ma che cosa distingue la socialità , ossia i rapporti che si sviluppano in un ' accolta di uomini e non già in una di esseri subumani , se non appunto le varie attività spirituali che sono nei primi e che si suppone non siano , o siano solo in grado rudimentale , nei secondi ? La socialità , dunque , nonché concetto originario , semplice , irriducibile , è concetto molto complesso e complicato . Prova ne sia l ' impossibilità , generalmente riconosciuta , di enunciare una sola legge propriamente sociologica . Quelle che impropriamente si chiamano con tal nome , si svelano o empiriche osservazioni storiche o leggi spirituali ( ossia giudizi nei quali si traducono i concetti delle attività spirituali ) ; quando non si disperdano addirittura in vaghe e vuote generalità , come la cosiddetta legge dell ' evoluzione . E talvolta per “ socialità ” non s ' intende altro che “ regola sociale ” , e quindi “ Diritto ” ; nella quale accezione la sociologia si confonde con la scienza e teoria del diritto . Diritto , socialità e simili concetti sono , insomma , da trattare in modo analogo a quello onde abbiamo considerato e risoluto la storicità e la tecnica . Può parere che altro giudizio convenga fare dell ' attività religiosa . Ma la religione è , in verità , conoscenza , e non si distingue dalle altre forme e sottoforme di questa , perché , a volta a volta , è espressione di aspirazioni e d ' ideali pratici ( ideali religiosi ) o racconto storico ( leggenda ) o scienza per concetti ( dommatica ) . Perciò può alla pari sostenersi , e che la religione venga distrutta dal progresso della conoscenza umana , e che essa persista sempre in questa . Religione era tutto il patrimonio di conoscenze dei popoli primitivi : il nostro patrimonio di conoscenze è la nostra religione . Il contenuto si è mutato , migliorato , affinato , e muterà e migliorerà e si affinerà ancora in futuro ; ma la forma è sempre la medesima . Coloro che accanto alla attività teoretica del ] ' uomo , alla sua arte , alla sua critica , alla sua filosofia , vogliono serbare una religione , non sappiamo poi a quale uso se ne varrebbero . È impossibile conservare una conoscenza imperfetta e inferiore , quale è la religiosa , accanto a ciò che l ’ ha superata e inverata . Il cattolicismo , sempre coerente , non tollera una scienza , una storia , un ' etica in contradizione con le sue concezioni e dottrine ; meno coerenti , i razionalisti si dispongono a fare un po ’ di largo nelle loro anime a una religione , ch ’ è in contradizione con tutto il loro mondo teoretico . Queste smancerie e tenerezze religiose dei razionalisti ai nostri tempi derivano , in ultima analisi , dal culto superstizioso , che si è prodigato alle scienze naturali . Le quali , come sappiamo , e come oramai esse medesime confessano per bocca dei loro maggiori cultori , sono tutte circondate da limiti . Identificata a torto la Scienza con le cosiddette scienze naturali , era da prevedere che si sarebbe dovuto chiedere il complemento alla religione : quel complemento di cui lo spirito dell ' uomo non può far di meno . Al materialismo , al positivismo , al naturalismo noi siamo , dunque , debitori di questa malsana , e spesso non ingenua , rifioritura di esaltazione religiosa , che è roba da ospedale quando non è roba da politici . La filosofia toglie ogni ragion d ' essere alla religione , perché le si sostituisce . Quale scienza dello spirito , essa guarda alla religione come a un fenomeno , a un fatto storico e transitorio , a uno stato psichico superabile . E se divide il regno della conoscenza con le discipline naturali , con la storia e con l ' arte , lasciando alle prime il contare e misurare e classificare , alla seconda il rappresentare l ' individuale accaduto e alla terza quello possibile ; non ha nulla da spartire con la religione . Per la stessa ragione , in quanto scienza dello spirito , la filosofia non può essere filosofia del dato intuitivo ; epperò , come si è veduto , né filosofia della storia né filosofia della natura , non potendosi concepire scienza filosofica di ciò che non è forma e universale , ma materia e particolare . Il che torna ad affermare l ' impossibilità della Metafisica . Alla filosofia della storia è succeduta la metodologia o logica della storia ; a quella della natura , una gnoseologia dei concetti che si adoperano nelle scienze naturali . Quel che la filosofia può studiare della storia è il modo come essa si costruisce ( intuizione , percezione , documento , probabilità , ecc . ) ; quel che può studiare delle scienze naturali sono le forme di concetti che le costituiscono ( spazio , tempo , moto , numero , tipi , classi , ecc . ) . La filosofia , che si atteggia come metafisica nel senso sopraindicato , pretenderebbe , invece , muovere concorrenza alla storia e alle scienze naturali , le sole legittime e capaci nel loro campo ; e concorrenza che non potrebbe non riuscire , nel fatto , cosa da guastamestieri . In questo significato noi ci dichiariamo antimetafisici , pur dichiarandoci ultrametafisici , allorché si voglia con quella parola rivendicare e affermare l ' ufficio della filosofia come autocoscienza dello spirito , distinto dall ' ufficio meramente empirico e classificatorio delle scienze naturali . La Metafisica , per sostenersi accanto alle scienze dello spirito , ha dovuto postulare una specifica attività dello spirito della quale essa sarebbe l ' opera perpetua . Chiamata , nell ' antichità , fantasia mentale o superiore , e nei tempi moderni , più spesso , intelletto intuitivo o intuizione intellettuale , quest ' attività riunirebbe in forma tutta propria il carattere della fantasia e quello dell ’ intelletto ; darebbe il modo di passare per deduzione o per dialettica dall ’ infinito al finito , dalla forma alla materia , dal concetto all ' intuizione , dalla scienza alla storia , operando con un metodo che compenetrerebbe universale e particolare , astratto e concreto , intuizione e intelletto . Facoltà veramente mirabile e che non sappiamo se poi sarebbe gran vantaggio o gran danno possedere ; ma di cui chi , come noi , non la possiede , non ha modo di assodare l ' esistenza . L ’ intuizione intellettuale è stata talvolta considerata come la vera attività estetica ; tal ' altra le è stata collocata accanto , o sotto , o sopra , una facoltà estetica non meno mirabile , affatto diversa dalla semplice intuizione , e della quale si sono celebrate le glorie , attribuendole la produzione dell ' arte , o almeno alcuni gruppi , arbitrariamente messi insieme , di produzione artistica . Arte , religione e filosofia sono sembrate a volte una sola , a volte tre distinte facoltà dello spirito , restando ora questa ora quella di esse superiore nella dignità assegnata a ciascuna . È impossibile enumerare tutti i vari atteggiamenti , che ha assunto e che può assumere questa concezione , che diremo mistica , dell ’ Estetica . Con essa siamo nei domini , non più della scienza della fantasia , ma della fantasia stessa , che crea il suo mondo con gli elementi mutevoli delle impressioni e del sentimento . Basti accennare che quella facoltà misteriosa è stata concepita ora come pratica , ora come media fra la teoretica e la pratica , talvolta ancora come forma teoretica concorrente con la religione e con la filosofia . Da quest ' ultima concezione è stata talvolta dedotta l ' immortalità dell ' arte , come appartenente insieme con le due sorelle alla sfera dello spirito assoluto . Tal ' altra , invece , considerando che la religione è mortale e si dissolve nella filosofia , è stata annunziata la mortalità , anzi la morte già accaduta , o almeno l ' agonia , dell ' arte . Questione che per noi non ha significato ; giacché , posto che la forma dell ' arte è un grado necessario dello spirito , domandare se l ' arte sia eliminabile sarebbe né più né meno come domandare se sia eliminabile la sensazione o l ' intelligenza . Ma la Metafisica nel senso predetto , trasportandoci in un mondo arbitrario , è incriticabile nei suoi particolari , come non si critica la botanica del giardino di Alcina o la cinetica del viaggio di Astolfo . La critica si fa soltanto , ricusando di entrare nel gioco ; rigettando , cioè , la possibilità stessa della Metafisica , sempre nel significato sopradetto . Non , dunque , intuizione intellettuale nella filosofia , né il surrogato o l ' analogo di essa nell ' arte , l ' intuizione intellettuale estetica . Oltre i quattro gradi dello spirito che la coscienza ci rivela , non esiste ( sia lecito insistere ) un quinto grado , una quinta e suprema facoltà teoretica o teoretico - pratica , fantastico - intellettuale o intellettuale - fantastica , o come altro si tenti di concepirla . IX . INDIVISIBILITÀ DELL ' ESPRESSIONE IN MODI O GRADI E CRITICA DELLA RETTORICA . Si sogliono dare lunghi cataloghi dei caratteri dell ' arte ; ma a noi , giunti a questo punto della trattazione , dopo avere considerato l ' arte come attività spirituale , come attività teoretica e come speciale attività teoretica ( intuitiva ) , è dato agevolmente scorgere che quelle numerose e svariate determinazioni di caratteri , tutte le volte che accennano a qualcosa di reale , non fanno altro che ripresentare ciò che abbiamo già conosciuto come genere , specie e individualità della forma estetica . Alla determinazione generica si riducono , come si è osservato , i caratteri , o , meglio , le varianti verbali dell ' unità , dell ' unità nella varietà , della semplicità , dell ' originalità , e via dicendo ; alla specifica , la verità , la schiettezza , e simili ; alla individuale , la vita , la vivacità , l ' animazione , la concretezza , l ’ individualità , la caratteristicità . Le parole possono cangiare ancora , ma non apporteranno scientificamente nulla di nuovo . L ' analisi dell ' espressione in quanto tale è esaurita coi caratteri esposti di sopra . Si potrebbe invece domandare a questo punto se vi siano modi o gradi dell ' espressione ; se , distinti nell ' attività dello spirito due gradi , ciascuno dei quali suddiviso in altri due , uno di questi , l ' intuitivo - espressivo , non si suddivida a sua volta in due o più modi intuitivi , in un primo , secondo o terzo grado di espressione . Ma questa ulteriore divisione è impossibile ; una classificazione delle intuizioni - espressioni è bensì lecita , ma non è filosofica ; i singoli fatti espressivi sono altrettanti individui , l ' uno non ragguagliabile con l ' altro se non nella comune qualità di espressione . Per adoperare il linguaggio delle scuole , l ' espressione è una specie , che non può fungere a sua volta da genere . Variano le impressioni ossia i contenuti ; ogni contenuto è diverso da ogni altro , perché niente si ripete nella vita ; e al variare continuo dei contenuti corrisponde la varietà irriducibile delle forme espressive , sintesi estetiche delle impressioni . Corollario di ciò è l ' impossibilità delle traduzioni , in quanto abbiano la pretesa di compiere il travasamento di un ' espressione in un ' altra , come di un liquido da un vaso in un altro di diversa forma . Si può elaborare logicamente ciò che prima era stato elaborato in forma estetica , ma non ridurre ciò che ha avuto già la sua forma estetica ad altra forma anche estetica . Ogni traduzione , infatti , o sminuisce e guasta , ovvero crea una nuova espressione , rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore . Nel primo caso l ' espressione resta sempre una , quella dell ' originale , essendo l ' altra più o meno deficiente , cioè non propriamente espressione : nell ' altro , saranno , sì , due , ma di due contenuti diversi . “ Brutte fedeli o belle infedeli ” ; questo detto proverbiale coglie bene il dilemma , che ogni traduttore si trova innanzi . Le traduzioni inestetiche , come quelle letterali o parafrastiche , sono poi da considerare semplici comenti degli originali . L ' indebita divisione delle espressioni in vari gradi è nota in letteratura col nome di dottrina dell ' ornato o delle categorie rettoriche . Ma anche negli altri gruppi di arte simili tentativi di distinzione non mancano : basta ricordare le forme realistica e simbolica , di cui così di frequente si parla in pittura e scultura . E realistico e simbolico , oggettivo e soggettivo , classico e romantico , semplice e ornato , proprio e metaforico , e le quattordici forme delle metafore , e le figure di parola e di sentenza , e il pleonasmo , e l ' ellissi , e l ' inversione , la ripetizione e i sinonimi e gli omonimi , queste e tutte le altre determinazioni di modi e gradi dell ' espressione scoprono la loro nullità filosofica quando cercano di svolgersi in definizioni precise , perché allora o annaspano nel vuoto o cadono nell ' assurdo . Esempio tipico , la comunissima definizione della metafora , come di un ' altra parola messa in luogo della parola propria . E perché darsi quest ' incomodo , perché sostituire alla parola propria la impropria e prendere la via più lunga e peggiore , quando è nota la più corta e migliore ? Forse perché , come si suo ] dire volgarmente , la parola propria , in certi casi , non è tanto espressiva quanto la pretesa parola impropria o metafora ? Ma , se così è , la metafora è appunto , in quel caso , la parola « propria » ; e quella che si suol chiamare “ propria ” , se fosse adoperata in quel caso , sarebbe poco espressiva e perciò improprissima . Simili osservazioni di elementare buon senso si possono ripetere a proposito delle altre categorie e di quella stessa , generale , dell ' ornato , e qui , per es . , domandare come un ornamento si congiunga con l ' espressione . Esternamente ? e rimane sempre diviso dall ' espressione . Internamente ? e in questo secondo caso o non serve all ' espressione e la guasta , o ne fa parte , e non è ornamento ma elemento costitutivo dell ' espressione , indivisibile e indistinguibile nell ' unità di essa . Quanto male abbiano prodotto le distinzioni rettoriche non occorre dire : contro la rettorica si è già abbastanza declamato , quantunque , pure ribellandosi contro le conseguenze , se ne conservino in pari tempo preziosamente ( forse per dare saggio di filosofica coerenza ) i principi . In letteratura le categorie rettoriche hanno contribuito , se non a far prevalere , almeno a giustificare teoricamente quel particolare modo di scriver male , ch ' è lo scriver bene o secondo rettorica . I vocaboli , che abbiamo menzionati , non uscirebbero dalle scuole , nelle quali ciascuno di noi li ha appresi ( salvo poi a non trovare il modo di valersene nelle discussioni strettamente estetiche , o a ricordarli solo scherzosamente e con una tinta comica ) , se talvolta non fossero adoperati in uno dei seguenti tre significati : l ° come varianti verbali del concetto estetico ; 2° come indicazioni dell ' antiestetico ; o infine ( ch ’ è l ' uso più importante ) 3° in servigio non più dell ' arte e dell ' estetica , ma della scienza e della logica . l ) Le espressioni , considerate direttamente o positivamente , non si dividono in classi ; ma vi sono , per altro , espressioni riuscite e altre restate a mezzo o sbagliate , le perfette e le imperfette , le valide e le deficienti . I vocaboli ricordati , e gli altri della stessa sorta , possono dunque indicare , talvolta , l ' espressione riuscita e le varie conformazioni di quelle sbagliate ; benché sogliono fare ciò nel modo più incostante e capriccioso , tanto che il medesimo vocabolo serve ora a designare il perfetto , ora a condannare l ’ imperfetto . Per esempio , ci sarà chi , innanzi a due quadri , l ' uno privo d ’ ispirazione , nel quale l ' autore ha inintelligentemente copiato oggetti naturali , e l ' altro , bene ispirato ma che non trova riscontro ovvio in oggetti esistenti , chiamerà il primo realistico e il secondo simbolico . Per contrario , altri innanzi a un quadro fortemente sentito , raffigurante una scena della vita ordinaria , pronunzierà la parola realistico , e innanzi a un altro quadro che freddamente allegorizzi , quella di simbolico . C evidente che nel primo caso “ simbolico ” significa artistico , e “ realistico ” antiartistico ; laddove , nel secondo caso , “ realistico ” è sinonimo di artistico e “ simbolico ” di antiartistico . Quale meraviglia se alcuni sostengano poi calorosamente che la vera forma artistica è la simbolica , e che la realistica è antiartistica ; e altri che artistica è la realistica , e antiartistica la simbolica ? e come non dare ragione e agli uni e agli altri , una volta che ciascuno adopera quelle parole in significati tanto diversi ? Le grandi dispute intorno al classicismo e al romanticismo si aggiravano di frequente sopra equivoci di questo genere . Il primo veniva inteso talora come l ' artisticamente perfetto , il secondo come il disarmonico e imperfetto ; ma , altra volta , “ classico ” valeva freddo e artificioso , e “ romantico ” , schietto , caloroso , efficace , veramente espressivo . Così si poteva sempre con ragione parteggiare per il classico contro il romantico o per il romantico contro il classico . Accade il medesimo per la parola stile . Talora si asserisce che ogni scrittore deve avere stile ; e , in questo caso , stile è sinonimo di forma o espressione . Tal ' altra si qualifica priva di stile la forma di un codice di leggi o di un libro di matematica ; e qui si ricade nell ' errore di porre due modi diversi di espressioni , e un ' espressione ornata e un ' altra nuda , perché , se stile è forma , si deve ammettere , parlando con rigore , che codice e trattato di matematica abbiano anch ' essi il loro stile . Altra volta ancora si ode dai critici biasimare chi “ mette troppo stile ” , chi “ fa dello stile ” ; e qui è chiaro che stile significa , non la forma né un modo di questa , ma l ' espressione impropria e pretensiosa , una specie di antiartistico . 2 ) Il secondo uso non del tutto vuoto di queste distinzioni e vocaboli s ' incontra allorché , per esempio , nell ' esame di una composizione letteraria , si ode notare : In questo punto è un pleonasmo , in quest ' altro un ' ellissi , in quest ' altro una metafora , in quest ' altro ancora un sinonimo o un equivoco . E s ' intende dire : Qui è un errore consistente nell ' aver messo un numero di parole maggiore del necessario ( pleonasmo ) ; qui invece , l ' errore nasce dall ' averne messe troppo poche ( ellissi ) ; qui , da una parola impropria ( metafora ) ; qui , da due parole , che sembrano dire cose diverse , laddove dicono lo stesso ( sinonimo ) ; qui , per contrario , da un ' unica parola che sembra dire lo stesso , laddove dice due cose diverse ( equivoco ) . Per altro , siffatto uso peggiorativo e patologico dei vocaboli della rettorica è più raro del precedente . 3 ) Finalmente , quando la terminologia rettorica non ha nessun significato estetico , simile o analogo a quelli passati in rassegna , e pur si avverte che non è vuota e che accenna a qualcosa che merita di essere tenuto in conto , vuol dire che è adoperata a servigio della logica e della scienza . Posto che un concetto nell ' uso scientifico di uno scrittore sia designato con un determinato vocabolo , è naturale che altri vocaboli che quello scrittore trova adoperati , o incidentalmente adopera egli stesso per significare il medesimo concetto , diventino , rispetto al vocabolo da lui fissato come esatto , metafora , sineddoche , sinonimo , forma ellittica e simili . Anche noi , nel corso di questa trattazione , ci siamo valsi più volte ( e intendiamo valerci ancora ) di cotesto modo di dire per chiarire il senso delle parole che veniamo adoperando o che troviamo adoperate . Ma questo procedimento , che ritiene il suo valore nelle disquisizioni critiche della scienza e della filosofia , non ne possiede alcuno nella critica letteraria e d ' arte . Per la scienza , vi sono parole proprie e metafore : uno stesso concetto si può formare psicologicamente tra varie circostanze e perciò esprimere con varia intuizione ; e nel costituirsi della terminologia scientifica di uno scrittore , fissato uno di questi modi come il retto , gli altri appaiono tutti impropri o tropici . Ma nel fatto estetico non si hanno se non parole proprie ; e una stessa intuizione non si può esprimere se non in un sol modo , appunto perché è intuizione e non concetto . Alcuni , concedendo l ' insussistenza estetica delle categorie rettoriche , soggiungono una riserva circa l ' utilità di esse e i servigi che renderebbero , specie nelle scuole di letteratura . Confessiamo di non intendere come l ' errore e la confusione possano educare la mente alla distinzione logica o servire all ' apprendimento di quei principi di scienza che da essi vengono turbati e oscurati . Ma forse si vorrà dire che quelle distinzioni , in quanto classi empiriche , possono agevolare l ' apprendimento e giovare alla memoria , in modo conforme a quanto si è ammesso di sopra circa i generi letterari e artistici : su di che , nessuna obiezione . Per un altro fine le categorie rettoriche debbono , di certo , seguitare a comparire nelle scuole : per esservi criticate . Non è lecito dimenticare senz ' altro gli errori del passato ; né le verità si riesce a tenere in vita in altro modo che col farle battagliare contro gli errori . Se non si dà notizia delle categorie rettoriche accompagnandola con la critica relativa , c ’ è rischio che rinascano ; e si può dire che già vadano rinascendo presso alcuni filologi come freschissime scoperte psicologiche . Parrebbe che , a questo modo , si volesse negare ogni legame di somiglianza delle espressioni o delle opere d ' arte tra loro . Le somiglianze esistono , e in forza di esse le opere d ' arte possono essere disposte in questo o quel gruppo . Ma sono somiglianze quali si avvertono tra gl ' individui , e che non è dato mai fissare con determinazioni concettuali : somiglianze , cioè , alle quali mal si applicano l ' identificazione , la subordinazione , la coordinazione e le altre relazioni dei concetti , e che consistono semplicemente in ciò che si chiama aria di famiglia , derivante dalle condizioni storiche tra cui nascono le varie opere , o dalle parentele d ' anima degli artisti . E in siffatte somiglianze si fonda la possibilità relativa delle traduzioni ; non in quanto riproduzioni ( che sarebbe vano tentare ) delle medesime espressioni originali , ma in quanto produzioni di espressioni somiglianti e più o meno prossime a quelle . La traduzione , che si dice buona , è un ' approssimazione , che ha valore originale d ' opera d ' arte e può stare da sé . X . I SENTIMENTI ESTETICI E LA DISTINZIONE DEL BELLO E DEL BRUTTO . Passando a studiare concetti più complessi , nei quali l ' attività estetica deve essere considerata nella sua congiunzione con altri ordini di attività , e a indicare il modo dell ' unione o complicazione , ci viene innanzi , in primo luogo , il concetto di sentimento , e di quei sentimenti che si dicono estetici . La parola “ sentimento ” è una delle più riccamente polisense della terminologia filosofica ; e già abbiamo avuto occasione d ' incontrarla una volta tra quelle che si adoperano a designare lo spirito nella sua passività , la materia o contenuto dell ' arte , e perciò quale sinonimo d ' impressioni ; e un ' altra volta ( e il significato era allora affatto diverso ) , a designare il carattere alogico e astorico del fatto estetico , cioè l ' intuizione pura , forma di verità che non definisce nessun concetto né afferma nessuna realtà . Ma qui essa non ci riguarda in nessuno di cotesti due significati , né negli altri che pure le sono stati conferiti per designare altre forme conoscitive dello spirito , si bene in quello soltanto onde il sentimento è inteso come una speciale attività , di natura non conoscitiva , avente i suoi poli , positivo e negativo , nel piacere e nel dolore . Attività , cotesta , che ha messo sempre in grandi impacci i filosofi i quali si sono provati perciò o a negarla in quanto attività o ad attribuirla alla natura , escludendola dallo spirito . Ma entrambe queste soluzioni sono irte di difficoltà , e tali che a chi le esamini con cura si dimostrano alla fine inaccettabili . Perché che cosa potrebbe mai essere un ' attività non spirituale , un ' attività della natura , quando noi non abbiamo altra conoscenza dell ' attività se non come spiritualità , e della spiritualità se non come attività , e natura è in questo caso , per definizione , il meramente passivo , inerte , meccanico , materiale ? D ' altra parte , la negazione del carattere di attività al sentimento viene energicamente smentita proprio da quei poli del piacere e del dolore , che appaiono in esso e mostrano l ' attività nella sua concretezza e , diremmo , nel suo fremito . Questa conclusione critica dovrebbe mettere nel maggiore imbarazzo proprio noi , che , nello schizzo dato di sopra del sistema dello spirito , non avremmo lasciato alcun posto per la nuova attività , di cui saremmo ora costretti a riconoscere l ' esistenza . Senonché l ' attività del sentimento , se è attività , non è per altro nuova ; e già ha avuto il posto che le toccava nel sistema da noi abbozzato , sebbene con altro nome , è cioè come attività economica . L ' attività , che si dice del sentimento , non è altra che quella più elementare e fondamentale attività pratica , che abbiamo distinta dalla forma etica e fatta consistere nell ' appetizione e volizione di un fine qualsiasi individuale , scevra di ogni determinazione morale . Se il sentimento è stato alle volte considerato come attività organica o naturale , ciò è accaduto appunto perché esso non coincide né con l ' attività logica né con quella estetica né con quella etica ; e , guardato dal punto di vista di quelle tre ( che erano le sole che si ammettessero ) , appariva fuori dello spirito vero e proprio , dello spirito nella sua aristocrazia , e quasi determinazione della natura o della psiche in quanto natura . E risulta anche da ciò la verità di un ' altra tesi , più volte sostenuta , che l ' attività estetica , al pari di quelle etica e intellettuale , non sia sentimento : tesi inoppugnabile , posto che il sentimento sia stato già , implicitamente e inconsapevolmente , inteso come volizione economica . La concezione , che in questo caso vien rifiutata , è nota col nome di edonismo , consistente nel ridurre tutte le varie forme dello spirito a una sola , che perde così anche il suo proprio carattere distintivo e diventa alcunché di torbido , misterioso , somigliante veramente alle “ tenebre in cui tutte le vacche sono nere ” . Compiuta questa riduzione e mutilazione , gli edonisti , com ’ è naturale , non riescono a vedere altro , in qualsiasi attività , se non piacere e dolore ; e tra il piacere dell ' arte e quello della facile digestione , tra il piacere di una buona azione e quello del respirare l ' aria fresca a pieni polmoni , non trovano nessuna differenza sostanziale . Ma se l ' attività del sentimento , nel significato ora definito , non deve essere sostituita a tutte le altre forme dell ' attività spirituale , non è detto che non possa accompagnarle . Le accompagna , anzi , di necessità , perché esse sono tutte in relazione stretta e tra loro e con l ' elementare forma volitiva ; onde ciascuna di esse ha concomitanti le volizioni individuali e i piaceri e dolori volitivi , che si dicono del sentimento . Soltanto non bisogna confondere ciò che è concomitante e ciò che è principale o dominante , e disconoscere questo per quello . La scoperta di una verità o l ' adempimento di un dovere morale produce in noi una gioia , che fa vibrare tutto il nostro essere , il quale , col raggiungere il risultato di quelle forme d ' attività spirituale , raggiunge insieme ciò a cui praticamente in quel moto tendeva come a suo fine . Tuttavia , la soddisfazione economica o edonistica , la soddisfazione etica , la soddisfazione estetica , la soddisfazione intellettuale restano sempre , pur in quella loro unione , tra loro distinte . Per tal modo si chiarisce nel tempo stesso la questione più volte proposta ( e che è sembrata non a torto di vita o di morte per la scienza estetica ) : se il sentimento e il piacere preceda o segua , sia causa o effetto del fatto estetico . Questione che bisogna ampliare in quella del rapporto tra le varie forme spirituali , e risolvere nel senso che non possa parlarsi di causa cd effetto , e di un prima e un poi cronologici , nell ' unità dello spirito . E cadono , stabilita l ' esposta relazione , le indagini che si sogliono istituire sul carattere dei sentimenti estetici , morali , intellettuali , o anche ( come si è detto talvolta ) economici . In quest ' ultimo caso , è chiaro che si tratta addirittura non di due termini ma di uno ; e la ricerca sul sentimento economico non può essere se non quella stessa riguardante l ' attività economica . Ma anche negli altri casi la ricerca non può volgere mai sul sostantivo , sì bene sull ' aggettivo : l ' esteticità , la moralità , la logicità spiegheranno il vario colorarsi dei sentimenti in estetici , morali e intellettuali , laddove il sentimento per sé considerato non spiegherà mai quelle rifrazioni e colorazioni . Un ' ulteriore conseguenza è , che non fa più d ' uopo serbare le ben note distinzioni tra sentimenti di valore e sentimenti meramente edonistici e privi di valore , tra sentimenti disinteressati e interessati , oggettivi e non oggettivi o soggettivi , di approvazione e di mero diletto ( Gefallen e Vergnügen dei tedeschi ) . Quelle distinzioni s ' industriavano a salvare le tre forme spirituali che venivano riconosciute come la triade del Vero , Buono e Bello , contro la confusione con la quarta forma , ancora disconosciuta , e perciò insidiosa nella sua indeterminatezza e madre di scandali . Per noi , esse hanno esaurito ormai il loro compito , perché siamo in grado di raggiungere ben più direttamente la distinzione , con l ' accogliere , cioè , anche i sentimenti interessati , soggettivi , di mero diletto , tra le rispettabili forme dello spirito ; e dove prima si concepiva ( e noi stessi un tempo concepivamo ) antinomia tra valore e sentimento come tra spiritualità e naturalità , non vediamo ormai altro che differenze tra valore e valore . Come si è già detto , il sentimento o attività economica si presenta diviso in due poli , positivo e negativo , piacere e dolore , che possiamo ora tradurre in utile e disutile ( o nocivo ) . Bipartizione già accennata di sopra a prova del carattere attivistico del sentimento e che si ritrova infatti in tutte le forme dell ' attività . Se ognuna di queste è valore , ognuna ha , di fronte a sé , l ' antivalore o disvalore . E perché si abbia disvalore non basta che vi sia semplice assenza di valore , ma occorre che attività e passività siano in lotta tra loro senza che l ' una vinca l ' altra ; donde la contradizione e il disvalore dell ' attività impacciata , contrastata , interrotta . Il valore è l ' attività che si spiega liberamente : il disvalore è il suo contrario . Senza entrare qui nel problema del rapporto tra valore e disvalore , ossia nel problema dei contrari ( se , cioè , siano da pensare dualisticamente come due entità o due ordini di entità nemiche , come Ormuzd e Arimane , gli angeli e i diavoli , ovvero come un ' unità , che è insieme contrarietà ) , ci contenteremo di questa definizione dei due termini , come bastevole al nostro scopo presente , che è di venire chiarendo l ' attività estetica , e , in questo punto particolare , uno dei concetti più oscuri e dibattuti dell ’ Estetica : il concetto del Bello . I valori e disvalori estetici , intellettuali , economici ed etici , hanno varie denominazioni nel linguaggio comune , bello , vero , buono , utile , conveniente , giusto , esatto , e così via , che designano il libero spiegarsi dell ' attività spirituale , l ' azione , la ricerca scientifica , la produzione artistica ben riuscite ; e brutto , falso , cattivo , inutile , sconveniente , ingiusto , inesatto , designanti l ' attività impacciata , il prodotto mal riuscito . Nell ' uso linguistico , queste denominazioni si trasportano continuamente da un ordine di fatti all ' altro . Bello , per esempio , si trova detto non solo di una espressione riuscita , ma anche di una verità scientifica e di un ' azione utilmente compiuta e di un ' azione morale ; onde si parla poi di un bello intellettuale , di un bello d ' azione , di un bello morale . A correre dietro a questi usi svariatissimi si entra in un labirinto verbalistico , impervio e inestricabile , nel quale non pochi filosofi ed estetici si sono cacciati e smarriti . Epperò ci è parso conveniente di scansare finora studiosamente l ' uso della parola “ bello ” a designare l ' espressione nel suo valore positivo . Ma , dopo tutte le spiegazioni che abbiamo fornite , essendo ormai dissipato ogni pericolo di fraintendimenti , e non potendosi , d ' altro canto , sconoscere che la tendenza prevalente così nel linguaggio comune come in quello filosofico è di restringere il significato del vocabolo “ bello ” per l ' appunto al valore estetico , ci sembra lecito e opportuno definire la bellezza espressione riuscita , o meglio , espressione senz ' altro , perché l ' espressione , quando non è riuscita , non è espressione . Conseguentemente , il brutto è l ' espressione sbagliata . E per le opere d ' arte non riuscite vale il paradosso : che il bello ci presenta unicità di bellezza e il brutto molteplicità . Onde , di solito , innanzi alle opere estetiche più o meno sbagliate si ode discorrere di pregi , ossia delle loro parti belle , come non accade invece innanzi a quelle perfette . In queste , infatti , riesce impossibile enumerare i pregi o designare le parti belle , perché , essendo fusione completa , hanno un unico pregio : la vita circola in tutto l ' organismo e non è ritirata in alcuna delle singole parti . I pregi delle opere sbagliate possono essere di vario grado , anche grandissimi . E laddove il bello non presenta gradi non essendo concepibile un più bello , cioè un espressivo più espressivo , un adeguato più adeguato , li presenta invece il brutto , e tali che vanno dal lievemente brutto ( o quasi bello ) al grandemente brutto . Ma se il brutto fosse completo , vale a dire privo di qualsiasi elemento di bellezza , esso , per ciò stesso , cesserebbe di essere brutto , perché verrebbe , in quel caso , a mancare la contradizione in cui è la sua ragion d ' essere . Il disvalore diventerebbe il non - valore , l ' attività cederebbe il luogo alla passività , con la quale essa non è in guerra se non quando questa sia effettivamente guerreggiata . E poiché la coscienza distintiva del bello e del brutto si fonda sui contrasti e sulle contradizioni in cui si avvolge l ' attività estetica , è evidente che questa coscienza si attenua fino a dileguarsi del tutto via via che si discenda dai casi più complessi ai più semplici e ai semplicissimi di espressione . Da ciò l ' illusione che si diano espressioni né belle né brutte , considerandosi come tali quelle che si ottengono senza sensibile sforzo e si presentano come naturali . A queste ormai facilissime definizioni si riduce tutto il mistero del bello e del brutto . Che se qualcuno obietti che esistono espressioni estetiche perfette , innanzi alle quali non si prova piacere , e altre , fors ' anche sbagliate , che ci procurano piacere vivissimo , bisogna raccomandargli di far bene attenzione , nel fatto estetico , a quello solo ch ’ è veramente piacere estetico . Questo viene talvolta rafforzato , o piuttosto complicato , da piaceri provenienti da fatti estranei , i quali solo casualmente vi si trovano congiunti . Un esempio di piacere puramente estetico offre il poeta o qualsiasi altro artista nel momento in cui vede ( intuisce ) per la prima volta la sua opera ; quando , cioè , le sue impressioni pigliano corpo e il volto gli s ' irraggia della divina gioia del creatore . Un piacere misto prova invece chi si è recato a teatro , dopo una giornata di lavoro , per assistere a una commedia ; quando , cioè , il piacere del riposo , dello svago , o quello del ridere sconficcando un chiodo dalla bara preparata , si accompagna agli istanti di vero piacere estetico per l ' arte del commediografo e degli attori . Lo stesso si dica dell ' artista , il quale , finito il suo lavoro , lo contempli con compiacenza , provando , oltre il diletto estetico , quello ben diverso che sorge dal pensiero dell ' amor proprio soddisfatto , o magari del lucro economico che dalla sua opera sia per venirgli . E gli esempi si potrebbero moltiplicare . Nell ' estetica moderna è stata foggiata una categoria di sentimenti estetici apparenti , derivanti non dalla forma ossia dalle opere d ' arte in quanto tali , ma dal contenuto delle opere d ' arte . Le rappresentazioni artistiche ( si è osservato ) destano piacere e dolore nelle loro infinite gradazioni e varietà : si palpita , si gioisce , si teme , si piange , si ride , si vuole coi personaggi di un dramma o di un romanzo , con le figure di un quadro e con le melodie di una musica . Cotesti sentimenti , per altro , non sono quelli che desterebbe il fatto reale fuori dell ' arte , o meglio , identici nella qualità , quantitativamente sono una attenuazione dei reali : il piacere e il dolore estetici e apparenti si manifestano leggieri , poco profondi , mobili . Di questi sentimenti apparenti non è il caso di discorrere qui di proposito , per la buona ragione che ne abbiamo già ampiamente discorso , e anzi non abbiamo finora discorso d ' altro che di essi . Sentimenti che diventano apparenti o parventi , che cos ' altro sono mai se non sentimenti oggettivati , intuiti , espressi ? Ed è naturale che non ci diano travaglio e agitazione passionale come quelli della vita reale , perché quelli erano materia e questi sono forma e attività , quelli veri e propri sentimenti , questi intuizioni ed espressioni . La formola dei sentimenti apparenti non è altro , dunque , per noi , che una tautologia , sulla quale potremmo dare senza scrupolo un frego di penna . XI . CRITICA DELL ' EDONISMO ESTETICO . Come siamo avversari dell ' edonismo in genere , ossia della teoria la quale , fondandosi sul piacere e dolore che è intrinseco all ' attività utilitaria o economica e perciò inseparabile da ogni altra forma di attività , confonde contenente e contenuto e non riconosce altro processo che quello edonistico ; così ci opponiamo all ' edonismo particolare estetico , il quale considera , se non tutte le altre attività , almeno quella estetica come semplice vicenda di sentimento e confonde il piacevole dell ' espressione , ch ’ è il bello , col piacevole senz ' altro , col piacevole d ' ogni altra sorta . La concezione edonistica dell ' arte si presenta in parecchie forme , delle quali una delle più antiche considera il bello come il piacevole della vista e dell ' udito , ossia dei cosiddetti sensi superiori . All ’ inizio dell ' analisi dei fatti estetici era , in verità , difficile sfuggire alla fallace credenza elle un quadro o una musica siano impressioni della vista o dell ' udito , e interpretare rettamente l ' ovvia osservazione che il cieco non gode la pittura e il sordo non gode la musica . Mostrare , come abbiamo mostrato , che il produrre estetico non dipende dalla natura delle impressioni , ma che tutte le impressioni dei sensi possono essere elevate a espressione e nessuna vi ha singolare diritto per la sua qualità o per la classe a cui appartiene , è una concezione che si presenta solo dopo che sono state tentate tutte le altre costruzioni dottrinali possibili in questa materia . Chi immagina che il fatto estetico sia qualcosa di piacevole per gli occhi o per l ' udito , non ha poi nessuna linea di difesa contro colui che , logicamente proseguendo , identifica il bello col piacevole in genere , e include nell ’ Estetica la culinaria , o ( come qualche positivista ha fatto ) il “ bello viscerale ” . Un ' altra forma dell ' edonismo estetico è la teoria del gioco . Il concetto del gioco ha aiutato talvolta a riconoscere il carattere attivistico del fatto espressivo : l ' uomo ( è stato detto ) non è veramente uomo se non quando comincia a giocare ( cioè quando si sottrae alla causalità naturale e meccanica , producendo spiritualmente ) ; e il primo suo gioco è l ' arte . Ma poiché la parola “ gioco ” significa anche quel piacere che nasce dalla provocata scarica dell ' energia esuberante dell ' organismo ( ossia da un bisogno pratico ) , la conseguenza di questa teoria è stata , che si è denominato fatto estetico qualunque gioco , o si è denominato gioco l ' arte in quanto può entrare a parte di un gioco , come accade di altre cose , e perfino della scienza . Sola la moralità non può essere dominata mai ( per la contradizione che nol consente ) dall ' intenzione di giocare ; e domina invece e regola essa l ' atto medesimo del gioco . Vi è stato perfino chi ha tentato di dedurre il piacere dell ' arte dalla risonanza di quello degli organi sessuali . Ed estetici modernissimi pongono volentieri la genesi de ] . fatto estetico nell ' attrattiva del vincere e del trionfare , o , come altri aggiunge , nel bisogno del maschio che intende a conquistare la femmina . Teoria che si condisce con molta erudizione di aneddoti , Dio sa quanto sicuri ! , sui costumi dei popoli selvaggi ; ma che in verità non avrebbe bisogno di tanto sussidio , giacché di poeti che si adornino delle proprie poesie come galli che ergano la cresta o tacchini che facciano la rota , se ne incontra ben di frequente nella vita ordinaria . Solamente , chi fa di queste cose , e in quanto le fa , non è poeta , sì bene un povero diavolo , anzi un povero diavolo di gallo o di tacchino ; e la brama della vittoria e la trionfale conquista della femmina non hanno che vedere col fatto dell ' arte . Tanto varrebbe considerare la poesia come nient ' altro che un prodotto economico , perché vi sono stati un tempo poeti aulici e stipendiati , e ve ne sono tuttavia che aiutano , se non proprio campano la vita , con la vendita dei loro versi . La quale deduzione e definizione non ha mancato di trarre qualche troppo zelante neofito del materialismo storico . Un ' altra scuola , meno grossolana , considera l ’ Estetica come la scienza del simpatico , di ciò con cui noi simpatizziamo , che ci attira , ci letifica , ci desta piacere e ammirazione . Ma il simpatico è nient ' altro che l ' immagine o rappresentazione di ciò che piace . E , come tale , è fatto complesso , risultante da un elemento costante , che è quello estetico della rappresentazione , e da uno variabile ch ’ è il piacevole nelle sue infinite apparizioni , nascente da tutte le varie classi di valori . Nel linguaggio volgare si prova talora come una ripugnanza a chiamare “ bella ” l ' espressione , che non sia espressione del simpatico . Di qui i continui contrasti tra il discorrere dell ' estetico o del critico d ' arte e quello della persona volgare , la quale non riesce a persuadersi che l ’ immagine del dolore e della turpitudine possa essere bella , o , almeno , che sia bella con lo stesso diritto di quella del piacevole e del buono . Il contrasto si potrebbe risolvere distinguendo due scienze diverse , una dell ' espressione e l ' altra del simpatico , se quest ' ultimo potesse formare oggetto d ' una scienza speciale ; se cioè non fosse , come si è mostrato , un concetto complesso , quando addirittura non sia equivoco . Se in esso si dà prevalenza al fatto espressivo , si entra nella Estetica come scienza dell ' espressione ; se al contenuto piacevole , si ricade nello studio di fatti essenzialmente edonistici ( utilitari ) , per complicati che possano presentarsi . Nell ’ Estetica del simpatico è da cercare anche l ' origine precipua della dottrina che concepisce il rapporto tra contenuto e forma come la somma di due valori . L ' arte , in tutte le dottrine or ora accennate , è considerata colpe cosa meramente edonistica . Ma l ' edonismo estetico non può rimanere saldo se non a condizione che si congiunga con un edonismo filosofico generale , il quale non riconosca alcun ' altra forma di valore . Non appena quel concetto edonistico dell ' arte viene accolto da filosofi che ammettono uno o più valori spirituali , di verità o di moralità , non può non sorgere la questione : Che cosa deve farsi dell ' arte ? a qual uso valersene ? è da lasciare libero corso ai diletti che essa procura ? o bisogna restringerli ? e in quali confini ? La questione del fine dell ' arte , che nell ' Estetica dell ' espressione è inconcepibile , nell ’ Estetica del simpatico trova il suo indubbio significato e domanda una soluzione . Tale soluzione , com ’ è chiaro , non può avere se non due forme : una di carattere negativo , l ' altra di carattere restrittivo . La prima , che diremo rigoristica o ascetica , e che appare parecchie volte , sebbene non di frequente , nella storia delle idee , stima l ' arte un ' ebrezza dei sensi , epperò non solo inutile ma nociva : bisogna , dunque , secondo quella teoria , liberarne con ogni sforzo e industria l ' animo umano , che essa perturba . L ' altra soluzione , che chiameremo pedagogica o utilitario - moralistica , ammette l ' arte , ma solo in quanto concorre al fine della moralità ; in quanto aiuta con un piacere innocente l ' opera di chi indirizza al vero e al buono ; in quanto sparge di soave liquore gli orli del vaso del sapere e del dovere . È bene osservare che sarebbe erroneo distinguere questa seconda concezione in intellettualistica e utilitario - moralistica , secondo che all ' arte s ' assegni il fine di condurre al vero o al bene pratico . Il compito , che le viene imposto , dell ' istruire , appunto perché è un fine che si cerca e raccomanda , è , non più mero fatto teoretico , ma fatto teoretico diventato già materia d ' azione pratica ; non intellettualismo , dunque , ma sempre pedagogismo e praticismo . Né più esatto sarebbe sottodistinguere la concezione pedagogica dell ' arte in utilitaria pura e in utilitario - moralistica , giacché coloro che ammettono solo l ' utile individuale ( il libito dell ' individuo ) , appunto perché edonisti assoluti , non hanno alcun motivo a cercare un ' ulteriore giustificazione dell ' arte . Ma enunciare queste teorie , nel punto al quale siamo giunti , vale confutarle . Piuttosto giova avvertire che nella teoria pedagogica dell ' arte si ritrova un ' altra ancora delle cause , per le quali è stata erroneamente posta l ' esigenza che il contenuto dell ' arte debba essere ( in vista di determinati effetti pratici ) scelto . Contro l ’ Estetica edonistica e contro quella pedagogica , si è spesso levata la tesi , riecheggiata volentieri dagli artisti , che l ' arte consista nella bellezza pura : “ Nella pura bellezza il ciel ripose Ogni nostra letizia , e il Verso è tutto ” ( D ' Annunzio ) . Se si vuol intendere con ciò che l ' arte non è da scambiare con la mera dilettazione sensuale ( col praticismo utilitario ) o con l ' esercizio della moralità , si conceda , in questo caso , anche alla nostra di fregiarsi del titolo di Estetica della bellezza pura . Ma se per quest ' ultima s ' intende invece ( come spesso si è fatto ) qualcosa di mistico e di trascendente , ignoto al nostro povero mondo umano ; o qualcosa che sia spirituale e beatificante , ma non già espressivo ; dobbiamo rispondere che , plaudendo al concetto di una bellezza , pura di tutto ciò che non sia la forma spirituale dell ' espressione , non sapremmo concepire una bellezza superiore a questa e , meno ancora , tale che sia depurata perfino della espressione , ossia scevra di sé medesima . XII . L ' ESTETICA DEL SIMPATICO E I CONCETTI PSEUDOESTETICI . La dottrina del simpatico ( animata e secondata dalla capricciosa Estetica metafisica e mistica , e da quel cieco tradizionalismo onde si suppone un legame logico tra cose che per caso si trovino trattate insieme dagli stessi autori e negli stessi libri ) , ha introdotti e resi domestici nei sistemi di Estetica una serie di concetti , dei quali basta dare un rapido cenno per giustificare il risoluto discacciamento che ne facciamo dal nostro . Il catalogo di essi è lungo , anzi interminabile : tragico , comico , sublime , patetico , commovente , triste , ridicolo , malinconico , tragicomico , umoristico , maestoso , dignitoso , serio , grave , imponente , nobile , decoroso , grazioso , attraente , stuzzicante , civettuolo , idillico , elegiaco , allegro , violento , ingenuo , crudele , turpe , orrido , disgustoso , spaventoso , nauseante ; e chi più ne ha , più ne metta . Poiché quella dottrina assumeva a oggetto suo proprio il simpatico , era naturale che non potesse trascurare nessuna delle varietà del simpatico , nessuno dei miscugli e delle gradazioni per le quali da esso nella sua più alta e intensa manifestazione si giunge via via fino al suo contrario , all ' antipatico e ripugnante . E poiché il contenuto simpatico era considerato come il bello e l ' antipatico come il brutto , le varietà ( tragico , comico , sublime , patetico , ecc . ) formavano per quella concezione dell ’ Estetica le gradazioni e le sfumature intercedenti tra il bello e il brutto . Enumerate e definite alla meglio le principali di coteste varietà , l ’ Estetica del simpatico si proponeva il problema circa il posto da concedere al brutto nell ' arte : problema privo di significato per noi che non conosciamo altro brutto che l ' antiestetico o l ’ inespressivo , il quale non può essere mai parte del fatto estetico , essendone invece il contrario e l ' antitesi . Ma , nella dottrina che qui esaminiamo , la posizione e discussione di quel problema importava né più né meno che la necessità di conciliare in qualche modo la falsa e monca idea dell ' arte da cui si prendevano le mosse dell ' arte ristretta alla rappresentazione del piacevole con l ' arte effettiva , che spazia in campi ben più larghi . Da ciò l ' artifizioso tentativo di stabilire quali casi di brutto ( antipatico ) possano ammettersi nella rappresentazione artistica , e per quali ragioni e in quali modi . La risposta suonava : che il brutto è ammessibile solo quando è superabile , dovendo un brutto insuperabile , come il disgustoso o nauseante , essere escluso senz ' altro ; e che il brutto , ammesso nell ' arte , ha per ufficio di contribuire a rafforzare l ' effetto del bello ( simpatico ) , producendo una serie di contrasti da cui il piacevole esca più efficace e letificante . È , infatti , comune osservazione che il piacere si sente con tanto maggiore vivezza quanto più è preceduto da astinenza e tormento . Il brutto nell ' arte veniva a questo modo considerato come addetto ai servigi del bello , stimolante e condimento del piacere estetico . Col cadere dell ’ Estetica del simpatico cade anche cotesta artificiosa dottrina di raffinamento edonistico , che è nota con la formola pomposa di dottrina del superamento del brutto ; e in pari tempo l ' enumerazione e la definizione dei concetti accennati di sopra si dimostrano estranee all ’ Estetica . La quale non conosce né il simpatico né l ' antipatico né le loro varietà , ma solamente la spirituale attività della rappresentazione . Senonché il grande posto che , come abbiamo detto , quei concetti hanno occupato finora nelle trattazioni estetiche , rende opportuno qualche maggiore chiarimento intorno all ' indole loro . Quale sarà la loro sorte ? Esclusi dall ’ Estetica , in quale altra parte della filosofia verranno accolti ? In verità , in nessuna parte , perché quei concetti sono privi di valore filosofico . Essi non sono altro che una serie di classi , da potersi plasmare nel modo più vario e moltiplicare a libito , nelle quali si cerca di ripartire le infinite complicazioni e sfumature dei valori e disvalori della vita . Di coceste classi alcune hanno significato prevalentemente positivo , come il bello , il sublime , il maestoso , il solenne , il serio , il grave , il nobile , l ' elevato ; altre , significato prevalentemente negativo , come il brutto , il doloroso , l ' orrido , lo spaventoso , il tremendo , il mostruoso , l ' insulso , lo stravagante ; in altre , infine , prevale l ' aspetto del miscuglio , come è il caso del comico , del tenero , del malinconico , dell ' umoristico , del tragicomico . Complicazioni infinite , perché infinite sono le individuazioni ; onde non è possibile costruirne i concetti se non nel modo approssimativo che è proprio delle scienze naturali , paghe di schematizzare alla meglio quel reale che né si esaurisce per enumerazione né ad esse è dato comprendere e superare speculativamente . E poiché la disciplina naturalistica che assume di costruire tipi e schemi sulla vita spirituale dell ' uomo , è la Psicologia ( della quale , infatti , si va sempre meglio accentuando ai giorni nostri il carattere meramente empirico e descrittivo ) , quei concetti non sono di pertinenza né dell ’ Estetica né in genere della filosofia , ma debbono essere rimandati , per l ' appunto , alla Psicologia . Come di tutte le altre costruzioni psicologiche , così di quei concetti non sono possibili , dunque , definizioni rigorose ; e non è lecito , per conseguenza , dedurli l ' uno dall ' altro e connetterli in sistema , come pur tante volte è stato tentato con grande spreco di tempo e senza risultati utili . E nemmeno si può pretendere di ottenere , in cambio di quelle filosofiche riconosciute impossibili , definizioni empiriche che siano universalmente adoprabili come calzanti e vere . Le definizioni empiriche non sono mai uniche ma sempre innumerevoli , variando secondo i casi e gl ' intenti pei quali si foggiano : che se una sola ce ne fosse e questa avesse valore di verità , la definizione , com ’ è chiaro , non sarebbe empirica , ma rigorosa e filosofica . Ed effettivamente ogniqualvolta è stato adoperato alcuno dei termini che abbiamo ricordati ( o che della medesima serie si potrebbero ricordare ) se n ’ è data insieme , espressa o sottintesa , una nuova definizione . Ciascuna di quelle definizioni differiva dall ' altra per un qualcosa , per un particolare , sia pure minimo , e pei tacito riferimento a uno o altro fatto individuale al quale si guardava di preferenza , elevandolo a tipo generale . Perciò accade che nessuna di esse contenti mai chi l ' ascolta , e neppure colui stesso che la foggia ; il quale , subito dopo , messo a fronte di un nuovo caso , la riconosce più o meno insufficiente e disadatta , e da ritoccare . Bisogna , dunque , lasciare liberi i parlanti e gli scriventi di definire volta per volta il sublime o il comico , il . tragico o l ' umoristico , secondo loro piaccia e sembri comodo per il fine che si propongono . E se s ' insiste per ottenere una definizione empirica di validità universale , non e ’ è da somministrare se non questa : - Sublime ( o comico , tragico , umoristico , ecc . ) è tutto ciò che è stato , o sarà , chiamato così da coloro che hanno adoperato , o adopereranno , queste parole . Che cosa è il sublime ? L ' affermarsi improvviso di una forza morale ultrapossente : eccone una definizione . Ma altrettanto buona è l ' altra , la quale riconosce il sublime anche dove la forza che si afferma è una volontà ultrapossente bensì , ma immorale e distruttiva . E l ' una e l ' altra rimarranno poi nel vago e non acquisteranno determinatezza nessuna se non saranno riferite a un caso concreto , a un esempio , che faccia intendere che cosa si chiami qui “ ultrapossente ” , e che cosa “ improvviso ” : concetti quantitativi , anzi falsamente quantitativi , pei quali manca ogni misura , e che sono , in fondo , metafore , frasi enfatiche o logiche tautologie . E l ' umoristico sarà il riso tra le lagrime , il riso amaro , lo sbalzo brusco dal comico al tragico e dal tragico al comico , il comico romantico , il sublime a rovescio , la guerra indetta a ogni tentativo d ' insincerità , la compassione che si vergogna di piangere , il ridere non del fatto ma dell ' ideale stesso , o come altro piaccia meglio , secondo che con queste formole si tenti di cogliere la fisionomia di questo o quel poeta , di questa o quella poesia , che è , nella sua singolarità , la definizione di sé medesima , la sola adeguata , benché circoscritta e momentanea . Il comico è stato definito come il dispiacere destato dalla percezione di una stortura e seguito subito da un maggior piacere derivante dal rilasciarsi delle nostre forze psichiche , che erano tese nell ' aspettazione di qualcosa che si prevedeva importante . Nell ' ascoltare un racconto , per esempio , che ci descriva il proposito magnifico ed eroico di una determinata persona , noi anticipiamo con la fantasia l ' avvento di un ' azione magnifica ed eroica e ci prepariamo ad accoglierla , tendendo le nostre forze psichiche . Senonché , d ' un tratto , in cambio dell ' azione magnifica ed eroica elle le premesse e il tono del racconto ci preannunziavano , con una voltata improvvisa , sopravviene un ' azione piccola , meschina , stolta , impari all ' attesa . Ci siamo ingannati , e il riconoscimento dell ' inganno porta seco un attimo di dispiacere . Ma quest ' attimo è come soverchiato da quello che immediatamente segue , in cui possiamo fare getto dell ' attenzione preparata , liberarci della provvista di forza psichica accumulata e ormai superflua , sentirci leggieri e sani : che è il piacere del comico , col suo equivalente fisiologico , il riso . Se il fatto spiacevole sopraggiunto ci ferisse vivamente nei nostri interessi , il piacere non sorgerebbe , il riso sarebbe subito soffocato , la forza psichica sarebbe tesa e sovrattesa da altre percezioni più gravi . Se invece tali percezioni più gravi non sopravvengono , se tutto il danno consiste in un piccolo inganno della nostra preveggenza , a questo ben lieve dispiacere fa ampio compenso il succeduto sentimento della nostra ricchezza psichica . Questa , compendiata in poche parole , è una delle più accurate definizioni moderne del comico , che vanta di raccogliere in sé , giustificati o corretti e inveterati , i molteplici tentativi succeduti in proposito dall ' antichità ellenica in poi : da quello di Platone nel Filebo , e dall ' altro più esplicito di Aristotele , considerante il comico come un brutto senza dolore , via via alla teoria dell ’ Hobbes , che lo riponeva nel sentimento della superiorità individuale , o a quella kantiana del rilasciarsi di una tensione , o alle altre proposte da altri , del contrasto tra grande e piccolo , infinito e finito , e via dicendo . Ma , se ben si osservi , la recata analisi e definizione , tanto elaborata e rigorosa in apparenza , enuncia caratteri che sono propri non solo del comico , ma di ogni processo spirituale ; com ’ è il seguirsi di momenti dolorosi e momenti piacevoli e la soddisfazione nascente dalla coscienza della forza e del suo libero spiegarsi . Il differenziamento è dato qui da determinazioni quantitative , di cui non si potrebbero assegnare i limiti , e che restano perciò vaghe parole , attingenti qualche significato dal riferimento a questo o quel fatto comico singolo e dalle disposizioni d ' animo di chi le pronuncia . Se quella definizione viene presa troppo sul serio , anche di essa accade ciò che Giampaolo Richter ebbe a dire in genere di tutte le definizioni del comico : che il loro solo merito è di riuscire esse stesse comiche e di produrre nella realtà il fatto che indarno tentano di fissare logicamente , dando così a conoscerlo in qualche modo con la presenza stessa . E chi determinerà mai logicamente la linea divisoria tra il comico e il non comico , tra il riso e il sorriso , tra il sorriso e la gravità , e taglierà con tagli netti quel sempre vario continuo in cui si spazia la vita ? I fatti , classificati alla meglio negli indicati concetti psicologici , non hanno con l ' arte altra relazione fuori di quella , generica , che tutti essi , in quanto compongono la materia della vita , possono fornire materia di rappresentazione artistica ; e l ' altra , accidentale , che nei processi descritti entrano talvolta anche fatti estetici , come è il caso dell ' impressione di sublime che può suscitare l ' opera di un artista titano , di un Dante o di uno Shakespeare , e di quella comica del conato di un imbrattatele o di un imbrattacarte . Ma anche in questo caso il processo è estrinseco al fatto estetico , al quale non si lega effettivamente se noni il sentimento del valore e disvalore estetico , del bello e del brutto . Il Farinata dantesco esteticamente è bello e nient ' altro che bello : che poi la forza di volontà di quel personaggio appaia sublime , o che sublime appaia per la somma genialità sua l ' espressione che gli dà Dante in comparazione di quella di altro meno energico poeta , sono cose che escono fuori affatto dalla considerazione estetica . La quale ultima ( ripetiamo ancora qui ) guarda soltanto all ' adeguatezza dell ' espressione , ossia alla bellezza . XIII . IL “ BELLO FISICO ” DI NATURA E DI ARTE . L ' attività estetica , distinta dalla pratica , è nel suo esplicarsi accompagnata sempre dall ' altra ; donde il suo lato utilitario o edonistico e il . piacere e dolore , che sono come la risonanza pratica del valore e disvalore estetici , del bello e del brutto . Ma questo lato pratico dell ' attività estetica ha a sua volta un accompagnamento fisico , o psicofisico , che consiste in suoni , toni , movimenti , combinazioni di linee e colori , e via discorrendo . Lo ha realmente , o pare che lo abbia per effetto della costruzione che ne facciamo nella scienza fisica , e dei procedimenti comodi e arbitrari , che già più volte abbiamo messi in rilievo come propri delle scienze empiriche e astratte ? La nostra risposta non può esser dubbia , e cioè deve affermare la seconda delle due ipotesi . Tuttavia , gioverà a questo punto lasciarla come in sospeso , non essendo per ora necessario spingere più oltre tale indagine . Basti la sola avvertenza a impedire , intanto , che il nostro parlare , per ragione di semplicità e di adesione al linguaggio comune , dell ' elemento fisico come di alcunché di oggettivo e di esistente , induca ad affrettare conclusioni circa i concetti e la relazione di spirito e natura . Importa , invece , notare che , come l ' esistenza del lato edonistico in ogni attività spirituale ha dato luogo alla confusione tra l ' attività estetica e l ' utile o il piacevole , così l ' esistenza o meglio la possibilità della costruzione di questo lato fisico , ha ingenerato la confusione tra l ' espressione estetica e l ' espressione in senso naturalistico ; tra un fatto spirituale , cioè , e uno meccanico e passivo ( per non dire tra una realtà concreta e un ' astrazione o finzione ) . Nel linguaggio comune si chiamano espressioni tanto le parole del poeta , le note del musicista , le figure del pittore , quanto il rossore che suole accompagnare il sentimento di vergogna , il pallore che è prodotto spesso dalla paura , il digrignare dei denti proprio della collera violenta , il brillare degli occhi e certi movimenti dei muscoli della bocca che manifestano l ' allegrezza . E si dice ancora che un certo grado di calore è espressione della febbre , che la depressione del barometro è espressione della pioggia ; e , magari , che l ' altezza del cambio esprime il discredito della carta - moneta di uno Stato , o il malcontento sociale l ' avvicinarsi di una rivoluzione . Quali risultati scientifici si possono mai raggiungere lasciandosi traviare dall ' uso linguistico e mettendo tutte in un sol fascio cose cotanto disparate , si può bene immaginare . Ma , in verità , tra un uomo in preda all ' ira con tutte le manifestazioni naturali di questa , e un altro uomo che la esprima esteticamente ; tra l ' aspetto , i gridi e i contorcimenti di chi è straziato dal dolore per la perdita di una persona cara , e le parole o il canto con cui lo stesso individuo ritrae , in un altro momento , il suo strazio ; tra la smorfia della commozione e il gesto dell ' attore ; è un abisso . Non appartiene all ’ Estetica il libro del Darwin sull ' espressione dei sentimenti nell ' uomo e negli animali , perché non v ' ha nulla di comune tra la scienza dell ' espressione spirituale e una Semiotica , medica , metereologica , politica , fisiognomica o chiromantica che sia . All ' espressione in senso naturalistico manca , semplicemente , l ' espressione in senso spirituale , ossia il carattere stesso dell ' attività e della spiritualità , e quindi la bipartizione nei poli del bello e del brutto . Essa non è altro che un rapporto , fissato dall ' intelletto astratto , di causa ed effetto . Il processo completo della produzione estetica può essere simboleggiato in quattro stadi , che sono : a , impressioni ; b , espressione o sintesi spirituale estetica ; c , accompagnamento edonistico o piacere del bello ( piacere estetico ) ; d , traduzione del fatto estetico in fenomeni fisici ( suoni , toni , movimenti , combinazioni di linee e colori , ecc . ) . Ognun vede che il punto essenziale , il solo che sia propriamente estetico e davvero reale , è quel b , che manca alla mera manifestazione o costruzione naturalistica , detta anch ' essa , per metafora , espressione . Percorsi quei quattro stadi , il processo espressivo è esaurito ; salvo a ricominciare con nuove impressioni , nuova sintesi estetica , e accompagnamenti relativi . Le espressioni o rappresentazioni si seguono l ' una l ' altra , l ' una scaccia l ' altra . Certamente , quel passare , quell ' esser discacciato , non è un perire , non è un ' eliminazione totale : niente di ciò che nasce muore , di quella morte completa che sarebbe identica al non esser mai nato : se tutto trapassa , nulla può morire . Anche le rappresentazioni che sono state dimenticate persistono in qualche modo nel nostro spirito ; senza di che non si spiegherebbero le abitudini e le capacità acquisite . Anzi , in questo apparente dimenticare è la forza della vita : si dimentica ciò che è stato risoluto e che la vita ha almeno provvisoriamente superato . Ma altre rappresentazioni sono ancora elementi efficaci nei processi attuali del nostro spirito ; e a noi preme non dimenticarle o essere in grado di richiamarle secondo che il bisogno richieda . E la volontà è costantemente vigile in quest ' opera di conservazione , che mira a conservare ( si può dire ) la maggiore e fondamentale di tutte le nostre ricchezze . Senonché , la sua vigilanza non è sempre sufficiente : la memoria , come si dice , ci abbandona o più o meno c ' inganna . E appunto perciò lo spirito umano escogita espedienti , che soccorrano alla debolezza della memoria e siano i suoi aiuti . In qual modo sia dato ottenere codesti aiuti , s ' intravvede dal già detto . Le espressioni o rappresentazioni sono , insieme , fatti pratici , i quali si chiamano anche “ fisici ” , in quanto la fisica ha per compito di classificarli e ridurli a tipi . Ora è chiaro che , se si riesce a rendere in qualche modo permanenti quei fatti pratici o fisici , sarà sempre possibile ( restando pari tutte le altre condizioni ) , col percepirli , riprodurre in sé la già prodotta espressione o intuizione . E se si chiama oggetto o stimolo fisico quello in cui gli atti pratici concomitanti , o ( per parlare in termini fisici ) i movimenti , sono stati isolati e resi in qualche modo permanenti ; designando poi quell ' oggetto o stimolo con la lettera e , il processo della riproduzione sarà rappresentato dalla serie seguente : e , stimolo fisico ; d - b , percezione di fatti fisici ( suoni , toni , mimica , combinazione di linee e colori , ecc . ) , che è insieme la sintesi estetica , già prodotta ; c , accompagnamento edonistico , che anche si riproduce . E che cosa altro sono se non stimoli fisici della riproduzione ( lo stadio e ) quelle combinazioni di parole che si dicono poesie , prose , poemi , novelle , romanzi , tragedie o commedie , e quelle di toni che si dicono opere , sinfonie , sonate , e quelle combinazioni di linee e colori che si dicono quadri , statue , architetture ? L ' energia spirituale della memoria , col sussidio di quei provvidi fatti fisici , rende possibile la conservazione e la riproduzione delle intuizioni che l ' uomo viene producendo . S ' infiacchisca l ' organismo fisiologico e , con esso , la memoria ; si distruggano i monumenti dell ' arte ; ed ecco tutta la ricchezza estetica , frutto delle fatiche di molte generazioni , assottigliarsi e dileguare rapidamente . I monumenti dell ' arte , gli stimoli della riproduzione estetica , si chiamano cose belle o bello fisico . Unioni di parole , che offrono un paradosso verbale , perché il bello non è fatto fisico , e non appartiene alle cose , ma all ' attività dell ' uomo , all ' energia spirituale . Ma è chiaro ormai attraverso quali passaggi e quali associazioni le cose e i fatti fisici , meri aiuti alla riproduzione del bello , finiscano con l ' esser denominati , ellitticamente , cose belle e bello fisico . E di questa ellissi , ora che l ' abbiamo sciolta e schiarita , ci varremo anche noi senza scrupoli . L ' intervento del “ bello fisico ” serve a spiegare un altro significato delle parole “ contenuto ” e “ forma ” nell ' uso degli estetici . Alcuni , infatti , chiamano “ contenuto ” l ' espressione o fatto interno . ( che per noi già è forma ) , e “ forma ” , invece , il marmo , i colori , le voci , i suoni ( per noi , non più forma ) , e considerano in questo modo il fatto fisico come la forma , che può aggiungersi o no al contenuto . E serve anche a spiegare un altro aspetto di quel che si dice “ brutto ” estetico . Chi non ha nulla di proprio da esprimere può tentare di coprire il vuoto interno col profluvio delle parole , col verso sonante , con la polifonia assordante , col dipingere che abbarbaglia lo sguardo , o col mettere insieme grandi macchine architettoniche , che colpiscano e stordiscano , benché , in fondo , non significhino nulla . Il brutto è , dunque , l ' arbitrario , il ciarlatanesco ; e , in realtà senza l ' intervento dell ' arbitrio pratico nel processo teoretico potrebbe aversi assenza del bello , ma non mai presenza di qualcosa di effettivo che meriti l ' aggettivo “ brutto ” . Il bello fisico si suoi distinguere in bello naturale e bello artificiale : con che giungiamo innanzi a uno dei fatti che hanno dato maggiore travaglio ai pensatori , al bello di natura . Queste parole spesso designano semplicemente fatti di piacevole pratico . Chi chiama bella una campagna , in cui l ' occhio si riposa sul verde e il corpo si muove alacre e dove il tepido raggio del sole avvolge e carezza le membra , non accenna a nulla di estetico . Ma è pure indubitabile che , altre volte , l ' aggettivo “ bello ” , applicato a oggetti e scene esistenti in natura , ha significato prettamente estetico . È stato osservato che , per aver godimento estetico dagli oggetti naturali , conviene astrarre dalla loro estrinseca e storica realtà , e separare dall ' esistenza la semplice apparenza o parvenza ; che guardando noi un paesaggio col passar la testa fra le gambe , in modo da toglierci dalla relazione consueta con esso , il paesaggio ci appare come uno spettacolo fantastico ; che la natura è bella solo per chi la contempli con occhio d ' artista ; che zoologi e botanici non conoscono animali e fiori belli ; che il bello naturale si scopre ( ed esempi di scoperte sono i “ punti di vista ” , additati da artisti e da uomini dì fantasia e di gusto , e a cui si recano poi in pellegrinaggio viaggiatori ed escursionisti più o meno esteti , onde ha luogo in tali casi come una suggestione collettiva ) ; che , senza il concorso della fantasia , nessuna parte della natura è bella , e che , per tale concorso , secondo le varie disposizioni d ' animo , uno stesso oggetto o fatto naturale è ora espressivo ora insignificante , ora di una determinata espressione ora di un ' altra , lieto o triste , sublime o ridicolo , dolce o beffardo ; che , infine , non esiste alcuna bellezza naturale alla quale un artista non farebbe qualche correzione . Tutte osservazioni giustissime , e che confermano pienamente che il bello naturale è semplice stimolo della riproduzione estetica , il quale presuppone l ' avvenuta produzione . Senza le precedenti intuizioni estetiche della fantasia , la natura non può risvegliarne alcuna . L ' uomo innanzi alla bellezza naturale è proprio il mitico Narciso al fonte . E il bello di natura è “ raro , scarso e fuggitivo ” , diceva il Leopardi ; imperfetto , equivoco , variabile . Ciascuno riferisce il fatto naturale all ' espressione che gli sta in mente . Un artista è come rapito innanzi a un ridente paesaggio , e un altro innanzi a una bottega di cenciaiuolo ; uno innanzi a un volto grazioso di giovinetta , e un altro innanzi al lurido ceffo di un vecchio mascalzone . Il primo dirà , forse , che la bottega del cenciaiuolo e il ceffo del mascalzone sono disgustosi ; il secondo , che la campagna ridente e il volto della giovinetta sono insipidi . E potranno litigare all ' infinito ; e non si metteranno d ' accordo se non quando siano forniti di quella dose di conoscenze estetiche , la quale li abiliti a riconoscere che hanno entrambi ragione . Il bello artificiale , foggiato dall ' uomo , è aiuto ben più duttile ed efficace . Accanto a queste due classi , si parla anche , talvolta , nei trattati , di un bello misto . Misto di che ? appunto di naturale e artificiale . Chi estrinseca e fissa , opera con dati naturali , ch ' egli non crea , ma combina e trasforma . In questo senso , ogni prodotto artificiale è misto di natura e di artificio ; e non ci sarebbe luogo a parlare del bello misto come di una speciale categoria . Ma accade che in alcuni casi si possano adoperare , in assai maggiore quantità che non in altri , combinazioni già date in natura ; come allorché si forma un bel giardino , e si riesce a includere in quella formazione gruppi di alberi o laghetti , che già si trovino sul posto . Altre volte , l ' estrinsecazione è limitata dall ' impossibilità di produrre artificialmente alcuni effetti . Infatti , possiamo mescolare le materie coloranti , ma non foggiare una voce potente o un viso e una persona che siano acconci al tale o tal altro personaggio di un dramma ; e dobbiamo , perciò , ricercarli tra le cose naturalmente esistenti , e adoperarli quando li troviamo . Allorché , dunque , si adoperano in gran numero combinazioni già esistenti in natura , e tali che , se non esistessero , non sapremmo produrre artificialmente , si dice che il fatto risultante è un bello misto . Dal bello artificiale bisogna distinguere quegl ' istrumenti di riproduzione chiamati scritture , quali gli alfabeti , le note musicali , i geroglifici , e tutti gli pseudolinguaggi , da quello dei fiori e delle bandiere fino al linguaggio ( molto in voga nella società galante del settecento ) dei nèi . Le scritture sono , non già fatti fisici , che direttamente destino impressioni rispondenti alle espressioni estetiche , ma semplici indicazioni di ciò che si deve fare per produrre quei fatti fisici . Una serie di segni grafici serve a ricordarci i movimenti che dobbiamo far eseguire al nostro apparato vocale , per emettere certi determinati suoni . Che poi l ' esercizio ci permetta di sentire le parole senza aprir bocca e ( cosa molto più difficile ) di sentire i toni scorrendo con l ' occhio sul . pentagramma ; tutto ciò non muta nulla all ' indole delle scritture , che sono cosa assai diversa dal bello fisico diretto . Il libro che contiene la Divina Commedia , o la partitura che contiene il Don Giovanni , nessuno li dice belli al modo che per più immediata metafora si chiama il pezzo di marmo contenente il Mosè di Michelangelo e il pezzo di legno colorato contenente la Trasfigurazione . Gli uni e gli altri sono atti a riprodurre le impressioni del bello ; ma i primi per un giro ben più lungo , e molto indiretto . Un ' altra partizione , che si trova ancora nei trattati , è quella del bello in libero e non libero . Per bellezze non libere si sono intesi quegli oggetti , che debbono servire a un doppio scopo , extraestetico ed estetico ( stimolante di intuizioni ) ; e , sembrando che il primo scopo ponga limiti e impacci al secondo , l ' oggetto bello risultante è stato considerato come bellezza “ non libera ” . Come esempi si adducono specialmente le opere architettoniche ; anzi appunto per ciò l ' architettura è stata da molti esclusa dal novero delle cosiddette arti belle . Un tempio deve essere anzitutto un edificio a uso di culto ; una casa deve possedere tutte le stanze che occorrono pel comodo della vita , e disposte al fine di quel comodo ; una fortezza dev ' essere una costruzione resistente agli attacchi di dati eserciti e alle offese di dati strumenti bellici . L ' architetto ( si conclude ) si aggira in un campo ristretto : può abbellire in qualche modo il tempio , la casa , la fortezza ; ma è legato dalla destinazione di quegli edifizi , e non può della sua visione di bellezza manifestare se non quella parte che non danneggi gli scopi extraestetici , ma fondamentali , di essi . Altri esempi si tolgono da quella che si chiama l ' arte applicata all ' industria . Si possono fare piatti , bicchieri , coltelli , fucili , pettini belli , ma la bellezza ( si dice ) non deve spingersi tant ' oltre , che nel piatto non si possa mangiare , nel bicchiere non si possa bere , col coltello non si possa tagliare , né col fucile sparare , né col pettine ravviarsi i capelli . Lo stesso si dica dell ' arte tipografica : un libro deve essere bello , ma non fino al punto che sia impossibile o difficile leggerlo . A tutto ciò è da osservare , in primo luogo , che il fine estrinseco , appunto perché tale , non è di necessità limite e impaccio all ' altro fine di stimolo della riproduzione estetica . È , dunque , affatto erronea la tesi che l ' architettura , per esempio , sia di sua natura arte non libera e imperfetta , dovendo ubbidire anche ad altri e pratici intenti : tesi , del resto , che le belle opere architettoniche hanno cura di smentire con la semplice loro presenza . In secondo luogo , non solo i due fini non stanno di necessità in contradizione , ma , si deve aggiungere , l ' artista ha sempre modo d ' impedire che la contradizione si formi . E come ? Facendo entrare come materia nella sua intuizione ed estrinsecazione estetica la destinazione per l ' appunto dell ' oggetto che serve a uno scopo pratico . Egli non avrà bisogno di aggiungere nulla all ' oggetto per renderlo strumento d ' intuizioni estetiche : sarà tale , se perfettamente adatto al suo scopo pratico . Case rustiche e palagi , chiese e caserme , spade e aratri , sono belli , non in quanto abbelliti e adorni , ma in quanto esprimenti il loro fine . Una veste non è bella se non perché è proprio quella che conviene a una data persona in date condizioni . Non era bello il brando cinto al guerriero Rinaldo dall ' amorosa Armida : “ guernito sì che inutile ornamento Sembra , non militar fero istrumento ” . O , anzi , era bello , se si vuole , ma agli occhi e alla fantasia della maga , la quale vagheggiava a quel modo infemminito il suo amante . L ' attività estetica può andare sempre d ' accordo con quella pratica , perché l ' espressione è verità . Che poi la contemplazione estetica impacci talora l ' uso pratico , non può negarsi ; giacché è un fatto di comune esperienza che certi oggetti nuovi sembrano tanto adatti al loro scopo , e perciò tanto belli , che si prova talvolta come uno scrupolo a maltrattarli , passando dalla contemplazione all ' uso , ch ’ è consumo . Per questo motivo re Federico Guglielmo di Prussia provava ripugnanza a mandare al fango e al fuoco i suoi magnifici granatieri , così adatti alla guerra , e che resero tanto buon servigio al meno esteta suo figliuolo , il gran Federico . Ci si perdoni se siamo entrati in ispiegazioni circa queste cose ovvie e queste inezie ; ma sono inezie che troviamo assai dilatate nei libri degli estetici , e cose ovvie che presso di essi si sono molto imbrogliate . Alla teoria da noi proposta del bello fisico come semplice aiuto per la riproduzione del bello interno , ossia delle espressioni , potrebbe obiettarsi : che l ' artista crea le sue espressioni dipingendo o scolpendo , scrivendo o componendo ; e che perciò il bello fisico , anziché seguire , precede talvolta il bello estetico . Sarebbe questo un modo assai superficiale d ' intendere il procedere dell ' artista , il quale , in realtà , non dà mai pennellata senza prima averla vista con la fantasia ; e , se non l ' ha vista ancora , la darà non per estrinsecare la sua espressione ( che in quel momento non esiste ) , ma quasi a prova e per avere un semplice punto di appoggio all ' ulteriore meditazione e concentrazione interna . Il punto fisico di appoggio non è il bello fisico , strumento di riproduzione , ma un mezzo che si potrebbe dire pedagogico , pari al ritrarsi in solitudine o ai tanti altri espedienti , spesso assai bizzarri , che adoperano artisti e scienziati e che variano secondo le varie idiosincrasie . Il vecchio estetico Baumgarten consigliava ai poeti , come mezzi per promuovere l ' ispirazione , di andare a cavallo , bere moderatamente vino , e , se per altro ( ammoniva ) fossero casti , guardare belle donne . XIV . ERRORI NASCENTI DALLA CONFUSIONE TRA FISICA ED ESTETICA . Dal non aver inteso il rapporto puramente estrinseco che corre tra la visione artistica e il fatto fisico , ossia l ' istrumento che serve di aiuto a riprodurla , è nata una serie di fallaci dottrine , che importa menzionare , accennandone la critica , la quale discende da ciò che si è già detto . In tale mancata intelligenza trova sostegno quella forma di associazionismo , che identifica l ' atto estetico con l ' associazione di due immagini . Per quale via si è potuto venire a siffatto errore , contro cui si ribella la nostra coscienza estetica , ch ’ è coscienza di unità perfetta e non mai di dualità ? Appunto perché si sono considerati separatamente il fatto fisico e quello estetico , quasi due immagini distinte , che entrino nello spirito l ' una tirata dall ' altra , l ' una prima e l ' altra dopo . Un quadro si è scisso nell ' immagine del quadro e nell ' immagine del significato del quadro ; una poesia , nell ' immagine delle parole e in quella del significato delle parole . Ma questo dualismo d ' immagini è inesistente : il fatto fisico non entra nello spirito come immagine , ma fa riprodurre l ' immagine ( l ' unica immagine , ch ' è il fatto estetico ) , in quanto stimola ciecamente l ' organismo psichico e produce l ' impressione rispondente alla già prodotta espressione estetica . Sono altamente istruttivi gli sforzi degli associazionisti ( gli odierni spadroneggiatori nel campo dell ’ Estetica ) per uscire d ' imbarazzo e riafferrare in qualche modo l ' unità , che l ' introdotto principio associazionistico ha distrutto . Alcuni sostengono che l ' immagine richiamata sia inconscia : altri , lasciando stare l ’ inconscio , pretendono invece che sia vaga , vaporosa , confusa , e riducono così la forza del fatto estetico alla debolezza della memoria cattiva . Ma il dilemma è inesorabile : o conservare l ' associazione , abbandonando l ' unità ; o conservare l ' unità , abbandonando l ' associazione . Una terza via di uscita non esiste . Dal non aver bene analizzato il cosiddetto bello naturale e riconosciutolo semplice incidente della riproduzione estetica , e dall ' averlo , invece , considerato come qualcosa di dato in natura , è provenuta tutta quella parte che nelle trattazioni di Estetica prende il titolo di Bello nella natura o di Fisica estetica , suddivisa , magari , in Mineralogia , Botanica e Zoologia estetiche . Non vogliamo negare che siffatte trattazioni contengano spesso osservazioni giuste e fini , e siano qualche volta esse stesse lavori d ' arte , in quanto rappresentano bellamente le fantasie e fantasticherie , ossia le impressioni dei loro autori . Ma dobbiamo affermare che è scientificamente fallace proporsi le domande se il cane sia bello e se l ' ornitorinco sia brutto , se il giglio sia bello e il carciofo sia brutto . Anzi , qui , l ' errore è doppio . La Fisica estetica , per un lato , ricade nell ' equivoco della teoria dei generi artistici e letterari , di voler determinare esteticamente le astrazioni del nostro intelletto ; e dall ' altro , sconosce , come dicevamo , la vera formazione del cosiddetto bello naturale : formazione per la quale resta esclusa persino la domanda , se un dato animale individuo , un dato fiore , un dato uomo sia bello o brutto . Ciò che non è prodotto dallo spirito estetico o non ci riconduce a questo , non è né bello né brutto . Il processo estetico sorge dalle connessioni ideali in cui gli oggetti naturali vengono collocati . Il doppio errore può essere esemplificato dalla questione , sulla quale si sono scritti interi volumi , della Bellezza del corpo umano . Qui fa d ' uopo , anzitutto , spingere i discettatori dell ' argomento dall ' astratto verso il concreto , domandando : Che cosa s ' intende per corpo umano , quello del maschio , quello della femmina o quello dell ' androgine ? Poniamo che si risponda con lo scindere la ricerca nelle due distinte , circa la bellezza virile e circa la muliebre ( è vero che vi sono scrittori che discutono sul serio se sia più bello l ' uomo o la donna ) ; e continuiamo : Bellezza maschile o bellezza femminile ; ma di quale razza d ' uomini ? la bianca , la gialla , la negra , e quante altre sono e comunque si ripartiscano le razze ? Poniamo che si circoscriva alla bianca , e incalziamo : Di quale sottospecie della razza bianca ? E allorché li avremo ristretti via via a un cantuccio del mondo bianco , come a dire alla bellezza italiana , anzi toscana , anzi senese , anzi di Porta Camollia , seguiteremo : Sta bene ; ma del corpo umano in quale età ? e in quale condizione e atteggiamento ? del neonato , del bambino , del fanciullo , dell ' adolescente , dell ' uomo a mezzo del cammino , e via enumerando , e dell ' uomo che sta in calma o dell ' uomo che lavora o di quello ch ’ è occupato come la vacca di Paolo Potter o il Ganimede di Rembrandt ? Giunti così , mediante riduzioni successive , all ' individuo omnimode determinatum , o , meglio , al “ questo qui ” , che s ' indica col dito , sarà facile mostrare l ' altro errore , ricordando quello che abbiamo detto del fatto naturale , il quale , secondo il punto di vista , secondo ciò che s ' agita nella psiche dell ' artista , è ora bello ora brutto . Se perfino il Golfo di Napoli ha i suoi detrattori , e artisti che lo dichiarano inespressivo , preferendogli i “ tetri abeti ” , le “ nebbie e i perpetui aquiloni ” dei mari settentrionali ; figurarsi se è possibile che codesta relatività non abbia luogo pel corpo umano , fonte delle più svariate suggestioni . Connessa con la Fisica estetica è la questione della bellezza delle figure geometriche . Ma se per figure geometriche s ' intendono i concetti della geometria ( il concetto del triangolo , del quadrato , del cono ) , questi non sono né belli né brutti , appunto perché concetti . Se , invece , per tali figure s ' intendono corpi che hanno determinate forme geometriche , esse saranno belle o brutte , come ogni fatto naturale , secondo le connessioni ideali in cui vengono poste . Si è detto da taluni che sono belle quelle figure geometriche le quali tendono all ' alto , dandoci l ' immagine della fermezza e della forza . E che ciò possa accadere , non si nega . Ma non si deve negare neppure , che anche quelle le quali ci danno l ' impressione del malfermo e dello schiacciato , possono avere il loro bello , quando stanno per l ' appunto a rappresentare il malfermo e lo schiacciato ; e che , in questi ultimi casi , la fermezza della linea retta e la leggerezza del cono o del triangolo equilatero sembreranno , invece , elementi di bruttezza . Certo , siffatte questioni sul bello di natura e sulla bellezza della geometria , come le altre analoghe sul bello storico e sul bello umano , appaiono meno assurde nella Estetica del simpatico , la quale , con le parole “ bellezza estetica ” intende , in fondo , la rappresentazione del piacevole . Ma non è meno erronea , anche nell ' àmbito di quella dottrina e poste quelle premesse , la pretensione di determinare scientificamente quali siano i contenuti simpatici e quali quelli irrimediabilmente antipatici . Per tale questione non si può se non ripetere , con lunghissima infinita coda , il “ Sunt quos ” della prima ode del primo libro di Orazio , e l ' “ Havvi chi ” dell ' epistola leopardiana a Carlo Pepoli . A ciascuno il suo bello ( = simpatico ) , come a ciascuno la sua bella . La Filografia non è scienza . Nel produrre l ’ istrumento artificiale , o bello fisico , l ' artista ha talora innanzi fatti naturalmente esistenti , che sono , come si chiamano , i suoi modelli : corpi , stoffe , fiori , e così via . Si percorrano gli schizzi , gli studi e gli appunti degli artisti : Leonardo , quando lavorava al Cenacolo , annotava nel suo taccuino : “ Giovannina , viso fantastico , sta a S . Caterina , all ' Ospedale ; Cristofano di Castiglione sta alla pietà , ha bona testa ; Cristo , Giovan Conte , quello del Cardinale del Mortaro ” . E così via . Sorge da ciò l ' illusione che l ' artista imiti la natura ; laddove sarebbe forse più esatto dire , che la natura imiti l ' artista e gli sia obbediente . In questa illusione ha trovato talvolta terreno e alimento la teoria dell ' arte imitatrice della natura ; e anche la variante di essa , meglio sostenibile , che fa dell ' arte l ’ idealizzatrice della natura . Questa ultima teoria presenta il processo disordinatamente , anzi all ’ inverso dell ' ordine reale ; perché l ' artista non muove dalla realtà estrinseca per modificarla avvicinandola all ' ideale , ma dall ' impressione della natura esterna va alla espressione , e cioè al suo ideale , e da questa passa al fatto naturale , che riduce strumento di riproduzione del fatto ideale . Anche conseguenza di uno scambio tra atto estetico e fatto fisico è la dottrina delle forme elementari del bello . Se l ' espressione , se il bello è indivisibile , il fatto fisico , invece , nel quale esso si estrinseca , può ben essere diviso e suddiviso : per esempio , una superficie dipinta in linee e colori , gruppi e curve di linee , specie di colori , e via dicendo ; una poesia , in strofe , versi , piedi , sillabe ; una prosa , in capitoli , paragrafi , capiversi , periodi , frasi , parole , e così via . Le parti , che si ottengono a questo modo , non sono atti estetici , ma fatti fisici più . piccoli , arbitrariamente tagliati . Procedendo per questa via , e persistendo nella confusione , si finirebbe col concludere che le vere forme elementari del bello sono gli atomi . Contro gli atomi si potrebbe far valere la legge estetica , più volte promulgata , che il bello deve avere grandezza : una certa grandezza , che non sia né l ' impercettibilità del troppo piccolo né l ’ inafferrabilità del troppo grande . Ma una grandezza che si determini , non secondo misure , ma secondo la percettibilità , accenna a ben altro che non a un concetto matematico . E , infatti , ciò che si dice impercettibile e inafferrabile non produce impressione , perché non è fatto reale , ma concetto : il requisito della grandezza del bello si riduce in tal modo a quello della presenza effettiva del fatto fisico , che serve alla riproduzione del bello . Continuando nella ricerca delle leggi fisiche o delle condizioni obiettive del bello , è stato domandato a quali fatti fisici risponde il bello , a quali il brutto , ossia a quali unioni di toni , di colori , di grandezze , matematicamente determinabili . Il che sarebbe come se , in Economia politica , si ricercassero le leggi degli scambi nella natura fisica degli oggetti che si scambiano . Della vanità del tentativo avrebbe dovuto dare presto qualche sospetto la sua costante infecondità . Ai nostri tempi in ispecie , si è molte volte asserita la necessità di una Estetica induttiva , di un ' Estetica dal basso , che proceda come scienza naturale e non affretti le sue conclusioni . Induttiva ? Ma l ’ Estetica è stata sempre induttiva e deduttiva insieme , come ogni scienza filosofica ; l ' induzione e la deduzione non possono separarsi , né , separate , valgono a qualificare una scienza vera e propria . Senonché la parola « induzione » non era pronunziata a caso : si voleva con essa significare che il fatto estetico non è altro , in fondo , che un fatto fisico , da studiare applicandogli i concetti e i metodi propri delle scienze fisiche e naturali . Con tale presupposto e con tale fiducia l ’ Estetica induttiva o Estetica dal basso ( quanta superbia in questa modestia ! ) si è messa all ' opera . E ha coscienziosamente cominciato dal fare raccolta di oggetti belli , per esempio , di una grande quantità di buste per lettere di varia forma e dimensione ; ed è venuta investigando quali di queste diano l ’ impressione del bello e quali del brutto . Com ' era da aspettare , gli estetici induttivi si sono trovati subito nell ' imbarazzo : lo stesso oggetto , che sembrava brutto per un verso , sembrava poi bello per un altro . Una busta gialla , grossolana , bruttissima per chi debba chiudervi una letterina d ' amore , è poi sommamente adatta a contenere una citazione in carta bollata per mano d ' usciere ; la quale starebbe molto male ( o per lo meno , parrebbe una ironia ) in una busta quadrata di carta inglese . Queste considerazioni di semplice buon senso sarebbero dovute bastare a persuadere gli estetici dell ' induzione , che il bello non ha esistenza fisica ; e a far loro smettere la vana e ridicola ricerca . Ma no : essi sono ricorsi a un espediente , che non sappiamo quanto appartenga alla severità delle scienze naturali . Hanno mandato in giro le loro buste e aperto un referendum , cercando di stabilire in che consista il bello e il brutto , a voti di maggioranza . Non ci dilungheremo ancora in quest ' argomento , perché ci parrebbe di mutarci , da espositori della scienza estetica e dei suoi problemi , in narratori di aneddoti comici . In linea di fatto sta , che tutta l ’ Estetica induttiva , non ha finora scoperto una legge sola . Chi dispera dei medici , è disposto ad abbandonarsi ai ciarlatani . E così è accaduto ai credenti nelle leggi naturalistiche del bello . Gli artisti adoperano talvolta canoni empirici , come quello delle proporzioni del corpo umano o quello della sezione aurea , cioè di una linea divisa in due parti in modo che la minore stia alla maggiore come la maggiore alla linea intera ( bc : ac = ac : ab ) . Questi canoni diventano facilmente le loro superstizioni , attribuendo essi all ' osservanza di regole siffatte la buona riuscita delle opere loro . Così Michelangelo lasciava in eredità al discepolo Marco del Pino da Siena il precetto : “ ch ' egli dovesse sempre fare una figura piramidale , serpentinata , moltiplicata per una , due e tre ” ; precetto che non aiutò , per altro , Marco da Siena a uscire da quella mediocrità , che noi possiamo osservare ancora nelle tante pitture di lui esistenti qui in Napoli . E dal detto di Michelangelo altri trasse appicco a teorizzare la linea ondulante e la serpeggiante , come le vere linee della bellezza . Su queste leggi della bellezza , sulla sezione aurea e sulla linea ondulante e serpeggiante , si sono composti interi volumi , che bisogna considerare , a nostro parere , quasi l ' astrologia della Estetica . XV . L ' ATTIVITÀ DELL ' ESTRINSECAZIONE . LA TECNICA E LA TEORIA DELLE ARTI . Il fatto della produzione del bello fisico importa , come si è già avvertito , la vigile volontà che si sforza a non lasciare andar perdute certe visioni , intuizioni o rappresentazioni . Volontà che può svolgersi rapidissimamente e come istintivamente , e può anche aver bisogno di lunghe e laboriose deliberazioni . A ogni modo , solo così , cioè per effetto della produzione che ha luogo di aiuti alla memoria ossia di oggetti fisici , l ' attività pratica entra in relazione con quella estetica , non più come semplice concomitante di essa , ma come momento da essa realmente distinto . Noi non possiamo volere o non volere la nostra visione estetica : possiamo , bensì , volerla o no estrinsecare , o , meglio , serbare e comunicare o no agli altri l ' estrinsecazione prodotta . Questo fatto volontario dell ' estrinsecazione è preceduto da un complesso di svariate conoscenze , le quali , come tutte le conoscenze allorché precedono un ' attività pratica , sappiamo che prendono il nome di tecniche . E allo stesso modo metaforico ed ellittico onde si parla di un bello fisico , si discorre di una tecnica artistica , cioè ( per denominarla più precisamente ) di conoscenze a servigio dell ' attività pratica rivolta a produrre stimoli di riproduzione estetica . In luogo di una dicitura così lunga ci varremo anche qui della terminologia comune , sul significato della quale oramai siamo intesi . La possibilità di queste conoscenze tecniche in servigio della riproduzione artistica è ciò che ha traviato le menti a immaginare una tecnica estetica dell ' espressione interna , vale a dire una dottrina dei mezzi dell ' espressione interna , cosa affatto inconcepibile . E di questa inconcepibilità ben sappiamo la ragione : l ' espressione , considerata in sé stessa , è attività teoretica elementare ; e , in quanto tale , precede la pratica e le conoscenze intellettive che rischiarano la pratica , ed è indipendente così dall ' una come dalle altre . Concorre per sua parte a determinare la pratica , ma non ne viene determinata . L ' espressione non ha mezzi , perché non ha fine ; intuisce qualcosa , ma non vuole , e perciò non si può analizzare nei componenti astratti della volizione , il mezzo e il fine . E se si dice talora che uno scrittore ha inventato una nuova tecnica del romanzo o del dramma , o un pittore una nuova tecnica del distribuire la luce , la parola è usata a casaccio , perché la pretesa nuova tecnica è proprio quel nuovo romanzo , quel nuovo quadro , e nient ' altro . La distribuzione della luce appartiene alla visione stessa del quadro ; così come la tecnica di un drammaturgo è la stessa concezione drammatica di lui . Altre volte , con la parola “ tecnica ” Si sogliono designare alcuni pregi o difetti di un ' opera sbagliata ; e si dice , come per eufemismo , che la concezione è sbagliata ma la tecnica è buona , o che la concezione è buona , ma la tecnica è sbagliata . Quando , invece , si parla dei modi di dipingere a olio o d ' incidere ad acquaforte o di scolpire l ' alabastro , allora sì che la parola “ tecnica ” è propria ; senonché , in tal caso , l ' aggettivo “ artistico ” è usato metaforicamente . E se una tecnica drammatica , in senso estetico , è impossibile , non è impossibile una tecnica teatrale , ossia dei processi d ' estrinsecazione di alcune particolari opere estetiche . Allorché , per esempio , in Italia , nella seconda metà del secolo decimosesto , s ' introdussero le donne sulle scene , sostituendole agli uomini truccati da donne , questo fu un ritrovato , vero e proprio , di tecnica teatrale ; e tale fu anche per l ' appunto , nel secolo seguente , quel perfezionamento che alle macchine per il rapido cambiamento delle scene seppero dare gl ' impresari dei teatri di Venezia . La raccolta di conoscenze tecniche in servigio degli artisti che intendono a estrinsecare le loro espressioni , può dividersi in gruppi , i quali prendono il titolo di teorie delle arti . Nasce così una teoria dell ' Architettura , contenente leggi di meccanica , ragguagli sul peso o sulla resistenza dei materiali di costruzione e di rivestimento , sul modo di mescolare la calce e lo stucco ; una teoria della Scultura , contenente avvertenze sui modi di scolpire le varie pietre , di ottenere una buona fusione del bronzo , di lavorarlo col cesello , di copiare esattamente il modello di creta e di gesso , di tenere umida la creta ; una teoria della Pittura , sulla varia tecnica della tempera , della pittura a olio , dell ' acquarello , del pastello , sulle proporzioni del corpo umano , sulle regole della prospettiva ; una teoria dell ' Oratoria , con precetti sulle guise del porgere , sui metodi per esercitare e rinforzare la voce , sugli atteggiamenti mimici e sui gesti ; una teoria della Musica , sulle combinazioni e fusioni di toni e di suoni , e via seguitando : raccolte di precetti , che abbondano in tutte le letterature . E , poiché non è possibile dire esattamente che cosa sia utile e che cosa inutile a sapere , libri di questo genere tendono molto spesso a diventare enciclopedie o cataloghi di desiderati . Vitruvio , nel De architectura , richiede per l ' architetto la conoscenza delle lettere , del disegno , della geometria , dell ' aritmetica , dell ' ottica , della storia , della filosofia naturale e morale , della giurisprudenza , della medicina , dell ' astrologia , della musica , e così via . Tutto è buono da sapere : impara l ' arte e mettila da parte . Come dovrebbe esser chiaro , siffatte raccolte empiriche non sono riducibili a scienza . Composte di nozioni attinte appunto a varie scienze e discipline , i loro principi filosofici e scientifici si trovano in quelle . Proporsi di elaborare una teoria scientifica delle singole arti sarebbe volere ridurre all ' uno e omogeneo ciò ch ’ è , per destinazione , molteplice ed eterogeneo : voler distruggere come raccolta ciò ch ’ è stato messo assieme pel fine appunto di ottenere una raccolta . Nel tentar di dare forma rigorosamente scientifica ai manuali per l ' architetto o pel pittore o pel musicista , è chiaro che non resterebbero nelle nostre mani se non i principi generali della Meccanica , dell ' Ottica o dell ' Acustica . E se si viene estraendo da essi e isolando ciò che vi può essere sparso di osservazioni propriamente artistiche per costruirlo in sistema di scienza , si lascia il terreno della singola arte e si passa all ’ Estetica , ch ' è sempre Estetica generale o , per dir meglio , non si può dividere in generale e speciale . Quest ' ultimo caso ( proporsi , cioè , di dare una tecnica e riuscire a un ’ Estetica ) è accaduto di solito , allorché a elaborare simili teoriche e manuali tecnici si sono messi uomini forniti di forte senso scientifico e di naturale disposizione filosofica . Ma la confusione tra la Fisica e l ' Estetica ha raggiunto il più alto segno , quando si sono immaginate teorie estetiche delle singole arti , procurando di rispondere alle domande : quali sono i limiti di ciascun ' arte ? che cosa si può rappresentare coi colori e che cosa coi suoni ? che cosa con le semplici linee monocrome e che cosa con tocchi di colori svariati ? che cosa coi toni e che cosa coi metri e ritmi ? quali sono i limiti tra le arti figurative e le uditive , tra la pittura e la scultura , tra la poesia e la musica ? Il che , tradotto in termini scientifici , val quando domandare : quale è il legame tra l ' Acustica e l ' espressione estetica ? quale tra questa e l ' Ottica ? e simili . Ora , se dal fatto fisico a quello estetico non vi è passaggio , come potrebbe poi esservene dal fatto estetico a gruppi particolari di fatti fisici , quali i fenomeni dell ' Ottica o dell ' Acustica ? Le cosiddette arti non hanno limiti estetici , giacché , per averli , dovrebbero avere anche esistenza estetica nella loro particolarità ; e noi abbiamo mostrato la genesi affatto empirica di quelle partizioni . Per conseguenza , è assurdo ogni tentativo di classificazione estetica delle arti . Se non hanno limiti , esse non sono determinabili esattamente , né quindi filosoficamente distinguibili . Tutti i volumi di classificazioni e sistemi delle arti si potrebbero ( e sia detto col massimo rispetto verso gli scrittori che vi hanno versato sopra i loro sudori ) bruciare senza danno alcuno . L ' impossibilità di siffatte sistemazioni ha come una riprova negli strani modi ai quali si è ricorso per eseguirle . Prima e più comune partizione è quella in arti dell ' udito , della vista e della fantasia ; quasi che occhi , orecchi e fantasia stiano sulla stessa linea e possano dedursi da una medesima variabile logica , fondamento della divisione . Altri hanno proposto l ' ordinamento in arti dello spazio e arti del tempo , arti del riposo e arti del movimento ; come se i concetti di spazio , tempo , riposo e movimento determinino speciali conformazioni estetiche e abbiano alcunché di comune con l ' arte in quanto tale . Altri , infine , si sono baloccati a dividerle in classiche e romantiche , dando valore di concetti scientifici a semplici denominazioni di fatti storici , o cadendo in quelle partizioni rettoriche delle forme espressive già di sopra criticate ; o ancora in arti che si vedono da un sol lato , come la pittura , e che si vedono da tutti i lati , come la scultura ; e simili stravaganze , che non stanno né in cielo né in terra . La teoria dei limiti delle arti fu , forse , al tempo in cui venne proposta , una benefica reazione critica contro coloro che stimavano possibile il travasamento di un ' espressione in un ' altra ( per esempio , dell ' Iliade o del Paradiso perduto in una serie di dipinti ) , e anzi giudicavano di maggiore o minor valore una poesia , secondo che potesse o no da un pittore essere tradotta in quadri . Ma , se la reazione era ragionevole e riportò facile vittoria , ciò non vuol dire che le ragioni adoperate e i sistemi all ' uopo congegnati fossero buoni . Con la teoria delle arti e dei loro limiti cade ancora l ' altra , che ne è un corollario : quella della riunione delle arti . Poste singole arti , distinte e limitate , nascevano le domande : qual ’ è la più possente ? e , col riunirne parecchie , non si otterranno effetti più possenti ? Di ciò non sappiamo nulla : sappiamo , caso per caso , che alcune intuizioni artistiche hanno bisogno , per la riproduzione , di alcuni mezzi fisici , e altre intuizioni artistiche , di altri mezzi . Vi sono drammi il cui effetto si ottiene dalla semplice lettura ; altri , ai quali occorrono la declamazione e l ' apparato scenico : intuizioni artistiche che , per estrinsecarsi pienamente , richiedono parole , canto , strumenti musicali , colori , plastica , architetture , attori ; e altre , che sono belle e compiute in un sottile contorno fatto con la penna o con pochi tratti di matita . Ma che la declamazione e l ' apparato scenico , o tutte insieme le altre cose che abbiamo ora menzionate , siano più possenti della semplice lettura o del semplice contorno a penna e a matita , è falso ; perché ciascuno di quei fatti o gruppi di fatti ha , per così dire , diverso fine , e la potenza dei mezzi è incomparabile quando i fini sono diversi . È da notare che , solo tenendo ferma la netta e rigorosa distinzione tra l ' attività estetica vera e propria , e quella pratica dell ' estrinsecazione , è dato risolvere le avviluppate e confuse questioni circa i rapporti dell ' arte con l ' utilità e con la moralità . Che l ' arte come arte sia indipendente e dall ' utilità e dalla moralità , ossia da ogni valore pratico , abbiamo dimostrato di sopra . Senza tale indipendenza non sarebbe possibile parlare di un valore intrinseco dell ' arte , e neppure quindi concepire una scienza estetica , la quale ha per sua necessaria condizione l ' autonomia dell ' atto estetico . Ma sarebbe erroneo pretendere che l ' affermata indipendenza dell ' arte , ch ' è indipendenza della visione o intuizione o espressione interna dell ' artista , debba essere estesa senz ' altro all ' attività pratica dell ' estrinsecazione e della comunicazione , la quale può seguire o no al fatto estetico . Intesa l ' arte come estrinsecazione dell ' arte , l ' utilità e la moralità vi entrano di pieno diritto ; col diritto , cioè , che si ha nelle cose di casa propria . Infatti , delle tante espressioni e intuizioni che formiamo nel nostro spirito , non tutte estrinsechiamo e fissiamo ; non ogni nostro pensiero o immagine traduciamo a voce alta o mettiamo per iscritto o stampiamo o disegniamo o coloriamo o esponiamo al pubblico . Tra la folla delle intuizioni , formate o almeno abbozzate interiormente , noi scegliamo ; e la scelta è guidata da criteri di economica disposizione della vita e di morale indirizzo di essa . Perciò , fissata un ' intuizione , resta sempre da ponderare ancora se convenga comunicarla ad altri , e a chi , e quando , e come : ponderazioni che ricadono tutte egualmente sotto il criterio utilitario e sotto quello etico . Si trovano così in qualche modo giustificati i concetti della scelta , dell ' interessante , della moralità , del fine educativo , della popolarità , e simili , i quali , imposti all ' arte come arte , non possono giustificarsi in niun modo , e perciò sono stati da noi , in pura Estetica , respinti . L ' errore ha sempre qualche motivo di vero ; e chi formolava quelle proposizioni estetiche erronee volgeva , in realtà , l ' occhio ai fatti pratici , che si collegano esternamente al fatto estetico e appartengono alla vita economica e morale . Che poi si sia partigiani della maggiore libertà anche nella divulgazione dei mezzi della riproduzione estetica , sta bene : siamo anche noi di questo avviso e lasciamo le leghe pei provvedimenti legislativi e pei processi da promuovere contro l ' arte immorale agli ipocriti , agli ingenui e ai perdigiorno . Ma affermare quella libertà e fissarne i limiti , siano pure latissimi , è sempre ufficio della morale . E sarebbe , a ogni modo , fuori di luogo invocare quell ' altissimo principio , quel fundamentum Aesthetices , ch ’ è l ’ indipendenza dell ' arte , per dedurne l ' incolpabilità dell ' artista che nell ' estrinsecare le sue fantasie calcoli da immorale speculatore sui gusti malsani dei lettori , o la licenza da concedere ai girovaghi che vendono per le piazze figurine oscene . Quest ' ultimo caso è di competenza della polizia , come il primo è da trarsi innanzi al tribunale della coscienza morale . Il giudizio estetico sull ' opera d ' arte non ha che vedere con quello sulla moralità dell ' artista , in quanto uomo pratico , né coi provvedimenti da prendere perché le cose dell ' arte non siano distratte a fini malvagi , alieni dalla natura di essa , ch ’ è pura contemplazione teoretica . XVI . IL GUSTO E LA RIPRODUZIONE DELL ' ARTE . Compiuto l ' intero processo estetico ed estrinsecativo , prodotta un ' espressione bella , e fissatala in un determinato materiale fisico , che cosa significa giudicarla ? Riprodurla in sé , rispondono quasi a una voce i critici d ' arte , ed egregiamente . Procuriamo d ' intendere bene questo fatto e , a tal inténto , rappresentiamolo come in uno schema . L ' individuo A cerca l ' espressione di un ' impressione che sente o presente , ma che non ha ancora espressa . Eccolo a tentare varie parole e frasi , che gli diano l ' espressione cercata , quell ' espressione che dev ' esserci , ma ch ' egli non possiede . Prova la combinazione m , e la rigetta come impropria , inespressiva , manchevole , brutta : prova la combinazione n , e col medesimo risultato . Non vede punto o non vede chiaro . L ' espressione gli sfugge ancora . Dopo altre vane prove , nelle quali ora s ' accosta , ora si discosta dal segno cui tende , d ' un tratto forma ( par quasi che gli si formi da sé spontaneamente ) l ' espressione cercata , e lux facta est . Egli gode per un istante il piacere estetico o del bello . Il brutto , col dispiacere correlativo , era l ' attività estetica che non riusciva a vincere l ' ostacolo : il bello è l ' attività espressiva , che ora si dispiega trionfante . Abbiamo tolto l ' esemplificazione dal dominio della parola , come più accessibile e prossimo ; giacché , se non tutti disegniamo o dipingiamo , tutti parliamo . Se ora un altro individuo , che diremo B , dovrà giudicare quell ' espressione , e determinare se sia bella o brutta , egli non potrà se non mettersi nel punto di vista di A , e rifarne , con l ' aiuto del segno fisico da lui prodotto , il processo . Se A ha visto chiaro , B ( essendosi messo nel punto di vista di lui ) vedrà anch ' esso chiaro , e sentirà quell ' espressione come bella . Se A non ha visto chiaro , non vedrà chiaro neanche B , e la sentirà , d ' accordo con lui , più o meno brutta . Si potrà osservare che noi non abbiamo preso in considerazione due altri casi : che A abbia visto chiaro e B veda buio ; o che A abbia visto buio e B veda chiaro . Questi due casi sono , parlando con rigore , impossibili . L ' attività espressiva , appunto perché attività , non è capriccio , ma necessità spirituale ; e non può risolvere un medesimo problema estetico se non in un sol modo , che sia buono . Si obbietterà contro questa nostra recisa affermazione che opere le quali sembrano belle agli artisti , vengono poi riconosciute brutte dai critici ; e che altre opere , di cui quelli erano scontenti e che giudicavano imperfette o sbagliate , vengono riconosciute , invece , da questi e belle e perfette . Ma , in tali casi , una delle due parti ha torto : o i critici o gli artisti , e talvolta i critici e talvolta gli artisti . Infatti , il produttore dell ' espressione non sempre si rende conto esatto di ciò che accade nel suo animo . La fretta , la vanità , l ' irriflessione , i pregiudizi teorici ci fanno dire , e quasi talora anche credere , che siano belle opere nostre , che , se ci ripiegassimo davvero su noi stessi , vedremmo , quali sono in realtà , brutte . Il povero artista si comporta talora come il povero Don Quijote , quando , raccomodato alla meglio l ' elmo con la celata di cartapesta , che gli si era svelato alla prima prova di fiacchissima resistenza , si guardò bene dal provarlo di nuovo con un ben assestato colpo di spada , e lo dichiarò e ritenne senz ' altro ( dice il suo autore ) “ por celada finisima de encaxe ” . In altri casi , le cagioni medesime , o le opposte ma analoghe , turbano la coscienza dell ' artista , e gli fanno giudicare male ciò che ha prodotto bene , o tentar di disfare e rifare in peggio ciò che , nell ' artistica spontaneità , egli ha ben fatto . Esempio : Tasso e il suo passaggio dalla Gerusalemme liberata alla Gerusalemme conquistata . Parimente , la fretta , la pigrizia , l ' irriflessione , i pregiudizi teorici , le personali simpatie o animosità e altri motivi di tal sorta inducono talora i critici ad asserire brutto ciò ch ’ è bello e bello ciò ch ’ è brutto ; e ch ' essi sentirebbero , qual è effettivamente , se eliminassero quei motivi perturbatori e non lasciassero ai posteri , giudici più diligenti e spassionati , l ' ufficio di conferire la palma o compiere la giustizia da essi negata . Dal precedente teorema si ricava che l ' attività giudicatrice , che critica e riconosce il bello , s ' identifica con quella che lo produce . La differenza consiste soltanto nella diversità delle circostanze , perché l ' una volta si tratta di produzione e l ' altra di riproduzione estetica . L ' attività che giudica si dice gusto ; l ' attività produttrice genio : genio e gusto sono , dunque , sostanzialmente identici . Questa identità viene intravveduta allorché si osserva comunemente che il critico deve avere alcunché della genialità dell ' artista , e che l ' artista deve essere fornito di gusto ; ovvero che vi ha un gusto attivo ( produttore ) e uno passivo ( riproduttore ) . Ma in altre anche comuni osservazioni essa viene negata , quando , per esempio , si parla di un gusto senza genio , o di un genio senza gusto . Osservazioni , queste ultime , vuote di senso , se non alludessero a differenze quantitative o psicologiche , chiamandosi geni senza gusto coloro che producono opere d ' arte indovinate nelle parti culminanti e trascurate e difettose in quelle secondarie , e uomini di gusto senza genio coloro che , mentre sanno raggiungere alcuni pregi isolati o secondari , non hanno la forza necessaria per una vasta sintesi artistica . Interpretazioni analoghe si possono trovare agevolmente di altre proposizioni simili . Ma porre differenza sostanziale tra genio e gusto , tra produzione e riproduzione artistica , renderebbe inconcepibili la comunicazione e il giudizio . Come si potrebbe giudicare da noi ciò che ci restasse estraneo ? Come ciò ch ’ è prodotto di una determinata attività si potrebbe giudicare con una attività diversa ? Il critico sarà un piccolo genio , l ' artista un genio grande ; l ' uno avrà forze per dieci , l ' altro per cento ; il primo , per levarsi a una certa altezza , avrà bisogno dell ' appoggio dell ' altro : ma la natura di entrambi dev ' essere la medesima . Per giudicare Dante ci dobbiamo levare all ' altezza di lui : empiricamente , s ' intende bene , noi non siamo Dante , né Dante è noi ; ma , in quel momento della contemplazione , e del giudizio , il nostro spirito è tutt ' uno con quello del poeta , e in quel momento noi e lui siamo una cosa sola . Soltanto in questa identità è la possibilità che le nostre piccole anime risuonino con le grandi , e s ' aggrandiscano con esse nella universalità dello spirito . Osserviamo per incidente che ciò che sì è detto del giudizio estetico vale per ogni altra attività e per ogni altro giudizio ; e che allo stesso modo si fa la critica scientifica , economica , etica . Per fermarci al caso di quest ' ultima , solo se ci rimettiamo idealmente nelle condizioni medesime in cui si trovò chi prese una data risoluzione , possiamo giudicare se questa fu morale o immorale . Altrimenti , un ' azione ci resterebbe incomprensibile e quindi ingiudicabile . Un omicida può essere un furfante o un eroe : il che , se riesce , in certi limiti , indifferente alla difesa sociale , la quale condanna alla stessa pena l ' uno e l ' altro , non è indifferente a chi voglia distinguere e giudicare secondo morale , e non può quindi esimersi dal rifare la psicologia individuale dell ' omicida per determinare la vera figura , non più soltanto giuridica , dell ' azione di lui . Anche nell ’ Etica si è parlato qualche volta di un gusto o di un tatto morale , che risponderebbe a ciò che di solito si chiama coscienza morale , cioè all ' attività stessa della buona volontà . La spiegazione , esposta di sopra , del giudizio o riproduzione estetica dà insieme ragione e torto agli assolutisti e ai relativisti : a coloro che propugnano l ' assolutezza del gusto , e a coloro che la negano . Gli assolutisti , in quanto affermano potersi giudicar del bello , hanno ragione ; ma la dottrina che pongono a base della loro affermazione , è insostenibile , perché essi concepiscono il bello , ossia il valore estetico , come qualcosa che sia posto fuori dell ' attività estetica , come un concetto o un modello che l ' artista attui nella sua opera e di cui il critico si valga poi per giudicare l ' opera stessa . Concetti e modelli , che in arte non esistono , come bene si è riconosciuto sin da quando si è cominciato a dire che ogni opera d ' arte è giudicabile solo in sé stessa e ha in sé il suo modello : con che si è negata l ' esistenza dei modelli oggettivi di bellezza , siano essi concetti intellettuali o idee sospese nel cielo metafisico . In questa negazione gli avversari , i relativisti , hanno molta ragione , e col farla valere sono stati autori di un progresso nella teoria della critica . Senonché , la ragionevolezza iniziale della tesi si converte poi , anche presso di essi , in una teoria falsa . Ripetendo l ' antico adagio , che dei gusti non si disputa , credono che l ' espressione estetica sia della stessa qualità del piacevole e dello spiacevole , che ciascuno sente a suo modo e sui quali non si disputa . Ma piacevole e spiacevole sono , come sappiamo , fatti utilitari e pratici ; onde i relativisti vengono in ultima analisi a negare la natura del fatto estetico e a confondere da capo l ' espressione con l ' impressione , il teoretico col pratico . La soluzione giusta consiste nel rigettare così il relativismo o psicologismo , come il falso assolutismo ; e nel riconoscere che il criterio del gusto è assoluto , ma di una assolutezza diversa da quella dell ' intelletto , che si svolge nel raziocinio ; è assoluto dell ' assolutezza intuitiva della fantasia . P da giudicare perciò bello qualsiasi atto di attività espressiva che sia davvero tale , e brutto qualunque fatto , in cui entrino in lotta insoluta attività espressiva e passività . Tra assolutisti e relativisti assoluti è una terza classe , che potrebbe chiamarsi dei relativisti relativi . Costoro affermano l ' assolutezza dei valori in altri campi ( in quelli , per esempio , della Logica o dell ’ Etica ) , ma la negano nel campo estetico . Che si disputi di scienza o di morale , sembra loro naturale e giustificato , perché la scienza riposa sull ' universale , comune a tutti gli uomini , e la morale sul dovere , anch ' esso legge della natura umana ; ma come disputare dell ' arte , che riposa sulla fantasia ? Senonché non solo l ' attività fantastica è universale e appartiene alla natura umana , al pari del concetto logico e del dovere pratico ; ma contro la riferita tesi intermedia è da muovere un ' obiezione preliminare . Negando l ' assolutezza della fantasia , si verrebbe a negare anche quella della verità intellettuale o concettuale , e implicitamente , della morale . La morale non ha forse per presupposto le distinzioni logiche ? e come altrimenti queste sono conosciute se non in espressioni e parole , ossia in forma fantastica ? Tolta l ' assolutezza della fantasia , la vita dello spirito vacillerebbe nella base . L ' individuo non intenderebbe più l ' altro individuo , anzi neppure il sé stesso di un momento prima , il quale , considerato nel momento dopo , è già un altro individuo . Pure , la varietà dei giudizi è un fatto indubitabile . Gli uomini sono discordi in valutazioni logiche , etiche , economiche ; e discordi altresì , o ancora di più , in quelle estetiche . Se alcune cagioni che abbiamo ricordate ( fretta , pregiudizi , passioni e simili ) possono attenuare l ' importanza di cotesta discordia , non perciò l ' annullano . Nel parlare degli stimoli della riproduzione , abbiamo soggiunto una cautela , dicendo che la riproduzione ha luogo , se tutte le altre condizioni restano pari . Restano forse pari ? L ' ipotesi risponde alla realtà ? Sembra di no . Riprodurre più volte un ' impressione mediante uno stimolo fisico adatto , importa che questo non si sia alterato , e che l ' organismo si trovi nelle medesime condizioni psicologiche , in cui era quando ebbe l ' impressione che si vuol riprodurre . Ora è un fatto che lo stimolo fisico si altera continuamente , e così anche le condizioni psicologiche . Le pitture a olio anneriscono , quelle a fresco diventano sbiadite , le statue perdono nasi e mani e gambe , le architetture rovinano totalmente o parzialmente , dell ' esecuzione di una musica si smarrisce la tradizione , il testo di una poesia è corrotto da cattivi copisti o da cattive stampe . Questi sono esempi ovvi di mutazioni , che accadono ogni giorno negli oggetti o stimoli fisici . Circa le condizioni psicologiche , non ci fermeremo sul caso del diventar sordi o ciechi , cioè della perdita d ' interi ordini d ' impressioni psichiche : caso particolare e di secondaria importanza di fronte a quello fondamentale , quotidiano , immancabile , del mutarsi perpetuo della società intorno a noi e delle condizioni interne della nostra vita individuale . Le manifestazioni foniche , ossia le parole e i versi della Commedia dantesca debbono produrre in un cittadino italiano , che pratichi la politica della terza Roma , impressione ben diversa da quella che provava un ben informato e affiatato coetaneo del poeta . La Madonna di Cimabue è sempre in Santa Maria Novella ; ma parla essa al visitatore odierno come ai fiorentini del Dugento ? e , se anche il tempo non l ' avesse annerita , l ' impressione che ora produce non deve supporsi del tutto diversa da quella di un tempo ? Perfino nel caso di un medesimo individuo poeta , una poesia , composta da lui in gioventù , gli farà forse la stessa impressione di una volta , quando egli la rilegga in età senile , con disposizioni affatto mutate ? Vero è che alcuni estetici hanno tentato una distinzione tra stimoli e stimoli , tra segni naturali e convenzionali , i primi dei quali avrebbero un effetto costante e per tutti , e i secondi solo per circoli ristretti . Segni naturali sarebbero , a loro avviso , quelli della pittura ; convenzionali , le parole della poesia . Ma la differenza tra gli uni e gli altri è , tutt ' al più , solo di grado . Molte volte è stato affermato che la pittura è un linguaggio che s ' intende da chiunque , diversamente da ciò che accade per la poesia . In questo , per l ' appunto , Leonardo poneva una delle prerogative della sua arte , che “ non ha bisogno d ' interpreti di diverse lingue come hanno le lettere ” , e soddisfa agli uomini e agli animali , raccontando l ' aneddoto di quel ritratto di un padre di famiglia , “ cui facean carezze li piccioli figliuoli , che ancora erano nelle fasce , e similmente il cane e gatta della medesima casa ” . Ma altri aneddoti , come quelli dei selvaggi che toglievano in iscambio la figura di un soldato per quella di una barca , o un ritratto di uomo a cavallo consideravano come fornito di una sola gamba , scoterebbero la fede nei lattanti , nei cani e nei gatti , intelligenti di pittura . Per fortuna , non occorrono ardue ricerche per avvedersi che i quadri , e le poesie , e qualsiasi opera d ' arte , non producono effetto se non su animi preparati . Segni naturali non esistono , perché tutti sono a un modo stesso convenzionali , o , per parlare con la dovuta esattezza , storicamente condizionati . Ciò posto , come ottenere che l ' espressione venga riprodotta per mezzo dell ' oggetto fisico ? che si abbia il medesimo effetto , quando le condizioni non sono più le medesime ? E non parrebbe necessario , piuttosto , concludere che le espressioni , nonostante gl ' istrumenti fisici foggiati all ' uopo , sono irriproducibili ; e che ciò che si chiama riproduzione consiste realmente in espressioni sempre nuove ? E tale infatti sarebbe la conclusione , se le varietà delle condizioni fisiche e psichiche fossero intrinsecamente insuperabili . Ma , poiché l ' insuperabilità non ha nessun carattere di necessità , bisogna invece concludere : che la riproduzione ha luogo sempre che possiamo e vogliamo rimetterci nelle condizioni tra le quali fu prodotto lo stimolo ( bello fisico ) . In queste condizioni non solo ci possiamo rimettere per astratta possibilità , ma ci rimettiamo di fatto , continuamente . La vita individuale , ch ’ è comunione con noi stessi ( col nostro passato ) , e la vita sociale , ch ’ è comunione coi nostri simili , non sarebbero possibili altrimenti . Per ciò che riguarda l ' oggetto fisico , i paleografi e filologi , restitutori dei testi nella loro fisionomia originale , i restauratori di quadri e di statue , e altrettali industri lavoratori , si sforzano appunto di conservare o ridare all ' oggetto fisico tutta l ' energia primitiva . Certamente , sono sforzi che non sempre riescono , o non riescono sempre completamente , anzi non mai o quasi è dato ottenere una restaurazione perfetta nei minimi particolari . Ma l ' insuperabile è qui meramente accidentale , e non può farci disconoscere i risultati favorevoli che pur si raggiungono . A reintegrare in noi le condizioni psicologiche che si sono mutate attraverso la storia , lavora da sua parte l ' interpretazione storica , la quale ravviva il morto , compie il frammentario , ci dà modo di vedere un ' opera d ' arte ( un oggetto fisico ) quale la vedeva l ' autore nell ' atto della produzione . Condizione di cotesto lavorio storico è la tradizione , mercé la quale è possibile raccogliere gli sparsi raggi e farli convergere a un fuoco . Noi , con la memoria , circondiamo lo stimolo fisico dei fatti tra i quali esso nacque ; e così rendiamo possibile che rioperi su noi come operava su chi lo produsse . Dove la tradizione è spezzata , l ' interpretazione si arresta ; i prodotti del passato restano allora , per noi , muti . Così ci sono inattingibili le espressioni contenute nelle iscrizioni etrusche o in quelle messapiche ; così per alcuni prodotti dell ' arte dei selvaggi si ode ancora discutere dagli etnografi , nientemeno , se siano pitture o scritture ; così gli archeologi e i preistorici non riescono sempre a stabilire con certezza se le figurazioni , che si vedono sulla vascolaria di una data regione , o su altri istrumenti d ' uso , siano di argomento religioso o profano . Ma l ' arresto dell ’ interpretazione , come quello della restituzione , non è mai un limite definitivamente insuperabile ; e le scoperte , che accadono ogni giorno , e ch ’ è lecito sperare sempre maggiori , di nuove fonti storiche e di nuovi modi di adoperare meglio le antiche , riattaccano per l ' appunto le tradizioni spezzate . Né si vuol negare che l ' erronea interpretazione storica produca talora , per così dire , palinsesti , dandoci nuove espressioni sulle antiche , fantasie artistiche invece di riproduzioni storiche . Il cosiddetto “ fascino del passato ” dipende in parte da queste espressioni nostre , che tessiamo sulle storiche . Così nelle opere della plastica ellenica si è scorta la calma e la serena intuizione della vita di quei popoli , che pur sentirono tanto pungente il dolore universale ; così nelle figure dei santi bizantini si è ravvisato perfino il “ terrore dell ' anno Mille ” , quel terrore ch ’ è un equivoco storico o una leggenda artificiale , foggiata da tardi eruditi . Ma la critica storica tende appunto a circoscrivere le fantasticherie e a stabilire con esattezza il punto di vista dal quale bisogna guardare . Per il processo sopradescritto noi viviamo in comunicazione con gli altri uomini , del presente e del passato ; e non perché si dia talvolta , e anche sovente , l ' incompreso o il malcompreso , si deve concludere che , quando crediamo di fare un dialogo , facciamo sempre un monologo ; anzi che non possiamo nemmeno ripetere il monologo , fatto altra volta in noi medesimi . XVII . LA STORIA DELLA LETTERATURA E DELL ' ARTE . Questa breve esposizione del metodo onde si ottiene la reintegrazione delle condizioni originarie in cui fu prodotta l ' opera d ' arte , e per conseguenza la possibilità della riproduzione e del giudizio , mostra a quale importante ufficio adempiano le ricerche storiche concernenti le opere artistiche e letterarie ; che è ciò che si chiama , di solito , il metodo o la critica storica nella letteratura e nell ' arte . Senza la tradizione e la critica storica , il godimento di tutte o quasi tutte le opere d ' arte sarebbe irremissibilmente perduto : noi saremmo poco più che animali , immersi nel solo presente o in un passato ben vicino . È da fatui spregiare e deridere chi ricostituisce un testo autentico , spiega il senso di parole e costumanze obliate , investiga le condizioni tra le quali visse un artista , e compie tutti quei lavori che ravvivano le fattezze e il colorito originario delle opere d ' arte . Talvolta , il giudizio spregiativo o negativo concerne la presunta o provata inutilità di molte ricerche pel fine della retta intelligenza delle opere artistiche . Ma , in primo luogo , è da osservare che le ricerche storiche non adempiono al solo fine di aiutare a riprodurre e giudicare le opere artistiche : la biografia di uno scrittore o di un artista , per esempio , e la ricerca dei costumi di un ' epoca , hanno anche fine e interesse propri , cioè estranei alla storia dell ' arte ma non ad altre forme di storiografia . Che se si vuole intendere di quelle indagini che sembra non presentino interesse di sorta , è da osservare ancora che il ricercatore storico deve spesso adattarsi all ' ufficio , poco glorioso ma utile , di catalogatore di fatti ; i quali restano per allora informi , incoerenti e insignificanti , ma sono riserva e miniera per lo storico futuro e per chiunque altro possa averne d ' uopo per alcun fine . In una biblioteca si collocano sul palchetto , e si notano nelle schede , anche libri che nessuno richiede in lettura , ma che , una volta o l ' altra , possono essere richiesti . Certo , come un bibliotecario intelligente dà la preferenza all ' acquisto e alla catalogazione di quei libri che si prevede possano servire di più e meglio , così anche i ricercatori intelligenti hanno il fiuto di ciò che serve , o potrà più facilmente servire , tra il materiale di fatti in cui vanno frugando ; laddove altri , meno intelligenti , meno ben dotati , più frettolosamente produttivi , accumulano inutile ciarpame , rifiuti e spazzature , e si perdono in sottigliezze e discussioni pettegole . Ma ciò appartiene all ' economia della ricerca , e non ci riguarda . Riguarda , tutt ' al più , il maestro che dà i temi , l ' editore che paga la stampa , e il critico che è chiamato a lodare e biasimare gli operai della ricerca . È evidente , d ' altra parte , che le ricerche storiche , rivolte a illuminare un ' opera d ' arte , non bastano da sole a farla rinascere nel nostro spirito e a metterci in grado di giudicarla ; ma presuppongono il gusto , cioè la fantasia sveglia ed esercitata . La maggiore erudizione storica può accompagnarsi a un gusto rozzo o altrimenti deficiente , a una fantasia poco agile , a un cuore , come si dice comunemente , arido e freddo , negato all ' arte . Qual è il male minore : una grande erudizione con gusto deficiente , o un gusto naturale accompagnato da molta ignoranza ? La questione è stata mossa molte volte , e , forse , converrebbe negarla , perché tra due mali non si può dire quale sia il minore , e anzi non s ' intende che cosa ciò significhi . Il semplice erudito non riesce mai a mettersi in comunicazione diretta con gli spiriti magni , e s ' aggira di continuo pei cortili , le scale e le anticamere dei loro palagi ; ma l ' ignorante ben dotato o passa indifferente innanzi a capolavori per lui inaccessibili o , invece d ' intendere le opere d ' arte quali sono effettivamente , ne inventa , egli , altre , con l ' immaginazione . Senonché la laboriosità del primo può almeno illuminare gli altri ; ma la genialità del secondo resta , nei rapporti della scienza , del tutto sterile . Come , dunque , in un certo rispetto , cioè in quello scientifico , non preferire l ' erudito coscienzioso al critico geniale inconcludente , che non è poi geniale davvero , se si rassegna , e in quanto si rassegna , a vagare lungi dalla verità ? Da quei lavori storici , che si servono delle opere d ' arte ma per intenti estranei ( biografia , storia civile , religiosa , politica , ecc . ) , e anche dall ' erudizione storica diretta a preparare la sintesi estetica della riproduzione , bisogna distinguere accuratamente la storia dell ' arte e della letteratura . La differenza dei primi da questa è palmare . La storia artistica e letteraria ha per oggetto principale le opere d ' arte stesse ; quegli altri lavori chiamano e interrogano le opere d ' arte , ma solo come testimoni e documenti da cui ricavare la verità di fatti non estetici . Meno profonda può sembrare la seconda differenza a cui abbiamo accennato . Pure , è grandissima . L ' erudizione , indirizzata a rischiarare l ' intelligenza delle opere d ' arte , mira semplicemente a far sorgere un certo fatto interno , una riproduzione estetica . La storia artistica e letteraria non nasce , invece , se non dopo che tale riproduzione sia stata ottenuta ; e importa , dunque , un lavoro ulteriore . Oggetto di essa , come di qualsiasi storia , è dire precisamente quali fatti siano accaduti nella realtà , e cioè quali fatti artistici e letterari . Chi , dopo avere raccolta l ' erudizione storica necessaria , riproduce in sé e gusta un ' opera d ' arte , può restare semplice uomo di gusto , o esprimere , tutt ' al più , il proprio sentimento con un ' esclamazione ammirativa o dispregiativa . Ciò non basta perché si diventi storico della letteratura e dell ' arte : alla semplice riproduzione deve seguire una nuova operazione mentale la quale è , a sua volta , un ' espressione , l ' espressione della riproduzione , la descrizione , esposizione o rappresentazione storica . Tra l ' uomo di gusto e lo storico c ' è , dunque , questa differenza : che il primo riproduce semplicemente , nel suo spirito , l ' opera d ' arte ; il secondo , dopo averla riprodotta , la rappresenta storicamente , ossia applicando quelle categorie per le quali , come sappiamo , la storia si differenzia dalla pura arte . La storia artistica e letteraria è , perciò , un ' opera d ' arte storica , sorta sopra una o più opere d ' arte . La denominazione “ critico artistico ” o “ critico letterario ” Si adopera in vario senso : talora riferendola all ' erudito , che lavora in servigio della letteratura ; tal ' altra , allo storico che espone nella loro realtà le opere artistiche del passato ; più spesso , a entrambi . Qualche volta , per critico s ' intende più strettamente colui che giudica e descrive le opere della letteratura contemporanea ; e per istorico , chi tratta di quelle meno recenti . Usi linguistici e distinzioni empiriche e trascurabili , perché la vera differenza è tra erudito , uomo di gusto e storico d ' arte : i quali termini designano come tre stadi successivi di lavoro , ciascuno indipendente relativamente , ossia rispetto al seguente , ma non rispetto al precedente . Si può essere , come abbiamo visto , semplici eruditi , poco capaci di sentire le opere d ' arte ; si può essere magari uomini eruditi e di gusto , capaci di sentirle e incapaci di ripensarle componendo una pagina di storia artistica e letteraria ; ma lo storico vero e compiuto , pur contenendo in sé come precedenti necessari l ' erudito e l ' uomo di gusto , deve aggiungere alle qualità di costoro la virtù della comprensione e rappresentazione storica . La metodica della storia artistica e letteraria presenta problemi e difficoltà , alcune comuni a ogni metodica storica , altre a essa peculiari , perché derivanti dal concetto stesso dell ' arte . La storia si suole distinguere in storia dell ' uomo , storia della natura e storia mista di entrambe le precedenti . Senza qui esaminare la solidità di questa distinzione , è chiaro che la storia artistica e letteraria rientra , a ogni modo , nella prima , concernendo un ' attività spirituale , ossia propria dell ' uomo . E poiché quest ' attività è il suo subietto , si scorge da ciò come sia assurdo proporsi il problema storico dell ' origine dell ' arte : formola , per altro , con la quale ( è bene notare ) si sono intese , a volta a volta , cose molto diverse . Origine molto spesso ha significato natura o qualità del fatto artistico ; nel qual caso si aveva di mira un vero problema scientifico o filosofico , il problema appunto che la nostra trattazione ha procurato , a suo modo , di risolvere . Altra volta , per origine si è intesa la genesi ideale , la ricerca della ragion dell ' arte , la deduzione dell ' atto artistico da un sommo principio che contiene in sé lo spirito e la natura : problema filosofico anche questo , e compimento del precedente , anzi coincidente con esso , sebbene sia stato talvolta stranamente interpretato e risoluto da alcune arbitrarie e semifantastiche metafisiche . Ma , quando poi si è voluto cercare proprio in qual modo l ' arte si sia storicamente formata , si è caduti nell ' assurdo al quale abbiamo accennato . Se l ' espressione è forma della coscienza , come cercare l ' origine storica di ciò che non è prodotto della natura , e che della storia umana è presupposto ? come assegnare la genesi storica di quella che è una categoria , in forza della quale si comprende ogni genesi e fatto storico ? L ' assurdo è nato dal paragone con le istituzioni umane , che si sono formate , infatti , nel corso della storia e nel corso di questa sono sparite o possono sparire . Tra l ' atto estetico e un ’ istituzione umana , come il matrimonio monogamico o il feudo corre ( per usare un paragone facilmente apprensibile ) la differenza che è tra i corpi semplici e i composti in chimica , dei primi dei quali non si può dare la formola di formazione , altrimenti non sarebbero semplici , e , quando di alcuno si giunge a trovarla , esso cessa di essere semplice e passa tra i composti . Il problema dell ' origine dell ' arte , storicamente inteso , è giustificato solo quando si proponga di cercare , non già la formazione della categoria artistica , ma dove e quando l ' arte sia per la prima volta apparsa ( apparsa , cioè , in modo rilevante ) , in quale punto o regione del globo , in quale punto o epoca della sua storia ; quando , cioè , s ’ indaghi , non l ' origine dell ' arte , ma la storia più antica o primitiva di questa . Problema ch ’ è tutt ' uno con quello dell ' apparizione della civiltà umana sulla terra . A risolverlo mancano certamente i dati , ma non l ' astratta possibilità , come , d ' altra parte , abbondano i tentativi di soluzione e le ipotesi . Ogni configurazione di storia umana ha a suo criterio costruito il concetto del progresso . Ma per progresso non è da intendere la fantastica legge del progresso , la quale , con forza irresistibile , menerebbe le generazioni umane a non si sa quali destini definitivi , secondo un piano provvidenziale , che noi potremmo indovinare e intendere poi nella sua logica . Una supposta legge di questo genere è la negazione della storia stessa , di quella contingenza , o , per dir meglio , di quella libertà che distingue il processo storico da un qualsiasi processo meccanico . Per la medesima ragione , il progresso non ha che vedere con la cosiddetta legge di evoluzione ; la quale , se significa che la realtà si evolve ( e solo in quanto si evolve o diviene è realtà ) , non può chiamarsi legge ; e , se si dà come legge , fa tutt ' uno con la legge del progresso , nel significato fallace or ora esposto . Il progresso , di cui qui parliamo , non è altro se non il concetto stesso dell ' attività umana , la quale , lavorando sulla materia fornitale dalla natura , ne vince gli ostacoli e la sottomette ai suoi scopi . Da siffatto concetto del progresso , ossia dell ' attività umana riferita a una particolare materia , muove lo storico dell ' umanità . Chiunque non sia semplice raccoglitore di fatti slegati , mero ricercatore o incoerente cronista , non può mettere insieme la più piccola narrazione di fatti umani se non possiede un suo criterio determinato , un proprio convincimento circa il concetto dei fatti di cui assume di narrare la storia . Dall ' ammasso confuso e discordante dei fatti bruti non si sale all ' opera d ' arte storica se non mercé questa appercezione , che rende possibile ritagliare in quella mole rude e indigesta una rappresentazione pensata . Lo storico di un ' azione pratica deve sapere che cosa è economia e che cosa è morale ; lo storico delle matematiche , che cosa sono le matematiche ; quello della botanica , che cosa è botanica ; quello della filosofia , che cosa è filosofia . O , se queste cose non le sa davvero , deve almeno illudersi di saperle ; altrimenti non potrà neppure illudersi di raccontare una storia . Non possiamo estenderci nel dimostrare la necessità e l ' indefettibilità di questo criterio soggettivo ( che si concilia con la massima oggettività e imparzialità e scrupolosità nella riferenza dei dati di fatto , e anzi ne è elemento costitutivo ) in ogni narrazione delle opere e vicende umane . Basta leggere qualsiasi libro di storia per scoprire subito il pensiero dell ' autore , se questi è tale che sia degno del nome di storico e conosca l ' arte sua . Vi sono storici liberali e storici reazionari , razionalisti e cattolici , per ciò che riguarda la storia politica o sociale ; storici metafisici , empiristi , scettici , idealisti , spiritualisti , per ciò che riguarda la storia della filosofia : storici puramente storici non ve ne sono e non ve ne possono essere . Erano forse privi di concetti politici e morali Tucidide e Polibio , Livio e Tacito , il Machiavelli e il Guicciardini , il Giannone e il Voltaire , e , nel secolo nostro , il Guizot o il Thiers , il Macaulay o il Balbo , il Ranke o il Mommsen ? E , nella storia della filosofia , dallo Hegel , che pel primo la sollevò a grande altezza , al Ritter , allo Zeller , al Cousin , al Lewes , al nostro Spaventa , quale di costoro non ha avuto il suo concetto di progresso e il suo criterio di giudizio ? Nella stessa storiografia dell ' Estetica , si ha forse una sola opera di qualche valore che non sia condotta secondo questo o quello indirizzo storico , hegeliano o herbartiano , sensualistico , eclettico , e via dicendo ? Per isfuggire all ' ineluttabile necessità del prendere partito lo storico dovrebbe diventare un eunuco , politico o scientifico ; e scrivere storie non è mestiere da eunuchi . Costoro saranno buoni , tutt ' al più , a mettere insieme quei grossi volumi di non inutile erudizione , elumbis atque fracta , che si dice , non senza ragione , fratesca . Se dunque un concetto di progresso , un punto di vista , un criterio è inevitabile , il meglio che si possa fare non è tentare di fuggirlo , ma procurarselo buono . Al qual fine ciascuno tende come sa e può , quando viene formando laboriosamente e seriamente i propri convincimenti . Non si dia credito agli storici , che professano di voler interrogare i fatti senza mettervi dentro niente di proprio . È quella , tutt ' al più , una loro ingenuità e illusione : il qualcosa di proprio , se sono storici per davvero , ve lo metteranno sempre , anche senz ' accorgersene ; o crederanno di averlo evitato solo perché vi avranno accennato per sottintesi , ch ' è poi il modo più insinuante , penetrativo ed efficace . Del criterio di progresso la storia artistica e letteraria , come ogni altra storia , non può far di meno . Che cosa sia davvero una determinata opera d ' arte , non possiamo esporre se non movendo da un concetto dell ' arte per fissare il problema artistico che l ' autore di essa si propose , e determinare se ne ha raggiunta la soluzione o di quanto e in qual modo n ’ è rimasto lungi . Ma importa notare che il criterio del progresso assume nella storia artistica e letteraria forma differente da quella che prende ( o , almeno , si crede che prenda ) nella storia della scienza . Si suole rappresentare tutta la storia della scienza su di un ' unica linea di progresso e regresso . La scienza è l ' universale , e i problemi di essa sono collegati in un unico vasto sistema o problema complessivo . Sullo stesso problema della natura della realtà e della conoscenza si affaticarono tutti i pensatori : contemplatori indiani e filosofi ellenici , cristiani e maomettani , teste nude e teste con turbante , teste con parrucca e teste con nero berretto ( come disse lo Heine ) ; e sì affaticheranno , con la nostra , le generazioni future . Se ciò sia vero o no per la scienza , sarebbe lungo qui ricercare . Ma , per l ' arte , certamente non è vero : l ' arte è intuizione , e l ' intuizione è individualità , e l ' individualità non si ripete . Sarebbe perciò affatto erroneo porre la storia della produzione artistica del genere umano sopra una sola linea progressiva e regressiva . Tutt ' al più , e lavorando alquanto di generalizzazione e astrazione , si può ammettere che la storia dei prodotti estetici presenti , sì , cicli progressivi , ma ciascuno col proprio problema , e progressivo solo rispetto a quel problema . Allorché molti si travagliano intorno a una materia che sia all ' incirca la medesima , senza riuscire a darle la forma adatta , ma a questa forma sempre più avvicinandosi , si dice che vi ha progresso ; e , quando sopraggiunge chi le dà la forma definitiva , si dice che il ciclo è compiuto , il progresso è finito . Esempio tipico può essere qui ( e si prenda quale esempio e se ne tolleri l ' eccessiva semplificazione ) il progresso nell ' elaborazione del modo di sentire la materia cavalleresca , durante la Rinascenza italiana , dal Pulci all ' Ariosto . Con l ' insistere ancora su quella stessa materia , dopo l ' Ariosto , non si poteva avere se non la ripetizione o l ' imitazione , la diminuzione o l ' esagerazione , il guasto del già fatto , insomma la decadenza . Esempio , gli epigoni ariosteschi . Il progresso comincia col ricominciare di un nuovo ciclo . Esempio , il Cervantes , che è più apertamente e consciamente ironico . E in che consistette la decadenza generale della letteratura italiana sulla fine del cinquecento se non in questo non aver più altro da dire , e ripetere , esagerando , i motivi già trovati ? Se gl ' italiani , in quel tempo , avessero almeno saputo esprimere la loro decadenza , già non sarebbero stati più del tutto scaduti ; e avrebbero anticipato il movimento letterario del periodo del Risorgimento . Dove la materia non è la medesima , non vi ha ciclo progressivo . Né lo Shakespeare progredì su Dante , né il Goethe sullo Shakespeare ; ma Dante sugli autori medievali di visioni e lo Shakespeare sui drammaturghi del periodo elisabettiano , e il Goethe , col Werther e col primo Fausto , sugli scrittori dello Sturm und Drang . Senonché , questo modo di presentare la storia della poesia e dell ' arte porta seco , come abbiamo avvertito , qualcosa di astratto , che ha valore meramente pratico e non rigorosamente filosofico . Non solo l ' arte dei selvaggi non è inferiore , in quanto arte , a quella dei popoli più civili , se è correlativa alle impressioni del selvaggio ; ma ogni individuo , anzi ogni momento della vita spirituale di un individuo , ha il suo mondo artistico ; e quei mondi sono tutti , artisticamente , incomparabili tra loro . Contro questa forma speciale del criterio del progresso nella storia artistica e letteraria molti hanno peccato e peccano . E vi ha , per esempio , chi si propone di rappresentare l ' infanzia dell ' arte italiana in Giotto , e la maturità di essa in Raffaello o in Tiziano ; quasi che Giotto non sia compiuto e perfettissimo , posta la materia sentimentale che aveva nell ' animo . Egli non era in grado , certamente , di disegnare un corpo come Raffaello o di colorirlo come Tiziano ; ma erano forse in grado , Raffaello o Tiziano , di creare il Matrimonio di san Francesco con la Povertà , o la Morte di san Francesco ? Lo spirito dell ' uno non era ancora attirato dalla floridezza corporea , che il Rinascimento mise in onore e fece oggetto di studio ; quello degli altri era ormai incurioso di certi movimenti di ardore e di tenerezza , che innamoravano l ' uomo del trecento . Come , dunque , istituire paragoni dove il termine di confronto manca ? Dello stesso difetto soffrono le celebri partizioni della storia dell ' arte in periodo orientale , squilibrio tra idea e forma , con prevalenza della seconda ; classico , equilibrio tra idea e forma ; e romantico , nuovo squilibrio tra idea e forma , con prevalenza della prima ; ovvero di arte orientale , imperfezione formale ; classica , perfezione formale ; romantica o moderna , perfezione di contenuto e forma . Come si vede , classico e romantico , tra i tanti altri significati , hanno ricevuto quello di periodi storici progressivi o regressivi rispetto all ' attuazione di non si sa quale ideale artistico dell ' umanità . Non vi ha , dunque , per parlare con esattezza , progresso estetico dell ' umanità . Senonché , per progresso estetico s ' intende talora non quel che propriamente significano le due parole accoppiate insieme , sì bene l ' accumulamento sempre crescente delle nostre cognizioni storiche , che ci fa simpatizzare coi prodotti artistici di tutti i popoli e di tutti i tempi , o , come si dice , allarga il nostro gusto . Il divario appare già grandissimo , se si paragona il secolo decimottavo , così inetto a uscire da sé medesimo , con l ' età nostra , che gusta insieme le arti ellenica e romana , più genuinamente intese , e la bizantina , e la medievale , e l ' araba , e quella del Rinascimento , e la cinquecentesca , e la barocca , e l ' arte del settecento ; e va sempre meglio approfondendo l ' egiziana , la babilonese , l ' etrusca ; e finanche la preistorica . Certo , la differenza tra il selvaggio e l ' uomo civile non sta nelle facoltà umane ; perché il primo ha , come il secondo , lingua , intelletto , religione e moralità , ed è uomo intero : sta solo in ciò che l ' uomo civile con la sua attività teoretica e pratica penetra e domina più largamente l ' universo . Noi non potremmo affermare di essere uomini spiritualmente più gagliardi dei contemporanei di Pericle ; ma chi può negare che siamo più ricchi di quelli ? ricchi delle loro ricchezze , e di quelle di tanti altri popoli e generazioni , oltre che delle nostre ? In un altro significato , anche improprio , s ' intende per progresso estetico la maggiore abbondanza delle intuizioni artistiche , e la minore copia di opere imperfette o scadenti , che un ' epoca produce rispetto a un ' altra . Così si può dire che alla fine del secolo decimoterzo , o alla fine del decimoquinto , si ebbe in Italia un progresso estetico , un risveglio artistico . In un terzo significato , infine , si discorre di progresso estetico ; avendo l ' occhio , cioè , alla maggiore complessità e al maggiore affinamento di stati d ' animo , che si osservano nelle opere d ' arte dei popoli più civili , messe a confronto con quelle dei popoli meno civili o dei barbari e selvaggi . Ma , in questo caso , il progresso è delle condizioni complessive psicosociali , e non dell ' attività artistica , alla quale la materia è indifferente . Questi sono i punti più importanti da considerare nella metodica della storia artistica e letteraria . XVIII . CONCLUSIONE . IDENTITÀ DI LINGUISTICA ED ESTETICA . Uno sguardo sul cammino percorso può mostrare che la nostra trattazione è pervenuta al suo compimento . Avendo definito la natura della conoscenza intuitiva o espressiva ch ’ è l ' atto estetico o artistico ( I e II ) , e accennato all ' altra forma di conoscenza , quella intellettuale , e alle combinazioni ulteriori di esse forme ( III ) , ci è stato possibile criticare tutte le teorie estetiche erronee che nascono dalla confusione tra le varie forme e dal trasferimento indebito dei caratteri dell ' una all ' altra ( IV ) , indicando insieme gli errori inversi che accadono nella teoria della conoscenza intellettiva e della storiografia ( V ) . Passando a esaminare le relazioni tra l ' attività estetica e le altre attività spirituali non più teoretiche ma pratiche , abbiamo assegnato il carattere proprio dell ' attività pratica e il posto ch ' essa prende rispetto alla teoretica ; donde la critica dell ' intromissione dei concetti pratici nella teoria estetica ( VI ) ; e abbiamo distinto le due forme dell ' attività pratica in economica ed etica ( VII ) , giungendo al risultato che , oltre le quattro da noi definite , non vi sono altre forme dello spirito ; donde ( VIII ) la critica di ogni Estetica mistica o fantasiosa . E come non vi sono altre forme spirituali di pari grado , così non vi sono suddivisioni originali delle quattro stabilite , e in particolare di quella estetica ; dal che discende l ' impossibilità di classi di espressioni e la critica della rettorica , cioè della espressione ornata , distinta dalla nuda , e di altrettali distinzioni e sottodistinzioni ( IX ) . Ma l ' atto estetico , per la legge dell ' unità dello spirito , è , insieme , atto pratico e , come tale , dialettica di piacere e dolore ; il che ci ha condotti a studiare i sentimenti del valore in genere , e quelli del valore estetico o del bello in particolare ( X ) , a criticare l ’ Estetica edonistica in tutte le sue varie forme e combinazioni ( XI ) , e a discacciare dal sistema , estetico la lunga serie di concetti psicologici , che vi erano stati introdotti ( XII ) . Venendo dalla produzione estetica al processo della riproduzione , abbiamo dapprima investigato il fissarsi esterno dell ' espressione estetica per uso di riproduzione , che è il cosiddetto “ bello fisico ” , sia artificiale sia naturale ( XIII ) ; e da questa distinzione ricavato la critica degli errori che nascono dal confondere l ' aspetto fisico con l ' interiorità estetica ( XIV ) ; e determinato il significato della tecnica artistica , ossia di quella che è tecnica a servigio della riproduzione , criticando per tal modo le divisioni , i limiti e le classificazioni delle singole arti , e stabilendo i rapporti dell ' arte con l ' economia e con la morale ( XV ) . Poiché , per altro , l ' esistenza degli oggetti fisici stimolatori non basta alla piena riproduzione estetica , e si richiede per essa la rievocazione delle condizioni tra le quali lo stimolo in prima operò , abbiamo ancora studiato l ' ufficio dell ' erudizione storica , diretto a rimettere la fantasia in comunicazione con le opere del passato e a servire di fondamento al giudizio estetico ( XVI ) . E abbiamo chiuso la nostra trattazione col mostrare come l ' ottenuta riproduzione venga poi elaborata dalle categorie del pensiero , ossia con un ' indagine circa la metodologia della storia artistica e letteraria ( XVII ) . L ' atto estetico è stato , insomma , considerato in sé medesimo e nelle sue relazioni con le altre attività spirituali , col sentimento del piacere e del dolore , coi fatti che si dicono fisici , con la memoria e con la elaborazione storica . Esso ci è passato dinanzi da soggetto fino a quando diventa oggetto ; cioè dal momento in cui nasce , via via , fino a quello in cui si muta per lo spirito in argomento di storia . Può darsi che la nostra trattazione sembri assai scarna , quando si paragoni estrinsecamente ai grossi volumi consacrati di solito all ’ Estetica . Ma se si osservi che quei volumi , per nove decimi , sono pieni di materie non pertinenti , quali le definizioni psicologiche o metafisiche dei concetti pseudoestetici ( sublime , comico , tragico , umoristico , ecc . ) , o l ' esposizione della pretesa Zoologia , Botanica e Mineralogia estetiche , e della storia universale giudicata esteticamente ; e che vi è tirata dentro , e di solito storpiata tutta la storia e dell ' arte e della letteratura , coi relativi giudizi su Omero e su Dante , sull ' Ariosto e sullo Shakespeare , sul Beethoven e sul Rossini , su Michelangelo e su Raffaello ; ci lusinghiamo che non solo la nostra non sarà per apparire troppo scarna , ma che sarà forse giudicata alquanto più ricca delle trattazioni solite ; le quali poi tralasciano o solamente sfiorano la maggior parte dei difficili problemi , propriamente estetici , su cui abbiamo sentito il dovere di travagliarci per essere in grado di darne agli studiosi precise formole di risoluzione . Ma quantunque l ’ Estetica , come scienza dell ' espressione , sia stata studiata da noi sott ' ogni aspetto , ci resta ancora da giustificare il sottotitolo di Linguistica generale , che abbiamo aggiunto al titolo del nostro libro ; e porre e chiarire la tesi che la scienza dell ' arte e quella del linguaggio , l ' Estetica e la Linguistica , concepite come vere e proprie scienze , non sono già due cose distinte , ma una sola . Non che vi sia una Linguistica speciale ; ma la ricercata scienza linguistica , Linguistica generale , in ciò che ha di riducibile a filosofia , non è se non Estetica . Chi lavora sulla Linguistica generale , ossia sulla Linguistica filosofica , lavora su problemi estetici , e all ' inverso . Filosofia del linguaggio e filosofia dell ' arte sono la stessa cosa . E invero , perché la Linguistica fosse scienza diversa dall ' Estetica , essa non dovrebbe avere per oggetto l ' espressione , ch ’ è per l ' appunto il fatto estetico ; vale a dire , si dovrebbe negare che linguaggio sia espressione . Ma una emissione di suoni , che non esprima nulla , non è linguaggio : il linguaggio è suono articolato , delimitato , organato al fine dell ' espressione . D ' altra parte , perché la Linguistica fosse scienza speciale rispetto all ’ Estetica , essa dovrebbe avere per oggetto una classe speciale di espressioni . Ma l ' inesistenza di classi di espressioni è un punto già da noi dimostrato . I problemi che procura risolvere , e gli errori tra i quali si è dibattuta e si dibatte la Linguistica , sono i medesimi che rispettivamente occupano e intricano l ' Estetica . Se non è sempre facile , è sempre per altro possibile ridurre le questioni filosofiche della Linguistica alla loro formola estetica . Le dispute stesse circa l ' indole dell ' una trovano riscontro in quelle che si sono fatte circa l ' indole dell ' altra . Così si è disputato se la Linguistica sia disciplina storica o scientifica ; e , distinto lo scientifico dallo storico , si è domandato se essa appartenga all ' ordine delle scienze naturali o delle psicologiche , intendendosi per queste ultime tanto la Psicologia empirica quanto le Scienze dello spirito . Il medesimo è accaduto per l ’ Estetica , che alcuni ( confondendo l ' espressione estetica con quella di significato fisico ) considerano come scienza naturale ; altri ( equivocando tra espressione nella sua universalità e classificazione empirica delle espressioni ) come scienza psicologica ; altri ancora , negando la possibilità stessa di una scienza su tale materia , mutano in una semplice raccolta di fatti storici ; non avendo nessuno di costoro raggiunto la coscienza dell ’ Estetica come scienza di attività o di valore , scienza dello spirito . L ' espressione linguistica , o parola , è parsa sovente un fatto d ' interiezione , che rientri nelle cosiddette espressioni fisiologiche dei sentimenti , comuni agli uomini e agli animali . Ma non si è tardato a scorgere che tra un “ ahi ! ” , riflesso fisico del dolore , e una parola , e anzi che tra quell ' ” ahi ! ” , e l ' ” ahi ! ” usato come parola , intercede un abisso . Abbandonata la teorica dell ' interiezione ( o dell ' ” ahi ! ahi ! ” , come la chiamano scherzosamente i linguisti tedeschi ) , si è presentata l ' altra dell ' associazione o convenzione ; la quale cade sotto l ' obiezione medesima che distrugge l ' associazionismo estetico in genere : la parola è unità e non sequela d ' immagini , e la sequela non spiega , anzi presuppone l ' espressione da spiegare . Una variante dell ' associazionismo linguistico è quello imitativo ; cioè la teoria dell ' onomatopea , che i linguisti essi stessi deridono talvolta col nome di teoria del “ bau - bau ” , dall ' imitazione dell ' abbaiar del cane , che dovrebbe aver dato il nome al cane , secondo gli onomatopeisti . La teoria più comune ai tempi nostri intorno al linguaggio ( quando non sia addirittura un crasso naturalismo ) consiste in una specie di eclettismo o miscuglio delle varie a cui abbiamo accennato ; assumendosi che il linguaggio sia prodotto in parte di interiezioni e in parte di onomatopee e convenzioni : dottrina al tutto degna della decadenza filosofica della seconda metà del secolo decimonono . È qui da notare un errore in cui sono caduti quegli stessi fra i linguisti che meglio hanno penetrato l ' indole attivistica del linguaggio , quando , pur ammettendo ch ' esso nella sua origine fu creazione spirituale , sostengono che , nel séguito , si è venuto accrescendo , in gran parte , per associazione . Ma la distinzione non regge , perché origine non può significare , in questo caso , se non natura o indole ; e , se il linguaggio è creazione spirituale , sarà sempre creazione ; se è associazione , tale sarà stato fin dal principio . L ' errore è sorto dal non avere avvertito il generale principio estetico a noi noto : che le espressioni già prodotte debbono ridiscendere a impressioni per dare origine alle nuove espressioni . Allorché produciamo nuove parole , trasformiamo di solito le antiche , variandone o allargandone il significato ; ma questo procedere non è associativo , sì bene creativo , quantunque la creazione abbia per materiale le impressioni non dell ' ipotetico uomo primitivo , ma dell ' uomo vivente da secoli in società e che ha accolto e serba , per così dire , nel suo organismo psichico tante cose e , fra queste , tanto linguaggio . Il problema della distinzione tra il fatto estetico e l ' intellettuale si è presentato in Linguistica come quello dei rapporti tra Grammatica e Logica . Tale problema ha avuto due soluzioni parzialmente vere : quella dell ’ indissolubilità di Logica e Grammatica , e l ' altra della loro dissolubilità . Ma la soluzione completa è : che , se la forma logica è indissolubile dalla grammaticale ( estetica ) , questa è dissolubile da quella . Se guardiamo una pittura che ritragga , per esempio , un individuo che cammina per una via campestre , noi possiamo dire : “ Questa pittura rappresenta un fatto di moto , il quale , se è concepito come volontario , si dice azione ; e , poiché ogni moto suppone una materia e ogni azione un ente che agisca , questa pittura presenta anche una materia o un ente . Ma questo moto avviene in un determinato luogo , ch ’ è un pezzo di un determinato astro ( la Terra ) , e propriamente di una parte di esso che si dice terraferma , e più propriamente di una parte alberata e coperta di erbe , che sì dice campagna , solcata naturalmente o artificialmente in una forma che si dice via . Ora , di quell ' astro che si dice Terra non vi è se non un solo esemplare : la Terra è un individuo . Ma terraferma , campagna , via sono generi o universali , giacché vi sono altre terraferme , altre campagne , altre vie ” . Simili considerazioni potrebbero continuare a lungo . Sostituendo alla pittura da noi immaginata una frase che dica : “ Pietro cammina per una via campestre ” , e facendo le stesse considerazioni , otteniamo i concetti di verbo ( moto o azione ) , di nome ( materia o agente ) , di nome proprio , di nome comune ; e così di séguito . Che cosa abbiamo fatto in entrambi i casi ? Né più né meno che sottomettere a un ' elaborazione logica ciò che si presentava prima elaborato solo esteticamente ; abbiamo , cioè , distrutto l ' estetico per il logico . Ma come nell ’ Estetica generale l ' errore comincia quando si vuol ritornare dal logico all ' estetico e si domanda quale sia l ' espressione del moto , dell ' azione , della materia , dell ' ente , del generale , dell ' individuale , e via discorrendo , così , nel caso del linguaggio , l ' errore comincia allorché il moto o l ' azione si dice verbo , l ' ente o la materia , nome o sostantivo , e di tutti questi , nome e verbo e compagni , si fanno categorie linguistiche o parti del discorso . La teoria delle parti del discorso è , in fondo , tutt ' uno con quella dei generi artistici e letterari , già criticata nell ’ Estetica . falso che il nome o il verbo si esprimano in determinate parole , distinguibili realmente da altre . L ' espressione è un tutto indivisibile ; il nome e il verbo non esistono in essa , ma sono astrazioni foggiate da noi col distruggere la sola realtà linguistica , ch ' è la proposizione . La quale ultima è da intendere , non già al modo solito delle grammatiche , ma come organismo espressivo di senso compiuto , che comprende alla pari una semplicissima esclamazione e un vasto poema . Ciò suona paradossale ; eppure è verità semplicissima . E come in Estetica , a causa dell ' errore suddetto , si sono considerate imperfette le produzioni artistiche di alcuni popoli , presso i quali i pretesi generi sembrano essere ancora indiscriminati o in parte mancare ; così , in Linguistica , la teoria delle parti del discorso ha generato l ' errore analogo di giudicare le lingue come formate e informi , secondo che vi appaiano o no alcune di coteste pretese parti del discorso : per esempio , il verbo . La Linguistica ha scoperto anch ' essa il principio dell ' individualità irriducibile del fatto estetico , allorché ha affermato che la parola è il realmente parlato , e che non vi sono due parole veramente identiche ; distruggendo così i sinonimi e gli omonimi , e mostrando l ' impossibilità di tradurre davvero una parola in un ' altra , dal cosiddetto dialetto alla cosiddetta lingua o dalla cosiddetta lingua materna alla cosiddetta lingua straniera . Ma a questo giusto concetto mal risponde poi il tentativo di classificare le lingue . Le lingue non hanno realtà fuori delle proposizioni e nessi di proposizioni realmente pronunziati o scritti , presso dati popoli , in determinati periodi ; cioè fuori delle opere d ' arte ( piccole o grandi , orali o scritte , presto obliate o a lungo ricordate , non importa ) , in cui concretamente esistono . E che cosa è l ' arte di un popolo se non il complesso di tutti i suoi prodotti artistici ? Che cosa è il carattere di un ' arte ( per esempio , dell ' arte ellenica o della letteratura provenzale ) se non la fisionomia complessiva di quei prodotti ? E come si può rispondere a questa domanda , se non narrando nei suoi particolari la storia dell ' arte ( della letteratura , ossia della lingua in atto ) ? Sembrerà che questo ragionamento , pur avendo valore contro molte delle classificazioni solite delle lingue , nonne abbia poi alcuno contro la regina delle classificazioni , la classificazione storico - genealogica , gloria della filologia comparata . E così è di certo ; ma perché ? Appunto perché quella storico - genealogica non è mera classificazione . Chi fa la storia non classifica , e gli stessi filologi si sono affrettati ad avvertire che le lingue disponibili in serie storica ( ossia le lingue di cui finora sia stata rintracciata la serie ) non sono generi o specie distinte e staccate , ma un unico complesso di fatti nelle varie fasi del suo svolgimento . Il linguaggio è stato , talora , considerato come atto volontario o d ' arbitrio . Ma altra volta si è scorta chiara l ' impossibilità di creare il linguaggio artificialmente , per atto di volontà . “ Tu , Caesar , civitatem dare potes homini , verbo non potes ! ” , fu detto già all ' imperatore romano . E la natura estetica , e perciò teoretica e non pratica , dell ' espressione del linguaggio , dà il modo di scorgere l ' errore scientifico , ch ’ è nel concetto di una Grammatica ( normativa ) , che stabilisca le regole del ben parlare . Errore contro il quale il buon senso si è sempre ribellato ; ed esempio di tali ribellioni è il “ Tanto peggio per la grammatica » , attribuito al signor di Voltaire . Ma l ' impossibilità di una grammatica normativa viene riconosciuta anche da coloro che la insegnano , allorché avvertono che lo scriver bene non s ' impara per regole , che non v ' ha regola senza eccezioni , e che lo studio della grammatica dev ' essere condotto praticamente per letture ed esempi , che formino il gusto letterario . La ragione scientifica dell ' impossibilità è nel principio da noi dimostrato : che una tecnica del teoretico rappresenta una contraddizione in termini . E che cosa vorrebbe essere la grammatica ( normativa ) se non appunto una tecnica dell ' espressione linguistica , ossia di un atto teoretico ? Ben diverso è il caso in cui la Grammatica viene intesa come mera disciplina empirica , cioè come raccolta di schemi utili all ' apprendimento delle lingue , senza pretesa alcuna di filosofica verità . Anche le astrazioni delle parti del discorso sono , in questo caso , ammessibili e giovevoli . E come organismo meramente didascalico bisogna considerare e tollerare molti dei libri , che prendono il titolo di “ Trattati di linguistica ” , nei quali si trova di solito un po ’ di tutto : dalla descrizione dell ' apparato fonico e delle macchine artificiali che possono imitarlo ( fonografi ) , al compendio dei risultati più importanti della filologia indoeuropea , semitica , copta , cinese , o altra che sia ; dalle generalità filosofiche sull ' origine o natura del linguaggio ai consigli sul formato , la calligrafia e l ' ordinamento delle schede per gli spogli filologici . Ma quel tanto di nozioni che in quei libri viene somministrato in modo frammentario e incompiuto intorno al linguaggio nella sua essenza , al linguaggio in quanto espressione , si risolve in nozioni di Estetica . Fuori dell ’ Estetica , che dà la conoscenza della natura del linguaggio , e della Grammatica empirica ch ' è un espediente pedagogico , non resta altro che la Storia delle lingue nella loro realtà vivente , cioè la storia dei prodotti letterari concreti , sostanzialmente identica con la Storia della letteratura . Il medesimo errore dello scambiare il fisico per l ' estetico , da cui si origina la ricerca delle forme elementari del bello , si commette da coloro i quali vanno a caccia dei fatti linguistici elementari , decorando di tal nome le divisioni delle serie più lunghe di suoni fisici in serie più brevi . Sillabe e vocali e consonanti , e le serie di sillabe dette “ parole ” , tutte queste cose che , prese separatamente , non dànno senso determinato , debbono dirsi non già fatti di linguaggio , ma semplici suoni o , meglio , suoni fisicamente astratti e classificati . Altro errore dello stesso genere è quello delle radici , alle quali i più accorti filologi attribuiscono oggi valore assai scarso . Scambiati gli atti del parlare o atti espressivi coi fatti fisici , e considerandosi poi che nell ' ordine delle idee il . semplice precede il complesso , si doveva finire col pensare che i fatti fisici più piccoli designassero i fatti linguistici più semplici . Da ciò l ' immaginata necessità che le lingue più antiche , le primitive , avessero carattere monosillabico ; e che il progresso della ricerca storica dovesse condurre a scoprire quelle radici monosillabiche . Ma la prima espressione che ( tanto per seguire l ' ipotesi fantastica ) il primo uomo concepì , poté avere un riflesso fisico non già fonico ma mimico , ossia estrinsecarsi non in una voce ma in un gesto . E , posto che si fosse estrinsecata in una voce , non v ' ha poi nessuna ragione di supporre che quella voce dovess ' essere monosillabica o non piuttosto plurisillabica . I filologi accusano volentieri la loro ignoranza e la loro impotenza , se non riescono sempre a ricondurre il plurisillabismo al monosillabismo , e sperano nell ' avvenire . Ma è una fede senza fondamento , come quell ' accusa è un atto di umiltà derivante da una supposizione erronea . Del resto , i limiti delle sillabe , come quelli delle parole , sono affatto arbitrari , e distinti alla peggio per uso empirico . Il parlare primitivo o il parlare dell ' uomo incolto è un continuo , scompagnato da ogni coscienza di divisione del discorso in parole e sillabe , enti immaginari foggiati dalle scuole . Su questi enti non si fonda nessuna legge di vera Linguistica . Si veda a riprova la confessione dei linguisti , che del iato , della cacofonia , della dieresi , della sineresi , non vi sono veramente leggi fonetiche , ma leggi soltanto di gusto e di convenienza ; il che vuol dire leggi estetiche . E quali sono poi le leggi circa le parole , che non siano insieme leggi di stile ? Dal pregiudizio di una misura razionalistica del bello , ossia da quel concetto che abbiamo detto della falsa assolutezza estetica , prende , infine , origine la ricerca della lingua modello , o del modo di ridurre l ' uso linguistico all ' unità : la questione , come è stata chiamata da noi in Italia , dell ' unità della lingua . Il linguaggio è perpetua creazione ; ciò che viene espresso una volta con la parola non si ripete se non appunto come riproduzione del già prodotto ; le sempre nuove impressioni dànno luogo a mutamenti continui di suoni e di significati , ossia a sempre nuove espressioni . Cercare la lingua modello è , dunque , cercare l ' immobilità del moto . Ciascuno parla , e deve parlare , secondo gli echi che le cose destano nella sua psiche , ossia secondo le sue impressioni . Non senza ragione il più convinto sostenitore di qualsiasi soluzione del problema dell ' unità della lingua ( della lingua latineggiante , o trecentistica , o fiorentina , o altra che sia ) , allorché parla poi per comunicare i suoi pensieri e farsi intendere , prova ripugnanza ad applicare la sua teoria ; perché sente che , col sostituire la parola latina o trecentesca o fiorentina a quella di diversa origine ma che risponde alle sue naturali impressioni , verrebbe a falsare la genuina forma della verità : da parlatore egli diventerebbe vanitoso ascoltatore di sé medesimo ; da uomo serio , pedante ; da sincero , istrione . Scrivere secondo una teoria è non già scrivere per davvero , ma , tutt ' al più , fare della letteratura , di quella non buona . La questione dell ' unità della lingua ritorna sempre in campo , perché , così com ’ è posta , è insolubile , essendo fondata sopra un falso concetto di ciò che sia la lingua . La quale non è arsenale di armi belle e fatte , e non è il vocabolario , raccolta di astrazioni ossia cimitero di cadaveri più o meno abilmente imbalsamati . Non vorremmo , con questo modo alquanto brusco di troncare la questione della lingua - modello o dell ' unità della lingua , apparire meno che rispettosi verso la lunga tratta di letterati che l ' hanno per secoli agitata in Italia . Ma quegli ardenti dibattiti erano , in fondo , dibattiti di esteticità e non di scienza estetica , di letteratura e non di teoria letteraria , di parlare e scrivere effettivi e non di scienza linguistica . L ' errore di essi consisteva nel convertire la manifestazione di un bisogno pratico in una tesi scientifica ; l ' esigenza , per esempio , dell ' intendersi più facilmente tra i componenti di un popolo diviso dialettalmente , nella richiesta filosofica di una lingua una o ideale . Ricerca tanto assurda quanto è l ' altra di una lingua universale , di una lingua che abbia l ' immobilità del concetto o , piuttosto , dell ' astrazione . Il bisogno sociale del più facile intendersi non si soddisfa se non col diffondersi della cultura e col crescere delle comunicazioni e degli scambi intellettuali tra gli uomini . Bastino queste sparse osservazioni a mostrare che tutti i problemi scientifici della Linguistica sono i medesimi di quelli dell ’ Estetica , e gli errori e le verità dell ' una sono gli errori e le verità dell ' altra . Se Linguistica ed Estetica paiono due scienze diverse , ciò deriva dal fatto che con la prima si pensa a una grammatica , o a qualcosa misto di filosofia e di grammatica , cioè a un arbitrario schematismo mnemonico o a un miscuglio didascalico , e non già a una scienza razionale e a una pura filosofia del parlare . La grammatica , o quel certo che di grammaticale , induce altresì nelle menti il pregiudizio , che la realtà del linguaggio consista in parole isolate e combinabili , e non già nei discorsi vivi , negli organismi espressivi , razionalmente indivisibili . I linguisti o glottologi filosoficamente dotati , che hanno meglio approfondito le questioni sul linguaggio , si trovano ( per adoperare un ' immagine abusata ma efficace ) nella condizione dei lavoratori di un traforo : a un certo punto debbono sentire le voci dei loro compagni , i filosofi dell ’ Estetica , che si sono mossi dall ' altro lato . A un certo grado di elaborazione scientifica , la Linguistica , in quanto filosofia , deve fondersi nell ' Estetica ; e si fonde , infatti , senza lasciare residui .
L'IDIOMA GENTILE ( DE_AMICIS EDMONDO , 1905 )
Saggistica ,
LA LINGUA DELLA PATRIA . A un giovinetto . Tu ami la lingua del tuo paese , non è vero ? L ' amiamo tutti . È inseparabilmente congiunto l ' amore della nostra lingua col sentimento d ' ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch ' essi diedero per mezzo di lei alla famiglia umana , e che è la gloria dell ' Italia , l ' onore del nostro nome nel mondo . L ' amiamo perché l ' hanno formata , lavorata , arricchita , trasmessa a noi come un ' eredità sacra milioni e milioni d ' esseri del nostro sangue , dei quali , per secoli , ella espresse il pensiero , e le sue sorti furon le sorti d ' Italia , la sua vita la nostra storia , il suo regno la nostra grandezza . L ' amiamo perché la parola sua ci scaturisce d ' in fondo all ' anima insieme con ogni nostro sentimento , si confonde con le nostre idee fin dalle loro sorgenti più intime , e non è soltanto forma , suono , colore , ma sostanza del nostro pensiero . L ' amiamo perché è la nostra nutrice intellettuale , il respiro della mente e dell ' animo nostro , l ' espressione di quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale , l ' immagine più viva e più fedele e quasi la natura medesima della nostra razza . L ' amiamo perché è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo , l ' eco del nostro passato , la voce del nostro avvenire , verbo non solo , ma essenza dell ' anima della patria . * E anche l ' amiamo perché è bellissima , ricchissima , potentissima , varia tanto , come disse uno dei più grandi cultori suoi , da parere , più che un idioma , un aggregato d ' idiomi ; capace di prendere infinite forme e sembianze , stupendamente pieghevole a tutti gli stili , unica nell ' attitudine a riportare la nobiltà dello stile latino e del greco , insuperata nell ' abbondanza del vocabolario e nella vivezza del colorito comico , maravigliosa " per l ' immensa facoltà delle metafore e per la fecondità della sua natura sempre propria a produrre nuovi modi " onde " è tutta coperta di germogli " come una terra fertilissima in perpetua primavera ; fresca ancora nella maggior parte dei suoi fiori e delle sue fronde di sette secoli , e armoniosa come nessun ' altra al mondo . " Lodata e ammirata dagli stranieri , e anche invidiata " ; ma noi più l ' amiamo per quella bellezza che soltanto a noi si palesa . Le sue parole hanno per noi un suono che è come un secondo significato nascosto , sfuggente a ogni espressione ; la sua armonia ci risveglia infiniti ricordi di sensazioni , di luoghi e di forme umane , di voci e d ' accenti conosciuti e cari di viventi e di morti , e pensieri e immagini e versi di maestri immortali , diventati nostro spirito e nostro sangue ; essa è per noi la musica dell ' affetto , del dolore , della gioia , dell ' amor di patria , piena di forze e di dolcezze misteriose , che non salgono fino alle nostre labbra , ma vibrano e germinano nel più profondo dell ' anima nostra , come virtù secrete della nostra natura . Anche per questo , perché è voce del nostro cuore e lume della nostra coscienza , l ' amiamo . * Ma che vale amar la propria lingua se non si studia ? Non solo ; ma chi non la studia , e quindi la sa poco e male , quasi come una lingua straniera , la può amar veramente ? E c ' è bisogno di dimostrare che , non soltanto per amore , ma per interesse nostro , per necessità la dobbiamo studiare ? Pensa un poco . In qualunque parte d ' Italia tu sia nato , nella lingua , non nel dialetto , quando piglierai in mano la penna , dovrai sempre esprimere i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti , e mille volte anche di viva voce . Mille volte , scrivendo e parlando , dovrai manifestare italianamente , con la maggior efficacia possibile , desidèri e bisogni tuoi , trattare i tuoi interessi , movere l ' affetto e la volontà altrui , raccontare , argomentare , pregare , giustificarti , difenderti ; e se la lingua non conoscerai bene , ti sarà sempre una pena e una vergogna il non poter dire come vorrai quello che avrai da dire , il trovarti come a maneggiare uno strumento che ti sfugga dalle mani , il sentire che dei tuoi sentimenti più profondi e più gentili e dei tuoi pensieri e delle tue ragioni migliori una gran parte andrà perduta per gli altri nell ' espressione rozza , manchevole , priva d ' evidenza e di forza . Quello che hai inteso dire : che molti non riescono a farsi strada nel mondo per mancanza di facoltà comunicativa , non è vero soltanto per coloro che mancano di naturale eloquenza ; ma anche per quei moltissimi che , eloquenti nel proprio dialetto , sono invece nel parlar la lingua , non conoscendola , incerti , confusi , diffidenti di sé , inceppati continuamente dal timore e dalla coscienza di parlar male . Quante volte nella vita dipende un grave danno o un grande vantaggio nostro da un nostro pensiero o sentimento espresso in un modo infelice , onde non è inteso o è franteso , o significato invece in una forma che svela tutto l ' animo e va dritta alla mente e al cuore della persona a cui è diretta ! Quante cognizioni , quante idee rimangono in molte menti , per sempre , come materia informe e senza valore , perché manca a chi le possiede il possesso della lingua per comunicarle alla mente altrui ? Si dice che l ' uomo vale per quello che sa ; ma vale anche in gran parte per come sa dire quello che sa . Più che per il passato , ora che son sempre più frequenti per tutti il bisogno e le occasioni di comunicare ad altri le proprie idee , scrivendo per la stampa , parlando in pubblico , partecipando in diversi modi alla trattazione d ' interessi comuni , la conoscenza della lingua è necessaria . Non è soltanto un ornamento intellettuale : è arma nella lotta per la vita , è forza e libertà dello spirito , è chiave dei cuori e delle coscienze altrui , è strumento di lavoro e di fortuna . * E dobbiamo studiar la lingua anche per dovere di cittadini . Le lingue si trasformano col tempo , come ogni cosa si trasforma : acquistano nuove voci e locuzioni , come gli alberi mettono nuove foglie ; ne pèrdono ; di molte che esse conservano , il significato si muta ; si mutano le lingue nella sostanza e nella struttura : è effetto d ' una legge naturale . Ma con la trasformazione naturale e inevitabile della lingua non si deve confondere la corruzione , la quale consiste nell ' introdurvi , come si fa dai più , parole e frasi barbare e non necessarie , idiotismi oziosi , modi dell ' uso spurio , forme che ripugnano all ' indole sua . Ora , da questa corruzione è dovere d ' ogni cittadino colto preservare la lingua della patria , perché , come ciascuno fa la parte sua , sia pure minima , nella grande opera collettiva , da cui la lingua resulta , così concorre ciascuno a corromperla , sia pure in parte infinitesima , parlando e scrivendo male . Non è dovere soltanto degli scrittori , è di tutti ; perché dove tutti maltrattano e guastan la lingua , finiscono anche gli scrittori con essere travolti dall ' universale barbarie . Nel grande commercio nazionale della lingua è onestà il non mettere in giro monete false . È vergogna per un italiano colto l ' esprimere barbaramente pensieri e sentimenti che scrittori insigni di trenta generazioni espressero in forme italiane pure e ammirabili . È irragionevole il vantarsi d ' amare il proprio paese quando si concorre a imbastardirne il linguaggio , considerandolo come un campo che a tutti sia lecito di calpestare e lordare . Per la ragione stessa che rispettiamo e custodiamo gelosamente la ricchezza infinita d ' opere d ' arte , che i nostri padri ci lasciarono , dobbiamo rispettare e custodire il patrimonio della lingua , che essi trasmisero e affidarono a noi come una tradizione gloriosa , e che da noi si ha da tramandare ai nostri figli , intatto e immaculato quanto lo consentano la legge del tempo e la forza delle cose . Per amor di patria , dunque , per sentimento di dignità nazionale e d ' onestà cittadina , per nostro interesse individuale e per vantaggio di tutti , noi dobbiamo studiare la nostra lingua , quanto ci è possibile , in qualunque classe sociale ci abbia posto la fortuna , qualunque sia il nostro ufficio nella società e la natura dei nostri studi professionali , in qualunque parte d ' Italia siam nati o destinati a vivere ; dobbiamo studiarla perché sono una cosa patria e lingua , pensiero e parola , parola e vita . * Ebbene , io scrivo con lo scopo unico di farti prendere amore a questo studio , provandoti che non è punto uno studio arido e noioso , come lo credono i più ; ma che si può fare con lo stesso diletto col quale si studia la pittura e la musica da chi non vi cerca altro che il diletto . Tu hai già compreso : non scrivo un trattato ; non scenderò a disquisizioni grammaticali minute , né salirò a quistioni alte di filologia , chè non sarebbe affar mio , e non gioverebbe al mio scopo : tratterò la materia semplicemente e praticamente , nella forma che mi pare convenga meglio all ' età tua . E scrivo non soltanto per te ; ma anche per quella molta gente d ' ogni età e condizione , che potrebbe studiar la lingua con piacere e con vantaggio , pure senza il sussidio utilissimo della conoscenza del latino , né d ' altra preparazione letteraria , e che ci si metterebbe volentieri , se non la trattenesse il pregiudizio comune che v ' occorra uno sforzo enorme della volontà e una pazienza infinita , come per lo studio d ' una scienza astrusa . Per questo , strada facendo , mi staccherò da te qualche volta , per rivolgermi ad altri ; ma tu mi potrai venire accanto anche allora , perché non mi scorderò mai che m ' ascolti . Faremo insieme un viaggio d ' istruzione , e farò il possibile perché riesca pure un viaggio di piacere . Può darsi che in qualche punto tu t ' annoi ; ma spesso ti soffermerai a pensare , e di tanto in tanto sorriderai , e ti farai buon sangue . Non sono un maestro : sono una guida . Alla dottrina che mi manca supplirò in qualche modo con la dottrina degli altri . Non imparerai gran cosa da me lungo il viaggio ; ma moltissimo poi da te stesso , e con l ' aiuto altrui , se io riuscirò , come spero , a trasfondere nell ' animo tuo un poco del vivo amore e dell ' allegra fede con cui mi metto al lavoro . A QUELLI CHE NON VORREBBERO LEGGERE . Vedo parecchi lettori , che dopo avere scorso la prefazione , fanno l ' atto di chiudere il libro . Un momento , signori . Chiedo il permesso di rivolgere poche parole a ciascun di loro . Poi ritornerò a te , giovinetto . A chi dice che la lingua si sa . - Che bisogno c ' è di studiar la lingua ? La lingua si sa ! - È un ' opinione di molti . Ella la saprà meglio di molti altri , non ne dubito ; ma si lasci dire che , se non l ' ha studiata , non la può sapere , non solo come dovrebbe , ma neppure quanto i suoi bisogni richiedono . Ella possiede un materiale di lingua che non è la terza parte di quello che le sarebbe necessario per parlar bene , un piccolo corredo di vocaboli e di frasi , che le servono a dire impropriamente e a un di presso una grande quantità di cose , ciascuna delle quali può esser detta con una parola o una frase propria , che dice per l ' appunto quella cosa sola . Nel parlare come nello scrivere , a ogni tratto , ella gira intorno al proprio pensiero , non lo esprime che a mezzo , ed è costretta ad aggiungere e a correggere per compiere e chiarire l ' espressione che non le riuscì compiuta e chiara alla prima . E , confessi la verità : molte cose ella non le dice per non mettersi in un impaccio . Vuol vedere che io le nomino subito venti , trenta oggetti , operazioni , qualità o particolari d ' oggetti , che a tutti occorre di rammentare quasi ogni giorno , e che ella designa sempre con una perifrasi o con una parola sbagliata ? Vuol che le dica lì per lì una filza di modi della lingua viva , usatissimi in tutta l ' Italia , e che non hanno sinonimi , ma che lei non ha mai usati e che le riuscirebbero nuovi come modi d ' un ' altra lingua ? Ella conosce il francese ? Non molto . Vuole scommettere che se mi racconta in italiano l ' aneddoto più semplice , io , che non sono un linguista né un pedante , ci trovo altrettante improprietà quante ce ne troverebbe un francese s ' ella gli raccontasse l ' aneddoto in francese ? E mi sostiene che la lingua si sa ? Capisco come non si sappia d ' ignorare le cose che non si sa che esistano . Ma ella somiglia a chi credesse di saper la botanica perché conosce i legumi che gli portano in tavola e i nomi dei fiori che coltiva sul terrazzino . A chi dice : - Che cosa importa ? - È uno studio di parole , insomma ; che cosa importano le parole ? - Che cosa importano le parole ? Questa è grossa , mi perdoni . È come dire : - Che cosa importa parlare e scrivere con chiarezza e con efficacia ? Che cosa importa l ' usare , invece d ' una parola o d ' una frase propria , un ' altra parola o un ' altra frase che , non esprimendo per l ' appunto il nostro pensiero , può farlo frantendere e costringerci perciò ad esprimerlo un ' altra volta in un ' altra maniera , che può esser peggiore della prima ? Che cosa importa , parlando e scrivendo , inciampare ogni momento in una difficoltà , essere arrestati a ogni passo da un dubbio , lasciare a mezzo una frase per cercare un vocabolo , doversi spiegare coi gesti come i bambini e gl ' idioti , e qualche volta urtare , non volendolo , e offendere una persona , non per altro che per non saper scegliere , nel farle un ' osservazione o un rimprovero o nel dirle una verità sgradita , la parola o la frase che esprimerebbe lo stesso pensiero senza ferirla nell ' amor proprio ? Che cosa importano le parole ? Ma infiniti malintesi , risentimenti , diverbi dolorosi nascono di continuo fra gli uomini da una parola usata a sproposito , non per mal animo , ma per pura ignoranza o mancanza di finezza nel sentimento della lingua . Ma mille volte nella vita il primo giudizio che facciamo dell ' ingegno , della cultura , del grado d ' educazione d ' una persona , si fonda ( e sia pure a torto sovente , chè questo cresce valore all ' argomento ) sopra il suo modo di parlare , e anche su poche parole che le abbiamo udito dire , sopra una sgrammaticatura , sopra un ' espressione ridicola , sopra l ' ignoranza d ' una parola comune . Ma ella stessa , signore , ella che dice che le parole non importano , quando le occorre di parlar la prima volta con una persona che le ispira reverenza , e di cui le preme d ' acquistarsi la stima e la simpatia , ella stessa , sempre , anche inconscientemente , s ' ingegna di parlar meglio del solito , scegliendo i vocaboli con cura e filando i periodi con garbo ! O come si può dire : - Che cosa importano le parole ? A un uomo d ' affari . - Quanto a me , consentirà che non ho bisogno di studiar l ' italiano . Sono un uomo d ' affari ! - Mi scusi . È forse il dialetto la lingua ufficiale degli affari ? E in ogni modo , non pare a lei che un uomo d ' affari che ha studiato e parla e scrive correttamente e facilmente la lingua , valga , a parità d ' ingegno e d ' esperienza , qualche cosa di più d ' un altro , il quale la scriva come un barbaro e la balbetti come un ragazzo ? Ma gli uomini d ' affari hanno soventissime volte da esporre , da dimostrare , da discutere gl ' interessi propri , con la penna o di viva voce , a quattr ' occhi e in riunioni private o pubbliche , in lingua italiana . Ma se c ' è gente al mondo a cui sia utile , necessaria nell ' espressione del proprio pensiero la lucidità , la brevità , l ' esattezza del linguaggio , son loro , che hanno molte cose da dire e importanti e non facili , e le hanno da dire alla lesta , a gente che non ha tempo da perdere ; cose nelle quali il non farsi bene intendere produce ben più gravi inconvenienti che nei discorsi ordinari . Ma gli uomini d ' affari vivono pure fuor del giro dei propri interessi , fra amici d ' altre professioni , con signore , con artisti , con gente di varia cultura , in mezzo ai quali portano il loro amor proprio , non solo d ' uomini d ' affari , ma d ' uomini di mondo , l ' ambizione di contar qualche cosa anche fuor delle faccende e dei numeri , il desiderio di farsi ascoltare , di divertire , di piacere , e se non altro la cura di non far ridere parlando rozzamente e lasciandosi scappare strafalcioni . E in fine , signor uomo d ' affari , vale per lei , come per tutti , questa ragione : che la lingua nazionale , in certe classi della società , si deve imparare non soltanto per sé , ma per i propri figliuoli ; i quali ad impararla , almeno fin che son piccoli , debbono essere aiutati dal padre e dalla madre . Che figura farebbe un padre che dicesse al suo figliuolo : - Caro mio , tu hai dieci anni ; in materia di lingua io non son più in grado d ' insegnarti nulla perché .... sono un uomo d ' affari ! A chi non ci ha attitudine . - Lo credo anch ' io una buona cosa ; ma allo studio della lingua non ci ho attitudine . - Oh bella ! Che risponderebbe lei a chi le dicesse : - Non son fatto bene , son di complessione debole : per questo non faccio ginnastica ? - Ma il non aver attitudine allo studio della lingua è una ragione di più per istudiarla . Chi non è dotato di buona memoria , e non ha facilità d ' esprimersi , né un vivo sentimento naturale della lingua , deve e può supplire alla deficienza di queste qualità con lo studio . Un ' attitudine particolare ci vuole per diventare scrittore o linguista ; ma per imparar la lingua quanto lo richiedono il dovere , l ' interesse e la dignità di qualunque cittadino colto , basta la volontà . Ci si provi un poco . Ella non immagina quanto possa acquistare in materia di lingua anche chi non ci ha disposizione di natura , in un periodo di tempo anche breve , e senza far grande fatica . Mi dirà : - Non ci avendo disposizione , non ci ho amore , e senza questo non si riesce a nulla . - Ma l ' amore viene a poco a poco , man mano che dello studio si riconoscono i profitti , come viene all ' erborizzatore esordiente , che , dopo aver classificato nella sua mente un certo numero di piante , prosegue con più alacrità , per il piacere d ' accrescere il suo patrimonio di cognizioni , e perché il lavoro gli riesce sempre più facile . Può ella affermare che se stèsse chiusa un mese fra quattro pareti senz ' altri libri che di lingua , non prenderebbe amore a questo studio quanto uno che ci avesse disposizione ? No , non è vero ? E ci prenderebbe amore per il solo fatto che sarebbe costretta , per cacciar la noia , a vincere la prima riluttanza , insistendo su quella materia col pensiero , come non ha fatto mai . Provi dunque a insistervi col pensiero una volta , a fare una volta di proposito ciò che farebbe in quel caso per forza , e vedrà che il difficile non sta che nel principiare . E poi : - Non ci ho attitudine ! - E come lo sa ? La mente umana è piena di sorprese ; certe attitudini vi stanno nascoste ; scavi un po ' ; anche nel cervello , chi cerca trova . A chi non ci ha tempo . - Ci ho pensato molte volte , mi ci metterei ; ma ho altro da fare , mi manca il tempo . - Non le può mancare . Non c ' è altra materia che si presti meglio a uno studio frammentario , fatto nei ritagli di tempo libero , e anche nei momenti di riposo ; a uno studio somigliante a quelle occupazioni fra intellettuali e meccaniche , a cui si dànno molti per isvago . Se non chiuderà il mio libro alle prime pagine , vedrà che può studiare la lingua senza togliere un ' ora alle sue faccende quotidiane , anzi facendo servire queste a quello scopo , imparando qualche cosa a ogni proposito , raccogliendo le cognizioni quasi senza far deviare il suo pensiero dall ' andamento abituale . Ella mi dirà : - Ma ho mille pensieri , mille cure ; quando ci avrei tempo , non ci ho testa ; per codesto studio ci vuol l ' animo tranquillo . - Ma appunto , ella ci troverà quiete e sollievo , perché non c ' è altro studio che giovi quanto questo a distrarci dalle passioni che ci turbano , che occupi e svaghi la mente , come questo fa , con una serie continua di curiosità nascenti l ' una dall ' altra , contentando ad un tempo l ' animo con molte piccole conquiste quotidiane determinate , con infinite piccole compiacenze prodotte dal continuo ripetersi delle occasioni in cui si può spendere quello che s ' è guadagnato . E non mi dica neppure che è uno studio per i giovani , ai quali è stimolo l ' idea di ricavarne un vantaggio per l ' avvenire , non per gli uomini maturi , a cui quello stimolo manca . No ; bisogna pure che ci si trovi un piacere indipendente da ogni concetto d ' utilità futura , poichè per tanti uomini , anche non letterati e scrittori , è uno studio amoroso e costante , un conforto nella vecchiaia e nella solitudine , l ' ultima forma d ' attività della loro mente , come è per altri lo studio della natura . Col quale , infatti , ha questo di comune lo studio della lingua : che è infinitamente vario , e che i suoi confini s ' allontanano dinanzi a chi vi procede . A chi dice che ci avrà tempo . A lei , signorino , che mi dice : - Ci avrò tempo ! - darei volentieri una tiratina d ' orecchio . Se c ' è studio che un ragazzo non debba rimandare a poi , è questo della lingua . Non t ' hai per male ch ' io paragoni la tua memoria a un foglio di carta asciugante ? Vedi , quando questo è fresco e pulito , come vi s ' imprimono nette tutte le parole dello scritto su cui lo premi , e vedi poi , quando è un pezzo che l ' usi ed è già nero in gran parte , come le parole vi s ' imprimono confuse , o non vi restano , o se ne perde l ' impressione in quella dello scritto che già lo ricopre . La tua bella età è quella in cui la mente vergine e chiara è più atta ad appropriarsi il materiale della lingua , non soltanto per virtù della memoria ancor fresca , ma anche perché , essendo tu spettatore più che attore della vita , dalle parole non ti distraggono ancora le cose così fortemente come faranno più tardi , quando avrai mille cure , faccende e pensieri . Per questo tu hai inteso dire mille volte che i ragazzi imparano le lingue più facilmente degli uomini . Via via che s ' allargherà il campo e crescerà la difficoltà dei tuoi studi , ti mancherà sempre più il tempo di dedicarti alla lingua e dovrai fare uno sforzo sempre maggiore per impararla . E non pensare che sia uno studio puramente letterario , che a te , chiamato a questa o a quella scienza , non possa giovare . È un errore madornale . Nel campo di qualunque scienza il possesso della lingua , la facoltà di esprimersi con chiarezza e con proprietà è parte della scienza stessa . Vedi che differenza c ' è nel profitto che fanno fare ai giovani gl ' insegnanti che parlano bene e quelli che parlano male . E non credere d ' imparar la lingua con quel tanto che te ne insegnano : la scuola non ti può che mettere sulla via d ' impararla : al modo particolare che ha ciascun di noi di sentire e di pensare , noi soli possiamo trovar la lingua che lo esprima . E poi , che logica è questa ? Dici che a studiar la lingua ci hai tempo , ossia , che è uno studio che non preme ; ma d ' ogni sproposito o anche piccolo errore di lingua che sfugga a chi che sia , se tu lo avverti , ne fai un carnevale . Non ti dar la zappa sui piedi , dunque ; mettiti all ' opera ; per qualunque via tu abbia da fare il tuo cammino nel mondo , benedirai le fatiche che avrai dedicate a questo studio nei tuoi primi anni . A un giovane d ' ingegno . - Lo studio della lingua è per le teste piccole , che , non avendo idee , hanno bisogno d ' imparar parole .... - Lo crede davvero ? Veda come andiamo d ' accordo . Io penso l ' opposto . Credo che le teste piccole abbian meno bisogno di studiar la lingua che le teste grandi , perché , avendo poche idee , basta a loro un ristretto materiale di lingua ad esprimerle ; perché , pensando meno profondamente e meno sottilmente , non occorre loro grande efficacia e finezza di linguaggio per rendere il proprio pensiero . Ma chi ha vero ingegno , se non sa la lingua bene , si trova tanto più impacciato a farsi valere quanto ha più ingegno . Come non lo comprende ? Non è verità evidente che deve posseder la lingua meglio degli altri chi ha idee originali e sentimenti vivi e delicati da esprimere , chi sa , intuisce e ricorda molte cose , e in ogni cosa vede particolari che la maggior parte non vedono , chi dalla forza del proprio ingegno e del proprio sentimento è portato più degli altri ad analizzare , ad argomentare , a raccontare , a descrivere , e nel descrivere , a scolpire e a colorire le proprie immagini ? E tanto più se il suo ingegno è di quella natura particolare che si chiama spirito , inclinato a coglier delle cose il lato ridicolo , e le relazioni riposte di affinità e di contrasto comico intercedenti fra di esse , e a giocare coi significati diretti e traslati dei vocaboli , tanto più avrà bisogno di maneggiar con destrezza la lingua , che appunto nel campo dello scherzo è ricchissima . Se si paragona la lingua al danaro , si può dire che chi non ha ingegno è rispetto ad essa come un uomo quieto e assestato , senza vanità e senza desidèri , che campa con pochi soldi , e chi ha molto ingegno è un uomo pien di vita e d ' ambizione , di raffinatezze aristocratiche e di voglie giovanili , che ha bisogno di spendere e di spandere . Studi dunque la lingua anche lei , che è un gran signore intellettuale , per non ridursi poi a campare come un pitocco . A chi studia le lingue straniere . Mi dice un giovinetto , con accento d ' alterezza : - Io studio le lingue straniere . - Vuoi dire con questo che ti preme più di saper le lingue straniere che la tua ? Non me ne maraviglierei più che tanto . C ' è degli italiani che , volendo fare un viaggio di piacere e d ' istruzione , vanno prima a Parigi che a Roma ; ce n ' è altri , i quali dicono sorridendo , con l ' aria di darsi un vanto , che della più parte dei propri pensieri s ' affaccia loro alla mente l ' espressione francese o inglese prima che l ' italiana ; e conobbi anche un tale , che a un esame di geografia , dopo aver detto benissimo i confini della Persia , mise Firenze a settentrione di Bologna . No ? Tu non sei di quel numero ? E tanto meglio . Ma non sarai mai abbastanza persuaso di questa verità : che non si studia con amore , che non s ' impara bene nessuna lingua straniera , se non s ' è prima studiato con amore e imparato bene la propria ; poichè , se imparare una lingua straniera non è altro che imparare a tradurre in questa i nostri pensieri da quella che usualmente parliamo , come si può fare una buona traduzione d ' un cattivo testo ? Come riuscire a dir con esattezza e con garbo in un ' altra lingua quelle cose che non sappiamo dire se non confusamente e senza garbo nella nostra ? E in che maniera intendere e sentire le qualità degli scrittori stranieri , se queste , in qualunque lingua , non s ' intendono e non si sentono se non paragonando le parole , le frasi , le forme a quelle che loro corrispondono nella lingua che ci è famigliare ? E ti seguirà anche questo : che mentre non imparerai che male altre lingue , ti si corromperà e confonderà nella mente quel poco che sai della tua , perché , essendo poco e mal fermo , non reggerà il materiale straniero che gli verserai sopra , e ti troverai così ad aver acquistato varie mezze lingue , senza possederne una intera ; sarai come chi a un vestito tutto buchi ne sovrapponga un altro pieno di strappi , che riman mezzo nudo a ogni modo . Dammi retta : fatti prima un buon vestito italiano . A chi dice che basta leggere . - La lingua - dicon molti - s ' impara leggendo . Lo crede davvero , signor mio ? Ma se anche ella non legga che libri , dai quali la lingua si possa imparare , le dico che ella vive in una grande illusione , salvo che li legga principalmente con quello scopo , ossia badando più alla forma che alla sostanza ; cosa ch ' ella non fa , senza dubbio , o che può far tanto meno quanto più la sostanza dei libri l ' attrae e la diverte . Della ricchezza e della proprietà della lingua , leggendo , ella sentirà qua e là , e complessivamente , l ' effetto ; ma provi , finita la lettura d ' un libro , a cercar quante parole e frasi le sian rimaste nella mente , in maniera da diventar sue , e da venirle poi sulla bocca o alla penna nel parlare o nello scrivere , e vedrà che poco o nulla le sarà rimasto . La memoria della lingua non si rafforza che con l ' esercizio , e nella lettura essa non si esercita . S ' impara la lingua anche leggendo , ma leggendo pochi libri molte volte e attentamente , non già molti una volta sola e di corsa , come dai più si suol fare ; e l ' avrà esperimentato ella pure non scoprendo che alla terza o alla quarta lettura , in libri scritti bene , una quantità di bellezze di lingua , d ' effetti particolari che fanno certi vocaboli collocati in un certo punto , di ragioni profonde e sottili per cui certe espressioni , e non cert ' altre , furono usate . E se anche leggendo soltanto per ispasso , s ' imparasse molta lingua , come si potrebbe imparare la nomenclatura d ' innumerevoli cose , di cui solo una parte minima , in un certo numero di libri , può ritrovarsi ? Come apprendere la lingua viva e famigliare che , fuor d ' un certo genere di letteratura , manca nei libri quasi affatto ? E come acquistare l ' agilità e la prontezza della mente che occorrono per maneggiare il materiale linguistico e farlo servire con garbo al pensiero ? Tenga per fermo che leggendo libri per vent ' anni non imparerà tanta lingua quanto studiandola di proposito un anno solo . Legga e rilegga senza studiare , e verserà dell ' acqua in un crivello . A chi dice che s ' impara la lingua dall ' uso . Qui sento un coro d ' italiani settentrionali che esclamano : - Studiare la lingua ! Ma la lingua s ' impara dall ' uso ! Da qual uso l ' imparate voi , cari signori ? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto , e quando non parlate questo , parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto , pieno zeppo d ' idiotismi e di francesismi . In materia di lingua s ' usa fra noi non toscani , perché parliamo tutti male , una grande tolleranza reciproca , per effetto della quale nessuno studia di correggersi , e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi spropositi , senz ' arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno . Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che , scrivendo , sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi , quando parlano , parlano poco meno scorrettamente e poveramente degli altri , appunto perché della lingua non hanno l ' uso , perché delle frasi e dei vocaboli , che cercano e trovano nello scrivere , non vien loro alla bocca , non avendoli essi famigliari , che una minima parte . Come si può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo ? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai ? V ' è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d ' aver imparato l ' italiano dall ' uso in dieci anni di soggiorno in una città dell ' Alta Italia ? V ' avranno fatto scappare . Dall ' uso , fra noi , si può imparare a parlar con scioltezza ; ma con proprietà , con varietà , con colorito , con grazia ! Corbellerie . Perdonatemi : m ' è scappata dalla penna . A una signorina . O signorina , anche lei ? Ma come ? Metterà tanta cura ad abbigliare la sua graziosa persona e non ne vorrà metter punto a vestire i suoi pensieri ? Porrà tanto studio a camminare con grazia e nessun impegno a parlar con garbo ? Cercherà con tant ' arte di modular dolcemente la sua voce e non le importerà di pronunziare con dolcezza parole spurie e frasi barbare ? E le parrà che non abbia a studiar la lingua la donna , che per ragione di natura e per gli uffici a cui è destinata , di madre , di consigliera , d ' educatrice , di consolatrice della famiglia , avrà tanti sentimenti amorosi e pensieri gentili da esprimere , tante cose da dire , delle più difficili a dire e a sentire , e che può e sa dire essa sola , e che da lei sola si vogliono udire ! E come farà , se non avrà studiato la sua lingua , a compiere con la voce e con la penna questi uffici , per i quali occorre conoscer della lingua tutte le grazie e le sfumature , possedere tutte quelle parole e locuzioni proprie , morbide , agili , sottili , che entrano quasi inavvertite nella coscienza e nel cuore , persuadono e commovono , accarezzano e consolano ? Non è uno studio per la donna ? Ma direi che è il primo studio che ella ha da fare , poichè la madre è la prima maestra dei suoi figliuoli , e perché in ogni società colta sono , e non possono esser che le donne quelle che insegnano ed impongono nella conversazione la dignità del linguaggio , la finezza dello scherzo , l ' urbanità della contraddizione . E come si può far questo non conoscendo la lingua ? Ah , ella scuote il capo , con un sorrisetto : ho capito . È bella , ed ha vanità femminea , non ambizione letteraria , e pensa che un viso come il suo basterà , senza il sussidio del vocabolario e della grammatica , ad attirarle da per tutto l ' ammirazione e l ' ossequio . Ma s ' inganna , signorina . Se sapesse che peggior effetto fa una parola brutta sur una bocca bella , e com ' è più ridicola la sgrammaticatura detta con un sorriso vanitoso ! E se sentisse con che barbara compiacenza le belle amiche commentano e portano in giro il piccolo sproposito dell ' amica bella ! Andiamo , mi confessi che ha torto , e mi conforti anche lei , almeno per un tratto di strada , della sua cara compagnia . LA LINGUA E L ' AMOR PROPRIO . Ritorno a te , giovinetto . Hai visto che cosa s ' ha da rispondere a chi dice : - Che importano le parole ? - A quella risposta debbo fare un ' aggiunta , che ti persuaderà anche meglio della necessità di studiare la lingua . In tutti i paesi del mondo sono argomento di ridicolo gli errori di lingua . Non è qui il caso di cercare da quale intima sorgente della ragione e del sentimento questo ridicolo nasca . Si ride degli errori dei bambini , piacevolmente , perché nei bambini è naturale l ' errore ; si ride degli errori della gente del popolo , con un senso di compatimento , perché derivano da un ' ignoranza scusabile ; si ride degli spropositi di chi appartiene alle classi colte , facendone le beffe , perché sono effetto d ' un ' ignoranza colpevole . E avrai osservato che si ride involontariamente , spesso a nostro malgrado , anche degli errori delle persone che amiamo e rispettiamo . È quasi un istinto irresistibile , come al veder fare certe smorfie a chi mangia e certi traballoni a chi cammina . Ora , com ' è naturale in tutti questo sentimento , è anche naturale che tutti , chi più , chi meno , si vergognino e si stizziscano di suscitarlo . Benchè ancora giovinetto , tu avrai visto più volte anche uomini che non hanno alcuna pretensione a letterati , e che tollerano ogni specie di scherzi , risentirsi al veder ridere d ' una parola o d ' una frase sbagliata che sia loro sfuggita di bocca . Esiste veramente nell ' uomo un particolare amor proprio , che si potrebbe definire l ' amor proprio della parola , e che è singolarmente delicato e irritabile . Non ti lasciar ingannare da chi lo nega e dice di ridersene . Che cosa importano le parole ? Ma l ' importanza loro , che tanta gente finge di disconoscere , è dimostrata di continuo e da per tutto da infiniti segni . Domanda a quanti bazzicano caffè e trattorie da molti anni , quante volte hanno inteso a un tavolino accanto , anche fra gente di professioni lontanissime dalla letteratura , discussioni accanite e interminabili sull ' italianità o sul significato d ' un vocabolo . Vedi nei giornali che pubblicano corrispondenze dei piccoli comuni , quante volte i corrispondenti , polemizzando , si scherniscono e si dànno a vicenda dell ' asino per uno svarione di lingua o di sintassi . Interroga qualunque scrittore noto , che non abbia reputazione di strapazzar la grammatica , e ti dirà quante lettere di sconosciuti riceve , che invocano il suo giudizio sulla legittimità d ' una voce o d ' una locuzione , sulla quale è corsa una scommessa . Fatti dire da maestri e da professori quante lettere ricevano da padri e da madri , che rivendicano la correttezza d ' una parola o d ' una frase segnata come errore in un componimento del loro figliuolo , ragionando , citando esempi e accalorandosi come linguisti offesi nell ' orgoglio . E quanti battibecchi seguono negli uffici di tutte le amministrazioni , per piccole quistioni di lingua , fra redattori di minute risentiti d ' un appunto linguistico e superiori feriti nel sentimento della propria autorità letteraria ! E in quante assemblee un discorso per ogni verso sensato fallisce allo scopo per una frase sgrammaticata che fa ridere ! E quanti sono gli uomini politici , anche illustri , al cui nome è rimasto appiccicato per tutta la vita , come un ' insegna derisoria , uno sproposito di lingua , sfuggito loro una volta più per sbadataggine che per ignoranza ! Vedi se importano o no le parole , e per l ' effetto che producono negli altri gli errori , e per il risentimento e le amarezze che da quegli effetti vengono a noi , e se sia da darsi retta a chi sconsiglia i giovani dallo studio della lingua , come da un perditempo . E puoi farne la prova tu stesso . A chiunque ti dica che studiar la lingua è tempo perso , se te lo dice in italiano , prova a dir lì per lì ch ' egli ha fatto un errore di proprietà o di grammatica , e vedrai che salta su , smentendo subito sé stesso , e ti rimbecca : - Come ? Vuoi fare il maestro a me ? ... Ma studia prima la lingua ! E qui , supponendo che tu sia oramai arcipersuaso , chiudo la triplice prefazione , e mi metto in cammino . DEL PARLARE . Le miserie della loquela . La prima cosa che ti devi proporre , mettendoti a studiare la lingua , è d ' imparare a parlarla correttamente e facilmente . A darti fermezza in questo proposito gioverà più che altro la consuetudine , che tu devi prendere , d ' osservare la scorrettezza , la rozzezza , lo stento , le infinite miserie e ridicolaggini del modo di parlare dei più , non già nelle classi sociali inferiori , ma in quella medesima a cui tu appartieni . Troverai molti che , parlando italiano , perdono ogni vivacità dello spirito , come se cambiassero natura ; che ti fanno sospirar mezzo minuto ogni parola , come avari a cui ogni parola costasse uno scudo , e par che le posino l ' una dopo l ' altra con gran riguardo come oggetti fragili e preziosi ; che per raccontar la cosa più semplice e più futile fanno una lunga e lenta tiritera , che metterebbe alla prova la pazienza d ' un santo . Conoscerai altri che , per parlar corretto , si rifanno ogni momento indietro a rettificar una parola o a correggere una frase , ti presentano due volte un periodo , prima in brutta copia e poi messo a pulito , ti fanno assistere a tutta la faticosa fabbricazione del proprio discorso , pezzo per pezzo e giuntura per giuntura , e quando credi che l ' abbian finito , v ' aggiungono ancora qualche commento e gli dànno qualche ritocco ; dopo di che , affaticati dal lavoro fatto , non hanno più capo ad ascoltare la tua risposta . Sentirai parecchi , che metton fuori ogni tanto una parola o una frase francese , o del dialetto , o del loro gergo professionale , con l ' aria di non avvedersene , o di dirla per dar varietà capricciosa o colorito comico al discorso ; ma in realtà perché non sanno l ' espressione corrispondente italiana ; e screziano così il loro italiano per modo , che non si sa ben dire che lingua parlino , e par di sentire di quei sonatori ambulanti che suonano tre strumenti , tutti e tre malamente , in una volta sola . Udirai certi tali , che cercano di nascondere gli spropositi come i prestigiatori fanno sparire le pallottole , assordandoti con un precipizio di parole ; che per distrarre la tua attenzione dalla loro grammatica alzano la voce o dànno in risate fuor di proposito , e si mangiano a mezzo le forme verbali di cui non sono sicuri , e confondono le frasi dubbie con l ' accompagnamento d ' una specie di rantolo catarrale , somigliante al rugliare che fanno i cani tra l ' uno e l ' altro latrato . Ma chi può dire tutte le industrie puerili e ridicole a cui si ricorre per salvare il decoro nella disperata lotta con la lingua italiana ? Gli uni si riducono a parlare più coi gesti e con gli ammicchi che con le parole ; gli altri vanno avanti a furia d ' intercalari e di luoghi comuni , coi quali coprono tutti gli sbrani e tappano tutti i buchi del discorso ; questi , per prender tempo a cercare il vocabolo , sciorinano dei ma che non hanno più fine , o piantano dei però enormi , su cui s ' appoggiano come sopra un bastone ; quelli , per poter raccogliere il periodo che scappa da tutte le parti , fanno lunghe pause , anche nel dire una bazzecola , fingendo un lavorìo profondo del pensiero , o una distrazione improvvisa , o una svogliatezza di gente annoiata , che dica tanto per dire , senza badare a quello che dice . Quante arti , quante fatiche e figure ridicole per iscansare il ridicolo di non saper parlare la propria lingua ! Ma per compier la mostra bisogna ricordare anche quelli che non parlano ; quelli che nelle compagnie dove si parla italiano non vanno , o ci vanno come a un castigo , e ci stanno come sulle spine , senza rifiatare , o parlando il meno possibile , anche con danno proprio , e a costo di parere imbronciati o villani ; quelli che , per la stessa ragione , pigliano in uggia i conoscenti , e anche gli amici italianeggianti , e da questi si fanno prendere in uggia alla volta loro , burlandoli come d ' una ostentazione di saccenti e d ' aristocratici ; quelli che vanno più oltre , che non nascondono la propria antipatia , dandole un altro colore , verso tutti quegli italiani d ' altre regioni , coi quali , per farsi intendere , dovendo trattar con loro per forza , sono costretti a parlare italiano . E c ' è ancora la famiglia numerosissima degli screanzati incorreggibili , che in qualunque compagnia si trovino , pure sapendo di non esser capiti , s ' ostinano sfacciatamente a parlare il proprio dialetto , a sventolare la bandiera della propria ignoranza , sulla quale hanno scritto : - Chi mi capisce , bene ; chi non mi capisce , s ' accomodi - ; somiglianti a quegli ubbriachi allucinati , che tiran via a ragionar coi pilastri . Ma c ' è nella gran famiglia dei poveri della parola un personaggio , che tu devi conoscere più intimamente degli altri , perché rappresenta una tendenza pericolosa e comunissima , dalla quale più che da ogni altra ti hai da guardare . Egli sarà il primo d ' una serie di personaggi singolari , che io conobbi , e che ti farò conoscere man mano , per ammaestramento e per ricreazione , nel corso del viaggio che faremo insieme . Ti presento per il primo il signor Coso . IL SIGNOR COSO . Le sue qualità più notevoli erano un profondo disprezzo per l ' arte della parola e un grande amore per la pesca con l ' amo ; il quale amore derivava in parte da quel disprezzo , perché diceva egli stesso che spessissimo andava a pescare non per altro che per isfuggire alla noia di barattar del fiato col prossimo . Quando lo conobbi non era più giovane ; ma anche da giovane dicevano i suoi vecchi amici che era sempre stato restìo al parlare come un tirchio allo spendere . Non che fosse propriamente taciturno : alle conversazioni degli amici prendeva parte ; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe , in modo informe , e masticava il resto con voci inarticolate , e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l ' uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l ' espressione dell ' idea ch ' egli aveva abbozzata . Con un come si dice ? si liberava dalla seccatura di dir la cosa ; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma , tu capisci ; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli . Per questo gli avevan dato il soprannome di Coso . - " Sai , questa mattina ho veduto coso , laggiù .... Dice che per quell ' affare .... tu sai .... niente ; salvo il caso .... ma neanche nel caso .... Tu m ' intendi - " . Era questa la forma tipica del suo discorso . - Tu sai .... coso - diceva d ' un amico ammalato , e non si curava neppure di dir che era morto : indicava con un gesto che se n ' era andato . Fu lui che annunziò agli amici l ' elezione del nuovo Papa , il cardinale Pecci . - Eletto - disse . - Chi hanno eletto ? - Coso - rispose ; e non pronunziò il nome che alla seconda domanda . Era in parte affettazione , come si dice che usasse fra certi nobili francesi del secondo Impero ; ma era più che altro una grande pigrizia , venuta a poco a poco a tal segno , che gli dava molestia anche il parlare degli altri . Quando sentiva un amico esprimere , discutendo , il proprio pensiero con un periodo filato e lunghetto , lo guardava con l ' aria di deriderlo per quella fatica inutile ch ' egli faceva , come avrebbe guardato uno che si stroncasse a sollevare un baule per la curiosità di saper quanto pesa . Quando il racconto di qualcuno si prolungava oltre un minuto , non faceva complimenti : chiudeva gli occhi e fingeva di dormire . Dal tempo che andava a scuola , dove a nessun professore era mai riuscito di cavargli più di quindici righe su qualunque soggetto di componimento , egli era venuto restringendo sempre più il suo linguaggio , nel quale ai vocaboli si sostituivano i gesti , e alla pronunzia scolpita un barbugliamento d ' addormentato . Egli aveva un gesto per dire : - Non ti fidar del tale : è un briccone ; - un gesto per annunziare che una commedia aveva fatto fiasco , che un certo affare non premeva , che d ' un altro affare non si voleva impicciare ; e tutte le gradazioni dello stupore , della maraviglia , del dispiacere esprimeva con una sola esclamazione , diversamente intonata : - Oh diavolo ! - E s ' aveva un bel burlarlo di questa sua stranezza : egli scrollava le spalle e rispondeva : - Chiacchieroni ! - Una volta sola , ch ' io mi ricordi , egli fece il miracolo di esprimere senza reticenze , benchè in forma laconica , un suo pensiero filosofico , per dar ragione della sua maniera di parlare . Udendo ripetere una sentenza del Michelet : - Nous mangeons immensément trop ; - da che derivano alla società , secondo lo scrittore francese , infiniti mali , egli disse che a quella si doveva sostituire un ' altra sentenza : - Noi parliamo troppo - poichè di quasi tutti i nostri guai la vera cagione era questa . Ma non si può credere fino a che punto arrivasse nel far economia di sillabe : fino a non farsi capire dal fiaccheraio , al quale , invece di : - Alla Stazione di Porta Nuova - diceva : - Alla Nuova - ; fino a non pronunziar mai che una delle due parole di cui si componesse il titolo del giornale , ch ' egli chiedeva al rivenditore ; fino a bandire dal suo vocabolario tutti i superlativi e gli avverbi lunghi ; tanto che a sentirgli dire un giorno : irremissibilmente e un ' altra volta : mortificatissimo , lo guardammo tutti stupiti . Da ultimo , poi , avendo inteso da un amico toscano un verbo non prima conosciuto : cosare , se n ' era impadronito con la gioia d ' un matematico che scopre una nuova formola algebrica , e con quello s ' alleggeriva anche più la fatica ingrata del parlare . Non diceva più al cameriere della trattoria che levasse l ' olio dal fiasco ; ma : - Cosami quel fiasco - , e così , cosare un plico , per mettervi il suggello , e a un amico , indicandogli un uscio fresco di vernice : - Bada , che ti cosi l ' abito . - Se avesse trovato nella lingua altre dieci parole come cosa e cosare , non gli sarebbe occorso altro vocabolario , e ne avrebbe avuto d ' avanzo . Poichè pensiero e parola nascono nella mente gemelli , chi si disavvezza dall ' esprimere il proprio pensiero , si disavvezza a poco a poco anche dal pensare . Questo era seguìto a lui : le facoltà di pensare e di parlare gli s ' erano arrugginite ad un tempo . Egli pensava a pensieri indeterminati , monchi e sconnessi come il suo linguaggio , e dall ' inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa . È questo l ' ultimo e peggior danno nel quale incorrono tutti coloro che per pigrizia rifuggono usualmente dalla fatica di tradurre il proprio pensiero in parole . Negli ultimi suoi anni Coso non leggeva nemmeno più i giornali : si contentava di raccoglier le notizie politiche al caffè o per la strada , e quando gliele davano con troppi particolari , tagliava la parola in bocca all ' amico , dicendogli : - Insomma , hanno cosato il bilancio - oppure : - alle corte , avremo un ministero Coso - , e aggiungeva un gesto che significava : - Basta , basta ; ho capito ; oh che fastidio ! Coso abbandonò questa valle di lacrime e di parole una diecina d ' anni fa , in una città dell ' Italia meridionale , dove era andato per ragion d ' impiego . E tal morì qual visse , se è vero quanto si riseppe da un suo nipote , che l ' assistette negli ultimi giorni : un capo armonico , a dir la verità , che potrebbe aver inventato una fiaba . Io la ripeto com ' egli la disse , affermandoci che non ci metteva nulla di suo . Presentendo la propria fine , il buon Coso , che aveva avuto sempre religione , fece chiamare il prete . A un certo punto il nipote , che stava all ' uscio , sentì il prete dire con voce grave , in cui la pietà velava il rimprovero : - No , caro signore , io non posso acconsentire a una domanda fatta in codesto modo . Il malato gli aveva espresso il suo desiderio con la sua parola solita : il coso . Pensando ch ' egli volesse qualche oggetto , un ricordo caro di famiglia , da rivedere l ' ultima volta , il sacerdote aveva guardato intorno per la camera . Poi , da un atto dell ' infermo avendo compreso , s ' era risentito . Il coso era il Viatico . L ' infermo s ' espresse meglio , e fu contentato . Ma per poco il suo malaugurato vezzo di cosare non gli costò la salute dell ' anima . Certo quelli che si lasciano andare fino a un tal segno son rari . Ma quanti non sono quelli che parlano presso a poco al modo di Coso ; che , per infingardaggine intellettuale o per disprezzo dell ' arte volgare del discorso , non dànno del proprio pensiero che briciole e sgoccioli , non mettono nella conversazione che la materia bruta del loro concetto , lasciando agli altri la cura di lavorarla , come una faccenda indegna di loro ? Il mondo n ' è pieno . Ma se l ' uomo si può definire " l ' animale parlante " , codesti non sono uomini .... sono cosi . TRA LO SCRIVERE E IL PARLARE C ' È DI MEZZO IL MARE . Per dimostrarti che a parlar bene non basta studiar la lingua , ma occorre fare uno studio e un esercizio particolare a quel fine , ti racconto un aneddoto . Circa trent ' anni fa , ebbi una sera la fortuna di desinare con una brigata di milanesi , fra i quali c ' era uno scienziato illustre , autore d ' un libro notissimo di scienza popolare , che è una delle opere più eloquenti e meglio scritte della letteratura scientifica d ' Italia . Lo scienziato , ch ' era un uomo d ' indole vivace e di spirito argutissimo , aveva poche sere avanti rallegrato quella stessa compagnia raccontando in dialetto certi episodi comici d ' un suo recente viaggio nella Scozia ; e il suo racconto era piaciuto per modo , che anche quella sera , alle frutte , tutti i commensali vollero che lo ripetesse , e mi dissero parecchi , mentre egli si disponeva a parlare : - Sentirà , e riderà come non ha mai riso . - L ' illustre uomo incominciò , parlando italiano per riguardo al nuovo uditore , e andò un pezzo innanzi nel racconto ; ma l ' uditorio , benchè avesse la miglior voglia di ridere , rimase freddo ; volevo ridere anch ' io , ma non potevo ; mi sconcertava il disinganno che leggevo sul viso degli altri ; i quali aspettavano tutti qualche cosa che non veniva mai , e parevano stupiti che non venisse , e intenti a cercarne dentro di sé la ragione . E , infatti , il racconto procedeva male ; lo sforzo che faceva il parlatore per trovar parole e frasi comiche , che poi non lo appagavano , ratteneva la sua vena ; l ' espressione del suo viso che , manifestando quello sforzo , discordava dalla comicità del discorso , ne distruggeva quasi al tutto l ' effetto ; il suo gesto stesso riusciva impacciato come il suo linguaggio ; mancava al racconto la spontaneità , il colorito , la vita . A un certo punto egli s ' interruppe , facendo un atto brusco d ' impazienza , ed esclamò ridendo : - Oh , lasciatemi un po ' parlare il mio milanese ! - e ripreso in milanese il discorso , tirò via col vento in poppa , con tutt ' altro viso e tutt ' altro accento , libero , arguto , amenissimo , accompagnato fino alla fine dall ' ilarità unanime e sonora degli ascoltatori . Mille casi consimili vedrai tu pure nella vita , perché migliaia d ' italiani colti , e che scrivono bene , si ritrovano , parlando italiano , nello stesso impaccio nel quale si trovò lo scienziato milanese . E la ragione dell ' impaccio sta in ciò : che fra il parlare e lo scrivere passa la stessa differenza che fra il correre ed il camminare . Come , se non è esercitata alla corsa , anche una persona ben formata , e che ha nel camminare un portamento sciolto e elegante , corre senza leggerezza e senza grazia e rimane senza fiato dopo un breve tratto , così ogni italiano , che parli per uso il suo dialetto , pur conoscendo la lingua benissimo , se a parlarla non s ' è esercitato con particolare studio , se non ha acquistato con quest ' esercizio la prontezza intellettuale e l ' agilità meccanica necessaria al parlar bene , che è come un comporre all ' improvviso , non troverà lì per lì le parole proprie , snaturerà il proprio pensiero , parlerà stentato e slavato , traballando e inciampando a ogni passo . Vedi dunque quanto importa che , prima d ' ogni cosa , tu t ' eserciti a ben parlare ; e dico : prima d ' ogni cosa , perché è un esercizio che puoi cominciare utilmente anche prima di metterti a studiare il materiale della lingua nel modo che vedremo poi . E ora t ' accenno i preliminari della ginnastica ; dopo i quali passeremo agli attrezzi . PER IMPARARE A PARLAR BENE . Il parlar malamente , in chi più o meno conosce la lingua , deriva in gran parte dalla consuetudine di non pensar mai un momento , prima di aprir la bocca , al modo di dire il meglio che si può quello che si vuol dire . E tu avvèzzati a pensarci . Dirai : - Non s ' ha sempre tempo . - Basterà che ci pensi tutte le volte che ci hai tempo , e non tarderai a ricavarne un profitto maggiore di quello che t ' immagini , perché ti riuscirà di dir meglio che per il passato anche molte di quelle cose che sarai costretto a dire all ' improvviso . Si parla male generalmente anche per effetto della consuetudine , che si prende per pigrizia , di lasciar quasi sempre a mezzo l ' espressione del proprio pensiero quando si vede che l ' ha capito a volo la persona a cui si parla . Questa consuetudine pigra ci rende faticoso e difficile l ' esprimer bene tutti quegli altri pensieri , dei quali , perché sian compresi , dobbiamo dare l ' espressione compiuta . Ebbene , e tu abìtuati , parlando , ad esprimere sempre tutto il tuo pensiero , anche quando non sia necessario , come faresti se lo dovessi mettere sulla carta . Fa ' qualche volta , mentalmente , quest ' altro esercizio , dopo che hai fatto o veduto qualche cosa , o sentito una commozione , o ricevuto un ' impressione qualsiasi ; domanda a te stesso : - Come direi se dovessi raccontare questo fatto , o descrivere questa cosa , od esprimere questa commozione ? - e pròvati a farlo , supponendo di parlare a una persona colta , con la quale tu non abbia famigliarità , e di cui ti prema la stima e la simpatia . Studia in special modo di dir bene tutte quelle piccole cose che occorre dire ogni giorno , e anche più volte il giorno ; ti riuscirà facile trovarle e fissartele in mente , poichè sono , per così dire , i luoghi comuni della vita quotidiana e del linguaggio di ciascuno ; e quando ti sarai avvezzato a dirle facilmente e correttamente , riconoscerai , dal vantaggio acquistato , maggiore della tua aspettazione , che nel dir male quelle piccole cose , benchè non sian molte e sian semplici , consiste principalmente il parlar male di quasi tutti . Bada anche a questo . Una delle nostre miserie , parlando , è l ' incertezza che ci arresta nel designare certi oggetti , atti , fatti , sentimenti , per i quali sono usati comunemente due o tre vocaboli di senso affine , ma di cui è proprio uno solo ; poichè , nell ' atto che c ' indugiamo a scegliere , perdiamo il concetto della frase o del periodo , che poi ci riescono alla peggio . Se nel dir la cosa più semplice , come , per esempio , che siamo andati a cercare un tale a casa , che abbiamo salito quattro branche di scale , e dopo aver picchiato all ' uscio , sentito abbaiare un cagnolino , e una voce domandar : - chi è ? - mentre scorreva il paletto - se dubitiamo un momento fra branche e rami , fra picchiato e battuto , fra uscio e porta , sentito e udito , abbaiare e latrare , domandare e chiedere , paletto e chiavistello , è facile che facciamo un brutto garbuglio d ' un periodo che dovrebbe correr liscio como l ' olio . Fìssati dunque in mente le parole proprie che in tutti quei casi dubbi , frequentissimi , sono da usarsi , in modo che sian sempre le prime a venirti sulle labbra , e avrai fatto con questo un gran passo innanzi sulla via del parlar facile e corretto ad un tempo . Un altro consiglio . Ti accadrà spesso di sentir strapazzare la lingua italiana , e di ridere dentro di te delle parole sbagliate , delle frasi barbare e dei costrutti sgrammaticati del cattivo parlatore . È bene che in questi casi tu t ' eserciti alla critica ; ma se vuoi che ti giovi , non dev ' essere puramente negativa : non basta che tu noti gli errori , bisogna che tu cerchi e fissi nel tuo pensiero le parole , le frasi , i costrutti corretti corrispondenti a quelli erronei , che hai osservati ; perché , bada bene , noi burliamo assai spesso gli altri di errori che sfuggono usualmente a noi pure , e la prima cagione del nostro persistere nel parlar male è appunto la consuetudine del criticare senza correggere ; per la qual cosa non ricaviamo nessun frutto degli errori altrui , che dovrebbero farci aprir gli occhi sui nostri . Ancora un ' avvertenza . Il parlar bene richiede un esercizio vivo e rapido delle facoltà intellettuali . Vedi che l ' uomo acceso da una passione , appunto perché ha le facoltà eccitate , parla quasi sempre meglio che ad animo riposato e a mente tranquilla . Conviene perciò , quando hai qualche cosa da dire che ti prema di dir bene , quando hai da fare un racconto , per esempio , o una descrizione o un ragionamento anche breve , che tu ti ci metta di buona voglia e con vivo impegno . Come per fare uno sforzo fisico dài prima quasi una scossa alla volontà e tendi i muscoli e i nervi , così , nell ' atto di parlare , tu devi cacciar l ' indolenza e dar alla mente un abbrivo risoluto . Ma non ti mettere alla corsa ; va ' adagio per ora ; avvèzzati a parlare pensando , a frenarti . A correre senza inciampare imparerai a poco a poco ; devi prima esercitarti a camminar bene . E bada sempre , nel parlare , al viso di chi t ' ascolta , che è un critico muto utilissimo , perché d ' ogni parola stonata , d ' ogni oscurità , d ' ogni lungaggine ci vedi il riflesso , sia pure in barlume , in un ' espressione di stupore , o canzonatoria , o interrogativa , o annoiata , o impaziente ; anche se gli ascoltatori sian gente che , facendo lo stesso discorso , cadrebbe negli stessi errori tuoi , o assai peggio ; poichè la facoltà critica è in tutti di gran lunga più acuta e più attiva quando s ' esercita sugli altri che quando lavora sul suo . In questo studio del parlare potrai avvantaggiarti molto e presto se in casa tua c ' è la buona consuetudine di parlare italiano . Se non c ' è , tu devi fare il possibile , rispettosamente , per farcela entrare . Ma .... Quello che dovrei dirti dopo questo ma lo troverai nella lettera seguente ; della quale ho ritrovato la minuta sotto un monte di vecchi manoscritti . LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA . Cara cugina , Ringrazio te , tuo marito e i tuoi figliuoli grandi e piccoli dell ' allegra giornata che mi faceste passare in casa vostra , e mantengo la promessa , che ti feci nell ' accomiatarmi , di rispondere per iscritto alle tue domande : - Ho fatto bene a metter l ' uso della lingua italiana in famiglia ? Ti pare che i ragazzi ne facciano profitto ? Risponderei di sì , con gran piacere , alla prima domanda , se non avessi un gran dubbio sulla risposta da dare alla seconda . Osservai in casa tua che l ' uso dell ' italiano in famiglia non giova gran fatto , che , anzi , riesce quasi più dannoso che utile , se non è accompagnato dalla cura continua di parlar bene , se non è vigilato , illuminato , corretto assiduamente dal padre e dalla madre , se non si riduce , in somma , a essere uno studio costante di tutti . Osservai nella tua famiglia , come già in altre , che i ragazzi si sono avvezzati a parlar l ' italiano con troppa disinvoltura . Sono belle cose nel parlare la vivacità , la scioltezza , la sicurezza di sé ; ma solo quando non derivino dal disprezzo della grammatica e dall ' inconsapevolezza dello sproposito . Ora , lascia che te lo dica , i tuoi figliuoli parlano con facilità ammirabile un italiano compassionevole , d ' un tessuto tutto piemontese , ricamato d ' ogni specie d ' idiotismi e di modi di conio gallico , e in tutto il tempo che stetti con voi non gl ' intesi correggere , né da te né da tuo marito , neanche una volta . In casa vostra , per quello che riguarda la lingua , regna la più scapigliata anarchia . Girando per le stanze , feci ai tuoi figliuoli molte domande , e sentii che a quasi tutte le cose dànno il nome dialettale o francese : chiamano tiretto il cassetto , robinetto la chiavetta , comò il cassettone , sopanta il palco morto . A tavola , in quella discussione che fecero fra di loro intorno ai propri insegnanti , e in cui parlarono , a dire il vero , con molto brio e con molta arguzia , intesi dire dall ' uno : - mi sono sbagliato , - dall ' altro : - niente del tutto , - da questo : - gli ho fatto un bacio , da quello : - Mio professore di aritmetica , - da più d ' uno : - Che s ' immagini ! - e : - Mai più ! - per : nemmen per sogno ; da tutti , e parecchie volte , vizio per vezzo o consuetudine ( pover ' a noi , se anche il carezzarsi la barba fosse un vizio ! ) e chiamare ( Dio di misericordia ! ) per domandare . Parlai di mode con la tua Eleonora , e trovai che ha preso da te tutta quanta la terminologia francese che tu hai presa dalla tua sarta , e discorrendo con Alberto dei suoi prossimi esami raccolsi dalla sua bocca non so quante parole e frasi del nefando linguaggio burocratico che tuo marito porta a casa dall ' ufficio . In verità , s ' io avessi ceduto alla tentazione , udendo parlare italiano a quel modo , avrei fatto alla tua cara prole una continua distribuzione di biscottini e di pacche . E quello che faceva più forte la tentazione era il vedere che straziavano così ferocemente la lingua con una faccia fresca da innamorare , senz ' essere arrestati mai dal minimo dubbio , senza dar mai segno di sentire le proprie stonature , tirando via con una speditezza e con un tono , che uno straniero non pratico della nostra lingua , a sentirli , li avrebbe presi per toscani pretti sputati , e di quelli che hanno la parola più pronta e sicura . Ah no , cara cugina . Codesta non è una scuola di conversazione italiana ; ma una baldoria linguistica , dove si fa del vocabolario e della grammatica quello che in certe baldorie bacchiche si fa delle stoviglie e del Galateo . A una scuola così fatta mi par quasi preferibile l ' uso del dialetto , col quale i tuoi figliuoli , se non altro , non contrarrebbero abitudini viziose , che è un danno grandissimo , poichè i barbarismi , gl ' idiotismi , le frasi errate che il ragazzo s ' avvezza a dire in famiglia , dove si parli italiano a vanvera , gli si attaccano alla lingua per modo che gli riesce poi difficile liberarsene anche da uomo . Dicono che Napoleone primo abbia detto per tutta la vita section per session , rentes voyagères per rentes viagères , point fulminant per point culminant , e altri spropositi , per essersi avvezzato da ragazzo a pronunziare in quel modo quelle parole , che in casa sua si pronunziavano male . In certe famiglie , come tutti usano certi intercalari e hanno un certo modo di gestire , così dicono tutti gli stessi spropositi . Io ho osservato che i figliuoli dei padri mal parlanti quasi tutti parlano male , anche se sono più colti dei padri . Conosco un tale che disse per vent ' anni scavezzare per scavizzolare , traccheggiare per inseguire e vita libertina per vita libera : un giorno lo chiarii dei tre errori , ed egli mi confessò che erano un ' eredità di famiglia , che in casa sua , dove s ' era sostituita la lingua al dialetto , egli aveva sempre inteso usar quelle parole in quel senso : alle correzioni che gli erano state fatte da ragazzo , fuor di casa , non aveva badato ; poi nessuno non aveva più osato di correggerlo , per timore che se ne vergognasse , e così era andato innanzi fino ai cinquanta , perdendo prima il pelo che il vizio . Dunque , segui il mio consiglio : o ripigliate il dialetto in casa , o mettetevi d ' accordo , tu e tuo marito , per frenare la licenza linguistica dei vostri rampolli , costituite fra voi una commissione di vigilanza e di censura , che non lasci passare nessuno sproposito , che ristabilisca nella vostra famiglia , filologicamente anarchica , l ' impero della legge . I ragazzi , sulle prime , s ' impazientiranno , tenteranno di ribellarsi ; ma finiranno con riconoscere la ragione , e parleranno forse con minor facondia , che non sarà una gran disgrazia , ma con maggior correttezza , che sarà una gran fortuna ; e ve ne saranno grati più tardi . Intanto , ti prego di dar loro qualche avvertimento , in forma canzonatoria , che è la più efficace . Di ' a Eleonora che se mi racconterà qualche altra disgrazia arrivata a qualche sua amica di scuola , vorrò sapere una buona volta di dove le disgrazie partono e con che treno arrivano , per potermi regolare . Di ' a Enrico che me ne impipo per me ne rido e buggerìo per baccano non sono parole pulite , e che il dire che un ragazzo di sette anni è più vecchio d ' uno di cinque , è ridicolo . A Luigina , che mi disse tre volte : - Ho fatto una malattia - di ' che mi son dimenticato di domandarle se non aveva di meglio da fare quando le è venuta quella brutta idea . Avverti Mario che il dir che un ufficiale ha tre medaglie sullo stomaco , invece di sul petto , è come dire che le medaglie gli sono indigeste . Dirai anche nell ' orecchio a tuo marito che il verbo consumare , in italiano , è transitivo , e che quindi la candela consuma è un piemontesismo , ch ' egli non deve tramandare ai suoi discendenti . E anche a te un ' osservazione nell ' orecchio : brutto come tutto è brutto di molto . Spero d ' averti persuasa . E scusa la franchezza del critico poichè vien dall ' affetto del cugino . Il tuo * * * A CIASCUNO IL SUO . ( A UNA SCHIERA DI RAGAZZI DI DIVERSE REGIONI D ' ITALIA ) . Avete riso dei piemontesismi , non è vero ? E non ci ho a ridire . Ma non ne ridete troppo forte , vi prego , perché quello che dissi della famiglia piemontese , dove si parla un italiano piemontizzato , si può dire a un di presso di migliaia di famiglie d ' altre regioni , badando soltanto a sostituire a quelli che citai altri dialettismi e idiotismi ; dei quali ciascuna serie vi farebbe rider pure tutti quanti , fuori che uno . Volete che ne facciamo la prova ? Desiderate ch ' io vi persuada con gli esempi ? E io vi contento , nel miglior modo che m ' è possibile , così alla lesta . E comincio da te , piccolo milanese . Ce n ' è così anche a Milano di famiglie per bene , nelle quali i ragazzi credon mica di parlar male dicendo porsi giù per " mettersi a letto " e menar su per " condurre in prigione " e su e giù a ogni proposito ; e qui dietro per " qui attorno " e andar addietro a fare per " continuare a fare " e aver una cosa addietro per " averla con sé " e si può no , e morir via , e mangiarsi fuori e smaniarsi , e che bello ! e che caro ! e con più ne vuoi , più te ne metto . Ti basterà questo piccolo saggio , m ' immagino . A noi , piccolo veneziano . A te pure , quando che parli italiano , vien fatto di ficcare il che da per tutto , e non sei buono da liberartene , e dici : non so cosa che voglia dire , non so cosa che ci vorrebbe ; e ti scappa detto lasciarsi tirar giù per " lasciarsi indurre " e incapricciarsi in una cosa , e non s ' indubiti , e l ' aspetta un momento ; e ti sfugge ben sovente scampare per " scappare " e balcone per " finestra " e altana per " terrazza " e sgabello per " comodino " . E che dire del tuo in fatti che usi così spesso nel senso di " in somma " , mettendo nella frase una contraddizione di termini che mi fa spalancare la bocca ? - Sarà un capolavoro , come tutti dicono ; ma in fatti non mi piace . - Hai ragione di burlarti degli idiotismi altrui ; ma in fatti ne dici tu pure . Sono da lei , caro bolognese . Pensava ch ' io la potessi dimenticare ? Mo ' ci pare ! Venga qua , s ' accomodi bene . Godo di trovarla in buona salute . E il padre suo di lei ? E la ragazzola ? E quel bazzurlone di suo cugino , come sta ? Fa sempre l ' ammazzato con la signorina del terzo piano ? Ella riconosce certamente che anche ai bolognesi ne scappano di carine , che è frequentissimo fra di loro il si per il ci , e il faressimo e il diressimo e il questa cosa che qui e che lì ; e che non è rarissimo il sentir da loro , anche da gente colta , ghignoso per " antipatico " , gnola per " seccatura " , benzolino per " panchetto " , zucca per " fiasco " , chiarle per " ciarle " . E , mi perdoni , intesi anche dire qualche volta " ubbriaco patocco " per ubbriaco " fradicio " . Questa è patocca ! Ma ne ride ella pure , e tutti contenti . E tu , bel garzonetto genovese , non ti dar l ' aria d ' impeccabile , se dunque sciorino anche a te una bella lista di dialettismi comici che raccolsi a casa tua .... e in casa mia . Se dunque per " se no " è uno dei più preziosi , non lo puoi negare . Non me ne capisco per " non me n ' intendo " non è men peregrino . Scorrere per " rincorrere o inseguire " è un ' altra bella perla . E uomo di sua obbligazione per " uomo che sa il fatto suo " è poco bello ? Certo , tu non dirai mai mugugnare , frusciare , frugattare , camallare , dar recatto alla casa , in luogo di " brontolare , infastidire , frugacchiare , portar sulle spalle , mettere in ordine " , come da non pochi concittadini tuoi intesi dire . Ma sii sincero : non t ' è mai scappato angoscia per " nausea " e angoscioso per " molesto " e inversare per " rovesciare " ? Non ti scappa proprio mai bugatta per " puppattola " , rango per " zoppo " , marsina per " giubba " ? Pensaci un po ' , figgio cäo .... Cittadino romano , ti saluto , e mi fo lecito di dirti , rispettosamente , che spesso sento dire dai tuoi concittadini : ce sto , me dài , ve prometto , te parlo , se dice , e io so ' contento , e il tale non vo ' venire , e troncare gl ' infiniti : anda ' , sta ' , di ' , e dire andiedi e stiedi , e li fiori e li cavalli , e le mela e le pera , e subito che per " poichè " e al contrario per " d ' altra parte " e apposta per " appunto per questo " o imbottatore e tiratore e spogliatore e lavatore per " imbuto , cassetto , armadio , acquaio " : una quantità d ' ore e d ' altri idiotismi d ' altre desinenze , che si volessi citartene mezzi no me basterebbe du ' ora . Lascio stare il magnassimo e il bevessimo per l ' indicativo , che a te non c ' è caso che sfugga ; ma chi sa quante volte tu pure , parlando italiano , esclami : - Guarda sì che bellezza ! - o dici che hai rifame o che un Tizio t ' ha fatto una vassallata o che non sai se quanto una certa cosa ti convenga . A ciascuno il suo . Non ti stranire , figliolo . Partenopeo carissimo ! Conosco un bravo avvocato napolitano , che tiene due cari figlioli , i quali , parlando italiano con me , chiamano qualche volta , senz ' avvertirsene , gradinata la scala , coppola il berretto , cartiera la cartella , borro la brutta copia , spiega la traduzione ; che dicono cacciar l ' orologio per " tirarlo fuori " , abbiamo rimasto per abbiamo " lasciato " l ' ombrello a casa , nostro padre è andato a parlare una causa a Salerno , voglio essere spiegato , esser levata questa difficoltà , essere aperto il portone , e non mi fido per " non mi sento " e vado trovando per " vado cercando " e nel contempo per " nello stesso tempo " . Stesso il padre , dispiaciuto di quel modo di parlare , li avverte sovente che dicon troppi napolitanismi ; ma non serve : lo voglion bene , ma non dànno retta a lui più che a me , e tiran via . Non ho detto per canzonare a te , bada bene ; ma vedi un po ' se dei modi citati non ne scappa qualcuno a te pure . Potrebb ' essere . Se te ne scappa , sei prevenito ; colpisci l ' occasione per correggerti , e stammi buono . O piccolo abruzzese , e tu , non ancor baffuto figliolo della Calabria , non vi fate corrivi se vi dico che sfuggono allo spesso dei provincialismi a voi pure ; e il senso lor m ' è duro , potrei aggiungere . Come v ' ho da intendere quando mi dite scolla , andito , versatoio , coppino , ceroggeno , raschio , quartino , pizzo del tavolino per " cravatta , ponte , acquaio , cucchiaione , candela , sputo , quartiere , canto del tavolino " ? e lento per " magro " e sofistico per " discolo " e fanatico per " vanesio " ? Quando vi sento di parlare in quella maniera , sospetto che vogliate scherzarmi , e non tanto mi piace . E vada quando vi scappa detto che vi siete imprestato ( per " fatto imprestare " ) un vocabolario , che avete donato gli esami , fatto maturare un compagno permaloso , liberato un pugno a un insolente , o che in mezzo al vostro giardino ci vorrebbe piantato un bell ' albero , o che vi par mill ' anni di giungere il ferio di Natale : si sorride , e null ' altro . Ma che si possa scoprire un canuto nella barba d ' un uomo , è incredibile , e mettersi un calzone solo non è decente , e sparare gli uccelli alla caccia è feroce , e dire : - Mio fratello ha picchiato , vado ad aprirlo - è orrendo . Vi raccomando a porre attenzione a questi errori ; e perdonatemi la franchezza , perché , se ve n ' avreste per male , ne fossi troppo dolente . Son da te , caro siciliano . Molte volte , nel tuo bel paese , un ospite gentile mi disse sull ' uscio : - Entrasse , signore , s ' accomodasse ; mi facesse il piacere .... - Lo dici qualche volta tu pure , non è vero ? E accoppii non di rado il condizionale col condizionale : se avrei tempo , v ' andrei , o : se avessi tempo , v ' andassi ; dico giusto ? E per voi è fare un complimento anche il regalare un orologio d ' oro , e dite spesso buono per " bello " e bello per " buono " e più meglio e più peggio , e insegnarsi la lezione per " impararla " e mi scanto per " mi perito " e accudire per " rivolgersi " e qualche volta la prima del mese , e questa , senz ' altro , per " questa città " e anche casa palazzata per " palazzo " . Chiamate bevanda il caffè e latte , come se non beveste altro nell ' isola , o zuppa ogni minestra , e galantuomo ogni signore ; e così fosse , che sotto un bel sopratutto e dentro una camicia arricamata non si nascondesse mai una birba ! Te n ' ho da metter fora dell ' altre ? No ? Queste bastano ? E dunque , come dice il tuo Meli , dunca ascuta a lu patri , e teni accura a sti pochi e sinceri avvirtimenti . E anche a te , bruno Sardignolo , poichè ti vedo ridendo dei sicilianismi , dirò amorevolmente il fatto tuo , quantunque del tuo bel dialetto latineggiante io sia un po ' innamorato : a te che qualche volta , parlando italiano , alzi le scale invece di salirle , e culli il tuo fratellino per dormirlo , e non pigli caffè perché non ti prova , e chiami cotti i fichi d ' India maturi , e occhi cattivi gli occhi malati ; a te che parti al villaggio , e torni da campagna , e vai al braccetto con gli amici , e a chi ti domanda l ' ora alle dodici e dieci rispondi che è assai ora che è sonato mezzogiorno , e a chi ti rivolge domande indiscrete dici che non entri il naso negli affari tuoi , e se non la smette subito , che finisca da una volta d ' importunarti . Per farla corta , non t ' ho citato che una dozzina d ' esempi ; mi dispiace d ' esser troppo pochi ; ma te ne potrei pienare più pagine . A si biri , piseddu . - Come ? A me pure ? - Sì , signorino , a lei pure , e spero che me lo permetta , poichè sa che le voglio un gran bene . Per insegnar la lingua ai tuoi fratelli d ' Italia , che ti riconoscono maestro dalla nascita , devi guardarti anche tu dai dialettismi , non con altrettanta , ma con maggior cura degli altri ; non devi lasciarti sfuggir mai , neppure una volta l ' anno ( e ti sfuggono non di rado ) voi dicevi , voi facevi , voi andavi , e dichino e venghino , e leggano per leggono , temano per temono , e lo stai e il vai imperativi , e il dove tu vai ? e il che tu vuoi ? e nemmeno sortire per uscire , e bastare per durare , e tornar di casa per " andar a stare " in un luogo dove non s ' è mai stati . E sebbene Dante abbia detto " lascia dir le genti " è meglio che tu non dica genti in quel senso per non farmi pensare che tu parli di tutti i popoli della terra ; e che suoi per " loro " abbia esempi classici , non toglie che sia più corretto il far concordare l ' aggettivo col sostantivo ; e m ' ammetterai che a dire ignorante per " maleducato " si corre pericolo di calunniare dei sapientoni ; e una " minestra diaccia " se vuoi esser giusto , non s ' è mai portata in tavola da che mondo è mondo . A rivederci , bocca fortunata , e porta un bacio alla torre di Giotto . E ora che giustizia è fatta , tiriamo innanzi . * FQ * IL MALANNO DELL ' AFFETTAZIONE . Vi son due modi di parlar male : la sciatteria e l ' affettazione . Ma questo è peggior di quello , perché chi parla sciatto è soltanto ridicolo , e chi parla affettato è ridicolo e insopportabile . Non occorre ch ' io ti dica che cos ' è l ' affettazione . Te lo dicono i modi proverbiali che la deridono : - Star sul quinci e sul quindi . - Parlare in punta di forchetta . - Parlar come un libro stampato . - È un misto di pedanteria e di leziosaggine . È la consuetudine di scegliere fra i modi della lingua i meno comunemente usati , credendo che il parlar bene consista nel parlar diversamente dagli altri ; è il servirsi di vocaboli e di frasi poetiche , anche nei discorsi famigliari , per dir le cose più usuali e più semplici ; è l ' usar locuzioni e costrutti del bello stile letterario , per isfoggio di cultura e d ' eleganza , in luogo d ' altre locuzioni e d ' altri costrutti alla mano , che si sdegnano come volgari , e che paiono volgari per la sola ragione che tutti li sanno . Hai visto mai dei bellimbusti che fanno il bocchino e par che sorridano continuamente alla propria immagine , o tengon la bocca sempre aperta per mostrare i denti bianchi ; che pigliano atteggiamenti d ' Apolli , gestiscono coi gomiti stretti al busto e camminano in punta di piedi , dondolandosi come le anitre e guardando intorno con gli occhi socchiusi o dilatati o languenti ! Sono caricature buffe e antipatiche , non è vero ? E lo stesso effetto producono quelli che parlano affettato . Ci dispiacciono perché , parlando diversamente da noi , hanno l ' aria di dirci che noi parliamo male e che dovremmo parlare come loro ; non ci paiono sinceri perché la sincerità parla semplicemente , ed essi parlano con artificio ; e non li possiamo prender sul serio perché , lambiccando a quel modo il proprio linguaggio , mostrano di dar più importanza alle parole che alle cose e di parlar soltanto per farci sentire che parlan bene . Senti un po ' . Se uno t ' annunzia la morte d ' un suo amico dicendoti : - Ieri , dopo una malattia lunga e dolorosa , morì il tal dei tali , mio carissimo amico ; morì fra le mie braccia ; le sue ultime parole furono per raccomandarmi i suoi poveri bambini , che stavano accanto al letto piangendo - , tu sei preso da un sentimento di pietà . Ma se ti dice invece : - Ieri , dopo un lungo e fiero morbo , mancò ai vivi il tal de ' tali , amico mio dilettissimo ; spirò sul mio seno , e i suoi supremi accenti furono per commettere alle mie cure i suoi sventurati pargoletti , che stavano all ' origliere lacrimando ; - tu , invece di commoverti , non credi al suo dolore , e gli dài del buffone . L ' affettazione falsa l ' espressione d ' ogni affetto , spunta l ' arguzia , toglie forza alla ragione , vela la verità , distorna la confidenza , getta il ridicolo su ogni cosa , rende uggiose e moleste , e qualche volta anche odiose , facendole apparire sotto un falso aspetto , persone dotate di eccellenti qualità d ' animo . Ed è un difetto terribile , che guai a chi s ' attacca , perché diventa in lui come una seconda natura , della quale egli perde la coscienza , e non se ne libera più per la vita . Ed è un difetto disgraziatissimo , che il mondo deride e flagella anche nelle persone più rispettabili , senza tregua e senza pietà , fino alla morte . * In quest ' affettazione eccessiva e ridicola non c ' è pericolo che tu cada . Ma ti devi guardare anche dall ' ombra dell ' affettazione , anche da quel difetto , nel quale quasi tutti cadiamo , di usare , parlando , una quantità di parole e di locuzioni non proprie del linguaggio parlato ; fra le quali e le proprie , che non ignoriamo , e che usiamo anche spesso , ci siamo avvezzati a non far differenza . Di tali parole e locuzioni non ti posso fare un elenco compiuto , che sarebbe troppo lungo ; ma ti do qualche esempio in un dialogo nel quale un Tizio mi racconta una sua avventura , ed io faccio il pedante della naturalezza sui fiori della sua letteratura . FRA UN PARLATORE RICERCATO E UNO CHE PARLA ALLA BUONA . TIZIO . - Giunto che fui al bivio , stetti un momento in forse se dovessi volgere a destra o a sinistra . IL PEDANTE . - Mi permetta . Io direi : arrivato che fui al bivio , stetti un momento in dubbio se dovessi voltare .... T . - .... Se dovessi voltare a destra o a sinistra . M ' arrestai , attendendo che passasse qualcuno , per chiedergli l ' indicazione che mi faceva d ' uopo .... P . - Mi faceva d ' uopo ! E se dicesse semplicemente : che m ' occorreva ? E invece di " attendendo " : aspettando ? E domandargli invece di " chiedergli ? " T . - Ma , non scorgendo anima nata .... P . - Non vedendo anima viva .... T . - Piegai a destra e procedetti fino a una chiesetta , cinta di cipressi , della quale mi sovvenne che m ' aveva parlato mio padre , quando mi narrò la sua gita al castello .... Trova qualche cosa a ridire ? P . - Cinque cosette . Io direi presi invece di " piegai " , andai innanzi invece di " procedetti " , circondata invece di " cinta " , mi ricordai invece di " mi sovvenne " , mi raccontò invece di mi " narrò " . Vuol seguitare ? T . - Quivi scorsi due uomini distesi al suolo .... P . - Quanto amore per quello scorgere ! E perché non lì invece di " quivi ? " E stesi per terra in luogo di " distesi al suolo ? " Il suolo ! T . - .... che sembravano assopiti .... P . - .... parevano addormentati , se non le par troppo comune . T . - Sostai .... P . - Si soffermò .... T . - .... e , osservandoli , venni in sospetto che facessero sembianza , ma che non dormissero davvero . Non m ' ero male apposto .... P . - Com ' è detto bene ! Sospettai sarebbe troppo andante ; " far sembianza " è più nobile di far mostra e di fingere ; " non m ' ero male apposto " non è un modo di dozzina come non m ' ero ingannato . T . - Mi dileggia ella forse , signore ? P . - " Tolga il cielo ! " O come può ella " accogliere " un tal pensiero ? " Proceda " . T . - Di repente , infatti , quasi per accordo , si destarono entrambi , e l ' un d ' essi .... P . - Un momento . Mi lasci ammirare quel " di repente " per a un tratto , e quell ' " entrambi " per tutti e due , e l ' " un d ' essi " per uno di loro . Questo si chiama " favellare " ! Riprenda . T . - ( Capisco ) .... E l ' un d ' essi , con accento di cortesia , che mal s ' accordava con l ' atteggiamento del suo volto , mi disse : - Se passa di qui per recarsi al castello , ha errato ; la riporremo noi sul retto cammino .... P . - Mi perdoni . Qui , benchè ammiri ancora , mi parrebbe più naturale il dire : in tono cortese , e non corrispondeva all ' espressione del suo viso . Quell ' " un d ' essi " , poi , le avrà detto andare e non " recarsi " , la rimetteremo , non " la riporremo " , sulla buona strada , non " sul retto cammino .... " T . - ( Che insopportabile seccatore ! ) Ciò dicendo , sorsero ambedue da terra , e mossero alla mia volta .... P . - Approvato , e con plauso . Io avrei detto : dicendo questo , s ' alzarono tutt ' e due , e vennero verso di me - ; ma riconosco che avrei parlato con meno squisita eleganza .... T . - Insospettito , indietreggiai . Essi accelerarono il passo . Avevano in animo d ' assalirmi , non cadeva dubbio . Si figurerà di leggieri il mio spavento ! Volli gridare ; ma mi venne meno la voce . Mi volsi in fuga ; ma fu indarno : mi sentii afferrare da tergo ; mi fu forza arrestarmi .... P . - L ' arresto anch ' io per un momento , per farle osservare che parla troppo bene . Avrebbe potuto dire in forma più modesta : - Mi feci indietro . Quelli affrettarono il passo . Volevano assalirmi ; non c ' era dubbio . S ' immaginerà facilmente il mio spavento ! Volli gridare ; ma mi mancò la voce . Mi diedi alla fuga ; ma fu inutile ; mi sentii afferrare di dietro ; mi dovetti fermare ... E allora ? T . - Allora gridai : - Aiuto ! - Per buona ventura , transitava là presso una brigata di villici , che i malfattori non avevano veduti , perché eran celati dagli alberi .... P . - Respiro ! Ma quel " transitava " per passava , e " celati " per nascosti , e " villici " per contadini .... T . - Quelli trassero tosto alle mie grida .... P . - Vuol dire che accorsero subito .... T . - I malandrini dileguarono .... P . - Come nebbia al vento . T . - Fui salvo . Mi palpai . Non rinvenni più il portamonete nella scarsella . Non c ' eran che poche lire ; non porta il pregio di parlarne . Il peggio fu la paura , che non le saprei ritrarre in parole . P . - Capisco ! " Ritrarre in parole " dev ' essere una cosa più difficile che l ' esprimere semplicemente . Ma ella si compiace troppo del difficile . Perché non dire alla buona che non si ritrovò più il portamonete in tasca ? E perché dire " non porta il pregio " invece di non mette conto ? In somma , se l ' è cavata con la paura . T . - Se non mi toccò maggior danno , debbo saperne grado .... P . - Basta che ne sia grato .... T . - A quei buoni contadini . Ma la sera mi sopravvenne la febbre . P . - Le " sopravvenne " ? T . - Mi prese , andiamo ; mi saltò addosso . Questo m ' incolse .... mi seguì per aver posto in non cale .... P . - Se dicesse per aver trascurato .... T . - .... l ' avvertimento di mio padre : che non è saggio l ' aggirarsi in quei pressi senza compagnia . Me ne ricorderò quind ' innanzi . P . - Suo padre le avrà detto che non è prudente l ' andare in giro soli in quei dintorni . E farà bene a ricordarsene . Ma farà anche bene d ' ora in avanti a parlare in un altro modo .... T . - Ma , insomma , non m ' è sfuggito un errore ! P . - No ; ma il suo discorso è stato una stonatura da capo a fondo , un tessuto di parole e di frasi che non s ' usano mai da chi parla con naturalezza e con gusto , e che riescono sgradevoli quanto gli errori , e rendono il suo parlar corretto poco meno ridicolo d ' un parlare sgrammaticato . T . - Troppo gentile ! La ringrazio . P . - " Non porta il pregio . " Ma non ponga " in non cale " i miei consigli . " Se ne rinverrà " contento e me ne " saprà grado . " La riverisco e " mi dileguo . " T . - ( Impertinente ! ) Varie altre osservazioni che ti dovrei esporre intorno all ' affettazione nel parlare , le farai tu stesso intrattenendoti qualche minuto con una rispettabile e amabile signora , che ho l ' onore di presentarti . LA SIGNORA PIESOSPINTO . Le avevan messo questo soprannome perché il bel modo letterario a ogni piè sospinto era uno dei fiori più frequenti del suo linguaggio abituale , tutto fiorito di parole e di frasi eleganti . Era vedova e sola , come la Roma di Dante ; non più giovane , d ' ottimo cuore , stimata da tutti ; ma aveva un difetto terribile , per il quale s ' eran ridotti pochissimi i frequentatori del suo salottino , un tempo assai numerosi : il difetto di parlare poeticamente . Cosa tanto più strana in quanto la buona signora non la pretendeva punto a letterata , quantunque di letteratura e d ' arte discorresse quasi sempre ; era anzi in tali discorsi molto guardinga e modesta . Quel linguaggio , che a noi riusciva affettato , per lei era naturalissimo , ed era in fatti in perfetto accordo con tutte le altre manifestazioni del suo essere . La sua voce , il suo accento , il suo modo d ' atteggiarsi e di camminare , la sua bizzarra pettinatura , tutta cernecchi e riccioli artefatti , che le tremolavano intorno al capo come bùbboli , e il suo abbigliamento tutto gale e fronzoli di gusto dubbio : ogni cosa rassomigliava al suo vocabolario e alla sua fraseologia prescelta , che pareva fatta di rottami di versi . Parlava in maniera da far credere che ogni parola d ' uso comune fosse per lei una parola triviale , che ogni frase famigliare le ripugnasse come una frase indecorosa . Per esempio : allegrezza , gioia , desiderio , ricordo , avvenimento , momento , erano modi sbanditi dal suo dizionario ; diceva : letizia , giubilo , vaghezza , rimembranza , evento , istante . All ' amico che entrava in casa sua gettava qualche volta addosso una manata di fiori poetici anche prima ch ' egli si fosse seduto . - Ah , la riveggo alla fine ! Che accadde di lei ? Credevo che avesse spiccato il volo verso altri lidi o che fosse di mal ferma salute ; vissi in affanno ; s ' assida , ingrato amico , e si scagioni . - Anche parlando delle cose più comuni usava questo linguaggio di gala . Era famosa fra i suoi conoscenti la frase con cui aveva annunziato a un di loro una piccola disgrazia toccata a una sua cagnetta , ricciuta e infronzolata come lei ; la quale faceva un certo mugolo strano , che certi capi ameni dicevano un ' affettazione . - Ah , signor mio ! - aveva detto . - Tale era la moltitudine di piccoli insetti che infestavano la cute di questo sventurato animaletto .... Ma benchè affettato il linguaggio , era sempre sincero il sentimento ch ' ella esprimeva . Era commossa veramente quando raccontava d ' esser stata costretta , con suo gran dolore , ad espellere una vecchia fante , dopo molti anni che l ' aveva in casa , per aver risaputo che quella la vilipendeva nel vicinato con le più nefande calunnie . Quale atroce disinganno ! Chi avrebbe potuto sospettare che con quel sembiante tutto dolcezza ella albergasse nel petto un animo così malvagio ! Che schianto era stato per lei lo scoprire una nemica in quella donna , con la quale essa aveva sempre largheggiato di doni e di favori , per lei che aveva tanto bisogno di sentirsi aleggiare intorno la benevolenza e la simpatia ! Naturalmente , il maggior piacere che ci attirasse nel suo salotto era quello d ' ammiccarsi l ' un con l ' altro e di sorridere di nascosto alle più belle delle sue frasi : dico le più belle perché il suo discorso era un ordito così fitto di poeticherie , che non si sarebbe potuto rilevarle tutte senza farsi scorgere ; del che ci saremmo vergognati . Ma essa non sospettava . Povera signora Piesospinto ! Se ci avesse sentiti giù per le scale ! Il suo frasario c ' era diventato così famigliare che , fra di noi , andando da lei ed uscendo , non parlavamo quasi più altro che alla sua maniera . E , com ' è naturale , glie n ' erano affibbiate anche parecchie che non le appartenevano . Ma la più amena di tutte , qualcuno sosteneva che l ' avesse detta davvero a una delle sue amiche più strette , ed era un modo comunissimo , che dice un ' occorrenza altrettanto comune , nobilitato da lei nella nuova forma : - andare della persona . - Ammirabile era la costanza con cui usava certi modi illustri invece di altri volgari , i quali non le venivano mai alla bocca , come s ' ella non li avesse mai né intesi né letti , da tanto che le si era connaturata l ' affettazione . Non diceva mai sposare , per esempio , ma impalmare ; mai , non so una cosa , ma la ignoro ; mai mi fa pietà , ma mi move a pietà ; mai aversi per male , ma recarsi ad onta . Gli aggettivi , più che altro , erano il suo forte ; non poteva metter fuori un sostantivo senza attaccargliene uno , che era sempre pescato fra i più signorili della lingua . - È un pezzo , signora , che non è stata a Napoli ? - Da dieci anni non ho più veduto quella nobilissima città . - Ha letto la notizia della morte del tale ? - Si , ho letto la malaugurosa notizia . - Le ha fatto piacere la promozione di suo cugino ? - Sì , ne ho avuto un piacere ineffabile . Colta un inverno da grave malore , e condotta in forse della vita , giacque a letto per lo spazio d ' oltre due mesi , e chi la trasse a salvamento , prodigandole ogni più amorevole cura , fu un giovine medico amico nostro e suo , che della sua vezzosa favella prendeva diletto grandissimo . Con lui e con un altro frequentatore del salotto , non sì tosto ella fu fuor di pericolo , mi recai a visitarla . Poi che fummo seduti accanto al letto , la buona signora chiamò la fante , e le disse con fievole voce : - Appressati , Carolina ; dischiudi lievemente le imposte , che entri un po ' di chiarore .... Poi ci ringraziò , espresse la sua gratitudine al medico , ci raccontò la storia del suo malore . E fu una tal pioggia di fiori poetici da far pensare che durante la malattia glie ne fosse germinato in casa un nuovo giardino . La malattia le era saltata addosso ad un tratto , a guisa d ' un colpo di folgore . Stava per uscire di casa , era già sul limitare dell ' uscio , quando una subita nube le aveva come offuscato l ' intelletto , e s ' era impossessata di lei una così grande debolezza , che appena aveva fatto in tempo a invocar soccorso , e le erano mancati i sensi . Il portinaio , la portinaia , la fante , accorsi tosto , vedendo il pallore mortale del suo volto , l ' avevano creduta esanime , e s ' eran sciolti in pianto ; poi l ' avevan portata sul suo letticciuolo , ed essa era rimasta tre giorni così , quasi inconsapevole , come in istato di sopore , agitato da torbidi sogni . E in questo modo continuò a fiorettare , fin che ci accomiatò cortesemente lei stessa , dicendoci d ' uscire a più spirabil aere , ma che tornassimo presto a riportarle il refrigerio della nostra cara amicizia . Scendendo le scale , il medico faceto ci disse che la povera signora era stata veramente gravissima ; ma che anche quando si trovava in pericolo aveva sempre parlato nel modo solito . Egli si ricordava le parole testuali . - Ah , signor dottore ! - gli aveva detto . - Non mi lusinghi di vane speranze : io sento bene che questa mia spossatezza è foriera di prossima fine . - E soggiunse che , sentendola parlare a quel modo , aveva riconosciuto la grande verità d ' una osservazione fatta da Vittor Hugo , a proposito d ' un condannato a morte , il cui discorso gli era parso mancante di naturalezza : che tutto si cancella davanti alla morte , eccetto l ' affettazione : che la bontà svanisce , che la malvagità scompare , che l ' uomo benevolo diventa amaro , che l ' uomo duro diventa dolce ; ma l ' uomo affettato rimane affettato . - E concluse : - Basta , è scampata ; fra un mese sarà guarita ; e io ne sono felicissimo perché , con tutti i suoi fiori poetici , è una gran buona signora . - Ah , questo è fuor di dubbio - disse il comune amico - di gentili sensi dotata .... - E di non inculto intelletto - aggiunse il medico . - E di non illeggiadro sembiante .... - Finiamola ; non sta bene scherzare fin che non s ' è rimessa ; ricominceremo quando sulla sua guancia " torni a fiorir la rosa " . E si ricominciò , come Dio volle , con diletto ineffabile . VERGOGNA FUOR DI LUOGO . Non basta , per parlar bene , sfuggire l ' affettazione ; bisogna pure , quando occorre , non aver timore di parere affettati ; bisogna vincere un sentimento naturale e comunissimo , specie fra noi italiani dell ' Italia settentrionale , che si potrebbe chiamare la " vergogna fuor di luogo " della lingua . Noi , parlando italiano , siamo tutti riluttanti ad usare parole e frasi che non appartengano a quello scarso materiale linguistico che si possiede comunemente nella nostra regione , e la nostra riluttanza deriva dal timore di parer pedanti e ricercati adoperando modi insoliti ; i quali appunto ci paiono strani e affettati per la sola ragione che non siamo assuefatti a dirli e a sentirli . Per ispiegarti chiaramente la cosa ti riferisco una discussione che , mutate poche parole , dovetti sostenere e m ' occorse di sentire cento volte . Mi domanda un tale se non c ' è in italiano una parola che significhi " stringer molto la persona con cintura o con busto o con altro , in modo che essa paia meglio disposta , ma che non abbia più liberi i movimenti . " - Certo che c ' è . Striminzire . Una ragazza striminzita nel busto . Dice anche il Giusti , per analogia , di persone striminzite in una carrozza troppo piccola . - Striminzire ! Che parola strana ! - Strana perché ? Per il suono ? Non è mica più strana d ' impazientire e d ' indolenzire , che tutti dicono . - Ma questa non l ' ho mai intesa . - È d ' uso comune in Toscana , è in tutti i dizionari , la usano molti italiani d ' ogni provincia . - Eppure , che so io ? Parlando , non l ' userei . - Per che ragione ? - Non so .... Non oserei . - Ma per la stessa ragione si dovrebbe interdire l ' uso d ' una quantità d ' altre parole proprie , necessarie , italianissime . Per esempio , userebbe le parole rimpulizzire , spericolarsi , spiaccicare , stintignare , baluginare , che in certi casi significano una cosa che non si può dire per l ' appunto con un altro modo ? - Spiaccicare ! Baluginare ! Stintignare ! ( dopo aver pensato un po ' , sorridendo ) . - No , glielo dico sinceramente , non oserei . Saranno parole italianissime , e anche usatissime in altre parti d ' Italia ; ma fra noi paiono strane . - E picchia sullo strano ! Ma strana le parrà ogni parola che non abbia mai intesa . Quelle parole non paiono punto strane e affettate , paiono naturalissime a tutti coloro che le usano dove sono generalmente usate . La cagione dell ' effetto che producono in lei non sta in esse medesime ; ma nel fatto che lei non è usato a sentirle . Lei stesso adopera ora come naturali parole e frasi che , anni fa , la prima volta che le intese , le saranno parse cercate col lumicino . Il tipo dell ' affettato e dell ' inaffettato , in materia di lingua , ha detto un grande maestro , non è altro che l ' assuefazione . - Avrà ragione . E non di meno .... che vuol che le dica ? Se , parlando in famiglia o fra amici , mi venissero sulla punta della lingua le parole stintignare , striminzire , baluginare , me le terrei in bocca , perché son certo che tutti quanti , udendole da me , rimarrebbero come stupiti , e direbbero fra sé , e fors ' anche forte : - Cospetto ! Tu peschi nel vocabolario ; tu diventi un linguista . Che lusso ! - Ma se tutti ragionassero così , la lingua italiana , fra noi , rimarrebbe sempre allo stesso punto ; nessuno arricchirebbe mai il suo vocabolario d ' una sola parola ; dai dieci anni in su si rimpasterebbero sempre lo stesso miserabile frasario elementare . Se tutti avessero sempre ceduto a codesto sentimento , nell ' Italia settentrionale , in Piemonte , per esempio , si parlerebbe ancora l ' italiano come si parlava quarant ' anni fa . - O non si parla ora come si parlava allora ? - Ah no , per fortuna . Sono usati ora anche fra noi , parlando italiano , sono anzi diventati comunissimi una quantità di vocaboli e di locuzioni che quand ' ero ragazzo erano affatto sconosciuti . Quarant ' anni fa non le sarebbe mai occorso di sentir dire da un piemontese schiacciare un sonno , appisolarsi , fare uno spuntino , fare ammodo , uomo di garbo , gente per bene , mi frulla per il capo , andare in visibilio , prendere in tasca , faticare parecchio , e via discorrendo . Ora io sento questi modi ogni momento da giovani , da signore , da gente che non pensa neppur per ombra a parlare scelto , e non c ' è caso che chi li ascolta si stupisca e sorrida con l ' aria di dire : - Che lusso ! - Eppure , quando furono intesi qui le prime volte , tutti quei modi debbono esser parsi strani come paiono a lei quelli che ho citati . - Le ripeto che avrà ragione ; ma .... ( tra sé , scrollando il capo ) Striminzire ! Stintignare ! Baluginare ! Così è . E l ' ha detto un grande scrittore , che di queste cose s ' intendeva : - La locuzione della lingua in cui si scrive , la locuzione propria , unica , necessaria , può far ridere , esclamare , urlare , dov ' essa non è conosciuta in fatto ; e però sono impicci da cui uno non può uscir solo : l ' unico mezzo d ' uscirne è d ' uscirne tutti insieme . - Il che vuol dire che tutti quanti dobbiamo adoperarci a mettere in commercio , parlando , quella parte di lingua che manca al nostro uso regionale , e che ci è necessaria , anche a costo di far ridere , esclamare e urlare . Incomincia dunque tu a far la tua parte . Ricordo certe famiglie d ' impiegati piemontesi e lombardi , stabilite in Firenze capitale , nelle quali i bambini , che in casa parlavano italiano , portavano ogni giorno dalla scuola una parola o una frase nuova , di cui il padre e la madre ridevano : ne ridevano la prima volta , poi ci s ' avvezzavano , e poi dicevano quelle parole e quelle frasi essi medesimi , da prima come per celia , dopo senz ' avvedersene ; e così il bambino arricchiva il dizionario e insegnava a parlare alla famiglia . E così devi far tu nel giro delle persone fra cui vivi , usando francamente le parole insolite , come se ti venissero spontanee , vincendo la " vergogna fuor di luogo " che è la cagione principale della nostra perpetua miseria in materia di lingua . Miseria che conserviamo di conseguenza anche nello scrivere , perché tutto quel materiale di lingua , che conosciamo ma non usiamo parlando , non ci verrà mai pronto all ' occorrenza quando scriviamo , lo dovremo sempre andar a cercare , e non lo cercheremo per pigrizia , o lo useremo male , e sarà sempre per noi come quelle stoviglie di casa che non si tiran fuori dall ' armadio che per i pranzi solenni , dove gl ' invitati s ' accorgono alla prima che non siamo assuefatti ad usarle . BELLA MUSICA SONATA MALE . Impara a pronunziar bene . Non parla bene chi pronunzia male . E noi , quasi tutti , pronunziamo l ' italiano scelleratamente . Una bella lingua pronunziata male è come una bella musica sciupata da un cattivo sonatore . Che vale che la nostra sia una lingua ammirabilmente musicale se noi in mille modi ne alteriamo i suoni , come se fosse per noi una lingua straniera ? Che serve che tanti grandi poeti , nei quali erano profondi e finissimi il senso e l ' arte dell ' armonia , abbiano faticato a comporre tanti versi squisitamente armoniosi , quando noi li pronunziamo in maniera che se ci sentisse chi li fece ci tratterebbe di cani e si tapperebbe gli orecchi ? Che giova che la lingua italiana abbia tante parole dolci , forti , gravi , agili , graziose , che suonano come note di canto , se le dolci noi inaspriamo pronunziando delle s che sembrano fischi di serpenti , se fiacchiamo le forti scempiando le consonanti doppie , se facciamo ridere con le gravi raddoppiando le consonanti semplici , se aggraviamo le leggiere e deformiamo le graziose strascicando o squarciando o strozzando le vocali , e dando all ' u un suono barbaro che trapassa l ' orecchio come lo stridore d ' un chiavistello arrugginito ? E predichiamo agli stranieri l ' armonia della nostra lingua ! E ci vantiamo d ' aver orecchio musicale ! C ' è da riderne , e da averne vergogna . * - Come ho da fare ? - domanderai . - Ho da toscaneggiare ? - Così chiamano , per canzonatura , il pronunziar corretto tutti coloro che pronunziano barbaro e se ne trovan contenti , come se non si potesse pronunziar l ' italiano correttamente senza rifare il verso ai Toscani ; chè non è altro , in fatti , la cattiva imitazione della loro pronunzia che fanno certuni fra noi . No , non c ' è bisogno di toscaneggiare per pronunziar bene , che consiste nel dare a ogni lettera il suo vero suono e a ogni parola il suo giusto accento , come sono indicati nelle grammatiche , nei vocabolari e in trattatelli speciali . Tu non hai che da prendere uno di questi libri , e con la scorta delle regole e delle indicazioni che vi troverai , badare a correggere i difetti della tua pronunzia dialettale , cominciando dai più grossi e più ridicoli , i quali son quasi tutti comuni agl ' italiani delle regioni subalpine . Avvèzzati prima d ' ogni cosa a pronunziare l ' a larga , che noi tendiamo a restringere ; poichè c ' è chi dice : tanto gentile e tanto onesta pore , e cantando come donna innamorota e giunta sul pendìo precipita l ' etó ; Dei del cielo ! E a dir l ' e e l ' o larghe o strette nelle parole in cui hanno l ' uno o l ' altro suono : a non allargar la bocca come un imbuto per dir vérde , frésco , césto , Róma , dóno , enórme , e le desinenze degli avverbi in ente , che sono uno degli orrori della nostra pronunzia , veramante ! E a dare il suono duro o molle all ' s , e dolce o aspro alla z dove tale dev ' essere ; non come si suol fare da noi , che pronunziamo ad un modo rosa fiore e rosa participio , zaino e zampa , cosa e sposa , pranzo e pazzo ; quando non si dice pranso e passo , come da molti si dice . Ma abbiamo altri difetti di pronunzia , dei quali i libri non ci possono correggere , come quello di triplicare spesso le consonanti per timore di non far sentire abbastanza le doppie , come usano i nostri burattinai quando fanno parlare i personaggi terribili : ferrro , guerrra , sconquassso , trapassso ; di raddoppiare l ' r in nero , fiero e simili , per rafforzarne il significato ; di non far sentire l ' sc nelle parole come scendere e scempio , che pronunziamo sendere e sempio ; di pronunziare la doppia n faucale , come nel dialettale laña , luña , nelle parole donna , ginnastica e simili ; di raddoppiare la c in molte parole dov ' è semplice , come bacio , cacio , mendacio , e di metter la g in molte dove non entra ( la povera Amaglia non sa gniente ) , e di sopprimerla in altre dove dev ' esser pronunziata ( sua filia li tien compania ) . Ma perché quell ' atto d ' impazienza ? ... * Ho capito . Ti pare ch ' io metta alla berlina della cattiva pronunzia la nostra cara provincia , e questo ti dispiace . Ma non temere . Nessuno dei tuoi fratelli italiani ti lancerà la prima buccia di mela , perché hanno tutti coscienza d ' esser grandi peccatori . Oltre che parecchi dei nostri difetti di pronunzia sono comuni a varie regioni d ' Italia , ciascuna ne ha altri suoi propri , che stanno a paro coi nostri peggiori . Rassicùrati . Non ti canzonerà il milanese che allarga l ' e senza discreziune e converte in u le o finali , e pronunzia l ' u alla francese cont una frequenza lacrimevole ; né il genovese che muta in ou il dittongo au , dice aritemetica per aritmetica , e fa strage delle z ; né il tuo fratelo veneziano che di tutti i cittadini dell ' aregno d ' Italia è il più indomabile ribelle alla leie della doppia consonante . E il bolognese sostituisce l ' e all ' a nella finale dell ' infinito dei verbi , fa rimar Roma con gomma , toglie la z alle ragaze , fa scomparir le vocali quanto pió gli è possibile ; e il romano ti dice che lo interressano le notizie della guera , che le sue crature son ghiotte delle brugne e ch ' egli ha un debbole per i fonghi ; e il napoletano .... No , non darà la baia al piemondese il napolitano , che muta il t in d dopo l ' n , che pronunzia inghiostro e angora , e mobbile e doppo ; e neppure l ' abruzzese che distende il dittongo uo in maniera da attribuire a ogni buono una bontà infinita , e mette fra due vocali un suono gutturale aspirato : non ti burlerà neppur per idega . E neanche il siciliano sarrà fra i tuoi canzonatori , egli che cangia in ea il dittongo ia e in u tante o e che dà all ' s davanti alle consonanti il suono dello sh inglese , e ficca cossí spesso l ' i fra il c e l ' e , anche chiamando la Concietta del suo cuore ; e nemmeno il sardo , che nel raddoppiar la consonante dove è semplice , e scempiarla dov ' è doppia , non la cede a nessuno . Intesi appunto ieri note due proffessori che discuttevano su quest ' argomento . * Dunque , stùdiati di correggere la tua pronunzia . Ma pronunziar le parole corrette non basta . Il nostro parlare manca generalmente d ' armonia e di speditezza perché non facciamo abbastanza troncamenti e elisioni , perché diciamo una quantità di vocaboli e di sillabe superflue , che allungan le frasi e rompono l ' onda armonica e c ' impacciano la lingua . Sono , ciascuna per sé , superfluità minime e durezze appena sensibili ; ma che quando s ' affollano , come segue spesso , in un breve giro di parole , fanno un brutto sentire . Se , per esempio , in un periodo , dove t ' occorra di dire : gl ' impeti d ' amore , l ' ha detto senz ' arrossire , m ' ha fatto girar la testa , quell ' ingrato , un altr ' anno , quella gran virtù , in un mar di guai , non facevan nulla , non m ' accorsi in tempo , per la qual ragione , tu non tronchi e non elidi nulla , e dici invece : gli impeti di amore , lo ha detto senza arrossire , mi ha fatto girare la testa , quello ingrato , un altro anno , quella grande virtù , in un mare di guai , non facevano nulla , per la quale ragione , tu senti che il tuo parlare riesce assai meno armonico e sciolto che nell ' altra forma . Ed è singolare che , mentre riusciamo duri nel parlare per non far troncamenti e elisioni dove potrebbero farsi , riusciamo spesso egualmente duri in più d ' un caso , in cui , in luogo di togliere , aggiungiamo appunto per evitar la durezza , come nel dire : fanciulli ed adolescenti , scrissi ad Edvige o ad Edgardo , selvatici od addomesticati . Bada a tutte queste piccole cose , e se vuoi avere una buona norma , prendi l ' edizione del romanzo I promessi sposi , dove è raffrontato il primo testo con quello corretto nel 1840 . Il Manzoni , nel troncare e nell ' elidere , s ' è attenuto rigorosamente alla norma del parlar fiorentino ; e si potrà discutere sulla sua idea , che la lingua parlata a Firenze debba esser la lingua di tutti ; ma non sul fatto che l ' uso fiorentino , per ciò che riguarda l ' armonia del discorso , si possa seguir da tutti fedelmente , senza timor di sbagliare . Bada all ' armonia nelle due edizioni comparate del romanzo , e ci troverai un insegnamento utilissimo a scansar nel parlare ogni ridondanza e ogni durezza di suoni . * Un ' altra cosa . Ciascun dialetto è parlato con certe intonazioni , modulazioni , cadenze , strascicamenti di voce e raggruppamenti di suoni , che noi , quasi tutti , facciamo sentire anche parlando italiano , e che dànno al nostro italiano il colorito musicale , per dir così , del dialetto medesimo . Dirai che questa musica dialettale essendo naturale in noi , noi non la sentiamo , e quindi non possiamo liberarcene . No : la sentiamo , chi più chi meno , perché mettiamo in canzonatura chi la esagera . La sentiamo in ogni modo quando udiamo parlare italiano uno della nostra regione con uno d ' un ' altra , perché , anche non conoscendolo di persona , lo riconosciamo dei nostri . Ebbene , quando questo t ' accade , osserva le modulazioni e le cadenze a cui lo riconosci , e t ' avvedrai che sono proprie a te pure . E non pensare che perché tu non le avverti abitualmente o non ti riescono sgradevoli , non siano sentite dagli italiani delle altre regioni , o non riescano sgradevoli neppure a loro . Tanto le sentono che non son pochi quelli che , pure non comprendendo il nostro dialetto , ci rifanno il verso per modo che noi stessi ci riconosciamo nella caricatura ; la quale essi non farebbero se la nostra musica dialettale non li facesse ridere . Ora , ogni volta che ti segua un caso simile , sta ' bene attento , chè ti può molto giovare . Io mi corressi di certe intonazioni del dialetto udendo un attore toscano che imitava mirabilmente il modo di recitare d ' un celebre attore piemontese , perché sentii la prima volta in quella imitazione quelle intonazioni , come un ' eco della mia voce . E credi che non riuscirai a pronunziar bene l ' italiano fin che non ti sarai liberato di questa specie di melopea vernacola , perché è quella che ti fa forza , in certo modo , nella pronunzia viziosa delle parole , che quasi ti costringe , senza che tu te n ' avveda , a pronunziare ciascun vocabolo all ' uso dialettale , in maniera che suoni in tono con essa . Fa a questo caso il proverbio francese , che dice : è la musica quella che fa la canzone . * Un mazzetto di consigli , per finire . Avvèzzati a leggere a voce alta scolpendo bene le parole . Quando vai al teatro , sta ' attento alla pronunzia degli attori che pronunzian bene , e paragonala con quella di quegli altri attori , dei quali riconosci il dialetto nativo . Fa ' attenzione al modo di pronunziare di tutti quegli italiani , dei quali non ti riesce di capire in che parte d ' Italia sian nati . E non dar retta ai pigri che ti dicono : - È tempo perso ; a nascondere il dialetto nella lingua non si riesce . - Non è vero , e non è tanto difficile riuscirvi . Tutte le regioni d ' Italia , anche quelle dove si parla un dialetto più dissimile dalla lingua , dànno oratori forensi e politici , attori drammatici , conferenzieri , professori , conversatori , che pronunziano l ' italiano perfettamente , o quasi ; nei quali non si sente indizio alcuno dei loro propri dialetti . Fa ' il proposito di riuscire a questo tu pure , ridendoti di chi chiama affettazione il pronunziar l ' italiano da italiani , e induci a farlo anche le signorine di casa tua ; poichè io m ' immagino che tu abbia delle sorelle , una almeno . E poichè me l ' immagino , e vedo che la signorina scrolla il capo , mi rivolgo a lei pure . Sì , signorina , lei che sentirà molte volte nella sua vita lodar la dolcezza della sua voce , si studi anche lei di pronunziar meglio ; ciò che riuscirà facile ai suoi muscoli labiali fini ed elastici ; perché a che serve avere la voce dolce se la sciupa una pronunzia ingrata ? Se viaggerà fuori d ' Italia vedrà molte volte degli stranieri , che l ' avranno riconosciuta italiana , porger l ' orecchio per raccoglier dalla sua bocca la musica decantata della sua lingua : vorrà che rimangano disingannati ? E faccia anche propaganda di buona pronunzia , perché la può fare senza suo incomodo . Basterà che torca leggermente la bocca quando sentirà lodare la sua bellessa , o dir che è graziosa come un fiure , o splendida come una stela , o seducende come una dega , o che si darebbe la vita per darle un baccio . E non risparmi neppure quei toscaneggianti che , credendo di pronunziar toscano , non fanno di quella bella pronunzia che una caricatura stucchevole . STRETTA FINALE . Animo , dunque . Comincia fin d ' oggi ad avvezzarti a parlar bene , e vedrai come sarai presto incoraggiato a proseguire dai vantaggi che ne ricaverai . Primissimo dei quali sarà quello di pensar meglio , perché dal parlar chiaro , proprio , preciso , scolpito , dalla consuetudine di esprimer tutto il proprio pensiero nel miglior modo che ci è possibile , s ' è immancabilmente condotti a " spiegarci con noi stessi e a meglio intenderci noi medesimi " , a formulare con maggior chiarezza e maggior precisione il pensiero anche nell ' officina silenziosa della nostra mente . E sarai anche incoraggiato a proseguire dalla sodisfazione che il tuo parlar bene produrrà evidentemente negli altri , poichè è un fatto che chi parla con chiarezza , precisione , facilità e speditezza , facendoci risparmiar tempo e sforzo d ' attenzione e imprimendoci nette nella mente quelle cose che ci preme di ricordare , ci procaccia , oltre che un piacere di natura artistica , un vantaggio , di cui gli siamo grati . E ti sarà incoraggiamento e compenso quello ch ' io molte volte osservai ed osservo : che è per quasi tutti una sodisfazione d ' amor proprio il sentir parlar bene l ' italiano da un concittadino della loro stessa regione , perché vedono in lui una prova che essi pure , volendo , ci riuscirebbero , un argomento vivente contro l ' opinione di quegli italiani d ' altre regioni , i quali li dicono e li stimano inetti ( la cosa è frequente e reciproca ) a parlare un italiano italiano . E queste sodisfazioni avrai per tutta la vita , e con queste molte altre , in mille casi , a mille diversi propositi , in mille forme diverse e inaspettate , poichè non puoi immaginare quante simpatie , quanti atti cortesi , quanti consensi , quante agevolezze non ci derivan da altro nel mondo che dalla scioltezza , dalla grazia , dalla convenienza della parola . Ma per parlare bene bisogna possedere il materiale della lingua , e in che maniera questo s ' acquisti vedrai nella seconda parte del libro . Chiuderà la prima un bell ' originale , che non è forse inutile che tu conosca . L ' AMÍO ENRÍO . Aveva passato parecchi anni a Firenze ; ma quello che per ogni altro italiano , come direbbe l ' Alfieri , boreale , desideroso d ' imparar la lingua , sarebbe stata una buona fortuna , per lui era stata una disgrazia , perché in riva all ' Arno aveva perduto la naturalezza del parlare , e raccattato soltanto le scorie idiomatiche che gli stessi toscani colti ributtano . Aveva fatto là una gran retata d ' idiotismi e di vezzi di lingua mercatina , come se la fiorentinità non consistesse in altro , e preso per giunta il malanno di pronunziar più fiorentino dei fiorentini , esagerando istrionicamente tutte le inflessioni di voce loro proprie , e aspirando la c perfin nelle parole dov ' essi non l ' aspirano . Per questo lo chiamavamo l ' amío Enrío , essendo Enrico il suo nome di battesimo . Non diceva più un tu , neanche a pagarglielo . - Vieni te a ber la birra ? - Se ' stato te , se ' stato ! - Te mi vorresti canzonare ! - Bandiva il dittongo uo da ogni parola : non diceva più che core , omo , bono , spalancando la bocca come per inghiottire un ovo sodo . E gl ' icché t ' ho da dire e i questecchequí e i l ' aresti a avere li spacciava a canestrelli . Figurarsi la faccia che facevano a questa roba i suoi " rozzi " amici pedemontani ! Ma quello che rendeva più uggioso il suo toscaneggiamento era l ' inettitudine dell ' imitazione , poichè spesso , anzi ogni momento , fra due parole pronunziate alla fiorentina ne pronunziava una alla piemontese , che sonava come una stecca falsa ; ciò che faceva dire con ragione agli amici che in ogni suo periodo dietro Stenterello saltava fuori Gianduia . E sarebbe stato un amico piacevole , perché in fondo era di buona indole , e di spirito arguto ; ma riusciva insopportabile per quella sua parlata artifiziosa e bastarda . C ' era fra gli altri , nella brigata degli amici , un genovese , che pativa una vera tortura a sentirlo . - Che volete ? - ci diceva . - Quand ' io gli sento dire aritmetica per aritemetica , Enna per Etena , austríao per austriaco , mi vien la pelle d ' oca . - E allora era un doppio spasso , perché si rideva insieme del critico e del criticato . Un altro , che avesse parlato a quel modo , l ' avremmo corretto a furia di canzonature e di risate ; ma a questo con lui nessuno s ' arrischiava , perché era un buon giovane , ma ombroso , che non reggeva la celia , e tirava bene di scherma . I tolleranti se ne spassavano senza che se n ' avvedesse , gli altri gonfiavano in silenzio , e così egli non aveva mai un sospetto di far ridere le gente alle proprie spalle , e toscaneggiava a tutto pasto , altero e felisce di tener lo scettro della buona lingua e della bella pronunzia . Ma non riusciva a ingannar nessuno , neppur la prima volta che lo sentivano , e nemmeno persone incolte , o che non fossero mai state in Toscana , tanto è giusto il verso Troppo toscano non toscan l ' accusa . Anche costoro , dopo venti parole , sentivano la caricatura , la contraffazione grossolana , e sorridevano , incerti , come domandando a sé stessi s ' egli parlasse sul serio o per burla , e aspettando che da un momento all ' altro ripigliasse il parlar naturale . Di quando in quando , per effetto di quel suo parlare , gli seguivano dei casi comici . Un giorno , credendo d ' aver lasciata la canna ( com ' egli chiamava alla subalpina la mazza ) in un caffè , vi ritornò mezz ' ora dopo , e domandò al padrone : - Ha veduto la mi ' anna ? Quegli , pensando che domandasse se era stata a cercarlo nel caffè la sua signora , benchè gli paresse un po ' troppo famigliare quel modo di nominarla , gli rispose di no , perché signore , in fatti , non ce n ' era state . E allora l ' amío , rivolgendosi al cameriere : - Guarda un po ' sotto il biliardo . Immaginate la risata . Un ' altra volta , a un conoscente che gli andò a chiedere informazioni intorno a un nuovo professore destinato al Ginnasio del proprio figliuolo , disse fra l ' altro : - È d ' umore un po ' vivo ; bocia , bocia sempre ; ma in fondo è un omo bono . - E quegli , scattando : - La grazia di quella bontà ! Da un professore che boccia tutti il mio ragazzo non ce lo mando . Ma queste piccole contrarietà non lo correggevano . Egli seguitava a ingollar le c e a profondere i te sempre più allegramente ; e con maggiore esagerazione e a voce più alta toscaneggiava nei caffè e nei teatri , dove ci occorreva spesso d ' osservare intorno a lui quel fatto psichico curiosissimo , che si potrebbe chiamare l ' inversione o la traslazione della vergogna : persone sconosciute che , udendolo , chinavano il capo e restavan lì impacciate , e qualche volta arrossivano , come se quel linguaggio falsificato e ridicolo uscisse a loro malgrado dalla loro bocca , nel modo che escon le parole dalla bocca dei farneticanti . Ma quel mal vezzo finì con portargli disgrazia . Fu un caso curioso . Una sera , nella platea d ' un teatro , mentre egli toscaneggiava con un suo amico , a voce alta , com ' era solito , fu inteso da un signore toscano , che discorreva con altri , lì accanto , e che , riconoscendo apocrifa quella toscanità ostentata , sospettò che parlasse a quel modo per rifare il verso a lui . Risentito , gli domandò spiegazione . L ' amío rispose con buon garbo , ma rimangiando due o tre c di quelle che i toscani non mangiano ; ciò che ribadì il sospetto nell ' altro , che gli tirò un ' impertinenza , la quale ebbe per risposta un urtone . Alle corte , si barattarono i biglietti di visita , non ci fu modo di raggiustarla , ne seguì un duello , e l ' amío Enrío ebbe una leggiera sdrucitura al braccio destro . Andai a visitare il ferito con un comune amico ; il quale , prima di tirare il campanello , fece un ' osservazione consolante . - Tutto il male non vien per nuocere - disse . - Quest ' avventura l ' avrà guarito dalla toscanite . - E lo credevo io pure . Lo trovammo sulla poltrona , col braccio al collo , d ' ottimo umore . E proprio le prime parole che disse , rispondendo al mio : - Com ' è andata ? - furon queste : - O che vo ' tu ch ' i ' ti dia ? - È incurabile ! - esclamò l ' amico quando uscimmo . - E glie ne toccherà dell ' altre . È il suo destino . Egli ha da morir sul terreno , e di ferro etrusco . PER IMPARARE I VOCABOLI . Bisogna , la prima cosa , acquistare il materiale della lingua . Parlando a te , italiano , intendo dire con " materiale della lingua " tutti quei vocaboli e quelle locuzioni che mancano generalmente all ' italiano parlato fuor della Toscana . Gli uni e le altre si possono cercare ad un tempo ; ma sarà meglio che tu incominci coi vocaboli , che sono i più necessari , e che per qualche tempo non t ' occupi d ' altro . Ci sono , prima di tutto , certe consuetudini del pensiero , che tu devi prendere . Delle moltissime parole che non sappiamo molte le abbiamo lette o intese dire ; ma non ci sono rimaste nella memoria perché non abbiamo fermato su esse , neppure un momento , l ' attenzione . Bisogna dunque , ogni volta che ci cade sott ' occhio o ci viene all ' orecchio una parola non compresa nel nostro vocabolario abituale , guardarla in faccia come si guarda una persona sconosciuta che ci si presenti , fare un atto della volontà per ritenerla , metterci sopra , per così dire , il suggello del nostro pensiero . Se , leggendo o ascoltando , avessimo fatto questo , non dico sempre , ma soltanto una volta su cinque , anche senza ricorrer mai alla penna , avremmo tutti nella memoria molte centinaia di vocaboli di più di quelli che possediamo . Poi : ogni volta che discorrendo ci manca una parola per designare una data cosa , prender nota nella nostra memoria di quella mancanza , e ripararvi quanto prima ci è possibile , cercando quella parola . Ogni volta che ci càpita alle mani o ci si presenta in qualunque modo un oggetto usuale od insolito , domandare a noi stessi , non solo se lo sapremmo nominare a chi non lo conoscesse , ma se glielo sapremmo descrivere nominando le sue varie parti , e , non sapendo , cercare il nome delle sue varie parti , per metterci in grado di descriverlo . Ogni volta che troviamo in un libro una parola nuova , della quale non comprendiamo il significato , non cercarla immediatamente nel vocabolario , chè , trovata così subito senza fatica , non ci rimane impressa ; ma pensarci un po ' , cercare d ' intenderla da noi stessi , segnarla nella nostra mente con un punto interrogativo ; al quale essa rimarrà poi attaccata come a un gancio quando sapremo che cosa significa , perché non si dimenticano mai le parole nuove sulle quali s ' è esercitata la curiosità , e di cui c ' è costato qualche sforzo l ' apprendere il senso . Ma questo non basta . Tu , che sei sulla via degli studi , devi fare questo studio in forma ordinata e metodica . Proponiti , da principio , d ' imparare i nomi di tutte le cose che t ' occorre ogni giorno di vedere , toccare , adoperare . Prendi uno di quei Prontuari dove son registrati tutti i nomi degli oggetti d ' uso domestico , con la descrizione di ciascun oggetto , la quale comprende i nomi d ' ogni sua parte . Comincia dalla roba che porti addosso , per poi passare alle cose che hai sempre tra mano , ai mobili della tua camera , alla mensa , allo scrittoio , agli arredi e utensili di tutta la casa , alle varie parti della casa stessa . Va ' innanzi con ordine , a poco a poco , fissandoti d ' imparare ogni giorno un certo numero di nomi . Non ti costerà alcuno sforzo il ritenerli , avendo sempre sott ' occhio le cose a cui si riferiscono , e a ritenerli t ' aiuterà il dirli spesso a voce alta , con pronunzia netta . Passerai poi dalla casa al cortile , al giardino , a tutti gli annessi e connessi della casa , e poi alle varie parti della città e ai luoghi e ai servizi pubblici , e alle arti e ai mestieri più comuni . E non considerar neppure come uno studio quest ' occupazione ; fattene uno svago dello spirito . E ogni volta che te ne sentirai un po ' svogliato , pensa che ciascuna delle parole che ti si stamperà stabilmente nella memoria ti risparmierà mille volte , nel corso della vita , un ' incertezza , un impaccio , una piccola vergogna ; che mille volte la cognizione di una data parola ti toglierà , nel parlare e nello scrivere , un intoppo , il quale romperebbe il corso del tuo pensiero e la foga del tuo discorso ; che ogni vocabolo che s ' impara , anche se paia superfluo , è come uno di quegli utensili da nulla , dei quali non s ' ha bisogno quasi mai , ma che una o due volte in molt ' anni son necessari , e se non si ritrovano , non si sa che pesci pigliare . E poi vedrai che anche questo studio , che ora ti par materiale , ti darà sodisfazioni che non t ' aspetti . Quando il tuo corredo di vocaboli sarà già considerevole , t ' accorgerai che ogni nuova parola ti rimarrà impressa assai più facilmente che per il passato , perché in quel particolare esercizio ti si sarà fortificata e fatta tenace la memoria mirabilmente . Riconoscerai , quando potrai nominare molte cose e particolari di cose di cui prima non sapevi il nome , di quanti giri di parole , di quante definizioni e descrizioni e lungaggini , che prima non potevi scansare , potrai far di meno parlando , e che nuovo sentimento di libertà e di sicurezza avrai nel parlare , non essendo più impensierito di continuo dal timore d ' inciampare nell ' impedimento d ' una cosa comunissima , che tu debba nominare e non sappia , o nella necessità di fare una svoltata col discorso per non averla da nominare . E vedrai quante volte , dopo che ti ci sarai avvezzato per proposito , ti sarà un passatempo piacevole , trovandoti ad aspettare in qualche luogo , come un ' officina o una bottega o una sala , rifar nella tua mente la nomenclatura di tutte le cose che avrai dintorno ; e come ti divertirai a osservare gli artifizi curiosi coi quali la gente s ' ingegna , nella conversazione italiana , di nascondere la propria ignoranza dei vocaboli più necessari , e di farsi in qualche modo capire ; e che piacere sarà per te in molti casi il levar d ' impaccio chi parla , anche persone d ' età maggiore e di cultura superiore alla tua , porgendo loro gli spiccioli per le minute spese del discorso . Mettiti dunque a questo studio , non con l ' impazienza di chi ha uno scopo immediato ; ma tranquillamente , adagio adagio , nei tuoi ritagli di tempo , contentandoti di poco ogni giorno , e rimarrai maravigliato ben presto della quantità di materiale linguistico , che senza fatica , quasi senz ' avvedertene , ti troverai accumulato nella memoria . DIVERSI MODI DI STUDIAR LA LINGUA . Suppongo ora che tu mi domandi in qual modo dovrai proseguire , allargando il campo dello studio , dopo aver fatto la preparazione che accennai riguardo ai vocaboli . Darò alla tua domanda cinque risposte , le quali mi furon date ( quattro per iscritto e una a voce ) da cinque studiosi , che interrogai per conto tuo . L ' aristocratico . Io non sono un registratore né un magazziniere della lingua . Non mi servii mai della penna per questo studio . Lessi e leggo gli scrittori migliori di tutti i secoli con la matita alla mano , sottolineo ogni parola e ogni locuzione che mi riesca nuova , e mi paia efficace , e usabile anche da uno scrittore del tempo presente , e cerco d ' imprimerla nella memoria insieme con la frase o col periodo a cui appartiene , e , più che altro , con l ' idea ch ' essa esprime o concorre ad esprimere . Non volli mai trascrivere a parte frasi , locuzioni o parole perché , se si metton sulla carta , non si fa più sforzo della memoria per ritenerle , sapendo che si rileggeranno poi ; e anche perché , quando si hanno di queste raccolte , facilmente si cede alla tentazione d ' andarvi a far provvista prima di mettersi a scrivere , onde avviene che nello scritto si scopra la mano del raccoglitore ; e per quest ' altra ragione , finalmente , che i modi registrati così solitari , quando poi s ' è dimenticato il posto che occupavano , la serie d ' idee a cui eran legati , il significato e il valore che ricavavano dal contesto , s ' adoperano spesso in un senso che non è quello per l ' appunto che avevano dove li abbiamo trovati . Dunque , sottolineo soltanto , e questo mi basta a riparare poi alle dimenticanze . Tutti i miei libri son pieni di sottolineature . Quando , dopo un pezzo , ne riapro uno , scorrendolo con l ' occhio solamente , vi ritrovo in pochissimo tempo tutto quanto v ' è di meglio in materia di lingua , e con la memoria delle voci e delle frasi mi ravvivo quella dei pensieri , la quale corregge alla sua volta , se mi s ' è alterato nella mente , il concetto del significato e del valore d ' ogni frase e d ' ogni voce . Così le mie note linguistiche sono sparse in centinaia di volumi , e questa , a mio giudizio , è la maniera più intellettuale di studiar la lingua . Per me un periodo è come un viso umano : certi studiosi della lingua ne staccano un occhio , un orecchio , il naso , il mento , e li conservano a parte : io mi stampo nella mente tutto il viso ; voglio dire che affido la memoria della parola a quella dell ' idea . Aggiungo che quest ' uso di sottolineare i libri me ne rende particolarmente piacevole e utile la seconda lettura , perché , ritrovandovi segnate tutte le mie prime impressioni , dalle quali spesso riescon diverse le seconde , mi vien fatto di cercare le ragioni delle diversità , che derivano o da un diverso stato dell ' animo , o da nuove cognizioni acquisite , o da gusti mutati , e quest ' operazione mentale ha per effetto d ' imprimermi più profondamente nella memoria le parole e le frasi . E non è da credere che riesca poi troppo difficile il ritrovare , per chiarirsi d ' un dubbio , una data parola o locuzione in quel mare di segni , perché quest ' uso di sottolineare fortifica ed estende straordinariamente la facoltà della memoria locale ; tanto che di moltissime di quelle si ricorda fino il punto della pagina dove restano e il tratto particolare della matita con cui si sono segnate . Io ho dinanzi agli occhi della mente centinaia di frasi e di vocaboli sottolineati in centinaia di pagine , in cima , in fondo , nel mezzo , da un lato e dall ' altro , chiari e netti per effetto della sottolineatura come se fossero in caratteri rilevati . Il mio dizionario , il mio frasario è la mia biblioteca . I miei fiori di lingua non sono stretti in mazzi , ordinati in tepidari , affollati in aiuole ; ma sparsi sur un vastissimo spazio , piantati nella terra dove nacquero , olezzanti all ' aria aperta e viva ; e le corse che ho da fare col pensiero per rivederli mi fanno bene alla salute dello spirito , mi accrescono le forze e l ' agilità della mente . Per mantenermi nel possesso del mio materiale linguistico mi debbo rimettere ogni tanto in conversazione diretta coi grandi maestri da cui lo presi , e questo mi dà occasione e modo di raccogliere dalla loro bocca nuovi tesori . Ecco il modo di studiar la lingua , ch ' io consiglierei ai giovani . Non empite dei quaderni di note , chè v ' avvezzate a pescar la parola per la parola , la frase per la frase . Non serve avere in mente una locuzione se non è legata a un pensiero , e se il pensiero vi resta , vi resterà quella con esso , senza bisogno di metterla a sedere sulla carta , di dove non accorrerà più pronta al vostro bisogno , e dovrete andarla a prendere e tirar fuori a forza . Trattate la lingua da gran signori , non da pitocchi . Ospitatela nel grande palazzo della vostra memoria ; non la soffocate nei ripostigli oscuri degli scartabelli . La lingua è pensiero , è sentimento , è bellezza ; cercate nei grandi scrittori queste tre cose ; pensate , commovetevi , dilettatevi , e imparerete la lingua ; essa vi deve entrare nella mente e nell ' animo a raggi d ' idee , a ondate d ' affetto , a scosse d ' ammirazione . E il modo ch ' io consiglio è anche il solo che non stanchi mai ; chè , anzi , tanto più riesce gradevole e profittevole quanto più , andando innanzi con gli anni , s ' impara a pensare , e il leggere con la matita alla mano diventa un abito che non si può più smettere ; dovechè la pazienza di raccogliere , trascrivere e rileggere delle note morte , facilmente si perde , tanto più quanto si fa più vivo e acuto il pensiero . Il mio è uno studio , un modo da pensatore e da artista ; l ' altro è una fatica , come direbbe il Carducci , da spazzaturai di parole . Nello studio della lingua sono aristocratico . Il classificatore . Io sono nello studio della lingua , come in ogni altra cosa , un uomo d ' ordine , e in questo vo fino alla pedanteria . Fin da quando principiai , mi persuasi che il metodo migliore di studiare era quello di raccogliere con la penna e di disporre nella mia raccolta il materiale della lingua come si dispongono i libri nelle biblioteche , per ordine di materie . Mi fissai prima una serie di titoli , sotto i quali potessi raggruppare tutte le voci e locuzioni che venivo notando negli scrittori man mano che procedevo nelle mie letture . Presi tanti quaderni , scrissi sopra ciascuno uno dei titoli , e sotto ciascun titolo feci una seconda serie di divisioni . Per esempio , nel quaderno Natura : - Cielo , mare , fenomeni meteorologici , vegetazione , ecc . - ; nel quaderno Passioni : - amore , gioia , ira , odio , e via discorrendo . Un quaderno per i ritratti fisici , uno per i ritratti morali , uno per il movimento ( sia d ' esseri viventi , sia di cose inanimate ) , uno per il vestire , per il mangiare , per il parlare , per le arti belle , per la critica letteraria , per il linguaggio faceto , per i suoni e rumori ; e potrei proseguire . Ogni parola o locuzione ch ' io legga negli scrittori , o senta dire , o trovi nel vocabolario , la quale io mi voglia appropriare , la scrivo nel quaderno , e sotto il titolo , a cui si riferisce . Dopo che cominciai questo lavoro , furon fatte varie pubblicazioni informate allo stesso concetto , ad uso degli studiosi ; ma io tirai innanzi egualmente , con la persuasione che nessuna di quelle opere , anche se più ampia e meglio ordinata , m ' avrebbe giovato quanto quella che andavo facendo io medesimo ; perché fra il materiale di lingua scelto e raccolto da altri e quello scelto e raccolto da noi , per ciò che riguarda la memoria , corre presso a poco la stessa differenza che tra il ricordare dei versi propri e il ricordare dei versi altrui . In pochi anni , facendo poco ogni giorno , ho raccolto un materiale ricchissimo . Questo metodo presenta due grandi vantaggi . Il primo è che , ricorrendo ogni tanto ciascuna serie di note , per l ' affinità che è fra di esse , che l ' una tira l ' altra come le ciliege , molto facilmente si richiamano alla memoria tutte o in gran parte . Il secondo è che , per la stessa ragione dell ' affinità , riesce singolarmente piacevole il rileggerle . Ogni volta ch ' io ripasso ciascuna di quelle filze di parole e di modi di dire , che si riferiscono tutti a un soggetto unico , mi si ravviva , con l ' ammirazione della ricchezza e della varietà della nostra lingua , la volontà e il piacere di studiarla . Mi par di sentire un linguista maraviglioso che sfoggi tutta la sua dottrina mettendo fuori rapidamente tutto il vocabolario e tutto il frasario che si possono usare a quel dato proposito , o che si diverta a dire in cento modi diversi , con cento gradazioni di significato , con cento sfumature di colore quella data cosa ; o una folla di persone che della stessa cosa discorrano tutte insieme , rivoltando l ' idea per tutti i versi , accennandone tutti i particolari , studiandosi ciascuna di non servirsi della espressione altrui . È anche un altro diletto dell ' immaginazione vivissimo . Quando leggo le pagine del movimento , per esempio , io vedo passare con tutte le andature , scarrierare , arrancare , ballettare , sbalzellare , saltabeccare , giravoltolare , capitombolare , volicchiare , sguizzare , frullare , sfarfallare , ecc . , ecc . , movere in tutti i modi possibili mille forme animate e inanimate , una danza universale , un caos agitato d ' immagini , che m ' eccita il pensiero come lo spettacolo reale d ' un vasto movimento svariatissimo d ' esseri viventi e di cose . Quando entro nella partizione dell ' Ira , mi par d ' entrare in una bolgia dell ' inferno , in mezzo a una moltitudine d ' energumeni , dove ciascuno grida una delle parole o delle frasi notate , e in queste vedo le immagini delle facce accese e gli atti violenti che accompagnano le voci , di cui l ' una risponde all ' altra , come in un ' assemblea politica fuor della grazia di Dio . E le pagine dell ' Amore ! Non avete idea della dolcezza che mettono nell ' animo tutte quelle parole e frasi d ' amore ardente , tenero , voluttuoso , disperato , beato , che paiono di tante coppie d ' innamorati invisibili , le quali spandano nell ' aria , passando di volo , il grido del loro cuore . E così nel vocabolario dei Suoni , voci , rumori , mi par di passare da una sala di concerti in un ' officina , dall ' officina sur un campo di battaglia , dal campo di battaglia nell ' arca di Noè ; e scorrendo le pagine del mangiare e bere ho l ' illusione di sedere a una mensa di gastronomi eccitati , che non parlino d ' altro che di pappatoria , sfoggiando tutta la loro dottrina terminologica intorno all ' oggetto della loro passione ; e ripassando la raccolta relativa alla Natura , vedo aurore e tramonti , rapide variazioni di tempo , aspetti diversi della campagna , e passo fiumi , corro mari , salgo montagne , scendo nelle viscere della terra , percorro in poche pagine tutte le latitudini e assisto a cento diversi fenomeni del cielo e della terra . V ' ho data un ' idea del mio metodo ? Il quale offre ancora altri vantaggi . Ogni volta che ho da scrivere , rileggo prima le pagine dov ' è raccolto un materiale di lingua relativo al mio soggetto , e non solo mi ravvivo nella memoria , in quel modo , in pochi minuti , una quantità di voci e di locuzioni che mi possono giovare ; ma quella rapida lettura mi dà una scossa alla fantasia , mi desta nella mente una folla d ' immagini , che formano come un preludio sinfonico , che sono per me come una prima ispirazione efficacissima al lavoro che sto per imprendere . Aggiungete che , raccogliendo e ordinando il materiale della lingua in questa forma , l ' atto di riflessione che s ' ha da fare sopra una quantità di parole e di frasi dubbie per determinare la divisione in cui si debbono inscrivere , vi fa penetrar più addentro con la mente nel significato di ciascuna ; e che la lettura ripetuta di tante serie di modi di senso affine vi assuefà a meditare sulle sfumature dei significati , vi chiarisce il criterio della scelta , vi raffina il senso della lingua . In fine , quello che io feci e continuo a fare è un dizionario mio , del quale ho una grande padronanza , nel quale ritrovo con grande facilità ogni parola o frase di cui non abbia o tema di non avere esatta memoria ; un dizionario in cui godo a tuffar le mani come in un mucchio di monete o di gemme che io mi sia guadagnate o che abbia trovate io stesso a una a una ; un tesoro di lingua accumulato con gran cura , che io amo , che mi compiaccio d ' arricchire e d ' abbellire , come una casa piena di cose belle e utili , perfezionandone a mano a mano l ' ordine e l ' assetto , con sentimento di proprietario e d ' artista . Ecco come studiai e studio la lingua . Mi ci volle molta pazienza in principio ; poi feci il lavoro con piacere ; ora lo continuo con amore . E non credo che ci sia metodo migliore : per le teste costrutte come la mia , ben inteso . Lo mnemonico . In che modo studiai la lingua ? In un modo semplicissimo , per il quale non occorre il calamaio . È la buon ' anima di mio padre , dantista appassionato , che me ne diede l ' idea . Un giorno , dopo avermi letto e commentato il canto dei Serpenti , ch ' egli considerava come un miracolo di potenza descrittiva : - Vedi - mi disse - in queste cinquanta terzine , oltre le stupende bellezze d ' invenzione e d ' armonia , in quanti diversi modi son dette mirabilmente cose difficilissime a dirsi , quale maravigliosa proprietà di vocaboli , e quanta ricchezza di lingua ! Chi impara questo canto a memoria si mette in capo più materiale di lingua che non ne potrebbe raccogliere da qualche volume di bella prosa . - Io imparai quel canto a memoria . Fu questo il mio primo passo sulla via che tenni poi . Avendo esperimentato che con quel canto m ' ero appropriato una quantità di modi , i quali mi venivano facilmente alle labbra o alla penna anche nel discorrere o nello scrivere di cose che non avevano alcuna relazione con la materia del canto medesimo , pensai : - Non sarebbe un buon modo d ' imparar la lingua quello di mandar a mente della poesia , che è facile a imparare e a ritenere ? - E d ' allora in poi andai cercando e studiando poesie e frammenti di poesie , particolarmente ricche di buona lingua ; ma , si noti , di lingua più conforme a quella della prosa che non sia il così detto linguaggio poetico ; la quale si trova in special modo nella poesia faceta o satirica , famigliare o popolare che si voglia dire . Ricordo che la seconda cosa che imparai fu un capitolo del Berni , e la terza i duecento versi sciolti della Gita a Montecatini del Giusti : uno dei componimenti poetici , ch ' io mi conosca nella letteratura italiana , più fitti di modi e di costrutti del linguaggio parlato , e più facili a ritenersi , benchè non rimato , per la fluidità insuperabile dello stile . Con questo criterio scelsi poi tutte le altre poesie . Esperimentai un particolare vantaggio nell ' imparar sonetti ; le cui locuzioni , entrando nella mente strette e chiuse in una breve forma compiuta , vi rimangono impresse più distintamente , quasi in disparte , e pronte tutte insieme a ogni richiamo del pensiero ; e però imparai centinaia di sonetti di tutti i secoli . La facilità , che acquistai con quest ' esercizio , di mandar versi a mente , non è credibile da chi non n ' abbia fatto la prova ; né sarei creduto se dicessi quanti me ne insaccai nella testa . E non ne perdetti , in molti anni , che un ' assai piccola parte , perché ebbi ed ho ancora la consuetudine di riandare di quando in quando , un poco per volta , e con cert ' ordine , la materia acquistata . Spesso , nei ritagli di tempo , nelle passeggiate solitarie , e di notte , quando non viene il sonno , e dovunque aspetti qualcuno , mi ridico mentalmente dei versi . Ma quello che me li stampò nella memoria in forma incancellabile è l ' uso , a cui sempre m ' attenni e m ' attengo , quando m ' occorrono lacune e incertezze , di non ripararvi mai ricercando il testo ; ma di cercare tranquillamente e pazientemente nel mio capo le parole e le frasi che mancano , o che si sono alterate ; nel qual lavoro mi move una curiosità d ' indovinatore d ' enigmi , che me lo rende oltremodo piacevole . Dopo aver studiato per lungo tempo nient ' altro che versi , mi diedi alla prosa , scegliendo nei migliori scrittori quelle pagine diventate celebri per forza d ' eloquenza , nelle quali è un ritmo oratorio che rende più facile l ' impararle a mente . E studiai e so a menadito parecchie delle più belle parlate dei personaggi del Decamerone , decine di pagine del Machiavelli , quasi intera l ' apologia di Lorenzino dei Medici , lettere del Caro , frammenti di dialoghi di Galileo , discorsi del Carducci , molti dei passi migliori dei Promessi sposi . Il maggior vantaggio di questo studio è che con le parole e le frasi mi restano nella mente la struttura dei periodi , la musica dello stile , l ' andamento del pensiero , proprio di ciascuno scrittore . E in che modo vi restano ! Non lo può immaginare chi non ha fatto un ' egual prova . A rischio di farla ridere alle mie spalle , le dico che tutta quella prosa , quando la ridico a me stesso , o alla muta o di viva voce , non mi par più roba d ' altri , ma mia ; che mi par veramente che tutti quei pensieri siano usciti in quella data forma dal fondo del mio cervello ; ed è così fatta l ' illusione , che quando in luogo d ' una parola o d ' una frase del testo me ne scappa un ' altra , sento l ' errore subito e scatto , quasi offeso , come un musicista che senta una stonatura in una melodia propria sonata da un altro . Da questo segue che nel parlare e nello scrivere non m ' accorgo punto delle locuzioni che adopero , prese dalle pagine che so a memoria ; poichè mi son tutte così profondamente fitte nel capo , così intimamente compenetrate coi pensieri abituali , che non le posso più discernere da quell ' altro materiale linguistico che abbiamo tutti nella mente fin dall ' infanzia , senza saper né quando né come vi sia penetrato . La ho persuasa della bontà del mio metodo ? Io ne son persuaso per modo dall ' esperienza , che a quanti giovani mi chiedon consiglio , do questo consiglio : - Studiate a mente . Una pagina di prosa o di poesia , bella e ricca di lingua , che vi stampiate nella memoria , che vi appropriate , che vi assimiliate in maniera da parervi che sia pensiero , arte , musica vostra , vi gioverà più di cento letture , più d ' un monte di note , più d ' un mese impiegato a scartabellar dizionarî . Studiate anche una cosa sola ogni mese e vedrete qual vantaggio ne avrete dopo un anno . Cominciate con la poesia , passate poi alla prosa . Oltre all ' imparare il materiale della lingua , scoprirete a poco a poco le più segrete virtù musicali degli stili , le finezze più squisite dell ' arte dello scrivere , senza sforzo , per il solo effetto della ripetizione . Vi formerete una biblioteca mentale in cui troverete un piacere e un conforto grandissimo in mille congiunture della vita , ogni giorno , ogni momento ; un ' Antologia che avrete sempre aperta dinanzi agli occhi , dovunque siate , come una visione permanente dello spirito ; una raccolta inestimabile di bellezze di lingua , non solitarie e fredde , ma contessute e armonizzate dall ' arte dei grandi maestri , animate dal pensiero , scaldate dall ' ispirazione : forma e sostanza , splendore e sapienza ad un tempo . Io pensavo da principio che l ' amore di questa maniera di studio mi sarebbe scemato con gli anni ; ma non scemò : si fece più vivo . Ogni passo di scrittore ch ' io so a memoria è per me come un amico e un maestro di lingua che m ' accompagna da per tutto , sempre pronto a rallegrarmi e a insegnarmi qualche cosa . Oggi ancora , quando leggo una poesia o uno squarcio di prosa magistrale , dico a me stesso : - Facciamoci un nuovo amico , - e me lo faccio , con una facilità maravigliosa oramai . Ella , per bontà sua , dice che sono uno scrittore . Ebbene , sono diventato uno scrittore in questo modo . E può scrollar le spalle chi vuole : io continuo . Il miscellaneo . Un metodo , io ? Ma le pare che un arruffone par mio possa avere un metodo ? Io non sono che un dilettante , che studia la lingua per ispasso , in una maniera affatto irragionevole . Ho un così detto Gran libro della lingua , nel quale esperimento tutti i metodi ; ma seguo di preferenza quello che tengono inconsciamente i bambini nell ' imparare a parlare : un curiosissimo libro , in cui si rispecchia il disordine matto della mia mente , il perpetuo trescone che ballano le idee nel mio capo . Lo vuol vedere ? È una maraviglia di scapigliatura intellettuale . Mentre lei lo sfoglierà , io le darò le spiegazioni occorrenti , e può darsi che si diverta . Dicendo questo , tirò giù da uno scaffale un grosso registro , che pareva il Libro maestro di una Casa di commercio , e me lo mise aperto sul tavolo . - Veda - mi disse - le prime pagine . Io vi cominciai a notare parole e frasi prese dagli scrittori , man mano che li andavo leggendo , senz ' ordine di tempo né di materie . Vede che si salta dal Boccaccio al Giusti , da Gino Capponi al Guicciardini , dal Cellini al Leopardi . Noti qui , fra gli estratti di due trecentisti , uno studio sulla terminologia del vestiario femminile , che feci sulla traduzione d ' un romanzo francese , fatta da Ferdinando Martini ; e più oltre , accanto a una pagina d ' aggettivi prediletti da Dante , una serie di locuzioni relative al vino , pescate nel ditirambo del Redi . Questo le può dare un ' idea del metodo . E ora veda lei , più innanzi , se ci si raccapezza . Nelle pagine seguenti , in fatti , trovai il più strano disordine che si possa immaginare . Elenchi di proverbi toscani ; infilzate di vocaboli e di frasi ingiuriose ; una pagina intitolata : - Vari modi di dar dell ' asino al prossimo ; in un ' altra pagina , sotto un grosso titolo : - Alla gogna - registrati tutti i più marchiani francesismi e idiotismi d ' uso corrente nei giornali e nella conversazione , e ad alcuni di quelli scritto accanto : - Guardati ! - ; quelli appunto , mi spiegò l ' amico , che solevano più spesso scappare anche a lui nello scrivere e nel parlare . Alternati con questi , altri elenchi di frasi e di parole , abbracciati da grandi graffe , lungo le quali era scritto : - Ti fanno paura ? - e disse ch ' erano modi efficaci ch ' egli non usava mai , e che aveva messi in mostra in quella forma per rammentare a sé stesso d ' usarli . Poi una serie di dizionarietti speciali : di giochi fanciulleschi , di difetti fisici , di motti scherzosi , di colori , di piante , di strumenti di lavoro , illustrati di figurine schizzate con la penna , per chiarire il significato e facilitare la memoria delle parole . C ' eran disegnati un violino e una finestra , con su scritti i nomi di tutte le loro parti , e una figura umana in caricatura , che aveva scritto sopra il capo : pera , sul naso : nappa , sul mento : bietta , su ventre : buzzo , sulle mani : mestole , sulle gambe : seste , sulle scarpe : - ciotole . Lessi una Pagina delle busse , nella quale erano notate tutte le forme di percossa possibili , dal rovescione al biscottino , con tutti i verbi con cui si può designare l ' azione : accoccare , appiccicare , appioppare , allungare , ammenare , appoggiare , assestare , azzeccare , ammollare , affibbiare , barbare , distendere , consegnare , fiancare , misurare , piantare , rifilare , rivogare , somministrare , tirare : un tesoro di gentilezze . Di tanto in tanto , in grandi caratteri : - Esercizi ginnastici - e sotto , un dialogo strambo , nel quale due persone , collegando a dispetto dei santi le idee più disparate , si palleggiano tutte le locuzioni registrate nelle dieci o venti pagine precedenti ; o aneddoti o descrizioni bizzarre , in cui tutte quelle locuzioni sono pigiate a forza , o periodi a chiocciola , dove una stessa idea è espressa parecchie volte di seguito in forma diversa . Alcuni di questi esercizi , intitolati Scrigni poetici , erano sonetti e versi sciolti , nei quali l ' amico aveva incastrato una quantità di modi , per ricordarli meglio , in grazia del ritmo . Fra due di queste poesiole c ' era un discorso d ' un pedante marcio , tutto tessuto di quei vocaboli e di quelle frasi antiquate , che nessuno usa più parlando , ma che qualcuno s ' ostina ancora a scrivere , sfidando eroicamente il ridicolo ; altrove il discorso d ' un lezioso ; più là il soliloquio d ' uno sgrammaticante , con le sgrammaticature più frequenti nella conversazione della gente per bene . Mi cadde sottocchio , fra l ' altro , una pagina di Spazzature , dov ' era raccolto un buon numero di quelle frasi fatte , calìe letterarie , o fiori secchi di rettorica , che ricorrono di continuo nei discorsi e nei brindisi , e che son diventati odiosi a tutti oramai , anche a quelli che li usano , quando li sentono usare dagli altri . Ma sopra ogni cosa attirò la mia attenzione e mi parve strana una grande quantità di parole e di frasi segnate a capo e a piè di pagina , sui margini , tra riga e riga , a traverso lo scritto , un po ' da per tutto , alcune in istampatello , altre inquadrate in quattro tratti di penna , o scritte con matita rossa , verde o turchina , o sormontate da un Nota bene , o fiancheggiate da un punto esclamativo , o da un crocione , o da una bandierina disegnata : parole e frasi , che l ' amico mi disse d ' aver appuntate così a caso , dove prima gli veniva , man mano che le intoppava nei libri , e contrassegnate in quella maniera , perché attirassero il suo sguardo e gli si rinfrescassero nella memoria quando egli sfogliava il librone per cercarvi o per notarvi altre cose . Tutto il librone n ' era tempestato , e anche molte di queste note illustrate da piccoli schizzi di figure umane , di mobili , d ' utensili , d ' oggetti d ' ogni genere ; e v ' eran qua e là delle pagine bianche , preparate per altre note , coi titoli già scritti . Trovai in ultimo un elenco di quei modi dialettali , che si sogliono scansare con gran cura , benchè appartengano pure alla lingua , e siano correttissimi , e nella pagina accanto una raccolta di frasi di complimento antiche e moderne , alla quale faceva riscontro un piccolo dizionario di moccoli smorzati , di quelle esclamazioni vigorose di maraviglia o di dispetto , che la gente ben educata sostituisce ai sacrati autentici , quando è in una compagnia a cui si devono dei riguardi . Arrivato a questo punto , benchè mi destasse un senso d ' ammirazione l ' amor della lingua vivissimo che si manifestava in quella strana rigatteria filologica , non potei trattenere una risata . Ma il bottegaio non se n ' ebbe per male ; tutt ' altro . - Bene ! - mi disse . - Mi fa piacere di vederla ridere . È il commento che desideravo e aspettavo , perché giustifica la mia mancanza di metodo , ed è un modo di riconoscere che si può far dello studio della lingua uno spasso amenissimo , come io faccio appunto . Studiando la lingua io scrivo versi , recito la commedia , lavoro di mosaico , faccio ginnastica con la penna , rivedo le bucce agli altri e a me stesso , rido , tesoreggio , disegno , fantastico , e serbo una libertà di spirito che esclude ogni fatica e ogni noia . Non è un metodo ; ma un modo che credo convenientissimo a tutte le teste disordinate e svolazzatoie com ' è quella che porto sulle spalle . Veda , io non darei questo libraccio per un peso eguale di biglietti da cento . E se lo stampassi , credo che farebbe furore . Certo sarebbe il trattato linguistico più originale che si sia pubblicato mai , e forse non il più inutile . Dopo la mia morte , chi sa ! O lo lascerò alla Biblioteca Vittorio Emanuele , di Roma . Il vocabolarista . Per imparar la lingua io leggo assiduamente , oltre gli scrittori , il Vocabolario . Non lo leggo soltanto perché è il solo libro che , se non tutta , contiene quasi tutta la lingua ; ma anche perché mi diletta l ' immaginazione , senza turbarmi l ' animo , non movendo in alcun modo le passioni ; dalle quali rifugge la mia indole tranquilla . Dico di più : che per me non c ' è altro libro che diletti altrettanto , per poco che l ' immaginazione del lettore si presti a vivificar la lettura . Per me le parole sono creature umane , e le colonne , strade , dove passa una folla maravigliosa . In questa folla incontro conoscenti e sconosciuti ; indifferenti che lascio passare , figure curiose con cui mi soffermo , vecchi amici che mi son famigliari fin dai primi anni , persone con le quali ebbi relazione un tempo , e che dimenticai in seguito , e che riconosco con piacere , e altre che cercai un pezzo nel regno dei libri , senza trovarle , e a cui faccio festa , come si fa a un amico inaspettato , che ci venga a cavar da un impiccio . Vedo nelle parole immagini di scienziati , di poeti , di pedanti , di villani , di beceri , di patrizi , d ' operai , facce benigne e sinistre , e buffe , e tragiche , e figure di ragazze snelle e gentili , di donnine semplici o affettate , e di vecchie venerabili , sei volte secolari , che parlarono col Boccaccio e con Dante , e serbano la fresca vivacità della giovinezza . E ciascuna mi desta un pensiero , e alla più parte mi scappa detto qualche cosa , passando . - Ti saluto , simpatia ! - Mi rallegro con lei , finalmente assunta all ' onore del Vocabolario . - Passa via , svergognata . - O lei , che mille volte m ' è entrata e mille volte sfuggita dalla mente , quando si risolverà a rimanervi ? - Te non ti ci voglio , chè non t ' ho mai potuta patire . - Si fermi lei , e mi dica bene una volta quello che vuol dire , chè non l ' ho mai saputo per l ' appunto . - Le parole seguite da derivati e diminutivi mi danno l ' immagine di padri o di madri con un codazzo di figliuoli e di nipoti grandi e piccoli ; quelle cadute fuor d ' uso , di superstiti d ' altre età , che si trascinino , e non si ritrovino in mezzo alla folla giovanile che passa , o d ' ombre di trapassati , ricordate nel dizionario da una lapide ; quelle di significati diversi , di faccendieri che facciano ogni arte ; le nuove , d ' origine straniera , di viaggiatori arrivati di fresco , con la valigia alla mano . E incontro greci e romani antichi , e italiani d ' ogni secolo , e visi e vestiari di tutte le regioni d ' Italia . Tutti i mestieri , tutte le scienze , usi e costumi di ogni classe sociale e d ' ogni popolo , tutti gli stati dell ' animo , tutte le forme e tutti gli strumenti dell ' operosità umana , tutti gli aspetti della natura e tutte le epoche della storia mi passano dinnanzi nel Vocabolario . Ed è il mio maggior diletto appunto questo passaggio continuo dall ' una all ' altra idea disparatissima , questo procedere a salti , a volate subitanee da cose materiali a cose ideali , da un polo all ' altro del mondo intellettuale , questa fuga vertiginosa di luoghi , d ' oggetti , di genti , d ' orizzonti , di secoli , nella quale il mio pensiero balena più fitto , la mia fantasia batte più rapidamente l ' ali che nell ' impeto d ' un ' inspirazione creatrice . E quanti ricordi mi destano le parole ! Moltissime , sonandomi nella mente , risvegliano e fanno uscire dai recessi della memoria volti , nomi , casi , momenti della vita , che da più o meno tempo vi stavano rimpiattati e ignorati . Una parola antiquata o poetica mi rammenta una persona che spesso la diceva , facendone pompa fra gli amici , i quali ne sorridevano , toccandosi a vicenda col gomito ; un ' altra mi fa riudir l ' accento d ' un lontano o d ' un morto , che la pronunziava in certo modo suo proprio ; questa mi richiama alla mente un linguista che le mosse guerra e uno che la difese , e le dispute che vi fecero intorno , e le impertinenze che si scambiarono pel fatto suo ; quella mi ricorda un verso celebre o un motto storico o una scena di commedia o un angolo di salotto dove la intesi dire storpiata o a sproposito . E a certi nomi di malattie mi si levan davanti le immagini di amici perduti ; rivedo certe tavole di banchettanti a leggere certi vocaboli gastronomici ; in certe parole onomatopeiche infantili risento la voce dei miei figliuoli bambini ; e molte mi fanno balenare alla mente le sembianze degli scrittori che le predilessero : la fronte grave del Machiavelli , gli occhi ardenti del Foscolo , il viso pallido del Leopardi . Ho detto in che modo mi diverto : mi domanderete in che modo imparo . Vi dico come . M ' arresto ogni momento a pensare . Ecco , per esempio , un vocabolo , che soglio usare in un significato che non è propriamente il suo : bisogna che me ne fissi nella mente , una volta per sempre , il significato vero . Eccone un altro del quale abuso : vi segno accanto : liberarsene , e segnerò poi quelli che troverò , che vi si possano sostituire . Segno una parola d ' uso comune , che non uso mai , benchè sia spesso necessaria : perché non l ' uso ? quale altra adopero invece ? che differenza passa fra l ' una e l ' altra ? Trovo parole efficacissime e generalmente usate che in nessun modo mi si vogliono appiccicare alla memoria , come se ci fosse nella loro forma e nel loro suono qualche cosa di ripugnante all ' occhio della mia mente e al mio senso dell ' armonia : e faccio un atto vivo della volontà per istamparmele nel cervello . Ad ogni vocabolo segnato come fuor di corso , o d ' uso non comune , cerco quello che vi si è sostituito o che s ' usa più comunemente in sua vece ; mi provo a definire il significato di certe parole prima di leggere la definizione stampata , e raffronto con questa la mia ; m ' esercito a cercare esempi di scrittori o dell ' uso parlato corrente da aggiungere a quelli che il Vocabolario registra ; e via discorrendo . Vedete come e quanto si può studiare sul Vocabolario ! E non dico delle nuove parole che imparo , che ignoravo affatto ; delle nozioni elementari d ' ogni scienza , che acquisto o rettifico e chiarisco nella mia mente ; dei proverbi , delle sentenze , dei consigli pratici , utili alla vita , delle infinite immagini , sussidio all ' arte dello scrivere , che raccolgo passando . Sin dalla prima lettura segnai con lunghi tratti di penna sui margini tutte le serie di parole che non giova rileggere , e così procedo ora senza perder tempo . E di questa lettura non mi stanco mai . Sebbene io abbia letto il Vocabolario tante volte che certe pagine , certe colonne mi son rimaste nella memoria come armadi aperti , in cui vedo ogni parola al suo posto , quasi nell ' ordine alfabetico col quale v ' è collocata , mi dà sempre un nuovo diletto ogni lettura ; qualche cosa da imparare trovo sempre , sempre nuovi passaggi e contrasti inaspettati e strani fra vocaboli che si toccano , nuovi richiami di ricordi , nuove sorgenti di comicità , nuovi segreti e virtù e maraviglie del verbo umano . E v ' entro con un senso sempre più vivo di reverenza pensando di quale enorme lavoro di generazioni è il prodotto quell ' enorme materiale di lingua , che lunga e varia e venturosa vita ogni parola ha vissuta , e per che mirabili vicende passeranno ancora la maggior parte nei secoli , e che tesoro immenso di pensiero fu accumulato e si spargerà ancora per il mondo per mezzo di quelle parole . Il Vocabolario ! Ma è il grande Museo , il tempio nazionale , la montagna sacra , sul cui vertice risplende il genio della razza . E si tratta di freddo e vuoto pedante chi lo studia ! Ma io istituirei delle cattedre per leggerlo e per commentarlo ; ma .... Suona l ' ora . Faccio punto . È l ' ora della mia lettura quotidiana . Salute . IL MODO MIGLIORE . Ora , dei cinque modi , che abbiamo visti , di studiare la lingua , tu domanderai quale sia il meglio . Il meglio , a mio parere , è il sesto . Voglio dire un metodo , il quale raccolga quanto v ' è di buono in quei cinque . Leggere attentamente i buoni scrittori , segnando sul libro , se si può , per ritrovarle poi facilmente , le voci e le locuzioni che ci riescon nuove e che ci vogliamo appropriare , cercando di fissarcene nella mente , senza l ' aiuto della penna , il maggior numero possibile , con quanto occorre del testo a chiarirne bene il significato e a farne sentire tutto il valore ; mandar a memoria poesie e squarci di prosa , nei quali al pregio del pensiero o del sentimento e alla bellezza dello stile sia congiunta una particolar ricchezza di lingua ; notare il meglio del materiale che si ricava dalle letture , dividendolo e raggruppandolo intorno a certi soggetti , perché riesca più facile ritenerlo e ritrovarlo ; esercitarsi , scrivendo , a maneggiare il materiale raccolto con abbozzi di componimenti , di periodi , anche di semplici frasi , che siano come i bozzetti che buttan giù i pittori per acquistare la padronanza della tavolozza ; e leggere ad un tempo , rileggere , studiare il vocabolario . Quest ' ultimo studio ti raccomando in particolar modo , perché è quello che più difficilmente s ' inducono a fare i giovinetti . Ma occorre intendersi bene . Una trentina d ' anni fa , con uno scritto diretto particolarmente ai giovani , io raccomandai la lettura del vocabolario . Nel corso di questi trent ' anni parecchi mi scrissero , e altri mi dissero presso a poco quello che segue : - Abbiamo seguìto il suo consiglio , o meglio , ci siamo provati a seguirlo ; ma non c ' è riuscito di tirare innanzi : la lettura del vocabolario ci addormentava ; ci vuole una pazienza di Benedettini per reggerci ; abbiamo smesso . Ecco . Rispondo prima di tutto che senza pazienza non si riesce a imparar la lingua in nessuna maniera , e che la pazienza di studiare il vocabolario l ' ebbero scrittori di grande ingegno , come il Manzoni che postillò la Crusca per modo da non lasciarne vedere i margini , Teofilo Gautier , che teneva il vocabolario sul tavolino da notte , Gabriele d ' Annunzio , che legge persino dei vocabolari tecnici , dalla prima all ' ultima parola . Rispondo in secondo luogo che quella è una lettura che non va fatta a modo dell ' altre . Se tu ti metti a leggere il vocabolario come un romanzo o una storia , con l ' idea di correrlo tutto d ' un fiato , per finirlo il più presto possibile , e liberarti dalla fatica , non solo ti farai nella mente una grande confusione , senza cavarne alcun frutto ; ma non reggerai a leggerne una decima parte , si capisce , chè t ' ammazzerà la noia prima d ' arrivarci . È una lettura che si deve fare a poco per volta , a pezzi e bocconi , con l ' animo tranquillo , quando ci si ha disposto lo spirito , e non di corsa , ma a rilento , accompagnandola passo per passo , come ti disse il Vocabolarista , con un lavoro di memoria , di ragionamento e d ' immaginazione . Bisogna , insomma , mettersi alla lettura e procedervi per modo , che quello studio finisca a poco a poco con non più richiedere uno sforzo di volontà , e diventi una consuetudine , cessi d ' essere una fatica , e si muti in un piacere . Dirai : - È presto detto . Hai ragione : è presto detto . Ebbene , farò qualche cosa di più . Ti propongo di fare una prova insieme . Pigliamo , per esempio , il Novo dizionario italiano del Petrocchi : una lettera qualunque , la lettera P , e leggiamola tutta . M ' ingegnerò di farti vedere come si deve leggere il vocabolario , o , per dir meglio , ti farò vedere come io lo leggo , in che maniera mi ci diverto e c ' imparo , che è la maniera in cui mi pare che anche tu ti ci possa divertire , imparando ; e nel far questo , userò con te la più grande sincerità , come con un compagno di scuola : ti confesserò le mie ignoranze , i miei stupori e i miei dubbi , che ti gioveranno forse , se te ne ricorderai , nelle tue letture avvenire . Sarà una prova un po ' lunghetta , benchè io proceda alla lesta , omettendo le parole più comuni , e anche molte che non son tali , e un gran numero di vocaboli tecnici e storici ; ma ci occorrerà spesso di ricrearci divagando e scherzando . All ' opera , dunque . Apro il secondo volume , alla lettera P . Incominciamo . Ma no . Tu avrai bisogno di respirare . Svaghiamoci prima insieme con qualche personaggio ameno : con un nemico del vocabolario , questa volta , per non uscir d ' argomento . IL FALSO MONETARIO . Falso monetario della lingua , s ' intende . Era un pittore ligure , digiuno di lettere , ma pieno d ' ingegno , che parlava il più bizzarro italiano ch ' io abbia mai inteso dagli scali di Levante alle Colonie del rio de La Plata : tutte parole storpiate , mutate di desinenza e di genere , o usate in tutt ' altro significato da quello loro proprio . Il suo magazzino linguistico era come una tesoreria di monete false , adulterate o calanti , ch ' egli dava via a casaccio e in tutta buona fede . Questo derivava principalmente dal fatto strano ( ma nella gente incolta non raro ) , che ogni parola insolita ch ' egli leggesse o sentisse si confondeva nella sua mente con un ' altra parola usuale di suono affine , o acquistava stabilmente nel suo concetto il primo significato che , per certe analogie misteriose con altri vocaboli , gli pareva dovesse avere . E siccome , avendo immaginazione viva e spirito arguto , aveva bisogno , per esprimersi , d ' un gran numero di parole , e se ne appropriava di continuo , così gli fiorivano sulla bocca gli spropositi con una fecondità maravigliosa . Per lui , ad esempio , donna in ghingheri e donna in gangheri , inciprignita o incipriata erano la stessa cosa , e faceva tutt ' uno d ' immerso e sommerso , evento e avvento , immane e immune , stame e strame , eminente e imminente . Parlava nel modo che può parlare un orecchiante della lingua , che ode a frullo e legge a vànvera , com ' egli infatti udiva e leggeva . Usava sgattaiolare per imitar la voce del gatto , sobbillare per fare il solletico , cincischiato per azzimato . Diceva a un amico che s ' era fatto rader la barba : - Come sei tutto cincischiato questa mattina ! - e quello subito si tastava il viso , credendo che il suo Sfregia lo avesse lavorato d ' intaglio . Ricordo sfruconare , che per lui era verbo omnibus . - . Questa mattina mi sono sfruconato a colazione mezzo pollo . - Mi sfruconai l ' abito contro il muro . - Lo colsero sul fatto e lo sfruconarono ben bene . - Ho pagato dieci lire questo straccio di cappello : m ' hanno sfruconato . - Ad altre parole faceva far cento servizi . Per esempio ad ambiente . Quando il cielo era sereno : - Che bell ' ambiente questa sera ! - Che cos ' hai ? Oggi non ti trovo nel tuo ambiente . - Per gli amici era uno spasso . N ' aveva ogni giorno una nuova , o parecchie . Fra le più belle , che non riuscimmo mai a fargli smettere , c ' era voce stentorea per voce stentata e aureola per arietta . - Tirava un ' aureola deliziosa ! - Un giorno , ritornando da Cavoretto , ci disse che aveva trovato il paese tutto infestato . - Da qual malanno ? - domandammo . - Ma che malanno ! - Voleva dire : il paese in festa . Ma il più comico era la sicurezza con cui le diceva , senza un sospetto al mondo dei suoi reati filologici , il colpo ardito con cui piantava lo sproposito , come una bandiera vittoriosa . Le nostre risate non lo sconcertavano minimamente . Alle osservazioni critiche scrollava le spalle . - Oh che pedanti ! - diceva . - Digrignare , digrugnare , ammaccare , ammiccare , ruzzolare e razzolare , su per giù è lo stesso . So bene che parlo un po ' così , all ' insaputa . Ma mi capite sì o no ? E tanto basta . - Di certi suoi qui pro quo si capiva l ' origine : era l ' analogia fonetica fra due parole : da sfracellare cavava sfracelo ; gemicare credeva che volesse dire : gemere sommesso . Ma come diamine poteva dire " una scaramuccia di bicchieri sopra una tavola " per dire una quantità di bicchieri in disordine , e si attuffarono per vennero alle mani ? E anche per quei nomi delle citazioni storiche proverbiali , che si sogliono dir giusti anche da chi non ha cognizione alcuna del fatto , faceva lo stesso lavoro . - La spada d ' Empedocle . - L ' anello di Gigi . - L ' orecchio di Dionisia . - Una che è una non l ' infilava , e aveva una grande smania di citare . Per gli amici che conoscevano il suo ingegno , il suo modo vivo e colorito di raccontare e di descrivere e la vera eloquenza con cui parlava qualche volta dell ' arte sua , quella profluvie di svarioni era una singolarità piacevole , non derivante che da un ' imperfezione del suo organo uditorio e della sua facoltà mnemonica ; ma chi non lo conosceva , la prima volta che l ' udiva parlare a quel modo , sospettava che n ' avesse un ramo , e lo guardava con diffidenza . Fra le molte scene lepide di cui fu causa la sua maniera di parlare , ricordo quella che seguì in casa d ' una colta signora , alla quale lo presentammo . - Signora - le diss ' egli , appena presentato - , io son fatto alla buona , non so spiaccicare complimenti ; ma so che lei preferisce la sincerità alla raffineria . La signora lo guardò , stupita ; poi rispose : - È vero . Preferisco mille volte la brusca sincerità alla finzione cortese . - Quanto a questo - ribattè l ' artista - le assicuro che l ' infingardaggine non è fra i miei difetti . Ciò detto , si staccò dal crocchio , per parlar con altri ; ma , voltatosi a un tratto e colto a volo un atto che faceva a noi la signora , come per dirci : - Ma quest ' artista non ha il cervello a segno - credendo ch ' ella accennasse d ' aver male al capo , le disse cortesemente : - È effetto del tempo , signora . Anche a me questo tempo linfatico rende la testa pesante . Fu quello uno dei suoi più " brillanti successi . " E appunto quello strano epiteto affibbiato da lui al tempo , confondendo l ' idea della linfa , umore del corpo umano , che somiglia all ' acqua , con l ' idea dell ' acqua piovana , è un esempio che spiega come si formassero nella sua mente certi strafalcioni . E son più frequenti che non si creda i parlatori di questo stampo , questi sbadatoni e fracassoni terribili , che nel campo della lingua rovesciano e rompono ogni cosa , come farebbe un toro imbizzarrito in un magazzino di chincaglierie . Ma di maravigliosi come lui non n ' intesi altri . Quanti ameni ricordi ci lasciò , che sono nella nostra mente sorgenti inesauribili di buon umore ! Che impareggiabili trovate ! Quel tenore del teatro Balbo che gli stralciava gli orecchi con le sue detonazioni ! E quel certo suo amico che gli aveva raccomandato che gli telegrafacesse immediatamente l ' esito di non so quale concorso ! E quel Crispi , il suo adorato Crispi , che sarebbe diventato il perno motrice della politica europea ! E quelle guerre intestinali della Francia ! Tu mi perdonerai , mio buon anarchico della grammatica e del dizionario , d ' aver fatto ridere qualcuno alle tue spalle : tu comprenderai che non l ' ho fatto per mal animo . Non posso aver mal animo con te , poichè per te serbo la più viva gratitudine . Vedendoti pigliare quei granchi enormi , imparai a scansare certi granchi minori , che di tanto in tanto pescavo io pure ; tu m ' infondesti nell ' animo , meglio d ' ogni professore di lettere , il terrore salutare del farfallone ; e un ' altra saggia cosa m ' insegnasti : a non giudicar mai lì per lì dal modo di parlare , per malandato che questo sia , le facoltà intellettuali d ' un mio simile . Ti ringrazio dunque pubblicamente ; e non per burla , ma per affetto mi servo ancora delle tue parole per dirti che la tua memoria mi è sempre sommersa nel cuore , e che vi rimarrà finchè la Parca non recida lo strame della mia vita . UNA CORSA NEL VOCABOLARIO . P . P . - Quattordicesima lettera dell ' alfabeto . Che novità ! Un momento . Nota che è in generale maschile ; più spesso maschile che femminile , dicono altri . Ma sul genere delle lettere bisogna fissarsi bene perché occorre spesso di rammentare questa o quella vocale o consonante per canzonare errori d ' ortografia o di pronunzia del prossimo , ed è ridicolo , nell ' atto stesso che si canzona un errore d ' altri , sbagliare o mostrare incertezza riguardo al genere della lettera a cui s ' accenna . Nota anche quel P . C . , per congratulazioni o condoglianze . Siccome le condoglianze si fanno quasi sempre per morti , non ti pare che quel p . c . , usato da molti , sia un po ' , ... villanamente asciutto , salvo che si tratti della morte d ' un cane ? Chi , per condolersi con me d ' una disgrazia qualsiasi , mi scrive un semplice p . c . , m ' ha l ' aria di voler dire per canzonatura o per cavarmela . Ed è veramente canzonatura il fare un atto di gentilezza con un ' avarizia così spilorcia d ' inchiostro . PACCA , PACCHINA . - Colpo della mano aperta . - Non m ' occorre , dirai ; ci sono tant ' altre parole per dir la stessa cosa ! Adagio un po ' . Se tu dici a un bambino , per ischerzo : - Bada che ti do una manata o uno scapaccione - , all ' orecchio della mamma può sonar male lo scherzo . Se dirai una manatina o uno scapaccioncino , dirai una parola che non è d ' uso corrente . Pacchina è la parola che fa al caso . Inezie ! Ma , nel parlare come nello scrivere , si manifesta appunto in queste inezie il senso della convenienza e della finezza . Hai ragione , invece , se mi dici che si può far di meno della parola PACCHÉO , che vien dopo , per dir baggeo , uomo stupido . È da notarsi che di queste parole che suonano scherno o disprezzo , come di quelle che designano percosse , il vocabolario è mirabilmente ricco : se lo leggerai tutto , ci troverai una miniera di modi d ' ingiuriare il prossimo e di termini relativi all ' arte di menar le mani ; ciò che non è un segno consolante della gentilezza della natura umana . Non c ' è forse altra famiglia di modi più numerosa , se non è quella che si riferisce alla " noia di mangiare e bere " . E a proposito , ecco la parola PACCHIARE , mangiare , che molti lombardi stupirebbero di trovar nel vocabolario italiano : è il loro paciáa , donde paciada , mangiata , d ' uso volgare . E tu , piemontese , troverai , andando innanzi , un gran numero di parole del tuo dialetto , che credi non siano della lingua . Rideresti , per esempio , se sentissi dire in italiano : PACCHIUCO , che è il piemontese paciocc ; fango , mota e simili . Ed eccolo qua , seguito da Pacchiucone , pasticcione , che è il piemontese paccioccon . E c ' è poco sotto Pacioccone , più somigliante dell ' altro al vocabolo dialettale , ma che in italiano ha significato diverso , cioè di persona grassa , e par che dica la cosa anche col suono . Questo pacioccone anonimo ci conduce nel regno della pace . Il pane è la pace della casa . Che profonda verità ! A quante cose fa pensare questo semplice proverbio , in cui balenano tutte le tristezze e le tempeste domestiche che derivano dalla miseria ! E nota l ' esempio : - Viene avanti con tutta la sua pace . - Non c ' è l ' immagine viva dell ' indole , dell ' aspetto , dell ' andatura d ' una persona ? PACIERE . Ebbene ? Niente . Sorrido a un ricordo mio , d ' un ' antica edizione del Conte di Carmagnola del Manzoni , che ebbi tra mano da ragazzo , nella quale all ' ultima scena , dove il Conte dice di sperare che la propria morte riconcilierà il duca Visconti con la figliuola , in vece di : è un gran pacier , era stampato : è un gran piacer la morte ; ed è quasi mezzo secolo che ogni volta ch ' io trovo quella parola mi ricordo d ' essermi scervellato un bel pezzo a pensare come fosse potuta sfuggire ad Alessandro Manzoni quella stramberia . PACIFICONE . Ecco una parola comunissima che in venti volumi che ho sulla coscienza sono ben sicuro di non aver usata mai , benchè mi sia occorso chi sa quante volte d ' esprimere l ' idea ch ' essa esprime ; ciò ch ' io feci senza dubbio con più d ' una parola , o con un ' altra meno propria . Dunque , memento . - Come ? - mi domanderai - ; anche alla Padella ci dobbiamo fermare ? - Sì , signore , e c ' è il suo perché ; sono anzi due . Lo sai che si chiama occhio il foro che è nel manico dell ' utensile benemerito , per attaccarlo al chiodo ? E sai che si chiama padella il piattello di latta , di cristallo o d ' altro , che si mette sotto il lume o sul candeliere per riparar l ' olio o la cera ? - Ma son minuzie , - mi rispondi - ; o se m ' occorrerà due volte o tre nella vita di nominar quelle cose ! - E batti ! Ma siccome ( e già lo dissi ) ci sono altre migliaia di piccole cose , che nella vita avrai da nominar poche volte , se tu trascurerai d ' impararne i nomi perché son cose di poco conto , ti troverai migliaia di volte impacciato . Ti capaciti ? E nota il vantaggio che ti dà la lettura del Vocabolario , dove , essendo detti tutti i significati di ciascun vocabolo , tu puoi imparare insieme i nomi di diversi oggetti , ciascun dei quali ti rammenterà l ' altro . Vedi , per esempio , più avanti , la parola PALA . Pala , attrezzo comune , pala del remo , pala del timone , pala delle ruote dei molini . - Vedi PALCO . I palchi fronzuti d ' una quercia , i palchi delle corna , i palchi delle pine , un vestito di seta con trine a tre palchi ; palco morto , quello che si dice in piemontese sopanta . - Poi PALLINO . Pallino da caccia , pallino delle bocce , della sella , della balaustrata , della chiave maschia ; soprannome d ' un cane , d ' un cavallo , ecc . ; bambino grassoccio . Più sotto , dietro PARACADUTE , una filza di cose che parano : PARACAMINO , PARAFOCO , PARAFUMO , PARAMOSCHE , PARAOCCHI , PARATASCHE , PARACENERE , PARACIELO d ' un pulpito , d ' una carrozza , d ' un tetto , ecc . Si piglia la lingua a retate . Rifacciamoci indietro . Ecco una bella parola per dire una cosa che ci occorre di dire spessissimo : PADREGGIARE , d ' un figliolo o d ' una figliola che somiglia al padre , o , come si dice famigliarmente , che tira dal padre . - Per solito le figliole padreggiano , i figlioli madreggiano . - Ecco la parola PAESANO , che noi dell ' Italia settentrionale non adoperiamo quasi mai nel senso di contrapposto a forestiero o a militare : - Vino paesano , ufficiale vestito da paesano . - Ecco alle parole PAGA e PAGARE una serqua di modi quasi tutti relegati fuor del nostro vocabolario parlato . - PAGACCIA , un cattivo pagatore . - Essere il PAGA della compagnia - dar le paghe , le busse . - Pagare a sgocciolo , alla stracca , coi gomiti , a chiacchiere , a respiro , sul tamburo , sulla cavezza , alla banca dei monchi , il giorno di San Mai , pagar di schiena . - E alla parola : PAGLIA : aver altra paglia in becco - ( un altro amore ) - mangiarsi la paglia di sotto i piedi ( rifinire ogni cosa ) - batter la paglia ( vagar col discorso ) - rompersi il collo in un fil di paglia - per ogni fuscello di paglia ( per un nonnulla ) .... Segue una serie di nomi di cose utili a sapersi . PALIOTTO , l ' arnese di stoffa o altro che si mette davanti all ' altare ; PALLA , il quadretto di tela per coprire il calice , e il globo di vetro che si mette ai lumi ; PALMENTO , la grande cassa dove casca la farina che esce dalle macine ( donde il modo : mangiare a due palmenti ) ; PEDANA , tappeto per sotto i piedi ; PEDAGNÓLO , il fusto dell ' albero ancor giovane ; PEDALE , il fusto dell ' albero da terra all ' inforcatura ; PELLÉTICA , pelle della carne da mangiare , o pelle floscia o cascante della persona ; PELO , di marmi o pietre o vasi , fenditura sottilissima somigliante ad un pelo . Sapevi tu i nomi di tutte queste cose ? No ? Ebbene , ti dico nell ' orecchio che parte gl ' ignoravo anch ' io , e parte li avevo dimenticati . E PALANDRA , per abito d ' uomo a lunga falda ? Che cosa dice il Sor Palandra ? Mi par di vederlo . Una sosta . Sostiamo un poco , e voltiamoci indietro . Vedi , nel breve tratto percorso , quante parole abbiamo trovate , che ci hanno destato un ricordo storico , portato l ' immaginazione in ogni parte del mondo , a cose remotissime di spazio e di tempo , dalle palafitte lacustri dell ' età preistorica alle architetture palladiane , dai paleosauri fossili ai bacilli del Pacini ! Abbiamo visto passare la paggeria pomposa delle Corti , i principi orientali portati in palanchino , i trionfatori romani in veste palmata , i giovani greci lottanti al Pancrazio , e dame e sonatori di lira e poeti tragici e ninfe cacciatrici di Diana ravvolte nella palla , e i lottatori delle feste panatenée in onor di Pallade , e i Bolognesi antichi plaudenti alla battaglia d ' ova e di porci della Pachetta . Ci son balenati dinanzi Attilio Regolo , che con le palpebre arrovesciate , spasimando , guarda il sole , e Carlomagno circondato di Paladini , e i Palleschi e i Piagnoni , partigiani e avversari dei Medici , e i Francesi caduti nel sangue delle Pasque Veronesi , e Paisanetto , la maschera genovese , e Pantalone , la maschera veneziana , e Pantagruele , figlio di Gargantua ; e di là da questa maravigliosa processione , una fuga di palazzi famosi , i palmizi ridenti di Liguria e di Sicilia , e il Palatino e il Panteon e le paludi Pontine e l ' orizzonte immenso della Pampa . Pensasti mai , leggendo altri libri , a tante cose e così diverse in così breve tratto di lettura ? E quante n ' ho tralasciate ! Ma Rimettiamoci in cammino . PANACÈA . Tu non sei di quelli che pronunziano panácea , non è vero ? Non t ' aver per male della domanda : non di rado io sento dire stentoréo per stentóreo , e qualche volta anche Satìro per Sátiro , santissimi numi ! E come sono efficaci le maniere : - LEVAR DI PAN DURO - , per mangiar molto , non lasciar che il pane diventi duro in casa ; - MANGIARE IL PAN PENTITO - FINIR DI MANGIAR PANE , per morire , e - PAN DI RICATTO - che si dice quando uno rifà agli altri quello che hanno fatto a lui . E RIMBRONTOLARE IL PANE a uno non è più espressivo di rimproverare e rinfacciare ? E com ' è ben significato e quasi effigiato l ' ipocrita untuoso in BOCCA PARI , poichè FAR LA BOCCA PARI vuol dire accomodar la bocca per ipocrisia ! Un ' altra parola , PARI , che non s ' usa quasi punto fuor di Toscana , benchè serva a dire molte cose che non si possono dire altrimenti che meno bene , o con più parole , ciò che in fondo è il medesimo . Per esempio , come diresti tu in altre parole : camminar pari pari o portar una cosa pari pari , perché non si spanda l ' acqua che v ' è dentro ? PARARE . È una di quelle tante parole comuni alla lingua e al dialetto , le quali noi non usiamo in certe forme perché , essendo queste anche dialettali , non le crediamo forme italiane . Di ' la verità : oseresti dire che una stanza è buia perché c ' è la casa di faccia che PARA ? PARA , senz ' altro , sottintendendosi il sole , la luce ? E dire : - Escimi davanti che mi PARI ? E : un pastrano che PARA il freddo ? E a un bambino , offerendogli qualche cosa : PARA bocca ? PARA mano ? PARA il grembiule ? PARA il sacco ? - No . Vedi , dunque . Ma di queste parole e locuzioni dialettali e italiane ne abbiamo già trovate parecchie nelle pagine antecedenti , e ne troveremo di più in seguito . - TIRAR LA PAGA , per riscuoterla . - Essere una cattiva paga , un cattivo pagatore . - PAGHEREI che tu provassi il gusto che c ' è a far questi lavori - Non PAPPARE d ' una cosa , non intendersene - Non aver PAURA , non temere il confronto . - PELAR gli uccelli , le castagne , PELARSI una mano con un ferro rovente . - Farsi PELARE , per farsi tagliare i capelli . - PRENDERE di qui , di là , da questa parte , da questa strada , per avviarsi . - PIGLIARSI , per isposarsi . Pare che que ' due si PIGLINO . - Lo so DA PER ME , viene DA PER SÉ . - PILUCCARE uno ( plucchè , piemontese ) per pigliargli i denari . - È un PIGLIA PIGLIA ( ciapa , ciapa ) . - E PAPPINO , PASTONE , PATAFFIONE , PATATUCCO , PIOTA , QUEI POCHI , per servo d ' ospedale , pasto per le galline , uomo grossolano , uomo stupido e bizzarro , pianta di piede grosso , quattrini . Vedi di quanti vani scrupoli e paure ti puoi liberare leggendo il vocabolario . Conosci i modi : PARLARE con le seste , PARLUCCHIARE sul conto altrui , PASSAR PAROLA a qualcuno d ' un affare , aver PASSATO con alcuno POCHE PAROLE , entrar in parole , pigliarsi a parole ? - Provati a trovare un altro modo che equivalga appunto quest ' ultimo , e vedi se PARTICOLARE , nella frase : - Tu sei PARTICOLARE , veh ! - da noi non mai usato , non dice qualche cosa di più di curioso e qualche cosa di meno d ' originale o strano , che qualche volta sarebbe troppo . E diciamo mai pascolare in senso attivo , come nell ' esempio : - Andò a PASCOLARE le pecore - ? PASSATELLA , di donna avanzata in età , è uno di quei modi riguardosi , da registrarsi nel Galateo della lingua , i quali possono attenuare , in certi casi , il risentimento d ' una signora rispettabile . E nota pure , perché ti può occorrere : - tirare una PASSATELLA , che è mandar la boccia in modo che tocchi quella dell ' avversario per rimoverla . - CANTARE A PAURA , che bel modo di dir : cantare per ingannar la paura ! E PENCOLARE nel senso di esser dubbio tra il sì e il no ? Ricordo un ragazzetto fiorentino che mi disse : - Io volevo che mi lasciassero andar solo a vedere il serraglio : la mamma pencolava , pencolava .... - Nota ( e noto anch ' io , perché son parole che imparo con te ) : - PECETTA , per seccatore ( bellissimo ) : Levami questa PECETTA di torno . - PASTRANAIO , chi alla porta d ' un teatro o altro prende e conserva i pastrani . - PATACCONE , un orologio grosso e vecchio . - PATATE ( volgarmente ) i calli . - PECORELLE , la schiuma dei cavalloni . - PEDINARE , il correre per terra degli uccelli .... In confessionale . Qui apro una parentesi , che già volevo aprire alla parola Paleografia , poi a Paleolitico , a Paleontologia , a Palingenesi , a Palinsesto , a Paralipomeni , e che dovrei poi aprire a Pirronismo o a Prammatica e ad altri vocaboli , se non lo facessi in questo punto . Zitto ! Non ti domando se di tutti quei vocaboli sai il significato : ti tratto da uomo . Quelle ed altre molte appartengono a una famiglia di parole che si potrebbero chiamare : della scienza sottintesa : parole che si senton dire sovente nelle conversazioni della gente colta o mezzo colta , e che spessissimo si leggono nei giornali ; le quali molti non sanno o sanno soltanto per nebbia che cosa significhino , e sarebbero impacciatissimi a dirlo ; ma fingono di capirle , perché hanno coscienza che è alquanto vergognoso il non conoscerne il significato . Fra quanti bravi signori , se fossero sinceri , seguirebbe la scena di quei due giurati del Fucini , i quali , di parola in parola , finiscono col dichiararsi a vicenda di non sapere che cosa voglia dir recidiva , che credevano un delitto snaturato ! Ebbene , questo è uno dei tanti vantaggi della lettura del Vocabolario : che tutti , scorrendo le sue pagine , possiamo colmare una quantità di piccole lacune della nostra cultura , le quali non confesseremmo neppure a un amico , aggiustare i conti della nostra coscienza letteraria , di nascosto , senza dover arrossire , come con un maestro fidato , che s ' interroga a quattr ' occhi , e che dà le risposte nell ' orecchio , e non risponde soltanto alle nostre domande , ma ci svela pure molte nostre ignoranze inconsapevoli , e vi ripara ad un tempo . Cito fra le tante che ci passeranno sott ' occhio una sola parola : preconizzare , che quasi tutti sanno , ma che moltissimi non intendono nel suo significato vero , poichè cento volte io l ' intesi usare nel senso di presagire , dove significa propriamente : proclamare l ' elezione d ' un vescovo , e quindi , per traslato , proclamare che che sia . Il Giordani preconizzò all ' Italia l ' ingegno del Leopardi . E si sente dire : - Io preconizzai la pioggia fin da ieri ! - E a proposito di pioggia : una PASSATA D ' ACQUA , una PASSATINA , per piccola pioggia , e che passa presto , come dice bene la cosa ! Da " Pencolone " a " Piaccicone " . Credo che avrò detto cento volte uno che pencola o pende camminando , e non dissi né scrissi mai : PENCOLONE , che m ' avrebbe fatto risparmiare parecchie parole . Notiamolo per ragione d ' economia . - L ' albero cade dalla parte che pende . I timorati della grammatica direbbero : dalla parte da cui o dalla quale pende ; ma è un modo che stride come un paletto arrugginito . PENNA . Qui c ' è un grappolo di modi che ti possono occorrere ogni momento : PENNA CHE FA , CHE INTACCA , SCRIVE CORRENTE , FA GROSSO , SOTTILE , STRIDE , SCHIZZA , LASCIA ( non finisce il tratto ) , SBAVA . - PENNATA , quanto inchiostro prende in una volta la penna . - PENSIERO . Nota la locuzione : HO FATTO PENSIERO di ritirarmi : è più che ho pensato e meno che ho fatto proposito . - PENSUCCHIARE , pensare meschinamente . Questo scrittore non pensa , ma pensucchia . - PENTOLINO . È bello il modo : TORNARE AL PENTOLINO , per tornare alla sobrietà , alla vita parsimoniosa di casa , dopo aver scialato . To ' : c ' è anche un modo per dir l ' atto di riunire i cinque polpastrelli della mano . FA ' PEPINO , se ti riesce , si dice a chi ha le mani aggranchiate dal freddo . E giusto , mostrami la mano : questa pellicola staccata dalla carne vicino all ' unghia si chiama PEPITA . Tágliatela , e osserva l ' uso del per nei modi seguenti , che per noi sono insoliti : - Si volsero PER ponente - Assalirono il nemico PER fianco - PER bambino , ha molto giudizio . - PER gobbo , dicono in Toscana , è fatto bene - Levò quel ragazzo DI PER le strade - Dare una cosa PER DI . Gli hanno dato questo quadro PER DI Raffaello . - E l ' uso del PERCHÉ in quest ' altro esempio : - La cagione PERCHÉ io lo cacciai di casa - più svelto che per la quale . PERDOVE . Volle sapere il perché , il percome e IL PERDOVE . - Vedi com ' è graziosa la parola PERSONALINO per figura : - Quella ragazza ha un bel PERSONALINO - , e com ' è espressivo il costrutto : - I facchini la mancia la pesano - ; il quale tu usi ogni momento nel dialetto , e non l ' useresti in italiano , pensando che sia un errore l ' oggetto doppio : corbellerie ! PESTARE uno di nerbate , un modo vigoroso . PESUCCHIARE , per pesare abbastanza . Questo bambino non pare ; ma PESUCCHIA . PETTATA , salita piuttosto forte : fare una pettata . - PETTEGOLATA , azione da pettegoli ; bada : non pettegolezzo . PRENDERE PER IL PETTO uno , fargli violenza . Un piacere lo fo ; ma non voglio esser PRESO PER IL PETTO . - PIACCICHICCIO . Con questo PIACCICHICCIO di fango , non si cammina . - PIACCICONE , PIACCICONA , chi fa le cose lentamente . - PIPA , per naso grosso .... altrimenti Nappa , che è la napia del nostro dialetto .... A proposito di Piaccicone , è da notarsi il gran numero di parole comprese nella sola lettera P , le quali definiscono il carattere , l ' aspetto , il modo di moversi e d ' operare d ' una persona ; tutte occorrenti spessissimo , in special modo nel linguaggio parlato . Per esempio : - Quel PALLIDONE d ' Eugenio . - Se tu dici invece : quella faccia pallida , non fai capir così bene che Eugenio è pallido sempre , naturalmente . - PANCETTA , chi ha la pancia grossa . Maestro Pancetta ; scherzoso , ma non impertinente . - PAPPATACI , chi soffre , mangia e tace . - PEPINO , è un PEPINO , di ragazzo o donna arguta e frizzante . - PETECCHIA , uomo spilorcio . - PIDOCCHIO riunto , rivestito , rifatto , rilevato , ignorante arricchito e superbo . - PISPOLETTA , PISPOLINO ( da pispola , uccello cantatore ) , donnetta vezzosa , o ragazzo o bambino piacente . E ne tralascio molte altre , che vedremo un ' altra volta , per finir con Puzzone , persona che puzza , e anche persona superba . - Tìrati in là , puzzone , che mi mozzi il fiato . - Che si crede d ' essere quella puzzona ? - E poichè si parla di puzzo , nota , com ' è detto bene di persona senza sentimenti e senza idee : - SENZA PUZZI E SENZA ODORI - ; che si potrebbe riferire anche a scrittori e a libri corretti , ma vuoti e freddi , che lasciano nel lettore .... il tempo che trovano . E ora , per riprender fiato , un ' altra occhiata alla Lanterna magica . Quante cose , oltre la lingua , in quest ' altro breve tratto che abbiamo percorso , e in altre poche pagine che possiamo precorrere con lo sguardo ! Armati ad ogni passo : Pentacontarchi , Peltasti , Petardieri , Pretoriani ; magistrati romani , con la pretesta strisciata di porpora , plaudenti ai gladiatori dal Podio ; e poeti e re e numi e genti d ' ogni età e d ' ogni latitudine , dai Pelasgi ai Lapponi .... che fabbricano pane con la corteccia del PIN DI RUSSIA . E che strana processione , Pilade , Pilato , Pindaro , Plinio , re Pipino , Petrarca , Platone , Plutone ! Abbiamo visto Pegaso trasvolare nelle nubi , passare il pétaso alato di Mercurio , Psiche spiar le forme dell ' amante incognito , Ulisse sterminare i Proci , Teseo giustiziare Procuste , Pirra far degli uomini coi sassi , Progne cangiarsi in rondine e Proteo in cento forme , e Perillo fabbricare l ' orrendo bue ciciliano , rogo e tomba di bronzo di corpi vivi . Abbiamo visto fender l ' acque le piroghe degl ' Indiani , scorrer sull ' Egeo la nave capitana del Morosini il Peloponnesiaco , errar sul Ponte Eusino l ' ombra d ' Ovidio ; e Aristotele passeggiare nel Peripato e la procuratessa Grimani in piazza San Marco ; e meditar sulla pila Alessandro Volta , e fuggire dalle Tuileries la testa a pera di Luigi Filippo ; e lontano , verdeggiar nell ' azzurro i giardini pensili di Babilonia e la vetta del monte Pimpla , sacro alle Muse . Che fantasmagoria , per gli Dei Penati ! Cento pagine di corsa . Di corsa , perché è ancora lunga la strada , e tu la rifarai da te a più bell ' agio . PIAGGELLARE , lodare , dar dell ' unto , più discreto di piaggiare , e anche nel senso di ninnolare , divertir con ninnoli . - PIANGERE . Di un vestito che non si confà a una persona si dice con traslato felicissimo che le PIANGE addosso , perché fa le grinze d ' un viso piangente , e di scarpe tutte rotte : scarpe che PIANGONO a cent ' occhi . Dire che ho cercato tante volte il contrapposto di valligiano , colligiano , senza trovarlo , ed eccolo qua : PIANIGIANO : me lo appiccico sulla fronte . PIANTACAROTE .... Ma questa è una parola comunissima , come l ' azione che esprime . Ora , ecco una manciata di modi comuni a vari dialetti , di grande efficacia . - PIANTAR spropositi . - PIANTAR uno a un dato posto ( in senso canzonatorio ) . - L ' hanno PIANTATO agli arresti . - PIANTARE una ragazza . - PIANTARE un amico lì su due piedi . ( Un poeta usò argutamente , in questo senso , la parola Piantagione ) . - PIANTAR gli occhi in faccia a uno . - PIANTARE il discorso , e andarsene . - PIANTAR casa . - PIARE , degli uccelli che cantano in amore , e PÍO PÍO ; e si dice anche PIARE delle castagne e delle patate che mettono : - Non lo vedete che queste castagne PÌANO ? - PIENO , una delle tante parole che nel vocabolario hanno il sacco : - PIENO zeppo , pinzo , colmo , gremito - bicchiere PIENO RASO - piatto PIENO a CUPOLA - nel PIENO INVERNO - nel PIENO DELLA NOTTE . - e così PIGLIARE : PIGLIARE a cambio , a chiodo , a calo , e nel senso d ' accendersi : - questo lume non PIGLIA - e in altri significati : - vino che PIGLIA d ' aceto - pianta che non PIGLIA - mastice che PIGLIA appena .... Ah che miseria ! Pensare che io pure , vecchio al mondo , dico quasi sempre queste cose in altri modi tanto meno spicci e meno propri ! - PINZO , PINZARE è proprio del morso degl ' insetti . - Nota i modi : - Starà poco a piovere . - Piove a paesi ( in qua e in là ) . - PÍPPOLO , che è una piccola escrescenza delle piante in forma di bacca , si dice pure d ' un ' escrescenza della carne : ho un amico al quale una gallina portò via un píppolo dal naso con una beccata . PÍTTIMA , per persona noiosa , è anche del nostro dialetto . A POCHINI A POCHINI se ne spende tanti , molto più espressivo e garbato che a poco a poco . - POPONE fatto , strafatto . - POPONE per gobba . Mi ricorda il sonetto del Fucini , dove al prete gobbo che dice che l ' uomo è fatto a somiglianza di Dio , Neri risponde : - Con quel popone non me l ' ha a dir lei . - O sciocco , va ' a dare il colore ai poponi . Amenità del vocabolario . Da quest ' ultimo esempio possiamo prender le mosse a una corsettina allegra , per vedere una quantità di modi proverbiali e di motti e d ' esempi lepidi e arguti , che nelle pagine precedenti abbiamo saltato a piè pari . Se leggerai tutto il vocabolario , vedrai che ce n ' è a profusione , che alle immagini e ai pensieri tristi vi predominano di gran lunga gli ameni , che il libro della lingua , insomma , è generalmente un libro gaio , gran motteggiatore e burlone ; e nei suoi motti non troverai soltanto fiori e vezzi di lingua faceta , ma anche molte sagge sentenze e verità utili e sani consigli . Rifacciamoci un po ' indietro , e spigoliamo alla lesta , senza tralasciarvi certi modi un po ' volgari , ma efficacissimi , che è bene conoscere , benchè non sia bene adoperarli . - Fàtti in là , disse la padella al paiolo . - Non si può esprimere più argutamente il concetto d ' una persona di cattiva reputazione che ostenta timore d ' insudiciarsi nella compagnia d ' un ' altra della stessa tacca . - Sei come la padella , che tinge e scotta . - C ' è da rivomitar le palle degli occhi , a mangiar certe bazzoffie delle trattorie . - Ti s ' ha a portare il panchetto ? A chi non finisce di chiacchierare per la strada . A Parigi , quando due comari stanno a chiacchiera un pezzo davanti a una bottega , esce il bottegaio con due seggiole , dicendo : - Ces dames seront peut - être mieux sur des chaises . - Aver della pappa frullata nel cervello , essere un baggeo . Di una cosa nauseante : - Fa venir su la prima pappa . - Soffiar nella pappa , fare la spia . - Da pappardelle ( certe lasagne ) : il condotto delle pappardelle , la gola . - Pappa tu che pappo io ( comune , credo , a tutti i dialetti ) , alludendo a due persone che mangiano d ' accordo in un affare . - Eh , non mi pappar vivo ! A chi risponde arrogante . - Aspetto che passi la mia , diceva quell ' ubbriaco che si vedeva girar intorno le case e non riusciva a trovar la sua porta . - Far passare il vino da Santa Chiara , degli osti che lo annacquano . - Nella sua testa c ' è andato a covare un passerotto , di persona senza senno . - Il SE , il MA , il FORSE , è il patrimonio dei minchioni . - Dottor Pausania , a persona che parla con molte pause e con prosopopea . Di una persona magra : - gli si sentono i paternostri nella schiena : - da paternostri , le pallottoline maggiori della corona del Rosario , alle quali somigliano i nodi della spina dorsale . A chi fa il superbo perché è arricchito , per ricordargli il tempo quand ' era povero : - Ti ricordi quando con una pedata ti rifacevi il letto ? ossia , quando dormivi sulla paglia . - Il caldo dei lenzuoli non fa bollir la pentola ( anche dialettale ) , la poltroneria non è guadagno . - Pare una pentola di fagioli ( si sottintende " in bollore " ) di persona catarrosa . - Dio ti benedica con una pertica verde . - Pillole di gallina ( le ova ) e sciroppo di cantina aiutano a star sani . - Di persona segreta : - Più chiuso delle pine verdi . - Tu fai piovere ! A chi parla con affettazione o canta male . - E ponza e ponza e ponza , venne fuori la Monaca di Monza , fu detto del Rosini , che con quel romanzo credeva d ' aver ammazzato I Promessi Sposi ; e si dice di chi fa un grande sforzo , che poi non dà degno frutto . - E udendo un suono di quel vento che esce dallo stomaco : - Al tempo dei porci erano sospiri . - Proserpina , di donna scarruffata . Vatti a pettinare , che con codesti ciuffi mi pari una Proserpina ( la figlia di Giove e di Cerere , rapita da Pluto ) . - Non esce mai dal bagno : o che ci sta in purgo ? Dal mettere una cosa in purgo , o in molle , perché prenda o perda certe qualità . - È meglio puzzar di porco che di povero , dicono i poveri che si vedon malmenati . Vespasiano a Tito , che gli chiedeva come mai avesse messo un ' imposta sull ' orina , mise una moneta sotto il naso , e domandò : - Puzza questa ? Ultima verba . POLIARCHÍA . Tu capisci la mia strizzatina d ' occhio : questa è una di quelle tali parole che è convenuto che tutti intendano , e di cui non è prudente domandare la spiegazione , in presenza d ' altri , a una persona che si rispetta . - POLPETTA , tu saprai per prova che cosa significhi in traslato : sgridata . Bello il verbo PORGERE nel senso di suggerire : - Fa ' quello che la natura ti porge . - Dice il popolo , in Toscana : - Un animo mi PORGE , il cuore mi PORGEVA di fare una data cosa . POSARE . Nota bene . Noi diciamo troppo spesso deporre , che è ricercato , per posare il cappello sopra una seggiola o il candeliere sul tavolo o altro simile ; io intesi anche gridare a un cane : - Deponi quell ' osso , come nelle tragedie si dice a un re : - Deponi quel serto . Corbezzoli ! - Positivo . Si dice famigliarmente di positivo per sicuramente , senza dubbio . A primavera c ' è la guerra DI POSITIVO . - Posteggiare , far la posta , non si dice soltanto d ' un animale alla caccia , ma anche d ' una persona : L ' ho POSTEGGIATO un pezzo all ' angolo di via Garibaldi , dove passa ogni giorno ; ma non comparve . - Si dice che PUÒ il sole , il vento in un luogo , per dire che ci batte forte , ed è un modo tanto efficace quanto lesto . Eccoci a PRATICA . E qui ammonisco me stesso : - Si ricordi bene , signor E . D . , che si dice far LE PRATICHE da avvocato , e non la pratica , come dice lei , e far pratiche , non le pratiche , per far quello che occorre a riuscire in un intento . E tu pure , figliuolo , a proposito di PRECIPIZIO , avverti , discorrendo , di non PRECIPITAR le parole , le sillabe , il racconto , che è un vezzo per cui si dice un PRECIPIZIO di spropositi ; e già fanno tutto male gli uomini PRECIPITOSI ; e non te la PRENDERE ( è un modo anche dialettale ) se t ' ammonisco con tanta franchezza . Su PRESA tiriamo via , perché tu capisci che cosa significa negli esempi : un muro che non ha fatto ancora PRESA , una colla , una pasta che non fa PRESA . Ma facciamo alto a PRESTIGIO , che il vocabolario definisce : influenza , forza abbagliante , ma di cui si fa ora un abuso ridicolo , adoperandolo nel significato più ristretto di stima e d ' autorità , e anche di serietà solamente , tanto che tutti credono d ' aver del prestigio da perdere , e io intesi dire persino d ' un cane da guardia , che aveva perduto ogni prestigio in una fattoria , per averci lasciato entrare i ladri di notte . - Grazioso il verbo PROSPERARE in senso transitivo : - Il Signore vi PROSPERI ! - PUGNO , ribeccarsi un pugno , mescere fior di pugni . Sentii dire in Toscana : - Quattro pugni bene scolpiti , che è proprio uno scolpire l ' idea . - Mi piace PUNTARE nel senso di fissare con insistenza una persona : La smetta , giovanotto , di PUNTAR quella ragazza ; e anche riflessivo , per ostinarsi : - Se si PUNTA , non ottieni nulla . - Ed ecco alla parola PUNTO un mazzo di modi da ricordarsi : - Far punto e da capo , stare a punto e virgola , ci sono i punti e le virgole ( in uno scritto perfetto ) , capitare in brutto punto , prendere in buon punto ( nel momento buono ) , se s ' affatica punto punto s ' ammala , non è ancora in punto ( all ' ordine ) . Per primo punto ti dirò .... - PURE DI , in senso ellittico . PUR di campare , fa di tutto : esprime il concetto con assai più forza che per campare , dicendo l ' amor della vita anche più forte del sentimento della dignità e della rettitudine . PUZZARE , PUZZACCHIARE . - Passa di qui a naso ritto : par che si PUZZI tutti ! - Il pesce PUZZA DAL CAPO . - Azioni che PUZZAN di ladro . Diciamo anche noi nel dialetto che una cosa non pagata , ma presa a credito , puzza d ' inchiostro , e d ' una cosa che si ritrova o si riceve inaspettatamente , e che ci fa comodo : - Un pastrano a questi freddi ? Non puzza . - Nota che noi usiamo quasi sempre , in vece di PUZZO , puzza , che è del linguaggio letterario . - Un puzzo che assaetta , un puzzo che si schianta , che si scoppia . - Di questo puzzo non ce n ' ho mai avuto in casa mia : s ' intende di questi peccati , di queste cattive azioni . E per rumore , putiferio : - Per un nulla non importava far tanto puzzo ! - E ancora vari nomi di cose , d ' uso raro fra noi , ma che è bene aggiungere al nostro vocabolario manchevole : - POSATURA , quella che lascia l ' acqua nella boccia , e che noi diciamo fondo , che è proprio del caffè , com ' è del vino e dell ' aceto fondigliólo . - PRODA del campo , del tavolino , del letto , del muro , del fosso , che noi diciamo malamente orlo . - PULCESECCA , sinonimo faceto di strizzatura o pizzicotto , o anche il segno che ne rimane . - Mi son fatto una pulcesecca con la fibbia , e in un sonetto del Fucini : e giù na pulcesecca ' n tel nodello . - PULCIAIO , un luogo pieno di pulci o sudicio . - Son capitato in un pulciaio di locanda ! - PULCINAIO , un luogo pieno di pulcini . - PULISCISCARPE e PULISCIPIEDI , che si mette all ' entrata delle case , e che si chiama Raschino se è di ferro . - PULSANTINO , la mollettina degli orologi , che serve , calcandola e girando il gambo , a rimetter l ' ore . - PUNZONE , forte colpo dato con le nocche o con la mano puntata . Gli diede un punzone nel petto che lo mandò con le gambe levate . - E questo è l ' ultimo vocabolo della processione del P , che se finisce poco bellamente con due scarpe per aria , non è mia colpa . Per finire . Credo di non averti seccato . Non ti saresti seccato neppure , credo , s ' io non avessi fatto molte omissioni per abbreviarti il cammino . Ho detto molte , ma sono moltissime , e in special modo di nomi storici , di termini architettonici , matematici , filosofici , chimici , nautici ; ai quali forse , leggendo in luogo mio , tu ti saresti arrestato . Anche ho trascurato un monte di vocaboli con cui ti sarebbe passata dinanzi una varietà grande d ' animali rari , di minerali , d ' erbe , di fiori , d ' alberi , di frutti , di medicinali , d ' alimenti , d ' abitazioni e di paesaggi , e d ' armi e di macchine d ' offesa e di difesa antiche e moderne , e di vestimenta e di costumanze e di giochi e di feste dell ' età passate e del tempo presente , che alla mia immaginazione presentavano , durante la lettura , un ' altra fuga ammirabile d ' immagini , di là da quella che tu vedevi con me , seguitando le mie citazioni . E ho tralasciato voci imitative , interiezioni , esclamazioni , facezie , proverbi , quanto era necessario che tralasciassi , insomma , per ridurre in una ventina di pagine più di quattrocento colonne di stampa . E queste quattrocento colonne non rappresentano che una lettera . Vedi che vasta e succosa e dilettevole lettura è quella del Vocabolario , e immagina quanto avrai imparato quando su tutte le lettere dell ' alfabeto avrai fatto il lavoro che abbiamo fatto insieme sopra una sola , ma con più attenzione , e smettendolo e ripigliandolo a intervalli , dopo ciascun dei quali ritornerai all ' opera con maggior curiosità e con più vivo ardore e con la mente meglio esercitata a scegliere , a osservare e a imparare . Sei persuaso ? E dopo questo , se qualcuno ti dirà che a leggere il Vocabolario si muor di noia e si sciupa il tempo e il cervello , mandalo .... alla lettera P . LA MEMORIA LATENTE . Ora ti debbo dire alcune cose per preservarti da un senso di scoraggiamento , dal quale è probabile che tu sia preso a quando a quando , nel primo corso dei tuoi studi . T ' accadrà qualche volta di passare in rassegna mentalmente il materiale di lingua che crederai d ' aver accumulato in vari mesi di letture e di appunti , e troverai nella tua memoria ben poca cosa , ti parrà che una gran parte di quel materiale ti sia sfuggito come un liquido da un vaso forato , e che un ' altra parte ti sfugga nell ' atto che lo cerchi , e rimarrai scoraggiato da quel disinganno , e quasi avvilito . Ebbene , sarai in errore . Una gran parte del materiale della lingua si va a riporre da sé in certi scompartimenti secreti della memoria , dove noi lo portiamo senz ' esserne consapevoli , e donde non esce se non quando è chiamato fuori da certe idee , con le quali è legato da fili sottilissimi , invisibili , per così dire , al nostro pensiero , e quindi non afferrabili dalla nostra volontà . Ma , nel parlare e nello scrivere , quando vorrai esprimere certi pensieri e nella ricerca viva dell ' espressione le tue facoltà intellettuali si ecciteranno , tu vedrai che ti verranno sulle labbra e alla penna una quantità di parole , di frasi e di costrutti , che non sapevi di possedere , e che ti parrà di non aver cercati . È una cosa che segue a tutti quelli che studiano la lingua , e che è per loro una sorpresa gradevole , come di trovare nelle tasche o nei cassetti carte preziose o danari dimenticati . Non ti sgomentare , dunque , se dai ripostigli della tua memoria non esce che pochissima lingua , quando a questa tu gridi : - Fuori ! - non per bisogno , ma per vederla soltanto , per metterla in mostra a te stesso . Quando n ' avrai bisogno davvero , saranno le tue idee urgenti e imperiose che andranno a picchiare all ' uscio delle mille celle in cui le parole stanno nascoste , ciascuna alla cella di quella che le conviene e le appartiene , e te le porteranno di volo sulla carta e alla bocca . E ti porteranno vocaboli e frasi che da lungo tempo non s ' eran più fatte vive nella tua mente , e che ti parrà d ' imparare in quel punto , e della forma felice in cui ti verranno espressi certi pensieri , rimarrai maravigliato come di roba non tua , che ti fosse suggerita da un altro , o come se scoprissi in te un altro te stesso , che parli e scriva una lingua più ricca , più propria , più efficace di quella che tu possiedi . Sii certo di questo . Molto spesso , ritrovando nel dizionario o nei tuoi appunti certi modi segnati da te un pezzo addietro , esclamerai : - Guarda ! Questo m ' era scappato di mente . - No , non t ' era scappato ; vi stava rimbucato , e dormiva , aspettando che venisse a risvegliarlo un ' altra parola o frase di senso o di suono affine , una voce sfuggevole dell ' animo , un ' idea sua parente od amica , alla quale egli si sarebbe manifestato ed offerto . Prosegui dunque con animo a leggere , a notare , a raccogliere , poichè tutto il materiale di lingua che ti metti in capo vi si ordina e vi si collega in mille modi , come in una officina oscura , a poco a poco , con un lavorìo spontaneo , del quale tu non hai coscienza . E non ne sarà affatto perduta neppur quella parte che non verrà fuori al bisogno , perché di molte voci e locuzioni effettivamente dimenticate , tu sentirai nella tua memoria il vuoto che v ' avranno lasciato , e di là le spierai e moverai per rintracciarle e prima o poi le ripiglierai al laccio per sempre . Prosegui nello studio , con viva fede nelle forze latenti e nel lavoro misterioso e maraviglioso della memoria , che ti sarà per sé medesimo un argomento di studio e una fonte di diletto profondo . IL PERICOLO . Ancora un ' avvertenza , prima di rimetterci in cammino . Bada che nello studio della lingua , in special modo per chi v ' ha inclinazione naturale , c ' è un pericolo : il pericolo d ' un così brutto malanno , che se io avessi anche solo un leggerissimo dubbio di potertelo tirare addosso con le mie esortazioni e i miei consigli , vorrei piuttosto che tu buttassi il mio libro sul fuoco come un libro scellerato . Sì , se nel culto della letteratura tu dovessi fare allo studio della lingua una troppo gran parte , riporre in essa il meglio dei tuoi sforzi e dei tuoi godimenti intellettuali , ridurti a considerarla , in somma , non come un mezzo , ma come un fine , e diventare uno di quei perdigiorni delle lettere che badano soltanto a baloccarsi con le parole e con le frasi , come se queste non fossero forme e suoni vanissimi quando non servono a dir qualche cosa che piaccia o che giovi , io ti direi che è meglio per te rinunziare a questo studio , e continuare a scrivere e a parlar male per tutta la vita . E sappi che il malanno c ' entra dentro lentamente , senza che ce n ' avvediamo . La nostra innata pigrizia intellettuale c ' induce a poco a poco a tenere in conto d ' un nobile esercizio dell ' ingegno il facile lavoro di accumular vocaboli e locuzioni , e a credere che sia arte e scienza ciò che con l ' arte ha che fare come la preparazione dei colori con la pittura , e con l ' alta matematica lo studio della tavola pitagorica . Non occupandoci più d ' altro che di lingua , finiamo con non cercare e non raccoglier più altro nelle opere dell ' ingegno altrui ; ci avvezziamo a non veder più bellezza che nella bellezza della parola , a non badar più che alla forma anche nelle pagine più splendide di pensiero e più calde d ' affetto , a non più pensare noi medesimi , scrivendo , se non quanto è necessario ad aver qualche cosa da dorare e da infronzolare con gli orpelli e coi nastrini del nostro guardaroba linguistico . Ed ecco lo studioso della lingua che , naturalmente , a grado a grado , diventa pedante e intollerante , come il bigotto diventa superstizioso e misantropo ; che non ha più altro nel cranio che una grammatica e nel petto che un vocabolario , e nelle cui mani la lingua perde lume , calore e vita , per ridursi una materia inerte e fredda , da mettere in mostra a diletto di chi ha gli occhi confitti in una fronte vuota ; ecco il linguaio degenerato , uggioso e ridicolo , che sempre e da per tutto dove imperò , isterilì la letteratura , uccise l ' arte e prostituì l ' idolo che stupidamente adorava . Ma tu non ti lascerai andare per quella china ; tu terrai sempre per fermo che ogni studio diretto a parlare e a scriver bene sarà fatica , peggio che sprecata , rivolta a tuo danno , se ti distoglierà dall ' esercitar l ' ingegno a un più alto fine ; tu studierai la lingua per diventarne padrone , non per fartene servo , per servirtene , non per adorarla ; tu ne farai forza e bellezza , ma non la sostanza stessa del tuo pensiero , che si dissolverebbe nel vuoto , non l ' alimento unico del tuo intelletto , per cui si muterebbe in veleno . No , tu non seguirai la via del professor Pataracchi . IL PROFESSOR PATARACCHI . Fu forse l ' ultimo dei veri , grandi , formidabili pedanti italiani ; per i quali io non capisco come non sentano ammirazione anche i loro avversari e le loro vittime , perché è sempre ammirabile chi combatte ferocemente , senza tregua , fino alla morte , per una causa ch ' egli crede santa ; anche se sia una causa sballata . E per tutta la vita il professor Pataracchi , paladino di Nostra Santa Lingua Immacolata , ritto sulla rocca sacra del Purismo , già rotta da ogni parte , eroicamente ostinato ed intrepido , menò la spada sui barbari assalitori , e ne fece memorando sterminio . Il suo Credo era questo . Lingua e nazione sono una cosa sola : dunque chi offende la lingua tradisce la patria ; dunque chi parla e scrive male , chi contamina l ' idioma nativo di francesismi e d ' idiotismi , ha da essere odiato e vituperato come il più nefando dei malfattori . E poichè in questa fede era sincero , la professava , con logica rigorosa e costante , anche nella pratica della vita , non curandosi né d ' inimicizie né di danni che glie ne potessero incogliere . E siccome il suo purismo arrivava a tal segno , da respingere ogni frase o parola che non avesse il suggello della classicità più genuina , fino a non ammettere in alcun modo nessun vocabolo nuovo , per quanto fosse giustificato dal bisogno o dall ' uso comune , si capisce com ' egli dovesse odiar mezzo mondo e si facesse prendere in tasca da quasi tutti quelli che gli s ' avvicinavano . Dico quasi tutti , non tutti , perché a me e a pochi altri , che sapevamo quanto un ' offesa alla lingua lo facesse veramente soffrire , egli destava , insieme con l ' ammirazione del suo foco sacro , un sentimento di schietta pietà . Perché dirgli una parola o una frase che gli pareva illecita era come forargli le carni con un punteruolo d ' acciaio : avrebbe gridato in mezzo alla strada , se non avesse temuto di far gente . A chi gli rivolgeva una domanda in forma scorretta , non rispondeva , o tardava un pezzo a rispondere , per fargli capire che l ' aveva offeso e per lasciargli il tempo di ritrattar l ' ingiuria . A certi cattivi scrittori e parlatori , quand ' io lo conobbi , aveva levato il saluto da anni . Domanderete perché non lo levasse a me pure . Ma coi giovani che lo frequentavano con buona disposizione d ' alunni , e fingevano di consentir con lui e di voler battere la sua via , usava qualche indulgenza . Non faceva però complimenti nemmen con loro quando gli toccava d ' udire o di leggere in qualche loro scritto una locuzione o un costrutto di lega impura . Diceva fuor dei denti : - Queste son bricconate , mi scusi . - Questo non è uno scrivere da galantuomo . - O dove ha pescato questa porcheria ? - Per lui non c ' era differenza fra il commettere un atto di lesa maestà del suo dizionario e rubare un orologio o fare una cambiale falsa . Avrebbe voluto che nel Codice penale ci fosse un articolo per questo genere di reati . E non faceva grazia a nessuno . Nessuno scrittore lo contentava perché il buon effetto di qualunque pagina più bella e eloquente , se pur lo sentiva ancora , gli era distrutto ipso facto da una sola parola illegittima ch ' egli v ' inciampasse . Anche quei pochi puristi della sua razza , che rimanevano in Italia , e ch ' erano generalmente canzonati per la loro feroce pedanteria , anche quelli li giudicava di manica troppo larga , troppo cedevoli , vilmente propensi a venire a patti con la barbarie invadente . Ed è a notarsi che furioso in particolar modo era contro i suoi concittadini toscani , e contro i fiorentini più che mai , ch ' egli accusava d ' essere i primi e più infesti corruttori della loro lingua . Già erano imbarbariti i suoi coetanei ; ma erano assai peggio i loro figliuoli . Diceva che " veniva su una generazione toscana senza freno né legge , la quale preparava al suo paese un triste avvenire " perché nel suo concetto un parlatore o scrittore " maculato " non poteva che seminar dei guai in qualunque campo o forma d ' azione operasse . Ricordo d ' avergli udito dire , all ' annunzio di non so che nuovo Ministero : - Ministro dei lavori pubblici quello sgrammaticante ? Ne vedremo delle belle ! - Non avevano altra sorgente anche i suoi odi politici , perché di politica non si curava , e non riconosceva altra quistione nazionale o sociale che quella della lingua . E sebbene , in fondo , fosse tutt ' altro che un cattivo uomo , serbava i suoi odi linguistici oltre il rogo . Udendo ch ' era morto un tal letterato , una delle sue bestie nere : - Come uomo - disse , - lo compiango ; come scrittore .... è una pestilenza di meno . È giusto dire che della purità assoluta che voleva dagli altri , egli dava l ' esempio , non solo in quel pochissimo che scriveva , ma anche parlando ; ciò che gli doveva costare una cura assidua e faticosissima , perché , in somma , non viveva mica fuori del mondo presente , e le parole nuove , i francesismi correnti , gl ' idiotismi d ' uso universale e necessario dovevano penetrare e sonar di continuo anche nel cervello suo , come nei polmoni di tutti entrano i microbi dell ' aria . Ma di lingua era dotto davvero , e non c ' era caso che peccasse . Di certe cose , delle quali , senza peccare , non avrebbe potuto discorrere , non discorreva mai . Certe novità , a cui non si poteva dar altro che un nome nuovo e barbaro , non c ' era verso di fargliele nominare . Altre le nominava con un vocabolo antico , o di conio proprio , risolutamente , non dandosi alcun pensiero di non essere capito , o d ' esser franteso , o di far ridere gli uditori ; il che seguiva sovente . Chiamava , per esempio , una dimostrazione popolare : una raunata di popolo ; guardie del fuoco , i pompieri ; traino , il treno della strada ferrata ( partirò col traino diretto , diceva ) : un banchetto , non di trecento coperti , ma di trecento tovaglioli ; negava la medesimezza della così detta casa di Dante in Firenze . E non diceva mai semplicemente il re , poichè era monarchico umilissimo , ma neanche Sua Maestà , che condannava come modo improprio : diceva la maestà del re : la maestà del re arriverà domani . Ma i due più belli esempi della sua audacia di purista , diventati famosi a Firenze , sono le voci antiche con le quali s ' ostinava a designare due imposte , ch ' egli chiamava gravezze : l ' imposta progressiva e quella della ricchezza mobile , già esistenti ai tempi della Repubblica : la decima scalata e l ' arbitrio . E tutte queste parole , e le altre , pronunziava con aria di sfida fra i " neologizzanti " quasi gettandogliele in faccia ( scrivo così perché è morto ) e dicendogli con gli occhi : - Beccatevi questo , e fatene vostro pro , pezzi d ' ignoranti . Variatissimo e comicissimo era il suo vocabolario di pedante vituperatore di barbari ; nell ' uso del quale egli graduava il vituperio con rigorosa giustezza . Da modo non bello , brutta voce , vociaccia , robaccia , veniva su su a mostriciattolo , mostruoso vocabolo , voce appestata , abbominevole voce , parola infame . Così d ' un francesismo tollerabile si contentava di dire : sente di francese , e via via : e ' pute di francioso ( il francioso aggravava ) o di gallico ( che era più grave di francioso ) ; francesismo vile , fetentissimo , sgangherata voce gallica , scempiata metafora transalpina . E in diversi modi egualmente fieri e lepidi ammoniva i giovani a rifuggire da quei delitti : - Al fuoco questa parolaccia ! - Al gasse ! - Alla cassetta della spazzatura ! - Deh , non lo dire ! - Via quest ' orrore ! - La lasci agli acciabattoni ! - E lascio altre sue maniere usuali : - Goffe eleganze romanzieresche , sconce sgrammaticature segretariesche , stomachevoli parole muschiate , sguaiate leziosaggini , turpi granciporri : n ' aveva una collezione infinita . Ma non era mai così bello a vedere e a sentire come quando scorreva un libro nuovo e sospetto , con quel viso sanguigno e minaccioso , con quei baffi irti , che s ' appuntavano contro la pagina come penne d ' istrice , con quelle unghie adunche , piantate sui margini , come pronte a graffiare . Egli segnalava il francesismo con una contrazione del viso come se vedesse correre fra le righe un insetto schifoso . La manifestazione più tenue del suo sdegno era un pugno sul tavolino . Quando una parola o una frase lo urtava più forte , prorompeva in invettive contro il fantasma dell ' autore : - Ah , italiano rinnegato ! - Camerlingo degli spropositi ! - Sgrammaticato malfattore codardo ! - E l ' ultima espressione della sua collera era un riso ironico forzato , che gli scopriva i denti canini , accompagnato da uno scotimento di spalle , con cui fingeva un ' ilarità smodata . Ma dopo questo sforzo , sbatteva il libro nel muro e andava fuor della grazia di Dio . - A questo punto siamo arrivati ! Ma è un ' aberrazione , una demenza universale . L ' Italia va in isfacelo . Quando non c ' è più lingua non c ' è più nulla . È finita . Oh bastarda razza di traditori ! Povero professor Pataracchi ! Conservarmi la sua benevolenza costò a me qualche fatica ; ma deve aver faticato più lui a non levarmela . Chi sa quante volte fu in procinto di dirmi come Virgilio all ' Argenti : - Via costà con gli altri cani ! - Poichè , in somma , gli dovevo parere un ipocrita , io che per tenermi nelle sue buone grazie gli davo ragione a parole , ma seguitavo a scrivere come un Ostrogoto , non potendomi ribellare alla terminologia dei regolamenti , poichè scrivevo di cose militari . - Ma è proprio proprio costretto - mi domandava qualche volta - a servirsi di codesto orribile gergo caporalesco ? - Io rispondevo di sì , e mi giustificavo umilmente . Ed egli mi diceva : - La compiango ! - E forse fu la compassione che mi mantenne la sua amicizia . Il giorno prima di lasciar Firenze per sempre , m ' andai ad accomiatare da lui . Fu più affettuoso che non m ' aspettassi . Forse lo impietosiva il pensiero ch ' io m ' andavo a stabilire a Torino , poichè a lui , per rispetto alla lingua , Torino doveva parere un covo brigantesco , dove io non potessi far altro che una miseranda fine . M ' accompagnò per un tratto di via del Cocomero . All ' angolo di via degli Alfani , prima di lasciarmi , mi disse qualche parola benevola , raccomandandomi la lingua . Forse gli avrei lasciato un buon ricordo di me , se non avessi più aperto bocca ; ma all ' ultimo momento guastai la frittata . - Se per combinazione - gli dissi - venisse una volta a Torino , abbia la bontà d ' avvertirmene . Mi metterò ai suoi ordini . Sarò felice di rivederla e di servirla . - Grazie , - rispose stringendomi la mano . - Buon viaggio , e a rivederla . E mi lasciò . Ma fatti pochi passi , mi richiamò con un cenno , e mi disse : - Senta . Combinazione , per caso o casualità , mi perdoni , è orribile . E se n ' andò senza dir altro . Furon quelle le ultime parole ch ' io intesi dalla sua bocca purissima . Fulminò ancora i barbari per sette anni , e poi morì sulla breccia , ravvolto negli avanzi della sua bandiera . [ 162 bianca ] PARTE SECONDA . [ 164 bianca ] Nel corso degli studi che farai sulla lingua , con la penna alla mano , nei vocabolari e negli scrittori , se vorrai impadronirti durevolmente delle cognizioni che verrai acquistando e ricavarne il maggior vantaggio possibile nel parlare e nello scrivere , sarà bene che tu le ordini nella tua memoria , raggruppandole intorno a certi concetti , che dovrai tener sempre presenti . A ciascuno di tali concetti , o per dir meglio , divisioni della materia , dedicherò un breve capitolo . Sarà una serie di consigli e d ' avvertenze intorno alle relazioni della lingua coi dialetti , alla lingua che non si sa , alla lingua che si sa , ma non s ' usa , alla lingua impropria , alla lingua abbreviativa , ai sinonimi , alle definizioni , ai modi famigliari , al linguaggio faceto , al modo di variare il proprio materiale linguistico . Ragioneremo poi dei francesismi e delle parole nuove , degli spropositi più frequenti e dei luoghi comuni più usuali del linguaggio corrente , e delle licenze lecite e di quelle che offendono i diritti della Grammatica ; e in fine faremo insieme una corsa a traverso la letteratura italiana per scegliere gli scrittori che tu dovrai leggere e studiare di preferenza . Non ti spaventare della via lunga : la percorreremo alla lesta , scherzando spesso da buoni amici , e ricreandoci ogni tanto nella compagnia d ' originali piacevoli . Adelante , Pedrito . LE LAGNANZE D ' UN DIALETTO . DIALOGO FRA IL DIALETTO PIEMONTESE E LA LINGUA . ( Il dialetto è il piemontese ; ma il dialogo può star benissimo con qualunque altro dialetto d ' Italia , sostituendovi altre voci e locuzioni a quelle che son citate ad esempio ) . LA LINGUA . - Buon giorno , fratello . Tu hai la cera rannuvolata . IL DIALETTO . - Me la vedo come in uno specchio , Signora , e mi duole di presentarmi a Voi in quest ' aspetto . L . - Perché mi chiami Signora ? Altre volte ti dissi che mi piace esser chiamata sorella . La fortuna e la gloria non m ' hanno fatto montare in superbia . Non siamo , tu ed io , rami dello stesso tronco ? figliuoli della stessa madre ? legati ancora e per sempre da mille somiglianze e proprietà comuni , dalle quali lo straniero riconosce in noi , a primo aspetto , il comun sangue latino ? Che cosa t ' affanna , fratello ? D . - Ti ringrazio , sorella illustre e venerata . ( Scattando ) Ma è proprio questo pensiero che mi fa stizzire : d ' aver che fare con una razza d ' ingrati , i quali , disconoscendo i vincoli che mi legano a te , credono di farti onore disprezzandomi , e , parlando e scrivendo italiano , rifiutano un monte di parole e di frasi mie come se fossero barbare per il solo fatto d ' esser mie , e vanno predicando ai ragazzi che , per non offenderti , debbono rifuggir da me come dalla peste bubbonica . L . - Lo so . D . - E che ne dici ? L . - Confòrtati . Mi fanno sovente la stessa lagnanza i tuoi fratelli . E scrisse pure un grande maestro che ogni italiano , per imparar la lingua , la dovrebbe studiare tenendo tanto d ' occhi aperti sul proprio dialetto ; con che volle dire che v ' è in ciascun dialetto una grande quantità di modi e costrutti comuni alla lingua ; conoscendo i quali , ed usandoli , riuscirebbero tutti ad esprimersi in italiano con assai più facilità ed efficacia che ora non facciano , poichè a quelle forme che si presentano loro spontanee , ed essi rifiutano come puramente vernacole , ne sostituiscono altre quasi sempre men naturali , appunto perché cercate , e meno proprie , perché meno naturali . D . - Ecco la gran verità , sii benedetta ! Mi disprezzano per onorarti , e offendono te , disprezzandomi ; mi fuggono come un nemico , quando si potrebbero giovare di me come d ' un maestro . L . - Dici il vero . Ma non pensar che ti disprezzino . Ogni giorno sento dire da italiani di questa o di quella provincia che il loro dialetto è più vivace , più vario , più espressivo della lingua , e che col proprio dialetto soltanto riesce loro di dire tutto quello che vogliono , d ' esprimere tutte le particolarità d ' ogni loro pensiero , tutte le sfumature d ' ogni sentimento . Vedi dunque ! Ma è singolare . E non sospettano che la grande difficoltà ch ' essi trovano a dire in italiano tutto quello che vogliono , deriva principalmente dal credere non italiane una buona parte di quelle forme con le quali appunto possono dir tutto nel vernacolo . D . - Tu mi riconforti , sorella . Ma se sapessi quanti affronti mi tocca d ' ingollare ! Ne sento da ogni parte e d ' ogni specie . È dialetto ; dunque moneta falsa : è la massima . Sento molti ridere quando uno dice , parlando italiano : - legger la vita , mangiar la foglia , bruciare il pagliaccio , trovare una bella vigna , tirarsi da banda , battere il taccone , ridere sul mostaccio ad un tale , far filare uno , far pressa a un altro , tramutare un tavolino , battere una culattata in terra , andar lì lì per morire , tirare avanti la famiglia .... O dimmi tu : non sono modi italiani , di tua proprietà incontestabile , sorella mia ? L . - Li riconosco . D . - O dunque ! E ne potrei citare mille e passa . Giusto , eccone un altro , che guai a chi gli scappa . Bisogna sentire come si spassa certa gente colta alle spalle dei poveri ignoranti che s ' ingegnano di parlare italiano , per certe parole e frasi italianissime , credute piemontesismi grossolani . Ho sentito una famiglia intera dare in una risata perché alla domanda : - che tempo fa ? - la serva rispose : - È nuvolo ! - Diedero in un ' altra risata , un ' altra volta , a sentirle dire : - Com ' è peso questo bimbo ! - La stessa cosa , un giorno ch ' ella disse : - La botte versa ; bisogna stopparla . - Ma aspetta , che te ne citi dell ' altre più curiose , coi commenti relativi degli italianissimi . - Sono uscito senza niente in capo . - Bell ' italiano ! - Se ci sono stato ? Quelle belle volte ! - Ah quelle belle volte , che perla ! - Grazie ! Ho mangiato il mio bisogno . Un signore che mangia il suo bisogno ! - No , l ' assicella va messa per così . Per così parli la lingua , Ostrogoto ? - Dove sta il tale ? Deve star per qui ( qui vicino ) . Dio di misericordia ! - Svelto come sei , fai un momento a arrivare a casa . - O come si fa a fare un momento , citrullo ? - Dopo la Norma , andrà su l ' Ernani . L ' Ernani che va su ! A quale altezza ? - Se non c ' è appunto sei miglia , siamo lì . Dove lì ? - Ah , povera Italia ! Dimmi ancora : c ' è qualche cosa che offenda la tua purità in tutto quello che ho detto ? L . - Nulla , fratello . Son tutte forme della lingua parlata , usatissime da chi più mi conosce e mi rispetta . D . - Deo gratias . Se tu sentissi , in certe case , dove si parla l ' italiano per istituto , che rabbuffi toccano a dei poveri ragazzi quando si lasciano scappare di bocca spasseggiare , slargare , sgraffignare , disgruppare , ciaramellare , tambussare , ciucciare , impappinarsi ! - Questo è italiano di Porta Palazzo : bene spesi i denari per mandarti a scuola ! - A un ragazzo che diceva piangendo : - M ' hanno dato ! ( delle busse , era sottinteso ) , udii rispondere : - E te lo meriti , se parli italiano in codesta maniera . - E : - berrai quando parlerai meglio - a un altro , che chiedeva dell ' acqua dicendo che aveva una sete del diavolo . E non parlo delle correzioni che fanno molti insegnanti ai componimenti scolareschi ; nei quali , oltre agli errori inevitabili nella prima età , bollano come strafalcioni , per la sola ragione che sono dialettali , una quantità di modi correttissimi , che i piccoli scolari , poveretti , non sono in grado di giustificare . Se ne vuoi sentire .... L . - Ne son curiosa . D . - E io ti contento . Ho appunto sott ' occhio i componimenti d ' una quarta classe elementare , corretti da una maestrina , della quale non si può dire che non conosca la lingua , chè anzi scrive benino . Ebbene , ci trovo segnati come piemontesismi , con la matita rossa , una decina almeno di modi , che tu certamente non ripudii . - Torino fa 350 000 abitanti . C ' è un frego rosso sul fa . - La famiglia costumava festeggiare il natalizio del babbo . Condannato costumava . - La mamma si tapinava tutto il giorno . Bollato il tapinava . - Doman da sera . Tre punti d ' esclamazione . - Un dopo desinare verrò da te . Un frego rosso all ' un dopo desinare e al verrò , chè s ' ha da dire andrò , si capisce . Passò da Torino , invece di per , sottolineato . - Disse che non ci sarei riuscito ; ma io l ' ho fatto bugiardo . Un punto interrogativo rosso accanto a questo modo . - Son nato del 1891 . Riprovato il del . Figurava di non volere ; ma non aspettava altro . Sostituito fingeva . - E tu non vieni ? fa la sorella . Crociato il fa . - Una cosa fatta come va . Un tratto rosso anche a questo . E se ne vuoi dell ' altre , che ho pescate altrove , ce n ' ho un cestone .... L . - Codeste mi bastano , chè ne so molte anch ' io . Quanto rosso sciupato , dio buono ! E questo è risibile , che i più di coloro che si dànno tanta cura per iscansar codesti pretesi errori dialettali , si lasciano sfuggire a ogni tratto dialettismi veri e bruttissimi , per isbadataggine , o perché non li conoscon per tali . Ed è naturale : non si può badare insieme a ogni cosa : mentre si guardan dagli uni , inciampano negli altri . D . - E così dagli altri italiani mi fanno dar del barbaro coi dialettismi veri , e mi trattano di barbaro essi medesimi dando la caccia ai dialettismi falsi . E mi son ristretto a citare vocaboli . Lascio da parte un gran numero di forme sintattiche , di legature , di giri di frase svelti e efficaci , che sono cosa mia e tua ad un tempo , di cui potrei cavare esempi dai tuoi più grandi e puri scrittori , e da cui si guardano parlando e scrivendo italiano , come da azioni disoneste , per usare invece forme scontorte , giunture che stridono , costrutti forzati e pesanti ; che sono nel concetto loro i soli corretti . E m ' hanno l ' aria di gente che fabbrichi dei ponti per passare un fil d ' acqua ... L . - Ed è vero anche questo , fratello . E hanno ragione al par di te i fratelli tuoi , che un fanno le stesse lagnanze . Ma il tempo vi renderà giustizia , non dubitare . Via via ch ' io sarò conosciuta e parlata da un numero sempre maggiore d ' italiani , scoprendo questi da sé quante voci e forme son comuni a me e ai loro vernacoli , e gli scrittori mettendole in mostra e in commercio , sempre più si farà manifesta la vanità di gran parte della fatica che ora si dura a scansare errori immaginari , e una sempre più larga parte dell ' esser tuo si confonderà col mio nelle lettere , e ti sarà reso l ' onore che meriti , e saranno lamentati gli oltraggi che ora ti si recano , e si trarrà da te forza , vita , colore , varietà , comicità , naturalezza , per parlare e per scrivere italianamente . Mi credi ? D . - M ' hai racconsolato . Ti ringrazio .... e ti riverisco , Signora . L . - Chiamami sorella . D . - Sorella ti posso chiamare nel corso dei nostri colloqui ; ma non presentandomi a te , né accomiatandomi . Nell ' atto di salutarti , il mio amor fraterno è sovrappreso da un senso di riverenza . Dietro di te , vedo Dante . LA LINGUA CHE NON SI SA . Ne abbiamo già detto qualche cosa ; ma di passata , ed è bene riparlarne . Intendo dire principalmente di quel gran numero di nomi di cose , che noi non sappiamo e che non ci curiamo di sapere , perché di quelle date cose non abbiamo mai occasione o bisogno di parlare se non nel dialetto ; ma che deve imparare chi studia davvero la lingua , perché questa non si saprà mai che malamente se non se ne studia più di quanto occorre a parlarla alla meglio fra di noi , dove non se ne parla che mezza . Noi la dobbiamo studiare , non in relazione coi nostri bisogni immediati e abituali , ma come se fossimo certi di dover quando che sia andar a vivere in una regione d ' Italia dove neanche una parola del nostro dialetto sia intesa , e dove , per conseguenza , ci sia necessario parlare sempre e d ' ogni cosa in lingua italiana . Ora le cose delle quali ignoriamo il nome italiano sono innumerevoli , e noi non c ' illudiamo che sian poche se non perché , parlando la lingua , ci siamo assuefatti per modo a scansare di nominarle , che quasi non ci accorgiamo più del nostro gioco . E questa illusione è anche maggiore nei giovinetti che , vivendo in un giro più ristretto d ' idee e di faccende , hanno di solito meno cose da dire che gli uomini , e con minori particolari , e con minor necessità d ' essere esatti . Ma se potessero i giovanetti immaginare in quanti impicci si troverebbero parlando la lingua , quando fossero trasportati di sbalzo in un ' altra regione d ' Italia , fuor del piccolo mondo della famiglia e della scuola in cui è circoscritta la loro vita , quanta parte di lingua s ' accorgerebbero d ' ignorare , assolutamente necessaria , e soprattutto quante cose si troverebbero costretti ogni momento a descrivere , invece di nominarle , con molto stento e non senza vergogna , se questo potessero immaginare , credo che non occorrerebbe loro altro eccitamento per indursi allo studio . A questo proposito ebbi da ragazzo una lezione che mi riuscì utilissima . Da qualche tempo studiavo la lingua , e mi illudevo che fosse un gran che quel poco patrimonio di parole e di frasi letterarie , che m ' ero ammucchiato nel capo ; e ne menavo gran vanto . Un giorno fui invitato a colazione da un mio vecchio zio , che stava in una villetta , sulla riva d ' un torrente , a qualche miglio dalla piccola città piemontese , dov ' era stabilita allora la mia famiglia . Era uno spirito mordace , benchè buono d ' indole , dotto di storia , e conoscitore profondo della lingua , della quale s ' occupava ancora con amore . Eravamo alle frutte , quando il discorso cadde su quest ' argomento , ed io vantai i miei studi di lingua col tono d ' un filologo , che potesse parlare in cattedra della materia . Spiacque la mia sicumera al buon vecchio ; il quale sorrise con aria maliziosa , e mi disse : - Vediamo dunque un poco , signor linguista , se la dottrina corrisponde al vanto . Vuol ella scommettere che senza uscire dal giro delle cose che abbiamo sotto gli occhi , di nove su dieci che glie ne accenno ella non sa il nome , e neppure delle operazioni usualissime che vi si riferiscono ? - E cominciò la prova , che m ' è rimasta bene impressa nella mente , perché egli mi fece notar le parole con la matita . - Eccoti il fiasco - , mi disse . - Sai come si dice gettar via dal fiasco pieno un poco di vino per purgarlo da qualche cosa di poco netto ? No ? Sboccare il fiasco . Sai come si chiama l ' operazione di riempire un fiasco scemo ? No ? Rabboccarlo . E come si dice con una sola parola vuotare un mezzo fiasco ? Neppure . Si dice ammezzarlo , un fiasco ammezzato . Hai detto che questo vino è un po ' infortito , ed è vero : comincia a prendere il fuoco ; ma sai come si dice del vino infortito che pizzica la lingua e il palato ? La parola propria ? No . Si dice che ha l ' appinzo . Guarda questo bicchiere : vedi questo spazietto interposto nella sostanza del vetro ? Sai come si chiama ? Púlica . E la parte più sottile della lama di questo coltello , che è fermata nel manico ? Códolo . E il dente della forchetta ? Rebbio . E questo ? Reggifiasco . E quest ' altro ? Reggiposate . E ciascuna di queste ciocchette di chicchi che formano il grappolo , sai che si chiama racìmolo ? E fiócine la buccia dell ' acino ? E vinacciuolo il granello sodo che v ' è dentro ? E il nome di questa buccia interiore della castagna ? Peluria , andiamo . E questa parte della lattuga , composta delle foglie più piccole e più tenere , che fanno cesto , come la chiami ? Grùmolo . E il reticino per scoter l ' insalata ? Nemmen questo . Scotitoio . O veda un po ' , signor linguista ! Riprese fiato e tirò innanzi . - Ora ti servo le frutte . Son certo che non sai che si dicono sfarinate le pere come queste , che non reggono al dente , come le patate , che sfarinano ; né che si dicono maculate quelle che portano segni delle mani ; né che si chiamano nocchi queste specie d ' osserelli dei frutti , che è lo stesso nome , nocchio , della parte del fusto dell ' albero indurita e gonfiata per la pullulazione dei rami . E guarda questo baco della pera che s ' attorce : tu non sai che con parola propria si dice che s ' assérpola . Rifacciamoci un po ' indietro . Tu hai rotto la punta a un ovo a bere : sai che si chiama scocciare l ' ovo ? Hai preso la parte superiore del gelato : sai che si dice scolmare il gelato ? E a proposito dei tordi che hai mangiati , sai che si dice dare un fermo ai tordi la prima cottura che si da loro perché non vadano a male ? Ora senti : come dici del pan fresco che fa questo rumore , quando si preme ? Che scroscia , signorino . E di questa crostata sotto il dente ? Che scrógiola , da non confondersi con sgrigiolare , che è il rumore delle scarpe nuove . E dell ' olio che bolle ? Che grilla o grilletta ; e sfriggolare del rumore che fa il pesce o altra cosa , posta a soffriggere nella padella . E agitar così il liquido nella bottiglia sai che si dice sciaguattare ? E uscire a gorgo l ' uscir dall ' acqua così , dalla bottiglia capovolta ? E l ' uscire in quest ' altro modo : venir giù filo filo ? To ' , e come si chiama questa pozza che ha fatto l ' acqua buttata in terra ? Stroscia . E a questa radura del tovagliolo che nome dài ? Ragnatura . E questo , dove infilerai il tovagliolo ? Girello , signor linguista . E potrei seguitare , se ti garbasse . Io m ' alzai da tavola , stizzito , e per nascondere la stizza , m ' andai a affacciare alla finestra . Ma il vocabolarista implacabile mi si venne a mettere accanto , e riattaccò . - Ti voglio regalare un ' appendice - mi disse . - Supponi di dover andare di qua , partendo dall ' orto , fino a quel ceppo di case che è là di faccia . Tu parti da quell ' angolo dove son piantati i baccelli , e non sai che si chiama baccellaio , ci scommetto . Suppongo che tu inciampi nel ceppo di quel noce tagliato a fior di terra , e non sai che si chiama ceppaia . Passi all ' ombra di quel filare d ' alberi , e non sapresti dire che son potati a capitozza . E non sai neppure che si chiama cavaticcio quel mucchio di terra intorno al quale devi girare , e palancola il tavolone su cui passerai quella gora , dove si raccolgono tutti gli scoli del campo , e che ha pure un nome che non sai : capifosso . Non ti domando neppure se sai che si chiama capezza quell ' ultimo solco che fa vivagno al lato del campo , e callaia quell ' apertura fatta nella siepe per entrar nel campo vicino , e macereto quell ' ammasso di macerie d ' una vecchia casa che è in riva al torrente , dove vedi quel ragazzo che bada alle vacche . E a proposito , qual è il nome proprio della campanella che hanno al collo le vacche ? E quello del tempo nel quale l ' erba suol nascere ? E quello della rena raccolta sulle rive del torrente , dove passa ora quel contadino che v ' affonda i piedi ? ... Cam - pá - no , er - ba - tu - ra , re - nic - cio . E quei punti del torrente dove l ' acqua è profonda , e una pietra che vi si getti fa un tonfo , si chiaman tónfani , una bella parola onomatopeica ; e quello dove il torrente fa una gran voltata si chiama girone ; e dove l ' acqua fa un rigiro vorticoso si dice che fa un mulinello .... Che cosa ne dici ? C ' è ancora qualche lacunetta , pare , nella tua dottrina linguistica . Mentre egli parlava , io mi tenni sempre in un silenzio cocciuto , sorridendo un po ' ironicamente , per fargli supporre che molte di quelle parole le sapessi , e non le volessi dire per dispetto ; ma in realtà mi riuscivan nuove quasi tutte . E seguitai a tacere mentre le notavo sur un foglio di carta , a sua dettatura . Ma mi rodevo dal dispetto davvero , e in cuor mio lo trattavo di pedante fradicio e di spazzaturaio di vocaboli , e dicevo che aver nel capo un magazzino di parole non era saper la lingua . La lezione fece frutto , non di meno . Quando fui a casa , pensai che in cento altri luoghi , in mezzo a cose affatto diverse da quelle che mio zio m ' aveva indicate , io avrei dovuto rispondere altrettante volte : - non so - a chi m ' avesse interrogato com ' egli aveva fatto , e compresi per la prima volta il vuoto enorme che mi restava a riempire nella mente prima di potermi vantare di saper la lingua . Mi posi allora sul serio allo studio della nomenclatura . Ma non ebbi la costanza di proseguirlo come avrei dovuto . E dell ' averlo trasandato risento e lamento il danno spessissimo , perché son costretto a ogni tratto , scrivendo , a posar la penna per cercare come si chiama questa o quella cosa , e non sempre trovando subito , perdo la pazienza e il filo delle idee e il calore dell ' ispirazione ; e spesso non trovo , e mi tocca a interrogare amici , a voce e anche per lettera ; e qualche volta son ridotto a non scrivere una cosa che vorrei scrivere perché mi manca la parola e il tempo di cercarla . E non dico della vergogna di dover rispondere molte volte : - non lo so - a chi mi domanda il nome di questo o di quell ' oggetto , che tutti i ragazzi toscani sanno nominare ; vergogna , dico , perché nel sorriso degl ' interrogatori non sodisfatti leggo bene il pensiero che non m ' esprimono : - E son cinquant ' anni che studia la lingua ! LA LINGUA CHE NON SI PARLA . Via via che procederai nello studio , sempre più sarai maravigliato del gran numero di parole e di locuzioni vive , che , pure essendo usate da scrittori d ' ogni regione d ' Italia , non si sentono mai , o di radissimo , nella conversazione della gente colta fuor della Toscana , come se non appartenessero alla lingua parlata ; e dalla considerazione di questa povertà della lingua che si parla intorno a te , sempre più sarai eccitato a studiare . Per dimostrarti la verità di quanto affermo , ti cito alcuni modi notati da me , fra i moltissimi ch ' io non sento mai dire né da piemontesi , né da lombardi , né da liguri , né da veneti , che anche parlino e scrivano decorosamente la lingua . Pensa un poco tu pure se t ' occorse mai d ' udir le parole malmenìo , rigirìo , rodìo , rosicchío , pigío , friggío , brusío , sbatacchío , fulminío , almanacchío , battío ( battío di mani ) , delle quali si comprende alla prima il significato anche da chi non le abbia mai udite né lette . Così intesi mille volte accennare , per esempio , quelle pieghe graziose che fanno per grassezza il collo e le gambe dei bambini ; ma mai , posso dir mai in vita mia , con la parola più propria , che è riseghinetta , o riségolo . Occorre spessissimo di dir le cose seguenti : la fanghiglia , che rimane nelle strade dopo la pioggia ; una quantità di roba vegetale , guasta o non adoperabile , che fa impaccio e lordura ; un laidume invecchiato sulla persona o sur un muro ; una macchia di sudiciume vistosa ; un ' operazione lunga e noiosa da non cavarne costrutto nessuno ; una stanzuccia misera e stretta ; un segreto intrigo amoroso ; un aiuto o guadagno o risorsa inaspettata ; un soffio di vento che vien da una fessura o apertura ; un minuzzolo di che che sia , in senso spregevole ; l ' irritamento che fanno alla gola certe vivande fritte nell ' olio o nel burro non più fresco ; la bella mostra che fanno di sé cose o persone , o il crescere , cuocendo , di certe pietanze , che riescono più abbondanti che non paressero ; e inquietarsi , arrabbiarsi a trattar con qualcuno o a far qualche cosa . Ebbene , io non sento mai , o quasi mai dir queste cose con le parole usatissime in Toscana e dagli scrittori : belletta , pattume o pacciame , loia , struggibuco , sgabuzzino , ripesco , rincalzo , spiffero , trìtolo , rancico , compariscenza , appariscenza , compàrita , assaettamento . Così non mi ricordo d ' aver mai inteso da un mio corregionale i verbi anfanare ( andar qua e là senza saper dove ) , frucchiare ( metter le mani , per smania di darsi faccenda , in più e diverse cose ) , frizzare ( vuol far lo spiritoso , ma non frizza ) , frullare ( mi sentii frullare un sasso accanto all ' orecchio ) , rigirare ( rigirarsela bene ) , raccenciarsi , rinquattrinarsi , spappolare ( di cosa morbida che , toccandola , si disfà fra le dita ) ; né i modi : aver entratura con uno , trovar l ' inchiodatura ( trovar modo o argomento certo di far che che sia ) , avere il restío , avere il suo ripieno ( in una cosa , vale a dire il fatto suo ) , averla graziata , far monte , farla bassa , baciar basso , lavorar di fine , gettarsi in grembo a uno , levarla del pari , fare una cosa a saetta , dare un ' indossata a un abito , stare a uscio e bottega ; e potrei seguitare per decine di pagine . Non è a dire che queste e altre parole e maniere siano sconosciute : molti le sapranno o le sanno ; ma non le usano parlando perché non le hanno alla mano , perché esse non fanno parte del loro vocabolario orale , di quella provvisione di lingua che si porta con sé , e che si spende giornalmente , nella conversazione ordinaria ; e però , quanto all ' uso , è come se non le sapessero . Dunque , se non ti vuoi ridurre a parlar la lingua povera che generalmente si parla , bada bene , leggendo , a tutti quei modi che intorno a te non senti mai dire , e cerca quali sono i modi che s ' usano di solito in luogo di quelli , e raffronta gli uni con gli altri ; e per stamparti nella mente quelli insoliti , e perché non vadano dentro gli armadi chiusi , ma restino sugli scaffali aperti della memoria , dove ti s ' offrano alla vista e alla mano a ogni occorrenza , lega ciascun d ' essi a un tuo pensiero , immaginando un fatto , un luogo , un ' occasione , in cui tu lo possa usare , e anche una persona nota a cui tu lo abbia a dire , e anche l ' accento e il gesto con cui lo diresti . Se non farai questo , sfuggiranno di mente anche a te come agli altri , e ti troverai , parlando la lingua , nella condizione di quei moltissimi sfortunati ai quali , nelle discussioni e nell ' opera , l ' arguzia vittoriosa , l ' argomento convincente , lo spediente utile si presentano sempre troppo tardi , quando il momento di servirsene è passato . LA LINGUA APPROSSIMATIVA . Perché non possediamo che uno scarso materiale di lingua , noi parliamo una lingua che si potrebbe chiamare approssimativa , con la quale non esprimiamo quasi mai esattamente , ma soltanto press ' a poco , il nostro pensiero ; e perché dell ' improprietà del nostro linguaggio non abbiamo coscienza , una gran parte dei modi , che ci sono abituali , ci paiono i più propri a dire quello che pensiamo ; e solo quando vengono a nostra cognizione quelli che sarebbero propri veramente , riconosciamo che quegli altri non dicevano per l ' appunto le cose che volevamo dire . Non soltanto ; ma ricominciamo assai spesso , imparando i nuovi modi , che non erano nella nostra mente certe gradazioni d ' idee , sfumature di sentimento e particolarità di cose , che essi esprimono ; e son essi che ce ne dànno il concetto ; ciò che disse benissimo un grande scrittore , affermando che certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire . Ti cito una serie d ' esempi che ti persuaderanno . Confondere . - Noi non usiamo questa parola nel significato che ha negli esempi seguenti : - Non si confonda con la politica . - Non si confonda con quel figuro . - Non si confonda a cercare codesto foglio . - Ebbene , nessuna delle espressioni che noi usiamo in quei casi in vece di confondere dice per l ' appunto la stessa cosa , perché affannarsi , tormentarsi , montarsi il capo dicon troppo , e darsi pensiero , perdere il tempo , occuparsi , impicciarsi non dicono abbastanza . Infognare . - Infognarsi in un affare , in una impresa . Con che altra parola potresti dire così efficacemente che si tratta d ' un affare , oltre che rischioso , disonorevole ? Ribruscolare . - Sono andati a ribruscolare tutte le scapataggini della sua gioventù . - Noi sogliamo dire rintracciare , rivangare . Ma ribruscolare , che significa propriamente raccogliere i minuti avanzi e bruscoli d ' ogni cosa , come esprime meglio la minuziosità , quasi la malignità diligente e paziente con la quale i nemici d ' una persona cercano il pelo nell ' ovo per iscreditarla ! Rifrustare . - È un fannullone vizioso che rifrusta tutte le bettole . - Rifrustare , che , traslato , significa ricercare in ogni parte , in ogni angolo più segreto , esprime assai meglio del frequentare o bazzicare , che noi useremmo , l ' idea del vizio infistolito e insaziabile . Riportare . - Quel ragazzo mi riporta tutto suo padre nell ' andare , nel gestire , nel parlare . - Riportare , in questo significato , dice più di rassomigliare e di ricordare , come noi diremmo ; significa : è tal quale , e presenta molto più vivamente l ' immagine . Rimaner male , nella sua indeterminatezza , esprime meglio d ' ogni altro modo generalmente usato lo stato d ' animo mal definibile di chi per un detto o un atto altrui rimane scontento , corbellato , disingannato , fra risentito e confuso . Star su . - Credi ch ' io stia sui cinquanta centesimi ? Piglia una lira e vattene . - Noi diremmo che io badi o ch ' io m ' impunti ; ma in badare non è espresso abbastanza il concetto dell ' interesse ; impuntarsi è troppo forte ; star su esprime un ' idea di mezzo tra il semplice concetto dell ' interesse e quello dell ' avarizia che lesina . Stillare . - L ' ha stillata bella ! - Nove su dieci noi diremmo l ' ha pensata o trovata . Ma stillare significa chiaramente la ricerca sottile e l ' accortezza della trovata , che pensare e trovare non esprimono . Stridere . - Bisogna striderci , per dire che di una tal cosa non ci possiamo esimere , benchè ci dispiaccia . Noi diremmo invece adattarsi , rassegnarsi o simili , che non dicono così bene il rincrescimento o il dispetto con cui c ' induciamo a fare o a sopportare quella data cosa . Storcere . - Non mi storcere le parole . - Non c ' è altro modo , di quelli che noi useremmo , che esprima con un traslato così efficace l ' interpretare malignamente le parole altrui in significato diverso dal vero . Pigliare in cattivo senso , per esempio , non dice , come la parola storcere , il proposito dell ' interpretazione cattiva , e anche sostituendo voltare a pigliare si esprimerebbe con minore evidenza lo sforzo e il mal animo . Stare in tentenna . - Tu diresti tentennare senz ' altro ; ma tentennare dice una cosa che tentenni , barcolli o stia male in piedi momentaneamente ; stare in tentenna dice la permanenza della cosa in quello stato . E così stare in tremolo . Pigliare a frullo . - Vedi se l ' idea di fermare una persona dove che sia e appena càpiti , o quella di cogliere rapidamente parole , idee , senza che altri ci pensi e per nostro giovamento , può essere espressa in altri modi con maggior proprietà ed evidenza . - Venirti a cercare a casa è tempo perso ; bisogna pigliarti a frullo . - Piglia a frullo i discorsi dei valentuomini , e poi se ne fa bello . Prendere il vecchiuccio . - D ' una persona , non è lo stesso che dire : comincia a farsi vecchio , perché significa pure l ' idea : benchè non paia , o cerchi di nasconderlo . Fare agli occhi . - Si dice di due innamorati che fanno agli occhi . Vedi se ti riesce di trovare qualsiasi altro modo che dica come questo il guardarsi a vicenda dì continuo e quasi conversare con gli sguardi , non potendolo fare liberamente a parole . Fare una smusata , una smusatura a uno . - Tu intendi quello che significa , e senti che l ' idea non è significata così determinatamente dalle parole atto villano , o di dispregio o di schifo o di fastidio , o mal garbo , né con pari sfumatura comica da fare una brutta faccia o una smorfia . Ti cito più alla lesta qualche altro esempio . Non senti che la parola amarume nella frase : - C ' è un po ' d ' amarume fra di noi , - significa qualche cosa di meno di amarezza , e non potrebbe essere sostituita per l ' appunto da nessun ' altra parola ? E nel modo : ho tutta la giornata impicciata non è espressa un ' idea che le parole occupata , impegnata non rendono esattamente , perché voglion dire un ' occupazione continua , non una serie d ' occupazioni con intervalli di tempo libero , ma troppo brevi , da poterli impiegare a qualche cos ' altro ? E dicendo un affare rassegato ( rassegare , d ' un liquido grasso che si rappiglia ) non dài l ' idea d ' un affare finito , ma più recente di quello che significherebbe finito senz ' altro , o passato o da non pensarci più ? E come s ' esprimerebbe così propriamente l ' idea d ' un tempo in cui si sia fatta una vita dura , faticosa , affannosa , come col modo : sono stati giorni , anni sudati ? E la parola strettita nel dire : aver la gola strettita dal pianto , non ti pare che abbia forza più particolarmente espressiva che la parola stretta , che fa a tanti altri casi ? E qual altra parola dice così bene ad un tempo turbato di mente , distratto , sconcertato , svogliato , impensierito , come stonato : oggi sono stonato , non capisco nulla ? E pensa un po ' se t ' occorre spesso di sentir dire : uomo di ricapito , uomo impiccioso , un po ' zolfino , scattoso , troppo entrante , un mettibocca , uno sputazucchero , tutti modi che s ' intendono alla prima , e se le parole che s ' usano di solito in luogo di quelle hanno proprio la stessa sfumatura di significato , o non dicono invece la cosa press ' a poco , come altre innumerevoli che noi spendiamo abusivamente perché non abbiamo tra mano moneta migliore ? Credo che bastino questi esempi a dimostrarti che noi parliamo davvero una lingua approssimativa , e che il liberarti da questo malanno dev ' essere uno dei tuoi primi intenti , e questo intento una delle tue prime norme nello studio della tua lingua . LA LINGUA CHE ABBREVIA . Ti do un altro consiglio , sul quale credo di dover insistere in particolar modo : di notare e d ' imprimerti bene nella mente , leggendo gli scrittori e il dizionario , tutte le parole e le locuzioni che esprimono un ' idea più brevemente di come tu sei usato ad esprimerla o a sentirla esprimere fra noi . Dirai : - Che importa una parola o una sillaba di più o di meno nell ' espressione d ' un ' idea ? - Poco - rispondo - nell ' espressione di ciascuna idea presa a parte ; ma siccome sono moltissime le cose che noi sogliamo dire con maggior numero di parole del necessario , ne segue che il nostro discorso , in generale , riuscirebbe notevolmente più breve , più sobrio e quindi più efficace , se accorciassimo tutte le espressioni del nostro pensiero che si possono accorciare . La brevità , quando non nuoce alla chiarezza , è bellezza e forza . Nel parlare come nello scrivere , c ' è fra chi è breve e chi è lungo , per rispetto all ' uditore e al lettore , la stessa differenza che fra chi paga in oro e chi paga in rame ; chè , dandoti la stessa somma , l ' uno ti lascia leggiero e l ' altro ti carica . E sai quello che dice il Leopardi : che tanto è più viva l ' attenzione e maggiore il piacere di chi legge o ascolta quanto è più rapida la successione delle cose , dei pensieri , delle immagini che lo scrittore o il parlatore gli fa passare davanti . * Per esempio ; noi usiamo esprimere col verbo diventare o fare e con un aggettivo un gran numero d ' idee che s ' esprimono benissimo con una sola parola , con un verbo intransitivo . Della maggior parte dei verbi intransitivi , specialmente parlando , non ci serviamo quasi mai , come se fossero ferri della lingua che non sappiamo maneggiare . Diciamo quasi sempre : diventar rozzo , secco , triste , selvatico , vano , grullo , asino , canaglia , tozzo , furbo , zotico , bello , brutto , caparbio , grinzoso , minchione , sospettoso , insolente , e mai , o quasi mai : arrozzire , assecchire , intristire , inselvatichire , invanire , ingrullire o ringrullire , inasinire , incanaglire , intozzire , infurbire , inzotichire , imbellire , imbruttire , incaparbire , raggrinzire , rimminchionire , insospettire , insolentire . Diciamo sempre : i capelli tagliati diventano più fitti , non affittiscono o raffittiscono ; si fa notte , si fa buio , non annotta , rabbuia ; questa tela comincia a farsi rada , non : comincia a diradare ; questo mobile non è bene accostato al muro , non : accosta bene al muro . E vedi se senti mai usare in forma intransitiva i verbi : - abbassare ( la temperatura abbassa ) , raffrescare ( verso sera raffresca ) , raddolcire ( la stagione comincia a raddolcire ) , rabbruscare , del tempo ( cominciò a rabbruscare verso notte ) , riscaldare ( appena riscalda , io vado in villa ) , rischiarare ( aspetto che rischiari per uscir di casa ) , scorciare ( le giornate cominciano a scorciare ) , alzare ( la casa alza dalle fondamenta quindici metri ) , accordare ( questa parte non accorda bene con l ' altra ) , infortire ( questo vino infortisce ) , abbozzolare ( questa farina abbozzola ) , stingere , perdere il colore ( questi panni stingono ) ? E tu diresti sempre che la carne diventa frolla non che infrollisce ; che il burro diventa rancido , non che rancidisce ; che il sangue si rappiglia , non che rappiglia ; che un tale s ' impunta , s ' incaglia nel parlare , non che impunta , che incaglia ; e che una passione si fa o diventa gagliarda , non che ingagliardisce , e che Tizio per ogni piccola cosa mette il grugno , non che ingrugna ; e non mai infreddare , ma sempre : prendere un raffreddore . Non è forse vero ? Differenze minime ; ma son queste e tant ' altre piccole abbreviature , ciascuna per sé trascurabile , che tutte insieme abbreviano e isveltiscono notevolmente il discorso . * Ti cito un ' altra serie di verbi , usati pochissimo da noi , ciascuno dei quali ci farebbe risparmiare una o più parole , e qualche volta una proposizione intera . - Con quella pipa egli m ' appuzza tutta la casa . Noi diremmo : mi riempie di puzzo . - Dopo che è cavaliere non mi degna più . Non si può esprimere altrimenti l ' idea con una sola parola . - Appena mi vide , si difilò verso di me . Noi diremmo : venne difilato . - Quel ragazzo dirazza dai suoi genitori . - Il terreno comincia a erbire . - Ho appratito ( ridotto a prato ) tutto il mio podere . - Il sole di maggio fiorisce tutta la campagna . - Gli alberi cominciano a frondeggiare . - Il prato colmeggia verso il mezzo . - Il terreno in quel punto pianeggia . - La strada in quel punto forcheggia . - Quest ' anno le biade graniscono bene . - Quell ' abito le rifà la persona , quelle tende nuove rifanno il salotto . - Non è vero che tutti questi verbi non li usiamo quasi mai nella forma e nel significato che hanno negli esempi citati , e che quasi sempre ci occorrono parecchie parole per dire quello che essi dicono ? E si può dir lo stesso dei seguenti : - entrare , senz ' altro , per entrare a parlare ( quando qualcuno gli entrava sull ' affare dell ' eredità , era un guaio ) - , cabalare , per ordire inganni - , incappellare , per prender cappello - , insignorirsi , per diventar signore - , dimoiare ( il liquefarsi della neve . Faceva un umidiccio come quando dimoia ) , - imbaulare la roba - , discoleggiare , facicchiare ( un far leggero e poco concludente : non fa , ma facicchia ) - , frivoleggiare , ghiribizzare ( che vai ghiribizzando ? ) - , giovaneggiare , labbreggiare ( recitar sotto voce ) - , legneggiare ( far legna ) - , lenteggiare ( questa corda lenteggia , non è abbastanza tesa ) - , molleggiare ( questo canape molleggia ) - , sfrottolare , sfuriare ( ora che è sfuriato , possiamo uscir noi , senza farsi pigiare ) - , riavere ( una pioggia a tempo rià la campagna ) - , riguardarsi ( usarsi dei riguardi ) - , rimpollare ( la roba in quella casa pare che ci rimpolli , che cresca a misura che si consuma ) - , rimanere , restare , senz ' altro , per rimaner maravigliato , stupito - , riparare ( il tal bottegaio non ripara , ossia : ci ha continuamente gente ) - , scampagnare ( andare o stare in campagna per ricreazione o divertimento ) - , schiassare ( fare del chiasso per divertirsi ) - , scrupoleggiare - , sbraccettare una signora , per accompagnarla a spasso , dandole il braccio - , scaponire un testardo , vincerlo in ostinazione - , scasare ( andar via da un luogo dove s ' aveva casa ) , scarognare , sfaccendare , scoronciare , spaternostrare - , scrudire l ' acqua troppo fredda - , soleggiare , esporre al sole ( bisogna soleggiare quest ' uva ) - , scuriosire , scaltrire , sneghittire , spigrire uno - , spiovere , cessar di piovere ( aspettiamo che spiova ) - , spoliticare , svecchiare : toglier via il vecchiume ( svecchiare una selva , svecchiare la lingua degli arcaismi ) - , sfondar poco , non sfondare : aver poca intelligenza ( s ' è messo a studiar le matematiche , ma non isfonda ; in quanto a talento , non isfonda ) - , tavoleggiare , trattenersi a tavola , discorrendo e centellando - , tentennare un tavolino , per veder se sta saldo . - Vedi un po ' : son certo d ' aver detto la cosa cento volte in vita mia , e d ' averla sempre detta , non con quella sola parola , ma con un ' altra , meno propria , e appunto per questo , accompagnata quasi sempre da una spiegazione . * Poichè t ' ho fatta una confessione , te ne fo dell ' altre . So bene che si dice : - una cosa non mi finisce - per : non mi sodisfa , o non mi contenta pienamente ; e non di meno , parlando , esprimo sempre quel pensiero nella seconda maniera , con nove sillabe invece di cinque . Dico : - il tal podere ha un circuito di sette chilometri - quando potrei dire con due sole sillabe : - gira sette chilometri . Potrei dire : - un salone che riquadra cento metri - , e dico : ha la superfice di cento metri quadrati . Non oso dirti quali locuzioni stentate e ridicole usai qualche volta per dire che una certa sostanza , nel ribollire , rientra o ricresce , che un dato legno , o una stufa , rende poco o molto , che il legno non bene stagionato rimbarca . Dissi per anni con una locuzione di tredici sillabe quello che si può dire in cinque : alfabetare , per esempio , le note sulla lingua . Ricordo d ' aver fatto un giorno un interminabile giro di parole per dire d ' aver trovato un tal pittore occupato a graticolare , o reticolare , o retare la tela . Non espressi mai con una parola sola l ' idea che esprime benissimo il verbo avventare negli esempi : - un colore che avventa , una ragazza che avventa a primo aspetto , ma non è bella , uno stile che avventa alla prima lettura , ma è vizioso . - E così : abbambinare una cosa che non si può portare , agghiaiare una strada , allentarsi dopo aver mangiato , arrivare una vivanda , assodare un uovo , avviare una candela , spicciolare uno scudo , calettare o non calettar bene ( d ' un uscio , per esempio , che sia bene o male aggiustato , in modo da lasciare , o no , trapelare l ' aria ) , son tutti modi che non mi vengono mai alla bocca , e in luogo dei quali uso sempre parecchie parole , che , per giunta , quasi sempre dicono meno chiaramente la cosa . E per farti ancora una confessione , aggiungo che pochi giorni fa , avendomi detto un toscano : - Gli è tutto un figurarselo ; quando sarai là non ti parrà niente - io osservai tra me che se avessi dovuto esprimere lì per lì quell ' idea , non avrei saputo dire altrimenti che : - la tua immaginazione t ' ingrandisce la cosa - ; che non è solamente più lungo , ma meno famigliare , e quasi comicamente solenne nel parlare fra amici . * V ' è un gran numero d ' altri modi abbreviativi , usatissimi in Toscana , che noi non usiamo , come : - anno , per l ' anno passato ; sabato notte , per esempio , per nella notte di sabato ; a buio ( stasera a buio sarò qui ) ; di levata ( fare una cosa di levata , ossia , appena scesi da letto ) ; fare un ' usciata , una finestrata , per isbattere l ' uscio o la finestra in faccia a uno . E vedi il significato della parola aria , che tien luogo di più parole , negli esempi : - gli volevo parlare di quell ' affare ; ma vidi che non era aria ; - oggi non è aria ; lasciatemi stare - ; e la brevità efficace dell ' espressione : - una casa a uscio e tetto - per dire una casa bassa , che ha soltanto il pian terreno ; e della parola riesci - è un riesci - per dire una cosa che imprendiamo a fare senza deliberato proposito e studio precedente , e che non sappiamo se riuscirà bene o male . E nota negli esempi : - mettere delle frutte sul cassettone per bellezza - , sapere una cosa di rimbalzo - , non verrà certo , ma se per impossibile egli venisse .... - se ti riuscirebbe d ' esprimere con eguale evidenza , non usando più di due parole , l ' idea che quei tre modi esprimono . E ora una filza di vocaboli , ciascuno dei quali ne fa risparmiare parecchi . Cimiciaio , una casa o un mobile pieno di cimici . - Birbonaio , un covo di birboni . - Ladronaia . ( Quell ' Amministrazione è diventata una ladronaia ) . - Serpaio , viperaio , un luogo pieno di serpi o di vipere . - Scannatoio , una trattoria , un albergo , dove si pelano gli avventori . E ti potrei anche citare , come vocaboli ai quali ne sostituiamo quasi sempre più d ' uno : - Frasconaia ( per traslato , ornamenti e addobbi eccessivi e senz ' ordine : d ' una sala e anche d ' una donna , che si metta troppa roba in capo ) . - Frascume ( ornamenti vani d ' opere d ' arte , e anche di stile ) . - Tritume ( soverchia quantità , varietà e minuziosità di parti o membri in opera d ' architettura , o anche di pittura ) . - Rifrittume ( lavoro composto di cose dette e ridette da molti , e anche dall ' autore stesso ) . - Grinzume , una quantità di grinze considerate insieme , o d ' un viso o d ' un vestito . - Vietume , roba vieta . E per finire con qualche cosa di fresco : fiorita di neve , un modo graziosissimo , col quale possiamo far di meno di dire : uno strato leggerissimo , o anche più lungamente : tanta neve che ricopra appena il terreno . * V ' è poi un ordine di vocaboli ( più ricco nella nostra , credo , che in ogni altra lingua ) ai quali noi sostituiamo quasi sempre una definizione , che rallenta il discorso e rende con meno immediata evidenza l ' idea . Ne feci già un cenno nella Corsa nel vocabolario . Sono vocaboli che significano l ' indole e l ' aspetto d ' una persona , certi difetti e vizi e abiti fisici e morali , e modi d ' essere , di moversi , di fare , di vivere . Te ne metto sotto gli occhi una serie , di cui la maggior parte non richiede spiegazione , e che son non di meno d ' uso rarissimo fra noi . Sono come tanti piccoli ritratti chiusi in una parola . Abbacone - Abbaione - Almanaccone - Annaspone - Badalone - Baione - Baffone - Barbuglione - Belone - Biascicone - Boccalone - Brodolone - Cabalone - Ciabattone - Ciaccione - Ciampicone - Ciarpone - Cincischione - Ciondolone - Combriccolone - Dimenticone - Dondolone - Ficcone - Fiottone - Fracassone - Frittellone - Gamberone - Gingillone - Gonfione - Gracchione - Impiccione - Lanternone - Lasagnone - Leccone - Lezzone - Machione - Massiccione - Nappone - Ninnolone - Nonnone - Pataccone - Pecorone - Pencolone - Piaccione - Picchione - Pigolone - Praticone - Perticone - Raggirone - Sbracione - Sbraitone - Sbrendolone - Scioperone - Sgomentone - Soppiattone - Spilungone - Squarcione - Tatticone - Tenerone - Tentennone - Appiccichino - Attacchino - Attizzino - Cicalino - Ficchino - Frucchino - Frustino - Galoppino - Gambino - Girandolino - Lecchino - Rabattino - Pepino - Stillino - Tritino - Ferraccio - Falcaccio - Lamaccia - Annaspo - Scricciolo - Reciticcio . Considera quanto di frequente , parlando o scrivendo , occorre di definire o di descrivere o d ' accennare di volo qualche particolarità fisica o morale d ' una persona , e comprenderai come dal fatto di non conoscere i vocaboli citati , o di non averli alla mano , o di non volerli usare per timore che altri non gl ' intenda , si sia costretti ogni momento a dir molte parole che si potrebbero risparmiare , con l ' aggiunta d ' esprimere stentatamente e male la nostra idea , e quasi sempre con minor effetto comico di quello che vorremmo ottenere . Mi sono diffuso alquanto su quest ' argomento perché nell ' arte del parlare e dello scrivere è d ' importanza primissima il precetto del poeta : - Sii breve ed arguto . - So che a me tu potresti dire : - Da che pulpiti ! - E avresti ragione . Ma non badare al mio ; bada al pulpito del Parini . DELL ' UTILITÀ DI STUDIAR LE DEFINIZIONI . Per imparare a esprimersi con brevità credo molto utile il fare uno studio attento , così negli scrittori come nei dizionari , delle definizioni ; nelle quali , oltre che la proprietà e la finezza dei termini , si suol trovare la maggior parsimonia possibile di parole , che è condizione necessaria della loro semplicità ed evidenza . Nel dizionario in special modo , consistendo le definizioni di molte cose nell ' indicazione di tutte le parti che le compongono , tu non imparerai soltanto la brevità , ma un gran numero di vocaboli ; la cui ignoranza appunto costituisce la maggior difficoltà che noi troviamo quasi sempre a definire e a descrivere un oggetto qualsiasi . Ecco , per esempio , alcune definizioni , ricavate da dizionari diversi . ARPA . - Strumento di molte corde di minugia , di figura triangolare , senza fondo ; di cui tre sono le parti principali : il corpo , la colonna e l ' arco : nel corpo , corredato d ' animella o sordina sta la risonanza dello strumento ; nell ' arco i pironi di ferro , e i semituoni cui sono raccomandate le corde ; la colonna è quel ritto che collega l ' arco ed il corpo . BATTARELLA . - Quell ' arresto , che essendo imperniato ad un ' estremità , punta con l ' altra contro il dente d ' una ruota che tende a girare in una direzione , mentre , lasciandone liberamente passare i denti , le permette di girare quando si muove per il verso contrario . INFINESTRATURA . - Foglio di carta tagliato in quadro , con vano quadro in mezzo a uso d ' un telaio di finestra , dentro a cui s ' appicca un foglio guasto nei margini . GRADINA . - Ferro piano a foggia di scarpello , alquanto più sottile del calcagnolo o dente di cane , e serve per andar lavorando con gentilezza le statue , dopo aver adoperato la subbia e il calcagnuolo . LACCIAIA . - Lunga fune a cappio scorsoio che i bútteri portan seco e che a un bisogno acciambellandola e sfilandola verso una mandria accalappiano con essa la bestia che loro piace . RIBALTA . - Piano della scrivania sul quale si scrive e che è mobile nei maschietti per poterlo alzare , abbassare e chiudere , oppure quell ' asse girevole sui pernietti che s ' adatta lungo la batteria dei lumi in un teatro . STAME . - Parte fecondante della pianta contornata dal calice o dalla corolla , o da entrambi , che è per lo più della figura d ' un filo , il quale è detto filamento , e terminato da un globo , o borsetta , che dicesi ántera , e che contiene la farina o polvere fecondante , la quale è detta pòlline . Bastano questi esempi , credo , a dimostrare quanto possa esser utile leggere attentamente le definizioni . E se te ne vuoi meglio persuadere , prova a mandarne a mente parecchie , e poi a definire di tuo qualche oggetto complesso , come per far capire e vedere che cosa sia a chi non lo conosca , e vedrai come per effetto di quel breve studio ti riuscirà più facile dare alla definizione un giro di frase agile , collegare in un nodo stretto i particolari e ottener con l ' ordine la chiarezza . Perché vi sono operazioni della mente , anche nell ' arte della parola , alle quali ci addestriamo con facilità mirabile , come a certi esercizi fisici , che ci riescono alla prima difficilissimi per il solo fatto che non li abbiamo mai tentati . IL DIZIONARIO DEI SINONIMI . Dice Beniamino Franklin che chi insegna a un giovane a farsi la barba da sé gli fa un maggior vantaggio che se gli regalasse mille lire . Ebbene , s ' io riuscissi a farti studiare il Dizionario dei sinonimi del Tommaseo , stimerei d ' averti regalato un podere : nel regno della letteratura , intendiamoci . Chi studia la lingua lo dovrebbe tener sempre sul tavolino , come un prete il Breviario , per leggerne e rileggerne qualche pagina ogni giorno , e consultarlo a ogni tratto ; perché ad imparare a scrivere e a parlare con proprietà e con esattezza , a dar contorno fermo e netto all ' espressione del proprio pensiero e a rendere di questo tutte le flessioni e le sfumature , non c ' è lavoro più utile che l ' esercitarsi a " discernere le più piccole gradazioni di significato delle parole , a adagiare l ' una voce sull ' altra , per vedere dove combacino , dove no , dove sia maggiore il rilievo , dove più delicati i contorni , e a trovar parole così sottili e così calzanti che rendano con evidenza le differenze più tenui , senza ingrossarle . " Questo lavoro fece mirabilmente su migliaia di vocaboli Niccolò Tommaseo , nel suo Dizionario pieno d ' ingegno e di dottrina , d ' arte e di vita , altrettanto dilettevole quanto profondo , e riboccante d ' ogni maniera d ' insegnamenti , non solamente filologici , ma morali , filosofici , estetici : un libro d ' oro , al quale è titolo troppo modesto quello di dizionario . Leggilo , mio giovane amico , e rileggilo a brevi tratti , pensandovi su . Non ti sarà solo un vital nutrimento allo spirito ; ma una ginnastica intellettuale che ti farà più forti , più acute , più agili tutte le facoltà della mente . Tu ci troverai espresse mille idee e facce d ' idee , sentimenti e modificazioni di sentimenti , e aspetti e proprietà e qualità intime di cose , che ora sono confuse nella tua mente e nel tuo animo , e di cui cerchi invano l ' espressione , come inseguendola tentoni nella nebbia . E imparerai a scrutare il significato d ' ogni parola come si scruta un ' anima ; a scoprire sotto ogni idea un ' altra idea , ordini interi d ' idee ; a chiarire , a distinguere , a separare una quantità di concetti e di sentimenti , che sono ora nascosti nella tua mente sotto un solo vocabolo , col quale tu li mescoli e li designi tutti insieme come un mucchio di cose uniformi . E non soltanto quella lettura " ti raddrizzerà l ' espressione di molte idee , ma le idee medesime . " Imparerai non solo ad esprimere , ma a pensare profondamente , sottilmente , nettamente . Quante parole t ' accorgerai d ' aver usate finora e udito usare dai più in un significato che non hanno , o che del loro significato vero non è che un ' ombra ! Di quant ' altre parole e frasi che ora ti vengono ogni momento sulla bocca e sotto la penna , moleste come ripetizioni obbligate , e di cui ti riesce molesta la ripetizione anche nei discorsi e negli scritti altrui , t ' avvedrai che le ripeti e che tutti le ripetono , non perché siano inevitabili , ma perché tu e gli altri le usate ad esprimere gradazioni diverse d ' un ' idea o d ' un sentimento , ciascuna delle quali dovrebb ' essere espressa in un ' altra forma , e la forma c ' è , e nessuno l ' adopera ! E come di questa benedetta lingua , che tu dici ricca , varia , delicata , potente , più per consuetudine che per coscienza , ti apparirà moltiplicata la ricchezza , più maravigliosa la varietà , più squisita la finezza , ingigantita la potenza ! Certo , ti sarà impossibile ritenere a mente tutte quelle innumerevoli e fini distinzioni fra i significati dei vocaboli ; benchè la maggior parte di esse siano spiegate con magistrale chiarezza e illustrate da esempi efficacissimi . Ma il vantaggio massimo che ricaverai da questo studio , non sarà nella tua memoria : lo riconoscerai nel sentimento della lingua raffinato , nella facoltà del discernimento acuita , nella consuetudine che avrai acquistata di cercare e ponderare il significato d ' ogni parola prima di buttarla sulla carta , di raffrontare una locuzione con l ' altra , di provarne parecchie al tuo pensiero per vestirgli quella che più gli conviene , di diffidare cautamente delle apparenze di sinonimia che di continuo ci si presentano , e da cui ci lasciamo ogni momento ingannare . Ti parrà dopo un mese di non aver cavato da quella lettura che un profitto di poco conto , o anche nullo . Ma se , dopo aver letto e pensato qualche centinaio di quelle pagine , dove lo scrittore , esercitando le facoltà più delicate della mente , affronta e vince a ogni periodo le più terribili difficoltà del linguaggio , che son quelle dell ' analisi , della distinzione , della definizione , ti proverai a scrivere sopra un argomento comune , tu esperimenterai nel raccontare , nel descrivere , nel ragionare , una facilità nuova , un senso di scioltezza , di sicurezza , di padronanza delle tue facoltà e delle tue mosse , simile a quello che prova a camminare sur una via larga , piana e libera chi sia andato un pezzo per un sentiero erto e stretto e pieno d ' inciampi , con un precipizio da lato . La tua mente si sarà addestrata a veder le varie sembianze d ' ogni idea con uno sguardo rapido e avvolgente , a penetrarvi in fondo , a passare in rassegna alla lesta i diversi modi di significarla , e a cogliere sull ' atto il migliore ; e non soltanto nel maneggio della lingua risentirai il vantaggio , e nella cresciuta attitudine ad analizzarla , e nel più forte amore che avrai per essa ; ma alla scuola dell ' autore che insieme con le parole analizza passioni , azioni , usi , costumi , caratteri , ti sarai avvezzato a meditar sopra ogni cosa , e studierai nella lingua l ' anima umana , la vita , la natura , e qualche volta dirai tu pure col maestro che ti par di sentire in questo studio il verbo di Dio . Libro preziosissimo ; leggendo il quale ti sentirai prima compreso d ' ammirazione , e poi di reverenza e di gratitudine per lo scrittore che fece della lingua della tua patria uno studio così amoroso e profondo , e per trasmetterne ai giovani la cognizione e l ' amore , un lavoro così poderoso e variamente utile e bello ; e di pagina in pagina ingrandirà davanti ai tuoi occhi e ti sarà eccitamento via via più forte e più caro a perseverar nello studio , l ' immagine del vecchio venerabile , d ' occhi cieco e divin raggio di mente . SCRUPOLINO . I sinonimi erano una delle molte afflizioni della sua vita . Lo conobbi a Firenze . Era un impiegato della Prefettura , nato e cresciuto Là dove Italia boreal diventa , già vicino alla trentina ; ma così smilzo , e sprovvisto d ' ogni onor del mento , e d ' indole così timida , che pareva ancora un adolescente . Si dilettava di letteratura , leggeva molto e non mancava d ' ingegno ; ma era affetto d ' una malattia incurabile : il terrore della lingua italiana . Aveva della difficoltà dell ' idioma gentile un concetto così smisurato , gl ' incuteva un così grande sgomento il fantasma della Grammatica , che , parlando , impuntava a ogni tratto , e balbettava come uno scolaretto agli esami , assalito da mille dubbi , turbato da mille scrupoli ; dai quali non riusciva a liberarsi né sull ' atto né poi , e se ne disperava . Anche nel crocchio degli amici soliti , ma tanto più se c ' era qualche toscano colto , o chiunque altro , che avesse reputazione di parlar bene , e non gli fosse famigliare , gli si vedeva in viso la preparazione mentale faticosa e piena d ' incertezze ch ' egli faceva d ' ogni periodo o frase che volesse dire ; e quando poi si risolveva a parlare , usava ogni specie di cautele e di formole attenuanti , come : - sto per dire , direi quasi , la parola non sarà di Crusca , mi si passi l ' espressione ; - e qualche volta arrossiva a un tratto , e restava in tronco . Con questo o con quell ' amico , poi , a quattr ' occhi , sfogava il suo dispetto contro la lingua e contro sé stesso , e gli confidava i dubbi e i timori che lo perseguitavano di continuo come un nuvolo di vespe . Si doveva dire a un uomo lei è buono o lei è buona ? Vacci o vavvi ? Credo che tu sii o che tu sia ? Lo trattò come se fosse uno sconosciuto o come se fosse stato ? Ha fatto la tal cosa di nascosto di o da o al tale ? Ho antipatia per o con o verso o contro una persona ? Come Dio benedetto s ' ha da dire ? E non serviva dirgli i modi che i " buoni parlanti " usavano , e consigliargli di fissarseli una volta per sempre nel cervello , e d ' attenersi a quelli immutabilmente ; senza di che non sarebbe guarito mai della sua malattia . Se in un libro di scrittore autorevole gli accadeva di leggere un modo diverso da quello generalmente usato ( cosa troppo facile in Italia , pur troppo ) , il dubbio gli rampollava da capo . - Questa maledetta lingua italiana - diceva - è una disperazione . Preferirei di studiare il cinese . - Ogni giorno gli saltava su un dubbio nuovo , anzi un nuovo ordine di dubbi e di scrupoli : sul fra o tra , sul lì o là , qui o qua , costì o costà ; sull ' uso degli ausiliari essere o avere con certi verbi ; sulla collocazione dei pronomi personali che non sapeva mai dove mettere , e che spesso gli restavano in mano . A volte fermava un amico per la strada , e gli domandava di punto in bianco : - Si dice : lo dissi loro o loro lo dissi ? - E quando un amico , del quale avesse stima in materia di lingua , a uno dei suoi quesiti si mostrava perplesso : - Ah ! vedi - esclamava in tono di trionfo - vedi se non ho ragione ! È una lingua terribile , terribile , terribile . Per questo suo perpetuo " scrupoleggiare " gli s ' era affibbiato il soprannome di Scrupolino , di cui non s ' aveva per male ; ma nemmeno ne rideva , perché la parola designava un ' infermità mentale , della quale egli aveva coscienza e vergogna . A furia di porre quesiti a sé stesso finiva con dubitare anche della legittimità delle parole e delle locuzioni più usuali , e in certi momenti di sconforto esclamava : - Io non so più parlare ! Io finirò col non più parlare ! Qualche volta cercavamo di persuaderlo , sul serio . - Vedi - gli si diceva - tu hai tanta difficoltà di parlare perché non parli , componi . Non devi comporre . Ti devi gettare a nuoto nel discorso , arditamente ; lasciarti andare all ' ispirazione , alla dettatura dell ' orecchio , non badando a regole , dimenticando ogni studio . Volendo esaminare e scegliere le parole , come fai , così con la fretta , per non far aspettare , e col timore di seccare chi ascolta , ti confondi , e scegli quasi sempre male , o non trovi , e resti lì , impaniato . Prova un po ' a parlare come vien viene . - Ma egli stava un po ' pensando , e poi rispondeva , scrollando il capo : - È inutile , non posso ; le parole e le regole battagliano nel mio capo come i Deputati nel Parlamento . - Ed era vero . A quando a quando si provava a parlar libero ; ma subito gli spettri dell ' Improprietà , dell ' Impurità , dell ' Idiotismo , il fantasma formidabile della Lingua Italiana gli si rizzavano dinanzi , ed egli era perduto . A poco a poco il tarlo del dubbio gli era risalito , come sempre avviene , dalla lingua alla radice del pensiero , per modo che anche lo scrivere la più semplice lettera diventava per lui un affare di Stato . Egli mi fece la confessione d ' uno di questi casi , al quale tutti gli altri rassomigliavano , e che è un esempio dell ' impotenza intellettuale a cui può condurre l ' esercizio della critica sopra sé stessi , quando non è tenuta nella giusta misura . Si trattava d ' una breve lettera di condoglianza . - Stimatissimo signore , gradisca le mie condoglianze . - No . Come si fa ad associare l ' idea del gradimento con quella d ' una sventura ? - Le mando le mie condoglianze . - Come si manda un pacco ! E poi è troppo famigliare . - Le faccio .... - Ma non è troppo materiale per l ' espressione d ' un sentimento ? E si dice faccio una condoglianza , o non confondo col modo fare un complimento , che dei due è il solo corretto ? - Riceva le mie .... - Oh bella ! Se glie le mando , bisogna ben che le riceva : è ridicolo . - Abbia , dunque .... Ma quest ' imperativo è sgarbato . E via così per tutto il resto . Sette righe gli costavano i sette dolori . E finiva sempre col ritornello : - È terribile ! - Un giorno mi venne incontro in via Calzaioli agitando un giornale , e me lo mise sotto gli occhi , dicendo : - Leggi qua . - Era una Conversazione del giovedì , nella quale Giuseppe Civinini , che per lui era il principe dei giornalisti e dei critici , diceva che la lingua italiana era una delle meno parlate e delle più difficili lingue d ' Europa . - Hai inteso ? - quasi gridò - e lo dice uno scrittore di quella forza ! Non c ' è da dar l ' anima al diavolo ? Io vorrei esser nato in Lapponia ! Uno dei più molesti argomenti di dubbio e di confusione era per lui l ' uso del lei e dell ' ella , fra cui si trovava ogni momento come tra il martello e l ' incudine . Gli dicevano : - Di ' come i fiorentini . - Ma questi scellerati - rispondeva - dicono un po ' l ' uno e un po ' l ' altro . Che regola ci si può cavare , che Dio li confonda ! - E con gente ch ' egli praticasse , tanto e tanto si lasciava andare al lei ; ma con persone a cui parlasse la prima volta , e che gli mettessero un po ' di suggezione , non c ' era verso : il lei gli veniva sulle labbra , ma se lo rimangiava , e metteva fuori l ' ella a proprio dispetto , e lo sosteneva nel discorso a prezzo di qualunque sforzo e sacrificio della naturalezza e dell ' armonia , anche facendo rider gli amici , pur di salvare la Grammatica sacra . Appunto per la gran paura di non parlar bene , gli toccò un giorno a inghiottire un boccone amaro , che gli restò sullo stomaco un pezzo . Andando insieme a Prato , ci trovammo nel vagone con un ragazzo e un giovinetto toscani , fratelli , di viso intelligente e vivo tutt ' e due ; i quali scherzavano argutamente a ogni proposito , e rammentavano spesso il babbo , che li doveva aspettare all ' arrivo . Allettato dalla loro allegrezza , l ' amico Scrupolino sentì desiderio d ' attaccar conversazione , e a un certo punto domandò cortesemente al maggiore : - E dove , se è lecito .... dove vanno ... ? Stava per dir loro ; ma m ' accorsi che non osò , e ripetè : - Dove vanno .... elleno ? I due toscanelli fini si scambiarono un ' occhiatina e un sorriso , e il maggiore , prendendo baldanza dalla timidità dell ' interrogante , rispose con malizia : - Dove andiamo noi , ci domanda ? ... A Bologna . E il mio amico , un po ' confuso : - E .... a Bologna , mi par d ' aver inteso , li aspetta il loro .... genitore ? Il giovinetto sbirciò un ' altra volta il fratello , e poi rispose con un leggerissimo sorriso burlesco : - Sì , l ' autore dei nostri giorni . Scrupolino sentì la puntura , arrossì un poco , e non aggiunse altro . Quando scendemmo dal treno , scattò : - Hai sentito quell ' impertinente ? Avrebbe meritato una lezione . È inutile . Io non dovrei più parlare italiano . Mi darei degli schiaffi , come è vero Dio . Ebbene ( e tirò un pugno nell ' aria ) non parlerò più , e ogni cosa è finita . Tu ridi ! ... Ma è terribile . Ma fatti pochi passi pensandoci fermò , e mi domandò a mezza voce , timidamente : - Ogni cosa .... è neutro o femminino ? APOLOGIA DEL PEGGIORATIVO . Eccomi qua , signorino . Sono il sor Accio , peggiorativo di professione , vecchio come il primo topo ; ma sempre sano e pien di vita come un ragazzo . Non si sgomenti della mia faccia burbera e della mia voce grossa , chè sono un buon diavolaccio in fondo , nonostante la mia reputazione di persona grossolana , e benchè di solito si pronunzi il mio nome sporgendo il labbro di sotto in atto di disprezzo . Vero è che io servo quasi sempre a esprimere sentimenti di disistima e d ' avversione , a sparlare del prossimo e a definir cose brutte e sgradite ; ma , insomma , sono utile , perché avversione e disistima sono ben sovente sentimenti onesti , e dir male di certa gente è dovere di coscienza , e sono mai tante le cose brutte e sgradite che gli uomini sono costretti a rammentare ! E appunto perché ho coscienza d ' esser utile , mi fo lecito di offrirle i miei servizi , e di farle , modestamente , una lezioncina di lingua . Perché , parlando e scrivendo , ella si serve così raramente di me ? Eppure io servo a dir molte cose , che non si possono dir bene se non per mezzo mio . Di molte idee accorcio l ' espressione ; di certi sentimenti significo io solo certe sfumature che altrimenti non si saprebbero rendere ; a molte parole do un particolare senso comico che per sé sole esse non hanno ; e a chi esprime un giusto sentimento di disprezzo o di sdegno , il mio suono stesso dà un certo qual senso di sodisfazione , che nessun ' altra parola gli darebbe , poichè è un suono largo e forte , che gli riempie la bocca e gli fa stringere i denti , non è vero ? il suono come d ' una palmata vigorosa , che pianti ben salda e ribadisca l ' idea . O perché non si serve qualche volta di me quando vuol dire , per esempio : una trista idea , una mala giornata , una mossa o un ' entrata o un ' uscita villana , una cattiva ragione , un cattivo partito , una cattiva pratica , una brutta cera o un brutto momento ? Perché , invece di usare due parole o una perifrasi , non dice invece : - Questa è un ' ideaccia - Oggi è una giornataccia - Il tale m ' ha fatto una mossaccia , un ' entrataccia , un ' uscitaccia - Codesta che tu adduci è una ragionaccia - Ha trovato marito ; ma è un partitaccio - Quel giovane si mette male ; ha delle praticacce - Il tale oggi si deve sentir male ; ha una ceraccia - Se càpita ora quel poco di buono , mi piglia in un momentaccio - ? Non esprimerebbe la sua idea con maggior brevità e con po ' più forza ? E se per dire che un tale d ' una cert ' arte , ufficio o mestiere ha una certa pratica , ma affatto materiale , senza alcun lume di scienza , o che un impertinente l ' ha messo al punto di fare uno sproposito , o che un trivialone di sua conoscenza ha mangiato come un bufalo , dormito come un ghiro e tenuto dei discorsi indecenti , ella dicesse : - Non ha che una certa praticaccia - m ' ha messo a un puntaccio - ha fatto una mangiataccia , una dormitaccia , dei discorsacci , - non direbbe la cosa più alla svelta e con più vigore d ' espressione ? E non son mica grossolano come posso parere a primo aspetto , chè nel graduare o colorire il significato delle parole ho io pure le mie industrie e le mie finezze . Fare una levataccia , per esempio , non significa soltanto : levarsi più presto del solito ; ma dice anche la violenza che si fa alla propria pigrizia , e il rincrescimento del farla . Fare una partaccia a uno non vuol dir solo fargli un rimprovero acerbo , o , famigliarmente , una lavata di testa , ma anche usare , facendogliela , aspre parole . Dicendo che uno ha un talentaccio , un ingegnaccio , si dice che ha molto talento , molto ingegno , ma in qualche lato manchevole , o poco ordinato , o non usato sempre degnamente : non si direbbe del Manzoni o del Carducci . Poveraccio ! esprime una sfumatura di compassione o di pietà , che non si può sentire od esprimere riguardo a persone che ispirano reverenza : ella può dire poverino o poveretto , ma non poveraccio , di suo padre . Nell ' espressione : un uomo fatto all ' anticaccia , v ' è una leggiera intenzione di canzonatura che non è in fatto all ' antica . E con librucciaccio ella dice un libro non soltanto meschino nella forma ( chè libruccio significa meschino nella forma più che nella sostanza ) e non solo di poco pregio nella sostanza , ma anche in questa rozzo e cattivo . E s ' ella dice che un tale fa il comodaccio suo , dice che fa il suo comodo con particolare indiscrezione e noncuranza del comodo altrui e del dovere proprio . Vede quante piccole cose , quante minute diversità e graduazioni di idee io servo a dire e determinare ! E poi , ho stampato tante parole di forte rilievo e di color vivo e gaio , a cui nessun ' altra equivale ! Veda un po ' queste . Di un lavoro duro e misero , che dia appena da vivere : - È un panaccio . - Mangiare un panaccio arrabbiato . - Non t ' immischiare con colui : è un arnesaccio , è robaccia . - S ' è preso un cosaccio d ' avvocato , che gli mangerà fin l ' ultimo soldo . - Mi tocca a far certe facciacce per cagion sua ! - S ' è presentato con un pajaccio di scarpe rotte . - O figliaccio e po ' d ' un cane ! - E veda come servo anche a dare il fatto suo a un indegno , così di sbieco , senza parere : - L ' hanno fatto cavaliere l ' altro giornaccio , o uno di questi giornacci lo faranno . - Non è una bellezza ? E non finirei più ! Ma le dico ancor questa : che servo io solo , in Toscana , senz ' essere appiccicato ad altra parola , a definire una persona : - È un ragazzo accio , ma accio bene ; è un farabutto , ma di quegli acci ; - o sono adoperato tre volte per rincarare la dose : - È un malandrinaccio .... accio , accio , accio . - E , in fine , m ' accecherà l ' orgoglio ; ma io penso che uno scrittore che non sa giovarsi del fatto mio , o che mi trascura o mi disprezza , non può essere che uno scrittore da un tanto il mazzo . E me ne scappo , perché vedo avvicinarsi un tale , un giovincello sdolcinato , con cui non me la dico , e non mi posso trovare insieme . La lascio con lui , che cercherà di rivogarle la sua mercanzia . Ma ritornerò . A rivederci a presto , e si guardi da un ' indigestione di zuccherini . APOLOGIA DEL DIMINUTIVO . Giovanettino , ti saluto . Io sono il diminutivo ... Comprendo il tuo sorriso ; ma non mo ne risento , perché sono un buon figliuolo . Da qualcuno tu avrai inteso dir corna di me , e sei mal prevenuto a mio riguardo . T ' avranno detto che sono uno sdolcinato stucchevole , che stempero le parole e snervo la lingua , empiendola di lezi femminei e di vezzi bambineschi . Ma tu non devi dar retta a costoro : gente di grossa pasta , che non mi capisce e non mi sente . Io son modesto di natura , e non per vanagloria , lo puoi credere , ti affermo che chi mi maltratta o per ignoranza o per rozzezza d ' animo , chi non ha famigliarità con le mie forme innumerevoli e le tiene in conto di vane frasche , non può saper quanto è ricca , quanto è flessibile , quant ' è dolce la lingua della sua patria . Cascano nella leziosaggine e ristuccano , non c ' è dubbio , tutti coloro che abusano di me , appiccicandomi a cinque parole su dieci , che dicono a un modo bellino e carino un fiore e un campanile , un bambino e una montagna , che non possono esprimere un ' idea senza rimpicciolirla alla misura della loro animetta , un sentimento senza indolcirlo fino alla nausea , col giulebbe che hanno nelle vene invece del sangue . Ma , usato con discernimento da chi ha intelletto e gusto fine , io compio nella lingua un ufficio nobile e utile ; io do alla parola gentilezza e grazia e soavità di suono e sapore di scherzo garbato e cento significati delicatissimi d ' affetto , di pietà , di simpatia , d ' indulgenza ; io attenuo e scuso colpe ed errori di persone care , velo infermità e deformità d ' infelici , esprimo quanto vi è di più tenero nel cuore delle madri e degli amanti , rendo tutte le più delicate gradazioni della bellezza e delle virtù gentili e dei sensi ch ' esse ispirano ; e addolcisco il rimprovero , e spunto l ' offesa , e accarezzo e compiango e conforto . E non vezzeggio alla cieca ogni cosa , come afferma chi non m ' intende o mi calunnia ; ma dico anche verità sgradite a chi in altra forma non le vorrebbe udire , e faccio atto di giustizia temperando la lode eccessiva , restringendo il concetto ingiustamente ingrandito di molte cose , mettendo un ' ombra di rampogna , quando occorre , anche nell ' espressione della pietà e dell ' affetto . Non vezzeggio soltanto ; ma definisco , distinguo , dipingo , scolpisco ed illumino . E non è la mia vanità , è la voce universale che mi chiama una bellezza e un privilegio della lingua italiana . Imita dunque la gentilezza di chi , volendo designare un piccolo infelice , di cui non sa il nome , e sentendo che nel modo il piccolo storpiato non suona la pietà , dice - lo storpiatino - , come chiama loschina una ragazza losca , e dicendo d ' un ' altra che ha la bazza , fa intendere insieme ch ' ella ha qualche cosa di grazioso , che quasi fa piacere il difetto , chiamandola : - Una bazzina . - Ecco la bazzina . - È una bazzina , bionda , piena di vita . - E dicendo d ' una giovinetta o d ' una bimba : boriosina , invece di : un po ' boriosa , farai comprender meglio che , pure avendo quel difetto , non ha animo cattivo . E se chiamerai un ' altra : beatina , dirai , come non potresti meglio , ch ' essa è devota alle pratiche del culto , ma non pinzochera , e che il sentimento religioso in lei è gentilezza . E quando vorrai dire che una donna ha un carattere alquanto astioso , tu potrai chiamarla astiosina , senz ' offenderla ; ciò che non ti riuscirebbe né premettendo un po ' all ' aggettivo , né con altra parola attenuante . Ma è l ' affetto , è il sentimento della delicatezza che suggerisce a chi parla le mie forme più gentili ; esse non si cercano , vengon via spontanee , come certe inflessioni carezzevoli della voce . Senti le mamme del popolo , in Toscana . Chiamano maggiorino il maggiore dei loro figliuoli piccoli . Dicono vergognosina una bimba timida , e magari anche un po ' selvatica . Non chiameranno un loro bimbo : spersonito o malsano , ma stentino , e per non dir gracile , diranno : - È così minutino , ma sano , - e per non dire d ' una ragazza che è di complessione delicata , diranno : gentilina ; e capacino , per modestia , d ' un ragazzino intelligente o bravo in qualunque cosa . - Ammodino , ragazzi ! - dicono spesso , invece di : ammodo , per addolcire l ' avvertimento . Tu potresti urtare il loro amor proprio dicendo che un loro figliuoletto ha già le sue malizie ; non l ' urteresti dicendo che ha le sue malizine ; che esprime l ' idea d ' un accorgimento fine meglio che quella dell ' astuzia . E così , se vorranno dirti che un loro bimbo è schifiltoso nel mangiare , te lo diranno con un ' espressione graziosissima : - È tanto boccuccia , che è capace di rifiutarmi un piatto se ci trova un bruscolo . - E dicono al pigretto che chiede una cosa : - Allunga il santo manino , e pìgliatela da te . - E quante altre espressioni graziose ti potrei citare , fatte col mio conio ! Di una piccola donna o ragazza seducente : - È una cosolina simpaticissima - Ha un ' ideina che piace - Una camera raccoltina : non è significata nel diminutivo anche la piccolezza e quasi la giocondità della camera ? E se uno ti dice : - A tastar per terra nel buio c ' è il casetto di raccattare qualche cosa di spiacevole - non senti in quel casetto un sapor comico che ti fa sorridere ? E se ti dice un altro che : - bisognerà aspettare un paietto d ' ore - , non senti in questo diminutivo l ' intenzione cortese d ' abbreviare il tempo nel tuo concetto e di esortarti ad aver pazienza ? Ma chi può noverare la varietà degli effetti ch ' io posso ottenere ? Anche l ' attenuazione del peggiorativo ! Sentirai dire nella campagna toscana , in val d ' Elsa : - Animaccina ! - che è come dar dell ' animaccia a uno e chiedergli scusa ad un tempo , riconoscendo d ' aver detto troppo . Donnaccina ! Dieci vocaboli ammontati , nota un filologo illustre , non saprebbero dire altrettanto . E di annatina che i contadini toscani dicono qualche volta per " annataccia affamata " dice lo stesso filologo che v ' è in quel diminutivo una mirabile disposizione d ' animo , la quale attenua il dolore e quasi ingentilisce il bisogno ; e si sottintende : un sentimento di rassegnazione cristiana , per cui si vuol dire la cosa senza lagnarsi , per timor di Dio , che l ' ha mandata . Che potrei fare di più , mondo birbetta ? Sarai dunque persuaso , carino mio , che non è mia colpa se molti seccano il prossimo e mi fanno prendere in uggia con gl ' ini , con gli etti , e con gli ucci ; che è soltanto l ' abuso e il mal uso che mi rendono indigesto ; che il vizio non è in me , ma in chi mi violenta e mi snatura . E lascia ch ' io batta ancora su questo chiodo , facendoti considerare , per esempio , che se è proprio e grazioso il dire d ' un ragazzo : ravviatino , ravversatino , ricciutino , fa venire il latte ai gomiti l ' udirlo dire d ' un uomo tanto fatto ; che se è gentile il dire che una bimba è tutta pensierini per la sua mamma , è sdolcinato davvero il dir lo stesso d ' un padre per la sua figliuola ; e che è ridicolo il dire d ' un barbuto impiegato postale , cortese col pubblico , che ha una manierina amabilissima , e che stonerebbe un ufficiale con la sciabola in pugno , che gridasse ai suoi soldati , chiamandoli alle file : - Fate prestino ! Giovati dunque di me , giovinetto , e dirai molte cose propriamente e con garbo e con arguzia ; ma non mi chiamare in ballo troppo spesso , e , sopra tutto , non m ' usare che quando calzo appunto al sentimento e all ' idea . Perché io sono nella lingua come il sorriso sul volto umano . Che c ' è di più gradevole d ' un sorriso gentile ? Ma chi sorride a tutti , ogni momento e a qualunque proposito , è uno smanceroso che viene a noia . E qui fo punto . Parto per un viaggio di propaganda nell ' Italia nordica ; ma ritornerò ogni tantino nel paese tuo , dove mi pare d ' esser tenuto anche in minor conto che altrove . Ricordati di me , e fa ' spallucce ai tangheri che mi vorrebbero bandire dalla lingua : fratelli nati di quei padroni di casa villani , che in casa loro non vogliono né bambini né fiori . LA LINGUA FAMIGLIARE . Ho ricevuto in questi giorni .... Non è vero ; non ho ricevuto niente . Perché fare una delle solite finzioni letterarie , che non ingannano nessuno ? Ho scritto io a me medesimo , in nome d ' una signora immaginaria , la lettera seguente , e confesso che l ' ho scritta perché mi faceva comodo , come riconoscerai dalla mia risposta , per la quale ti domando , in cambio della mia sincerità , un po ' d ' attenzione . Al Signor tal dei tali , M ' hanno detto ch ' Ella sta scrivendo un libro sul modo di studiar la lingua italiana . Mi permetta di rivolgerle una preghiera . Ella ebbe un giorno la cortesia di farmi una lode , la quale , spogliata del complimento dove era chiusa , voleva dire che delle signore di sua conoscenza non ero io quella che parlasse peggio . Ebbene , poichè io mostro buone disposizioni , m ' aiuti un poco . Veda il caso mio . Ho un ' amica toscana , che è come una mia sorella . Quando parlo italiano con l ' altre mie amiche subalpine , son sodisfatta di me , dal più al meno ; ma da ogni conversazione con quella esco malcontenta del fatto mio , e anche un po ' umiliata . Mi dirà che la cosa è naturalissima . Ma badi : non è ch ' io m ' accorga , parlando con quella signora , di mancar di parole e di frasi per esprimere il mio pensiero ; chè , per esempio , quando tutt ' e due parliamo d ' arte o di letteratura con altri , non avverto quasi differenza fra me e lei , fuorchè nella pronunzia . La differenza grande che ferisce il mio amor proprio è quella ch ' io riconosco quando discorriamo a quattr ' occhi liberamente , di cose comuni o intime , scherzando e facendoci confidenze a vicenda . Io sento , allora , che non riesco a dare al mio discorso il colore di famigliarità , la vivezza , e , non so come dire altrimenti , la libera giocondità che è nel suo ; e non capisco bene perché non ci riesca . Forse me lo saprà dir lei , e se mi facesse questo favore , gliene sarei grata , e se della risposta che darà a me facesse un capitolo per il suo libro , credo che renderebbe un servizio anche ad altri . Mi perdoni .... È inutile far la chiusa a una lettera apocrifa , che è un semplice pretesto per far la RISPOSTA . Stimatissima Signora Subalpina , Quello che segue a lei con la sua amica , segue a me coi miei amici toscani . La nostra inferiorità nel parlar famigliare non sta che in minima parte nel giro diverso che si dà all ' espressione del pensiero e nella minor ricchezza di vocaboli che noi possediamo ; perché in questo non può esser grande la differenza fra un toscano e uno di noi , che abbia studiato la lingua ; nella conversazione ordinaria in ispecie , la quale s ' aggira quasi sempre sugli stessi argomenti , non molti , né molto vari . Consiste principalmente la loro superiorità in un gran numero di modi , non assolutamente necessari , ma propri più che altro del linguaggio parlato , comunissimi fra di loro , e da noi non conosciuti o non usati ; che son quelli appunto che dànno al discorso quel colore di famigliarità , quella vivezza , quella libera giocondità , alla quale ella accenna . Le citerò una serie di questi modi , attenendomi nella scelta alla mia esperienza , voglio dire a quelli ch ' io sento spessissimo dai miei amici toscani , e che non uso mai , o quasi mai , né parlando con loro , né con altri , non perché non li sappia , ma perché ho più alla mano altri modi , di significato equivalente , ma meno famigliari e meno vivi , meno genuinamente italiani . Essi sogliono dire , per esempio , e io non dico : - Niente niente ch ' io parli , mi dà subito sulla voce . - Di nulla nulla borbotta per un ' ora . - Punto punto ch ' egli tardasse , non arrivava a tempo . - Mi promise di non dir nulla ; ma sotto sotto andò a dire .... - Alto alto mi toccò di quell ' affare . - A andar bene bene , ci guadagnerà cento lire . - A andarmi male male , mi cacceranno di casa . - Tanto tanto sarà costretto a dir di sì . - Tant ' è fermarsi qui che in un ' altra parte . - Quella pietra non è molto grande ; ma per il suo tanto , è bella assai . - Una rendituccia pur che sia , tanto quant ' è nulla . - Non mi piace più che tanto . - Sciocco quanto ce n ' entra . - Non lo guardo quant ' è lungo . - Tutt ' a un tratto , per la strada , me lo trovai quanto di qui a lì .... Vedo che scrolla il capo . Capisco . Forse ella non si ricorda d ' aver mai inteso dalla sua amica nessuno di quei modi . Ma proseguiamo . Può essere che le abbia inteso dire quest ' altri , che né lei né io non usiamo : - Scambio di far questo , faccia quest ' altro . - Quest ' accorciatura del vestito non basta ; l ' accorcerei dell ' altro . - Gli dissi , perché non mi stèsse a seccar altro .... - Al vedere , non par che sia molto pentito . - A come si mette la cosa , non c ' è molto da sperare . - A sprofondare ( questo la sua amica non lo dirà , ma i miei toscani lo dicono ) , a farla grossa , a fare i conti grassi , è grassa se si guadagna le spese del viaggio . - Come si fa a vedere un pezzo di giovine a quel modo a chieder l ' elemosina ? - Quando avete fatto bene , egli è il miglior medico della giornata . - Oh , c ' è che fare ! ( ci vuol ancora molto tempo ) . - Voglio ( riconosco , ammetto ) che sia un lavoro difficile ; ma egli va troppo per le lunghe . - Fa delle grandi promesse ; ma voltati in là , non si ricorda di nulla . - Gran poco giudizio che tu sei a confonderti col tal dei tali ! - Quando si dice ! - È un gran dire ch ' io non possa liberarmi da quel seccatore . - So di molto io , m ' importa di molto ! - Non me ne importa il gran nulla , il bellissimo nulla . - All ' ultimo degli ultimi , al tempo dei tempi , al peggio dei peggi , in caso dei casi . - Non sarebbe mica delle peggio andare a fare una gita a Superga . - Non è dell ' erba d ' oggi ( d ' una persona non più giovane ) . - Non è più d ' oggi né di ieri . - Siamo a tocco e non tocco . - Sono stato tutto il giorno col pover ' a me .... - O cavaci un numero , via ! ( Quando ci stizziamo di non capir di che umore uno sia ) .... Credo ch ' ella cominci a trovarsi d ' accordo con me . Ma andiamo innanzi . Scommetterei che la sua amica dice qualche volta , e che lei non dice , com ' io non dico mai : - Un bambino che mai il più bello . - Una ragazza bella che mai . - Si vogliono un bene che mai . - I danari li ha bell ' e bene , ma non li vuol spendere . - Non ci si discorre ( non si può parlare con quella tal persona ) . - Qui che cosa ci dice ? ( Che cosa c ' è scritto in questo punto ? ) - Ce lo divezzerò io ( lo divezzerò io dal far questo o quell ' altro ) . - Vuol fare una bella nevata . - È capace che piova . - Quando il tempo è fatto bene , ha tempo a piovere ! - Levandomi da letto , la prima cosa prendo il caffè . - S ' è montato il capo di diventare un gran che . - Non me lo posso levare di torno . - È lui , luissimo . - L ' hai veduto mai ? Maissimo . - E " perdoni " qui , e " mi scusi là " non fa altro che far cerimonie dalla mattina alla sera . - E gonfia gonfia , non ci potei più stare . - Neanche questo non lo dirà una signora ; ma lo cito come un modo tipico d ' altri molti famigliarissimi , che i toscani usano , e noi no ; donde il nostro italiano meno famigliare del loro . Usano essi ancora nel parlar famigliare un gran numero di modi che si potrebbero chiamar duplici o geminati ; nei quali l ' espressione dell ' idea è ripetuta con un vocabolo sinonimo o affine o antitetico , sia per ribadire l ' idea stessa , sia per far un contrapposto che le dia maggiore evidenza , sia per tondeggiare la locuzione , che suoni meglio all ' orecchio , o , come si direbbe elegantemente , per cura del numero . E questi modi servono moltissimo a dar colore di famigliarità al discorso , quando non si confonda il famigliare col volgare ; chè parecchi di essi cadono nella volgarità , o ci dànno accanto , e non li avrà certo uditi mai dalla sua amica . - Cito alla rinfusa : - Essere d ' accordo bene e meglio . - Essere un paio e una coppia . - Essere d ' un pelo e d ' una buccia , d ' un pelo e d ' una lana . - Fare una cosa spesso e volentieri . - Non aver né garbo né grazia . - Non aver modo né maniera . - Averne da dare e da serbare . - Non far né uno né due . - Non aver né colpa né peccato . - Far calze e scarpe d ' una cosa . - Esser fiori e baccelli con uno . - Non voler né tenere né scorticare . - Non dar né in tinche né in ceci . - Costare il cuore e gli occhi . - Mandar via uno segnato e benedetto . - Non saper né grado né grazia . - Una ne fa e una ne ficca . - Di politica non ne vuol sentire né cotto né bruciaticcio . - Non l ' ho più visto né cotto né crudo . - È lui in petto e persona . - È una lingua che taglia e cuce , che taglia e fende , che taglia e fora . - Dàgli e picchia , dàgli e tocca , dàgli e martella . - In fine e in fatti . - Né così né cosà . - Non fa né ficca . - Non cresce né crepa . ( Mi perdoni , signora ) . E mi par che basti per un saggio . Tutti questi modi , e quelli citati più sopra ( di cui molti appartengono a tutti i dialetti , alcuni tali e quali , altri in forma poco dissimile ) corrispondono per l ' appunto nella lingua a certi gesti , atteggiamenti , sorrisi e inflessioni di voce , che noi usiamo soltanto con persone domestiche , nei quali consiste particolarmente quello che si chiama modo , contegno , tratto famigliare . Certo , non sta in questo soltanto la superiorità che hanno su noi i toscani nella conversazione ordinaria : sta in molt ' altre cose che non è qui il luogo d ' accennare ; ma nel caso suo , signora , mi par che l ' altre cose ci abbiano che fare assai meno di quella che mi sono ingegnato di dimostrarle . Si tratta d ' una parte della lingua che noi non sappiamo , o possediamo male , non avendola imparata nelle scuole , dove si bada più che altro alla lingua letteraria ; ma che è forse più necessaria , o più utile di questa , perché sono le persone famigliari , gli amici intimi quelli coi quali abbiamo più occasione e bisogno , nel corso della vita , di parlare e anche di scrivere , e di trattare di più varie cose , e più liberamente , e penetrando più addentro alle cose stesse . E ora , signora mia .... Ma la signora ha fatto l ' ufficio suo , e la possiamo accomiatare con una reverenza . LA LINGUA FACETA . Questa tu devi studiare in particolar modo se sei di natura tagliato al faceto , ossia inclinato a osservare e a rappresentare ad altri il lato ridicolo delle cose , e a esprimere molti dei tuoi pensieri , anche non lepidi in sé , in forma scherzosa ; poichè per noi , che non abbiamo imparato la lingua dalla balia , non c ' è cosa più difficile che scherzare con garbo e ottener con la parola l ' effetto del riso . Perché sia difficile lo spiega con grande evidenza il Leopardi nei Pensieri che furono pubblicati dopo la sua morte ; nei quali troverai un tesoro d ' osservazioni acutissime sulla lingua italiana . Egli dice che il ridicolo ( per quanto si riferisce al linguaggio , non alla sostanza ) " nasce da quella tal composizione di voci , da quell ' equivoco , da quella tale allusione , da quel giocolino di parole , da quella tal parola appunto , di maniera che se sostituite una parola in cambio d ' un ' altra , il ridicolo svanisce " . Ora , per questa ragione appunto noi otteniamo difficilmente il nostro intento nei discorsi faceti che facciamo in italiano : perché ci manca la maggior parte di quelle parole e locuzioni , dalle quali nasce il ridicolo , e quasi sempre usiamo in luogo di quelle gli stessi modi che useremmo per dire sul serio le cose che diciamo per far ridere . * È una verità che non occorre di dimostrare . L ' avrai osservata molte volte tu stesso nei discorsi tuoi e in quelli degli altri . Tu devi sentire alla prima qual maggior effetto comico si possa ottenere in certi casi dicendo invece di " tremar dal freddo " : - batter la diana o pigliar le pispole ; invece di " dar poco da mangiare a uno " : tenergli alta la madia ; invece di " ridurgli il vitto " : alzargli la mangiatoia ; invece di " non ha la testa a segno " : gli va male l ' oriolo ; invece di " picchiare , dar lo busse a uno " : pettinarlo , rosolarlo , tamburarlo , fargli una tamburata , dargli le croste o le paghe o le briscole . - E senti che più facilmente farai ridere se invece di " scappare , indebitarsi , dire l ' opposto di quello che s ' è detto , far le occorrenze sue , tirar calci , andar tutto d ' un pezzo e impettito " dirai : - spronar le scarpe , inchiodarsi , rivoltar la frittata , far gli offici di sotto , lavorar di pedate , aver mangiato la minestra o lo stufato di fusi . - E non c ' è bisogno di farti notare che diversità d ' effetto comico corra fra le espressioni : un abito che " si comincia a scucire " e che comincia a fischiare ; fra " abito lungo e largo o logoro o scarso o mal fatto " e palandrana , biracchio , paraguai , saltamindosso ; fra " brodo allungato " e brodo di carrucola , fra " cattiva minestra " e sbroscia o basoffia , fra " miseria " e trucia , " paura " e battisoffia , " cattivo quadro " e cerotto ; " persona acciaccosa e di malumore " e deposito : - Andiamo a far visita a quel deposito del signor Gaudenzio ! - Molte di queste parole e locuzioni sono ridicole per sé medesime , e bastano da sé in molti casi a destar l ' ilarità , dove non gioverebbe a destarla un particolare o un ' osservazione arguta aggiunta alla frase o alla descrizione e all ' aneddoto . * Per dimostrarti quant ' è ricca in questo campo la nostra lingua , ti cito ancora una serie di modi d ' uso comune in Toscana , che noi non usiamo se non raramente ; di alcuni dei quali è evidente il significato ; e d ' una parte degli altri lascerò che cerchi il significato tu stesso , perché ti resti meglio impresso nella memoria . - Affogare nel cappello , nelle scarpe , nel soprabito - Aver roba in corpo o in manica - Aver paglia in becco - Avere il baco ( con qualcuno ; avercela , senza dimostrarlo , o volerlo dimostrare ) - Avere i bachi ( essere inquieto o di malumore ) - Aver famiglia in capo - Aver la fregola ( di fare una cosa ) - Aver messo il tetto - Alzare i mazzi - Andare , darsi ai cani - Andare in dolcitudine - Attaccare il lucignolo - Bastonare la messa ( dirla in furia ) , una cosa qualunque ( abborracciarla e venderla a vil prezzo ) - Batter la solfa - Battere il trentuno - Campare con uno stecco unto - Dar le pere - Dare fune o spago - Dare una lunga a uno ( intrattenerlo , senza spedirlo ) - Dare un ' untatina - Dar nelle girelle o nelle girandole - Essere al lumicino , al moccolino , al moccoletto - Essere uno spianto ( una rovina : quell ' affare è stato un vero spianto per il tale ) - Essere in pernecche - Fare un bollo ( vuol prender moglie quello spiantato ? Farebbe un bel bollo ! ) - Far polvere ( sollevare scompigli : non faccia tanta polvere : abbia un po ' più di prudenza ) - Fare una buca ( un cassiere nella cassa ) - Fare un passio ( una cosa lunga di cosa che dovrebbe esser breve ) - Far baciabasso ( per umiliazione , per adulazione , sottomettersi ) - Girare a uno la cuccuma , la còccola , il boccino - Grattar gli orecchi - Levar le repliche - Mangiare a macca - Macinarsi il patrimonio - Mettere in purgo ( una notizia non sicura ) - Non mondar nespole ( S ' egli lavora , l ' altro non monda nespole ) - Pagar con le gomita - Piantare un melo - Piantare un porro - Prendere al bacchio ( alla cieca , alla ventura ) - Prender pelo - Prendere una lùcia , una briaca , una bertuccia - Ridursi all ' accattolica - Spianare il gobbo , le costure - Scuotere la polvere - Sonarla a uno - Sonare a mattana - Sbarbare ( Non riuscire in una cosa : s ' è messo a tradurre Orazio ; ma non ce la sbarba ) - Tagliare le calze - Venir le cascaggini ( d ' una cosa che ci annoia : mi fa venir le cascaggini ) . E soltanto per esprimere facetamente l ' idea del mangiare con avidità , o molto , o soverchio : diluviare , digrumare , dipanare , scuffiare , sgranocchiare , dimenare le ganasce , ungere , sbattere , far ballare il dente , far ballare il mento , ingubbiarsi , rimpippiarsi , rimbuzzarsi , spolverare , dar ripiego a quant ' è in tavola , mangiare a scoppiacorpo , macinare a due palmenti , mangiar con l ' imbuto , divorare a quattro ganasce . E fermiamoci qui , per non fare un ' indigestione . * Certo che le parole non hanno per tutti la stessa faccia . Molte che hanno effetto comico per alcuni , per altri non l ' hanno , e questo non è soltanto delle parole di tal genere , ma , in generale , di tutte ; e deriva dall ' aver ciascuno un suo particolare sentimento della lingua , che è la ragione per cui della lingua stessa ciascuno tende ad appropriarsi certe forme a preferenza d ' altre , o ad usarle in un significato più o men lievemente diverso da quello in che altri le usano . Ma il senso comico delle parole , in special modo , è un senso che si affina grandemente con l ' osservazione , coi raffronti , e via via che , avanzando con gli anni , si scoprono negli uomini , e nelle cose , nuove e più intime sorgenti di ridicolo ; e quand ' è affinato , dà nello studio della lingua mille diletti . Sono ben lontano dal credermi in questo più fine di Caio o di Tizio ; e non di meno , m ' accade di ridere o sorridere di molte parole , ogni volta che le leggo o le sento , come di certe forme e di certi atteggiamenti del viso umano , versi buffi o mosse allegre o burattinesche . Per esempio : - Briachite - Briachella ( uno che piglia spesso piccole sbornie ) . - Non è briaco : ha soltanto un po ' d ' accollo ( l ' inclinazione del collo come sotto un peso ) - Sbiobbo ( d ' uno rachitinoso e con gran bazza ) - Musceppia ( bambina o ragazzetta saputella ) - Patìto ( l ' innamorato ) - Pateracchio ( per conclusione spiccia , specialmente di matrimonio : si videro , si piacquero e fecero subito il pateracchio ) - Un tient ' a mente ( uno scapaccione ) - Stanga , stangato ( per bulletta , un uomo in bulletta ) - Pispilloria ( discorso a carico di qualcuno , o lungo e noioso ) - Scarpata ( pedata ) - Ciucata ( cavalcata con gli asini ) - Cacheroso ( svenevole ) - Bacherozzolo ( per bambino ) - Frittura ( di molti bambini ) - Sguerguente ( uno che fa atti strani o sgarbati ) - Squarquoio ( di vecchio cascante ) - Rubapianete ( ladro di chiesa ) - Spulcialetti - Squarciavento - Spiantamondi - Strizzalimoni - Picchiapetto - Frustamattoni - Sottaniere - Religionaio - Miracolaio - Pretaio ( uno che bazzica preti ) - Mogliaio ( che non esce mai d ' attorno a sua moglie ) - Fantajo ( dilettante d ' ancelle , direbbe la signora Piesospinto ) ; e di verbi non cito che pissipissare , indragonire , rinfichisecchire , insatanassare , sfanfanare ( struggersi d ' amore ) , cicisbeare , matrimoniarsi , rivogare .... Giusto , mi vengono in mente due versi di Neri Tanfucio : Povera truppa , quanti serviziali T ' ho visto rivoga ' nel deretano ! * Ho citato quasi tutti modi dell ' uso vivo toscano . Ma il linguaggio del ridicolo non può essere circoscritto dall ' uso , perché a chi scherza e vuol far ridere tutto è lecito , pur che rimanga nei confini più vasti della lingua . Nascendo anche il ridicolo da contrasti e dissonanze tra la parola e l ' idea , da parole usate in senso insolito , inaspettate , strane o anche fuor d ' ogni proposito ragionevole , e dalla stessa affettazione o pedanteria voluta del vocabolo o della frase , ne segue che qualsiasi modo vieto o tronfio o poetico o arcaico , il quale , usato sul serio , stonerebbe intollerabilmente , e farebbe ridere alle spese di chi lo dice , ottiene invece l ' effetto che si propone chi scherza , ed è quindi legittimo se a quest ' effetto è adoperato opportunamente e con garbo . È come di certi gesti e impostature e alterazioni del viso e dell ' accento , che riescono leziosi , sconvenienti e anche odiosi quando in una persona sono abituali e inconsapevoli o affettazioni di dignità e d ' eleganza ; ma che all ' opposto riescono piacevoli quando son fatti con l ' intenzione di far ridere , contraffacendo qualcuno , per esempio . Gli esempi sono così frequenti negli scrittori , che non mette conto di citarne ; e sono frequentissimi anche nelle conversazioni della gente colta . Noi tutti abbiamo conosciuto o conosciamo certi belli umori che hanno la consuetudine di rallegrar la gente dicendo cose comunissime o lepide con parole gravi e lambiccate e in stile magniloquente . Io ebbi un amico , professore di lettere , il quale faceva sbellicar dalle risa gli amici raccontando aneddoti faceti , e parlando anche delle cose più ovvie con parole e giri di frase del Decamerone , ch ' egli sapeva quasi a memoria . Seriamente diceva d ' esser rimasto in una trattoria attirato dalla piacevolezza del beveraggio ; descriveva un desinare suntuoso a cui era stato invitato , con grandissimo e bello e riposato ordine servito , dove lui , vago di vini solenni , aveva trovato il fatto suo bevendo del Caluso e del Barolo in certi graziosi bicchieri , che d ' ariento pareano ; e chiamava un avvocato : armario di ragione civile , e una ragazza afflitta da pene amorose : - sventurata in amadore ; e diceva d ' un farabutto : - Testimonianze false con sommo diletto dice , chiesto e non richiesto - , e a un amico incontrato per la strada : - Dammi un fiammifero , se tu hai in te alcuna favilluzza di gentilezza ; e : - Grazie , cuore del corpo mio ! - e adoperava il con ciò sia cosa che con tanto garbo , e qualche volta così all ' impensata , e con un così forte contrasto col significato e con l ' intonazione del discorso , che strappava risate da mandarsi a male . Non trascurare dunque , leggendo gli scrittori e i dizionari , neppure quella parte della lingua che è fuori d ' uso , perché certe voci e locuzioni muffite , che tu quasi ributti dalla tua mente , ti possono servire in certi casi a dare un vivo effetto comico a uno scherzo , il quale altrimenti riuscirebbe sciapito , a far ridere con un gioco di parole semplicissimo , con una sola parola , con un nonnulla . Nulla nella lingua è disprezzabile , tutto può giovare . La lingua giocosa è infinita come le sorgenti del riso . PER VARIARE IL PROPRIO VOCABOLARIO . Più di trent ' anni fa , in un tempo che sfornavo prosa a gran furia , un mio amico un fermò una mattina per la strada , e con un viso grave , che a tutta prima mi fece temere una cattiva notizia , mi disse : - Ho letto il tuo ultimo articolo . Dimmi un po ' : quando intendi di finirla col tuo in un battibaleno ? La prima volta che scriverai invece : in un momento , in un attimo , in un lampo , o anche semplicemente in un baleno , t ' inviterò a desinare . Aveva ragione . C ' era anche nel mio ultimo articolo quel maledetto battibaleno , che avevo cacciato non so quante volte in altri miei scritti , senz ' avvedermi della ripetizione , e che doveva esser venuto a noia , oltre che al mio amico , a molt ' altri . Tutti gli scrittori hanno certi modi dei quali fanno un uso indiscreto , come gli attori drammatici di certe intonazioni di voce . Non parlo di quelle parole ( per lo più verbi e aggettivi ) ch ' essi usano frequentemente per necessità , perché sono la espressione di qualche cosa che è nell ' indole del loro ingegno e del loro animo . Parlo di quei modi che non esprimono alcun sentimento o maniera particolare di veder le cose , e che son ripetuti quasi inconsciamente , senza bisogno , per forza di consuetudine , in luogo d ' altri modi , i quali direbbero lo stesso per l ' appunto . I più degli scrittori non n ' hanno soltanto uno o due , ma parecchi , e alcuni un buon numero ; e non solo gli scrittori , ma quasi tutti , parlando , n ' hanno più o meno . Sono parole che s ' attaccano alla lingua , come vizi di pronunzia , e ci restano attaccati per tutta la vita . C ' è , per esempio , chi dice e scrive fin che campa : - Quindici giorni , tre anni , due ore or sono - , e mai , neanche una volta per isbaglio : - quindici giorni , tre anni , due ore fa . - C ' è chi ha preso il vezzo di dire : - Avere il tarlo con uno - per averci odio , ira , rancore , e questo tarlo gli vien fuori infallibilmente tutte le volte che ha da esprimere quell ' idea , foss ' anche dieci volte il giorno e migliaia l ' anno . Altri s ' è avvezzato a dir tratto tratto , e lo dice in ogni caso , invece di ogni tanto , ogni poco , di quando in quando , a quando a quando ; e spesso impropriamente , perché d ' uno , per esempio , che faccia una tal cosa ogni due o tre mesi , non è proprio il dire che la fa tratto tratto , che significa intervalli di tempo più brevi . Perché quasi sempre accade questo : che chi sposa , come suol dirsi , una data locuzione , finisce con adoperarla ad esprimere non solo l ' idea alla quale essa è propria , ma tutte le idee affini a quella , e ch ' essa non esprime che a un incirca . Ma non è questo il solo inconveniente del mal vezzo . La ripetizione oziosa e abituale di certe voci e locuzioni toglie loro in molti casi gran parte dell ' efficacia , e tutta quanta , di solito , nei discorsi faceti , perché da chi legge o ascolta esse sono presentite e aspettate come ritornelli ; oltrechè riescono sgradevoli , come affettazioni , anche le più naturali e semplici , parendo che chi scrive o parla le metta innanzi così ogni momento perché le tenga in conto di fiori rari e di pietre preziose ; e aggiungi che , dicendo sempre certe cose con gli stessi vocaboli , è quasi impossibile evitar rime , cacofonie , iati , asprezze , com ' è impossibile a chi parla o scrive in una lingua straniera , in cui non conosca che un modo unico di significare ciascuna idea . Ora , via via che andrai innanzi nell ' uso della lingua , a te pure s ' incolleranno alle labbra certi modi di dire , e ci resteranno , se non vincerai la pigrizia intellettuale , che è in tutti la cagione prima di questa specie di servitù parziale del pensiero alla parola ; se , voglio dire , ogni volta che avrai da esprimere quella data idea , non farai uno sforzo per cacciar via l ' espressione tirannica , e trovare qualche altro modo egualmente proprio , o più proprio , di esprimerla . E non basterà che tu faccia questo : tu dovrai preservarti dal vizio cercando continuamente , nello studio che fai della lingua , d ' arricchire , di variare , di rinfrescare il tuo vocabolario . Perché , per esempio , dovrai dire eternamente d ' ora in poi , quando puoi dire di qui avanti , di qui innanzi , d ' ora in avanti , d ' ora avanti , di qui in là ? Perpetuamente un via vai invece di un va e vieni , un andirivieni , un andare e venire ? Sempre : non ne indovina una , invece di : non ne infila , non ne azzecca , non ne becca , non ne incarta una ? E improvvisamente o all ' improvviso in luogo di : di punto in bianco , di secco in secco , di stianto , a un tratto , tutt ' a un tratto ? E alla bella prima o a tutta prima invece di : di primo tratto , di primo lancio , di primo colpo , di primo acchito ? E da solo a solo in luogo di testa testa , a faccia a faccia , a quattr ' occhi ; e alla rinfusa invece di alla mescolata o all ' arruffata , e stare in contegno o in contegni invece di stare in aria , star sulle sue , stare in sussiego , stare sul grave , e sulle cerimonie in cambio di : sulle convenienze e sui convenevoli ? E così quel tal signore del tarlo potrebbe in molti casi esprimere diversamente e con maggior proprietà la sua idea , dicendo : averla amara , avere il sangue guasto , avere il baco , esser nero con uno . E un altro , che invece del tarlo ha la mosca , e la fa volare a ogni proposito , potrebbe dire spesso e meglio , invece di saltar la mosca al naso : montar la luna , montare in bestia , saltare in collera , saltare il grillo , pigliare i cocci , prender cappello , andar nei nuvoli , alzare i mazzi ; o almen qualche volta , se della mosca vuol serbar qualche cosa , sostituirvi la mostarda . E un signore di mia conoscenza , che ha sempre la ramanzina in bocca , potrebbe variar la nota con : fare o dare un rabbuffo , una risciacquata , una lavata di testa , una ripassata , una sbarbazzata , un ' intemerata , una parrucca , un tu per tu , una polpetta , un trippone . E un mio amico intimissimo , che per molt ' anni seccò il prossimo col bighellonare , avrebbe potuto molte volte sostituire al prediletto gioiello : girandolare , gironzolare , girondolare , girellare , girottolare , vagare , vagolare , vagabondare , vagabondeggiare , zonzare , andare a zonzo , in ronda , in volta , in giro , gironi . E il signore medesimo , che confessa le sue male abitudini per sua mortificazione , dovrebbe lasciare un po ' riposare il suo bisticciarsi , ricordandosi che si può dir più a proposito in molti casi : pigliarsi a picca , piccheggiarsi , gattigliarsi , pizzicarsi , stare a ribecco , stare punta a punta , stare a tu per tu , essere agli occhi . E .... fermami , ti prego , o non la finisco . Arricchisci dunque , ti ripeto , varia , rinfresca continuamente il tuo linguaggio . Tu avrai osservato quanto sono attraenti nel parlare il dialetto anche persone ignoranti che , non per istudio che n ' abbian fatto , ma per privilegio di natura possedono e usano molte più parole e frasi che la maggior parte del popolo ; com ' è vivo , colorito , scintillante , spesso comico il loro discorso , e con che piacere li stanno tutti a sentire , anche gente colta . Ma per acquistar questa dote non basta acquistare e fissarsi nella mente parole e locuzioni ; bisogna esercitarsi a adoperarle , come faceva il Leopardi in quei suoi Pensieri già citati , ch ' egli metteva sulla carta giorno per giorno , senza pensare che sarebbero stati mai pubblicati . Manca a quando a quando in quelle pagine quella sobrietà rigorosa che si ammira in tutte le altre sue prose : egli ripete il suo pensiero in vari modi , l ' uno dopo l ' altro , infilando sinonimi e frasi equivalenti , come passando in rassegna tutte le maniere possibili d ' esprimere quel pensiero ; ed è evidente che scriveva quei periodi per premunirsi dal vizio della ripetizione di certe forme nelle scritture che destinava alla stampa . Quest ' esercizio paziente faceva egli pure da giovane , ed era già un grande maestro . IL PESCATORE DI PERLE . Ecco un personaggio che variava davvero il suo vocabolario ; ma lo variava in maniera che non si faceva più intendere . Il che ( sia detto a sua scusa ) non era sempre un gran danno per chi l ' ascoltava . Questo pescatore di perle era un fabbricante di pillole , panciuto e brizzolato , d ' aspetto e di modi signorili ; col quale strinsi relazione in una trattoria , ch ' egli frequentava da anni , e dov ' io desinavo ogni giorno con parecchi amici , dilettanti di letteratura . Era uno di quei cultori solitari della lingua , per i quali questo studio non è che un ' occupazione piacevole dei ritagli di tempo , senz ' alcun fine letterario , e quel po ' d ' ambizione che ci mettono non va oltre il cerchio degli amici , con cui fanno sfoggio innocente della loro filologia . Ma uno studioso della lingua propriamente non era : era un appuntatore di parole scompagnate da ogni frase o pensiero , che nel suo concetto avevano un valore per sé , anche non servendo a nulla : raccoglieva parole come altri raccoglie insetti curiosi o francobolli rari . La sentenza del Tommaseo , che ogni modo è tanto più accetto quanto più è comune , e che il più comune , in fatto di lingua , come in tante altre cose , è quasi sempre il più bello , era proprio il rovescio del gusto e della norma che guidavan lui nel suo lavoro di spigolatura ; ciò che si può dire di molti , anche al dì d ' ancoi , come dice Dante . Egli non s ' innamorava che della parola peregrina , rimota dall ' uso , e quanto più dall ' uso era rimota , tanto più gli pareva bella e pregevole , e per il solo fatto che non fosse mai stata udita e che riuscisse incomprensibile , egli pensava che dovesse dare un gran piacere a chi l ' udiva e fargli ammirare chi la sapeva . Da anni andava facendo questa raccolta di perle false ; credo che le notasse in un registro ; n ' aveva alla mano un gran numero , e gli pareva di possedere il tesoro di Montecristo . Cosa singolare : il suo linguaggio era generalmente scevro d ' ogni affettazione , il suo frasario semplicissimo : solo di tanto in tanto buttava là all ' improvviso una di quelle parole straordinarie e difficili , che facevano spalancare gli occhi e la bocca alla compagnia . Si sottintende che , per poter fare questa mostra di calìe linguistiche , doveva parlar sempre italiano . E , in fatti , aveva smesso con tutti il vernacolo , giustificandosi col dire che ogni buon cittadino avrebbe dovuto far lo stesso , per amor di patria , perché la lingua diventasse l ' unico linguaggio degl ' italiani . Ma se tutti gl ' italiani avessero parlato come lui , si sarebbe parlato nel nostro paese la più matta e burlesca lingua del mondo . Non le ricordo tutte , peccato ! Ma le più belle mi son rimaste . Per esempio , non chiamava mai " mal di capo " l ' incomodo a cui andava soggetto ; ma cefalalgia , e non " limonata purgativa " volgarmente , il rimedio col quale la curava ; ma limonata catartica . Si faceva radere un giorno sì e un giorno no , e questo chiamava sempre : farsi radere epicraticamente ; ma sul serio , intendiamoci ; senza un barlume di sorriso che mostrasse la coscienza di dire una parola strana . E a proposito di barba , si faceva fare un solo radimento , e quando il rasoio non tagliava , diceva al barbiere : - Questo rasoio non è radevole . - E poi : non " ingarbugliare " gli affari e i conti , ma garabullare ; scarabillare la chitarra ; frucandolare , per frugacchiare ; avvocatarsi , per prender la laurea d ' avvocato ; avvocato parlantiere , per chiacchierone ; dinanzare uno per la strada , per passargli davanti , e mal camminabile una strada disagevole . Diceva d ' aver visto un ubbriaco che squinciava per la piazza , ossia , che andava ora per un verso ora per un altro ; e ogni momento , discutendo : - Ma codesta non è una ragione , è uno ziribiglio ( arzigògolo ) - ; e rifiutando da bere : - Grazie , ho bevuto abbastanza ; non sono bibace . Comico quanto le parole era il modo come le diceva , con certa intonazione e aria di trascuranza , quasi di sbadataggine , che si riconoscevano finte nell ' atto stesso , dallo sguardo furtivo ch ' egli girava sugli uditori , per veder l ' impressione che quegli ori di lingua facevano . E n ' aveva di due qualità : le parole ultra peregrine , per lo più inintelligibili , ch ' egli pescava nei libri , non letti da lui che con questo scopo , e non pregiati se non in ragione della pesca rara che ci poteva fare ; e le parole comuni , delle quali usava costantemente la variante antica . Sempre diceva diputato per deputato , cileste per celeste , maledicenza , malevoglienza , insapiente , inreprensibile , fabuloso . Queste piccole violazioni dell ' uso comune gli parevano una cosa nobilissima . Ne ricordo dell ' altre anche più graziose , ch ' egli prediligeva , come : ghiribizzamento , dimenticamento , pretensionoso . - Non fumo che dopo desinare , - diceva - ; mai nelle ore mattutinali : mi darebbe degli archeggiamenti di stomaco . - E dava una sbirciata circolare all ' uditorio . Giorno per giorno andava arricchendo il suo vocabolario di qualche rarità . Noi riconoscevamo quelle di recente acquisto dal giro forzato ch ' egli dava al discorso per far venire il punto opportuno di metterle fuori . Qualche volta inventava anche espressamente dei fatti . Nessuno gli credeva , per esempio , quando egli raccontava che gli era cascato uno specchio dalla parete : era un ' invenzione per poter dire che , prima d ' appenderlo , avrebbe dovuto dimergolare il chiodo , per assicurarsi che fosse ben piantato . E come affaticava l ' immaginazione , si vedeva , per trovare il pretesto di chiamare gentildonnaio ( corteggiatore di signore dell ' aristocrazia ) un avventore della sua farmacia , e per venir a dire che aveva rincincignato e lacerato una lettera insolente , e che il portinaio di casa sua , che s ' era ubbriacato la domenica , aveva rinfonfillato la sbornia il lunedì ! Questa ci confessò poi che l ' aveva intesa da un operaio senese ch ' era andato da lui a comperare dell ' ammoniaca ; e fu un caso notevole perché , neanche a domandarglielo , non diceva mai dove avesse raccattato questo o quel diamante della sua favella . Come il Conte di Montecristo , delle sorgenti della sua ricchezza egli faceva un mistero . Perché aveva molti più anni di noi , non osavamo dargli la baia , se non con certa discrezione . Ma spesso mettevamo in dubbio l ' italianità dei suoi vocaboli . - È proprio sicuro che questa sia una parola di buona lingua ? - Non glielo domandavamo per altro che per ispassarci della gravità con cui rispondeva : - Sì , ha degli esempi autorevoli . - E credo che , veramente , non ne dicesse una che non potesse in qualche modo giustificare . Ma , come disse un linguista insigne , gli scrittori italiani che fanno testo son tanti , tanto diversi d ' età , di patria , tanto disuguali di gusto e di senno , che non c ' è stranezza in materia di lingua , la quale con la loro autorità non si possa difendere . Un giorno provammo noi a parlare a modo suo per veder se capiva la satira . Stavamo seduti fuori della trattoria . Il tempo si metteva a brutto . Cominciò uno a dire : - Il cielo s ' annubila . Un altro : - Lampaneggia . - Senti che aria umidosa ! Vuol venire un ' acquazione . - Già pioviniggia . Non diede segno d ' intender lo scherzo ; ma se l ' intese , non se n ' ebbe per male . Ci parve che facesse un atto di riflessione per imprimersi nella mente quelle parole insolite . Poi , guardando per aria : - Se piove - disse - non può durare . Il vento è a tramontana . Rim - bel - tem - pirà . Insomma , l ' ebbe vinta lui , perché non avevamo in pronto altri vocaboli per continuare la celia . Ma una sera fece una brutta figura , che gli avrebbe dovuto insegnare come non fosse senza pericoli la pesca delle parole stupefacenti . S ' era avvicinata al nostro crocchio la padrona della trattoria , una signora attempatotta , sempre tutta ripicchiata , che si dava grandi arie di nobildonna , affettando una grande castigatezza nel parlare con gli avventori ; dai quali non tollerava la minima licenza di linguaggio . Si discorreva prosaicamente di certi cibi di facile o di difficile digestione . A un certo punto il pescatore di perle disse con molta gravità : - Noi digeriamo un cibo tanto più facilmente quanto più lo ... Un altro avrebbe detto semplicemente : quanto più lo desideriamo , o ne abbiamo voglia . Egli volle dire una parola " rimota dall ' uso " . E anche questa sarebbe passata come tante altre , se egli non avesse intoppato in una difficoltà di pronunzia . Ma intoppò dopo le prime due sillabe , e pronunciò le tre ultime dopo una pausa , in modo che ne formò un verbo a parte , non dicibile in presenza d ' una signora . Ci fu impossibile trattener la risata che ci venne su dai precordi , e ne seguì un piccolo scandalo . La signora credette ch ' egli avesse voluto dire uno scherzo , che sarebbe stato davvero sconvenientissimo ; lo fulminò d ' un ' occhiata , e se n ' andò a passi tragici ; e il povero " pescatore di perle " che era un uomo gentile , in fondo , e pieno d ' amor proprio , restò annichilito . La parola , pur troppo , era la prima persona plurale dell ' indicativo presente del verbo concupiscere , registrato dalla Crusca , con parecchi esempi di scrittori sacri . È ERRORE ? NON È ERRORE ? Queste due domande da quasi mezzo secolo mi suonano così spesso nella mente e all ' orecchio che oramai mi paiono di quelle Voci della natura o delle cose che parlano nei cori fantastici dei poemi . E tu pure , nel corso dei tuoi studi di lingua , e per tutta la vita , rivolgerai migliaia di volte a te stesso quelle domande , e migliaia di volte le rivolgerai ad altri , e altri le rivolgeranno a te ; e nella più parte dei casi rimarrete incerti della risposta . - Ecco il gran malanno della lingua italiana - dicon molti . E sarà davvero , per varie ragioni , un malanno più grave nella nostra che nelle altre lingue ; ma non è proprio esclusivamente della nostra : è un poco di tutte . Un illustre scrittore francese , per esempio , ha detto argutamente che non c ' è cosa più difficile del trovare tre francesi colti , i quali siano d ' accordo nel dire che un loro concittadino parla e scrive correttamente il francese . E pure si considera questa come una delle lingue viventi che hanno maggior fissità e sono più uniformemente parlate nella loro patria . Discorriamo dunque del " gran malanno " . Ma bisogna ch ' io mi rifaccia un po ' di lontano . Leggi , ti prego , la lettera seguente , che fu scritta da un bravo signore a un suo nipote , per indurlo a presentarsi al direttore d ' una Banca , a chiedergli riparazione d ' un torto che gli avevan fatto nella sua estimazione . Nota che lo scrittore della lettera è un uomo che fece i suoi bravi corsi classici , ed è giustamente stimato una persona colta , a cui sta bene la penna in mano . Mi domanderai come c ' entrino gli affari della Banca nella quistione degli errori di lingua . C ' entrano bene e meglio , lo vedrai , se avrai la pazienza di leggere . Caro nipote , Mi stupisce quello che mi scrivi d ' aver inteso dire del signor B . Fu indubbiamente qualche male intenzionato che te lo volle mettere in trista luce , e mi domando con qual fine possa averlo fatto . Sono menzogne che rivoltano . Ignorante ? Orgoglioso ? Mancante di tatto ? Nulla di tutto ciò è vero . Te ne posso star garante , poichè ho l ' onore di conoscerlo da tempo ; a meno ch ' egli sia mutato di bianco in nero da un mese a questa parte . Non è soltanto , incontestabilmente , un uomo di merito , abilissimo nel suo ufficio , appassionato degli studi finanziari , e che gode della massima considerazione presso tutto il personale della Banca ; ma anche uomo d ' animo elevato , di cuore sensibile , e in fatto di cortesia , gentiluomo senza eccezione ; tanto che è amato , più che beneviso , da quanti l ' avvicinano . Mai non conobbi personaggio alto locato più abbordabile ; chiunque gli può parlare ; anche gente del basso popolo è ricevuta da lui alla prima . Che vada soggetto ad accessi di malumore , che si lasci trasportar qualche volta dalla passione , ne convengo ; ma non è detto che alla vivacità del temperamento non possa andar congiunta la delicatezza ; e in ogni caso , basta a disarmarlo una buona parola . Deciditi dunque ; presèntati a lui senza imbarazzo ; raccontagli l ' accaduto ; mettilo al fatto d ' ogni circostanza , senza far nomi ; osservagli che fosti tu il provocato , che ti si fece un tiro inqualificabile , tentando d ' intaccare il tuo onore , per sbalzarti da una posizione che per te è quistione di pane , e mettere al tuo posto peggio che una nullità , un birbaccione spudorato , cointeressato coi tuoi peggiori nemici . Non ti preoccupare dell ' esito : vedrai che prenderà interessamento al caso tuo e che non ti toccherà una delusione . Io gli scrivo oggi stesso , d ' altronde , per metterlo prima al corrente della cosa , o per porre i punti sugl ' i , caso che già la sapesse . Ti prevengo , peraltro , che non devi pensare di raggiungere il tuo scopo con adulazioni e maniere insinuanti , le quali con lui non fanno effetto di sorta ; chè non è di quegli uomini che per vanità transigono con la propria coscienza ; e come non si lascia toccare dalle lusinghe , non si lascia imporre dalle minacce . Ma siccome è ragionevole e onesto , nulla di più facile che persuaderlo e cattivarselo dicendogli alla spiccia la verità e aprendogli con effusione il proprio cuore . Se credi che ti possa essere una facilitazione , t ' accludo una mia carta di visita per presentartigli . Abbi la compiacenza d ' accusarmi subito ricevuta di questa lettera . Non ho bisogno di dirti che per quest ' affare o per altro , nella mia pochezza , sono sempre a tua disposizione . In attesa d ' una risposta , ti mando una stretta di mano , e tienmi per la vita il tuo affezionatissimo zio TAL DEI TALI . È una lettera , riconoscerai , che a novantanove su cento italiani colti parrebbe non scritta male . Ebbene : tra francesismi , neologismi , solecismi , parole e locuzioni non puramente italiane , o per ragioni diverse riprovate dai purissimi , contiene la bellezza di 78 - dico settantotto - errori grossi e piccoli . Su parecchi di questi i purissimi non cadono d ' accordo : chi li bolla come errori , chi no . Ma il professore Pataracchi starebbe fermo sul 78 , o al più concederebbe che alcuni veri errori non sono ; ma mende , nèi , parole brutte , metafore strane , leziosaggini ; insomma , modi da sfuggirsi . Ed ecco presso a poco in qual forma concerebbe , alla lesta , il povero zio . - Mi stupisce . No , " Stupisco " : Stupire è intransitivo . - Indubbiamente , per " indubitatamente " non ha corso legale . - Intenzionato . Brutta voce , da non usare . - Mettere in trista luce . Una metaforaccia da buttarsi via . - Io mi domando . Falso : " domandare " e " dire " non s ' usano a modo di riflessivi . - Menzogne che rivoltano . " Rivoltare " riferito a cose morali , è improprio . - Mancante di tatto , nulla di tutto ciò , ho l ' onore di ( invece di " mi onoro " ) , un mazzo di francesismi . - Da tempo ( senza dir da quanto ) e star garante ( per star mallevadore ) , da bollare . - A meno che ( per " eccetto che " ) , barbaro . - Da un mese a questa parte . Che parte ? Che c ' entra la parte ? Un fregaccio . - Uomo di merito . Merito , usato in questa forma indeterminata , sta male . - Incontestabilmente per " incontrastabilmente " , abilissimo per " valentissimo " , massima per " grandissima " , personale per " gl ' impiegati " , da rimandarsi in Gallia . - Appassionato degli studi , improprio . - Considerazione per " stima " , brutta metafora . - Animo elevato , francese , e sensibile , nel senso che qui gli si dà , francesissimo . Improprio in fatto di cortesia per " in materia di " o " rispetto a " . È brutto e strano modo senza eccezione per " assolutamente " e lezioso beneviso per " ben veduto " e metaforaccia sgarbata e materiale alto locato . - Un brutto paio di francesismi avvicinare una persona per " avvicinarsi a lei " e abbordabile per " degnevole " o " accostevole " . - Chiunque per " ciascuno che " quando serve a un costrutto sospeso , riprovevole . - Riprovevole basso popolo , che non s ' usa che in senso spregiativo . - Francese accessi di malumore per " moti , impeti " , francese lasciarsi trasportare da una passione per " lasciarsi sopraffare " , francese ne convengo per " lo riconosco " . - Un frego su insieme al , invece di " insieme con " che è errore ; su delicatezza per " gentilezza " , su disarmare per " far cadere la collera " . - Deciditi per " risolviti " via ! - Senza imbarazzo ? alla spazzatura ! Imbarazzo non vuol dire che " gravezza di stomaco " . - L ' accaduto ! Ma accaduto non è sostantivo , è participio . - Mettere al fatto , per " far sapere ? " , mai al mondo . - Brutto circostanza per " particolare " . Foggiato sul francese far nomi . Francese inqualificabile per " indegno " . Osservagli per " fagli osservare o notare " , sproposito . Intaccar l ' onore , altro sproposito . Posizione per " impiego " , di vil conio francese , e così è quistione di pane e una nullità per " si tratta di pane " e " uomo da nulla " . E bollo spudorato per " impudente " " e cointeressato , che è del gergo mercantesco , e delusione per " disinganno " , che non è parola italiana , e interessamento , che è voce ostrogotica , e preoccuparsi per " darsi pensiero " che è uno svarione , e mettere al corrente , che è mal detto invece di " in corrente " od " a giorno " . Un altro mucchietto di scorie francesi : d ' altronde , mettere i punti sugl ' i , ti prevengo per " ti avviso " , far effetto per " commovere , colpire " . Sgarbatissimo raggiungere lo scopo per " ottenerlo " : lo scopo non corre . - Improprio insinuante per " lusinghevole " . - Abbominevole transigere con la coscienza per " patteggiare " . - Ignobile mozzicone di frase imporre per " soverchiare " . E non fanno effetto di sorta ! Che ci sta a fare quel sorta ? E siccome per " poichè " qual uomo onesto lo può usare ? E toccare per " commovere " con che faccia si può scrivere ? E fare una cosa con effusione ? Effusione di che ? - È un altro francesismo nulla di più facile , ed è contennendo alla spiccia per " alla lesta " e non di buona lingua facilitazione per " agevolezza " . - Ti accludo . Oibò ! " Ti includo " Carta di visita . Eh , via ! " Biglietto di visita " . - Abbi la compiacenza . Che roba e ? Si dice : " Cortesia , gentilezza " . - Ricevuta non si dice che per danaro : " ricevimento " . - E bellino il francesismo non ho bisogno di dirti per " non occorre , non importa ch ' io ti dica " ! E quest ' altro : sono a tua disposizione per " ai tuoi comandi " ! E pochezza per " insufficienza " è voce non solo brutta , ma falsa . E in attesa è un fiore del gergaccio burocratico . E non è un bel modo una stretta di mano come si direbbe una " stretta d ' occhi o di spalle " . Ed ecco il razzo finale : Tienmi per la vita ! Perché vuol che lo tengano per la vita ? Ha paura di cascare ? * Hai visto che po ' po ' di roba . E i modi bollati nella lettera di quel disgraziato zio non sono che una parte minuscola del numero grandissimo che il professor Pataracchi e altri come lui bollerebbero . Sfoglia i dizionari dei francesismi , i vocabolari dei modi errati , i lessici della corrotta italianità , e altri simili : ci troverai riprovate , per ragioni diverse , un ' infinità ( ma no , anche infinità è un francesismo ) , dirò : innumerevoli parole e locuzioni , che si senton dire continuamente da persone colte d ' ogni parte d ' Italia , ( non esclusa la Toscana ) , e che si trovano a ogni tratto anche in libri di scrittori , i quali hanno tutt ' altro che reputazione di barbari . Tu m ' interrompi per dirmi : - Ebbene ? Tante grazie . È una bella notizia per incoraggiarmi a studiare l ' italiano . C ' è da darsi al diavolo . Posso dire come Scrupolino , che val meglio studiare il cinese . - Ma no ; non per iscoraggiarti dico quello che dico ; ma per preservarti da ogni scoraggiamento che ti potesse cogliere andando innanzi nello studio . Voglio dire che se darai retta a tutto quello che dicono i vagliatori e distillatori e lavandai della lingua , che non hanno altro da fare , e ' ti faranno il capo , ti faranno , grosso come un cocomero di Prato ; che se , fin da principio , ti vorrai proporre di parlare e di scrivere un italiano assolutamente immacolato , nel modo che lo vorrebbero i Pataracchi , dovrai darti tal cura e durar tanta fatica , che a questo solo si ridurranno i tuoi studi , che starai fermo invece di procedere , e non farai che difenderti in luogo di conquistare . Né t ' incoraggio a barbareggiare con questo , che Dio mi liberi ; poichè moltissimi dei modi d ' uso corrente , che i puristi condannano , sono di fatto erronei o barbari o brutti , e devi imparare a conoscerli per non usarli , e per conoscerli è bene che tu legga i libri citati , dove sono raccolti . Ma questo lavoro di ripulimento della lingua tu devi farlo a poco a poco , tranquillamente , come un esercizio igienico ; non con la furia di mondarti d ' ogni impurità tutt ' a un tratto , come molti fanno , che è un mettersi a un ' impresa disperata . E devi considerare che molti di quei modi sono inevitabili , che che se ne dica , e che dalla lingua italiana non s ' estirperanno più , per quanto si faccia ; e che sull ' erroneità di molti altri non concordano neppure i linguisti più severi ; e che questi stessi linguisti severissimi , quando non scrivono o non parlano di lingua , si lasciano scappare dalla bocca o dalla penna una buona parte delle parole e delle locuzioni a cui nei loro codici dànno lo sfratto . Va ' dunque franco . Non ti costerà gran fatica lo scansare prima di tutto i francesismi , che si riconoscono alla brutta faccia . Tu non hai bisogno di ricorrere ai dizionari per sapere che sono francesismi sformati circostanziare , debuttare , decampare , defezionare , dettagliare , dilazionare , formalizzare , negligentare , rivoluzionare , terrorizzare , e altri errori simili , che suonano nella lingua italiana come le stecche false nel canto . E non ti lascerai scappare dalla penna né " declinare il proprio nome " , né " demolire una reputazione " , né " fare delle amabilità " , né " colmare di attenzioni " ; e non dirai che in una casa c ' è tutto il confortabile , per dire che c ' è ogni comodità e ogni agio ; né che sei andato a Genova o a Milano in una data epoca ; né che un dato scrittore la importa per bellezza di stile sopra un altro ; né tanti altri modi dello stesso genere , nei quali è evidente il conio straniero falsificato , e che pure si dànno giornalmente e si accettano come moneta di zecca italiana . Bada per ora che non cadano nella tua lingua le grosse immondizie , e spazza via quelle che ci sono . Poi , avvezzandoti a far pulizia nella casa , diventerai a poco a poco in quel lavoro sempre più accurato e meticoloso , fino a volerla tersa e lucente come uno specchio . Ora devi provveder soprattutto ad ammobiliarla , a mettervi tutto quello che è necessario e utile , e a darle un aspetto generale decoroso , senza star dietro a tutte le minuzie e cercar la perfezione in ogni nonnulla . Che cos ' è questo vocìo ? Viene innanzi una folla . Mi par di riconoscervi qualcuno . Senti che gridano essi stessi chi sono , l ' un dopo l ' altro . Abbonamento - Abitudine - Accattonaggio - Aggiotaggio - Affarismo - Affarista - Ballottaggio - Canotto - Canottiere - Carriera ( per professione ) - Colpo di stato - Comitato - Crisi ministeriale - Decorazione ( per insegna cavalieresca ) - Dimostrazione popolare - Esplosione - Esposizione - Evoluzione storica - Favoritismo - Giornalismo - Genio ( per uomo di genio ) - L ' insieme ( per " il tutto " ) - Influenza ( per influsso ) - Interpellanza - Iniziativa - Manovra - Marcia - Mozione - Panico ( per timor panico ) - Pensione ( per retta o dozzina ) - Personale d ' un ' amministrazione - Pompa ( da incendi ) - Proclama - Proiettile - Progetto - Protezionismo - Reazione - Solidarietà - Uomo di spirito - Specialista - Spionaggio - Successo - Insuccesso - Interesse , interessante , interessare - Naturalizzare - Materializzare - Sorvegliare - Speculare - Subire - Sensibile - Suscettibile - Indispensabile - Normale - Anormale - Obbligatorio - Refrattario - Seducente - I prodotti dell ' industria - Le produzioni teatrali - I torbidi di Vattelapesca - Abbasso i tiranni ! ... Ci vorrebbe altro a sentirli tutti . Ma ora gridano tutti insieme . Sentiamoli . " Noi siamo francesismi , barbarismi , sconce parole , tutto quello che volete . Ma arrestate il nostro corso , se vi riesce , signori Pataracchi e compagnia . Abbiamo preso l ' aire e non c ' è più freno per tenerci , disse un dei pochi di voi , che hanno vista lunga e senso di discrezione . Avete avuto un bel gridare e scaraventarci addosso tòrsoli e sassi e tenderci funi a traverso la strada : noi siamo andati oltre , e ci siamo sparsi da per tutto ; cacciati dalle porte , siamo rientrati per le finestre ; dalle bocche dei mal parlanti siamo passati a quelle di chi parla meglio ; abbiamo invaso i giornali , i trattati , le leggi , le cattedre , il Parlamento , i vocabolari , le Accademie ; e ci siamo e ci resteremo . Abbasso i Pataracchi ! " LE PAROLE NUOVE . ( Pareri d ' un senatore , d ' un filologo , d ' una signora , d ' un ingegnere industriale e d ' un bello spirito ) . * Per parole nuove intendo principalmente quelle che noi prendiamo a prestito da lingue straniere per designare nuove cose ( come istituzioni , invenzioni , usanze ) , per le quali non abbiamo nella nostra lingua parole proprie , perché son cose che non ebbero origine , ma furono introdotte da paesi stranieri nel nostro . Come di altre parole e locuzioni si domanda : - È errore ? Non è errore ? - di queste si suol domandare : - Si può o non si può dire ? O che parola italiana vi si potrebbe sostituire ? - A questo riguardo , invece di stenderti un lungo elenco di vocaboli , e di ripeterti ( chè altro non potrei fare ) le discussioni che si fecero e si fanno sulla convenienza d ' accettarne alcuni e di rifiutarne altri , e sui vocaboli italiani che potrebbero far le veci dei rifiutati , credo più opportuno il riferirti certi pareri che mi furon dati intorno all ' argomento da persone di dottrina e di buon senso , alcuni molti anni fa , altri di recente ; dai quali tu potrai dedurre una norma generale da seguire , parlando e scrivendo . UN SENATORE . - Come ho da fare , signor Senatore ? - domandai a un dotto toscano , scrittore elegantissimo ( ahimè ! son più di trent ' anni , e il valentuomo è morto da un pezzo ) . - Come si può conciliare la necessità d ' usar le parole nuove col dovere di non offendere la purità della lingua ? Rivedo il buon sorriso arguto con cui mi rispose : - La purità della lingua ? Ma nessuna lingua è pura , e non deve , né può essere . Non potrebbe esser pura che la lingua d ' un popolo , il quale non avesse commercio né di cose né d ' idee con alcun altro popolo , non solo , ma che , non mutando in nulla mai né le idee né le cose proprie , ossia , non pensando e non progredendo , non avesse mai bisogno di variare e d ' arricchire il proprio linguaggio ; che sarebbe perciò un linguaggio morto , e morto il popolo stesso . Nessuna lingua è ricca abbastanza da poter designare in termini che già possegga tutti gli oggetti e i concetti nuovi che porta con sé il progresso universale di ogni forma del lavoro umano : deve quindi ogni lingua accettare e produrre continuamente nuovi termini . La maggior parte di questi , a chi vorrebbe la lingua immobile , paiono voci impure , che la deturpino e la snaturino . Ma le cause dell ' alterazione della lingua essendo inevitabili e necessarie , è così illogico e impossibile il respingere le nuove parole per amor della purità linguistica , come sarebbe il respingere le cose e le idee per conservare immutato il modo di vivere e di pensare della propria nazione . Sono i barbarismi superflui e le parole nostre storpiate o usate in senso improprio e i traslati e i costrutti ripugnanti all ' indole della lingua nazionale , quelli che la offendono e la imbastardiscono : non le parole straniere di cui non si può fare di meno . Si può dire che macchiassero la purità della lingua i primi italiani che nominavano coi termini ora in uso tutte le nuove armi inventate dopo la scoperta della polvere ? E quelli che chiamavano coi loro nomi d ' origine tutti i concetti e le istituzioni che ci vennero dalla rivoluzione francese , e che fra noi hanno conservato quei nomi , non più discussi ora , e quasi neppur più riconosciuti come stranieri ? E quelli che usavano per i primi le parole telegrafo , piroscafo , dagherrotipo , fotografia , e cento altre simili ? Non si dia dunque pensiero per questo riguardo , perché non offenderà la purità della lingua usando le parole nuove , e necessarie , più che non ne offenda l ' armonia pronunziando o scrivendo i nomi di personaggi storici o d ' amici suoi francesi , inglesi o tedeschi , che le occorra di rammentare nei suoi discorsi o nei suoi scritti . UN FILOLOGO . Questi esordì bruscamente : - Anche lei ! Ma non c ' è che il nostro paese dove la letteratura abbia tanto tempo da perdere . Che bisogno ha di pareri in una quistione di semplicissimo buon senso ? Sulle parole straniere assolutamente necessarie per designar nuove cose , non c ' è da discutere : bisogna usarle ; e non è nemmeno il caso di dire : bisogna : s ' usano , le usan tutti , e la quistione è risolta . Il dubbio può cadere su tutte quelle voci e locuzioni nuove che servono ad esprimere nuovi aspetti di cose , nuove relazioni fra di esse , modificazioni nuove d ' idee e di sentimenti , nuovi ordini di idee , principalmente in politica , in arte , in filosofia ; e intendo la filosofia che è materia delle conversazioni comuni . In questo campo , come ha detto un maestro , ci sono in ogni lingua , in qualunque momento considerata , parole e frasi straniere messe in prova , delle quali alcune rimarranno , altre saranno sostituite da altre , che l ' uso formerà e farà prevalere alle prime ; parole nazionali di cui si va mutando il significato ; processi di differenziazione , per dirla coi matematici , che si vanno compiendo , ma che non sono interamente compiuti . Ora , rispetto all ' uso di questo materiale mobile della lingua , ciascuna nazione fa come una moltitudine in cammino ; nella quale c ' è chi si spinge alla testa della colonna , chi rimane alla coda e chi si tiene nel mezzo . Lei , come scrittore , non ha da andare né tra i primi né tra gli ultimi ; ma deve camminare fra gli uni e gli altri . Il criterio della scelta lo ha da ricavare dall ' uso . Delle parole nuove usi quelle che s ' usano generalmente e che generalmente sono capite . Fra due parole che s ' usino , una straniera e una italiana , con non determinata prevalenza di questa o di quella , ma tutt ' e due egualmente intese dai più , si tenga all ' italiana . E in tutti i casi in cui la parola italiana , che alcuni vorrebbero sostituire all ' esotica , non è capìta dai più , non c ' è da tentennare : poichè si parla e si scrive per farsi capire dai più , usi l ' esotica , e non si dia altro pensiero . Fuor di questa norma , che anche un ragazzo troverebbe da sé , non si fanno che vanissime ciance . UNA SIGNORA . Era una signora toscana , coltissima , che avrebbe potuto presedere un ' Accademia , e non aveva ombra di pedanteria . - Io non le posso dire - rispose - che quello che lei certamente pensa . Si ricorda i versi del Giusti a proposito della parola diligenza ? Il cambio delle voci Fra gente e gente , come l ' ombra al corpo , Tien dietro al cambio delle cose umane ; Né straniero vocabolo corrompe L ' intrinseca virtù d ' una favella Quando lo stile riman paesano . Se lei parla e scrive in buon italiano , una lingua tutta italiana di sostanza , d ' impasto e di colore , nessuno dirà che parla o che scrive male per il fatto che a quando a quando usi una parola non italiana per dire una cosa che nella nostra lingua non ha ancora la parola che la esprima . So bene che ad alcune delle parole straniere già divulgate c ' è chi propone di sostituire altre parole nostre , e che , se queste calzano , e se hanno da prevalere , ciò che è desiderabile , bisogna pure che qualcuno le cominci a usare . Ma in questo io m ' attengo a una regola che mi è suggerita da un sentimento più forte di quello della lingua . Delle parole italiane che si vorrebbero sostituire alle straniere ce n ' è che si posson dire senza che ne scapiti la naturalezza del discorso , e quelle le dico . Ce n ' è altre che non si possono dire senza far maravigliare e sorridere chi ascolta e senza passar per saccenti che si voglia in materia di lingua dettar la legge , e queste non le dico e non le scrivo , perché preferisco usare un barbarismo al far ridere e all ' esser tacciata di saputella . Così non voglio e non posso dire teletta invece di toeletta , né posa invece di consolle , né rinfresco invece di buffé , e con buona pace del nostro buon B . , dirò cupè , finchè lui od altri non abbiano trovato in luogo di quella parola qualcosa di più spiccio di scompartimento anteriore della diligenza , che quando è detto per non dire la parola barbara , è ridicolo . Questa è la mia regola riguardo alle parole nuove : parlare e scrivere italiano quanto più puramente si può , senza far ridere ; perché nell ' uso delle parole ciascuno ha un suo sentimento proprio della convenienza , al quale nessun ' autorità linguistica può comandare . Ma già dev ' esser pure l ' opinione sua , com ' è di quasi tutti , e lei non m ' ha interrogata che perché gliela confermassi ; e se le avessi espresso un ' opinione contraria , non ne avrebbe tenuto nessun conto . Stia dunque col Giusti . L ' importante è che lo stile rimanga paesano . UN INGEGNERE INDUSTRIALE . Sono ameni i puristi sine labe che non vogliono le parole nuove . È perché non vivono nel nuovo mondo . Se ci vivessero , se sapessero il numero enorme di nuove parole che hanno portato con sé e rese necessarie i progressi delle industrie minerarie e metallurgiche , il telegrafo , il telefono , l ' elettricità , le macchine tessili , la stampa , e cento altre cose ; se toccassero con mano che non passa quasi giorno senza che si scopra o s ' inventi qualche nuovo strumento , o procedimento , o particolare di congegno o di tecnica , che non può aver altro nome fuor di quello che gli dà chi lo inventa , si sdarebbero dall ' impresa per disperati . Per ogni dieci o cento parole che occorrono , e che son prese da una lingua straniera o coniate alla meglio fra noi dalla gente che n ' ha bisogno , essi ne propongono una , che dicono italiana , o meno barbara . Ma a che pro ? Chi la mette in corso ? E quale scrittore ha mai fabbricato nuove parole , che sian diventate d ' uso comune ? D ' uno dei più fecondi e popolari scrittori francesi del settecento , si dice che n ' abbia coniate di suo e mandate in giro due sole ; delle quali una è morta . E , infatti , l ' azione d ' uno scrittore , per quanto autorevole , non è che pochissima cosa , per non dire nulla affatto , rispetto all ' azione collettiva del popolo , che di certe parole nuove ha bisogno subito , e le piglia dove sono e come le trova , o se le fabbrica da sé , nel modo che gli comoda e gli garba . Conosco una sola nuova parola italiana che in quest ' ultimi anni sia stata coniata da un pubblicista , e abbia avuto una certa fortuna : ed è tramvia , che entrò nei regolamenti e nelle leggi . Ma moltissimi che scrivono tramvia , dicono parlando tranvai , e tranvai o tram si dice dalla grande maggioranza in Toscana e altrove ; e anche di quelli che usano la parola ufficiale , chi la fa femminile e chi maschile , e chi pronunzia tramvia e chi tranvia , poichè il suono amv non è della lingua italiana ; e non è ancor certo che a tramvia debba restar la vittoria . Dunque ? Io lascerei gridare i linguisti , e farei il comodo mio , come tutti fanno , senza il loro permesso , e come s ' è sempre fatto da per tutto , da che mondo è mondo e le lingue vanno da sé , come i fiumi . UN BELLO SPIRITO . Quello che mi fa dispetto , in quest ' affare delle parole nuove , di cui mi son molto occupato per pura curiosità , è l ' ipocrisia dei pedanti : è che molti di loro condannano certe parole senza dire quali altre vi si hanno da sostituire , e qualche volta riconoscendo che non ce n ' è altre ; o ne propongono tre o quattro , che equivale a non proporne alcuna , perché è un sostituire a una questione un ' altra quistione ; e che , in ogni caso , combattendo una parola in uso e proponendone un ' altra , sono certi certissimi di fare un buco nell ' acqua ; ciò che vuol dire che seccano la gente sapendo di non ottenere altro effetto che quello di seccare . Mi fa anche più dispetto il vedere che molte delle parole nuove ch ' essi non registrano o bollano di barbarismi nei dizionari e nelle dissertazioni o dispute filologiche , o cancellano con tanto di frego nei componimenti dei loro discepoli , le usano poi essi stessi a tutto pasto , parlando , perché non possono farne di meno , perché non si farebbero capire o si farebbero canzonare usando quelle che ci vogliono sostituire . Per esempio , io giocherei tutti e due gli occhi che di tutti quanti i proscrittori del barbarismo consommé o consumé non ce n ' è uno che abbia mai detto , non ci sarà mai uno che dirà in nessun luogo , in nessun caso , a nessun cameriere o cuoco o albergatore o serva d ' Italia : - Mi dia un consumato o un brodo ristretto . - E l ' esempio val per cento . O che razza di gioco a partita doppia è codesto ? Se quelle parole le dicono , perché non le scrivono ? Se non osano di scriverle , perché le dicono ? Sono bene costretti a scriverne e a lasciarne scrivere tante altre che ai loro padri fecero orrore . Ma la lingua s ' altera ! Ma sono secoli che si va alterando ; ma tutto s ' altera col tempo : i costumi , le idee , la vita , il mondo : non s ' ha da alterare la lingua ? Ma la vanno alterando essi medesimi , che usano molte parole non usate dalla generazione antecedente , che ne usano da vecchi molte altre , che non usavano da giovani . Dicevano essi da ragazzi le parole : patinaggio , scatingring , fonografo , cinematografo , sport , automobile , motocicletta ? E bisogna ben che le dicano ora per forza . Io vorrei che con la macchina maravigliosa del romanziere Wells ci potessimo trasportare tutti quanti nel venticinquesimo secolo , per veder che faccia farebbero a leggere il vocabolario della Crusca del 2400 ! E allora , a che serve questo dire e non scrivere , prescriver con la penna e accettar con la bocca , e pensar d ' arrestare una moltitudine che corre agguantando Tizio e Caio per il colletto ? * Ma tu mi dirai che non t ' ho riferito che giudizi anonimi . Ebbene , consultiamo insieme uno scrittore grande e purissimo . Ecco quello che ti direbbe Giacomo Leopardi , condensando in un breve discorso quanto è scritto sparsamente nei sette volumi dei Pensieri postumi . - Conservare la purità della lingua è un sogno , un ' immaginazione , un ' ipotesi astratta , un ' idea non mai riducibile ad atto , se non solamente nel caso d ' una nazione che , sia riguardo alla letteratura e alla dottrina , sia riguardo alla vita , non abbia ricevuto e non riceva nulla da nessuna nazione straniera . Le cose vivendo sempre , e modificandosi sempre continuamente e moltiplicandosi le conosciute , e non potendo una lingua esser mai perfettamente fornita del necessario fin ch ' ella non esprime perfettamente e convenientemente tutte le cose e tutte le possibili modificazioni delle cose di questo mondo , ne segue la necessità ch ' ella s ' accresca sempre di nuovi modi ; i quali è ben naturale che a noi italiani vengano in gran parte di fuori , perché la vita ci viene in gran parte d ' altronde . Molte di queste parole e modi nuovi sono comuni a tutte le lingue colte d ' Europa , e però sono europeismi , non barbarismi , perché non è barbaro quello che è proprio di tutto il mondo civile e proprio per ragione appunto della civiltà , com ' è l ' uso di queste voci che deriva dalla stessa civiltà e dalla stessa scienza d ' Europa . E d ' altra parte l ' esempio dei nostri classici ( quasi tutti ) che hanno arricchito la nostra lingua con derivar vocaboli e modi dal latino , dal greco , dallo spagnuolo o donde che sia , e li hanno resi italiani di fatto , ci ammonisce che la lingua italiana è capacissima d ' appropriarsi voci e maniere d ' altre lingue . E non solo può , ma lo deve fare , perché quanto più la nostra lingua è diligente nel non voler perdere ( cosa ottima ) , tanto più per necessaria conseguenza dev ' essere industriosa nel guadagnare , per non somigliarsi al pazzo avaro che per amor del danaro non mette a frutto il danaro , ma si contenta di non perderlo e di guardarlo senza pericoli . Voler respingere le parole nuove è voler mettere l ' Italia fuori del mondo . Tutte sentenze d ' oro , come dice il Giusti . Ma poichè potresti esser tentato d ' abusarne , seguendo l ' esempio dei molti barbari che dalle lingue straniere pigliano a prestito una parola ogni dieci , ti presento come antidoto un mio amico di gioventù ; la cui immagine mi salta sempre davanti quando nel parlare italiano sto per dire una parola o una frase francese , non perché manchi alla mia lingua il modo corrispondente , ma per iscansare la fatica di cercarlo . Ho l ' onore di presentarti il visconte La Nuance . IL VISCONTE LA NUANCE . La famiglia dei visconti La Nuance è antica e numerosissima . Il giovine italiano , al quale avevamo posto quel soprannome , era nobile veramente ( del che non si boriava punto ) ; ma povero come noi , figliuolo d ' un esattore , e impiegato egli stesso , non ricordo in che amministrazione dello Stato . Essendo cresciuto in Savoia , dove suo padre era stato parecchi anni , aveva imparato il francese prima e meglio dell ' italiano , e quella era rimasta la sua lingua preferita , e diventata il suo vanto , la sua gloria , il vero titolo di nobiltà , del quale egli andava superbo ; affermando , naturalmente , ch ' era la più bella d ' ogni lingua antica e moderna , superiore senza confronto e per ogni rispetto alla nostra . Quindi le continue discussioni e battaglie che seguivano fra lui e gli amici , e le infinite canzonature che gli piovevano addosso ; delle quali non si risentiva mai , poichè a un ' ostinazione invincibile in quella sua idea , in quella soltanto , egli accoppiava una bonarietà inalterabile , che gli faceva tollerare anche gli scherzi più mordenti . Ci stizziva in particolar modo il suo continuo interpolare nel discorso italiano vocaboli e frasi francesi , come se la nostra fosse una mezza lingua , che non bastasse ad esprimere perfettamente nessun pensiero ; e non men di questo la ostentazione ch ' egli faceva di quell ' italiano infranciosato , quasi compiacendosi di non avere della lingua propria che un ' infarinatura , quanto gli occorreva appunto per i suoi ristretti bisogni di impiegato . E usava nella più parte dei casi il modo francese anche sapendo il modo italiano , poichè in ogni parola o frase di quella lingua egli sentiva o diceva di sentire una sfumatura di significato ( una nuance , diceva sempre ) che nella nostra lingua non si poteva rendere . Era quasi sempre un ' immaginazione sua ; ma non c ' era verso di sconficcargliela dal capo . Citava un modo francese , e diceva in aria di sfida : - Sentiamo , come direste in italiano ? - Noi gli citavamo un modo nostro che , per consenso di tutti , significava per l ' appunto lo stesso . Ed egli no , s ' incapava a negare . - Ci s ' avvicina - rispondeva - ; ma è un ' altra nuance ; no , ce n ' est pas ça tout à fait . - No , far riscontro non voleva dire precisamente faire pendant , averne un ramo non significava tal quale être toqué , dire di uno roba da chiodi o ira di Dio non era propriamente lo stesso che pis que pendre . - Un ' altra nuance , un ' altra nuance , qualche cosa di sopraffino , l ' idea d ' un ' idea , un nonnulla , ch ' egli non sapeva dire , ma che sentiva . E quando poi si faceva la prova inversa , aveva la faccia fresca di tradurre disinvolto in dégagé , traccheggiarsi in se dandiner e vattelapesca in que sais - je ! Noi gli coprivamo la voce con una urlata , ed egli rispondeva urlando : - Traducete in italiano il Marivaux , se vi riesce ! Traducete il Labiche ! - E tu traduci il Berni , traduci il Giusti , traduci il Parini ! - Fiato sprecato . Aveva anche il coraggio di sostenere che il francese è più musicale dell ' italiano . - Troppe vocali , troppe vocali - diceva . - Si parla sempre con la bocca spalancata . Per esempio , il famoso verso di Dante , nel racconto di Francesca .... - e squarciando le a con una bocca da entrarci una rapa , declamava : - Aaamor che aaa nullo aaamato aaamar perdonaaa ! Ma c ' è da slogarsi le mascelle ! - E noi gli citavamo bellissimi versi francesi che avevano non meno a che il verso dantesco ; ma non serviva , perché l ' a francese , per lui , era un ' altra a , di suono più discreto dell ' italiana . Nei versi francesi sentiva armonie misteriose che al nostro grosso orecchio sfuggivano . - Per esempio , quel celebre verso del La Fontaine , che Victor Hugo giudicò ammirabile : Six forts chevaux tiraient un coche ; che maravigliosa , inimitabile armonia imitativa ! - Di versi italiani , maravigliosi per armonia imitativa , gliene citavamo a decine . - Ma non così fini - ribatteva - non così fini ! - Andava fino a dire che era ben più dolce l ' au revoir che l ' a rivederci , benchè nel saluto francese ci siano come nel nostro due erre ; le quali , per giunta , egli arrotava in tal modo , che , a sentirlo , pareva d ' esser salutati da una sega arrugginita . - Au rrrevoirrr ! Ma non sentite che dolcezza ? - E allora gli davamo del barbaro , dell ' italiano rinnegato , del traditore della patria ; al che egli rispondeva invariabilmente : - Des bêtises ! des bêtises ! - guardandoci con un sorriso compassionevole , come gente di una razza primitiva , parlanti ancora una lingua rudimentale . Di scrittori italiani parlava il meno possibile , e ci aveva le sue buone ragioni . Quando gli chiedevamo un giudizio sopra un nostro grande scrittore antico o moderno , egli riconosceva con parole vaghe i meriti che noi ammiravamo in lui ; ma soggiungeva sempre che gli pareva lourd , sans souplesse , sans finesse . La finezza era nel suo concetto la grande superiorità della lingua francese sulla nostra , e affermava che soltanto in francese si poteva parlare con una signora con delicatezza aristocratica , senza mai stonare , senza urtar mai le convenienze e il buon gusto . Gli domandavamo se credeva davvero che il marchese Gino Capponi e il barone Ricasoli , allora viventi , non sapessero sostenere una conversazione con una patrizia fiorentina senz ' urtare il buon gusto e le convenienze . Egli aveva l ' audacia di risponderci che non li aveva mai sentiti . Lo investivamo qualche volta fieramente . - Come puoi giudicare della finezza della lingua italiana tu , ostrogoto lacerator d ' orecchi , che dici tutto il lungo del cammino , una ragazza non si può più gentile , e giuocare un ruolo , e venir di desinare ? - Perché erano di questo conio i francesismi che egli schiantava . E allora ribatteva trionfalmente ; - Ah ! Ah ! Voi v ' importate ! È segno che non avete delle buone ragioni , che vi sentite battuti , battuti a piatta cucitura , ridotti a .... Come direste in italiano aux abois ? - O vile Gallo , agli estremi ! - rispondevamo noi . E lui , col suo solito sorriso di commiserazione : - È un ' altra nuance ; non c ' è il senso comico ; è un ' altra nuance tutt ' affatto . Non disperavamo di persuaderlo , non di meno . Alle volte lo pigliavamo con le buone , ragionando ; gli parlavamo della grande ricchezza della lingua italiana , di cui una gran parte non è nei dizionari ; della sua mirabile facoltà di adattarsi a tutti i toni , agli stili più diversi , e alla traduzione d ' ogni lingua , serbando il colore dell ' originale , senza snaturare l ' indole propria ; della grande quantità e varietà di " tipi e di conii ch ' ella possiede per poter formare voci e modi d ' uno stesso genere di significazione " , delle innumerevoli desinenze frequentative , diminutive e disprezzative dei suoi verbi , e dell ' elasticità e capacità e mutabilità stupenda del suo periodo ; e cercavamo di dimostrargli che , nel più dei casi , quando una parola francese non si può tradurre in una italiana dello stesso valore , questo deriva dal fatto che la francese è usata in vari significati , per ciascuno dei quali noi abbiamo una parola propria ; e via discorrendo . Ma era come dire al muro . Egli rispondeva che noi facevamo della letteratura , ch ' egli intendeva parlare della lingua di conversazione , e ribatteva il suo chiodo , che soltanto in francese si poteva conversare con grazia e con spirito , e che al confronto del francese l ' italiano era lourd , poco pieghevole , privo di nuances , una lingua d ' accademici e di professori . E noi in coro , come sempre : - Bugiardo rinnegato ! - Gallaccio odioso ! - Va ' fuori d ' Italia ! - Che il diavolo t ' importi ! - Smettila , o t ' assommiamo a calotte ! - E lui , col suo eterno sorriso : - È inutile . Non mi farete demordere dalla mia opinione . Ma quello che agli amici non era mai riuscito d ' ottenere parve che l ' ottenesse il Governo , trasferendolo improvvisamente da Torino , con suo grande rammarico , in non so quale città del Veneto ; poichè , forse per lasciarci una buona memoria di sé , per tutto il tempo che rimase ancora fra noi , non solo non mise più sul tappeto e non accettò più nessuna discussione sulle due lingue , ma anche parlò meno francescamente del solito , smettendo , se non altro , d ' ostentare certi francesismi per provocazione . Credemmo d ' aver operato noi il miracolo , e ce ne rallegrammo . Il giorno della partenza lo accompagnammo tutti alla stazione . Era malinconico . Quando ci abbracciò , prima di salire nel vagone , si commosse . - Ricordatevi di me - ci disse - , scrivetemi . E dimenticate i nostri battibecchi per la lingua . - Ci strinse ancora la mano dallo sportello , dicendoci con le lacrime agli occhi : - Addio ! Addio ! A rivederci ! - E quel suo salutarci , contro il suo solito , in italiano , ci parve il segno più certo del ravvedimento , e noi pure salutammo con affetto l ' amico , ridiventato italiano . Oppresso dalla commozione , si ritirò in fondo al vagone prima del fischio della partenza . Ma appena il treno si mosse , si rilanciò al finestrino , e con voce più commossa di prima , agitando il fazzoletto , gridò con diciotto erre : - Au revoir ! Au revoir ! Au revoir ! Era la frecciata del Parto . - Trrraître ! - gli rispose uno degli amici . Ma forse egli non ci aveva tradito di proposito : soltanto , nell ' impeto della commozione , gli era uscito irresistibilmente dal cuore il saluto che all ' orecchio suo sonava più dolce . E così , nonostante l ' ultimo ravvedimento , egli rimase per sempre nella nostra memoria il visconte La Nuance , tipo perfetto e amenissimo dell ' italiano con la cresta e coi bargigli . PER LA DIFESA DELLA LINGUA . Fin qui , giovinetto mio , mi sono ingegnato di darti consigli e suggerimenti utili ad acquistare il possesso della lingua . Ma , in materia di lingua , non basta acquistare , bisogna difendersi . Tu dovrai badare di continuo a preservarti dal contagio della lingua corrotta che si parla , si scrive e si stampa , non soltanto nella tua , ma in ogni regione del paese ; a respingere da te le infinite voci e locuzioni barbare , errate , strampalate , torte ad altro significato dal vero , che pullulano nel comune linguaggio parlato e scritto , e che appunto per la frequenza con cui sono generalmente ripetute , s ' attaccano per modo alla lingua e alla penna di tutti , da riuscir quasi impossibile , anche a chi ci metta una cura attentissima , il preservarsene affatto . Di questi modi da fuggire non ti faccio un elenco , perché , anche a non citar che mezzi di quelli che conosco , ne dovrei empire decine di pagine , e ti seccheresti a leggerli ; ma troverai i più comuni nel dialogo seguente ; il quale seguì davvero tempo fa , con poche differenze nell ' ordine e nella materia , fra quattro amici ; e che , più o meno variato , si ripete certamente spesso , in ogni parte d ' Italia , fra persone colte , che hanno a cuore la purità e il decoro della lingua nazionale . A CHI LE DICE PEGGIO . DIALOGO fra uno scrittore , un avvocato , un professore di chimica , fisica e matematica , e un cronista di giornale , che stanno desinando in una stanzetta di trattoria . LO SCRITTORE ( al Professore ) . - Dov ' eravamo rimasti ? IL PROFESSORE . - Aspetta : lascia che m ' orienti un poco . SCRITT . - Orièntati . E una . PROF . - Ne sentirai dell ' altre . Caro mio , noi non ci abbiamo nessuna colpa nel fatto che la lingua diventi sempre più scientifica , o per dir meglio , scienziata . Non siamo noi che divulghiamo , portandolo in tutti i campi del pensiero , il nostro linguaggio tecnico , del quale non possiamo far di meno . È il gran pubblico , sono i giornali e la cattiva letteratura che ce lo pigliano .... SCRITT . - Già : è effetto del polarizzarsi di tutte le idee verso la scienza . PROF . - Hai detto bene . Ma è un fatto , te lo confesso , di cui il nostro amor proprio si compiace . Al vedere che ogni interruzione o lacuna di qualunque cosa diventa una soluzione di continuità , ogni scopo un obbiettivo , ogni caso un fenomeno .... SCRITT . - E ogni mescolanza un ' amalgama . PROF . - A sentir parlare di forza centripeta e centrifuga dell ' istinto , del dinamismo dei partiti politici , di movimenti rivoluzionari sincroni e sinfoni , e di coefficienti della vittoria e d ' esponenti della debolezza del Ministero , e di Parlamenti saturi d ' elettricità .... AVVOCATO . - E di atmosfera d ' odio .... CRONISTA . - E di fenomeni di capillarità psicologici .... Questa l ' ho letta io . PROF . - Forse in una tua cronaca . Ma io n ' ho letta una assai meglio . - Di queste consuetudini e sentimenti si forma nella gioventù un precipitato di scetticismo . - Sei battuto . Lasciami finire . A sentire quante quistioni particolari sono una faccia del prisma d ' una quistione generale ; quanti ordini d ' idee sono stratificazioni o substrati d ' altri ordini d ' idee , e quanti uomini e cose , quantità negative ; ma più che altro al vedere quanti concetti non si sanno più esprimere senza ricorrere agli strumenti e agli apparecchi dei nostri Gabinetti , come sarebbe il barometro del malcontento popolare .... SCRITT . - Il termometro dell ' opinione pubblica . CRON . - Il diapason della moralità nazionale . AVV . - E il propulsore degli entusiasmi cittadini ? PROF . - Benissimo ; e la valvola di sicurezza delle passioni .... Al sentir tutto questo , dico , io gonfio di giubilo e d ' alterezza .... SCRITT . - Fino all ' ennesima potenza . PROF . - Lo volevo dire ; perché penso che , andando innanzi per questa strada , verrà tempo che quanti vorranno imparar l ' italiano dovranno venire a scuola da noi , a studiar fisica , chimica , matematica , mineralogia , geologia .... ; i Vocabolari dell ' uso saranno i nostri trattati . SCRITT . - E allora tutto si dovrà studiare , fuorchè la letteratura . E non solo le scienze esatte , ma anche le scienze giuridiche . Per esempio : la circostanza attenuante , la cerziorazione , la requisitoria , il verdetto , usciti dalle aule dei tribunali , sono oramai entrati da per tutto . E quante cose si comminano , oltre le pene stabilite dalla legge ! E si testimonia affetto , rispetto e riverenza . E non sono più i soliti testimoni che depongono ; sono anche i fatti . - Una data circostanza depone in favore d ' una tal persona .... - Io mi figuro la Circostanza che giura sul Vangelo di dir tutta la verità .... AVV . - E una Ragione che cammina a suon di tamburo , col facile sulla spalla , te la figuri ? È la solita Ragione che milita in favore di qualcuno o di qualcosa . E poi che siamo nel campo militare , a me piace infinitamente la base d ' operazione . Un innamorato , per esempio , che va a stare in una villa vicina a quella della sua amata , e ne fa la sua base d ' operazione ! L ' ho letta in un romanzo . Mi piace anche mossa strategica riferito a un atto qualunque di piccola furberia . E una parola che ha una data portata , come un pezzo d ' artiglieria .... SCRITT . - Io preferisco il linguaggio finanziario , che va prendendo sempre più voga . Ha certe espressioni così nobili ! Fare il bilancio , per esempio , delle buone qualità e dei difetti di un amico ; dire d ' un uomo politico , venuto in auge , o scapitato d ' autorità , che le sue azioni si sono alzate o ribassate , o , accennando ai suoi meriti e ai suoi demeriti verso il paese , che ha al suo attivo certe cose e al suo passivo certe altre .... Mi par di vederlo diviso in due colonne , come il registro d ' un negoziante . AVV . - E dove lasciate i verbi , che sono i più bei fiori ? Suicidarsi , terrorizzare , ostacolare , impossibilitare , prevenzionare , massacrare , acutizzare .... Si va acutizzando il dissidio in seno alla Commissione del Bilancio , signori ! SCRITT . - O signori , e suggestionare ? AVV . - Bravo , hai detto il gran verbo , il verbo factotum , che si presta a tutti i servizi . Ora si è suggestionati da una donna , dalla fame , da un libro , da un luogo , dalle circostanze , da tutto . Ho letto in un giornale che un certo fanale di luce elettrica , davanti a un teatro , faceva una réclame suggestionante . PROF . - Suggestionante , impressionante , emozionante , raccapricciante , son tutta roba del vostro magazzino , signori giornalisti . CRON . - Non mia . SCRITT . - Tu ce n ' hai dell ' altra . Chi scrisse l ' altro giorno nel tuo giornale : - L ' uomo di Stato che è stato intervistato - ? Sei stato tu , sei stato ? Io son restato . AVV . - Non facciamo quistioni personali . Per me , del resto , nel linguaggio delle cronache trovo bellezze ammirabili . Per esempio : il borsaiolo o l ' accoltellatore che , dopo fatto il colpo , s ' ecclissa , come un astro , mi pare un traslato dantesco . PROF . - È uno dei tanti verbi a cui si fa fare un ufficio indegno della nobiltà della nascita , come rivelare , trasfigurare .... SCRITT . - Già : si dice che un certo puzzo rivela che il pesce è guasto , che una faccia tinta di carbone è trasfigurata . E sono anche dei credenti nella Rivelazione e nella Trasfigurazione che lo dicono ! Questo non è un errore di lingua , è un sacrilegio . E così tutti creano , tutto si crea .... PROF . - Un altro verbo che fa cento mestieri , come organizzare , funzionare , sistemare . Si organizza uno Stato , un ballo , una dimostrazione , una colazione alla romana . E tutto funziona o non funziona : un arcivescovo , una serratura , un ' amministrazione , una vite , una legge , un cavatappi , un governo , la molla d ' un gibus . E c ' è chi parla di sistemarsi in un nuovo quartiere .... AVV . - E perché no ? ( accennando con un ' occhiata il Cronista ) . S ' è inteso dire poco fa : - Io ho il sistema di prendere il tè col latte la mattina , come se una colazione fosse una dottrina filosofica .... CRON . - Sta ' zitto , tu , che dicesti un giorno in tribunale che il tuo avversario deragliava . AVV . - Deragliai . Ma deragli tu pure dalla buona lingua quando scrivi che s ' è verificato un incendio . Che bisogno c ' è di verificare che una casa è in fiamme ? E quando dici o dite che il Ministero ha conglobato in uno due progetti di legge ! Oh giusto ! Scrive oggi il tuo direttore che " la conversione del Ministero a sinistra s ' accentua " . Doveva anche dirci su quale atto o dichiarazione del Governo cade l ' accento , e se è acuto o grave . Ma già ora s ' accentua anche una tempesta in mare e la peste nelle Indie . SCRITT . - Ma questa diventa una discussione a base di personalità . Vi richiamo all ' ordine . PROF . - Anche l ' a base è diventato moneta corrente . Un discorso a base d ' insinuazioni , una letteratura a base di pornografia . Ho letto in un giornale : una rissa fra due erbivendole a base di zoccolate . SCRITT . - È un modo di moda fra gli eleganti , come darsi il lusso di fare una cosa , posare a liberale o ad altro , aver esito negativo , fare una cosa su vasta scala , essere all ' ordine del giorno . Gabriele d ' Annunzio , per esempio , è all ' ordine del giorno ... CRON . - Come un progetto di legge .... SCRITT . - Associarsi al dolore .... CRON . - Come a un giornale .... SCRITT . - L ' opinione pubblica che si commove , si sdegna , inorridisce . AVV . - Come un ' attrice . SCRITT . - Un ministro , uno scienziato che è un valore . PROF . - Come una cedola del debito pubblico . SCRITT . - Il morale che s ' abbatte e si rialza . AVV . e CRON . ( a una voce ) . - Come un misirizzi . SCRITT . - L ' avete detto contemporaneamente . Notate anche quest ' avverbio , che abbraccia la durata della vita d ' un uomo , e s ' usa per dire che due persone si voltano indietro nello stesso punto . Ma dimenticavo le due più ammirabili . S ' annunzia che s ' è fatta non so dove una strage di poveri israeliti : la notizia merita conferma . Assassini ! E una regione che è teatro d ' un ' inondazione ! Bella rappresentazione ! CRON . - Qualche volta la notizia è meno esatta . PROF . - Già : un bel modo delicato di dire che è una pastocchia . Così , per consolare i poveri disperati , si chiamano cortesemente i meno abbienti . AVV . - Ma queste son miserie ! Volete ch ' io vi dica la più preziosa di tutte ? La lessi l ' altro giorno . Si riferisce a un fatto doloroso . Ma si riesce a far ridere di tutto . Un suicidio al sublimato corrosivo . PROF . - Impossibile . È di tuo conio . AVV . - Ti porterò il giornale . PROF . - Nati di cani ! Come si dice il risotto al pomodoro ! SCRITT . - E se passassimo ai sostantivi ? Riguardo a questi , quello che c ' è di più curioso per me è l ' uso che prevale di adoperarli a sproposito , e che deriva da una tendenza generale , morbosa , a esagerare ogni cosa . Nove volte su dieci , anche in discorsi e in proclami ufficiali , si dice orgoglio , che è un vizio , per dire alterezza , che è un sentimento nobile , e orgoglioso invece d ' altero . Le parole alterezza e altero pare che vadano cadendo in disuso . Così non più dignità , ma fierezza . E si dice l ' incarico di scopare come l ' incarico di rispondere al discorso della Corona ; aver la missione di far l ' operazione del catasto in una provincia , come la missione di convertire un popolo al Cristianesimo ; l ' apostolato della cultura delle barbabietole ; il còmpito , che era un lavoro d ' ago o di maglia , o un lavoro assegnato agli scolaretti .... AVV . - Il còmpito d ' unificare la Germania .... fu il lavoro di scuola del Bismark . SCRITT . - Far l ' apoteosi del formaggio di Gorgonzola .... PROF . - È il parossismo dell ' iperbole . Dove lasci gl ' ismi ? Fra cinquant ' anni ci saranno nella lingua tanti ismi che si farà rima ogni dieci parole . Andiamo , io lancio il primo : il nervosismo delle nuove generazioni .... . AVV . - Il rigorismo del Fisco ... CRON . - Il confusionismo dei partiti .... SCRITT . - Il parallelismo delle situazioni . Ma parossismo è l ' ismo prediletto . Si serve in tutte le salse . C ' è persino chi ama i maccheroni fino al parossismo . E anche coi sostantivi in à non si scherza . Se ne fa un tale scialacquo , che a sentir certi discorsi , par che l ' oratore picchi delle martellate in un muro .... AVV . - Garibaldi è una grande individualità . SCRITT . - Il Tolstoi una celebrità , una sommità .... CRON . - Il dottor Carle una specialità . PROF . - E ha molte notabilità l ' Università della nostra città . AVV . - Che è posta in una bella località . PROF . - In una delle principali arterie di Torino , poichè ora si chiamano arterie le strade grandi , e non so perché non si chiamino vene le strade minori .... SCRITT . - Oh bravo ! Poichè hai portato la nota anatomica , ricordiamo il linguaggio medico . Ce n ' è una che vale per cento : l ' idiosincrasia . Le declamazioni d ' una liberale e civile idiosincrasia . C ' è chi ne va matto . Ma anche il portar la nota è una perla . Ora si porta la nota amena in un banchetto , la nota patriottica in un ' assemblea , la nota trista in una conversazione . Di uno che ammazzò il rivale in un ballo disse ieri l ' altro un giornale : che vi portò la nota tragica . La grazia di quella nota ! E a proposito : tragedia , un ' altra parola che ha fortuna . Non ci son più delitti volgari : son tutte tragedie e drammi . ( Al Cronista ) : Ma questa è una vostra industria letteraria per far comprare il giornale . CRON . - Manco a dirlo . SCRITT . - L ' hai detta finalmente ! Mi maravigliavo che non ti fosse ancora scappata . O dove l ' avete scovato codesto manco a dirlo odiosissimo che inciampiamo a ogni passo ? CRON . - O come vuoi ch ' io lo sappia ? Chi è imbevuto di letteratura classica , non può dire da che classico abbia preso questo o quel modo . Da Dante , forse . SCRITT . - Avete preso da Dante anche la piattaforma elettorale ? PROF . - In questo hai torto . Piattaforma è una parola che mi piace : larga , solida , maestosa . Come superfetazione , che mi piace anche di più , per la sua gentilezza . Quando sento dire che un tal progetto di legge non è che una superfetazione d ' un altro , presentato da un altro Ministero , vado in solluchero . Mi par così poetica l ' immagine di quei due feti ! SCRITT . - Ciascuno ha i suoi gusti . Io ho il gusto degli aggettivi nuovi , semplici e partecipati , dei quali faccio uno studio particolare . Ce n ' è di deliziosi , come ora si dice . Per esempio : sensazionale ; schiacciante , riferito a un argomento ; toccante : un oratore toccante : mi par di vederlo suonar la chitarra . E scollacciato , d ' un romanzo ! L ' immagine di quel sostantivo mascolino col seno troppo scoperto , m ' affascina . E così macabro è uno dei miei amori . Si scopre il cadavere d ' una povera bimba strozzata : - scoperta macabra . - Com ' è a proposito l ' immagine d ' una danza , che desta quell ' aggettivo ! E calza bene anche l ' aggettivo drammatico che accoppia all ' idea d ' un assassinio quella d ' un ' opera d ' immaginazione dilettevole ! E imponente detto ad un modo d ' una signora d ' alta statura e d ' un grande incendio ! E l ' innocenza completa , come un tranvai ! E la commedia movimentata ! E il partito politico compatto , come il legno del sorbo ! Elettori , andate alle urne compatti ! AVV . - Camminerebbero un po ' impacciati . SCRITT . - Dovresti dire marcerebbero . Marciano anche gli avvenimenti . Più curiosa è la voga che hanno preso cert ' altri aggettivi in un nuovo significato , come grandioso , che è dei più abusati . In questi giorni , per esempio , in un manifesto d ' un ' associazione è chiamato grandioso l ' avvenimento dell ' andata del re d ' Italia a Parigi , e hanno creduto di dire , non qualche cosa di meno , ma di più che grande ; perché grande , oramai , è un aggettivo scaduto . Ora non basta più dire che un attore è grande in una data parte : si dice che è immenso . Anche famoso si dice a tutto pasto . Una buona salsa ? Famosa . Un potente schiaffo ? Famoso . Una sbornia maiuscola ? Famosa . Questo vino , per esempio , è bonino ; ma non così famoso come a voi pare . PROF . - E superbo ? E magnifico ? E splendido ? AVV . - Un magnifico paio di scarpe .... CRON . - Che calzano magnificamente . SCRITT . - Anzi , divinamente ! Ma splendido è l ' aggettivo re del tempo che corre . Splendido un par di calzoni , un viale , un artista , un programma politico , un risotto . È diventato un aggettivo irresistibile . Sapete che il Guerrini , per combatterne l ' abuso , tenne una volta una conferenza satirica a un uditorio d ' amici ? Tutti ne furono persuasi ; ma quando egli ebbe finito , e domandò un giudizio sul suo discorso , risposero tutti a una voce : - Splendido ! - Non c ' è forza che valga più a sradicarlo . Come fanatico . Che c ' entra la superstizione religiosa ? Ora si è fanatici di tutto quello che piace : d ' una grande idea umanitaria come d ' un bel servizio da tavola , della Divina Commedia come delle triglie alla livornese . AVV . - Ben detto , ben definito , come dice Azzeccagarbugli . PROF . - Stupendamente bene ! CRON . - Hai il nostro plauso . SCRITT . - Non mi basta . Voglio un ' ovazione . Oggi si fa a tutti e per ogni cosa . Ma non ho finito . Il discorso che ho fatto sugli aggettivi non è esauriente . Quello che è più strano nell ' uso invadente , a mio parere , è l ' accompagnamento degli aggettivi coi sostantivi , nel quale non si riconosce più alcuna legge né di convenienza né di logica , mettendo fra gli uni e gli altri dei legami forzati , repugnanti al buon gusto e al buon senso . Basterà che vi citi un esempio per suggerirvene altri cento . Possiamo fare una gara . CRON . - Si dice record . SCRITT . - Fu un lapsus , perdonami . Un pregiudizio riguardo a una quistione d ' ordinamento delle strade ferrate si chiama pregiudizio ferroviario . Non lo vedete correre sulle rotaie ? AVV . - Lo vedo . Animo . La gara è aperta . I disinganni dei proprietari nel raccolto dell ' uva : - delusioni vinicole . PROF . - Ansietà agrarie . CRON . - Ravvedimenti costituzionali . AVV . - Un monumento operaio ! Quello eretto dagli operai cattolici a Leone XIII . Questa è delle meglio , mi pare . SCRITT . - Fermi là ! Vinco la gara io . Vi porterò il documento in prova . Il titolo d ' un articolo sui miliardai americani che vanno in automobile . Indovinate ! Cedo il premio a chi indovina . CRON . - Tempo perso . Favella . SCRITT . - Motorismo miliardario ! AVV . - Splendido . PROF . - Grandioso . CRON . - Famoso . L ' ho scritto io ! SCRITT . - Allora il premio è tuo . Tu sei immenso . La gara è chiusa . AVV . - Se ne può aprire un ' altra . SCRITT . - Immediatamente . Quella delle locuzioni frequentissime , delle quali dovrebbe bastar la ragione , il semplice buon senso a far avvertire l ' erroneità e il ridicolo , perché contengono una contraddizione di termini manifesta , o di idee , che non possono stare insieme . Il tipo di queste locuzioni è la famosa sentenza del Prudhomme : - Il carro dello Stato naviga sopra un vulcano . - Come si fa a dire che una data Amministrazione o un Istituto è una baracca che cammina male ? Che il tal ministro ha esorbitato dalla linea retta ? Un ' orbita rettilinea ! E suscitare un ' impressione , che è come dire : sollevare una cosa in giù ? Ed è scoppiato un attrito ? Avanti , signori ! AVV . - Vediamo . Abbracciare una carriera . SCRITT . - È un bell ' amplesso ! PROF . - Farsi una posizione . AVV . - È un bel fare . Ve ne dico una della nostra fabbrica . Gli elementi che vanno in esilio . " Da questo scritto , considerato a mente serena , esulano gli elementi della minaccia e dell 'ingiuria." SCRITT . - Buona ; ma non di prim ' ordine . È meglio , e si sente ogni momento : - M ' è accaduto un aneddoto . PROF . - Come chi dicesse : m ' è accaduto un racconto . Ma val di più questa : - Una voce amica che addita la via del dovere . - Una voce con le dita . Trovami l ' uguale . AVV . - Non è possibile che si possa trovare , lo riconosco . SCRITT . - Bella anche questa , e comunissima ; ma non è premiabile . Ci avrei un esempio del verbo trattare , in vece del semplice essere , arcifrequente . L ' ho letto in una cronaca di giornale ( al cronista ) non tua . A un tale par di vedere un uomo travolto dalle acque d ' un fiume ; si butta giù per salvarlo ; ma riconoscendo che si trattava d ' un cane .... CRON . - Ti darei quasi la palma . PROF . - La palma è mia . Ve ne do una freschissima . - Con quest ' atto il Governo ha ribadito la corrente della sfiducia pubblica .... AVV . e SCRITT . - La gara è chiusa ! SCRITT . - Sì ! Ribadire una corrente è senza dubbio la più maravigliosa di tutte . CRON . - Un momento . Ammettetene ancor una al concorso . Son sicuro di vincere . Attenti bene . Il teatro era completamente vuoto ! GLI ALTRI TRE INSIEME , con una risata : - Tombola ! SCRITT . - Facciamo un brindisi al vincitore ! CRON . - Voi mi emozionate . Fate troppo onore a una quantità trascurabile come son io . ( Allo scrittore ) : Ma , barbaro , non si dice : facciamo un brindisi ; si dice brindiamo . E poi ... GLI ALTRI TRE . - E poi ? CRON . - Perché bere alla mia salute ? È superfluo . Io sto magnificamente . Beviamo invece alla salute della lingua italiana , che , poveretta , per colpa un po ' di tutti , sta male assai . GLI ALTRI TRE . - Evviva ! CRON . - Non si grida più evviva . Si grida : - Hoch ! - È più di moda , e poi .... non è italiano . TUTTI INSIEME , alzando i bicchieri : - Hoch ! Hoch ! Hoch ! UN CAMERIERE ( tra sé , passando nel corridoio : ) - Che siano artisti del Circo equestre ? CONTRO I LUOGHI COMUNI ( APPENDICE AL DIALOGO ) . Caro amico , Ieri sera , dopo il nostro desinare cruscaio , mi parlasti d ' un libro che stai ponzando intorno allo studio della lingua . Non ne ricordo gran che , perdonami , perché avevo un po ' di Chianti nel capo ; ma ti suggerisco una buona idea , che mi venne in mente dopo averti dato la buona notte : a me le idee migliori vengono quasi sempre in ritardo di qualche minuto ; ciò che è una gran disgrazia per un avvocato . Dovresti scrivere un capitolo feroce , come direbbe l ' Alfieri , contro i luoghi comuni . Che vuoi ? In materia di lingua io sono un mezzo barbaro : parlo male , non scrivo meglio di come parlo , e quanto a materiale linguistico appartengo alla classe dei meno abbienti , come si diceva ieri sera . Ma odio i luoghi comuni . Di questo stupirai . Ma non dovresti stupire . C ' è dei poveri diavoli che hanno per istinto gusti e tendenze di gran signori . Tu hai capito ch ' io intendo parlare di quel gran numero di vocaboli e traslati triti e di frasi fatte , che ricorrono continuamente nei giornali , nelle conversazioni , nei discorsi parlamentari , necrologici , inaugurali e convivali , e anche nelle lettere private dei nostri concittadini . Ebbene , queste parole e frasi mi son venute in ira a tal punto che ogni volta che me ne cade una sotto gli occhi o m ' arriva all ' orecchio , mi dà il senso come d ' una botta nel gomito o d ' un urtone nel petto . È irragionevole ; ma preferisco a un luogo comune uno sproposito , e quasi quasi un ' impertinenza . Dipende dai nervi , mio caro . Sì , tutte queste maniere viete che tutti usano , anche nel linguaggio famigliare ( per iscansare altre maniere più semplici , le quali paion volgari perché son semplici ) , come tributare elogi , rendere omaggio , prodigar carezze , largire favori , esser largo di cure , dar lustro al paese e a sé stesso , dare ospitalità a un articolo , render sentite azioni di grazie ( questa mi fa fremere ) , poggiare a un ' altezza ( ci s ' aggiunge spesso , per vezzo , non comune ) ; e tutte quell ' altre perifrasi muffite , come l ' elemento divoratore , per il fuoco , e la malattia che non perdona , per la tisi , e il lenocinio della forma , e le veneri dello stile , e l ' aureola della pubblica stima , e la carità del loco natìo , e le nubi che offuscano ogni specie d ' orizzonti metaforici , e i guiderdoni e gli usberghi e i Palladii e i fior fiore della cittadinanza , son diventati l ' afflizione della mia vita . Ma come mai chi le rimastica non ci sente il rancidume che ammorba la bocca e vince lo stomaco ? È una smania universale di fuggir la parola ovvia come un malanno . Vedi se c ' è uno su cento dei necrologisti quotidiani che si contenti di dire che un galantuomo è morto ! Ha esalato l ' ultimo respiro , ha reso l ' anima , è uscito di vita , è mancato ai vivi , ha cessato di vivere , ha chiuso gli occhi , si è estinto , si è spento ; ma non è morto . La stessa parola morte , così solenne , e che al nostro cuore par che suoni sempre per la prima volta , è giudicata ignobile : si dice dipartita , decesso , la fine . Confessato e comunicato è troppo comune : si dice munito dei conforti religiosi . Bella quella munizione di conforti ! E quando si metterà a riposo quella decrepita Parca col suo putrefatto inesorabile ? E quando si finirà di profondere la larga eredità d ' affetti ? Ah , chi l ' ha detta per il primo si può ben vantare di non aver seminato nella sabbia ! E quell ' insopportabile intelletto d ' amore , di cui si fa toppe da scarpe , tanto da scrivere che è fatto con intelletto d ' amore anche un quadro statistico dell ' esportazione dei formaggi ? E quella inevitabile traccia onorata di sé , che si lascia dietro ogni scalzacane ? E quella misteriosa eloquenza di cui Tizio soltanto possiede il segreto , come d ' uno specifico farmaceutico ? E quella maledetta ostinazione a non voler mai dire che una riunione fu allegra , cordiale , triste , per mettere invece lo scettro in mano all ' allegria , alla cordialità , alla tristezza , e farla regnare ? E quell ' eterna banda musicale che rallegra tutti i banchetti coi lieti concenti ? E quel sempiterno brillare per la loro assenza delle Autorità e degl ' invitati che mancano ? Il contagio di queste affettazioni obbligatorie , e dei vezzi latini in ispecie , è penetrato fin dove la luce del gas non è giunta ancora . Vedi nelle corrispondenze mandate ai giornali fin dai più piccoli villaggi . I matrimoni , i funerali , le rappresentazioni teatrali , le deliberazioni del municipio ( espressioni troppo comuni ) sono annunziate come nuptialia , funeralia , theatralia , municipalia : che spocchia ! Dire : nel consiglio comunale ? Miserie ! In seno al consiglio . Il più vecchio dei Consiglieri , o di qualunque adunanza , è sempre il Nestore : il paese è pieno di Nestori . E quando si seppellisce un cristiano , gli si augura leggiera la terra : una leggerezza diventata più pesante del monolito di Pianezza . E a proposito di villaggi , non immagini la stizza che mi fa quel popolo Ebreo esulante dall ' Egitto , tirato sempre in ballo nell ' autunno per dire che i villeggianti se ne vanno : l ' esodo dei villeggianti ! Non c ' è che un ' altra eleganza che mi dia ai nervi a egual punto , ed è il senza por tempo in mezzo o in men che non si dica , o con la rapidità del fulmine , che intoppo a ogni passo . Ma che Dio vi benedica con una pertica , se volete dire che un tale ha fatto una cosa in un lampo , imitatelo , ditela alla più lesta possibile , per rendere la rapidità dell ' azione , con una sola parola , e non con una filastrocca . Ma no , c ' è un altro luogo comune che detesto più di quanti n ' ho citati , ed è la moglie di Cesare che non dev ' essere sospettata . Chi ci libererà una volta da questa signora , Dei superiori ! E siamo anche a questa , in fine : che non si possa più dire nei giornali , né in Parlamento , né dove diamine tu voglia , che c ' è del marcio in una banca , in un ministero , in una classe sociale , o anche in una cesta di cavoli , senza tirarvi per i capelli Amleto e la Danimarca ? Io c ' inverdisco , parola d ' onore . Flagella dunque gagliardamente i luoghi comuni . Per me sono uno dei primi segni che servono a distinguere gli scrittori veri dagli scrittori di dozzina . Io che , non per finezza d ' educazione letteraria , ma per istinto , ne sento il puzzo un miglio lontano , non ne trovai uno solo nel Manzoni , nel Leopardi , nel Carducci , in nessuno dei grandi maestri . Mostrali ai ragazzi studiosi per quello che sono : germi d ' infezione ; perché , non badandovi , essi s ' avvezzano a usarli , e se ne fanno una provvista , e questa , ingrossando a poco a poco , finisce con soffocare in loro il sentimento della semplicità , e anche , se l ' hanno , la dote rara dell ' originalità della forma . Flagella senza misericordia . Ti parrò troppo inviperito . Ma è perché , pure abbominando il luogo comune , di tanto in tanto , alla sbarra , me ne lascio scappare qualcuno ; non serve ch ' io stia in guardia ; è come un influsso dell ' aria , al quale è forza ch ' io soggiaccia . Ah , vedi che ci son cascato ! È forza ch ' io soggiaccia ! Disgraziato ! Me ne vergogno , mi schiaffeggio , e ti saluto . IL TUO AVVOCATO . " GLI ARDIRI " . Confessioni d ' uno scrittore pusillanime a uno senza paura . Il dialogo segue in casa del primo , di nome Leone , che sta seduto allo scrittoio , coperto di fogli . L ' altro , Rompicollo di pseudonimo , gli siede di faccia . Età dei due personaggi : vicini al pendìo dove l ' età precipita . LEONE ( che ha finito di leggere un manoscritto ) . - Che te ne pare ? Sii sincero . ROMPICOLLO . - Sincerissimo . La narrazione è ordinata , lucida , scritta bene come tutto quello che tu scrivi . Ma c ' è il difetto che è in tutti i tuoi scritti . Ci manca una bella qualità , una sola . L . - Tira il colpo . R . - Mettiti in guardia . Si può riferire a te il giudizio che diede un editore illustre sul modo di scrivere d ' un romanziere che tu conosci : - Scrive da maestro ; ma .... non c ' è caso di vedergli una volta la cravatta per traverso . L . - Spiègati meglio . R . - Per spiegarmi meglio , bisogna che te la faccia un po ' lunga . L . - Purchè tu la faccia di corsa . R . - Mi rifaccio a ottant ' anni addietro , quando già un grande maestro osservava che negli scrittori del suo tempo la lingua italiana s ' andava geometrizzando , riducendo al linguaggio magro e asciutto della ragione e delle scienze che si chiamano esatte , con grave pericolo di cadere nella timidità , povertà , impotenza , regolarità eccessiva , ch ' egli rimproverava alla lingua francese dell ' età sua . Egli voleva dire che s ' andava perdendo l ' uso di quella libertà , di quei tanti idiotismi e irregolarità felicissime , di quelle tante licenze , o ardiri , per servirmi d ' una sua parola , nei quali consistevano principalmente " la facilità , la varietà , la volubilità , la pieghevolezza , la forza insomma e la bellezza , il genio e il gusto della lingua italiana . " Gli ardiri , capisci ! Li definisce bene anche il Padre Cesari dove dice che i nostri antichi scrittori non procedevano sempre a passi di stretto costrutto grammaticale , che alcune cose , scrivendo , lasciavano da mettercele i leggitori , che prendevano spesso un giro o legamento che usciva dal comune , che s ' allargavano fuori della via trita , tenendo l ' occhio più alla sentenza che alla costruzione delle parole . C ' erano insomma nella loro lingua ( tanto lontana per questo dal cader nell ' arido e nel matematico ) scorci , ellissi , annodature e snodature , travolgimenti di costrutto , ogni specie d ' idiotismi efficaci e di belle licenze , che le davano una naturalezza e un vigore ammirabile ; c ' era una franchezza , un far da padroni , un coraggio .... L . - Che io non ho . R . - Hai voluto la sincerità . La maggior parte di quelle licenze o ardiri , consacrati dall ' uso dei classici , d ' errori che erano a rigor di grammatica , son diventati bellezze . Vezzi e grazie , dice il Cesari . Ma sono anche concisione e forza . Ebbene , tu non te ne servi mai . Ma non tu solo : pochissimi se ne servono , e con parsimonia paurosa , anche fra gli scrittori toscani . Scriviamo tutti col compasso e con le seste . E scrivendo così , disconosciamo , offendiamo la natura della nostra lingua . Tu m ' intendi . Le lingue , ha detto un grande scrittore francese , sono somiglianti ad antiche foreste , dove le parole e le frasi vennero su come vollero o come poterono . Ce n ' è di bizzarre e anche di mostruose ; ma formano tutt ' insieme , riunite nel discorso , armonie bellissime ; ed è da barbari e da insensati il potarle come i tigli dei passeggi pubblici . La lingua , aggiunge lo stesso scrittore , esce da un fondo popolare : è piena d ' ignoranze , d ' errori , di capricci , e le sue più grandi bellezze sono ingenue .... Perché mi fai quel risolino ironico ? L . ( buttando il manoscritto con dispetto ) . - Perché t ' affanni a sfondare una porta aperta , figliuol mio . ( Balzando in piedi ) . Ah , tu non sai che tasto ingrato mi tocchi ! Ma io sono più persuaso di te della verità di quanto mi dici . Ma io sento e riconosco meglio di te quello che mi manca , e questo appunto è il tormento della mia vita . Ma delle belle licenze , dei solecismi efficaci , degli ardimenti felici , che tu mi decanti , io ho fatto nei nostri scrittori uno studio amoroso e paziente come nessuno l ' ha fatto mai , e te lo posso far toccare con mano ... R . - E allora ... perché non ti si vede mai la cravatta per traverso ? L . ( lasciandosi ricader sulla seggiola e con accento sconsolato ) . - Perché sono un vigliacco . R . ( ridendo ) . - Eh via , amico ; non ti calunniare . L . ( con un movimento impetuoso apre un cassetto , e ne tira fuori e sbatte sul tavolino un grosso scartafaccio ) . - Vedi se ti dico la verità . Qui ci sono esempi cavati da scrittori di tutti i secoli , dai trecentisti ai contemporanei , dal Villani al Machiavelli , dal Machiavelli al Bartoli , dal Bartoli a Gino Capponi ... Guarda , sfoglia ; questa è la prova della mia vigliaccheria . R . - Ma è una raccolta preziosa . Io non ho mai pensato a farla . Te l ' invidio . Tu me la devi far leggere . L . - E vedi se l ' ho fatta con amore . Ho diviso e ordinato gli esempi : esempi dell ' uso di certe preposizioni , di certi pronomi , di certi avverbi , di certi costrutti . Ah , tu credevi ch ' io fossi compassato e geometrico per non sapere come si violano bellamente le buone regole ! Ma io sento la bellezza delle licenze classiche quant ' altri mai al mondo , e n ' ho a mia disposizione un magazzino . Solo ch ' esse ci stanno come le monete d ' oro nella cassa forte d ' un avaro fradicio . Io non le spendo per vigliaccheria . Vedi qui , soltanto intorno all ' uso del che , quante n ' ho ammucchiate ... R . - Leggi , te ne prego . Sono curiosissimo . L . - Quel che , che è la mia tortura e la mia vergogna ! Ti voglio svelare tutta la mia dappocaggine . Vedi qui il Villani : - Una cosa ebbero i rettori di quello ( del popolo di Firenze ) , CHE furono molto leali e diritti a comune . - Vuoi credere ch ' io non sarei da tanto d ' usare il che in quella maniera , che mi parrebbe temerario ? Che ne dici ? E quest ' altro esempio del Sacchetti : - E pone questa sua pultiglia a mensa , CHE non è porco in terra di Roma che n ' avesse mangiato . - E neanche quest ' altro che io m ' arrischierei ad usare . - Udite le mie parole , e non le abbiate a schifo per la nostra etade , CHE siamo giovani . - E anche questo che , che sta lì a maraviglia , mo lo rimangerei . - E uscì di Parigi , e cavalcò tante giornate ch ' egli giunse a Narbona , CHE sono cento venti leghe . - E io , cane , scriverei : - che è distante da Parigi cento venti leghe . - E campò da quel morbo , CHE non ne campò uno sul centinaio . - E vorrei che fosse qualche uccello nuovo , CHE non se ne trovano molti per l ' altre genti , come sono fanelli e calderelle . - Come scriverei io , per non usar quei due che , non ho la faccia di dirtelo . Questo del Machiavelli : - Perché dai Tarquini ai Gracchi , CHE furono più di trecent ' anni . - Io avrei scritto un orrore : - fra i quali e i primi corsero più di trecent ' anni - , o forse peggio . - Mi pasco di quel cibo che solum è mio , e CHE io nacqui per lui . - Un anacoluto bellissimo , non è vero ? E io non lo scriverei neppure sotto il bastone . E vado innanzi , senza citar gli autori : - Diedegli un colpo in su l ' elmo , CHE tutto il grifone d ' ariento andò per terra . - Io ci avrei premesso un tale o un così forte , per salvar l ' onore . - Un teatro CHE non ci toccava d ' entrarvi che cinque o sei volte in tutto il carnevale ... - Cosa CHE me ne dispiace anche adesso . - Per bisogno di danari arrandellò quella villa , CHE avrebbe potuto pigliarci il doppio . - Epopea e storia sono due termini CHE l ' uno ammazza l ' altro . - Il magnanimo fa le grandi cose con l ' agevolezza CHE il comune degli uomini fa le cose comuni ... Io , vile , avrei usato in quest ' ultimo caso un vile con la quale , e commesso altre piccole viltà compagne nei casi precedenti ... R . - O perché mai , se di quei modi senti l ' efficacia , e sai che sono legittimati dagli scrittori ? L . - Te lo dirò poi . Senti sull ' uso dell ' avverbio dove , che è un ' altra mia afflizione , perché lo saprei usar bene , e vi sostituisco ogni specie di locuzioni odiose . - Con questi m ' ingaglioffo ... - Hai già ricosciuto messer Niccolò , non è vero ? - Con questi m ' ingaglioffo per tutto il dì , giuocando a cricca , a trictrac , DOVE nascono mille contese . - In questo caso è DOVE si riconosce la virtù dell ' edificatore . - In queste cose bisogna esser cauto , ma DOVE ne va ' l capo , cautissimo . - Vollero farli malgrado loro santi , DOVE non era poco che fossero cristiani . - Accanto a DOVE ora è San Francesco di Paola . - Si fecero molte ricerche a Meda , DI DOV ' era la conversa . - Io sarei capace di scrivere : - che era il paese nativo della conversa . - Non uno dei dove citati avrei l ' animo d ' usare in quella maniera . Che te ne pare ? Andiamo innanzi . Ti secco ? R . - Ma no ; sèguita , che mi ci godo . L . - Sull ' uso della preposizione da . Vedrai se io so a quante belle locuzioni abbreviative e svelte si può far servire . - Fin DA abatonzolo ( da quando era abatonzolo ) il fatto suo era uno spasso . - Quello non è luogo DA andarvi di notte . - La passione il fe ' dare in falli DA non inciamparvi altro che un cieco . - Gli dia un tema tale che i due vocaboli cadano DA dover adoperare . - Le son cose queste DA farle e DA lodarle le donne della santa nazione ; ma noi ... - Il penultimo esempio è del Tommaseo , l ' ultimo del Carducci . Io farei il viso rosso , vedi , se dovessi dirti il giro ignobile di parole che avrei fatto per esprimere l ' uno e l ' altro pensiero ! R . - Ma perche , in nome di Dio ? L . - E riguardo all ' uso del se , senti che ellissi efficaci , che scorci d ' espressione io rifiuto per codardìa . - Brancolando con le mani , SE a cosa nessuna si potesse appigliare . - Il desiderio che questi signori Medici mi cominciassero adoperare , SE ( quand ' anche ) dovessero cominciare a farmi voltolare un sasso . - Erano saliti sui tetti , SE di là potessero veder la cassa , il corteggio , qualche cosa . - Sei persuaso che non mi mancherebbe l ' arte , se non mi mancasse il fegato ? R . - Ma dunque ! L . - Ma aspetta . Io ti voglio ben persuadere che so , e che soltanto per poltroneria , non per ignoranza , scrivo come un tanghero . Mi voglio schiaffeggiar con le mie mani quanto merito . Passo all ' uso dell ' infinito . Ecco del Sacchetti : - Il lupo entrava domesticamente nelle case , senza far male a persona , e senza ESSERNE fatto a lui . - O nobile duca , dov ' è la tua saviezza A SEDERE dove tu non dèi per dignità di re ? - Tu devi essere un ladroncello A ENTRARE per le case altrui . - E se alcuno dicesse ( è Niccolò da capo ) - : i modi erano straordinari , e quasi efferati : VEDERE il popolo insieme gridare contro il Senato , il Senato contro il popolo , CORRERE tumultuosamente per le strade , PARTIRSI tutta la plebe da Roma ecc . , dico come ogni città ... - Com ' è detto bene ! E io non direi così per un biglietto da mille . - Venendo alla seconda inginocchiazione , la fatica della prima aggiungendosi alla seconda , e VOLERE far presto e non POTERE , ( bellissimo ! ) lo costrinse a far sì , che la parte di sotto si fe ' sentire . - Ed ecco il saluto che meriterebbero da chi legge gli scrittori poltroni del mio stampo . R . - Ma le ragioni della poltroneria ! L . - E quelle proposizioni incidenti , interpolate fra gli elementi d ' un ' altra , quasi indipendenti , e per così dir sospese nel periodo , che imitano così bene il linguaggio parlato , e dànno al discorso un andamento così disinvolto e spigliato , un così bel colore di naturalezza .... R . - Giusto ; qui t ' aspettavo : sono la mia predilezione . Vediamo se n ' hai qualcuna della mia raccolta . L . - Ce n ' ho un cassone . - Per mia fè , che CHI MI DONASSE L ' ORO DEL MONDO , non t ' offenderei . - Come pienamente si legge per Lucano poeta , CHI LE STORIE VORRÀ CERCARE . - Il Chiodo è un chirurgo che , CHI LO PAGA BENE , tien segreti gli ammalati . - E se tira vento , t ' acceca , poichè non può stare se non intinge ogni momento le cinque dita in una gran tabacchiera , E SU SU , E QUEL CHE NON C ' ENTRA SEMINA , movendo i polpastrelli aggruppati . R . - È detto con un garbo ammirabile . E tu non useresti nemmeno codeste forme di sintassi , che tutti usano ? L . - No , ch ' io sia dannato ! Nemmen queste . E tutti quegli altri modi semplici e ingenui , tolti dal linguaggio famigliare , di legare un pensiero ad un altro , e d ' accozzar l ' uno all ' altro senza legame , che sono una bellezza ! Per esempio : - Il quale manifesta agli uomini certe cose che non sanno , ED EGLI LE SA . - Questi piani , che sono in mezzo di queste montagne , sono spazzati e puliti come la palma della mano , E TUTTO QUESTO FA IL VENTO . - Venendo San Francesco a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno , E IL FREDDO GRANDISSIMO FORTEMENTE IL CRUCCIAVA .... E il grande verso di Dante : Vedi che non rincresce a me , E ARDO . Sostituiamo all ' e un che , come avrei fatto io , vigliacco , e facciamo un verso mediocre e floscio d ' un verso che fa fremere : non è vero ? Ah , tu credevi ch ' io scrivessi come scrivo per ignoranza ! Per esempio , ci ho un tesoro di modi ellittici preziosi , che tengo a muffire . - Ora perché si sappia come morì , UDII DIRE a mio padre che gli venne voglia d ' andare alla stufa .... - Com ' è garbata l ' omissione del dirò che , ch ' io mi sarei ben guardato dall ' omettere ! - E avendo dato a questo suo figliuolo certe carte , E CHE ANDASSE INNANZI CON ESSE , e aspettasselo da lato della badìa di Firenze .... - Disse : i nemici esser oltre numero molti : quaranta che essi erano , non far corpo da sostener contro a tanti , E I PAESANI DA NON FIDARSENE IN TALE ESTREMO . - Per dir questo io avrei fabbricato un periodaccio doppio . - Confortate la donna E ELLA VOI . - Io c ' avrei rificcato un conforti . Io rispetto bassamente tutte le concordanze , io bacio la terra purchè sia sempre in perfetta corrispondenza il soggetto col verbo , e rovini il mondo ! Vedi , per me è una bellezza la frase : - In questo , I SIGNORI CHI ANDAVA IN QUA E IN LÀ , E CHI ' NSÙ E CHI ' NGIÙ , e il restante , chi si nascose in un luogo , chi in un altro ; - e quest ' altra : - dubbiosi , mutoli , attratti , ciechi ed OGNI ALTRA INFERMITÀ VENNERO dal re - ; ma ( scrollando il capo , con un sorriso ironico ) mi farei levar la pelle prima di metter sulla carta quelle bellezze . So bene che " una parte della Grammatica è costituita dalla somma degl ' idiotismi d ' una lingua , diventati un fatto " , so che " la scienza della lingua consiste nel sapere e l ' arte dello scrivere nell ' adoperare quelle variazioni idiomatiche " che sono innumerevoli , e tutte opportunamente usabili , anche quelle di cui non c ' è esempio negli scrittori ; so tutto questo .... e scrivo come scrivo ! R : - Ma me lo dici una volta di che , di chi , per che ragione hai paura ! L . ( scoppiando ) . - Ho paura dell ' ignoranza del maggior numero , ho paura della pedanteria degli asini , ho paura di Giuseppe Prudhomme ! Ecco di che ho paura . R . - Di Giuseppe Prudhomme ? Ah , capisco finalmente ! L . - Sì . Tu conosci il Prudhomme , quel personaggio maraviglioso in cui Enrico Monnier ha rappresentato la scioccheria , l ' ignoranza saccente , la meschinità e la pecoraggine intellettuale , inconsapevole e presuntuosa di una grande famiglia d ' esseri , non soltanto della sua Francia , ma d ' ogni paese del mondo . Ebbene , io , nello scrivere , ho paura del Prudhomme italiano , e della signora Prudhomme , e dei suoi figliuoli e delle sue figliuole , e di tutti i suoi congiunti ed amici , e di tutti coloro che poco o molto rassomigliano a lui . Quando sto per mettere sul foglio uno di quei tanti modi che abbiamo visti , e degli altri moltissimi , che ho notati , mi si leva davanti tutta quella gente , li vedo col mio libro o col mio articolo fra le mani , e li sento esclamare : - Oh che ciuco ! Ma che italiano è questo ? Ma costui non sa la grammatica ! - perché tutte quelle licenze e arditezze che per te e per me sono bellezza e forza della lingua , per il Prudhomme e per i suoi simili sono offese alla grammatica , alla logica , al senso comune ; poichè Prudhomme , liberale in politica , è in letteratura un tiranno superbo e stupido , che sputa sull ' idiotismo , e calpesta ogni libertà di parola . È il suo fantasma che mi fa geometrizzare la lingua : io faccio l ' asino per paura degli asini . Sono di coloro , di cui dice il Carducci che , per scrivere , si mettono i guanti , per parer gentiluomini ai borghesucci . Se non che egli parla di chi ha le mani grosse e nocchiute , piene di porri , di verruche e di schianze , che i guanti non bastano a mascherare . Ed io no : io avrei una mano ben fatta , leggera , una mano da signore ; e sono i guanti che me la sformano : i grossi guanti grammaticali , tutti sgonfi e grinze e frinzelli . E dire che m ' inguanto per il Prudhomme ! Che abbominio ! R . - Eh via , tu esageri . Il Prudhomme è una testa piccola ; ma non un cretino addirittura . Mi pare che tu lo calunni per iscusarti . L . - E tu lo difendi per farmi coraggio , capisco . Ma fors ' anche non lo conosci quanto me . Io non lo conosco soltanto per i giudizi suoi che mondo ripete ; ma anche per esperimento diretto che feci di lui in varie occasioni . Ecco qua un foglio col quale lo misi alla prova . Son tutti periodi , frasi di scrittori magistrali , che sottoposi al suo giudizio , dandoglieli per roba di sconosciuti ; di quei costrutti , frequentissimi negli scrittori classici , dei quali noi ammiriamo la naturalezza e l ' efficacia . - E tutte quelle cose delle quali non è ragione naturale perché così debba essere o intervenire , non si debbono osservare né credere . - Ma che pasticcio è questo ? - domandò il Prudhomrne . - Costui non deve aver fatto le elementari ! - Questo Castruccio , guerreggiando , e dando assai che fare ai Francesi , fra le altre nobili cose che fece fu questa . - Oh che bella sintassi ! - esclamò il Prudhomme . - Rilegga un po ' , tanto per ridere . - Perché il Prudhomme , lo devi sapere , va in estasi davanti alle inversioni latine più forzate e contorte , che gli paiono eleganze aristocratiche ; ma a quelle naturali e necessarie alla lingua viva , che sono , come dice un filologo , una parte di stile diventato lingua , arriccia il naso come a volgarità di scrittori incolti . E senti quest ' altre , che sono anche più amene . - Io so che la cagione che tanta moltitudine è qui , è solo per udire quello che più volte v ' ho detto . - A questa il Prudhomme fece una risata . - Non c ' è materia da farne proverbio , i quali generalmente si fondano sulla ragione e sull ' esperienza . - Proverbio , i quali - disse - ; e chi è questo pazzo ? - Era scritto che egli portato su dai tumulti di Livorno , un tumulto di Livornesi dovesse farlo precipitare . - Commento : - Che egli .... lo dovesse .... Una grammatica da serve . - I dodici capitani del Cairo è come se tu dicessi i dodici capitani di guerra . - I dodici capitani è .... E chi è quest ' asino ? - È Daniello Bartoli , - risposi . R . - Codesta è incredibile . L . - Ma vera . Te ne cito ancor una , che sarà l ' ultima . Lessi a un Prudhomme questa frase del Carducci : - Leggendo sì fatte cose , chi conosce discretamente la letteratura nazionale , la prima cosa che pensi è .... - Ma questa - mi disse - è una costruzione da scolaretto di terza elementare . - Capisci : secondo lui , il periodo doveva esser rovesciato ! R . ( ridendo ) . - Andiamo , te lo confesso ora : avevi ragione : non ho difeso il Prudhomme che per farti coraggio . L . - A un vigliaccone par mio ? Ma è fatica sprecata , caro amico . E lascia ch ' io finisca la mia confessione perché voglio che tu mi disprezzi nella misura che mi spetta . Tu non puoi immaginare fino a che segno io arrivi . Nel racconto che t ' ho letto , nel primo dialogo , avevo scritto : - Ma bada , me , tu m ' hai a risparmiare . - Vedi qua : ho cancellato il me . - Avevo scritto : - Era un luogo destinato ad ammazzarvisi le bestie . - Ho sostituito : - Dov ' era destinato che s ' ammazzassero le bestie . - Un orrore . Qui , dov ' era scritto : - Quel ragazzaccio non gli si può dir nulla che si rivolta come un aspide - , ho corretto : - A quel ragazzaccio non si può dir nulla .... - Sì , ridi pure . Dove avevo detto : - Mi diede che m ' accompagnasse per la città il suo segretario - ... come abbia corretto non oso dirtelo . E nota che per ciascuno di quei modi ho i miei bravi esempi classici . Ah , faccio stomaco a me stesso ! A questa miseria son ridotto ! R . - Amico , sei gravemente malato , lo riconosco . Ma i malati della tua malattia , consòlati , sono molti più che non credi fra gli scrittori . La conclusione è questa : che hai bisogno d ' una cura rigorosa . L . - Eh , tu puoi celiare , tu che sei intrepido . Leggendo le cose tue , non sai come t ' invidio ! R . - E dunque segui la mia via , che è assai più comodo che continuar per la tua . Io ero come te , un tempo . E guarii senza cura . Fu una parola di Gino Capponi il mio toccasana . Ci sono certi motti di scrittori che operano di questi miracoli . Egli dice in una lettera : - Io , quando piglio la penna in mano , ho sempre la voglia di farmi bastonare . - Fu un lampo per me . Dopo d ' allora , ogni volta che pigliai la penna , saltò addosso a me pure quella voglia , ma doppia : di buscarne e di darne ad un tempo . L ' immagine del Prudhomme italiano , critico di lingua , che a te fa tanto spavento , a me mette il diavolo in corpo . Io ci ho un gusto matto a provocarlo con la penna , a irritarlo , a farlo strillare , e mentre me lo immagino fuor della grazia di Dio , rido di lui , e batto più forte . Dar delle urtonate al buon gusto del Prudhomme , schiaffeggiare la sua pedanteria , sfondare a pugni e a calci la sua grammatica tarlata , è per me una sodisfazione indicibile . Pròvatici , e vedrai che piacere ci troverai tu pure . Eccoti la cura della tua malattia : la lotta . Rimbòccati le maniche , e picchia . L . ( guardandolo ) . - Ti ammiro . Io , invece , rassomiglio a quel pittore che passava delle giornate davanti al suo quadro , esclamando : - Ah , se osassi ! Se osassi ! - Ma a che serve ? Come dice don Abbondio , il coraggio uno non se lo può dare . E sì che per darmelo ho tentato ogni mezzo ; perfino .... ( dopo un momento d ' esitazione ) quello di bere del cognac prima di mettermi a scrivere . R . - E allora osavi ? L . - Sì , ma ( vergognandosi ) la mattina dopo .... cancellavo . R . - Ma oggi tu devi farla finita . Tu devi giurar qui , in mia presenza , stendendo la mano sul tuo scartafaccio , guerra implacabile al Prudhomme ! L . ( scrollando il capo ) . - Sarebbe un giuramento di marinaro . ( A un tratto , tendendo il pugno ) . Ah , come l ' odio ! R . - Chi odia teme . Fin che lo temerai , non lo affronterai . Fa ' il giuramento . L . - Ebbene , andiamo : giuro . R . - Guerra a morte ? L . ( con viso truce , ma con accento fiacco ) . - A morte . R . ( tra sé , guardandolo di sott ' occhio ) . - Non si batterà . Non c ' è altro . Requiescat in pace . L ' ALTO LÀ DELLA GRAMMATICA . Alto là , signorino . Le ho da parlare . Non mi guardi bieco . Non le ho gridato che per celia l ' alto là soldatesco . Non sono più la dura tiranna che molti credono ; non considero più come offese mortali ogni rifiuto di cieco ossequio , ogni minima licenza o confidenza che si prenda la gente con me . Essendomi persuasa che , come tutte le cose di questo mondo , son destinata anch ' io a mutare col tempo , mi vengo piegando man mano a transigere coi diritti dell ' uso , con la ragione dell ' armonia , con molte piccole convenienze dell ' arte che una volta disconoscevo . Ma non vorrei che per queste ragioni ella si credesse lecito di buttarmi tra i ferravecchi , che sarebbe anche un gran male per lei , com ' è per tutti quelli che gliene dànno l ' esempio ; e però voglio che c ' intendiamo bene , che ella sappia da me quanto posso concedere , e quanto credo d ' avere ancora il diritto di vietare . Dirà lei che questo è il linguaggio d ' una tiranna ? E veda , a provarle quanto sono arrendevole dovrebbe bastare quel lei ; col quale entro in materia . Io volevo una volta che nel caso retto s ' usasse sempre egli , e ora lascio dire lui e lei in tutti i casi in cui il significato della frase s ' appoggia sul pronome , che deve perciò far rilievo . Quindi : - È lui che l ' ha detto . - Lo saprà lui , io non lo so . - S ' impanca a filosofo , lui ! - sta bene . Ma che bisogno c ' è di dire : - Me lo dice lui stesso ? - Andai senza che lui lo sapesse ? - Mi valsi delle ragioni che lui addusse ? - Questo non è più uso giustificato ; ma profusione dell ' idiotismo , inutile e ristucchevole . E così eglino ed elleno son pronomi diventati arcaici , ridicoli nel parlar famigliare e un po ' pedanteschi anche nella prosa letteraria ; ma non vi si può sostituire essi ed esse , che sono pur sempre dell ' uso comune , invece di quello sfacciato loro , che molti vogliono in ogni caso , forse non per altro che per vilipendermi ? E perché bandire questi , quegli e altri al nominativo singolare , per sostituirvi questo , quello e un altro , sempre , anche quando non sono richiesti dal carattere famigliare del discorso ? E perché usare a tutto pasto lei invece di ella , quando ella è ancora vivo e comunissimo nell ' uso dei Toscani , i quali dicono l ' uno o l ' altro secondo che vuole l ' orecchio o il diverso grado di famigliarità che hanno con la persona a cui si rivolgono ? E consento che si dica e scriva gli in luogo di loro e a loro , quando il loro dà impaccio , come nell ' esempio : - Vuoi dare del vino ai ragazzi ? Non voglio dargliene - , perché : - non voglio darne loro o loro darne - sarebbe troppo duro all ' orecchio ; ma non che si dia lo sfratto a loro come a una parola intollerabile per sé , e che si scriva , ad esempio : - Fermò i suoi compagni e gli disse - , dove il gli è una sgrammaticatura gratuita , più sgradevole a due doppi del loro . E non mi si dica che , ragionevolmente , dovrei essere inflessibile , e aver per massima : - O sempre o mai - , perché , ammettendo questo , io mi dovrei disfare e rifare per metà : non dovrei permettere di dir come me e come te ; né glielo dissi riferito a femmina ; né consentire che s ' usi il verbo nel plurale con un nome collettivo singolare , come nell ' esempio : - La gente vanno - ; né tollerare che si riferisca un verbo in singolare ad un soggetto plurale , preceduto o no da un di partitivo , come nelle frasi : - Non c ' è cristi . - C ' è dei birboni . - Malati non ce n ' era . - Può nascer di gran cose - ; licenze che io consento , come altre moltissime , perché per una parte io sono costituita da leggi generali della ragione immutabili , e per un ' altra parte non sono che il codice degl ' idiotismi della lingua ; onde ne vengo accettando sempre di nuovi , benchè adagio adagio . Per continuare : chiudo gli occhi sul lo proaggettivo ( per esempio : " non fosti generoso , ma lo saresti stato " ) quando sonerebbe troppo ingrato il tale , che i miei devotissimi usano , o sarebbe uggiosa la ripetizione dell ' aggettivo , o il non dir quello né ripeter questo lascerebbe nella frase un vuoto anche più sgradevole . Lascio passare , quando cadono opportuni , tutti quei costrutti viziosi , come : - A me non me ne vien nulla ; a chi sa mostrare i denti gli si porta rispetto , ecc . , - che sono frequentissimi , e per ragion di suono quasi inevitabili nel linguaggio parlato . Permetto il volgare cosa per che cosa , e il costrutto toscano noi si fa , noi si dice , e il gli e il la soggetti pleonastici ogni volta che servano a riprodurre fedelmente un discorso famigliare o di gente del popolo . Gabello , infine , tutti gli anacoluti più arditi in tutti i casi in cui per mezzo loro si scansa di dar alla frase una rigida forma grammaticale che nuocerebbe alla chiarezza , alla naturalezza , all ' efficacia , e quando , come disse un maestro , s ' usa l ' anacoluto per non mettere altrimenti in contraddizione un pensiero ingenuo , immediato o semiserio con una maniera d ' esprimerlo riflessa , compassata o seria . Ma ( e qui siamo al nodo ) se do il dito , non voglio che mi si pigli la mano , e poi il braccio , e poi tutta la persona . Voglio che non s ' usino se non gl ' idiotismi necessari o utili ; che tra due locuzioni di eguale naturalezza ed evidenza , una sgrammaticata e una corretta , si scelga sempre quella corretta ; che non si consideri , come molti fanno , ogni idiotismo come una gemma per la sola ragione che è un idiotismo ; che non si creda ogni licenza ugualmente lecita così nella riproduzione d ' un dialogo famigliare come in un discorso letterario , così nel far parlare un uomo del contado come quando parla lo scrittore in persona propria ; che all ' antica tirannia della Grammatica , non si sostituisca il dispotismo della Sgrammaticatura , e all ' ostentazione dell ' eleganza la sfacciataggine della volgarità ; che non si calpesti ogni legge del galateo linguistico , cascando nel linguaggio mercatino per non cascare nel linguaggio accademico ; che , infine , perché s ' è buttata via la parrucca e la cipria , non si creda un dovere il mettersi anche in maniche di camicia e l ' andare attorno con la faccia sporca . Ho detto , signorino . QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE DAI TOSCANI . Se t ' accadrà , fin che sei giovane , di fare , un soggiorno breve o lungo in Toscana , sarà per te una buona fortuna , perché , volendo , imparerai là in un mese dalla voce della gente più che in un anno altrove dallo studio dei libri . Se questa fortuna non avrai , t ' occorrerà senza dubbio , nella tua o in altre città d ' Italia , di conoscere e di frequentare toscani . Ebbene , ti raccomando fin d ' ora d ' ascoltarli sempre con gli orecchi bene aperti , e di studiare attentamente il loro linguaggio , in special modo se saranno fiorentini . Non soltanto molto materiale di lingua potrai imparare da loro , essendo gran parte dell ' uso fiorentino presente , come tutti sanno , l ' uso fiorentino antico , che diventò lingua letteraria comune a tutta Italia ; ma , quello che più importa , la proprietà , la spontaneità , la prontezza dell ' espressione , che son quello che manca a noi principalmente . Perché corre fra noi e loro questa gran differenza , come osservò giustamente un linguista illustre : che a noi , parlando , per dire una data cosa , vengono quasi sempre sulla bocca due modi : il dialettale e uno o più modi italiani , fra i quali dobbiamo scegliere ; e a loro viene un modo solo , quello che dice per l ' appunto quella data cosa , quello che è il più proprio , e che tutti i loro concittadini usano in quello stesso caso ; donde la facilità , la sicurezza , la precisione del loro parlare , dove il nostro è quasi sempre opera di stento e d ' artifizio . Possono qualche volta anche i toscani stentare e riuscire artifiziosi , quando hanno da esprimere un pensiero nuovo o insolito o complesso , perché in tal caso cercano essi pure , se non la parola , la frase , e il modo di collegare le frasi ; ma nel dire le infinite cose comuni , che sono argomento quotidiano di discorso , tutti sono sempre pronti , spontanei e semplici ; non tentennano perché non hanno dubbî ; non sbagliano perché non possono sbagliare . Fa ' bene attenzione . Vedrai quanti modi piani e agili hanno d ' esprimere pensieri che noi esprimiamo di solito in forma ricercata e pesante ; in quanti casi fanno un salto con la frase dove noi facciamo più passi ; in quant ' altri scansano con una mossa snella e garbata l ' intoppo che noi urtiamo , o arrivano con la parola un tratto di là dal punto dove noi crediamo che la sua potenza si arresti . E anche nel parlare di quelli che non hanno cultura nessuna , osserverai certi modi di legar le proposizioni , certe forme armoniche di sintassi , certe abbreviature di frase efficacissime , che negli scrittori ti parrebbero effetti di arte meditati , e sono pregi naturali del loro linguaggio . E sentirai da loro a ogni tratto una parola inaspettata , che è come un tocco di pennello dato all ' idea , che tu non sapresti dare con altra parola ; espressioni ingegnose , graziose e comiche , eleganze e arguzie felici , che non sono proprie di chi parla , ma di tutta la sua gente , e tanto più efficaci per questo , che gli vengon via come da sé , e l ' una incalza l ' altra , e nessuna ti fa pensare che sarebbe più calzante un ' altra al pensiero . E bada bene a loro anche quando parli tu , ed essi t ' ascoltano : uno schiarimento che ti chiederanno , un ' ombra leggiera di stupore o di dubbio , che passerà sul loro viso , o un sorriso leggerissimo , o una ripetizione emendata , che faranno quasi senza volerlo , dell ' espressione d ' un tuo pensiero , t ' avvertiranno che t ' è sfuggita una parola impropria , e perciò non chiara , invece della propria , un ' espressione letteraria in luogo della famigliare , una frase affettata in cambio di quella semplice , ch ' essi avrebbero usata in quel caso . Che sono mai i pochi idiotismi che ai toscani si rinfacciano per rincalzar la stramba affermazione che essi parlino un dialetto come gli altri , di fronte alla ricchezza , alla finezza , alla grazia , alla mirabile armonia pittrice del loro linguaggio ? E che stupido orgoglio è quello che non vuol riconoscere in loro una superiorità , della quale ci avvantaggiamo tutti , poichè tutti attingiamo alla loro lingua quando non ci basta la fonte degli scrittori e dei dizionari , e che cocciutaggine il non voler riconoscere che si parli meglio l ' italiano in quella regione , che fu la culla della lingua , ed è la sola in cui la lingua si parli da tutti ? Ma tu non sarai di questi , certamente . Se andrai in Toscana , tu t ' immergerai , nuoterai con piacere infinito in quell ' onda di lingua viva e pura , alla cui armonia ti parrà che consuoni quella che spira nelle linee dei monumenti di arte maravigliosi , che ti sorgeranno d ' intorno ; e ti parranno dolci anche quegl ' idiotismi di pronunzia , che prima deridevi , quando penserai che sonarono pure sulle labbra degli scrittori e degli artisti immortali che il mondo venera ; e con l ' amore della lingua e con l ' ammirazione dell ' arte nascerà nel tuo cuore un sentimento di gratitudine affettuosa e profonda per quel popolo , primo custode del tesoro della nostra parola , dotato d ' ogni facoltà più gentile e del più squisito senso della bellezza ; di quel popolo al quale dobbiamo tanta parte della nostra gloria , che , a immaginarlo assente dalla storia italiana , non ci appare più la immagine della patria che con la corona smezzata sulla fronte . IL DOTTOR RAGANELLA . Era stato un pezzo in Toscana il dottor Raganella ; ma dai toscani non aveva imparato nulla , perché non li aveva mai lasciati parlare . La parola , soleva egli dire , è il più bel dono di Dio . Noi dicevamo che il dono a lui era toccato un po ' troppo abbondante . Ma per fortuna non era che dottore in legge , non esercitava l ' avvocatura , non rintronava la testa che agli amici . Si vantava d ' avere una grande facilità di parola . Ed era vero : aveva una facilità spaventevole . E sarebbe riuscito eloquente se fosse stato persuaso della verità detta dal Bonghi : che gli uomini dotati di parola facile si debbono assoggettare più degli altri a una disciplina rigorosa per non cadere nella prolissità , con la quale non c ' è eloquenza né stile . Non erano discorsi i suoi : erano cascate , frane , diluvi di parole . Non intaccava , non si posava mai , e parlava sempre più in fretta via via che il suo discorso s ' allungava . Disse un poeta francese ad un giovane : Se tu riuscirai a parlare dieci ore di seguito senza sputare , sarai padrone della Francia - : egli avrebbe dovuto esser padrone dell ' Italia . Dopo averlo inteso discorrere per un quarto d ' ora , restava a tutti una romba nell ' orecchio come quando ci passa accanto a grande velocità un treno di strada ferrata . Egli aveva l ' illusione , comune a tutti i parlatori troppo facili , che la rapidità vertiginosa del discorso impedisca la noia in chi ascolta ; quando segue invece l ' opposto , perché in quella furia essi non hanno tempo né modo di dar rilievo e colore a nessun concetto o parte di concetto , e riescono però necessariamente uniformi . E accadeva pure a lui , come a tutti gli altri suoi simili , che avendo coscienza di quella mancanza di rilievo e di colore , cercava di supplirvi ripetendo più volte l ' espressione d ' ogni pensiero , a modo di quel giornalista verboso d ' uno scherzo comico del Ferrari , che incomincia un discorso col verso So , conosco , m ' è noto e non ignoro , e va innanzi così fino alla fine . E pure la soverchia facilità di parola lo portava a non far grazia , raccontando un fatto qualsiasi , di nessuno anche minimo e più futile particolare , di modo che se aveva da dire , per esempio , ch ' era stato a visitare un amico , diceva per quali strade era passato e che cosa gli era frullato pel capo camminando , e poi : - " Salgo le scale , suono il campanello , m ' aprono , domando : - È in casa ? - È in casa , - vado avanti , entro nel salotto .... " e via su quest ' andare . E come di ragione , non lasciandogli tempo di riflettere la troppa foga , parlava scorretto , come tutte le raganelle umane . Il suo eloquio era un torrente impetuoso che travolgeva improprietà , sgrammaticature , riempitivi , cacofonie , contraddizioni e vesciche . Non di meno , la prima volta che l ' udivano , alcuni l ' ammiravano . - Che ammirabile facondia ! - dicevano . Ma facondia non era la parola che facesse al caso . Si poteva dire di lui quello che uno scrittore disse d ' un suo critico , il quale scriveva come il dottor Raganella parlava : - La buona educazione mi vieta di definire con la parola propria le fughe del suo stile . Ciò non ostante egli ci divertiva , qualche volta ; in special modo quando faceva uno sfogo di collera contro qualche suo nemico , quando si metteva a gridare , per esempio : - Gridi pure , strepiti , strilli , minacci , tempesti ; non mi lascerò smovere : sono deciso , risoluto questa volta , irremovibile , inflessibile nel proposito di far quel passo , e vi accerto , v ' affermo , vi giuro sul mio onore .... - Fèrmati ! - gli dicevamo - , e bevi un sorso .... - o gli cantavamo l ' aria del Matrimonio Segreto : Prenda fiato , prenda fiato , Seguitare poi potrà . E come parlava nel calore della passione , così nello scherzo . Gli venivano spesso dei motti arguti ; ma ne sciupava sempre l ' effetto ripetendoli , parafrasandoli , commentandoli , fin che ce li faceva tornare a gola , come bocconi indigesti . E quale nel parlare era nello scrivere . Tirava via con la rapidità che usano gli attori quando fingono di scrivere sulla scena : letteroni d ' otto pagine , in cui le proposizioni si succedevano senza legame grammaticale , e le ripetizioni cadevano l ' una sull ' altra come le fette di salame accanto al coltello , e ad ogni pagina la lettera ricominciava . Ma del più bel dono di Dio non abusava soltanto per esprimere il pensiero proprio ; anche per parlare per conto nostro , come fanno tutti i parlatori irrefrenabili , che non vogliono star a sentire i discorsi degli altri . Egli rompeva in bocca all ' amico il ragionamento o il racconto , e lo finiva per lui : - Ho capito : tu gli hai risposto così e così , lui ha replicato in codesto modo , tu hai perso la pazienza , e l ' hai piantato , non è vero ? E hai fatto bene , e io feci lo stesso in un caso simile che m ' occorse appunto .... - E non serviva dirgli : - Fa ' il comodo tuo ; quando avrai finito tu , ricomincerò io - ; sorrideva e tirava innanzi , e non ci lasciava ricominciare . Quando andava al teatro o faceva una gita fuor di città , o quando sapevamo che gli era seguìta qualche avventura , lo aspettavamo con vero sgomento nella saletta appartata del caffè dove ci veniva a trovare ogni sera ; perché non c ' era cristi , egli ci voleva riferire le sue impressioni , e filava dei discorsi di mezz ' ora così rapidi e fitti , che a noi non riusciva neppure di farci entrare di straforo un ' osservazione . E s ' aveva un bel tentare di scoraggiarlo non badandogli : egli pensava che la nostra disattenzione fosse simulata per un tantino d ' invidia che ci pungesse del dono di Dio , e questo pensiero lo stimolava anche più . Oppure , vedendoci disattenti noi , rivolgeva il discorso agli altri pochi avventori che venivano nella stessa sala , anche se sconosciuti , e s ' infervorava a cicalare anche più del solito , scambiando con ammirazione lo stupore che quelli mostravano in viso , un poco somigliante all ' intontimento che dà il rumore monotono d ' una ruota di mulino . Una sera , fra l ' altre , prese di mira un grosso medico barbuto che stava sorbendo il caffè dalla parte opposta della saletta , e di discorso in discorso gli venne a parlare d ' un suo incomodo , del quale gli raccontò la storia minuta con una fiumana di parole ; e finì con domandargli : - Che rimedio mi consiglia lei ? Quegli lo guardò fisso , e poi , fra il silenzio di tutti , con un viso grave e un vocione di basso , gli rispose spiccicando le sillabe : - Lei ha bisogno d ' un astringente . Tutti risero in coro , e fu quella la prima volta che il dottor Raganella mostrò un ' ombra di vergogna d ' aver troppo parlato . Il matrimonio ci liberò dalla tirannia della sua loquela . Ma ci separammo da buoni amici , quando partì per il viaggio di nozze . Nel fargli i nostri augùri , peraltro , compiangemmo tutti in cuor nostro la sua povera moglie : come avrebbe potuto resistere per tutta la vita al flagello di quella facondia ? Pochi giorni dopo , uno di noi ricevette dalla Svizzera una sua lunga lettera , nella quale egli diceva , fra l ' altro , che la sua sposa era stata così commossa dallo spettacolo della cascata del Reno a Sciaffusa , che l ' aveva fatto rimaner là un ' ora con lei ad ammirarlo . Lo stesso pensiero balenò a tutti : l ' aveva fatto rimaner là perché il fragore della cascata copriva la sua voce , e in quel tempo essa s ' era un po ' riposata .... Lo stesso amico ricevette poi un ' altra lettera , con la quale egli annunziava il suo ritorno , e che la sera dopo sarebbe venuto a trovarci al caffè . Tremammo all ' idea della descrizione del viaggio ch ' egli ci avrebbe inflitta : chi ci poteva reggere ? Sarebbe stata una grandinata di parole dalle otto a mezzanotte . La sera fatale , un amico , che l ' aveva visto avvicinarsi per la strada , ce lo preannunziò , affacciandosi all ' uscio : - Si salvi chi può ! - Tutti se la diedero a gambe . Trovando la saletta vuota , egli sospettò la fuga , se n ' ebbe per male , e non ritornò più . Ne fummo dolenti ; ma non c ' era rimedio . Pochi mesi dopo , per ragione d ' interessi domestici , andò a stare a Bologna , e per anni non se n ' ebbe più notizia . Poi si seppe che sua moglie gli aveva fatto causa per separazione legale . Il vero perché non ci fu detto . Ma per noi non ci fu dubbio . Egli doveva aver reso alla povera donna la vita intollerabile . La causa della separazione era certissimamente il più bel dono di Dio . A TRAVERSO I SECOLI . I Trecentisti . A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s ' hanno da leggere per imparare la lingua . Prima di tutti .... Qui vedo sorridere i miei lettori , che in questo momento suppongo siano tre , un giovinetto , una signorina e un cittadino originale , a cui è saltato il ticchio , fra i trenta e i quarant ' anni , di mettersi a studiare la lingua del suo paese : li vedo sorridere con certa malizia , e mi par di sentirli dire tutti e tre insieme : - Già , ci aspettavamo il consiglio prammatico - , e poi in cadenza di canto : - i Tre - cen - ti - sti ! Eh , Dio buono , non è una novità , lo so bene . E so anche , giovinetto mio , quello che tu e gli altri due lettori mi vorreste rispondere : che a leggere quei nostri antichi scrittori vi provaste , ma che vi riuscirono ostici , non tanto per la materia quanto per la forma ; voglio dir per la lingua e per lo stile troppo diversi da quelli delle scritture moderne ; per cagion di che vi sentiste , leggendoli , come spaesati , sconcertati nelle consuetudini del vostro pensiero e del vostro gusto , e quasi in compagnia di gente con cui non fosse possibile , per la differenza dell ' indole , pigliar famigliarità ; e fra la quale e voi s ' interponesse un velo di nebbia , che v ' impedisse di vederli bene in viso , e quindi di mettervi in comunicazione immediata con l ' animo loro . Ma io vorrei principalmente persuader te , giovinetto , che , vincendo quel primo senso ostico , e persistendo nella lettura di quegli scrittori , finiresti col prendervi amore , con tuo vantaggio grandissimo , per quelle medesime ragioni per le quali ti pare ora che quella lettura non t ' abbia mai ad attirare . Pròvatici un ' altra volta , te ne prego , e persisti , tenendo sempre presente che quelle parole e frasi , nelle quali consiste la maggior differenza fra quegli scrittori e i moderni , erano allora in Toscana , e in specie a Firenze , d ' uso comune , e quindi naturalissime a coloro che scrivevano ; i quali , eccetto pochissimi , non facevano distinzione fra lingua parlata e lingua scritta ; di che deriva appunto la ricchezza , la schiettezza , l ' efficacia delle loro scritture . Dopo che avrai preso con essi qualche famigliarità , non sentirai più la novità di quei modi , che ora ti paiono affettazioni e stranezze ; parranno anche a te naturali come parevano agli scrittori a cui venivano spontanei ; e allora , non più arrestato da quegl ' intoppi , ti lascerai andare all ' onda di quella prosa viva , fresca , giovanile , sentirai , come dice il nostro primo poeta vivente , quello che c ' è di più vivido e più frizzante , più zampillante e più mosso nell ' elocuzione di quei prosatori che in quella dei moderni che tu preferisci ; nei quali l ' arte è più raffinata , ma tanto meno ricca e meno schietta la vena . Ti parrà di sentirli parlare di viva voce in quei loro periodi , simili appunto al linguaggio parlato , d ' una orditura così semplice e debole , con poca o nessuna legatura rettorica di pensieri , e affollati di determinazioni accessorie ; i quali alle volte piglian la fuga , alle volte s ' arrestano a un tratto , e fanno mille brusche svoltate , come seguendo tutti i balzi del pensiero nascente e riproducendo il disordine del discorso vivo ; ammirerai , come dice il Capponi , quella naturalezza delle armonie , in cui non sono mai cercate combinazioni di suoni , e " hanno più rilievo quelle parole che avevano avuto prima nella voce più vivo l ' accento " ; ti delizierai in quella loro proprietà di vocaboli , non studiata , perché essi eran propri per necessità , in quelle loro locuzioni " della nitidezza che si vede nelle monete novellamente coniate " , in quella fresca verginità d ' una lingua , che cominciava appena a diventar letteraria , e in cui si sente come la fragranza della sbocciatura . E sempre più , continuando a leggere , t ' innamorerai di quello che così giustamente si chiama candore di tali scrittori , di quell ' aria amabile d ' ingenuità che dà alla loro prosa la frequenza della congiunzione semplice , come l ' usano i bambini e la gente del popolo , e la profusione dei superlativi , in cui si manifesta la fanciullesca vivacità dell ' ammirazione , e quel martellamento , che fanno così spesso , sopra un ' idea semplicissima , come per farla entrare in capo a un lettore ignorante ; ciò che pure è proprio della gente ingenua . Vedrai che singolari effetti d ' arte escono dalla schietta ispirazione non corretta dall ' arte , dal calore del sentimento libero , dalle negligenze , dalle rozzezze medesime , dagli stessi difetti non mascherati d ' alcun artifizio , ma lasciati scoperti come nudità innocenti . Come si respira in quelle pagine ! Ecco gente che parla davvero alla buona e alla libera , che ci dice quello che ha da dire senza l ' interprete letterario ! Ci par quasi un miracolo . E quanta naturalezza nel modo di raccontare , quanta vivezza in quei dialoghi a botte e risposte , e quanta evidenza in quello stesso disordine affannoso con cui ci rappresentano le scene animate , e che graziosa semplicità negli esordi e nelle considerazioni sugli uomini e sugli avvenimenti ! Ti diletterai pure a osservare quante cose si potevano dir bene allora senza una quantità di parole e di frasi che a noi , per dir quelle cose stesse , paiono ora di necessità assoluta ; ti maraviglierai di trovare interi periodi che si potrebbero riscrivere al presente , dopo sei secoli , senza mutarvi un vocabolo ; ti divertirai a notare qua e là i francesismi curiosissimi , le parole che mutarono significato , e quelle cadute in disuso , che ora farebbero sorridere , le diversità singolarissime , fra quel tempo e il nostro , del senso e del linguaggio comico , del frasario cerimonioso , delle forme del ragionamento , dell ' espressione della gioia e dell ' amore . E arrivato a un certo punto , vivrai con l ' immaginazione in quel tempo , ti parrà d ' aggirarti fra quella gente e di respirare l ' aria che essi respiravano . Avendo cominciato a leggere per imparar la lingua , sarai preso a poco a poco dalla sostanza , attratto dalla curiosità di quel modo di sentire e di pensare , dalla descrizione delle costumanze , degli usi pubblici , della vita domestica , dell ' arte della guerra e dei viaggi , da tutte le manifestazioni dello spirito di quel popolo " giovane , forte , adoprante , pieno d ' immaginazione , più inventore che ora non sia " , e compreso d ' una fede religiosa semplice e ardente . E ammirerai di più quegli scrittori se proverai qualche volta a staccarti all ' improvviso da loro per leggere uno qualsiasi dei prosatori del tuo tempo . Come ti parranno compassati , troppo ligi alla fredda ragione , pieni d ' artifici e di civetterie e ricercati nell ' orditura e nell ' armonia dello stile anche quelli che per questi rispetti peccano meno ! E più avvertirai il vantaggio di quelle letture quando , avendone ancor piena la mente , ti metterai a scrivere , chè ti sentirai tanto più sciolto , più libero , meglio inclinato a esprimere i tuoi pensieri semplicemente , fresco e leggiero dello spirito come si sente del corpo chi esce dall ' acque d ' un fiume . E ti do un consiglio : di leggere prima i più semplici , dai quali quando passerai a Dante , rimarrai maravigliato , come d ' un prodigio , del passo gigantesco che fa con lui la prosa italiana , senza perdere la sua freschezza giovanile , pure prendendo a norma la sintassi latina ; maravigliato profondamente della elaborazione sapiente che egli vi porta insieme coi " soavi numeri " e i " sottili legamenti " della poesia , dell ' arte magistrale con cui egli disegna l ' idea , plasma l ' immagine , illumina tutti i particolari dei fatti in quell ' architettura mirabilmente varia dei periodi , in quella prosa " ora solenne ora gentile , profonda e limpida " che è il primo vero e grande esempio di prosa artistica nella nostra letteratura . E studia con amore anche l ' altro grande maestro . Vinci la noia che ti daranno da prima i lunghi periodi , nei quali , per accarezzare l ' orecchio , sovrabbonda di parole , e per raggruppare intorno a un concetto principale troppi concetti accessori , addossa incisi ad incisi , e per imitare la prosa latina intreccia e traspone forzatamente frasi e vocaboli . Vinci quella prima noia , e dello sforzo sarai compensato ad usura . Dov ' egli esprime un sentimento vivo o tratta un argomento che s ' accorda con le sue facoltà naturali , i suoi difetti spariscono o s ' attenuano ; dove ai suoi personaggi fa parlare il linguaggio della passione , ha tratti d ' eloquenza calda , logica e impetuosa che t ' avvolge e ti trascina ; nella pittura della realtà comica , nella descrizione delle scene e dei personaggi lepidi , nel dialogo , nella satira , egli si serve con ardimento e con arte impareggiabile di tutti i più efficaci costrutti del parlar fiorentino , dell ' idiotismo , del proverbio , di tutto quanto v ' è di più vivo nella lingua viva , come se in lui fossero raccolti e saltassero fuori l ' un dopo l ' altro dieci scrittori . Ti parrà uniforme da principio : poi vi troverai mille forme , mille armonie , mille colori . E non possiamo imitarlo , non forzare il nostro pensiero moderno alle sue forme , a cui non si piegherebbe che snaturandosi , né dipingere e scolpire con l ' arte sua , né ripeter la sua musica ; ma egli resta pur sempre un architetto sovrano , un pittore insigne , uno scultore stupendo , un artefice di suoni maraviglioso , uno scrittore unico , che fece nella prosa italiana il lavoro d ' una generazione , che ogni volta che ci riprende , ci domina , e al quale è bene ritornare ogni tanto , perché se n ' esce sempre con un raggio nella mente e dell ' oro nelle mani . Dal Boccaccio a Leonardo . Vuoi ora qualche consiglio , non da maestro , ma da vecchio amico , per proseguire dopo il Trecento ? Fatto che avrai il gusto al Boccaccio , non ti svoglierà dalla lettura l ' imitazione che troverai di lui in una serie di scrittori del secolo seguente ; i quali , sotto l ' influsso del culto risorgente dell ' antichità , seguirono l ' esempio del grande novelliere , dislogando le ossa , come dice il Leopardi , e le giunture della nostra lingua , per imporle violentemente le forme latine . Leggerai Leon Battista Alberti che della gravezza della sintassi boccaccesca ti compenserà con molte pagine di stile elegante e agile , sparse di parole vive e frasi schiette del suo volgare nativo . Leggerai con piacere la lettera di Lorenzo il Magnifico a Federico d ' Aragona , che si può dire la prima esposizione critica della nostra più antica letteratura poetica , oltre che un esempio di bella prosa , foggiata alla latina , d ' una eloquenza nobile e calda . Per formarti un concetto della prosa classicheggiante di quel secolo , qual è nel più alto grado del suo svolgimento , leggerai , con un po ' di pazienza , l ' Arcadia del Sannazzaro . Altri scrittori leggerai , che con più o meno garbo innestarono la latinità nel volgare , temperando la gravità dello stile forzato con quella parte della lingua viva , che irresistibilmente veniva loro dalla bocca alla penna . E farai una cosa : alternerai con la lettura di questi , che prolungata ti stancherebbe , quella degli scrittori semplici e spontanei , che anche nel Quattrocento fiorirono . Leggi le lettere di Alessandra Macinghi , dove , col candore dei Trecentisti , troverai la ricchezza e la vivacità del parlar fiorentino del tempo suo , e come in uno specchio limpidissimo riflessa la vita d ' una famiglia di quel secolo , e in questa un ' anima schietta , buona , amorosa , di cui ti resterà l ' immagine impressa nel cuore . Leggi le prediche di Fra Bernardino da Siena , tutte fiorite di bei modi dell ' antico parlar senese , tutte apologhi , novellette , arguzie , quadretti pieni di freschezza e di vita . Leggi , come esempio di spontaneità e di forza , belle nonostante le ruvidezze dello stile , efficacissime nelle forme piane e spezzate del parlare popolaresco , le prediche del Savonarola , piene di lampi e di tuoni , qualche volta grandi e terribili . Leggi sopra tutto il Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci , per vedere a che grado d ' efficacia possa pervenire nello scrivere un homo senza lettere quando tratta una materia in cui è maestro , a qual segno di gagliardia , di densità , di concisione , di limpidezza possa arrivar nella prosa , pur senza lettere , chi ha osservazioni profonde e grandi pensieri da esprimere , che quadri stupendi di colorito e d ' evidenza riesca a dipinger con la penna chi ha delle cose la visione fisica netta , luminosa , immensa ch ' egli aveva . Da Leonardo al Machiavelli . La stessa norma , d ' alternar le letture di scrittori d ' indole opposta o diversa , ti consiglio di seguire per gli scrittori del secolo decimosesto , il più ricco di grandi maestri , il più vario nelle opere , il più ammirabile per ricchezza di lingua e perfezione di forma , di tutta la letteratura italiana . Nel Bembo , primo legislatore della lingua volgare , che giovò più di tutti in Italia alla formazione d ' un idioma letterario comune , e in molti dei suoi imitatori , che tutta l ' arte dello scrivere ridussero nella scelta e nella collocazione delle parole , ti spiaceranno la mancanza di spontaneità , l ' asservimento del pensiero alla frase , l ' imitazione pedissequa del Boccaccio , e più che altro quel pavoneggiarsi perpetuo , come se a ogni periodo dicessero ai lettori : - Vedete come scrivo bene ! - Ma leggili con attenzione , non fosse che per la lingua purissima , chè ne ricaverai un grande vantaggio . Quanti felici costrutti e garbati giri di sintassi vi troverai , che fine arte nel concatenare i periodi e nel rendere ogni sfumatura del pensiero , che ricchezza di modi e che belle e flessuose forme di eleganza e di cortesia signorile ! E non soltanto lo stile dignitoso e semplice ti attirerà nel Cortegiano del Castiglione ; ma la rara potenza dell ' osservar dal vero e sul vivo , e la forte pittura di caratteri storici , e la rappresentazione evidente della vita delle Corti italiane del Cinquecento , e la magistrale arte dialogica . E nel Galateo del Della Casa , oltre la grazia , la fiorentinità schietta , il sapore trecentistico , la ricchezza delle espressioni proprie e calzanti , ammirerai le osservazioni argute e finissime sull ' animo umano , sui costumi e sulla vita ; e nel Gelli la forma semplice , tersa , spontanea , ricca del più bel volgare fiorentino e in molti tratti quasi moderna , con la quale egli rende intelligibile e gradevole a ogni lettore anche la materia ardua della filosofia ; e nel Firenzuola l ' amenità , la leggiadria , la lingua candidissima , snella , vivace , tutta grazie e bei modi del parlar famigliare . Che salti maravigliosi farai da un prosatore all ' altro ! E come sentirai meglio l ' originalità e i pregi di ciascuno raffrontandolo col precedente ! Dopo la prosa rapida , nervosa , scolpita del traduttore stringatissimo del più stringato degli storici , dal quale imparerai a serrare nel più breve cerchio possibile di parole l ' espressione del tuo pensiero , ti parrà più mirabilmente fluida e musicale l ' eloquenza dei dialoghi e delle lettere del Tasso . Dopo esserti dilettato nell ' arte squisita delle Lettere del Caro , di stile disinvolto e brillante , ma correttissimo , e piene di gaio lepore , leggerai con doppio piacere il più eloquente e più incantevole sgrammaticatore di tutte letterature , quel libro unico , riboccante di vita , di forza , di baldanza , d ' ingegno , viva immagine d ' un uomo e d ' un secolo straordinario , quella specie d ' Orlando Furioso in prosa , quell ' indiavolato e sfolgorante capolavoro , che è la Vita di Benvenuto Cellini . Quando t ' avranno un po ' stancato le descrizioni e le orazioni sfoggiate della storia del Giambullari " artista finissimo della parola e della sintassi " ma impettito e freddo nella sua " dignità impeccabile " , leggerai e rileggerai con sempre più calda ammirazione l ' Apologia di Lorenzino dei Medici , una folata d ' eloquenza italianissima , lucidissima , ardente di passione , bella e spaventevole come un torrente in piena , che travolge ogni cosa . E senti : studia il Guicciardini . Non ti sgomentare di quello stile involuto e austero , talvolta un po ' rude , sovente oscuro , che dà sulle prime al lettore un senso d ' oppressione , e gli confonde la mente . Continua a leggere . Tu riconoscerai a poco a poco che quel modo di scrivere non è tanto sforzo e artifizio quanto effetto naturale della maniera di sentire e di pensare propria dell ' autore , del procedimento con cui si svolgono e s ' intrecciano le idee nel suo intelletto profondo e complesso , " uno dei più chiaroveggenti che siano stati al mondo . " E dai periodi lunghi e farragginosi , di cui si stenta a cogliere il senso , distinguerai quelli lunghi del pari , ma architettati con maestria mirabile , periodi da gran signore della lingua e dello stile , in cui dagli accessori emerge l ' idea principale , dominante , come una torre sopra un villaggio . E da questi imparerai a legare con ordine e con armonia in un periodo solo , intorno a un solo concetto , una famiglia di concetti minori ; e dai magistrali ritratti dei personaggi e dalle considerazioni acute e profonde sugli avvenimenti , a studiare l ' animo umano e i casi della vita ; e di quella lettura ti rimarrà nella mente un suono grave e solenne , che risentirai come un ' eco ispiratrice ogni volta che , scrivendo , cercherai una forma degna a un ordine di alti pensieri . Ma sopra tutti ammirerai e studierai il Machiavelli , che " segna il punto d ' arrivo della sincera prosa antica e il punto di partenza della moderna " , prosatore che dal latinismo e dall ' uso volgare trae insieme una forza che nessun altro raggiunse , il più schietto , il più sicuro , il più sintetico , il più logico scrittore del tempo suo , il più sdegnoso disprezzatore della rettorica , il più strettamente legato alla realtà delle cose , il più potentemente drammatico , il più superbamente eloquente ; grande nell ' arte che va innanzi al suo secolo , grande nell ' ardimento e nella carità di patria che gli fiammeggia nell ' anima , grande nel pensiero folgorante , che illumina il presente e legge nell ' avvenire . Da Galileo all ' Alfieri . Un altro grande maestro . Di dove arriva il Machiavelli , il più moderno dei prosatori antichi , muove Galileo , che infondendo nella prosa il soffio di quella nuova filosofia , la quale " fa più ricche , più chiare e più dritte le teste " , le dà sulla via della libertà e della verità l ' impulso poderoso , per cui ella procede fino al tempo nostro . La sodezza e la concisione che viene dalla densità del pensiero e dalla profondità della dottrina , la lucidità pura che deriva dalla chiarezza perfetta e dallo stretto e sottile concatenamento delle idee , l ' eleganza , la dignità , la sprezzatura signorile che è effetto del pieno possesso e del sentimento profondo della lingua letteraria e della famigliare , tutto questo è in quella nobile prosa che scorre come un largo fiume pacato e limpido , e in cui si sente la forza d ' un intelletto sovrano e d ' un ' anima grande . Rimani un pezzo alla scuola di Galileo , e ritornavi ogni tanto per imparare , non soltanto a scrivere , ma a meditare e a ragionare ; senza di che si mena la penna , ma non si scrive . Poi leggerai i suoi discepoli e continuatori , e ti piacerà nel Redi la grazia prettamente paesana , nel Magalotti la scioltezza tutta moderna , nel Boccalini la vivacità e la gagliardìa . In altra forma ti persuaderà eloquentemente dell ' obbligo di ben parlare la propria lingua il Dati , nella cui prosa ritroverai il miglior Cinquecento ; e nel Sarpi ammirerai la sobrietà vigorosa e lucida , retta da una coscienza fortissima e da un alto intento civile . Ti parrà di ritornare indietro col Bartoli , adoratore della forma , studioso di vezzi e di grazie , servitore , non dominatore della lingua ; ma di lingua vi troverai una miniera enorme , e v ' imparerai l ' arte difficile di " condurre come in ordinanza stretta i pensieri e trarre dalla destrissima collocazione delle parole chiarezza lucidissima e nobile e grato temperamento di suoni " . E artificio rettorico troverai pure nelle prediche del Segneri , concitate talvolta per proposito più che per passione ; ma anche spontaneità nell ' esuberanza , e puro eloquio e varietà d ' armonie nella stretta argomentazione e negl ' impeti non rari d ' eloquenza vera ; e calda , viva , irruente eloquenza nelle Filippiche del Tassoni , frementi d ' ira contro la dominazione straniera e tutte palpitanti di generose speranze italiane . C ' è bisogno di raccomandarti Gaspare Gozzi , maestro di eleganza e di grazia , pieno di buon gusto e di buon senso , e osservatore arguto e finissimo , che in pieno Settecento oppone all ' invadente gusto straniero la sua bella prosa castigata , ancora atteggiata della dignità antica ? Occorre accennarti la prosa agile , spigliata , scintillante , con la quale Giuseppe Baretti allarga i confini della critica e tratta a ferro e a fuoco le frivolezze e le pastorellerie dell ' Arcadia ? Ma a lui non t ' arresterai per studiare gli effetti prodotti nella prosa italiana dal nuovo mescolarsi della cultura nazionale con la cultura europea contemporanea . Leggerai del Cesarotti , benchè francesizzante , le pagine dove si prefigge di liberar la lingua dal dispotismo dell ' autorità e dai capricci della moda e dell ' uso per sommetterla al governo legittimo della ragione e del gusto ; e non trascurerai il Bettinelli , se vorrai un esempio singolare di prosa battagliera , ribelle alle tradizioni pedantesche , inforestierata , ma viva ; né l ' Algarotti , che nello stile foggiato alla francese ha l ' arte di render piane con facilità e vivezza quasi di conversazione le verità più difficili della scienza ; né Alessandro Verri , non puro di lingua né di stile , ma uno dei primi nostri scrittori riusciti efficacissimi nella mozione degli affetti . E arriverai così a Vittorio Alfieri , che con la sua Vita eresse il primo monumento di prosa veramente moderna : e s ' intende di quella prosa personale , non calcata su alcun esemplare da tutti imitabile , la quale prende forma e colore dall ' indole dell ' autore , ed è opera d ' arte , ma d ' un ' arte sua propria , uscita dall ' intimo dell ' animo suo , e che non si può confondere con quella di nessun altro , come l ' espressione del viso e il suono della voce . Dal Foscolo al Carducci . E ora una schiera di maestri , mirabilmente vari , nei quali , come nell ' Alfieri , parla il nuovo spirito destato dalla rivoluzione e la coscienza nazionale risuscitata dalla dominazione francese ; e primo fra questi Ugo Foscolo con quell ' Epistolario impareggiabile , in cui egli trasfuse e svelò tutta l ' anima sua con un calore , con una sincerità , con una franchezza e vigoria di stile che ti soggiogheranno . Ma non trascurerai però la prosa fluida , chiarissima , sonoramente faconda del suo rivale poetico , Vincenzo Monti , battagliante col diavolo in corpo contro la Crusca e i propri critici . Né ti spiacerà il ritorno all ' imitazione dell ' antico in quegli scrittori che tentarono per tal via di salvare le nostre lettere dalla corruzione straniera ; chè anzi essi ti gioveranno per questo . Declamazione , ridondanza d ' ornamenti , affettazione anticheggiante ; ma anche vigor maschio di stile , pagine scultorie e magniloquenti troverai nel Botta . Ammirerai il gusto squisito e " la strettissima fabbrica dei periodi " nel Giordani , benchè per il soverchio studio appunto di legare strettamente le idee e di serbar la lingua purissima , egli abbia qualche cosa di rattenuto , come dice il Capponi , e " non scorra nella sua prosa libera e franca l ' onda della parola " . E benchè la parola idoleggi , e sia schiavo del suo principio di restringere la lingua al Trecento , ti gioverà il Padre Cesari , prosator gioielliere , tutto eleganze classiche , che fu al tempo suo contro il forestierume linguistico un " antidoto potente " non inutile affatto ai giorni nostri . E lascerai dire chi vuole : leggerai il Colletta , non impeccabile nella lingua e non sempre chiarissimo , ma fiero e gagliardo in quella sua prosa da uomo di guerra , che porta lo stampo profondo dell ' animo suo . E non leggerai soltanto , studierai con amore i due prosatori ammirabili che sono nel Leopardi : quello libero , vivo , tutto moderno dei Pensieri inediti , dove s ' abbandona all ' ispirazione subitanea , quasi parlando più che scrivendo , e quello meno agile , meno colorito , ma di disegno più puro e più fermo , delle Operette morali : prosa originalissima , mista di modernità e di classicismo , magistralmente ordita , d ' una " serenità marmorea " , d ' un ' armonia sommessa e delicatissima , e d ' una chiarezza " a traverso la quale si vedono i pensieri come per un ' acqua limpida le rene e i sassolini del fondo " . Quello che il Leopardi non fece , di rinfrescare la lingua alla sorgente dell ' uso vivo , troverai nel Tommaseo , che alla propria prosa " diede moto e vita e copia ritraendo giudiziosamente dall ' uso fiorentino " , poeta e scienziato della parola , qualche volta troppo forzatamente conciso , ma ricco , robusto , proprio , e pittore e scultore e cesellatore , che dice mirabilmente e in modo tutto suo ogni cosa più difficile a dire . C ' è bisogno di rammentarti Giuseppe Giusti ? Non è a imitarsi la soverchia ripetizione dei modi prediletti , né l ' abuso delle forme vernacole , né l ' affettazione della sprezzatura , in cui cade troppo spesso nell ' Epistolario ; ma quanta ricchezza di modi famigliari e popolari , che pieghevolezza , che amabile baldanza , che briosa disinvoltura di stile ! Non t ' avrei neppure da rammentare il Guerrazzi , non scevro di vecchia rettorica , né d ' enfasi romantica , e spesso forzato nello stile ; ma ricchissimo di lingua pura , di frasi scultorie e d ' immagini ardite , potente nell ' espressione dell ' ira e del sarcasmo e negl ' impeti d ' eloquenza patriottica , scrittore originale e grande nelle sue pagine migliori , venate d ' oro e scintillanti di gemme , irte di rilievi di bronzo e di punte d ' acciaio . Leggi dopo questa , per amor del contrasto , la prosa nobilmente famigliare di Gino Capponi , bella d ' una proporzione , d ' una discrezione , d ' una compostezza patrizia , nella quale , come dice il Carducci , l ' anima del lettore si riposa e si contenta come l ' occhio dello spettatore nelle linee degli edifizi fiorentini . E non soltanto per dovere di cittadino , ma per interesse di studioso , leggerai la prosa del Mazzini , " lievemente colorita di classicismo " , misurata , ma viva , armoniosa , ma senza ridondanza , ora profeticamente solenne , ora squillante come una musica guerriera , e sempre chiara come cristallo . E per prender coraggio da un esempio insigne del come anche un italiano nato ai piedi delle Alpi possa con lo studio riuscire uno scrittore facondo , nobile e ricco , leggi Vincenzo Gioberti : un maestro , benchè vesta troppo ampiamente il pensiero e " faccia sciupìo di metafore e di splendori " . Col quale terminerei , non essendo necessario l ' accennare i viventi , se d ' uno di questi non si potesse in nessun modo tacere , perché è incominciato per lui il giudizio della posterità . Voglio dire Giosue Carducci , prosatore potentissimo , che dice tutto quello che vuole e come vuole , solennemente e famigliarmente , con un ' arte che sgomenta chi studia l ' arte ; nel quale la conoscenza profonda della lingua letteraria e il possesso perfetto dell ' uso vivo , non abusati mai ad alcun proposito , si fondono e si contemperano in un linguaggio di forza straordinaria e d ' armonia svariatissima , egualmente bello e potente nella descrizione e nella polemica , nel discorso dottrinale e nel volo lirico , nell ' orazione politica e nella fantasia scherzosa , sempre segnato d ' un ' impronta in cui lo riconosci e lo ammiri . - Ma , e Alessandro Manzoni ? - domanderai a questo punto . L ' ho lasciato ultimo per finire con lui , e volevo finir con lui perché è lo scrittore che devo raccomandarti con maggior insistenza di studiare , parendomi la prosa dei Promessi Sposi la più vicina a quello che è per tutti oramai il tipo ideale della prosa moderna : moderna e perfettamente italiana . È semplice , in fatti , conforme al linguaggio parlato , e pare spontanea ; ma non cade mai nella volgarità , e neppure nell ' affettazione della naturalezza . È chiara , limpida come l ' aria , ma non per effetto d ' una semplicità elementare : ha la chiarezza che deriva dalla precisione e dall ' ordine dei pensieri , e dall ' arte finissima di ridurre ogni idea , per quanto profonda e complessa , a un ' espressione semplice , che la fa parere un portato del senso comune . È sempre stretta al pensiero , ma senza impacciarlo mai ; logica , ma senza mostrar lo sforzo delle connessioni e dei legamenti ; omogenea , ma pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e alla natura propria d ' ogni oggetto o argomento ; originale , ma non ribelle alla tradizione , e scevra a un tempo d ' ogni imitazione o reminiscenza di stili altrui . È ricca di lingua , e dove il soggetto lo vuole , elegante , ma senza che la forma si faccia mai sentire per sé stessa , senza che alcuna parola o frase distolga mai l ' attenzione dal pensiero ; ed è variamente colorita , ma senza vistosità , e con una fusione perfetta di tinte ; ed è mirabilmente armoniosa , ma senza ricerca evidente del numero , d ' un ' armonia riposta e delicatissima , che par non venga dalle parole , ma dal pensiero , e nasce infatti dall ' equilibrio perfetto delle idee , e suona nella mente quasi senza che l ' orecchio la senta . Leggila e studiala con attenzione e con amore . Studiala confrontando le due Edizioni del Romanzo , quella del primo testo , del 1825 , e quella corretta , del 1840 , e ne intenderai meglio la ragione , l ' arte e la bellezza al vedere come del primo testo l ' autore ha appianato le scabrosità , addolcito le durezze , sostituito al latinismo o al modo vernacolo la locuzione italiana , all ' arcaismo la parola viva , alla pedanteria grammaticale l ' anacoluto efficace ; per che via , con che norma lucida e costante egli ha rifatto in parte e avvicinato l ' opera sua alla forma ideale che gli splendeva nella mente . Studiala , e t ' affinerai il criterio e il gusto , e prenderai in avversione per sempre il manierato e il falso , il troppo e il vano , la trivialità e la stranezza , l ' orpello e la ciancia . Studiala , e imparerai a fare e a correggere , a condensare e a semplificare , a esser chiaro e sincero , dignitoso e discreto , logico e giusto . Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita . Ma non lo adorare ; ti sia maestro , non idolo . Conclusione . Voglio dire : non te lo prefiggere modello unico di prosatore , per avere il pretesto , comodo alla pigrizia , di non leggerne altri , come molti fanno ; ai quali il maestro unico raffina il gusto , ma lo circoscrive ; poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra , ma non in tutti i campi , né in ogni forma della letteratura , non avendo trattato ogni argomento , né tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo . E non lo imitare , per la ragione principalissima , ch ' egli non ha imitato nessuno . Ma la semplicità - domanderai - la naturalezza , tutte le qualità mirabili che riconosciamo nella sua prosa , perché non s ' hanno da imitare ? - E io ti rispondo che quelle qualità non te le darà l ' imitazione , con la quale troppo facilmente la semplicità degenera in sciatteria , la grazia in sguaiataggine e in superficialità la chiarezza . Quelle qualità devono essere in te , come furono nel Manzoni , il frutto maturo d ' infiniti studi e letture , e disse stupendamente il più sensato dei manzoniani : che è illusione il credere di potergliele rubare , leggendo lui soltanto , senza rifare in qualche modo il cammino ch ' egli fece . Leggi dunque , e studia tutti gli scrittori . Leggi e confronta fra di loro quelli che si rassomigliano e quelli che più si dissomigliano , arrestandoti in special modo a considerare gli effetti simili ottenuti con mezzi diversi . In ciascuno troverai certi ordini di pensieri e di sentimenti ch ' essi esprimono con maggior efficacia d ' ogni altro ; troverai nei più artificiosi espressioni e forme semplici ; nei meno eleganti forme elegantissime ; nei meno ricchi di lingua locuzioni e costrutti preziosi , da altri non usati , frasi e parole , dalle quali essi soli traggono certi effetti vivi , per il punto e il modo con cui le adoperano , come se quelle forme acquistassero dalla loro penna , incastonate nei loro periodi , un valore particolare . Cerca in tutti , quando sei arrestato da una frase o da una parola che suona falso , o da un ' oscurità , o da una slegatura che ti dà il senso d ' un vuoto , o da un giro di parole che ti dà un principio di noia , cerca in qual maniera si potrebbe correggere l ' errore , chiarire l ' oscurità , annodare i pensieri sconnessi , recidere la frase oziosa . Arrèstati in special modo ogni volta che trovi espressi con facilità e proprietà certi sentimenti e pensieri , dei quali a te suol riuscire difficile l ' espressione , o perché corrispondono a lati deboli delle tue facoltà , o perché sono remoti dalla tua indole , o perché si riferiscono a cose sulle quali non hai mai fermato a lungo l ' attenzione . E ritorna sulle pagine belle : non ti contentare di quella prima commozione viva e piacevole ch ' esse ti destano , nella quale , come dice il Leopardi , la mente tumultua e si confonde ; ma esamina , com ' egli faceva , e rivolgi in mente quelle bellezze fin che esse vi piglino un posto , dove rimangano . Locuzioni , armonie , inflessioni di stile , particolarità sintattiche degli scrittori più diversi si mescoleranno nella tua memoria , si combineranno coi tuoi pensieri , e ti verranno fuori in certi momenti , senza che tu ne riconosca l ' origine , come dall ' intimo del tuo spirito , come nate nel tuo capo , e tutte tue ; chè saranno tue veramente . Ti verranno , nello scrivere , reminiscenze inconsapevoli di tutte le scuole , di tutti i generi e di tutti i secoli della letteratura , soccorsi inaspettati , echi lontani e vicini e soffi animatori e baleni ; scriverai con la cooperazione misteriosa di tutti i grandi scrittori ; e ti parrà nondimeno di non ricever nulla da nessuno , perché quello che n ' avrai tolto sarà diventato tua eredità legittima , ti sarà penetrato " nei più profondi strati del pensabile " , sarà diventato sostanza del tuo cervello e del tuo sangue , il tuo ingegno , la tua italianità , la parola spontanea e necessaria del tuo sentimento e del tuo pensiero . UN PARLATORE IDEALE . È uno dei più cari ricordi della mia gioventù questo toscano illustre , al quale , per riuscire un grande scrittore , non mancò né l ' ingegno , né la dottrina , né il sentimento , né l ' arte ; ma solamente la voglia di scrivere . Già dissi di lui in altri libri ; ma l ' impressione ch ' egli mi lasciò di sé nell ' animo e nella mente è così profonda , e ancor così viva , che , riparlandone , non ho coscienza di ripetere cose già dette ; e se ripeto le cose , mi vien sempre fatto di dirle in modo diverso , poichè mi pare di non averle mai dette prima con bastante efficacia . È il più ammirabile maestro di lingua parlata ch ' io abbia inteso mai , quello che mi mostrò meglio d ' ogni altro più eletto parlatore ciò che può la lingua italiana nel campo della conversazione agile e varia , irto di tante difficoltà per la maggior parte degl ' italiani anche colti . Si sentiva ch ' era toscano ; ma non negl ' idiotismi di pronunzia che ai toscani si rimproverano , chè non n ' aveva nessuno , non aspirando neppur leggermente la c : si sentiva nella pronunzia perfetta che , fuor di Toscana , nessun italiano o pochissimi possedono , anche di coloro che hanno reputazione meritata di parlar perfettamente . Ma la pronunzia era il pregio minore del suo parlare . Il pregio massimo era d ' esprimere ogni pensiero , anche più difficile , intorno a qualunque argomento , o più ovvio o più astruso , con una facilità e con un garbo impareggiabile , senza uscir mai dal tono della conversazione famigliare ; di dire ogni cosa con proprietà , con finezza e con eleganza , senza che apparisse mai nel suo discorso neppure un ' ombra di ricercatezza e d ' ostentazione letteraria . Parlava con facilità , ma non in furia , e se qualche volta s ' arrestava un momento a cercare una parola o una frase , nessuno dei suoi ascoltatori s ' impazientiva ; non solo , ma l ' aspettazione era piacevole , perché sapevan tutti che l ' espressione aspettata veniva poi quasi sempre più felice , più calzante al pensiero di quella che alla mente loro s ' affacciava . E v ' erano nel suo linguaggio gradazioni finissime secondo ch ' egli parlava con persone con le quali non avesse dimestichezza , o con amici stretti , o in un crocchio dove non fossero signore , o con signore . Non c ' era caso che con queste gli sfuggisse mai uno di quei tanti modi volgari , comunemente usati , dello stampo di tirar su le calze o romper le tasche o mandare a far friggere , che molti credono leciti in ogni compagnia perché li hanno letti nei libri : egli non aveva neppur da fare un atto di riflessione per iscansarli : il suo senso squisito della dignità e della grazia li escludeva . E così , quando gli occorreva di spiegare ad uno qualche cosa che questi non comprendesse alla prima , o quando faceva una citazione , o ribatteva un ' opinione altrui , erano ammirabili le sfumature , le industrie gentili della frase e dell ' accento , ch ' egli usava , non lasciandole quasi avvertire , perché non ci fosse nel suo linguaggio nessun ' apparenza d ' insegnamento , né colore di saccenteria , né asprezza di contraddizione . Ne seguiva mai ch ' egli mostrasse , come fanno molti bei parlatori , di star a sentire sé stesso , o di cercar negli occhi degli uditori l ' ammirazione della propria eloquenza : non si vedeva mai sul suo viso , non si sentiva mai nel suo accento altra espressione da quella del pensiero o del sentimento ch ' egli esponeva . Alla semplicità signorile e amabile del linguaggio corrispondeva perfettamente il suo modo di gestire : vivo , ma sobrio , e sempre spontaneo , e pieno d ' efficacia , sia che facesse l ' atto di disegnar nell ' aria un ' immagine , o d ' incidere col cesello una frase , o di modellare una forma nella creta , o di scacciare con la mano un velo di nebbia che ondeggiasse fra il suo pensiero e la sua parola . Maravigliosa era poi la varietà del suo vocabolario , ricchissimo , secondo gli argomenti della conversazione , di locuzioni letterarie e di modi popolari , senza che nessun modo insolito usato da lui paresse mai strano o nuovo affatto a chi l ' udiva per la prima volta , tanto egli l ' usava a proposito , e in maniera che da tutto il discorso n ' era chiarito il senso e l ' opportunità dimostrata . Persino quei vocaboli stranieri , che s ' usano di necessità per designar nuove cose , ma che suonano sgradevolmente all ' orecchio non ancora assuefatto a sentirli , riuscivano meno esotici , pigliavan quasi suono e apparenza italiani in quel suo linguaggio di sostanza e di forma tutta italiana , come se questo comunicasse loro un poco del suo colorito e della sua armonia . Con che agilità di parola raccontava , con che evidenza di disegno e securità di tocco descriveva , con che vivezza faceva scattare e scintillare l ' arguzia , e con che stretta concatenazione d ' argomenti e lucida semplicità di dizione ragionava , smorzando il tono , allentando la stretta della dialettica , raffinando la cortesia dell ' espressione man mano che sentiva vacillare l ' avversario , non più ostinato a resistere che per salvare l ' orgoglio ! Si diceva ogni momento , ascoltandolo : - Senti , come si può dire semplicemente la tal cosa che io dico sempre con una frase solenne ! - Oppure : - Guarda , e io sostenni sempre che la tal frase francese non si poteva tradurre in buon italiano ! - A sentirlo , desideravo sempre che fosse lì qualche dotto straniero , di quelli che intendono l ' italiano e lo gustano , perché ammirasse in quel parlare un saggio della ricchezza e della potenza della nostra lingua , e mi rallegravo in fondo all ' anima , e sentivo alterezza d ' esser nato nel paese dove una tal lingua si parla . E osservavo che quasi tutti , discorrendo con lui , parlavano meglio del solito , e non per uno sforzo che facessero , per emulazione ; ma naturalmente , come per un ' eco armoniosa ch ' egli destasse in loro ; ciò che pure osservai nelle famiglie , dove parlan tutti più o men bene , se c ' è uno che parla benissimo . La sua conversazione era un diletto , un pascolo intellettuale , una scuola di lingua e di gentilezza . E per effetto dei vari pregi ch ' egli riuniva , dell ' espressione propria e colorita , della pronunzia bella , dell ' accento e del gesto efficacissimo , tanta parte dei suoi discorsi m ' è rimasta impressa nella memoria , che ad ogni tratto , parlando e scrivendo , nell ' atto stesso che certe espressioni m ' escono dalla bocca o dalla penna , mi ricordo d ' averle imparate da lui ; e molte volte , dopo che ho scritto una frase o una parola che mi pare affettata , o volgare , o disadatta , domando a me stesso s ' egli l ' avrebbe usata , e se , immaginando d ' udirla dire da lui , mi par che stoni col suo discorso , la cancello ; e quasi sempre , nel rileggere con intento critico qualche cosa mia che non mi contenti , per forzarmi ad esser severo con me medesimo in ciò che riguarda il buon gusto , mi figuro che ci sia lì lui , ad ascoltare . E così nei buoni effetti del suo insegnamento mi risorge dinanzi sovente l ' immagine del maestro insigne e caro , che da venticinque anni non vedo più , e a cui m ' è dolce esprimere ancora una volta la reverenza antica e la gratitudine fatta più viva dal tempo . [ 350 bianca ] PARTE TERZA . [ 352 bianca ] SE CI POSSIAMO FARE UNO STILE . Un onesto negoziante , un po ' burbero in famiglia , ma buon diavolaccio , il quale credeva che per legge di natura un padre fosse in grado d ' insegnare alla sua prole ogni cosa , un giorno , in mia presenza , disse severamente al suo figliuoletto , rendendogli la pagina del componimento italiano : - Ma quando ti farai uno stile ? - Poi , rivolgendosi a me : - Lo persuada lei , che è tempo che si faccia uno stile . Gli promisi di contentarlo in un momento più opportuno ; ma la prima volta che mi trovai a quattr ' occhi col ragazzo , lo confesso senza rimorso , tradii il genitore con un discorsetto ribelle alla sua volontà ; il quale diceva presso a poco quello che ora ripeto a te , mio giovine lettore ideale . Farsi uno stile ! Mi par come dire : farsi un temperamento , farsi una fisonomia , farsi una voce . Lo stile non ce lo facciamo : ci vien fatto ; o come disse un grande scrittore , si trova senza cercarlo : chi lo cerca , non può che trovare uno stile artefatto ; chi se lo vuol fare non riuscirà che a farsi una maniera , non uno stile . Qualunque scrittore , che abbia uno stile veramente proprio e sano , che non sia imitazione o artifizio ( sinonimi , letterariamente , di malsania ) , se gli domandi in che modo se lo sia fatto , ti dirà che non lo sa , o che non lo sa dire ; che in fondo è la stessa cosa . Non ti dar dunque questa briga , non soltanto inutile , ma perniciosa . Se si tien per giusta la definizione : lo stile è l ' uomo , tu devi prima diventare un uomo . Se s ' accetta l ' altra definizione : - lo stile è quella vita che il tuo concetto prende in te , e che tu comunichi , nell ' esprimerlo , agli altri - , o più breve : - è la vita nella parola - , come si può cercare la vita ? Sei persuaso ? T ' addurrò un ' altra ragione . È un fatto universalmente riconosciuto che ogni individuo , in un certo senso , parla un linguaggio diverso da quello d ' ogni altro uomo , cioè , che non solo usa sempre o quasi quelle tali parole per esprimere quelle tali cose , e ha certi modi e frasi famigliari , consuete a lui più che agli altri ; ma che certe parole e frasi suole usare in un significato leggermente diverso da quello che dànno loro la maggior parte . E non soltanto ciascun uomo ha un linguaggio individuale per quello che riguarda i semplici vocaboli e le semplici frasi ; ma ha pure un suo modo particolare d ' ordinare le idee , il quale deriva dal maggiore o minor grado d ' importanza che a ciascuna idea egli attribuisce rispetto all ' altre , e un modo suo proprio di legarle fra loro , il quale dipende dalle relazioni particolari che fra loro egli vede , e anche un andamento del discorso , per così dir musicale , suo proprio , il quale è effetto del suo modo individuale di sentire il suono del linguaggio ch ' egli parla . Ora in questo vocabolario individuale , e nel modo d ' ordinare e di collegare l ' idee , e nel ritmo del discorso che ciascuno ha di suo , consiste appunto lo stile ; e tu comprendi che tutte queste cose non si cercano , ma vengono da sé , col tempo , che ne porta molt ' altre . Vedi dunque che non ti devi affannare a farti uno stile . Ognun sa sé , dice il proverbio , e il Giusti , riferendolo allo scrivere , l ' ha ben commentato così : ognuno ha mezzi tutti suoi , tutti voluti dal suo modo di essere , e dei quali il più delle volte non saprebbe dar conto neppure a sé medesimo . Ma questi mezzi non si svolgono , e non vien fatto d ' usarli che con gli anni , quando è formata l ' organatura della mente e formato l ' animo . In ciò che nel linguaggio di ciascuno c ' è di differente da quello degli altri " entra tutta l ' individualità del carattere , del sapere , dell ' educazione " . Lo stile ti verrà dai recessi più profondi dell ' animo , da quello che faranno di te le passioni , i casi della vita , le cose che amerai e ammirerai , la tua professione , i tuoi studi prediletti ; ti verrà dal predominio che avrà in te o il sentimento o la ragione , o dall ' equilibrio stabile dell ' uno con l ' altra ; dai contrasti che troverai , dalle lotte che dovrai combattere , dai favori e dalle percosse che avrai dalla fortuna nell ' aprirti una strada nel mondo , dall ' aspetto in cui ti si presenterà la natura , dal modo come giudicherai gli uomini , dalla fede che avrai in qualche cosa di bello e di grande , o dai sentimenti che non ti lasceranno sorgere o ti spegneranno nel cuore quella fede . Come la luce del sole dà il colore alle cose , sarà il lume dell ' anima tua che darà il colore al tuo stile , sarà il palpito del tuo cuore che gli darà il movimento , e gli darà il calore l ' onda del tuo sangue , e l ' eco che avrà nel tuo spirito l ' armonia del giorno sarà la sua armonia . Cerca dunque per ora , nello scrivere , la naturalezza , la chiarezza , l ' ordine , la proprietà ; ma quel che indefinibile che è l ' individualità dello stile , che è lo stile senz ' altro , aspetta che ti venga . Se te lo volessi fare , cadresti sicuramente nell ' imitazione e nella stranezza . Non cercare lo stile : pensa , studia , opera , ama , vivi , e l ' avrai . LO STILETTATORE . Vien qui a proposito un nuovo personaggio piacevole . Non bazzicò che breve tempo il nostro piccolo cenacolo letterario di capi armonici , quando Firenze era capitale ; ma vi lasciò di sé una memoria vivissima , che , come vedi , ancor non m ' abbandona ; ( o dolce Francesca , perdonami ! ) In che modo si fosse imbrancato con noi non ricordo bene : mi pare al caffè , dove attaccò conversazione di punto in bianco , da un tavolino all ' altro , una sera che discutevamo di letteratura , vociando tutti a un tempo , com ' era nostro costume . Era Emiliano , agente di varie Case di commercio , benchè ancora molto giovane , e dilettante di lettere a ore avanzate . Aveva scelto per passatempo la letteratura , non so perché , invece del biliardo o del tiro al piccione : forse perché meno costosa ; ma a poco a poco ci aveva preso passione ; e l ' idea madre della sua passione era , com ' egli diceva corrugando la fronte , di farsi uno stile . Questa frase , nella quale si riduceva , credo , quanto egli conservava degli studi ginnasiali non finiti , gli s ' era ficcata nel capo come una vite ; farsi uno stile era diventato per lui il pensiero precipuo della vita , dopo quello di guadagnarsi il pane . Ma qualunque altra cosa avesse disegnato di farsi , anche un palazzo di marmo di Carrara , credo che gli sarebbe riuscita più facilmente di quella , da tanto ch ' era falso e strambo il modo ch ' egli teneva per conseguirla . Al pari di molt ' altri , egli considerava lo scrivere come un ' industria a parte , che non avesse che fare col pensiero , o quasi ; come un ' arte meccanica in cui si riuscisse maestri con l ' esercizio , indipendentemente dal fatto di avere o no qualche cosa da dire ; e credeva quindi che uno si potesse fare uno stile , come un sarto fa un abito , per esporlo nella vetrina della sua bottega . E neanche studiava a modo suo ( chè sarebbe stato inutile ) di farsi uno stile suo proprio . Egli andava cercando nella gran sartoria della letteratura italiana un abito bell ' e fatto ; pigliava ora questo ora quello , se lo insaccava , e veniva a farcelo vedere , pavoneggiandosi . Un certo talentaccio d ' imitazione l ' aveva . Letto per una settimana un autore , ne cavava un certo numero di frasi e di costrutti , gl ' imbastiva insieme alla diavola sopra un argomento qualsiasi , e correva al caffè a leggerci la paginetta come un saggio dello stile che s ' era fatto . Gli saltavamo agli occhi , dandogli del contraffattore , del falso pavone , dell ' arlecchino finto Principe . E allora egli ricorreva a un altro autore , e tornava dopo un po ' con un ' altra paginetta , tessuta con la filaccia spicciata dai panni di quello . Una volta rifaceva il Giusti , un ' altra il Boccaccio , una settimana guerrazzeggiava , la settimana appresso impiccava i fantocci del suo pensiero al laccio del Davanzati . E non si scoraggiava mai per le nostre canzonature . - Eppure - , esclamava , picchiando il pugno sul tavolino - io mi farò uno stile ! Parve una volta persuaso , finalmente , della falsità della via che batteva : che uno stile non si sarebbe fatto mai scimiottando ora l ' uno ora l ' altro scrittore . Avete ragione - ci disse - non bisogna imitare pecorescamente nessuno . - E ci manifestò la sua nuova idea , un ' idea luminosa , una trovata da uomo di genio , espressa con una formula farmaceutica : - Bisogna mescolare e agitare . - E mescolò e agitò davvero . La sera che ci portò il suo nuovo saggio , si fece un baccano di casa del diavolo . Era la brutta copia d ' un lungo articolo di giornale , in cui aveva fatto il più bizzarro intruglio di stili che si possa immaginare ; dove quasi ad ogni periodo saltava dall ' imitazione d ' uno scrittore a quella d ' un altro , facendo anche salti di secoli , con una temerità di matto furioso ; un cibreo stilistico , nel quale si sentivano i più disparati sapori della cucina letteraria nazionale , dalle semplici minestre patriarcali dei trecentisti ai lambiccati manicaretti dolciastri dei cianciatorelli fiorentineggianti e francesizzanti della scuola manzoniana degenerata . Il chiasso che facemmo lo sconcertò al primo momento ; riconobbe sbagliata la ricetta ; ma si rifece animo ben presto , e ripetè fieramente che in ogni modo , o per una via o per un ' altra , a furia di cercare e d ' ostinarsi , si sarebbe fatto uno stile . E appunto per questo suo continuo farci balenare agli occhi , quasi in atto di minaccia , il suo stile futuro , gli mettemmo il soprannome di stilettatore . Il ridere che si fece alle sue spalle , povero stilettatore ! Quando l ' incontravamo per la strada , dopo qualche giorno che non s ' era visto , gli domandavamo lì su due piedi : - Te lo sei fatto ? - Non ancora proprio - , rispondeva ; - ma sono sulla buona strada . - Ma è tempo che tu ti spicci ! - Si fa presto a dire - , ribatteva sul serio . - Ma non ci si fa mica uno stile in ventiquattr ' ore ! - lasciando capire con quelle parole , che forse in fin di settimana avrebbe avuto il fatto suo . Non gli davamo requie . Aveva ragione di dirci che gli stilettatori eravamo noi . Quando al caffè si chinava a cercare un soldo che gli era cascato , gli domandavamo : - Che cosa cerchi ? Uno stile ? - Quando mescolava nel bicchiere vari liquori per farsi una certa bibita di sua invenzione , dicevamo : - Ecco Pippo ( era il suo nome di battesimo ) che si fa uno stile ! - E gli davamo ogni specie di ricette scritte per farselo . - Recipe : tanti grammi di questo , tanti di quest ' altro : pestare , sbattere , far cuocere a bagnomaria - , e la parte del corpo dove aveva da applicare l ' impiastro . Ma egli non badava alle nostre burle , e seguitava a braccar lo stile . - Uno stile - ci disse gravemente una sera ( e doveva essere una frase imparata di fresco ) - che sia nello stesso tempo moderno e ritragga dai grandi esemplari . Curiosa , fra l ' altro , era l ' impressione che gli facevano tutte le locuzioni e le definizioni insolite ch ' egli leggesse , concernenti la tecnica ( era una sua parola prediletta ) dello stile . Non le capiva bene , e non poteva ; ma le raccoglieva con cura amorosa , e le veniva ripetendo con cert ' aria di solennità e di mistero , come formule d ' arte magica . L ' elaborazione formale del periodo , il tipo periodico , il nodo sintattico , i legami gerundivi e ipotetici , gli spunti melodici dello stile lo facevano pensare , non so ben che cosa , nulla forse , ma profondamente . Ricordo che gli fece un gran senso una frase bella davvero che aveva letta in un libro , dove era detto di certe curve del periodo prosastico di Dante , non mai girate per intero , rompentisi come a formare un sesto acuto . Ah ! s ' egli avesse potuto fare dei periodi col sesto acuto ! Anche uno solo ! Credo che avrebbe dato per questo tutti i suoi guadagni commerciali d ' un mese . Ma per tutto il tempo che rimase a Firenze , lo stile non lo trovò . Per i suoi affari di commercio dovè andare a stabilirsi a Milano . Ma per lungo tempo noi continuammo a parlare spesso di lui . Non occorreva di nominarlo . Quando , in un ristagno della conversazione , saltava su uno a dire : - Se lo sarà già fatto ? - tutti capivano ch ' egli domandava se lo stilettatore si fosse fatto finalmente uno stile . Lo incontrai molti anni dopo a Milano , mentre attraversava la Galleria con aria affaccendata . Mi salutò con viva cordialità : aveva dimenticato o perdonato le canzonature fiorentine . Dopo lo scambio solito di rallegramenti e di notizie , pensando che la fisima dello stile gli fosse uscita di capo da un pezzo , gli domandai , per celia , se se l ' era fatto . Ma da questo genere di monomanìe letterarie non si guarisce . Mi rispose seriamente : - Eh , no , non ancora . Che cosa vuoi ? Ho avuto tanto da lavorare in tutti questi anni ! Ma ci penso sempre . Ho un tipo stilistico nella mente . Oh , ci riuscirò , ci dovessi impiegare tutta la vita . Ora son persuaso che a trovar lo stile ideale basta appena la vita d ' un uomo . - Ma che ne farai del tuo stile ideale nei tuoi ultimi anni ? - gli domandai ; - poichè può ben darsi che tu non lo trovi che agli ultimi , e anche proprio all ' estremo passo . A che serve lo stile in punto di morte ? Mi diede una risposta sublime : - Io ho un ideale puro , senz ' ambizioni . Sarei contento anche di portar la mia trovata con me al camposanto . Ma lascerò qualche pagina , vedrai . Basterà una pagina ! E queste furono le ultime parole che intesi dalla sua bocca , e che spesso mi risuonano in mente . Ma di lui non rido più . Ogni volta che ci penso , ora , mi prende un sentimento d ' ammirazione , misto di tenerezza pietosa , raffigurandomi quel povero sognatore che ancora abbracciato alla sua illusione letteraria , sul letto di morte , dice con un ultimo sorriso alla sua famiglia sconsolata : - Fatevi coraggio ! Io muoio contento . Ho uno stile . A CHE SERVONO I PRECETTI . Dunque , regole , precetti , niente ? Adagio Biagio . Ma questo non dovrebb ' essere affar mio , che essendo tuo consigliere soltanto , non maestro , non sono in debito di dirti ogni cosa . E poi i precetti tu li hai nei tuoi libri di scuola . Questi ti dicono quanto t ' occorre : che , nello scrivere con vien badare che tra i pensieri ci sia unità e continuità ; che bisogna collocare vicine le frasi che hanno fra di loro relazione più stretta , e di cui l ' una chiama l ' altra quasi naturalmente ; che le proposizioni secondarie ( precedenti , conseguenti o concomitanti che siano ) debbono essere misurate e collocate in modo da non nuocere mai all ' evidenza della proposizione principale , che regge tutto il periodo , o che è principale , se non altro , per il suo valor logico . Ti dicono pure che non si ha da abusare di nessuno dei vari modi di legare fra di loro i concetti , per coordinazione , per subordinazione , per conclusione , ma usarli alternatamente , quanto è possibile senza forzar la sintassi ; che certi concetti o certe parti del concetto , perché richiamino sopra di sé l ' attenzione , debbono essere staccati , invece che fusi con gli altri , e fatti risaltare , come gli aggetti in architettura ; che in certi casi bisogna affollare nel periodo le proposizioni , in altri diradarle , per la stessa ragione che si fa del tempo nella musica ; e in alcuni punti fare una breve pausa , per lasciar liberi un momento al lettore la mente e il respiro , e in altri una pausa più lunga , perché il lettore riposi , come si fa danzando e camminando ; e che è necessario variare il tipo del periodo , come il tono nella parlata , per iscansare la monotonia nella quale i pensieri si confondono e si velano come dentro una nebbia . Tutti questi precetti tu conosci , e Dio mi guardi dal dirti che sono inutili . Ti dico , anzi , che ne devi tenere grandissimo conto , perché alcuni di essi , che sono leggi fondamentali del pensiero , se li avrai sempre vivi nella mente , saranno come voci che , a quando a quando , mentre scrivi , ti faranno star attento a non uscir della retta via , o t ' avvertiranno che ne sei uscito e t ' indurranno a rientrarvi , cancellando le orme dei passi fuorviati . E aggiungo che il conoscere bene i termini e le definizioni della precettistica ti sarà utilissimo a formare nettamente nel tuo pensiero le osservazioni che farai sugli scrittori , a determinare con esattezza a te medesimo i difetti e gli errori che troverai in loro , altrettanto utili a studiare quanto i pregi e le bellezze , a fare , insomma , delle opere letterarie quella lettura analitica e critica , che è la sola veramente proficua . E non di meno ti dico che da tutta la precettistica del mondo non imparerai a scriver bene ; te lo dico perché tu non ti sgomenti , come avviene a molti giovani , della difficoltà , della quasi impossibilità d ' aver tutti presenti , scrivendo , e d ' osservare tanti precetti rigidi e astratti , che pare debbano essere un inciampo più che un aiuto , e come una rete tesa intorno al pensiero , che gli tolga ogni libertà di movimento . No , non ti sgomentare dei precetti . Quando ti metterai a scrivere con un concetto chiaro nel capo , e mosso da un sentimento vivo , quando ti troverai , procedendo nel lavoro , in quello stato di mente e d ' animo , nel quale chi scrive " è compreso , agitato , spronato da dieci operazioni della mente distinte e conflate ad un tempo , che vanno come in figura di cono a metter capo a un prodotto comune " , l ' osservanza della più parte di quei precetti ti riuscirà spontanea per modo , che quasi non avrai coscienza d ' osservarli . Sarà la tua ispirazione che , dando l ' impulso alle parole e alle frasi , le manderà ad occupare il posto che loro convien meglio nel periodo ; sarà la mobilità del tuo pensiero che scanserà naturalmente la monotonia , facendoti rompere le uguaglianze , variar le misure dei periodi , mandare innanzi il discorso a onde ora lunghe e placide , ora rotte e precipitose ; sarà la stessa respirazione mutevole del tuo pensiero che ti farà trovare le giuste pause , e rallentare il passo dopo le corse , per riprender lena , e riprender la corsa più rapida dopo esser andato un tratto a rilento ; sarà il tuo sentimento eccitato il maestro muto , pronto e sicuro che ti farà dar risalto a certi concetti , sollevandoli come sur un piedestallo , e collocarne alcuni disparte , come in uno spazio vuoto , ed esporre altri quasi a una svoltata brusca del periodo , dove facciano un ' apparizione inaspettata . Tu metterai in atto molte arti sottili che non saprai di possedere , obbedirai a molti precetti ai quali non avrai mai pensato , sarai nello scrivere , come dice il Tommaseo che ogni uomo è nel parlare , guidato da certe norme sapientissime di natura che sono l ' umana ragione medesima . Prevedo ora una tua domanda . Riguardo ai due stili , non è vero ? C ' è in ogni letteratura due forme di stile , che , come dice benissimo un grande scrittore , scaturiscono tutt ' e due dall ' intima natura del cervello umano . C ' è quello più spontaneo , che del pensiero rende tutte le flessioni , segue tutti i serpeggiamenti , accompagna in tutti i minimi moti il processo , non lasciando nulla sottintendere a chi legge ; al quale mette innanzi come un quadro , dove il pensiero stesso è rappresentato in tutti i suoi particolari , e questi nell ' ordine e nel disordine con cui si sono affacciati alla mente . E c ' è lo stile che , con un lavoro sintetico , segna del pensiero soltanto i rialti e le cime , in modo che la mente di chi legge faccia un salto dall ' uno all ' altro pensiero importante , sorvolando e sottintendendo tutti i pensieri secondari che fanno catena fra quelli , ossia compiendo da sé il quadro di cui lo scrittore non ha dato che i tratti principali . Ebbene , tu domandi a quale dei due stili ti debba attenere . E chi te lo può dire , amico mio ? Noi andiamo perpetuamente dall ' uno all ' altro . L ' uno e l ' altro si trovano a vicenda , se non in ciascuna opera , nell ' opera complessiva di quasi tutti gli scrittori , non tanto perché essi passino da questo a quello deliberatamente , sentendo che ciascuno di essi , alla lunga , affatica , quanto perché al primo o al secondo sono naturalmente condotti dalla varia natura degli argomenti , dal diverso modo di concepire che induce in loro il diverso genere degli studi , e dalle condizioni dello spirito mutate dall ' età e dai casi della vita . È più naturale nell ' età giovanile la prima forma , cioè , il lasciar andar la parola , la frase , la sintassi libere e agili come è il pensiero della gioventù , viva e impaziente ; s ' inclina più all ' altra nell ' età matura , quando , pensando più denso e più cauto , si è di conseguenza più sobri nel parlare e nello scrivere , e come in tutte l ' altre cose anche nell ' espressione del proprio pensiero si cura soltanto quello che più importa e si va dritti allo scopo per la via più breve . Tu , se diventerai uno scrittore , prenderai più spesso l ' uno che l ' altro stile secondo che vorrà la tua indole ; o fors ' anche tutt ' e due cozzeranno sempre in te senza che l ' uno o l ' altro prevalga : chi lo sa ? Questi son misteri , come dice Giambattista Giorgini , che l ' anima celebra con sé stessa . Non te ne dar pensiero per ora . Quello che più preme , per riuscire nell ' uno o nell ' altro modo a scriver bene , è che tu possegga da padrone la lingua ; senza di che nessuna forma di stile prenderai , perché chi è povero di lingua , ed è quindi costretto a far servire a tutti gli usi quel poco che n ' ha , non va dove la natura e l ' ispirazione lo spingono , ma dove le scarse parole e frasi del suo dizionario lo tirano ; le quali , invece di obbedirgli , gli comandano , come fa in generale chi serve , quando gli s ' addossano anche dei servizi che non deve fare , ed egli sa che non abbiamo nessuno da sostituirgli . E ora tiriamo innanzi .... . Ma no ; aspetta un momento . Mi devo prima difendere da un tale , eccolo qua , che mi corre addosso come uno spiritato ... COME S ' HA DA INTENDERE LA MASSIMA CHE SI DEVE SCRIVERE COME SI PARLA . L ' anonimo , ansando : - Sono arrivato in tempo , grazie al cielo ! Lei stava per consigliare a questo povero ragazzo di scrivere come si parla ! - Ha indovinato . - O come si fa ad avere i capelli bianchi e così poco giudizio ? - Glielo dirò poi , quando lei avrà sfogato la sua generosa indignazione . Faccia liberamente . - Faccio sicuro . Voglio salvare un ' anima . Lei , dunque , consiglia a chi scrive di proporsi come ideale un linguaggio imperfetto . No ? Ma è necessariamente imperfetto il linguaggio parlato , poichè chi parla , chiunque sia , non ha tempo di vagliare i vocaboli , né di sceglier le frasi , né d ' ordinare le idee , né d ' architettare con garbo i periodi ; perché i migliori parlatori non esprimono i più dei loro pensieri che a mezzo , o ne dànno l ' espressione compiuta a furia di ritocchi e d ' aggiunte , e allungano e ripetono , e parlano a sbalzi e a strappi , e suppliscono alle deficienze dell ' espressione parlata con l ' accento , col gesto e con lo sguardo . Che cosa mi può rispondere ? - Le rispondo prima di tutto che lei ha sciorinato un periodo che è un argomento in mio favore , perché è un periodo parlato che sta benissimo ; invece del quale ne farebbe probabilmente un altro men naturale e meno efficace se scrivesse quello che m ' ha detto seguendo la sua teoria : che non bisogna scrivere come si parla . In secondo luogo , le rispondo che lei sfonda una porta spalancata . - Come sarebbe a dire ? - Sarebbe a dir questo . Che per iscrivere come si parla io intendo : scrivere come uno che parlasse perfettamente . - Oh bella ! Lei si dà la zappa sui piedi , dunque , e riconosce la mia ragione , perché chi parlasse perfettamente parlerebbe come si scrive ... da chi sa scrivere com ' io m ' intendo . - No , ed ecco il punto : non parlerebbe perfettamente , perché riuscirebbe , e parrebbe anche a lei strano e affettato , chi , parlando , adoperasse tutti i vocaboli , le frasi e i costrutti che per solito s ' adoperano scrivendo ; la maggior parte dei quali non sono adoperati parlando neppure da coloro che ne abusano nelle scritture , e ciò perché sentono anch ' essi che quei modi parrebbero nella conversazione ricercati e pedanteschi . Ora io dico che quei modi , per la stessa ragione che non s ' usano parlando , si deve scansar d ' usarli scrivendo , perché essi non mutano natura né suono nel passar dalla bocca alla penna ; e se ai più fanno un altro senso sulla carta da quello che fanno nella conversazione , questo non deriva che da una consuetudine viziosa della mente , la quale non vede più nella scrittura la rappresentazione della parola viva , com ' è in realtà , ma qualche cosa di convenzionale , quasi d ' impersonale , e quindi indipendente dalle leggi del linguaggio comune . E questo è tanto vero , che a quelli stessi che sono del parer suo , cioè che parlano in un modo e scrivono in un altro , par più naturale , più viva , più efficace , benchè sempre non lo dicano , la prosa conforme al linguaggio parlato che quella non conforme ; e non può essere altrimenti . Credo giusta perciò questa regola : quando s ' è scritto un periodo , domandare a noi stessi se , dovendo dire quella stessa cosa che abbiamo scritta , la diremmo nello stesso modo , con la certezza di non parer leziosi , o pedanti , o forzati ; e se ci pare di no , levar via dal periodo i vocaboli e le frasi che non diremmo , e sostituirvi quelli che diremmo . Sono assolutamente certo che in tutti i casi , così facendo , il periodo riuscirebbe più semplice , più chiaro e più bello . - Ha finito ? - Per ora . - Dei del cielo , perdonategli ! O non riconosce lei che c ' è una quantità di modi e di forme , che non s ' usano parlando perché non son naturali , ma che si possono e debbono usare scrivendo perché abbreviano l ' espressione del pensiero , legano i pensieri fra loro meglio delle forme usuali della conversazione , e tengon su la sintassi , e dànno forza al discorso ; e che è irragionevole , nell ' interesse medesimo dell ' efficacia dello stile , il sacrificare tutti quei vantaggi alla naturalezza ? - Lo riconosco , e per questo a questa povera anima che lei vuol salvare , avrei detto , se me n ' avesse lasciato il tempo , che quelle forme e quei modi , a cui lei accenna , bisogna evitarli quanto è possibile , non in modo assoluto . Gli avrei detto prima che per scrivere come si parla non si ha da intendere che si debba scrivere con lo stessissimo linguaggio una pagina di romanzo e una commemorazione dantesca , una lettera a un amico e un capitolo di storia . Ma questa distinzione non contraddice punto al mio principio , poichè lo stesso linguaggio parlato non ha sempre lo stesso carattere e le stesse forme , con chiunque , dovunque e in qualsiasi occasione e di qual si voglia cosa si parli . Intesi un giorno un amico improvvisare un discorso sopra un feretro , al camposanto , in presenza d ' un migliaio di persone : egli usò frasi e parole che non avrebbe usate dicendo quelle stesse cose a me solo : eppure non stonavano perché erano esse pure del linguaggio parlato ; ma del linguaggio che si parla quando s ' ha l ' animo commosso , in un momento solenne , davanti a un grande uditorio . E le vorrei mostrare le migliori pagine degli scrittori italiani di tutti i tempi , dal Machiavelli al Carducci , e farle toccar con mano che le più eloquenti e più belle tra le migliori , anche sopra argomenti altissimi , quelle che ci vanno più dritte al cuore e alla mente , e che ci rimangono più scolpite nella memoria , e che rileggiamo sempre con maggior piacere , sono per l ' appunto le pagine , nelle quali abbiamo più viva l ' illusione di sentir parlare l ' autore come immaginiamo che parli o che parlasse con tutti , nelle quali troviamo meno parole , frasi e costrutti lontani dall ' uso del linguaggio parlato . - Ah , no ! Ah , no ! Ah , no ! E se anche potessi riconoscere vero codesto per quanto riguarda le parole e le frasi , non lo potrei mai ammettere rispetto alla struttura del periodo ; il quale , nel linguaggio parlato , non è mai e non può essere , come spesso nella prosa scritta dev ' essere , largamente svolto , sapientemente costrutto , nobilmente architettato . - Nego , nego , nego . Lei può aver ragione in riguardo al periodo della conversazione ordinaria , su argomenti comuni , famigliare e tranquilla ; ma ha torto , se riferisce quello che dice anche al linguaggio della passione . La passione , parlando , ha due maniere di periodo . Parla a brevi incisi , senz ' ordine e senza legature , negl ' impeti violenti e passeggeri , che offuscano la mente e fanno balbettare il pensiero come la lingua . Ma quando l ' uomo infiammato dalla passione , e tanto più se è un uomo colto , le fa un racconto o una descrizione o un ragionamento , nel quale , per produrle un ' impressione immediata e viva , ha bisogno di presentarle tutt ' insieme , o nel minor tempo possibile una quantità d ' idee , d ' argomenti , di fatti , d ' immagini , che nella sua mente s ' affollano e s ' incalzano , osservi come svolge anch ' egli largamente il periodo , che periodi lunghi le tesse , pieni d ' incisi e pur rapidi , complessi e chiari ad un tempo , e ben lumeggiati in ogni loro parte , e ampi e armonici e leggeri ; che paiono stati preparati e imparati a mente , e sono non di meno pieni di spontaneità e di naturalezza , e non hanno né parole , né frasi , né costrutti che non siano comunissimi nel linguaggio parlato ! Per questo io dico che anche dove occorre di svolgere ampiamente il periodo , scrivendo , si può serbare la naturalezza del linguaggio di chi parla , e che non soltanto nei termini e nelle frasi , ma anche nella sintassi e nell ' andamento della prosa scritta , pur mirando sempre a una perfezione che nel parlare non si può raggiungere , ci dobbiamo scostare il meno possibile dal linguaggio che usiamo nella conversazione . Così io intendo lo " scrivere come si parla " . - Non creda d ' avermi persuaso . In ogni modo , nel dar quella norma ai giovani c ' è un pericolo : di farli cadere nella trascuratezza e nella volgarità . - Ma c ' è un pericolo anche nel combatterla , ed è di farli cadere nell ' affettazione e nella pedanteria . - Lasciamola lì . - Badi che è lei che la lascia . - Allora la ripiglio . - Ripigliamola . ( Continua ) . PENSARCI PRIMA . Ecco il più utile dei precetti : - Pensare prima di mettersi a scrivere . - Un grande scrittore ha detto : - Meditare vivamente e tranquillamente sull ' argomento . Alla tua età , quando s ' ha da scrivere , si suol commettere l ' errore d ' incominciar subito e in qualunque modo , con la risoluzione di chi spicca la corsa incontro a un pericolo per non lasciar tempo alla paura di saltargli addosso ; s ' entra d ' un salto nell ' argomento anche senza un ' idea preconcetta , pensando che l ' ispirazione ci raggiungerà per la via , che le idee sorgeranno sul nostro cammino , l ' una dall ' altra , come le bolle in un ' acqua agitata . È un calcolo sbagliato della pigrizia , che rifugge dal lavoro preparatorio della composizione . Quanto meno avrai pensato prima , tanto più faticherai dopo , e con minor frutto . Quanto più ti sarai voltato e rivoltato per la mente il soggetto avanti di scrivere , con tanto maggior rapidità scriverai ; e questa rapidità non sarà precipitazione , ma impeto spontaneo , che andrà tutto a vantaggio della vivacità dell ' espressione e della fluidità dello stile . Noi pensiamo a frammenti e a ritocchi . Poche idee ci nascono nella mente chiare e vestite di un ' espressione che possa esser messa tal quale sulla carta . Al primo sorgere , l ' idea ci si presenta quasi sempre come " un ' ombra , presso che informe ; poi si disegna , ma a linee ancora mal determinate , e qua e là spezzate e manchevoli ; poi piglia una forma compiuta e netta . Tu getti per lo più l ' idea sulla carta quando è ancora nella prima o nella seconda fase . Aspetta la terza . Ci sono idee che si svolgono con un lungo giro misterioso nei labirinti del cervello : tu devi lasciar che compiano il giro : se le prendi a mezzo cammino non prendi che un embrione d ' idea . E non pensare che certe espressioni felici , che tu trovi negli scrittori , siano sempre , come ti paiono , effetto d ' un ' ispirazione subitanea : tali possono esser parse allo scrittore medesimo nell ' atto che le scriveva ; ma sono in realtà quasi sempre " l ' ultimo effetto istantaneo d ' un lavoro precedente del suo pensiero " . Nota ancora che ciò che osservano tutti gl ' insegnanti in certi giovani , che non riescono mai ad appropriarsi certi costrutti sintattici , non deriva se non dal fatto che essi formano sempre stortamente nel loro capo certi gruppi di concetti , ai quali quei costrutti corrispondono ; e li formano sempre stortamente perché non fanno mai quel lavoro a mente tranquilla , prima di scrivere , e nella furia dello scrivere accettano sempre lì per lì la forma solita in cui quei dati concetti si presentano alla loro mente . E devi pensar prima anche per questo : che , in quel pensare avanti di scrivere , l ' attenzione è più facilmente raccolta , essendo la stessa operazione meccanica della scrittura una distrazione ; e il lavoro del pensiero è più libero e più vivo , e meno proclive a oltrepassare i confini d ' una brevità sobria ed efficace che quando va di conserva con la penna ; poichè la penna è chiacchierona , tende ad allungare , a infronzolare , a ripetere ; ed anche in quel lavoro mentale preparatorio libero e agile abbracciando e misurando più facilmente tutte le parti del tuo pensiero , previeni il pericolo di lasciarti poi tirare , scrivendo , più là del giusto e del conveniente da ciascuna parte del pensiero medesimo . E principalmente per bene ordinar le tue idee devi pensar prima , perché , se aspetti a ordinarle mentre scrivi , questo lavoro ti distrarrà da quello di cercar l ' espressione ; e se per cercar l ' espressione trascurerai l ' ordine delle idee , non ti verrà più fatto di legarle naturalmente e logicamente ; ma le legherai con nodi grammaticali artificiosi e forzati , che faranno peggior effetto delle sconnessioni . Oltrechè nel troppo frequente sostare con la penna per riparare all ' insufficiente preparazione , perderai anche l ' originalità del pensiero e della forma , perché darai tempo alle reminiscenze letterarie di sopraggiungere , ossia , ai pensieri e alle frasi d ' altri di mescolarsi coi tuoi , e ti si raffredderà l ' ispirazione , senza la quale non c ' è spontaneità , e accetterai molte volte , per impazienza dell ' indugio e per abbreviare lo stento , senza critica , violentando la tua coscienza , la prima idea che ti s ' affaccia alla mente . C ' è ancora un ' altra ragione , e questa te la dico con le parole d ' un autore drammatico valentissimo , che certo t ' ha più volte rallegrato e commosso . Dopo avermi spiegato com ' egli abbia per uso di non mettersi mai a scrivere prima d ' avere in mente il lavoro quasi compiuto , disse : - Resisto quanto più posso alla tentazione di prender la penna , perché qualunque cosa io metta sulla carta , prima d ' aver pensato tutto il mio dramma , mi diventa un impaccio . Quando quella tal cosa è scritta , non mi so più risolvere a mutarla né a cancellarla , o non lo faccio che con grande sforzo , per un senso di pigrizia e quasi d ' avarizia intellettuale , perché mi rincresce di buttar via quella fatica già fatta , anche non essendone contento . Una pagina , invece , o una frase , la quale non sia scritta ancora che nel mio pensiero , la correggo o la cancello senza esitazione e senza rammarico . M ' è sempre riuscito meglio tutto quello che ho più tardato a far passare dalla mente nella scrittura . - Avvèzzati dunque a ordinare e ad esprimer le tue idee , a prendere appunti , a cancellare , a correggere , a rifare le cose tue mentalmente . Tu rimarrai maravigliato nel riconoscere quanto si fortifichi , anche con un breve esercizio , la facoltà , che da principio è debolissima in tutti , di fare " minute mentali " . Da una volta all ' altra che ti proverai , ti riuscirà di farle , con minor fatica , sempre più lunghe , più particolareggiate , più chiare , più vicine alla forma definitiva . Quando avrai in mente ben chiaro e ordinato quello che vuoi scrivere , il tuo pensiero franco e sicuro di sé farà correre la penna diritta e svelta senza lasciarle tempo né modo di fuorviare , di serpeggiare , di perdersi in minuzie e in fregi inutili e falsi . Credi che nessuno scrittore scrisse mai una pagina veramente bella , rigorosamente logica , in ogni parte perfetta , la quale non fosse già composta per intero nel suo capo prima ch ' egli intingesse la penna nel calamaio . E tieni a mente sopra tutto che l ' ordine delle idee è , dopo il valore delle idee stesse , il primo pregio d ' ogni scrittura , perché è insieme chiarezza , brevità , armonia , bellezza , forza , e che all ' ordine prima che ad ogni altra cosa deve intendere il lavoro di preparazione , perché dall ' ordine principalmente deriva la facilità dell ' espressione e la spontaneità dello stile , perché fra lo scrivere con le idee già ordinate nella mente e l ' ordinarle scrivendo corre la stessa differenza che tra il camminare per una strada fatta e il farsi la strada a passo a passo sur un terreno ingombro di pietroni e di sterpi . Questo è il lavorìo preparatorio che devi fare ogni volta che hai da scrivere . Ma , quando non ti manchi il tempo , è bene che tu ne faccia anche un altro , che sarebbe come la preparazione generale di quella preparazione particolare . E questo consiglio te lo do in nome d ' un sommo scrittore . Il quale dice che quando s ' ha da comporre giova moltissimo il leggere abitualmente in quel tempo autori di materia analoga a quella che dobbiamo trattare ; non già per proporceli come modelli di ciò che dobbiamo fare , non per imitarli ; ma per l ' assuefazione materiale che , leggendoli , la mente acquista a quel dato lavoro e stile , per l ' esercizio ch ' essa fa di questi in quelle letture . Osservazione giustissima , poichè tutti esperimentiamo , e avverrà a te pure , che dopo aver letto , per esempio , un ragionatore , si prova una singolare tendenza e facilità a ragionare , e così dopo aver letto racconti , a raccontare , e descrizioni , a descrivere ; si fa la mano a quel dato genere , per dirla con un traslato che può parere ignobile , ma che non è , perché ci sono molte più rassomiglianze che il nostro orgoglio non voglia riconoscere , fra il lavoro intellettuale e il lavoro meccanico . E ora che abbiamo visto come ci dobbiamo preparare a scrivere , vediamo un poco lo scrittore alla prova ; in che intoppi s ' imbatta , da che cattive tentazioni sia assalito , quali pericoli corra , che battaglia debba combattere con sé stesso , e con quali forze e con quali arti possa vincere . Può essere che la rappresentazione ti giovi e ti diverta ad un tempo . CON LA PENNA IN MANO SCENA IDEALE . Personaggi : Un giovinetto che scrive . - Il genio amico . - Il Buon gusto . - Il Buon senso . - Idee , frasi , parole . - Un ' idea velata . - L ' Ambizione . UNA FRASE . - Eccomi . LO SCRITTORE ( guardandola ) . - Le rassomigli ; ma non sei per l ' appunto quella che cerco . LA FRASE . - Ma son bella . LO SCRITTORE . - Lo vedo , e mi tenti . Ma non puoi vestir la mia idea , le faresti addosso delle pieghe , e parresti un abito preso a nolo . LA FRASE . - Ma poichè non n ' hai altre alla mano ! Chi sa quanto avresti a cercare , e forse senza trovare ! Pigliami . I lettori , colpiti dal mio color vivo , non baderanno alle pieghe . IL BUON GUSTO . - Non le dar retta : le vedrebbero , come si vedono le rughe anche in un bel viso . Rifiutala . LA FRASE . - Farai vedere se non altro che mi possiedi , sarò un segno di più della tua ricchezza . IL BUON GUSTO . - E del tuo cattivo gusto e della tua improprietà e della vanità per giunta . Mandala via e cerca ancora . LO SCRITTORE - dopo aver un po ' pensato , fa un atto d ' impazienza e si rimette a pensare . IL GENIO AMICO . - Non la trovi ? LO SCRITTORE - non risponde . IL GENIO AMICO . - Se non la trovi , non insistere . Forse è già nella tua mente , ma nascosta , e uscirà di sorpresa . Forse è già passata , e non l ' hai colta a volo , ma ritornerà . Prosegui . LO SCRITTORE ( rimettendosi a scrivere ) . - " Le contrarietà e le lotte , le fatiche e gli stenti , le amarezze e le angosce , i disinganni .... " IL GENIO . - La durerai un pezzo ? IL BUON GUSTO . - Codesto si chiama sfilar la corona del rosario . IL BUON SENSO . - Tu dài il tuo pensiero a sgoccioli .... IL BUON GUSTO . - Sei pagato a un tanto la parola ? IL GENIO AMICO . - Dacci un bel frego , figliuolo . LO SCRITTORE - cancella , arrossendo e sorridendo leggermente , e continua a scrivere . IL GENIO ( leggendo di sopra alle spalle dello scrittore ) . - Codesto è buono . ( Un minuto dopo ) . E ora perché t ' impunti ? LO SCRITTORE . - È arrivato a un punto dove il pensiero gli manca ; egli vede un vuoto davanti a sé , come un fosso profondo , di là dal quale gli appare nettamente il sentiero per cui potrà continuare il cammino . Ma come riempire quel vuoto per passare di là ? UNA FOLLA DI PAROLE CHE ACCORRONO DA TUTTE LE PARTI . - Siamo qui noi , al tuo servizio . Comanda . LO SCRITTORE . - Ma voi non dite nulla . LE PAROLE . - Ma possiamo colmare il fosso . LO SCRITTORE - le guarda , titubando . IL GENIO ( alle parole ) . - Sgombrate , fannullone impostore ! ( Allo scrittore ) . Non ti servire di questa mala genìa . Lascia il vuoto piuttosto , e fàtti coraggio a spiccare il salto . Al lettore riuscirà meno ingrato lo scomodarsi a saltare con te che il passare sopra il mucchio di ciarpame , col quale lo vorresti ingannare , facendoglielo parer terra salda . LO SCRITTORE - spicca il salto e si rimette in cammino . UNA IDEA - ravvolta in un velo , gli si presenta in atto grazioso . Egli le sorride e le fa cenno di venire innanzi . IL BUON SENSO . - Bada . Non ti lasciar ingannare . Non la riconosci ? ( Strappa il velo all ' Idea ) . La riconosci ora ? È la seconda volta che ti si presenta . Le hai già fatto troppo onore la prima . Mettila alla porta . ( L ' Idea svanisce ) . Guàrdati da queste seccatrici vanitose e sfacciate che ritornano anche dieci volte in abiti diversi per farsi ritrarre in tutti gli atteggiamenti e con tutti i giochi di luce . Sono la perdizione degli scrittori che cascano nelle loro reti . Scrutale bene in viso prima di riceverle . LO SCRITTORE - dopo aver scritto un altro poco , dà un ' esclamazione di contentezza , che significa chiaramente : - Ecco un pensiero ! - e fa correre più lesta la penna . IL GENIO ( si china a leggere , sorride , e dopo un breve silenzio ) . - È un pensiero originale , ed espresso bene ; ma .... non è tuo ! LO SCRITTORE - si riscote , rimane pensieroso qualche momento , come cercando , poi fa un atto di rammarico e abbassa il capo . IL GENIO . - Oh ! l ' hai ritrovato il proprietario legittimo . È vero ? Sono illusioni frequenti . L ' ha detto un valentuomo , che pensava sempre col suo capo : un pensiero ci par nostro e nuovo , alle volte , nel punto in cui è ancora confuso nella nostra mente , perché , così essendo , non rassomiglia a nulla ; ma quando si determina nell ' espressione e assume la sua vera faccia , riconosciamo che è d ' un altro . Codesto tu l ' avresti forse riconosciuto da te , rileggendo . Non rubare : è il settimo comandamento . Un freguccio . Bravo . È da giovine onesto . LO SCRITTORE ( si rimette a scrivere . Dopo un poco , lascia cader la penna ) . - È inutile ! È un pensiero che non mi riesce d ' esprimere . Ci rinunzio . IL BUON SENSO . - Eh , via ! Io ne intuisco la ragione , poichè ti leggo in mente il pensiero . Tu hai in capo una bella frase preconcetta , nella quale vuoi far entrare quel pensiero , e non ti riesce , perché non son fatti l ' uno per l ' altro , e t ' ostini , perché vuoi mettere in mostra la frase . Rinunzia alla forma elegante e impropria che ti sta a cuore , supponi di aver da dire quello che pensi a un amico , in una conversazione famigliarissima , senz ' altra cura che di farti capire ; e vedrai che ti riuscirà di dirlo . Espresso che ti sarai in quel modo , se l ' espressione non ti finirà , ti sarà facile ridurla , con qualche mutamento , a maggior perfezione . Fanne la prova , e ne sarai persuaso . LO SCRITTORE - dopo avere un po ' pensato , rimane immobile , con gli occhi fissi sul foglio , in atto di fare uno sforzo intenso ; ma gli occhi sono senza vita . IL GENIO . - Ecco il momento in cui l ' occhio della mente si vela . Smetti , amico . Non faresti più uno sforzo utile . Alzati e muovi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . LO SCRITTORE - si rimette al lavoro e scrive di lena , senza interrompersi , per un buon tratto . Poi alza il viso , come cercando qualcosa con gli occhi , impaziente . IL GENIO . - Che cosa cerchi ? Un legame fra l ' idea che hai espressa nel periodo finito e quella che vuoi esprimere nel periodo che segue ? Ma se un legame naturale non c ' è , perché ce lo vuoi mettere ? IL BUON GUSTO . - Per eleganza ? Ma come potrà essere elegante un legame non naturale ? IL BUON SENSO . - Non è meglio uno stacco inelegante che una bella attaccatura forzata ? IL BUON GUSTO . - Che sarebbe un anello di latta dorata ? IL BUON SENSO . - E che in ogni modo congiungerebbe le parole , ma non le idee ? IL GENIO ( dopo un poco ) . - Ah , ti ci colgo ora ! Ti colgo in flagranti a raccattare un pensiero superfluo per metterci addosso una bella frase ! IL BUON SENSO ( dopo un altro poco ) . - E a cercar dei cavilli per giustificare a te stesso codesta espressione che la coscienza ti rimprovera ! IL BUON GUSTO ( due minuti dopo ) . - E a metter la barba finta a un pensiero già espresso , per farlo parere un personaggio nuovo ! LO SCRITT . ( lavora altri dieci minuti ; poi guarda alla finestra , sospirando ) . - Oh che bel sole di primavera e che bell ' aria limpida ! Come cantano allegramente gli uccelli ! Che fragranza deliziosa mandano le acacie fiorite dei viali ! Come sarebbe piacevole a quest ' ora correre fra il verde e l ' azzurro , col pensiero libero , bevendo a grandi sorsi la vita ! E che dura cosa è questa fatica , quest ' affanno della mente prigioniera , segregata dal mondo vivente , questo torturarsi il capo con la penna come con la punta d ' uno stile ! L ' AMBIZIONE ( sbucando d ' un salto di dietro a una libreria ) . - Ah ! è una dura cosa , è un affanno , è una prigionia , è una tortura ! Ah , credeva il signorino che fosse una cosa facile l ' arte , l ' arte a cui diceva di voler consacrare la vita ! Ma non ci si riesce senza incredibili fatiche , dice il poeta della Ginestra . Ma bisogna sudare e gelare , dice Orazio . Ma convien farsi per molt ' anni macro , dice Dante . Ma tutti gli scrittori che tu ammiri sudarono , vegliarono , si torturarono , ci rimisero la salute e ci si logorarono l ' anima . E il signorino ambizioso , che vuol arrivare alla gloria , crede che sia come prendere la via dell ' orto ! LO SCRITT . china la fronte e si rimette all ' opera . IL GENIO ( passata un ' ora , dopo aver letto l ' ultima pagina ) . - Sta bene . Eccoti col vento in poppa . Non dare all ' immaginazione il tempo di raffreddare . Non cercar la frase , chè non ti sfugga il pensiero . Segna di volo le idee che ti incalzano . Non ti soffermare a scegliere fra le varie parole che ti s ' offrono : notale in margine , come faceva il Leopardi : sceglierai più tardi la più calzante . Non insistere su nessun concetto secondario . Non lasciar deviare in rigagnoli , tieni raccolta la corrente del tuo pensiero ; scaccia le idee intruse che romperebbero l ' onda ; e va ' spedito , ma non ti lasciar travolgere . Fa ' un ultimo sforzo , e pianterai la bandiera sulla riva . LO SCRITT . - tira un grande respiro , e posa la penna , col viso rasserenato e sorridente . IL GENIO ( dopo aver letto ) . - Tutto codesto è ben pensato e ben detto . Hai vinto le cattive tentazioni . Non hai tradito il tuo pensiero . La tua coscienza dev ' esser contenta . Che sentimento di serenità e di leggerezza , non è vero ? E come ti è dolce ora la libertà dello spirito ! E come benedici la tua fatica ! LA SFILATA DEI BRUTTI PERIODI . Vien ' ora , che assisteremo insieme a uno spettacolo singolare , il quale ti potrà dar argomento a osservazioni utili . Come le madri spartane facevano vedere ai figliuoli gl ' Iloti ubbriachi perché prendessero in aborrimento il vizio dell ' ubbriachezza , io ti farò sfilare dinanzi i periodi deformi e viziosi , affinchè lo spettacolo ripugnante e compassionevole ti fortifichi nel proposito di non mostrar mai nulla di simile nella prosa che uscirà dalla tua penna . La moltitudine miserevole sfilerà in tre processioni successive , che rappresenteranno ciascuna una deformità o infermità particolare , comunissima nel mondo letterario , dalla quale tu dovrai fare ogni sforzo per preservarti , in special modo nel primo periodo dei tuoi studi . Ecco la prima colonna che viene avanti , come può . È lo sciame dei periodi nani , appartenenti tutti alla gran famiglia dello Stile singhiozzato , che è numerosissima , e sparsa in tutti i campi della letteratura . Sono molto in voga a cagione del gran comodo che fanno a chi vuol scrivere facilmente , senza darsi la noia d ' affrontar le difficoltà della sintassi , di collegare , cioè , e d ' intrecciare le idee , di concatenare e di saldare l ' una all ' altra le frasi , che è un perditempo di pedanti e una fatica di certosini . Vedi che son quasi tutti periodi d ' una sola , o di due proposizioni al più , semplici come la miseria . Grazie a loro il discorso va avanti a piccoli salti , come gli uccelli , o a brevissimi passi misurati come le galline a cui si mettono i laccetti alle gambe , perché non scappino . Chi li usa , dice che servono a imitare il linguaggio parlato ; ma quella non è imitazione , è caricatura , perché anche nel parlare è rarissimo che s ' esprima il pensiero così a pezzi e bocconi , che si proceda in quel modo a scatti e a sussulti , come se la mente battesse la terzana . Vedi se non è buffo che un uomo scimiotti l ' andatura d ' un bambino . Prova a seguitar per un po ' codesti periodi , e ti sentirai le gambe rotte . Non son periodi , ma rottami , briciole di periodi ; pensieri in pillole e in polvere ; trucioli e segatura di prosa . E ne passa , e ne passa , di tutti i gradi di statura al disotto della media , di tutte le gradazioni di magrezza fra il corpo spolpato e lo scheletro nudo , e usciti d ' ogni dove : da romanzi d ' appendice , da discorsi politici solenni , da commemorazioni mortuarie lacrimose , da parlate asmatiche di drammi , da lettere d ' amore deliranti a freddo e simulatamente disperate . Dicono : - È brevità efficace . - Ma non è vero ; si provino d ' un lungo periodo perfetto d ' uno scrittore conciso a far tre periodi , e vedranno se non l ' allungano , dovendo ripigliare il cammino due volte , e ripetere verbi e soggetti . - È stile scolpito ! - Ma non sono scultura i denti d ' una ruota di legno , come non è musica il rumore che n ' esce . - È vivacità di stile ! - Ma chi è più vivace dell ' epilettico ? - È un risparmio di noia al lettore ! - Ma che c ' è di più uggioso del tic tac d ' un orologio ? Oh , di che riso amaro e sprezzante riderebbe il Machiavelli al veder la prosa italiana ridotta a questo balbettìo di scamiciati aggranchiti dal freddo ! Ma non occorre ch ' io ti dica altro . Tu non ti mescolerai con questa ragazzaglia di periodi ; tu preferisci fin d ' ora la compagnia degli adulti ; chi ha buona gamba non fa tre passi sur un mattone . Lasciali andare all ' Asilo . Guarda ora quest ' altri che s ' avvicinano . Non ti par di veder venire innanzi lentamente , l ' un dietro l ' altro , di quei piccoli treni di strada ferrata , che si dànno per balocco ai ragazzi ? Sono i periodi degli scrittori geometrici . È un altro modo di scansar la fatica e le difficoltà delle orditure sintattiche sapienti e belle , pur avendo l ' aria di far dei periodi di grande disegno . Sono periodi fatti d ' una lunga serie di membri , d ' un ' egual misura a un di presso , e legati fra loro quasi tutti con lo stesso legame di coordinazione , per modo che alla fin di ciascuno il lettore può riposarsi , quasi come a un punto fermo ; ciò che dà allo scrittore il pretesto di stendere dei periodi sterminati , e di poter dire che non leva al lettore il respiro . Vero è che lo ammazza in un altro modo , e non più piacevole . Questi periodi non c ' è ragione mai che finiscano , se non quando lo scrittore non ha più nulla da dire : li finisce quando vuole , per bontà sua ; e potrebbe , con quell ' andare , fare anche un libro d ' un periodo solo . Sono pensieri cristallizzati , come disse a maraviglia un critico , in espressioni geometricamente uguali . Non sono propriamente periodi , ossia , non tessuti di proposizioni , ma filze ; non costruzioni , ma pietre e mattoni ammontati a filo di piombo , senza cemento né incastro ; non c ' è in questo periodare né rilievi , né intrecci , né scorci , né inversioni efficaci , né varietà di suoni e di modulazioni ; non v ' è che una sfilata monotona di pensieri , tutti vestiti a un modo , che vanno avanti con lo stesso passo , mettendo l ' uno il piede sull ' orma dell ' altro , come una processione di frati . Vedi che soltanto a parlarne , si prende il contagio : di questi periodi n ' ho scritto uno . Alla fin di ciascuno tu ti senti cascare il capo e le palpebre e ti devi dare un pizzicotto per incominciare il secondo . Dev ' esser qualche cosa di simile il viaggiare sul dorso d ' un ippopotamo . In tutto il tempo che ho impiegato a discorrere n ' è passato uno solo . E se n ' avvicina un altro della stessa mole . Schiaccia un sonnellino , che ti sveglierò al terzo . Buon riposo . Ecco la terza sfilata . Questa è la più sbalorditoia , quella che comprende tutte le deformità , malattie e vizi più miserevoli e strani : i periodi zoppi , i gobbi , gl ' idropici , gli accidentati , i periodi tutti testa o tutti pancia , quelli senz ' occhi che vanno a tentoni , quelli senza gambe che si trascinano per terra , e quelli che dalle reni hanno tornato il volto , come gl ' indovini dell ' inferno dantesco , e i malati d ' atassìa che non hanno coordinazione fra i movimenti delle membra , e gli ubbriachi che camminano a zig zag , barcollando , e a ogni tratto soffermandosi o inciampando , e finiscono a cadere sulle ginocchia o sulle mele . Sono tutte le mostruosità sintattiche che possono uscir dalle menti che non conoscono né seste , né compasso , e in cui " la ragion naturale e reciproca della parte d ' un concetto è continuamente turbata dalle varie associazioni della fantasia che s ' intromette nel processo del loro pensiero " ; dalle menti di tutti coloro che , come diceva il Montaigne , data la mossa coi remi alla barca del periodo , costeggiando , si soffermano qua e là e imbarcano alla cieca tutte le idee che loro fanno cenno di voler salire , per modo che la barca sopraccarica va innanzi a sbilancioni e bevendo acqua , fin che si capovolge o s ' affonda , e tutti annegano . Alcuni , come vedi , non hanno forma nessuna : non son periodi , ma una certa quantità di parole chiuse fra due punti fermi . Altri rassomigliano alle Sirene , che hanno un bel viso e finiscono in coda di pesce . Qualcuno è vestito bene ; ma le ossa sformate e i bubboni gli fanno dei gonfi sotto i panni , o i panni gli s ' aggrinzano dove mancano le carni o le costole , o il pelame intonso e arruffato , somigliante a una vegetazione selvatica , nasconde la fisonomia . Ce n ' è parecchi che non sono che aggrovigliamenti di congiuntivi , figliati l ' uno dall ' altro , o sequele di parentesi , che si fanno buio a vicenda , e mettono il pensiero principale all ' oscuro ; e molt ' altri che mostrano d ' essere stati fatti con gran cura , ma con la cura e con l ' arti d ' un chirurgo , che per tenerli su li ha ricerchiati come botti d ' apparecchi ortopedici visibilissimi , e mezzi coperti di bende , d ' imbottiture e di cerotti . Se questi periodi tu esaminassi a uno a uno , riconosceresti che la più parte dei loro vizi e difetti non richiedono ad essere scansati né ingegno singolare né arte sopraffina o esperienza consumata di scrittore ; ma che sono quasi tutti errori di logica elementare , dai quali basta il buon senso e un po ' di riflessione a preservarci . Guardali bene , e vedi quanta bruttezza e quanta miseria ! E pensa quant ' è grande il numero di questi mostricini messi al mondo di continuo da innumerevoli persone anche non incolte , o per sbadataggine o per furia o per trascuranza d ' ogni decoro letterario , e immagina gl ' infiniti piccoli danni che ne derivano nel commercio universale del pensiero : quante oscurità , quante confusioni , quanti malintesi , e quindi intoppi e lentezze e sciupìo di lavoro e di tempo ! Senza parlar del ridicolo , altra fonte infinita di piccoli guai . Dunque , hai veduto gl ' Iloti . Guàrdati . Non periodi singhiozzati , non periodi mastodontici , non periodi sciancati , né gibbosi , né malati , né selvaggi , né matti . Volta il foglio , e troverai il periodo perfetto . Ma no : bisogna che tu conosca prima Carlo Imbroglia . CARLO IMBROGLIA . Imbrogliava il discorso , intendiamoci subito : non il prossimo ; chè anzi nel commercio che esercitava , e anche fuor del commercio , era uno specchio di galantuomo ; e se non ci fossero al mondo che imbroglioni del suo genere , sarebbe un tutt ' altro viverci . Non mancava , per commerciante , di cultura letteraria , ed era pieno di buon senso ; ma aveva il difetto accennato da Dante dove dice che l ' uomo , nel quale rampolla pensiero sopra pensiero , arriva tardi al segno , a cui intende ; e il perché si capisce : perché il pensiero di lui s ' intralcia a ogni passo in sé medesimo . Ha definito mirabilmente questo vizio mentale comunissimo un critico moderno , dicendo che in non so quale scrittore la nozione si corrompeva e si disgregava prima d ' esser vissuta , presentando quel fenomeno che , secondo certi fisiologi , segue in ogni organismo che si discioglie : il quale di sede ch ' egli era d ' un solo principio vivente , diventa il semenzaio di parecchi , che con nuovi moti e combinazioni si riorganizzano nella sua materia imputridita . Che diavolo d ' arruffio si facesse nella mente del nostro buon amico quando filava un ragionamento o raccontava un fatto anche semplicissimo , non saprei ben dire . Incominciava con un ' idea , e subito quest ' idea si fendeva in due ; poi ciascuna idea si biforcava alla sua volta , o si triforcava e si sfaccettava ; e volendo seguire tutte le deviazioni e accennare tutte le trasformazioni e le sfaccettature del proprio pensiero , egli diceva e ridiceva , correggeva e aggiungeva , e accumulava incisi e incastrava parentesi , fin che si smarriva nei raggiri delle sue frasi , come in un labirinto , e doveva rifarsi da capo . Il difetto grammaticale più frequente in cui si manifestava questo suo modo farragginoso di pensare era l ' abuso del congiuntivo . Egli parlava come un certo personaggio d ' una commedia francese che un amico suo definisce : un subjonctif à jet continu . Mi ricordo parola per parola un periodo ch ' egli disse a proposito di certe pratiche fatte da noi per riconciliarlo con un amico : - " Nel caso ch ' egli volesse ch ' io andassi prima da lui , affinchè non si credesse da chi non conoscesse i fatti ch ' egli si fosse umiliato ... " - Il famoso verso di Dante Io credo ch ' ei credesse ch ' io credessi poteva essere la divisa del suo stile . Alle persone di servizio , perché facessero a puntino questa o quella cosa , non volendo omettere nessun particolare e dir tutto ben chiaramente , dava gli ordini con certi periodi così complessi e aggrovigliati , che finivano col non capirci una maledetta . Tale e quale era nello scrivere . Ai suoi corrispondenti commerciali scriveva delle lettere sulle quali dovevano meditare un pezzo , col capo fra le mani , come sopra dei palinsesti , per tirarne fuori l ' idea principale . Nella conversazione con gli amici , poi , era una vera calamità . Povero Carlo Imbroglia ! Quando principiava un racconto , o diceva : - Ecco il ragionamento ch ' io farei - , oppure : - Mi spiegherò meglio - tutti allibbivano . Era uno spasso nella trattoria sentirgli dire al cameriere , per esempio : - Io vorrei che tu dicessi al cuoco che mi cocesse la bistecca in modo ( ma già credo ch ' egli lo sappia , ma è bene che tu glielo ricordi , caso che l ' avesse dimenticato , il che non è improbabile ) in modo che facesse meno sangue che fosse possibile ; ma che un poco ne faccia , intendiamoci bene , e non mancar di dirglielo , che non gli accadesse di mandarmela secca , che mi restasse nel gozzo , come qualcuno vuole ch ' egli la faccia , ch ' io non so che gusto ci trovino . - E quasi tutti i suoi periodi erano di quest ' architettura . Ma questi erano i suoi periodi chiari . Alle volte , quando lo vedevamo impigliato in una rete da cui non gli riusciva di strigarsi , cercavamo d ' aiutarlo : chi gli suggeriva l ' espressione d ' un pensiero incidentale , chi gli porgeva una parentesi bell ' e fatta , chi gli apriva con un ' abbreviatura una via d ' uscita . Ma egli respingeva tutti i soccorsi e s ' ostinava a finir da sé il suo periodo , volendo a ogni costo dir la cosa a modo suo . Qualche volta era costretto a fermarsi , per ravviare le fila arruffate del discorso , e stava alcuni momenti in silenzio , accennandoci con la mano di pazientare un poco , e socchiudendo i piccoli occhi cerpellini , spesso malati ; i quali lacrimavano , dicevamo noi , per effetto dello sforzo ch ' egli faceva nella troppo minuta e intricata orditura della sua sintassi . Un giorno si scherzava nel crocchio sopra un argomento poco faceto : sul genere di morte che ciascuno di noi avrebbe preferito . Quando fu la sua volta , uno lo prevenne , dicendogli : - Quanto a lei , mi perdoni , la sua fine è scritta : lei resterà soffocato fra le spire d ' uno dei suoi periodi . - Rise con gli altri egli pure , dicendo che era consapevole del proprio difetto ; ma soggiunse che aveva ferma certezza di riuscire a forza di volontà ad emendarsene , a parlare finalmente come voleva e come , secondo lui , si doveva parlare . E infatti incominciava sempre a parlare col fermo proponimento di resistere alla forza dell ' abito vizioso , d ' andar diritto con la parola allo scopo , rigettando tutte le tentazioni del pensiero serpeggiante ; ma era invano : ci ricascava sempre . Un momento dopo d ' aver fermato per la millesima volta quel proponimento , era capace di scrivere , a proposito d ' un amico , del quale s ' era discusso se si dovesse sì o no invitarlo a un banchetto , una maraviglia di letterina come questa : - " Penso che converrebbe che gli mandassimo l ' invito ( poichè avete stabilito che gli si mandi , benchè io fossi d ' opinione che sarebbe stato meglio che non si facesse ) prima ch ' egli avesse notizia del pranzo da altri ( il che non credo che sia impossibile , chè anzi è assai probabile che l ' abbia ) , affinchè non potesse sospettare che noi avessimo deciso d ' invitarlo all ' ultimo momento con la speranza ch ' egli non facesse in tempo a venire ; cosa di cui , se la credesse , credo che anche voi , che sapete quanto egli sia permaloso , ammettiate che sarebbe naturale ch ' egli si risentisse ; ciò che dispiacerebbe a tutti , benchè avessimo coscienza che fosse infondato il sospetto . " - Che sudata , povero Imbroglia ! Eppure , come si capisce , anche da quel viluppo di parole , ch ' egli non avrebbe scritto malaccio se fosse riuscito a levar le gambe dal congiuntivo e a camminar con la penna per la via più corta ! Ogni volta che penso a lui , mi rigodo una scenetta comica , che è il più piacevole dei ricordi ch ' egli m ' abbia lasciati . S ' era convenuto fra una mezza dozzina d ' amici di desinare con lui alla trattoria . Eravamo già tutti intorno alla tavola , era passata l ' ora da un pezzo , ed egli non compariva . Comparve finalmente in vece sua , con un biglietto in mano , una sua vecchia serva , buona donna semplice , che stava con lui da molt ' anni , e gli era affezionata come una parente . Uno di noi lesse a voce alta : - " Cari amici ! È impossibile che immaginiate quanto io sia dolente che un malore , che m ' affligge da due giorni , m ' impedisca d ' intervenire a codesto desinare amichevole , al quale è superfluo che io vi dica quanto sarei stato felice .... " - , e terminava dicendo che era malato di congiuntivite . Che volete ? S ' ha un bel dire che è inumano il ridere del male altrui . Ma chi si sarebbe frenato ? Malato di congiuntivite ! Era un caso comico di forza maggiore . Ma il meglio venne dopo , quando la buona donna ci domandò se non avevamo nulla da mandar a dire al suo padrone . - Sì , - rispose uno , - ditegli che abbiamo detto che ce ne rincresce assai , ma che della malattia che lo tormenta non crediamo possibile ch ' egli guarisca . Riferitegli queste precise parole . Ci capirà . - La donna ci guardò stupefatta ; poi disse : - Eh no , signori . Non credano . Non è grave . È un incomodo a cui va soggetto . E allora si scoppiò addirittura . IL PERIODO PERFETTO . Il modo di periodare d ' uno scrittore maestro nell ' arte è paragonabile per certi rispetti al modo d ' andare d ' un uomo ben formato , sano , svelto e elegante ; il quale cammina per la strada a passi né lunghi né corti , ritto , ma non impettito , sciolto , ma dignitoso , e guarda e saluta di qua e di là senza soffermarsi e senza scomporsi , supera gl ' impedimenti con agilità , scansa le persone con garbo , svolta alle cantonate con un giro cauto , sale senz ' affannarsi , discende senza lasciarsi andare , e s ' arresta a un tratto , quando arriva alla meta , con un ultimo passo risoluto , rimanendo ritto ed immobile . Hai mai analizzato il diletto vivo che ti dà , oltre all ' utile dell ' idea che v ' è espressa , uno di quei periodi magistrali , d ' ampia stesura e di proporzioni giuste , nei quali v ' è una corrispondenza perfetta fra il pensiero e la forma , e i concetti sono collegati e contrapposti in maniera da illuminarsi a vicenda , e tutte le locuzioni son proprie , e tutte le giunture facili , e nessuna parola superflua , per modo che non ti riesce d ' immaginare come quella data idea avrebbe potuto essere svolta altrimenti , neppure nei particolari secondari e minimi della sua espressione ? Il periodo è lungo e ti par rapido , perché non c ' è nessuna oscurità che ti desti un dubbio , nessuna ridondanza che ti distragga , nessun intoppo né vuoto che t ' arresti . I concetti e i membri vi son distribuiti così bene , senz ' affollamento , quantunque siano molto fitti , che ti par che l ' aria vi si mova e v ' entri dentro la luce da ogni parte . Il periodo è così ben modulato che vi senti una correlazione armonica fra la prima e l ' ultima frase , e fra queste e le intermedie , e nelle intermedie fra di loro ; ma è un ' armonia non studiata e discreta , e come naturalmente prodotta dall ' accordo dei pensieri . Tutti i concetti accessori che vi son contenuti ti si stampano nella memoria nello stesso ordine in cui lo scrittore li ha posti , come se quello fosse il loro ordine necessario e immutabile . Sono poche righe , e quando sei arrivato in fondo ti par d ' aver fatto un lungo cammino , perché hai veduto molte cose in un piccolo spazio , e non sei soltanto sodisfatto della lettura , ma anche di te medesimo , perché dietro alle idee espresse n ' hai vedute di sfuggita , grazie all ' arte dell ' autore , molt ' altre , e scambi quell ' arte con acume d ' intuizione tuo proprio . E dopo la prima lettura ti senti forzato a rileggere , compiacendoti di cercare le cause di quell ' effetto piacevole e utile , d ' esaminare in ogni sua parte il congegno , e quasi di disfarlo e rifarlo , per conoscere l ' operazione mentale complessa e sottile , con la quale fu fabbricato . Ti sembra un ' opera d ' arte che stia da sé , ed è in fatti una serie di parole che formano per sé sole un tutto , che contengono un principio e un fine ; è un piccolo capolavoro d ' ordine e di numero , in cui sono congiunte la semplicità e l ' eleganza , l ' ampiezza e la brevità , la delicatezza e la forza ; dove lo scrittore ha esercitato tutte le sue facoltà e messo tutte le sue doti migliori : il buon senso , il buon gusto , la ragione , l ' immaginazione , la profondità e l ' agilità del pensiero , l ' acutezza e la vastità della vista mentale , alla quale non sfugge minuzia alcuna , e che abbraccia ad un tempo cento cose vicine e remote . Poi , rivolgendo quel piccolo capolavoro nel pensiero , godi un piacere simile a quello con cui si guarda e si rivolta per le mani un corpo rotondo , solido , liscio e lucente , e fai dei paragoni , per i quali t ' appare anche più ammirabile la sua perfezione . Ripensi altri periodi d ' altri scrittori , che ammirasti , ampi anche quelli , e bene architettati , e musicali ; ma che differenza ! C ' è in quelli più suono che pensiero , e in qualche punto il suono è strepito ; ci sono proposizioni che fanno eco l ' una all ' altra , frasi che si voltano indietro a guardare lo strascico della propria veste , concetti secondari che portano in capo un pennacchio troppo alto per la loro statura ; e a certi svolti tu ci perdi d ' occhio l ' idea principale , e non sempre la ritrovi , o la ritrovi per riperderla ancora quando sei arrivato alla fine . Ma questo è per ogni verso perfetto . Non è nulla o è poca cosa rispetto al libro che lo contiene ; si potrebbe anche togliere , e rimarrebbe all ' opera tutto il suo valore ; eppure non c ' è da secoli fra le migliaia di lettori uno solo che non si sia arrestato a quel breve giro di parole , che non l ' abbia ammirato , riletto dieci volte , citato in cento occasioni , ricordato per molti anni o per tutta la vita ; e in questa gemma si fisserà lo sguardo di generazioni e generazioni di lettori , fin che non sarà morta e sepolta la letteratura dov ' essa risplende . Ora senti : non è soltanto un consiglio , è una calda raccomandazione questa ch ' io ti faccio , con la ferma certezza che , se la seguirai , n ' avrai un vantaggio grande . Quando , leggendo uno scrittore , t ' imbatti in uno di quei periodi , trascrivilo . E non temere d ' aver da fare una tal fatica troppo sovente , perché son periodi rari anche negli scrittori grandi . L ' avere alla mano una corona di queste piccole maraviglie , e lo sfilarla ogni tanto , ti gioverà di più , per imparare a periodar bravamente , che leggere decine di volumi . Potrei presentartene io parecchi , che ho raccolti da scrittori di vari secoli ; ma è meglio che li cerchi e che faccia la scelta tu stesso . Quando li avrai trascritti , e li rileggerai , e ci penserai su , ci scoprirai molte più bellezze di quelle che t ' avranno fermata l ' attenzione alla prima , e ne ricaverai tanti ammaestramenti da formartene in capo un piccolo trattato dell ' arte del periodo , che sarà tutto tuo . Ci troverai fra i vari concetti connessioni intime , non significate con parole , come legami di fila finissime , non visibili che allo sguardo fisso e prolungato della mente ; " volute di sintassi accennate appena che faranno fare come un mezzo giro al tuo pensiero verso un oggetto nuovo , per rimetterlo quasi subito al punto da cui l ' avranno ritolto " ; brevi spiragli , per cui t ' appariranno di fuga tratti d ' orizzonti lontani ; e salite e discese e scorciatoie e profondità e curve ed angoli della locuzione , che ti desteranno nella mente altrettanti moti diversi , leggerissimi , con ciascuno dei quali ti parrà di fare , e farai in effetto un passo avanti nell ' arte difficile dello scrivere . E vedrai come ogni volta che ti metterai a scrivere dopo aver ristudiato quei modelli , troverai maggior facilità a far capire nel circuito d ' un periodo solo molti concetti , a inanellarli senza sforzo , ad accennarne alcuni senza esprimerli , a involgerne altri dentro un altro , e a trascorrere da questo a quello con un colpo d ' ala , e a districare gli stami di molti pensieri confusi per distenderli e incrociarli in un disegno netto e leggero . Dammi retta : fàtti da te questa piccola raccolta di periodi perfetti , e imparala a mente , se puoi . E , chi sa ! Se proseguirai in questi studi nell ' età virile , forse ti verrà in mente di ampliare la raccolta fatta nella giovinezza , e di dare ai giovani italiani un ' Antologia singolare e utilissima ; della quale , ch ' io sappia , non c ' è ancora esempio . IL SOGNO D ' UNO SCRITTORE FALSO . Scena : una camera buia . Lo scrittore dorme e sogna , agitato . Al principiare del sogno egli vede accanto al letto , dalla parte del capezzale , un cassone enorme , pieno di cose preziose , che gli son care quanto la vita ; e udendo un rumoretto all ' uscio , e parendogli che un ladro tenti di forzar la serratura per venirgli a rubare quel tesoro , stende e preme la mano tremante sul coperchio del cassone , respirando con affanno . Una figura di donna , bianca e leggera come vapore in nuvoletta accolto sotto forme fugaci all ' orizzonte , appare nel mezzo della camera , e gli rivolge la parola con voce limpida e pacata . LA SEMPLICITÀ . - Vengo non desiderata , lo so . Ma fino a quando rifuggirai da me come da una nemica mortale ? Fino a quando persisterai a metter sul viso dei tuoi periodi cipria e belletto e ad appiccicarvi nèi e finti riccioli e orecchini di perle false ? Fino a quando , per ottenere codesta bellezza artificiosa e stucchevole , farai gli sforzi che dovresti fare invece per nasconder l ' arte , per conseguire " quell ' apparenza di trascuratezza , di sprezzatura , quell ' abbandono , quella quasi noncuranza " che , come dice un grande maestro , è una delle mie specie più amabili , e in cui si manifesta veramente l ' ingegno ; dovecchè il raccattare e l ' accozzare lustre e chincaglie è cosa da tutti ? Disse un critico ardito che per secoli , fatte poche eccezioni , fu una fitta di damerini dello stile e della lingua tutta la letteratura italiana . Fino a quando farai il damerino tu pure , vecchio vanerello smanceroso ? Il sognatore dà uno scossone . UN ESPLORATORE AFRICANO . - O senta , signore ! Ritornato appena dall ' Africa , ho letto per caso un libro suo . Vidi laggiù certi piccoli re selvaggi che sul loro semplice abito primitivo di stoffa bianca mettevano quanto potevan raccogliere di vistoso e di luccicante , come fanno le gazze , dagli europei di passaggio ; e quando mi venivan dinanzi così addobbati , con aria maestosa e contenta , mi dovevo morder la lingua per non scoppiare dal ridere . E vidi anche dei selvaggi che avevano incise sulla pelle figure di fiori , d ' alberi , d ' armi e d ' animali , e credevano d ' esser belli , conciati a quel modo ; e a me parevano orribili e buffi . La sua prosa , mi perdoni , mi ricorda l ' abito di quei re , e il suo stile mi par tatuato , signore . Il sognatore geme . UN GENTILUOMO . - Io , signore , conobbi un tale , un bottegaio arricchito , che quando gli capitava in casa qualcuno , lo faceva girar per tutte le stanze , dove aveva messo in mostra un poco prima tutta l ' argenteria da tavola , i gioielli di sua moglie e ogni oggetto di valore comprato o ricevuto in dono da lui nel corso di trent ' anni ; e credeva con quello sfoggio di farsi veder gran signore ; e tutti lo giudicavano invece uno spocchione senza gentilezza e senza gusto . Il sognatore si volta di scatto sur un fianco , cercando una posizione più comoda . UN CRITICO ( con un sorriso acre e una voce di sega ) . - Signore ! È tempo oramai ch ' io le spiattelli la verità nuda e cruda . O chi crede d ' ingannare con codesto abbarbaglio di frasi , con codesta ostentazione di gale e di lustrini ? Crede che non si capisca ch ' Ella ricorre a codesti mezzi perché non ha un possesso sicuro della lingua , per nascondere l ' indeterminatezza che da quel possesso malsicuro deriva all ' espressione del suo pensiero ? Che non si capisca ch ' Ella tira a scriver bello e avventato perché non le riesce di scriver proprio ed esatto ? E s ' illude che con quelle cianfrusaglie brillanti si possa mascherar mai il pensiero nullo o mediocre ? Eh , via ! Anche il lettore meno colto ha una percezione finissima per iscoprire un concetto trito o volgare sotto il cencio di porpora dozzinale , come scopre la menzogna nel falso sorriso . Smetta codesta roba , che sciupa anche i pensieri migliori , perché svia la mente dalla diritta e rapida intuizione del buono e del vero . O che è l ' immagine , quando non serve a dar risalto all ' idea , altro che polvere negli occhi ? O quando capirà che la bellezza non è che nella parola o nella frase necessaria , e che questa non può essere che la più propria , e che la più propria è sempre la più semplice e la più comune ? Oh , rinunzi una volta per sempre a tutta codesta rigatteria letteraria , che si compra e si vende a peso a tutte le cantonate . Lo scrittore respira sempre più affannoso , contraendo il viso e le mani . LA PASSIONE . - Il tuo linguaggio non è il mio . Tu non parli mai con la mia voce e con le mie parole . Tu mi tradisci sempre . Io non pèttino , non arricciolo , non infioro le frasi e i periodi : io sono semplice e franca . Tu non commovi nessuno perché sei l ' opposto di quello ch ' io sono . Chi ti può credere sincero ? Crederesti tu alla sincerità d ' un uomo che mentre ti confida , per impietosirti , un grande dolore , facesse il bocchin di miele e gli occhi languidi come una donnina leziosa , e atti vezzosi del capo come una tortora in amore ? LA RAGIONE . - E piglieresti sul serio un altro che mentre s ' affanna a persuaderti d ' una grande verità o a indurti a un ' azione generosa , scoprisse ogni tanto i polsini per mostrarti i bottoni d ' oro o lanciasse un ' occhiata allo specchio per veder l ' effetto del suo gesto ? UN VECCHIO . - Senti . Io ho molto vissuto e conosco il mondo . Se tu lo conoscessi quant ' io lo conosco , se tu sapessi a quanta gente ha recato e reca danno di continuo codesto mal vezzo , in cui tu t ' ostini , d ' inorpellare l ' espressione d ' ogni sentimento e d ' ogni pensiero , tu faresti ogni maggiore sforzo per liberartene , come d ' una malattia pericolosa di morte . Quanti uomini retti e modesti son giudicati irreparabilmente non sinceri , vanitosi , presuntuosi , e si vedon rifiutati favori e vantaggi ed aiuti non per altro che perché li chiedono con codeste forme affettate e leziose a persone che aborriscono l ' affettazione e la leziosaggine quanto la malvagità e l ' impostura ! Quante lettere e scritture d ' ogni forma , che chiedono cose giuste e dovute , sono lacerate e buttate fra le cartacce non per altro che perché sono scritte nel modo che tu scrivi ! Quanti scrittori di alto ingegno e di animo buono sono diventati universalmente uggiosi e odiosi , e stati in ogni modo avversati e defraudati dell ' onore che per altri rispetti meritavano , per non essere riusciti mai a spogliarsi di codest ' abito sciagurato d ' infronzolare , d ' ingioiellare , di fiorettare il proprio linguaggio ! Che aberrazione ! O com ' è ancora possibile ? UNO SCRITTORE . - Ho pietà di te , confratello , e non te n ' offendere , chè è pietà fraterna , poichè l ' ebbi un tempo di me pure ; e fu quando tutte le gale e le lustre della parola , di cui avevo fatto abuso cieco per vent ' anni , m ' apparvero nel loro vero aspetto , e mi fecero il senso che risentirebbe un uomo , il quale , addormentatosi nell ' orgia d ' un martedì grasso , si risvegliasse il mercoledì delle ceneri , in mezzo alla sua famiglia , sbriacato , ma ancor mascherato da re delle marionette . Quando riconobbi quanti bei pensieri avevo sciupati , quanti sentimenti gentili traditi , per quanto tempo avevo offeso la dignità dell ' ufficio di scrittore scrivendo prosa di chincagliere e gettando negli occhi al pubblico crusca dorata , sentii tale vergogna e nausea di me stesso , da esser tentato di dar della fronte nel muro . T ' auguro di guarire ; ma la convalescenza ti sarà triste , povero amico . UN AMICO D ' INFANZIA ( col viso afflitto , e un accento di rimprovero triste ) . - Ah , no , in quel modo non m ' avresti dovuto scrivere in quella occasione dolorosa . Sapevi che avevo l ' anima straziata da una grande sventura : mi dovevi scrivere come ti dettava il cuore . Tu non puoi immaginare che pena fu per me il trovare nella tua lettera certe espressioni , quei tuoi soliti ornamenti e vezzi di lingua e di stile , che mi fecero dubitare della sincerità del tuo dolore , che mi parvero anzi segni manifesti d ' indifferenza e di durezza d ' animo . No ; se tu avessi avuto pietà del tuo vecchio amico , se tu avessi pianto davvero sulla sventura terribile che lo colpiva , tu non avresti usato quelle parole per dirglielo , non avresti lisciato lo stile a quel modo , perdonami , per consolare il suo cuore . Mi facesti una gran pena , amico , una gran pena ! Il sognatore , che s ' era andato agitando sempre più durante le varie apparizioni , vinto all ' ultima da un impeto di vergogna , di dolore e di sdegno , si precipita dal letto ( in sogno ) e si mette a tirar pedate furiose contro il cassone ; il quale si rovescia e si scoperchia , spandendo sul pavimento una strana variopinta luccicante mescolanza di vasetti , di piume , di ritagli di talco e di trina , di bubboli , di nastrini , di stelline , di prismetti di vetro , di scampoli di panno rosso e di frange argentate e dorate , ravvolto il tutto in un nuvolo di polvere d ' oro e di riso . Furiosamente , a scarpate , egli caccia a mucchio ogni cosa verso la finestra e abbranca a piene mani e butta tutto fuori del davanzale , e poi scaraventa fuori anche il cassone . Il tonfo che fa questo battendo sul selciato della strada , lo risveglia . Si mette a sedere sul letto , si frega gli occhi e guarda intorno . Non è ancora bene sveglio : gli cadono dagli occhi due lacrime . Ahimè ! Sono lacrime di rimpianto per il cassone ! UNA PAGINA DI MUSICA . È tendenza naturale in noi il dare un ritmo al linguaggio scritto , come lo diamo al linguaggio parlato , perché il nostro orecchio cerca naturalmente l ' armonia , e anche delle parole scritte sentiamo il suono nella mente . Gl ' imitatori dànno alla prosa l ' onda armonica , che hanno nella memoria , dello stile del loro scrittore prediletto ; quelli che non imitano , le dànno un ritmo loro proprio , che è come la musica intima del loro pensiero ; e anche gli scrittori che paiono più noncuranti dell ' armonia , si sente qua e là che non resistono alla tentazione di dare al periodo un suono largo e gradevole , o , se non altro , di terminarlo con una clausola sonora . La nostra lingua così ricca e varia di suoni , nella quale facciamo anche in prosa , senz ' avvedercene , una quantità di versi d ' ogni metro , ci tenta continuamente a cantare . E qui sta il pericolo : di far cantare la prosa per forza , aggiungendo parole superflue al periodo per dargli quella data sonorità , sforzando il pensiero stesso per ridurlo a quella data forma che all ' orecchio piace , facendo servire l ' idea al numero , in somma , invece di far obbedire il numero all ' idea . E quando s ' è su questa china , facilmente si precipita al peggio : si va dalle armonie delicate e sommesse a una musica sempre più risonante , fino ad accompagnare la sfilata delle frasi a colpi di piatti turchi , e a chiudere con colpi di gran cassa e squilli di tromba . Come si può sfuggire a questo pericolo ? Il mio umile parere ( come si suol dire quando si crede il parere proprio migliore degli altri ) è questo : che ci dovremmo proporre non di cercare l ' armonia , ma soltanto d ' evitar le asprezze e le stonature . E paiono le due cose una sola ; ma sono negli effetti assai diverse , perché , cercando l ' armonia , si finisce col cercare una data armonia , la quale non si può ottener sempre senza artifici ; ciò che non accade a chi si studia solamente di non ferir l ' orecchio . Per questo non c ' è bisogno di forzare il pensiero , d ' aggiungere , di riempire , d ' arrotondare , perché ciò che fa suonare sgradevolmente il periodo non sono quasi mai altro che uno o pochi vocaboli messi fuor di posto , e qualche volta uno o due o pochi monosillabi ; e basta per ripararvi il collocare gli uni e gli altri in quelli che il Leopardi , facendo esercizio di lingua , chiamò " cantucci , spigoli , spazietti , passaggetti , rivolte , giratine , tortuosità , angustie , stretture del discorso e del periodo " nelle quali quei vocaboli e monosillabi possono entrare senza violenza e stare senza stridere . Non è certo questa l ' unica norma che dobbiamo seguire perché la prosa non riesca disarmonica ; ma è la principale , e a te può bastare per ora . Un ritmo , un andamento musicale tuo proprio ti verrà con lo stile , del quale sarà un elemento inseparabile ; e quanto più il tuo stile sarà spontaneo , logico , fedelmente consentaneo al movimento del tuo pensiero , tanto meno t ' accorgerai d ' avere quel ritmo ; per modo che , rileggendo dopo qualche tempo le cose tue , ti parrà di sentirvi una musica sconosciuta , o di cui tu abbia appena una vaga reminiscenza . Bada ora sopra tutto a non mandar avanti la tua prosa a suon di tamburi e di pifferi , a non far del periodo una cabaletta , sempre chiusa con quelle certe battute , che il lettore presènte e solfeggia prima che tu vi giunga ; perché è questa una consuetudine che inceppa la ragione e l ' ispirazione , circoscrive la libertà del pensiero , vizia l ' espressione , gonfia lo stile , e avvilisce la dignità dello scrittore riducendolo un sonatore d ' organetto . UNA VOCE NELL ' ARIA : - Benissimo ! O che c ' è un grammofono qui ? Chi è che parla ? La stessa voce , in tono leggermente ironico : - " Ma devi anche dire all ' alunno che ci sono i sonatori del periodo , i tenori dello stile dissimulati , certi astuti che abbassano la voce , invece d ' alzarla , che non vanno mai negli acuti , che modulano il discorso come per cantare senza farsi scorgere ; ma che in realtà cantano anch ' essi . Il canto non si sente periodo per periodo ; ma quando voi avete letto dieci loro pagine senz ' aver mai colto proprio sull ' atto il cantante , sentite non di meno che non hanno parlato col tono di chi parla naturalmente , non cercando né ritmo né risonanza . È una specie di musica morbida e liscia , dov ' essi fondono i propri pensieri e smorzano le tinte dello stile ; ma che , appunto per questo , finisce col ristuccare essa pure , come il mormorìo d ' un rigagnolo , facendoci desiderare qualche asprezza , qualche schianto qua e là , in cui salti su il pensiero o l ' immagine , e magari anche qualche stonatura selvaggia , che ne rompa la dolce monotonia , dalla quale ci sentiamo conciliare il sonno come dal rullìo d ' una barchetta o dal cullamento d ' una sedia a dondolo . E per ottener questo bell ' effetto forzano spesso anche costoro il proprio pensiero , appiccicando delle brave code ai periodi , dicendo cose che non dovrebbero o come non vorrebbero , esercitando come gli altri la non nobile industria dei pleonasmi , delle zeppe , delle imbottiture e delle vescichette , con certa discrezione , quasi di sotterfugio , e con aria innocente ; ma che non inganna chi ha fine l ' occhio e l ' orecchio . Questo essi non imitano certamente dal loro maestro Alessandro Manzoni , che non n ' ha ombra . E anche dall ' esempio di questi signori convien mettere in guardia gli alunni . Rifuggano dagli uni e dagli altri : dai suonatori di gran cassa e da quelli che fanno il verso degli uccelli . " Pare che abbia finito . Mi domandi se ha detto giusto ? Eh sì , non c ' è a ridire , pur troppo . Mi domandi ancora s ' io so a chi abbia fatto allusione ? Lo so , sicuro ; ma a dirtelo .... mi vergognerei un poco . CORREGGI E LÀSCIATI CORREGGERE . Abbiamo veduto da principio quello che s ' ha da fare prima di scrivere ; dobbiamo vedere ora quello che è da farsi dopo aver scritto . Tu hai già capito : rivedere , correggere . Lascia passare un po ' di tempo , chè si quieti l ' eccitamento intellettuale , e tu possa giudicare a mente serena e ad animo riposato l ' opera tua , e questa apparisca come a una certa distanza all ' occhio indagatore della tua mente . Poi rileggi , mettendoti con l ' immaginazione , per quanto t ' è possibile , nell ' animo d ' un lettore non solo non indulgente , ma malevolo , il quale cerchi nel tuo lavoro i difetti col desiderio di trovarne , o svogliato o male attento , che non regga ad alcuna ripetizione e lungaggine , e smetta di leggere al primo senso di noia che lo prenda . Leggi , e apri nella mente dieci occhi per veder dieci cose ad un punto : le improprietà , le superfluità , le lacune , le disarmonie , i luoghi oscuri , i costrutti contorti , i legami forzati , le slegature , gli errori d ' ordine e le offese al buon gusto . Vedi se in qualche luogo non hai espresso con due o tre periodi brevi un pensiero o una serie di pensieri che si potevano raccogliere in uno , non però così lungo da non potersi abbracciare , come dice un maestro , con un ' occhiata ; se , alleggerendo tutti e due o tutti e tre quei periodi , non li puoi fondere insieme , affinchè il lettore legga d ' un fiato solo quello che dovrebbe leggere con tre riprese di respiro . Vedi se dove hai creduto di esprimere una gradazione di pensiero non hai fatto altro invece che una gradazione di frase ; se non hai ripetuto nessun pensiero sotto altra forma , o presentato l ' una dopo l ' altra delle immagini che dovevi presentare tutte a un tratto di fronte , o interposto una distanza fra due concetti che dovevano stare vicini o connessi . Dove puoi mandare innanzi d ' un salto il pensiero , che ha fatto un passo a destra e uno a sinistra , correggi ; dove la svoltata del pensiero è troppo larga , ristringila ; dove puoi accorciare una frase , serrare più forte un nodo sintattico , sostituire una parola breve a una parola lunga , accorcia , serra , sostituisci . Cerca bene se hai avuto qualche momento di distrazione o di stanchezza , dove hai commesso un peccato di vanità letteraria , dove hai lasciato sul tuo pensiero un velo di nebbia . Se farai questo lavoro con attenzione viva , ne ricaverai altrettanto diletto quanto dal lavoro facile e caldo dell ' ispirazione . Proverai che piacere squisito è lo sfrondare il superfluo quando se ne vede balzar fuori più chiara e lucida l ' idea ; che maraviglia gradevole è il veder tutto un periodo mutar aspetto e suono per la trasposizione d ' una frase o d ' una parola ch ' era fuor di posto . In questo lavoro comprenderai tutta la delicatezza dell ' arte dello scrivere , vedendo come un ritocco leggerissimo metta alle volte la forza dov ' era la fiacchezza , come la cancellatura o l ' aggiunta d ' un solo vocabolo assodi un pensiero che era campato in aria , o ne saldi due l ' uno all ' altro , che non parevano collegabili ; come un nuovo aggettivo , non prima trovato , getti quasi un raggio di sole sopra un ' idea che stava nell ' ombra . Sentirai come questo lavoro del correggere , quando è fatto bene , non sia lavoro di pedante , quale molti lo dicono ; ma di critico e d ' artista ad un tempo ; lavoro fine e profondo , che eccita anch ' esso la mente e l ' animo come una seconda creazione , e che si può far con amore , e che quando è fatto in tal modo , lascia nella coscienza una sodisfazione e una quiete , che sono il più dolce premio della fatica . Ma correggere non è sempre migliorare , bada bene . Bisogna , correggendo , tener sempre presente che nello scrivere di primo getto la mente eccitata e come dilatata e sveltita dall ' eccitazione faceva rapidamente il giro d ' un largo spazio , vedeva in una volta molte cose e molte relazioni fra le cose , e abbracciava con occhio pronto e mobilissimo ragioni , proporzioni e convenienze . Correggendo a mente fredda , noi tendiamo a esaminare invece idea per idea , frase per frase , parola per parola ; e quindi facilmente prendiamo abbaglio sul valore di ciascuna idea , frase o parola , che non vediamo più in relazione con l ' altre ; e facilmente per questo correggiamo male ; e spesso togliamo forza a un concetto del quale non abbiamo più vivo il sentimento , credendo di perfezionarne l ' espressione , e ci lasciamo andare ad arrotondar dei periodi perché non ci suonano più nella mente insieme con l ' armonia generale dello scritto , per dar loro una sonorità più piena , con danno di quell ' armonia generale . Convien dunque guardarsi , correggendo , dal corregger troppo , e per guardarsene bisogna rimettersi a quando a quando , con uno sforzo dell ' immaginazione , nello stato di mente e d ' animo in cui ci trovavamo nel far la prima stesura del lavoro , e riscontrare così la nostra correzione col criterio che in quei momenti ci guidava : criterio meno guardingo e men minuzioso , ma più largo , più agile , più istintivamente sicuro di quello della critica lenta e tranquilla . Ma quello che sopra tutto occorre nella correzione è la sincerità . - La sincerità con sé stessi ? - domanderai . O come si può non esser sinceri ? Si può in questo modo . Quando nel nostro scritto troviamo un errore o un difetto , a cui sia difficile riparare , diamo ascolto alla voce della pigrizia che ci dice : - Lascia com ' è ; forse t ' inganni ; quello che pare a te un errore di proprietà o di gusto , o altro che sia , non parrà forse tale a chi legge , o questi vi passerà su senz ' avvertirlo . - Persiste la nostra coscienza ad avvertirci che quello è un errore o un difetto ; ma , illudendo noi stessi di proposito , noi diamo retta alla pigrizia , e tralasciamo di correggere . Ed è una illusione insensata , perché il lettore , anche incolto , non avvertirà certe bellezze che noi crediamo ch ' egli noti , ma vede per contro molti difetti leggerissimi , che a noi pare gli debbano sfuggire . E infatti , chi si provi a leggere scritti propri a persone senza cultura , ma sincere , riman meravigliato spesso dell ' acutezza delle osservazioni critiche che quegli uditori gli fanno ; e la ragione del fatto è che la gente incolta , non avendo il criterio viziato o velato da concetti letterari convenzionali o dall ' assuefazione della mente a certi artifizi e vizi comuni dello scrivere , riceve dagli scritti un ' impressione immediata e schietta , e non badando , o non dando pregio a certe forme della lingua e dello stile , raccoglie meglio l ' attenzione su cert ' altre , e le vede con occhio più chiaro . Sarà una leggiera oscurità , sarà una parola fuor di luogo , sarà una frase dubbia , che può esser presa in doppio senso ; ma qualche menda noterà , qualche osservazione utile farà sempre anche l ' uomo ignorante , se dice schiettamente quello che pensa d ' uno scritto che gli si legga . Per questo ti consiglio di sottoporre qualche volta quello che scrivi anche alla critica delle persone , delle quali è generalmente disprezzato il giudizio in materia letteraria . Le loro osservazioni , lo so , feriscono più di quelle d ' ogni altro l ' amor proprio , o per dir meglio , l ' orgoglio dello scrittore . Ma in ogni campo intellettuale una delle condizioni essenzialissime per imparare è quella di vincere l ' orgoglio . Non s ' impara veramente se non si ha la ferma persuasione , in qualunque età , e a qualsiasi altezza si sia pervenuti nell ' arte o nella scienza , d ' avere ancora e sempre da imparare moltissimo . E a che serve tener alto l ' orgoglio di fronte agli altri , se siamo di continuo costretti a mortificarlo dentro noi stessi ? Procedendo negli studi e nell ' arte dello scrivere , tu dovrai ogni giorno , ogni momento , fare atto d ' umiltà davanti all ' immensità del campo che ti s ' allargherà man mano dintorno , alle sempre nuove difficoltà che ti sorgeranno dinanzi dopo che n ' avrai superate altre molte che ti saranno parse le ultime ; atti infiniti di rassegnazione dovrai fare , dolorosamente , disperando di poter raggiungere l ' ideale della tua mente . L ' arte è grande e divina per questo . S ' ama per tutta la vita perché non appaga mai pienamente , e sono quasi sovrumane le gioie ch ' ella dà perché sono frutto e ci compensano d ' infiniti sforzi e amarezze . E tu , se sei chiamato all ' arte , va ' incontro alla lotta nobilissima con l ' anima serena e piena di fede . Ti sorrida o no la vittoria , sarai contento d ' aver combattuto . Se non salirà in alto il tuo nome , salirà il tuo spirito , e per questo solo benefizio che dall ' arte avrai ricevuto , anche nella tristezza d ' una nobile ambizione delusa , tu l ' amerai ancora come un ' amica dolcissima , la benedirai sempre come una consolatrice celeste . AL MIO LETTORE IDEALE . E ora addio , giovinetto , mio lettore ideale , ch ' io mi vidi sempre dinanzi durante il mio lavoro , nell ' aspetto d ' un figliuolo più che d ' un alunno . T ' avesse dato il mio libro anche solo una minima parte del piacere con cui lo scrissi ! E non fu un piacere che nascesse dall ' illusione di mettere in atto degnamente un concetto che mi pareva buono , chè non fui contento un giorno di quanto facevo : nasceva dai mille ricordi che mi si ravvivavano , dalle mille immaginazioni che mi si destavano lungo il cammino ; perché non c ' è studio che risvegli e rimescoli la memoria , quando si fa con amore , che affolli tanto la mente d ' immagini quanto lo studio della lingua ; e tu ne farai esperienza , spero . Fu come un viaggio di vari anni per il mio paese e a traverso la sua letteratura , dove quasi ad ogni parola mi s ' alzava davanti la reminiscenza d ' una lettura , la visione d ' un fatto , il fantasma d ' uno scrittore . Pensa un po ' : dai primi monaci del Duecento , divulgatori di leggende miracolose , fino agli scrittori ancor viventi , quante diverse apparizioni , che sfilata maravigliosa di notari , di mercanti , di cardinali , di principi , d ' ambasciatori , d ' artefici , di capitani vestiti di ferro e di professori con la toga accademica o col cappello a cilindro ! E tutti quanti si disegnavano sul mare ondeggiante delle trenta generazioni che fucinarono la lingua per tutti . In mezzo a quei personaggi saltavano su bambini di Firenze , dai quali avevo inteso la prima volta certe parole , assistendo ai loro giochi sul Viale dei Colli , e contadini con cui m ' ero accompagnato per lunghi tratti nei miei viaggi a piedi per la campagna toscana ; e fra i loro discorsi mi ritornavano in mente correzioni fatte ai miei lavori di scuola da antichi maestri , discussioni linguistiche avute con amici di trent ' anni addietro , e casi e scene della vita , il cui ricordo m ' era rimasto legato in capo con quel tal vocabolo o quella tal frase , senza una ragione ch ' io percepissi . La lingua mi faceva rivivere il passato , come fa la musica , che riporta tutta l ' anima nostra a grandi distanze di tempo e di spazio . E mi sentivo ringiovanire nel rimetter le mani , dopo molti anni , nei miei vecchi scartafacci d ' appunti , ingialliti e polverosi , scritti in caratteri che non mi parevan più miei , e nel ricorrere certi vecchi libri sottolineati e annotati nei margini , che mi ricordavano letture notturne e care speranze della bella età ch ' è ora la tua . Ringiovanendo nel pensiero , mi sentivo più vicino a te , e mi pareva che lavorassimo insieme . Non tutti i miei pensieri erano lieti , peraltro . Riscontrando il significato proprio di certi modi , m ' accadeva qualche volta di riconoscere che li avevo usati sempre a sproposito ; d ' altri mi vergognavo di non averli imparati che poco prima di citarli a te con l ' aria di saperli da un pezzo ; e così di certi precetti e consigli ch ' io ti davo , mentre la coscienza mi rinfacciava d ' averli quasi sempre trasgrediti . Spesso anche mi sorgeva dinanzi il professor Pataracchi , gridando : - Ah , barbaro ! E hai la faccia d ' impancarti a far la lezione ? Concerò io la tua carta stampata per il dì delle feste ! - Oppure pensavo a questo o a quello scrittore morto o vivente , e dicevo : - Chi sa come avrebbe fatto o farebbe meglio di me questo libro ! - , e mi tormentava la coscienza di mancare della facoltà e della dottrina che in quelli riconoscevo . E a volte mi prendeva un senso di sgomento , ed ero tentato di buttar la penna . Ma in questi casi eri sempre tu , mio lettore ideale , indulgente come s ' è all ' età tua , che mi facevi animo a proseguire ; era la tua immagine che mi veniva a dir la mattina : - Al lavoro ! Qualche cosa n ' uscirà , e anche quel poco mi potrà giovare . E poi mi dava cuore un sentimento sempre più forte , ravvivato a quando a quando da un ricordo lontano , come una fiamma da un soffio di vento . Mi ricordavo d ' un povero ragazzo italiano , che un giorno udii cantare una canzone malinconica in una strada d ' una città d ' oltralpe , e certi stranieri villani , da un terrazzino , lo beffeggiavano , ripetendo sformate le sue dolci parole , e rifacendogli il verso sguaiatamente . E a quel ricordo risentivo per la mia lingua , scrivendo , quello che avevo sentito quel giorno all ' udirla vilipendere con versacci di scherno : un amore ardente e altero , pieno di venerazione e di tenerezza , che mi faceva formar più saldo il proposito di servirla e d ' onorarla nel miglior modo ch ' io potessi , con tutta l ' anima e per tutta la vita . E dicevo in cuor mio : - Se riuscissi a trasfondere questo sentimento nel mio lettore ideale ! - E questa speranza mi dava un fremito di gioia e un nuovo impulso al lavoro . E ora ti dirò ancora una bella cosa , come dice un trecentista . Credo che nella mente d ' ogni scrittore , quando scrive un libro , si formi a poco a poco e finisca con l ' essergli quasi sempre presente un ' immagine , la quale gli rappresenta in forma simbolica il suo pensiero assiduo . Ed ecco quale fu per me quest ' immagine , confusa da principio , poi da un giorno all ' altro più netta . Io vedevo un palazzo smisurato , che sorgeva fra rovine colossali di monumenti romani , e nascondeva la sommità fra le nuvole . Presentava sovrapposte di piano in piano le architetture di vari secoli : dove semplici e severe , tutte grandi bozze di granito greggio , o marmi nudi nitidissimi ; dove sopraccariche di sculture , coperte d ' affreschi , messe a oro e a musaici di gemme , risplendenti come un seminìo di stelle . A tutte le altezze , sopra le cornici e nei fregi ricorrevano in lunghe file le effigie di mille scrittori coronati , che balenavano dagli occhi , come volti viventi ; a somiglianza dei quali anche i fiori delle pitture , i fogliami dei capitelli , le figure delle colonne storiate , le cariatidi simboleggianti ogni forma della letteratura , tutto si moveva e viveva . E dalle logge aeree , dagli ampi intercolonnii , da tutte le aperture dell ' edifizio enorme e gentile , maestoso come una montagna e leggero come una cosa di sogno , uscivano canti di poeti , grida d ' oratori , armonie gravi e soavissime di voci innumerevoli , che parevano venire da una lontananza sterminata . Ma non era la bellezza multiforme e magnifica la maggior maraviglia : era che tutte le linee e gli aspetti diversi dell ' edifizio offrivano insieme , non l ' effigie propria , ma l ' espressione vaga e prodigiosa d ' un volto , sul quale era diffusa la luce d ' un sorriso ineffabile , misto d ' alterezza regale e di dolcezza materna , e che a quando a quando le voci infinite si confondevano in una , immensa come la voce d ' un mare che parlasse , ripetendo quanto di più grande e di più dolce ha detto al mondo l ' Italia nello spazio di settecent ' anni .... Era l ' edifizio della lingua italiana . E man mano che andavo innanzi , ingrandiva nella mente eccitata dal lavoro , e mi pareva sempre più bello e splendido , e che spandesse armonie più soavi e più solenni , e mi penetrava più profondamente nell ' animo quel sorriso misterioso , come d ' un volto sovrumano , che brillava nella maestà del suo aspetto . Ma sempre , quando mi trattenevo ad ammirarlo , pensavo che a visitarne i tesori nascosti e le bellezze intime più maravigliose non t ' avrei potuto guidare io stesso ; e questo pensiero era un rammarico . Ma che importa ? Tu le visiterai con la scorta d ' altri , o anche solo , più tardi . Ebbene , se il mio povero libro non t ' ha annoiato , e se t ' ha giovato un poco , io ti chiedo questa ricompensa alla mia fatica : che quando t ' aggirerai fra le meraviglie del palazzo incantato , ti ricordi qualche volta di me , che ti lascio sulla soglia , con tristezza , benedicendo i buoni propositi che porti nel cuore e le belle speranze che ti splendono in fronte . FINE . Per esser breve il più possibile ho fatto parecchie citazioni senza accennare i nomi e le opere degli scrittori , restringendomi a chiudere le frasi fra due virgole doppie ; il che può bastare per gli scrittori morti , essendo quasi tutti notissimi i giudizi loro che ho citati ; ma non basta per gli scrittori viventi . Accenno dunque , per debito di gratitudine e per utilità dei giovani lettori : - La lingua dei Promessi Sposi , di Francesco d ' Ovidio , che tutti gli studiosi della lingua dovrebbero leggere . - L ' arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo XIII , ottimo studio critico di Giuseppe Lisio . - Storia della letteratura italiana , di Vittorio Rossi . - La formazione della prosa moderna , prolusione di Dino Mantovani . - La filosofia delle parole , di Federico Garlanda . - Abruzzesismi , Calabresismi , Sardismi , di Fedele Romani . - Grammatica italiana dell ' uso moderno , di Raffaello Fornaciari . - L ' Italia dialettale , di G . I . Ascoli . - Manuale della Letteratura italiana , di Alessandro d ' Ancona e Orazio Bacci . Quelli ch ' io posso aver dimenticati , mi perdonino . E mi perdonino anche i miei carissimi amici Guido Mazzoni e Cesario Testa l ' indiscrezione che commetto esprimendo loro pubblicamente la mia gratitudine per l ' aiuto validissimo che mi diedero nella revisione del libro .
STORIA DEI MILLE ( ABBA GIUSEPPE_CESARE , 1904 )
Saggistica ,
Giorni Pericolosi Nei dieci mesi che volsero dalla pace di Villafranca alla spedizione dei Mille , l ' Italia di mezzo diede prove di virtù civili meravigliose , ma col Piemonte corse dei pericoli gravi forse quanto quelli che il Piemonte stesso aveva corsi , prima della guerra del 1859 . I duchi , gli arciduchi , i legati pontifici fuggiti dalle loro sedi , fin da prima di quella guerra , non avevano più osato tornarvi ; e allora Parma , Modena , Bologna con la Romagna fino alla Cattolica , si strinsero in un solo Stato , che nel bel ricordo della gran via romana da Piacenza a Rimini , chiamarono l ' Emilia . Spento così d ' un tratto ogni vecchio sentimento di gelosia , conferirono la Dittatura al Farini , romagnolo venuto su , da giovane , nelle cospirazioni , e poi maturo ed esule fattosi alla vita dell ' uomo di stato vicino al Cavour , in Piemonte . Si crearono un esercito proprio , con gioventù propria e d ' ogni parte d ' Italia ; e il loro governo procedeva d ' accordo con quello di Toscana , libera anche essa , e col suo grande statista Bettino Ricasoli risoluta d ' unirsi al regno di Vittorio Emanuele . Intanto quelle regioni si chiamavano , tutte insieme , Italia centrale . Quello Stato provvisorio era tranquillo come se non ci fosse in aria nessuna minaccia , ma senza mostrarne paura , conosceva i pericoli tra i quali viveva . L ' Austria , che non aveva potuto aiutar con l ' armi i principi fuggiti a tornare , dichiarava caso di guerra l ' ingresso anche d ' un solo soldato piemontese nell ' Italia centrale : la Russia era apertamente ostile non soltanto a che Toscana e Ducati e Legazioni si unissero al regno di Vittorio Emanuele , ma ancora a che si scegliessero un Sovrano : la Prussia consigliava il Piemonte di rimetter esso stesso in trono i principi fuggiti . I diplomatici italiani avevano un bel dire fin da allora ai prussiani che la Germania mostrava desiderio di rompere i legami posti anche a lei dai trattati del 1815 : quegli uomini di Stato , sebbene sapessero che presto la Germania avrebbe fatto ciò che già faceva l ' Italia , insistevano perché il Piemonte si contentasse della Lombardia , si consolidasse bene e lasciasse tempo al tempo . In quanto a Napoleone III , questi diceva di non voler correre i rischi di una nuova guerra che l ' Austria avrebbe immancabilmente intrapresa se fosse avvenuta l ' annessione dell ' Emilia e della Toscana al nuovo regno ; ed erano avversi all ' Italia la Spagna , la Baviera , persino il Belgio . Sola l ' Inghilterra si mostrava amica al nuovo Stato , che si veniva formando ; sola suggeriva agli Italiani dell ' Emilia e della Toscana di stare saldi nella loro risoluzione . Al Piemonte consigliava di fare , di osare senza domandare e di non darsi briga né dell ' Austria né della Francia , né di nessuno . E il Ricasoli e il Farini erano uomini da sentir bene il consiglio , perché stavano al governo di popolazioni che sapevano ragionare il loro diritto . Come s ' erano formate le grandi potenze , esse che mormoravano e minacciavano perché Piemontesi e Lombardi volevano aiutare i loro fratelli del centro a divenir com ' essi liberi , e tutti insieme Italiani ? L ' Austria , la Francia , la Prussia , la Russia si erano costituite in secoli di violenze e di usurpazioni , calpestando popoli , che due o tre di esse ritenevano ancora con la forza ; gli Italiani non conquistavano , non usurpavano nulla ; non abbattevano se non delle dinastie che loro erano state imposte . Ora perché esse , le grandi potenze , volevano impedirli ? Si ragionava così , e così stavano le cose nel principio del 1860 , quando appunto Cavour , che dopo la pace di Villafranca , sdegnato contro Napoleone e fin contro il Re , si era ritirato dal governo , tornava alla presidenza dei Ministri . Egli allora osò da uomo che sapeva di aver dei collaboratori potenti , e un popolo pronto a tutto . E d ' accordo con lui , il Ricasoli per la Toscana e il Farini per l ' Emilia , pubblicarono il Decreto che convocava i Comizi , in tutta l ' Italia centrale , pel plebiscito . In quei Comizi , i votanti dovevano dichiarare se volessero l ' unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele , ovvero il regno separato . E nell ' Emilia su 2,916,104 abitanti , comprese donne e fanciulli , 426,006 voti furono per l ' unione ; contrari , solo 756 . Nella Toscana , su 1,806,940 abitanti votarono per l ' unione 366,871 , pel regno separato 54,925 . Così l ' Europa , che tante sciagure aveva versate o lasciato versare sull ' Italia , da secoli , vide meravigliata Emiliani e Toscani concordi ed entusiasti fondersi con Piemontesi e Lombardi ; e i duchi e gli arciduchi - parole di Cavour - " sepolti in perpetuo sotto il cumulo di schede deposte nelle urne . " Protestarono i principi che vedevano levati via per sempre i pretesi loro diritti ; protestò l ' Austria , protestò quasi tutta l ' Europa , ma nessuno si mosse : e un regno dell ' Alta Italia , di undici milioni , fu fatto . * Allora , anche a uomini molto arditi , parve di aver avuto tanta fortuna , che pensare ad altro sembrava temerità e follia . L ' Europa poteva , alla fine , saltar su e dire di aver tollerato anche troppo . Infatti mostrò ancora il suo broncio il 2 aprile , nella seduta inaugurale del nuovo Parlamento in Torino ; nella qual seduta , con manifesta avversione , non si fecero vedere i rappresentanti diplomatici di Russia , Prussia , Spagna e del Belgio . E se i limiti del nuovo regno fossero stati segnati dalla valle del Po , forse il Governo avrebbe potuto facilmente persuadere lo spirito pubblico a mantenersi cheto per alcuni anni , aspettando e preparando altri eventi . Ma i confini erano già di là dall ' Appennino ; e aver a far parte del regno la Toscana , la gran maestra antica della vita civile italiana , voleva dire esser costretti a continuare l ' impresa nazionale . Napoleone III lo aveva ben capito , e di malumore aveva già detto ad un suo ministro che l ' unione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele portava di conseguenza l ' unità italiana . Però al Conte di Cavour l ' unità non pareva ancora possibile . L ' idea sua era sempre di dar assetto al nuovo regno ; promuoversi tutte le libertà ; svolgerne le forze già così rigogliose e omogenee ; farlo ricco , colto , solcarlo di strade ferrate e di canali ; dotarlo di ogni sorta di opere pubbliche ; farne insomma il Belgio in grande dell ' Europa meridionale . Così , intanto gli Italiani dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie , avrebbero sentito e desiderato la prosperità dello Stato settentrionale anche per sé ; e forse , prima che passasse un decennio , si sarebbero mossi spontaneamente per unirsi a goderla . Egli aveva allora appena cinquant ' anni , e poteva ripromettersi di vivere ancora tanto da guidare quel movimento . Senonchè Mazzini sin dal 2 marzo aveva scritto : " Non si tratta più di repubblica o di monarchia , si tratta di unità nazionale ; d ' essere o non essere . Se l ' Italia vuole essere monarchica sotto la Casa di Savoia , sia pure : se dopo la riscossa vuol acclamare liberatori e non so che altro il Re e Cavour , sia pure . Ciò che ora vogliamo è che l ' Italia si faccia . " Il gesto era preciso , diritto ; Sicilia , Napoli , Roma tutto doveva venire nell ' unità nazionale : per Mazzini , pel suo partito , che era anche fatto di uomini di guerra , l ' ora era buona ; o coglierla , quali che si fossero i pericoli , o non vederla tornar mai più . Egli fin dal 1856 aveva rivolta la sua azione al Mezzodì per far procedere di laggiù in su la propaganda rivoluzionaria : nel '57 , per tentarvi una rivoluzione , d ' intesa con lui era andato a morir colà Pisacane : nel '59 , temendo che la pace di Villafranca e le sue conseguenze portassero a far guarentire dall ' Europa l ' intangibilità delle Due Sicilie , egli Mazzini , aveva mandato Crispi in Sicilia a promuovervi agitazioni e a prepararvi l ' insurrezione . Ora dunque bisognava gettare il dado , e cominciare appunto dalla Sicilia . * Certo la convinzione di Mazzini l ' aveva in parte , almeno nel cuore , anche il Cavour . Egli dopo Villafranca , in uno scatto di magnanima ira , aveva detto : " Mi hanno troncato la via a fare l ' Italia con la diplomazia dal Nord ; ebbene , la farò dal Sud con la rivoluzione ! " Ma poi si era frenato . E se Mazzini vedeva le cose da credente che subordinava tutto alla propria fede , e andava incontro ai fatti , fosse pure per trovare il martirio , Cavour col suo tatto del possibile guardava da uomo di Stato che misura le probabilità e vi conforma l ' azione . Il regno delle Due Sicilie gli pareva un organismo da lasciar vivere ancora ; le idee sue rispetto a quello non si erano peranche mutate . L ' anno avanti , nel maggio , appena salito al trono Francesco II , egli lo aveva invitato a unirsi al Piemonte contro l ' Austria . Ma Francesco aveva preferito la neutralità , sperando che Russia , Prussia , Inghilterra si sarebbero messe dalla parte dell ' Austria , e che la guerra del '59 sarebbe finita come quella del '48 . Cavour il 25 giugno , cioè dopo la battaglia di Solferino e San Martino , sempre sperando di convincere quel Re a divenir italiano , gli aveva mandato il conte Ruggero Gabaleone di Salmour come inviato straordinario , con l ' istruzione di dirgli che il concetto dell ' indipendenza italiana aveva informato sempre il Governo piemontese ; che perciò da anni , consigliando con l ' esempio e con la voce agli altri principi d ' Italia quelle interne riforme che dessero soddisfazione ai legittimi desiderii dei popoli , aveva mirato soprattutto a consociarli nello stesso intento di nazionalità , unico mezzo per disarmare le fazioni . Quel diplomatico doveva ricordare al Re avere il Piemonte ammonito sempre che , seguendo altra via , i governi avrebbero dovuto combattere non più le sette , ma il sentimento universale della nazione , e che nella funesta lotta non essi sarebbero stati vincitori . L ' inviato doveva anche dire che mentre la guerra era guerreggiata in Lombardia , l ' ostinata neutralità del re di Napoli sarebbe considerata come una diserzione o un segreto patteggiamento coll ' inimico . In quanto alle Due Sicilie , poi , doveva dire essere noto che colà più che altrove fremevano passioni ardenti , rancori profondi , ire lungamente compresse che aspettavano ansiosamente l ' occasione di prorompere terribili e irrefrenate : che le occasioni non tarderebbero , e con esse gli incitamenti e le seduzioni entro e fuori del regno : che confidare nella sola forza , far puntello al trono d ' armi mercenarie , era partito che non solamente doveva ripugnare all ' animo onesto del giovane Re , a partito mal sicuro e pieno di pericoli . Pensasse il Re che la presenza di un esercito francese in Italia doveva commuovere il paese dove aveva regnato Gioachino Murat ; e dove era morto compianto : ci pensasse , e collegandosi sinceramente col Piemonte , dichiarasse pronta guerra all ' Austria e mandasse parte dell ' esercito sul Po e sull ' Adige , a combattere a fianco di Vittorio Emanuele e di Napoleone . L ' inviato doveva anche pregare il Re di far vuotare le carceri politiche , di riaprire le vie del ritorno ai proscritti , di sanar le piaghe della Sicilia ; ma su questo e su tutto il resto aveva trovato sordi i cuori . Tuttavia Cavour non si era stancato . Al principio del 1860 , appena tornato al governo , quando temeva ancora l ' intervento dell ' Austria nell ' Italia centrale , aveva ritentato di condurre il re di Napoli ad allearsi col nuovo regno di Vittorio Emanuele . Ma Francesco II e il suo governo si erano messi invece a cospirargli contro , istigati dal Nunzio Pontificio , dalla Spagna , dalla regina Sofia di Baviera stessa sposa del Re , fantasticanti tutti insieme una lega cattolica . E assoldavano austriaci per Napoli e pel Papa , concentravano soldati negli Abruzzi , miravano a suscitar tumulti nella Romagna . Allora Cavour cambiò tono , e fece avvertire badassero bene a non far mettere piede di soldato borbonico nel pontificio . Essi , cocciuti , non ascoltavano consigli neppur dall ' Inghilterra . La quale alla fine diceva loro tirannia , ingiustizia , oppressione essere le caratteristiche del governo dell ' Italia meridionale ; quelle dell ' Italia settentrionale , libertà e giustizia ; e che in tutti i paesi del mondo , la gente anche la più volgare capiva la differenza esistente tra un governo giusto e umano e un governo ingiusto e spietato . Ostinato ognor più , non ascoltavano nemmeno la Russia loro amicissima , che per bocca del suo primo Ministro diceva a Napoli che la polizia del Regno , spiaceva fino al capo della polizia russa ; e questi era allora Kakoskine , uomo addirittura feroce . Anche la Francia consigliava invano minori asprezze . Pareva tempo da non usar più nessun riguardo , ma forse il giovane Re ispirava ancora a Vittorio Emanuele una certa pietà : Era figlio di Maria Cristina di Savoia , sposata nel 1832 al grossolano e cattivo Ferdinando II , trattata male nella reggia e morta consunta nel 1836 . Essa aveva avuto quell ' unico figlio . E si sapeva che quando era nato , non volendo concedere a lei di allattarlo , le avevano fatto entrare in camera per nutrice una donna di Santa Lucia , piagata a una gamba , con le tracce della scrofola al collo , con pochi capelli in testa , quasi tignosa e con figli rachitici o che non si reggevano in piedi . Aveva rivelate queste miserie un abate Terzi , che Maria Cristina aveva condotto con sé dal Piemonte per confessore . E l ' abate aveva anche narrato che vicina a morte , avendo chiamato il Re , la infelice regina s ' era sentita rispondere che il Re dormiva . Così era spirata soletta come una povera , con al capezzale un oscuro frate ; e il popolo napoletano l ' aveva chiamata santa . Per disgrazia sua , quel povero bambino , orfano di madre , mal visto erede al trono , non aveva potuto morire anch ' esso , era stato educato a odiare ogni cosa italiana . Ed ora regnava . Se Vittorio Emanuele aveva voluto che il suo Governo usasse dei riguardi a quel parente nato e vissuto infelice , come uomo di cuore aveva fatto bene . L ' agitazione per la Sicilia . Ma la Nazione non aveva nessun dovere di sentimenti pietosi . E allora la voce di Mazzini che dopo la pace di Villafranca aveva gridato : " Al Centro mirando al sud , " si mise a gridare : " Al Sud mirando al Centro , Roma : " e infiammò i cuori , e diresse le aspirazioni degli italiani del Nord verso la Sicilia . Egli e i Comitati suoi e il partito repubblicano che nel 1859 aveva saputo lealmente servire in guerra la monarchia , s ' accinsero al preparar un ' impresa che pareva folle , e che invece doveva riuscire a fini meravigliosi . L ' uomo per condurla , tutti lo designavano : Garibaldi . Intanto Mazzini aveva fatto partir per la Sicilia Rosolino Pilo . Era questi un uomo di quarant ' anni , nato in Palermo dalla famiglia dei conti Capeci , sangue d ' Angiò , tutta devota ai Borboni . Egli unico di quella famiglia aveva dato il suo cuore alla patria . Dal '49 era esule ; nell ' esiglio aveva conosciuto Mazzini e n ' era divenuto l ' apostolo . Nel 1857 , doveva andar compagno di Pisacane alla impresa finita in Sapri ; ma i barcaroli coi quali aveva aspettato il passaggio del vapore Cagliari , lo avevan mal servito , il vapore era passato , ed egli era ridisceso a Genova , a sentir poi la tragica fine dell ' amico . Da allora aveva vissuto con quella spina nel cuore . Ora , d ' intesa con Mazzini e con Garibaldi , partiva il 26 marzo su di un povero legno viareggino per l ' isola sua . Garibaldi gli aveva detto che qual si fosse il suo destino laggiù , rammentasse che tutto vi si doveva fare in nome dell ' Italia e di Vittorio Emanuele . Pilo , repubblicano , aveva accettato il motto , ed era partito con Giovanni Corrao , anche questi siciliano , arditissimo uomo del popolo . Avevano navigato quattordici giorni , erano riusciti a sbarcar presso Messina , e s ' eran messi a percorrere l ' isola , annunziando Garibaldi . Anche Cavour era ormai quasi convinto che non si poteva più lasciar la questione napolitana al tempo , ma gli doleva che Garibaldi e Mazzini si pigliassero col loro partito l ' onore d ' essere i primi . E perciò d ' accordo col Fanti , Ministro della guerra non amico di Garibaldi , avea già fatto profferire al nizzardo generale Ribotti d ' andar in Sicilia a capitanarvi l ' insurrezione . Ribotti gli pareva uomo da ciò . Era stato al servizio della rivoluzione siciliana del '48; per essa aveva tentato di portar l ' armi in Calabria , era stato preso e condannato , e aveva sofferto anni di carcere dai Borboni . Ma Ribotti non aveva accettato . Forse indovinava che laggiù , solo il gran nome di Garibaldi e l ' ingegno suo di guerra e la sua figura , avrebbero potuto trovar la vittoria . * In quei giorni venne come la folgore una lieta notizia : a Palermo era scoppiata l ' insurrezione . E si diceva che all ' alba del 4 aprile , da un convento chiamato della Gancia , un Francesco Riso , giovane di 28 anni , aveva con alcuni compagni data la mossa , e che un Salvatore La Placa s ' era azzuffato con la milizia , in certi quartieri della città abitati da pescatori e retaioli . Ma la gioia si cambiò in ira quando , subito appresso , oggi una voce , domani l ' altra , si seppe che quei generosi erano stati oppressi ; che le squadre di campagna , già scese vicino a Palermo , s ' erano ritirate nei monti ; che tredici compagni di Riso , oltre quelli morti combattendo , erano stati fucilati ; che egli giaceva pieno di ferite e prigioniero ; che lo stato d ' assedio era proclamato , e che erano arrestati il padre di Riso con altri cittadini cospicui di Palermo . Dunque la rivoluzione era domata ! No , non doveva essere : l ' Italia superiore la faceva sua propria . Da quel momento tutti cominciarono a chiedere che facesse Garibaldi , e se non si muovesse , e se non era ancora andato , e perché non fosse ancora laggiù . E non dicevano già , che dovesse muoversi il governo di Vittorio Emanuele ; tutti avevano il sentimento del rischio cui si sarebbe messo d ' aver mezza Europa addosso : a tutti bastava che si muovesse lui , Garibaldi , che quanto a gente per seguirlo ce ne sarebbe stata anche troppa . Ma si sentiva che bisognava far presto , perché il Governo borbonico aveva compreso che la Sicilia non mirava più , come nel '20 e nel '48 a separarsi da Napoli o a rifarsi regno da sé ; ma che il suo moto era di tendenze unitarie , con mira all ' Italia superiore . Perciò quel Governo prometteva largamente strade ferrate , portifranchi , casse di sconto , prestiti alle grandi città ; mentre si ingegnava di reprimere la insurrezione nell ' interno , mandando colonne mobili a disarmare la gente . Se Francesco II avesse dato una costituzione quale l ' isola la voleva del '48 , chi poteva dire che la Sicilia non si sarebbe acconciata ? Bisognava proprio far presto . * Non si vuol mica dire che nel settentrione i liberali bruciassero tutti dal desiderio di vedere andar gente ad aiutar la Sicilia e Napoli a liberarsi dai Borboni , a unirsi al resto d ' Italia . V ' erano allora i ragionatori che trovavano gli argomenti forti in contrario . Ma come mai si voleva fare un solo stato di quest ' Italia così lunga e sottile , senza un centro , e nel napoletano senza strade né nulla ? Eh già , rispondevano altri , ragionatori anch ' essi , queste cose le diceva pure Napoleone I . Diceva che se tutta la parte d ' Italia dal Monte Velino in giù e con essa la Sicilia fosse stata gettata dalla natura tra la Sardegna e la Corsica la Toscana e Genova , la Penisola avrebbe avuto un centro quasi egualmente distante da tutti i punti della sua circonferenza : ma così come era fatta , quella parte dal Velino che formava il Regno di Napoli , gli pareva di clima , d ' interessi , di bisogni , diversi da quelli di tutta la valle del Po e di quella dell ' Arno . Però non avrebbe detto così se a ' suoi tempi avesse avuto il telegrafo , la navigazione a vapore , le strade ferrate . Tutte queste cose levavano via dall ' Italia un bel po ' degli inconvenienti della sua configurazione . Del resto , Napoleone aveva soggiunto che nonostante tutto , l ' Italia era una sola nazione , una di costumi , di lingua e di letteratura ; affermava che in un tempo più o meno lontano i suoi abitanti si unirebbero sotto un solo governo ; e passate in rassegna le condizioni storiche di tutte le grandi città , dichiarava solennemente di pensare che Roma sarebbe senz ' altro quella che gli Italiani si sceglierebbero per capitale . Altri ragionatori dicevano che il Re di Napoli teneva un esercito di più di 120 mila soldati , bene armati e con cavallerie e artiglierie delle migliori d ' Europa . Era vero . Ma ai giovani che ascoltavano solo il cuore , il cuore diceva una cosa molto semplice , cioè che quei cento ventimila soldati non erano tutti , come un sol uomo , nel pugno di quel Re , così che ei li potesse lanciar di colpo nel punto dell ' isola dove Garibaldi anderebbe a sbarcare . Allora i savi soggiungevano che intorno all ' isola vigilava una crociera di chi sa quante navi , forse trenta , forse quaranta : ma quelli del cuore sentivano che se anche le navi fossero tante , il mare era vasto , e che una catena intorno all ' isola non era possibile a tenersi così stretta , che di notte o di giorno un marinaio come Garibaldi non riuscisse a passare . ( NdA : Si seppe poi , a cose finite , che la crociera intorno all ' isola era composta di 14 legni e di 2 rimorchiatori da guerra , con aggiunti ad essi 4 piroscafi mercantili della Società di navigazione siciliana e 2 della napolitana , armati e dati da comandare ad ufficiali militari . In tutto adunque erano 22 legni . La vigilanza , da Capo San Vito a Mazzara , era affidata alla Partenope , fregata a vela da 60 cannoni ; al Valoroso , pure a vela da 12 cannoni ; allo Stromboli , pirocorvetta da 6 cannoni e al Capri , da 2 . Comandavano quella crociera , un Cossovich capitano di vascello imbarcato sulla Partenope , e sullo Stromboli era imbarcato l ' Acton , baldanzoso uomo che partendo da Napoli aveva detto al Re di voler buttar a mare Garibaldi . Da Mazzara a Capo Passaro , da Capo Passaro al Faro , dal Faro a Trapani , incrociava il resto della flotta . ) Invece una preoccupazione grave davvero , e tale da togliere l ' ardire a molti , riguardava il poi , se mai la spedizione sbarcasse . Della Sicilia si sapeva poco qual fosse nell ' interno . Nella sua solitudine pareva quasi fuor della vita . E quasi più del suo tempo presente si sapeva del suo passato ma bene antico . Molti parlavano di quelle sue città di due milioni d ' abitanti , del suo popolo d ' otto milioni che nutriva sé eppure faceva ancora chiamar l ' isola sua granaio d ' Italia ; sapevano enumerare le sue civiltà , greca , latina , araba ; la sua monarchia normanna che seppe valersi di quelle civiltà , farsi amare dai vinti e lasciare , a traverso i secoli , il desiderio ancora di quel regno . Ma all ' infuori dei marinai , chi mai sapeva della Sicilia presente ? Chi vi era mai stato ? Forse qualche ricco , e anche soltanto nelle grandi città , Palermo , Messina , Catania , Siracusa ; ma l ' interno dell ' isola non era guari conosciuto neppur sulla carta . Però si indovinava e si amava il suo popolo , perché avevano insegnato a pregiarlo i suoi profughi , ne ' dieci anni da che stavano rifugiati in Piemonte ; gente degna , patrizi , letterati , avvocati , medici , architetti o artigiani valenti e virtuosi . Se dalla Sicilia era venuto via quel fior di gente , non poteva darsi che non vi fosse laggiù un popolo degno di loro ; bisognava andarvi , per dir così , a scarcerare l ' anima dell ' isola , farla espandersi nella vita italiana . Quante energie , quanta luce , quante virtù , aggiunte all ' anima della nazione ! Queste cose non si pensavano per l ' appunto così , ma si sentivano vagamente , come nell ' adolescenza si sentono le prime aure dell ' amore cui si va incontro , e sono la vita . Ma intanto , quale rischio l ' andarvi ! Certo Garibaldi si sarebbe gettato su qualche costa , lontano dalle città marittime , dove non fossero milizie , per non farsi opprimere appena giunto . E da quella costa si sarebbe mosso a trovar nell ' interno sui monti qualche posizione forte , per chiamarvi a sé gli insorti e fare un esercito tale da poter affrontare in campo quello dei regi , o magari piombar sulla capitale . Ma quanti scontri avrebbe dovuto sostenere nelle sue prime marcie , e chi mai sapeva in quali condizioni ? E se gli fosse avvenuto di perdere ? Pazienza i morti , ma i feriti , in che mani sarebbero rimasti ? Come li avrebbe trattati il nemico offeso per quell ' assalto che gli veniva da gente di fuori ? E chi fosse riuscito a salvarsi da quelle mani , in quali boschi , in quali tane , senza cure , solo , disperato sarebbe andato a finire ? Si fantasticavano cose orrende . Eppure l ' aria del tempo , la fede in Garibaldi e una certa voluttà di andare a patire per una grande idea , faceva vincere anche quelle tetre preoccupazioni . E appunto , qual era allora lo spirito dell ' esercito del Borbone ? A sentir gli esuli siciliani e napoletani , in quell ' esercito v ' erano dei generali , dei colonnelli , persin dei vecchi capitani , che sapevano bene quanta era stata la gloria dei loro padri . Da fanciulli li avevano visti tornare dalle guerre napoleoniche di Spagna e di Russia , dopo aver empito il mondo delle loro geste e dei loro nomi . Nel 1815 li avevano visti sotto re Gioachino tentar l ' impresa di cacciar l ' Austria dalla Lombardia . Nel 1848 avevano marciato essi stessi alla guerra quasi fino al Po ; erano tornati indietro afflitti , quando il loro Re spergiuro li aveva richiamati ; e quelli che non avevano ubbidito ed erano andati a Venezia , vi si erano fatti ammirare . Pepe , Ulloa , Rossarol ! Appresso , a sentir le risorte glorie dei Piemontesi in Crimea e poi quelle recenti del 1859 , dovevano aver patito di non essere stati mandati a quella bella guerra , fatta per cacciare lo straniero . E così forse era entrato nell ' animo dell ' esercito lo scontento . Ma in quel momento non si sapeva se amassero o odiassero . Forse contro i piemontesi avrebbero combattuto fieramente , se ne fossero scesi nel Regno a guerra di Re : ma contro Garibaldi avrebbero combattuto solo per disciplina . Dovevano anche trovarsi nelle file molti ai quali quel nome incuteva sgomento . Non era egli colui che undici anni avanti si era fatto conoscere a Velletri e a Palestrina , quando i napolitani erano marciati su Roma per rimettere il Papa in trono ? Insomma , bene bene non si sapeva nulla dello spirito vero dell ' esercito laggiù : certo , a volerlo giudicare dalle opere contro la Sicilia , doveva essere feroce ancora come era stato nel '48 . Ma si sarebbe visto alla prova cosa valessero quelle milizie in cui ufficiali e sott ' ufficiali avevano quasi tutti grossa famiglia ; e si sarebbero visti anche gli stranieri mercenari che non si chiamavano più svizzeri , ma di svizzeri erano formati e di bavaresi e d ' austriaci , d ' un po ' d ' ogni gente . In quanto alla marineria , saperne qualcosa sarebbe stato più interessante . Ma neppur essa si conosceva guari . Però degli ufficiali malcontenti ve ne dovevano essere ; e anzi , alcuni dicevano che quelli del Fieramosca , quando nel gennaio del '59 avevano scortato a Gibilterra i grandi cittadini del Regno liberati dalle galere ma condannati alla deportazione , erano stati visti con le lagrime agli occhi e il dolore sul viso . Così dicevano i meridionali profughi antichi o recenti dal Regno . Tra essi i Siciliani erano i più ardenti . Parlavano della loro isola , facendone ritratti vivissimi coll ' immaginosa parola . I loro Vespri parevano un fatto recente . Conoscevano la storia della loro indipendenza dai Vespri fino al 1735 , come se l ' avessero vissuta ; si vantavano di aver avuta da quell ' anno bandiera e amministrazione distinta dalla napolitana , e Parlamento proprio : tutte cose confermate nella Costituzione del 1812 , quando i Borboni , perduto il continente , si erano rifugiati laggiù e vi avevano trovato sicurezza , protetti dalla generosità del popolo e dall ' Inghilterra . Ma essi , tornati sul trono di Napoli , avevano poi tradito tutto , e cominciato a offender l ' isola e il suo popolo , chiamandola negli atti pubblici : " Terra di là dal faro " , quasi come a dire paese barbaro . Onde le sue rivoluzioni del '20 e del '48 , e un odio crescente sempre e tanto , che l ' isola si sarebbe messa sotto l ' Inghilterra , la Russia , la Francia , sotto chi si fosse che l ' avesse voluta , pur di esser levata da dipender da Napoli . Ora quella passione si rivolgeva all ' Italia , a chiamar lei , l ' Italia del nord che doveva ascoltarla . E Garibaldi dov ' era , che cosa faceva ? Garibaldi e Cavour . Garibaldi stava in Torino alle prese col Conte di Cavour , perché avvenuta la cessione di Nizza alla Francia , credeva che egli la avesse patteggiata fin dal '57 , quando aveva concertato con Napoleone l ' aiuto militare del '59 . Invece la cessione era seguita per una soperchieria di Napoleone , che oltre la Savoia , per non opporsi all ' annessione dell ' Emilia e della Toscana al regno di Vittorio Emanuele , aveva voluto anche Nizza . Cavour aveva fatto di tutto per salvarla , ma non v ' era riuscito ; e Garibaldi pareva contro di lui implacabile . Ma il 7 aprile gli capitarono a Torino il Bixio e il Crispi , i quali " a nome degli amici comuni per l ' onor della rivoluzione , per carità della povera isola , per la salute della patria intera , " lo pregarono di mettersi a capo di una spedizione e di condurla in Sicilia . E Garibaldi che forse meditava un moto popolare in Nizza stessa , per salvarla lui se Cavour non aveva potuto ; messo in disparte questo e ogni suo pensiero , accettò e decise di far l ' impresa . Par quasi certo che Egli n ' abbia parlato con Vittorio Emanuele e che n ' abbia avuti incoraggiamenti . Però il Re , il 15 aprile , volle ancora scrivere al Cugino di Napoli che era " giunto il tempo in cui l ' Italia poteva esser divisa in due stati potenti , uno del Settentrione l ' altro del Mezzogiorno : che Egli pel bene suo lo consigliava di abbandonare la via fino allora tenuta : e che se ripudiasse il consiglio , presto egli , Vittorio Emanuele , sarebbe posto nella terribile alternativa o di mettere a pericolo gli interessi più urgenti della stessa sua propria dinastia , o di essere il principale strumento della rovina di lui . Qualche mese che passasse ancora senza che egli si attenesse all ' amichevole suggerimento , egli , il Re di Napoli , sperimenterebbe l ' amarezza delle terribili parole : troppo tardi . " E scritto così , Vittorio Emanuele partì lo stesso giorno 15 aprile pel suo viaggio trionfale in Toscana e nell ' Emilia , dove andava per la prima volta da Re . * La sera di quel 15 aprile Garibaldi si presentò improvviso alla Villa Spinola nel territorio di Quarto , allora ignoto borgo poco discosto da Genova , sulla riviera orientale . In quella villa se ne stava Augusto Vecchi esule Ascolano , suo antico ufficiale di dieci anni avanti , alla difesa di Roma . - Buona sera , Vecchi ; vengo come Cristo a trovare i miei apostoli , ed ho scelto il più ricco , questa volta . Mi volete ? - Per Dio , Generale , e con piacere immenso ! - Pare una pagina romanzesca , ma allora appunto cominciava il periodo in cui le cose più vere ebbero l ' aria di fantasie . In quella villa il Generale si stabilì , e vi chiamò i suoi . Per andare in Sicilia occorrevano armi , ed egli senz ' altro mandò in Milano a prenderne di quelle già comprate col fondo del milione di fucili , fatto raccogliere da lui per sottoscrizione nazionale . Sennonché là , Massimo d ' Azeglio , governatore , non solo rifiutò di concedere che se ne portasse via una parte , ma le fece mettere tutte sotto sequestro . Scrisse poi d ' aver temuto che quelle armi finissero in tutte altre mani che quelle di Garibaldi , certo temeva di Mazzini , ma in quel momento l ' atto suo diede grandemente da sospettare che il Governo fosse avverso a ogni impresa garibaldina . Veramente il Conte di Cavour desiderava proprio più che mai che la spedizione non si facesse . Temeva che Garibaldi , una volta mosso si lasciasse trasportare dal suo vecchio pensiero di Roma , e invece che in Sicilia andasse a sbarcare su qualche parte della costa pontificia , senza riguardo al pericolo di tirare addosso a sé e al Regno una guerra dalla Francia . Sperava , anzi , che ogni cosa sfumasse . Il 24 aprile mandò apposta il colonnello Frapolli da Garibaldi , per indurlo ad abbandonare ogni disegno ; e il Frapolli , amico del Generale , gli parlò delle difficoltà che si opponevano ad una discesa nell ' isola o nel continente . Gli ricordò persino le tragedie di Murat , dei Bandiera , di Pisacane . Non si sa che viso facesse il Generale a tali moniti del Frapolli , ma certo è che questi tornò a Torino da Cavour , persuaso che Garibaldi non partirebbe . E , in verità , il Generale era già inclinato a rompere ogni preparativo , perché dalla Sicilia aveva notizie non buone . Ondeggiò tutti quei giorni pensando alla tremenda responsabilità di una catastrofe . Il 27 gli giunse un telegramma da Fabrizi da Malta , quasi lugubre : " Completo insuccesso nelle provincie e in Palermo ; molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta . " Così diceva il telegramma . E la parola del Fabrizi valeva quella che Garibaldi stesso avrebbe detto . Era un vecchio patriota di quelli sfuggiti nel 1831 alle forche di Modena ; e sempre poi aveva vissuto in esilio a onorare l ' Italia e a farla stimare dagli stranieri . Egli non poteva che dire la verità . E perciò Garibaldi deliberò di lasciar andar tutto , e di tornarsene nella sua solitudine di Caprera : anzi , diede ordine di tenergli un posto sul vapore che doveva partire il 2 maggio per la Sardegna . Cavour lo seppe , e scrisse a Napoleone che ormai di una impresa di Garibaldi non c ' era più da temere . Ma allora si erano fatti attorno al Generale tutti i più ostinati a voler andare in Sicilia : Bertani , Bixio , Crispi e tanti altri minori , che nella Villa Spinola tennero con lui una specie di gran Consiglio , il 30 aprile , anniversario della sua bella vittoria del '49 , contro i francesi , sotto Roma . In mezzo a quel consesso , tra i discorsi roventi di quei patrioti , come uomo ispirato da una luce improvvisa , Garibaldi balzò su d ' un tratto a dire : " Partiamo . Ma subito , domani ! " Domani era troppo presto : bisognava pensare ad avere i legni da navigare ! Ma insomma un po ' di giorni , tre o quattro , sarebbero bastati . Intanto quegli operosi avrebbero raccolta la gente da fuori . Dacché egli aveva detto : " Partiamo , " lasciasse fare , che ad eseguire c ' era chi ci pensava . Il Conte di Cavour , ignorando quella nuova deliberazione , era partito il 1 maggio per Bologna , a raggiungervi nel giro trionfale il Re , cui sperava di strappare l ' ultima parola che impedisse a Garibaldi ogni tentativo d ' allora e di poi . Narrano gli intimi del Conte e del Re che si trovavano con essi in Bologna , avere il Cavour manifestato fin l ' intenzione di fare arrestar Garibaldi , se si fosse ostinato a tentar qualche cosa , e d ' andar egli stesso a porgli addosso le mani , se non si trovasse chi avesse l ' ardimento di farlo . E sarà vero , perché allora egli temeva troppo che l ' Imperatore dei Francesi , credendosi canzonato da lui , pigliasse qualche violenta deliberazione contro l ' Italia . Ma ormai alla forza delle cose neppur egli poteva più resistere . E saputo ciò che a Genova si faceva , stette col Re a Bologna , per non tornare a Torino in quei giorni a farsi tormentare dalla diplomazia . Però prese le sue precauzioni . E temendo sempre che Garibaldi volesse fare un colpo contro Roma , ordinò alla divisione navale del contrammiraglio Persano d ' andare in crociera tra Capo Carbonara e Capo dello Sperone a Sant ' Antioco , o , in altre parole , dinanzi al Golfo di Cagliari . Gli ingiungeva però di non " adoperar le macchine " ; e che cosa intendesse di voler dire con ciò non si sa bene ora , né lo seppe allora forse neppure il Persano . Poi non tornò a Torino se non la sera del 5 maggio , e là , da Genova , gli piovvero le notizie . Che fare ? Adesso non c ' era altro che lasciar fare ; e giacché la spedizione non si poteva più impedirla senza che sorgessero chi sa quali guai nel paese , pensò subito di mettersi sul gioco di dominarla , e di rispondere alle proteste che lo avrebbero tempestato . Genova nel gran giorno In Genova , sin dagli ultimi di aprile , stavano già molti dei più vogliosi di partire per la Sicilia , e altri ve ne furono chiamati nei primi tre giorni di maggio . Per le vie di quella città tutta lavoro , dove la gente va attorno sempre con l ' aria di chi non ha tempo da perdere , quei forestieri che riempivano i caffè e le passeggiate stonavano alquanto . Ma forse nessuna città era adatta come Genova a farvi quell ' adunata e a servir di copertura al Governo . Il quale così , negli ultimi momenti , poté far bene le viste di non accorgersi di nulla , proprio come se nulla vi fosse , e tutto pareva inteso , consentito , voluto dalla città intera , ma con somma prudenza . Il 5 maggio ogni cosa era pronta . Allora Garibaldi scrisse al Re cominciando : " Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie , ha commosso il mio cuore e quelle d ' alcune centinaia dei miei vecchi compagni d 'arme." Pareva che volesse rammentare a Vittorio Emanuele che l ' anno avanti egli per il primo , nel suo discorso del 10 gennaio in Parlamento , aveva trovato la espressione giusta come un ' eco delle " grida di dolore " giunte a lui da ogni parte d ' Italia . E soggiungeva di saper bene a quale impresa pericolosa si sobbarcava , ma che poneva confidenza in Dio e nella devozione dei suoi compagni . Prometteva che grido di guerra sarebbe l ' unità nel nome di Lui , Vittorio ; e sperava che se mai l ' impresa fallisse , l ' Italia e l ' Europa liberale non dimenticherebbero che era stata determinata da motivi puri affatto da egoismo . Disse , che riuscendo , un nuovo e brillantissimo gioiello avrebbe ornato la corona di Lui ; ma non celava l ' amarezza sua per la cessione della sua terra natale . E , certo per non compromettere il Re , finiva scusandosi di non avergli detto il suo disegno , per tema che egli lo dissuadesse dal fare quel passo . Mesta e solenne lettera , nella quale era serenamente espresso il dubbio e la speranza e il sentimento dell ' ora . Spiace in essa quel tanto che c ' è di finzione : ma insomma , i tempi erano tali , da giustificare questo ed altro . Il Generale scriveva pure all ' Esercito italiano , esortando ufficiali e soldati a star saldi nella disciplina , a non abbandonare le fila per seguir lui . Scriveva all ' Esercito napolitano per ricordare ai figli dei Sanniti e dei Marsi che erano fratelli dei soldati di Varese e di San Martino . E anche non dimenticava i Direttori della Società dei Vapori Nazionali , cui nella notte doveva menar via il Piemonte e il Lombardo , scusandosi di quell ' atto di violenza , e raccomandandoli al paese perché rimettesse qualunque danno , avaria o perdita che loro potesse seguirne . In tutte quelle lettere e in parecchie altre di quel giorno , una frase qua un ' altra là rivelavano un sentimento sicuro ma anche una misteriosa tristezza . Il 5 maggio 1860 . La sera di quel 5 maggio , coloro che erano destinati a partire , ricevuto un ordine aspettato tanto , quale da solo quale con qualche amico , come se andassero a diporto , così consigliati per non dar nell ' occhio alla polizia , cominciarono a uscir da Genova per la Porta Pila , sulla via del Bisagno . Andavano alla Foce o a Quarto , secondo che loro era stato detto . E trovavano sul loro cammino folle di cittadini di ogni classe , donne , uomini , che senza parere davano loro l ' augurio , e ciascuno un poco dell ' anima sua . Nino Bixio scese al porto . " Là - scrive il Guerzoni - in una andana tra il Lombardo e il Piemonte e proprio costa a costa tanto da toccarsi coi due vapori , riposava una vecchia carcassa di nave condannata da tempo , che chiamavano " Nave Joseph " . Bixio nella sua mente ne aveva fatta la prima base di operazione di tutta la mossa . Già da parecchi giorni la Joseph andava ricevendo a poco per volta delle casse misteriose , degli involti sospetti , che avevano le più strane somiglianze di casse da munizioni e d ' involti di fucili ... Bixio aveva ordinato che per la sera del 5 maggio tra le nove e le dieci , una quarantina d ' uomini si raccogliessero in silenzio su quella nave , e stessero ad aspettare la sua venuta e i suoi ordini . Gli uomini erano parte marinai fedeli , parte volontari ma del fiore . Alle nove e mezzo arrivarono sulla Joseph Bixio e lo scrittore di queste pagine . Appena a bordo Bixio cavò di tasca un berretto da tenente - colonnello , se lo calò sulle orecchie , e disse : - Signori , da questo momento comando io , attenti ai miei ordini . - E gli ordini furono : buttarsi col revolver in pugno sui vicini vapori , fingere di svegliarvi la gente di guardia , fingere di costringere i fochisti ad accendere , i marinai a salpar l ' ancora , i macchinisti a prepararsi al loro mestiere , sgombrare , pulire il bastimento , allestirlo in fretta per la partenza . E così fu fatto nel massimo ordine e silenzio , e non senza accompagnare di molti sorrisi quella farsa con cui quella epopea esordiva . Fra tutte queste operazioni se ne andarono quattro o cinque ore , e già i primi chiarori dell ' alba cominciavano a rompere dalla punta di Portofino . Bixio era inquieto e principiava a perdere anche quell ' ultimo avanzo di pazienza che in quei giorni di febbre e rabbia gli era restato . Finalmente , verso le quattro del mattino tutto era pronto , e i due piroscafi uscirono dal porto , girando verso Quarto , punto designato dell 'imbarco." Ma prima di tirar avanti per Quarto , i due piroscafi si pigliarono su una parte dei Mille , che stava alla foce del Bisagno . Ivi erano avvenute delle scene pietose di questa sorte . Tra quei giovani c ' era un Luzzatto da Udine , cui fu detto che tra la folla si aggirava la madre sua , venuta così da lontano a cercarlo . Voleva benedirlo o tirarselo via da quel cimento ? Il giovanetto le si fece incontro , e le andò tra le braccia ; ma la sua prima parola fu di pregarla a non gli dir di tornarsene , perché a lui sarebbe stato mortale il dolore di partir lo stesso dopo averla disubbidita . Altri padri , madri sorelle andavano tra quei gruppi , pregando , scongiurando , incuorando , e alla fine dando il bacio quasi della morte ; e quando i due vapori apparvero e accolsero quei giovani , chi aveva assistito a quelle scene dovè tornarsene nella città col cuore quasi sollevato . Uguali cose avvenivano a Quarto . Là verso le dieci c ' era folla anche più fitta che alla foce . Tutta la via che si svolge intorno a quel piccolo seno di acque era stipata . Nella villa Spinola entravano , dalla villa uscivano frettolosi uno dopo l ' altro incessanti messaggeri ; a ogni momento si faceva tra la folla gran silenzio , si udiva dire : " Eccolo ! " No , non era ancora Garibaldi . Poi la folla fece un ' ultima volta largo più agitata , tacquero tutti : finalmente era Lui ! Garibaldi attraversò la strada seguìto da Turr e da Sirtori , allora già colonnelli , e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della Villa , discese franco giù per gli scogli . E cominciarono i commiati . Tra gli altri bello e forte è narrare quello di uno Stefano Dapino cui suo padre , vecchio amico di Mazzini e dei fratelli Ruffini , aveva accompagnato fino a quel passo . Quel padre aveva con sé anche un altro figliuolo più giovane . Conversavano tranquilli come se il figlio partisse per una caccia ; poi senza parole , senza sospiri il padre abbracciò il figlio , stettero un poco stretti prima essi due , poi tutti e tre , finché Stefano che aveva alla spalla la carabina , baciò il fratello , gli fece segno come a raccomandargli il padre , si staccò da loro e discese per dove scendevano alle barche i suoi compagni . E quel padre e quell ' altro figlio si persero fra la folla , portando alla casa lieta di altre gioie , ricchezza , bellezza , onore , quell ' amara gioia d ' esser stati a quella fortissima prova . Piccole cose tra le grandi , nelle ore dell ' attesa , qua e là per e vie di Quarto , sugli usci delle casupole , quelli che dovevano partire si sentivano dare dai pescatori , dai marinai , certi consigli semplici , ma d ' amore . Avete mai navigato ? - No . - Se temete di avere il mal di mare , appena a bordo , coricatevi supino e state sempre così , non patirete . - Se vi daranno del biscotto mangiatene poco , e bevete poi pochissimo , se no guai ! - Sbarcherete in Sicilia , oh sbarcherete ! Ma , ... vini traditori laggiù ! - E la gente ? - Come noi ... però molto facili a tirare ... Ma chi la rispetta ... Soprattutto la famiglia bisogna rispettare laggiù ... Ma voi avrete altro pel capo ... Coraggio ! - A poco a poco tutti discesero nelle barche , queste presero il largo . Verso le undici , d ' una di queste già più in alto , si udì una voce limpida e bella chiamare " La Masa ! " E un ' altra voce rispose : " Generale ! " Poi non si udì più nulla . E su quell ' acqua stetterro le barche a cullarsi aspettando . Quelli che v ' erano su parlavano del Governo , di Cavour , di Vittorio Emanuele , dell ' accordo , del disaccordo tra loro e Garibaldi e della finzione ; e siccome le ore passavano , i più cominciavano a temere che i vapori non venissero , e che si dovesse tornare a terra mortificati , fors ' anche a farsi arrestare . Oh quel Cavour ! La voleva vincer lui ! Ma quando furon visti i segnali rossi e verdi dei due legni , e poi i legni stessi venir con già a bordo la gente che v ' era stata imbarcata alla foce : quelle barche scoppiarono di grida di gioia . In un lampo vogarono ai due legni ; e in meno di mezz ' ora , chi sul Lombardo , chi sul Piemonte , quell ' altro mezzo migliaio di uomini furono su , come ognuno seppe ingegnandosi ; braccia , ganci , scale , corde , tutto fu buono a salirvi . La Partenza Bellissima fu l ' alba di quella domenica 6 maggio 1860 . Il mare , un po ' mosso durante la notte , si era chetato . Da bordo , a guardare indietro , si vedevano la collina del Bisagno , là , cupa nella fredda ombra ; e lontano , profilati nell ' azzurro , azzurro anch ' essi , i monti lungo la riviera d ponente che sfumavano via via verso Savona fin dove se ne perdevano le forme . Le cittadette e le borgate di quella riva biancheggiavano appena , e mettevano degli strani sensi di desiderio domestico nella gioia della partenza . Ma quando i due vapori sbuffarono e i mossero , a vederselo dinanzi , là a prua , il promontorio di Portofino pareva dire : " Venite pure , oltre me lontana , molto lontana , sta la terra misteriosa , che andate a cercare . " Dalle navi , rispondevano all ' invito quelle mille anime ; vecchi amici , compagni d ' armi che , cercandosi un posto a bordo , s ' incontravano , si abbracciavano e : - Anche tu ? E tu ? E tu ? - gioia d ' amarsi meglio per aver sentito e voluto fare una stessa gran cosa . Ma ci fu un momento che dai due vapori Garibaldi e Bixio si scambiarono coi portavoce delle non liete parole . Diceva Garibaldi a Bixio : - Quanti fucili avete a bordo ? - Mille e cento . - E di munizioni ? - Nulla - E le barche di Bogliasco ? Per guardar che si guardasse non si scoprivano da nessuna parte le barche di cui il Generale chiedeva , e che si dovevano trovare in quelle acque ad aspettare i due vapori . Eppure quelle barche avevano nella notte imbarcate le armi e le munizioni raccolte a Bogliasco ! Dunque si doveva star là tanto che comparissero ? E se in Genova il Governo , destato a forza dalle grida di qualche Console , dovesse di necessità accorgersi che dal porto erano stati menati via i due vapori ? Se fosse costretto a spedir una delle sue navi da guerra a catturarli , a ricondurli nel porto , quando mai si potrebbe poi ritentare l ' impresa ? Non era di quelle che si fanno due volte . Il generale Turr che in quel momento stava vicino a Garibaldi , narra che questi " rimase qualche tempo meditabondo , che poi alzò verso il cielo il capo dicendo : ' Anderemo avanti egualmente ! ' E che , stato un altro poco , ordinò di navigare verso Piombino . " * Ora ecco ciò che era avvenuto . La sera avanti un manipolo di giovani genovesi , scelti dal Bixio e dall ' Acerbi , erano stati mandati al ponte di Sori . - Là - aveva lor detto Bixio - troverete due uomini coi quali vi riconoscerete questa parola d ' ordine che vi do . Essi vi consegneranno le casse raccolte a Bogliasco ; con quelle vi metteranno nelle barche , e vi condurranno , come siamo intesi , a trovarci . - Chi erano i due uomini ? A qualcuno di quel giovani balenò il dubbio che potessero essere quegli stessi che già nel 1857 avevano guidate le barche comandate da Rosolino Pilo , cariche dei fucili e delle munizioni per Pisacane , che doveva passar sul vapore Cagliari . Quegli uomini avevano menato pel golfo il povero Rosolino così male , che egli e il gruppo di esuli che aveva seco non erano riusciti a trovar il vapore su cui Pisacane magnanimo aveva continuato senz ' armi la sua avventura . Ora se quegli uomini erano forse gli stessi di allora ? I giovani mandati dal Bixio a Sori avevano ragione di volersi accertare e ne domandarono i nomi . - A voi non ispetta per ora sapere né il nome né chi vi guiderà - disse Bixio - né dove incontrerete i vapori : andate ; tutto , si spera , andrà a seconda . - Allora la gioventù aveva imparato a ubbidire fortemente , e quei giovani si recarono a Sori , dove trovarono i due uomini , che erano proprio quelli dei quali avevano dubitato . Tuttavia si imbarcarono essi e ogni cosa . Ma di quei due uomini che dovevano guidarli in mare , uno si era già allontanato , e l ' altro non volle entrare con loro in nessuna barca . Lo pregarono , lo supplicarono e persino lo minacciarono , ma egli si slanciò in un leggerissimo canotto a due remi , e celerissimo si allontanò , gridando che lo seguissero alla luce del fanale che stava accendendo sulla sua poppa . Il fanale stette acceso una ventina di minuti , poi si spense ; e per quanto quei giovani gridassero dietro a quell ' uomo , egli non si fece più vivo . Sperarono che tornasse , passarono le ore ; e intanto i rematori , tutti di Conegliano , vogarono al largo verso ponente . Benché fosse notte alta , i giovani si accorsero di esser condotti male ; ma i barcaiuoli giurarono di aver avuto l ' ordine di andar allo scoglio detto di Sant ' Andrea presso Sestri Ponente , che là avrebbero trovato i vapori e che là i due uomini li avrebbero raggiunti . Durarono così molte ore , finché sicuri di essere ingannati costrinsero i barcaiuoli a volgersi verso levante , e quando fu l ' alba videro da lontanissimo due vapori verso Portofino . Indovinarono che vapori erano ; e allora ( l ' espressione è di uno di loro che ne scrisse pochi anni dipoi ) , il loro dolore fu immenso come il mare . Intanto i due uomini , i due traditori che gli avevano ingannati , erano stati tutta la notte a scaricare mercanzie di contrabbando , sete e coloniali ; certo approfittando del fatto che i doganieri lungo le rive o non v ' erano o facevano cattiva guardia , per ordini avuti di non disturbar nessuno quella notte di misteriosa faccenda . Se Bixio che aveva dato gli ordini a quei giovani , sicuro nella sua fierezza di mandarli a gente dabbene , avesse potuto avere quei due ribaldi là sul suo ponte , chi sa qual pena avrebbe loro inflitta ! Egli era uomo da metterseli sotto i piedi , o da impiccarli all ' albero della sua nave , come anticamente si faceva ai pirati . L ' Ordine del giorno Dunque i due vapori navigarono via verso Piombino . E tutto il 6 e la notte appresso e la mattina del 7 , non ebbero incontri . I volontari che a poco a poco si erano messi al posto che ognuno aveva saputo trovarsi , e sopra coperta o sotto nelle sale dei vapori , passavano le ore dormendo , conversando , leggendo . Ma a mezza mattina quelli che stavano sul Lombardo , furono chiamati in coperta , dove dal ponte di comando fu loro letto l ' ordine del giorno . Diceva così : " La missione di questo corpo sarà , come fu , basata sull ' abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria . I prodi Cacciatori delle Alpi servirono e serviranno il loro paese con la devozione e la disciplina dei migliori militanti , senz ' altra speranza , senz ' altra pretesa che la soddisfazione della loro intemerata coscienza . Non gradi , non onori , non ricompense allettarono questi bravi ; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata , allorché scomparve il pericolo ; suonando l ' ora della pugna , l ' Italia li rivede ancora in prima fila , ilari , volenterosi , e pronti a versare il sangue loro per essa . Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino , or sono dodici mesi : ' Italia e Vittorio Emanuele ' , e questo grido pronunciato da voi metterà spavento ai nemici d 'Italia." Quella lettura destò qualche mormorio qua e là tra le gente del Lombardo ; ma la nobiltà dei certe frasi e il nome del Generale che le parlava , imponevano silenzio ad ogni passione . Il motto ' Italia e Vittorio Emanuele ' scontentava moltissimi , i quali , repubblicani di fede , non avrebbero voluto sentirsi legare da quelle parole . Ma non vi furono gravi rimostranze . A quell ' ora stessa , lo stesso ordine del giorno era letto sul Piemonte e vi faceva lo stesso effetto . A Talamone Intanto i due vapori costeggiavano quasi la terra . Pareva già passato tanto tempo dalla partenza , che i meno esperti , vedendo una torre su cui sventolava la bandiera tricolore , credettero di esser già in Sicilia , e che quella fosse la bandiera della rivoluzione trionfante . Ma non erano che in Toscana . Quella torre e quel gruppo di case che le stavano intorno , si chiamavano Talamone . E quando le navi furono là vicinissime , fu vista una barca vogare loro incontro : e nella barca stava un ufficiale con in capo un enorme cappello a feluca , che non lasciava quasi vedere un altro ufficiale che quello aveva seco . Erano i comandanti del forte e del porto . Scambiarono dei saluti col Piemonte , vi montarono su , vi si trattennero un poco con Garibaldi , poi tornarono nella loro barca ; e poco appresso i due vapori gettavano l ' ancora in quel porto . Ivi , alla lesta , Garibaldi discese a terra col suo stato maggiore , vestito da generale dell ' esercito piemontese , come l ' anno avanti in Lombardia , e come se fosse in terra sua fece sbarcare i Mille . Il villaggio fu invaso . Quei poveri abitanti , marinai , pescatori , carbonai della Maremma , si trovarono con le case messe sossopra da quella gente che pagava , ma voleva mangiare . Forse pensavano che anticamente così s ' erano visti invasi i loro padri dai corsari ; ma saputo chi erano quei forestieri e l ' uomo che li conduceva , si sbrigavano con gioia per contentarli . Garibaldi undici anni avanti era passato per la Maremma , e vi aveva lasciato la sua leggenda . Intanto , tra quei volontari , i più vaghi delle cose belle contemplavano il paesaggio . A guardare il mare vedevano l ' Elba , la Pianosa , Montecristo , il Giglio , quasi in vasto semicerchio come a una gran danza : a guardar verso terra , vedevano il monte Amiata , e i più colti indovinavano in quelle lontananze Santafiora e Sovana , nomi pieni di storia . Tra l ' Amiata e il mare , faceva tristezza un lembo della Maremma infelice . Là doveva essere Orbetello , fortezza dell ' antico Stato dei Presidii fondato da Carlo V , quando spenta la repubblica di Siena e dato il suo territorio a Cosimo de ' Medici , volle tenere per sé quel lembo di dominio , diffidando certo del popolo senese e più del fiorentino che aveva fatto la meravigliosa difesa nel 1530 contro le sue milizie . Ora quel lembo di terra , dopo vicende molte , era toscano , italiano , libero . Era stato anche del Re di Napoli fino al 1805 . Ecco che ora vi faceva sosta Garibaldi , per pigliarvi , se si può dir così , l ' abbrivio , a levar via dal trono gli eredi di quei Re . In faccia a Talamone verso sud , forse a dieci chilometri di mare , i contemplatori ammiravano il monte Argentaro selvoso sulle sue cime , che guardate da quell ' umile spiaggia parevano eccelse . Gli stava ai piedi la cittadetta di Santo Stefano . Ricordo allora quasi fresco , ivi , nel 1849 , s ' era fatto portare da Talamone in una barca da pescatori Leopoldo II , fuggito da Firenze con la sua famiglia . Da Santo Stefano con ignobili infingimenti , ingannati i toscani , era poi partito per Gaeta , dove aveva cospirato per far venire gli Austriaci in Toscana . E gli Austriaci lo avevano servito a rimetterlo in trono . Ma adesso erano appena passati undici anni , si era avverata la minaccia fattagli dai più nobili uomini del paese ; ed egli da un anno se n ' era dovuto andar via per sempre . In un gruppo d ' eruditi raccolti all ' ombra di un ciuffo di olivi , a ridosso di Talamone , si parlava d ' una battaglia vinta là attorno dai Romani contro i Galli Cesati . Quarantamila morti ! Ma come mai tanta strage con l ' armi d ' allora ? Certo doveva avvenire nell ' inseguimento dei vinti . E dai Galli passavano a dir di Mario . Anche Mario reduce da Cartagine per tornarsene a Roma , era sbarcato lì a Talamone . Ora Garibaldi non era quasi un Mario buono ? E Roma non era il suo pensiero ? Se gli fosse venuto in mente di andare anch ' egli di là a Roma ! Non era egli il Generale della repubblica romana ? Erano ardenti discorsi . Ma , a questo proposito , nascevano in quello e anche in altri gruppi discussioni vive sull ' ordine del giorno udito a bordo il mattino . Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico ; ma la disciplina volontaria era forte . Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là alle loro case , soltanto sei o sette giovani cari . Seguivano il sardo Brusco Onnis che del motto ' Italia e Vittorio Emanuele ' era rimasto quasi offeso . Repubblicano inflessibile , si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi , una volta in mare , si ricordasse d ' essere anche egli repubblicano ; ma deluso , ora se ne andava , e se ne andavano con lui quei pochi , però senza che fosse fatto a loro nessun raffaccio . Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor d ' allora potesse avere , e il sacrificio meritava rispetto . I Mille Ma cosa si stava a perder tempo in Talamone , mentre in Sicilia la rivoluzione pericolava , e si poteva , giungendovi , trovarla spenta ? Questo lo sapeva Garibaldi . Intanto su quella spiaggia i Mille si vedevano bene tra loro la prima volta , come in una rassegna . Ora , chi parla di quei tempi e di quelle cose , dice presto : il 1860 , la Sicilia insorta , il gran nome di Garibaldi , quello di alcuni suoi illustri , la partenza da Quarto , la traversata maravigliosa , lo sbarco a Marsala , Calatafimi , Palermo e la liberazione finale ; due o tre date e un numero d ' uomini , pochi più di Mille , e per la storia in grande è quasi tutto . Ma quei Mille chi erano ? Che cosa erano ? Non certo una specie di compagnia di ventura all ' antica ; non una parte di vecchio esercito costituito , staccata a scelta o per caso ; nessuna legge li obbligava , non erano soldati di professione , non avevano tutti quella media di età che di solito hanno i soldati ; non una cultura comune ed uguale , e nemmeno una divisa uniforme . Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge , dalle quali , a quei tempi , si riconoscevano ancora a qual regione d ' Italia e a qual classe sociale uno appartenesse . E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola . Erano , per dir così , parte dell ' esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario : vecchi , figliuoli di giacobini , di napoleonidi , di Murattisiti ; uomini di mezza età , educati dalla Giovane Italia , tra le congiure e le insurrezioni ; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s ' erano fuse in una bella temperanza a fecondare l ' amor di patria . Con essi , degli artigiani che dalle diverse scuole politiche e dai fatti belli dell ' ultimo decennio , erano stati destati al concetto della nazione . Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi , pazzi sublimi , ed altre simili iperboli , e anche delle ingiurie . Invece di volenterosi com ' essi ve n ' erano in Italia a migliaia ; ma ad essi intanto era toccata quella fortuna . Uno che vi era e dei migliori , scrivendone poi nella vita di Garibaldi , con quattro pennellate alla brava disse che erano un popolo misto " di tutte le età e di tutti i ceti , di tutte le parti e di tutte le opinioni , di tutte le ombre e di tutti gli splendori , di tutte le miserie e di tutte le virtù " e vi notò " il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche , il siciliano in cerca della patria , il poeta in cerca d ' un romanzo , l ' innamorato in cerca dell ' oblio , il notaio in cerca di un ' emozione , il miserabile in cerca d ' un pane , l ' infelice in cerca della morte : mille teste , mille cuori , mille vite diverse , ma la cui lega purificata dalla santità dell ' insegna , animata dalla volontà unica di quel Capitano , formava una legione formidabile e quasi fatata . " Così li ritrasse il Guerzoni , caro al Generale e vivido ingegno , e fu felice pittore . Narrar di loro , descriverne gli aspetti , farne rivivere la fisionomia morale , resuscitare coi ricordi i loro sentimenti e quelli dell ' epoca ora quasi estinti , è un giusto servigio che vuole essere reso alla storia . La quale si avvia a non più fermarsi solo nelle reggie per trovarvi le dinastie , o nei campi per descriver battaglie e celebrare capitani ; ma già accoglie nelle sue pagine il personaggio popolo , che ai fatti col proprio sangue e col proprio danaro dà il cuore . E il cuore governa il mondo , e il sentimento fa i veri miracoli della storia . * A colpo d ' occhio , si poteva dire che per un quarto quei Mille erano uomini fra i trenta e i quarant ' anni e per un altro bel numero tra i quaranta e i cinquanta ; forse dugento stavano tra i venticinque e i trenta . Gli altri , i più , erano tra i diciotto e i venticinque . Di adolescenti ce n ' erano una ventina , quasi tutti bergamaschi . Alcuni qua e là tra quei gruppi parevano trovarvisi per curiosità , perché , vecchi oltre i sessanta ; e invece vi stavano a spendere le ultime forze di una vita tutta vissuta nell ' amore della patria . Il vecchissimo passava i sessantanove , aveva guerreggiato sotto Napoleone e si chiamava Tommaso Parodi da Genova ; il giovanissimo aveva undici anni , si chiamava Giuseppe Marchetti da Chioggia , fortunato fanciullo cui toccava nella vita un mattino così bello ! Seguiva il medico Marchetti padre suo , che se l ' era tirato dietro in quell ' avventura . In generale , certo più della metà erano gente colta ; anzi si può dire che soldati più colti non mossero mai a nessun ' altra impresa . Alcuni di essi , i vecchi , avevano combattuto nelle rivoluzioni del '20 del '21 del '31; molti nelle guerre del '48 e del '49 e nelle insurrezioni di poi . Nella guerra del 1859 avevano militato quasi tutti , volontari nei reggimenti piemontesi o tra i Cacciatori delle Alpi sotto Garibaldi . E quasi tutti avevano tenuto il broncio al paese perché , non si era mosso quanto avevano sperato , tanto almeno che il Piemonte non avesse avuto bisogno dell ' aiuto francese . Pronti essi sempre a dar la vita , credevano che tutti dovessero esserlo come loro , e che la rivoluzione bastasse a vincere i grandi eserciti e a far cadere le fortezze . Per essi a ogni modo , quell ' aiuto era stato un gran dolore , perché lo aveva recato Napoleone , che allora chiamavano con forte rancore : ' l ' Uomo del 2 dicembre ' . Ma v ' erano pure certuni che ragionando con la storia per guida , sebbene un po ' da romantici , trovavano che anzi l ' aiuto francese era stato ammenda giusta d ' una colpa antica . Non era stata la Francia di Carlo VIII la causa prima della servitù tre volte secolare d ' Italia ? I francesi del 1494 avevano , per dir così , gettato il dado , provocando altri a giocarsi con loro il possesso d ' Italia : ora , quelli del 1859 erano venuti a riparare il danno fattole dai loro avi . Qualcosa di provvidenziale pareva di vederlo sin nelle date capitali di quella storia . Non era finita la gara antica proprio nel 1559 , con quel tal trattato di Castel Cambresis che , esclusi i Francesi , avevano messo l ' Italia , direttamente o indirettamente , quasi tutta nelle mani degli Spagnuoli ? Ed ecco che dopo trecento anni giusti , la Francia era venuta a strappar la Lombardia dalle mani dell ' Austria , erede in qualche guisa degli Spagnuoli . E giusta era venuta con alla testa un imperatore di sangue italiano ; come era stato un italiano Emanuele Filiberto , colui che trecent ' anni avanti aveva finita la gara antica tra Spagnuoli e Francesi , vincendo per la Spagna a San Quintino . Non era quasi da dire che gli italiani d ' allora si fossero pigliata la sola vendetta possibile contro i Francesi ? Questi per primi li avevano disturbati mentre lavoravano a resuscitare il sapere antico per sé , e per l ' Europa ; ed essi , all ' ultimo , avevano dato il genio di un loro guerriero per farla finita a beneficio del loro nemico , dovesse pure essere poi peggiore di essi . Adesso quell ' Italiano che imperava in Francia ed era venuto con centocinquantamila soldati pareva un riparatore . Anche l ' Europa intera non sembrava fare ammenda di qualche suo vecchio torto ? Se essa gridava ma lasciava che in Italia gl ' italiani facessero ciò che loro sembrava meglio , non poteva dire che si contenesse a quel modo per un tacito consenso di giustizia verso il popolo che trecent ' anni indietro le aveva dato i frutti del proprio studio , l ' arte sua , e per essa aveva scoperto la terra e aperte le vie a studiar il cielo , con Colombo e con Galileo ? * I giovani dai venti ai venticinque anni quasi tutti sentivano in sé , vivi e presenti i fratelli Bandiera con la loro storia , intesa nella prima adolescenza , tra le pareti domestiche , dai padri e dalle madri angosciate . Quell ' Emilio di 25 anni , quell ' Attilio di 23 , disertati a Corfù di sulle navi austriache ; la loro madre corsa invano colà , per supplicarli di smettere il loro disegno d ' andar a morire ; le loro risposte a Mazzini che li consigliava di serbarsi a tempi migliori ; e poi l ' imbarco , il tragitto nell ' Ionio e lo sbarco sulla spiaggia di Crotone , presso la foce del Neto , - che nomi ! - e il primo scontro a San Benedetto coi gendarmi borbonici , e le plebi sollevate a suon di campane a stormo contro di loro gridati Turchi ; e il secondo scontro a San Giovani in Fiore , - poesia , poesia di nomi ! - e l ' inutile eroismo contro il numero , e la cattura e la Corte marziale e le risposte ai giudici vili e la condanna e la fucilazione nel Vallo di Rovito ; tutto sapevano , tutto come canti di epopea studiati per puro amore . E suonava nei loro cuori la strofa amara ed eroica del canto di Mameli : L ' inno dei forti ai forti , Quando sarem risorti Sol li potrem nomar . Un po ' più in qua negli anni , quei giovani avevano sentito il grido di Pio IX : " Gran Dio , benedite l ' Italia ! " andato a suonare fin nei più riposti tugurii . Avevano viste le rivoluzioni nelle quali , troppo fanciulli , non avevano potuto cacciarsi ; e le guerre del '48 e del '49 , e le cadute , e le disperazioni , e le speranze rinate ; e nel '57 la gran tragedia di Carlo Pisacane coi suoi trecento , tra plebi mutatesi anche allora in furie contro di loro andati per redimerle , combattuti , accerchiati , oppressi , morti . Ma dunque tutte le spiaggie del Regno erano tombe aperte per chiunque tentasse di portarvi un po ' di libertà ? Cresceva la febbre in quei cuori . E ve n ' erano che avevano concepito il pensiero di andar laggiù per un ricordo di scuola di qualche anno addietro : un luogo dell ' Odissea e dell ' Eneide ; o il racconto letto in Plutarco della libertà data dai Siracusani ai prigionieri ateniesi , solo per averli sentiti cantare i cori di Euripide ; o un episodio della guerra servile dei tempi romani . E v ' era chi più che delle cose antiche era pieno delle recenti , per aver letto nella storia del Colletta i supplizi del Caracciolo e del Sanfelice , o la fine della repubblica Partenopea nel 1799 . Altri ancora s ' era inebriato dei canti popolari siculi , uditi nella melodia viva di qualche volontario siciliano conosciuto l ' anno avanti nei Cacciatori delle Alpi . Ve n ' era fin uno , e lo narrava , che aveva avuto la spinta a quel passo da un fatto da nulla , ma che sul suo cuore aveva potuto più che la scuola e i libri . Un giorno di luglio dell ' anno avanti , stando egli in Brescia alla porta di uno degli ospedali zeppi ancora dei feriti di Solferino e di San Martino , aveva veduto fermarsi un carro di casse d ' aranci e di filacciche e di bende . Venivano dalle donne di Palermo ! O santa carità della patria ! Dunque in quella terra lontana si pensava a chi pativa per tutti ? E aveva anche inteso dire dai medici che quelle cose erano uscite dall ' isola trafugate , perché , la polizia di laggiù , guai ! Dunque c ' era in Italia una tirannide più cruda di quella dell ' Austria ? Ed egli aveva fatto voto di andare a dar la sua vita laggiù , se mai fosse venuta l ' ora di levar quella tirannide dal mondo . La formazione del piccolo esercito Sapeva Garibaldi ciò che faceva , nè in Talamone stava certo a perdere tempo . Ivi doveva trovare le munizioni da guerra o andar avanti lo stesso a pigliarle in Sicilia al nemico . Ma frattanto vi faceva dar forma alla spedizione , comporre le compagnie combattenti e tutti i corpi che deve avere un esercito per entrar in guerra . Non poteva già scendere in Sicilia alla testa di uno stormo disordinato ! Al suo quartier generale diede per capo il colonnello Stefano Turr che allora aveva trentacinque anni . Da giovane tenente dell ' esercito austriaco , il Turr era passato in Piemonte l ' anno '49; sapeva cos ' era stato il dolore della sua Ungheria e dell ' Italia quell ' anno ; sapeva cosa voleva dire essersi trovato condannato a morte e liberato quasi nell ' ora del supplizio , e cos ' erano le gioie e le ansie del cospiratore nell ' impaziente attesa della riscossa . Aveva combattuto l ' anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia , e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i Cacciatori delle Alpi . Bellissimo uomo , alto e diritto , con due gran baffi e un gran pizzo scuri , e occhi pensosi ma vigili e mobilissimi sotto la fronte quadrata a torre . Novecento anni avanti sarebbe stato un fiero capo di quegli Ungheri che vennero a turbare il regno di Berengario ; ma ora , con la gentilezza acquistata dalla sua gente nei secoli e la sua nativa , era un cavaliero che poteva tenere scuola d ' ogni cortesia . Finita quella guerra divenne diplomatico , apostolo di lavoro e di pace . Scavò canali di navigazione nella sua Ungheria , tagliò l ' istmo di Corinto ; va ancora pel mondo gridando all ' umanità la concordia , l ' amore e il bene . Ungherese come il Turr , un po ' più giovane di lui , aiutante anch ' esso del Generale , v ' era il Tukory , che veniva ad offrir l ' ingegno e la vita a quest ' Italia , la quale , nel Cinquantanove , in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze , che l ' avevano legata fino allora alla patria sua . Diceva egli così senza raffaccio , ma con dolore . Egli aveva militato per la Turchia contro la Russia durante la guerra di Crimea , e s ' era trovato a difendere la fortezza di Kars contro quei soldati dello Czar che nel '49 gli avevano rovinato la patria . Servire un barbaro per odio contro un altro barbaro gli doveva essere stato grande strazio ; ma con Garibaldi a faticare per l ' Italia era quasi felice . Però s ' indovinava che era molto deluso del mondo , e morire come morì poi a Palermo non gli dovette parere amaro . Poi c ' era il Cenni di Comacchio , uomo di quarantatré anni , avanzo di Roma e della ritirata di San Marino ; uno tutto fremiti , che ad averlo vicino pareva di camminar col fuoco in mano presso una polveriera . Amico del Cenni v ' era l ' ingegnere Montanari di Mirandola , anch ' egli avanzo di Roma , che aveva trentott ' anni e ne mostrava cinquanta per la tetraggine che gli avevano impressa le meditate sventure del paese . Anche aveva molto patito nelle carceri di Mantova e di Rubiera . Ma contrasto quasi d ' arte gli stava a lato un senese , che da giovane aveva fatto versi , sembrati al Niccolini degni del Foscolo . Nei suoi ventisei anni bellissimo e forte , era sempre gaio come se gli cantasse un ' allodola in core . Era quel povero Bandi , che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi ; e doveva campare ancora trentacinque anni , per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado , da uno a lui sconosciuto . E v ' era Giovanni Basso , nizzardo , ombra più che segretario del Generale , ch ' egli aveva visto sublime a Roma , umile ma ancora più sublime da povero candelaio alla Nuova York . E c ' erano il Crispi , allora poco conosciuto , e l ' Elia anconitano , che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprir Garibaldi . C ' erano il Griziotti pavese di trentott ' anni , matematico di bella mente ma di cuore più bello ancora ; e il Gusmaroli di cinquanta , antico parroco del Mantovano , che come l ' eroe dell ' Henriade andava tra quelli che uccidevano , senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere . Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino , bel capitano di mare , che pareva andasse studiando Garibaldi , per divenire simile a lui nell ' anima come gli somigliava già un po ' nel volto ; biondo come lui , assai più aitante di lui , con un petto da contenervi cento cuori d ' eroe . Allo Stato Maggiore generale presiedeva il colonnello Sirtori . Antico sacerdote , aveva chiuso per sempre il suo breviario , portandone scolpito il contenuto nel cuore casto , e serbando nella vita la severità e la povertà dell ' asceta claustrale . Spirito rigido , cuore intrepido , ingegno poderoso , nel Quarantanove con l ' Ulloa napoletano , era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia . Poi esule in Parigi , aveva visto indignato trionfare sull ' uccisa repubblica Napoleone III . E la vita gli si era fatta un lutto . Non aveva perdonato all ' Imperatore il 2 dicembre , neppure vedendolo poi scendere nel Cinquantanove con centocinquantamila francesi a liberargli la sua Lombardia ; anzi , antico soldato della patria s ' era astenuto dal venire a quella guerra imperiale . Ma la guerra stessa , com ' era seguita , gli aveva insegnato a non illudersi più . Non aveva guari speranze che quell ' impresa si potesse far bene ; consultato , l ' aveva sconsigliata , ma dichiarando che se Garibaldi ci si fosse risolto , lo avrebbe seguito . Ed ora a quarantasette anni , era lì con quella sua faccia patita , incorniciata da una strana barba ancor bionda , esile alquanto della persona , silenzioso , guardato come se portasse in sé qualcosa di sacro , forse le promesse dell ' oltretomba . Pareva il Turpino di quella gesta . Da lui dipendevano , come capitani , un Bruzzesi romano di trentasette anni ; il matematico Calvino esule trapanese di quarant ' anni , onore dell ' emigrazione siciliana ; Achille Maiocchi milanese di trentanove , e Giorgio Manin , figlio del gran Presidente della repubblica veneziana , che non ne aveva ancor trenta . Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano , un gran bel sessagenario che a guardargli in viso pareva di leggere la poesia del Meli ; il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni gran repubblicano ; ultimo v ' era un giovane tenente dell ' esercito piemontese , disertato a portar tra i Mille il suo cuore . Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis , ma veramente si chiamava Costantino Pagani . * E poi veniva il grosso del piccolo esercito . Alla testa della prima compagnia chi se non il Bixio ? Era quel Bixio che nel Quarantasette , in una via di Genova , fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto , gli aveva gridato : " Dichiarate , o Sire , la guerra all ' Austria , e saremo tutti con voi ! " Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli ; con Mameli era stato a Roma dove era parso l ' Aiace della difesa , e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi . Poi aveva navigato portando per gli oceani le sue speranze . Ma nel Cinquantanove aveva riprese le armi , non più riluttante a fare la guerra regia , e facendola bene : adesso era capitano del Lombardo , ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia . Il Dezza ingegnere e il Piva , che dovevano divenire generali dell ' esercito italiano , erano suoi luogotenenti . Marco Cossovich , veneziano , uno che nel '48 aveva concorso a levar l ' arsenale agli Austriaci , e Francesco Buttinoni da Treviglio provato già nel '48 e nel '49 , erano loro sottotenenti , tutti e quattro già chi di trenta , di trentacinque o trentasei anni ; e sergenti e soldati benché fior d ' uomini tutti , badassero bene con chi avevano da fare , ché con Bixio , non dico paurosi , ma solo inesperti o disattenti o svogliati , c ' era da essere inceneriti . Ma ogni dappoco sarebbe divenuto un valente anche solo pel contatto con sergenti come erano Ettore Filippini , Eugenio Sartori , Angelo Rebeschini , Enrico Uziel , e tra commilitoni come Giovanni Capurro , Emilio Evangelisti , Enrico Rossetti , e altri molti che Bixio aveva impressi del suo sigillo . E poi vi erano nella compagnia Pietro Spangaro , Raniero Taddei , Antonio Ottavi , già ufficiali di grido che per nobile compiacimento si erano lasciati fondere con la massa dei semplici militi , e vi facevano scuola di virtù militari . La seconda compagnia , detta dei livornesi perché di Livorno era Jacopo Sgarallino , il più popolare dei suoi ufficiali , e di Livorno erano i suoi sergenti , fu affidata al colonnello Vincenzo Orsini . Questi non veniva dalla storica famiglia Orsini di Roma e neppure da quella romagnola da cui uscì Felice Orsini , uomo allora di recente terribilità , per le bombe che aveva lanciate in Parigi contro Napoleone III , e rimpianto per la nobile vita così sacrificata e per la rassegnata morte sul patibolo . Il colonnello garibaldino era di famiglia palermitana , uomo già di quarantacinque anni , ufficiale dell ' artiglieria borbonica da giovane , poi affiliato alla Giovane Italia , passato al servizio dell ' isola sua nella rivoluzione del '48 , cresciuto con essa , con essa caduto nel '49 . Da quell ' anno era vissuto esule negli eserciti di Turchia , salendovi a colonnello dell ' arma ne ' cui studi era stato allevato . Venuto il '59 , era tornato in Italia , e adesso era lì a riportar il braccio alla sua Sicilia . Prevalevano nella compagnia per numero gli operai , anch ' essi però uomini intelligenti , che sapevano bene qual passo avevano fatto : e i più erano toscani , e portavano nomi i nobiltà popolaresca antica . Per la stessa ragione per cui la seconda compagnia fu chiamata dei livornesi , la terza poteva dirsi dei calabresi perché di Calabria erano il barone Stocco che la comandava , verde vecchio di cinquantaquattro anni , e Francesco Sprovieri , Stanislao Lamensa , Raffaele Piccoli , Antonio Santelmo suoi ufficiali . V ' erano inquadrati degli uomini insigni come Cesare Braico , Vincenzo Caronelli , Domenico Damis , Domenico e Raffaele Mauro fratelli , Nicolò Mignogna , Antonio Plutino , Luigi Miceli ; e avvocati e medici e ingegneri , e futuri deputati , senatori , ministri e generali , tutti fra i trentacinque e i cinquant ' anni , tutti di Calabria e di Puglia . Pareva la compagnia dei savi ! La quarta toccò a Giuseppe La Masa , siciliano di Trabia , antico all ' esilio , già quarantenne . Era un singolarissimo uomo . Biondo quasi ancora come un giovinetto e di carnagione che doveva essere stata rosea , finissimo nei lineamenti del volto , più che un siciliano sembrava uno scandinavo . Certo aveva nelle vene sangue normanno . Poeta improvvisatore , giureconsulto , agitatore d ' idee , s ' era fatto mandar via presto dall ' isola natia , e a Firenze nel '47 aveva stretto amicizia col fiore dei patriotti . Doveva aver sentito di sé grandi cose e grandissime averne agognate ; e fino a un certo segno le aveva conseguite . Si diceva che nel gennaio del '48 avesse decretato lui la rivoluzione di Palermo , per il 12 di quel mese preciso , genetliaco del Re , firmando audacemente un proclama di sfida col proprio nome per un Comitato che non esisteva . Ma non era vero . Però la rivoluzione era scoppiata , ed egli nella guerra che n ' era venuta tra Napoli e la sua Sicilia era stato Capo dello Stato maggiore dell ' esercito . In un intermezzo di quella aveva condotto i Cento Crociati isolani alla guerra di Lombardia ; poi , finita male ogni cosa nell ' isola come altrove , si era rifugiato in Piemonte , aveva scritto libri di guerra , infaticabile . Pochi giorni avanti la spedizione dei Mille , quando Garibaldi esitava a fare la impresa , egli si era offerto di condurla , e l ' avrebbe condotta con grande animo , se non forse con grande fortuna . Però non lo avevano voluto lasciar fare neppure i siciliani . Pareva ambizioso . Un po ' di quell ' avversione che poi lo tribolò , già gli si manifestava contro , e forse per questa non ebbe sotto di sé in quella sua compagnia ufficiali di nome . Ma aveva nel quadro de ' suoi sott ' ufficiali dei giovani eminenti . Vi aveva Adolfo Azzi da Trecenta , di ventitré anni , che con Simone Schiaffino si era diviso l ' onore di far da timoniere a Bixio ; vi aveva l ' avvocato Antonio Semenza , monzasco , che nell ' animo aveva tutta l ' opera di Mazzini , e Francesco Bonafini , di Mantova , che riassumeva in sé tutta la vigorosa gentilezza della sua regione . E nella compagnia s ' erano concentrati quasi tutti i bresciani , forse perché del bresciano egli aveva preso qualche cosa . Nel '57 aveva sposata la duchessa Felicita Bevilacqua sua fidanzata fin da prima del '48 , donna che lo aveva fatto signore del proprio destino , delle proprie ricchezze sterminate , quasi fatto re d ' un piccolo regno . Ora egli abbandonava quegli splendori , per tornare all ' amore della sua terra . Ed era un prezioso elemento , e doveva presto mostrarlo in Sicilia , dove raccolse le squadre paesane dei Picciotti , e le tenne ordinate per Garibaldi . Alla testa della quinta compagnia sonava il nome nizzardo degli Anfossi , glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano . Ma ahimè ! Il vivo non era del valore del morto . Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l ' anima della compagnia come un ' arma corta nel pugno . V ' era tra essi Faustino Tanara del parmigiano , una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore che egli ebbe . In quella compagnia , nulla di regionale . C ' erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane , vi si sentivano tutte le nostre parlate , vi si vedevano delle teste di tutte le tinte , e di grigie e di bianche parecchie . Mesto a pensarsi , vi si trovavano parecchi trentini tra i quali Giuseppe Fontana , Attilio Zanoli , Camillo Zancani , che morirono poi vecchi , senza la gioia di aver visto libera la loro bella terra di Trento . Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani . Era un biondo di trentatré anni , alto , snello , elegante . Si sarebbe detto che se avesse voluto volare , subito gli si sarebbero aperte al dorso due ali di cherubino . Parlava un bell ' italiano con leggero accento meridionale , gestiva sobrio e grazioso come un parigino ; nel portamento pareva un soldato di mestiere , negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell ' arte , in qualche gran palazzo da Mecenate . Si chiamava Giacinto Carini , nome di borghesi e nome anche di principi siciliani che a lui , già nobilissimo della persona , dava un ' aria alta e singolarmente aristocratica . In lui v ' era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una brigata italiana all ' attacco di Borgoforte . E da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto , come venne , al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia , ch ' ei ben conosceva , l ' Italia avrebbe avuto il Papa italiano iniziatore di quella vita che poi non ebbe . Luogotenente del Carino era Alessandro Ciaccio , palermitano , uomo di quarant ' anni , esule da dieci . In mezzo alla compagnia pareva il sacerdote di una religione non ancora predicata ma già viva nei cuori . Non era tempra da uomo di guerra , ma da dar la vita per qualche grande amore , sì : sarebbe stato capace di ber la cicuta e morire conversando di cose alte e pure in mezzo a quei suoi militi che , lui presente , si sentivano sempre come avvolti da un ' aura casta e purificatrice . Altri ufficiali del Carini erano Giuseppe Campo e Giuseppe Bracco - Amari , palermitani anch ' essi ; quello rivoluzionario per tradizione di famiglia , questo un altezzoso uomo che pareva aristocratico e schivo , ma era soltanto un distratto . Andava distratto fino nei combattimenti . Altro singolare uomo era il sottotenente Achille Cepollini , napolitano , di quarant ' anni , vecchio difensore di Venezia , letterato anzi professore di lettere , che fu visto a Calatafimi l ' ultima volta , e sparito non lasciò di sé traccia sicura , né di lui se ne riseppe mai più . Sfilava la settima compagnia , la più numerosa e la più signorile , quasi tutta di studenti dell ' Università pavese , lombardi di ogni provincia , milanesi eleganti , veneti che la grazia natìa temperavano alla baldanza dei compagni nati tra l ' Adda e il Ticino . La comandava Benedetto Cairoli , che allora aveva già trentacinque anni . E pareva così contento , in quella sua bella faccia di giusto , aveva un ' aria così paterna , che uno avrebbe detto : " Certo a costui è stato affidato ogni soldato dalla madre in persona , perché , se non è necessario sacrificarlo , glielo riconduca puro e migliore . " Ah , il contatto con quell ' anima ! Molti vanno ancora pel mondo che vissero giovinetti sotto quell ' occhio , in quei giorni di altissima scuola ; e ne portarono la luce tra la gente , che , pur divenuta scettica , pensa che un mondo migliore debba essere stato , e spera che torni . Era luogotenente del Cairoli il Vigo Pellizzari , da Vimercate , bello e giocondo giovane , di ventiquattro anni , nato coi più bei doni di natura , ma sprezzatore superbo fin di sé stesso . Amava la vita , avrebbe potuto averla felice , non volle . Scherzava con la morte , pareva che l ' andasse cercando per schiaffeggiarla , e che la morte lo scansasse , tanto era ardimentoso . Sette anni di poi , le si diede irato a Mentana gridando insulti ai francesi . Sottotenenti della compagnia erano Biagio Perduca di venticinque anni e Nazzaro Salterio di trentasei . Pavese quello , aveva personale giusto , viso fiero ma a certi momenti dolcissimo . Non morì in guerra e fu sorte crudele , perché doveva finire di là a quindici anni con la luce della mente già spenta . Invece il Salterio visse cinque anni più di lui , e quando fu l ' ora sua cadde di colpo , sano e intero , nella sua divisa di colonnello , come uno fulminato sul campo . Furiere della compagnia era il marchese Aurelio Bellisomi da Milano , allora sui ventiquattro , bellissimo giovane e colto assai , mazziniano per fare l ' unità nell ' ora che passava , ma forse già vagheggiatore dell ' idea del Cattaneo , come di cosa da venir sicura col tempo , conseguenza della stessa unità allora necessaria per conseguire l ' indipendenza . Ma non parlava guari delle sue idee federaliste per non seminare discordie . In quanto ai sergenti , quando s ' è detto che si chiamavano Enrico Cairoli , Luigi Mazzucchelli , Pompeo Rizzi , Camillo Ruta , par d ' aver detto tutto anche a chi non portò mai camicia rossa . Erano giovani tra i venti e i ventisett ' anni , e son già morti da un pezzo ; ma di essi soltanto Enrico finì come erano degni di trovarsi a finire tutti , in quel bel giorno di Villa Glori , sotto le mura di Roma , uno contro venti . Il caporal furiere era Luigi Fabio , il buon Fabio morto poi quasi sessantenne , ma di cuor sempre giovane . E i quattro caporali erano lo studente Ferdinando Cadei , che cadde a Calatafimi , Giuseppe Campagnuoli , Alessandro Casali , Luigi Novaria ; quello di Caleppio , questi tre di Pavia . Tra quei compagni di ventitré anni il Novaria ne aveva trentatré , pareva un vecchio , ma stonava poco perché versava larga la sua vena di ilarità , sebbene talvolta fosse canzonatore mordace , e talvolta pigliasse il tono fin di Tersite . Così la compagnia era fortemente inquadrata . Contava centotrenta militi , ventitré dei quali erano proprio pavesi . E tra quei centotrenta , ventiquattro erano studenti di legge , dodici di medicina , quattordici di matematica , due di farmacia . Di commercianti ve n ' erano una dozzina , di possidenti e di impiegati una trentina . Gli altri erano artigiani e operai , ma tutta gente anche questa che sapeva bene dove andava . Allegri e vibranti di vita , parevano avviati a conquistarsi un regno ognuno per sé . Ma dei più cari a ricordarsi fu un giovanetto , forse non ancora ventenne , che durante la traversata cantava sempre , accompagnato da due altri pavesi Giuseppe Tozzi e Luigi Rossi . In quelle notti del Tirreno empiva il mare e il cielo con le arie eroiche del Nabucco e dei Masnadieri , con una voce che faceva tacere tutti e pigliava i cuori . Si sentiva che l ' anima sua si inebriava di un ' acre voluttà di morire ; e forse fu poi felice quell ' ora a Palermo , su d ' una barricata , combattendo e cantando : " Si vola d ' un salto nel mondo di là , " cadde morto . Lo chiamavano Pùdarla , ma il suo vero nome era Angelo Gilardelli . E l ' ultima era l ' ottava . L ' aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo Francesco Nullo , che la dava bell ' e fatta ad Angelo Bassini pavese , certo di darla a chi l ' avrebbe condotta da bravo . Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria , quel cuore avrebbe mandato luce come il sole ; e se lo avesse lanciato nell ' inferno , avrebbe fatto divenir buono Satana stesso . Così dicevano coloro che avevano già lette sin da allora queste immagini nelle poesie di Petofi . A Roma il 3 giugno del '49 , nell ' ora dello sterminio , s ' era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini , percotendo , insultando , gridando a chi volesse ammazzarlo , e nessuno lo aveva ucciso . Aveva una testa che sembrava una mazza d ' armi , ma l ' espressione della sua faccia ricordava quella di certi santi anacoreti . Sapeva poco , discorreva poco ; ostinato nell ' idea che gli si piantava nel capo , a chi lo vinceva di prove gridava : " Appiccati ! " ma lo abbracciava e gli dava subito ragione , intenerito e devoto . Per tutte queste sue doti , e perché aveva già quarantacinque anni , gli si erano lasciati volentieri metter sotto Vittore Tasca , Luigi Dall ' Ovo , Daniele Piccinini , coi loro bergamaschi , quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia , quadrata e intrepida sempre , sia che scelga la patria per suo culto , sia che ad altri ideali volga il pensiero : quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti sulle barricate , e per la serena fidanza nei vini dell ' isola , bevuti ai banchetti liberamente , senza perdere dignità né d ' atti né di parole . Vittore Tasca aveva trentanove anni , ed era una strana testa , che con un po ' di studi forse sarebbe riuscita d ' un artista . Con quelli ch ' egli aveva fatti era rimasto qualcosa di mezzo tra un commerciante geniale e un agricoltore . Conosceva le vie del Levante dove era andato per seme di filugello , e si trovava appunto sulle mosse di tornarvi , quando sentì della spedizione garibaldina . Allora piantò ogni cosa e seguì Garibaldi , cui si diè tutto e cui nella tarda età dedicò quasi bosco sacro una sua villetta in Brembate , dove fino al 1892 raccolse ogni anno anche da lontano i suoi amici , a commemorare in una cerimonia all ' antica il gran Duce . Il Dall ' Ovo che aveva anch ' egli trentanove anni , era una figura su per giù sul fare del Tasca , forse un po ' meno aspro ma anch ' egli burbero e buono . Non sapeva che da quell ' umile posto di sottotenente della compagnia , le sorti della guerra e dell ' esercito nazionale lo avrebbero elevato su tanto , da fare di lui un colonnello . E da colonnello doveva invecchiar nell ' esercito per uscirne alfine e sparire come tanti , che si rincantucciarono a rivivere del loro passato , dei quali non si seppe più se fossero vivi o morti . Ma Daniele Piccinini che più di lui e più del Tasca personificava in sé il bergamasco cittadino insieme e valligiano e di monte , come rimase vivo e presente a tutto il mondo garibaldino ! Nato a Pradalunga in Val Seriana , da una famiglia radicata tra le rocce e ricca e forte ivi come una volta quelle dei feudatari , ma però tutta di virtù patriarcali ; candido a trent ' anni come un adolescente , valoroso come un personaggio dei ' Reali di Francia ' , allora ancora molto letti nelle campagne ; in quel maggio era disceso dal suo paesello a vedere se non si tornasse a far qualche cosa per l ' Italia , e aveva dato il suo nome di tono guerriero antico alla compagnia bergamasca . Fu lui quello che a Calatafimi , in un momento che Garibaldi si trovò tanto vicino ai nemici da farsi colpire fino da un colpo di pietra , gli si lanciò quasi irato davanti , e coprendolo col suo pastrano da pioggia onde la camicia rossa non lo facesse più far da bersaglio , osava gridargli che non a lui stava bene andare a farsi uccidere come un soldato qualunque . " Chi è quel giovane ? " domandò allora Garibaldi , guardando quella bella figura . " Piccinini di Bergamo , " gli fu risposto . Il Generale non se ne scordò più , né il Piccinini lasciò più di seguirlo . Due anni dipoi , in Aspromonte , ruppe la spada di capitano per non consegnarla intera al capitano dei bersaglieri che lo faceva prigioniero : prigioniero con gli altri compagni garibaldini stipati nel forte di Bard in Val d ' Aosta , si rannicchiò in una cannoniera dove stette quasi notte giorno a languire di nostalgia e di dolore civile . Poi nel 1866 volle far la guerra del Trentino da semplice milite , perché aveva giurato di non portare spada mai più . Tornato poi a ' suoi monti , non ne uscì per venti anni . Alla fine si lasciò vincere dal desiderio d ' andare a visitare la Sicilia e la Calabria che egli aveva percorse e voleva di nuovo percorrere a piedi , per vedervi quanto fosse migliorato il popolo e quanto la terra . Non poté giungere fin laggiù . Un giorno dell ' agosto 1889 a Tagliacozzo gli accadde di esser ferito per disavventura da un giovane amico . E morì là , quasi lieto di morire tra quei monti , dove suona ancora con tanta mestizia il nome della battaglia perduta da Corradino . Ora la sua salma è chiusa nel piccolo camposanto della sua Pradalunga , a cui salgono i clamori del Serio sonante che passa . Càpita là talvolta ancora adesso qualche vecchio forestiero che fa chiamar il custode per farsi mostrar la terra dove sta Daniele . Entra in quel recinto , cui con forse quattro lenzuola cucite insieme si potrebbe fare un velario , svolta a sinistra , nell ' angolo c ' è una cappelletta nuda . " Sta qui , " dice il custode . Qui ? Pensa il forestiero . E vorrebbe gridare : Su , Piccinini ! D ' uomini come te v ' è ancor penuria nel mondo . Risorgi e insegna ! Un po ' della tempra del Piccinini erano quei bergamaschi tutti , anche i più popolani ; anime esaltate dal patriottismo e un po ' mistiche . Nel 1863 , quando la Polonia fece la sua terza rivoluzione , uno stormo di quei militi tornati dall ' ottava compagnia dei Mille , volò laggiù con Francesco Nullo . E il 5 maggio , terzo anniversario della partenza da Quarto , entrarono nella Polonia russa a Olkusz , dove s ' imbatterono subito nei Cacciatori finlandesi del generale Szakowskoy , coi quali impegnarono un combattimento . Il Nullo cadde ai primi colpi , e morì magnifico fin nella caduta ; essi combatterono fin che furono tutti morti o feriti o ridotti a non poter più . Elia Marchetti si trascinò ferito a morte fin nel territorio austriaco ; dove un austriaco capitano , ammirandolo se lo raccolse in casa e ve lo tenne con religione a morire . Quelli che sopravvissero furono mandati in Siberia . Nelle miniere di Jskutz logorarono la vita sette anni , invidiando i morti , e parecchi vi morirono . Quelli che erano scampati alla strage e alla cattura , camminando come belve , valicando montagne , passando fiumi , vennero dietro il sole a cercar la patria . E per le terre dell ' Austria vi giunsero . Ma non si erano ancora riposati di tanta via , che scoppiò la guerra del 1866 . Allora tutti tornarono in campo , e Giuseppe Dilani detto Farfarello , umile operaio , andava a farsi uccidere dagli Austriaci , nelle terre trentine nostre a Monte Suello , vecchio nei patimenti a ventisette anni . E Luigi Perla , con quel suo visetto arguto ? Oh ! Egli andò nel 1870 a morire a Digione per la repubblica , alla testa di un battaglione che gli fu affidato . La Francia riconoscente lo fregiò , morto , della Legion d ' onore ; ma già egli era compensato nell ' aver potuto morire per quel nome di repubblica , che alla sua mente semplice pareva realtà di tutte le belle cose sognate . Quei bergamaschi fecero scuola . Così , come alcuni in Polonia e come il Perla in Francia , ultimo alunno di quell ' antica compagnia , figlio d ' uno di quei bergamaschi , Ettore Panzeri ufficiale degli Alpini nell ' esercito della nuova Italia , andava a morir giovinetto per la Grecia a Domokos nel 1897 , bella favilla dell ' antico fuoco garibaldino , che ridiede dopo tanti anni quella tardiva vampata . I Carabinieri genovesi Ora ecco i Carabinieri genovesi , quasi tutti di Genova , o in Genova vissuti a lungo , mazziniani ardenti , armati di carabine loro proprie , esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più , gente che s ' era già fatta ammirare nel 1859 , ben provveduta , colta , elegante . Li comandava Antonio Mosto , tutto di Mazzini , uomo non molto sopra i trent ' anni , ma che ne mostrava di più : barba piena , lunga , sguardo acuto , ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sé . Quanto al coraggio , era per lui cosa tanto naturale , che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse . In tutta la campagna i borbonici non ebbero per lui una palla , ma il cuore glielo straziarono uccidendogli il fratello Carlo , che piantato lo studio all ' Università di Pisa , aveva ripreso la carabina . E la fortuna gli serbava di tornare illeso anche dalla guerra del 1866 . Ma l ' anno appresso , a Mentana , una palla francese lo colpì di tale ferita , che lo rese invalido fin che nel 1880 morì . Suo luogotenente era Bartolomeo Savi , un fierissimo repubblicano , tutto nudrito di studi classici , e già ben sopra la quarantina ; uomo austero e cruccioso , che guardava sempre con un certo piglio di rimprovero Garibaldi , perché s ' era lasciato tirare dalla parte del Re . Ma lo seguiva perché gli pareva di non aver diritto di negar il suo braccio alla patria , soltanto pel motivo che la patria si andava rifacendo nel nome di un re . E lo seguì poi fino al giorno che , dopo Aspromonte , tutto gli parve falsato , e , poco appresso , tediato della vita si uccise . Inquadravano la compagnia Canzio , Burlando , Uziel , Sartorio , Belleno , dei quali i tre ultimi non tornarono più ; e tra tutti , quei trentasette carabinieri dovevano pagare un gran tributo fin dal primo scontro di Calatafimi , dove cinque morirono , dieci furono feriti . Ma la vittoria fu dovuta in gran parte alle loro infallibili carabine . Le Guide Mancavano i cavalli , né c ' era tempo di far una corsa nella vicina Maremma a pigliarne un branco al laccio , ma le Guide furono ordinate lo stesso . Erano ventitré . Le comandava il Missori , l ' elegantissimo milanese , passato dal culto delle eleganze a quello delle armi , e come da prode lo seppero tutti . Basti che in quella guerra l ' Italia dovette a lui e a pochi altri se a Milazzo Garibaldi non fu sopraffatto e ucciso da un branco di cavalieri napoletani , che essi a rivoltella sgominarono , mentre il Generale che si trovava a piedi poté , uccidendolo , liberarsi dal capitano di quelli ruinatogli addosso furioso , menando fendenti . Sergente delle Guide era Francesco Nullo , il più bell ' uomo della spedizione . Aveva trentaquattro anni , era mercante come Francesco Ferrucci . Allora gli entrò la passione di cavalier di ventura dell ' umanità , e non ebbe più requie finché non gliela diede tre anni di poi , nel cimitero di Miekov , il generale russo che ve lo seppellì con onori militari da generale pari suo . Sapeva quel russo di dover andare punito nel Caucaso , ma nonostante , a quella nobile figura di morto volle mostrare il suo nobile cuore di uomo . Compagni più che sottoposti al Missori e al Nullo , erano certi degni uomini come Giovan Maria Damiani da Piacenza , che a sedici anni aveva combattuto a Novara , dove gli era morto un fratello ; e Giuseppe Nuvolari da Roncoferraro nel Mantovano ricchissimo di possessioni e già sui quaranta ; due puritani , niente allegri , provati nell ' esilio , pensierosi sempre , quasi scontrosi . Semplice guida era Emilio Zasio da Pralboino , di ventinove anni , che uscito di modesta casa pareva figlio di principi , tanto ambiva le cose signorili ; fantastico , impetuoso , temerario e nell ' amare e nel volere sempre grandioso . Luigi Martignoli , da Lodi come Fanfulla , che a trentatré anni doveva morire a Calatafimi , somigliava un po ' al Zasio nel portamento non nella bellezza ; ma bello ancor più di Zasio era il conte Filippo Manci da Poro nel Trentino , giovinetto di ventun anni . Tutti e due furono infelici . Sopravvissuti a quelle guerre e alle altre venute dopo , dovevano finire quasi insieme nel 1869 , col raggio della mente già spento per dolori così crudeli , specie quelli del Manci , che chi li conobbe ingiuriò la morte perché non se li aveva presi quando le andavano incontro sani d ' anima e lieti . E poi tra quelle Guide erano scritti l ' avvocato Filippo Tranquillini e Egisto Bezzi trentini anch ' essi come il Manci ; Domenico Cariolato da Vicenza , che di ventiquattro anni era già un veterano della difesa di Roma ; il medico Camillo Chizzolini da Marcaria e l ' ingegnere Luigi Daccò da Marcignano giovanissimi tutti , che parevano figli del sessagenario Alessandro Fasola novarese , già carbonaro nel 1821 col Santarosa , profugo , poi soldato di tutte le guerre sino a quella del 1859 , e che ora correva a quell ' impresa romanzesca con la baldanza d ' un giovanetto che fa la sua prima volata fuori casa . L ' Intendenza Poiché la spedizione doveva avere una Intendenza , questa fu formata sul serio , benché in verità , la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire . E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi , avanzo dei martirii di Mantova , il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l ' onor del nome , macchiato da uno del casato che aveva venduto l ' ingegno e le lettere all ' Austria , prima ch ' egli nascesse . Aveva compagni Ippolito Nievo , Paolo Bovi , Francesco De Maestri e Carlo Rodi , tre veterani questi ultimi , mutilati ciascuno d ' un braccio , che parevano intervenuti per dire ai giovani : " Vedete che cosa ci si guadagna ? Eppure non fa male ! " In quanto al Nievo andava tra quella gente , per dir così , come Orfeo tra gli Argonauti . Chi lo guardava indovinava che era già grande , o che era destinato a divenirlo . Egli era noto per due suoi romanzi sentimentali : ' Angelo di bontà ' e ' Il conte pecoraio ' ; e anche si sapeva da qualche amico suo che ei stava lavorando alle sue maravigliose ' Confessioni d ' un Ottuagenario ' , e che le lasciava imperfette per accorrere alla grande impresa . Diceva egli stesso che gli sarebbe tanto rincresciuto morire senza averle finite ! Nel 1859 aveva cantati gli ' Amori garibaldini ' , liriche scintillanti come spade , scritte sull ' arcione cavalcando alla guerra di Lombardia , e stampate sul punto di partire per la Sicilia . E , ' Partendo per la Sicilia ' , fu appunto il titolo che egli dava all ' ultima , non uscita dal suo petto ma rappresentata nella pagina da una fila di interrogativi . Forse egli presentiva che non sarebbe più ritornato ? Difatti spariva dal mondo nel marzo del 1861 , in una notte di tempesta nel Tirreno , con un vapore che fu ingoiato , passeggeri e tutto , dalle acque . Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l ' Epopea garibaldina ; e un cadavere che fu creduto lui , venne poi trovato sulla riva d ' Ischia , l ' isola dei poeti . Il corpo sanitario Più necessario allora che non l ' Intendenza , fu ordinato anche il Corpo sanitario , sotto il vecchio dottor Pietro Ripari da Solarolo Rainiero , che de ' suoi cinquantott ' anni ne aveva passati molti nelle carceri dell ' Austria e del Papa . Ma per tormenti che vi avesse durati , non si era mai stancato di adorare la propria idea , e tant ' era che per essa , con l ' età che aveva , lì si metteva al caso d ' andare a sperimentare anche le galere del Borbone e a finir la vita tra i ferri . Aveva con sé Cesare Boldrini , mantovano , uomo di quarantaquattro anni , e Francesco Ziliani del bresciano , di ventotto , valenti medici e bravi soldati . Il Boldrini , nel seguito della guerra , volle poi essere soltanto ufficiale combattente . E il 1° ottobre cadde a Maddaloni , comandante di un battaglione rimasto celebre col suo nome ; consolazione grande questa al prode nei dolori che durarono due mesi a consumarlo e a farlo morire . Il Ziliani bellissimo , robustissimo e giocondo , per qualche cosa che aveva nel far suo metteva la soggezione , e temperava solo con la sua presenza anche i più spensierati e chiassosi . Dove egli capitava , fossero pur allegri i discorsi , tutti diventavano serii , le lingue si facevano caste , di cose frivole nessuno sapeva più dirne . Crebbe su agli alti gradi , ma non se ne volle giovare : tornò modestamente alle case patriarcali da dove non uscì che per le altre guerre ; vi si chiuse alla fine a farsi crescere intorno una famiglia secondo il suo cuore , e in mezzo ad essa invecchiò , ricordando ed amando i campi e le plebi . Altri medici in quel piccolo corpo erano Oddo - Tedeschi d ' Alimena e Gaetano Zen di Adria ; e del resto se ne trovavano sparsi in tutte le compagnie , combattenti dei migliori e da combattenti infermieri . A Calatafimi ne furono visti tra un assalto e l ' altro deporre il fucile , tirar fuori ferri e bende , curare qualche ferito ; ripigliar su l ' arma , e andar a farsi ferire . * La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d ' uomini di studio e d ' intelletto . Ne contava più d ' un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati ; e così come questi un centinaio di medici , un mezzo centinaio di ingegneri , una ventina di farmacisti , trenta capitani marittimi , dieci pittori o scultori , parecchi scrittori o professori di lettere e di scienze , tre sacerdoti , alcuni seminaristi . V ' era anche una donna , Rosalia Montmasson savoiarda , moglie di Crispi , che volle seguir il marito in quel pericolo ; poi centinaia di commercianti e centinaia di artefici , operai il resto , contadini quasi nessuno . Non sarà inutile aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi , centosessanta genovesi , il resto veneti , trentini , istriani e delle altre provincie dell ' Italia superiore e centrale , con forse un centinaio di siciliani e napolitani tornanti dall ' esilio . Non ve n ' erano affatto delle provincie di Aquila , Benevento , Caltanissetta , Campobasso , Chieti , Caserta , Forlì , Pesaro , Ravenna e Siracusa . Stranieri accorsi per amor d ' Italia ve n ' erano diciotto , uno dei quali africano , l ' altro d ' America , e questi era Menotti , il figlio del Generale . Di quel centinaio di meridionali trentacinque appartenevano alla parte peninsulare del Regno ; gente degna davvero tutti . Ma sette di essi erano venerandi per chi sapeva la storia dei loro dolori . Avevano portato per dieci anni la catena negli ergastoli di Procida , di Montefusco o di Montesarchio ; condannati a trenta , a venticinque , a vent ' anni di ferri per amore di libertà . Ma il 9 gennaio del 1859 , proprio la vigilia del giorno in cui Vittorio Emanuele diceva , lassù , lontano , nel Parlamento piemontese , la sua storica frase delle ' grida di dolore ' ; avevano ricevuto laggiù col gran Poerio , col Settembrini , con Silvio Spaventa , la beffarda grazia di andar banditi , deportati in America . Re Ferdinando , sentendosi divenuto odioso a tutta Europa , che lo chiamava da un pezzo negazione di Dio , aveva voluto dare quel segno della sua clemenza , a sessantasei delle sue vittime . Di queste si sa il viaggio a Cadice , la liberazione avvenuta a bordo nell ' Atlantico per opera del figlio di Settembrini , la discesa a Cork in Irlanda e il rifugio in Piemonte . Ora di quei sessantasei , sette erano lì che se n ' andavano tra i Mille , come sette vendette . Bisognava esser nati con cuori veramente eroici per mettersi dopo tanto patire a quel passo , o aver lo spasimo di riveder lui il Re crudele ; e poiché egli era già morto , incontrarsi almeno con qualche suo rappresentante per afferrarlo al petto e farlo domandar pietà . Questo diciamo noi , forse perché in generale siamo ancora tanto deboli , che ci compiacciamo di pensar da violenti ; ma que ' sette erano forti e miti . Allora non erano più nel fior degli anni . Achille Argentino ingegnere di Sant ' Angelo dei Lombardi ne aveva trentanove ; Cesare Braico , medico di Brindisi , trentasette ; Domenico Damis , gentiluomo di Lungro , trentasei ; Stanislao Lamnesa , legale di Saracena , quarantotto ; Raffaele Mauro , gentiluomo di Cosenza , quarantasei ; Rocco Morgante , farmacista da Fiumara , cinquantacinque ; Raffaele Piccoli di Castagna diacono , quarantotto . E Mauro aveva a casa cinque figliuoli , Lamensa quattro . Non li avevano più veduti dal 1849 , anno della loro condanna ; ora andavano a ritrovarli per quella via . Parlavano poco , ma se dicevano gli orrori delle galere nelle quali erano stati , a quelli che ascoltavano avveniva di augurarsi che essi vi fossero ancora chiusi , d ' aver dieci vite , d ' andar a darle tutte per liberare da tante miserie dei cristiani come loro . Al paragone quelle dello Spielberg dovevano esser state sopportabili , umane . Ma ce n ' erano ancora tanti altri negli ergastoli del Regno ! Tutto il Regno era un carcere , dunque era bello andare a sfondarlo . L ' Artiglieria e il Genio Perché fu allora cosa inaspettata , si narra qui un po ' fuor di posto che in Talamone fu pur formata l ' Artiglieria . Fin dalla prima ora della sua discesa a terra , Garibaldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina , lunga come la fame , montata su di un cattivo affusto , a ruote di legno non cerchiate , e pel logoro di chi sa quanti anni divenute poligonali . Portava in rilievo sulla culatta l ' anno del suo getto , 1600 , e il nome del fonditore Cosimo Cenni , certo un toscano . Una delle maniglie in forma di delfino le era stata rotta , ma due segni di cannonate ricevute le facevano onore . Forse non aveva mai più tuonato dal 9 maggio 1646 , quando novemila francesi condotti da Tommaso di Savoia erano giunti in quel golfo su d ' una flotta di galee e tartane . Adesso là nel castello non faceva più nulla , e Garibaldi se la prese . Il giorno appresso , vennero da Orbetello tre altri cannoni , uno dei quali non guari migliore della colubrina , ma due erano di bronzo bellissimi , alla francese , fusi nel 1802 . Sulla fascia della culatta d ' uno si leggeva " L ' Ardito " su quella dell ' altro " Il Giocoso " . I nomi piacquero ; convenivano agli umori di quella gente . Quei cannoni non avevano affusto , ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saputo incavarseli , e per questo c ' erano tra i Mille i palermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo , macchinisti valenti , i quali difatti fecero poi tutto alla meglio sei giorni appresso . Ma chi aveva dato quei cannoni ? Garibaldi aveva mandato il colonnello Turr , al comandante della fortezza di Orbetello con questo scritto : " Credete a tutto quanto vi dirà il mio aiutante di campo , colonnello Turr , e aiutateci con tutti i mezzi vostri , per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza della patria . " Il comandante , che era un tenente - colonnello Giorgini , quando lesse quel foglio si dovette sentire un grande schianto al cuore . L ' aiutante di campo di Garibaldi gli chiedeva delle munizioni ! Impossibile . Ella è militare , - disse al Turr - e sa che cosa significhi consegnare le armi e le munizioni di una fortezza , senza ordine dei capi . Ma se gli ordini li riceveste dal Re ? - rispose il Turr - basterà che gli inviate questa mia lettera . E lì per lì , sotto gli occhi del Comandante , scrisse al conte Trecchi , notissimo aiutante di campo di Vittorio Emanuele : " Caro Trecchi , Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra spedizione sono rimaste a Genova ; ora preghiamo Sua Maestà di voler dar ordine al Comandante della fortezza di Orbetello di provvederci con quanto più può del suo arsenale . Colonnello Turr . " Porgendo la lettera al Comandante , il Turr gli disse che siccome la risposta non verrebbe se non forse in una settimana , su di lui Comandante peserebbero tutte le incalcolabili conseguenze di quel ritardo ; lo informò della spedizione ; lo accertò dell ' intesa tra il Re e Garibaldi ; insomma seppe far tanto che quell ' ufficiale , solo facendosi promettere che l ' impresa non sarebbe volta contro gli Stati del Papa , diede tutte le cartucce che aveva pronte , e casse di polvere e quei tre cannoni e quant ' altre cose poté . E tutto fu caricato e condotto a Talamone , dov ' egli stesso volle recarsi per veder Garibaldi e la spedizione . Vollero accompagnarlo due suoi ufficiali , e insieme il maggior Pinelli che comandava un battaglione di bersaglieri , diviso tra Orbetello e Santo Stefano . Temeva questi che quei soldati gli scappassero mezzi per imbarcarsi con Garibaldi , e voleva pregarlo di non riceverli a bordo . Il Generale accolse tutti con grato animo , ma non senza pensare che al Giorgini dovevano seguire de ' guai . E gliene seguirono , perché il povero Comandante fu poi tenuto a lungo nella fortezza di Alessandria sottoposto a Consiglio di guerra ; ma alcuni mesi dopo , nel tripudio della patria , fu mandato sciolto di pena . Ora dunque la spedizione possedeva anche delle artiglierie , e bisognava formare il corpo dei Cannonieri . A ordinarli e comandarli venne messo il colonnello Vincenzo Orsini , che per questo dovette lasciare la 2° Compagnia cui si era appena presentato . Egli chiamò a sé quanti avessero già militato nell ' artiglieria , e ne trovò una ventina . Ai quali ne aggiunse dieci altri , inesperti nell ' arma , ma studenti quasi tutti di matematica nell ' Università di Pavia . E fu di questo numero Oreste Baratieri , giovinetto sui diciannove , pigliato appunto allora dalla fortuna che non lo abbandonò più per trentasei anni , e doveva elevarlo tanto da farlo brillar come un astro e spegnerlo poi in un giorno , come nulla , nel buio . Egli aveva allora compagni in quell ' artiglieria strana , giovani come lui , Luigi Premi da Casalnovo , Arturo Termanini da Casorate , saliti poi anche essi nell ' esercito nazionale e assai alti , ma senza clamori . Vi aveva Domenico Sampieri di Adria , uomo di trentadue anni , avanzo della difesa di Venezia e degli esigli di Smirne e d ' Epiro , e divenuto anch ' egli Generale dell ' esercito nazionale . Rimasto oscuro e modesto , vi si trovava insieme ad essi Giuseppe Nodari , da Castiglione delle Stiviere , anima d ' artista , che dappertutto laggiù avea sempre la matita in mano a schizzare dal vero bivacchi , fatti d ' arme e figure caratteristiche , delle quali s ' ornò poi la casa dove morì medico , trentott ' anni di poi . E giovane mistico , nato per ogni sacrificio , vi stava bene col Nodari l ' ingegnere Antonio Pievani da Tirano , che già deliberato a farsi frate , solo quando fu finita l ' opera di rifar la patria , entrò nei Francescani , per andar missionario nel mondo barbaro . E invece , tradito dalla salute , morì nel 1880 , in una cella del convento di Lovere , sul lago d ' Iseo , sulle cui rive deliziose eran nati quattro compagni suoi nei Mille , Zebo Arcangeli , Gian Maria Archetti , Carlo Bonardi e Giuseppe Volpi , questi ultimi due a lui carissimi e morti in guerra . Poiché ormai quel piccolo esercito aveva tutte le sue membra fuorché il Genio , fu ordinato anche questo : una dozzina e mezza di operai , di macchinisti , d ' ingegneri , con Filippo Minutilli da Grumo d ' Appula per Comandante , uomo di quarantasette anni , severo , di poche parole , cui si leggeva in viso , e certo lo aveva dentro , qualche profondo dolore . Pativa l ' esilio dal 1849; era stato in Oriente , in Malta , in Piemonte ; lasciava in Genova coi figliuoli la moglie , eroica donna messinese , che si era sentita il cuore di cucire per lui la camicia rossa , e di scendere alle porte di Genova , a dirgli addio , mentre egli passava per andar a Quarto ad imbarcarsi . Luogotenente del Minutilli fu l ' ingegnere Achille Argentino , uno dei liberati l ' anno avanti dalle galere di Re Ferdinando , dei quali si è detto . Formati così anche i piccoli corpi dell ' Artiglieria e del Genio , gli uomini che vi appartenevano andarono a piantar sul Piemonte un piccolo laboratorio . E subito , e i giorni dipoi , pur non avendo strumenti , fabbricarono scatole di mitraglia con ogni sorta di rottami e di lamiere di ferro rinvenute nelle stive dei due vapori . Con le lenzuola di bordo fecero sacchetti per le cariche da cannone , e fabbricarono cartucce da fucile , metà delle quali passarono sul Lombardo . La diversione Tutto cominciava ad andare per bene : solo sembrava strano che la spedizione continuasse a stare a perdere un tempo prezioso . Ma nel pomeriggio dell'8 corse vagamente la voce che Garibaldi avesse deliberato di gettarsi nel Pontificio , per marciare senz ' altro su Roma . Una sessantina di uomini , presi qua e là nelle campagne e raccolti in drappello , erano partiti sin dalla sera avanti , per la strada che , girando il golfo , mena da Talamone in Maremma . Marciava alla loro testa un Zambanchi . Era un forlivese già sulla cinquantina , quadrato , barbuto , di poca testa , assai rozzo e millantatore . E aveva fama d ' esser uomo di sangue , perché nel '49 , a Roma , era stato crudo contro tre preti , i quali , volendo entrare nelle città travestiti da contadini , avevano dato del capo nei suoi avamposti . Egli li aveva tenuti prigionieri ; poi , senza averne ordine dal Governo , gli aveva fatti fucilare . Per tal suo fatto gli pesava addosso l ' accusa di sterminatore di preti e frati , e sin d ' averne colmato un pozzo . A chi non sapeva tutto , pareva che quella compagnia fosse l ' avanguardia , e che la spedizione dovesse tenerle dietro . E i più giovani lo credevano , ma gli anziani no . Delle otto compagnie , Garibaldi ne aveva affidate tre a comandanti siciliani , una ad un calabrese ; ora come poteva darsi che egli volesse far loro il torto di non andare in Sicilia ? Però il fatto che quel piccolo drappello se n ' era andato per entrare nel Pontificio a farvisi distruggere forse ai primi passi , se tutta la spedizione non lo volesse seguire , non si capiva . Vi era chi diceva che Garibaldi avesse fatto così , per levarsi dai piedi quel Zambianchi che gli era odioso : ma altri faceva osservare che forse si esagerava perché non a un uomo così fatto Garibaldi avrebbe dato da condurre quel manipolo , in cui si erano trovati a dover andare dei giovani come il Guerzoni , il Leardi , il Locatelli , il Ferrari , il Fumagalli , il Pittaluga , e avvocati , scrittori , scultori , e quattro medici come Fochi , Bandini e Soncini da Parma , e Cantoni da Pavia , e tanti altri , proprio gente già di conto . Pensavano forse meglio quelli che dicevano che il Generale aveva mandato quel manipolo nel Pontificio affinché n ' andasse la voce a Roma e a Napoli , a generar confusione in quei governi ; e che quanto al Zambianchi qualcuno , forse il Guerzoni , avesse l ' ordine di levargli il comando , se mai venisse l ' occasione di doversene liberare per qualche suo sproposito o qualche violenza . Verso sera le trombe suonarono , le compagnie si ordinarono , scesero al porto , tornarono a imbarcarsi sui due vapori . Quella tornata a bordo levò via ogni dubbio . E allora nacque negli animi una generosa pietà per i compagni partiti . Che brava gente ! Avevano compìto il più duro sacrificio che si potesse ideare : perdevano la vista di Lui e l ' epopea che s ' erano sentita nel pensiero , per andar a crearne un episodio oscuro , non sapevano dove , pochi , bene armati , ma condotti da un uomo disamato . Parlando d ' essi , molti confessavano che comandati a quel passo non avrebbero ubbidito ; ma i più lodavano l ' ubbidienza di quei sessanta come indizio di gran virtù , e testimonianza del più alto valore . A Santo Stefano Garibaldi aveva fretta di partire , ma non aveva fatto imbarcare le compagnie per questo . Alcuni dei suoi uomini per cattiveria o per braveria , avevano dato noia a qualcuno di Talamone , ond ' egli , sdegnato , si era risolto a levar tutti da terra . Così i due vapori stettero carichi all ' ancora tutta la notte dall'8 al 9; e solo all ' alba salparono pel golfo a Santo Stefano , breve tratto . La cittadetta si svegliava . Viste dal porto , le sue case parevano edificate l ' una a inseguir l ' altra su su , per arrivare in alto a trovar i giardini , i vigneti , gli oliveti pensili tra le rocce . Vi scesero Bixio , Schiaffino e Bandi , per andare ai magazzini del governo , e in qualche modo farsi dare carbone , perché la traversata della Sicilia era ancora lunga , e poteva anche capitare di dover andare chi sa quanti giorni , fuggendo di qua e di là pel Mediterraneo , perseguitati dalle navi napoletane . Il Bandi s ' accostò al custode dei magazzini e cominciò colle buone a tentarlo . Ormai sapevano tutti colà che Orbetello aveva dato armi , e in quei giorni quel custode poteva fare uno strappo anch ' egli ai regolamenti . Ma colui nicchiava , e il Bandi non riusciva a convincerlo . Allora gli cadde là Bixio , che preso al petto il custode fedele , lo scosse un poco , e , miracoli di quell ' uomo , il carbone andò a bordo per dir così da sé . E andarono a bordo e viveri e barili d ' acqua . V ' andarono anche per imbarcarsi stormi di bersaglieri , ma Garibaldi aveva promesso all maggior Pinelli di respingerli , e non li volle . Tre soli che poterono salire a nascondersi sul Lombardo , seguirono la spedizione , e divennero poi ufficiali dei migliori nella bella compagnia . Le armi Durante la sosta a Santo Stefano furono distribuite le armi alle compagnie ; solenne momento ! Faceva pensare a un altro ancor più solenne , quello di quando vicina l ' ora della battaglia , i reggimenti d ' allora caricavano i fucili con quell ' indescrivibile ronzio di bacchette tutte piantate a un tempo nelle canne , che dava il raccapriccio e il cupo sentimento della morte . Quelle armi erano vecchi fucili di avanti il '48 , trasformati da pietra focaia a percussione , lunghi , pesanti , rugginosi , tetri . Stava legata a ciascun fucile una baionetta nel fodero cucito a un cinturone di cuoio nero , con certa piastra da fermarselo alla vita e certa cartucciera proprio da far malinconia a provarsela . Oggi non se ne vorrebbe servire , per così dire , neppure un bandito . Eppure nessuno se ne lagnò . Insieme con quell ' arma , ognuno ricevette venti cartucce , e se le mise a posto con gran cura . Quelle povere cose erano tutte le risorse di cui Garibaldi poteva disporre . Povero Garibaldi ! Nell ' ultimo momento che stette in quelle acque , un suo compagno d ' altri tempi che lo aveva seguito nei mari della Cina e che poi aveva perduto una gamba combattendo pei liberali del Perù , bel soldato , vivacissimo ingegno , voleva seguirlo così mutilato com ' era anche a quella sua bella guerra . Egli dovette supplicarlo di andarsene , e infine comandarglielo . Furono lagrime ! Ma Stefano Siccoli dovè ubbidire , discendere , veder da terra salpare l ' ancora , stringersi il cuore perché non gli scoppiasse . Però aveva già il suo proposito bell ' e formato : egli avrebbe raggiunto Zambianchi . Di nuovo in mare Era quasi il tocco dopo mezzodì , quando il Piemonte e il Lombardo si mossero verso l ' isola del Giglio . Finalmente ! Garibaldi era stato tutti quei due giorni in angustia . Certo egli ignorava ciò che si seppe poi , e cioè che il Ricasoli , governatore della Toscana , aveva telegrafato al prefetto di Grosseto di " tenersi estraneo a quanto succedeva " nel golfo di Talamone . Ma lo avesse anche saputo , temeva del Farini , temeva del Cavour , né avrebbe potuto giustamente lagnarsi di loro , se gli avessero fatto giungere addosso la squadra di Persano a pigliarselo . Il momento era ben più cruccioso che quello di Genova . Nei tre giorni della sua partenza , tutta l ' Europa avea avuto tempo di mettere il Governo di Torino alla stretta o di catturare lui o di prepararsi alla guerra . E allora che rovina ! Le genti del mezzodì deluse e cadute nell ' accasciamento ; egli e il suo partito umiliati ; Vittorio Emanuele costretto a rinnegare il pensiero unitario ! Ci sarebbero voluti molti anni a rimetter su gli animi ; e intanto , prima che tornasse un ' occasione , sarebbero divenuti vecchi , sarebbero forse morti il Re , Cavour , Mazzini , lui , tutta quella generazione ; e non si sapeva che cosa sarebbe poi avvenuto . Ora dunque egli e tutti sulle due navi respiravano contenti . Girata la punta dell ' Argentaro , ecco a destra l ' isola del Giglio con la sua costa erta e rocciosa e col suo borgo su in cima . Una freschezza , una pace ! Quanti di quei naviganti già vecchi e stanchi avranno pensato di venirvi un dì a trovarsi un posticino lassù , per invecchiarvi del tutto e morirvi , pensando alla loro odissea ! Ma ora l ' odissea non era finita , anzi andavano a crearne forse l ' ultimo canto . Più in là del Giglio , Montecristo , l ' isola dei sogni ; e lungo la costa occidentale dell ' Argentaro a guardare in su torri , torri e torri . Che strano arnese da guerra doveva essere stato quel monte ! E poi a sinistra Giannutri , luogo da capre selvatiche e da conigli . Di là da quelle isolette i due vapori pigliarono il largo ; dunque alle coste romane non c ' era proprio più da pensarci , e presto sarebbero entrati nelle acque napolitane . Veniva ai Mille la sera e la malinconia . Cosa si pensava di loro nelle loro città , nei loro villaggi , nelle loro case ? Davvero tutta l ' Italia doveva stare in grande ansietà . Ormai la spedizione era via da quattro giorni ; ogni istante poteva esser quello di una grande tragedia , in qualche punto del Tirreno . Se i due vapori si fossero imbattuti nella crociera napolitana , avrebbero dovuto arrendersi o avventarsi cannoneggiati contro le navi borboniche , lanciarsi all ' arrembaggio da disperati , e farsi saltar in aria con esse o pigliarsele . Chi sapeva mai ! Con Garibaldi e con Bixio alla testa , tutto era possibile . Ma se invece fossero stati catturati e menati nel porto di Napoli , dove quel Re potesse veder Garibaldi e i suoi là , sotto le finestre della reggia , prima di farli morire forse tutti , o empirne le sue galere ? Chi amava , pensava così e temeva e sperava ; e forse non sarà mancato chi anche peggio della cattura avrà augurato una tempesta di cannonate sui due vapori e il fondo del mare a chi vi era su , per tomba . Ma i due vapori andavano ancora sicuri . E andarono tutta la notte e tutto il giorno dipoi , che era il 10 , senza veder che cielo ed acqua come se fossero nell ' Oceano . A bordo , i pavesi cantavano . Tutto era quieto . Solo a una cert ' ora prima del mezzodì , ci fu un po ' di trambusto , perché uno del Lombardo si era gettato in mare , pel dolore di non essere riuscito a farsi inscrivere nei Carabinieri genovesi . Fu subito fermato il vapore ; una lancia vogò come saetta , giunse dove quell ' uomo si dibatteva tra le onde , e uno della lancia si chinò , lo tirò su mezzo morto ma come fosse un gingillo . Quel forte dalle braccia così gagliarde doveva essere , era certo il figlio di Garibaldi . A bordo si diceva così , perché così le moltitudini fanno la loro poesia , e infatti quel forte era proprio Menotti . Dopo , sul meriggio , il Piemonte cominciò a filar via più spedito e il Lombardo a rimanere indietro . La distanza s ' allungava ora per ora ... Dove voleva andare il Generale così solo ? Forse aveva pensato di dividere in due la spedizione , per non correre tutti la stessa sorte , se mai fosse stata avversa ? Chi lo sapeva ! Divisi , Piemonte e Lombardo , l ' uno o l ' altro sarebbero riusciti ad approdare , e riuscendo tutt ' e due , una volta sbarcati , facile sarebbe stato riunirsi nell ' isola . Era un nuovo dolore per quei del Lombardo , poiché se Bixio era Bixio , ben più fortunati erano coloro che si trovavano a correr le sorti del Generale , ora che la prova era così vicina . Finire con lui come che fosse , ognuno se lo poteva augurare . In un certo momento , mentre gli animi erano agitati così , Bixio chiamò tutti a poppa . Era furioso : Aveva scaraventato un piatto in viso a uno che s ' era lamentato dei superiori , e aveva perduto a lui il rispetto . - Tutti a poppa ! - E Bixio di lassù , dal ponte del comando , fremente come un ' aquila librata sull ' ali , già per piombare sulla preda , parlò : " Io sono giovane , ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo . Sono stato naufrago , prigioniero , ma son qui e qui comando io . Qui io sono tutto , lo Czar , il Sultano , il Papa , sono Nino Bixio . Dovete ubbidirmi tutti : guai chi osasse un ' alzata di spalle , guai chi pensasse d ' ammutinarsi . Uscirei col mio uniforme , colla mia sciabola , con le mie decorazioni , e vi ucciderei tutti . Il Generale mi ha lasciato , comandandomi di sbarcarvi in Sicilia . Vi sbarcherò . Là mi impiccherete al primo albero che troveremo , ma in Sicilia , ve lo giuro , vi sbarcheremo . " Veramente esagerava , perché l ' atto di colui che lo aveva offeso era affatto individuale , e non meritava quel suo fiero discorso . Però quand ' egli ebbe finito e voltò le spalle , forse per non farsi vedere commosso , tutte le braccia erano alzate a lui , tra grida di lode . Ma da quel suo discorso parve a tutti di aver indovinato che il disegno di Garibaldi era proprio di tentar lo sbarco , egli e Bixio , ognuno da sé . Difatti il Piemonte era già quasi fuori della lor vista , sicché prima che fosse notte fatta , non ne scorgevano neppur più il fumo . E passò sul Lombardo un soffio di gran malinconia . Erano congetture . Di certo vi era che cominciava la notte dei pericoli veri . Ormai la marineria napoletana doveva sapere da un pezzo che la spedizione era in mare , e che si era forse già tesa tutta davanti all ' isola ad aspettarla . Garibaldi andava ad esplorare . Egli , prudentissimo e in guerra sempre geloso del proprio segreto , soltanto dopo salpato da Santo Stefano , poiché allora nessuno avrebbe più potuto propalar nulla , aveva detto al suo aiutante Turr di chiamargli Crispi , Castiglia e Orsini siciliani , per determinare il punto di sbarco . E in quella conferenza , abbandonato il suo primo pensiero di scendere a Castellamare del Golfo , aveva deliberato di tentarlo a Porto Palo , sulla costa tra Sciacca e Mazzara , dove è fama che il 16 giugno dell'827 siano sbarcati i primi Saraceni che invasero l ' isola , chiamati e guidati da Eufemio di Messina . Ma certamente questo fatto di mille anni avanti non entrò per nulla nella scelta di Garibaldi : perché né egli , né quegli uomini che stavano con lui , se anche lo sapevano , erano teste da fissarvisi su . Comunque sia , per andare a Porto Palo , i due vapori dovevano fare falsa rotta verso la Berberia , e poi , se le acque parevano libere , voltar di colpo verso Sicilia a trovarlo . Ma assai dopo il mezzo di quella notte dal 10 all'11 , Garibaldi giunto presso l ' isoletta di Maretimo , che nel gruppo delle Egadi è la più lontana dalla costa di Sicilia , deliberò di fermarsi celato dall ' isoletta e a lumi spenti , per aspettare il Lombardo . Da ponente e da tramontana vedeva i fanali delle navi napolitane in crociera , e in quei momenti doveva parergli d ' esser ne ' suoi tempi quasi favolosi di Rio Grande d ' America . Stato un pezzo in quel silenzio come in agguato , inquieto pel Lombardo che non appariva , tornò indietro per cercarlo . E coloro che stavano sul Lombardo e che a quell ' ora vegliavano , quando rividero il Piemonte lo credettero una nave nemica che corresse loro incontro a investirli . Lo credette lo stesso Bixio . Piantato sul suo ponte , egli fece levar su tutti e inastar le baionette ; comandò al macchinista di dar tutto il vapore , e al timoniere di voltar tutto a sinistra , per andare alla disperata addosso a quel legno . A prora Simone Schiaffino , capitan Carlo Burattini d ' Ancona , Jacopo Sgaralino di Livorno , con dietro una folla , stavano pronti per lanciarsi all ' arrembaggio , tutto il ponte del Lombardo fremeva , e mancava poco al grand ' urto . Ma allora sonò la voce di Garibaldi : - Capitan Bixio ! - Generale ! - urlò Bixio . - Indietro ! Macchina indietro ! Generale , non vedevo i fanali . - E non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica ? - La commozione era stata così grande , il passaggio dallo sgomento , dall ' ira , dalla ferocia alla gioia così repentino , che la parola ' crociera ' non fece quasi niun senso , e tutto fino a un certo segno tornò quieto . Intanto Garibaldi e Bixio si concertarono , poi i due vapori ripresero la via l ' un presso l ' altro verso l ' Africa , sempre però il Piemonte un po ' avanti . Così andarono fino all ' alba , e per le prime ore del mattino , in quell ' acque tra la Sicilia e le coste di Barberia , ma senza mai perder di vista il gruppo delle Egadi ; Levanzo lontana , Maretimo più in qua , ancor più in qua verso loro la Favignana . A bordo del Lombardo un Galigarsia , nativo di quell ' isoletta , povero milite che doveva morire quattro giorni dipoi a Calatafimi , diceva ad un gruppo di quei suoi compagni che in quell ' isoletta così bella v ' era un carcere profondissimo sotto il livello del mare , dove stavano chiusi sette compagni di Pisacane sopravvissuti all ' eccidio di Sapri . Condannati al patibolo e poi graziati , morivano ogni ora un po ' in quella fossa maledetta . Ma il sentimento del pericolo presente , la maravigliosa vista delle cose in contrasto col disgustoso stato in cui tutti si trovavano , pigiati da tanto tempo su quel legno , non lasciavano quasi posto alla pietà per chi dolorava altrove . Del resto , l ' ora era decisiva : o presto quei miseri sarebbero usciti liberi , o avrebbero avuto dei nuovi compagni . La Sicilia ! Tutti intanto sui due legni stavano accovacciati per ordine severissimo dei Comandanti , ma tutti guatavano dall ' orlo dei parapetti certi monti che dapprima parevano nuvolaglia e che svolgevano via nell ' aria vaporosa i loro profili sempre più netti . Quei monti per quei cuori eran già tutta la Sicilia che si animava , che esultava , che cantava alla loro venuta . E poco appresso , quando cominciò ad apparire una striscia bianca tra mare e terra , si diffuse la voce che là fosse Marsala . Marsala ! Tra quella e i due vapori erano libere le acque . Che fortuna ! Pareva che quella striscia bianca e tutta la terra movesse loro incontro , tanto la distanza si stringeva , tanto i due legni filavano agili , aiutati anche da un po ' di ponente che appunto allora si era messo . Dunque ancora forse qualche breve ora , e i due vapori avrebbero atterrato . Tutto dipendeva da questo , che non si staccassero da Marsala navi da guerra a incontrarli a cannonate . Ma la speranza era grande . Sul ponte del Piemonte che andava sempre avanti , quei del Lombardo vedevano Garibaldi circondato da un gruppo dei suoi , coi cannocchiali all ' occhio . Guardavano due legni da guerra bianchi , ancorati nel porto . Ad un tratto il Piemonte rallentò , si fermò quasi , pigliò su qualcuno da una barca peschereccia che veniva da Marsala . E da colui Garibaldi seppe che quei due legni erano inglesi ; che dal porto di Marsala , nella notte , n ' erano partiti due napolitani per Sciacca e Girgenti ; che in quella mattina stessa delle milizie venute il dì avanti eran tornate via dalla città , dirette a Trapani . La fortuna , dunque , era proprio tutta dalla parte di Garibaldi ! E il Piemonte filava e il Lombardo dietro con Bixio , che non sapendo ciò che Garibaldi sapeva , tempestava i suoi di star giù , minacciava ira ai marinai se gli sbagliassero manovra : Ma di sbarcare era anch ' egli sicuro : anzi a un certo momento che passò vicino al suo un piccolo legno inglese , egli gridò : " Dite a Genova che il general Garibaldi è sbarcato a Marsala oggi 11 maggio , alle una pomeridiana ! " Quella sicurezza di Bixio passò in tutti i cuori . Perciò non fece quasi senso l ' apparizione di due pennacchi neri , lontani , in giù a destra ; fumo di due navi da guerra certo , che dovevano venire a furia . Fulmini se mai giungessero in tempo ! Ma esse quel tanto spazio non potevano divorarselo ; la terra era ormai vicinissima : si distingueva già il molo e fino la gente . Un altro po ' di ansietà , poi ... Lo sbarco E poco appresso il Piemonte imboccava il porto , e vi si andava a posare in mezzo come in luogo suo . Bixio , nella rapina dell ' animo tempestosa , lanciò il Lombardo come un cavallo sfrenato , andasse pure ad investire , a spaccarsi , magari a sommergersi , tanto meglio ! Così , una volta sbarcati , quelli che vi stavan su avrebbero capito che non v ' era più via di ritorno . E si fermò così fuori del molo destro , a poche braccia da quella riva . Era il tocco dopo mezzodì . Nessuna poesia potrà mai dire l ' anima di quella gente in quell ' ora . Ecco il momento degli uomini di mare . Benedetto Castiglia , capo della marineria da guerra sicula nel 1848; capitano Andrea Rossi da Diano Marina , capitan Giuseppe Gastaldi da Porto Maurizio , Burattini , Assi , Sgarallino , Schiaffino e tutti quelli che com ' essi erano marinai , scesero a raccoglier nel porto quante barche vi si trovavano . E per amore o per forza le fecero lavorare . Bisognava far presto a levar la gente e le poche cose da guerra e le artiglierie dai due vapori , perché in men di due ore quelle navi che si vedevano sempre più vicine potevano giungere a tiro e fare una strage . Intorno al Lombardo e al Piemonte parve un finimondo . Intanto Turr con Missori , Pentasuglia , Argentino , Bruzzesi , Manin , Miocchi , discesi primi , salirono alla città , su cui cominciavano a sventolare bandiere d ' altre nazioni , ma le più inglesi . E dalla città alcuni cittadini calavano al porto timidamente . Dei ragazzi li precedevano a corsa ; sopraggiungevano frati bianchi , che davano poderose strette di mano a quegli strani forestieri sbarcati in armi e tutti vestiti alla borghese , salvo pochi in qualche divisa piemontese o in camicia rossa , forse una cinquantina . E quei frati facevano delle domande strane , da curiosi ma semplici ; e udendo da uno dir che era di Venezia , da un altro di Genova , di Milano , di Roma , di Bergamo , inarcavano le ciglia , maravigliati come se l ' esser essi potuti giungere nella loro Sicilia da quelle città , fosse cosa quasi fuori del naturale . In un ' ora o in un ' ora e mezzo al più , tutta la spedizione fu a terra . Qualcuno si ricordò che quel giorno era venerdì , malaugurio ; qualcun altro disse che era pur venerdì il giorno in cui Colombo partì da Palos , e che andassero al vento le superstizioni ... ! Ma a un tratto tuonò una prima cannonata . Le navi borboniche giungevano a tiro . Erano tre : due a vapore più vicine , la terza a vela tirata a rimorchio da una di esse e lasciata poi indietro per far più alla lesta . Ma anche quella si avvicinava . E avrebbe potuto tirar qualche poco prima , ma avevano indugiato alquanto i lor fuochi , perché i due legni inglesi Argus e Intrepid ancorati nel porto avevano pregato a segnali di bandiere di non tirare , finché i loro ufficiali da terra non fossero tornati a bordo . Difatti dei marinai in calzoni bianchi uscivano da Marsala e scendevano frettolosi al mare . E allora quelle navi cominciarono a sfogarsi contro gli sbarcati , le due a vapore con tiri quasi in cadenza , quella a vela addirittura a fiancate . Però i loro proiettili o davano in acqua , sguisciando poi a rotolar sulla riva già mezzi morti , o non oltrepassavano guari la linea del molo . Cadde qualche granata in mezzo alle compagnie già ordinate , ma queste pronte , si gettarono a terra e lasciarono scoppiare : una di quelle colpì e sfasciò mezzo un casotto da doganieri del molo ; un ' altra fece tremare la settima Compagnia , passandole parallela alla fronte , così che due braccia più a sinistra la mieteva tutta . " Alte le teste ! " gridò Cairoli ; e la Compagnia stette salda . Alfine fu dato il comando di salire alla città . Manin e Maiocchi regolavano la corsa a gruppi . Un po ' curvi , un po ' carponi , un po ' ritti , regolandosi alle vampate dei cannoni nemici , correvano quei gruppi su per il pendio verso la porta della città e vi entravano . Cara Marsala ! E di qua e di là si spandevano per le vie traverse , perché in faccia a quella maestra era andata a porsi una delle fregate , e tentava , coi suoi tiri , d ' infilare la porta . Poca gente per quelle vie ; degli usci si chiudevano ; dalle soglie d ' altri usci e dalle finestre donne e uomini guardavano paurosi ; e ve n ' erano che applaudivano , i più parevano gente trasognata . Garibaldi , sbarcato degli ultimi , saliva anch ' egli ma lento alla città , portando la sciabola sulla spalla come un contadino la zappa . E ogni poco si volgeva a guardar il porto . Gusmaroli e altri pochi che lo seguivano , avrebbero voluto portarlo via di peso dal pericolo d ' essere ucciso o soltanto ferito in quel primo istante . Senza di lui non si sapeva cosa sarebbe stato di quel gruppo d ' uomini , fossero pur molti i grandi e i forti tra loro . Egli da solo era un esercito . Ma nessuno osava dirgli che si guardasse , nessuno , neppur Bixio , venuto via addirittura l ' ultimo da bordo . Egli aveva voluto prima far portare a terra tutto ciò che gli era parso buono a qualcosa , poi non avendo più nulla da farvi , aperti egli stesso i rubinetti delle macchine affinché il Lombardo s ' empisse d ' acqua , era disceso . Intanto le navi borboniche continuavano a tirare . E fu saputo subito che le due fregate a vapore si chiamavano Stromboli e Capri , e che quella a vela , tanto maestosa , era la Partenope . Ah ! La Stromboli ! V ' erano tra gli sbarcati quei tali sette che vi avevano navigato su nel 1859 fino a Cadice , con gli altri deportati che dovevano andare a finire in America . Ora la riconoscevano ai profili . Non erano più quei tempi , sebbene fossero ancora tanto vicini : né era più l'11 luglio del 1849 , quando , comandata da un Salazar , la Stromboli aveva inseguito i trabaccoli siciliani che , fallito loro lo sbarco in Calabria , andavano a rifugiarsi nelle Ionie . Lo Stromboli allora aveva issato bandiera inglese , perfidamente ingannando quei siciliani , e li aveva catturati e condotti a lunghe pene nelle carceri dei Borboni . Adesso era lì mortificata con quegli altri due legni , cui non restava che pigliarsi il Piemonte per menarlo via . Quanto al Lombardo l ' avrebbero dovuto lasciar là giacere , come un mostro marino sputato sulla spiaggia . Testimoni di quei fatti stettero i due vapori inglesi , ammirando la discesa e la prontezza e l ' ordine con cui tutto era avvenuto . E non sapevano che si sarebbe subito gridato e ripetuto poi lungamente pel mondo che essi avevano aiutato Garibaldi , e che anzi per aiutarlo s ' erano trovati là apposta . Furono voci false . L ' Argus stava in quel porto da parecchi giorni per proteggere gli inglesi residenti in Marsala , L ' Intrepid v ' era giunto di passaggio da poche ore , e poche ore dopo se n ' andava per Malta . Il proclama A guardia del porto , se mai dalle navi borboniche sbarcasse della gente , rimasero la 7° Compagnia e i Carabinieri genovesi . Con le loro infallibili carabine , quei genovesi , che , per dir così , davano in una capocchia di chiodo a trecento metri , avrebbero presto levato ogni voglia di sbarcare a chi l ' avesse tentato . Da mare dunque Garibaldi non aveva da temere . Da terra sì . Per questo mandò ricognizioni verso Trapani e verso Sciacca , fece uscire dalla città quanto poté più delle Compagnie , fors ' anche non si fidando dei vini del paese pei loro effetti sulle teste di quei suoi uomini , i quali in cinque giorni non avevano mangiato che poco biscotto e bevuto acqua di botte quasi imputridita . Per esplorare il paese montò egli stesso sulla cupola della Cattedrale , cui passarono subito ben vicine due granate delle navi che avevano visto gente lassù . Disceso andò al Municipio , e di là disse alla Sicilia la sua prima parola : " Siciliani ! Io vi ho condotto un piccolo pugno di valorosi , accorsi alle vostre eroiche grida , avanzi delle battaglie lombarde . Noi siamo qui con voi , ed altro non cerchiamo che di liberare il vostro paese . Se saremo tutti uniti sarà facile il nostro assunto . Dunque , all ' armi ! Chi non prende un ' arma qualunque , è un vile o un traditore . A nulla vale il pretesto che manchino le armi . Noi avremo i fucili , ma per il momento ogni arma è buona , quando sia maneggiata dalle braccia di un valoroso . I Comuni avranno cura dei figli , delle donne , dei vecchi che lascerete addietro ! La Sicilia mostrerà ancora una volta al mondo , come un paese , con l ' efficace volontà d ' un intero popolo , sappia liberarsi dei suoi oppressori . " Di questo proclama , affisso alle cantonate di Marsala , furono mandati esemplari alle città vicine , e lontano alle squadre che tenevano i monti . Bisognava che la gran voce andasse , e infiammasse la rivoluzione già quasi vinta . I Marsalesi leggevano e cominciavano a comprendere , coloro che cinque giorni avanti non avevano osato insorgere al grido di Abele Damiani , loro concittadino , adesso pigliavano animo , seguisse poi ciò che potesse , perché con quegli italiani c ' erano pur Crispi , La Masa , Orsini , Palizzolo , Carini , tutti dei loro , proprio dell ' isola , e tutti già celebri fin dal '48 . E poi avevano visto Lui , Garibaldi in persona . Se la colonna del generale Letizia , che il giorno avanti aveva fatto la sua comparsa minacciosa , e se n ' era andata credendo di lasciarsi dietro tutto tranquillo , fosse anche rinvenuta ; avrebbero avuto da far con Garibaldi , con quei suoi ufficiali facili a riconoscersi per uomini di guerra sul serio , con quella gente un po ' d ' ogni età ma pratica d ' armi e disciplinata , con loro infine e con al loro città che si sarebbe difesa . Anche il popolino pigliava via via confidenza con quei forestieri . Nelle taverne , nelle botteghe dove essi entravano per rifocillarsi e provvedersi di qualche cosuccia necessaria , la gente faceva subito folla . E si tratteneva a sentirli parlare . Come erano buoni e cortesi ! Le donne osservavano che molti portavano i capelli lunghi , cosa strana per soldati , e che avevano gli occhi azzurri e le mani e i panni indosso da veri signori . I bottegai ricevevano le monete con su l ' effigie di Vittorio Emanuele , mirando e facendo mirare i gran baffi del Re di cui avevano sentito parlar vagamente , domandavano se Garibaldi fosse suo fratello . Davano i resti in mucchi di monete luride e fruste , e facevano tutto gli uni e gli altri con gran fidanza . Quelle non erano ore da inganni . Correvano intanto dei racconti curiosi di particolari minuti dello sbarco , un fatterello seguito qua o là , a questo o a quell ' altro di questa , di quella Compagnia . Faceto , nel serio , ma vero , si diceva che appena sceso a terra , un Pentasuglia , pratico del mestiere , era entrato nell ' ufficio del telegrafo , dove l ' impiegato aveva appena finito di annunziare a Palermo e a Trapani che gente armata sbarcava da due legni sardi . Ripicchiavano appunto da Trapani , domandando quanti fossero gli sbarcati ; e il Pentasuglia aveva risposto egli stesso : - Mi sono ingannato , sono due vapori nostri . - Poi , stato un istante ridendo a sentirsi dare dell ' imbecille da Trapani , subito aveva tagliato il filo . * Dunque la gran notizia era andata , e a quell ' ora la avevano già a Napoli nella reggia . Ivi che sgomento e che collera ! Se ne aspettavano ben altra . Il giorno 6 avevano saputo della partenza di Garibaldi da Genova , e protestato col telegrafo a tutte le Corti d ' Europa contro il Pirata e contro chi lo doveva aver favorito . La mattina del 7 , il Re era andato a far le sue divozioni a San Gennaro , e il Governo aveva mandato ordini alla flotta " d ' impedire a ogni costo lo sbarco dei filibustieri ; di respingere con la forza ; di catturare i legni . " Poi erano stati quattro giorni d ' angoscia mortale . E ora lo sbarco era avvenuto ! Ma ancora assai che l ' invasore era andato a mettersi dal punto più lontano dalla Capitale ! Tempo e spazio per schiacciarlo non sarebbe mancato . Pure il colpo era tremendo . Ancor più tremendo il colpo doveva essere sentito a Palermo , dove il luogotenente del Re , principe di Castelcicala , e i generali e l ' esercito avevano così vicino l ' uomo temuto . Chi sapeva mai in quale trambusto era la gran città , se anche la popolazione era già venuta a conoscere che il Garibaldi annunziato da Rosolino Pilo stava in Sicilia davvero ? Intanto a Marsala bisognava vegliare . Potevano giungere nella notte numerose truppe da Trapani , da Sciacca , dal mare ; e l ' impresa garibaldina , così ben riuscita nella traversata e nello sbarco , finire là in quella piccola città come già quella di Pisacane a Sapri . Ma la notte passò tranquilla ; verso l ' alba furono ritirati gli avamposti , raccolte le compagnie e tutto approntato per la prima marcia verso l ' interno . In marcia Alla chiamata non mancava neppure un uomo . Ed era naturale . Ognuno sentiva in sé il pericolo di rimaner isolato ; ognuno , per quanto piccolo , aveva coscienza della propria responsabilità . Quasi staccati dal mondo , ridotti per dir così in un campo chiuso dove erano discesi a mettersi da sé , comprendevano , chi più chi meno , molti forse confusamente , che trovarvisi non voleva dire soltanto essere in guerra contro altri soldati ne ' quali da un ' ora all ' altra si sarebbero imbattuti ; e che quella che erano venuti a cercare non era una guerra come tutte le altre . Vincere dovevano ad ogni costo , perché dall ' isola non potevano più uscire che vincitori ; ma soprattutto bisognava non lasciar perire Garibaldi . Era coscienza dunque che ognuno desse tutto sé stesso , e che tutti insieme si facessero amare dal popolo siciliano per virtù e purezza in tutte le azioni . Perciò si udirono fieramente rimproverar dai compagni certi pochi che nella notte s ' erano dati bel tempo . Diceva Enrico Moneta da Milano , piccolo soldatino della 6° Compagnia , di diciannove anni , uno dei quattro fratelli che l ' anno avanti erano stati Cacciatori delle Alpi , diceva che chi era là per aiutare quel mondo a mutarsi , doveva badare ad essere austero ancor più che prode . - Per di più , quella che stava per accendersi era sotto un certo aspetto una vera guerra civile . E se per quella trafila doveva passare l ' Italia a divenire nazione , bisognava badare a farsi onore e a far onore anche al nemico pur vincendolo , per lasciargli possibile l ' oblio della sconfitta senza viltà , e facile e pronto il ritorno all ' amore . Tali spiriti si venivano formando negli animi anche di quelli che non avrebbero saputo spiegarsi a manifestarli , così come uno quasi senza che se ne avveda si ritempra d ' aria pura . Schierate fuor di Marsala sulla via che mena a Sciacca , stavano tutte le compagnie con gli altri piccoli corpi . Il tempo era bello e fresco , la guazza sull ' erbe magre di quello spiazzo pareva quasi una brinata . Il mare dormiva : lontani , già verso l ' Egadi , i legni napolitani rimorchiavano il Piemonte . E per tutto era una quiete diffusa , anche nella città che pareva avesse già dimenticato il turbamento del giorno innanzi . Pochi cittadini si aggiravano intorno alle compagnie . Qualcheduno armato di doppietta era là per seguirle . Faceva senso tra gli altri un signore , forse di trentacinque o quaranta anni , taciturno e pensoso . Si chiamava Gerolamo Italia . Egli di là fino all ' ultimo di quella guerra nel Regno , marciò poi , fido alla 6° Compagnia , semplice milite , sempre pensoso e modesto . Una tromba suonò in distanza , poi comparve Garibaldi a cavallo . Indossava camicia rossa , portava i calzoni grigi da generale ma senza le strisce d ' argento , e in capo teneva il suo solito cappello dalla foggia che allora si diceva all ' Orsini o anche all ' ungherese , come glielo hanno poi fatto gli scultori quasi in tutti i monumenti ; e gli sventolava dietro un gran fazzoletto annodato al collo . Teneva il mantello americano ripiegato sull ' arcione davanti . Dietro di lui cavalcavano il suo stato maggiore e alcuni delle Guide , Nullo tra gli altri , bellissimo nella sua divisa del '59 , tutta grigia con alamari neri e galloni da sergente . Pareva col suo cavallo un solo getto di bronzo . Il Missori indossava la giubba rossa da ufficiale con alamari d ' oro . Al passaggio del Generale non furono presentate le armi . Egli certe cose non le voleva . Tirò via , guardando le Compagnie molto ilare in viso ; poi queste si mossero , fianco destro , trombe in testa e partirono . Quelle trombe suonavano le arie semplici ma pungenti de ' bersaglieri di La Marmora ; il passo delle compagnie era franco , nessuno si sentiva più mareggiare il terreno sotto , come il giorno innanzi dopo lo sbarco ; e quando spuntò il sole cominciarono i canti . A forse un miglio da Marsala , la testa della colonna svoltò per una via traversa che , staccandosi dalla consolare , menava verso l ' interno tra vigneti allora già in pieno rigoglio . Passati i vigneti cominciarono gli oliveti , e pareva che quella prima marcia dovesse condurre a vedere meravigliose colture . Verso le undici la colonna fece il grand ' alto in una conca , presso una casa bianca , fresca , silenziosa , con a ridosso delle fitte macchie d ' olivi vetusti . Là , Garibaldi , seduto a ' piedi d ' uno di quegli alberi , come se fosse l ' ultimo di quella gran Compagnia , si mise a mangiar del pane . Tutta la conca era popolata di gruppi , tutti mangiavano gagliardamente il saporito pane di Marsala ; quanto a bere , pei novellini che s ' erano imbarcati senza fiaschetta , c ' era presso la casa un pozzo , e intorno a questo molti facevano ressa contendendosi un poco d ' acqua . Il Generale guardava con certa compassione quei poveri ragazzi : " Poveri ragazzi ! " come fu udito dire egli stesso . Ripresa la marcia , spuntato il valichetto del colle in cui giaceva quella conca , la colonna si vide davanti una distesa ondulata senz ' alberi , senza case , il deserto . - Come la Pampa ! - dicevano alcuni che nella loro vita avevano visto l ' America . E in quel deserto s ' inoltrò la spedizione , sotto un sole , ah che sole ! E che peso i panni ! Felici coloro che ne avevano appena indosso tanto da non andare scoperti . E quella prima marcia fu una gran prova , ma nessuno rimase indietro . Eppure c ' erano dei giovanetti che ad ogni passo parevano doversi lasciar cadere in terra sfiniti . Ma lo spirito li reggeva , e continuavano a marciare , aiutati anche dai compagni più esercitati che levavano loro fino il fucile , tanto che ricogliessero un po ' di fiato . Dove mai si sarebbero fermati ? Per quanto guardassero a sinistra , a destra e davanti , nulla , mai un ciuffo d ' alberi , mai una casa . Cosa era dunque la Sicilia già granaio d ' Italia ? Degli uomini pratici di campi dicevano che tutta quella miseria dipendeva dal disboscamento , altri che dai latifondi , dal feudalesimo , dai frati . Il fatto era che quel deserto metteva un senso di sgomento nei cuori . Là sarebbe stato bello trasformarsi in un esercito di legionari alla romana con la marra , la vanga , gli aratri di Lombardia ! Ma là non c ' erano le acque di Lombardia ; anzi non ci si trovava neppure da dissetarsi . E alcune voci intonavano il coro del Verdi : ' Fonti eterne , purissimi laghi ... ' * Finalmente quando già si faceva sera , apparve lontano un corpo di casa massiccio e scuro , su di un rilievo un po ' più spiccato di quella campagna . Era il maniero di Rampagallo , quello che si chiamava bellamente feudo , come se là il feudalesimo fosse ancora una cosa viva . E tutto , dai muri massicci , alle finestre , alla gran porta , ai cortili dentro , ai contadini che vi si aggiravano , tutto vi aveva infatti una fisionomia d ' antichità corrucciata . Le Compagnie si accamparono davanti a quel vasto casamento su di un pendio erboso , che dopo l ' arsura della lunga giornata pareva dar un carezzevole senso di refrigerio . A pié dei loro fasci d ' arme , mangiarono il loro pane , e in silenzio si addormentarono . Ma i pochi che per servizio dell ' accampamento vegliavano , videro di prima notte entrar nel gran cortile di Rampagallo una piccola schiera d ' uomini , forse sessanta , condotti da tre o quattro cavalieri , alti su degli stalloni piuttosto che sellati , bardati , con attraverso sulle cosce dei lungi fucili . Gli uomini a piedi erano armati di doppietta , con alla vita la ventriera per le cartucce e qualche pugnale . Vestivano panni strani , parecchi avevano sopravesti e cosciali di pelli caprine , e portavano in capo dei berretti quasi frigi o dei cappellacci a cencio . I loro capi , fratelli Sant ' Anna e barone Mocarta , passarono da Garibaldi . Egli fece liete accoglienze a quel primo manipolo che la Sicilia armata gli dava ; la scena era quasi da medio evo : pareva proprio che in quelle ore in quel luogo quei signori fossero giunti per prestare l ' omaggio a un conquistatore . Ma Garibaldi che sapeva ricevere come un re , nello stesso tempo sapeva parere quasi inferiore a chi gli si presentava , onde quel fascino e quel suo dominio sui cuori , da cui subito quei siciliani si sentirono presi . E uscivano da quel ricevimento , magnificando . A Salemi A levata di sole , il giorno appresso che era domenica , la colonna si mise in cammino . Andava alla testa la 1° Compagnia con Bixio , il quale aveva l ' ordine d ' avanzarsi fino a Salemi , grosso borgo che fu presto veduto apparire lontano in cima a un monte . Bella vista a guardarlo , ma poveri petti ! La salita lassù fu faticosissima e lunga ; però , quando le compagnie vi giunsero , provarono un forte compiacimento . Tutta la gente aspettava gridando : " Garibaldi ! Garibaldi ! " storpiandone il nome con alterazioni strane ; ma insomma era un vero delirio . E le campane squillavano a festa ; e una banda suonava delle arie eroiche . Via via che le compagnie giungevano nella piazza , si trovavano avvolte da uomini , da donne , persin da preti ; e tutti abbracciavano , molti baciavano , molti porgevano boccali di vino e cedri meravigliosi . Ma v ' erano anche dei poveretti , troppi ! i quali stendevano la mano per dar a capire d ' aver fame , facevano certi segni da parer nemici se non fossero stati i loro occhi pieni di umiltà . - E noi pure abbiamo fame ! - rispondevano quei soldati stizziti , ma parecchi davano degli spiccioli a quella povera gente , che largiva loro dell ' Eccellenza . E Garibaldi qual è ? Domandava la folla . Passava Turr . E ' questo ? No . Passava Carini . Dunque sarà questo ? No . Ognuno dei più belli e prestanti tra i grandi della spedizione , per essa doveva essere Garibaldi . Chi sa quale se lo immaginavano ! Ma quando lo videro , quei siciliani quasi quasi si inginocchiarono . Oh che viso , che testa , che santo ! Egli sorridendo si levò come poté dalla turba , e andò a mettersi al suo lavoro . Cominciava così a formarsi intorno a lui la leggenda che pigliò poi tante forme ; da quella che un angelo gli parasse le schioppettate , a quell ' altra che fosse parente di Santa Rosalia e fin suo fratello . Stettero poco a giungere delle cavalcate da tutte le parti , e poi drappelli di insorti come quei della notte avanti , a cento , ducento , trecento ; e chi portava lo schioppo ancora a pietra focaia , chi la doppietta , chi fino il trombone . I più erano armati di picche , e tutti insieme , per quelle viuzze a salite e discese ripide , facevano un chiasso più da sagra che da rivoluzione . Ma si udivano anche delle grida ingiuriose ai Borboni , e delle canzoni che ferivano il nome di Sofia regina . E spiacevano . Dopo mezzodì fu affisso alle cantonate un proclama . Ah ! Ora dunque tutto è nelle mani sue ! - dicevano i militi , e pareva loro che quel titolo di Dittatore infondesse una forza di disciplina superba . E pensavano al nemico . Non si sarebbe fatto vedere ! O bisognava andare a trovarlo ? Già , di salir lassù a Salemi per trovar loro , non avrebbe certo tentato . Chi sapeva mai ! Ma a buon conto , già dalle prime ore , erano partiti per gli avamposti i Carabinieri genovesi , e più lontano ancora era andata una mezza squadra della Compagnie di Bixio . In quella squadra , comandata dal giovanissimo Ettore Filippini veneziano , si trovavano da semplici militi Raniero Taddei ingegnere e Antonio Ottavi tutt ' e due da Reggio Emilia , ufficiali esperti e considerati nelle guerre passate ; e così da quella parte il servizio di campo era bene affidato . Intanto gli artiglieri avevano già piantato alla meglio una sorta di officina , dove lavoravano a costruir gli affusti pei canoni di Orbetello . Giuseppe Orlando e Achille Campo , coi soli e primitivi strumenti che avevano potuto trovare dai carrai di Salemi riuscivano a far miracoli di meccanica ; e il giorno dipoi i tre cannoni e la colubrina , rimessa un po ' a nuovo anch ' essa sul suo carretto , facevano buona promessa che nello sparo non si sarebbero , rimboccandosi indietro , avventati addosso ai loro serventi . E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco , raggiante di quell ' allegrezza che ognuno ricorda d ' aver letto in viso ai sacerdoti del '48 . Chi non aveva udito benedire la patria da qualche pulpito , in quell ' anno che pareva ancora tanto vicino ? E poi appresso , dall ' oggi al domani , le chiese erano divenute mute . Pio IX s ' era disdetto , e la coscienza delle moltitudini tra la patria e la religione s ' era confusa . Pure , a non lungo andare , le moltitudini avevano poi ripreso lume da sé , e poiché la patria doveva a ogni modo rifarsi , o s ' erano messe ad aiutar la grand ' opera , o se non altro avevano lasciato che si andasse svolgendo , spettatrici non ostili né indifferenti . Ma laggiù nell ' isola , dove il clero viveva ancora delle passioni civili del popolo , i sacerdoti in generale erano caldi patriotti . Quel monaco si chiamava fra Pantaleo . Era un bello e robusto giovane di forse trent ' anni , che parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso , donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell ' anima e nella lingua . Piacque ma non a tutti . Tra quella gente dell ' alta Italia , v ' erano i diffidenti e gli avversi per sistema agli uomini di chiesa ; ma poiché Garibaldi accolse bene il monaco , e lo chiamò l ' Ugo Bassi delle sue nuove legioni , anche quelli rispettarono il frate e lo lasciarono predicare . Intanto riconoscevano che la parola di lui immaginosa e ardente era una forza di più . Continuavano ad arrivare squadre alla spicciolata , e tra quello scorcio di giornata e tutta l ' altra appresso si poté calcolare alla grossa che quegli insorti fossero già due migliaia . Non dovevano essersi mossi da lontanissimo , anzi era da presumersi che fossero tutti della estrema parte occidentale dell ' isola ; dunque una volta che Garibaldi si fosse avanzato verso il centro , si sarebbe trovato tra popoli che avrebbero fatto levar su il fiore della gioventù pronta a seguirlo . Frattanto quelli che erano già lì si mostravano ossequenti , guatavano con occhio cupido i fucili del Mille , che per quanto meschini erano sempre armi da guerra ; ma discorrendo di fatti d ' arme , essi così saldi a star al fuoco e a sparar da fermi contro il nemico , essi così destri e fieri nei loro duelli ad armi corte , se sentivano parlar d ' attacchi alla baionetta , quasi raccapricciavano . Piovve dirotto tutta la notte tra il 13 e il 14 , e poi tutto quanto questo giorno con tedio grande e grande stizza di tutti , perché il mal tempo li faceva indugiar lassù in quell ' ozio . Ed essi erano tormentati da un desiderio inquieto di trovarsi alla prima prova , per esperimentare il nemico con cui avevano da fare , e di cui , non sapendo nulla di preciso , sentivano dir le cose più stravaganti . Neppur dagli avamposti avevano segno che fosse in movimento . Che faceva ? Il nemico Da Palermo , sin dall ' alba del 6 , era partita una colonna comandata dal generale Landi , vecchio di settant ' anni , promosso di fresco a quel grado . Da soldato egli aveva combattuto contro le rivoluzioni siciliane , sin da quella del 1820 , ed era venuto su grado grado in quella milizia stagnante , che sentiva d ' essere mantenuta più per assicurare il Re contro i sudditi che per difendere il Regno . Questo se ne stava infatti sicuro , coperto com ' era dallo Stato pontificio e protetto dal mare . Quel Landi era un uomo pio . In marcia si era fermato a sentir messa a Monreale , per santificare la domenica , proprio quella domenica in cui Garibaldi con la spedizione faceva il suo primo giorno di mare . Poi , continuando la sua via molto adagio , andando in carrozza alla testa della sua colonna , il 12 aveva fatto sosta in Alcamo . Di là partito la notte per Calatafimi , v ' era giunto la mattina del 13 , appunto mentre Garibaldi saliva a Salemi . Da Calatafimi aveva scritto lettere dogliose al Comandante in capo dell ' isola , annunziando che prima di marciar su Salemi , dove sapeva trovarsi una banda di ' gente raccogliticcia ' , voleva aspettare un battaglione del 10° di linea che gli avevano promesso . Ignorava ancora lo sbarco di Garibaldi , ignorava che quelle genti raccogliticce erano i Mille con Garibaldi in persona . Ma , il 14 sapeva già qualche cosa di più , e scrivendo parlava di ' emigrati sbarcati ' . Si proponeva d ' andare il 15 ad attaccarli . Poi risolse d ' aspettar a Calatafimi , " posizione tutta militare , molto vantaggiosa all ' offensiva ed alla difensiva ed essenzialmente necessaria ad impedire che le bande si scaricassero su Palermo da quel lato della Consolare " . E il 15 , fermo nel suo proposito , scriveva che " tentare un assalto a Salemi sarebbe un ' imprudenza ed un avventurare la colonna fra la imboscata nemica . " Mostrava dunque di ignorare il numero degli avversari ma di temerli : e veramente spie la Sicilia non ne diede a lui allora , né ad altri dopo ; però egli li chiamava già ' Garibaldesi ' . Tuttavia non nominava Garibaldi quasi che a scriver quel nome temesse di vedersi apparir lì innanzi il terribile uomo . Forse ripensando al passato , rammentava che quel giorno stesso cadeva l ' anniversario di due grandi fatti : il 15 maggio del 1848 , re Ferdinando spergiuro aveva fatta far la strage nelle vie di Napoli , chiuso il Parlamento , tradita la nazione ; il 15 maggio del 1849 , oppressa la rivoluzione in tutta la Sicilia , il generale Filangeri era entrato in Palermo vittorioso . E rammentando , forse quel povero Landi sperava . * Non si potrebbe dire se Garibaldi , pensando anche egli a quelle date , abbia aspettato quel giorno 15 come una scadenza di buon augurio . Un po ' preso da certi fili era egli pure , e spesso la sua bella stella Arturo guardata da lui gli aveva fatto venir su dal cuore il consiglio buono . Comunque sia , all ' alba del 15 maggio , fatto leggere alle compagnie un suo ordine del giorno che piantava nei cuori le risoluzioni supreme , mise il suo piccolo esercito in marcia . Le compagnie mossero con la sinistra in testa , e così andava innanzi alle altre la 8° bergamaschi ; orgoglio di Francesco Nullo e di Francesco Cucchi , gran ricco questi che dato di suo largamente a denaro , adesso era pronto a dar l ' anima . Ma i carabinieri genovesi la precedevano , e le guide erano già assai più oltre di questi . Discendeva quella gente da Salemi per le giravolte che fa la via calandosi nella valle ; e Garibaldi , fermo ancora appena fuor da Salemi lassù , a quei che giunti a mezzo la china si volgevano a guardarlo , pareva librato nell ' aria . Il popolo della cittadetta affollava il ciglio del monte attorno alle mura , e gridava a modo suo gli augurii a chi se n ' andava ... Certamente quello sarebbe stato giorno di battaglia , e molti di quegli uomini che partivano non avrebbero veduto andar sotto quel sole che nasceva . Coi Mille camminavano le squadre . Ed essi non già più così , ma le chiamavano ' Picciotti ' , dilettandosi in questo nome paesano che pareva l ' espressione del confidente abbandono con cui quegli uomini si erano messi nelle mani di Garibaldi . Per vezzo chiamavano ' Picciotto ' qualcuno delle compagnie che avesse tipo più di meridionale : carissimi pel gran valore militare , ma dolci a ricordare anche per questa cosa da nulla , Ferdinando Secondi da Dresano studente di legge e Giuseppe Sisti da Pasturago studente di matematica , della compagnia Cairoli . Parevano proprio nati dalla più bella gente aristocratica dell ' isola . Altri d ' altre compagnie si erano fin vestiti da ' picciotti ' ; bellissimo tra tutti Francesco Margarita da Cuggiono che col berretto frigio nero , con la giacca mezza fatta di peli e cosciali pure fatti di pelle , pareva un tipo di baronetto da star bene in uno di quei feudi là intorno . Avevano smesso i panni di gala e i cappelli a cilindro , alcuni che s ' erano imbarcati a Genova forse appena usciti dal teatro o da qualche salotto , e anch ' essi vestivano alla siciliana . Dal capo alla coda della colonna , correva come un fluido che fondeva sempre più in un sentimento di forza e d ' allegrezza tutti quegli animi ; e via via che la colonna avanzava , pareva che ognuno fiutasse nell ' aria la misteriosa presenza del nemico . A un certo punto , si ripiegò sulla colonna un drappello di uomini che scendevano da certi pagliai fuori di mano nella campagna . Parevano irati . Erano quelli della mezza squadra della Compagnia Bixio , che andati agli avamposti da quarantott ' ore , erano stati via sotto la pioggia e fin senza pane . Raccontavano che poco avanti era capitato a trovarli lo stesso Bixio , e che li aveva assai bruscamente ripresi , come se avessero avuto qualche gran torto . Ma essi , pazienti , da quel terribile che non mangiava , non dormiva , tempestava giorno e notte non lasciando quiete neppur le pietre , si erano lasciati dir tutto ; e ora lieti di ricongiungersi ai compagni , vi portarono in mezzo la gran notizia , Sì ! Il nemico doveva essere , anzi era certo non lontano , già in posizione . Dunque tra poco la battaglia . E intanto si vedevano le squadre dei ' Picciotti ' svoltare per le vie traverse , anche i cinquanta o sessanta che andavano a cavallo , e allontanarsi , pigliare i monti . Dove andavano ? Nessuno ci capiva nulla . La bandiera Durante una breve sosta , che fu fatta fare alla colonna , passò l ' ordine di mandar la bandiera al centro della 7° Compagnia , quella del Cairoli . Da Marsala fin là , quella bandiera l ' aveva custodita la 6° del Carini . E la portava Giuseppe Campo palermitano , uno che nell ' ottobre avanti aveva tentato la rivoluzione a Bagheria presso Palermo , e che lasciato quasi solo era fuggito dall ' isola a Genova . Ma ora tornava portabandiera dei Mille . Egli dunque con sei militi della 6° andò al centro della 7° salutato da questa con molto onore . E allora alla bandiera fu tolto per la prima volta l ' incerato da Stefano Gatti mantovano . Sfavillarono al sole da una parte del drappo , ricchissimi nei tre colori , emblemi d ' argento e d ' oro che figuravano catene infrante e cannoni ed armi d ' ogni sorta , con su un ' Italia , in forma d ' una bellissima donna trionfante colla corona turrita . E dall ' altra parte , a lettere romane trapunte in oro , spiccava questa leggenda : A GIUSEPPE GARIBALDI GLI ITALIANI RESIDENTI A VALPARAISO 1855 . Su tre grandi nastri pendenti dalla cima dell ' asta tutto bullettine d ' oro , brillavano pure d ' oro tre parole che allora facevano sospirare come roba da sogni impossibili ad avverarsi , tre cose che ora perché si hanno pare siano sempre esistite : ' Indipendenza , Unità , Libertà ' . Allora volevano esprimere semplicemente delle speranze e dei voti , ma dicevano insieme che i donatori di quella bandiera , in quelle terre d ' America da dove veniva , tra i nativi e gli stranieri , sentivano più amari che in Italia il rammarico , la vergogna , il danno di non avere un nome patrio come gli inglesi , i francesi , gli spagnuoli , tutti gli europei emigrati come loro , pur sentendosi , da lavoratori , pari e forse migliori . Ciò forse avevano voluto significare a Garibaldi , mentre egli dolente era passato pei porti del Pacifico : ed egli ora in quell ' angusta valletta siciliana , tra gente nata e tenuta nell ' ignoranza dell ' esistenza d ' un ' Italia , sventolava quella bandiera e gettava le sorti della nazione . Fatto un altro po ' di cammino , la colonna giungeva a Vita , piccolo borgo , case rustiche , molte catapecchie , una chiesa . Parecchi di quelli che posarono l ' occhio su quella chiesa , non immaginarono di certo che la sera di quel giorno vi sarebbero stati portati dentro feriti , a patire , a veder morire , a morire . Faceva brutto senso veder la gente di quel borgo fuggire a gruppi , a famiglie intere , trascinare i vecchi e pigliare i monti , carica di masserizie , mandando lamenti . Pareva che fuggissero a un ' invasione di barbari . Ma quella gente sapeva cosa c ' era là vicino e ricordava eccidii recenti . La colonna traversò il borgo , e poco distante fece alto . Passò Garibaldi frettoloso ; domandò se le Compagnie avessero mangiato ; se no , mangiassero pure . Ma che cosa ? Senza scomporre troppo gli ordini , e anche ridendo giocondamente , chi volle si adagiò , e si misero tutti a sbocconcellare il loro pane : molti sbrancarono alquanto in certi piccoli campi di fave lì ai lati della via , e con quel companatico fecero il loro pasto . Allora furono viste alcune Guide tornar trottando per lo stradale che si stendeva innanzi . Tra quelle il sessagenario Alessandro Fasola pareva ringiovanito . Poi fu un correre di cavalli dal luogo dove stava Garibaldi alle Compagnie , e subito s ' udirono due squilli di tromba . Tutti a posto e via come stormi , pigliarono quasi a volo un colle a destra brullo , ronchioso , arso dal sole . Vi si piantarono in cima ordinati . E di lassù , oltre una breve convalle , forse a duemila metri , videro su di un altro colle rimpetto schierato il nemico . Era un balenio d ' armi che coronava la vetta gran tratto ; due macchie scure parevano due cannoni ; certe linee nette profilate nel fianco del colle facevano indovinare dei terrazzi sostenuti forse da muri a secco ; filiere di fichi d ' India rotte qua e là si spandevano dal ciglio d ' alcuni di quei terrazzi ; forse nascondevano delle linee di soldati . Su di un balzo del colle sorgeva una casetta ; pochi alberi grami lassù ; in molti punti pareva la roccia nuda . Di là da quel colle facevano sfondo alti monti . Grigio , con aspetto più di rovina che d ' abitato , si vedeva lontano in alto , a pie ' d ' un castello , un gruppo grande di case , che non si sapeva ancora chiamare Calatafimi . Nelle gole dei monti a sinistra formicolavano turbe di gente ; le squadre partite da Salemi erano anch ' esse lassù ; ogni tanto vi scoppiavano delle grida . E quelli dall ' altra parte , i napolitani , videro anch ' essi e lo narrarono poi per anni . Videro quella linea che s ' era formata rimpetto a loro con movimenti non soliti tra gli insorti , rotta a tratti da macchie rosse . E stupirono . Non capivano cosa volessero dire , o dubitavano che quei rossi fossero casacche di galeotti fuggiti da non sapevano quale bagno . I soldati ignoravano che fosse là Garibaldi , ma s ' accorgevano d ' essere dinanzi a gente che doveva sapere star in battaglia . Mancava poco al mezzogiorno . Il combattimento Dal 1814 quando i napolitani di Murat salirono fino al Po , senza saper bene se si sarebbero incontrati amici o nemici coi loro vecchi commilitoni dell ' esercito italico del Viceré Eugenio ; e poi si offesero scambiando con essi delle cannonate : da allora non si erano più trovati di fronte italiani delle due parti estreme , armati per darsi battaglia . L ' ora dunque era solenne . I due piccoli eserciti stettero ancora un pezzo a guardarsi . Garibaldi su di una sporgenza del colle , tra certe rocce che gli facevano riparo dinanzi a mezzo la persona , stava con Turr , Sirtori , Tukory , osservando il nemico . Aveva dato l ' ordine di tener chete le Compagnie che non sparassero , e queste stavano chete , anzi a terra sdraiate . I Carabinieri genovesi erano stati messi avanti a tutti , già un po ' più giù nel pendio verso il nemico : dietro di loro la 8° e la 7° Compagnia giacevano stese in cacciatori a quadriglie , e così era formata da loro la prima linea . La 6° e la 5° Compagnia sul ciglio del colle , sdraiate anch ' esse in ordine aperto formavano la seconda linea ; tutto il battaglione di Bixio , e cioè la 4° , la 3° e la 2° Compagnia , stavano in riserva sul versante dalla parte di Vita , ma solo pochi passi dal ciglio ; più in giù , quasi alla falda , era rimasta la 1° Compagnia , quella di Bixio , il quale la aveva lasciata al suo luogotenente Dezza . Egli si era portato avanti forse per trovarsi sempre vicino al Generale , per non perderlo di vista mai , quasi che in caso di sconfitta si sentisse di salvarlo , o , non lo potendo , volesse morirgli al lato . Passavano le ore , e Garibaldi , che di solito preferiva assalire , non si risolveva all ' attacco . Sperava forse che nelle file nemiche si destasse qualche sentimento italiano ? Chi lo sa ! Ma si può crederlo perché aveva ordinato di portar nel punto più alto la bandiera tricolore , e di farla sventolare . Ad ogni modo sembrava che avesse risolto cavallerescamente di lasciar ai Napolitani il vanto d ' assalir primi . E verso il tocco squillò una tromba napolitana . Uno dei garibaldini , certo Natale Imperatori della 6° Compagnia Carini , che conosceva quella sonata , disse subito : " Vengono i Cacciatori ! " E difatti , contro il grigio e il verde del suolo , furono viste prima come un formicolio , poi più nette , spiccate le divise cilestrine discendere alla sfilata , agili , giù pei terrazzi del loro colle , serpeggiando tra i ciuffi di fichi d ' India . Erano addirittura due Compagnie . Giunti all ' ultima falda del colle , s ' avanzarono pel po ' di spazio che faceva la valletta , e cominciarono i loro fuochi di sotto in su contro i garibaldini della prima fronte . Questi erano i Genovesi . Chi li poteva tenere che non rispondessero al fuoco delle quadriglie ? Pure durarono un pezzo senza sparare e peritissimi al tiro giudicavano impediti i nemici le cui palle passavano miagolando molto in alto : ma alla fine cominciarono anch ' essi con le loro carabine di pochissimo scoppio , ma secco , acuto , e le palle andavano al segno . Allora quei Cacciatori si arrestarono a scambiare ancora pochi tiri , così da fermi , coi Genovesi . Ma subito le trombe garibaldine suonarono l ' attacco alla baionetta . Bisognava levar le Compagnie dalla tentazione di sprecar di lassù le munizioni , perché i più non avevano che dieci cartucce , e i fucili non portavano più che a quattrocento metri . Le Compagnie , a quegli squilli , balzarono ritte come sorgessero dalla terra improvvise , e si rovesciarono giù dal colle una dietro l ' altra , correndo scaglionate oblique giù per la china , ma mirabilmente composte , poi s ' allargarono in ordine sparso , quando i cannoni napolitani cominciarono a trarre granate . Lo narrarono poi molti che stavano allora nelle file nemiche . Quel movimento , fatto così di lancio e con sicurezza da veterani , produsse in loro un effetto indicibile . Ma non si sgomentarono . E fu bene , perché per la loro mirabile resistenza meritarono d ' esser lodati nell ' ordine di Garibaldi il giorno appresso ; e la lode poté forse sugli animi più della stessa vittoria riportata da chi li lodava . Così il bel fatto d ' arme era cominciato . In un lampo le due Compagnie di Cacciatori furono spazzate via , lasciando esse alcuni caduti in quel fondo , bei giovani d ' Abruzzo , di Calabria , di chi sa quale di quelle terre delle rivoluzioni gloriose e infelici . Sul berretto elegante a barchetta , portavano il numero 8 - 8° Cacciatori ! - E indossavano delle divise di tela cilestrina , giubba corta , elegante , su cui s ' incrociavano pittorescamente le corregge degli zaini e della fiaschetta a zucca , schiacciata e foderata di cuoio . La loro carabina , pei tempi d ' allora , era perfettissima , e la daga baionetta faceva pensare a quelle terribili degli zuavi . Poveri ragazzi ! Come fanno stringere il cuore l ' eleganza delle divise indosso ai morti sui campi , e quelle cose e quei numeri e quei nomi dei corpi ! Coloro che giacciono non hanno più né vita né nome , né paese né nulla : a casa loro i parenti non sapranno la zolla che beve il loro sangue , né l ' erba su cui spirarono l ' ultimo fiato . Solo non li vedranno mai più ; essi son morti . Triste cosa la guerra ! Ma allora pareva ancora bella perché vi si poteva patire , morire , per far trionfare un ' idea , più che perché vi si potesse provar la gioia e la gloria di vincere . Rispettate i nemici , rispettate i feriti ! - gridò Francesco Montanari di Mirandola , caduto per grave ferita su quel colle - sono italiani anch ' essi ! - E la sua faccia severa , quasi dura e in quel momento contratta dal dolore , parve trasfigurata da quella sua sublime pietà . A che ormai descrivere il fatto d ' armi di Calatafimi ? Le battaglie , da quelle che descrisse Omero all ' ultima della storia moderna , si somigliano tutte . Sono furia d ' uomini contro uomini che s ' avventano gli uni agli altri , dandosi a vicenda da vicino o da lontano la morte , con più o meno arte , secondo i tempi . Cortesi fin che si vuole , i combattenti son sempre ancor poco diversi " dagli uomini sul vinto orso rissosi . " Eppure leggiamo rapiti dalle narrazioni , ammirando fatti che in sé sono atroci , e ci esaltiamo e chiamiamo magnanimo tanto chi dà come chi riceve la morte in campo . Ci pare sovrumano il maresciallo Ney a Vaterloo , quando nella tragica ora della sconfitta già imminente , grida con voluttà disperata che vorrebbe tutti nel petto i proiettili dei cannoni inglesi rombanti nell ' aria . Sublime ci pare quell ' oscuro lanciere francese , che là , in una delle ultime cariche di cavalleria , gittò la sua lancia in mezzo a un quadrato inglese , per andare a raccattarla come per gioco in quel quadrato ; e spronò e balzò e cadde egli e il suo cavallo sulle siepi di baionette , schiacciando altri e morendo . Chi mai ci pare più grande di lord Cardigan , quando ricevuto l ' ordine di assalire la batterie russe a Balaclava , sa che vi morrà egli , l ' ultimo di sua schiatta , forse con tutti i suoi seicento cavalieri ; ma snuda la spada e gridando : " Avanti , ultimo dei Cardigan ! " galoppa alla morte come se volasse al cielo ? Ma quel Montanari e quel suo grido , son ben più degni di storia . Quello di Calatafimi fu fatto d ' arme che appena potrebbe stare come frammento episodico di una di quelle grandi battaglie . Eppur e per l ' importanza e per l ' influenza sua sulla vita della nostra nazione , conta quanto e forse più di ciascuna d ' esse per le altre . E il Generale ? L ' arte di Garibaldi , mirabile già nell ' aver saputo creare in tutti i suoi un sentimento profondo , sicuro , superbo della loro situazione , nei tre giorni avanti ; in quello del fatto d ' armi , stette tutta nell ' averseli tenuti stretti nel pugno come un fascio di folgori , fino al momento in cui , non essendo più possibile in nessun modo lasciare il campo non vincitori , poté abbandonar ognuno al comando di sé stesso , certo egli che da quel momento si sarebbero svolte le più recondite virtù e le forze e l ' ingegno d ' ognuno , dalla calma pontificale di Sirtori al furore di Bixio , all ' impeto geniale di Schiaffino , all ' audacia di Edoardo Herter , d ' Achille Sacchi , di cento altri , e , si può dire di tutti , perché un codardo che è uno , in quell ' ora , in quel luogo , non ci poté più essere . E il merito di questo miracolo fu tutto del Generale . L ' anima sua era entrata , era presente in tutte quelle anime , fosse egli in qual si volesse punto del campo . Due momenti della pugna furono esclusivamente suoi : uno , quello di quando Bixio , che era Bixio , osò domandargli alla maniera sua se non gli paresse il caso di battere in ritirata , ed egli rispose che là si faceva l ' Italia o si moriva : l ' altro , quello dell ' ultimo assalto , quando tutti rifiniti boccheggiavano sotto il ciglio del colle , su cui si erano ridotte via via risalendo le schiere nemiche scacciate da terrazzo a terrazzo in su . Là disperavano tutti , non egli , che parlando pacato andava per le file come un padre con gli occhi rilucenti di lagrime : " Riposate , figliuoli , poi un ultimo sforzo e abbiamo vinto . " Fu in quel momento che lo colpì nella spalla destra uno dei sassi che i borbonici facevano rotolar giù ; ma egli non degnò mostrare d ' essersene accorto , e continuò a mantenere quell ' aria sicura che creava la sicurezza altrui , in quel quarto d ' ora in cui , se i borbonici avessero osato rovesciarsi giù alla baionetta , in più di duemila quanti erano ancora , la rotta era sua . Essi invece , raccolti lassù , urlavano : ' Viva lo Re ' ; rotolavano sassi , e tiravano schioppettate a chi si faceva su dal ciglio a guardare . Uno di questi fu Edoardo Herter da Treviso , medico di 26 anni . Pareva una damigella bionda vestita da uomo , tanto aveva esile l ' aspetto , ma i suoi muscoli erano d ' acciaio . Parlò con Garibaldi un istante , poi si lanciò su per un greppo . ' Ah piangerà tua madre ! ' fu cantato di lui , e appena su , cadde riverso colpito nel petto a morte . In quel momento l ' artiglieria garibaldina tuonò di giù dalla strada , dove alla fine aveva potuto mettersi a tiro , e un suo proiettile andò a cadere tra i regii . Fu come il segno della ripresa , perché poco appresso si fece come un subbuglio , e fu gridato : " La bandiera , la bandiera in pericolo ! " E la bella bandiera di Valparaiso fu veduta salire , come se andasse da sé , trascinando dietro ai lembi delle sue pieghe quanti vi s ' affollavano presso . Passata dalle mani di Giuseppe Campo a Elia , a Menotti , a Schiaffino , ora Schiaffino la portava all ' ultima prova . E giù , staccati dalla loro fronte , uno stormo di napolitani corsero per pigliarsela . Allora le si formò un viluppo intorno , cozzo breve , fiero , feroce , vera mischia ; e la bandiera sparì , lasciando uno dei suoi nastri nel pugno di Gian Maria Damiani . E Schiaffino , il superbo nocchiero del Lombardo , giacque là morto . E ' questo il momento d ' annunziarmi una pubblica sciagura ? - gridò Garibaldi a chi gli dava notizia di quella morte . Ma proprio in quel momento , in un altro punto della battaglia scoppiava un urlo di gioia ... Un cannone era preso . Fumigava ancora la sua gola dell ' ultimo colpo sparato contro quelli che vi s ' erano lanciati su primi , primo Achille Sacchi da Pavia , giovanetto di diciassett ' anni , che cadde già con le mani sulla volata di quel pezzo e giacque morto . " Ancora uno sforzo ! " e lo sforzo era fatto . Erano balzati su fino i moribondi ; l ' ultimo assalto alla baionetta fu veramente meraviglioso . I napolitani non vi ressero , si volsero , rovinarono via . Non però tutti in fuga . Avevano cominciato i Cacciatori e i Cacciatori finivano . Mentre la fanteria e i Carabinieri napolitani si ritiravano confusi giù pel declivio del colle perduto ; quei Cacciatori , come stessero in un campo a istruirsi , facevano le loro fucilate a quadriglie , allontanandosi lentamente . Fin Garibaldi stette a mirarli un pezzo , in quelle loro belle mosse ; ma poi diede ordine di caricarli a una delle Compagnie che appena conquistato il colle , già si erano quasi riordinate intorno ai loro ufficiali . Corse la 6° , Carini . E quell ' ultimo strascico del fatto d ' arme fu presto levato . Tutta la colonna borbonica si sprofondò nel vallone , sparì un momento , poi ricomparve di là . Saliva l ' erta per Calatafimi . La chiudeva un manipolo di cavalli , forse mezzo squadrone , che durante il combattimento s ' era tenuto giù sullo stradale , certo aspettando di potersi gettare sui nemici vinti a sciabolarli . Invece ora proteggeva la ritirata ai suoi . Dal campo di battaglia fu vista quella gente serpeggiare su per l ' erta lunga , stendersi e di nuovo sparire poi più su , a poco a poco , in Calatafimi . Dopo la vittoria Sul colle conquistato riposarono i vincitori . E cominciò subito la raccolta dei feriti gravi , che non avevano più potuto reggersi , e giacevano giù pei fianchi del colle , molti , troppi , per un fatto di così pochi combattenti e di così corta durata . Tra grave e non gravi erano 182 , i morti 31 . Le ferite erano orribili , lacerate , larghe , massime quelle fatte dalle palle ogivali cave dei Cacciatori . Pochi napolitani che i loro non avevano potuto portar via , si lasciavano pigliar su meravigliati di vedersi trattati bene , mentre s ' erano forse aspettati d ' essere uccisi . All ' allegrezza della vittoria si mescolava così quella grande malinconia . E s ' era messo un vento freddo che faceva frizzar la pelle . Calavano intanto dalle montagne le squadre dei ' Picciotti ' , e invadevano il campo di battaglia , meravigliati anch ' essi del combattimento contemplato dall ' alto , come dai gradini d ' un anfiteatro una lotta di gladiatori . Garibaldi guardava sempre una strada che da ponente , per una gola , metteva in quella specie di conca da cui sorgevano su i due colli , quello della sua posizione del mattino e quello conquistato su cui si posava coi suoi . Forse temeva l ' arrivo di un corpo nemico da Trapani . Ma aveva fatto mettere gli avamposti , e dato l ' ordine a Bixio di collocare le artiglierie . Aveva anche già detto di voler salire a Calatafimi il giorno appresso , e sapeva lui per quali vie si sarebbe incamminato . Per quella fatta dai Napolitani nella ritirata no certo : e questo capivano tutti , perché tentar un attacco da quella parte sarebbe stata una follia . Ma egli era allegro in viso , e ciò bastava . Uno strano sentimento , che tutti dovettero provare , ma di cui si accorsero e se lo spiegarono per dir così solo i più raffinati allora e molto di poi anche gli altri , ripensando a quelle ore , fu quello dell ' isolamento in cui si trovavano . Non erano passati che dieci giorni da quando avevano lasciato Genova , eppure pareva loro d ' essere via da mesi e mesi , d ' aver navigato molto , d ' aver camminato molto , d ' esser già quasi gente dimenticata . Si sapeva nell ' Alta Italia che erano sbarcati , che erano stati accolti bene ? Qualche spirituale forza dava almeno in quel momento un senso vago del dove si trovavano e della loro vittoria ? A Milano , a Genova , a Torino e nella Venezia gemente in mani austriache , per tutti i borghi e i villaggi da dove qualcuno d ' essi s ' era mosso , cosa si pensava , cosa si sperava , cosa si temeva per loro ? Ah ! Un filo di telegrafo per mandare la gran notizia alla patria e riceverne una parola . Certo da Napoli sarebbe taciuta o mandata pel mondo svisata , falsata la notizia della battaglia a far piangere . E intanto erano scene di gioia , come a rivedersi dopo anni ed anni , nell ' incontrarsi fra loro amici di casa , di scuola , di Compagnia che si erano perduti di vista durante il combattimento e che si ritrovavano sani e salvi . Ed erano lamenti per i caduti , il tale giù ai primi colpi , il tal altro a mezzo al colle , un altro addirittura in cima quasi in braccio ai nemici . Andavano a cercarli , a guardarli , a baciarli . E così i nomi dei morti e dei feriti , il modo , il come , il dove , il quando , tutti i particolari se li scambiavano , e parlavano commossi , ma tuttavia ancora con un po ' del sentimento egoistico d ' essere usciti salvi dal pericolo in cui altri aveva lasciato la vita . Si sa ; il vero dolore , quello grande e sincero viene dopo , quando il sangue si è rimesso in calma e la pietà si ridesta . Tra le Compagnie che si erano riordinate , si faceva un gran parlare dell ' importanza del fatto ; qua e là in quel campo ci parevano dei piccoli Parlamenti . Quelli che avevano sentito Garibaldi , quando aveva detto a Bixio : " Qui si fa l ' Italia o si muore , " commentavano le solenni parole , e pareva proprio a tutti di sentirsi piantato in cuore che il fatto d ' armi , piccolo in sé , era già come un ' ultima battaglia risolutiva , da combattersi ancora sì , non si sapeva dove né quando , ma già vittoriosi . E ciò voleva dire l ' Italia fatta sin da quel giorno , su quel colle . Il qual colle aveva tuttavia un nome di malaugurio . Era stato subito detto che si chiamava ' Pianto dei Romani ' , perché ivi , più di duemila anni indietro , questi erano stati vinti dai Segestani e dai Cartaginesi . Ma quel nome di mestizia era un ' invenzione , o per lo meno una interpretazione errata . ' Pianto ' non è che il vernacolo siciliano ' Chiantu ' , o piantamento di viti ; e uno n ' era stato fatto far su quel colle da un ' antica famiglia Romano . E difatti , quei tali terrazzi dovevano essere stati fatti per dei poderosi filari di viti , sebbene allora vi si vedessero soltanto arbusti grami , e piante che esalavano un tristo odore di cimitero . Così , e durante il combattimento , aveva detto il livornese Giuseppe Petrucci della compagnia Bixio , facendo parer ai vicini di fiutar davvero un ' aria di morte . * La notte calò rapida come nelle giornate più corte dell ' anno . E in quel crepuscolo fu commovente veder un gruppo di sei o sette Francescani , i quali dopo aver combattuto fino con tromboni , partivano per tornare al loro convento . Erano accorsi là da Castelvetrano . A quell ' ora se ne andavano giù dal colle nei loro tonaconi grossi , con le loro armi in spalla , seri e tranquilli , come se tornassero da aver fatto la questua tra quei soldati che avevano fame , e stavano divorando pane e cacio distribuito in fretta già quasi nel buio . Poi le Compagnie si addormentarono . Al tocco dopo la mezzanotte la sentinella dell ' avamposto verso Calatafimi diede l ' alto a due persone che le venivano incontro . - Amici , galantuomini di Calatafimi . - Avanti . - Tutto l ' avamposto fu subito in piedi . - Cosa volete ? - Con l ' anima nelle parole , quei due galantuomini recavano che i Napoletani avevano abbandonato Calatafimi , marciando verso Alcamo , che stava di là , di là ... La notizia era lieta . Levava la gran preoccupazione di ciò che sarebbe potuto avvenire il giorno appresso . Da Palermo , a quell ' ora , poteva già esser giunto per nave a Castellamare un corpo di aiuto ai vinti , e con tutta comodità aver marciato da Castellamare a Calatafimi . Ora se i Napolitani se n ' erano invece andati , ciò voleva dire che a Palermo non c ' era un generale che avesse occhi . Bene , bene ! Quei galantuomini furono condotti da Garibaldi , che stava ben desto nella casupola sul colle , e che gli accolse con gioia . Fatta l ' ambasciata , volevano tornarsene ; ma egli , non li volendo lasciar esporsi a pericoli , se li tenne fino al mattino . Avrebbero marciato con lui . Ed essi non s ' accorsero che forse diffidava di loro , tanto era buona e incredibile la notizia che gli avevano portato . * Nel brivido che dà l ' alba , prima ancora che le trombe suonassero le sveglie , molti di quei militi , mezzo intirizziti dalla gran guazza , giravano già pel campo a rivedere i morti . Di questi ve n ' erano che parevano dormirsene sicurissimi d ' essere svegliati a lor tempo , tanta era la pace che avevano nel volto . Così Giuseppe Belleno , così Giuseppe Sartoriio , tutti e due Carabinieri genovesi ; questo colpito nel petto proprio nel momento che fulminava un gran fante borbonico , mirato a prova da lui . Aveva data e ricevuta la morte in un punto . Poco discosto giaceva Ferdinando Cadei di Caleppio , bel giovane di ventun ' anno , che adagiato sul fianco destro pareva sogguardasse timidamente . Carlo Bonardi da Iseo non si trovava più nel luogo dov ' era caduto e rimasto morto bocconi , né per quanto gli amici suoi cercassero là attorno vedevano le sue larghe spalle da atleta , né il mantello che portava rotolato a bandoliera ancora nell ' ultimo istante . Cosa n ' era mai stato ? Invece il gran Schiaffino copriva ancora la terra là dove l ' anima sua lo aveva lasciato . Era solo un po ' scolorito in viso . In uno dei punti , dove la resistenza del nemico era stata più forte , giaceva Luciano Marchesini da Vicenza , col capo su d ' un sasso nero che pareva un libro . " Come il Battaglia l ' anno scorso a San Fermo ! " diceva Odoardo Rienti da Como . E narrava di Giacomo Battaglia poeta , che combattendo tra i Cacciatori delle Alpi cadde a San Fermo colpito in fronte , e tratto di tasca un suo Dantino se lo pose sotto il capo e sul poema divino spirò . Un po ' più in su , e proprio sulla cima del colle , dove erano stati fatti gli ultimi colpi , giaceva come un assiderato Eugenio Sartori da Sacile . La morte che , toccandolo quasi per saggiarlo a Venezia nel '49 , lo aveva lasciato tornare alle mense patriarcali di casa sua , se l ' era preso lì . Egli no , non pareva in pace ! Gli occhi non gli si erano ancora chiusi , e , dopo tante ore , il suo viso esprimeva sempre una gran collera da battaglia . E via via cercati così , i morti furono rivisitati quasi tutti . Ma alla fine bisognò pure che i vivi gli abbandonassero . Sarebbero poi venuti i seppellitori a scavare a ogni morto una buca lungo il corpo , ve l ' avrebbero fatto rivoltar giù forse con malgarbo , poi o sul corpo o sul dorso , poche badilate di terra e addio . Un dì , chi sa quando , qualcuno verrebbe a scoprire delle ossa . * Le compagnie partirono . E per la stessa china e poi per la stessa erta fatta dai Napolitani la sera avanti , marciarono a Calatafimi . Ivi trovarono la gente ancora scompigliata . Quei poveri abitanti avevano visto dalle loro case , il combattimento del Pianto Romano , e poi i borbonici tornare vinti tra loro . Erano stati gran parte della notte tremando che il mattino portasse loro uno scontro nelle stesse vie della città tra le loro case : invece i borbonici erano partiti . Ma potevano sopraggiungerne di nuovi . Insomma la fisionomia generale era triste . Nella via maestra si trovavano a ogni passo i segni della sosta fattavi dai vinti ; nelle poche botteghe , misere assai , non c ' era più nulla ; quelli avevano portato via ogni cosa . Ma le Compagnie , a poco a poco , misero un po ' di fidanza e d ' allegrezza ; tanto più poi nel pomeriggio , quando fu lor letto l ' ordine del giorno di Garibaldi . Era uno de ' suoi più eloquenti , e parve la voce di tutta la patria . " Soldati della libertà italiana , con compagni come voi io posso tentare ogni cosa , e ve lo mostrai ieri conducendovi alla vittoria contro un nemico superiore per numero e per le sue forti posizioni . Io avevo contato sulle vostre fatali baionette , e vedete che non mi sono ingannato . " Deplorando la triste necessità di dover combattere soldati italiani , debbo confessare d ' aver trovato una resistenza degna di causa migliore . E questo vi mostra quanto noi potremo fare , quando l ' intiera famiglia italiana sarà riunita intorno a una sola bandiera . " Domani il continente italiano sarà parato a festa , per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani . " Le vostre madri , le vostre amanti , usciranno nella via superbe di voi , con la fronte alta e radiante . " Il combattimento ci costò molti cari fratelli , morti nelle prime file ; e nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa . " Paleserò al nostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore condussero alla lotta i più giovani e i più inesperti militi , e che domani li guideranno alla vittoria su altri campi , a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra Italia carissima . " I nemici ! Ve n ' erano in Calatafimi parecchi , feriti il giorno avanti e abbandonati là , perché per via avrebbero patito troppo . I vincitori andavano a trovarli nelle chiese e nei conventi , li confortavano , li carezzavano . Ed essi dicevano che non sarebbero più tornati alle loro bandiere . Cominciava già allora la fratellanza ; solo qualcuno guatava bieco e mormorava sdegnoso . Dai Francescani , prodigava la sua carità un padre Luigi , il quale fu poi amorosissimo nei giorni appresso ai garibaldini portati là da Vita , dove non c ' era luogo per tenerli se non ammucchiati come nelle prime ore dopo il combattimento . Forse quel frate si sentì prendere fin da allora da quella forza per cui ebbe il coraggio di spogliar l ' abito , di lasciarsi portar via dalla rivoluzione nella vita nuova italiana ; e tornato al secolo divenne col tempo uomo di cattedra , uomo di Stato in Roma , dove coloro che lo avevano conosciuto laggiù continuarono a chiamarlo in segreto " padre Luigi " . Le emozioni del giorno avanti , il bisogno di raccoglimento , la stanchezza , non svogliarono di visitar il paese intorno chi aveva sentimento dei luoghi e delle cose . Uscendo dalla parte occidentale molti andavano in poco tempo alle rovine di Segesta , e vi si appressavano esaltandosi via via . Quelle trentasei colonne del tempio dorico rimaste in piedi come parte di un ' opera incompiuta , tanto sembravano recenti ; il teatro poco più in là , ispiravano una malinconia magnanima . Era mai possibile che fosse stata abitata da gente così ricca e grandiosa da aver eretto quei monumenti , una terra ora popolata quasi solo di miseri ? Quelle colonne parevano vive e pensanti , quel tempio pareva aver ancora un ' anima cui facesse dolore vedersi intorno caprai indifferenti , nei quali tuttavia l ' uomo antico doveva starsene addormentato . Ora quei visitatori si lusingavano d ' essere capitati a svegliarlo . La marcia ad Alcamo Garibaldi non perdeva tempo : all ' alba del 17 rimise la sua gente in cammino . Da Calatafimi un ' ultima occhiata d ' addio al colle del Pianto Romano , poi via per Alcamo . E fu una marcia mattutina di poca fatica anche per quelli dei feriti che , sentendo di potersi reggere , piuttosto che starsene inoperosi , avevano voluto seguire la colonna , chi col braccio al collo , chi con la testa bendata , chi a piede nelle file , chi su quei carri di laggiù storiati di Madonne e di Santi , illustrati da sentenze e leggende paesane . Parlavano dei compagni rimasti a Vita nella chiesa o nelle case , dove mancavano di tutto e pativano , e qualcuno stava forse per morire , sebbene il vecchio Ripari e Ziliani e Boldrini e gli altri medici facessero prodigi d ' amore . Erano cose meste ; eppure la campagna meravigliosa metteva nei cuori il proprio rigoglio , onde si sentivano senza troppi rimpianti . Ah che paese ! Se quel trionfo di verde fosse venuto crescendo così come pareva , la via doveva menare davvero alla terra promessa . Intanto qualche cosa di paradisiaco si vedeva già . La fama di Garibaldi era andata a rinnovare le fantasie già note altrove ; onde , agli sbocchi delle stradicciole campestri che mettevano in quella via , gruppi di donne dinanzi ai loro uomini e coi bimbi al collo o per mano , gli gridavano dei saluti quasi religiosi . Alcune si inginocchiavano , altre dicevano " Beddi ! " ai giovani soldati . Via via andando si scoprivano , tra le biade peste , arnesi militari dei borbonici ; e quei villici li additavano imprecando agli ' schifiosi ' che li avevano gettati nella ritirata . Poi , già nelle vicinanze di Alcamo , comparvero delle carrozze di signori che venivano incontro a Garibaldi , tirate da pariglie superbe . A un certo punto comparve il mare del Golfo così azzurro , sotto un cielo così terso , che tra per quella vista e la bella campagna e il tutt ' insieme , fu un ' ora di incanto . In qualche gruppo della colonna scoppiarono canti lombardi , di quelli della regione dei laghi . Quella era proprio la terra degna che vi fosse sbocciato uno dei primi fiori della nostra poesia , perché tutto ciò che vi si vedeva ricordava la ' Rosa fresca aulentissima ' di Ciullo o di Cielo . Allora la variante non importava . E poi ecco Alcamo con le sue belle case e i suoi giardini coi muri passati dai palmizi , che si spandevano fuori torpidi nel caldo meriggio . Non poteva essersi dato che il delizioso ' Contrasto ' fosse avvenuto davvero con di mezzo uno di quei muri o la siepe d ' uno di quegli orti ? Tutto vi pareva così antico ! La città , quasi moresca d ' aspetto , quasi mesta , era in festa religiosa , ma pareva allegrarsi a poco a poco , per l ' arrivo di quegli ospiti d ' oltremare . E poi si esaltò addirittura per un fatto quasi incredibile , di cui si parlava già sin dal giorno avanti in Calatafimi come di cosa avvenuta o da avvenire . Garibaldi si era lasciato indurre da fra Pantaleo a ricevervi la benedizione in chiesa . Egli schiettamente , semplicemente , in mezzo al popolo , si sottomise alla Croce che il frate gli impose sulla spalla , proclamandolo guerriero mandato da Dio . La scena fu un po ' strana , ma il Generale stette con tanta sincerità di spirito , che neppure i più filosofanti della spedizione trovarono nulla a ridire . Fu un lampo di misticismo sprigionato dall ' anima di lui , formata d ' un po ' di tutte le anime grandi che furono , e anche di quella di Francesco d ' Assisi , dietro al quale , nato nel suo tempo , egli si sarebbe scalzato dei primi a seguirlo . A Partinico Fu dunque un giorno lieto quello d ' Alcamo ; ma l ' altro appresso , quando la colonna partì acclamata e marciò a Partinico , qual diverso mondo le si apprestava a così breve distanza ! Per Alcamo la milizia borbonica battuta a Calatafimi era passata senza che nessuno le si fosse fatto contro per impedirla ; ma Partinico la aveva affrontata , e per le vie e per le case era stato un combattimento da selvaggi . A entrare in quella città , parve di affacciarsi a uno degli orrendi spettacoli di strage fra Greci e Turchi della rivoluzione ellenica di quarant ' anni avanti . Proprio sulle soglie della cittadetta , stavano mucchi di morti bruciacchiati , enfiati , in cento modi straziati . E tenendosi per mano a catena e cantando , vi danzavano attorno fanciulle scapigliate come furie , cui faceva da quadro e da sfondo la via maestra nera d ' incendi non ancora ben spenti . Le campane sonavano a stormo ; preti , frati , popolo d ' ogni ceto , urlavano gloria ai militi correnti dietro a Garibaldi , che traversò rapido la città col cappello calato sugli occhi , e andò a posarsi all ' altro capo , in un bosco d ' olivi , mesto come non era ancor parso in quei giorni . E là gli furono condotti alcuni sodatucci borbonici , rimasti prigionieri in mano dei Partinicotti e salvati a stento da qualche buono ; poveri giovani disfatti dal terrore di due giorni passati con la morte alla gola . Consegnati a lui si sentirono sicuri , e piansero e risero come fanciulli . Sprazzo di sereno nella tempesta , chi si potrebbe tenere dal narrarlo ! Garibaldi sedeva in quel momento a pie ' d ' un olivo . Aveva appena finito di confortare quei poveri soldati , che gli fu presentato dal capitano Cenni suo carissimo uno dei giovani della spedizione , il quale portava una manata di fragole in un canestrino fatto di foglie . " Generale , " disse il Cenni , " questo cacciatore delle Alpi vi offre le fragole . " Garibaldi guardò Cenni , guardò il giovane , poi sorrise un poco , crollò la sua bella testa e gli domandò : " Di dove siete ? " - " Genovese " rispose il giovane quasi tremando . E allora il Generale in dialetto genovese . " E avete ancora la madre ? " " Generale sì ; " e gli occhi del giovane videro allora molto lontano . " Cosa direbbe - continuò Garibaldi - se fosse qui a vedere che mi piglio le vostre fragole ? " Ma intanto tese la mano e ne levò due o tre per gradire , soggiungendo : " Andate , andate , godetevele voi , che vi parranno più buone che a me . " Dopo non lungo riposo , le Compagnie si rimisero in marcia , allontanandosi quasi con gioia da quel luogo di sangue . Alcuni Partinicotti le seguirono armati di doppiette e di pugnali . Ve n ' era uno che pareva di bronzo , tutto vestito di velluto biancastro , con a cintola due pistole . Il Sampieri dell ' artiglieria diceva che erano dell ' aria di colui i Palicari e i Clefti dei quali egli , nell ' esilio suo in Grecia , ne aveva conosciuti alcuni , vecchi ancora di quei di Bozzaris . Si sarebbe detto che quell ' uomo non fosse fatto che ad uccidere , e invece a parlargli era buono e anche grazioso . Raccontava quasi scusandosi l ' eccidio cui aveva partecipato ; e diceva con poesia di Palermo , bella , grande : " Vedrete , vedrete ! Il palazzo reale ! " E forse tutto il suo patriottismo era per l ' isola sua , pel regno , pel piccolo regno di Sicilia , indipendente da tutto il mondo . Seguì la marcia di Garibaldi senza più staccarsi , divenne amico di qualcuno in tutte le Compagnie , portava la letizia in tutti i crocchi e le buone promesse . Nove giorni di poi , il mattino del 27 , nell ' assalto di Palermo , fu visto l ' ultima volta , sotto il Ponte dell ' Ammiraglio , disteso morto presso un Cacciatore borbonico , che moribondo egli stesso lo guardava . Forse lo aveva ucciso lui . Al Passo di Renda Sul vespro di quel giorno la colonna garibaldina entrò nell ' ombra di un anfiteatro di monti , dove si immerse quasi a celarsi . In quell ' ora , tutto là intorno pareva minaccioso , dalle falde ronchiose ai profili di quei monti dentati in alto e taglienti . Il po ' di piano traversato dalla strada consolare dava un senso di freddo . E il luogo , al dire dei Siciliani , era infame per istorie truci di masnadieri . Passo di Renda voleva dire pericolo di non uscirne vivo chi vi si avventurasse da solo . Le Compagnie , rifinite dalla stanchezza e dalla fame , si gettarono in terra ciascuna , per dir così , dove fu fermata ; e per un po ' fu silenzio profondo . Ma poi qua e là furono accesi dei fuochi con gli arbusti raccolti per quelle ripe , e intorno ai fuochi quei militi si misero come al solito a sgranocchiare il loro pane . Da otto giorni non si cibavano quasi d ' altro che di pane e cacio come il Generale , semplice uomo che faceva divenir semplici tutti e senza voglie , senza bisogni . Quella sera si mise a dormire in un cantuccio di quell ' accampamento , tra corte rocce ferrigne , dove i più novelli tra i suoi andavano timidamente a passargli vicino per guardarlo . Ma era veramente Garibaldi quell ' uomo coricato su quella povera coperta , sotto quel mantello , con la sella del suo cavallo per origliere ? Ed era Dittatore , e voleva levar via dal trono il Re delle Due Sicilie , egli così povero e che riposava così tranquillo , senza guardie né nulla ? Pareva un sogno . Contemplatolo un poco , quei giovinetti se ne tornavano alle Compagnie , a dire che egli dormiva e che perciò tutto doveva andar bene . Ma tutti sentivano di trovarsi a una breve camminata da Palermo , da dove un generale un po ' ardito avrebbe potuto condurre una colonna a sorprenderli ; e guai se anche un ' altra colonna mandata a sbarcare a Castellamare , per Alcamo e Partinico , per la via stessa che essi avevano fatta , fosse giunta alle loro spalle . Invece quella notte passò quieta , senz ' altra noia che d ' un po ' di pioggia . ma all ' alba , che bella sveglia ! Da un ' altura di quell ' anfiteatro scese sul campo improvviso un suon di banda , che parve venuta dall ' infinito a far una melodia nota , ma tal quale come laggiù non gustata mai da nessuno in nessun teatro del mondo , e nemmeno in cuore dal Verdi , che l ' aveva creata . Era il suo bolero dei ' Vespri Siciliani ' . Benedetto lui ! L ' anima sua tornava a soffiare l ' entusiasmo in quei cuori , in quel luogo , come già sul mare da Quarto a Marsala coi canti dei ' Masnadieri ' , col coro del ' Nabucco ' " Va ' pensiero sull ' ali dorate . " Una voce di tenore limpida e potente s ' accordò subito ai suoni , adattandovi i bei versi del ' Giovanni da Procida ' del Niccolini " Le Siciliane Vergini , " e qualche parte del campo applaudiva . Ripetuta tre o quattro volte , quell ' aria dei ' Vespri ' mise una grande agitazione . E non era più lo scoppio di gioia idillica d ' Elena , che nel melodramma scende dalla scalea incontro al coro di fanciulle , che le portano fiori ; ma passava come un vento eroico di martirio , che invitasse amici e nemici a morir insieme per la pace del mondo . Il piccolo esercito si levò tutto ; e allora fu un andare verso un punto dove la strada consolare mette da quell ' orrido passo alla vista della Conca d ' Oro . Tutti si fermavano là incantati . Vedevano giù in basso quel paradiso ; e in fondo Palermo che pareva infinita ; e nel tremolare della marina un fitto di antenne , navi da guerra certo le più , navi di tutta Europa e forse d ' America , corse là per vedervi la gran scena che vi doveva avvenire . Di quella scena essi dovevano essere poi attori ! Ma quando , come , con quali sorti ? Sapevano che laggiù tra quelle mura stavano ventimila soldati , ma insomma v ' erano pure dugentomila cittadini . E alcuni , quasi col sentimento dei diecimila di Senofonte quando scopersero il mare , gridavano : Palermo , Palermo ! Di là , il vecchio Ignazio Calona mostrava gli sbocchi dei monti da dove erano discesi i Napolitani di Florestano Pepe e di Filangeri , nel 1820 e nel 1849 . A quelle due rivoluzioni egli aveva partecipato di venticinque anni e di cinquantatré , e si poteva immaginare con qual animo se tanto glie ne avanzava adesso , che ne aveva sessantacinque . E diceva con foco giovanile che nel maggio del 1849 , quando Palermo si preparava all ' ultimo sforzo per respingere Filangeri già vincitore del resto dell ' isola , laggiù nella pianura che si vedeva tra la città e il Monte Grifone , ogni giorno accorreva gente d ' ogni ceto a scavar fossati , ad alzar ripari , e che tutti lavoravano insieme signori e plebe , anche le dame e le più nobili fanciulle . A quei discorsi i giovani si esaltavano . Così per tutta la mattinata fu una grande vivezza nell ' accampamento , dove quei militi si facevano giocondamente ognuno da sé le più umili cose ; si lavavano le camicie a una gran cisterna , si rattoppavano le scarpe , si ricucivano gli strappi dei panni così mal ridotti , che coloro che avevano indosso i più signorili parevano ormai i peggio vestiti . Ma alle belle persone , al portamento elegante , quella miseria dava quasi maggior risalto . Altri davano una ripulita ai fucili o si ingegnavano di raccomodarne i guasti . I cannonieri stavano intorno ai loro pezzi . Appoggiato alla gran colubrina , Antonio Pievani da Sondrio leggeva il Vangelo , e lo spiegava ad alcuni che aveva intorno . Tutti ascoltavano raccolti e pensosi , e facevano venire in mente i Puritani di Cromwell . Passava qualche scettico , stava un istante , poi se n ' andava compreso di rispetto per quel soldato credente . Ma in un canto dell ' accampamento v ' era qualcuno che , per dir così , teneva il posto che nei poemi cavallereschi hanno le Orche e i mostri . Sdraiato in terra , legato mani e piedi , vestito alla siciliana con certa eleganza , custodito da alcuni ' Picciotti ' delle squadre del barone Sant ' Anna , stava un uomo grande e forte , di viso cattivo . Guardava sprezzante e taceva . I garibaldini che andavano a vederlo , sentivano dire che egli era un tal Santo Mele , il quale sin dallo scoppio della rivoluzione aveva principiato a correre la campagna con alcuni ribaldi , rubando le casse pubbliche e assassinando gente . Aveva fino incendiato il villaggio di Calamina . E tutto aveva fatto in nome di certa sua giustizia che gli pareva d ' aver diritto d ' esercitare ; anzi , se ne gloriava . I Siciliani che dall ' esiglio erano tornati nell ' isola con Garibaldi , dicevano che colui doveva essere ' Maffioso ' ; e spiegavano ai compagni la natura d ' una tenebrosa società , che aveva le sue fila per tutta l ' isola , in alto , in basso , nelle città , nelle campagne , dappertutto . Piace rammentare che i continentali scusavano l ' isola , narrando che anche da loro vi erano state compagnie di malfattori che avevano esercitato una giustizia di loro genio , favoriti dalle plebi delle campagne e anche dai ricchi delle città , quando le leggi parevano torte contro la giustizia vera ; e dicevano che quelli erano passati e che sarebbe passata anche la ' Maffia ' . Quel Santo Mele il giorno appresso sparì . Forse la ' Maffia ' potentissima gli aveva dato aiuto fino in quell ' accampamento . Noiosissima cosa , nel pomeriggio di quel giorno cominciò a piovere . Senza tende , senza coperte era un gran brutto stare ; ma il campo non si attristò per questo ; anzi , vi fu un momento di gaiezza fin troppa . Era stato macellato un gran bove donato da un Comune là presso , e in certi pentoloni mandati pure da quel Comune , cuochi improvvisati cuocevano di quel bove a pezzi , e del riso . Ma quando si fu sul punto di scodellare , e tutti si sentivano già quasi nello stomaco quel ristoro , s ' accorsero di non avere né gamelle né cucchiai , e una risata generale empì l ' aria di chiasso . Però vi fu l ' ingegnoso che si prese la parte sua di riso in una foglia di fico d ' India , e allora tutti ai fichi , e nel cavo di quelle foglie coriacee un po ' di quel cibo poterono gustarlo tutti . Quanto a vino ce n ' era nel campo a botti . Seguitò la pioggia tutto il resto del giorno e anche quella notte , sicché la dimane quella gente , fradicia fino alla pelle , faceva un brutto vedere . Garibaldi guardava mesto . Egli nella notte aveva fatto levar via una specie di baldacchino che alcuni di quei suoi militi gli avevano formato sopra con dei mantelli sostenuti da pali , mentre dormiva . Ma alfine anche quel giorno venne il sole , e ognuno tornò a sentirsi bene . Intanto Garibaldi aveva meditato una mossa . Voleva piantar nella mente dei difensori di Palermo che egli avesse deliberato di assalirli da Renda per la via di Monreale , e creare in essi l ' illusione che egli potesse scendere a farsi pigliare come in una trappola su quella via . Così la sera del 20 , messo in marcia il battaglione Carini , lo fece calare nel villaggio di Pioppo , a pie ' dei monti e già sul lembo della Conca d ' oro . Ivi tenne quelle Compagnie tutta la notte . All ' alba del 21 si spinse avanti egli stesso dove erano già i Carabinieri genovesi , con le compagnie del battaglione Bixio passate anch ' esse durante la notte . Quasi subito l ' avanguardia venne alle schioppettate con gli avamposti napolitani , mentre che a sinistra , su pei fianchi dei monti , si svolgeva una loro ala , certo per aggirare la gente garibaldina , calarle addosso e metterla in rotta tra gli aranceti del piano . Quel mattino i napolitani parevano di buon umore . Ma la loro ala girante s ' abbatté nelle squadre di Rosolino Pilo , che stava a mezza costa , e dovette arrestarsi . Allora s ' impegnò lassù un fuoco vivissimo di fucileria , a cui le squadre ressero bravamente , per più di due ore , finché i borbonici furono costretti a ritirarsi . E giù nel piano le Compagnie garibaldine , menate avanti , indietro e poi ancora avanti per modo che esse stesse non ci capivano più nulla , verso il mezzodì ricevettero l ' ordine di ritirarsi . Videro Garibaldi tornar dalla fronte col suo Stato maggiore in sì gran fretta , che avrebbero potuto credere di doversi sentir dietro i compagni dell ' avanguardia fuggenti ; ma bastò loro guardar in faccia il Generale , e la breve ritirata di ritorno al Passo di Renda fu fatta con calma . Risalite lassù trovarono sul ciglio del passo i cannoni in posizione con le gole chinate verso la pianura , dove , volgendosi a guardarla , vedevano brillar non lontano le armi dei nemici distesi . Forse questi si apparecchiavano a farsi avanti . E allora pareva di capire che Garibaldi avesse mirato a tirar fuori di Palermo una parte di difensori per piombarle addosso , e se la fortuna lo secondasse , romperli , ed entrare con essi in Palermo , che sarebbe insorta . Invece seguì una gran quiete . Ma in quella quiete si sparse una notizia dolorosa . Rosolino Pilo , che su quei colli di San Martino , con le sue squadre , aveva così ben rintuzzato l ' attacco dei regii , era stato colpito al capo da una palla di rimbalzo , mentre scriveva un biglietto a Garibaldi . Ed era morto , povero prode , con in vista la sua Palermo laggiù , sospirata dall ' esilio per undici anni . Alla testa delle sue squadre rimaneva l ' amico suo Corrao , uomo di gran coraggio ma incolto e di poco prestigio ; e così con la gran figura di Pilo veniva a mancare una delle forze più vive della rivoluzione . Perciò si diffuse una gran mestizia , Garibaldi fu visto afflittissimo ; e facilmente il pensiero de ' suoi passava da Pilo a lui , che da una palla poteva essere spento da un ' ora all ' altra . E allora ? Marcia notturna Venne intanto la sera , una sera cupa che minacciava una notte di pioggia . Eppure le Compagnie furono fatte mettere sotto le armi e in marcia , di nuovo come il giorno avanti sulla via per discendere a Pioppo . Dunque Garibaldi si ostinava davvero a tentar Palermo da quella parte e con un attacco notturno ? Fosse pure ! Gli animi erano ben disposti , perché quello stare con la gran città alle viste e con le spalle mal sicure cominciava a diventar fastidioso . E marciarono . Ma là dove la via chinava , dove sul mezzodì avevano visto i cannoni in batteria , i cannoni non c ' erano più , e le Compagnie invece di scendere , si videro fatte girar a destra per entrare in un sentiero che non poteva menare se non sulle creste di certi monti , dei quali nei due giorni passati nel campo di Renda avevano potuto considerare l ' asprezza . All ' imbocco di quel sentiero , soldato per soldato ricevevano tre pani da alcuni uomini , che agli ordini del capitano Bovi , bolognese , facevano fretta ai passanti che pigliassero e andassero . Quei tre pani volevano dire tre giorni forse di marcia per le montagne . Erano dunque preziosi ; onde i più dei soldati non sapendo dove se li mettere , inastate le baionette ve li infilzavano , e tiravano via col fucile in spalla sbilanciato a quel modo , celiando . Ma come fu notte chiusa e il sentiero venne a mutarsi in sterpeto , si fecero alquanto tristi . Sennonché a un certo punto trovarono Garibaldi che tribolava a mandare avanti dei contadini , i quali curvi sotto lunghe stanghe portavano a spalle appesi a quelle i cannoni smontati , dieci o dodici per ciascun pezzo . E li esortava , e li metteva sul gioco di moversi ognuno con tutte le sue forze , li aiutava persino , e per insegnar loro come dovevano stare sotto la stanga ci si metteva egli stesso . In quel mestiere lo secondavano il Castiglia , il Rossi , il Burattini , i marinai del Lombardo e del Piemonte , già sin da Salemi formati in una piccola Compagnia . Con quell ' esempio la colonna sfilava , un uomo dietro l ' altro oramai , ché per due non c ' era più luogo . E cominciò una pioggerella che presto divenne fitta tra quelle tenebre , dando alla gente il senso di camminare nelle nubi . Ah le belle vie di Milano , di Venezia , di Genova , tutte inondate di luce , a quell ' ora ! I pani , inzuppandosi , cascavano giù dalle baionette , cascava qualche uomo a ogni passo ; tuttavia si rideva ancora , ma , per dir così , d ' un malinconico riso interiore . Metteva un po ' di sgomento il non veder più nulla , salvo dei gran fuochi indietro nel campo di Renda abbandonato , e un altro gran fuoco solitario avanti , lontano , verso il quale si accorgevano di marciare ; mentre dal fondo , sulla sinistra , salivano a intervalli i gridi d ' allerta delle sentinelle napolitane . Dalla testa della colonna veniva il nitrito d ' un cavallo , insistente , selvaggio . A un tratto s ' udirono due colpi di fuoco . Fu un fremito per tutta quella sfilata : forse l ' avanguardia s ' era imbattuta nel nemico . Ma poi non si udì più nulla . E sempre tirando avanti , passò la voce che quei colpi erano stati scaricati da Bixio nella testa del suo cavallo , per farlo smetter di nitrire ; atto proprio da Bixio che aveva voluto far quella marcia del diavolo in sella . Era vero . Andando avanti , i soldati passavano vicino a un cavallo spianato là morto fuori de ' piedi . Quando fu quasi l ' alba , le Compagnie si trovarono a calare dalle ultime falde di quei monti su d ' una grossa borgata . Pioveva ancora . Credevano d ' aver camminato lontano , e invece la Conca d ' oro era ancora lì davanti ad essi come quando stavano a Renda , solo che adesso la vedevano da oriente . Mirabile marcia ! Garibaldi che per natura si ricordava così poco delle cose fatte , ebbe ragione quando , riparlandone dopo molti anni , disse che neppure in America si era trovato a farne fare una a ' suoi , somigliante a quella del Parco . E non un uomo si era perduto ; qualche ritardatario aveva saputo serrarsi presto alla colonna ; anche i cannoni erano venuti per quelle balze . Ma in quale stato , povera gente ! Il borgo di Parco sia lodato sempre pel modo come la accolse . Non ci fu casa che non si aprisse a ristorare qualcuno , a rasciugare i panni , a rifornirne che non poteva più tener indosso i propri , ridotti in cenci , a rincalzare chi non aveva più scarpe in piede . Ma ancora più da lodarsi quel borgo , perché si prese in seno tutta quella gente , e se la tenne celata tutto quel giorno e la notte appresso , senza che nulla ne trapelasse ai borbonici , campeggianti nella Conca d ' oro . Un frate strano Cotesto giorno , uno di quei soldati fu fermato da un giovane monaco che egli avea già veduto girare pel borgo , e soffermarsi qua e là a parlare coi suoi compagni . E capì subito che era un ' anima tormentata da qualche gran cruccio . Avviato il discorso , il monaco si spiegò : avrebbe voluto gettarsi nella rivoluzione , ma qualcosa lo tratteneva . Seduti a pie ' d ' una delle tre grandi croci che sorgevano su d ' un poggio a figurarvi il Calvario ; quei due parlavano già come vecchi amici . E il garibaldino diceva al frate che se avesse voluto entrare nella sua Compagnia , vi avrebbe trovato il Comandante e gli ufficiali e molti militi siciliani tornati dall ' esilio ; e che l ' esser frate non voleva dire ; che già altri frati avevano combattuto per Garibaldi a Calatafimi e che anzi , un francescano lo seguiva già da Salemi . Il monaco rispondeva che pur ammirando Garibaldi gli pareva che quella ch ' egli combatteva non fosse la guerra di cui la Sicilia aveva bisogno . L ' unità d ' Italia e la libertà pel vero popolo siciliano erano quasi nulla . Che potevano farsene quelle plebi ancora oppresse da tutte le ingiustizie , altrove , in Piemonte , in Lombardia , levate da un secolo ? Non avevano visto essi venuti da fuori , per quel poco che avevano già corso dell ' isola , quanta era la miseria e quanta l ' abiezione di quelle plebi ? La libertà non era pane per lo stomaco e nemmeno per lo spirito ; anzi sarebbe poi per i già prepotenti un mezzo per opprimere di più . In Sicilia era necessaria una guerra che trasformasse la società e la vita , facendo guadagnare al popolo il tempo che per forza gli era stato fatto perdere . Non vedeva Garibaldi che la Sicilia era ancora quasi come doveva essere stata ai tempi delle guerre servili di venti secoli avanti ? Insomma quel monaco voleva la guerra non soltanto contro i Borboni , ma contro tutti gli oppressori grandi e piccoli , che si trovavano laggiù dappertutto . Il garibaldino cui pareva di non capir quasi come un monaco parlasse a quel modo , gli diceva che allora quella guerra ch ' egli voleva avrebbe dovuto esser fatta anche contro i frati ricchissimi , e molti . E il monaco ardente rispondeva che sì , che anche contro i frati si doveva farla , contro di essi prima che contro d ' ogni altro , ma col Vangelo in mano e con la Croce : che allora anch ' egli ci si sarebbe messo , ma che così come era fatta e per quel che era fatta , gli pareva inutile . Se Garibaldi avesse guardato bene , si sarebbe accorto che le plebi lo lasciavano solo coi suoi . Allora il garibaldino accennò alle squadre che numerose tenevano i monti qua e là . - E chi vi dice - esclamò il monaco con voce risoluta - chi vi dice che non si aspettino qualche cosa di più ? - Il discorso era stringente . Il garibaldino che non si voleva dar vinto , sentiva tuttavia che il monaco ne sapeva più di lui . Mirava quel volto illuminato da una fiamma che non era la sua di mazziniano , taceva un po ' confuso e anche alquanto impicciolito . Poi egli e il monaco si levarono di là , si abbracciarono , e questi se n ' andò . Egli discese tra i suoi con l ' animo turbato e scontento . Gli pareva d ' aver imparato molto in quel colloquio , e vagamente sentiva che l ' unità della patria non era tutto , che la libertà avrebbe scoperto molte piaghe , alle quali poi col tempo altri avrebbe dovuto pensare . E se ne ricordò e pensò a quel monaco trent ' anni dipoi , quando proprio da quella parte dell ' isola parlò più alto l ' antico dolore che quegli sin da quel tempo remoto sentiva . I borbonici all ' offensiva Tornando ai fatti allora presenti , i borbonici si erano svegliati la mattina del 25 maggio , certi di avere ancora in faccia Garibaldi su al passo di Renda , dove tutta la notte erano stati tenuti accesi dei grandi fuochi . Ma allo schiarirsi s ' accorsero che egli non era più là . Dove mai poteva essere andato ? Forse la prima supposizione fu ch ' egli si fosse ritirato indietro . Non passò loro neppur per la mente che avesse fatto quella marcia inverosimile per andarsi a porre sul loro fianco in quel nascondiglio di Parco . E non ne seppero nulla tutto quel giorno , perché la Sicilia non dava spie , non ne seppero fino al mattino appresso , quando videro coronarsi d ' armati il poggio che sorge sopra quel borgo . Certo là era lui ; quelle che si vedevano non potevano essere squadre . E deliberarono di andare a trovarlo . Il dì stesso sul vespro mossero , e parve per assalire Garibaldi in due colonne a tenaglia . Ma non era che un movimento per saggiarlo o forse per tirarselo giù nel piano . Egli aveva scelta bene la sua posizione ; piantato Bixio a mezza costa col suo battaglione , il battaglione Carini aveva schierato lungo la strada che sale per quel dosso ed entra poi tra i monti verso Piana de ' Greci . I cannoni erano in batteria . Tutto era pronto per ricevere i borbonici . Ma la loro ala sinistra si avanzò appena a tiro di fucile , e scambiò qualche colpo con alcuni ' Picciotti ' che stavano sulle più basse falde , l ' altra non si inoltrò neppur tanto . Erano dunque soltanto ricognizioni , ma volevano dire che per l ' indomani si preparava qualche cosa di grosso . E avvenne . Alla levata del sole , un gran tratto della via da Palermo a Monreale fu visto dal Campo di Garibaldi sfavillar tutto d ' armi . Pareva che i ventimila uomini del presidio fossero usciti tutti alla campagna , tanto era lunga quella traccia , la cui testa entrò nei fitti pomari e continuò a marciarvi nascosta , come s ' indovinava dall ' accorciarsi delle sue code . Garibaldi , fermo nelle sue posizioni , faceva lavorar di zappa il suo Genio e la sua Artiglieria , come se si preparasse a ricevere l ' assalto . Aveva già mandati i Carabinieri genovesi alla posta , là dove il primo incontro degli assalitori doveva naturalmente seguire , certo che contro le loro carabine il nemico si sarebbe sentito cader la baldanza . Antonio Mosto doveva pensare a reggervi quanto fosse possibile a brava gente qual era la sua , e alla fine ritirarsi la via che tutta la Colonna avrebbe pigliata , perché Garibaldi , contro ogni apparenza data da principio alle proprie intenzioni , aveva deliberato un ' altra volta la ritirata , quasi la fuga . Infatti , quando i primi colpi dei Carabinieri genovesi annunziarono che la colonna nemica attaccava , egli mise le sue Compagnie in marcia con l ' artiglieria già avviata ; passò egli stesso avanti a cavallo , disse qualche parola d ' incoraggiamento , e un po ' di gran passo e un po ' di corsa , in una stretta lunga parecchie miglia , la marcia fu gagliardamente condotta . Va ' e va ' , anche quella volta le Compagnie furono messe a una dura prova , perché quando trafelate giunsero a veder la Piana de ' Greci , e idealmente già vi si riposavano , con quel sentimento che devono avere sin gli uccelli migratori di oltremare all ' apparire della terra ; ecco le Guide a sbarrar loro la via e additare la salita a un monte . Uno sgomento ! Ma lassù era già il Generale , di lassù chiamavano con alte grida ben note i più rotti alle fatiche ; bisognava raggiungerli perché il nemico tentava di precederli alla Piana de ' Greci varcando quel monte . Chi non era addirittura spossato ubbidiva . Veramente il Comandante nemico che aveva ideato quel movimento , si era ingannato sulla possibilità d ' eseguirlo , data la mobilità delle compagnie garibaldine . Contro altra gente forse gli sarebbe riuscito . Ma esso non aveva ancor guadagnata la prima , e già Garibaldi gli appariva sulla seconda delle cime che credeva di aver tempo a varcare , avanti che i garibaldini avessero percorso la via da Parco alla Piana . Così non ci fu che uno scambio di fucilate lassù da gola a gola ; poi i borbonici se ne tornarono indietro giù pel versante verso Parco ; Garibaldi , ridisceso dalla parte sua , andò a occupare la Piana de ' Greci . Si chiama così la città degli Albanesi , adagiata in mezzo a una campagna grigia , grigia essa stessa e tetti e muri e tutto . Almeno aveva tale aspetto quel giorno , vista traverso l ' aria infiammata del mezzodì , che tremolava come una sottilissima rete di fil d ' argento , sì che uno avrebbe detto di poterla palpare solo a far quattro passi avanti . Oh che sole ! Che refrigerio sarebbe stato sdraiarsi appena giunti tra quelle case ! Ma la gente della città fuggiva . Cosa le avevano fatto credere di quei forestieri , di quel Garibaldi di cui anche i preti , i frati e le monache dicevano bene ? Sapeva quella gente che i garibaldini avevano i borbonici alle spalle , e temeva che in quella sua città volessero far fronte al nemico e aspettarlo a battaglia ? Certo non era cosa che dovesse incuorarla a stare . Il fatto è che fuggiva . Ed era proprio il 24 maggio , giorno che per costume di secoli gli Albanesi della Piana salgono al Monte delle Rose , a cantarvi con le fronti volte a oriente , verso l ' antica patria , lamentose parole nella loro antichissima lingua . O bella Morea , Da che ti lasciai non ti vidi più ! Quivi trovasi mio padre , Quivi la madre mia , Quivi i miei fratelli sepolti ho lasciati . O bella Morea , Da che ti lasciai non ti vidi più . Quella data , quell ' ascesa , quel canto ricordavano loro i dolori degli avi tre secoli e mezzo indietro , che per non soggiacere ai Turchi s ' erano rassegnati a lasciar l ' Albania , e col fior degli Epiroti condotti da Giorgio Scanderberg avevano trovato rifugio in Sicilia , portando seco loro le immagini e quanto possedevano di più caro . Fiera e costumata gente , orgogliosa della sua origine , che ne ' suoi canti serba vivo il sentimento di quattro secoli , e sogna ancora che uno del suo sangue possa , quando che sia , ricondurla nella vecchia patria lontana . Si può dire che i Garibaldini videro appena gli abitanti della città , perché , accampati fuori , stettero stanchi , inquieti e pensosi d ' altro . Sapevano che da un ' ora all ' altra il nemico che li seguiva sarebbe apparso . I Carabinieri genovesi che , sostenuto il primo assalto al Parco , s ' erano ripiegati sulla colonna , raccontavano che i borbonici erano almeno cinque mila , mercenari bavaresi la più parte , con artiglieria e cavalleria . E lamentavano di aver perduto nello scontro Carlo Mosto e Francesco Rivalta , ai quali forse quei feroci non avevano dato quartiere . Tutti dunque erano pensosi . Che cosa meditasse il Generale lo ignoravano ; se quella fosse una manovra o una vera ritirata , nessuno poteva dirlo . Garibaldi ne scrisse poi , riconoscendo egli stesso che quel giorno poteva essergli funesto , se avesse avuto da fare con un nemico più diligente . Verso sera , le Compagnie furono rimesse in marcia , e ancora quasi con aria di ritirarsi in fretta . L ' artiglieria e i pochi carri erano già stati incamminati verso Corleone , scortati da poche dozzine di quei militi , tra i quali i non ben guariti di Calatafimi . L ' Orsini comandante dell ' artiglieria aveva ricevuto l ' ordine di andare , andar sempre ; e la colonna gli si mise dietro persuasa che omai di Palermo non si sarebbe più parlato , se pure non c ' era da dubitare che tutto dovesse finire con quanto già s ' era sentito sussurrare due volte , cioè che Garibaldi avrebbe sciolta la spedizione , lasciando a ciascuno la cura di mettersi in salvo da sé . L ' ora correva triste . Ma dopo aver marciato un pezzo e fatta notte , la Colonna fu menata fuor della via Consolare a piantarsi in un bosco , dove accampò . Il luogo era selvaggio . E ordine fu dato di non parlare , di non accender fuoco neppure per fumare , di sdraiarsi ognuno nel posto ove si trovava senza più moversi per nulla . Si discusse molto per trovare se tutte le cose che Garibaldi aveva fatto nei due giorni avanti a quello , e ciò che fece nei due dipoi , siano state fasi d ' esecuzione d ' un suo concetto svolto con intenzioni ben determinate ; o se tutta una sequela di fatti , non legati tra loro da verun concetto , e venuti quasi fortuiti ora per ora , l ' abbiano condotto al resultato glorioso d ' entrar in Palermo , nel modo , per dir così , favoloso con cui v ' entrò . E così , soltanto a discuterlo , si disconobbe tutto il suo studio di quei giorni , che fu di trar da Palermo una parte del grosso presidio ; illuder questo , creandogli l ' opinione d ' aver costretto lui a rifugiarsi co ' suoi lontano ; illudere il Comando supremo della capitale , farlo sicuro ch ' egli non tornerebbe , tanto che vigilasse meno e si lasciasse sorprendere . Certo nell ' esecuzione di quel suo disegno vi furono dei momenti ne ' quali poté parere il disegno stesso non fosse ben fermo , né Garibaldi lo contesterebbe . Ma poi , che contestare quando si sa come egli pensava e sentiva ? La guerra non la faceva per gusto , e non era per lui né scienza né arte . Si trovava al mondo in queste nostre età , in cui essa è ancora uno dei mezzi per far trionfar la giustizia , e la faceva senza cercarvi né gloria né altro . Anzi ne dimenticava i fatti appena li aveva compiuti . Non è forse vero che quando , per esempio , scrisse di Calatafimi , che pur egli stimava uno de ' suoi più bei fatti d ' armi , ne scrisse quasi come uno che non vi fosse stato presente , e non avesse mai visto neppure quel campo ? Nei tempi che verranno , tale noncuranza sarà forse il titolo più alto per la sua gloria di generale , cui nessuno preparava i mezzi di guerra , che tutto doveva improvvisare ed eseguire , solo con l ' aiuto d ' uomini devoti a lui come a un ' idea ; e col sentimento del bene , e con la fede in qualche cosa di superiore da cui si credeva assistito , andava avanti vincitore sempre , almeno moralmente anche quando era vinto . In quel bosco , la forza misteriosa superiore da cui gli pareva d ' essere assistito , gli si rivelò nello splendore d ' Arturo , la bella stella che egli sin da giovane marinaio aveva scelta per sua . Lo udirono i suoi intimi rassicurarsi in quello splendore . Ciò almeno fu detto e creduto per tutto il campo , dove sottovoce si diceva che il Generale era lieto perché Arturo appariva fulgido più che mai . E se era n ' aveva cagione . In quella notte , poco distante dal bosco , per la via consolare di Corleone , il nemico marciava sicuro di andare dietro di lui rotto e in fuga , e mandava a Palermo la notizia , e la notizia andava a Napoli , e Napoli diceva al mondo un ' altra bugia così : " Le regie truppe riportarono una segnalata vittoria . Garibaldi battuto una seconda volta al Parco , perduto un cannone e sconfitto a Piana de ' Greci , fuggiva inseguito dalla milizia verso Corleone . Gravi dissensi tra i ribelli . " Invece quelle milizie non avevano battuto nessuno , non preso cannoni , né inseguivano lui ma la sua artiglieria , di cui in quella manovra aveva saputo disfarsi ; e lui si lasciava alle spalle coi suoi , più d ' accordo che mai coi ribelli siciliani , e prossimi a far con essi la congiunzione . Infatti all ' alba , egli salì da quel bosco a Marineo , e vi si trattenne fino alla sera ; poi marciò a Missilmeri , dove , come gli annunziava un messaggio del generale La Masa , lo aspettavano quattromila isolani che questi aveva raccolti per lui . Certo la posizione in cui Garibaldi s ' era posto con quella mossa era pericolosissima . Bastava che una spia ne avvisasse il Comandante della colonna nemica da lui così ben elusa , perché essa tornasse indietro a schiacciarlo sotto Palermo . Tanto era ciò facile , che nella marcia di notte , da Marineo a Missilmeri , in un momento di sosta fu quasi da tutti creduto di averla addosso . E allora ? Il senso della lor condizione era in tutti profondo . Ma non fu nulla . Ben presto , ripresa la marcia , apparve non lontano una gran luminaria . Era Missilmeri che li invitava . Vi giunsero verso la mezzanotte e vi si posarono . Quanto erano tornati vicini a Palermo ? La gente di Missilmeri diceva loro che dopo una piccola marcia , subito salito il monte a ridosso del paese , l ' avrebbero veduta . E la rividero il giorno appresso , da quel monte di Gibilrossa . Di lassù guardando a sinistra potevano anche scoprire quasi tutte le terre che avevano percorse . Oltre certi monti lontani doveva trovarsi Calatafimi . Come vi stavano i cari feriti gravi , dei quali non avevano più risaputo nulla ? E quanti vi erano morti ? Gibilrossa Su quella sorta d ' altopiano , se si può chiamar così la cima di Gibilrossa , formicolava il campo dei ' Picciotti ' di La Masa , che vi facevano un sussurro come nelle selve il vento . Erano forse quattromila , ma pochi gli armati almeno di fucili da caccia . Tuttavia davano da sperare che , avventati a tempo opportuno , anche gli armati soltanto di picche avrebbero fatto da bravi . Aveva detto Garibaldi che ogni arma era buona , purché impugnata da un valoroso . I continentali si frammischiavano a quelle squadre , a farsi descrivere nelle belle e immaginose parlate sicule le parti dell ' isola da cui erano venuti . E osservavano che anche i più rozzi di quei ' Picciotti ' avevano pensieri e sentimenti elevati , e che riusciva loro d ' esprimerli quasi con eloquenza . Ispidi all ' aspetto , erano squisiti dentro come certi frutti maturati ai loro lunghi soli . Ma anche pareva che alcuni di essi parlassero dialetti che sapevano di lombardo e di monferrino ! E di ciò si maravigliavano appunto i lombardi , tra i quali Telesforo Cattoni del Mantovano , angelico giovane a ventun ' anni già dottore in legge e studioso di lettere , cui l ' ingegno lampeggiava negli occhi . Ma Domenico Maura calabrese , dottissimo uomo sulla cinquantina , che sempre tra quei giovani parlava di Dante , diceva che se la fortuna avesse secondato Garibaldi , essi avrebbero poi trovato da maravigliarsi anche in Calabria , sentendo in certi villaggi parlar piemontese dai discendenti dei Valdesi scampati dalle persecuzioni . Quelli che lì in Sicilia avevano del lombardo e del monferrino , erano discendenti d ' avventurieri e di favoriti tirati nell ' isola dal gran Conte Ruggero , quando vi condusse sposa Adelaide di Monferrato . Dietro quella gentildonna uscita dal paese più cavalleresco d ' Italia , erano corsi a frotte nell ' isola gentiluomini d ' ogni grado , e Ruggero aveva dato loro da abitare certi luoghi , che per il numero grande di quegli ospiti furono poi chiamati villaggi lombardi . E coloro vi si erano misti e fusi coi nativi , greci , arabi e normanni , pur conservando le loro consuetudini e i loro dialetti . Aidone , Piazza , Nicosia , altre cittadette erano di quei luoghi . Nel pomeriggio di quel giorno , apparvero lassù alcuni uomini di mare in calzoni bianchi , e si disse subito che erano ufficiali delle navi inglesi ancorate nel porto di Palermo , saliti per vaghezza a visitare quell ' accampamento . Sapevano essi che v ' avrebbero trovato Garibaldi ? E se lo sapevano , poteva ignorarlo il Comandante generale borbonico di Palermo ? Ciò dava dell ' inquietudine . Essi intanto recavano che nella gran città tutti erano persuasi della fuga di Garibaldi , che anzi questo si leggeva stampato sulle cantonate , che l ' ufficialità del presidio esultava , ma che n ' era addolorato e sgomento il popolo , cui la sbirraglia raddoppiava gli insulti . Diedero per primi anche la notizia che il governo di Napoli aveva chiamato ' filibustieri ' Garibaldi e i suoi appena partiti da Quarto , denunciandoli al mondo come pirati ; e il nome di ' filibustieri ' fu subito preso per titolo di vanto da quei giovani , come da altri in altri tempi altri nomi vituperosi . Aggirandosi nell ' accampamento , quegli Inglesi si dilettavano di schizzare i profili dei più pittoreschi tra quei Garibaldini ; si facevano scrivere nei loro taccuini i nomi di questo e di quello , davano delle strette di mano che parevano strappi ; insomma sembravano in festa , e si facevano promettere una visita sulle loro navi . Ma i politici , e tra quei militi ve n ' erano molti , mormoravano . Ah gli Inglesi ? Sempre dove avevano toccato avevano lasciato l ' ipoteca o fatto mercato . Berchet li aveva ben giudicati ne ' suoi ' Profughi di Praga ' ! Essi forse agognavano che in Sicilia si versasse tanto sangue che non fosse più possibile nessuna pace coi Napolitani : e poi d ' accordo con Napoleone si sarebbero presa l ' isola , lasciando libero lui di farsi dar la Sardegna da Vittorio Emanuele , e questo di dargliela . Napoli con le sue provincie continentali sarebbe rimasto ai Borboni . E così salvi questi , salvato al Papa il resto del regno , l ' Austria si sarebbe baciate le mani di veder questi contenti e di tenersi il Veneto ; la Russia contentissima , avrebbe applaudito ; e l ' unità d ' Italia , addio ! Queste cose si dicevano a Gibilrossa dai mazziniani specialmente ; e di quelli che le ascoltavano chi le credeva già quasi belle fatte ; chi ci si arrabbiava a discuterle , a negarle , e chi crollava le spalle , ridendo . A buon conto , se era vero qualcosa d ' altro che già si sussurrava , quegli Inglesi avevano portato a Garibaldi i piani delle fortificazioni di Palermo e dei posti occupati dal nemico alle porte . Questo era bene sapere , perché il tempo incalzava , si avvicinava qualche grand ' ora , e con quella tal colonna andata dietro all ' Orsini e che poteva da un ' ora all ' altra apparire alle spalle , bisognava far presto . * Potevano essere le sedici all ' italiana antica , come si contavano le ore laggiù , quando si sentì dire che Garibaldi aveva chiamati a sé tutti i suoi maggiori ufficiali e i Comandanti di tutte le Compagnie . Grande commozione , grande attesa . Il campo pareva stare tutto in ascolto . Si seppe poi subito che in quel consiglio Garibaldi aveva fatti due casi : o ritirarsi a Castrogiovanni e là in luogo forte attendere che la rivoluzione ingagliardisse e giungessero dal continente altre spedizioni ; oppure gettarsi su Palermo . Si diceva che tutti i Comandanti avevano gridato con entusiasmo : " A Palermo ! " e che anzi Bixio aveva soggiunto : " o all ' inferno ! " Allora corse per tutta quella gente un tal fremito , che parve s ' animassero fin le rocce . La gran risoluzione era presa : presa in quel punto di Gibilrossa dove fu fatto poi sorgere l ' obelisco di marmo che vi si vede biancheggiare dal mare e dai monti , a ricordanza di quell ' ora suprema . Lassù fu anche stabilito l ' ordine della marcia ; impegno delicatissimo , in cui Garibaldi seppe usare tatto squisito . Egli aveva deliberato di tentare l ' assalto di Palermo dalla Porta Termini , piombando improvviso , all ' arma bianca , sulla guardia quale e quanta essa fosse . Ma in ciò non poteva adoperare le squadre del La Masa , neppure quelle armate di fucile , perché non avevano baionetta . Eppure non gli pareva né prudente né giusto , privar affatto i Siciliani di quel grande onore di andar primi o almeno coi primi , alla presa della loro capitale . Perciò risolse di far marciare alla testa un mezzo centinaio di Cacciatori delle Alpi condotti dal Tukory , i quali dovevano cadere come ombre addosso alla vedetta nemica . La avrebbero trovata oltre certe case , a pie ' di un altissimo pioppo . Bisognava impedire come che fosse che quel povero ignoto soldato desse l ' allarme alla guardia del Ponte dell ' Ammiraglio ; sorte strana di un semplicissimo uomo , dalla cui piccola vita poteva dipendere tutto un mondo di cose grandi . Dietro quel drappello doveva marciare un mezzo migliaio di ' Picciotti ' , poi i Carabinieri genovesi e appresso tutte le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi . Ultimo in coda , avrebbe seguito il grande stormo . Disposte così le cose , tutti quei corpi furono condotti a pigliar il posto loro assegnato , nei pressi del Convento che sorge lassù , per aspettarvi che imbrunisse . I Cacciatori delle Alpi abbandonavano così quei luoghi , dove avevano passato una delle loro giornate più tormentose , sotto un sole feroce , senz ' altro riparo che di poveri fichi d ' India . E in tutta quella giornata non avevano ricevuto che ognuno un pane e una fetta di carne cruda , che avevano mangiato chi rosolandosela al fuoco sulla punta della baionetta , chi scaldandosela sulle rocce arse dal sole , chi tale e quale . Non erano mesti né lieti , si incamminavano forse alla morte . Ma se avessero avuto fortuna , se fosse loro riuscito di penetrar nella gran Palermo , e farvi levar su tutto il popolo come un mare , e pigliarsela , che grido di gloria per tutta l ' Italia , che gioia poi poter dire : io v ' era ! A ogni modo , meglio quel cimento supremo , meglio che star dell ' altro in quelle incertezze , per finire alla meno peggio e tornare se forse e chi sa come , nell ' Alta Italia mortificati . Intanto che veniva la notte , furono fatte dai Comandanti raccomandazioni amichevoli . Marciare in silenzio ; non badare a rumore che potesse venire da qualsifosse parte ; non si lasciassero impaurire dalla cavalleria , se mai , come era da prevedersi , ne fosse capitata sui fianchi della colonna . Contro di essa bastava formare i gruppi , giovandosi degli accidenti del terreno , e tirare ai cavalli . Del resto , la fortuna di Garibaldi avrebbe sempre aiutato , e all ' alba sarebbero stati in Palermo . Con certa esaltazione qualcuno ripeteva che Bixio aveva già detto : " A Palermo o all 'inferno." La calata a Palermo Appena fu buio , la colonna si mise in marcia e cominciò subito la discesa . Allora , di là , fu veduto il vastissimo semicerchio di monti , che serra la Conca d ' oro , coronarsi di fuochi , come se dappertutto vi fossero dei piccoli accampamenti . Se si volesse così avvisare il popolo di Palermo perché si preparasse , o confondere i borbonici non si sapeva . Ma intanto quei fuochi empivano di una forza misteriosa l ' anima della colonna in marcia , fino a crear l ' illusione che da tutti quei punti movessero su Palermo tante altre colonne di insorti , per assalirla da tutte le porte , e trovarvisi dentro insieme con Garibaldi , il giorno seguente , a celebrar la festa dello Spirito Santo . Era proprio la vigilia della Pentecoste . L ' anno avanti , il 27 maggio , Garibaldi aveva vinto gli Austriaci in Lombardia a San Fermo ; il 27 maggio del 1849 aveva messo piede sul territorio del Regno a Ceperano , dietro il Borbone fugato da lui , generale della Repubblica romana : anche una terza volta quel giorno poteva segnargli forse una bella data . * L ' ampia strada , che oggi sale per agevoli giravolte a Gibilrossa , allora non esisteva . Non era che un sentieruccio giù pel ripidissimo pendio , dove bisognava camminare con l ' olio santo in mano , sull ' orlo d ' un borro tutto balzi e sfasciume . Eppure , per quella traccia calò senza disgrazie tutto quel mondo , anche Garibaldi che andava su d ' un cavallo molto tranquillo , che finì poi nelle mani di Alberto Mario , cui fu donato . Perduto alquanto tempo a riordinarsi giù a piè del monte , la colonna si rimise in marcia lenta e silenziosa . Ululavano per la campagna a sinistra i cani da lontanissimo ; da destra muggiva il mare ; non era molto buio ; faceva quasi freddo , per la gran guazza . Nel piano , la via correva fiancheggiata da muriccioli a secco tra oliveti , e a tratti fra case mute e tetre . Da una di quelle case là attorno , veniva un tintinno di pianoforte , che ora si udiva ora no , e dava una di quelle malinconie che son fatte di dolore , d ' amore , di speranza , di desideri , d ' un po ' di tutto ciò che è gentile in noi . Chi mai sonava in quell ' ora tanto tranquilla , mentre stava per cominciare la musica della morte ? E pareva che fosse ancora molto lontano il gran punto , il gran momento , e che l ' alba volesse venire più presto del solito , troppo presto . Perciò fu fatto incalzare il passo , ma sempre più raccomandando il silenzio . Poi la colonna sboccò nella via Consolare . Allora le compagnie dei Cacciatori delle Alpi si misero per quattro , serrando così più sotto , con l ' ordine di tirar avanti senza badare a chi si arrestasse , e di stringersi ai muri degli orti . I cuori battevano già . Ma ad un tratto li schiantò addirittura un uragano di grida e di fucilate scoppiato alla testa , perché a un certo punto che si chiama Molino della Scafa , i ' Picciotti ' , credendo forse d ' essere già alle prime case di Palermo , si misero ad urlare . E molti di essi , presi chi sa per qual cosa dal panico , si arrestarono , si scomposero , si rovesciarono sui Carabinieri genovesi , cagionando il rigurgito di tutta la colonna . Accorse Bixio inviperito contro il La Masa ; accorse Garibaldi che richiamò lui alla calma ; e volto ai Carabinieri genovesi gridò : " Colonne di bronzo , le spalle anche voi ? " All ' immeritato rimprovero , il Mosto rispose mesto , ma fermo : " Noi siamo al nostro posto , e abbiamo aperte le righe per non esser travolti . " Garibaldi sapeva bene cosa erano quei prodi ; e del resto tutto ciò fu un lampo , perché pigliata subito la corsa avanti , una corsa impetuosa , serrata , gridata ; il meglio della Colonna fu di lancio sotto il fuoco dei Cacciatori borbonici , che difendevano il Ponte dell ' Ammiraglio . In quella prima luce apparvero il profilo a schiena d ' asino e i dieci o dodici pilastri interrati del ponte , brulicanti d ' uomini e d ' armi nel fumo , visione da sogno , ma incancellabile anche per chi non sapeva che quel ponte normanno aveva ben più di sette secoli sulle sue pietre . Così adunque la sorpresa tanto ben preparata era venuta in parte a mancare . Ma quei Cacciatori che avevano dormito intorno al Ponte , con l ' animo sicuro che Garibaldi era in fuga lontano ; a un assalto così violento , presi alla baionetta , non ressero a lungo , e si ritirarono fuggendo da disperati , tanto che invece d ' andar a piantarsi dietro a una loro gran barricata oltre il crocicchio di Porta Termini , come avrebbero dovuto , giunti appena al crocicchio stesso , svoltarono a Sant ' Antonino , per sottrarsi a quei dannati Garibaldini che giungevano di notte a quel modo . Questi inseguivano . E infilavano la via del sobborgo sotto il fuoco d ' un altro battaglione schierato sulle mura a sinistra ; si arrestavano al crocicchio , e subito si mettevano a sbarrarsi la via alle spalle . Di lì minacciava la cavalleria che moveva dalla chiesetta di San Giovanni Decollato . Ma Faustino Tanara da Parma , con un plotone della sua Compagnia , e il sacerdote siciliano Antonio Rotolo , con una grossa squadra di ' Picciotti ' , tennero quella cavalleria in rispetto . Ora , a passar quel crocicchio faceva caldo . Dal mare lo spazzava la mitraglia delle fregate , vi grandinavano le palle da Sant ' Antonino . Ma bisognava passarlo , che se no , chi sa quanta forza di nemici poteva tornarvi , appena si fossero rimessi dal primo sgomento . E vi era già Garibaldi col suo Stato Maggiore . Raggiava . Forse non sapeva ancora che tra il Ponte dell ' Ammiraglio e quel crocicchio , in sì breve tratto , erano caduti Tukory , Benedetto ed Enrico Cairoli feriti gravemente . Ben vedeva Bixio tempestar a cavallo su e giù ferito anch ' egli , rimproverando , ingiuriando quasi perché non s ' era già presa tutta la città , e sfogando la sua furia contro di uno che aveva osato dirgli che si guardasse che sanguinava dal petto . Egli s ' era già levato da sé il proiettile . E molti in quel breve tratto erano i morti . Giaceva sul Ponte il dottor La Russa di Monte Erice ; giaceva presso il ponte Stanislao Lamensa . La morte lo aveva fermato lì , senza misericordia per i suoi dieci anni di ergastolo , né per i suoi figliuoli che lo aspettavano in Calabria dal 1849 . Sotto il Ponte , fra parecchi altri amici e nemici , giaceva Giovanni Garibaldi , popolano genovese , morto di fuoco e di ferro . Placido Fabris da Povegliano , giovane tanto bello che i compagni d ' Università lo chiamavano Febo , giaceva per morto con tutta traverso al petto la daga - baionetta d ' un cacciatore ucciso da altri , mentre vibrava a lui il colpo mortale . E non morì . Doveva , guarito , ricomparire quasi un risorto , per andarsi a far ferire anche dagli Austriaci a Bezzecca sei anni dopo . Bellissimi tipi di siciliani giacevano feriti . Inserillo , Caccioppo , Di Benedetto , gente che continuò a dare il proprio sangue fino a Mentana . Narciso Cozzo , il bello e biondo patrizio palermitano che , uscito tre giorni avanti a raggiunger Garibaldi , si era unito , nell ' accampamento del Parco , alla 6° Compagnia ; camminava tra quei feriti , quei morti e quella calca , quasi andasse invulnerabile ammirando . Pareva un Normanno di settecent ' anni addietro , tornato a guardare come dai moderni si combattesse . A lui la morte diè tempo e spazio fino al Volturno , e il 1° ottobre , nella gran battaglia garibaldina , là se lo colse . Bisognava dunque passar oltre quel crocicchio infernale , e a un cenno di Garibaldi il passo terribile fu traversato , fu invasa alla corsa la via per la Fiera Vecchia . Piazza della Fiera Vecchia ! Lì all ' alba del 12 gennaio 1848 , quel La Masa che ora conduceva i ' Picciotti ' aveva lanciato il suo grido di guerra quasi da solo , a piè di quella statua di Palermo che ora non v ' era più , perché la polizia l ' aveva fatta levare . Ma era la piazza della Fiera Vecchia davvero quel largo ? Non ci si vedeva nessuno , precisamente come nel 1848 . Garibaldi quasi impallidì . Un cittadino , di tra i due battenti d ' un uscio socchiuso , gli gridò : " Evviva ! " Qualche finestra si aperse , qualche testa si sporse , ma gente non ne compariva né con armi né senza . Fu un istante da tragedia . Ma appunto per questo avanti ! Garibaldi col suo Stato maggiore , preceduto dai più ardenti , seguito dall ' onda de ' suoi si inoltrò per quelle vie deserte fino a piazza Bologni . Ivi smontò , e nell ' atrio del palazzo che dà il nome alla piazza , si assise . Proprio si assise ! Ora la sua tranquillità faceva quasi paura . Giungevano intanto i suoi da tutte le parti con notizie diverse , confuse , assurde : giungeva Bixio a piedi con in pugno la spada spezzata a mezzo , furibondo , terribile . Veniva a pigliarsi venti uomini di buona volontà , per andare a farsi uccidere con loro a Palazzo reale . " Tanto , - gridava - tra due ore siamo tutti morti ! " E già si avviava , già voltava l ' angolo di via Toledo , quando Garibaldi lo fece chiamar indietro . Garibaldi in quel momento era quasi giulivo . Aveva riso d ' un colpo che sfuggitogli da una delle sue pistole , gli aveva sforacchiato il lembo dei calzoni sopra il malleolo , dove fu poi ferito due anni appresso in Aspromonte : aveva confortato due giovani prigionieri napolitani ; aveva baciato nel nome di Benedetto Cairoli qualcuno della 7° Compagnia , e baciandolo gli aveva detto che intendeva di baciare in lui tutti i presenti . Giulivo era anche perché cominciavano a comparire dei cittadini ansanti , trasecolati . Dunque era vero , era entrato , era Lui ? E guardavano quei capelli ancora così biondi , quella barba , quel torso erculeo nella camicia rossa , quelle gambe un po ' esili e quei piccoli piedi da gentiluomo . Adoravano . Era lui e non avevano creduto ! Il romore della fucileria di Porta Termini , l ' avevano preso per uno dei tranelli della polizia , che già parecchie volte aveva sull ' alba fatto sparare qua e là ; e sempre chi era stato pronto a scendere , credendo di gettarsi nella rivoluzione , era invece caduto in mano dei birri . Così raccontavano quei cittadini . Dunque , se la città non era subito insorta , nulla di male , purché si facesse , purché non si lasciasse tempo ai nemici di riaversi : barricate ! barricate ! Non si sentì più gridar altro che barricate . Garibaldi diede l ' ordine all ' Acerbi , mantovano , di mettersi a quel lavoro , e gli designò compagno il palermitano duca della Verdura ; formò un comitato provvisorio per il governo della città presieduto dal dottor Gaetano La Loggia : ma veramente il governo era lui . E le campane cominciarono a martello , perché la polizia aveva fatto levar via il battaglio da tutte . Prima suonò quella di San Giuseppe , poi un ' altra , poi altre e altre ; tutta la città si svegliava : Santa Rosalia ! Santo Spirito ! Che c ' era mai ? Garibaldi ? Garibaldi era venuto dentro in quel giorno di festa religiosa , certo lo aveva voluto Iddio . E nessuno , forse nessuno , pensò che quell ' uomo con sì poca gente era entrato a tirar su la città , su di sé , sui suoi , lo sterminio . Tra quei cittadini vi erano fin dei preti . Quello alto , maestoso , con la gran testa già grigia , era l ' abate Ugdulena ; e quell ' altro smilzo , pallido , vibrante , era prete Di Stefano . E giunsero degli uomini in divisa che parevano di cavalleria , giubba rossa , calzoni azzurri . Disertori forse ? Al portamento no ; e poi non avevano armi . Donzelli del comune erano , che venivano dal Palazzo pretorio . Dunque la magistratura cittadina , il Pretore , i Decurioni erano già in moto ? No . Essi erano borbonici quasi tutti , e quasi tutta l ' aristocrazia borbonica se n ' era fuggita a Napoli , o ritirata sulle navi in rada , stava al sicuro . Ma insomma quelli erano i Donzelli del Palazzo . Sui bottoni dorati delle loro divise , si leggeva la sigla : S.P.Q.P. ' Senatus populusque palermitanus ' . Ma Giuseppe Giusta , artigiano , lingua di fuoco , lesse subito a modo suo : " Sono Pochi Quanto Prodi . " Il frizzo non destò allegria perché quello non era momento da celie ; anzi , qualcuno disse che Giusta celiava per farsi dar giù , forse , un po ' di paura . Ah la paura ! Strana affezione . V ' erano lì dei giovani che nella notte , durante la marcia , avevano forse tremato ; e adesso si sarebbero messi da soli a qualsifosse cimento . Perché adesso era davvero aperta la via a tutte le prove , e la città s ' avviava a divenir tutta un campo . Verso Sant ' Antonino si combatteva ; da porta Macqueda , i cannoni del generale Cataldo tiravano lungo la gran via ; quelli del generale in capo Lanza , da Palazzo reale , spazzavano tutta Toledo . Non pareva vero che il forte di Castellamare tacesse ancora . Si sapeva già che ivi comandava il Colonnello d ' artiglieria Briganti ; si seppe poi che un suo figliuolo capitano era stato ai mortai , aspettando l ' ordine di cominciar il fuoco , e che rapito dalla voglia di mandar la prima bomba sulla città ribelle , aveva già mormorato contro suo padre , minacciando persino d ' andar egli stesso a scuoterlo . Ma verso le sette l ' ordine gli fu mandato , e allora si udì un gran tonfo a Castellamare , e su nell ' aria un gran rombo . La prima bomba piombò . Cominciava quel bombardamento , che con terribili pause di cinque minuti tra bomba e bomba , doveva durare tre giorni e farne piovere sulla città ben mille e trecento . E subito scoppiarono qua e là degli incendi . A mezzogiorno in punto si misero poi a tirare anche le navi . Intanto Garibaldi era passato col suo Quartier generale nel Palazzo pretorio . Là , con un suo decreto da Dittatore , sciolse il Municipio , per nominare , come fece il dì appresso , un nuovo Pretore e nuovi Senatori . Ora la città , anzi la Sicilia era lui . Da quel centro si diramavano i suoi ordini alle piccole colonne che si erano spinte in tutti i versi alla periferia della città . Erano gruppi di Cacciatori delle Alpi , cui si univano fidenti e volenterosi i ' Picciotti ' entrati il mattino , e via via cittadini d ' ogni ceto usciti di casa con armi o senza . E dove avveniva uno scontro coi borbonici , i disarmati aspettavano bramosi che qualcuno cadesse , ne prendevano l ' arma , le cartucce , il posto , e combattevano esultanti . Un grosso nerbo della 8° Compagnia avanzò per vie traverse , verso Palazzo reale fino alla gran Guardia , e di lì fugò il generale Landi , quel povero vecchio Landi , già battuto a Calatafimi . Un po ' della 6° con parte della 7° e alcuni Carabinieri genovesi , andavano per pigliare il convento dei Benedettini ; la 5° si spingeva verso porta Macqueda , fino a Villa Filippina . Ma dir Compagnie non è preciso . Queste si erano frante e si frangevano ognor più in manipoli , e ogni manipolo seguiva il più stimato fra quelli che lo componevano , o chi si mostrava più ricco di partiti . Così dei vecchi ubbidivano a dei giovinetti ; uomini in divisa d ' ufficiali si lasciavano consigliare da studenti che non avevano mai visto una caserma ; qualcuno come Vigo Pellizzari che , caduto Benedetto Cairoli , era divenuto il Comandante della 7° , rivelava qualità di vero uomo di guerra ; Giuseppe Dezza della 1° suppliva da bravissimo il Bixio , che , non potendo più reggere dal molto sangue perduto , era stato costretto da Garibaldi a ritirarsi in casa Ugdulena , e aveva ubbidito mordendosi per ira le mani . * I borbonici avevano lasciato passare il momento buono ad invadere la città , come avrebbero potuto . Quattro o cinque ufficiali audaci che si fossero mossi ciascuno alla testa d ' un mezzo battaglione , e avessero marciato verso il centro tutti a un tempo , pur seminando di morti e di feriti la via , bastavano a schiacciar tutti . Ma forse nessuno aveva osato cimentarvisi , per paura di entrare a farsi seppellire sotto un po ' di tutto , da tutte le case , mobili , pietre , olio ardente . Adesso , dopo quattro ore dall ' entrata di Garibaldi , sarebbe già stato difficile riuscire , anche se i borbonici ci si fossero provati ; e già si vedeva che prima di sera sarebbe divenuto addirittura impossibile . Poiché nelle vie sorgevano come per incanto barricate per tutto . Dagli usci venivano fuori carri , carrozze , botti ; dalle finestre piovevano mobili , materasse , fin pianoforti . E tutto era subito raccolto , ammontato , serrato insieme . Poi a forza di picconi e di leve si spiantavano li lastre delle vie ; e queste sì , queste servivano bene ! Parevano fatte apposta . E con esse , visto o non visto , venivano alzate su delle vere mura , una barricata a dieci metri dall ' altra ; fin troppe , come disse poi Garibaldi . Vi lavoravano e uomini e donne e fanciulli , che si rissavano tra loro facendo a chi ubbidisse meglio , se dai panni , dai capelli , dall ' accento , riconoscevano un garibaldino in chi comandava . Le popolane poi parevano furie . " Signuri , nui riciano ca di li nostri trizzi un ' avianu a fari ghiumazzo pi li so mugghieri ! Scillirati , infami ! " E davano dentro da disperate a portar pietre e sacchi di terra . Il Comitato delle barricate , composto di cittadini esperti ancora del 1848 , presedeva a quel lavoro che metteva sossopra il lastrico di ogni via . E già si vedevano uomini sugli orli dei tetti ad ammonticchiarvi tegole , uomini sui balconi a preparar mobili da buttar giù , se mai le milizie borboniche si fossero avventurate . Ma quelle milizie non si muovevano all ' offensiva . Anzi , verso le sedici , come si diceva là all ' uso antico d ' Italia , il general Cataldo che occupava i pressi di Porta Macqueda , i Quattro venti e il Giardino inglese , assalito dalla città , tormentato alle spalle dai ' Picciotti ' , si ritirava al Palazzo reale ; e al Palazzo reale si ripiegava il generale Letizia , scacciato dal rione Ballerò . Sicché al Palazzo e nella piazza e negli orti intorno , si trovavano da dodicimila soldati , sotto il generale Ferdinando Lanza , alter ego del Re , uomo di 72 anni che aveva a lato Maniscalco , il fiero capo della polizia . E allora le carceri non più custodite si apersero , e ne sbucarono duemila condannati , orribile ingombro gettato tra i piedi alla rivoluzione , perché potevano solo disonorarla . Ma Garibaldi provvide . Vietò d ' andar armati senza dipendere da un capo ; vietò di perseguitar i birri sperduti ; decretò pena di morte al furto , al saccheggio : fece tremare e fu ubbidito . Lavoravano intanto i mortai di Castellamare , che nel pomeriggio di quella prima giornata presero specialmente di mira il Palazzo pretorio , sul quale misuravano l ' arcata delle loro bombe . I nemici , non da palermitani , ma da qualche birro vagante , dovevano aver saputo che in quel palazzo si era messo Garibaldi , e perciò cercavano di seppellirvelo sotto col suo Stato maggiore ! Non vi riuscivano ; ma le loro bombe , cadendo nelle vicinanze , facevano delle grandi rovine . * A notte , quel fuoco da Castellamare cessò , e cessò anche quello della fucileria quasi per tutto . Ma la veglia fu viva , incessante . Le finestre delle case cominciarono a illuminarsi , per le vie ci si vedeva quasi come di giorno . Ed era un andirivieni dalle parti della città al Palazzo pretorio e di lì alle parti ; sicché pareva che i combattenti si dessero il cambio nei posti che occupavano , solo per andar un po ' dal Generale , e rifare nella vista di lui le speranze e le forze . Egli aveva fatto mettere una materassa sulla gradinata della fontana di Piazza Pretoria , rimpetto al gran portone del Palazzo , e là , a pie ' di una di quelle alte statue che la adornano , riceveva notizie , dava ordini , riposava , Giovanni Basso da Nizza , suo segretario e compagno sugli oceani , Giovanni Froscianti da Collescipoli antico frate , Pietro Stagnetti da Orvieto , veterani della Repubblica romana , gli facevano guardia : dall ' altra parte della piazza , nelle scuderie di palazzo Serradifalco , stavano sellati i cavalli delle Guide . E sul portone di quel palazzo si vedeva Giovanni Damiani , vigile come un ' aquila , pronto a qualche partito supremo di Garibaldi , se forse fosse venuta l ' ora della disperazione . Di quelli che andavano e tornavano , taluni si sentivano chiamar dentro dagli usci di qualche casa o palazzo socchiusi . E là nei cortili , sotto i porticati , giù nei sotterranei , trovavano donne , uomini , fanciulli , signori e servi ; e questi a gara se li pigliavano in mezzo curiosi , e li tempestavano di domande : e di dove erano , e come si chiamavano , e se avevano madri , sorelle . E stringendo loro le mani , tastavano se queste erano fini ; maravigliavano a udirli parlare da gentili uomini . Li ristoravano di cibi e di vini squisiti ; empivano loro le tasche di biancherie ; mostravano le coccarde tricolori , triangolari come l ' isola ; li baciavano , li pregavano di farsi portar da loro se mai cadessero feriti . E le donne esaltate congiungevano le mani come in chiesa ; e le fanciulle sorridevano estatiche nei grandi occhi lucenti ; e poi a veder coloro andarsene , piangevano come sorelle amorose . Nei posti in faccia al nemico , quelli che vegliavano , ricevevano le notizie delle cose avvenute altrove . Ai Benedettini , Giuseppe Gnecco , carabiniere genovese , si era lanciato alla gola di un ufficiale borbonico e lo aveva tratto via seco prigioniero . Là e là , i tali della tale Compagnia o della tal ' altra , avevano formato barricate mobili con botti rinvolte in materasse , e spingendole avanti a forza di spalle sotto il fuoco dei borbonici , erano giunti fino alle case occupate da questi , e balzati dentro , fulminei avevano preso le case e i difensori . Metteva una certa sicurezza negli animi sapere che ormai tutta la parte bassa della città era in mano degli insorti , salvo il palazzo delle Finanze in piazza Marina , che era ben tenuto d ' occhio perché i borbonici non potessero portar via il tesoro . Anche la caserma di Sant ' Antonio era stata presa , e molti vi si erano riforniti di bellissime armi . Là Andrea Fasciolo , Carabiniere genovese , aveva dato tutto il giorno lo spettacolo d ' un coraggio che i suoi compagni , per dire quanto era , chiamavano coraggio sfacciato . Cominciava a disertare qualche ufficiale borbonico : al Palazzo pretorio era giunto il tenente Achille De Martini , comandante dei cannoni a Calatafimi , e si era dato anima e corpo a Garibaldi . Intanto seguitavano a entrar in città da porta Termini e ' Picciotti ' e ' Picciotti ' ; da porta Macqueda era entrato Giovanni Carrao , con la squadra che era stata di Rosolino Pilo . E la notte passava . * Ma i mortai di Castellamare suonarono presto la diana del 28 , e presto ricominciò il fuoco dappertutto . Dappertutto la rivoluzione vinceva . Ma dolorose perdite si fecero fin dalle prime ore di quel secondo giorno . Enrico Richiedei da Salò ed Enrico Uziel da Venezia , furono uccisi da una palla di cannone che li compì tutti e due al capo , lasciandoli morti sfigurati l ' uno vicino all ' altro quei due fiori di giovinezza . Antonio Simonetta milanese diciannovenne , puro come uno di quei fraticelli che cantarono al letto di San Francesco morente , uscito l ' anno avanti incolume dalla battaglia di San Martino , cadeva al convento dei Benedettini , dove gli amici ne cercarono poi invano il corpo e la fossa . E ai Benedettini cadeva Giuseppe Naccari palermitano , reduce dall ' esilio coi Mille , cadeva senza aver ancor riveduto la sua famiglia , anch ' egli bellezza maschia , che nella 6° Compagnia , per la molta somiglianza col gran lombardo morto a Roma nel 1849 , era chiamato Luciano Manara . Nel campanile di quel convento fu ucciso Crispo Cavallini da Orbetello , altro bel forte cui toccò di morire senza lasciar il nome alla schiera dei Mille . Egli fu dimenticato come uno che non avesse avuto né parenti , né amici , né nulla . E forse felice lui , se morendo , avesse potuto indovinare quell ' oblio ; perché , diciamo noi , portar seco nella morte tutto sé stesso , la gloria e il nome , deve esser una gioia più che da uomo . Non insegnava così l ' ordine del giorno di Garibaldi letto nella traversata in alto mare ? Ai Benedettini combatteva il Mosto co ' suoi Carabinieri , Carabiniere infallibile anch ' esso , e dal campanile fulminava gli artiglieri del bastione Porta Montalto , obbligandoli a lasciar muti due pezzi . Lo secondavano tranquillamente , con tiri che coglievano , Giambattista Capurro , giovinetto che aveva la testa bendata per una ferita in fronte , ed Ernesto Cicala benché già toccato malamente da una scheggia di granata . Vicini e mirabili per la calma , facevano i loro tiri Stefano Dapino e Bartolomeo Savi , testa d ' oro da cherubino , tanto era biondo , il primo ; l ' altro arruffato quella sua testa grigia piena sempre delle tragedie di Sofocle . Si combatteva dunque dappertutto e si dimenticava ogni cosa . Ma se qualcuno non si sentiva più dalla fame , i conventi dei frati erano là divenuti ospizi . Ivi le cucine fervevano . Bastava dar una corsa là , e uno ci trovava il cuoco e il cantiniere , pronti a scodellare e a mescere . Si ristorava e via , tornava benedetto a farsi onore . Dei frati veri , molti parevano più rivoluzionari dei garibaldini stessi ; qualche vecchio brontolava pauroso , perché delle rivoluzioni ne aveva già viste troppe e tutte finite male , quella del '20 e quella del '48 . Si dava da mangiare anche nei refettorii e nei parlatorii dei monasteri . Folle di monacelle bianche si premevano a guardar dalle porte , e parevano stormi alati d ' angeli , discesi come nella poesia a contemplar i figli degli uomini . Qualcuna osava , correva quasi ad occhi chiusi , e al primo cui le capitava di stendere le braccia metteva al collo una reliquia , subito fuggendo beata come se avesse rapita un ' anima al purgatorio . Colui per quella non pericolava più . Invece delle vecchie suore si mettevano a discorrere in mezzo agli ospiti armati e laceri e sporchi di polvere ; e li interrogavano curiose , e domandavano se Garibaldi era cristiano , giovane , bello , e li pregavano di vincere e di tornare poi a dar loro le notizie , a difender loro , povere monacelle , dalle genti borboniche crudeli . Non sapevano ancora che i monasteri dei Sette Angeli e della Badia nuova erano stati saccheggiati , né che quello di Santa Caterina bruciava . Lì sì ! C ' era bisogno d ' aiuto ! Ma nel gran trambusto che assordava tutti , nessuno aveva ancor badato che lì come altrove c ' era l ' incendio . Eppure il monastero sorgeva a lato del Palazzo pretorio ! Il fuoco vi aveva cominciato dal tetto , a cagione di una bomba di quelle destinate al Palazzo , scoppiata in aria . E l ' incendio era disceso di piano in piano . Solo verso la sera del 28 , qualcuno pensò che là dentro c ' erano delle povere creature . E allora , sfondata la porta del monastero , vi entrarono dieci o dodici Cacciatori delle Alpi con dei ' Picciotti ' , a tentar di salvarle . Nel piano terreno ci si poteva ancora , ma cerca di qua , cerca di là non si trovavano monache in nessuna parte . Che si fossero lasciate perir arse nei piani superiori , non pareva da credersi . Finalmente uno andò nell ' oratorio , e là ne vide che , come larve bianche nella penombra in fondo , piangevano , fuggivano a nascondersi fino in certe loro catacombe . Raggiunte , si inginocchiavano in terra , torcendo le braccia , porgendo le gole come a dei carnefici ; pregate di uscir di là dentro , perché presto non ci sarebbe stato più tempo , non volevano lasciarsi condur via a niun patto . Sicché quei soldati dovettero minacciare di porre loro addosso le mani per salvarle a forza . E allora esse si lasciarono mettere in fila , lunga fila di religiose di tutte le età , monache e converse . Ve n ' erano di bellezza celestiale , giovani come aurore ; ve n ' erano delle vecchie mummificate . I fratelli Carlo e Pietro Invernizzi da Bergamo , bizzarrissimi spiriti , ne portavano via sulle spalle una per ciascuno quasi paralitiche , e mentre che agli atti pareva che reggessero dei reliquiari , parlavano in bergamasco da diavoli cose che avrebbero fatto ridere i sassi . Fu questa la sola profanazione , se si può dir così ; tutti gli altri vennero fuori serii con quella strana processione ; e a vedere la raffinatezza dei riguardi che sapevano usare , faceva orgoglio . Condussero quelle meschine a un altro monastero ; e là , nella gioia della salvezza , qualche stretta di mano , sin qualche bacio fu dato e preso . * La seconda giornata passò dunque come la prima e peggio ; ma la terza furono cose indescrivibili . Tutte le vie erano ormai gremite di gente . A cagione del bombardamento , lo stare in casa era più pericoloso che lo star fuori ; perché dove una bomba cadeva su di un tetto , sprofondava giù fino a terreno , scoppiava e faceva crollar tutto . Invece per quelle che cadevano nelle piazze o nelle vie , la gente si gettava a terra , le lasciva scoppiare , poi su , si levava gridando : " Viva Santa Rosalia , Garibaldi , l ' Italia ! " E si esaltava , e si lasciava pigliare da un certo cupo entusiasmo della strage , senza neppur più inorridire perché qualcuno restava a terra morto o ferito . Di tanto in tanto si udiva uno scoppio di grida furiose qua e là ; erano donne del popolo che avevano fatto la posta a qualche birro , e riuscite a pigliarlo , urlandogli " Sorcio , Sorcio ! " lo malmenavano , lo straziavano a brani . Così dovevano aver urlato : " Mora ! Mora ! " le loro antenate dei Vespri . Sennonché ora bastava che capitasse in tempo un garibaldino a stender le mani sul birro sciagurato , e quelle donne glielo cedevano vivo , quasi contente , urlando ancora : " Viva Santa Rosalia ! " Di quei miseri servi della polizia ne furono salvati parecchi in tal modo , e pel momento venivano messi nei sotterranei del Palazzo pretorio , dove almeno nessuno poteva più torturarli . Così le turbe si aggiravano per la città , passando da barricata a barricata pei vani lasciativi apposta ; e incontrandosi ai Quattro Cantoni si incrociavano , si acclamavano e si confondevano come quattro correnti . Ivi un gran tendone tirato tra due palazzi celava la metà di via Toledo verso porta Felice , all ' altra metà di lì in su , verso al Palazzo reale . Perciò i borbonici del Palazzo non potevano più comunicare a segni con le loro navi da guerra del porto . Quel tendone era come un immenso arazzo bene istoriato , e però spiaceva vederlo sforacchiare dalle cannonate borboniche ; ma dal Palazzo reale ci si erano accaniti contro . Diceva un Cattaneo da Bergamo , rimasto loro prigioniero e mandato a Garibaldi per certa ambasciata , con promessa sua che sarebbe tornato , come infatti volle tornare ; diceva che i borbonici già quasi ridotti a cibarsi di lattughe , provavano dispetto e noia di quel tendone più che di tutto . Erano anche arrabbiati , perché l ' Ospedale militare pieno di risorse era stato preso dai garibaldini . Dunque tra gli strazi che si vedevano , le buone notizie davano gran conforto . E si seguivano . Il bastione di Porta Montalto era stato preso dal colonnello Sirtori , mosso dal convento dei Benedettini alla testa di alcuni , che si erano lasciati mettere in petto il fuoco dell ' eroismo da quel prete soldato . I regi dell ' Annunziata erano stati costretti a sgombrare ; e comparivano a Palazzo pretorio dei giovani che avevan durato a star là giorno e notte per vincere quel posto . Venivano carichi di armi , e alcuni portavano superbi mantelli tolti a quei nemici . Ma correvano intanto gli annunzi delle morti e delle ferite . Adolfo Azzi , il forte timoniere del Lombardo , era caduto con una coscia trapassata da una palla ; Liberio Chiesa , chiassoso ma prode , giaceva anch ' egli con una gamba spezzata . A confortar i feriti un po ' dappertutto , andava il prete Gusmaroli da Mantova , e portava loro i saluti dei combattenti , e tra i combattenti tornava , serbando una calma e una pace di cuore meravigliosa . Mai che impugnasse un ' arma ! Essere ucciso poteva ; uccidere no . Egli non voleva macchiare di sangue le sue mani di sacerdote . Andava così vendicandosi a modo suo dell ' offesa che gli aveva fatto l ' Austria , impiccandoli nella sua Mantova Orioli , Grioli e Speri e Poma e gli altri di Belfiore . E siccome somigliava molto ai ritratti di Garibaldi , per questo , dove appariva , i ' Picciotti ' , credendolo il Generale in persona , sotto i suoi sguardi gareggiavano a chi mostrasse d ' aver più cuore . Egli aveva allora quarantanove anni , ma se avesse saputo quali dolori gli serbavano gli altri dodici che stette poi ancora al mondo , si sarebbe augurato di averne cento per morire se non lo volevano le palle di qualunque altra morte , ma là , ma allora . Finì nel 1872 , in una misera casupola della Maddalena , dove era suo solo conforto contemplare almeno l ' altra isola , quella di Garibaldi , dal cui cuore fu fatto cadere . Bello e grande fu l ' atto della 8° Compagnia che , mantenutasi più compatta delle altre per l ' ostinata voglia di occupare la Cattedrale , vi riuscì finalmente alle quattordici di quel terzo giorno . Rovinava allora lì a lato con indicibile fragore il palazzo del principe Carini , incendiato da una bomba , come erano già rovinati i palazzi Cutò , D ' Azzale e altri . E allora appunto , in faccia ai borbonici di Palazzo reale , quei bergamaschi invasero tutto il di fuori del tempio e dentro e su fino il campanile . E di là si misero a tirare sui soldati stipati nella gran piazza . Uccidevano a schioppettate gli artiglieri sui pezzi . Il loro capitano Bassini li governava coi trilli di certo suo fischietto da cacciatore , fumando alla pipa , tutto scoperto ai nemici che lo tempestavano di palle senza toccarlo . Ma egli si credeva invulnerabile . * A quell ' ora il generale in capo Lanza , volendo tentare una disperata prova , mandò il generale Sary a ripigliar la Cattedrale ; e il generale Colonna a ripigliare i Benedettini , l ' Annunziata , Porta Montalto . Inutile sforzo , inutile strage . Tutti gli assalti furono respinti dai garibaldini , dai ' Picciotti ' e dai cittadini . I borbonici lasciarono più di cento morti e forse quattrocento feriti , intorno alla Cattedrale e per le vie percorse , ma ritirandosi incendiavano le case , uccidevano gli inermi , violavano le donne . Erano diventati selvaggi , furiosi . Forse facevano così , per dare l ' ultimo sfogo all ' odio secolare mantenuto vivo contro l ' isola in loro , sudditi dell ' altra parte del regno ; forse li faceva divenir più crudeli lo spettacolo degli incendi , ardenti in più di sessanta luoghi della città ; tra i quali più grande e spaventoso quello del quartiere intorno San Domenico , tutto in fiamme . Ma se le sorti volgevano a male per i borbonici , anche dalla parte di Garibaldi crescevano le angustie . Quella sera non v ' erano quasi più munizioni . Si lavorava a fabbricare polvere , ma non ne veniva abbastanza pel bisogno , specialmente perché i ' Picciotti ' , come scrisse poi Garibaldi , sparavano troppo . E da tutti i punti della città dove si combatteva , giungevano uomini a chieder cartucce , come chi spasima per fame chiede pane . Gli aiutanti del Generale rispondevano alzando le braccia muti : il Sirtori , sempre tranquillo , raccomandava di dir dappertutto che le munizioni giungerebbero , che intanto i combattenti s ' ingegnassero con la baionetta . E invocava la notte . Almeno ci sarebbero state alcune ore di riposo . E poi girava già viva la voce che tra i regi fosse cominciato un grande scoraggiamento ; si diceva che altri loro ufficiali erano passati alla rivoluzione , tra i quali due capitani del genio ed era vero ; e ormai pareva certo che i dodicimila uomini del Palazzo reale stessero isolati affatto , senza viveri e senza comunicazioni col porto e con Castellamare . Dunque una risoluzione il loro generale l ' avrebbe dovuta prendere ; o avventarli tutti a morire o capitolare . Ma venuta la notte l ' inquietudine non cessò , anzi faceva terrore il pensiero di quel che sarebbe potuto succedere il mattino seguente ; e quasi si agognava che fosse già l ' alba , per tornare nella furia invece di consumar l ' anima in orribili fantasie . Anche Garibaldi ebbe quella sera un momento in cui quasi disperò . Gli avevano portato la nuova che erano sbarcati alla Flora due battaglioni di bavaresi , gente aizzata da Napoli e per tutta la traversata con feroci promesse , ed esaltata dalla lusinga d ' aver essa l ' onore di dar il colpo mortale alla rivoluzione . Ma la notizia non era esatta . I due battaglioni erano sbarcati sì , ma non alla Flora . E il generale Lanza aveva commesso l ' errore di chiamarseli al Palazzo reale . Dunque erano men da temersi , stando essi nelle mani di chi non sapeva adoprar bene neppur le buone truppe che aveva già . E Garibaldi si rassicurò . Ma quella era la notte del dolore , ed Egli ebbe pur quello di venir a sapere che alcuni de ' suoi , tre o quattro in tutti , non potendo più star con l ' animo alla paura , erano ricorsi ai consoli stranieri , per farsi munire di passaporti . Il dolore che ne provò non si può dire ; la pena del suo disprezzo che inflisse a quei tali fu mortale . Uno di essi , poi , che portava un bel nome nizzardo , era ricorso al consolato di Francia ! Il Generale ne pianse . Gli toccava là , nel pieno della sua grandezza , fosse pure alla vigilia forse della catastrofe suprema , gli toccava là quella atroce puntura di veder quel suo uomo aver riconosciuto con quell ' atto che Nizza era Francese ! Egli , così proclive a compatire , a scusare , non perdonò ; e il nome di quell ' uomo fu spento . * Il giorno appresso , mentre il fuoco , riacceso in tutti i punti sin dall ' alba , lasciava indovinare ne ' regi una certa stanchezza , ma teneva pur sempre in forse dell ' esito finale , Garibaldi ricevè un messaggio del generale Lanza . Questi che sin dal 28 aveva chiesto all ' Ammiraglio inglese d ' intromettersi per imporre una breve tregua , onde si potessero raccogliere i feriti e seppellire i morti , ma però senza trattare egli con Garibaldi ; e dall ' inglese aveva ricevuto in risposta che appunto a Garibaldi doveva rivolgersi : ora nel suo messaggio dava di Eccellenza al ' Filibustiere ' ! E gli chiedeva un armistizio di ventiquattr ' ore , e lo invitava a un ritrovo con due suoi generali , per trattar d ' altre cose . Designava per luogo la nave ammiraglia inglese . Garibaldi concesse subito l ' armistizio , accettò l ' invito al ritrovo , e da una parte e dall ' altra fu subito dato l ' ordine di cessare il fuoco . Erano le undici antimeridiane . Il ritrovo doveva avvenire alle ore quattordici . Ma mentre Garibaldi trattava di queste cose nel Palazzo pretorio , e sottoscriveva l ' armistizio col Colonnello messaggero del Generale nemico , gli giunse un grido di tradimento , propagato sia da Porta Termini , grido terribile di cui veniva interprete a lui , smaniando , quel prete Di Stefano che gli era apparso dei primi , il mattino del 27 . Insomma a Porta Termini erano giunti a marcie forzate i cinque i seimila uomini del Von Mechel e del Bosco , quelli che dal dì 24 , credendo di inseguir Garibaldi in fuga , erano andati fino a Corleone . Là , avendo alla fine saputo l ' inganno in cui erano caduti , s ' erano rivolti volando al ritorno ; ed adesso erano lì alla porta stessa per cui Garibaldi era entrato in Palermo , furiosi , sguinzagliati dai loro comandanti come belve fuor di catena . Una mezz ' ora prima che fossero sopravvenuti , entravano di lancio fino al Palazzo pretorio , perché da quella parte della città le barricate non erano quasi guardate . E chi sa ? forse Garibaldi sarebbe finito davvero nella tragedia . Invano li avevano voluti arrestare combattendo gli accorsi al grido del loro arrivo ; i Bavaresi avanzavano di barricata in barricata , erano già alla Fiera Vecchia . Ma l ' armistizio era firmato . Il Colonnello borbonico , messaggero che si trovò di fronte a Garibaldi , a sentirsi dare quasi di traditore , si offerse di andar egli stesso a fermare quella terribile colonna , e andò lealmente . Garibaldi seguì . Tra via incontrarono il colonnello Carini che veniva via di là , portato su d ' una barella , ferito gravemente ad un omero , e gridava di accorrere , di accorrere , che se no era finita . Alla vista del Colonnello borbonico che sventolava un fazzoletto bianco , i Bavaresi si fermarono come d ' incanto . Ma i loro colonnelli Von Mechel e Bosco , quando seppero dell ' armistizio , parvero lì per lì per andare in pezzi dall ' ira . Ah quel Bosco ! Egli siciliano , caro per certi liberi sentimenti a ' suoi amici palermitani , aveva fiutato nell ' aria che la fortuna stava per passargli vicino e , smesse le buone idee , si era preparato a pigliarla pei capelli . Quel Garibaldi cui , secondo che si diceva , si era vantato d ' aver mandato a sfidare a duello , egli ora si era figurato d ' averlo già nelle mani . Allora sarebbe divenuto il primo uomo del regno . Che sarebbe più contato rimpetto a lui Nunziante , Ischitella , Filangeri stesso e tutti insieme i vecchi servitori e salvatori della dinastia ? Era giovane , bello , prode , d ' ingegno , stava per valore , nell ' esercito borbonico quasi come poi il colonnello Pallavicini stette in quello di Vittorio Emanuele ; Francesco II avrebbe regnato di nome , egli di fatto , e nella reggia e nel Regno sarebbe stato più che re . Ma il gran miraggio gli si dileguò in quell ' istante , ond ' egli rimase là alla Fiera Vecchia tempestoso . Però nella sua collera , ispirava quasi ammirazione . Cessato anche il fuoco alla Fiera Vecchia come già per tutta la città , non si udì più che qualche colpo di qualche mal disciplinato sperduto . Ma allora , peggior di quello del combattimento , cominciò lo strazio dei feriti e dei morti da cercare . Se ne trovaron dappertutto . Facevano grande pietà le donne , i vecchi , i fanciulli . Quanti destini infranti , quante lacrime da essi lasciate dietro ! E dal Palazzo pretorio fu subito dato l ' ordine di riunire le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi ciascuna a un punto designato , dove si dovevano raccogliere tutti coloro che non fossero impegnati alla guardia dei posti . Così oltre il numero dei morti , sarebbe stato possibile sapere il numero dei feriti ricoverati negli ospedali o nelle case dei cittadini . Allora avvennero gli incontri dei compagni che in qualche momento di quei tre giorni si erano perduti di vista fra loro , e nella confusione avevano partecipato ai fatti d ' arme in punti diversi , dubitando reciprocamente della vita gli uni degli altri , o avendo ricevuto notizie vaghe di ferite e di morte . " E tu dove ti sei trovato ? E tu cosa hai fatto , e dove eri la notte tale ? dove hai mangiato , dormito , vissuto ? " Ve n ' erano di così storditi , di così disfatti dalle veglie , dalle fatiche , dalle emozioni , che non sapevano nemmen essi che dire . Ma parlava per loro il loro aspetto . Di alcuni che parevano riposati e pasciuti si mormorava . E così , alla grossa , si poté fare il conto delle morti . Non erano molte . La vittoria di Calatafimi era costata assai di più . Ma in Palermo le Compagnie avevano combattuto , governandosi ogni soldato quasi da sé , esponendosi appena quant ' era necessario per far fuoco , e avanzando con quell ' abilità naturale con cui si sa cogliere il destro a scansare i danni , a pigliarsi i vantaggi . Invece moltissimi erano i feriti , i più nel capo o nella parte superiore del torso . Le barricate avevano salvato il resto della persona . Ed era stata fortuna , perché i feriti nelle gambe morirono poi quasi tutti . Molti più erano i morti borbonici . In certi luoghi , come al bastione di Porta Montalto , erano così fitti , che non si capiva chi ne avesse potuti uccidere tanti . Ma quasi nessun ufficiale tra loro . Di questi , in tutti i tre giorni , non ne morirono che quattro , misera testimonianza del valore di quella ufficialità , se pur non fu una manifestazione di sentimento già nato negli animi , almen dei giovani , quello dell ' inutilità d ' ogni sacrificio contro colui che , impersonando la milizia di un altro Re , rappresentava un ' idea della quale sarebbero stati volentieri soldati . In quel pomeriggio , tutti si misero a dar una ripulita alle armi ; poi chi di qua chi di là , i più andarono a visitar i compagni feriti o a trovar le famiglie dalle quali erano capitati , durante quell ' inferno dei tre giorni , per caso o per chiedere un tozzo o un sorso . E là erano accoglienze da principi . Ve ne furono che capitarono in casa di gente altolocata ma malveduta dal popolo , e che senza saperlo servirono di copertura agli ospiti da cui furono tenuti in casa come guardie . Altri furon visti accompagnar di qua e di là tra la folla famiglie sgomente che , così protette , si facevano condurre nei monasteri o alla marina , dove si imbarcavano per andare al sicuro su qualche nave , ad aspettare il resto della tragedia . Perché ventiquattr ' ore di armistizio sarebbero presto passate . Intanto allo Stato Maggiore , il Turr , il Sirtori , gli altri non perdevano il tempo , e tutto quel pomeriggio fu dato loro a fabbricar polvere , a ordinare un poco i ' Picciotti ' , a far mettere in batteria certi vecchi cannoni cavati fuori da dove erano stati nascosti nel 1849 . Altri ne furono messi su , avuti in dono o comprati dai bastimenti mercantili che stavano in rada . E i ' Picciotti ' vi facevano intorno la ronda , li lustravano e li coprivano di immagini sacre , improvvisavano fin delle laudi a quei bronzi , come se fossero eroi o santi . Il giorno appresso si sarebbe sentita la loro voce . Nei luoghi della città più affollati , sebbene l ' andirivieni fosse più che mai vivo , bande musicali suonavano arie patriottiche dell ' Attila , dei ' Due Foscari ' , dei ' Lombardi ' , o inni del Quarantotto ; qualcuno suonava già anche " Si scopron le tombe ... " E , cosa meravigliosa , invece di far adagiare gli animi nella speranza che la lotta non ricominciasse più , l ' armistizio li aveva ancora concitati . Perciò si vedevano le gronde dei tetti , i balconi , le finestre , sempre più carichi di materiale da buttar giù ; e tra la gente che lavorava a far sempre più alte le barricate , si sentiva dire con sicurezza che neppure centomila uomini avrebbero più potuto venir da fuori al Palazzo pretorio . Queste erano esagerazioni battagliere . Ma cosa grande davvero , che passa l ' immaginazione , fu sul tardi il ritorno di Garibaldi dal suo abboccamento coi generali borbonici Letizia e Chrétien , avvenuto a bordo della nave ammiraglia inglese . Egli vi era andato lasciando in angoscia indicibile chi lo sapeva . Ed essendo giunto a un luogo del porto detto la Sanità , proprio nel momento in cui vi giungevano i generali nemici , l ' ufficiale della lancia inglese non sapendo che far di meglio , lo aveva imbarcato insieme con quei due . Come si sentissero in compagnia di quell ' uomo in semplice camicia rossa essi tutti galloni , non è facile immaginare ; ma narrava il capitano Cenni che parevano aver voglia di far l ' altezzoso . E difatti nelle trattative , una volta a bordo e cominciata la conferenza , il general Letizia affettava di non rivolgersi a Garibaldi , e parlava con una certa alterigia . Ciò dispiacque all ' ammiraglio Mundy e ai comandanti navali francese , americano e sardo , che egli aveva chiamati sulla sua nave , perché assistessero al colloquio . E questo si mutò presto quasi in un diverbio . Il Mundy , ospite , ebbe anzi un bel da fare onde Garibaldi , pur con ragione , non trascendesse . Il Letizia aveva tra l ' altre cose osato chiedergli che la rappresentanza cittadina di Palermo facesse un atto di sottomissione al suo Re . E allora Garibaldi proruppe che la rappresentanza cittadina era in lui Dittatore , e rotta ogni trattativa si ritirò . Ma nel partirsi da bordo si rivolse al Comandante americano Palmer , confidandogli rapidamente e a bassa voce che in Palermo non aveva quasi più munizioni , e raccomandandosi a lui perché , se potesse , gliene mandasse . Così tornò a terra . Ma nel breve tragitto dalla marina al Palazzo pretorio , ebbe uno di quei momenti nei quali gli eroi pagano , per dir così , il fio della loro grandezza . Lo pagano con la tempesta che si scatena loro nell ' animo , come avvenne al Mazzini nel 1833 , nell ' ora terribile in cui si trovò a lottar tra l ' idea sua , che egli chiamava dovere , e il sacrificio di tanti , che per quell ' idea suscitata da lui , si offrivano alla rivoluzione , alla galera , alle forche . E così come narrò di sé il Mazzini , di sé e di quel suo momento narrò Garibaldi . " Confesso che non ero scoraggiato ; ma considerando la potenza e il numero del nemico e la pochezza dei nostri mezzi , mi nacque un po ' d ' indecisione sulla risoluzione da prendersi , cioè se convenisse continuar la difesa della città , oppure rannodare tutte le nostre forze e ripigliar la campagna . Quest ' ultima idea mi passò per la mente come un incubo , ma la allontanai da me con dispetto : trattavasi di abbandonar la città di Palermo alle devastazioni di una soldatesca sfrenata ! Mi presentai quindi quasi indispettito con me stesso al bravo popolo dei Vespri . " Apparve di fatto dal balcone sinistro del Palazzo , nel lampo delle invetriate che , mentre si aprirono , scintillarono percosse dal sole già basso verso Monte Pellegrino , e a capo scoperto , come Ferruccio ai suoi , prima di Gavinana , parlò . Breve , pacato , con voce che suonò come un canto , disse che il nemico gli aveva fatto delle proposte ingiuriose per Palermo e che egli , sapendo il popolo pronto a farsi seppellire sotto le rovine della sua città , le aveva rifiutate . V ' è ancora qualcuno , vivo , al mondo , che , sebbene sia passato quasi mezzo secolo , si sente sempre nell ' anima quella voce . E ancora vede ciò che vide in quell ' ora . Vede quella moltitudine che non balenò neppur un istante , e che alle ultime parole di Garibaldi ruppe in un grido solo : " Sì ! Sì ! Grazie ! Grazie ! " con una levata di mani , di fronti , di cuori , tale da fare impallidire lui , pel sovrumano peso che gli imponeva , accettando l ' onore di lasciarsi sacrificare . Egli guardò un poco , poi si tirò dentro ' " ritemprato ( lo narrò nelle sue ' memorie ' ) e da quel momento ogni sintomo di timore , di titubanza , d ' indecisione " gli sparve . Il discorso di Garibaldi comparve poi subito stampato sotto forma di Proclama alle cantonate . Diceva così : " Il nemico mi ha proposto un armistizio . Io accettai quelle condizioni che l ' umanità dettava di accettare , cioè ritirar le famiglie e i feriti : ma fra le richieste , una ve n ' era ingiuriosa per la brava popolazione di Palermo , ed io la rigettai con disprezzo . Il risultato della mia conferenza d ' oggi fu dunque di ripigliar le ostilità domani . Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli dei Vespri una battaglia , che deve infrangere l ' ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell 'eroismo." Parrà forse dir troppo ma è verità . La sera di quel giorno , proprio come se ricorresse la sua festa di Santa Rosalia , Palermo si illuminò tutta . Lasciamo stare che i palazzi e le case dei ricchi nelle grandi vie fecero addirittura la luminaria ; ma non vi fu casupola per quanto povera e nascosta ne ' vicoli , che non avesse il suo lume a ogni finestra . E la notte passò in cene e canti e fino in danze . Per prepararsi alla ripresa della guerra , se guerra doveva ancora esservi , si avrebbe avuta poi tutta la mattinata appresso . Ma quando fu mezzodì e i combattenti erano tornati tutti ai loro posti , pronti a ricominciare , fu fatto dire dappertutto che l ' armistizio era prolungato di tre giorni . Allora entrò nei cuori che in quanto a Palermo i regi avevano finito . E tanto più crebbe l ' idea quando si arrese la compagnia che custodiva il palazzo delle Finanze in piazza Marina , dove giaceva un tesoro di cinquanta milioni di ducati . Avevano messo il blocco al palazzo una ventina di Garibaldini e un nugolo di popolani , appostati intorno a distanza , vigili giorno e notte , e così il denaro della Sicilia , rimaneva in Sicilia . Durante quell ' armistizio , stettero le due parti ai loro posti , ognuna con le proprie sentinelle piantate a farsi guardia contro la nemica . E in certi punti della città , le sentinelle si trovavano a essere così vicine fra loro , che in quattro passi potevano gettarsi a zuffa l ' una sull ' altra . Perciò in quei luoghi insieme coi ' Picciotti ' , che dal grande odio non avrebbero saputo stare senza insultarsi o saltare addirittura sui napolitani , fu messo un gruppo di Garibaldini . E talvolta avveniva che dei soldati napolitani qualcuno o la sentinella stessa , da una parola all ' altra , si lasciava tirare a conversare coi Garibaldini , perdeva la testa , dava indietro un ' occhiata , tentennava un poco , e poi scattava via di lancio a rifugiarsi tra loro , abbracciato , baciato , portato via in trionfo per la città . Così , alla Fiera Vecchia , anche i Bavaresi disertarono a dozzine , ultime figure di mercenarii che avevano fatto quell ' ultima apparizione in Italia . Magnanimo veramente era stato il primo giorno Francesco Crispi che , appena sottoscritto l ' armistizio , si era ricordato subito del Mosto e del Rivalta , rimasti in mano dei borbonici , nella ritirata dal Parco . Egli , segretario di Stato del Dittatore , corse a Castellamare per farne lo scambio con due ufficiali superiori nemici , prigionieri . Entrò nel forte superbamente , e chiese dei due Garibaldini . Di Garibaldini prigionieri non v ' era che il Rivalta ; dell ' altro , quei del Castello non sapevano nulla . Il Rivalta sì , sapeva dove era il suo povero amico ; ma non lo disse , temendo che il Crispi infuriasse , e tirasse fors ' anche su di sé e su di lui la bestialità di alcuno di quei biechi soldati . Diceva il Comandante del Castello che il Mosto era forse dal generale Lanza nel Palazzo Reale . Il Crispi uscì per andarvi , ma tra via il Rivalta , gli narrò che il Mosto esile e stanco , nella ritirata dal Parco era caduto sfinito su per l ' erta del monte e che sopraggiunti i Cacciatori era stato trafitto a baionettate . Egli , il Rivalta , aveva visto da pochi passi più in su morir l ' amico a quel modo , e sarebbe toccata anche a lui la stessa sorte , se un giovane ufficiale non avesse persuasi i Cacciatori a serbarlo per averne informazioni su Garibaldi . Salvato così , lo avevano mandato al colonnello Bosco e poi a Palermo , dove era stato chiuso in una casamatta del Castello , e tra le minacce e gli insulti ivi tenuto sino a quel momento . Ma dalla mattina del 27 , quando si era sentito sopra il capo tremar le volte al tuonar dei mortai , aveva sperato , gli si era allargato il cuore . Sparsa la notizia tra i Carabinieri genovesi , andò al Parco Antonio Mosto con alcuni amici ; e sul monte , ancora nel posto dov ' era stato ucciso , trovò il suo fratello , dolce e gracile giovine , da otto giorni insepolto . E nello stesso posto lo seppellì . * Garibaldi , un di quei giorni , verso sera , fece una passeggiata a cavallo per la città , passando pei luoghi dove le barricate erano meno fitte . Dire che accoglienze gli faceva il popolo parrebbe ora poesia , ora che il mondo è tanto mutato . Miravano le turbe quella figura dolce , e non sapendo ben capire come ad essa convenisse il gran nome guerriero , chinavano religiosamente la fronte , o gli si protendevano come ad un essere sovrumano . Non era difficile immaginare le folle deliranti di certi altri paesi prostrate per voluttà di farsi schiacciare dai carri sacri . Egli correggeva con lo sguardo quei fanatismi . Spirato quel termine di tre giorni , fu prolungato l ' armistizio di altri tre . Si indovinava in ciò gli ondeggiamenti della Reggia di Napoli , dove il re mite e le donne fiere tenevano la questione sospesa tra i consigli di chi voleva che Palermo fosse tutta ridotta in rovine , e il vecchio saggio Filangeri che ammoniva il Re , supplicandolo di non si mettere da sé , con quell ' eccidio , al bando di tutta l ' Europa liberale . E il suo consiglio prevalse . Così al terzo armistizio seguì una convenzione , per la quale i regi si obbligavano a sgombrar Palermo , però con l ' onore delle armi . Garibaldi concesse . Andassero pure onorati ! Erano italiani anch ' essi , e nel trattarli così , egli poteva dire di riportare un ' altra vittoria . E il giorno 8 giugno fu uno strano spettacolo . Al cospetto di molto popolo in festa , dinanzi a forse quattrocento Cacciatori delle Alpi raccolti per quella cerimonia , sfilarono i ventimila soldati dell ' esercito regio , soldati di tutte le armi . Dove andavano , dove si sarebbero ancora incontrati a combattere con quei loro vincitori che , così pochi , avevano dietro di loro l ' Italia Nuova ? Non sapevano , ma pareva sentissero che il mondo abbandonava il loro sovrano . Tuttavia , se passavano senza fierezza , non avevano aria avvilita . I soldati avevano combattuto . Allora Palermo festeggiò sé stessa magnificamente , e quelli che chiamava i suoi liberatori . Essi , in venticinque giorni dalla partenza da Genova , avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni , e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio , per terre di civiltà antiche e venerande . E avevano anche potuto meditare sugli effetti delle rivoluzioni compiutesi , durante l ' ultimo secolo , nell ' alta Italia , dove se le miserie della vita erano ancora molte , certa somma di beni s ' era pur cumulata nelle città e nelle campagne , e di questi beni tutti ne avevano risentito . Ma là nell ' Isola , rimasta nel silenzio e nella solitudine , senza essere stata toccata dalla rivoluzione francese , quasi tutto era ancora come doveva essere stato parecchi secoli indietro . Grandezze da principi in una classe ristretta ; povertà , ignoranza e superstizione nella grossa moltitudine ; e , salvo le grandi città , assenza quasi assoluta di quel ceto di mezzo colto , ricco , operoso , che nell ' alta Italia teneva già sin da allora in pugno le sorti sociali . Però l ' anima siciliana si rivelava pronta a liberarsi da quanto di troppo vecchio la impediva , e capace di rimettere in breve il gran tempo perduto . Ma queste eran cose da lasciarsi al poi . Per allora bastava che l ' Italia spingesse avanti l ' opera iniziata dai Siciliani e dai Mille . Questi si sarebbero modestamente confusi nell ' onda grossa di volontari che essa avrebbe mandati , come infatti mandò . Ma nei giorni che corsero tra lo sgombro dei regi e l ' arrivo di quella che fu chiamata la seconda spedizione condotta dal Medici , le gioie che Palermo fece loro godere furono cose da novelle orientali . Banchetti e festini , uno che aspettava la fine dell ' altro per cominciare . I Mille , smessi i panni borghesi , vi comparivano nelle loro fiammanti camicie rosse , mirabili le Guide nelle pittoresche divise tra ungheresi e francesi ; mirabili i Carabinieri genovesi in un costume severo e quanto mai signorile . Ogni tanto , però , si faceva qualche gran funerale di morti per ferite , perché grandiosa e solenne doveva essere in Palermo anche l ' ospitalità della tomba . Così certi umili volontari che , morti nelle loro case , sarebbero stati accompagnati al cimitero da pochi umili come loro , ebbero esequie da grandi . Quelle di Adolfo Azzi morto il 4 giugno , quelle del colonnello Tukory morto il dì 8 , furono apoteosi . Intanto alla gioia veniva a mescersi certa mestizia . Era di quella che le grandi cose lasciano nel cuore , quando sono compiute . Gli animi alacri e lieti della vigilia cambiano godimento nella tristezza di poi . Quanto a quelli che avanzarono dopo Palermo , alcuni andarono a morir a Milazzo come Vincenzo Padula da Padula , Gaetano Erede da Genova e Giuseppe Poggi , il bello ed eroico Poggi , cui Garibaldi aveva ammirato a Calatafimi . Pilade Tagliapietra da Treviso , Giuseppe Profumo da Genova , Pietro Zenner da Vittorio e l ' angelico Ernesto Belloni da Treviso , caddero a Reggio Calabria ; Angelo Cereseto e Giovanni Battista Roggerone , Quirico e Pietro Traverso , tutt ' e quattro genovesi , e Innocente Stella da Arsiero , morirono in battaglia sul Volturno , e a Villa Gualtieri , il 1° ottobre . Così in tutti , dei Mille , da Calatafimi al Volturno , quelli che morirono in quel grand ' anno furono settantotto . Altri come il Nullo ed Elia Marchetti andarono presto a morir in Polonia cavalieri poeti della libertà ; altri ancora come Raniero Taddei e Antonio Ottavi da Reggio Emilia e Stefano Messaggi milanese , morirono combattendo , ufficiali dell ' esercito , a Custoza ; o come Vincenzo Dalla Santa e Giuseppe Dilani camicie rosse , nel Trentino . Finirono a Mentana Vigo Pelizzari e Antonio Caretti ; alcuni , come Giuseppe Gnecco da Genova e Luigi Perla da Bergamo , morirono in Francia , combattendo ne ' Vosgi contro i Prussiani . Di morte naturale , nei primi dieci anni dopo il '60 , morirono quelli che erano già quasi vecchi al tempo della spedizione , ma anche molti , massime dei più giovani , consumati dalla tisi . Non pochi finirono di malattie mentali ; troppi si spensero da sé , non rimasti abbastanza forti alla vita . Si dice che a Quarto sorgerà un giorno un monumento con su tutti i nomi dei Mille incisi nel marmo . Sarà cosa che onorerà la patria ; ma lo scoglio da cui Garibaldi scese a imbarcarsi , è da sé monumento cui la poesia fece già più duraturo d ' ogni marmo e d ' ogni bronzo , essa che vince il silenzio dei secoli ! - Fine -
Saggistica ,
[ Introduzione ] - La controversia che ai dì nostri si agita fra quella che suolsi chiamare scuola " positiva " del diritto penale e la scuola detta " classica " non è che il riflesso nel campo del diritto di un dissidio assai più vasto che si manifesta in tutto quanto il campo delle discipline filosofiche e morali . La negazione del libero arbitrio , e , secondo i seguaci della nuova scuola , la conseguente negazione di ogni responsabilità morale ; la tesi loro che in diritto penale occorra abbandonare la considerazione astratta del reato come entità a sé , e sia necessario invece studiare il delinquente nelle sue particolarità fisiologiche , psicologiche ed antropologiche , il delitto nelle sue cause sì individuali che sociali ; la loro tendenza ad erigere il diritto penale su basi utilitarie ; tutte le innovazioni insomma sì teoriche che pratiche di cui la scuola positiva si fa propugnatrice si presentano come corollari di quelli che sono i principî del movimento scientifico moderno ; movimento di cui il " positivismo " vuol considerarsi come la più genuina manifestazione . Il positivismo moderno , da altri designato sotto il nome di filosofia della esperienza , non fu , com ' è noto , eretto a sistema filosofico che dal Comte , ma rintraccia le sue origini assai più addietro , e può considerarsi , nella sua espressione generale , come una fondamentale tendenza dello spirito umano . Due furono in ogni tempo le vie per cui l ' uomo tentò di accrescere la sfera della propria conoscenza : ora ripiegandosi sopra sé stesso , traendo dalle profondità della propria mente e dalla contemplazione delle idee la parte maggiore dello scibile ; ora invece volgendo lo sguardo attento allo svolgersi dei fatti nel mondo reale , registrandoli con pazienti osservazioni e confronti , per ridurli a formole via via più schematiche e più generali . All ' una corrisponde la tendenza aprioristica o speculativa , all ' altra quella positiva , empirica o sperimentale . Queste due tendenze si sono in ogni tempo divise il campo del pensiero filosofico , e nella filosofia greca le vediamo principalmente rappresentate , l ' una da Platone , l ' altra da Aristotile . Ma vi sono state epoche , in cui l ' una o l ' altra delle due ha sembrato prender decisamente il sopravvento . Così il prevalere della prima tendenza ha contrassegnato in genere le epoche di profondo fervore mistico e religioso , atto a distogliere l ' attenzione dell ' uomo dal mondo delle realtà terrene , per rivolgerla a mondi ideali , più razionali e perfetti di quello nel quale la nostra vita si svolge ; mentre l ' osservazione dell ' effettivo prodursi ed avvicendarsi dei fenomeni ha contrassegnato invece piuttosto quelli d ' intensa attività ed interesse pratico . È così che sono opera principalmente del pensiero teologico quegli abusi e quelle esagerazioni del metodo astratto ed aprioristico che hanno viziato in modo così singolare la scienza del Medio Evo , e che hanno senza dubbio contribuito potentemente a provocare quella reazione contro la scolastica e la " metafisica " che dura tuttora , e di cui il positivismo moderno è la più recente espressione . Alla scolastica il positivismo si contrappone sì come metodo che come dottrina . - Era infatti appunto la credenza mistica in una realtà diversa e superiore a quella sensibile , e quindi non raggiungibile per mezzo dell ' osservazione e dello sperimento , e di ogni ragionamento che da questi prendesse le mosse , era la credenza in una realtà " trascendentale " per accedere alla quale solo potevano valere le facoltà superiori dell ' intelletto e della ragione pura , quella che giustificava l ' uso troppo esclusivo , tanto nei sistemi metafisici che in quelli teologici , del raziocinio astratto e speculativo . Per lungo tempo credettero gli uomini che i fenomeni conosciuti per mezzo della osservazione sensibile fossero la parte più caduca , più transitoria , e meno degna di fede , del nostro sapere . Mentre essa non può fornirci che le apparenze puramente passeggiere del " mondo dell ' esperienza " , la nostra ragione , il nostro intelletto , l ' intuizione , o addirittura la rivelazione " soprannaturale " ci mettono in presenza dell ' Immutabile , dell ' Assoluto , del Necessario , in quanto si contrappongono al Variabile , al Relativo , al Contingente , - di quelle verità eterne ed imperiture che " trascendono " la sfera della esperienza . Senza tener conto di questa credenza in una realtà trascendentale che precedette loro , credo sia impossibile il giudicare rettamente della funzione e del valore di molti sistemi filosofici , passati e moderni . Comunque , era la realtà trascendentale l ' oggetto di quella che fu detta " metafisica " , e fu per essa che la metafisica fu considerata non solo come la parte più nobile ed elevata , ma anche come la parte più " verace " del nostro sapere . Col progresso del pensiero si produsse , com ' è noto , un vasto movimento che fece perdere alle investigazioni metafisiche il favore originariamente tributato loro . Il cammino trionfale delle scienze fisiche , le conquiste del metodo sperimentale , la coscienza dell ' infecondità di quel tipo di speculazione che consiste nel preoccuparsi quasi esclusivamente del concatenamento logico delle idee senza fermarsi a verificare le premesse , giustificazione ultima di ogni ragionamento ; infine la grande rivoluzione metodologica che è associata col nome di Bacone ; tutto ciò contribuì ad estendere la sfera d ' influenza della " fisica " e ad esaltarla di fronte alla " metafisica " . Il primo a formulare nettamente l ' opposizione fra il positivismo , come sistema filosofico distinto , e la metafisica , fu il creatore della parola stessa " positivismo " e il fondatore del sistema : Augusto Comte . Colla sua legge dei tre stadi della conoscenza umana , di cui il terzo solo è compatibile secondo lui con la verità scientifica , egli condannava inesorabilmente ad un tempo le dottrine ed i metodi metafisici . Chi legge le prime pagine del suo Cours de Philosophie positive , scorge subito come per lui il rinnovamento del metodo non sia che la conseguenza logica di un modo radicalmente nuovo di considerare l ' universo ed i suoi rapporti con la conoscenza dell ' uomo . Ciò che distingue lo stadio positivo dallo stadio teologico e da quello metafisico " il quale in fondo non è che una modificazione del primo " , è che in esso " la mente umana , riconoscendo l ' impossibilità d ' ottenere delle nozioni assolute , rinunzia a ricercare l ' origine e la destinazione dell ' universo , e a conoscere le cause intime dei fenomeni per applicarsi solo alla scoperta , mediante l ' uso ben combinato del ragionamento e dell ' osservazione , delle loro leggi effettive , vale a dire delle loro relazioni invariabili di successione e di similitudine . La spiegazione dei fatti , ridotta allora a dei termini reali , non è più quindi che il legame stabilito fra i diversi fenomeni particolari e alcuni fatti generali , di cui il progresso tende sempre più a diminuire il numero " . Ora , se osserviamo questo periodo , come pure gli altri che lo accompagnano vediamo che è facile riscontrare in esso due elementi distinti , sebbene messi in stretto rapporto fra di loro . Oltre all ' elemento metodologico - l ' ammonimento da tener conto della realtà positiva , a usare con sobrietà del raziocinio allo scopo di evitare il pericolo di equivoci , sofismi , spiegazioni verbali o altri errori ; - vi si scorge l ' idea di una vera e propria limitazione della conoscenza umana . Non può l ' uomo conoscere le " cause intime " dei fenomeni e deve abbandonare la vana pretesa di penetrare fino alle " essenze " alle " sostanze " delle cose , di risalire alle loro origini o ricercare il loro fine . La sua conoscenza è puramente relativa ; una vasta porzione della realtà deve rimanere per lui in eterno un mistero , un campo per le ipotesi più svariate , tutte egualmente destituite di ogni possibilità di verificazione . È questa la teoria detta della " relatività della conoscenza " , la quale ha prestato allo Spencer gli argomenti per la sua celebre dottrina dell ' Inconoscibile , ma che si riconnette storicamente e logicamente alle classiche ricerche di Locke , Hume , Berkeley e finalmente Kant , sulla natura e le funzioni della nostra conoscenza . Quale sia la portata di tali ricerche è noto : esse ebbero per oggetto l ' analisi dei nostri concetti più elevati ed astratti , lo studio della origine delle nostre idee , e dimostrarono la natura sensoriale " empirica " di ogni conoscenza , la dipendenza di ciò che diciamo " mondo esteriore " dalle nostre rappresentazioni , il contenuto sperimentale dei nostri concetti di causa e di sostanza . A torto o a ragione , da tali ricerche scaturì una vena di scetticismo e d ' agnosticismo che ancora oggi domina gran parte del pensiero filosofico , e risalta evidente negli scritti dei più fra i positivisti . Il positivismo è da questi concepito come una dottrina critica e demolitrice , che rovesci , per la sola virtù del suo modo di concepire la conoscenza umana , tutto un mondo di antiche idee e credenze di cui dimostra irrevocabilmente la falsità . Tutti quegli oggetti del pensiero , cui si accompagnava nella mente dei " metafisici " qualche credenza effettivamente resa inaccettabile dalla nuova teoria della conoscenza ( p . es . la credenza ch ' essi facessero parte della realtà " trascendentale " ) , sono per ciò solo dichiarati " entità metafisiche " , destituite pertanto d ' ogni valore e significato e da scartarsi senza ulteriore esame . Non è qui il luogo di mostrare quali danni alla correttezza del pensiero filosofico può aver recato tal maniera di ragionare . Avremo occasione di tornare varie volte su questo argomento , specialmente a riguardo del modo con cui molti positivisti considerano la libertà e la volontà , designate da loro quali entità metafisiche . Di questo elemento scettico si risente in parte l ' attitudine assunta dal " positivismo " moderno di fronte alle questioni morali e giuridiche . Ma qui bisogna inoltre tener conto dell ' apparente antagonismo fra la concezione " scientifica " delle cose e quella che e morale e diritto hanno considerato finora come essenziale alla propria esistenza e a cui il positivismo quella vorrebbe sostituire . La scienza tende a concepire i fenomeni come svolgentisi gli uni dagli altri secondo leggi fisse e costanti , fornite del carattere della necessità ; mentre la morale e il diritto li considerano come atti a mutarsi e trasformarsi docilmente sotto la mano dell ' uomo , dotato di volontà e libertà . Di qui un dissidio che , apparente o reale che sia , ha ad ogni modo fatto credere esservi fra i risultati della scienza ed i postulati della morale un ' insanabile contraddizione , ogni progresso dell ' una dovendo segnare una restrizione ed un abbassamento dell ' altra . È questo il problema omai secolare del libero arbitrio , la discussione del quale dal positivismo sembra avere ricevuto nei tempi recenti nuovo incitamento e importanza più grave , e che può considerarsi altresì come il pernio attorno al quale si aggira la controversia da esso sollevata a riguardo del diritto penale . - Consideriamo ora più specialmente la " scuola positiva del diritto penale " . Anche qui vediamo la proposta di un metodo , nuovo e diverso , fondata su un modo nuovo e diverso di concepire la base e la natura del diritto di punire . Come il positivismo in genere dichiara " antiscientifici " i metodi della metafisica in nome di una nuova teoria della conoscenza , così pure noi vediamo nella scuola " positiva " come contrapposta alla scuola classica , la pretesa di inaugurare un metodo nuovo , più " scientifico " di quello finora prevalso nelle discipline penali . L ' indirizzo prevalente del diritto penale , sia per le sue origini che risalgono a quel generoso movimento di reazione che si produsse nel secolo XVIII contro gli abusi e gli arbitrii che viziavano l ' amministrazione della giustizia , e quindi nel razionalismo individualistico degli enciclopedisti ; - sia anche per le tendenze psicologiche e le opinioni individuali degli scrittori che più hanno influito su di essa ; - ma soprattutto , diciamolo sin d ' ora , per le esigenze imprescindibili della materia penale , si è sempre attenuto , e si attiene tuttora , ad un metodo essenzialmente astratto . Non questo o quell ' individuo autore del reato , ma il reato stesso è l ' oggetto del diritto penale : e il reato considerato non come fatto concreto , ma come ente astratto , come mero rapporto di contraddizione fra l ' atto dell ' uomo e la legge dello stato . È al reato così inteso che viene commisurata la pena , indipendentemente da ogni effetto d ' emenda o di ravvedimento che sia a presumersi abbia ad avverarsi nell ' autore del fatto lesivo , indipendentemente dalla pericolosità speciale dell ' individuo quale può risultare dall ' esame particolare di lui , indipendentemente infine da ogni idea di esemplarità ulteriore della pena sui male intenzionati . - Per i positivisti , un tale metodo si trova in contraddizione colle regole più utili e feconde del metodo sperimentale ; esso è per loro un metodo " metafisico " , come è una " entità metafisica " per loro il reato quale è dalla scuola classica considerato e studiato . Ma non solo il metodo : i principii stessi su cui si fonda secondo i classici , il diritto di punire sono per loro " metafisici " . È questo anzi il punto in cui più si manifesta il carattere critico e demolitore delle nuove dottrine , analogo a quello che abbiamo riscontrato nel positivismo in generale . Qui come là , la riforma del metodo si annunzia come la conseguenza logica della mutazione nelle dottrine ; cosicché un giudizio completo nel metodo non potrà aversi se non dopo un esame , per quanto sommario , di queste sue basi teoriche , e della questione se e fino a qual punto il metodo possa considerarsene come una logica derivazione . Due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si pone come avversaria alla classica . L ' uno è rappresentato dalla questione del libero arbitrio , l ' esistenza del quale la scuola " classica " postula come fondamento della imputabilità , mentre è dall ' altra scuola negata . L ' altro punto è la " giustificazione " del diritto di punire , che l ' una pone nella giustizia , l ' altra nell ' utilità , nella necessità in cui si trova la società di difendersi dai suoi nemici . Come è facile vedere , queste premesse trascendono la sfera speciale del diritto punitivo per avere una portata addirittura sul modo di concepire la morale . - Coll ' identificarla col calcolo utilitario , esse tendono a toglierle esistenza distinta ; come , negando la libertà , esse le tolgono la " condizione pratica " per la sua possibilità . Per ciò che riguarda il diritto penale , piuttosto che a produrre una riforma di esso , tali dottrine , se considerate nella loro espressione estrema , sembrano atte piuttosto a scalzarne addirittura le basi . I diversi argomenti dei positivisti sono concatenati fra loro . Ragionano i positivisti : negato il libero arbitrio , su cui poggiavano l ' idea di responsabilità , di merito e demerito , idee necessarie così alla morale come al diritto , ne viene di conseguenza che il diritto di punire , nel senso più comune di questo vocabolo , non è più ammissibile né nella società , né negli individui , e sola rimane la necessità per la società di difendersi da chi ne lede il benessere e la tranquillità , di porlo nell ' impossibilità di nuocere altrimenti , di rimuovere le cause per cui egli fu condotto a ciò fare . A questo fine unico mezzo è lo studio accurato dei precedenti del colpevole , la ricerca di tutti i coefficienti che cooperarono alla produzione necessaria del male , e ciò col duplice intento di rimuovere le cause individuali e sociali del delitto , di curare nell ' individuo l ' irresistibile impulso a commetterlo ; nonché di mettere , nel modo più opportuno e su di lui efficace , il reo nella pratica impossibilità di tradurlo in atto , per tutto il tempo che l ' impulso dura . La verità è che , ammessi tali principî , si avrà una medicina od una profilassi individuale o sociale ; si avrà un complesso di riforme per prevenire in modo diverso il delitto ; ma di un vero e proprio diritto penale non si potrà parlare . Comunque , è da tali premesse che si traggono le conseguenze surriferite intorno al metodo in diritto penale . Non più la considerazione astratta del reato , ma lo studio concreto del delinquente e di tutte le cause che lo spinsero a delinquere . Solo così potrà ottenersi una efficace difesa e rigenerazione sociale . Il metodo da adottarsi , secondo i positivisti , non è diverso da quello invalso per lo studio dei fenomeni naturali : mediante l ' osservazione e lo sperimento acquistare una conoscenza chiara del modo di prodursi e di svolgersi dei fenomeni , delle leggi fatali che li governano : allo scopo di poter poi agire , modificando gli antecedenti , sui conseguenti , e di accrescere così il nostro potere sulla natura . Fino a che punto tale concezione è essa legittima ? Fino a che punto i principî del positivismo come sistema filosofico , se veri in generale , sono applicabili alla sfera più particolare del diritto penale ? E quali sono le conseguenze legittime di una tale applicazione ? A nostro parere , se la tendenza generale segnata dal positivismo è giusta , come quella che rappresenta la maturità scientifica dei tempi nostri ; bisogna però guardarsi da certe intemperanze ed eccessività , frequenti negli scritti dei positivisti , ma che del vero e proprio metodo positivo costituiscono la più flagrante violazione . Se molte delle premesse che la scuola positiva in diritto penale fa sue , sono tali che nessuno potrebbe con cognizione di causa negar loro la propria adesione ; pure molte delle illazioni che essa ne trae sono inesatte od errate , o non tengono conto di elementi pure imprescindibili dell ' oggetto loro . Per chiarir ciò , converrà prima prendere in esame la questione del libero arbitrio : per poi passare alle altre questioni implicate dal nostro argomento . LIBERO ARBITRIO ED IMPUTABILITÀ MORALE . La teoria , che per la prima volta io comprendeva rettamente , cessava di essere scoraggiante , e , oltre al sollievo che ne venne al mio spirito , io cessai di soffrire sotto al peso , così grave per chi mira ad essere un riformatore delle altrui opinioni , di reputare una dottrina come vera , e la dottrina contraria come moralmente benefica . [ MILL , Autobiography , , 1873 , p . 170 ] . - Se noi ricerchiamo qual ' è la ragione dell ' interesse e della passione di cui la questione del libero arbitrio è stata in ogni tempo l ' oggetto , non ci sarà difficile vedere ch ' essa sta principalmente nell ' enorme importanza pratica del problema della Responsabilità . L ' intima connessione fra questo e la libertà del volere è insieme un dato del senso comune , un risultato della riflessione filosofica , e un prodotto dell ' evoluzione del diritto dalle forme più brutali di reazione violenta e senza misura contro la causa , qualunque essa sia , del danno ricevuto , a quelle rigorosamente misurate e strettamente personali delle civiltà più progredite . Una conveniente trattazione del tema della responsabilità non potrebbe quindi andar disgiunta da una discussione , per quanto sommaria , della celebre questione detta del " libero arbitrio " . Questa , com ' è noto , sembra essere una delle questioni più ribelli che abbiano mai affaticato l ' ingegno umano ; e da più secoli ch ' essa è controversa , non sembra ancora aver mosso il passo decisivo verso la sua soluzione . Oggi ancora per alcuni il libero arbitrio è " un ' illusione " per altri esso è una verità evidente , un " fatto " che non ha bisogno neppure di dimostrazione . Per quasi tutti poi , l ' affermazione o la negazione del libero arbitrio è un dilemma gravissimo , onde dipendono conseguenze teoriche e pratiche di incalcolabile valore . Si tratta infatti di sapere " se l ' uomo possa determinarsi da sé ad agire in un modo piuttosto che in un altro , se possa scegliere liberamente il male ed il bene , e se perciò possa essere ritenuto responsabile dei propri atti " . Il consenso comune è sempre stato per il verdetto affermativo , mentre la filosofia , che col senso comune non di rado si trova in conflitto , ha dato per bocca di molti fra i suoi più eminenti cultori responso contrario . Secondo l ' opinione più generale , la questione " se l ' uomo possa determinarsi ad agire " si identifica con quella della causalità nelle umane azioni : se cioè all ' uomo , in quanto è dotato della facoltà di volere , sia applicabile il principio di causalità . L ' uomo solo , dicono alcuni , sfugge alla " legge di necessità " che governa tutti quanti gli altri esseri . Niuna regola lo costringe , niuna legge fatale gli addita in anticipo la via da seguirsi . Egli solo perciò è veramente libero ; libero non " relativamente " , come lo possono essere alcuni agenti della natura di fronte ad altri , ma " assolutamente " . A tali affermazioni rispondono altri , facendosi forti di tutto il movimento scientifico moderno ed asserendo l ' impero della causalità anche nel campo dell ' umane azioni , donde essa sembrava voler essere per sempre esclusa . Essi si credono perciò anche in diritto di negare che le azioni umane possano dirsi libere , e ne traggono argomento per rifiutar loro la responsabilità , così morale che giuridica . È un dilemma dal quale sembra non esservi scampo : da una parte una esigenza suprema della morale e del sentimento , dall ' altra l ' autorità della scienza , oggi sempre crescente . Delle due tesi alternative , la prima ci conduce alla concezione di una volontà quasi nata per miracolo , distaccata da ogni suo antecedente , non atta ad essere studiata nelle sue origini , nelle sue cause , non suscettibile cioè di alcuna conoscenza scientifica ( scire est per causas scire ) ; l ' altra sembra por capo ad un fatalismo più o meno larvato ( poiché nessuno , come ben osserva il Mill , è coerentemente fatalista ) . E mentre il fatalismo ci ripugna , ed è d ' altra parte contrario all ' intuitiva coscienza e all ' orgoglio dell ' uomo , l ' ammettere una soluzione assoluta della continuità naturale fra gli antecedenti tutti quanti della volontà e la volontà stessa , un abisso attraverso il quale non sia possibile tendere alcun filo logico di prevedibilità , è cosa non meno contraria , per altri rispetti , alle nostre esigenze pratiche ed intellettuali . Come la morale sembra postulare l ' affermazione del " libero arbitrio " , così tutta quanta la scienza dell ' uomo sembra postularne la negazione . Entrambe le alternative sono insomma , per dirla col James , postulati di razionalità , la scelta fra i quali non può non riuscirvi per un lato od un altro , dolorosa . Nel fatto , sulla inevitabilità di questo dilemma sorgono gravi dubbi . È evidente , che se una necessità inesorabile costringesse gli uomini ad agire in determinate guise e non altrimenti ; se l ' uomo fosse condannato ad assistere , spettatore inerte , automa cosciente , allo svolgersi degli avvenimenti predeterminati ab aeterno da un fato contro cui ogni resistenza è vana , la nostra credenza nella responsabilità sua sarebbe un imperdonabile errore . Questa è la tesi del fatalismo logico e coerente . Ma il fatalismo come dottrina implica l ' impotenza della volontà umana dinanzi a forze che la trascinano suo malgrado : esso pone queste forze come estrinseche alla volontà , come fattori a lei esterni che entrano in lotta con lei e finalmente la dominano vittoriosamente . Per il fatalista , la volontà esiste come entità distinta , già completamente formata ; esiste l ' impulso ad agire , la tendenza al bene o al male , il dolore e il piacere , il desiderio , l ' aspirazione , l ' ideale ; tutto quel complesso di elementi che contribuiscono alla costituzione di una volontà risoluta ; solo che tutte queste forze rimangono senza alcun effetto . " Ducunt volentem fata , nolentem trahunt " , è l ' espressione tipica del modo fatalistico di concepir la vita : nel quale la volontà ed il fato sono rappresentati come potenze antagonistiche , l ' una però destinata a soggiacere eternamente all ' altra . La questione del libero arbitrio però , com ' è generalmente intesa , non si limita a considerare soltanto la volontà in rapporto alle forze che ne possono limitare o contrastare l ' effetto . Se infatti noi ci domandiamo quali sono le cause che hanno prodotta una determinata volizione , oppur discutiamo in astratto se cause siffatte esistono o sono discopribili , consideriamo la volontà non più ne ' suoi effetti , ma nel processo stesso della sua formazione . Posso benissimo conoscere l ' atto volontario e saperlo distinguere nel caso pratico dagli atti di diversa natura , attribuire alla volontà la sua più piena efficacia ; e nello stesso tempo rimanere dubbioso intorno a qualche qualità propria dell ' atto volontario stesso . Così posso pormi la questione , alla quale più propriamente si riduce la controversia del determinismo : fra le proprietà che distinguono l ' azione volontaria da quella che non è tale , si trova anche la proprietà di fare eccezione al principio di causalità ? Si differenzia essa dalle non volontarie per una maggiore indeterminatezza , o per una indeterminatezza assoluta ? Questa seconda questione è assai diversa dalla prima , se cioè gli atti umani dipendano o non dipendano dalla volontà . Mentre quella portava essenzialmente sulla volontarietà delle umane azioni , questa porta sulla loro prevedibilità ; mentre quella verteva sulla possibilità per noi di agire in un modo piuttosto che in un altro , questa verte piuttosto sulla possibilità per gli altri di influire su di noi : mentre infine la soluzione di quella può decidere della fiducia che possiamo avere in noi , questa decide piuttosto della fiducia che in noi possono avere gli altri . L ' insistere sulla radicale diversità dei due problemi non è , come alcuno potrebbe ritenere , l ' enunciare un truismo : tale diversità è atta ad essere stranamente trascurata . Molti la riconoscono in principio , per poi dimenticarsene nell ' ulteriore svolgimento delle loro dottrine , mentre altri adoperano un linguaggio che lascia incerto quale dei due problemi intendano trattare . Ciò produce uno stato di confusione e d ' equivoco da cui è assai difficile liberarsi , anche per le menti più avvezze alla critica logica . - Chi nega il libero arbitrio è raro che con ciò voglia negare il carattere di volontarietà che hanno alcune fra le nostre azioni . Interrogato , è anzi probabile ch ' egli protesti contro una supposizione siffatta . " Chi ha mai contestato , egli dirà , l ' esistenza di volizioni e la loro relativa efficacia ? Ciò sarebbe puerile . Sono i nostri avversari che ci fraintendono . Per costoro , la volontà sorge dal nulla ; è un vero miracolo ; è un concetto che si trova nel contrasto più aperto colla concezione scientifica , " positiva " del mondo ; è infine una " entità metafisica " che noi ci sentiamo in diritto di scartare sdegnosamente . Ma altra cosa è affermare che le nostre relazioni son " necessarie " e altra cosa affermare che non possiamo fare ciò che vogliamo . Questa è la libertà fisica , mentre noi ci riferiamo alla libertà " morale " , fondata nell ' assurdo concetto di una volontà senza cause . È soltanto nel concetto di volontà che differiamo dai nostri avversari ; alla loro concezione metafisica noi sostituiamo la sola concezione positiva " . A tal discorso non potremmo rispondere se non che su ciò possiamo essere in parte d ' accordo con loro , e che il solo argomento di discussione sarà fino a qual punto certe ulteriori loro affermazioni siano conformi alla premessa così enunciata . Quando si muta il concetto di una cosa , quando , in altre parole , non si fa che negarle certe proprietà e attribuirgliene certe altre , occorre star bene attenti a distinguere dalle proprietà che se ne vanno quelle che rimangono , per non attribuire a tal mutamento di concetto conseguenze maggiori di quelle che veramente ne derivano . Quando neghiamo agli atti umani l ' attributo della libertà , occorre essere ben cauti a sapere di qual libertà si parla . Per lungo tempo si è creduto che " l ' essenza " della libertà consistesse nell ' indipendenza da quel principio di causalità che regge la natura esteriore ; perciò chi pretende estendere il principio di causalità alle azioni umane si è creduto in diritto di negare che queste si possano dir " libere " . Lo stesso è a dirsi dell ' attributo della " volontarietà " : se i nostri atti volontari sono quelli che fuggono ad ogni vincolo causale , ciò significa che non v ' è attività umana che meriti veramente il nome di volontaria . Il male si è che le parole " volontario " e " libero " hanno , nel linguaggio ordinario , un significato determinato ed ormai consacrato dall ' uso . Venti volte al giorno io dico : voglio , e mi sento libero di eseguire la mia volontà . Se qualcuno mi viene a dire che tale mia persuasione è frutto di una " illusione " , il mio buon senso si ribella , e sono inclinato a dar del mistificatore al mio interlocutore . Che se poi le sue ragioni mi convincono , io ne risento un effetto deprimente , e propendo verso una concezione fatalistica della vita . È che la violazione dell ' uso corrente delle parole non avviene quasi mai impunemente ; tosto o tardi la confusione si produce , con danni teorici e pratici talora gravissimi . È come se qualcuno spacciasse monete con valore effettivo inferiore al loro valor nominale , e credesse d ' essere scevro di ogni responsabilità , e di avere evitato ogni inconveniente , per non essersene egli valso se non per il loro valore effettivo , dichiarando oltre a ciò il valore stesso alla persona ricevente . A parte la possibilità della frode e di illecito guadagno per quest ' ultima , è certo che vi sarà tosto o tardi chi prenderà le monete per il loro valore nominale , se qualcuno non ne arresta il corso denunziando l ' inganno . Non altrimenti avviene per le parole adoperate in un senso troppo diverso dall ' usuale . Il linguaggio ha un valore essenzialmente sociale , quasi direi pubblico , e a nessun singolo è lecito farlo variare arbitrariamente . Ogni parola desta in noi , occorre non dimenticarselo , una folla di associazioni , che solo in parte soggiacciono al nostro controllo cosciente . Le " questioni di parola " che generalmente sono considerate come disquisizioni sterili ed oziose , hanno invece una importanza grande appunto per ciò : che una parola , a meno che non sia coniata ex novo , porta seco una moltitudine di rappresentazioni associate che è vano il volere assolutamente sopprimere negli altri , e perfino in noi . Il chiedersi se ad un dato oggetto sia applicabile un dato nome equivale praticamente a chiedersi se tale oggetto possegga le qualità che da tal nome sono o debbono essere rappresentate ed evocate , se cioè tale oggetto debba farsi registrare nella " classe di oggetti " che il nome designa . Ogni questione di parola pertanto , coinvolgendo più o meno direttamente una questione di classificazione , è nello stesso tempo anche una questione di pensiero : la sola differenza fra essa e la " questione di fatto " consistendo in ciò , che mentre in quest ' ultima si tratta di vedere se esista un determinato oggetto o quali sono i suoi rapporti con altri , nella prima si discute se quei rapporti ( ad es . di somiglianza ) che abbiamo constatati fra più oggetti e che vengono connotati da un nome si estendano anche ad un altro oggetto : il che si esprime dicendo che questo oggetto deve o non deve essere chiamato in quel dato modo . Non si meravigli quindi alcuno se ravviserà nella presente discussione del problema del libero arbitrio i caratteri propri della " questione di parola " . È appunto solo sollevando una " questione di parola " che le nostre idee sul libero arbitrio e i suoi rapporti colla responsabilità morale e giuridica potranno farsi chiare ; ed è dal non averla sollevata per tempo che dipende , in gran parte , lo sterile dispendio di forze intellettuali che intorno a questa questione si è prodotto . L ' inconveniente , che rende difficili tutte le questioni del genere di questa del libero arbitrio , non è , come alcuno ha creduto , ch ' esse non abbiano per oggetto l ' esperienza accessibile e che perciò offrano soluzioni le une e le altre egualmente indimostrabili come vere ; ma che i concetti e le idee sono in esse rappresentate da parole il cui significato , volgare o filosofico , ha variato storicamente e non è oggi facile a definirsi , e che quindi recano implicazioni intellettuali o sentimentali aventi coi concetti maestri , per così dire , un semplice rapporto di contiguità e non di dipendenza logica . Vedremo ciò meglio or ora . Ma è così che spesso gli avversari discutono come se asserissero cose irreconciliabilmente opposte , mentre in realtà fanno affermazioni che potrebbero benissimo sussistere l ' una accanto all ' altra senza nuocersi : ed avviene altresì che ciascuno di essi , trasportato dalla foga della disputa e dallo spirito di scuola , nonché tratto in inganno dal suono stesso delle proprie parole , trascura di fare le necessarie distinzioni e si rifiuta di ammettere quelle parti della dottrina avversaria , spesso le più fondamentali , alle quali egli non avrebbe di per sé alcuna obbiezione da fare . Avviene pertanto che l ' errore di ciascuno consista piuttosto in ciò che ognuno indebitamente nega dell ' altro , anziché in ciò ch ' egli afferma di cognizione propria ; e nelle conseguenze ch ' egli da questa indiscriminata negazione trae . - È generalmente nota la distinzione fra quei giudizii che il Kant chiama analitici e quelli ch ' egli chiama sintetici , e che furono per lo addietro designati come proposizioni essenziali e proposizioni accidentali . Mentre colle proposizioni sintetiche , che possono anche essere chiamate proposizioni reali ( Mill ) , intendiamo asserire qualche cosa di nuovo nell ' oggetto designato da un nome , che perciò non era implicato nel significato del nome stesso , nelle proposizioni analitiche , che possono essere considerate come verbali , noi " asseriamo di una cosa sotto ad un nome determinato solo ciò che è asserito di essa per il semplice fatto di averla chiamata con quel nome " ( Mill ) . Tale distinzione non ha forse quell ' importanza che le venne da alcuni attribuita , per il fatto che praticamente riesce assai difficile il riconoscere quali sono le proposizioni analitiche e quali le sintetiche . Le parole non conservano il medesimo significato da tempo a tempo , né da individuo ad individuo . Esse vanno ora estendendo il loro senso a proprietà che prima erano fuori dalla loro sfera d ' applicazione , ora abbandonandone altre che prima in essa rientravano . Onde non sempre le proposizioni sono sintetiche o analitiche per tutti : certe proprietà , che per alcuni sono pure e semplici implicazioni del significato di una parola , per altri , più ignoranti o meno riflessivi , sono elementi nuovi , su cui la loro attenzione va espressamente richiamata . " Le parole , scrive un arguto filosofo , che sono l ' intermediario indispensabile fra il mio pensiero e l ' altrui , hanno ben l ' aria di essere un intermediario inutile ed incomodo fra il pensiero e il suo oggetto . Il pensiero per sua natura è dinamico e vivente ; esso non è , ma diventa , è un progresso , non una cosa ; esso è un organismo di cui le immagini rappresentano le cellule , con questa differenza , che " ogni cellula occupa un punto determinato del corpo , mentre un ' idea veramente nostra riempie tutto il nostro organismo " ( Bergson ) . Le immagini si avviluppano , si generano , si penetrano fra di loro ; esse formano un tessuto vivente . Questo tessuto , il linguaggio lo lacera , lo mette in brandelli , poi ch ' esso esige che " noi stabiliamo fra le nostre idee le medesime distinzioni nette e precise , la medesima discontinuità che fra gli oggetti materiali " ( Bergson ) . Come l ' arcobaleno sulla cascata permane colla sua gamma di vivaci colori nonostante il fluire incessante delle molecole liquide che ne sono quasi il sostegno materiale , come il corpo umano si mantiene colle sue fattezze pressoché inalterate attraverso al perenne rinnovarsi della materia organica che lo compone , così , mentre il pensiero si trova in uno stato di plasticità e di fluidità continue , le forme del linguaggio che servono ad esprimerlo hanno la fissità dei solidi che non mutano d ' aspetto se non per la lenta corrosione degli elementi esteriori . Parole rimaste quasi inalterate a traverso i secoli sono passate a poco a poco per infinite sfumature di significato , in modo da trovarsi alla fine della loro evoluzione a contatto , per così dire , con pensieri diversissimi da quelli ch ' esse rappresentavano originariamente . La storia delle scienze e della filosofia ci offre innumerevoli esempi di questa attitudine del pensiero a scivolare sotto alle parole . E ciò che si verifica per i popoli si verifica pure per gli individui . Per il medesimo individuo , nei diversi stadi della sua vita , a seconda dei diversi gradi della sua educazione e della sua esperienza , il significato di una parola cambia . Così pure se ci volgiamo a considerare i rapporti degli uomini fra di loro , vediamo che per quanto i diversi individui adoperino gli stessi termini a designare a un dipresso i medesimi oggetti , dietro a tale uso abbastanza uniforme si celano differenze notevoli nel senso dei termini stessi . In altre parole , numerose espressioni , pure avendo per tutti la medesima estensione , non hanno per tutti la medesima comprensione : non altrimenti che gli oggetti sul mercato , vendutivi ad un prezzo ch ' è eguale all ' incirca per tutti , possono rappresentare per gl ' individui che se li scambiano gradi diversissimi di valore subbiettivo , cioè di " utilità marginale " . " Ciò dipende , dice il succitato scrittore , dal modo in cui facciamo la conoscenza delle parole . È a forza di veder attribuire le medesime parole ad una quantità di oggetti differenti che si arriva ad indovinarne il senso , se pur ci si arriva : poiché di rado si osserva , e mai con grande precisione , e qualche volta non si osserva affatto ciò che tutti questi oggetti hanno in comune . Così " un fratello sa chi sono i suoi fratelli e le sue sorelle , molto tempo prima di avere una nozione qualsiasi della natura dei fatti implicati nel significato di tali nomi ( MILL , System of logic , I , 1 , Ch . II ) " . " Per provare che qualche fraintendimento esiste sempre in fondo alle conversazioni , basta considerarne parecchie che si succedono sul medesimo argomento . Il malinteso , impercettibile a prima vista , diventa allora patente e colpisce le menti anche meno accorte . È così che la storia si converte in leggenda . Il sistema filosofico più intelligibile in sé e più chiaramente esposto , se si propaga e si estende , è atto a diventare una raccolta di formole vane od una nuova dottrina . Esso non è più compreso o è mal compreso . E in tal modo che nel Medio Evo ogni commento alla filosofia di Aristotile è un traviamento oppure un pensiero originale . Ora la scolastica è un fatto di tutti i tempi : essa compare nell ' antichità , e il Rinascimento l ' ha appena rovesciata ch ' esso la ristabilisce sotto altra forma " . Comunque , è il fatto che le parole non hanno eguale comprensione per tutti coloro che le adoperano , quello che rende quasi impossibile stabilire quali siano le proposizioni sintetiche e quali le analitiche . Così si suol addurre generalmente , seguendo il Kant , come esempio di proposizione analitica la frase : i corpi sono estesi , mentre quest ' altra : i corpi sono pesanti , sarebbe una proposizione sintetica . Ora ciò non è esatto , poiché se chi ha studiato nei libri di fisica , dove corpo è generalmente definito come ciò che occupa dello spazio , è probabile pensi che l ' estensione è un attributo assai più direttamente implicato in tal nome ; d ' altra parte può darsi che l ' operaio o il contadino , che assai più spesso ha sentito la pesantezza dei corpi di quel che non abbia ragionato sulla loro estensione , troverà più naturale attribuir loro la prima che la seconda . È vero che mentre tutti i corpi " occupano dello spazio " , vi sono dei corpi che non pesano pel braccio che li solleva ; ma se per pesante s ' intende semplicemente soggetto alla gravità , si vedrà che la frase : i corpi sono pesanti , è non meno analitica dell ' altra . Il principio d ' inerzia , o di conservazione dell ' energia , e quello della conservazione della materia ci appajono oggi così evidenti che sono da alcuno in ciò equiparati agli assiomi della aritmetica . Eppure vi è stato un tempo in cui tali verità erano apertamente disconosciute , in cui si credeva che il movimento si esaurisse e la materia svanisse senza lasciar traccia di sé , ed è solo attraverso ad una lunga serie di sforzi intellettuali che gli uomini sono arrivati a convincersi del contrario . Il principio che la materia " non si crea né si distrugge " , è asceso al grado di giudizio analitico solo in tempi relativamente recenti . In tesi generale il cammino della scienza tende ad aumentare il numero delle proposizioni che sono , o possono essere per chi le enuncia , analitiche . - Le leggi scientifiche formulano rapporti invariabili di coesistenza e successione fra fatti e proprietà ; il che ci permette di dedurre dalla presenza di un fatto o di una proprietà una catena sempre più lunga di fatti o proprietà . - Ora le proprietà di un oggetto sono quelle che servono alla sua definizione - un oggetto è un insieme di proprietà costantemente legate fra loro . - Ciò che ci dà il concetto di un oggetto non è che l ' insieme delle sue proprietà essenziali : e tali sono quelle appunto che intendo attribuirgli quando gli assegno quel dato nome . E quando io affermo di un oggetto una di queste proprietà le quali sono , o possono essere contenute nella sua definizione , io enuncio una proposizione analitica . Ora la scienza accresce il numero delle proprietà legate fra loro in modo , che la presenza di una di essa sia indizio certo della presenza delle altre . - Tutte le proposizioni generali ch ' essa enuncia sono sintetiche per chi le ode per la prima volta , ma sono atte a divenir analitiche per chi è familiare con esse . Se tutti gli oggetti designati da un nome posseggono invariabilmente , oltre alle proprietà sin qui conosciute come costituenti la connotazione del nome stesso , anche altre proprietà ciò vorrà dire che basterà d ' ora in poi semplicemente aver applicato il nome stesso ad un oggetto per intendere che questo possiede , oltre a quelle , anche queste . " La scienza , scrive il Dugas , è un linguaggio ben fatto , e questo linguaggio è l ' espressione , ognora più abbreviativa e più semplice , di una realtà meglio conosciuta nei suoi particolari e nella sua complessità " . Ma se pertanto col progredire della scienza il numero dei giudizi analitici tende a crescere , talora per avventura accade che una proprietà , fino a un certo momento ritenuta " essenziale " ad un dato oggetto , si scopra non esser tale , sia perché si trovano altri oggetti , pur aventi tale comunanza di proprietà con quello da costringerci a chiamarlo collo stesso nome , ma mancanti di quella proprietà in particolare ; sia perché una nuova corrente di pensiero porti a negare quell ' opinione finora generale . In breve , anche nel cammino della scienza bisogna tener conto dell ' errore possibile . Che avverrebbe se domani si verificasse un caso ben constatato di annullamento della materia ? - Quando si scopre l ' errore , cioè si riconosce che una data proprietà non è affatto , come si credeva , caratteristica di un dato oggetto , una scelta si impone : o si mantiene il nome di prima a quel gruppo d ' oggetti , rifiutando d ' ora innanzi la definizione che se ne dava mediante quella proprietà ; o si seguita a ritenere quella proprietà essenziale all ' applicabilità del nome , affermando così che il tal gruppo di oggetti non " merita " più tal nome . Ad ogni modo tutto ciò mette sempre capo ad un rifiuto o ad una sostituzione di definizione . Tale rifiuto o sostituzione non interessa gli oggetti reali se non per ciò che riguarda quella o quelle determinate proprietà . Gli oggetti rimangono integri pel rimanente , né apprendiamo nulla sulla loro esistenza o meno . Non sempre però di ciò si tien conto . Accade , abbiamo visto , che coloro i quali sono avvezzi a sentir definire l ' oggetto mediante quella proprietà particolare , si rifiutino d ' ora innanzi ad applicare il nome di quell ' oggetto al complesso di proprietà rimanenti , o , ciò che è lo stesso si rifiutino di ammettere l ' esistenza di oggetti a cui quel nome sia applicabile , col pretesto che quelli che esistono " mancano delle proprietà necessarie per potere essere così chiamati " . Che cosa ne deriva ? che siccome invece nel linguaggio ordinario il nome indica anche la presenza delle altre proprietà , il loro rifiuto è male interpretato , si crede che " l ' oggetto " sia addirittura negato , e se ne desumono delle conseguenze che sono altrettante erronee quanto difficili a dimostrarsi tali . Infatti la premessa onde si parte , il rifiuto di applicare un dato nome , può esser giusta ; ma secundum quid , vale a dire secondo la definizione particolare che del nome è stata data . D ' altra parte le conseguenze sono tratte da quel rifiuto preso sic et simpliciter , come riguardante il nome nella sua più completa ed usuale connotazione . Ci troviamo quindi dinnanzi ad un sofisma , che spesso si cela sotto le pieghe di una sottilissima e complicatissima dialettica , ma che non è per questo meno fecondo di danni . - Se ora consideriamo più particolarmente la questione del " libero arbitrio " vediamo subito come ad essa si applichi tutto ciò che abbiamo detto sin qui sulla influenza di un linguaggio poco preciso nel rendere pressoché insolubili certi problemi . - La fusione del problema del fatalismo con quello della " causalità delle umane azioni " è stata ed è prevalentemente favorita dalla non sufficiente accuratezza nell ' accertare che cosa si intende dire colle parole causa , necessità , libertà , quando si afferma che anche le volizioni umane sono necessarie , che di esse si potrebbero determinare le cause con altrettanta sicurezza come a riguardo di qualunque fenomeno naturale ; che l ' uomo pertanto non è " libero " . Senza tener conto di ciò , rimarrà sempre inesplicabile come la conciliazione fra i concetti di libertà e necessità appaia agli uni così semplice ed evidente , mentre ad altri essa appare addirittura una cosa " enorme " . - Alla domanda : esiste il libero arbitrio ? - si potranno dare risposte in apparenza contraddittorie , in realtà suscettibili di essere nello stesso tempo vere e false , fintanto che non si è data una soluzione alla prima questione : che cosa cioè s ' intenda , o si debba intendere per libero arbitrio . Originariamente , liberum arbitrium non poteva voler dire altro che la facoltà di scegliere volontariamente fra le diverse azioni quella che si preferisca , e di menare ad esecuzione il verdetto della volontà . Libero arbitrio e volontà non potevano avere significato diverso , e questione del libero arbitrio non poteva rappresentare se non la questione se e fino a che punto l ' uomo possa volere ciò che fa . Solo più tardi questa - se l ' uomo possa volere ciò che fa e fare ciò che vuole - venne considerata come la questione semplicemente della libertà fisica , - questione facilmente risolubile in senso affermativo ; mentre la questione detta del " libero arbitrio " fu trasportata in una sfera più alta , quella della " libertà metafisica " in cui pur si stimò conservasse gran parte della sua importanza pratica e morale e seguitasse ad essere il fondamento della responsabilità etica ed anche giuridica . Tale libertà metafisica poi fu fatta consistere nell ' indipendenza più assoluta da ogni vincolo di causalità . Per comprender per qual processo psicologico sia avvenuto tale trapasso , occorre considerare che per lungo tempo , specialmente sotto l ' influsso del pensiero teologico , fu creduto che l ' indipendenza dalla causalità costituisse effettivamente l ' " essenza " dell ' atto volontario , e la proprietà fondamentale per cui questo potesse dirsi libero e quindi responsabile . La parola libertà poteva dunque per tutto questo tempo " connotare " indifferentemente l ' attributo della volontarietà e quello della mancanza di causalità . Ma quando cambiò il modo di considerar la natura dell ' azione volontaria ; quando si suppose o si credette dimostrato che anche di essa potevano rintracciarsi le cause ; ne venne che chi al nome libertà faceva corrispondere soprattutto il secondo degli attributi si credette poter affermar legittimamente che l ' uomo non fosse libero , e conseguentemente anche che non fosse neppur responsabile delle proprie azioni . Ne nacque quindi la credenza che alla responsabilità morale nell ' uomo non bastasse la libertà fisica , pratica , ch ' egli asserisce ad ogni istante della sua vita dicendo : io voglio , - ma fosse necessaria una libertà più elevata e recondita , di cui fu fatto un problema a parte . Ora è intorno a questo concetto di una libertà " superiore " che verte tutta la questione . L ' estensione della parola libertà a quest ' ulteriore problema è cosa legittima , e tale da non ingenerare equivoci ? Ed è proprio questa la libertà in cui ha suo fondamento il concetto dell ' umana responsabilità ? La nostra opinione è che il problema della libertà è uno solo . Ed è il problema della volontarietà . Ogni indagine avente per oggetto una libertà " ulteriore " , più profonda e verace di questa implica un impiego abusivo di termini atto a traviare il pensiero filosofico , e pertanto da scartarsi . Quando , nella discussione intorno al libero arbitrio , gli uni asseriscono che l ' uomo non è libero , l ' importo vero della loro asserzione è che l ' uomo non possa dirsi libero secondo la definizione speciale data del liberum arbitrium indifferentiae dai loro avversari . Senza tener conto di ciò ogni apprezzamento della loro dottrina e delle sue conseguenze riescirà malsicuro . Essi intendono semplicemente negare che delle volizioni umane sia assolutamente impossibile rintracciare le cause , e di " negare " quindi quel concetto di libertà che in tale assenza di cause la faceva consistere . Ma la parola libertà , come le altre che occorrono in questa questione , " causa " , " necessità " , e simili , hanno - giova ripeterlo - un significato ormai consacrato dall ' uso . La distinzione fra atti liberi e non liberi è una distinzione che ci serve continuamente nelle vicissitudini quotidiane . Tutti noi profferiamo continuamente giudizi sulla libertà nostra o l ' altrui , valutiamo l ' innocenza o la colpevolezza di questo o quell ' individuo , ne ricerchiamo le scuse , le attenuanti o le aggravanti , senza mai aver ragionato se le nostre affermazioni implichino la negazione della causalità e senza il più delle volte sospettare neppure di trattar come risolto " un problema metafisico della più alta importanza e difficoltà " . Prendiamo le parole così come ci vengono presentate dall ' uso volgare , e le applichiamo , senza troppo esitare , ai casi pratici ogni qualvolta in essi ravvisiamo certi caratteri , certi segni , che sono , logicamente parlando , quelle che si chiamano le note dei nostri concetti , e formano la connotazione delle parole . Determinare quali sono queste note , e qual è pertanto il contenuto dei giudizi che tutti noi , uomini incolti e scienziati , confusi nelle esigenze della vita pratica , dieci e dieci volte al giorno profferiamo , è compito d ' importanza , non solo psicologica , ma anche logica e filosofica grandissima . Esso è anzi lo scopo di gran parte dell ' indagine filosofica passata e presente . Non altrimenti vanno considerate tutte le speculazioni che soglionsi raggruppare sotto il nome di teoria della conoscenza . Le classiche ricerche di Berkeley sul concetto di realtà , di Hume sul concetto di causa , per tacer d ' altre , non hanno , come venne da molti creduto , lo scopo di rispondere alla domanda " se la realtà esista " o " sia conoscibile " se si possano o no ritrovare le cause vere dei fenomeni ; ma piuttosto di analizzare il contenuto di tali concetti , da dirci che cosa intendiamo dire quando enunciamo giudizi sulla realtà dei fenomeni e sulle loro cause . Sarebbe assurdo il pensare che tali giudizi siano privi di senso , e che i termini corrispondenti meritino addirittura di essere cancellati dal nostro vocabolario " scientifico " . Si potrà discutere quali siano i caratteri su cui si basa la distinzione fra atti liberi e non liberi , non già rifiutarla senz ' altro . Alcune distinzioni , specie se create artificialmente dallo scienziato in vista di certe differenze fra i fatti , possono bensì essere scartate senza scrupolo e abbandonate per sempre , ove si riconosca inesistente la differenza su cui si fondavano : ma altre invece - che troppo di frequente ci servono nel linguaggio parlato e che è lecito quindi presumere siano basate su differenze reali fra i fenomeni , se anche generiche e difficili a determinarsi - non possono esserlo senza gravi inconvenienti . " Si potrebbe dire , scrive il Vailati , che la tattica più opportuna da adottarsi dal filosofo e dallo psicologo , di fronte ad una parola che , dalla tradizione o dal linguaggio comune , gli venga presentata con significato indeciso o viziato da pericolose associazioni , sia quella consigliata dal vangelo rispetto al peccatore : " non si deve desiderare la morte ma ch ' essa si converta e viva " ; che cioè essa , spogliata e purificata da ogni indeterminatezza od ambiguità , entri a far parte del linguaggio tecnico assumendo un senso quanto meno è possibile disforme da quello che vagamente e quasi istintivamente il linguaggio comune le attribuisce " . Se ora interroghiamo l ' uso popolare ; se ci domandiamo che cosa vogliamo dire quando diciamo di essere liberi di scegliere questo piuttosto che quel corso d ' azione , vediamo che in ogni caso ci riferiamo alla nostra facoltà di volere una cosa piuttosto che un ' altra , e di eseguire la nostra determinazione volontaria . Qualunque sia il risultato dei moderni studi di psicologia e di fisiologia sulla volontà ; qualunque sia la risposta che la scienza moderna sarà per dare a quell ' altro e " più elevato " problema : se le nostre azioni siano o no determinate da cause ; resterà sempre per noi ridubitata l ' esistenza di un ' azione volontaria come distinta dall ' azione involontaria . Spetterà allo psicologo , al fisiologo , al filosofo il determinare su che si basi tal distinzione , lo spinger quindi più innanzi l ' indagine intorno alla natura dei fatti implicati nel nostro discorso quando diciamo di volere . Ma il fatto che talora vogliamo , e talora non vogliamo agire , che talora la nostra volontà resta senza efficacia , talora invece sortisce il suo pieno effetto , non potrà essere distrutto da alcuno sforzo di dialettica . Avremo fatto un gran passo innanzi quando ci saremo convinti che ciò che il senso comune ha in ogni tempo postulato non è la libertà " metafisica " , consistente nell ' esser sciolti da ogni vincolo di " causalità " , ma è la libertà pratica , " fisica " di fare ciò che vogliamo . - Aggiungiamo che a questo riguardo il responso della scienza e della filosofia non può essere che la piena giustificazione di quello del senso comune . L ' uomo è dotato di aspirazioni sentimentali ed ideali , di una ragione capace di guidar la sua mano nella scelta dei fini e dei mezzi , di una mente cioè , nella quale si rispecchia l ' avvenire e dalla quale l ' avvenire è in parte plasmato ; ciò sarà sempre vero , sia che la mente stessa segua ne ' suoi processi una tal qual regolarità che ci permetta un giorno di determinarne le leggi , sia che questo debba restar in eterno vietato agli sforzi degli psicologi . Poiché tale è la sola pretesa legittima che possano vantare i " deterministi " . E se essi hanno così spesso palesata la tendenza a negare o almeno a deprezzare l ' efficacia direttiva della nostra ragione sulle nostre azioni , nel che consiste propriamente la volontà e così pure la libertà , ciò dipende oltre a tutto dal persistere in loro di un concetto della causalità e della necessità , che essi stessi poi magari in altre occasioni professano di rigettare . - È ciò che osserva il Mill in un celebre capitolo del suo Sistema di logica . " Molti non credono affatto , egli dice , e pochissimi sentono praticamente che non v ' è nella causalità nulla oltre ad una invariabile , certa ed incondizionale successione . Pochi sono coloro ai quali la semplice costanza di successione appaia un vincolo di unione abbastanza stringente per un rapporto di natura così speciale come quello di causa ed effetto . - Anche se la ragione lo ripudia , l ' immaginazione conserva il sentimento di una connessione più intima , di un qualche strano legame o misteriosa costrizione esercitata dall ' antecedente sul conseguente . Ora è appunto ciò che , considerato in applicazione alla umana volontà , confligge colla nostra coscienza e rivolta i nostri sentimenti . - Siamo certi , che nel caso delle nostre religioni una tal costrizione misteriosa non esiste " . " Coloro che credono che le cause traggano seco i loro effetti per un mistico legame hanno ragione di credere che la relazione fra le volizioni e i loro antecedenti sia d ' altra natura . Ma essi dovrebbero fare un passo innanzi , e riconoscere che questo è anche vero del rapporto di ogni altro effetto col suo antecedente . Se un tal vincolo è considerato come implicato dalla parola necessità , la dottrina non è vera delle azioni umane ; ma neppure è essa allora vera degli oggetti inanimati . Sarebbe assai più corretto il dire , che la materia non è vincolata da necessità , che l ' affermare ciò della mente " . La cosa apparirà anche più chiara ove si rifletta all ' origine psicologica di questo concetto di un legame più intimo e stringente fra i fenomeni della natura esteriore che non fra quelli del nostro mondo interno . A dirimere i rapporti fra gli elementi della natura esteriore è necessario un certo sforzo . - Cosicché l ' affermazione che una cosa è causa di un ' altra viene ad essere il più delle volte anche l ' espressione della nostra impotenza , assoluta o relativa , di impedire che , data la causa , l ' effetto si produca ; il che esprimiamo dicendo che è necessario , che è inevitabile , che il tal fatto si produca , che non sta in nostro potere di modificare il rapporto fra esso e i suoi antecedenti , o che per far ciò si richiede da parte nostra la spesa di una certa somma di energia . I rapporti del concetto popolare della causalità col sentimento dello sforzo furono a torto trascurati dal Hume e dal Mill . È evidente che lo sforzo non è altro che l ' indice che qualche cosa si oppone all ' esecuzione della nostra volontà . Se la necessità indica sforzo , relativa impotenza , allora necessità e volontarietà sono termini antagonistici . Azioni volontarie sono quelle che per eccellenza stanno nel nostro potere . Non è peraltro l ' estensione alle azioni volontarie di questa causalità o necessità in senso più stretto quella che i deterministi possono volere , poiché essa implicherebbe una contraddizione nei termini . - Essi non possono affermare se non che anche della produzione delle azioni volontarie è possibile stabilire le leggi . Ma legge qui non indica se non prevedibilità . Ogni legge stabilisce che dati certi elementi della realtà , se ne potranno prevedere certi altri . Essa presuppone altresì che altri elementi nel caso contrario non vengano a disturbare il rapporto così stabilito . La combinazione di più elementi dà luogo ad effetti che sarebbe stato impossibile argomentare a priori dall ' esame di ciascun elemento separato ma che , data la combinazione , si possono con ogni certezza prevedere . Onde se si conoscessero le leggi dell ' azione combinata di tutti gli elementi presenti in un dato oggetto , ad un istante dato , sarebbe possibile dedurne con tutta sicurezza ciò che avverrà nel momento successivo . Nella sfera della volontà , ciò significa che se all ' istante che precede immediatamente l ' azione io conoscessi tutti gli elementi presenti , potrei predire infallibilmente l ' azione che seguirà . Quest ' asserzione teorica non fa del resto che mostrarci la quasi - impossibilità pratica che tale predizione avvenga . - Ben lungi dal convincere l ' agente della inevitabilità delle proprie azioni , essa deve fargli presente che ogni suo pensiero , ogni sua considerazione - quella " se esista o no il libero arbitrio " compresa - introduce per ciò solo un nuovo elemento al complesso di cause che determineranno l ' evento . I rapporti di causalità che lo studioso avrà riscontrati fra i fatti del suo pensiero e le sue azioni non saranno mai per riprodursi indisturbati ogni qualvolta egli vorrà servirsene per predire il corso del proprio pensiero o della propria attività nel momento prossimo successivo ; e questo perché ? perché il semplice fatto di conoscere tutto ciò in anticipo rende deforme la realtà concreta dalle premesse delle leggi da lui stabilite : tale conoscenza può fornire motivi nuovi ed inaspettati ad una delle alternative possibili . - E così via all ' infinito . Come si vede , si può ammettere la possibilità di determinare le leggi dell ' azione volontaria e nello stesso tempo affermare nell ' uomo il potere più assoluto di modificare a suo talento il corso delle proprie azioni , dichiarando antiscientifica e contraddittoria ogni concezione fatalistica della volontà . Nulla di più può essere postulato dai moralisti più rigorosi ed esigenti , per ciò che riguarda la pratica possibilità della morale , la quale sarebbe certamente nulla ove l ' uomo non potesse disporre dei suoi atti a suo talento . Ogni esame degli scritti loro , non meno che ogni indagine della coscienza popolare , ci convincerà che ciò che è veramente necessario alla morale terrena è l ' esistenza di quella libertà che alcuni hanno chiamata , con frase inesatta ed equivoca , libertà fisica . " L ' uomo , scrive il Carrara , ha la facoltà di determinarsi nelle sue azioni , preferendo a proprio talento il fare e il non fare dietro i calcoli del proprio intelletto . Questa potenza è quella che costituisce la sua libertà d ' elezione . È in virtù di tale facoltà che gli si chiede conto degli atti a cui si determina " . " Il magistrato trova in un individuo la causa materiale di un atto e gli dice : tu facesti : imputazione fisica . Trova quell ' individuo con volontà intelligente e gli dice : tu facesti volontariamente : imputazione morale " . " La morale , scrive il Brusa , insegna che l ' uomo ha , fra i previsti , l ' obbligo di renderne reale uno , il quale possa ragionevolmente adattarsi come degno de ' suoi fini ideali . La morale dice e dirà sempre all ' uomo finché essa sussisterà : tu devi . Ora se tu devi , gli è che tu puoi " . Orbene , che cosa v ' è in una libertà così concepita , che cozzi veramente contro l ' ammissione di un vincolo di causalità fra la volontà e i suoi antecedenti , quale siamo venuti delucidando ? Dobbiamo andar più oltre , e col Ihering , il grande filosofo del diritto , non certo sospetto di non aver stimato al suo giusto valore la funzione della volontà nelle opere individuali e sociali dell ' uomo , che senza una qualche causalità riesce difficile addirittura il concepire la volontà ? " Senza ragion sufficiente , egli dice , un movimento della volontà è altrettanto impensabile quanto il movimento della materia : la libertà del volere nel senso , che la volontà si possa mettere in moto spontaneamente senza alcuna causa impulsiva , è qualche cosa di simile al barone di Münchhausen , traente sé stesso per i capelli fuor della palude " . Comunque , il moralista non ha bisogno , per concepir la possibilità della morale fra gli uomini , di suppor risolta in senso negativo la questione " se le nostre azioni obbediscano o no al principio di causalità " . Quand ' anche fosse dimostrato irrevocabilmente che la legge di causalità non soffre eccezione alcuna neppure nella sfera dell ' attività umana , rimarrebbe sempre indiscussa l ' esistenza di azioni volontarie distinte da quelle che tali non sono . Non è quindi nella negazione del " libero arbitrio " , nel senso tradizionale di questa espressione , che possa fondarsi logicamente la negazione della responsabilità dell ' uomo di fronte al suo simile per le azioni commesse ; ed ogni affermazione dei positivisti come di altri la quale implichi una tal premessa è pertanto inammissibile . - Noi abbiamo fin qui parlato della volontarietà delle nostre azioni come sufficiente a costituire il fondamento della responsabilità dell ' uomo di fronte ai propri simili . Con questo non abbiamo voluto affermare ch ' essa sia sufficiente ad altre esigenze , principalmente a quelle del sentimento religioso . Ciò che basta a stabilire la responsabilità dell ' uomo di fronte ad un altro uomo può non bastare a stabilirne la responsabilità di fronte a Dio . Per farsi una idea di come sia sorta e si sia radicata l ' opinione che alla possibilità di una imputazione morale sia necessaria una libertà consistente nell ' indipendenza da ogni causalità , bisogna tener conto della parte importantissima rappresentata dal " problema del libero arbitrio " nella teologia cristiana . È noto infatti com ' esso costituisca , per così dire , il pernio delle questioni più gravi e difficili che abbiano agitato il pensiero teologico : la predestinazione , la grazia , il peccato originale , la redenzione , la stessa bontà , preveggenza , e onnipotenza divina ; e sia stato nel seno della chiesa , dai tempi primitivi fino ai nostri giorni , una delle più vivaci sorgenti d ' eresie e di scismi . Il sentimento religioso è fenomeno oltremodo complesso , composto di elementi morali ed intellettuali che spesso si trovano in conflitto fra loro . Qualunque sia esso stato al suo inizio : sia esso stato il frutto del primo svegliarsi della curiosità scientifica , abbia esso avuto origine nel sentimento di terrore dell ' uomo primitivo dinnanzi ai paurosi fenomeni della natura , oppure nelle prime e malcerte esigenze del suo senso morale , il certo si è che nelle nostre religioni più evolute si riscontra la presenza di questi vari elementi , per quanto trasformati e sublimati . La divinità è anzitutto concepita come " spiegazione " suprema dell ' universo , come suprema verità , ed è considerata come la causa prima ed il sostrato essenziale di tutti i fenomeni . Le sue attribuzioni sono l ' infinità e l ' eternità , l ' onnipotenza e l ' onniveggenza ; ogni limite imposto alla personalità divina ripugna alla coscienza religiosa dei tempi moderni . Ma nello stesso tempo la divinità personifica e rappresenta il principio e la sanzione morale suprema , il fine di ogni esistenza , la sua giustificazione . Affinché il sentimento religioso sia pienamente soddisfatto , affinché una religione sia veramente tale ( religio ? ) , occorre che la divinità , oltreché pensata , possa essere anche venerata ed amata . Il valore delle religioni non sta tanto nell ' essere esse una spiegazione dell ' universo , quanto nell ' essere una spiegazione ottimistica , consolatrice , confortante . In questa loro missione sentimentale va ravvisata una delle principali ragioni della loro forza . Ma per ciò , bisogna che la divinità possa apparirci come immensamente giusta ed immensamente buona , come la raddrizzatrice di ogni torto , la compensatrice della infelicità della vita , come quella che risolve , insomma , il problema del male : in essa deve convergere non la sola fede , ma anche la speranza e la carità degli uomini . Fino a che punto è possibile l ' accordo fra queste esigenze del sentimento religioso ? Il problema non ha mai cessato di agitare la mente dei credenti . Esso è , per così dire , il problema teologico per eccellenza . Se Dio è causa di tutte le cose , come spiegare la presenza , d ' altronde incontestabile , di tanto dolore e di tanta perversità nell ' universo ? Se Dio è onnipotente ed onniscente , come non ammetterlo nello stesso tempo o indifferente , o addirittura malevolo a nostro riguardo ? Come sopratutto ammettere in lui il diritto di castigare l ' uomo per aver commesso un fallo la cui responsabilità ultima risalirebbe a lui ? " L ' ultimo autore di tutte le nostre volizioni , scrive Hume , fu il creatore del mondo , che per il primo impresse il movimento a questa immensa macchina e pose tutti gli esseri in quella posizione particolare , dalla quale ogni evento successivo doveva risultare per una inevitabile necessità . Le azioni umane possono dunque o non contenere malizia alcuna , come quelle che procedono da una causa così perfetta , oppure , se ne contengono , debbono coinvolgere il creatore nel biasimo che meritano , dal momento che si riconosce ch ' egli ne è la causa ultima e il vero autore . Perocché come un uomo che ha appiccato il fuoco ad una mina , è responsabile di tutte le conseguenze di questo atto , tanto se la miccia è lunga come se è corta , - così , dovunque si trovi una catena continua di modificazioni necessarie , l ' Essere , finito o infinito , che ha prodotto la prima deve essere considerato anche come l ' autore di tutte le altre " . Di qui l ' ipotesi del libero arbitrio , secondo la quale la volontà è essa stessa un anello terminale nella catena delle cause , è essa stessa una causa prima . La necessità di tale ipotesi s ' impose ai dottori della chiesa sin dai tempi più antichi . " Né gli elogi , né i supplizi , dice Clemente d ' Alessandria , sono fondati in giustizia , se l ' anima non ha il libero potere di desiderare e d ' astenersi , e se il vizio è involontario " . Ma subito aggiunge : affinché per quanto è possibile Dio non sia la causa dei vizî degli uomini . I Manichei , che , com ' è noto , negavano il " libero arbitrio " , erano costretti ad ammettere un altro principio del male ( Hylè ) . Essi furono combattuti vivacemente da Sant ' Agostino , il quale peraltro credette risolvere la questione concludendo che l ' uomo non ha avuto il " libero arbitrio " se non prima della caduta , ma che da allora in poi , divenuto preda del peccato , non ha più da sperare la propria salvezza se non dalla predestinazione e dalla redenzione . Ad un grado maggiore di maturità è giunta la controversia con S . Tommaso d ' Aquino . L ' uomo è dotato di libero arbitrio " alioquim frustra essent consilia , exhortationes , praecepta , prohibitiones , praemia et poenae " . Il libero arbitrio però v ' è identificato colla volontà , e la distinzione fra volontario ed involontario v ' è fondata sulla definizione datane da Aristotile . Dio è sempre la causa prima di tutte le cose , e naturali , e volontarie . Ma " come per le cause naturali egli non toglie , movendole , che i loro atti siano naturali , così , movendo le cause volontarie non toglie che le azioni loro siano volontarie , ma piuttosto ciò produce in loro , poiché opera in ciascuna cosa secondo la proprietà sua " . S . Tommaso ammette dunque la predestinazione : tuttavia egli la concilia colle esigenze opposte mediante la dottrina delle cause contingenti . Tale dottrina ha una importanza immensa nella concezione cosmologica del medio evo , in cui fra le altre cose , serviva a spiegare la presunta influenza degli astri sul corso della vita umana , come appare anche in Dante . Secondo questa concezione , che risale alle dottrine d ' Aristotile sulla materia e sulla forma - sebbene vi sia chi discute ch ' essa sia una riproduzione genuina del pensiero di lui - l ' ordine che regge l ' universo e che emana da Dio non è costante in tutte le sue parti . Il mondo ci presenta una gerarchia digradante da una maggiore ad una minor perfezione , regolarità , ed uniformità .. Il tipo della uniformità e della regolarità era la sfera esteriore del Cosmo , l ' Aplanes ( Empireo ) coll ' innumerabil genere delle stelle fisse incastonate in esso , eterna e sempre in moto nella medesima orbita circolare , per necessità della sua stessa natura , e senza alcuna potenzialità di fare altrimenti . Ma la terra e i corpi elementari , organici ed inorganici , sotto alla sfera lunare e nell ' interno del Cosmo , apparivano di perfezione inferiore e di natura diversa . Erano invero in parte governati e pervasi dal movimento e dall ' influenza della sostanza celestiale nella quale erano comprese , e dalla quale prendevano in prestito la loro forma implicata colla materia , col principio cioè di potenzialità , di trasformazione , di mutabilità , di irregolarità , di generazione e distruzione . Vi sono dunque nei corpi sublunari e tendenze fisse e tendenze variabili . Le tendenze costanti sono quelle che costituiscono la natura , la quale sempre aspira al bene , o alla perpetua rinnovazione di forme perfette al massimo grado , per quanto impedita in quest ' opera dalle influenze avverse , e perciò atta a non produr mai se non individui difettosi e destinati a perire ( per ch ' a risponder la materia è sorda ) . La parte variabile è costituita dalla " spontaneità " o " caso " i quali costituiscono un agente indipendente che accompagna inseparabilmente la natura , sempre modificandone pervertendone , frustrandone i propositi . Inoltre , i diversi agenti naturali di frequente reagiscono gli uni sugli altri , mentre le tendenze irregolari agiscono alla loro volta su essi tutti . Nella misura in cui agisce la natura , in ciascuno dei suoi agenti distinti , i fenomeni sono regolari e prevedibili : tutto ciò ch ' è uniforme , o che , senza essere del tutto uniforme , ricorre naturalmente e frequentemente , è opera sua . Ma , oltre ed accanto alla natura , vi è l ' influenza del caso e della spontaneità , che è essenzialmente irregolare e imprevedibile : sotto questa influenza vi sono possibilità tanto pro che contro : di due eventi alternativi , tanto l ' uno che l ' altro possono egualmente prodursi . [ Grote , Aristotle , I , pp . 164-165 ] . Per noi , che siamo oggi portati a vedere nella apparente assenza di cause determinanti piuttosto un segno della nostra ignoranza che non dell ' irregolarità della natura , tale concetto di una irredimibile contingenza può non parere accettabile . La parola contingenza , se rimanesse nel nostro vocabolario filosofico , non designerebbe se non quei fatti che , per la complessità e il numero delle loro cause , per la remota disparità degli elementi che concorrono a formarli , per la loro attitudine a modificarsi per ogni più piccola influenza sopravveniente , ci è impossibile , allo stato attuale delle nostre cognizioni , di prevedere . - Essa starebbe cioè a rappresentarci piuttosto la presenza di leggi molteplici , intreccianti i loro effetti , la esistenza cioè di un ordine più complicato , che non la mancanza di ogni legge . La contingenza in questo senso non sarebbe che relativa , non assoluta . Se per causa s ' intende non il complesso degli elementi necessari e sufficienti alla produzione di un fenomeno , ma anche quelli semplicemente necessari , causa contingente significherà quel fattore che può dar luogo a prodotti diversi a seconda della diversità degli altri fattori con cui si trova in combinazione ; così il sole sarebbe una causa contingente rispetto all ' esistenza della vita organica sui pianeti . - Così intesa , la distinzione fra cause necessarie e contingenti può riescire di qualche utilità , ed è forse ad averla trascurata che sono dovuti alcuni errori che si sono accreditati e diffusi nel mondo scientifico moderno . In questo senso - nel senso di una maggior complessità di cause - si può dire , senza timore di sollevare contestazioni , che le azioni volontarie rientrano nella contingenza . Ma oggi in generale , per la nostra educazione scientifica , siamo poco disposti ad ammettere che vi sia una porzione dell ' universo ove la legge e l ' ordine non estendano il loro dominio : una contingenza come quella di S . Tommaso ci ripugna ed urta contro tendenze ormai inveterate in noi . Giova osservare però che non mancano tentativi , anche modernissimi , di ripristinare un concetto di contingenza analogo a quello di S . Tommaso ; e ciò sempre , osserviamolo , per fini e mire essenzialmente teologiche . Certo si è che la contingenza in senso assoluto rappresenta pur sempre quella soluzione di continuità nella catena causale , che è indispensabile per evitar di concepire il male come una emanazione della divinità . Il male allora non sorge e si sviluppa se non in quella parte dell ' universo ove domina la contingenza . Il dualismo inerente ad ogni religione positiva qui si fa manifesto : da una parte Dio e la " natura " che , " obbedendo all ' istinto a lei dato che la porta " , aspira alla perfezione ; dall ' altra una potenza avversa , sia essa il caso , la materia , la volontà umana od uno spirito maligno , il demonio . Fino a qual punto la teologia sia riescita a togliere la contraddizione fra l ' infinità e l ' onnipotenza di Dio e la presenza di questa potenza avversa , è questione troppo grave per esser qui discussa ; tanto più che contraddizioni siffatte , insuperabili dalla fredda ragione , possono benissimo essere superate ove intervenga un atto di fede . In ultima analisi , per la teologia il problema della predestinazione si risolve coll ' ammettere si tratti di un mistero : è imperscrutabile il giudizio per cui la divinità permette talvolta il trionfo del male . Alla provvidenza spetta , secondo S . Tommaso , permettere alcuni difetti nelle cose , e l ' apparente ingiustizia della giustizia divina non è che una conseguenza della limitatezza della nostra ragione . " Niente , osserva il Vailati , prova meglio la inevitabilità dell ' ipotesi del libero arbitrio per i teologi , quanto il constatare le enormi assurdità in cui furono costretti a cadere ogni qualvolta tentarono di rigettarla . Così , per esempio .... dalla negazione del libero arbitrio Lutero fu costretto ad ammettere la credenza , moralmente mostruosa , che la salvezza o la dannazione eterna degli uomini non dipendesse affatto dalla loro condotta , ma solo dal beneplacito ( grazia ) di Dio , il quale creandole sapeva già che una parte di essi era irrevocabilmente destinata alle pene dell ' inferno . Per adoperare la sua immagine , ingenua e cinica nello stesso tempo : quando Dio nei sacri libri esorta gli uomini al ben fare , fa come quei genitori che , ai loro bambini non ancora abili a camminare , dicono di venir verso di loro , ben sapendo che non lo possono fare onde essi sian costretti ad invocare il loro aiuto " . Insomma , " fu soprattutto la difficoltà di conciliare l ' esistenza troppo evidente del male nel mondo , colla credenza , troppo preziosa , nella prescienza e nella giustizia divina , quella che rese necessaria l ' introduzione di un ' ipotesi che , come questa del libero arbitrio , sgravasse da una parte il creatore dalla taccia di aver creato un mondo imperfetto e pieno di miserie di ogni genere , e dall ' altra attribuisse a queste il carattere di " punizioni " o " espiazioni " provocate e rese necessarie dalle disubbidienze e dai peccati degli uomini . I metafisici che credono che la questione del libero arbitrio possa continuare ad avere un senso qualunque all ' infuori di ogni implicazione teologica rassomigliano a quegli amputati che si illudono di sentir ancora dei dolori e delle trafitture nel membro che non hanno più ; essi sono dei teologi . con una gamba di legno " . - Una cosa infatti altamente degna di nota è che il " problema del libero arbitrio " , nella forma in cui è oggi comunemente inteso , pare fosse totalmente sconosciuto ai grandi pensatori dell ' antichità . I più fra essi , è vero , sembrano aver ammesso insieme con Aristotile un elemento di spontaneità e di variazione irregolare nell ' universo , ma questa era per loro una veduta puramente cosmologica . Consideravano la causalità e la volontarietà delle umane azioni come due questioni differenti , da trattarsi separatamente e irrilevanti l ' una per l ' altra ; non le raggruppavano insieme in un solo problema globale , per così dire , pressoché insolubile se non per mezzo di un mistero . Ciò è tanto vero che secondo alcuni di essi , p . es . Epicuro , la volontà , governata dai motivi , non rientra affatto nella cerchia , pur da loro ammessa , dei fenomeni essenzialmente irregolari e spontanei . Questa mancanza del problema " del libero arbitrio " nella filosofia antica è quella che fa far le alte maraviglie allo Schopenhauer , e gli ispira anzi per essa un certo qual disprezzo . " Gli antichi , egli scrive , non sono da consultarsi su tale questione , perché la loro filosofia , per così dire ancora allo stato d ' infanzia ( ? ) , non si era ancora fatta un ' idea adeguata dei due più profondi o più gravi problemi della filosofia moderna , quello cioè del libero arbitrio e quello della realtà del mondo esteriore , ossia del rapporto fra l ' ideale e il reale . Quanto al grado di chiarezza e di comprensione al quale avevano portata la questione del libero arbitrio , è ciò di cui si può rendersi conto in modo soddisfacente coll ' Etica a Nicomaco di Aristotile ( III , c . 1-8 ) ; si riconoscerà che il suo giudizio a questo proposito non concerne essenzialmente che la libertà fisica ed intellettuale , ed è perciò ch ' egli non parla che dell ' ekousion e dell ' akousion , confondendo gli atti volontari cogli atti liberi . Il problema assai più difficile della libertà morale non gli si è ancora presentato , sebbene a momenti il suo pensiero si estenda fino a questo punto , sopratutto in un punto dell ' Etica a Nicomaco ( II , 2 e III , 7 ) , ma egli commette l ' errore di dedurre il carattere dalle azioni , anziché queste da quello " . Ebbene ciò non fa , a nostro parere , che far risaltare in questo la superiorità di Aristotile sul filosofo tedesco . La sua concezione è assai più positiva - se per positivo s ' intende chi possiede una visione netta della realtà ed i suoi problemi e chi sa di questi discernere gli elementi essenziali da quelli puramente accessori - di quella dello Schopenhauer . La ragione per cui Aristotile , in un ' opera di morale , non fa parola del " problema del libero arbitrio " è ch ' esso , - inteso come lo intenderebbe lo Schopenhauer , - non è neppur veramente un problema nel senso proprio della parola . Il trasporto della questione della causalità delle umane azioni volontarie - problema cosmologico e teologico - nel campo della morale , e l ' applicazione alla questione così trasportata del nome di libero arbitrio , hanno fatto credere che nella morale esista un problema là dove veramente non ne esiste nessuno . Quando il moralista ha constatato che esiste una volontà e che questa è pienamente efficace , tutte le sue esigenze sono soddisfatte . E questo è il solo significato legittimo , a nostro parere , della parola libertà . L ' immaginare una libertà ulteriore , la sola " verace " , consistente nella " possibilità di volere diversamente da come abbian voluto , pur rimanendo costanti tutti quanti gli antecedenti della nostra volizione " ; libertà che non sia quella di cui si parla ogni giorno quando si afferma di esser liberi perché sì può far ciò che si vuole , ma da cui dipendano nondimeno tutte le conseguenze che soglionsi generalmente far dipendere da quella ; - il sostituire insomma al concetto " pratico " della libertà un presunto concetto " trascendentale " ; - equivale a voler a tutti i costi considerare come non risolta una questione che già lo è . Sarebbe difficile trovare un sintomo più caratteristico di quella che i tedeschi chiamano Grübelsucht , e che consiste in una tendenza insaziabile a dubitar di tutto , della propria esistenza , della esistenza degli oggetti che ci circondano , della nostra capacità a pensare , a sapere , a volere ; mentre è evidente che , se la parola certezza ha un significato qualsiasi , essa è applicabile a questi casi della nostra esperienza più immediata e giornaliera . Quelli che lo Schopenhauer chiama " i due più profondi e gravi problemi della filosofia moderna " non hanno altra origine . Alla " realtà del mondo esteriore " abbiamo accennato in un altro scritto , parlando della teoria della " relatività della conoscenza " . Abbiamo osservato , che l ' affermazione di una siffatta " relatività " non implica alcuna diminuzione della nostra certezza riguardo alla realtà delle cose ; ciò deriva da una errata interpretazione del valore e della funzione delle indagini del Berkeley . Tali indagini non avevano per scopo di dirci se le cose esteriori esistano , di insegnarci cioè qualchecosa sulla veridicità della nostra conoscenza , ma solo di analizzare la natura del nostro giudizio nell ' esistenza delle cose , che cosa intendiamo dire quando diciamo : la tal cosa esiste . Così il problema dei rapporti fra l ' ideale ed il reale non può essere che il tentativo di stabilire su che si basi tale distinzione . Vi è una parte della realtà che noi crediamo particolarmente legata al nostro io , un ' altra che crediamo " indipendente " da esso . Vi è una parte più apparente della realtà ( le parvenze sensibili delle cose ) , un ' altra più recondita , a conoscer la quale giungiamo per mezzo del ragionamento ( di cui argomentiamo l ' esistenza ) . Così l ' astronomo giunge a determinare per mezzo del calcolo i movimenti reali degli astri , in contrapposto ai loro movimenti apparenti sulla volta celeste . È questo - e non altro - ciò che volevano dire gli antichi coll ' antitesi fra i nooumena ( le cose come reali ) e i phainomena ( le cose apparenti ) ; ma un concetto qual è quello del noumeno Kantiano non era ancor venuto loro in mente . O la distinzione fra il fenomeno e il noumeno serve a discernere alcuni fra gli oggetti della nostra conoscenza da altri , ed allora ha un senso , e può essere utile : o serve a designare il rapporto fra tutta quanta la nostra conoscenza , ( cioè tutto il nostro mondo ) reale e possibile , e una presunta realtà al di fuori di essa , ed allora essa è addirittura un non senso . Lo stesso può dirsi della " libertà trascendentale " . Questa , si chiami essa libertà d ' indifferenza o libero arbitrio , sta precisamente alla libertà nel senso comune della parola , come il noumeno , la realtà trascendentale sta a quella cui possiam pervenire mediante le operazioni ordinarie del nostro intelletto . I teorici della conoscenza , Berkeley , Hume , Kant hanno , si dice , dimostrato l ' inconoscibilità di una realtà siffatta . Bisogna andar più oltre , e dichiarare l ' inesistenza di essa , come rappresentata da una nozione assurda , contraddittoria e quindi inconcepibile . Non facendo ciò , si trarranno sempre da tali teorie conseguenze illegittime in senso scettico : si crederà cioè , esservi una porzione della realtà esistente che sia stata da tali studi dichiarata inaccessibile alla mente umana , mentre non si è fatto che abolire un concetto , e più che un concetto , una parola la quale , essendo vuota di senso , non è applicabile ad alcunché di reale . Per convincersi che simile è il caso per la libertà metafisica o morale , basta considerare le definizioni che se ne sogliono dare , sia che essa si affermi , sia ch ' essa venga negata . È impossibile definire questa libertà senza dare artificialmente a tutte le parole della definizione un senso diverso dall ' usuale ; un senso " trascendentale " . " Per libertà morale o libertà volitiva o libero arbitrio , scrive il Ferri , si intende : la facoltà per cui l ' uomo può volere una determinata cosa piuttosto che un ' altra , indipendentemente da ogni causa o motivo , esterno o interno , che lo determini necessariamente a quella data volizione o decisione della volontà . Questa è appunto la libertà che forma l ' oggetto della tanto dibattuta questione , e si esprime così : io posso voler fare questa cosa o quella , a mio piacere , all ' infuori ed in opposizione ad ogni motivo , a qualsiasi causa necessaria , fisica o psichica , esterna od interna " . A chi ben guardi questo periodo , apparrà chiaro che il suo contesto si presta egualmente bene ad indicare quel genere di libertà che è semplicemente implicato dalla volontarietà delle nostre azioni . Il Ferri parla di un uomo che può agire a suo piacere , indipendentemente da qualsiasi causa o motivo , senza vincolo di sorta , esterno od interno , che lo determini necessariamente . Sembra dunque che , secondo tale definizione la libertà che il Ferri combatte postuli la presistenza di un qualchecosa che si chiama uomo con un " piacere " suo proprio , e ne implichi la indipendenza di fronte ad altre cause , i motivi , siano essi esterni ( ? ) od interni . Ora la facoltà di poter perseverare nella propria volontà a dispetto di motivi ulteriori , è certo uno dei dati della credenza comune nella libertà . Il negare questo potere ; postulare l ' uomo esistente come forza , qualunque ne sia l ' origine , ed immaginare questa forza annichilita , impotente di fronte ad altre forze da lei distinte , non è questa la concezione del fatalismo ? È appunto la negazione di questa libertà così definita che può condurre i lettori ( e gli scrittori stessi ) a conseguenze prettamente fatalistiche . Ma tale invece non era il pensiero di chi questa definizione enunciava : le parole , inadatte ad esprimere cose tanto elevate , lo hanno tradito . Il potere di agire a piacer nostro , di cui qui si tratta , non è quel potere , che tutti sappiamo di possedere , di agire come ci pare opportuno , utile , buono , perché questa è la libertà fisica , su cui non v ' è discussione aperta . La libertà " morale " è qualchecosa di molto più elevato , e si libra in una sfera ove la debolezza dell ' umana ragione può invano sperare di raggiungerla . Essa non è la libertà di fare ciò che si vuole , perché questa viene sdegnosamente rigettata come libertà fisica ; non è la libertà consistente nel volere questa o quella cosa , e neppure , checché se ne dica , quella consistente nel voler volere , - poiché anche gli sforzi dell ' attenzione , l ' ostinazione a persistere in un proposito a dispetto di tutto e di tutti , l ' acciecamento volontario sono suscettibili di una spiegazione " deterministica " . Che cosa è dunque questa libertà ? Essa è una creatura vaporosa , che sparisce appena facciamo il gesto di mettervi sopra la mano , che si dilegua in alto , sempre più in alto , che precede l ' inseguitore come l ' ombra precede il corpo , indefinitamente . La libertà , secondo Malebranche , è un " mistero " . Ora per lo scienziato , che studia il problema della libertà come gli vien posto dal senso comune , la libertà non può essere un mistero . Un problema deve essere almeno concepibile perché egli tenti di darne una soluzione . Egli può studiare il problema della volontarietà delle umane azioni , e può studiare il problema della causalità delle umane azioni . Sono due problemi differenti . Ma il problema della " libertà " è uno solo . La parola libertà , come tutte le altre parole del nostro linguaggio , è stata creata dagli uomini per il loro uso e consumo . Essa è fatta per essere riempita di buona e solida sostanza , tolta al mondo nel quale viviamo e a conoscere il quale si affaticano le nostre intelligenze ; non per essere vuotata pneumaticamente di ogni contenuto sensibile e respirabile e poi conservata e ammirata con superstiziosa venerazione , come se ancor contenesse qualche essenza preziosa . Le parole nostre tutte hanno un senso determinato ( o determinabile ) ed umano , né ci è lecito , per capriccio , dar loro un preteso senso trascendentale che - per il fatto che siamo noi stessi uomini - non potrebbe essere se non un vero e proprio non senso . Di tali non sensi , prodotti da parole che restano campate in aria dopo che loro fu tolto ogni valore assegnabile , ve ne sono stati nella storia del pensiero assai più di quanto non parrebbe possibile a prima vista . È compito dello scienziato e del filosofo lo scoprirli appena si formano e toglierli di mezzo , e questo suo lavoro è tutt ' altro che privo di importanza , vista la facilità che hanno gli uomini a cadere nelle forme più svariate di psittacismo . Ma quello che giova notare , è che la negazione di " concetti " consimili , nulli ab initio , per così dire , per la presenza di elementi contraddittori , non è da confondersi affatto coll ' affermazione dell ' inapplicabilità dei concetti veri a determinati oggetti o alla realtà in genere : tale negazione non è che la constatazione , rispetto ai primi , della loro intima ed essenziale nullità . Il loro annientamento non lascia quindi alcun vacuum nel mondo del pensiero , alcuna limitazione di esso , che possa dare adito a scetticismo di sorta ; la loro forma è già subito riempita efficacemente , né alcuna soluzione di continuità resta a segnare il luogo ove essi già furono . Risulta così illegittimo ogni dubbio sulla nostra libertà non meno che sulla esistenza o realtà in genere delle cose . Come , quando ho debitamente constatato , con tutti i mezzi di prova che come uomo ho a mia disposizione , la presenza di un oggetto , la mia credenza nell ' esistenza di esso ha ogni grado immaginabile e desiderabile di certezza , né v ' è luogo a dubbio ulteriore - tutte le conseguenze teoriche e pratiche che decorrono da tale credenza sono d ' ora innanzi legittime ; - così , quando ho constatato di trovarmi nella condizione di poter scegliere a mia volontà fra più azioni possibili , non mi è lecito dubbio alcuno sulla libertà mia . Concludendo dunque il dilemma che il più delle volte si crede posto dalla " questione del libero arbitrio " - quello cioè fra la credenza nell ' assoluta imprevedibilità degli atti volontari , e l ' accettazione di un fatalismo deprimente e distruttore di ogni morale responsabilità , - è un falso dilemma . L ' analisi logica della questione ci ha condotto a ravvisarvi due problemi distinti , suscettibili ciascuno di soluzioni opposte , ma indipendenti fra loro . Da una parte , la questione se le nostre azioni dipendano dalla nostra volontà ; o meglio - poiché è evidente che ve ne sono alcune che ne dipendono - quali sono le azioni che ne dipendono ; fino a che punto cioè siamo liberi , e pertanto responsabili . Rientrano in tale questione tutti quegli studi sulla psicologia e la patologia della volontà che sono di tanta utilità così al sociologo , come al moralista e al giurista . Dall ' altra parte , la questione più " elevata " forse , ma certo praticamente meno importante , e ad ogni modo irrilevante per l ' altra , se alle nostre azioni sia o no applicabile il principio di causalità . Chi tale applicabilità nega , intende asserire che i fenomeni della nostra mente , che sono gli antecedenti dell ' azione volontaria , posseggono una fondamentale ed irrimediabile irregolarità : che cioè una previsione sicura dei loro effetti , come non si ha ora , non si potrà mai avere . Essi pretendono in altre parole segnare sin d ' ora un limite insuperabile alla psicologia della volontà . Quale delle due opinioni contrarie sia la vera è cosa assai ardua a decidersi allo stato presente delle nostre cognizioni . Certo si è che col progredire della scienza si vanno scoprendo di continuo nuovi casi di uniformità e regolarità fra i fenomeni , e non sfuggono a questa sorte i fenomeni psichici , per quanto in modo meno spiccato degli altri . Molta della contingenza Aristotelica o Tomistica si è ormai dileguata ai nostri occhi ; e la materia , che per Aristotile rappresentava il principio della irregolarità , oggi , mutato significato , è venuta ad apparirci come la sede delle leggi più fisse e sicure che signoreggiano l ' Universo , - le meccaniche , le fisiche e chimiche . Fin qui , la natura si è mostrata abbastanza docile ai nostri desideri : i fatti suoi si sono lasciati a poco a poco ridurre in leggi , plasmare ad una forma più razionale di quella che ci vien presentata dal crudo ordine dell ' esperienza ; ed è ciò che ha permesso all ' uomo di tanto estendere il suo potere sulle forze naturali , che ha prodotto le meraviglie del vapore e dell ' elettricità , dell ' industria , dell ' igiene e della terapia moderne . Ma " fino a che punto , per dirla con un acuto pensatore americano , la natura si mostrerà così plastica nell ' avvenire , nessuno può dire . Il nostro solo mezzo di saper ciò è di metterla alla prova " . Intanto a questa lotta dell ' uomo contro l ' oscura potenza del caso e del disordine possiamo assistere con una certa serena tranquillità , sicuri che , qualunque ne sia l ' esito , esso non potrà essere fatale ad alcuno dei supremi postulati della nostra vita morale . Se fosse vero che dall ' esito di questa lotta dipende per noi la possibilità di applicare il concetto di responsabilità , ogni progresso della fisiologia e della psicologia dovrebbe segnare una restrizione della sfera della morale . Ogni motivo per agire dovrebbe costituire un ' attenuante dell ' azione commessa . Fortunatamente , non è dell ' assenza di motivi e di cause che il diritto e la morale hanno bisogno : la loro base in tal caso sarebbe davvero troppo malsicura e ristretta . Essi hanno soltanto bisogno che l ' atto sia l ' emanazione del carattere e della personalità cosciente dell ' individuo che valuta i motivi , in altre parole della sua ragione . La suscettibilità al motivo , l ' attitudine cioè ad agire in modo diverso a seconda della previsione delle conseguenze dei nostri atti , ben lungi dall ' essere un argomento contro la libertà e la responsabilità , è piuttosto la prova di essa . Nella vita , le persone di maggior volontà non sono quelle che persistono in un modo d ' agire , sordi ad ogni voce in contrario , ma quelli che meglio si lasciano convincere dalla bontà degli argomenti ; non i più impulsivi , ma i più riflessivi nell ' azione : non quelli che seguono la randagia associazione delle idee , ma le regole della logica . Per meglio chiarire tutto ciò , non sarà male il far parola dei caratteri distintivi dell ' atto volontario , e della natura dei fatti implicati in esso . Ne derivano infatti conseguenze per la morale ed il diritto che meritano forse di essere segnalate . LA VOLONTÀ . - Che cos ' è un atto volontario ? E perché l ' atto volontario solo è atto responsabile ? " Atto volontario , dice Aristotile , sembra esser l ' atto il cui principio è nell ' agente stesso , che sa in particolare tutte le condizioni che l ' atto suo coinvolge " . " La parola volontario designa , propriamente parlando , ciò che noi facciamo senza esservi costretti da una necessità qualsiasi . Involontarie sono quelle cose che noi facciamo per forza maggiore o per ignoranza " . " Una cosa fatta per forza maggiore è quella la cui causa è esteriore , e di tal natura che l ' essere che agisce e che soffre non contribuisca in nulla a questa causa : per esempio , quando siamo trascinati da un vento irresistibile , o da gente che si è impadronita della nostra persona " . Tali definizioni d ' Aristotile , quantunque non si discostino dall ' uso volgare delle parole , ed esprimano ciò a cui tutti siamo disposti a consentire , hanno forse bisogno di esser completate . Molti movimenti del nostro corpo sembrano aver il loro principio in " noi " senza per questo meritare il nome di volontari , nel senso più ristretto secondo il quale ci reputiamo responsabili per averli commessi . La nostra vita psichica reagisce continuamente sulla nostra vita fisica e fisiologica ; essa produce in noi i movimenti riflessi ed istintivi , tutto quel complesso di reazioni svariate che costituiscono le emozioni , eppure questi fatti rientrano in una categoria ch ' è di somma importanza il poter distinguere da quella degli atti propriamente volontari . Di certi impulsi , di certi atti che hanno la loro sorgente nell ' oscuro meccanismo della nostra vita reflessa e istintiva noi non sogliamo ritenerci responsabili se non nella misura in cui potevamo impedirli : cosicché la responsabilità , degradando poco a poco , svanisce addirittura quando tali impulsi superino un certo grado di intensità , che li rende " irresistibili " . Come ed in che senso le passioni , che pur costituiscono tanta parte della nostra individualità , possono rappresentare una limitazione alla volontà , ponendosi di fronte a questa come potenze a lei avverse ? Lo stesso Aristotile sembra imbarazzato a rispondere a questa domanda : " Così , egli scrive , non si possono a buon dritto chiamare involontari gli atti che ci fanno commettere la collera e il desiderio . Una prima ragione si è che , ciò ammesso , ne verrebbe di conseguenza che nessun essere all ' infuori dell ' uomo , agirebbe volontariamente , neppure i bambini . Possiamo dire che noi non facciamo niente di nostra piena e libera volontà , nelle cose della collera e del desiderio ? Oppur dobbiamo far qui una distinzione , ed ammettere che noi facciamo il bene volontariamente e il male involontariamente ? ma non sarebbe ridicolo di ammettere una distinzione simile , dal momento che non vi è che un solo e medesimo agente che cagiona tutti questi atti ? " . Gli è che tali impulsi , istinti e passioni sono bensì fra i coefficienti della volontà , fra gli elementi che combinandosi dànno origine al fatto complesso della volizione , e senza i quali anche quegli atti che posseggono nel grado più eminente il carattere della volontarietà sarebbero inintelligibili . - Ma i movimenti che questi impulsi producono possono considerarsi come volontari o no a seconda del contenuto intellettuale , per così dire , della nostra mente al momento in cui si eseguiscono e che su di essi infierisce . Mentre infatti fra gli scienziati e i filosofi non manca chi consideri tutta quanta la nostra vita impulsiva ed attiva , impulsi e stati sentimentali come manifestazioni della volontà ( Schopenhauer ) , il linguaggio ordinario sembra riserbare la designazione di volontari a quelli fra gli impulsi che siano preceduti o accompagnati da una chiara e lucida coscienza dell ' atto che sta per seguire , con una visione più o meno netta , più o meno penetrante , delle sue conseguenze . Questa coscienza è quella che permette ad altri impulsi , atti a controbilanciare il primo , di sorgere : che permette , cioè , il fatto dell ' inibizione , senza la possibilità della quale non vi è atto propriamente volontario . Fermiamoci un momento a considerare che cos ' è implicato da ciò . Non è raro di trovare scrittori che definiscono gli atti volontari come quelli a determinare i quali contribuiscono le nostre idee , le nostre rappresentazioni . Un tal modo di esprimersi non è tuttavia del tutto esatto . - Per adoprare una frase cara ad alcuni deterministi , non è vero che " ogni determinismo interno rappresenti una determinazione volontaria " . Le nostre idee e rappresentazioni possono produrre numerose reazioni che pur non sono volontarie . Se , per esempio , estendo il dito indice della mia mano , e ad occhi chiusi mi sforzo di rappresentarmi , più vivacemente che sia possibile , di tenere un revolver in mano e di premere il grilletto , mi avverrà certamente di sentire il mio dito a tremare per la tendenza a contrarsi ; e , se fosse connesso con un apparecchio registratore , esso certamente tradirebbe il suo stato di tensione col segnare movimenti incipienti . Questi non avvengono perché io so di non avere in mano la rivoltella , e quindi io inibisco la tendenza iniziale . Ma quei movimenti incipienti tengono dietro ad una rappresentazione mia , e pur non sono volontari , anzi si compiono contro la volontà mia . Altro esempio sono tutti i movimenti " incoscienti " che si compiono quando alcuno di noi è internamente assorto nella meditazione o nella fantasticheria ( rêverie ) , come il parlar da soli accompagnandosi col gesto : e tanti altri . Per spiegare la produzione dell ' azione volontaria bisogna dunque specificare maggiormente e ricorrere a fatti di natura più particolare . - Esiste una categoria di fatti psichici che è opportuno classificare a parte dalle semplici " rappresentazioni " , o " idee " , e sono le nostre credenze , i giudizi che formuliamo sulle cose . Ora è di somma importanza notare che è solo a quegli atti su cui hanno influito vere e proprie credenze nostre , che diamo il nome di volontari . - Se prima io non ho premuto il grilletto , è perché ben sapevo che il grilletto non esisteva che nella mia immaginazione . Il premere un grilletto immaginario è cosa assurda , e perciò non ho voluto far ciò . - Così è : altra cosa è rappresentarsi un albero , altra cosa il credere nella sua esistenza , il giudicare : l ' albero è . Ogni giudizio presuppone l ' esistenza di rappresentazioni , ma queste sono distinte da quello e possono anche esistere senza di esso . Nello stato anteriore alla determinazione volontaria , lo stato di deliberazione , ciò che si svolge nella nostra mente non è il conflitto di semplici idee contraddittorie , richiamantisi l ' una l ' altra secondo le leggi dell ' associazione per contiguità o per similarità : ma quello fra più giudizi sull ' atto che si compie o sta per compiersi , e le sue conseguenze certe o probabili . - Perché vi sia atto volontario , occorre che tali giudizi figurino fra le cause dell ' atto stesso : ch ' essi cioè abbiano la facoltà di sospenderne o di modificarne la produzione . Se ben si considera , è proprio questo il criterio differenziale fra le azioni volontarie e le involontarie . - Se io sto per prendere una grave determinazione , per esempio , quella di commettere il suicidio gettandomi dalla finestra , fino ad un certo momento , ogni considerazione nuova sopravveniente ha la capacità di sospendere l ' esecuzione dell ' atto : il dolore che proveranno i congiunti e gli amici , la condizione in cui rimarranno gli altri componenti la famiglia , la possibilità di porre rimedio alle cause della mia disperazione , l ' irrevocabilità dell ' atto , o semplicemente il male fisico della caduta sono considerazioni che possono , anche quando ho già scavalcata la ringhiera , indurmi a non condurre a termine l ' azione incominciata . Perciò io dico che tale azione dipende dalla mia volontà . Ma da un certo momento in poi : da quando il punto di appoggio è perduto e l ' individuo si è abbandonato , ogni ulteriore considerazione è inutile : se ad un certo punto della discesa l ' individuo è colto dal pensiero ch ' egli si sfracellerà immancabilmente le ossa sul marciapiede , ciò non gli impedirà di seguitare a cadere secondo la legge inesorabile della gravità : l ' atto non dipende più dal suo volere . Lo stesso avviene quando spesso la nostra volontà si trova in lotta con le leggi del nostro organismo . Vi sono certi movimenti che si possono bensì non cominciare , ma che una volta cominciati non si possono interrompere . In altri l ' impulso ad eseguirle cresce colla ripetizione degli atti : ad un certo momento della vita esso diventa realmente irresistibile . In altri ancora l ' atto è irresistibile sin da principio quando l ' agente si trovi in determinate condizioni ; a lui non è possibile che evitare le condizioni stesse . È così che nascono , com ' è noto , la maggior parte dei vizi di cui l ' uomo si fa poi schiavo ; è su ciò che è fondata la massima pedagogica : principiis obsta . Tutto ciò rientra nella questione dei limiti della volontà , lo studio della quale è d ' importanza capitale per il pedagogo , il moralista , il sociologo , il giurista . Nella natura infatti i fenomeni che godono di questa singolare proprietà , per noi oltremodo preziosa , di poter esser modificati dalle nostre credenze e dai nostri giudizi , dalle considerazioni cioè che facciamo sul loro modo di svolgersi , sono in numero relativamente ristretto . Degli altri noi siamo spettatori , ma non motori . Le loro successioni e le loro coesistenze , i loro divorzi e i loro connubi sono stabiliti da vincoli così tenaci che possiamo bensì conoscerli , ma non possiamo infrangerli . Conosciuti , tali vincoli fra i fenomeni saranno gli elementi della nostra concezione scientifica dell ' Universo , la base sempre più larga , sulla quale si erigerà quella possibilità di previsione delle conseguenze degli atti nostri , che è atta a renderci sempre più potenti nella nostra relativa impotenza di fronte all ' immensa natura . Ma la nostra influenza su di essi non sarà che indiretta : se vogliamo renderci propizie le loro forze , se vogliamo piegarle ai nostri fini , non possiamo farlo se non per mezzo di quella parte della realtà , che realmente si mostra obbediente al semplice fiat nostro . Che una parte siffatta della realtà esista , è indubitabile : tutti coloro che hanno come noi identificato la libertà colla volontarietà delle azioni , hanno considerato la libertà come un fatto evidente . Hanno avuto torto però alcuni di essi di considerare questo fatto come un attestato diretto della coscienza . Ciò che ci dice che un dato atto , un dato movimento terrà dietro ad una determinata nostra credenza , è , non meno che per quelli che tengono dietro direttamente agli stimoli " esteriori " , l ' esperienza . Desidero che domani piova , e la pioggia non cade per questo : stimo invece opportuno che il mio braccio si muova per prendere quell ' oggetto , che la mia bocca articoli certi suoni , che la mia penna scriva le presenti parole , ed ecco ! la cosa è fatta . Nel formulare il mio desiderio , io ben sapevo che esso si sarebbe realizzato nel primo caso , che non si sarebbe realizzato nel secondo . Onde io dal semplice esame del mio stato d ' animo posso dire a priori se esso sarà efficace o no a diventare , secondo l ' espressione del Kant , la causa dell ' esistenza del proprio oggetto ; se quindi , io potrò formularlo nella forma risoluta : " io voglio " , o dovrò limitarmi a quella più mite e modesta : " io desidero " , o " io spero . " - Ma ciò non è che un prodotto delle ripetute esperienze fatte , per mezzo delle quali ho potuto constatare " quali movimenti tengano dietro a quali pensieri . " Tanto è vero che nel caso di paralisi il rapporto di successione normale è rotto , l ' esperienza deve rifarsi da capo : in un paralitico di data recente , vi hanno tutti gli antecedenti dell ' azione volontaria , compresa la certezza che l ' azione seguirà - ma l ' azione invece questa volta non si produce : il braccio non si alza , le labbra non si muovono ad articolare il suono , le gambe si rifiutano al comando che vien loro impartito col consueto vigore . È questo uno stato di cose a cui presto tien dietro la convinzione della propria impotenza ; sparisce il vero e proprio carattere di volizione , e subentra il semplice desiderio , distinto dalla volontà vera e propria in quanto per questa è necessaria la previsione dell ' atto . - Un essere adunque che non avesse avuto esperienza anteriore non potrebbe , nel senso proprio della parola , volere . Tutte le reazioni sue agli stimoli di ogni sorta sarebbero di natura inaspettata per lui . " I movimenti volontari , scrive il James , debbono essere funzioni secondarie , non primitive , del nostro organismo . È questo il primo punto che deve essere capito nella psicologia della volontà . I movimenti reflessi , istintivi , emozionali sono tutti fatti primarii : i centri nervosi sono organizzati in modo che certi stimoli fanno scattare certe parti esplosive ; e la creatura che assiste per la prima volta ad una di tali esplosioni , fa una esperienza nuova . Un giorno assistevo insieme ad un bambino all ' arrivo rumoroso di un treno diretto nella stazione . Il bambino che si trovava assai vicino ad una piattaforma si scosse e si mise a piangere , divenne pallido col respiro affannoso , e gridando corse a me a nascondersi il viso . Sono convinto che quel piccolo essere non era meno maravigliato per il proprio contegno che per l ' arrivo del treno , e certo più di quanto fossi io , che assistevo alla scena . Naturalmente , se una tale reazione si ripetesse spesso , sapremmo presto che cosa ci dobbiamo aspettare da noi stessi , e potremmo prevedere la nostra condotta , pur rimanendo questa involontaria ed incontrollabile come prima . Ma se , nell ' azione volontaria propriamente detta , l ' azione volontaria deve essere preveduta , ne consegue che nessuna creatura che non abbia un potere divinatorio potrà mai eseguire per la prima volta un atto volontario . Ora noi non siamo forniti di un potere di visione profetica dei movimenti che possiamo fare , più che delle sensazioni che possiamo avere . Come dobbiamo aspettare che le sensazioni ci si presentino , così dobbiamo aspettare che i nostri movimenti si siano compiuti involontariamente , prima di formarci l ' idea di ciò che sono l ' uno o l ' altro di questi due processi . Noi impariamo per la via della esperienza tutte le possibilità che possediamo : quando un movimento particolare avvenuto una volta in modo casuale , reflesso e involontario ha lasciato una traccia di sé nella nostra memoria , il movimento può essere di nuovo desiderato , può essere proposto come fine , può essere deliberatamente voluto . Ma è impossibile vedere in qual modo avrebbe potuto essere voluto altrimenti . Una provvista di idee dei vari movimenti possibili , formatasi nella memoria , per l ' esperienza fatta compiendoli involontariamente , è pertanto il primo requisito della vita volontaria " . Vediamo dunque come le azioni reflesse ed istintive , che alcuni sogliono contrapporre alla volontà come qualchecosa di irreducibilmente diverso , siano invece il materiale onde la volontà si vale e senza il quale sarebbe impossibile comprendere i suoi movimenti . Inoltre , ben lungi dal rappresentare antiche azioni volontarie rese incoscienti , o subcoscienti , dalla lunga ripetizione , esse sono qualchecosa di anteriore alla volontà , qualchecosa che può bensì esservi senza che esista una vera e propria volontà , ma senza di cui una volontà qualsiasi è inintelligibile . Se ora forse molte delle nostre reazioni istintive sono azioni volontarie diventate automatiche , ciò vuol dire che prima ancora vi dovevano essere altre azioni automatiche , se anche diverse dalle attuali . La volontà presuppone quella che il Bain chiama attività spontanea del sistema nervoso , per la quale a certi determinati stimoli , esteriori od interiori , rispondono determinate reazioni . " Si può paragonare il sistema nervoso a un organo i cui mantici sono costantemente tesi e pronti a scaricarsi in tutti i sensi a seconda dei tasti che preme l ' organista . Lo stimolo delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti ( feelings ) non dà la forza interna , ma determina il punto ove si produrrà la scarica e come essa si produrrà . Questa attività diremo così automatica del nostro sistema nervoso è la base di tutta quanta la nostra vita emozionale , sentimentale , affettiva . La vista di certi oggetti , di certi aggruppamenti di linee e di colori , il contatto di certi corpi , l ' audizione di certi suoni , ogni sensazione insomma fa nascere nel nostro organismo certe reazioni determinate , piacevoli o dolorose , certe preferenze o repulsioni , certi impulsi ad agire , che non possono altrimenti chiamarsi se non istintivi . E nella vita istintiva hanno la loro radice , più o meno direttamente , tutti i nostri sentimenti , dai più elementari e volgari , ai più complessi , elevati e raffinati . - La vita istintiva fornisce alla volontà , oltreché , come abbiamo visto , i suoi materiali , anche ogni fine , ogni ragione in vista della quale essa si determina . I grandi fini , ai quali si vogliono talora ricondurre tutti gli altri subordinati : la nostra conservazione , la conservazione della specie , la felicità o il piacere ; quelle tendenze che possono orientare tutta quanta la vita di un uomo , l ' amore , il sentimento familiare o patriottico , la bramosia di sapere , la passione artistica , l ' aspirazione umanitaria , che cosa sono in ultima analisi , se non grandi istinti , più degli altri " fondamentali " ? E nel dire ch ' essi sono istinti , noi non intendiamo affatto deprezzarli . Il fatto che un istinto , una nostra tendenza è " cieca " , che è impossibile " giustificarla " con una " ragione " qualsiasi non dice nulla infatti sulla opportunità o meno per gli uomini di seguirla ; imperocché ciò è vero di tutte le nostre maggiori tendenze . Una nostra tendenza , una nostra preferenza , non può giustificarsi se non mediante un ' altra tendenza , un ' altra preferenza ; onde è forza pur far capo ad una tendenza , ad una preferenza che non ha bisogno di essere ulteriormente giustificata , ad un qualche cosa cioè , la cui preferibilità ci sembri perfettamente ovvia e naturale . Ogni sentimento , nel fatto , basta a sé stesso ; e alla domanda di un perché non si può rispondere , nella massima parte dei casi , se non : perché è così . La ragazza piace al suo innamorato non per alcun fine indiretto o remoto , ma semplicemente perché gli piace : s ' egli la sposa , anche per altri motivi per la sua posizione sociale o i suoi danari , s ' egli ciò facendo crede di servire la patria , o , avendo una vena filosofica , è convinto di servire all ' alto fine della conservazione della razza , tutti questi sentimenti sono elementi estranei all ' amore , che possono bensì rinforzarlo e magari sostituirlo , ma che non possono essere , agli occhi dell ' innamorato , la giustificazione della propria passione . Il bisogno di giustificare ai propri occhi un sentimento è già una prova ch ' esso incomincia a vacillare . Presso l ' uomo non meno che presso gli animali esiste un certo numero di tendenze che non hanno altra giustificazione all ' infuori della propria esistenza . Nel gatto la vista del topo fuggente , nella gallina la vista delle uova , nel cane l ' odore di un buon boccone provocano l ' impulso ad una serie di atti , il fine dei quali può benissimo essere conosciuto dall ' animale in questione , ma che si compierebbero egualmente anche ove tale conoscenza mancasse . La gallina che ha già covato e veduti i pulcini , il gatto ed il cane che sanno ormai per esperienza qual complesso di raffinate sensazioni rappresentino il topo acchiappato e il boccone furato , alla vista degli oggetti stessi non provano più quel semplice e cieco impulso ad agire della prima volta : prima ancora di essersi mossi è sorta in loro la rappresentazione ( previsione ) degli effetti dei loro movimenti , e questi effetti possono presentarsi come desiderabili alla loro volta , cioè rinforzare l ' impulso primitivo , oppure come dolorosi , e quindi neutralizzarlo . Nel caso del cane , accanto alla delizia del boccone può sorgere il ricordo e la previsione delle frustate del padrone . Dal momento in cui nasce la possibilità che un impulso sia frenato dalla previsione di conseguenze ulteriori , l ' azione comincia a meritarsi il nome di volontaria . Intanto l ' azione si compierebbe egualmente anche senza quella nozione delle conseguenze desiderabili dell ' atto , che costituisce ciò che ìmpropriamente chiamasi " l ' idea del fine " . Per la gallina il desiderio di covare le uova è altrettanto finale quanto lo è per noi quello di mangiare quando abbiamo fame . Le uova le vengono presentate , ed essa vi si adagia sopra , né essa sa perché , se non che la cosa l ' attrae e la seduce . Le uova sono per lei una fonte di emozioni , e l ' oggetto di un forte sentimento , le cui ragioni trascendono di gran lunga le sue capacità intellettuali , e che per lei è cosa più naturale di questo mondo . Così parteciperanno per lei di questa tinta emozionale , per così dire , tutti quegli oggetti ch ' essa giungerà ad associare colle uova stesse : le uova saranno suscettibili di diventar fine per una quantità di atti ad esse relativi , atti in sé magari spiacevoli , ma eseguiti in vista del piacere dato dalle uova stesse . Abbiamo dunque veduto che cosa contraddistingua la volontà : l ' influenza sui nostri atti dei giudizi che formuliamo intorno agli atti stessi . Abbiamo veduto altresì come ciò presupponga l ' esistenza di impulsi , di tendenze , di preferenze per così dire automatiche del nostro organismo ; i quali fatti costituiscono una terza categoria di fenomeni altrettanto distinta dalle credenze ( giudizi ) quanto queste lo sono dalle rappresentazioni . Essi sono la base di ogni nostra vita sentimentale ed affettiva , sia essa di natura inferiore come la vegetativa , o superiore come quella estetica e morale . - Possiamo ora giungere a conseguenze di qualche importanza a riguardo del concetto di responsabilità . Se le azioni volontarie sono solo quelle e tutte quelle , su cui influiscono i nostri giudizi sulle conseguenze loro , ne consegue che solo l ' azione volontaria potrà essere impedita dalla previsione di un male vicino o lontano che sia per derivarne a qualcuno ( propria , persona , famiglia , amici , patria , umanità ) . Solo su di essa potrà agire il motivo , egoistico od altruistico . Ora giova notare che non è la specie , la qualità di tale influenza che importa alla responsabilità . Se io , dopo aver accertato tutte le conseguenze , sicure o probabili , dei miei atti ; dopo aver veduto con perfetta lucidità che agendo in una determinata guisa produrrò un determinato danno alla tal persona o alla tal cosa la integrità della quale è sancita dal senso morale pubblico : pur nondimeno persisto nel mio disegno semplicemente perché questa considerazione non mi fa alcuna impressione e mi lascia freddo ed indifferente , vale a dire se persisto nel mio disegno per deficienza d ' impulso al ben fare , io non sono meno responsabile per questo . In altre parole , la deficienza sentimentale non è di per sé sola una minorante della responsabilità . È questo un punto che merita di richiamare la nostra attenzione poiché costituisce , per così dire , il nodo della questione della responsabilità . Il principio che abbiamo enunciato è atto ad essere trascurato ai giorni nostri , in cui taluni sembrano credere che il non aver sentito che bisognava agire in un dato modo sia una scusa sufficiente per non aver fatto il proprio dovere . Eppure il principio è irrecusabile anche dal punto di vista deterministico . Ciò che intendiamo biasimare in un individuo è appunto questa mancanza dei sentimenti , nella quale si rivela la sua personalità . Affinché un individuo possa essere ritenuto responsabile occorre che l ' azione fosse in suo potere . Ma " essere in suo potere " che cosa implica , se non " l ' assenza di ogni ostacolo insuperabile eccetto la mancanza di spinta al bene ? " È precisamente in questo caso che la punizione e l ' espressione della disapprovazione morale sono anche utili per fornire la forza impulsiva deficiente . La presenza di un sentimento malvagio , la mancanza di un sentimento buono , non alterano adunque la misura della responsabilità di un individuo . La preponderanza di un sentimento qualsiasi è sempre necessaria all ' azione . Se quindi , per dichiarare uno responsabile , bisognasse constatare che i sentimenti buoni e malvagi si controbilanciano in lui ; ne deriverebbe la pratica inapplicabilità del concetto di responsabilità . Solo quando un sentimento acquista tale un sopravvento da invadere tutto quanto il campo della coscienza , togliendole quella lucidità ch ' è necessaria per agire volontariamente : solo quando il sentimento degenera in passione , e più che in passione , in monomania , precludendo addirittura la via al sorgere di ogni considerazione a sé contraria , dando così alle reazioni dell ' individuo qualche cosa della natura cieca e pressoché irresistibile dell ' azione riflessa : solo allora potrà parlarsi di una diminuzione di responsabilità . Ma finché l ' organismo intellettuale rimane inalterato e rimane quindi la possibilità che sorgano impulsi contrari alla passione dominante , la responsabilità persiste inalterata . Qual ' è il punto in cui si produce il tracollo , in cui la preponderanza della passione cioè diviene irresistibile ? È questo il problema pratico della responsabilità , quello a cui si trova di fronte il giudice e il moralista nei singoli casi concreti . Risolverlo astrattamente è cosa impossibile . I limiti del potere d ' inibizione si spostano di continuo col crescere della civiltà col perfezionarsi della educazione . Vi è sempre un certo punto , in cui la coscienza generale quasi istintivamente riconosce che , crescendo più oltre l ' impulso , esso diviene tale che nessuno dei consociati in circostanze determinate saprebbe resistergli . Si crea così una certa norma , una certa media intorno alle quali oscillano i limiti della responsabilità . Come tali , esse sono necessariamente imperfette , e necessariamente creano talora nel loro conflitto colla realtà delle cose , particolari ingiustizie e crudeltà come indebite indulgenze . Ma ciò è inevitabile , data la origine sociale del concetto di responsabilità . Solo potrebbe essere un giudice infallibile di sé l ' individuo stesso , ove fosse imparziale , oppure una divinità omnisciente . Strettamente legata colla questione dei limiti della responsabilità è quella di stabilire quali sono gli oggetti su cui la volontà estende il proprio potere . Non manca chi pretende restringere gli effetti della volontà a quegli eventi che possono essere prodotti dalle contrazioni muscolari . Ora è certo che questi costituiscono la parte più ovvia ed evidente della sfera della volontà . Ma una parte non meno importante soprattutto moralmente è costituita dai cambiamenti che possiamo provocare nel corso dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti . Se ciò avvenga con o senza il concorso del nostro sistema muscolare è questione non risoluta del tutto , ma che ad ogni modo non toglie l ' importanza del fatto in sé . Possiamo entro certi limiti dominare e dirigere i nostri pensieri ed i nostri sentimenti , specialmente mediante l ' attenzione volontaria . Ed a proposito dell ' attenzione è bene avvertire che anche a suo riguardo è impossibile concludere a priori la possibilità di una spiegazione " deterministica " . Anche qui possiamo ripetere ciò che abbiamo detto in generale della volontà . Vi sono degli oggetti che attraggono quasi automaticamente la nostra attenzione ( oggetti brillanti , nuovi insoliti , cose in sé piacevoli , ecc . ) , in modo da farci concentrare nella loro contemplazione , in piena dimenticanza di ogni altra realtà . Ma l ' attenzione può svegliarsi , per qualche fine remoto , e appuntarsi in oggetti in sé privi di qualunque attrattiva : allora nasce propriamente l ' attenzione volontaria , accompagnata da quel sentimento di sforzo nel quale alcuni hanno voluto vedere a tutti i costi un argomento in favore dell ' indeterminismo assoluto . Ma se noi persistiamo in una occupazione mentale anche a dispetto degli ostacoli oppostici dalla nostra stessa costituzione cerebrale , stanchezza ecc . , ciò sarà sempre per qualche ragione ( perché crediamo sia utile , necessario , doveroso far ciò ) . Anzi la differenza fra l ' attenzione volontaria ed involontaria starà tutta qui : che nel primo caso sappiamo perché stiamo attenti alle cose , nel secondo no . Restano infine fra gli effetti della volontà le alterazioni che possiamo produrre sulle nostre abitudini e le nostre future tendenze all ' azione , per mezzo delle quali possiamo quasi , per così dire , rinnovare la nostra personalità . Nell ' educazione non sarà mai troppa l ' attenzione attribuita a questa terza categoria d ' effetti . Lo scopo principale dell ' educazione è di rendere l ' individuo un " fascio di abitudini " buone , in modo che lo sforzo ch ' egli dovrà fare per tener la via retta d ' azione sia quanto più lieve è possibile . Allora , quando l ' individuo in sé stesso , o altri su di lui hanno ottenuto questo scopo , l ' azione volontaria stessa diviene una cosa molto più semplice , in quanto ormai più non si rivolge che all ' esterno : l ' individuo non ha più bisogno di diffidare delle sue forze interne , dei suoi impulsi : è giunto il momento in cui l ' educatore può rivolgere al suo pupillo le parole di Virgilio a Dante , giunto in cima alla bella montagna del Purgatorio : Tratto ti ho qui con ingegno e con arte ; Lo tuo piacere omai prendi per duce ; Fuor sei dell ' erte vie , fuor se ' dell ' arte . .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .. Non aspettar mio dir più , né mio cenno : Libero , dritto e sano è lo tuo arbitrio , E fallo fòra non fare a suo senno ; Perch ' io te sopra te corono e mitrio . ( Purg . , XXVII , 130-132,139-142 ) . - Perché - qualcuno potrebbe chiedere - questa digressione sulla natura e i caratteri della volontà , dal momento che tutti sappiamo distinguere un atto volontario da un atto involontario ? Ciò basta perfettamente per ogni bisogno pratico , ed è soltanto dal lato pratico che la volontà è considerata dal moralista e dal giurista . La volontà è una delle cose a noi più direttamente note , e , anziché aver bisogno di esser " definita " , può essa stessa servirci a definire una moltitudine di cose . Il meglio quindi da farsi per il moralista , il giurista e il sociologo è di assumere la volontà come un dato , lasciando allo psicologo e al metafisico le ulteriori indagini , che per i primi non hanno alcun interesse diretto . Rispondiamo , che se tale è la conclusione a cui si dovrebbe arrivare , non è per questo men vero che spesso non ne vien tenuto conto , ed è abbastanza , generale la convinzione che la scienza possa in qualche modo negare la volontà o qualcuno de ' suoi attributi essenziali alle esigenze pratiche : ed il rilevare , per quanto in modo sommario , i principali caratteri per cui , anche secondo la scienza psicologica più recente , si distingue il processo delle nostre volizioni , serve quindi ad evitare certi errori assai comuni , che tendono ad attribuire alla scienza stessa un aspetto assai più " rivoluzionario " di quanto in realtà non abbia . Le conclusioni a cui siamo giunti non sono del tutto irrilevanti per una esatta comprensione della posizione della morale e del diritto di fronte alle scienze propriamente dette . Anzi tutto , abbiamo visto che ogni descrizione del processo volitivo è incompleta , la quale non rilevi come precedenti causali caratteristici della volizione siano le nostre credenze , vale a dire i giudizi che facciamo intorno alle cose , strettamente o lontanamente connesse coll ' atto che stiamo per compiere . Abbiamo osservato d ' altra parte , che ciò presuppone anche nel nostro organismo un ' attività automatica , per la quale tali credenze siano impulsive , facciano cioè nascere in noi tendenze a determinate azioni ; e come le tendenze stesse costituiscono tutta la nostra vita istintiva , emozionale , affettiva , e sono perciò la base di ogni nostra preferenza , di ogni nostro apprezzamento sulla desiderabilità delle diverse azioni possibili che , nello stato di deliberazione volontaria , si presentano come alternative . Vediamo ora in che questo possa interessarci . Che la credenza , e non la semplice rappresentazione in quanto da essa si distingue , sia il precedente causale dell ' atto volontario , ci mostra subito che della produzione di questo nessuna meccanica di rappresentazioni , susseguentisi per via di semplice associazione , potrebbe render esatta ragione . La psicologia associazionistica inglese , e quella intellettualistica di Herbart non teneva abbastanza conto di ciò : essa tentava di derivare tutti quanti i processi mentali dalle rappresentazioni e dai loro rapporti . Nella psicologia più recente invece si manifesta la tendenza a mantener distinti da quelle sì i fatti di credenza come gli stati emozionali e volitivi , gli uni e gli altri indefinibili per mezzo delle sole rappresentazioni . Ora le nostre credenze , i nostri giudizi , sebbene non siano per nulla indipendenti dalle leggi per cui si susseguono fra loro le rappresentazioni ( leggi dell ' associazione psicologica ) , soggiacciono ad altre leggi loro particolari che da quelle non possono in alcun modo dedursi . Tali leggi , che sono quelle per cui la evidenza ( la credibilità ) di un giudizio scaturisce da quella di un altro giudizio , e su cui pertanto sono fondati tanto il processo di spiegazione che quello di dimostrazione , formano la base della logica umana . Resta perciò salvato quello che può dirsi il carattere razionale della volontà , carattere a cui per uno strano equivoco si è creduto che la " scienza " potesse in qualche modo attentare , e che viene implicato nelle definizioni che i moralisti più rigorosi ed esigenti dànno della facoltà di volere e quindi della libertà . Affermare poi che la volontà presuppone altresì quegli stati emozionali e affettivi che costituiscono un terzo elemento irreducibile della nostra vita mentale , equivale a rilevare un ' altra qualità della volontà che i deterministi sono troppo spesso portati a trascurare o a negare : voglio dire quella che potrebbe chiamarsi la sua spontaneità ed originalità ; qualità che anch ' essa pertanto non ha nulla di contraddittorio con un determinato bene inteso . Da nessuna combinazione di rappresentazioni o credenze potrebbe dedursi quale sarà l ' atto seguente ove non si conosca quale sarà il sentimento , nel senso più ampio della parola , ch ' esse determineranno : in altre parole , quale sarà l ' azione che l ' agente preferirà . Ora , come nelle leggi che regolano le nostre credenze va ricercato il fondamento della logica , così in altre leggi particolari secondo cui si svolgono le nostre preferenze , le nostre emozioni , va ricercato il fondamento psicologico sì dell ' estetica come della morale propriamente detta . Scopo della morale è di determinare i fini che l ' uomo deve proporsi nell ' operare . Ora tutto ciò che vogliamo , lo vogliamo come fine o come mezzo ad un fine . Il fine stesso poi può apparirci a sua volta come mezzo ad un fine ulteriore , e così via ; vale a dire che possiamo via via " giustificare " le nostre azioni o i nostri proponimenti col riferirli a fini sempre superiori , creando così una scala od una gerarchia di fini gli uni agli altri subordinati . Ma - ritornando su ciò che abbiamo detto a proposito degli istinti in questo procedimento non potremo andare all ' infinito : vi sarà un certo numero di fini che ci apparranno degni di essere desiderati innanzi a tutto e per sé stessi ; la cui bontà o preferibilità ci apparrà così evidente da non aver bisogno di ulteriore " giustificazione " . Ora , come nel decidere della rispettiva desiderabilità dei diversi fini , così nel decidere di questi fini ultimi il nostro " senso morale " è giudice inappellabile . Ogni tentativo di sfuggire in modo definitivo al suo verdetto è assurdo : non si farà che spostare la questione , per tornare , quando si tratti di deciderla , alla medesima autorità a cui abbiam voluto sottrarci . Insomma , senza qualchecosa di desiderabile in sé , senza un termine finale , la cui desiderabilità giustifichi le altre ma non abbia bisogno di essere giustificata ; senza un " imperativo categorico " di qualche sorta , non vi è morale , né altra scienza pratica che sia possibile . L ' " INDIPENDENZA " DELLA MORALE . - Da tutto ciò che abbiamo detto fin qui vediamo balzare in piena luce un principio spesso implicitamente od esplicitamente violato da scienziati e filosofi , che è merito della scuola criticista francese , fondata dal Renouvier , di avere strenuamente rivendicato , e che forma il cardine , per così dire , di quella filosofia . Vogliam parlare di quello che fu detto " principio della indipendenza della morale " . Ciò che fin qui abbiamo detto può non considerarsi che come una illustrazione del medesimo principio . Sono due i modi con cui l ' attività scientifica ( comprendendo con questa tutti i tentativi di spiegazione generale o speciale dei fenomeni , e quindi anche i sistemi metafisici le religiosi ) hanno sembrato minacciare l ' esistenza autonoma della morale : l ' uno consiste nella negazione della libertà , " condizione pratica " della morale ; l ' altro in una tendenza più o meno conscia a non considerare più come inappellabile il giudizio del senso morale , e nella corrispondente opinione che la scienza possa in certo qual modo sostituirlo nella determinazione di ciò che è bene di fare . Per ciò che riguarda il primo punto , crediamo di aver dimostrato che il timore , che la scienza possa in alcun modo scalzare le basi della morale e del diritto , essere privo di fondamento . La negazione del " libero arbitrio " , in quanto questo si confonde colla inapplicabilità del principio di causalità alle umane azioni , non implica la negazione della libertà umana . Alla credenza dell ' uomo nella propria libertà noi attribuiamo , con Aristotile e Cartesio , con Cousin e Mill tutta la forza di una verità scientifica . Non sempre ed in ogni caso - ma in generale e nella normalità - le nostre credenze hanno il potere di influenzare le nostre azioni ; quel complesso di giudizi sulla realtà delle cose , come sono e come saranno in seguito al nostro atto , congiunto all ' apprezzamento etico che ne facciamo , ha per la massima parte di noi e in gran parte degli eventi della nostra vita , la facoltà di tradursi negli atti nostri . E in tale facoltà è ravvisata l ' attuazione più piena e completa della libertà , quale è postulata dalla morale e dal diritto . Ogni altro senso della parola libertà è invero illegittimo e atto a traviare il pensiero . Andiamo dunque più oltre di coloro , i quali ritengono dover noi mantener la libertà come postulato supremo della morale e del diritto sol perché la credenza nella libertà è ancor generale fra gli uomini , e la morale ed il diritto , avendo uno scopo essenzialmente sociale , debbono tener conto della opinione della maggioranza e non di quella di solitari pensatori . Noi al contrario siamo convinti che la negazione della libertà quale base della morale e del diritto sia fondata su un vero e proprio sofisma , che scientificamente non regge . Essa ha , come abbiamo osservato , lo stesso valore della " negazione della realtà esteriore " e simili tesi in cui pur troppo si è spesso smarrita l ' alta filosofia . Come a chi negava la realtà delle cose esteriori fu da taluno risposto col dare un calcio ad una pietra ; come a chi negava il moto fu risposto col mettersi a camminare , così è lecito a chiunque confutare un filosofo negatore della libertà col compiere la più insignificante delle azioni volontarie . - La prova che egli così fornisce non è soltanto in pieno accordo col senso comune : essa è del tutto conforme allo spirito scientifico e consona ai più rigidi canoni del metodo sperimentale . A riguardo del secondo punto , qualche altra osservazione è forse necessaria . Che la scienza possa dimostrare " l ' assurdità " di un ideale etico è opinione oggidì ancora comune , com ' è ancora opinione comune che essa dimostri essere " illusioni " intere categorie di parvenze sensibili degli oggetti . È tutt ' altro che raro , per esempio , il trovare fra gli scienziati chi vi affermi che quei fatti di special natura sui quali la scienza moderna ha attratto di preferenza l ' attenzione degli studiosi , quali le vibrazioni degli atomi materiali , costituiscono la sola " realtà " , mentre quelle apparenze , che assumono i corpi in quanto cadono sotto questo o quel senso , rientrano nel mondo delle " illusioni " . Così il fisico vi dirà : noi crediamo di veder rosso o turchino , ci immaginiamo di udire una determinata nota , di provare una data sensazione , poniamo , di calore ; ma in realtà non esistono che certe vibrazioni dell ' aria o dell ' etere che colpiscono i nostri organi del senso . Tali affermazioni , che possono anche non avere un senso errato , implicano ad ogni modo un uso equivoco della parola illusione . Chi ci dice così non si accorge che anche quelle vibrazioni cui egli accenna , non ci sarebbero note affatto se non possedessimo in qualche altro senso il mezzo di percepirle , direttamente o indirettamente - senza o con l ' aiuto di strumenti e del raziocinio . Egli non ha dunque alcun diritto di chiamare illusione alcuna delle percezioni stesse . Egli crede di dar la preferenza , sulla realtà che appare ai nostri sensi , ad una realtà diversa e più reale . - Nel fatto invece egli non fa che posporre una parte della realtà che gli appare ai sensi , ad un ' altra parte della medesima realtà . Parimenti lo scienziato , il quale si rifiuta di ammettere come giusto un ideale etico col pretesto che la scienza ne ha dimostrata la assurdità , è sovente vittima di un ' illusione sulla natura delle proprie ricerche . Egli crede in certo qual modo di potersi emancipare dai pregiudizi del bene e del male , uscir dalla sfera della morale , ma invece vi si trova sempre e necessariamente di nuovo rinchiuso . Egli potrà bensì eseguire tutte le operazioni che vuole sostituendo un fine etico ad un altro , ma nel far questo egli compie pur sempre opera di moralista e non di scienziato , e la sua posizione sarà altrettanto " poco scientifica " quanto prima . In altri termini , la scienza non può creare " valori etici " , come non può neppure creare valori estetici . " L ' osservazione ed il ragionamento scientifico , scrive il Vailati , non possono condurci che a prevedere le conseguenze delle nostre azioni o a determinare i mezzi per arrivare a questo o quello scopo . Le conclusioni alle quali si giunge possono essere poste sotto questa forma : se si vuole , o non si vuole , la tal cosa , si deve volere la tale o tal altra cosa . Ma con nessuno sforzo di alchimia dialettica potrebbesi giungere a conclusioni della forma seguente : si deve volere , o non si deve volere , la tale o tal altra cosa " . - È notevole l ' analogia fra quella che chiamasi " giustificazione " nel mondo morale , e la " spiegazione " o " dimostrazione " nel mondo scientifico . Allo stesso modo come si " spiega " un fatto ed una legge mostrando che si può dedurre da un altro fatto o da un ' altra legge , così non si può " giustificare " un atto od una norma ( un modo generale di agire che ci par desiderabile ) se non deducendola ( mostrando ch ' essa ne è un presupposto necessario ) da un altro atto o da un altra legge . - Ma ciò con cui si " spiega " , si dimostra , si prova un fatto ( una credenza ) non può essere che un altro fatto ( un ' altra credenza ) ; così ciò con cui si " giustifica " una norma d ' agire , e qualunque nostra aspirazione in genere , non può essere che un ' altra norma d ' agire , un ' altra nostra aspirazione . Non si potrà mai " giustificare " un ideale etico per mezzo di una semplice credenza , come non si può spiegare nessun fatto per mezzo di semplici rappresentazioni . Ora , il numero delle cose verso le quali proviamo una specie di tendenza impulsiva che ci appar così naturale da non aver bisogno di giustificarsi , è notevole . - Ci riferiamo a quello che abbiamo detto degli istinti . - Ogni istinto , con tutte le emozioni e gli affetti corrispondenti , è atto a costituire un fine in sé . E nell ' uomo gli istinti , ben lungi dall ' essere più scarsi che negli altri animali , sono assai più numerosi o svariati , ed è questa una delle ragioni della sua superiorità . Il bisogno di una " giustificazione " nasce solo allorquando fra i diversi impulsi , fra le diverse tendenze si produce un conflitto : quando cose di per sé indifferenti o ripulsive acquistano la capacità di muoverci verso di loro per i rapporti di dipendenza che giungiamo a stabilire fra esse e le cose che sono oggetto diretto delle nostre aspirazioni e desideri . Se la cosa è indifferente , allora ad essa si trasmette , intatto , il suo valore emozionale ; ma se la cosa invece ha un contenuto emozionale già di per sé , allora questo concorre ad accrescere o a diminuire lo stimolo che ci porta all ' azione . Per raggiungere un fine , occorre passare sopra ad una quantità di mezzi sgradevoli o ripugnanti : vi è un punto però , nel quale la sgradevolezza dei mezzi supera il limite , e la loro adozione non è più " giustificata " dal fine . È così che si " costituisce il bilancio " , per così dire , dei pro e dei contro di un determinato genere di condotta : se l ' attivo supera il passivo , le azioni si compiono ; altrimenti l ' uomo si astiene dall ' agire . Alla " costituzione del bilancio " la scienza concorre , ed abbiamo visto come : per opera sua la catena delle conseguenze prevedibili si accresce ogni giorno di preziosi anelli ; ma ciascuno di questi anelli è , sin dalla sua comparsa , subito valutato dal sentimento , ed in questa valutazione la " scienza " non ha nulla che vedere e deve dichiararsi incompetente . Osserviamo ancora che la principale funzione del processo di giustificazione si ha nei rapporti degli uomini fra loro . Nonostante che ciascuno di noi abbia una quantità di fini separati che gli appaiono di per sé desiderabili ; nonostante che vi sono per me e gli altri innumerevoli cose il cui perseguimento è assolutamente disinteressato e che si ricercherebbero egualmente anche se fosse assolutamente impossibile trovar per loro la più piccola " giustificazione " ; nondimeno gli uomini sono continuamente in cerca di fini , che essendo universalmente riconosciuti come degni di essere appetiti , possano servire di giustificazione degli atti dei singoli di fronte ai consociati . La tendenza all ' unificazione esiste tanto nella morale quanto nella scienza . Anche fra le credenze ve ne è un certo numero che per ciascuno di noi non ha bisogno di essere né spiegata , né dimostrata vera : ma ciò non toglie che il conoscerne la spiegazione , la dimostrazione mi mette in grado di convincere chi era restio ad ammetterla , col mostrargli ch ' essa è una conseguenza de ' principii che a lui e a me sono comuni o di fatti ch ' egli stesso non può rifiutarsi di riconoscere come veri . - Così in morale sarebbe certamente desiderabile il trovare un principio etico , riconosciuto universalmente come giusto , un fine supremo a cui si potesse dimostrare che tutti gli altri corrispondono . Ciò è forse un ' utopia : ma ad ogni modo , ogni qualvolta si riesce a dimostrare che un dato fatto , oltre a soddisfare ad un dato fine , soddisfa anche ad un fine ulteriore , che oltre ad essere desiderato per sé può anche essere desiderato in vista di un altro bene , io faccio un effettivo passo innanzi verso quella possibilità di convincere tutti della opportunità di un dato corso d ' azione , verso quella concordia su ciò che è bene ( in concreto ) , che è stata , in ogni tempo l ' aspirazione suprema della morale . I tentativi ordinari di unificazione degli scopi morali non corrispondono peraltro , troppo spesso , che apparentemente a tale aspirazione . Essi ( come , p . es . per citare quello che appare il più plausibile , l ' utilitarismo ) o non sono che delle unificazioni puramente verbali ( in quanto che quando si tratti di definire , poniamo , il preteso scopo unico , il bene della società , questo finisce collo scindersi in una quantità di beni desiderabili ciascuno per proprio conto ) , oppure equivalgono ad un ' arbitraria mutilazione delle aspirazioni morali dell ' uomo , e ad una " ingiustificabile " soppressione o dedignificazione dei suoi più nobili impulsi eccettuato uno solo , - come se non fosse meglio , di questi , averne a disposizione uno di più piuttosto che uno di meno . Il torto loro è di tendere , non a mostrare , che la bontà , per esempio , di certe cose o di tutte le cose buone , è accompagnata dalla loro utilità ; e che quindi convenga compierle anche a chi la loro bontà direttamente non sente ; ma a mostrare che la sola giustificazione legittima delle cose è la loro utilità ; nel che dicono , o una cosa ovvia di per sé , e quindi irrilevante , o addirittura basata sul falso . LA " GIUSTIFICAZIONE " DEL DIRITTO DI PUNIRE - La controversia fra i positivisti e i classici nel diritto penale verte , come abbiamo accennato , oltreché sul libero arbitrio , anche sulla giustificazione della pena . Dopo ciò che è stato detto sul processo di giustificazione non sarà troppo difficile il chiarire questo secondo punto . La posizione assunta dalla scuola positivistica di fronte a quella classica , per ciò che riguarda il diritto di punire , è nettamente utilitaria . Essa pretende bandire dalle proprie considerazioni ogni idea di merito o di demerito , si propone di fare astrazione da ogni fine etico , e pretende di fondare la necessità della pena nel solo criterio della pericolosità del delinquente , convertendo quindi il diritto di punire nella semplice necessità o utilità per la società , simile in questo a qualsiasi organismo vivente nella natura , di difendersi da chi ne minaccia l ' esistenza od il benessere . Se ben si guardi in fondo a questo proponimento di " evitar la morale " si vedrà la principale , se non la sola ragione sua sta nella premessa negazione del libero arbitrio . Ogni giudizio di merito presuppone l ' imputabilità morale . Questa essendo , secondo i positivisti , dimostrata insostenibile per la negazione del libero arbitrio , ne deriva che il principale argomento in favore della loro tesi utilitaria è dato dall ' impossibilità di dare altra base al diritto di punire . Un tale argomento però , crediamo di averlo dimostrato , non regge alla critica . La negazione del " libero arbitrio " lascia impregiudicata ogni questione di morale umana e sociale . Ma anche se ciò non fosse - ed è strano che i positivisti e gli altri sostenitori della loro tesi non l ' avvertano - ; anche se la negazione del libero arbitrio portasse seco di necessità " l ' impossibilità della morale " , e bene e male , virtù e vizio , merito e demerito , ricompensa e castigo dovessero essere d ' ora innanzi nomi vani e senza subbietto ; ciò avverrebbe ad ogni modo per essere stato dimostrato che sia per l ' uomo impossibile proporsi qualunque fine ed attuarlo ; non soltanto i fini morali in particolare . Non solo il bene morale , ma anche l ' utile dovrebbe essere bandito dal campo delle giustificazioni ; la parola stessa " giustificazione " cesserebbe anzi di aver qualsiasi significato . Niente può servire meglio di queste conseguenze enormi come riduzione all ' assurdo delle tesi fatalistiche che si annidano spesso più o meno inconsciamente nelle dottrine che assumono la negazione del libero arbitrio come loro punto di partenza . Ai soli argomenti che soglionsi in generale addurre a favore dell ' utilitarismo sono dunque ridotti coloro che vogliono sostituire la " difesa della società " senz ' altro ad ogni altra base del diritto penale . La verbalità di questa sostituzione colpisce subito lo sguardo . Sarebbe difficile invero trovare una espressione più vaga ed indeterminata , che meglio si adatti a tutti i gusti e meglio si presti a tutte le interpretazioni ed illazioni più svariate . Anzitutto , osserviamo che si tratta di un fine etico , non meno " trascendentale " di qualunque altro fine . Si presuppone come dimostrato che la " Società " sia desiderabile in sé , e debba avere la prevalenza indiscussa su tutti gli altri fini possibili . Oppure si suppone che scopo e giustificazione della società sia di essere la miglior condizione per l ' attuazione di questi ultimi ; - ed in questo secondo caso torna ad affacciarsi il problema : quali sono essi ? E fino a che punto , credendo di fare il " bene della società " si corre il rischio di offendere questi fini ? - E ci troviamo altrettanto lontani da una soluzione soddisfacente del problema quanto lo eravamo prima di introdurre il concetto della difesa della società . Che rimane dunque di tal concetto ? Una frase equivoca , che dà addito al pericolo continuo di violazioni e soprusi nell ' esercizio del magistero penale , per l ' impossibilità di determinare che cosa si debba intendere per bene della società e la conseguente probabilità che qualche furbo l ' identifichi con questo o quell ' interesse transitorio e particolare . Nel fatto , se la " difesa della società " come giustificazione del diritto di punire si presenta con un aspetto così plausibile , è appunto in grazia della sua grande elasticità . Se interpretata con sufficiente larghezza , tutti , compresi i classici , si possono trovare daccordo nell ' accettarla . Ma la dottrina " classica " ci offre , a mio avviso , una concezione assai più maturata , una definizione assai più rigorosa e scientifica di qual genere di difesa sociale sia quella a cui serve il diritto penale ; e tale da non essere affatto in contraddizione inconciliabile con ciò che forma la parte sostanziale del positivismo moderno . Nel mentre ch ' essa ci dà un ' approssimazione assai maggiore alla vera natura e funzione del magistero punitivo , non pregiudica d ' altra parte , col suo principio della tutela giuridica , alla questione dei fini a cui più specialmente questo deve servire , lasciando la determinazione loro a chi ne ha veramente la competenza , al moralista cioè e alla coscienza pubblica , manifestatasi per mezzo degli organi a ciò designati . " Il delitto come fatto , scrive il Carrara , ha origine dalle umane passioni , le quali spingono l ' uomo a ledere il diritto del proprio simile malgrado la legge che proibiva di farlo . Il delitto come ente giuridico ha origine dalla natura della società civile . L ' associazione ( che all ' uomo è imposta dalla legge eterna come mezzo di conservazione e di progresso intellettuale ) , non sussisterebbe né risponderebbe ai suoi fini , se ciascuno dei consociati avesse libera ogni sua volontà , anche ingiusta e dannosa ad altrui . Di qui la necessità , di proibire certi atti che turberebbero l ' ordine esterno , e decretare che qualora si commettano saranno considerati come delitti " . Il bisogno della difesa del diritto rende necessaria l ' autorità dello Stato . " La tutela giuridica , scrive egli nella mirabile introduzione alla parte speciale del suo Programma , non potrebbe convenientemente esercitarsi mercè la sola azione disgregata degli individui , nella quale non sempre sarebbesi trovata , razionalità , uniformità e potenza ; per lo che avrebbe mancato del più necessario dei suoi elementi : la certezza di sé . Così la costituzione della autorità sociale e il rispetto alla medesima è un precetto imposto all ' uomo dalla stessa legge di natura , perché la forza umana alla quale è consegnato il mantenimento della sovranità del diritto si eserciti in modo razionale , uniforme e potente . Tranne per questo fine la costituzione dell ' impero sui consociati non sarebbe che un abuso di forza " . " Riconosciuta così nell ' autorità sociale la potestà legittima di esercitare una coazione efficace sugli individui per la conservazione della legge giuridica , lo esercizio di tale coazione piuttosto col mezzo del castigo che col mezzo della prevenzione diretta altro non è che la consguenza di uno stato di fatto che rende necessaria quella forma piuttosto che questa . Essendo umanamente impossibile anche ad una autorità sociale , per quanto potentemente armata , fermare in precedenza il braccio del micidiale e dell ' avido che muove alla violazione del diritto , la forza tutelatrice bisogna che si eserciti mediante la coazione morale . La necessità della coazione morale legittima la minaccia della pena . E poiché la minaccia della pena non sarebbe minaccia efficace ma vana parola , se allo avvenimento di una violazione la pena non cogliesse realmente il violatore ; la necessità e legittimità della minaccia porta seco la necessità e la legittimità della irrogazione effettiva del castigo " . Difficile è davvero comprendere in che cosa una concezione siffatta possa essere stata reputata in contraddizione formale coi portati della scienza moderna . In ogni stadio di civiltà vi è stato un certo numero di azioni che gli uomini stimarono non doversi permettere , un certo numero di fini , individuali e sociali , il cui raggiungimento dovesse essere garantito . Di questi , che non hanno mai rappresentato tutti quanti i fini a cui gli uomini aspirano , ma solo la parte più essenziale , una specie di minimum di moralità sociale reputato indispensabile alla vita in comune , fu stimato necessario rilasciare la protezione all ' autorità sociale , qualunque essa fosse ; e sono quelli precisamente che quando sono raccolti a sistema costituiscono ciò che viene chiamato il diritto di un popolo . La determinazione di questi fini , come già più volte affermammo , non spetta allo scienziato , e neppure al giurista in quanto egli li trova già elaborati dalla coscienza popolare , dal " senso morale " generale . Questi può talora , come legislatore , come interprete ed ispiratore della coscienza popolare , assumere anche in parte questa funzione - è nota la funzione che ebbero i giureconsulti e i magistrati nello svolgimento storico del giure romano ; ma , in quanto egli determina non che cosa è ma che cosa deve essere , non è la semplice scienza che parla in lui , ma la voce della coscienza morale sua o per mezzo suo quella generale del popolo . Tali fini , sebbene dal vivere sociale elaborati e resi sempre più chiari collo svilupparsi del senso morale e giuridico , pure rappresentano alla loro volta in molta parte la ragione stessa per cui il vivere sociale si è costituito ; sono quindi sotto molti rispetti la giustificazione della società , qualchecosa di più " fondamentale " ancora di essa , e che può essere considerata come ad essa anteriore . La " società " adunque , negli organi che la rappresentano o sono creduti rappresentarla , si " difende " contro l ' azione che viola quei principî ch ' essa ritiene indispensabile siano rispettati . Ma la difesa della società , se così chiamar si vuole , non si esercita contro un uomo libero ( dotato di volontà ) allo stesso modo con cui si eserciterebbe contro un pericolo naturale , un animale furioso , un pazzo infrenabile . Contro questi agenti la sola maniera di provvedere è di porre impedimenti fisici all ' effettuazione del danno . Ma sull ' uomo libero , suscettibile di essere influenzato da motivi , capace pertanto di astenersi da una azione in vista delle conseguenze che questa porterà su lui o su altri , è possibile agire per via morale . Nuovi motivi possono essere presentati od imposti alla sua considerazione per astenersi da atti che egli altrimenti avrebbe compiuti . Questi motivi possono essere considerazioni intorno all ' immoralità o inciviltà dell ' azione stessa , fornitigli per mezzo della persuasione e alimentati in lui dal fatto stesso che la coscienza sociale colpisce l ' azione con una pena ( vedi Brusa , Proleg . , p . 135 ) e simili ; ma possono anche consistere nella minaccia di un male effettivo per l ' agente , la quale chiami a raccolta , ove i sentimenti socievoli ed altruistici non bastino , anche i sentimenti egoistici a distogliere l ' individuo dalla violazione del diritto . Così nasce la necessità della pena , la quale può essere definita in genere come quel complesso di conseguenze dolorose artificialmente annesse a date azioni volontarie dalla legge o dalla pubblica opinione allo scopo di diminuirne il numero e di tranquillare la coscienza sociale . La pena dunque , ripetiamo , può essere considerata come un modo di " difesa " ; ma essa è un modo di difesa speciale , diretto contro speciali pericoli e speciali nemici . Il giustificare quindi la pena colla difesa della società può anche non implicare un errore ; ma a condizione di non significare se non ciò che altri , con locuzione più precisa , chiamano " tutela giuridica " . - Ove ben si consideri , tutte le altre dottrine che sono state escogitate per render ragione del diritto di punire sono deficienti per non aver tenuto conto di tutti i dati del problema , per aver contemplato un solo lato , se anche vero , della questione , facendo più o meno astrazione dalle esigenze pratiche alle quali soggiace in ogni suo stadio il diritto , ed in qualche modo dimenticando che il diritto è un organismo concreto , la cui vitalità ed il cui retto funzionamento dipendono dal soddisfacimento di condizioni molteplici , fuor dalle quali esso corre il rischio di venir meno al suo fine ; - per aver mancato , pertanto , di senso " positivo " , nel significato più proprio di questa parola . La teoria della giustizia assoluta - della espiazione - della pena fondata puramente ed assolutamente sulla proporzione fra il male e la colpa da compensarsi e retribuirsi col male del castigo , se si basa puramente sul giudizio del merito e demerito del colpevole e non viene in pratica limitata da altre considerazioni , mette capo , nonché ad una indebita confusione del diritto colla morale , ad un esagerato subiettivismo . Allo speculatore astratto essa si presenta come idealmente giusta , ed anche come idealmente efficace . Che cosa può meglio contribuire a far sì che gli uomini perseverino nella retta via , dell ' idea che saranno puniti esattamente in proporzione del loro merito , tenuto conto di tutto ciò che può alleviare , di tutto ciò che può aggravare la loro responsabilità ? Ma un tal giudizio richiede un giudice onniveggente ed infallibile , quale solo può ritrovarsi in una divinità . Non per nulla i sistemi religiosi hanno sempre avuta la tendenza ad accettare senza restrizioni la dottrina dell ' espiazione . Nel fatto , siccome la giustizia terrena è amministrata da uomini atti ad ingannarsi ed a peccare , la teoria del perfetto adattamento del castigo al demerito è stata la fonte dei peggiori abusi . Essa è quella , che , abbandonando al giudice una discrezione illimitata , è stata uno dei più validi sostegni del sistema inquisitorio di procedura . La teoria della esemplarità della pena , d ' altra parte , è esposta ad obbiezioni analoghe . Essa urta anzitutto contro il nostro sentimento di giustizia , poiché non sarebbe ammissibile che , solo per dare un esempio agli altri fosse punito gravemente chi ha commesso un fatto , la responsabilità per il quale sia per molti riguardi mitigata . Intesa in questo senso , la teoria della esemplarità potrebbe legittimare anche la condanna del pazzo e di chi ha agito per forza maggiore , e perfino quei giudizi contro gli animali e le cose che furono comuni nel Medio Evo . Vero è che la maggior parte dei seguaci di tale dottrina la intendono in un modo assai più razionale : poiché , si può obbiettare , l ' esempio non è efficace se non quando la punizione si applica a chi agisce in condizioni simili alle nostre , onde chi è , normalmente o per accidente , privo della facoltà di astenersi volontariamente da una azione , non deve esserne colpito . Ma allora si può rispondere che , con tali ed altre specificazioni , l ' elemento della esemplarità trova il suo posto anche nella teoria " classica " della tutela giuridica . È ovvio che la ragione per cui alla minaccia della pena è indispensabile far seguire effettivamente la pena che altrimenti mancherebbe l ' esempio . Lo stesso Carrara novera l ' esemplarità fra i requisiti della pena ; ma nello stesso tempo pone in guardia contro la cattiva interpretazione e la indebita estensione del criterio della esemplarità . " La pena , egli scrive , deve essere esemplare : tale cioè che ingeneri nei cittadini la persuasione che il reo ha patito un male . La mancanza del primo requisito ( l ' afflittività ) fa cessare l ' efficacia della pena rispetto al reo ; la mancanza di questo secondo la fa cessare rispetto a tutti gli altri ; e così nei buoni come nei malvagi per diversa ragione . Ma la esemplarità che richiedesi nelle pene non devesi riguardare come il fine precipuo a cui essa deve servire : ciò condurrebbe alla falsa dottrina della intimidazione . Deve piuttosto intendersi come una condizione esteriore della pena nella sua irrogazione . Ma non deve spingersi all ' effetto di aggiungere alla pena tormenti oltre alla giusta misura sotto il pretesto di renderla più esemplare . La esemplarità , in una parola , deve essere un risultato che si deve ottenere dalla punizione , senza che , per ottenerla , se ne alteri la misura oltre il rapporto della giustizia " . L ' emenda del reo è pure incontestabilmente uno degli scopi a cui sarebbe desiderabile che corrispondesse la pena . Ma si può essa stabilire come criterio supremo , a cui tutti gli altri debbano cedere ? Essa viola l ' esigenza che la pena sia certa , nonché l ' altra ch ' essa sia spiacevole e dolorosa . L ' emenda non potrebbe ottenersi se non coi buoni trattamenti : il risultato d ' altra parte sarebbe nella maggior parte dei casi problematico . Il fine dell ' emenda dovrà dunque , fino a che la pena sarà destinata sopra ed anzitutto a guarentire la tranquillità dei consociati , sempre considerarsi come un fine subordinato . Finalmente , la teoria dei " positivisti " . È curioso notare come questa , per quanto si attenga sempre al semplice diritto di difesa sociale , pure quando si tratta di interpretarlo si presenti piuttosto come una dottrina eclettica , che fa larga parte alle diverse esigenze delle altre scuole , e mentre ora sembra accostarsi alle forme più utilitarie di difesa ( colla giustificazione perfino della pena di morte ) , ora si accosta piuttosto alla dottrina dell ' emenda , ed ora invece , col dar maggior rilievo all ' elemento subiettivo nell ' esame del delinquente , ai medesimi risultati cui mette capo la teoria dell ' espiazione . Secondo il Florian , gli scopi della pena sono tre : a ) porre il delinquente nella impossibilità materiale di nuocere ( pura difesa ) ; b ) cercare che il delinquente non ricada nel delitto e che in lui si destino sentimenti ed attitudini sociali ( emenda ) ; c ) trattenere gli altri dal delitto mediante la minaccia e l ' intimidazione . Nella dottrina però dei positivisti è notevole la sfiducia rispetto a quest ' ultimo fine , cioè all ' efficacia della minaccia della pena a distogliere i male intenzionati dal delinquere . Se basata sulla negazione assoluta del " libero arbitrio " , tale sfiducia è , come abbiamo visto , del tutto infondata ; se invece derivata dal concetto della irresistibilità di certi impulsi per certe categorie d ' individui , sordi perciò alla coazione morale , la questione è ben lungi dall ' essere definitivamente risolta , ma si presenta come plausibile e di immenso interesse . Le ricerche e le intuizioni geniali del Lombroso non hanno , e non dovrebbero avere , altro scopo che di stabilire se esistano tali categorie d ' individui , quali siano e come riconoscerle . Tali ricerche possono portare a risultati preziosi , di grandissima importanza anche per il diritto penale , ma certamente non pare che il materiale di fatti sin qui accumulato sia sufficiente per poter ancora considerar la teoria come scientificamente provata . Troppo è ardua tale questione per poterla qui discutere : essa è di competenza dello psichiatra , del fisiologo e dell ' antropologo più che del giurista , il quale si deve limitare ad accettare i portati dei loro studi ove abbia sufficienti garanzie ch ' essi sono solidamente fondati . Non si tratta ad ogni modo - ed è questo il punto di massima importanza per la presente dissertazione - di una questione di assoluta affermazione o negazione , ma di una questione di misura . La teoria del delinquente nato non può pretender di essere estesa a tutti quanti gli umani delinquenti . La tesi dell ' inefficacia assoluta della pena a prevenire il delitto mi par troppo contraria alla coscienza generale e alla esperienza particolare che ciascuno di noi sì è fatta della natura umana , per poter esser vera . - Le manca inoltre una base di fatto , poiché nessuno ha osato sperimentare che cosa diverrebbe la società ove per quindici giorni si decretasse l ' impunità assoluta per ogni sorta di delitti . - Ma l ' efficacia della pena ha certamente dei limiti - lo prova il fatto stesso che , a malgrado delle pene anche severissime , il delitto non ha mai cessato completamente d ' esistere - ; ed è di sommo interesse il conoscere quali sono questi limiti . Non è quindi l ' irresponsabilità in generale , ma sono alcuni casi di irresponsabilità che la nuova scuola farebbe risaltare ; ed in questo la sua posizione è , a priori , inoppugnabile . Rimane l ' affermazione della scuola positiva di voler fare astrazione da ogni concetto di merito o demerito , di retribuzione . Qui ancora , tale affermazione , se fondata nella negazione del libero arbitrio , è insostenibile . Il principio della difesa sociale non può d ' altra parte fornirle appoggio di sorta . La nostra coscienza morale , come ci addita quali sono i fini che debbono essere protetti contro eventuali violazioni , così pure ci addita i limiti entro cui tale protezione , si designi essa come difesa sociale o tutela giuridica , va mantenuta - l ' individualità umana , per la simpatia naturale che desta , costituendo di per sé stessa un fine che va rispettato . Vi sarà quindi un punto in cui il fine della sicurezza pubblica , la cui necessità è tanto più urgente quanto è più grave il male minacciato , non basta più a giustificare il sacrifizio dell ' individualità - in cui la pena ( che , per essere una restrizione della personalità , è in sé un male ) sembra un mezzo troppo increscioso per ottenere il risultato voluto . Quale è questo punto ? Quello in cui la pena cessa di essere giusta , perché sproporzionata al demerito del colpevole . Nel determinare questo punto , la nostra coscienza morale sarà giudice inappellabile : dopo ciò che abbiamo detto nel suo corso di giustificazione non ci pare che ciò abbia bisogno di essere ulteriormente dimostrato . Ecco dunque come il concetto del merito , di ciò che è giusto subisca il delinquente come conseguenza del suo operato , è concetto che non si può assolutamente evitare , perché esso è un elemento che entra continuamente nei nostri giudizi . Che se poi invece l ' affermazione dei positivisti di voler fare astrazione da tale idea indica il proponimento di escludere dal diritto penale le considerazioni d ' indole più strettamente etica , allora questo è un principio già ammesso nella distinzione rigorosa fra diritto e morale , in quanto quello riguarda un numero minore di azioni e si astiene , per motivi di garanzia individuale , da ogni ingerenza nella nostra personalità subiettiva . Anche a questo riguardo dunque possiamo dire che la nuova scuola , combattendo la scuola " classica " , ha un po ' combattuto " contro i mulini a vento " . È forse il caso di ripetere ancora una volta che molte controversie si potrebbero evitare , se chi combatte una dottrina si proponesse sul serio di comprenderla completamente , e se , anziché scegliere questa o quell ' affermazione , staccata di questo o quell ' autore , per aver facile giuoco di demolirla , si curasse di considerare la teoria avversa nella sua coerenza logica e nella sua forma più accettabile ; se insomma invece di prendere le teorie per il loro lato più debole , si prendessero dal loro lato più vero . È così che troppo spesso uno si maraviglia della facilità colla quale può sbaragliare un avversario creduto formidabile , mentre non si accorge che quella che ha dinanzi a sé non è l ' avversario in carne ed ossa , ma una immagine impagliata , per così dire , del medesimo , posta inoltre nella maniera più acconcia per essere colpita . Un esame più attento gli avrebbe tosto chiarito l ' inganno . Spesso fatti e cose , che a prima vista ci appaiono illogici ed assurdi , cessano poi di apparirci tali appena uno studio più accurato e una conoscenza più precisa della complessa realtà ci forzano a riconoscere un fondamento ed una giustificazione che prima ci erano sfuggiti solo in grazia di ingenuo semplicismo e , diciamolo pure , di un ' ignoranza da dilettanti . La lezione che ci dànno i fatti è spesso una lezione di modestia . È assai frequente , ed in special modo di fronte al diritto , un certo atteggiamento di fastidiosa impazienza e d ' intolleranza , che dipende dall ' incapacità di afferrare la ragione della molteplicità , della complicanza e sottigliezza delle esigenze a cui deesi piegare chi lavora in un campo pratico . Il diritto è un prodotto essenzialmente " storico " , frutto di sforzi protratti per secoli in vista di risultati pratici di grande interesse ma di enorme difficoltà : esso ha dovuto nel suo svolgimento tener conto di innumerevoli esigenze talora contraddittorie , preferire spesso fra più mali il minimo , cercare il contemperamento delle varie tendenze , dei vari bisogni , delle varie idealità : e rappresenta quindi l ' accumulazione di una sapienza che spesso è di difficile comprensione al profano , e presta facilmente il fianco alle obbiezioni superficiali di un immaturo senso comune . Così chi guarda soprattutto all ' esigenza di far giustizia mal comprenderà perché il giudice sia inceppato da leggi che pretendono fissare anticipatamente la misura della responsabilità del colpevole . Chi guarda invece piuttosto all ' emenda si stupisce della barbarie dei mezzi adoperati nella repressione del delitto , che sono in contraddizione con tutte le teorie moderne sull ' educazione . Chi infine guarda alla necessità di difendere la società , ove non interpreti tale concetto con sufficiente larghezza , si maraviglierà di certe debolezze e condiscendenze , dell ' inefficacia dei mezzi escogitati , oppure vorrà un adattamento della difesa al pericolo concreto , troppo superiore a quanto non permetta la necessità di determinare legalmente la pena prima che la violazione effettiva si sia avverata . Le medesime considerazioni si possono fare , a parer nostro , anche intorno a quell ' altra questione che ci interessa : quella cioè che più specialmente riguarda il metodo del diritto penale . IL METODO DEL DIRITTO PENALE . - La questione del metodo può dirsi il nodo della controversia fra i positivisti ed i " classici " . Il metodo di cui i positivisti propugnano l ' adozione anche nelle discipline penali è , com ' è noto , quello stesso delle scienze naturali , " positive " ; cioè l ' osservazione e , entro i limiti del possibile , lo sperimento , che mettano in luce le vere cause del delitto , rimovendo le quali soltanto si può sperar di sopprimere il delitto stesso . " Il reato è un fatto dell ' uomo , che si verifica in società e che alla società riesce dannoso ; è quindi , un fenomeno individuale e sociale insieme . Or dunque è necessario prima di parlare del reato , studiare l ' uomo che ha commesso il reato e l ' ambiente , nel quale si produsse . Di qui l ' indagine dei caratteri , che si mostrano propri della massa dei delinquenti , da un lato ; dall ' altro , l ' esame delle peculiari condizioni dell ' ambiente fisico e sociale , nel quale la delinquenza fiorisce . Appariva quindi evidente fin dagli esordi del nuovo indirizzo , che il reato , una volta studiato nelle sue manifestazioni reali e quotidiane , era il prodotto e il resultato di un triplice ordine di fattori : antropologici od individuali ( fisici e psichici ) , fisici e sociali . Ora , che un tale studio possa essere fecondo di utili ed interessanti risultati , è cosa evidente . E appunto notiamo che l ' ipotesi del liberum arbitrium indifferentiae colla conseguente impossibilità di ogni studio scientifico del delitto , aveva per tal riguardo un effetto deprimente . Chi invece nega il libero arbitrio ha la speranza di poter un giorno fondare una scienza completa dell ' uomo in tutte le manifestazioni della sua attività morale e materiale , e quindi anche di poter rintracciare tutte quelle cause molteplici che possono aver posto un individuo nella triste " necessità " del delitto . Ma un tale studio , se offre un interesse scientifico e pratico grandissimo , può considerarsi come un metodo accettabile in diritto penale , e tale da poter essere utilmente sostituito al metodo finora prevalente ? Anzitutto , occorre scartare una opinione , che più volte nel corso del presente lavoro abbiamo dichiarata errata : quella cioè che un ' organizzazione , qual è quella del diritto , che ha per scopo la determinazione ed il raggiungimento di fini , possa aver per base unica l ' osservazione della realtà . Se una cosa debba o non debba essere è questione in cui la " scienza " non ha nulla che fare . Se una pena sia o no conveniente , giusta , opportuna è cosa che solo il nostro " sentimento " può decidere . Una pena potrebbe apparirci come la sola efficace a estirpare il delitto e pur essere scartata come quella che urta contro il nostro senso morale . La osservazione della realtà può dirci qual è il risultato dell ' applicazione di una data pena : il nostro sentimento , se il provvedimento della pena comporti un grado di desiderabilità tale da essere adottato per raggiungere questo risultato . In altre parole , anche dopo che la scienza , l ' uso del metodo positivo , ci ha mostrati i mezzi necessari ove si voglia raggiungere il fine , resta sempre adito al giudizio etico se valga la pena di adottarli in vista del medesimo . Perciò , sia che si tratti di elaborare il diritto o di stabilire le sanzioni per la sua violazione , l ' uso esclusivo del metodo " positivo " è addirittura una impossibilità . Ma se tutto ciò è vero , si dirà : se è vero che la sola osservazione oggettiva della realtà non può bastare né al giurista , né al moralista ; pur nondimeno è sempre su un materiale concreto , di fatto , che deve esercitarsi il giudizio nostro , se anche contiene elementi etici ; e quindi quanto più la pena sarà stabilita caso per caso , quanto più essa terrà conto dei molteplici e variabili elementi che possono concorrere a modificare l ' opportunità e la misura del gastigo , tanto più il nostro metodo sarà " positivo " nel senso più proprio della parola ; poiché questo non disconosce la funzione del nostro senso etico nella determinazione del fine , ma richiama l ' attenzione sulla impossibilità di raggiungere un fine qualsiasi senza conoscere la realtà sulla quale si deve operare . Rispondiamo che tali osservazioni sarebbero perfettamente giuste se l ' uso dell ' astrazione non trovasse a sua volta la sua giustificazione nelle esigenze pratiche della materia . È impossibile evitar l ' uso dell ' astrazione nella scienza ; tanto meno sarà possibile evitarlo in morale e diritto . Anche per ciò che riguarda la scienza , i fatti concreti esorbitano sempre dalle categorie nette e precise ch ' essa pone , e contengono sempre dei residui e degli elementi da essa non contemplati . Ciò è vero tanto delle scienze astratte quanto di quelle che si propongono espressamente di studiare i fatti . Il fatto della scienza non è il fatto della natura . E le scienze stesse che hanno per oggetti i fatti procedono per due vie principali : la constatazione delle somiglianze e la determinazione di medie : processi nei quali l ' astrazione si trova continuamente implicata . Se non vi fossero anche nei fatti delle somiglianze e delle ripetizioni accanto alle loro diversità , non solo la scienza storica sarebbe impossibile , ma sarebbe perfino impossibile riferire un fatto qualsiasi per mezzo delle parole ; non avremmo che una successione d ' impressioni indefinibili . " L ' ordine generale dei fatti non esclude certi disordini , né la regolarità certe irregolarità . Lo storico che generalizza , classifica , riassume , deve rendersi conto di ciò ch ' egli fa ; egli deve vedere che la complessità e la varietà del reale sorpassano ogni immaginazione e sfidano ogni sforzo di analisi completa ; egli deve guardarsi dal negare la diversità col pretendere di ricondurla tutta quanta alle unità ch ' egli constata . Nella morale poi , ed a più forte ragione nel diritto , per l ' indole sociale di queste discipline , la necessità di una certa astrazione si presenta come inevitabile . - La morale sociale è certamente più astratta della morale individuale , quale può elaborarsi in un animo generoso , preoccupato della inevitabile insufficienza di tutte le soluzioni generali e a grandi linee dei problemi etici . Ogni precetto categorico , quando sia considerato dalla coscienza individuale desiosa di realizzare il minimo possibile di ingiustizia e d ' immoralità , è atto ad apparir difettoso nel senso che vi sono dei casi rispetto ai quali esso non raggiunge assolutamente più il suo fine . La complicatezza e la sottigliezza della casistica etica è pressoché infinita . Ne consegue pur troppo inevitabilmente , che ogni sistema dogmatico e assoluto di morale , ogni precettistica astratta , ogni " codificazione " delle nostre norme di condotta non può alla lunga non apparire insoddisfacente ed incompleta alle anime più nobili e raffinate , che sono senza posa alla ricerca del massimo bene e del minimo male , ed atta a patire , nei casi reali , di numerose eccezioni . Se alcune norme eterne di morale ci appajono universalmente giuste , come per esempio quella di non fare agli altri ciò che non vorremmo fatto a noi ; ciò dipende e soprattutto dal fatto ch ' esse esprimono piuttosto la condizione d ' animo in cui si deve porre colui che vuol giudicare della via più retta nelle evenienze pratiche , che non una vera e propria regola pratica d ' azione . Ma appena dall ' indeterminatezza ideale si scende nel campo delle pratiche realtà per porre una regola definita da non derogarsi mai nelle vicissitudini della vita , allora nasce tosto il conflitto fra le più delicate aspirazioni dell ' anima individuale e la grossolana rigidità della morale tradizionale e legale . E così l ' opinione pubblica è in genere indulgente verso quelle grandi personalità che dànno , a torto o a ragione , maggiori garanzie di veder meglio e più lontano dagli altri , permettendo loro di violare , in vista di un resultato determinato , i canoni più indiscussi della morale costituita ; è così anche che vediamo talvolta le persone veramente buone e generose mettersi in contrasto coi modi di pensare della società ove vivono , perdonando dove altri condannerebbe , e valersi della loro conoscenza del mondo morale per trovare giustificazioni ed attenuanti prima insospettate alle azioni dei loro simili , ammaestrandoci a guardare più benevolmente la vita degli altri e ad astenerci da ogni giudizio fondato su criteri troppo esclusivi , generali ed assoluti . " De même que la grace est parfois plus belle que la beauté , de même il y a une chose encore plus juste que la justice : la bonté " . Un tal modo di pensare peraltro , ove si generalizzasse in epoche di senso morale malfermo ed incerto , ove non fosse usato con una certa diffidenza e mantenuto in una cerchia , per così dire , tutta individuale e morale , sarebbe certo assai pericoloso . Il permesso di contravvenire alle norme riconosciute di condotta in vista di un fine superiore , se dispensato con troppa larghezza , può condurre , ai peggiori abusi : i risultati della morale gesuitica sono lì per ammaestrarcene . Ogni società richiede per conservarsi e prosperare che un certo numero di regole pratiche di condotta siano universalmente osservate dai consociati , e che la facoltà di violarle in singoli casi non sia abbandonata all ' arbitrio individuale . Il numero di queste regole varia coi tempi , ed è presumibile che diminuisca col crescere della civiltà e col perfezionarsi del senso morale . Intanto possiamo vedere che già si cammina per certi riguardi in questo senso . Nelle vecchie società a base consuetudinaria ed autoritaria un numero enorme di atti , quale oggi a grande stento riusciamo a rappresentarci , era sottratto all ' arbitrio individuale e regolato secondo precetti rigidi e fissi , valevoli per ogni tempo ed ogni circostanza sanzionati da pene severissime ed inflessibili . In tali stadi di civiltà sembra , come osserva il Bagehot , essere stato profondamente , se non consapevolmente sentito che per i popoli ancora all ' inizio della propria evoluzione è meglio il seguire una norma purchessia , che il non seguirne alcuna . Oggi invece siamo in un ' epoca di piena discussione : vediamo l ' individuo ergersi colla propria ragione e col proprio sentimento di fronte alla collettività , senza tollerare altre ingerenze nella sua facoltà di crearsi una vita secondo le proprie aspirazioni e di gudicare della opportunità dei proprii atti nelle singole circostanze , all ' infuori di quelle più strettamente necessarie . La libertà , non solo di fronte alle leggi , ma anche di fronte alla pubblica opinione e alle consuetudini , la reciproca tolleranza in fatto di pensiero e di moralità , tutta questa maggior fluidità e plasticità di tutto l ' ambiente sociale sono sintomi della maggior fiducia riposta nell ' individuo e della corrispondente diffidenza verso le regole di viver sociale di carattere troppo fisso , troppo asssoluto e troppo durevole . Ma che siamo ben lontani ancora dall ' epoca in cui si potrà fare a meno di ogni regola fissa , ce lo mostrano d ' altra parte tutte le nuove leggi sorte in epoca recente allo scopo di guarentire precisamente questa libertà individuale contro i soprusi e gli arbitrii dei singoli , tutti i complicati organi del diritto pubblico odierno , col loro meccanismo di freni e contrappesi , di reciproca vigilanza e controllo , che costituiscono uno dei caratteri delle moderne democrazie . Onde è a dirsi che si tratti piuttosto di una sostituzione di norme piuttosto che di una vera e propria loro diminuzione , e che si è in cerca di regole che contemperino il massimo di libertà e indipendenza individuale , il massimo di fluidità sociale , con quella regolarità e con quell ' equilibrio necessario alla vita di una società ; non del modo di poter fare a meno di qualunque norma ; - tesi quest ' ultima che solo gli anarchici , nel loro incoercibile ottimismo , possono aver l ' audacia di sostenere . Tali norme pertanto , che la loro sanzione sia semplicemente esercitata dall ' opinione ( morale ) , o dallo stato ( diritto ) , non possono in qualche modo non partecipare della natura dell ' astrazione : il diritto non può , per la sua stessa natura di disciplina sociale , piegarsi ai fatti particolari nella loro complessità talora formidabile . È così che nasce il conflitto fra la legge e l ' equità , fra il jus strictum e il jus equum , fra il diritto civile e il naturale , fra il diritto e la giustizia . Il diritto , come disse il Vico , ha bisogno anzitutto del certo ; ora il certo non si può ottenere se non fissando dei limiti e delle categorie generali ed astratte , che , appunto come tali , hanno qualche cosa in sé dell ' arbitrario . Di questi inconvenienti - e come potrebbe essere diversamente ? - partecipa anche il diritto penale . La pena accompagna il precetto giuridico come sua sanzione , precede quindi la violazione del precetto medesimo e non può pertanto non essere astrattamente commisurata , in base a ciò che per una misura media appar giusto , utile . E ciò per una necessità difficilmente evitabile senza andare incontro ad inconvenienti maggiori . È necessario che ogni cittadino conosca che cosa lo attende ov ' egli commetta questa o quella azione lesiva del diritto . È necessario veder guarentito l ' individuo contro l ' arbitrio personale del giudice , contro l ' impeto momentaneo del sentimento pubblico , contro il prevalere di considerazioni estranee al magistero penale . L ' individualità moderna è troppo gelosa della propria integrità per esporla al capriccio variabile e alla mutevole forza del sentimento . Fra le garanzie reclamate oggidì dall ' individuo , la principale è senza dubbio quella consacrata dall ' art . 1 del codice penale nostro , il principio cioè che nessuno possa essere punito per una azione che non sia stata nelle debite forme e anteriormente al suo compimento , dichiarata reato . Nullum delictum , nulla peona sine praevia lege poenali . Come il giudice di un fatto deve essere designato prima che il fatto sia compiuto , così prima del fatto deve essere stabilito che esso costituisce delitto e qual ' è la pena sua . Onde il grave pericolo insito in ogni pena indeterminata . La pena quindi deve essere eseguita quale fu stabilita dalla legge , e non in base ad una presunta temibilità del reo , argomentata dai suoi caratteri particolari . " La pena , scrive il Carrara , non può essere che una pena . Mite sì ; giusta . Ma adeguata al passato ; e inamovibile per fatti posteriori " . Ed ecco la semplice e naturale giustificazione di quel metodo astratto che considera il reato come ente giuridico , contro al quale i positivisti sollevano tante obbiezioni . Ma a prescindere dal suo " sapor metafisico " , non poco irritante forse per i positivisti più profondamente penetrati dallo spirito di scuola , nella espressione ente giuridico non è a vedersi se non l ' espressione della necessità di una determinazione legale del delitto , del valore comparativo dei delitti fra loro e colle rispettive pene , - e ciò puramente a scopo di pubblica garanzia . Fissar la pena prima del resto vuol dire necessariamente fissarla per mezzo di dati astratti , di generalizzazioni , ed in base ad una media : quindi esporla ad essere nei casi concreti , malgrado la discrezione limitata concessa al giudice , ora troppo severa , ora troppo mite . Ma come evitar ciò ? È un ' imperfezione pressoché inevitabile in ogni istituzione sociale ch ' essa non debba tener conto di certe esigenze individuali , e consideri le grandi linee e le grandi masse ; ciò a cui dobbiamo mirare essendo che di queste ingiustizie ve ne sia il minor numero possibile . - Intanto i seguaci della nuova scuola , col voler ridurre senz ' altro il giudizio penale ad un libero esame della temibilità dell ' individuo , tolgono , senza essere forse abbastanza consci della gravità ciò che propongono , una delle più valide garanzie di libertà individuale , una di quelle più faticosamente acquistate in epoche recenti . D ' accordo in ciò colle dottrine in apparenza più discordi dalle loro , come , p . es . , quella della espiazione , essi tendono in pratica a rinnovare le forme più schiette del procedimento inquisitorio , col subbiettivismo , coll ' arbitrio eccessivo del giudice , colla pena indeterminata e straordinaria e la confusione delle parti in giudizio , che a questo sistema sono inerenti . Qualunque sia il nostro parere sulla desiderabilità di ovviare agli inconvenienti che oggi si verificano , non si può negare l ' importanza di simili considerazioni e la necessità di non mai perderle di vista , nel tentar qualunque riforma . Anche per ciò che riguarda il metodo nel diritto penale , possiamo dunque dire che le affermazioni dei positivisti , a meno , che non siano corrette da numerose restrizioni , sono eccessive o peccano di unilateralità , non tenendo sufficiente conto di esigenze e pericoli pratici per volgere l ' attenzione di preferenza a uno solo dei dati del complesso problema della giustizia pratica . Anche qui , possiamo dire che peccano di semplicismo ed ottimismo , mancando pertanto di senso " positivo " . - Tutto ciò ci mostra qual ' è la funzione possibile , e nello stesso tempo quali sono i limiti , del " metodo positivo " nel diritto penale . Non vogliamo dire che le nuove dottrine non rappresentino una tendenza giusta e vera , che il metodo astratto non sia la fonte , in molti casi concreti , di deplorevoli inconvenienti , che la corrente di pensiero scientifico , la quale ha influito così potentemente nel trasformare tutte le condizioni di vita nell ' epoca presente , debba restare senza un efficace infiusso nel diritto penale . Ben diverso è il nostro pensiero . Crediamo piuttosto , che se i positivisti forse non hanno recato tutto il vantaggio che possono recare , se si sono attirata da parte dei " classici " un ' antipatia e una ripulsione eccessiva , ciò è dovuto al fatto ch ' essi non hanno saputo sempre discernere la parte sana delle loro dottrine , ch ' essi hanno interpretato il " positivismo " in un modo troppo angusto e parziale , traendone conseguenze affrettate ed estreme e mancando di quello spirito conciliativo ed equanime , senza il quale ogni collaborazione scientifica è impossibile . Qualunque sia l ' opinione a cui si arrivi sulla necessità di introdurre questa o quella riforma nell ' indirizzo prevalente nel diritto penale , indirizzo che risale al Beccaria , ciò che non gli si può contestare è l ' amore verso la libertà umana ed i diritti individuali , a cui sono ispirati i suoi principi . - Ogni giudizio su di esso che non tenesse conto delle sue origini nel grande movimento razionalistico del secolo XVIII correrebbe il rischio di essere ingiusto e manchevole . Come reazione a tutto un sistema , inveterato da secoli di soprusi e d ' arbitrii , per cui l ' individuo era continuamente minacciato di pene oscure ed incerte , motivate dall ' argomento senza repliche della ragione di stato , niuna meraviglia ch ' essa abbia talora forse anche trapassato il segno in senso contrario . Vediamo infatti il movimento di riforma accennarsi in sulle prime nel Beccaria stesso con forme che a noi parrebbero eccessivamente dogmatiche ed intransigenti , spiegabili in lui per il fatto ch ' egli si era trovato a contatto col sistema , contro il quale combatte , in tutta la sua crudità , mentre non era naturalmente in grado di misurare gli eventuali danni del sistema opposto . Sono caratteri della dottrina del Beccaria : l ' intolleranza assoluta di ogni interpretazione della legge penale , non giustificabile neppure con giudici peggiori di quelli del tempo suo ; un ossequio alla legge e alla certezza della pena portato fino all ' acciecamento di non volerne saper neanche del diritto di grazia ; la mancanza di ogni senso storico . Tolto quindi assolutamente l ' arbitrio del giudice ; e alle pene arbitrarie sostituite pene assolutamente determinate e fisse . " Chi potrebbe lagnarsi della proclamazione di questi principi , osserva il Brusa riferendosi alla nuova legislazione criminale , per ciò solo che di un tratto essi non tennero conto di certe esigenze ulteriori della giustizia pratica ? Se il diritto criminale avesse dovuto attendere la propria risurrezione prima dallo spirito storico che non da quello speculativo , neanche la riforma leopoldina e le altre contemporanee avrebbero potuto precorrere la rivoluzione del 1849 . Chi può anzi dire se , per esempio , l ' obbrobrioso mercato della giustizia che profittava a giudici e sovrani avrebbe altrimenti allora cessato , insieme all ' abuso delle mitigazioni per motivi futili ed indegni , come quella che il bigamo avesse , sposando una meretrice , elevato questa ad una vita onorata ? " . La stessa giustificazione utilitaria del diritto di punire , la stessa dottrina del contratto sociale , per quanto oggi si possano riconoscere i loro difetti come teorie generali , hanno nella mente del Beccaria e dei suoi contemporanei una funzione ed un valore che sarebbe ingiusto disconoscere . Essi rappresentano la negazione degli abusi di un sistema anteriore : la teoria utilitaria , come quella che vuol rattenere la pena entro i limiti della necessità di reprimere solo le azioni che veramente turbano l ' ordine e la tranquillità sociale ; la teoria del contratto sociale come quella che denuncia le ineguaglianze stridenti , non più fondate nella reciprocità dei servigi e contrarie al sentimento di giustizia . Oggi la pratica delle legislazioni è venuta introducendo via via quelle limitazioni ai principii assoluti , che apparvero necessarie ad un migliore contemperamento delle varie tendenze . - Al giudice si è concesso quell ' arbitrio che è indispensabile al retto esercizio delle sue funzioni ; entro i limiti fissati dalla legge egli può graduare la pena adattandola quanto è più possibile alla particolare gravità del fatto . Per ciò che riguarda il convincimento , il sistema delle prove morali , sostituito a quello delle prove legali , nel quale massima è la diffidenza verso la personalità del giudice , già segna un passo grandissimo in una direzione nella quale si può molto avanzare . Perocché quando è lasciata al giudice la facoltà di condannare od assolvere secondo il proprio convincimento , sì può intravedere anche la possibilità di lasciargli secondo il proprio convincimento graduare le pene . E l ' istituzione stessa dei giurati , per quanto la si voglia limitata al puro giudizio del fatto , pure è un segno della medesima tendenza . In pratica , i giurati sono i rappresentanti della coscienza popolare anche per ciò che riguarda la valutazione del fatto come delitto o no , e perciò forniscono un avvicinamento , per quanto limitato , alla " individualizzazione " della pena . Ma in tutto ciò il canone più indicato del metodo positivo è di procedere gradatamente , senza sacrificare nulla di ciò che si è ottenuto , in vista di risultati che possono essere problematici ed incerti . La " individualizzazione della pena " non è l ' aspirazione esclusiva di nessuna scuola speciale , ma la tendenza naturale del progresso ; la sola questione da discutersi essendo fino a qual punto essa si possa conciliare con garanzie essenziali di libertà contro gli arbitrii di qualunque specie . Tale questione è troppo grave per essere discussa nel presente lavoro , che pretende più che altro esporre alcune osservazioni pregiudiziali sulle questioni che più spesso si discutono intorno al diritto punitivo ; - la forma stessa in cui tale questione è da noi enunciata , mostra d ' altra parte come riteniamo essere impossibile risolverla così a priori ed in generale . Trattandosi essenzialmente di una questione di misura , essa si presterà a soluzioni sempre varie coll ' avanzare del tempo e col progredire della civiltà , e secondo le divergenze nel carattere e nell ' educazione dei popoli . Nello stabilire il valore comparativo dei reati fra loro e la proporzione loro colle pene , una legge ben fatta dovrà avvicinarsi quanto più è possibile alla realtà delle cose , ed essere quanto più possibile particolareggiata , creando distinzioni e categorie che realmente corrispondano a quelle che si riscontrano nelle cose stesse . Ma ciò non deve considerarsi come un sovvertimento delle basi su cui fin qui posava il diritto penale . - Al contrario , il movimento positivistico deve piuttosto considerarsi come un tentativo di completare ed integrare l ' indirizzo fin qui prevalente nel diritto penale , di spingerlo più velocemente in una direzione già presa , di additarne certe lacune e di colmarle , senza per questo rinunciare ai benefizi dall ' indirizzo prevalente presi più specialmente di mira . - Esso non può propugnare la sostituzione assoluta del " metodo positivo " al metodo astratto : ciò sarebbe , come abbiam visto , non aver intesa del tutto la natura del metodo positivo , e disconoscere quella del diritto stesso : ma nello stesso tempo ci dà un avvertimento di tener conto , più di quanto non lo si sia fatto forse per il passato , dei risultati dell ' osservazione positiva , e soprattutto insiste su alcuni fatti e leggi nuove scoperte o intravedute dalla scienza moderna , che possono condurci a vedere un po ' diversamente la natura dell ' uomo , oggetto del diritto penale , e la società . - Ciò può portare una trasformazione , nella legge stessa , nel senso di darle una maggior specializzazione , nonché nell ' ufficio del giudice , aumentando la sua discrezione , perché egli possa tener conto di quella relatività , che tutti i fenomeni posseggono , e che non si può trascurare senza lacerare in qualche modo la giustizia come la verità . Ed è qui che si manifesta una delle pieghe caratteristiche del pensiero moderno , che merita attenzione . La " negazione del libero arbitrio " , nel senso tradizionale , non è , come abbiam visto , una dottrina così sovversiva come alcuni hanno voluto farla apparire : e non è che in base ad un equivoco che si può sostenere ch ' essa scalzi le basi del diritto e della morale . Ciò non ostante non è a negarsi l ' influenza che deve esercitare il nuovo modo di concepire la libertà sulle concezioni etiche e giuridiche . Il " liberum arbitrium indifferentiae " come solo ed indispensabile fondamento della libertà e della responsabilità , portava a far concepire queste come qualità fisse ed inalterabili dell ' uomo in ogni condizione di tempo e di cose ; eccesso a cui doveva contrapporsi quello di considerare ogni causa ed ogni condizione assegnabile come una minorante della responsabilità . Ogni ricerca sulle condizioni obbiettive della responsabilità dichiarata pericolosa , o scoraggiata come impossibile . Il " negatore del libero arbitrio " che non sia vittima di equivoci sul valore di tal negazione , sarà portato invece a vedere nella libertà e responsabilità , qualità esistenti nell ' uomo , ma analoghe alle altre , atte cioè ad essere studiate nella loro genesi e nella loro evoluzione , suscettibili di gradazioni infinite , e subordinate alla presenza di certe condizioni e concomitanti , a concepire in altri termini la responsabilità piuttosto dinamicamente ed evoluzionisticamente , che staticamente . Ed in questo senso gli studi nuovi sulla responsabilità possono portare un contributo prezioso , come al sociologo , così al legislatore e al giurista . Col mostrarci quali delle nostre azioni veramente dipendano dalla nostra volontà , fino a che punto siamo effettivamente liberi di compiere una data azione , e fino a che punto invece la responsabilità dei nostri atti vanisca dinanzi all ' influenza di cause prepotenti , essa può rivelarci nuovi casi di irresponsabilità , come anche di responsabilità finora inaspettate ( ipnotismo , suggestione ) . Né il giurista deve guardare con sospetto e diffidenza la corrente dei nuovi studi come se ogni risultato di questi dovesse segnare un ' offesa alla integrità del diritto e della morale . L ' idea di un antagonismo fra gli studi " positivi " in genere e le nostre aspirazioni etiche è un concetto falso , contro il quale è stato nostro intento di combattere in tutto il corso del presente lavoro . Abbiamo dunque visto a che cosa si riduca la possibilità per gli studi scientifici di modificare il nostro concetto di responsabilità : non nella negazione di questa , ma nell ' avvertimento che la responsabilità è qualche cosa di più fuggitivo , di meno palpabile , di assai più legato al fatto particolare nella sua complessità , di quanto forse non lo supponessero le vecchie scuole di morale , sta l ' importanza della nuova scuola anche nel campo del diritto penale . Ed è questo anzi , a mio parere , ciò che dovrebbe renderla sopra ogni altra cosa simpatica . Essa tende a mostrarci sempre più che anche nel campo dell ' infamia e del delitto sono numerosi i disgraziati , coloro che hanno assai più bisogno di essere educati , ajutati e curati che d ' essere minacciati di punizione . Nonostante le intemperanze e gli errori incontestabili che ne hanno segnato il sorgere , la nuova scuola desta attenzione e interesse per il nuovo soffio di simpatia che da essa nccessariamente , quasi a dispetto di certe sue premesse utilitarie , spira verso coloro che furono condotti al delitto e all ' abbrutimento da cause strapotenti . Essa ci addita , se non l ' impossibilità , la terribile difficoltà di sfuggire a certi impulsi quando tutto nella vita concorre a togliere stimolo e potenza alla difesa contro di essi . Essa ci mostra , anche nel campo della morale , l ' esistenza di una schiera di privilegiati , che compiono il bene senza fatica , poiché tutto in loro , condizioni fisiologiche , psicologiche e sociali , cospira a far loro vedere il lato buono delle cose , che godono una specie di " rendita di situazione " morale , mentre per altri la medesima condotta non potrebbe mantenersi se non a prezzo di indicibili sforzi e sacrifizi . Onde un grande e benefico impulso a tutte le riforme sociali , che tendono a togliere le cause della delinquenza , in modo da render quanto meno necessario è possibile il provvedimento increscioso ed imperfetto dell ' applicazione della pena . La pena non è il miglior modo di difesa sociale , o di tutela giuridica che dir si voglia . La sua efficacia è limitata : è presto raggiunto il punto oltre il quale un aumento nella severità di essa non produce più una diminuzione corrispondente negli attentati al diritto . La sicurezza sociale non è perciò da essa se non imperfettamente ristabilita : il senso morale , se non imperfettamente soddisfatto . Ogni giorno , coll ' ingentilirsi dei costumi , cresce la ripugnanza per i mezzi fisici di repressione ; ogni giorno , si sente maggiormente il bisogno di trovare mezzi più potenti e più civili di prevenire il delitto . Sotto un certo aspetto , la pena può considerarsi come il sintomo dell ' impotenza della società a provvedere altrimenti ai mali che la travagliano . Troppo forse si è creduto per lo addietro che i mezzi penali fossero la panacea per tutte le correnti delittuose che serpeggiano nella società . Gli studi positivi moderni , psicologici , antropologici e sociali , hanno se non altro il merito di aver fatto concepire in un modo più relativo la natura e la funzione del diritto penale . La controversia fra la scuola positiva e la scuola classica può dirsi pertanto un prodotto , più che di divergenze reali di dottrine , di tendenze e di aspirazioni . Eccessivamente ostile è stata forse finora l ' attitudine sì da una parte che dall ' altra ; ed è venuto , parmi , il momento in cui alle lotte ed alle polemiche , in parte almeno sterili , debba succedere il riconoscimento dei rispettivi limiti , il contemperamento delle tendenze , e la serena collaborazione . - " Se nel secolo XVI , scrive Carlo Cattaneo in alcune sue mirabili pagine , che fu il primo dell ' era moderna , la ragione individuale aveva ardito farsi a discutere popolarmente li arcani religiosi , e nel XVII li asserti delle scuole filosofiche , nel XVIII ella estese quell ' aspro sindacato a tutte le istituzioni civili . Sommo divenne il contrasto fra la vita delli uomini e i loro pensieri . Vivendo in mezzo all ' intreccio dei vincoli sociali , quelle menti animate dai geometri e acuite dal calcolo mercantile osarono domandare se , e come , e quanto ciascuna istituzione giovasse ad ogni individuo partecipe della civile aggregazione . Tutto si valutò dunque col giudicio individuale e giusta l ' individuale interesse . Si considerò la società come un patto fra eguali ; si domandò la revisione del patto , il ritorno all ' uguaglianza primitiva , la restituzione dello stato naturale del genere umano . Le predilezioni delle scuole e l ' inesplicabile eccellenza delle arti e delle lettere antiche sospinsero ad immaginare un mondo primitivo , educato nelle lingue , nelle arti , nelle scienze , nelle leggi da una serie di geni benefici , l ' opera dei quali sotto lo sforzo della superstizione e della violenza fosse venuta oscurandosi successivamente fino alle caligini del Medio Evo , ma potesse coll ' opera d ' altri geni rivocarsi in breve , e quasi di repente , al nativo splendore . Vi fu perfino chi preferì ad una fittizia civiltà , ingombra dei ruderi d ' ogni tempo e piena di ingiustizie e di corruttele , la semplice e pura vita , che li uomini dovevano aver gioito prima del patto sociale in seno alla primigenia selva della terra . Adunque lo sforzo capitale del pensiero umano nello scorso secolo XVIII era una generale censura delle istituzioni del tempo , nel senso di ogni individuo , e all ' intento di ristaurare il regno della logica naturale e della personale indipendenza . Nel secolo presente vi fu quasi riflusso del pensiero umano in contrario verso . Si trovò che l ' utile di ogni individuo scaturiva dal complesso dell ' azienda sociale , né poteva avverarsi mai nella solitudine o nel dissociamento . Le più complicate istituzioni apparvero necessari effetti del consorzio civile e forme della sua esistenza . Si vide che certe consuetudini erano scala e preparazione ad altre migliori , alle quali i popoli non potevano giungere altrimenti ; e così si vennero spiegando e giustificando certi ordinamenti transitori , che in faccia ad una logica immediata sembravano assurdi e barbari . Viceversa s ' intravvide sotto lo splendore delle libertà antiche l ' oppressione e la servitù delle moltitudini , e nella dolorosa ruina di quelle meravigliose civiltà si riconobbe un evento che poteva condurre all ' emancipazione degli oppressi . La consolante dottrina del progresso si svolse dal seno della istoria si vide il genere umano elevarsi dalla ferocia del vivere ferino , attraverso alla guerra , alla schiavitù , alle devastazioni , alle tirannidi , ai supplici , alle torture , sino all ' effezione graduale dell ' utile , del giusto , dell ' equo , del bello , del vero , della pace , della carità . Allora si rallentò quella inesorabile censura , spinta dai nostri padri nel diretto interesse dell ' individuo ; ed in quella vece si promosse un ' interpretazione benigna , benigna forse oltre misura , di tutte le transazioni scalari e successive della civil società : si giustificò il senso comune dei popoli , che aveva sancito e venerato ciò che era rispettivamente opportuno ai luoghi ed ai tempi ; e le leggi più celebri apparvero piuttosto frutti di una certa graduale maturanza d ' interessi e di opinioni , che liberi decreti della mente individua dei legislatori . Perloché la tendenza più comune del pensiero istorico in questo secolo XIX è una generale spiegazione delle eccessive forme civili , in quanto promuovono gradualmente lo spontaneo sviluppo dell ' individuo ed il suo bene , nello sviluppo e nel bene della intera società . Questo comune movimento delle dottrine filosofiche e istoriche nell ' età nostra si diramò poi per molte strade assai divergenti . Li uni , mettendosi a tutta carriera nella idea delle successive evoluzioni sociali , vollero stringere un corso di secoli in poche giornate , e s ' appresero di slancio al sogno di un incivilimento nuovo ed inaudito , senza famiglia , senza eredità , senza proprietà . Altri al contrario acquietandosi nella generale giustificazione dei fatti , e confidando nel genio naturale delle moltitudini , e nella forza ingenita che spinge le cose al compimento di un ordine prestabilito , ricadono nel fatalismo dell ' oriente , e maledicendo alla virtù infelice santificano la vittoria e adorano la forza . Altri fraintesero la giustificazione istorica del passato , e vi supposero la necessità di ritornare le cose ai loro principi ; e vanamente additarono , come mèta ad un viaggio retrogrado dell ' umanità , ora l ' un ora l ' altra delle età già consumate . In mezzo a queste aberrazioni , i più veggenti sanno congiungere la fiducia nel progresso alla paziente accettazione delle lente e graduate sue fasi , e alla critica proporzionale e perseverante , ch ' è pur necessaria a promuoverlo . Essi sanno discernere le istituzioni transitorie e caduche da quelle senza cui l ' umano consorzio non regge . Essi nutrono la generosa persuasione che l ' individuo non è sempre cieco strumento del tempo , ma una forza libera e viva , la quale tratto tratto può far trapiombare la dubia bilancia delle umane cose . Questa scuola pratica , che studia il campo della libertà umana nel seno della necessità e del tempo , deve librarsi tra la violenza logica delle dottrine passate , e l ' indolente e servile ottimismo delle dottrine che si levarono sulla ruina di quelle " . Sarebbe difficile invero immaginare un quadro più eloquente e più vero di ciò che è stato il grande movimento scientifico del secolo testé trascorso e un cenno più chiaro e riassuntivo di quelli che sono veramente , a parer nostro , i caratteri essenziali delle tendenze positive moderne . In un altro nostro scritto , abbiamo tentato di dare al " positivismo " un significato più vasto , e nello stesso tempo meno radicale e dogmatico di quello che gli attribuiscono molti dei sostenitori dei " sistemi " positivistici ; di mostrare cioè come sia vano il voler restringere questo all ' accettazione ed alla applicazione di pochi principi teorici e metodologici , e come si tratti , piuttosto che di un brusco mutamento nella direzione del pensiero scientifico , dello sviluppo graduale di una specie di facoltà nuova , così variata e complessa nei suoi diversi aspetti che è pressoché impossibile di darne una definizione che sia insieme e completa e precisa . Chi potrebbe , per esempio , formulare esattamente i principi su cui si fonda il senso storico , quella delicata facoltà di comprendere ogni epoca sotto il suo vero colore , facoltà che è uno dei tratti più caratteristici della società intellettuale contemporanea ? È qualche cosa di simile a ciò che si chiama , nella vita sociale , la inestimabile qualità del " tatto " del " saper vivere " - qualche cosa che non s ' insegna , ma che s ' impara bensì , frequentando certe persone , vivendo in certi ambienti , respirando , come si suol dire , una certa atmosfera . " Se osserviamo - dicevamo - la differenza fra la scienza e la filosofia moderna e quelle che hanno per lo più prevalso nel passato , vediamo che ciò che più nettamente caratterizza questa in confronto a quella è lo spirito nuovo di cui questa è animata . Vediamo in essa , da un lato , una maggior circospezione nelle osservazioni e nelle esperienze , una conoscenza più esatta dei mezzi più atti a raggiungere un determinato risultato scientifico , una maggior prudenza nella generalizzazione e nella deduzione , un più completo disinteresse , per così dire , nella aspirazione alla verità , un ' unità più completa nella sua ricerca , e infine una indipendenza maggiore da considerazioni estranee alla scienza ; dall ' altra parte , un perfezionamento dello spirito critico , la tendenza a non accontentarsi di spiegazioni puramente verbali e formali di fenomeni , ad analizzare i nostri concetti e a scomporre ne ' suoi elementi ogni nostra cognizione . Finalmente , bisogna tener conto della influenza profonda esercitata in tutti i rami dello scibile dal nuovo elemento di recente introdotto nelle speculazioni filosofiche e scientifiche : la teoria della evoluzione . Mentre prima v ' era la tendenza a considerare ogni cosa " sub specie aeternitatis " , oggi tutto invece ci appare in preda ad un perpetuo lavorio di trasformazione e siamo portati a considerare tutti gli eventi piuttosto da un punto di vista dinamico che statico . Si è propagato fra noi un sentimento oltremodo vivace della relatività di tutti i fenomeni concreti al momento , cosmologico o storico , in cui si producono ; onde una reazione contro i modi troppo astratti e semplicisti di concepire la realtà , i quali troppo trascuravano il " coefficiente del tempo " , e contro la filosofia razionalista del secolo XVIII ; è la propagazione del metodo storico comparativo in tutte le scienze " . È a torto che alcuni hanno voluto vedere in questo complesso di tendenze , frutto della maturità scientifica dei tempi nostri , l ' indicazione di una limitazione effettiva del nostro sapere ad una porzione ristretta della realtà , mentre un vasto campo di questa , tutto ciò ché riferisce all ' al di là dei fenomeni , sia per sempre sottratto alle nostre indagini . L ' Agnosticismo sistematico è anzi ciò che vi può esser di più estraneo alla scienza moderna . Se si è creduto il contrario , ciò dipende dall ' influenza che nella filosofia moderna hanno avuto le teorie della conoscenza di Hume , Berkeley , Kant . Ma tali dottrine , qualunque sia la nostra opinione sulla loro intrinseca accettabilità e giustezza , qualunque sia stata l ' opinione dei loro stessi creatori , non giustificano , come è stato mostrato , alcuna delle conseguenze agnostiche e scettiche che alcuni ne hanno tratto . Il loro scopo , non è , abbiamo detto , di dare un giudizio sulla possibilità o l ' attendibilità della nostra conoscenza , ma di definirla e spiegarla ; di dirci che cosa intendiamo dire quando affermiamo che la tal cosa esiste , che la sua causa è la tal altra cosa , etc . , non di dirci se tali nostri giudizi siano veri o no . Delle parole causa , sostanza , realtà e simili esse ci forniscono definizioni nuove e diverse dalle antiche ; ma non ne segue che per ciò solo alcuna porzione della realtà sia sottratta alle nostre ricerche come non ne segue neppure che debba prevalere questo o quel metodo di ricerca ad ogni altro . Se oggi sappiamo imporre dei limiti ad una troppo impaziente curiosità scientifica , se ci atteniamo di preferenza , ove ciò sia possibile , al metodo induttivo o sperimentale , piuttosto che all ' astratto e razionale ; ciò non che per la nostra esperienza intellettuale più matura , la quale ci ha insegnato la via più economica e sicura per giungere alla scoperta del vero , ed a guardarci da certe intemperanze ed errori in cui troppo spesso caddero i pensatori del passato . Concludendo adunque , il positivismo più che un sistema nuovo e radicalmente diverso da quelli che lo hanno preceduto , rappresenta un complesso di tendenze che si sono formate a poco a poco in un grande secolo di indefesso lavoro pratico ed intellettuale , di incessante discussione e di inesorabile critica : il sorgere delle scuole storiche ed evoluzionistiche , la visione sempre più netta della relatività e della complessità dei fenomeni , la ripugnanza a concepire qualsiasi campo della realtà come non soggetto a leggi " naturali " sono tutte manifestazioni del medesimo movimento . Di queste tendenze generali del mondo moderno dovevano inevitabilmente risentirsi anche la morale ed il diritto , e ciò naturalmente non poteva avvenire senza un periodo di crisi , contrassegnato dalla eccessiva baldanza demolitrice degli uni , da eccessivi timori e ingiustificati scoraggiamenti degli altri . Per ciò che riguarda il diritto penale , abbiam visto come ciò si palesasse soprattutto nella pretesa demolizione del concetto di responsabilità , e nelle offese all ' autonomia del nostro senso morale nel determinare l ' esistenza e la ragione del " diritto di punire " . Ma abbiam visto pure , come ciò derivasse da una errata interpretazione dei principii supremi su cui il movimento positivo si reputa fondato . Resta dunque , come sola legittima e veramente feconda , la tendenza rappresentata da tutti i moderni studi psicologici e sociali , criminologici e antropologici . Nello stesso tempo , abbiamo rilevato come ciò possa portare a limitazione e sostituzioni parziali del diritto punitivo con altri mezzi migliori . Non già però in forza della enunciazione di alcuni principii , ma per opera dei risultati a cui eventualmente i nuovi studi metteranno a capo . Fino a che punto ciò potrà portare ad una trasformazione profonda del presente indirizzo nel diritto penale , è impossibile determinare sin d ' ora , solo un avvenire di studi , d ' esperienze e d ' ulteriore maturazione scientifica e morale potrà dare gradualmente a questa domanda una completa risposta . Gennaio - Ottobre 1901
L'UMORISMO ( PIRANDELLO LUIGI , 1908 )
Saggistica ,
Parte prima I.LA PAROLA “ UMORISMO ” Alessandro D ' Ancona , in quel suo notissimo studio su Cecco Angiolieri da Siena ( in Studi di Critica e Storia Letteraria , Bologna , Zanichelli ed . , 1880 ) , dopo aver notato quanto vi sia di burlesco in questo nostro poeta del sec . XIII , osserva : “ Ma per noi l ' Angiolieri non è soltanto un burlesco : bensì anche , e più propriamente , un umorista . E qui i camarlinghi della favella ci faccian pure il viso dell ' arme , ma non pretendano di dire che in italiano bisogna rassegnarsi a non dir la cosa , perché non abbiam la parola ” . E , accortamente , in una nota a piè di pagina ( pag . 179 ) , soggiunge : “ È curioso però che il traduttore francese di una dissertazione tedesca sull ' Humour , inserita nel Recueil de pièces intéressantes , concernant les antiquités , les beaux - arts , les belles - lettres et la philosophie , traduites de différentes langues , citando il Riedel , Theor . d . Schönen Künste , I . artic . Laune , sostenga che sebbene gli Inglesi , ed il Congreve in particolare , rivendichino per sé i vocaboli humour e humourist , ‘ il est néanmoins certain qu ' ils viennent de l ' italien ’ ” . E quindi il D ' Ancona riprende : “ Del resto , poi , la nostra lingua ha umore per fantasia , capriccio , e umorista per fantastico : e gli umori dell ' animo e del cervello ognun sa che stanno in stretta relazione con la poesia umorista . E l ' Italia ebbe ai suoi tempi le accademie degli Umorosi a Bologna ed a Cortona e degli Umoristi in Roma , e speriamo che i mali umori della politica non le facciano mai venir meno i begli umori nel regno dell 'arte».(E anche a Napoli ( Arch . stor . p . le prov . nap . V . 608 ) . E perché non citare anche quella degli Umidi di Firenze di cui il Lasca disse ( Lett . a Mes . Lorenzo Scala , premessa al primo libro delle opere burlesche , ed . Bern . Giunta 1548 ) : “ la quale ( Accademia degli Umidi ) principalmente fa professione , essendovi tutte persone dentro allegre e spensierate , dello stil burlesco , giocondo , lieto , amorevole e , per dir così , buon compagno » ? Si vedano , per altro , a proposito delle parole umore e umorismo , il Baldensperger , Les definitions de l ' humour in Eluder d ' bistoire littéraire , Paris , Hachette , 1907 e lo Spingarn nell ' introduzione del primo volume della sua raccolta Critical Essays of the Seventeenth Century , Oxford , Clarendon Press , 1908; nonché ciò che ne dice il Croce in Critica , vol . VII , pagine 219-20 ) . La parola umore derivò a noi naturalmente dal latino e col senso materiale che essa aveva di corpo fluido , liquore , umidità o vapore , e col senso anche di fantasia , capriccio o vigore . ” Aliquantum habeo humoris in corpore , neque dum exarui ex amoenis rebus et voluptariis ” ( Plauto ) . Qui humor non ha evidentemente senso materiale , perché sappiamo che , fin dai tempi più antichi , ogni umore nel corpo era ritenuto segno o cagione di malattia . “ Li uomini , si legge in un vecchio libro di mascalcia , hanno quattro umori : cioè lo sangue , la collera , la flemma e la malinconia : e questi umori sono cagione delle infermità degli uomini . ” E in Brunetto Latini : ” Malinconia è un umore , che molti chiamano collera nera , ed è fredda , e secca , ed ha il suo sedio nello spino ” com ' è in somma nel latino di Cicerone e di Plinio . Sant ' Agostino poi in un suo sermone ci fa sapere che “ i porri accendono la collera , i cavoli generano malinconia ” ( Cecco Angiolieri in uno dei suoi sonetti , parlando della madre che gli vuol male , dopo avere enumerato alcuni cibi dannosi ch ' ella gli consiglia , dice : E se di questo non avessi voglia E stessi quasimente su la colla Molto mi loda porri con la foglia ) . Sarà bene , trattando dell ' umorismo , tener presente anche quest ' altro significato di malattia della parola umore , e che malinconia , prima di significare quella delicata affezione o passion d ' animo che intendiamo noi , abbia avuto in origine il senso di bile o fiele e sia stata per gli antichi un umore nel significato materiale della parola . Vedremo appresso la relazione che le due parole umore e malinconia avranno tra loro assumendo un senso spirituale . Diciamo intanto che tal relazione , se non mancò affatto nello spirito della nostra lingua , certo non vi apparve chiaramente . Da noi , in fatti , la parola umore o serba il significato materiale , tanto che un proverbio toscano può dire : “ Chi ha umore non ha sapore ” ( alludendo alle frutta acquose ) ; o , se assume un significato spirituale , esprime sì inclinazione , natura , disposizione o stato passeggero d ' animo o anche fantasia , pensiero , capriccio , ma senza una qualità determinata ; tanto vero che dobbiamo dire umor tristo o gajo , o tetro , buono o cattivo o bell ' umore , ecc . In somma , la parola italiana umore non è la inglese humour . Questa , come dice il Tommaseo , racchiude . e contempera le nostre espressioni bell ' umore , buonumore , e malumore . C ' entrano un po ' , dunque , i cavoli di Sant ' Agostino . Discutiamo adesso su la parola , non su la cosa : è bene avvertirlo , perché non vorremmo si credesse che a noi manchi veramente la cosa per il solo fatto che la parola nostra non riuscì idealmente a serbare e a contemperare in sé ciò che già materialmente includeva . Vedremo che tutto , in fondo , si riduce a un bisogno di più chiara distinzione che sentiamo noi , perché , o bello o buono o tetro o gajo , umore è sempre , e non è diverso dall ' inglese nell ' essenza , ma nelle modificazioni che naturalmente vi imprimono la lingua diversa e la varia natura degli scrittori . Del resto , non si creda che la parola inglese humour e il suo derivato umorismo siano di così facile comprensione . Il D ' Ancona stesso , in quel suo saggio su l ' Angiolieri , su cui più tardi dovremo ritornare , confessa : “ S ' io dovessi dare una definizione dell ' umorismo sarei davvero molto impacciato ” . Ed ha ragione . Tutti dicono così . Piuttosto no ' l comprendo , che te ' l dica . Di tutte quelle tentate nei secoli XVIII e XIX parla in un suo studio già citato , il Baldensperger , per concludere , a modo del Croce , che : “ il n y a pas d ' humour , il n ' y a que des humouristes ” , come se per poter dire o riconoscere che questo o quello scrittore è un umorista , non si dovesse avere un qualche concetto dell ' umorismo , e bastasse sostenere , come fa il Cazamian , citato dallo stesso Baldensperger , che l ' umorismo sfugge alla scienza , perché gli elementi caratteristici e costanti di esso sono in piccolo numero e sopra tutto negativi , laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato . Sì . Anche l ' Addison stimava più facile dire ciò che l ' humour non è , che dire ciò che è . E tutte le fatiche che si son fatte per definirlo ricordano veramente quelle speciosissime che si fecero nel secolo XVII per definir l ' ingegno ( oh , il Cannocchiale aristotelico di Emmanuele Tesauro ! ) e il gusto o buon gusto e quell ' ineffabile non so che , per cui il Bouhours scriveva : ” Les Italiens , qui font mystère de tout , emploient en toutes rencontres leur non so che : on ne voit rien de plus commun dans leurs poëtes ” . Gl ' Italiani ” qui font mystère de tout ” . Ma andate a domandare ai Francesi che cosa intendono per esprit . Quanto all ' umorismo , ” certo è seguita il D ' Ancona che la definizione non è facile , perché l ' umorismo ha infinite varietà , secondo le nazioni , i tempi , gl ' ingegni , e quel di Rabelais e di Merlin Coccajo non è una cosa coll ' umorismo dello Sterne , dello Swift o di Gian Paolo , e la vena umoristica dell ' Heine e del Musset non è di egual sapore . Non vi ha poi forse alcun altro genere nel quale sia , o dovrebbe esser più sottil differenza dalla forma prosaica alla poetica , per quanto ciò non venga sempre avvertito dai lettori , e neanche dagli scrittori . Ma di ciò , e delle ragioni di queste differenze , e delle varietà fra l ' umore e la satira e l ' epigramma e la facezia e la parodia e il comico d ' ogni foggia e qualità , e se , come vuole il Richter , alcuni umoristi sieno semplicemente lunatici , non è qui il luogo di discutere . Certo è questo , che un fondo comune vi è in tutti coloro che la voce pubblica raccoglie sotto la stessa denominazione di umoristi ” . L ' osservazione in fondo è giusta ; ma piano con la voce pubblica ! - vorremmo dire al D ' Ancona . “ Dopo la parola romanticismo , la parola più abusata e sbagliata in Italia ( in Italia soltanto ? ) è quella di umorismo . Se fossero realmente umoristi gli scrittori , i libri , i giornali battezzati con questo nome , noi non avremmo nulla da invidiare alla patria di Sterne e di Thackeray o a quella di Gian Paolo e di Heine . Non si potrebbe uscir di casa senza incontrar per la strada due o tre Cervantes e una mezza dozzina di Dickens ... Vogliamo solo notare fin da principio che vi è una babilonica confusione nell ' interpretazione della voce umorismo . Per il gran numero , scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere : il comico , il burlesco , il satirico ; il grottesco , il triviale : la caricatura , la farsa , l ' epigramma , il calembour si battezzano per umorismo : come da un pezzo si costuma di chiamare romantico tutto ciò che vi è di più arcadico e sentimentale , di più falso e barocco . Si confonde Paul de Kock con Dickens , e il visconte d ' Arlincourt con Victor Hugo ” . Questo notava Enrico Nencioni , già fin dal 1884 , in un articolo su la Nuova Antologia intitolato appunto L ' Umorismo e gli Umoristi , che fece molto rumore . Non si può dir veramente che la voce pubblica in tutto questo lasso di tempo , si sia ricreduta . Anche oggi , per il gran numero , scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere . Ma , ripeto , perché in Italia soltanto ? Da per tutto ! Il volgo non può intendere i segreti contrasti , le sottili finezze del vero umorismo . Si confondono anche altrove la caricatura , la farsa bislacca , il grottesco con l ' umorismo ; si confondono anche là dove al Nencioni sembrava ( e non a lui soltanto ) che l ' umorismo stesse di casa : non ha forse nome d ' umorista Mark Twain , i cui racconti sono , secondo la sua stessa definizione , “ una collezione di eccellenti cose , prodigiosamente divertenti , che strappano il riso anche dai volti più ingrugniti ” ? Il giornalismo , un certo giornalismo si è impadronito della parola , l ' ha adottata e , sforzandosi di far ridere più o meno sguajatamente a ogni costo , l ' ha divulgata in questo falso senso . Cosicché ogni vero umorista prova oggi ritegno , anzi sdegno a qualificarsi per tale . Umorista , sì , ma ... non confondiamo , si sente il bisogno d ' avvertire : umorista nel vero senso della parola . Come dire : Badate ch ' io non mi propongo di farvi ridere facendo sgambettar le parole . E più d ' uno , per non passar da buffone , per non esser confuso coi centomila umoristi da strapazzo , ha voluto buttar via la parola sciupata , abbandonarla al volgo , e adottarne un ' altra : ironismo , ironista . Come da umore , umorismo ; da ironia , ironismo . Ma ironia , in che senso ? Bisognerà distinguere , anche qui . Perché c ' è un modo retorico e un altro filosofico d ' intendere l ' ironia . L ' ironia , come figura retorica , racchiude in sé un infingimento che è assolutamente contrario alla natura dello schietto umorismo . Implica sì , questa figura retorica , una contradizione , ma fittizia , tra quel che si dice e quel che si vuole sia inteso . La contradizione dell ' umorismo non è mai , invece , fittizia ma essenziale , come vedremo , e di ben altra natura . Quando Dante aggrava la riprensione eccettuando dal numero dei ripresi chi è più riprensibile , come per la brigata dei prodighi matti , allor che esclama : ... Or fu giammai - Gente si vana ? e un dannato risponde : Tranne lo Stricca ... E tranne la brigata ; oppure là dove dice : Ogni uom v ' è barattier fuor che Bonturo ; o quando rammenta il bene per esacerbare il sentimento del male , come fanno i diavoli al barattier lucchese : ... Qui non ha luogo il Santo Volto : Qui si nuota altrimenti che nel Serchio ; o quando a chi parla fa rammentare i proprii vantaggi nell ' usarli aspramente , come fa quell ' altro diavolo che toglie a S . Francesco l ' anima d ' un reo , argomentando teologicamente su la penitenza , per modo che quell ' anima presa da lui si sente dire : Forse Tu non pensavi , ch ' io loico fossi ; o quando esclama : Godi , Firenze , poiché se ' sì grande ; oppure : Fiorenza mia , ben puoi esser contenta Di questa digression che non ti tocca … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … Or ti fa lieta , ché tu hai ben onde ; Tu ricca , tu con pace , e tu con senno ... dà mirabili esempii di ironia nel senso retorico della parola : ma né qui , né in altro punto , del resto , della Comedia , non è traccia d ' umorismo . Un altro senso , dicevamo , e questo filosofico , fu dato alla parola ironia in Germania . Lo dedussero Federico Schlegel e Ludovico Tieck direttamente dall ' idealismo soggettivo del Fichte ; ma deriva in fondo da tutto il movimento idealistico e romantico tedesco post - kantiano . L ' Io , sola realtà vera , spiegava Hegel , può sorridere della vana parvenza dell ' universo : come la pone , può anche annullarla ; può non prender sul serio le proprie creazioni . Onde l ' ironia : cioè quella forza secondo il Tieck che permette al poeta di dominar la materia che tratta ; materia che si riduce per essa secondo Federico Schlegel a una perpetua parodia , a una farsa trascendentale . Trascendentale più d ' un po ' , osserveremo noi , questa concezione dell ' ironia : né , del resto , se consideriamo per poco donde ci viene , poteva essere altrimenti . Tuttavia essa ha , o può avere , almeno in un certo senso , qualche parentela col vero umorismo , più stretta certamente che non l ' ironia retorica , da cui , in fondo , tira tira , si potrebbe veder derivare . Qui , nell ' ironia retorica , non bisogna prender sul serio quel che si dice ; lì , nella romantica , si può non prender sul serio quel che si fa . L ' ironia retorica sarebbe , rispetto alla romantica , come quella famosa rana della favola , la quale , trasportata nel macchinoso mondo dell ' idealismo metafisico tedesco e abbottandosi qua più di vento che d ' acqua , fosse riuscita ad assumere le invidiate proporzioni del bue . L ' infingimento , quella tal contradizione fittizia , di cui parla la retorica , è diventata qua , a furia di gonfiarsi , la vana parvenza dell ' universo . Ora ecco : se l ' umorismo consistesse tutto nella puntura di spillo che svescia quella rana abbottata , ironia e umorismo sarebbero press ' a poco la stessa cosa . Ma l ' umorismo , come vedremo , non è tutto in questa puntura di spillo . Al solito , Federico Schlegel non fece altro qui che esagerare idee e teorie altrui : oltre all ' idealismo soggettivo del Fichte , la famosa teoria del giuoco esposta dallo Schiller nelle 27 lettere Ueber die aesthetische Erziehung des Menschen . Il Fichte aveva voluto , in fondo , compire la dottrina kantiana del dovere : dicendo che l ' universo è creato dallo spirito , dall ' “ Io ” , che è anche divinità , l ' anima dell ' essenza del mondo , che genera tutto ed è impersonale , che è volontà infaticabile , la quale racchiude in sé ragione , libertà , moralità ; aveva voluto dimostrare il dovere dei singoli uomini di sottomettersi al volere della totalità e di tendere al culmine dell ' armonia morale . Ora , quest ' “ Io ” del Fichte diventò l ' “ io ” individuale , il piccolo “ io ” strambo del signor Federico Schlegel , che con un cannellino e un po ' d ' acqua saponata si mise allegramente a gonfiar bolle di sapone : vane parvenze d ' universo , mondi ; e a soffiarci su . E questo era il giuoco . Povero Schiller ! Non poteva esser falsato in modo più indegno il suo Spieltrieb . Ma il signor Federico Schlegel prese alla lettera le parole : “ der Mensch soll mit der Schönheit nur spielen , und er soll nur mit der Schönheit spielen . Denn , um es endlich auf einmal herauszusagen , der Mensch spielt nur , wo er in voller Bedeutung des Worts Mensch ist , und er ist nur da ganz Mensch , wo er spielt ” ( Lettera XV ) , e disse che per il poeta l ' ironia consiste nel non fondersi mai del tutto con l ' opera propria , nel non perdere , neppure nel momento del patetico , la coscienza della irrealtà delle sue creazioni , nel non essere lo zimbello dei fantasmi da lui stesso evocati , nel sorridere del lettore che si lascerà prendere al giuoco e anche di sé stesso che la propria vita consacra a giocare ( Vedi Victor Basch , La poëtique de F . Schiller , Paris , Alcan , 1902 ) . Intesa in questo senso l ' ironia , ognun vede come a torto essa venga attribuita a certi scrittori , come ad esempio , al nostro Manzoni , che della realtà oggettiva , della verità storica si fece una vera e propria fissazione , fino a condannare il suo stesso capolavoro . Né d ' altra parte si può attribuire al Manzoni quell ' altra ironia , la retorica , giacché nessuna contradizione fittizia si trova mai in lui tra quel che dice e quel che vuole sia inteso , contradizione frutto di sdegno . Il Manzoni non si sdegna mai della realtà in contrasto col suo ideale : per compassione transige qua e là e spesso indulge , rappresentando ogni volta minutamente , in forma viva , le ragioni del suo transigere e del suo indulgere : il che , come vedremo , è proprio dell ' umorismo . La sostituzione di ironismo , ironista a umorismo , umorista non sarebbe quindi legittima . Dall ' ironia , anche quando sia usata a fin di bene , non si sa disgiungere l ' idea di un che di beffardo e di mordace . Ora , beffardi e mordaci possono essere anche scrittori indubbiamente umoristici , ma il loro umorismo non consisterà già in questa beffa mordace . È pur vero però che a una parola si può per comune accordo alterare il significato . Tante parole che noi adoperiamo adesso in un senso , ne avevano un altro in antico . E se alla parola umorismo , come abbiamo veduto , s ' è già veramente alterato il senso , non ci sarebbe in fondo nulla di male se per determinare , per significare senza equivoco la cosa venisse adoperata un ' altra parola . II . QUESTIONI PRELIMINARI Prima di entrare a parlar dell ' essenza , dei caratteri e della materia dell ' umorismo , dobbiamo sgomberarci il terreno di tre altre questioni preliminari : 1 ) se l ' umorismo sia fenomeno letterario esclusivamente moderno ; 2 ) se esotico per noi ; 3 ) se specialmente nordico . Queste tre questioni si ricollegano strettamente con quella più vasta e complessa della differenza dell ' arte moderna dall ' arte antica , lungamente agitata durante la lotta tra classicismo e romanticismo , per un verso ; e , per l ' altro , del romanticismo considerato dalle genti anglo - germaniche come una rivalsa contro il classicismo delle genti latine . Vedremo in fatti ripresi nelle varie dispute su l ' umorismo tutti gli argomenti della critica romantica , a cominciare da quelli dello Schiller , il quale , col saggio famoso Ueber naive und sentimentalische Dichtung , fu , a dire del Goethe il fondatore di tutta l ' estetica moderna ( Zur Naturwissenschaft im Allgemeinen . Tomo XXXIV delle Opere , ed . Hempel , pag . 96-97; ma il Goethe non tenne conto che prima dello Schiller lo Herder aveva distinto Natur - poesie da Kunst - poesie . Vedi anche V . Basch , op . cit . ) . Questi argomenti sono ben noti : il subiettivismo del poeta speculativo - sentimentale , rappresentante dell ' arte moderna , in contrapposto con l ' obiettivismo del poeta istintivo o ingenuo , rappresentante dell ' arte antica ; il contrasto tra l ' ideale e il reale ; la serenità marmorea , l ' equilibrio dignitoso , la bellezza esteriore dell ' arte antica contro l ' esaltazione dei sentimenti , il vago , l ' infinito , l ' indeterminato delle aspirazioni , le melanconie , la nostalgia , la bellezza interiore dell ' arte moderna ; e da un canto le bassure del verismo della poesia ingenua , e dall ' altro le nebbie dell ' astrazione e il capogiro intellettuale della poesia sentimentale ( Vedi G . Muoni , Note per una poetica storica del romanticismo , Milano , Società Ed . Libr . , 1906 ) ; l ' azione del cristianesimo ; l ' elemento filosofico ; l ' incoerenza dell ' arte moderna opposta all ' armonia della poesia greca ; le particolarità singole di fronte alle tipificazioni classiche ; la ragione che s ' interessa del valore filosofico del contenuto più che della vaghezza della forma esteriore ; il sentimento profondo di un ' interna disunione , di una doppia natura dell ' uomo moderno , ecc . ecc . Per darne qualche prova , citeremo ciò che scriveva il Nencioni in quel suo studio su L ' Umorismo e gli Umoristi , di cui abbiamo già fatto parola : “ L ' antichità , nel suo felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti , guardò con calma statuaria anche nelle tragiche profondità del destino . L ' anima umana era sana e giovine allora , né il cuore e la intelligenza erano stati tormentati da trenta secoli di precetti e di sistemi , di dolori e di dubbi . Nessuna penosa dottrina , nessuna crisi interiore aveva alterato la serena armonia della vita e del temperamento umano . Ma il tempo e il cristianesimo hanno insegnato all ' uomo moderno a contemplare l ' infinito , a paragonarlo con l ' effimero e doloroso soffio della vita presente . Il nostro organismo e continuamente eccitato e sovreccitato ; e secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore . Noi guardiamo nell ' anima umana , e nella natura con una simpatia più penetrante , e vi troviamo delle arcane relazioni e un ' intima poesia ignote all ' antichità ... Il riso d ' artista e la comica fantasia di Aristofane , alcuni dialoghi di Luciano , sono eccezioni . L ' antichità non ebbe , né poteva avere , letteratura umoristica ... Si direbbe che questa sia la caratteristica delle letterature anglo - germaniche . Il cielo crepuscolare e l ' umido suolo del Nord sembrano esser più acconci a nutrire la delicata e strana pianta dell ' umorismo » . Concedeva però il Nencioni che “ anche sotto il cielo azzurro e nella vita facile delle razze latine ” l ' umorismo “ ha talora fiorito e due o tre volte in modo unico , meraviglioso ” . E parlava in fatti del Rabelais e del Cervantes , e anche dell ' umorismo “ realista e vivente ” di Carlo Porta e di quello “ delicato e desolato ” di Carlo Bini , e diceva il don Abbondio del Manzoni una creazione umoristica di prim ' ordine . Più reciso nella negazione fu Giorgio Arcoleo ( L ' Umorismo nell ' arte moderna . Due conferenze al Circolo filologico di Napoli , Napoli , Detken ed . , 1885 ) , il quale , pur ammettendo che la nota dell ' umorismo , speciale della letteratura moderna , non manchi di legami col mondo antico , e pur citando quell ' insegnamento di Socrate che dice : “ Una è l ' origine dell ' allegria e della tristezza : nei contrapposti un ' idea non si conosce che per la sua contraria : della stessa materia si forma il socco e il coturno ” , soggiungeva : “ Questo lo intelletto greco pensava : ma l ' Arte non potea esprimerlo : la percezione dei contrasti rimaneva nel campo astratto , perché diversa era la vita . La Teogonia avvolgeva l ' anima nel mito ; l ' Epopea i fatti umani nella leggenda ; la Politica le forze individuali nella suprema legge dello Stato . L ' Antichità costrinse serenamente le forme nell ' armonia del finito : vide il Ciclope o lo Gnomo , le Grazie o le Parche . Come la vita avea liberi o servi , onnipotenti o impotenti , così la scienza ebbe sorrisi o pianto : Eraclito o Democrito ; e la letteratura ebbe tragedie o commedie . Tutt ' al più il contrasto dalla sfera dell ' intelletto passò nell ' altra dell ' immaginazione , si tramutò in fantasma , e allora Aristofane fece la satira dei sofisti , Luciano degli Dei . Ma se il Paganesimo si era obliato nella magnificenza delle forme e della natura , il Medio Evo si tormentò nei dubbii e nelle angosce dello spirito . Fu triste , ebbe sogni agitati da spettri : la potenza baronale finiva spesso nei conventi , la bellezza nei chiostri . La corruttela romana non seduceva neppure come ricordo : la dissoluzione del grande Impero aveva inoculato negli animi l ' idea dell ' impotenza . A rovescio del mondo antico : questo rimpiccolì nelle forme plastiche le energie soprannaturali ; il Medio Evo le allargò nell ' infinito : e , compreso dallo spazio e dal tempo , lo spirito umano si annullò con braminica rassegnazione . Tale depressione soffocò ogni spirito d ' iniziativa e di ricerca . Nelle credenze sovraneggiò il dogma , nella scienza l ' erudizione , nell ' arte la copia , nel costume la disciplina . L ' umanità nel suo periodo di decadenza romana avea sostenuto i dolori della vita coll ' indifferenza dello stoico : ne avea cercato i piaceri con la sensualità dell ' epicureo : nel Medio Evo volle sottrarsi alla vita con l ' estasi : donde una nuova mitologia cristiana , popolata di rimorsi , di paure , di preghiere . Il pensiero seguiva la fede : il manuale di logica era un ' appendice del catechismo . In tali condizioni dominava il terrore , si aspettava il finimondo ... Finalmente nella materia come nello spirito sorge un nuovo mondo . È un periodo di esultanza e al tempo stesso di mestizia e di riflessione : ma si rivela con due tendenze spiccate , l ' una presso le razze germaniche , l ' altra presso le latine : lì il libero esame o la Riforma : qui il culto della bellezza e della forza , la Rinascenza . I contrasti si moltiplicano nelle istituzioni , nella vita privata , nei costumi , nelle leggi , nella letteratura ... Non è antitesi percepita dall ' intelletto o intravista dalla fantasia ; non è lotta contro la natura umana , come nell ' età di mezzo ; è dissonanza che stride in tutte le sfere del pensiero e dell ' azione : è il dissidio tra lo spirito nuovo e le forme vecchie . In tale situazione il trionfo dell ' uno o dell ' altra ha influenza decisiva sulle istituzioni , sulla scienza , sull ' arte . Qui appunto va notata la differenza dei risultati nelle razze germaniche e nelle latine : differenza che spiega in gran parte , perché l ' umorismo ebbe tanto sviluppo presso le prime , e riuscì quasi nullo presso le seconde ” . Ora , si dovrebbe innanzi tutto intendere che , prendendo in esame un ' eccezionale e speciosissima espressione d ' arte come l ' umoristica , queste rapide sintesi , queste ideali ricostruzioni storiche , non sono ammissibili . Come nella formazione d ' una leggenda l ' immaginazione collettiva rigetta tutti gli elementi , i tratti , i caratteri discordanti con la natura ideale d ' un dato fatto o d ' un dato personaggio ed evoca invece e combina tutte le immagini convenienti ; così , nel tracciare in breve la sintesi d ' una data epoca , inevitabilmente noi siamo indotti a non tener conto di tanti particolari in contradizione , delle singole espressioni . Non possiamo prestare orecchio alle voci che protestano in mezzo a un coro soverchiante . Nella lontananza , si sa , certi colori accesi , sparsi qua e là , si attenuano , si smorzano , si fondono nella tinta generale , azzurra o grigia , del paesaggio . Perché questi colori risaltino , riassumendo intera la loro individualità , bisogna che noi ci avviciniamo : riconosceremo allora come e quanto ci avesse ingannato la lontananza . Seguendo le teorie del Taine , considerando i fenomeni morali come soggetti anch ' essi al determinismo al pari dei fenomeni fisici , la storia umana come parte della naturale , l ' opera d ' arte come il prodotto di determinati fattori e di determinate leggi , e cioè di quella delle dipendenze e di quella delle condizioni , con le regole che ne derivano : del carattere essenziale o della facoltà dominante , dalla prima ; delle forze primordiali , razza , ambiente , momento , dalla seconda ; e vedendo esclusivamente nelle espressioni artistiche gli effetti necessarii di forze naturali e sociali ; non penetreremo mai nell ' intimità dell ' arte , ci rappresenteremo per forza tutte le manifestazioni d ' un dato tempo come solidali tra loro e complementari , per modo che ciascuna necessiti le altre e tutte insieme rispecchino quelle qualità che , secondo il nostro concetto o la nostra idea sommaria , le ha raccolte e prodotte ; non già la realtà infinitamente varia e continuamente mutabile , e i singoli sentimenti di essa , varii infinitamente e continuamente mutabili anch ' essi . Dopo aver considerato il cielo , il clima , il sole , la società , i costumi , i pregiudizii , ecc . , non dobbiamo forse appuntar lo sguardo sui singoli individui e domandarci che cosa siano divenuti in ciascuno di essi questi elementi , secondo lo speciale organamento psichico , la combinazione originaria , unica , che costituisce questo o quell ' individuo ? Dove uno s ' abbandona , l ' altro si rivolta ; dove uno piange , l ' altro ride ; e ci può esser sempre qualcuno che ride e piange a un tempo . Del mondo che lo circonda , l ' uomo , in questo o in quel tempo , non vede se non ciò che lo interessa : fin dall ' infanzia , senza neppur sospettarlo , egli fa una scelta d ' elementi e li accetta e accoglie in sé ; e questi elementi , più tardi , sotto l ' azione del sentimento , s ' agiteranno per combinarsi nei modi più svariati . “ L ' Antichità costrinse serenamente le forme nell ' armonia del finito ” . Ecco una sintesi . Tutta l ' antichità ? Nessun antico escluso ? “ Il Ciclope o lo Gnomo , le Grazie o le Parche ” . E non anche le Sirene , metà donne , metà pesce ? “ La vita non aveva che o liberi o servi ” . E non poteva qualche libero sentirsi servo e qualche servo sentirsi libero entro di . sé ? Non cita lo stesso Arcoleo Diogene che “ chiude il mondo nella botte , e non accetta la grandezza d ' Alessandro , se gli toglie la vista del sole ” ? E che vuol dire che l ' intelletto greco poteva percepire il contrasto e l ' Arte non poteva esprimerlo perché la vita era diversa ? Com ' era la vita ? O tutta pianto o tutta riso ? E come faceva allora l ' intelletto a cogliere il contrasto ? Ogni astrazione bisogna che abbia per forza radice in un fatto concreto . C ' era dunque il pianto e il riso , non il pianto o il riso ; e se l ' intelletto poteva cogliere il contrasto , perché non avrebbe potuto esprimerlo l ' arte ? “ Tutt ' al più dice l ' Arcoleo il contrasto dalla sfera dell ' intelletto passò nell ' altra dell ' immaginazione , si tramutò in fantasma , e allora Aristofane fece la satira dei sofisti , e Luciano degli Dei ” . Che vuol dire quel tutt ' al più ? Se il contrasto dalla sfera dell ' intelletto passò in quella dell ' immaginazione e si tramutò in fantasma , vuol dire che divenne arte . E allora ? Lasciamo andare Aristofane che , come vedremo , non ha nulla da fare con l ' umorismo ; ma Luciano non è soltanto autore del dialogo degli Dei . E andiamo avanti . “ Il mondo antico rimpiccolì nelle forme plastiche le energie soprannaturali ” . Ecco un ' altra sintesi . Tutto il mondo antico e tutte le energie soprannaturali ? anche il fato ? E tutta l ' Italia del rinascimento “ rimase nei suoi gusti pagana , serena ; non ebbe curiosità , non intimità ” ? Vedremo . Parliamo d ' umorismo e delle espressioni artistiche di esso , espressioni eccezionali e speciosissime , ripeto : ci basterebbe un umorista solo ; ne troveremo parecchi , in ogni tempo , in ogni luogo ; e diremo la ragione per cui i nostri segnatamente ci debba parere che non siano tali . Tutte le partizioni sono arbitrarie . Poco dopo la pubblicazione del saggio del Nencioni , che negava come abbiamo veduto all ' antichità una letteratura umoristica , non solo , ma anche la possibilità di averla , sorsero da noi prima il Fraccaroli , con uno studio intitolato appunto Per gli Umoristi dell ' Antichità ( Verona , 1885 ) , poi il Bonghi ( zLa coltura , 15 gennaio 1886 ) , poi altri ancora a rilevare nelle letterature classiche e specialmente nella greca , assai più umorismo , che non avesse saputo vedere il Nencioni . Quel felice equilibrio , quella calma statuaria e l ' anima sana e giovine e la serena armonia della vita e del temperamento degli antichi , come la natura rappresentata da questi con precisione e con fedeltà , senza melanconia né nostalgia , sono vecchi cavalli di battaglia della critica romantica . Già lo stesso Schiller , autore primo della partizione , dovette riconoscere che Euripide , Orazio , Properzio , Virgilio non si erano fatti un concetto ingenuo della natura e quindi concludere che vi erano anime sentimentali presso gli antichi e anime greche presso i moderni , e cancellare così , come impossibile a mantenere , la linea divisoria tra ispirazione antica e ispirazione moderna . Su le tracce del Biese , che scrisse su l ' evoluzione del sentimento della natura presso i greci ( Die Entwickelung des Naturgefühls bei den Griechen , Kiel , 1882; abbiamo su l ' argomento lavori più recenti ) , il Basch dimostrò agevolmente quanto di sentimentale vi fosse nella poesia e nel pensiero dei Greci , nella mitologia primitiva , nelle metamorfosi spesso grottesche delle divinità , nell ' utopia nostalgica dell ' età dell ' oro , nella raffinata melanconia dei lirici e degli elegiaci in ispecie , che rappresentarono la natura non solamente ” comme cadre des sentiments de l ' âme , mais encore comme ayant des profondes et mystérieuses affinités avec ses sentiments ” . Anche lo Herder , autore della partizione tra Natur - poesie e Kunst poesie , non dava ad essa un senso rigorosamente cronologico . E il Richter negava che il cristianesimo fosse causa e origine esclusiva della nuova poesia , giacché i poemi scandinavi dell ' Edda e quelli dell ' India eran nati fuori del misticismo cristiano ; e , ripetendo l ' osservazione del Herder che “ nessun poeta resta fedele ad un ' ispirazione sentimentale unica ” , chiamava romantici non già gli autori , ma quelle fra le opere ch ' erano d ' ispirazione sentimentale . Arrigo Heine diceva nella Germania che si era caduti in un deplorevole errore chiamando plastica l ' arte classica , come se ogni arte , antica o moderna , volendo esser arte , non dovesse per forza esser plastica nella sua forma esteriore . Ed è inutile ricordare qui a quali strette si trovò Victor Hugo , volendo additare come principio dell ' arte moderna la famosa teoria del grottesco , di fronte a Vulcano , a Polifemo , a Sileno , ai tritoni , ai satiri , ai ciclopi , alle sirene , alle furie , alle Parche , alle arpie , al Tersite omerico , alle dramatis persone delle commedie aristofanesche . D ' altra parte , nessuno più si sogna di negare che anch ' essi gli antichi avessero l ' idea della profonda infelicità degli uomini . La espressero , del resto , chiaramente filosofi e poeti . Ma , al solito , anche tra il dolore antico e il dolore moderno si è voluto vedere da alcuni una differenza quasi sostanziale , e si è sostenuto che vi è una lugubre progressione nel dolore , svolgentesi con la storia stessa della civiltà , una progressione che ha fondamento nella sensibilità dell ' umana coscienza , sempre più delicata , e nell ' irritabilità e nella incontentabilità di essa di mano in mano sempre maggiori . Ma questo lo aveva già detto , se non c ' inganniamo , fin dal tempo dei tempi , Salomone . Accrescimento di scienza , accrescimento di dolore . E aveva proprio ragione , fin dal tempo dei tempi , Salomone ? Sta a vedere . Se le passioni , quanto più si afforzano e si affinano , tanto più acquistano una specie d ' attrazione e di compenetrazione scambievole ; se con l ' ajuto della fantasia e dei sensi noi ci inoltriamo , come dicono , in un “ processo d ' universalizzazione ” che si fa sempre più rapido e sempre più invadente , sicché in un dolore ci par di sentire più dolori , tutti i dolori , soffriamo noi per questo veramente di più ? No : perché questo accrescimento , se mai , è a scapito dell ' intensità . E ben per questo il Leopardi notava acutamente che il dolore antico era un dolor disperato , come suoi essere in natura , com ' è ancora nei popoli barbari e semi - selvaggi o nelle genti della campagna , senza il conforto cioè della sensibilità , senza la dolce rassegnazione alle sventure . Facilmente oggi , agli occhi nostri , se crediamo d ' essere infelici , il mondo si converte in un teatro d ' universale infelicità ? Vuol dire che , invece di sprofondarci nel nostro proprio dolore , noi lo allarghiamo , lo diffondiamo nell ' universo . Ci strappiamo la spina , e ci avvolgiamo in una nuvola nera . Cresce la noja , ma si spunta e si attenua il dolore . Però , ecco , e quel tal tedio della vita dei contemporanei di Lucrezio ? e quella tal tristezza misantropica di Timone ? Oh via ! è proprio inutile sfoggiare esempii e citazioni . Sono questioni , disquisizioni , argomentazioni accademiche . L ' umanità passata non c ' è bisogno di cercarla lontano : è sempre in noi , tal quale . Possiamo tutt ' al più ammettere che oggi , per questa se vuolsi cresciuta sensibilità e per il progresso ( ahimè ) della civiltà , siano più comuni quelle disposizioni di spirito , quelle condizioni di vita più favorevoli al fenomeno dell ' umorismo , o meglio , di un certo umorismo ; ma è assolutamente arbitrario il negare che tali disposizioni non esistessero o non potessero esistere in antico . A buon conto , Diogene , con la sua botte e la sua lanterna , non è di jeri ; e nulla di più serio nel ridicolo e di più ridicolo nel serio . Eccezioni , come dice il Nencioni e ripete l ' Arcoleo , Aristofane e Luciano ? Ma eccezioni , allora , anche Swift e Sterne . Tutta l ' arte umoristica , ripetiamo , è stata sempre ed è tuttavia arte d ' eccezione . Diverso il pianto , secondo questa critica , e diverso naturalmente anche il riso degli antichi . Notissima , la distinzione di Gian Paolo Richter tra comico classico e comico romantico : facezia grossolana , satira volgare , derisione de ' vizii e dei difetti , senza alcuna commiserazione o pietà , quello ; umore , questo , cioè riso filosofico , misto di dolore , perché nato dalla comparazione del piccolo mondo finito con la idea infinita , riso pieno di tolleranza e di simpatia . Da noi il Leopardi , che ebbe sempre la nostalgia del passato e che nei Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura volle far notare che egli sentiva il dolore non a modo dei romantici , ma a modo degli antichi , cioè il dolore disperato , difese pure il comico antico contro il moderno , il comico antico che “ era veramente sostanzioso , esprimeva sempre e metteva sotto gli occhi , per dir così , un corpo di ridicolo ” , mentre il moderno “ un ' ombra , uno spirito , un vento , un soffio , un fumo . Quello empieva di riso , questo appena lo fa gustare ; quello era solido , questo fugace ; quello consisteva in immagini , similitudini , paragoni , racconti , insomma cose ridicole ; questo in parole , generalmente e sommariamente parlando , e nasce da quella tal composizione di voci , da quello equivoco , da quella tale allusione di parole , da quel giocolino di parole , da quella tal parola appunto di maniera che , togliete quelle allusioni , scomponete e ordinate diversamente quelle parole , levate quell ' equivoco , sostituite una parola in cambio d ' un ' altra , svanisce il ridicolo ” . E cita l ' esempio di Luciano che paragona gli Dei sospesi al fuso della Parca ai pesciolini sospesi alla canna del pescatore . Poi avverte : “ Ma forse e senza forse , presentemente , e massime ai francesi , par grossolano quel che una volta si chiamava sale attico , e piacque ai greci , popolo il più civile dell ' antichità e ai latini . E può essere che anche Orazio avesse una simile opinione , quando disse male de ' sali di Plauto ; e in fatti le Satire e le Epistole di Orazio non sono di così solido ridicolo come l ' antico comico greco e latino , ma né anche di gran lunga così sottile come il moderno . Ora , a forza di motti , si è renduto spirituale anche il ridicolo , assottigliato tanto che ormai non è più né pur liquore , ma un etere , un vapore ; e questo solo si stima ridicolo degno delle persone di buon gusto e di spirito e di vero buon tono , e degno del bel mondo e della civile conversazione . Il ridicolo delle antiche commedie nasceva anche molto dalle operazioni stesse che erano introdotti a fare i personaggi sulla scena , e quivi ancora era non piccola sorgente di sale , ma pura azione ; come nelle Cerimonie del Maffei : commedia piena di vero e antico ridicolo , quel salire di Orazio per la finestra a fine di evitare i complimenti alle porte . Un ' altra gran differenza tra il ridicolo antico e il moderno è che quello era preso da cose popolari e domestiche o almeno non della più fina conversazione , la quale poi non esisteva ancor per lo meno così raffinata ; ma il moderno , massime il francese , versa principalmente intorno al più squisito mondo , alle cose dei nobili più raffinati , alle vicende domestiche delle famiglie più moderne , ecc . , ecc . ( come anche proporzionatamente era il ridicolo d ' Orazio ) : sicché quello era un ridicolo che avea corpo , e , come il filo di un ' arma che non sia troppo aguzzo , durò lungo tempo ; dove questo , come ha una punta sottilissima , più o meno secondo i tempi e le nazioni , così anche in un batter d ' occhio si logora e si consuma , e dal volgo poi non si sente , come il taglio del rasojo a prima giunta ” . Il Leopardi , evidentemente , parla qui dell ' esprit francese in contrapposizione del ridicolo classico , senza pensare che questo ” esprit de conversation , le talent de faire des mors , le goût des petites phrases vives , fines , imprévues , ingénieuses , dardées avec gaieté ou malice ” ( Vedi H . Taine , Notes sur l ' Angleterre , Paris , Hachette et Cie , douzième édition , 1903 , - ch . VIII . De l ' esprit anglais , pag . 339 ) , è classico anch ' esso e antichissimo in Francia : Duas res industriosissime persequitur gens Gallorum , rem militarem et argute loqui . Questo esprit nativo in Francia , che si raffina anch ' esso a mano a mano e diviene un po ' convenzionale , elegante , aristocratico , in certi periodi letterarii , non è certamente l ' humour moderno , e tanto meno quello inglese che il Taine gli contrappone , come fatto appunto di case più che di parole o , sotto un certo aspetto , fatto di buon senso , se come pensava il Joubert esprit consiste nell ' aver molte idee inutili e il buon senso nell ' esser provvisto di nozioni necessarie . Non confondiamo dunque . Nel 1899 Alberto Cantoni , argutissimo nostro umorista ( vedi su lui il mio saggio Un critico fantastico nel vol . Arte e scienza , Roma , W . Modes ed . , 1908 ) , che sentiva profondamente il dissidio interno tra la ragione e il sentimento e soffriva di non poter essere ingenuo come prepotentemente in lui la natura avrebbe voluto , riprese l ' argomento in una sua novella critica intitolata Humour classico e moderno ( il Cantoni chiama propriamente questo suo lavoro grottesco , forse per la contaminazione dell ' elemento fantastico con la critica ) , nella quale immagina che un bel vecchio rubicondo e gioviale , che rappresenta l ' Humour classico , e un ometto smilzo e circospetto , con una faccia un poco sdolcinata e un poco motteggiatrice , che rappresenta l ' Humour moderno , s ' incontrino a Bergamo innanzi al monumento a Gaetano Donizetti e là , senz ' altro , si mettono a disputare tra loro e poi si lanciano una sfida , si propongono cioè d ' andare in campagna lì presso , a Clusone , dove si tiene una fiera , ognuno per conto proprio , come se non si fossero mai visti , e di ritornare poi la sera , daccapo , innanzi al monumento di Donizetti , recando ciascuno le fugaci e particolari impressioni della gita per metterle a paragone . Invece di discorrere criticamente della natura , delle intenzioni , del sapore dell ' umorismo antico e del moderno , il Cantoni , in questa novella , riferisce vivacemente , in un dialogo brioso , le impressioni del vecchio gioviale e dell ' ometto circospetto raccolte alla fiera di Clusone . Quelle del primo avrebbero potuto essere argomento d ' una novella del Boccaccio , del Firenzuola , del Bandello ; i correnti e le variazioni sentimentali dell ' altro hanno invece il sapore di quelle dello Sterne nel Sentimental Journey o del Heine nei Reisebilder . Il Cantoni , prediligendo la natura ingenua e schietta , terrebbe nella disputa dalla parte del vecchio rubicondo , se non fosse costretto a riconoscere ch ' esso ha voluto rimanere tal quale assai più che non lo comportassero gli anni e che è volgaruccio e spesso vergognosamente sensuale ; ma poi , sentendo anche In sé il dissidio che tiene scissa e sdoppiata l ' anima di quell ' altro , dell ' ometto smilzo , lo fa mordere dal vecchio con aspre parole : “ A forza di ripetere continuamente che tu sembri sorriso e che sei dolore ... n ' è venuto che oramai non si sa più né che cosa veramente tu sembri , né che cosa veramente tu sia ... Se tu ti potessi vedere , non capiresti , come me , se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere . Adesso è vero gli risponde l ' Humour moderno . Perché adesso penso solamente che voi vi siete fermato a mezza via . Al vostro tempo le gioje e le angustie della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto dissimili fra di loro , e niente era più facile che sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle seconde , o viceversa ; ma dopo , cioè al tempo mio , è sopravvenuta la critica e felice notte ; s ' è brancolato molto tempo a non sapere né che cosa fosse il meglio , né che cosa fosse il peggio , finché principiarono ad apparire , dopo essere stati così gran tempo assai nascosti , i lati dolorosi della gioja e i lati risibili del dolore umano . Anche gli antichi solevano sostenere che il piacere non era altro che la cessazione del dolore e che il dolore stesso , ben esaminato , non era punto il male ; ma le sostenevano sul serio queste belle cose : come dire che non ne erano niente penetrati ; adesso invece è venuto pur troppo il tempo mio e si ripete , aimè , quasi ridendo , cioè con la più profonda persuasione , che i due suddetti elementi , attaccati da poco in qua alla gioja e al dolore , hanno assunto aspetti così incerti e così trascolorati che non si possono più , nonché separare , nemmeno distinguere . Ne è venuto che i miei contemporanei non sanno ora più essere né ben contenti , né bene malcontenti mai , e che voi solo non bastate più né a far fermentare il misurato sollazzo dei primi e né a divergere le sofistiche tremerelle dei secondi . Ci voglio io , che mescolo tutto scientemente , per fare svanire da una parte quanto più posso ingannevoli miraggi e per limare dall ' altra quante più trovo superflue asperità . Vivo di espedienti e di cuscinetti , io ... Bella vita ! esclama il vecchio . E l ' ometto smilzo séguita : ... per arrivare possibilmente ad uno stato intermedio che rappresenti come la sostanza grigia dell ' umana sensibilità . Si sente troppo adesso , come troppo s ' è riso a ufo ed a credenza in altri tempi : urge però che il pensiero regga le briglie alla più incomposta manifestazione del sentimento ... Rimpiango sempre di non aver potuto ereditare le vostre illusioni , e mi rallegro nello stesso tempo di trovarmi di qua dal fosso , bene agguerrito contro alle insidie delle illusioni stesse ! O che avete ? Perché mi affisate a codesto modo ? Penso , risponde il vecchio , che se vuoi proprio aver due anime in una , fai molto bene a non assumere la famosa guardatura di quel vedovo innamorato , che a sinistra piangeva la morta e a destra faceva l ' occhietto alla viva . Tu invece vuoi piangere e far l ' occhietto insieme , da tutte due le parti , come dire che non ci si capisce più nulla ” . Come nel dramma romantico che i due bravi borghesi Dupuis e Cotonet vedevano : ” vêtu de blanc et de noir , riant d ' un oeil et pleurant de l ' autre ” . Ma abbiamo confusione anche qui . In fondo , il Cantoni viene a dire sott ' altra forma quello stesso che avevano detto il Richter e il Leopardi . Se non che , egli chiama anche humour quello che gli altri due avevano chiamato comico classico e ridicolo antico . Il Richter tedesco tesse però l ' elogio del comico romantico o humour moderno , e vitupera come grossolano e volgare il comico classico ; mentre Cantoni , come il Leopardi da buon italiano lo difende , pur riconoscendo che la taccia di vergognosa sensualità non sia affatto immeritata . Ma anche per lui l ' humour moderno non è altro che una sofisticazione dell 'antico.”Via, ho idea , gli dice infatti l ' Humour classico , che si sia fatto sempre senza di te , ovvero che tu non sia altro che la parte peggiore di me medesimo , la quale abbia messo cresta per impertinenza , come ora usa . È un gran dire però che non s ' abbia mai a conoscersi bene da sé soli ! Tu mi sei certo scivolato di sotto ed io non me ne sono avvisto ” . Ora , è vero questo ? Ciò che il Cantoni chiama Humour classico è proprio humour ? o non incorre il Cantoni per un verso nello stesso errore in cui incorse già per l ' altro il Leopardi , confondendo cioè con l ' esprit francese tutto il ridicolo moderno ? Più propriamente : ciò che il Cantoni chiama humour classico , non sarebbe l ' umorismo inteso in un senso molto più largo , nel quale sian comprese la burla , la baja , la facezia , tutto il comico in somma nelle sue varie espressioni ? Qui è il nodo vero della questione . Non c ' entra la diversità dell ' arte antica dalla moderna , come non c ' entrano le speciali prerogative di questa o di quella razza . Si tratta di vedere in che senso si debba considerar l ' umorismo , se nel senso largo che comunemente ed erroneamente gli si suoi dare , e ne troveremo allora in gran copia così presso le letterature antiche come presso le moderne , d ' ogni nazione ; o se in un senso più ristretto e più proprio , e ne troveremo allora parimenti , ma in molto minor copia , anzi in pochissime espressioni eccezionali , così presso gli antichi come presso i moderni , d ' ogni nazione . III . DISTINZIONI SOMMARIE Nel Cap . VIII del libro Notes sur l ' Angleterre il Taine , com ' è noto , si provò a comparare l ' esprit francese e quello inglese . “ Non deve dirsi che essi ( gl ' Inglesi ) non abbiano spirito , scrisse il Taine ; ne hanno uno per conto loro , in verità poco gradevole , ma affatto originale , di sapor forte e pungente e anche un po ' amaro , come le lor bevande nazionali . Lo chiamano humour ; e , in generale , è la facezia di chi , scherzando , serba un ' aria grave . Questa facezia abbonda negli scritti di Swift , di Fielding , di Sterne , di Dickens , di Thackeray , di Sidney Smith ; sotto quest ' aspetto , il Libro degli snobs e le Lettere di Peter Plymley son capolavori . Se ne trova anche molto , della qualità più indigena e più aspra , in Carlyle . Essa confina ora con la caricatura buffonesca , ora col sarcasmo meditato ; scuote rudemente i nervi , o s ' affonda e prende stanza nella memoria . È un ' opera dell ' immaginazione stramba o dell ' indignazione concentrata . Si piace nei contrasti stridenti , nei travestimenti impreveduti . Para la follia con gli abiti della ragione o la ragione con gli abiti della follia . Arrigo Heine , Aristofane , Rabelais e talvolta Montesquieu , fuori dell ' Inghilterra , sono quelli che ne hanno in più larga dose . Ma pur si deve in questi tre ultimi sottrarre un elemento straniero , la estrosità francese , la gioja , la gajezza , quella specie di buon vino che non si vendemmia se non nei paesi del sole . Nello stato insulare e puro , essa lascia sempre , in fine , un sapor di aceto . Chi scherza così è di raro benevolo e non è mai lieto , sente e tradisce fortemente le dissonanze della vita . E non ne gode ; in fondo anzi ne soffre e se ne irrita . Per studiar minuziosamente un grottesco , per prolungar freddamente un ' ironia , bisogna avere un sentimento continuo di tristezza e di collera . I saggi perfetti del genere si devono cercare nei grandi scrittori , ma il genere è talmente indigeno che si trova ogni giorno nella conversazione ordinaria , nella letteratura , nelle discussioni politiche , ed è la moneta corrente del Punch ” . La citazione è un po ' troppo lunga ; ma opportuna per chiarir parecchie cose . Il Taine riesce a coglier bene la differenza generale tra la plaisanterie inglese e la francese , o meglio , il diverso umore dei due popoli . Ogni popolo ha il suo , con caratteri di distinzione sommaria . Ma , al solito , non bisogna andare tropp ' oltre , non bisogna cioè prender questa distinzione sommaria come solido fondamento nel trattare d ' un ' espressione d ' arte specialissima come la nostra . Che diremmo di uno il quale dal sommario accertamento che vi son certi tratti fisionomici comuni per cui , così all ' ingrosso , distinguiamo un Inglese da uno Spagnuolo , un Tedesco da un Italiano , ecc . , traesse la conseguenza che tutti quanti gl ' Inglesi , per esempio , hanno gli stessi occhi , lo stesso naso , la stessa bocca ? Per intender bene quanto sia sommario questo modo di distinguere , chiudiamoci per un momento nei confini del nostro paese . Noi tutti , d ' una data nazione , possiamo notar facilmente come e quanto la fisionomia dell ' uno sia diversa da quella d ' un altro . Ma questa osservazione , ovvia , facilissima per noi , riesce invece difficilissima a uno straniero , per il quale noi tutti avremo uno stesso aspetto generale . Pensiamo a un gran bosco dove fossero parecchie famiglie di piante : querci , aceri , faggi , platani , pini , ecc . Sommariamente , a prima vista , noi distingueremo le varie famiglie dall ' altezza del fusto , dalla diversa gradazione del verde , in somma dalla configurazione generale di ciascuna . Ma dobbiamo poi pensare che in ognuna di queste famiglie non solo un albero è diverso dall ' altro , un tronco dall ' altro , un ramo dall ' altro , una fronda dall ' altra , ma che , fra tutta quella incommensurabile moltitudine di foglie , non ve ne sono due , due sole , identiche tra loro . Ora , se si trattasse di giudicare di un ' opera d ' immaginazione collettiva , come sarebbe appunto un ' epopea genuina , sorta viva e possente dalle leggende tradizionali primitive d ' un popolo , ci potremmo in certa guisa contentare di quella sommaria distinzione . Non possiamo contentarcene più invece nel giudicar di opere che siano creazioni individuali , segnatamente poi se umoristiche . Colto astrattamente il tipo dell ' umore inglese , il Taine mette prima in un fascio Swift e Fielding e Sterne e Dickens e Thackeray e Sidney Smith e Carlyle , e vi accozza poi Heine , Aristofane , Rabelais , Montesquieu . Bel fascio ! Dall ' umorismo inteso nel senso più largo , come carattere comune , tipico modo di ridere di questo o di quel popolo , saltiamo a piè pari a considerar le singole e specialissime espressioni d ' un umorismo , che non è più possibile intendere in quel senso largo , se non a patto di rinunziare assolutamente alla critica : dico a quella critica che indaga e scopre tutte le singole differenze caratteristiche per cui l ' espressione , e dunque l ' arte , il modo d ' essere , lo stile d ' uno scrittore si distingue da quello dell ' altro : lo Swift dal Fielding , lo Sterne dallo Swift e dal Fielding , il Dickens dallo Swift e dal Fielding e dallo Sterne e così via . Le relazioni che questi scrittori umoristici inglesi possono avere con l ' umore nazionale sono affatto secondarie e superficiali come quelle che essi possono aver fra loro , e non hanno per la valutazione estetica alcuna importanza . Quel che di comune possono aver tra loro questi scrittori non deriva dalla qualità dell ' umore nazionale inglese , ma dal solo fatto ch ' essi sono umoristi , ciascuno si a suo modo , ma umoristi tutti veramente , scrittori cioè nei quali avviene quello speciale processo intimo e caratteristico da cui risulta l ' espressione umoristica . E soltanto per questo , non Arrigo Heine e il Rabelais e il Montesquieu e basta , ma tutti i veri scrittori umoristici d ' ogni tempo e d ' ogni nazione possono andare a schiera con quelli . Non però Aristofane , nel quale quel processo non avviene affatto . In Aristofane non abbiamo veramente il contrasto , ma soltanto l ' opposizione . Egli non è mai tenuto tra il sì e il no ; egli non vede che le ragioni sue , ed è per il no , testardamente , contro ogni novità , cioè contro la retorica , che crea demagoghi , contro la musica nuova , che , cangiando i modi antichi e consacrati , rimuove le basi dell ' educazione e dello Stato , contro la tragedia d ' Euripide , che snerva i caratteri e corrompe i costumi , contro la filosofia di Socrate , che non può produrre che spiriti indocili e atei , ecc . Alcune sue commedie son come le favole che scriverebbe la volpe , in risposta a quelle che hanno scritto gli uomini calunniando le bestie . Gli uomini in esse ragionano e agiscono con la logica delle bestie , mentre nelle favole le bestie ragionano e agiscono con la logica degli uomini . Sono allegorie in un dramma fantastico , nel quale la burla è satira iperbolica , spietata ( Vedi Jacques Denis , La comédie grecque , vol . I , chap . VI , Paris , Hachette et Cie , 1886 , e la bella e dotta prefazione di Ettore Romagnoli alla sua impareggiabile traduzione delle commedie di A . , Torino , Bocca , 1908 ) . Aristofane ha uno scopo morale , e il suo non è mai dunque il mondo della fantasia pura . Nessuno studio della verosimiglianza : egli non se ne cura perché si riferisce di continuo a cose e a persone vere : astrae iperbolicamente dalla realtà contingente e non crea una realtà fantastica , come , ad esempio , lo Swift . Umorista non è Aristofane , ma Socrate , come acutamente osserva Teodoro Lipps ( Komik und Humor , eine psychologisch - ästhetische Untersuchung , Hamburg u . Leipzig , Voss , 1898 ) : Socrate che assiste alla rappresentazione delle Nuvole e ride con gli altri della derisione che fa di lui il poeta , Socrate che “ versteht den Standpunkt des Volksbewusstseins , zu dessen Vertreter sich Aristophanes gemacht hat , und sieht darin etwas relativ Gutes und Vernünftiges . Er anerkennt eben damit das relative Recht derer , die seinen Kampf gegen das Volksbewusstsein verlachen . Damit erst wird sein Lachen zum Mitlachen . Andererseits lacht er doch über die Lacher . Er thut es und kann es thun , weil er des höheren Rechtes und notwendigen Sieges seiner Anschauungen gewiss ist . Eben dieses Bewusstsein leuchtet durch sein Lachen , und lässt es in seiner Thorheit logisch berechtigt , in seiner Nichtigkeit sittlich erhaben erscheinen ” . Socrate ha il sentimento del contrario ; Aristofane , dunque , se mai , può esser considerato umorista soltanto se intendiamo l ' umorismo nell ' altro senso molto più largo , e per noi improprio , in cui siano compresi la burla , la baja , la facezia , la satira , la caricatura , tutto il comico in somma nelle sue varie espressioni . Ma in questo senso anche tanti e tant ' altri scrittori faceti , burleschi , grotteschi , satirici , comici d ' ogni tempo e d ' ogni nazione dovrebbero esser considerati umoristi . L ' errore è sempre quello : della distinzione sommaria . Sono innegabili le diverse qualità delle varie razze , è innegabile che la plaisanterie francese non è l ' inglese come non è l ' italiana , la spagnuola , la tedesca , la russa , e via dicendo ; innegabile che ogni popolo ha un suo proprio umore ; l ' errore comincia quando quest ' umore , naturalmente mutabile nelle sue manifestazioni secondo i momenti e gli ambienti , è considerato , come comunemente il volgo suol fare , quale umorismo ; oppure quando per considerazioni esteriori e sommarie si afferma sostanzialmente diverso negli antichi e nei moderni ; e quando in fine , per il solo fatto che gl ' Inglesi chiamarono humour questo loro umore nazionale , mentre gli altri popoli lo chiamarono altrimenti , si viene a dire che soltanto gl ' Inglesi hanno il vero e proprio umorismo . Abbiamo già veduto che , molto prima che quel gruppo di scrittori inglesi del sec . XVIII si chiamasse degli umoristi ( vedi su essi le sei letture del Thackeray , The english Humourists of the eighteenth Century , Leipzig , Tauchnitz , 1853 . Sono : Swift , Congreve , Addison , Steele , Prior , Gay , Pope , Hogarth , Smollett , Fielding , Sterne , Goldsmith ) ; in Italia avevamo avuto e umidi e umorosi e umoristi . Questo , se si vuol discutere sul nome . Se si vuol poi discutere intorno alla cosa , è da osservare innanzi tutto che , intendendo in questo senso largo l ' umorismo , tanti e tanti scrittori che noi chiamiamo burleschi o ironici o satirici o comici ecc . , sarebbero chiamati umoristi dagli Inglesi , i quali sentirebbero in essi quel tal sapore che noi sentiamo nei loro scrittori e non sentiamo più nei nostri per quella particolarissima ragione , che con molto accorgimento fu messa in chiaro dal Pascoli . ” C ' è , disse il Pascoli in ogni lingua e letteratura un quid speciale e intraducibile , che pochi sanno percepire nella lingua e letteratura lor propria e avvertono , invece , senza difficoltà nelle altrui . Ogni lingua straniera , pur da noi non intesa , vi suona all ' orecchio più , dirò , mirabilmente , che la vostra . Un racconto , una poesia , esotici , vi sembrano più belli , anche se mediocri , di molte belle cose nostrane ; e tanto più , quanto più conservano di quell ' essenza nazionale . Ora non crediate che la vostra lingua e letteratura non abbiano a fare il medesimo effetto negli altri che quelle altre in noi ! ” . Una prova di questo fatto si può avere in ciò che W . Roscoe scrisse nel cap . XVI , § 12 , della sua opera Vita e pontificato di Leon X , a proposito del Berni . Il Roscoe , inglese , e che perciò di quel che comunemente nel suo paese s ' intende per humour doveva aver coscienza , scrisse che le facili composizioni del Berni e del Bini e del Mauro , ecc . “ non è improbabile che abbiano aperta la strada ad una simile eccentricità di stile in altri paesi ” e che ” in verità può concepirsi l ' idea più caratteristica degli scritti del Berni e dei compagni e seguaci di lui col considerare esser quelli in versi facili e vivaci la stessa cosa , che sono le opere in prosa di Rabelais , di Cervantes e di Sterne ” . E non ci dà Antonio Panizzi , che lungamente visse in Inghilterra e degli scrittori nostri scrisse in inglese , una definizione dello stile del Berni , che risponde in gran parte a quella che il Nencioni poi volle dare dell ' umorismo ? “ I precipui elementi dello stile del Berni dice il Panizzi sono : l ' ingegno che non trova somiglianza tra oggetti distanti e la rapidità onde subitamente connette le idee più remote ; il modo solenne onde allude ad avvenimenti ridicoli e profferisce un ' assurdità ; l ' aria d ' innocenza e d ' ingenuità con che fa osservazioni piene d ' accorgimento e conoscenza del mondo , la peculiar bonarietà con che sembra riguardare con indulgenza ... gli errori e le malvagità umane ; la sottile ironia che egli adopera con tanta apparenza di semplicità e d ' avversione all ' acerbezza ; la singolare schiettezza con che pare desideroso di scusare uomini e opere nello stesso momento che è tutto inteso a farne strazio » . A ogni modo , è certo che il Roscoe sentiva nel Berni e negli altri nostri poeti bajoni lo stesso sapore che sentiva negli scrittori suoi connazionali dotati di humour ( il Nencioni definisce l ' umorismo “ una naturale disposizione del cuore e della mente a osservare con simpatica indulgenza le contradizioni e le assurdità della vita ” ) . E non lo sentiva forse il Byron nel nostro Pulci , di cui tradusse finanche il primo canto del Morgante ? E lo stesso Sterne non lo sentiva finanche nel nostro Gian Carlo Passeroni ( Passeroni dabben , come lo chiamava il Parini ) , quel buon prete nizzardo che nel canto XVII , parte III del suo Cicerone ci fa sapere ( str . I22ª ) : E già mi disse un chiaro letterato Inglese , che da questa mia stampita Il disegno , il modello avea cavato Di scrivere in più torni la sua vita E pien di gratitudine e d ' amore Mi chiamava suo duce e precettore . E , d ' altro canto , non risente proprio per nulla degli scrittori francesi del grand siècle e anche di altri che non appartengono a questo , quel gruppo di umoristi inglesi di cui abbiamo or ora fatto parola ? Il Voltaire , parlando dello Swift nelle sue Lettres sur les Anglais dice : “ Mr . Swift est Rabelais dans son bon sens et vivant en bonne compagnie . Il n ' a pas , à la verité , la gaité du premier , mais il a toute la finesse , la raison , le choix , le bon goût qui manquent à notre curé de Meudon ( Come suonano curiose queste lodi a uno scrittore inglese raffrontato con uno scrittore francese , dopo aver letto nel Taine la pagina su l ' esprit francese e su l ' inglese ! ) . Ses vers sont d ' un goût singulier et presque inimitable ; la bonne plaisanterie est son partage en vers et en prose ; mais pour le bien entendre , il faut faire un petit voyage dans son pays » . Dans son pays , va bene ; ma c ' è anche chi vuol dire che bisognerebbe far pure un piccolo viaggio alla luna in compagnia di Cyrano de Bergerac . E chi metterà in dubbio l ' azione del Voltaire e del Boileau sul Pope ? E ricorderemo che il Lessing , accusando il Gottsched nelle sue Lettere su la letteratura moderna , dice che meglio sarebbe convenuta al gusto e al costume tedesco l ' imitazione degli Inglesi , di Shakespeare , di Jonson , di Beaumont e Fletcher , anzi che quella dell ' infranciosato Addison . Ma una prova anche più chiara si può cavar dal fatto che , mentre nessuno di quelli che da noi si sono occupati di umorismo e , per un pregiudizio snobistico , lo hanno veduto soltanto in Inghilterra , si è mai sognato di chiamare umorista il Boccaccio per quelle molte sue novelle che ridono , umorista e anzi il primo degli umoristi è ritenuto invece in Inghilterra pe ' suoi Canterbury Tales il Chaucer . Han voluto vedere nel poeta inglese , non com ' era giusto il quid speciale della diversa lingua , un altro stile ; ma , nello stile , una maggiore intimità , e dimostrar questa maggiore intimità innanzi tutto nell ' ingegnoso pretesto delle novelle ( il pellegrinaggio a Canterbury ) , nei ritratti dei pellegrini novellatori , segnatamente di quella indimenticabile , graziosissima Prioressa , Suor Eglantina , e di sir Thopas e della donna di Bath , poi nella rispondenza delle novelle ai caratteri di chi le racconta , o meglio , nel modo con cui le varie novelle , che il Chaucer non inventa , prendono colore e qualità dai pellegrini . Ma questa che vuol parere un ' osservazione profonda , è , invece , superficialissima , perché si arresta soltanto alla cornice del quadro . La magnifica opulenza dello stile boccaccesco , la copia e l ' appariscenza della forma si possono forse da un canto considerare come esteriori e implicano forse dall ' altro scarsezza d ' intimità psicologica ? Esaminiamo , sotto questo aspetto , a una a una le novelle , i caratteri dei singoli personaggi , lo svolgimento delle passioni , la dipintura minuta , spiccata , evidente della realtà , che sottintende una sottilissima analisi , una conoscenza profonda del cuore umano , e vedremo se il Boccaccio , segnatamente nell ' arte di render verosimili certe avventure troppo strane , non supera di gran lunga il Chaucer . Si è troppo abusato d ' una osservazione , al solito sommaria , fatta da coloro che han studiato con soverchio amore delle cose altrui le relazioni tra le letterature straniere e la nostra : la osservazione cioè che gli scrittori nostri abbiano dato sempre a tutto ciò che han tolto dagli stranieri una così detta maggior bellezza esteriore , una linea più composta e più armoniosa ; e che gli stranieri , invece , abbiano dato a tutto ciò che han tolto dagli scrittori nostri una maggior bellezza interiore , un carattere più intimo e profondo . Ora questo , se mai , può valere per certi scrittori nostri mediocri , da cui qualche sommo scrittore straniero abbia tolto questo o quell ' argomento : può valere ad esempio per certi novellieri nostri , da cui lo Shakespeare cavò la favola per alcuni suoi drammi possenti . Non può valere per il Boccaccio e per il Chaucer . Bisogna invece considerare , in questo caso , che cosa uno scheletrico fabliau francese ( ammesso che il Chaucer non abbia preso nulla direttamente dal Boccaccio ) sia diventato nelle novelle dell ' uno e dell ' altro . IV . L ' UMORISMO E LA RETORICA Giacomo Barzellotti , nel suo volume Dal Rinascimento al Risorgimento ( Palermo , R . Sandron ed . , 1904 ) , seguendo i concetti e il sistema del Taine e anche qualche idea espressa dal Bonghi nelle Lettere critiche , e da un saggio di etologia della nostra cultura , inteso a ricercare la mutua dipendenza tra le disposizioni morali e sociali , gli abiti della mente , gl ' istinti di razza del nostro popolo e le sue abitudini a concepire e ad esprimere il bello , passando a studiare Il problema storico della prosa nella Letteratura italiana , disse che uno dei pregiudizii nostri è “ quello di presupporre che l ' arte dello scrivere sia , solo o prima di tutto , un lavoro esterno di forma e di stile , mentre la forma stessa e lo stile , il cui studio è bensì essenziale allo scrivere , sono avanti a tutto , un ' opera intima di pensiero , vale a dire una cosa che si può ottener bene se si prenda immediatamente e come un fine in sé , una cosa a cui non si giunge se non movendo da un ' altra parte , cioè dal di dentro , dal pensiero , non dalla parola , dallo studio , dalla meditazione e dalla elaborazione profonda della materia , del soggetto e dell ' idea ” . Ora questo pregiudizio , come si sa , fu quello della Retorica , ch ' era appunto una poetica intellettualistica , fondata tutta cioè su astrazioni , in base a un procedimento logico ( “ La retorica corrisponde alla logica ” aveva già detto Aristotele , Ret . lib . I , c . 1 ) . L ' arte per essa era abito di operare secondo certi principii . E stabiliva secondo quali principii l ' arte dovesse operare : principii universali , assoluti , come se l ' opera d ' arte fosse una conclusione da costruire al pari d ' un ragionamento . Diceva : “ Così si è fatto ; così si deve fare ” . Raccolti , come in un museo , tanti modelli di bellezza immutabile , ne imponeva l ' imitazione . Retorica e imitazione sono in fondo la stessa cosa . E i danni che essa cagionò in ogni tempo alla letteratura sono senza dubbio , come ognun sa , incalcolabili . Fondata sul pregiudizio della così detta tradizione , insegnava ad imitare ciò che non si imita : lo stile , il carattere , la forma . Non intendeva che ogni forma dev ' essere né antica né moderna , ma unica , quella cioè che è propria d ' ogni singola opera d ' arte e non può esser altra né di altre opere , e , che perciò non può né deve esistere tradizione in arte . Regolata com ' era dalla ragione , vedeva da per tutto categorie e la letteratura come un casellario : per ogni casella , un cartellino . Tante categorie , tanti generi ; e ogni genere aveva la sua forma prestabilita : quella e non altra . È vero che tante volte , poi , s ' accomodava ; ma darsi per vinta non voleva mai . Quando un poeta ribelle appioppava un calcio bene scolpito al casellario e creava a suo modo una forma nuova , i retori gli abbajavano dietro per un pezzo : ma poi , alla fine , se quella forma riusciva a imporsi , essi se la prendevano , la smontavano come una macchinetta , la scioglievano in un rapporto logico , la catalogavano , magari aggiungendo una nuova casella al casellario . Così avvenne , ad esempio , per il dramma storico di quel gran barbaro dello Shakespeare . Si diede per vinta la Retorica ? No : dopo avere abbajato per un pezzo , prescrisse le norme per il dramma storico , accolto nel casellario . Ma è anche vero che questi cani , quando s ' abbattevano a un povero poeta indebolito di mente , ne facevano strazio e lo costringevano a tartassar la propria opera non condotta a puntino sul modello imposto alla imitazione forzata . Esempio : la Conquistata del Tasso . La coltura , per la Retorica , non era la preparazione del terreno , la vanga , l ' aratro , il sarchio , il concime , perché il germe fecondo , il polline vitale , che un ' aura propizia , in un momento felice , doveva far cadere in quel terreno vi mettesse salde radici e vi trovasse abbondante nutrimento e si sviluppasse vigoroso e solido e sorgesse senza stento , alto e possente nel desiderio del sole . No : la coltura , per la Retorica , consisteva nel piantar pali e nel vestirli di frasche . Gli alberi antichi , custoditi nella sua serra , perdevano il loro verde , appassivano ; e con le fronde morte , con le foglie ingiallite , coi fiori secchi essa insegnava a parar certi tronchi di idee senza radici nella vita . Per la Retorica prima nasceva il pensiero , poi la forma . Il pensiero cioè non nasceva come Minerva armata dal cervello di Giove : nudo nasceva , poveretto ; ed essa lo vestiva . Il vestito era la forma . La Retorica , in somma , era come un guardaroba : il guardaroba dell ' eloquenza dove i pensieri nudi andavano a vestirsi . E gli abiti , in quel guardaroba , eran già belli e pronti , tagliati tutti su i modelli antichi , o meno adorni , di stoffa umile o mezzana o magnifica , divisi in tante scansie , appesi alle grucce e custoditi dalla guardarobiera che si chiamava Convenienza . Questa assegnava gli abiti acconci ai pensieri che si presentavano ignudi . Vuoi essere un Idillio , tu ? un Idillietto leggiadro e pettinato ? Su , fammi sentire come sospiri : Ahi lasso ! Oh , bravo . Hai letto Teocrito ? hai letto Mosco ? hai letto Bione ? e di Virgilio le Bucoliche ? Sì ? Recita su , da bravo . Sei un pappagallino bene ammaestrato . Vieni qua . Apriva la scansia , su la cui targa in cima si leggeva : Idillii , e ne traeva un grazioso abituccio di pastorello . E tu una Tragedia vorresti essere ? Ma proprio proprio una Tragedia ? È cosa ardua , bada ! Devi essere a un tempo grave e lesta , cara mia . In ventiquattr ' ore , tutto finito . E ferma , veh ! Scegliti un luogo , e lì . Unità , unità , unità . Lo sai ? Brava . Ma dimmi un po ' : ti scorre sangue reale per le vene ? E hai studiato Eschilo , Sofocle , Euripide ? Anche il buon Seneca ? Brava . Vuoi uccidere i figli come Medea ? il marito come Clitennestra ? la madre come Oreste ? Tu vuoi uccidere un tiranno come Bruto ; ho capito ; vieni qua . Così i pensieri facevan da manichini alla forma - vestiario . Cioè la forma non era propriamente forma , ma formazione : non nasceva , si faceva . E si faceva secondo norme prestabilite : si componeva esteriormente , come un oggetto . Era dunque artificio , non arte ; copia , non creazione . Ora si deve ad essa , senza dubbio , la scarsa intimità dello stile che si può notare in genere in tante opere della nostra letteratura ; si deve ad essa se per restringerci alla nostra indagine speciale non pochi scrittori nostri che avrebbero avuto e anzi ebbero indubbiamente , come per tante testimonianze si può arguire , una spiccatissima disposizione all ' umorismo , non riuscirono a manifestarla , a darle espressione , per rispettare appunto le leggi della composizione artistica . L ' umorismo , come vedremo , per il suo intimo , specioso , essenziale processo , inevitabilmente scompone , disordina , discorda ; quando , comunemente , l ' arte in genere , com ' era insegnata dalla scuola , dalla retorica , era sopra tutto composizione esteriore , accordo logicamente ordinato . E si può veder difatti che tanto quegli scrittori nostri che si sogliono chiamare umoristi , quanto quegli altri che sono veramente e propriamente tali , o son di popolo o popolareggianti , lontani cioè dalla scuola , o son ribelli alla Retorica , cioè alle leggi esterne della tradizionale educazione letteraria . Si può vedere , infine , che quando questa tradizionale educazione letteraria fu spezzata , quando il giogo della poetica intellettualistica del classicismo fu infranto dall ' irrompere del sentimento e della volontà , che caratterizza il movimento romantico , quegli scrittori che avevano una natural disposizione all ' umorismo la espressero nelle loro opere non per imitazione , ma spontaneamente . Alessandro D ' Ancona in quel suo studio su Cecco Angiolieri , da cui abbiamo preso le mosse , volle scorgere i caratteri del vero umorismo nella poesia di questo nostro bizzarro poeta del sec . XIII . Ora questo , no , veramente . L ' esempio dell ' Angiolieri può giovarci per chiarire quanto abbiamo detto or ora e non per altro . Io ho già dimostrato altrove ( vedi mio volume Arte e scienza , Roma , W . Modes ed . , 1908 : I sonetti di Cecco Angiolieri ) che i caratteri del vero umorismo mancano assolutamente all ' Angiolieri , come gli mancano pur quelli ritenuti tali dal D ' Ancona . La parola malinconia in Cecco , ad esempio , se non ha più il senso originario che aveva nel latino di Cicerone e di Plinio , è pur lontanissima dal significare quella delicata affezione o passion d ' animo che intendiamo noi : malinconia per Cecco significa sempre non aver denari da scialacquare , non tener la Becchino . a sua posta , aspettare invano che il padre vecchissimo e ricco si muoja ed e ' morrà quando il mar sarà sicco si ll ’ à dio fatto per mio strazio sano ! Un certo verso che il D ' Ancona chiama singhiozzante e che cita per ultimo a concludere che ogni sforzo che il poeta faccia per liberarsi della malinconia gli riesce inutile : con gran malinconia sempre istò , non ha affatto il carattere compendioso , né il valore espressivo che il D ' Ancona gli vuole attribuire . Il contrasto , quel che par sorriso ed è dolore , in Cecco in somma non c ' è mai . A provarlo , il D ' Ancona cita anche qui due versi , staccandoli da tutto il resto e dando ad essi un valore espressivo che non hanno : Però malinconia non prenderaggio anzi m ' allegrerò del mi ' tormento . Segue in fatti a questi due versi una terzina , che non solo spiega l ' apparente contrasto , ma lo distrugge affatto . Cecco non prenderà malinconia , anzi s ' allegrerà del suo tormento , perché ha udito dire a un uomo saggio : che ven un dì che val per più di cento . E il dì sarà quello della morte del padre , che gli permetterà di far gavazze , come allude in un altro sonetto : Sed i ' credesse vivar un dì solo più di colui che mi fa vivar tristo , assa ' di volte ringrazere ' Cristo ... Questo giorno ha pur da venire : bisognerà aspettarlo con pazienza , perché : l ' uom non può sua ventura prolungare né far più brieve c ' ordinato sia ; ond ' i ' mi credo tener questa via di lasciar la natura lavorare e di guardarmi , s ' io ' l potrò fare che non m ' accolga più malinconia , ch ' i ' posso dir che per la mia follia i ' ò perduto assai buon sollazzare . Anche che troppo tardi mi n ' avveggio non lascerò ch ' i ' non prenda conforto , c ' a far d ' un danno due sarebbe peggio , Ond ' i ' mi allegro e aspetto buon porto , ta ' cose nascer ciascun giorno veggio , che ' n dì di vita ( mia ) non m ' isconforto . Sul valore della parola malinconia , tante volte ripetuta da Cecco , non è possibile farsi , come il D ' Ancona ha voluto farsi , alcuna illusione . Cecco non s ' allegra mai veramente del suo tormento , sì lo riveste d ' una forma arguta e vivace , la quale per me , spesso , più che per intenzione burlesca o satirica , proviene dalla sua natura paesana , ed è affatto popolare senese . Tutto il popolo toscano , che meritamente si vanta il più arguto d ' Italia , volendo anche oggidì narrare le sue sventure e le sue afflizioni , esprimere gli odii suoi e i suoi amori , manifestar lo sdegno o il rimprovero o un desiderio , non usa una forma diversa . In genere , colorir comicamente la frase è virtù nel popolo spontanea , nativa . Il Belli , per esempio , non vuol tradurre in romanesco per Luigi Luciano Bonaparte il vangelo di San Matteo , perché la lingua della plebe è buffona e “ appena riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso i sacri volumi ” ( vedi Morandi , Prefaz . ai sonetti romaneschi del Belli , Città di Castello , Lapi , vol . I , 1889 ) . Qui abbiamo , in somma , l ' ironia , cioè quella tal contradizione fittizia tra quel che si dice e quel che si vuole sia inteso . Il contrasto non è nel sentimento , è solo verbale . Dobbiamo , dunque , da un canto tener conto di questo generale umore del popolo , di questa lingua buffona della plebe , e dall ' altro intender l ' umorismo in quel senso largo e improprio , se vogliamo includere tra gli umoristi Cecco Angiolieri , e non Cecco Angiolieri soltanto , allora , ma tutto quel gruppo di poeti toscani , non di scuola , ma di popolo , pieni di naturalezza nell ' arte loro non ancora ben sicura , nel cui petto per prima si ridesta o di dolce voglia o per casi reali , per sentimenti veri , un ' anima di canto umano , tra le insulse sconsolanti scimierie dei poeti per distrazione o per sollazzo o per moda o per galanteria , trai bisticci pur che siano della scuola provenzaleggiante : . di quei poeti in fine , ne ' cui versi , per dirla col Bartoli , è l ' annunzio del carattere realistico che assumeranno le nostre lettere . Son toscani , questi poeti , e in Toscana segnatamente troveremo queste espressioni così dette umoristiche in senso largo : in Toscana , e nella non scarsa letteratura nostra dialettale . Perché ? Perché l ' umorismo ha sopra tutto bisogno d ' intimità di stile , la quale fu sempre da noi ostacolata dalla preoccupazione della forma , da tutte quelle questioni retoriche che si fecero sempre da noi intorno alla lingua . L ' umorismo ha bisogno del più vivace , libero , spontaneo e immediato movimento della lingua , movimento che si può avere sol quando la forma a volta a volta si crea . Ora la retorica insegnava , non a crear la forma ma ad imitarla , a comporla esteriormente ; insegnava a cercar la lingua fuori , come un oggetto , e naturalmente nessuno riusciva a trovarla se non nei libri , in quei libri che essa aveva imposti come modelli , come testi . Ma che movimento si poteva imprimere a questa lingua esteriore , fissata , mummificata , a questa forma non creata a volta a volta , ma imitata , studiata , composta ? Il movimento è nella lingua viva e nella forma che si crea . E l ' umorismo che non può farne a meno ( sia nel senso largo , sia nel suo proprio senso ) , lo troveremo ripeto nelle espressioni dialettali , nella poesia macaronica e negli scrittori ribelli alla retorica . C ' è bisogno d ' intendersi su questa creazione della forma , cioè su le relazioni tra la lingua e lo stile ? Avvertiva acutamente lo Schleiermacher nelle sue Vorles . lib . Aesth . che l ' artista adopera strumenti che di lor natura non son fatti per l ' individuale , ma per l ' universale : tale il linguaggio . L ' artista , il poeta , deve cavar dalla lingua l ' individuale , cioè appunto lo stile . La lingua è conoscenza , è oggettivazione ; lo stile è il subiettivarsi di questa oggettivazione . In questo senso è creazione di forma : è , cioè , la larva della parola in noi investita e animata dal nostro particolar sentimento e mossa da una nostra particolar volontà . Non dunque creazione ex nihilo . La fantasia non crea nel senso rigoroso della parola , non produce cioè forme genuinamente nuove . Se , in fatti , esaminiamo anche i rabeschi più capricciosi , i grotteschi più strani , i centauri , le sfingi , i mostri alati , vi troveremo sempre , più o meno alterate per le loro combinazioni , immagini rispondenti a sensazioni reali . Ebbene , una forma , press ' a poco , o meglio , in un certo senso corrispondente al grottesco nelle arti figurative troviamo nell ' arte della parola , ed è appunto lo stil macaronico : creazione arbitraria , contaminazione mostruosa di diversi elementi del materiale conoscitivo . E avvertiamo che esso sorse appunto come ribellione e come derisione , e che non fu solo , che ebbe cioè a compagni altri linguaggi burleschi , fittizii . “ Il dialetto sprezzato notava Giovanni Zannoni , illustrando I precursori di Merlin Cocai ( Città di Castello , Lapi ed . , 1888 ) volle insinuarsi malignamente nel latino per sfregiare la togata lingua dei dotti e quello che era stato un elemento parziale della satira popolare e goliardica divenne elemento massimo ; volle mostrare la propria flessibilità , quando il volgare ancora accademico , grave , impacciato non poteva piegarsi a tutte le esigenze dell ' umorismo , e ad un tratto formò una nuova maniera di sogghigno . In tal modo , da due cause contrarie ebbe origine il linguaggio macaronico che fu la più grossa e fragorosa risata del risorgimento , la beffa più atroce al classicismo e che , pure involontariamente , giovò tanto al definitivo trionfo del volgare ” . Ma quanti furono questi scrittori ribelli ? pochi o molti ? pochi ahimè , perché il maggior numero è sempre dei mediocri : servum pecus . Il Barzellotti riconosce che “ un primo moto di originalità e di feconda spontaneità creatrice ” si era fatto “ nella mente e nella vita degli Italiani durante i secoli decimoterzo e decimoquarto ” ; ma poi dice “ tutti o quasi tutti gli umanisti avere interrotto con l ' imitazione e la ripetizione degli antichi quel primo moto d ' originalità ” . Ora questa a noi sembra un ' altra di quelle considerazioni molto sommarie , che abbiamo deplorato più su , considerazione che s ' accorda con altre simili su la scettica indifferenza , ad esempio , su la pagana serenità , su la mortificazione delle energie individuali , su la mancanza d ' aspirazioni , sul riposo nelle forme e nel senso , ecc . , ecc . , del nostro grande rinascimento , come se il culto dell ' antichità non fosse stato già di per sé un ' idealità grande , tanto grande che illuminò tutto il mondo , il riacquisto d ' un patrimonio che si fece fruttare sapientemente e produsse opere immortali , e come se esso non fosse venuto anzi a tempo a riempire il vuoto d ' idealità cadute o cadenti ; come se insieme con quattro o cinque dotti aridi e vacui non ce ne fossero stati tant ' altri pieni di vita e d ' ardire , nel cui latino palpitano e vibrano le energie tutte della lingua italiana ; come se per entro al Facetiarum libellus unicus di Poggio , per esempio , non spirassero aure nuove ( Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio ! Basterà ricordare il patto di quel buon ' uomo col cantastorie di piazza per differir la morte di Ettore , che tanto lo addolorava ; la risposta di quel cardinal di Spagna ai soldati della Santa Sede : ” Ancora non ho fame ” ; la disperazione di quel bandito per la goccia di latte venutagli in gola durante la quaresima , ecc . ecc . ) ; come se il Valla fosse soltanto autore del trattato Elegantiarum latinae linguae ; come se nel Pontano e nel Poliziano e in tanti altri non fosse così intero e fresco il sentimento della realtà , che il Poliziano poi , componendo in volgare , poté aver tutte le grazie ingenue d ' un poeta popolare . E sotto questo mondo dei dotti , così sommariamente considerato , non c ' era forse il popolo ? E si può dire , d ' altro canto , che i nostri poeti cavallereschi , ad esempio , diedero solamente una maggior bellezza esteriore , una linea più composta , più armoniosa alla materia romanzesca , se da capo a fondo la ricrearono con la fantasia ? Altro che bellezza esteriore ! Si è troppo ripetuto , e con troppa leggerezza , che nell ' indole della nostra gente predomini l ' intelletto più che il sentimento e la volontà , cioè la parte obiettiva più che la subiettiva dello spirito , donde il carattere dell ' arte nostra più intellettualistica che sentimentale , più esteriore che interiore . L ' equivoco qui è fondato nell ' ignoranza del procedimento di quell ' attività creatrice dello spirito , che si chiama fantasia : ignoranza che era fondamentale nella Retorica . L ' artista deve sentire la propria opera com ' essa si sente e volerla com ' essa si vuole . Avere un fine e una volontà esteriori , vuol dire uscire dall ' arte . E ne escono difatti quanti s ' ostinano a ripetere che l ' arte nostra del rinascimento fu splendida di fuori e vuota di dentro . Vuota in che senso ? Nel senso che non ebbe volontà e fini oltre a sé stessa ? Ma questo fu un pregio e non un difetto . O se no , bisognerebbe dimostrare che fu arte falsa , cioè artificio . Si può dimostrar questo ? Sì , certamente , se prendiamo i mediocri , gli schiavi della retorica , la quale insegnava appunto l ' artificio , la copia ! Ma perché dobbiamo prendere i mediocri ? perché dobbiam guardare così taineamente all ' ingrosso , senza distinguere ? Arte falsa , quella dell ' Ariosto ? Buttando via in un fascio i mediocri , e affrontando i veri poeti , ci accorgeremo subito di fare una questione di contenuto e non di forma , una questione dunque estranea all ' arte . Ma questo stesso contenuto , che fa tanto dispetto , come fu assunto dai poeti veri , da coloro che ebbero innegabilmente uno stile , e dunque originalità e intimità ? Non c ' è proprio nulla che riempia il vuoto che ci si vuol sentire ? Non c ' è l ' ironia di questi poeti ? E perché non si vuol riconoscere il valore positivo , sottinteso , di questa ironia ? Itali rident , sì , ma con questo riso si cacciò il Medio - evo ; e quanto fiele sotto a questo riso ! E che ha di diverso questo riso in Erasmo di Rotterdam , in Ulrico di Hutten ? Perché si disconosce soltanto nei nostri questo valore positivo dell ' ironia e si riconosce invece negli stranieri ? si disconosce in Pulci e nel Folengo per esempio , e si riconosce in Rabelais ? Forse perché questi ebbe l ' accortezza d ' invitare i lettori a imitare il cane innanzi all ' osso , e quegli altri no ? “ ... Vites - vous oncques chiens rencontrans quelque os médullaire ? C ' est , comme Platon dit ( lib . II De Rep . ) , la bête du monde plus philosophe . Si vû l ' avez , vous avez pû noter de quelle dévotion il le guette , de quel soin il le garde , de quelle ferveur il le tient , de quelle prudence il l ' entomme , de quelle affection il le brise et de quelle diligente il le succe . Qui l ' induit à ce faire ? Quel est l ' espoir de son étude ? Quel bien prétend - il ? Rien plus sinon qu ' un peu de moüelle ” . E l ' osso gettato dal Rabelais ai critici è stato difatti spiato con devozione , preso con cura , tenuto con fervore , scalfito con prudenza , spezzato con affetto e succhiato con diligenza . E perché non così quelli del Pulci e del Folengo ? ( vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano L ' indole e il riso di L . P . , Rocca S . Casciano , Cappelli , 1907 , da cui però in gran parte io dissento , come dirò appresso ; e quel che dicono del Folengo il De Sanctis nella sua Storia d . lett . ital . cap . XIV , il Canello nel suo Cinquecento e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni ) . Ma ogni qual volta si butta un osso a un critico si deve dunque dire : Bada , c ' è dentro il midollo ? o far che questo midollo si mostri un tantino da qualche parte fuori dell ' osso ? Ma tanto più pregevole è un ' opera d ' arte , quanto maggiore è l ' assorbimento della volontà e del fine nella creazione artistica . Questo maggiore assorbimento rischia di parere indifferenza verso gli ideali della vita a chi consideri le opere con criterii estranei all ' arte , e le opere d ' arte superficialmente ; ma a prescindere che gl ' ideali della vita , per sé stessi , non hanno nulla da vedere con l ' arte , che dev ' essere creazione spontanea e indipendente pure quell ' indifferenza , in fondo , non c ' è , perché altrimenti non ci sarebbe neppur l ' ironia . Se l ' ironia c ' è , ed è innegabile , non c ' è l ' indifferenza , di cui tanto s ' è parlato . Piuttosto deve dirsi che questa ironia non riesce se non di rado a drammatizzarsi comicamente , come avviene nei veri umoristi : resta quasi sempre comica senza dramma , e dunque facezia , burla , caricatura più o men grottesca . Lo stesso però avviene in Rabelais : Mieulx est de ris que des larmes escripre : Pour ce que rire est le propre de l ' homme . E Alcofribas Nasier è condamné en Sorbonne pour les facéties de haute graisse qui caractérisent son livre . Che hanno di più o di diverso queste facéties de baule graisse di quelle del Pulci e del Folengo e del Berni ? Rileggiamo con questo intento il Morgante Maggiore e il Baldus e poi La vie de Gargantua e Les faits et les dits héroïques du bon Pantagruel roi des Dipsodes , e ci salteranno agli occhi a ogni passo la parentela spirituale innegabile , le innegabili derivazioni . E rileggiamo il Berni . Lasciando anche da parte le 18 stanze al principio del canto XX del Rifacimento dell ' Orlando Innamorato e l ' opuscolo del Vergerio sul protestantesimo del Berni e tutte le altre riflessioni filosofiche , sociali e politiche sparse qua e là nel Rifacimento stesso ; lasciando da parte il Dialogo contro i poeti e le parodie del Petrarca in derisione dei petrarchisti , e l ' invettiva famosa : Nel tempo che fu fatto papa Adriano VI e i sonetti contro Clemente VII : Il papa non fa altro che mangiare , Il papa non fa altro che dormire ; e tutti gli altri sonetti contro a preti e abati , e anche quel sonetto che comincia : Poiché da voi , signor , m ' é pur vietato Che dir le vere mie ragion non possa , Per consumarmi le midolle e l ' ossa Con questo nuovo strazio e non usato ; e lasciando anche da parte il capitolo in lode d ' Aristotile ( che non affetta il favellar toscano ) dedicato a Messer Pietro Buffetto cuoco ; spigoliamo proprio in quei capitoli che paiono i più frivoli e spigoliamo nelle lettere del Berni ( si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo aureo libro Attraverso il Cinquecento su le condizioni del letterato nel sec . XVI ) . A Messer Latino Juvenale scrive : “ Ecco il Valerio mi riprende , e dice ch ' io farei bene a lasciare andar queste baie e a rivolgere i miei pensieri a miglior parte ; che maledetto sia egli , e chi sente talmente seco . Che penitenza è la mia , a dare ad intendere al mondo che questo si debbe piuttosto imputare alla mia disgrazia che ad alcuna elezione ? Io non ho comprato a contanti questo tormento , né me lo sono andato cercando a posta per far rider la gente del fatto mio : che non se ne ridon però se non gli scempi ” . E a Monsignor Cornaro scrive : “ Ma che la natura e la fortuna mi ha fatto tale , dico , asciutto di parole e poco cerimonioso , e per ristoro intrigato in servita ” . In un ' altra lettera confessa : “ Io , spinto dalla furia del dolore , sono ricorso al rimedio della poesia ” . Egli si governa , come dice in una poesia , a volte di cervello , e a Messer Agnolo Divizio scrive : “ conciossiaché alla giornata io operi e faccia tutte le mie azioni . Che si cava di questo mondo finalmente altro che ' l contentarsi o almeno cercare di contentarsi : Ciascun faccia secondo il suo cervello Che non siam tutti d ' una fantasia . E a Giovan Francesco Bini : “ Nondimeno ancora io sono stoico come voi , e lascio correre alla ' righi l ' acqua di questo fiume ” . In mezzo alla peste , allo stesso Divizio suo padrone , che andava fuggendo di qua e di là per paura , scrive : ” Se ben son uomo , e come uomo tengo conto della vita , ho anche tanta grazia da Dio , che a luogo e tempo so non ne tener conto ; ch ' è anche cosa da uomo . Sicché non mi dite pauroso , ché io sono piuttosto degno di esser chiamato temerario ” . E come uno stoico veramente fu in mezzo alla peste , ne vinse il terrore e riuscì ad acquistarne quel sentimento che vedremo esser fondamentale dell ' umorismo , cioè il sentimento del contrario : l ' ironia , nei due capitoli in lode della peste riesce a drammatizzarsi comicamente , e però va oltre alla facezia , oltre alla burla , oltre al comico . Nel flagello vede , come vedrà poi don Abbondio , la scopa , ma con ben altre riflessioni filosofiche . Non fu mai malattia senza ricetta , La natura l ' ha fatte tutt ' e due , Ella imbratta le cose , ella le netta . E la natura , dopo aver trovato il bujo e le candele e aver fatto gli orecchi e le campane , Trovò la peste perché bisognava ; bisognava , perché : a questo corpaccio del mondo Che per esser maggior più feccia mena , Bisogna spesso risciacquare il fondo . E la natura che si sente piena Piglia una medicina di moria . Ma la natura ha anche “ forte del buffone ” e il Berni sa bene avvertirne tutti i contrasti amari e le aspre dissonanze e riderne , rappresentandoli . In una lettera in versi al pittore Sebastiano del Piombo , parlando anche di Michelangelo , comune amico , dice : Ad ogni modo è disonesto a cure , Che voi che fate i legni e i sassi vivi , Abbiate poi com ' asini a morire . Basta che vivon le querci e gli olivi , I sorbi , le cornacchie , i cervi e i cani , E mille animalacci più cattivi . Ma questi son ragionamenti vani , Però lasciamli andar , ché non si dica Che noi siam mammalucchi o luterani . V . L ' IRONIA COMICA NELLA POESIA CAVALLERESCA Quando il Brunetière , su la Revue des Deux Mondes prima ( 1879 , III , p . 62o e segg . ) , poi nel volume Études critiques sur l ' histoire de la littérature francaise ( Paris , 1880 ) , si scagliò contro l ' erudizione contemporanea e la letteratura francese nel medio evo , a difender questa e quello sorsero , fieramente indignati , molti critici , segnatamente romanisti , e non soltanto della Francia . Certo , la difesa dell ' erudizione contemporanea sarebbe riuscita molto più efficace , se i difensori non si fossero da un canto lasciati andare per ripicco a dire ogni sorta di villanie contro la critica estetica , e non si fossero , dall ' altro , provati a difendere con troppo zelo anche le bellezze della poesia medievale , epica e cavalleresca , della Francia . Ricordo , fra le altre , la difesa di Cr . Nyrop , nella sua Storia dell ' Epopea francese nel M . E . ( trad . del Gorra , Torino , Loescher , 1888 . Vedi Lib . III , cap . III , Valore dell ' Epopea ) , per la ingenua speciosità degli argomenti . “ Si è fatto un rimprovero ai poemi dicendo che sono rozzi e ruvidi e che i personaggi che vi agiscono non possono pretendere al nome di eroe , poiché tutto il loro sforzo non tende ad altro che ad uccidere ” . Ebbene , da questa accusa di rozzezza , di ruvidità , di crudeltà , come difendeva egli i poemi ? Non li difendeva affatto : “ Si concederà volentieri , egli dice anzi , che in molti poemi si cantano e celebrano cose le quali , osservate dal punto di vista del nostro tempo , non possono chiamarsi altro che crudeltà , abominevoli e bestiali crudeltà , e che gli eroi spesso sfogano la loro ira in modo inumano sopra coloro che per mala ventura sono venuti in loro potere ” . Cita alcuni esempii e quindi , a mo ' di scusa , soggiunge : “ ma il Medio Evo non era osservato cogli occhi del nostro tempo neppure differente ; l ' antico poema francese non si è certamente reso colpevole di nessuna esagerazione , poiché la storia ha conservato memoria di molte simili crudeltà ” . Bella scusa , la fedeltà storica , di fronte all ' estimativa estetica ! Ma anche la crudeltà più atroce , come tutto , può essere argomento d ' arte ; e crudelissimo si dimostra Achille nel trascinare attorno alle mura di Troja il cadavere di Ettore : bisognava dimostrare che la crudeltà , nei poemi francesi , è rappresentata , non solo con fedeltà storica ( il che in fondo importerebbe poco ) , ma artisticamente : e questo il Nyrop non poteva , perché “ gli eroi , riconosce egli stesso , considerati dal lato psicologico sono figure poco complesse , i loro moti interiori , i loro momenti di dubbio , le lotte del loro animo sono qualche cosa di cui i poeti non fanno quasi mai parola ... Analizzare e notomizzare un ' anima è solamente possibile e può soltanto interessare in un periodo di civiltà più avanzato . Il poeta del medio evo non conosce tutti questi delicati gradi del sentimento : per lui esistono soltanto i più spiccati segni esteriori , per lui gli uomini sono prodi o vigliacchi , lieti o afflitti , credenti o eretici , e quello che essi sono , lo sono completamente ed egli non spende mai molte parole per dirlo a ' suoi uditori o a ' suoi lettori ” . Esaminando poi a uno a uno tutti i poemi , il Nyrop è costretto a riconoscere che la religione , la quale , accanto al furore bellico , si presenta come uno dei principali motivi nell ' epica francese , è una concezione “ puerile ” , anzi la religiosità , egli dice , “ occorre il più delle volte nei poemi come qualche cosa di esteriore , aggiunto agli eroi , per la qualcosa sta in generale anche in contradizione con le loro azioni . In altre parole : gli eroi non sembrano essere intieramente convinti della verità di tutte le belle sentenze cristiane che si pongono loro in bocca ; il loro carattere e il loro interiore mal s ' accorda coi miti ed umani dommi del cristianesimo , e ne risulta perciò spesso una contradizione insolubile che apparisce fortemente nei loro discorsi e nelle loro azioni . Così , per recare un esempio , non è raro che l ' uno o l ' altro eroe dimentichi nelle sue preghiere sé stesso al punto di aggiungere le peggiori minacce se Dio non gli concede quello che egli chiede . Ed io credo , soggiunge il Nyrop , che il Gautier e il D ' Avril siano molto fuor di strada , quando considerano la religiosità come il più importante elemento dell ' epopea . L ' entusiasmo del Gautier ogni volta che gli eroi nominano il nome di Dio è talora ridicolo ; egli va in estasi per la frase più bassa e triviale in cui si parli di angeli ed esclama tosto : sublime , incomparable ; e quando s ' imbatte in qualche verso così stereotipo come questo “ Foi que doi Dieu , le fils sainte Marie " , egli lo chiama una energica affermazione di fede . Il suo punto di veduta , preso nel suo insieme , è così limitato ed estremamente cattolico , che non vale la pena di combatterlo . Io concepisco solo la religiosità degli eroi come qualche cosa che per una parte fu aggiunta più tardi , forse al tempo delle crociate , e diventa perciò soltanto un fattore concomitante ma subordinato ; la mia opinione può ben anche essere appoggiata da questo che gli ecclesiastici , specialmente i monaci , sono di rado messi in una luce di cui abbiano molto a lodarsi ; se essi vogliono poter pretendere al favore dei poeti , devono , come Turpino , presentarsi con la spada a fianco ( i cavalieri si permettono anche , e questo accade negli stessi poemi della crociata , di farsi beffe dei cerimonieri . Così nell ' Antioche accade una scena piacevole e caratteristica , quando i cavalieri francesi escono dalla città per combattere contro Kerboga . Enguerrant de Saint - Pol sta loro alla testa e il suo lucido elmo forbito e la sua corazza splendente scintillano ai raggi del sole . Quando sono usciti dalla città , si fermano e un arcivescovo implora la benedizione del cielo sopra di loro e vuole aspergerli con acqua benedetta , ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo prega di non macchiargli l ' elmo : “ Anqui le vourrai bel a Sarrarins mostrer » , vedi Pigeonneau , Cycle de la Croisade , p . 90-91 ) . Ho voluto ricordar questo , perché mi sembra che troppo se ne siano dimenticati quanti , discorrendo con scarsa cognizione dell ' epopea francese , notano in essa serietà e profondità di sentimento religioso e non so quali e quanti fieri e nobili ideali , per venir poi a dire che quel sentimento e questi ideali non potevano trovar eco nei nostri poeti cavallereschi fioriti in un tempo di scettica indifferenza , di pagana serenità , privo di aspirazioni , ecc . ecc . Tutte queste frasi fatte non c ' entrano e la ragione del riso dei nostri poeti cavallereschi va cercata altrove . Già l ' ironia per la materia , la satira della vita cavalleresca , la troviamo in Francia fin nei poemi , come ad esempio , nell ' Aiol ; l ' irrisione per l ' Imperatore , gli indizii della degradazione graduale di lui si trovano già in un poema antico come l ' Ogier le Danois , dove Carlo non ha più la prudenza tranquilla e si lascia facilmente vincer dall ' ira , e ingiuria e poi ha paura della vendetta degli ingiuriati . A poco a poco , lo vediamo divenire imbecille , “ assotez ” , bersaglio delle beffe , e moralmente corrotto . Nel Garin de Montglane , com ' è noto , arriva finanche a giocarsi a scacchi la Francia . La ragione di questo degradamento , di questa irrisione la troviamo facilmente ; è in ispecie nei poemi in cui si vuol glorificare qualche eroe provinciale , poemi composti da troveri che servivan vassalli , se non al tutto ribelli , quasi indipendenti , ai quali piaceva di ridere alle spalle dell ' autorità imperiale . Come l ' irrisione della vita cavalleresca e la degradazione dei cavalieri , esaltati prima alle spalle dei vilan , si troverà nei poemi non più cantati a corte o nei castelli . Se il nostro buon Tassoni avesse potuto leggere nel Siège de Neuville l ' impresa di quei bravi tessitori fiamminghi capitanati da Simone Banin , non si sarebbe forse vantato più inventore del poema eroicomico . Troviamo finanche questo in Francia , purus et putus . E allora ? Il Rajna avverte che “ la propagazione della materia dalla regione transalpina alla cisalpina par seguita sopra tutto di buon ' ora ed essersi poi rallentata ; ché altrimenti poco si capirebbe come l ' Italia abbia conosciuto meglio gli strati arcaici delle chansons de geste che i successivi , tanto da conservare racconti e forme di racconto dimenticati poi e alterati nella Francia , e da ignorare invece quasi affatto le creazioni ibride che introdussero nel genere il meraviglioso dei romanzi d ' avventura ” . E traccia in brevi linee il tipo più comune del romanzo cavalleresco prevalso nell ' età franco - italiana : tipo a cui risponde in grandissima parte il Morgante del Pulci . Ma è da notare altresì col Rajna stesso che “ la letteratura romanzesca toscana , senza distinzione di prosa e di rima , ha rapporti diretti e immediati colle età precedenti ... Non mancano testi in prosa fabbricati sulle versioni rimate oppure ad un tempo su queste e sulle forme anteriori , francesi o franco - italiane ” . Il fatto è che quando in Francia i più antichi poemi furon tradotti in forma di romanzi e scesero tra il popolo , l ' epica era morta ; e che all ' opposto in Italia se non l ' epica , che non era possibile il poema cavalleresco cominciò a nascere quando , con versioni in prosa o rimate , la produzione francese e franco - italiana o veneta entrò in Toscana e vi trovò il suo metro , l ' ottava ; e che in tutto questo movimento la materia o rimase qual ' era , degradata , o per ringentilirsi si contaminò ( nel senso classico della parola ) e anche si sollevò fino a drammatizzarsi seriamente . Che ci han dunque da vedere lo scetticismo del tempo , l ' indifferenza , la mancanza d ' ogni ideale , se anzi i nostri poeti cavallereschi tendono invece a rialzare a mano a mano , a nobilitar la materia , a rivagheggiar quasi in sogno quegli ideali , lavando del troppo sangue gli eroi e rendendoli più umani e più gentili ? Che se , anche così , poi essi non riescono bene a prenderli sul serio , non è già perché li vedano innanzi a loro spogli di quegli ideali e non più animati dall ' antico sentimento religioso , ma perché la rappresentazione che di essi aveva fatto la poesia medievale ( tranne qualche rarissima eccezione ) , ruvida e rozza , non li poteva in alcun modo né per alcun lato far prendere sul serio . A poeti colti e maturi , che leggono e sanno ammirare i classici , quegli eroi tutti d ' un pezzo , foggiati tutti su lo stesso stampo , dovevano apparir per forza fantocci . Eppure il popolo ancora e anche i signori prendevano gusto al racconto delle loro gesta inverosimili . Il popolo si capisce : se ne diletta vivamente tuttora , a Napoli , a Palermo ; e la materia si modifica , s ' accresce , prende nutrimento e qualità dai sentimenti , dai costumi , dalle aspirazioni della gente innanzi a cui si rappresenta , assumendo una rozza forma , di cui facilmente quella si contenta . Il popolo crede ; in ispecie il popolo meridionale , inculto , appassionato e ancor quasi primitivo , serba anche oggidì tutti quegli elementi d ' ingenua meraviglia e di credulità superstiziosa e fanatica , che rendon possibili la nascita e lo sviluppo della leggenda : e se Garibaldi , vestito di fiamma , passa in mezzo ad esso , è investito senz ' altro , spontaneamente , dei più antichi attributi leggendarii : è creduto invulnerabile , e che abbia nella spada un capello di Santa Rosalia , patrona di Palermo , proprio come Orlando aveva in Durendala un capello della Vergine . E tutti noi , del resto , anche privi della beata ignoranza popolare , non abbiamo forse di Garibaldi , la cui vita fu e volle essere una vera creazione in tutto , fin nel modo di vestirsi , fuori e sopra le conoscenze d ' ogni realtà contingente , noi tutti , dico , non abbiamo di Garibaldi un sentimento leggendario , epico , che si offende se minimamente un tratto discordante si voglia metter in luce , un documento storico tenti in qualche punto di diminuircelo ? Noi tutti però non potremmo più affatto contentarci oggi d ' una epopea garibaldina vera e propria , sorta cioè dal popolo con quegli ingenui e primitivi attributi leggendarii ; come per altro non ci contentiamo dei componimenti epico - lirici su questo Eroe , componimenti in cui il poeta tenta di sostituire la immaginazione collettiva del popolo con la propria fantasia individuale , e non ci riesce , perché quell ' Eroe con la volontà e col sentimento creò di per sé epicamente la propria vita , cosicché la sua storia è di per sé epopea , e nulla potrebbe aggiungervi la fantasia d ' un poeta , come gl ' ingrandimenti meravigliosi e ingenui della immaginazione collettiva del popolo la renderebbero a noi diminuita e ridicola : parodia d ' epopea a volerla rappresentare ; qual ' è , ad esempio , La scoperta dell ' America di Cesare Pascarella . Per il popolo la storia non è scritta ; o , se è scritta , esso la ignora o non se ne cura ; la sua storia esso se la crea , e in modo che risponda a ' suoi sentimenti e alle sue aspirazioni . A una sola storia , se mai , popolo avrebbe potuto credere , in materia cavalleresca : alla famosa Cronaca dello pseudo - Turpino , la quale , all ' uopo , per un esempio , avrebbe potuto confermargli che il gigante di nome Ferraù o Ferracutus fuit de genere Goliat , poiché la sua statura era quasi cubitis XX , facies erat longa quasi unius cubiti et nasus illius unius palmi mensurati et brachia et crura jus quatuor cubitum erant et digiti jus tribus palmis . Ma non ce n ' era punto bisogno ! Perché anzi il bisogno del popolo è sempre un altro : quello di credere , non di dubitare minimamente di ciò che gli piace credere . Questo dubbio poteva nascere nel tardi raffazzonatori pseudo - letterati dell ' epica francese , quando , alterate a lor modo le antiche leggende , tiravano in ballo Turpino o le cronache di S . Dionigi : Et qui ice voudrai a mançogne tenir Se voist lire l ' estoire en France , a Paris . Dal che si vede che neanche in questo sarebbero stati originali i nostri poeti cavallereschi , ogni qual volta a mo ' di scusa aggiungevano : “ Turpin lo dice ” . Quando questa materia cavalleresca , dalle piazze ove ormai è caduta , risale , per capriccio o per curiosità o per vaghezza che se ne abbia , ai palagi , alle corti dei signori , che avviene ? Ma bisogna innanzi tutto avvertire all ' indole , ai gusti , ai costumi di queste corti , a cui sale ! Quale fosse la corte di Lorenzo de ' Medici , quali le abitudini , i piaceri , gl ' intendimenti di lui , è ben noto ; e basterebbe , anche senza dare tutto quel peso che si deve alla diversa indole e alla diversa educazione dei poeti , a spiegarci in gran parte perché il Morgante . Maggiore sia così diverso dell ' Innamorato del Bojardo e del Furioso dell ' Ariosto . Il Morgante risponde perfettamente alla corte di Lorenzo , il quale si piace della espressione popolare e per il popolo compone , parodiando , come nella Nencia da Barberino . Egli ha il gusto della parodia , e lo dimostra anche coi Beoni , parodia dantesca , letteraria , qui ; parodia dell ' espressione popolare , nella Nencia . “ Ben è vero che il Medici , notò il Carducci nella prefazione alle poesie di Lorenzo de ' Medici ( Firenze , Barbera , 1859 ) contraffece e parodiò più presto che non ritraesse la espressione degli affetti e il modo di favellare de ' nostri campagnuoli : ché i Rispetti più volte stampati negli ultimi anni mostrano aperto avere il popolo di Toscana più gentilezza d ' affetto , più squisitezza di fantasia , più forbitezza di favella , che non piacesse prestargliene a Lorenzo dei Medici detto il Magnifico e a Luigi Pulci suo cortegiano . Il quale , com ' è de ' cortegiani , volle dar a divedere ch ' e ' facea conto del poeta potente imitandolo nella Beca da Dicomano ; e com ' è degli imitatori , per superarlo l ' esagerò , sfoggiando lo strano e il grottesco dove il Medici pur nella parodia s ' era tenuto al delicato ” . Ma è chiaro che l ' intenzione parodica comunica per forza alla forma la caricatura , giacché , chi voglia imitare un altro , bisogna che ne colga i caratteri più spiccati e su questi insista : tale insistenza genera inevitabilmente la caricatura . La presenza di quella pia donna che fu Lucrezia Tornabuoni potrebbe poi anche spiegarci , almeno in parte , la mascheratura religiosa che il Pulci volle dare al suo poema ; parodia anch ' essa , per altro , a mio modo di vedere , come tutto il resto . Basta trattare di religione con la lingua buffona della plebe , perché si abbia l ' irriverenza . Ricorderò qui , a questo proposito , ancora una volta quello che il Belli faceva rispondere a Luigi Luciano Bonaparte che gli proponeva la traduzione in romanesco del vangelo di San Matteo . Ma questa irriverenza che nasce dalla lingua buffona della plebe non denota punto per sé stessa irreligiosità . E ricorderò anche l ' aneddoto che si racconta in Sicilia d ' un altro grande poeta dialettale , notissimo nell ' isola e ignoto affatto nel Continente , Domenico Tempio , il quale chiamato un giorno dal vescovo di Catania e paternamente esortato a non più cantare cose oscene e a dare invece al popolo durante la settimana santa un bell ' esempio di contrizione sciogliendo un cantico sacro su la passione e morte di Cristo , rispose a Monsignore che volentieri lo avrebbe soddisfatto , essendo egli credentissimo e divoto ; e volle anzi dargliene un saggio lì per lì , scagliandosi con due versi d ' estrosa improvvisazione contro Ponzio Pilato così sconci , che fecero subito passar la voglia a Monsignore del bell ' esempio di contrizione da offrire al popolo catanese durante la settimana santa . Tutte le dispute che si son fatte intorno alla irriverenza verso la religione , anzi all ' empietà , all ' ateismo del Pulci , non possono veramente non apparir vane quando si intendano a dovere lo spirito del poema , la qualità e la ragione della sua ironia e del suo riso . Non è possibile , o è ingiustissimo , giudicare in sé e per sé esclusivamente il Morgante Maggiore , come fece ad esempio una prima volta il De Sanctis , il quale credette e volle dimostrare che il Pulci , nel comporre il suo poema , non avesse vera e profonda coscienza del suo scopo ; e però condannò come insufficienze del poeta la puerilità delle situazioni , la rudimentalità psicologica dei personaggi , le ripetizioni nell ' ordito , ecc . ecc . ( vedi Scritti varii inediti o rari , a cura di B . Croce , vol . I , Napoli , Morano e figlio , 1898; il De Sanctis poi nella sua Storia della letteratura it . corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema . Qui ho citato il suo primo giudizio solo perché anche da un errore , del resto riparato , del sommo critico , si può trarre profitto , ponendo in giusta evidenza , in questa facile confutazione , tra i due casi di cui egli parla , quale veramente sia quello del Pulci ) . Il Pulci , invece , è coscientissimo del suo scopo , e tra i due casi che pone il De Sanctis di chi dice sciocchezze con intenzione comica e fa ridere non di lui , ma di quel che dice , e di chi all ' incontro dice sciocchezze per sciocchezza e fa rider di lui e non di quel che ha detto , l ' autore del Morgante sta certamente nel primo caso , non già nel secondo . Il Pulci dice sciocchezze con intenzione comica o , più propriamente , parodica , e fa ridere , non tanto però quanto vorrebbe far credere in un , suo libro recente Attilio Momigliano ( vedi il vol . già citato L ' indole e il riso di L . P . , Rocca S . Casciano , Cappelli , 1907 ) , come vedremo appresso . Ho ricordato più su La scoperta dell ' America di Cesare Pascarella . Ebbene , si può dire che , esteticamente , il Pulci si trovi , di fronte alla materia cavalleresca , in certo qual modo nella stessa posizione del poeta romanesco di fronte alla scoperta dell ' America narrata da un popolano . Il Pascarella infatti sorprende , o finge di sorprendere , in un ' osteria un popolano saputo , che racconta ad amici quella scoperta , commovendosi della gloria e della sventura di Colombo . Chi si sognerebbe d ' attribuire al poeta romanesco le sciocchezze che dice quel popolano ? la puerilità ridicola di quei dialoghi col re di Spagna portoghese ? tutte le altre meraviglie non meno ridicole e infantili del viaggio , dell ' arrivo , del ritorno ? E si noti che codeste meraviglie suscitano anche , a un certo punto , qualche reazione d ' incredulità in chi ascolta : “ Come le sai tu codeste cose ? ” “ Eh ! c ' è la storia ” . ( Turpin lo dice ) . E , qua e là , paragoni che par dimostrino con la massima evidenza qualche cosa e invece non dimostrano nulla : e certe tirate calorose di sdegno o d ' ammirazione ; e certe spiegazioni in cui la logica rudimentale del popolano si compiace quando vuol farsi ragione di qualche caso o avvenimento straordinario ; e certi impeti di commozione che fanno ridere non per intenzione comica di chi racconta , ma o per false deduzioni o per immagini improprie e stonate o per incongrue frasi . Ciaripensa , e te scopre er cannocchiale . Chi si sognerebbe di dire che il Pascarella voglia metter qui in dileggio Galileo ? Ma egli non può , pur serbando affatto oggettiva la rappresentazione di quel racconto d ' osteria , non ridere entro di sé e di quel popolano che narra in tal modo la gloria di Colombo e d ' altri sommi Italiani e anche della scoperta dell ' America in tal modo narrata . E questo suo riso segreto forma quasi un ' aria ilare , un ' atmosfera di comicità irresistibile attorno a quella rappresentazione oggettiva . L ' intenzione comica del poeta , nel riferire oggettivamente le sciocchezze di quel popolano , non si appalesa mai ; il poeta non fa mai capolino . Questo , veramente , non si può dire del Pulci . Mentre il Pascarella ritrae semplicemente , il Pulci spesso contraffà per parodia . Ma non si debbono imputare a lui tutte le sciocchezze , le volgarità , le puerilità dei cantastorie o della letteratura epica e romanzesca venuta di Francia o dall ' Italia settentrionale , poiché egli anzi , contraffacendo e parodiando , se ne beffa apertamente . Sarebbe come prendere sul serio una cosa fatta per giuoco ; o come incolpare il Pascarella d ' aver deriso la gloria di Colombo , ritraendo il racconto che ne faceva quel popolalo . Il Pulci non si sogna neppur lui di deridere la cavalleria o la religione ; si spassa a contraffare i cantastorie di piazza , a cantar coi loro modi , con la loro lingua , con la loro psicologia infantile , coi loro mezzi inventivi stereotipati , la materia epica e cavalleresca ; di tratto in tratto segue e interpreta il sentimento popolare per qualche scena patetica , per qualche azione che suscita l ' ira o il compianto o lo sdegno , ecc . Naturalmente , tutto questo , se rappresenta per lui uno spasso , un giuoco , per il solo fatto poi ch ' egli v ' impiega l ' arte sua e studio e tempo , non può non esser anche preso sul serio ; e non di rado , dunque , egli si immedesima davvero nel racconto , ma sempre col sentimento , con la logica , con la psicologia del popolo , e trova espressioni efficacissime . É vero che poi , tutt ' a un tratto , rompe questa serietà con una risata . Ma non è mai , secondo me , per intenzione satirica : l ' uscita è spesso burlesca , popolare : segue e interpreta anche qui spesso il sentimento del popolo . E sbaglia , dunque , secondo me , il Momigliano e contradice anche a sé stesso , quando afferma ( pag . 120-121 del vol . cit . ) che “ il sorriso del Morgante è soggettivo : soggettivo nel senso che è la naturale , incoercibile irruzione dell ' indole del Pulci nella materia epica . In questo senso , anzi egli aggiunge , il Morgante è uno dei poemi epici più soggettivi , che io conosca ; potrebbe esser definito : il mondo cavalleresco veduto attraverso un temperamento giocondo . Anzi , dopo tante discussioni sul suo protagonista , chi vuole sia Morgante , chi Gano io credo che l ' unico personaggio , che domina tutta l ' azione , attorno al quale tutta l ' azione si svolge , sia l ' autore stesso : all ' infuori di lui non c ' è protagonista ” . Poche pagine innanzi ( pag . 113 ) , egli aveva detto : “ In quell ' età di riso spensierato più che satirico , il riso del Morgante non è che la vernice del tempo , che si sovrappone alla materia tradizionale deformandone soltanto la superficie ” . E , indagando e studiando nella prima parte del volume l ' indole di Luigi Pulci : “ Certo mentre l ' uomo piangeva , il poeta rideva . Non fu piccola forza d ' animo durar a scrivere un poema giocondo come il Morgante , col cuore straziato da sempre nuove ferite , fra le minacce della fame e della prigione per debiti . Non sono infrequenti i casi di poeti , che si ridono dei proprii travagli , ma è rarissimo quello di un poeta sventurato , che impiega la sua attività artistica in un ' opera , nella quale il riso non si vela mai di pianto . È un miracolo , nel quale probabilmente ebbe qualche parte l ' influsso della Rinascenza » . Confesso di passata ch ' io non riesco a veder così giocondo lo spirito del nostro Rinascimento , come il Momigliano insieme con altri lo vede . Diffido degli inviti a godere , specialmente quando son così insistenti e vogliono aver l ' aria d ' essere spensierati ; diffido di chi vuol esser gajo ad ogni costo . Il Trionfo di Bacco e d ' Arianna ? Ma è carpe diem d ' Orazio : Tu ne quaesieris , scire nefas , quem rnihi , quem tibi finem Di dederint ... E può dirsi giocondità quella di chi si stordisce per non pensare ? Potrebbe esser , se mai , filosofia di saggi , non giocondità di giovani . E quante cose tristi non dicono i famosi canti carnascialeschi a chi sappia leggervi ben addentro ! Ma lasciamo star questo , che per il momento sarebbe questione oziosa , tanto più che per me il Pulci ritrae tutto dall ' aspetto caratteristico dell ' indole fiorentina e la sua è la lingua buffona del popolo , e le idee e il sentimento del popolo , rispetto alla materia epica e cavalleresca , nelle espressioni d ' un cantastorie , egli vuol contraffare e parodiare nel suo Morgante , il quale per me , ripeto , non è poi tutto quel monumento di giocondità che il Momigliano ci vorrebbe far credere . Per spiegarci il miracolo , di cui parla il Momigliano , basta pôr mente a questo , cioè più allo scopò che il Pulci s ' è proposto , che alla sua indole . Se la vita del poeta è tristissima , se egli nel componimento Io vo ' dire una frottola confessa : “ I ' ho mal quand ' i ' rido ” e “ Io non sarò mai lieto ” , “...non piacqui mai - A me stesso , né piaccio ” , se egli è inclinato fin dalla nascita alla mestizia e alla malinconia , come il Momigliano stesso dimostra per altre testimonianze , oltre a questa della Frottola composta negli anni tardi , se ” egli aveva due modi per mitigare i propri dolori : rassegnarcisi ed era il rimedio al quale ricorreva più di raro o riderci su al modo degli umoristi : vera consolazione da disperato ” , e “ quest ' umorismo triste soggettivo nel Pulci , non oggettivo manca quasi affatto nel Morgante ” , come diventa poi soggettivo , invece , il riso del Morgante , naturale , incoercibile irruzione dell ' indole del Pulci nella materia epica ? Come può esser il Pulci il vero protagonista del suo poema ? Magari fosse stato ! Ma il Pulci , se in parte nelle lettere e nella Frottola riesce a ridere dei suoi dolori a modo degli umoristi , non riesce mai a oggettivare nel suo poema la disposizione naturale all ' umorismo . Egli vive due vite , ma non le fa vivere nel suo poema . “ Dualismo doloroso , esclama qua il Momigliano , che condanna il Pulci a rappresentare nel Morgante la parte d ' una maschera allegra , mentre , quando s ' è raffreddata la sua fantasia , onde i facili versi sono fluiti come una brigata perennemente gaja dalle porte d ' un palazzo fatato , il dolore della vita tormentata di ogni giorno lo deve , pel contrasto , riassalire più acuto che mai ! ” O dunque ? Se è una maschera , non è l ' indole che naturalmente e incoercibilmente irrompe nella materia epica ! Ma non è neanche una maschera . Di veramente soggettivo nel poema non c ' è quasi nulla : il Morgante è “ la materia cavalleresca infusa d ' un ' anima plebea ” come dice il Cesareo , il quale nel gigante armato di battaglio e in Margutte vede il popolo stesso che si mira allo specchio del suo rozzo e sincero naturalismo . Il primo è “ ignorante , vorace , manesco , burlone , ma non ha perfidia ; e compie le imprese più ardue a un sol cenno del suo padrone ; è la forza ignara e subitanea del popolo acconciamente diretta da un sentimento che ne sviluppi le qualità oscure , l ' onestà , la giustizia , l ' indulgenza , la devozione , l ' amorevolezza . Margutte invece è il popolo senza fede e senza sentimento , la canaglia abietta e impudente , motteggiatrice ed obbliqua , criminosa e spavalda ” . E il vero protagonista del poema è dunque Morgante , il buon popolo , che segue , ammirato , le strampalate avventure dei paladini di Francia e vi partecipa a suo modo . Il Pulci non ha voluto rappresentare altro , nella sua parodia . Non posso indugiarmi a rilevare tutte le false conseguenze che il Momigliano trae dalla secondo me erronea convinzione che Fil riso del Morgante sia soggettivo . Egli è in buona compagnia : anche per il Rajna le novità del Morgante consistono “ in certi episodi , dove l ' Autore introduce curiosi personaggi di sua fattura e si scapriccia tanto colla fantasia quanto colla ragione ; soprattutto poi nella dimostrazione del suo io e nell ' atteggiamento che prende di fronte all ' opera sua ” ( vedi Introduzione alle Fonti dell ' Orl . Fur . , seconda ed . pag . 20 , Firenze , Sansoni , 1900 ) . Ora il vero suo “ io ” il Pulci , se dobbiamo stare all ' indagine che ne fa lo stesso Momigliano ripeto non lo dimostra affatto nel Morgante . Se vi rappresenta la parte d ' una maschera allegra ! Per me è gravissimo torto attribuire direttamente al poeta ciò che va attribuito al sentimento , alla logica , alla psicologia , alla lingua buffona della plebe , nella parodia ch ' egli ne fa . Così ad esempio , il Momigliano a un certo punto osserva : “ Non oserei però sostenere la perfetta innocenza del Pulci , quando Ulivieri mi vien fuori a spiegare il mistero della Trinità con quel certo esempio della candela , che non spiega un bel nulla ” . Come se di queste spiegazioni che non spiegano nulla non fosse piena tutta la letteratura popolare ! E poi , se il paragone si trova già nell ' Orlando , che c ' entra la malizia del Pulci ? Più sotto , a proposito della conversione di Fuligatto , osserva : “ Già queste conversioni e questi battesimi e per la loro rapidità e per la loro frequenza e per il troppo fervore dei neofiti più o meno insospettiscono sempre ” . Ma se questo è uno dei tratti caratteristici , che dimostrano appunto la puerilità della concezione religiosa nella epopea francese ! Appena conquistata una città , i vincitori impongono agl ' infedeli la conversione : chi si rifiuta , tagliato a fil di spada ; e i battezzati diventano d ' un tratto cristiani zelantissimi . Che c ' entra il Pulci ? A proposito dell ' episodio d ' Orlando motteggiato nel c . XXI dai ragazzacci della città , che il paladino attraversa su Vegliantino così mal ridotto ; che non si regge in piedi , il Momigliano dice che il Pulci non sente la maestà cavalleresca , e poi nota : “ Pel nostro poeta il riso è una delle grandi leggi , a cui tutti devono pagare il proprio tributo . Il Pulci , quindi , accenna ne ' suoi personaggi tanto i lati seri quanto i lati ridicoli e li riduce a quando a quando ai limiti dell ' umano . Così , in quest ' episodio , pare che egli prenda in giro Orlando , ma non è vero : un paladino invitto , col palafreno cascante anche Vegliantino qui scade dalla dignità solita nei cavalli degli eroi non è sottoposto ad una deminutio capitis , non s ' avvicina un po ' al Cavaliere dalla trista figura ? E questo non può accadere ad un paladino ? Ma fate che gli s ' avvicini un petulante a beffeggiarlo e vedrete che egli non è un Don Quijote , ma un paladino autentico : ecco in qual modo Orlando , abbassato per un momento , subito si rialza . Nella fonte c ' è qualche cosa di molto simile ( Orl . L . 30-37 ) . Siam già vicini alla beffa , ma non l ' abbiamo raggiunta ancora : la beffa si avrà solo , quando il riso sarà l ' esplosione della ribellione meditata del raziocinio ” . Anche qui è attribuito al Pulci quel che già , prima di tutto , si trova nella fonte , e che si trova poi in altri poemi , come ad esempio nell ' Aiol e nel Florent et Octavien . Così , quella certa facilità di commozione che hanno i paladini , e che al Momigliano sembra non molto naturale in guerrieri di quella tempra , si trova già , come è noto , nell ' epopea francese , dove centinaja di volte si leggono versi come questi ( formule epiche stereotipate ) : Trois fois se pasme sor le corant destrier . Quando non sviene un intero esercito : Cent milie frane s ' en pasment cuntre terre . Dato il concetto che il Momigliano s ' è formato dell ' umorismo , che questo cioè sia “ il riso che penetra più finemente o più profondamente nel proprio oggetto , e , anche quando non si eleva alla contemplazione di un fatto generale , è tuttavia indizio di uno spirito avvezzo a cercare il nocciolo delle cose ” , s ' intende com ' egli possa trovare con molta buona volontà anche l ' umorismo nel Morgante , non ostante che prima egli stesso abbia detto che ” il genere di riso del Morgante non scaturisce da una psicologia profonda ” e che questo procede “ da due ragioni , dall ' inettitudine del Pulci e dalla materia , che di solito si appaga di caratteri inconsistenti ” e che il Pulci “ vede specialmente il ridicolo fisico , il ridicolo delle forme , degli atteggiamenti , delle movenze d ' un corpo ” e il suo sia di solito “ un riso superficiale ” che ” nella sua quasi costante leggerezza ritrae dello spirito e della letteratura dei tempi ” . Ma ora per lui : “ il pianto , l ' indulgenza , la simpatia , ecc . ecc . , sono tutti elementi accessori ” dell ' umorismo , il quale , in somma , è come ha detto il Masci “ il senso generale della comicità ” , e nient ' altro . Inteso così , l ' umorismo si può trovare da per tutto . Ulivieri è sbalzato di sella da Manfredonio davanti a Meridiana e dice : Alla mia vita non caddi ancor mai , Ma ogni cosa vuol cominciamento ? Umorismo ! Meridiana gli risponde : Usanza è in guerra cader dal destriere , Ma chi si fugge non suol mai cadere ? Umorismo ! Rinaldo , dimentico di Luciana , si innamora di Antea e raccomanda a Ulivieri di servirla con ogni cura , e l ' amico risponde : “ Così va la fortuna ; Cércati d ' altro amante , Luciana ; Da me sarai d ' ogni cosa servito » ? “ Risposta stringata , filosofica , umoristica ” commenta il Momigliano , e via di questo passo . Ma no ! Il vero umorismo non si può trovare nel Morgante . Si sarebbe potuto trovare , se il Pulci fosse riuscito a trasfondere i suoi dolori , le sue miserie in qualcuno dei personaggi o in qualche scena , e ne avesse riso , come nella Frottola o in qualcuna delle lettere ; se la sua ironia , la vana parvenza di quello sciocco , puerile o grottesco mondo cavalleresco , fosse riuscita in qualche punto a drammatizzarsi , attraverso il suo sentimento , comicamente . Ma egli non solo non vede , né può vedere sé nel dramma , ma non riesce neanche a vedere il dramma nell ' oggetto rappresentato . E come si può parlare dunque d ' umorismo ? Dico del vero umorismo , che non è punto quel che crede il Momigliano , seguendo il Masci . Dell ' altro , cioè dell ' umorismo inteso nel senso più largo e comune , di cui ho già fatto parola , eh , di quello sì , ce n ' è in lui solo tanta copia , quanta in cento scrittori inglesi messi insieme , che dal Nencioni o dall ' Arcoleo sarebbero tenuti in conto di veri umoristi . Questo è indubitabile . * Mi sono intrattenuto così a lungo sul Morgante perché fra i tre nostri maggiori poemi cavallereschi è quello in cui certamente ha più campo l ' ironia : l ' ironia che secondo l ' espressione dello Schlegel riduce la materia a una perpetua parodia e consiste nel non perdere , neppure nel momento del patetico , la coscienza della irrealità della propria creazione . L ' intendimento dei due altri poeti , il Bojardo e l ' Ariosto , è più serio . Ma bisogna bene intendersi , su questa maggior serietà ... Il Pulci è poeta popolare , nel senso che non solleva per nulla dal popolo la materia che tratta , anzi ve la tiene per riderne parodiandola , in una corte borghese come quella di Lorenzo che della parodia , come ho detto , ha il gusto . Il Bojardo è poeta cortegiano , nel senso che ha , per usare le parole stesse del Rajna , “ una profonda simpatia per i costumi e i sentimenti cavallereschi , cioè per l ' amore , la gentilezza , il valore , la cortesia ” e se “ non ha ritegno a scherzare col soggetto , né ha rimorso di esporre alla derisione i suoi personaggi , gli è che egli intende a celebrare la prodezza , la cortesia e l ' amore , non già Orlando e Ferraguto ” ; cortegiano , dunque , nel senso che scrive per dar buon tempo e gradito sollazzo a una corte che , vivendo in ozii agiati ed eleganti , appassionandosi ai casi di Ginevra e di Isotta , alle avventure dei cavalieri erranti , non avrebbe potuto far buon viso ai paladini di Francia , se questi le fossero venuti innanzi senza amore e senza cortesia . L ' Ariosto , se per condizioni di vita , rispetto alla casa d ' Este , è in un altro senso poeta cortegiano anche lui , rispetto però alla materia che prende a trattare , non guarda che alle condizioni serie dell ' arte . Abbiamo veduto che nella stessa Francia già da tempo il mondo epico e cavalleresco aveva perduto ogni serietà . Come avrebbero potuto i poeti italiani trattare seriamente ciò che già da tempo era cessato di esser serio ? L ' ironia comica era inevitabile . Ma “ chi fa un lavoro comico osserva giustamente il De Sanctis non è esentato dalle condizioni serie dell ' arte ” . Ebbene , queste condizioni serie dell ' arte rispetta più di tutti l ' Ariosto , meno di tutti il Pulci , ma non per difetto d ' arte , come era parso prima al De Sanctis , bensì ripetiamo per lo scopo ch ' egli si prefisse . Chi fa una parodia o una caricatura è certamente animato da un intento o satirico o semplicemente burlesco : la satira o la burla consistono in un ' alterazione ridicola del modello , e non sono perciò commisurabili se non in relazione con le qualità di questo e segnatamente con quelle che spiccano di più e che già rappresentano nel modello una esagerazione . Chi fa una parodia o una caricatura insiste su queste qualità spiccate ; dà loro maggior rilievo ; esagera un ' esagerazione . Per far questo è inevitabile che si sforzino ì mezzi espressivi , si àlteri stranamente , goffamente o anche grottescamente la linea , la voce o , comunque , l ' espressione ; si faccia in somma violenza all ' arte e alle condizioni serie di essa . Si lavora su un vizio o su un difetto d ' arte o di natura , e il lavoro deve consistere nell ' esagerato , perché se ne rida . Ne risulta inevitabilmente un mostro ; qualcosa che , a considerarla in sé e per sé , non può avere alcuna verità , né , dunque , alcuna bellezza ; per intenderne la verità e però la bellezza , bisogna esaminarla in relazione col modello . Si esce così dal campo della fantasia pura . Per ridere di quel vizio o di quel difetto o per deriderli , dobbiamo anche scherzare con lo strumento dell ' arte ; esser coscienti del nostro gioco , che può esser crudele , che può anche non aver intenzioni maligne o averne anche di serie , come le aveva ad esempio Aristofane nelle sue caricature . Se dunque il Pulci nel suo lavoro comico viene meno alle condizioni serie dell ' arte , non è per insufficienza d ' arte , ripeto . Lo stesso non si può dire per il Bojardo . La maggior serietà di questo deve considerarsi non già nell ' intenzion dell ' arte , che gli difetta , bensì in quella di piacere alla sua corte , seguendo anche il suo gusto e il piacer suo . Si arrivò finanche a dire che il Bojardo tratta seriamente , nel suo poema , la cavalleria . Il Rajna , che com ' è noto nel suo libro su Le Fonti dell ' Orl . Fur . par che si sia proposto di rialzare il Bojardo a costo del “ suo continuatore ” , a proposito della distinzione da farsi tra l ' Innamorato e il Furioso , domanda : “ La faremo noi consistere nella cosiddetta ironia ariostesca ? Certo starebbe bene , se fosse vero , come si pretende , che l ' Ariosto avesse , con un sorriso incredulo , sciolto in fumo l ' edificio del Bojardo , e trasformato in fantasmi i personaggi dell ' Innamorato . Il male si è che quell ' edificio , quei personaggi , erano già una fantasmagoria anche per il Conte di Scandiano . Se Lodovico non crede al mondo che canta e se ne fa giuoco , non ci crede maggiormente e all ' occasione non se ne fa meno giuoco il suo predecessore e maestro ; se ironia c ' è nel Furioso , non ne manca nemmeno nell ' Innamorato ” . E , alcune pagine innanzi : ” Certo il sentir parlare di burlesco e umorismo , a proposito dell ' Innamorato , deve far meraviglia , e non poca . Si è tanto avvezzi a sentir ripetere su tutti i toni , e da uomini autorevolissimi e giudiziosissimi , che il Bojardo canta le guerre d ' Albraccà , e le avventure d ' Orlando e di Rinaldo , con quella medesima serietà e convinzione , colla quale il Tasso celebrava un secolo dopo le imprese dei Cristiani in Palestina e l ' acquisto di Gerusalemme ! È un errore , di cui . mi par superflua la confutazione ... Non ci vuol molto ad accorgersi che tra il Bojardo ed il mondo da lui preso a rappresentare , c ' è un vero contrasto , dissimile soltanto per grado e per tono da quello che impediva al Pulci d ' immedesimarsi colla sua materia . Ché agli occhi di ogni Italiano colto del secolo XV erano ridicoli quei terribili colpi di lancia e di spada , che al paragone avrebbero fatto apparir fanciulli gli eroi di Omero ; ridicolo quel frapparsi ( ! ) le armature e le carni per le ragioni più futili , od anche senza un motivo al mondo ; ridicole le profonde meditazioni amorose , che assorbivano tutta l ' anima per ore ed ore , e sopprimevano ogni ombra di coscienza ; ridicole , insomma , tutte le esagerazioni dei romanzi cavallereschi . O come si vuole che un uomo imbevuto fino al midollo di coltura classica , e dotato di un buon senso a tutta prova , avesse a contemplare e rappresentare questo mondo senza mai prorompere in uno scoppio di riso ? E infatti il Bojardo ride , e si studia di far ridere ; anche in mezzo alle narrazioni più serie esce in frizzi e facezie ; e più d ' una volta egli crea scene , che si potrebbero credere trovate dal Cervantes per beffare là cavalleria ed i suoi eroi ” . Il Rajna crede di difendere così il Bojardo da una ingiustizia . Il suo torto e gli è stato rilevato alla ristampa del libro dal Cesareo ( vedi in Critica militante , Messina , Trimarchi , 1907 , lo studio La fantasia dell ' Ariosto , pubbl . prima su la Nuova Antologia ).) è quello di trattare la questione dei rapporti tra il Bojardo e l ' Ariosto senza una adeguata preparazione estetica . Eppure , già il De Sanctis , trattando della poesia cavalleresca in un corso di lezioni all ' Università di Zurigo , aveva avvertito maravigliosamente : “ La facoltà poetica per eccellenza è la fantasia : ma il poeta non lavora solo con le facoltà estetiche , tutte le facoltà cooperano : il poeta non è solo poeta ; mentre la fantasia forma il fantasma , l ' intelletto e i sensi non rimangono inerti . Un poeta può avere potente virtù estetica ed esser povero d ' immaginazione , commettere errori nel disegno o spropositi storici e geografici : questi difetti non toccano l ' essenza della poesia . Ma se un poeta che ha in alto grado queste alte facoltà , che ha un bel disegno ed una perfetta esecuzione meccanica , ha debole fantasia , non saprà render vivente quanto vede : la mancanza di fantasia è la morte del poeta . Ecco la distinzione da farsi . Fin qui non avete diritto di mettere in quistione l ' ingegno poetico del Bojardo ; i difetti , che abbiamo enumerato , dipendono da altre facoltà . Per venire ad esaminarlo come poeta , bisogna dunque vedere fino a qual punto abbia la potenza formativa del fantasma . Ha una grande inventiva : è stato il poeta italiano che ha raccolto il più vasto e vario materiale di poesia ; non solo per quantità ma anche per qualità . L ' inventiva è già una prima condizione del poeta ; e per tal riguardo il Bojardo è superiore al Pulci . Ma , non che basti , è poca cosa : l ' invenzione nell ' arte è il meno . Dumas lascia ai suoi segretarii l ' incarico di raccogliere i materiali , ne ' quali si riserba d ' infonder poi la vita . Raccolto il materiale , il Bojardo lo sa lavorare ? Ecco la quistione . Non lo lascia nudo ed arido come il Pulci ; ha la facoltà del concepimento , dà ad ogni fatto e personaggio le determinazioni necessarie perché acquisti una fisionomia propria . Non gli basta l ' abbozzare un personaggio ; e anzi , egli è uno dei principali disegnatori della poesia italiana . Pochi sanno dar con più sicurezza i lineamenti ad un carattere ... Che resta da fare al poeta ? Mostrar vivo il personaggio . Chi ha dato tal forma e tal carattere , lo deve far vivere . Bisogna che la concezione diventi situazione . Anche i più appassionati non sono sempre appassionati . Volendo mettere in opera le determinazioni , bisogna scegliere tali circostanze che , mediante di esse , possano manifestarsi le forze interne d ' un personaggio . V ' è situazione estetica quando il personaggio è posto nelle condizioni più favorevoli , perché possa rivelarsi . Ma il Bojardo non sa mutar la concezione in situazione ” . Il Cesareo , che svolge ampiamente e precisa nel suo studio su La fantasia dell ' Ariosto questa stupenda intuizione del De Sanctis , nota a questo punto che , in verità ” quando una creatura vive nella fantasia d ' un poeta , ella si rivelerà intera in qualunque circostanza si trovi . Il poeta non ha da sceglier nulla , perché quella creatura è libera , autonoma , fuori del poeta medesimo e non si può trovare se non in quelle situazioni a cui la sospinge il suo carattere in contrasto coi caratteri circostanti . Le situazioni vengon da sé , non le sceglie il poeta ; il quale deve soltanto curare che in ciascuna situazione , anche la meno drammatica , il personaggio apparisca tutto , con tutte le sue determinazioni interiori . E allora una sola situazione basterà a farci conoscere quella creatura ; e noi sapremo a un dipresso ciò che ella farà in situazioni “ più favorevoli " . Il carattere di Farinata è già tutto ne ' primi sei versi co ' quali ei si volge a Dante ; quello d ' Amleto è già tutto nella scena dell ' udienza a Corte ; quello di don Abbondio è già tutto nella sua passeggiata in vista de ' bravi . Certo , la successione delle situazioni accresce intensità ed evidenza al carattere ; ma qualunque situazione è una situazione estetica ” . Per il Cesareo , al Bojardo manca per l ' appunto la visione completa del carattere ; ed io son d ' accordo con lui . Su un altro punto io dissento dal De Sanctis , cioè là dove egli dice che il Bojardo “ per intenzioni pedantesche , ha voluto fare seriamente quanto è sostanzialmente ridicolo ” . Codeste intenzioni pedantesche nel Bojardo veramente non so vederle , come non so vedere ch ' egli abbia voluto esser serio e che soltanto “ per la forza dei tempi ” sia riuscito ridicolo . Se , come dice lo stesso De Sanctis , egli ” ride delle sue invenzioni ” , non ha voluto esser serio . Secondo me , anzi , il torto del Bojardo è proprio là dove il Rajna crede di difenderlo da una ingiustizia : che egli , cioè , nobile cavaliere , animato da una profonda simpatia per i costumi cavallereschi , cioè per l ' amore , la gentilezza , il valore , la cortesia , non ha voluto esser serio , come per il sentimento suo poteva e come per il rispetto alle condizioni serie dell ' arte doveva . E , non volendo esser serio , egli non ha saputo ridere , perché a quella materia solo un riso ormai conveniva , quello della forma , e la forma sopra tutto manca al Bojardo . Dice bene il Rajna che “ non ci vuol molto ad accorgersi che tra il Bojardo ed il mondo da lui preso a rappresentare , c ' è un vero contrasto , dissimile soltanto per grado e per tono da quello che impediva al Pulci d ' immedesimarsi colla sua materia ” . Ma l ' inferiorità del Bojardo rispetto al Pulci e all ' Ariosto è appunto qui , nel grado e nel tono del suo riso . Egli volle badar soltanto a sollazzare sé e gli altri , e non intese che , volendo sollevar dal popolo quella materia e non volendo più farne deliberatamente la parodia , come aveva fatto il Pulci , si dovevano rispettare le condizioni serie dell ' arte , come l ' Ariosto le rispettò . Non è affatto vero che il poeta del Furioso con sorriso incredulo sciolga in fumo l ' edificio del Bojardo e trasformi in fantasmi i personaggi dell ' Innamorato . Al contrario ! Egli dà anzi a quell ' edificio e a quei personaggi ciò che loro mancava : consistenza e fondamento di verità fantastica e coerenza estetica . Bisogna bene intendersi sul non credere del poeta al mondo che canta o che , comunque , rappresenta . Ma si potrebbe dire che non solo per l ' artista , ma non esiste per nessuno una rappresentazione , sia creata dall ' arte o sia comunque quella che tutti ci facciamo di noi stessi e degli altri e della vita , che si possa credere una realtà . Sono , in fondo , una medesima illusione quella dell ' arte e quella che comunemente a noi tutti viene dai nostri sensi . Pur non di meno , noi chiamiamo vera quella dei nostri sensi , finta quella dell ' arte . Tra l ' una e l ' altra illusione non è però questione di realtà , bensì di volontà , e solo in quanto la finzione dell ' arte è voluta , voluta non nel senso che sia procacciata con la volontà per un fine estraneo a sé stessa ; ma voluta per sé e per sé amata , disinteressatamente ; mentre quella dei sensi non sta a noi volerla o non volerla : si ha , come e in quanto si hanno i sensi . E quella dunque è libera , e questa no . E l ' una finzione è dunque immagine o forma di sensazioni , mentre l ' altra , quella dell ' arte , è creazione di forma . Il fatto estetico , effettivamente , comincia solo quando una rappresentazione acquisti in noi per sé stessa una volontà , cioè quando essa in sé e per sé stessa si voglia , provocando per questo solo fatto , che si vuole , il movimento ( tecnica ) atto ad effettuarla fuori di noi . Se la rappresentazione non ha in sé questa volontà , che è il movimento stesso dell ' immagine , essa è soltanto un fatto psichico comune ; l ' immagine non voluta per sé stessa ; fatto spirituale - meccanico , in quanto non sta in noi volerla o non volerla ; ma che si ha in quanto risponde in noi a una sensazione . Abbiamo tutti , più o meno , una volontà che provoca in noi quei movimenti atti a creare la nostra propria vita . Questa creazione , che ciascuno fa a sé stesso della propria vita , ha bisogno anch ' essa , in maggiore o minor grado , di tutte le funzioni e attività dello spirito , cioè d ' intelletto e di fantasia , oltre che di volontà ; e chi più ne ha e più ne mette in opera , riesce a creare a sé stesso una più alta e vasta e forte vita . La differenza tra questa creazione e quella dell ' arte è solo in questo ( che fa appunto comunissima l ' una e non comune l ' altra ) : che quella è interessata e questa disinteressata , il che vuol dire che l ' una ha un fine di pratica utilità , l ' altra non ha alcun fine che in sé stessa ; l ' una è voluta per qualche cosa ; l ' altra si vuole per sé stessa . E una prova di questo si può avere nella frase che ciascuno di noi suoi ripetere ogni qual volta , per disgrazia , contro ogni nostra aspettativa , il proprio fine pratico , i proprii interessi siano stati frustrati : “ Ho lavorato per amore dell ' arte ” . E il tono con cui si ripete questa frase ci spiega la ragione per cui la maggioranza degli uomini , che lavorano per fini di pratica utilità e che non intendono la volontà disinteressata , suoi chiamare matti i poeti veri , quelli cioè in cui la rappresentazione si vuole per sé stessa senz ' altro fine che in sé medesima , e tale essi la vogliono , quale essa si vuole . Non ricorderò qui la domanda del cardinale Ippolito a Messer Lodovico . Il quale però , per tutta risposta , avrebbe potuto rileggergli quell ' ottava del canto ove si narra del viaggio di Astolfo alla Luna : Non sì pietoso Enea , né forte Achille Fu , com ' è fama , né sì fiero Ettorre ; E ne son stati e mille e mille e mille Che lor si puon con verità anteporre : Ma i donati palazzi e le gran ville Dai discendenti lor , gli ha fatto porre In questi senza fin sublimi onori Dall ' onorate man degli scrittori ... Dal che si può vedere come anche in un grandissimo poeta un sentimento almeno in parte non disinteressato poté macchiar l ' opera e mortificarla . Fortunatamente questo avvenne per una parte soltanto del poema . In qualche altro punto si può notare che la riflessione più che il sentimento , muova la rappresentazione ; la quale allora perde l ' azione spontanea , d ' essere organico e vivente , e acquista un movimento rigido e quasi meccanico . È là dove il poeta dimostra d ' essersi proposto a freddo il rispetto delle condizioni serie dell ' arte , là cioè dove non le rispetta più istintivamente , ma per intenzione preconcetta . Citerò per esempio le personificazioni di Melissa e di Logistilla . Ma là dove il poeta rispetta istintivamente le condizioni serie dell ' arte , cessa l ' ironia ? riesce il poeta a perder la coscienza della irrealità della sua creazione ? e come s ' immedesima egli con la sua materia ? Questo è il punto da chiarire e che richiede l ' analisi più sottile . È qui il segreto dello stile dell ' Ariosto . Nella lontananza del tempo e dello spazio , il poeta vede innanzi a sé un mondo meraviglioso che in parte la leggenda , in parte le capricciose invenzioni dei cantori han costruito attorno a Carlo Magno . Egli vede l ' Imperatore non già come quella cosa oscura del Pulci , che passeggia per la mastra sala impaurito dei formidabili eserciti dei Saracini o , più spesso , delle minacciate vendette dei Paladini per i tradimenti di Gano , che lo mena per il naso a sua posta : né lo vede come il Bojardo , Carlone rimbambito , che s ' indugia a parlar con Angelica , affocato in volto e con gli occhi lustri , poiché si sente toccar l ' ugola anche lui . Egli comprende che è da farsa o da teatrino di marionette un imperatore così fatto . Rida il volgo , ridano i fanciulli dei fantocci . Il riso è facile quando con burlesca grossolanità si sconci una figura o si faccia comunque ridicola violenza alla realtà . Questo non può voler l ' Ariosto ; e questo lo pone già di gran lunga sopra ai suoi predecessori , non solo , ma tanto alto forse , che quantunque egli poi si sforzi o di dissennarsi o di tirar su fino alla sua altezza quella materia essa , per ciò che ha in sé di irriducibile ormai , gli resta in parte di troppo inferiore . Egli la domina da assoluto padrone e secondo l ' imprevedibile capriccio della sua meravigliosa fantasia creatrice combina e separa , associa e dissocia tutti gli elementi ch ' essa gli fornisce . Con questo giuoco , che maraviglia e incanta per la sua prodigiosa agilità , egli riesce a salvar sé e la materia . Dov ' egli può , cioè in quel che han di eterno i sentimenti umani e le umane illusioni , egli s ' immedesima tutto , fino a dar la stessa consistenza della realtà alla sua rappresentazione ; dove non può , dove agli occhi suoi stessi si scopre la irrealità irreparabile di quel mondo , egli dà invece alla rappresentazione una leggerezza , quasi di sogno , che si ilara tutta d ' una sottilissima ironia diffusa , che non rompe quasi mai l ' incanto né di questa o di quell ' opera di magia rappresentata , né quello assai più meraviglioso che opera la magia del suo stile . Ecco , ho detto la parola : la magia dello stile . Il poeta ha compreso che a un solo patto si poteva dar coerenza estetica e verità fantastica a quel mondo , ove appunto la magia ha tanta parte : a patto che il poeta diventasse un mago a sua volta , e il suo stile dalla magia prendesse qualità e virtù . E c ' è l ' illusione che il poeta crea a noi , e talvolta anche a sé stesso , immedesimandosi nel giuoco fino ad abbandonarvisi tutto . Ah , quel giuoco tanto gli par bello , che bramerebbe crederlo realtà : non è , pur troppo ! Tanto che , di tratto in tratto , il velo sottilissimo si squarcia ; attraverso lo squarcio la realtà vera , del presente , si scopre , e allora l ' ironia diffusa si raccoglie d ' un subito e con improvviso scoppio s ' appalesa . Questo scoppio però non stride , non urta mai troppo : si presente sempre . E oltre alle illusioni che il poeta crea a noi e a sé stesso , ci son quelle che i personaggi si creano e quelle che a loro creano i maghi e le fate . E tutto un giuoco d ' illusioni , fantasmagorico . Ma la fantasmagoria non è tanto nel mondo rappresentato , che ha sovente , ripeto , la consistenza stessa della realtà ; quanto nello stile e nella rappresentazione del poeta , il quale con meraviglioso accorgimento ha compreso , che così soltanto , rivaleggiando cioè con la stessa magia , poteva salvar gli elementi irriducibili della materia e renderli con tutto il resto coerenti . Ne vogliamo una prova ? Il poeta rivaleggia con la magia d ' Atlante , nel canto XII : il mago ha innalzato un castello , ove i cavalieri si travagliano invano a cercar le loro donne ch ' essi vi credono rapite ; tre , Orlando , Ferraù e Sacripante , vi cercano la finta immagine d ' Angelica , che essi credon vera . Ebbene , il poeta , più mago d ' Atlante , fa che Angelica viva e vera entri in quel castello . Angelica che può rendersi vana come quella vana immagine creata da Atlante per magia . Quivi entra , che veder non la può il Mago ; E cerca il tutto , ascosa dal suo anello ; E trova Orlando e Sacripante vago Di lei cercar invan per quello ostello . Vede come fingendo la sua imago Atlante usa gran fraude a questo e a quello . Chi tor debba di lor molto rivolve Nel suo pensier , né ben se ne risolve . … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … L ' anel trasse di bocca , e di sua faccia Levò dagli occhi a Sacripante il velo . Credette a lui sol dimostrarsi , e avvenne Ch ' Orlando e Ferraù le sopravvenne . … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … … Corser di par tutti alla donna , quando Nessun incantamento gl ' impediva ; Perché l ' anel ch ' ella si pose in mano Fece d ' Atlante ogni disegno vano . È una magia che entra in un ' altra . Il poeta si avvale di quest ' elemento , lo fa anzi siffattamente suo , che in un momento innanzi agli occhi nostri illusi la realtà diventa magia e la magia realtà : appena Angelica si scopre , la realtà d ' un subito avventa e crolla l ' incanto ; sparisce mercé l ' anello , ed ecco il castello d ' Atlante assumer quasi consistenza reale innanzi a noi . Che stupenda finezza in questo giuoco ! E giuoco di magia ; ma la magia vera è quella dello stile ariostesco . Che ne volete più di quei poveri cavalieri ? Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta Quelli scherniti la stupida faccia . Chi li fa andare incontro a questi scherni e a guai anche peggiori ? Ma l ' amore , signori miei , che se non è proprio proprio una pazzia , tante pur ne fa fare , jeri come oggi , e tante ne farà fare domani e sempre ! Chi mette il piè su l ' amorosa pania , Cerchi ritrarlo , e non v ' inveschi l ' ale ; Ché non è in somma Amor se non insania A giudizio de ' savi universale : E sebben come Orlando ognun non smania , Suo furor mostra a qualch ' altro segnale . E quale è di pazzia segno più espresso , Che , per altri voler , perder sé stesso ? Vari gli effetti son ; ma la pazzia E tutt ' una però , che li fa uscire . Gli è come una gran selva , ove la via Conviene a forza , a chi vi va , fallire . In questi due ultimi versi il poeta dà una perfetta immagine del suo poema , che poggia per tanta parte su quest ' amore che dissenna . Fontane , giardini , castelli incantati ? Ma si ! Se sono oggi per noi larve inconsistenti , furono come realtà per le pazzie che l ' Amore fece far jeri , là in quel mondo lontano ; ridetene , se vi piace ; ma pensate che altre fallaci immagini crea oggi e creerà domani con l ' eterna magia delle sue illusioni l ' Amore , a scherno e a tormento degli uomini . Se voi ridete di quelli , potreste ugualmente ridere di voi . Frate , tu vai L ' altrui mostrando , e non vedi il tuo fallo . Sotto la favola è la verità . Vedete : il poeta non ha che a gravare un tantino la mano , perché la favola gli si muti in allegoria . E la tentazione è forte , e qua e là egli difatti vi casca ; la , fantasia però subito lo risolleva , per fortuna , e lo richiama al giusto grado e al giusto tono , in cui fin da principio s ' era messo : Dirò d ' Orlando , Che per amor venne in furore e matto D ' uom che sì saggio era stimato prima ; Se da colei che tal quasi m ' ha fatto , Che ' l poco ingegno ad ora ad or mi lima , Me ne sarà però tanto concesso Che mi basti a finir quanto ho promesso . E fin da principio lo stile ha virtù magica . Tutto il primo canto è , nella rappresentazione , fantasmagorico , corso da lampi , d ' apparizioni fugaci . E questi lampi non spiazzano per abbagliar soltanto i lettori , ma anche gli attori della scena . Ecco : ad Angelica balza innanzi Rinaldo ; a Ferraù , che cerca l ' elmo , l ' Argalia ; a Rinaldo , Bajardo ; a Sacripante , Angelica ; a tutt ' e due , Bradamante , e poi il messaggero , e poi Bajardo di nuovo e poi di nuovo Rinaldo . E questi lampi , dopo il rapidissimo guizzo , si estinguono comicamente , con la frode dell ' illusione improvvisa . Il poeta esercita , cosciente , questa sua magia ; non dà mai tempo ; lascia questo e prende quello ; sbalordisce e sorride dello sbalordimento altrui e de ' suoi stessi personaggi . Non va molto Rinaldo che si vede Saltare innanzi il suo destrier feroce : Ferma , Bajardo mio , deh ferma il piede ! Ché l ' esser senza te troppo mi nuoce . Per questo il destrier sordo a lui non riede , Anzi più se ne va sempre veloce . Segue Rinaldo , e d ' ira si distrugge , Ma seguitiamo Angelica che fugge . Figurarsi se Bajardo voleva fermarsi ! Il suo padrone è innamorato , dunque è matto . E Quel destrier , ch ' avea ingegno a meraviglia , capisce quel che il suo padrone nón può capire . Ecco : il senno che l ' Amore toglie agli uomini è dato dal poeta a una bestia . Nel c . II ( s . 20 ) dice , a mo ' d ' aggiunta , “ il destrier ch ' avea intelletto umano ” . Umano , sì , ma intendiamoci non d ' uomo innamorato ! Non giurerei proprio che qui non ci sia una punta di . satira . L ' ironia del poeta è una sottilissima sega , che ha tanti denti , e anche quello della satira , che morde un po ' tutti , fino fino , sotto sotto , a cominciar dal cardinale Ippolito , suo padrone . Oh gran bontà dei cavalieri antiqui ! Vi par che qui l ' ironia consista soltanto nel fatto che Ferraù e Rinaldo , dopo essersi picchiati a quel modo che sapete , cavalchino insieme , come se nulla fosse stato ? Il Rajna dice che i romanzi francesi recano in buona fede molti esempii di siffatte magnanime cortesie , e tre ne reca dal Tristan per concludere : “ Questa è la cortesia e la lealtà dei cavalieri di Brettagna ” . Benissimo ! Ma non già dei due cavalieri dell ' Ariosto , che non dimostrano ombra di cavalleria . Per intenderlo , bisogna pensare a che cosa avrebbe potuto rispondere Ferraù alla proposta di Rinaldo di smettere il duello : “ io non combatto per una preda , io combatto per difendere una donna che m ' invoca ajuto ; e se io son riuscito a difenderla , non ho combattuto invano ” . Un buon cavaliere antico , veramente nobile , avrebbe risposto cosa . Ma tanto Rinaldo quanto Ferraù non vedono in Angelica che una preda da appropriarsi , e poiché questa è uscita lor di mano , s ' ajutano entrambi a rintracciarla con un criterio molto positivo e pochissimo cavalleresco . Quella esclamazione dunque “ oh gran bontà dei cavalieri antiqui ! ” è veramente ironica e suona irrisione . Tanto è vero , che poco dopo , nel c . II , ripetendosi la medesima situazione del duello interrotto per la stessa ragione , Rinaldo lascia Sacripante a piedi : E dove aspetta il suo Bajardo , passa , E sopra vi si lancia , e via galoppa ; Né al cavalier , ch ' a piè nel bosco lassa , Pur dice addio , non che lo ' nviti in groppa . Ripetete sul serio , se vi riesce , dopo questo : Oh gran bontà dei cavalieri antiqui ! Il poeta scherza , e con quel povero re di Circassia , “ quel d ' amor travagliato Sacripante ” , lo scherzo del poeta è veramente crudele e passa la parte . Già , come lo dipinge : “ Un ruscello ? Parean le guance , e ' l petto un Mongibello ! ” Gli pone accanto , benigna , colei per cui si duole ( è curioso veramente il notare a quali aberrazioni poté essere condotto il Rajna dalla smania di sorprendere a ogni costo il poeta del Furioso con le mani nel sacco altrui . A proposito di questo episodio di Sacripante e Angelica , cita nientemeno che 12 esemplari , che l ' Ariosto avrebbe dovuto aver presenti . E non si accorge ch ' è stupido senz ' altro il ravvicinamento di queste pretese fonti , poiché nell ' Ariosto , invece del solito cavaliere che ascolta furtivo i lamenti , abbiamo Angelica , proprio lei in persona . Ma questo ha il coraggio di notare il Rajna “ è una differenza di sommo momento per Sacripante , ma secondaria per noi ” . Già ! come dire che , se veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis nei Chétifs a proposito del battesimo di Clorinda , è differenza secondaria che Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un altro cavaliere qualsiasi ! Sapete quali sono invece le parti sostanziali ? Erba , alberi , acqua , se è giorno o notte , e simili altre amenità . Come se Angelica non fosse nel bosco fin dal principio del canto ! Avrebbe potuto risparmiarsi il Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz ' altro all ' episodio di Prasildo nel Bojardo . La differenza però rimane sempre sostanziale . L ' Ariosto prende un verso al Bojardo : Che avria spezzato un sasso di pietade ; ma glielo corregge così : Che avrebbe di pietà spezzato un sasso . Ecco tutto ) . Poi , sotto gli occhi di Angelica , lo fa buttare in terra miseramente da un cavaliere che passa di corsa ; e Angelica non ha ancor finito di confortarlo con fine ironia , attribuendo cioè , al solito , la colpa della caduta al cavallo , che gli fa dare il calcio dell ' asino da quel messaggero che sopravviene afflitto e stanco su un ronzino : Tu déi saper che ti levò di sella L ' alto valor d ' una gentil donzella . C ' è da morirne ! Ma non basta : ecco Rinaldo ; Angelica fugge ; e il povero Sacripante , re di Circassia , resta scornato , bastonato e a piedi . Ma alla fin fine può consolarsi , che non avvengono soltanto a lui simili disgrazie . Ad altri ne occorrono anche di peggiori . Ce n ' è per tutti ! Il poeta si spassa a rappresentar la frode delle varie illusioni e a frodar anche i maghi che le frodi ordiscono . È un mondo in balia dell ' amore , della magia , della fortuna ; che ne volete ? E come dell ' amore le pazzie e della magia gl ' inganni , egli rappresenta della fortuna la mutabilità . Ferraù , staccatosi al bivio da Rinaldo , gira gira , si ritrova ” onde si tolse ” , e poiché non spera di ritrovar la donna , si scorda le botte date e ricevute , la tenzone differita , e si rimette a cercar l ' elmo che gli era caduto nell ' acqua . Or se fortuna ( quel che non volesti Far tu ) pone ad effetto il voler mio , Non ti turbar , gli grida l ' Argalia emerso dalle onde con l ' elmo in mano , l ' elmo caduto a Ferraù giusto dove il cadavere dell ' Argalia era stato gittato . Un tratto che a noi non suona comicamente , ma che forse poteva sonar comico a coloro che avevan dimestichezza col poema e i personaggi del Bojardo , è nei versi che dipingono l ' orrore di Ferraù all ' apparir dell ' ombra d ' Argalia : Ogni pelo arricciosse E scolorosse al Saracino il viso . Ora Ferraguto era stato raffigurato dal Bojardo , Tutto ricciuto e ner come carbone . Gli si poteva arricciare il pelo e scolorir il viso ? Non giuoca forse anche qui , dunque , il poeta ? L ' altro contendente , Rinaldo , spedito da Carlo in Bretagna per ajuti e distolto così d ' andar cercando Angelica Che gli avea il cor di mezzo il petto tolto , arrivato a Calesse , lo stesso giorno , Contro la volontà d ' ogni nocchiero , Pel gran desir che di tornare avea , Entrò nel mar ch ' era turbato e fiero ; ma , sissignori , spinto dal vento nella Scozia , si scorda di Angelica , si scorda di Carlo e della gran fretta che avea di ritornare , e s ' affonda solo nella gran Selva Caledonia , facendo ora una , ora un ' altra via Dove più aver strane avventure pensa . E capitato a una badia , prima mangia , poi domanda all ' abbate come si possano ritrovare queste avventure per dimostrarsi valente . E “ i monachi e l ' Abbate ” : Risposongli , ch ' errando in quelli boschi , Trovar potria strane avventure e molte : Ma come i luoghi , i fati ancor son foschi ; Ché non se n ' ha notizia le più volte . Cerca , diceano , andar dove conoschi Che l ' opre tue non restino sepolte , Acciò dietro al periglio e alla fatica Segua la fama , e il debito ne dica . Il Rajna qua si compiace nel notare che “ mai un barone del ciclo di Carlo Magno fu convertito così espressamente in Cavaliere Errante come in questo caso ” , ma non può non avvertire che “ le parole degli ospiti dànno tuttavia a conoscere come lo spirito della cavalleria romanzesca sia ormai svanito ” poiché sempre per i principali tra gli Erranti la modestia è uno dei primissimi doveri , tal che nulla è tanto difficile , quanto indurli a confessarsi autori di qualche opera gloriosa , e anche quando essi si trovano dinanzi a migliaja di spettatori , procurano di celarsi con ignote divise ; cavalcano quasi sempre sconosciuti , mutando spesso di insegne , e nascondendosi molte volte anche agli amici più cari e più fidi . E allora ? Non dobbiamo arguire che qui ci sia un ' intenzione satirica , e che anzi questa intenzione sia stata così forte nel poeta , da farlo venir meno una volta tanto alle condizioni serie dell ' arte , che pure egli più di tutti suoi rispettare ? L ' incoerenza estetica , difatti , nella condotta di Rinaldo è lampantissima e inescusabile , il personaggio non apparisce libero , ma soggetto all ' intenzione dell ' autore . Ho voluto notar questo perché mi sembra che troppo si tenda , da qualche tempo in qua , a sforzare i termini dell ' immedesimazione del poeta con la sua materia . Certo è difficilissimo vederli netti e precisi , questi termini . Ma non li vede affatto , secondo me , o ha ben poco chiaro il lume del discorso , chi , riconoscendo com ' è giusto l ' immedesimazione del poeta col suo mondo , nega l ' ironia o in gran parte la esclude o gli dà poca importanza . Bisogna riconoscere l ' una cosa e l ' altra l ' immedesimazione e l ' ironia poiché nell ' accordo , se non sempre perfetto quasi sempre però raggiunto , d ' entrambe queste cose a prima vista contrarie , sta , ripeto , il segreto dello stile ariostesco . L ' immedesimazione del poeta col suo mondo consiste in questo , che egli con la fantasia potente vede , digrossato , finito anzi in ogni contorno , preciso , limpido , ordinato e vivo , quel mondo che altri aveva messo insieme grossolanamente e aveva popolato di esseri , che , o per la loro goffaggine o per la loro sciocchezza o per la puerile loro incoerenza , ecc . non potevano in alcun modo esser presi sul serio neppure dai loro stessi autori ; e poi di maghi e di fate e di mostri che , naturalmente , ne accrescevano la irrealità e la inverosimiglianza . Il poeta toglie questi esseri dal loro stato di fantocci o di fantasmi , dà loro consistenza e coerenza , vita e carattere . Obbedisce fin qui alla propria fantasia , istintivamente . Poi subentra la speculazione . C ' è , ho detto , un elemento irriducibile in quel mondo , un elemento cioè che il poeta non riesce a oggettivar seriamente , senza mostrar coscienza della irrealità di esso . Con quel meraviglioso accorgimento , di cui ho fatto parola più su , egli però s ' industria di renderlo coerente con tutto il resto . Ma non sempre in questo giuoco la fantasia lo assiste . E allora egli s ' ajuta con la speculazione : la vita perde il movimento spontaneo , diventa macchina , allegoria . E uno sforzo . Il poeta intende di dare una certa consistenza a quelle costruzioni fantastiche , di cui sente la irrealità irriducibile , per mezzo di una dirò così impalcatura morale . Sforzo vano e malinteso , perché il solo fatto di dar senso allegorico a una rappresentazione dà a veder chiaramente che già si tien questa in conto di favola che non ha alcuna verità né fantastica né effettiva , ed è fatta per la dimostrazione di una verità morale . C ' è da giurare che al poeta non prema affatto la dimostrazione d ' alcuna verità morale , e che quelle allegorie siano nel poema suggerite dalla riflessione , per rimedio . Quello era il mondo ; quelli , gli elementi , ch ' esso offriva . L ' elemento della magia , del meraviglioso cavalleresco non si poteva in alcun modo eliminare senza snaturare al tutto quel mondo . E allora il poeta o cerca di ridurlo a simbolo , o senz ' altro lo accoglie , ma naturalmente con un sentimento ironico . Un poeta può , non credendo alla realtà della propria creazione , rappresentarla come se ci credesse , cioè non mostrare affatto coscienza della irrealità di essa ; può rappresentar come vero un suo mondo affatto fantastico , di sogno , regolato da leggi sue proprie , e , secondo queste leggi , perfettamente logico o coerente . Quando un poeta si mette in codeste condizioni , il critico non deve più vedere se quel che il poeta gli ha posto innanzi è vero o è sogno , ma se come sogno è vero ; poiché il poeta non ha voluto rappresentare una realtà effettiva , ma un sogno che avesse apparenza di realtà , s ' intende di sogno , fantastica , non effettiva . Ora questo non è il caso dell ' Ariosto . In più d ' un punto , come abbiamo già notato , egli mostra apertamente coscienza della irrealità della sua creazione , la mostra anche dove all ' elemento meraviglioso di quel mondo dà valore morale e consistenza logica , non fantastica . Il poeta non vuol creare e rappresentare come vero un sogno ; non è preoccupato soltanto della verità fantastica del suo mondo , è preoccupato anche della realtà effettiva ; non vuole che quel suo mondo sia popolato di larve o di fantocci , ma di uomini vivi e veri , mossi e agitati dalle nostre stesse passioni ; il poeta in somma vede , non le condizioni di quel passato leggendario divenute realtà fantastica nella sua visione , ma le ragioni del presente , trasportate e investite in quel mondo lontano . Ora naturalmente , allorché esse vi trovano elementi capaci di accoglierle , la realtà fantastica si salva ; ma allorché non li trovano , per la irriducibilità stessa di quegli elementi , l ' ironia scoppia , inevitabile , e quella realtà si frange . Quali sono queste ragioni del presente ? Sono le ragioni del buon senso , di cui il poeta è dotato ; sono le ragioni della vita entro i limiti della possibilità naturale : limiti che in parte la leggenda , in gran parte il capriccioso arbitrio di rozzi e volgari cantatori aveva balordamente , goffamente o grottescamente violati ; sono le ragioni del tempo , in fine , in cui il poeta vive . Abbiamo veduto Ferraù e Rinaldo a cavallo insieme , guidati com ' ho detto da un criterio molto positivo e pochissimo cavalleresco ; abbiamo ascoltato il consiglio dell ' abbate a Rinaldo in cerca d ' avventure ; tant ' altri esempii potremmo recare ; ma basterà senz ' altro quello della volata di Ruggiero su l ' ippogrifo . Anche quando il poeta con la magia dello stile riesce a dar consistenza di realtà a quell ' elemento meraviglioso , levandosi poi a un volo troppo alto in questa realtà fantastica , tutt ' a un tratto , quasi temesse d ' averne lui stesso o chi l ' ascolta il capogiro , precipita a posarsi su la realtà effettiva , rompendo così l ' incanto della fantastica . Ruggiero vola sublime su l ' ippogrifo ; ma anche dalla sublimità di quel volo il poeta avvista in terra le ragioni del presente , che gli gridano : Cala ! cala ! Non crediate , Signor , che però stia Per sì lungo cammin sempre su l ’ ale : Ogni sera all ' albergo se ne gìa Schivando a suo poter d ' alloggiar male . E quest ' ippogrifo è vero ? proprio vero ? Lo rappresenta cioè il poeta senza mostrare affatto coscienza dell ' irrealità di esso ? Lo vede la prima volta calar dal castello d ' Atlante sui Pirenei , con in groppa il mago , e dice che – si – il castello , come castello , non era vero , era finto , opera di magia ; ma l ' ippogrifo no , l ' ippogrifo era vero e naturale . Proprio vero ? proprio naturale ? Ma sì , generato da un grifo e da una giumenta . Sono animali che vengono nei monti Rifei . Ah sì ? proprio proprio ? e come va che non se ne vedono mai ? Oh Dio ; ne vengono , ma rari ... Quest ' attenuazione , prettamente ironica , mi fa pensare a quella farsa napoletana , ove un impostore si lagna delle sue sciagure , e tra le altre , di quella del padre , che , prima di morire , penò tanto , ridotto a vivere , poveretto , non so per quanti mesi senza fegato : all ' osservazione , che senza fegato non si può vivere , concede che sì , ne aveva , ma poco , ecco ! Così gl ' ippogrifi ; ne vengono ; ma rari ! Proprio da impostore , il poeta non vuol passare . Ha l ' aria di dirvi : Signori miei , di codeste fole io non posso farne a meno , bisogna pure che c ' entrino , nel mio poema ; e bisogna che io , fin dove posso , mostri di crederci . Ecco qua la gran muraglia che cinge la città d ' Alcina : … Par che la sua altezza a ciel s ' aggiunga E d ' oro sia dall ' alta cima a terra . Ma come ? Una muraglia di tal fatta , tutta d ' oro ? Alcun dal mio parer qui si dilunga E dice ch ' ella è alchimia ; e forse ch ' erra , Ed anco forse meglio di me intende : A me par oro , poiché sì risplende . Come ve lo deve dir meglio il poeta ? Sa come voi che ” non è tutt '.pro, quel che luce ” ; ma a lui oro deve parere , ” poiché si risplende ... ” . Per intonarsi quanto più può con quel mondo , fin da principio s ' è dichiarato matto come il suo eroe . È tutto un giuoco di continui accomodamenti per stabilir l ' accordo tra sé e la materia , tra le condizioni inverosimili di quel passato leggendario e le ragioni del presente . Dice : Chi va lontan dalla sua patria , vede Cose da quel che già credea , lontane ; Che narrandole poi , non se gli crede , E stimato bugiardo ne rimane ; Ché ' l sciocco vulgo non gli vuol dar fede , Se non le vede e tocca chiare e piane . Per questo io so che l ' inesperienza Farà al mio canto dar poca credenza . Poca o molta ch ' io ci abbia non bisogna Ch ' io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro . A voi so ben che non parrà menzogna Che ' l lume del discorso avete chiaro . Qui ” aver chiaro il lume del discorso ” significa ” saper leggere sotto il velame dei versi ” . Siamo nel canto d ' Alcina : e il poeta ci suggerisce : “ S ' io dico Alcina , s ' io dico Melissa , s ' io dico Erifilla , s ' io dico l ' iniqua frotta , o Logistilla , Andronica o Fronesia o Dicilla o Sofrosina , voi intendete bene a che cosa io voglia alludere ” . È un altro espediente ( non felice ) per stabilir l ' accordo , ma che pure , come tutti gli altri , scopre l ' ironia del poeta , cioè la coscienza della irrealità della sua creazione . Dove l ' accordo non si può stabilire , questa ironia però non scoppia mai stridula o stonata , appunto perché l ' accordo è sempre nell ' intenzione del poeta , e quest ' intenzione d ' accordo è per sé stessa ironica . L ' ironia è nella visione che il poeta ha , non solo di quel mondo fantastico , ma della vita stessa e degli uomini . Tutto è favola e tutto è vero , poiché è fatale che noi crediamo vere le vane parvenze che spirano dalle nostre illusioni e dalle passioni nostre ; illudersi può esser bello , ma del troppo immaginare si piange poi sempre la frode : e questa frode ci appare comica o tragica secondo il grado della partecipazione nostra ai casi di chi la subisce , secondo l ' interesse o la simpatia che quella passione o quell ' illusione ci suscitano , secondo gli effetti che quella frode produce . Così avviene che noi vediamo il sentimento ironico del poeta mostrarsi anche sotto un altro aspetto nel poema , non più spiccato ed evidente , ma attraverso la rappresentazione stessa , in cui è riuscito a trasfondersi per modo che essa così si senta e così si voglia . Il sentimento ironico , in somma , oggettivato , spira dalla rappresentazione stessa anche là dove il poeta non mostra apertamente coscienza della irrealità di essa . Ecco qua Bradamante in cerca del suo Ruggiero : per salvarlo , ha corso rischio di perire per mano del maganzese Pinabello ; il poeta le fa soffrire insieme coi lettori il supplizio di sentirsi predire e di vedersi mostrare a dito dalla maga Melissa tutti gl ' illustri suoi discendenti ; e poi va , va per monti inaccessibili , sale balze , traversa torrenti , arriva al mare , trova l ' albergo ov ' è Brunello ( e qui non dice se ella vi mangia ) ; riprende la via Di monte in monte e d ' uno in altro bosco , e si riduce fin sui Pirenei ; s ' impadronisce dell ' anello ; lotta con Atlante ; riesce a romper l ' incanto ; scioglie in fumo il castello del mago ; e , sissignori , dopo aver corso tanto , dopo essersi tanto affannata e travagliata , si vede portar via dall ' ippogrifo il suo Ruggiero liberato . Non le resta che ricevere le congratulazioni di coloro ch ' ella non s ' era curata di liberare ! Ma neanche queste , perché : Le donne e i cavalier si trovar fuora Delle superbe stanze alla campagna E furon di lor molte a cui ne dolse ; Che tal franchezza un gran piacer lor tolse . L ' Ariosto non aggiunge altro . Un vero umorista non si sarebbe lasciata sfuggire la stupenda occasione di descrivere gli effetti nelle donne e nei cavalieri dell ' improvviso sciogliersi dell ' incanto , del ritrovarsi alla campagna , e il dolore del perduto bene della schiavitù per una libertà che dal bel sogno li faceva piombare nella realtà nuda e cruda . La descrizione manca affatto . Il poeta si compiace in un ' altra descrizione , invece , come già Atlante si compiaceva di scherzare coi cavalieri che venivano a sfidarlo ; voglio dire nella descrizione comica di tutti quei liberati , che vorrebbero impadronirsi dell ' ippogrifo , il quale li mena per la campagna : Come fa la cornacchia in secca arena Che seco il cane or qua or là si mena . Perché manca quell ' altra descrizione ? Ma perché il poeta si è posto fin da principio , rispetto alla sua materia , in condizioni del tutto opposte a quelle in cui si sarebbe messo un umorista . Egli schiva il contrasto e cerca l ' accordo tra le ragioni del presente e le condizioni favolose di quel mondo passato : lo ottiene sì , ironicamente , perché , com ' ho detto , è per sé stessa ironica quell ' intenzione d ' accordo ; ma l ' effetto è che quelle condizioni non si affermano come realtà nella rappresentazione , si sciolgono , per dirla col De Sanctis , nell ' ironia , la quale , distruggendo il contrasto , non può più drammatizzarsi comicamente , ma resta comica , senza dramma . Si affermano invece le ragioni del presente trasportate e investite negli elementi di quel mondo lontano capaci d ' accogliere , e allora possiamo anche avere il dramma , ma seriamente e finanche tragicamente rappresentato : Ginevra , Olimpia , la pazzia d ' Orlando . I due elementi comico e tragico non si fondono mai . Si fonderanno in un ' opera , nella quale il poeta , ben lungi dal mostrar coscienza della irrealità di quel mondo fantastico ; ben lungi dal cercar con esso l ' accordo , che di necessità non è possibile se non ironicamente , palesata in tanti modi la coscienza di quella irrealità ; ben lungi dal trasportare in quel mondo fantastico le ragioni del presente per investirne gli elementi capaci d ' accoglierle ; darà a questo mondo fantastico del passato consistenza di persona viva , corpo , e lo chiamerà Don Quijote , e gli porrà in mente e gli darà per anima tutte quelle fole e lo porrà in contrasto , in urto continuo e doloroso col presente . Doloroso , perché il poeta sentirà viva e vera entro di sé questa sua creatura e soffrirà con essa dei contrasti e degli urti . A chi cerca contatti e somiglianze tra l ' Ariosto e il Cervantes , basterà semplicemente por bene in chiaro in due parole le condizioni in cui fin da principio il Cervantes ha messo il suo eroe e quelle in cui s ' è messo l ' Ariosto . Don Quijote non finge di credere , come l ' Ariosto , a quel mondo meraviglioso delle leggende cavalleresche : ci crede sul serio ; lo porta , lo ha in sé quel mondo , che è la sua realtà , la sua ragion d ' essere . La realtà che porta e sente in sé l ' Ariosto è ben altra ; e con questa realtà in sé , egli è come sperduto nella leggenda . Don Quijote , invece , che ha in sé la leggenda , è come sperduto nella realtà . Tanto è vero che , per non vaneggiar del tutto , per ritrovarsi in qualche modo , così sperduti come sono , l ' uno si mette a cercar la realtà nella leggenda ; l ' altro , la leggenda nella realtà . Come si vede , son due condizioni al tutto opposte . Sì : vi dice Don Quijote , i molini a vento son molini a vento , ma sono anche giganti : non io , Don Quijote , ho scambiato per giganti i molini a vento ; ma il mago Freston ha cangiato in molini a vento i giganti . Ecco la leggenda nella realtà evidente . Sì : vi dice l ' Ariosto , Ruggiero vola su l ' ippogrifo : il mago Freston , cioè la stramba immaginazione dei miei antecessori , ha cacciato dentro a questo mondo anche bestie siffatte , e bisogna ch ' io ci faccia volar su il mio Ruggiero : però vi dico che ogni sera egli se ne va all ' albergo e schiva a suo potere d ' alloggiar male . Ecco nella leggenda evidente la realtà . Ma intanto , altro è fingere di credere , altro è credere sul serio . Quella finzione , per sé stessa ironica , può condurre a un accordo con la leggenda , la quale , o si scioglie facilmente nell ' ironia , come abbiamo veduto , o con un procedimento inverso a quello fantastico , cioè con una impalcatura logica , si lascia ridurre a parvenza di realtà . La realtà vera , invece , se per un momento si lascia alterare in forme inverosimili dalla contemplazione fantastica d ' un maniaco , resiste e rompe il naso , se questo maniaco non si contenta più di contemplarla a suo modo da lontano , ma viene a darvi di cozzo . Altro è abbattersi a un castello finto , che si lascia a un tratto sciogliere in fumo , altro a un molino a vento vero , che non si lascia atterrare come un gigante immaginario . Mire vuestra merced , grida Sancho al suo padrone , que aquellos que allí se parecen , no son gigantes , sino molinos de viento , y lo que en ellos parecen brazos son las aspas , que volteadas del viento hacen andar la piedra del molino . Ma Don Quijote volge uno sguardo compassionevole al suo panciuto scudiero , e grida ai molini : - Pues aunque moveis mas bragos que los del gigante Briareo , me lo habeis de pagar . La paga lui , ohimè . E noi ridiamo . Ma il riso che qua scoppia per quest ' urto con la realtà è ben diverso di quello che nasce là per l ' accordo che il poeta cerca con quel mondo fantastico per mezzo dell ' ironia , che nega appunto la realtà di quel mondo . L ' uno è il riso dell ' ironia , l ' altro il riso dell ' umorismo . Allorché Orlando urta anche lui contro la realtà e smarrisce del tutto il senno , getta via le armi , si smaschera , si spoglia d ' ogni apparato leggendario , e precipita , uomo nudo , nella realtà . Scoppia la tragedia . Nessuno può ridere del suo aspetto e de ' suoi atti ; quanto vi può esser di comico in essi è superato dal tragico del suo furore . Don Quijote è matto anche lui ; ma è un matto che non si spoglia ; è un matto anzi che si veste , si maschera di quell ' apparato leggendario e , così mascherato , muove con la massima serietà verso le sue ridicole avventure . Quella nudità e questa mascheratura sono i segni più manifesti della loro follia . Quella , nella sua tragicità , ha del comico ; questa ha del tragico nella sua comicità . Noi però non ridiamo dei furori di quel nudo ; ridiamo delle prodezze di questo mascherato , ma pur sentiamo che quanto vi è di tragico in lui non è del tutto annientato dal comico della sua mascheratura , così come il comico di quella nudità è annientato dal tragico della furibonda passione . Sentiamo in somma che qui il comico è anche superato , non però dal tragico , ma attraverso il comico stesso ( applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l ' umorismo : ” Erhabenheit in der Komik und durch dieselbe ” , vedi op . cit . , pag . 243 . Ma come si spiega questo superamento del comico attraverso il comico stesso ? La spiegazione che dà il Lipps non mi sembra accettabile per quelle stesse ragioni che infirmano tutta la sua teoria estetica . Vedi su questa la critica del Croce nella seconda parte della sua Estetica , pag . 434 ) . Noi commiseriamo ridendo , o ridiamo commiserando . Come è riuscito il poeta a ottenere questo effetto ? Per conto mio , non so proprio capacitarmi che l ' ingegnoso gentiluomo Don Quijote sia nato en un lugar de la Mancha , e non piuttosto in Alcalá de Henares nell ' anno 1547 . Non so capacitarmi che la famosa battaglia di Lepanto , che doveva , come tante magnanime imprese della cavalleria , strepitosamente apparecchiate , cader nel vuoto , così che l ' arguto Gran Visir di Selim poté dire ai cristiani : “ Noi vi abbiamo tagliato un braccio prendendovi l ' isola di Cipro ; ma voi che ci avete fatto , distruggendoci tante navi subito ricostruite ? La barba , che ci è rinata il giorno dopo ! ” non so capacitarmi , dicevo , che la famosa battaglia di Lepanto , di cui i confederati cristiani non seppero trarre alcun profitto , non sia qualcosa come la espantable y jamds imaginada aventura de los molinos de viento . Questa è dice Don Quijote al suo fido scudiero questa è , Sancho , buona guerra , e gran servizio a Dio toglier tanto mal seme dalla faccia della terra ! Non vedeva dunque il turbante turco Don Quijote in capo a quei giganti , che al buon Sancho parevano molini a vento ? Forse erano , per la Spagna . L ' isola di Cipro poteva premere ai signori veneziani , una guerra contro i Turchi poteva premere a Pio V , fiero papa domenicano , nelle cui vecchie vene fremeva ancor caldo il sangue della giovinezza . Ma a que ' bei dì di primavera , quando il Torres giunse in Ispagna , inviato dal Papa a patrocinar la causa de ' Veneziani , Filippo II moveva verso i festeggiamenti sontuosi di Cordova e di Siviglia : molini a vento , le navi del Gran Visir ! Non per Don Quijote , però : dico per il Don Quijote , non della Mancha , ma di Alcali . Eran giganti veri per lui , e con che cuore di gigante mosse incontro a loro . Gli avvenne male , ahimè ! Ma all ' evidenza , come ad alcun nemico , come alla sorte ingrata , egli non volle arrendersi mai ! E disse allora che le cose della guerra van soggette più delle altre a continui mutamenti : pensò , e gli parve la verità , che il tristo incantatore suo nemico , il mago Freston , colui che gli aveva tolto i libri e la casa , aveva cangiato i giganti in molini per togliergli anche il vanto della vittoria . Questo soltanto ? Anche una mano gli tolse , il tristo mago . Una mano , e poi la libertà . Molti han voluto cercar la ragione per cui Miguel Cervantes de Saavedra , prode soldato , reduce di Lepanto e di Terceira , piuttosto che cantare epicamente , come alla sua natura eroica sarebbe meglio convenuto , le gesta del Cid o i trionfi di Carlo V , o la stessa giornata di Lepanto o la spedizione delle Azzorre , poté concepire un tipo come il Cavaliere dalla Trista Figura e comporre un libro come il Don Quote . E si è voluto finanche supporre che il Cervantes creasse il suo eroe per la stessa ragione per cui più tardi il nostro buon Tassoni il suo Conte di Culagna . Qualcuno , è vero , si è spinto fino a dire che la vera ragione del lavoro sta nel contrasto , costante in noi , fra le tendenze poetiche e quelle prosaiche della nostra natura , fra le illusioni della generosità e dell ' eroismo e le dure esperienze della realtà . Ma questa che , se mai , vorrebbe estere una spiegazione astratta del libro , non ci dà la ragione per cui fu composto . Scartate come inammissibili le vedute del Sismondi e del Bouterwek , tutti , o più o meno , si sono attenuti a ciò che lo stesso Cervantes dichiara nel prologo della prima parte del suo capolavoro e nella chiusa del secondo volume : che il libro cioè non ha altro fine che quello d ' arrestare e di distruggere l ' importanza che hanno nel mondo e presso il volgo i libri di cavalleria , e che il desiderio dell ' autore altro non è stato che quello di abbandonare all ' esecrazione degli uomini le false stravaganti storie della cavalleria , le quali , colpite a morte da quella del suo vero Don Quijote , non camminano più se non traballando e hanno indubbiamente a cadere del tutto . Ora noi ci guarderemo bene dal contradire allo stesso autore ; tanto più che è noto a tutti qual potere avessero a quei dì in Ispagna i libri di cavalleria e come il gusto per siffatta letteratura avesse assunto il grado della follia . Ci avvarremo anzi anche noi di queste parole e ci serviremo dell ' autore stesso e della stessa storia della sua vita per dimostrare la vera ragione del libro e quella , più profonda , dell ' umorismo di esso . Come nasce al Cervantes l ' idea di coglier vivo e vero nel suo paese e nel tempo suo , anziché lontano , in Francia , al tempo di Carlomagno , l ' eroe da celebrare con quell ' intento espresso nelle parole del prologo ? Quando e dove gli nasce quest ' idea e perché ? Non è senza ragione il favore straordinario per la letteratura epica e cavalleresca in quel tempo : è l ' incubo del secolo del poeta la lotta fra Cristianità e Islamismo . E il poeta , fin dall ' infanzia anche lui sotto il fascino dello spirito cavalleresco , povero , ma altero discendente d ' una nobile famiglia da più secoli devota alla monarchia e alle armi , fu per tutta la vita uno strenuo difensore della sua fede . Non aveva dunque bisogno d ' andarlo a cercar lontano , nella leggenda , l ' eroe , cavaliere della fede e della giustizia : lo aveva presente in sé . E quest ' eroe combatte a Lepanto ; quest ' eroe tien testa per cinque anni , schiavo in Algeri , ad Hassan , il feroce re berbero ; quest ' eroe combatte in tre altre campagne per il suo re contro a Francesi e Inglesi . Come mai , tutt ' a un tratto , gli si mutano in molini a vento queste campagne , e l ' elmo che ha in testa in un vil piatto da barbiere ? Ha avuto molta fortuna una considerazione del Sainte - Beuve , che cioè nei capolavori del genio umano viva nascosta una plusvalenza futura , la quale si svolge di per sé sola , indipendentemente dagli autori medesimi , come dal germe si svolgono il fiore ed il frutto senza che il giardiniere abbia fatto altro se non avere zappato bene , rastrellato , innaffiato il terreno , e dato ad esso tutte quelle cure e conferito quegli elementi che meglio valessero a fecondarlo . Di questa considerazione avrebbero potuto farsi forti tutti coloro che nel medio evo scoprivano non so che allegorie nei poeti greci e latini . Era anche questo un modo di sciogliere in rapporti logici le creazioni della fantasia . Certo , quando un poeta riesce veramente a dar vita a una sua creatura , questa vive indipendentemente dal suo autore , tanto che noi possiamo immaginarla in altre situazioni in cui l ' autore non pensò di collocarla , e vederla agire secondo le intime leggi della sua propria vita , leggi che neanche l ' autore avrebbe potuto violare ; certo , questa creatura , in cui il poeta riuscì a raccogliere istintivamente , ad assommare e a far vivere tanti particolari caratteristici e tanti elementi sparsi qua e là , può divenir poi quel che suoi dirsi un tipo , ciò che non era nell ' intenzione dell ' autore nell ' atto della creazione . Ma si può dir questo veramente del Don Quote del Cervantes ? Si può dire e sostenere sul serio che l ' intenzione del poeta nel comporre il suo libro era solamente quella di toglier con l ' arma del ridicolo ogni autorità e prestigio che avevan nel mondo e presso il volgo i libri di cavalleria , a fine di distruggerne i mali effetti , e che il poeta non si sognò mai di porre in quel suo capolavoro tutto quello che ci vediamo noi ? Chi è Don Quijote , e perché è ritenuto pazzo ? Egli in fondo non ha e tutti lo riconoscono che una sola e santa aspirazione : la giustizia . Vuol proteggere i deboli e atterrare i prepotenti , recar rimedio agli oltraggi della sorte , far vendetta delle violenze della malvagità . Quanto più bella e più nobile sarebbe la vita , più giusto il mondo , se i propositi dell ' ingegnoso gentiluomo potessero sortire il loro effetto ! Don Quijote è mite , di squisiti sentimenti , prodigo e non curante di sé , tutto per gli altri . E come parla bene ! Quanta franchezza e quanta generosità in tutto ciò che dice ! Egli considera il sacrificio come un dovere , e tutti i suoi atti , almeno nelle intenzioni , son meritevoli d ' encomio e di gratitudine . E allora la satira dov ' è ? Noi tutti amiamo questo virtuoso cavaliere ; e le sue disgrazie se da un canto ci fanno ridere , dall ' altro ci commuovono profondamente . Se il Cervantes voleva far dunque strazio dei libri di cavalleria , per i mali effetti che essi producevano negli animi de ' suoi contemporanei , l ' esempio ch ' egli reca con Don Quijote non è calzante . L ' effetto che quei libri producono in Don Quijote non è disastroso se non per lui , per il povero Hidalgo . Ed è così disastroso , solo perché l ' idealità cavalleresca non poteva più accordarsi con la realtà dei nuovi tempi . Orbene , questo appunto , a sue spese , aveva imparato don Miguel Cervantes de Saavedra . Com ' era stato egli rimeritato del suo eroismo , delle due archibugiate e della perdita della mano nella battaglia di Lepanto , della schiavitù sofferta per cinque anni in Algeri , del valore dimostrato nell ' assalto di Terceira , della nobiltà dell ' animo , della grandezza dell ' ingegno , della modestia paziente ? che sorte avevano avuto i sogni generosi , che lo avevan tratto a combattere sui campi di battaglia e a scrivere pane immortali ? che sorte le illusioni luminose ? S ' era armato cavaliere come il suo Don Quijote , aveva combattuto , affrontando nemici e rischi d ' ogni sorta per cause giuste e sante , s ' era nutrito sempre delle più alte e nobili idealità , e qual compenso ne aveva avuto ? Dopo aver miseramente stentato la vita in impieghi indegni di lui ; prima scomunicato , da commissario di proviande militari in Andalusia ; poi , da esattore , truffato , non va forse a finire in prigione ? E dov ' è questa prigione ? Ma lì , proprio lì nella Mancha ! In un ' oscura e rovinosa carcere della Mancha , nasce il Don Quijote . Ma era già nato prima il vero Don Quijote : era nato in Alcalá de Henares nel 1547 . Non s ' era ancora riconosciuto , non s ' era veduto ancor bene : aveva creduto di combattere contro i giganti e di avere in capo l ' elmo di Mambrino . Lì , nell ' oscura carcere della Mancha , egli si riconosce , egli si vede finalmente ; si accorge che i giganti eran molini a vento e l ' elmo di Mambrino un vil piatto da barbiere . Si vede , e ride di sé stesso . Ridono tutti i suoi dolori . Ah , folle ! folle ! folle ! Via , al rogo , tutti i libri di cavalleria ! Altro che plusvalenza futura ! Leggete nello stesso prologo alla prima parte ciò che il Cervantes dice all ' ozioso lettore : “ Io non ho potuto contravvenire all ' ordine naturale che vuole che ogni cosa generi ciò che le somiglia . E così , che cosa poteva mai generare lo sterile e mal coltivato ingegno mio , se non la storia d ' un figlio rinsecchito , ingiallito e capriccioso , pieno di pensieri varii non mai finora da alcun altro immaginati ; generato com ' ei fu in una carcere , dove ogni angustia siede ed ha stanza ogni tristo umore ? ” Ma come si spiegherebbe altrimenti la profonda amarezza che è come l ' ombra seguace d ' ogni passo , d ' ogni atto ridicolo , d ' ogni folle impresa di quel povero gentiluomo della Mancha ? E il sentimento di pena che ispira l ' immagine stessa nell ' autore , quando , materiata com ' è del dolore di lui , si vuole ridicola . E si vuole così , perché la riflessione , frutto d ' amarissima esperienza , ha suggerito all ' autore il sentimento del contrario , per cui riconosce il suo torto e vuol punirsi con la derisione che gli altri faranno di lui . Perché Cervantes non cantò il Cid Campeador ? Ma chi sa se nell ' oscura e rovinosa carcere l ' immagine di quest ' eroe non gli s ' affacciò veramente , a destargli un ' angosciosa invidia ! Tra Don Quijote , che nel suo tempo volle vivere come , non già nel loro , ma fuori del tempo e fuori del mondo , nella leggenda o nel sogno dei poeti avevano vissuto i cavalieri erranti , e il Cid Campeador che , ajutando il tempo , poté facilmente far leggenda della sua storia , non avvenne in quella carcere , alla presenza del poeta , un dialogo ? Presso le altre genti il romanzo cavalleresco aveva creato a sé stesso personaggi fittizii , o meglio , il romanzo cavalleresco era sorto dalla leggenda che si era formata intorno ai cavalieri . Ora la leggenda che fa ? Accresce , trasforma , idealizza , astrae dalla realtà comune , dalla materialità della vita , da tutte quelle vicende ordinarie , che creano appunto le maggiori difficoltà nell ' esistenza . Perché un personaggio non più fittizio , ma un uomo che prenda a modello le smisurate immagini ideali messe su dall ' immaginazione collettiva o dalla fantasia d ' un poeta , riesca a riempir di sé queste grandiose maschere leggendarie , ci vuole non solo una grandezza d ' animo straordinaria , ma anche il tempo che ajuti . Questo avvenne al Cid Campeador . Ma Don Quijote ? Coraggio a tutta prova , animo nobilissimo , fiamma di fede ; ma quel coraggio non gli frutta che volgari bastonate ; quella nobiltà d ' animo è una follia ; quella fiamma di fede è un misero stoppaccio ch ' egli si ostina a tenere acceso , povero pallone mal fatto e rappezzato , che non riesce a pigliar vento , che sogna di lanciarsi a combattere con le nuvole , nelle quali vede giganti e mostri , e va intanto terra terra , incespicando in tutti gli sterpi e gli stecchi e gli spuntoni , che ne fanno strazio , miseramente . VI . UMORISTI ITALIANI Non è mia intenzione tracciare , neppure per sommi capi , pi , la storia dell ' umorismo presso le genti latine e segnatamente in Italia . Ho voluto soltanto , in questa prima parte del mio lavoro , oppormi a quanti han voluto sostenere che esso sia un fenomeno esclusivamente moderno e quasi una prerogativa delle genti anglo - germaniche , in base a certi preconcetti , a certe divisioni e considerazioni , arbitrarie le une , sommarie le altre , come mi sembra di aver dimostrato . La discussione intorno a queste divisioni arbitrarie e considerazioni sommarie , se forse mi ha fatto ritardare alquanto il cammino , che mi ero proposto più spedito , trattenendomi a osservar da presso certi particolari aspetti , certe particolari condizioni nella storia della nostra letteratura ; tuttavia non mi ha disviato mai dall ' argomento principale , che del resto vuol essere trattato con sottile penetrazione e minuta analisi . Vi ho girato attorno , ma per circuirlo sempre più e penetrarlo meglio da ogni parte . A qualcuno che forse avrà creduto di trovare una contradizione tra il mio assunto e gli esempii finora recati di scrittori italiani , nei quali non ho riconosciuto la nota del vero umorismo , ricorderò che io ho parlato in principio di due maniere d ' intenderlo , e ho detto che il vero nodo della questione è appunto qui : cioè , se l ' umorismo debba essere inteso nel senso largo con cui comunemente si suole intendere , e non in Italia soltanto ; o in un senso più stretto e particolare , con peculiari caratteri ben definiti , che è per me il giusto modo d ' intenderlo . Inteso in quel senso largo ho detto se ne può trovare in gran copia nella letteratura così antica come moderna d ' ogni paese ; inteso in questo senso stretto e per me proprio , se ne troverà parimenti , ma in molto minor copia , anzi in pochissime espressioni eccezionali , così presso gli antichi come presso i moderni d ' ogni paese , non essendo prerogativa di questa o di quella razza , di questo o di quel tempo , ma frutto di una specialissima disposizione naturale , d ' un intimo processo psicologico che può avvenire tanto in un savio dell ' antica Grecia , come Socrate , quanto in un poeta dell ' Italia moderna , come Alessandro Manzoni . Non è lecito però assumere a capriccio questo o quel modo d ' intendere e applicar l ' uno a una letteratura , per concludere che essa non ha umorismo , e applicar l ' altro a un ' altra per dimostrare che l ' umorismo vi sta di casa . Non è lecito sentir soltanto negli stranieri , a causa della lingua diversa , quel particolar sapore , che per la familiarità dello stesso strumento espressivo non si avverte più nei nostri , ma nei quali intanto gli stranieri a lor volta lo avvertono . Così facendo , noi saremo i soli a non riconoscer traccia d ' umorismo nella nostra letteratura , mentre vedremo gl ' Inglesi , ad esempio , porre a capo della loro un umorista , il Chaucer , il quale , se mai , può esser considerato per tale , ove si assuma l ' umorismo nel senso più largo , in quel senso cioè per cui può esser considerato quale umorista anche il Boccaccio e tanti altri scrittori nostri con lui . Nessuna contradizione , dunque , da parte nostra . La contradizione invece è in coloro che , dopo aver affermato che l ' umorismo è un fenomeno nordico e una prerogativa delle genti anglo - germaniche , quando poi vogliono recare due esempii mirabili del più schietto e compiuto umorismo , citano Rabelais e Cervantes , un francese e uno spagnuolo ; oppure il Rabelais e il Montaigne ; e citando il Rabelais non hanno occhi per vedere in casa loro il Pulci , il Folengo , il Berni ; e , citando il Montaigne , che è il tipo dello scettico sereno , non avido di lotte , sorridente , senza impeti , senza ideali da difendere , senza virtù da seguire , lo scettico che tollera tutto senza aver fede in nulla , che non ha né entusiasmi né aspirazioni , che si serve del dubbio per giustificare l ' inerzia con la tolleranza , che dimostra una percezione della vita serena , ma sterile , indice di egoismo e di decadenza di razza , giacché il libero esame che non spinge all ' azione può meglio che salvare dalla schiavitù , accettare , o rendersi complice del dispotismo , non s ' accorgono , dico , che le ragioni per cui han negato a tanti scrittori italiani non solo la nota umoristica , ma anche la possibilità d ' averla , sono appunto queste che dicono d ' aver prodotto l ' umorismo del Montaigne . Un peso , come si vede , e due misure . Noi vedremo che , in realtà , l ' avere una fede profonda , un ideale innanzi a sé , l ' aspirare a qualche cosa e il lottare per raggiungerla , lungi dall ' essere condizioni necessarie all ' umorismo , sono anzi opposte ; e che tuttavia può benissimo essere umorista anche chi abbia una fede , un ideale innanzi a sé , un ' aspirazione , e lotti a suo modo per raggiungerla . Un ideale qualsiasi , in somma , per sé stesso , non dispone affatto all ' umorismo , anzi ostacola questa disposizione . Ma l ' ideale può ben esserci ; e se c ' è , l ' umorismo , che deriva da altre cause , certamente prenderà qualità da esso , come del resto da tutti gli altri elementi costitutivi dello spirito di questo o di quell ' umorista . In altre parole : l ' umorismo non ha affatto bisogno d ' un fondo etico , può averlo o non averlo : questo dipende dalla personalità , dall ' indole dello scrittore ; ma , naturalmente , dall ' esserci o dal non esserci , l ' umorismo prende qualità e muta d ' effetto , riesce cioè più o meno amaro , più o meno aspro , pende più o meno o verso il tragico o verso il comico , o verso la satira , o verso la burla , ecc . Chi crede che sia tutto un giuoco di contrasto tra l ' ideale del poeta e la realtà , e dice che si ha l ' invettiva , l ' ironia , la satira , se l ' ideale del poeta resta offeso acerbamente e sdegnato dalla realtà ; la commedia , la farsa , la beffa , la caricatura , il grottesco , se poco se ne sdegna e delle apparenze della realtà in contrasto con sé è piuttosto indotto a ridere più o meno fortemente ; e che infine si ha l ' umorismo , se l ' ideale del poeta non resta offeso e non si sdegna , ma transige bonariamente , con indulgenza un po ' dolente , mostra d ' avere dell ' umorismo una veduta troppo unilaterale e anche un po ' superficiale . Certo molto dipende dalla disposizione d ' animo del poeta ; certo l ' ideale di questo in contrasto con la realtà può o sdegnarsi o ridere o transigere ; ma un ideale che transige non dimostra in verità d ' esser molto sicuro di sé e profondamente radicato . E consisterà l ' umorismo in questa limitazione dell ' ideale ? No . La limitazione dell ' ideale sarà , se mai , non causa , ma conseguenza di quel particolar processo psicologico che si chiama umorismo . Lasciamo star dunque una buona volta gl ' ideali , la fede , le aspirazioni e via dicendo : lo scetticismo , la tolleranza , il carattere realistico , che le nostre lettere assunsero fin quasi dal loro inizio , furon bene disposizioni e condizioni favorevoli all ' umorismo ; l ' ostacolo maggiore fu la retorica imperante , che impose leggi e norme astratte di composizione , una letteratura di testa , quasi meccanicamente costruita , in cui gli elementi soggettivi dello spirito eran soffocati . Infranto il giogo , abbiamo detto , di questa poetica intellettualistica dalla ribellione appunto degli elementi soggettivi dello spirito , che caratterizza il movimento romantico , l ' umorismo si affermò liberamente , massime in Lombardia che del romanticismo italiano fu il campo . Ma questo così detto romanticismo fu l ' ultima e clamorosa levata di scudi della volontà e del sentimento ribelli all ' intelletto ; in tanti altri periodi , in tanti altri momenti della storia letteraria d ' ogni nazione avvennero di tali ribellioni , e ci furon sempre solitarie anime ribelli , e ci fu sempre il popolo che si espresse nei varii dialetti senza imparare a scuola regole e leggi . Fra questi scrittori solitarii ribelli alla retorica , fra i dialettali bisogna cercar gli umoristi e , in senso largo , ne troveremo in gran copia , fin dagli inizii della nostra letteratura , segnatamente in Toscana ; nel senso vero e proprio pochi ne troveremo , ma non se ne trovano di più certo nelle letterature degli altri paesi , né questi pochi nostri son da meno dei pochi stranieri , che a confusione nostra ci son messi innanzi di continuo , e son sempre quelli , se ben s ' avverte , da contarli su le dita d ' una mano . Solo che il valore e il sapor dei nostri , noi non lo abbiamo saputo mai né metter bene in rilievo , e pregiare , né avvertire e distinguere a dovere , perché alle loro singole e specialissime individualità la critica , guidata nella maggior parte delle nostre storie letterarie da pregiudizii che non hanno nulla che vedere con l ' estetica o , comunque , da criterii generali , non ha saputo a volta a volta adattarsi e piegarsi , e ha giudicato come errori , eccessi o difetti quelli che eran caratteri peculiari . Dico questo soltanto : chi sa che giudizio troveremmo nelle nostre storie letterarie d ' un libro come la Vita e opinioni di Tristram ShandY , se scritto in italiano , da uno scrittore italiano , chi sa che capolavoro d ' umorismo sarebbero , ad esempio , la Circe o I capricci di Giusto Bottajo , se scritti in inglese , da uno scrittore inglese , o magari la stessa Vita di Cicerone di Gian Carlo Passeroni ! Discorrevo , qualche anno fa , appunto di questo , con un cultissimo signore inglese , conoscitore profondo della letteratura italiana . Neanche nel Machiavelli ? mi domandava egli con meraviglia quasi incredula . I vostri critici non riconoscono umorismo neanche nel Machiavelli ? neanche nella novella di Belfagor ? Ed io pensavo alla grandezza nuda di questo Sommo nostro , che non andò mai a vestirsi nel guardaroba della retorica ; che come pochi comprese la forza delle cose ; a cui la logica venne sempre dai fatti ; . che contro ogni sintesi confusa reagì con l ' analisi più arguta e più sottile ; che ogni macchina ideale smontò coi due strumenti dell ' esperienza e del discorso ; che ogni esagerazione di forma distrusse col riso ; pensavo che nessuno ebbe maggiore intimità di stile di lui e più acuto spirito d ' osservazione ; che poche anime furono come la sua disposte all ' apprensione dei contrasti , a ricevere più profondamente l ' impressione delle incongruenze della vita ; pensavo che , parendo a molti un carattere dell ' umorismo quella certa cura delle minuzie e una - come dice il D ' Ancona “ a giudicarla astrattamente e a prima vista , trivialità e volgarità ” , anch ' egli , il Machiavelli , alla moltitudine talvolta si mescolò fino alla volgarità , tanto che scrisse : “ Così involto tra questi pidocchi , traggo il cervello di muffa , e sfogo questa malignità di questa mia sorte , sendo contento mi calpesti per questa via per vedere se la se ne vergognassi ” ; ma anche : Però se alcuna volta io rido o canto Facciol perché non ho se non quest ' una Via da sfogare il mi ' angoscioso pianto ; pensavo anche a un ' acuta osservazione del De Sanctis , che cioè : “ il Machiavelli adopera la tolleranza che comprende e assolve : non già la tolleranza indifferente dello scettico , dell ' ebete , dello sciocco ; ma la tolleranza dello scienziato , che non sente odio contro la materia ch ' egli analizza e studia , e la tratta coll ' ironia dell ' uomo superiore alle passioni e dice : ti tollero , non perché ti approvi , ma perché ti comprendo ” pensavo a tutti questi elementi che , a farlo apposta , se li mettiamo in fila , son proprio quelli che gl ' intenditori delle letterature straniere riconoscono proprii dei veri e più celebrati umoristi ( s ' intende , inglesi o tedeschi ) , e Dio me lo perdoni non sapevo più se piangere o ridere di tutte le meraviglie che questi intenditori han sempre detto ... che so ? delle Lettere d ' un drappiere e degli altri scritti politici del decano Gionata Swift ! A questi intenditori , che delle letterature straniere ci pongono innanzi i soliti cinque o sei scrittori umoristi , basta dare della letteratura nostra un giudizio così fatto : “ L ' opera d ' arte è scherzo geniale di fantasia , è riso fugace d ' impressione destato dalle immagini , non dalle cose , gajezza accademica di ricordi , erudita ilarità ; manca il sentimento profondo della famiglia ( e ne aveva tanto lo Swift , difatti ! ) , della natura , della patria ; o meglio manca in quella forma gaja e ne assume un ' altra , acre e violenta ( e che miele , difatti , nello Swift ! ) , che ricorda Persio e Giovenale . Non fo nomi ; basti accennare che le tradizioni classiche , lo spirito d ' imitazione , la lingua ristretta nel vocabolario , schiva del popolo , impedirono nell ' arte la libertà di atteggiamenti , di forma , di stile indispensabile all ' humour : come altri ostacoli , il Papato , la dominazione straniera , le discordie intestine , la boria regionale e le accademie e le scuole impedirono la libertà politica , religiosa , scientifica . Ne affligge antico male ; in scienza pedanti , in arte retori , nella vita attori , solenni sempre o gravi , insofferenti di analisi , corrivi alle grandi idee , sdegnosi delle modeste e lente esperienze , cercatori di tesi e di antitesi , vaporosi o empirici , atei o mistici , manierati o barbari . La nostra coltura é a strati , e non sempre nazionale ; lo straniero persiste dentro a noi ; le forme letterarie hanno tipi fissi ; una generazione fa il testo , altre parecchie fanno le note ; così si pensa e sente per riflesso , per reminiscenza o per fantasia ; così ne sfugge il senso reale della vita , si ottunde quella libertà di percezione e di attitudini che crea l ' umorismo ; e si riproduce il circolo vizioso ; gli scrittori umoristi non sorgono perché mancano le condizioni adatte , e queste non mutano perché mancano gli scrittori . Il difetto é alla radice ; poco sviluppato lo spirito di curiosità ; fioca la nota intima . L ' humour vuole l ' uno e l ' altra ; vuole il pensatore e l ' artista ; ma l ' arte e la scienza presso noi son divise tra loro e divise dalla vita ” ( vedi Arcoleo , op . cit . , pag . 94-95 ) . Ho citato il Machiavelli . Citerò , a questo proposito , un altro piccolo nostro che non ebbe quella “ libertà di atteggiamenti , di forma , di stile indispensabile all ' humour ” , a cui “ il Papato ... le accademie e le scuole impedirono la libertà politica , religiosa e scientifica ” , un insofferente d ' analisi , pedante in iscienza e retore in arte , uno che ebbe poco sviluppato lo spirito di curiosità , ecc . : Giordano Bruno , se permettete , academico di nulla academia , autore , tra l ' altro , dello Spaccio de la Bestia trionfante , della Cabala del Cavallo Pegaseo , dell ' Asino Cillenico e del Candelajo ; colui che ebbe per motto , come tutti sanno : In tristitia hilaris , in hilaritate tristis , che pare il motto dello stesso umorismo . E la candela di quel suo candelajo “ potrà chiarir alquanto certe ombre dell ' idee , le quali invero spaventano le bestie ” , dice egli stesso ; e dice anche : “ Considerate chi va , chi viene , che si fa , che si dice , come s ' intende , come si può intendere ; ché certo , contemplando quest ' azioni e discorsi umani col senso d ' Eraclito , o di Democrito , avrete occasion di molto o ridere o piangere ” . Per conto suo , l ' autore le ha contemplate col senso di Erarlito e di Democrito a un tempo . “ Qua Giordano parla per volgare , nomina liberamente , dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere ; non dice vergognoso quel che fa degno la natura ; non copre quel ch ' ella mostra aperto , chiama il pane pane , il vino vino , il piede piede , et altre parti di proprio nome ; dice il mangiare mangiare , il dormire dormire , il bere bere , e così gli altri atti naturali significa con proprio titolo ” . Questo , nella Epistola esplicatoria che precede lo Spaccio de la Bestia trionfante . Apriamo un po ' questo Spaccio e sentiamo che cosa Mercurio dice di Giove . Ecco qua : “ Ha ordinato che oggi a mezzogiorno doi meloni tra gli altri , nel melonajo di Fronzino , sieno perfettamente maturi : ma che non sieno colti se non tre giorni a presso , quando non saran giudicati buoni a mangiare . Vuole che al medesimo tempo de la iviuma che sta a le radici del monte di Cicala , in casa di Gioan Bruno , trenta iviomi sieno perfetti colti , e diecesette cadano scalmati in terra , quindici siano rosi da ' vermi ; che Nasta , moglie d ' Albenzio , mentre si vuole increspar li capegli de le tempie , vegna , per aver troppo scaldato il ferro , a bruciarsene cinquantasette , ma che non si scotte la testa , e per questa volta non biastemi quando sentirà il puzzo , ma con pazienza la passe ; che dal sterco del suo bove nascano dugento cinquanta doi scarafoni , de ' quali quattordici sieno calpestati e uccisi per il pie ' di Albenzio , vinti sei muojano di rinversato , vinti doi vivano in caverna , ottanta vadano in peregrinaggio per il cortile , quaranta doi si retirino a vivere sotto quel ceppo vicino a la porta , sedici vadano isvoltando le pallotte per dove meglio li vien comodo , il resto corra a la fortuna ... Che Ambrogio ne la centesima e duodecima spinta abbia spaccio et ispedito il negozio con la mogliera , e che non la ingravide per questa volta , ma ne l ' altra volta , con quel seme in cui si convertisce quel porro cotto che mangia al presente con sapa e pane miglio ” . E questo per dimostrare a Sofia che s ' inganna se pensa che ai celesti non sieno a cura così le cose minime , come le più grandi . Come si chiama questo ? Dice di sé Giordano nell ' Antiprologo del Candelajo : “ L ' autore , se voi lo conoscete , direste ch ' have una fisionomia smarrita ; par che sempre sia in contemplazione de le pene de l ' inferno ; par sia stato a la pressa , come le barrette ; un che ride , sol per far come fan gli altri . Per il più lo vedrete fastidito , restio e bizzarro : non si contenta di nulla , ritroso come un vecchio d ' ottant ' anni , fantastico come un cane ” . E Dedalo si chiama ” circa gli abiti dell ' intelletto ” nella proemiale epistola al De l ' infinito Universo et Mondi , e come Momo , dio del riso , s ' introduce nello Spaccio . “ Lo stile del Bruno , osserva nel suo studio mirabile su Tre commedie italiane nel Cinquecento il Graf ( vedi in Studii drammatici , Torino , Loescher , 1878; le tre commedie sono La Calandria , La Mandragola , Il Candelajo ) lo stile del Bruno è l ' immagine viva della mente onde muove . Ad un ' amplissima varietà di forme , di figurazioni e di processi , s ' accoppia in esso un ' efficacia impareggiabile . Pien di vitale fervore esso non si adagia ne ' simmetrici spartimenti retorici , ma si devolve per effluente , organica funzione . Di natura proteiforme , con pari agevolezza s ' adegua al più arduo pensiero della mente disquisitiva , e al più volgar sentimento di un ' anima abjetta . Le parole vi si affrontano in riscontri impensati , e dal cozzar loro erompe sfavillando nuova luce d ' idee . Esso è un vivo fermento di peregrini concetti , d ' immagini epifaniche , di clausole feconde . La lingua copiosa , proporzionata alla varietà e al numero delle cose che per essa si debbono significare , non conosce , o disprezza , i ritegni e le leggi dell ' accademica purità , e s ' impingua di elementi tratti così da ' ripositorii più augusti dell ' eloquenza classica , come dagli ultimi fondi della parlata vernacola . Un istrumento sì fatto era necessario ad un ingegno che , senza smarrire mai l ' equilibrio , trascorre tutti i gradi dell ' essere , dagli imi termini del reale ai supremi dell ' ideale . Sia che raffronti , e associi o sceveri i termini del pensiero , sia che narri o descriva , la virtù sua rimane sempre uguale a sé stessa ” ( Certe tropologie del Bruno sono di un ' efficacia senza pari ; così , quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato di parole e scommi che si muojono di fame e di freddo . Certe comparazioni scolpiscono , come là dove di due presuntuosi sapienti dice che l ' uno parea il conestabile de la gigantessa dell ' orco , l ' altro l ' amostante de la dea reputazione . Nella Cabala del Cavallo Pegaseo così è descritto Don Cocchiarone , mistiriarca filosofo : “ Don Cocchiarone pien d ' infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala , dove rimosso dal rude ed ignobil volgo , se la spasseggia , e rimenando or quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie , rimenando or questo or quell ' altro piede , rigettando or verso il destro or verso il sinistro fianco il petto , con il testo commento sotto l ' ascella , e con gesto di voler buttar quel pulce ch ' ha tra le due prime dita , in terra , con la rugata fronte cogitabondo , con erte ciglia et occhi arrotondati , in gesto d ' un uomo fortemente maravigliato , conchiudendola con un grave et enfatico sospiro , farà pervenire a l ' orecchio de ' circostanti questa sentenza : Hucusque alii Philosophi non pervenerunt ” ) . Le contradizioni innegabili che il Graf in questo suo studio scopre nella mente del filosofo panteista , per cui confessa di non intendere “ come si generi in essa il momento del riso ” si spiegano , secondo me , perfettamente con quell ' intimo e particolar processo psicologico in cui consiste appunto l ' umorismo e che implica per sé stesso queste e tant ' altre contradizioni . Del resto , il Graf stesso soggiunge : “ Può darsi che la contradizione tragga la origine da una certa disformità preesistente fra l ' intelletto e l ' indole da una parte , e fra la virtù apprensiva e la raziocinativa da un ' altra ” . Ma io non posso indugiarmi a discorrere su ogni scrittore che mi avvenga di nominare in questa rapida corsa . Debbo limitarmi a fuggevoli accenni , rimandando a miglior tempo uno studio compiuto e un ' antologia degli umoristi italiani , che qui , dato il mio compito , sarebbe fuor di luogo . Basterà porre in vista alcuni pochi nomi ; e due ne abbiamo già citati di sommi , e un terzo di più modesto scrittore , che fu di popolo e artigiano , uso , come disse egli stesso ” tutto il giorno a combattere con la forbice e con l ' ago : cose che se bene sono strumenti da donne , e le muse son donne , non si legge però ch ' elle fussino mai adoperate da loro ” : Giambattista Gelli , voglio dire , che nei giardini del Rucellai si pascolò di filosofia e diede fuori quella Circe e quei Capricci di Giusto Bottajo , che ripeto chi sa che capolavori d ' umorismo sembrerebbero , se scritti in inglese , da scrittore inglese . Ma sul serio , se son considerati umoristi in Inghilterra il Congreve , lo Steele , il Prior , il Gay , non troveremo noi nella letteratura nostra da contrapporre altri nomi di scrittori , che noi , per conto nostro , non ci siamo mai sognati di chiamare umoristi , anche del Settecento , e anche di due e di tre secoli innanzi ? Ma quanti bizzarri e gaj ingegni tra quei bajoni nostri del Cinquecento ! E il Cellini ? Sul serio , se ci vediamo porre innanzi The Dunciad del Pope , non abbiamo da prendere a piene mani , per seppellirla , tutta una letteratura , di cui sogliamo vergognarci , a cominciar dai Mattaccini del Caro ? Mancassero guerre d ' inchiostro tra i letterati nostri d ' ogni tempo , giù giù dai sonetti di Cecco Angiolieri contro Dante , all ' Atlantide di Mario Rapisardi ! Riso anche questo , sicuro , gajezza mala , umore , cioè fiele , collera fredda e secca , come la chiama Brunetto Latini , o malinconia nel senso originario della parola : la malinconia appunto dello Swift libellista . Penso al Franco , all ' Aretino e , più qua , a quel terribile monsignor Lodovico Sergardi . A questi soltanto ? Ma a ben più d ' uno è forza ch ' io riguardi , Il qual mi grida e di lontano accenna E priega ch ' io noi lasci nella penna , vedendo con quanta larghezza gli altri imbarchino scrittori su questo Narrenschiff dell ' umorismo ! Ma sì , perché no ? anche tu , Ortensio Lando , se pur volontariamente non pazzeggi come Bruto per aver diritto di vivere e di parlare con libertà , come disse Carlo Tenca ; monta anche tu , autore dei Paradossi e del Commentario delle cose mostruose d ' Italia e d ' altri luoghi , tu che , non foss ' altro , avesti il coraggio di dare ai tuoi dì dell ' animalaccio ad Aristotile . Io , per me , ti lascerei a terra con tutti gli altri , a terra col Doni , a terra col Boccalini , Tacito proconsolo nell ' isola di Lesbo , a terra col Dotti , a terra con tanti prima e dopo di te , il Caporali e il Lippi e il Passeroni ; ma non vorrei essere io solo così rigoroso , massime quando vedo dalla barca uno che ha il diritto di starvi , incontestabile , Lorenzo Sterne , far cenni e invitar quell ' ultimo dei nostri che ho nominati , a montarvi . E Alessandro Tassoni ? si deve lasciare a terra anche lui ? Nelle recenti feste in suo onore , parecchi han voluto veder stoffa d ' umorista vero in questo acuto e acerbo derisore , anzi disprezzatone del suo tempo . Se fosse inglese o tedesco , sarebbe già da un pezzo nella barca anche lui e degno di starvi a giudizio de ' savi universale . Siamo sempre lì : in che senso si deve intendere l ' umorismo ? L ' Arcoleo , su la fine della sua seconda conferenza , dichiara dì non essere incline a quella critica che , rispetto a forme letterarie , dispensa facilmente scomuniche e ostracismi ; e dice che non sono molto complesse le ragioni per le quali in Italia ebbe poca vita la forma umoristica , e che egli non vuol profanare quest ' argomento che merita studio speciale . Quali sieno queste ragioni molto complesse , che al lume degli stessi esempii recati dall ' Arcoleo appajono qua e là contradittorie , abbiamo già veduto : da noi non c ' è spirito d ' osservazione né intimità di stile , siamo pedanti e accademici , siamo scettici e indifferenti , non aspiriamo a nulla . Contro queste accuse , noi abbiamo citato parecchi nomi , che mai , neppure in un lampo , sono sorti in mente all ' Arcoleo . Una sola volta , parlando del Heine in fin di vita , che ride del suo dolore , pensa , per combinazione , al Leopardi che si sentiva anche lui “ un tronco che pena e vive ” e al Brighenti scriveva : “ Io sto qui deriso , sputacchiato , preso a calci da tutti , di maniera che se vi penso mi fa raccapricciare . Tuttavia mi avvezzo a ridere e ci riesco ” . Sì , ma “ restò lirico ” , osserva , “ l ' educazione classica non gli permise di essere umorista ! ” Ma scrisse anche certi dialoghi , se non c ' inganniamo , e certe altre prosette ... Restò lirico anche lì ? L ' educazione classica ... Ma almeno la tendenza romantica avrà permesso al Manzoni di essere umorista ? Che ! Il suo don Abbondio “ non aspira a nulla , litiga tra il dovere e la paura ; è ridicolo senz ' altro ” . Non è questo un modo abbastanza spiccio di giudicare e mandare ? Ma questo modo , veramente , tiene l ' Arcoleo dal principio alla fine delle due conferenze : l ' argomento è trattato così , a sprazzi , per sentenze inappellabili . Umorismo : fuoco d ' artifizio di scoppiettanti definizioni ; poi , prima fase : dubbio e scetticismo “ ridere del proprio pensiero ” Amleto ; seconda fase , lotta e adattamento “ ridere del proprio dolore ” Don Giovanni . E tra gli umoristi della prima fase son citati due francesi , Rabelais e Montaigne , e due inglesi , Swift e Sterne ; tra gli umoristi della seconda , due tedeschi , Richter e Heine , tre inglesi , Carlyle , Dickens , Thackeray e poi ... Marco Twain . Come si vede , nessun italiano . E dire che arriviamo fino a Marco Twain ! L ' Arcoleo conclude così : “ Lo spirito comico rimase avviluppato nell ' embrione della commedia dell ' arte o nella poesia dialettale ; e molto e ricco sviluppo ebbero invece e in poesia e in prosa , in poemi , novelle , romanzi e saggi , l ' ironia e la satira . Basta confondere con queste forme l ' humour , perché n ' esca giudizio opposto al mio , o perché io sembri esagerato e ingiusto . Non intendo parlare di tentativi o abbozzi ; si trovano facilmente in ogni storia artistica e di ogni forma : ma io non so vedere fra noi una letteratura umoristica e all ' uopo non avrei che a fare un paragone tra l ' Ariosto e Cervantes ” . Questo paragone l ' abbiamo fatto noi , e con un giudizio non opposto a quello ch ' egli avrebbe dato , se avesse fatto il paragone . Tra parentesi però , Cervantes - come Rabelais , come Montaigne è un latino ; e non crediamo che la Riforma propriamente in Spagna ... Lasciamo andare ! Veniamo in Italia . Noi non vogliamo affatto confondere lo spirito comico , l ' ironia , la satira con l ' umorismo : tutt ' altro ! Ma non si deve neanche confondere l ' umorismo vero e proprio con l ' humour inglese , cioè con quel tipico modo di ridere o umore che , come tutti gli altri popoli , hanno anche gl ' Inglesi . Non si pretenderà , che gl ' Italiani o i Francesi abbiano l ' humour inglese ; come non si può pretendere che gl ' Inglesi ridano a modo nostro o facciano dello spirito come i Francesi . L ' avranno magari fatto , qualche volta ; ma ciò non vuol dire . L ' umorismo vero e proprio è un ' altra cosa , ed è anche per gl ' Inglesi un ' eccentricità di stile . Basta confondere l ' una cosa e l ' altra - diciamo anche noi a nostra volta perché si venga a riconoscere una letteratura umoristica a un popolo e a negarla a un altro . Ma una letteratura umoristica si può avere a questo solo patto , cioè di far questa confusione ; e allora ogni popolo avrà la sua , assommando tutte le opere in cui questo tipico umore si esprime nei più bizzarri modi ; e noi potremmo cominciar la nostra , ad esempio , con Cecco Angiolieri , come gl ' Inglesi la cominciano col Chaucer , e non direi che la comincino bene , non per il valore del poeta , ma perché egli mostra di aver mescolato alla bevanda nazionale un po ' del vino che si vendemmia nel paese del sole . Altrimenti , una letteratura umoristica vera e propria non è possibile , presso nessun popolo : si possono avere umoristi , cioè pochi e rari scrittori in cui per natural disposizione avviene quel complicato e speciosissimo processo psicologico che si chiama umorismo . Quanti ne cita l ' Arcoleo ? Certamente , l ' umorismo nasce da uno speciale stato d ' animo , che può , più o meno , diffondersi . Quando un ' espressione d ' arte riesce a conquistare l ' attenzione del pubblico , questo si dà subito a pensare e a parlare e a scrivere secondo le impressioni che ne ha ricevuto ; di modo che quella espressione , sorta dapprima dalla particolare intuizione d ' uno scrittore , penetrata rapidamente nel pubblico , è poi da questo variamente trasformata e diretta . Così avvenne per il romanticismo , così per il naturalismo : diventarono le idee del tempo , quasi un ' atmosfera ideale ; e molti fecero per moda i romantici o i naturalisti , come molti per moda fecero gli umoristi in Inghilterra nel sec . ' XVIII , e molti furon degli umidi nel Cinquecento in Italia , e degli arcadi nel Settecento . Uno stato d ' animo si può creare in noi e divenir coerente o rimaner fittizio , secondo che risponda o no alla speciale fisionomia dell ' organismo psichico . Ma poi le idee del tempo mutano , cangia la moda , i pòmpili seguaci si mettono appresso ad altre navi . Chi resta ? Restano quei pochi , da contar su le dita , quei pochi che ebbero , primi , l ' intuizione straordinaria , o in cui quello speciale stato d ' animo divenne così coerente , che poteron creare un ' opera organica , resistente al tempo e alla moda . Sul serio poi l ' Arcoleo crede che nella nostra letteratura dialettale non ci sia altro che spirito comico ? Egli è siciliano , e certamente ha letto il Meli , e sa quanto sia ingiusto il giudizio di arcadia superiore dato della poesia di lui , che non fu sonata soltanto su la zampogna pastorale , ma ebbe anche tutte le corde della lira e si espresse in tutte le forme . Non c ' è vero e proprio umorismo in tanta parte della poesia del Meli ? Ma basterebbe citar soltanto La cutuliata per dimostrarlo ! Tic tic ... chi fu ? Cutuliata . E non c ' è umorismo , vero e proprio umorismo , in tanti e tanti sonetti del Belli ? E senza parlare delle figure del Maggi , il Giovannin Bongee , il Marchionn di gamb avert di Carlo Porta non son due capolavori d ' umorismo ? E , poiché si parla di tipi rimasti imperituri , il Monsù Travet del Bersezio , Il Nobilomo Vidal del Gallina ? E un altro scrittore dialettale abbiamo , finora quasi del tutto ignoto , grandissimo : umorista vero , se mai ce ne fu , e a farlo apposta meridionalissimo , di Reggio Calabria : Giovanni Merlino , rivelato or son parecchi anni , in una conferenza da Giuseppe Mantica ( vedi Giovanni Merlino , umorista , Napoli , Pierro , 1898 ) , suo conterraneo , che sarebbe stato anche lui un forte scrittore umorista se , nel breve corso della sua esistenza , la politica non lo avesse troppo presto distratto dalle lettere . Scrisse il Merlino i suoi libri per 55 lettori , che nomina uno per uno e divide in quattro categorie , imponendo a ciascuna di esse alcuni speciali obblighi in ricompensa del piacere loro procurato . Uno de ' suoi volumi , ancora tutti inediti , è detto : Miscellanea di varie cose sconnesse e piacevoli , “ fatta per coloro che , avendo poco cervello , vogliono istruirsi sul modo più acconcio per perderlo interamente ” ; gli altri sono Memorie utili ed inutili ai posteri , ossia la vita di Giovanni Merlino del quondam Antonino di Reggio , principiata a 27 decembre 1789 e proseguita fino al 1850 , composta di sette volumi . Vorrei poter citare per disteso il lungo Dialogo alla calabrese tra Domine Dio e Giovanni Merlino o il Conto con Domine Dio per dimostrare che umorista fosse il Merlino . Nell ' attesa che gli eredi lo rendano a tutti noto pubblicando i volumi , rimando alla pubblicazione che il Mantica fece di questi due impareggiabili Dialoghi , con la traduzione a fronte . Questo , per la letteratura dialettale . Non scopre poi sul serio altro che ironia e satira l ' Arcoleo negli scrittori italiani ? Io penso a un certo Socrate immaginario d ' un certo abbate del Settecento ; penso al Didimo chierico del Foscolo ; ad alcune volate in prosa del Baretti ; penso ai Promessi Sposi del Manzoni , tutto infuso di genuino umorismo ( vedi nella seconda parte la dimostrazione dell ' umorismo di don Abfiondio , che all ' Arcoleo sembra una figura ridicola o comica senz ' altro ) ; penso al Sant ' Ambrogio del Giusti , vera poesia umoristica , unica forse tra le tante satiriche o sentimentali ; penso a quei certi dialoghi e a quelle certe prosette del Leopardi ; penso all ' Asino e al Buco nel muro del Guerrazzi ; penso al Fanfulla del D ' Azeglio ; penso a Carlo Bini ; penso a quella tal cucina nel castello di Fratta delle Confessioni d ' un ottuagenario del Nievo ; penso a Camillo De Meis , al Revere ; e , poiché l ' Arcoleo arriva fino a Marco Twain , penso al Re umorista , al Demonio dello stile , all ' Altalena delle antipatie , al Pietro e Paola , a Scaricalasino , all ' Illustrissimo del Cantoni ; al Demetrio Pianelli del De Marchi ; penso ai poeti della scapigliatura lombarda e a tante note di schietto e profondo umorismo nelle liriche del Carducci e del Graf ; penso ai tanti personaggi umoristici che popolano i romanzi e le novelle del Fogazzaro , del Farina , del Capuana , del Fucini , e anche ad alcune opere di più giovani scrittori , da Luigi Antonio Villari all ' Albertazzi , al Panzini ... ed ecco , la Lanterna di Diogene di quest ' ultimo vorrei porre in una mano all ' Arcoleo e nell ' altra la candela del Candelajo del Bruno : son sicuro che parecchi scrittori umoristi scoprirebbe nella letteratura italiana antica e nuova . Parte seconda . ESSENZA , CARATTERI E MATERIA DELL ' UMORISMO I . Che cosa è l ' umorismo ? Se volessimo tener conto di tutte le risposte che si son date a questa domanda , di tutte le definizioni che autori e critici han tentato , potremmo riempire parecchie e parecchie pagine , e probabilmente alla fine , confusi tra tanti pareri e dispareri , non riusciremmo ad altro che a ripetere la domanda : - Ma , in somma , che cos ' è l ' umorismo ? Abbiamo già detto che tutti coloro , i quali , o di proposito o per incidenza , ne han parlato , in una cosa sola si accordano , nel dichiarare che è difficilissimo dire che cosa sia veramente , perché esso ha infinite varietà e tante caratteristiche che , a volerlo descrivere in generale , si rischia sempre di dimenticarne qualcuna . Questo è vero ; ma è vero altresì che da un pezzo ormai avrebbe dovuto capirsi che partire da queste caratteristiche non è la via migliore per arrivare a intendere la vera essenza dell ' umorismo , poiché sempre avviene che una se ne assuma per fondamentale , quella che si è riscontrata comune a parecchie opere o a parecchi scrittori studiati con predilezione ; di modo che tante definizioni si vengono infine ad avere dell ' umorismo , quante sono le caratteristiche riscontrate , e tutte naturalmente hanno una parte di vero , e nessuna è la vera . Certamente , dalla somma di tutte queste varie caratteristiche e delle conseguenti definizioni si può arrivare a comprendere , così , in generale , che cosa sia l ' umorismo ; ma se ne avrà sempre una conoscenza sommaria ed esteriore , appunto perché fondata su queste sommarie ed esteriori determinazioni . La caratteristica , ad esempio , di quella tale peculiar bonarietà o benevola indulgenza che scoprono alcuni nell ' umorismo , già definito dal Richter “ malinconia d ' un animo superiore che giunge a divertirsi finanche di ciò che lo rattrista ” , quel “ tranquillo , giocondo e riflesso sguardo su le cose ” , quel “ modo d ' accogliere gli spettacoli divertenti , che sembra , nella sua moderazione , soddisfare il senso del ridicolo e domandar perdono di ciò che v ' è di poco delicato in tal compiacimento ” , quella tale ” espansione degli spiriti dall ' interno all ' esterno incontrata e ritardata dalla corrente contraria d ' una specie di benevolenza pensosa ” , di cui parla il Sully nel suo Essai sur le rire ( Paris , Alcan , 1904 , pag . 276 ) , non si trovano in tutti gli umoristi . Alcuni di questi tratti , che al critico francese , e non a lui soltanto , pajono principali dell ' umorismo , si troveranno in alcuni , in altri no ; e in certuni anzi si troverà il contrario , come ad esempio nello Swift , che è malinconico nel senso originario della parola , cioè pieno di fiele ; e del resto noi vedremo un po ' più innanzi , parlando del don Abbondio del Manzoni , a che cosa in fondo si riduca quella peculiar bonarietà o simpatica indulgenza . Al contrario , quella “ acre disposizione a scoprire ed esprimere il ridicolo del serio e il serio del ridicolo umano ” , di cui parla il Bonghi , calzerà allo Swift e a umoristi al pari di lui beffardi e mordaci ; non calzerà ad altri ; né del resto , come osserva il Lipps , opponendosi alla teoria del Lazzarus , che considera anch ' esso l ' umorismo soltanto come una disposizione d ' animo , questo modo di considerarlo è compiuto . Né compiuto sarà quello del Hegel che lo dice “ attitudine speciale d ' intelletto e di animo onde l ' artista si pone lui stesso al posto delle cose ” , definizione che , a non porsi bene a guardare da quel solo lato da cui lo Hegel lo guarda , ha tutta l ' aria d ' un rebus . Caratteristiche più comuni , e però più generalmente osservate , sono la “ contradizione ” fondamentale , a cui si suol dare per causa principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la vita reale e l ' ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie , e per principale effetto quella tal perplessità tra il pianto e il riso ; poi lo scetticismo , di cui si colora ogni osservazione , ogni pittura umoristica , e in fine il suo procedere minuziosamente e anche maliziosamente analitico . Dalla somma , ripeto , di tutte queste caratteristiche e conseguenti definizioni si può arrivare a comprendere , così , in generale , che cosa sia l ' umorismo , ma nessuno negherà che non ne risulti una conoscenza troppo sommaria . Che se accanto ad alcune determinazioni affatto incompiute , come abbiamo veduto , altre ve ne sono indubbiamente più comuni , l ' intima ragione di esse non è poi veduta affatto con precisione né spiegata . Rinunzieremo noi a vederla con precisione e a spiegarla , accettando l ' opinione di Benedetto Croce che nel Jouurnal of comparative Literature ( fasc . III , 1903 ) dichiarò indefinibile l ' umorismo come tutti gli stati psicologici , e nel libro dell ' Estetica lo annoverò tra i tanti concetti dell ' estetica del simpatico ? . “ L ' indagine dei filosofi egli dice si è a lungo travagliata intorno a questi fatti , e specialmente intorno ad alcuni di essi , come , in prima linea , il comico , e poi il sublime , il tragico , l ' umoristico e il grazioso . Ma bisogna evitar l ' errore di considerarli come sentimenti speciali , note del sentimento , ammettendo così delle distinzioni e classi di sentimenti , laddove il sentimento organico per sé stesso non può dar luogo a classi ; e bisogna chiarire in che senso possano dirsi fatti misti . Essi dan luogo a concetti complessi , ossia di complessi di fatti , nei quali entrano sentimenti organici di piacere e dispiacere ( o anche sentimenti spirituali - organici ) , e date circostanze esterne che forniscono a quei sentimenti meramente organici o spirituali - organici un determinato contenuto . Il modo di definizione di questi concetti è il genetico : Posto l ' organismo nella situazione a , sopravvenendo la circostanza b , si ha il fatto c . Questo e simili processi non hanno col fatto estetico nessun contatto : salvo quello generale che tutti essi , in quanto costituiscono la materia o la realtà , possono essere rappresentati dall ' arte ; e l ' altro , accidentale , che in questi processi entrino talvolta dei fatti estetici , come nel caso dell ' impressione di sublime che può produrre l ' opera di un artista titano , di un Dante o di uno Shakespeare , o di quella comica del conato di un imbrattatele o di un imbrattacarte . Anche in questi casi il processo è estrinseco al fatto estetico : al quale non si lega se non il sentimento del piacere e dispiacere , del valore e disvalore estetico , del bello e del brutto ” . Innanzi tutto , perché sono indefinibili gli stati psicologici ? Saranno forse indefinibili per un filosofo , ma l ' artista , in fondo , non fa altro che definire e rappresentare stati psicologici . E poi se l ' umorismo è un processo o un fatto che dà luogo a concetti complessi , ossia complessi di fatti , come diventa poi esso un concetto ? Concetto sarà quello a cui l ' umorismo dà luogo , non l ' umorismo . Certamente se per fatto estetico deve intendersi quel che intende il Croce , tutto diviene estrinseco ad esso , non che questo processo . Ma noi abbiamo dimostrato altrove e anche nel corso di questo lavoro , che il fatto estetico non è né può essere quel che il Croce intende . E , del resto , che significa la concessione che “ questo e simili processi non hanno col fatto estetico nessun contatto , salvo quello generale che tutti essi , in quanto costituiscono la materia o la realtà , possono essere rappresentati dall ' arte ” ? L ' arte può rappresentare questo processo che dà luogo al concetto di umorismo . Ora , come potrò io , critico , rendermi conto di questa rappresentazione artistica , se non mi rendo conto del processo da cui risulta ? E in che consisterebbe allora la critica estetica ? “ Se un ' opera d ' arte , osserva il Cesareo nel suo saggio su La critica estetica appunto , ha da provocare uno stato d ' animo , appar manifesto che tanto più pieno sarà l ' effetto finale , quanto più intense e concordi vi coopereranno tutte le singole determinazioni . Anche in estetica la somma è in ragion delle poste . L ' esame di tutte a una a una le particolari espressioni ci darà la misura dell ' espressione totale . Or come la perfetta riproduzione d ' uno stato d ' animo , in cui per l ' appunto consiste la bellezza estetica , è un fatto emozionale che può risultare soltanto dalla somma d ' alcune rappresentazioni sentimentali , così l ' analisi psicologica d ' un ' opera di poesia è il necessario fondamento di qualsiasi valutazione estetica ” . Parlando di questo mio saggio su la sua rivista La Critica ( vol . VII , a . 1909 , pagg . 219-23 ) , il Croce , a proposito dello studio del Baldensperger Les definitions de l ' humour ( in Études d ' histoire littéraire , Paris , Hachette , 1907 ) , Si compiace di dire che il Baldensperger ricorda anche le ricerche del Cazamian , edite nella Revue germanique del 1906 : Pourquoi nous ne pouvons definir l ' humour , in cui l ' autore , seguace del Bergson , sostiene che l ' umorismo sfugge alla scienza , perché gli elementi caratteristici e costanti di esso sono in piccolo numero e sopra tutto negativi , laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato . Per cui , il compito della critica è di studiare il contenuto e il tono di ogni umore , e cioè , la personalità di ciascun umorista . Il ny a pas d ' humour , il ny a que des humouristes , dice il signor Baldensperger . E il Croce s ' affretta a concludere : La questione è così esaurita . Esaurita ? Torniamo e torneremo sempre a domandare come mai , se l ' umorismo non c ' è , né si sa , né si può dire che cosa sia , ci sieno poi scrittori , di cui si possa sapere e dire che sono umoristi . In base a che cosa si saprà e si potrà dire ? L ' umorismo non c ' è ; ci sono scrittori umoristi . Il comico non c ' è ; ci sono scrittori comici . Benissimo ! E se un tale , sbagliando , afferma che un tale scrittore umorista è un comico , come farò io a chiarirgli lo sbaglio , a dimostrargli che è un umorista e non un comico ? Il Croce pone innanzi la pregiudiziale metodica circa la possibilità di definire un concetto . Io gli pongo innanzi questo caso , e gli domando come potrebbe egli dimostrare , per esempio , all ' Arcoleo , il quale afferma che il personaggio di don Abbondio è comico , che invece no , quel personaggio è umoristico , se non avesse ben chiaro in mente che cosa sia e che debba intendersi per umorismo . Ma egli dice , in fondo , di non muover guerra alle definizioni , e che anzi il suo modo di rifiutarle tutte , filosoficamente , è l ' accettarle tutte , empiricamente . Anche la mia ; che del resto non è , né vuol essere una definizione , ma piuttosto la spiegazione di quell ' intimo processo che avviene , e che non può non avvenire , in tutti quegli scrittori che si dicono umoristi . L ' Estetica del Croce è così astratta e negativa , che applicarla alla critica non è assolutamente possibile , se non a patto di negarla di continuo , com ' egli stesso fa , accettando questi così detti concetti empirici che , cacciati dalla porta , gli rientrano dalla finestra . Ah , una bella soddisfazione , la filosofia ! II Vediamo dunque , senz ' altro , qual è il processo da cui risulta quella particolar rappresentazione che si suoi chiamare umoristica ; se questa ha peculiari caratteri che la distinguono , e da che derivano : se vi è un particolar modo di considerare il mondo , che costituisce appunto la materia e la ragione dell ' umorismo . Ordinariamente , ho già detto altrove ( vedi nel mio volume già citato Arte e scienza il saggio Un critico fantastico ) , e qui m ' è forza ripetere l ' opera d ' arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa , di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra loro e con l ' idea - madre che le coordina . La riflessione , durante la concezione , come durante l ' esecuzione dell ' opera d ' arte , non resta certamente inattiva : assiste al nascere e al crescere dell ' opera , ne segue le fasi progressive e ne gode , raccosta i varii elementi , li coordina , li compara . La coscienza non rischiara tutto lo spirito ; segnatamente per l ' artista essa non è un lume distinto dal pensiero , che permetta alla volontà di attingere in lei come in un tesoro d ' immagini e d ' idee . La coscienza , in somma , non è una potenza creatrice , ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira ; si può dire anzi ch ' essa sia il pensiero che vede sé stesso , assistendo a quello che esso fa spontaneamente . E , d ' ordinario , nell ' artista , nel momento della concezione , la riflessione si nasconde , resta , per casi dire , invisibile : è , quasi , per l ' artista una forma del sentimento . Man mano che l ' opera si fa , essa la critica , non freddamente , come farebbe un giudice spassionato , analizzandola ; ma d ' un tratto , mercé l ' impressione che ne riceve . Questo , ordinariamente . Vediamo adesso se , per la natural disposizione d ' animo di quegli scrittori che si chiamano umoristi e per il particolar modo che essi hanno di intuire e di considerar gli uomini e la vita , questo stesso procedimento avviene nella concezione delle loro opere ; se cioè la riflessione vi tenga la parte che abbiamo or ora descritto , o non vi assuma piuttosto una speciale attività . Ebbene , noi vedremo che nella concezione di ogni opera umoristica , la riflessione non si nasconde , non resta invisibile , non resta cioè quasi una forma del sentimento , quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira ; ma gli si pone innanzi , da giudice ; lo analizza , spassionandosene ; ne scompone l ' immagine ; da questa analisi però , da questa scomposizione , un altro sentimento sorge o spira : quello che potrebbe chiamarsi , e che io difatti chiamo il sentimento del contrario . Vedo una vecchia signora , coi capelli ritinti , tutti unti non si sa di quale orribile manteca , e poi tutta goffamente imbellettata e parata d ' abiti giovanili . Mi metto a ridere . Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere . Posso così , a prima giunta e superficialmente , arrestarmi a questa impressione comica . Il comico è appunto un avvertimento del contrario . Ma se ora interviene in me la riflessione , e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo , ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s ' inganna che , parata così , nascondendo così le rughe e la canizie , riesca a trattenere a sé l ' amore del marito molto più giovane di lei , ecco che io non posso più riderne come prima , perché appunto la riflessione , lavorando in me , mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento , o piuttosto , più addentro : da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario . Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l ' umoristico . “ Signore , signore ! oh ! signore , forse , come gli altri , voi stimate ridicolo tutto questo ; forse vi annojo raccontandovi questi stupidi e miserabili particolari della mia vita domestica : ma per me non è ridicolo , perché io sento tutto ciò ... ” Così grida Marmeladoff nell ' osteria , in Delitto e Castigo del Dostojevski , a Raskolnikoff tra le risate degli avventori ubriachi . E questo grido è appunto la protesta dolorosa ed esasperata d ' un personaggio umoristico contro chi , di fronte a lui , si ferma a un primo avvertimento superficiale e non riesce a vederne altro che la comicità . Ed ecco qua un terzo esempio , che per la sua lampante chiarezza , si potrebbe dir tipico . Un poeta , il Giusti , entra un giorno nella chiesa di Sant ' Ambrogio a Milano , e vi trova un pieno di soldati , Di que ' soldati settentrionali , Come sarebbe boemi e croati , Messi qui nella vigna a far da pali ... Il suo primo sentimento è d ' odio : quei soldatacci ispidi e duri son lì a ricordargli la patria schiava . Ma ecco levarsi nel tempio il suono dell ' organo : poi quel cantico tedesco lento lento , D ' un suono grave , flebile , solenne che è preghiera e pare lamento . Ebbene , questo suono determina a un tratto una disposizione insolita nel poeta , avvezzo a usare il flagello della satira politica e civile : determina in lui la disposizione propriamente umoristica : cioè , lo dispone a quella particolar riflessione che , spassionandosi del primo sentimento , dell ' odio suscitato dalla vista di quei soldati ; genera appunto il sentimento del contrario . Il poeta ha sentito nell ' inno la dolcezza amara Dei canti uditi da fanciullo : il core , Che da voce domestica gl ' impara , Ce li ripete i giorni del dolore . Un pensier mesto della madre cara , Un desiderio di pace e d ' amore , Uno sgomento di lontano esilio ... E riflette che quei soldati , strappati ai loro tetti da un re pauroso , A dura vita , a dura disciplina , Muti , derisi , solitari stanno , Strumenti ciechi d ' occhiuta rapina , Che lor non tocca e che forse non sanno . Ed ecco il contrario dell ' odio di prima : Povera gente ! lontana da ' suoi , In un paese qui che le vuol male ... Il poeta è costretto a fuggir dalla chiesa perché Qui , se non fuggo , abbraccio un caporale , Colla su ' brava mazza di nocciuolo Duro e piantato li come un piuolo . Notando questo , avvertendo cioè questo sentimento del contrario che nasce da una speciale attività della riflessione , io non esco affatto dal campo della critica estetica e psicologica . L ' analisi psicologica di questa poesia è il necessario fondamento della valutazione estetica di essa . Io non posso intenderne la bellezza , se non intendo il processo psicologico da cui risulta la perfetta riproduzione di quello stato d ' animo che il poeta voleva suscitare , nella quale consiste appunto la bellezza estetica . Vediamo ora un esempio più complesso , nel quale la speciale attività della riflessione non si scopre casi a prima giunta ; prendiamo un libro di cui abbiamo già discorso : il Don Quijote del Cervantes . Vogliamo giudicarne il valore estetico . Che faremo ? Dopo la prima lettura e la prima impressione che ne avremo ricevuto , terremo conto anche qui dello stato d ' animo che l ' autore ha voluto suscitare . Qual è questo stato d ' animo ? Noi vorremmo ridere di tutto quanto c ' è di comico nella rappresentazione di questo povero alienato che maschera della sua follia sé stesso e gli altri e tutte le cose ; vorremmo ridere , ma il riso non ci viene alle labbra schietto e facile ; sentiamo che qualcosa ce lo turba e ce l ' ostacola ; è un senso di commiserazione , di pena e anche d ' ammirazione , si , perché se le eroiche avventure di questo povero hidalgo sono ridicolissime , pur non v ' ha dubbio che egli nella sua ridicolaggine è veramente eroico . Noi abbiamo una rappresentazione comica , ma spira da questa un sentimento che ci impedisce di ridere o ci turba il riso della comicità rappresentata ; ce lo rende amaro . Attraverso il comico stesso , abbiamo anche qui il sentimento del contrario . L ' autore l ' ha destato in noi perché s ' è destato in lui , e noi ne abbiamo già veduto le ragioni . Ebbene , perché non si scopre qui la speciale attività della riflessione ? Ma perché essa frutto della tristissima esperienza della vita , esperienza che ha determinato la disposizione umoristica nel poeta s i era già esercitata sul sentimento di lui , su quel sentimento che lo aveva armato cavaliere della fede a Lepanto . Spassionandosi di questo sentimento e ponendovisi contro , da giudice , nella oscura carcere della Mancha , ed analizzandolo con amara freddezza , la riflessione aveva già destato nel poeta il sentimento del contrario , e frutto di esso è appunto il Don Quijote : è questo , sentimento del contrario oggettivato . Il poeta non ha rappresentato la causa del processo come il Giusti nella sua poesia ne ha rappresentato soltanto l ' effetto , e però il sentimento del contrario spira attraverso la comicità della rappresentazione ; questa comicità è frutto del sentimento del contrario generato nel poeta dalla speciale attività della riflessione sul primo sentimento tenuto nascosto . Ora , che bisogno ho io d ' assegnare un qualsiasi valore etico a questo sentimento del contrario , come fa Theodor Lipps nel suo libro Komik und Humor ? Cioè intendiamoci bene al Lipps veramente non si affaccia mai questo sentimento del contrario . Egli , da un canto , non vede che una specie di meccanismo così del comico come dell ' umore : quello stesso che il Croce nella sua Estetica cita come un esempio di spiegazione accettabile di siffatti “ concetti ” : “ Posto l ' organismo nella situazione a , sopravvenendo la circostanza b , si ha il fatto c ” . E , dall ' altro canto , s ' impaccia di continuo di valori etici , poiché per lui ogni godimento artistico ed estetico in genere è godimento di qualcosa che ha valore etico : non già come elemento di un complesso , ma come oggetto dell ' intuizione estetica . E tira continuamente in ballo il valore etico della personalità umana , e parla di positivo umano e di negazione di esso . Egli dice : “ Dass durch die Negation , , die am positiv Menschlichen geschieht , dies positiv Menschliche uns näher gebracht , in seinem Wert offenbarer und fühlbarer gemacht wird , darin besteht , wie wir sahen , das allgemeinste Wesen der Tragik . Ebendarin besteht auch das allgemeinste Wesen des Humors . Nur dass hier die Negation anderer Art ist als dort , nämlich komische Negation . Ich sagte vom Naivkomischen , dass es auf dem Wege liege von der Komik zum Humor . Dies heisst nicht : die naive Komik ist Humor . Vielmehr ist auchhier die Komik als solche das Gegenteil des Humors . Die naive Komik entsteht , indem das vom Standpunkte der naiven Persönlichkeit aus Berechtigte , Gute , Kluge von unserem Standpunkte aus im gegenteiligen Lichte erscheint . Der Humor entsteht umgekehrt , indem jenes relativ Berechtigte , Gute , Kluge aus dem Prozess der komischen Vernichtung wiederum emportaucht , und nun erst recht in seinem Werte einleuchtet und genossen wird ” . E poco più oltre : “ Der eigentliche Grund und Kern des Humors ist überall und jederzeit das relativ Gute , Schöne , Vernünftige , das auch da sich findet , wo es nach unseren gewöhnlichen Begriffen nicht vorhanden , ja geflissentlich negiert erscheint ” . Dice anche : “ in der Komik nicht nur das Komische in nichts zergeht , sondern auch wir in gewisser Weise , mit unserer Erwartung , unserem Glauben an eine Erhabenheit oder Grösse , den Regeln oder Gewohnheiten unserer Denkens u . s . w . " zu nichte " werden . Über dieses eigene Zunichtewerden erhebt sich der Humor . Dieser Humor , der Humor , den wir angesichts des Komischen haben , besteht schliesslich ebenso wie derjenige , den der Träger des bewusst humoristischen Geschehens hat , in der Geistesfreiheit , der Gewissheit des eigenen Selbst und des Vernünftigen , Guten und Erhabenen in der Welt , die bei aller objektiven und eigenen Nichtigkeit bestehen bleibt , oder eben darin zur Geltung kommt ” . Ma è poi costretto a riconoscere egli stesso che “ nicht jeder Humor diese höchste Stufe erreicht ” e che vi ha “ neben dem versöhnten , einen entzweiten Humor ” . Ma che bisogno ho io , ripeto , di dare un qualsiasi valore etico a quello che ho chiamato il sentimento del contrario , o di determinarlo a priori in alcun modo ? Esso si determinerà da sé , volta per volta , secondo la personalità del poeta o l ' oggetto della rappresentazione . Che importa a me , critico estetico , di sapere in chi o dove stia la ragion relativa e il giusto e il bene ? Io non voglio né debbo uscire dal campo della fantasia pura : Io mi pongo dinanzi qualunque rappresentazione artistica , e mi propongo soltanto di giudicarne il valore estetico . Per questo giudizio , ho bisogno innanzi tutto di sapere lo stato d ' animo che quella rappresentazione artistica vuol suscitare : lo saprò dall ' impressione che ne ho ricevuto . Questo stato d ' animo , ogni qual volta mi trovo innanzi a una rappresentazione veramente umoristica , è di perplessità : io mi sento come tenuto tra due : vorrei ridere , rido , ma il riso mi è turbato e ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa . Ne cerco la ragione . Per trovarla , non ho affatto bisogno di sciogliere l ' espressione fantastica in un rapporto etico , di tirare in ballo il valore etico della personalità umana e via dicendo . Trovo questo sentimento del contrario , qualunque esso sia , che spira in tanti modi dalla rappresentazione stessa , costantemente in tutte le rappresentazioni che soglio chiamare umoristiche . Perché limitarne eticamente la causa , oppure astrattamente , attribuendola , ad esempio , al disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono fra la vita reale e l ' ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie ? Nascerà anche da questo , come da tantissime altre cause indeterminabili a priori . A noi preme soltanto accertare che questo sentimento del contrario nasce , e che nasce da una speciale attività che assume nella concezione di siffatte opere d ' arte la riflessione . III Teniamoci a questo ; seguiamo questa attività speciale della riflessione , e vediamo se essa non ci spiega a una a una le varie caratteristiche , che si possono riscontrare in ogni opera umoristica . Abbiamo detto che , ordinariamente , nella concezione d ' un ' opera d ' arte , la riflessione è quasi una forma del sentimento , quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira . Volendo seguitar quest ' immagine , si potrebbe dire che , nella concezione umoristica , la riflessione è , sì , come uno specchio , ma d ' acqua diaccia , in cui la fiamma del sentimento non si rimira soltanto , ma si tuffa e si smorza : il friggere dell ' acqua è il riso che suscita l ' umorista ; il vapore che n ' esala è la fantasia spesso un po ' fumosa dell ' opera umoristica . A questo mondo c ' è giustizia finalmente ! grida Renzo , il promesso sposo , appassionato e rivoltato . Tant ' è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica , commenta il Manzoni . Ecco la fiamma là del sentimento , che si tuffa qua e si smorza nell ' acqua diaccia della riflessione . La riflessione , assumendo quella sua speciale attività , viene a turbare , a interrompere il movimento spontaneo che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa . E stato tante volte notato che le opere umoristiche sono scomposte , interrotte , intramezzate di continue digressioni . Anche in un ' opera così armonica nel suo complesso come I Promessi Sposi , è stato notato qualche difetto di composizione , una soverchia minuzia qua e là e il frequente interrompersi della rappresentazione o per richiami al famoso Anonimo o per l ' arguta intrusione dell ' autore stesso . Questo , che ai critici nostri è sembrato un eccesso per un verso , un difetto per l ' altro , è poi la caratteristica più evidente di tutti i libri umoristici . Basta citare il Tristram Shandy dello Sterne , che è tutto quanto un viluppo di variazioni e digressioni , non ostante che l ' autobiografo si proponga di narrar tutto ab ovo , punto per punto , e cominci dall ' alvo di sua madre e dalla pendola che il signor Shandy padre soleva puntualmente caricare . Ma se questa caratteristica è stata notata , non se ne son vedute chiaramente le ragioni . Questa scompostezza , queste digressioni , queste variazioni non derivano già dal bizzarro arbitrio o dal capriccio degli scrittori , ma sono appunto necessaria e inovviabile conseguenza del turbamento e delle interruzioni del movimento organatore delle immagini per opera della riflessione attiva , la quale suscita un ' associazione per contrarci : le immagini cioè , anziché associate per similazione o per contiguità , si presentano in contrasto : ogni immagine , ogni gruppo d ' immagini desta e richiama le contrarie , che naturalmente dividono lo spirito , il quale , irrequieto , s ' ostina a trovare o a stabilir tra loro le relazioni più impensate . Ogni vero umorista non è soltanto poeta , è anche critico , ma si badi - un critico sui generis , un critico fantastico : e dico fantastico non solamente nel senso di bizzarro o di capriccioso , ma anche nel senso estetico della parola , quantunque possa sembrare a prima giunta una contradizione in termini . Ma è proprio così ; e però ho sempre parlato di una speciale attività della riflessione . Questo apparirà chiaro quando si pensi che se , indubbiamente , una innata o ereditata malinconia , le tristi vicende , un ' amara esperienza della vita , o anche un pessimismo o uno scetticismo acquisito con lo studio e con la considerazione su le sorti dell ' umana esistenza , sul destino degli uomini , ecc . possono determinare quella particolar disposizione d ' animo che si suol chiamare umoristica , questa disposizione poi , da sola , non basta a creare un ' opera d ' arte . Essa non è altro che il terreno preparato : l ' opera d ' arte è il germe che cadrà in questo terreno , e sorgerà , e si svilupperà nutrendosi dell ' umore di esso , togliendo cioè da esso condizione e qualità . Ma la nascita e lo sviluppo di questa pianta debbono essere spontanei . Apposta il germe non cade se non nel terreno preparato a riceverlo , ove meglio cioè può germogliare . La creazione dell ' arte è spontanea : non è composizione esteriore , per addizione d ' elementi di cui si siano studiati i rapporti : di membra sparse non si compone un corpo vivo , innestando , combinando . Un ' opera d ' arte , in somma , è , in quanto è ” ingenua ” ; non può essere il risultato della riflessione cosciente . La riflessione , dunque , di cui io parlo , non è un ' opposizione del cosciente verso lo spontaneo ; è una specie di projezione della stessa attività fantastica : nasce dal fantasma , come l ' ombra dal corpo ; ha tutti i caratteri della “ ingenuità ” o natività spontanea ; è nel germe stesso della creazione , e spira in fatti da essa ciò che ho chiamato il sentimento del contrario . Ben per questo ho soggiunto che l ' umorismo potrebbe dirsi un fenomeno di sdoppiamento nell ' atto della concezione . La concezione dell ' opera d ' arte non è altro , in fondo , che una forma dell ' organamento delle immagini . L ' idea dell ' artista non è un ' idea astratta ; è un sentimento , che divien centro della vita interiore , si impadronisce dello spirito , l ' agita e , agitandolo , tende a crearsi un corpo d ' immagini . Quando un sentimento scuote violentemente lo spirito , d ' ordinario , si svegliano tutte le idee , tutte le immagini che son con esso in accordo : qui , invece , per la riflessione inserta nel germe del sentimento , come un vischio maligno , si sveglian le idee e le immagini in contrasto . E la condizione , è la qualità che prende il germe , cadendo nel terreno che abbiamo più su descritto : gli s ' inserisce il vischio della riflessione ; e la pianta sorge e si veste d ' un verde estraneo e pur con essa connaturato . A questo punto si fa avanti il Croce con tutta la forza della sua logica raccolta in un cosicché , per inferire da quanto ho detto più su , ch ' io contrappongo arte e umorismo . E si domanda : “ Vuol egli dire che l ' umorismo non è arte , o che esso è più che arte ? E , in questo caso , che cosa è mai ? Riflessione sull ' arte , e cioè critica d ' arte ? Riflessione sulla vita , e cioè filosofia della vita ? O una forma sui generis dello spirito , che i filosofi , finora , non hanno conosciuta ? Il P . , se l ' ha scoperta lui , avrebbe dovuto , a ogni modo , dimostrarla , assegnarle un posto , dedurla e farne intendere la connessione con le altre forme dello spirito . Il che non ha fatto , limitandosi ad affermare che l ' umorismo è l ' opposto dell ' arte ” . Io mi guardo attorno sbalordito . Ma dove , ma quando mai ho affermato questo ? Qui sta tra due : o io non so scrivere , o il Croce non sa leggere . Come c ' entra la riflessione sull ' arte che è critica d ' arte , e la riflessione sulla vita che è filosofia della vita ? Io ho detto che ordinariamente , in generale , nella concezione d ' un ' opera d ' arte , cioè mentre uno scrittore la concepisce , la riflessione ha un ufficio che ho cercato di determinare , per poi venire a determinare quale speciale attività essa assuma , non già sull ' opera d ' arte , ma in quella speciale opera d ' arte che si chiama umoristica . Ebbene , perciò l ' umorismo non è arte , o è più che arte ? Chi lo dice ? Lo dice lui , il Croce , perché vuol dirlo , non perché io non mi sia espresso chiaramente , dimostrando . che è arte con questo particolar carattere , e chiarendo da che cosa le provenga , cioè da questa speciale attività della riflessione , la quale scompone l ' immagine creata da un primo sentimento per far sorgere da questa scomposizione e presentarne un altro contrario , come appunto s ' è veduto dagli esempii recati e da tutti gli altri che avrei potuto recare , esaminando a una a una le più celebrate opere umoristiche . Non vorrei ammettere un ' ipotesi quanto mai ingiuriosa per il Croce , che cioè egli creda che un ' opera d ' arte si componga come un qualunque pasticcio con tanto d ' uova , tanto di farina , tanto di questo o di quell ' altro ingrediente , che si potrebbe anche mettere o lasciar fuori . Ma pur troppo mi vedo costretto da lui stesso ad ammettere una siffatta ipotesi , quand ' egli “ per farmi toccare con mano che l ' umorismo come arte non si può distinguere dalla restante arte ” pone questi due casi circa alla riflessione , di cui io secondo lui vorrei fare carattere distintivo dell ' arte umoristica , quasi che fosse lo stesso dire così , in generale , la riflessione e parlare com ' io faccio , d ' una speciale attività della riflessione , più come processo intimo , immancabile nell ' atto della concezione e della creazione di tali opere , che come carattere distintivo che per forza debba mostrarsi . Ma lasciamo andare . Pone , dicevo , questi due casi : che cioè , la riflessione “ o entra come componente nella materia dell ' opera dell ' arte e , in questo caso , tra l ' umorismo e la commedia ( o la tragedia o la lirica , e via dicendo ) , non vi ha differenza alcuna , giacché in tutte le opere d ' arte entra , o può entrare , il pensiero e la riflessione ; ovvero rimane estrinseca all ' opera d ' arte , e allora si avrà critica e non mai arte , e neppure arte umoristica ” . È chiaro . Il pasticcio ! Recipe : tanto di fantasia , tanto di sentimento , tanto di riflessione ; impasta e avrai una qualunque opera d ' arte , perché nella composizione di una qualunque opera d ' arte possono entrare tutti quegli ingredienti , e anche altri . Ma domando io : come c ' entra questo pasticcio , questa composizione d ' elementi come materia dell ' opera d ' arte , qualunque e comunque sia , con quello che io ho detto più su e che ho fatto vedere , punto per punto , parlando per esempio del Sant ' Ambrogio del Giusti , quando ho mostrato come la riflessione , inserendosi come un vischio nel primo sentimento del poeta , che è d ' odio verso quei soldatacci stranieri , generò a poco a poco il contrario del sentimento di prima ? E forse perché questa riflessione , sempre vigile e specchiante in ogni artista durante la creazione , non segue qua il primo sentimento , ma a un certo punto gli s ' oppone , diventa perciò estrinseca all ' opera d ' arte , diventa perciò critica ? Io parlo d ' una attività intrinseca della riflessione , e non della riflessione come materia componente dell ' opera d ' arte . È chiaro ! E non è credibile che il Croce non l ' intenda . Non vuole intenderlo . E ne è prova quel suo voler far credere che siano imprecise le mie distinzioni e che io le ripeta e le modifichi e le temperi di continuo e che , quando altro non sappia , ricorra alle immagini ; mentre invece negli esempii ch ' egli cita di queste mie pretese ripetizioni e modificazioni e soccorrevoli immagini , sfido chiunque a scoprire il minimo disaccordo , la minima modificazione , il minimo temperamento della prima asserzione , e non piuttosto una più chiara spiegazione , una più precisa immagine ; sfido chiunque a riconoscere con lui il mio imbarazzo , poiché i concetti , a suo dire , mi si sformano tra mano quando li prendo per porgerli altrui . Tutto questo è veramente pietoso . Ma tanto può sul Croce ciò che una volta egli s ' è lasciato dire : che cioè dell ' umorismo non si debba , né si possa parlare . Andiamo avanti . IV Per spiegarci la ragione del contrasto tra la riflessione e il sentimento , dobbiamo penetrar nel terreno in cui il germe cade , voglio dire nello spirito dello scrittore umorista . Che se la disposizione umoristica per sé sola non basta , perché ci vuole il germe della creazione , questo germe poi si nutre dell ' umore che trova . Lo stesso Lipps che vede tre modi d ' essere dell ' umore , cioè : a ) l ' umore , come disposizione , o modo di considerar le cose ; b ) l ' umore , come rappresentazione ; c ) l ' umore obiettivo ; conclude poi che in verità l ' umore è soltanto in chi lo ha : soggettivismo e oggettivismo non sono altro che un diverso atteggiamento dello spirito nell ' atto della rappresentazione . La rappresentazione cioè dell ' umore , che è sempre in chi lo ha , può essere atteggiata in due modi : subiettivamente od obiettivamente . Quei tre modi d ' essere si presentano al Lipps perché egli limita e determina eticamente la ragione dell ' umorismo , il quale è per lui , come abbiamo già veduto , superamento del comico attraverso il comico stesso . Sappiamo che cosa egli intenda per superamento . Io , secondo lui , ho umore , quando : “ ich selbst bin der Erhabene , der sich Behauptende , der Träger des Vernünftigen oder Sittlichen . Als dieser Erhabene , oder im Lichte dieses Erhabenen betrachte ich die Welt . Ich finde in ihr Komisches und gehe betrachtend in die Komik ein . Ich gewinne aber schliesslich mich selbst , oder das Erhabene in mir , erhöht , befestigt , gesteigert wieder ” . Ora questa per noi è una considerazione assolutamente estranea , prima di tutto , e poi anche unilaterale . Togliendo alla formula il valore etico , l ' umorismo poi con essa riman considerato , se mai , nel suo effetto , non nella causa . Per noi tanto il comico quanto il suo contrario , sono nella disposizione d ' animo stessa ed insiti nel processo che ne risulta . Nella sua anormalità , non può esser che amaramente comica la condizione d ' un uomo che si trova ad esser sempre quasi fuori di chiave , ad essere a un tempo violino e contrabbasso ; d ' un uomo a cui un pensiero non può nascere , che subito non gliene nasca un altro opposto , contrario ; a cui per una ragione ch ' egli abbia di dir sì , subito un ' altra e due e tre non ne sorgano che lo costringono a dir no ; e tra il sì e il no lo tengan sospeso , perplesso , per tutta la vita ; d ' un uomo che non può abbandonarsi a un sentimento , senza avvertir subito qualcosa dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce . Questo stesso contrasto , che è nella disposizione dell ' animo , si scorge nelle cose e passa nella rappresentazione . È una speciale fisionomia psichica , a cui è assolutamente arbitrario attribuire una causa determinante ; può esser frutto d ' una esperienza amara della vita e degli uomini , d ' una esperienza che se , da un canto , non permette più al sentimento ingenuo di metter le ali e di levarsi come un ' allodola perché lanci un trillo nel sole , senza ch ' essa la trattenga per la coda nell ' atto di spiccare il volo , dall ' altro induce a riflettere che la tristizia degli uomini si deve spesso alla tristezza della vita , ai mali di cui essa è piena e che non tutti sanno o possono sopportare ; induce a riflettere che la vita , non avendo fatalmente per la ragione umana un fine chiaro e determinato , bisogna che , per non brancolar nel vuoto , ne abbia uno particolare , fittizio , illusorio , per ciascun uomo , o basso o alto ; poco importa , giacché non è , né può essere il fine vero , che tutti cercano affannosamente e nessuno trova , forse perché non esiste . Quel che importa è che si dia importanza a qualche cosa , e sia pur vana : varrà quanto un ' altra stimata seria , perché in fondo né l ' una né l ' altra daranno soddisfazione : tanto è vero che durerà sempre ardentissima la sete di sapere , non si estinguerà mai la facoltà di desiderare , e non è detto pur troppo che nel progresso consista la felicità degli uomini . Tutte le finzioni dell ' anima , tutte le creazioni del sentimento vedremo esser materia dell ' umorismo , vedremo cioè la riflessione diventar come un demonietto che smonta il congegno d ' ogni immagine , d ' ogni fantasma messo su dal sentimento ; smontarlo per veder com ' è fatto ; scaricarne la molla , e tutto il congegno striderne , convulso . Può darsi che questo faccia talvolta con quella simpatica indulgenza di cui parlan coloro che vedono soltanto un umorismo bonario . Ma non c ' è da fidarsene , perché se la disposizione umoristica ha talvolta questo di particolare , cioè questa indulgenza , questo compatimento o anche questa pietà , bisogna pensare che esse son frutto della riflessione che si è esercitata sul sentimento opposto ; sono un sentimento del contrario nato dalla riflessione su quei casi , su quei sentimenti , su quegli uomini , che provocano nello stesso tempo lo sdegno , il dispetto , l ' irrisione dell ' umorista , il quale è tanto sincero in questo dispetto , in questa irrisione , in questo sdegno , quanto in quell ' indulgenza , in quel compatimento , in quella pietà . Se così non fosse , si avrebbe non più l ' umorismo vero e proprio , ma l ' ironia , che deriva come abbiamo veduto da una contradizione soltanto verbale , da un infingimento retorico , affatto contrario alla natura dello schietto umorismo . Ogni sentimento , ogni pensiero , ogni moto che sorga nell ' umorista si sdoppia subito nel suo contrario : ogni sì in un no , che viene in fine ad assumere lo stesso valore del sì . Magari può fingere talvolta l ' umorista di tenere soltanto da una parte : dentro intanto gli parla l ' altro sentimento che pare non abbia il coraggio di rivelarsi in prima ; gli parla e comincia a muovere ora una timida scusa , ora un ' attenuante , che smorzano il calore del primo sentimento , ora un ' arguta riflessione che ne smonta la serietà e induce a ridere . Così avviene che noi dovremmo tutti provar disprezzo e indignazione per don Abbondio , per esempio , e stimar ridicolissimo e spesso un matto da legare Don Quijote ; eppure siamo indotti al compatimento , finanche alla simpatia per quello , e ad ammirare con infinita tenerezza le ridicolaggini di questo , nobilitate da un ideale così alto e puro . Dove sta il sentimento del poeta ? Nel disprezzo o nel compatimento per don Abbondio ? Il Manzoni ha un ideale astratto , nobilissimo della missione del sacerdote su la terra , e incarna questo ideale in Federigo Borromeo . Ma ecco la riflessione , frutto della disposizione umoristica , suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto per una rarissima eccezione può incarnarsi e che le debolezze umane sono pur tante . Se il Manzoni avesse ascoltato solamente la voce di quell ' ideale astratto , avrebbe rappresentato don Abbondio in modo che tutti avrebbero dovuto provar per lui odio e disprezzo , ma egli ascolta entro di sé anche la voce delle debolezze umane . Per la naturale disposizione dello spirito , per l ' esperienza della vita , che gliel ' ha determinata , il Manzoni non può non sdoppiare in germe la concezione di quell ' idealità religiosa , sacerdotale : e tra le due fiamme accese di Fra Cristoforo e del Cardinal Federigo vede , terra terra , guardinga e mogia , allungarsi l ' ombra di don Abbondio . E si compiace a un certo punto di porre a fronte , in contrasto , il sentimento attivo , positivo , e la riflessione negativa ; la fiaccola accesa del sentimento e l ' acqua diaccia della riflessione ; la predicazione alata , astratta , dell ' altruismo , per veder come sì smorzi nelle ragioni pedestri e concrete dell ' egoismo . Federigo Borromeo domanda a don Abbondio : “ E quando vi siete presentato alla Chiesa per addossarvi codesto ministero , v ' ha essa fatto sicurtà della vita ? V ' ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo , immuni da ogni pericolo ? O v ' ha detto forse che dove cominciasse il pericolo , ivi cesserebbe il dovere ? O non v ' ha espressamente detto il contrario ? Non v ' ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi ? Non sapevate voi che c ' eran de ' violenti , a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato ? Quello da Cui abbiam la dottrina e l ' esempio , ad imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori , venendo in terra a esercitarne l ' uffizio , mise forse per condizione d ' aver salva la vita ? E per salvarla , per conservarla , dico , qualche giorno di più sulla terra , a spese della carità e del dovere , c ' era bisogno dell ' unzione santa , della imposizion delle mani , della grazia del sacerdozio ? Basta il mondo a dar questa virtù , a insegnar questa dottrina . Che dico ? oh vergogna ! il mondo stesso la rifiuta : il mondo fa anch ' esso le sue leggi , che prescrivono il male come il bene ; ha il suo vangelo anch ' esso , un vangelo di superbia e d ' odio ; e non vuol che si dica che l ' amore della vita sia una ragione per trasgredire i comandamenti . Non lo vuole ed è ubbidito ! E noi ! noi figli e annunziatori della promessa ! Che sarebbe la Chiesa se codesto vostro linguaggio fosse quello di tuttii vostri confratelli ? Dove sarebbe , se fosse comparsa nel mondo con codeste dottrine ? ” . Don Abbondio ascolta questa lunga e animosa predica a capo basso . Il Manzoni dice che lo spirito di lui “ si trovava tra quegli argomenti , come un pulcino negli artigli del falco , che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta , in un ' aria che non ha mai respirata ” . Il paragone è bello , quantunque a qualcuno l ' idea di rapacità e di fierezza che è nel falco sia sembrata poco conveniente al Cardinal Federigo . L ' errore , secondo me , non è tanto nella maggiore o minor convenienza del paragone , quanto nel paragone stesso , per amore del quale il Manzoni , volendo rifar la tavoletta d ' Esiodo , s ' è forse lasciato andare a dir quello che non doveva . Si trovava don Abbondio veramente sollevato in una regione sconosciuta tra quegli argomenti del Cardinal Borromeo ? Ma il paragone dell ' agnello tra i lupi si legge nel Vangelo di Luca , dove Cristo dice appunto agli apostoli : “ Ecco , io mando voi come agnelli tra i lupi ” . E chi sa quante volte dunque don Abbondio lo aveva letto ; come in altri libri chi sa quante volte aveva letto quegli ammonimenti austeri ; quelle considerazioni elevate . E diciamo di più : forse lo stesso don Abbondio , in astratto , parlando , predicando della missione del sacerdote , avrebbe detto su per giù le stesse cose . Tanto vero che , in astratto , egli le intende benissimo : Monsignore illustrissimo , avrò torto , risponde infatti ; ma s ' affretta a soggiungere : Quando la vita non si deve contare , non so cosa mi dire . E allorché il Cardinale insiste : E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere ? E se non sapete questo , che cosa predicate ? di che siete maestro ? qual è la buona nuova che annunziate ai poveri ? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza ? Certo non vi sarà domandato , un giorno , se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti ; ché a questo non vi fu dato né missione , né modo . Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch ' erano in vostra mano per far ciò che v ' era prescritto , anche quando avessero la temerità di proibirvelo . Anche questi santi son curiosi , pensa don Abbondio : in sostanza , a spremerne il sugo , gli stanno più a cuore gli amori di due giovani , che la vita d ' un povero sacerdote . E poiché il cardinale è rimasto in atto di chi aspetti una risposta , risponde : Torno a dire , monsignore , che avrò torto io ... Il coraggio , uno non se lo può dare . Il che significa appunto : Sissignore , ragionando astrattamente , la ragione è dalla parte di Vossignoria Illustrissima ; il torto sarà mio . Però Vossignoria Illustrissima parla bene , ma quelle facce le ho viste io , le ho sentite io quelle parole . E perché dunque , gli domanda in fine il Cardinale , vi siete voi impegnato in un ministero che v ' impone di stare in guerra con le passioni del secolo ? Oh , il perché noi lo sappiamo bene : il Manzoni stesso ce l ' ha detto fin da principio ; ce l ' ha voluto dire e poteva anche farne a meno : don Abbondio , non nobile , non ricco , coraggioso ancor meno , s ' era accorto , prima quasi di toccare gli anni della discrezione , d ' essere , in quella società , come un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro . Aveva quindi , assai di buon grado , ubbidito ai parenti , che lo vollero prete . Per dir la verità , non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava : procacciarsi di che vivere con qualche agio e mettersi in una classe privilegiata e forte , gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta . In lotta dunque con le passioni del secolo ? Ma se egli s ' è fatto prete per guardarsi appunto dagli urti di quelle passioni e col suo sistema particolare di scansar tutti i contrasti ! Bisogna pure ascoltare , signori miei , le ragioni del coniglio ! Io immaginai una volta che alla tana della volpe , o di Messer Renardo , com ' essa si suol chiamare nel mondo delle favole , accorressero a una a una tutte le bestie per la notizia che tra loro s ' era sparsa di certe controfavole che la volpe avesse in animo di comporre in risposta a tutte quelle che da tempo immemorabile gli uomini compongono , e da cui esse bestie han forse motivo di sentirsi calunniate . E tra le altre alla tana di Messer Renardo veniva il coniglio a protestare contro gli uomini che lo chiamano pauroso , e diceva : “ Ma ben vi so dire per conto mio , Messer Renardo , che topi e lucertole e uccelli e grilli e tant ' altre bestiole ho sempre messo in fuga , le quali , se voi domandaste loro che concetto abbiano di me , chi sa che cosa vi risponderebbero , non certo che io sia una bestia paurosa . a che forse pretenderebbero gli uomini che al loro cospetto io mi rizzassi su due piedi e movessi loro incontro per farmi prendere e uccidere ? Io credo veramente , Messer Renardo , che per gli uomini non debba correre alcuna differenza tra eroismo e imbecillità ! ” Ora , io non nego , don Abbondio è un coniglio . Ma noi sappiamo che Don Rodrigo , se minacciava , non minacciava invano , sappiamo che pur di spuntare l ' impegno egli era veramente capace di tutto ; sappiamo che tempi eran quelli , e possiamo benissimo immaginare che a don Abbondio , se avesse sposato Renzo e Lucia , una schioppettata non gliel ' avrebbe di certo levata nessuno , e che forse Lucia , sposa soltanto di nome , sarebbe stata rapita , uscendo dalla chiesa , e Renzo anch ' egli ucciso . A che giovano l ' intervento , il suggerimento di Fra Cristoforo ? Non è rapita Lucia dal monastero di Monza ? C ' è la lega dei birboni , come dice Renzo . Per scioglier quella matassa ci vuol la mano di Dio ; non per modo di dire , la mano di Dio propriamente . Che poteva fare un povero prete ? Pauroso , sissignori , don Abbondio ; e il De Sanctis ha dettato alcune pagine meravigliose esaminando il sentimento della paura nel povero curato ; ma non ha tenuto conto di questo , perbacco : che il pauroso è ridicolo , è comico , quando si crea rischi e pericoli immaginarci : ma quando un pauroso ha veramente ragione d ' aver paura , quando vediamo preso , impigliato in un contrasto terribile , uno che per natura e per sistema vuole scansar tutti i contrasti , anche i più lievi , e che in quel contrasto terribile per suo dovere sacrosanto dovrebbe starci , questo pauroso non è più comico soltanto . Per quella situazione non basta neanche un eroe come Fra Cristoforo , che va ad affrontare il nemico nel suo stesso palazzotto ! Don Abbondio non ha il coraggio del proprio dovere ; ma questo dovere , dalla nequizia altrui , è reso difficilissimo , e però quel coraggio è tutt ' altro che facile ; per compierlo ci vorrebbe un eroe . Al posto d ' un eroe troviamo don Abbondio . Noi non possiamo , se non astrattamente , sdegnarci di lui , cioè se in astratto consideriamo il ministero del sacerdote . Avremmo certamente ammirato un sacerdote eroe che , al posto di don Abbondio , non avesse tenuto conto della minaccia e del pericolo e avesse adempiuto il dovere del suo ministero . Ma non possiamo non compatire don Abbondio , che non è l ' eroe che ci sarebbe voluto al suo posto , che non solo non ha il grandissimo coraggio che ci voleva ; ma non ne ha né punto né poco ; e il coraggio , uno non se lo può dare ! Un osservatore superficiale terrà conto del riso che nasce dalla comicità esteriore degli atti , dei gesti , delle frasi reticenti ecc . di don Abbondio , e lo chiamerà ridicolo senz ' altro , o una figura semplicemente comica . Ma chi non si contenta di queste superficialità e sa veder più a fondo , sente che il riso qui scaturisce da ben altro , e non è soltanto quello della comicità . Don Abbondio è quel che si trova in luogo di quello che ci sarebbe voluto . Ma il poeta non si sdegna di questa realtà che trova , perché , pur avendo , come abbiamo detto , un ideale altissimo della missione del sacerdote su la terra , ha pure in sé la riflessione che gli suggerisce che quest ' ideale non si incarna se non per rarissima eccezione , e però lo obbliga a limitare quell ' ideale , come osserva il De Sanctis . Ma questa limitazione dell ' ideale che cos ' è ? è l ' effetto appunto della riflessione che , esercitandosi su quest ' ideale , ha suggerito al poeta il sentimento del contrario . E don Abbondio è appunto questo sentimento del contrario oggettivato e vivente ; e però non è comico soltanto , ma schiettamente e profondamente umoristico . Bonarietà ? Simpatica indulgenza ? Andiamo adagio : lasciamo star codeste considerazioni , che sono in fondo estranee e superficiali , e che , a volerle approfondire , c ' è il rischio che ci facciano anche qui scoprire il contrario . Vogliamo vederlo ? Sì , ha compatimento il Manzoni per questo pover ' uomo di don Abbondio ; ma è un compatimento , signori miei , che nello stesso tempo ne fa strazio , necessariamente . In fatti , solo a patto di riderne e di far rider di lui , egli può compatirlo e farlo compatire , commiserarlo e farlo commiserare . Ma , ridendo di lui e compatendolo nello stesso tempo , il poeta viene anche a ridere amaramente di questa povera natura umana inferma di tante debolezze ; e quanto più le considerazioni pietose si stringono a proteggere il povero curato , tanto più attorno a lui s ' allarga il discredito del valore umano . Il poeta , in somma , ci induce ad aver compatimento del povero curato , facendoci riconoscere che è pur umano , di tutti noi , quel che costui sente e prova , a passarci bene la mano su la coscienza . E che ne segue ? Ne segue che se , per sua stessa virtù , questo particolare divien generale , se questo sentimento misto di riso o di pianto , quanto più si stringe e determina in don Abbondio , tanto più si allarga e quasi vapora in una tristezza infinita , . ne segue , dicevamo , che a voler considerare da questo lato la rappresentazione del curato manzoniano , noi non sappiamo più riderne . Quella pietà , in fondo , è spietata : la simpatica indulgenza non è così bonaria come sembra a tutta prima . Gran cosa come si vede , avere un ideale religioso , come il Manzoni ; cavalleresco , come il Cervantes per vederselo poi ridurre dalla riflessione in don Abbondio e in Don Quijote ! Il Manzoni se ne consola , creando accanto al curato di villaggio Fra Cristoforo e il Cardinal Borromeo ; ma è pur vero che , essendo egli sopra tutto umorista , la creatura sua più viva è quell ' altra , quella cioè in cui il sentimento del contrario s ' è incarnato . Il Cervantes non può consolarsi in alcun modo perché , nella carcere della Mancha , con Don Quijote come egli stesso dice genera qualcuno che gli somiglia . V È un considerar superficialmente , abbiamo detto , e da un lato solo l ' umorismo , il vedere in esso un particolar contrasto tra l ' ideale e la realtà . Un ideale può esserci , ripetiamo ; questo dipende dalla personalità del poeta ; ma se c ' è , ecco , è per vedersi decomposto , limitato , rappresentato a questo modo . Certamente , come tutti gli altri elementi costitutivi dello spirito d ' un poeta , esso entra e si fa sentire nell ' opera umoristica , le dà un particolar carattere , un particolar sapore ; ma non è condizione imprescindibile : tutt ' altro ! ché anzi è proprio dell ' umorista , per la speciale attività che assume in lui la riflessione , generando il sentimento del contrario , il non saper più da qual parte tenere , la perplessità , lo stato irresoluto della coscienza . E quest ' appunto distingue nettamente l ' umorista dal comico , dall ' ironico , dal satirico . Non nasce in questi altri il sentimento del contrario ; se nascesse , sarebbe reso amaro , cioè non più comico , il riso provocato nel primo dall ' avvertimento di una qualsiasi anormalità ; la contradizione che nel secondo è soltanto verbale , tra quel che si dice e quel che si vuole sia inteso , diventerebbe effettiva , sostanziale , e dunque non più ironica ; e cesserebbe lo sdegno o , comunque , l ' avversione della realtà che è ragione d ' ogni satira . Non che all ' umorista però piaccia la realtà ! Basterebbe questo soltanto , che per poco gli piacesse , perché , esercitandosi la riflessione su questo suo piacere , glielo guastasse . Questa riflessione s ' insinua acuta e sottile da per tutto e tutto scompone : ogni immagine del sentimento , ogni finzione ideale , ogni apparenza della realtà , ogni illusione . Il pensiero dell ' uomo , diceva Guy de Maupassant “ tourne comme une mouche dans une bouteille ” . Tutti i fenomeni , o sono illusorii , o la ragione di essi ci sfugge , inesplicabile . Manca affatto alla nostra conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obiettivo che comunemente presumiamo di attribuirle . È una costruzione illusoria continua . Vogliamo assistere alla lotta tra l ' illusione , che s ' insinua anch ' essa da per tutto e costruisce a suo modo ; e la riflessione umoristica che scompone a una a una quelle costruzioni ? Cominciamo da quella che l ' illusione fa a ciascuno di noi , dalla costruzione cioè che ciascuno per opera dell ' illusione si fa di sé stesso . Ci vediamo noi nella nostra vera e schietta realtà , quali siamo , o non piuttosto quali vorremmo essere ? Per uno spontaneo artificio interiore , frutto di segrete tendenze o d ' incosciente imitazione , non ci crediamo noi in buona fede diversi da quel che sostanzialmente siamo ? E pensiamo , operiamo , viviamo secondo questa interpretazione fittizia e pur sincera di noi stessi . Ora la riflessione , si , può scoprire tanto al comico e al satirico quanto all ' umorista questa costruzione illusoria . Ma il comico ne riderà solamente , contentandosi di sgonfiar questa metafora di noi stessi messa su dall ' illusione spontanea ; il satirico se ne sdegnerà ; l ' umorista , no : attraverso il ridicolo di questa scoperta vedrà il lato serio e doloroso ; smonterà questa costruzione , ma non per riderne solamente ; e in luogo di sdegnarsene , magari , ridendo , compatirà . Il comico e il satirico sanno dalla riflessione quanta bava tragga dalla vita sociale il ragno dell ' esperienza per comporre la ragna della mentalità in questo e in quell ' individuo , e come in questa ragna resti spesso avviluppato ciò che si chiama il senso morale . Che cosa sono , in fondo , i rapporti sociali della così detta convenienza ? Considerazioni di calcolo , nelle quali la moralità è quasi sempre sacrificata . L ' umorista va più addentro , e ride senza sdegnarsi scoprendo come , anche ingenuamente , con la massima buona fede , per opera d ' una finzione spontanea , noi siamo indotti a interpretar come vero riguardo , come vero sentimento morale , in sé , ciò che non è altro , in realtà , se non riguardo o sentimento di convenienza , cioè di calcolo . E va anche più in là , e scopre che può diventar convenzionale finanche il bisogno d ' apparir peggiori di quello che si è realmente , se l ' essere aggregati a un qualsiasi gruppo sociale importi che si manifestino idealità e sentimenti che sono proprii a quel gruppo , e che tuttavia a chi vi partecipa appariscono contrarii e inferiori al proprio intimo sentimento ( mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro di Giovanni Marchesini , Le finzioni dell ' anima , Bari , Gius . Laterza e figli , 1905 ) . La conciliazione delle tendenze stridenti , dei sentimenti ripugnanti , delle opinioni contrarie , sembra più attuabile su le basi d ' una comune menzogna , che non su la esplicita e dichiarata tolleranza del dissenso e del contrasto ; sembra , in somma , che la menzogna debba ritenersi più vantaggiosa della veracità , in quanto quella può unire , laddove questa divide ; il che non impedisce che , mentre la menzogna è tacitamente scoperta e riconosciuta , si assuma poi a garanzia della sua efficacia associatrice la veracità stessa , facendosi apparire come sincerità l ' ipocrisia . La ritenutezza , il riserbo , il lasciar credere più di quanto si dica o si faccia , il silenzio stesso non scompagnato dalla sapienza dei segni che lo giustifichi oh , indimenticabile Conte Zio del Consiglio segreto , sono arti che si usano di frequente nella pratica della vita ; e cosa pure il non dare occasione che si osservi ciò che si pensa , il lasciar credere che si pensi meno di quanto si pensa effettivamente , il pretendere di essere creduti differenti da ciò che in fondo si è : “ Un parlare ambiguo , un tacere significativo , un restare a mezzo , uno stringere d ' occhi che esprimeva : non posso parlare ; un lusingare senza promettere , un minacciar in cerimonia ; tutto era diretto a quel fine ; e tutto , o più o meno , tornava in prò . A segno che fino un : io non posso niente in questo affare , detto talvolta per la pura verità , ma detto in modo che non gli era creduto , serviva ad accrescere il concetto , e quindi la realtà , del suo potere : come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale , con su certe parole arabe , e dentro non c ' è nulla : ma servono per mantenere il credito alla bottega ” . Notava il Rousseau nell ' Émile : “ Si può fare ciò che si è fatto e non si doveva fare . Poiché un interesse maggiore può far sì che si violi una promessa che si era fatta per un interesse minore , ciò che importa è che la violazione avvenga impunemente . Il mezzo a questo fine è la menzogna , che può essere di due specie , potendo riguardare il passato , onde ci si dichiara autori di ciò che in realtà non facemmo , o essendone autori dichiariamo di non essere ; e potendo riguardare il futuro , come avviene quando ci facciamo promesse che si ha in animo di non mantenere . E evidente che la menzogna , nell ' uno e nell ' altro caso , sorge dai rapporti della convenienza , come mezzo a conservar l ' altrui benevolenza e ad accaparrarsi l ' altrui soccorso ” . Quanto più difficile è la lotta per la vita , e più è sentita in questa lotta la propria debolezza , tanto maggiore si fa poi il bisogno del reciproco inganno . La simulazione della forza , dell ' onestà , della simpatia , della prudenza , in somma , d ' ogni virtù massima della veracità , è una forma d ' adattamento , un abile strumento di lotta . L ' umorista coglie subito queste varie simulazioni per la lotta della vita ; si diverte a smascherarle ; non se n ' indigna : è così ! E mentre il sociologo descrive la vita sociale qual ' essa risulta dalle osservazioni esterne , l ' umorista armato del suo arguto intuito dimostra , rivela come le apparenze siano profondamente diverse dall ' essere intimo della coscienza degli associati . Eppure si mentisce psicologicamente come si mentisce socialmente . E il mentire a noi stessi , vivendo coscientemente solo la superficie del nostro essere psichico , è un effetto del mentire sociale . L ' anima che riflette sé stessa è un ' anima solitaria ; ma non è mai tanta la solitudine interiore che non penetrino nella coscienza le suggestioni della vita comune , con gl ' infingimenti e le arti trasfigurative che la caratterizzano . Vive nell ' anima nostra l ' anima della razza o della collettività di cui siamo parte ; e la pressione dell ' altrui modo di giudicare , dell ' altrui modo di sentire e di operare , è risentita da noi inconsciamente : e come dominano nel mondo sociale la simulazione e la dissimulazione , tanto meno avvertite quanto più sono divenute abituali , così simuliamo e dissimuliamo con noi medesimi , sdoppiandoci e spesso anche moltiplicandoci . Risentiamo noi stessi quella vanità di parer diversi da ciò che si è , che è forma consustanziata nella vita sociale ; e rifuggiamo da quell ' analisi che , svelando la vanità , ecciterebbe il morso della coscienza e ci umilierebbe di fronte a noi stessi . Ma quest ' analisi la fa per noi l ' umorista , che si può dar pure l ' ufficio di smascherare tutte le vanità , e di rappresentar la società , come fa appunto il Thackeray , quale una Vanity Fair ( lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel Libro degli Snobs e in quella “ Novella senza eroi , o vanità illuminate con le candele stesse dell ' autore ” ) . E l ' umorista sa bene che anche la pretesa della logicità supera spesso di gran lunga in noi la reale coerenza logica , e che se ci fingiamo logici teoreticamente , la logica dell ' azione può smentire quella del pensiero , dimostrando che è una finzione il credere alla sua sincerità assoluta . L ' abitudine , l ' imitazione incosciente , la pigrizia mentale concorrono a crear l ' equivoco . E quand ' anche poi alla ragione rigorosamente logica si aderisca , poniamo , col rispetto e l ' amore verso determinati ideali , è sempre sincero il riferimento che facciamo di essi alla ragione ? E sempre nella ragione pura , disinteressata , la sorgente vera e unica della scelta degli ideali e della perseveranza nel coltivarli ? O invece non è più conforme alla realtà il sospettare che essi siano talora giudicati non già con un criterio obiettivo e razionale , ma piuttosto a seconda di speciali impulsi affettivi e di oscure tendenze ? Le barriere , i limiti che noi poniamo alla nostra coscienza , sono anch ' essi illusioni , sono le condizioni dell ' apparir della nostra individualità relativa ; ma , nella realtà , quei limiti non esistono punto . Non soltanto noi , quali ora siamo , viviamo in noi stessi , ma anche noi , quali fummo in altro tempo , viviamo tuttora e sentiamo e ragioniamo con pensieri e affetti già da un lungo oblio oscurati , cancellati , spenti nella nostra coscienza presente , ma che a un urto , a un tumulto improvviso dello spirito , possono ancora dar prova di vita , mostrando vivo in noi un altro essere insospettato . I limiti della nostra memoria personale e cosciente non sono limiti assoluti . Di là da quella linea vi sono memorie , vi sono percezioni e ragionamenti . Ciò che noi conosciamo di noi stessi , non è che una parte , forse una piccolissima parte di quello che noi siamo ( vedi nel libro di Alfredo Binet Les altérations de la personnalité quella rassegna di meravigliosi esperimenti psico - fisiologici , da cui queste e tant ' altre considerazioni si possono trarre , come notava già G . Negri nel libro Segni dei tempi ) . E tante e tante cose , in certi momenti eccezionali , noi sorprendiamo in noi stessi , percezioni , ragionamenti , stati di coscienza , che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente . Certi ideali che crediamo ormai tramontati in noi e non più capaci d ' alcuna azione nel nostro pensiero , su i nostri affetti , sui nostri atti , forse persistono tuttavia , se non più nella forma intellettuale , pura , nel rostrato loro , costituito dalle tendenze affettive e pratiche . E possono essere motivi reali di azione certe tendenze da cui ci crediamo liberati , e non aver per l ' opposto efficacia pratica in noi , se non illusoria , credenze nuove che riteniamo di possedere veramente , intimamente . E appunto le varie tendenze che contrassegnano la personalità fanno pensare sul serio che non sia una l ' anima individuale . Come affermarla una , difatti , se passione e ragione , istinto e volontà , tendenze e idealità , costituiscono in certo modo altrettanti sistemi distinti e mobili , che fanno si che l ' individuo , vivendo ora l ' uno ora l ' altro di essi , ora qualche compromesso fra due o più orientamenti psichici , apparisca come se veramente in lui fossero più anime diverse e perfino opposte , più e opposte personalità ? Non c ' è uomo , osservò il Pascal , che differisca più da un altro che da sé stesso nella successione del tempo . La semplicità dell ' anima contradice al concetto storico dell ' anima umana . La sua vita è equilibrio mobile ; è un risorgere e un assopirsi continuo di affetti , di tendenze , di idee ; un fluttuare incessante fra termini contradittorii , e un oscillare fra poli opposti , come la speranza e la paura , il vero e il falso , il bello e il brutto , il giusto e l ' ingiusto e via dicendo . Se d ' un tratto si disegna nell ' immagine oscura dell ' avvenire un luminoso disegno d ' azione , o vagamente brilla il fiore del godimento , non tarda ad apparire , vindice dei diritti dell ' esperienza , il pensiero del passato , non di rado cupo e triste ; o interviene a infrenare la briosa fantasia il senso riottoso del presente . Questa lotta di ricordi , di speranze , di presentimenti , di percezioni , d ' idealità , può raffigurarsi come una lotta d ' anime fra loro , che si contrastino il dominio definitivo e pieno della personalità . Ecco un alto funzionario , che si crede , ed è , poveretto , in verità , un galantuomo . Domina in lui l ' anima morale . Ma un bel giorno , l ' anima istintiva , che è come la bestia originaria acquattata in fondo a ciascuno di noi , spara un calcio all ' anima morale , e quel galantuomo ruba . Oh , egli stesso , poveretto , egli per il primo , poco dopo , ne prova stupore , piange , domanda a sé stesso , disperato : Come , come mai ho potuto far questo ? Ma , sissignori , ha rubato . E quell ' altro là ? Uomo dabbene , anzi dabbenissimo : sissignori , ha ucciso . L ' idealità morale costituiva nella personalità di lui un ' anima che contrastava con l ' anima istintiva e pure in parte con quella affettiva o passionale ; costituiva un ' anima acquisita che lottava con l ' anima ereditaria , la quale , lasciata per un po ' libera a sé stessa , è riuscita ' d ' improvviso al furto , al delitto . La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d ' arrestare , di fissare in forme stabili e determinate , dentro e fuori di noi , perché noi già siamo forme fissate , forme che si muovono in mezzo ad altre immobili , e che però possono seguire il flusso della vita , fino a tanto che , irrigidendosi man mano , il movimento , già a poco a poco rallentato , non cessi . Le forme , in cui cerchiamo d ' arrestare , di fissare in noi questo flusso continuo , sono i concetti , sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti , tutte le finzioni che ci creiamo , le condizioni , lo stato in cui tendiamo a stabilirci . Ma dentro di noi stessi , in ciò che noi chiamiamo anima , e che è la vita in noi , il flusso continua , indistinto , sotto gli argini , oltre i limiti che noi imponiamo , componendoci una coscienza , costruendoci una personalità . In certi momenti tempestosi , investite dal flusso , tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente ; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti , ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti , nei doveri che ci siamo imposti , nelle abitudini che ci siamo tracciate , in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto . Vi sono anime irrequiete , quasi in uno stato di fusione continua , che sdegnano di rapprendersi , d ' irrigidirsi in questa o in quella forma di personalità . Ma anche per quelle più quiete , che si sono adagiate in una o in un ' altra forma , la fusione è sempre possibile : il flusso della vita è in tutti . E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura , rispetto all ' anima che si muove e si fonde , il nostro stesso corpo fissato per sempre in fattezze immutabili . Oh perché proprio dobbiamo essere così , noi ? ci domandiamo talvolta allo specchio , con questa faccia , con questo corpo ? Alziamo una mano , nell ' incoscienza ; e il gesto ci resta sospeso . Ci pare strano che l ' abbiamo fatto noi . Ci vediamo vivere . Con quel gesto sospeso possiamo assomigliarci a una statua ; a quella statua d ' antico oratore , per esempio , che si vede in una nicchia , salendo per la scalinata del Quirinale . Con un rotolo di carta in mano , e l ' altra mano protesa a un sobrio gesto , come pare afflitto e meravigliato quell ' oratore antico d ' esser rimasto lì , di pietra , per tutti i secoli , sospeso in quell ' atteggiamento , dinanzi a tanta gente che è salita , che sale e salirà per quella scalinata ! In certi momenti di silenzio interiore , in cui l ' anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali , e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti , noi vediamo noi stessi nella vita , e in sé stessa la vita , quasi in una nudità arida , inquietante ; ci sentiamo assaltare da una strana impressione , come se , in un baleno , ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo , una realtà vivente oltre la vista umana , fuori delle forme dell ' umana ragione . Lucidissimamente allora la compagine dell ' esistenza quotidiana , quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore , ci appare priva di senso , priva di scopo ; e quella realtà diversa ci appare orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa , poiché tutte le nostre fittizie relazioni consuete di sentimenti e d ' immagini si sono scisse e disgregate in essa . Il vuoto interno si allarga , varca i limiti del nostro corpo , diventa vuoto intorno a noi , un vuoto strano , come un arresto del tempo e della vita , come se il nostro silenzio interiore si sprofondasse negli abissi del mistero . Con uno sforzo supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle cose , di riallacciar con esse le consuete relazioni , di riconnetter le idee , di risentirci vivi come per l ' innanzi , al modo solito . Ma a questa coscienza normale , a queste idee riconnesse , a questo sentimento solito della vita non possiamo più prestar fede , perché sappiamo ormai che sono un nostro inganno per vivere e che sotto c ' è qualcos ' altro , a cui l ' uomo non può affacciarsi , se non a costo di morire o d ' impazzire . È stato un attimo ; ma dura a lungo in noi l ' impressione di esso , come di vertigine , con la quale contrasta la stabilità , pur così vana , delle cose : ambiziose o misere apparenze . La vita , allora , che s ' aggira piccola , solita , fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero , che sia come una fantasmagoria meccanica . E come darle importanza ? come portarle rispetto ? Oggi siamo , domani no . Che faccia ci hanno dato per rappresentar la parte del vivo ? Un brutto naso ? Che pena doversi portare a spasso un brutto naso per tutta la vita ... Fortuna che , a lungo andare , non ce n ' accorgiamo più . Se ne accorgono gli altri , è vero , quando noi siamo finanche arrivati a credere d ' avere un bel naso ; e allora non sappiamo più spiegarci perché gli altri ridano , guardandoci . Sono tanti sciocchi ! Consoliamoci guardando che orecchi ha quello e che labbra quell ' altro ; i quali non se n ' accorgono nemmeno e hanno il coraggio di ridere di noi . Maschere , maschere ... Un soffio e passano , per dar posto ad altre . Quel povero zoppetto là ... Chi è ? Correre alla morte con la stampella ... La vita , qua , schiaccia il piede a uno ; cava là un occhio a un altro ... Gamba di legno , occhio di vetro , e avanti ! Ciascuno si racconcia la maschera come può la maschera esteriore . Perché dentro poi c ' è l ' altra , che spesso non s ' accorda con quella di fuori . E niente è vero ! Vero il mare , sì , vera la montagna ; vero il sasso ; vero un filo d ' erba ; ma l ' uomo ? Sempre mascherato , senza volerlo , senza saperlo , di quella tal cosa ch ' egli in buona fede si figura d ' essere : bello , buono , grazioso , generoso , infelice , ecc . ecc . E questo fa tanto ridere , a pensarci . Sì , perché un cane , poniamo , quando gli sia passata la prima febbre della vita , che fa ? mangia e dorme : vive come può vivere , come deve vivere ; chiude gli occhi , paziente , e lascia che il tempo passi , freddo se freddo , caldo se caldo ; e se gli dànno un calcio se lo prende , perché è segno che gli tocca anche questo . Ma l ' uomo ? Anche da vecchio , sempre con la febbre : delira e non se n ' avvede ; non può fare a meno d ' atteggiarsi , anche davanti a sé stesso , in qualche modo , e si figura tante cose che ha bisogno di creder vere e di prendere sul serio . L ' ajuta in questo una certa macchinetta infernale che la natura volle regalargli , aggiustandogliela dentro , per dargli una prova segnalata della sua benevolenza . Gli uomini , per la loro salute , avrebbero dovuto tutti lasciarla irrugginire , non muoverla , non toccarla mai . Ma sì ! Certuni si sono mostrati così orgogliosi e stimati così felici di possederla , che si son messi subito a perfezionarla , con zelo accanito . E Aristotile ci scrisse sopra finanche un libro , un leggiadro trattatello che si adotta ancora nelle scuole , perché i fanciulli imparino presto e bene a baloccarcisi . E una specie di pompa a filtro che mette in comunicazione il cervello col cuore . La chiamano LOGICA i signori filosofi . Il cervello pompa con essa i sentimenti dal cuore , e ne cava idee . Attraverso il filtro , il sentimento lascia quanto ha in sé di caldo , di torbido : si refrigera , si purifica , si i - de - a - liz - za . Un povero sentimento , così , destato da un caso particolare , da una contingenza qualsiasi , spesso dolorosa , pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta , diviene idea astratta generale ; e che ne segue ? Ne segue che noi non dobbiamo affliggerci soltanto di quel caso particolare , di quella contingenza passeggera ; ma dobbiamo anche attossicarci la vita con l ' estratto concentrato , col sublimato corrosivo della deduzione logica . E molti disgraziati credono di guarire così di tutti i mali di cui il mondo è pieno , e pompano e filtrano , pompano e filtrano , finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto di farmacia pieno di quei barattolini che portano su l ' etichetta nera un teschio fra due stinchi in croce e la leggenda : VELENO . L ' uomo non ha della vita un ' idea , una nozione assoluta , bensì un sentimento mutabile e vario , secondo i tempi , i casi , la fortuna . Ora la logica , astraendo dai sentimenti le idee , tende appunto a fissare quel che è mobile , mutabile , fluida ; tende a dare un valore assoluto a ciò che è relativo . E aggrava un male già grave per sé stesso . Perché la prima radice del nostro male è appunto in questo sentimento che noi abbiamo della vita . L ' albero vive e non si sente : per lui la terra , il sole , l ' aria , la luce , il vento , la pioggia , non sono cose che esso non sia . All ' uomo , invece , nascendo è toccato questo triste privilegio di , sentirsi vivere , con la bella illusione che ne risulta : di prendere cioè come una realtà fuori di sé questo suo interno sentimento della vita , mutabile e vario . Gli antichi favoleggiarono che Prometeo rapi una favilla al sole per farne dono agli uomini . Orbene , il sentimento che noi abbiamo della vita è appunto questa favilla prometèa favoleggiata . Essa ci fa vedere sperduti su la terra ; essa projetta tutt ' intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce , di là dal quale è l ' ombra nera , l ' ombra paurosa che non esisterebbe , se la favilla non fosse accesa in noi ; ombra che noi però dobbiamo purtroppo creder vera , fintanto che quella ci si mantiene viva in petto . Spenta alla fine dal soffio della morte , ci accoglierà davvero quell ' ombra fittizia , ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione , o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell ' Essere , che avrà rotto soltanto le vane forme della ragione umana ? Tutta quell ' ombra , l ' enorme mistero , che tanti e tanti filosofi hanno invano speculato e che ora la scienza , pur rinunziando all ' indagine di esso , non esclude , non sarà forse in fondo un inganno come un altro , un inganno della nostra mente , una fantasia che non si colora ? Se tutto questo mistero , in somma , non esistesse fuori di noi , ma soltanto in noi , e necessariamente , per il famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita ? Se la morte fosse soltanto il soffio che spegne in noi questo sentimento penoso , pauroso , perché limitato , definito da questo cerchio d ' ombra fittizia oltre il breve àmbito dello scarso lume che ci projettiamo attorno , e in cui la vita nostra rimane come imprigionata , come esclusa per alcun tempo dalla vita universale , eterna , nella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrare , mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo , ma senza più questo sentimento di esilio che ci angoscia ? Non è anche qui illusorio il limite , e relativo al poco lume nostro , della nostra individualità ? Forse abbiamo sempre vissuto , sempre vivremo con l ' universo ; anche ora , in questa forma nostra , partecipiamo a tutte le manifestazioni dell ' universo ; non lo sappiamo , non lo vediamo , perché purtroppo quella favilla che Prometeo ci volle donare ci fa vedere soltanto quel poco a cui essa arriva . E domani un umorista potrebbe raffigurar Prometeo sul Caucaso in atto di considerare malinconicamente la sua fiaccola accesa e di scorgere in essa alla fine la causa fatale del suo supplizio infinito . Egli s ' è finalmente accorto che Giove non è altro che un suo vano fantasma , un miserevole inganno , l ' ombra del suo stesso corpo che si projetta gigantesca nel cielo , a causa appunto della fiaccola ch ' egli tiene accesa in mano . A un solo patto Giove potrebbe sparire , a patto che Prometeo spegnesse la candela , cioè la sua fiaccola . Ma egli non sa , non vuole , non può ; e quell ' ombra rimane , paurosa e tiranna , per tutti gli uomini che non riescono a rendersi conto del fatale inganno . Così il contrasto ci si dimostra inovviabile , inscindibile , come l ' ombra dal corpo . Noi l ' abbiamo veduto , in questa rapida visione umoristica , allargarsi man mano , varcare i limiti del nostro essere individuale , ov ' ha radice , ed estendersi intorno . Lo ha scoperto la riflessione , che vede in tutto una costruzione o illusoria o finta o fittizia del sentimento e con arguta , sottile e minuta analisi la smonta e la scompone . Uno dei più grandi umoristi , senza saperlo , fu Copernico , che smontò non propriamente la macchina dell ' universo , ma l ' orgogliosa immagine che ce n ' eravamo fatta . Si legga quel dialogo del Leopardi che s ' intitola appunto dal canonico polacco . Ci diede il colpo di grazia la scoperta del telescopio : altra macchinetta infernale , che può fare il pajo con quella che volle regalarci la natura . Ma questa l ' abbiamo inventata noi , per non esser da meno . Mentre l ' occhio guarda di sotto , dalla lente più piccola , e vede grande ciò che la natura provvidenzialmente aveva voluto farci veder piccolo , l ' anima nostra , che fa ? salta a guardar di sopra , dalla lente più grande , e il telescopio allora diventa un terribile strumento , che subissa la terra e l ' uomo e tutte le nostre glorie e grandezze . Fortuna che è proprio della riflessione umoristica il provocare il sentimento del contrario ; il quale , in questo caso , dice : Ma è poi veramente così piccolo l ' uomo , come il telescopio rivoltato ce lo fa vedere ? Se egli può intendere e concepire l ' infinita sua piccolezza , vuol dire ch ' egli intende e concepisce l ' infinita grandezza dell ' universo . E come si può dir piccolo dunque l ' uomo ? Ma è anche vero che se poi egli si sente grande e un umorista viene a saperlo , gli può capitare come a Gulliver , gigante a Lilliput e balocco tra le mani dei giganti di Brobdingnag . VI Da quanto abbiamo detto finora intorno alla speciale attività della riflessione nell ' umorista , appare chiaramente quale dell ' arte umoristica necessariamente sia l ' intimo processo . Anch ' essa l ' arte , come tutte le costruzioni ideali o illusorie , tende a fissar la vita : la fissa in un momento o in varii momenti determinati : la statua in un gesto , il paesaggio in un aspetto temporaneo , immutabile . Ma , e la perpetua mobilità degli aspetti successivi ? e la fusione continua in cui le anime si trovano ? L ' arte in genere astrae e concentra , coglie cioè e rappresenta così degli individui come delle cose , l ' idealità essenziale e caratteristica . Ora pare all ' umorista che tutto ciò semplifichi troppo la natura e tenda a rendere troppo ragionevole o almeno troppo coerente la vita . Gli pare che delle cause , delle cause vere che muovono spesso questa povera anima umana agli atti più inconsulti , assolutamente imprevedibili , l ' arte in genere non tenga quel conto che secondo lui dovrebbe . Per l ' umorista le cause , nella vita , non sono mai così logiche , così ordinate , come nelle nostre comuni opere d ' arte , in cui tutto è , in fondo , combinato , congegnato , ordinato ai fini che lo scrittore s ' è proposto . L ' ordine ? la coerenza ? Ma se noi abbiamo dentro quattro , cinque anime in lotta fra loro : l ' anima istintiva , l ' anima morale , l ' anima affettiva , l ' anima sociale ? E secondo che domina questa o quella , s ' atteggia la nostra coscienza ; e noi riteniamo valida e sincera quella interpretazione fittizia di noi medesimi , del nostro essere interiore che ignoriamo , perché non si manifesta mai tutt ' intero , ma ora in un modo , ora in un altro , come volgano i casi della vita . Sì , un poeta epico o drammatico può rappresentare un suo eroe , in cui si mostrino in lotta elementi opposti e repugnanti ; ma egli di questi elementi comporrà un carattere , e vorrà coglierlo coerente in ogni suo atto . Ebbene , l ' umorista fa proprio l ' inverso : egli scompone il carattere nei suoi elementi ; e mentre quegli cura di coglierlo coerente in ogni atto , questi si diverte a rappresentarlo nelle sue incongruenze . L ' umorista non riconosce eroi ; o meglio , lascia che li rappresentino gli altri , gli eroi ; egli , per conto suo , sa che cosa è la leggenda e come si forma , che cosa è la storia e come si forma : composizioni tutte , più o meno ideali , e tanto più ideali forse , quanto pio mostrare pretesa di realtà : composizioni ch ' egli si diverte a scomporre ; né si può dir che sia un divertimento piacevole . Il mondo , lui , se non propriamente nudo , lo vede , per così dire , in camicia : in camicia il re , che vi fa così bella impressione a vederlo composto nella maestà d ' un trono con lo scettro e la corona e il manto di porpora e d ' ermellino ; e non componete con troppa pompa nelle camere ardenti su catafalchi i morti , perché egli è capace di non rispettar neppure questa composizione , tutto questo apparato ; è capace di sorprendere , per esempio , in mezzo alla compunzione degli astanti , in quel morto lì , freddo e duro , ma decorato e in marsina , un qualche borboglio lugubre nel ventre , e d ' esclamare ( poiché certe cose si dicono meglio in latino ) : - Digestio post mortem . Anche quei soldatacci austriaci della poesia del Giusti , di cui ci siamo occupati in principio , son veduti in fine dal poeta come tanti poveri uomini in camicia : sono spogliati cioè di quelle loro uniformi odiose , nelle quali il poeta vede un simbolo della schiavitù della patria . Quelle uniformi compongono nell ' animo del poeta una rappresentazione ideale , della patria schiava ; la riflessione scompone questa rappresentazione , spoglia quei soldati e vede in essi una torma di poveretti addogliati e derisi . “ L ' uomo è un animale vestito dice il Carlyle nel suo Sartor Resartus la società ha per base il vestiario ” . E il vestiario compone anch ' esso , compone e nasconde : due cose che l ' umorismo non può soffrire . La vita nuda , la natura senz ' ordine almeno apparente , irta di contradizioni , pare all ' umorista lontanissima dal congegno ideale delle comuni concezioni artistiche , in cui tutti gli elementi , visibilmente , si tengono a vicenda e a vicenda cooperano . Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere si stagliano su un fondo di vicende ordinarie , di particolari comuni . Ebbene , gli scrittori , in genere , non se n ' avvalgono , o poco se ne curano , come se queste vicende , questi particolari non abbiano alcun valore e siano inutili e trascurabili . Ne fa tesoro invece l ' umorista . L ' oro , in natura , non si trova frammisto alla terra ? Ebbene , gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano l ' oro in zecchini nuovi , ben colato , ben fuso , ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi . Ma l ' umorista sa che le vicende ordinarie , i particolari comuni , la materialità della vita in somma , così varia e complessa , contradicono poi aspramente quelle semplificazioni ideali , costringono ad azioni , ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii . E l ' impreveduto che è nella vita ? E l ' abisso che è nelle anime ? Non ci sentiamo guizzar dentro , spesso , pensieri strani , quasi lampi di follia , pensieri inconseguenti , inconfessabili finanche a noi stessi , come sorti davvero da un ' anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo ? Di qui , nell ' umorismo , tutta quella ricerca dei particolari più intimi e minuti , che possono anche parer volgari e triviali se si raffrontano con le sintesi idealizzatrici dell ' arte in genere , e quella ricerca dei contrasti e delle contradizioni , su cui l ' opera sua si fonda , in opposizione alla coerenza cercata dagli altri ; di qui quel che di scomposto , di slegato , di capriccioso , tutte quelle digressioni che si notano nell ' opera umoristica , in opposizione al congegno ordinato , alla composizione dell ' opera d ' arte in genere . Sono il frutto della riflessione che scompone . ” Se il naso di Cleopatra fosse stato più lungo , chi sa quali altre vicende avrebbe avuto il mondo ” . E questo se , questa minuscola particella che si può appuntare , inserire come un cuneo in tutte le vicende , quante e quali disgregazioni può produrre , di quanta scomposizione può esser causa , in mano d ' un umorista come , ad esempio , lo Sterne , che dall ' infinitamente piccolo vede regolato tutto il mondo ! Riassumendo : l ' umorismo consiste nel sentimento del contrario , provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela , che non diventa , come ordinariamente nell ' arte , una forma del sentimento , ma il suo contrario , pur seguendo passo passo il sentimento come l ' ombra segue il corpo . L ' artista ordinario bada al corpo solamente : l ' umorista bada al corpo e all ' ombra , e talvolta più all ' ombra che al corpo ; nota tutti gli scherzi di quest ' ombra , com ' esca ora s ' allunghi ed ora s ' intozzi , quasi a far le smorfie al corpo , che intanto non la calcola e non se ne cura . Nelle rappresentazioni comiche medievali del diavolo , troviamo uno scolare che per farsi beffe di lui gli dà ad acchiappare la propria ombra sul muro . Chi rappresentò questo diavolo non era certamente un umorista . Quanto valga un ' ombra l ' umorista sa bene : il Peter Schlemihl di Chamisso informi .
ProsaGiuridica ,
TITOLO I BIBLIOTECHE PUBBLICHE E GOVERNATIVE 1 . Le biblioteche governative aperte al pubblico e rette dal Ministero della pubblica istruzione si distinguono in biblioteche autonome e biblioteche che servono di sussidio ad altri istituti , o che sono riunite amministrativamente ad istituti maggiori . Sono biblioteche autonome : 1 ) la Biblioteca Nazionale centrale « Vittorio Emanuele » di Roma ; 2 ) la Biblioteca Nazionale centrale di Firenze ; 3 ) la Biblioteca Nazionale ( Braidense ) di Milano ; 4 ) la Biblioteca Nazionale di Napoli ; 5 ) la Biblioteca Nazionale di Palermo ; 6 ) la Biblioteca Nazionale universitaria di Torino ; 7 ) la Biblioteca Nazionale ( Marciana ) di Venezia ; 8 ) la Biblioteca Governativa di Cremona ; 9 ) la Biblioteca Marucelliana di Firenze ; 10 ) la Biblioteca Mediceo - Laurenziana di Firenze ; 11 ) la Biblioteca Riccardiana di Firenze ; 12 ) la Biblioteca Governativa di Lucca ; 13 ) la Biblioteca Estense di Modena ; 14 ) la Biblioteca Brancacciana di Napoli ; 15 ) la Biblioteca San Giacomo di Napoli ; 16 ) la Biblioteca Palatina di Parma ; 17 ) la Biblioteca Angelica di Roma ; 18 ) la Biblioteca Casanatense di Roma ; 19 ) la Biblioteca Lancisiana di Roma ; Sono biblioteche che servono di sussidio ad altri istituti : 20 ) la Biblioteca Universitaria di Bologna ; 21 ) la Biblioteca Universitaria di Cagliari ; 22 ) la Biblioteca Universitaria di Catania ; 23 ) la Biblioteca Universitaria di Genova ; 24 ) la Biblioteca Universitaria di Messina ; 25 ) la Biblioteca Universitaria di Modena ; 26 ) la Biblioteca Universitaria di Napoli ; 27 ) la Biblioteca Universitaria di Padova ; 28 ) la Biblioteca Universitaria di Pavia ; 29 ) la Biblioteca Universitaria di Pisa ; 30 ) la Biblioteca Universitaria di Roma ; 31 ) la Biblioteca Universitaria di Sassari ; 32 ) la Biblioteca Ventimiliana di Catania , riunita amministrativamente coll ’ Universitaria ; 33 ) la sezione governativa della Biblioteca musicale della R . Accademia di Santa Cecilia di Roma , che è retta secondo il R . D . 2 marzo 1882 , n . 716; 34 ) la Biblioteca Valicelliana di Roma , che è retta secondo le disposizioni contenute nel R . D . 16 ottobre 1884; 35 ) la sezione musicale della Biblioteca Palatina di Parma , istituita con R . D . 14 luglio 1889 , n . 6431 , e retta secondo le disposizioni contenute nel D.M. 24 novembre 1891; 36 ) la Biblioteca Lucchesi - Palli , costituita in sezione autonoma della Biblioteca Nazionale di Napoli , che è retta secondo le disposizioni contenute nel R . D . 16 dicembre 1900 . 2 . È in facoltà del Ministero di provvedere con suoi decreti a riunire amministrativamente talune delle biblioteche minori ad altre maggiori della stessa città , di regolarne in forma più semplice ed economica l ’ uso pubblico , di specializzare alcune biblioteche , di convertire altre in musei bibliografici . Nelle città dove sono più biblioteche governative , i capi delle biblioteche medesime costituiscono un comitato , presieduto e convocato dal capo superiore di grado e , in caso di parità di grado , dal più anziano di ufficio , per deliberare sulle questioni d ’ interesse comune ( orari , vacanze , indirizzo degli acquisti , interpretazione e applicazione uniforme dei regolamenti , ecc . ) e per gli accordi di cui all ’ art . 10 . 3 . Le biblioteche annesse agli istituti d ’ insegnamento superiore del regno , alle regie accademie letterarie e scientifiche , agli istituti di belle arti , alle gallerie e ai musei , ai regi istituti di istruzione media , non aperte al pubblico , sono rette da regolamenti speciali . Alle biblioteche annesse ai monumenti nazionali sono applicabili le norme del presente regolamento , e in particolar modo quelle del titolo VI sull ’ uso pubblico , in quanto non contrastino con le norme speciali che le reggono . 4 . Le due biblioteche nazionali - centrali di Roma e di Firenze tendono al fine di : a ) raccogliere e conservare ordinatamente tutto quello che si pubblica in Italia , e che esse ricevono in virtù della legge sulla stampa ; b ) arricchire la suppellettile letteraria e scientifica , per modo da rappresentare compiutamente la storia del pensiero italiano ; c ) provvedersi delle opere straniere più importanti che illustrino l ’ Italia nella sua storia e nella sua cultura scientifica , artistica e letteraria ; d ) rappresentare , quanto è possibile , nella sua continuità e generalità , anche la cultura straniera . 5 . Le altre biblioteche nazionali , dovendo anche esse rappresentare la cultura italiana , e quanto è possibile la straniera , debbono arricchire la loro suppellettile delle più importanti pubblicazioni antiche e moderne , italiane e straniere . Ciascuna di esse deve procurare più specialmente di rappresentare , con concorso di altre biblioteche della città , la cultura di quella regione nella quale ha sede . 6 . A questo fine tendono anche le altre biblioteche autonome delle città dove è una biblioteca nazionale , quando o le tavole della loro fondazione o il particolare loro intento non vogliano altrimenti . 7 . Le biblioteche universitarie hanno obbligo : a ) di porgere ai discenti il necessario sussidio per quegli studi che si compiono nell ’ università stessa ; b ) di offrire agl ’ insegnanti gli strumenti di ricerca propri della scienza che essi professano . 8 . Le biblioteche nazionali e le universitarie debbono considerare come sussidio le altre pubbliche biblioteche esistenti nella stessa città , siano o no governative , e nell ’ aumentare la propria suppellettile debbono dare la preferenza a quelle parti dello scibile , delle quali siano deficienti le altre biblioteche locali . 9 . ( ) . 10 . Il Ministro provvede , con l ’ aiuto del personale superiore delle biblioteche governative e tenendo conto delle norme dettate dalla Giunta consultiva delle biblioteche , ad esercitare una efficace sorveglianza anche sulle biblioteche non governative , nella misura consentita dalle leggi vigenti e dalle convenzioni stabilite con gli enti proprietari o consegnatari delle biblioteche medesime , allo scopo di assicurare la conservazione dei codici manoscritti , degli incunaboli e delle incisioni e stampe rare e di pregio , a cui siano applicabili le disposizioni della L . 12 giugno 1902 , n . 185 . Con gli stessi mezzi provvede inoltre a facilitare il coordinamento delle funzioni fra le biblioteche governative e le biblioteche non governative di una stessa città , affinché , nell ’ interesse dei vari ordini di studiosi e dei vari rami di cultura , riescano il più possibile effettive le disposizioni degli artt . 8 e 109 . TITOLO II ORDINAMENTO INTERNO 11 . Tutta la suppellettile letteraria e scientifica e i mobili esistenti nella biblioteca sono affidati per la custodia e per la conservazione al capo della biblioteca . 12 . È stretto obbligo di ogni impiegato di dar subito avviso scritto al capo della biblioteca di qualunque sottrazione , dispersione , disordine o danno nella suppellettile o nel materiale della biblioteca stessa , di cui abbia direttamente o indirettamente notizia . Dello smarrimento o sottrazione di opere si deve subito dare avviso scritto anche all ’ impiegato che tiene l ’ elenco delle opere smarrite o sottratte , di cui all ’ art . 27 . Chi contravviene a queste disposizioni incorre in pene disciplinari . 13 . Tutti i volumi delle opere stampate o manoscritte , e tutti gli opuscoli che già esistano od entrino in biblioteca , debbono avere impresso sul frontespizio o sul verso un bollo particolare , portante il nome della biblioteca . Questo bollo deve essere ripetuto sopra una pagina determinata del volume . 14 . Tutti i volumi di opere stampate o manoscritte e tutti gli opuscoli che entrano nella biblioteca , debbono essere immediatamente notati nel registro d ’ ingresso , ed oltre al bollo particolare della biblioteca , di cui all ’ art . 13 , debbono avere impresso il numero progressivo sotto il quale sono notati in quel registro . Questo numero progressivo è impresso con un contatore meccanico nell ’ ultima pagina del testo di ogni volume od opuscolo . 15 . Per meglio assicurare la conservazione dei volumi e degli opuscoli a stampa di somma rarità bibliografica , che esistano od entrino in biblioteca , il Ministero , sentita la Giunta consultiva , dà particolari istruzioni . 16 . Ogni biblioteca deve possedere : per le opere a stampa : a ) un inventario topografico generale ; b ) un catalogo alfabetico per autori ; c ) un catalogo per materie ( o sistematico o reale ) ; e per manoscritti : a ) un inventario topografico ; b ) un catalogo alfabetico . Questi due mezzi di ricerca possono essere utilmente sostituiti da un inventario descrittivo corredato dagli indici necessari . 17 . Tutte le opere stampate o manoscritte e tutti gli opuscoli , dopo essere stati notati nel registro di ingresso , debbono essere descritti con esattezza bibliografica nelle schede necessarie alla formazione dei cataloghi . Ogni scheda deve avere il numero progressivo dato all ’ opera nel registro d ’ ingresso e la segnatura della collocazione . 18 . Tutte le opere della biblioteca devono avere una collocazione rappresentata da una segnatura apposita nell ’ interno e all ’ esterno di ciascun volume . 19 . Nell ’ inventario generale degli stampati e in quello dei manoscritti sono registrate tutte le opere secondo l ’ ordine della loro collocazione . Questi due inventari sono tenuti a volume . Negl ’ inventari è rigorosamente vietato di raschiare o di cancellare con acidi . Le correzioni che siano necessarie si fanno con inchiostro rosso , per modo che si possa leggere sempre quello che prima era scritto . Nelle registrazioni che si fanno sugli inventari , al titolo di ogni opera si deve aggiungere il numero progressivo che essa ha nel registro d ’ ingresso . 20 . Il catalogo alfabetico delle opere a stampa , compresi gli opuscoli , e l ’ indice alfabetico dei manoscritti debbono essere ordinati ciascuno in serie unica . 21 . Dal catalogo alfabetico degli stampati si debbono escludere gli spartiti o pezzi di musica , le carte geografiche , le stampe o incisioni , le fotografie pubblicate senza testo , e in genere tutto ciò che deve essere registrato e descritto in modo diverso da quello adoperato per i libri propriamente detti . È data facoltà ai capi delle singole biblioteche di non riferire nel catalogo alfabetico i titoli delle pubblicazioni di scarsa importanza per gli studiosi , che si tengono ordinate per classi o gruppi . Il Ministero , sentita la Giunta consultiva , fissa le norme per la formazione delle classi e dei gruppi di queste pubblicazioni . 22 . I cataloghi in uso non possono essere interrotti o trasformati senza gravi ragioni senza il consenso del Ministero . Così la facoltà di trascrivere a volumi i cataloghi a schede o di adottare nuovi sistemi è data dal Ministero , sentita la Giunta consultiva , dopo che il capo della biblioteca abbia indicato il metodo che intende seguire , il tempo e la spesa che si prevede possa occorrere . Parimenti non si può mutare l ’ ordinamento già esistente in una biblioteca senza averne richiesto , con relazione motivata , ed ottenuto l ’ assenso del Ministero . 23 . Nelle biblioteche , i cui cataloghi non si trovino in corrispondenza con le norme del presente regolamento , i capi propongono al Ministero i lavori necessari per raggiungere questo scopo , nella misura del possibile dando la precedenza ai più urgenti . 24 . Alla fine di ogni trimestre ciascuna biblioteca rende conto al Ministero delle opere entrate e dei lavori fatti all ’ inventario generale ed ai cataloghi coll ’ inviare uno specchio statistico conforme al mod . A . 25 . Le biblioteche governative , che abbiano già in buon ordine gl ’ inventari e i cataloghi sopra detti degli stampati e dei manoscritti , e quelli speciali indicati all ’ art . 21 , debbono compilare a parte indici illustrati delle rarità e delle specialità bibliografiche , dando la precedenza alle collezioni più numerose e più importanti possedute dalla biblioteca . 26 . I cataloghi vecchi delle biblioteche , e che sono fuori d ’ uso , e gli elenchi e i cataloghi parziali che accompagnano l ’ acquisto di intere collezioni , debbono essere diligentemente conservati , in modo da permettere la consultazione . 27 . Oltre i cataloghi indicati agli artt . 16 e 21 , ogni biblioteca deve avere i seguenti registri : a ) delle opere in continuazione , delle collezioni e dei periodici ; b ) delle opere incomplete ; c ) delle opere difettose ; d ) dei duplicati : e ) delle opere smarrite o sottratte . 28 . Il registro delle opere in continuazione , delle collezioni e dei periodici deve tenersi in schede mobili in conformità dei moduli B segnando su di esse i volumi , fascicoli e fogli , che a mano a mano si ricevono . 29 . I registri delle opere incomplete e difettose debbono tenersi a schede , sulle quali sia chiaramente indicato che cosa manca . 30 . Il registro delle opere duplicate deve tenersi a schede ordinate alfabeticamente . Sulle schede si notano la segnatura dell ’ esemplare migliore rimasto a uso pubblico , e la provenienza di tutti gli altri esemplari . 31 . Il registro delle opere smarrite o sottratte , di cui agli artt . 12 e 27 , deve tenersi in conformità del mod . C . 32 . Ogni biblioteca deve avere anche i seguenti registri : a ) un registro d ’ ingresso ; b ) un bollettario delle opere ordinate ai librai ; c ) un libro di cassa ; d ) un giornale delle spese ; e ) un libro mastro dei creditori ; f ) un registro delle opere date a legare ; g ) un elenco a schede mobili dei manoscritti studiati ; h ) un registro delle opere desiderate ; i ) un registro delle lettere in arrivo e uno di quelle in partenza ; k ) un inventario dei mobili ; l ) i registri per il prestito dei libri , prescritti dal regolamento speciale . 33 . Il registro d ’ ingresso ( mod . D ) comprende tutti i manoscritti e tutte le opere o parti di opere che entrano in biblioteca , sia per compra , sia per dono , sia per diritto di stampa . Si può separare il registro d ’ ingresso degli acquisti da quello dei doni e da quello delle opere ricevute per diritto di stampa . In questo caso il numero d ’ ingresso deve essere sempre in unica serie progressiva , concatenata coi necessari rimandi da un registro all ' altro . 34 . Il bollettario delle opere ordinate ai librai deve esser tenuto conforme al mod . E . Tutte le ordinazioni date debbono portare la firma del capo . 35 . Nel libro di cassa vanno registrate le riscossioni e i pagamenti , allo scopo di tenere in evidenza il movimento dei fondi che il Ministero anticipa alla biblioteca . Nel giornale delle spese si registrano cronologicamente tutte le spese della biblioteca , ripartite secondo i capitoli del bilancio di previsione ( mod . F ) . 36 . Per ogni lavoro o provvista , il capo deve chiedere la relativa fattura . Senza la fattura che li accompagni non possono essere ricevuti in biblioteca né libri né altri oggetti . Nel libro mastro dei creditori si registrano volta per volta le fatture dei conti rispettivi . Un repertorio alfabetico richiama al nome di ciascun fornitore . I pagamenti si segnano immediatamente nel libro di cassa e nel giornale delle spese , e si addebitano a loro luogo nel libro mastro . 37 . Nel registro dei legatori ( mod . G ) si notano tutti i libri dati a legare e a riparare . Dopo il riscontro di consegna , il legatore firmandosi sul registro , nota il giorno in cui ha ricevuto i libri e quello in cui si obbliga a riportarli . Nell ’ atto della consegna , il legatore riceve una fattura di accompagnamento ( mod . H ) , che egli riporta insieme con i libri legati . Nell ’ atto della restituzione , l ’ impiegato , verificato il lavoro e il prezzo , dichiara , firmandosi nel registro stesso , di aver ricevuto i libri . Il legatore ha l ’ obbligo di apporre nell ’ interno della coperta di ogni volume un cartellino portante il suo nome . 38 . Per ogni manoscritto dato in lettura deve notarsi sopra l ’ apposita scheda il nome dei lettori che l ’ hanno studiato , con tutte le indicazioni richieste dal mod . I . Queste schede costituiscono un catalogo , che si tiene ordinato secondo la segnatura dei codici studiati , e che può essere , col permesso del capo della biblioteca , consultato dai lettori . 39 . Tutta la corrispondenza epistolare della biblioteca col Ministero , con gli altri uffici governativi e pubblici e coi privati deve essere registrata in conformità dei moduli K e L , e deve conservarsi ordinata nell ’ archivio della biblioteca stessa . 40 . L ’ inventario del mobili deve tenersi secondo quanto prescrivono la legge e il regolamento per l ’ amministrazione del patrimonio e per la contabilità generale dello Stato . 41 . Nell ’ interno della coperta d ’ ogni volume donato s ’ incolla un cartellino contenente il nome del donatore e la data del dono . 42 . Nel mese di maggio il capo della biblioteca presenta al Ministero il bilancio di previsione per le spese ordinarie , ripartite negli articoli in cui è suddiviso il giornale delle spese ( mod F ) . Egli può aggiungervi le somme necessarie per lavori e bisogni straordinari , delle quali abbia ottenuto precedentemente la concessione dal Ministero . 43 . Ogni rendimento di conti della biblioteca deve essere accompagnato da uno specchio il quale mostri : 1 ) l ’ entrata e le spese previste per tutto l ’ anno , secondo il bilancio di previsione approvato dal Ministero ; 2 ) le somme già riscosse e quelle spese nell ’ anno , distinguendo quelle delle quali la biblioteca rende conto da quelle dei conti precedenti ; 3 ) quanto ancora rimane delle somme assegnate per le spese ordinarie e straordinarie della biblioteca . 44 . Alla fine di ogni anno amministrativo il capo della biblioteca invia al Ministero il bilancio consuntivo , accompagnandolo con le opportune osservazioni . 45 . I capi delle biblioteche non possono , per qualunque causa e senza pregiudizio della loro personale responsabilità , oltrepassare nell ’ anno la somma assegnata per le spese ordinarie e straordinarie della biblioteca , né spendere nell ’ acquisto di libri una somma minore di quella assegnata a questo fine dal Ministero ; bensì debbono convertire nell ’ acquisto di libri le altre parti della dote che per avventura sopravanzassero . 46 . Il cambio dei duplicati , veramente riconosciuti tali per identità assoluta , può essere autorizzato con deliberazione del Ministero , su proposta del capo delle biblioteche . Sul frontespizio di ogni volume che cessa di appartenere alla biblioteca , deve essere impresso un bollo particolare , per indicare che il libro è un doppio ceduto e render nullo l ’ altro bollo che lo dichiarava proprietà della biblioteca . 47 . Nel corso di due anni nelle biblioteche minori e di cinque nelle maggiori , tutti i libri debbono esser levati dagli scaffali e spolverati . Durante la revisione si tiene particolarmente conto dei libri e degli scaffali infetti da tarli , da muffe e da altri parassiti . I bibliotecari debbono proporre , ed il Ministro si riserva di fissare le norme ed i mezzi per la disinfezione ed il risanamento dei volumi e dei mobili . Gl ’ impiegati superiori e gli ordinatori o distributori , che non siano incaricati di vigilare a queste operazioni , debbono , anche nella settimana della spolveratura , occuparsi della revisione di cui all ’ articolo seguente . 48 . Durante il periodo della chiusura ( articolo 103 ) si procede , con la scorta degli inventari , alla revisione parziale della biblioteca . Questa revisione è fatta da uno o più impiegati superiori e da ordinatori o distributori . Gl ’ impiegati , a cui sia particolarmente affidata la custodia di certe sale della biblioteca , non prendono parte , ove sia possibile , alla revisione dei libri o manoscritti di quelle sale . I relativi verbali , firmati dagl ’ impiegati che hanno fatto la revisione , debbono essere conservati nell ’ archivio della biblioteca . Nel caso di mancanze che dessero fondato sospetto di sottrazioni , il capo della biblioteca deve farne speciale rapporto al Ministero , rilevando , a confronto con le revisioni precedenti , tutte le mancanze nuove e i rinvenimenti dei volumi che altra volta fossero stati dichiarati smarriti o mancanti . 49 . Ad ogni libro tolto dagli scaffali , perché dato in prestito o a legare , o temporaneamente dislocato per più di un giorno , deve essere immediatamente sostituita una tavoletta con la segnatura e con le indicazioni relative . Una tavoletta deve essere pure collocata al posto di quei libri che siano andati smarriti o perduti . La mancanza della tavoletta indicatrice è considerata come grave negligenza . 50 . Tutti i libri dati in sala di lettura devono esser rimessi giorno per giorno al posto , salvo il caso che il lettore , nel restituirli , abbia espressamente , dichiarato , all ’ impiegato che li riceve , di voler servirsene il giorno successivo . Per la ricollocazione dei libri dati in lettura o che ritornano dal prestito o dal legatore , sono specialmente destinate la mezz ’ ora che precede l ’ apertura e quella seguente all ' ora della chiusura della biblioteca al pubblico . TITOLO III DIREZIONE DELLE BIBLIOTECHE ED ACQUISTI 51 . Le biblioteche universitarie hanno una Commissione permanente , composta dal Rettore dell ’ Università , che la presiede , dal capo della biblioteca e da un professore delegato d ’ anno in anno da ciascuna Facoltà . Questa Commissione si riunisce di regola una volta all ’ anno , convocata dal Rettore , e deve deliberare : a ) sull ’ acquisto dei libri ; b ) sulla scelta dei periodici e delle riviste ; c ) sulle pubblicazioni che si facciano a cura della biblioteca ; d ) sulle richieste di fondi straordinari per spese impreviste ; e ) sopra ogni altra questione che si riferisca al miglioramento e alla sicurezza della sede della biblioteca ; f ) sulle ore nelle quali la biblioteca deve essere aperta per maggior comodità dei professori e degli studenti . 52 . I capi delle biblioteche universitarie corrispondono direttamente col Ministero per tutto ciò che si riferisce all ’ amministrazione , al personale e alla disciplina della biblioteca . 53 . Le proposte da farsi al Ministero , per le quali sia richiesta una deliberazione della Commissione permanente , debbono esser sempre accompagnate da una copia del processo verbale . 54 . Nelle biblioteche universitarie la Commissione permanente delibera soltanto sopra sei decimi della parte della dotazione assegnata dal Ministero per acquisto di libri . Degli altri quattro decimi dispone il capo della biblioteca , tenuto conto dei bisogni della biblioteca e delle proposte degli studiosi . L ’ onere delle riviste e delle opere in continuazione grava in parte proporzionale sulle quote di ripartizione . 55 . Ogni anno , nella seduta ordinaria , la Commissione permanente delibera quanto , sopra i sei decimi della somma concedutole dal Ministero per acquisti di libri , può essere assegnato a ciascuna Facoltà . In questa ripartizione di sei decimi del fondo destinato per acquisto di libri , la commissione deve tener conto delle somme che le biblioteche delle scuole e dei gabinetti , musei , ecc . , potessero trarre dai loro propri assegni per lo stesso fine . 56 . I capi delle biblioteche debbono mandare al Ministero , entro il mese di luglio , la relazione su di esse per l ’ anno amministrativo compiuto . I capi delle biblioteche universitarie hanno pure l ’ obbligo di comunicare al rettore la relazione diretta al Ministero . In questa relazione si rende conto di quello che si riferisce : a ) al servizio pubblico ; b ) ai lavori fatti durante l ’ anno nei cataloghi ; c ) agli altri lavori di riordinamento compiuti o avviati , indicando per ciascun lavoro gli impiegati , che lo eseguiscono , e quale parte dei nuovi lavori s ’ intenda di eseguire dentro l ’ anno iniziato . Il capo della biblioteca può aggiungere quelle proposte che crede opportune nell ’ interesse dell ’ istituto al quale è preposto . 57 . Quando il capo dello biblioteca creda di disporre innovazioni , deve di ciascuna proposta fare oggetto di separata relazione al Ministero . 58 . Affinché gli studiosi abbiano notizia delle opere onde si arricchiscono le biblioteche pubbliche : a ) la Biblioteca Nazionale centrale di Firenze dà in luce periodicamente , diviso per materie , il bollettino bibliografico delle pubblicazioni italiane che essa riceve per diritto di stampa ; b ) la Biblioteca Nazionale centrale di Roma pubblica periodicamente , diviso per materie , il bollettino bibliografico delle opere moderne straniere che entrano nelle biblioteche governative , delle quali debbono essere inviate le schede bibliografiche . I bollettini bibliografici sopraddetti sono distribuiti gratuitamente a tutti gli istituti che dipendono dal ministero . TITOLO IV IMPIEGATI 59-60 . ( ) . 61 . Il bibliotecario , che è capo di una biblioteca , rappresenta la biblioteca , tratta gli affari col Ministero e cogli altri uffici , tiene il carteggio coi privati e firma tutti gli atti e tutte le lettere che si spediscono dalla biblioteca . 62 . Il capo della biblioteca ha strettissimo obbligo : a ) di ben conservare la suppellettile affidata alle sue cure , della quale egli è custode responsabile ; b ) di procurare che la suppellettile letteraria e scientifica si accresca nel miglior modo possibile , secondo il fine al quale è destinata la biblioteca ; c ) di tenere questa suppellettile ordinata in modo che gli studiosi possano utilmente valersene ma con quelle cautele che dalla responsabilità gli sono imposte ; d ) di aver continua cura che l ’ inventario generale e tutti i cataloghi vengano compilati esattamente , con carattere nitido e chiaro , e con uniformità , e che siano tenuti sempre in pari ; e ) di vigilare l ’ andamento del servizio pubblico e la disciplina nella biblioteca ; f ) di osservare e di far osservare dagli impiegati da lui dipendenti le prescrizioni contenute nei regolamenti in vigore , e tutte quelle altre che fossero impartite dal Ministero . In particolar modo deve vigilare all ’ esatta applicazione delle norme di sicurezza da seguirsi nell ’ impianto dei sistemi dell ’ illuminazione e di riscaldamento , con l ’ aiuto della commissione tecnica stabilita dalle norme medesime , ed è responsabile della esecuzione dei deliberati della commissione suddetta , per quanto da lui dipende . 63 . Il capo della biblioteca ogni mese si fa rendere conto in iscritto , da tutti gli impiegati che attendono a lavori di ordinamento , dei lavori da essi fatti per la biblioteca . Queste relazioni si conservano poi a disposizione del Ministero , affinché esso possa esaminarle quando voglia conoscere per qualunque ragione l ’ opera prestata da ciascun impiegato . 64 . Alla fine di ogni anno il capo della biblioteca invia al Ministero , le tabelle con le note informative degli impiegati dipendenti , secondo il modulo qui allegato . Agli impiegati sono comunicate direttamente dal rispettivo capo della biblioteca le notizie riguardanti la loro operosità , diligenza , disciplina e condotta morale . L ’ impiegato appone la sua firma alla tabella , dopo presane visione . 65 . Il capo della biblioteca tiene la cassa ed è interamente responsabile delle somme riscosse o pagate per conto dell ’ istituto . Nessuna spesa può farsi per la biblioteca senza l ’ ordine di lui . Spetta a lui di vegliare sulla contabilità e sulla tenuta regolare dei libri di amministrazione , come pure di porre ogni cura negli acquisti per la biblioteca . 66 . Il capo della biblioteca non può assentarsi dalla sua sede se non in casi di grave urgenza , né per di più di quattro giorni , senza averne ottenuto il permesso dal Ministero . Egli può ogni anno , col consenso del Ministero , ottenere una regolare licenza di 30 giorni . 67 . In caso di temporanea assenza del capo della biblioteca , ne fa le veci il funzionario a ciò delegato dal Ministero e , in mancanza di delegazione , il bibliotecario o il sottobibliotecario di classe più elevata , il quale deve adempiere agli uffici che dal capo gli siano affidati , né può cambiare o alterare le disposizioni generali in vigore circa l ’ ordinamento della biblioteca . 68 . Il capo della biblioteca può concedere licenze dall ’ ufficio , purché non ne abbia danno e a condizione che il numero totale dei giorni della licenza non superi in un anno i trenta giorni per gli impiegati e i venti per gli uscieri . 69 . Le attribuzioni dell ’ economato sono assegnate o ripartite a scelta del capo della biblioteca , tenendo conto delle attitudini degli impiegati . Esse sono essenzialmente le seguenti : a ) tenere la scrittura della biblioteca conservando le carte e i documenti relativi secondo quanto prescrive il presente regolamento e quello sull ’ amministrazione e contabilità generale dello Stato ; b ) eseguire per ordine del capo tutti i pagamenti e compilare il resoconto delle spese ; c ) preparare entro il mese di maggio lo specchio del bilancio di previsione per l ’ anno successivo ; d ) curare il servizio di protocollo e di classificazione e custodia di tutte le carte amministrative ; e ) redigere ogni mese le note amministrative per la riscossione degli stipendi degl ’ impiegati e riscuoterli con la loro procura ; f ) provvedere ai servizi di posta ; g ) rispondere della conservazione e dell ’ uso di tutti gli oggetti della biblioteca , ad eccezione dei libri ; h ) compilare l ’ inventario dei beni mobili in conformità del regolamento per l ’ amministrazione del patrimonio dello Stato ; i ) preparare le note semestrali per le variazioni agli inventari ; k ) custodire le chiavi interne della biblioteca , tranne quella affidata al capo ; l ) conservare e dispensare gli oggetti di cancelleria , tenendo conto delle distribuzioni fatte ; m ) visitare i locali della biblioteca , per vedere se occorrano riparazioni e per accertarsi che la suppellettile non soffra danno per umidità od altra causa ; n ) vigilare gli operai che lavorano nella biblioteca ; o ) dirigere il servizio di nettezza , e curare la disciplina degli uscieri e dei fattorini , rispondendo del loro operato . Ove sia possibile , le operazioni dell ’ economato e la custodia dell ’ archivio non debbono essere cumulate in una medesima persona . 70 . In ciascuna biblioteca fra gli impiegati di terza categoria sono distribuite dal capo , e a seconda delle particolari attitudini , le attribuzioni di ordinatore e quelle di distributore . Di regola , le funzioni di ordinatore si affidano ai distributori più anziani e capaci . 71 . Gli ordinatori o distributori , a vicenda per una settimana , debbono assistere con tutti gli uscieri all ’ apertura ed alla chiusura della biblioteca . Le chiavi della porta esterna della biblioteca debbono essere conservate e star chiuse in una cassetta di ferro , della quale ha una chiave l ’ incaricato della apertura e della chiusura ed un ’ altra il capo . È severamente vietato di cedere , anche per un momento , questa chiave ad altra persona . Mentre la biblioteca è aperta la mattina per il solo servizio di pulizia , l ’ ordinatore o distributore di settimana non può abbandonarla , né permettere ad alcuno di uscire sotto qualsiasi pretesto o ragione , né introdurre persone estranee . Dove nella biblioteca abbia abitazione non il bibliotecario , ma un custode , nella abitazione di questo e sotto la sua responsabilità , in una cassetta di ferro , solidamente murata e chiuso da cristallo , si deve conservare un esemplare delle chiavi esterne della biblioteca , per modo che in caso d ’ incendio o di altro gravissimo pericolo imminente possa il custode , rompendo il cristallo , aprire la biblioteca . L ’ ordinatore o distributore di settimana , accompagnato da un usciere , visita ogni giorno , prima che si chiuda la biblioteca , tutte le sale e anche i caloriferi quando siano stati accesi , i rubinetti dell ’ acqua potabile e l ’ interrutore della luce elettrica , ed assiste alla chiusura di tutte le finestre e delle porte interne . Ambedue danno prova , coll ’ apporre la loro firma in un registro speciale , giorno per giorno , di avere adempiuto a quest ’ obbligo . Essi sono responsabili dei danni che potessero venire alla biblioteca della loro negligenza nel fare questo servizio . Le chiusure interne e i ripostigli , di tutte le chiavi interne si devono regolare con norme semplici e fisse , ben note al personale di direzione , al facente funzione di economo e al custode ; né possono venire variate senza grave ragione . L ’ ordinatore o distributore di settimana deve pure intervenire tutte le volte che occorra di aprire la biblioteca nei giorni festivi . 72 . Terminato il servizio di pulizia , gli uscieri debbono indossare il vestito uniforme al modello stabilito dal Ministero , e svestirsene nell ’ uscire dalla biblioteca compiuto l ’ orario d ’ ufficio . 73 . All ’ ora indicata nell ’ orario , gli impiegati debbono trovarsi in biblioteca e iscriversi nel registro di presenza . Nessuno può , senza licenza del capo , assentarsi durante le ore di servizio , né rimanere in biblioteca , senza speciale permesso , oltre l ’ ora fissata per la chiusura . L ’ impiegato che , per malattia o per altro legittimo impedimento , non possa recarsi in ufficio , deve darne sollecitamente avviso per lettera al capo . Durante le ore di servizio , tutti gl ’ impiegati debbono astenersi da qualunque lavoro estraneo al loro ufficio , e da tutto ciò che turbi il servizio e la quiete delle sale . Nessuno può ricevere estranei nella sua stanza di ufficio e nelle sale della biblioteca senza uno speciale permesso del capo . 74 . Salva la eccezione contenuta nell ’ articolo 6 della L . 24 dicembre 1908 , n . 754 , si applicano agli impiegati delle biblioteche pubbliche governative le disposizioni contenute nell ’ art . 7 ( relative alle incompatibilità ) , negli artt . 10 e seguenti ( relative al cumulo degli impieghi ) del T.U. delle leggi sullo stato degli impiegati civili , 22 novembre 1908 , n . 693 e negli articoli corrispondenti del Reg . generale 24 novembre 1908 , numero 756 . Agli impiegati delle biblioteche pubbliche governative è inoltre fatto espresso divieto di far traffico di manoscritti , libri , stampe , sia direttamente , sia indirettamente . 75 . Non possono essere destinati nella stessa biblioteca a posti d ’ impiegati di ruolo con vincolo di diretta , normale dipendenza gerarchica gli ascendenti e i discendenti , i coniugi , i fratelli , il suocero ed il genero . 76 . Le pene disciplinari che possono applicarsi agli impiegati delle quattro categorie delle biblioteche governative sono le seguenti : 1 ) Censura . 2 ) Sospensione dallo stipendio . 3 ) Sospensione dall ’ ufficio con perdita dello stipendio . 4 ) Revocazione . 5 ) Destituzione . Dette pene sono applicate nei casi e con le forme contemplate nel testo unico delle leggi sullo stato degli impiegati civili approvato con R . D . 22 novembre 1908 , n . 693 e nel regolamento per l ’ esecuzione del detto testo unico , approvato con R . D . 24 novembre 1908 , n . 756 . La facoltà di infliggere la censura agli impiegati delle biblioteche pubbliche governative spetta ai capi delle rispettive biblioteche . A questi la censura viene inflitta dal Ministro . Per le pene disciplinari da applicarsi agli impiegati della 4a categoria , le attribuzioni del Consiglio di disciplina sono deferite ad una commissione speciale istituita presso il Ministero e composta di un Direttore generale , presidente , e di due Capi di divisione . 77-79 . ( ) . TITOLO V NOMINE E PROMOZIONI 80-101 . ( ) . TITOLO VI USO PUBBLICO DELLE BIBLIOTECHE 102 . Le biblioteche governative stanno aperte al pubblico tutti i giorni , eccettuate le domeniche , le feste nazionali e le altre feste riconosciute dal calendario civile , i due ultimi giorni di carnevale , dal giovedì santo al lunedì di Pasqua inclusivamente , il giorno della commemorazione dei morti , il 24 dicembre . Durante le vacanze autunnali , anche le biblioteche universitarie debbono restare aperte al pubblico con l ’ orario prescritto dall ’ articolo 106 . 103 . Ciascuna biblioteca resta chiusa al pubblico ogni anno due settimane per la spolveratura e per la revisione prescritte dagli articoli 47 e 48 . Durante la chiusura il capo deve assegnare un ’ ora e mezzo in ciascun giorno per il servizio del prestito dei libri . Nelle città ove sono due o più biblioteche governative , questa chiusura non può mai esser fatta contemporaneamente da due o più biblioteche . Nelle biblioteche universitarie o di sussidio ad altri istituti la spolveratura e la revisione si fanno sempre mentre l ’ università o gli altri istituti sono chiusi . Il capo deve quindici giorni innanzi darne avviso al pubblico anche per mezzo dei giornali . 104 . Nelle due settimane che la biblioteca resta chiusa al pubblico per ragioni di servizio interno , il capo non può , senza gravi motivi , assentarsi dall ’ ufficio né accordare congedi agli impiegati . 105 . Ogni altra interruzione del servizio pubblico giornaliero della biblioteca deve prima essere approvata dal Ministero . Soltanto in casi di grave ed urgente necessità , il capo può , sotto la propria responsabilità , tener chiusa la biblioteca avvisandone immediatamente il Ministero . Questa facoltà è estesa al rettore per le biblioteche universitarie . 106 . Nei giorni destinati al pubblico servizio ogni biblioteca deve essere aperta almeno sei ore consecutive , senza contare quelle della lettura serale . Gli orari delle biblioteche debbono essere approvati dal Ministero , e nelle città dove sono più biblioteche debbono essere coordinati per modo da permettere la massima durata della lettura pubblica . 107 . Gli impiegati debbono trovarsi in biblioteca mezz ’ ora prima che essa venga aperta al pubblico , e trattenervisi mezz ’ ora dopo che fu chiusa ai lettori . Nelle biblioteche che stessero aperte al pubblico più di sei ore al giorno , l ’ orario dell ’ ufficio deve essere ordinato in modo che a ciascun impiegato tocchino sette ore di lavoro , non contando per gli uscieri il tempo da spendere ogni mattina nel servizio di pulizia e spolveratura . Quando le necessità del servizio lo richiedano , tutti gli impiegati sono tenuti a prestar servizio anche in ore non comprese nell ’ orario normale , salvo che per giustificato motivo ne siano esonerati . 108 . È ammesso alla lettura nelle biblioteche governative soltanto chi abbia oltrepassato il 18° anno di età . È però in facoltà del capo della biblioteca di ammettere nella sala di lettura giovani studiosi di età inferiore , concedendo loro solo quei libri che creda confacenti ai loro studi . 109 . Il Ministro può , nelle città dove sono più biblioteche , sentita la Giunta consultiva , stabilire speciali condizioni di ammissione ad una di esse , in modo da restringere la frequentazione a qualche particolare ordine di studiosi , assicurando in compenso al resto del pubblico l ’ uso di speciali biblioteche di cultura più generale o popolare . 110 . La lettura serale si fa , dove sia possibile , secondo le disposizioni date , caso per caso , dal Ministero . 111 . Dove sia possibile , deve essere pure costituita una sala di consultazione , riservata a determinate categorie di studiosi secondo le norme e le condizioni di ciascuna biblioteca . 112 . La domanda dei libri a stampa va fatta sempre in iscritto sopra schede conformi al mod . M . Nella scheda si devono indicare chiaramente il titolo , l ’ edizione e il volume dell ’ opera domandata , e si deve scrivere in modo leggibile il nome e il cognome di chi fa la domanda . Chi desse false generalità , è escluso temporaneamente dalla biblioteca : in caso di recidiva , l ’ esclusione può essere permanente . Per ogni opera va fatta una richiesta separata . Per regola generale , non possono darsi in lettura nella sala pubblica più di due opere , né più di quattro volumi per volta . È in facoltà di chi presiede al servizio pubblico di permettere l ’ uso contemporaneo di un numero maggiore di opere o di volumi . La richiesta è consegnata agl ’ impiegati addetti al catalogo , perchè sia indicata sulla scheda in collocazione del libro , tranne il caso che il lettore non faccia da sé la ricerca nei cataloghi . Consegnato il libro , l ’ impiegato ritira la scheda pel controllo di restituzione . 113 . Le ricerche nei cataloghi sono fatte ordinariamente dagli impiegati della biblioteca ; ma , col permesso dell ’ impiegato che sopraintende ai cataloghi e sotto la sua sorveglianza , possono farle anche gli studiosi . In nessun caso i lettori possono accedere agli scaffali se non siano quelli aperti al pubblico per la consultazione . La richiesta può anche essere depositata in una casetta speciale all ’ ingresso della biblioteca . In questo caso il lettore trova pronto il giorno successivo , nella sala della distribuzione il libro desiderato o , se questo non possa essere dato in lettura , la risposta relativa alla domanda . Quando una richiesta non possa essere soddisfatta perché le opere non siano possedute dalla biblioteca o siano escluse dalla lettura o si trovino per qualsiasi ragione assenti dagli scaffali , gl ’ impiegati del catalogo e i distributori sono tenuti a indicare nella scheda relativa , sottoscrivendola , le ragioni precise per cui l ’ opera non fu consegnata al richiedente . Queste richieste , annullate in presenza del lettore , vengono passate al capo della biblioteca per gli opportuni controlli . 114 . Gli incunabuli della stampa , i libri rari , le edizioni di gran prezzo , le incisioni , i disegni possono darsi in esame e studio durante il solo orario diurno , col permesso del capo e sotto speciale sorveglianza . 115 . È vietato il lucidare ; ma in caso di assoluta necessità , riconosciuta dal capo della biblioteca , questi può concedere il permesso con quelle cautele che valgano ad impedire ogni danno . E vietato l ’ uso del compasso , degl ’ inchiostri e dei colori . 116 . È in facoltà del capo della biblioteca di consentire , a scopo di studio , riproduzioni fotografiche dagli originali della biblioteca a chi ne faccia domanda scritta indicando lo scopo dello studio e obbligandosi a osservare le cautele richieste dal capo della biblioteca per la migliore tutela dell ’ originale . Per le riproduzioni destinate a esser pubblicate e per quante altre abbiano , a giudizio del bibliotecario , particolare interesse paleografico , bibliografico o artistico , il richiedente deve rilasciare alla biblioteca da uno a tre esemplari perfetti delle tavole riprodotte , in cambio di essi , una copia della pubblicazione che comprende quei facsimili ; e ciò secondo la entità della riproduzione e gli accordi prestabiliti col capo della biblioteca . Quando la riproduzione abbia straordinaria importanza , sia per la mole , sia per altra ragione , la domanda viene accompagnata e presentata dal capo della biblioteca al Ministero con un rapporto sulla convenienza della concessione e sulle speciali condizioni cui fosse opportuno subordinarla . 117 . È in facoltà del capo , ove sia richiesto , il rilasciare dichiarazioni di conformità su copie di manoscritti o stampati posseduti dalla biblioteca . In tal caso , le copie debbono essere stese su carta da bollo , a termine dell ’ art . 19 , n . 7 della legge sul bollo (R.D . 4 luglio 1897 , n . 414 ) . 118 . Senza il permesso del capo non possono essere dati in lettura i romanzi , i giornali politici non ancora legati , e tutti i libri di frivolo argomento e di mero passatempo . È vietato dare in lettura libri immorali o accompagnati da disegni osceni , tranne il caso che il capo riconosca che sono necessari per un determinato studio letterario , storico o scientifico . Le traduzioni di classici e le raccolte di temi svolti per uso scolastico non possono essere date in lettura agli alunni delle scuole secondarie senza espressa licenza del capo dell ’ istituto di cui è alunno il richiedente . 119 . Nessun lettore potrà uscire dalla sala senza aver restituito prima le opere ricevute . Le richieste di libri firmate dal lettore debbono essere annullate all ’ atto della restituzione e trattenute presso l ’ ufficio . 120 . Prima di dare in lettura manoscritti o libri rari , il capo ha il dovere di assicurarsi con prudente discernimento della identità del richiedente e della legittimità degli intendimenti con i quali il cimelio è richiesto in lettura . 121 . I manoscritti debbono essere dati in lettura , se è possibile in stanza separata , e non mai di sera . Chi chiede un manoscritto deve obbligarsi ad osservare tutte le prescrizioni che gli vengano date dal capo . Egli deve farne domanda su scheda a riscontro stampata ( mod . N ) , indicando con chiarezza il titolo del manoscritto , il volume desiderato e la segnatura che porta . La parte principale della scheda rimane presso l ’ impiegato che ha in custodia i manoscritti per tutto il tempo che il codice sta a disposizione del lettore . Lo scontrino attesta la consegna fatta del codice ed è presentato e ritirato dal lettore ogni volta che l ’ ottiene in lettura o ne fa la restituzione . 122 . Chi domanda un manoscritto deve indicare sulla richiesta ( mod . N ) , se intende copiarlo , farne estratti , collazionarlo con altro codice o edizione a stampa , o semplicemente esaminarlo . Chi studia o copia per gli altri il manoscritto ha parimenti obbligo di dare notizie sopra indicate , designando la persona che gli ha commesso il lavoro . Le biblioteche che ricevono col consenso del Ministero un manoscritto da un ’ altra biblioteca sono pure in obbligo di accompagnare la restituzione del manoscritto con le sopraddette notizie trasmettendo alla biblioteca cui appartiene il manoscritto il modulo di cui all ’ art . 38 . Chiunque si rifiuti di dare con tutta esattezza le indicazioni sopra accennate al capo della biblioteca non potrà avere in lettura il manoscritto richiesto . 123 . Le opere a stampa o manoscritte della biblioteca debbono essere sempre adoperate con ogni cura e diligenza , perchè non soffrano danno . È vietato far segni o scrivere nelle opere stampate o manoscritte della biblioteca , anche quando si trattasse di correggere qualche sbaglio evidente dell ’ autore , o qualche errore di stampa . Non è permesso a due o più lettori di servirsi nella sala di lettura contemporaneamente di una medesima opera stampata o manoscritta . È rigorosamente vietato l ’ uso di qualunque reagente chimico sulla scrittura dei manoscritti . 124 . Non possono essere dati in lettura i libri non ancora registrati , non bollati né numerati , e neppure i libri o fascicoli non cuciti in maniera da garantire la loro conservazione . 125 . È consentito il prestito di libri o manoscritti con l ’ osservanza delle prescrizioni determinate del regolamento speciale . 126 . Per speciali ricerche bibliografiche , gli studiosi possono rivolgersi in persona o per lettera ai capi delle biblioteche governative . I capi delle biblioteche fanno queste ricerche come lo consentano le altre loro occupazioni e gli altri doveri d ’ ufficio . 127 . Alla fine di ogni mese ciascuna biblioteca deve mandare al Ministero uno specchio statistico ( mod . O ) del numero dei lettori e delle opere stampate o manoscritte date in lettura e di quelle date in prestito . 128 . Il capo può consentire che si visitino le sale della biblioteca e si vedano i cimeli in essa raccolti ed esposti , determinando , se occorre , i giorni e le ore . Il visitatore deve conformarsi a tutte quelle prescrizioni che gli vengano date dall ’ impiegato che l ’ accompagna . 129 . Nella sala di lettura nessuno può entrare o trattenersi per semplice passatempo o per qualsiasi altra ragione estranea allo studio . In qualsiasi sala o parte della biblioteca è a tutti rigorosamente vietato di fumare . 130 . Il capo può escludere temporaneamente o definitivamente dalla biblioteca coloro che trasgrediscano o violino la disciplina della biblioteca , o ne turbino in alcun modo la quiete . Nel caso di esclusione definitiva , il capo della biblioteca deve immediatamente riferirne al Ministero , al quale l ’ escluso può fare ricorso . 131 . Chi si rendesse colpevole di sottrazione o di guasti in una biblioteca , sarà deferito all ’ autorità giudiziaria ed escluso da tutte le biblioteche governative del Regno . Saranno parimenti esclusi da tutte le biblioteche governative coloro che avessero commesso altre gravi mancanze in una pubblica biblioteca ; I nomi degli esclusi saranno indicati in un avviso affisso in biblioteca e pubblicati nel Bollettino del Ministero della pubblica istruzione . 132 . Gli impiegati debbono evitare con cura tutto ciò che , pur non essendo esplicitamente vietato , possa far diventare incomodo o sgradito agli studiosi il frequentare la biblioteca . Chi credesse d ’ aver giusto motivo di lagnarsi del contegno di qualcuno degli impiegati , deve , senza recare alcun disturbo alla pubblica lettura , ricorrere al capo della biblioteca . 133 . Ogni biblioteca determina , secondo le proprie condizioni e i propri bisogni , le norme che il pubblico deve osservare perché proceda regolarmente il servizio per la lettura diurna e serale , perchè l ’ ordine nelle sale di studio sia mantenuto , e per il retto uso e la conservazione della suppellettile . Questi regolamenti particolari non debbono discostarsi dalle prescrizioni generali contenute nel presente regolamento , e debbono essere inviati al Ministero per essere approvati . ( Omessi i moduli ) .