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ERRORI FATALI ( - , 1934 )
StampaQuotidiana ,
Uno dei residui fogli dell ' emigrazione anti - fascista la quale si trova in condizioni sempre più disperate anche in Francia confessa in un articolo di fondo i propri errori . E vi aggiunge , a rincalzo , una nota di Herzen , che calza a pennello con la situazione economica e morale dei fuorusciti italiani . Il foglio di cui parliamo è Giustizia e Libertà che nel suo ultimo numero del 16 novembre , 1a pagina , 1a colonna , in questa maniera netta , straccia i veli coi quali per tanti anni si è tentato di nascondere la realtà . « Affinché non si dica che rimaniamo nel vago , specificheremo qualcuno degli errori più fatali in cui cadono gli esiliati : presentare il fascismo come in procinto di cadere da un momento all ' altro ; esagerare l ' importanza dei movimenti esistenti ; impiegare un tono roboante e minaccioso ; esagerare nelle critiche di dettaglio e nello scandalismo , anziché attaccare nelle fondamenta e guardare l ' insieme ; condurre le requisitorie su motivi prevalentemente sentimentali o sulle violenze del passato ; assumere verso coloro che stanno in paese il tono di una aristocrazia antifascista ; aver l ' aria di difendere la cosiddetta democrazia pre - fascista o le pseudo - democrazie esistenti ; negare che alcunché si sia fatto di utile sotto il regime ; contestare a Mussolini ogni qualità ; oppure , con esagerazione opposta , risolvere il fascismo in Mussolini ; non insistere abbastanza sull ' elemento positivo dell ' antifascismo . La lista potrebbe allungarsi » . Ma noi , ad esempio , crediamo che sia abbastanza lunga e completa . È una grande sassaiola in tutte le piccionaie dei fuorusciti , ivi compresa quella del foglio in questione . Si tratta , dunque , di « errori fatali » . Ma se sono come sono « fatali » non c ' è più nulla da fare per l ' antifascismo fuoruscito . Della qual cosa tutti sono più che convinti da un pezzo .
METODO ( - , 1934 )
StampaQuotidiana ,
Antonio Comelli , cinquantenne da Palanzano , entrò l ' altro giorno in cucina e si sentì profondamente seccato . Sua sorella Teresa , d ' anni quaranta , stava acerbamente rampognandogli la giovane figlia di cui ci sfugge il nome . Il sistema di insegnare il verbo a suon di nerbo è cattivo sotto tutti i riguardi . Coi giovani la maniera forte non va : da essi si può ottener molto di più con la dolcezza , perché se una paziente spiegazione persuade , una bastonata , o peggio , una certa quantità di parolacce , non fanno che irritare . Lo sdegno di Antonio Comelli era dunque ragionato e i Regi Carabinieri di Palanzano si sarebbero guardati bene dall ' intervenire nella vicenda familiare se il nostro uomo non avesse fatto in modo di far entrare in ballo l ' articolo 582 CPC . Antonio , infatti , forse per far comprendere quanto egli disapprovasse certi violenti sistemi di educazione , prendeva a calci e a bastonate la disgraziata sorella Teresa , producendole lesioni guaribili in non meno di dodici giorni . Per questo , saputa la cosa , i Regi Carabinieri provvedevano a mettere al sicuro il Comelli , il quale avrebbe , a suo favore , la scusante dell ' eccessivo amore paterno , se non avesse , a suo sfavore , l ' aggravante di una condanna a dieci mesi di reclusione comminatagli il 16 dicembre 1931 per maltrattamenti in famiglia .
StampaQuotidiana ,
Giuseppe Avanzini , cinquantaquattrenne e proprietario dello stabile segnalato col numero diciotto in Piazzale Inzani , se ne stava verso le tredici di ieri accudendo alle proprie faccenduole in cucina quando aveva un improvviso tuffo al cuore . Uno strano rumore si udiva provenir dal piano superiore , e precisamente dalla camera da letto . L ' Avanzini dimentica le cinquantaquattro primavere e in due salti raggiunge il primo piano : spalanca la porta e getta un urlo : « Al ladro , al ladro ! » . Un intruso sta rovistando nel cassettone . Accorre alle grida del vecchio un inquilino : l ' unione fa la forza , la porta vien rinchiusa rapidamente e assicurata con ripetuti giri di corda attorno alla maniglia . Il sorcio è in trappola e l ' Avanzini può andarsene a chieder l ' aiuto dei Regi Carabinieri dell ' Oltretorrente , i quali non avranno che da aprir l ' uscio e agguantare il giovinotto per il bavero . Quando i Militi apron la porta , il topo è fuggito di gabbia : ha spuntato le ali e con un ardito salto ha guadagnata la piazza e la libertà . A ogni modo rimarrà uccel di bosco per poco tempo perché si andrà a costituire spontaneamente poche ore dopo ben sapendo d ' esser stato dall ' Avanzini riconosciuto per il diciannovenne Giuseppe Cantarelli . Il nostro giovane aveva facilmente potuto introdursi nella camera dell ' Avanzini essendo ancora in possesso di una chiave della porta della camera che egli , fino a pochi mesi fa , aveva occupato come inquilino .
PRECISAZIONI ( - , 1934 )
StampaQuotidiana ,
Accade ancora oggi , in pieno anno XIII , aprendo dei giornali stranieri di trovare usata troppo spesso e svisata nei modi più bestiali la parola « Fascismo » . Tale abuso deve finire . È l ' ultima offensiva della socialdemocrazia che , dopo aver combattuto inutilmente l ' affermazione della dottrina mussoliniana in Italia , cerca oggi di arginarne l ' espansione spontanea nel mondo , spostando la lotta dal campo teorico : al campo pratico del suo divenire fra i diversi popoli . Un colpo di Stato , una repressione sanguinosa , l ' affermarsi brutale di una dittatura , tutto è buono per venire raccolto e buttato di peso nelle colonne della stampa internazionale socialdemocratica , goffamente standardizzato sotto la dicitura « Fascismo » . La demagogia proletaria , secondo il suo costume , crede ancora alla potenza del famoso detto creato da un poeta e finito da un re : vulgus vult decipi ergo decipiatur . Ma il trucco è troppo grossolano per sfuggire anche ad una superficiale osservazione . La Rivoluzione delle Camicie Nere , che continua e che rappresenta l ' espressione unica e viva del vastissimo movimento sociale che ha caratterizzato il sec . xx , ed altri secoli caratterizzerà , trae la sua quotidiana e normale affermazione universale non dalle profezie utopistiche di divinità improvvisate , ma dal profondo spirito di umanità che l ' anima e ne dirige il cammino storico . È pur sempre essa che , sfuggendo alle strettoie dei modelli convenzionali delle rivoluzioni , si è affermata senza bisogno di una Enciclopedia , e con il retaggio di una guerra vittoriosa . È il Fascismo che si trova sempre presente dove il popolo lavoratore si crea meraviglioso artefice dei suoi destini , dove la menzogna tortuosa della diplomazia vecchio stile viene smascherata in tutta la sua ipocrita meschinità , dove senza tregua si afferma la lotta intransigente contro la mistificazione classista . Cercare quindi di costringere il Fascismo in un fenomeno di natura inferiore , in un accidente sorto dalla sfrenata ambizione di un sogno imperialistico , in una contingenza voluta dalla versatile malvagità di subdoli affaristi sarebbe come pretendere di chiudere in un pugno una folgore .
Saggistica ,
IN MEMORIA DI FRANCESCO PESARO TENACE PROPUGNATORE NEL VENETO SENATO D ' UNA VENEZIA FORTE . PREMESSA Ayez les choses de première main ; puisez à la source ! .... ( LA BRUYÈRE . - Maximes ) Il presente studio non vuol essere che una prefazione intesa a far conoscere l ' ambiente militare ed i personaggi che accompagnarono la Serenissima al sepolcro . Perché , se esiste qualche opera di indubbio valore intorno all ' armata della Veneta Repubblica , poco o nulla di edito si trova relativamente al suo esercito , quasi che fosse argomento trascurabile nella vasta trama delle politiche vicende dello Stato nato sul mare e per il mare . Ora questa presunzione non è equa . Qualunque ramo dell ' attività pubblica merita riguardo e considerazione , e soltanto il giudizio particolare sopra ciascun ramo dell ' attività medesima può mettere capo ad una sintesi illuminata e completa . Al caso concreto poi dell ' attività militare veneta , cimentata nei tempi dello splendore alle tenaci e vittoriose lotte contro i Turchi in difesa della Cristianità , dei commerci e dell ' incivilimento contro la barbarie , sembra argomento cospicuo di studio l ' esame dell ' evoluzione di questa attività giunta al termine del suo ciclo ed il coglierla quando sta per accasciarsi sopra sé stessa come una persona fatta decrepita , pavida ed intransigente . Questo dal lato puramente soggettivo della speculazione storica . Ma v ' ha ancora un altro argomento di peculiare interesse che può spingere all ' indagine intorno alla decadenza militare della Veneta Repubblica . L ' ambiente della storia presenta ricorsi di singolare rilievo , suggestioni forti e spontanee sulle quali , a determinati periodi di tempo , non sembra né vano né inutile riportare il contributo positivo degli studi e della meditazione , affinché traccino a loro volta norma ad un nuovo ricorso di fatti . E Venezia , con gli svariati suoi atteggiamenti della politica , dei commerci , dell ' arte , dell ' incremento economico e marinaro , è soggetto che volentieri s ' impone oggigiorno allo spirito ed alla fantasia e li occupa con l ' inesauribile fascino di una figura dalle perfezioni classiche . L ' opera del Molmenti sulla storia di Venezia nella vita privata simboleggia l ' espressione più bella ed alta di questi sensi . Per le cose della decadenza e della rovina militare della Serenissima i documenti non scarseggiano . V ' ha anzi plètora , come per solito accade dei periodi storici e sociali di debolezza e di dissolvimento , i quali sono pur sempre anche i più loquaci e papirofili , perché appunto sono i meno attivi e materiati di fatti . E questi documenti assai numerosi e del tutto inesplorati nelle grosse filze del Senato militar e dei provveditori Foscarini e Battagia all ' Archivio di Stato dei Frari in Venezia , oltre che illustrare il periodo storico singolarmente considerato , gittano per riverbero nuova luce sulle operazioni dell ' esercito francese e del generale Buonaparte , da Lodi a Leoben . Sicché studiando questo brano di storia militare inedita nel campo pratico delle vicende storiche e militari nostrane , si stende la mano a quella meravigliosa messe di studi e di documentazione delle guerre napoleoniche che ci viene d ' oltre Alpe , e che con i volumi del capitano Fabry spinge innanzi la bella marcia delle indagini fin sulla soglia degli Stati Veneti , all ' Adda ed all ' Oglio nella primavera dell ' anno 1796 ( 2 ) . Roma , dicembre 1909 . E.B. NOTA BIBLIOGRAFICA Non può essere copiosa , una nota bibliografica quando gli argomenti dell ' indagine si riferiscono pressocché esclusivamente all ' inedito . Nondimeno occorre citare a questo punto qualche opera di interesse generale utile per inquadrare la materia particolare dello studio presente . La documentazione inedita , riferita più specialmente alla raccolta « Deliberazioni Senato Militar » e « Deliberazioni Senato Militar in Terraferma » , si trova singolarmente descritta per ogni argomento di trattazione . L . CELLI . - Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI . - Nuova Antologia - Vol . LIII - Serie III - Fascicoli del 1 settembre e 1 ottobre 1894 . F . NANI MOCENICO - Giacomo Nani - Memorie e documenti - Venezia , Tip . dell ' Ancora , 1893 : V . MARCHESI . - Tunisi e la Repubblica di Venezia . - Torino , Roux edit . A . MENEGHELLI . - Vita di Angelo Emo . - Padova , 1836 . M . FERRO . - Dizionario del Diritto comune e Veneto . - Venezia , Santini Edit . 1845 . S . ROMANIN . - Storia documentata di Venezia - Vol . IX , Venezia , 1850 . S . ROMANIN . - Lezioni di storia veneta . - Firenze , Le Monnier , 1876 . P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte Terza - Il decadimento . - Bergamo , Istituto Italiano di Arti Grafiche , 1908 , CASONI . - Forze militari ( in Venezia e le sue lagune , Vol I ) . A . RIGHI . - Il conte di Lilla e l ' emigrazione francese a Verona . ( 1794-1796 ) - Perugia , Bertelli edit . , 1909 . E . PESENTI . - Angelo Emo e la Marina Veneta del suo tempo . - Venezia . Naratovich , 1899 . LA CAMPAGNA DEL 1796 NEL VENETO PARTE PRIMA LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA CAPO I . Le fonti della milizia veneta . La sera del 2 giugno 1796 deve essere stata assai tragica per i senatori veneziani convenuti al casino del procuratore Pesaro , alla Canonica ( 3 ) , per deliberare intorno a gravi oggetti concernenti la Repubblica . Il provveditore generale in Terra Ferma , Nicolò Foscarini , aveva avuto il dì avanti , sotto Peschiera , un colloquio burrascoso con il generale Buonaparte , né gli era riuscito a rabbonirlo che a prezzo di dolorose abdicazioni per la dignità della vetusta Serenissima . E l ' uomo nuovo , con la visione dinanzi agli occhi di sconfinati orizzonti di gloria , si era trovato di fronte all ' uomo del passato , che vedeva chiudersi per la sua patria quegli orizzonti medesimi sotto il velo grigio e melanconico del tramonto . Il generale Buonaparte aveva accusato il Senato Veneto di tradimento per avere permesso giorni avanti agli Austriaci di occupare Peschiera , di slealtà per avere dato asilo in Verona al conte di Lilla , di parzialità colpevole - come egli diceva - per male corrispondere alle pressanti esigenze di vettovaglie e di carriaggi da parte dell ' esercito francese , di neutralità violata infine in vantaggio dei nemici suoi , gli Austriaci . Ora , di tutto questo , Buonaparte aveva dichiarato al vecchio Foscarini di doverne trarre aspra vendetta per ordine del Direttorio , incendiando Verona e marciando contro Venezia . Il rappresentante Veneto , atterrito , era riuscito alla fine a indurre il focoso generale a più umani consigli ed a salvare Verona , ma più con l ' aspetto della sua desolata canizie che con la virtù della parola , a condizione però « che le truppe del generale Massona fossero ammesse in città , occupassero i tre ponti sull ' Adige , avvertendo che le minime rimostranze che si imaginassero di fare i veneti riuscirebbero il segnale dell ' attacco ( 4 ) » . Tra l ' incendio e l ' occupazione militare non era dubbia la scelta , ed al Foscarini fu giocoforza di cedere . Duramente Buonaparte aveva rifiutato al vecchio provveditore perfino il tempo necessario , per prendere gli ordini dal Senato e lo aveva accomiatato « con i modi che il vincitore detta leggi al vinto ( 5 ) » . Era il principio della fine della Serenissima . All ' udire i dolenti messaggi del Foscarini , l ' accolta dei senatori veneti alla Canonica , pavida , discorde , sfiaccolata , non trovò altro rimedio al male che spacciare due Savi del Collegio a Verona per assistere il provveditore in altri colloqui con il generale Buonaparte , quasi che il loro mandato fosse quello di sorreggere con le dande gli estremi passi del valetudinario diplomatico e della agonizzante Repubblica . La fiducia nelle arti della parola e del protocollo rappresentava ancora , agli occhi dei contemporanei , l ' ultima àncora di salvezza , perché i tempi di Sebastiano Verniero e di Francesco Morosini erano trascorsi da un pezzo . Ed i due nuovi eletti in quella tumultuaria adunanza notturna per implorare mercé al vincitore di Dego , di Millesimo e del ponte di Lodi , furono Francesco Battagia e Nicolò Erizzo I . Essi partirono sùbito alla volta del campo francese sotto Verona , recando seco «40 risme di carta di buona qualità , 12 risme di carta piccola da lettere lattesina , 2000 penne , 3000 bolini grandi ed altrettanti piccioli , 36 libbre di cera Spagna , un barilotto di inchiostro , 6000 fogli di carta imperiale , registri , spaghi e spaghetti in grande quantità » ( 6 ) . La burocrazia aulica della Serenissima , in difetto di soldati e di armi , così provvedeva alla difesa delle sue città murate e del suo territorio . A quel tempo , l ' esercito veneto si era oramai consunto per vecchiezza . I lunghi e sfibranti periodi di pace e di neutralità in cui l ' inazione suonava colpa e l ' assenteismo politico della Repubblica , prolungata offesa alla dignità del vecchio e glorioso Stato italico , l ' abbandono , lo scadimento d ' ogni istituto , lo scetticismo e l ' indifferenza , avevano siffattamente prostrata la milizia veneziana da imprimere sul suo volto , un tempo già gagliardo e raggiante per le vittorie d ' Italia e d ' Oriente , le rughe più squallide della decrepitezza ed il marchio più profondo della dissoluzione . La bella e radiosa visione del monumento a Bartolomeo Colleoni , fiera ed energica come il suggello di una volontà prepotente , stupenda come l ' annunzio di una vittoria pressoché astratta dall ' ordine dei tempi , grado a grado si era dileguata nell ' esercito della Serenissima , come svanisce un sogno carezzato alla luce di una triste realtà . * * * Il nerbo degli armati della Serenissima traeva origine da due provenienze distinte : i mercenari e le cerne . E queste e quelli , per la comunanza del servizio sul mare , ritraevano un tal carattere anfibio che imprimeva alla milizia veneta fisionomia ed atteggiamenti del tutto diversi dalle altre milizie contemporanee . Queste due fonti si erano nel passato così bene intrecciate assieme , da dar vita ad un fiume ricco d ' acque e poderoso nel quale , in determinati e non infrequenti periodi della storia , si erano come trasfuse tutte le tradizioni militari dei Comuni e degli Stati dell ' Italia . Il mercenarismo rampollava dalle antiche compagnie di ventura e ne aveva dapprincipio tutto il sapore e tutto lo spirito , considerate le forme repubblicane della Serenissima e le tendenze della sua società aristocratica e marinara . Questo spirito , a grado a grado , si era modificato e quasi plasmato sotto il ferreo stampo fortemente unitario degli istituti veneziani del Rinascimento ; sicché il mercenarismo , tratto fuori dal martellare delle passioni partigiane e dall ' angusta cerchia delle passioni cittadine , aveva alla fine assunto in Venezia una individualità più piena , lineamenti più decisi e sicuri da organismo di Stato . Infine la medesima stabilità ed unità degli ordini oligarchici veneti , l ' èsca dei largheggiati premi , il miraggio delle accumulate ricchezze , il cemento glorioso del sangue prodigato per un vincolo mistico e positivo insieme - quello della fede e della pubblica economia rivendicate sotto i fieri colpi del Turco - avevano contribuito ad imprimere a quel vecchio istituto militare del Trecento una fisionomia veneta . schiettamente originale , che sembrava quasi fusa dentro l ' orma formidabile del leone di San Marco . Nel frattempo il periodo eroico della guerra di Cambrai , delle lotte di Candia e delle campagne del Morosini erano volti al tramonto ( 7 ) . La Serenissima divenuta più sollecita di conservare che di conquistare , aveva stimato savio consiglio quello di fare più largamente partecipi de ' suoi beni i propri soldati , specie i mercenari dalmati , allo scopo di meglio stringerseli dattorno con i vincoli della gratitudine e dell ' interesse , con quei legami di amorevolezza che suscitano il reggimento paterno e la coscienza della solidarietà delle fonti del comune benessere . Questo cammino , che sapeva del romano antico , pareva bello e fiorito ma celava non pochi rovi e non poche spine . La Serenissima , fatta vegliarda , largheggiò per troppa debolezza in autonomie , in franchigie e donativi a benefizio de ' suoi soldati di mestiere , ed apparecchiò fatalmente a sé medesima ed alle istituzioni militari quella rovina che , in altri tempi , aveva annientato il vigore delle colonie legionarie di Roma . Anzitutto , quella continua e gagliarda corrente di forze fresche e nuove che , dal littorale dalmata , rifluiva ai dominî di Terraferma e di Levante per rinsanguare le schiere dei così detti reggimenti di Oltremarini - levati in origine per servire sulle navi - cominciò ad inaridire pel tralignare degli ordini feudali in Dalmazia e pel diffondersi del benessere nelle repubbliche marinare e nei municipi liberi . Infine , il difetto di stimolo alle audaci imprese - primo incentivo allo spirito di ventura - e le lunghe paci , lo asfissiarono e l ' uccisero come sotto le distrette di una enorme camicia da Nesso . Le angustie finanziarie compirono l ' opera . Così le truppe levate per ingaggio tanto Oltremare che in Italia principiarono a morire a sé medesime . Francesco Morosini già da tempo aveva avvisata questa lenta ruina , quando per mantenere a numero il suo esercito del Peloponneso aveva dovuto ricorrere ai rifiuti di pressocché tutti i mercati d ' uomini d ' armi d ' Europa ed incettare , coi Toscani e Lombardi , anche gli Svizzeri , gli Olandesi , i Luneburghesi ed i Francesi ; di guisa che con cosiffatta genia - come egli disse - corse rischio non già di dettare legge al nemico bensì di riceverla dai suoi soldati medesimi ( 8 ) . Nel 1781 , come risulta dai piedilista , ruoli organici e stanza dei corpi insieme delle milizie venete redatti dall ' inquisitore ai pubblici rolli , mancavano 654 oltremarini nei presidi di Levante , 353 in quelli di Dalmazia , 263 in quelli del Golfo e 42 infine in quelli d ' Italia . In totale 1312 soldati oltremarini mancanti , su 3449 che dovevano essere presenti alle armi in quell ' anno , suddivisi in 99 compagnie ed 11 reggimenti ( 9 ) . In questo intervallo i nobili dalmati - feudatari un tempo , poi condottieri eroici e devoti delle milizie venete di ventura , modificate e migliorate nel senso di cui sopra è cenno - si erano venuti imborghesendo grado a grado ( 10 ) . L ' antico privilegio loro di levare e di vestire i propri fanti con le vistose casacche cremisine e di donarli poscia , come in simbolo di fede ardente e di accesa devozione alla Serenissima , era degenerato col tempo e diventato un mercimonio tra le mani venali degli ingaggiatori , dei capi - leva e degli ingordi racoleurs . La Serenissima tentò dapprima di ravvivare i sopiti spiriti bellicosi di quella nobiltà , un po ' distratta dalle fortune commerciali della Repubblica raguséa , dalle libertà comunali di Spàlato e di Zara e dalle autonomie di Poglizza , col largire nuovi privilegi , decime , concessioni e bacili di formento . Ma la prodigalità attizzò alla fine l ' avarizia e non accese i desiderati spiriti di patriottismo , talché i deputati et aggionti alla provvigion del dinaro nell ' agosto del 1745 si videro obbligati a porre un freno alla disastrosa ed infruttuosa corrività della Repubblica verso la nobiltà dalmata ; corrività che minacciava , di rovinare le « camere ( tesorerie ) di quelle province , costringendo per questo oggetto a farsi più abbondanti et frequenti le missioni di pubblico danaro per le esigenze di quelle parti » ( 11 ) . Né più valeva a risollevare l ' intisichito spirito di ventura tra i Dalmati - i mercenari per eccellenza - l ' imagine della forza e della potenza guerriera della Serenissima . Le parvenze esterne dell ' imperio , alle quali si affidava buona parte del suo prestigio presso le popolazioni soggette , erano precipitate a quel tempo in uno stato di abbandono colpevole . « Le fortificazioni di Levante , della Dalmazia e dell ' Albania - scriveva nel 1782 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck al Doge - sono in uno stato di desolazione tale da commuovere a riguardarle ... A Zara , ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni è in rovina ... Spàlato è in decadimento , ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano , a suo talento ... Lo stato infine del forte S . Francesco a Cerigo fa rabbrividire pel decoro del Principato » ( 12 ) . Le armi vecchie e rugginose avevano dunque disamorato i venturieri a detergerle in Italia , ed Oltremare . Restava soltanto qua e là per la Dalmazia ed in Levante qualche guizzo del fulgore antico , raccomandato ad un sentimento di gratitudine giammai sopito nel cuore delle genti d ' altra riva dell ' Adriatico verso la Veneta Repubblica , che le aveva raccolte sotto le proprie ali nei tempi più travagliati della Cristianità e difesi contro il Turco . Ed a questi sentimenti , le ultime compagnie di ventura italiane avevano raccomandato i loro estremi giorni di vita a Venezia . * * * L ' altra fonte delle milizie venete era rappresentata dalle cerne , che fornivano soldati dei luoghi ordinati con previdenze territoriali , specie di Landwehr che si levava in tempo di guerra o di neutralità a rincalzo dei mercenari , cioè dei provvisionati . Le cerne venete , o soldati d ' ordinanza , emanavano adunque direttamente dal pensiero politico e militare di Nicolò Macchiavelli , che volle l ' istituto delle milizie nazionali tratto dal popolo pedestremente armato ( 13 ) . Costituiva il nerbo delle cerne l ' elemento rurale dei domini di Terraferma e d ' Oltremare , cui la Serenissima aveva fatto larghe concessioni per rinfrancarlo nel suo innato spirito conservatore ed adescarlo a servire , lietamente ed in buon numero , nella milizia regionale . Di queste prime pratiche conservò memoria il Bembo . « Deliberò il Senato - egli scrisse - che , nel Veronese , l ' anno 1507 , un certo numero di contadini che potessero armi portare , si scegliesse e descrivesse ; i quali all ' arte militare si avvezzassero , e costoro liberi da tutte gravezze fossero , acciò più pronti alle cose della guerra essere potessero , e chiamati alle loro insegne incontanente v ' andassero . Il qual raccoglimento di soldati di contado agli altri fini della Repubblica ( come suole l ' uso essere di tutte le cose maestro ) in breve passò e si diffuse . Il perché ora le ville ed i ragunamenti degli uomini del contado di ogni città , parte de ' suoi hanno che a questa cosa intendono , di essere armati ed apparecchiati di maniera che , senza spazio , alla guerra subitamente gire e trovarsi e servire alla Repubblica e per lei adoperare si possono . E queste genti tutte soldati di ordinanza , o cernite , si chiamarono » ( 14 ) . La guerra della lega di Cambrai , combattuta per l ' integrità dei domini della Signoria , consolidò questa milizia paesana e la fece popolare , ad onta dei tentativi fatti per denigrarla - più che tutto dopo lo sbaraglio di Vailate - per opera dei troppo interessati fautori delle milizie assoldate , gli industriali della guerra d ' allora . In sostanza , si voleva rovesciare sopra i soldati di ordinanza un po ' di quel discredito e di quella noncuranza di cui gli eserciti regolari furono sempre prodighi verso le « guardie nazionali » . Il grande vantaggio delle cerne consisteva , anzitutto , nel loro costo sensibilmente minore in confronto del necessario per mantenere un eguale numero di soldati di mestiere . Toccava infatti al comune di descriverle , di armarle e d ' inquadrarle in centurie ; laddove questo còmpito , per i soldati di mestiere , toccava ai capi - leva che ne ritraevano un utile per sé e per la compagnia . Anche i gradi delle cerne , fino a quello dei capi di cento incluso , si attribuivano di massima per elezione nei villaggi che contavano il maggior numero di descritti . Gli obblighi di questi ultimi erano limitati a cinque mostre o rassegne annuali ( mostrini ) , oltre a talune riviste straordinarie ( generali ) in luoghi designati , con il comune consenso dei soldati medesimi , escluse però le fortezze , le terre murate , i castelli ed i grossi villaggi . Epperciò le rassegne si compievano d ' ordinario in rasa campagna . Le cerne dovevano presentarsi alle rassegne con le armi che avevano personalmente in consegna dai comuni , come si pratica per lunga tradizione nella Svizzera : le assenze erano punite con la descrizione a galeotto , oppure con la multa di 5 ducati ( 15 ) . In queste rassegne le cerne ricevevano la polvere da moschetto , il piombo e la corda occorrenti per confezionare li scartocci , i quali erano poi verificati dai capitani alla presenza dei capi di cento . Con queste munizioni i soldati si esercitavano al palio , vale a dire al tiro a segno nei campi appositamente stabiliti . Dal lato economico adunque le cerne rappresentavano un notevole vantaggio per le finanze della Signoria , una vàlvola di sicurezza all ' aprirsi delle guerre , perché esse esimevano lo Stato dal ricorrere - sotto la pressione del bisogno e sotto il giogo della domanda - al mercato sempre sostenuto dei soldati di mestiere . * * * Ma il vantaggio delle milizie paesane non era solo d ' indole economica - cosa per certo non disprezzabile tenuto conto delle angustie finanziarie in cui versava la Serenissima verso la sua fine - ma anche di natura morale . Lo schietto spirito di regionalità di cui erano come impregnate le cerne , il quale traeva origine dai sani e vigorosi succhi della terra , conferiva loro molto prestigio e dava affidamento di moralità grande , laddove i soldati di mestiere , rifiuto della società del tempo , erano rappresentati dal generale veneto Salimbeni come « sentina d ' ogni vizio » . Dalle cerne infatti erano esenti i capi di famiglia , per un patriarcale riguardo riferito alle cose della guerra e nelle famiglie stesse non si descriveva più di un soldato per ognuna , tenendo fermo il concetto di non ammettere in questa milizia che sudditi genuini della Repubblica . Dalle cerne erano inoltre esclusi i servitori , i girovaghi , i condannati ed i galeotti , sicché l ' elemento di esse era incomparabilmente migliore di quello dei soldati di mestiere , tra i quali si accoglievano « tutti gli oziosi ed i vagabondi che dalla Terraferma si spediscono in castigo nelle province di Oltremare , per cui cresce la massa dei vizi e delle corruttele nella truppa , e sono cagione della poca disciplina e del fisico deperimento di essa » ( 16 ) . Passate quindi le guerre unicamente ispirate al concetto della difesa dei dominî italici , prese il sopravvento la presunzione dei riguardi dovuti in uno Stato marinaresco e repubblicano alla libertà individuale dei propri sudditi , che si voleva completamente arbitra di esplicarsi , senza restrizione alcuna , secondo il miglior rendimento delle energie di ciascuno di essi . La tolleranza dei pubblici uffizi , il benessere diffuso , il vezzo delle neutralità ripetute invariabilmente allo aprirsi di ciascuna campagna , a partire dalla sciagurata pace di Bologna ( 1530 ) , invogliarono le genti già disamorate delle armi a colorire codeste teorie di liberismo militare con le tinte più accese dell ' arte tizianesca . E la presunzione , oppure la consuetudine , per l ' ignavia degli uomini e per la debolezza dei tempi acquistò alla fine vigore di legge . La Repubblica , ricca ed imbelle , poteva ben concedersi anche il lusso di comperare i soldati di cui abbisognava per la difesa de ' propri domini . Principiò così a diffondersi la costumanza delle tasse militari , o tanse , cioè del prezzo di riscatto dal servizio dovuto nelle cerne , con il cui prodotto componevasi un fondo destinato ad assoldare altrettanti mercenari . Gli artieri ne approfittarono subito , poi i barcaiuoli veneziani e gli ascritti alle scuole di Santa Barbara , da cui levavansi i cannonieri dell ' esercito della Serenissima . E le tanse acquistarono fin d ' allora la denominazione di insensibili , perché essendo ripartite per arte su tutte le persona che le componevano , ne venivano a risultare delle quote d ' affrancazione individuale dal servizio molto tenui ; vale a dire quasi insensibili . Cresciuto il favore delle tanse , crebbe in parallelo la corrività delle cassazioni , cioè delle esonerazioni tra le cerne , e divenne facile l ' esimersi dal servizio facendosi sostituire per denaro da un altro soldato tratto dalla medesima milizia . Le rassegne caddero col tempo in dissuetudine , si trascurò la vigilanza da parte dei comuni , e questo primo e magnifico esempio di landwehr veneta principiò a languire ed a morire ( 17 ) . Nella Dalmazia le cerne furono introdotte da Valerio Chierigato intorno all ' anno 1570 , e si denominarono craine o craicinich . Ma per gli stessi motivi dianzi esposti , esse erano scadute sul finire della Repubblica anche da quelle parti e le loro sorti si erano già accomunate con quelle dei soldati oltremarini o di mestiere . Così delle due fonti essenziali della milizia veneta - eredità dell ' arte italica del Cinquecento - i soldati prezzolati e le cerne , gli uni sopravvivevano ancora alle ingiurie dei tempi ma tutti squassati e ridotti come una larva di sé medesimi , le altre erano pressoché scomparse dalla scena della vita militare veneziana , o si consideravano tutto al più come un rudere di un vetusto edifizio abbandonato da gran tempo . In questa guisa delle due grandi correnti che alimentavano le vecchie armi della Serenissima e formavano , insieme commiste , un fiume regale gonfio d ' acque e fecondo d ' energie , non era rimasto che l ' ampio alveo , tutto pantani ed acquitrini dai quali emanavano miasmi e malaria . CAPO II . L ' amministrazione centrale della guerra . Il Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature militari . Come il rendimento di una macchina ottimamente costituita si commisura dalla somma di attriti che riesce a vincere , sicché il suo lavoro procede rapido , silenzioso e produttivo , così l ' opera proficua di uno Stato si arguisce dall ' armonia degli sforzi de ' suoi organi direttivi e dal loro coordinamento , in modo che tutte le energie abbiano impiego e non si smarriscano in sterili conati , o per superfluità di uffizi o per contraddizione di còmpiti . Ora la macchina statale veneta della decadenza era complicata e rugginosa , epperciò assai pigra e poco produttiva . Aveva addentellati con molteplici sopravvivenze feudali , intrecci con privilegi oligarchici , vincoli con un proteiforme organismo amministrativo burocratico e cancelleresco onusto d ' impiegati ; sì che tutto impaludava nello apparecchio e nelle forme e poco o nulla rendeva nella sostanza ( 18 ) . L ' amministrazione della guerra poi - che per il suo istituto più risentiva delle sopravvivenze del passato - era così multiforme e farraginosa da incontrare attriti ed intoppi ad ogni passo . Le cose della guerra mettevano capo al Collegio , ossia al Consiglio dei ministri della Repubblica , composto di 16 membri , o Savi ( 19 ) . Di questo Collegio facevano parte il Savio di terraferma alla scrittura ed il Savio di terraferma alle ordinanze ; i due centri esecutivi dell ' amministrazione delle milizie di mestiere e delle milizie paesane , cioè delle cerne . Il Savio alla scrittura era preposto , oltre che all ' ordinamento delle milizie stanziali , anche a quello delle fortificazioni , delle artiglierie e delle scuole militari , e traeva il nome dall ' antico suo ufficio di tenere cioè al corrente i ruoli dei soldati ingaggiati . Era , in sostanza , il ministro della guerra della Serenissima . Il Savio alle ordinanze sopravvegliava invece al governo delle cerne e corrispondeva ad un vero e proprio ministro alle Landwehr , cioè ad un centro organatore della difesa territoriale . Queste supreme magistrature militari , come le altre del Collegio , erano elettive . Più antica - per ragione di precedenza storica delle milizie prezzolate sulle paesane - era la carica di Savio di terraferma alla scrittura , il cui istituto venne riordinato al principio del XVI secolo , quando cioè le armi della Serenissima più sfolgoravano per i domini d ' Italia ed oltremare ( 20 ) . Più recente era invece il saviato alle ordinanze , largamente citato nella riforma di quelle milizie dettata da Giovanni Battista Del Monte ( 1592 ) . Il Savio alla scrittura ( come gli altri membri del Collegio ) durava in carica un semestre , ma poteva essere rieletto quando fosse spirato un intervallo di sei mesi almeno dal decadimento dell ' ultimo mandato . Ne derivava perciò una specie di oligarchia politico - amministrativa , vincolata o ad una determinata consorteria oppure ad un monopolio nei pubblici affari . La molteplicità degli uffici burocratici accentuando i danni di tale esclusivismo rendeva la macchina statale rigida , lenta ed improduttiva . Per le cose della milizia questo monopolio politico ed amministrativo doveva essere temperato , in origine , dalla carica del generale in capo . Straniero , di regola , esso era destinato ad impiegare le truppe in guerra - sotto la responsabilità dei provveditori del Senato incaricati di sorvegliarlo a mo ' dei commissari della Repubblica di Francia - ed in pace a suffragare della sua autorevole esperienza l ' apparecchio delle armi e degli armati ( 21 ) . Il generale in capo doveva essere infatti una specie di responsabile tecnico , mentre il Savio alla scrittura non era altro che un semplice amministratore dei fondi destinati dalla Serenissima al mantenimento ed all ' armamento dei propri soldati . Ed essendo la carica di generale in capo vitalizia , non pareva gran male che gli uffizi amministrativi si alternassero attorno ad essa , con vicenda più o meno frequente , emanando da una ristretta base nella scelta delle persone a ciò deputate . Ma poiché si resero sempre più rare le guerre ed il vezzo delle neutralità le confinarono alla fine tra i ferrivecchi , la benefica influenza moderatrice del generale in capo sulle magistrature militari , politiche e burocratiche , cominciò a scadere , fintantoché scomparve del tutto . Rimasero i danni ed i pericoli delle consorterie , senza argine e senza riparo . Dopo lo Schoulemburg , distinto generale sàssone cui la Signoria aveva conferito il titolo di maresciallo e l ' incarico della difesa di Corfù , nel 1716; dopo i generali Greem e Witzbourg - tutti stranieri ed eletti generali in capo delle forze venete - per amore di economia ( 22 ) o per mal concepite diffidenze verso una carica che sembrava oramai destituita di ogni significato pratico , essa passò in dissuetudine con il tacito consenso del Collegio , del Senato e del Doge . Da quel punto , il Savio alla scrittura si rinchiuse senza controllo nelle sue funzioni burocratiche e cancelleresche e diventò , alternatamente , o una carica monopolizzata dalle medesime persone - - salvo l ' intervallo legale nella rielezione - quando si trovavano coloro che volentieri la disimpegnassero ; oppure un caleidoscopio di persone diverse prive di competenza e di pratica ( 23 ) - Sulla cooperazione del collega alle ordinanze non v ' era oramai più da contare alla fine della Serenissima , perché questa magistratura si era completamente atrofizzata . Per formarsi un ' idea circa l ' attività e l ' importanza di quel Savio , basta citare alcune cifre relative al maneggio che esso faceva del pubblico denaro per l ' amministrazione dipendente . Nel bilancio pel militar dell ' anno 1737 , solo 9511 ducati e grossi 21 erano assegnati al Savio alle ordinanze per le cerne , e ducati 309 e grossi 17 per le loro mostre e mostrini ; e ciò sopra una spesa totale di 2,060,965 ducati e grossi 11 effettivamente fatta in quell ' anno dalla Signoria per le cose della milizia ( 24 ) . I migliori Savi avvicendatisi nell ' amministrazione veneta della guerra , non mancarono di levare la loro voce contro la soppressione della carica di comandante in capo ; mancanza che abbandonava quei magistrati a sé medesimi senza l ' appoggio di spiccate capacità militari che rappresentassero la continuità nello apparecchio degli uomini e delle armi ; e più che tutti , Francesco Vendramin , il miglior Savio alla scrittura della decadenza della Repubblica . Questi nel 1785 dichiarava infatti al Doge che il malessere dell ' esercito dipendeva dalla rinunzia , fatta da tempo , « di eleggersi un commandante supremo , dalla cui sapienza e virtù si possano ritrarre quei lumi e direzioni che valghino a sistemare in buon modo le truppe » ( 25 ) . Ma , ad onta di queste franche parole - come sempre le usava il Savio Vendramin - il generalissimo tanto invocato non venne a rialzare i depressi spiriti militari dei Veneti , e rimase la burocrazia che non passa ( 26 ) . Questa intensificò anzi l ' opera sua , così da avvolgere il Savio alla scrittura in una rete inestricabile di intralci e di formalità innumerevoli . Esaminiamo in particolare codesto viluppo , congegnato a bella posta per troncare i nervi ad ogni energia . Il Savio alla scrittura nell ' esercizio delle sue funzioni aveva rapporti con tutte le magistrature politiche , marinare e civili d ' Italia e d ' oltremare . Quanto al reclutamento ed agli assegni in ordine alla forza bilanciata , egli aveva relazioni con l ' Inquisitore ai rolli , con il Savio Cassier e con i magistrati sopra camere , o tesorerie provinciali : quanto al reclutamento ed all ' ordinamento delle cerne , egli doveva accordarsi con il collega deputato ad esse . Per le cose attinenti il servizio anfibio dell ' esercito sulle navi armate , egli doveva intendersi con i Savi agli ordini per le milizie , con i Provveditori generali da Mar , con quelli in Dalmazia ed Albania , con i Provveditori att ' Arsenale ed , infine , con il Capitanio del Golfo ( contado delle Bocche di Cattaro ) . Per il riparto ed il servizio territoriale delle truppe , il Savio alla scrittura doveva prendere accordi con i capitani e podestà delle province , con il magistrato e con il sopraintendente all ' artiglieria , con il provveditore alla cavalleria , con il sopraintendente del genio e con i provveditori alle fortezze . Lo sfruttamento dell ' industria privata - usato sempre in buona misura dalla Serenissima per le cose della guerra - obbligava inoltre il Savio competente ad una continua vigilanza sui deputati alle miniere , per quanto si riferiva l ' industria metallurgica della Bresciana e del Bergamasco , e sui capi delle maestranze per le industrie estrattive dell ' alto Cadore ( 27 ) . Oltre a ciò , per quanto riguardava il servizio sanitario , l ' amministrazione della guerra era in rapporti continui con i provveditori agli ospedali e con i capi religiosi di talune confraternite incaricate dell ' assistenza degli infermi ( 28 ) ; per quanto concerneva il servizio di commissariato , con i magistrati sopra biade e frumento , con i Savi alla mercanzia e con i provveditori all ' agricoltura ; per quanto rifletteva infine l ' amministrazione della giustizia , con il missier grande , o capo della polizia esecutiva , e con i governatori alle galere dei condannati . Né si arrestava a questo il frantumamento delle autorità militari venete , spesso discoste l ' un l ' altra ed animate da interessi contradditori , e l ' intralcio con le magistrature civili . Nei rapporti aulici e cancellereschi , era deputato ogni settimana un Savio designato a turno nel Collegio - epperciò detto Savio di settimana - per esporre al Senato le proposizioni ed i decreti deliberati dal Consiglio . Tale costumanza , per certo assai comoda , non era però in pratica molto giovevole per la trattazione degli affari - specie dei militari - rimettendo il patrocinio di essi a mani del tutto inesperte o ignare . * * * Consideriamo ora un poco questa mastodontica macchina burocratica in azione . Nel 1784 , solo per riformare alcune parti del vestiario e dell ' equipaggiamento della fanteria veneta , riputate o troppo incomode o troppo costose , convennero assieme in più conferenze il Savio alla scrittura attuale ed uscito ( 29 ) , i Savi alla mercanzia in numero di cinque ed il magistrato sopra camere . Ciò nondimeno , dodici anni dopo , la riforma non era ancora del tutto attuata tra le file dell ' esercito veneto . Fino dal 1775 il Savio alla scrittura e l ' Inquisitore ai rolli , concordi , deploravano in Collegio e presso il Principe le tristissime condizioni in cui versavano le artiglierie e le armi portatili , alle cui deficienze non era più in grado di porre rimedio il vetusto Arsenale di Venezia . Soltanto sette anni dopo il grido d ' allarme venne raccolto da Francesco Vendramin , in una delle sue riconferme al Saviato alla scrittura , e la questione venne finalmente da lui posta dinanzi al Doge con criteri da industria di Stato meglio che moderni . L ' industria militare privata aveva tenaci e floridissime radici a Venezia , e le armi bianche venete , assai pregiate nella tempra e nel lavoro del cesello ( 30 ) , avevano una fama incomparabile . Cresciuto poi il favore delle armi da fuoco , degli archibugi e delle artiglierie navali e terrestri , le fucine della Bresciana vennero procacciandosi nell ' industria manifatturiera quel nome che si è tramandato fino ai giorni nostri . La trasformazione decisa e cosciente dell ' industria militare privata in industria di Stato , avrebbe quindi corrisposto in modo mirabile alle esigenze economiche e tecniche della Serenissima , poiché avrebbe consentito di ridurre con immenso vantaggio economico l ' improduttivo organismo dell ' Arsenale e di sostituire al suo lavoro , o lento o negativo , quello più proficuo delle maestranze dei metallurgi e degli artieri , organizzati e disciplinati in forme corporative tradizionali , vigilate per di più di continuo dalle magistrature apposite . Così fu concluso , nel 1782 , un contratto con la Società mercantile di Girolamo Spazziani , mediante il quale essa si assumeva l ' obbligo - usufruendo delle due migliori fonderie e miniere dal Bergamasco ( 31 ) - di fornire alla Serenissima entro 14 anni , in lotti proporzionali , le artiglierie di cui abbisognava ; e cioè 35 cannoni da 30 libbre ( 32 ) , 52 da 14 , 24 da 12 , oltre le munizioni , gli attrezzi e gli armamenti necessari . Lo Stato si sarebbe garantito della buona qualità delle forniture , obbligando la ditta Spazziani ad uniformarsi strettamente nella fondita dei pezzi alle regole all ' uopo prescritte dal maresciallo Schoulemburg , e con l ' assoggettare le bocche da fuoco a speciali prove forzate da compiersi al Lido , a spese esclusive della società assuntrice ed alla presenza del magistrato all ' artiglieria . Queste prove dovevano essere da due a quattro per ogni pezzo da collaudarsi , ed i pezzi rifiutati si dovevano restituire alla ditta per essere rifusi e nuovamente esperimentati . Nel contratto infine erano comminate penalità e multe alla ditta Spazziani , al caso di inosservanza di impegni da parte della medesima ( 33 ) . L ' artiglieria veneta , con il concorso dell ' industria privata , poteva e doveva quindi rinnovarsi tra il 1782 ed il 1796 . In questo periodi di tempo dovevano inoltre rifondersi o ristaurarsi le bocche da fuoco dichiarate inservibili , e non erano poche in quel tempo : 82 cannoni di diverso calibro , 85 colubrine , 63 sacri e passavolanti , 180 petrieri , 5 mortai , 9 trabucchi ed 1 bastardo ( 34 ) . Se così fosse stato , la Serenissima all ' aprirsi della campagna del 1796 avrebbe avuto 536 bocche da fuoco disponibili , nuove del tutto o riparate ; e non si sarebbero visti sui rampari di Verona « i pezzi così malandati , i letti ( affusti ) « così rôsi dal tempo ... che se fosse occorso di maneggiarne taluno non si saprebbe come eseguire l ' ordine » ( 35 ) . Ma per assicurare tali vantaggi all ' esercito sarebbero occorsi continuità di vedute nell ' amministrazione della guerra , preparazione , vigore di energie da parte delle persone elevate all ' ufficio di Savio alla scrittura , accordo infine deciso e cosciente di tutti nell ' attuare una riforma finanziaria ed industriale che avrebbe legato il nome della Serenissima ad un grande e razionale progresso nella pubblica economia . Ora la vecchia e già tanto sapiente Repubblica , ridotta a lottare indarno contro la morte vicina , non poteva più trovare nel consunto organismo lo rinnovate energie capaci di redimerla dalla triste eredità del passato . Fino al 1786 , cioè durante il periodi delle riconferme al Saviato di Francesco Vendramin - il ministro riformatore della decadenza militare veneta - le consegne della ditta Spazziani procedettero con ordine e regolarità , ma da quell ' anno in avanti gli impegni cominciarono ad allentarsi finché non ne rimase più traccia . Ai lagni in materia delle pubbliche cariche militari si rispondeva invariabilmente con delle buone promesse , con caute direzioni , con voti e parole , mentre i mali reclamavano urgentemente fatti , mentre gli ufficiali attestavano « che in Dalmazia ed in Levante vi sono ancora compagnie di fanti armate ancora dei fucili dell ' ultima campagna ( 36 ) ... si che il solo smontarli e rimontarli , ogni volta che pulir si debbono , basta a renderne un gran numero fuori di servizio » ( 37 ) . Vero è che per i fatti , oltre che alla ferma e cosciente volontà dei deputati a compierli , occorre anche il danaro ; e questo , come succede del sangue in ogni organismo indebolito , è il primo a scarseggiare nei governi travagliati dalla decadenza . Alla fine della seconda neutralità d ' Italia - cioè subito dopo la guerra per la successione di Polonia - lo sbilanzo , o deficit delle finanze veneziane , era infatti salito a 770-784 ducati all ' anno , ed all ' amministrazione della guerra toccò di scontare queste falle con sacrifizi e con lesinerie le quali finirono per annientare del tutto la compagine materiale e morale dell ' esercito . « Con queste riduzioni - diceva un rapporto al Principe - il corpo delle truppe non può oramai più supplire con la propria forza agli essenziali bisogni dello Stato ... e quindi occorre sia tolto da quel languore e miseria in cui presentemente esso si trova , somministrandogli i mezzi di cui ha bisogno » ( 38 ) . Ma anche sa questo punto la voce del Savio Vendramin predicò invano , ed i denari non vennero - ironia del caso - se non quando si trattò non già di apparecchiare armi ed armati in difesa della Repubblica , ma di mantenere lautamente due eserciti sul suo suolo , nemici l ' uno dell ' altro , della Serenissima , ed entrambi emuli nell ' opera triste di taglieggiarla e di calpestarla . Ma ritorniamo al Savio alla scrittura ed alla sua fisionomia burocratica . Quale magistrato supremo alla milizia esso , di regola , non abbandonava la Dominante - cioè Venezia - se non per compiere l ' annuale visita al Collegio militare di Verona , in Castelvecchio , dal quale uscivano i giovani ufficiali di artiglieria e genio della Repubblica . Era questa una comparsa periodica all ' epoca degli esami finali , che circondavasi a bella posta di solennità , sia nell ' intento di lasciar traccia nell ' animo dei futuri ufficiali delle milizie venete , sia in quello di ravvivare , a scadenza fissa , il prestigio ed il nome del Savio alla scrittura nella principale fortezza dei domini d ' Italia . Ma le apparizioni erano troppo rapide e , sovratutto , affogate sotto il cumulo delle formalità proprie del manierismo incipriato del tempo . Di una di queste visite si conserva traccia nel diario del Collegio militare di Verona . « Il Savio Alvise Quirini - dice il diario - partì da Venezia un mercoledì dopo pranzo del luglio 1787 , alle ore 20 , per Mestre . Aveva seco due staffieri ed un furier . Il legno era pronto a Marghera , con quattro cavalli ed il furier davanti , pure a cavallo . Al Dolo si cambiarono i cavalli : a Padova il Savio pernottò nel palazzo Quirini ed il provveditor straordinario di colà , Zorzi Contarini , gli diede scorta di due soldati a cavallo . Il giorno appresso ( giovedì ) , alle ore 22 suonate , il Savio arrivò a Verona » ( 39 ) . In quella città un ufficiale della guarnigione venne subito comandato a disimpegnare la carica di aiutante presso il Savio Alvise Quirini , ed un ' ora dopo l ' arrivo di questi il tenente Zulatti , ufficiale di guardia alla piazza , venne a felicitarsi seco lui per l ' ottimo viaggio compiuto e ad esibirsi , cioè a profferire servigi . Ma il Savio alla scrittura , congedati bellamente gli ufficiali venuti per fargli onore , andò ad alloggiare in casa del cugino Marin Zorzi , e la « tavola fu servita per quella sera dal locandier alle Due Torri ( 40 ) , essendo stato convenuto il prezzo di tutto dal brigadier Mario Lorgna , governatore militare del Collegio . La sera stessa venne il brigadiere Lorgna a fare ossequio al Savio alla scrittura , e si combinò subito per verificare la scuola ed incominciare gli esami lo stesso giorno seguente . La sera poi il Savio andò alla comedia al Nobile Teatro ed il vescovo mandò il suo nome a casa Zorzi » ( 41 ) . CAPO III . Ufficiali grandi e piccini . Perduto è quell ' organismo il cui cuore si attarda di spingere il sangue nelle vene . Ed il cuore ed il cervello si erano da tempo intorpiditi nell ' esercito della Serenissima nelle persone de ' suoi generali . Quando il brigadiere Fiorella ( 42 ) nella notte dell'8 agosto 1796 , all ' avanguardia della divisione Serurier , reduce dalla vittoria di Castiglione si riaffacciava a Verona abbandonata giusto una settimana innanzi per rioccuparla d ' ordine di Buonaparte , il generale Salimbeni comandante di quella piazza indugiò alquanto nel riaprire ai Francesi la porta di San Zeno . Il brigadiere Fiorella l ' abbatté allora con alcune volate di mitraglia , e si trovò comoda scusa per il ritardo dei Veneti di rovesciare la colpa sulla tarda vecchiaia del Salimbeni . Questo generale - si disse - oramai ottuagenario , incapace di montare a cavallo , costretto a servirsi di un carrozzino ( 43 ) , non poteva trovarsi ovunque in quel trambusto della notte dell'8 agosto . E Buonaparte lieto delle riportate vittorie e del riacquisto di Verona , non fece gran caso di questi fiacche scuse dei Veneti , ondeggianti tra gli Austriaci padroni dell ' interno della città ed i Francesi padroni delle campagne , oscitanti tra i vincitori ed i vinti . La vecchiaia dei generali veneti esisteva nondimeno , e grave . Il Savio alla scrittura Francesco Vendramin l ' aveva denunciata al Principe come il male precipuo che rodeva l ' esercito , e scongiurava di provvedervi in tempo : « Di eguale impedimento - egli così scriveva nel 1785 - alle buone disposizioni della milizia in genere si è pure l ' impotenza di non pochi ufficiali , specie delle cariche generalizie , che giunti alla più fredda vecchiaia , ritenuti dalle viste del proprio vantaggio , vogliono ancora continuare nel servizio sino alla fine della vita .... . Sicché , malgrado quella riverenza che si conviene alle pubbliche deliberazioni , mi è forza dire che , spesse volte , questo Augusto Governo è più commosso dalla pietà che dal proprio interesse , cui talvolta antepone le convenienze particolari di coloro che godono la distinta fortuna di essergli soggetti » ( 44 ) . Non si pensò però con questo a svecchiare gli alti gradi dell ' esercito Veneto . Fino dal 1786 , allo scopo di ripartire in modo equo e vantaggioso per il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d ' Italia e d ' oltremare , il Senato aveva stabilito un turno di generali ; ossia un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando dei quattro grandi riparti militari in cui si suddivideva il territorio della Repubblica ( 45 ) . Fu assegnato allora in Levante il sergente - generale Maroti , con i sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina ; in Dalmazia il sergente generale Salimbeni - ricordato più sopra - con i sergenti maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich ; in Italia il tenente generale Pasquali , con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e Bado . Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza , ma nel 1790 - cioè allo spirare del primo quadriennio dacché la determinazione fu presa - il sergente maggiore di battaglia Arnerich faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di muoversi dalla Dalmazia , perché diventato più che nonagenario . E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall ' Italia , oltremare e viceversa . Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive guarnigioni , stante la loro tarda vecchiezza . La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli aspiranti . La piramide gerarchica nell ' esercito Veneto si restringeva talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità pressoché biblica per raggiungerla . Nel 1781 i quadri dello stato generale erano : 1 tenente generale , 2 sergenti generali , 6 sergenti maggiori di battaglia , oltre ai sopraintendenti del genio e della cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri . Il tenente generale era Alvise Fracchia - Magagnini di 85 anni , di cui 68 di continuato servizio ; i sergenti generali erano Pasquali e Rade - Maina , vecchi colonnelli dei fanti oltramarini ; i sergenti maggiori di battaglia Arnerich , Salimbeni , Maroli , Nonveller , Rado e Stràtico . Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796 , vale a dire che erano infeudati nell ' ufficio da oltre tre lustri . * * * Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti gradi dell ' esercito dovevano essere di garanzia sicura per la bontà dei quadri . La procedura per la nomina delle cariche generalizie - esclusivamente devolute alla scelta - era infatti assai minuta , abbenché non scevra di sospetti di favoritismo . A tenore della così detta legge di Ottazione , cioè di avanzamento ( 46 ) , le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi dacché avvenivano ; tempo più che necessario per una scrupolosa valutazione dei titoli dei concorrenti , ma anche più che sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri fini . I titoli presentati dai candidati formavano , nel loro assieme , i così detti piani di prova . Vi figuravano i lunghi e buoni servigi prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica , le ferite , le malattie sofferte a motivo del contagio , le azioni di merito e - ove ne era il caso - anche le prigionie passate sotto i Turchi , i naufragi patiti e la perdita degli averi . Gli ultimi tempi imbelli della Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio eroico di codesti titoli , surrogandoli con i più modesti e comuni dell ' anzianità e della età dei candidati , e su questi titoli si esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti . Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva , ad esempio , nel 1782 l ' apologia di sé medesimo , aspirando al grado del valetudinario Rade - Maina collocato finalmente a riposo : « Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione delle armi . Passato per la trafila dei vari gradi , con l ' assiduità del servizio e con la provata sua abilità giunse , nell ' anno 1768 , ad occupare il grado di colonnello . Le attestazioni delle primarie cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri graduati , rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù , impiegandosi pure , per varî anni , nella istruzione del reggimento , negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici bastimenti in mar . « Imbarcato sopra la nave San Carlo che tradusse a Tenedo il fu Ecc.mo Kav . Correr , bailo ( 47 ) , si fermò sulla medesima in attenzione dell ' arrivo dell ' altro Ecc.mo bailo Francesco Foscari , ed in questo frattempo attaccatasi grave epidemia nell ' equipaggio di detta nave si maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in terra ... Nel sostenere i governi delle armi ( comandi di presidio ) di alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar , eguale fu la di lui attenzione ed attività , che gli conciliò approvazione . Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover , nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il fuoco degli ammutinati , e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un caporale e ferito un soldato » ( 48 ) . Le apologie più salienti dei piani di prova erano pubblicate per le stampe dai candidati più audaci o facoltosi , e diffuse per la Dominante ad apparecchiare terreno per le deliberazioni finali del Savio alla scrittura e del Senato . Era una specie di gara a foglietti , dai tipi vistosi e dalla studiata mostra delle benemerenze personali ; una vera rassegna pubblica alla quale dovevano interessarsi non poco gli spettatori dell ' epoca ciarliera e spensierata dei casini , dei caffè e delle gazzette . Per troncare gli effetti della mala pianta il Senato , nel 1783 , volle abolite codeste costumanze alquanto teatrali . Vietò ai candidati di rimanere a Venezia durante le elezioni delle cariche generalizie , e nel periodo di tempo immediatamente anteriore , ed in luogo dei piani di prova commise al Savio alla scrittura di compilare delle apposite note personali , da produrre alla Consulta al caso di ciascuna vacanza . La Consulta poi , avuto l ' elenco dei migliori candidati , votava o ballottava su ciascuno di essi , in Pien Collegio , con quattro quinti dei voti e l ' elezione si confermava da ultimo in Senato . Eletto il nuovo generale , con le ducali di nomina se ne fissava anche lo stipendio . * * * Scendiamo ora dal vertice della piramide gerarchica verso la grande e massiccia sua base . Gli ufficiali veneti erano troppi per i soldati che avevano da comandare e per le attribuzioni che dovevano compiere . Nel 1776 si trovavano nei reggimenti attivi 33 colonnelli , altrettanti tenenti colonnelli , 30 sergenti maggiori , 203 capitani , 31 capitani - tenenti , 184 tenenti , 237 alfieri o cornette per la cavalleria e 163 cadetti . In totale , 964 officiali sull ' effettivo di 10,605 fazionieri o comuni che contava l ' esercito veneto di quel tempo ; e ciò senza tener conto degli ufficiali in servizio sedentario , alle fortezze , al corpo del genio , all ' Arsenale , ai governatorati delle armi , alle scuole e di quelli infine con riserva di anzianità . In sostanza , i quadri degli officiali della Serenissima avevano tutta l ' aria di un grande stato - maggiore a spasso . Il grosso di questo stato - maggiore proveniva dalla trafila della troppa , come ne fa fede lo scarso numero dei cadetti presenti alle armi nel 1776 . Delle scuole militari esistenti a quell ' epoca , il collegio di Verona provvedeva al reclutamento dei corpi di artiglieria e genio : quello di Zara , per la fanteria oltremarina , era ancora allo stato rudimentale . Riformatisi in appresso questi due istituti , quello di Verona nel 1764 e quello di Zara nel 1784 , una nuova ondata , di formidabili competitori venne ad affiancarsi alla vecchia corrente dei provenienti dalla troppa nello aspirare ai gradi , di ufficiale ( 49 ) . Dal Militar Collegio di Verona - come è noto - uscivano gli alfieri dell ' artiglieria e del genio ed , accessoriamente , anche quelli di fanteria e di cavalleria . In queste ultime armi si transitavano però quegli allievi che , al termine dei corsi , riportavano una classificazione inferiore alla minima ritenuta necessaria per servire nelle armi dotte , o coloro infine che - per mancanza di posti - non trovavano più luogo nelle armi medesime . In questo caso i diseredati dalla sorte potevano aspirare a far ritorno alle armi cui aspiravano , concorrendo in turno ogni anno con i nuovi licenziati dall ' istituto veronese . Dal collegio militare di Zara uscivano gli alfieri dei reggimenti oltremarini e le cornette dei reggimenti di cavalleria . L ' istituto esisteva fin dal 1740 , ma per difetto di concorrenti aveva vissuto una vita stentata ed anemica fino al 1784 , perché la massa dei Dalmati aspiranti ai gradi dell ' esercito preferiva la via più lunga ma più avventurosa del servizio anfibio sui pubblici legni e verso i confini turcheschi , a quella più tediosa e nuova degli studî e dei riparti d ' istruzione . Ma poiché - sotto l ' impulso di Angelo Emo e del Savio Francesco Vendramin - l ' amministrazione veneta della guerra accennò a battere nuove vie , ed il reclutamento degli ufficiali usciti dalle scuole parve destinato a soppiantare ogni altra provenienza , il conflitto tra il vecchio ed il nuovo , tra la pratica e la teoria , scoppiò clamoroso ed inevitabile . Si accese allora la guerra tra i fautori del tirocinio , dell ' esperienza e dei titoli acquisiti , e quelli delle accademie delle prove e degli esami . I tempi grigi e fiacchi non offrendo verun ' altra distrazione , fecero sì che gli ufficiali dell ' epoca si ingolfassero in queste lotte sterili ed acerbe con l ' ardore che proviene dall ' ozio . Mèta del tirocinio nei gradi di truppa era l ' alfierato . Ad esso si perveniva pel tramite dei cadetti , da parte dei giovani provenienti dalle scuole , o per quello dei sergenti per parte dei borghesi e dei gregari di truppa . Gli aspiranti alla carriera delle armi usciti dalle buone famiglie veneziane , per essere ammessi nelle file dell ' esercito quale cadetti dovevano contare almeno 14 anni di età . Per raggiungere lo stesso grado nella truppa occorrevano invece dai sei agli otto anni . Dopo tre anni di buon servizio come cadetto , questi era promosso alfiere , se di fanteria e cornetta se di cavalleria ; e con l ' alfiere , detto per antonomasia il primo grado di goletta , cominciava il lungo e faticoso calvario dell ' ascesa ai gradi di ufficiale ( 50 ) . Questi si conferivano nell ' interno del reggimento fino al grado di sergente - maggiore . Ed i gradi erano quelli di tenente , di capitano - tenente , o comandante della compagnia del colonnello , di capitano , di sergente - maggiore , o comandante di battaglione : i gradi di tenente colonnello e di colonnello si conferivano a ruolo unico sulla totalità della rispettiva arma o riparto ( 51 ) . Per progredire nella carriera si doveva tenere conto delle prove comparative , dell ' abilità , del merito e della anzianità dei singoli concorrenti ( 52 ) ; requisiti tutti codesti domandati sia dalle anteriori leggi di ottazione , compilate da Francesco Morosini , sia da quelle redatte dal generale Molin ( 1695 ) . Nella pratica delle cose però l ' anzianità ed il merito avevano la preminenza , comprendendosi sotto questo ultimo titolo le campagne di guerra , le ferite e le « occasioni vive » , come dicevasi a quel tempo con vocabolo comprensivo per dinotare tutte le benemerenze dei candidati dovute comunque al rischio personale . Ma cresciuto il favore delle scuole professionali , il merito e l ' anzianità dovettero cedere di fronte all ' abilità comprovata dagli esami , e con questi e per questi il Savio si proponeva di svecchiare i quadri dell ' esercito . L ' alfiere doveva dar saggio di comandare in modo inappuntabile tutti gli esercizi della compagnia , in presenza del sergente maggiore , del colonnello e del tenente colonnello del reggimento . Egli doveva inoltre rispondere a tutte le interrogazioni che i detti ufficiali avessero creduto di rivolgergli sul Libretto Militar , ossia catechismo degli esercizi , e sul servizio in campagna compilato dal maresciallo Schoulemburg . Infine doveva rivelarsi provetto nel maneggio delle armi , della picca e della sargentina , conoscere la suddivisione del reggimento in plotoni , divisioni , ali , centro , dare ragione di tutti i tocchi di tamburo e superare alcune prove sulle matematiche elementari e sul disegno . Il tenente - oltre che dimostrarsi come l ' alfiere idoneo nel maneggio del fucile e della picca - doveva saper compilare polizze di scansi , ossia liste di deconto individuale , redigere quietanze dei depositi di danaro che , eventualmente , i soldati gli avessero confidato , tenere al corrente la vacchetta , o giornale di presenza della compagnia , infine comprovare un ' abilità professionale pari alla richiesta nelle prove degli alfieri . In questi semplici esperimenti s ' accanì quindi la lotta tra conservatori e novatori in materia di avanzamento , quando i programmi furono rimaneggiati con criteri restrittivi , specie per i gradi superiori . Nel giugno 1785 , rendendosi vacante il posto di sergente - maggiore nel reggimento di fanti italiani Marin Conti , aspirarono ad esso tre capitani del corpo medesimo . Il verbale giurato di idoneità a sostenere le prove di uno dei candidati così si esprimeva : « Facciamo fede , con nostro giuramento et vincolo di onore , noi qui sottoscritti graduati nel reggimento colonnello Marin Conti , dei fanti italiani , come il capitanio Michiel Antonio Gosetti ha sempre adempiuto alle parti tutte del suo dovere , con puntualità ed abilità in tutto quello che appartiene al pubblico servizio . Come anche nella subordinazione et obbedienza con i suoi superiori e con nostra intera soddisfazione egli non è mai incorso in verun militar castigo , né si abusò di licenze per stare lontano dal proprio reggimento , adornato essendo di onorati costumi , degno adunque delle nostre veridiche attestazioni , per cui gli rilasciamo la presente perché possa valersene » ( 53 ) . * * * Gli esami da capitano a sergente - maggiore erano insieme pratici e teorici . Nei primi il candidato doveva sottoporsi alle prove seguenti : «1° ) Riconoscerà il battaglione in tutte le sue parti e lo ripartirà con i bassi uffiziali - 2° ) Farà la disposizione degli uffiziali e li manderà in parata - 3° ) Farà passare ufficiali e sottufficiali in coda per il maneggio delle armi - 4° ) Ordinerà e comanderà il maneggio delle armi , con li necessari avvertimenti - 5° ) Ordinerà due raddoppi di file , uno sulla sinistra in avanti , per mezzo - battaglione , l ' altro che le divisioni delle ali raddoppino quelle del centro - 6° ) Si ridurrà in istato di battaglia - 7° ) Farà fuoco con quattro plotoni , principiando dalli quattro plotoni del centro - 8° ) Farà fuoco con due mezze divisioni dalle ali al centro - 9° ) Staccherà la marcia per mezze - divisioni in fianco , e si ridurrà in divisioni con passo francese ( accelerato ) - 10° ) Formerà il quadrato in marcia - 11° ) Farà una scarica generale - 12° ) Disfarà il quadrato e ridurrà il battaglione in istato di parata » ( 54 ) . Gli esami teorici comprendevano i doveri degli ufficiali di ogni grado , cominciando da quelli dell ' alfiere e terminando con quelli del sergente maggiore , tanto nel reggimento che nella brigata . Le tesi trattavano del giornaliero servizio di piazza , del modo di accampare ed acquartierare il reggimento , di marciare con il reggimento da un luogo ad un altro , di imbarcarlo e di sbarcarlo in buon ordine , della maniera di tenere disciplinati gli ufficiali , i sottufficiali e la truppa , dei sistemi di redigere piedilista , dettagli , di passar rassegne , di distribuire infine i riparti nei quartieri e di raccoglierli nelle piazze d ' armi ( 55 ) . Più caratteristiche erano le prove per l ' arma di cavalleria , in quanto quest ' arma poteva considerarsi esotica in un esercito a base marinaresca come era quello della Serenissima , anche nei tempi dello splendore . Così , nel marzo del 1795 , rendendosi vacante in Verona il posto di sergente - maggiore ( 56 ) nel reggimento dei dragoni Colonnello Giovanni Antonio Soffietti , si presentarono candidati alle prescritte prove sei degli otto capitani comandanti di compagnia , e ad essi furono proposti i seguenti quesiti , da estrarsi a sorte in numero di quattro per ogni esaminando : «1° ) Data una distanza di 100 miglia , data la premura del comandante che il nostro squadrone arrivi quanto più presto possibile ad unirsi ad un ' altra cavalleria colà esistente , e data infine la qualità del cammino , si ricerca in quanti giorni , senza troppo disagio , sarà compiuta la marcia e di quali avvertenze abbia a far uso durante il viaggio - 2° ) Acquartierata la cavalleria in una grossa terra in prossimità del nemico , quali saranno le precauzioni contro le sorprese - 3° ) Con quali avvertenze si custodiscono i prigionieri di guerra mentre si conducono al luogo loro assegnato - 4° ) In qual modo si scorta un convoglio di vittuarie passando per i luoghi sospetti - 5° ) Come si marcia alla sordina - 6° ) Contromarce per righe - 7° ) Come si mettono in contribuzione i villaggi nemici , vigente sempre il timore che il nemico ci sia alle spalle - 8° ) Se lo squadrone arrivasse ad un fiume inguadabile , che ripieghi si farebbero - 9° ) Lo squadrone , in colonna di divisioni , si trova su di una strada dove i cavalli non possono che marciare di passo : esso è forzato a ritirarsi facendo fuoco . Si effettui la relativa ritirata - 10° ) Modo di caricare contemporaneamente il nemico sulla fronte e sulle ali : la parte più forte sulla fronte , due parti minori sulle ali - 11° ) Attacco di cavalleria in un bosco - 12° ) Come si fa a foraggiare - 13° ) Cammin facendo , se si trovasse uno staccamento ( distaccamento ) nemico trincerato che ci impedisse di marciare , quale sia il partito migliore » ( 57 ) . Esaminiamo da ultimo le prove prescritte per l ' artiglieria , allo scopo di formarci un giudizio esatto sull ' entità degli esperimenti e sul grado , di istruzione degli ufficiali Veneti del tempo . Nel 1782 , per gli aspiranti al posto vacante di capitano - tenente nel Reggimento Artiglieria si richiedevano le prove seguenti : «1° ) Le quattro prime operazioni aritmetiche , frazioni , radici quadrate e cubiche , regola del tre diretta ed inversa - 2° ) Sui primi sei libri della geometria - 3° ) Sulla trigonometria piana - 4° ) Sull ' uso delle tavole balistiche per i tiri orizzontali ed obliqui - 5° ) Sopra la proprietà della parabola relativamente ai tiri di bomba - 6° ) Sull ' uso della tavoletta pretoriana - 7° ) Sopra i vari generi di calibri dell ' artiglieria - 8° ) Come si prendono le misure di un pezzo di artiglieria per farvi un letto ( affusto ) - 9° ) Quali sono gli apprestamenti usati nell ' artiglieria veneta per il servizio delle artiglierie navali , murali e campali - 10° ) Quale è il modo di numerare le palle , bombe , granate , unite in piramide o in altra figura - 11° ) Come disporre le cose spettanti all ' artiglieria sopra i legni armati al caso di combattere - 12° ) Come si forniscono le racchette ad uso di segnali e le candele ardenti ad uso delle minute artiglierie , le spolette e le bombe ad uso dei cannoni , mortai ed obusieri - 13° ) Come si misura il tempo in cui una bomba percorre un dato spazio - 14° ) Esercizi campali ed evoluzioni del Reggimento Artiglieria , giusta le istruzioni del brigadiere conte Stràtico » ( 58 ) . Per gli aspiranti al grado di sergente - maggiore nell ' arma ( 59 ) alle menzionate prove si aggiungevano esami di meccanica , di stàtica , di resistenza delle bocche da fuoco , di potenza degli esplosivi , oltre ad esperimenti sulle manopere di forza e relativi comandi , sulle opere difensive e di fortificazione ( 60 ) . * * * Si spiega adunque come col crescere di tale florilegio scientifico , sbocciato come un ' oasi nel campo uniforme degli umili fiori campestri dell ' anzianità e delle occasioni vive , i giovani ufficiali usciti dalle scuole venete del tempo si trovassero in condizioni spiccatamente favorevoli in paragone dei canuti colleghi passati per i gradi inferiori di truppa . Molti di questi erano invecchiati nelle scolte sui diruti rampari della Repubblica , a Corfù , a Parga , a Zante ed a Cefalonia , si erano temprati ai miasmi mortiferi dì Prevesa , di Vonizza e di Butrinto , avevano scritto infine l ' ultimo capitolo - per quanto assai mutato nel decoro guerresco - dell ' epica lotta accesasi tra la Cristianità ed il Turco , dalle crociate a Lepanto e da Candia in Morea , vigilando come sentinelle perdute verso i confini musulmani sui lontani castelli di Dernis , di Clissa e di Knin . Ed il bilancio del servizio di queste scolte fedeli - quasi fatte simbolo di una potenza della quale più non rimaneva che il nome - era solenne come un piccolo monumento di storia individuale . Storia dei tempi , fatta non già di novità sibbene di lunga e paziente attesa . Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti . Dagli stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione , risulta che il primo di questi era soldato dal 1734 , cadetto nel 1740 , alfiere nel 1753 , tenente nel 1766 , capitano - tenente nel 1778 , capitano nell ' anno medesimo ; vale a dire che aveva impiegato ben 51 anni di servizio per ottenere quest ' ultimo grado , dei 68 di età che contava il postulante . Il collega Dobrilovich era soldato dal 1733 , caporale nel 1739 , sergente nel 1742 , alfiere nel 1745 , tenente nel 1766 , capitano - tenente nel 1773 e capitano pure nello stesso anno : gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la desiderata mèta di comandante di compagnia , accumulando per via il fardello di ben 68 anni di età . Né gli accademici , per dir così , erano i soli a far concorrenza ai vecchi soldati della Repubblica . Oltre ad essi si dovevano contare gli ufficiali sopranumerari , cioè quelli il cui rollo di anzianità era per un motivo qualsivoglia sospeso , i provenienti dai nobili e dai figli degli ufficiali , ed infine i titolati , cioè coloro che in virtù di una grazia sovrana , per benemerenze personali o di famiglia , ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne gli uffici . Ingrossata così la schiera dei competitori - talché i cadetti nel 1781 erano cresciuti a 605 , laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo appena - il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno . « Quando - dice un ' istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro Psalidi , del Reggimento di Artiglieria - dovetti fare le prove anche nelle scienze matematiche , volendo aspirare al grado di capitano - tenente , e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che non mi erano mai stati prescritti , mai insegnati dai miei superiori , cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi , mi cadde l ' animo . Pensi dunque l ' E . V . quanto inaspettato mi giungesse il nuovo precetto , grave e difficile , di immergermi in quei ardui studi nel periodo ristretto di 18 mesi , termine alle prove assegnato , e quanto fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno anziani , che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con ottima disciplina in quelle scienze » ( 61 ) . Nelle armi di linea , si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il valore delle prescritte prove , per quanto si riferivano alla parte teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle truppe in campagna . Il Senato ed il Savio , imbarazzati di fronte a questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le voluminose filze del carteggio , ordinarono infine alle commissioni reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame al Savio stesso , acciocché questi potesse giudicare con uniformità , di criteri , come in ultimo appello . Ma non per questo i lagni cessarono : occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre rimedio al male , e questo rimedio non poteva essere nelle mani della vetusta Serenissima . Era l ' estate del 1796 , quando il Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian - già denominato in alcuni reclami con il vocabolo giacobino di cittadino - si risolse di proporre al Senato uno schema di svecchiamento dell ' esercito , mercé una larga applicazione del sistema dei limiti di età , visto che quello degli esami aveva ormai dichiarato la sua bancarotta . « Occorre - diceva il Savio Zustinian al Principe - purgare una buona volta la milizia dagli ufficiali inetti , di età troppo avanzata , ovvero affetti da mali incurabili ... prescrivendo la giubilazione di questi con intera paga del rispettivo grado , a moneta di ogni riparto . E le norme che sembrano da stabilirsi , sono quelle di 70 anni di età per i graduati ( ufficiali superiori ) , di 60 anni per i capitani , capitani - tenenti ed alfieri » ( 62 ) . Ma era troppo tardi . L ' esercito Veneto cadeva giusto allora sotto la rovina della Repubblica , ed i provvedimenti escogitati dal Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian non servirono ad altro che a formare argomento di curiosità nella storia della vecchia organica militare dei Veneziani , ed a fornire oltre a ciò un buon esempio atto a comprovare come talvolta ad eguali difficoltà , o molto simili , ad onta dei mutati tempi , si procura di far fronte con espedienti assai affini . * * * Sparpagliati nei diversi presidi d ' Italia e d ' oltremare , gli ufficiali della Serenissima non erano tra loro in eguali condizioni d ' istruzione e di addestramento professionale . Quelli poi che soggiornavano nella Dominante , per le loro occupazioni da guardia oligarchica e per i loro contatti con le primarie cariche dello Stato , godevano di un prestigio che non aveva riscontro con gli altri colleghi dell ' esercito . Lo stesso carattere della milizia veneta - prevalentemente levata per ingaggio - contribuiva oltre a ciò a creare attorno agli ufficiali stessi un ambiente molto affine a quello in cui trascorrono oggigiorno la loro esistenza gli ufficiali di taluni eserciti delle libere repubbliche d ' America . Nullameno , ad onta di queste circostanze poco favorevoli dell ' ambiente - cristallizzato nelle vecchie pratiche e nei vetusti pregiudizi , sopravvissuti ancora dal tempo delle compagnie di ventura e del Quattrocento - la decadenza militare della Serenissima brilla ancora per il nome di qualche ufficiale , salito in fama unicamente per virtù propria ; ciò che è garanzia del suo merito indiscusso . E sono nomi cari non soltanto nel ristretto cerchio della Repubblica oramai moritura , ma eziandio in quello più vasto e luminoso della storia militare italiana . Tra essi primeggia il brigadiere del genio militare Anton Mario Lorgna , da Cerea , fondatore di quel corpo ; architetto , idraulico , topografo e matematico di gran fama , il cui nome va indivisibilmente congiunto alla riputazione del Collegio Militare di Verona , già grande prima della caduta di Venezia , talché non pochi eserciti stranieri facevano a gara nel richiederne gli allievi al Senato ( 63 ) ed egregia anche dopo la caduta , talché non sdegnò di occuparsene il Foscolo . Meritevoli di nota in questo periodo di tempo sono pure i nomi del maggiore di artiglieria Domenico Gasparoni , veneziano , ordinatore del Museo dell ' Arsenale ed autore di una pregevole opera sull ' artiglieria veneta dedicata al doge Paolo Senior ( 64 ) ; del sergente maggiore di battaglia Stràtico , introduttore di considerevoli riforme nei regolamenti militari Veneti , ed infine di Giacomo Nani , per quanto quest ' ultimo appartenga per provenienza alla marina , ma per anima e per circostanze della gloriosa sua camera delle armi all ' esercito , intorno al quale scrisse il volume inedito dal titolo Della Milizia Veneta ( 65 ) e l ' opera perduta relativa alla difesa di Venezia ( 66 ) . Gli stimoli per suscitare una nobile gara di emulazione e di benemerenze tra gli ufficiali Veneti erano ben pochi . Le stesse ristrettezze del bilancio impedivano perfino di assolvere il sacrosanto obbligo contratto dalla Serenissima verso i prodi combattenti sotto le bandiere di Angelo Emo , assegnando loro quel grado e quello stipendio che erano stati decretati dal Senato per merito di guerra ( 67 ) . Per questo titolo - abbenché con molta minor frequenza - si assegnavano agli ufficiali anche delle medaglie d ' oro , con l ' impronta del leone di San Marco , del valore medio di 30 zecchini ( 68 ) . Ma per l ' assenza di clamorose imprese , verso la fine della Repubblica anche questa costumanza , derivata dai tempi eroici , cadde in disuso , sicché se ne ricorda a mala pena qualche raro caso . Tale è quello del capitano Gregorio Franinovich , del Reggimento Cernizza , decorato per speciali benemerenze ed atti di valore compiuti dal detto ufficiale in Levante ( 69 ) . E passiamo al rovescio della medaglia . Le punizioni degli ufficiali Veneti avevano , in prevalenza , il carattere di coercizione morale . Così l ' ammonizione , l ' arresto semplice , l ' arresto più lungo , la sospensione dal grado , la notazione speciale sul libro - registro del servizio - della quale si teneva conto a suo tempo per la compilazione dei titoli di esame - infine l ' esclusione o la sospensione temporanea dalle adunanze , o circoli di persone per grado e per nobiltà distinte ( 70 ) . * * * L ' antica foggia di vestire degli ufficiali era stata riformata nel 1789 sull ' esempio degli Austriaci e dei Prussiani . In seguito a questa riforma introdotta dallo Stràtico , che compilò la relativa « Ordinanza contenente la prammatica e la disciplina relativa all ' uniforme della fanteria italiana » , tutti gli ufficiali veneti , dall ' alfiere al colonnello , dovevano indossare la nuova divisa , non soltanto in servizio ma anche nelle presentazioni , negli spettacoli e nelle pubbliche solennità . Erano comminate punizioni a chi non ottemperasse a questi precetti o alterasse la foggia del vestire . E che tali mancanze non fossero rare , lo attestano le minuziose cure con cui l ' Ordinanza sopra citata prevedeva i relativi casi . « Tutti - soggiungeva l ' Ordinanza - dentro un triennio dovranno avere la nuova uniforme , pena la sospensione dal servizio e la sottomissione a ritenute , finché la nuova uniforme non sia fatta , oltre le notazioni da farsi sul Libro Registro , a pregiudizio dello avanzamento » . La pettinatura degli ufficiali veneti era liscia , con due bucali ( riccioli ) , uno per parte delle tempia , sostenuti dalle forchette che giungevano fino a mezza orecchia : i capelli dovevano essere bene incipriati ( polverizzati ) e la chioma raccolta in una rete ( fodero ) di pelle nera . Il principale capo di vestiario della fanteria italiana era la velada , o abito a coda di rondine di panno blò , foderato di roè bianco ( 71 ) , guarnito di un collarino e di balzanelle , o manopole , pure di panno bianco , adorno di grossi bottoni di metallo dorato con impresso , in cifre romane , il numero del corpo cui gli ufficiali appartenevano ( 72 ) . Gli ufficiali dei fanti oltramarini avevano l ' abito di panno cremisi , come i soldati , e quelli di artiglieria di panno gris di ferro . Nella stagione fredda si indossava da tutti un cappotto di panno bianco , della stoffa di quello usato per il bavero della velada , guernito di bottoni pure di metallo dorato e foderato assai spesso di una buona pelliccia . I calzoni d ' inverno erano di panno blò e nella stagione calda di rigadino bianco forte . L ' abbigliamento degli ufficiali veneti era completato dal colletto di pelle nera lucida , dai manichini di buona tela batista , dai guanti di pelle gialla lavabile , dagli stivali di bulgaro cerato , dagli stivaletti di pelle nera da usarsi in estate , allacciati dalle cordelle , e dal cappello a tricorno . I distintivi di grado si portavano sul cappello . L ' alfiere non recava sopra di esso alcuna distinzione , i tenenti ed i capitani - tenenti si riconoscevano invece per una rosetta , o coccarda , mista d ' oro e di seta azzurra , assicurata sull ' ala sinistra del tricorno mediante un bottone ed un ' asola ( laccio ) di seta nera . I capitani si distinguevano per due rosette simili alle anzi descritte , assicurate sopra ciascun ' ala del copricapo : i sergenti maggiori , i tenenti colonnelli ed i colonnelli infine recavano tutti , senza distinzione alcuna , due rosette come i capitani , intessute però per intero di solo filo d ' oro . Oltre a ciò il bavero degli abiti degli ufficiali superiori era ornato di un largo gallone d ' oro mentre quello degli ufficiali inferiori ne era sprovvisto . Anche i fiocchi delle spade e dei bastoni erano differenti per ogni grado . I bastoni dei subalterni erano guerniti di un pomo d ' avorio , quelli dei capitani di un pomo di metallo liscio dorato : i bastoni degli ufficiali superiori non avevano altro distintivo che un risalto anulare disposto verso l ' attacco del pomo alla canna . Le cinture ed i pendoni ( tracolle ) delle spade erano di pelle bianca lucida , con scudetti di metallo recanti in rilievo l ' emblema del leone di San Marco : gli scudetti degli ufficiali subalterni erano semplicemente inargentati , quelli dei capitani inquartati dentro un ribordo dorato , quelli degli ufficiali superiori infine erano tutti dorati ( 73 ) . Quanto alle armi , abolita definitivamente la picca nel 1790 , le lame delle spade , le fasce ed i puntali dei foderi dovettero , in tutto e per tutto , uniformarsi al modello prescritto dall ' Ordinanza dello Stràtico . * * * Prima di lasciare l ' argomento degli ufficiali veneti , occorre aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro posizione interiormente ed esteriormente all ' ambiente militare del tempo . I sistemi di ingaggio delle truppe - sopravvissuti a Venezia per lunga tradizione fino dall ' epoca delle compagnie di ventura - riflettevano di necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non tanto d ' uomini , quanto di custodi di merce acquistata a suon di quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere . Si spiega quindi come , dato tale ambiente , le occupazioni dell ' ufficiale fossero in prevalenza amministrative , anziché tecniche , educative e morali . Le tradizioni del reggimento , i ricordi dei principali fatti di guerra - che solevano tramandarsi egregiamente in Piemonte tra le milizie paesane - non avevano quindi un equivalente riscontro morale tra i Veneti , neppure tra le cerne dei migliori tempi della Serenissima . I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte queste tradizioni , a motivo dell ' avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei corpi , del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza , divise di continuo tra il servizio di sentinella , quello ai daziere , di guardia confinaria e campestre , oppure di rincalzo ai satelliti degli Inquisitori di Stato . Epperciò , all ' infuori del comandante di compagnia , il cui compito era quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica gli confidava , per essere equipaggiato , armato e nutrito , nessun altro ufficiale aveva attributi speciali nell ' ordine dell ' educazione e dello apparecchio morale dei propri dipendenti . Neppure il colonnello aveva sotto questo riguardo particolari incarichi ; che anzi , per l ' uniforme costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al denominatore comune dell ' amministrazione , seguendo la moda del tempo anche nell ' esercito veneto sopravviveva la compagnia colonnella , alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano , detto perciò capitano - tenente . In analogia si regolava il tenente colonnello ed il sergente maggiore , che avevano pure essi la rispettiva compagnia , confidata figuratamente al governo di un capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per tutto . Dal capitano , comeché si trattasse di un vero e proprio possesso individuale , prendevano poi nome le altre compagnie , la cui anzianità e disposizione nelle manovra era fissata dall ' anzianità del rispettivo comandante , dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali superiori del reggimento . Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre , da tempo , avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio all ' oligarchia che le manteneva in vita ; e tale modo di essere - contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali - si rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali . Valgano a questo proposito due ordini di concetti : quello di servirsi degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior rilievo , - quale l ' arresto fatto dal colonnello Craina , dei fanti oltremarini , del noto patrizio liberale Zorzi Pisani - e della fiscalità continua esercitata sopra di essi - specie sui comandanti di compagnia - in tutte le manifestazioni amministrative ; ciò che contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori autorità e magistrature competenti . Ma , ad onore degli ufficiali Veneti , conviene pure soggiungere a questo punto che mai , nelle voluminose filze del carteggio militare della decadenza , si trova citato un caso che giustifichi codesta diffidenza fiscale , la quale d ' altronde era connaturata nei tempi ed in molti eserciti d ' allora , e che si è tramandata per qualche traccia perfino a giorni non lontani dai nostri ( 74 ) . * * * Se la grande massa degli ufficiali adunque - quelli di Linea - trascorreva l ' esistenza morale ed intellettuale in tale angusto cerchio di attribuzioni e di consuetudini , fatto ancora più uniforme dal grigio dell ' inoperosità della decadenza repubblicana , ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi - a base più ristretta ed a reclutamento più omogeneo , - non intravedesse degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che precorrevano il futuro . Il Collegio Militare di Verona , per le sue relazioni scientifiche con l ' Università di Padova , per l ' indole e la nazionalità di taluni suoi insegnanti , si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee ed a propalarle nell ' esercito . Fino dal 1764 si lamentava infatti dal Savio alla Scrittura , che tra i giovani dell ' istituto serpeggiassero « dei mali principi , pregiudicievoli alla buona morale , molto più ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere che si siano nel Collegio disseminate » . Tale sospetto motivò un ' inchiesta , eseguita dal Savio alla Scrittura Marco Antonio Priuli , la quale accertò che tre ufficiali capisquadra del Collegio , « consumavano il loro tempo con la lettura di romanzi e di libri oltramontani , dei quali contribuiscono pure i giovani , avendosi giurata deposizione che si fossero vedute nelle mani di qualche alunno le opere di Volter ( sic ) , e venendo perfino introdotto il sospetto che si leggessero quelle ancora di Niccolò Macchiavello » ( 75 ) . Gli ufficiali modernisti vennero sfrattati dal Collegio di Verona , e la mala pianta delle idee novatrici pareva del tutto spenta quando , nella primavera del 1785 , vi si scoperse una loggia di Liberi Muratori , fondata da Giovambattista Joure , maestro di lingua francese nell ' istituto , allo scopo di diffondere tra i futuri ufficiali veneti i principi delle nuove dottrine liberali , e « di restituire alfine l ' uomo alla prisca libertà naturale , da cui la teocrazia ed il principato lo avevano allontanato » ( 76 ) . A questa loggia « muratoria » militare deve avere partecipato molto probabilmente anche il colonnello Lorgna - poiché le adunanze degli affigliati si tenevano in certe camere dal medesimo occupate in Castel Vecchio - e , certamente , non pochi ufficiali della guarnigione di Verona appartenenti al corpo di artiglieria , come risulta dagli interrogatori del processo , nei quali sono spesso citati il maggiore alle fortezze Solidi e l ' alfiere conte Rambaldo , da Legnago ( 77 ) . Scoperta l ' associazione , gli Inquisitori ( 78 ) sfrattarono subito il maestro Joure dagli Stati Veneti e sbandarono gli ufficiali ascritti alla loggia di Verona in diverse guarnigioni di terraferma ed oltremare . Nullameno , i germi diffusi dal Joure nel maggior istituto militare della Repubblica lasciarono traccia oltre al rogo dei libri e dei registri della loggia ordinato dagli Inquisitorì , ed essa traspare nel continuo fermento cui andò soggetto il collegio , da quell ' epoca fino alla violenta sua soppressione accaduta per opera del generale Rampon , a metà luglio del 1796 . Il desiderio di riforme era dunque la spinta principale di quei moti , intesi « a sovvertire l ' attuale spirito di concordia , di pace e le leggi della sottomissione e del buon ordine che furono naturalmente stabilite » e di realizzare infine « delle novità nei metodi nello insegnare ... non volendo ufficiali ed alunni più vivere soggetti » ( 79 ) . Pure anche questi germogli di giacobinismo , cresciuti come pianta sporadica all ' ombra delle torri merlate del castello Scaligero di Verona , dovevano un giorno tornare utili alla Repubblica ( 80 ) . E ciò avvenne quando si trattò di spedire i primi messaggeri di pace al generale Buonaparte , sotto Brescia ; messaggeri che il Senato volle servilmente prescelti fra gli antichi allievi del Collegio Militare veronese , nella speranza che il ricordo delle relazioni « muratorie » , perseguitate un tempo e ritornate in onore per la circostanza , valesse a propiziare loro ed alla Repubblica l ' animo del conquistatore ( 81 ) . E questi ufficiali furono il colonnello Giovanni Francesco Avesani ed il capitano Leonardo Salimbeni , inviati il 27 maggio 1796 a Brescia con il mandato di implorare grazia da Buonaparte per l ' avvenuta occupazione di Peschiera , fatta pochi giorni avanti di sorpresa dagli Austriaci . Di ufficiali inferiori dell ' esercito infine , coimplicati in movimenti politici , non si trova traccia nel carteggio della decadenza militare veneta . E questo serve da conferma , tanto del carattere di guardia oligarchica - conservato dall ' esercito stesso fino alla rovina del governo della Serenissima - quanto della infondatezza del timore da alcuni nutrito che esso avesse potuto tralignare in mano di audaci e di novatori . L ' espressione di questo sospetto di tradimento - naturale d ' altronde in ogni organismo inesorabilmente votato alla rovina - si trova in talune « polizze » anonime trovate nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato durante l ' anno 1796 ( 82 ) . Queste « polizze » insinuavano di diffidare dell ' ottuagenario tenente generale Salimbeni , comandante in capo delle milizie venete raccolte sotto la piazza di Verona e dei suoi figliuoli , tra i quali era il capitano Leonardo citato più sopra . Uno di questi foglietti così diceva : « Non prestar fede al generale Salimbeni » . Un altro ancora proclamava : « Governo , nò ve fidè del generale Salimbeni , Recordève del Carmagnola » . Un terzo riproduceva il rozzo disegno di una forca , con la scritta : « Per il general Salimbeni » . Un ultimo infine insinuava : « Il tenente generale Salimbeni è giacobino coi figli ed adora solo l ' oro , Governo , guardatevi che non vi tradisca essendo più francese che suddito » . CAPO IV . Le truppe assoldate . Tra il principio dell ' assedio di Mantova e le giornate di Lonato e Castiglione i fanti oltremarini , per comando espresso dal generale Buonaparte , furono clamorosamente allontanati da Verona . Questi soldati - denominati volgarmente Schiavoni - raccolti in buon numero in quella città ( 83 ) andavano di certo a contraggenio al giovane generale francese . Forse egli li riteneva una specie di guardia pretoriana , ed imbevuto di studi e di prevenzioni sul governo dispotico degli antichi Stati d ' Italia , ne deve avere desiderato lo scioglimento come un impegno civico commesso alla sua opera ed a quella del Direttorio di Francia . Rispondendo ad analogo concetto il generale Schérer , sul finire del 1795 , aveva imposto lo scioglimento dei corpi còrsi alla Repubblica di Genova ( 84 ) . L ' indisciplina degli Schiavoni era d ' altronde grande , documentata perfino dalle attestazioni del generale Salimbeni . Essa poteva prorompere ogni momento ad eccessi e costituire il focolare dei mal repressi spiriti di malcontento che serpeggiavano tra le popolazioni veronesi , taglieggiate , angariate , violentate nelle persone e negli averi . Certo , sotto questi riflessi , Buonaparte divinava in qualche misura l ' esplosione cittadina delle Pasque Veronesi . Anche le esigenze militari imponevano urgentemente ai Francesi di premunirsi da tale minaccia . La fortezza di Verona era diventata , ai primi di luglio del 1796 , la loro principale base d ' operazione contro l ' esercito mobile degli Austriaci e contro la piazza di Mantova , il punto d ' appoggio contro gli sbocchi dal Tirolo e dalla Val Sugana , la tappa intermedia dal Milanese e dal Bresciano nella vagheggiata marcia dei Francesi alla volta di Venezia , del Friuli e dei confini occidentali dell ' Impero ( 85 ) . Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest ' arte Buonaparte era maestro insuperabile . Il caso di un ufficiale francese ucciso per le campagne di Villafranca , qualche borseggio , qualche rissa accaduta fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari con l ' idioma illirico , porsero l ' occasione propizia per imporre al Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati . Al generale Massena toccò di apparecchiare l ' animo dei Veneti alla grave rinunzia . « Il est temps enfin , monsieur le provvediteur » - così scriveva quel generale a Nicolò Foscarini , il 4 luglio 1796 - que les assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens , finissent . Le général Rampon , commandant à Veronne , m ' a dejà rendu compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups de stilet , ou de sabre , par vos Esclavons » [ 86 ] . Tre giorni dopo Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e protervia : « Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats continuent , et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour les reprimer ne sont nullement suivis . Je Vous previens que si ces horreurs ne finissent pas , je ne pourrai plus Vous répondre des suites funestes q ' elles causeront infalliblement » ( 86 ) . Infine , dopo il cupo rombo della tempesta lontana , venne il guizzo della folgore . L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la lettera che segue : « Il y a entre la troupe française et les Esclavons une animosité que des malveillaux , sans doute , se plaisent à cimenter . Il est indispensable , Monsieur , pour eviter des plus grands malheurs , ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux Republiques , que Vous fassiez sortir demain de Veronne , sous les pretexes les plus specieux , les bataillons d ' Esclavons que Vous avez dans la ville de Veronne » ( 87 ) . L ' espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non ammetteva replica . Essa si fondava per di più sulla presunzione che il contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui primi di luglio . Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte dalla determinazione presa riuscì vano , ad onta che il provveditore Foscarini , col collega Battagia , si fossero adoperati coi modi più soavi ed insinuanti a produrre l ' effetto bramato . « Ciò però non servì ad altro - aggiungevano i provveditori - che a far prendere a Buonaparte un tuono ancora più deciso , sicché abbandonando quelle maniere piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti , disse che era tempo oramai che cessassero tutti gli scandali , e che fosse tolta radicalmente l ' occasione a querele ... e che senza dilazione di sorta gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani , in quel numero che fosse piaciuto . Che egli poi ( Buonaparte ) non si curava di esaminare chi tra gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto , che non dovevamo però ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo spirito di vendetta . E facendoci intendere che era necessitato di occuparsi di altri affari , ci obbligò subito a congedarci » ( 88 ) . Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così duramente alla porta , tra la vergogna del sottomettersi e l ' incertezza dell ' esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di rinsanguarla con il braccio e con la fede , il primo partito parve più prudente e conforme alle necessità dell ' ora . E gli Schiavoni , all ' alba del 9 di luglio - come Buonaparte aveva voluto - uscirono da Verona di soppiatto , come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti della Serenissima . Le casacche cremisi , che mai avevano indietreggiato per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca , cedevano ora misteriosamente terreno come pressati dall ' avvento delle nuove età . Sotto questa oscura minaccia il passato , quasi fatto persona in quegli ultimi soldati fedeli della Signoria , pareva ripiegarsi su sé medesimo , come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della Repubblica . Tre compagnie del reggimento oltremarino Medin si trasferirono a Vicenza e quattro a Padova , « attendendo in quelle città gli ultimi ordini dell 'Ecc.mo Senato » . Lo stesso giorno 9 di luglio 1796 , le artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui rampari della fortezza di Verona e , con gesto violento , si surrogavano alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza . Così uscirono gli Schiavoni da Verona . Vi dovevano però ritornare quasi un anno appresso , nel crepuscolo sanguinoso delle Pasque Veronesi , per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in terraferma ( 89 ) . * * * Gli oltremarini costituivano le milizie assoldate per eccellenza della Repubblica . Corrispondevano un poco agli Svizzeri , con i quali quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura , la tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata ; sentimenti tutti che , saldamente ed atavisticamente , si trasmettevano tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria . E la Signoria - quella dello splendore del Cinquecento - ben sicura di questo lealismo e di questa fede , il cui eco non è ancora del tutto spento sull ' altra riva dell ' Adriatico , aveva confidato agli oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e della sua gloria : il presidio de ' propri navigli quale fanteria di marina , la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle incursioni musulmane , la difesa delle teste di tappa sulle strade commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani , infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli sperduti in mezzo all ' aridità delle Alpi Dinariche . Gli oltremarini si distinguevano tra la milizia veneta per il loro armamento pesante da arrembaggio , costituito da una grave e lunga spada detta palosso - corruzione della pallasch degli Imperiali - munita di un ' impugnatura a più else , e per la loro vistosa assisa di panno cremisino , ornamento delle navi parate a festa nelle solennità del Bucintoro e segno da raccolta nelle mischie navali più aspre e serrate . Si ingaggiavano , come tutti i soldati mercenari della Repubblica , esclusivamente nei domini di oltremare , d ' onde traevano il loro nome da battaglia : illirico era il loro linguaggio ed i comandi militari . I capi - leva si occupavano del loro reclutamento - edizione senza confronto migliore e corretta dei racoleurs dell ' antico regime - anzitutto perché questo ufficio era disimpegnato da ufficiali , in secondo luogo perché era espressamente vietato nello ingaggiare le reclute di usare lusinghe per indurle più facilmente ad imprendere il pubblico servizio . « Tutte le reclute - dicevano infatti le capitolazioni dei capi - leva - dovranno essere volontarie e non ingaggiate con frode o con ubbriacarle , sotto pena a chi avesse ingaggiato con frode alcuna recluta , di essere casso immediatamente dal rollo della compagnia ( di leva ) e spedito in Levanto per anni sei in figura di soldato ; ed essendo incapace del servizio , di essere condannato in prigione ad arbitrio di S . E . il Savio alla Scrittura , dovendo i soldati rimettersi ad incontrare il pubblico servizio di buon genio e di tutta loro buona volontà » ( 90 ) . D ' altronde le tradizioni militari dei Dalmati ed il prestigio che aveva presso di loro il veneto governo , disimpegnavano ampiamente gli ingaggiatori dal ricorrere a queste arti subdole . Tra i capi leva in Dalmazia godeva anzi di bella fama , ai tempi di Angelo Emo , il tenente colonnello Carlo Marchiondi ( 91 ) . I capi - leva si aggiravano per le borgate e le campagne di oltremare a far l ' incetta d ' uomini , coadiuvati da provetti subalterni esperti nella lingua illirica , e l ' attività loro si esplicava rispetto allo Stato pressoché nell ' orbita di un vero e proprio appalto da privative ( 92 ) . La levata regolavasi mediante apposite capitolazioni accettate dalle due parti contraenti , l ' ingaggiatore a nome del governo e l ' ingaggiato . Le reclute dovevano contare « almeno 4 piedi ed 8 oncie di statura , ( metri 1,622216 ) ( 93 ) avere un ' età compresa tra i 16 ed i 40 anni , essere sani , senza alcuna imperfezione di corpo , parlare l ' illirico , non essere disertori dalle pubbliche insegne , non avere infine esercitato mai alcun mestiere infame ( 94 ) » . All ' atto dell ' ingaggio e dopo la visita « di un chirurgo stipendiato dal pubblico o dalla comunità , il quale era tenuto inoltre a risarcire in ogni caso la Signoria col suo stipendio di qualunque frode » , la recluta contraeva la . ferma di sei anni di servizio continuo sotto le bandiere . Ammassati - come si diceva allora - i nuovi oltremarini , si suddividevano nei diversi riparti territoriali della Serenissima . Quelli destinati alla Dalmazia erano nuovamente visitati dal provveditore della provincia residente a Zara , quelli assegnati a prestare servizio sulla squadra dal Capitanio del golfo , quelli infine destinati alla Terraferma dal Savio alla Scrittura , al Lido di Venezia . Non appena le anzidette autorità avevano riconosciuta la piena attitudine al servizio de ' nuovi inscritti , questi si descrivevano sui pubblici rolli , d ' accordo con gli inquisitori competenti , e da quel punto cominciavano a decorrere gli assegni in conto della forza bilanciata della Repubblica . Con queste pratiche di accentramento amministrativo e di controllo , l ' esercito veneto andava sicuramente esente dalla piaga dei passavolanti . Gli assegni dei nuovi soldati erano di doppio ordine , verso i medesimi e verso i loro impresari . Ogni ufficiale ingaggiatore riceveva infatti per ciascuna recluta riconosciuta idonea 22 ducati , se destinata alla Terraferma e 20 ducati se assegnata alla Dalmazia o al Golfo . Su questo premio poi si dovevano prelevare 12 ducati per l ' uniforme ordinaria la quale , in omaggio alla vecchia tradizione feudale dalmata - che ancora sussisteva tra le sopravvivenze formali - doveva essere fornita insieme al nuovo soldato dall ' ufficiale capo - leva , laddove l ' uniforme cremisi di parata era somministrata dal rispettivo comandante di compagnia . Rimanevano così in attivo ai capo - leva dagli 8 ai 10 ducati di guadagno per ciascuna recluta , vale a dire dalle 32 alle 40 lire , a secondo del corso della moneta ; ciò che costituiva il lucro di tali operazioni . * * * Seguiamo ora la nuova recluta oltremarina nelle sue peregrinazioni e tra le strettoie della fiscalità amministrativa del tempo . I trasporti a Venezia si eseguivano con le cosidette manzere , barche onerarie della specie dei trabaccoli e generalmente usate dai beccaj di Venezia per trasportare colà i buoi da macello ( manzi ) dalle province d ' oltremare . Ordinariamente i trasporti si effettuavano dagli scali di Spalato , di Traù , di Sebenico e di Zara . Sul littorale del Lido - vera e propria caserma di passaggio dei soldati della Serenissima ( 95 ) - i nuovi Schiavoni ricevevano , nell ' attesa di essere sbandati o assegnati ai corpi , un ' istruzione sommaria . Poi , per via d ' acqua , si trasferivano a Fusina e Padova , d ' onde si iniziava il loro faticoso pellegrinaggio per raggiungere i corpi cui erano stati destinati , nel Veronese , nel Bresciano e sui lontani confini del Bergamasco . La paga mensile era di 31 lire venete ( 96 ) - oltre il biscotto per uso di barca che gli Schiavoni ricevevano sempre in omaggio alle loro tradizioni originali di servizio sulle pubbliche navi - laddove i fanti italiani , ossia gli ingaggiati nei paesi di Terraferma , avevano il pane . Con questa somma , pari a circa 16 lire odierne ( 97 ) , lo Schiavone doveva soddisfare le voraci brame del fisco , del proprio comandante di compagnia , e provvedere infine al proprio vitto durante il mese . Egli doveva cioè lasciare 8 lire venete per la massa vestiario , 2 e mezza al comandante di compagnia che lo riforniva dell ' abito cremisi di parata , sborsare oltre a ciò l ' importo dell ' olio per l ' illuminazione delle camerate , della terrabianca ( bianchetto ) per tenere monde e pulite le buffetterie e le parti bianche dell ' uniforme , comperare il grasso , il lucido per le scarpe e perfino i piccoli oggetti di pulizia personale . Restavano così allo Schiavone poco più di 15 lire venete al mese per sfamarsi , eguali a 7 e mezzo delle attuali . I compensi dei soldati veneziani non erano quindi molto lauti . Invano i Savi alla Scrittura avevano rappresentato al Senato la necessità di aumentare l ' assegno della truppa , ma le strettezze finanziarie lo avevano vietato sempre . Ed i comandanti di compagnia - tra l ' incudine delle masse vestiario oberate ed il martello delle cariche superiori che esigevano negli Schiavoni « velade » sempre fiammanti - picchiavano sul grigio del ferro che tenevano tra le mani , cioè sulle masse dei loro dipendenti , il cui peculio castrense di 7 lire e mezzo si assottigliava allora ancora di più . Il Senato in molte di queste circostanze soleva venire in soccorso , ma a beneficio dei comandanti di compagnia piuttosto che dei soldati , specie al caso di mostre straordinarie , di passaggi di principi e di visite . Così essendo di passaggio per Udine nel gennaio del 1782 i principi imperiali di Russia , sotto il nome di principi del Nord , e volendosi in quella circostanza che la compagnia del capitano Borissevich , dei fanti oltremarini Cernizza , destinata loro per scorta d ' onore si presentasse nella maggiore militare decenza , il Senato trovò giusto di compensare quel capitano delle maggiori spese incontrate nella circostanza per il corredo della truppa con 120 ducati di valuta corrente ( 98 ) . In queste strettezze , diventate sempre più acute verso la caduta della Repubblica per l ' abbandono deplorevole delle cose della guerra , la merce uomo scadeva quindi sempre più sul mercato dei soldati di mestiere . Così convenne transigere con le prescrizioni delle capitolazioni ed ammettere nella truppa schiavona « li vagabondi e li malviventi , nonché i banditi che disturbano ed infestano la Dalmazia , provvedimento suggerito dell ' attual Provveditore Generale con plausibili argomenti di carità verso i sudditi e di sicurezza di transito sulle pubbliche strade di quella provincia , ed in vista di rendere utile in qualche modo allo Stato tale sorta di gente scorretta ed indisciplinata » ( 99 ) . Il corpo dei Travagliatori - o compagnie di disciplina istituite nel 1785 per sfollare i riparti dai più torbidi elementi raccolti dai capi - leva - alleviò alcun poco l ' esercito della Serenissima da questo còmpito d ' istituto di correzione ( 100 ) . Ma il male aveva troppo salde e profonde radici perché questo provvedimento , escogitato dal Savio alla Scrittura Francesco Vendramin , potesse sortire a buon esito . Anzitutto il male travagliava le milizie prezzolate con il tarlo roditore delle diserzioni . Dal 1° settembre 1780 al 1° febbraio 1784 , abbandonarono le insegne nei reggimenti oltremarini ben 662 soldati : dal 1° marzo 1785 al 1° settembre 1789 ne disertarono altri 1129; e ciò sopra una media di 3500 uomini presenti in quel torno di tempo nei reggimenti oltremarini ( 101 ) . Con queste cifre significative alla mano , si spiega il grido d ' allarme gittato non molto prima dell ' arrivo dei Francesi nel Veneto dal generale Salimbeni ; grido che se parve a taluno troppo pessimista a tal ' altro sembrò perfino sospetto di fellonia . Ed i bossoli del Maggior Consiglio e del Senato , come si è detto più sopra , ne sanno qualche cosa . « I nostri vecchi soldati - scriveva il Salimbeni al Savio alla Scrittura Iseppo Priuli - sono oramai diventati sentina d ' ogni vizio . Bisogna separarli nelle fazioni della piazza ( di Verona ) dalle cernide , ma non è possibile di separarli anche nei quartieri dove hanno alloggio in comune » ( 102 ) . Ed il Salimbeni proponeva sommessamente al Savio di allontanare gli Schiavoni più facinorosi da Verona , e più specialmente le compagnie dei capitani Missevich e Valerio , « le quali venute dalla Dalmazia sono da sostituirsi con altre ... per preservare le cernide dal contagio dei vizi » . Il Savio Iseppo Priuli non ascoltò la proposta ed il destino serbava a Buonaparte di farla accogliere con la forza . * * * Gli Oltremarini erano ordinati in 11 reggimenti contrassegnati dal nome del rispettivo comandante oppure da quello del circolo di reclutamento più cospicuo . Nel piedilista del 1° settembre 1776 quei corpi erano descritti come segue ( 103 ) : Reggimento Bubich , Selich , Scutari , Sinj , Matutinovich , Craina , Minotto , Rado , Macedonia , Dandria e Bua . Ciascun reggimento contava di regola 9 compagnie , o raccolte per intero in uno dei grandi riparti territoriali della Serenissima , o suddivise tra i riparti medesimi e le navi armate . Faceva però eccezione da questa regola il reggimento degli oltremarini del circondario di Sinj , il quale contava 11 compagnie ripartite nelle province d ' Italia e di Dalmazia . La maggior forza di questo corpo era dovuta all ' importanza militare del territorio nel quale esso si levava , ed al valore e numero dei castelli di frontiera che in esso esistevano ( Spalato , Salona , Clissa , Sinj ecc . ) . Secondo le tabelle organiche di formazione , approvate dal Senato , il reggimento di oltremarini non doveva superare la forza di 432 uomini , ciò che stabiliva l ' effettivo delle compagnie in una media di 54 presenti ognuna . Tale forza non era però mai effettiva , neppure nei periodi di neutralità o durante i mesi del completo armamento delle due squadre , grossa e sottile , quando trattavasi cioè di spedizioni marittime o di crociere di maggiore rilievo . Così nel 1787 , al tempo delle imprese di Angelo Emo , presero imbarco il 1° marzo del detto anno sulle navi armate in guerra ben 19 compagnie di fanti oltremarini , ma essendo tale contingente troppo scarso nella sua forza complessiva di un migliaio di uomini appena , convenne ricorrere al complemento dei reggimenti italiani , i quali fornirono altre 12 compagnie alla squadra , oltre alle 19 fornite dagli Schiavoni . Alla vigilia dell ' arrivo dei Francesi nel Veneto gli oltremarini avevano 24 delle loro compagnie dislocate in Terraferma , con una forza complessiva di 1648 uomini compresi i rinforzi dovuti alle craine ( 104 ) . Tutte queste compagnie erano ripartite come segue : A Verona , Legnago e Peschiera 9 , a Brescia con il castello di Orzinovi 4 1/2 ( 105 ) , a Bergamo e contado 3 , a Crema mezza compagnia , al Lido , con Chioggia e Capo d ' Istria 7 compagnie . * * * I soldati del tempo oziavano molto , e nell ' ozio sfibrante e prolungato che li logorava gli elementi più torbidi degli ingaggiati avevano modo di compiere un vero e proprio corso di perfezionamento . L ' azione degli ufficiali non rappresentava di certo alcun freno in questi moti , perché essa si limitava al controllo delle cifre sui registri , alla sorveglianza del maneggio d ' armi nei cortili delle caserme e dei castelli , e si arrestava alla soglia delle camerate che perciò restavano abbandonate a sé medesime ed ai propri inquilini in un vero stato di abbiezione morale e di miseria materiale . Al tocco del tamburo , che batteva la diana ogni mattina all ' alba , cominciava il giornaliero servizio sulle navi armate e nelle caserme . I soldati si levavano dai loro giacigli , composti di regola della semplice schiavina , o rozza , coperta da letto gittata semplicemente sulle nude tavole , o più spesso sul terreno sul quale essi dormivano quasi sempre vestiti . I paglioni , o pagliericci , vennero a mitigare la durezza di queste vita dei soldati della Serenissima soltanto verso la sua fine , e più precisamente a principiare dall ' anno 1781; e furono limitati dapprima ai presidi delle più notevoli fortezze ed in particolari circostanze di servizio ( 106 ) . Le guardie rappresentavano il pensiero dominante della vita di guarnigione , epperciò il soldato semplice era anche denominato con l ' appellativo di fazioniere , come che quello fosse il suo ufficio esclusivo . Nel servizio territoriale era impiegato ordinariamente un terzo della forza , del qual costume è rimasta traccia fino ai giorni nostri nella norma regolamentare la quale prescrive che il soldato debba avere almeno due notti libere per una passata in sentinella . Le esigenze della società del tempo , il grande numero delle magistrature militari e la frequenza delle risse tra i soldati moltiplicavano a dismisura i posti di guardia . Così vi erano gran - guardie nelle principali piazze delle città fortificate , guardie d ' onore alle primarie cariche militari del luogo , agli ufficiali superiori del reggimento , e così via . Valga ad esempio il seguente specchio delle guardie della città di Verona , nell ' anno 1794 ( 107 ) : MUTE GUARDIE E PORTE Capi - tani Subal - terni Ser - genti Capo - rali Tam - buri e pifferi Fazio - nieri Totale Artiglieri Guardia di S . E . il capitano e podestà ( 108 ) - - 2 1 2 2 37 44 Croati Guardia detta di cavalieri al medesimo . - - - - - - 1 - - 11 12 Italiani Guardia di S . E . il tenente generale comandante ( 109 ) 1 2 1 1 2 24 31 Guardia alle bandiere dei reggimenti - - - - - - 7 - - 35 42 Picchetti dei reggimenti - - 5 - - 6 - - 36 47 Gran Guardia 1 1 1 2 2 24 32 Porta Nuova - - 1 1 1 1 20 24 Porta San Zeno - - 1 1 1 1 20 24 Porta Vescovo - - 1 1 1 1 20 24 Oltramarini Porta San Giorgio - - 1 1 1 1 16 20 N . 2 pattuglie - - - - 2 2 2 16 22 Castello San Felice - - - - 1 1 - - 8 10 Id . San Pietro - - - - - - 1 - - 6 7 Ospedale delle Milizie - - - - - - 2 - - 8 10 Guardia in Ghetto - - - - - - 1 - - 5 6 2 14 10 30 12 279 355 Né è forse fuori luogo ricordare a questo punto anche il servizio di guardia che le truppe prestavano nelle isole e nell ' estuario di Venezia , nel 1792 ( 110 ) . Guardia al Lido , 44 uomini ; appostamenti e feluche di sanità al Lido , 24; feluca S . Erasmo , 8; feluca Tre Porti , 8; Falconera , 8; Carvale , 8; Porto Quieto , 8; sciabecco del canale dei Marani , 12; feluca del canale dei Marani , 12; due feluche a Poveglia , 16; feluca S . Pietro in Volta , 8; feluca di Fisolo , 8; feluca delle urgenze 8; fusta , 24; sciabecco Po di Goro , 48; feluca Po di Goro , 8; feluca Malamocco , 8; seconda feluca di Malamocco , 8; servizi vari di guardia alle reclute , alle caserme ecc . , 60 . Totale , 308 uomini comandati a Venezia e nell ' estuario in giornaliero servizio da « fazionieri » . * * * Al distacco della guardia , fatto con solennità intorno al mezzodì , tutta la truppa prendeva le armi . Si faceva l ' appello per segnalare i disertori , si leggevano gli ordini , si dava una sommaria occhiata alle armi ed agli abiti , dopo la quale funzione la vita militare formale cessava di regola per riprendersi l ' indomani alla medesima ora . Restava la grigia monotonia della vita di caserma . Con quei pochi soldi che rimanevano ancora nelle mani dell ' oltremarino , dopo il passaggio sotto le forche caudine del fisco e del comandante di compagnia , egli doveva rifocillarsi . E disinteressandosi ancora lo Stato dal fornire il vitto ai propri soldati - all ' infuori del biscotto agli oltremarini e del pane agli altri - v ' era taluno che lo surrogava in quest ' opera con ingordigia ed esosità , di guisa che il misero peculio castrense dei soldati di mestiere veniva ad assoggettarsi per questo ad una nuova ed estrema decimazione . Esistevano all ' uopo sulle navi armate e nelle caserme i così detti bettolini , specie di vivanderie esercitate assai spesso da loschi personaggi , nelle quali i soldati si provvedevano dei generi di prima necessità ed anche delle vivande confezionate . A coloro poi cui le strettezze non consentivano di procurarsi le vivande confezionate , i bettolieri fornivano gli arnesi di cucina per apparecchiare di solito la classica polenta ed un misero intingolo per companatico , e ciò previo un piccolo compenso che lo scarso nucleo degli utenti corrispondeva a titolo di noleggio degli arnesi stessi all ' esercente del bettolino . Delle norme - ossia terminazioni - regolavano il servizio di queste vivanderie , specie sulle pubbliche navi , ma l ' ingordigia dei bettolieri era assai spesso più forte anche delle terminazioni . Lo sconcio era anzi giunto a tal segno , poco avanti alla caduta della Repubblica , da indurre il generale Salimbeni a proporre al Savio alla Scrittura dei provvedimenti radicali in materia : « Bisognerebbe - egli diceva - assegnare ad ogni camerata di 10 soldati almeno una caldaia da polenta , una secchia di larice cerchiata ed una tavola per rovesciarvi di sopra la polenta stessa ... Sarebbe inoltre desiderabile , per liberare il soldato dall ' obbligo che ora ha di spendere la mòdica sua paga in una bettola , o bettolino , con grave danno della disciplina e peso della sua sussistenza , di fornire anche la legna necessaria per cucinare il cibo . Con questi mezzi si potrebbero tener uniti i soldati , lontani dalle osterie , dove è forza che dimentichino la loro nativa semplicità e contraggano il mal costume » ( 111 ) . Il governo disciplinare risentiva fortemente degli effetti di questo colpevole regime di abbandono e di trascuranza , acuito dalla fiacchezza dei tempi . Abolita virtualmente la bastonatura sull ' ultimo quarto del secolo XVIII , restava la prigionia e la condanna al remo , la punizione classica delle milizie della Repubblica marinara la quale ne usava sempre con molta larghezza . La pena della galera o del remo era solitamente inflitta ai disertori , ma anch ' essa aveva perduto sulla fine della Repubblica molta parte del suo prestigio , per essersi assottigliato il numero delle navi armate e ridotta a poca cosa la loro navigazione . La punizione alla galera era così diventata un succedaneo della prigione ordinaria . Circa questa bancarotta del governo disciplinare e dei suoi freni , basti dire che molti disertori preferivano la condanna al remo al servizio militare , triste preferenza che illumina l ' ambiente dell ' epoca . « Considerano infatti i soldati - dice un documento - una breve condanna al remo assai meno pesante della vita militare , stentata , faticosa e prolungata per un più lungo periodo di tempo » ( 112 ) . La disinvoltura , con cui affrontavasi questa pena appare infine nei trucchi che solevano usarsi , alla caduta della Repubblica , per gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che restituisse alle insegne un disertore . Si accordavano per questo in un medesimo corpo due soldati , l ' uno s ' infingeva di abbandonare le bandiere , l ' altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza ; « sicché colludendo notoriamente assieme captori e fuggiaschi tra loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi ... Onde sarebbe utile , in luogo di dare il premio a questi captori , di servirsi al caso dei metodi usati dagli esteri eserciti , cioè di obbligare le terre , ville e paesi , ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza mercede alcuna alle pubbliche forze , con la cominativa che venendo scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche disertore , sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario di un altro soldato » ( 113 ) . Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli Oltremarini può riferirsi anche all ' altra specie di milizia pedestre ingaggiata , cioè agli Italiani . Questi si levavano nei domini della Serenissima in Italia e nell ' Istria Veneta e si raccoglievano al Lido d ' onde , accertata la loro idoneità alle armi , « in tempo di pace , in tempo di guerra , che Iddio non voglia , o di neutralità » erano « sbandati » nelle diverse guarnigioni di terraferma . Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei capitolati dei capi - leva e circondati da cautele , tutte intese a far giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di mestiere , incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di seguire una strada intrapresa di mala voglia , oppure di abbandonarla al suo inizio medesimo . Drappelli di croati o di dragoni , oltre la scorta dei soldati delle compagnie di leva , accompagnavano in queste marce le giovani reclute che , così guardate , potevano rassomigliarsi in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra . Partiti dal littorale del Lido , cioè dal deposito di reclutamento , i nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova che , in molti rispetti , funzionava da deposito succursale del Lido . Dopo una breve sosta in quell ' antico maniero , le reclute destinate a proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi presidi della Serenissima , cioè fin sulle rive dell ' Adda e dell ' Oglio . Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via d ' acqua dal Lido a Chioggia , e di qui con i barconi ( burchi ) a ritroso dell ' Adige fino a Verona . Ma erano casi poco frequenti e subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto militare da Venezia alla grande piazza di terraferma ( 114 ) . * * * La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno , che aveva portato in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini , con un caschetto di pelle di vitello adorno di una « placca de otton . » In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi fanti - create assai tempo prima - ebbero dei berrettoni di pelle d ' orso sul modello francese , guarniti di fiocchi azzurri e della « placca » con l ' impronta del leone di San Marco . Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della fanteria italiana - che ne era stato a lungo il distintivo caratteristico , come il cremisi lo era stato per gli oltremarini ed il grigio ferro per gli artiglieri - venne sostituito dal panno azzurro . Così le vecchie velade e bragoni di panno bianco cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più succinta , chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla cravatta ; e ciò per ovviare all ' incomodo svolazzamento delle falde e per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione . Tale riforma aveva anche una portata economica , perché il nuovo abito meglio serrato alla vita del fante rendeva possibile l ' abolizione delle così dette camiciole , o corsetti di colore che si usavano sotto la «velada.» Il soldato portava una cravatta di pelle nera , due incrociature , o bandoliere di bulgaro , una per sorreggere il tasco o bisaccia , l ' altra per sostenere la baionetta . Le cartucce - venti di regola - costituenti il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco . Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in qualche parte da quello dell ' oltremarina . Un sostanziale divario concerneva anzitutto il vestiario , che nell ' italiana era fornito dallo Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia , laddove per gli oltremarini - come è detto più sopra - era fornito dai capitani . Al ramo delicato ed importante dell ' amministrazione sopravvegliavano i magistrati sopra camere , cioè i funzionari delle tesorerie locali , impegnando a tal ' uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili per le cose della milizia ( Casse al Quartieron ) . Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall ' industria privata , ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio , Castelfranco ( 115 ) ed Alzano nel Bergamasco ( 116 ) . Anche Venezia si distingueva in quest ' arte con due stabilimenti di molta fama , specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto , di cremisi e di azzurro , che si esportavano pure largamente in Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche . Le merci che l ' industria privata così offriva alla Repubblica erano collaudate di regola presso i depositi al Quartieron , o magazzini di equipaggiamento e di vestiario della truppa . I lanifici e le fabbriche di cui sopra , erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei cinque Savi alla mercanzia , i quali dovevano vegliare sulla qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i panni per uso militar . Queste lane dovevano essere tassativamente della specie nominata sacco , scopia o Puglia ( 117 ) . Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei cuoî necessari per esse : incrociature , taschi , pendoni , o centurini da sciabole , baionette , palossi e palossetti , che erano pure somministrati dall ' industria privata e più precisamente dai fratelli Zaghis di Treviso . I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano in numero di 18 . Per decreto del Senato , nel maggio 1790 i reggimenti di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso , oltre al nome variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante . E questi numeri erano : Reggimento Veneto Real n . I del colonnello Alberti - reggimento n . II del colonnello Mario Alberti - reggimento n . III del colonnello Marin Conti - reggimento n . IV del colonnello Francesco Guidi - reggimento n . V del colonnello Teodoro Volo - reggimento n . VI del colonnello Giambattista Galli - reggimento n . VII del colonnello Lòdoli - reggimento n . VIII del colonnello Pacmor - reggimento n . IX del colonnello Marco Conti - reggimento n . X del colonnello Francesco Covi - reggimento n . XI del colonnello Andrea Toffoletti - reggimento n . XII del colonnello Marino Stamula - reggimento n . XIII del colonnello Giacomo Sarotti - reggimento n . XIV del colonnello Francesco Galli - reggimento n . XV di Rovigo - reggimento n . XVI di Treviso - reggimento n . XVII di Padova - reggimento n . XVIII di Verona ( 118 ) . Il numero di questi reggimenti era marchiato a caratteri romani sui grossi bottoni di metallo dorato di cui erano adorni gli abiti dei fanti italiani . Come gli oltramarini , anche reggimenti di italiani si suddividevano in 9 compagnie ciascuno ( 119 ) . La loro forza complessiva oscillava nel 1790 intorno ai 6276 uomini , ripartiti in 162 compagnie organiche . Di queste , 43 con 2712 uomini erano nelle guarnigioni di terraferma , raccolte in massima parte nei presidi di Verona , Legnago e Peschiera , quando a quelle terre venne ad affacciarsi Napoleone Buonaparte . CAPO V . Le milizie paesane . L ' esercito assoldato del vecchio regime agonizzava adunque a Venezia sotto il peso degli anni , degli errori e dell ' universale indifferenza . Indebolito nel principio di autorità , roso dal tarlo profondo dell ' indisciplina , conscio di essere diventato da ultimo uno strumento inutile a sé medesimo , maleviso ai novatori come un ' arma da tirannide decrepita , trascurato dai medesimi governanti che ne sapevano tutta l ' intima debolezza organica e morale , l ' esercito assoldato veneto più non rappresentava alla caduta della Repubblica se non l ' ombra di sé medesimo , una sopravvivenza intristita che il primo soffio di fronda sarebbe stato sufficiente a rovesciare nella polvere . Causa dunque la pertinace riluttanza della Serenissima nel concedere all ' organismo nato ai bei tempi dei condottieri del Trecento le riforme e l ' evoluzione che esso richiedeva , l ' organismo medesimo stava per giungere all ' ultima mèta del suo travagliato ciclo nella città delle lagune . Si spiega così come nello spirito dei migliori - per quanto pochi - si rappresentasse la necessità di surrogare alla imminente rovina delle armi regolate venete qualche altro istituto che valesse a raffermare nelle medesime quella fiducia che sembrava oramai spenta nei cuori . Ed il rimedio meglio adatto alle esigenze pressanti dell ' ora sembrava consistere in una risurrezione delle vecchie cernide veneziane , in un adattamento cioè degli ordini di queste - nate in tempi non meno travagliati per la Repubblica - alle condizioni militari , economiche e sociali delle nuove età . Nella fede ancora superstite in questi illusi , la maschia e vigorosa fondazione di Bartolomeo d ' Alviano pareva ancora sorridere , piena di promesse e di lusinghe , come dopo la Ghiara d ' Adda e la perdita dei domini Veneti di terraferma , nel 1794 , come al tempo della Lega di Cambrai . Alla perfine non si erano perduti dai Veneti né terreni , né battaglie ordinate , e l ' uniforme tranquillità dell ' epoca pareva propizia , purché si volesse , a restaurare la milizia secondo forme meno viete e più progredite . Si trattava in sostanza di fare ritorno alla semplicità ed alla spontaneità delle funzioni dell ' istituto militare , reso pesante dagli attriti , rugginoso dalla lunga e sfibrante inazione , improduttivo per essersi ridotto - causa la sfiaccolata bontà dei governanti - a disimpegnare insieme i còmpiti di istituto di beneficenza e di vasta casa di correzione . Le cerne , vera e prima milizia territoriale ed archetipo della Landwehr di Stato , dovevano perciò evoluzionare nelle forme e nella sostanza . Di conseguenza , al concetto della prestazione personale dei componenti di tale milizia derivato dalle antiche compagnie del popolo , durante una campagna di guerra o un determinato periodo di neutralità armata , doveva sostituirsi quello di un servizio temporaneo sotto le bandiere , anche all ' infuori delle dette eventualità ; un criterio da coscrizione progressiva , una specie di prefazione insomma al servizio personale individuale ed obbligatorio . La riforma era dunque ardita perché i tempi della decadenza veneta repubblicana potessero accoglierla , comprenderla ed attuarla . Nondimeno , per qualche sintomo , essa poteva sembrare ancora possibile a coloro che la vagheggiavano . Anzitutto il buon volere con cui , dopo tanti anni di dissuetudine , le cerne erano accorse alle armi nella primavera del 1794 per rimpolpare le scheletrite compagnie dei soldati di mestiere , ed in secondo luogo l ' arrendevolezza con cui le cerne medesime si erano sottomesse agli sbandi resi necessari per colmare in modo uniforme le deficienze dei diversi presidi militari di terraferma . In linea di diritto e di organica militare adunque l ' evoluzione aveva compiuto indubbiamente un grande passo . L ' elemento campagnuolo delle cerne rassicurava oltre a ciò i più retrivi e timorosi del governo della Serenissima , coloro cioè che a tutto si sarebbero rassegnati pur di non toccare di un punto il vetusto e tradizionale edificio degli ordini repubblicani . Il rinvigorimento delle cerne infatti , mentre poteva rafforzare i ben noti spiriti conservatori della popolazione delle campagne , affezionate all ' antico ordine delle cose , ligie ai patrizi ed al clero , poteva nel contempo costituire nelle mani di questi ultimi un sicurissimo presidio da contrapporre a qualunque novità avesse potuto arrecare l ' avvenire . I documenti di tali sensi di ossequio , come pure la presunzione che essi avrebbero corrisposto al caso di una reazione improvvisata non facevano difetto nelle masse rurali nelle quali le cerne si reclutavano . Nella primavera del 1796 i contadini del Bergamasco , sorpresi dalla mareggiata giacobina nelle loro campagne in fiore , affluivano a torme al capoluogo della terra , si accalcavano allo sbocco delle vallate , si armavano ed eccitavano il loro podestà Ottolini ad organizzarli in vasta e tenace guerriglia e capitanarli nel nome della patria in pericolo . « Non sarà però molesto a V . E . - scriveva l ' Ottolini al Doge , il 2 giugno 1796 - se , con la mia solita ingenuità . confermo esser sempre vivi i miei timori sulle direzioni della popolazione all ' arrivo dei Francesi . Ravviso anzi in generale una tale e tanta animosità contro di essi , che attribuirò sempre ad un tratto di fortuna se non succede inconveniente , sebbene dal canto mio faccia tutto il possibile per evitarlo . Ho rinnovato quindi le commissioni di fare stare tutti tranquilli ai capi dei comuni ed ai parroci della città e provincia , ed impegnai i sacerdoti a secondarmi con tutto il fervore possibile » ( 120 ) . Non molto tempo dopo , accompagnando lo stesso Ottolini una proposta fatta dai campagnuoli bergamaschi al Doge , di levarsi cioè a massa , quel magistrato soggiungeva : « In relazione a quanto ebbi a rassegnare alla E . V . intorno alle spiegate generose impazienze di numerose popolazioni delle vallate di questo territorio , di esporre tutte volontarie le vite proprie per la difesa e la gloria del Principato , precise come sono e confermate in reale proposizione accolta dall ' universale uniforme voto dei rispettivi consigli , mi formo dovere di assoggettarla devotamente a cognizione di V . E . raccolta nell ' unita parte ( deliberazione ) del General Consiglio ... con cui si offrono a pubblica disposizione 10,000 uomini riuniti delle loro armi , tutta gente scelta , capace e ben diretta , che può prestare un ottimo servizio ... desiderosa infine di sacrificarsi per la perpetua e felice costituzione loro sotto il Veneto dolcissimo impero » ( 121 ) . * * * Adunque , se a questo slancio delle popolazioni rurali soggette a Venezia avesse corrisposto l ' opera prudente e cosciente del governo della Repubblica , si sarebbe per certo acceso sui fianchi e sul tergo degli eserciti di Napoleone Buonaparte nella loro marcia dall ' Adda all ' Isonzo un terribile incendio reazionario da Vandea ( 122 ) . In realtà , al tempo di cui si parla , la Serenissima aveva preso oramai il suo partito riguardo alle milizie paesane ed alle cerne , il partito grigio delle mezze misure , dei compromessi e dei destreggiamenti , tutto proprio delle individualità e delle collettività fiacche e malate . Alle prime novelle della rivoluzione di Francia , il Senato aveva deciso di risciorinare la vecchia e comoda divisa della neutralità armata , quella medesima che aveva servito così bene a nascondere le magagne della Serenissima , nel 1701 , nel 1735 e nel 1743 . Ma , dileguatasi alquanto l ' impressione del primo momento , si vide che quella vecchia e sdrucita zimarra della neutralità in armi si rivestiva in circostanze ben diverse da quelle degli anni precedenti . La Serenissima era minacciata questa volta da un lato dalla nuova Francia nelle basi del suo reggimento politico e fors ' anco nei suoi domini , e dall ' altro dall ' Impero che , per ragioni di frontiere e di militari interessi , poteva violare la proclamata neutralità ad ogni occasione propizia . La Serenissima doveva quindi essere pronta a tutelare un bene senza disporre della necessaria forza per allontanare il male . In questi frangenti l ' unica forza e speranza erano le cerne . Per rimetterle in valore si presentavano due partiti : l ' uno derivato dalla consorteria conservatrice militare veneta , l ' altro dal piccolo nucleo dei riformatori . Il primo caldeggiava un largo e fecondo innesto delle cerne nelle truppe prezzolate , per scansarle dalla prossima morte mediante una trasfusione di sangue rigoglioso in un corpo infermo , e proponeva quindi un amalgama ; il secondo partito mirava invece decisamente a soppiantare i regolati ed a surrogarli senza compromessi di sorta con le milizie paesane . Vinse il partito dell ' amalgama , dopo molte discussioni accademiche sui pregi di un metodo e sugli svantaggi dell ' altro , mentre il vento di fronda che veniva dalla Francia si era oramai tramutato in procella . Fino dalla primavera del 1791 , il Savio aveva esortato le primarie cariche militari a riunirsi per concretare i provvedimenti più adatti a riordinare le cerne . Per questi studi mancavano però i dati di fatto , poiché la costumanza delle mostre generali e dei mostrini era passata in dissuetudine come un ' anticaglia , sicché convenne attendere ancora un ' altra primavera per riordinare i ruoli e raggranellare gli inscritti , « essendo questi quasi tutti ammogliati , laonde si credono dispensati , quantunque non cassi , oltreché non sono poche le emigrazioni nel territorio e le morti avvenute da tempo » ( 123 ) . Finalmente , nella primavera del 1794 , le cerne riapparvero alla luce in uno degli ultimi tramonti della Serenissima . La fusione di esse con i regolati era allora al sommo dei pensieri del Senato , « che si proponeva , non già di ripetere da questo corpo una truppa agguerrita , capace di marciar subito tutta unita e direttamente contro il nemico , ma bensì un corpo da potersi , tutto o in porzione , prontamente unire alle altre truppe ... disposto ad essere in assai più breve tempo delle reclute comuni istruito nelle militari evoluzioni , reso capace a presidî , difese e battaglie . Tale essendo il servizio che da esso corpo si propone di ritrarre il Senato , basterà disporre quello che può essere atto a preparare ed ottenere dalle cerne subito l ' occorrente da poter divenire , con poche istruzioni , un ottimo soldato » ( 124 ) . Ma per questo amalgama - compiuto per di più in evidente condizione di inferiorità delle cerne rispetto ai regolati - occorreva una certa misura tra gli elementi da fondersi , affinché riuscisse una forte e vigorosa combinazione non già un miscuglio instabile . Si addivenne così al partito del sorteggio , ossia all ' estrazione tra le cerne , ed all ' adozione di una ferma biennale da attribuirsi a quei descritti cui sarebbe toccato in sorte di amalgamarsi con i regolati . La costumanza d ' altronde aveva qualche precedente nei periodi delle neutralità anteriori , specie nel 1703 e nel 1709 ( 125 ) , sicché fu accolta dalle masse campagnuole con uno spirito di rassegnazione che parve superare le aspettative . L ' esempio del piccolo ma forte Piemonte - rievocato a proposito dal Fontana ambasciatore Veneto a Torino - aveva persuaso alla fine anche i più scettici in materia di cerne ( 126 ) . Quivi i reggimenti stanziali erano assai di frequente rincalzati con uomini tratti dai reggimenti provinciali , cioè dalle milizie paesane piemontesi , e mercé tale incorporamento periodico , replicato a più riprese e quindi numeroso di elementi scelti del paese obbligati temporariamente alle armi , ben sicuri di far ritorno alle case al termine della ferma , il sistema di reclutamento dell ' esercito subalpino aveva fatto un grande passo verso i metodi in fiore ai nostri giorni ( 127 ) . In queste buone predisposizioni ed in queste analogie organiche , i novatori di cui sopra scorgevano da ultimo un indizio benaugurante per la propria tesi . * * * Adunque , nel maggio dell ' anno 1794 , dietro istanza del brigadiere Stràtico - il miglior campione del partito conservatore militare veneto del tempo - il Savio di Terraferma alla Scrittura Antonio Zen emanò un decreto con il quale si prescriveva , « di effettuare l ' estrazione tra le cerne dell ' Istria e la coscrizione tra le craine della Dalmazia , di un competente numero di individui per essere imbarcati ed inoltrati al Lido per rinforzo occorrente ai soldati di Terraferma ( 128 ) . L ' obbligo alle armi dei sorteggiati doveva essere di un biennio , i compensi di 2 ducati a titolo di donativo da corrispondersi all ' atto del loro innesto nella milizia regolata , la paga eguale in tutto e per tutto a quella dei soldati di mestiere , cioè a 31 lire venete nominali . In questo modo , nel maggio dell ' anno sopra ricordato , si ingaggiarono sull ' altra sponda dell ' Adriatico 500 reclute , e cioè 125 nell ' Istria Veneta e 375 nella Dalmazia , sorteggiate rispettivamente e proporzionatamente sopra un contingente di 525 uomini atti alle armi della prima provincia e 1375 nella seconda . Il mese successivo si levarono altre 450 reclute tra le cerne di Terraferma e nell ' agosto altrettante in Dalmazia : in complesso 1400 uomini in 4 mesi . Erano esenti da questa prestazione i comuni della Bresciana , per l ' antico privilegio loro di servire con la gente solo nell ' interno della terra , sicché quelle cerne si incorporarono nei presidi della provincia e più precisamente nelle due compagnie dei fanti italiani di presidio in Orzinovi . Ma , più che altrove , questi primi saggi di coscrizione avevano incontrato grande favore sull ' altra riva dell ' Adriatico . « L ' estensione della Dalmazia - diceva la relazione di un piedilista dall ' epoca - la sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l ' indole dei finitimi uno straordinario aggregato di individui , anche per una sola occasione al servizio , così si arrolano ivi le colletizie , le quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione a difendere i focolari ed il pubblico suolo . Armigeri per istituto , essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i sudditi della Terraferma e dell ' Istria , ma cadono ben volentieri in stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle colletizie sotto i loro ufficiali che , stipendiati con costanti tenuissime paghe , tengono una certa sopravveglianza sull ' andamento dei sudditi della Sardarìa ( o rispettivo contado ) , sono come accreditati e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato per rientrare , tosto che cada la ragion dell ' armo , nel consueto metodico loro piede » ( 129 ) . In quell ' anno 1794 si ristabilirono pure le mostre generali , si completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli rappresentanti e capi di provincia nonché di 2 colonnelli delle cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello Stato Generale all ' uopo prescelti dal Savio alle Ordinanze , pure due per di qua e due per di là del Mincio ; infine si ristamparono le norme della « Elementar istruzione ad uso delle cernide » edite nel 1763 ( 130 ) . Sempre però ligio al concetto fondamentale dell ' amalgama - da attuarsi cautamente e circospettamente - il Senato aveva prescritto di escludere al possibile i volontari dalle nuove coscrizioni , sia perché il vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo , sia perché ammettendo i volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l ' istituto tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel campo dei fautori delle nuove milizie . Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce . Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma biennale , nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate in Terraferma ed Oltremare ( 131 ) . I ruoli ben preparati dai merighi , o capi plotoni delle cerne , dovevano rimanere esposti nelle chiese per 8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio , onde aprire l ' adito ad ognuno di produrre i propri gravami , o titoli di esenzione . Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi ultimi , il Savio aveva in animo di adottare una speciale tansa , o tassa militare alle ordinanze , sicché riducendo i gravami personali allo stretto indispensabile , o magari sopprimendoli , il passo verso una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe riuscito semplice ed agevole ( 132 ) . Ma il tempo per attuare tali riforme mancò . Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura aveva promulgato non poche norme , da osservarsi scrupolosamente da tutte le cariche cioè autorità militari competenti . I drappelli dei congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle rispettive case da ufficiali : tutti i mezzi di trasporto oltremare dovevano sfruttarsi all ' uopo , come tutte le lusinghe dovevano pure adoperarsi nell ' intento d ' indurre le cerne più volonterose ad assoggettarsi ad una riafferma con premio ( 133 ) . E ciò urgeva oltremodo . La proporzione delle cerne ai « regolati » , causa l ' inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi , minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle milizie paesane , ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva talentare per certo ai conservatori . Sicché le riafferme mantenendo alle armi un certo numero di cerne che , sotto molti rispetti , potevano considerarsi come « regolati » , dovevano funzionare quasi da vàlvola di sicurezza del sistema dell ' amalgama . * * * Le unità dei soldati permanenti , intristite dall ' indisciplina , scheletrite dalle diserzioni , si fondevano infatti come neve al sole . « Devo infatti far presente alla E . V . - scriveva il 16 febbraio 1796 il Savio alla Scrittura Priuli al Doge , « - che presidiate essendo le presenti piazze e fortezze d ' Oltre - Mincio compresa Verona da fanteria italiana , con teste 2712 , artiglieri 173 e 1223 nazionali ( Oltramarini ) , eseguito lo sbando tra giugno e novembre degli Istriani , delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell ' anno 1794 , il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a ridursi a 4 compagnie di invalidi - in tutto teste 327 - che formano il presidio delle città di Palma , Udine , Treviso , Padova , Rovigo e Vicenza , a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini disposti tra gli appostamenti del Lido , Istria e Padova , e finalmente a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789 , tra il Lido e la Terraferma , oltre a 4 compagnie di cannonieri , con teste 141 ed Italiani attive compagnie 13 , con teste 325 . In tutti , teste 2187 , che occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità , biave , oltre le guardie , i dazi etc . » ( 134 ) A questi estremi si era oramai ridotto l ' esercito della Serenissima . Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella primavera del 1794 sarebbe stato follia , dal momento che l ' esercito dei « regolati » , il quale doveva funzionare da crogiuolo della fòndita , più non esisteva se non di nome : ostinarsi a mantenere un sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi designavano per anacronismo , sarebbe stato lo stesso che chiudere le caserme per sciopero di soldati . Tutto questo avrebbe oltre a ciò contrariate le viste politiche della neutralità armata , « non sospetta , ma necessariamente richiesta dall ' onore e dalla salute della Repubblica , » , come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco Pesaro in una concione diventata poi memoranda ( 135 ) . Il partito militare novatore della Serenissima , il fautore cioè delle milizie paesane in tutto e per tutto , aveva così vinta la propria tesi mentre la Repubblica moriva . Le novelle di Francia , i metodi rapidi e decisi delle guerre della Rivoluzione , i sistemi di leva in massa avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune . L ' ultimo Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il portavoce , unitamente al Savio uscito Bernardino Renier , a Francesco Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo Savio alle Ordinanze uscito , al tenente generale Salimbeni , e , tutti insieme - come si costumava per le deliberazioni di maggior rilievo - avevano proposto al Senato di adottare anche per l ' esercito Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione , con ferma triennale ( 136 ) . Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli estratti nelle rassegne delle cerne , il doppio a coloro che si offrissero spontaneamente alle bandiere . Ai nuovi soldati si prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all ' anno , da fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale , e più precisamente dal 1° novembre al 31 marzo . Al termine della ferma triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati ognuno . Questa fu l ' ultima evoluzione delle vecchie cernide venete , conforme al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni . Per essa l ' antico preludeva il nuovo , ed il passato di Vailate e di Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande imprese , se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per intendere . E Giacomo Nani , l ' ordinatore delle nuove milizie paesane in battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli Oltremarini ( 137 ) , avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo d ' Alviano , se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di Napoleone Buonaparte , fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo della Lega di Cambrai . * * * Ma i tempi , i condottieri e le buone milizie non si improvvisano , perché sono frutto dell ' evoluzione lenta dei principi e , sopratutto , della rude esperienza individuale e collettiva . Epperciò la vecchia Repubblica doveva prima , perire e poscia rinnovarsi nell ' anima del suo popolo . In queste condizioni di fatto , il fermento delle nuove età ed i sintomi precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano manifestarsi - anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli - se non con contorni indecisi e mal definiti , come una linea di orizzonte ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora . Di tali sentimenti fanno fede alcune scritture dell ' epoca , e specialmente è suggestiva una dovuta alla meditazione , più che alla penna , di un antico allievo del Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure , cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni , figlio del tenente generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona : « Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte - dice quella scrittura - verso la città di Brescia . Tutte le terre ed i villaggi dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano pieni di spavento e di terrore . Gli abitanti si ritirano con i loro effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le campagne . Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo ( così lo chiamano ) difetto di fidanza , epperciò io ho cercato di far cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato ... I soldati francesi sono tutti giovani e volonterosi .... . in una colonna forte di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all ' età di 40 anni . Erano molto allegri , cantavano di continuo canzoni repubblicane , e mi si mostrarono persuasi della capacità e del coraggio dei loro condottieri , lodando sopra tutto e levando al cielo il merito di Buonaparte . Fui assicurato da molti che quei soldati non disertano mai , da quelli infuori che temono imminente un qualche severo castigo . Infatti le loro marce senza le solite cautele per impedire la diserzione mi hanno persuaso che ciò sia proprio vero ; ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti . « Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un paio di calzoni lunghi di panno bianco , o di tela , in un farsetto di roba simile ed in una velada turchina , del taglio ordinario , fornita di mostre e di paramani bianchi . Hanno cappello in testa , buone scarpe , camicie proprie e grosse cravatte al collo . Gli artiglieri differiscono nel colore delle mostre e dei paramani , che sono di rosso . La cavalleria è meglio vestita , ma in varie maniere . Non si vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa armata , né l ' uniformità e la proprietà osservata dalle truppe tedesche , sicché si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti affatto lògori e coi gomiti fuori . « La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di una sciabla al fianco . La cavalleria al solito , ma con carabine più corte , ed è fornita di cavalli eccellenti . Gli artiglieri sono tutti a cavallo in vicinanza dei loro pezzi , il che rende quanto mai spedito il loro manneggio durante l ' azione , sì volendo avanzare che in ritirata . Nella colonna che ho incontrata non eravi che artiglieria leggiera . Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri da 8 pollici , sicché hanno per questo conto un vantaggio grande sopra gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore . « Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia . « Si ottiene tutto da essi con la civiltà e con la franchezza . La disciplina di questa armata è tutta di una nuova natura , e non è veramente in vigore se non quando i soldati si mettono sotto le armi . Dormono sempre allo scoperto e senza tende , passano i fiumi di poca larghezza sempre a nuoto ed i loro ufficiali di fanteria , fino al capitano incluso , marciano a piedi alla testa dei loro uomini . Ufficiali e soldati tutti portano delle bisacce sul dorso , essendo assai piccolo il numero dei domestici permessi dalle loro ordinanze militari .... « Bisogna ora fare un succinto ritratto del generale Buonaparte . La sua statura è al disotto della mediocre , viso scarno e pallido , occhio vivace , corpo esile . È assai composto di sua persona e molto riflessivo . Egli dà ordini così chiari e precisi ai generali subalterni , che ad essi poco o nulla rimane da aggiungere . Conosce siffattamente la forza delle sue armate , anche nelle più diverse posizioni di manovra , che a memoria ed in un istante egli ne ordina i movimenti senza per ciò ricorrere ad altri aiuti . « Buonaparte è fertile in progetti che sa condurre a fine sempre per li modi i più semplici . È risoluto nell ' operare ed ama in sommo grado la gloria , e la lode . « Così lo ho veduto e così me lo hanno dipinto i suoi ufficiali ed i suoi soldati » ( 138 ) . Con questa confusa visione di un esercito dell ' avvenire levato dalla nazione e per la nazione , pulsante della vita , della volontà e della forza cosciente di quest ' ultima di cui rappresentava il fiore ; con l ' imagine davanti agli occhi di un esercito condotto da un generale come Napoleone Buonaparte , amante al sommo della gloria e della lode , cadeva l ' esercito veneto dei soldati di mestiere per lasciare il posto al nuovo , sull ' esempio di quelli che dalla Francia venivano allora ad affacciarsi alle lagune di Venezia . CAPO VI . L ' artiglieria veneziana . La veneta repubblica , romanamente e saviamente , ha sempre prediletta la massima in pedite robur . Sui 18 reggimenti di fanti italiani e sugli 11 di oltramarini essa non contava infatti , alla caduta , che 4 reggimenti di cavalleria , 1 di artiglieria ed 1 di operai ( il così detto reggimento Arsenal ) , proporzione per certo assai favorevole all ' arma del popolo , qualora si consideri il fondamento oligarchico ed aristocratico dello Stato e la necessità di ben presidiare i numerosi castelli e fortezze che esso aveva sparsi , dall ' Adda e dall ' Oglio , giù per il littorale dalmata , fino allo scoglio di Cerigotto . A cifre tonde , a 262 compagnie di fanteria non facevano quindi riscontro che 43 compagnie , tra dragoni , corazzieri , croati e cannonieri . La prevalente soverchianza numerica della fanteria sulle altre armi non fece però dimenticar mai alla Serenissima la cavalleria e l ' artiglieria , e quest ' ultima in particolar modo . Quale ramo progredito dell ' arte , l ' artiglieristica vantava anzi a Venezia belle tradizioni dottrinali e bibliografiche : basta sfogliare la cospicua e diligente raccolta del Cicogna per convincersene ( 139 ) . Figurano in essa , tra le opere più conosciute , il Breve esame da sotto - bombardiere , capo e scolaro , redatto sotto forma di dialogo , l ' Esercizio dell ' artiglieria veneta e maneggio del fucil , oltre all ' opera classica del maggiore Domenico Gasperoni , ricordata più sopra e dedicata al doge Paolo Renier . Però , fino all ' anno 1757 , l ' esercito veneto non ebbe un corpo di artiglieria a sé , a somiglianza dei reggimenti delle altre armi . Né la specializzazione tattica dei cannonieri era giunta ancora a tal segno da richiedere particolari provvedimenti a loro riguardo , sicché la Serenissima si compiaceva di conservare loro , al possibile , quella tal veste di maestranza , rimasuglio di vecchi statuti e consorterie , dalla quale il corpo medesimo , con poca spesa , ritraeva grande prestigio e saldo vincolo organico . Al servizio ordinario nei castelli , nelle fortezze e sui pubblici legni armati , provvedevano i così detti artiglieri urbani , bombardieri o bombisti ; propaggine delle cerne e particolare aspetto delle Landwehr venete che , in origine , erano così ricche di multiformi e fecondi atteggiamenti da milizia popolare . Ai bombardieri appartenevano infatti per obbligo gli affigliati alle maestranze ed alle scuole devote al culto di Santa Barbara , il quale rifletteva sulla consorteria uno spiccato carattere religioso militante . Dopo il 1570 la confraternita si ridusse in fraglia , cioè scuola o associazione laica , sotto la protezione della medesima santa , con capitolari che prescrivevano ai componenti dell ' arte alquanti esercizi personali obbligatoli da compiersi al Lido . Il Consiglio dei Dieci ed i Provveditori del Comun ( 140 ) dovevano scrupolosamente vegliare all ' assetto di questa scuola ed all ' osservanza dei doveri degli affigliati , d ' accordo con il magistrato alle artiglierie ( 141 ) e con « quello alle fortezze » . Ogni città fortificata o castello disponeva di un nucleo organizzato di codesti bombardieri , istruito , disciplinato e condotto da ufficiali medesimamente prescelti tra le maestranze . I bombardieri di Venezia , dell ' estuario e dei riparti Oltremare , con le rispettive scuole , dovevano provvedere al servizio delle artiglierie sui pubblici legni , oppure assoggettarsi al pagamento della relativa tansa , o tassa di esonerazione come si è detto più sopra . I bombardieri - secondo i capitolari dell ' arte - dovevano presentarsi a raccolta ad ogni tocco di generala , o assemblea , sottomettersi alla estrazion del bossolo , cioè a dire al sorteggio , come praticavasi con le cerne ove occorresse designare gli artigiani necessari per servire le artiglierie sulle navi , formare pattuglie notturne nelle città murate , montare dì guardia alle porte , scortare convogli di polveri e di munizioni da guerra ed estinguere incendi nelle province di terraferma . I bombardieri di Venezia infine , dovevano esercitarsi nei pubblici bersagli di S . Alvise e del Lido , « onde ammaestrarsi nel maneggio di tutte le armi che usar debbono in guerra , con cannoni ad uso di mar e di terra , moschettoni a cavalletto , fucili e carabine , lancio delle bombe e maneggio della spada » . Oltre a questo tirocinio , i bombardieri veneziani dovevano far mostra di sé nelle pubbliche solennità , in quella dello Sposalizio del mare , nelle feste dell ' incoronamento del Doge ed all ' atto dell ' ingresso dei patriarchi , procuratori e cavalieri della Stola d 'oro.Tutti questi servizi erano gratuiti - compreso quello di pompiere cui erano astretti i bombardieri di Terraferma - salvo una bonifica di 8 ducati , corrisposta annualmente dallo Stato per ogni componente dell ' arte a pro ' della confraternita ed a titolo di maestranza perduta ( 142 ) . * * * Col tempo queste costumanze derivate dalle età eroiche , da una condizione semplicista ed arretrata dell ' evoluzione industriale e della compagine operaia , cominciarono prima a scadere e dopo a degenerare . Molti bombardieri si svincolarono dal giogo del servizio personale obbligatorio pagando le tanse , individuali dapprima , collettive di poi - vale a dire le insensibili - quando cioè , con l ' insofferenza del servizio , crebbero l ' avarizia ed il disamore alle armi , ed il mestierantismo militare attecchì su questo terreno brullo ed infecondo come una fioritura di erbàcce selvatiche . Sulla seconda metà del secolo XVIII quasi tutte le compagnie venete dei bombardieri si erano assottigliate in modo straordinario , e con esse - ridotte in totale a poche centinaia di uomini - si doveva provvedere al servizio dei 5338 ( 143 ) pezzi esistenti a quell ' epoca sui rampari e sui navigli della Repubblica . Quale truppa infine , i seguaci di Santa Barbara si erano ridotti - come scriveva il maggiore Domenico Gasperoni - né più né meno che un branco di individui , la cui uniforme e le stesse baionette erano quasi sempre impegnate o in vendita ai cenciauoli . Urgeva quindi porre riparo a tanta rovina , resa ancor più grave dal progresso cospicuo che altrove aveva realizzato l ' arma d ' artiglierìa nella tecnica e nella tattica , mercé l ' addestramento continuo ed intenso dei cannonieri ; laddove i bombardieri veneti dedicavano all ' arte di Santa Barbara soltanto il limitato tempo che le giornaliere occupazioni loro concedevano , ed anche questo di malavoglia o facendosi surrogare dai peggiori rifiuti della società . Ebbe così vita , nel 1757 , il primo nucleo del Reggimento veneto all ' artiglieria , reclutato con i soliti metodi delle milizie di mestiere , mercé le cure del sopraintendente dell ' arma di allora , che era il brigadiere Tartagna , venuto al servizio della Repubblica dall ' Austria . Successivamente il brigadiere Saint - March ed il sergente generale Patisson ( 144 ) ) proseguirono l ' opera del Tartagna , specie il secondo che può considerarsi il vero e proprio riformatore dell ' artiglieria veneta della decadenza . Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò d ' assetto . L ' istituzione del Collegio militare di Verona - avvenuta pressoché al tempo della creazione del primo nucleo stanziale dell ' arma - doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente continua di ufficiali , tratti dal miglior ceto della società veneta , convenientemente addestrati ed istruiti ; uno stato maggiore insomma degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima . In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica usando i libri di Fedro , i Commentari di Giulio Cesare e le Vite degli uomini illustri di Plutarco , il latino , il francese , le matematiche pure , tanto teoricamente che in pratica ed infine le matematiche miste , « quali sono adatte al matematico ed al fisico , abbracciando perciò la meccanica , la balistica , l ' idrostatica , l ' idraulica , l ' ottica , la perspettiva , l ' astronomia , l ' architettura civile e militare , la nautica e la geografia » ( 145 ) . E poiché era « scopo principale dell ' istituto di rendere i giovani , al possibile , perfetti nell ' ufficio di artiglieri , di ingegneri e di battaglisti » , così si doveva , oltre alle materie teoriche di cui sopra , « insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi , l ' uso di accamparsi , la condotta delle mine , l ' arte teorica e pratica dell ' artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto con gli antichi » . Nel piedilista del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare di già adulto . Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie , quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante , tre in quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia . Dai diversi presidi poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il servizio delle navi armate in guerra . Alla disciplina , all ' istruzione ed all ' impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno , due degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia , l ' uno a bordo della nave capitana , l ' altro a bordo della galera provveditrice dell ' armata , e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare , vale a dire ordinariamente dal giugno all ' ottobre di ogni anno . Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era , di regola , di una ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco . L ' impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi gloriosi per le imprese coloniali dell ' Emo , richiedeva oltre a ciò uno speciale contingente anche per tali navigli , pari in forza a quello che si usava sulle fregate . All ' infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento , di servire cioè sui pubblici navigli , esso funzionava da centro d ' istruzione e da istituto di collaudo dei materiali dell ' arma . Queste pratiche si eseguivano al tiro al bersaglio del Lido - l ' antico palio dello splendore veneziano - dove si trovavano raccolti i falconetti ed i cannoni , in prevalenza del calibro da 12 e da 16 , necessari per eseguire i tiri di prova , il saggio delle polveri e dei proiettili e per verificare la resistenza dei materiali . Pure al poligono del Lido si esperimentavano i prodotti della Casa all ' Arsenal , l ' officina classica delle armi , degli arredi e degli strumenti guerreschi veneziani , i letti o affusti da cannone , gli attrezzi e gli armamenti , e si collaudavano pure i lavori che l ' industria privata somministrava alla Repubblica , specie i cannoni forniti dalla ditta Spazziani . Le artiglierie e le munizioni - regolarmente apprestate per qualche tempo dalla detta casa mercantile - erano assoggettate al Lido ai prescritti tiri forzati , e così anche le canne dei fucili di nuovo modello , tipo Tartagna , fucinate a Gardone in Valtrompia , le armi bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della Bresciana . Infine , al Lido ed a Mestre , i cannonieri del reggimento si esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli , e d ' inverno si adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della laguna e nei canali navigabili , per determinare la capacità di transito dei veicoli sopra le superficî congelate . * * * Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia dello Stràtico , nominato sovraintendente delle cose tutte all ' artiglieria nel 1786 ( 146 ) , coadiuvato dal capitano Buttafogo elevato alla carica di ispettore - non sarebbero state sufficienti per assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi toccarono alla caduta della Repubblica , senza l ' opera del grande contemporaneo Angelo Emo . Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica artiglieristica , realizzati per opera ed impulso dell ' ultimo ammiraglio veneto . Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell ' Arsenale e sulle navi armate . « Le sale di quel vecchio e grande edifizio - scriveva Giovanni Andrea Spada - erano adorne a pompa , non a difesa , né v ' era in esso quanto bastasse a l ' armamento completo di tre reggimenti . I cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte della guerra , le palle in relazione ... , le maestranze erano poi così svogliate , ignoranti e corrotte , che un operaio lavorava alle volte un solo giorno al mese » . Rimediò per primo a questa rovina il Patisson , spalleggiato dall ' Emo , grande e geniale ammiratore dell ' arte e della disciplina marinara e militare inglese , ch ' egli vagheggiava introdotte a Venezie . « Le polveri nostre sono umide - dichiarava il Patisson al Savio alla Scrittura - e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente cattive ... Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare , cioè Corfù , Cattaro , Zara , Knin e Clissa , e validi i pezzi destinati all ' armo dei pubblici legni , nonché all ' attual sottile armata di 18 navi , 6 fregate , 5 sciabecchi , fissato con decreto del 1° agosto 1780 ... alla difesa dei forti della Dominante , per il treno di campagna e per le altre eventualità » ( 147 ) . Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla gravissima crisi , unitamente ai provvedimenti organici adottati per l ' arma di artiglieria , alla abolizione delle mezze paghe ai cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei veterani . Fu così possibile armare nell ' estate del 1784 la squadra veneziana destinata all ' impresa di Tunisi ( 148 ) ; sforzo assai modesto se si riguarda il passato , ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se si considerano le critiche contingenze del tempo , le trascuranze e gli abbandoni degli istituti militari e marinari . Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax . La bombarda Distruzione , nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri , il 31 luglio 23 volte su 47 , il 1° agosto infine 39 volte su 47 . La bombarda Polonia il 1° agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati . Il porto di Trapani - prescelto dall ' Emo con sagace intuito militare e navale - per servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e delle artiglierie venete , ferveva allora di apparecchi guerreschi . Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette , ideate ed allestite dal grande ammiraglio . « La poca influenza delle navi - così egli lasciò scritto - sopra le batterie rasenti del molo , suggerì alla mia imaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo ... di formare cioè , con artificiosa connessione , clausura e rivestimento della unita superficie di due masse di venti botti , due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno ... protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia ... bagnata e rinchiusa da sacchi » ( 149 ) . Il 5 ottobre 1785 l ' Emo , coadiuvato dai suoi cannonieri , impiegava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta , « ed era molto cosa piacevole - scriveva un testimonio oculare - nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta che , tutta fumante , mi sembrava un Vesuvio » ( 150 ) . Queste batterie galleggianti - migliorate in seguito ed accresciute di numero - ricevettero due cannoni ognuna , tra cui un obice , e quindi appresso anche un mortaio da 200 . Al comando dell ' artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento , e le zattere stesse si denominarono obusiere , bombardiere o cannoniere , a seconda del tipo dei pezzi che recavano a bordo . Ma le imprese dell ' Emo rappresentarono il canto del cigno della morente grandezza militare e navale dei Veneziani . Morto questi , il 1° marzo 1792 , l ' artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina . * * * Quale servizio prettamente tecnico , l ' artiglieria faceva capo al Reggimento così detto all ' Arsenal ed all ' Arsenale medesimo ; talché le due branche dell ' attività artiglieristica - il tattico ed il tecnico - trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle , cioè il reggimento suddetto e quello all ' artiglieria . Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell ' Arsenale ai tempi dello splendore ( 151 ) , l ' aggiunta del braccio nuovissimo , del riparto delle galeazze e della casa del canevo , ossia la corderia ( denominata comunemente la tana ) , la meravigliosa fabbrica dei veneziani era caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina . La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti , verso la caduta della Serenissima si era quindi ridotta un ' ombra di sé medesima , una bellezza stanca e disfatta dall ' opera demolitrice degli anni , la cui fama richiamava ancora le genti a visitarla , ma più come un monumento delle passate età che come cosa viva . Così la visitò Giuseppe II nell ' estate dell ' anno 1769 . L ' Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di circuito , e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di bertesche sulle quali , di continuo , vigilavano le sentinelle per preservare il cantiere da ogni funesto accidente , specie dal fuoco . Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale posta in mezzo all ' Arsenale , con cui , ad ora ad ora , esse scambiavano alla voce il grido di all ' erta per sapere se vegliassero . Dalla sera all ' alba un drappello di soldati - Oltremarini in massima parte - girava tutt ' attorno al grande cantiere veneziano , ed anche questi solevano chiamare dal di fuori l ' attenzione di quelli che vigilavano sull ' alto delle mura , di guisa che l ' incrocio delle voci delle scolte era continuo e persistente . Dei due maggiori ingressi dell ' edifizio , quello detto da mare , d ' onde entravano ed uscivano le navi , era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso al ponte di legno . L ' ingresso detto da terra , che si apriva sul Campo dell ' Arsenal , era invece custodito da un altro manipolo di cannonieri e di schiavoni , i quali facevano la scolta sotto la grande porta del leone alato , sopra alla quale troneggia la statua di Santa Giustina . Vicino alla porta da mare - segno manifesto della corruzione e della decadenza dei tempi - sorgeva una cantina o vascone che , « da tre bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese tutto quel popolo di operai ( 152 ) , cresciuto tra l ' ignavia universale e fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti . E gli arsenalotti , intorno all ' anno 1775 , ascendevano ancora a più di duemila , suddivisi in squadre comandate da appositi capi detti proti , sotto - proti o capi d ' opera , tutti vestiti con abiti talari ( 153 ) . Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei tempi la dinastia degli Alberghetti , « membri della famiglia benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie » ( 154 ) . E tra questi operai tutti si reclutava il grosso del Reggimento Arsenal , più corporazione e confraternita del tipo degli antichi bombisti , che corpo regolarmente ordinato . A tale arte facevano pure capo i lavori di ristauro più delicati delle armi portatili , quali il rinnovo degli azzalini ( acciarini ) , il calibramento delle canne e la trasformazione dei fucili dall ' antico modello ( 1715 ) al nuovo , del campione Tartagna . Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano le donne « le quali , a togliere ogni sorta di scandalo , albergavano in un luogo disgiunto affatto dagli uomini , custodite da altre donne attempate e di buona fama , e con la sopraintendenza di un ministro di età matura » ( 155 ) . Altri operai - pure ascritti al Reggimento Arsenal - si occupavano di « filar canape e formarne gomene , alla qual cosa era destinato un luogo che è bensì dentro il circuito dell ' Arsenal , ma separato da esso in modo che con quello non abbia comunicazione veruna » ( 156 ) . Questa era la Tana sopranominata , laboratorio , deposito di cànapi e magazzino di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi , governato dagli appositi visdomini , o sottointendenti . Era questa Tana un vasto locale lungo 400 pertiche , governato di un magistrato apposito , e non lungi da esso si ergeva il real naviglio del Bucintoro , che una volta all ' anno , la vigilia dell ' Ascensione , usciva fuori dell ' Arsenale per far di sé bella mostra il dì seguente , « nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in qualunque parte del mondo » ( 157 ) . * * * Il magistrato all ' artiglieria aveva giurisdizione sull ' Arsenale insieme agli altri colleghi ( 158 ) , ma l ' opera sua si esplicava più particolarmente rispetto al reggimento all ' Arsenal , mentre quella del sopraintendente , o del brigadiere dell ' arma , si riferiva in modo speciale al reggimento artiglieria . Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei « fonditori , carreri , fabbri , tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso » , aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro , le munizioni , le bombe , gli apprestamenti d ' ogni genere ed i salnitri . Funzionava adunque , sotto questo punto di vista , da ufficio burocratico ed amministrativo ; còmpito non lieve né facile quando si pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica manteneva ancora in servizio alla sua caduta , claudicanti sui letti che invano attendevano l ' opera riparatrice e rinnovatrice della ditta mercantile Spazziani . Erano 24 modelli diversi di cannoni , tra bronzo e ferro , 5 di falconetti , 6 di colubrine , 4 di petrieri , 13 di mortaj , 3 di obusieri , 3 di obizzi ; senza contare le artiglierie di minor calibro e le speciali , come gli aspidi , i passavolanti , i saltamartini , i trabucchi , le spingarde , gli organetti ed i mortaretti per la prova delle polveri ( 159 ) . Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie che si tendevano al Deposito intangibile , di cui il magistrato all ' artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del reggimento all ' Arsenale . Questo deposito era costituito da una cospicua raccolta d ' armi d ' ogni fatta , composte in alquante sale dell ' Arsenale medesimo , « le cui pareti erano tutte maestrevolmente guernite , dall ' alto al basso , di loriche , di elmi , di spade , di archibugi e di altri militari strumenti . Alcuni di questi saloni forniti erano di armi per 25,000 soldati , tali altri per 30,000 , tali altri ancora ne somministravano fino a 40,000 : e ve ne erano ancora altri per 25,000 o 30,000 galeotti . Le dette sale si vedevano ancora adorne con le imagini di molti ed illustri capitani » ( 160 ) . Il deposito intangibile , ampliato e riordinato nella parte moderna dal sopraintendente Patisson e nell ' antica del maggiore Gasperoni ( 161 ) , era così detto perché ad esso non si doveva ricorrere salvo che al caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra , dappoiché agli usi correnti dell ' armo o della neutralità dovevano sopperire altri depositi detti di consumo , pure stabiliti dentro la cinta dell ' Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni . Ora un organismo come il veneto della decadenza , il quale consumava senza produrre , doveva necessariamente intaccare il patrimonio del passato senza reintegrarlo in alcuna guisa , e mordere dentro l ' eredità del deposito intangibile senza ricostituirla . Ed al magistrato all ' artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi veneziane , registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del polso , assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi , grado a grado , di una potenza militare accumulata da secoli , la quale andava sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare ondoso e profondo . I registri del magistrato all ' artiglieria rilevano tutto questo con impassibilità e precisione . Il deposito intangibile faceva così bancarotta , ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non si rinnovava , sembrava una nuova e fiera rampogna all ' ignavia della Serenissima . Nel 1794 i presidi di Brescia , di Bergamo e di Verona , erano sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate , le quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto . Il Reggimento all ' Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le armi del deposito di consumo fu autorizzato , « a fare le relative pratiche , cioè « a far passare dal deposito intangibile a quello di consumo il numero dei fucili occorrenti , guarniti di bajonetta » ( 162 ) . Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno . Nel 1796 il deposito di consumo - secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento Arsenale - si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta , a 199 senza , a 200 tromboni per uso delle navi , a 639 palossi di bordo ed a 359 palossetti ; vale a dire a nulla o pressoché ( 163 ) . Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili completi , a 7750 pistole poco atte al servizio e difettose di azzalini , a 1558 palossi e ad 89 moschettoni ( 164 ) . È bensì vero che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966 canne da rimontarsi in fucili , 7455 lame da palosso , 2624 azzalini , 11,862 guardie da palosso , 3366 lame da palossetto e 2500 guardie corrispondenti ; ma per adattare tutte quelle parti d ' arme occorrevano tempo , fede e lavoro , e così come si trovavano potevano rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata dalla tempesta . Pure , in mezzo a tanta dissoluzione , si rileva dai documenti la nota semplice ed ingenua , cioè l ' offerta fatta da taluni abitanti dell ' estuario veneziano di crescere , comunque , con le loro vecchie e logore armi il deposito dell ' Arsenale . Erano i cittadini di Burano che in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di 25 schioppi da brazzo , « ( braccio ) serventi alla cazza ( caccia ) dei volatili » ( 165 ) . La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi Buranesi , rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina militare della Repubblica , e riflette ancora molta luce sul modo di intendere e di comprendere la guerra in quei tempi . CAPO VII . Il corpo degli ingegneri militari . Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti , esso legava il suo nome ad un ' opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno . Nella primavera dell ' anno 1771 il Capitanio del Golfo segnalava al Senato la necessità di ridurre in quarto il grande disegno topografico dell ' Albania , e ciò per gli usi correnti e per conservarne copia nella Fiscal Camera delle Bocche di Cattato . Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello Lorgna , e questi l ' affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio Militare di Verona destinati ad uscire in quell ' anno alfieri nel nuovissimo corpo degli ingegneri militari ; così quei giovani uscirono dall ' ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita di operosità e di studi guerreschi , con la visione davanti agli occhi di quella grande provincia sulla quale , in altri tempi , si era largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia . La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva infatti in buon punto . Si poteva beneficiare delle tradizioni e della pratica compiuta altrove , specie in Francia , dai corpi analoghi ; costituire un prezioso ausilio per l ' esercito veneto , oltre che quale organo tecnico anche come istituto direttivo , uniformandosi ai còmpiti che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore ( 166 ) . Ma non basta . Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili . Infatti le condizioni speciali del suolo della Repubblica , il regime delle sue acque costiere e rivierasche , la lotta continua e tenace sempre impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il suolo , portuosi gli scali , facili e spedite le vie fluviali di transito ed i canali navigabili , avrebbero offerto una inesauribile materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari veneti , una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico benessere . Ma l ' occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento , utile insieme all ' esercito e dallo Stato , mancò per l ' ignavia degli uomini e per l ' indifferenza dei tempi . Rimase solamente traccia del buon proposito , della sua pratica assai tardiva , e , come simbolo , il prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari veneti che , da solo , bastò alla deficienza di tutti gli altri . Tale fu il brigadiere Giovanni Mario Lorgna ( 167 ) - più volte ricordato - la cui sfera d ' attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino Zendrini ( 168 ) , il celebre matematico della Repubblica che studiò e costrusse Murazzi , ed a quella degli ingegneri idraulici che sistemarono l ' alveo del Brenta ed il suo Taglio Nuovissimo ( 169 ) . Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati per sette lustri nella scuola d ' applicazione di artiglieria e genio della Serenissima in Verona , agli studi sull ' impiego delle mine , sul miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie , a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova , di Legnago e di Peschiera , ai rilievi topografici da lui intrapresi nel territorio irriguo del Polesine , con il concorso dei suoi allievi , con la cooperazione di Giacomo Nani e con l ' aiuto delle tavolette pretoriane commissionate , per iniziativa del Lorgna medesimo , in Inghilterra ( 170 ) . Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della regione del basso Adige , pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi che essa servì prima ai suoi nemici - Austriaci e Francesi - che ai Veneti . Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei fiumi , dei canali , l ' andamento degli scoli , degli argini e delle strade rispetto alle province finitime , nonché la postura delle chiuse e delle conche . La scala era circa del 50.000 . Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e d ' Oltremare - dei quali si parlerà più avanti - ovunque in rovina , richiedeva urgentemente l ' opera riparatrice degli ingegneri militari . A questo compito avevano atteso fino allora - però in modo insufficiente ed inadeguato - il personale dei provveditori alle fortezze , i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli ingegneri ai confini , corpo di professionisti di Stato dipendenti dalle Camere ai confini , incaricati in special modo del tracciamento e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della Repubblica ( 171 ) . Con questi auspizî adunque , nel 1770 , venne creato con apposito senato - consulto il Corpo degli Ingegneri militari , unitamente al Reggimento di Artiglieria ( 172 ) . Il grande favore , tutto proprio del tempo , verso quanto di tecnica militare e navale proveniva dall ' Inghilterra , indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello - come si era fatto per l ' artiglieria - ; e questi fu il colonnello Dixon , scozzese di origine . Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso : 1 colonnello , 1 tenente colonnello , 2 sergenti maggiori , 8 capitani , 8 tenenti ed altrettanti alfieri , da trarsi questi ultimi annualmente dal Collegio Militare di Verona . In totale il corpo doveva contare sul primo piede 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa . L ' uniforme era « di scarlatto , con fodera , giustacuore e calzoni bianchi , con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto nero , dragona d ' oro alla spala , e spada con fioco uniforme » ( 173 ) . Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri militari veneti non mancava , almeno alle apparenze . Ma , tra il detto ed il fatto , le correlazioni non erano né semplici né rapide sotto la decadenza del governo della Serenissima . Il Piano regolatore del corpo , studiato dal colonnello Dixon , prescriveva che , « esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali già titolati come ingegneri e destinati a comporlo , ma degli altri ancora da inserirsi nel medesimo » . E poiché si constatò , con opportune prove ed esami , che nessuno dei candidati possedeva i necessari requisiti di idoneità - all ' infuori di uno ( 174 ) - il Senato deliberò subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del corpo medesimo . Trascorso un biennio , lo scozzese Dixon , contrariato dalle lungaggini e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva fino allora comandato che sui lindi specchi dei Piedilista , nella primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile servizio , e gli successe il colonnello Moser de Filseck , tirolese di origine e proveniente dall ' esercito austriaco . Pure tra il vecchio ed il nuovo , tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il tirolese che gli subentrava , il Senato continuò a nicchiare , ad onta che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona volta a dare corpo e vita al Piano regolatore decretato fino dal 1770 . « È oramai tempo di decidersi - lasciò scritto il Savio nel 1779 - e con ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che si affacciano su quest ' argomento degli ingegneri militari , ma giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in merito e che lo zelo ci indica ... La disciplina è l ' anima dei militari , e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed il buon ordine . Un sopraintendente degli ingegneri adunque , occupato nelle generali riviste per tutto lo Stato , il colonnello ispettore , costante e necessario al Collegio militare di Verona , esercitato per di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni ... il corpo senza ufficiali ... tutto ciò insomma non giova a conservare l ' armonia nel medesimo . Bisogna decidersi !...»(175) Finalmente , nel 1782 , il corpo degli ingegneri militari cominciò a contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici . Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore all ' organico , così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri militari ed i colleghi ingegneri ai confini , una specie di compromesso tra i due corpi tecnici veneti . Sulla fine di quell ' anno si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco Medin , unitamente al tenente colonnello Milanovich , prestavano la loro opera nell ' arginatura dell ' Adige , alle dipendenze del magistrato al detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili ( 176 ) . Indi appresso , rendendosi sempre più frequenti i casi di questo servizio cumulativo , particolarmente nelle province d ' Oltremare , le meno desiderate e le più trascurate , « per lo stato di desolazione di tutte le caserme , opere interne ed esterne di fortificazione , ospitali , magazzini , depositi , cisterne ed altro » ( 177 ) , il Savio alla Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione comune dei due corpi , e stabilì « che l ' aiuto dovesse essere per l ' avvenire reciproco , ma libero da ogni vincolo l ' un l ' altro » ( 178 ) . Il senso della disposizione non era molto chiaro . Rimase però inteso , in tanta indeterminatezza di forme , che gli ingegneri ai confini dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere , ed in ispecie delle vie del Canale del Ferro , di Venzone , di Gemona , di San Daniele , del Taglio Nuovo di Palma , della prosecuzione dei lavori in corso sull ' Isonzo , a Porto Buso , nell ' Istria , alli scogli di Tessaròlo , lungo la strada di Campara in Val Lagarina , nel territorio di Cremona e verso gli Stati del Pontefice ; e che gli ingegneri militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori di carattere militare , cioè alle opere di fortificazione , ai castelli ed alle caserme ( 179 ) . Cosicché , soltanto nel 1785 , vale a dire dopo circa quindici anni dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti , questo principiava ad avere un inizio di vita , assicuratagli da nuove cure e previdenze del brigadiere Lorgna , concretate nella riforma delle « Leggi , regole e scuole del Militar Collegio di Verona » . * * * Era però troppo tardi . Rimediare al passato non era più possibile , tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente . Tra il 1782 ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck , reduce da un lungo e fortunoso viaggio d ' ispezione nei domini Veneti di Oltremare , così dipingeva al Principe il triste stato delle fortificazioni della Repubblica : « Prima di ogni altra cosa - così scriveva il Moser - voglia V . E . consentirmi che , con il cuore veramente dolente , io mi lagni del deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni dei domini d ' Oltremare ... specie della piazza di Zara , il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia , e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne militari fabbriche . Non mi sorprende però , Eccellentissimo Signore , le grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse opere , bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti diligenze , che profittando delli primi intacchi in un ' opera la riducono in consunzione in breve spazio di tempo , senza alcun riguardo né timore . Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli stessi corpi di guardia . Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di fermissima attenzione ed attivo , avere registri esatti ed accompagnare gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare .... ma invece nulla avviene di tutto questo . Manca il ponte che traversa il fosso capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma , unica comunicazione con il continente , e per conseguenza la sola parte per la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia , per la via di terra ; è rovesciato il molo dalla parte di mare . Vi si rimediò con un ponte provvisionale , ma è bisognevole di restauro , ed il molo è sfasciato dalla violenza delle onde » ( 180 ) . Né in migliori condizioni di Zara - la Venezia della Dalmazia - erano le altre piazze e castelli del littorale e dell ' interno : « Spalato - soggiungeva l ' ora detta relazione - ha una situazione stupenda per sé . L ' imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio verso l ' interno e quello di Sign ( 181 ) . Ma Spalato è ora in decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano . Vale perciò meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di munizioni da bocca e da guerra , e fidarsi meglio degli appoggi di Clissa e Sign , però bene appropriati . « Per Sign , fu il veltz - maresciallo Schoulemburg che dimostrò la necessità di fortificarla fino dal 1718 . Ma il piano non ebbe seguito , e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare , Clissa e Dernis ed il passo di Roncislap , sulla Kerka ( 182 ) . Infine , nel 1752 , furono fatti pochi lavori a Sign ... ed a Spalato non furono toccate che poche rovine del vecchio forte e nulla più . Eppure Sign è luogo di confine , vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a Spalato e vi è una caserma confinaria . « Clissa è disposta sull ' erto di un greppo che domina il solo passo per il quale , da Sign , si può entrare nel contado di Spalato . I recinti della fortezza sono in buono stato e , con piccole aggiunte alle opere attuali , si potrebbe ridurre quel posto molto forte . Clissa è provvista di conservatorî da acqua ( serbatoj ) , requisito assai necessario per una piazza di guerra in queste regioni . Qualche ristauro vi è però necessario , acciocché possano contenere quest ' ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili ... Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign , per Clissa , fino a Spalato ( 183 ) . In questa strada , a quattro miglia circa da Spalato ( dove sono ancora alcuni residui della città di Salona ) è fissato un appostamento per una compagnia di Dalmatini ( Oltramarini ) , il cui quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel medesimo » . Proseguendo nel triste pellegrinaggio , dalla Dalmazia alle terre Levantine , le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche , come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa più vicine . « A Corfù - continua la ricordata relazione - le opere sono tutte ingombre , i parapetti rovesciati , disfatte le embrasure ( feritoie ) ... sicché confesso che grande fu la mia sorpresa nell ' attraversare tanta rovina . A Cerigo ed Asso , la medesima desolazione . Quivi i N.N. H.H. ( 184 ) rappresentanti , nelle loro abitazioni , sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la pioggia entra per ogni parte . Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio di casa , essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero ; i soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia . Ad Asso infine tutte le fabbriche militari sono in rovina . Le condizioni del forte di San Francesco di Cerigo ... mi hanno poi fatto rabbrividire , ed invoco provvedimenti per il decoro del Principato . Li otto pezzi che quivi sono nella casa di San Nicolò , 3 da 30 e 5 da 20 , sarebbe più decoroso che fossero interamente a terra , piuttostoché vederli appoggiati sui fracidissimi rottami dei loro letti ( affusti ) . « A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate ... Prèvesa acquistata nell ' ultima guerra contro il Turco , nel golfo di Arta , insieme a Voniza ( 185 ) esposta alle incursioni nemiche , è fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento » . Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così concludeva : « Si faccia presto a provvedere . Siano fornite le milizie di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari , capitali i più preziosi per le convenienze del Principato . Se no , a nulla servono le bene intese e solide fortificazioni , gli utensili , gli attrezzi da guerra , armi di buona tempera e ben conservate , se non vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto braccio » . * * * Il triste spettacolo delle province d ' oltremare in rovina , senza difesa , senza cannoni , senza milizie , l ' imagine delle residenze dei rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare ; dei picchetti di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior sicurezza e riparo sotto le tende , presso le rive di quel mare che fu già pieno del nome e della gloria di Venezia , quasi attendessero di momento in momento di mutare dimora , deve avere per certo commosso lo spirito del Senato Veneto . Ma poiché l ' azione era a quel tempo assai più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle decisioni pronte e virili , si ricorse anche questa volta ai timidi tentativi , tanto per ingannare il pericolo dell ' ora . Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser , la Serenissima si contentò di istituire il corpo dei Travagliatori del genio . Taluni storici della Repubblica - ed il Romanin tra gli altri ( 186 ) - vollero attribuire a quel corpo un significato moderno , qualificandolo per precursore dell ' odierna arma del genio . Ma il paragone a tutto rigore di critica non regge . Al massimo i travagliatori veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di ouvriers , che esistevano nell ' esercito francese prima dell ' anno 1776; compagnie che vennero poi surrogate dai soldati pionniers con precisi attributi di arma tecnica , ciò che significa che i predecessori degli ouvriers non possedevano i requisiti dei pionieri o , quanto meno , in modo assai incompleto . Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli , occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei travagliatori , e le differenze sostanziali con il corpo dei soldati pionniers di Francia , cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare le tradizioni organiche dei travagliatori veneti . Il Moser adunque , esponendo l ' urgenza di far argine al decadere delle fortificazioni veneziane , proponeva d ' impiegare nei ristauri un personale militare ordinato in compagnie , con reclutamento , còmpiti e trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di disciplina . Era quindi una specie di stabilimento di correzione militare che si trattava di istituire , realizzando con esso due vantaggi precipui : quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più pericolosi e di impiegare la loro mano d ' opera nei restauri delle fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano d ' opera borghese . Quest ' opera di risanamento dal lato morale militare - particolarmente caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò Foscarini - piacque al Senato che l ' approvò anzitutto per tali viste . « Per togliere i perniciosi effetti - come diceva la relazione premessa dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei travagliatori - derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle figure che , quantunque ree di non gravi delitti , chiamano tuttavia la pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi , ... e nell ' intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete , si assoggetta l ' ora intesa scrittura . « Ed essa si dirige a stabilire l ' istituzione di due Corpi di Travagliatori ( 187 ) che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed inoltre quei soldati che , per indisciplina e scostumatezza , venissero giudicati dalle pubbliche cariche d ' Oltremare e Savio alla Scrittura degni di tale correzione , per essere impiegati nelle fabbriche ed in ogni altro pubblico lavoro d ' Oltremare . Ed il Senato , che adatto ciò riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi sudditi , avvalora il provvedimento con la sua approvazione . « I soldati travagliatori avranno la paga di soldato di fanteria italiana , più una diaria di cinque gazzette ( 188 ) nei giorni di continuato lavoro , onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle fatiche : ai capi - squadra saranno corrisposte dieci gazzette . Il vestiario dei travagliatori deve esser fatto dal Magistrato sopra Camere ( 189 ) e di due in due anni loro somministrato , giusta il modello che l ' esattezza della conferenza assoggetta , e che si rileva corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa italiana » ( 190 ) Tale fu l ' ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in due compagnie : una destinata ai lavori di Levante , l ' altra a quelli della Dalmazia ( 191 ) . È chiaro adunque che l ' idea di istituire un corpo del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti veneti nel 1785 . E come non bastassero ad attestarlo le espressioni del senatoconsulto ora citato , v ' ha ancora il libro dei Doveri del Corpo dei Travagliatori , pronto a ribadire tale concetto . A custodia delle principali residenze delle due compagnie - cioè la Cittadella di Corfù ed il Forte di Zara - erano stabiliti dei grossi picchetti di guardia , ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo . L ' anzidetto libro dei Doveri ( 192 ) specifica ancora meglio tale condizione pressoché ergastolana dei travagliatori quando prescrive che , « a far parte di diritto dei detti corpi sono chiamati quegli individui che , dai varî tribunali , uffizi , magistrati e reggimenti , vengono condannati a servire nella truppa . Non possono però introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti , né incapaci al lavoro ... Dietro parere delle primarie cariche delle province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura , si possono altresì condannare a servire nei corpi dei travagliatori quei soldati che si mostrassero di mal costume , o indisciplinati , o che meritassero almeno due anni di correzione . Spirati questi due anni e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi l ' ingaggio . I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa dove saranno nuovamente trasferiti » . I travagliatori non erano adunque che tristi soggetti allontanati dall ' esercito , e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra ogni altra , ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e della fosca dipintura del sopraintendente Moser . Fu soltanto pochi mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo del genio militare , con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno ; « formando finalmente un corpo di guastatori , istrutto nella costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio dei fiumi . Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare , tanto per muovere la truppa contro l ' oste nemica che per assicurarle una forza superiore alla medesima » . Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796 ( 193 ) . CAPO VIII . La cavalleria veneta . Le armi nel loro complesso , il governo ed il riparto difensivo e territoriale . I veterani . Le glorie della cavalleria leggera stradiotta erano sfiorite da gran tempo . I fieri cavalieri albanesi - o cappelletti - al soldo della Repubblica , vestiti di abiti succinti , armati di piccolo scudo , di lancia e di spada , che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d ' Italia nel Cinquecento , si erano a grado a grado ammansiti . Avevano dapprima smussate le unghie , poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati . L ' essenza dell ' arte del combattere leggero alla stradiotta , fatto di balenare d ' incursioni , di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell ' avversario , di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità , era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti , specie in Francia , dove si era raccolta e tramandata , con qualche sapore di venezianità , sotto le insegne del reggimento cavalleggeri Royal Cravates ( 194 ) . A Venezia rimase , come di tutto il bello ed il buono del passato , soltanto l ' eredità delle memorie . Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista , nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l ' arma per eccellenza ; ripiegatasi la Serenissima in sé medesima , la cavalleria divenne nell ' esercito veneto un ' arma esotica . Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini , alla scorta dei convogli di privative dello Stato ( 195 ) e delle reclute , alla guardia d ' onore delle missioni e delle alte cariche governative ; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili , per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura . Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente . Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli , mentre tendevano a raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio , obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo scarseggiava . E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del servizio di scorta e di staffetta . La campagna bresciana e la veronese primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di cavalleria potevano stare più raccolti : la provincia del Friuli , specie il circondario di Pordenone ( 196 ) , pur essendo assai più ricca di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù , e ciò per antico privilegio . Nei dintorni del Chievo ( Clevo ) stava quindi alloggiato un buon terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza , ed a Verona risiedeva il suo sopraintendente . I possessori di quelle praterie acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano obbligati - per vecchi statuti - a somministrare le decime dei loro fieni alla cavalleria ( 197 ) . Ma quel vincolo - fatto di antiche schiavitù terriere - era diventato insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della Repubblica , che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano , offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante . Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle guarnigioni che dell ' onere che loro derivava per la presenza della cavalleria nelle loro terre . Ma il Senato , nel 1782 , riconfermò nel modo più esplicito il pieno vigore delle antiche servitù , « essendoché la fornitura delle decime alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti , per il mantien di quell ' arma » ( 198 ) . A squadriglie , a drappelli , il rimanente della cavalleria era suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del Bergamasco , ed in parte tra i centri di Padova , Rovigo , Treviso , Udine e Palmanova . Delle province di Oltremare , la sola Dalmazia aveva cavalleria preferibilmente croata , oppure di corazze ; e poiché a questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso le frontiere turchesche e nell ' interno , i nomi di corazze e di croati suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di sgherri ( 199 ) . Inauguratosi poi , nel 1783 , il sistema dei cambi di guarnigione o dei turni - come si disse più avanti - - fra i grandi riparti territoriali della Serenissima , questa tradizione poliziesca andò a grado a grado affievolendosi , ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso egualmente ripartito tra le diverse specialità dell ' arma che si avvicendavano nei presidi d ' Oltremare . * * * I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi mobili , cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito insidiate dai malviventi , nella sorveglianza delle linee di confine , nella protezione dei convogli di biave ( frumento ) che dovevano servire alla panificazione per la truppa ( 200 ) e nei servizi fissi di guardia e di vigilanza locale ; cioè nei così detti appostamenti dell ' arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo , nelle vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti . Sotto quest ' ultimo aspetto , la cavalleria veneta si prestava all ' occorrenza anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere , come si è ricordato più sopra . Il senso di cosiffatto servizio spigliato , disimpegnato a piccoli nuclei , contribuiva nondimeno a rendere l ' arma maneggevole , usa alle fatiche e bene allenata . I frequenti contatti tra l ' una e l ' altra riva dell ' Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona pratica degli imbarchi , degli sbarchi e dimesticità nelle traversate oltremare , abbenché nessuna prescrizione regolamentare si occupasse della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto ( 201 ) . I trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le manzere , o barche per il trasporto dei bovini , ed in genere « approfittando di tutti i legni in partenza , sia per armo che per scorta delle reclute » ( 202 ) . Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto considerevole . Nel 1794 , le quattro compagnie di croati del Reggimento Colonnello Avesani e le quattro compagnie di dragoni del Reggimento Colonnello Soffietti , che avevano stanza attorno al Chievo , fornivano appostamenti a Mozzecane , Valeggio ( Valeso ) , Sorgà , Villanova , Castelnuovo , San Pietro in Valle , Caldiero , Cà de ' Capri , Sega , ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze di Legnago e di Peschiera ( 203 ) . Le rimanenti quattro compagnie di ciascuno dei reggimenti sopra ricordati , che tenevano guarnigione nella Bresciana , provvedevano a loro volta agli appostamenti di Palazzolo , Ospedaletto , Ponte San Marco , Orzinovi , Àsola , Pontevico , Salò e Crema . Infine , due compagnie del reggimento croati del Colonnello Emo distaccate nel Bergamasco , somministravano gli appostamenti di Cavernago , di Vercurago , Lavalto , Sorta , Villadoda , Cividale , Barican , Sola , Brambat , Lurano , San Gervasio , Romano e Pontida ( 204 ) . E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo , « detratti gli ufficiali , bassi - ufficiali , camerata ( attendenti e piantoni di scuderia ) selleri , forier e marescalco , che non fanno servizio ... » si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna ( 205 ) . Intorno a questo medesimo tempo l ' arma si suddivideva in due reggimenti di croati , in uno di cavalleria dragona ed uno di cavalleria corazziera . I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno , quello di corazzieri ne contava solamente sei . Le compagnie di dragoni , croati e corazzieri , accoppiate due a due , formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore . I corazzieri , per vecchia tradizione nobilesca , costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole , e la legge di Ottazione assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima ( 206 ) . I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni ( 207 ) ; i croati infine formavano la cavalleria leggera . Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell ' arma il già colonnello delle corazze conte Giulio Santonini . Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta ( 1788 ) con l ' anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia , il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età , dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante ( 208 ) . * * * Il grande frazionamento delle truppe venete , le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri , il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare , tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell ' arcipelago ionico , rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo , per affinare il senso dell ' arte , per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo , conforme a quanto si usava a quell ' epoca nei campi di manovra di Francia e dell ' Impero . Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794 , con il loro innesto nei riparti di soldati del vecchio piede le unità si rinsanguarono alcun poco , sicché le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini , da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio . Si presentava allora propizia l ' occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra , ed il tenente generale Salimbeni - il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato - la colse ben volentieri a Verona , là dove , sulla fine del detto anno , si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri , con 326 tra dragoni e croati ( 209 ) . « Il capitanio di Verona ( Alvise Mocenigo ) come pure il tenente generale Salimbeni - così diceva una relazione del Savio al Doge - si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî , ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive . Né per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni ( 210 ) si introdusse l ' inazione nella piazza . Mentre quel comandante delle armi profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio , senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche riunite in corpo , il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica » ( 211 ) . Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa . Più tardi , nel luglio del 1796 , il sergente generale conte Stràtico - il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina - riaffermava ancora la necessità di queste manovre d ' assieme , nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica . Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul margine delle lagune - come al tempo della guerra di Cambrai - quel generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai forti di San Pietro in Volta e di Malamocco , presso i trinceramenti della Motta detta di Sant ' Antonio e presso il Lido , allo scopo di formarne una scuola d ' armi e d ' armati sempre pronta ad ogni evenienza , sempre desta ad ogni minaccia ; di apparecchiare insomma un buon istrumento di difesa per Venezia e per l ' estuario . Giacomo Nani , con il prestigio del suo nome , con la profondità delle sue dottrine , con il suo patriottismo illuminato , aggiungeva a questi disegni forza e decoro . « È bene - scriveva lo Stràtico - che si radunino al più presto assieme queste truppe e siano messe sotto le tende , come nella ultima neutralità ( 212 ) al tempo del maresciallo Schoulemburg . Tale metodo è poi molto utile nel formarsi in battaglia , nel marciare fuori dei campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi , da siepi e da altri impedimenti , e finalmente per eseguire le grandi manovre . Da questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli altri che formano la catena continua delle militari istruzioni ; vale a dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell ' artiglieria di corpo e del treno da campagna , di cui dovrebbero essere forniti i progettati accampamenti , come anche la cavalleria che vi si volesse assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare , scortare convogli e bagagli ... Quanto poi riflette questa ultima arma , il maresciallo Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia ( 213 ) , specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia , con buoni corpi di cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle milizie che , da Venezia , fossero spedite in Terraferma . Converrebbe quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di croati , aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste , formare con esse tre buoni squadroni ( di due compagnie ognuno ) ed aggiungervene un quarto di cavalleggeri » . Così , mentre la Serenissima stava agonizzando , si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra dell ' esercito Veneto , sicché essi uscirono alla luce del sole come nati - morti . * * * Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti territoriali d ' Italia , di Dalmazia , del Golfo e del Levante . I tre ultimi , per essere d ' oltremare , avevano stretta correlazione con la suprema magistratura politica , civile e marinara di ciascuna provincia ( i provveditori generali ) . Il primo dipartimento invece , quello d ' Italia , non avendo normalmente tale analogia di forme e di reggimenti - a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero di nominare anche colà un provveditore - esercitava la propria giurisdizione per mezzo dei capitani e dei podestà . Nel riparto di Levante ( 214 ) primeggiava l ' isola di Corfù , per la sua posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra della Serenissima ( 1716 ) indivisibilmente congiunti alla strenua difesa del maresciallo Schoulemburg . E la fortezza corfiotta nel 1796 contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia specie e calibro . Dopo Corfù , in ordine d ' importanza , si contava Santa Maura ( Levkàs ) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli orrori delle incursioni turchesche ; Zante ( Zakynthos ) la boscosa e feconda per i pingui pascoli , assai mal guardata dai suoi 21 cannoni barcollanti sugli affusti tarlati ; Prevesa la cittadella perduta in fondo al promontorio aziaco , ricca di gloria romana ed anche un poco orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti ( 215 ) , guardata da un pugno di soldati macilenti per i miasmi dell ' acquitrino ambracico . Venivano ultime Vonizza , l ' isola di Cefalonia con il presidio di Asso , e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto . Nel contado delle Bocche , cioè in parte della giurisdizione del Golfo , aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni , compreso l ' armamento del Forte Spagnuolo di Castelnuovo ( 216 ) , quello del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei Pastrovicchi . Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l ' attiguo territorio dei Montenegrini e dei pascià dell ' Erzegovina ( 217 ) . Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara . Non minore importanza dopo questa città avevano i castelli di Knin , di Sign , di Spalato , di Traù , le opere di Sebenico , quelle di Almissa e di Imoschi . Nell ' Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi . Tra le piazze forti d ' Italia aveva grande fama Palma , o Palmanova , retta da uno speciale magistrato militare . Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e dell ' estuario era assai grande , e tale si trasmise pressoché in integro , attraverso le dominazioni francese ed austriaca , fino al 1848 . Tra le opere più notevoli si contavano , al tempo della caduta della Repubblica , quelle del Lido , di Campalto , della Certosa , di San Giorgio Maggiore , della Motta di Sant ' Antonio , del Maltempo , di San Pietro in Volta , degli Alberoni , di Chioggia , di Bròndolo , del Castello di Sant ' Andrea , di San Giovanni della Polvere , di San Giorgio in Alga ; oltre una folla di opere minori , batterie , trinceramenti , ottagoni , palizzate ed appostamenti ( 218 ) . Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell ' estuario risultavano collocate in complesso 2471 bocche da fuoco , comprese le disponibili nell ' Arsenale . Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona . In essa si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice ( 219 ) , entrambi ricchi di solide muraglie , di torricelle , di opere a corno e di terrapieni d ' ogni maniera , demoliti in buona parte in forza del trattato di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione Scaligera ( 220 ) con grossi parapetti , feritoie sui piloni del classico ponte e merlature , opere deturpate anch ' esse in virtù del detto trattato ; e la cinta murata con le numerose porte , cortine e bastioni illustrati dall ' arte del Sammichieli . Minore importanza avevano infine la piazze di Legnago e di Peschiera - recentemente sistemate nei fossi acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna - il castello di Brescia , le opere di Orzinovi ( Orzi - Novi ) , di Crema , di Àsola , di Pontevico e di Bergamo . * * * L ' alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante , Dalmazia , Golfo ed Italia , era esercitata dai rispettivi sergenti maggiori di battaglia , secondo i turni dei quali si disse più sopra . Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli governatori delle armi , suddivisi in alquante categorie a seconda dell ' importanza delle fortezze medesime . Ai governatori delle armi spettava un certo numero di lance spezzate costituenti una piccola guardia del corpo . Successivamente però questo diritto andò modificandosi e si trasformò , sul finire della Repubblica , in una specie di indennità di carica da corrispondersi in contanti . A questi governatori delle armi nelle fortezze d ' Oltre mare incombeva un còmpito assai spesso difficile e pericoloso . Quello cioè di servire da ago della bilancia in mezzo alla violenza delle passioni politiche delle genti contermini , e da scudo contro le incursioni e le depredazioni delle vicine tribù turchesche . E l ' uno e l ' altro ufficio essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza , quasi sempre con scarsissimi presidi , con armi spuntate e rugginose . In quest ' opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le campagne del 1716-17 , ma più che tutto valeva l ' intreccio dei vincoli politici , sociali e feudali , solidamente ribadito dalla Repubblica nei domini d ' Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti delle terre . Così , con fine accorgimento , la Serenissima soleva scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli Oltremarini , vale a dire tra i conterranei medesimi ; sicché , per tale riguardo , le genti entravano di leggeri in una tal specie di convinzione di godere una autonomia propria , convinzione che gli istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano . Il crogiuolo delle milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore , da valido intermediario tra le libertà cantonali d ' Oltremare ed il potere centrale repubblicano , da scuola d ' armi insieme e di pubblici poteri dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato . Le migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per l ' esercizio del governo sui conterranei , in nome della stessa Serenissima , e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della Repubblica . Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre coadiuvati dai così detti maggiori alle fortezze , tratti in buona parte dal corpo degli artiglieri , con incarichi esclusivamente sedentari . Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il reclutamento di questi ufficiali , e tra gli altri merita particolare rilievo quello che si verificò nel 1794 quando - nell ' assoluta impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di guerra da Angelo Emo - convenne trasferirli appunto nel personale delle fortezze , senza riguardo di sorta all ' ufficio ed all ' arma di provenienza . I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a quelli che , sotto la Francia del vecchio regime , erano attribuiti ai majors ed agli aides majors généreaux des logis ( 221 ) . Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva delle truppe venete . I documenti più autorevoli in materia sono per certo i « Piedilista generali di tutte le pubbliche forze » compilati all ' Inquisitorato sull ' amministrazione dei pubblici ruoli . Codesti specchi , che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza bilanciata dell ' esercito della Repubblica , comprendevano gli effettivi sotto le armi , gli aumenti e le diminuzioni dei fazioneri in confronto del periodo di tempo immediatamente precedente , gli amassi o risultati delle nuove leve , i cassi o congedati per compimento d ' ingaggio o per inabilità fisica , i fuggiti o disertori , i morti , i passati di riparto o trasferiti ad altra sede , ed infine i realditi , o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per revisione di processo ( 222 ) . Le modalità di tali piedilista erano tassativamente fissate dalle Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra l ' amministrazione dei pubblici rolli ( 223 ) , e ad esse si dovevano uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare brogli , peculati e tentativi di frode per via dei passavolanti ( 224 ) . Epperciò ogni ufficiale , sulla propria fede di uomo d ' onore , doveva redigere la copia del rispettivo rollo , o riparto , da trasmettersi quindi agli inquisitori competenti , vidimata dalle autorità superiori . Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici legni , disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti . I sergenti maggiori di battaglia , i capi dei riparti territoriali , gli aiutanti di reggimento e di battaglione , dovevano sorvegliare con somma cura la compilazione scrupolosa dei piedilista , che si trasmettevano all ' Inquisitorato semestralmente prima dell ' anno 1790 , ed annualmente dopo di quell ' anno ( 225 ) . * * * Dai piedilista adunque - orgoglio e tormento della burocrazia militare veneta dell ' epoca - si rileva che la forza bilanciata sullo scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di migliaia di soldati , e che pochi anni prima della caduta questa forza era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini ( 226 ) . Tale contingente di truppe era suddiviso pressoché in parti proporzionali tra i quattro dipartimenti militari . Così nel 1780 , sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 teste a ruolo , compresi gli invalidi , gli addetti all ' Arsenale , alle scuole militari ed alle compagnie di leva , spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli effettivi seguenti : Riparto di Levante . - Presidi , numero 24 ( 227 ) . A terra , uomini 3326 . Sulle navi , nomini 1683 ( 228 ) . Riparto di Dalmazia . - Presidi , numero 49 ( 229 ) . A terra , uomini 2761 . Sulle navi , uomini 255 . Riparto d ' Italia . - Presidi , numero 43 ( 230 ) . A terra , uomini 2141 . Sulle navi , uomini 453 . Riparto del Golfo . - Presidi , numero 2 ( 231 ) . A terra , uomini 197 . Sulle navi , uomini 460 . Nell ' interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in giusta misura , con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i cattivi distaccamenti , e con riguardo ai turni destinati a ristabilire l ' equilibrio in questa necessaria altalena di « bona mixta malis » delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale . Pochi erano invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima sede , o riparto territoriale , e ciò dipendeva ordinariamente tanto da necessità di transito da un riparto all ' altro ( Lido - Padova - Zara ) , quanto da convenienze particolari d ' arma ( corazzieri , croati , travagliatori , invalidi etc . ) . Nel piedilista del V settembre 1776 ( 232 ) - uno dei più accurati della specie - risulta infatti che , dei 18 reggimenti di Fanteria Italiana , 14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell ' interno di uno stesso riparto , che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate , e che tutti i corpi di Fanti Oltramarini all ' infuori di due ( 233 ) si trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia , il Levante , l ' Italia ed il Golfo . Della cavalleria veneta , il Reggimento di Corazze aveva le sue sei compagnie tutte in Dalmazia , quello di Dragoni era per intero dislocato in Italia . Il reggimento Croati del Colonnello Begna presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti , quello del Colonnello Gregorina era tutto raccolto in Italia . Il Reggimento artiglieria infine era suddiviso con sei compagnie in Levante , tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia . Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco immutata fino alla caduta della Repubblica . Subì soltanto qualche alterazione nel 1796 quando , a cominciare dai primi di giugno , dalle province d ' Oltremare furono chiamate alla Dominante truppe per la difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia . Allora , per la seconda volta dopo la guerra di Cambrai , si videro raccolte milizie in buon numero dentro l ' abitato cittadino di Venezia , violando la tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in omaggio alle libertà repubblicane . All ' infuori di codesti casi eccezionalissimi , unici rappresentanti della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune erano i birri ed i fanti , ministri questi ultimi al servizio del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato ( 234 ) . * * * Poiché l ' esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio carattere di istituto di beneficenza , pullularono come una fungaia i corpi degli invalidi , o dei benemeriti , senza contare i nuclei di militari fisicamente inadatti al servizio , non inquadrati in unità sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il benefizio delle così dette mezze paghe . Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri , intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano - prima della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa - una certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte alle eventuali esigenze . Ma poiché lo scandaloso costume delle mezze - paghe , che manteneva a spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu abolita nell ' anno 1777 , un ' ondata di postulanti e di malcontenti venne a rifluire alle unità organizzate degli invalidi . Se ne rammaricava inutilmente il Senato , rilevando il grave danno pecuniario che causava tale corrività , eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere : « perché questa caritatevole disposizione ( dei benemeriti ) non vada a danno del dinaro pubblico , né trovi il privato interesse una fonte di illeciti vantaggi » ( 235 ) . La piaga però aveva troppo salde e profonde radici , d ' altronde le strettezze dell ' erario non permettevano di concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l ' assisa repubblicana ; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70 anni di età . Nel 1790 esistevano nell ' esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti di benemeriti . Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle opere contermini , una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia . Un distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte di San Pietro dei Nembi sotto Zara , un altro quello del Maltempo presso Venezia , i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel Collegio Militare di Verona . Principale còmpito di questi benemeriti era il servizio di guardia agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia , « senza mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto , per ubbidire ai comandi che loro venissero impartiti e vietando l ' asporto di pubblica o di privata roba » ( 236 ) . CAPO IX . L ' addestramento della truppa veneta . Cadeva la Repubblica quando , dopo una serie di reiterate istanze intese a porre in rilievo la vetustà dei regolamenti tattici compilati dal maresciallo Schoulemburg al principio del secolo XVIII - sui quali era passato indarno tutto lo splendore dell ' arte federiciana - il Senato si induceva finalmente a nominare una commissione con l ' incarico di redigerne dei nuovi . Si trattava anzitutto di rendere più agili e manovriere le forme tattiche della fanteria , anchilosate ancora nella vecchia suddivisione di ali , di divisioni e di plotoni , di imprimere maggiore impulso al fuoco , scioltezza agli ordinamenti e vigoria alle azioni da combattimento . La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto sotto Verona , e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di esercitazioni e di manovre , si presentava assai propizia per compiere le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti . Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale Salimbeni , dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali inferiori , compiva infatti la prima metà dell ' opera , cioè quella della revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo « Esercizi personali per gli Uffiziali , bassi - uffiziali e soldati della truppa veneta » , e la presentava al Savio di Terraferma alla Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo , acciocché questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge . La relazione faceva riserva , « che i detti benemeriti ufficiali Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa produzione anche della seconda parte dell ' opera ... la quale abbracciar deve i movimenti dei corpi , così avendo essi creduto di dividerla per maggiore facilità e chiarezza » ( 237 ) . Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce comprendeva adunque il maneggio del fucile del modello Tartagna , i movimenti con la bandiera per gli alfieri , con la spada per gli ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina . Nel proemio si esprimeva il voto , « che il libro venisse stampato in entrambe le lingue italiana ed illirica , due essendo le nazioni con differente linguaggio che hanno l ' onore di servire Vostra Serenità » , e prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla cavalleria , « la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della infanteria di regolazioni nello esercizio non solo , ma anche nella tattica , usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo passato dal generale Stenau » . Ispirandosi a modernità di concetti , « come si deve » ed alle « nuove pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite » , i compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che la « nazionalità veneta potrà , con esso , diventare mirabilmente istrutta » . Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre righe , ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e procuravano di disciplinare l ' urto . Semplificavano oltre a ciò - nei limiti del possibile - il maneggio dell ' armi ed assottigliavano d ' alcun poco il pesante bagaglio delle evoluzioni , delle marce , delle contromarce e delle colonne d ' attacco . * * * Per eseguire i movimenti con la spada , oramai definitivamente sostituita alla picca fino dall ' anno 1790 ( 238 ) , gli ufficiali dovevano prendere la posizione di attenti , epperciò essi dovevano : « impiantarsi con la vita dritta , petto in fuori , capo alto , tacchi tra loro distanti di due dita , punte dei piedi in fuori , ginocchia tese , braccia pendenti al naturale in giù , cappello che riposi sopra le ciglia ma voltato un poco verso sinistra » ( 239 ) . I movimenti con la spada erano 17 e cioè : spada alla mano o in parata , primo saluto , spada in parata , secondo saluto , spada in battaglia , spada in parata , spada all ' orazion , spada in parata , spada a funeral , spada in parata , spada in riposo , spada in parata , spada in battaglia , spada in riposo , spada in battaglia , spada in parata , spada nel fodero . Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco come si pratica oggigiorno e così si salutavano : «L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura , i Provveditori Generali da Mar , della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma » . Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada si arrestava al primo tempo dell ' odierno saluto , e cioè « con la coccia della spada « dirimpetto al mento , alla distanza di un palmo , guardamano voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto » . Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori surrogarono rispettivamente la battuta della picca ed il levarsi del cappello , quando la picca stessa costituiva l ' ordinario armamento dell ' ufficiale . Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada all ' orazion , che stendevasi a quell ' atto davanti al corpo con il braccio disteso e la punta fin presso terra , mentre l ' ufficiale ripiegava il ginocchio destro sotto il sinistro , si toglieva di capo il cappello e lo raccomandava alla mano sinistra ; a funeral , nella quale positura la spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro , assicurata sotto l ' avambraccio piegato all ' altezza della mammella ; in battaglia infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro , « appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla , col filo in fuori » ( 240 ) . Gli alfieri portavano normalmente la bandiera « sul fianco destro , l ' asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti , la lancia ( freccia ) voltata in piano ed il calcio a terra » . Nei tempi sereni e senza vento la bandiera si lasciava « a drappo volante » , nei piovosi invece o con vento si prendeva « il canto ( lembo ) pendente del drappo e con la mano destra si serrava all ' asta » . Nelle parate - senza eccezione di tempo - la bandiera doveva essere sempre spiegata . L ' alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con la spada , « compiendo un ottavo di giro a « dritta , poi con la mano dritta abbassando l ' asta della bandiera verso la parte sinistra , finché il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra ... nell ' atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si impugnava per di fuori dell ' asta » . Per salutare tutti gli altri superiori l ' alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello ( 241 ) . E passiamo agli esercizi con il fucile ( 242 ) . Poche premesse poste innanzi alla descrizione dei relativi movimenti richiamavano l ' attenzione sul fatto , « che il maneggio del fucile deve compiersi dai soldati con desterità e scioltezza ... epperciò essi dovranno stare con l ' orecchio attento al comando , muovere le mani sempre in vicinanza del corpo , eseguire con vigore ogni tempo di una mozione restando poi immobili da uno all ' altro tempo » . Per facilitare poi la simultaneità e l ' esatta esecuzione degli esercizi , si prescriveva che « essendo i soldati in rango e fila , quelli di prima riga abbiano a guardare attentamente il campione ( istruttore ) e quelli delle due ultime file quelli della prima , onde muoversi tutti contemporaneamente » . Tra il comando di ciascun movimento e l ' esecuzione del primo tempo di esso , il campione doveva lasciar correre un intervallo bastevole per contare a cadenza i primi tre numeri . Tra i tempi successivi questo intervallo doveva essere prolungato di alquanto e diventare eguale all ' intervallo di tempo che è necessario per contare i primi sei numeri . Si eccettuavano da questa regola mnemonica i comandi per i fuochi e per ritirare le armi , i quali dovevano eseguirsi non appena ordinati . La posizione di base per eseguire il maneggio dell ' armi era quella del fucile collocato sulla spalla sinistra , con la canna in fuori , sostenendo il calcio con la palma della mano sinistra appoggiata al fianco , « sicché il pollice premeva il calcio e le altre dita lo stringevano per di sotto : il braccio sinistro non doveva essere né troppo teso né troppo inarcato , col gomito daccosto alla vita in modo tale che la mammella cadesse tra le due viti della piastrina » ( 243 ) . Il rigido formalismo dominante non si arrestava però a tali prescrizioni e rilevando , « che vi sono uomini che hanno più anca che spalla e di quelli che sono al contrario » , presumeva di correggere anche le differenze fisiologiche dei diversi attori con compensi e temperamenti , in modo da ottenere che tutti i fusti dei fucili si adagiassero in un medesimo piano inclinato , perfettamente uniforme . « Se il soldato - - diceva dunque il regolamento - ha più anca che spalla , esso dovrà sostenere il fucile sulla spalla volgendo il pugno un poco in dentro perché la canna più si scosti dalla testa ; e se al contrario avesse più spalla che anca , allora volgerà il pugno un poco più in fuori appoggiando maggiormente il calcio alla coscia per avvicinare di più la canna alla testa . Con tale avvertenza si riuscirà a mettere nello stesso piano tutti i fucili di una riga di soldati » . E sulla pratica di questi ripieghi i campioni fondavano il supremo segreto dell ' arte , la ricetta che assicurava fortuna alla complicata coreografia del maneggio dell ' armi . I principali movimenti con il fucile erano 34 . La loro progressione cominciava col presentar l ' arme , la quale si sosteneva verticalmente davanti al corpo « in candela , proprio dirimpetto al mezzo del capo , col vidone ( vitone ) del cane contro il centurino ... ed il piede destro tre dita dietro il piede sinistro , in modo che il calcagno di questo guardi il mezzo dell ' altro piede , e ciò senza cangiare di fronte » ( 244 ) . Sull ' esecuzione dei fuochi il regolamento richiamava « tutta l ' attenzione dei soldati ... avezzandoli a mirare con franchezza , a non torcere in verun modo la testa , a non muovere né il corpo né il fucile , perché ogni piccolo moto può alterare la direzione del colpo . Allorché poi questo vada a maggior distanza , si insegnerà ai soldati a premere bene col calcio la spalla nell ' atto di far fuoco » ( 245 ) . Gli esercizi del fuoco erano preceduti dal movimento di base del preparatevi . A tale comando il fucile si portava presso a poco nella positura di « presentat - arm » e da questa si armava il cane , premendo con il pollice della mano destra sul vitone del cane medesimo . Ciò fatto si passava al secondo movimento , cioè all ' impostatevi , portando il piede destro un palmo dietro al sinistro e volgendo il corpo verso destra , in guisa da « metterlo a mezzo profilo » . Così si spianava l ' arma « appoggiando la guancia destra sul calcio , chiudendo l ' occhio sinistro per potere aggiustatamente mirare col destro lungo la canna l ' oggetto che si vuole colpire .... Quando non sia determinato questo oggetto da prendere di mira , il soldato farà cadere la bocca del fucile al livello circa degli occhi » . I tempi della carica erano laboriosissimi . Al comando di pigliate la carica il soldato estraeva dal tasco ( cartucciera ) una carica , bene avvertendo « di aprirlo in mezzo e non da fianco per ritrovarla più facilmente » ; quindi portava la detta carica alla bocca , ne strappava la carta con i denti sino a scoprire la polvere aiutandosi per ciò con uno « sforzo della mano verso la sinistra » . Ciò fatto si poneva mano al focone chinando la testa per poterlo bene innescare , quindi si chiudeva la batteria e si impugnava con la destra il fucile verso la bocca , « in modo che il calcio poggi a terra accosto al piede sinistro , la cartella sia in fuori , il fucil tocchi la coscia sinistra e la bocca resti dirimpetto alla spalla destra , impugnato con la detta mano destra » . Da questa posizione , « dopo di aver soffregata con le due dita pollice ed indice la sommità della carica per bene aprirla del tutto , si versava la polvere in canna mandandole dietro la carta , e si intasava da ultimo con la bacchetta stendendo naturalmente il braccio e spingendola con forza dentro la canna stessa » . Tutto ciò esigeva una quarantina di tempi . Non minor cura esigevano l ' armare le baionette ( 246 ) , il disarmarle , il sostenere l ' urto ( 247 ) e portare il fucile alla pioggia , assicurato con il calcio sotto l ' ascella sinistra « la bocca in basso e la bacchetta in sù » ; il recare l ' arma alle bandiere cioè a fianc - arm ; a funeral , sotto l ' ascella sinistra con il calcio all ' insù e davanti , la canna inclinata indietro tenendo il fucile con la sinistra all ' impugnatura e la destra dietro la schiena al mezzo di essa ; infine all ' orazion , verticalmente davanti la spalla destra mentre il soldato stava nella posizione di in ginocchio con la mano sinistra in atto di saluto sul frontone del caschetto . Un ' appendice agli Esercizi personali regolava i movimenti speciali della fanteria oltremarina per quanto riguardava il maneggio del palosso e recava , a mò di chiusa , un capitolo relativo alla visita delle armi e delle monizioni . * * * Tale fu la riforma dei regolamenti per la fanteria veneta . Con essa si dovevano abbandonare d ' un tratto i vincoli che collegavano i regolamenti stessi all ' arte del Principe Eugenio di Savoia , per ravvicinarli decisamente alle tradizioni più recenti della scuola francese e federiciana . Forse tali progressi sarebbero stati assai più sensibili nella seconda parte che si attendeva , quella cioè , relativa all ' impiego tattico delle truppe , ma il tempo tolse non solo la facoltà di pubblicare quest ' ultima , ma ben anco il destro di diffondere più largamente la prima oltre il ristretto cerchio delle milizie che componevano il campo veneziano sotto Verona . La parte formale degli Esercizi personali non vide infatti neppure l ' onore delle stampe . Essa rimase allo stato di manoscritto tra le mani gli ufficiali veneti che la sperimentarono , e così si tramandò pure ai posteri confinata tra le polverose carte del Savio alla Scrittura ( 248 ) . Restò così ancora in vigore , fino alla caduta della Serenissima , il libretto del maresciallo Schoulemburg , l ' ultimo capitano della Repubblica . Gli uomini delle tre righe erano disposti l ' uno dietro all ' altro alla distanza di un passo . Gli esercizi erano comandati alla voce o con il tocco del tamburo , e si dovevano eseguire all ' ultima parola del comando che il campione doveva pronunciare breve e forte , oppure al termine del tocco seguendo l ' esempio dei sottufficiali o dei campioni medesimi . Gli esercizi del reggimento erano preceduti dal riconoscimento , o formazione delle unità di manovra . Si pareggiavano allora le file , si eguagliava la forza delle compagnie , si suddividevano tra i riparti secondo l ' ordine di precedenza gli ufficiali ed i sottufficiali i quali , fuori delle righe , attendevano in questo frattempo di prendere posto . La compagnia inquadrata perdeva da quel momento ogni personalità e tutta la truppa si ripartiva in tre divisioni , cioè il centro e le due ali . Tale formazione era pure la normale per il combattimento ( 249 ) . Ogni divisione era comandata da un capitano o da un sergente maggiore : si suddivideva in mezze divisioni , e queste ancora in plotoni di manovra . Le evoluzioni principali consistevano nel raddoppiare le file e le righe , nel serrarle , nelle conversioni , nello spezzare la fronte , nel formare le colonne ed i quadrati , nelle contromarce e nei fuochi . Per raddoppiare le file i soldati di ciascuna fila si spostavano lateralmente ed entravano nella distanza di circa un passo che intercedeva di solito tra uomo ed uomo . Quando il movimento doveva eseguirsi sulla destra si spostavano le file pari , se a sinistra si spostavano invece le disparì . Le conversioni si effettuavano a perno fisso e per ottenere il necessario contatto facevasi assai spesso porre ai soldati le mani sui fianchi , alla costumanza tedesca . Le contromarce facevansi per righe e per file . Per eseguire i fuochi si serravano le righe da petto a schiena , cioè si annullava l ' ordinaria distanza di circa un passo che esisteva tra le righe medesime . V ' erano fuochi così detti di riga , di mezze divisioni , di plotoni , da fermo e marciando , cioè alternandosi le righe nello sparare usufruendo all ' uopo degli intervalli interposti . Contro la cavalleria si formava il quadrato , sia da fermo che in marcia , armando le baionette e sostenendo l ' urto . Il libro del maresciallo Schoulemburg trattava oltre a ciò del servizio territoriale , o di piazza , del modo di accampare e di accantonare un reggimento e le unità inferiori ad esso , di porlo in marcia con le misure di sicurezza e di scortare un convoglio . Però , stante l ' esiguità delle forze disponibili e l ' abbandono degli esercizi nei campi di manovra , queste pratiche non erano che semplici attestazioni teoriche . Invece - come si disse altrove - era assai deplorato il difetto di norme regolamentari circa l ' imbarco e lo sbarco di truppe a piedi o a cavallo sui pubblici legni ; operazioni di qualche frequenza nell ' esercito della Repubblica specie dopo l ' adozione dei turni di guarnigione ( 250 ) . Le evoluzioni della cavalleria erano più antiquate di quelle della fanteria e risalivano alla fine del XVII secolo , cioè a dire alla pratica del generale Stenau , altro capitano della Veneta Repubblica . Anche la cavalleria - come la fanteria - si ordinava su tre righe e la distanza tra queste era normalmente di cinque passi . Gli intervalli tra fila e fila erano tali che i cavalieri potevano introdursi liberamente in questi spazi senza toccarsi l ' un l ' altro . Le evoluzioni consistevano nello sdoppiare e nel raddoppiare le file e le righe , con procedimenti analoghi a quelli risati dalle armi a piedi . Le conversioni - di 180 gradi - si eseguivano tanto a righe aperte che serrate : si adoperavano per cambiare diametralmente direzione di marcia e si compievano per divisioni , mozze divisioni , per file ed anche individualmente per ogni singolo cavaliere . L ' esercizio con le armi consisteva , per le corazze ed i croati , nel maneggio della spada , della sciabola e dei pistoloni da arcione ; per i dragoni inoltre nell ' uso del moschetto armato di baionetta . Le tendenze difensive diffuse nell ' arma di cavalleria - a motivo della importanza crescente del combattimento a fuoco - avevano accentuato nella pratica degli esercizi l ' impiego delle colonne vuote di dentro e dei quadrati . La prima di queste formazioni si assumeva dagli squadroni in colonna di divisione , « facendo che la testa stia ferma e che conversino le mezze divisioni delle altre , dimodoché rivolgano la fronte alla campagna » , cioè verso il nemico ( 251 ) I quadrati si ottenevano invece dalla linea spiegata , ripiegando le ali all ' indentro e ripiegandosi ancora ciascuna metà di queste ultime in sé medesime dopo effettuata la conversione verso l ' interno , in guisa da costituire nell ' insieme il quarto lato della figura . Ciò fatto tutti eseguivano una conversione individuale « verso la campagna » . Le cariche si effettuavano di regola in modo avvolgente . In quest ' arte - tramandatasi tradizionalmente nella cavalleria veneta dagli stradiotti e dai cappelletti - si distinguevano ancora , sul cadere della Repubblica , i Croati . Questi medesimi recavano ancora la palma nel foraggiare , nel portare gli attacchi in terreni intricati e scuri , nel passaggio dei corsi d ' acqua ed infine nei combattimenti temporeggianti e nelle ritirate . Le corazze distinguevansi a loro volta nelle salve con i pistoloni , ed i dragoni nei fuochi con i moschetti e nei combattimenti pedestri . Gli esercizi campali e le evoluzione del Reggimento artiglierìa erano infine regolate , sul tipo di quelle della fanteria , da un libretto appositamente redatto dal brigadiere Stràtico . La carica dei pezzi si eseguiva con la cucchiaia o con i cartocci . Con il calcatoio si spingeva la polvere nella camera della bocca da fuoco e vi si intasava , adoperando all ' uopo un poco di strame palustre , delle alghe di mare oppure della paglia aggrovigliata , fintantoché la polvere stessa affiorava nello intorno del focone . Indi appresso si introduceva nell ' anima del pezzo la palla elevandone alquanto la volata . Eseguito questo primo tempo della carica , con un fiaschetto si colmava di polvere da innesco il focone , se ne spargeva un poco anche nella parte posteriore di esso , ed il cannone era allora pronto per la punteria e lo sparo . CAPO X . Dei bilanci militari . Anche l ' energia motrice di ogni organismo sociale , il denaro , difettava grandemente al tempo della decadenza repubblicana . È perciò necessario di toccare anche questa materia nelle sue relazioni con i bilanci della guerra , per conoscere quanta parte della rovina nelle armi venete tocchi ai fattori morali e quanta , non meno notevole , sia da attribuirsi invece ai fattori materiali , al governo della lésina , al metodico rifiuto dei mezzi necessari per mantenere in vita il prezioso strumento della difesa della patria , all ' ostinatezza infine di negare ad esso le necessario riforme . Importa dunque sfogliare anche il carteggio dei Savi cassieri - o ministri veneziani delle finanze - quello dei Magistrati sopra Camere , o sopraintendenti delle tesorerie provinciali , esaminare le pòlizze dei preposti al Quartieron , o cassa militare destinata a sopperire ai bisogni della milizia stanziata nel territorio dipendente da ciascuna Camera .. E da questa indagine emergerà una verità di molto rilievo . Che cioè i primi allarmi nelle angustie finanziarie si sogliono , con improvvido consiglio , far scontare alle milizie - come che queste possano in ogni evenienza privarsi di tutto quasi arnesi inutili e parassitari - e che questa decimazione mal frutta allo Stato che la pratica nel momento del pericolo , quando cioè esso si accorge troppo tardi di essersi apparecchiato lentamente e di proposito alla rovina , all ' umiliazione ed al servaggio . Al caso concreto , Venezia negò ai propri soldati e marinai il necessario per affilare le armi , tenere asciutte le polveri e validi i propri navigli , ed il mal fatto risparmio andò profuso e sperduto nel mantenere sul proprio suolo due eserciti , nemici tra di loro e pronti a sovvertirla . Ora vediamo un poco addentro a queste cifre . Alla fine della Seconda Neutralità d ' Italia ( 1737 ) la Serenissima aveva accumulato un sensibile deficit , o sbilanzo - come si diceva nel linguaggio d ' allora - epperciò si escogitarono riduzioni , falcidie ed economie , atte possibilmente a colmarlo . A quell ' epoca le entrate annue della Repubblica erano valutate in ducati 5,114,915 , cioè a dire in lire 21,426,378 circa : le spese complessive ammontavano a ducati 5,810,037 , talché lo sbilanzo si aggirava annualmente intorno a 705,722 ducati , cioè a 2,960,161 lire . Da questo complessivo gèttito di pubblico danaro , le spese militari ( Esercito e Marina ) prelevavano ogni anno due milioni e mezzo di ducati , all ' incirca ( 252 ) . Tali spese nell ' anno 1737 erano ripartite come segue ; Arsenale e Tana , ducati 218,037 e grossi 6 ( 253 ) ; Spese per l ' armar , comprese le navi e le galere , ducati 46,836 e grossi 3; Fortezze , ducati 32,776 e grossi 12; Artiglierie , ducati 25,841 e grossi 15; per formento ad uso di lavoro dei forni , ducati 109,264 e grossi 19 . Simile , per formento bonificato alle decime , ducati 215,165 e grossi 6; per le milizie del Lido , ducati 215,107 e grossi 3; per il loro vestiario , ducati 56,594 e grossi 22 . Per capitoli varii , quali spazzi ( viaggi ) dei capi da Mar , sopracomiti etc . , ducati 28,512 o grossi 17 . Paghe e paghette alle predette autorità e serventi , ducati 28,348 e grossi 17 . Per gli stipendi , compreso quello del veltz - maresciallo Schoulemburg ( 254 ) , ducati 31,296 e grossi 12 . Totale per l ' ordine militar nella Dominante , ducati 1,008,511 e grossi 23 . Il rimanente del bilancio era assorbito dalle truppe dislocate negli altri riparti della Serenissima , distinto in analoghi capitoli di spesa , e questa fu precisamente di ducati 2,060,965 e grossi 11 ( 255 ) . Sempre nell ' anzidetto anno , con questo bilancio la Serenissima manteneva nelle armi 19,385 uomini . Ma premendo ovunque le proteste e gli incitamenti ad assottigliare gli apparecchi militari ed a porli in armonia con la politica di rinuncia e di stretta neutralità dichiarate dalla Repubblica dopo la pace di Passarowitz , il Senato nell ' inverno del 1738 convocò , « una conferenza per meditare e far suggerire quei sollievi e risparmi che conciliar si possano tra i riguardi della pubblica economia e quelli della necessaria custodia degli Stati » . Quali fossero i termini di questa equazione vaghissima , a più incognite , solita a rinverdire ad ogni crisi delle finanze e molto più ad ogni depressione di spirito ed infrollimento della volontà collettiva delle nazioni , non è detto . Certo si voleva che l ' Esercito e la marineria veneta facessero le spese dello sbilanzo e lo risarcissero . La navigazione più non allettava , il commercio veneziano era allora arenato , l ' impero coloniale scomparso miseramente : di questo ormai non rimanevano superstiti che i pochi brandelli delle isole Ionie , del Cerigo e di Cerigotto . I porti franchi di Trieste , di Livorno , di Ancona e di Sinigaglia avevano soppiantato i traffici della Repubblica , che si era ormai ridotta a dimenticare affogando le memorie del passato nella vita spensierata , spendereccia e voluttuaria del presente . Ed in quei frangenti di allegro consumo senza un ' equivalente produzione riparatrice , lo sbilanzo cresceva . Nondimeno il credito della Repubblica era ancora considerevole - una bella facciata architettonica che imponeva pur sempre per quanta rovina nascondesse nell ' interno - ed il fratto degli antecedenti risparmi poteva consentire di far ancora fronte alla situazione , purché si ponessero un poco all ' incanto le armi e meglio si colorisse con quest ' atto la divisa assunta dallo Stato godereccio , scettico ed imbelle . Frutto adunque della conferenza indetta dal Senato Veneto si fu una prima riduzione della forza bilanciata la quale , da circa 20,000 nomini , discese a meno di 16,000 . Si sospesero inoltre le reclutazioni e le giubilazioni e si incitò la conferenza anzidetta a proseguire nelle riforme e nelle falcidie per realizzare nuovi e più copiscui risparmi . Nel 1738 il bilancio militare veneto si ridusse infatti ad 1,886,322 ducati ; quello del 1739 discese ancora a 1,670,333 ducati ; quello del 1740 infine precipitò a 1,592,784 ducati . L ' esercito o la marineria veneziani si erano adunque sacrificati alla generale assenza d ' ogni spirito di sacrifizio individuale e collettivo , ed in questa bancarotta di sentimenti e di mezzi essi avevano riportati dei colpi così fieri da non riaversi mai più . Così la Repubblica cominciò a morire da quando decretò la liquidazione dei propri armamenti . « Va ben - aveva esclamato il penultimo doge Paolo Renier - « No gavemo più forze , non terrestri , non marittime , non alleanze , .. Vivaremo dunque a sorte e per accidente !...» . * * * Vennero ben presto nuove angustie derivate dal contegno che doveva serbare la Repubblica all ' aprirsi della guerra per la Successione Austriaca . Il docile strumento dei bilanci guerreschi che sembrava adattarsi all ' infinito all ' umile compito di dare senza nulla mai chiedere , di risarcire il patrimonio pubblico perché altri spensieratamente lo godesse senza ombra di preoccupazioni o di affanni per l ' avvenire , di servire da vàlvola di sicurezza dell ' erario che si avviava al fallimento , cominciò a farsi meno duttile e più prezioso . Le diffidenze verso la Francia e verso la Spagna , l ' aperto viso dell ' armi assunto dall ' Austria , avevano richiamato alla realtà delle cose con quella pavidità pronta ad ogni dedizione , con quella premura decisa a troncare ogni imbarazzo e che potevano eguagliare la spensieratezza imbelle con cui si era posto mano a disfare gli armamenti . Pure conveniva apparecchiare qualche cosa , se non altro per semplice mostra . La Repubblica aprì allora docilmente la strada di Campara ( Val Lagarina ) agli Austriaci - i nemici più vicini - per ingraziarseli ; suonò a raccolta per le cerne e racimolò qualche migliaio di vagabondi tratti dai riparti d ' Italia e d ' Oltremare per innestarli nell ' esercito . Alle potenze più lontane offrì in pegno la dichiarazione della sua terza neutralità a mò di una presuntuosa etichetta fatta per coprire una merce avariata . Ed il costrutto positivo di tutte queste pratiche si fu quello di riallentare i cordoni della borsa . Nel 1741 i bilanci militari veneti risalirono ad 1,818,147 ducati , nell ' anno appresso - con la leva di due migliaia di cerne - crebbero ancora sino a 2,845,481 ducati e si mantennero a questo livello per tutto il rimanente periodo della terza neutralità d ' Italia . Ma dopo la pace di Acquisgrana il governo della lèsina riprese di bel nuovo il sopravvento ed accompagnò senza interruzione le vicende militari della Repubblica fino alla sua caduta . L ' esercito si ridusse daccapo prima alla forza bilanciata di circa una quindicina di migliaia di uomini , poi ad una dozzina di migliaia , compresi i non valori . Le compagnie di fanteria precipitarono alla forza di una trentina di individui , quelle di cavalleria ad una ventina , i bilanci militari al milione e mezzo di ducati ed anche meno . La bancarotta non poteva essere più completa . L ' Arsenale ridusse pressoché a nulla il proprio lavoro , le milizie incanutirono sugli artificiosi piedilista , gli ufficiali furono obbligati a morire ancora in servizio nella più tarda vecchiaia per mancanza di danari necessari a giubilarli . Nondimeno la vetusta macchina della Repubblica continuava a reclamare tutta la sua parte di dissipazione dell ' erario , senza che il più timido tentativo di riforma valesse ad alleviarne l ' insopportabile peso . La macchina lavorava unicamente a vuoto e peggio . A comprovare questo spèrpero di energie basta l ' esame dei bilanci dell ' Arsenale veneziano , considerato come pietra angolare del vetusto edifizio guerresco della Repubblica . Esso richiedeva in media per il suo mantenimento - affatto parassitario - 218,837 ducati all ' anno , 46,836 ducati per l ' anno dei pubblici navigli , 25,841 ducati per il rabberciamento delle artiglierìe più sganghenate , 30,000 ducati per il Reggimento Arsenal . In totale il maggior stabilimento marinaro dei Veneti pesava adunque sulla pubblica finanza per 324,504 ducati all ' anno - cioè a dire per 1,356,426 lire odierne - senza contare le giubilazioni , le spese ordinarie per i trasporti Oltremare , per le esperienze ed altro . E tutto ciò per lasciar marcire sugli squeri ( cantieri ) navi più che quarantenarie ed una perfino - la Fedeltà - impostata nel 1718 e varata nel 1770; per lanciare in mare tra il 1717 ed il 1780 soltanto 28 legni , che venivano così a costare all ' erario pressoché tre milioni e mezzo ognuno , ammesso che questo prodotto di lavoro possa ritenersi il solo veramente sensibile dello stabilimento durante il menzionato periodo di oltre sessant ' anni . Il costo di produzione soverchiava adunque in modo inaudito il valore del prodotto , né v ' erano fede ed energia capaci di metterli in correlazione , amputando con sicurezza un organismo mastodontico di consorterie , lento e parassitario . Occorreva perciò romperla con le tradizioni corporative di una industria di Stato divenuta oramai un anacronismo economico , sociale e politico ; stendere la mano franca e sicura all ' industria privata che nella produzione delle armi aveva pur fatto passi lusinghieri e decisi . Ora i buoni propositi di giovare in questo senso l ' amministrazione della guerra attingendo alle floride officine della Bresciana , del Bergamasco , del Salodiano , mettendo a contributo i servizi della compagnia mercantil dello Spazziani , le ferriere di Agordo , i lanifici della Trevigiana e del Vicentino , tramontarono non appena si dileguò al Saviato alla Scrittura il benefico influsso dell ' opera riformatrice di Francesco Vendramin ( 256 ) . * * * Rimase adunque nella sua integrità opprimente il bagaglio delle spese e , per fronteggiarle , dopo di avere liquidato l ' esercito e la flotta convenne ricorrere alla rovinosa china del credito . Subito dopo la pace di Acquisgrana venne aperto un deposito o prestito di quattro milioni di ducati , valuta corrente , di soldo vivo al tasso del 3,50 per cento . Il prestito doveva essere affrancabile , cioè rimborsabile entro 40 anni mediante estrazioni ( premi e rimborsi ) da effettuarsi per maggiore garanzia in pien Collegio , e per la somma di centomila ducati ogni anno . Il pagamento dei pro , cioè degli interessi , doveva compiersi semestralmente . Questi nuovi aggravi esaurirono i bilanci militari e diedero il tracollo alla moribonda milizia veneta . Il bilancio annuo della guerra si restrinse allora sul milione di ducati , né si provvide per questo a sfrondare le spese inutili , allo scopo di rendere più efficaci e produttive le scarse risorse superstiti . In tali angustie finanziarie , in tanto disordine amministrativo , in tale ostinatezza nel persistere negli antichi errori , nella primavera del 1794 vennero chiamate alle armi le cerne . Indarno i deputati ed aggionti sopra la provvision del pubblico danaro ed il Savio Cassier moltiplicarono le interviste , per far fronte alle nuove e più gravi esigenze e sollecitarono l ' opera degli scansadori ( 257 ) . Ad onta di tutto ciò si resero necessari altri centomila ducati per la prima levata delle cerne , poi altri duecentomila e più , ed alla fine di quell ' anno il consuntivo delle spese maggiori per gli armamenti della Repubblica era salito a 238,584 ducati e grossi 12 , compresa la cavalleria e qualche lavoro più urgente da praticarsi nelle fortezze ( 258 ) . Fu perciò aperto un nuovo credito , il nuovissimo , e si convenne di porre mano anche alla Cassa del deposito intangibile , così come si porrà mano più tardi a quella del Bagatin e si inaspriranno le decime , come infine , per sopperire ai bisogni delle armi , si era deciso di svaligiare senza remissione i magazzini dell ' Arsenale ( 259 ) . L ' anno terribile stava per scoccare . La commedia della finanza allegra si avviava a diventare dramma e tragedia , ma prima dell ' epilogo essa doveva passare ancora sotto le forche caudine dei Commissari del Direttorio , piegarsi davanti alla voracità insaziabile dei cassieri dell ' esercito francese incaricati di dimostrare alla Francia che la Serenissima poteva pur dare ancora , e che la guerra si doveva alimentare con la stessa guerra a qualunque costo , a spese degli ignavi e degli imbelli . Questa fanfara era già stata audacemente lanciata all ' aria dallo stesso generale Napoleone Buonaparte : « Io - aveva dichiarato al colonnello Veneto Fratacchio , a Castiglione , il 12 Luglio 1706 - batterò gli Austriaci e farò che i Veneziani paghino tutte le spesa di guerra ! » ( 260 ) Un mese dopo Bonaparte imponeva una contribuzioue di tre milioni di franchi alla città di Brescia e trattava col Battagia un prestito da imporsi alla Repubblica ( 261 ) . CAPO XI . Conclusione . La « Serenissima » si apparecchiava adunque a scomparire sotto una marèa montante di contraddizioni tristi ed anche ridicole . Essa voleva sinceramente la pace con tutti e si sforzava di preparare delle armi lògore e spuntate ; fidava palesemente nelle dichiarazioni di neutralità e , privatamente , non si dissimulava le difficoltà di mantenere il rispetto ai trattati in un periodo di violenze e di usurpazioni in cui unico diritto sovrano era la forza ; aveva dichiarato la bancarotta nelle finanze insufficienti a mantenere in vita persino il proprio esercito anemico e la propria flotta tarlata , ed i Francesi e gli Austriaci ben rovistando con sfrontatezza e rapacità nelle casse dello Stato e nelle tasche dei privati , si apparecchiavano a trarne il necessario per mantenere e nutrire non solo un esercito , ma ben anco tre , lautamente ed allegramente . Triste stato dei deboli codesto , fatto di speranza e di timore , di alternative di fiducia e di sconforto . La Repubblica , ridotta a palleggiarsi delle responsabilità non sue , a stendere la mano capitale al nemico ammesso a forza dentro il cerchio delle mura cittadine doveva , da Verona , strizzare l ' occhio all ' altro nemico che stava ancora fuori e voleva penetrarvi . Obbligata a piatire in note diplomatiche , in richiami , in proteste , le spinosità di una situazione politica , sociale e morale insostenibile , poteva rassomigliarsi ad una dannazione di Procuste fatta persona . Passava da Verona il 20 maggio 1796 il maresciallo Colli per ritrarsi nel Tirolo , col livido in volto per le recenti sconfitte patite nella Liguria e nel Milanese , e prometteva al provveditore generale Foscarini : « pieno riguardo alle autorità venete , disciplina nelle truppe , pagamento delle somministrazioni in contanti » . E tutto ciò mentre giungevano alte proteste dalle comunità venete , « per i violenti modi con i quali si trattano i villici nel trasporto dei bagagli austriaci per le vie di Campata , obbligati essendo a forza di oltrepassare con i loro carriaggi i confini convenzionati ... asportandone gli Austriaci poscia perfino i bovi » ( 262 ) . Ed il Foscarini : « convinto essendo che tutto ciò sia contrario alle intenzioni della Corte Cesarea ed agli ordini dei di Lei generali » comandava « ai commissari ai Campara di rimostrare ai generali austriaci le cose accennate , di interessarsi a rilasciare ordini precisi onde tutto proceder avesse secondo le regole e le discipline convenzionate per i passaggi a Campara medesima » ( 263 ) . I Francesi erano ancora lontani e la fiducia nell ' equilibrismo era ancora fresca e promettente . « I Francesi scriveva il 22 maggio Foscarini al Doge , di cui ancora non conosco le forze sono - per quanto la diligenza dell ' eccellentissimo rappresentante di Brescia mi scrive con sua lettera di ieri - a Robecco , da dove , staccato un uffiziale con cinque soldati per passare il ponte sull ' Olio entrarono nella terra di Ponte Vico , ricercando se vi fossero altri ponti vicini o altri porti , e quanto fondo il fiume avesse . Quindi , fatta ricerca a chi appartenesse quella terra e conosciuta essere soggetta al dominio Veneto , sono al momento retrocessi a Robecco » ( 264 ) . Buoni adunque parevano i principii della nuova avventura con i Francesi , e tutta l ' arte e tutte le speranze sembravano rivolte allo scopo di propiziarsi gli Austriaci , quando il menzognero zeffiro che veniva di Lombardia crebbe d ' un colpo d ' audacia e di violenza . « I mali asprissimi - scriveva il 26 maggio Foscarini al Doge - che l ' attual guerra fa provare all ' Italia cominciano a produrre non lievi conseguenze . Già ho rassegnato i disordini occorsi a Crema per parte delle truppe francesi ... ma la vivacità di questa nazione ed il genio intraprendente dei suoi generali lasciano oramai delusa ogni speranza . In queste circostanze , ben volentieri avrei desiderato accorrere io pure a confortar personalmente i sudditi di V . E . a quel paese ... ma coperte essendo le strade di armati delle belligeranti potenze , il riguardo di non compromettere il decoro della pubblica rappresentanza ha fatto sopprimere per ora in me stesso tale vivo desiderio » . * * * Fu l ' avventura di Peschiera che scatenò l ' uragano , occupata di sorpresa dagli Austriaci di Beaulieu il 26 maggio come res nullius , tanto che il Beaulieu stesso agli ufficiali veneti inviati a protestare per questa rapina non si faceva scrupolo di dire : « che lorquando le ragioni di guerra fanno credere necessaria una cosa a chi la tratta ... non valgono le deboli ragioni del diritto e vengono sforzati a tacere tutti i riguardi » ( 265 ) . Al danno si aggiungevano dunque l ' ironia e le beffe . Nella notte del 27 alla rapina di Peschiera seguì la violenza della Chiusa d ' Adige . Prima dell ' alba del detto giorno si era presentato davanti a quella fortezza un gruppo di ufficiali austriaci accompagnato da una colonna di fanti , per imporre al governatore veneto Bajo di aprire le porte . Questi rispose dal chiavesin ( 266 ) che quello « non era il luogo di passaggio e retrocedessero perciò a Loman , ma gli ufficiali austriaci insistettero dicendo di aver lettere di somma premura da consegnare alla posta di Volargne , dirette a Verona » . Sorpreso nella buona fede l ' ingenuo Bajo introdusse allora gli ufficiali austriaci dentro la Chiesa ma , « nell ' aprire le bianchette erano appiattati i soldati , che sforzarono il chiaverino e si introdussero in più di duecento in fortezza , senza il minimo sconcerto » ( sic ) . Così cominciò per la Serenissima il tristissimo calvario dei disinganni , delle estorsioni e delle usurpazioni , senza forza di ribellarsi al tormento del martirologio , senza fede per trovare in sé medesima un ' ultima stilla di energia capace di abbreviarlo con una scossa suprema . Era il destino che fatalmente ed implacabilmente si compieva sopra un organismo fiaccato dagli anni e rassegnato a morire . L ' occupazione di Peschiera da parte degli Austriaci fornì a Buonaparte buon argomento per esigere un vistoso compenso nell ' occupazione di Verona - necessaria alla sua manovra con la linea dell ' Adige e Legnago - non appena i Francesi ebbero forzata la linea del Mincio ( 30 maggio ) . In questo intento Buonaparte apparecchiò una di quelle rappresentazioni a tesi delle quali egli era maestro . Atterrì il Foscarini minacciando d ' incendiare Verona , poi sembrò placarsi , « purché vi entrassero le sue truppe , occupassero i tre ponti sull ' Adige traversando la città e lasciando guarnigioni sugli stessi , fino a che le ragioni della guerra lo esigessero » . Il 1° giugno infatti una colonna di 20,000 Francesi capitanata dal generale Massena si affacciò alla Porta di San Zeno e penetrò in città minacciando l ' uso della forza in caso di resistenza ( 267 ) . Così cominciò la spoliazione della Repubblica che doveva avere il suo classico epilogo ai preliminari di Leoben . Ma siccome per il momento conveniva osservare ancora qualche parvenza di riguardo verso la Serenissima - che pur non era ancora radiata dal novero degli Stati - così , di buon accordo , si decise di continuare nella serie delle reticenze parziali , delle contraddizioni , delle umiliazioni e delle figure artificiose , come per ingannare l ' estrema ora che stava maturando . La speranza , dopo tutto , è sempre l ' ultima dea a sgombrare dall ' orizzonte . I Francesi pretesero un rifornimento giornaliero di 12,000 razioni . Per salvare le apparenze della neutralità , la ditta mercantile Vivante si prestò alla bisogna , figurando di dare con una mano agli ospiti incomodi e di riceverne con l ' altra il valsente ; ma in realtà la ditta non era pagata che dalla Serenissima la quale , per evitare maggiori guai , si era docilmente adattata a mantenere il protervo nemico sullo stesso suolo della patria che conculcava ( 268 ) . La commedia piacque e si diffuse largamente , come un allegro diversivo in mezzo al trambusto della guerra ed alla concitazione bellicosa . « Cinquantamila razioni di pane da 24 oncie l ' una chiedono giornalmente i Francesi sotto Peschiera - scriveva il 6 giugno il Foscarini - più 60 grossi bovi , 150 carra di fieno , prodigiosa quantità di vino , legna ed altro » ( 269 ) . E la Repubblica compiacente faceva per questo scivolare nelle tasche della ditta Vivante - che moltiplicava le sue filiali - danaro sopra danaro , come una buona nonna passa di soppiatto al nepotino capriccioso un balocco rifiutatogli dalla mamma severa . Dopo le razioni , il pane ed i buoi , venne la richiesta delle armi , cioè 2000 fucili per armare parte delle reclute del corpo di Massena ( 270 ) . E poiché le rappresentazioni della compagnia mercantile Vivante riscuotevano il plauso generale , si pensò bene di aggiungere alla piacente commedia qualche nuova scena ad effetto . « Si sono concertati finalmente - scriveva il Foscarini al Principe ( 271 ) - i modi più adatti per la consegna dei fucili . Abbiamo perciò creduto opportuno di richiamare il munizioniere del territorio ed il Vela , l ' agente noto della ditta Vìvante , ed imposto ad essi il più scrupoloso segreto con la minaccia di incorrere nella pubblica disgrazia , prescrissimo ( 272 ) al primo di avere sul fatto a cancellare dalli ricercati fucili le marche in essi impresse del territorio e riponendoli in casse , con le loro baionette , di trasportarli questa sera in modo inosservato nel luogo dove il Vela forma i magazzini per i suoi generi . Al Vela poi abbiamo ingionto che , lorquando avrà a presentarglisi un commissario francese per parte del generale Massena , abbia a dirgli che essendo stato da noi incaricato di procurare da mano privata la prestanza di duemila fucili , era a lui riuscito di averne mille subito e gli altri sarebbero somministrati nei seguenti giorni , a diverse partite . E questa dilazione abbiamo combinata perché la ristrettezza del tempo conceder non poteva di verificar tutto il travaglio di togliere dai fucili l ' impronta del territorio ed accomodare quelli che in qualche misura ne abbisognano » . * * * Lunga sarebbe la serie di queste umiliazioni e di queste mistificazioni , patite con eguale improntitudine dalla Serenissima per opera dei Francesi come degli Austriaci . Ma importa ora di conchiudere . La ragione ultima di ogni debolezza , di ogni contraddizione , di ogni transazione vergognosa , stava nel miserando stato di esaurimento militare in cui versava la Repubblica . Questa , fiduciosa nei trattati e nelle dichiarazioni di neutralità , nella politica di equilibrismo e di opportunità spinta oltre ai limiti del ragionevole , spensierata , allegra , disamorata della milizia , aveva creduto di trovare nei trattati medesimi un ' arma sempre valida e rispettata , una specie di talismano , dimentica che la guerra li rompe e li calpesta quando così piaccia al più forte . In tale sfera di cieche confidenze , di ostentate omissioni , di trascuranze ignobili , la milizia veneta si era appartata dal grande organismo dello Stato , come vergognosa di essere , come desiderosa di vivere semplicemente tollerata . E decadde ed intisichì in questo abbandono come una pianta selvatica e parassitaria . Quando la vecchia Repubblica fu destata dal lungo sonno dal rumore delle armi nemiche sopra il suo suolo abbandonato alla mercé dello straniero , essa cercò invano le armi proprie , ma non le trovò più , perché ben diceva Giacomo Nani che : « non vi può essere piano militare che sia acconcio a combattere una malattia puramente di ordine morale e politico » ( 273 ) . Così la Serenissima , ostinata nel negare al proprio esercito quelle riforme che l ' avrebbero potuto salvare dalla rovina , lo aveva reso organicamente un anacronismo , economicamente uno strumento di dissipazione del pubblico danaro , militarmente un istituto incapace di esplicare una forza qualunque . Esso poteva perciò rassomigliarsi ad una personificazione grandiosa della statua di Laocoonte , paralizzata dai molteplici intralci e viluppi dell ' amministrazione faragginosa dello Stato , sfibrata dalla specializzazione delle autorità , dai controlli e dalle consorterie , schiacciata dalla sovrapposizione delle autorità , dal bagaglio opprimente di un immenso macchinario di pubblici poteri . In questi intralci delle energie e delle volontà , in questa atrofìa degli organi motori dell ' amministrazione di Stato , il mercenarismo poté sviluppare l ' intera gamma delle proprie caratteristiche , fino alle conseguenze estreme . Indifferenza cioè al contenuto morale della patria , separatismo nella società , venalità , protervia nel chiedere , pari alla debolezza nel cedere o nel promettere da parte dell ' organismo dello Stato che alimentava il mercenarismo medesimo . Cosicché mentre altrove - specie in Piemonte - l ' evoluzione degli ordini ed il largo appello alle milizie paesane permettevano di compiere riforme decise nel tralignato organismo degli eserciti mercenari , apparecchiando il trapasso verso gli odierni sistemi di reclutamento , Venezia , cieca nella fede giurata alle sue costituzioni vetuste , dimentica dell ' eredità legatale dall ' Alviano - che nelle cerne aveva additata la fortuna militare della Repubblica - si ostinava pur sempre a mantenere nelle caserme una larva di esercito che si dissolveva come neve al sole . Così fu possibile , anzi necessaria , la viltà suprema della Veneta Repubblica nel 1796 . Nondimeno , tra il vecchio che cadeva a brandelli in rovina ed il nuovo che maturava , ad onta delle volontà dei governanti e dei governati e della pertinace immutabilità degli istituti , si apparecchiavano gli eserciti odierni fatti con la nazione e per la nazione . Riguardare quindi le vie del passato , riandare il cammino percorso per toccare lo sviluppo d ' oggi , non può qualificarsi opera vana , purché si mediti sulle circostanze che hanno accompagnata la grande evoluzione e sulle contingenze particolari che l ' hanno affrettata . Perché - ad onta di ogni sapienza postuma di storia e di esperienza umana più generalmente note - v ' ha sempre qualche spunto a suggestioni molto proficue da raccogliere , dimenticato lungo la grande ed ampia via maestra , come assai spesso si notano sovra a ' suoi cigli dei modestissimi fiori che sfuggono alla vista dei più . ( 1 ) Nota del trascrittore : la Parte II non sembra essere stata mai pubblicata ( 2 ) G . FABRY . - Campagne de l ' Armée d ' Italie ( 1796-1797 ) . ( 3 ) Presso alla piazza di S . Marco . Erano detti casini , al tempo della decadenza della Repubblica , luoghi di generale riunione di liete brigate e da galanti ritrovi . ( 4 ) Carteggio del prov . generale in T.F. Filza n . 1 ( 1796 ) . R . Archivio di Stato dei Frari in Venezia . ( 5 ) Ibidem . ( 6 ) Carteggio del proc . gen . in T . F . Filza n . 1 ( 1706 ) . B . Archivio di Stato dei Frari in Venezia . ( 7 ) Vedasi per i due primi periodi di tempo la bella scrittura dell ' avvocato LUIGI CELLI , dal titolo : Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI , nella Nuova Antologia , vol . LIII , serie III , fascicoli del 1° settembre e del 1° ottobre 1894 . ( 8 ) A . DELL ' ACQUA GIUSTI . - I Veneziani in Atene nel 1687 . ( 9 ) Dettaglio sullo stato militare del 1° settembre 1781 , per osservare li generi della milizia reggimentata e disposta nei rispettivi dipartimenti del Veneto Dominio , in confronto al voler dei decreti , nonché per conoscere il numero difettivo di allora . Formato alla Ragioneria sopra ai rolli , dietro comandi dell ' Ecc . Savio Francesco Vendramin , Savio di Terra Ferma alla Scrittura ( Archivio Stato , Frari . Deliberazioni Senato Militar 1781 . Filza 106 ) . ( 10 ) I primi riparti di Oltremarini si levarono nel 1507 e servirono più specialmente da fanteria marina . A partire dalla guerra di Candia si accentuò il loro carattere di milizia ingaggiata , da impiegarsi in modo anfibio , epperciò anche nelle guerre terrestri . Francesco Morosini per le campagne del Levante e del Peloponneso li ordinò in reggimenti regolari . ( 11 ) Decreto del 26 agosto 1745 . - Stampato per li figliuoli del quondam Z . Antonio Pinelli , stampatori ducali . - Sulle condizioni politiche ed economiche delle città dalmate , si veda l ' opera del prof . TULLO EBBER , Storia della Dalmazia dal 1796 al 1814 , - Zara , 1886 , tip . Woditzka ( 6 fascicoli ) . ( 12 ) Delib . Senato Militar . Filza 107 , anno 1782 . ( R . Archivio Stato dei Frari in Venezia ) . ( 13 ) Documenti per servire alla storia della milizia italiana dal XIII secolo al XVI , raccolti negli archivi della Toscana e preceduti da un discorso di Giuseppe Canestrini . - Firenze , Vieusseux , 1851 . ( Archivio Storico Italiano , tomo XV ) . ( 14 ) BEMBO . - Dell ' Istoria Veneta . Libro I , pag . 350 . LODOVICO MOSTARDI . - Storia di Verona dall ' origine fino all ' anno 1668 . Verona , A . Rossi , edit . , 1668 . - CELLI . - Op . cit . in Nuova Antologia . ( 15 ) Il ducato veneto , moneta d ' argento , corrispondeva sul termine della Repubblica a lire italiane 4,189 . ( Vedi : PAPADOPOLI , - Sul valore della moneta Veneta . - Venezia 1880 ) . ( 16 ) Relazione ai piedilista del 1781 del Savio di T.F. alla Scrittura , Francesco Vendramin ( 29 dicembre 1781 ) . - Delib . Senato Militar . Agosto - Dicembre detto . Senato I . Secreta , Filza 106 ( 17 ) Verso la caduta della Repubblica , le cerne erano considerate né più ne meno di guardie campestri . Si veda a questo proposito qualche episodio citato nelle Memorie di un ottuagenario di IPPOLITO NIEVO . ( 18 ) « Nell ' amministrazione veneta era insomma una farragine di impiegati e tale numero di uffici , da rendere impossibile rappresentarli anche teoricamente in piena evidenza » . - ( ROMANIN . - Storia documentata di Venezia , Tomo VIII , pag . 368 ) . ( 19 ) Il Collegio era composto come appresso : sei Savi grandi cui spettavano le preposizioni al Senato , cinque Savi agli ordini incaricati di vigilare sulle cose della marina , cinque Savi di terraferma , e cioè il Savio di terraferma alla scrittura , il Savio alle ordinanze e tre altri Savi più semplicemente detti di terraferma , con il compito di riferire sulle condizioni politiche , economiche ed amministrative di quest ' ultima . ( 20 ) Fino dal principio del secolo XVI , dovendosi accentrare in particolari registri le scritture riguardanti le spese per la milizia , fu delegato a ciò taluno dei Savi del Collegio . Un decreto del 26 maggio 1523 sancì poi la riforma di simili scritture ed ordinò che vigilasse su di esse un Savio apposito . Ebbe cosi origine il Savio di terraferma alla scrittura , che si incaricò indi appresso delle spese e dell ' amministrazione degli eserciti della Repubblica Veneta . I Savi erano eletti in principio di ogni anno , che , secondo il costume Veneto , principiava in marzo ( more veneto ) . ( 21 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata . - ( IV edizione , Bergamo 1908 . Parte III , pag . 23 , nota ) . ( 22 ) Lo stipendio medio del maresciallo Schoulemburg era di ducati 12.500 , pari a lire 52.302 circa . Vedasi R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia . Serie II . Bilanci generali dal 1736 al 1766 ( Scritture e decreti ) . - Venezia , tipografia Vicentini , 1903 . Lo stipendio del detto maresciallo salì però fino a ducati 25.000 all ' anno . ( 23 ) Nella seconda metà del secolo XVIII sono notevoli le seguenti rielezioni nel Saviato di terraferma alla scrittura : Alvise Tiepolo , 1764-1765; Zuane Quirini , 1765-1766; Antonio Zen , 1778-1779-1790; Francesco - Vendramin , 1781-1782-1784-1785; Iseppo Priuli , 1794-1795 . ( 24 ) R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia ( op . cit . ) . ( 25 ) Delib . Senato Militar . Filza 117 . ( 26 ) La proposta di nominare un generale in capo venne indarno ripetuta , nell ' estate del 1796 , anche da Giacomo Nani . ( 27 ) Miniere di piriti ramifere di Agordo . ( 28 ) Tra le più notevoli confraternite della specie , si debbono notare quella dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia , dei padri di San Giovanni di Dio a Zara , dell ' ospedale militare di San Sérvolo pure in Venezia . ( 29 ) Quando trattavasi di deliberare su argomenti di maggior interesse intervenivano nelle deliberazioni , oltre il Savio in carica ( attuale ) , anche quello che lo era nel semestre antecedente ( uscito ) . ( 30 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte II , pag 53 , 160 , 199 . ( 31 ) Bongion e Maniva . ( 32 ) I pesi erano in libbre grosse e corrispondevano ognuna ( 12 oncie ) a kg . 0,476999 . ( MARTINI . - Manuale di Metrologia , pag . 817 e Segg . - Torino 1883 ) . ( 33 ) Delib . Senato Militar . 1782 . Filza 107 . ( 34 ) Delib . Senato Militar . 1782 . Filza 107 . ( 35 ) Delib . Senato Militar . Maggio 1796 . Filza 23 . Relazione del tenente generale Salimbeni sulle condizioni della fortezza di Verona . ( 36 ) Campagne del 1715-1718 a Corfù ed in Morea . ( 37 ) Delib . Senato Militar . 1783 . Filza 107 . ( 38 ) Delib . Senato Militar . Filza 117 . Anno 1786 . ( 39 ) Collegio Militar di Verona . Busta n . 264 . ( R . Archivio di Stato dei Frari di Venezia ) . Intorno all ' ordinamento ed alla vita di questo istituto militare , si veda : E . BARBARICH - Una scuola di artiglierìa e genio sotto la Serenissima - ( Rivista di artiglieria e genio - luglio , agosto - 1908 ) . ( 40 ) Celebrata locanda al tempo della Veneta Repubblica , posta a fianco della chiesa di Santa Anastasia di Verona . ( 41 ) Sull ' uso dei biglietti di visita al tempo della decadenza veneziana vedasi : P . MOLMENTI . - ( Op . cit . , parte III , pagg . 45 , 434 , 458 , 459 , 474 , 476 ) . ( 42 ) Comandava allora interinalmente la divisione Serurier . ( 43 ) Carteggio del Provveditore Generale Nicolò Foscarini . Filza 2 ( 1° luglio - 15 agosto 1796 ) . ( 44 ) Delib . Senato Militar . 1785 . Filza 117 . ( 45 ) Italia , Dalmazia , Levante e Golfo . ( 46 ) Delib . Senato Militar . Tavola I , Registro 29 ( Ducali del maggio 1786 ) . ( 47 ) Gli ambasciatori a Costantinopoli si denominavano più specialmente nel linguaggio diplomatico Veneto baili . ( 48 ) Delib . Senato Militar , 1782 . I Secreta . Filza 106 ( 49 ) La riforma delle scuole militari fu preceduta ed accompagnata dalla riforma delle scuole civili , le quali vennero laicizzate a Venezia per opera di Gasparo Gozzi . Il periodo di maggiore attività in quest ' opera corrisponde agli anni che corsero dal 1773 al 1775 . Il Savio alla scrittura Francesco Vendramin desiderava di questa riforma farne il caposaldo per i progettati miglioramenti do introdursi nell ' esercito Veneto , seguendo i criteri già enunciati dal Gribeauval , che suonavano come appresso : « Le but est des réduire à peu de chose les droits à l ' anciennete , aneantir ceux de la protection , donner toute faveur aux talente supérieure et les initier dans le commandement avant l ' âge où le corps commence à perdre et l ' esprit cesse d 'anquérir.Tale opera si era già magnificamente affermata in Francia ai tempi del maggior lustro militare del regno di Luigi XV . ( 50 ) Il nome di alfiere deriva manifestamente dal latino aquilifer , titolo e grado di colui che , nelle antiche ordinanze romane , portava l ' aquila , insegna principale della legione . Nella milizia moderna si tramandò il nome per designare l ' officiale incaricato di portare le insegne di una compagnia di fanti . In cavalleria l ' alfiere prendeva il nome di cornetta , dalla piccola insegna quadra oltre volte usata in quell ' arma . ( 51 ) Non esisteva correlazione gerarchica tra i gradi dell ' esercito e quelli della marina veneta repubblicana . Il grado di alfiere , o di cornetta , corrispondeva però in qualche misura a quello di nobile in nave , che rappresentava il primo gradino della gerarchia degli ufficiali di vascello . Il grado di sopracomito , secondo nella scalèa , disponendo del comando di una nave ( ordinariamente una galera ) eguagliava , sotto qualche rispetto , quello del capitano comandante di una compagnia di fanti oppure di una compagnia di cavalli . I gradi più elevati della marina , quale il governatore di galeazza , il governatore dei condannati ( o ispettore alle ciurme ed all ' armamento delle navi ) , il capitanio del Golfo , o comandante della squadra adriatica , sottoposti a loro volta al capitanio generale , al provveditor dell ' Armata , al patron delle navi , all ' almirante , al capitan delle navi ed infine al provveditore generale da Mar , non avevano riscontro approssimativo nei gradi dell ' esercito . ( 52 ) Legge di Ottazione per la promozione degli uffiziali e bassi - uffiziali nei Reggimenti Italiani , Oltramarini , Cimarioto , Croati a cavallo , Corazzieri , Dragoni , al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia . Stampata per ordine dell 'Ecc.mo signor Michele Morosini , Kav . Savio di Terraferma alla Scrittura , in esecuzione al Sovrano decreto dell 'Ecc.mo Senato , 2 giugno 1740 . Pinelli , stampatori ducali , Venezia , 1740 . ( 53 ) La dichiarazione , datate da Brescia li 16 giugno 1785 , è firmata dal tenente colonnello Zorzi Molari e dal colonnello Giovanni Marin Conti , comandante del reggimento ( Delib . Senato Milit . Secreta I . Filza 116 , 1786 ) . ( 54 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . Filza 116 . Anno 1785 . ( 55 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . Filza 116 . Anno 1785 . ( 56 ) Capo - squadrone , vale dire comandante di due compagnie di cavalli . ( 57 ) Delib . Senato Militar . , 1795 . Filza n . 146 Le principali norme di manovra della cavalleria veneta si possono desumere dall ' opera intitolata : « Esercito militare e regola universale della cavalleria e dragoni della Serenissima Repubblica di Venezia , stabiliti da S.E. Daniele Dolfin » ( Verona 1707 ) . ( 58 ) Delib . Senato Militar , 1782 . Filza n . 105 . ( 59 ) Vale a dire maggiore , comandante di una o più compagnie di cannonieri . ( 60 ) Buona parte di queste prove pratiche si effettuavano al « Bersaglio di artiglieria » di Sant ' Alvise , a Venezia , oppure al Lido . Sui particolari delle artiglierie venete , si veda : « Le artiglierie Venete , fatte incidere in rame dall ' Ispettore generale Domenico Gasparoni . ( 1779 ) » . ( 61 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . 1785 . Filza 116 . ( 62 ) Delib . Senato Militar . 1796 . Filza 25 . ( 63 ) Delib . Senato Militar . 1777 . Collegio Militar di Verona . Busta 224 . Il Senato in esito a tali richieste aveva decretato , che i provenienti dal Collegio Militare di Verona non potessero allontanarsi dal servizio sotto le pubbliche bandiere se non dopo un triennio di permanenza nell ' ufficio cui attendevano . ( 64 ) Pubblicata nel 1779 , in folio , col titolo : « Le Artiglierie Venete , fatte incidere in rame dall ' Ispettore generale Domenico Gasparoni . » ( 65 ) Il manoscritto trovasi al Museo di Padova ( Biblioteca ) . ( 66 ) FILIPPO NANI MOCENIGO - GIACOMO NANI . - Memorie e documenti . - Venezia , 1893 . L ' opera della « Milizia Veneta aveva il seguente motto : « Non ci può essere piano militare che sia acconcio a combattere una malattia puramente morale e politica » . ( 67 ) Erano 43 ufficiali che Angelo Emo aveva elevato al grado superiore , con il consenso del Senato , per benemerenze acquisite nelle campagne di Tunisi e di Algeria . Essi furono distribuiti in soprannumero tra i diversi corpi , ma poi ricollocati in congedo per mancanza di posti . Questi ufficiali reclamarono vivacemente ed infine , nel 1795 , ebbero dal Senato dei posti al governo delle piazze e delle fortezze . ( Delib . Senato Militar . 1795 . Filza 146 ) . ( 68 ) Il zecchino era pari a lire venete 22 , e la lira veneta a soldi 20 ( Italiane lire 0,5228 ) . ( 69 ) Delib . Senato Militar . 1793 . Filza 139 . ( 70 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Filza 130 . ( 71 ) Panno assai leggero ( rarus ) . ( 72 ) « Riconoscendo buona la pratica - diceva un Senatoconsulto dell ' anno 1769 - seguita dalle estere truppe di porre un segno distintivo di reggimento , e non essendo quello sufficiente della diversità dei mostrini ( mostreggiature ) comunemente usato , il Senato emette l ' avviso che con il numero impresso sui bottoni ai debbano distinguere i 18 reggimenti italiani » ( Delib . Senato Militar . 1789 . Filza 127 ) . ( 73 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Registro n . 29 . Decreto 29 aprile 1790 . Si noti l ' analogia di tali distinzioni di grado usata dagli ufficiali Veneti con quella tradizionalmente adottata dagli ufficiali dell ' esercito del Montenegro . Presso di questi i segni del grado si portano sul berretto , e sono : ufficiali generali , scudetto d ' oro dalle insegne principesche ; maggiori scudetto d ' oro con le scimitarre d ' argento ; ufficiali inferiori scudetto d ' argento con le scimitarre d ' oro . ( 74 ) Dalla fiscalità amministrativa militare dell ' epoca ai erano da qualche tempo affrancati gli eserciti di Luigi XV . Sotto il regno di questi venne regolata l ' amministrazione dei reggimenti , la proprietà delle compagnie fu tolta ai capitani , un ufficiale contabile venne infine assegnato presso ciascun comando di corpo . ( 75 ) Collegio Militare di Verona . Busta 241 . Relazione del Savio di Terraferma alla Scrittura M . A . Priuli . Intorno ai particolari di questa avventura , si veda : E . BARBARICH . « Una scuola di artiglieria e genio sotto la Serenissima Repubblica » ( Rivista di artiglieria e genio - Luglio , agosto 1908 ) . ( 76 ) Inquisitori di Stato . - Lettere dei rettori di Verona , 1781-1787 . Busta n . 110 . - Idem . Dispacci dei rettori di Verona , 1785-1788 . Busta n . 367 . ( 77 ) Carteggio citato . ( 78 ) Erano Girolamo Diedo , Angelo Maria Gabriel e Giovanni Sagredo . Sulla loro opera di repressione delle logge massoniche in terraferma , si veda : ROMANIN . Storia documentata dì Venezia , Tomo VIII , Capo VIII , pag . 272 , 399 . ( 79 ) Collegio Militare di Verona . Busta n . 224 . Savio di Terraferma alla Scrittura . - Busta 178 . Registri dei deputati al Militar Collegio di Verona . Anni 1764-1797 . ( 80 ) Devesi notare la strana coincidenza che nelle stesse sale di Castel Vecchio venne a stabilirsi , ai primi tempi del dominio francese , l ' accademia detta degli Aletofili , cioè amanti della verità , e che quivi pure si installò l ' accademia dei Neoterici , cioè dei seguaci delle nuove scienze fisiche e medicali . ( 81 ) Le relazioni tra il governo francese e le « Logge Muratorie » furono intensificate , nell ' estate del 1796 , dal Salicati . ( LAPORTE - Souvenir d ' un emigré - pag . 19 ) . ( 82 ) Carteggio degli « Inquisitori di Stato » Busta n . 920 . ( R . Archivio di Stato dei Frari in Venezia ) . ( 83 ) Si trovavano a Verona , ai primi di luglio del 1796 , sette compagnie di fanti oltremarini con un effettivo combattente di 532 uomini , tutti appartenenti al Reggimento Medin . ( Carteggio del Provveditore Nicolò Foscarini , Busta n . 1 ) . ( 84 ) Vedasi : FABRY . - Campagne de l ' Armée d ' Italie . - ( Vol . IV , pagine 24 , 26 , 29 , 30 , 31 , 32 , 94 , 95 ecc . ) ( 85 ) Per decisione del 26 Pratile , presa dal Commissario del governo della Repubblica francese , i magazzini di Castelnuovo , Garda e Salò furono sistemati in modo che essi disponessero sempre di 15 giorni di viveri per tutta l ' armata . Anche Verona fu posta in tale condizione . Il magazzino di riserva di Brescia fu aumentato in questa circostanza con 15.000 razioni di biada . Il provvigioniere generale della Repubblica veneta , Vivante , doveva incaricarsi di tutti questi rifornimenti . Giornalmente dovevano inoltre versarsi nei magazzini del commissario Gachet , a Verona , 60 carri di fieno di 100 pesi ciascuno , 40 carri di paglia pure di 100 pesi ognuno , 550 stara di avena , oltre un ' aliquota di generi diversi per i bisogni impreveduti . Il 4 luglio , il nominato commissario francese impose d ' urgenza la fornitura di 12.000 sacchi di farina . ( Carteggio del Provveditore generale in Terraferma Nicolò Foscarini . Filza n . 2 . Senato Secreta III ) . Il 10 luglio doveva funzionare in Brescia un ospitale da 200 letti , per il quale argomento si dovevano accordare assieme il commissario generale francese Flament con il segretario Sanfermo , un cancelliere ducale ed il colonnello d ' artiglieria veneta Fratacchio . ( Carteggio citato ) ( 86 ) FOSCARINI . - Carteggio citato . ( 87 ) La lettera reca la intestazione che segue : Quartier General de Veronne , le 20 Messidor de l ' An IX de la Republique Française , une et indivisible . È annessa alla Filza n . 2 del citato carteggio del Provveditore Nicolò Foscarini . ( 88 ) Loc . cit . ( 89 ) Intorno alle Pasque Veronesi si consulti - tra le fonti più recenti - il libro del BONNEFONS : La chute de la Republique de Venise ( 1780-1797 ) . Librairie Académique Perrin , Paris , 1908 , pag . 225 e sgg . ( 90 ) Capitolazioni . - Delib . Senato Militare 1785 . Filza 118 . ( 91 ) Carlo Marchiondi , eccellente ingaggiatore di fanti oltremarini , trovasi citato a titolo di onore nel carteggio del Senato fino dall ' anno 1783 , perché in quattro anni era riuscito a condurre sotto le venete insegne oltre 5000 reclute , numero doppio del richiesto dal Savio di Terraferma alla Scrittura . Fu perciò promosso tenente colonnello ( 22 maggio 1783 ) . Il tenente colonnello Carlo Marchiondi morì nel 1785 . ( 92 ) La forza di una compagnia di leva , o centro di reclutamento delle milizie ingaggiate , era la seguente : 1 tenente o capitanio , 1 alfiere , 1 sergente , 2 caporali , 1 tamburo o piffero , 36 fanti . ( 93 ) Il piede veneziano corrispondeva a metri 0,347735 : a sua volta l ' oncia , di 12 linee , equivaleva a metri 0,028978 . ( 94 ) Capitolazioni sopra citate . - Delib . Senato Militar , anno 1785 . Filza 118 . Tra i mestieri infami era compreso quello dello sbirro . ( 95 ) Le caserme principali si trovavano nel rione di Santa Maria Elisabetta del Lido ed erano capaci di oltre 4000 uomini . - ( Vedasi : Il forastiere illuminato intorno le cose più belle , rare e curiose , antiche e moderne della città di Venezia e delle isole circonvicine . Venezia , 1740 . Giovambattista Albrizzi , editore , pag . 301 ) . ( 96 ) La lira veneta , di 20 soldi ognuna , corrispondeva ad Italiane lire 0,5228 . ( 97 ) Esattamente a L . 16,182 . ( 98 ) Delib . Senato Militar . Anno 1782 . Secreta I . Filza 107 . ( 99 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . 1782-1784 . ( 100 ) Sull ' istituzione delle compagnie di travagliatori , si veda il capitolo relativo al Genio nello studio presente . ( 101 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Filza 131 . ( 102 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 146 . ( 103 ) Già dalla fine del XVII secolo , nel corpo degli oltremarini si erano fuse tutte le speciali milizie d ' oltremare note ai tempi dello splendore con il nome di Dalmati , Cimeriotti e Montenegrini . La reggimentazione degli oltremarini risale però più precisamente all ' anno 1688 , quando cioè il Morosini tracciò la grande suddivisione della fanteria veneta in oltramontani ed oltramarini , attribuendo a questi ultimi il carattere di socii . Dell ' antica differenziazione di queste milizie d ' oltremare sopravviveva ancora , al tempo della caduta di Venezia , il Reggimento Corfù di San Marco , o dei Corfiotti , impiegato nel presidio dell ' isola . ( 104 ) Dettaglio della forza di infanteria italiana ed oltremarina , artiglieria e cavalleria , esistente il 1° marzo 1796 in Terraferma , con l ' innesto delle cernide italiane ed istriane e delle craine dalmatine . ( Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Filza 149 ) . Come è noto , le cerne levate in Dalmazia denominavansi più specialmente craine , oppure craicinich . ( 105 ) Orzinovi ora fortezza di confine , correndo in questo tratto la frontiera veneta tra la Serenissima e lo Stato di Milano lungo la destra dell ' Oglio . Il contado di Crema rappresentava un possedimento isolato della Repubblica al di là del confine , compreso tutto intorno dal territorio milanese di Soncino , Robecco , Lodi e Vailate . La frontiera nel contado bergamasco tra Serenissima e Milano correva , per buon tratto , lungo l ' Adda fino alle adiacenze di Trezzo , indi , mediante una linea obliqua convenzionale , si rivolgeva oll ' Oglio in direzione di Martinengo . ( 106 ) Nell ' estate del 1796 non tutte le truppe venete raccolte da Giacomo Nani per la difesa dell ' estuario di Venezia erano ancora fornite di pagliericci . Convenne disfare all ' uopo delle vecchie tende riposte nella tana dell ' Arsenale per sopperire alla bisogna , e si impiegarono in quella circostanza alquante vellere , o cucitrici di vele , addette al grande cantiere eneto . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , giugno 1796 . Filza 23 ) . ( 107 ) Deliberazioni Senato Militar . Anno 1794 . Filza 143 . ( 108 ) Nel 1784 , era primo capitano e podestà di Verona Alvise Mocenigo . ( 109 ) Il tenente generate Salimbeni . ( 110 ) Delib . Senato Militar , 1792 , Filza 134 . ( 111 ) Il generale Salimbeni si riferiva specialmente alle condizioni delle cerne e delle craine raccolte a Verona nel 1794 . ( Delib . Senato Militar , Filza 145 ) . ( 112 ) Relazione al piedilista del 1781 del Savio alla Scrittura Francesco Vendramin . ( Delib . Senato Militar . 1781 . Filza 106 ) . ( 113 ) Relazione al piedilista del 1781 ( Delib . Senato Militar - 1781 - Filza 106 ) . ( 114 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte III , pag . 167 . ( 115 ) Opificio esercitato sulla fine della Serenissima da Giacomo Zannoni . ( 116 ) Condotto a quell ' epoca da Francesco Bascarezzi . ( 117 ) Terminazione della conferenza delli Savi alla scrittura , attual ed uscito , di due dei cinque Savi alla mercanzia e magistrati sopra camere intorno al metodo per il vestiario dei reggimenti italiani . ( Delib . Senato militar , 1755 ) . ( 118 ) La riforma della numerazione dei corpi di fanti italiani fu caldeggiata , fino dal 1785 , dai Savio alla scrittura Francesco Vendramin e dal brigadiere Stràtico . « Riconoscendo poi - diceva una relazione estesa da quest ' ultimo - per buona pratica seguita dalle estere truppe di porre un segno distintivo di reggimento , e non essendo quello sufficiente della diversità dei mostrini comunemente usati , si emette l ' avviso che con il numero impresso sui bottoni si debbano distinguere i 18 reggimenti di fanti italiani , assegnando gli ultimi quattro numeri ai reggimenti di città , in ordine all ' epoca di loro istituzione » . ( Delib . Senato milit . , anno 1785 . Registro n . 29 ) . ( 119 ) Le compagnie prendevano nome dai rispettivi comandanti , e cioè : 1a Colonnella - 2a Tenente colonnella : - 3a Sergente maggiore .. La 4a , 5a , 6a , 7a , 8a e 9a si intitolavano dal nome dei rispettivi capitani comandanti . Vedasi a questo riguardo quanto nel presente studio è stato detto nel capitolo relativo agli ufficiali veneti . ( 120 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 , Filza n . 25 . ( 121 ) Ibidem . Filza 25 . - Lettera al Doge in data dell'8 luglio 1796 . ( 122 ) [ 122 ] La fiera esibizione delle genti del Bergamasco finì ai capi del Consiglio dei X , i quali furono al riguardo « del geloso affare ... e dell ' alto segreto che esso importava ... ricercati a divenire , con il loro consiglio e per le vie le più secrete , a quelle deliberazioni che pareranno proprie alla loro prudenza » . In altri termini , il Senato nel rassegnare al Consiglio dei Dieci quella proposta con 144 voti favorevoli alla decisione presa e 30 incerti , dimostrò il suo fermo intendimento di cestinarla . ( Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Filza 25 . In Pregadì , 12 luglio 1796 ) . ( 123 ) Delib . Senato Militar . 1792 , Filza 134 . ( 124 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 142 . ( 125 ) Delib . Senato Militar . Filza 134 . ( 126 ) Rapporto del rappresentante veneto a Torino , Giovanni Andrea Fontana . Delib . Senato Militar . Filza 119 . ( 127 ) Vedi il § 31 del R . Viglietto 24 dicembre 1736 . ( Raccolta delle leggi e decreti del Duboin , vol . XXVIII , pag . 193 ) . ( 128 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 142 . ( 129 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 135 . ( 130 ) Registri delle deliberazioni del Senato Militar . Secreta 30 . Le norme si erano esaurite da gran tempo . ( 131 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Decreto del 3 marzo detto . Filza n . 149 . ( 132 ) I gravami personali ai riferivano - come si sa - specialmente ai coniugati , ai fittaoli , agli indegni ecc . ( 133 ) Delib . Senato Militar in Terraferma , 1796 Filza 149 - Lo stato delle cerne incorporate nell ' anno 1794 , la loro suddivisione per circoli di reclutamento ed i loro effettivi , al termine del primo biennio di ferma risultano dallo specchio seguente : Descritte nei ruoli Morti Fuggiti Cassi Effettivi nel 1796 a ) Cerne Italiane . Padovane 355 8 - - 22 325 Vicentine 366 7 20 15 324 Veronesi e Colognesi 403 14 17 10 362 Bresciane 152 1 4 14 133 Dette privilegiate ( Orzinovi ) 125 - - 13 8 104 Bergamasche 164 - - 19 7 138 Cremasche 50 - - 1 2 47 Bellunesi 110 9 2 10 89 Bassanesi 135 3 5 6 111 Feltrine 79 - - - - 11 65 Trevisane 389 4 5 42 338 Salodiane 51 2 1 6 42 Friulane 267 5 11 12 239 Polesane 148 - - 3 - - 145 Totale 2781 53 101 165 2462 b ) Cerne Istriane 226 5 10 3 208 c ) Craine Dalmate 732 31 31 15 651 3739 89 142 183 3321 ( 134 ) Deliberazione Senato Militar . Filza 149 . ( 135 ) Discorso al Senato del cav . Francesco Pesaro ( ottobre 1792 ) . ( 136 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 26 marzo 1796 . Filza 149 . ( 137 ) Vedasi l ' ordinamento dalle craine in battaglioni e la loro dislocazione a Venezia e nell ' estuario in ottobre - novembre dell ' anno 1796 nelle : « Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma » Filza 161 . - Per l ' opera di Giacomo Nani in questa circostanza si veda specialmente il volume di Filippo Nani - Mocenigo ricordato più sopra . ( 138 ) Carteggio del Provveditor Generale in Terraferma Nicolò Foscarini . - 1796 . Filza n . 1 . ( Carteggio dal 18 maggio a tutto giugno detto ) . ( 139 ) CICOGNA . - Bibliografia Veneziana . - Vedasi nella raccolta la sezione relativa alla bibliografia militare . ( 140 ) Magistratura molto antica cui metteva capo tutto ciò che si riferiva all ' azienda comunale . I provveditori del Comune avevano una particolare sorveglianza sull ' istituto delle arti , sulle scuola di devozione etc . ( 141 ) Diventato dopo il 1588 una magistratura stabile . Il culto della santa protettrice degli artiglieri si mantenne sempre vivo sino alla caduta della Serenissima e si accentuò nella scuola di Santa Barbara , dove è eretto un altare con un dipinto del Tintoretto . Questa scuola conserva il capo della denominata santa , recato a Venezia da Candia nell ' anno 1070 ( Il forastiere illuminato intorno le cose più rare e curiose antiche e moderne della città di Venezia ) . - Sulle prime sedi dell ' arte dei bombardieri a Venezia , si veda l ' opera del BIANCHINI ; La chiesa di Santa Maria Formosa , pag . 31 , Venezia 1892 , e la nota apposta dal MOLMENTI a pagina 54 del 2° volume della sua Storia di Venezia nella vita privata ( Bergamo , Istituto italiano di arti grafiche , 1906 ) . ( 142 ) Più tardi , agli otto ducati di bonifica per testa si aggiunsero altri quattro ducati di bonifica , ossia di taglione . ( 143 ) Di cui 3713 di bronzo e 1025 di ferro , per il valore complessivo di quattro milioni di ducati . ( 144 ) Assunto al servizio veneto nel 1771 ( 6 ottobre ) . Il Patisson era inglese di nascita . ( 145 ) Piano generale degli studi da farsi in un sessennio nel pubblico Militar Collegio di Verona , fatto estendere da Alvise Tiepolo , Savio di Terraferma alla Scrittura . - Venezia , 1763 . - Per i figliuoli del quondam Z . Antonio Pinelli , stampatori ducali . ( 146 ) Decreto del Senato del 27 settembre 1786 ( Delib . Senato Militar , n . 29 Secreta - Registro ) . ( 147 ) Relazione sullo stato dell ' artiglieria Veneta , ( Delib . Senato Militar in Terraferma . Filza 103 , anno 1781 ) . La relazione è firmata da Angelo Diedo , Francesco Battagia e Francesco Falier . ( 148 ) Navi di primo rango Fama ( capitana ) e Forza , fregata Palma , sciabecco Tritton , bombarde Distruzion , Polonia ; galeotta Esploratore . La fregata Concordia e gli sciabecchi Cupido e Nettuno si aggiunsero alle sopra dette navi nelle acque di Corfù . ( 149 ) V . MARCHESI . - Tunisi e la Repubblica di Venezia . Lettera di Angelo Emo , in data dell ' ll ottobre 1785 . ( 150 ) Giornale storico del viaggio in Africa della Veneta squadra , - Pag . 63 . Vedasi anche « Angelo Emo » in Rivista marittima , 2° Semestre 1907 . ( 151 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata . Parte II , pag . 50 . ( 152 ) Il forastiere illuminato ecc . , pag . 104 ( op . cit . ) . ( 153 ) Idem , pag 104 . ( 154 ) Idem , pag . 97 . ( 155 ) Il forastiere illuminato , op . cit . , pag . 97 98 . ( 156 ) Ibidem , pag . 103 . ( 157 ) Ibidem , pag . 103 . ( 158 ) Le magistrature all ' Arsenale erano molte e complesse . Anzitutto i Provveditori all ' Arsenal ( 3 ) scelti dal Senato con carica biennale , i Patroni all ' Arsenal ( 3 ) che duravano in ufficio 32 mesi ed erano incaricati materialmente della custodia e della polizia del cantiere , i Visdomini alla Tana ( 3 ) e gli Inquisitori all ' Arsenal , nominati questi ultimi soltanto al caso di particolari inchieste.Tali cariche erano prevalentemente di ordine politico . Le cariche militari e marittime avevano uffici a parte non meno numerosi : così i Provveditori all ' armamento , i pagadori ( 5 ) , i presidenti ed aggionti alla milizia da mar , il magistrato all ' artiglieria ecc . ( 159 ) Il preciso campionario dell ' artiglieria veneta della decadenza risulta dal seguente prospetto : Cannoni : 120 B - 100 B - 60 B - 50 B - 50 F - 40 B - 40 F - 30 B - 30 F - 20 B - 20 F - 16 B - 16 F - 14 B - 14 F - 12 B . ordinario - 12 B . medio - 12 F . leggero - 12 F . ordinario - 9 B - 9 F - 6 B . ordinario - 6 B . leggero - 6 F . ordinario.Falconetti: 8 B - 9 B - 6 B - 3 B - 1 B.Colubrine: 100 B - 60 B - 40 B - 30 B - 20 B - 14 B.Apiede 12 B.Passavolante: 9 B.Saltamartino: 6 B.Sacri: 12 B.Spingarde: 10 F.Petrieri: 14 B . - 12 B - 6 B . - 1 B.Mortari: 1000 B - 1000 F - 500 B - 500 F - 300 B - 200 B - 100 B - 50 B - 30 B - 20 B - 16 B - 14 B - 14 F.Trabucchi: 20 B - 16 B - 14 B - 14 F.Obusieri: 100 B - 30 B - 16 B.Obizzi: 200 B - 120 F - 20 F.Organetti: B - F.Mortaretti: B - F . ( Foglio dimostrante l ' esistenza dei pezzi di artiglieria nell ' Arsenal , nei forti della Dominante , flotta , ecc . nell ' anno 1781 . - Delib . Senato Militar , - Filza N . 103 ) . ( 160 ) Il forastiere illuminato , op . cit . , pag . 99 . ( 161 ) Il maggiore Domenico Gasperoni , riordinatore del Museo dell ' Arsenale . ( 162 ) Delib . del Senato Militar di Terraferma , 1794 . Filza , 143 . ( 163 ) Rapporto del colonnello Molari , citato nell ' opera di FILIPPO NANI MOCENIGO Giacomo Nani . Memorie , etc . pag . 67 . ( 164 ) Idem . ( 165 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . Carteggio dall'11 genn . 1796 al 25 detto . Filza n . 24 . Unitamente a questa offerta i Buranesi dichiaravano di aver pronte «500 persone da prendere le armi , 6 tartane per uso « di pesca e 9 pieleghe ad uso di negozio di legna ».Le pieleghe erano barche pescherecce a tre alberi della foggia dei trabaccoli e della portata minore di 100 tonnellate . L ' etimologia di esse proviene forse dal latino pelagus , perché queste barche si esponevano con qualche facilità ai pericoli del mare nella pesca . ( 166 ) Le funzioni del servizio di stato maggiore , disimpegnate in Francia per gran tempo dal corpo degli ingegneri militari , furono trasferite nell ' anno 1783 al corpo di stato maggiore propriamente detto . ( 167 ) Nacque il Lorgna il 22 ottobre 1735 a Cerea di Verona e morì in questa ultima città , nel Collegio Militare , il 27 giugno 1796 . « Fu aggregato - dicono i documenti - alle prime accademie dell ' Europa , carteggiò con tutti i dotti della terra e produsse opere matematiche e fisiche che gli procurarono la stima universale . Dei 60 anni che visse , 35 ne dedicò al Militar Collegio di Verona nello insegnamento » . ( Carteggio del Collegio Militar di Verona . - Savio di Terraferma alla Scrittura . - Busta 246 ) ( 168 ) L ' autore dell ' opera insigne dal titolo : Del corso delle acque . ( 169 ) L ' idea dei Murazzi si deve effettivamente al padre Coronelli che ne trattò dapprima nell ' opuscolo assai raro dal titolo : « Proposte del padre Coronelli importanti al pubblico e privato , svelate e delucidate con disegni » ( 170 ) Vedasi carteggio del Collegio Militar di Verona sopra citato . Anni 1769-1770 . ( 171 ) Il corpo degli Ingegneri ai confini possiede negli Archivi di Stato di Venezia un copioso carteggio del tutto inesplorato . ( 172 ) Decreto del Senato , 5 ottobre l770 . ( Delib . Senato Militar . ) Filza n . 100 . Secreta I . ( 173 ) Collegio Militare di Verona , - Savio di Terraferma alla Scrittura - Busta 246 . ( 174 ) Il capitano degli ingegneri militari Ferro , da Treviso ( Delib . Senato militar , Filza n . 102 , 1770 ) . ( 175 ) Delib . Senato Milit . Filza 100 . 1779-1781 . ( 176 ) Delib . Senato Milit . Secreta . Registro n . 28 . 1782-1785 . ( 177 ) Delib . Senato Milit . Rapporto al Principe del brigadiere Sopraintendente degli ingegneri militari veneti , Moser de Filseck . ( 178 ) Delib . Senato Milit . Filza 115 . Anno 1785 . ( 179 ) Delib . Senato Milit . Filza 117 . Anno 1785 . ( 180 ) Rapporto del sopraintendente del corpo degli ingegneri militari , Moser de Filseck , sullo stato delle piazze di Oltremare , allegato dal Savio di Terraferma alla Scrittura Francesco Vendramin in una relazione al Doge . - ( Delib . Senato Milit . Secreta I . Filza 107 . Anno 1782 ) . ( 181 ) L ' odierna Sinj in val di Cetina . ( 182 ) Presso la stretta di Slap , all ' uscita del fiume Kerka nella zona lacustre di Prokljan e di Sebenico . ( Foglio della carta austriaca , alla scala di 1:200.000 . Spalato . 34°-44° ) . ( 183 ) Strade poi migliorate nel 1806 al tempo del governo del Provveditore Generale Vincenzo Dandalo in Dalmazia . ( Vedasi , La Dalmazia al 31 dicembre 1806 . Opera economica e politica umiliata a S . M . Imperatore e Re ) . ( 184 ) Abbreviazione usata per dinotare il predicato di nobili uomini , dovuto ai rappresentanti della Veneta Repubblica . ( 185 ) Venute alla Repubblica in forza del trattato di Passarowitz ( 21 luglio 1718 ) . - Vedasi a questo riguardo ROMANIN . Storia documentata di Venezia , tomo VIII , pag . 56-57 . ( 186 ) Dice questo storico : « Il decreto del Senato del 21 luglio 1785 « istituì inoltre due corpi di travagliatori e zappatori - minatori dipendenti « dal corpo del genio » . Storia documentata di Venezia , vol . VIII , pag . 373 . - È doveroso però notare a questo punto che il senato - consulto non fa cenno di questo seconda denominazione , di zappatori - minatori che si vuole dal ROMANIN attribuita nel senato - consulto medesimo ai travagliatori . ( 187 ) Il decreto non parla quindi di zappatori - minatori . ( 188 ) La gazzetta era di tre bezzi . ( 189 ) Il suo importo era preventivato in lire Venete 78.8 . ( 190 ) Deliberazioni Senato Militar Registro N . 29 , I Secreta . Anni 1788-1790 . Decreto del 21 luglio 1788 . ( 191 ) Le due compagnie dovevano contare in origine 140 uomini ognuna . ( 192 ) Il libro più precisamente ai intitola come appresso : Doveri delle persone incaricate della disciplina ed uso dei Corpi dei Travagliatori . Delib . Senato Militar , Filza 116 , ( 1785 ) . ( 193 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . Filza 36 ( 1796 ) . ( 194 ) E . BARBARICH . Gli Stradiotti nell ' arte militare veneziana . ( Rivista di Cavalleria , 1904 ) . - PAJOL . Les guerres sous Louis XV , vol . VII , pag . 329-329 Paris , Firmin - Didot , Editeurs , 1891 . ( 195 ) Specie del sale in Dalmazia - Vedasi : « La Dalmazia nei commerci della Serenissima » , del Sabalich - ( Zara , Tipografia Vitaliani , 1907 , pag . 23 . ( 196 ) Da cui dipendono le vaste praterie denominate dei Camoi . ( 197 ) A senso delle Tasse per le genti d ' arme ed alloggi per la cavalleria vigenti . ( Deliberazioni Senato Militar ) . Secreta . Registro N . 28 , ( 1782-1784 ) . ( 198 ) Delib . Senato Militar , I , Secreta , Filza 104 ( 1782 ) . ( 199 ) In realtà il servizio di sgherro era affidato in Dalmazia ai cosidetti panduri . Picchetti di cavalleria solevano nondimeno scortare le caravane turche che , dall ' interno , scendevano di porti dalmati ; specie a Spàlato . ( Vedi Sabalich - La Dalmazia nei commerci della Serenissima - pag . 54 ) ( 200 ) Cioè il biscotto per la fanteria oltremarina ed il pane per la fanteria italiana . ( 201 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza 146 ( 1795 ) . ( 202 ) Deliberazioni Senato Militar . Secreta I . Registro N . 28 ( 1783-1784 ) . ( 203 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza N . 143 , ( 1704 ) . ( 204 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza N . 143 , ( 1704 ) . ( 205 ) Lettera di Iseppo Priuli , Savio di Terraferma alla Scrittura , al Doge in data 13 giugno 1794 ( Delib . Senato Militar . Filza 143 ) . ( 206 ) « Le promozioni si faranno in ogni reggimento da caporale a sergente - maggiore incluso . Per i tenenti - colonnelli e colonnelli sul totale delle troppe della nazione rispettiva , salvi i privilegi che sono accordati ai reggimenti delle città di Terraferma , alle corazze , ai reggimenti di Cimarioti e Marina » . ( Legge di Ottazione . Capo I , 2 giugno 1740 ) . ( 207 ) Un esercizio assai interessante della « cavalleria dragona » si nota in un acquarello inserito nella « Raccolta Gherro » nel civico Museo di Venezia . L ' acquarello raffigura gli esercizi di alcuni riparti di dragoni di presidio nella fortezza di Osoppo . Le evoluzioni pedestri dei dragoni si rilevano dalla tavola 6 del libro « Esercito militare e regola universale della Cavalleria e dragoni etc . » del Dolfin , dal titolo « Reggimento di cavalleria o dragoni a piedi , disposto in ordine di fare l ' esercizio o far fuoco » . ( 208 ) Deliberazioni Senato Militar . Registro N . 29 ( 1785-1790 ) . Il Santonini era al servizio della Repubblica fino dal 1735 . ( 209 ) Deliberazioni Senato Militar . filza N . 145 ( 1794 ) ( 210 ) La stagione autunnale . ( 211 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza 145 , ( 1794 ) . ( 212 ) Guerra per la Successione d ' Austria - La neutralità della Repubblica Veneta venne proclamata nel 1741 ( 3a Neutralità d ' Italia ) . ( 213 ) Nei pressi di San Niccolò del Lido si dovevano infatti riattare , nell ' estate del 1796 , la caserma di cavalleria colà esistente ed i tre pozzi attigui . Tali progetti erano stati studiati da Giuseppe Ferretti e da Vincenzo Dandolo , i quali dovevano pure riferire sulla capacità di alloggiamento delle truppe e sulle condizioni di rifornimento dell ' acqua potabile a Chioggia ed alle Porte di Bròndolo . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , Filza N . 26 . Dal 16 luglio al 30 detto - 1796 - Senato , Secreta I ).La relazione del Ferretti e del Dandolo relativa a tali lavori è particolarmente interessante per la conoscenza , a quell ' epoca , del sottosuolo del Lido e della zona dell ' estuario veneziano . Essa stabiliva , per quanto concerne la ricerca delle acque potabili , « che all ' intorno del Lido esiste una catena di corpi i quali negano l ' ingresso alle acque salse circostanti ed uscita alle acque dolci che dalle nuvole cadono alla superficie del detto Lido ; che quantunque la superficie del littorale sia continuamente irregolare per cagione dei corpi estranei appositamente portativi per innalzare in alcuni punti il livello , formar argini etc , e per la ricorrenza in alcuni altri punti di grandi masse di sabbia dai flutti sollevate , nulladimeno è cosa bene avverata che a più o meno profondità , secondo l ' elevazione del suolo , si incontra , sempre al medesimo livello , la sabbia pura che copre tutta l ' estensione ; che le acque attraverso le sabbie si equilibrano e si orizzontano a diverse distanze , qualunque esse siano ».Il Ferretti ed il Dandolo proponevano quindi l ' estrazione delle acque dai pozzi chiusi ed a qualche profondità mediante pompe . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , loc . cit . ) . Alla relazione sono allegate alcune mappe ed i disegni delle pompe idrauliche che si dovevano costruire . ( 214 ) Il Levante Veneto al tempo della decadenza comprendeva le isole Ionie con 144,959 abitanti in maggioranza Greci . ( 215 ) Campagna del 1717 . ( 216 ) Il nome di questo forte delle Bocche ripete la sua origine dalla conquista che ne fecero i Veneziani e Spagnuoli collegati , nel 1538 , sopra i Turchi . Il detto Forte Spagnuolo fu ripreso dai Musulmani nel 1539 , e poi dai Veneziani nel 1687 . ( 217 ) Il Montenegro nelle relazioni dei Provveditori Veneti ( 1687-1735 ) , Edizione Principe , Roma 1896 . Vedasi anche , SABALICH - La Dalmazia nei commerci della Serenissima - ( op . cit . ) . ( 218 ) In un riparto della pubblica forza al presidio delle principali opere di Venezia ai primi di agosto del 1796 si trovano menzionate le seguenti : Opere del Lido - Appostamenti vari - 18 compagnie di fanteria - Cavalleria 40 uomini - Artiglieria 260 - Compagnia Avesani 87 - Battaglione Paravia ( dalmato ) 267.Castello S . Andrea , 3 compagnie di Italiani - Certosa , 8 compagnie . - S . Giorgio Maggiore , 7 compagnie - Giudecca , battaglione Danese - Idem , battaglione Cippico - Motta di S . Antonio , battaglione Paravia - S . Giovanni della Polvere , battaglione Nachich - S . Giorgio in Alga , compagnia Zanchì - Murano , 14 compagnie di Italiani - Campalto , compagnia Costacchi - Forte Alberoni , compagnia Grabovaz - Forte S . Pietro , battaglione Iuva - Chioggia , battaglioni Mida , Michieli e Bortoluzzi - Bròndolo , battaglione Matutinovich . ( Vedasi Filippo Nani - Mocenigo « Giacomo Nani » Memorie e documenti , Venezia , Tipografia dell ' Ancora , 1893 ).Sulle correlazioni tra l ' assetto difensivo di Venezia alla caduta della Repubblica e quello che esisteva nella stessa città nel 1848 , si vedano le preziose cartelle lasciate da G . B . Cavedalis , ministro della guerra durante il Governo Provvisorio , nella busta N . 388 ( Cavedalis ) all ' Archivio di Stato dei Frari di Venezia . Si consultino inoltre a questo riguardo i Commentari sugli anni 1848-49 dello stesso ministro Cavedalis , tuttora inediti . ( 219 ) Quivi fu detenuto per qualche tempo il famoso novatore Zorzi Pisani . ( Vedasi - Romanin - Lezioni di Storia Veneta - Vol . I , pag . 503 - Firenze - Le Monnier editore , 1875 ) . ( 220 ) Venne edificato nel 1355 da Can Grande II per rassicurarsi in città dopo la ribellione di Frignano suo fratello spurio . Era annesso all ' opera il famoso ponte sull ' Adige . ( G . B . da Persico - Verona e la sua provincia - pag . 43 , - Verona - Pollidi editore 1838 ) . Castel Vecchio venne riattato a più riprese dai Veneziani e particolarmente dopo il 1759 , cioè dopo che venne istituito in esso il Collegio Militare di Artiglieria e Genio . Vedasi , E . BARBARICH - Un Collegio di Artiglieria e Genio sotto la Serenissima ( Op . cit . ) ( 221 ) In Francia , a quell ' epoca , i gouverneurs particuliers des places avevano alle loro dipendenza i majors , gli aides - majors ed i sous - aides - majors . ( PAJOL - Les guerres sous Louis XV . Vol . VII , pag . 508 . Paris , Firmin Didot Ed . , 1891 ) . ( 222 ) La realdizione metteva assai spesso capo alla riabilitazione d ' onde traeva nome il vocabolo ( realdire ) . ( 223 ) 2a Edizione 1790 . ( 224 ) « Alcuni scrittori del secolo XVII usavano questa parola per indicare quel soldato finto che , in occasione di rassegna , si faceva dai capitani passare alla banca per mostrare le compagnie piene » . GRASSI - Dizionario militare italiano - Torino , 1833 , Vol . III , pag . 179 . ( 225 ) Decreto del Senato in data 22 luglio 1790 . ( 226 ) Forza bilanciata : Anno 1781,11,607 uomini - 1782 , 11,705 - 1790 , 14,946 - 1791 , 14,348 - 1792 , 14,484 - 1793 , 14,303 - 1794 , 15,620 . ( 227 ) Corfù , Guino , Lestimo , Lazzaretto , Butrinto , Potamò , Manduchio , Parga , Paxo , S . Maura , Amaxachi , Prevesa , Vonizza , Cefalonia , Argastoli , Cottoleo , Lixuri , Fortezza , Asso , Teachi , Zante , Cerigo , Forte di San Francesco , Pubbliche fabbriche . ( 228 ) Navi 638 uomini , fregate 268 , sciabecchi 296 , galere 225 , brigantini , feluche 27 , galiotte 220 , caicchi 8 . ( 229 ) Zara , Nona , Novegradi , Obrovazzo , Dracevaz , Zemonico , Bencovatz , Ostrovizza , Zegar , Arbe , Pago , Sebenico , Scardona , Cossovo , Stermizza , Pagine , Chistagne , Bilibrigh , Cadina - Cugna , Knin , Dernis , Vrbas , Verlica , Spalato , Salona , Clissa , Traù , Sign , Haan , Trigl , Roncislap , Bazzana , Almissa , Duares , Imoschi , Sista , Macarsca , Vergoraz , Narenta , Brazza , Lesina , Curzola , Risano , Perasto , Trinità ( Troitza ) , Castelnuovo , Suttorina , Budua , Maini . ( 230 ) Capo d ' Istria , Porto Quieto , Pinguente , Saline d ' Istria , Pola , Lido di Venezia , Lazzaretto Nuovo , Chioggia , Padova , Vicenza , Montebello , Bassano , Verona , Peschiera , Castelnuovo , Malcesine , Mozzecane , Ossenigo , Tormini , Villanuova , Sega , Caldiero , Valeggio , Legnago , Monzambano , Cadecapri , Salò , Desenzano , Brescia , Orzinovi , Asola , Palazzolo , Ospedaletto , Ponte San Marco , Bergamo , Martinengo , Cavernago , Boltier , Crema , Palmanova , Udine , Treviso , Rovigo ( 231 ) . Cattaro ( città ) , Lazzaretto di Castelnuovo delle Bocche . ( 232 ) Allorquando i piedilista si compilavano ogni semestre , essi si pubblicavano al 1° marzo , ed al 1° settembre di ciascun anno , poiché i Veneziani negli atti pubblici e civili cominciavano l ' anno - perciò detto more veneto - al 1° marzo e si comprendevano quindi in esso i due primi mesi dell ' anno successivo . ( 233 ) Reggimenti dei colonnelli Bubich ( Italia ) e Matutinovich ( Levante ) ( Delib . Senato Militar . Filza N . 87 ) ( 1777 ) . ( 234 ) Sempre in via eccezionale i fanti erano talvolta spalleggiati nell ' esercizio del loro ministero da qualche pattuglia di fanti oltramarini o italiani . Così si usava negli arresti di maggior grido ed in quelli di natura politica , come quando fu arrestato Zorzi Pisani . L ' ultimo famoso « fante » degli inquisitori fu Cristofolo Cristofoli il quale , come si usava dire , « aveva più forza di un battaglione di granatieri » ( P . MOLMENTI - Storia di Venezia nella vita privata - P . III pag . 181 , Bergamo - Istituto Italiano di arti grafiche - 1908 ) . ( 235 ) Delib . Senato Militar . Registro N . 28 . ( 1782-1784 ) . ( 236 ) Libro dei doveri per il Collegio Militare di Verona , ( 1764 ) . ( 237 ) Deliberazioni Senato Milit . Secreta I , Filza 146 ( 1795 ) . ( 238 ) Deliberazioni Senato Militar . Registro n . 29 ( 1790 ) . Decreto 29 aprile detto . L ' esercito veneto fu l ' ultimo ad abbandonare la picca nello armamento dei propri ufficiali . ( 239 ) Esercizi personali per gli uffiziali etc . ( Deliberazioni del Senato Militar . Filza n . 146 , Anno 1795 ) . ( 240 ) Esercizi personali , etc . numeri VI , VIII , X . ( 241 ) Esercizi personali , etc . Capitolo II . Esercizio della bandiera per gli alfieri . ( 242 ) Maneggio del fucil per i soldati - Serie di comandi del maneggio del fucil : 1 ) Presentate le armi - 2 ) Fucile in spalla - 3 ) A dritta - 4 ) Fronte - 5 ) A sinistra - 6 ) Fronte - 7 ) Mezzo giro a dritta - 8 ) Fronte - 9 ) Preparatevi - 10 ) Impostate - 11 ) Fuoco - 12 ) Ritirate le armi - 13 ) Pigliate la carica - 14 ) Carica in canna - 15 ) Bacchetta in canna - 16 ) Bacchetta a suo luogo - 17 ) Fucil in spalla - 18 ) Armate la baionetta - 19 ) Sostenete l ' urto - 20 ) Fucil in spalla - 21 ) Portate l ' urto - 22 ) Fucil in spalla - 23 ) Disarmate la baionetta - 24 ) Fucil alla pioggia - 25 ) Fucil in spalla - 26 ) Fucil a funeral - 27 ) Fucil in spalla - 28 ) Fucil all ' orazion - 29 ) Fucil in spalla - 30 ) Sostenete l ' arma - 31 ) Fucil in spalla - 32 ) Portate l ' arma - 33 ) Riposate l ' arma - 34 ) Fucil in spalla . ( 243 ) Esercizi personali etc . Capitolo III . Maneggio del fucil per i soldati . ( 244 ) Maneggio del fucil per i soldati - Articolo I . ( 245 ) Nota Spiegativa all ' Articolo XII . ( 246 ) Innestare le baionette sul fucile . ( 247 ) Crociat - et . ( 248 ) L ' esemplare che si conserva all ' Archivio di Stato dei Frari in Venezia si trova nella Filza n . 146 dell ' anno 1795 , relativa al carteggio delle Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma . ( 249 ) In massima dicevasi ala di ordinanza la destra : soltanto se il reggimento veniva a trovarsi a sinistra del centro di un corpo più grosso , ala di ordinanza diventava allora la sinistra . ( 250 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza n . 116 ( 1785 ) ( 251 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza n . 146 ( 1795 ) ( 252 ) R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica Veneta . Serie II op . cit . - Bilancio dell ' anno 1737 . ( 253 ) Il ducato d ' argento veneto si suddivideva in 24 grossi e 32 piccoli ed equivaleva complessivamente a L . 4,189 . ( Papadopoli - Sul valore della moneta Veneta - Venezia 1885 ) . ( 254 ) Tra i generali stranieri al soldo della Repubblica , oltre allo Schoulemburg , erano compresi il Principe di Castiglione ed il tenente generale Guglielmo Greem . ( 255 ) Vedi R . Commissione etc . ( op cit . ) . ( 256 ) Secondo la convenzione stipulata con la ditta Spazziani , questa sì era assunto il carico di fornire alla Repubblica pezzi di tutti i calibri al costo di 100 ducati effettivi al migliaro ( peso grosso veneto ) , laddove la produzione di Stato non era capace di fornirli a meno di 170 ducati effettivi . ( Deliberazioni del Senato Militar . Filza 107 , Anno 1782 ) . Il migliaro equivaleva a 1000 libbre grosse cioè a Kg . 476,998; la libbra grossa di 12 oncie corrispondeva a Kg . 0,476 - Il peso grosso era in uso per la più parte delle merci ; metalli , legname , lana , cotone etc , ( Martini - Manuale di metrologia - op . cit . - pag . 817 e segg . ( 257 ) Delib . Senato Militar . Filza 145 ( 1793 ) . ( 258 ) Scansadori , magistrati appositi istituiti nel 1376 per provvedere nella pubblica amministrazione ad eliminare le spese superflue . ( 259 ) Il prestito nuovissimo fu decretato in Senato il 12 aprile 1794 . L ' imposizione delle decime straordinarie fu decisa nell ' estate del 1796 . ( 260 ) Filza F . Battagia , Provveditore Straordinario in Terraferma . - Anno 1796 . Filza N . 1 . ( 261 ) Filza F . Battagia , idem . Lettera 14 agosto 1796 , N . 19 della serie . « Buonaparte aggiunse che tutte le nazioni avevano dei debiti e che la Repubblica Veneta aveva cento mezzi per fare denari con uno Stato così florido , risparmiando se non altro il gettato in un armo che , o non aveva nessuno oggetto , o lo aveva contro la Francia » . ( 262 ) Carteggio del Provveditor generale in terraferma , Nicolò Foscarini . Filza N . 1 . ( 18 maggio , tutto giugno 1796 ) . Senato III . Secreta . ( 263 ) Editto in data del 22 maggio 1796 ( ibidem ) . ( 264 ) Robecco , terra del contado di Lodi presso all ' Adda , dipendeva allora dallo Stato di Milano . ( 265 ) Lettera del Foscarini al Doge il 27 maggio 1796 ( N 10 ) . - Carteggio citato . - I due ufficiali veneti spediti al campo austriaco erano il tenente colonnello Vonveiller ed il capitano Zulati . ( 266 ) Sportello . ( 267 ) Carteggio Nicolò Foscarini , lettere N . 18 e 19 . ( 268 ) « Salvate così le apparenze che non esista pubblica intervenzione , conviene poi che non occulti a V.E. le conseguenze ... O pagheranno i francesi o sarà esposta la pubblica cassa . La salute di questa città e del territorio dipendono dall ' esito di queste misure » . ( Lettera del Foscarini al Doge il 1° giugno 1796 . Carteggio citato ) . ( 269 ) Carteggio Nicolò Foscarini . Lettera n . 24 . ( 270 ) Lettera n . 27 , in data del 9 giugno 1796 . ( 271 ) Lettera n . 29 , in data dell'11 giugno 1796 . ( 272 ) Per combinare questa indecorosa mistificazione si erano accordati insieme il Provveditore Generale Nicolò Foscarini ed il Provveditore Straordinario Francesco Battagia . ( 273 ) Motto premesso da Giacomo Nani alla sua opera inedita dal titolo , Della Milizia Veneta , conservata nella Biblioteca del Museo di Padova .
IL PAESE DEL MELODRAMMA ( BARILLI BRUNO , 1930 )
Saggistica ,
I Il paese del melodramma A In quella enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi , e Parma diventare la roccaforte dei verdiani . Da quelle terre arate e grasse tu vedi le torri e i monumenti e le mura di questa antica capitale dove ebbe sede anche la corte di Maria Luisa d ' Austria , moglie del grande Imperatore . Per toccare il fondo dell ' anima di Verdi non nuoce l ' aver vissuto a lungo là dentro , quarant ' anni fa , fra un popolo facile ad accalorarsi , travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale . Quella era l ' epoca delle sedizioni fulminee , dei grossi adulterii , dei preti e dei mangiapreti , l ' epoca del gaz , dei ladri di gatti , e dei lampionari che vanno con l ' asta nell ' Ave Maria fuligginosa e accendono dei lampioni rotti : la plebe porta il tabarro alla spagnuola , il cappelluccio calcato sugli occhi , e sputa fuori dei denti con tracotanza parlando a grumi quel dialetto mescolato e gagliardo che ancora dura . Il cosidetto vino della bassa , mistura schiumosa e spropositata che faceva bum nello stomaco , dava fuoco ai loro discorsi e aggiungeva risonanza all ' umore fondo di questi odiatori del genere umano . Parma chiudeva entro i suoi bastioni umidi un dedalo di straducole , porticati , tane e borghetti carichi di passione , di violenza e di generosità . Covi di anarchici e di bombardieri ratés , le sue osterie erano sempre piene di vociferazioni e di canti . Quando vedevi sbucar fuori dal buio delle porte certe fosche , scarne e spiritate figure di popolani , dagli occhi assonnati e biechi , facevi presto ad accorgerti che in quel clima infuriava ancora il microbo dell ' ottantanove . Immersa nel fiato torbido dei suoi cieli di novembre , questa città logora e illustre rassomigliava molto a un quartiere del vecchio Parigi . Anche sulla sua piazza della Rocchetta avrebbe potuto degnamente figurare il palco della prima ghigliottina . Popolo turbolento e temibile , popolo che disprezza il villano , odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova , quello di Parma . Tutta la città era un teatro continuo : contumelie , gazzarre e tumulti finivano la giornata di questi cittadini pericolosi e fierissimi . Quante volte non abbiamo veduto scoppiare da un nonnulla la ribellione , torme di gente rabbiosa accorrere e fra botte e legnate volare all ' aria qualche kepí di questurino . Le cagnare , nella luce verde dell ' inverno si trasformavano in sommosse e in un baleno , fra mille urli e sbatacchiamenti di imposte , la situazione diventava grave . Gli arresti , gli strilli forsennati delle donne , le sassate , gli spari , le fughe e gli inseguimenti allargavano il campo della lotta che si protraeva poi nell ' oscurità , circospetta , accanita , feroce e micidiale . O , lunghe notti d ' ansia passate ad ascoltare il crepitare dei moschetti , il passo di corsa delle pattuglie di rinforzo , le cariche dei cavalleggeri , le maledizioni strazianti dei caduti e l ' acciottolio delle barricate distrutte ! All ' agitazione tragica e sospesa di quelle tenebre facevano allora riscontro , come in uno specchio calmo , i lucori silenziosi e sepolti di qualche palazzo , le vampate dei forni del pane , la fabbrica infuocata del vetro e le finestre dell ' interminabile ospedale che duravano accese fino all ' alba , quando , coi nervi distesi , udivi finalmente morire sotto la neve alta il grido dello spazzacamino . B Ma il mondo gira , girano le stagioni e poiché l ' afa d ' agosto ci spinge fuori , usciamo un poco dalle mura di questa città dal clima troppo continentale - - incontro ci viene l ' odore del fieno , e il fiato bricco e pesante della canapa messa a macerare . Lí , a due passi , Parma stracca e mezzo sepolta nella cerchia dei suoi terrapieni nicchia assopita nella siesta pomeridiana . Un breve orizzonte si apre dinanzi a noi regolare monotono e triste . Verdi nacque qui , né si volle più muovere da questi luoghi . Il suo respiro fu tutt ' uno con l ' aria carica e violenta di questa pianura lavorata a fondo dai più grami contadini . Ostinatamente rivolto verso le memorie d ' una età passata , egli lasciava che il sole lo folgorasse alle spalle ­ grande figura adusta che rimane lungamente ferma sul tramontare del secolo scorso . Non si ha un ' idea del suo ordine , della sua atavica semplicità e della sua profonda fatica . Se gli avessero portato per le briglie Pegaso , il cavallo dalle ali , egli lo avrebbe attaccato a un aratro o a un qualunque carrettino rurale . Vuole la terra sotto i suoi piedi quest ' uomo tetragono come il toro nel buio della stalla , e il suo occhio cerca nell ' ombra la scintilla e la vampa . Dunque con lui niente teorie , esperimenti , avvenirismi . Egli sa che quando l ' arte progredisce rapidamente è segno che precipita e che dall ' infuriare delle mode e delle novità non si avranno che tegole e rottami sul capo . Tuttavia ciò non lo trattiene dal fare , sul tardi , quel che i critici chiamano con ammirazione « seguire i tempi » - - ma i tempi un artista li precede o li ripudia ­ ; per concludere , egli che dopo la prova amava ancora su ogni altra sua opera il Trovatore , lasciò detto : torniamo all ' antico . E tutto il suo teatro s ' identifica con il suo paese d ' origine . Sul volto crucciato e stanco di Parma Verdi fa come il macchinista della luce che conosce l ' arte di rubare gli effetti ai vecchi teloni del melodramma . La sua voce querula e tellurica scoppia e fa cadere l ' uno su l ' altro i colpi di scena ; e mentre affondano e risorgono là dentro il fasto rugginoso , gli aspetti sordidi , i colori , i riflessi , l ' architettura , gli sfondi di questa antica capitale , ti par di vedere Verdi , come un enorme stregone di campagna incombere fra il fumo dei comignoli sulla città faziosa . C Durante la recita il nostro cuore di credenti palpita appeso all ' icone dei padri . Gli occhi aperti nell ' oscurità , vigiliamo come dei macchinisti ipnotizzati dal riverbero violento della fornace , mentre la nave fila a tutto vapore sugli abissi dell ' oceano : e fissiamo febbrilmente i lumi dell ' orchestra . Quel pubblico verdiano cupo e fedele che è capace nella sua passione sacrosanta di inviare lettere anonime fregiate di teschio e di pugnali incrociati a chi osasse esprimere dubbi o riserve sull ' idoleggiato bussetano , è con noi , dietro di noi , mentre canta la voce dolorosa di Ernani , o squilla la musica vermiglia del Trovatore . E pensiamo nell ' ascoltare il sacro respiro de ' suoi corali e la veemenza de ' suoi concertati tradotti in disegni larghi esatti , al realismo e alla concretezza di questo grande uomo . Gl ' insegnanti del Conservatorio di Milano dissero che egli non aveva attitudini per la musica e ch ' egli non possedeva nessuna abilità ; e non aveva che del genio : troppo poco per dei professori e dei critici . Non siamo noi di quelli che propongono il Falstaff come il capolavoro , e lo pongono a culminare innanzi a tutte le altre opere di Giuseppe Verdi . Intorno a questo grande capolavoro , sollievo ed edificazione di tutti i kapellmeister , i contatti e gli attriti violenti si placano ragionevolmente , la lava si intiepidisce , il fuoco non è più che cenere calda . Qui fra le scorie appare e si allarga una topografia disegnata e tranquillizzante , e qui vengono a piantare le tende i competenti , gli elaboratori , gli alchimisti , mentre il pubblico si allontana rispettosamente per far posto al loro proficuo e amoroso lavoro d ' inventario . Nel Falstagg , che va considerato a parte , tutto è obbiettivamente realizzato con quella mentalità calma e prevenuta che dà soltanto la cultura agli uomini di tarda età . Là dentro Verdi s ' è fatto , per quel che poteva , protestante , e ha versato con circospezione gli ultimi spiccioli del suo genio e le melanconiche tenerezze della sua verve discreta e senile : ma la sua antica voce è indebolita , i suoi atteggiamenti non sono più i frutti meravigliosi , spaccati e strabocchevoli dell ' intuito , e le sue decisioni sono attraversate da un elemento nuovo e preoccupante . Una bruna ombra di tristezza si allunga per pagine e pagine su questa partitura , e alla luce solforosa della ribalta , la commedia musicale del vecchio misantropo appare spesso fredda , prudente , indiretta ed evasiva . Egli era incappato per la seconda volta in un poeta certamente autorevole , ma pieno di ideologie e di scombiccherature dilettantesche ; costretto a sottolineare un dialogo molto fitto e complicato , tutto seminato di arguzie arzigogolate e di accorgimenti letterari , il vecchio Verdi , che era costruito alla maniera semplice e sdegnosa dei grandi , sentí forse il dissidio , ma non ebbe la forza di dominare , di distruggere e di ricostruire a linee larghe , sommarie e potenti la materia del libretto . D ' altronde si trattava finalmente di mostrar la faccia ai contrappuntisti e agli intellettuali accantonati e ostili , e allora , nel silenzio sterile e superbo del tramonto , egli si volse lentamente a quelli e diede loro l ' opera riflettuta , riposata , ed esemplare come un gran quadro placido ed educativo . A parer nostro egli raggiunse con una immediatezza tutta meridionale il culmine più eccelso della bellezza proprio nel Trovatore . Senza dubbio , dinanzi a quest ' opera impareggiabile i commentatori rimangono sconcertati e senza compenso . Ecco dove l ' arte di Verdi , che è tutta sovvertimento , deformazione , caricatura sublime , mette a fuoco i quattro canti della terra . Il suo ritmo prodigioso e veemente , scagliato con la fionda , durevole come il bagliore di una scarica cosmica , arrossa allora tutto il cielo vibrante dell ' arte . Lí ribolle , entro schemi rozzi ma larghi e solidi , il suo temperamento facinoroso e straordinario , sussulta la sua natura copiosa , scoppiano i suoi canti capovolti , ripresi e innalzati clamorosamente . Chi è abituato per una certa dimestichezza a ficcare le dita fra gli ingranaggi dei componimenti musicali , le ritrae improvvisamente , fa un salto indietro e rimane trasecolato al prorompere della sua foga folgorante e irreparabile . Con l ' isteria che dà l ' esuberanza , tumultuante e cieca , con una stravaganza e una convulsione tutta italiana , fulminea e positiva , lasciando impraticate le strade maestre , egli divora , senza por tempo in mezzo , come un bolide radente , le scorciatoie più impensate , sempre fugace e irraggiungibile per colmo di forza e di impeto . Irritato , imperioso e gigantesco , egli lambisce felinamente il sangue caldo dalle proprie ferite ; e la preghiera e l ' invettiva sembrano uscire dalla sua gola come una minaccia inarticolata dalle fauci di un ciclope tetro e appassionato . D Le sue straordinarie creazioni hanno spesso origine dai motivi più frusti e popolari . Egli può rivedere tutto un Oriente nell ' interno di un frutto nostrano come il cocomero . Verdi , quando vuole , fa ballare le rovine ; con un colpo eccentrico egli sa rialzare , come nell ' Aida , i valori scaduti e antichissimi . Entro l ' atmosfera equinoziale di quest ' opera , con un certo caldo , profumato e svenevole che sa acutamente di belle donne , Verdi , il colosso che non conosce distanze , muove a passi di gigante da un pozzo desertico all ' altro per attingere melodie africane e rovesciarle sull ' assemblea ardente e prostrata in un languore gonfio di sospiri . In questa opera tipica , piena di caldura e di freschezza saturnina , la musa nera di Verdi , ci si para dinanzi per la prima volta , come la Sibilla , e dietro lei si spalancano le meraviglie templari e i tesori massicci delle Mille e una notte . Le mescolanze di gregoriano secolare , di moresco e di italiano del ceppo più focoso , sulle quali il genio letargico e temporalesco del bussetano scarica saette e fulmini silenziosi dai bagliori abbronzati e torridi , fanno uno spettacolo unito e portentoso di geroglifici subitanei , di forme piramidali dai colori atri , che affondano , man mano , nelle cupe oscurità azzurrine del quadro , rintuonando interminabilmente . Ci sembra che tutta una miracolosa razza teatrale si sia spenta con lui sul finire del secolo scorso . Nelle generazioni successive , rimescolate e confuse frettolosamente dalla politica , dalla guerra e dalla così detta cultura economica , non ritroviamo più traccia di quel che fu l ' affanno lirico , l ' idolatria romanzesca e musicale degli italiani dell ' ottocento ; si direbbe che i legami di sangue , le affinità di temperamento e di sentimento che dovrebbero unirci al passato sieno scaduti e dimenticati per sempre . Dove sono oggi gli artisti che han voce , anima e carattere da regalare agli eroi stravaganti ché Verdi ci pone innanzi come problemi ? È avvenuto , a noi , udendo l ' Aida tirata via con brutale routine , di pensare che il teatro lirico italiano si avviasse di corsa verso la più assordante e babelica confusione . Su una piattaforma cruda e volgare i trasporti castissimi , gli scorci , e il volo vago dell ' ispirazione possono diventare giuochi pesanti e imprese da circo . In tal caso scene d ' insieme e finali gravidi di coreografia rischiano di sembrarci troppo panciuti e carichi di mostarda esplodente . A vedere l ' orchestra e i cori nel loro colmo rinculare d ' improvviso e rimpiattarsi sotto i colpi infaticabili che la grancassa tira giú a due mani , c ' è da credere di esser capitati mentre è in corso l ' espugnazione d ' un fortilizio . E Dopo Verdi il teatro lirico italiano decaduto , tradito e vilipeso ogni giorno di dentro e di fuori , va alla deriva e scompare umilmente come un annegato . La clientela aggressiva e demagogica dei politicanti ha guastato il chiuso e storico giardino italiano , ha tratto in rovina anche questo istituto nativo e carico di carattere , che , coronato di gloria , una volta , e investito di un vero potere temporale , par divenuto oggi un terrapieno sconvolto per costruzioni edilizie . Oggi la molla magica è spezzata , gli spiriti sono fuggiti dalle nostre terre , e con essi , il genio , l ' ispirazione . Sui paesi gelati del Settentrione , anche quando fa bello , la luce vien giú così debole e fioca che la gente della città è costretta ad accendere tutti i lampioni per vedere se davvero c ' è o non c ' è il sole : allo stesso modo , noi , di questi tempi , diamo fuoco ai nostri innumerevoli becchi a gaz e incendiamo tutto il combustibile rimasto pur d ' illuminare da vicino un mondo caliginoso , ridotto e basso , nel quale non si muovono più intenzioni né disegni plausibili . Dove è finito lo splendore brioso del nostro teatro ? Ci sono ancora fra i giovani delle creature eteree , gazzose , satinate e leggere che salgono nell ' atmosfera lietamente sino a toccare il cielo con un dito . Poeti , musicisti , così , quasi incollati al firmamento , rimangono muti e sospesi in quelle altitudini inaccessibili , deserte e luminose , e attendono in conserva per mesi e anche per anni il giorno del loro giudizio quasi universale . Sotto i loro piedi si apre tumultuoso e informe il baratro , essi scivolano aggrappati pericolosamente e volteggiano con dei raccapriccianti capovolgimenti astrali come dei jongleurs fra i raggi oscillanti e sottili del loro proprio sistema celeste . Corifei meteorici volanti negli spazi dell ' immaginazione , essi naturalmente si nutrono non più di carne e di sangue come prima , ma di aria , d ' incenso , di mosche e di speranze . Ma giunge la Notte del giudizio : essi possono cadere , e , se cadono , cadono e bruciano , traversando tutto il cielo , come le stelle filanti . Un solo fischio , un fischio soprannaturale nel silenzio della mezzanotte , il guaito funereo d ' un cane , il lamento sinistro di un neonato , la stecca recisa e micidiale d ' un cantante può staccarli di colpo dalla cupola degli spazi e farli precipitare , fantocci lontani in combustione che s ' inabissano e si consumano in una dispersione silenziosa e quasi totale . I pantani tenebrosi dove guazzano i coccodrilli , accolgono i loro resti miserevoli . Ormai chi ha più la forza di vestire , di portare le antiche e preziose armature battute a fuoco e cesellate d ' oro ? Tutte le più belle voci stanno consumandosi e spegnendosi l ' una dopo l ' altra come ceri sull ' altare . Con un coraggio metodico ciascuno s ' industria di sgorbiare a casaccio le opere immortali . Il suggeritore propone e il cantante dispone . Si dànno le opere senza provarle , anzi si provano senza darle . Gli esecutori vengono scelti fra i più apatici e mansueti , come si scelgono i cavalli bianchi per le fanfare di cavalleria , perché non s ' imbizzarriscano e non tirino calci al suono e allo strepito degli strumenti . Costoro , infatti , entrano esitanti e s ' avvicinano al pubblico con il fare sbalordito e diffidente che hanno le bestie dentro i macelli . Le prime donne in scena hanno l ' aria di voler allattare fino all ' ultimo respiro il tenore mingherlino e tremante il quale annusa inquietamente sul palcoscenico la polvere , tutto invaso dal terrore del si bemolle che sta per essergli presentato come un effetto scaduto . Il nostro melodramma oggi è in uno stato d ' atrofia moribonda . Ogni tanto un Golia molle , sfasciato , senza volto , si presenta al pubblico : ebbene , al solo fischio della fionda , guarda , questo colosso crolla come un masso , e si muove in pochi istanti lasciando distesa a traverso la strada la sua corpulenza esanime . L ' ingombro enorme è difficile da rimuovere ; e allora guai « a chi deve procedere oltre : ci vuole forza di braccia , e pali , badili e accetta non bastano per dar libera via alla nostra vena che forse c ' è ancora , ma intristisce , per mancanza di sfogo , in pozzanghere malsane » . Se lo ricorda l ' immaginazione il nostro teatro d ' opera , piccolo , odoroso , stagionato , sonoro , dorato e pieno tutto di genio fino al soffitto : reggia di acchito e di fantasia , sulle cui scene i cantanti si presentavano con il sorriso sulle labbra e la morte nel cuore a un pubblico gerarchico che mostrava d ' ascoltare a seconda del rango con un aristocratico attaccamento , con una squisita bigotteria musicale o con un infiammato e incontenibile furore . Gli apparati della ribalta e gli arnesi convenienti all ' illusione creavano ai sensi delle dimensioni imprevedute e sbalorditive : quando poi nella foga della recita capitava in vista , fra gli spettatori , la presenza sorprendente di qualche eunuco celebre , agghindato e nonchalant , un nuovo prestigio sembrava aggiungersi alla voce dolce e spietata di Eros che risuonava , invadendo la sala con una indolenza folle e spirante . E allora il fuoco indomabile incendiava i cuori delle dame seminude , le faceva anelare mortalmente e dava le traveggole ai cavalieri dal sorriso incantato e vacillante . F Ohimè , ché caduto è il lirico furore , e gli applausi di un popolo famoso si estinguono lontano . Anche il prestigio della scenografia è scomparso per sempre dal teatro italiano . Si architetta , si costruisce , ma si dimentica che soltanto l ' illuminazione può dar corpo alle immagini . Fra le coulisses non circola come un elisire la musica , il focolare della tradizione sembra spento . La luce elettrica , igienica e pallida ispettrice , imbianca tutto col suo squallore , pone in fuga le ombre , spazza via dalla scena ogni residuo fantastico e mette in evidenza un ceppo annerito e freddo . La luce , elemento prezioso , vuol essere propinata avaramente come un filtro . Il palcoscenico non è che un pozzo nero e profondo da esplorare prudentemente con la lanterna cieca , e se il macchinista apre tutte le valvole dell ' elettricità , diventa un buco enorme e deserto , uno spogliatoio miserabile ; il fondale appare lí innanzi pencolante e scolorito , le quinte si reggono male ai suoi lati livide e servili . Non si devono mai colpire , per intero , né di faccia né di striscio , gli scenarii che sono superfici piatte , con una luce folgorante . In un palcoscenico pieno d ' ombra e di mistero i personaggi , questi prigionieri del melodramma che tentano di liberarsi contorcendosi michelangiolescamente , passeranno a traverso tutte le fasi della illuminazione come la luna nel corso del suo viaggio notturno . La luce li cercherà allora nella semioscurità , li sceglierà , e colpirà con la sua mira i loro corpi mobili e plastici . Mentre cantano ornerà viva e granulosa i loro gesti di argento . Brucierà sui loro contorni come pepe di Caienna che arde ; farà nascere riflessi e balzare lampeggiamenti di gelatina dalla seta cangiante dei loro costumi , investirà con un riverbero pieno di fermento le loro faccie stravolte . I raggi sfuggiti a una lanterna magica picchieranno e si frantumeranno come una bottiglia di vetriolo , contro i seni turgidi di Eleonora che sta delirando . A volte il caso ci ha procurato spettacoli di questa qualità nei teatri di provincia . In una piccola città durante una recita di Otello verso la fine del primo atto sul cominciare del duetto la luna piena frusciando rotolò giú d ' improvviso e finí per impigliarsi come un volatile di fuoco fra le aste di una palma bassa rovesciando aggressivamente alcuni grossi raggi sgarbati e crudi di magnesio sulla coppia degli sposi male assortiti che si fiutavano rifugiati lí sotto ; ci parve di vedere allora Desdemona , gigantessa coperta di veli perlacei , perdersi come neve che si scioglie fra le braccia di un enorme pezzo di cioccolata lucente che digrignava i denti con un umorismo feroce da negro . Questo effetto esagerato e fulmineo provocò una grandinata di applausi . Ecco come s ' incaricò l ' imprevisto di fare dell ' arte a dispetto del metteur ­ en ­ scène . G Giuseppe Verdi , sembra l ' uomo nato apposta per spazzare via col suo pugno sterminatore ogni parassitismo intellettualistico , per mettere in fuga la musicologia ragionante , per scomporre le tele di ragno dei sistemi metafisici . Allorché si presenta la sua faccia ardente e corrugata , e risuona la sua musica litigiosa e violenta , teatrale e spaziosa , sono vane le spiegazioni e le proteste capziose , le obiezioni filosofiche e il gesuitismo letterario ; è perfettamente inutile allora , il parlare di suggestione e di sensibilità , di modernità e di cultura . Egli non è per buona sorte un missionario , ma un contadino eroe . Il suo alito ha un sano odor di cipolla e la sua voce è imperiosa , i suoi istinti pieni di veemenza primitiva . Egli ignora le parafrasi , s ' intromette furiosamente , taglia i nodi colla roncola , e fa scorrere lacrime e sangue esilaranti , piomba sul pubblico , lo mette tutto in un sacco , se lo carica sulle spalle e lo porta a gran passi entro i rossi , vulcanici dominii della sua arte . H Un giorno un vecchio mentore , persona conosciuta e famigliare che sosteneva in città la parte di Matusalemme , ci toccò una spalla . Eravamo sotto i portici del palazzo del Governatore . Trentadue gradi all ' ombra . In quell ' estasi canicolare udivi salire fino al cielo il ritornello querulo di un venditore di terraglie . - - Ragazzo mio , - - fece il nostro autorevole amico indicandoci una delle arcate che si aprivano in piena luce sulla piazza Grande , - - proprio di là ho visto venir su Verdi appoggiato al braccio della Stolz . Nel fermo stupore solare questi due pellegrini sorsero dinanzi a me improvvisamente . Lo stesso grido noioso e solitario che tu odi ripetersi in questo momento echeggiava anche allora qui sotto le volte . Verdi ne parve sorpreso . Si sciolse dalla sua compagna , cavò fuori un libriccino e segnò una sull ' altra quelle quattro note approssimative . La cantilena del merciaio ambulante era andata a incastrarsi dritta nella sua fantasia . Ferro tira ferro , ragazzo mio . Il cervello umano quando lavora diventa una calamita . Qualche volta un accessorio rimette in movimento la macchina , poi l ' opera si stacca come un frutto maturo e rotola sull ' erba . Vedi come procede di sorpresa e per indicazioni il lavoro creativo ? Non si potrebbe forse pensare che in un pomeriggio arido e sonnolento come questo da una costola di Adamo venne fuori Eva e si addormentò vicino a lui ? Basta , se lo vuoi sapere il grido ozioso di poco fa ha trovato la sua nicchia nella Aida . Vent ' anni or sono , nell ' udire quest ' opera , riconobbi , durante l ' atto del Nilo , nell ' invocazione rituale dei sacerdoti nascosti nel tempio , la voce del nostro venditore di terraglie che da cinquant ' anni trascina il suo piato e la sua merce per le strade di Parma . ­ Questa fu la nostra prima lezione di composizione . Di lí a poco il vecchio mentore messo a giacere spari divorato dagli anni . Accade qualche volta d ' incrociare sulla strada una sconosciuta che ci fa rimanere lí smemorati e perplessi . Carica di evidenza essa cammina isolata e immersa in quel fluido pittorico che gli artisti chiamano « il vero » . Qualunque sia il genere e il grado della sua bellezza , eccone una che ha le fisique du rôle . Pienezza , fragilità , fascino di provenienza portentosa , costei è là , fuori del tempo , fugace , improvvisa , come un ' assente rientrata di soppiatto tra le file . La grande razza risplende sui suoi tratti , mentre corre verso un profondo destino , il suo passaggio tocca una corda , e la tua marcia , i tuoi pensieri si arrestano netto sotto il colpo della sorpresa . Sei colto al varco ; curvo , sospeso sul mistero della sua origine poco t ' importa di sapere dove vada ; è al suo atto di nascita che tu miri , è la sua carta d ' identità che vorresti vedere . Di quale amorosa combinazione è il frutto questa creatura straordinaria ? In fondo a una perplessità di questa sorta ci gettano i tratti più crudi e felici delle opere di Verdi . Noi che scrivendo di lui vorremmo essere il vento nel fuoco , ci fermiamo a certi passaggi e dimentichiamo di seguirlo per gustare meglio nel fiore l ' amaro della radice . Un amaro che penetra e affonda nella nostra memoria ; e il ricordo fatuo inafferrabile entra in giuoco . L ' attenzione stimolata si concentra , circoscrive il suo raggio e preme appassionatamente su quel punto torbido e remoto . Guardiamo la vita trascorsa dietro una lente d ' ingrandimento : sgranata , formicolante , vivida visione . In questo stato di lucidità ansiosa il problema del più pesante dell ' aria sembra risolversi . I fatti si alterano , la realtà travisata si sposta , si solleva e comincia la mise en route dell ' immaginazione . Ci accade allora di cogliere d ' un tratto i rapporti e le aderenze che uniscono Verdi al pittoresco scheletrico della vecchia Parma , e di scoprire su quale vacillante e provvisorio piede di casa s ' innalzi l ' arte clamorosa e grande di quest ' uomo universale . La nostra città è rotta in due , e si dà l ' aria di essere traversata da un famoso corso d ' acqua . Il torrente scende ogni tanto dalla montagna e le fa una visita improvvisa e minacciosa . I parmigiani gli hanno preparato per ogni evenienza un gran letto che non basta ai suoi trasporti . A primavera vien giú in piena , impennato e tuonante come se fosse preceduto da una fila di tamburi , s ' ingrossa , monta , supera i livelli e sale con la rapidità di un aerostato fomentato da un falò . La folla nera protesa sui parapetti grida e gongola , mentre sotto i suoi piedi i ponti tremano , e guarda passare nei gorghi e roteare intorno ai pilastri tronchi d ' albero , stie galleggianti , asini e cani affogati e gonfi come sacchi di zampogne . Già l ' acqua sta per lambire il segno dell ' ultima inondazione e chiudere gli occhi dei ponti : schiuma e tempesta contro gli ostacoli velocissima . Le ali dei muraglioni e le case dai camini che fumano sembrano filare in senso inverso come una flotta pigiata e fuggente . Allo stesso modo impetuoso si abbatte sul popolo radunato nel teatro di Parma la melodia corale di Verdi , poi decresce , si ritira e lascia allo scoperto il greto ampio ardente , impervio e abbagliante . Ci sono individui che hanno molto in più e qualcosa in meno del normale , per cui quando non possono far meglio degli altri cadono al disotto di tutti . Come gli ordigni di invenzione empirica così anche gli spiriti veramente primitivi e originali subiscono delle pannes impreviste e irreparabili . Verdi è uno di questi . Alti e bassi , annientamenti , lacune , risurrezioni miracolose , tutto concorre a rendere variabile e avventuroso il suo ritmo , e fin che il suo genio traversa il cielo come un aquilone che soltanto la corsa può sostenere egli trascura di essere intelligente , finge d ' ignorare che i corpi subiscono l ' attrazione della terra e che là dove la vita si spegne la spoglia precipita . Insomma a vederlo rinunciare ai salvataggi artificiosi , meccanici , all ' ortopedia della tecnica , lo diresti l ' uomo che non crede alla morte . La sua opera rimane sospesa come una nube carica di elettricità sui luoghi e sull ' epoca immobile della nostra giovinezza . Noi sentiamo agitarsi là dentro e insorgere il tramestio turbolento d ' un anniversario . Come per il rifluire di una vita anteriore quel mondo di suoni diventa vorticoso , scialbo , teatrale , pieno di escamotages silenziosi , di crolli . Tutto un passato ancora caldo e recente sembra risalire pigramente il suo corso . Dobbiamo dichiarare che le nostre preferenze vanno a quell ' arte mutevole , rudimentale e caduca , che porta nella sua fisionomia terrestre il segno forte della sua stagione . Tutto quel che dovrà subire la legge fatale del ritorno offre , quando si stacca e s ' innalza , uno spettacolo pieno di somiglianza umana , di emozione e di interesse . Il profilo grottesco e rivoluzionario della prima locomotiva a vapore , questo grosso bébé del Progresso , e l ' aspetto rurale di tutti i meccanismi e apparecchi di una scienza ancora incerta che lavora colle proprie mani servendosi di alberi abbattuti e di pietre sepolte suscitano insieme al piacere e alla curiosità la venerazione più viva . Ma appena si giunge agli sviluppi , alla pienezza tecnica , alla fabbricazione anonima , ai piani elevati e praticabili , al lusso e alla chiaroveggenza della matematica , al calcolo sublime , il nostro interesse si perde nel vuoto della eccellenza professionale . Il moto perpetuo della perfezione che vuol dire immobilità ci fa morire di noia e colare a picco . Nella gran luce assoluta la perfezione sta , senza oscillare , in una fissità implacabile . Intorno ad essa cadono le possibilità , si esauriscono i pericoli , si spezza ogni rapporto , ogni stimolo , ogni speranza : le carriere si chiudono , cessano gli aumenti di stipendio . Là comincia un vitalizio eterno e immutabile . Nel melodramma di Verdi c ' è musica per tutte le borse . I suoi difetti e le sue qualità han radici profonde nella nostra terra . Estirpare i primi vuol dire distruggere anche le seconde . « Non bisogna esagerare - - egli scriveva - - nella smania di voler ogni cosa perfetta , perché si corre il pericolo di compiere ben poco , o di non compiere nulla . La natura , la sincerità di un maestro si rivela mantenendo pressoché intatto ciò che gli è uscito spontaneamente dal cervello , molto meglio che tormentando instancabilmente ciò che egli ha fatto . Anzi nell ' alternativa di cose un po ' basse con altre elevate queste s ' avvantaggiano di più nel contrasto . Io non istento a credere che alcuni poeti abbiano calcolato su simili effetti » . - - Così serenamente Giuseppe Verdi riconosceva che la sua opera resterà per sempre incompiuta . Nelle opere di Verdi ci sono dei quadri di un romanticismo così morto e caloroso che quasi ti sembra di vedere come in un sogno astronomico , la jena passar ratta su terreni sbiancati , ondeggianti , e tutto un cimitero che succhia il latte alle poppe della luna . Nel secondo atto del Ballo in maschera , per esempio , la scena rappresenta un paesaggio che sprofonda e affoga nella marea lunare . Fremono le chiome basse dei salici e la loro ombra va e viene lentamente sui marmi sepolcrali . Il Tempo brucia in qualche lumicino votivo con l ' intermittenza di un polso malato . O Valle piena di avventuroso silenzio , Tribunale supremo della galanteria , intorno al tuo recinto funebre che brulica di fatui lucori s ' aggirano come grandi farfalle notturne i tenebrosi porte manteaux del teatro melodrammatico , personaggi speronati e illustrissimi che al cospetto dei tuoi monumenti lapidari si strappano l ' anima a lembi ; li chiama dall ' orchestra con una lunga cantilena di malaugurio la voce esangue del corno inglese ; ed eccoli , i colpevoli , dal fondo della scena , muovere verso di noi i passi incerti . Fra l ' intrico di gramigne che inceppano il loro cammino , afforano le assi di qualche bara sfasciata . Una spada , delle lacrime luccicano ; bacche d ' argento spuntano fra le gramaglie d ' una vesta , e il suono d ' una voce istrumentale echeggia . Udite come brilla in quella voce il quid della celebrità ! Udite gli accenti sbigottiti che fluttuano nebbiosamente sulle due bocche confuse nell ' amore ! Son essi , gli adulteri fuggitivi , che il cimitero stringe e assale da ogni lato con tutte le sue croci ed i suoi mausolei : rinculano i meschini e s ' innalza la disperazione del tenore sull ' arco dei violoncelli . Ma con l ' invasione dei cori lo spettacolo assume un portamento da grande opera , la melodia s ' allarga , e quando la scena nereggia lugubremente di cospiratori sghignazzanti e un ' onda di feroce derisione sollevata e sospinta dal ritmo musicale si abbatte sui malcapitati amanti , come non riconoscere in quei volti numerosi e contorti , in quella crudeltà , gli stessi partigiani , impalliditi cogli anni , che nei giorni lontani infestavano la vita pubblica della nostra città ? Opere di Verdi , vicenda burrascosa e mortale , inedia , agonie e risurrezioni miracolose ! Un punto forte , anzi fortissimo , quello della riscossa , c ' è sempre là dentro , quando la faccia stessa del melodramma ottocentesco emerge sfolgorante e intrisa di sangue come quella di un terremotato che scappa fuori vivo da un avello crollato . La cabaletta esce allora dalla più abusata e nera routine con un rilievo bellissimo . Una freccia vien dritta a piantarsi nel nostro cuore e dobbiamo gridare : toccato . Col piede leggero e il cranio pieno di una esultanza scarlatta entriamo in argomento . Chi se l ' aspettava ? Finalmente il tenore mostra i denti . In teatro nasce il disordine e la rivoluzione si propaga . La lingua batte do ­ ve il dente duole ! Trasecolati si apostrofano l ' un l ' altro gli spettatori trionfanti : Evviva , abbasso ! Fuori di casa Strauss , Debussy e Stravinski ! Intanto un ritmo di ben altra stagione , un ritmo portentoso e schietto , rotola in orchestra sotto il sole campagnolo . La caricatura entra in un clima ampio tutto meridionale . Al diavolo il contrappunto e le fughe ; il barometro sale . L ' udite correre infuriata sul fondo della scena la vecchia tradizione , risorta fra i rimorsi , che ammonisce e invoca implacabile come la canzone d ' un amore che fu ? « Ma non vedi che l ' albero pende , e la foglia la va , la va , la va . - - Se mi volevi bene non mi dovevi abbandonà ... » Appena fuori della porta di Parma ci veniva fatto , da ragazzi , di capitare a ridosso dei bastioni in certe località disperate e propizie alle infantili paure , fra casematte , cisterne putride , dove le male erbe sembrano nascondere pietrame di tombe . - - Nell ' ora fallace del giorno che cade la luce traspare , s ' annida , lotta per districarsi fra le masse del fogliame e rompere là dentro lacerante , stanca , velata , mobile . A due passi la vita ferveva , e il suon dell ' opre raggiungendoci nel nostro labirinto , pigliava un tono canoro ; irreale come d ' un grido che fa vòrtice in un pozzo : eco continua che si volgeva in minore con una scordatura soave . Quello era il tempo del nostro tirocinio in faccia alla natura . Piaceva a noi rimanere lí e guardare accasciarsi e scemare la giornata . Sollevato a intervalli , come un velario in grembo al vento , il cielo ricadeva in repentini squallori , colmo di una lucida e smemorata vacuità . Tremule irradiazioni spaziali attraversavano il mondo , fin che , arrestato lo spento rimescolio , l ' occhio poteva fermarsi su uno spettacolo di silente e immobile riposo . Sull ' incudine cadeva abbandonato il martello del fabbro , cessava l ' indistinto strepito dei lavori quotidiani e il fossato s ' andava riempiendo di fantasmi . Simili a forme animalesche e buie le cose intorno affondavano , vacillanti , nell ' ombra ' . Ultime e nuove affioravano le lucciole e s ' allontanavano come portate via sulle acque notturne . Respirando a pieni polmoni la freschezza di quel clima mortuario sentivamo quasi , in preda a un sublime sgomento , frusciare sul nostro capo il cielo e le sue stelle . Col primo raggio di luna sorgevano titubanti , a spiarci , ad una ad una , fra le fronde e i rami , le facce d ' argento dei congiurati del « Ballo in maschera , che una nuvoletta a poco a poco » spegneva . Allora lentamente il sonno della terra ci prese in grembo , mentre ancora pareva a noi di udire un gramo motivo d ' orchestra allungarsi , accorciarsi e accordare il suo timbro al grido della civetta . Su quel verso romito e ferale , antica e paurosa cadenza , l ' anima trovava a occhi chiusi il modo di passare sui precipizi con una leggerezza sonnambolica . O , il vaporoso risveglio quando nell ' altissima notte , con un vento che trascina e fa stormire i vecchi ippocastani dei bastioni , mutevole , fra l ' uragano e una tristezza di pioggia echeggiò , molto lontano , nel canto sgranato e lunatico d ' un viandante la cabaletta di Verdi . II Migliavacca Trent ' anni fa viveva a Parma un vecchio violinista lacero e randagio chiamato Migliavacca , cieco , obeso e sbarbato come un diacono . Acidità , patema e sarcasmo sfogava masticando ingiurie con la voce vinosa . Era tenuto in gran conto e rispettato da tutti . Con quella sua testa maestosa chinata sul petto , inchiodata nel buio , incuteva timore , e un codazzo di ammiratori lo seguiva a debita distanza durante le sue peregrinazioni e i suoi concerti serali . Migliavacca vagava da un ' osteria all ' altra stringendo sempre sotto l ' ascella un violinuccio mingherlino e unto come un osso di prosciutto . Amò sino all ' ultimo dei suoi giorni la musica d ' opera , il vino di bottiglia e le donne calde da trivio . Per amore di queste ultime si lasciava condurre docilmente verso le case di malaffare . Saliva brancolando quelle scale piene di lezzo e di canzoni avariate , poi su nel salotto , quando lo sfiorava il braccio nudo e morbido di qualche rauca baldracca , allungava il broncio come un vizioso e la sua grossa e pesante maschera impassibile , che chiudeva una sciagura di fuoco , sembrava volersi spezzare e sciogliere in una lascivia muta . Subito tutte quelle femmine gli si facevano sopra a pregarlo : Migliavacca , nonno mio , una sonata carina ! Egli trasaliva a quei fiati postribolari ; con un sorriso lubrico sulle umide labbra andava tastando il violino , l ' imbracciava e raccoglieva il volto congestionato sulla cassa dell ' istrumento . Le dita aggrappate alla tastiera come a scavare con le unghie in un petto , egli arrivava allora sino a toccarci il cuore . Poi , il pezzo , fra sospiri e armonie , finiva , e Migliavacca , spinto rotoloni sopra un divano , colava gloriosamente a picco sotto gli amplessi e le carezze di quelle prostitute . Il giorno dopo di primo mattino lo ritrovavi già al lavoro fermo e soletto sul marciapiedi , all ' ombra , dinanzi all ' Albergo della Fontana . Guadagnava così , umilmente , il suo pane , suonando per i clienti che in maniche di camicia si facevano alla finestra , mentre intorno ai capricci del suo archetto tumultuavano con una famigliarità pittoresca i piccioni del palazzo comunale . La sera stessa lo rivedevi poi all ' ultimo atto dell ' opera , seduto sul loggione del Teatro Regio . Come siede in chiesa , abbandonato su uno stallo della cantoria il più vecchio canonico del capitolo , eccoti Migliavacca che ascolta nel buio la Traviata , biascicando non si sa quale gioia concentrata . Gli era guida e compagno fedele un chitarrista mezzo orbo anche lui , bruciato dal vino , sbrindellato e beceresco come un mulatto andaluso di Gustavo Doré . La faccia di costui era una spugna d ' alcool . Mentre strappava sonnecchiando il mazzo delle corde , una ruota di mosche e di sogni ronzava di continuo intorno a quella sua gemebonda chitarra . Di tanto in tanto Migliavacca , con un grugnito represso , era costretto a scuoterlo , perché s ' addormentava su un accordo . Suonavano insieme dinanzi al caffè Marchesi per un pubblico seduto all ' aria aperta . Vanitosa esposizione di piccole famiglie , società provinciale , ragazze da marito , esasperazione , indolenza e noia immortale della vita cittadina facevano durante quelle portentose serate commemorative un quadro colorito e vivace . Fra gli strilli e le eccentriche piroette dei camerieri , tra il luccicore di caraffe , di scodelle e di bicchieri , anime lasse vibrano sospese alle corde d ' un cagionevole violino . O , quante bocche di rosa socchiuse come per un bacio dinanzi a una granita di limone . Sono le signorine di buona condizione , piantonate dai cari genitori , che si dànno anch ' esse a inseguire di soppiatto , sul tema musicale , l ' idea unica e fissa d ' un matrimonio eventuale . Dormiveglia , candore , allibimento di quell ' architettura arciducale . Quasi emersa da una storica oscurità la gente squattrinata si addensava dietro i due sonatori . Odii , rivalità , ira , rancori covava in seno tutta quella plebe assaporando la musica cupamente in pose rapite e meditabonde . Intanto sui vecchi edifici circostanti sembrava allungarsi man mano rigida e coricata l ' ombra di Napoleone . Quei concerti , duravano l ' estate oltre la mezzanotte a languire così . La adunanza popolare , chiusa e nera ammutoliva come un firmamento intorno al cieco . Simili a stelle cadenti , nel chimerico silenzio creato dal violino , arcane cupídigie e ipotesi lanciate sprofondavano negli universi misteriosi . Quando Migliavacca suonava , il traffco era bloccato ; lui vivo non si sarebbe potuto pensare di posare sulla strada principale le rotaie del tram . Egli mori ; e fu in quel vuoto improvviso che la più balorda e intraprendente genía prese piede in città . Lo spettro del progresso s ' infiltrò fra quei vicoli quasi verdi di erba . Asfaltisti , ingegneri , vagneriani , socialisti , entrarono e sorsero a sconvolgere ogni angolo . Fu la rivoluzione nei costumi , nelle abitudini , in tutto , ma i veri rivoluzionari rimasero tuttavia i verdiani pallidi e feroci di Parma . Musicisti sciupati e giú di moda , coi loro baffi fradici di nebbia , chiusi nelle loro fruste pelliccie , spente figure di nottambuli che lasciano penzolare la testa e hanno delle austere borse sotto gli occhi , costoro se ne andavano lungo i muri come dei vecchi topi spelacchiati e pieni di acciacchi salivano e scendevano solinghi sul tardi , i ponti a schiena d ' asino . Con certi cappelli neri , larghi e pioventi come ombrelli , questi peripatetici pitocchi in preda a un acerbo rovello , cercavano , capitando sotto il lume smorto d ' un lampione , di nascondere quella cera magra , gonfiata da una tosse che tien le loro bocche in continua emozione . O eroi affranti che avete bevuto nel calice sino alla feccia , guardiani laidi e dignitosi d ' un passato incantevole , voi che oggi riposate trafelati sugli ultimi lembi di silenzio , sappiate che la gloria non esiste più . Guardate la vostra città . Han demolito le mura , hanno abbattuto anche le centenarie alberate dei bastioni . Al suono dei claroni il villano traversa in automobile le vostre strade . Polvere che il vento solleva , polvere che ricade sulla polvere , in quel deserto di memorie che è diventata la vita . Altro che arte ! È la velocità che conta oggi , i pugilati , le truffe e poi , di nuovo , la velocità . Masticate dunque l ' amaro veleno , voi che avete ancora nel petto il ritmo lento , nodoso e ostile dei congiurati e dei creatori . III Il ponte verde Era un ponte a schiena d ' asino , fatto di legname . Più pittoresco che non si creda , edificante come la doppia scala allegorica della vignetta che rappresenta « Le età dell ' uomo » . Andava su ripido , s ' impennava , e poi giú dall ' altra parte , scavalcando il corso d ' acqua nel luogo più antico , monumentale e solitario della città . Parma e il suo cielo facevano sfondo . Qualche raro passante arrivato sulla gobba del ponte , sostava appoggiato al bastone , imitando egregiamente il gramo omino della parabola che dopo la balda giovinezza affronta la china della vecchiaia . In quei tempi ero un ragazzino che dall ' orto d ' una casa affacciata e sospesa sul torrente , spiava , verso l ' ora di cena , il ritorno del suo papà . Lo vedevo scendere , mio padre , stanco e a capo chino , il ponte , e sprofondare tra le spallette - - era ancora lí , tanto vicino a me : lo chiamavo con una subitanea angoscia prima che scomparisse del tutto . Più di vent ' anni fa questo ponte venne distrutto e sostituito da un piatto canalone , in cemento armato , al quale la coalizione degli ingegneri e dei socialisti che amministrava insolentemente la città diede il nome di « ponte Verdi » . Omaggio di quei che proclamavano l ' arte « spesa improduttiva » fatto a un originale musicista che essendo sul punto di morire perdeva proprio allora una bella occasione di protestare . Ma l ' antico ponte scomparso , da non confondere con quello attuale , si chiamava verde perché di verde era stato dipinto da oltre un secolo . E di esso restarono fermi nella limpida corrente i piloni spezzati e i massi dispersi qua e là . Quand ' era in piedi , il ponte verde , univa la Pilotta , colossale edificio costruito dai Farnese che distende la sua facciata sulla destra del torrente , alla riva opposta , difesa da un muraglione altissimo e decrepito , che un immenso tappeto sventolante di erbe , di fioracci , e di bocche di leone copriva a perdita d ' occhio . Nella stagione di magra le lucertole , le donnole , le biscie strisciavano fitte entro quella gramigna abbarbicata al mattone ; i topi d ' acqua , a schiere , girellavano lungo la muraglia , fra i ciuffi verdi s ' inseguivano e si lasciavan cadere come dei sacchetti scotendo e facendo tremare le cascate d ' edera . Raggiunta quella riva così popolata di animalacci immondi , la strada del ponte passava sotto l ' arco d ' un torrione merlato e sboccava nel profondo parco ducale . Sul torrazzo dalla sagoma tozza e guerresca lavorava un fabbro ­ ferraio . Tutto il giorno s ' udiva il martello e la lima cantare . Specialista di grosse serrature , di catenacci e di chiavi governamentali , quest ' uomo viveva solo là dentro . Usciva solo , non seppi mai da qual porta . Sbucava dal voltone , sempre un po ' nero di fumo e lucente di polvere di ferro . Salutava mio padre con un rispetto simpatico e civile . Ci si sentiva onorati e contenti del suo « buongiorno » . E ogni volta avevo una gran curiosità di avvicinarlo , di conoscerlo , di dargli la mano . La domenica usciva con un cappello duro . Era un artigiano all ' antica ; abbottonato , individualista , senza tracotanza . Il giorno del riposo lo passava nelle vicinanze della sua fucina , senza altra occupazione che di guardare il colore dell ' acqua sotto il ponte , e il colore del cielo . Ma quando udivi il picchiettio del suo lavoro , che per lo più durava fino a notte , allora ti sembrava che un mistero armonioso si diffondesse dalla torre chiusa , il più gran mistero della mia fanciullezza . Ascoltavo , tendevo le orecchie a quel suono domestico e remoto . Là dentro non c ' era metallurgia , non c ' era il terremoto meccanico , né le pulegge , né i torni , né i rocchetti d ' un opificio . Egli forse , soletto , col cappello in testa , accomodava in quel momento delle vecchie suppellettili , degli ordigni casalinghi , rifaceva il fondo di qualche fornello , il manico d ' un girarrosto , o il coperchio d ' una pentola . Intanto quel suo martellino faceva una musica tenera , dettagliata , amorosa . Saltando sull ' incudine , i colpi cominciavano forte , continuavano più rapidi , e finivano in una pioggia argentina . Il fuoco della fucina volteggiava azzurro dietro i vetri della sua finestra medioevale . E quella finestra a vetri piombati non s ' apriva mai . Il mio fabbro ­ ferraio non mostrò mai la sua faccia lassú . Quando il torrente era in piena , il governo della città dava l ' allarme , ma il vecchio ponte non aveva paura che la furia delle acque lo portasse via : con quella sua solida gabbia ' di travi , simile a un leggendario battello , il ponte Verde avrebbe potuto galleggiare sino al Po ' . Tuttavia il malumore contro di lui cresceva col crescer del torrente . Le autorità non dormivano più . Quella balaustra verde col suo salto da gobbo irrideva al pericolo , e la sua mossa allegra , precisa , scheletrica cantava sopra i flutti per i poeti invece di ragionare per i geometri . In quell ' ambiente pieno di balorde investiture politiche e di declamazioni victorhughiane , là dove c ' era un padre del popolo e alcune decine di democratici massoni a costituire il Consiglio comunale , si demolivan le chiese , si abbattevan le torri , si atterravan gli alberi , si scavava la fossa ai secoli passati , si distruggeva tutto per dar lavoro al popolo . Più un lavoro era inutile e più ce n ' era urgenza . Il padre del popolo aveva pronti dei piani formidabili di lavori inutili : ce n ' era da lavorare inutilmente per cinquant ' anni almeno . E il ponte fu condannato . Chi poteva salvare questo piroscafo che da cent ' anni stava in quarantena fra due file di case , dall ' odio di tanti filantropi ? Due santi , due patroni , due difensori , li aveva il ponte Verde , ma l ' uno era cieco , l ' altro sordo , laceri ambedue e in uno stato avanzato d ' inedia . Da tempo immemorabile stavan li di fazione ai due accessi chiedendo l ' elemosina . La rovina del ponte li travolse ambedue , e scomparvero insieme . Il primo , un vegliardo dai lunghi capelli d ' argento , sedeva tutto il giorno , dal lato della Pilotta , su uno sgabello basso , col bastone fra le gambe , e tendeva il cappello . Una barba veneranda gli incorniciava la faccia imponente e tranquilla . Sulle spalle larghe portava una gran casacca scolorita . La sua voce grave e profonda , come l ' ultima canna d ' un organo , l ' udivi di lontano , prima di vederlo . Era sempre la stessa salmodia sonnolenta : fate la carità al povero cieco . L ' altro , un vecchio mummificato , seduto nel cantone più buio della volta che conduce al parco ducale , vendeva dei dolci speciali , alti quattro dita , e composti d ' ogni sorta d ' avanzi . Questi pezzi di torta , tagliati a losanga , che a noi discoli sembravano cosa ghiottissima , venivano chiamati , non saprei perché , paste greche - - c ' era dentro di tutto : mandorle , pasta frolla in briciole , ossi di ciliege , cioccolato , biscotti avariati , avanzi di marzapane , pan pepato e qualche volta , bottoni di soldato - - un tritume nero , impastato e poi cotto al forno . Intorno a quei dolci di dubbio colore , che una fitta polvere di zucchero copriva , ronzavano le mosche e la ragazzaglia della strada . Bisognava vedere gli occhi avidissimi e le pose languenti di tutta quella marmaglia che protraeva accanitamente l ' assedio . Il vecchio cisposo vendeva i suoi dolci un soldo l ' uno , ma aveva la vista corta e incassava i palanconi falsi . I monelli cocciuti aspettavano che gli si chiudessero gli occhi , che la testa cadesse sul petto , per dargli un urtone e rubargli all ' improvviso qualche pasta greca . Poi erano strilli e fughe nel greto del torrente . Tutta la gente , tutto il bel mondo dei pomeriggi festivi , e gli amanti della sera , passavano sotto l ' arco oscuro della torre , dove il mio fabbro invisibile faceva suonar le chiavi . Passavano le belle donne sfiorando con i loro volans di seta quell ' ombra di mendicante accucciato sulla terra , quell ' esoso venditore di sudici dolciumi , che rimaneva là , immobile , abbandonato nelle tenebre , fin che il fanale verde s ' accendeva in groppa al ponte a illuminare debolmente i due versanti . I pipistrelli volteggiavano leggeri e silenziosi intorno a quel faro smorto e stralunato . IV Teatro Fra la babilonia sempiterna del cartone dipinto , in una stroppiatura feroce della realtà , sotto l ' azzurro disperato dei cieli , fra i lampi del magnesio che fanno trasecolare i volti imbiancati e anneriscono gli occhi come olive ardenti , si desta di soprassalto l ' oro rimoto delle attrezzature e risplendono i laghi nei regni bruciacchiati e secolari di Solimano . Là regna , come un principio , la Spagnola con la sua vena strana di delirio canoro , intorno a lei nella gran luce e nel vuoto piove la polvere di un mondo in consunzione . Dalla fabbriceria degli ori armonici sale un ronzio sonoro di violini appisolati , uno zufolo flebile e un fiatare roco di legni musicali ; i violoncelli vanno gorgogliando giú fino al fondo delle iridescenze , il fagotto borbotta fra l ' afa smaniando e gli ottoni accaldati sembrano digerire , sopra una nota lunga , un sonnifero denso nella gran siesta cocente del fossato orchestrale : la Spagnola attacca con la voce indolenzita una boutade lunatica appresa al sillabario puerile d ' un usignolo , che sente molto il genere « crepuscolo » , e la sua voce sempre più esitante scompare in un indistinto naufragio di malinconia . D ' un tratto un acutissimo fischio , un fischio simile a quello che avvisa gli equipaggi delle navi in manovra , fa cambiare rotta e quadro alla prova : un ' oscurità caotica precipita rombando sulla scena ; i fondali rovinano dall ' alto fra i richiami concitati di una folla anonima . Cieli nuovi escono dalle spaccature della ribalta e vanno su a occupare il posto di quelli già sfruttati . Le quinte da ogni parte vacillano e navigano tra un diradare di nebbia rossastra . Poi , a poco a poco , come da un antro vulcanico , emerge il palcoscenico con le sue fumose muraglie bruciacchiate e qualche lembo di scenario che dalle bilancie pende fino a terra . Allora un fiato da caverna e una oscura , misteriosa tristezza venne giú da quell ' inerte laboratorio lirico . Guardiamo , contriti , intorno e in alto le file replicate dei palchi rossi e riboccanti dove stanno in comunanza gli sparati immacolati , le decolletées pallide e ambigue , i crani lucidi e le lunghe braccia guantate . L ' alto ceto siede , fra la seta e le gemme , affacciato ai davanzali dei balconi innumerevoli , in pose d ' eleganza e d ' abbandono musicale , come vegliando sotto i piccoli lampadari di cristallo veneziano , mentre sul fondo indistinto vigila , eretta e ossequiente , la nera galanteria dei cavalieri serventi . Tutta la grande sala fin su agli estremi capitelli carica di volti protesi e accesi , sembra voler roteare in un parossismo d ' insania e di concitazione , fra grida di ebbrezza e di fanatica passione delirante . Rosina Storchio , silfide milanese , sentimentale di alto lignaggio , in una veste gonfia di trine legg [ i ] ere e appena tinte di colore , abbandonata vaporosa nel gran salone rococò , solitaria fra i mobili fastosi e i candelabri viventi , delicata e leggera sui piedi di gran dama , versa nella sua bella voce , trasparente cristallo di Murano , lacrime , angoscia , e il fragile ridere tremante di un ' anima che naufraga in ricordi deliziosi . I suoi accenti sono quelli sincera d ' una passione mille volte provata e non mai esaurita . Ella sembra invocare con pena graziosa la concordia , l ' amore , e la pietà , perché l ' arte italiana e celebrata non abbia a decadere e a morire , sembra invocare con una abnegazione cosi viva da tener in catena la supina platea e il proteso loggione . V Bottesini Fu uno dei più geniali fra gli artisti del secolo verdiano , e fra i virtuosi il più fantastico . Egli riuscí a spiritualizzare la grottesca meccanica del suo istrumento , soffiando su tutti gli ostacoli col fiato di un mistificatore prodigioso . All ' apogeo , questo artista sommo traduceva vivamente Paganini sul contrabbasso . Figlio d ' un ' epoca nella quale i padroni della terra non erano degli ingegneri , ma dei signori magnifici che una gerarchia intellettuale innalzava e illuminava , incontro a lui si mosse graziosamente il favore di quel tempo generoso e romantico . Fino all ' ultimo giorno egli mangiò il pane della gloria , poi fu dimenticato . Con Giovanni Bottesini scomparve l ' ultimo esemplare del contrabbassista virtuoso . Non lasciò eredi . La sua superba arte istrumentale gli mori a lato come una sposa che non vuol sopravvivere . Là dove egli era giunto , per un colpo mancino del genio e con la più stravagante complicità della natura , nessuno potrà arrivare mai più , né farsi da presso per capirne e spiegarne il miracolo . Il suo posto solitario sta distrattamente al di là di ogni limite . Ai suoi tempi il Gusto aveva una funzione , il Genio un carattere e l ' Arte una tradizione . La politica , questa scienza divenuta flagello , taceva subordinata e sottomessa . I grossi affari di Stato lasciavano appena un ' ombra di fastidio sul volto dei ministri e qualche granulosa traccia di tabacco sui loro panciotti . Del resto , le palle di cannone si contavano sulle dita , ed erano così pigre che , contrariate da un vento forte , cambiavano direzione e finivano qualche volta per tornare indietro . In quel mondo spiritoso e volubile come la fiamma aggressiva e vacillante del gaz , l ' astrazione esatta non era preveduta : il baratro spettrale della luce elettrica non s ' era ancora spalancato dinanzi agli uomini . In teatro si leggeva il libretto al fumo di una candela e , sulla scena , la pece greca poteva rappresentare , senza opposizione , la collera degli elementi . Anche la matematica soffriva allora l ' umidità ; e la meccanica , che viveva in buona lega con il legname , scricchiolava faticosamente e si schiantava ai primi geli rimanendo ostruita e ferma sotto le stagioni . Allora eran permesse soltanto le invenzioni buffe ; le burle che facevan crepare dal ridere eran di moda ; c ' era per la musica e per la danza del fanatismo e del furore ; l ' Italia da Venezia a Napoli era un solo carnevale , del tutto innocente . Dunque , non per caso , un bel giorno il nostro pubblico si trovò fra i piedi anche Giovanni Bottesini con il suo contrabbasso . Quest ' uomo che viaggiò il mondo tutta la vita e lasciò dovunque tracce profonde di costernazione e di stupore , era grande di statura e aveva un aspetto lunare e corroso , sciupato e assonnato , insomma un artista dal sangue guasto e dalle abitudini dissolute . Entrava in fretta all ' ultimo minuto sul palcoscenico fradicio e semibuio del teatro ducale , sbirciando , col collo torto , di tra le coulisses , il loggione stipato di gente , mentre il servo di scena gli levava l ' immensa pelliccia . Allorquando , dinoccolato , si presentava tirandosi dietro , bonariamente , quell ' enorme topaia , tutti , del pubblico , ridevano e lui con tutti , a crepapelle . Faceva volentieri della parodia ; cominciavano prima i grugniti del contrabbasso ; dopo si passava nel regno dei calabroni e ti preva che tutta l ' aria e la luce brulicassero di pungiglioni . Allora quasi intontito tra il ronzare , nel torpore e nell ' afa sovraccarica di idrofobia , egli , il suonatore , rotolava , a poco a poco addormentato , giú per la tastiera attaccandosi , per miracolo , alla quarta corda . Oh , quel russare profondo , voluminoso , inaccessibile , sembrava confondersi con i trasalimenti assonnati dell ' asse terrestre o con il lamentoso e artritico scricchiolio di una stiva tappata e troppo carica ! Adagio , adagio , pigliava poi via , serpeggiando , con un tramestio obliquo , cieco e dilungato , come rettile mostruoso che s ' inselva . Fin che si buttava , piegato in due , a suonare con voglia , sferzando l ' istrumento come per rompere una crosta dura . Dal credenzone spiritato uscivano , allora , i suoni più volubili , scivolando via stretti in successioni di accordi e in glissandi veloci , leggeri e lucenti come i raggi che trafiggono le nubi . Gli arpeggi , le corde doppie e i pizzicati azzeccati saltavano all ' aria in una prodigiosa mescolanza , formando una grandiosa e barocca architettura che crollava precipitosamente , circondata e distrutta con furia da una sequela di tonfi mistificatori . Il suo era un cantare tutto invaghito e pieno di spasimo che somigliava , sulla prima corda , a quello del violoncello , solo che il suono intonato era reso un po ' enigmatico quasi da una maschera fosca che non desse di riconoscerlo . La sua arcata dolce , interminabile , tenace , pacifica e distesa , e il suo stile nobile , pieno di sentimento e di santità tant ' opra facevano da persuadere e indurre il trappolone puntiglioso e refrattario a parlare con voce ammansita , soave , incalorita , fremente , e a sciogliere nel velluto d ' un pianissimo , una per una , le note sospirate e perplesse della più adorabile malinconia . Niente lo accontentava . Istrione , disseppellitore di effetti sempre più rari e pericolosi , egli si rifaceva sotto , mettendo , di nuovo , tutto a soqquadro per stanare , scuotere e risvegliare il mostro sedentario . Superando le difficoltà , così , a scalinate ; sfasciando piramidi di ottave ; sollevando , in burrasca , il suo lento pachiderma sino alle stelle , con uno scrollare avventato , astioso e gigantesco egli frullava l ' arco tozzo e formidabile , come una tramontana tempestosa , fra il groviglio dei cordami . Echeggiava allora , fuggendo , sull ' intrico temporalesco , un debole e lontano scampanio di bronzi , insistente e ferale , e a quello ecco rispondere , d ' acchito , strangolata e vicina , l ' anima sprangata e sordida del contrabbasso . Muovente dai silenzi stagionati , una voce gobba e sepolta di ventriloquio si affacciava domesticamente fra le corde canterellando con una insolenza ironica delle variazioni grottesche sul motivo del Carnevale di Venezia : la modulazione oscena l ' alzava audacemente di tono , poi ricadeva in mollezze veneree dondolandosi , al fondo , sull ' arco del contrabbasso . Quel che succedeva a questo punto in teatro è indescrivibile . Il pubblico aristocratico della corte si torceva sulle poltrone in preda ad una ilarità stridula . Gli applausi e le richieste di bis scoppiavano lungo le file scomposte , ad ogni battuta . Le dame seminude e portentose , che facevan corona nelle logge dei nobili , tirate in ballo senza preamboli s ' ingegnavano di salvare il pudore , ridendo inorridite dietro i ventagli . Bottesini , appoggiato al suo carcassone di legno , s ' inchinava , intanto , da trionfatore . VI Mastro Titta Una volta , qui a Roma c ' era un uomo rosso , maestoso e dabbene , certo mastro Titta , che aveva l ' incarico di separare le teste dai corpi . Egli compieva questo ufficio puntualmente con una sveltezza e una nettezza degne di grande memoria . Doveva egli , anche , appena fatto il colpo , acciuffare la testa mozza per i capelli e levarla su in alto con gesto teatrale in modo che il popolo , tutto , la vedesse grondare e i più vicini potessero mirare gli occhi che s ' invetrano e si chiudono . Questo spettacolo , che aveva luogo , immaginiamo , sul crepuscolo , fra il litaniare di un branco di frati e lo scampanio lento delle quattro chiese Michelangiolesche che presidiano agli sbocchi la immensa piazza del Popolo , doveva servire d ' ammonimento agli empi e di ristoro ai probi cittadini . Nell ' aria era diffuso un lutto scintillante , armonia promiscua dell ' ora che il sole e la luna falcata , entrambi nel cielo , si guardano brevemente . I leoni di pietra della monumentale fontana egizia soffiavano fuori a scrosci impetuosi e lucidi ventagli di acqua nelle innumerevoli vasche dove fra un tumulto silenzioso d ' acque guizzavano ormai gli argenti della sera . I lumi delle preganti Madonnine murali erano , sulle vie , già tutti accesi e gialli . La gente accorsa che aveva interrotto i proprii mestieri , acciecata dal baleno della scure e dalla vista del sangue tornava mogia , sospettosa e rabbuiata verso il centro e le botteghe . Allora sulla piazza deserta rimaneva il patibolo eretto . Solo a notte alta il pastore , seguíto da un fiume dilagante di pecore querule , passava su quel sangue , attraversando , col plenilunio , la città . VII Cimarosa Tempi belli , ben fatti e magnifici . Il popolo ricciuto di Roma , pieno di devozione e di tornaconto , viveva adunato sotto le mura del Vaticano . Ovunque visioni eccelse , e antiche rovine . I terrapieni sacri reggono alto sul cielo le Palme sante e la Chiesa . La capra invereconda bruca lassú . I vescovi mitrati e splendenti sbucavano dai portali ecclesiastici seguiti dalle processioni osannanti e angeliche , proprio come nei quadri degli altari . Il Milord attraversava a cavallo la piazza di Spagna . E il brigante , dai lacci scarlatti , guatava , titubante e acceso , tra il fogliame folto delle fratte cresciute intorno al Colosseo , le donne forastiere arrivate in diligenza , che liberando dalla portiera le loro gonne di tulle a canestro , saltavano nel polverone , spargendosi in ogni direzione sfrenate , bianche , leggere e innocenti come il latte appena munto . Al calar del sole , l ' ora del Rosario suonava lentamente , e i frati zoccolanti tornavano sull ' asinello dalla cerca . Qua e là un credente , un uomo erculeo , cadeva supplice ai piedi di qualche cappella solitaria e tutta l ' antica Ciociaria si prosternava , mentre l ' acqua delle fontane spiegava più forte i suoi grandi ventagli e le immense coppe squassavano rumorosamente nei laghi sottostanti la loro vestaglia liquida . Si accendevano le nicchie contornate di lumicini a olio e cominciava il supplizio dei Santi nelle cui ferite miracolose sembrava ribollire sottovetro e sgranarsi a tratti dirottamente il sangue . Nere , sotto la cupola del firmamento , le due chiese sorelle del Foro Traiano sembravano dormire laggiú l ' una addosso all ' altra su quel fumido e deserto avello di romanità che era la piazza affondata nel buio . Tra le pietre calde e gli oscuri massi d ' architetture crollate , sfavillavano a miriadi , aerei come dei fuochi fatui , gli occhi dei gatti selvatici , abitatori di quel Foro ardente . Nella notte tutta risciacquata c ' era un silenzio calmo e magnifico entro il quale le stelle sventolavano con un luccichio ansioso e solenne . In quella quiete , che trae seco le ombre , i sospiri e le benedizioni , le famiglie scamiciate finivan di cenare sulla porta delle taverne e , scendendo su loro un sonno greve come quello che colse i centurioni sul sepolcro di Cristo , li vedevi cascar l ' uno dopo l ' altro colla faccia sulla tavola , o rovesciarsi sulle scranne , mentre in fondo , tra gli splendori velati del rione , si schiudeva all ' improvviso brillante come uno speco biblico l ' ingresso al teatro dell ' opera buffa . Tra le pieghe di un sipario squallido ' la faccia gialla e lampante di Cimarosa si mostrava per un attimo nel gaz della ribalta e dietro di lui echeggiavano scrosciando i dolcissimi fragori del settecento musicale . Era così bella a vedere l ' orchestra imbandita e largamente provvista . I suonatori là intorno parevano dei commensali . I violoncellisti in disparte stringevano il loro istrumento fra le ginocchia , brandendo a testa bassa l ' archetto , come dei famigliari in atto di scannare il capretto per i banchettanti . I professori di oboe , di corno , di clarinetto e di fagotto gonfiavano le gote ingordamente dinanzi a tutti quei tovaglioli di musica sciorinati sotto i lumi . I trombisti levavano la tromba a mo ' di inaffiatoio su chi beve e chi mangia . In piena luce rossa all ' altezza del pubblico , su quella mensa carica di provvigioni i timbri più sani e rallegranti giuocavano allo scoperto ; strumento colorito e sonoro che un direttoruccio anonimo seduto su un sediolino rosso pizzicava qua e là dimenandosi come un buongustaio in mezzo ai condimenti . In cima a quel trionfo apparecchiato brillava teneramente il cielo ameno del teatro antico e stormivano le fronde dei boschetti balsamici dipinti sulla carta del fondale . Il grosso manico , dal barocchissimo riccio , dei cinque contrabbassi spiccava a pie ' del boccascena e decorava il quadro come il principio di una portentosa piantagione istrumentale . Niente potrà uguagliare quest ' arte che non vuole essere scienza . Quest ' arte che porta così leggermente il segno della personalità e del genio sembra creata per abitare a lungo senza peso nell ' anima di un popolo . La piccola orchestra è trattata e posseduta da Cimarosa con un garbo castigato e ardente : amore pieno d ' omaggi , nell ' intimità matrimoniale d ' una alcova . Quei pizzicati bassi imitano alla lontana i passi misteriosi di Pulcinella che sale le scale d ' un casamento dove ne succedono di tutti i colori , ad ogni piano tonale e istrumentale . Intorno c ' è un profumo di baci , di bucato , e quell ' odore grato di cucina della vecchia maniera italiana ; c ' è la terra , c ' è il sole d ' un giorno felice , il bianco delle pause , gli scorci nuovi e lo spazio ridente , virginale , delle cose sottintese con una verecondia napoletana . Il Matrimonio segreto chiude una sua propria acustica interna : architettura , illuminazione , caratteri , han leggi e funzioni originali lí dentro , e Cimarosa respira nel clima della ribalta come un pesce che viene alla superficie a bere l ' aria salata . La musica , nelle semplici mosse , ha in costume , una vita , una faccia di carne e una bocca parlante . - - Esce trepida , fitta dal labbro del cantante quella melodia che il cuore dipana via via , come il nastro d ' un rocchetto telegrafico . A mezzo di Bidú Sayao Cimarosa ci risponde dall ' altra riva - - la riva dei Campi Elisi . - - È Bidú Sayao che guida la barca di Caronte . Lei entra a cuor leggero in quel regno pieno di segni e di forme incorporee e il pubblico la segue in punta di piedi . Bidú Sayao ha dell ' anima fin tra le pieghe della sua veste . Il suo cuore che è piccolo come si conviene a quello di una prima donna , di un soprano leggero , batte sotto l ' orlo di seta del suo busto , e per poco che sia ferito va su dal fianco alla gola con tale impeto gentile che fa quasi capolino - - e dalla sua bocca graziosa lo vedi sanguinare nella sua voce . La musica frattanto si sparge adagio adagio , irradia il silenzio , e s ' avvicina con la prima luce che risveglia i fiori , le erbe , e solleva le montagne fuori dai veli e dall ' oscurità del caos diluviale in cui è immersa la nostra epoca di modernità nella quale il sentimento , la naturalezza e il senno sono delle cose irreperibili . In quest ' opera antica , l ' orchestra trema di gioia , come le foglie al venticello d ' estate ; allora olezzano , la rosa , il ginepro e il garofano . - - Stride agitata dal zeffiro la cristallina fontana - - il più geloso , l ' ultimo segreto d ' un carillon si sgrana - - son fasci di reminiscenze , suoni sommessi e teneri , è il canto . di una voce buia e bagnata di pianto . Spinta dal fiato roco dei flauti l ' ispirazione traversa il palcoscenico come un fantasma in pieno giorno . Odi negli echi leggeri che vagano nell ' aria i fruscii soffici e spenti d ' un corpo che si spoglia : forcinelle , spilloni , e stecche sottilissime di osso di balena che saltano dal busto . - - Poi ti sembra di udire , insieme a un gemito lasso , il turgido tremore d ' un seno sprigionato che prorompe dai lacci - - e tra un basso e sontuoso volo di veli , il soffio d ' una gonna calda che cade sul pavimento . In un baleno un grave senso di fuoco invade tutta la sala . A traverso l ' esumazione elegiaca ti par che brilli nell ' ombra una figura di carne , una figura ineffabile : è Bidú Sayao che si muove e vacilla , fra lo spettrale saltellamento del cembalo , quasi sul punto di cadere nel nulla . Nel Matrimonio segreto tutta una psicologia settecentesca rinasce da quattro note . - - Nei giri precisi , nei larghi respiri di quelle cantilene il movimento scenico è implicito . - - Guidati dall ' orecchio gli artisti non hanno che da agire senza volere per raggiungere e superare il colmo di splendore , di vita , di spirito e di calma che è in questa musica . Qui il ritmo ha un itinerario , e tutte le sue stazioni un senso e una utilità . O natura chiara e felice che spira negli adagi con un garbo ritemprato e sereno . Qui è la perfezione discreta , la gaiezza casta , il brio profondo e pieno di beneplacito . Sull ' ultima battuta della recita i contrabbassi abbandonati fra le braccia dei professori d ' orchestra sembrano russare à la belle étoile come se la notte non dovesse finire mai più . Dopo questa di Cimarosa vien l ' opera di Rossini che gorgheggia e stride con l ' esuberanza che dà alle donne l ' età pericolosa . VIII Prime donne Elvira de Hidalgo . Nel quadro spagnolesco del Barbiere di Siviglia ( questa opera che rimescola il sangue giovanilmente , lieta e inebriante come un vino raro , quest ' opera indemoniata da crescendi orchestrali , che fanno una fulminea propaganda di follia ) tutto è imbroccato con una genialità leggera e favolosa . Questo capolavoro , stravagante e superbuffo , è pieno d ' un ' ilarità musicale che turba la ragione e suscita un pandemonio e un delirio parodistico . Rossini ci appare là , nero , secco , grottesco eppure brillante , luminoso , colorito , tenero , trasparente , spirituale e ammantato di fantasia e di romanzo come un personaggio di Goya . Il genio creativo ha un ' incalcolabile forza trascendente . Il limite voluto e raggiunto viene superato mille volte dall ' impeto che ha generato l ' atto - - un travaglio ulteriore che opera sempre più profondo e attivo , e dà all ' idea il rilievo e la forza soggiogante d ' uno stampo . La natura imita l ' arte . Il personaggio diventa vivo , sorge dall ' impronta , scoppia perfetto nel sole , e spicca tra la folla che la sfiora , creatura che reca nella sua carne i segni di uno straordinario privilegio . Come il Dio volante di Michelangelo crea con un gesto lieve che sfiora , il primo uomo sulla terra , così papà Rossini , questo mostro di pigrizia e di genio , nell ' eccelso e onnipotente attimo della verve , con un soffio amoroso spinto entro il tessuto impalpabile di una visione , dà lo sguardo , la voce e il sangue miracoloso a Rosina - - oggi , allo stato civile , Elvira de Hidalgo . Elvira de Hidalgo è pur la figlia del grande pesarese . Lo dice quel ventaglio che ella muove con destrezza gentile a nascondere il proprio volto , quel ventaglio tremulo e vivo come l ' ala d ' una farfalla , lo dice quella sua rara moue d ' un comico antico da théàtre des bouffes , e la melanconia , lo dice , della sua voce all ' ultima scena notturna , allorquando deposta lí in terra , accesa , la lanterna delle avventure galanti , splende l ' amaranto della sua crinolina di broccato ed ella esprime in tono di languore l ' incantevole sospiro d ' esser presa e protetta nell ' ombra calorosa di un epilogo matrimoniale . Al suono innocente della sua voce che ha un timbro pallido e tenero come l ' argento , ricadono stroncate le mani minaccianti della critica e si spianano i volti più sconvolti ; note umili e ridenti spiccano il volo dalla sua gola e si librano in giri per la sala come colombe bianche che rechino nel becco il ramo d ' ulivo . Un imbarazzo dolce conquista anche i più burberi controllori . Ella gorgheggia e smorza i suoni nel silenzio con una gemebonda malinconia che pare un ' eco della meraviglia , o la fine di un colloquio sublime tenuto con la luna . Il gesto delle sue dita di zucchero è pieno di candore , di moina , e nel suo canto c ' è la mansuetudine , il pudore , il capriccio , e l ' inquietudine della più casta e volubile bambina . Allora le falangi della claque , che serpeggiano per le gradinate circolari , si riposano con fiducia e tacciono con galanteria mentre già scoppiano come folgori le acclamazioni di mille spasimanti ; e dietro le coulisses , simulacri spezzati di stagioni dipinte , sotto i riverberi crudi e frantumati del gaz , nel fumoso incantesimo giallo della pece greca che arde , il pompiere di servizio , guardia assonnata dei lumi , preso di mano in mano nel sortilegio canoro , finisce per piombare boccheggiando ai piedi della corista , idolo nuziale , bianca di gesso e tinta di carminio come un confetto da tre soldi l ' etto , vomitando a pacchetti infiammati di Bengala le litanie accese della sua grande passione estemporanea . Maria Labia . Mi piacciono quelli che capiscono a volo , e rispondono a tono . Gli uomini d ' ingegno e le donne di cuore . Mio padre era pittore , ed io non sono che un martire del dolce far niente . Dopo gli sforzi accaniti e senza frutto il risultato viene come in sogno . La sorgente prorompe al buio . La formula limpida del giunco appare nel cuore della notte . In uno stato di riposo e di rilassamento , mentre i contorni delle cose si svuotano adagio nell ' elemento lontano e vago , abbandonato al semplice ritmo animale , eccola uscir sola dalla dissociazione mentale . Mi piace l ' ombra cupa che viene fuori dai tasti neri d ' un pianoforte , e quel fremito alato che un vento leggero rapisce a un ' arpa eolia . Mi piace il suono opaco e debole che ode chi s ' immerge nel sonno come nell ' acqua corrente . Mi piace la voce di corallo di Maria Labia . Immagino una piazzetta dove la vecchiaia ha fatto il vuoto . La piazzetta d ' una città sull ' orlo del deserto interrotto : solitudine d ' acqua . Coricata da secoli sul mare la città si addormenta stracca nel suo splendido e fastoso deperimento . Profili greci tirati per i capelli . Commedia sacra e ridente . Nella piazzetta , rifugio degli Illusi , c ' è un ' aria leggera da cervelli ristucchi e da pleurite secca . Ciclisti con l ' ombrello . Altissimi muri quasi senza finestre . Da un abbaino sbuca una testa che guarda sulla strada . Grigia e scarmigliata figura di donna . Nelle occhiaie e sul viso ha il nero della fame e della morte cui questa razza oppone una tenacia medioevale . Equilibrata all ' indietro sulla scena come la statua della Fortuna , Maria Labia sembra trattenere l ' ultimo passo sul limitare della danza : l ' onda della fontana lambisce quasi il suo piede . Veduta che l ' hai , non la perdi più d ' occhio , e se tu non la vuoi guardare la riconoscerai subito alla voce , per quei puntigliosi nonnulla azzeccati come colpi di spillo . Dalla sua gola escono volta a volta frecce e confetti matrimoniali , canzoni di carnevale , parabole filanti , e commenti tenuissimi che svaporano al segno della perfezione . Colla mollezza imperiosa e tutta l ' elastica imponenza della sua persona Maria Labia accompagna il proprio cantare e muove a cerchio intorno a sé l ' incantevole e spumosa mareggiata della sua crinolina , lieve , barcamenandosi , sontuosamente . La gran parrucca bianca , costellata di gemme , la porta sul capo come una torre senza peso . Due poppe planetarie erompenti dal busto inturgidiscono allora da sembrare ingessate . Quelle sue mani madreperlacee , che riposano vuote nell ' aria e si aprono adagio rovesciandosi come conchiglie travolte lentamente nell ' onda , chi mai in Francia , in Spagna , in Inghilterra potrebbe vantarne due similmente nude , delicate e toccanti ? Quanta discrezione è la loro nel volersi confondere quasi celare fra la musica mentre , come infervorata , Maria Labia le posa , con dei gesti lievissimi che sfiorano , sul seno , o sulla bocca . Per la grazia piena e cattolica dei suoi alti fianchi , per quell ' accento d ' oro , che esce estenuato e sonoro dalle sue labbra , e traballa in un raggio medianico , per quelle sue braccia sublimi levate a candelabro , Maria Labia ci ricorda di lontano , e in una luce opposta , Elvira de Hidalgo . Che diremo ancora di questo fiore di prima donna ? Tutto è prezioso in lei , nulla soverchio . Dalla sua bocca che canta il fondo dell ' anima risplende : una anima aperta e tuttavia misteriosa come uno specchio nell ' ombra . In quel timbro d ' argento entra e passa lento come in una fase di eclissi lo spettro d ' un secolo passato , e intorno a quel fantasma a poco a poco il taglio della sua voce s ' accende rinnovato , e brilla come una falce . Intensità sottile , suono fulmineo e fioco , manierismo canoro dove un certo giunco di armonie e di riposi inumidisce e fa trascolorire il cielo veneziano , sollevando nel silenzio un sussurrio di adesione sempre più larga , e placida , come un fiato di vento che raggiunge e invade tutto quel gruppo estatico di isole che dormono sulla laguna . La luna sgorga su Venezia , e ingrandisce a poco a poco , spiccata e libera da quel bianco seno portentoso . La Toti dal Monte . ... ci sono degli uomini di legno , degli uomini di minerale , di ferro : per esempio Toscanini - - meraviglioso congegno - - e ci son degli uomini fatti di terra - - la terra dei camposanti - - mescolanza di carne consunta e di fiori sotto la pioggia . Talvolta mille cimiteri non giungono a darci uno di questi esseri umani che ci vengono dall ' al di là . Gli artisti per noi sono questi . Salici immensi , muraglie millenarie coperte di licheni , ruderi ; vegetazione , « a soli » delle arpe parassitarie , esaltati tramonti ; e dal putridume romantico vien su il più sublime lirismo . Qui la Toti dal Monte che per l ' eccellenza , il bel volto , la statura concentrata e piccante , si può chiamare il soprano in barattolo , la vediamo irretita nell ' atmosfera dell ' opera , quando nel viola della luce serale che si fa sempre più debole e morta , le sue note di gola , piene di una tristezza colossale , volteggiano ad una ad una , come dei petali erranti . Viene la notte buia e un cavaliere più buio della notte sopraggiunge . Pavida mormorante la piccola fidanzata con un gesto timoroso d ' addio pone una mano sulla nera spalla di velluto del suo fatale amante , e qui s ' accende sulle sue dita bianche di milionaria un brillante focoso , fulgidissimo , un brillante grosso come una noce che , mentre la Toti spiega il canto , irraggia capricciosamente le tenebre della scena . Tutto è sogno in quel punto che odi il motivo « verranno a te sull ' aure i miei sospiri ardenti » . Sì , questo è il teatro italiano , ingenuo convenzionale , estremamente poetico e pieno di una vivacità spettrale . IX Vecchio repertorio È nei numeri del vecchio repertorio che troviamo qualche sollievo - - lí dentro rallenta un poco il lavorio , s ' alleggerisce il fardello . Lí dentro di tanto in tanto qualche battuta discioglie il suo rabbuffo e si apre per dar luogo a delle fioriture di cadenza , piene di volatine e di gorgheggi dietro i quali , in un comico mistero , i pianissimi corali s ' incamminano come una folla - - attratta dai fuochi artificiali . In queste opere ingenue il coro è altrettanto scandalista quanto lo è la nostra gente di provincia . Allorché si svolge un duetto d ' amore , o una scena di gelosia , eccoli non richiesti , i cori che han trovato la porta aperta , sopraggiungere in corteo e allinearsi in casa d ' altri , lungo le pareti , per assistere imperterriti allo scioglimento di un qualunque incidente privato ; e per meritare la palma dell ' indiscrezione eccoli mettersi magari a inseguire il tenore perfino nel gabinetto dove egli è costretto a cantare la celebre romanza con i calzoni in mano . Nella Sonnambula per esempio vediamo le spose del villaggio alpino diventare sonnambule dinanzi alle brache troppo attillate di un occasionale dongiovanni , e affrettarsi , prima ancora che il sole declini , a uscir dormendo di casa , in camicia da notte , seguite con trepidazione dai rispettivi mariti i quali , ciascuno per quel che glielo permette la sua rigorosa dignità di cornuto , con parole sommesse azzardano pronostici . In un paesotto del Tirolo , dove fummo per cura , c ' era nella piazza al posto del solito giardinetto un piccolo cimitero senza mura . Dopo il lavoro , la sera , sotto le finestre della mia locanda , una vacca brucava fra le tombe e le croci . Un crocchio di notabili seduti sulle pietre sepolcrali , accendevano con i fuochi fatui le pipe tirolesi - - fumavano e conversavano alla buona costoro , mentre dietro la loro schiena , sdraiate sulle erbacce , le più casalinghe comari , in preda a un misticismo di alta montagna , stringendo fra le braccia qualche meschino villeggiante arrivato di fresco , guardavano la luna sbalorditivamente . X Tempo che fugge Con l ' unità e il suffragio universale l ' arte da noi fece un capitombolo per le scale , e reclamò dallo Stato un paio di stampelle . L ' arlecchino italiano buttò via la sua pelle a scacchi per indossare un « tout de méme » burocratico , da funzionario nazionale . Sorgevano in quel disordine nuovo Arrigo Boito , il ballo Excelsior , la pittura sociale e il monumento a Vittorio Emanuele . Il teatro che era tutto spensieratezza e passione e mirava al cuore della gente , invece di restar fedele al gusto popolare della vecchia Italia , divenne officioso , autorizzato , e girò sui tacchi rivolgendosi con sussiego alla sedicente pubblica opinione . Nacque la coreografia del nuovo regno , prese piede l ' allegoria massonica , si inscenarono le apoteosi per il canale di Suez , e debuttarono anche le antenne del telegrafo Marconi ( costumi di Caramba ) . Anche la danza che da più di un secolo s ' abbandonava ai deliziosi capricci di ragionar coi piedi , fu costretta , per seguire il movimento generale , a pensar con la testa , come la foca sapiente . Difatti c ' era poco da scherzare da quando il Paese , seduto nella prima fila di poltrone , strappandosi la maschera , mostrò alla prima ballerina assoluta , due baffi da doganiere . D ' allora in poi la danza non offrí più che masse negligenti , acrobati viziati , istruttori caparbi e ignoranti . Chi non conosce quel popolo infame che sverna sgambettando sulle scene durante la scialba stagione di carnevale ? Fra questi avanzi isteriliti e rei di una spodestata nazione , dinanzi a torme di sacripanti e a sciami di silfidi cucite nel cotone , la sfera magniloquente e taciturna degli artisti dal nobile passo sgombrò i luoghi e disparve in un arcano scompiglio . Udite come tremano le vetrate del vecchio teatro ducale al vento di tramontana . Non un grido , non un latrato scoppia , fra quelle mura . Solo uno sciagurato portiere s ' aggira in ciabatte là dentro ; i suoi passi perduti e la sua tosse risvegliano degli echi interminabili lungo le gallerie deserte ; e il buio androne - - i sorci han fatto il nido nelle poltrone : colmo d ' inerzia , disordine , deperimento , lembi di scenari che si staccano . Poi , subitamente , silenzio e armonia sorgente al soffio innumerevole di voci che si levano da un sonno d ' oltre tomba - - gemiti , sospiri disperati di tanti eroi che s ' immolarono . La guerra e il dopo guerra ci hanno accorciato la vita , e i marmocchi di ieri son diventati di punto in bianco i nostri concorrenti di oggi senza lasciarci il tempo di accorgerci della nostra vecchiezza . Rimaniamo lí a guardare con sorpresa questa nuova generazione che vuole assolutamente passare sul nostro corpo . Adesso c ' è dunque un ' ironia , combinata alle nostre spalle durante il periodo della guerra , che consiste nell ' esser giovani . A volte qualche ragazzino più audace ci vien sotto camminando maliziosamente sulle uova , si fa portavoce delle mani e ci urla all ' improvviso all ' orecchio : « Ohi vecchio bacucco , lo sai che siamo in pieno novecento ? » Sbirciando quello stecco verde e lattiginoso , caviamo dai bronchi la nostra voce più rauca : « eh , eh , va bene » ci tocca brontolare « il nostro secolo è proprio questo » . Un giovanetto bennato e studioso fa un buon scolaro . Ma fra l ' arte e la scuola c ' è divergenza . Un buon scolaro fa un eccellente professionista il quale darà , a sua volta , un proprietario , piccino , è vero , ma padre esemplare d ' una famiglia numerosa che coltiverà diligentemente i cavoli . Si potrebbe desiderare il meglio da un punto di vista provvisorio e sociale ? Il beneficio di una simile carriera è evidente , benché modesto . In quanto all ' arte , darai alla tua vita tutt ' altra direzione e incontrerai presto i carabinieri . Su per questa strada non ti aspettar suffragi , né umana solidarietà . Ma non fa niente , cammina , trascinati a tutti i costi senza perdere di vista quella stellina che si vela , si copre , riappare e ti conduce . L ' esercito non sopporta l ' eroe , il Parlamento non sopporta il dittatore , la Corte non sopporta l ' aristocratico , il teatro non sopporta l ' artista . L ' artista che ha rotto le catene , strappato tutti i lacci , respinto le cinture di salvataggio e rifiutato il rond de cuir , l ' artista abbandonato dal successo , lavora , lavora , lavora a fondo perduto e perde la sua stessa esistenza a fondo , in accanite ricerche di denaro , laceramenti dell ' umore , inimicizie , furori costanti , fatica , demoralizzazione , e capelli bianchi . Fin che , al termine d ' ogni illusione , egli sembra già appartenere al mondo degli immortali . Questo eremita della grande città , questo principe indolente che conserva l ' incognito , comincia con qualche bottone di meno e finisce col perderli tutti . La stentorea vita quotidiana lo respinge ai margini . Davanti a lui si spalanca una vertiginosa attrazione , dall ' alto e dal basso . Avida e sospesa tra gli umori più transitorii , la sua esistenza accidiosa fa l ' altalena fra candide nonchalances e lucidi intervalli ; poi precipita nei burroni dove giacciono intorpiditi i vermi e i mostri . Ma quella che fu la sua gaiezza venerea brilla ora nel cielo d ' un fuoco puro e rallentato come quello delle stelle spente ; vogliamo dire , lungamente , dopo la morte , a distanze immense nello spazio e nel tempo . L ' artista non terrà conto delle esigenze del pubblico , poiché egli stesso rappresenta la più spinta esigenza dello spirito . Non sarà riconosciuto da tutti quei teorici che pretendono di avere le uova senza ricorrere alla gallina . Egli non subisce la Moda , perché la Moda , piccola o grande , dovrà sorgere da lui , e non darà mai quel che si cerca da lui . Lo si aspetterà a destra e verrà fuori a sinistra ; supponiamo che avanzi ed ecco invece che rincula . Il gambero , per esempio , che cerca il suo alimento sa molto meglio di voi e di noi dove trovarlo - - e poi in fin dei conti ciascuno ha il suo modo di crepare di fame . La gloria s ' avvicina all ' artista al passo di danza macabra . Quando sarà disteso sotto la sua croce , egli avrà tutte le fortune . L ' ultima notte troverà le strade bloccate , tutte le porte chiuse , le case asserragliate e i fucili spianati su di lui . Nella luce che filtra e trapela dai neri edifici mille occhi splenderanno d ' invidia , fissandolo ostinatamente . Sarà quella la sua ora di morire come un ubriacone , e di lasciarsi andare a rovescio sulla scalinata di qualche basilica , con il gesto di chi abbraccia il cielo . I topi delle chiaviche gli andranno addosso a fiutarlo ; poi si metteranno , con i loro musi rabbiosi , ad ispezionare le sue tasche . Salutiamo profondamente quest ' uomo ancora caldo , che respira , questo missionario caduto , questo santo che fece miracoli inutili . Poniamo la faccia contro terra sul passare di questo arcangelo appiedato , ricoperto d ' oltraggi e d ' immondizie come un ambasciatore tornato da Cartagine . La vita moderna ha un ritmo falso . I nostri tassametri continuano a salire e tutti abbiamo paura di non poter pagare . Allora si improvvisano i valori , le celebrità , si distribuiscono lotti di parti da rappresentare e si pretende di fare la storia con dei fantocci di paglia . I grandi artisti boccheggiano là dentro confusi fra le comparse . Le idee più stolte s ' attaccano alle teste e nella corsa s ' accendono istantaneamente . Non hai finito di spartire i grulli dai sani di mente che , ecco , ti scoppia fra questi ultimi salvati un ' altra grulleria epidemica . Allora ogni starnuto diventa un grido di guerra , il trotto si muta in galoppo , le opinioni subitanee fan volgere la marcia ora da un lato ora dall ' altro . Tutto questo miracolismo folle , creato dal giornalismo , entra ruzzoloni in campi riservati e difficili , e distrugge la stabilità , l ' opera del tempo , manda in fumo l ' arrosto . Intanto queste folle puerili di snob senza direzione le vediamo , dai piedi in su , svanire d ' un tratto in fumo di sigaretta . Appoggiato con timorosa leggerezza allo spigolo di una vecchia chiesa romana , come un danzatore pieno di fatica e d ' amarezza , ascolto senza volere , l ' organo sepolto che russa e assisto a questo défilé di corridori contratti sui quali una ruota rovescia continuamente , come secchi di ciottoli , le crisi , i temi , le riforme esoteriche e gli ordini della moda . - - No ! Meglio esser pigri come una pera che matura . L ' Arte ha bisogno di assorbire tutta la sua stagione favorevole . Lasciamola sul ramo , giorno e notte , inverno , primavera , estate , fin che il suo frutto rotola a pie ' dell ' albero e si apre . XI Omaggio a Puccini A Quando il Metodo entrò dalla porta , dalla finestra uscí ratta l ' ispirazione , la quale non aveva mai avuto , del resto , abitudini troppo sedentarie . - - Nei tempi passati accadeva spesso d ' imbattersi in lei , larva fuggitiva a traverso il clamore dei carnevali italiani , ma poi , su questa terra , le sue visite si fecero rare e caute . Essa fissava ostinata , febbrile , le sue vittime , e il suo seno pietroso s ' alzava e s ' abbassava affannosamente come per il tormento di una risurrezione fittizia . - - Faceva le sue apparizioni mute e inavvertite in ogni luogo , a tutte le ore , e a qualcuno avvenne , incontrando i suoi occhi nello specchio opposto di un caffè , di fare un balzo e , alzandosi come ipnotizzato , rovesciarsi fuori sulla strada , tra la folla , senza pagare , all ' inseguimento di lei che dileguava rapidissima sotto il sole . - - Nell ' alba fredda , dietro i vetri appannati e rosei essa apparve talvolta allo studioso ; o nella notte d ' inverno , su una scalinata monumentale , in mezzo a un gruppo di mendicanti accoccolati , presso un falò che illuminava la facciata della chiesa romana , l ' ispirazione coperta di stracci guardò con un invito pieno di suprema follia il viandante solitario ; più tardi , quel giorno , di primo mattino , sotto il lampione ancora acceso , il corpo gelido e inerte di un uomo rannicchiato entro un mantello venne trovato nelle vicinanze deserte . - - O chi non ha nella memoria , mentre tramontava il sole , d ' averla veduta , questa sirena , scivolare , volare via veloce feerica su le spallette del vecchio ponte , scomparire nell ' aria e riapparire immersa e trascinata dalle acque del fiume , con la capigliatura disciolta tutta accesa da un ultimo bagliore ? - - Non fu per lei che Schumann si precipitò nelle onde spumeggianti del Reno ? - - B Salutiamo Puccini , illustre autore della Bohème , uno degli ultimi che han mirato da vicino la Sfinge . Egli la conobbe nel cuore della notte . Mentre , fra i candelabri accesi che mangiano l ' aria avidamente la vita sembra accorciarsi , odi sui tappeti camminare a passi di lupo qualcuno , che , se ti volti , sparisce . Notti lunghe a trascorrere . Al guizzar delle fiammelle morenti volteggiano le ombre sul soffitto come in un giunco cieco e tumultuoso della estenuata fantasia , e un sapore di fiele sale alla tua bocca . Poi , quando le dita rosate dell ' aurora toccano le alte imposte e il sangue sembra grondare dai tagli delle persiane , ecco che un ' ultima porta si apre con un trasalimento medianico : è il « caira » teatrale che sorge : è l ' ispirazione che entra . L ' imperiosa figura , mossa dal vento , traluce spettralmente . Oh , quello sguardo nero che filtra a traverso i fori di una maschera insolente , chi lo può sostenere ? Puccini lavorava sino all ' alba , chiuso nel suo studio a Torre del Lago . Come un pescatore notturno che muove appena il remo e lascia dondolare la lanterna a fior d ' acqua , Puccini , seduto al suo lavoro , riconduceva il motivo sempre sullo stesso punto profondo , sommessamente ribadiva l ' accordo e si chinava a spiare la medusa sotto il velo oscillante del ritmo . I suoi vicini di casa , testimoni assonnati di tanta solitaria creazione , ne sapevano qualcosa . Sfiorando la notte fonda , il suono del suo pianoforte giungeva debolmente al loro orecchio - - voce di cristallo , trasognante eco che si spegneva e rinasceva mille volte , - - rado , assopito , continuo nel silenzio . Quel cauto centellinare di musica accompagnava i loro sogni leggeri e le ore di veglia perplessa - - fin che sul far del giorno il concerto remoto svaniva a poco a poco disperso confusamente nel mare dei ruggiti uscenti dalle stalle che si riaprivano . La pagina bianca ha l ' attrazione d ' una grande finestra . L ' idea , come una mosca contro la vetrata , batte la testa sul foglio senza comprendere che bisogna girare a ritroso e ritrovare lo spazio donde la prima parola è venuta . Il difficile non sta nello scrivere ma nel rendersi conto ex abrupto di quel che vale ciò che si è scritto . Anche Puccini nell ' assidua ricerca , spinto dall ' ansia , passava qualche volta il segno e usciva dal suo elemento naturale come un pesce che per il troppo slancio finisce in mezzo all ' erba di un prato . Povero Puccini , quando la vena lo abbandonava , piuttosto che impuntarsi come uno che perde al giuoco , egli affogava nell ' ipocondria , con l ' aria supplichevole d ' un bevitore malato che afferra la bottiglia . È inutile - - diceva - - che uno si decida per la melodia , se la melodia non si decide per lui . Il suo tenero cuore era scontento , insaziato di vita , di musica , d ' amore , e per cercarle meglio , queste cose , e trovarle più presto , Puccini teneva a disposizione della sua malinconia tre automobili . Lasciava aperto lo spartito sull ' ultima battuta umida ancora d ' inchiostro - - raggiungeva il confine e scompariva verso il nord , fuggitivo , irreperibile . Fra i canali , le dune , le città brumose del Belgio e dell ' Olanda ne perdevi ogni traccia . Per settimane e mesi non ne sapevi più nulla . Finalmente , un bel giorno la celebrità , come una sposa inquieta , si metteva in moto , riusciva a raggiungerlo in qualche nascondiglio disperato e lo riconduceva a casa . Puccini possedeva lo spirito di casta che ogni artista deve possedere , ma non poteva soffrire la volgarità , le molestie e i commenti malevoli che il suo successo gli procurava . Tutti a suo tempo gli sono passati sotto il naso , e tutti gli han fatto le corna : ancora oggi del suo talento pratico , dei suoi guadagni , del suo sentimentale egoismo si parla . - - Ohimè , le chiacchiere assurde ! - - In fondo in fondo , dei suoi quattrini , egli non faceva gran caso : artista , galantuomo , milionario , bohemien fortunato ed infelice , Puccini era ben d ' altro inquieto e ansioso . Mite e fiero ad un tempo , riservato e pur nobile nel tratto , Puccini aveva un carattere caldo , netto , un carattere delicato e bellissimo d ' italiano sul serio e senza macchia . Egli ammirava con chiuso entusiasmo chi doveva ammirare . Degli altri taceva garbatamente . Era generoso , ma non faceva credito al primo venuto . Solo agli amici apriva l ' animo suo . Scendere in fondo alla più grande miseria umana , toccare i limiti della disperazione e sperare nelle tenebre , immergersi nella follia e raggiungere la morte e il genio : ecco le nostalgie incredibili di quest ' uomo così diritto , saldo e sobrio . Me ne parlava una sera in una di quelle taverne russe che si schiusero pochi anni fa nel suolo di Roma , come gioiellerie sotterranee . Puccini respirava in quel luogo la musica e si gonfiava di gioia come una spugna nascosta nella grotta marina . Egli sembrava in preda a un orgasmo elegante , a una felicità inusitata . Sotto le penne di struzzo , sontuosamente giaceva in quel nido d ' esilio una aristocrazia vinta , santificata dai debiti e dalle disgrazie : sterilità dagli sguardi di smalto ; violenza superba , splendore fatale di quella folla che andava a seppellirsi sempre più in basso , lontano dalla strada . Quell ' ermetico reame della moda e dell ' arte era vertiginosamente carico di destini in pericolo . Sedevamo là insieme da tre ore . Il volto di Puccini , quel suo volto dolce , acceso , virile vacillava nell ' azzurro barlume della lampada posata al nostro tavolo . Stranamente commosso e sincero si fece più vicino a me per dirmi : « I miei giorni , tutte le mie ore avrei volute passarle in un ' atmosfera come questa , senza uscirne mai più » , poi aggiunse a fior di labbro con affettuosa mestizia : « Caro Barilli , la mia vita è fallita » . C Un giorno , parecchi anni fa , ci trassero per mano in un teatro . Si trattava di assistere alla recita di una Bohème insuperabile : il tenore aveva in gola , a mazzi , le saette di Giove , la prima donna stemperava nella sua voce , più vivida e lucida del mercurio , l ' amore febbrile e le lacrime di tutte le couturières dell ' altro secolo ; il baritono ? una tromba marina coi fiocchi ; Musetta il trionfo dell ' insolenza elegante , della civetteria e del buon cuore ; Colline , un quattrocentoventi filosofico che spazzava ad ogni nota i fogli dai leggii dell ' orchestra e coi suoi lunghi fiati possenti rovesciava i paraventi e faceva dondolare le frangie delle poltrone ; l ' orchestra poi , le masse corali e la mise en scène , la perfezione assurda . Mai non s ' era udito né veduto al mondo nulla di simile . Il pubblico filava il perfetto amore con l ' impresa , ma l ' impresa , da femmina , cominciò a cambiare le carte in tavola e a mutar le pedine ; nella compagnia spuntarono subito i pezzi di ricambio , gli scenari bellissimi filarono presto in America con i vestiari ; il tenore seguì la stessa via degli scenari , il direttore d ' orchestra fuggì con la moglie d ' un ricco negoziante d ' ombrelli ; la prima donna , chiamata telegraficamente al letto di morte di uno dei suoi cento padri , scomparve senza ritorno ; il baritono per uno scivolone avvenuto appunto nel voler cogliere un la bemolle che non c ' è scritto passò armi e bagagli all ' ospedale ; Musetta , che era provvisoriamente sua moglie , ne approfittò per scivolare più giú ; il basso crepò d ' indigestione ; orchestra e cori furono ingoiati in un batter d ' occhio dalle leve di guerra . L ' impresa imperturbabile ricorse a tutti i canili del regno , riempí i vuoti e sostituí malamente tutto e tutti . - - Non rimase più altro della prima recita , su questa zona di scambii in tumulto che il gran cappello di feltro grigio galleggiante or su una testa ora sull ' altra dei diversi Rodolfi che guaivano per turno di sera in sera - - fin che l ' ultimo , il più mingherlino della serie , fu acciuffato a metà della romanza dalle guardie , e schiaffato in carcere per diserzione - - il teatro fu chiuso , e il cappello rimase in questura appeso a un chiodo . D Un altro giorno al Costanzi andò in scena la Butterfly con l ' artista Tamaki Miura , una vera figlia del sole di levante . Dell ' arte giapponese non conoscevamo sino a quel giorno che alcuni disegni e i giunchi delicati dei ginnasti che senza prendere la rincorsa spiccano un salto leggero e sembrano chiamati dal cielo . L ' arte impalpabile dei giapponesi spazia sospesa come un profumo ed è fatta di passaggi segreti e impraticati . Arte silenziosa che va sempre al segno , anzi lo supera occultamente . Le frecce volano l ' una sulla parabola dell ' altra e fan dondolare la cima di un fiore : ma l ' arciere taciturno porta una maschera di ferro . Impenetrabilità di quei volti ! L ' anima di costoro è scesa a vivere nelle loro membra di danzatori e di lottatore . Mentre noi occidentali pretendiamo di mirare al sodo , di stare al positivo e come San Tommaso vogliamo toccare tutto con mano , nella puerile illusione di acquistare la certezza , essi non toccano mai nulla , né si direbbe che abbiano curiosità o sospetto di alcuna cosa : tuttavia sono proprio i giapponesi quelli che troveranno il pelo nell ' uovo , senza rompere ' il guscio . E se un giorno vedremo uno dei loro camminare sulle acque , non sarà quello un miracolo , ma l ' ultimo trionfo di una tecnica misteriosa e sublime . Stoicismo e impassibilità sembrano essere la loro regola . Forse la morte soltanto può strappare a costoro un singulto . Quando cadranno vinti , in tuo potere e vorrai sollevare i veli del loro segreto eroico , chinandoti a scrutare il loro volto morente , tu li vedrai , questi simulatori già volti dal letargo ostentare in un sorriso accanito la loro dentatura animalesca . Ma il grido gutturale sfuggito al loro petto e simile a quello del sordomuto non lo potrai dimenticare mai più . Calati in gran numero sul teatro come avanguardie del pericolo giallo , questi figli del sole suscitano fra il nostro pubblico molta curiosità per quella loro aria appartata di jongleurs in vacanza vestiti provvisoriamente all ' europea , e con certi tubini neri , sotto i quali sembrano dormire i loro occhi di pietra tirati col filo sulle tempie . Come loro , anche noi siamo là dentro per assistere alla recita di questa straordinaria Tamaki Miura . Non è costei una delle solite prime donne ridondanti , esplicite , sbottonate a mezzo il petto , che nel trasporto lirico si premono il cuore a due mani , traboccano e dànno lo squillo della loro voce , squassando la testa come campanelli . Questa Butterfly di bruna e lucida marca giapponese , ha gli occhi piantati sulla fronte come due semi di mela , e la sua bocca sembra fatta per stritolare noci e strappare la corteccia agli alberi . Tamaki Miura , risalendo dalle più remote origini darwiniane , si è arrampicata velocissima fino qui alla luce delle nostre ribalte . Equivoca , perplessa apparizione su una scena ormai decaduta e deserta . Essa ha portato con sé dall ' oriente estremo e mattiniero , certi vestimenti sfarzosi e delicati entro i quali si muove , ondeggia , ravvolta quietamente , come un pesce nell ' acqua . Si muove e si fa trascinare dal flutto sonoro . Le sue molli e biforcute estremità che sembrano lambire il fondo di un golfo marino , gonfiano veli di sabbia , mentre ella s ' ingolfa e canta . Gli è che nel cantare Tamaki Miura danza in quel suo ritmo obeso e inafferrabile . Non è a dire con quanto interesse e stupore noi studiamo le mosse lente e mutevoli di questa esotica e pingue creatura . Con un tufo a nostra volta ci immergiamo per gradi nella massa liquida della musica . Palombari impacciati , nello scafandro rimbalzando adagio e rigirando l ' occhio senz ' anima come dei grossi mammiferi tumefatti , cerchiamo di seguire il filo pauroso della sua voce , che sgrana volanti colonne di bollicine d ' aria e giunge a noi singolarmente distinta da una lontananza antropologica . Fra il dondolio monotono , l ' altalena e gli elastici zig ­ zag di tutte quelle cose lente , annegate per sempre , fugge pasciuta e pigra , Tamaki Nliura , né mostra darsi pena del nostro cauto , ostinato inseguimento ; anzi , quasi per gioco , sparisce e ricompare , preda scintillante e alata , s ' inoltra fra i meandri corallini , e vuol forse condurci a rimorchio , presi all ' uncino , legati alla sua voce , vuol condurci , chissà dove , a Jokohama ? Naiade oleosa e pesante , piegasi ' rovesciata , si capovolge piano come un monumento . Con un grido disperso esala la rinchiusa nostalgia , emerge a poco a poco ; e mentre intorno a lei stillano , tremuli nell ' aria , i lacrimosi rubini del suo fuoco subacqueo , fa inchini gravi , parlamentando melodiosamente fra la spuma dei violini , in quel suo gergo rinfrescato e fluttuante che sa di sale e di vento . Ma ecco un ' ombra gigantesca strisciare sul fondo panoramico del mare e in alto , controluce , farsi innanzi la chiglia buia , enorme di una corazzata americana . Come a una gran bordata della nave , corre l ' ondata istrumentale di Giacomo Puccini , sopra Tamaki , la ghermisce , la copre tutta , e se la porta via . Povera Butterfly , ferita , sanguinante , inabissata . Affievoliscono man mano i suoi lamenti problematici e il silenzio di quella solitudine ci sembra allora più che mai profondamente vigilato dalla platea supina e dal proteso loggione . Il velario si chiude - - la recita finisce quasi improvvisamente . Intorno a noi il pubblico caduto in un originale dormiveglia sembra rimasticare ancora i grumi della musica . Avvinti al fascino postumo di questa rappresentazione , ci leviamo a fatica e avviamo i nostri passi verso il palcoscenico decisi ad affrontare l ' artista degli antipodi . Traversiamo la scena fra gente d ' ogni risma che grida e lavora di sgombero , e raggiungiamo il camerino della prima donna . Tamaki Miura è là , seduta dinanzi alla toilette , avvolta in un kimono verde mare , intenta a strofinarsi con un asciugamano la faccia tonda che assume una espressione chiusa e fonda di sonno al cloroformio . Mentre le annunciamo il nostro nome e la nostra qualità di critici inquirenti i suoi occhi si aprono ed incontrano nello specchio il nostro sguardo chiaro che arde di curiosità . E Nei tempi successivi alla guerra lo spirito ' e il genio di razza sostennero le battaglie più dure e disperate . Si sarebbe detto che la vecchia civiltà d ' Europa non si trovasse più a possedere che un patrimonio ingombrante di pregiudizii e uno stock di formule improvvisate e sterili . L ' intelligenza , il buon gusto e il buon senso eran costretti a incassare colpi su colpi . La guerra organizzò il disordine in tutti i paesi ; da noi fu come una bastonata all ' ultima lucerna che illuminava debolmente la nostra vita intellettuale . Rimanemmo al buio . Si sa che dell ' oscurità approfittano i ladri , i topi e tutti quei che sentono odor di formaggio . Fu allora che buttati sulla terra nuda , col fucile spianato , spiando come dei comitagi le tenebre , noi cominciammo a sparare qua e là , su coloro che alla chetichella cercavano di scavalcare i ranghi . Giacomo Puccini che era in uno dei periodi della sua laboriosa inquietudine si mise a seguire la nostra azione con benevolo interesse . Anch ' egli , sempre insidiato , teneva a fatica il suo posto , il grande posto che gli compe ­ te nella storia del teatro lirico italiano - - lo si accusava di non esser né Wagner né Verdi . O , guarda la ipocrisia degli anonimi . Come se i colossi fossero roba di tutti i giorni , e una montagna dinanzi alla finestra ci volesse ogni mattina , per far piacere a chi si mette al davanzale . L ' essere italiani costituisce già di per sé una fatica non indifferente - - figurarsi il logorio di Puccini che italiano lo era dieci volte . Quando si tratta di spacciare delle sciocchezze , da noi , tutti si fanno avanti generosamente e tutti sono splendidi . Parlando di Puccini i mangiatori di ipofosfiti si compromisero sino al ridicolo ; intorno a lui le più stupide leggende circolarono senza firma . Ce n ' era da farlo cader malato di malinconia . Bisognò che morisse e che i birboni si tirassero un po ' da un lato , per rimettere sensibilmente in equilibrio la bilancia . Egli aveva sacrosantamente ragione di vivere in campagna e di prendere a fucilate le anatre di Torre del Lago . Puccini possedeva quella che si vuol chiamare la tecnica , ma non ne era posseduto . Seguiva con attento interesse ogni atteggiamento nuovo , assorbiva ogni specie di novità dell ' arte , ma nel suo sangue agiva il contro ­ veleno e nella sua testa funzionava egregiamente il mangiafumo . Senza agitarsi , egli contemplava , dalla sua poltrona , la grottesca vicenda delle tenzoni teoretiche , ben sapendo che a battersi a colpi di tecnica non si conclude un ' acca . C ' è un argomento sfatato , un ambiente sciupato , un luogo comune , una cifra particolarmente cara ai compositori italiani , quella del fiorentinismo medioevale - - roba da inglesi , altrettanto falsa in rapporto a Giotto che a Paoli il trattore . - - Quasi tutti i musicisti hanno tentato il colpo , e partendo dal luogo comune sono arrivati puntualmente allo zero . - - Puccini riprende quella cifra abusata e ne fa un capolavoro . Abbiamo potuto assistere , dieci anni fa , al banchetto che si diede in Roma al Grand Hotel in onore di Puccini dopo il trionfo del Gianni Schicchi . Il celebre operista sedeva tra due uomini di stato : due ministri . - - Si mangiò ' e si bevve in centocinquanta con il naso sopra dei bellissimi cespi di rose che sembravano essere sbocciate d ' incanto sulla tovaglia dinanzi ad ogni commensale . Piatti , cucchiai , forchette , bicchieri e violini facevano insieme una musica ordinata e dolce nel salone riscaldato del Grand Hotel . Ma venne l ' ora dei discorsi e tutti si voltarono attenti come al passaggio della Cometa . Il Ministro della Pubblica Istruzione posò il tovagliolo , si levò solennemente , cominciò ad allargare le frasi con un gesto avvocatesco delle braccia ; ma aveva un bel tuonare , corrugato : ci parve che in vita sua l ' omaccione di Governo non avesse mai ascoltato una nota di musica ; il suo , era un vero parlare arabo . La squillante voce del Ministro della Pubblica Istruzione arrestò il servizio e sconvolse profondamente il capocameriere . Poi si fece innanzi un cronista borioso e ricciuto come il re dei mori che finì , con un ottimismo tutto meridionale , per concedere a Puccini il permesso di sedere alla stessa tavola insieme a ministri e a giornalisti come lui . Non si era ancora chetato il cronista quando in mezzo alla sala si precipitò l ' impresario . - - Apriti cielo ; che strilli , che sproloquio , che storpiatura ! - - La lingua cominciò a girargli in bocca come un succhiello che stia bucando una cassa forte ; si accompagnava nella foga del dire con le mani , agitandole intorno alla propria faccia come se volesse schiaffeggiarsi , così furiosamente , ma senza decidersi a farlo . L ' autore di Gianni Schicchi , ascoltando , sembrava in preda a una commozione amara - - pensava forse alla propria casa , al proprio lavoro . - - I suoi occhi posati con malinconica considerazione sui personaggi incredibili che gli stavano intorno , parevano dire : troppo tardi , signori . - - Voi volate sempre in soccorso del vincitore . Oggi gli onori che l ' Italia rende al suo genio cominciano ad assumere un tono alto , sincero e magnifico . - - Disgraziatamente Puccini che fu il musicista più fortunato dei nostri tempi , non c ' è più . Sopra le ultime pagine della sua ultima opera il cuore di Puccini , quel cuore tenero e virile cominciò a rallentare , mentre il capo del caro ed alto amico ripiegava su di un lato . La sua commemorazione fu cosa indimenticabile . Un gran colpo di timpano fu il segnale solenne del raccoglimento . Apparve allora sulla scena la sua effigie . Silenzio . Quel volto immobile e dolce che si dissolveva adagio in un raggio di paradiso sembrava dire ancora una volta alla platea allibita : troppo tardi , signori . XII Commiato L ' Arte è sempre in regola con il passato e tuttavia in perfetto orario con l ' avvenire . All ' alba del dí , spinta oltre dal suo alacre travaglio di esplorazione essa è già fuori all ' avanguardia . Dietro di lei il mondo di ieri annaspa nella notte , decade , si capovolge e scompare maledicendo agli antipodi . Essendo l ' Arte , nel suo compito fortunato di rinascere e di rinnovarsi , cosa febbrile e distruttiva , l ' odio , il sospetto , l ' antipatia , il biasimo , la colgono sulla strada , e tutto vale come arma d ' offesa per la razza refrattaria e formicolante che s ' informa a tentoni e blatera nel suo buio dormitorio di morale e di salute . È difficile assai di fare comprendere a questi così detti benpensanti che , per esempio , si può essere buoni padri di famiglia , ma l ' arte è un ' altra cosa . Se poi ti affanni a parlare di idee nuove , di forze giovani , di tendenze moderne , vedrai una parte , la più rispettabile del pubblico , infischiarsene , in un modo che non potrebbe essere più fatale , e l ' altra volgersi appena per fiutarli , così obliquamente come fa la vacca quando annusa il vitello morto . VII Niccolò Paganini Amò le donne , la gloria , il denaro , ma il suo vero amore fu soltanto quello per il suo istrumento . « Il violino che ha un ' anima che pensa » . Nei primordi della sua carriera una voce a Milano lo saluta grande pagliaccio del violino « quando farà meno caricature sul suo strumento ... » aggiungeva il critico meneghino . In quel torno di tempo Paganini profittava di ogni cadenza per imitar sul violino le voci dell ' asino , del cane e del gallo , la voce degli uccelli , il suono delle trombe , dei corni e dei tamburi . Fu chiamato « giacobino genovese Paganini » e accusato di non avere « né criterio né giudizio musicale » . Preda , ancor giovane , di terribili mali fisici , tormentato dalla necessità , e da continuo desiderio d ' amore , inseguito dalla calunnia , romanticamente insaziato e insaziabile , vero figlio del tempo in cui visse , Paganini , trascinò , si può dire , dietro di sé tutto un secolo , e il romanticismo nacque proprio da lui . Vero personaggio di Hoffmann . Schubert dopo averlo ascoltato scrisse a un amico : « ho sentito cantare un angelo » . « Bisogna fortemente sentire per far sentire » , diceva questo italiano . Istrione , alfiere dell ' imponderabile . Egli voleva soltanto il « sicuro » effetto sul pubblico . Come Tartini scrisse Il trillo del diavolo , egli scrisse , Le streghe . Come è risaputo Paganini fu anche un prodigioso suonatore di chitarra . Per due lustri dura il brillare splendente di quest ' uomo cometa sul cielo europeo . Poi in coda a tante lotte , avventure e trionfi , la sua fine segnò nelle onde vermiglie di rivoluzioni e di guerre , una traccia di spietata solitudine . E caduto che fu , l ' ostilità umana si scatenò sul suo corpo di gigante immobile . Le spoglie di Paganini peregrinarono accolte in deposito e cacciate da pietosi asili . Una odissea funeraria trascinava qua e là la sua cassa . È noto che il vescovo di Nizza , dove Paganini si spense , negò il riposo in terra benedetta e il rito ecclesiastico alla salma , essendo egli morto , non ostante le esortazioni del parroco , senza conforti religiosi . Paganini aveva promesso di scrivere su di un ' ardesia , perché afono , non poteva più parlare , la propria « confessione » . Masi ridusse a morte repentina , senza adempire la promessa . Dopo lunga e crudele peregrinazione , la sfortunata salma del grande violinista , imbalsamata conservata col metodo tranchiniano , trovò riparo nella Villa di Gaione in quel di Parma . Avendo i giudici ecclesiastici annullato la sentenza del vescovo di Nizza . Il figlio Achille pensò di trasferire le spoglie paterne dalla villa stessa , al cimitero di Parma . Un testimone oculare , tuttora vivente , Abramo Germoni , chierichetto , allora , di Gaione , ha narrato che il funebre corteo , sul far della sera ( era l ' autunno , pioveva ; la notte era caduta innanzi tempo ) , si mosse dalla parrocchiale preceduto dal Germoni come crocifero , e dall ' arciprete Don Pettenati . Alla bara si avvicendavano sedici portatori ai quali era rischiarata la via da alcuni lampioni portatili . Percorrendo l ' argine destro del torrente Baganza , fra lo stupore dei rari passanti , per l ' insolito spettacolo , il corteo giunse a notte fonda dinanzi ai cancelli aperti della « Villetta » che è il camposanto parmense . Sovente , quand ' ero ancora un ragazzo , vedevo sovente , a Parma , il Barone Achille Paganini , e l ' ho anche conosciuto di persona ; un signore molto vecchio , ma robusto e dritto nella persona - - gentiluomo campagnolo - - figura appartata e singolare , e andava sempre solo . Ma nei giorni di mercato s ' aggirava vestito all ' inglese , fra la calca degli opulenti villani , e trafficanti della provincia . Egli rassomigliava fatidicamente a Niccolò Paganini , d ' una rassomiglianza intermittente fugace , come un colpo di febbre una fiamma gli fissava i tratti , era l ' identità - - poi tutto scompariva in un baleno - - e mi ricordo d ' averlo osservato in quel suo atteggiamento furtivo , muover gesti e passi perduti , mentre le sue pupille sfolgoravano selvaggiamente , come quelle d ' un perseguitato . Era suo figlio . IX .. Cremona c ' ero stato da ragazzo , vale a dire nel secolo scorso . Non ho ricordi di quel viaggio e di quella visita ; ma so d ' un desiderio assurdo che mi venne fin dall ' arrivo ' a Cremona : avrei voluto esserci nato . ­ Troppo tardi , non è vero ? Sissignori . Pestavo i piedi , m ' impuntavo , e ne chiedevo ragione con gran petulanza al mio papà che mi ci aveva portato , e non sapeva rispondermi - - insomma la gita finí in una arrabbiatura . Lui mi teneva per mano e non gli parlavo più , e non guardavo più niente . E qui ecco che ritroviamo le traccie del mio carattere , delizioso e insopportabile . Per me Cremona vista tra il corruccio , le lagrime e il rimpianto di non esserci nato era la capitale del lattemiele e dei cialdoni . Adesso dopo quarantacinque anni la rivedo e la riconosco ­ molte opere nuove e importanti sono cresciute dentro e intorno a Cremona , molti luoghi sono cambiati , tuttavia il suo naturale equilibrio e il suo tono posato è sempre quello di prima . Una città estremamente ordinata , comoda , senza difetti . Non ci manca nulla , e tutto è in armonia . Belle botteghe , palazzi tranquilli , case ricche , strade pulite , buoni alberghi ­ gente buona , facce contente - - e il centro , dove l ' antico , illustre , e il moderno ben costruito e spazioso , si toccano tranquillamente , è il più solido e caro luogo del mondo - - con un bel giardino pubblico che una pioggia dolce bagna , fa brillare e inzuppa di silenzio . Salvo una breve parentesi ( 1499­1509 ) in cui la città appartenne a Venezia , Cremona ' seguí in genere le sorti di Milano - - sia all ' epoca del Risorgimento come in quella fascista , e fu un ardente focolaio di vita politica e patriottica . In ogni tempo fu centro di studi e vi furono tenute in grande onore le armi e tuttavia è città noci molto nota . È celebre la scuola di pittura cremonese dal quindicesimo e sedicesimo secolo - - più tardi fu la patria dei celebri liutai Stradivari , Guarnieri , Amati e Bergonzi e dei musicisti Claudio Monteverdi , e Ponchielli . Direi che è già molto per una città di provincia . Ma non basta : Giuseppe Cesari , il compianto musicologo e critico del « Corriere della Sera » , mio amico e collega di studi musicali al Conservatorio di Monaco di Baviera , dal quale siamo usciti laureati e maestri di musica ambedue nello stesso giorno , era anche lui di Cremona . Nel centro di Cremona sorge il Torrazzo , o torre campanaria , meraviglia e simbolo della città lombarda . È un superbo campanile gotico . Il più alto d ' Italia . Il Torrazzo ha figliato il Torrone , squisito mastice commestibile ( per chi ha buoni denti ) conosciuto in tutto il mondo civile . Ma a Cremona c ' è anche l ' insuperabile mostarda , denso intruglio di frutta cotta e di senape eccellente durante le cene d ' inverno con il cappone o il tacchino lesso , oppure col manzo o il cotechino . Ne van pazzi i nonni e i ragazzi . A tavola , in cucina , magari , la mostarda domestica riscalda la bocca , le budella e il cervello , come fa l ' alcool . Dà dell ' allegria e dello slancio familiare a questi simposi di stretto parentado e diffonde per tutto l ' essere un ' euforia feerica da cenone di Natale . Com ' è uso vecchio e tenace di tutte le piacevoli città della bassa : Cremona , Piacenza , Parma e soprattutto Mantova , che son piene di buone cose da mangiare , e hanno il culto della tavola . Dopo , viene il teatro , l ' opera e il Trovatore di Verdi , col quale la mostarda di Cremona ha in certa maniera molti punti di contatto lirico . Ed eccoci finalmente arrivati alla musica , ragione non ostante tutte della nostra venuta qui . « Inaugurazione solenne del nuovo organo , e concerto nella cattedrale alla presenza di S . M . la Regina Imperatrice » . Imbandierata fino ai tetti , lieta e calma sotto la pioggia , con tutta la popolazione schierata onestamente lungo la strada ( cittadini e campagnoli che volevano vedere la Sovrana ) , Cremona aveva un aspetto festoso , composto : veramente di farsi onore . Quando la macchina della Regina spuntò , passò un fremito su tutta la folla , e un grido corse e si propagò , grido della folla alla folla , da un capo all ' altro del percorso : « chiudete gli ombrelli » . Era come dire , scopritevi dinanzi a Elena di Savoia , e aver le mani libere per applaudire . L ' automobile reale che procedeva a passo d ' uomo veniva continuamente circondata , le donne e le bambine le prime , in un impeto d ' amore popolare davvero commovente . Guardie di città e militi avevan non poco da fare per aprire colle buone la strada alla Regina , la quale dietro il cristallo sorrideva e inchinava gentilmente il capo a tutti , incontrando gli occhi negli occhi , la fedeltà incantata e gloriosa delle popolane venute a ringraziarla . Accoglienze e risposta così felice e sincera , non l ' ho vista mai invita mia . Un incontro , e una giornata fu questa che resterà a lungo nella memoria di questa ritrosa e degnissima città . Dopo il concerto in Chiesa , ebbe luogo la chiusura della Mostra , che credevo Stradivariana , e invece era quella dell ' Ottocento , promossa dagli antiquari . La Mostra Stradivariana purtroppo era chiusa da un pezzo : ero venuto apposta a Cremona dove non c ' era più neanche un violino da vedere . Tutti gli istrumenti preziosi avevano preso il volo . Andai al Museo dove c ' è una vetrina con gli arnesi della bottega di Stradivari . Allora cercai qualche altro . La casa di Stradivari era stata demolita dal tempo dei tempi , la chiesa dove c ' era la sua tomba anch ' essa era scomparsa , e demolita era pure la tomba , dalla quale nel momento di scoperchiarla venne alla luce in tutto soltanto un teschio , che un ladro sconosciuto afferrò e scappò via , né venne più rintracciato . Strano destino di quest ' uomo leggendario del quale ormai si sa soltanto che aveva un gran naso : pare di sì , un gran naso . X .. Il Melodramma italiano è un ' opera d ' arte tutta speciale , costruita sul ciglio d ' un abisso di ridicolo , ci si sostiene a forza di genio . Da un secolo , questo equilibrio prodigioso si verifica . È qualcosa come del combustibile : s ' accende per confricazione fra ribalta e platea , fra un tenore e il loggione . D ' effetto vivo ed immediato il Melodramma è fatto di quella musica che si chiama da Stendhal fino ai nostri giorni la musica fisica : categoria nella quale primeggiano Rossini , Donizetti e Verdi . In un certo senso e durante un certo periodo , per un popolo come il nostro il Melodramma è stato per così dire la « Macchina infernale » . I piccoli teatri di una volta eran se si può dire delle rosticcerie del sentimento pubblico . Un podio da saltimbanchi , quattro lumi a petrolio , e qualche testa da morto bastavano all ' uopo . Fra il pubblico e gli artisti in un lampo s ' avverava il contatto : ed eran gridi , abbracci , fischi , baci e coltellate . Oggi il Melodramma vive i suoi tardi giorni , pieno d ' acciacchi - - ma vive ancora : crudo , concreto , atavico - - così com ' è , e come è sempre stato . Sarà certo meno antico del Colosseo per esempio o della Torre di Pisa , ma è più vecchio , infinitamente più vecchio . Dicono , il Melodramma sta per morire tira le cuoia tal quale Don Chisciotte . La macchina infernale non funziona più : non dà fuori più altro che orina e fetore . Nel calore dei termosifoni e dei ceri che bruciano intorno al catafalco del Melodramma , crebbe continuamente e aumenterà l ' ansia funebre e l ' attenzione del pubblico . Oggi che il nostro teatro è diventato un arsenale da rimpinzare per dar corpulenza allo spettacolo , una palestra , un ' arena , un « cantiere del fare e disfare » . Oggi che bisogna gonfiare le gote , puntare i piedi , forzare la voce , in mezzo a un orribile , agitato e costoso meccanismo scenico , che entra in campo con tutto il suo legname , i suoi chiodi , le sue martellate , i suoi impianti idraulici , i suoi ascensori i giganti , e i suoi trabocchetti che fumano a nubi di acre vapore , invadendo di starnuti l ' ambiente . Quest ' opere eran scritte con una verve inimitabile , con una abilità grandiosa e meticolosa ad un tempo - - i punti di ricamo , le pitture , i colori , i lustrini preziosi , le cadenze fuori uso formavano un insieme d ' apparenze straordinarie e irresistibili - - i vezzi originali del Melodramma fan presto a diventare vizi abbominevoli , le qualità giovanili a diventar difetti . « Effetti della metempsicosi » che fa girare il mondo , vediamo coi nostri occhi il rovescio della medaglia . L ' opera diventò tutta una rete d ' inganni e di disinganni , una congerie di trucchi - - l ' ispirazione innegabile , la stessa sincerità si misero a guardar storto , e ti sembrò sospetta . Erano opere che ormai facevan paura queste dell ' Ottocento : c ' eran delle toppe logore e delle nudità commoventi . Carne ce n ' era ancora sotto : e sangue lento che tremava di morire . Si tratta di coglier l ' opera sull ' ultimo guizzo vitale e di scaldarla col fiato . Così l ' un dopo l ' altro caddero i melodrammi del glorioso Ottocento . - - Non tutti però - - anzi alcuni di Verdi rinacquero come l ' araba fenice dalle proprie ceneri . XI Trovatore Così in questo Trovatore , Eleonora , Manrico , Azucena , Il conte di Luna , e persino Ferrando ( il basso ) , sono i sacripanti immortali di un palcoscenico eterno , del quale Verdi ha gettato le basi , eretto l ' arco , e acceso le luci miracolose , d ' un gesto solo , d ' un gesto onnipotente . Nel Trovatore non si riesce a scoprire la molla e gli ingranaggi primi del movimento sorprendentissimo che lo anima tutto e lo fa vibrare come un battello in partenza . Ecco dunque che cantare , qualunque sia la parte , in quest ' opera che sta in bilico sopra un abisso , è cosa pericolosa , anzi quasi altrettanto mortale come il gioco della « corrida » . Ci vogliono l ' occhio , o l ' orecchio , la sveltezza , il fiato , e il coraggio di un toreador . Chi sbaglia la mira d ' un pelo , crolla sotto le cornate del pubblico , e non si rialza mai più . Quando Verdi ha per le mani dei soldati o degli armigeri soltanto li tratta con gran conoscenza del loro fiero mestiere , e ne fa degli animosi coristi : e viceversa , che è quel che conta . Si può dire che attraverso i cori soldateschi delle sue opere egli abbia contribuito a formare , ottant ' anni fa , il giovane esercito italiano , in quel suo caratteristico aspetto , movimento e ardore che ancora oggi vale . Caserme , bivacchi , corpo di guardia , schieramento , sfilate , scaramucce , baldorie e battaglie hanno un calore popolaresco , un piglio , un tono crudo ma cordiale , un ' allegria robusta e franca , e una naturalezza generosa e poetica particolarmente nazionale . Densa e straordinaria è , per esempio , la prima scena soldatesca nell ' opera il Trovatore . Dal punto di vista musicale è un vero primo tempo di sinfonia , perfetto : d ' un risalto e colore teatrale , strepitosi e bui insieme . Il Trovatore si fa tutto al disopra del libretto , per evaporazione lirica . Il canto scavalca il testo , lo espelle , lo distrugge : la musica fa il dramma da sé sola . La vicenda , trae tutta la sua virulenza dal ritmo , e non si può raccontarla , o spiegarla per mezzo di parole , mentre si capisce in un lampo attraverso l ' esecuzione sonora . Il barocco libretto non è che l ' elemento occasionale che provoca l ' esplosione , e dietro quella ricade annientato ( dispersione confusa di rime , sillabe e balbettamenti ) e scompare senza traccia per sempre . Poi , quel che è stato è stato : il libretto non esiste più . Ma c ' è l ' opera viva , immortale . Quest ' opera è divisa con magistrale rigore , in quadri , in scene , in atti isolati e contrastanti - - staccati e definiti in modo irreparabile - - ognuna di queste parti , organismo bloccato , fa corpo totale , ermeticamente chiuso in suoni , voci , movimenti e portentosi silenzi . Ogni parte del Trovatore è un quadro senza cornice , nella sua luce di rogo , o di luna , o di fucina , o di crepuscolo , o di prigione . Visione fonda improvvisa , e d ' una evidenza surreale . Opera dove tutto è diretto alfine immediato dell ' effetto : senza preparazioni , preludi , introduzioni , interludi senza ricorsi tematici , o commenti orchestrali , e senza rallentare di danze , o indugi , e diffusioni di coreografie . È il teatro dei suoni in atto : la musica piroetta e si proietta in fatti . Fatti sonori : d ' una intensità e interesse che colpisce , centra e sconvolge ogni ingenua immaginazione . E come si attacca la materia amorosa , e fa presa , e morde tesa , e feconda . Intermediari , cultori , dottori dello stile , contrappuntisti , storici , controllori analisti , sprecan tempo e fatica su quest ' opera che non si lascia legare , né sta ferma sul tavolo anatomico . Col Trovatore la scienza non fa un passo avanti , anzi ne fa uno indietro . Qui non c ' è progresso tecnico , né novità , né riforme di procedure , né ricerche , né conquiste istruttive . La fattura è più che normale , anzi è ovvia addirittura . Qui non c ' è edificazione studiata , ma crepitio di genio : tanto genio che grandina . Quest ' opera , tutto corallo , vien su dal suo tempo improvvisa come una emersione vulcanica . È un fenomeno caotico ogni volta , sotto una pioggia di fuoco e di lapilli . Purtroppo negli ultimi anni le esecuzioni di quest ' opera partecipano dell ' incertezza generale . Forse per la buona musica son brutti momenti questi , non basta la buona volontà . Alla domanda : - - Come si fa il Trovatore ? Rispondiamo : - - Se ne è perduto la ricetta . Tuttavia , l ' altra sera , al Teatro Reale dell ' Opera , il Trovatore prese fuoco e saltò , come un barile di polvere . Tra schianti , chiarori abbaglianti , turgido e un nugolo di scintille . Insomma fu una recita ben riuscita . Il pubblico romano non ce la fece a resistere - - fu commosso fino all ' entusiasmo - - e il successo avvenne , e si formò metereologicamente , nel cielo del teatro , come un temporale , e scoppiò molto clamoroso alla fine . XII Una cronaca che fa proprio al nostro caso Se dovessimo dar la stura alla nostra meraviglia , e alle nostre descrizioni intorno a quest ' opera incomparabile di Verdi , dieci pagine non basterebbero . Ma saremo brevi : Ecco qua : la Traviata è appena cominciata , il maestro concertatore dirige , per così dire , a barchetta , scrutando il palcoscenico , da vecchio lupo di mare che voga fuori del porto : lo sguardo sempre addosso ai cantanti più celebri , cercando di scoprire le loro orgogliose intenzioni . Perché son proprio i più celebri quelli che potrebbero fargli qualche scherzo : sarebbe a dire , per esempio , che potrebbero saltare a piè pari mezza battuta , o uscir di tono così sensazionalmente come può uscire dai gangheri un illustre portone . Sulle immacolate tovaglie , fra le camelie in fiore della casa di Violetta , scintilla il Frascati d ' oro . A tavola tutti . Un brindisi . Il coro si mette il tovagliolo , impugna il bicchiere vuoto , e canta : « Libiamo libiamo nei lieti calici ... » , mentre la prima donna , meravigliosamente giovane , lavora di gorgheggi , spensierata e febbrile peccatrice sull ' orlo d ' un precipizio . « Verdi è sempre Verdi » , sospira una dama dietro la nostra poltrona . « Amen » , rispondiamo con la voce bianca d ' un chierico che serve la messa , guardando contriti il teatro riboccante e silenzioso al pari d ' una chiesa durante la sacra funzione . La gran sala , fin su agli ultimi capitelli , appare tutta carica di volti protesi , e da un momento all ' altro diresti che si muove e si mette a ruotare come un ' immensa girandola , travolta in una voragine d ' ebbrezza e d ' entusiasmo , striando la penombra con le sue sete splendenti , le sue gemme , i suoi occhi lucidi , i suoi sparati intangibili , le sue lunghe braccia guantate , e i suoi tenui lampadari lunari a ogni balcone . L ' attenzione del pubblico è incatenata e supina , e son rari gli istanti in cui la folla ha la forza di liberarsi dall ' ammirazione religiosa per tradurre in un grido la propria riconoscenza . Sì , Verdi è sempre Verdi . Però qui , niente retorica , né enfasi , né trivialità focosa , né fervore coreografico : qui invece frivolezza profonda , vezzi , pungenti melodie , banchieri , baccarat , risate di cristallo , biancheria di bucato , bel mondo , buone maniere , mal sottile , amore e morte . Nella Traviata c ' è mischiato il magro e il grasso a grandezza naturale . E l ' ispirazione che regge questo miracoloso equilibrio è la più sincera , la più nuda , la più elegante e ritrosa che ci sia . Per quel che riguarda la sua consistenza e struttura , quest ' opera potrebbe galleggiare sull ' acqua , come Ofelia . Come Ofelia quest ' opera muore d ' amore . Ebbene , durante la recita , quando il successo iperbolico va su fin alle stelle : al critico non resta più altro da fare che muover le sue obiezioni al progresso teatrale , alla musica d ' avanguardia , all ' arte nuova , scientifica e senza cuore , che , pur essendo recente , è ormai rimasta l ' ultima , in coda al vecchio repertorio . Sul finire del dramma , un clamore altissimo di carnevale batte alla porta chiusa della dimora dove Violetta si spegne oscuramente ; in uno scorcio fulmineo intravedi le notturne mense imbandite , che la malinconia minaccia , dai tempi di Chopin . Quest ' opera è un capolavoro , modello compiuto e perfetto d ' arte e di sentimento , l ' opera più italiana che ci sia . Fatta di musica viva , sempre presente e connessa alla realtà teatrale di ottant ' anni fa . I suoi canti emergono oggi dal pelago concitato e inconcludente della produzione moderna , più teneri e commoventi che mai . Cadeva il sipario sull ' ultimo accordo dell ' opera , e ho visto coi miei propri occhi lacrimar donne , vecchi e ragazze , e i professori d ' orchestra levarsi adagio adagio , pallidi , trasognati , tenendo il loro violino come si tiene un ombrello : non si rendevano conto che la recita era finita . 3 XIII .. Benché le altre arti esistano nel presente e nel futuro , direi che la musica è piuttosto impegnata nel passato . La sua potenza evocativa va ben lontano da noi , torna indietro , ci rapisce , e noi ne siamo trasportati volta per volta al di là di ogni espressione . In questo senso retroattivo , Verdi è il musicista per eccellenza . Nessuno è più popolare , più sconvolgente di lui . L ' intera razza umana pende dalle corde della sua chitarra . Il suo genio si rivela senza preamboli . Di colpo , come gli sorge dentro . E nelle sue opere c ' è musica d ' ogni prezzo , d ' ogni misura , per tutte le borse e per tutti i livelli sociali . Poi , verso la fine dei suoi melodrammi , è uno schianto : la commozione spezza i cuori di pietra , e le lacrime calde piovono dirottamente . Verdi tira avanti senza circonlocuzioni . Non sa di etichetta , non ha il mazzo delle chiavi d ' oro , non ha il carnet delle formule magiche : con un colpo di spalla butta giú le porte , calpesta la legge , i divieti e , in cambio , appaga l ' istinto . I suoi difetti e le sue qualità hanno radici profonde nella nostra terra . Estirpare i primi vuol dire distruggere anche le seconde . Ma quanta consapevolezza in lui . Uditelo . « Non bisogna esagerare , - - scriveva Verdi , - - nella smania di voler ogni cosa perfetta , perché si corre il pericolo di compiere ben poco o di non compiere nulla . La natura , la sincerità di un maestro si rivela mantenendo pressoché intatto ciò che gli è uscito spontaneamente dal cervello , molto meglio che tormentando instancabilmente ciò che egli ha fatto . Anzi , nell ' alternativa di cose un po ' basse con altre elevate ; queste s ' avvantaggiano di più nel contrasto . Io non istento a credere che alcuni poeti abbiano calcolato su simili effetti » . Così , serenamente , Verdi riconosceva che la sua opera resterà per sempre incompiuta . Siamo sulla via di Sant ' Agata dove « Omnibus » ci ha mandato in pellegrinaggio . La campagna , in questa stagione , è disseminata di alberi spogli e stecchiti . C ' è l ' aria dolce delle buone e brumose giornate d ' inverno . Ecco Sant ' Agata fra la nebbia . E pioppi molto alti che van su nella nebbia , e salici ossuti che annunziano la vicinanza del Po . Qua e là , nel torpore , casolari dai vecchi muri porosi . Curiosa sensazione di periferia . La campagna giace , per così dire , con l ' acqua alla gola . Dorme quasi affogata . Come non immaginare Utrillo , alle inferriate del manicomio , contemplare questo paesaggio sparuto e malinconico ? E pensiamo , da questi luoghi , al sacro respiro dei corali di Verdi , alla veemenza dei suoi concertati tradotti in disegni larghi , esatti , al realismo e alla concretezza di questo grande uomo . Gli insegnanti del Conservatorio di Milano dissero che egli non aveva attitudini per la musica , e che non possedeva alcuna abilità . Non aveva che del genio . Troppo poco per dei professori e dei critici . Una gran buona fede patriottica gonfia , gonfia quei suoi corali smisurati e provinciali . Busseto . Questi grossi paesi , o piccole città , han dei viali , dalla stazione all ' abitato , che non finiscono più , e bisogna farli a piedi : coi piedi nel fango dove serpeggiano e guazzano , senza cascare , dozzine di ciclisti intabarrati , contadini per lo più , col naso rosso e il cappellaccio sugli occhi . È un giorno festivo , e nei campi non si lavora . Un silenzio diluito vigila a mezz ' aria . Sciami di uccellini scivolano giú con volo incerto , ondeggiano , non sapendo dove posarsi , e si cacciano impauriti fra i rami di qualche alberello senza foglie , scomparendo in fila come un ventaglio che si chiude . Tutto questo scenario in dissoluzione par pieno di lividi fantasmi che svaniscono fra densi vapori . Lembi cenciosi di nebbia scendono sino a lambire le siepi . Il suolo non è più che uno specchio rotto , nero picchiettío di pozzanghere e di rivoli che , seguendo il pianeggiare del terreno , si versano gli uni negli altri . Qui c ' è posto per i panoramici corali verdiani , dove dondola uguale la cadenza del buon senso del nostro biblico Ottocento . Camminiamo da più di mezz ' ora verso Sant ' Agata che è a tre chilometri da Busseto . Un torrente d ' acqua piovana cola fra due profondi argini erbosi . È pieno di canne selvatiche e forse di anatre . Qualche cane da caccia corre , col muso in aria e la coda dritta , lungo le rive , verso il Po che deve essere colmo a straripare con questa stagione . Il piccolo campanile di Sant ' Agata suona allegramente , alla rinfusa : è un concerto argentino nella nebbia del cielo tutto ugualmente madido di caligine fino all ' orizzonte . Le galline strepitano dai pollai , squassando le ali bagnate . Belle galline grasse da brodo , che fan conversazione fra di loro , razzolando imperiosamente sulle concimaie . Giungono talvolta , al nostro orecchio , rotti e ovattati discorsi di ciclisti lontani . Poi , ad un certo punto , ecco suonare una grossa campana , quella di Busseto . Quei rintocchi lenti e funebri fan venire in mente il « miserere » del Trovatore . Invece , è proprio mezzogiorno in punto . Molte opere di Verdi vennero rappresentate cinquant ' anni fa per l ' ultima volta . Non caddero , ma furono abbandonate . E non se ne parlò più . Non vennero sepolte , ché non erano morte definitivamente , né vive sembravano più essere . Rimasero fuori rotta , in quarantena . Chiuse , aspettando . E il tempo non le ingoiò . Luisa Miller , I due Foscari , Macbeth , Nabucco ... Erano ricche , nobili e salde , nutrite di quella vena inesauribile e popolaresca che distingue il miglior Verdi e durarono più della loro condanna . Armate di ferro e d ' argento , con tutte le vele spiegate , sonanti come tante navi in partenza , queste opere bussetane e genovesi rientrano , una dopo l ' altra , sontuosamente in servizio , dopo cinquant ' anni d ' inedia , che non le distrussero né le accasciarono . Non fu necessario ritirarle a secco per le riparazioni d ' uso . Non presentavano avarie o deterioramenti , né di fuori né di dentro : erano intatte . E più che nuove , apparvero . Rafforzate dalla stagionatura , e in istato di riprendere il mare ; passando in bilico perfetto , e galleggiando valide , maestose e dolci dinanzi agli occhi stupiti del mondo , del mondo moderno . Questa fenomenale attualità e questo adattamento ad ogni tempo e luogo della musica di Verdi , mi ricorda un episodio lontano della mia vita a Londra . Ero arrivato lassú con una giornata come questa , brumosa , silenziosa , invernale . Il tassi mi aveva deposto in uno square deserto e buio . Eran le otto di sera . Cercavo un albergo nei pressi , e non si vedeva niente . Tutto chiuso . Sabato festivo . Queste son le ore terribili per chi rimane sul lastrico , a Londra . Sono le ore dei pasti . Si subisce la regola . La legge dei focolari non s ' infrange in questa città ordinata : chi è dentro è dentro , e chi è fuori ci resta . La strada londinese in cui mi trovo , vapora e fumiga come una concimaia . La nebbia sale , turbina lentamente , si addensa e vela i lampioni . La nebbia infradicia tutto . Le fiammelle han guizzi di agonia , e i vetri si bagnano man mano : si bagnano di pianto . La strada diventa un teatro , un teatro sprangato , sommerso , fra apparizioni natanti e dissolvenze feeriche . Ogni formasi stacca , naviga senza peso , sparisce . Non ci sono più case , non ci son più muraglie , né cancelli , né cielo . Dall ' alto , qualche raggio di luce polverosa cola giú serpeggiando come il gesso , in questa cupa marea caliginosa . A un tratto , tutta la zona echeggia . C ' è una voce : umana o divina ? C ' è un ' arpa , nella nebbia ; lo spleen , la nostalgia dell ' ultima canzone della Traviata di Verdi . La voce è d ' una donna , d ' un ragazzo o d ' una sirena ; ma così forte , giovane , disperata , in questa colossale solitudine , che mi domando : è un concerto o un naufragio ? Sono lí a due passi i musici ambulanti , italiani . Potrei quasi toccarli , ma non scorgo , aguzzando lo sguardo , che una rorida parvenza che ondeggia e sfuma , argentea , piramidale , forse l ' arpa . È ancora il lembo di un povero scialle di lana . Spettri , fantasmi , sull ' orlo del marciapiede . La strada , tutta impregnata di miasmi , da un capo all ' altro trasecola , riecheggia , e tace a lungo . Intanto qualche spiraglio si schiude , lassú , dove son gli abbaini : ombre bianche s ' affacciano : fatue movenze . Dal cielo invisibile piove a poco a poco ; e comincia una caduta lenta di palanconi . Solennemente , come in un incubo che s ' allenta , tintinnano sull ' asfalto le monete : son gli angeli delle soffitte , le cameriere e i facchini di questi hótels di lusso che buttano , senza interruzione , i loro risparmi ai misteriosi musici della strada deserta e sommersa . Finalmente siamo a Sant ' Agata , davanti alla villa di Verdi . Traversiamo un ponticello . Ci viene aperto un cancello . Entriamo in un cortile , e un cane ci fa festa . La custode ci introduce nella vecchia casa di Verdi , dove non c ' è nessuno , dove tutto è conservato puntualmente , in bell ' ordine , e spolverato ogni giorno col piumaccio . Ci accorgiamo subito di essere in una casa ancor viva e abitabile , non in un museo . Ecco la camera da letto col baldacchino , il pianoforte di Verdi , la sua camicia da notte , i bei mobili neri . La rastrelliera con i fucili da caccia . In un angolo , i bastoni d ' un gentiluomo di campagna , e , in tutto l ' arredamento , non c ' è nulla che ricordi il cattivo gusto dell ' Ottocento . La porta aperta sul parco ci dà un senso confuso di attesa e di presenza . Tutto questo parco ozioso , appisolato nella nebbia , è quasi più alto che largo , sì , d ' una statura altrettanto incredibile quanto la sua vecchiaia : alberi venerabili e giganteschi dalla scorza rugosa e durissima , che la mano stessa di Verdi piantò , forse cento anni fa ; tortuosi viali coperti di foglie bagnate ; solitudine signorile , una forza di terra antica e riservata , e l ' odor grave e intatto dell ' autunno immobile intorno alla villa del Maestro , dove tutto respira come se fosse ieri , e l ' atmosfera eterna di lavoro e di pace dell ' artista che l ' abitò durante cinquant ' anni . Una lunga pipa di schiuma , in un astuccio aperto e foderato di velluto rosso , sta sul pianoforte . « To , Verdi fumava , era un fumatore ? » « Oh , no , - - mi dice la custode . - - Nella sua prima giovinezza Verdi era di costituzione molto debole . Soffriva di mali di gola , e non fumava che qualche trabuco dolce , di tanto in tanto , e con tutta la precauzione » . « più tardi , la sua salute migliorò , diventò buonissima ; e nell ' età più avanzata , Verdi era robustissimo e molto resistente al lavoro » . Il suo mestiere di compositore , insieme a quello di contadino proprietario , le lunghe passeggiate sulle sue terre , ch ' egli percorreva sovente a piedi e qualche volta in vettura per sorvegliare i lavori , gli avevano restituito completamente le forze del corpo e dello spirito . Verdi non ha mai avuto una decadenza . Fino a ottantasette anni godette di una salute straordinaria . « L ' ho visto vecchio soltanto sei mesi , - - mi dice il dottor Carrara Verdi , suo nipote , - - cadde giú dopo la morte di Re Umberto . Non si riconosceva più . E , poco dopo , morì anche lui » . È una gran fortuna che non ci sian cimeli , né alcuna messa in scena postuma , in questa bella casa . Tutto è allo stesso posto originale , di dimora semplice e tranquilla che funziona . Si aspetta quasi che il padrone rientri dal giardino . Ci sembra davvero che , da un momento all ' altro , Egli possa rientrare col suo gran cappello di feltro , e la sua figura accigliata e benevola . Sulle mensole ci son due statuette di bronzo : Manzoni e Vittorio Emanuele II . Alle pareti , c ' è un ritratto di Crispi . Sotto campane di vetro , ci sono gustose terrecotte napoletane . « Sono tutte cose regalate » , mi dice la custode sottovoce . Tutto è rimasto tal quale dal giorno che se ne andò . E tutto qui lo aspetta , anche gli alberi nel parco . E cresce un po ' l ' inquietudine come se , dopo trentasette anni della sua assenza , dovesse ritornare da un momento all ' altro . E sulla scrivania , c ' è un cartoncino sul quale Verdi ha scritto con una calligrafia senza disinvoltura . « Un tedesco che sa , sa troppo . Un russo che sa , è un pericolo » . I Parigi Parigi , superficie lucente ammantata di schiuma e di bave sanguigne , che ruotano leggere intorno a tetri monumenti come il velo febbrile degli stagni intorno ai piloni dei ponti . Parigi , umida nebbia , atmosfera di tisi , sotto la tua carezza le negre vagabonde impallidiscono e van pigliando il colore del cedro affumicato . Eccitamento , estenuazione , delirio . I gridi disperati delle tue vittime sembrano affievolire sotto il tuo cielo sordo . Al levarsi del tuo giorno malato , un problema s ' affaccia , sempre lo stesso problema : non perdere terreno - - il pane da guadagnare , la gloria da difendere - - e tutto da ricominciare . Già all ' aurora , dietro le verande dei caffè , in quelle innumerevoli gabbie di vetro lavate dalla pioggia , mille donne sedute davant all ' apéritif bivaccano aspettando la sera . Donne calate dalla Normandia , dal paese di Galles , dal Perú , provenzali , spagnuole , donne di tutto il mondo , creature che sembrano venir giú dal cielo all ' ora dell ' Ave Maria , sboccano dalla chiesa della Madeleine e scendono come un fiume inesauribile i grandi boulevards . Tutte riconoscibili alla divisa dell ' ordine , l ' eleganza , esse portano , a guisa d ' armature , diademi e cinture d ' argento . Con un ritmo sacro , incessanti cortei di cortigiane , popolo di demoni , mandre belluine s ' inoltrano , come le belve spinte dal bisogno , a invadere la strada . E fluttuando lentamente , sommergono i marciapiedi . Son le milizie che ogni sera conquistano Parigi , sacerdotesse dell ' amore che cercano inquietamente negli occhi della folla che arranca contro corrente la promessa d ' una cena eventuale . Sotto torrenti di luce un pensiero , le assilla : come vivere oggi . Parigi è l ' oceano umano dove ogni certezza va a picco . Nessuno è sicuro di sé . Ciascuno dubita , ma non si scopre né si scoraggia mai . Sempre in armi ; al lavoro con instancabile lena . Ogni esitazione è fatale . Leggerezza e noncuranza fan maschera ai volti - - ostentata malvagità delle parole , e onore sulla punta delle spade - - così ciascuno , avido e guardingo , giuoca il suo giuoco , da un ' alba all ' altra sotto pena di perdersi nelle ventiquattr ' ore , di veder precipitare il proprio nome . Il ridicolo e la fame , ecco il pericolo . Basta un gesto infelice , un malessere , una confessione ; e però con quanta arte , con quanta felina destrezza costoro schivano i fulmini dell ' avversa fortuna . In questo clima che demolisce un ercole , e fa ammuffire l ' aria intorno alle lampade ad arco , in questo clima che conferisce un aspetto livido a tante facce affrante , la buona educazione e la vivacità galante son di prammatica . Fra questo popolo sì ragionevole e umano ci sono degli occhi che dardeggiano come quelli dei topi appestati . In questo vivere da far paura ad un forzato , un verminaio innumerevole si affatica da mane a sera . E la fatica diventa veleno e il veleno odio . Miseria , angoscia , sangue e coraggio sublime , van su alla superficie e brillano di uno splendore sinistro . Allora si vedono degli individui strani ritirarsi in certi grigi casamenti , chiudersi in una stanza e vivere degli anni lontano dalla strada e dal mondo . Fortificati fra uno scrittoio e un muro , tracciare delle linee , fare dei calcoli , ingiallire come l ' avorio , e perdere i peli , alimentarsi di chimica e di caffè , e scatenare dai loro quaderni aperti , rivoluzioni , cataclismi oscuri e leggi nuove , e idee che durano e sfavillano remote come le stelle su questa babilonia immortale , dove , per riparare a tanti stomachí sfondati , a tante teste che girano la cucina s ' è fatta delicata , squisita , omeopatica . Qui si succhiano gli ossicini degli uccelletti marci , si cavano ingordamente le lumache dal guscio e si finisce la cena con del formaggio fetido . Come qui si lavora , e con quale dispendio di forza e di spiriti ! Ognuno sfrutta se stesso al massimo grado . Si trae dalla propria salute tutta la rendita e se questa non basta s ' intacca il capitale . Si rischia all ' occasione anche il patibolo . Non si teme che il vuoto , il marasma , l ' inedia . Superando il disgusto e la nausea si avanza a marce forzate verso la morte : ebbene , eccola una grande città ! E tutto questo immenso lavoro vien fatto per creare , ogni dí , la modernità , per ringiovanire la vita , per reintegrare le illusioni cadute , le speranze avvizzite , per utilizzare e rendere innocua l ' eternità . Apparenza , menzogna e fatuità fan da scenario , sono i vessilli eroici di tutti questi martiri ; ma nel fondo , nel fango , strenua resistenza , sacrificio stoico , dolore e grandezza . Mai rinuncia , sconforto , diserzione . Sempre avanti , a denti stretti , trattenendo un singulto ; fischia il vento attraverso gli anni e lacera l ' esistenza ; sempre di corsa verso il denaro e la celebrità . Allora si capisce come questa popolazione non sia prolifica , si capisce l ' isteria , le crisi politiche , la ferocia e le anomalie di questa razza raffinata e cagionevole . Parigi sorge invidiata , si trasforma da un ' ora all ' altra , crolla di volta in volta e tuttavia cresce sempre , e ingrandisce in fretta il suo raggio . Profondo e fragile specchio che accoglie la luce del mondo , Parigi sfida il tempo : e poi si dice che il tempo si vendica di quel che fu compiuto senza di lui . II Moulin Rouge Sulle insegne luminose di Montmartre turbina un impetuoso nebbione violetto . È il cielo basso di Parigi , il cielo che non può dormire e ha le palpebre bruciate di fatica . Dal boulevard che arde come una fornace vengono su buffate d ' incendio , e clamori assordanti di folla . Il cielo s ' agita fra le sue coltri di nubi . Scintille di tizzoni l ' avvolgono e mettono fuoco al suo lenzuolo . Attaccato ai parafulmini , il cielo di Parigi si sporge di tratto in tratto sul vuoto e fa alla strada delle grandi smorfie meteorologiche . I lampi di magnesio scuotono e fan guizzare i vetri : le leggende ­ réclame volteggiano infiammate , sembrano vacillare e rianimarsi al vento , brulicano come vermi lucenti intorno ai cornicioni delle case . Qualche vecchia facciata balza innanzi , livida , e vibra per un attimo come metallo fuso . Fra i bizzarri edifici chiamati in causa così bruscamente da un proiettore che spalanca il suo occhio e si spegne , ce n ' è uno , più stravagante degli altri , color sangue di bue , un padiglione che fuma e frigge , come una rosticceria , avvolto nel fuoco dei bengala . Due mulini a vento presidiano come due corpi di guardia il raggiante portale dove la gente entra come da noi la domenica in Chiesa . È il Moulin Rouge . Il Moulin Rouge apre i suoi battenti alle tre dopopranzo . I nottambuli accecati dal sole , con un salto riparano là dentro . Nel dancing si respira ancora l ' aria della notte . Il luogo indefinito annega in un lucore sulfureo e ferale ; sembra di essere alla foce d ' un fiume nell ' ora del tramonto e benché manchino i pipistrelli a guazzare fra quei vapori palustri , due mulini olandesi , che si drizzan là in fondo , bastan a darci l ' idea d ' un paesaggio disteso . Le pale , incrostate di lampadine rosse , continuano a girare lentamente e , moltiplicate negli specchi , che sonnecchiano nella profonda penombra della sala , han l ' aria d ' un fuoco artificiale che si sgrana e piove adagio adagio . Quando la musica attacca , il dancing si riempie come una piscina . I danzatori scendono a precipizio le scalette di quattro o cinque gradini e si buttano tra il pubblico che balla . È l ' atto di chi vuole annegare . Stando seduti a un tavolo si può contemplare dall ' alto lo spettacolo . Languide coppie , flutti amorosi , marosi densi di schiuma , amplessi , cuori spezzati , abbracciamenti di naufraghi , e sorrisi morenti ; smarrite figure di efebi , ricciuti come gli agnelli , che nuotano appaiati ; linfatiche fanciulle che balbettano in quel bagno cocente ; l ' una all ' altra allacciate , esse si chiudono come i fiori la sera in una stretta che non si allenta più . Marinai di Toione , branchi di cortigiane , negri della Martinica , carbone nella farina , arrancano in schiere fitte . Americani del sud madidi di sudore e gente d ' ogni razza , stranieri che han perduto il nome e le radici , galleggiano inerti e colmano di procelloso letargo quest ' ultimo peno boreale . I riflettori sembrano frugare in quel vivaio mostruoso che fa corpo e cammina a rilento come un immenso camaleonte . Le ali dei mulini rimuovono e sospingono la calca . Si macina davvero là dentro , si macina , con un accanimento pesante , sonnolento . I suonatori del jazz ­ band imitano alla lontana gli urli di un ' orda indiana , e il saxofono a solo , ripete le obiezioni , i lagni e le risate d ' un ottentotto che soffre il solletico . Le più strane vociferazioni istrumentali ripercosse dalle gole dei monti s ' estinguono nelle aperte campagne . Fu dopo l ' armistizio che capitai la prima volta in questo luogo . La virtú come un uccello preso al vischio , batteva le ali e perdeva le penne : ma , come erano belle le giovani donne quel giorno ; e nei ballerini , quanta eleganza caduca . C ' era passata la guerra , la febbre spagnuola , poi s ' era abbattuto sul Moulin Rouge il fuoco bianco , la nevicata leggera e diaccia degli stupefacenti . L ' amore al suo apogeo s ' era gelato là dentro . Ti pareva vedere le grandi ondate impennarsi , frangersi nell ' angelico tango , l ' una sull ' altra , come cristallo . Un assideramento , un ' angoscia solenne regnava nella sala . Colavano tutti con una acquiescenza collettiva verso l ' orlo d ' un mondo che finisce , quei danzatori , e sembravano poeti , condannati a morte , spoglie di preti annegati che vanno alla deriva . Oh , quel silenzio di tante bocche aperte , o premute contro altre bocche ! Il pallore di quelle facce che volteggiano abbagliate e cadono nel segno di zone oscure e calde ! Non un grido che rompesse l ' alta veglia . Il silenzio di quella folla bagnata nella luce dolce dei fari era il silenzio eroico di una ciurma che danza su un battello che affonda . Oggi la mise en scène è la stessa , e a dir la verità tutti gli apparati vieux jeu sono a posto e badano a funzionare , ma la clientela è cambiata ; le pale girano invano cercando di riprendere la rotta d ' una volta , i tempi sono scarsi e il Moulin Rouge non è più il mare , l ' inferno , l ' eternità del piacere ; le chimere alate che accompagnavano quel viaggio interminabile sono dileguate . Il « dopoguerra » è finito con tutte le sue prodigalità e i suoi vizi ; eccola quasi sgombra nel riverbero bieco , la gran sala da ballo rossa di vergogna e di luce ! La grandezza , lo stoicismo pauroso di quella folla che un impeto di distruzione trasfigurava , tutto è scomparso . Adesso si vivacchia là dentro . Il piccolo ceto trionfa . Gli approcci sono cauti , i contatti prudenti ; si balla per fare un esercizio igienico . Un ordine borghese e una rigorosa economia presiedono quei festini . L ' egoismo inquadrato nella morale fa le sue evoluzioni , qui dove molti anni or sono era in voga il prodigioso contorsionista chiamato le desossé , qui dove faceva furore la celebre Golue , danzatrice indecente , che più tardi mise su una baracca e fece la domatrice di leoni . Ormai il Moulin Rouge è diventato il fondo d ' una caverna nuda . Il genius loci è scappato con tutto il suo arsenale di cose celesti e malefiche ; perseguitato dalla polizia , ha cambiato quartiere e chissà dove nasconde adesso i suoi veleni . La storia di questo stabilimento è scritta da un pittore umorista sui muri della sala , pornografica memoria ' d ' un ' età scandalosa che un illustre destino illumina grandiosamente . Un furore erotico , scatenamento dei sensi , si sferrò da Montmartre e più precisamente dal Moulin Rouge sul mondo . I più bizzarri spiriti di Parigi son ricordati nell ' album di questo venerabile bordello . La sala che venne rinnovata pochi anni fa era più ristretta , a quei tempi , era l ' epoca del chiaro ­ scuro , del brio all ' italiana , e i veri diamanti , le gemme , e gli occhi neri di quella gioventú guarivano di cupi lampi il buio delle logge . La spavalderia francese s ' impegnava , come in una mischia , nei « lancieri » che allora eran di moda . Ai comandi stentorei d ' un direttore di « quadriglia » gli ampi mantelli scarlatti degli spahis fluttuavano , e gli zuavi dai lunghi baffi a punta e dal pizzo alla Napoleone III avanzavano a scaglioni tenendo per la mano le loro belle dai cappelli di paglia . Sciami di brillanti ufficiali dal petto coperto di medaglie portavano là dentro un soffio di gloria coloniale . Irresistibili megere , tra uno sfolgorio di guerrieri , tiravan su le gonne e si abbandonavano ai parossismi osceni del cancan . III Montparnasse Si tratta di una montagna alta pochi metri ; poniamo che siano dieci . Dalla Senna si risale un pendio dolce e lunghissimo . Il boulevard Raspail mena su insensibilmente alla città delle arti . Dal piano al monte Parnaso . A Parigi senza immaginazione non c ' è realtà e le più esagerate definizioni hanno in questo paese una naturalezza indiscutibile . Benché la decantata montagna sia poco più alta d ' un primo piano dal livello medio della metropoli , la sua ariosa groppa non è lontana dal cielo . Le nubi e le stelle si mescolano alla gente accampata sul dorso tondo e interminabile di questa planetaria altura . Vivere qui vuol dire aver tutta Parigi sotto i piedi . Qui prima che in ogni altro luogo si risveglia la vita del mondo . Montparnasse è l ' avanguardia che entra nel futuro . Molti anni fa Montparnasse fu il rifugio di alcuni imbrattatele profughi di Montmartre . Discesi furtivamente da un versante , traversando la bassa e i ponti della Senna , costoro risalirono l ' altro versante . Fu un atto di secessione , umile e silenzioso ma pieno di una funebre eloquenza . Allora Montparnasse era un villaggio senza lumi , un sordido nido di apaches , di misantropi , di anacoreti e di beghíne . Fantasmi s ' aggiravano nella bruma serale . Nei giorni di sole i primi pittori esponevano le loro croste sul trottoir e , avvolti nei loro mantelli , si sedevano a lato . Col coprifuoco , la popolazione era già tutta a letto . I più eleganti nottambuli cominciarono allora a spingere lassú le loro pericolose escursioni . Il quartiere aveva il suo clima Victorhughiano , e le sue burrasche di montagna . Quasi invisibile nei cieli carichi di nuvolaglia , come un naviglio rovesciato , quando la tempesta è passata , Montparnasse riprendeva al mattino il suo equibrio in una atmosfera abbuiata . Modigliani venne qui dall ' Italia . Fornito di speranze e di quattrini . Arrivato di fresco , bianco e rosso come una rosa , egli era un giovane in gamba che si tirava dietro un bel cane di lusso . Ma si buscò il mal del paese : la pittura . Cominciò a menare una vita grama . Il zerbinotto si trasformò in un leone affranto . Basta , fu il solito scherzo . Era già celebre , e moriva di fame . Un fremito d ' orrore e un miserabile intenerimento circondarono la sua fine prematura . Oggi i suoi quadri valgon cento sterline . Un congresso perenne dei cinque continenti imperversa quassú . Montparnasse , mercato della pittura , è chiassoso come una Borsa Americana . Mercanti , espositori , negozianti di colori , modelli , critici , letterati , poeti e artisti , fabbricanti di cornici , consiglieri ed amici fanno una popolazione di centomila persone . Secondo l ' ultimo censimento i pittori son trentamila , di cui tremila giapponesi . La pittura è la legge che regge il circondario . Picasso , Giorgio de Chirico , Derain , Braque , Fujita son gli dei sull ' altare . Ma tutto cambia : nella stagione propizia il cielo s ' apre e ondeggia come un ventaglio , e l ' angelo dell ' avvenire sbuca dall ' alto con indicibile fragore . Eccolo volare su queste straordinarie terrazze dei caffè di Montparnasse . Le mogli dei pittori , le amiche , le compagne , le concubine , le ammiratrici anch ' esse e le maîtresses si mettono a dipingere e a digiunare entusiasticamente ; e all ' impensata i successi precipitano su qualche testa fortunata . E molte teste le senti friggere , le vedi schizzar sale come casseruole sui fornelli , ci sono delle teste bollenti che fischiano , traboccano come marmitte e dan fuori all ' improvviso le più portentose invenzioni . Quello che gli uni sprecano vien raccolto dagli altri ; anche la poesia , il genio . Il plagio flagrante arricchisce i poveri di spirito . Quei che cadde risorge per bocca degli apostoli . La scuola libera dei caffè e degli ateliers , fa le rivoluzioni , la luce e le scoperte . Qui non si perde nulla , né un gesto , né un ' idea . Anche i morti ritornano . Donne fatali , coi gomiti sul tavolo , stan mute come furie a guardare . Femmine con le tempie rosa , le labbra accese di minio e gli occhi neri che rîon finiscono più , fumano e sghignazzano . Altre , a gambe larghe , ingoiano ostriche , apostrofano senza riserve il prossimo , e poi si fan chiamar principesse . Montparnasse , periferica regione , cosmopoli di artisti . A sentir loro non c ' è che Montparnasse , strapaese del mondo . Qui ci sono dei tipi , venuti dagli antipodi , che frequentano , dieci anni di fila , sempre lo stesso bar , e non han mai visto Parigi : ci son profeti e fachiri in quarantena ; s ' allungano i loro visi a forza di caffè e latte , ma i loro discorsi non mutano : tavolozze e colori . Un vecchio e tenace abitué del caffè della Rotonde , col mento appoggiato al bastone , ascolta costernato le ragioni dell ' uno e dell ' altro , poi guardandosi intorno prorompe , comincia a strillare : « Ah , prima di morire vorrei pur conoscere anch ' io qualcuno che non sia pittore ! » L ' arte , qui si rinnova a catena . Di deduzione in deduzione , di nome in nome passa la corrente . Gli uni aiutano gli altri : è una collaborazione accanita e tenace che fa l ' arte francese . Ogni tanto un anello si spezza e cade . Il circolo s ' accorcia e si stringe . Chi è perduto se ne va per le strade , si affaccia alla porta dei caffè come un ' ombra . Genio morso dalla paralisi ; straziante agonia ! Il povero raté cammina da un posto all ' altro e quasi ti sembra di vedere il sangue spicciare sul suo fianco . Quando la giornata è quasi finita , quando il lavoro è cessato , e i bagliori del giorno corrono a incrociarsi un ' ultima volta nell ' aria come fasci di frecce , quando il cielo si copre gradatamente di veli e di silenzio , l ' illustre Babele sembra vacillare sulle sue radici , dilatarsi e bere tutto il lume che gronda . Dall ' Avenue de l ' Observatoire fino alla gare di Montparnasse l ' immenso quartiere s ' accende pavesato di colori e di fuochi , vuol rompere gli ormeggi e sollevarsi su un ' onda di clamori gonfio e glorioso , come una gran nave che salpa . IV Jean Lurçat È un pittore di mia scelta . Il caso me lo fece conoscere quand ' egli era già celebre a Parigi . Dinanzi a qualche sua tela m ' accorsi che una improvvisa e vivace parentela mi legava a lui : cominciavo a sentire il suono dei suoi colori . Partiva per l ' Egitto per due mesi . Gli chiesi se avrebbe dipinto molto laggiú . ­ Non dipingerò , prenderò soltanto qualche nota , rispose Lurçat , mostrandomi un piccolo quaderno da cinque soldi . La luce del sole ti mostra un lato e ti nasconde l ' altro che la luna rischiara . Lo stesso paesaggio , a seconda del lume non lo riconosci più . La luce piglia mille forme : la spada , il raggio , la nebbia , il punto invetrato , il bagliore , la scarica , il vapore , il miraggio , il riverbero , la freccia , la fascia , ecc . , sempre inganna . Sempre ingiusta e parziale , complice nella frode della tenebra , la luce morta e sanguigna cammina nell ' oscurità e provoca l ' incendio . È una miscela che cola dalle fessure . Batte contro il muro e ripiega . Squadra i massi che le ostruiscono il cammino , fa l ' angolo e ricade più in là come un mantello fumante . La luce è il bene e il male , la luce tradisce i fatti che stan quatti nell ' ombra . Tutto il mondo fu creato al buio e dall ' interno . La luna , il sole , vennero appesi clandestinamente all ' universo come quando si prepara uno spettacolo . E perfino le stelle , l ' acqua , i fiori , tutto venne finito alla cieca , a tastoni nell ' inerzia spenta d ' un ' eclisse totale . Il primo razzo sprizzò dai vulcani . La luce entrò in iscena come una ballerina sulle cime più alte dei monti : e tutti gli occhi la seguirono impazziti . Poi invase il cielo e scivolò sul mare . In quel punto Qualcuno si copri e scomparve , come il macchinista quando s ' alza il sipario . La luce è la strada che un foro nelle persiane ti mostra sul soffitto : la strada che si muove sulla tua testa e va alla rovescia - - la luce è la negativa fotografica . Quel che è bianco diventa nero - - e viceversa . E quella elettrica è una maschera diabolica : sta là come un enigma e poi d ' un tratto si spegne . È sempre lo stesso inganno . Il cervello ne soffre ! La nostra intelligenza educata a quel giuoco diventò come quella , fece le stesse manovre , e ne assunse le veci . Oramai si può dipingere con l ' intelligenza , che non è soltanto la memoria della luce , ma ne è la rivale . Ecco perché Lurçat non pianta il cavalletto nel deserto , ma torna in Francia e dipinge la notte . Crea e distrugge , non tiene mai fede la luce . Si sposta , fugge codarda come un profeta che abbandona il suo popolo . Così l ' intelligenza . Anch ' essa prende tutti gli aspetti . Penetra e si ritrae . Il pittore si guardi dall ' una e dall ' altra . La loro velocità turba continuamente le sue lunghe esperienze . Sul posto illuminato , prontezza , abilità non servono ; non c ' è che il ricordo che un sentimento trattiene , quella memoria che pesa sui nostri destini , la memoria che vale . Da un bisogno di esprimersi per dimenticare tralucenti figure sorgono e si svuotano mollemente nel nulla . È in questo modo tacito che si risolve l ' arte ultima di Lurçat . Stan là i suoi disegni con la fissità di una proiezione medianica . Sospesi nel vuoto lasciato da un mistero svelato , allo sbocco di uno di quegli amori inenarrabili nei quali si penetra senza paura , disperatamente fin che ci si trova dinanzi a un muro , le bocche di otto fucili dietro la schiena , e la grazia arriva appena in tempo . Allora solamente si ha il diritto di dipingere , di fare della musica , e di scrivere in versi . Se no è meglio tenersi in riserva . L ' astinenza è al sommo dell ' arte . I suoi disegni sono un filo caduto sull ' acqua corrente ; l ' oblio se lo porta via . Rimembranza , sul punto di snodarsi ancora riconoscibile . Sono un lungo capello di donna che si torce nel catino . Un arabesco , un geroglifico , una scrittura ampia che segna l ' itinerario dell ' umore di un artista . Prospettive che hanno un livello e un equilibrio olimpico . Ci si vede la mano abituata a disegnare dopo il diluvio le nuove carte geografiche : spartizione della terra e delle acque . Il semplice contorno d ' un nudo ti sembra un continente . Figure che s ' ingrandiscono a guardarle , pigliano un ' aria di antico mistero , assorte in quella lucidità divina che precede la morte . Fluido che emana dai durissimi pensieri che non si sciolgono . Apparizione estremamente labile che non può essere veduta , scoperta e capita che una sola volta ; una volta sola prima che si spezzi . Lurçat è capace di creare col semplice ausilio d ' un foglio bianco delle grandi distanze tranquille . Passato il periodo delle contrazioni , dei tormenti del fuoco creativo , l ' artista lontano , quasi assente , un ritmo largo e tranquillo , un ritmo d ' ispirazione postuma fa galleggiare guida e conduce oziosamente queste composizioni piene di limpide risonanze . Immagini che eran rimaste per anni impacchettate nella memoria , sfilano dalla matita dell ' artista e s ' avviano al largo ; veicolo , veicolo progressivo da un cartone all ' altro . Quel che vi spinge a chiedere se non c ' è là sotto una storia . ­ Non saprei quale storia - - mormora Lurçat - - e pur tuttavia una storia ignorata si muove occultamente in quei lavori : la storia degli anelli di fumo che fan catena senza che il fumatore pensieroso ci pensi . È l ' ispirazione clandestina che distrattamente sfugge in spirali dal comignolo quando il fuoco non è ancora spento . La sua pittura è sobria , preziosa , circoscritta da un esaltato lirismo , aristocratica , chiara e nutrita di solitarie arditezze . Nei suoi cieli c ' è del metallo , il metallo più leggero , l ' alluminio . Poi i suoi volumi sono dei pani di gesso insozzati di rossetto e di sangue . Alcuni segnacci neri ci sono , ma son rari , sguardi di corvo , spessi e crassi come le tracce d ' un sughero bruciato . E l ' oscurità c ' è , ma rosa , piuttosto che violetta . Mentre le ombre portate son nere come l ' Estate . V Italia e Francia L ' italiana è una lingua sincera e poetica , ma ritrosa e senza praticità . Non si lascia sfruttare , né ridurre in briciole . Con essa non si fa mercato . Senza la ritrosia che la protegge e l ' inceppa la nostra lingua avrebbe raggiunto il Polo e l ' Equatore ; invece l ' italiana , la lingua più bella di tutte , è rimasta quasi sempre tappata in casa , pudica di modi e di costumi . E nel viver ritirato conservò una freschezza coperta e intatta , come una monaca in clausura . Ci vuole un cuore filiale , mille precauzioni e un sentimento fortissimo per smuovere dal buio i suoi vocaboli prodigiosi , per trasportare questa lingua timorosa e devota di qualche passo più innanzi , in modo che la luce del mondo cada , per un giorno almeno , su essa . Lieve e lungo ha il respiro , e nei ricordi , la lingua nostra , trova degli accenti da sonnambula che durano a girare nell ' ombra , come il vento in un pozzo . Schiva , e incerta nelle sue leggi grammaticali , tarda nella compilazione del suo dizionario , piena di amene sentenze proverbiali , la lingua italiana si esaurisce subito , non si lascia acchiappare e mettere in cattedra . Fugge i ragionamenti , cerca la melodia . Non vuol servire , non vuole obbedire . Umile , ma tenace , essa tende a dominare il pensiero a traverso l ' orecchio . Invece la lingua francese è tutta a frasi fatte , e scorre via come un tapis roulant . Ti porta dove vuoi . In città , in campagna . Duttile , disinvolta , maneggevole , logica , e animatissima lingua ; non c ' è che da immergere le mani nel suo sacco per cavarle fosforescenti di spirito . Là dentro sembrano fervere tutti i tesori illusorii . Le sue frasi entrano l ' una nell ' altra agevolmente come gli anelli di una catena . Ciascuno può variare il giunco . Parlando , o scrivendo , il francese è un mercato aperto . Mentre , in italiano , per comporla , una pagina , ci vuole un talismano , ci vuole la cupa passione d ' un poeta . Se no la nostra lingua si sbarazza crudelmente dei suoi esploratori . Il francese è tutto sfumature e sfondi . La nostra lingua invece non sembra avere che una dimensione : la sua superficie nuda . Non sembra promettere che una ricompensa : la sua consistenza sonora . E bisogna riscaldarla col proprio fiato , questo candore di lingua . Il suo volto uniforme , immoto , sembra senza rilievo , tanto il rilievo è cancellato dagli anni ; e le cavità sono piene di polvere . Palpandola come un cieco , soltanto al tatto , si ritrovano le tracce della sua bellezza immortale . Ma se la crosta classica si rompe , un sangue caldo scaturisce e ti spruzza - - il linguaggio popolare ­ altrettanto rosso quanto è bianca quella fronte di gesso . In francese ogni parola è un arnese . Il francese si gonfia , si moltiplica , ci riempie le tasche ed í cassetti , s ' adatta a tutte le dimensioni dell ' intelligenza . È come il colore sulla tavolozza . Col francese si dipinge , si fan velature , si avvolge la verità , il nudo e i suoi difetti . La lingua italiana quando l ' hai fra le braccia , e non ti scappa , ti pare , fuor di senno , che palpiti offrendoti il fianco , invece si raffredda da capo , si distende e non si muove più . Ci vuole il potere magnetico , l ' energia d ' un Cagliostro , perché la lingua italiana si levi , cammini , e ti segua . È la lingua della Sibilla che rifiuta di spiegarsi . - - Poche parole traversano la notte dei tempi , molte parole non direbbero nulla . Il suo antico pudore è diventato solennità . Nella conversazione perde il senso e si spegne . Per cavarne un suono giusto bisogna che la nostra fantasia e la sua originalità si tocchino , e ci vuole il più amoroso accorgimento per non turbare la sua trasparenza di sorgente alla quale non si può bere che a fior d ' acqua , essendo il fondo torbido facile a salire leggero . La Francia e l ' Italia sono due modi differenti di rappresentare l ' eternità ; e la loro vicinanza è un capolavoro del tempo . Che cosa sarebbe la Francia senza l ' Italia al suo fianco ? E viceversa . I due colori attigui sulla carta d ' Europa dànno un accordo portentoso ; ma non potresti dire quale è quello dei due , che fa cantare l ' altro . Quale preferire fra queste due sorelle ? L ' una mobile , capricciosa , diversa di giorno in giorno , l ' altra , dal collo taurino , ferma come una statua abituata a portare sul capo il peso dei secoli . Dinanzi a quello scenario della Storia che è il Mediterraneo , l ' Italia e la Francia seggono vicine , come due sorelle a teatro . L ' una è golosa , spiritata , inquietante , quasi fastidiosa , per civetteria perde in pubblico ogni contegno . L ' altra modesta e nobile , s ' offende e si colora di fuoco fino al bianco degli occhi . La Francia smania , soffre il solletico , per farci dispetto tira la lingua e si busca qualche gomitata fra le costole . La colpa di questi litigi è tutta delle due lingue , che pur somigliando sono sempre discordi . Ci vorrebbe un traduttore intelligente sino alla punta dei capelli , un musicista addirittura , per creare quell ' armonia che manca . L ' equivalente non si trova e , il commercio ne soffre . Tu gli dai un cinghiale , egli ti restituisce un maiale , poi ti dà lui un coniglio e tu gli rendi una lepre . E sempre lo stesso equivoco , fra italiani e francesi , e il conto non torna mai . Tuttavia , per rappresaglia , dobbiamo noi cadere in ginocchio dinanzi agli inventori del W.C. ? Non è forse la nostra burrascosa convivenza illustrata da fatti chiari e gloriosi ? Si dice che della moderna civiltà americana non rimarranno che mari di scatole di latta . L ' impero ottomano non ci lasciò che piramidi di teschi ; i turchi non produssero che deserti di sabbia . La Russia non è più che uno spaccio di disperazione . I tedeschi , da Wagner , a traverso Bruckner , Strauss e Reger s ' andarono a ficcare nel cemento armato , e lí sono rimasti . Dopo la guerra mondiale , il Tempo se vuol ritrovare la compiacenza e l ' orgoglio d ' esser vecchio e immortale deve posare il piede sulla terra latina , e rientrare nel suo mondo cattolico . Spagna , Italia e Francia lo consoleranno d ' essere eterno . L ' Italia che da Roma in poi concede a questo ospite il suo silenzio sacro , conservi il suo atteggiamento olimpico . Con due arance al posto degli occhi , simulacro arcaico squassato dai terremoti , l ' Italia riprende la sua accecata immobilità d ' avamposto . Il deserto è vicino . Mentre l ' altra sorella , velata dalle sue piogge , esaltata dai venti dell ' Atlantico , sempre nuova di umore e di toilettes , in un cocchio a due ruote leggere scarrozza mollemente . La sua è una passeggiata letteraria ; poeti , scrittori , artisti e giornalisti si slanciano alle stanghe e le fan fare il giro del bosco di Boulogne . La poesia italiana è una statua posata su un carrello basso e grossolano ; dalle tozze ruote di legno , simile a quelli che trasportano i blocchi di marmo di Carrara . Un uomo erculeo tira quel carro , che esce al sole come un idolo una volta ogni cent ' anni . Tutta l ' antica ciociaria prosternata fa ala al suo passaggio . VI L ' Opéra Eravamo smemorati del tutto e ravvolti in una perplessità senza causa . Pioveva ancora un poco , a tratti . Per l ' aria c ' era una sospensione vaga e inquieta come per la presenza nebulosa e immota di cose disfatte , passate . Lo spazio , pieno di caligine , sembrava assordito e remoto , e tra gli aspetti tumultuosi e crudi della realtà avresti creduto di sentir frusciar via quieto , assorto , il panorama di una vita anteriore . E pure quella era l ' ora febbrile e clamorosa delle ultime notizie di Parigi . Da vicino e da lontano gli strilloni urlavano come demonii scatenati « L ' intransigeant ... la Ruhr ... l ' Armée française à Coblenz ... » La folla si muoveva a precipizio con quel furore francese che mescolato alla passione politica fa di certi uomini dei fantocci ridicoli e pericolosi . Fiumi di veicoli enormi e d ' ogni specie impazienti circolavano e s ' incrociavano intorno a noi , scampanellando senza tregua e scaricando a bruciapelo dalle trombe i più rauchi e mostruosi avvertimenti . Nella buca ardente della ferrovia sotterranea si gettavano a denti stretti torme innumerevoli di pedoni frettolosi . La luce elettrica s ' era accesa d ' improvviso sui grandi boulevards e sulla lucida Avenue che porta al Palais Royal . Stavo lí su due piedi fra la baraonda dinanzi all ' edificio dell ' Opéra . La gran pignatta costruita dal Garnier e circondata di statue e di lampioni malinconici dominava la piazza come un ' isola fortificata e tenebrosa . In alto sul frontone del famoso e diffamato teatro s ' apriva il loggiato pensile che illuminato con fuochi di bengala svaporava in una calda tristezza di solitudine . Figure incerte e femminee s ' affacciavano all ' aperto , si sporgevano nella notte , si muovevano e si mescolavano delicatamente lassú come visioni trepide in una sede sacra ed eccelsa . Trasecolando guardavo quel presepio aereo . La baraonda circostante , i gridi e le gomitate mi logoravano i nervi mentre quell ' al di là mi invitava col suo ineffabile richiamo . Detto fatto slanciatomi in uno spazio libero fra le automobili con un salto mi trovai fra lo scialbore dei fanali ottocenteschi , l ' ombra delle colonne . Nel vestibolo maestoso e vacuo ogni accesso è presidiato da una specie di tribunale eretto sul quale troneggiano , solenni , dei signori in frack e sparato bianco , rasati sino al blu , che inalberano sulla testa dei magnifici cilindri di alta forma . Sono questi , pallidi tipi di croupiers che sorvegliano , sbadigliando con un sussiego accigliato e taciturno , gli ingressi e verificano i biglietti di quelli che entrano . Ci par d ' essere nella più solenne e deserta Corte d ' Assisi . E fin qui , nessuna eco musicale che giunga a noi , nessun presentimento lirico . Una estenuazione scoraggiante , un che di blasé fluttua e s ' allunga pei vasti corridoi silenziosi , rischiarati pigramente . Qualche persona di qualità entra ancora , con domestica lentezza . Sono dei ritardatarii : un cenno , e traversano stanchi questo primo monumentale controllo . Lo spettacolo deve essere già incominciato da un pezzo . Ci buttiamo verso il celebre scalone , facciamo i gradini a due per volta correndo sul tappeto che ci guida sempre più in alto . I giri e rigiri sono interminabili : durante l ' ascensione ci vien fatto d ' intravvedere tra gli splendori spalancati dei promenoirs l ' uniforme di parata di una guardia repubblicana che vigila sui beni dello Stato ; costui ci rimette paternamente su la buona strada . Finalmente eccoci , col cuore in gola , all ' ultimo piano ; là ci colpiscono l ' orecchio gli scoppi vaghi degli ottoni soffocati dalla porta chiusa e i mormorii indistinti di un coro che sembra sepolto . C ' è ancora tempo , tra il muro e la porta , di sbagliare indirizzo ; per fortuna la guardarobiera del loggione ci soccorre e ci mette dentro con un sorriso e un inchino impercettibile . Nell ' oscurità d ' una grotta sonora popolata da silhouettes protese , intente e lampeggianti come terrecotte nel riverbero di un forno , una piccola poltrona di velluto rosso , vuota , al davanzale , ci aspetta ; e siamo a posto . Una spanna più su del nostro capo il soffitto cupo , enorme , s ' allarga e s ' allontana oscuramente . La recita è in pieno corso . La sala immensa del teatro s ' apre tutta sotto i nostri piedi come un abisso semibuio , silenzioso e formicolante ; annegata in un rosso amaro che i lumi radi e protetti non riescono a guastare . Contempliamo , da questo nido di piccioni , la turbinosa inerzia di quel mondo sontuosamente prostrato in una beatitudine crepuscolare . Nella veglia accaldata e sonnolenta l ' orchestra quasi roca rimescola e sciupa dolcemente i suoi timbri . Le armonie si addensano e si diffondono trasfigurate come a vespero . I violoncelli circolano sommessi e chini fra i fiati declinanti mentre le trombe echeggiano tristi , trionfali e lente nella lontananza . Nessuno potrà dire l ' insistente turbamento che dà la musica in questo luogo memorabile , popolato e fastoso . Una ricchezza pesante e ravvolta di colori indistinti quieti si coagula all ' intorno . Forme gelide dai riflessi misteriosi nella torrida semi ­ oscurità guizzano irretite nel vasto sogno musicale , come mosche iridescenti e innumerevoli , prese in una immensa tela di ragno . Un lampadario a palloni opachi grosso come un carroaisel , illumina da vicino le grevi incrostazioni dorate e la fumosa e violenta pittura della cupola . A mezz ' aria lembi di luce han fremiti velati e perlacei di neve che ondeggi nel tramonto e si sciolga . Dal respiro profondo di quelle tenebre trasparenti , vive con un rilievo leggero misterioso e aggraziato una folla sospesa e senza età . Nelle loggie riboccanti di alto ceto giacciono in atteggiamento di contrizione gli sparati immacolati , le décolletées pallide e ambigue , i Granii lucidi e privilegiati e le lunghe braccia guantate ; fra la seta e le gemme affacciata ai davanzali dei balconi la folla siede quasi prosternata . I tenui raggi dei lumi scivolano sulla lunghe spalle azzurrine , sui dorsi polposi e lisci , echeggiando sul raso e sul velluto verde cobalto con uno splendore stanco , dissonante e morbido di toni . Sul ' fondo indistinto vigila , eretta e ossequíente , la nera galanteria dei cavalieri francesi . Mentre non è troppo vecchio questo teatro ha un aspetto di decrepitudine esanime incantevole come , a vederlo ritornare , così sterminato , un tempo che fu . In questa cornice il pubblico sembra proprio quello di cento anni fa . Certo , quassú al nostro posto devono esser venuti a covare il loro odio gli anarchici dell ' epoca di Ravachol e di Blanqui , i romantici alcoolizzati , i bombardieri feroci e tutto quel proletariato verdiano cupo e fedele , capace nella sua passione sacrosanta di minacciare con lettere fregiate di teschi e di pugnali chi osasse toccare l ' idolo del loro fanatismo . Il sipario venerabile e smorto , dipinto a larghe pieghe di velluto sanguigno discende silenziosamente . Nell ' intervallo molti spettatori leggono il libretto . Curiosa usanza quella di richiamare il pubblico quando la recita riprende , con una serie di colpi lugubri e reiterati come se dietro il sipario inchiodassero un feretro . L ' orchestra è già di nuovo tutta a posto disseminata fra i lumi verdi dei leggii e sembra un accampamento di scarabei in cravatta bianca ; la lettura ricomincia svogliata e accademica . Le poltrone di velluto paonazzo della platea montano irruenti come squadroni della vecchia guardia lanciati verso un ' altura , in file serrate e ondeggianti . Il pubblico è così folto che copre le architetture e sembra piovere giú dalla cupola nel fuoco crollante delle cavità più oscure e disperate . La parete di contro sembra un ' apoteosi al suo epilogo che s ' inabissa dissolvendosi maestosamente , e una ascensione infatuata piena d ' un lucore agonizzante . Quella sera si rappresentava la Kovancina di Moussorski . Quest ' opera fra le più grandi di tutta la Russia ci rivelò le profondità animate , intatte , delicate e brutali dell ' anima musicale slava , apparsa improvvisamente , durante questo ultimo mezzo secolo nell ' agone un poco routinier del nostro teatro lirico . La verginità monumentale di questa musica piena di emozione primitiva , il leggero delirio delle melodie , e i ritmi festosi annunziano , con un risuonare violento e disperso , l ' avvento della Russia nevosa e leggendaria . Il paziente e solenne dolore , l ' ignavia sbadigliante e l ' indistruttibile sperare di quel popolo grande e neghittoso lampeggia occultamente in orchestra come . fuoco sotto una distesa dura e interminabile di ghiaccio . Dissipato quel brivido vasto , puerile , quando s ' acqueta l ' ebbrezza divina e precipitosa l ' ascoltatore rimane vuoto di parole , smemorato e sospeso ai limiti di quelle melodiose distese , pungenti e lontane che sfumano poeticamente . Nella storia del teatro musicale Moussorski non è l ' anello di una catena . È solo . Nessuno lo precede , nessuno lo segue . Appartenne a quella scuola che si formò barometricamente nel grande spazio della santa Russia , come una nuvola : « Glinka , Balakireff , Borodin , Liadoff , Rimski Korsakoff » , e finalmente « Moussorski » , che scoppia come un uragano . Lo si riconosce al suo terribile accento , alla sua larghezza popolosa e senza costruzione , alla sua implacabile solennità che riposa sul numero . Si può dire che sulla opera di Moussorski come sulle terre del sacro impero non tramonta mai il sole . È un mondo immerso in un sublime sgomento . Il tempo non ha presa su di lui . In Moussorski c ' è grandezza , la grossezza omerica . Viene avanti . A ogni battuta ha del coraggio , della forza . Non una parola di più nel suo discorso . Una mimica enorme , una profondità , una magia da far fremere . Egli tira a sé un tappeto infinito . Travolge i destini di un popolo . Senza tregua - - patetico , formidabile . Vicino a lui i suoi compagni , i suoi revisori son ben meschini . Borodin , Glazunoff e Rimski Korsakoff il quale gli corregge le partiture d ' orchestra , non sono che dei professori , degli epigoni , che scrivono delle sinfonie , dei quartetti e nell ' opera fanno del folclore . Moussorski , tutto istinto , non scrisse mai una fuga . La sua idea era la Russia . E per la Russia scrisse le sue opere : il Boris e la Kovancina . Infatti Moussorski possedeva una preparazione tecnica appena rudimentale , egli non volle mai possedere quella che si chiama l ' abilità del mestiere , e forse non poteva . Egli sentiva che le abitudini dello stile acquisito e del lavoro metodico pesano sull ' indipendenza del pensiero musicale e intralciano l ' originalità . Orientato decisamente secondo la sua vocazione Moussorski non si preoccupa di bellezza pura né di estetica . Borodin racconta che un giorno Moussorski cominciò a suonare una sinfonia di Schumann , arrivato a metà smise indispettito e chiuse il quaderno : « Qui cominciano le matematiche musicali » , esclamò con umore . Scriveva poi a un amico : « Ditemi perché , quando ascolto parlare dei giovani artisti , pittori e scultori , io posso seguire i loro pensieri , capire le loro opinioni , il loro scopo , e di rado mi accade di sentirli parlare di tecnica , mentre , al contrario , quando mi trovo con dei musicisti , quasi non odo enunciare una idea viva , essi sembrano sempre seduti sui banchi della scuola , e non conoscono che tecnica e vocaboli del mestiere . L ' arte musicale è dunque così giovane che si debba studiarla in modo puerile ? » Rimski Korsakoff che ha istrumentato e completato la Kovancina dice nelle sue Memorie che i manoscritti di Moussorski tradivano « un dilettantisme effronté et une impuissance technique absolue » . « Amateci fin che siamo sporchi , perché quando saremo puliti ci ameranno tutti » è il detto comune dei vagabondi russi . Gli è che fra genio e intelligenza c ' è un abisso incolmabile . Che cosa sono il pensiero , la ragione e il sapere di fronte alla fantasia creativa se non degli accomodamenti ambiziosi e provvisori ? - - e non parliamo della verosimiglianza e della piccola logica giudiziosa , insalatina nell ' orto del travet . Purtroppo è proprio sotto forma d ' insalata che l ' arte diventa un commestibile popolare . Abbiamo sempre bisogno di intenderci l ' un l ' altro e di riconciliarci sulla base d ' una formula vuota e convenzionale . Abituati a veder Cristo di faccia , non lo riconosciamo più se si presenta di profilo , ed è solo quando ascoltiamo Moussorski istrumentato da Rimski Korsakoff che ci accorgiamo che Moussorski vale cento volte più di Rimski . In conclusione ogni grand ' uomo ha sempre il torto di non rassomigliare al suo ritratto ufficiale . O disgraziato e grande Moussorski ! Quando la foga creativa l ' abbandonava , piuttosto che impuntarsi dinanzi al lavoro come un giocatore di scacchi egli afferrava la bottiglia e affogava la propria pena nella vodka . E povera e immensa Kovancina , manomessa salassata ! Dove l ' uno mette , l ' altro leva . Da Rimski e Borodine , sino all ' ultimo , arrangeur , régisseur , o direttore d ' orchestra , ciascuno aggiunge del proprio , taglia nel vivo , scompone , inquadra , rabbercia e storpia . E dopo tanto rimescolare e correggere , quest ' opera viene scaguata sulle tavole della scena , così come si gettano i dadi alla fortuna , finisce per dare un tono quasi differente a seconda che s ' allunga o si schiaccia nel cadere . Tuttavia per quante riparazioni o abusi si possano commettere a suo danno , continua lì dentro a vivere e a marciare il genio dell ' autore . Tutto il resto non può trovare che una giustificazione appena sopportabile . VII Teatro dei Campi Elisi L ' Italia , dunque , avrebbe il torto di non conoscere abbastanza Alfredo Casella , pianista europeo , il più stonato e il più placido dei nostri compositori , l ' apostolo , per così dire , della nota falsa , il più pedagogico dei fumisti e fra tanti futuristi , avveniristi , dadaisti , dinamisti , il più intossicato e ' più angelico di tutti . Quando Giuseppe Verdi sul declinare della vita scrisse « torniamo all ' antico » , aveva egli forse veduto con terrore emergere sulla lontana curva evanescente dell ' orizzonte il profilo embrionale e fantomatico di Alfredo Casella ? Nato con un anticipo di alcune centinaia di anni , giunto inaspettato in queste nostre province trasandate e piene di pigre e succulente banalità , capitato fra orecchianti crapuloni e ammiratori smargiassi di Gioacchino Rossini e di Gaetano Donizetti , soffocato da un ' atmosfera grassa di cotechino , confuso tra gente scamiciata che mandava giú certi bocconi pesanti come ferri da stirare , Alfredo Casella , il nostro valoroso amico , si strinse nei panni con un brivido , si abbottonò in fretta sino al mento come uno spicchio di limone e cercò di passare al largo filando via dissimulato e lieve come un missionario chiamato altrove . Avido di un ' avvenire che gli si mostrasse alla vista con le sue prospettive geometriche , con le sue solitudini appartate e metafisiche egli distrusse dietro di sé le insegne della vecchia saggezza , i ponti della ritirata , e si lanciò alla ricerca di un mondo irreprensibile e retto dal più austero proibizionismo . Nel quale gli uomini avessero uno stomaco automatico e un cuore secco come un terno al lotto , e dove il progresso politecnico salisse sempre scivolando verso zone più frigorifere con la continua e silenziosa regolarità di un ascensore bene ingrassato . Ecco dunque il nostro precursore in viaggio ; avanguardia perduta fra le ombre antelucane di un ' epoca che non vorrebbe ancora essere rivelata , egli procede impassibile e rigoroso oltre i limiti segnati sulle carte dalle ultime spedizioni . Le fiere e gli Iddii di quelle plaghe vergini e sacre fuggono ululando fra le nebbie dinanzi alla redingote fatale dell ' ex segretario della Società italiana di musica moderna , che sembra sgranare sotto i suoi passi una interminabile legione di pianoforti invisibili . Di stagione in stagione , questo franco cacciatore dell ' idea futura riappare persistente e immutato fra noi accolto e ossequiato dai discepoli categorici della santa lega modernistica che recano in mano il catechismo della cacofonia pura . Egli studia , saggia , incita il loro fervore sacrosanto , poi si immerge con grazia pacata nelle diverse correnti della più matta pubblicità e s ' allontana trasportato verso remotissimi lidi . Così , all ' inglese , se ne va ogni volta questo messaggero dell ' anno duemila . L ' America elettrica lo attrae irresistibilmente con i suoi fonografi , i suoi brevetti d ' invenzione e i suoi grattacieli che tanto somigliano ai poemi sinfonici d ' oggidì . Come compositore egli è del tutto imparziale , vale a dire , non ci mette niente di suo , la sua posizione nel mondo della musica è quella di colui che non persuade nessuno e non si lascia persuadere da nessuno . Questo non gli impedisce di avere per il globo , e in via d ' eccezione , non pochi ammiratori e sopratutto moltissimi amici a prova di bomba . Egli è , senza dubbio , il primo fra i charmants garçons della giovane scuola italiana , i suoi nemici lo adorano e fra questi ultimi , Casella può mettere anche noi che scriviamo di lui con tanta affettuosa ingratitudine . « La freccia volante riposa » disse un filosofo greco . Saggezza sprecata . Casella è per la logica scientifica , e non scrive quattro battute di melodia qualunque , senza rivestirle con la camicia di spine del suo sistema . Egli fa stridere nel bagno gelato del suo temperamento il ferrame rovente della sua volontà . Il moto dissonante e babelico , l ' attrito armonico esasperato e insanabile , l ' escoriazione perpetua sono il suo rovello . Egli lancia all ' aria rottami d ' ogni sorta , pone mano ad altri , e a chi tocca tocca . Studia giorno e notte con quella tenacia irreparabile , escogita e combina ad arte i suoni in modo da sconquassare i nervi e smontare , pezzo per pezzo , i timpani del prossimo : strappa alla gente malcapitata gridi di spasimo e siccome egli è fatto per metter male e creare screzii fra gli strumenti d ' orchestra , tutto gli riesce così bene da suscitargli intorno orrore e spavento , per il raggio di dieci miglia . Egli lavora di sorpresa , piomba su una sala di concerti e quasi sempre riesce a catturare e trarsi dietro il pubblico che non osa più né fiatare né fuggire . Là dove passa la sua musica l ' erba non rinasce più ! C ' è qualcuno che prende la cosa al tragico e si domanda con costernazione : Quand ' è che costui avrà il coraggio civile di farsi capire ? Errore ! niente da fare con lui . Amici e nemici insieme egli travolge pur di raggiungere i posteri , egli scrive per le generazioni future ; sono i nostri nipoti quelli che capiranno e godranno tutto . Il bello si è che Casella oltre ad essere un compositore a gran velocità è anche , lo diciamo con orgoglio , un uomo intelligentissimo , cosa che costituisce , per un musicista d ' oggidì , un lusso strepitoso . Tuttavia a vederlo non lo diresti da tanto . Chi non lo conosce immagina ch ' egli sia un tipo da non star nella pelle , egli invece ci sta , compunto e cauto ; non ci sta proprio del tutto comodo , perché di pelle ne ha ricevuta in dotazione appena quel tantino strettamente necessario ; ma per starci , ci sta , lo si può dire , docilmente , senza batter ciglio , né fare una grinza . Se ha da mostrarsi lieto , prende le sue precauzioni e , con uno sforzo calcolato , sorride , sorride , sorride come i cavalli di legno di un carrousel . Naturalmente non può , nelle sue condizioni , nemmeno rimpinzarsi di pasticcini o gonfiarsi di vino . A tavola lo vedi sobrio e misurato arrestarsi al dessert , posare la forchetta e il coltello e scostare tranquillamente da sé il bicchiere , alzando gli occhi rassegnati al soffitto . Allora tu potrai leggere , sulla fronte senza rughe , la legge dura : Non mangerai né cocomeri né poponi . Contro i casi gravi d ' allegria irrefrenabile Casella ha escogitato una risata , diremo così , idraulica , di sua fabbricazione , che non mette in pericolo il suo squisito involucro , né lo squassa o arriccia : una risata che scoppia , erompe e scroscia tutta al di dentro con il glu , glu , glu lamentoso di secchio che vien su pieno e grondante , da una cisterna d ' acqua gelata . L ' incontrammo in gennaio a Parigi , la sua roccaforte . Egli con la solita impassibilità ci colmò d ' attenzioni e di gentilezze , e ci invitò , per il giorno dopo , ad un concerto , nel quale egli avrebbe preso parte come pianista e come compositore . Il concerto ebbe luogo , infatti , nel gran teatro dei Campi Elisi e fu la prima volta che noi mettemmo piede là dentro . La sala era gremita e magnifica . Dirigeva l ' orchestra René Baton . Casella sedeva al pianoforte . Tutti conoscono il suo raro talento pianistico e la sua tecnica chiara , brillante e delicata ; è inutile , quindi , descrivere l ' entusiasmo che il nostro connazionale suscitò quel giorno ; basti dire che tra il continuo andare e ritornare , per presentarsi al pubblico che lo acclamava con insistenza delirante , Casella fu costretto a farsi qualche chilometro col capogiro . La seconda parte del programma comprendeva l ' esecuzione della sua Elegia eroica per grande orchestra . Casella che non aveva più parte in scena venne su in palco con noi e si mise in un angolo buio per ascoltarsi . E l ' angoscia cominciò . La musica impelagata e stridula dell ' amico , trovando , questa volta , un sostegno nella nostra disperata solidarietà tirava innanzi tutta di contropelo fra un silenzio di malaugurio . Guardando ben dritto dinanzi a noi nelle tenebre pensavamo con accoramento : Dio buono , si può zittirlo e fischiarlo in Italia ma all ' estero l ' applaudiremo a tutti i costi . Intanto l ' Elegia eroica che a tutta prima sembrava interminabile andava man mano rattrappendosi fin che arrivò all ' ultimo rantolo e si distese stecchita . Drizzammo le orecchie in quel punto ma invano ; non un segno di reazione o di collaudo sorse a rompere il silenzio mortale che regnava nella sala ; s ' udí invece appena il rifiatare pauroso di una folla scampata allora e sollevata fuor di pericolo . La cupola aerea del teatro risuonò fievolmente e lungamente come se l ' echeggiare di mille sorrisi enigmatici l ' avesse percossa . In quel frangente , noi , possiamo dirlo senza falsa modestia , ci portammo da buoni italiani e cominciammo a far strepito per dieci , battendo le mani , a dita aperte , senza badare al bruciore , con una forza e uno zelo , moltiplicati ; ma quel che ci indignò e ci fece uscir dai gangheri , fu il vedere Casella seduto , freddo e immobile nella semioscurità , inerte come un idolo metafisico . Toh ! , gli gridammo con furia , ci lasci soli in questo guaio , proprio tu che hai la colpa di tutto ? - - Fu allora che udimmo tutto d ' un tratto , la sua risata stridere come una carrucola nella sua gola , mentre le sue mani di pianista si mettevano ad applaudire con un ' allegria straordinaria . E questa volta il successo si delineò assumendo le proporzioni gigantesche di un successo a quattro mani . VIII Museo Grevin È un gran museo di figure di cera . Labirinto , teatro , galleria , catacomba ; tutto insieme , un palazzo . Dentro Dentro c ' è Robespierre , Briand , Napoleone , Gambetta , Poincaré , Re Alfonso , la più famosa ballerina dell ' Opéra , poi c ' è Charlot , Costes e Lebrix . In tutto tre dozzine di personalità molto in vista , alle quali devi aggiungere « les grandes vedettes du Sport et de la Mode » . Carico di ornamenti , lavorato come un mobile di pessimo gusto rococò - - appariscente , rosso , decrepito e tetro , l ' ambiente sembra l ' antica sala dei festini di una dimora abbandonata . Quel tanto di teatrale che un simile luogo comporta , e la sua funzione postuma applicata al Presente , darebbero ragione a un titolo , ad un nome più lungo e romanzesco , per esempio : Museo Grevin , ovvero , la Forza del Destino . Di punto in bianco , senza detonazione , senza il tumulto di una soluzione chimica , l ' Attualità qui dentro diventa Storia con l ' emmediatezza di un precipitato . Cos ' è ? Chiromanzia , o forma , clima , effetto del locale ? Chi lo sa . Qui dentro spira un ' aria da fine di carnevale ; un ' aria di esumazione ; c ' è una atmosfera soffocante e surreale , che ti mozza il respiro , uno scirocco che ti fa invecchiare , un ' afa dinanzi alla quale rinculi , e sprofondi nel Tempio della Fama Universale . Insomma la mise en scène sembra sia stata attuata nell ' orgasmo di una crisi ministeriale , ed è in tutto e per tutto degna d ' esser firmata dal più grande pittore dell ' epoca : il doganiere Rousseau . I grandi personaggi del giorno riprodotti in cera sono gli ospiti estatici di questa formidabile galera . Tutti i più illustri indiziati di genio , quelli che son passibili di immortalità , eccoli là , immersi in una luce , per così dire , declamatoria . Sembrano spegnersi intorno a quei tigt verdognoli gli echi di un ' orazione funebre . Quanto silenzio . L ' imponente brigata luccica e non si muove più sotto il nevischio della naftalina . Giunta a questa stazione la pubblicità fa alt , si tace e sbadiglia . Qui c ' è il « fermo » , la quarantena della gloria . Il salone d ' ingresso è diviso in scomparti , in box ( salvo i trofei , gli addobbi , e la tappezzeria ) come una scuderia . Con la coda dell ' occhio vedi brillare qua e là delle facce che sai . Stresemann , Hoover , Kellogg , malamente equilibrati , sembra che nascondano sotto le falde dei loro diplomatici krauss delle code di paglia . ­ Statue di cera ? - - dirai . - - Abbiamo già veduto cento volte questa roba nei baracconi da fiera . Non è la stessa cosa . Anch ' io ricordo la « donna nuda rapita dall ' orangutan , il maggiore Toselli ferito ad Amba Alagi e il Re Galantuomo che muore nel suo letto » ; ma quelle , benché ferite e morenti , sono statue felici , fortunate ; viaggiano , cambiano aria e paesi . Le vedi respirare in fin dei conti , girar la testa e gli occhi , sia pure lentamente ; insomma credi , quel regime aperto e mutevole fa loro proprio un gran bene . Ma nel Museo Grevin non c ' è movimento . Le statue in questa pensione conservano il loro atteggiamento per dei mesi e dei mesi , magari per degli anni , finché viene il momento di sparire in cantina o nel solaio . I posti sono contati , quindi la celebrità vuol essere amministrata qui dentro col massimo rigore . Scaduta la voga , appena la popolarità accenna a scemare , gli inquilini in ribasso devono ceder la scranna ai nuovi che sopravvengono . Quanti ce n ' è , che son passati di qui . Nomi mondiali , tipi famosi , monumenti che pesavano quintali , quintali di cera preziosa . Dove sono finiti ? Li hanno liquidati . Li hanno fatti bollire in una grande caldaia ? Dunque anche qui tutto cambia , tutto si rinnova , e qualche volta più presto di quel che non avvenga nelle interminabili e sempre fresche vetrine delle Galeries Lafayette . Basta una guerra , una rivoluzione , e anche meno , una seduta parlamentare , perché qualche figura vada su nel granaio , e un ' altra faccia di cera venga messa a quel posto . Chi si ricorda più , per esempio , di Combes , il famoso ministro anticlericale , il mangiapreti famoso , il cui statuone spadroneggiava qua dentro ? Passato il suo quarto d ' ora politico , è scomparso il grand ' uomo . Forse per farlo durare un po ' di più ne han fatto dei ceri sacri . E adesso Combes illumina l ' altare di Notre Dame de Paris ? Un triste guardiano , con la candela accesa , fa qui dentro ogni notte il suo giro di ronda , ispeziona il locale e si ritira borbottando . Come l ' avaro , sordo e feroce custode del Castello di Corneville , che per mezzo delle campane spaventava l ' ignara popolazione e usurpava i beni del padrone . Soltanto che sugli zoccoli disposti nel salone invece delle sinistre e arrugginite armature degli antenati qui ci son dei doppioni fuori corso , ancora più sinistri , dei terribili sosia , dei « facenti vece » di cera . Chissà quali tragedie avvengono qui la notte . Quante rivalità e odii si scatenano quando il Museo si chiude . È lecito supporlo : vociferazioni , lamenti , strida , da far gelare il sangue . Benché il mattino dopo tutto ritorni in ordine , il pubblico che entra non si lascia ingannare da tutta quella cera che ora sorride e si compiace in silenzio . Troppa diplomazia . Abbiamo già capito , solo al vedere il povero Charlot più pesto e più smorto del solito , quel che succede qui . Tremante , mezzo nascosto dietro una colonna , Charlot dopo ogni nottata reca ancora sul volto le tracce di una minacciosa paura , e copre con le braccia la vita del suo piccolo bene : Jackie Coogan . Fu nel muovermi per uscire dal Museo Grevin che dal fondo del salone d ' ingresso vidi voltarsi verso di me un mucchio di figure di cera . Una folla del tutto nuova . Dianzi , passando dallo stesso salone , li avevo lasciati scorrere intorno a me senza accorgermene . Correttissimi e pieni di un ' animazione enigmatica costoro da tutte le parti mi venivano incontro amabilmente , quasi per trattenermi . Benché sembrassero un po ' sazii e scoraggiati di esser senza voce e senz ' anima , i loro lineamenti , resi audaci da qualche pennellata recente e troppo carica , luccicavano come la galantina . Alcuni si affacciavano ai loro scomparti con l ' aria ansiosa , curiosa e impettita di chi aspetta che suoni l ' ora della libera uscita . E ce n ' eran di quelli impazienti , che avevan già messo il piede sul tappeto che copre lo spazio adibito alla circolazione del pubblico . Fra coloro che se ne stavan quieti al loro posto rivedo con piacere Hoover . Seduto degnamente egli ascolta , con un sorriso quadrato come il suo viso , un rapporto che gli fa il suo segretario . C ' è fra i due molto spazio e molto rispetto . La gerarchia funziona anche al museo . Hoover non batte ciglio . Il suo segretario nemmeno . La conferenza può continuare . Passiamo oltre . Ed ecco Doumergue , il più scapolo e insieme il più paterno dei presidenti . È un Doumergue esageratamente in salute , che fa pensare al cognac . La sciarpa repubblicana lo taglia trasversalmente in due , al pari dell ' alfiere di un mazzo di carte francesi - - uguale di sopra e di sotto . Ha lo sparato imbottito , gravido forse di stoppa . Sul petto del suo frack scintilla , come un granchio d ' oro , una decorazione . Anch ' egli , agghindato e scentrato , sorride e tiene una mano posata sulla spalliera della poltrona . Scarpe di pelle lucida . Mani di morto . Sorriso da ubbriaco . Consiglio al ritrattista : « rifare tutto da capo » . Lí vicino alla Francia , il Vaticano : due svizzeri , con l ' alabarda , fan la guardia alla nicchia dove il Papa seduto in trono , con una bolla nella mano abbandonata sui ginocchi , guarda un monsignore tutto in viola , che tien le mani incrociate sul ventre . In piedi è un giovane cavaliere barbato , in cappa e spada , nel nero costume spagnolo , catenella d ' oro , collare , spadino e scarpe col fiocco . Sul fondo un crocifisso . È il pezzo più vivo del quadro . Accanto a me , un signore con un giornale in mano ( l ' « Action française » ) e gli occhiali sul naso . Ha l ' aria di tenere il fiato , guarda S . Santità con un ' attenzione da psichiatra . Guardiamo tutti e due a lungo , ma io mi stanco per primo e mi rivolgo verso di lui : ­ Di cera , di cera anche lui . - - « Leon Daudet » mi sussurra in un orecchio un custode avvicinatomisi di soppiatto . Mi rivolto di soprassalto squadrandolo con diffidenza , non fosse anche costui di cera . Della cera incaricata d ' ingannarmi ? O di qual ' altra materia ? Era un surrogato o un uomo ? E s ' allontana lasciandomi nel dubbio . Si vede del resto che queste figure sono di cera finissima ; se fossero di sego , con questi pomeriggi che un ' afa stanca divora , le mani di Doumergue colerebbero irreparabilmente giú per i bracciuoli della poltrona . Dunque per ora i fantocci di questa serra della grandezza politica , reagiscono al caldo con dei sorrisi melliflui , con delle smorfie melense . Si sa il miele e la cera sono parenti . Ma se ti fai sotto e li guardi a poca distanza non ti pare che questi ritratti abbozzino un sorriso , un sorriso un po ' contrariato di non rassomigliare a nessuno e tanto meno a se stessi ? Madida di stearico sudore a forza di voler essere fedele , questa ricostruzione individuale di gente che circola tuttora nel mondo e sta benone , ti sembrerà viceversa più squallida e più ardente di quel che è naturale . S [ t ] udiamo anche noi vivi , che pur siamo d ' argilla ; poi quando la terra ci copre , ne usciamo , a piccole rate notturne , in fuochi fatui . Vuoi o non vuoi la cera ha sempre voglia di ardere , se non d ' altro di febbre , e qui i personaggi più importanti son tutti febbricitanti . Han già il presentimento che presto o tardi dovran finire tutti in sacra o profana illuminazione . Infatti in questo salone combustibile è proibito fumare . Qui dentro c ' è una mise à point storica che non aspetta il tempo . Siamo nel regno della copia conforme . Qui si sopprime l ' anima , si sopprime il respiro , a scopo commemorativo . Si mette il morto al posto del vivo . Qui , fra una nube di cloroformio e di etere , si tratta di estrarre la « maschera » dell ' epoca presente ; di mettere sotto una campana di vetro , lontano , lontano dall ' aria ' , delle statue che han sotto il braccio immense buste di cuoio , e non sono esattori . Monumenti autorevolissimi ma senza piedistallo che stringono nel pugno rotoli di carta bollata , segno antichissimo di onnipotenza . Questo luogo è uno spegnitoio per tutti : di cera e di carne . I tappeti smorzano lo slancio , moderano l ' andatura del visitatore incerto e diffidente . Si cammina sulle uova . Si parla sottovoce come in casa dell ' ammazzato . Avviene che qualche manichino impaziente venuto ad ingombrare addirittura il passaggio , riesca a conservare , quasi per miracolo , la propria incolumità fra il parapiglia muto e rispettoso della gente . Lo vedi con raccapriccio tenersi dritto nell ' ombra , in mezzo a quel via vai . La mossa malaccorta di un frettoloso che si volta , uno spintone , una pestata di piedi , potrebbe farlo traballare e cascar giú tutto d ' un pezzo fra le braccia di un custode accorrente . Che diavolo , sembra vivo - - e sono tanti i vivi che sembrano morti . Lí per lí non viene in mente a nessuno che sia falso - - eppoi con questa luce così equivoca e fioca - - ci vuole tanto poco , una disattenzione basta ; ecco che rotola in terra . No , m ' illudo , resiste . È un ' arte da imbalsamatori . Ogni opera di questa arte è opera conservativa anzi reazionaria : sostituisce al vero la mummia trionfale , il cliché burocratico comun denominatore d ' ogni convenzionale identificazione . Il vivo preso di mira ha sempre il torto di non rassomigliare al suo ritratto ufficiale - - gli assenti han sempre torto - - dunque in certo qual modo , nell ' ordine definitivo , son rivoluzionari , anzi dobbiamo aggiungere che a colui , fra costoro , che si compiace d ' esser raffigurato così , sub specie aeternitatis , l ' esser vivo dispiace , l ' esser vivo è d ' impaccio . Motivo per cui molti poveri diavoli , che credono alla gloria , o sentono d ' esser predestinati a passare alla storia , cercan fin dalla nascita il gesto , il silenzio solenne dei musei , tengon la lingua tra i denti , imitano nel loro viso il legno , il bronzo , la cera , il gesso , lo stucco dei busti da consolle , e serbano fino alla morte l ' atteggiamento degli idoli , dei tabú . Quando usciamo di qui il sole fa l ' ultimo capitombolo . Fra quel fiume di gente che scende i grands boulevards si resta sbalorditi e interdetti . Del vero , del reale non c ' è più traccia nel mondo . Sotto le miracolose spavalderie del crepuscolo c ' è un ' esuberanza distratta di colori e di forme vuote che si muovono senza direzione , un ' intensità di cose vaghe e vacillanti che un soffio caldo rende più luminose e ferme . Non si ha più il senso dell ' autenticità : esseri strani che ti guardano con occhi ingranditi , cocottes erranti in preda a una estasi egiziana , strilloni di giornali che un congegno fu urlare sempre la stessa parola , signore dalle parrucche d ' argento , cavalieri manierati e stecchiti che si chinan su quelle ; lentissime automobili che si seguono silenziosamente a catena , e tutti quei lucenti cristalli di vetture troppo nuove , dietro i quali brillano come sante reliquie i volti più consunti e antichi di Parigi . Sotto il terrore delle tenebre che calano rapidamente , tutti vacillano , incerti sulla via da pigliare ; poi sembra che ognuno si butti a dritta o a manca quasi per raggiungere prima di notte la porta del proprio Museo Grevin . IX Stella Stella Giuseppe . Pittore napoletano emigrato a New York 34 anni fa . Figura straordinaria . Questa « nota personale » la trovo scritta sul mio taccuino . Mi pare che valga la pena di svilupparla . Un tipo simile non s ' incontra ogni giorno . Come la terra del suo paese , costui è fatto d ' una sostanza vulcanica , ferace e saporita , che può viaggiare e non si guasta mai sotto nessun clima . Segnalo dunque ai lettori il pittore Giuseppe Stella , calato su Parigi dall ' America . Egli ha già piantato la sua brava tenda nel quartiere di Montparnasse . Ecco un uomo che non ti farà mai un ' accoglienza banale . L ' ho conosciuto avant ' ieri , dopo la mezzanotte , al caffè « du Dôme » . Faceva un caldo equatoriale . La gente seduta fuori sulla veranda , studiando il modo di respirare quel fuoco , non faceva che sbottonarsi , bere dell ' acqua ghiacciata , e farsi vento col fazzoletto . Stella arrivato allora da Napoli , attraverso Roma e Pisa , pretendeva che la temperatura di qui non fosse niente in confronto alla nostra italiana . Stava seduto sulla sua scranna come un re . La sua corporatura sommergeva tutto quel mondo esausto e trito che sudava intorno a lui . Era , come si suol dire , in forma , e il suo umore , d ' una dimensione grandiosa e piena , splendeva addirittura . Deve avere una salute formidabile costui . Ha la mascella forte di Caruso . Probabilmente le sue tele cantano . Stella è di Muro Lucano . Si mette a parlare dei monti della Basilicata . Sulla casa dove è nato e cresciuto , ha fatto costruire ultimamente una terrazza che domina tutta la vallata . Di lassú nell ' ora del tramonto egli si gode la vista di un panorama così bello da togliere il fiato . Le montagne nude , senza boscaglia , si addormentano le une appoggiate alle altre e vanno digradando verso la linea dell ' orizzonte . L ' aria è tersa . La vallata che è lunga chilometri e chilometri affonda tra i monti con curve delicate come la schiena di un violino . « È un istrumento quella vallata - - dice Stell - - un strumento che vibra » . « ogni voce , ogni suono , anche il più piccolo , anche l ' eco più lontana diventa una cantilena a motivo locale » . Nel caffè intanto la folla dirada . Alla nostra volta si paga , e ci si alza dal tavolo . Facciamo insieme un po ' di strada nella notte . Stella ha forse cinquant ' anni , è un po ' sbracato , ma solido , allegro e raggiante . Parla forte come tutti i meridionali . Camminando con lui in quel torrido boulevard ho l ' impressione che egli sia il residuo vivente di una giornata d ' agosto . Un essere , che il sole , prima di sparire , ha deposto sulle terra che dorme . La faccia di Stella è una palla di fuoco . Un cappello a cono dalle ali nere e spioventi fa da paralume a quella faccia che arde come una lucerna , e sembra gettare ( mi si perdoni la figura ) un tenue riverbero circolare sui marciapiedi . Per lui bruciano ancora qua e là i lumi degli ultimi caffè rimasti aperti . Stella parla con una competenza originale della sua vita e dell ' arte . Parla meglio d ' un filosofo e di non so quale poeta . Parla del « naif » , del « naif » italiano , e dice questa parola in francese perché probabilmente gli pare che a dirla in italiano nessuno ci crede . Parla di quegli artisti popolari che continuano una tradizione antichissima : la pittura istoriata dei baracconi e dei carretti . Poi il discorso gira . Adesso viene fuori l ' America , Edgardo Poe , e Walt Whitman . Due poeti , due Americhe digerenti . Quella di Poe più vera dell ' altra . « Laggiú - - dice Stella - - vedo Poe dappertutto : nella tristissima campagna , dove , trent ' anni fa , non c ' era che qualche casamento abbandonato e pauroso ; nei quartieri sordidi e deserti di qualche vecchia città - - per esempio di Broocklin » . « Poe non si può tradurre . Quale forma italiana o francese dare per esempio al Corvo ? Lo conoscete in inglese ? Che lingua , che effetti lucidi e prodigiosi ! » « In quanto alle traduzioni di Baudelaire c ' è lí dentro un ' indolenza preziosa , una cadenza latina che non va ; un non so che , un colore , una sensualità di cui l ' originale non reca ombra » . « Poe è serafico , lucido , profondo e matematico . Materia calamitata . Calmo e fatale » . « Chi non ha visto tutto il cielo metallico che copre New York non può capire quel che intendo dire » . « Il Maelstrohm , leggetelo in inglese . Mai una lingua raggiunse la vertigine cristallina , il calcolo immutabile e arduo di questo poema in prosa » . « In America la nera malinconia , la solitudine spaventevole le senti appena arrivi . Poe non poteva essere che americano » . « Una sera ero in quella orrenda città che è Broocklin : l ' inferno industriale » . « Badate - - racconta Stella . - - Un luogo da fuggire a gambe levate » . « La neve dura copriva tutto . Una neve chè il carbone anneriva : tutta ghiacciuoli taglienti , e croste pericolose . C ' era ad ogni passo da rompersi le ossa » . « Insomma vetro in terra e vetro nell ' aria » . « Nessuno fuori in quell ' ora . Neanche un cane in giro » . « Le case e le botteghe di quel quartiere anonimo erano chiuse e sprangate . E sopratutto un buio morto , un silenzio spietato » . « Aspettavo il tram che non veniva . Avevo freddo . Ero solo . Per riscaldarmi cercai di muovere qualche passo su quel difficilissimo cammino » . « Vedevo proiettarsi laggiú sulla neve una luce folgorante . Meno male , pensai , c ' è un Bar aperto , un Caffè , o forse un Ristorante » . « Andai avanti incantato verso quella zona di neve che sotto la luce vivissima sembrava sollevarsi leggera nelle tenebre » . « A poco a poco raggiunsi l ' angolo e nel voltare rimasi quasi acciecato da una specie di forno elettrico » . « Era una terribile vetrina delle Pompe funebri che vomitava il fuoco bianco di cento dinamo su tutta la neve della strada » . « In mezzo alla vetrina c ' era una bara di smalto bianco , foderata di seta bianca . Su quella bara un cartello ` As you like it ' che vuol dire , ` come vi piace ' » . « Questa è l ' America dai pugni di ferro e dai nervi d ' acciaio ! » X I Black Birds Il formidabile spettacolo di New York La Rivista di Leslies « GLI UCCELLI NERI » con ADELAIDE HALL AIDA WARD TIAN MOORE e la famosa musica di Mr Hugb parole di Doroty Fields CON UNA COMPAGNIA DI STELLE E 100 ARTISTI DI COLORE Questo fu l ' ultimo cartellone di Music ­ hall che apparve affisso sulla facciata del Moulin Rouge di Parigi . Gli Uccelli neri migratori diedero quella sera la loro recita d ' addio . Addio vario , strabiliante , definitivo . Il Music ­ hall morí quella sera d ' una bella morte , e il cinematografo parlato s ' insediò ormai nel Moulin Rouge che era stato la rocca forte del Variété . L ' ultima canzone triste di Adelaide Hall diceva la nostalgia trionfale di quell ' addio al Moulin Rouge che proprio all ' apogeo essa lasciava , per non rivederlo mai più . Fra gli orgiastici bengala di questo supremo commiato , ci parve udire allora lo strido delle procellarie annunciante , nella tempesta , il naufragio del Music ­ hall . Non si vedrà mai più nulla di più vistoso , di più vivo e vibrante di questa troupe composta di negri indiavolati , e di mulatte le cui mani s ' attorcigliano come le miccie accese , i cui tratti trasaltano e bruciano nelle esplosioni infuocate del jazz . Non vedremo mai più tutti quei veli schiumosi e bianchi di sposa , di fidanzata , su quei volti color di ciocco ­ lata , e di rosa - - quelle strane figure di fanciulle , di matrone , di guappi , in foggie caricaturali e carnevalesche - - tutte quelle vignette da « Magazin pitoresque » con certe mantelline , cuscinetti , ombrellini , che una volta usavano , anche nell ' isole di Cuba , San Domingo e Giamaica , all ' epoca e nel clima dei piantatori di zucchero . E non saprei dire perché nella follia musicale di quell ' orchestra negra ci fosse dello Chopin . Forse perché a traverso l ' amorosa Georges Sand un po ' di sangue nero è colato nelle Mazurche del malinconico pianista polacco ? Di qui la pallida e cocente ebbrezza di quei ritmi . Tre cuoche della Martiníca col fazzolettone annodato sulla fronte saltano come impazzite giuocando con le loro sottane di percalle a fiorami , e scoprendo sulle caviglie le mutande antiquate del 1860 - - mentre da quel vespaio sonoro che è la grande « Plantation Orchestra » senti venir su un caldo equatoriale . I quadri dello spettacolo si seguono l ' un l ' altro , senz ' altra interruzione che quella di un attimo di oscurità : - - Caffè bui , clandestini , del quartiere di Harlem , buffoneschi episodi della malavita , vociferazioni scimmiesche , tutto quel bianco idioma inglese che traversa la loro anima nera - - la scena che sprofonda nel buio , fra un minaccioso luccicar di rasoi . Poi le coppie dei negri in abito da società che sfilano nel lume zafferano della ribalta - - i riti matrimoniali - - le smanie sentimentali - - e finalmente l ' immenso , panteistico richiamo del Sud , la scena della Jungla , con la famosa canzone del Di ­ ga ­ di ­ ga ­ do : tutto ha uno svolgimento vertiginoso , profondo e rievocatore , come la traversata di un secolo in un giorno . Questo teatro disceso fra noi dall ' America è proprio di una innocenza integrale . Naturalmente i Black birds , o uccelli neri che dir si voglia , prima di venir qui abitavano una selva , una selva di grattacieli , i grattacieli di New York . Ragione per cui in questa curiosa Parigi che il nuovo mai non sazia , essi son già gli esponenti dell ' ultima moda , della suprema eleganza . Non a torto del resto , perché son tutti negri smilzi , costoro , dal ventre concavo come un cucchiaio ossidato . Negri che in una patetica conflagrazione di pacatissime cadenze inglesi e di strilli gutturali , dan valore e conferma alle teorie di Darwin . più numerose e più inquietanti dei maschi anche qui sono le femmine ; genia combusta , adulterata e volubile che per via d ' esorcismi , di semicupi , e di cipria , riesce a far la spola tra il grado umano più basso e quello più sublime , lasciando la civiltà dietro sé , a mezza strada , come una vecchia governante . Sulle gote queste ragazze hanno delle grosse frittelle di rossetto . Lorde in tal guisa le loro oscure fisionomie han preso d ' incanto uno slancio frenetico e fatuo come la fiamma . Così avviene che una paradossale e lampante avvenenza trasfiguri le loro magre teste di morto . Lì per lì non sai come da quell ' acre e fin troppo aromatico branco salti fuori di colpo la più radiosa stella di Broadway . Son tutte men che ventenni , d ' una polpa serpentina e durissima , pettinate alla maniera eccentrica di Josephine Baker , cioè con i capelli incollati a virgola sulla fronte . Sotto questa punteggiatura audace i loro occhi dardeggiano . Non c ' è donna di teatro , o cometa nel cielo , che fuggendo sfolgori più viva di questa . Con dei notturni riflessi di bronzo i loro corpi ignudi , che un agitato e gonfio gonnellino di penne di struzzo copre , guizzano contro luce in un vegetariano paesaggio da cinematografo . Beatissima isola del Pacifico . In fondo , la luna fa una scia d ' argento sul mare di smeraldo che appare incorniciato da ' palmizi giganti . Su quel terrestre paradiso di banane , esse son le hawajane . Una bellissima scena , che non basta a descriverla la penna stilografica : ci vogliono i tamburi . Si direbbe il festino di una tribú di pescatrici di perle , che torno torno all ' isola , nelle acque profonde , i coscienziosi pescicani assediano . Ma quel che più addentro deve turbare con vaghe nostalgie l ' anima delle platee è la voce strana di queste fanciulle di colore . Voce debole , ferma sugli albori della creazione . Liquide voci boschive , verdi come l ' aria tra il fogliame , monotone come l ' acqua . Queste negre che cantano ballando , buttan le note a piena gola , come l ' ultima campana che s ' addormenta . Suoni lunghi che dondolano ai rami , polvere di melodia : il sonno scivola , s ' adagia . Dormiveglia della jungla sotto la pioggia calda . Lamenti di leopardi , la sera . Ruggito che illanguidisce e finisce in sfumature color di vaniglia . Onde gravi di sospiri ; misteriosi assopimenti ; echi dolenti ; voci nascoste in fondo alla natura . Cantilene che incantano ; voci comiche , rauche , lucenti , musicali . Musicali accenti di una fisarmonica immensa da cui nasce il nuovo mito negro ­ americano . Nel genere serio , poi , questa troupe ci offre un numero di una terribilità addirittura teologale . Qui la passione di Cristo e la paura del diavolo non han limiti . Il motivo ne è il seguente : « Negli stati del Sud il paese è allo stesso livello del mare , e quando un negro muore , se non è abbastanza ricco per essere sepolto nelle montagne , vien sotterrato nelle adiacenze lagunari , sì che l ' acqua fa tornare il suo corpo a galla . Allorché muore uno di questi negri poveri tutti i negri del villaggio si riuniscono intorno alla sua bara , e creano coi loro canti una specie di isteria che spinge gli uomini a rubare , e le donne a vendersi ai bianchi , allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente per l ' inumazione del defunto » . Il velario si apre su un quadro spento che la lanterna cieca esplora . È la navata d ' una chiesa anglicana . Il cupo laboratorio dei missionari di Boston . Luce da inquisizione . Là dentro un ' oscura e devota adunanza intona i cantici . La musica è quella di un dogmatico fox ­ trott . Voluminose entità si distinguono appena in quel buio . Corpi moventi , forme dai pallidi balenii d ' alluminio oscillano fra gli opachi vapori d ' un altare . Un fumido velo di magnesio ardente imbianca tutte quelle figure di negri problematici , che non sono più altro che cifre di una religione , simulacri di un rito funebre e corale . L ' enorme bocca rosea di un pastore africano affiora e affonda lentamente nel tenebrore : apparizione spettrale che riassorbita dall ' ombra , sparisce nel lucido disco girante d ' un grammofono . Dietro e intorno a quel segno che dilegua c ' è solamente il nero di una negativa fotografica . Lastra che si sviluppa e stride in un bagno di acidi : il Jazz . Mugghiano in quell ' oscurità le voci dell ' apocalissi . L ' orchestra metallica scroscia e spruzza acciaio fuso . È il film sonoro che vive . Le luci dei riflettori , che il luminista sorveglia , invadono a poco a poco con una nebbia azzurrina , la folla dei fanatici il cui gesticolare sempre più lungo e vasto si ripercuote in ombre cinesi sul fondale . Così da un processo chimico vien fuori una specie di giudizio universale : una foresta umana che si piega e si raddrizza . Foresta senza fine . Canto , minaccia , solenne spavento circonda , vaticinio , sermone che il più solenne spavento circonda . Qui c ' è tutta la Bibbia di un convertito stregone . Evangelo furente entro il quale cova l ' elettricità di un temporale , entro il quale brilla fra cento dissolvenze cinematografiche il fuoco di un ' antichissima magia . Qui c ' è l ' idolatria , e insieme , ritmata coi pugni del mea culpa , una scolastica , violenta e celeste , che fa pensare a Bach : un Bach della Polinesia . In mezzo ai clamorosi scongiuri e alle orazioni , un ' ombra umana caduta sui ginocchi si trascina ; prorompe un urlo selvaggio che porta tutta la musica sul modo maggiore . Il contrappunto aumenta sino all ' uragano e la popolosa visione va ' su a braccia levate nei cieli del palcoscenico . XI Lauri Volpi « La carriera del tenore non ci interessa ; essa è quella che gli permette di raggiungere la celebrità prima che la intonazione - - nei concertati vuol aver ragione lui , anche quando nessuno gli dà torto ; poi bisogna applaudirlo se non si vuol passare per nemici della grande arte » . Ecco un ' opinione , uno sfogo , un giudizio generico , forse a ragion veduta , ma che non calza sempre nel caso specifico : per esempio nel caso di Lauri Volpi , al quale non fa nessun torto l ' avere la più bella voce dei nostri giorni . La voce dell ' uomo felice è la sua . L ' Italia gli ha dato la gloria , l ' America la ricchezza , la Francia la rosetta della legion d ' onore . E la Spagna gli diede l ' amore d ' una sposa , gli diede la ridente compagnia d ' una figlia di Valenza . La prima volta che andai a trovarlo all ' Opéra di Parigi , c ' erano nel suo camerino ogni sorta di personaggi eccelsi - - fra gli altri l ' ambasciatore della Repubblica Argentina , e il duca d ' Alba , allora ministro di Re Alfonso . - - Neanche a farlo apposta , nomi sì illustri , figure sì spiccate e magnanime non potevano capitare più a proposito in quel fatidico speco riservato al melodramma . È appunto nel camerino , prima di entrare in scena , che la missione , il compito nazionale d ' un tenore famoso comincia ad esplicarsi . È lí , fra i mazzi di fiori che ingombrano le consolle , e i costumi sgargianti che pesano , gremiti d ' oro , ai ganci delle pareti : in mezzo a un guazzabuglio di asciugamani buttati sulle poltrone e di scarpini che volano al sotto , che il nostro globe trotter del melodramma italiano incontra a tu per tu i potenti della terra . Son proprio quelli e quelle , i momenti importanti e le arguzie efficaci . Quando dinanzi allo specchio , stropicciandosi i diversi cerotti sulla faccia , l ' artista senza voltarsi replica con la modestia più amabile ai signorili omaggi di quei Grandi . Allora avviene che il luogo così inquadrato e immerso in una luce cocente e malinconica , possa sembrare quello di un ' antica pittura . Giovane e seminudo , il vello sulle spalle , come san Giovanni Battista - - il nostro Lauri Volpi sostiene in quel frangente , con una fierezza cattolica , il centro del quadro . L ' umana mitezza e il classico vigore del suo aspetto , ecco quel che lo rende oltre ogni dire simpatico . Perché fortuna vuole che fuori del palcoscenico Lauri Volpi non faccia mai il tenore . Nella conversazione la sua voce non è più quella che canta : è un ' altra voce . - - Ha un timbro spento , ma caldo - - muove bassa dalle sue labbra ; traluce vagamente dall ' intimo , rivelando l ' oscura sensibilità dell ' uomo . - - È la sua voce privata ; quella della fede . ­ Viene da una corda profonda - - cangiante ombra d ' un suono . Celata come una rosa che brucia paonazza nel suo rabbuffo di carta velina . Negli hôtels dov ' egli scende piovono subito gli agenti teatrali e lo assediano con offerte fantastiche : i contratti sono pronti , non c ' è più che la firma da metterci . Bersagliato di seguito da tal numero di affari si capisce che il nostro Lauri Volpi sia qualche volta stufo di scritture e di soldi , al punto di rifiutare delle proposte che qualsiasi compositore o poeta con tutta la sua immaginazione stenta a credere . Se insisto un po ' su quest ' argomento poco elegante non è per difetto di gusto , ma bensì per concludere che di tutte le varie felicità che lo circondano è proprio a questa , economica , che Lauri Volpi seccato volta il più spesso la schiena . Gli è che Volpi , innamorato del pubblico , come della sua donna , vuole ottenere soltanto che il pubblico lo ami . Ecco perché canta . Basta guardarlo col binocolo , quando entra in scena . La sala , buia e gremita , lo manda in visibilio . Veh , com ' è smorto e nobile il suo volto . Il suo petto si alza e s ' abbassa come quello d ' uno spasimante che sta lí lí per spirare sotto un balcone chiuso . I suoi « do diesis » sono dei lunghi e umani messaggi che arrivano alla luna . - - E sul punto di attaccare l ' acuto degli acuti vedi Lauri Volpi chiudere vertiginosamente gli occhi avvolti nel vuoto come uno che si getta dalla torre Eiffel . - - Ed è sempre un volo canoro stupendo . Tutto quel che in un anno può spendere , di note sopra i righi , un tenore normale , egli lo spende in una sera . È un vero salasso vocale . n La sua recente tournée fu un arco solo di trionfi , da Budapest a Berlino , da Parigi fino all ' isola di Maiorca . In Spagna cantò anche nella Plaza dos Toros di Barcellona dinanzi a ventimila persone . In ogni luogo del mondo cantò in italiano . ­ Questo continuo cambiar paesi , teatri , compagnie , e cantare , oggi , con degli ungheresi , con dei tedeschi domani , è una cosa che ti scombussola - - mi dice Lauri Volpi . - - La memoria della parte , la pronunzia sicura , il movimento , se ne vanno a Patrasso - - bisogna provare e riprovare per assuefarsi a certe repliche ostrogote che a tutta prima ti fan rimanere di sasso . Povero lui , per una settimana Parigi fu piena del suo nome ­ e ' non gli diede riposo - - quattro recite e tre concerti in sette giorni . L ' ultima sera all ' Opéra fece l ' Aida . - - Recita completamente italiana . - - Gli artisti di quel teatro , dal primo all ' ultimo , si sforzarono di cantare nella nostra lingua , e ci riuscirono egregiamente fu intorno a Lauri Volpi una gara inaspettata , ed un omaggio magnifico reso all ' arte nostra . Fra il terzo e il quarto atto volli andar su a salutarlo . Per arrivare al palcoscenico c ' è un viaggio inenarrabile da fare : vestiboli , passaggi , boccaporti , androni che rimbombano , scalette di servizio , spazi morti , scricchiolio di legname sotto i passi - - insomma un ' arca , questo teatro , un barcone , una scuderia , un labirinto grandioso , vuoto , antidiluviano e provvisorio . In fondo a certe corsie , mezzo annegate nella luce fioca e traballante del gas , una tribuna da corte d ' assisi , e sulla scranna un custode che non da piu segno di vita . Mi ci volle una guida per arrivare . Sul palcoscenico , turbe di comparse ferme nella penombra ; fra le quinte le masse dei coristi aspettavano il segnale , come dei soldati in trincea - - nell ' aria , fino al soffitto altissimo , noia , sonno , stanchezza . E in disparte , nel buio , Lauri Volpi colle braccia conserte . Riconosco i suoi occhi lucenti , i suoi capelli ricciuti e bagnati di naufrago : la tunica leggera di Radames è quasi incollata sulle sue spalle - - su tutto il suo corpo fuma il vapore . È sudato , formidabile , come un boxeur prima dell ' ultimo round . Ma allegro . Ride - - sa che fra cinque minuti un ' altra celeste Aida , un ' Aida parigina , morirà fra le sue braccia . XII Concerto di negri La sala Gaveau a Parigi sembra quella di Santa Cecilia a Roma - - un po ' più vasta , se vuoi , e sontuosa - - con delle penombre e delle profondità appartate , quasi delle nicchie , entro le quali gli astanti , aspettando che il concerto cominci , siedono in una solitudine conventuale . Un piccolo organo con la gerarchia delle sue canne mute dorme avvolto in un barlume grigio e argento , e fa fronte al pubblico che di minuto in minuto si va accumulando in platea , fitto , profumato e soffice come una valanga . Ad un certo punto una raggiera di lumi dai colori arancioni s ' accende e indora la folla distesa e sussurrante . Cinque negri in smoking son già allineati sul podio . Cinque ceffi di pece lampeggiano sul candore degli sparati - - sembrano tenebrose maschere intente a spiare dai fori . L ' improvvisa luce non ha lasciato a loro il tempo di dileguarsi . La scena ha l ' aria di un complotto sventato . Tengon la testa china e le mani dietro la schiena . Che avranno in sorte costoro : il linciaggio , la sedia o la fucilazione ? Su un lato del palco un pianoforte a coda interminabile , una specie di sarcofago scoperchiato , sta lí sulle ruotine , fermo . Lo diresti il pauroso veicolo adibito alla traslazione delle loro salme . Poveracci ; tirano appena il fiato , posseduti da uno stesso pensiero funesto ; e quel respiro diventa a poco a poco un lamento , una preghiera che fluttua su quelle labbra tumide : mescolanza fioca di versetti e di nenie che una quiete assonnata mantiene su un tono monotono e lieve . Son dei quacqueri neri che cantano in lingua inglese , su un ritmo che suona lento , scompigliato , arcano - - cantano senza sostegno istrumentale . Cantano . E non si guardano mai . Non si toccano , guai ! - - curvi , immobili , assorti come bestie catturate . Il loro insieme è ammirevole , l ' intonazione è perfetta , e sembra desolata di esserlo . Le voci di questi negri non sono fatte per primeggiare ma per coprirsi a vicenda , e intrecciarsi in un gergo rotto , confuso , puerile , indefinibile . C ' è un mistero , un ' ossessione , una occulta presenza che fa loro venir la tremarella , qualcosa che si muove come l ' ombra dei preti missionari sulla sabbia del deserto . Ascoltiamo perplessi questa musica senza gesti , che gira a rilento . - - Formule caute , echeggiamenti vaghi , irreperibili suoni , evasivi accenti . È un ' arte che non si eleva mai , non si spiega , gorgoglia , e si svuota prima di avverarsi : ventriloquia sobria , evanescente armonia che fa l ' altalena e arriva sino a noi a onde successive , come per trasmissione radiofonica . I cinque cantori del nuovo mondo sembrano ancora lontani sui flutti dell ' oceano . Sul loro sangue infuocato la chiesa protestante ha versato la Fede - - ormai le loro anime cristiane bruciano onestamente come le candele sull ' altare . Non han più forza , né foga , né originalità ; non c ' è più niente di verticale nel loro modo ; mai un colpo azzeccato - - effetti d ' ombra nell ' ombra - - dissolvenze sonore . Per attaccare insieme s ' intendono fra loro a cenni impercettibili , serbando tuttavia un atteggiamento impersonale pieno di dissimulazione belluina . Ohimè ; chi s ' aspettava di udire da costoro qualche esilarante mistificazione , qualche grossa e accorata eccentricità sul genere di Alleluia , casca dalle nuvole e comincia a ingoiare sbadigli su sbadigli come il camaleonte che mangia l ' aria . Ma la natura presto o tardi si vendica . Ed ecco che a poco a poco dietro tanta devozione nasce la luce violetta dell ' alba , come intorno a un ' orgia funebre . Senti , che nostalgia in quegli ululati contriti . Le u inglesi sospirano nel loro naso , gemono nella loro gola ; e tutto l ' alfabeto dei seminari di Boston , che gonfia le loro gote che fischia fra i loro denti , e fa roteare i loro occhi in un ' estasi placida , si mischia malinconicamente a proposito di sermoni , di Bibbia e di pie cerimonie . Dietro quei salmi ci son le canzoni sotto la tenda nell ' accampamento notturno , la vittima pronta per il sacrificio , l ' acquavite per la danza e i falsi combattimenti dei guerrieri . Questi negri hanno dunque un ' anima a doppio fondo , e non sono dei trabucos denicotinizzati . L ' istinto , il ritmo vitale li invade gradatamente , il sacro delirio vien fuori dalle loro ugole , e il pubblico elettrizzato comincia ad agitarsi . Fra i ranghi femminili c ' è una tribú di dame color di liquirizia , che si gonfiano esilarate , mostrano i denti e non stan più nella pelle . Proprio in quel punto m ' accorgo d ' avere per vicina una negra del tropico , ingombrante , cresputa , e una sua figluoletta dalle trecce pesanti e bruciate . Ambedue seguono anelando il concerto e sembrano al settimo cielo . A bocca aperta la piccola sorride , sorride in silenzio - - i suoi occhioni di bull ­ dog guardano nel vuoto con uno sbalordimento travolgente . Comincio anch ' io a sentirmi leggero , e a salire a traverso regioni metafisiche , al di là di tutte le mitologie , nell ' elemento cosmico e cieco . Tempestoso , immobile , l ' universo siderale affonda da ogni parte infinito . I grossi unisoni cantano su un tono equatoriale - - un inno si leva dagli uomini , dalle foreste , dal mare e va su in cielo - - un cielo immane , che stride , sul proprio asse , e tuona lontano . Ansante e rorido come un gran ventre sazio il firmamento palpita e stilla fuoco . Miriadi di astri sanguigni fumano lentamente . La via lattea luccica come una cintura incrostata . Corrono i messaggi fra l ' uno e l ' altro polo . Tutto è ripetizioni , discrepanze e segnali . La notte fa il suo lungo viaggio con i vapori che ne derivano e le luci che l ' accompagnano . La stella di Venere riman l ' ultima a dondolare lassú . Le altre sono fuggite tutte dinanzi al prossimo sorgere del sole . XIII Parigi 1930 La Patria della democrazia par diventata una cooperativa anonima , e Parigi lavora in sordina ma sodo : quiete e semplicità stanno alla superficie . A tutta prima diresti che il gallo ha messo il becco sotto l ' ala e digerisce . Invece seleziona . Le iniziali allegoriche , i sostantivi tonanti della Repubblica son scritti in lettere piccole . Sui biglietti da visita non vedi che minuscole . Genio , eroismo , gloria , cercano di non dar più nell ' occhio , strisciano lungo i muri e vanno in bassa tenuta . Vittoria , libertà sono parole di terza qualità . Nell ' arte , nella politica , sono aboliti gli altoparlanti . Tutto quel che è imperativo o pretensioso marca il passo e si tace . Bando alle esclamazioni , non son più i chiari di luna della rettorica . Gli esteti e i demagoghi van coperti d ' obbrobrio a crepare sotto i ponti . All ' enfasi ci pensa lo spazzino . Crisi di rinnovamento , giunco di influenze , trasfusione del sangue . I discorsi son corti , le parole precise , si cerca l ' essenziale . D ' una lotta accanita e profonda come questa non odi che i sospiri e qualche rantolo . In mezzo a tanto silenzioso tormento il rumore d ' una porta sbattuta , il tonfo d ' un suicida , il grido d ' un poeta , si spengono senza traccia in questa atmosfera raccolta che è come un coltrone di cenere . In un discorso di ieri Paul Claudel constatava senza rincrescimento che l ' americanismo ha invaso da un capo all ' altro tutta la Francia . C ' è dell ' esagerazione , e i poeti che esagerano son messi in questo momento fuori circolazione come le maiuscole dell ' alfabeto . Ma Claudel è anche ambasciatore e la frase scabrosa sollevò un putiferio ; si disse da ogni parte : basta , basta . Prima che la protestante eco sia dispersa del tutto , leviamoci per affermare a nostra volta che , se la Francia sta americanizzandosi , la città di Parigi è addirittura dei negri . Quassú il negro è il modello , il profeta , l ' artista . Qui si dà fondo a tutte le più occulte negrerie . L ' Africa ha steso il suo braccio sulla città lumière . Settantamila algerini sudano nelle officine . Le più oscure tribú traversano senza tamburo i grandi boulevards . Il ritmo di questa metropoli è imperiale . Nei saloni trionfa il giovane stregone dal colore dei sigari di avana . I negri ti dànno il biglietto nei carrozzoni del tram . Ammarrate ai piedi del Louvre ballano sui flutti della Senna le piroghe oceaniche . I senegalesi in alta uniforme fan la guardia all ' Eliseo . Il fatto non è ancora politico , è piuttosto mondano . Mala moda a Parigi fa presto a diventare politica . L ' Italia invece e il vecchio italianismo perdono dei punti , anzi precipitano - - come si dice in borsa . [ Venezia , Michelangelo , Posillipo ) , il sentimento e la gelosia passano un brutto quarto d ' ora . Il do di petto , il dolce far niente , i bersaglieri e la vendetta sono spacciati quassú dove il risentimento , lo sdegno , l ' aversene per male , sono il segno di un deplorevolissimo costume provincia le . Oggidì si calpesta , si riduce in frantumi ogni romanticheria , si scaraventa nel fiume tutto quel che è vieux jeu . Parigi è diventata un ' isola cosmopolita intorno alla quale galleggiano ruotando dei tappi di champagne , qualche berretto di carta rossa da cotillon e molte donne disperate e fradicie di lacrime . Qui certo l ' amore non fa appannare i vetri delle case private : qui c ' è l ' uomo in incognito , c ' è il quacquero . L ' uomo integrale , anima , spirito , e corpo , l ' uomo in caratteri da scatola , è morto . Quante donne dopo un naufragio approdano in questi paraggi in cerca d ' un appoggio , d ' un protettore . Ohimè ! A Montparnasse si studia , ma si fa poco all ' amore . E tuttavia in nessun altro luogo accorrono come qui , disperate , le tapine che han bisogno d ' essere sostenute per cadere di nuovo . Del resto qui , amore , non si dice più : si dice amicizia e l ' amicizia è sperimentale . Così d ' esperimento in esperimento la vita finisce qualche volta a spegnersi sopra un fornello di carbone . Il cancan è finito . Entrando in Parigi fiuti nell ' aria lo spirito serioso della città , che da qualche anno in qua si moralizza fin che può . Ti permettono appena una scrittura che dice castamente delle cose immorali . L ' absinte non c ' è più , - - si mena una vita sorvegliata e pacifica . L ' uno dopo l ' altro i luoghi clandestini si chiudono . In poesia le note son leggere , intermittenti , ultimi segni balzati alla superficie letteraria , come le bolle d ' aria che fa un annegato sparito sott ' acqua . Quanta severità . I cervelli son diventati più forti , ma i cervelli soltanto . Ora si cerca d ' essere ragionevoli e si aspetta la trasfusione del sangue . La sera il cielo è zebrato di fulmini , ma non senti tuonare . Di tutto un apparecchio pirotecnico , dopo che i fuochi artificiali son bruciati , e il fumo è dileguato , non rimangono al mattino che tizzoni , trucioli , gabbie schematiche di réclame tramortita , e la freddezza arcigna d ' una città che non ha punto goduto . È la corrente invisibile che durante la notte dà tanti occhi , e un milione di sguardi sfolgoranti , a queste strade funebri . Ecco il paesaggio invernale fatto di neve , di cemento , e pieno di ateliers , sterilizzati dalla luce elettrica - - dove il pensiero moderno brucia , brilla , si spoglia di ceneri calde , evapora , a forza di combustione , fin che rimane bianco , esiguo , ossificato come uno scheletro nella calce . Ma queste non sono che impressioni di un ultimo arrivato . Col tempo l ' incanto nascosto di Parigi ci avvolge volubilmente , ci penetra , e una dolce avidità di viverci ci prende : entri in circolazione , sei parte del tutto , trovi un destino nuovo e senza ribellione finirai anche tu per trascinarti dietro la catena del parigino .
StampaQuotidiana ,
È tempo di puntare i piedi a terra ! Le intenzioni degli avversari appaiono ogni ora più evidenti . Non è il processo agli autori e agli ispiratori dell ' uccisione di Matteotti quel che si vuoi fare , ma bensì il processo al Fascismo e al Governo Fascista . Ciò non sarà consentito ... Chi osa parlare con tanta burbanza acida e con arroganza calunniosa del Fascismo , del Governo , del Presidente ? E . quella mala gente dell ' opposizione che mostra di tenere in maggior conto una inutile e pericolosa campagna diffamatoria che non una " détente " di reali e salutari vantaggi per il Paese . Mussolini , il Fascismo , il Governo Fascista sono preparati alle più incrollabili decisioni . Vaste illusioni cullano ancora , evidentemente , i nostri avversari . Noi siamo dei forti : possiamo sopportare agevolmente le crisi più serie ; uno o dieci dei nostri uomini maggiori possono cadere sotto le colpe più gravi e il Fascismo non sosta per questo la sua marcia ; altri uomini coprono i posti lasciati vuoti . Il Fascismo ha abbandonato tanti deboli e tanti indegni lungo la sua strada che non si sgomenta se qualcuno dei ritenuti migliori salta . Non ci si arresta ; non ci si sbigottisce . Non fa nulla . Si va avanti con ritmo più forte . Non ci si volta neppure indietro . Un grande partito e un partito come il nostro in un grande paese come l ' Italia non può e non deve conoscere patèmi da donnicciuole . Le opposizioni badino ai mali passi ! È tempo di puntare i piedi ! Indietro gli sciacalli !
NEL 'LORO' CAMPO ( - , 1934 )
StampaQuotidiana ,
La repressione sanguinosa dei moti insurrezionali delle Asturie repressione che è stata ordinata dal fondatore della Repubblica , repressione che non ha riscontro in nessun momento della storia della Monarchia ha lasciato un violento strascico di polemiche che infuriano nei fogli e foglietti sovversivi d ' oltre Alpe . Ci voleva la Repubblica per massacrare una moltitudine così imponente di operai ! Le accuse di tradimento e di viltà rimbalzano dagli uni agli altri : socialisti contro comunisti , anarchici contro gli uni e gli altri , il furore polemico tocca i culmini . Ecco ad esempio il commento del Risveglio di Ginevra , che trae conclusioni antibolsceviche dagli episodi spagnuoli : « Non pare a quei socialisti che ci vogliono presentare i Largo Caballero e i Prieto come degli eroi che furono invece essi a fornire le migliori armi al nemico ? E non s ' avvedono quanto fu grave errore il non insorgere fin dal primo momento come lo fecero gli anarchici ? È vero che si trovavano minacciati dalla loro propria legalità ! Sta bene che noi non disperiamo in questa più che in altra circostanza , anzi i fatti stessi sono piuttosto di natura da lasciar sperare in un prossimo avvenire , ma intanto si è avuta la perdita di un tempo prezioso e di vite ancor più preziose . Il movimento socialista è oggi tutto inquinato dalla bestiale idea di dittatura , la quale se è rigorosamente logica ed utile pei partigiani della finanza , del trono e dell ' altare , è assurda per gli araldi dell ' emancipazione integrale . Certi dementi ci ripetono che « bisogna fare come in Russia » , giustificando così in primo luogo il Fascismo nella sua soppressione d ' ogni diritto umano e libertà personale e prospettando a quanti non sono staliniani al cento per cento il carcere , la deportazione , l ' esilio , la fucilazione e qualche massacro in grande stile come a Cronstadt , con la diffamazione in più di essere qualificati da una turba di fanatici , ciechi ed abbietti servi di controrivoluzionari . È questo equivoco di controrivoluzione e rivoluzione entrambe della dittatura , che ha confuse le menti , guasti i cuori , falsate le idee , corrotti pensieri ed atti . Le fraseologie opposte preconizzano in fondo uno stesso metodo di disciplina di ferro , di sottomissione assoluta , di degradazione integrale , ed a scopi definiti contrari si fanno corrispondere identiche vie » . Se i comunisti chiamati così direttamente in causa , risponderanno per le rime , noi , guidati dal nostro superiore senso di obiettività , faremo conoscere il loro punto di vista . Il nostro è noto . Gli uni e gli altri e tutti insieme sono degli ignobili mistificatori delle masse operaie , ch ' essi coscientemente guidano alla disfatta nel sangue e piantano in asso , dopo il disastro , quando un solo superstite istinto li assilla : salvare la pancia e , se possibile , la cassa .
EVA MODERNA ( SIGHELE SCIPIO , 1910 )
Saggistica ,
A MIA SORELLA EMMA CASTELLINI SIGHELE . Questa , ch ' io ti offro , è la frammentaria relazione di un vagabondaggio intellettuale attraverso un territorio psicologico molto studiato e sempre poco conosciuto . Tu sai che la parte migliore di me è in quei libri coi quali ho voluto servire la scienza in cui credo , è in quella propaganda patriottica con la quale ho voluto difendere la mia terra irredenta che amo . Al di fuori di questa fede e di questo amore , io guardo il mondo con la tranquilla serenità di un modesto studioso che non ambisce dir cose nuove , ma desidera soltanto osservare . Queste mie pagine sono il frutto di un ' osservazione obbiettiva : raccolgono , commentano , criticano quello che gli altri hanno detto : sono ricami intessuti coll ' ago dell ' improvvisazione su un tema che oggi interessa : sono brevi fuochi d ' artificio con cui ho tentato illuminare fugacemente una questione molto complessa e molto confusa . Pure , in queste pagine è un sentimento che le rende forse non indegne di essere dedicate a te . Il libro è in alcune parti ardito , ma il suo scopo è profondamente morale . Tu vi troverai , a volte , un ' eccessiva semplicità , a volte un po ' d ' ironia . L ' una e l ' altra non sono che la paura di dar troppa importanza al mio pensiero . Ma tu vi troverai , anche , la convinzione sincera che il maggiore e migliore ideale della donna si realizza nella sua missione di madre . Per me è vangelo la parola di Nietzsche : la donna è un enigma la cui soluzione si chiama maternità . E per questo a te - che della missione di madre hai inteso modernamente tutti i doveri e godi oggi meritamente tutti gli orgogli - per questo a te ho voluto dedicare il mio libro , come un atto di riconoscenza d ' affetto e d ' ammirazione . S . S . Firenze , marzo 1910 . Una sola morale per i due sessi . - " On peut prédire à coup sûr que la morale de demain sera ce que seront les convictions de demain relativement à l ' importance , à la nature , à la signification des rapports sexuels . " - GABRIEL TARDE . Un destino ironico vuole che i grandi uomini creino dei discepoli piuttosto per esagerare e deformare le loro idee paradossali anziché per seguire e diffondere ciò che vi è di umanamente bello e nobile nelle loro teorie . Tolstoi che è insuperabile artista e mediocre filosofo , ha visto sorgere troppi seguaci della sua filosofia e troppo pochi imitatori della sua arte . E delle sue dottrine filosofiche , che risentono tutte l ' assolutismo del solitario e peccano tutte per l ' inapplicabilità d ' una psicologia d ' eccezione , quella che ha avuto , anni or sono , più largo onore di discussione e anche il successo di un assentimento verbale , è stata la teoria dell ' amore . Una teoria negativa , che si è diffusa nel mondo per mezzo di quel delizioso racconto inverosimile che è la Sonata a Kreutzer . Per Tolstoi l ' amore nella sua significazione fisiologica di atto che obbedisce all ' istinto è vizio e lussuria ; e da perfetto asceta egli sacrifica volentieri la perpetuità della specie a questa perpetuità del male . L ' intelligenza ottusa degli uomini normali credeva ingenuamente che il consiglio di Tolstoi non sarebbe stato accolto . A rigore di logica , non si poteva ammettere che l ' ideale dell ' umanità consistesse nella negazione dell ' amore e quindi nella soppressione dell ' umanità . Ma la logica non è forse che un ' opinione .... come l ' aritmetica , e a combattere contro di essa pullularono i discepoli tolstoiani . L ' inno alla castità fu cantato su tutti i toni da un coro di imitatori ; e non soltanto l ' inno alla castità relativa come vuole la morale cristiana , ma l ' inno alla castità assoluta come pretende il gran sacerdote di Jasnaja Poljana . Nell ' ultimo capitolo della Femme inquiète di Jules Bois si legge questa pagina ove è simbolizzata la " coppia futura " la coppia platonica che rispecchia il divino ma inutile amore secondo lo sterile vangelo di Tolstoi : - " ... Il secolo stava per finire . Noi eravamo diventati i discepoli di Isaja che era il Messia della religione suprema . Un giorno il maestro mi disse : - Io ho molto amato , ma i miei amori mi avevano lasciato un senso di disgusto .... Finalmente incontrai colei che doveva decidere del mio destino e mutare la mia esistenza . Ella era vergine . Io ero sorpreso del rispetto che mi ispirava . Una sera tuttavia ho creduto che la mia passione sarebbe stata più forte del mio rispetto . Ed ella che mi vedeva pallido e tremante e mi comprendeva , appoggiandomi la testa sulla spalla mi disse : - Voi me lo avete confessato : le coppe ove avete bevuto non vi hanno mai soddisfatto : perché ricominciare un ' esperienza vana ? fra qualche istante voi non avrete più ideali ma soltanto un ' amante di più . Noi abbiamo un gesto più splendido a compiere sulla terra . - Ed io la ho ascoltata , soggiunse Isaja , ed ora dopo molti anni sento che essa mi guidò sulla via perfetta . Le parole del maestro , malgrado la rivolta della carne , mi parvero la verità , ed io compresi che non valeva la pena di vivere se non si sorpassava la vita " . Il gesto splendido che Isaja e la vergine avevano da compiere sulla terra e che hanno compiuto , era di rimanere amici anziché diventare amanti : e a questo gesto splendido Jules Bois concede la sua incondizionata ammirazione . Ma crede veramente Jules Bois a quello che scrive , o la sua non è che un ' ammirazione .... letteraria , subito sconfessata appena egli è costretto a rispondere alla facile obbiezione che la sua teoria , anziché elevare l ' amore , lo annulla e sopprime l ' umanità ? Un giorno egli mi scriveva : - " Voi vi siete un poco sorpreso di vedermi celebrare la castità assoluta . Io credo veramente che vi sia una castità superiore , completa , tanto per l ' uomo che per la donna , ma mi guarderei bene dall ' indicarla come esempio alle moltitudini . È un ' idea personale che io non mi permetterei di imporre a nessuno . Io predico soltanto la castità relativa . Ma il profeta , colui che , sacerdote d ' una religione , trova le verità geniali per mezzo delle quali il mondo di secolo in secolo è esaltato e trasfigurato , colui deve secondo me essere sempre casto . Gesù e Buddha vissero nella purità assoluta . Giovanna d ' Arco non ebbe le sue visioni che perché il suo cuore e il suo corpo restarono intatti . Sono delle eccezioni così rare e così venerabili che la loro imitazione non mi sembra pericolosa , sopratutto presso di noi che dobbiamo temere l ' eccesso opposto . Amiamo e riveriamo questi genii incomparabili . I fanali delle strade non ci bastano : noi abbiamo bisogno anche di guardare le stelle " . Interpretata e modificata così , la dottrina della castità comincia ad apparir meno assurda : dalle nebbie del misticismo si scende sul terreno pratico della realtà , e si confessa che il precetto assoluto è messo innanzi soltanto perché abbia delle applicazioni relative . Non altrimenti la nostra psicologia dell ' educazione crede di dover porre innanzi ai giovani gli esempii di virtù rare ed eroiche perché essi , imitandole da lontano , sappiano diventare , se non degli eroi , almeno dei galantuomini . Si domanda mille per esser certi di ottener cento . È la tattica di tutti i propagandisti . E si ritorna così , senza saperlo o senza volerlo confessare , alla dottrina cristiana , la quale pur riconoscendo la verginità come lo stato perfetto , riconosce tuttavia e benedice anche il matrimonio . La castità assoluta rimane cioè l ' ideale cui tutti dovrebbero tendere , ma che a pochi è dato raggiungere . Vi è però fra questi moderni predicatori di castità e l ' antico precetto della religione cattolica , una differenza di metodo e di scopo . La castità religiosa , cioè monacale , era incompleta e socialmente dannosa perché la castità obbligatoria è una diminuzione di energia e un avvilimento . Invece , la castità quale è voluta dai riformatori moderni alla Jules Bois , la castità volontaria e " dosata " può essere socialmente utile perché è innegabilmente un aumento di forza per l ' individuo e una prova ch ' egli sa comandare all ' istinto . La religione aveva posto in contrasto quasi fossero due termini irreducibili la castità e l ' amore : la verginità da una parte , il peccato dall ' altra . Oggi si corregge questo assolutismo e non si vogliono mantener distinte le due categorie di vergini e di peccatori : oggi Jules Bois dice : bisogna unire la castità e l ' amore , bisogna cioè realizzare l ' amore casto , l ' amore psichico , nel quale l ' unione non sia la conseguenza d ' un desiderio o d ' un interesse , ma lo svolgersi d ' un sentimento delicato e puro . Come realizzarlo ? * Prima di rispondere a questa domanda , constatiamo che i seguaci di Tolstoi , partiti dall ' aberrazione del maestro , sono arrivati all ' affermazione di una regola morale ed igienica molto semplice alla quale tutti potrebbero sottoscrivere . Per attirar l ' attenzione intorno a sé hanno spiegata al sole la bandiera della castità assoluta , confidando di radunar la folla curiosa intorno a questa insegna mattoide , e poi , ripiegando a poco a poco sotto la grandine del ridicolo , hanno finito collo sventolare soltanto il pallido labaro della castità relativa . Per far questo , non occorreva atteggiarsi a discepoli di Tolstoi , e nemmeno pretendere di essere dei novatori . Bastava ascoltare quello che consigliano i medici o , ancor più modestamente , quello che insegnano il senso comune e il senso morale . La castità relativa è per un popolo come per un individuo una condizione di superiorità . Per l ' individuo è l ' indice di un self control , di una padronanza su sé stesso che gli permetterà di esercitare in tanti campi più utili quell ' energia che altri spreca unicamente nel piacere . Per un popolo è la ragione della sua forza conquistatrice e civilizzatrice nel mondo . La superiorità di espansione d ' una razza è dovuta in gran parte alla sua salute fisica : un popolo fiacco per eccessi sensuali può avere soltanto una civiltà che non dura . Queste sono , ormai , verità che corron le strade ; e si capisce e si perdona che le ripetano i francesi i quali , vedendo che il loro paese muore per la continua diminuzione di nascite , e attribuendo giustamente questo pauroso fenomeno all ' immoralità dei loro costumi sessuali , cercano di ricondurre la linfa nell ' albero inaridito della loro razza predicando dai libri e dai giornali una castità relativa che nessuno sa o può mettere in pratica . Sono dei moribondi che chiedono ossigeno . Di fronte a una generazione di nevrastenici e di degenerati che non sanno più la via dell ' amore fecondo e si perdono nei viottoli della lussuria o prudentemente adoperano le pratiche malthusiane , è legittima nei francesi la reazione che consiglia e invoca quella castità relativa che darà all ' unione fra uomo e donna non solo un valore psicologicamente più alto , ma anche una conseguenza socialmente più utile , e creerà delle famiglie ove il figlio non è l ' accidente imprevisto e rimpianto , ma il simbolo vivo , il fiore umano , lo scopo ultimo cui tende e in cui si nobilita la passione d ' amore . A realizzare praticamente questo ideale , Jules Bois non vede che un mezzo . Poiché , secondo lui , in questa crisi di immoralità la colpa è tutta o quasi tutta dell ' uomo al quale la società permette e perdona una troppo libera condotta sessuale che non permette e non perdona alla donna , noi dobbiamo esigere dal maschio quella stessa castità relativa che noi esigiamo dalla femmina , e , modificando i nostri costumi , inaugurare una sola morale per i due sessi . Al giovane non deve essere lecito ciò che non è lecito alla fanciulla : l ' uomo deve arrivare al matrimonio nello stesso stato di purezza nel quale vi arriva , normalmente , una ragazza . Lasciando da parte - per ora - l ' ingenuità di questa tesi , riconosciamo che essa porta all ' ultimo limite quel desiderio assurdo di perfetta eguaglianza fra i due sessi che è nel programma del feminismo . Jules Bois osa attaccare il monopolio dell ' uomo , come lo chiamava Anna Kuliscioff , in ciò che ha o crede d ' avere di più sicuro e di più legittimo : un diritto di moralità sessuale diverso dalla donna . Jules Bois vuole che la morale per i due sessi sia unica . Vuole che non solo le leggi scritte ma anche le leggi morali parifichino dinnanzi al tribunale della pubblica opinione l ' uomo e la donna . Ed egli fa questa non nuova , ma lucida osservazione : oggi le colpe amorose sono per la donna quasi un marchio d ' infamia , per l ' uomo quasi un titolo di gloria . Se una donna ha un amante , essa è punita col disprezzo gesuiticamente verbale di tutti coloro che la conoscono : se un uomo ha un ' amante , egli non è punito che dalla tacita invidia degli altri uomini . Se una fanciulla diventa madre e si consacra nobilmente e coraggiosamente al suo bambino , la sua azione sembra una sfida e un insulto alla moralità : se un uomo tiene con sé un figlio naturale , tutti esclamano in coro : quale generosità ! che nobiltà d ' animo ! Questi diversi giudizii sono per il Bois un ' ingiustizia e un ' illogicità . Ogni adulterio per compiersi , ogni bambino per nascere hanno bisogno non soltanto d ' una donna ma anche d ' un uomo ( il signor de la Palisse ne converrebbe anche lui ! ) : quindi si dia la stessa pena o lo stesso elogio a entrambi i complici necessarii di quel delitto o di .... quella buona azione . C ' è molta onestà in questi principii , ma c ' è anche troppo semplicismo . V ' è l ' illusione di ridurre il tumulto della vita all ' aridità semplice di un ' equazione . V ' è l ' ingenuità di poter tagliare coll ' arma rigida della logica i nodi gordiani della sociologia che solo un duttile bisturi psicologico può sciogliere . La vita non è un ' aritmetica dove due e due fanno sempre quattro : è piuttosto una chimica dove la riunione di diversi elementi può condurre a quei risultati imprevisti che si chiamano combinazioni e precipitati . La morale , e sopratutto la morale dell ' amore , vive di contraddizioni . E non si possono , non si debbono applicare ai rapporti sessuali le stesse leggi che si applicano ad altri rapporti sociali . Vedete , per esempio : l ' uomo che riconosce suo preciso dovere avvertire un altro che un biglietto di banca cade dal suo portafoglio , giudicherà una bassezza avvertirlo che qualcuno gli ruba la moglie . Così , noi possiamo essere d ' accordo con Jules Bois ( e come del resto non esserlo ? ) che per ottenere una colpa sessuale ( come egli la chiama ) occorre un uomo e una donna : ma noi sorrideremo della sua logica ingenua che vuole identica la responsabilità dell ' uno e dell ' altra . Sono forse sempre identiche le conseguenze della colpa dell ' uno e quelle della colpa dell ' altra ? E si può seriamente pretendere che un giovanotto si mantenga così platonico nei suoi amori come si mantiene , o si dovrebbe mantenere , una signorina ? O si dimentica , o si vuole appositamente dimenticare che l ' istinto sessuale è nell ' uomo assai più forte che nella donna ? Uno psicologo arguto ha detto che come non v ' è equivalenza fra l ' adulterio della moglie e quello del marito , così non v ' è equivalenza fra il peccato d ' amore d ' una fanciulla e quello d ' un giovane . Se ad ogni costo si volesse stabilir questa equivalenza , essa non potrebbe stabilirsi che fra la completa infedeltà , il peccato consumato dall ' uomo , e la semplice coquetteriedella donna . L ' istinto che nell ' uomo si manifesta in modo attivo , si traduce nella donna in una coquetteriepassiva . Un uomo che prova , e soddisfa , un vivo e breve desiderio per una donna che egli ha incontrato in una via o in un salotto , non commette un ' infrazione più grave della donna che accoglie o incoraggia presso un adoratore l ' espressione del suo amore . Ma Jules Bois non tien conto né di quelle mie domande né di questa osservazione : egli astrae dalla vita e da ogni dato della fisiologia e della psicologia : egli si limita ad enunciare degli aforismi : la colpa non conosce sesso , non vi è un peccato esclusivamente femminile , e lancia i fulmini della sua eloquenza predicatoria contro l ' egoismo maschile che , per soddisfare le sue passioni o i suoi capricci , deprava le mogli e perverte la sua anima al contatto delle cortigiane . Per lui , il tipo ideale dell ' uomo è rappresentato da quel suo amico di cui cita la franca confessione : - Je me suis marié jeune avec une femme qui fut pour moi la première révélation de l ' amour : et je vous avoue que je ne m ' en repens pas . - Io non dirò , come molti direbbero , che questo tipo ideale è molto ridicolo : io dico soltanto che è molto raro e che le teorie non si possono costruire sulle eccezioni . Per il Bois , come per la Chiesa cattolica , l ' unione tra uomo e donna non dovrebbe dunque avvenire altro che .... dopo la celebrazione del matrimonio . E gli scapoli ? Dovrebbero far voto di castità e mantenerlo ? Che la religione professi di queste dottrine , non è più il caso di meravigliarsi : ma che seriamente le professi un letterato geniale è inverosimile . Noi credevamo che tale propaganda fosse riserbata a quei giovinetti pallidi e solitarii che , nei congressi per la moralità , s ' illudono di riformare un mondo che non conoscono . Sarà bene ripeterci per non essere fraintesi : è fuori di dubbio che la vita viziosa di molti giovani merita il disprezzo di tutti . Ma dovremmo concludere per questo , come conclude il Bois , che l ' uomo debba rimaner sempre puro ? Le esagerazioni uccidono la teoria che vorrebbero sostenere . Carpenter ha detto : l ' ascetismo non è uno scopo ma un esercizio . Spieghiamo meglio la frase e diciamo apertamente : la castità non è uno scopo ma un esercizio . Noi dobbiamo praticarla come un ' igiene del corpo e dell ' anima , senza assolutismi che comprimendo l ' istinto danneggierebbero la salute : in altre parole , noi dovremmo fare dell ' amore , non il vermut o l ' assenzio che gli alcoolisti prendono troppo spesso , ma il vino generoso che gli uomini sani bevono regolarmente . Jules Bois pretende addirittura che gli uomini siano astemii ; e la sua domanda che sorpassa ogni limite ragionevole non può che ottenere un effetto contrario a quello voluto . * A dir vero , la dottrina del Bois fu ripresa ed esagerata or non è molto in Germania da Otto Weininger ma in Francia ha suscitato , tra i feministi , anziché discepoli , un forte movimento di reazione . Il principio che Jules Bois ha posto a base della sua teoria - una sola morale per i due sessi - rimane identico . Soltanto , se ne capovolgono le applicazioni . E invece di pretendere dal maschio quella castità relativa e temporanea che i nostri costumi esigono dalle fanciulle , si propone di estendere a queste la libertà sessuale che oggi i costumi accordano al maschio . L ' araldo di tale dottrina audace , il feminista che scende in campo per offrire e consigliare alle vergini quelle numerose ma brevi avventure d ' amore che oggi , prima del matrimonio , sono un privilegio dei giovani , è Leone Blum il quale ha dedicato un grosso libro e innegabilmente un bel libro alla dimostrazione della sua tesi . Leone Blum non ha , si capisce , né gli scrupoli sentimentali di Jules Bois , né le pretensioni moralizzatrici di Tolstoi . Egli non si chiede ciò che sia bene e ciò che sia male da un punto di vista assoluto . Egli non è un idealista ma semplicemente un osservatore . E osservando la nostra vita sessuale - la quale legalmente si impernia sul matrimonio - s ' è accorto ( cosa non difficile ) che la felicità vi è rara e fortuita , e per renderla meno rara e meno fortuita ha proposto un suo sistema che ora discuteremo . In lui non è alcun pessimismo alla Schopenhauer che par maledica ai bassi istinti che perpetuano il mondo : in lui non è che il desiderio di coordinare e per così dire incanalar questi istinti in modo che ne risulti una maggior somma di felicità per l ' uomo e per la donna . Egli dice : " né la monogamia ( matrimonio ) né la poligamia ( unione libera ) sciolgono in modo soddisfacente e completo il problema della relazione fra i sessi . Non si può affermare né per il maschio né per la femmina che la monogamia o la poligamia costituiscano la legge naturale e unica dei loro rapporti . L ' uomo e la donna sono , prima , poligami e poi , nella gran maggioranza dei casi , arrivati a una certa età e a un certo grado del loro sviluppo , tendono verso la monogamia . Le unioni precarie corrispondono al primo stadio : il matrimonio è la forma naturale del secondo . Io propongo che l ' uomo e la donna si sposino solo quando si sentono disposti al matrimonio , quando cioè il desiderio dei mutamenti e dell ' avventura si è affievolito per lasciar sorgere il desiderio della fedeltà , dell ' unione placida , del riposo sentimentale " . Era già stato osservato che uno dei difetti del matrimonio , forse il difetto massimo , è quello di unire un uomo che ha vissuto , un uomo cioè già arrivato a quello che il Blum chiama lo stadio monogamico , con una donna ancora nuova fisiologicamente e psicologicamente . I moralisti si illudevano di rimediare a questo difetto pretendendo come Jules Bois che anche l ' uomo fosse nuovo al momento del matrimonio . Leone Blum , meno ingenuo , non crede possibile realizzare l ' unione di queste due verginità , e per evitare lo squilibrio fisico che secondo lui fatalmente deriva dall ' unire un uomo a una vergine , propone che anche la donna entri nel matrimonio dopo aver vissuto anch ' essa la vita , dopo avere speso tutto ciò che vi era di troppo ardente nel suo istinto .... Con questo sistema egli spera e crede di rendere il contratto matrimoniale più sicuro dai colpi di temperino , perché l ' uomo e la donna che hanno liberamente dato sfogo ai loro capricci sensuali non troveranno più alcun sapore nell ' adulterio . Il Blum segue , senza citarlo , il pensiero che Rousseau aveva espresso con questa frase : - il faut toujours un temps de libertinage , ou dans un état ou dans l ' autre ; c ' est un mauvais levain qui fermente tôt ou tard . - E per evitare che questo cattivo lievito fermenti tardi , cioè dopo il matrimonio , il Blum vuole che lo si lasci fermentar prima . Egli ha insomma , di fronte agli appetiti sensuali , la stessa linea di condotta , la stessa prevenzione che , di fronte all ' appetito dello stomaco , avrebbe colui il quale , ad evitare durante il pranzo i peccati di gola dei convitati , li obbligasse a sfamarsi prima . È innegabilmente una tattica molto semplice . Ma appunto perché troppo semplice , non so quanto sia vera ed efficace . Anzitutto , facciamo una ovvia constatazione . Gli uomini , normalmente , si sposano nelle condizioni volute dal Blum . Egli stesso lo riconosce . E i mariti sono forse , per ciò , più fedeli delle mogli ? Se l ' infedeltà e quindi l ' infelicità matrimoniale dipendono esclusivamente , secondo il Blum , dal non aver fatto precedere , una vita d ' avventure alla vita calma del matrimonio , o come va che proprio quel coniuge ( il marito ) che ha esperimentato questa vita di avventure è il più infedele o , per lo meno , è infedele quanto l ' altro coniuge ( la moglie ) che è arrivato al matrimonio senza esperienza ? Affinché la tesi del Blum fosse riconosciuta vera , bisognerebbe ch ' egli dimostrasse che gli adulterii dei mariti sono molto meno numerosi di quelli delle mogli . E la prova , io credo , sarebbe un poco difficile . Ma un ' altra obbiezione sorge spontanea contro la tesi del Blum . E questa , per dire la verità , egli stesso l ' ha preveduta . Secondo il suo sistema , il matrimonio non sarebbe che l ' ospizio dei rassegnati , l ' ospedale ove si rifugiano gli invalidi dell ' amore , il porto ove riparano , stanchi e annoiati , coloro che attraversarono un mare assai burrascoso . Il matrimonio sarebbe cioè in amore quello che è il Senato in politica . Vi arriverebbero , a una rispettabile età , coloro che hanno molto combattuto , molto goduto , molto sofferto . Ed è assai dubbio che sotto questa forma ( la quale farebbe dei coniugi una specie di pensionati dell ' amore ) il matrimonio continuerebbe ad essere , come è oggi , la forma normale e legale dell ' unione fra i sessi . Può darsi che sia un pregiudizio del maschio il credersi in diritto di essere il primo a svegliare l ' amore nella sua sposa : ma mi par certo che egli non si rassegnerebbe ad essere l ' ultimo a coronare la vita d ' avventure della sua svelta ed esperimentata compagna . Anziché l ' orgoglio di svegliare l ' amore nella psicologia e nella fisiologia d ' una vergine , egli non avrebbe che il malinconico ufficio di addormentare , di spegnere gli ultimi guizzi dell ' istinto nell ' ormai stanco organismo di una donna che ha troppo vissuto . Su che cosa potrebbero costruire la loro felicità questi coniugi che arriverebbero al matrimonio come due viaggiatori arrivano per caso insieme a un albergo da paesi lontani , dopo lunghe peregrinazioni durante le quali ognuno ha lasciato il meglio della propria energia , i fiori più belli della propria giovinezza , gli entusiasmi più sinceri della propria passione ? Quale ombra stenderebbe sull ' avvenire questo passato ? E veniamo all ' obbiezione più forte . Che accadrebbe dei figli ? Forse che il marito dovrebbe , oltre che sposare una donna la quale ha messo in pratica il motto dell ' Accademia del Cimento provando e riprovando , provvedere anche ai figli di questa donna , figli che sarebbero naturalmente di molti letti , data la teoria delle molte avventure ? Qui , se non mi sbaglio , si cade dalla commedia nella farsa . Ma il Blum ha un suo modo spiccio per liberarsi da questa paurosa obbiezione . Nella Denise di Dumas figlio , un seduttore di professione descrive a un moralista le sensazioni deliziose e sempre nuove del suo mestiere , e alla domanda del moralista : E i figli ? risponde : I figli sono gli inconvenienti del piacere . Si vede - commenta il Blum - che la commedia è vecchia : oggi il seduttore risponderebbe : - Des enfants ? On n ' en a plus ! - La risposta è breve ma eloquente . E faccio grazia al lettore delle lunghe pagine esplicative nelle quali il Blum con un cinismo veramente parigino illustra l ' utilità della teoria malthusiana . Dunque , secondo lui , non solo il capriccio dovrebbe esser legge nei rapporti d ' amore , non solo le fanciulle dovrebbero oggi risuscitare con poche modificazioni il costume antico della prostituzione sacra , e concedersi al dio istinto quante volte questo lo chieda , ed essere certe che quante più avventure potranno contare come fanciulle , tanto più saranno apprezzate e richieste come mogli , ma esse dovrebbero anche con moderna sapienza mescolare le precauzioni malthusiane a quell ' atto di gioia e di abbandono che è l ' amore , esse dovrebbero diventare prudenti e calcolatrici , non concedersi che a metà , prendere tutto ciò che è piacere , rifiutare tutto ciò che è responsabilità , e frodando la legge di natura , rinnegare ogni poesia , rinnegare la più alta poesia dell ' amore che è la maternità . Se ci piacesse insistere su un argomento tanto scabroso , noi osserveremmo che non sempre queste abilissime fanciulle e i loro amanti d ' un giorno o d ' un mese potrebbero essere sicuri di evitare il pericolo e il danno della fecondità . Malgrado le precauzioni , vi sono sempre delle sorprese . E malgrado il vangelo predicato da Leone Blum vi potranno sempre essere ( lo crediamo e lo speriamo ! ) dei giovani cui ripugna intorbidare la limpidità della loro passione sia pure effimera , col veleno d ' un calcolo utilitario , e che non osano , non sanno , non vogliono offendersi reciprocamente insegnando o proponendo l ' uno all ' altro delle pratiche che ripugnano - almeno in principio ! - a due amanti sinceri . E allora , i figli nascerebbero malgrado la volontà dei genitori , e allora molte fanciulle porterebbero al marito , anziché una corona di fiori d ' arancio , una collana di bambini formata colla cooperazione di molti padri ! Non sarebbe questo un ostacolo al matrimonio tardivo , al matrimonio di rassegnazione e di consolazione quale lo sogna Leone Blum ? A me pare di sì . Al Blum pare di no . Egli anzi sostiene che i mariti accetteranno con gioia quei figli di varia e incerta provenienza , e scrive con una filosofia che somiglia molto all ' ingenuità : " L ' agrément des enfants pourra même les determiner ( i mariti ) au même titre que les qualités de la mère . Et j ' en sais qui , redoutant de vieillir sans famille , n ' auraient pas été fachés de trouver des enfants tous faits " . Così , il quadro della famiglia futura è completo . Non solo il marito stende un velo sul passato di sua moglie , ma il suo ideale matrimoniale è di trovare dei figli già fatti .... evidentemente per evitarsi il disturbo di farli . * Se nella tesi di Jules Bois ci ha sorpreso la troppo poca considerazione degli invincibili bisogni del senso , e l ' illusione di ridur quasi tutto l ' amore all ' amore platonico , nella tesi di Leone Blum ci ha sorpreso e , diciamolo francamente , ci ha scandalizzato il veder ridotto a un problema puramente fisiologico quello che è anche e sopratutto un problema psicologico . Per il Blum , sembra che tutte le fanciulle non siano altro che delle attrici le quali , per poter recitar bene la loro parte alla prima rappresentazione davanti al sindaco , debbono averla prima ripetuta assai volte in molte prove con varii attori . Egli non crede che una donna possa amare per sempre un uomo solo . Egli crede che la fedeltà sia uno stato secondo , un fenomeno raro che appare soltanto come una conseguenza fatale della stanchezza quando si è abusato dell ' infedeltà . Io credo invece che la virtù delle donne sia una questione di temperamento . E non mi illuderei sulla fedeltà di una moglie solo perché questa , da fanciulla , ha potuto esaurire in dieci o venti avventure il bisogno del suo istinto poligamo . Chi ha bevuto , berrà . Il matrimonio sognato da Leone Blum non sopprimerà l ' adulterio : sopprimerà forse la gelosia , questa malattia dell ' immaginazione sessuale . I mariti che arrivano .... ultimi , mostrerebbero infatti poca psicologia ad esser gelosi dell ' avvenire . Il pericolo del tradimento esisterà come esiste oggi , con la sola differenza che potrà essere un poco diminuito .... per l ' età dei coniugi . Se infatti il Blum vuole che gli uomini e le donne si sposino tardi , è evidente che per ragioni aritmetiche il numero degli adulterii sarà diminuito . Ma ciò non prova nulla a vantaggio del suo sistema : prova soltanto questa verità banale : che quando la maggioranza degli uomini e delle donne si sposano fra i 35 e i 50 anni , anziché fra i 20 e i 40 , le probabilità degli adulterii sono diminuite per una ragione fisiologica . Del resto , io vorrei sapere perché il Blum si preoccupa tanto della fedeltà post - matrimoniale , una volta che egli dà così poco peso a quello che noi siamo abituati a chiamare l ' onore d ' una fanciulla . Se egli trova legittimo che la donna possa mutare come e quanto vuole i suoi amanti fin che non è maritata , per quale ragione troverà necessario e doveroso che tutto ad un tratto questa donna si irrigidisca nella più assoluta onestà ? Non ricordo più chi ha scritto che il tramonto dura dieci minuti all ' orizzonte e dieci anni nel cuore d ' una donna . E quali bagliori di fuoco hanno talvolta certi tramonti femminili ! È dunque possibile , se non probabile , che anche una donna maritata secondo i consigli del Blum , cioè a un ' età non più giovanissima , senta in sé rifiorire quell ' istinto della mutabilità che il nostro autore , con un criterio troppo matematico , vuole restringere entro il primo periodo della vita pubere . E allora ? Allora , se questa donna ama , perché deve essere vietato a lei l ' abbandonarsi al suo amore , se proprio voi , signor Blum , avete sostenuto che bisogna seguire e non frenare l ' istinto ? Tutto l ' errore della tesi del Blum consiste nel termine cronologico ch ' egli le ha voluto assegnare . Egli ha diviso in due , con una linea ipotetica , la vita sessuale . Libertà assoluta prima del matrimonio , fedeltà rigida dopo . Egli non ha mai fatto questione di sentimento : egli ha fatto soltanto questione d ' istinto . Egli ha considerato l ' uomo e la donna come uno zoologo : ha assegnato a questi animali la loro stagione degli amori . Miopìa grande , perché l ' uomo , contrariamente ad ogni altro animale , ama in tutte le stagioni e , si può dire , a tutte le età . Miopìa ancora più imperdonabile perché l ' uomo ha trasformato l ' amore da un semplice gesto fisiologico in un poema di sentimento . Ora , secondo il mio modesto parere , ciò che va difeso è la libertà incondizionata di questo sentimento , non già la licenza di quell ' istinto . Ciò che dobbiamo chiedere e pretendere è che le fanciulle possano unirsi a coloro che veramente amano , non già che esse possano divertirsi col primo maschio che sveglia il loro istinto . Il Blum si è preoccupato troppo dell ' amore fisiologico e troppo poco dell ' amore psicologico . Ha rivendicato i diritti del senso , non i diritti della passione . Ha visto nella donna più una lussuriosa che un ' amante . E le ha detto : sfògati con un periodo di carnevale in cui sotto la maschera della libertà tutto ti sarà lecito : poi , verrà la quaresima del matrimonio e allora dovrai far la beghina . Più limpido , più logico , più onesto sarebbe stato rivendicare arditamente il diritto all ' amore libero , senza barriere matrimoniali e senza la volgarità di preoccupazioni malthusiane . Rivendicarlo in nome del sentimento , anziché in nome del senso . Io credo vi sia un ' esagerazione e un equivoco in tutti quei moralisti o feministi che danno oggi un ' eccessiva importanza alla questione sessuale e par la considerino quasi come la chiave di volta dell ' edificio di tutta la nostra moralità . Noi siamo colpiti da una specie di ossessione del problema sessuale e lo discutiamo sotto tutte le forme e ad ogni momento . Vogliamo insegnare ai ragazzi nelle scuole i fenomeni della riproduzione , vogliamo che ne siano edotte con esaurienti spiegazioni anche le fanciulle , quasi che l ' amante non sia preferibile a un professore di fisiologia per svelare dei segreti così belli ! Vogliamo , infine , che anche la donna pregusti con libere e varie avventure ciò che una volta le era negato dalla morale fino al giorno del matrimonio . E anche coloro che sono agli antipodi di queste audaci dottrine rivoluzionarie , anche i feministi alla Jules Bois non nascondono il loro desiderio , direi quasi la loro voluttà di parlare dell ' atto fisiologico che costituisce l ' amore , sia pure per bestemmiarlo , e rinnovano in letteratura la psicologia lubrica del confessore che gode di poter almeno parlare di quegli argomenti che la sua religione gli vieta di conoscere in un modo un po ' più positivo . È uno scatenamento di sensualità verbale dove i più arditi nel vocabolario e i più precisi nei particolari sono giovinetti che ancora non sanno o zitellone che si rammaricano di non avere ancora saputo . Sembra che la nostra società attraversi un periodo di senilità impotente , e come i vecchi , goda nella descrizione di azioni che non le è più dato di compiere . Per questo , forse , anche scrittori della forza e dell ' originalità di Leone Blum non vedono nel problema dell ' amore che il senso e nella donna che la femmina . E non offrono a questa che il mezzo per ottenere soddisfazioni materiali e volgari . Vittime dell ' ambiente , questi scrittori non sentono che più alto è l ' ideale femminile , più nobile il desiderio di libertà nella donna . Essa vuole conquistare i diritti dell ' anima , oltre e più che il diritto di concedere il proprio corpo . Ella non chiede pluralità d ' amanti e non ha sete di sensualità : ella chiede semplicemente amore nel significato più umano e più poetico di questa parola . - " Les femmes - diceva Balzac - abandonneront les bénéfices de toutes les nuits de Messaline pour vivre avec un être qui leur prodiguera ces caresses d ' âme dont elles sont si friandes , et qui ne coutent rien aux Lommes si ce n ' est un peu d 'attention...." LA CRIMINALITÀ ANCILLARE . Ricordate , lettrici , il Journal d ' une femme de chambre di Ottavio Mirbeau ? Questo libro , che è un ' opera d ' arte e nello stesso tempo uno studio sociale , che è ardito fino all ' indecenza e triste fino alle lagrime , narra la vita d ' una cameriera , e lascia comprendere qual è , in generale , la vita di tutte le cameriere . Il tipo di Célestine , di questa bella fanciulla venuta d ' Audierne a Parigi per corrompersi , come un fiore viene dai campi per avvizzir nei salotti , ricorda la figura malinconica di Germinie Lacerteux ; ma mentre i Goncourt nel loro romanzo avevano analizzato soltanto la psicologia d ' una donna , il Mirbeau seppe compiere nel suo volume l ' analisi di tutta una classe sociale . È la classe delle persone di servizio che nel Journal d ' une femme de chambre confessa audacemente , cinicamente le sue miserie e le sue vergogne , svelando quelle dei suoi padroni . Classe sociale ibrida , che non ha più il sangue generoso del popolo donde esce , ma che ha già acquistato i vizi della borghesia ove vuol penetrare ; esercito di malcontenti e di invidiosi che noi manteniamo nelle nostre case per sua o nostra sventura , che avvelena la nostra vita corrompendo la propria , che imita ciò che abbiamo di peggio e desidera ciò che abbiamo di meglio , che si mescola necessariamente alla nostra intimità , ed è quindi complice o spia di quanto abbiamo di più geloso e di più segreto .... * Forse molti leggendo il libro del Mirbeau l ' avranno creduto una descrizione fantastica o esagerata , dovuta allo spirito ironico e paradossale dell ' autore francese . Malauguratamente la lettura in questo caso non è stata che lo specchio della verità . Ho qui sul tavolo un volume di quasi 500 pagine in ottavo : La servante criminelle , étude de criminologie professionnelle di Raymond de Ryckère , un magistrato sociologo , e leggendolo m ' è parso vedermi svolger dinanzi la prova documentata di quella diagnosi dolorosa che Ottavio Mirbeau aveva sintetizzata in un ' opera d ' arte . Colle cifre e coi fatti , con la fredda eloquenza della statistica e con la precisione inoppugnabile di inchieste rigidamente condotte , il De Ryckère dimostra che la classe delle persone di servizio è , relativamente , una di quelle che offrono la più alta percentuale alla delinquenza , e ad ogni forma di degenerazione : pazzia , suicidio , alcoolismo , prostituzione . E bisogna aggiungere che la statistica non può numerare tutti i delitti , in ispecie i furti , delle persone di servizio , perché dei domestici che rubano accade quasi sempre ciò che accade dei giocatori che barano : quando vengono scoperti si cacciano , per unica punizione . * Se è vero che le società hanno i delinquenti che si meritano , deve essere altrettanto vero che i padroni hanno i servitori che si meritano . L ' atto di accusa contro questi include quindi un atto di accusa anche contro quelli . E la crisi della domesticità , che preoccupa le nostre famiglie ed è oggi uno dei leit - motiv dei discorsi delle nostre signore , si eleva dalla meschinità del pettegolezzo al valore di problema sociale ed assurge a sintomo non trascurabile della trasformazione morale ed economica di tutta la nostra vita . Se le persone di servizio peggiorano , gli è infatti perché peggiorano i padroni , perché l ' ambiente della casa è mutato da quel che era una volta . Uomo o donna , il domestico non è più , salvo rare eccezioni , come l ' edera che muore ove s ' attacca . Nelle famiglie moderne sfilano figure sempre nuove di cuoche , di cameriere , di servitori , con la rapidità di un cinematografo . Si direbbe che , alla stessa guisa che si son rallentati i vincoli famigliari , s ' è perduto anche il prestigio di attrazione che le famiglie antiche avevano sui loro domestici . Una volta , la persona di servizio faceva quasi parte della famiglia , vi rimaneva a lungo , ne divideva le gioie e i dolori : oggi , non è che un salariato che passa . Colpa , in parte , del modo come oggi da molti padroni sono trattati i domestici . La distanza che separa gli uni dagli altri è accentuata . Non più dolcezza nei comandi : non più confidenza sincera nelle reciproche relazioni . Ordini brevi , o generosità del genere di queste : " Voi potete mangiare questa pera ; è marcia " . - " Finite pure questo pollo in cucina , sa di cattivo odore " . Ah , eleganti ed educate padrone di casa che vi lamentate tanto dell ' insolenza delle vostre persone di servizio , siete voi ben sicure di aver sempre rispettata la loro dignità ? Colpa , anche , dell ' aumento vertiginoso che si è manifestato in questi ultimi tempi nel numero delle persone di servizio . Nella sola città di Parigi i domestici in undici anni sono raddoppiati . E la qualità ha avuto naturalmente un ' evoluzione inversa alla quantità . Mentre una volta avere una persona di servizio significava una discreta agiatezza , e averne due quasi la ricchezza , adesso non c ' è modesta famiglia che non voglia avere la cuoca e la cameriera .... pagate e trattate dio sa come ! Colpa , infine , di quella corrente egalitaria che ormai domina i sentimenti e i pensieri di tutte le classi inferiori . E la classe dei domestici , più di ogni altra , è in caso di far confronti che suscitano legittima invidia , perché non solo essa è necessaria spettatrice delle maggiori ingiustizie sociali , del danaro che si profonde spensieratamente da alcuni mentre troppi ne mancano , ma anche perché essa è giudice del valore morale dei suoi padroni , e conoscendone i vizî trova doppiamente ingiusta la loro superiorità economica . Per tutte queste ragioni , c ' è fra le persone di servizio e chi le paga un antagonismo latente ma forse più acuto che fra le altre classi di sfruttati e di sfruttatori ; e questo antagonismo che non può o non sa ancora manifestarsi in forme violente ma almeno leali , si sfoga in modi subdoli e vili , quasi una lotta nell ' ombra , che ha per unico risultato di peggiorare sempre più i rapporti fra le due classi , e di far degenerare sempre più la classe delle persone di servizio che combattono la loro battaglia con armi immorali e delittuose . * Schwift , il celebre umorista inglese , ha scritto un piccolo libro interessantissimo : L ' arte di rubare ai padroni . - Consigli ai domestici dei due sessi . Certamente nessuna persona di servizio lo ha letto , eppure moltissime ne appliccano ogni giorno gli insegnamenti . Io non so se sia vero , come pretende Mercier , che su dieci domestiche quattro son ladre : so che il 40 per cento delle donne condannate per furto in Francia appartengono alla classe delle persone di servizio , e che in Italia la proporzione è presso a poco la stessa . Aggiungete a queste constatazioni statistiche i mille modi in cui una cameriera e sopratutto una cuoca può rubare ai padroni senza che questi se ne accorgano , e forse si converrà che il Mercier non aveva tutti i torti . Diceva Balzac : " un cuoco o una cuoca non sono altro che dei ladri domestici che noi abbiamo l ' ingenuità di ricompensare con un salario . Fra la tavola da pranzo e il mercato , essi hanno stabilito un ' imposta ; e nessun municipio di nessuna città è così abile a far valere i suoi diritti di dazio , come essi lo sono su tutto ciò che dalle botteghe dei fornitori entra nella casa del padrone " . Codesta è una forma di criminalità specifica cui non si può negare che la professione stessa invita e quasi provoca , e che , appunto per la sua universalità , merita le attenuanti . I padroni la conoscono , la sopportano e chiudono un occhio . Un ' altra forma , assai più grave e pericolosa , di criminalità specifica ancillare è quella delle associazioni di ladri che hanno per loro affigliate le cuoche e le cameriere . Queste , che potrebbero definirsi le commesse viaggiatrici dell ' associazione , hanno l ' incarico di entrare a servizio nelle famiglie per poter descrivere ai .... colleghi la topografia degli appartamenti , indicare le stanze e i mobili ove son racchiusi i danari e l ' argenteria , facilitare insomma il furto con scasso . A Parigi pochi anni or sono era famosa la banda dei grembiuli bianchi diretta da Giuseppina Varille , una deliziosa soubrette che riuscì per molto tempo a tenere in iscacco la polizia . Dopo aver molto guadagnato , indisturbata , fu finalmente scoperta e arrestata nel 1905 . Sul suo esempio si son formate altre associazioni , e ormai le bandes de bonnes danno molto filo da torcere a Lépine , l ' irrequieto e astutissimo prefetto di polizia di Parigi . Prevedo che qualche lettrice sorriderà a questo racconto , pensando con tranquilla sicurezza che son cose che accadono a Parigi e di cui non c ' è ancora pericolo nelle nostre quiete città di provincia . Si disilluda . Una signora mi raccontava or son pochi mesi a Firenze questo fatto . Ella aveva preso al suo servizio una cameriera che si era presentata a lei con ottime informazioni . La cameriera il giorno dopo entrata in casa ammalò , e gravemente . La signora non ebbe cuore di mandarla all ' ospedale e la curò con affetto quasi materno per circa un mese . Quando la ragazza guarì disse alla padrona che voleva immediatamente lasciar la sua casa . - Ma come - rispose la signora - dopo tutte le cure che ti ho prodigato , mi vuoi ricompensare con un atto di ingratitudine ? - La cameriera scoppiò in pianto , le confessò che era affigliata a una banda di ladri , e che non volendo tradire la sua benefattrice né correre il rischio delle rappresaglie dei suoi compagni se non avesse dato loro le indicazioni richieste , credeva compiere il suo dovere allontanandosi . * Scrive Célestine nel suo Giornale : " Quana je pense qu ' une femme de chambre ou une cuisinière tient chaque jour dans ses mains la vie des maîtres .... une pincée d ' arsenic à la place du sel .... un petit filet de strychnine au lieu du vinaigre .... et C6a y est ! Eh bien , non .. tant - il est vrai que nous avons tout de même la servitude dans le sang ! " . Celestina si sbaglia e regala alla classe cui appartiene un elogio ironico ch ' essa non merita . Le persone di servizio non hanno tutte nel sangue quell ' istinto servile che le fa rifuggire dall ' avvelenamento . Se è vero che questo reato è in grande diminuzione dopo i progressi della chimica moderna la quale ne scopre facilmente le traccie , è anche vero che la diminuzione è dovuta alla criminalità maschile e non alla criminalità femminile . La donna , più debole dell ' uomo , deve necessariamente servirsi nel delitto di mezzi subdoli e vili . Come normalmente essa adopera più la furberia che l ' ingegno , più la finzione che la lealtà , così anormalmente essa adopera piuttosto il veleno che il coltello . E fra le donne , quelle addette ai servizii domestici danno all ' avvelenamento una percentuale fortissima perché la scarsezza della loro coltura le lascia inconscie dei pericoli d ' un delitto ch ' esse s ' illudono non possa venire scoperto , e perché la facilità quotidiana che hanno di commetterlo , è una suggestione cui non sempre sanno resistere . Da Eufrasia Mercier che avvelenò la sua padrona da cui s ' era fatta nominare erede , fino a Clementina Tosetti che avvelenò la povera Lardera De Medici per sposarne il marito , la lista delle cameriere avvelenatrici è lunghissima . Avvelenano per interesse , avvelenano per amore , avvelenano sopratutto per vendetta . Forse di tutte le passioni femminili la più profonda e la più lunga è la vendetta . Bisogna essere donna , ha detto Madame de Rieux , per sapere qual voluttà sia vendicarsi . Le persone di servizio , che vivono in una condizione e in un ambiente dove tutto le offende le irrita le inasprisce , hanno più di ogni altro l ' occasione di dare sfogo al loro rancore , e si vendicano infatti dei loro padroni nella maniera più crudele e più atroce . Si vendicano per il motivo più futile , spesso per un semplice rimprovero . Questa sproporzione fra il movente e l ' atto , fra il sentimento e i mezzi adoperati per soddisfarlo , può far credere in certi casi si tratti di un ' intelligenza ammalata o degenerata : non è invece generalmente che l ' effetto dell ' impulsività femminile .... Una cameriera di 18 anni , rimproverata dalla padrona perché aveva rotto un piatto , mette del veleno nella minestra . La padrona e il marito muoiono fra atroci spasimi . La cameriera confessa piangendo il suo delitto orribile e vorrebbe uccidersi per espiarlo . Qual prova migliore che talvolta nella donna il delitto non è che la conseguenza della fulminea impulsività con cui l ' idea si traduce in azione ? Ma questi sono evidentemente dei casi eccezionali , per quanto , ripeto , la statistica ne segni piuttosto l ' aumento che la diminuzione . Uccidere i padroni è forse del resto un atto di ingenuità da parte dei domestici . Ucciderli , e perché ? Forse che si uccide la mucca che dà il latte o il montone che dà la lana ? Si munge la mucca e si tosa il montone , abilmente , con molta delicatezza .... Ecco il furbo consiglio di Celestina . E spunta allora quell ' altra forma specifica di criminalità ancillare che ha la sua base e la sua origine nell ' immoralità sessuale . Quando una domestica ha ceduto al padrone o al figlio del padrone , non è soltanto il suo onore di vergine che si è infranto , è tutta la sua moralità che ha subìto una diminuzione . In lei il rispetto della proprietà altrui , dato che esistesse assai vivo , si fa assai debole , ed ella non distingue più nettamente la differenza fra il ricevere un dono dal suo amante e il prendere da sé ciò a cui crede d ' aver diritto . Dice molto bene il Joly : " les femmes ont le vague sentiment que tout leur est permis dans leurs rapports avec l ' homme , car elles peuvent en quelque sorte tout payer par leur complaisance " . E una volta acquistata questa sicurezza d ' avere nel loro corpo nella loro gioventù il facile e pronto mezzo per pagare qualunque debito e per essere assolte da qualunque furto , chi può dire dove e quando si arresteranno sulla china dell ' immoralità ? La prostituzione ancillare ha varie forme : la più antica certo , la più semplice e forse anche la più comune è la prostituzione domestica : quella che l ' occasione , più che il vizio , determina quasi fatalmente . È il padrone o un servitore o un frequentatore della famiglia che , approfittando di circostanze favorevoli , prendono la fanciulla .... la cui resistenza non è mai molto energica . V ' è la prostituzione larvata dei caffè delle trattorie degli alberghi ( la cui forma più tipica è offerta dalle kellerinnentedesche ) , ove l ' avventore sa di trovare soddisfazione per tutti i suoi appetiti . E v ' è infine la prostituzione vera e propria ma clandestina esercitata da certe agenzie che , mediante avvisi sui giornali o agenti speciali , ingannano le fanciulle e col pretesto di trovar loro un posto di cameriera o di cuoca le fanno invece servire come stromenti di un turpe guadagno . Ove si arriva scendendo più o meno volontariamente queste scale del vizio ? Si arriva al delitto , all ' infanticidio , all ' aborto , con tutto il corteo delle megere che per professione favoriscono questi reati ; si arriva a quell ' ultimo gradino della prostituzione , il caput mortuum della società , ove spuntano coloro che speculano su questa miseria umana , e la donna che si vende è alla mercé dell ' uomo che ruba ed uccide e ne diventa la complice . Che cosa fa la società per impedire , o almeno per diminuire , questa demoralizzazione crescente della classe delle persone di servizio ? Che cosa fanno i governi di fronte alle rivelazioni statistiche che ci avvertono ogni anno della aumentata percentuale di aborti , di infanticidii , di furti , di reati d ' ogni genere , dovuti alle domestiche ? Si crede forse che i Goncourt abbiano mentito quando nella prima pagina di Germinie Lacerteux scrissero che è una storia vera ? O si suppone che Ottavio Mirbeau abbia tolto unicamente dalla sua fantasia tutti i fatti ch ' egli descrive ? Non sentiamo noi invece che è vicino a noi , intorno a noi , nelle nostre case , una folla di persone che sordamente mina la tranquillità della nostra esistenza , e che questo lavoro sotterraneo esige da noi un pronto rimedio appunto perché noi ne abbiamo la maggior responsabilità ? Quali metodi profilattici e terapeutici abbiamo noi adoperato per diminuire la paurosa delinquenza ancillare ? * Bisogna constatare anzitutto , e con dolore , che in nessun paese del mondo il Governo ha creduto di intervenire in favore della disgraziatissima classe delle persone di servizio . Ovunque , sotto la pressione delle idee moderne , è sorta una legislazione nuova , la legislazione del lavoro . C ' è un minimo d ' età per gli operai addetti alle industrie , ci sono disposizioni concernenti l ' igiene dei locali ove essi lavorano , ci sono delle limitazioni alle ore di lavoro , in una parola c ' è un insieme di leggi protettrici della salute dell ' operaio , e ci sono degli ispettori incaricati della sorveglianza di queste leggi . La classe ancillare invece è rimasta estranea a questa protezione legale . Una fanciulla , da cui i parenti vogliono trarre precoci guadagni , può essere messa a servire in età giovanissima . Chi sorveglia quanto ella lavora ? Chi si preoccupa se essa è mal nutrita e peggio alloggiata ? Come i suoi genitori senza scrupoli , così i suoi padroni senza pietà , possono liberalmente sfruttarla , con quali dolorose conseguenze per la sua salute fisica e morale è facile immaginare . La burocrazia dei Governi non ha saputo far altro che estendere alla classe delle persone di servizio il dono .... un po ' troppo platonico delle decorazioni . In Inghilterra la regina Vittoria aveva istituito fin dal 1872 una decorazione speciale per i domestici che fossero rimasti venticinque anni nella stessa famiglia . Nel Granducato di Assia - Darmstadt , l ' identica decorazione ( una croce d ' oro che porta nel centro a smalto il monogramma della granduchessa ) fu istituita nel 1895 . E nel Belgio , un decreto del ministro dell ' Industria e del Lavoro ha esteso nel 1906 anche ai domestici che dimostrino d ' aver servito lealmente per venticinque anni uno stesso padrone , la medaglia speciale del Lavoro . Ora , nessuno nega che ciò sia ingenuamente giusto ed utile , ma nessuno vorrà sostenere che ciò sia l ' unico o il miglior mezzo per contribuire all ' elevazione morale delle persone di servizio . * Più pratica è senza dubbio la via per cui s ' è messa l ' iniziativa privata . Tutte le associazioni o le opere filantropiche che , sotto un titolo o sotto un altro , imitando l ' Oeuvre des servantes liberées di Parigi , o l ' Arachne Club di Londra , o la Borsa del lavoro di Bruxelles , tentano di trovar lavoro alle domestiche disoccupate o di salvarle dai pericoli che le circondano quando sono sole e senza risorse , fanno innegabilmente del bene . Soltanto lo fanno , per necessità , in una sfera troppo ristretta , e non rimediano che a una parte del grave problema . Il quale rimarrà fatalmente insoluto finché rimarrà nei nostri costumi quella specie di schiavitù addolcita e larvata che è la condizione della persona di servizio che affitta a noi per uno stipendio meschino , non solo l ' opera sua , ma la sua libertà di tutti i giorni e di tutte le ore . Non v ' è nessuna altra forma di lavoro umano che tolga così completamente l ' indipendenza . Il domestico o la domestica debbono fare sempre ciò che è loro comandato ; la loro volontà è abolita : la loro libertà non esiste che per eccezione in alcune ore della domenica . Ed è in questo stato di servilismo che risiede la causa maggiore dell ' immoralità e della criminalità ancillare . Già , a priori , coloro che entrano a far parte della classe delle persone di servizio rivelano , per il solo fatto della scelta della loro professione , uno scarso sentimento di dignità personale . I caratteri forti , in cui è sviluppato il rispetto della propria personalità e in cui parla alto la fierezza umana , cercano in altro modo di guadagnarsi la vita . Ciò che oggi noi domandiamo e vogliamo è l ' indipendenza . Per questo , molte ragazze preferiscono a un posto di cameriera , il lavoro della fabbrica , più faticoso e spesso meno rimunerato , ma che lascia loro , alla fine della giornata , tutta la loro libertà . Quelle invece che si rassegnano a diventare persone di servizio dimostrano - come ho detto - una fiacca coscienza della loro dignità , la quale non solo le predispone ai compromessi colla morale , ma aumenta nell ' ambiente in cui sono costrette a vivere , e non può che offrirle , facili vittime , a tutte le tentazioni . Se dunque un rimedio è possibile alla cosiddetta crisi delle persone di servizio , questo non si troverà altro che trasformando radicalmente il servizio domestico , riducendolo cioè ai minimi termini , ed elevandolo in dignità là dove non potrà essere soppresso . Ma non è forse questa un ' utopia ? * Per ora è senza dubbio un ' utopia , e un ' utopia che si presta al ridicolo . Sono quasi dieci anni che le persone di servizio imitano la tattica delle altre classi proletarie protestando collettivamente contro la loro condizione . A Brooklyn , a Chicago , a Filadelfia , si ebbero nel 1899 i primi scioperi delle cuoche e cameriere che chiedevano maggiori salarii e sopratutto un numero maggiore di ore di libertà . Poi si formarono i sindacati che esigevano addirittura dai padroni un mese di vacanza all ' anno .... come le amministrazioni pubbliche lo accordano ai loro impiegati . E l ' agitazione s ' estese dal nuovo continente al vecchio . In Olanda nel 1902 l ' associazione delle domestiche aveva il suo giornale settimanale che combatteva .. per i diritti ancillari . E in Inghilterra , in Russia , in Ungheria , in Germania , pullularono a poco a poco sotto forme legali e illegali le dimostrazioni della classe dei domestici , che con meetingso con memoriali , con scioperi o con Società , levavano alta la loro voce di protesta . Il pubblico però , che guarda sempre con interesse , spesso con paura , alle agitazioni operaie , non concedeva alle agitazioni ancillari che il suo sorriso e la sua ironia . E a Berlino fece furore la frase di un impiegato di polizia , il quale , a una cuoca che si era andata a lagnare perché i suoi padroni la facevano lavorare 19 ore su 24 , aveva bruscamente e causticamente risposto : " Anche il gran Federico non si concedeva che 5 ore di riposo al giorno " . * Nondimeno , malgrado il ridicolo , l ' idea di una trasformazione nel servizio domestico si fa strada , nei giornali e nei libri . Uno dei più eleganti chroniqueurs parigini scriveva or non è molto : " Tutto si industrializza oggi : e perché le prestazioni del servizio domestico non seguiranno anch ' esse la corrente generale ? La domesticità , salvo quella di gran lusso , è destinata a sparire . I diversi servizî della casa saranno intrapresi à forfaitda compagnie industriali " . E Charles Gide preconizzava anch ' esso a breve scadenza l ' avvento di una êra di liberazione per i domestici . Non solo - egli diceva - la maggior parte di questi scomparirà , ma quelli che resteranno non daranno più in affitto la loro persona , bensì , come ogni altro operaio , soltanto alcune ore del loro tempo . Io non so se queste previsioni ottimiste potranno realizzarsi tanto presto . So che nel fondo della coscienza umana dorme un istinto di giustizia che di tratto in tratto si sveglia e produce in noi un vago indefinibile malessere davanti ai fatti in cui si mostra troppo brutalmente l ' ineguaglianza sociale e lo spirito di casta . È questo istinto che a poco a poco nella storia ha abolito tutte le differenze politiche fra gli uomini . Perché non dovrebbe esso col tempo arrivare anche ad abolire , o per lo meno ad attenuare , la differenza sociale fra padroni e servitori ? LA DONNA e le ingiustizie della legislazione . Nous parlerons contre les lois insensées jusqu ' a ce qu ' on les reforme et , en attendant , nous nous y sonmettrons avenglement . DIDEROT . Per chi voglia discutere obbiettivamente questo tema , che ha suscitato e suscita intorno a sé così alto fragor di polemiche , vi è anzitutto una semplice ma importante constatazione da fare , ed è questa : " le donne sono le sole persone cui ai nostri giorni vengano dalla legge interdette certe capacità , per ragione di nascita " . Come anticamente gli schiavi , come fino a poco tempo fa i negri in America , le donne escono alla vita col marchio indelebile d ' una inferiorità giuridica . Io non discuto , per ora : io mi limito a ricercare le cause di queste disposizioni de ' Codici . La causa principale e più ovvia consiste nell ' opinione diffusissima che la donna sia inferiore all ' uomo . Io non ripeterò ciò che è stato detto con tanta insistenza noiosa ! Dai Padri della Chiesa ai rappresentanti più illustri della scienza positiva moderna , dai poeti ai fisiologi , dagli scrittori socialisti ai conservatori , è un coro per concludere col Leopardi che la donna dell ' uomo al tuttoda natura è minor . Ché se più mollie più tenui le membra , essa la mentemen capace e men forte anco riceve . Ciò che è strano si è che coi nemici della donna si son trovati d ' accordo , nelle conseguenze , i suoi più validi difensori . La seconda causa infatti per cui si è sempre considerata la donna una minorenne perpetua consiste nell ' opinione di coloro i quali giudicano la donna un essere così nobile e puro da doverlo tener lontano dalla realtà della vita perché non sia profanato . Gli uni dunque hanno detto : la donna è un essere moralmente malefico , e intellettualmente inferiore , non bisogna accordarle tutti i diritti che ha l ' uomo . Gli altri hanno detto : la donna è un essere quasi divino , il fiore della nostra esistenza , la luce della nostra via , ma appunto per questo bisogna proteggerla come si protegge un fiore od un bimbo . E gli uni per disprezzo , gli altri per ammirazione hanno concluso col tenerla giuridicamente soggetta . Come ha saputo la donna portare le sue catene ? Ella ha imitato gli angeli che nell ' affresco di Raffaello vengono a liberare San Pietro : ella non ha cercato di spezzare colle sue fragili e bianche mani le solide sbarre di ferro : ella ha semplicemente addormentato e ipnotizzato i guardiani ... Che le importava , in fondo , di essere esclusa dalla fabbricazione delle leggi , se ella dirigeva coloro che le fabbricano ? Che le importava di essere considerata da meno dell ' uomo se questo maschio orgoglioso e prepotente che le negava certi diritti , era viceversa , di fronte a lei , umile come un servo ed obbediente come un automa ? Dicono sia una legge storica che i popoli vinti si vendichino dei popoli conquistatori corrompendoli . La donna si è storicamente vendicata dell ' oppressione maschile , non tanto corrompendo l ' uomo , quanto facendolo agire secondo la sua volontà e lasciandogli soltanto l ' illusione dell ' indipendenza . Se mi si chiedesse qual forza ha più contribuito al progresso del mondo , dopo la spada dei grandi capitani e le scoperte dei genii , direi che fu la seduzione e il fascino delle donne . Una forza , codesta , oscura e latente che non ebbe i clangori della fama come ogni cosa bella o perfida compiuta dall ' uomo , ma una forza che ha invaso e pervaso nei secoli tutti i meandri della vita sociale , come quelle acque sotterranee che diffondendosi quetamente pei campi sono la ragione nascosta e perenne della fecondità di certi terreni . Io non so se tutte le opere dell ' uomo siano dovute all ' ispirazione femminile : certo so che l ' uomo solo , l ' uomo senza la donna non è che la metà di sé stesso : per esser completo egli deve aver sentito vibrare vicino a sé il cuore di una madre , d ' una sorella , d ' una amante , e di tutte queste grazie , di tutte queste tenerezze , di tutti questi fiori dell ' anima fusi tra loro in un solo profumo come i grappoli della vite , egli deve aver saputo crearsi un ' anima forte e buona , l ' anima ardita di chi tenta qualunque impresa per l ' amor d ' una donna , l ' anima generosa di chi sente di dovere il meglio dell ' esser suo a colei che gli sta a fianco e che le leggi pongono tanto al di sotto di lui ! Ma , pur troppo , gli uomini che hanno questa coscienza del loro relativo valore son rari , e ad ogni modo non basta , non può bastare alla donna la parte silenziosa di ispiratrice nascosta . Senza dubbio è una grande soddisfazione morale per lei il poter dire , vedendo l ' agitarsi e l ' affannarsi degli uomini sul palcoscenico della vita : son io che dietro alle quinte dirigo i loro movimenti ; ma , oltre alle soddisfazioni dell ' amor proprio , occorrono le soddisfazioni effettive , e la donna vuol uscire dall ' ombra giuridica e politica in cui è stata relegata finora , vuol conquistare il suo posto al sole , vuole agire non soltanto con l ' arma indiretta del suo fascino , ma per mezzo dei diritti che le leggi le devono riconoscere . Ed ecco - allora - il feminismo . * Il punto di partenza del feminismo è questo : l ' uomo e la donna sono eguali nella nascita e nella morte : le differenze fisiologiche esistono nel loro corpo , ma non ne esiste alcuna nella loro costituzione morale : il cuore ed il cervello non hanno sesso . Per conseguenza fra l ' uomo e la donna tutto dev ' essere uguale . Mi permetto di credere scientificamente sbagliata la premessa di questa teoria . Nella questione femminile , come in ogni altra , il punto di partenza non dev ' essere l ' eguaglianza , questa gloria politica , ma questo errore scientifico dei nostri tempi . La legge che regola il mondo non è l ' uguaglianza , ma la disuguaglianza , il che non significa inferiorità e oppressione , ma differenza e gerarchia . La donna non è uguale all ' uomo , non per lo stolto pregiudizio del diritto canonico che diceva " mulier non est facta ad imaginem Dei " , non per la più stolta ragione addotta da Proudhon - un socialista ! - che affermava non potervi essere società fra uomo e donna più che fra animali di specie diversa , ma perché , dice Spencer , il supporre che l ' animo e l ' intelletto dell ' uomo e della donna possano essere identici mentre il corpo offre tante differenze tra l ' uno e l ' altro e mentre è così diverso nella vita l ' ufficio paterno dal materno , gli è un supporre che a funzioni speciali non debbano corrispondere facoltà speciali , il che , a dir vero , sarebbe un esempio unico nella natura . Lasciamo dunque ai semplicisti della psicologia il sognare fra i due sessi delle identità che l ' osservazione quotidiana facilmente smentisce , e constatiamo che non occorre partire da una premessa così sbagliata per arrivare alla giustissima conseguenza dell ' uguaglianza giuridica fra uomo e donna . Se infatti la donna è diversa dall ' uomo , non per questo gli è inferiore : è diversa da lui , ma a lui equivalente , e di lui egualmente necessaria . Quindi non deve soffrire alcuna diminuzione di diritti . Del resto , a mantenere , ad aumentare anzi la profonda diversità congenita fra le doti psichiche dei due sessi , hanno certamente contribuito i lunghi secoli di barbarie e di oscurantismo durante i quali la donna era considerata poco più che una schiava , tenuta lontana non pure dalla vita pubblica ma da ogni luce di coltura e di intellettualità . Chi può dire che cosa sarebbe diventata la donna se sistemi orientali di educazione non avessero atrofizzate in lei tante energie ? Chi può dire qual senso di misura e di relatività avrebbe acquistato la sua mente , ancor oggi impulsiva e assoluta , se gli uomini non avessero irrigidito il suo cervello nella cieca obbedienza al despotismo del marito , o inacidito il suo cuore nelle solitudini dei conventi ? Chi può dire qual dignità e qual fiera difesa di sé stessa avrebbe ella imparato dall ' esperienza , se i Codici non l ' avessero considerata - e non la considerassero ancora - come una minorenne od una interdetta ? Io non credo vi sieno maledizioni bibliche che dannino in eterno all ' inferiorità una razza , e tanto meno un sesso . Noi , popoli di razza bianca , stiamo accorgendoci ora di ciò che sa fare e dove ha saputo arrivare in pochi anni la razza gialla , che certi pseudo - scienziati avevano già bollata come refrattaria ad ogni progresso ! Noi vedremo - se lo sapremo educare e se lo lascieremo liberamente espandersi al sole della civiltà - che cosa sa fare e dove può arrivare il sesso femminile ! Tutto si muove ed evolve nel mondo , e non ci sono , o per lo meno non ci saranno più un giorno , cosiddette fatalità che la storia non abbia smentite . La donna che finora era rimasta stazionaria o aveva progredito assai lentamente , entra adesso in un periodo di evoluzione più rapida , e - migliorando sé stessa - conquista in pochi anni ciò che prima impiegava secoli a conquistare . I filosofi della storia affermano che l ' evolversi della donna e il suo ascendere verso condizioni giuridiche migliori abbia sempre accompagnato ogni progresso dei popoli e sia il segno infallibile del passaggio dalla barbarie alla civiltà . Io credo che questo principio generale soffra qualche eccezione , giacché le leggi barbariche punivano , per esempio , con maggior mitezza alcuni delitti delle donne , e viceversa con maggior severità le offese recate dagli uomini alle donne , mostrando con ciò di applicare forse con più giustizia , certo con più cortesia quella differenza dei sessi che le leggi romane e in genere le leggi dei popoli civili , applicavano - ed applicano - in ben altro modo . Ma , senza insistere in particolari e limitandomi a segnare le tappe principali del cammino fatto dalla condizione giuridica della donna nel mondo , dirò che se nelle leggi romane come , del resto , in tutte le leggi d ' allora la donna sul principio contava poco o nulla perché non poteva disporre né di sé né dei suoi beni , ed era assorbita completamente dall ' autorità paterna o maritale , a poco a poco in Roma stessa , ella uscì da questa servitù assoluta . Al tempo di Cicerone la donna era proprietaria : alla fine dell ' Impero il diritto consuetudinario s ' era sovrapposto alle leggi e la donna , libera da ogni tutela per ciò che concerne i suoi beni , poteva comprare , vendere , disporre insomma della sua proprietà a suo talento . Tutto il lavoro dei giureconsulti romani ha consistito dunque nello staccare Eva dalla costa di Adamo , per darle un ' esistenza autonoma . E si può dire che l ' idea dell ' ugual dignità dei due sessi è un ' idea romana , confermata più tardi dal cristianesimo . Un ' idea però , più teorica che pratica , poiché solo parzialmente applicata , e che , per tradursi efficacemente in realtà , dovette attendere che passassero le epoche buie del medioevo e del feudalismo , e che scoppiasse la rivoluzione francese . Fu infatti la rivoluzione francese a rivoluzionare anche il diritto privato . Il nuovo giure femminile , le cui basi furono poste dall ' Assemblea legislativa e di cui l ' intero sistema apparve nel Codice Civile Napoleonico riposa veramente , ben più che il diritto romano , sull ' eguaglianza dei due sessi . In omaggio a questo principio , le leggi per la prima volta sancirono : l ' uguaglianza fra la donna e l ' uomo nella capacità di acquistare e di disporre ; l ' abolizione del Senato Consulto vellejano , ossia della incapacità per la donna di obbligarsi per altri ; la pari libertà di concludere e di sciogliere il matrimonio ; il diritto di successione intestata per le figlie , a pari condizioni coi fratelli . Non era tutto , ma era molto . Non era , nemmeno , una vera conquista femminile , giacché quelle riforme , pur essendo favorevoli alle donne , non erano state determinate da teorie feministe . Erano la conseguenza logica e necessaria dell ' abolizione dei maggioraschi e di altri privilegi di origine feudale ed aristocratica . Se la donna ne veniva favorita , ciò era un corollario , non lo scopo . La Rivoluzione francese - e intendo tanto coloro che intellettualmente la determinarono , quanto coloro che la eseguirono - non ebbe tempo di occuparsi della donna e dei suoi diritti . Rousseau , nel Contratto Sociale , non ne parla : Montesquieu , nello Spirito delle leggi , vi è contrario : Robespierre , questo tiranno mistico e sanguinario , teneva la donna a vile e voleva che l ' uomo fosse un dittatore nel seno della famiglia . Ed è perciò che se il Codice francese sancì e portò pel mondo - coi diritti dell ' uomo - l ' uguaglianza giuridica della donna , non spense interamente quel residuo di feodalità mascolina , che nel Codice stesso si rivela coll ' assoggettare la moglie alla ferrea volontà del marito . Secondo il Codice infatti , la donna , se rimane nubile o se , dopo essersi sposata , diviene vedova , è giuridicamente capace e libera di possedere , di comperare , di vendere , di contrattare , di commerciare , ma la moglie , oh la moglie è incapace , nel senso che nulla può senza l ' autorizzazione del marito . Lo spirito dominatore del maschio , lo spirito giacobino del politicante è tutto in questa differenza tra la donna che ha marito e la donna che non lo ha . Napoleone , commentando appunto le disposizioni del suo Codice , diceva : " il est une chose qui n ' est pas franC6aise : c ' est qu ' une femme mariée puisse faire ce qui lui plaît " . Ebbene noi possiamo parafrasare questa brutale asserzione dell ' imperatore , e dire : " c ' è una cosa che non è logica , ed è che una donna capace giuridicamente alla vigilia del matrimonio , diventi incapace la mattina dopo " . Se mai , la dignità di sposa , la gloria di madre , dovrebbe aumentare i suoi diritti , non diminuirli ! Lo so che , se si è colpita la sposa d ' una incapacità che comincia dal matrimonio e finisce con esso , non è stato in odio alla donna o unicamente pel pregiudizio feudale che l ' uomo è il padrone assoluto in casa sua , ma è stato anche per una ragione più alta e innegabilmente rispettabile : per impedire che la disciplina domestica s ' indebolisca , per tenere intatta l ' unità della famiglia . Dicono i giureconsulti , e ripete , del resto , il buon senso di tutti : una direzione ci vuole : non si concepisce una nave senza pilota , uno Stato senza sovrano , un esercito senza generale , una società senza direttore , un ' assemblea senza presidente , e quindi non si può concepire una società coniugale senza un capo . Siamo d ' accordo . Ma non si concepisce nemmeno che oggi , quando le condizioni economiche di tutti e specialmente della donna sono mutate , ella sia poco o nulla padrona del suo danaro , del danaro ch ' ella guadagna ! Non si concepisce che oggi , quando la donna , pel fatto ch ' ella lavora non solo fra le pareti domestiche , ma al di fuori , nelle fabbriche , nelle officine , ed ha acquistato un valore commerciale e industriale che prima non aveva , ed è non più l ' oggetto di lusso cui si chiede qualche ora di piacere , ma il valido aiuto del maschio nel sopportare i pesi materiali e morali della famiglia , non si concepisce - ripeto - che il legislatore voglia ancora lasciare nei Codici questa tutela economica della moglie , tutela che è spesso la prima origine delle discordie coniugali , ed è talvolta anche l ' origine della rovina delle famiglie ! Non è qui il caso di precisar meglio ciò che vado dicendo , citare articoli di Codice e commentarli , ma voglio dire , a onor nostro , che il Codice Civile italiano è , per ciò che riguarda la condizione economica della moglie , migliore del Codice Napoleonico , contro cui insorge oggi in Francia una lega di intellettuali , migliore anche di altri Codici Civili d ' Europa , ma non tale da soddisfare le esigenze , ch ' io credo legittime , dei feministi . Il matrimonio , anche in Italia , è per la donna , quanto ai beni , un profondo sonno : un sonno da cui spesso è svegliata di soprassalto per il romore d ' un disastro . Il marito , abituato a non dipendere da nessuno , chiede raramente in affari il consiglio della moglie .... anche quando si tratta dei danari di lei . La moglie , in parte obbligata dalla legge , e ancor più abituata dal costume , si tiene estranea a ciò che non è la quotidiana azienda domestica . E questo letargo dell ' attività femminile è , oltre che un ' ingiustizia , un errore , perché la donna ha più prudenza dell ' uomo , ed essendo per indole più conservatrice , non sarebbe mai favorevole a quelle incoscienti larghezze che a poco a poco corrodono i patrimonii , né a quelle speculazioni arrischiate che d ' un tratto li inghiottono . * Senonché , non è soltanto come moglie e come proprietaria che la donna potrebbe lagnarsi del Codice Civile . È sopratutto come fanciulla e come madre ch ' ella potrebbe protestare contro le ingiustizie della legislazione . Strana e triste ironia ! Il legislatore , per giustificare la tutela giuridica cui assoggettava la donna , ha fatto ricorso alla debolezza di lei e al suo bisogno di protezione : ma si è dimenticato totalmente di questa debolezza femminile e di questo bisogno di protezione quando si trattava di protegger la donna dalle seduzioni del maschio .... Il legislatore , cioè , ha avuto tutte le precauzioni per salvaguardare il patrimonio economico della donna e ha voluto che , non lei sola , ma anche il marito ne fosse responsabile : non ha avuto nessuna preoccupazione per salvaguardare il patrimonio morale , l ' onore della fanciulla , e all ' uomo che l ' ha compromessa ha detto sorridendo : " stai pure tranquillo ! tu non sei responsabile ! la ricerca della paternità è interdetta ! " . È logico questo ? è giusto ? è umano ? Io leggo nel nostro Codice Civile l ' articolo 1151 che dice : " qualunque fatto dell ' uomo che arreca danno ad altri , obbliga quello per colpa del quale è avvenuto a risarcire il danno " . Questo articolo protegge le nostre finestre , le nostre porte , i nostri mobili , i cancelli dei nostri giardini , le derrate delle nostre campagne , il nostro cane e il nostro cavallo .... ma non protegge la donna ! Davanti al Codice , la donna è meno delle nostre bestie ! Eppure non è forse arrecar danno alla donna il sedurla , farla soffrire , distruggere , forse per sempre , la sua bellezza e la sua salute , e lasciarle la doppia croce del disonore e dell ' obbligo materiale di nutrire il bambino e allevarlo ? Oh , io sento le voci degli uomini prudenti e severi , che hanno tanto rispetto per la famiglia legale e così poco per le famiglie illegali che l ' amore crea e danna all ' infelicità , io sento le voci dure e fredde che dicono : " la donna fu debole , ella doveva riflettere prima di cedere , che colpa ha l ' uomo s ' ella non gli ha saputo resistere ? " ed io sento anche le voci maligne che susurrano : " è un ' ingenuità il credere che chi seduce sia l ' uomo ! è la donna che nella maggior parte dei casi seduce ! " . Ebbene ? e se anche ciò fosse vero ? In qual trattato di logica o di morale si può trovare il principio che dei due complici di un ' azione , uno solo deve pagarne la pena e sopportarne le conseguenze ? E mi si concederà per lo meno , che se l ' uomo non è il primo autore del male , è innegabilmente il complice necessario . E perché mai questo complice necessario , compiuto ciò che ha creduto di compiere , succhiato il miele del fiore , se ne può partire indisturbato , libero come l ' ape vagabonda , con un pensiero di meno ed un trionfo di più , lasciando nell ' abbandono , nel dolore , nella vergogna colei che gli ha dato il meglio dell ' esser suo ? Ma - ripetono ancora quelle voci severe e prudenti - : " il Codice non può preoccuparsi di tutti questi infiniti piccoli drammi d ' amore ove l ' uomo compie la sua esperienza di maschio saggiando la virtù femminile ; questi casi non dipendono che dalla coscienza ! " . Ebbene : io credevo appunto che la legge dovesse essere la coscienza di quelli che non ne hanno ! Credevo che la legge dovesse ristabilire l ' equilibrio fra la responsabilità dell ' uomo , che ora è nulla , e la responsabilità della donna , che ora è troppa , non solo per ubbidire a un criterio di giustizia e per diminuire quel tributo di anime e di corpi femminili che l ' umanità paga al minotauro dell ' egoismo maschile , ma anche per ragioni di previdenza sociale . Sapete voi che accade di tutte le fanciulle abbandonate e di tutti i figli illegittimi ? Che cosa accada delle fanciulle tradite è facile immaginare . Tolte le pochissime eroine che hanno la sapiente dolcezza della rassegnazione e che col lavoro onesto sanno ricostruirsi la vita che l ' inganno d ' un uomo minacciava di spezzare per sempre , tolte le poche energiche che nell ' impeto del dolore pel vigliacco abbandono trovano il coraggio criminoso di vendicarsi dell ' amante col coltello , col revolver , col vetriolo , tutte le altre scendono più o meno lentamente la scala del vizio , povere candide foglie di magnolia che il primo contatto ha ingiallito per sempre ! E che accade dei figli ? di quell ' esercito di illegittimi che sorgono ogni anno a minacciare la società , di cui dicono i vizii nascendo , e di cui rappresentano , vivendo , i vizii e i delitti ? Un piccolo numero di illegittimi paga subito , colla morte violenta , la colpa e la vergogna della nascita . L ' infanticidio è l ' estrema aberrazione della fanciulla tradita , che non seppe uccider sé stessa né vendicarsi contro l ' amante , e che sopprime l ' innocente , la prova viva e strillante del suo disonore . E i giurati assolvono il delitto orrendo - 33 assoluzioni ogni 100 infanticidii - non solo perché essi sentono che il delitto in questo caso non è la conseguenza di passioni malvagie , bensì la testimonianza sanguinosa d ' una rivolta legittima , ma assolvono anche perché essi si trovano di fronte solo la fanciulla - madre , non vedono l ' uomo , il complice necessario che è lontano , e questa ingiustizia li disarma e li rende indulgenti .... E quando l ' infanticidio non lo compie la madre , pensa la società matrigna a commetterlo sui figli illegittimi . Usciti alla luce dopo mesi di ansie e di dolori , privi d ' ogni cura igienica come d ' ogni cura morale , essi sono sacrati dalla morte ; e ne muore infatti l'11 per cento nel primo mese e il 24 per cento nel primo anno . Poi .... poi .... gli altri che restano - senza un nome , senza una posizione , incapaci d ' orgoglio - traversano la vita con l ' odio latente contro l ' ingiustizia di cui son vittime , e popolano i nostri ospedali e le nostre prigioni ! E allora , in presenza di questi bimbi che , se non sono uccisi o non muoion di stenti , divengono la zavorra sociale , in presenza di tante donne che cadon nel fango , se non entrano in prigione per essersi vendicate dell ' amante , io vorrei ripetere la domanda che il Senatore Rivet rivolgeva ai legislatori del suo paese : io vorrei chiedere ai gravi uomini politici che nelle questioni di commercio e di dogana sono così spesso protezionisti arrabbiati , io vorrei chiedere se troveranno ancora che è inutile protegger la donna dalle seduzioni del maschio , e se si pronuncieranno ancora per il libero scambio degli abbandoni e degli infanticidii , dicendo con una beata indifferenza : lasciate fare , lasciate passare ! * Forse - poiché l ' egoismo maschile è tanto grande - non si riuscirà ad ottenere che l ' uomo provveda , almeno economicamente , alle prime necessità dei figli illegittimi , finché le donne non avranno pari agli uomini il diritto di voto e quindi il diritto di fare le leggi . Lo constatava col suo sorriso arguto di filosofo canzonatore anche Beaumarchais quando nel Mariage de Figaro , alludendo appunto al modo con cui il Codice tratta la donna che ha peccato d ' amore , scriveva : de cette absurde injusticefaut - il dire le pourquoi ? Les plus forts ont fait la loi ! Questa questione del voto alle donne - in cui s ' appunta lo sforzo maggiore del feminismo - parmi appartenga al numero di quei problemi politici , e son molti , pur troppo , che spaventano più per l ' ignoranza che si ha delle loro conseguenze , che per la conoscenza delle ragioni che li sostengono . Noi abbiamo , spesso , la paura delle parole : noi abbiamo , talvolta , l ' avversione istintiva per certe riforme che immaginiamo gravide di chi sa quanti e quali pericoli . Anche gli uomini adulti , come i bambini , hanno i loro cauchemars . Ma quando spunta il sole i fantasmi scompaiono , e quando certi problemi si studiano da vicino al lume tranquillo dell ' osservazione scientifica , ci si accorge che essi non erano così rivoluzionarii come la nostra timidità e il nostro misoneismo temevano . Il voto alle donne ! Per essere sincero comincio col dichiarare che io non credo che le nostre leggi attuali lo riconoscano : chi lo crede non può essere che un partigiano il quale scambia il suo desiderio per la realtà , o un avvocato , il quale - secondo il solito - sostiene che la legge sancisce l ' opinione del suo cliente ! No : le nostre leggi non riconoscono nella donna il diritto di voto politico .... ma lo potrebbero , lo dovrebbero riconoscere . Ho letto molte pagine pro e contro il voto femminile , e naturalmente anche i discorsi pronunziati recentemente alla Camera , dove , per miracolo ! l ' estrema destra di Luigi Luzzatti si è trovata d ' accordo coll ' estrema sinistra dell ' on . Mirabelli in un atto di cavalleresca cortesia verso le signore : ma confesso di non aver trovato nulla di meglio , né per logica né per chiarezza , degli argomenti che sviluppava Condorcet , nientemeno che 120 anni fa , nel Journal de la Sociéte de 1789 . Il diritto di eleggere ed essere eletto è fondato per gli uomini sul loro carattere di creature intelligenti e libere . Non sono creature tali anche le donne ? I soli limiti a quel diritto sono la condanna a una pena afflittiva o infamante , e la minorità . Ebbene : forse che tutte le donne ebbero conti a regolare colla giustizia , o non è scritto all ' articolo 240 del Codice Civile che ogni individuo dei due sessi all ' età di 21 anno è maggiore ? Si argomenterà forse dalla pretesa inferiorità mentale della donna ? È assurdo , perché - dato che tale inferiorità esista - forse che gli uomini poco intelligenti non hanno diritto di voto ? Ma l ' infimo impiegato d ' ordine dell ' infima amministrazione ha gli identici diritti politici di Guglielmo Marconi ! Si argomenterà dalla debolezza fisica delle donne ? Se questa obbiezione valesse , bisognerebbe sottoporre gli elettori a un giurì di medici , e poiché non si è ancora istituita la visita medica elettorale e votano nevrastenici , epilettici ed alcoolisti , mi sembra che - per ciò che riguarda la salute - potrebbero votare anche le donne . L ' obbiezione capitale - tutti lo sanno e lo sentono - consiste nell ' osservare che , aprendo alle donne la vita politica , si distolgono dalla famiglia . Ma non le distolgono dalla famiglia anche oggi , più assai dell ' ipotetica partecipazione alla vita politica , le professioni manuali e il commercio ? Non è la nostra vita affrettata e febbrile che lancia nelle officine , nei magazzini , nelle amministrazioni , le fanciulle , le spose , le madri ? Non è questo terribile aculeo della lotta economica , non è l ' ansia del guadagno , non è la fatalità della grande industria che toglie l ' operaia al suo focolare , al suo bambino , ai suoi doveri di madre e di moglie , per sequestrarla tutto il giorno là dove il mostro della civiltà ha bisogno del suo lavoro ? Protestiamo pure contro questa immane e dura necessità , ma non accusiamo il voto politico di produrre un danno che già il capitalismo , la macchina , la creazione dei grandi opifici hanno prodotto . Non è la piccola scheda bianca che toglierebbe la donna alla casa e alla famiglia , di dove l ' ha già distolta la grande industria e la nera officina . Forse che per votare - o per apprendere quel tanto che occorre per votare con coscienza e con libertà - la donna dovrebbe impiegare quelle otto o dieci ore di lavoro al giorno , che oggi ella ruba alla sua famiglia .... senza che gli antifeministi protestino ? O forse che gli antifeministi non si preoccupano della donna che deve guadagnarsi la vita col suo lavoro - e che è pure la gran maggioranza - e pensano soltanto alla donna ricca e agiata , facendo una comoda sociologia da salotto , come Paul Bourget fa della psicologia da milionari studiando soltanto anime umane che abbiano almeno cento mila lire di rendita ? Io non vedo , dunque , lo confesso , un solo argomento che possa validamente contrastare in teoria il diritto di voto alle donne . Quanto alla pratica - cioè all ' immediata attuazione - prescindendo da coloro che temono dal voto femminile una riscossa reazionaria - sono le donne stesse che dimostrano di non sentirne l ' imperiosa necessità . In Austria dove , da oltre trent ' anni , le donne del grande possesso nobile hanno diritto di voto , poco e raramente lo esercitano . In Francia e in Belgio , paesi più evoluti del nostro , non si è ancora tentata l ' ardita riforma . In Italia , basterebbe constatare l ' indifferenza con cui la maggior parte del pubblico femminile ha seguìto la recente discussione parlamentare - che fu del resto più un ' esercitazione rettorica che l ' espressione eloquente d ' un sentimento sincero - per convincersi che all ' entusiasmo di poche non segue il consenso pieno e caldo di tutte . Basterebbe , sopratutto , gettare uno sguardo sulla statistica spaventosa delle donne analfabete - il 50 per cento delle spose italiane non sanno nemmeno firmare col proprio nome l ' atto di matrimonio ! ! - per comprendere che troppe altre cose più urgono fra noi per la vera emancipazione della donna ! * Proclamare , dunque , tutti i diritti , non far dedizione d ' alcuno anche lontano ed altissimo , ma perseguire con tenacia conquiste immediatamente più utili e necessarie , ecco la tattica di un feminismo fecondo . Volere la donna pari all ' uomo , ma cercar di elevarla , con l ' educazione e con l ' istruzione a quella dignità cui ella agogna . Giacché , più che la donna elettrice , più che la donna politicante , urge oggi rivendicare la donna nella semplicità della sua sacra funzione , cioè la donna che ama . Io non credo al feminismo spurio che sotto il nome di lotta di sesso vuol far guerra all ' uomo , vuol mascolinazzare la donna , vuol dare ad intendere ch ' essa possa fare a meno dell ' uomo . Ciò è contro la natura , contro la bellezza , contro l ' amore ! Io credo al feminismo che innalza la donna , che le apre tutte le vie , in modo che la sua mente possa spaziare fin là dove una volta non arrivava nemmeno il suo sguardo , ma le lascia però intatte tutte le sue femminili attrattive . Gli è appunto quando la donna è veramente donna , e non un ibrido campione del terzo sesso , che ella può creare capolavori . Le donne che hanno scritto dei libri che resteranno non sono le donne che hanno ucciso in sé stesse il sesso per meglio misurarsi nella concorrenza brutale col maschio , ma sono le donne che hanno amato . Se c ' è una poesia femminile che commuova , è quando esprime la passione : se c ' è un ' opera d ' arte di donna che s ' imponga è quando l ' ha infiammata l ' amore . Diceva il Guizot che ricercando un giorno con Macaulay quale fosse , nella letteratura , l ' opera femminile che più si avvicinava alla perfezione , s ' eran trovati d ' accordo nel pensare che erano le lettere di M.me de Sevigné , e che entrambi avevano attribuito la superiorità di quel capolavoro al fatto che era l ' opera d ' una madre . Non dunque un feminismo che spenga ciò che vi è di più puro e di più sacro nella donna : non un feminismo che divida ed odii , ma un feminismo che eguagli e rinsaldi i legami spirituali fra l ' uomo e la donna . Diamo alla donna tutti i diritti che le spettano - ella vedrà se è il caso di esercitarli - ma diamole sopratutto quell ' educazione libera e fiera di cui manca , e che le è necessaria per comprendere che ella deve essere , non la nostra concorrente , ma la nostra alleata , e che il suo miglioramento significa raddoppiare le forze intellettuali del genere umano e quindi le probabilità di una vita felice . Come l ' uomo e la donna sono fisiologicamente necessari per creare la vita , così l ' accordo fra loro - pari ormai di coltura di dignità di diritti - è necessario per creare il progresso . Questa è la verità , e questa , io credo , è anche la poesia ! Una delle più illustri feministe italiane , Anna Maria Mozzoni , confessava : " povere ribelli siamo noi , che amiamo i nostri nemici ! " . E in queste parole sta la conclusione migliore del nostro problema , giacché se è vero che l ' uomo non è mosso ad agire altro che dal desiderio di far omaggio di tutto ciò che egli conquista - fama onori ricchezze - alla donna che ama , anche il feminismo non può e non deve essere che la rivendicazione della personalità della donna perché questa possa più nobilmente offrirla a colui che essa liberamente si è scelto . L ' ISTRUZIONE DELLA DONNA . Il faut élever la jeune fille avec la pensée constante qu ' elle sera un jour la compagne de l ' homme . M.me DE STAËL . Si racconta che essendosi chiesto una volta a Legouvé in quale periodo della vita dei suoi figli egli cominciasse la sua azione di educatore : Prima che nascano , rispose . Pur troppo , pochissimi padri saprebbero e potrebbero rispondere con la profondità filosofica e con la previdente affettuosità di Ernesto Legouvé ; e certo nessun governo ha mai voluto spingere così indietro e così lontano le sue cure per l ' educazione de ' cittadini . I governi , in genere , non pensano all ' educazione ma soltanto all ' istruzione , e non sempre felicemente e compiutamente nemmeno a questa . Se la statistica fu definita una specie di bromuro scientifico poiché calma , colla doccia fredda delle cifre , i nervi eccitati della nostra curiosità , c ' è una statistica che dovrebbe , anziché calmare i nostri nervi , irritarli , e farci salire al viso le fiamme della vergogna per la nostra inferiorità di fronte agli altri popoli civili . Intendo la statistica dell ' analfabetismo . Mentre in Germania si contano appena 2.45 analfabeti su 100 abitanti , e in Inghilterra 3.45 , e in Francia 3.50 , noi italiani vinciamo il triste record della barbarie anche in confronto alla Russia , giacché questa ha 36 analfabeti su 100 abitanti , e noi ne abbiamo 52.93 . E pur troppo questa statistica complessiva - se si volesse distinguere per sesso - riuscirebbe assai più grave per la donna che per l ' uomo ! Infatti , prendendo come termine di paragone i dati demografici che riguardano i matrimonii innanzi agli ufficiali dello Stato Civile ( se si consultassero anche i matrimonii religiosi sarebbe ancor peggio ! ) noi troviamo che su 100 sposi , soltanto 35.50 non seppero firmare l ' atto nuziale , mentre su 100 spose non lo seppero firmare 47.95 . Quindi - ed è veramente doloroso a dirsi - quindi la metà delle mogli e delle madri italiane non sanno nemmeno scrivere il proprio nome ! Immaginiamoci la coltura della maggior parte dell ' altra metà ! E sorvolo , per carità di patria , sul fatto che in Germania , in Francia e in Inghilterra le spose che non sanno sottoscrivere l ' atto di matrimonio raggiungono appena la cifra del 2 , del 3 , al massimo del 4 per cento . Di fronte a queste constatazioni - che sono vergognose e socialmente pericolose , ma che i nostri uomini politici pare siano abituati a considerare con olimpica indifferenza , come un male necessario che la terza Italia ha ereditato dall ' Italia dei Papi - di fronte a queste constatazioni verrebbe fatto a un ingenuo di domandare : " Ma c ' è o non c ' è , in Italia , una legge sull ' istruzione obbligatoria ? " . La legge c ' è , e da più di trent ' anni , perché appunto dal 1877 fa parte della raccolta delle innumerevoli Leggi e Decreti del Regno , ma .... chi pon mano ad essa ? Questa nostra legge - che ebbe l ' unico merito di precedere quelle analoghe di Francia e di Inghilterra - ebbe , fra gli altri , il torto gravissimo , dovuto a ragioni finanziarie , di limitare dai 6 ai 9 anni l ' età in cui l ' istruzione è obbligatoria . Questo periodo di tre anni era troppo breve , non solo per lo scopo diretto dell ' istruzione , ma anche per lo scopo indiretto di prevenzione sociale che la scuola dovrebbe prefiggersi . Tutti i paesi civili avevano stabilito un periodo più lungo per lo meno del doppio : in Francia l ' istruzione è obbligatoria dai 6 ai 13 anni , in Austria , in Ungheria , in Germania dai 6 ai 14 , in Inghilterra dai 5 ai 14 , in Isvizzera dai 6 ai 16 anni . E sorgeva spontanea la domanda : il bambino e la bambina italiani che a 9 anni compiuti non hanno più l ' obbligo di frequentare la scuola , che cosa faranno ? ( Parlo , si capisce , dei bimbi di quelle infime classi sociali che non potendo darsi il lusso di continuare l ' istruzione per conto proprio , mandano i loro figli a scuola - se li mandano ! - solo nel periodo fissato dalla legge ) . A questi bambini sarà evidentemente scuola la strada , poiché il padre e la madre , contadini o operai , occupati nei lavori dei campi o delle officine , li lascieranno vagabondare , lieti d ' avere per qualche ora un pensiero e una noia di meno .... Il ministro Orlando si rese conto di questa inferiorità del nostro paese , che equivaleva a un pericolo sociale , e colla legge . luglio 1904 estese l ' obbligo dell ' istruzione fino al dodicesimo anno di età e fornì ai Comuni i mezzi per istituire corsi d ' istruzione elementare superiore . L ' intenzione era nobilissima , ma rimase semplicemente .... intenzione . Si può dire infatti senza peccare di soverchio pessimismo , che la legge del 1904 non è osservata in pratica . E non è osservata perché le pene ai genitori che vi contravvengono sono più miti che altrove ( un ' ammenda di 50 centesimi ! ) e perché oltre ad essere miti , sono rarissimamente applicate . Così non solo la legge sull ' istruzione obbligatoria non è osservata , ma è del tutto inutile , giacché in Italia la scuola è frequentata soltanto .... da chi vi si reca spontaneamente . Mentre , infatti , in Inghilterra e agli Stati Uniti , sia per la maggiore educazione del popolo , sia per l ' inflessibile rigore anglosassone con cui sono puniti i contravventori alla legge , non esiste una differenza apprezzabile fra il numero degli alunni che dovrebbero frequentare la scuola e il numero di coloro che effettivamente la frequentano , da noi invece pur troppo , un terzo degli alunni che vi sarebbero obbligati disertano la scuola . Si tratta cioè di un milione , badate , di un milione di bambini e bambine che dovrebbero frequentare la scuola e non la frequentano . Ed è così apatica la nostra indole , che nessuno chiede spiegazione di questa trascuratezza che costituisce un delitto ; nessuno domanda di chi è la colpa se la legge sull ' istruzione obbligatoria non viene osservata ; nessuno pensa che un milione di bimbi fra i 6 e i 12 anni sul lastrico della via significa un futuro pericolo sociale gravissimo , significa l ' analfabetismo colle sue conseguenze fatali , il vagabondaggio e la delinquenza ! E mentre è facile trovare , nel Parlamento e fuori , chi alzi fiere proteste contro ogni irregolarità e contro ogni abuso - purché siano , s ' intende , commessi dagli avversarii politici , perché quando sono commessi dai correligionarii anche i delitti si scusano , - è difficilissimo il trovare chi senta il bisogno e il dovere di salire su dalla morta gora del pettegolezzo politico e del piccolo scandalo parlamentare , per guardare in faccia i veri problemi che interessano la vita della nazione , e per chiedere che non sia abbandonata all ' ignoranza dei più e all ' indolenza del governo la funzione della scuola , in cui riposa la migliore energia del popolo e la salute dell ' avvenire ! Mi si perdoni se , per chiudere questo argomento , insisto ancora con delle cifre : saranno le ultime . Il numero degli alunni d ' ambo i sessi raggiunge circa il 20 per cento sul totale della popolazione in tutti i paesi civili : è il 20.70 nella Svizzera , il 20.38 agli Stati Uniti , il 20.00 in Baviera e Sassonia : da noi è soltanto il 7.89 per cento . E non occorre fare dell ' alta sociologia per riconoscere questa verità assiomatica : che la percentuale massima nel numero degli alunni è l ' indice tangibile della massima civiltà , ossia dei paesi dove è maggiore il benessere materiale , più diffusa l ' industria , e minore il numero de ' reati . * Sono molte le scuse o le giustificazioni che si adducono per spiegare questa nostra inferiorità . Ma , sorvolando sulle secondarie , le cause principali del doloroso fenomeno si possono ridurre a due , una sociale , l ' altra strettamente economica . La causa sociale e , in parte , di razza , - che potrà , speriamo , affievolirsi col tempo ma che oggi è ancora fortissima specie nell ' Italia meridionale , - consiste nel fatto che i genitori italiani non intendono l ' utilità della scuola pei loro bambini , preferiscono sfruttarli col lavoro e colla mendicità in età ancor tenera , o lasciarli in ozio in mezzo alla via .... Il vizio è nel sangue , e le leggi possono fare ben poco ! Nel Belgio , per esempio , non esiste istruzione obbligatoria ; eppure colà le scuole sono frequentatissime . Altra razza , e , diciamolo pure , altro grado di civiltà ! E poiché in Italia le autorità - come ho detto - non si prendon la pena di infligger multe a quei genitori che non inviano i loro figli alla scuola , il cattivo esempio s ' estende , e la piaga si fa cancrena . Dunque : in basso , incredulità nei vantaggi dell ' istruzione : in alto , indolenza nel reprimere le contravvenzioni , - ecco gli ostacoli contro cui si dibatte fra noi il problema della scuola . Ma l ' ostacolo maggiore è l ' ostacolo economico , la difficoltà finanziaria . È noto che in molti Comuni le scuole sono in uno stato così deplorevole , da giustificare quasi coloro che non le frequentano . Si è sempre detto , e si continua a dire , che non ci sono denari per il Ministero dell ' Istruzione Pubblica , il cui bilancio è notoriamente la cenerentola dei bilanci italiani . Io credo che , come i giornali ricorrono alla scusa della tirannia dello spazio per giustificare la non pubblicazione di ciò che non vogliono pubblicare , così i governi riparano dietro la scusa della tirannia finanziaria per non spendere mai danari dove non li vogliono spendere . Noi siamo ancor vittime del pregiudizio che per la grandezza della patria occorra crear fucili e cannoni anziché teste ed uomini , e noi dimentichiamo che le vittorie dell ' esercito tedesco sono dovute alla coltura dei suoi soldati . Per questo la Germania , che sa preparare da lontano le sue vittorie , non lesina danaro all ' istruzione pubblica : per questo il solo regno di Prussia spende 356 milioni all ' anno per la sola istruzione popolare , e la stampa tedesca anche la più conservatrice trova che è poco , e noi invece ci accontentiamo di un bilancio totale dell ' istruzione pubblica che s ' aggira intorno ai 100 milioni , di cui lo Stato ne paga meno della metà e il resto lo pagano i Comuni ! Io non voglio - né saprei - discutere se oggi in Italia uomini politici che veramente e fermamente volessero , potrebbero ottenere che per l ' istruzione pubblica si facesse più di quanto oggi si faccia : certo so che la grande riforma che la patria aspetta è l ' aumento delle risorse materiali della scuola . Aumento tanto più necessario in quanto che ora s ' avanza - oltre e insieme ai maschi - l ' esercito femminile , che una volta era non solo assolutamente escluso dalle scuole secondarie e , Dio liberi , dalle Università , ma era anche escluso , se non in via assoluta , almeno in forza del costume e dell ' abitudine , dalla scuola primaria . Una volta non si riconosceva alcun diritto di istruzione nelle donne . Sottomesse giuridicamente , lo erano anche intellettualmente , e gli uomini le lasciavano , le volevano lasciare nella più beata ignoranza . Une femme en sait toujours assez diceva Molière quand la capacité de son esprit so hausseà connaître un pourpoint d ' avec un haut de cnausse . E Goethe in una lettera ad un amico sosteneva che l ' istruzione della donna doveva limitarsi alle nozioni più elementari e consigliava di affidare alle ragazze le cure della cucina e del giardino e di far lavorare coll ' ago quelle che preferissero star sedute . La citazione è forse un po ' troppo antica ? Elisabetta d ' Austria confessava al suo fedele e forse unico amico il dottor Christomanos : " meno le donne imparano e più esse hanno pregio , poiché esse estraggono dal loro io tutta la loro scienza . Il resto non fa che snaturarle : esse disimparano una parte di loro stesse per appropriarsi imperfettamente un po ' di grammatica o un po ' di logica " . Questa avversione alla coltura può sorprendere nella bocca di un ' imperatrice coltissima , la quale forse pronunciò quelle parole in un giorno di tristezza e di ironia ; ma era lo stato d ' animo di quasi tutti fino a trent ' anni or sono . Fino a quell ' epoca infatti soltanto una piccola minoranza di fanciulle frequentava le scuole primarie . E del resto , non abbiamo , ognuno di noi , dei documenti dolorosi di ciò che fosse l ' educazione femminile della generazione che ci ha preceduto ? Non troviamo oggi noi stessi nelle donne attempate delle classi inferiori una gran maggioranza di analfabete , e non troviamo anche nelle donne delle classi ricche , specialmente di certe provincie , una coltura così bassa da lasciar germogliare ogni sorta di superstizione ? Il concetto di educare la donna - non per semplice abbellimento come in certi conventi e in certi collegi di cui parleremo fra poco - ma per renderla intellettualmente e moralmente migliore è dunque un concetto relativamente nuovo . Come è recente il fatto che la donna osi uscire , per istruirsi , dalla famiglia , e mescolarsi nelle scuole pubbliche coi fanciulli . Ancora pochi anni fa il numero degli alunni maschi nelle scuole primarie era dovunque assai maggiore di quello delle fanciulle : ora tendono ad equilibrarsi , e in alcuni Stati , in Francia per esempio e in Baviera , il numero delle femmine supera quello dei maschi . Da noi - ed il fenomeno è confortante - il numero delle fanciulle che frequentano le scuole elementari va gradatamente e regolarmente crescendo , e poiché le ultime statistiche di qualche anno fa davano una minima differenza fra i due sessi , è probabile che ora l ' esercito delle piccole alunne abbia raggiunto numericamente l ' esercito maschile . C ' è un ' altra constatazione a farsi , per noi italiani ( dopo aver rilevato il male , è bene poter constatare anche il bene del nostro paese ) ed è che l ' Italia può dirsi fra i paesi latini il più progredito riguardo a quel sistema di coeducazione dei sessi o scuola mista , universalmente adottato agli Stati Uniti , ma viceversa ancora respinto in tutto o in parte dai paesi d ' Europa . Io credo all ' efficacia intellettuale e morale della scuola mista , giacché essa dà maggior vita e colorito , maggior emulazione al lavoro , e come diceva un esperto educatore " elimina l ' isterismo e ridona l ' ozono della vita naturale ad una atmosfera resa deleteria dagli antichi costumi monastici " . È una triste abitudine quella invalsa finora - e che stranamente prevale ancor oggi nella arditissima Francia - di voler tenere distinti e ben divisi ragazze e ragazzi nei primi anni della vita , quando il sesso ancora non parla , per lasciarli poi insieme nella vita di società proprio quando il sentimento dominante da una parte e dall ' altra è l ' amore ! Abituati a stare insieme fin da bambini , i maschi e le femmine acquistano quella franca e libera e fraterna camaraderie senza secondi fini , che , se spaventa forse le anime timorate , è certo più leale e più sana di quelle sapienti ritrosie gesuitiche in cui si riassume talvolta tutto il pudore di certe fanciulle . La scuola mista non fu in Italia un atto di volontà : fu una conquista inconscia del pubblico sul governo . Essa sorse quasi di sorpresa , inavvertitamente . Si cominciò - in qualche città dove non esistevano istituti femminili - ad accordar per favore a un padre l ' ammissione in un ginnasio o in una scuola tecnica della sua figliuola ; e l ' iniziativa ardita , prima criticata e combattuta come tutte le iniziative , fu a poco a poco imitata . Gli uomini , sul principio , sono ribelli , ma poi , e in questo caso per fortuna , ritornano pecore . Oggi , e intendo per oggi la data delle più recenti statistiche , oltre le 20 mila alunne delle scuole normali , abbiamo più di 9000 alunne nelle Scuole tecniche e più di 500 negli Istituti tecnici , più di 2000 nei Ginnasii e oltre 400 nei Licei . E ogni anno segna un aumento costante Ecco le cifre precise : Debbo questa statistica alla cortesia del comm . De Negri , Direttore Generale della Statistica , che volle compilarla per me sui Bollettini Ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione . Nelle Università il progresso fu più lento . Nessuna donna s ' era laureata in Italia prima del 1877 . In quell ' anno e nei tre successivi si ebbe una laureata all ' anno . Il numero rimase scarsissimo fino al 1893 , in cui furono 15 , e poi salirono fino alla cifra di 52 nel 1900 Anche questa statistica è dovuta al Comm . C . De Negri = . Dato l ' abbrivo , è facile prevedere che l ' aumento continuerà in proporzioni sempre maggiori . Non arriveremo , e non ci avvicineremo nemmeno agli Stati Uniti , dove le alunne che frequentano i corsi secondarii ( ossia i nostri ginnasii e licei ) sono più numerose dei maschi , dove nel 1900 si contavano di fronte a 130 mila ragazzi che dicevano di studiare il latino , 190 mila ragazze che lo studiavano , e dove oltre alle Università miste esistono 13 Collegi universitarii unicamente destinati alle donne con 5100 studentesse , - ma ci metteremo senza dubbio anche noi per la grande strada maestra che consente alla donna quell ' alto grado di istruzione che la rende non solo eguale all ' uomo ma , ciò che più importa , indipendente da lui . Il Tocqueville , il quale scriveva quando le condizioni della donna americana non avevano ancor raggiunto il livello che toccano ai nostri giorni , era stato fin da allora colpito dai progressi del movimento femminile in America , e confessava : " Se voi mi domandate a che cosa io penso doversi attribuire la prosperità singolare e la forza ognor crescente del popolo americano , io risponderò doversi attribuire alla superiorità intellettuale delle sue donne " . Potremo anche noi meritare , in un tempo più o meno lontano , un simile elogio da un altro grande storico dell ' avvenire ? * Prima di rispondere a questa domanda , bisogna porne un ' altra : bisogna domandarci : perché studiano queste studentesse ? perché vengono , sorelle intellettuali , a combattere con noi la grande battaglia della scienza contro l ' ignoto , o dell ' arte per la bellezza ? perché le troviamo sui nostri passi , concorrenti gentili e temute , a darci il sorriso della loro compagnia , ma a rubarci , spesso , la palma del trionfo ? Esse vengon fra noi perché le sospinge forse l ' amore allo studio , perché le trascina senza forse la necessità economica . Anche la donna sente oggi al pari dell ' uomo il desiderio di una sua propria espressione individuale : sente il bisogno di affermarsi da sola , col proprio lavoro , col proprio cervello , per rendersi indipendente . Direi che agogna ad una vita umana nell ' ampio senso latino della parola , e non vuol più rimaner chiusa nella semplice vita sessuale , dove la storia l ' aveva confinata finora . Vuole il mondo per sé , e non la famiglia soltanto . È un bene ? è un male ? Non importa qui dire : è la fatalità ! La donna era sempre vissuta in una specie di parassitismo economico . L ' unica sua speranza e l ' unica sua carriera era il matrimonio . Lo stato psicologico della fanciulla era l ' attesa ; e questa sua condizione di dover aspettare il marito non era che una forma di muta mendicità . Perciò , se non si maritava , e se il chiostro non accoglieva le sue verginali speranze deluse , essa restava nell ' ambiente sociale come un ramo secco tra la gloria della foresta verde e fiorita , come un organo che abbia fallito alla sua funzione , come un peso inutile e gravoso alla propria famiglia . E già molti anni or sono l ' Holtzendorff aveva presentito la gravità sociale di questa ingiusta condizione di cose , e con la fredda calma del giurista tedesco aveva posto brutalmente il problema così : o la poligamia , oppure procacciare alle donne escluse dal matrimonio altri modi di onesto e lucroso collocamento . Allora , quando l ' Holtzendorff scriveva , si contavano in Germania più di due milioni di ragazze di età superiore ai 25 anni non maritate , capo d ' accusa vivente - egli diceva - contro lo spensierato egoismo degli uomini . Quante saranno oggi , e non in Germania soltanto , le oneste ragazze che , non volendo e non potendo sposarsi , hanno pur diritto a un ' esistenza che non sia l ' avvilente inutile e parassitaria vita della vecchia zitella ? Saranno certamente di più , poiché in questa nostra epoca ove tutto è ridotto al comun denominatore danaro , e dove le esigenze di tutte le classi sono smisuratamente cresciute , l ' uomo non può contrarre matrimonio con la facilità con cui lo contraeva una volta . C ' è - minore fra noi che altrove , ma non trascurabile - una crisi del matrimonio , prodotta dal fatto che oggi il mantenere una famiglia è un problema economico che non a tutti è dato risolvere . Chi muove l ' attività maschile è ancora e sempre , come fu e come sarà in eterno , la donna , e Rudyard Kipling può cantare : " finché le nostre donne debbano andare per le vie bene abbigliate e il danaro occorra a comperare i loro monili , le baleniere correranno d ' anno in anno , pe ' mari , alla ventura " , - ma è l ' amante d ' un mese o d ' un ' ora che fa fare all ' uomo questi sacrifizii e questi eroismi : per la moglie egli non ha , generalmente , né questi pensieri né queste energie ! E poiché la fanciulla sente questa verità psicologica , poiché ella s ' accorge che la dura necessità economica rende i matrimonii meno frequenti , poiché , nel rinascere dignitoso della sua personalità , ella sdegna di attendere come una schiava che l ' uomo le getti , quasi fosse un sultano , il suo fazzoletto , ecco che ella ha voluto , e in parte ha saputo , rendersi indipendente , ecco che ella ha detto : io studierò , io lavorerò , io basterò a me stessa come un uomo . Ed è sorto così un tipo di donna che non ha ancora trovato , forse , la sua espressione precisa , ma che senza dubbio esce dalle tre grandi categorie in cui Alessandro Dumas s ' illudeva di chiudere tutti i tipi di donna . Diceva il Dumas che le donne sono o vestali o matrone o cortigiane , cioè donne o del tempio o del focolare o della strada . Ebbene : per coloro che si vergognerebbero d ' essere cortigiane , per coloro che non vogliono essere vestali , per coloro che non possono diventare matrone , deve pur esistere un ' altra categoria : la categoria severa ed altera della donna che non chiede al suo sesso e alle sue attrattive la ragione di piacere , ma chiede al suo cervello e al suo lavoro la ragione di vivere rispettata e indipendente nel mondo . * Senonché - per quanto il fenomeno di cui ora ho parlato sia grave ed interessante e rappresenti uno dei casi più acuti del nostro malessere sociale - bisogna riconoscere che esso è in un certo senso un fenomeno eccezionale nel grande problema dell ' educazione della donna . Dopo aver constatato , con le parole argute di Anatole France , che " la science peut bien avoir , comme la religion , ses vierges et ses diaconesses " , dopo aver confessato che è giusto che la fanciulla possa trovare le sue condizioni d ' esistenza al di fuori del matrimonio , occorre anche dire che se è doveroso che la società gliele faciliti in tutti i modi , è altrettanto giusto e direi quasi più doveroso che la società si preoccupi di formare nella fanciulla la sposa e la madre futura . Compie quest ' alto ufficio l ' educazione che noi impartiamo oggi alle fanciulle nelle nostre scuole ? Ha lo Stato coscienza di questo suo grande dovere ? Pur troppo noi dobbiamo confessare che oltre la misera scuola obbligatoria , l ' insegnamento femminile assume nel nostro paese , come del resto anche in altre nazioni civili , un carattere di privilegio del quale , sia per la spesa , sia per altre cento difficoltà , ben poche possono godere . La scuola secondaria è infatti frequentata in Italia solo da 1/10 del numero totale delle fanciulle . E vi è un ' altra e più dolorosa confessione da fare . Lo Stato - amo credere ancora e sempre per la terribile tirannia finanziaria - non ha potuto , non ha saputo attirare a sé la fiducia delle famiglie , le quali in gran maggioranza disertano le scuole e gli istituti governativi , inviando le loro figlie ad istituti privati . Nel 1898 le fanciulle che frequentavano le scuole dello Stato erano in tutta Italia 24.335 , e le fanciulle che compivano la loro educazione nei monasteri erano invece 95.404 ! ! ! Vale a dire : più dei 3/4 delle fanciulle italiane sono educate dalle monache ! Lontana da me l ' idea di entrare , a proposito di queste cifre , in una discussione di principii : io rispetto tutte le fedi e tutte le opinioni , e appunto perché sono incrollabilmente ma serenamente fermo nella mia , non ho verso le opinioni degli altri , né quelle furie verbali , né quei despotismi giacobini che credono di essere manifestazioni d ' energia , e non sono talvolta che convulsioni di anime incerte le quali sperano di affogare nella violenza il dubbio che le tormenta . Ma mi sarà permesso di deplorare che lo Stato abbandoni con tanta indifferenza l ' educazione della donna a chi , anche se non guasta per sempre le idee , certo non può dare quel sentimento di italianità e di modernità che pure noi vogliamo insegnare ai maschi nelle scuole governative . Forse è qui il germe di quella dissonanza di convinzioni e di tendenze fra i due sessi che impedisce a questi di aver idee comuni e concordi ; e forse l ' opera educativa più utile sarebbe appunto di togliere questa dissonanza , ristabilire l ' unissono fra l ' uomo e la donna che ora , pur troppo , sentono pensano e quindi agiscono in modo contradditorio ! Lasciando tuttavia questo problema di tanto lontana e difficile soluzione , e limitandomi a parlare dell ' educazione femminile , quale essa è attualmente , io credo che le si possano rivolgere due critiche , due critiche opposte ma che , secondo i casi , saranno riconosciute per vere . Negli istituti femminili , o si studia troppo , o si studia troppo poco . O v ' è cioè , l ' eccesso dello studio serio che uccide l ' allegria e l ' igiene , o v ' è la frivolezza di certi studii fatti più che altro per abbellimento e per .... attirare il marito , frivolezza che corrompe nella fanciulla il carattere e ne diminuisce il senso di dignità . In alcuni istituti s ' insegna sopratutto ciò che serve per far figura , per illudere , per conquistare ; si dà , direi quasi , una polverizzazione di coltura superficiale perché il profumo passeggiero di questa coltura inganni chi si avvicina : non si insegna nulla di ciò che nutre veramente il cervello , di ciò che rinsalda la coscienza , di ciò che prepara alla vita . Da questi istituti escono quelle bambole che suonano e cantano , che civettano e flirtano in tre o quattro lingue , e che la società accoglie sorridendo come i tipi della perfetta educazione , senza chiedersi mai se la fabbricazione non potrebbe essere più accurata o almeno più solida ! Bambole che attraversano la vita facendo più male che bene , facendo spesso molto male con la più tranquilla incoscienza , perché non amano che sé stesse e credono che il mondo sia stato creato unicamente perché esse possano divertirsi .... " Deliziose e terribili piccole belve - così le definisce De Ryons nell ' Ami des femmes - per le quali ci si disonora , ci si rovina , ci si uccide , e di cui l ' unica preoccupazione - in mezzo a questa carneficina - è di vestirsi secondo la moda , alle volte come un ombrello , alle volte come una campana ! " . Quale contrasto fra la figura ambigua di queste donne perfidamente leggere , e il profilo della fanciulla seria che dà tutto il suo giovanile e sincero entusiasmo agli studî , e vuole ottenere da questi non una batteria di seduzioni per accalappiare un marito , ma un patrimonio intellettuale che serva a lei sola ! Eppure , come c ' è l ' esagerazione nel male , c ' è anche l ' esagerazione nel bene ! Non solo in molte ragazze , ma in molti padri di famiglia , nelle madri stesse si è infiltrata oggi ed ha messo radice la convinzione che più si studia , più si ingobbisce sui banchi della scuola col naso nei libri e nei vocabolarii , e meglio è . L ' abuso e l ' eccesso della scuola - non sono io che lo dico , ma è il senatore Angelo Mosso - è come un ' edera fatale che ora si è avvinghiata anche all ' organismo della donna , e ne rattrista l ' esistenza inaridendone le sorgenti della vita . Alle fanciulle noi facciamo imparare l ' estrazione della radice cubica , e neghiamo loro un cortile dove possano correre a prendere una boccata d ' aria , a sgranchirsi le gambe , a non sentire più i gomiti delle compagne nei proprii fianchi ! È il pregiudizio dell ' intellettualità pedante ed anti - igienica che viola le leggi della salute ! È la ribellione , in origine giustissima , contro l ' ignoranza , che arriva a conseguenze esagerate ed illogiche ! Bisogna ristabilir l ' equilibrio fra lo sviluppo del cervello e lo sviluppo delle altre facoltà umane . Bisogna avere per l ' educazione morale quel concetto armonico che i greci avevano per la bellezza fisica . L ' arte antica non si preoccupava , come la nostra , soltanto dell ' ampiezza della fronte pensosa , della piega del labbro ironica , della contrazione della sopracciglia irritata . L ' espressione della bellezza scaturiva allora da tutte le membra , non come oggi dalla testa sola , e tutta la persona umana parlava alla fantasia dell ' artista e del popolo . Ebbene : bisogna applicare questo criterio artistico anche alla vita sociale . Bisogna sviluppare tutte le membra e tutte le facoltà dell ' individuo , non solo il cervello , perché il progresso non è il frutto unico e mostruoso di quella pianta rara che è l ' ingegno , ma è la messe benefica che si raccoglie dall ' umanità quando alla vigoria intellettuale s ' uniscono la salute fisica e la salute morale . Questo pensiero , questa preoccupazione della salute fisica dovrebbe essere dominante nel problema dell ' educazione della donna . Anzitutto perché l ' igiene fisica è anche igiene morale . Là dove , come in Inghilterra , nei grandi parchi attigui alle scuole , le fanciulle alternano le ore di studio con le ore di gioco , esse sentono aleggiare anche intorno alla loro anima quell ' atmosfera ossigenata che è intorno al loro corpo , e come tutto il loro organismo diventa più forte , così i loro discorsi diventan più puri e più sani : non alligna il pettegolezzo sciocco o l ' allusione lubrica che fiorisce invece come muschio all ' ombra umida delle scuole ove le fanciulle siedono immobili per lunghe ore del giorno . Ed è per questo che si accentua , specie all ' estero , un movimento che vorrebbe trasportare , fuori delle fumose e assordanti città , nell ' ambiente verde e tranquillo della campagna le scuole e gli istituti d ' educazione . È per questo che , oltre alle scuole normali ed ai ginnasii e ai licei femminili , dovrebbero sorgere anche fra noi quelle scuole agrarie femminili , di cui or son tre anni si faceva apostolo la più geniale poetessa italiana . Vedendo che malgrado le rigurgitanti scuole normali - dalle quali fra breve uscirà un numero di maestre superiore alle scolare - il problema della disoccupazione femminile restava immutato , Ada Negri si chiedeva : " Perché non tentar d ' aprire , per la donna , anche in Italia , una via di attività più sana e più serena , all ' aria aperta , fra le cose semplici e pure della terra , secondando il suo istinto naturale e il suo sviluppo fisiologico ? Perché non indirizzare verso le scuole agrarie tutte quelle anemiche fanciulle moderne , che ora impoveriscono il loro sangue sui banchi delle scuole cittadine ? " . E la poetessa aveva ragione non solo perché , anche per la donna come per l ' uomo , val più oggi un ' istruzione tecnica e pratica di quelle sapienti inutilità di puro abbellimento che si insegnano in certi collegi , ma aveva ragione sopratutto perché il problema dell ' educazione della donna , a chi guardi lontano , coincide oggi col problema della razza . Se vogliamo che le generazioni future siano fisicamente più sane e quindi moralmente più equilibrate di questa nostra generazione ove i nervi sono i terribili despoti del nostro organismo , e la nevrastenia è , più che un ' eccezione morbosa , la triste regola generale , bisognerà pure che noi pensiamo ad educare la donna in modo ch ' essa possa trasmettere ai suoi figli un sangue purificato dall ' ossigeno dell ' aria libera e dal fresco e sano odor della terra . Pur troppo se la nostra iniziativa latina è feconda in opere di beneficenza , è quasi sterile nelle opere di prevenzione . Noi abbiamo lagrime e danari per tutte le malattie e per tutte le colpe umane . Vecchi , ammalati , pazzi , ciechi , sordomuti , deficienti , rachitici , scrofolosi , tubercolosi , delinquenti , ogni piaga fisica e morale è classificata e curata in questo immenso ospedale che è il mondo . La nostra pietà postuma è grande quasi quanto la nostra miseria ! Ma noi non abbiamo che assai raramente danari e pensieri per prevenire tutti questi mali e tutti questi dolori ! Noi non riflettiamo che , se si sapesse educare , molte di queste miserie scomparirebbero e tutte diminuirebbero . Diminuirebbero , sopratutto , se alla donna , oltre a un ' educazione religiosa , oltre a un ' educazione mondana , oltre a un ' educazione scientifica , si desse un ' educazione sociale . Aprire il suo cervello ai problemi maggiori che agitano la mente dell ' uomo , in modo che essa possa essere non solo la sua compagna che lo comprende , ma la sua coscienza che lo guida : aprire anche il suo sentimento affinché ella impari - nell ' età in cui è facile imparare le cose buone e generose - che il suo destino e la sua missione non si chiudono nella mediocrità del benessere egoista , ma devono spaziare più lontano e più in alto . Senza dubbio , il primo dovere d ' una donna è di creare la felicità intorno a sé , nella sua famiglia : crearla coll ' onestà , mantenerla colla dolcezza : ma questo dovere non basta : la donna deve andare più oltre . Essa deve integrare coi fatti , coll ' esempio , quanto v ' è di puro nel socialismo : essa deve compiere , non per un impulso di pietà inconscia come una volta , non per una moda o per uno sport come oggi , ma per un dovere cosciente , quasi come un ufficio specifico della femminilità , quell ' opera di aiuto , di conforto materiale e morale che , oltrepassando l ' orizzonte famigliare , si rivolge ai dolori e alle ingiustizie che non ci toccano da vicino . Di fianco all ' uomo che combatte , essa deve essere la fata che ingentilisce ed attenua le fatali conseguenze della lotta : essa deve socializzare le anime per avvicinare gli uomini , - opera più degna che socializzare la proprietà per sopprimere le classi . LA DONNA e il problema dell ' educazione . Le donne esercitano una così grande influenza sugli uomini , che sono esse che determinano il loro carattere . PLATONE . Il problema femminile sul quale tanto e forse troppo si discute , ha questo di particolare : che ha schierato , pro e contro le rivendicazioni della donna , gli uomini in una strana confusione , quasi essi avessero portato nel decidersi , non le ragioni calme e spassionate dell ' osservatore imparziale , ma le impressioni fuggevoli ed egoiste della propria esperienza . La logica infatti vi dice che tutti i novatori dovrebbero difendere la completa ed assoluta emancipazione della donna , e che tutti i conservatori dovrebbero , dal canto loro , avversare questo movimento di emancipazione . Viceversa , voi trovate - con sorpresa - dei novatori e dei socialisti che sono antifeministi , e dei conservatori e dei reazionarii che sono feministi . Vicino ad Achille Loria , anima rigida di socialista scienziato , il quale proclama l ' eguaglianza della donna e dell ' uomo e vuole per la prima diritti identici a quelli del secondo , ecco Cesare Lombroso , un altro scienziato socialista , il quale dichiara la donna assolutamente inferiore all ' uomo e le nega perciò eguali diritti . Vicino a Ferdinando Brunetière che , anche nella questione femminile , volle farsi paladino di ciò che è vecchio e tradizionale e sostenne quindi che la donna dovesse rimanere una minorenne perpetua , ecco Edoardo Rod , un romanziere cui certo non si possono rimproverare teorie sovversive , il quale , come un eterodosso , chiede per la donna diritti identici a quelli dell ' uomo . Da che dipende questo vario , strano ed illogico aggrupparsi degli uomini intorno al problema del feminismo ? Dipende forse dal soggetto stesso della disputa , e dovremmo noi riconoscere che la donna - come ci fa spesso nella vita dimenticare le nostre idee più salde rendendoci illogici verso noi stessi - abbia , anche nel campo della teoria , il supremo potere di piegare alla contraddizione la lama inflessibile del pensiero scientifico ? Chi sa dire se nell ' antifeminismo degli uni non v ' è , come lievito inconscio , il rancore di amori infelici , e nel feminismo degli altri il ricordo indulgente di dolcezze passate ? Certo , se è sempre difficile in ogni questione l ' astrarre dalla propria persona e dai casi della propria vita , è difficilissimo nel problema femminile , dove mal si scorge la linea sottile che separa il pensiero dal sentimento , e dove noi portiamo - senza saperlo e senza volerlo - quel cumulo di odî o di amori , di speranze o di gelosie , di generosi ideali o di ambizioni egoiste , che la donna , eterna animatrice , suscita nella nostra esistenza . Forse ogni uomo , se vuol esser sincero , dovrà confessare che quante volte avrà discusso di feminismo , sostenendo per la donna ampia partecipazione alla vita pubblica , libertà di adire tutte le professioni e godimento di tutti i diritti fino al diritto di voto politico , gli sarà passata dinanzi agli occhi della mente - come un dolce fantasma contradditore - la figura della sua donna , della donna che egli deve amare sopra tutto e sopra tutti , e l ' istinto atavico dell ' egoismo maschile , che vuol mantener chiuso nello scrigno della famiglia il gioiello prezioso , sarà risorto in lui per lottare contro il libero convincimento dell ' uomo moderno che sente di dover permettere che almeno i raggi di luce di quel gioiello vadano ad illuminare gli altri , e che sa di non poter rendere schiava un ' anima che ha anch ' essa diritto alla vita multipla e complessa del mondo moderno . Ma - al di fuori di queste ragioni sentimentali - io credo che la contraddizione a cui ho accennato e per la quale uomini di idee e di partiti opposti si trovan fra loro d ' accordo sia nel combattere sia nel favorire il movimento feminista , dipenda da un motivo più generale , più profondo e di importanza ben più sostanziale . Dipende , secondo me , dal fatto che il problema femminile è stato mal posto . Finora si è creduto che la base , quasi direi la piattaforma su cui si doveva erigere la disputa consistesse in questa domanda : è la donna inferiore o superiore all ' uomo ? Domanda che a tutta prima sembra afferrare il problema nelle tanaglie di un dilemma cui non è dato sfuggire , e che viceversa è una domanda inutile e sbagliata . In psicologia e in sociologia non valgono le leggi rigide dell ' aritmetica : e se è vero che un dato numero deve essere necessariamente o inferiore o superiore ad un altro , non è altrettanto vero che un dato organismo deva anch ' esso essere o superiore o inferiore ad un altro : può essere semplicemente diverso . Un medico cui si chiedesse se per vivere è più importante la respirazione o la nutrizione , risponderebbe che entrambe sono egualmente importanti e necessarie . E non potrebbe istituire fra loro un paragone per decidere il più o il meno dell ' importanza reciproca , giacché la necessità assoluta della vita non ammette queste distinzioni materiali di grado . Così è del nostro problema . La donna non è né superiore né inferiore all ' uomo : è diversa . Diversa e imparagonabile ed ugualmente necessaria , giacché l ' uomo e la donna sono i due atomi che formano la molecola della vita sociale , senza uno dei quali la vita non è . E da questa differenza - profonda psicologicamente come fisiologicamente - non nasce soltanto quel delirio adorabile che si chiama l ' amore , ma scaturiscono altresì limpide tutte le ragioni per cui la donna deve avere diritti non eguali all ' uomo , ma equivalenti . Non eguali , perché è diversa ; non minori perché non è inferiore ; ma equivalenti perché il suo posto nel mondo è per legge di natura all ' identica altezza di quello dell ' uomo . Se il nostro problema fosse stato posto così - sulla base cioè di una disuguaglianza tra i due sessi che non implica né superiorità né inferiorità - noi non avremmo avuto , riguardo al feminismo , né le esagerazioni pessimiste di certi scienziati , né le esagerazioni ottimiste di coloro che , per natural reazione , vorrebbero far credere che la donna ha tutte le attitudini sociali dell ' uomo e in identico grado . Vedete , per esempio . I fisiologi hanno trovato nei tessuti della donna , nei globuli del suo sangue , nel processo evolutivo del suo cervello , la prova ch ' essa è fisicamente meno sviluppata dell ' uomo . E gli psicologi , analizzandone l ' intelligenza e la sensibilità , hanno paragonato la donna ad un adulto con le passioni d ' un bambino , e l ' hanno definita , come il bambino , una spugna educabile . Da queste constatazioni - che io per il primo riconosco vere in gran parte - alcuni scienziati , polarizzati nell ' idea di istituire un confronto aritmetico fra i due sessi , e sopratutto il pubblico dei profani che ha la triste prerogativa di rendere antipatica la scienza interpretandola male - hanno tratto la conseguenza che la donna è inferiore all ' uomo . Ma io vi domando : forse che la missione della donna nel mondo è uguale a quella dell ' uomo ? e poiché non lo è , vi sembra logico allora il pretendere - sotto pena di bollarla col marchio dell ' inferiorità - che la donna la quale ha una missione diversa abbia identiche qualità fisiche e morali dell ' uomo ? o non è semplicemente assurdo l ' esigere che chi deve compiere funzioni diverse abbia eguali attitudini ? Questo equivoco che è causa dell ' opinione illogica degli anti - feministi , è causa altresì dell ' opinione esagerata dei feministi . Costoro voglion la donna eguale all ' uomo , come quelli la vogliono inferiore , perché nessuno s ' adatta a riconoscerla diversa e imparagonabile . E l ' eguaglianza fanno consistere non solo nella conquista che io reputo legittima di diritti giuridici e politici , ma anche nel voler imporre socialmente una sola morale per i due sessi . Due feministi illustri , nella loro manìa di voler identificare i diritti della donna e dell ' uomo anche di fronte all ' amore , sono giunti a due conseguenze estreme ed opposte che potrebbero esse sole dare la prova degli assurdi cui si arriva quando ci si lascia guidare , non dall ' esame sereno della realtà , ma dalla passione e da un preconcetto . Jules Bois , il letterato francese che ama avvolgere la sue idee sociali nelle nebbie del misticismo e dello spiritismo , pretende nientemeno dai maschi quella castità pre - matrimoniale che si esige dalle fanciulle , giacché - egli dice - l ' uomo e la donna devono arrivare al matrimonio in identiche condizioni ; e viceversa Giacomo Novicow , il sociologo russo profondo ed ardito , vorrebbe accordare alle fanciulle la stessa libertà che hanno gli uomini , e predica nel suo libro : La redenzione della donna nientemeno che l ' abolizione del matrimonio , e il pieno assoluto diritto per l ' uomo e per la donna di unirsi quando vogliono e appena che lo vogliono , senza alcuna formalità , e salvo a mutar legame cogli anni o coi mesi , o col periodo di tempo ancora più breve che il fato assegna ai capricci d ' amore . Io non discuto qui queste due opinioni : io mi limito a constatare , come un fenomeno abbastanza significativo , che in nome di uno stesso principio - il feminismo - si giunge da un lato alla castità forzata , dall ' altro lato all ' amore libero ; e mi permetto di osservare che mentre la passione trascina ad idee estreme ed assurde gli apostoli del feminismo , perduti dietro il miraggio di un paragone matematico fra i due sessi che è assolutamente impossibile , ben pochi hanno visto ciò che vi ha di veramente superiore e sublime nella donna , la madre ; ben pochi hanno sentito che a questa sua funzione socialmente sacra - che spiega anche tutte le diversità psicologiche dei due sessi - bisogna ricondurre non solo le cure e gli omaggi , di cui noi uomini siamo generosi perché ci costano poco , ma anche i diritti della donna , che noi siamo lenti ed avari nel riconoscere perché costerebbero molto al nostro egoismo maschile . E il primo diritto della donna , quello che è sancito dalla stessa legge di natura perché prolunga moralmente la funzione fisiologica della maternità , è il diritto all ' educazione dei figli . Come adempiono oggi le donne a questo diritto , che dovrebbe nobilitarsi in esse e diventare un sacrosanto dovere ? Che facciamo noi uomini per lasciar esercitare questo diritto alle nostre mogli , per renderle sopratutto coscienti e degne d ' esercitarlo ? Non vi pare che dinanzi a questo pauroso problema che tiene racchiuso in germe l ' avvenire della società , impallidiscano come questioni secondarie tutte le altre rivendicazioni giuridiche o politiche che la donna pretende ? Senza dubbio - ed io sono lieto di dichiararlo altamente - per le donne che non vogliono o non possono formarsi una famiglia , per le donne che , pur avendo una famiglia , posseggono cuore , ingegno e mezzi materiali per diffondere su più vasto campo la loro attività , esistono oggi e devono essere libere ed aperte altre vie , feconde di bene , su cui se splende meno intenso il raggio del sentimento intimo , brilla forse più viva la luce d ' un altruismo cosciente . Ma , pur dando tutta la mia ammirazione alle donne che si dedicano alla risoluzione di problemi e alla cura di piaghe sociali , e che lottano coraggiosamente per la loro indipendenza morale ed economica , ancora così indegnamente conculcata , io non credo si possa negare che la prima funzione - perché la più normale - della donna sia quella che si svolge nel cerchio della famiglia : cerchio ristretto e meschino secondo alcuni , e che nondimeno costituisce il nucleo da cui si irradiano tutte le energie sociali , il propulsore spesso ignorato e trascurato che , per mezzo dell ' educazione , dà forza ed anima a tutte le forme della vita civile . Alla mente degli uomini di governo il problema dell ' educazione si presenta per necessità sotto la forma unica della scuola : è debito riconoscere che vi hanno provveduto in parte , ed è bene sperare vi provvedano sempre più , quantunque la scuola sia ancora la cenerentola delle istituzioni sociali ; ma bisogna dir alto e forte che la scuola , non solo ha una missione più istruttiva che educatrice , ma altresì ch ' essa è l ' ambiente secondario in cui il fanciullo si forma e diventa uomo . L ' ambiente primo e più importante è la famiglia : e il maestro di scuola potrà ben poco sul cervello e sul cuore dei fanciulli se non lo aiuta e quasi direi non gli prepara il terreno la madre . Orbene , chiediamoci qual è oggi l ' influenza della famiglia , esaminiamo che cosa dovrebbe fare , e che cosa in realtà può fare la madre per l ' educazione dei figli . * Uno dei fenomeni più gravi e più strani che si verifica specialmente nelle classi colte , ma che non manca neppure nelle classi inferiori , è la disarmonia , lo squilibrio intellettuale fra il marito e la moglie . Si direbbe che quella disuguaglianza fra i due sessi ch ' io ho constatata e che costituisce il segreto e il fascino della vita , sia stata ad arte e patologicamente esagerata fino a costituire un difetto e un pericolo . Nelle nostre classi superiori il matrimonio , se è sempre un organismo fisiologico , se è talvolta anche un organismo psicologico ( quando gli sposi si amano e realizzano l ' ipotesi poetica di formar due corpi in un ' anima sola ) non è quasi mai , o ben raramente , un vero e proprio organismo intellettuale , giacché le idee tanto religiose quanto politiche quanto generali sull ' educazione , sono spesso diverse ed opposte fra il marito e la moglie . Guardiamoci attorno , e togliendoci almeno per un minuto quella patina di gesuitismo con cui ricopriamo per amore del quieto vivere i nostri discorsi , confessiamo che nelle nostre famiglie manca spesso l ' unità intellettuale , l ' accordo intimo assoluto sincero di idealità e di fede tra marito e moglie , confessiamo che i genitori danno talvolta dinanzi ai figli lo spettacolo deleterio di discussioni sui principii fondamentali della morale e della vita , o ( ciò che è forse peggio ) si chiudono in un silenzio prudente che dice la paura di discutere quei problemi perché v ' è la certezza preventiva di non trovarsi all ' unissono , silenzio terribile ed eloquente che il bambino intuisce ed interpreta coll ' inconscia lucidità dell ' anima vergine , restandone turbato , e divinando l ' incertezza , il dubbio , la contraddizione che lo accompagneranno più tardi dalla famiglia nella scuola e dalla scuola nella vita . Ecco dunque il primo vizio dell ' educazione : la base mal sicura o contradditoria delle credenze dei genitori , il dissidio silenzioso tra le loro opinioni . Come possono i figli - in questa nebbia intellettuale che li circonda e che è squarciata ogni tanto dai lampi rivelatori di una disputa - formarsi una fede ed una coscienza ? E come potremo noi lagnarci che la gioventù cresca incerta , scettica e pessimista , se nella famiglia ha trovato , invece che la guida sicura di principii affermati di comune accordo dal padre e dalla madre , un dualismo di indirizzo più o meno apparente ? A comporre - almeno in parte - questo dualismo , si segue in generale questo sistema : il marito lascia sulle prime alla moglie l ' educazione dei figli , le permette cioè di istillar loro le nozioni e le pratiche della sua fede e dei suoi principii , abdica insomma , non so se per noncuranza o per desiderio di pace , alla sua autorità , e si consola e si tranquillizza pensando con filosofia fatalista che più tardi i figli muteranno d ' idee e diverranno quel che è divenuto egli stesso . E i figli mutano infatti , sotto l ' influenza dei compagni , sotto gli sprazzi di luce dell ' istruzione , sotto l ' aculeo continuo della vita che fa svanire a poco a poco le dolci primitive illusioni , le ingenue credenze infantili . Ma , senza notare che è faticoso ed illogico il lasciare che i fanciulli si nutrano da principio di idee che dovranno più tardi rinnegare , io mi domando se non v ' è in questo sistema un pericolo . Un pericolo grave , perché a torto si crede che le prime idee istillate nei bambini possano per sempre seppellirsi come cose morte nel cervello e nel cuore dell ' uomo . Esse hanno un potere di resurrezione che sembra miracoloso , e che non è se non la conseguenza d ' una legge fisiologica . Noi possiamo perdere la memoria di fatti recenti , o non più sentire l ' influenza di recenti suggestioni intellettuali , ma noi non perdiamo mai il ricordo di fatti , l ' influenza di idee lontane . Falstaff , mentre spira a Londra in una taverna dopo una vita dissoluta , parla dei verdi campi e rivede il paesaggio dove visse bambino . E questo ritorno della mente d ' un moribondo ai fatti più lontani dell ' esistenza non è un artificio poetico , né un ' abile invenzione sentimentale : è l ' intuizione del genio di Shakespeare che , precorrendo la scienza come avviene agli artisti grandissimi , scolpiva in un episodio drammatico la verità che alcuni secoli dopo il Ribot doveva formulare scientificamente così : le idee nate per ultime sono le prime a degenerare : le sensazioni invece che colpirono il nostro organismo infantile non muoiono mai , ma sulla fine della vita ritornano . Gli è in forza di questa legge che il sistema d ' educazione generalmente adottato diventa pericoloso : gli è in forza di questa legge che noi assistiamo spesso a quelli che il Sergi chiamava tramonti cerebrali , alla riapparizione cioè e alla tirannia , nell ' uomo adulto , delle idee che hanno formato la base delle prime abitudini mentali nell ' infanzia e nella gioventù , e che un ' osservazione superficiale credeva morte per sempre . Le mie parole non devono essere intese come un ' allusione larvata al disprezzo di alcune idee o all ' elogio di altre : io mi spoglio per un momento della mia qualità di modesto positivista , io cerco di elevarmi al di sopra di tutte le passioni e di tutti i partiti intellettuali , e parlo non in nome di una dottrina - che per quanto sinceramente professata può essere erronea - ma in nome dell ' educazione del carattere , la più degna di cure e viceversa pur troppo la più trascurata . Date ai vostri figli la fede e l ' ideale che più vi piace : - qualunque opinione ha diritto al rispetto ed è una forza attiva nel mondo pur che sia onestamente sentita e non venduta ai dominatori o all ' interesse di far carriera - ma non date loro il dubbio , non inquinate l ' acqua limpida e pura dell ' entusiasmo infantile coi furbi veleni del calcolo , sperando , o di ipotecare per sempre il bambino alle suggestioni della prima infanzia , o fidando ch ' egli le perderà lungo la scettica via dell ' esperienza . Entrambe queste speranze - qualunque sia la realizzata - avranno una conseguenza dolorosa : esse impediranno la formazione del carattere , non solo per l ' esempio di mutabilità e di contraddizione ch ' esse danno , ma anche perché , se è sempre difficile rifare l ' educazione , quest ' educazione rifatta diventa anche inutile quando nella vecchiaia , indebolito il cervello , si cade nella miseria del fatale tramonto . * Un ' unità di indirizzo , un ambiente fermo di principii , - ecco dunque ciò che sopratutto occorre al bambino perché l ' anima sua si svolga in modo libero e degno . Non è qui il caso di dire come quest ' unità dovrebbe esser creata , con quali mezzi cioè la famiglia - dallo stato incerto e contradditorio che oggi ci presenta - potrebbe elevarsi alla dignità di un tutto organico , di un ambiente uniforme . Io mi contento di constatare che per molti segni noi possiamo legittimamente sperare in una evoluzione progressiva della donna , che la avvicini sempre più alla scienza e alla vita , e la renda , al pari dell ' uomo , conscia e partecipe di quel moderno movimento sociale che ormai d ' ogni parte ci avvolge e ci si impone . E augurando che quest ' unissono famigliare divenga presto una realtà , io mi permetto di credere che a completarlo - a renderlo cioè fecondo pei figli - gioverebbe il ritardare in un certo senso e entro certi limiti l ' invio del bambino alla scuola . Io parlo qui specialmente per quelle famiglie che avendo un relativo benessere e almeno la sicurezza della vita quotidiana , permettono che le madri dedichino un po ' di tempo ai figli : non oserei , pur troppo , parlare anche a quella folla di famiglie proletarie , in cui la donna è , come l ' uomo e peggio dell ' uomo , schiava d ' un lavoro che la snerva , la abbrutisce e la costringe a trascurare i suoi bambini , affidandoli il più presto possibile alla scuola . Per queste dolci e rassegnate vittime del lavoro , non v ' è che la speranza lontana che una maggiore giustizia nel mondo arrivi a redimerle ! Noi dobbiamo tendere più allo sviluppo morale che allo sviluppo intellettuale del fanciullo : noi dobbiamo cercare di formar in lui la coscienza prima che la coltura . La pianta - uomo , come le altre piante , ha bisogno per crescere forte e salda , di restare qualche tempo nel terreno dove è nata . Il trapiantarla finch ' essa è molto giovane , significa spesso intralciare coscientemente il suo sviluppo . E il nuovo ambiente della scuola , se viene a sovrapporsi troppo presto all ' ambiente della famiglia , può essere talvolta una causa di turbamento , anziché , come si crede , una ragione di progresso e di elevazione . Per una madre che sta morendo il dolore più acuto è senza dubbio il pensiero di dover abbandonare il suo bambino , di doverlo lasciare alle cure di altri , talvolta di persone estranee ed ignote . Eppure , quante madri ricche s ' affrettano volontariamente a distaccarsi dal loro bambino inviandolo troppo presto alla scuola , mescolandolo , prima che ve ne sia bisogno , ad un ambiente che gli è sconosciuto . È vero però ch ' esse sentono in fondo quanto c ' è di poco naturale in questo sistema , giacché pur ripetendosi che la scuola è la strada necessaria alla vita , e pur sognando con la preveggenza dell ' affetto materno le corone della gloria sopra le piccole teste bionde , esse non isfuggono ad un vivo dolore quando il primo giorno di scuola , il giorno della separazione è venuto . Certo quel dolore passa : il piccolo scolaro s ' abitua alla scuola come il piccolo orfano s ' abitua al nuovo ambiente ; ma quel dolore è il sintomo ed il trionfo del buon senso materno che intuisce il dovere e il potere della famiglia . Lasciamo vivere i nostri figli fra noi e con noi ! lasciamoli formarsi fisicamente e moralmente prima di costringerli a imbottirsi di cognizioni ! Questi primi anni di vita intima , vissuti in un ' atmosfera calda d ' affetto , saranno non solo un vantaggio per il bambino , ma anche per la madre . Nessun maestro ha così lucida la visione del modo con cui si debba educare un fanciullo , come la madre , perché la donna intuisce per istinto i temperamenti e può dosare - permetettemi la parola - i premii e i castighi , le parole e gli atti a seconda della necessità . Anche se un maestro avesse questa squisita acuità femminile , anche s ' egli possedesse la facoltà che è specifica nella donna , di leggere a fondo nell ' anima , di strappare da un semplice sguardo , da un movimento , da una risposta , il segreto della psiche infantile , come potrebbe egli fare buon uso di queste sue facoltà in una scuola dove sono venti o quaranta bambini , educando ognuno diversamente ? E noi lo vediamo qual sorte hanno alla scuola i bambini più difficili da educarsi , i bambini tardi , timidi , chiusi , che paion negati alla gioia e alla vita . Essi sono generalmente lasciati in disparte , odiati , maltrattati forse dagli altri . Nella famiglia invece , senza il confronto umiliante dei compagni , senza la severità fredda ed insofferente del maestro , ma sotto le cure materne che li avvolgono al pari di una carezza , essi potranno rinascere come rifiorisce un virgulto debole e isterilito se una mano pietosa e affettuosa ne prende cura e lo espone al sole e all ' aria che danno la vita ! Ma - io dicevo - questa prima educazione materna gioverà non solo al figlio , ma anche alla madre . Per la donna infatti occuparsi del suo bambino , significa lavorare al suo stesso miglioramento . Oh per le poche cose che noi insegniamo ai bambini , quante essi ne possono insegnare a noi , se li sappiamo studiare e comprendere ! e come è vero che mentre noi cerchiamo di educarli , sono essi che inconsciamente migliorano ed elevano noi , se le nostre cure sono materiate d ' affetto ! Nel mondo dei ricchi e dei colti le signore hanno tante ore oziose , conducono una vita fittizia che le stanca e le annoia , eppure qualcuna non sente , non s ' accorge d ' avere al suo fianco un ' occupazione buona e forte che la salverebbe .... e non dalla noia soltanto ! Vede intorno a sé che tutto si trasforma e si muta , e non intende che bisognerebbe anche mutare qualche abitudine ; lascia che la sua vita continui ad essere determinata dalla routine del costume e non ha il coraggio di ribellarvisi , dedicandosi , anziché alle frivolità della vita mondana , a un pensiero profondo , a una fede che si incarnerebbe in un ' opera importante : l ' educazione dei figli . E scusa sé stessa , - poiché il rimorso le parla forse dal fondo della coscienza , - dicendosi che è tanto occupata dei suoi doveri mondani che non ha nemmeno un ' ora di tempo libero . Quanta ironica verità in queste parole ! Certo , solo le persone molto occupate e degnamente occupate trovano il tempo per occuparsi ancora di altre cose . Chi non fa nulla di degno , non ha mai tempo per nulla ! Ma poi che cosa occorre perché la madre compia veramente il suo dovere verso i suoi figli ? Non certo il sacrificio di molte ore per insegnamenti speciali , che non tutte le madri possono dare , e ai quali , del resto , può provvedere il maestro . Occorre soltanto che nella madre sia sempre vivo ed all ' erta il sentimento della sua missione , che la sua cura sia rivolta non soltanto a sorvegliare i figli , ma sopratutto a sorvegliare sé stessa , occorre ch ' essa li guidi e li formi coll ' esempio di ogni giorno , non colle parole pronunciate ogni tanto . L ' educazione non è che una catena ininterrotta di suggestioni ; e sbaglia molto chi crede che basti o sopra ogni altra cosa importi , insegnar delle massime di morale o affermar verbalmente dei principii . Queste massime e questi principii scivoleranno sullo specchio dell ' anima infantile senza lasciar traccia , se non saranno confortati dall ' esempio quotidiano , che solo ha il potere di incidere impressioni durevoli nella mente e nel cuore del bambino . Ed è perciò che non vale predicare il dovere d ' esser sinceri e l ' odio contro la menzogna , se noi stessi , come purtroppo avviene spesso , siamo poco franchi nelle nostre azioni , ambigui nei nostri discorsi , se la nostra occupazione più frequente e più gradita è la maldicenza a riguardo di tutti e specialmente dei nostri amici . La sincerità deve essere inoculata coi fatti , non colle parole : ed è di sincerità che noi tutti oggi abbiamo bisogno , poiché essa è l ' igiene dell ' anima . Non mentire mai al bambino : essere semplici e veri dinanzi a lui : non nascondergli la nostra ignoranza se una sua domanda ci imbarazza : non credere di dover mantenere la nostra dignità insistendo in una nostra opinione , se per caso ci siamo sbagliati o abbiamo oltrepassato la giusta misura . La sincerità è un ' arma sicura : il fanciullo s ' abitua a veder limpido dentro di noi , e più tardi egli diventerà un uomo , a patto che noi abbiamo cercato d ' essere degli uomini di fronte a lui . Se l ' abitudine della sincerità è l ' igiene dell ' anima , l ' abitudine del lavoro - del lavoro manuale - costituisce anche per chi non vi è obbligato dalla necessità , l ' igiene del corpo . In teoria noi stimiamo molto il lavoro , ma in pratica noi stimiamo ancor più le classi sociali che possono darsi il lusso di farne a meno , e lo disprezzano quindi implicitamente . Come nelle classi elevate il sogno lontano per l ' avvenire dei figli è ch ' essi divengano dei laureati e degli intellettuali , anziché degli uomini che nella vita dell ' officina , dei commerci e dei campi si siano formati a costo di sacrifici una coscienza e a costo di energia una posizione , così la preoccupazione vicina per l ' educazione dei figli è ch ' essi imparino le lingue anziché un mestiere , e maneggino la penna più presto che la zappa o la pialla . Noi non abbiamo ancora inteso , come intesero gli Anglosassoni , tutta la feconda influenza non solo fisica ma anche morale che l ' abitudine del lavoro può avere sul bambino ; e mentre crediamo nostro dovere insegnargli il più presto possibile a leggere e a scrivere , ci sembrerebbe di umiliarlo e di umiliarci l ' insegnargli a compiere da sé stesso alcuni uffici umili , ad adoperare le sue qualità fisiche , oltre che le sue qualità morali , ad essere insomma pratico nella vita e non soltanto teorico . Eppure , insegnato da principio , il lavoro è una distrazione : alternato collo studio è un divertimento ; e il fanciullo intanto s ' abitua a non disprezzarlo ma ad amarlo , perché esso gli dà quell ' allegria sana , quella soddisfazione di sé che proviene dal sentimento di bastare a sé stesso , di non aver bisogno per la più piccola fatica o per il più piccolo inconveniente materiale di ricorrere ad altri . Quando il fanciullo avrà presa quest ' abitudine del lavoro , quando nella famiglia egli avrà imparato ad esser franco , e l ' animo suo si sarà temprato alla verità , alla semplicità e alla praticità , che sono le condizioni prime d ' una vita utile e degna , allora soltanto l ' influenza della scuola potrà essere salutare , sviluppando e migliorando la psiche infantile senza il pericolo che la affatichi o la turbi . E dalla scuola non si dovranno attendere soltanto dei risultati che attestino i progressi intellettuali , ma sopratutto dei risultati che sian la prova di progressi morali . È stata scolpita molto bene la differenza che intercede fra l ' educazione latina e l ' educazione inglese e americana , dicendo che mentre presso di noi un maestro crede d ' aver raggiunto l ' apice della sua missione quando può dire ai genitori d ' uno scolaro : " vostro figlio è docile , ubbidiente e impara tutto ciò ch ' io gli insegno " , presso gli Anglosassoni invece un maestro mette il suo orgoglio nel poter dire ai genitori d ' un fanciullo : " vostro figlio dà sempre più prova di formarsi un ' individualità : ha le sue preferenze negli studii , dimostra di voler essere e di saper essere qualcuno " . Noi tendiamo insomma all ' uniformità grigia , alla beata mediocrità , alla formazione del gregge docile che seguirà senza ribellioni il pastore : gli altri tendono all ' individualità insofferente ma promettitrice di feconde energie , alla formazione di un popolo libero e sciolto che non s ' acqueterà negli stagni degli impieghi , ma navigherà ardito il mare tempestoso della lotta per l ' esistenza . E non v ' ha dubbio che questo secondo sistema d ' educazione sia il migliore , sopratutto oggi , quando ciò che più manca e più è necessario è il carattere . La coltura e l ' ingegno non ci fanno per fortuna difetto : è la merce di cui siamo più ricchi e che esportiamo con migliore successo . È il carattere che ci manca per risollevarci moralmente e politicamente a quel posto , cui il nostro passato ci dà il diritto di tendere , e che conquisteremo , malgrado le denigrazioni degli scettici e i rancori degli invidiosi . La malattia grave dell ' epoca nostra , quella che ha caratterizzato vergognosamente la fine del secolo scorso e si prolunga sull ' alba del nostro , non è già che vi siano troppi uomini immorali e perversi - ve ne son sempre stati ! - è che vi siano troppi individui che non hanno una coscienza formata e che quindi sono in balìa delle suggestioni dell ' ambiente . La nostra società muore per la debolezza e l ' incertezza morale dei suoi figli , per l ' abulìa della volontà . Noi non abbiamo quasi più - e la politica ne è l ' indice eloquente - di quegli uomini che Balzac chiamava uomini - quercia e ch ' eran la gloria d ' un tempo : noi abbiamo troppi uomini - arbusti che si piegano dalla parte d ' onde spira il vento . Certo è la civiltà che ci ha ridotto in questa deplorevole condizione : la nostra vita troppo intensamente vissuta , e le tentazioni troppo numerose di questa stessa civiltà esercitano di continuo sulla nostra debolezza nervosa una triste opera di degenerazione . Ma il nostro dovere è di reagire ; e come i medici quando non possono togliere un individuo dall ' ambiente malsano , cercano di neutralizzarne gli effetti fortificando per mezzo dell ' igiene l ' organismo individuale , così noi , pur riconoscendo i pericoli dell ' epoca nostra , dobbiamo cercare di neutralizzarne gli effetti fortificando il nostro carattere coll ' igiene morale ed intellettuale . Quando nel bambino si è cercato di formare un carattere , quando si è bene scolpito nella creta della natura umana il profilo d ' un uomo onesto , state pur sicuri che le tempeste della vita potranno forse far piegare talvolta quest ' uomo , ma egli rialzerà subito la fronte , come l ' albero saldo che , passato l ' uragano , raddrizza verso il cielo la sua cima orgogliosa . Ora , quest ' opera necessaria e suprema della formazione del carattere , deve essere lo scopo più importante dell ' educazione . La scuola e la vita servono a dirigere verso un ideale o verso un altro le tendenze individuali , a canalizzare , se posso dir così , la sorgente viva dell ' entusiasmo giovanile che altrimenti si sperderebbe negli infiniti rigagnoli di desideri e di sogni infiniti . Ma è la famiglia che crea la potenzialità di questo entusiasmo : è la famiglia che formando solidamente il carattere nel fanciullo , lo rende capace di servire più tardi con sincerità e con fervore quella qualsiasi idea che lo avrà convinto ed appassionato . Degli uomini che credano in quello che dicono , che cerchino di realizzare quello in cui credono , degli uomini la cui vita sia una fede operata , - ecco ciò che occorre all ' epoca nostra , ed ecco ciò che un ' educazione sapiente potrebbe darle . E il compito altissimo è sopratutto affidato alle donne perché le donne sono non solo il sorriso ed il premio della nostra esistenza , ma sono anche , e devono essere , le nostre educatrici e le nostre animatrici . Qualunque cosa una nazione sia - ha detto un filosofo - essa è dovuta principalmente alle madri di questa nazione . La verità di tale sentenza fu suggellata all ' epoca del nostro risorgimento , quando ogni martire ed ogni eroe testimoniava col sacrificio della sua vita della fede patriottica che il labbro materno gli aveva istillato : io mi auguro che la verità di questa sentenza sia novellamente suggellata dalla generazione futura , la quale , per merito delle donne che sapranno educarla , porterà nella vita sociale ciò che oggi vi è molto raro : una coscienza secura che creda e non pieghi , un carattere che sdegnando i furbi accomodamenti che fanno arrivar le persone , lavori soltanto al trionfo pacifico delle idee . PER I NOSTRI FIGLI . "....on se demaude où mènent les fastidieuses études classiques qu ' on impose à la jeune bourgeoisie : elles mènent au café . " MAURICE BARRÈS . Les Déracinés . Vi sono - verso l ' infanzia - due grandi categorie di doveri : l ' una riguarda tutti quei provvedimenti di beneficenza di assistenza di prevenzione che noi ci studiamo di moltiplicare a vantaggio dei bambini degli altri , dei bambini infelici , siano essi vittime del delitto o delinquenti essi stessi , sieno miserabili o vagabondi , ammalati o degenerati : l ' altra categoria riguarda tutto ciò che noi potremmo e dovremmo fare per i nostri bambini , per i bambini felici , per coloro cioè cui non manca , nascendo , nessuna delle condizioni necessarie alla vita , e che chiedono a noi soltanto sapienza e pazienza di educazione per affacciarsi nel mondo sani fidenti agguerriti . Orbene , di questi due lati opposti sotto cui si presenta il grave problema dell ' infanzia , parmi che il primo sia più studiato oggi che non il secondo , parmi che al primo si consacrino oggi le nostre maggiori e migliori energie . Si direbbe che noi abbiamo dato ascolto ai lamenti che ci venivano dalla strada , piuttosto che alle piccole voci della nostra casa : si direbbe che noi abbiamo sentito , in un magnifico slancio di altruismo , i nostri doveri verso la società , oltre e forse più che i nostri doveri verso la famiglia . Era giusto , del resto , ed era fatale che avvenisse così . Troppo lungo era stato il periodo della noncuranza sdegnosa verso i piccoli sventurati che soffrivano in silenzio o s ' incamminavano inconsci per la triste via della degenerazione , troppo timidi ed empirici erano stati i tentativi dell ' antica beneficenza quasi tutta rivolta ad ospedali e ad ospizii , ai vecchi e ai malati , perché l ' epoca nostra non sentisse il bisogno di rimediare al passato , rivolgendo le sue cure feconde sopratutto all ' infanzia diseredata . Troppo tristi e gravi , infine , erano le rivelazioni statistiche perché noi - sotto l ' impulso della pietà , e anche forse sotto l ' aculeo della paura - non cercassimo di opporre all ' abbandono , al vagabondaggio , alla delinquenza dei minorenni che spaventosamente aumentano , dighe più forti di quelle finora costrutte . Dicono le statistiche che la cifra dei fanciulli abbandonati supera annualmente in Italia i 30 mila , e che ogni anno vanno in carcere 70 mila minorenni , un decimo dei quali non ha raggiunto i 14 anni ! E dice ogni giorno la cronaca quali delitti si compiano , non dall ' infanzia , ma contro l ' infanzia , quale strazio si faccia delle loro anime e dei loro corpi , non solo nei bassi fondi sociali , ma anche là dove nessuno avrebbe osato supporre , in quei conventi e in quegli asili religiosi dove qualche degenerato si serve del manto mistico della fede per coprire il contrabbando osceno dei suoi vizii contro natura . Era quindi naturale che sorgessero ovunque Società ed Istituti per provvedere a questi mali e per prevenir queste infamie : era legittima negli scrittori la preoccupazione di studiar sopratutto nel problema infantile ciò che vi è di pericoloso e di guasto : era spontaneo e bello nelle classi più ricche e più colte il desiderio di esercitare la loro pietà , alleviando dolori , curando miserie , proteggendo ed educando i fanciulli dei poveri . Nobilissimo esempio di solidarietà doverosa , che non è diminuito dallo scetticismo ironico con cui alcuni lo giudicano . Una scrittrice straniera ha osato dire che questa nostra filantropia , la quale non fu mai prima d ' ora così estesa ed invadente , è incenso bruciato allo sbocco d ' una cloaca : il profumo attenua momentaneamente i miasmi , ma non li può distruggere . Giudizio ingiusto d ' un ' opera giusta , perché anche fosse vero che tutta questa filantropia non dà risultati pratici - e ne dà viceversa moltissimi e quotidiani ! - basterebbe a suo onore ed a prova della sua utilità l ' aver diffuso quel senso di fratellanza umana per cui noi ci sentiamo legati uno all ' altro , e non ci sembra d ' aver compiuto il nostro dovere se , oltre all ' aver pensato a noi , non diamo anche un po ' del nostro tempo e del nostro danaro a chi è più infelice di noi ! Soltanto - e mi si permetterà d ' esser sincero - soltanto , bisogna non dimenticare che a fianco di questa attività sociale , grande e diffusa , v ' è anche un ' attività famigliare , più modesta e più intima , che pure esige la nostra attenzione : bisogna ricordarsi che il merito di far parte di comitati di beneficenza per l ' una o l ' altra categoria di bambini infelici , non assolve dall ' obbligo di occuparsi dei proprii bambini ; bisogna insomma riconoscere che l ' esercizio della filantropia non è e non deve essere , come invece pur troppo credono alcuni , una specie di carta di scusa con cui si compra il diritto di trascurare altri doveri . Vi sono dei ricchi i quali destinano ogni anno una data somma in elemosina , e credono con quest ' atto di generosità amministrativa d ' aver tranquillato la loro coscienza . Così vi sono persone che tutto l ' anno lavorano con fervore in opere di beneficenza , e credono con ciò d ' aver esaurito ogni loro obbligo , d ' aver quasi acquistato il diritto a non preoccuparsi di chi li circonda più da vicino , sopratutto dei loro bambini i quali sentono la nostalgia di questi genitori troppo affaccendati e troppo lontani . Diffidiamo di queste forme illogiche di un altruismo che s ' estende troppo e non si concentra abbastanza , e affermiamo ben alto e ben forte che solo quando ci siamo degnamente occupati dei nostri figli , noi possiamo crederci degni d ' elogio , occupandoci anche dei figli degli altri . È un errore scindere questi due doveri , staccando quasi l ' umanità dalla famiglia , perché soltanto coloro che sanno amar molto i pochi , sanno veramente amare un poco i moltissimi . Ecco la ragione per cui io preferisco restringere in modesti confini il mio tema , e limitarmi a ricercare quali siano gli obblighi nostri verso quell ' infanzia che cresce da noi e con noi . Ecco perché , lasciando la grande strada maestra dei doveri sociali , ormai troppo battuta , io tenterò di internarmi nelle vie meno note dei nostri più semplici e famigliari doveri verso i bambini . * È assai lontano il tempo in cui Erberto Spencer , pubblicando il suo libro sull ' educazione , descriveva , con l ' umorismo un po ' pesante ma profondo della sua razza , i gentiluomini campagnuoli e i funzionarii di provincia tutti occupati a discorrere , dopo pranzo , dell ' allevamento dei polli , dell ' arte di render grasso e forte un bue , di formar d ' un cavallo un buon trottatore , e soggiungeva : " nessuno di loro pensa e parla dell ' arte di portare un fanciullo al massimo del suo vigore e della sua energia morale " . Da allora , si pensa e si parla molto di quest ' arte dell ' allevamento umano ; anzi l ' umanità pare abbia non solo ascoltato il rimprovero di Spencer , ma fatta propria , almeno a parole , la sentenza un po ' cruda e volgare di Emerson che , per l ' uomo , la prima condizione di successo nel mondo è di essere un buon animale . Il vecchio pregiudizio sentimentale e poetico che ci faceva un tempo disprezzar la salute e persuadeva alle fanciulle il desiderio d ' esser pallide " come una bella sera d ' autunno " , è ormai lontano e dimenticato tra le nebbie del romanticismo . Noi siamo oggi convinti - forse perché vediamo sorgere intorno a noi generazioni sempre più deboli e più nervose - che la salute fisica è la base di ogni educazione . Ne siamo tanto convinti che il medico è diventato nelle nostre famiglie e nella nostra società ciò che era il prete nelle famiglie e nella società d ' una volta : una specie di direttore spirituale che , se non giudica i nostri pensieri e le nostre azioni , fissa però l ' orario della nostra vita e ce ne detta le norme igieniche . Ora , io non so se in questa dittatura dei medici sia forse un po ' d ' esagerazione , e se non siamo un po ' vittime tutti di quella manìa professionale che vuol sostituire , come dice argutamente Bourget , " la boîte de pilules à la page de l ' Evangile " ; io non so nemmeno se la passione anglo - americana ( che ha invaso anche noi ) per ogni forma di ginnastica e di sport vada assumendo la tinta patologica della moda , e se Nansen non abbia ragione di criticarla osservando che " mentre lo scopo della vita semplice e sana è di farci vivere nella natura , lo scopo dello sport è soltanto quello , molto egoistico , di farci toccar la meta qualche secondo prima dei nostri competitori " ; so che tutto questo ossequio alla medicina dovrebbe esser messo in pratica non solo e non tanto per ciò che riguarda il lato estetico , lo sviluppo fisico dei fanciulli , ma anche e sopratutto per ciò che riguarda il lato psicologico , il loro sviluppo morale . Uno fra i più gravi difetti nostri nell ' educazione , è di non ricordarci mai che il temperamento del bambino dipende dalla sua salute , e che , il più delle volte , bambino cattivo è sinonimo di bambino non sano . Noi sappiamo tutto ciò , in teoria , perché non è certo una cosa nuova e l ' abbiamo letta infinite volte : ma .... noi la dimentichiamo quasi sempre in pratica , e mentre ci affrettiamo a chiamare il medico per il più piccolo mal di gola del nostro bimbo , non lo chiamiamo mai , o quasi mai , perché egli ci consigli la cura - ben più importante ! - per correggere i capricci , l ' insubordinazione , la caparbietà dei nostri figliuoli . Eppure , bisognerebbe insistere fino alla noia su questa gran verità : che il morale del bambino , come dell ' uomo , è così strettamente legato colla disposizione dei suoi organi , che solo curando o modificando questi , si potrà trovare il modo di rendere i bambini più buoni e gli uomini più saggi . Forse ad alcuno , a qualche mamma specialmente , ripugna , perché sa troppo di materialismo , il riconoscere questo stretto e fatale legame tra l ' organismo e le manifestazioni dell ' anima , e pare ad esse che , riconoscendolo , si abbassi e si profani quel concetto del bene e della bontà che esse vorrebbero tenere molto elevato : ma queste mamme ignorano che le conquiste della fisiologia sono ormai universalmente riconosciute anche dagli spiritualisti , e che - se la scienza ha dimostrato che i nostri pensieri e i nostri sentimenti , in una parola l ' anima nostra , si manifesta e , per così dire , s ' incarna , nella materialità del nostro sistema nervoso - la scienza lascia però libero a tutti di far librare il bel volo della Psiche immortale al di sopra dell ' apparecchio umano che le serve di intermediario col mondo esteriore . Quando si fosse vinto questo pregiudizio di voler attribuire i difetti e le cattive tendenze dei bambini a una loro specifica perversità dovuta unicamente al libero arbitrio , quando si fosse riconosciuto che essi sono moralmente ciò che il loro organismo fisico permette che siano , il problema dell ' educazione apparirebbe più semplice , e noi diventeremmo non solo educatori più abili , ma sopratutto giudici più sereni e più equi . Noi accoglieremmo cioè umilmente quella grande lezione di modestia che ci viene dalla legge d ' eredità . Io ho sentito , per esempio , molte volte - e ogni lettore potrà controllare la verità di quanto sto per dire - io ho sentito molte volte alcuni genitori sorprendersi e indignarsi per il carattere indisciplinato disobbediente irritabile del loro bambino , quasi che essi non fossero le cause responsabili di tutto ciò che pensa e fa questa piccola anima e questo piccolo corpo . Non sanno essi forse che tutto ciò che è il bambino , egli lo deve ai suoi genitori e ai suoi ascendenti ? Non sanno essi che i nostri figli sono ciò che noi siamo ? E non intendono che contro il cattivo temperamento , contro le tendenze , o false o violente , o colleriche o bugiarde , il bambino non potrà lottare altro che col mezzo di quelle suggestioni educative che noi stessi eserciteremo su di lui , e che quindi - anche per questa ragione - noi siamo i veri responsabili delle sue azioni ? Eppure , tale ragionamento di logica intuitiva e di elementare giustizia è molto spesso dimenticato . Constatando i difetti dei nostri figli noi non pensiamo mai che in gran parte sono dovuti a noi ; e nel correggerli ci lasciamo vincere spesso da una severità e da una irritazione incosciente che somiglia alla stupida rabbia con cui un floricultore volesse battere le sue piante e i suoi fiori che crescono male ! E fosse almeno questa severità la conseguenza voluta di un sistema , la risposta calma del nostro cervello a ciò che ci sembra meritevole di castigo , l ' adempimento di ciò che noi crediamo un dovere ! Ma il più delle volte , pur troppo , non è così . Bisogna aver la franchezza di confessare che spesso i nostri atti di severità verso i nostri bimbi non hanno nulla né di calmo né di saggio , né di voluto , né di cosciente . Essi sono - semplicemente - il riflesso di un nostro stato di nervosità passeggiera . Forse è una di quelle giornate in cui , per ragioni barometriche o per motivi personali di malumore ( e la nostra vita ne offre tanti ! ) , c ' è tensione elettrica nell ' aria e tensione nervosa nei temperamenti : e allora accade che il rumore dei giuochi dei bambini , il frastuono che essi fanno , la loro innocente birichinata - che altre volte erano per noi ragioni di compiacenza e di allegria - ci annoino e ci stanchino : - noi alziamo indispettiti la voce in tono di rimprovero : i bimbi disobbediscono : noi insistiamo : essi si ribellano , e questa ribellione scatena il nostro furore . Poiché le parole non bastano , occorrono argomenti più persuasivi ; e ben presto non è più un educatore che punisce col solo scopo di emendare il bambino , ma è un sistema nervoso eccitato che si sfoga come può , ciecamente , con la voce e con le percosse . Più tardi , noi ci accorgiamo dell ' umiliante spettacolo che abbiamo offerto ai nostri figli , e ne sentiamo rimorso e vergogna . E allora , cerchiamo di rimediare con un ' affettuosità esagerata , cerchiamo di compensare con una pioggia di carezze e di baci , i lampi e le folgori momentanee del nostro furore . Ma il rimedio è inutile , giacché il bambino ci comprende e ci giudica con una lucida intuizione precoce , e sente questa tacita confessione del nostro torto : il rimedio , oltre che inutile , è erroneo e deleterio nelle sue conseguenze , perché sono appunto queste nostre oscillazioni d ' energia che fanno i bambini disordinati di spirito , incoerenti di desiderî , incapaci a comprendere quando noi abbiamo veramente ragione , proclivi sempre a supporre che ogni nostro rimprovero , anche il più giusto , non sia che l ' effetto del nostro malumore e dei nostri nervi . Avviene così che la severità , la quale vorrebbe essere il mezzo migliore per tener alta la nostra autorità , è viceversa spesso un mezzo per esautorarci .... * Molti genitori hanno coscienza di questo risultato negativo , e per rimediarvi , o forse semplicemente ed egoisticamente per sbarazzarsi di una responsabilità che pesa e che toglierebbe troppo tempo alle loro giornate .... piene di tante altre cose , decidono di chiudere in collegio il bambino la cui educazione presenta qualche difficoltà . Oh , io non sarò così ingiusto e così assoluto da formulare un giudizio unico su tutti i collegi ! Ve ne sono oggi di quelli che valgono la migliore delle famiglie - disgraziatamente i più non sono in Italia ! - e che creano degli uomini sani e forti , preparati modernamente alla vita e alle sue lotte , e non imbottiti classicamente di sola coltura .... Ma prescindendo dai meriti intellettuali e didattici , il collegio quale era una volta ovunque e qual è ancora adesso , generalmente , in Italia , il collegio chiuso nella città , specie di caserma e convento , fa moralmente tristezza . Il fanciullo sente come un ' impressione di freddo nell ' immergersi d ' un tratto in quella folla di ignoti , e pensa a sua madre . Avete letto voi Sous le fardeau dei Rosny ? avete meditato le pagine eloquenti che descrivono ciò che una delicata anima infantile può soffrir nei collegi ? E ricordate i versi di Sully Prudhomme in cui è un così triste e giusto rimprovero : On voit dans les sombres écolesdes petits qui pleurent toujours.Oh mères ! coupables absentes ! Meglio - assai meglio - che le madri non siano colpevoli assenti , se esse vogliono veramente meritare il dolce nome con cui le chiama il loro bambino ! Meglio per lui e per loro , se esse cercheranno di adempiere personalmente il loro dovere di educatrici ! Giacché l ' abbandonare ad estranei la prima educazione dei propri figli - salvo i casi di necessità che nessuno nega - è una vigliaccheria famigliare . Bisogna vincere gli ostacoli , se vi sono , sopportare i pesi immancabili dell ' educazione , modificare il proprio temperamento , armarsi di quella serenità materna che Sofia Bisi Albini ha così suggestivamente descritta , e comprendere che non la durezza e i castighi , non sopratutto l ' altalena pericolosa fra le sgridate e i baci , ma la calma noi dobbiamo ai nostri figli , la calma e la fermezza , in modo che essi sentano in noi un riposo e un sostegno , e abbiano verso di noi quel rispetto che è una paura amata . Generalmente , invece , ciò che manca nell ' educazione è appunto l ' unione e direi la fusione tra queste due qualità : noi non sappiamo essere nello stesso tempo calmi e sereni verso i bambini , e noi non conosciamo che i due sistemi opposti ed esagerati della troppa severità o della troppa indulgenza . Il primo sistema , sistema di disciplina rude che crea dei piccoli esseri sempre tremanti , e li foggia meccanicamente all ' obbedienza passiva , è senza dubbio molto comodo per noi , ma non altrettanto utile ai fanciulli , giacché spegne in loro o atrofizza l ' istinto di iniziativa , la coscienza della propria personalità , quel sano individualismo senza del quale , più tardi , essi non faranno nulla di degno nel mondo : e molte volte anche produce - all ' entrata nella vita - una reazione pericolosa , perché il giovane , nell ' impeto di liberazione da una disciplina troppo ferrea , passa di slancio a una vita di disordine . Il secondo sistema , d ' un ' educazione troppo tenera , tutta condiscendenze e debolezze , che abitua il fanciullo a credersi il piccolo despota della famiglia , ha in sé , evidente , la sua condanna : per voler fare troppo felice il bambino non negandogli mai nulla , ne fa immancabilmente un uomo infelice , che non potrà sopportare le contraddizioni e vincere gli ostacoli che la vita gli prepara e a cui nessuno in famiglia lo ha abituato . E il guaio maggiore di entrambi questi sistemi è che essi non ripetono sempre la loro giustificazione - come apparentemente potrebbe credersi - dal concetto che i genitori si formano del modo d ' educare i figli , ma bensì dal loro inconscio egoismo . Non è cioè un meditato giudizio intellettuale che ci fa seguire il sistema della severità o quello dell ' indulgenza , ma semplicemente il nostro tornaconto . Se teniamo i nostri figli sotto una disciplina rigida , è , il più delle volte , perché ci disturberebbe averli sempre nelle nostre stanze , dove vogliamo essere liberi e indipendenti a tutte le ore : se invece li mescoliamo alla nostra vita , tenendoli troppo con noi e fra noi e accontentandoli in tutto , è perché , il più delle volte , il nostro affetto degenera in sentimentalità morbosa e non sa compiere ciò che gli imporrebbe il dovere . In una parola , ciò che noi facciamo per i nostri figli ha l ' apparenza , direi l ' etichetta , di essere fatto per il loro bene : in realtà , è fatto , spesso , per la nostra comodità , per seguire automaticamente gli impulsi , non sempre ragionevoli , che il nostro istinto ci suggerisce . E anche quando noi amiamo veramente , profondamente i nostri figli , li amiamo - senza accorgercene - più per noi che per loro . Il nostro modo infatti di comprendere la loro felicità è così fatalmente egoistico , che non ci adattiamo a saperli felici senza di noi . Nel nostro affetto verso di loro , noi sappiamo talvolta toccare le più alte vette dell ' altruismo , ma , normalmente , noi siamo incapaci di compiere quei quotidiani sacrifici - più umili e perciò più difficili - che , cooperando alla felicità del fanciullo , lo staccherebbero da noi . La stessa madre che è sublime di devozione al letto del figlio ammalato , e non calcola fatiche e dimentica sé stessa e rischia , felice e inconscia , la vita per lui , non saprà dimenticare sé stessa né rischiare il passeggero dolore della lontananza , permettendo che questo figlio , più tardi , si cerchi una via e si costruisca una felicità lontana da lei . Eroica in casi eccezionali , essa non avrà , nei casi normali , nemmeno il piccolo coraggio di saper dimenticare sé stessa . Diceva molto bene il Desmolins che uno degli ostacoli più grandi alla riforma dell ' educazione nei paesi latini è la tenerezza troppo esclusiva delle mamme . Ed io mi permetterei di aggiungere - anche troppo illogica . Alcune mamme , che lasciano talvolta senza molto dolore il loro figlio ancor piccolo entrare in un collegio - basta che sia un collegio vicino ! - si ribellano poi a lasciarlo allontanare da loro quando , fatto più grande , egli avrebbe tanto bisogno di scuotere d ' intorno a sé la polvere sentimentale della sua casa e di imparare , viaggiando , come ci si formi un carattere e come si conquisti una posizione . Noi abbiamo invertito , se posso dir così e salvo , s ' intende , numerose eccezioni , la legge di natura che vuole il bambino vicino ai genitori nei primi anni , e libero in seguito ; e mentre non ci ripugna troppo , in certi casi , abbandonare ad altri , ad estranei , la prima educazione del nostro bambino , vogliamo poi che questo , divenuto giovane e adulto , trascorra la sua vita sempre vicino a noi . Inversione dovuta al nostro egoismo , alla nostra sentimentalità latina , che è ben lontana dal comprendere e dall ' adottare , sia pure in piccola parte , la larga visione dell ' educazione inglese , dove i fanciulli , a una certa età , lasciano il nido della famiglia , quasi uccelli in apparenza ingrati che lo dimentichino , ma per ritornarvi più tardi , coll ' orgoglio di una giovinezza degnamente vissuta , colla soddisfazione d ' aver dato alla patria , in paesi lontani , quel tesoro di energie che la fa grande nel mondo . * Ora , sarebbe evidentemente assurdo pretendere che la famiglia latina fosse , come la famiglia anglosassone , pronta a recidere i suoi nervi troppo sensibili , e pensosa soltanto che i propri figli trovino la ricchezza lontani dal proprio nido : vi si opporrebbe la razza , la nostra stessa costituzione sociale ed economica , e d ' altronde io per il primo riconosco che nel nostro modo di intender la vita è un profumo di poesia e di gentilezza che compensa forse , in parte , i vantaggi materiali dell ' insensibilità inglese . Ma noi potremmo dagli stranieri , se non imparar tutto , almeno imparar qualche cosa : questa sopratutto : imparare a lasciar che si manifestino liberamente le tendenze dei nostri figli , che si svolgano le loro iniziative , che s ' espanda la loro originalità ; noi dovremmo imparare a dirigere la loro natura , anziché , come troppo spesso facciamo , affaticarci a correggerla ed a comprimerla per seguire il concetto aprioristico che noi ci siamo fatti della loro carriera e del loro avvenire . Malauguratamente non è così . Se noi volgiamo lo sguardo ai nostri sistemi di educazione e di istruzione , ci accorgiamo che la loro caratteristica è una desolante uniformità . Si direbbe che tutti i fanciulli sono gettati nello stesso stampo perché ne esca un unico tipo intellettuale : il tipo dell ' impiegato , del professore , del professionista , imbottito di una coltura più o meno ben digerita . Anni sono era venuta di Francia una grande ventata di reazione contro questo sistema d ' educazione , ma essa aveva appena fatto stormir qualche foglia del nostro quieto ed immobile paesaggio intellettuale : non ne aveva scosso i tronchi robusti né turbata la saldezza delle radici antiche . Pochissimi avevano sentito quanta sincerità fosse in questa ventata di ribellione : i più , credendo si volesse attentare al diritto intangibile che ha nella nostra coltura lo studio del latino e del greco , avevano bollato come opinione di barbari o volgare preoccupazione di bottegai , il desiderio di dare all ' istruzione dei nostri figli un indirizzo più pratico e socialmente più utile . Costoro - e mi duole il dirlo - non avevano capito nulla o avevano finto di non capir nulla . Costoro ignoravano , anzitutto , che a capo della bestemmiata crociata era , non un barbaro o uno spirito bottegaio , ma uno dei più illustri accademici di Francia , uno degli scrittori didatticamente e politicamente più ortodossi , Jules Lemaître . Costoro dimenticavano , inoltre , che la crociata non combatteva il latino e il greco , ma soltanto il modo con cui queste lingue .... e tante altre cose ! vengono insegnate . Mettiamoci una mano sulla coscienza e confessiamo che noi sappiamo ben poco di latino e quasi nulla di greco dopo otto o cinque anni di studio ! Diceva il dottor Toulouse , ed io posso ripetere testualmente le sue parole : " ho quarant ' anni e sono trent ' anni che affatico il mio spirito sui libri e sull ' osservazione dei fatti ; e non potrei , sul momento , trovare in alcuna delle discipline che ho studiato quelle risposte che si esigono dagli scolari e che io stesso ho fornito ai miei tempi in diverse riprese " . Ecco una constatazione che dovrebbe essere meditata da coloro che preparano i programmi per le scuole , da coloro che istituiscono gli esami e credono alla loro efficacia . L ' insegnamento attuale consiste nel trasmettere delle cognizioni , mentre il suo scopo dovrebbe essere formare lo spirito e il carattere . Oggi , alla scuola , si impara tutto fuor che a pensare e ad agire : oggi si dimentica che lo sforzo d ' ogni educazione deve consistere non nell ' appiccicare della coltura , ma nel formare delle attitudini . La superiorità vera , in ogni ambiente , è di creare , non di sapere ; e per questo il commerciante che sa dar vita a un ' azienda meglio adatta ai bisogni della clientela fa opera di creazione eguale , e forse più utile , di colui che scrive un bel libro . È in tal senso e seguendo questi concetti che noi protestiamo contro l ' uniformità di un ' educazione che dà l ' illusione e non la realtà della coltura , che crea più spostati che non uomini atti a tramutare in succo e sangue il cibo classico di cui furon nutriti . Eppure , sia vanità , abitudine od indolenza , i genitori , - e parlo , si capisce , dei genitori delle classi più elevate , - continuano a mandare i loro figli a quelle scuole classiche che hanno fama di formare automaticamente il cosiddetto giovane colto , come se per la soddisfazione di creare qualche erudito , si avesse il diritto di lanciar nel mondo una folla di mediocri inutili , o come se noi non dovessimo essere che un popolo immenso di filosofi di romanzieri di scrittori , un popolo di puri spiriti , che vivessero .... di letteratura , e pei quali tutte le altre attività ed energie umane non contassero quasi nulla . Quanti sono coloro che si preoccupano di sviluppare e determinare a tempo i gusti naturali del bambino .... se per caso non fossero proprio quelli di studiare latino e greco ? Quanti sono coloro che hanno l ' istinto e il tatto di comprendere le sue inclinazioni ? Ai più , non balena neppure l ' idea che vi sia nell ' anima del fanciullo , come v ' è nel suo viso , qualche cosa che lo distingua dagli altri , e che perciò esigerebbe , da parte nostra , uno studio speciale . Cioè , mi correggo . Noi avvertiamo talvolta alcune delle cosiddette disposizioni naturali dei nostri figlioli : le avvertiamo per gloriarcene nel nostro istintivo orgoglio paterno o materno o per sventolarle vanitosamente presso i conoscenti e presso gli amici : ma noi non approfondiamo l ' analisi di queste facoltà che rompono l ' equilibrio della psiche infantile : noi non ci chiediamo se non sarebbe forse nostro dovere di dare ad esse tutte le nostre cure , mutando , se posso dir così , l ' orientazione educativa del bambino : noi non calcoliamo il danno di lasciar sperdere sul principio pei mille rigagnoli della distrazione una vena che potrebbe diventare feconda , e senza un rimorso , senza un dubbio , noi insistiamo nel solito vecchio sistema : inviamo cioè il fanciullo a quella scuola che a noi pare per lui la più utile , e dove l ' obbligo di studiare contro genio materie ch ' egli non ama , lo fa riuscire spesso mediocre od infimo . Forse è qui che bisogna cercar la ragione per cui certe scuole danno risultati di cui non possiamo troppo vantarci . E quando Alessandro Dumas - volendo appunto lanciare una frecciata ironica contro la scuola - si chiedeva : Come mai vi sono tanti ragazzi intelligenti e tanti uomini imbecilli ? egli intravvedeva che questa curiosa e dolorosa trasformazione è dovuta al fatto che la scuola , invece di sviluppare le qualità specifiche del fanciullo , le atrofizza , e quindi , invece di formare l ' uomo , lo deforma . È questo il grande delitto pedagogico dei nostri giorni : delitto che compiono quotidianamente non solo i maestri nella scuola , ma i genitori nella famiglia , e che si estende non solo verso i bambini ma verso i giovani . Quando suona l ' ora della scelta della professione e della carriera - che dovrebb ' essere la più importante nella vita d ' un giovane perché da essa dipende la sua felicità - quanti sono i padri che si preoccupano di lasciar libero il corso a quelle disposizioni innate dei loro figli , di cui pure s ' eran fatti un orgoglio in passato ? Quanti sono coloro i quali riflettono che - nella vita - chi fa ciò per cui natura l ' ha creato sopporta facilmente ogni fatica ed ogni contrarietà , mentre invece chi è costretto a una professione cui la sua natura ripugna , ha eternamente in sé un ' intima tristezza e un ' intima ribellione che gli renderanno amaro il lavoro e difficilissimo il raggiungere una meta elevata ? La maggioranza dei genitori non ha scrupolo di opprimere la natura propria del loro figlio per sostituirgliene un ' altra . Vogliono fabbricare un avvocato o un ingegnere , un professore , un magistrato o un impiegato , secondo la tradizione della famiglia , il presunto vantaggio economico , l ' opportunità del momento , senza preoccuparsi affatto che , così facendo , essi soffocano un cervello e violentano un ' anima . E se osate avvertirli dell ' errore , essi si armano di argomenti che paiono vittoriosi , e vi dicono che è inutile preoccuparsi delle singole disposizioni del giovane , perché le vere vocazioni si fanno strada quand même , attraverso tutti gli ostacoli , e vi citano Voltaire che era commesso nello studio d ' un procuratore , e Musset che era impiegato presso un banchiere .... il che , innegabilmente , non ha impedito che essi abbiano fatto carriera . Ma questi padri troppo logici dimenticano che le leggi e i metodi dell ' educazione non sono fatti per gli individui eccezionali , i quali certamente trovano sempre il modo di manifestarsi , bensì per l ' infinito numero degli uomini medii e normali i quali non possiedono la forza di togliersi di dosso quella cappa di piombo con cui furono oppressi e di cui per la vita rimangono vittime . Ecco il maggiore equivoco che domina il gran problema dei nostri doveri verso la gioventù . Siamo tutti persuasi che il primo dovere sia di dare ai figli la felicità , o , poiché questa è irraggiungibile , di avviarli almeno sul cammino della felicità : ma generalmente si crede che la felicità consista nella sicurezza placida d ' un impiego , e non si intende invece che essa è un premio che si conquista palmo a palmo col libero sviluppo delle proprie energie . Noi vogliamo fare dei giovani , dei vecchi precoci e calcolatori , che si accontentino subito d ' un piccolo posto sicuro e vicino , pur di non correre quell ' alea del rischio che è la poesia della vita . Con una suggestione a ritroso , noi inoculiamo in essi i germi di un pessimismo utilitarista che addormenta coscienza e ardore , e li fa timidi dinanzi a ogni ostacolo , preoccupati soltanto di procacciarsi una posizione mediocre pur che garantisca il loro tranquillo avvenire . E non sentiamo quanto più bello e più utile , più dignitoso e più fiero , sarebbe invece sviluppare in essi il senso della libera iniziativa , e fecondare la dote migliore e maggiore della gioventù che è l ' entusiasmo . Lasciarli liberi , perché essi possano seguire le loro naturali disposizioni e interpretar quella voce che detta dentro : volerli entusiasti , cioè innamorati di quella qualunque idea che sostengono , con un cervello che calcola ma con un cuore che non calcola punto , simili a un soldato che conta i suoi nemici , ma poi se ne dimentica il numero pensando alla bellezza della sua bandiera .... * Tale io penso dovrebbe essere l ' ideale dell ' educazione : e tale , forse , nell ' intimo dell ' animo è riconosciuto da molti . Ma ben pochi osano applicarlo . Perché ? Perché uno dei fenomeni più strani e contradditorii della nostra psicologia è che mentre noi siamo modernamente audaci nel pensiero e approviamo le idee più ardite suscitate da libri e studi recenti , siamo ancora pavidi nell ' azione , perché mentre il nostro cervello vede lucidamente la via nuova che dovremmo percorrere , la nostra volontà non sa essere abbastanza indipendente per abbandonare d ' un tratto la via vecchia , a cui siamo legati da una fitta rete di tradizioni e di pregiudizi , e si ripercuote così anche nel problema dell ' educazione quell ' eterno dissidio fra teoria e pratica , che si manifesta dovunque , e che è dovuto al fatto che l ' uomo opera come sente e non come pensa . Un giorno io assistevo a una conferenza sull ' Educazione nuova detta da una nostra illustre scrittrice . Gran folla di signore nella sala e grandissimi applausi . Uscendo , sorpresi questo dialogo fra due mamme : - Son cose verissime diceva l ' una - ma come si fa a metterle in pratica ? - Già - rispose l ' altra - io non vorrei certo esser la prima ! - Così è . Noi abbiamo un sacro orrore dell ' azione isolata , e nessuno di noi vuol essere il primo ad applicare certi principii , a fare sui proprii figli l ' esperienza di certi metodi e di certe idee . Quando si tratta di un atto qualsiasi della nostra vita , noi non domandiamo mai se è bene compierlo : noi domandiamo sempre e soltanto se è generalmente ammesso che lo si compia . E per paura d ' essere i primi , per il terrore d ' assumere un ' iniziativa che potrebbe essere criticata , noi continuiamo nella vecchia routine . Ora , bisognerebbe distruggere quest ' antitesi fra la teoria e la pratica ; bisognerebbe avere il coraggio di compiere questo sforzo che riavvicinasse le idee ai fatti e rendesse le nostre azioni logicamente degne dei nostri pensieri . Diceva il Lemaître : " basta che le classi privilegiate comincino , le altre seguono fatalmente " . Anch ' io lo credo , e perciò ho voluto ripetere qui quello che troppi altri e troppo meglio di me hanno detto . L ' ANIMA DEL FANCIULLO . Quando noi pronunciamo il nome d ' infanzia , si sveglia nella nostra memoria un cumulo di ricordi che hanno il fascino d ' un romanzo . È la nostra giovinezza che rivive , come in un sogno , è la nostra esperienza che la vede e la racconta , mescolando la poesia della realtà all ' attrattiva della lontananza , deformando alcuni episodii che il tempo ingrandisce dinanzi alla nostra coscienza , come lo spazio ingrandisce dinanzi ai nostri occhi - attraverso i rami degli alberi - il profilo degli astri che sorgono .... Ed è così spontanea , così inconscia questa alterazione del vero , che non solo noi crediamo a tutto quanto rievoca la nostra fantasia , la quale tinge talvolta troppo in roseo e talvolta troppo in nero il primo periodo della vita , ma noi osiamo anche spiegare e giudicare tutto il complicato meccanismo della nostra piccola anima di fanciulli con la nostra superba psicologia di uomini adulti . Forse le pagine meno vere nelle autobiografie di certi scrittori , sono quelle che riguardano la loro fanciullezza ; pagine dalle quali s ' effonde un conforto o un rimpianto , l ' eco lontana di gioie ingenue o di incompresi dolori , ma nelle quali , se è spesso mirabile la descrizione di un ' epoca o di un ambiente , non è quasi mai esatta , precisa , sincera la figura morale del protagonista . Anche lo fosse , noi avremmo la psicologia di un fanciullo , non già la psicologia del fanciullo . Per tentar questa , bisogna dunque tenersi lontano dagli esseri superiori ed eccezionali che spesso vogliono presentare anche la loro infanzia sul palcoscenico della gloria , bisogna non dar troppa importanza ai propri ricordi , che peccano di soggettivismo , e occorre invece moltiplicare le osservazioni serene e spassionate intorno a noi , tra le famiglie che ci circondano , tra la folla anonima della strada e della scuola .... Solo così - coll ' analisi minuta e diffusa - è stato possibile alla scienza moderna strappare almeno qualche segreto a quella sfinge eterna che è l ' anima del fanciullo . * Rileggendo - come io ho dovuto e voluto fare - una non piccola parte di ciò che si è scritto intorno all ' infanzia , mi sono convinto che fino ad alcuni anni fa , la psicologia del bambino poteva riassumersi in due opinioni diametralmente opposte ed egualmente assolute . Da un lato , erano i denigratori per partito preso , i quali definivano i fanciulli tutti egoisti , ribelli , bugiardi , crudeli : dall ' altro lato erano i lodatori quand même , i quali li definivano simboli di perfezione , angeli di bontà e di innocenza . Fra i primi , fra coloro che dissero più male dell ' infanzia , emergono il La Bruyère , un celibe , e il Dupanloup , un vescovo . Ed è abbastanza spiegabile - lo dico senza malignità - che un teologo , il quale aveva tutto l ' interesse a mantener ferma la dottrina della depravazione congenita , e un vecchio scapolo , al quale i bambini degli altri saranno parsi dei diavoletti noiosi e tormentatori , li abbiano bollati con così severo giudizio . Fra i secondi , fra quelli che io chiamerei i cortigiani dell ' infanzia , primeggia Rousseau , sostenendo che il bambino esce perfetto dalle mani del creatore , e che soltanto la nostra falsa educazione lo deforma e lo guasta . Ed è altrettanto spiegabile il suo ottimismo quanto il pessimismo degli altri . Il filosofo - poeta , sedotto dalla grazia infantile , e più che altro forse dal suo preconcetto antisociale , ha idealizzato un ' età , che tutti i poeti , del resto , prima e dopo di lui , avevano ravvolto nell ' azzurro della leggenda . Senza discutere - per ora - quanta esagerazione vi sia nell ' una e nell ' altra di queste due opinioni , è necessario anzitutto constatare che esse partono da un punto di vista falso . Esse pretendono di dare un giudizio morale sull ' attività psicologica del bambino , ciò che è un equivoco e un ' illusione . Non si debbono prestare al bambino dei motivi determinanti che egli non ha . Non si possono interpretare i suoi sentimenti , le sue impulsioni , le sue tendenze , come interpretiamo le nostre . Quello che per noi ha un significato , per lui non lo ha . La sua coscienza ignora ciò che è il cardine della nostra . Egli si affaccia alla vita , senza comprenderla , come una pianta che spunti dal suolo ; e nel crepuscolo mattutino della sua esistenza egli afferma istintivamente le sue naturali energie , ignorando che queste più tardi dovranno essere giudicate e dirette da una luce morale , come ogni erba e ogni albero innalza e svolge all ' alba liberamente il suo stelo e il suo tronco , ignorando che fra poco dardeggierà su di essi , per trasformarli , il raggio del sole . Lasciamo dunque ai teologi , ai filosofi ed ai poeti , la platonica soddisfazione di giudicare l ' animo del fanciullo alla stregua dell ' animo di un adulto , e invece di infiorare l ' infanzia di lodi illogiche o di coprirla con un disprezzo ancora più illogico , cerchiamo modestamente e semplicemente di spiegare il perché della sua strana e contradditoria psicologia . * Una delle leggi fisiologiche ormai meno discusse , e degna quindi di esser tenuta quasi come un assioma , è che la ontogenia riproduce la filogenia . Le quali parole un po ' oscure , tradotte in lingua povera , significano che l ' individuo , dall ' atto del concepimento a quello della nascita , riproduce le fasi per cui è passata evolutivamente la specie . Gli uomini - prima di giungere a quello stato di civiltà relativa di cui la storia più lontana ci conserva notizie - vissero migliaia e migliaia di anni in condizioni e sotto forme che noi tentiamo oggi di evocare , ricostruendo il meno fantasticamente possibile , cogli sprazzi di luce che ci vengono dalla scienza , la lunga via crucis attraverso la quale a poco a poco i nostri antenati svestirono la loro animalità per acquistare aspetto e coscienza umana . Ebbene : ogni individuo nel suo sviluppo fetale rifà in pochi mesi questa strada faticosamente percorsa dalla specie in un periodo di secoli , e la vita dell ' embrione può dirsi il riassunto a grande velocità ( mi si permetta questa espressione ) del viaggio fatto dalla specie nel mondo . Da questa legge fisiologica che Haeckel ha splendidamente illustrata , parmi possa derivare per analogia , e quasi corollario spontaneo , un ' altra legge di ordine psicologico . Come nello sviluppo fetale noi riproduciamo la fisiologia dei nostri antenati , nelle forme e nelle anomalie scheletriche , così nei primi anni di vita ne riproduciamo la psicologia , nelle attitudini della mente e della volontà . Il bambino , cioè , sente e agisce come un primitivo e come un selvaggio , e tutta la sua incoerente impulsiva psicologia che ci sorprende e ci turba , non è che la resurrezione , per fortuna transitoria , della psiche antica , quasi per ricordare a noi - umiliandoci - donde siamo venuti . Se è dunque vero , come comunemente si afferma , che nel fanciullo c ' è , in potenza , lo scorcio dell ' uomo futuro , è altrettanto vero che c ' è , in realtà , lo scorcio dell ' uomo primitivo , il riassunto di tutta una psicologia atavica che noi abbiamo ormai sorpassata . Questa constatazione scientifica è non soltanto la piattaforma su cui devono basarsi tutti gli studii relativi all ' infanzia , ma è anche , in un certo senso , la spiegazione implicita di ogni forma di attività del fanciullo . Esaminando infatti i suoi sentimenti , i suoi pensieri , le sue azioni , noi ritroveremo in tutti l ' eco e il ricordo , quasi direi la fotografia di un mondo morale lontano e scomparso . * La caratteristica più tipica dell ' anima infantile è , senza dubbio , la potenza della sua immaginazione . L ' infanzia è l ' età del sogno , nella quale questo mondo che noi non conosciamo ancora si veste dei più brillanti colori ; è l ' età in cui il massimo godimento consiste nell ' ascoltare fiabe e racconti straordinari . Ebbene : non è forse durante l ' infanzia del mondo che si sono formati i miti e le leggende , queste storie dell ' umanità bambina , destinate a coprire sotto una fantasia lussureggiante la povertà delle conoscenze umane ? L ' immaginazione - nel fanciullo come nel selvaggio - è così grande che trasforma gli oggetti in esseri coscienti e sensibili , dà il soffio della vita alle cose inanimate ed inerti . Un bambino di 4 anni attribuiva alle pietre una specie di anima e le compiangeva perché esse dovevano restare sempre immobili allo stesso posto . Non altrimenti il selvaggio crede che nell ' albero che stormisce sia uno spirito e presta non solo un corpo ma un ' anima al vento che urla durante la notte . Chi non osserva , quotidianamente , le adorabili manifestazioni di simpatia che una bimba prodiga alla sua bambola , come se questa fosse viva ? Essa le parla , essa la bacia , essa la veste e la sveste , e la sera la vuol vicina al suo letto perché non stia sola al buio e non abbia paura ! Chi non sa che i bambini , nei loro giuochi , acutizzano questa potenza della loro immaginazione , non solo sino a prestare una personalità a cose che non l ' hanno , ma sino al cambiamento della loro stessa personalità , sino a una completa illusione di metamorfosi ? Un fanciullo di 5 anni , cui piaceva molto giocare al carbonaio , viveva con così completa illusione il suo personaggio fittizio che pretendeva che tutti lo chiamassero il carbonaio anziché col suo nome , e la sera nella sua preghiera ingenua diceva a Dio : Fa , o Signore , ch ' io sia domani un buon carbonaio ! Lo so , e lo prevedo : noi dovremmo domandarci : fino a che punto questa illusione è completa ? fino a che punto il fanciullo è vittima della sua stessa immaginazione ? Non è forse egli talvolta un artista precoce che giuoca alla commedia e vuol burlarsi di noi ? La risposta è difficile e , come ben si comprende , non potrebbe esser data che caso per caso . Vi sono delle impercettibili nuancesin queste illusioni , che vanno dalla fede più cieca al primo barlume d ' incredulità che spunta con un sorriso : vi sono dei gradi , delle sfumature psicologiche , secondo l ' età e secondo il temperamento più o meno intelligente od ottuso del bambino . Ma una cosa è fuori di dubbio : che in molti fanciulli l ' illusione è sincera e assoluta , perché l ' immaginazione esercita sulla loro psiche un ' influenza così dispotica da essere veramente , come diceva Pascal , " la creatrice sovrana di errori e di falsità " . È in questa potenza dell ' immaginazione infantile che noi dobbiamo ricercare l ' origine di una delle più gravi e pericolose caratteristiche del bambino : la menzogna . Si dice ch ' egli nasce bugiardo : e si dice bene : ma non si interpreta sempre egualmente bene il meccanismo della sua bugia . Ellen Key , l ' autrice di uno fra i più suggestivi e profondi libri intorno all ' infanzia , distingueva argutamente le bugie dei bambini in bugie fredde , ossia coscienti e quindi colpevoli , e bugie calde , le quali sono l ' espressione di un ' eccitazione momentanea e di una fantasia ardente . Ella , senza saperlo , volgarizzava così , con parola piana , un dato della psicologia sperimentale che il Sully e il Ribot avevano messo in luce , e cioè , che fra immaginazione e allucinazione non c ' è che una differenza di gradi , e spesso si toccano e coincidono . Certe bugie calde - per conservare il vocabolo di Ellen Key - non sono nei fanciulli che delle transitorie allucinazioni , da cui esula totalmente la mala fede . Quando un bambino che gioca lo sentite gridare ch ' egli è un cocchiere o ch ' egli è un soldato , state certi che in quel momento egli è sicuro di esserlo e non mentisce : quando a una bimba si domanda improvvisamente : chi ti ha dato la tal cosa ? ed essa risponde confusa : la mia bambola , - è assai probabile ch ' essa non sia colpevole d ' una vera bugia ma vittima d ' una illusione . Oh , non v ' ha dubbio che da queste piccole menzogne dette per ischerzo , il fanciullo sale alle bugie fredde , alle bugie meditate con quella grande astuzia e con quella sottile perfidia che è talvolta racchiusa nella sua piccola anima : ma non siamo forse noi che , coll ' esempio , gli insegnamo a perseverare nella menzogna e a perfezionarla ? Ci scandalizziamo tanto delle bugie del fanciullo , ma forse che noi , suoi modelli e maestri , siamo sinceri nella nostra vita e sopratutto dinanzi a lui ? che deve egli imparare da noi , se i nostri discorsi sono sempre ambigui , se la nostra vita sociale è un tessuto di abili menzogne , e se la nostra occupazione più frequente è più gradita è la maldicenza a riguardo di tutti e specialmente dei nostri amici ? Un atto di contrizione sarebbe più giusto , a questo proposito , di un atto d ' accusa ! E del resto , anche in quelle menzogne coscienti che più ci addolorano e ci sorprendono nel fanciullo , qual è la parte della perversità e quale quella della suggestione e dell ' allucinazione ? Vi è tutta una letteratura - volumi e volumi di medici e di psichiatri - sulle menzogne e sulle false testimonianze dei bambini ; e tutti gli autori indistintamente concludono ch ' esse sono la conseguenza di auto - suggestioni . La potenza dell ' autosuggestione è tale , in certi casi , che il bambino arriva a creder reali degli avvenimenti ch ' egli ha sognati , a confondere i suoi ricordi , a mescolare colla realtà le sue finzioni . E quando racconta un fatto lo trasfigura : crea una leggenda e vi crede . Gli annali giudiziarii son pieni dei terribili errori con cui le false testimonianze dei fanciulli hanno prolungato o deviato processi . Basta che il caso abbia reso spettatore un fanciullo d ' un delitto , immediatamente la sua immaginazione infiora la realtà con una generazione spontanea di mille particolari nuovi : basta anche semplicemente che alcuno racconti un fatto dinanzi a lui , perché si illuda di esserne stato testimone , e sia pronto ad affermarlo e a giurarlo . Strano e misterioso e pauroso prestigio dell ' immaginazione che altera la psiche del fanciullo e lo conduce , a sua insaputa , alle frontiere del delitto ! * Pur troppo , del resto , anche per altre vie il fanciullo s ' avvicina al delitto , e si può dire che la sua psicologia è spesso quella del delinquente . L ' infanzia infatti è non solo organicamente bugiarda , ma anche organicamente crudele . Cet âge est sans pitié , scriveva il Lafontaine , e forse pochi uomini sono arrivati alle crudeltà assurde ed inutili cui arrivano i bambini , per il solo piacere - apparentemente - di veder soffrire . Quando un povero uccellino o un gatto o un insetto capita per disgrazia nelle loro terribili e piccole mani , essi gli infliggono i più atroci e lunghi supplizii con una gioia incosciente che merita davvero il nome di pazzia morale . È , in essi , come un furore di distruzione , che non pensa e non calcola le sofferenze che infligge . È come lo sfogo impulsivo di un istinto di dominazione , la voluttà di possedere interamente - a non importa qual prezzo - la vittima che ha svegliato il loro desiderio . È il ritorno atavico della psicologia del selvaggio il quale non conosce freni ai suoi appetiti ; è anche lo scorcio individuale di quella psicologia collettiva crudele ed egoista di certi popoli civili che non rispettano i diritti dei deboli e vogliono ad ogni costo soggiogarli ed opprimerli : è , cioè , un piccolo imperialismo . Imperialismo di despota incosciente , o dirò meglio caricatura d ' imperialismo , che si sfoga non solo su persone e su animali , ma - per vendetta - anche su oggetti inanimati . Quante volte non vediamo noi un bambino battere la sedia o il tavolo contro cui ha urtato e che gli ha fatto male ? E ci ritorna alla memoria la ridicola vendetta di Serse che , irritato perché una tempesta aveva impedito al suo esercito di passare il mare , fece battere colle verghe l ' Ellesponto dai suoi soldati . Talvolta la crudeltà contro le cose - che si manifesta sotto la forma della distruzione senza motivo - è determinata nel bambino dalla curiosità che diviene una specie di manìa iconoclasta . È per curiosità che molti fanciulli spezzano i loro giocattoli , come Goethe , il quale confessava d ' aver gettato , da bambino , tutto il vasellame della casa dalla finestra per vedere in qual modo si rompeva sul marciapiede , o come Ruskin , il quale racconta che nella sua infanzia strappava e tagliuzzava i fiori in preda a uno stupore ammirativo . * Ma ciò che più offende e sorprende l ' animo nostro nello studio dell ' anima del fanciullo , è il constatare in molte , in troppe occasioni , la sua profonda insensibilità di fronte ai dolori morali . Il bambino è un indifferente e un impassibile dinanzi alle disgrazie , dinanzi alle malattie degli altri , persino dinanzi alla morte . Egli è , spesso , il simbolo del più assoluto egoismo . Non pensa che a sé e ai suoi giuochi . Ricordo a questo proposito un aneddoto caratteristico . Un giorno d ' estate due fanciulli nuotavano in mare . Dalla spiaggia li osservava la madre , che aveva vicino a sé la figlia minore , una bimba di sei anni . A un certo punto i ragazzi che si erano spinti troppo lontano , non si videro più . Le onde li avevano travolti . Si può immaginare l ' ansia della madre che inviò barche e marinai al salvataggio . La piccola bimba , tranquilla e sorridente , visto che i fratelli non ricomparivano , disse : - Non pensarci più , mamma ! ormai è certo che sono affogati : è mezzogiorno , andiamo a colazione ! - Ho citato questo aneddoto , a prova dell ' analgesia morale dei bambini , perché esso è di mia personale esperienza , ma quanti altri analoghi potrei riferirne ! Senonché , ritorna qui , molto a proposito , l ' osservazione che già feci di sfuggita in principio : constatata questa assenza di pietà , questo predominio cinico dell ' egoismo nel fanciullo , possiamo noi giudicarlo come lo giudicheremmo in un uomo ? possiamo noi applicare ai bambini la nostra morale ? Vi è , evidentemente , una gran differenza tra l ' essere impassibili davanti a una sventura , sapendo che cosa essa sia e rappresentandocene tutte le conseguenze , e l ' essere indifferenti perché non se ne intende il valore e non se ne prevedono i risultati . Noi proiettiamo la nostra psiche nella psiche infantile , e noi immaginiamo che i bambini debbano rendersi conto dei nostri dolori per istinto , o che , almeno , possano comprenderli quando noi li esprimiamo apertamente . Orbene , ciò è illusorio , ciò non è che un daltonismo mentale . Le nostre ansie , le nostre preoccupazioni e i nostri patemi d ' animo lo lasciano nella maggior parte dei casi indifferente per la semplice ed unica ragione che oltrepassano la sua capacità di simpatia . Per esempio , sappiamo noi che idea si facciano i bambini della morte ? Ne intendono essi il significato e le conseguenze terribili ? hanno essi quella sensazione d ' irreparabile che è per noi la più triste e la più angosciosa ? Non credo . Una signora inglese , M.me Burnett , ci offre al riguardo un documento eloquente . Ella racconta le impressioni provate nelle due volte che la morte visitò la sua casa mentre era bambina . La prima volta non ebbe che un desiderio : toccare il cadavere per sapere che cosa significasse la frase ch ' ella aveva udita : freddo come la morte ; la seconda volta , dinanzi al cadavere d ' una bimba di tre anni , bionda e bella , ella non provò che un ' impressione piacevole per lo spettacolo poetico del letto bianco tutto coperto di fiori ! E M.me Burnett aggiunge : - Io non mi sono sentita commossa , io non ho potuto versare una lagrima , quantunque prima mi fossi immaginata che avrei pianto molto ! - È dunque assurdo , lo ripeto , pretendere dal fanciullo , in faccia al dolore o alla sventura , delle emozioni ch ' egli non può sentire perché il suo cervello non arriva a comprenderle . Come è assurdo , per la stessa ragione , giudicare altri lati della psicologia infantile coi nostri criterii , con la nostra severità che presuppone una coscienza . Il furto , per esempio , è frequente nei bambini . Ogni volta che essi possono rubare un dolce senz ' esser visti , lo rubano . Ma forse che essi - nei primissimi anni - sanno che cosa sia il mio ed il tuo ? Qualunque cosa veda o tocchi il bambino , egli grida impulsivamente che è sua , come il selvaggio prende impulsivamente ciò che gli capita sotto mano ; e l ' appropriarsi ciò che lo attornia , ciò che eccita in un dato momento il suo desiderio non è , per il bambino , che una tendenza naturale , è , se posso dir così , un ' estensione della sua personalità . Più tardi , senza dubbio , egli esce da questa incoscienza e impara che vi sono dei limiti ai proprii desiderii e dei diritti altrui che bisogna rispettare , e allora , ma allora soltanto , se ruba , noi potremo dire ch ' egli è veramente un ladro . Così , quando noi constatiamo che una gran parte dei fanciulli sono disobbedienti e ribelli , noi affermiamo la verità , ma non interpretiamo sempre esattamente il perché della loro disobbedienza e della loro ribellione . Per il bambino , il principio d ' autorità e la sua conseguenza che è il castigo , sono cose che non dovrebbero esistere . Egli non intende l ' amore altro che come l ' intendiamo noi .... quando siamo innamorati , sotto forma cioè di carezze e di baci , di soddisfazione immediata umile e volontaria a ogni nostro desiderio .... Egli non capisce che l ' amore di chi lo circonda può manifestarsi , per il suo bene , in rimproveri ed in rifiuti . E la mamma o il babbo che gli negano qualche cosa , si trasformano nella sua fantasia in esseri crudeli che lo tormentano e che lo rendono infelice . È così forte e violento questo antagonismo dell ' anima infantile contro ogni regola e contro ogni autorità , che il desiderio dei fanciulli di diventare grandi non è , in fondo , che la speranza di sottrarsi a questa legge , a questo controllo . Essere grande , per il bambino , significa sopratutto essere sbarazzato dall ' obbligo di obbedire , essere libero di fare ciò che vuole . E sfoga intanto - fin che non può esser libero - il suo istinto di insubordinazione con quelle rivolte a cui noi diamo il nome di capricci , intendendo con questa parola di definire un atto impulsivo , senza ragione , libero ed inspiegabile , come il vento che soffia . Eppure - come il vento che soffia - anche il capriccio ha le sue cause e le sue condizioni . E sarebbe bene , di volta in volta , studiarle . Sarebbe bene specialmente ricordare che l ' anima del bambino non è logica riflessiva cosciente come la nostra , ma è una piccola anima anarchica , e che egli è un inconscio discepolo di Rousseau , che non vede nei nostri tentativi d ' educazione se non un intervento noioso ed inutile al suo naturale sviluppo . Ma a questo punto , io sento sorgere in voi una domanda : voi mi direte : abbia o non abbia il bambino coscienza di ciò che sente e di ciò che fa , sieno vere o false le spiegazioni e le giustificazioni date fin qui , certo è che il quadro della psicologia infantile da voi tracciato è molto triste ed oscuro : ed è anche esatto ? È vero , cioè , che nel fanciullo non palpitino che istinti egoisti , bugiardi , ribelli , crudeli ? Rispondo che , nella vita e sopratutto in psicologia , nulla è assoluto perché nulla è semplice . L ' organismo umano è una macchina complicata , delicata , misteriosa , e come non esistono uomini in tutto perversi o uomini ottimi in tutto , perché la natura mette degli sprazzi di luce nelle anime più abbiette , e delle chiazze d ' ombra nelle anime più buone , così non esistono fanciulli in cui circoli sempre il veleno di impulsioni ataviche , e non spunti mai il fiore candido della dolcezza e della serenità . Ognuno di noi conserva nella memoria il ricordo - se non ha la fortuna d ' aver la prova viva vicino sé - di tipi di fanciulli miti , sensibilissimi , che chiudono nel loro organismo delicato le più squisite manifestazioni del cuore , sensitive morali , se posso dir così , che rispondono con fremiti affettuosi se appena noi le tocchiamo . E , anche al di fuori di queste eccezioni sentimentali , è certo che ogni bambino conosce l ' altruismo e la simpatia , se non altro perché imita ciò che vede , e piange se vede piangere ; ogni bambino ha slanci di tenerezza verso il cane ed il gatto che gli sono compagni di giuoco , e che forse in un altro momento potrà martirizzare ; ogni bambino ha tesori di affezione e fascino di carezze per le persone che lo circondano , e sa farsi deliziosamente perdonare la desolante insensibilità del suo temperamento e i lampi del suo egoismo feroce . Ma questa psicologia normale che lo avvicina a noi , sorge in lui gradatamente coll ' età , mano mano che dalla sua psiche atavica esce e si forma , come farfalla dal bozzolo , la psiche dell ' uomo futuro . È - se posso dir così - un lento lavoro di ricamo con cui l ' educazione a poco a poco ingentilisce e trasforma il tessuto troppo rude della sua originaria natura . Il fondo della sua anima rimane quale io ho tentato descriverlo , certo non pretendendo di essere stato né completo né esatto , ma forse sperando di essermi avvicinato al vero . Avviene in psicologia quello che avviene in pittura . Quando si deve fare un ritratto , bisogna restringersi e quasi direi riassumersi a significarne l ' intima e più gagliarda e dominatrice espressione : bisogna , cioè , colpire ciò che vi è di caratteristico nella fisonomia fisica e morale d ' una persona , trascurando forzatamente molti particolari , su cui si affanna invece la vista dei pedanti e dei miopi . Ora , il ritratto dell ' infanzia non poteva esser dipinto che coi colori che ci offrono le ricerche positive e scientifiche , senza chiedere alla poesia le sue sfumature ideali e alla rettorica le sue tinte esagerate . Ma ciò che è confortante si è che questo ritratto è transitorio : è cioè uno di quei ritratti ai quali , col tempo , non si assomiglia più . Tutta quella psicologia che rievoca nel fanciullo i primordii dell ' umanità , sfuma lentamente cogli anni e svanisce all ' epoca della pubertà . Essa non è , nella vita - e salvo casi eccezionali di delinquenza congenita - che una parentesi fisiologica , il saluto , il ricordo , l ' ammonimento delle lontane miserie onde siamo ascesi alla civiltà , una specie di malattia - come ve ne son tante ! - che noi dobbiamo soffrire e superar da fanciulli , e dalla quale usciamo più sani , più forti , moralmente migliori . E non è raro infatti il caso , che coloro i quali sono stati da bimbi i più violenti , i più capricciosi , i più cattivi , diventino poi gli uomini più saggi ed egregi , e le donne più oneste e più austere . Soltanto , per ottener questo risultato , bisogna saper comprendere il bambino , e per comprenderlo , bisogna amarlo . Amarlo , non con la sentimentalità esagerata - e forse più di parole che di sostanza - che oggi è di moda : amarlo non con la nostra ansietà nervosa e ridicola che trema per ogni sorso d ' acqua non bollita e per ogni biscotto fuori programma ; amarlo non per viziarlo , e nemmeno per imporgli nei suoi studii e nei suoi divertimenti il giogo d ' un orario cui la sua natura repugna ; ma amarlo per fondersi nell ' anima sua , per vivere la sua vita di impulsi e di contraddizioni , per spiegarsi la mancanza d ' unità e di costanza della sua psicologia , per comprendere , infine , ch ' egli è come un campo ove sono radici antiche di piante maligne che bisogna sopprimere , e germi nuovi di piante feconde che bisogna aiutare a svilupparsi e non lasciar soffocare da quelle . E sopratutto bisogna essere sereni e generosi verso di lui : dimenticare ch ' egli è insensibile ai nostri dolori perché non li capisce , e cercare invece di comprendere i suoi . Il nostro torto maggiore verso l ' infanzia è di ripagarla , spesso , con quell ' indifferenza sentimentale ch ' essa mostra verso di noi . Noi sorridiamo dei suoi dolori , perché , paragonandoli ai nostri , ci sembrano meschini , e non ci accorgiamo che sbagliamo i termini del raffronto . Ciò che par futile a noi , è grave per il fanciullo , precisamente come ciò che è importante per noi , non arriva nemmeno ad esser compreso da lui . Vi sono in quelle piccole anime delle grandi e paurose tragedie , che noi definiamo come capricci . Vi sono , in germe , tutte le passioni che dilaniano il cuore dell ' uomo , e che noi ingenuamente crediamo di poter placare con un rimprovero od un castigo , mentre non facciamo che esacerbarle . Vi sono delle strane intuizioni precoci che permettono al bambino di vedere , di sentire , di giudicare tutte le ingiustizie che noi commettiamo verso di lui , illudendoci ch ' egli non arrivi a capirle . L ' orgoglio e la gelosia , per esempio , queste precocissime fra le passioni umane , fanno forse più soffrire i fanciulli che non gli adulti , e creano il tipo , non raro , del bambino chiuso nella sua tristezza silenziosa e nella sua testardaggine , che porta con incompresa dignità il dolore del suo orgoglio ferito , e contro il quale scioccamente e perversamente si sfoga la nostra severità , pretendendo di correggerlo di un difetto di cui ignoriamo le cause . E v ' è , infine , al di sopra di tutte queste considerazioni , un ' altra considerazione più alta e più vasta , che dovrebbe oggi modificare non solo i giudizi sull ' anima del fanciullo , ma specialmente il metodo dell ' educazione . Io ho tracciato alcune linee della psicologia infantile , analizzando l ' infanzia in sé stessa , da un punto di vista scientifico , isolandola quasi dal tempo e dall ' ambiente . L ' analisi - lo confesso - non era completa . Io ho dimenticato che non si può fare astrazione nello studio di nessun organismo dall ' ambiente ove sorge , e che - opera od uomo , individuo o collettività - tutti , come le piante , risentono l ' influenza del terreno che li ha prodotti . Anche l ' infanzia sente oggi , oltre le cause ereditarie e congenite , l ' influenza dell ' epoca in cui vive , subisce la temperatura morale che la circonda , è illuminata dal riflesso di quel mondo grande che s ' agita intorno a lei . E l ' anima sua incoscientemente palpita di ciò che è il palpito dell ' anima nostra . I fanciulli moderni sono diversi dai fanciulli di cinquanta anni fa , perché non possono sottrarsi e ignorare la febbre da cui è dominata la nostra civiltà frettolosa . Oggi essi entrano troppo presto nella vita : troppo presto affaticano il cervello negli studi : troppo presto sciupano la loro adorabile semplicità infantile , partecipando in società all ' esistenza complicata , irritata , affaccendata degli adulti . Oggi ciò che essi odono in famiglia , il molto che leggono , il troppo e il turpe che vedono nelle strade , la stessa ansiosa preoccupazione dei genitori che si ripercuote in loro e li eccita , la coscienza di essere divenuti i personaggi più importanti della casa , questa inebriante mistura d ' orgoglio e di vanità per cui s ' illudono d ' esser qualcuno mentre non sono ancor nulla , e vogliono già emergere in quel mondo che ancora li ignora , fanno sì che essi accelerino e saltino i periodi fisiologicamente normali del loro sviluppo , e siano dei precoci e dei nervosi . Tutte le distanze s ' abbreviano oggi , nel mondo fisico come nel mondo morale . La nostra legge sovrana è la fretta . Abolire fin che si può e più che si può quegli ostacoli antichi che si chiamano il tempo e lo spazio , ecco la meta dietro cui corriamo vertiginosamente . E noi stiamo abolendo o accorciando l ' infanzia . Come noi diventiamo vecchi prima del tempo , così il fanciullo , prima del tempo , diventa uomo . Sotto la pressione violenta di emozioni e di sensazioni superiori alla sua età , egli diventa uomo per i desiderî , per le ambizioni , per le passioni , non per la forza e per la coscienza . Ed è da questo squilibrio fra il volere e il potere , da questa antinomia fra la legge di natura e le esigenze della civiltà , che scoppia talvolta nell ' anima infantile il dramma più pauroso e più doloroso : il suicidio ! Noi credevamo che il rifiuto della vita fosse possibile solo in chi conobbe la vita : noi credevamo che quest ' attimo di coraggio in cui si nasconde forse una lunga viltà , fosse una conseguenza dei dolori e delle preoccupazioni dell ' età matura . E invece , ecco che l ' epidemia suicida si diffonde anche tra i fanciulli , ecco che le statistiche ne notano ogni anno il regolare crescente aumento , ecco che noi vediamo e leggiamo che si uccidono non solo ragazzi di quindici o sedici anni , ma bimbi di dieci , di otto , persino di sei anni ! Ah , chi potrà mai immaginare la tempesta di idee troppo grandi in quei cervelli troppo piccoli ? chi potrà mai ridire il tormento di quelle anime prima di compiere l ' atto fatale ? Qui non soccorre a spiegarci il mistero la teoria atavica ! qui la colpa non è né dell ' eredità , né della natura ! La colpa è nostra perché siamo noi , è la nostra civiltà troppo intensa , febbrile e cerebrale che intorbida ed avvelena anche l ' ingenuità del fanciullo e ne eccita fino alla patologia tutto il sistema nervoso . E noi dovremmo sentire questo rimorso , aver coscienza di questa responsabilità : noi dovremmo finalmente comprendere che il primo dovere dell ' educazione è di creare intorno al bambino un ambiente moralmente sano e bello , ove non penetri l ' eco di tutte le ansie che ci tormentano , e ove l ' anima del fanciullo possa svolgersi liberamente secondo le leggi della natura , senza essere troppo presto soffocata o martirizzata dai pensieri e dalle sensazioni dell ' anima nostra . E solo allora - quando avremo ridato all ' infanzia la sua pace serena e la vedremo fiorire intorno a noi simbolo di speranza - solo allora noi potremo comprendere e meritare la frase di Amiel : che il po ' di paradiso che noi troviamo sulla terra è dovuto alla presenza del bambino ! FINE .
L'INTELLIGENZA DELLA FOLLA ( SIGHELE SCIPIO , 1910 )
Saggistica ,
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE Questo libro che presento oggi al lettore non pretende d ' essere un lavoro rigidamente scientifico come il volume I delitti della folla , ma soltanto una raccolta di studî i quali , da diversi punti di vista , cercano di gettare un po ' di luce nell ' oscuro problema della psicologia collettiva . La maggior parte di questi studî furono già pubblicati qua e là , e se io li riunisco e li ripubblico ora gli è non solo perché essi sono legati organicamente fra loro dall ' identità dell ' oggetto , ma anche per queste due altre ragioni : anzitutto perché di fronte al grande sviluppo preso negli ultimi anni dalla psicologia collettiva , non mi pare inutile rievocare i tentativi , sia pur manchevoli e frammentarî , di chi per primo si occupò con amore e con fervore di quella scienza ; in secondo luogo perché tali tentativi sono la più eloquente ed esauriente risposta alle critiche che da alcune parti mi vennero per il modo con cui io avevo definito e interpretato la psicologia collettiva . Questa recentissima scienza attraversa ora un periodo di confusione dovuto a un equivoco . Allorché apparvero alcuni anni fa i primi lavori di psicologia collettiva , essi interessarono e appassionarono il pubblico , non certo per merito del loro autore , ma per la novità del tema . E quindi moltissimi , con felice intuito del momento , si dettero a coltivare quel ramo di scienza . Ma , coltivandolo , sconfinarono ; e sotto la bandiera della psicologia collettiva fecero passare degli studî che con quella non avevano che delle relazioni molto indirette . Per esempio Gustavo Le Bon e Pasquale Rossi nei loro libri , del resto assai importanti , hanno confuso spesso la psicologia delle folle ( che è veramente della psicologia collettiva , cioè della psicologia dal punto di vista statico ) con la psicologia dei popoli ( la quale non è altro che della psicologia collettiva dinamica o sociologia ) . Ora , io non ripeterò qui la mia distinzione fondamentale tra psicologia collettiva e sociologia perché la ho già troppe volte esposta altrove * , e non cercherò di dimostrarne l ' esattezza perché Alessandro Groppali l ' ha così lucidamente difesa da tutte le obbiezioni che le furono mosse , ch ' io non potrei che ripetere , e assai meno bene , ciò ch ' egli scrisse con mirabile precisione scientifica * . Ma mi limiterò a dire che il presente volume vuol essere - ed io mi lusingo che sia - un ' altra battaglia combattuta per dissipare quell ' equivoco e per togliere quella confusione che hanno , a torto , schierato in due campi i cultori della psicologia collettiva , bollando gli uni come nemici ed esaltando gli altri come amici della folla . Il lettore vedrà che non è il caso di fare queste divisioni ingiuste e antipatiche , e riconoscerà che chi ha dedicato una gran parte della propria attività allo studio dell ' anima collettiva ne ha saputo comprendere così i difetti come le virtù , appunto perché non essendo dominato da alcun preconcetto , ha potuto serenamente distinguere il momento statico dal momento dinamico dell ' attività collettiva , e constatare i risultati dolorosi che si hanno spesse volte dal primo , come riconoscere le straordinarie e feconde energie che si sviluppano sempre dal secondo . Ottobre 1903 . SCIPIO SIGHELE . PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE Nell ' inverno scorso ho tenuto all ' Istituto di Scienze Sociali di Firenze , per invito del Direttore l ' illustre prof . Riccardo Dalla Volta , un breve corso di conferenze intorno alla Sociologia e la psicologia collettiva . E l ' esito insperato di quel corso , se da un lato mi dimostrò che certi problemi sono sempre di attualità , dall ' altro lato mi fu di incitamento a ristudiarli e riordinarli . Per questo , or son pochi mesi presentavo al pubblico la quarta edizione dei Delitti della folla , e mentre sto preparando una nuova edizione della Delinquenza settaria , offro oggi al lettore questa seconda edizione dell ' Intelligenza della folla , sperando di dare così all ' opera mia un carattere meno incompleto e meno inorganico . Questi tre volumi poco si intenderebbero e mal si giudicherebbero , isolati . Considerati insieme , essi appariranno , io credo , come le parti di un tutto , come le conseguenze e le applicazioni logiche di un pensiero unico e di una dottrina a lungo meditata . Nella presente edizione , non solo è totalmente mutato l ' ordine primitivo dei capitoli , e tutti sono corretti ed ampliati , ma ho aggiunto lo studio Contro il Parlamentarismo che nella prima edizione mancava , e un capitolo inedito su La folla e Gabriele d ' Annunzio . Forse il pubblico si convincerà che l ' arte e la scienza , malgrado le apparenze , malgrado cioè il dispregio dei superuomini per la folla , non sono in fondo discordi nel considerare il valore sociale e intellettuale della psicologia collettiva . NAGO ( Trentino ) , settembre 1910 . SCIPIO SIGHELE . CAPITOLO PRIMO Il problema morale dell ' anima collettiva Uno dei fenomeni più caratteristici del momento presente - il solo forse per cui esso può definirsi con esattezza - è l ' importanza che è andata assumendo la collettività in confronto dell ' individuo . Mentre quasi tutte le antiche credenze barcollano o muoiono , mentre le vecchie colonne della società pare crollino l ' una dopo l ' altra , la potenza delle masse è la sola che nulla minaccia e il cui prestigio ingrandisce ogni giorno . Appena un secolo fa la politica tradizionale dei governi e le rivalità dei principi erano i più importanti fattori degli avvenimenti . L ' opinione del pubblico contava per poco , anzi spesso non contava per nulla . Oggi , sono le tradizioni ereditarie dei singoli Stati , i desiderî e i capricci dei singoli principi che non contano nulla , ed è - invece - la voce collettiva e grandiosa della folla che guida il mondo . Una volta la coscienza di un popolo si poteva impersonare in un uomo che ne era l ' espressione ed il segno dinanzi alla storia . Il secolo d ' oro della Grecia si può simbolizzare in Pericle : un periodo della storia di Roma si può simbolizzare in Cesare , e non a torto uno storico illustre ha detto che la frase di Luigi XIV : lo Stato sono io , per quanto odiosa e pericolosa , non era allora né psicologicamente né socialmente inesatta . Ma oggi , chi potrebbe affermare che un popolo è rappresentato da un uomo solo , il quale ne riassuma e ne esprima tutti i desiderî , tutte le tendenze , tutte le idee ? Anche quei popoli che - non so se per loro fortuna o per loro disgrazia - sono retti da un monarca più personale e più significativo degli altri , possono tutt ' al più vantarsi che questo monarca simbolizzi alcuni lati , e spesso i più patologici della loro poliedrica anima collettiva , non certo che egli la rappresenti completa ed intera . E come nella politica , così anche nella scienza , dopo la crisi d ' individualismo che ha imperato ovunque , in economia , in morale , in diritto , si ritorna a studiare ogni azione umana come un prodotto della collettività piuttosto che dell ' individuo , e si segue quell ' onda di reazione sociologica o socialista che va ad infrangersi con crescente violenza contro lo scoglio dell ' illusione egocentrica forse troppo a lungo durata . L ' individuo , insomma , che una volta era il perno intorno a cui roteava si può dire tutta la civiltà , oggi scompare , in politica , dinanzi a quell ' ente collettivo che è il partito o l ' opinione pubblica , nella scienza , dinanzi a quell ' ente collettivo che è la specie . Esso è considerato ormai come la goccia d ' acqua nel mare : una quantità trascurabile per sé stessa , una potenza immensa e terribile soltanto quando è unito ai suoi simili . E mentre fino a poco tempo fa la psicologia e la filosofia - troppo sempliciste e superficiali - avevano creduto di spiegare l ' evoluzione sociale colla apparizione sporadica di qualche grand ' uomo , e avevano ridotto tutta la storia - l ' arte come la scienza , la religione come la politica - a un seguito di biografie , oggi si è compreso che il protagonista vero della storia , quantunque non sempre visibile , è stato il popolo , vale a dire la folla anonima su cui l ' egoismo dei grandi lavorava come su un corpo vile per costrurre l ' edificio della propria potenza e della propria ambizione , e che , viceversa , era la immensa oscura miniera donde quei grandi traevano inconsciamente le loro idee e i mezzi per attuarle . Si parla dei problemi gravi che il secolo XIX ha lasciato in eredità al secolo nostro . Se io non mi sbaglio , il legato più glorioso e nello stesso tempo più pericoloso di questa eredità è precisamente quello che si riassume nella parte che giocherà la folla nell ' avvenire . Oggi infatti non si tratta soltanto di riconoscere - da un punto di vista letterario - la influenza della collettività nell ' evoluzione umana : si tratta sopratutto di constatare - da un punto di vista politico - l ' impero assoluto che ormai la collettività ha preso sui destini del mondo . La folla ha sempre tenuto nelle sue mani incoscienti la sorte del mondo . Terribile e immensa parte , la sua , ma passiva . Essa è stata , di fronte al prodotto che chiamasi civiltà , la femmina feconda il cui amore suscita il lavoro e offre la ricompensa . È per lei , in fondo , che anche il più egoarchico degli eroi lavora , come l ' uomo per la donna ; ma appunto come la donna , essa non sa produrre da sola . La sua gloria anonima è sempre stata quella di procreare , a sua insaputa , il genio che avrebbe aumentato di qualche linea il catalogo delle sue ricchezze . Perciò la sua funzione avrebbe dovuto essere unicamente quella di amare e di servire i genii , come la sposa ama e serve lo sposo ; ma viceversa la folla non fu mai né sposa né madre : essa non fu che femmina , e il più spesso la sua riconoscenza è consistita nel crucifiggere i salvatori , lasciando alle anime di altri eroi avvenire la cura del loro culto * . Finora , infatti , l ' opera più evidente che compiron le folle fu un ' opera di distruzione . Esse agirono nei secoli , come quei microbi che dissolvono i corpi indeboliti e i cadaveri . I barbari , che furono le grandi folle dell ' antichità , come gli operai sono le grandi folle dei nostri giorni , non avrebbero certo costrutto l ' edificio della civiltà romana , ma quando quell ' edificio fu barcollante occorrevano i barbari per atterrarlo , e rendere possibile la creazione d ' una civiltà nuova con gli avanzi del vecchio colosso * . Parve , allora , un ' opera totalmente negativa a chi non sapeva che la distruzione è il fondamento della costruzione : ma fu allora che , per la prima volta , si rivelò la tragica potenza delle folle , e che , per un istante , la filosofia del numero diventò la sola filosofia della storia . Ai nostri giorni , se ancor si può temere come eccezione brutale e sanguinosa l ' opera distruggitrice delle folle , bisogna riconoscere che l ' opera loro si esplica in modo normale e pacifico colle grandi correnti dell ' opinione pubblica , coi comizî e colla scheda elettorale . Pure noi sentiamo di tanto in tanto tutta la colossale potenza della loro opera negativa in quegli scioperi che , arrestando d ' un tratto con mirabile uniformità la vita sociale , ci dànno collettivamente un brivido di paura , come quelle mancanze di respiro che ci dànno individualmente la sensazione , il brivido della morte . La folla è dunque oggi , come sempre , e quantunque in diverso modo , l ' arbitra del nostro avvenire : e bisogna quindi preoccuparsi di questo nuovo possente e soverchiante fattore collettivo della vita sociale che , grazie alla libertà politica , è uscito dall ' incoscienza , e può agire adesso alla luce dei comizî , della stampa , delle elezioni , degli scioperi , anziché essere costretto come una volta , ad esplicare di quando in quando le sue torve energie all ' ombra delle congiure , delle sette e delle rivolte . La logica rigida di qualche intellettuale individualista è ancora tormentata da questo dubbio : è veramente degna la folla dello scettro che la libertà politica le ha donato ? questo nuovo Briareo merita di ricevere nelle sue mille braccia il bastone del comando ormai caduto dalle mani dei despoti ? è giusto che , come una volta si era sovrani per nascita , oggi lo si sia per il numero , e che l ' aritmetica abbia detronizzato l ' eredità ? Ma a queste retoriche e paurose domande , mi par quasi ozioso dare risposta , giacché vi risponde coll ' argomento sovrano dei fatti , non solo tutta la storia recente del mondo civile , ma tutta la nostra vita da che l ' Italia è nazione libera ed una . Lasciamo pure che talvolta , per comodo di polemica , si insulti l ' anima collettiva chiamandola la piazza : in realtà tutti sentono il dovere di rispettarla sotto il nome di opinione pubblica ; e ciò è tanto vero che la stessa forma politica che ci regge ha sentito il bisogno di trovare il suo più sincero e più forte punto di appoggio e la sorgente sua più fresca e più limpida nei plebisciti , i quali non sono altro che l ' espressione statistica della volontà collettiva . Il destino - ed io credo un giusto destino - ci ha ormai condotti al despotismo della collettività , e quindi - più che discutere questo despotismo teoricamente , e del resto platonicamente , poiché non si può mai ritogliere al popolo quello che gli fu dato - mi sembra necessario discutere i modi e i mezzi con cui quel despotismo si può rendere sempre più cosciente e più degno . Ecco dove - secondo me - consiste il problema dell ' anima collettiva : nello studiare quest ' anima multiforme e complessa che ormai tiene nelle sue mani il nostro avvenire e nel cercare di elevarla moralmente e intellettualmente . Io non so se voi abbiate mai fermata la vostra attenzione su questo strano fenomeno : gli italiani sono - individualmente - dotati da natura di una innegabile superiorità su molti altri popoli , e nondimeno - tutti insieme - formano una nazione che , se è stata una volta la prima , non è pur troppo più la prima nel mondo moderno . Viaggiando , io mi son sentito spesso rivolgere da amici sinceri e spassionati del nostro paese questa domanda che racchiudeva , con misterioso contrasto , un elogio e una umiliazione : " Come è possibile - mi dicevano - che un popolo come il vostro sia collettivamente inferiore al popolo tedesco e al popolo inglese , se il più umile degli italiani ha più ingegno , più sobria moralità , più energia e più resistenza al lavoro del migliore degli operai inglesi e tedeschi ? Che fate voi della vostra abbondanza di uomini , della vostra ricchezza di ingegno , di questo tesoro che la sorte vi ha dato , se non siete capaci di usufruirlo , di organizzarlo sapientemente , per la gloria e per la prosperità della patria comune ? " . Ed io sentivo la verità dolorosa di questa domanda , accorgendomi ovunque all ' estero che se qualche italiano - come individuo - era rispettato e adulato , l ' Italia - come organismo collettivo - non solo non era adulata , ma talvolta non era nemmeno conosciuta . E mi dovevo confermare sempre più in una idea che già m ' era balenata come un ' incognita psicologica , l ' idea che mentre l ' anima dell ' italiano rimane sempre la più agile , la più viva , la più aperta ad ogni sogno di bellezza e ad ogni ideale di grandezza , l ' anima collettiva dell ' Italia è ancora incerta paurosa e quasi scontenta di sé , perché minore degli elementi che la compongono . E mi chiedevo : perché le grandi potenze europee , la Francia , e sopratutto la Germania e l ' Inghilterra , valgono socialmente assai più di noi , mentre la materia prima di cui sono formate - l ' individuo - è assai inferiore alla nostra ? Dove risiede la causa di questo paradosso psicologico per il quale con unità elementari migliori noi italiani diamo collettivamente un prodotto peggiore ? E fra le infinite cause di questo paradosso , una mi parve avesse un ' importanza generale e di primo ordine , poiché da essa tutte le altre , per varie e diverse ragioni dipendono . Fra noi non si è ancora formata , non si è potuta formare , un ' unica anima italiana ; esistono invece molte e differenti anime italiane , quante sono le regioni del nostro paese . Quell ' inconscio lavoro di polarizzazione che storicamente si è compiuto presso altri popoli , così da far convergere tutti i raggi delle singole energie individuali in un unico fuoco , e da dare - oltre e più che la prova scientifica - la sensazione artistica che milioni di anime possono riassumersi , simbolizzarsi e fremere in una sola grande anima collettiva ; questo inconscio lavoro , che è la forza specifica della Francia , della Germania e dell ' Inghilterra , non è avvenuto fra noi . I nostri troppo diversi temperamenti , e più la nostra storia , ce lo hanno impedito : ognuno di noi , prima di essere italiano , è o meridionale o settentrionale , o siciliano o milanese , o veneto o napoletano , e quindi le nostre energie non convergono e non si sommano in un fuoco centrale , ma tendono a raggrupparsi indipendentemente , secondo antichi legami regionali , frutto dell ' eredità e dell ' abitudine , - e formano perciò dell ' Italia non un faro unico che splenda di luce uniforme ed intensa , ma una riunione di sistemi planetarî ove sono molti i soli che vivono di luce propria e che hanno ciascuno un seguito d ' astri minori . L ' Italia infatti non è - per chi la consideri dall ' alto e da lontano come un ' astratta entità psicologica - né un organismo mastodontico come la Germania , né un organismo meno pesante ma forse ancora più burocraticamente uniforme come la Francia . Ogni tedesco ed ogni francese portano impresso il loro carattere nazionale e da quello solo voi potete riconoscerli e definirli : ogni italiano invece , oltre e più del suo carattere nazionale , porta impresso lo stigma della sua provincia ; ed è perciò che mentre una riunione di francesi o di tedeschi vi dà la sensazione d ' una musica monocorde , una riunione di italiani ha tutto il fascino d ' una sinfonia ove s ' intreccino mille motivi melodici . L ' Italia insomma è nell ' anima del suo popolo quello che è nella sua geografia : il paese che riunisce gli spettacoli più diversi : e come voi potete , attraversandola , passare dai ghiacciai delle Alpi al sorriso delle marine , da campagne ubertose a terreni deserti e malarici , da selve ove cresce soltanto la nordica pianta dell ' abete a giardini ove fiorisce l ' arancio ; così giudicandola socialmente , voi dovete confessare che molti suoi abitanti paiono , anziché italiani , greci o spagnuoli o tedeschi , e che mentre alcuni hanno l ' indolenza dei popoli orientali , altri son dominati dalla febbre del danaro propria degli americani . Orbene , questa varietà antropologica e psicologica che costituisce la bellezza artistica e potrebbe costituire la perfezione sociale del nostro paese , è , viceversa , fonte di invidia fra gli italiani e quindi di debolezza collettiva dinanzi agli stranieri , perché noi - anziché riconoscerla francamente e svilupparla sapientemente - ci siamo ostinati a negarla e a comprimerla in omaggio a un falso concetto del patriottismo . L ' esagerazione e l ' iperbole , che sono fra i nostri maggiori difetti , ci hanno fatto credere che noi eravamo non soltanto tutti fratelli , ma anche tutti eguali , da un capo all ' altro della penisola , e siamo andati sempre innanzi sulle stampelle della retorica e al suono dei grandi nomi , proclamando che noi dovevamo essere tutti governati ad un modo , italiani della Sicilia e del Veneto , del Piemonte e della Calabria . E quando - dapprima - qualche voce isolata di osservatori indipendenti osò ammonire : " Badate , noi siamo diversi per razza , per storia , per abitudini , e bisogna quindi piuttosto che imporre a forza un ' unificazione formale , preparare a poco a poco un ' unificazione sincera e reale " , i più copersero quelle voci isolate sotto il clangore degli squilli della loro retorica patriottica ; e quando più tardi quelle voci s ' alzarono più forti e più numerose e non fu possibile ridurle al silenzio , si disse da molti che esse erano l ' opera di scuole scientifiche superficiali e paradossali , o di uomini e di partiti che volevano minare l ' unità politica del nostro paese . Invece - prescindendo dal modo e dalla forma con cui certe verità si dovevano e si debbono dire - io credo ed affermo che il pericolo vero per l ' unità della nostra patria , non istà nel riconoscere apertamente ch ' essa è formata di regioni che hanno idee , sentimenti e bisogni diversi , ma consiste nell ' ostinarsi a negare questa differenza , e nel voler quindi educare e governare tutti gli italiani in un modo identico , costringendoli amministrativamente e legislativamente in un letto di Procuste , che fa sorgere gli urli della protesta , e fa deviare patologicamente quello spirito regionale che - se fosse rispettato nei suoi giusti limiti - sarebbe ancor oggi , come fu all ' epoca dei Comuni , la fortuna d ' Italia . È questa manìa di un ' eguaglianza e di una uniformità impossibili e innaturali , che ci ha impedito di formare un ' anima collettiva veramente degna di noi , specchio fedele di quello che siamo e di quanto valiamo . Perduti nel pregiudizio che base necessaria dell ' unità politica sia l ' uniformità sociale , noi abbiamo lavorato inutilmente - colle leggi e colle frasi - a creare un tipo unico di italiano che non esiste e non può esistere ; e non ci siamo accorti che il nostro dovere di cittadini e di uomini sinceri era invece di lavorare - con un prudente sistema di federalismo amministrativo - allo sviluppo autonomo dei vari tipi di italiani , i quali , tutti insieme , avrebbero cooperato a formare dell ' Italia , non un organismo rigidamente monotono , ma un organismo sciolto , libero , snello , che nella stessa diversità delle indoli ond ' era composto , avrebbe trovato la ragione della sua bellezza e della sua forza . Giacché - ed è questa davvero un ' opera di sano patriottismo - se noi non dobbiamo tacere che alcune nostre regioni sono ancora indietro sulla via del progresso e della moralità , noi non dobbiamo nemmeno tacere che ciò dipende da una minoranza che ancora le domina medioevalmente e che politicamente le sfrutta : l ' anima vera di quelle luminose regioni è un tesoro nascosto di qualità morali e di genialità intellettuale che non attende se non un aiuto fraterno per esplicarsi libera al sole e scuotere il giogo dei pochi furbi che la fanno apparire diversa da quella che è realmente . E questo aiuto fraterno si riassume anzitutto e sopratutto in un ' opera di sincerità . Noi dobbiamo lasciare ai paladini della maffia e della camorra , a coloro che ingenuamente o gesuiticamente credono si possa uccidere un male negandolo , o cancellare una macchia coprendola , il bugiardo sistema di proclamarsi tutti eguali e tutti arrivati a un identico grado di civiltà : noi dobbiamo inaugurare arditamente il sistema della verità che , svelando , per guarirli , le colpe e i difetti , che sono di pochi , scopra e sviluppi anche le doti e le qualità ignorate , che per fortuna sono di molti . Così - e non altrimenti - potrà formarsi la genuina anima nostra : così l ' Italia potrà essere nel suo insieme all ' altezza morale e intellettuale delle regioni che la compongono , e apparire dinanzi agli stranieri come la risultante armonica in cui si fondono le diverse e mirabili energie del popolo più riccamente dotato dalla natura . Un bagno di sincerità : ecco ciò di cui ha bisogno la patria nostra . La debolezza dell ' Italia è tutta nelle menzogne di cui s ' è nutrita dal '70 in poi . E se la menzogna più grande è quella di cui ho parlato finora , altre ve ne sono - meno gravi forse politicamente - ma altrettanto pericolose dal punto di vista sociale . Noi ci dibattiamo fra due teorie , egualmente esagerate e bugiarde , che si contraddicono nei termini stessi con cui vengono esposte . Per alcuni , noi siamo un popolo giovine ; per altri , noi siamo addirittura un popolo decrepito . Vi son quelli che con implacabile scetticismo fanno udire il lugubre rintocco delle campane a morto della razza latina ; e vi son quelli che con troppo patriottico orgoglio suonano la fanfara d ' un rinnovamento della stirpe italiana . Costoro s ' empion la bocca , e vorrebbero intronar le orecchie degli altri , col ricordo delle nostre glorie passate : quelli invece traggono eccessive conseguenze da alcuni fenomeni di innegabile degenerazione , e come medici troppo frettolosi predicono la morte d ' un organismo basandosi soltanto su sintomi passeggieri e superficiali . Gli uni e gli altri - secondo me - hanno torto . Noi non dobbiamo essere né troppo vani e ottimisti , né troppo pessimisti e modesti . Noi non dobbiamo far nostra la sciocca psicologia del nobile moderno , il quale s ' illude che basti il suo blasone a renderlo rispettato e temuto , e s ' adagia nella contemplazione dei meriti dei suoi avi , senza sentire il bisogno e il dovere di rendersi degno di loro , ma noi non dobbiamo neppure avvilirci nella teoria snervante di coloro che , proclamandoci un popolo vecchio , ci dannano a una decadenza fatale . In questi ultimi tempi si è troppo abusato di similitudini nel campo sociologico , e troppo spesso si è voluta paragonare la vita di un popolo a quella di un individuo . Le nazioni non possono essere in tutto paragonate agli organismi individuali , giacché mentre per questi il corso della vita è inesorabilmente tracciato dalle leggi di natura , e dopo un periodo di gioventù in cui l ' uomo ardisce e promette , v ' è un periodo di virilità in cui agisce e mantiene , e un periodo di senilità in cui decade e che prelude alla morte , - per quelle collettività che si chiamano nazioni , può verificarsi invece o il miracolo dell ' immortalità o almeno quello della resurrezione . Vale a dire che nazioni anche vecchissime possono o continuare a vivere prospere e rigogliose , o , dopo un periodo di decadimento e di morte apparente , rifiorire e risorgere agli splendori d ' un tempo . Tale fu , nella storia , il destino felice di alcuni popoli ; tale può essere - io lo spero e lo auguro - anche il destino del nostro popolo . L ' Italia ha troppe volte mostrato di possedere la misteriosa virtù di alternare periodi di gloria e di potenza con periodi di silenzio e di miseria , come certi terreni alternano anni di fecondità con anni di sterilità , per non legittimare la speranza che ancora una volta si riproduca il miracolo confortante ! Ma l ' attuazione di questo miracolo noi non dobbiamo attenderla soltanto dal nostro passato , quasi questo fosse una fiamma eterna che ci deve riscaldare ed illuminare perennemente nei secoli , noi dobbiamo volerla e meritarla colle nostre attuali energie . E invece di cullarci in un orgoglio che confina colla vanità , o rinchiuderci in una modesta rassegnazione che confina con un ' umiltà suicida , noi dobbiamo svegliare in noi una serena e ferma fiducia in noi stessi , e non soltanto spazzar via le menzogne che ci degradano e i pregiudizi che ci indeboliscono , ma sopratutto svecchiare la nostra educazione e la nostra istruzione , le quali sono - anche esse - non ultime cause di quella atonia della nostra anima collettiva che ci fa apparire minori di quello che siamo . Le razze anglo - sassoni sono attualmente superiori alle razze latine , non solo e non tanto perché , in confronto a noi , sono razze giovani , quanto e sopratutto perché esse hanno sistemi d ' educazione giovani , mentre noi li abbiamo vecchissimi , e perché si preoccupano di formare e di agguerrire l ' uomo per le lotte della vita moderna , piuttosto che di imbottirlo di cognizioni sul mondo antico . Senza essere esagerati , io credo che il nostro sistema d ' educazione classica si può riassumere così : in un atto di fede davanti l ' infallibilità d ' un maestro o d ' una teoria , e in un continuo atto d ' adorazione verso il nostro passato , che ci è imposto come un esempio immutabile e insuperabile . Infatti , prima e più che insegnare le cose necessarie alla vita , nelle nostre scuole si insegna , esaltandola , la storia antica , la quale non è se non il trionfo della forza brutale : - e lo strano è che noi siamo pronti a meravigliarci e a inorridire davanti a un delitto politico moderno , mentre non facciamo altro che lodare i delitti politici del passato , e mentre la nostra educazione non è che una glorificazione continua della violenza ! Nelle nostre scuole , invece di formar degli uomini , si forman degli eruditi : invece di preparare i giovani alle difficoltà della lotta per la esistenza , si preparano soltanto alle carriere burocratiche : invece di sviluppare l ' iniziativa individuale , si cerca di spegnere sotto un livello mediocre ogni lampo di originalità . In una parola , nelle scuole dove si dovrebbe aver di mira lo sviluppo delle più alte facoltà umane , non si tende invece che a un unico ideale , molto prossimo , il diploma . E lo Stato che fabbrica , a colpi di manuale , tutti questi laureati , non può utilizzarne che una parte e lascia perciò senza impiego tutti gli altri . Esso deve quindi rassegnarsi a nutrire i primi e ad aver per nemici i secondi , deve rassegnarsi cioè a creare due categorie di individui : quelli che avendo assediato le carriere , hanno potuto ottenere un posto , e quelli che pur avendo messo l ' assedio sono rimasti al di fuori della fortezza burocratica . I primi costituiscono una folla schiava del Governo , sempre pronta a sostenerlo per paura di perdere il loro impiego e per inconscia difesa di classe ; i secondi costituiscono una folla ribelle al Governo , sempre pronta a combatterne e a intralciarne le iniziative ; - e la cosiddetta opinione pubblica non è spesso che la risultante di queste due strane correnti che portano nei giudizi , non le idee e i sentimenti veri del popolo , ma o gli egoismi d ' una folla che ha troppo mangiato , o le rappresaglie d ' una folla che ha fame . Tale è - per disgrazia - la condizione di una gran parte delle folle latine e specialmente italiane , perché la nostra gioventù intellettuale è resa precocemente vecchia dai nostri sistemi d ' educazione . L ' idea di farsi un posto al sole e di essere utili al proprio paese al di fuori dell ' ingranaggio della burocrazia o dell ' ambiente parlamentare , è un ' idea quasi ignota alla maggioranza dei giovani cervelli italiani . E ciò , non tanto per un abbassamento intellettuale , quanto per una organica sfiducia in sé stessi , per la quale anche i giovani si credono e si sentono vecchi , e come i vecchi hanno bisogno per camminare di appoggiarsi al bastone del Governo o del favoritismo politico . Qual differenza con altri popoli , dove , - come per esempio nell ' America del Nord - tanto gli impieghi governativi come i posti di deputati non sono ambiti dai giovani , sono anzi lasciati a coloro che non hanno fatto in altro modo carriera ! Là non si crede che un Governo ed un popolo sieno tutti ed unicamente nella burocrazia e nel Parlamento ! Là si sente che le energie individuali e collettive del paese sono fuori da quelle due istituzioni che da noi invece le atrofizzano : i cittadini hanno , cioè , fiducia in sé stessi , hanno , dirò meglio , coscienza di sé stessi , e sanno quindi che i funzionarî non sono altro che dei servitori della nazione , e i deputati dei mandatari - non dei despoti - dell ' opinione pubblica . La nazione vera è nei suoi cittadini indipendenti , che indipendentemente lavorano , pensano e parlano . Ebbene : noi dovremmo imitare questo tipo d ' educazione , e invece di tendere , nelle nostre scuole , all ' uniformità grigia , alla beata mediocrità , alla formazione del gregge docile che seguirà senza ribellioni il pastore , noi dovremmo tendere alla individualità insofferente , ma promettitrice di feconde energie , alla formazione di un popolo libero e sciolto che non s ' acqueti negli stagni degli impieghi , ma navighi ardito il mare tempestoso dell ' esistenza . Se noi sapremo compiere anche la parziale trasformazione della nostra educazione classica in una istruzione professionale , che riconduca una parte della gioventù ai campi , alle officine , ai commerci piuttosto che farla ammuffir negli uffici , e dia ad essa più che l ' erudizione di ciò che è vecchio , il senso pratico della vita moderna , e , più che l ' ammirazione per l ' ingegno , l ' ammirazione per l ' attività e per il carattere , noi formeremo allora veramente un ' anima collettiva degna della potenza che ormai il progresso le ha riconosciuto . Il problema , il pericolo , il bisogno del momento presente consistono appunto in quest ' opera di educazione delle masse : e ne è prova il fatto che là dove le folle rimasero ancor vittime della incoscienza e dell ' ignoranza secolare , incancrenite nei vecchi sistemi di una vecchia educazione , diedero al mondo spettacolo triste di ingiustizie e di violenze collettive , - e là invece dove poterono sollevarsi alla visione serena dei loro diritti , guardare con anima aperta e illuminata il loro destino , diedero un grande magnifico impulso alla formazione di una rinnovata coscienza sociale , - quasi bagliore lontano d ' una vera giustizia che scenderà con luce calma e ferma a sostituire la ipocrita giustizia del tempo nostro . Guardiamoci attorno : e confessiamo che se un ' opera di moralità fu compiuta , rivelando colpe finora prudentemente nascoste , se un ' opera di equità fu tentata , elevando il lavoro alla dignità e alla considerazione che merita , lo si deve , non tanto a questo o a quell ' individuo , quanto allo sviluppo lento , continuo , grandioso dell ' anima collettiva , cui finalmente si osò e si volle far sentire la sua potenza legittima , e che agisce ora come fiamma purificatrice di altruismo ad oscurare e disperdere l ' egoismo individualista da cui eravamo dominati finora . Né si dica che è la semplice forza numerica che ora appare d ' un tratto , e che soverchia brutalmente ogni altra forza , poiché le furon tolti o allentati i freni che la tenevano paurosamente silenziosa . Ciò che oggi impone , fa pensare e per fortuna fa anche provvedere , non è la forza bruta della folla , la quale ha sempre esistito , ma è la coscienza nuova sviluppatasi nella folla , coscienza nutrita di verità e di modernità . Oggi noi non abbiamo dinanzi a noi , come una volta , degli automi che lavorano e soffrono e sono temibili soltanto per il loro numero ; noi abbiamo innanzi a noi degli organismi coscienti che sanno il prezzo del loro lavoro e che si sono formati un ' anima collettiva la quale giovanilmente fronteggia la nostra ancor vecchia e chiedono a noi economicamente quel che noi chiedemmo politicamente , or è un secolo , ad altre classi sociali . Due artisti , i fratelli Goncourt , lanciavano , più di cinquant ' anni fa , uno di quei paradossi letterarî che la storia s ' incarica di tramutare , almeno parzialmente , in realtà positiva . " Ogni quattro o cinquecento anni - essi dicevano - la barbarie è necessaria per rivivificare il mondo . Una volta in Europa , quando una vecchia popolazione d ' una amabile contrada era diventata anemica , le cadevano addosso dal nord dei colossi di sei piedi che rifacevano la razza . Adesso che l ' Europa non ha più selvaggi , sono gli operai che faranno quel lavoro fra una cinquantina d ' anni e ciò si chiamerà la rivoluzione sociale " . Io non ho citato questo brano per il suo contenuto politico : - non voglio occuparmi di politica e ad ogni modo dichiaro che sono ottimista ed evoluzionista e non credo ai funebri minacciatori di cataclismi ! - ho citato questo brano per il suo contenuto psicologico e morale . Ed io penso sia vero , fortunatamente vero , che una grande rivoluzione morale si sta compiendo in noi per l ' avvento e l ' elevazione del popolo , per lo svolgersi ed il fiorire di un ' anima collettiva cui si aveva negato finora la luce e la vita . Da troppo tempo noi eravamo polarizzati nella illusione che tutto quanto di bello e di grande era al mondo fosse il dono di qualche mostruoso cervello individuale : da troppo tempo noi ci curvavamo dinanzi al novissimo despotismo delle supreme facoltà individuali . E l ' adorazione per l ' uomo d ' ingegno era tanta , che gli si perdonava assai più facilmente che agli altri le immoralità e persino i delitti che commetteva . Se era un artista lo si onorava , anche se la sua arte era degenerata e sovvertiva i principî della morale : se era un uomo politico , lo si lasciava libero anche se rubava . Orbene , l ' anima collettiva è sorta a ribellarsi , e a farci ribellare , contro questa teoria superba ed aristocratica : e non soltanto ci ha insegnato , più che l ' ammirazione per qualche cervello superiore , l ' amore vivo e fraterno per la folla degli umili ; ma ci ha rivelato altresì che se i progressi intellettuali sono innegabilmente dovuti al genio di qualche individuo , i progressi morali sono dovuti sempre all ' opera oscura della collettività , cui non sorride speranza di gloria , ma verso cui deve scendere - più giusta e più grande - la nostra riconoscenza . Avviene - per le conquiste morali della folla - ciò che avviene nell ' arte per le maggiori e più mirabili opere architettoniche . Come , dinanzi alla nera cattedrale di Colonia o dinanzi alla candida meraviglia del Duomo di Milano , si dimentica il nome di chi le ideò e di coloro che ne diressero ed eseguirono il lavoro , e solo rimane viva l ' ammirazione per il sentimento religioso che ne fu l ' ispirazione anonima e collettiva , così , dinanzi al progresso morale cui il nostro secolo assiste e che fa suo dogma di dare il benessere , l ' educazione e il potere al maggior numero possibile d ' individui , anziché riserbarli a caste privilegiate , noi dobbiamo dimenticare il nome degli apostoli che quel progresso diressero e fecondarono , e dare il dovuto merito alla grande anima collettiva del popolo che di quel progresso fu l ' origine e l ' istigatrice maggiore . Suprema opera di giustizia , codesta , perché riconduce alla sua vera causa ciò che noi credevamo merito di pochi , - suprema opera di modestia , perché piega i nostri orgogli individuali dinanzi all ' azione oscura della folla , e - come una religione più umana - ci umilia tutti dinanzi alla misteriosa divinità dell ' anima collettiva . CAPITOLO SECONDO L ' arte e la folla L ' arte e la folla sono due nomi che ai più debbono sembrare contradditorî e inassociabili , giacché mentre l ' uno rappresenta l ' aristocrazia del pensiero , l ' altro non significa che la volgarità del numero . Può la folla intendere l ' arte e giudicarla ? È il suo plebiscito una di quelle sentenze contro cui non è ammesso l ' appello , e che pro veritate habentur ? O viceversa , come pretendono molti , l ' arte che piace alla folla non è arte o , tutt ' al più , non è che una forma di arte inferiore ? Ecco il problema non del tutto nuovo , ma che alcuni studî recenti hanno rimesso alla moda ; problema interessante e importante , non solo per le soluzioni che può avere , ma altresì e sopratutto per le analisi psicologiche che , per risolverlo , rende necessarie . È la psicologia collettiva , questo mare immenso , profondo e misterioso , che occorre sondare per scoprire , non la ragione intima ed ultima che è inafferrabile , ma almeno alcune cause dei suoi flussi e riflussi , delle sue calme e delle sue tempeste improvvise . I . Sorridono alcuni dell ' ufficio moralizzatore che il Guyau prima e il Tolstoi poi attribuirono all ' arte , e non ammettono ch ' essa possa avere di mira il miglioramento progressivo dell ' umanità , seguendo volta a volta le riforme che spuntano nell ' ambiente sociale . Negan costoro che vi sia un ' arte conservatrice ed una rivoluzionaria , un ' arte realista ed una repubblicana , un ' arte militarista ed una antiguerresca , perché - essi dicono - tutti questi e molti altri piccoli fenomeni dell ' anima contemporanea sono dall ' arte vera guardati dall ' alto e spesse volte trattati con disprezzo . Può darsi . Io non mi arrogo il diritto di definir l ' arte vera e umilmente confesso di ignorare chi abbia la privativa di questa definizione . Ma sento che l ' arte riflette come uno specchio le correnti religiose , politiche , scientifiche che attraversano la psiche umana , e quindi affermo - con la modestia doverosa in un profano - che l ' arte segue in questo senso i pensieri e i sentimenti diffusi nell ' anima collettiva e , quasi direi , si nutre di essi . L ' arte rappresenta tra i fenomeni umani quello che la sensitiva rappresenta tra gli organismi vegetali . Essa avverte , con una straordinaria dote di percezione che nessun altro ha e che pare prescienza , tutto ciò che avviene intorno a lei , e o reagisce ai fenomeni del mondo esteriore o li assorbe , ma sempre li riassume con una limpida evidenza sintetica . Prova ne sia il problema che oggi ritorna ad occupare lo spirito umano e che io ho posto a tema di questo studio . Questa ricerca dei rapporti tra l ' arte e la folla , questo chiederci se l ' una possa essere giudicata dall ' altra , che cosa è , se non la forma artistica sotto cui si manifesta il gran dissidio fra individualismo e socialismo che turba la coscienza contemporanea ? In questa sdegnosa superbia dell ' artista creatore che nega alla folla il diritto di consacrarlo alla fama o all ' oblio , non vediam noi risorgere e scolpirsi il duello eterno fra l ' individuo e la società , non sentiamo noi agitarsi il grande dubbio - nelle cui nebbie il secolo sorge - se sia cioè il progresso un merito esclusivo di alcuni individui geniali che trascinaron dietro le folle come i pastori le pecore , o non piuttosto la meravigliosa opera incosciente di tutti , una specie di immensa piramide cui ogni uomo che visse portò la sua pietra ? Abbiamo dunque di fronte , nel campo nell ' arte , come in quello della politica , due partiti opposti ed irriducibili : l ' uno esalta la folla , l ' altro la spregia ; l ' uno la crede degna d ' esser giudice d ' ogni opera individuale e quindi anche di governare , l ' altro le nega ogni capacità intellettiva , e la vorrebbe quindi non giudice e despota , ma ancella e schiava , dominata sempre ed in tutto da uno o da pochi . In politica , il partito che spregia la folla è ristretto ormai in assai brevi confini : la tesi superba ed egoista è ormai difficile ad essere sostenuta nella sua rigida purezza , perché urta contro uno stato di fatto che non si può mutare : il diritto di voto . Bisogna aggiungere inoltre che la politica , essendo il fenomeno sociale in cui la sincerità e la franchezza sono più scarse , non permette quella divisione netta e leale di partiti che altrove esiste , e si manifesta piuttosto con gradazioni indecise , che non con colori risolutamente spiccati . È raro infatti trovare nella politica un individualista ad oltranza , cioè un dispotico : come è raro trovare un socialista ad oltranza , cioè un uomo che neghi ogni e qualsiasi influenza o diritto all ' individuo isolato : entrambi sono intimamente rosi da una contraddizione facile ad essere messa a nudo , quantunque non confessata : l ' individualista cercherà quell ' adesione e quel successo nel pubblico , ch ' egli a parole disprezza ; e il socialista lotterà per quel sentimento egoistico di sopravvanzare gli altri e di accumulare per sé , che teoricamente condanna . In arte , il partito che spregia la folla è più numeroso . Senza accennare alla falange estrema dei sostenitori della teoria del superuomo , sono innegabilmente molti coloro che rifiutano alla moltitudine il diritto di giudicare una qualunque manifestazione artistica , e lo accordano tutt ' al più soltanto a un cenacolo di competenti che vanno sotto il nome di critici . Anche qui si riproduce il fenomeno contradditorio per il quale codesti aristocratici del pensiero non sono poi troppo malcontenti se la turba li colma di elogi e di applausi ; ma , pur beandosi dell ' aura popolare che li accarezza , essi non cessano di disprezzarla , e quando quell ' aura è loro contraria anziché favorevole , non se ne sgomentano , ma ne sorridono dall ' alto della loro incontestabile superiorità . Dall ' antico oratore greco che , quando la folla lo applaudiva , si interrompeva per chiedere ironicamente : mi applaudono ? ho dunque detto una sciocchezza ? fino al genio italianamente moderno di Arrigo Boito che , nella memorabile sera della prima rappresentazione del Mefistolele , impassibile sul suo scanno di direttore d ' orchestra , rispondeva ai fischi del pubblico , dicendo sorridente ai vicini : che onore mi fanno ! , - questo supremo disprezzo dell ' individuo - artista verso la folla - beota è uno dei fenomeni più comuni . Ma è altresì sempre un fenomeno logico e giusto ? Ecco finalmente e veramente il problema . II . Si è detto da alcuni e si ripete ormai quotidianamente da tutti , che la folla è moralmente e intellettualmente inferiore all ' individuo . Chi scrive cooperò , anzi fu il primo , a mettere in luce questa verità , ed ebbe il piacere di veder riprodotte spesso le proprie idee . Soltanto , questi riproduttori , o inconscientemente per miopia , o coscientemente per spirito di parte , hanno dimenticato che se io avevo formulato una legge , ne avevo anche constatate le non rare eccezioni . Eccezioni morali , anzitutto . La folla è senza dubbio un terreno in cui il microbo del male si sviluppa assai facilmente , e in cui viceversa il microbo del bene quasi sempre muore , non trovandovi le condizioni di vita . Da una folla voi temete sempre , sperate di rado : tutti sentono e tutti sanno , pur troppo , per esperienza , che l ' esempio di un malfattore o di un pazzo può trascinare la folla al delitto : ben pochi credono , e raro avviene , che la voce d ' un pacificatore possa indurre la folla alla calma . L ' opera della folla fu nella storia più un ' opera di odio e di distruzione che non di creazione e d ' amore , perché la folla , organismo incosciente e impulsivo , fatalmente agisce più cogli istinti del selvaggio e del bruto che non con quelli dell ' uomo civile . Ma non si può negare che talvolta la moltitudine arriva ad altezze psicologiche che l ' uomo isolato non saprebbe raggiungere , o manifesta una generosità così sublime che nessun individuo potrebbe spiegare . " Quando il più grande degli oratori riuscì a convincere gli Ateniesi che l ' uomo il quale aveva attirato su di essi dei disastri irreparabili persuadendoli ad armarsi contro Filippo , meritava non pene ma corone di lauro ; quando egli si gloriò d ' aver salvato a Maratona l ' onore del suo paese , e persuase a dei bottegai e a degli artigiani che l ' onore doveva esser loro più caro della vita , si assistè quel giorno al più bel trionfo che la parola umana abbia mai riportato , e il popolo ateniese provò che una moltitudine non è sempre mediocre e che le grandi ispirazioni sanno trovar qualche volta la strada per penetrare nella sua anima . Ogni cittadino , forse , isolatamente , avrebbe resistito all ' eloquenza di Demostene , ma egli parlava a una folla , e la folla si è arresa " * . Così nella celebre notte del 4 agosto , l ' assemblea di Francia , facendo getto dei suoi diritti ereditari , ha dato prova d ' un altruismo collettivo , il cui equivalente invano si cercherebbe nella storia degli altruismi individuali . Così , la folla briaca dei parigini , all ' epoca della rivoluzione , ebbe dei lampi di dolcezza sentimentale in mezzo all ' oscura bufera della sua ferocia bestiale . Quando Sombreuil , condannato a morte , apparve tra la fila delle baionette , e sua figlia gli si allacciò al collo , scongiurando gli assassini di risparmiarlo , o di uccidere anche lei insieme a lui , un grido di grazia s ' elevò tra la moltitudine . E si accordò alla figlia la vita del padre , al patto orribile ch ' ella immergesse le labbra in una tazza piena del sangue di aristocratici . La figlia prese il bicchiere con mano ferma e lo vuotò alla salute del padre suo . Il gesto supremo operò il miracolo . Vi sono delle sorprese della natura anche nel delitto ; vi sono delle imprevedibili rivoluzioni negli abissi del cuore umano . Quei mostri , ancor tinti di sangue , portarono in trionfo Sombreuil e sua figlia fino al loro palazzo e giurarono di difenderli contro ogni nemico * . Così - per passare dalle tragedie vere e vissute a quelle false e rappresentate - non si può negare che nelle società più equivoche , nelle masse composte dei peggiori elementi , c ' è un sentimento collettivo di onestà e di giustizia che vince l ' istinto individuale più perverso . Ricordo di aver letto l ' indignazione che invase una platea di forzati a una rappresentazione concessa loro dalla Direzione del penitenziario , quando il traditore Golo fa uccidere da due sicari la pia e virtuosa Genoveffa di Brabante col suo bambino . Non c ' è quindi alcun dubbio che pur dovendo affermare in generale che la folla è moralmente peggiore dell ' individuo , bisogna anche riconoscere che talvolta essa lo supera nell ' esplicazione delle più alte facoltà dell ' anima umana . La folla , come la donna , ha una psicologia estrema , capace solo di eccessi , mirabile alle volte di abnegazione , spaventosa spesso di ferocia , mai o quasi mai mediocre e misurata nei suoi sentimenti . Orbene : potremo noi dire che la folla ha - anche , nel campo intellettuale - questo carattere estremo e contradditorio ; potremo noi dire che la sua intelligenza , come la sua psicologia , conosce altezze di vette o profondità di abissi ignoti all ' individuo isolato ? Qui il problema si fa più complesso e difficile . A tutta prima sembra che la legge da me formulata e secondo la quale il prodotto intellettuale d ' una collettività è sempre inferiore a quello che avrebbe dato ciascuno degli individui che la compongono , non soffra eccezioni . Dodici uomini di buon senso , riuniti insieme per formare un giurì , emanano spesso verdetti che non hanno senso comune . Dieci o venti artisti o scienziati riuniti insieme per formare una Commissione emanano spesso decisioni contrarie ai più elementari principî della scienza e dell ' arte . Centinaia di uomini di ingegno riuniti insieme per formare un Parlamento si comportano collettivamente in modo da offrire spesso materia al disprezzo o al sorriso più che al rispetto . La compagnia insomma , indebolisce - riguardo al risultato complessivo - così la forza dell ' ingegno , come quella dei sentimenti buoni e pietosi . Con questa aggravante però , a sfavore del prodotto intellettuale : che mentre la compagnia , se generalmente abbassa il livello morale degli individui può talvolta , come vedemmo , per eccezione innalzarlo , non può mai innalzarne il livello intellettuale . La collettività cioè può essere qualche volta geniale dal punto di vista del sentimento ; non può mai esserlo dal punto di vista del pensiero . Vi sono infatti degli eroismi collettivi ma non vi sono dei capolavori collettivi . La folla può arrivare alle manifestazioni supreme della virtù , ma non può raggiungere le manifestazioni supreme dell ' intelligenza creatrice . Noi non troviamo in nessuna storia politica , scientifica , letteraria , l ' esempio d ' una folla che abbia avuto - essa sola , in un dato momento , e senza che alcuno gliela suggerisse - un ' idea geniale . Chi potrebbe citare un Consiglio di guerra donde sia uscito un piano di battaglia paragonabile a quelli di Napoleone ? Chi potrebbe citare un Consiglio di ministri donde sia uscita una di quelle riforme politiche che fanno la gloria di un ' epoca e che rendono celebri i nomi di un Machiavelli , di un Richelieu e di un Bismarck ? Chi potrebbe citare un Congresso di scienziati donde sia uscita una di quelle scoperte che mutano il mondo e che rendono immortali un Laplace o un Galileo * ? Ecco dunque perché i nemici della folla possono basare su innegabili ragioni scientifiche il loro disprezzo verso la moltitudine . Questa non è soltanto composta generalmente di ignoranti e di incompetenti , ma anche quando è formata da dotti e da competenti , il suo prodotto intellettuale non rappresenta che il prodotto numerico della mediocrità . Il fuoco sacro del pensiero di genio non è mai uscito dall ' anima collettiva : è il dono esclusivo del cervello individuale . III . A questo punto però s ' impone un ' osservazione di grandissima importanza che i più hanno trascurato . Tutto ciò che noi abbiamo detto intorno alla folla , si riferisce soltanto al suo modo di pensare e d ' agire considerato dal punto di vista statico . Quando cioè noi constatiamo che gli uomini riuniti valgono sempre intellettualmente meno dell ' uomo isolato , intendiamo di applicare questo principio unicamente a quelle collettività che si formano più o meno improvvisamente e sporadicamente in un dato momento , quali sono appunto : le moltitudini di piazza , i pubblici dei teatri , i giurì , le Commissioni , i Parlamenti , ecc . ; non intendiamo certo - e sarebbe assurdo - di applicare questo stesso principio alla folla considerata dal punto di vista dinamico , a tutta cioè la società umana nel suo sviluppo storico . È necessario dunque fissare ben chiaramente questa distinzione che per non essere stata compresa dai più , ha dato luogo a moltissimi equivoci : altra cosa è la psicologia della folla quand ' essa agisce quasi per improvvisazione in un dato e breve momento , altra cosa è la psicologia della folla quand ' essa agisce lentamente nel corso dei secoli . Nel primo caso , le sue manifestazioni sono sempre inferiori a quelle dell ' individuo : nel secondo caso invece , non solo non sono sempre inferiori , ma talvolta sono superiori . Se infatti non esistono capolavori collettivi sbocciati quasi per miracolo tutto a un tratto da un ' assemblea di uomini , esistono però delle meravigliose opere create a poco a poco coll ' aiuto del tempo dalla folla alle quali si cercherebbe invano di imporre il suggello d ' un genio unico . Le tele , le statue , i poemi , alcune scoperte scientifiche , possono e debbono individualizzarsi in un nome : Raffaello o Van Dyck , Dante o Shakespeare , Fidia o Michelangelo , Keplero o Newton . Ma certe creazioni complesse e nondimeno d ' una immensa importanza - come per esempio la lingua e la scrittura - non possono aver avuto un autore unico . Esse sono il risultato del lavoro di milioni di uomini , e nessuno avrebbe potuto compierle da solo , perché sorpassano il genio e la vita di qualsiasi individuo . Esse sono un ' opera collettiva , fluttuante e inafferrabile come l ' acqua d ' un fiume , e come questa eterna e formata da un infinito numero di piccoli ruscelli sconosciuti , che pur tuttavia producono , tutti insieme , un effetto colossale . È la folla che ha saputo elevare le prime forme mimiche e imitative della voce umana fino alla nostra straordinaria ricchezza di espressione ; è la folla che , senza avere il sorriso della gloria , concesso solo al genio individuale , ha saputo da pochi vocaboli delle lingue primitive far uscire quel monumento che è l ' ultimo dizionario di Fluegel , contenente 94 mila parole . È la folla che , passando dalla scrittura pictografica alla scrittura fonetica e alfabetica ci ha permesso di scolpire e di dipingere con le gradazioni più sottili i nostri sentimenti e i nostri pensieri e di trasmetterli alla posteriorità con un ' esattezza che vince quella della fotografia * . E che dire delle leggende , dei cicli eroici che ogni popolo possiede quando fa la sua prima apparizione sul palcoscenico della storia ? I poemi omerici della Grecia , le creazioni rapsodiche di ogni paese non sono che lente formazioni intellettuali create o trasmesse dalla folla . Ma non basta . L ' intelligenza della folla , - latente e dispersa in un ' infinità di individui - ha anche altre manifestazioni . La collettività precede spesso , quasi direi che annunzia in modo vago e indeterminato la scoperta precisa e determinata dell ' individuo . Che cosa sono i proverbî , se non l ' esperienza incoscientemente accumulata dalla folla e sinteticamente espressa ? Che cosa sono le preveggenze geniali tanto comuni nel popolo , quantunque tanto poco considerate ? Quando un genio scopre una nuova teoria scientifica si può dire ch ' essa era già stata intravvista e preannunciata dalla folla . Prima che sorgessero la grafologia e i grafologi , la scrittura si chiamava carattere , quasi a significare il rapporto colle facoltà morali della persona . Prima di Lister , nelle montagne della Calabria si guarivano le ferite colla terebentina che sgorga dalla scorza dei pini . Prima che Lombroso avesse enunciato la sua teoria della simbiosi del delitto , un fabliau ne aveva avuto l ' intuizione , raccontando la storia di un astrologo il quale , avendo letto negli astri che un fanciullo sarebbe divenuto un assassino , aveva consigliato il padre di questo fanciullo di farne un chirurgo , per appagare così in una maniera utile a lui e agli altri , il suo istinto di crudeltà * . Il genio è dunque , sotto questo punto di vista , il rivelatore di verità che sonnecchiano nella coscienza di tutti ; è colui che trova la formula e dà la dimostrazione di ciò che l ' anima collettiva ha soltanto abbozzato o intravvisto nel suo lavoro oscuro ed anonimo ; è il grande riflettore ove convergono migliaia e migliaia di raggi e donde la luce si diffonde con un ' intensità centuplicata . I grandi uomini - diceva il Bourdeau - non fanno che compiere una funzione sociale ; essi si agitano , ma è la folla che li conduce ; e nel destino misterioso che li innalza alla gloria e li fa ricadere nel nulla non si deve vedere che l ' insieme delle volontà e delle aspirazioni popolari . Uomini politici , artisti e scienziati , essi credono di dirigere un popolo e di imporgli i propri gusti e le proprie idee ; in realtà essi non fanno che seguire l ' impulso che viene a loro dal popolo . E non soltanto si deve riconoscere che ogni collettività crea il suo genio , come ogni sentimento crea la sua espressione e come ogni idea confusa e diffusa si riassume in un simbolo ; ma bisogna altresì riconoscere che la collettività corregge , sviluppa ed eleva le conquiste del pensiero e del sentimento fatte dal genio individuale . Il genio è il presente , vale a dire il figlio del passato , del lavoro oscuro e collettivo di tutta l ' umanità ; ma appunto come il presente , è non soltanto il figlio del passato , ma altresì il padre dell ' avvenire ; e perciò , come tutti i padri , deve sottomettersi alla fatalità evoluzionista che farà giudicare e modificare le sue idee e le sue conquiste dalla folla dei suoi discendenti . Ed ecco che da queste semplici osservazioni mi pare scaturisca limpidamente una conclusione che non è né incerta né contradittoria come le premesse avrebbero potuto lasciar supporre : la folla , che è inferiore all ' individuo nel momento statico in cui questi enuncia le sue idee o mette in azione le sue energie volitive , è viceversa utile e necessaria all ' individuo , non solo nel passato per formarlo , ma anche nell ' avvenire per correggere e migliorare le sue idee e le sue azioni . Io direi volentieri - e mi si perdonerà il paragone - che la collettività ha nella storia la identica funzione che ha la semente nella vita vegetativa : essa produce dei frutti meravigliosi , i genii ; quando questi frutti imbalsamano l ' atmosfera , voi dovete riconoscere che nulla li uguaglia né per il sapore , né per l ' odore , né per la bellezza : la semente è , in questo minuto , innegabilmente inferiore al suo prodotto : ma nel cielo della vita voi dovete riconoscere che questi frutti sono molto inferiori alla semente , perché essi non esisterebbero senza questa , e perché , se la terra non fecondasse i germi che portano in loro stessi , la loro magnificenza sarebbe inutile , come sarebbe inutile l ' opera del genio , se la folla non ne fecondasse i pensieri . IV . E mi pare anche che tale conclusione apra la via ad illuminare il problema dei rapporti fra l ' arte e la folla , e , più che ad illuminare , a comporre il dissidio tra questi due termini che paion oggi tra loro opposti ed inconciliabili . Questo dissidio non è già - come sembra superficialmente - una questione fra l ' artista e il pubblico , un duello fra l ' uno e i molti : è soltanto , ridotto nei suoi veri termini , una questione di tempo . L ' artista , infatti , può ribellarsi al giudizio della folla contemporanea , ma non può ribellarsi al giudizio della folla dei posteri : egli può spregiare la moltitudine in mezzo alla quale vive : non può spregiare la moltitudine che verrà dopo di lui . Nel mondo non vi è e non vi può essere altro criterio per giudicare qualsiasi manifestazione intellettuale che l ' adesione dei più : adesione senza dubbio lenta e lontana anziché immediata , ma che rispecchia tuttavia un giudizio collettivo , un giudizio della folla . E nessun uomo potrebbe pretendere d ' essere un genio , se i suoi successori non lo riconoscessero come tale , perché la sua superbia sarebbe vana e risibile quando i posteri coprissero il suo nome di silenzio e di oblìo . Nel campo della scienza e dell ' arte non vige il sistema dispotico che aveva vigore in altri tempi nel campo politico : non si può cioè crearsi principî a dispetto e contro il volere della maggioranza . Nel campo della scienza e dell ' arte vige il sistema dei plebisciti , plebisciti tanto più sinceri e coscienti in quanto che , essendo promulgati dai posteri , escludono ogni sospetto di corruzione e di suggestione . E se , come io penso , questa è una verità di evidenza assiomatica , confesso che mi è sempre parso , non solo ingiusto , ma strano , che l ' artista , per il solo fatto che la folla non sa di primo acchito interpretarlo e comprenderlo , lanci contro di essa gli anatemi e le scomuniche della superbia . Sì , lo riconosciamo . Il pubblico molto spesso non intende l ' opera d ' arte che è chiamato a giudicare : fischiò Rossini alla prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia , e ha fischiato Wagner a quasi tutte le manifestazioni del suo straordinario genio musicale : lasciò passare sotto silenzio o ferocemente combatté sulle prime , altre opere di pittura , di scultura o di letteratura , che rimasero poi come gemme di eterno splendore nell ' arte . Ebbene , anche ammettendo tutto ciò , e anche tralasciando di notare che talvolta , vicino ai verdetti assurdi della folla , vi sono i verdetti logici e giusti , io voglio soltanto chiedere agli artisti superbi : perché voi soli vi inalberate davanti alla lentezza che la folla adopera per comprendervi , mentre questa lentezza dell ' animo collettivo verso le intuizioni del genio individuale è una fatale e anche una benefica necessità , non solo per quanto riguarda l ' arte , ma per tutte le manifestazioni intellettuali ? Anche nella scienza , anche nella politica , in qualunque ramo dell ' attività umana , non si è mai visto - o si è visto assai raramente per una di quelle eccezioni che confermano la regola - che il pubblico , che la folla , abbraccino d ' un subito , d ' emblée , la nuova idea che qualche veggente ha annunziato o la nuova scoperta che è stata fatta da qualche genio individuale . Napoleone sorrise quando gli fu presentato e descritto il modello di una nave a vapore : Thiers affermò in pieno Parlamento francese che la trazione a vapore e le strade ferrate erano un ' utopia , e che il mondo non avrebbe avuto mai altro mezzo di comunicazione che la diligenza a cavalli ; Aristotile non ammetteva che gli uomini nascessero uguali , e credeva che vi sarebbe sempre stata la divisione fra liberi e schiavi . Eppure nessuno - io credo e spero - vorrà dare del mediocre a Napoleone , a Thiers e ad Aristotile . E perché dunque gli artisti - pittori , scultori , o letterati - si arrogano il diritto di coprire dei loro insulti coloro che non ammirano subito le loro opere e non vanno in estasi al primo momento in cui le vedono , le leggono o le odono ? Perché - sotto pena d ' esser trattata di ignorante - la folla deve avere dinanzi a un ' opera di Wagner quella celerità d ' intuizione che Napoleone e Thiers non ebbero dinanzi alla scoperta di Watt ? La verità è che qualunque idea , prima di riuscir vittoriosa , deve attraversare un periodo di lotta e di avversità . Lo sanno tutti coloro che hanno lottato in politica per il raggiungimento d ' un ideale : lo sanno tutti coloro che hanno lottato nella scienza per la conquista di una parte di quell ' inconoscibile che è ancora infinito . Eppure nel periodo di lotta , né gli apostoli e i martiri , né gli scienziati , osarono trarre dall ' opposizione che trovarono nell ' ambiente che li circondava ragione di insultante disprezzo verso la folla , la quale non sapeva e non poteva a tutta prima comprenderli . Più modesti , appunto perché più forti e più degni , di certi superbi artisti moderni , essi intendevano che nella folla l ' effetto d ' un ' idea o d ' una immagine non può sempre ottenersi immediatamente , come scintilla che si sprigioni da un attrito improvviso , ma deve propagarsi a poco a poco come quando si getta un sasso nell ' acqua e le onde si formano sempre più grandi e più lontane fino alla riva . Essi intendevano che le abitudini ereditarie e il misoneismo - assai più che l ' ignoranza o il cervello ristretto - impediscono al pubblico di far buon viso alla novità che s ' annuncia e che lo turba per un senso indefinibile che è di sorpresa e di paura insieme . E aspettavano pazienti dal tempo quell ' applauso e quell ' adesione che i contemporanei negavan loro , senza per questo bollare di incapacità e di idiozia - come ora pare che s ' usi - coloro che non li comprendevano . Ripetiamolo dunque ancora una volta : non si può pretendere dalla folla una grande celerità di intuizione davanti a un ' opera d ' arte , e non si deve - per questa mancanza di celerità - insultarla . Anche l ' uomo isolato non possiede sempre questa celerità d ' intuizione davanti alle opere d ' arte o ad altre manifestazioni intellettuali o ad altri problemi . Non tutti i poeti sono estemporanei , non tutti gli uomini di ingegno sono oratori improvvisati : ma non per questo si potrà disprezzare chi manca di queste facoltà d ' improvvisazione . Anzi , forse il vero poeta , come il vero scienziato , coloro cioè che resteranno nella storia per opere eterne , sono appunto quelli che mancano di queste doti appariscenti e suggestive . Orbene , la folla è , nella sua immensa anima collettiva , come uno di quegli individui il cui ingegno non sa manifestarsi istantaneamente e che , colto all ' improvviso , fa una figura minore di quella che merita , ma che viceversa - se gli lasciate il tempo e la riflessione - sa darvi il capolavoro . Gli è perciò che invece dell ' antitesi che una gran parte di individui superiori sentono fra essi e la folla , invece del disprezzo con cui la coprono , quasi essa non fosse che il corpus vile su cui i genii possono tentare , come i medici negli ospedali , le loro esperienze , io vorrei si sviluppasse tra gli artisti e la folla un sentimento di amore e di solidarietà . Sentimento di solidarietà che produrrebbe , anziché la mala pianta d ' uno sterile orgoglio , una modestia feconda , insegnando che , come il pensiero non è che l ' opera misteriosa di migliaia di cellule celebrali , ciascuna delle quali isolata nulla potrebbe , così l ' artista geniale e l ' opera sua non sono che la risultante individuale e simbolica del lavoro collettivo di milioni di uomini , ciascuno dei quali , isolato , non potrebbe né pensare , né agire , né vivere . Sentimento di solidarietà , che fugherebbe la nera nube del pessimismo contemporaneo , per cui da certi superuomini si disprezza la folla come un ' accozzaglia di bruti , indegna persino di ricevere il dono di un ' opera d ' arte , e svilupperebbe invece la luce limpida e ferma di un sano ottimismo , in nome del quale si sentirebbe il fraterno dovere di lavorare per l ' elevazione intellettuale e per la redenzione morale di questa folla . Ah ! io non so come vi possano essere ancora taluni scettici e pessimisti i quali sostengono che la vita non vale la pena d ' esser vissuta , giacché l ' uomo di genio non è compreso , e l ' uomo onesto è sopraffatto dal furbo . Ma questo è un calcolo miope e utilitario ! E chi lo fa non può essere che un perverso o un ammalato . Vi sono tante miserie , tanti dolori , tante ignoranze , e non si sente che solo per la divina poesia di alleviare una di queste miserie o uno di questi dolori , per combattere una sola di queste ignoranze , varrebbe la pena di vivere ? E deve essere l ' arte , e devon esser gli artisti che dànno questo triste esempio di superbia e di egoismo , spregiando la folla e allontanandosi da lei come da un ambiente mefitico ? No . Dal campo sereno dell ' arte deve venire e verrà - io ne son certo - ben altro esempio . Gli artisti , questi milionari dell ' ingegno , non devono imitare certi milionari del danaro che tengon tutte le loro ricchezze per sé e sprezzano chi non ne possiede di equivalenti . Essi devono riconoscere , anzitutto , che la loro ricchezza , il genio , è come l ' oro del capitalista , il frutto del lavoro incosciente ed ereditario di migliaia e migliaia di uomini e non un loro esclusivo merito personale : devono sentire inoltre che il loro dovere è di gettare questa ricchezza nel crogiuolo dell ' anima collettiva per farla feconda , come il dovere del ricco è rimettere il suo oro in circolazione , per aumentare la prosperità di un paese . Che importa se sulle prime non saranno compresi , come il ricco che dispensa il suo danaro raccoglie sulle prime , non riconoscenza , ma ingratitudine ? La riconoscenza , che è rara nell ' individuo , è sempre sicura quantunque assai lenta , nella folla , ed ha un nome dinanzi al quale il più rigido degli aristocratici , il più logico degli individualisti , e il più superbo degli artisti si deve inchinare , perché si chiama la Gloria . CAPITOLO TERZO La folla e Gabriele D ' Annunzio Se ci pungesse il desiderio di estrarre dalle opere dei grandi autori le pagine che essi scrissero per insultare e per diffamare la folla , noi compiremmo un ' opera molto lunga e forse vana di erudizione . La folla è sempre stata nella letteratura un oggetto di dispregio e contro di essa furono scagliati sempre dalla superbia degli individui gli strali della più rovente ironia . Pure in questo odio - come forse in tutti gli odî - non era che una trasformazione di un inconfessato amore e di un desiderio inconscio . Della moltitudine esecrata , anche il più egoarchico degli autori ambiva l ' applauso : della plebe diffamata anche il più aristocratico degli uomini non sdegnava il suffragio . E una intima contraddizione annullava quindi il valore di certe pagine , dettate dall ' orgoglio e rinnegate dalla vanità . Vorrei dire , se la similitudine non sembrasse azzardata , che l ' attitudine di molti letterati verso la folla fu eguale a quella di molti filosofi verso la donna . Teoricamente gli uni e gli altri dimostravano un disprezzo che in pratica si risolveva in un desiderio . La folla e la donna sono le due più grandi incognite psicologiche che abbiano affaticato il cervello e turbato i sensi dell ' uomo . Sono le due sfingi che hanno proposto sempre i più insolubili enigmi . E spesso il non saper risolvere questi enigmi persuadeva , per vendetta , all ' ingiuria contro la sfinge . L ' individuo è , di fronte alla folla , nella stessa condizione psicologica dell ' amante dinanzi all ' amata : egli è dominato da un tumulto di sensazioni varie e contradditorie che possono però riassumersi tutte in questa nota fondamentale : il desiderio del possesso e della conquista . L ' amore e l ' ambizione non hanno altro scopo : possedere una donna , conquistare una moltitudine . E come , in ultima analisi , due amanti non sono che due avversarî inconsci dalla cui lotta esce , risultato fisiologicamente fecondo , l ' amore , così l ' individuo e la folla non sono che due nemici fatali dalla cui antitesi esce , risultato socialmente fecondo , il progresso . La vita è sempre e soltanto un duello ; o tra due individui , o tra un individuo e la moltitudine . Forse colui che intuì più profondamente e più genialmente questa condizione necessaria della vita , colui che ebbe la più esatta visione della psicologia amorosa come della psicologia collettiva , fu Gabriele D ' Annunzio . Nell ' opera del poeta io ho visto balenare quella verità scientifica che mi affatico modestamente da tempo a mettere in luce . Altrove * ho già cercato di dimostrare che la Nave è - prescindendo dai meriti letterarî e teatrali della tragedia - una mirabile ricostruzione di psicologia collettiva primitiva , perché l ' anima della folla barbara vi palpita e freme come in pochissime altre opere d ' arte . Ma non una sola tragedia Gabriele D ' Annunzio intendeva dedicare al mistero dell ' anima collettiva . Quando apparve la Nave , io mi risovvenni che alcuni anni innanzi il poeta aveva annunziato fra le sue prossime opere una che portava il titolo : La tragedia della folla , e gli scrissi chiedendogli se per avventura la Nave non fosse , sotto altro titolo , la stessa cosa della Tragedia della folla . Egli rispose così : " Nella Tragedia della folla intendevo di rappresentare per cinque episodi i vasti movimenti dell ' anima innumerevole . I titoli degli episodi basteranno forse a darle un ' idea chiara del mio intendimento : la Fame , la Pestilenza , la Paura , la Ribellione , la Vittoria . Ciascun episodio si svolgeva fra il Protagonista e la Folla . I protagonisti erano : un Condottiere , un Santo , una Sibilla , un Tribuno , un Messo : tipi di grande potenza ideale , ora dominatori , ora inspiratori , ora travolti : una voce e un cuore contro mille e mille voci , contro mille e mille cuori . La rappresentazione doveva esser fatta " sotto la specie dell ' eterno " . Difficile era il còmpito . Ma quale ebbrezza scrivere un poema per grande orchestra ! La mancanza dell ' orchestra ( cioè degli esecutori ) e del teatro adatto mi sconfidò . Una parte dei miei studî e delle mie divinazioni passò in certe scene della Nave " . Appare chiaro , dunque , che non per una fuggevole inspirazione , ma per meditato proposito Gabriele D ' Annunzio volle studiare e studiò " i vasti movimenti dell ' anima innumerevole " . Appare chiaro , altresì , che egli intese appunto la psicologia collettiva come un duello fra il Protagonista e la Folla . Nella Nave non è che un frammento di quest ' opera vasta , non è che un episodio di questa storia . Ma frammento ed episodio bastano a far intendere il concetto dell ' autore . Diceva Baudelaire che fra tutti i diritti di cui troppo si parla uno ve n ' è che è stato dimenticato e alla dimostrazione del quale ognuno è interessato : il diritto di contraddirsi . Gabriele D ' Annunzio ha molto usufruito di questo diritto . Credo , del resto , non esista opera di scrittore nella quale non sia facile cogliere numerose contraddizioni . Confrontando le Vergini delle Rocce col Fuoco - i due romanzi ove il poeta meglio e maggiormente analizza dal lato politico - filosofico e dal lato estetico - psicologico l ' anima collettiva - noi potremmo comporre un ' antologia di pagine ugualmente belle ma il cui significato è perfettamente contrario . Nelle Vergini delle Rocce , - opera compiuta dopo un periodo di vita romana , durante il quale le bassezze e le viltà del mondo affaristico - parlamentare avevano determinato nel poeta una reazione ultra - aristocratica , - la folla è il bersaglio di tutte le critiche , di tutte le ironie , di tutto il profondo disprezzo del superuomo nauseato dalla indegna democrazia invadente . Nel Fuoco - opera compiuta sotto l ' inspirazione di una attrice grandissima " che pareva portare nelle pieghe delle sue vesti raccolta e muta la frenesia delle moltitudini lontane da cui ella aveva sollevato il brivido fulmineo e divino dell ' arte con un grido di passione e con un silenzio di morte " , - nel Fuoco il poeta intese , per virtù dell ' inspiratrice , che cosa veramente fosse la folla ... Non già che mutasse o dovesse mutare il giudizio politico intorno alla moltitudine . Credo che Gabriele D ' Annunzio , malgrado sia stato deputato , giudichi ancora i suoi ex - colleghi come li giudicava nelle Vergini delle Rocce ( pag . 69 ) : - " gli stallieri della Gran Bestia vociferanti nell ' Assemblea " ; e credo ch ' egli abbia ancor fede in questo assurdo assolutista : " essere lo Stato eretto sulle basi del suffragio e dell ' eguaglianza , una costruzione ignobile e anche precaria " ( pag . 73 ) . Ma è mutata - dalle Vergini al Fuoco - la concezione psicologica ed estetica della folla . Ciò che egli riteneva sterile , diventa fecondo . Il contatto colla moltitudine ch ' egli insultava come una degradazione , diventa invece un ' elevazione per l ' individuo . Egli comprende cioè che non solo l ' individuo non s ' abbassa a comunicar colla folla , ma riceve anzi da questa sensazioni e pensieri che nel suo cuore e nel suo cervello solitari non sarebbero sorti mai ; sente insomma aumentarsi , al contatto dell ' anima collettiva , il vigore e il valore della sua cenestesi . Nelle Vergini delle Rocce , questo era il vangelo dell ' Ammonitore : - " A giudicarne dalla qualità dei tuoi pensieri , tu sembri contaminato dalla folla o preso da una femmina . Per aver attraversato la folla che ti guardava , ecco , tu già ti senti diminuito dinnanzi a te medesimo . Non vedi tu gli uomini che la frequentano divenire infecondi come i muli ? Lo sguardo della folla è peggio che un getto di fango : il suo alito è pestifero . Vattene lontano mentre la cloaca si scarica " ( pag . 98 ) . Nel Fuoco , il vangelo è profondamente diverso . Gabriele D ' Annunzio , che aveva rovesciato tutta la dovizia dei suoi più insultanti aggettivi addosso alla plebe , ne riconosce l ' oscura potenza animatrice , e scrive ripetendo la verità profonda enunciata da Riccardo Wagner : " il solo creatore dell ' opera d ' arte è il popolo e l ' artista può soltanto cogliere ed esprimere la creazione del popolo inconsapevole " . Quale abisso tra questa doverosa constatazione e le pagine delle Vergini delle Rocce , ove il popolo non era che un gregge imbelle e idiota contro cui non potevansi e non dovevansi adoperare che fruste sibilanti ! Ma l ' ammenda migliore che il poeta fa delle antiche sue teorie è in questa pagina , della quale non ne conosco una psicologicamente più bella : - " ... il sentimento straordinario di cui egli ( Stelio Effrena ) erasi stupito quando dal trono dei Dogi parlava alla folla , tornò ad occuparlo . Nella comunione tra la sua anima e l ' anima della folla un mistero era sopravvenuto , quasi divino : qualche cosa di più grande e di più forte erasi aggiunto al sentimento ch ' egli aveva della sua persona consueta ; un ignoto potere era parso convergere in lui , abolendo i confini della persona particolare e conferendo alla voce solitaria la concordia di un coro . V ' era dunque nella moltitudine una bellezza riposta donde il poeta e l ' eroe soltanto poteano trarre baleni . Quando quella bellezza si rivelava per l ' improvviso clamore alzato nel teatro o sulla piazza pubblica o sulla trincea , allora un torrente di gioia gonfiava il cuore di colui che aveva saputo suscitarla col verso , con l ' arringa , col segno della spada . La parola del poeta comunicata alla folla era dunque un atto , come il gesto dell ' eroe . Era un atto che creava dall ' oscurità dell ' anima innumerevole un ' istantanea bellezza , come uno statuario portentoso potrebbe da una mole d ' argilla trarre con un sol tocco del suo pollice plastico una statua divina " . Or dunque : quella moltitudine che nelle Vergini delle Rocce era definita " una cloaca " e rendeva gli uomini " infecondi come i muli " , nel Fuoco diventa una miniera " che possiede una sua bellezza riposta " e che suscita nell ' individuo l ' impulso fecondo per creare statue divine ... Riconoscere che nella moltitudine è questo inconscio potere : confessare che essa è necessaria al genio come la terra al seme , come la donna all ' uomo , per creare : rispettarla come la collaboratrice anonima e oscura di ogni cosa grande e bella che sia apparsa nel mondo , - ecco ciò che Gabriele D ' Annunzio afferma nella sua lucida prosa meravigliosa . Ed ecco ciò che io volevo constatare . Null ' altro . CAPITOLO QUARTO L ' opinione pubblica Che cosa è la pubblica opinione ? Tutti , nominandola , si illudono di sapere che cosa sia ; in realtà nessuno saprebbe - e forse potrebbe - definirla esattamente . È , nel mondo , quello che è Dio in cielo : un giudice invisibile impersonale e temuto ; è , come la religione , una potenza arcana , in nome della quale si sono compiuti i più sublimi eroismi e le più abbiette iniquità ; è , come la legge , invocata e interpretata , a torto o a ragione , in ogni momento della vita ; è , come la forza , sostenitrice a volte del diritto , più spesso dell ' errore ; è , infine , come una bandiera , disposta a volgersi sempre dalla parte donde spira il vento . E se si volesse azzardare su di essa una definizione , non si potrebbe che applicarle la frase ironica che Pauline de Grandpré applicava alla donna : on peut dire sur son compte tout ce qu ' on voudra , on trouvera toujours une raison . Forse è per questo suo carattere indefinibile che la pubblica opinione è stata finora così poco studiata . Essa è , socialmente , un fenomeno inafferrabile , direi quasi - se la parola non facesse sorridere - che è psicologicamente un ' anguilla , poiché quando credete di averla presa vi sfugge da tutte le parti . Quali sono le cause che la producono ? Quali le leggi che la governano ? E , anzitutto , di chi e di quanti è composta ? A queste domande noi tenteremo rispondere . I . Ruggero Bonghi , in un memorabile discorso tenuto alla Camera nel 1873 , cercò di mettere a questo studio un principio d ' ordine , scrivendo : " Non bisogna credere o fingere di credere che ogni manifestazione di animo esprima davvero una pubblica opinione . L ' opinione pubblica per avere autorità deve essere vera , certa , ed avere fondamento sul consenso più generale delle menti colte di un paese " . Parole d ' oro , ma parole vane . È sempre possibile - in pratica - distinguere la vera opinione pubblica definita dal Bonghi , da quella che manca dei caratteri che egli ritiene necessarii a formarla ? Chi , e dove sarà il giudice supremo il quale sentenzierà , volta per volta , che una data corrente dello spirito pubblico merita o non merita il nome di pubblica opinione ? Con qual mezzo aritmetico si potrà sicuramente affermare che la maggioranza pensa in un dato modo , e con qual criterio sociologico si potranno sicuramente distinguere le menti colte di un paese dalle menti incolte ? E dato anche , per una ipotesi inverosimile , che questa difficilissima operazione di matematica psicologica fosse possibile , quale ne sarebbe praticamente il frutto ? Vi sono molti casi in cui è notorio che l ' opinione pubblica prevalente non è fondata sul consenso più generale delle menti colte di un paese ; e si può forse , per questo , non tener conto di quella opinione ? Individui o collettività , sudditi o governanti , tutti siamo spesse volte in balìa della cosidetta opinione pubblica , qualunque essa sia e in qualunque modo si sia formata . Pretendere che si cerchi se essa rappresenta davvero la maggioranza delle persone colte , è una ingenuità : la si teme o la si segue anche avendo la certezza che essa non possiede i caratteri di cui Ruggero Bonghi la voleva fornita ; e i governi se ne devono preoccupare , venga essa dall ' ignoranza di migliaia di contadini , o dall ' intelligenza di alcune personalità superiori . Prendiamo due esami relativamente recenti , per spiegar meglio il nostro pensiero . Dopo il disastro di Adua si manifestò in Italia un ' opinione pubblica sul nuovo indirizzo da dare alla nostra politica in Africa , che portò all Ministero , con l ' appoggio degli stessi radicali e dei socialisti , il marchese Di Rudinì . Era quella una vera opinione pubblica ? Noi non osiamo dirlo : ma constatiamo il fatto che essa , due anni dopo , era completamente mutata , tanto è vero che il Ministero Rudinì dovette dare le dimissioni . Orbene : sia stata falsa l ' opinione pubblica del 1896 , o quella del 1898 - e una delle due deve esserlo stata di certo - una cosa è fuori di dubbio : che in entrambi i casi si è ceduto all ' opinione pubblica , senza troppo sottilizzare se essa era o non era costituita dalla maggioranza delle persone colte del paese . Era l ' opinione pubblica - e bastava , perché vi si obbedisse come ad un despota . Il secondo esempio che voglio recare , è ancor più calzante . Si tratta della questione Dreyfus . Qual parte ha giuocato - in questo infame e famoso affare - l ' opinione pubblica francese ? Unanime , prima , nel negare la revisione del processo , quasi unanime , dopo , nel chiederla ad alte grida . L ' opinione pubblica di prima aveva torto : non era né vera , né certa , come la vuole il Bonghi : era il risultato patologico d ' una suggestione imposta dalla perfidia di alcuni e subìta dalla ingenuità patriottica di quasi tutti : eppure sarebbe stato possibile non tener conto di quell ' opinione ? Voi l ' avete visto : in una memoranda seduta - del 7 luglio 1898 - tutta la Camera francese si inchinò pecorilmente a quell ' opinione pubblica , decretando l ' affissione in tutti i comuni della Repubblica del discorso di Cavaignac . E Ruggero Bonghi avrebbe dovuto ammettere che la Camera dei deputati rappresenta le menti colte d ' un paese , e che quindi un suo plebiscito è un plebiscito cosciente e sensato . Io - modestamente - giudico in modo diverso i Parlamenti ma non è qui il luogo di dirne il perché e del resto alla mia tesi attuale , il perché non importa . La conseguenza a cui volevo arrivare , e a cui mi sembra di essere arrivato , è questa : 1° L ' opinione pubblica si impone , anche quando non è formata dal consenso più generale delle menti colte di un paese ; 2° Anche il pensiero degli uomini colti può essere figlio di un ' impressione improvvisa , erronea o rettificabile ( come nel caso della Camera francese ) e quindi non basta - per riconoscere autorità all ' opinione pubblica - il dimostrare che essa è fondata sulla maggioranza delle persone colte . Queste , come gli ignoranti , si possono sbagliare . L ' avvocato G . A . Pugliese - in un breve ma acuto articolo * - s ' accorse che la definizione dell ' opinione pubblica tentata dal Bonghi non era completa , e propose di aggiungere - ai caratteri di cui la voleva fornita il Bonghi - un altro : che essa riposi su un costante stato d ' animo . Così - egli pensava - non si scambierà per vera opinione pubblica quella che in Francia negava la revisione del processo Dreyfus , giacché essa non fu costante . E aggiungeva : " dicesi che in materia di appalti di opere pubbliche il vero collaudo viene dato dal tempo : ebbene , a me pare che anche il battesimo di vera pubblica opinione debba attendersi dal tempo " . La similitudine è bella , ma io son tentato di ripetere a questo proposito : parole d ' oro , ma parole vane . Anzitutto si potrebbe chiedere all ' avvocato Pugliese : quanto tempo occorre ... perché avvenga il collaudo ? Quando si potrà dire che una data opinione pubblica è vera e certa ? Dopo dieci anni , dopo venti , dopo trenta ? In secondo luogo - ammesso che si trovi questo limite di tempo , che a me pare introvabile - non sarebbe ciò una soddisfazione puramente platonica ? Dato , per esempio , che oggi si manifesti una corrente dello spirito pubblico , dovremo , e potremo noi , trascurarla , e pacificamente attendere , per tenerne calcolo , che sia passato ... un quarto di secolo ? In terzo luogo , non è evidente che una simile opinione pubblica non sarebbe più un ' opinione pubblica , ma qualche cosa che assomiglia molto alla tradizione ? Che cosa è , infatti , la tradizione se non un ' opinione pubblica che si è fissata e cristallizzata nel popolo ? Or dunque - s ' io non mi sbaglio - le definizioni tentate dal Bonghi e dal Pugliese non sono complete , né , se lo fossero , sarebbero pratiche . In conclusione , i due autori citati si limitano ad affermare che la vera opinione pubblica è quella che dalle persone di senno , dal tempo , e dagli avvenimenti è stata riconosciuta per giusta . Una definizione , come si vede , che potrebbe portar la firma di Monsieur de la Palisse ; ma che , pur essendo una verità , non è feconda di nessuna conseguenza . Io credo che nel problema che ci occupa , non si debbano cercare a priori delle definizioni - le quali , come diceva argutamente il Lombroso , tolte le geometriche , sono tutte inesatte - ma si debba piuttosto tentar di studiare in qual modo l ' opinione pubblica si forma e da quali strane e oscure leggi psicologiche è governata . La definizione non è che la sintesi della descrizione di un fenomeno : ed è manifestamente un errore il volere esporre la sintesi prima di aver fatto l ' analisi . Distinguere l ' opinione pubblica vera e certa da quella non vera ed incerta , mi sembra impresa molto difficile , prima di avere bene stabilito che cosa è l ' opinione pubblica . E per stabilire che cosa è l ' opinione pubblica , bisogna anzitutto sapere - o per lo meno cercar di sapere - che cosa è il pubblico . Noi , quindi , fedeli a queste idee che son quelle del metodo positivo , analizzeremo in primo luogo l ' ente collettivo che si chiama pubblico e cercheremo di isolarlo dagli altri enti collettivi coi quali generalmente e facilmente lo si confonde ; in secondo luogo studieremo come nel pubblico si vengano formando , a poco a poco o d ' un tratto , fisiologicamente o patologicamente , le varie opinioni ; infine cercheremo di determinare quali siano i caratteri per cui si può riconoscere se una data opinione del pubblico è attendibile , e se quindi deve o non deve essere rispettata e seguita . Questa è , secondo il nostro sommesso parere , l ' unica strada che ci potrà condurre , non a svelare interamente ( l ' affermazione sarebbe superba ) ma almeno a rendere meno nebuloso quel mistero di psicologia collettiva che chiamasi opinione pubblica , e che nel mondo moderno ha una così grande e pericolosa influenza . II . Pubblico è una parola che , come tutte quelle che non indicano un oggetto materialmente definito , ha un significato molto vago ed elastico . Sappiamo , all ' ingrosso , che cosa vuol dire ma saremmo imbarazzatissimi a precisarlo . Si dice : il pubblico di un teatro , d ' un ' assemblea ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore determinato , che si restringe a quelle persone che erano in teatro o assistevano all ' assemblea , ed è sinonimo di folla . Si dice : il tal libro ha avuto un gran successo nel pubblico ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore meno specifico ; non si riferisce più a un dato numero di persone riunite , non è quindi più sinonimo di folla , ma comprende una data parte della popolazione sparsa anziché riunita , che si intende e si interessa di arte , di letteratura o di scienza . Si dice ancora : sulla data questione politica - poniamo una guerra - il pubblico ha la data opinione ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore ancor più generale : non si riferisce soltanto ad una parte della popolazione , a quella o questa classe o casta o scuola o partito , ma comprende tutto il popolo , talvolta molti popoli , talvolta tutto il mondo civile . In quali di questi significati va intesa la parola pubblico ? Per rispondere a tale domanda , bisogna rifarci un po ' indietro ed esaminare l ' evoluzione che ha seguito nel tempo quell ' organismo complesso ed indeterminato che oggi indichiamo col nome di pubblico . Se noi volgiamo uno sguardo ai più bassi regni dell ' animalità , vediamo che in essi il carattere dominante è l ' individualità assoluta . " Des êtres d ' espèces multiples - scrive l ' Espinas - et dont le nombre est prodigieux , vivent dans les eaux , sur la terre et sur les autres animaux à l ' état d ' isolement complet . Un grand nombre de Foraminifères , dont les carapaces ont formé des continents , sont isolés physiologiquement : de tels êtres sont faibles , non seulement parce qu ' ils sont petits , mais encore parce qu ' ils sont seuls " * . In questi infimi stadî dell ' animalità , non essendovi associazione , non vi può evidentemente essere nemmeno l ' embrione lontano del pubblico . Nondimeno , appena si sale un poco sull ' albero della vita , l ' associazione appare . È , sulle prime , un semplice aggregato materiale , puramente fisico . L ' associazione consiste tutta in una azione di presenza : se gli individui si allontanano al punto da non potersi più vedere , o restano distanti fra loro un certo tempo , cessano per questo solo fatto di essere associati . L ' associazione , in una parola , è , in questi casi , sinonimo di contatto fisico . Man mano che dalle forme inferiori si ascende alle forme superiori dell ' associazione fra gli animali , troviamo che il contatto fisico non è più la condizione necessaria per costituire la società : anche se i singoli organismi sono distanti , l ' associazione sussiste : il legame che li tiene uniti non è più soltanto materiale , ma si spiritualizza e diventa morale e intellettuale . Gli animali elevati nella scala zoologica formano quegli aggregati che si potrebbero chiamare tribù o popoli ( le api colla loro regina ) , ed hanno la divisione del lavoro e i segnali a distanza e la voce che - se non è la parola umana - è tuttavia un mezzo possente di comunicazione . In queste società noi possiamo scorgere non solo l ' embrione della folla - ossia di individui fisicamente a contatto - bensì anche l ' embrione del pubblico - ossia di individui fisicamente separati , ma riuniti , secondo la giusta espressione del Tarde , da una coesione mentale . Il fenomeno fisio - psicologico della folla lo si osserva - per esempio - in una volata di uccelli , dove il minimo sbattere di ali di uno solo produce in tutti un panico irresistibile , come il grido di allarme di un uomo in una via o in una piazza affollate induce la paura e la fuga in tutti coloro che gli sono vicini . Il fenomeno di psicologia collettiva cui noi diamo il nome di pubblico , lo si osserva - con più lontana analogia e minore chiarezza - nel contegno che alcune specie di animali tengono verso uno dei loro . Ammirato od odiato , seguìto o sfuggito - anche l ' animale prova il riflesso sociale - se posso dir così - delle sue doti o dei suoi difetti congeniti , e questo riflesso non è che l ' embrione del pubblico . L ' elefante a istinti cattivi sta sempre isolato e non vive mai nella società degli altri : ciò dipende in parte dal suo spontaneo desiderio , in parte perché gli altri vogliono lasciarlo solo . E questo è innegabilmente un giudizio del pubblico . Se dalle associazioni animali passiamo alle associazioni umane , l ' evoluzione del fenomeno che stiamo analizzando ci appare identica quantunque immensamente ingrandita e complicata . Come nelle infime società animali il legame sociale è costituito da un semplice contatto fisico , così nelle prime società umane il cosiddetto pubblico si riduce alla folla , giacché è costituito soltanto da individui fisicamente a contatto . E come nelle società animali più evolute il legame sociale non è soltanto materiale ma anche morale e intellettuale , così nelle più moderne società umane il pubblico è un vero pubblico anziché semplicemente una folla , poiché è costituito non da individui fisicamente riuniti , ma da individui distanti fra loro nello spazio , e nondimeno collegati da un ' idea , da un sentimento comune , da una invisibile coesione mentale . Gli esempî chiariranno il mio pensiero meglio di quanto abbian saputo fare le mie parole . Nell ' antichità greco - romana ( per non perderci in ricerche di tempi più lontani o di popoli barbari ) possiamo noi dire che esistesse un pubblico ? Esistevano delle folle , ma non esistevano pubblici . Tutto ciò che si riferiva alla politica era discusso nel foro , nelle assemblee , nei comizî , - cioè dalla folla : i reggitori di Stati , i tribuni , i novatori , non avevano alcun mezzo per portare a distanza il loro pensiero e per inocularlo negli individui sparsi e isolati : dovevano - per forza - agire sul pubblico riunito e presente , cioè sulla folla . Gesù Cristo non aveva che la parola per diffondere la sua dottrina ; dal primo nucleo di persone cui aveva parlato , sorgevano i discepoli che alla loro volta parlavano ad altri nuclei di persone . Il nuovo verbo si estendeva così - di folla in folla - allargando sempre più il cerchio di coloro che erano istintivamente chiamati ad udirlo , come un sasso lanciato nell ' acqua estende - di onda in onda - l ' effetto prodotto dalla sua caduta . Tutto ciò che si riferisce all ' arte e alla scienza non aveva , allora , un pubblico , nel senso in cui noi oggi lo intendiamo : aveva semplicemente un uditorio ; cioè una folla . I poeti non eran forse degli oratori ... in versi ? I loro poemi non erano forse detti , dinanzi a una moltitudine più o meno numerosa , che non poteva conoscerli se non recandosi in massa ad udirli ? Gli stessi scienziati come diffondevano la loro scienza , se non rivelandola a viva voce ad alcuni discepoli riuniti ? Si dirà - ed è vero - che se questa era la regola generale , non mancava l ' eccezione : non mancavano cioè i lettori singoli dei manoscritti copiati a mano in qualche diecina di esemplari e che contenevano i poemi di Virgilio o d ' Omero , le storie di Tacito o di Cesare ; ma possiamo noi affermare ( e l ' osservazione è di Gabriele Tarde * ) che questi singoli lettori avessero la coscienza di formare un aggregato sociale , come ai nostri giorni i lettori d ' uno stesso giornale o , anche , di uno stesso romanzo alla moda . No , certamente . Essi erano le lontane avanguardie del pubblico : ma non avevano coscienza di esserlo , ed erano troppo pochi . Per il numero e per l ' incoscienza , rappresentavano quindi una quantità trascurabile * . Nel medio evo esisteva un pubblico ? Il Tarde lo nega , sostenendo che non v ' erano che delle fiere , dei pellegrinaggi , delle moltitudini tumultuose nelle quali correvano - volta a volta - delle frenesie religiose o guerresche , delle collere spaventose o delle paure vilissime . Basta pensare alle crociate e ai terrori che precedettero la fine dell ' anno mille , per comprendere che allora qualunque manifestazione del movimento sociale era determinata dalla folla e dalla sua strana psicologia . Ma se è certo che , in quell ' epoca , l ' influenza dell ' individuo sulla massa si esercitava quasi unicamente colla parola parlata , se è certo cioè che i grandi agitatori esercitavano la loro influenza sopratutto su persone presenti , e che - d ' altra parte - gli uomini facevano sentire i loro odî ed i loro amori collettivi , sempre nella forma compatta e brutale della folla , - è anche fuori di dubbio che quell ' avanguardia del pubblico che noi abbiamo riscontrato ai tempi di Grecia e Roma , si faceva poco a poco più cosciente e più numerosa . I lettori isolati dei manoscritti aumentavano ; e sotto il pensiero intermittente e violento delle folle , si andava disegnando il pensiero continuo e pacifico del pubblico ; - pensiero meno visibile , e più trascurato , ma non trascurabile , e che attendeva da una scoperta , ormai prossima , di diventare visibile e importantissimo . Questa scoperta fu la stampa . L ' invenzione della stampa fu per il sorgere del pubblico quello che è una rivoluzione politica per il sorgere di un nuovo ordinamento sociale : il momento storico , cioè , in cui un organo entra in attività e tramuta la sua esistenza , fino allora potenziale , in un ' esistenza di fatto . Questo nuovo organo era la coscienza collettiva che fino allora era stata forzatamente costretta a rinchiudersi nell ' ignoranza o nel silenzio e la cui possibile manifestazione - sia per apprendere il pensiero di chi la dirigeva , sia per approvare o per combattere questo pensiero - era consistita nelle riunioni di parlamenti , di assemblee , di fiere o di folle . La stampa portava a tutti gli uomini civili la voce dei meneurs anche lontani , e offriva - reciprocamente - il modo di far sentire a questi meneurs la volontà o i desiderii del popolo , senza aver bisogno che esso fosse riunito e presente e urlasse sotto le finestre d ' una reggia le sue minaccie , o commettesse eccessi in una via o in una piazza . Noi , nati quando la stampa era già un ' abitudine ereditaria di qualche secolo , non possiamo - senza uno sforzo di volontà - immaginarci il contraccolpo che la sua invenzione ebbe nel mondo . I libri pubblicati e diffusi - per la prima volta - a migliaia di copie davano a chi li leggeva la sensazione di formare una classe nuova di persone ; di persone le quali pur non conoscendosi fra loro ed essendo distanti le une dalle altre , si sentivano nondimeno legate dall ' invisibile filo intellettuale della lettura d ' un identico volume e dalle riflessioni che quella lettura faceva nascere in ognuno di loro . Fino a quel momento gli uomini , per sentire la loro solidarietà e per manifestarla , non avevano che un solo mezzo : riunirsi in folla . La stampa faceva sentire quella loro solidarietà e ne rendeva possibile la manifestazione , senza bisogno che essi si riunissero ; al contatto fisico aveva sostituito il contatto morale : alla folla aveva sostituito il pubblico . Senza dubbio , il pubblico , quando nacque , non era un organismo così complicato e così possente quale è divenuto oggi . Come ogni cosa viva , traversò varie fasi , prima di giungere alla fase odierna . Se si può dire che esso data dal secolo XVI , dopo il grande sviluppo preso dalla stampa , è dovere riconoscere che allora aveva un ' estensione e un ' importanza infinitamente minore di quella che assunse in seguito . Era , sulle prime , un pubblico quasi esclusivamente letterario scientifico o religioso ; e in fondo , sempre formato da una minoranza di persone colte . Nella seconda metà del secolo XVIII sorge il vero pubblico politico , formato non da una minoranza di uomini colti , ma dalla grande maggioranza del popolo , e a poco a poco assorbe tutti gli altri pubblici più o meno speciali e ristretti . La Rivoluzione francese dà a questo pubblico una nuova estensione , poiché è appunto a quell ' epoca che il giornalismo prende uno slancio che , per allora , possiamo dire grandissimo * . La stampa tuttavia , pur avendo creato il pubblico quasi in sostituzione della folla , non aveva saputo offrire al pubblico quel vantaggio che pur la folla possedeva : voglio dire l ' attualità . E mi spiego . Coloro che leggevano i giornali , sapevano bensì quanto accadeva nel mondo , ma lo sapevano forzatamente in ritardo . Tra le molte differenze che esistono tra folla e pubblico , la più grave , allora , era questa : che i membri di una folla erano tutti colpiti contemporaneamente da una notizia , e si sentivano quindi legati fra loro - oltre che dal contatto fisico - dal pensiero che ognuno di loro provava nell ' identico istante le identiche impressioni ; mentre gli individui sparsi che facevano parte del pubblico , oltre che essere distanti nello spazio , lo erano anche nel tempo , giacché apprendevano le notizie , non tutti nello stesso momento , ma chi molte ore , chi qualche giorno , chi , talvolta , una o più settimane dopo . Le comunicazioni non erano né frequenti , né veloci , e le provincie lontane dovevano accontentarsi di sapere con gran ritardo ciò che era accaduto alla capitale . Questa mancanza di contemporaneità nell ' apprendere notizie rendeva meno forte e meno attiva l ' influenza del pubblico : toglieva a questo la grande prerogativa e il maggior segreto della temibilità della folla : l ' unisono . Ma ciò che non poteva dare la invenzione della stampa , venne dato da altre scoperte , non meno gravide di incalcolabili conseguenze sociali : la ferrovia e il telegrafo e , s ' intende , il telefono e il telegrafo senza fili . Colla prima , le distanze si diminuirono e i giornali poterono arrivare in luoghi lontani in un breve spazio di tempo : colle altre le distanze si ridussero quasi al nulla e una notizia poté percorrere centinaia e migliaia di chilometri in pochi minuti . La ferrovia , il telegrafo ed il telefono diedero le ali alla stampa , e dettero al pubblico quel senso di attualità che fino allora non possedeva . È stato detto egregiamente che il trasporto della forza a distanza è un nulla , di fronte a questo trasporto del pensiero a distanza * . Certo il telegrafo ed il telefono han fatto sì che il pubblico di lettori fosse , per la contemporaneità , quasi uguale a una folla di uditori , poiché il tempo che impiegano la parola di un uomo o la notizia di un fatto ad arrivare sotto gli occhi di chi legge un giornale è - nei suoi rapporti sociali - poco più lungo di quello che impiega la voce di un oratore ad arrivare agli orecchi di chi lo ascolta . Oggi , in tutto il mondo civile si può sapere a poche ore di distanza che cosa hanno detto il presidente degli Stati Uniti o lo Czar , ciò che è accaduto a Parigi o a Buenos - Ayres . Il pubblico cioè ha conquistato quell ' unità di tempo che gli mancava , e che lo faceva , in un certo senso , socialmente inferiore alla folla . Inoltre la folla era un aggregato che aveva necessariamente i suoi limiti : non poteva essere composta di un numero di persone che eccedesse una data cifra . Prendiamo pure , come esempio , il Colosseo - il più vasto anfiteatro dell ' antichità - che conteneva , dicesi , 100.000 persone ; prendiamo pure , come esempio , gli innumerevoli individui che formavano - all ' aria aperta - l ' uditorio di un Pier l ' Eremita : per quanto la nostra fantasia sia generosa , potremo arrivare tutto al più alla cifra di due o trecento mila persone : non oltre . Il pubblico , invece - e intendo il pubblico moderno - non conosce limiti ; un sovrano od un genio per mezzo delle grandi scoperte : stampa , ferrovia , telefono e telegrafo - parlano oggi contemporaneamente a milioni di individui , a tutto il mondo che legge . III . Io mi lusingo che il poco che ho detto fin qui sarà bastato a far conoscere - almeno a larghi tratti - l ' evoluzione del pubblico , e a stabilirne le differenze colla folla . Il pubblico non è che una trasformazione della folla , compiuta lentamente dalla civiltà , la quale - mano mano che progrediva - scopriva mezzi sempre migliori per poter tener legati idealmente gli uomini , senza bisogno che essi fossero fisicamente vicini . La folla è un aggregato semplice nella sua formazione e improvviso , quindi in un certo senso animale ; il pubblico è un aggregato più difficile a formarsi e più lento , quindi più umano . La folla non è che una riunione di contatti psichici essenzialmente prodotti da contatti fisici : il pubblico non ha alcun bisogno della vicinanza dei corpi per essere un intricato complesso di comunicazioni da anima ad anima . La folla , insomma , è una collettività eminentemente barbara ed atavica : il pubblico è una collettività eminentemente civile e moderna . Se la similitudine non sembrasse azzardata , direi che tra la folla ed il pubblico passa l ' identica differenza che corre tra l ' orda selvaggia e la società attuale . Il progresso , che ha saputo trasformare a poco a poco l ' orda selvaggia nel tipo dello Stato moderno , ha saputo anche tramutare a poco a poco la folla in pubblico . Si tratta , in entrambi i casi , di aver sostituito all ' informe agglomero umano che sentiva , pensava ed agiva impulsivamente e tumultuariamente , un altro agglomero umano che sente , pensa ed agisce con maggior riflessione e sotto il freno di certe leggi . Le prove di questa differenza tra la folla e il pubblico abbondano . È un assioma che , quanto più un organismo è semplice , tanto più è soggetto alle forze della natura . L ' uomo civile si difende meglio dell ' uomo barbaro dalle intemperie , e il variare periodico delle stagioni ha sulla sua vita sociale un ' influenza minore che sull ' uomo barbaro . Per la stessa ragione l ' uomo barbaro sa e può opporre all ' ambiente fisico una maggior resistenza e una migliore difesa dell ' animale superiore , e questo , a sua volta , dell ' animale inferiore . Orbene , le folle sono organismi semplici e primitivi , perché la loro azione dipende molto dallo stato dell ' atmosfera e delle stagioni . Una giornata di pioggia basta ad allontanare il pericolo d ' un assembramento ; e non per nulla tutti i questori e tutti i prefetti di polizia , seguendo l ' esempio di Bailly , benedicono il brutto tempo che fa vuotare le vie e le piazze e rende difficilissime , se non impossibili , le folle e quindi le dimostrazioni o le sommosse . Il pubblico - organismo più complicato e più civile - non si risente affatto dell ' instabilità dell ' atmosfera : splenda il sole o diluvi , esso rimane identico nella sua sostanza e nella sua efficacia . Così il caldo o il freddo , l ' estate o l ' inverno , che hanno tanta influenza sulle folle , non ne hanno alcuna sui pubblici . Veggansi in proposito le osservazioni del Fournial * e sopratutto quelle del Lombroso e del Laschi * : esse dicono , col linguaggio preciso ed inconfutabile delle cifre , come le folle siano più o meno frequenti e numerose , secondo le stagioni ed i gradi di calore . Per i pubblici , invece , tutto ciò è indifferente ; e prova ne sia , come ha osservato il Tarde , che la crisi più acuta di una sovra - eccitazione del pubblico , quella dell ' affare Dreyfus , è scoppiata e si è diffusa in inverno . Un altro assioma sociologico è che l ' impronta della razza va facendosi sempre più debole , mano mano che gli organismi salgono nella scala sociale . E questo assioma è tanto evidente che non ha quasi bisogno di spiegazione . Più si moltiplicano e si intrecciano le influenze sociali , più è difficile scorgere lo stigma ereditario della razza - nascosto , attenuato o trasformato da cause o da concause ulteriori . Nel regno vegetale e nel regno animale ( escluso l ' uomo ) noi possiamo agire con una relativa sicurezza affidandoci soltanto all ' immancabile efficacia della razza e dell ' ereditarietà . Gli allevatori di piante e di animali lo sanno : coi loro innesti e coi loro incroci , essi ottengono - con precisione quasi matematica - quello che vogliono : le qualità dello stame e del pistillo , del padre e della madre , si combinano e si riproducono nei figli con un ' esattezza meravigliosa . Possiamo noi agire in egual modo sugli uomini ? No , certamente . Per questi , se la razza e l ' ereditarietà valgono molto , vale moltissimo l ' ambiente in cui nascono e vivono , vale cioè moltissimo l ' influenza sociale . Dato - per un ' ipotesi inverosimile - che si potessero conoscere perfettamente nel morale e nel fisico i genitori e i loro antenati , non per questo si potrebbe disegnare a priori l ' aspetto fisico del figlio , e tanto meno descrivere la sua fisonomia morale ed intellettuale . Orbene , trasportiamo quest ' osservazione dall ' organismo individuale all ' organismo collettivo , e chiediamoci se non è evidente che la razza ha maggiore influenza su una folla che non su un pubblico . Chi non saprebbe distinguere una folla italiana da una folla tedesca ? Chi potrebbe confondere un meeting d ' inglesi con un meeting di napoletani ? Chi non sa che una folla veneta non arriverebbe mai agli eccessi di crudeltà cui arrivano le folle calabresi o palermitane ? Basta avere assistito una volta ad una rappresentazione in un teatro tedesco , e aver confrontato il contegno degli spettatori con quello che tengono ordinariamente gli spettatori italiani , per comprendere come le folle siano sotto l ' impero assoluto della razza da cui escono . Calme o entusiastiche , fredde o bollenti , secondo che sono germaniche o latine . I pubblici delle varie nazionalità non offrono certo differenze così spiccate . E non le offrono perché - mentre nelle folle gli individui smussano gli angoli delle loro singole personalità per non lasciar scorgere che il contorno del loro tipo nazionale - nei pubblici invece non c ' è questa neutralizzazione dell ' individuo a intero profitto del carattere di razza , appunto perché nei pubblici - aggregati più civili e moderni - predomina il fattore sociale anziché quello atavico . Un terzo assioma sociologico - anch ' esso di intuitiva evidenza - è che la superiorità d ' un organismo - sia esso individuale o collettivo - si misura dalla maggiore riflessione ch ' esso mette nelle sue manifestazioni . Gli uomini e i popoli sono più o meno civili , secondo che sanno più o meno vincere , col potere d ' inibizione , che la educazione e la civiltà han sviluppato in loro , gli istinti atavici e selvaggi che li trascinerebbero ad agire impulsivamente . Orbene , chi vorrà e potrà negare che le folle sono assai più impulsive e quindi più violente dei pubblici ? Confrontiamo , per esempio , le folle femminili coi pubblici femminili . C ' è , psicologicamente , un abisso fra le une e gli altri . Le folle femminili sono la quintessenza della crudeltà e della barbarie : nei loro eccessi esse superano di gran lunga le folle maschili . Aprite un libro di storia di qualsiasi epoca , voi vi leggerete degli episodi raccapriccianti sull ' inverosimile grado di bestialità cui possono arrivare le donne quando discendono e si riuniscono nelle strade . La Rivoluzione francese offre al riguardo un gran numero di fatti che incutono orrore e terrore : e anche senza risalire a tempi lontani , chi ha assistito alle sommosse di Sicilia nell ' inverno 1893 94 , e alle tristi giornate di Milano nel maggio 1898 , non ha bisogno d ' imparare da altri che le donne , in folla , sono , peggio che selvagge , cannibali . Che cosa v ' ha , invece , di più civile , nel senso buono e anche nel senso cattivo di questa parola , dei pubblici femminili ? Le lettrici dei giornali e dei romanzi alla moda , e quelle dei giornali e delle riviste femministe , sono , è vero , appassionate ed anche talvolta un poco esaltate ; ma la loro passione è sempre sapientemente tenuta in freno da una non trascurabile dose di furberia , e le loro manifestazioni somigliano assai più al modo di agire della volpe che a quello della tigre . Per questo ho detto che i pubblici femminili sono civili anche nel cattivo senso della parola : hanno cioè della civiltà non solo la mitezza , ma altresì - mi perdonino le signore - la doppiezza gesuitica . Ed ora che abbiamo , o almeno crediamo di avere dimostrato l ' inferiorità della folla di fronte al pubblico , poiché l ' una rappresenta un aggregato barbaro ed atavico , l ' altro un aggregato moderno e civile , è necessario domandarsi qual parte abbiano rispettivamente , nel movimento sociale odierno , questi due diversi e indefinibili organismi che riassumono tutta la misteriosa e pur possente psicologia collettiva . Il dottor Le Bon * , ed io con lui * , abbiamo , anni or sono , proclamato che la nostra epoca è " l ' êra delle folle " . Gabriele Tarde invece sostiene che la nostra epoca è " l ' êra dei pubblici " . Ci siamo sbagliati , in parte , tutti . La nostra epoca è , nello stesso tempo , l ' êra dei pubblici e delle folle . Senza dubbio , il sorgere e lo svilupparsi del pubblico ha diminuito la frequenza delle folle , ma non le ha soppresse . Ha aperto , per così dire , una nuova valvola al bisogno del popolo di manifestare i proprî sentimenti e i proprî pensieri , ma non ha chiuso l ' antica . Vi sono oggi - oltre le folle - i pubblici , ma non vi sono soltanto i pubblici . Il progresso modifica e , modificando , migliora ; ma non cancella totalmente le abitudini ataviche . Carlyle ha detto che la civiltà non è che una corteccia entro cui può ardere viva , col suo fuoco infernale , la passione selvaggia dell ' uomo . E la verità di questa affermazione è confermata quotidianamente dai fatti : noi vediamo persone - che si comportano nella vita normale con tutte le forme insegnate dal vivere civile - scoppiare ad un tratto in una azione crudele che rivela in esse la bestia umana . È il così detto delitto passionale . La corteccia della civiltà - dinanzi a una provocazione - si è spezzata per lasciar uscir fuori la linfa della barbarie . Quel che avviene per gli individui avviene per le collettività . La civiltà ha tramutato la folla in pubblico , ma il pubblico a sua volta ritorna folla , quando il sentimento che lo domina è così forte da non sapersi più contenere e da aver bisogno per la sua manifestazione della forma atavica con cui si esplicava una volta . Ogni giorno noi assistiamo a questo fenomeno di un pubblico che produce una folla . Quando , per esempio , l ' idea che muove un partito , ossia un pubblico politico , ha raggiunto un altissimo grado di espansione , da quel pubblico esce , quasi per generazione spontanea , una folla che fa dimostrazioni , sommosse , rivoluzioni . Quando il sentimento religioso diffuso nel pubblico si acutizza nella superstizione , ecco che dal pubblico di fedeli escono le folle religiose peregrinanti a un santuario , o deliranti dinanzi a qualche madonna o a qualche santo miracoloso . Quando l ' amore o la stima - o viceversa l ' odio e il disprezzo per una data persona - oltrepassano nel pubblico certi limiti , ecco che da questo pubblico escono le folle urlanti di entusiasmo e di ammirazione , o di esecrazione e di ferocia , intorno ad un sovrano , a un generale , a un artista . Il pubblico , insomma , in certi casi , ritorna folla , come l ' uomo civile , in certi casi , ritorna barbaro . E in questo senso quindi possiamo dire che la folla non è oggi che una forma acuta e patologica del pubblico . IV . A questo punto , dopo avere , nel modo più breve e più chiaro che per me si poteva , tentato di spiegare che cosa è il pubblico , isolandolo dagli altri enti collettivi con cui potrebbe confondersi , è necessario ed è men difficile ritornare all ' oggetto del nostro studio e chiederci in qual modo si forma l ' opinione pubblica . Da quanto ho esposto , risulta chiaramente che l ' opinione pubblica è , qualche volta , non l ' opinione del pubblico propriamente detto , ma l ' opinione della folla . Il pensiero e il sentimento della collettività , noi lo abbiamo visto , se si esprimono oggi normalmente per mezzo dei giornali e se si diffondono quindi sugli individui sparsi e lontani , si esprimono anche anormalmente per mezzo delle moltitudini , le quali sanno dire ed imporre in modo staticamente violento ciò che i pubblici pensano in modo dinamicamente pacifico . I discorsi , le adunanze , le riunioni elettorali , le dimostrazioni di piazza , sono altrettante forme di folle , che influiscono anche oggi - e molto ! - sulla formazione dell ' opinione pubblica . Dietro queste folle c ' è sempre - siamo d ' accordo - un partito , cioè un pubblico , che è la loro causa e , per dir così , il bozzolo da cui escono : ma ciò non toglie che siano quelle folle che conquistano d ' un tratto - colla suggestione immediata e fortissima che da loro si sprigiona - il cuore e il cervello degli individui i quali , altrimenti , avrebbero impiegato più tempo a convertirsi . Per rispondere dunque alla domanda : in qual modo si determina una data opinione pubblica ? bisognerebbe fare non solo la psico - fisiologia del pubblico , ma anche quella della folla . Senonché , la psico - fisiologia della folla noi l ' abbiamo studiata altrove * e non amiamo ripeterci . Ci resta a studiare quella del pubblico . Ed è ciò che noi tenteremo . Una prima divisione dei pubblici si presenta spontanea quando si voglia considerare , da un lato il diverso grado di coltura , dall ' altro lato i diversi interessi degli uomini . Qui se ressemble s ' assemble , dice un proverbio , e ciò è vero non solo per le folle , ma anche per i pubblici . Una stessa educazione , un identico scopo , riuniscono gli individui in un fascio intellettuale , come un identico sentimento li spinge tutti ad agglomerarsi in una via o in una piazza . Noi abbiamo quindi i pubblici giudiziari , industriali , agricoli , letterari , scientifici , religiosi , politici , secondo che gli individui appartengono alla magistratura , all ' industria , all ' agricoltura , alla letteratura , alla scienza , alla religione , alla politica . Questi pubblici non differiscono fra loro soltanto per lo scopo che perseguono , ma bensì anche per l ' estensione che hanno e per la tecnicità che possiedono . Più il pubblico è ristretto , più è tecnico ; e più è possente e quindi temibile , quanto più l ' interesse che difende è generale . Una volta , la diversità di coltura e di interessi dava luogo nella società a divisioni di altro genere , che si chiamavano corporazioni , mestieri , classi o caste . Erano divisioni più stabili e più ben definite , anzitutto perché si fondavano qualche volta sull ' eredità , in secondo luogo perché chi ne faceva parte non ne poteva uscir facilmente , e chi non v ' era ascritto non vi poteva con facilità penetrare . Erano , in un certo senso , dei campi chiusi nei quali si poteva contare il numero dei soldati e donde l ' emigrazione e dove l ' immigrazione erano quasi impossibili . I pubblici odierni , che hanno sostituito queste divisioni , sono assai meno stabili e assai meno definiti ; sono , se posso dir così , organismi fluttuanti , perché non si può mai precisare la qualità degli individui che li compongono e tanto meno il loro numero . Un pubblico è oggi una specie di nebulosa , di cui se è facile distinguere il nucleo centrale , è difficilissimo determinare i confini . Vi entra e ne esce chi vuole ; e non valgono , o valgono poco , le ragioni ereditarie e tradizionali per costringere l ' una o l ' altra persona a far parte di questo o di quel pubblico . Noi possiamo dire che il pubblico è - per la vita sociale - quello che è per la vista , una cascata d ' acqua , la quale ci fa sempre l ' identica impressione malgrado che le goccie di cui è composta mutino continuamente . Le goccie del pubblico sono gli individui . E non solo vi è una continua variazione nelle goccie che forman la cateratta o - per lasciare la metafora - nelle cellule che formano quell ' organismo collettivo che è il pubblico ; ma anche questo stesso organismo va sempre più perdendo quei caratteri di stabilità e di infrangibilità che presentava una volta . Confrontate - e non solo in Italia - i partiti politici di mezzo secolo fa con quelli attuali . Destra e Sinistra erano allora due nomi che , nella Camera e nel paese , rispondevano a due correnti di idee che seguivano ognuna il loro corso indipendente . Qualunque confusione fra quei due partiti e fra gli uomini che li rappresentavano , sarebbe parsa impossibile , o , se fosse avvenuta , sarebbe stata giudicata come una viltà od un tradimento . La divisione era netta , recisa , intangibile . Le goccie , cioè gli uomini , mutavano necessariamente , ma la cateratta , cioè l ' idea , rimaneva intatta ed immobile . Possiamo noi dire lo stesso dei partiti attuali ? È pietà non rispondere a questa domanda , giacché tutti vedono e sanno , pur troppo quanta poca forza di coesione e quanta poca impermeabilità ( mi si perdoni la parola ) abbiano i partiti politici dei nostri giorni . Essi non sono che una etichetta che l ' uomo tiene appiccicata fin che gli fa comodo , e getta lontano quando gli conviene di farla dimenticare . Tra i vari partiti c ' è oggi in permanenza un fenomeno di osmosi e di endosmosi : le idee dell ' uno penetrano in quelle dell ' altro e viceversa ; e gli uomini che le sostenevano non trovano quindi strano , anzi trovano logico , di allearsi dopo di essersi combattuti . Questa continua mobilità dei partiti o dei pubblici attuali ( che è giustamente , secondo il Tarde , una delle loro caratteristiche principali ) non merita però troppo severo giudizio , giacché le cause da cui dipende , se non la giustificano , la scusano molto . In primo luogo , è evidente che gli uomini non possono essere oggi tenacemente fedeli a un ' idea , come lo potevano essere , e lo erano , una volta . In passato , ogni uomo nascendo aveva già designato non solo la sua carriera e quindi il suo posto nel mondo , ma anche il complesso di teorie cui doveva serbarsi rigidamente attaccato . Occorreva allora un fatto molto grave ( ed era ad ogni modo un fenomeno molto strano ) per vedere , ad esempio , un aristocratico nutrire sentimenti diversi da quelli della sua casta . Oggi , invece , ogni uomo che nasce è , in gran parte , un ' incognita , perché non si può sapere con sicurezza né la carriera che sceglierà , né le idee cui sarà devoto . Non solo : ma mentre una volta , generalmente , si invecchiava e si moriva con idee presso a poco uguali a quelle della gioventù , - oggi è più che probabile di cambiare di idee , o per lo meno di modificarle , coi lustri se non cogli anni . Il progresso che avanza con velocità sempre maggiore rende quasi forzatamente necessario il mutar opinione , e non a torto un filosofo diceva che chi non cambia mai la propria opinione non può essere che colui il quale non vuole o non sa imparar nulla . Un ' altra causa della mobilità dei pubblici , che si riattacca alla prima e non ne è che un diverso aspetto , consiste nel fatto che oggi la opinione di ciascuno è messa a dura prova perché quotidianamente insidiata dal diffondersi di opinioni diverse o addirittura contrarie . Un uomo si conserva più facilmente onesto , quanto minori sono le occasioni che lo tentano : un uomo si mantiene più facilmente d ' un dato parere , quanto minori sono i pareri opposti che egli sente svolgere intorno a lui . Non occorreva certo un carattere adamantino per serbar fede , in addietro , a quel patrimonio di idee in cui si era nati e cresciuti , poiché non era frequente il caso che nuove correnti di idee venissero ad urtare ed a turbare le correnti tradizionali ed ereditarie . E , viceversa , non è sintomo di poca saldezza di carattere , oggi , il mutar opinione , poiché sono infinite le forme di suggestione che la nostra vita sociale offre a ciascuno , per trascinarlo a pensare e a sentire in un senso piuttosto che in un altro . Tra queste forme di suggestione , la più importante , quella che riassume e concentra tutte le altre , è senza dubbio la stampa . Non vi è professione , non partito , non scuola artistica , religiosa o scientifica che non voglia avere il suo giornale o la sua rivista , come non v ' è reggimento che non abbia la sua bandiera . Affermarsi con un giornale è , nel mondo moderno , il primo bisogno di un ' idea che nasce , come di ogni interesse che non vuole essere soffocato da interessi rivali . Ed è perciò che si potrebbe fare una statistica e una psicologia della nostra vita sociale , solo contando ed esaminando i giornali che vengono pubblicati . Il sentire la imperiosa necessità di possedere un proprio giornale , prova implicitamente che ogni partito sa e crede che quello è il modo migliore per formarsi un seguito di fedeli . Sa e crede cioè , che gli uomini si schierano dietro un ' idea , non tanto , come una volta , per ragioni ereditarie e tradizionali , quanto per ragioni attuali , di persuasione immediata . Senonché - a questo punto - ci si presenta formidabile la domanda : è il giornale o il giornalista che forma il pubblico , o viceversa ? Dico formidabile la domanda , non tanto perché , secondo il mio parere , lo sia realmente , quanto perché tale è considerata in genere dagli scrittori . Noi abbiamo in sociologia molte di queste questioni , che si potrebbero tutte ridurre a una questione unica : se cioè sia l ' ambiente che ha maggior influenza sull ' individuo , o l ' individuo sull ' ambiente . Problemi , in fondo , che servono soltanto a mostrare l ' acutezza psicologica dei singoli avversari , i quali , per sostenere la loro tesi , fanno sfoggio di argomenti e di paragoni bellissimi , ma esagerati e paradossali . Prendiamo , ad esempio , la cosidetta teoria del grand ' uomo . Secondo Spencer che la mise in ridicolo , è un errore attribuire socialmente una grande influenza all ' uomo di genio : esso non è che il prodotto necessario dell ' ambiente in cui sorge e , per così dire , un figlio del suo tempo : un uomo non attivo , ma rappresentativo , come lo chiamava l ' Emerson ; un attore , non un autore del dramma storico . Secondo altri , invece - Carlyle il primo - tutto ciò che noi vediamo di buono e di bello nel mondo è dovuto agli eroi , cioè ai grandi uomini : l ' anima della storia intera non è che la loro storia : essi sono , per ripetere l ' espressione di Stuart Mill : " il sale della terra e senza di loro la vita umana diverrebbe una palude stagnante " . Chi ha torto o ragione ? Mi si permetta - prima di rispondere - di ricorrere a una similitudine , certo banale , ma che ha , se non altro , il pregio di essere chiara . Ogni uomo è il prodotto dei suoi genitori ; senza di essi non esisterebbe , e con genitori diversi sarebbe diverso da quello che è . Su ciò ci troviamo senza dubbio tutti d ' accordo . Così ci troviamo certo tutti d ' accordo nel credere che ogni genio sia il prodotto dell ' epoca sua , e che epoche diverse producano genii diversi . Or bene , pur ammettendo queste premesse che a me paiono assiomi , negheremmo noi che ogni figlio - una volta fatto uomo - possa esercitare sui suoi genitori una grande influenza ? O per il solo fatto ch ' egli è il prodotto fisiologico e psicologico di suo padre e di sua madre , dovremmo negare la possibilità di questa influenza ? No , non è vero ? Lo stesso , s ' io non mi sbaglio , deve dirsi del genio . Napoleone e Garibaldi , Dante e Shakespeare , sorsero quando sorsero perché fatalmente dovevano sorgere , e in questo senso è vero che essi sono i figli del loro tempo , lo scorcio incosciente in cui si è , per così dire , simbolizzata l ' umanità di una data epoca ; ma chi vorrà contestare che , pur essendo prodotti necessari della storia , dettero poi essi stessi un nuovo indirizzo alla storia , esercitando nel mondo un grande impero materiale o morale ? Scendiamo ora da queste altezze , ove si parla di genii e di epoche storiche , e ritornando al nostro più modesto argomento , parliamo di giornalisti e di pubblici . I nomi saranno diversi ma il ragionamento non muterà . Senza dubbio , ogni pubblico , produce i giornalisti che hanno i suoi istinti , le sue tendenze , le sue doti ed i suoi difetti ; che sono , in una parola , creature sue ; ma una volta che il pubblico ha , per dir così partorito il suo giornalista , è questo che , come figlio verso i genitori , può cominciare ad avere influenza sul pubblico , a dirigerne e a modificarne le opinioni . In questo caso si può dire che la psicologia del pubblico somiglia a quella della folla . Che cosa sono i meneurs delle folle , se non prodotti incoscienti e istantanei delle folle stesse ? In una moltitudine assembrata e fremente , voi sentite ad un tratto una voce o un grido , dietro il quale corre subito , con cieca ed uniforme credulità , tutta la turba , per dare sfogo ai suoi sentimenti di odio o di amore . Di quella voce o di quel grido non è responsabile l ' uomo che li ha lanciati , ma la misteriosa anima della folla che l ' ha costretto a lanciarli . Il meneur è dunque creato dalla collettività . Ma , appena creato , egli acquista un tal potere dispotico su coloro che lo attorniano , che può condurli ove vuole , ad eccessi ed a delitti che la folla non avrebbe voluto né pensato mai di commettere . Il giornalista non è che un meneur del suo pubblico . Creato da questo , può trascinarlo al di là di dove esso stesso voleva andare . V . Se la logica , dunque , serve a qualche cosa , io credo che essa ci dia il diritto di affermare che l ' opinione pubblica è , se non del tutto creata , certo plasmata , modificata e diretta dai giornalisti . In quale misura ? Ecco il problema . Problema difficilissimo a risolvere , giacché - quantunque i fenomeni di psicologia collettiva somiglino molto , per i loro imprevisti precipitati , ai fenomeni chimici - pur tuttavia è impossibile in psicologia collettiva quel che è possibile in chimica : sapere cioè qual dose occorra delle varie sostanze per ottenere la sostanza nuova . Per uscir di metafora : come si può determinare quanta parte ebbe , nel creare una data opinione pubblica , l ' opera personale di questo o quel giornalista , e quanta parte l ' opera anonima , collettiva ed istintiva del popolo ? Si dice , per esempio * , che la statistica degli abbonamenti è un eccellente termometro - spesso consultato - che avverte i redattori di un giornale della linea di condotta da seguirsi . In questo caso è il pubblico che impone , colla sanzione economica , il suo parere ai giornalisti , non questi a quello . E c ' è in proposito l ' esempio famoso del " Figaro " , che nel 1897 dopo aver pubblicato i primi articoli di Emilio Zola in favore di Dreyfus e di chi lo difendeva , mutò bandiera per non disgustare i suoi abbonati ed i suoi lettori * . Senza ricorrere , del resto , a un fatto tanto noto , e compiuto se non altro con una franchezza che ne potrebbe essere una attenuante , ognuno di noi - per poco che abbia pratica del mondo giornalistico - conosce dei fatti analoghi ; conosce cioè dei giornali e , quel che è peggio , dei giornalisti , che hanno mutato o modificato le loro opinioni perché gli umori del pubblico , e quindi la cifra degli incassi , consigliavano loro utilmente di modificarle . Malgrado questi fatti , io inclino però a credere più frequente e più intensa l ' influenza del giornalista sul pubblico , che non quella del pubblico sul giornalista . E non solo quell ' influenza è , secondo me , più intensa , ma può essere anche moralmente più dannosa . Ed ecco il perché . Il pubblico potrà far mutare indirizzo a un giornale : noi riconosciamo che questa è una brutta cosa per il carattere e l ' indipendenza del giornale giacché è , in fondo , una forma di corruzione . Ma è una corruzione che non fa che una sola specie di vittime : le facili coscienze dei convertiti . Si tratta quindi semplicemente di una questione di morale individuale . Se , per tenerci all ' esempio citato , i lettori del " Figaro " volevano che il loro giornale difendesse lo Stato maggiore francese e ribadisse la catena del relegato dell ' Isola del Diavolo , e se il Consiglio d ' amministrazione del grande giornale parigino ha creduto suo interesse di accontentarli , peggio per quei lettori , e peggio , ripeto , per le coscienze dei giornalisti e per l ' indipendenza del giornale che a quel mutamento si sono adattati . Non c ' è altro da deplorare . L ' influenza , invece , del giornalista sul pubblico può essere moralmente e materialmente assai più dannosa , giacché il giornalista può mentire , può far credere al suo pubblico cose non vere , e quindi traviarne il giudizio ; può , insomma , commettere verso di lui molti delitti , sfruttando la sua credulità e la sua buona fede . C ' è forse il bisogno di portar degli esempi per provare quante imprese losche - finanziarie e politiche - furono gabellate per buone al pubblico dall ' arte sapiente dei giornalisti ? I Panama francese e italiano informino . Del danaro , molto danaro , moltissimo danaro , e si crea l ' opinione pubblica che si vuole . Non parliamo poi dei periodi elettorali , dove , oltre il danaro , sono in gioco mille passioni , non tutte nobili e pure . Come vi sono i candidati o i loro grandi elettori che mentiscono alla folla che ascolta i loro discorsi , e promettono cose che sanno di non poter mantenere e diffamano i loro avversarî , - così vi sono i giornalisti dell ' uno e dell ' altro campo che mentiscono al loro pubblico per trascinarlo a dare il voto a Tizio piuttosto che a Caio . Nel dover constatare questi fatti dolorosi c ' è una sola consolazione : ed è che i giornali , come gli oratori , si servono l ' un l ' altro d ' antidoto e si neutralizzano . Ma non resta men vero che il pubblico è , in moltissimi casi , come la creta molle su cui imprime la sua impronta la mano del giornalista . Gabriele Tarde colla sua abituale acutezza diceva che - quasi a contrappeso psicologico a questi delitti commessi verso il pubblico - vi sono anche i delitti commessi dal pubblico . Ed è vero . Già , quel fenomeno di peggioramento morale collettivo che io ho constatato nella folla avviene fatalmente anche nel pubblico , il quale non è che una folla diffusa . Gli individui che compongono una folla od un pubblico - presi uno per uno - sono , in generale , buone e brave persone : riuniti insieme , si direbbe che le loro qualità migliori si elidono e si nascondono per lasciare scorgere e sopravvanzare le qualità peggiori . Si svegliano , cioè , nelle collettività - siano esse statiche come una folla , o dinamiche come un pubblico - gli istinti più bassi , e delle stratificazioni del carattere salgono alla superficie le prime , le più animali e le più selvaggie . Le folle son più feroci e brutali , nella manifestazione di questi istinti , appunto perché sono organismi atavici ; i pubblici son meno brutali e feroci appunto perché sono organismi moderni e civili . Le une , nel loro parossismo d ' odio , corrono all ' assassinio ; gli altri si limitano all ' ingiuria e alla diffamazione . Le une uccidono materialmente , gli altri si limitano ad uccidere moralmente . Dobbiamo dire - per questo - che tanto le folle come i pubblici sieno incapaci di slanci nobili , generosi ed eroici ? Nemmeno per idea . Ma questi slanci sono rari , e la regola è che , nelle collettività , gli istinti buoni rimangono addormentati . Prendete , come esempio , le forme più ristrette e più comuni del pubblico : i salotti , i clubs , ecc . ; provate in una conversazione a dir bene d ' una persona : qualcuno farà eco , gli altri , se non contraddiranno , rimarranno zitti e il discorso morirà ben presto . Provate invece a dirne male : sarà un coro : ognuno avrà il suo piccolo sassolino da aggiungere alla valanga del pettegolezzo , e l ' argomento , state pur certi , non si estinguerà tanto presto . Bisogna confessarlo : la leggenda biblica è psicologicamente verissima : i frutti dell ' albero del male sono assai più saporiti di quelli dell ' albero del bene . Passiamo dai pubblici ristretti ai pubblici vasti : dal salotto al giornalismo . Nella stampa , se si vuole veramente svegliare l ' interesse e la curiosità del pubblico , occorre creargli non un oggetto d ' amore , ma un oggetto d ' odio . Piacciono , per dir il vero , anche gli idoli , e vi si bruciano incensi con grande prodigalità , ma finiscono per stancare : e d ' altronde non è sempre troppa malignità il supporre che il pubblico crei degli idoli per darsi poi il divertimento di abbatterli . Un ' osservazione che non ho intesa fare a suo tempo da alcuno e che pure mi sembra semplicissima , è che l ' affare Dreyfus ha preso un nuovo slancio ed ha maggiormente appassionato il pubblico dei due mondi quando il fratello dell ' infelice capitano accusò Esterhazy di essere l ' autore del bordereau . Egli aveva trovato l ' oggetto d ' odio da offrire in pascolo al popolo . Fino allora si combatteva per l ' innocenza di un uomo ma non si conosceva . il nome del vero colpevole : era una campagna negativa , la cui nobiltà non poteva essere sentita da tutti , ma soltanto da coloro che si appassionano idealmente per la verità e per la giustizia . Il grosso del pubblico , come le folle a teatro , vuole che i drammi finiscano non solo col trionfo dell ' innocente , ma anche colla condanna del colpevole . E la simpatia per Dreyfus aveva bisogno , per crescere , di riscaldarsi al fuoco dell ' odio contro Esterhazy . Dice benissimo il Tarde : " Scoprire o inventare un nuovo e grande oggetto di odio per l ' uso del pubblico , è ancora uno dei mezzi più sicuri per diventare uno dei re del giornalismo . In nessun paese , in nessuna epoca , l ' apologetica ha avuto tanto successo quanto la diffamazione " . Ed è questa considerazione , e nessun ' altra , che può spiegare l ' enorme successo della stampa diffamatoria , dei Drumont , dei Rochefort , e di tutte le altre tigri letterarie di Francia e di altrove . Il pubblico , quindi , è per sé stesso un po ' delinquente , giacché ha degli istinti e delle passioni basse ed impure . Nei periodi storici , durante i quali il progresso si accelera e si acutizza in forme rivoluzionarie , il pubblico può diventare delinquente davvero . Allora è facile che dalla ferocia verbale passi alla ferocia materiale e che esso voglia colpire , non soltanto a parole , i suoi oggetti d ' odio . Allora è facile che esso applauda chi propone , e spinga anzi a proporre , le leggi di proscrizione , le condanne , i massacri , le persecuzioni di qualunque genere . Senza l ' esistenza e senza le provocazioni di un certo pubblico , gli orrori della Rivoluzione francese , come del resto di tutte le rivoluzioni , non sarebbero stati possibili . Nei periodi storici normali , il carattere delittuoso di certi pubblici è diverso , si vede meno , ma non è per questo meno effettivo . Allora il pubblico , più che autore è complice di delitti ; non li commette , ma sopporta che i suoi capi li commettano , e cerca nasconderli o attenuarli in base a una speciale moralità che non è altro se non un interesse di partito . Da ciò , le congiure del silenzio su azioni non belle compiute da personalità politiche ; da ciò , i tentativi di salvataggio , quando i nodi vengono al pettine e suona l ' ora paurosa delle inchieste . Ma il tema è scabroso , e non è facile né forse bello l ' insistervi . Se vi sono dei pubblici delinquenti , vi sono anche dei pubblici pazzi o , per lo meno , incoscienti . Il pubblico è qualche volta assalito di improvviso da un eccesso di follia , senza che se ne possano spiegare le ragioni : fenomeno codesto che non trova altro paragone se non in quelle folate di vento che turbano d ' un tratto la quiete dell ' atmosfera . Il pubblico greco che or sono alcuni anni impose al suo governo la guerra colla Turchia , era in uno di questi accessi ; e forse anche il popolo italiano traversò una fase di incoscienza dopo il disastro di Adua , nel giudicare la responsabilità della guerra e nel decidere la condotta che i suoi ministri dovevano tenere . Meno gravi e meno importanti , socialmente ma psicologicamente simili , questi engoûments sono anche la caratteristica dei pubblici , non politici , ma artistici e letterari . Viene alle volte un momento in cui un letterato diventa improvvisamente di moda , e per un po ' di tempo non si parla che di lui , non si scrive che di lui ; è il re del giorno . Magari egli non ha prodotto nulla di nuovo , o l ' ultimo suo libro è inferiore ai precedenti : eppure soltanto allora sembra che il pubblico s ' accorga della sua celebrità . In tutti questi casi la psicologia dei pubblici ritorna ad assomigliare alla psicologia delle folle , dove non si sa come o perché nascano certi impulsi e scoppino certe azioni violente , o delittuose o pazzesche , che nessuna forza umana è capace di moderare . E appunto in questi casi ritorna più imperiosa la domanda : dietro ogni pubblico non ci son forse sempre dei pubblicisti che lo aizzano , come dietro ogni folla c ' è sempre una setta che ne è quasi il lievito ? Qualunque sia la risposta che si voglia dare a questa domanda - e una risposta recisa , categorica , sarebbe a mio parere impossibile - essa avrebbe , per lo scopo del nostro studio , una relativa importanza . A noi basta avere constatato che alcune volte - io direi molte volte - è il giornalista che forma l ' opinione pubblica . In questi soli casi si può tentare di proporre qualche suggerimento che serva a rendere più onesta e più utile l ' influenza del giornale , e quindi più cosciente e più vera l ' opinione pubblica . Per i casi in cui - non il giornale esercita il suo potere di suggestione sul pubblico , ma questo su quello , - io non vedo possibilità di rimedî o consigli , se non forse in una vasta e lunga opera di educazione e di istruzione popolare , che trascenderebbe i limiti del nostro lavoro . Se infatti voi credete che una qualsiasi opinione si manifesti nel pubblico , senza che vi abbia influito la voce di alcun pubblicista , per un fenomeno incomprensibile di generazione spontanea , voi potrete tutto al più studiare il modo e le forme con cui questa opinione si è manifestata , ma non potrete consigliare alcun mezzo per cercar di modificare quell ' opinione . Essa sarebbe una fatalità , contro cui è vano lottare . Ma poiché , ripeto , se si potrà discutere sulla misura dell ' influenza della stampa , non si può certo discutere sulla realtà effettiva di questa influenza , noi cercheremo se v ' è un modo di disciplinarla affinché essa adempia con maggior moralità e più coscienza al suo difficilissimo còmpito di creare la pubblica opinione . VI . È un fenomeno , in apparenza , un po ' strano che mentre lo Stato esige delle garanzie intellettuali e morali per lasciare esercitare la professione del medico , dell ' avvocato , dell ' ingegnere , dell ' impiegato , non ne esiga nessuna per esercitare quella del giornalista . Si direbbe - e perdonatemi il paradosso - che lo Stato lasci in balìa degli incompetenti le funzioni più alte e più difficili ; lascia infatti ai giurati ( che non hanno l ' obbligo di essere giuristi o psicologi ) il giudicare della vita e dell ' onore dei singoli cittadini ; lascia ai deputati ( che non hanno l ' obbligo d ' aver fatto studi di sociologia ) il giudicare degli interessi collettivi della nazione ; infine lascia ai giornalisti ( che non debbono dare nessun esame né presentare la fedina criminale pulita ) il terribile potere di formare la pubblica opinione . Con ciò - e mi preme di dichiararlo subito - io non intendo affatto di invocare delle leggi che restringano il diritto di diventar giurato , deputato o giornalista . Io non credo - o per lo meno credo assai poco - alla valutazione ufficiale delle attitudini : credo invece che - sopratutto nel campo intellettuale - imperi la legge di selezione e di sopravvivenza dei più adatti . Lo Stato può distribuire lauree e diplomi : chi , pur avendoli ottenuti , non ne è degno , muore ugualmente di fame o trascina una oscura e faticosa esistenza . Tutto ciò che ha il bollo governativo - laurea , esame , concorso - non è in fondo che un mezzo per la diffusione di quella crisi di mediocrità che si va determinando oggi fra i notabili della borghesia . Parmi però che se sarebbe del tutto inutile - oltre che ridicolo - l ' esigere per il giornalista un diploma , non sarebbe affatto inutile esigere per il giornalista stesso una garanzia della sua moralità e della sua intelligenza . Il diploma è una responsabilità indiretta che si assume lo Stato e che , in pratica , non esiste : l ' obbligo di firmare gli articoli sarebbe - se io non mi illudo - una responsabilità personale e diretta , che avrebbe in pratica une grande e benefica efficacia . Tutti sappiamo il feticismo che il popolo ha per ciò che è stampato : gran parte di coloro che leggono un giornale credono a quello che leggono con fede cieca , lo reputano possibile e probabile , lo ripetono , lo raccontano , lo ampliano , lo svisano . Di ogni notizia stampata si può dire quel che si dice della calunnia : anche se non v ' è nulla di vero , ne resterà sempre qualche cosa . Orbene , a me pare che non bisognerebbe approfittare troppo di questa inconscia credulità del pubblico e che il più elementare sentimento di lealtà dovrebbe consigliare a mettere un nome - ossia una persona che ne risponda - in fondo a ogni articolo . Così il lettore avrebbe , in quel nome , una garanzia , o per lo meno un indice per prestare maggiore o minore fede a quello che legge . Quand ' io vedo sui giornali certi attacchi violenti contro questa o quella persona , contro una società , contro una istituzione , e non trovo in calce all ' articolo un nome , mi vien fatto di pensare - per associazione di idee - a una lettera anonima . Lo so : si può obbiettare che c ' è l ' organismo giornale , il quale risponde di quello che è stampato nelle sue colonne . Ma a che si riduce questa responsabilità ? Nel maggior numero dei casi il processo non si vuol fare o non si può fare perché mancano nell ' articolo gli estremi del reato ; ed è giusto , allora , che si getti la lode o il discredito senza che si sappia chi è colui che loda o diffama ? Nei casi in cui il processo si fa , vi è la magra consolazione e l ' inutilissima sanzione , di veder condannare il gerente che non ha mai nessuna colpa , o il direttore che può non averla , o - ipotesi rarissima - l ' autore dell ' articolo anonimo , se egli sentirà il bisogno di rivelarsi all ' ultima ora , mentre avrebbe dovuto , per lealtà , mostrarsi prima . Ma , si dice , resterebbe ad ogni modo la responsabilità finanziaria dell ' amministrazione del giornale . Prescindendo dal discutere quanto sia effettiva questa responsabilità , io domando : è giusto ed è civile il ridurre a una responsabilità collettiva , anonima e soltanto finanziaria , i delitti che per mezzo della stampa si possono commettere ? Non sarebbe questo un risuscitare l ' epoca longobarda in cui anche gli omicidii si scontavano soltanto in danaro , o , peggio ancora , l ' epoca barbara , in cui rispondeva di un delitto non solo colui che lo aveva commesso , ma tutta la sua famiglia , tutto il suo clan ? Intendiamoci bene : io credo doveroso che l ' amministrazione di un giornale risponda dinanzi alla legge civile di tutto ciò che nel giornale si pubblica : ma non credo che questa responsabilità sia sufficiente , e non credo equo che il pietoso velo di un ' anonima collettività copra la non bella figura dell ' uomo che ha scritte cose degne d ' esser condannate o anche soltanto di essere biasimate . La gogna è , tra le pene più antiche , quella che trasformata civilmente , sembra ancora a me la più giusta . Si sappia pubblicamente da tutti il nome di colui che per vendetta , per invidia , o per altri più bassi motivi ha gettato il discredito su una persona o ha ingannato e traviato i suoi lettori . Questo è , secondo la mia coscienza , il criterio con cui parmi si debba intendere la responsabilità . Senonché i fautori dell ' articolo anonimo hanno degli altri argomenti in favore della loro tesi . L ' articolo anonimo , essi dicono , ha più efficacia sul pubblico , giacché rispecchia non l ' opinione singola d ' uno scrittore , ma quella d ' un partito , e giacché permette al giornale di mantenere unità di indirizzo . Ha più efficacia sul pubblico ? Forse . Ma che genere d ' efficacia ? Io penso che l ' articolo firmato si possa paragonare alla voce d ' un oratore , e l ' articolo anonimo ad uno di quei gridi ignoti che escono spesso dalla folla . Io non nego che questo grido possa suggestionare la moltitudine più di quel che possa persuadere il suo uditorio la parola di un oratore : ma qual è la suggestione più cosciente e più onesta ? Del resto si può affermare , tanto per fare una frase , che l ' articolo anonimo rispecchia , non l ' opinione d ' una persona , bensì quella d ' un intero partito : in realtà l ' articolo è sempre scritto da una sola persona o per lo meno sulla falsariga delle idee suggerite da una sola persona , e quindi il voler far credere che è un ' opera collettiva ... come i poemi d ' Omero , è una finzione . Nessuno più di me riconosce , e l ' ho già detto , che il vero giornalista è , come in un altro campo il vero artista , un uomo che intende , riassume in sé ed esprime bisogni , desiderii e pensieri che giacciono confusi e diffusi nella psiche collettiva ; ma se egli ha questa dote felice di rendersi interprete del sentimento di molti , perché nascondere il suo nome ? Anzitutto egli potrebbe sbagliarsi , e in tal caso è bene si sappia che l ' opinione o il giudizio espresso son l ' opinione ed il giudizio di un solo e non di molti ; in secondo luogo , se egli veramente dice quello che molti pensano , dov ' è il danno che produrrebbe la sua firma ? I giornali possono molto , ma possono molto anche i libri nella formazione e nella trasformazione delle idee e dei sentimenti . E i libri , specialmente i libri che hanno rifatto la gente , non sono anonimi . Quanto al mantenere unità di indirizzo al giornale , riconosco che il sistema di scrivere senza firmare è ... il sistema ideale . Siccome nessuno sa chi è colui che scrive , nessuno può rimproverare a Tizio o a Caio di scrivere oggi in un giornale il contrario di quello che scriveva ieri in un altro . Io invece desidero che gli articoli sian firmati appunto per evitare smistamenti di persone che , lavorando anonimamente , possono , senza cadere in discredito , uniformarsi all ' indirizzo di un giornale che , magari , poco prima , in un altro giornale avevano combattuto . E d ' altra parte , pur riconoscendo che si può onestamente mutare le proprie opinioni , vorrei che queste naturali modificazioni del pensiero politico dei singoli giornalisti fossero compiute alla luce del sole e colla franca lealtà di chi non si vergogna d ' aver cambiato parere . L ' articolo anonimo è una specialità del giornale politico quotidiano : le riviste scientifiche o letterarie , salvo casi rarissimi , portano tutti articoli firmati . Eppure , o appunto , l ' opinione pubblica formata dalle riviste , su una qualsiasi questione tecnica , scientifica o letteraria , è sempre più equa , più misurata , più cosciente dell ' opinione pubblica politica formata dai giornali quotidiani . Perché ? Le ragioni sono evidenti . Anzitutto perché gli scrittori delle riviste sono ritenuti più onesti degli scrittori dei giornali , nel senso che si crede e si sa che essi sostengono sempre la loro opinione sincera , non quella che in un dato momento potrebbe piacere al pubblico , e tanto meno quella che potrebbe essere loro imposta , e magari pagata , da chi avesse interesse a vederla trionfare . In secondo luogo , perché gli scrittori delle riviste sono intellettualmente migliori , cioè più competenti nel soggetto che trattano , e non fanno l ' articolo ( come i giornalisti ) su qualsiasi argomento , ad essi magari ignoto un ' ora prima . Orbene , questa superiorità morale e intellettuale che hanno incontestabilmente le riviste sui giornali quotidiani è , in fondo , dovuta al fatto che nelle riviste gli articoli sono firmati . Esigete la firma anche per gli articoli dei giornali quotidiani , e gli articoli saranno migliorati moralmente e intellettualmente . VII . Arrivato alla fine del mio saggio , sento e prevedo io stesso due critiche . Si dirà , in primo luogo , che se la stampa ha molta importanza nella formazione dell ' opinione pubblica , non ne è però la causa unica : si dirà , in secondo luogo , che il limitarsi ad esigere che gli articoli sian firmati , dato che sia un rimedio , è un rimedio meschino di fronte al male che il giornalismo può fare . Accetto in parte la prima critica , ma rispondo con le seguenti parole di Max Nordau : " L ' uomo di Stato che or sono circa 60 anni diceva che " la stampa è il quarto potere " credeva di dire un paradosso ; inconsciamente pronunziava una profezia . La stampa , senza volerlo , senza saperlo quasi , entra in concorrenza vitale coi poteri costituiti . Essa tende ad impadronirsi dei diritti del Governo , del Parlamento e dell ' Accademia . Naturalmente questi corpi si difendono . Essi odiano la stampa perché sentono in lei la loro erede un poco impaziente . Ma il loro odio sarà impotente . Le stampa sarà la più forte . Poiché essa è la figlia delle condizioni nuove della vita civile , mentre gli altri poteri sono stati creati da una civiltà che non conosceva ancora né ferrovie , né telegrafo , né telefono , né istruzione obbligatoria e universale . La base sociologica di tutte le istituzioni di una democrazia è l ' opinione pubblica , vale a dire il sentimento e la volontà della maggioranza del popolo . Tutto il meccanismo del parlamentarismo : agitazioni elettorali , elezioni , Camera , regolamento delle sedute , discussioni , votazioni , non sono che la messa in opera dell ' opinione pubblica . Ma quanto pesante e fuor di moda è questa macchina ! E quanto elegante , mobile , efficace , al contrario , quella della stampa ! Come incarnazione del suffragio universale , essa è infinitamente più adattata alle invenzioni moderne che il parlamentarismo ! " . È dunque perdonabile se , in questo primo abbozzo d ' uno studio sull ' opinione pubblica , ci siamo fermati a considerare l ' influenza della stampa che è , nello stesso tempo , dell ' opinione pubblica la causa e l ' espressione più profonda e più vera . Alla seconda critica rispondo che , se vi saranno senza dubbio molte riforme più radicali per correggere i difetti e quindi la influenza della stampa periodica , codeste riforme sarebbero per le leggi che governano la stampa , non per gli uomini che la incarnano e la rappresentano , ed io penso modestamente che occorra , oggi sopratutto , mutar piuttosto gli uomini che non le leggi . Le leggi , anche ottime , sono inutili , se non dannose , quando son mediocri o cattivi gli uomini che le applicano . E se anche si potesse , senza ledere i prìncipi di libertà , escogitare un ' ottima legge sulla stampa , essa rimarrebbe inefficace se i pubblicisti non avessero maggiore coscienza e non sentissero maggiore responsabilità della loro missione . Ora , a sviluppare questa coscienza e a far sentire questa responsabilità , io non so spinta maggiore di quella che verrebbe dall ' esigere che il pubblicista mettesse sempre il suo nome a fianco delle sue parole . A poco a poco si eleverebbe - per eliminazione degli indegni e dei mediocri - il livello morale e intellettuale della stampa periodica , e si darebbe la meritata influenza sul pubblico a quella élite della intelligenza che è ancora la sola forma di aristocrazia che possa avere dei diritti sul popolo . Giacché , se è vero che per giudicare della bontà di un ' idea basta contare i voti dei posteri , è vero altresì che occorre pesare quelli dei contemporanei . E per quanto si voglia , e si debba , abbassare e diminuire l ' efficacia dei singoli individui sull ' ambiente che li circonda e attribuire tutto l ' onore del progresso umano alle collettività , bisogna riconoscere che l ' uomo ha ancora un potere di suggestione personale , e che sarebbe dannoso il volerglielo togliere coll ' esigere che egli si nascondesse sempre sotto l ' anonimo . Per comprendere quel che possa - più che l ' idea , il nome di colui che la sostiene e la divulga - basta pensare al famoso Io accuso ! di Emilio Zola . La straordinaria forza di suggestione di quell ' atto superbamente bello , non stava tanto nel sentimento e nel pensiero , quanto nell ' uomo che lo manifestava : e il bene immenso che ha fatto quella lettera alla causa della giustizia e della umanità , capovolgendo un ' opinione pubblica iniqua , dipendeva non dal contenuto della lettera , ma dalla firma . CAPITOLO QUINTO Il Parlamento e la psicologia collettiva " Les Parlements ressemblent à ces ruines que l ' on foule aux pieds , mais qui rappellent toujours l ' idée de quelque temple fameux pour l ' ancienne religion des peuples " . MONTESQUIEU , Lettres Persanes Lettre 92 - Usbeck à Rustan . Io non so se , come molti sperano e alcuni credono , sia vicina l ' ora in cui il sistema parlamentare dovrà trasformarsi o morire . Certo so che non poche accuse vengon lanciate contro di esso da uomini politici e da pensatori , e che la grande massa del pubblico non gli risparmia critiche acerbe e talvolta uno sdegnoso disprezzo . Parmi però che nella severa requisitoria siasi dimenticata l ' accusa più grave . Finora si è combattuto il parlamentarismo soprattutto nelle persone : i deputati - si è detto - non sono , salvo rare eccezioni , i migliori della nazione , sono spesso anzi gente mediocre ; conquistano il seggio , fanno i proprî interessi non quelli degli elettori , o fanno gl ' interessi di questi solo in riguardo al vantaggio personale che ne possono trarre ; manca od è debole la disciplina di partito ove sarebbe necessaria , e la si ritrova invece sotto la forma losca di camorra o sotto la forma ridicola di puntiglio nelle questioni in cui le grandi idee politiche non entrano e gli estremi settori della Camera potrebbero andar d ' accordo senza offendere la logica e l ' integrità del carattere ; il regionalismo e il campanilismo , queste due manifestazioni di meschino e miope egoismo collettivo , dominano e spadroneggiano insieme all ' egoismo individuale , portando l ' immoralità dentro e fuori del Parlamento , e facendo del deputato , che dovrebb ' essere un legislatore conscio del suo altissimo ufficio , un uomo che rende molti favori nella speranza che a lui si ricambino con un solo : eleggerlo nuovamente . E tutto ciò senza accennare al più brutto e pur troppo forse al non meno diffuso fra i vermi che rodono il sistema parlamentare : la compera dei voti nelle elezioni . Nessuno ha creduto , ch ' io mi sappia , di combattere il Parlamento , anziché nelle persone che lo costituiscono , nella sua essenza di organismo collettivo . Nessuno cioè si è posto questo problema : dato anche , per un ' ipotesi inverosimile , che tutti i singoli membri che lo compongono fossero moralmente e intellettualmente gli ottimi della nazione , potrebbe il Parlamento dare ottimi risultati ? In altre parole : nel solo fatto d ' essere una riunione di molti , non è insita la ragione di quasi tutti i suoi difetti ? A questa domanda noi tenteremo di rispondere . I . È un ' idea volgare , - che un ottimista potrebbe attribuire alla modestia umana , e un pessimista al desiderio di non assumere responsabilità , - il credere che più persone sappiano decidere meglio che una persona sola una qualunque questione . Quattro occhi vedono più di due , - dice un proverbio , che è senza dubbio vero in molti casi ma è anche senza dubbio falso in molti altri , come accade in genere di tutti i proverbi , nati dall ' esperienza raccolta su alcuni fatti , e non applicabili perciò a tutti . E allargando il principio contenuto in quel proverbio , che pareva di evidenza assiomatica , si è venuti man mano in ogni ramo della vita civile costituendo la regola che le decisioni importanti dovessero essere prese da un collegio di individui anziché da un solo individuo . La magistratura giudicante , popolare o togata , fu collegiale ; i problemi che riguardano argomenti di arte , di scienza , d ' industria , d ' amministrazione , furono sottoposti al giudizio di Consigli o di Commissioni ; e anche le leggi , che sono i più gravi problemi dei popoli , dovettero sottoporsi al Parlamento , ossia al voto di molte persone . Si credeva con ciò di ovviare ai pericoli che presenta , così dal lato morale come da quello intellettuale , il sistema di lasciar arbitro un solo . Sommando più intelligenze , - dicevasi , - si avrà un risultato migliore di quello che darebbe una intelligenza unica , e unendo più persone , esse si controlleranno a vicenda , evitando così le ingiustizie , altrimenti assai facili . Il ragionamento , - bisogna confessarlo , - era semplice , e in apparenza d ' una logica ferrea . Ma era vero poi nella pratica ? A me pare di no . Anzitutto , per ragioni che chiamerò estrinseche e che ha egregiamente accennate Aristide Gabelli . " Si dice - egli scriveva - che le Giunte , le Commissioni , i Consigli , in una parola i molti che esercitano il potere insieme , sono una guarentigia contro gli abusi . Sarà anche vero . Ma prima bisogna vedere se sono di aiuto all ' uso . Il fine per cui i poteri si dànno , è infatti questo , che si adoperino . Quando le guarentigie contro gli abusi son tali che ne impediscono l ' uso , diventa inutile ancora il darle . Ora i molti sono appunto una guarentigia di questo genere , per le partigianerie e le discordie che generano fra loro gli interessi , le opinioni e gli umori contrarii ; perché , in mancanza di questi , uno viene , uno non viene , uno è ammalato , un altro è in viaggio , e di frequente tutto dev ' esser rimandato con perdita inestimabile di tempo e spesso di opportunità e di efficacia ; perché , se è difficile di trovare in tutti l ' ingegno , assai più difficile è trovare la risoluzione e la fermezza ; perché , non essendovi responsabilità personale , chi può cerca di schermirsi ; perché chi ha il potere e non l ' esercita , non è che un impedimento a chi dovrebbe esercitarlo ; perché infine , senza ripetere ragioni che tutti sanno , le forze degli uomini uniti si elidono e non si sommano . Ciò è tanto vero , che moltissime volte vien fuori una cosa mediocre da un consesso di tal natura che ognuno di quelli che lo compongono sarebbe stato in grado di farla meglio da solo . Gli uomini , diceva Galileo , non sono come cavalli attaccati a un carro che tutti tirano ; ma come cavalli sciolti che corrono e uno dei quali guadagna il pallio " * . Quest ' ultima idea che il Gabelli enuncia soltanto di sfuggita è , secondo me , la più importante e la più profonda . Sta bene il dire : più intelligenze sommate insieme daranno un risultato migliore di quello che darebbe un ' unica intelligenza , ma possiamo noi in sociologia applicare questi criteri puramente ed esclusivamente matematici ? Io non lo credo . " Que de fois j ' ai constaté - scriveva l ' infelice Guy de Maupassant , - que l ' intelligence s ' agrandit et s ' élève dès qu ' on vit seul , qu ' elle s ' amoindrit et s ' abaisse dès qu ' on se mêle de nouveau aux autres hommes ! Les contacts , tout ce qu ' on est forcé d ' ecouter , d ' entendre et de répondre , agissent sur la pensée . Un flux et reflux d ' idées va de tête en tête , et un niveau s ' établit , une moyenne d ' intelligence pour toute agglomération nombreuse d ' individus . Les qualités d ' initiative intellectuelle , de réflexion sage et même de pénétration de tout homme isolé , disparaissent dès que cet homme est mêlé à un grand nombre d ' autres hommes " * . Il Maupassant non faceva che parafrasare due versi di Lamartine : " Il faut se séparer , pour penser , de la fouleEt s ' y confondre pour agir " . La psiche umana , infatti , non è una cifra che possa andar soggetta alle leggi semplici ed elementari della scienza dei numeri ; è piuttosto una strana entità che si governa colle complicatissime leggi della chimica e che nell ' associarsi con altre entità simili dà luogo a quei fenomeni sempre sorprendenti , spesso inspiegabili , che si chiamano combinazioni e fermentazioni . È perciò che il risultato dato da una riunione di uomini non è mai una somma , ma è sempre un prodotto , è un quid ignoto che si sprigiona - quasi improvvisa scintilla psicologica - dai diversi elementi psichici individuali che si incontrano e si urtano . A chi volesse sapere il perché di questo fenomeno - certo da tutti osservato , - a chi volesse conoscere la ragione per la quale , come dice sinteticamente il Gabelli , le forze degli uomini riuniti s ' elidono e non si sommano , noi non potremmo risponder meglio che citando una pagina di Max Nordau , il forte ed acuto scienziato che ha il torto di voler diventare di quando in quando un romanziere mediocre . - " Riunite venti o trenta Goethe , Kant , Helmholz , Shakespeare , Newton , ecc .. , - egli scrive , - e sottomettete al loro giudizio una qualsiasi questione pratica del momento . I loro discorsi saranno forse diversi da quelli che potrebbe pronunziare un ' assemblea di gente comune ( benché io non vorrei rispondere nemmeno di questo ) , ma quanto alle loro decisioni io sono certo ch ' esse non differirebbero in nulla da quelle di un ' assemblea qualunque . E perché ciò ? Perché ciascuno dei venti o trenta eletti , oltre alla propria originalità che fa di lui un individuo eccellente , possiede anche il patrimonio delle qualità ereditate dalla specie , che lo rendono simile non solo al suo vicino nell ' assemblea , ma anche a tutti gli individui sconosciuti che passano per la strada . Si può dire che tutti gli uomini allo stato normale posseggono certe qualità che costituiscono un valore comune , identico , - supponiamo eguale a x , - valore che è aumentato negli individui superiori da un altro valore , per ognuno differente , e che per ciò deve esser indicato in modo diverso per ciascuno di essi : sia , per esempio , eguale a b , c , d , ecc . Ciò ammesso , ne segue che in un ' assemblea di 20 uomini , tutti genii di primo ordine , si avranno 20 x , e soltanto 1 b , 1 c , 1 d , ecc . , e necessariamente le 20 x , vinceranno le b , c , d , isolate ; vale a dire l ' essenza generale umana vincerà la personalità individuale , e il berretto dell ' operaio coprirà completamente il cappello del medico , del pensatore e del filosofo " * . Queste parole , che a me paiono un assioma piuttosto che una dimostrazione , vengono confermate , per chi dubitasse della loro esattezza , da una lunga serie di fatti . A che si devono , se non al fenomeno così acutamente spiegato dal Nordau , i frequentissimi verdetti assurdi dei giurati ? Io ho visto assolvere tre giovani che s ' erano , essi stessi , confessati colpevoli d ' aver fatto subire a una povera ragazza gli ultimi oltraggi e di averla in seguito martirizzata in un modo osceno . Credete voi che i giurati , presi ognuno separatamente , avrebbero assolto quei tre miserabili ? Io mi permetto di dubitarlo . Raffaele Garofalo ricorda un esperimento da lui fatto sopra un collegio di sei distinti medici , i quali , pregati di dare un giudizio su un uomo accusato di furto , lo dichiararono innocente malgrado le prove evidenti di colpabilità , e riconobbero più tardi d ' essersi sbagliati . In questi casi , - e negli infiniti altri che si potrebbero citare , - è appunto il semplice fatto d ' essere in alcuni invece che soli , la causa del verdetto spropositato . L ' unione di più intelligenze diminuisce , anziché accrescere , il valore intellettuale della decisione da prendersi ; e come nell ' assemblea di genii sognata da Nordau è probabile che il risultato sia quale potrebbe darlo il cervello d ' un uomo mediocre , così in questi giurì di uomini di buon senso è facile ottenere un verdetto che scenda non solo al disotto del buon senso , ma anche al disotto del senso comune . L ' identico fenomeno si verifica , - e naturalmente dovuto alle identiche cause , - in seno alle troppe Commissioni artistiche , scientifiche , industriali , che sono una delle piaghe più dolorose del nostro sistema amministrativo . Accade spesso che le loro decisioni sorprendano il pubblico per la loro stranezza . Come è possibile , - si dice - che degli uomini come quelli che facevan parte della Commissione abbiano potuto emettere un giudizio così illogico , così falso ? Come è possibile che dieci o venti artisti , dieci o venti scienziati , diano un verdetto che non è conforme né ai principi dell ' arte né a quelli della scienza ? L ' autore delle " Menzogne convenzionali " risponderebbe che anche qui ... il berretto dell ' operaio copre il cappello del professore . Melchior de Vogüé , colla sua abituale acutezza , diceva un giorno , a proposito d ' uno degli ultimi ministeri francesi : - " Ces ministres , dont je plaisais à constater plus haut la valeur individuelle , ces hommes qui , pour la plupart , montrent dans leurs départemens respectifs d ' éminentes qualités d ' administration , il semble qu ' une paralysie foudroyante les frappe quand ils se trouvent réunis autour de la table du Conseil ou au pied de la tribune , devant une résolution collective à prendre " . Orbene , nei Parlamenti perché non dovrà accadere la stessa cosa ? Il ragionamento del Nordau vale anche se al posto della cifra 20 si mette quella di 100 o di 500 . Anzi l ' aumento del numero non fa che esagerare e rendere più acuto il fenomeno . Lord Chesterfield , in una lettera a suo figlio , constatava questa fatale eliminazione delle qualità migliori dell ' intelligenza in ogni numerosa riunione di uomini . " Dopo di me , - egli scriveva , - prese la parola lord Macclefield che ebbe una grandissima parte nella preparazione del bill e che è uno dei più grandi matematici e astronomi dell ' Inghilterra , e parlò con una conoscenza profonda della questione e una grande chiarezza . Ma , malgrado ciò , la preferenza fu data a me , molto ingiustamente , lo confesso " . Indi aggiunge : " Sarà sempre così . Ogni assemblea è una folla ; qualunque sieno le individualità che la compongono , non bisogna mai pretendere da essa il linguaggio della ragione : una collettività d ' individui non possiede la facoltà di comprendere ... " . L ' esperienza popolare , del resto , aveva già intuito quello che il filosofo tedesco ha dimostrato recentemente e che lord Chesterfield osservava fin dal 1751 . Un vecchio proverbio dice : senatores boni viri , senatus autem mala bestia : e il pubblico oggi ribadisce questo dettato , quando a proposito di certi gruppi sociali afferma che , presi separatamente , gli individui che li compongono sono galantuomini , messi insieme sono birbanti . Enrico Ferri aveva quindi ragione di scrivere che " la riunione di persone capaci non è arra sicura della capacità complessiva e definitiva : dalla riunione di persone di buon senso si può ottenere un ' assemblea che manchi del senso comune , come nella chimica dalla riunione di due gaz si può avere un corpo liquido " * . È doloroso ma è vero : contro le leggi della logica matematica , l ' essere in molti , anche intelligentissimi , non può che condurre a un risultato intellettualmente mediocre . II . Ma dunque , - dirà a questo punto il lettore il quale essendo , secondo Aristotele , un animale politico , vedrà subito le gravissime conseguenze politiche che possono derivare dalle nostre osservazioni , - ma dunque , se voi condannate a priori le decisioni prese da più persone , volete il ritorno alla tirannia personale dispotica , senza sindacato alcuno e senza alcuna garanzia ? Volete far vostra la frase del Casti : meglio fra gli artigli di un leone che fra le unghie di cento topi ? Io non dico questo perché la conclusione sarebbe esagerata e troppo assoluta : io mi limito a criticare quelli che credo difetti del sistema attuale . Questo sistema è nato appunto , - da una parte per la ragione accennata più sopra , che in più ci si vede meglio che in uno , - e dall ' altra parte per reagire al pericoloso vecchio sistema tirannico dell ' arbitrio supremo d ' un solo . Due vizî erano contenuti nelle tirannie antiche : essere ereditarie ed essere individuali . Il primo era senza dubbio più grave del secondo , - e il mezzo migliore ma quasi impossibile per correggerlo , sarebbe stato di attuare il sogno di Carlyle facendo despoti i geni anziché i figli del despota precedente . Si è voluto invece correggere entrambi quei vizî e sopratutto il secondo e si è dato il potere al popolo . Alla tirannia di uno si è sostituita quella di moltissimi ; il pregiudizio del diritto divino dei re , - direbbe Spencer , - è stato sostituito dal pregiudizio del diritto divino dei Parlamenti . Un tempo si era sovrani per nascita , oggi lo si è per numero . L ' aritmetica ha detronizzato l ' eredità . Veramente ci sono ancora alcuni solitarii spiriti aristocratici i quali non sanno vedere la ragione di questo scettro gettato forse imprudentemente alla massa . O perché il voto di 100 calzolai dovrà valere quanto il voto di 100 uomini colti ? - " J ' aime mieux faire ma cour à M . Guizot qu ' à mon portier " , - diceva il Beyle , riassumendo così con la sua rovente ironia l ' apparente paradosso che , mettendo l ' origine del potere in basso , sembra asservire l ' intelligenza al numero . Ed è nota l ' orgogliosa boutade di quell ' oratore che sentendosi applaudir dalla folla esclamò interrompendosi : " Mi applaudono ? ho dunque detto una sciocchezza ? " . Insieme a lui sono molti gli ingegni che , sdegnando l ' opinione del pubblico , fanno proprii i versi superbi del poeta : " Rien ne me plaît , hors ce qui peut déplaireAu jugement du rude populaire " . Ma hanno veramente ragione queste anime sdegnose e sono esse veramente sincere ? Il filisteo tanto disprezzato non è forse il fertile campo su cui esse lavorano , la condizione necessaria della loro stessa esistenza , perché è a lui ch ' esse debbono la palma del trionfo e la consacrazione della gloria ? S ' io non erro , in fondo a questa teoria come in fondo alla teoria di chi sostiene il diritto assoluto della maggioranza , si cela un equivoco . Entrambi , aristocratici e democratici ( chiamiamoli così per brevità ) , hanno in parte ragione e in parte torto . Hanno ragione i secondi se fanno giudice supremo la maggioranza soltanto nel tempo ; hanno ragione i primi se i secondi voglion far giudice la maggioranza . non solo nel tempo , ma anche in ogni dato e attuale momento storico . E mi spiego . Tutto ciò che esiste e che è opera dell ' uomo , - dagli oggetti materiali alle idee , - non è che l ' imitazione o la ripetizione più o meno modificata di un ' idea già inventata da un ' individualità superiore . Come tutte le parole del nostro vocabolario , oggi molto comuni , erano una volta neologismi , così tutto ciò che oggi è comune , era una volta unico e originale . L ' originalità , - fu detto molto spiritosamente , - non è altro che la première della volgarità . Se questa originalità non ha in sé stessa le condizioni di vita , gli imitatori mancano ed essa muore nell ' oblio , come ricade nel nulla una commedia fischiata alla sua prima rappresentazione : al contrario se essa ha in sé un sol germe di utile , un ' anima di verità , gli imitatori aumentano all ' infinito come le rappresentazioni d ' un dramma vitale . Il fondo delle idee che noi disprezziamo oggi come troppo volgari perché corrono su tutte le bocche , è dunque formato dalle intuizioni , - un tempo miracolose , oggi invecchiate , - dei filosofi dell ' antichità , e i luoghi comuni dei discorsi più ordinari hanno cominciato la loro carriera come scintille brillanti d ' originalità . Ciò che non era degno di vivere è morto , e ciò che oggi forma la sapienza e la coscienza della gran massa del pubblico è quanto di meglio i genii hanno inventato nei secoli . È quindi giusto il dire che nel tempo l ' unico giudice d ' ogni idea è la maggioranza . Essa sola col suo lento e tardo verdetto dà la sanzione suprema a quello che i grandi uomini hanno creato o trovato . Ma se da questo punto di vista , che chiamerò dinamico , è necessario il riconoscere nella maggioranza il diritto di giudicare , possiamo noi riconoscere egualmente questo diritto dal punto di vista statico ? In altre parole , la maggioranza che è in grado di giudicare , ed è anzi l ' unico giudice , di un ' idea di cento o di mille anni fa , - è anche in grado di giudicare l ' idea di un pensatore contemporaneo ? Soppressa la distanza nel tempo , in questo fenomeno collettivo del pensiero , possiamo noi dire che le altre condizioni rimangano eguali ? Evidentemente la risposta non può che essere negativa . Coloro stessi che si inchinano al parere dato dalla maggioranza su una questione attuale , non possono disconoscere che questo parere è spesso o per lo meno alcune volte sbagliato , mentre necessariamente tutti si inchinano al parere dato dalla maggioranza , - e in essa formatasi per lenta evoluzione , - su un ' idea che sorse molti secoli addietro . Il numero , insomma , è supremo giudice dal punto di vista dinamico : non lo è dal punto di vista statico . E per esprimermi con una frase , forse in parte inesatta , ma che ad ogni modo intesa in senso relativo scolpisce il mio pensiero , dirò che , se per giudicare di un ' idea basta contare i voti dei posteri , occorre pesare quelli dei contemporanei * . Sostenere che i più , in un dato momento storico , hanno sempre ragione , e i meno hanno sempre torto , è constatare un fatto politicamente innegabile ( e fatalmente necessario ) ma non giusto . Le minoranze invece , nel mondo come nei Parlamenti , sono sempre state la gloria di ogni paese . A priori quindi , il diritto della maggioranza , applicato com ' è alla nostra vita politica , pare urti contro la logica , giacché l ' opinione dei più non è in tutti i casi l ' opinione migliore ; urta specialmente quando si consideri che questo diritto della maggioranza si esplica col mezzo dei Parlamenti , cioè di numerose riunioni di uomini , le quali , - come noi tentammo dimostrare più indietro , - abbassano sempre , per legge fatale di psicologia collettiva , il valore intellettuale della decisione da prendersi . E non solo si abbassa necessariamente il valore dei risultati , ma questi possono dipendere da cause improvvise , inaspettate e sproporzionate all ' effetto che producono . Una parola , un gesto , un atto qualsiasi , mutano repentinamente le tendenze di un ' assemblea come di una folla ; il contagio fulmineo di un ' emozione cambia in un momento il parere di tutti , come una folata di vento che curvi tutte da un lato le cime di un campo di biade ; e quindi , oltre all ' abbassamento del livello intellettuale , un ' assemblea può andar soggetta ad un istantaneo traviamento intellettuale : dare cioè dei risultati non soltanto di valore minore di quello che darebbe ognuno dei suoi membri , ma altresì di valore totalmente diverso . Ciò accade in ogni riunione di uomini : accade tanto più nei Parlamenti , i quali , pel modo come sono formati e per il modo come decidono , rappresentano e riuniscono due fasi di psicologia collettiva le quali si sovrappongono , o , per usare un ' espressione chimicamente più esatta , si combinano . Infatti , non solo le votazioni dei deputati , ma anche le elezioni dei deputati sono dovute al giuoco d ' azzardo della psicologia collettiva . Quali sono i coefficienti più importanti che concorrono all ' elezione di un deputato , tralasciando la compera dei voti sulla quale è inutile insistere , giacché per se stessa mostra il suo danno ? Sono i discorsi e i giornali . Orbene , questi due mezzi di persuasione , o , - dirò meglio , - di suggestione sul pubblico , sono i più forti e nello stesso tempo i meno sicuri : quelli cioè che possono dare l ' esito più impreveduto e più illogico , appunto perché agiscono ( e sopratutto il primo ) approfittando delle sorprese della psicologia collettiva . Senonché , a chiarir bene il mio concetto , qui ho bisogno di chiedere al lettore ch ' egli mi segua in una breve parentesi su quel fenomeno facilmente osservabile ma poco osservato , che è la fisiologia del successo . III . Nel campo intellettuale , la figura che si eleva ha , secondo il genere di arte o di scienza cui s ' è dedicata , diversa celerità nell ' arrivare alla notorietà e alla fama . Prescindendo anche qui dalla réclame che si compera , noi possiam dire che la suggestione sulla massa , e quindi il successo può essere lento o immediato , e generalmente è lento se la suggestione si esercita in modo diffuso , ossia su un individuo alla volta , immediato se si esercita in modo intenso , ossia su una folla di individui insieme . Un libro , per esempio , non è mai giudicato come un dramma ; quello è letto dai singoli studiosi che nella quiete solitaria della loro stanza possono spontaneamente formarsi un ' opinione sincera ; - questo è ascoltato dagli spettatori riuniti , i quali si suggestionano incoscientemente a vicenda , e formano tutti insieme un mostro a mille teste che par voglia intimare al povero autore questo dilemma terribile : divertimi o ti divoro ! Le condizioni del giudizio sono evidentemente diverse . Qual ' è la migliore ? Prima di rispondere , facciamo un ' altra domanda . Avete mai sottoposto ad una analisi di chimica psicologica quelli scoppi infrenabili di entusiasmo che , in un teatro o in una sala , coprono talvolta sotto un uragano di applausi la fine di una scena drammatica o le ultime parole di un discorso eloquente ? In quel momento , il pubblico crede d ' essere giusto e sincero , perché egli prova veramente l ' emozione che manifesta ; ma è proprio tutto merito del dramma o dell ' oratore se gli spettatori sono giunti a quel grado di approvazione frenetica , o non c ' è forse invece qualche altra droga che ha contribuito a far spumeggiare questo inebriante vino dell ' entusiasmo ? Nessuno ignora la legge psicologica , di indiscutibile verità , che l ' intensità di una emozione cresce in proporzione diretta del numero delle persone che risentono quell ' emozione nello stesso luogo e contemporaneamente . Alfredo Espinas nel suo volume Des Sociétés animales , ha dato la prova matematica di questo fenomeno : - " Supponiamo , - egli scrive , - che l ' emozione risentita da un dato oratore quando si presenta al pubblico possa essere rappresentata dalla cifra 10 , e che alle prime parole , ai primi lampi della sua eloquenza , egli ne comunichi almeno la metà ai suoi uditori che saranno , - supponiamo ancora , - 300 . Ognuno reagirà con degli applausi o col raddoppiare la propria attenzione e ciò produrrà quello che nei resoconti dicesi un movimento ( sensazione ) . Ma questo movimento sarà risentito da tutti nello stesso tempo , giacché l ' uditore non è meno preoccupato dell ' uditorio , che dell ' oratore , e la sua immaginazione è immediatamente colpita dallo spettacolo di queste 300 persone in preda tutte ad un ' emozione ; spettacolo che non può non produrre in lui un ' emozione reale . Ammettendo che esso non risenta che la metà di questa emozione , la scossa da lui subìta sarà rappresentata non più da 5 , ma dalla metà di 5 moltiplicata per 300 , vale a dire da 750 " . Orbene , s ' io non m ' inganno , queste parole bastano a dimostrare che tutti i giudizi dati da una folla sono fatalmente esagerati , giacché la singola opinione dell ' uditore si eleva alla ennesima potenza per il solo fatto della presenza di altre persone . Il numero in questo caso , è il coefficiente primo e più importante del successo , il quale non è certo creato da lui , ma è però da lui sviluppato a proporzioni che toccano talvolta le cime dell ' inverosimile . Non per nulla Luigi di Baviera , che era pazzo ma che era anche un grande artista , e una grande coscienza d ' artista , voleva assistere da solo , nel teatro deserto , alle rappresentazioni delle opere di Vagner . Egli sentiva che in tal modo soltanto , libero da qualunque suggestione , avrebbe potuto sinceramente giudicare e godere le manifestazioni del genio . Per uno scienziato o un artista che si diriga al pubblico sparso anziché al pubblico riunito , gli effetti e la misura del successo sono sostanzialmente diversi * . Voi conoscete la lettera che l ' Esther di Balzac - questa fanciulla insensibile e depravata che l ' amore purifica e innalza - scrive al suo amante prima di morire . Ella si uccide perché si è venduta a Nucingen per Rubempré . Lascia al suo poeta settecento e cinquanta mila lire , prezzo di questo mercato , e scherzando sull ' orlo del sepolcro affinché egli rimanga men triste , gli scrive : " Qui est - ce qui te fera comme moi ta raie dans les cheveux ? " Si dice che Balzac , leggendo questa lettera ad alta voce , s ' interrompesse , esclamando colle lagrime agli occhi : " Comme c ' est beau ! " . Quante volte non è accaduto ad ognuno di noi di commoverci - pur troppo non come autori - alla lettura di certe pagine sublimi ? Ma quel fiotto di ammirazione che ci saliva dal cuore e che , se fossimo stati in un teatro o in una sala affollata , avrebbe condotto istantaneamente per sola virtù di contagio al delirio dell ' applauso , si spegneva solitario nell ' anima nostra e fra le pareti del nostro studio . L ' autore di un libro non vede e non sa queste isolate manifestazioni d ' entusiasmo : egli non conosce quel pubblico sparso che lo ammira , e , se ne ode le singole voci , non ne ode però la voce collettiva e grandiosa . Egli non può mai essere come un oratore o come l ' autore d ' un dramma o d ' un melodramma , il fuoco ove convengono in un unico istante tutte le impressioni risentite da centinaia di uditori , centuplicate , - ognuna di esse , - sul suo valore effettivo dal solo fatto della presenza di altri uditori ; ed è perciò ch ' egli non gode mai la voluttà acuta e suprema di veder tutto un pubblico commosso e delirante ai suoi piedi , come lo vedono invece oratori e autori drammatici che valgono - talvolta - assai meno di lui . Altra cosa dunque , è agire su un pubblico riunito , altra cosa è agire su un pubblico diffuso . Quale - ripeto - la condizione migliore ? Soggettivamente , non saprei . La risposta dipende dal temperamento individuale . V ' è chi si compiace d ' essere travolto dalle acclamazioni di una folla ; v ' è chi si accontenta di conoscere per vie indirette l ' ammirazione che il pubblico gli tributa . Mascagni e Zola possono essere ugualmente soddisfatti nella loro vanità o nel loro giusto orgoglio , - l ' uno assistendo a quell ' attacco epilettico d ' entusiasmo che colpì i viennesi alla rappresentazione di Cavalleria Rusticana e dell ' Amico Fritz , - l ' altro apprendendo dal suo editore Charpentier che la Debâcle in pochi mesi aveva raggiunto il 150° migliaio . Sono due plebisciti , diversi nella manifestazione , simili nel significato . Oggettivamente , - non v ' è dubbio che il giudizio del pubblico sparso è il più sicuro e il più vero . Ho già dimostrato che il giudizio di una folla è sempre esagerato per la sola influenza del numero , la quale eleva necessariamente il diapason delle singole opinioni individuali . Credo di poter aggiungere che questo giudizio è anche spesso sbagliato . La psicologia collettiva rare volte è guidata dalla logica e dal buon senso . L ' occasione , il caso fortuito , l ' incosciente , determinano nella maggior parte dei casi le sue manifestazioni . Un grido di un solo , forza a quel grido tutti gli altri . Il contagio dell ' applauso o della disapprovazione , è fulmineo , come in una volata d ' uccelli il minimo sbatter d ' ali produce in tutti un panico irresistibile . E allora , il giudizio che ne esce e che noi crediamo la somma dei giudizi di tutti , non è che il parere d ' un solo il quale , per l ' ignoto fenomeno della suggestione , è divenuto ad un tratto il casuale ed istantaneo despota di tutta la folla . ... " J ' ai l ' horreur des foules , scriveva Guy de Maupassant : je ne puis entrer dans un théâtre ni assister à une fête publique . J ' y éprouve aussitôt un malaise bizarre , insoutenable , un énervement affreux , comme si je luttais de toute ma force contre une influence irrésistible et mystérieuse . Et je lutte en effet contre l ' âme de la foule qui essaye de pénétrer en moi ... " . Il fenomeno più meraviglioso che avviene nelle folle è appunto questo annientamento delle singole personalità in una personalità unica , immensa , diversa da ognuna di quelle che la compongono . Si direbbe che ogni individuo perde la facoltà di sentire e di pensare e diviene strumento cieco di un cervello e di un ' anima ignoti . Nella folla , un uomo applaude , fischia , grida viva o morte , quasi senza saperlo . Togliete quest ' uomo dalla folla , sottraetelo a quel fascino , ed egli pel primo si meraviglierà di quello che ha fatto . S ' aggiunga che dinanzi ad una folla , qualunque manifestazione dell ' ingegno corre dei grandissimi rischi . La psicologia collettiva , - in questo simile alla psicologia femminile ( mi perdonino le signore ) - è fatta di crudeltà e di contraddizioni , e passa , o meglio , salta velocissimamente da un dato sentimento al sentimento opposto . Un attore od un oratore che pronuncino male una parola , possono - suscitando , anche nel momento più serio , una crudele risata - compromettere l ' esito d ' una commedia o di un discorso ; un dramma che cominci con una frase strana o che si presti ad un giuoco di parole , può esser sicuro di non andar più innanzi . Prova ne sia il famoso " O Salamini ! " della tragedia di Alfieri . Il ridicolo - in questi casi - uccide tutto , anche la gloria , checché ne dica M.me de Staël . Il giudizio del pubblico sparso , quello che tocca ai libri , non presenta questi pericoli . Certo , anche per il libro , il verdetto collettivo si forma a poco a poco , giacché tutti i lettori diffusi si comunicano le loro impressioni , e i singoli pareri si fondono insieme come singole note che assurgano ad un unico accordo ; ma è questo un unisono che sorge più gradatamente riunendo opinioni più ponderate e perciò meno facilmente modificabili , anziché esser dovuto a scoppio improvviso di psicologia collettiva incosciente . Analogo all ' effetto che produce un discorso pronunziato innanzi a centinaia di individui riuniti , è l ' effetto prodotto da un ' idea espressa o da una persona lodata in un giornale politico quotidiano . Per la psicologia collettiva si può dire che il giornale - in questi casi - equivale al discorso . Infatti l ' istantaneità dell ' impressione prodotta dall ' oratore su persone riunite , è sostituita da un brevissimo spazio di tempo ( le 2 o 3 ore posteriori all ' uscita del giornale , entro le quali tutti l ' hanno letto ) in cui l ' impressione dell ' articolo o della notizia si diffonde su persone vicine e comunicanti , per necessità di vita , fra loro . Basta aver assistito una sola volta - alla capitale o in provincia , in un caffè o alla farmacia - all ' arrivo di un giornale aspettato , per convincersi quanto sia grande l ' effetto e istantanea la suggestione della notizia che interessa e che era attesa . Il contenuto dell ' articolo passa di bocca in bocca con una celerità quasi eguale a quella con cui le emozioni si propagano in una folla : i commenti favorevoli o sfavorevoli hanno la forza suggestiva dell ' applauso o della disapprovazione che accoglie un discorso , e il pensiero di ognuno subisce , cosciente o incosciente - una vera costrizione , come quella d ' ogni singolo spettatore in un teatro o in una assemblea . In una parola , l ' effetto del giornale è , come quello di un discorso , esagerato e spesso anche fallace . IV . Ora , dopo la digressione , ritorniamo al punto donde siamo partiti . Io dicevo che l ' elezione del deputato è dovuta specialmente alle forze di suggestione sprigionantisi da questi due mezzi : arte oratoria e giornali quotidiani . È dovuta cioè ai due mezzi che più facilmente e più velocemente costruiscono quell ' edificio che si chiama il successo ( edificio poco solido certamente se non è meritato , ma la cui solidità e durata poco importa per gli effetti riguardo ai quali noi lo studiamo ) e che maggiormente turbano , per legge di psicologia collettiva , la indipendente e sincera determinazione dell ' elettore . Che cosa avviene allora ? Avviene che l ' elettore , il quale depone la sua scheda nell ' urna e pare compia un ' azione libera ed isolata , non è altro che un suggestionato , vittima di una suggestione che può essere oggi un discorso , domani un giornale . E pazienza fosse suggestionato da un ' idea o da una persona che valgano qualche cosa , - sarebbe allora socialmente utile la suggestione ! - ma non c ' è bisogno d ' essere scettici per affermare che tali casi son rari . Nel nostro lieto paese della rettorica sono molti quelli che sanno cucire insieme un discorso ad effetto , e la massa è abbastanza ignorante per ammirare coloro che tuonano grandi frasi anche se non sanno far brillare nessun lampo di pensiero . L ' arte oratoria , che è fra le più nobili e le più difficili , si abbassa spesso alla volgarità di un semplice artificio , adoperato per attrarre a sé gli uditori incolti ed ingenui . " Un diluvio di parole sopra un deserto d ' idee " , ecco la frase terribile ma giusta con cui in molti casi si possono definire i discorsi dei candidati e quelli dei loro grandi elettori . E la potenza suggestiva di questi discorsi di secondo o di terzo ordine è dimostrata dal fatto del numero grandissimo di avvocati che giungono a Montecitorio . Quanto alla stampa quotidiana , - o chi non sa quale valore abbiano le lodi ch ' essa tributa ? Queste lodi , o si pagano ( in danaro o con lavori ) , o si ottengono per amicizia di qualche redattore o si scrivono dagli stessi lodati . Il buon pubblico di provincia crede alla sincerità della réclame , e non sospetta le piccole vigliaccherie e le piccole umiliazioni che il candidato ha dovuto subire per far mettere vicino al suo nome un aggettivo laudativo . E laggiù , nel piccolo paesello , quando si legge il giornale , l ' effetto del soffietto è immancabile . Così , purtroppo , si fabbricano i deputati , cui le migliaia di voti in tal modo e con tali mezzi ottenute ( e non parlo dei mezzi delittuosi ) dànno l ' illusione d ' essere dei grandi uomini . Quando poi , in un momento di sincerità e di sconforto , si fa la fisiologia del Parlamento , e si vede ch ' esso è in gran parte composto di personalità ignote o insignificanti , si dice , quasi argomento di meschina soddisfazione : la colpa è del paese : esso è stato interrogato ed ha risposto con quella scelta . La colpa è del paese , siamo d ' accordo ; ma esso risponde così , cioè male , perché lo si interroga e lo si obbliga a dare una risposta col mezzo ingannatore della psicologia collettiva . Se si potesse interrogarlo isolatamente , individuo per individuo , sarebbe , io credo , diverso il risultato , come sarebbero meno frequenti i verdetti assurdi dei giurati , se ognuno di questi dodici valentuomini potesse dare il suo voto senza soggiacere alla mutua suggestione dei colleghi e a quella dell ' accusatore , del difensore e del pubblico . Il guaio è che questo rimedio è inattuabile , o almeno , io non vedo la possibilità d ' attuarlo . Formato una volta il Parlamento , esso funziona , ancora e sempre , a base di psicologia collettiva . E il livello intellettuale di chi lo compone , già basso , scende ancor più per la legge che abbiamo enunciata . Gli uffici , le Giunte , le Commissioni - piccoli Parlamenti nel grande - moltiplicano le probabilità di risultati mediocri e di dolorose sorprese . La ragione politica fa spesso passare sotto la sua bandiera il contrabbando di molte illogicità o di molte ingiustizie . Si sopprimono o si modificano degli articoli di legge , senza pensare che questi sono in relazione con altri che andrebbero alla lor volta soppressi o modificati ; si approva talvolta tutto un progetto sol perché una parte è ottima e deve essere approvata . E non manca mai - nei momenti solenni - l ' appello ai grandi nomi e alle grandi idealità della patria , per strappare al sentimento , e per conquistare d ' assalto , un ' approvazione che il raziocinio forse si rifiuterebbe di dare . Ne segue che il Parlamento può in molti casi paragonarsi a un filtro a rovescio : i progetti di legge , anziché migliorarsi , peggiorano , attraversando tutte quelle fasi cui si vogliono assoggettare . Vedete , per esempio . Un testo di legge arriva in discussione . Non sarà certamente un capolavoro , e si può - a questo proposito - deplorare che i progetti non siano affidati a uno specialista della materia * . Ma , ad ogni modo , il testo di legge è stato redatto da persone competenti e presenta una certa coesione . Ebbene : immediatamente la pioggia degli emendamenti si rovescia su quell ' infelice progetto : alcuni , forse , ispirati dal desiderio sincero di migliorare la legge , i più , certo , dettati da secondi fini politici , e che prendono insidiosamente pretesto da questa legge per tendere un trabocchetto in cui cadrà il Ministero . La seduzione d ' una frase felice , la pressione di qualche giornale , la necessità momentanea di non scontentar gli avversari , mille motivi estranei all ' oggetto vero della discussione , possono far adottare un primo emendamento . Il giorno dopo , dei motivi d ' altro ordine ne faranno accogliere un secondo , spesso contradditorio al primo , e votato da deputati assenti il giorno innanzi e non al corrente perciò della discussione . E così di seguito , fino al momento in cui la legge non sarà che un insieme confuso di articoli eterogenei , un mostro dinanzi al quale la Camera si spaventerà e ch ' essa rimanderà al nulla . La Camera infine è psicologicamente una femmina e spesso anche una femmina isterica . Basterebbe , per provare la verità di questa definizione umiliante , osservare la differenza che esiste fra i deputati quando sono nell ' aula , e i deputati quando sono nei corridoi . La mobilità straordinaria della loro psicologia non ha davvero riscontro altro che nei temperamenti isterici . Gli uomini che voi avevate visto , un minuto prima , minacciarsi colla voce e col gesto , sfidarsi quasi cogli occhi , li vedete ora venirsi incontro col sorriso sulla labbra e stendersi amichevolmente la mano . Se un ministro passa , coloro che lo coprivan d ' ingiurie , l ' accolgono ridendo , si congratulano con lui per la sua replica brillante , forse ( ed ecco il veleno ) trovano il modo di raccomandargli una supplica . I rapporti sono mutati , e più ancora le parole e i giudizi . I discorsi che si applaudirono , la proposta che si appoggiò col proprio voto , diventano l ' oggetto di critiche acerbe . L ' uno parla con ironia della dottrina che ha difeso , con amarezza delle persone che ha sostenuto . Un altro si esprime con grande moderazione sul conto di uomini e di idee che ha violentemente attaccato . Le frasi fatte che , nell ' aula , si tuonavano come fossero assiomi , ora vengon messe in ridicolo . Chi gridava che la salvezza era nella libertà , implora adesso un uomo , cioè una dittatura , per salvare la situazione . Verità - al di qua della porta ; errore - al di là . Da una parte , il palcoscenico , dall ' altra , la realtà delle cose * . Paul Bourget , mi pare , ha detto che la vita è " un volume de Labiche interfolié par du Shakespeare " . Così , e a maggior ragione può dirsi della vita parlamentare . Una farsa nei corridoi , una tragedia nell ' aula . V . Se questi sono i probabili risultati intellettuali di un Parlamento , quali saranno i risultati morali ? La riunione di molti , come diminuisce la forza del cervello , indebolirà anche l ' energia del carattere ? Pur troppo , oggi non si può più discutere se il Parlamento nel suo complesso risponda ai fini più alti della moralità : recenti dolorosissimi fatti vietano il dubbio a questo proposito . La discussione dunque è solo possibile sulle cause di questa immoralità . La prima e la più evidente si rintraccia nel modo con cui molti deputati vengono eletti . Sbalzati al seggio di rappresentanti della nazione coll ' appoggio di Tizio o di Cajo , anziché per meriti proprii riconosciuti dal popolo , essi trascinano necessariamente con sé la catena di una riconoscenza forzata . E questa riconoscenza si traduce in favori che sono parzialità e ingiustizie . Pel deputato è un obbligo contraccambiare le prove di devozione che ha ricevute : per l ' elettore è un diritto ricevere questo contraccambio . Il mandato legislativo viene così a snaturarsi dalla base e prepara il terreno a nuove e più grandi immoralità . Queste - data una tale predisposizione - non si fanno lungamente aspettare . Già è cosa nota che la compagnia , di qualunque genere essa possa essere , aumenta quella piccola o grande tendenza al male che cova latente , come fuoco sotto la cenere , in ognuno di noi . Guardate i bambini : quando si trovano insieme , è allora che diventano più cattivi e più crudeli . Lo scherzo un po ' ardito , il piccolo furto , la scalata d ' un muricciuolo , che nessuno avrebbe ardito commettere e neppur pensare da solo , sono pensati e commessi quando trovansi in alcuni od in molti . Noi stessi - già uomini - dobbiamo riconoscere che se c ' è un caso in cui possiamo venir meno alle leggi della delicatezza o a quelle della pietà , è appunto quando siamo in alcuni , giacché allora spunta in noi il coraggio del male e giudichiamo leggermente l ' azione poco corretta che soli non saremmo stati capaci di compiere . Chi non ha , nella sua giovinezza , qualche episodio che confermi l ' esattezza di quel che siamo venuti dicendo ? Qual ' è il gentiluomo che non ricordi d ' aver commesso con dei compagni - e soltanto perché era con loro - una birichinata che rasentava l ' azione immorale se non il delitto * ? . La ragione di questi fatti , - tanto comuni da non esigere la prova ma soltanto un accenno , - è anzitutto aritmetica . Come la media di alcuni numeri non può evidentemente essere uguale ai più elevati fra questi , così un aggregato di uomini non può riflettere nelle sue manifestazioni le facoltà più elevate proprie ad alcuni soltanto di questi uomini : essa rifletterà soltanto le facoltà morali che si ritrovano in tutti . Giuseppe Sergi direbbe , con una sua bella e biologicamente esatta similitudine , che le ultime e migliori stratificazioni del carattere - quelle che la civiltà e l ' educazione son riuscite a formare in qualche individuo privilegiato - vengono ecclissate dalle stratificazioni medie che son patrimonio di tutti , e nella somma totale queste prevalgono e le altre scompaiono . Avviene cioè dal punto di vista morale ciò che noi osservammo più indietro dal punto di vista intellettuale . La compagnia indebolisce così il talento , come i sentimenti morali . E ciò , anche per un ' altra ragione . Basta che - in un aggregato di uomini - vi sia un malvagio , perché esso faccia dei discepoli , degli imitatori . Gli uomini , diceva il Bagehot , sono guidati da modelli non da ragionamenti , - e diceva bene , ma egli dimenticava di aggiungere che " sono guidati sopratutto dai modelli cattivi " . È la pera guasta che corrompe le sane : non s ' è mai visto che queste migliorino quella . Il microbo del male ha una potenza d ' espansione infinitamente più grande di quella del microbo del bene , dato che quest ' ultimo esista , giacché mentre pur troppo si sa che molte malattie sono contagiose , non è ugualmente provato che sia contagiosa anche la salute . È ben più facile ammalarsi per suggestione , che non guarire . È quindi più facile corrompersi socialmente , che non rafforzare il proprio carattere , tanto più che la corruzione morale presenta la grande attrattiva dell ' interesse . Un minimo strappo alla coscienza può significare un immenso vantaggio economico , - e nell ' epoca borghese che attraversiamo il danaro risplende di troppo vivida luce per non ipnotizzare anche coloro che si credono , e sono fino ad un certo punto , degli uomini onesti . L ' ambiente li circonda come in una spira , ed è veramente un boa constrictor che a poco a poco soffoca la delicatezza , l ' onore , persino il rimorso . Chi può analizzare i modi in cui avviene questa degenerazione ? Anzitutto , la vita del deputato - intendo le ore passate nei corridoi della Camera - non è certo fatta per fortificare il carattere . In mezzo a quei discorsi , che si gabellano per idee politiche e non sono spesso che pettegolezzi , la volontà si fonde in parole . Avvicinando continuamente gli avversari le convinzioni meglio temprate si smussano , si ammolliscono . Il sarcasmo dei colleghi più astuti umilia sulle prime gli ingenui e gli onesti della politica ; le ribellioni spontanee che questi hanno il pudore di fare , trova degli scettici , degli indifferenti , dei canzonatori ; la loro rigida onestà , dinanzi a quel plebiscito contrario , comincia a vacillare , ed essi si chiedono : se gli altri avesser ragione ? E una volta entrato il dubbio - poiché dinanzi all ' onore dubitare vuol dire essere sconfitti , - la vittoria dell ' immoralità è sicura . Un piacere dapprima , una piccolissima ingiustizia in seguito : la breccia è aperta . E mano mano che si procede per questa strada , così ripida da esser certi che una volta messovi il piede si precipita fino in fondo , la coscienza cerca di scusare il suo cambiamento col più gesuitico e più inutile dei conforti : tutti fanno così ! la mia responsabilità , se pur esiste , è infinitesima . E per tal modo , nel fatto d ' essere in molti , oltre la causa della corruzione trovano - ultimo danno - l ' illusione d ' una scusa . I pochissimi che si salvano da questa lebbra - i refrattarii - non possono nulla per diminuire l ' epidemia . Raramente si fanno denunciatori , perché il buono è compassionevole e - mi duole il dirlo - in certi casi è anche vile . Viltà che in lui deriva da una virtù , dall ' esser pietoso . Giudicando gli altri alla sua stregua , egli s ' immagina e si rappresenta il dolore e l ' umiliazione del malvagio che venga svergognato , e non osa gettargli in faccia l ' accusa . Come per essere eroi sul campo di battaglia bisogna essere un po ' crudeli , così per essere coraggiosi e franchi nel mondo politico , bisogna esser privi di una certa delicatezza di sentimento . E solo un alto , imperioso dovere può vincere questo riserbo e far d ' un collega un accusatore . La conseguenza è che i buoni , col loro contegno negativo , facilitano le losche imprese ai malvagi e a tutti quei deboli , quegli uomini arbusti , come direbbe Balzac , che piegano ove il vento spira , e ove vogliono i forti . Si forma così a poco a poco una associazione non confessata , latente , incosciente anche , se vogliamo , la quale stende la sua invisibile rete su tutta la vita pubblica . È una potenza che non si ha il coraggio di nominare , ma che si conosce : è una forza che non si vede , ma che si sente : assomiglia a quelle acque sotterranee che non si sospettano alla superficie ma che costituiscono la causa della vegetazione che cresce sul suolo . E quella vegetazione è il favoritismo , l ' immoralità , il delitto . Il pubblico sa che per ottenere qualche cosa basta rivolgersi a un deputato : sia anche contro giustizia , non importa ; e il deputato chiede , prega , impone ed ottiene . Ottiene dal Governo ipotecando il suo voto ( salvo poi a tradire quando senta l ' odor di cadavere ) - ottiene dalle banche , vendendo il fumo della sua influenza , - ottiene dalla burocrazia , facendo brillare l ' oro della sua medaglietta e il titolo d ' onorevole , così poco meritato . Ai ministeri vi sono volumi che contengono le raccomandazioni dei deputati e nessuno si meraviglia che sia così . E il Governo che sa e tollera tutte queste cose - e le tollera perché ne trae dei vantaggi - non teme certi oppositori alla Camera , giacché sono troppo legati a lui da legami inconfessabili per avere l ' audacia di dire tutta ed intera la verità . Sotto le invettive più forti degli oppositori - fatte pour la galerie , per ingannare gli ingenui - sta l ' accordo e la congiura del silenzio . Essi non possono rivelare tutti i reati degli avversarii perché nella rovina verrebbero travolti come complici anche loro . È questa la vera delinquenza politica moderna , fatta di sotterfugi e di ipocrisie , delinquenza settaria di quei pochi che arrivarono in alto , e che fa degno riscontro alla delinquenza settaria delle infime classi sociali . Queste , più franche , adoperano la violenza , e i loro mezzi di lotta si chiamano l ' assassinio e la dinamite ; quelli , più gesuiticamente civili , adoperano le astuzie , e i loro mezzi di lotta si chiamano l ' appropriazione indebita , il falso , la frode . Immoralità di persona - immoralità di partito - immoralità di governo , - tutto questo è la conseguenza necessaria e fatale di un sistema che pare creato apposta per peggiorare gli uomini anziché migliorarli . Il deputato - prima di diventare tale - stigmatizza il contegno e la condotta di quelli che erano allora deputati ; come i ministri , prima di essere tali , cioè dai banchi dell ' opposizione , gridavano contro il Governo . Gli è che , non essendo ancor presi nei denti della ruota fatale , avevano l ' illusione che vi si potesse resistere . Non sapevano che la politica è una lenta depravazione cui pochissimi sanno sfuggire ; e anche i migliori , quando venivano dalle lontane provincie con alti ideali e con sogni rosei , non sospettavano che alla luce che li attirava avrebbero bruciata la loro onestà . VI . La requisitoria è finita , ed il modesto pubblico ministero che l ' ha pronunciata dovrebbe ora , invece che richieder la pena , indicare i rimedii al male che ha lamentato . Veramente questo male ha cause così profonde e così radicate nella natura umana che l ' eliminarle sembra difficile . Esso potrebbe paragonarsi alla morte , il fenomeno fatale di cui si cerca sempre di attenuare la gravità , ma che non si può sopprimere . Chi oserebbe combattere il diritto supremo della maggioranza e conseguentemente il potere dei Parlamenti ? E qual rimedio è possibile al fatto che ogni riunione , ogni gruppo di uomini è moralmente e intellettualmente inferiore agli elementi che lo compongono , se la vita sociale altro non è che la risultante o il complesso di tutti questi infiniti gruppi che in essa si agitano , e che si chiamano classi , chiese , associazioni , partiti ? Il rimedio evidentemente non c ' è , e la constatazione di questa verità dolorosa è forse l ' ipotesi più pessimista che si sia mai formulata . Unirsi nel mondo umano vuol dire peggiorarsi ; che cosa volete di più desolante ? Gabriele Tarde - quand ' io esposi per la prima volta una tale idea - ne trasse , con quell ' acume logico che non è l ' ultimo dei suoi pregi , una deduzione assai ardita . " Segnalo - egli scriveva - senza insistervi , la portata inattesa di cui quest ' idea è suscettibile se la si estende al di là dell ' umanità . Tutti sanno che gli organismi sono stati considerati a ragione come delle società di cellule , e le cellule come società di molecole . Ora , supponiamo che il nostro principio si applichi a queste società biologiche o chimiche , supponiamo cioè che anche in queste l ' aggregato non sia superiore ai suoi elementi , che gli sia anzi inferiore o tutto al più eguale ; noi vediamo allora l ' Universo intero apparirci sotto un nuovo aspetto , ed è al perfezionamento del microscopio , non del telescopio , che noi dovremo domandare la rivelazione delle più mirabili meraviglie del mondo . Forse , infatti , fu in virtù di un puro pregiudizio ingiustificato che l ' io dell ' atomo si ritenne sempre più semplice , più meschino , più basso dell ' io animale od umano . Forse , nel fondo nascosto degli esseri viventi , nelle loro intimità elementari , vive e si diffonde invisibilmente assai più di intelligenza e di arte che non alla superficie " * . Ma arrestiamoci sulla china di queste congetture paradossali * . La inverosimiglianza della nostra teoria quando vien portata agli estremi nulla toglie alla sua verità quando la si applichi ai casi cui noi l ' abbiamo applicata . Che una riunione di uomini sia nei suoi risultati collettivi peggiore della media dei singoli che la compongono , è un ' affermazione di cui ci lusinghiamo d ' aver portato le prove e di essa ci accontentiamo . Quanto al diritto della maggioranza , pur tralasciando di notare ch ' esso si esplica col mezzo dei parlamenti cioè della psicologia collettiva , fu anch ' esso combattuto teoricamente e praticamente . Infatti è riposta in lui la prima fondamentale ragione della bassezza politica a cui siamo scesi . " Il governo della mediocrità - scriveva lo Stuart Mill - non può essere che un governo mediocre . Nessuno Stato governato dalla democrazia o da una aristocrazia numerosa , ha mai potuto sollevarsi al disopra della mediocrità , né nella sua condotta politica , né nelle sue opinioni e nei suoi costumi , se non là dove il popolo sovrano si è lasciato guidare dai consigli e dall ' influenza di un uomo o di alcuni uomini superiori " * . Stuart Mill adunque , condannava in modo assoluto il governo dei molti , soltanto ammetteva la possibilità di un ' eccezione : " quando il popolo sovrano si lasciasse guidare da un genio " . Ma in tal caso , invece che di un ' eccezione , non si tratta forse di una conferma della regola stabilita ? Sappiamo anche noi che molte volte le assemblee politiche possono sollevarsi ad altezze sublimi di pensiero o di sentimento , quando le infiamma la parola fascinatrice di un Mirabeau o l ' idea grandiosa di un Camillo Cavour , - ma che cosa provano questi fatti in favore del diritto della maggioranza ? Non provano nulla , perché in tali casi non è la voce della maggioranza quella che s ' impone , ma il dispotismo d ' un solo , dispotismo che si fonda , anziché - come un tempo - sulla forza materiale , sulla suggestione incosciente . Tutte le volte che un ' assemblea ha proclamato una verità o conquistato un diritto , tutte le volte insomma ch ' essa non è stata mediocre nelle sue manifestazioni , ha dovuto seguire - come l ' ipnotizzato il suo ipnotizzatore - un uomo che la affascinava e intellettualmente la possedeva . Voi potete dire - in tali casi - che il risultato è dovuto all ' assemblea o alla sua maggioranza . È un ' illusione . Quel risultato fu voluto da un solo , e da lui imposto , per forza suggestiva , a coloro che lo attorniavano * . La vita sociale - e quindi anche la vita politica - si impernia sul fenomeno della suggestione . Felici le epoche e i popoli che posseggono un genio il quale polarizza tutti i desideri , tutti i sentimenti , e si trae dietro ciecamente la folla ! Ma sono casi rari codesti nella vita delle nazioni , e quando il genio non c ' è , quando manca questo fuoco in cui attirare tutte le energie individuali , abbiamo veramente il regno delle mediocrità , perché la forza di suggestione , invece di individualizzarsi , si diffonde e si disperde , dando luogo alle mille sorprese della psicologia collettiva . Gli è in questi casi - che sono i più comuni e i più normali - che si verificano nei Parlamenti gli effetti dolorosi che abbiamo notati , ed è per questi casi che - non un vero rimedio - ma almeno un ' attenuazione del male si troverebbe nel diminuire il numero dei deputati . Se , per esempio , i rappresentanti della nazione fossero ridotti a 100 , è certo che la media di questi 100 sarebbe superiore intellettualmente e moralmente alla media dei 500 deputati attuali . E perché ? Perché limitando il numero , è difficile che rimangano fuori i buoni , ed è invece facile , per fortuna , che siano esclusi i cattivi . Quando i posti sono troppi la zavorra vi entra quasi necessariamente . Bisogna pur eleggere il deputato ! e se non c ' è chi merita d ' essere eletto , bisognerà accontentarsi del primo venuto . Avviene per i seggi al Parlamento , quello che accade per le cattedre alle Università . Fin che queste saranno troppe , vedremo molti professori che non meritano d ' esser tali ; diminuite le cattedre , e i migliori si faranno avanti , occuperanno i posti , e la media del corpo insegnante sarà migliore . Poi , con un numero di deputati più limitato si eviterà un altro inconveniente . Oggi basta che una persona si elevi in qualunque ramo della scienza o dell ' arte , perché la sua provincia , la sua città - che sono un po ' vane del loro concittadino , come le madri del figlio che ha fatto buona riuscita - si credano in obbligo di gettarlo entro la caldaia di Montecitorio . È un uomo d ' ingegno . E sta bene . Ma forse perché fa dei bei versi o dei buoni libri , sarà anche un operoso ed utile uomo politico ? Generalmente è il contrario . E così si crea un deputato mediocre , strappando all ' arte o alla scienza un ottimo artista o un egregio scienziato . No . Alla politica si dedichi chi vuole , e gli elettori mandino in Parlamento chi ha mostrato d ' aver doti politiche . Non crediamo che a reggere il popolo o a far delle leggi basti della gente d ' ingegno . È un ingegno speciale che occorre , come per tutte le professioni . Altrimenti noi vedremo degli avvocati , ministri o viceministri alla marina o al tesoro , degli ingegneri alla grazia e giustizia e dei signori che spropositano allegramente al ministero dell ' istruzione pubblica . Col numero di posti limitato , questi smistamenti saranno più rari e men facili , e ci guadagneranno tutti in omaggio alla legge della specificazione del lavoro . Aggiungete che si renderà finalmente possibile il pagare un ' indennità ai deputati , obbligandoli a non fare che il deputato . La qualità di rappresentante del popolo , che adesso è una sinecura e non serve che per ottenere ovunque scappellate e facilitazioni , diverrà una carica che esige del lavoro ; la responsabilità divisa in 100 invece che in 500 sarà più fortemente sentita , e gli eletti dovranno occuparsi delle cose importanti e di interesse veramente generale , lasciando che ogni provincia provveda autonoma e indipendente ai proprii interessi particolari , lasciando soprattutto ai faccendieri di fare in Roma i commessi e i corrispondenti degli elettori per le loro esigenze meschine e personali . E allora forse un miglioramento ci sarà ; e questo ormai vecchio organismo parlamentare , semplificandosi , potrà vivere senza infamia e forse con lode . Io credo che di esso si possa dire come di certi veleni , i quali uccidono o rinforzano secondo le dosi in cui vengono adoperati . Ora la dose o , per lasciar la metafora , l ' estensione e l ' importanza che il parlamentarismo è andato prendendo , è così grande che minaccia di uccidere la vita pubblica . Chissà che , limitando la dose , non possa , invece che ucciderla , rinforzarla . CAPITOLO SESTO L ' intelligenza e la moralità della folla . POLEMICA . Poiché , come ho detto nella Prefazione , questo libro vuole avere anzitutto un valore di documento per la storia della psicologia collettiva , riproduco qui integralmente una polemica svoltasi parecchi anni or sono intorno al problema dell ' intelligenza e della moralità della folla , fra me , Enrico Ferri , Gabriele Tarde , Pio Viazzi e Silvio Venturi . I . Lettera di Scipio Sighele a Gabriele Tarde . Illustre Signore ed Amico , È una fortuna ed un onore per me , che voi vi occupiate da qualche tempo della criminalità collettiva , tema cui io vado dedicando i miei studi assidui e il mio povero ingegno . Una fortuna , perché , nel difficile lavoro , voi mi siete spesso una guida geniale , sempre un critico acuto e sottile ; un onore , perché l ' interesse che dimostrate per quel soggetto , mi prova che non fece opera inutile chi pel primo attirò su di esso l ' attenzione degli studiosi . In uno dei vostri ultimi articoli * , che sono ricami psicologici deliziosi per la soavità delle tinte , voi vi occupate della folla non solo dal punto di vista morale , ma anche dal punto di vista intellettuale , e poiché su questo argomento parmi d ' aver qualche cosa da dire , mi son permesso di dirigervi questa lettera , che voi leggerete - spero - con quell ' indulgenza che è una dote naturale nelle individualità superiori . Io non so se sia vera la teoria un po ' paradossale sostenuta da alcuni , che il progresso consista nel ritornare all ' antico : certo mi sembra matematicamente perfetta la similitudine di Goethe , il quale diceva che il progresso non è che una spirale : ritorna su se stesso , ma sempre innalzandosi . Se voi applicate questa definizione al diritto penale e più propriamente al tema di cui voglio occuparmi , vedrete quanto sia vera . In tempi lontani erasi intravveduta - in modo confuso , erroneo e anche barbaro - l ' esistenza di una criminalità collettiva ; poi , quel primo barlume da cui potevansi trarre utili e umane applicazioni , era stato oscurato da quella grande crisi d ' individualismo che , come voi dite benissimo , è scoppiata ed ha imperato ovunque , in politica come in economia , in morale come in diritto ; ed oggi soltanto - a distanza di secoli - noi ritorniamo a considerare i delitti come azioni della collettività piuttosto che della persona , seguendo anche noi , nel campo limitato del diritto penale , quell ' onda di reazione sociologica o socialista , che va ad infrangersi con crescente violenza contro l ' illusione egocentrica , forse troppo a lungo durata . Ritorniamo - io dicevo - al concetto della criminalità collettiva , ma - come la spirale - vi ritorniamo innalzandoci . Una volta si estendeva alla famiglia , a tutto il clan , la pena di un delitto di cui un solo erasi reso colpevole . E ciò dipendeva dal fatto che , a quelle epoche primitive , ogni gruppo di formazione naturale - come appunto la tribù o la famiglia - costituiva un ente indissolubile ed indivisibile . L ' individuo era una parte , non un tutto , un organo , non un organismo , e colpire lui solo sarebbe apparso allora un ' assurdità , come parrebbe adesso un assurdo il punire un membro solo dell ' uomo . Questa embrionale concezione del delitto collettivo basavasi su un rapporto famigliare o di casta , ed era ingiusta nelle sue conseguenze , perché sbagliata nelle sue cause : dipendeva da un concetto politico , non da un ' osservazione obbiettiva . Oggi si è corretto l ' errore . Oggi ci siamo accorti che esistono dei delitti collettivi , ma non quali li scorgeva la miope , paurosa e tirannica legge dei tempi andati , bensì quali li rivela la moderna scienza positiva del diritto penale , che si affatica a distinguere la parte che in ogni azione umana - e quindi anche nel delitto - è dovuta all ' ambiente da quella che è dovuta alla costituzione antropologica dell ' individuo . Tale distinzione , facile , se vogliamo , nel reato personale , commesso da un solo , diventa difficile nel reato settario , difficilissimo nel reato della folla , perché in questi ultimi le cause determinanti sono così numerose e così intrecciate da non poterne fare la somma , ma da tentare soltanto di trovarne la risultante , - una specie di diagonale in quel misterioso parallelogramma delle forze psichiche , nel quale non entrano soltanto le energie palesi e a noi note , ma s ' agita anche la vita ignota dell ' incosciente . Io ho tuttavia cercato di studiare questo parallelogramma , di tracciarne , se è possibile , le dimensioni . E col vostro aiuto , ciò mi è riuscito meno arduo e più divertente . Un punto però avevo soltanto di sfuggita toccato , mentre meritava di essere svolto con qualche ampiezza . Polarizzato nello studio della moralità della folla , avevo trascurato di analizzarne l ' intelligenza * . Avevo detto che la folla - come la donna * - ha una psicologia estrema , capace di tutti gli eccessi , forse capace solo di eccessi , mirabile alle volte di abnegazione , spaventosa spesso di ferocia , mai o quasi mai mediocre e misurata nei suoi sentimenti . Avevo dimenticato di soggiungere che se le collettività , nell ' ordine morale , sono suscettibili dei due estremi opposti , della più selvaggia criminalità e del più sublime eroismo , nell ' ordine intellettuale invece , non conoscono che un estremo , l ' infimo , giacché se possono discendere a degli abissi di pazzia o di imbecillità sconosciuti all ' individuo isolato , non sanno elevarsi alla manifestazione suprema dell ' intelligenza e dell ' immaginazione creatrice . Vi sono , - infatti - eroismi collettivi : non vi sono né nell ' arte , né nella scienza capolavori collettivi * . Orbene , per qual motivo - vi chiedete voi , fermandovi su questo fatto che racchiude a tutta prima un ' anomalia , - per qual motivo la altissima manifestazione dell ' ingegno è sconosciuta ai gruppi sociali , mentre la grande e potente manifestazione della volontà e della virtù è a loro accessibile ? " Egli è - dite voi , e traduco le vostre parole - che l ' atto di virtù il più eroico è qualche cosa di molto semplice , e non differisce dall ' atto di moralità ordinaria che per il grado : ora , appunto , la potenza di unisono , che è racchiusa negli assembramenti umani , dove le emozioni e le opinioni si rafforzano rapidamente per il loro contatto moltiplicatore , è per eccellenza outrancière . Ma l ' opera del genio o del talento è sempre complicata e differisce in natura , non in grado soltanto , da un atto d ' intelligenza volgare " . Se mi permettete , io , invece della vostra frase , giusta , ma un poco involuta , avrei detto semplicemente così : l ' uomo , dal punto di vista morale , è una quantità addizionabile ; dal punto di vista intellettuale , non lo è . In altre parole : dei sentimenti si può fare la somma , delle idee non si può far che la media . Questa è la ragione per cui cento uomini di coraggio dànno una collettività coraggiosissima , mentre cento uomini d ' ingegno dànno una collettività intellettualmente mediocre . Senonché , dicendo questo , noi non abbiamo ancora spiegato nulla , e ritorna insistente la domanda : perché le facoltà morali hanno caratteri tanto diversi da quelli delle facoltà intellettuali ? Perché - io credo - l ' ingegno e il genio non hanno quella forza di suggestione che posseggono in grado altissimo le impressioni , le sensazioni , gli affetti . C ' è una frase - nell ' uso comune - che spiega molto bene questa differenza . Si dice che il coraggio s ' infonde , ed è vero : ed è così anche di molte altre doti e di molti altri difetti morali : s ' infonde la paura , l ' odio , la fede , la simpatia ; ma l ' ingegno e tanto meno il genio non si possono infondere . Sono facoltà incomunicabili , appunto perché sono il frutto della eredità piuttosto che dell ' ambiente . Si nasce o non si nasce con esse ; non è possibile acquistarle . Voi mi direte che anche le facoltà morali si ereditano e non si acquistano , che si nasce ottimi o pessimi , come si nasce intelligenti od idioti : ed è vero in gran parte anche questo , e fu anzi la scuola positiva ad affermare categoricamente tale verità . Ma è certo tuttavia che , - salvo , ripeto , le eccezioni , - è più facile formare di un bambino un buon uomo che non un uomo intelligente . Del resto la mia osservazione non vuol essere applicata alle persone che vivono in società allo stato diffuso , bensì alle persone che vivono allo stato riunito . Intendo cioè parlare degli stadii acuti della associazione umana , qual è una folla e , in grado minore , una setta , non già dello stadio normale qual è la quotidiana convivenza sociale . E - applicato a questi stadii acuti - credo davvero che il principio da me esposto non si possa combattere . Ogni dimostrazione sarebbe inutile ; è l ' evidenza che parla . Prendete una riunione qualsiasi di persone : il grido , il gesto , la parola d ' un solo potrà farla vile od eroica , ma nessun grido , nessun gesto , nessuna parola potrà elevare il suo livello intellettuale , potrà dare a quelle migliaia di cervelli la scintilla del genio . Le facoltà intellettuali - dunque - non si possono sommare , come le facoltà morali , perché , a differenza di queste , non possono comunicarsi per suggestione . Ma perché non si possono comunicare per suggestione ? Voi vedete . Le domande si susseguono , avvicinandosi ad una spiegazione . Riusciremo a trovarla ? Io lo spero . La ragione per cui le facoltà intellettuali non si possono comunicare per mezzo della suggestione consiste , secondo me , nel fatto che esse non hanno - al contrario dei sentimenti - mezzi esteriori di manifestazione . Suol dirsi - e non a torto - che la fisonomia rivela la persona d ' ingegno ; ma certo non rivela la forma e la qualità dell ' ingegno , certo non rivela quale idea passi in un dato momento nel cervello d ' un uomo . Invece la fisonomia esprime assai bene le emozioni dell ' anima , e le può esprimere non in un modo vago ed indefinito , ma definito e preciso : si può leggere sul volto di una persona la gioia , la paura , l ' odio , quasi tutti gli affetti del cuore . Ora voi m ' insegnate - ed io stesso ho speso qualche pagina a dimostrarlo - che " è una legge universale in tutto il regno della vita intelligente che la rappresentazione d ' uno stato emozionale provoca la nascita di quest ' identico stato in colui che ne è testimonio " . Dato che quest ' emozione sia , per esempio , di furore o di collera , in un attimo il volto di coloro che la vedono assumerà un ' espressione d ' ira in cui vi sarà un non so che di teso e di tragico . E non solo questa emozione sarà esteriormente manifestata , ma sarà anche intimamente sentita . " La speciale azione muscolare - dice il Maudsley - non è solo l ' esponente della passione , ma eziandio una parte essenziale di essa . Atteggiate la fisonomia ad una particolare emozione , e l ' emozione così imitata non fallirà di destarsi in voi " . Ecco dunque perché i sentimenti si propagano , e si propagano con una celerità spaventosa : ecco perché basta un uomo irritato per rendere irritati tutti coloro che lo attorniano ; ecco perché la collettività che essi compongono può essere la somma dei singoli stati d ' animo di ciascuno e avere quella forza immensa che dà l ' unione , quella terribilità irreparabile che dà l ' unisono psicologico . L ' ingegno e il genio , invece , non hanno - ripeto - mezzi esteriori di comunicazione : non possono quindi diffondersi in grado eguale , e , per così dire , allo stesso livello fra centinaia migliaia d ' individui riuniti , e far sì che la manifestazione intellettuale della collettività sia la somma delle singole facoltà intellettuali . Sento dirmi da voi : però anche l ' ingegno ha un mezzo di suggestione immediata , la parola , e un mezzo di suggestione mediata , il libro . E - per non accennare che al primo di questi mezzi di suggestione , quello che ci riguarda più da vicino - chi non ha assistito a quelle esplosioni di applausi che chiudono talvolta il discorso d ' un oratore eloquente ? Ma potremo noi dire che questa suggestione intellettuale somigli alla suggestione delle emozioni e dei sentimenti ? Potremo noi dire che , in tal caso , gli uditori sono saliti all ' altezza dell ' ingegno dell ' oratore , come - negli altri casi - gli spettatori salgono al grado di odio , di paura , di eroismo manifestato da colui che li suggestiona ? Evidentemente no . Giacché , la distinzione che qui bisogna fare e che a me sembra di capitale importanza , è , che mentre la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , la suggestione delle idee non fa che dei discepoli , dei seguaci , vale a dire degli inferiori . Diffondete un ' emozione in mezzo a una folla : in un brevissimo spazio di tempo ogni individuo la risentirà nell ' identico modo in cui voi la risentirete : moralmente , quindi , voi vi sarete creato intorno un popolo di eguali . Diffondete invece un ' idea in mezzo a una folla : tutti - supponiamo - vi applaudiranno e saranno con voi , ma intellettualmente voi vi sarete creato intorno un popolo di seguaci , non di eguali . Nel primo caso avrete riprodotto , per suggestione , il vostro io morale in tanti individui quanti erano coloro che vi ascoltavano e vi vedevano : avevate coraggio , e avete creato 100 coraggiosi ; avevate paura , e avete creato 100 paurosi . Nel secondo caso , il vostro io intellettuale non s ' è trasfuso in nessuno : siete un genio , ma non avete creato nessun genio , avete soltanto costretto , per suggestione , 100 mediocri ad applaudirvi e a seguirvi . Ed ecco perché , nell ' ordine morale , la collettività conosce vette inaccessibili all ' individuo isolato , giacché essa può rassomigliarsi a un ammasso di polvere il cui scoppio , data la miccia , è tanto più fragoroso quanti più sono i grani di polvere che lo compongono , - e nell ' ordine intellettuale non può raggiungere le altezze cui un uomo solo arriva , giacché - anche data la minaccia - il sacro fuoco del pensiero non può propagarsi . Che se , non accontentandoci di rilevare questo fatto innegabile , noi volessimo anche ricercarne la ragione intima , scoprire cioè con curiosità metafisica il perché la natura abbia posto quella differenza fra le facoltà del cervello e le facoltà del cuore , noi potremmo dire che la collettività non sa elevarsi all ' altezza intellettuale dell ' individuo isolato perché , se lo sapesse , farebbe opera inutile o dannosa , e sa invece sorpassare l ' individuo nelle supreme manifestazioni morali , perché l ' opera sua , in questo caso , è più che utile , necessaria . In un dato momento storico , e in qualunque ramo dell ' attività umana , basta infatti che un solo abbia genio , ma non basta che un solo sia eroe . Basta un Garibaldi e mille eroi per vincere una battaglia . Mille Garibaldi sarebbero inutili . In altre parole : staticamente il numero è inutile al genio : è invece utilissimo all ' eroismo come a tutti i sentimenti dell ' uomo . Senonché , - malgrado questo mio tentativo di spiegazione , - è indubitato che la conclusione che sgorga dalle vostre e dalle mie osservazioni è sconfortante . La collettività , si chiami Giurì o Commissione , assemblea o folla , dà un prodotto morale e intellettuale peggiore di quello che darebbe ognuno degli uomini che la compongono . Unirsi nel mondo umano vuol dunque dire peggiorarsi . È questo il principio cui arriviamo , ed è questa l ' ultima formula del pessimismo più acuto . È forse un ' illusione od un paradosso ? A voi non è parsa tale , perché quando io l ' enunciai la prima volta , l ' avete accettata e le avete dato un grande valore . Voi scrivevate : " Segnalo l ' importanza inattesa di cui questo principio è suscettibile se lo si estende al di là dell ' umanità . Sappiamo che gli organismi sono stati considerati , e a ragione , come delle società di cellule , e sappiamo anche che si è potuto vedere nelle cellule stesse delle società di molecole ... Ora supponiamo che quel principio si applichi a queste società biologiche o chimiche , che cioè , anche in queste società l ' aggregato non sia superiore ai suoi elementi , anzi che sia inferiore o tutto al più eguale ; noi vediamo l ' universo intero apparirci sotto un aspetto nuovo ed è ai perfezionamenti del microscopio , non del telescopio , che noi dovremo domandare le rivelazioni delle più grandi meraviglie del mondo . Del resto , è forse in causa di un pregiudizio ingiustificato , che l ' io dell ' atomo è stato sempre ritenuto più semplice , più povero , più basso dell ' io animale od umano . Forse , nel fondo nascosto degli esseri viventi , nelle loro intimità elementari , viene invisibilmente spiegata assai più intelligenza ed arte che non si spieghi alla superficie ... " * . Io vi lascio con questo oscuro problema insoluto . La soluzione verrà data dalla psicologia dell ' atomo , che voi invocate , e che non è altro , in fondo , se non la psicologia dell ' incosciente , ancora così ignota e così misteriosa . Credetemi con ammirazione Vostro SCIPIO SIGHELE . II . Nota di Enrico Ferri . La lettera che precede , veniva pubblicata nel numero del l ° novembre 1894 della " Critica Sociale " . Prima che giungesse la risposta di Gabriele Tarde ( che il lettore troverà più innanzi ) , Enrico Ferri combatteva le mie osservazioni psicologiche con la Nota che qui riproduco , a cui faccio seguire le mie controosservazioni . La psicologia collettiva - come io la battezzai sino dalla 2ª edizione dei Nuovi Orizzonti - ha avuto organismo così rigoglioso dagli studi geniali e meritatamente lodati del mio carissimo Sighele , ed essa risponde troppo al colore del tempo , che mette in luce sempre crescente così i dolori come le forze benefiche e malefiche della collettività umana , perché non debba prestarsi nella infinita varietà poliedrica dei suoi elementi e delle sue manifestazioni , ad una diversità di osservazioni e di induzioni , anche fra chi abbia completo accordo di teorie fondamentali . Tale è il caso della presente Nota alla lettera , sempre acuta e profonda , di Scipio Sighele a Gabriele Tarde . L ' impressione - per dirla subito - che io ho avuto leggendo questa lettera , è un ' impressione di urto mentale . Si legge . Il cervello comincia l ' acceleramento della ideazione , e l ' aumenta via via trascinato con intensità progressiva dalle ben graduate osservazioni dello scrittore e poi , alla fine , quando il moto intellettuale dovrebbe rallentarsi e fissarsi nella conclusione finale , logicamente indotta dalle premesse , si trova invece dinanzi un ' affermazione brusca , ottusa , che vi ricorda l ' urto di un treno a grande velocità contro la sbarra immobile di un binario morto . Ed è veramente un binario morto quello in cui l ' amico Sighele mi pare si sia messo ; in gran parte , io credo , trascinato e quasi direi deraillé dal vagabondaggio metafisico della sociologia del Tarde . Il quale , per quanto gallicamente seducente , mi pare appunto un ricamatore che , presa una idea ( e per solito la prende da altri ) , sa ricamarne delle " variazioni " molteplici , sempre ingegnose e brillanti , ma più spesso unilaterali e sopratutto anarchiche , nel senso che non sono il prodotto logico e necessario del metodo sperimentale di osservazione e di induzione , ma rappresentano piuttosto la fantasia logica , il zig - zag arabescato di un cervello analitico e fecondo , ma scientificamente eslege . Tali sono i caratteri dei lavori più notevoli del Tarde , dopo i suoi primi e più originali articoli pubblicati anni fa nella " Revue philosophique " . Egli prende l ' idea sulla influenza dell ' imitazione , svolta fra gli altri dal Despine in una monografia del 1871 , e vi ricama sopra le sue Lois de l ' imitation , che sono l ' esagerazione unilaterale e inconcludente di un aspetto vero della vita . Così egli prende l ' idea del Pugliese , mia , e del Sighele , sul delitto collettivo ( folla delinquente ) e vi ricama sopra i suoi saggi critici , prima al Congresso di antropologia criminale a Bruxelles , poi nella " Revue des deux Mondes " . Oppure egli prende le osservazioni fondamentali della scuola positiva italiana e vi ricama d ' attorno la Criminalité comparée e la Philosophie pénale , accordandosi , anche per l ' indole dell ' intelletto , con quegli analitici e comparatori e ricamatori italiani , che s ' illudevano d ' aver messa su una " terza scuola " di " naturalismo o positivismo critico " sol perché , per esempio , alle statue michelangiolescamente scolpite da Lombroso , son capaci , a tavolino , di grattare qualche cosa col magistero sottile e miope della lima sillogistica . Non dico per questo che anche gli ingegni critici , malgrado l ' indole loro parassitaria , non abbiano una funzione utile nella scienza e nella vita . Dico invece che bisogna guardarsi , a forza di scorrere qua e là , di non mettersi in un qualche binario morto , come parmi sia il caso di questa nota del Sighele . Egli fa questa lucida osservazione : le forze sentimentali possono comunicarsi e sommarsi dall ' individuo in una folla , mentre le forze intellettive no . L ' osservazione mi pare fondamentalmente esatta ; ma purché si esprima in senso relativo e non assoluto . Io direi che i sentimenti si comunicano e si sommano nella collettività , più che le idee . E quindi non credo esatta l ' affermazione consequenziale del Sighele , che chi comunica un sentimento ad una collettività fa degli eguali a sé , mentre chi comunica un ' idea fa dei seguaci . Sta bene che il coraggio come l ' odio o la vendetta si possono " infondere " da un individuo ad una folla : ma i suggestionati saranno sempre diversi dal suggestionatore . E diversi nel senso del più come del meno . Garibaldi fu giustamente detto " eroe creatore di eroi " : ma i garibaldini che lo seguivano e lo sopravvanzavano nella battaglia , infuocati dalla sua persona , non erano eroi eguali a lui , che , per esempio , doveva conservare sempre un certo sangue freddo , per essere , come fu , così geniale capitano e stratega . Anche l ' artista o l ' oratore comunicano agli uditori la loro passione ; ma nell ' amore o nell ' odio o nella pietà o nell ' ilarità gli uditori sono ben diversi dall ' attore o dall ' oratore . Questi deve serbare il suo sangue freddo , mentre gli uditori tutto dimenticano e arrivano al monoideismo , finché dura la suggestione sentimentale . E come fra i garibaldini ci può essere uno più o diversamente coraggioso di Garibaldi , così fra gli uditori vi può essere uno più o diversamente artista e intelligente dell ' attore o dell ' oratore . Lo stesso avviene per l ' intelligenza della folla . Sighele dice che quando l ' oratore getta una idea nella folla degli uditori , questi , se ne restano suggestionati e applaudiscono , diventano dei seguaci , cioè degli inferiori , non degli eguali . Non è esatto . In iscuola , in un comizio , in tribunale , in un ' assemblea , l ' oratore che dice veramente delle cose , non delle parole soltanto , eleva il livello intellettuale dei suoi uditori , non solo perché accresce il loro patrimonio attuale di cognizioni ma soprattutto perché dà loro per l ' avvenire un metodo , una lente e una bussola per osservare il mondo . E fra gli uditori può esservi chi resta al disotto di lui , se è ingegno potente - e questo è evidente - ma può esservi chi lo superi . Qualche volta il discepolo passerà il maestro , meno nell ' arte , ma più nel metodico lavoro della scienza . Ciò non toglie , ripeto , che realmente i sentimenti ( moralità ) siano più comunicabili che le idee ( intelligenza ) , ed una delle ragioni può essere quella indicata dal Sighele , dei segni di espressione , più precisi e completi e quindi più suggestivi per le emozioni che per le idee . Un ' altra , e più fondamentale , può essere che i sentimenti toccano più da vicino che non le idee la base stessa della vita animale comune ai viventi ; un debole di mente può procacciarsi da vivere , anche allo stato selvaggio ; ma un uomo che non senta il dolore ( questa sentinella della vita ) o l ' istinto di fame , di sete , ecc . , muore inevitabilmente e presto . È quindi sempre questione di grado , nella comunicabilità ed addizionabilità così dei sentimenti come delle idee . Ma poi Sighele e Tarde qui trascurano completamente l ' altro lato del fenomeno , l ' influenza della folla sull ' individuo , non solo per i sentimenti ( ciò che fu fatto appunto colla teoria del delitto collettivo ) ma anche per le idee . Già il proverbio dice che " quattro occhi vedono più di due " . E se l ' opera del genio ( forse anche per la gran parte che vi ha il sentimento e l ' immaginazione , secondo le osservazioni di Huxley ) è opera più individuale di ogni altra , tuttavia né in essa si deve escludere l ' azione della intelligenza collettiva né questa si può disconoscere in quella forza , ben più continua e quotidiana della evoluzione umana , che è l ' opera del talento . Chi sa dire dove e da chi abbia avuta una data immagine il poeta , che la rende immortale coi suoi versi ? Forse da un intelletto mediocre , in una conversazione fugace o insipida per tutto il resto . Io ho provato , dopo le mie lezioni all ' Università , quanto utile mi venga dalle conversazioni e dalle osservazioni fattemi da questo o da quello dei miei uditori e che io non avevo fatto e che a me poi possono servire di scintilla per illuminare tutto un vasto campo di ulteriori osservazioni . " Il y a quelqu ' un qui a plus d ' esprit que M . de Voltaire : c ' est tout le monde " . Ecco la conferma di questa mia affermazione . Il cervello di un genio o artistico o scientifico può riassumere e coordinare e fecondare in sé moltissimi fra i lati dell ' infinito poliedro della vita ; ma migliaia di cervelli , siano pure mediocri , ma pregni di esperienze ed osservazioni , infinitamente diverse e più svariate , sia pure embrionali e frammentarie , abbracciando l ' infinito poliedro da un maggior numero di lati , mettono in luce cose e idee che il cervello di un genio da solo non vede . Il calzolaio vide l ' errore nello stivale scolpito dall ' artista greco , così come si narra del contadino toscano che nel cavallo plasmato da uno scultore di genio scoperse che mancavano quei due bitorzoli senza pelo che stanno alle ginocchia di tutti i cavalli . Bisogna provare , per esempio , in una riunione di studenti , di operai o di contadini : gettate là un ' idea , che vada al midollo delle cose , e ve la sentirete poco dopo rimbalzata dai cervelli di questo o di quell ' uditore , rinforzata , corretta , ampliata da cento altre osservazioni e rilievi parziali , che rimanendo frammentari e isolati nel cervello o denutrito o inesperto o incolto di chi le fa , restano nel vuoto , come seme che non può gettare radici nella rena circostante . Ma , per una parte , quell ' altra idea , specialmente se direttiva e metodica , svolta dall ' oratore , coordina e rafforza le idee frammentarie e deboli degli uditori e quindi eleva il loro diapason intellettuale ; e d ' altra parte , le osservazioni di rimbalzo , fatte dalla collettività , fecondano e rafforzano il meccanismo intellettivo dell ' individuo . Vale a dire , amico Sighele , che è inutile correr dietro alle bolle di sapone , come l ' io dell ' atomo che è una contraddizione in termini , dacché l ' atomo è l ' individuo vero e solo , cioè l ' indivisibile e il semplice , ed io invece significa risultante complessa ( conscia od inconscia ) di molti elementi psichici primordiali . Dove non c ' è collettività non ci può essere l ' io : e la psicologia dei microrganismi fatta dal Binet è possibile solo , perché il più semplice dei microrganismi è sempre una collettività federata e diversa , di cellule viventi . Vale a dire , infine , che la conclusione finale è precisamente l ' opposta : non è che unirsi , nel mondo , voglia dire peggiorarsi o indebolirsi . La realtà è che non si vive se non vi è unione ; perché , come dissi altrove , Robinson Crosuè , che sarebbe l ' ideale umano così dell ' individualismo come della sua logica conclusione , non può essere che una leggenda o un caso patologico . Ma poi , come sarebbe stata possibile l ' evoluzione dal microbo all ' uomo e dall ' uomo selvaggio all ' uomo civile se l ' unione , cioè l ' associazione , volesse dire peggioramento e indebolimento ? ... E non è tutta l ' evoluzione , in sostanza , che un processo di crescente associazione e di riunione ? Vero è che Sighele applica la sua osservazione soltanto alle forme ristrette e più o meno transitorie dell ' associazione umana , anziché al fatto costituente ed universale della società umana . E questa limitazione rende in qualche parte accettabile , cioè rispondente alla realtà delle cose , la sua conclusione . Ma , malgrado questa distinzione necessaria , - già da me fatta fin dai primordii tra psicologia individuale , psicologia collettiva e psicologia sociale , - io credo tuttavia che in ogni e qualsiasi manifestazione della materia inorganica ed organica , dall ' aggregazione e combinazione degli atomi nell ' ordine siderale o chimico sino alla aggregazione e combinazione delle sensazioni ed idee elementari nell ' ordine psicologico individuale e dei sentimenti e delle idee individuali nell ' ordine della psicologia collettiva e sociale , - sempre si deve dire che " l ' unione fa la forza " . E mi parrebbe fare offesa all ' ingegno del Sighele se credessi necessario indicargliene qui le prove , dopo che l ' ho tratto fuori dal binario morto in cui s ' era ficcato col tardigrado io dell ' atomo . La collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica . Ecco la conclusione positiva : e più intensa non è sinonimo di più buona . Ma se in un dato momento e in una data collettività prevale un elemento cattivo ( antisociale o immorale ) , questo si rafforzerà come si rafforzerà invece un elemento buono ( sociale o morale ) se avrà la prevalenza . Insomma , io credo sempre esatta la mia prima fondamentale osservazione , che nella psicologia collettiva avviene non già la semplice miscela degli elementi individuali , ma la loro combinazione chimica . Sicché la risultante psichica collettiva non è eguale - tanto per i sentimenti quanto per le idee - alla somma degli elementi psichici individuali : è anzi sempre diversa , in meglio o in peggio , così come dalla combinazione chimica di due o più sostanze si ha nella massa finale una temperatura o più alta o più bassa di quella dei corpi componenti * . Certo , ora più spesso avviene che nella collettività prevalga il meno buono e il meno intelligente ; ma per quale recondita ragione ? Qui , amico Sighele , devi ficcare lo sguardo a fondo , ed il fondo è la lotta antagonistica ed anarchica degli interessi egoistici nel mondo presente , senza la base e la disciplina della solidarietà vera e viva . In un ' accademia come in un comizio , come in un Parlamento , ognuno cercherà sempre di giovare a sé : ma nel mondo individualista l ' utile proprio troppe volte non è conciliabile coll ' utile altrui . Ecco perché , incoscientemente , rebus sic stantibus , nella collettività più spesso avviene il fascio degli egoismi antisociali invece che l ' unione degli egoismi sociali . La conferma se ne ha in certi casi eccezionali . Quando in una battaglia l ' entusiasmo è al colmo o in un ' opera di salvataggio ( inondazioni , incendi , epidemie , ecc . ) l ' elemento della solidarietà sociale prevale su quello dell ' isolamento anti - sociale , la riunione centuplica allora la forza del sacrificio e dell ' eroismo e della virtù , come centuplica quella del delitto , in altre diverse condizioni di tempo e di luogo . Tutto sta adunque nel dare alle collettività umane un ' orientazione tale , per cui l ' egoismo individuale , inseparabile dalla vita ( perché primum vivere deinde philosophare ) non sia costretto ad essere anti - sociale per affermarsi , ma trovi invece nella vita collettiva anche le condizioni di maggiore e miglior vita per sé . Il come di questa orientazione sociale esce dai limiti di questa Nota ed è risolto dal socialismo scientifico . Per ora mi fermo a queste considerazioni di psicologia collettiva , che interessano la giurisprudenza penale come la sociologia criminale . E sarò lieto se il Sighele od altri vorrà continuare la cortese polemica di idee ; dalla quale , appunto perché anche nel campo dell ' intelligenza , unirsi vuol dire rafforzarsi , non potrà che risultare il vantaggio e l ' incremento della nostra scienza positiva . ENRICO FERRI . III . Risposta di Scipio Sighele a Enrico Ferri . Roma , 2 novembre 1894 . Mio carissimo Enrico , Grazie delle parole cortesi ch ' io debbo all ' indulgenza del maestro e all ' affetto dell ' amico ; grazie sopratutto della critica franca e sincera che io cerco e desidero , giacché mi sembra il risultato più utile e la soddisfazione più grande di coloro che scrivono . Tu dici che io " ho urtato contro la sbarra immobile d ' un binario morto " . Un disastro ferroviario e ... intellettuale , dunque . Può darsi . Ma la colpa è veramente e solamente mia ? O non accade spesso alla scienza di incontrare questi binari morti che le vietano la sua corsa a grande velocità , queste sbarre immobili che arrestano la macchina ancora avida di cammino ? Sono io responsabile se il pensiero ha le sue colonne d ' Ercole , se esiste l ' ignoto dell ' incosciente , e se mi dichiaro vinto dinanzi a un problema che nessuno ha saputo risolvere ? E merito io d ' essere tacciato di metafisico perché invoco la psicologia dell ' atomo ? Qualche centinaio d ' anni fa ( anzi qualche diecina ) il buon pubblico avrebbe sorriso se gli avessero detto che esisteva la psicologia dei microrganismi ! Eppure , Binet l ' ha studiata ! Io penso che , se il vero temperamento positivista deve credere soltanto a ciò che vede o a ciò di cui ha le prove , non deve però escludere a priori nessuna ipotesi . Tutto è possibile al mondo , e l ' affermare categoricamente : la scienza non arriverà oltre questo limite , è una forma di ipoteca sull ' avvenire che le meravigliose sorprese del presente e del passato dovrebbero consigliarci di evitare . Del resto , che importa credere o non credere possibile questa psicologia dell ' atomo ? Il mio , era un desiderio , una speranza , un augurio , che gettavo là , alla fine della mia lettera , per attenuare lo sconforto che invade chi , dopo aver molto cercato , s ' accorge di non aver trovato nulla o quasi nulla . La spiegazione ultima mi sfuggiva : la sentivo inarrivabile ed intangibile , ma volevo almeno indicare dove , a parer mio , essa stava racchiusa . Non potendo vedere il tesoro , mi accontentavo di supporre dove era nascosto . Ad altri più fortunati di me il saperlo scoprire . Ho sbagliato ? Può darsi , - ripeto . Ma alla mia ipotesi tu non hai sostituito nessun assioma , al mio dubbio nessuna certezza . Il mistero rimane , e noi ci troviamo almeno d ' accordo nel dover confessare la nostra ignoranza . Senonché , non è su questo incerto ed oscuro problema che vale la pena di soffermarsi a discutere . Noi possiamo continuare più utilmente la nostra polemica intorno a quelle mie osservazioni di psicologia collettiva che tu non accusi di essere metafisiche , e che - se non m ' inganno - pur criticandole , accetti nel fondo interamente . Io avevo detto che le forze sentimentali si sommano in una folla , le forze intellettive no , e che la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , mentre la suggestione delle idee fa degli inferiori . Tu trovi troppo assolute queste affermazioni , perché la differenza , secondo te , è di gradi non di sostanza . A rigore di logica tu hai ragione . In natura non esiste nulla di sostanzialmente diverso e distinto : tutto si riannoda e si riallaccia attraverso sfumature infinite : la legge d ' evoluzione lo insegna . Ci sono delle zone neutre che vietano persino di sentenziare se un organismo appartiene al regno vegetale o al regno animale . Perché dunque dovrebbero esistere delle barriere divisionali in psicologia ? Ma la logica troppo severa fa commettere degli errori , come la corda tirata troppo si spezza . Tu stesso mi hai insegnato che , per comodità di studio e per maggiore chiarezza , si usa , nella scienza e nella vita , chiamar con nomi diversi le cose che in ultima analisi non sono che uno sviluppo ulteriore una dell ' altra , - e così io credo che si possano tener distinti in psicologia dei fenomeni che - pur non differendo fra loro sostanzialmente - differiscono però di tanti gradi da far quasi dimenticare l ' origine comune . Orbene , la suggestione dei sentimenti differisce tanto dalla suggestione delle idee , che io ho creduto di poter stabilire fra l ' una e l ' altra questo carattere distintivo : l ' una fa degli eguali , l ' altra dei seguaci , degli inferiori . So bene , - e lo potevi capire anche tu - che quell ' aggettivo eguali non ha il significato che gli si dovrebbe attribuire in una dimostrazione matematica : in psicologia sopratutto ( e anche in natura ) non c ' è nulla di identico , e quando si adoperano certe parole , si lascia a chi legge di interpretarle non alla lettera , ma nel senso che loro si è dato scrivendole . So bene che gli eroi creati da Garibaldi non erano e non potevano essere eguali a lui , e che il grado di passione cui sale il pubblico non è preciso a quello dell ' oratore che lo ha suggestionato - ( l ' anima umana non è una cifra e la psicologia non è l ' aritmetica ) , - ma è certo che quegli eroi e quel pubblico modellavano sé stessi incoscientemente sulla figura morale del loro suggestionatore , e che tutti insieme costituivano un unisono psicologico , che autorizzava la mia affermazione . L ' espressione di un sentimento ha , per coloro che vi assistono , l ' identico effetto della vibrazione d ' una nota sulle corde musicali che si trovano sotto la influenza di questa vibrazione . La persona risponde collo stesso sentimento , come la corda risponde colla stessa nota . Sarà forse un tono più alto o più basso , ma è l ' identico suono , è l ' accordo . Delle idee , invece , non avviene così . Garibaldi può , colla sola virtù dell ' esempio , creare un eroe . Spencer non può , con una sua frase o colla lettura d ' un suo capitolo , creare un genio e nemmeno un ingegno . Non insisto su questa dimostrazione perché l ' evidenza mi par meridiana . Tu dici però - per combattere la mia tesi - che l ' oratore il quale dica veramente delle cose e non delle parole soltanto , eleva il livello intellettuale dei suoi uditori , - e fin qui siamo d ' accordo e l ' ho ammesso anch ' io , scrivendo che l ' oratore , in tal caso , fa dei seguaci , cioè suggestiona e avvicina a sé intellettualmente il suo pubblico ; - e sostieni anche che fra gli uditori può esservi chi superi l ' oratore perché spesso il discepolo sorpassa il maestro . E qui - pur essendo d ' accordo con te nella osservazione ( troppo semplice , del resto , perché si possa combattere ) , - mi permetto di dirti che non modifica in nulla la mia tesi . Verdi ha avuto un maestro di musica , Dante avrà avuto un maestro di letteratura , Raffaello un maestro di disegno . Che cosa significa questo , per la psicologia collettiva ? Significa forse - come tu tenderesti a provare - che le facoltà intellettuali non solo fanno degli eguali , come le forze sentimentali , ma fanno dei superiori ? Qui - mi pare tu abbia dimenticata quella tua felice distinzione fra psicologia collettiva e psicologia sociale , che è stata la scintilla del mio libro sulla Folla delinquente . La psicologia collettiva - quale tu stesso la definisci ed io ho studiata - è la psicologia delle collettività riunite staticamente . Quando dunque io dico che la suggestione delle idee - al contrario della suggestione dei sentimenti - fa , non degli uguali , ma degli inferiori , intendo parlare da un punto di vista statico . Il rispondermi che in un ' aula d ' università dove parla un professore , o in un teatro dove parla un Demostene , vi può essere - nascosto ed ignoto fra il pubblico - uno scienziato o un artista che supererà quel professore o un oratore che supererà quel Demostene , - è un eludere la questione , non un risolverla , è un uscire dal campo della psicologia collettiva per entrare in quello della psicologia sociale . La mia tesi - esposta in un modo esagerato e brutale - è questa : staticamente , cioè in un brevissimo spazio di tempo , per sola virtù di contagio , si può fare d ' un uomo un eroe o un assassino , non si può fare un genio del pensiero . E sfido chiunque a contraddirmi . - Quando tu poi , per provare la forza di suggestione delle idee , mi citi i discepoli che superano i maestri o , per provare che non solo l ' individuo ha influenza sul pubblico , ma anche , e più , il pubblico , sull ' individuo , mi avverti che a un poeta può venire un ' ispirazione da un intelletto mediocre , e che a uno scienziato può balenare un ' idea geniale da una conversazione fugace o insipida , - io ti rispondo che hai ragione , ma che questa è psicologia sociale e non psicologia collettiva . E degli effetti e dell ' importanza della suggestione ( tanto dei sentimenti come delle idee ) da un punto di vista dinamico e non statico , io ho troppo a lungo parlato altrove , perché deva ripetermi qui . Tu scrivi questi periodi limpidi , e inconfutabili : " Non è sempre esatto che la somma collettiva delle idee sia peggiore delle idee genialmente individuali . Nel genio , e anche nell ' ingegno potente , c ' è sempre una qualche esagerazione , un qualche squilibrio nelle premesse più acutamente vedute e ravvicinate , come nelle induzioni più velocemente anticipate . Nella collettività , invece , è vero che domina la media , ma appunto perché tale , questa rappresenta così una elevazione equilibrata e definitiva della intelligenza comune di fronte allo stadio precedente , come un ' attenuazione integratrice delle audacie più o meno squilibrate , ma sempre precoci e perciò meno vitali , del genio individuale . Nella scienza la scuola dei seguaci vale sempre più e meglio del maestro iniziatore , ed hanno - l ' una e l ' altro - due funzioni utilmente diverse . Senza l ' individuo creatore la scuola non si farebbe e la media individuale non si eleverebbe ; ma senza una collettività solidale , l ' intuizione del genio non vive e cade in un torpore e in un oblio talvolta secolare , finché le condizioni più propizie e meglio adatte della collettività , o spontaneamente , o per spinta rinnovata di un altro genio o anche di un talento , non ne fissino definitivamente la struttura e lo sviluppo " . Parole d ' oro , - ma che non levano una virgola a quel che io ho affermato , perché sono parole e concetti applicabili in sociologia e non in psicologia collettiva . Ho ammesso anch ' io , e ho scritto * tutto questo : ho ammesso anch ' io , - e l ' ho scritto - che il genio non è che un simbolo il quale rappresenta le aspirazioni e le tendenze di una data classe e di un dato periodo ; ch ' egli non è se non lo scorcio incosciente di un momento storico , quasi una figura in cui si riassumono e si fissano tutte le suggestioni infinite e diverse che su di lui hanno agito ; - ma riconoscendo che il genio è un parto meraviglioso della collettività , ho inteso e intendo riconoscere soltanto dinamicamente il potere della collettività sull ' individuo . Anche staticamente esiste questo potere , ma produce il male anzi che il bene , abbassa e non eleva l ' intelligenza . Ed è in questo senso , cioè da un punto di vista statico , che io ho osato esporre la frase pessimista che " unirsi , nel mondo umano , vuol dire peggiorarsi " . Da un punto di vista dinamico cioè di psicologia sociale , bisognerebbe essere pazzi per affermare una cosa simile , e tu hai ragione di dire che - allora - bisognerebbe anche rinnegare la teoria dell ' evoluzione e riconoscere che il selvaggio val più dell ' uomo civile , e la scimmia antropomorfa più del selvaggio . Per essere più preciso io avrei dovuto scrivere che - " unirsi nel mondo umano , solo staticamente , vuol dire peggiorarsi " . - Ma all ' esattezza del linguaggio , che ho trascurata , poteva rimediare il senso e l ' intonazione del mio articolo . Io parlavo della folla non della società : io parlavo di suggestione immediata e incosciente , non di suggestione lenta e cosciente ; io - in una parola - parlavo di improvvise rivoluzioni psicologiche , non di graduali evoluzioni ; io non applicavo quindi la mia conclusione a tutto il vasto campo della sociologia , ma soltanto al campo ristretto della psicologia collettiva . Tu mi hai voluto far dire più di quello che avevo in animo di dire , e per combattere una tesi che io non ho sostenuta , hai esagerato . Tu hai scritto che il principio : l ' unione fa la forza è vero sempre in psicologia sociale e in psicologia collettiva . No : in psicologia collettiva l ' unione spesso fa , intellettualmente , non la forza , ma la debolezza : i Giurì , le Commissioni , le assemblee informino : soprattutto i tuoi Nuovi Orízzonti , dove questa verità è stata così genialmente accennata . Ed io non avrei altro da aggiungere se non prevedessi una tua domanda , anzi alcune domande : " quali sono i limiti - tu potresti dirmi - quali i confini tra la psicologia collettiva e la psicologia sociale ? dove finisce l ' una e comincia l ' altra ? non si verificherà anche qui la legge d ' evoluzione , e non si passerà dall ' una all ' altra per fasi e per gradazioni indistinte ? e non sarà allora impossibile o quasi applicare a queste diverse fasi le leggi che tu credi vere per l ' una e che sarebbero quindi false per l ' altra ? " . I problemi racchiusi in queste interrogazioni sono gravi e importanti . Io tenterò di risolverli nel mio prossimo volume : La delinquenza settaria * . La setta è infatti una collettività che potrebbe dirsi il trait - d ' union fra la folla e la società , la zona neutra , per ripetere un ' espressione felice , tra la psicologia collettiva e la psicologia sociale . L ' argomento mi porterebbe molto lontano : ma io non posso abusare della cortesia della " Critica sociale " , alla quale ho già rubato qualche colonna . Altrove e meglio io potrò dire il mio pensiero . Intanto credimi , con l ' affetto e con l ' ammirazione che sai , sempre tuo SCIPIO SIGHELE . IV . Risposta di Gabriele Tarde a Scipio Sighele * . Io sono sempre lieto , e voi , caro Sighele , lo sapete , di rendere la giustizia dovuta ai vostri belli e profondi lavori ; e non solo è il vigore e il raro acume di uno spirito veramente personale , che io ammiro in voi , ma eziandio quella nobiltà naturale di carattere che vi tiene al disopra delle misere questioni d ' amor proprio . Noto questo tanto più volentieri , dacché è pur tempo ch ' io risponda a certi attacchi che se non mi commuovono , non cessano però di sorprendermi , succedendo bruscamente , non so troppo il perché , a numerose testimonianze d ' amicizia e a buoni uffici reciproci . Io non seguirò il Ferri nella via ch ' egli ha battuta a mio riguardo . Un uomo così abile , com ' egli è , all ' adattamento e al volgarizzamento delle idee altrui dovrebbe più di chiunque astenersi dal gettare ad altri epiteti scortesi di parassita di vagabondo e di plagiario ; dovrebbe astenersene e sopratutto verso qualcuno che maturò a lungo , nella più profonda solitudine , il frutto delle sue proprie riflessioni , fino al giorno in cui il suo pensiero schietto e personale si è diffuso con qualche onore nel modo scientifico . Certo , ben io so che in fatto di idee la proprietà individuale deve sempre esser intesa in un senso molto relativo ; che il collettivismo è qui al suo posto , meglio che in qualsiasi altro campo ; e che noi non siamo mai se non i comproprietari comunisti e indivisi delle nostre idee le più originali . Ciononostante , il merito d ' una tal quale originalità mi fu così spesso riconosciuto , da ogni parte e su tutti i toni , e persino dai più acerbi miei critici , che io credo di potere , - senza troppa illusione - attribuirmi la paternità de ' miei scritti a dispetto del mio amabile contradditore . Il deputato Ferri era ancora sulle panche della scuola quando già il mio sistema d ' idee era fissato nelle linee principali . Io non potei quindi toglierlo a prestito né da lui né da alcuno dei suoi e neppure dal Despine , che mai non lessi . Che quest ' ultimo si sia occupato della imitazione , è ben cosa possibile . Lo stesso Platone ne sentì alcun po ' l ' importanza nella sua Repubblica . La questione non è qui . Il pubblico filosofico l ' ha ben compreso ed è esso , in fin dei fini , il solo giudice del merito dei nostri lavori . In ogni caso io posso affermare che quand ' anche io non avessi conosciuta la nuova scuola , io non avrei a cangiar verbo delle mie due opere principali : Le leggi dell ' imitazione e La logica sociale . Quanto alla mia Criminalità comparata e alla mia Filosofia penale , questi due volumi non sono che l ' applicazione pura e semplice del mio punto di vista generale - pubblicato fin dal 1881 nella " Revue Philosophique " e finito assai prima - al lato criminale della Società ; a quel modo ch ' io l ' applicai al lato linguistico , religioso , economico , estetico e giuridico . Questa applicazione criminologica io non l ' avrei fatta nella stessa maniera se non avessi avuto il vantaggio di leggere un giorno l ' Uomo delinquente di Lombroso e gli scritti della scuola . Ma il rimprovero di averli saccheggiati mi sorprende singolarmente ; avrei capito piuttosto quello di averli un tal po ' demoliti : e ancora ciò equivarrebbe a disconoscere tutta la benevolenza ( voi diceste un giorno beneficenza ) della mia critica da amico . Se tutti coloro che criticano il Ferri l ' hanno copiato , i suoi copisti sono legione , cominciando dall ' onorevole Colajanni che gli ha assestato di così bei colpi , e senza dire del Lucchini , del Carnevale , dell ' Alimena e di tanti altri rudi giostratori della terza scuola . Io non so del resto a qual proposito , senza aver nulla di molto particolare da dire , Ferri interviene nella piccola conversazione cortese ed istruttiva che voi impegnaste con me su un punto assai delicato della psicologia delle folle . S ' egli fu il padrino della psicologia collettiva , come a più riprese si vanta , s ' ingannerebbe , ad ogni modo , supponendo di esserne il padre e che nessuno abbia ormai il diritto di toccare a questo soggetto di studi senza il suo consenso . Il difficile non era di trovare il nome , bensì di trovare e approfondire la cosa . È ciò che voi fate , è ciò che io pure ho tentato di fare . E ciò che mi dà qualche fiducia nelle mie ricerche è che mi sembra ch ' esse si accordino spesso con le vostre , anche in quanto concerne il piccolo problema da voi recentemente discusso nella " Critica sociale " . Perciò non ho che qualche riflessione da aggiungere alle vostre fini osservazioni . Io distinsi nello spirito collettivo delle folle il lato intellettuale e il lato morale , e feci notare che , moralmente , esse uguagliano ed anche superano l ' individuo nel bene e nel male , nell ' eroismo e nel delitto , mentre , intellettualmente , esse scendono quanto è più basso di lui nella stoltezza e nella follìa , senza mai elevarsi alla sua altezza nella genialità . Ora , voi reputate vera questa osservazione , ma la spiegazione ch ' io ne dò non vi soddisfa e ne tentate un ' altra . Le due , tuttavia , forse si completano più che non sieno in contrasto , e io credo che voi stesso ve ne avvedrete tosto che io abbia un po ' rettificato il mio pensiero . Qui , mi sembra , si ha da aggiungere alla distinzione già fatta , un ' altra distinzione : quella dell ' aspetto quantitativo e dell ' aspetto qualitativo dei fenomeni psichici , siano intellettuali o morali . La credenza affermativa o negativa , che passa per tanti gradi senza cangiar di natura , è una quantità mentale . Il desiderio , esso pure , positivo o negativo , lo è del pari e per la stessa ragione perché segue una scala continua , dalla più leggera tendenza alla passione più sfrenata , in una stessa determinata direzione . Anche l ' intensità delle sensazioni è , sino a un certo punto , una quantità . Ma un ' idea , in quanto combinazione particolare di percezioni o d ' imagini e indipendentemente dalla più o meno forte adesione dello spirito , è qualcosa di qualitativo , che differisce in natura , e non soltanto in grado , da un ' altra idea . Lo stesso dirò del sentimento , considerato non già sotto l ' aspetto dell ' energia , ma sotto quello della sua composizione e della sua distinta sfumatura , nella quale si fondono mille impressioni , mille pene o piaceri elementari . Ebbene , è notevole che di quanto il lato quantitativo della psicologia individuale , così definito si riproduce amplificato ed esagerato in psicologia collettiva , di altrettanto il lato qualitativo si riflette attenuato e impoverito . Le folle , senz ' alcun dubbio , davanti a uno spettacolo commovente , come una corsa di tori o una carica di cavalleria in sommossa , hanno sensazioni più forti di gioie o di dolori più vivi , che non risentirebbe isolato ciascuno degli individui che le compongono . Esse hanno una capacità di godere e di soffrire , e parimenti di affermare o di negare , di desiderare o respingere , superiore alla capacità analoga dell ' individuo . Ma al tempo stesso , cotesto assembramento , cotesto affollamento effervescente degli individui così adatto a rafforzare in ciascun d ' essi le loro sensazioni espresse , i loro desiderî e le loro convinzioni reciprocamente corroborate pel solo fatto del loro scambio , è assolutamente inadatto a suscitare , ad accelerare nello spirito e nel cuore di questi individui , anche in quelli che hanno più anima e più genio , lo sbocciare di un ' idea davvero nuova e feconda , od anche di un sentimento nuovo e fecondo , di una specie inedita di entusiasmo o di amore . Perché se vi ha delle idee geniali , vi ha pure dei sentimenti geniali . Lungi dall ' affrettarne o dall ' agevolarne l ' apparizione , l ' azione della folla la inceppa o la impedisce . In altri termini , le folle esaltano la facoltà imitativa dell ' individuo , ma ne deprimono la facoltà inventiva . Lamartine in due versi ben coniati , disse qualcosa d ' analogo : Il faut se séparer , pour penser , de la foule , Et s ' y confondre pour agir . Infatti il pensatore si isola , e così il poeta o l ' artista . L ' uno per elaborare le sue nuove e forti concezioni , l ' altro per estrarre dal proprio cuore un aroma più raffinato e complesso dei sentimenti ordinarî , hanno bisogno di raccoglimento e di silenzio . La germinazione del loro cervello è a questo prezzo . Vi hanno senza dubbio eccezioni , ma non sono che apparenti e confermano la regola . Il Nouma Roumestan di Daudet , ad esempio , al quale le idee non venivano che parlando in mezzo a un vasto uditorio . Disgraziatamente le idee che vengono in tal modo , nel chiasso e nella calca , hanno per carattere distintivo di essere semplici luoghi comuni , o tutt ' al più di quei paradossi che non sono se non luoghi comuni rovesciati e ai quali si applica a meraviglia il paragone delle bolle di sapone . Quanto ai veri " nuovi orizzonti " dello spirito , schiusi da un Newton o da un Descartes ; quanto alle nuove tonalità del cuore apportate al mondo da tutti i grandi visionari mistici o patrioti del passato , profeti ebrei , aedi greci , bardi celti , da un Orfeo o un Budda , da un Virgilio o un San Paolo o un San Francesco d ' Assisi o un Dante o un Rousseau o un Chateaubriand - è sempre nel deserto , lunge dalle moltitudini che cotesti germi destinati a una così lontana disseminazione sono creati per la prima volta . Poi vengono i grandi tribuni , i grandi pubblicisti , i missionari che si dedicano all ' apostolato di quelle innovazioni , le seminano dappertutto e le fanno cadere nel pubblico dominio . È così che si formarono tutti i sentimenti maggiori che mossero i popoli , l ' onore della famiglia , l ' onore della città , la religione della patria , la pietà , la fedeltà feudale ... È così , che , ancor più manifestamente , il gusto della tragedia classica nel secolo XVII , la passione dell ' architettura gotica nel medio evo e il disgusto di essa nel secolo XVIII , o , ai dì nostri , il culto entusiasta della libertà e dell ' uguaglianza , divennero successivamente fonti di emozioni nazionali tra i francesi delle varie epoche ; per modo che , adunate nel teatro , nella chiesa , nel museo , sulla pubblica piazza , le folle francesi furono soventi elettrizzate da capolavori che in altre epoche avrebbero fischiati , ed ebbero i più bei slanci d ' eroismo civico o militare per cause che , un secolo prima , le avrebbero lasciate indifferenti o mosse ad orrore . Il contrasto , voi lo vedete , che oggi vi propongo , non è del tutto il medesimo da cui sono partito nell ' articolo che voi citaste . Alla distinzione dell ' intellettuale e del morale io sovrappongo , più ch ' io non sostituisca , quella della quantità e della qualità , dell ' imitativo e dell ' inventivo , distinzione che non è contraria , ma , per così dire , perpendicolare alla precedente . Ora , non trovate voi che , presentato sotto questa nuova luce , il mio pensiero appaia più vero e , insieme , meno scoraggiante ? Ed ora domandiamoci : perché mai le folle , che superano tanto l ' individuo nell ' energia delle loro convinzioni vere o false , come nell ' intensità delle loro passioni buone o cattive e , per conseguenza , nello slancio delle loro azioni eroiche o criminose , sono impotenti a sprigionare dal loro proprio seno quelle verità o quegli errori , quelle forme del bene o del male , la cui iniziativa appartiene sempre all ' individuo ? Egli è che l ' individuo è un ' associazione armonica , e non soltanto un aggregato incoerente , di cellule cerebrali ; e che il lavoro coordinato , logico e teleologico di queste , che esige una profonda pace , è naturalmente suscettivo di produrre frutti di qualità ben diversa dai prodotti d ' una fermentazione tumultuosa . Il giorno in cui si sarà trovata un ' associazione di uomini che funzioni altrettanto armonicamente quanto la società cellulare del nostro cervello , quel giorno la genialità diventerà l ' appannaggio dei corpi costituiti , scambio di essere il privilegio dell ' uomo solitario e si vedranno i lampi di genio sprizzare dalle deliberazioni di un ' assemblea anziché dalla muta meditazione . Fino a quel giorno non si vedrà che il contrario . Si ha un bel dire che quattr ' occhi veggono meglio di due ; non è perciò men vero che in un Parlamento , fosse pure composto di 500 Enrico Ferri , mille occhi appuntati su una questione militare o diplomatica da risolvere , non riescono mai a percepire , senza gli occhiali d ' un ministro circondato da uomini competenti , un ' idea legislativa che stia in piedi . Parimenti , benché mille cuori battano più forte di un solo , non è perciò meno vero che , nei momenti critici in cui il bisogno di una data riforma dei cuori si fa sentire , quando si tratta di suscitare un sentimento salvatore , una emozione speciale e rigeneratrice , è in un cuore solitario che si produce per la prima volta cotesta pulsazione salutare e caratteristica , ripercossa poi da tutti gli altri . Dirò io con voi che v ' è qui una differenza essenziale , che in fatto , " mentre la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , la suggestione delle idee fa degli inferiori " , ossia dei discepoli ? Eppure , imitazione vi ha tanto nel primo caso quanto nel secondo . Malgrado tutto , la distinzione che voi stabilite ha la sua parte di vero e giustifica al tempo stesso quella ch ' io avevo stabilita fra l ' intelligenza e la moralità della folla . Perché , in fatto di sentimenti , il difficile e l ' importante non è , abitualmente , di scoprirli , cosa alla fin fine abbastanza facile ; ma è di sentirli collo stesso grado d ' energia , necessario a renderli efficaci ; mentre , in fatto d ' idee , la difficoltà è di trovarle e di formularle , non già di affermarle con una grande intensità di fede ; e le idee le più credute , le più dommatizzate dal fanatismo delle masse , non sono per nulla affatto le più feconde . Un pizzico di scetticismo è un ottimo lievito per la fecondità di un ' idea . Che un sentimento sia nuovo , poco importa , generalmente ; l ' essenziale e il raro è ch ' esso sia molto forte e quindi molto utile . Ma non basta che una idea sia molto vera , bisogna che essa sia nuova ; e il più sovente la sua novità fa , in qualche misura , parte integrante della sua verità , quasi sempre relativa ... Molte altre cose avrei da dire a questo proposito ; ma già mi debbo scusare di essermi tanto diffuso . Il piacere di conversare con voi mi ha trascinato ... Ancora una parola , se consentite . Io non diedi che a titolo di ipotesi , e come tale ho confinato in calce di pagina , il brano sull ' io dell ' atomo , che voi voleste citare . Checché si pensi a questo riguardo , ciò non altera in nulla l ' assieme delle mie idee positive . Queste devono essere distinte con molta cura dalle congetture che spesso io vi ho mescolato , non senza caritatevolmente avvertire il lettore , che , in questi casi , hypotheses fingo . Novembre 1894 . G . TARDE . V . Nota di Silvio Venturi * . I lettori ricordano certo per quali motivi il Sighele conclude : che dei sentimenti si può , per suggestione , fare la somma , delle idee non si può fare che la media ; mentre , pel Ferri , la collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica , con ciò intendendo che la comunicazione delle idee alla folla non solo è possibile , ma dalla comunione stessa le idee vengono rinforzate . Ora io vo ' dire non soltanto che sono d ' opinione un po ' dell ' uno e un po ' dell ' altro , e più del Sighele che del Ferri , ma che sovra tutto fra l ' uno e l ' altro sarei quasi di parere contrario . Tale posizione colombiana , che assumo nella discussione , vuol dire semplicemente che io vedo la cosa da un punto di vista differente . Mi sbrigo in due parole . L ' oratore che parla alla folla trova un ' eco perfetta in questa quand ' egli esprima sentimenti o idee che ad essa non solo sieno facili , ma che essa già in qualche modo possegga , ed egli non faccia che evocarle , riassumerle , dimostrarle , illustrarle . Allora la folla , nella sua espressione collettiva , a parte le singole stonature di individualità o eminenti , o inferiori , od estranee , trova nell ' oratore , come nel foco d ' uno specchio , conversa la propria opinione o il proprio sentimento , il quale dall ' oratore stesso , caldo o ingegnoso , vien tradotto intenso , come fosse la somma del sentimento o del pensiero di tutti . Se , al contrario , l ' oratore esprime sentimenti o pensieri , i quali , o per essere esclusivamente suoi , o per essere nuovi , sono come fortemente staccati dallo stato , ordinario dell ' opinione o dei sentimenti del pubblico , egli in tal caso né viene sentito , né viene compreso . Ricordo , al proposito , l ' opinione del Mausdey , il quale divide gli uomini di genio in due categorie : quelli che hanno ingegno da rappresentare in sé stessi ed esprimere i sentimenti o le idee del momento storico in cui vivono ; e quelli che sentono o pensano in modo avanzato , lontano ancora dal comune intendimento . I primi possono aver gloria in vita , per quanto duri poco oltre la tomba , poiché sono uomini del tempo e passano con questo ; gli altri avranno gloria più tardi , quando la comunità , passo passo , avrà conquistato il terreno intermedio , e sarà arrivata ad intendere l ' uomo che l ' ha preceduta . Fra questa classe d ' uomini vi hanno pur gli utopisti , i quali separati che siano dai folli , si può dire che abbiano avuto la sfortuna di gettare nello spazio dell ' avvenire idee traverso le quali , per loro sventura , non è passata la traiettoria dell ' umano progresso , onde furon lasciati da parte , come gente che , anziché precedere il progresso comune , l ' avrebbe deviato . Assistiamo giornalmente alla dimostrazione di quanto io dico . Nelle pubbliche assemblee ( specialmente nelle politiche ) gli oratori festeggiati e che dominano sono coloro che non dicono nulla di nuovo , ma che sanno toccar bene il tasto che muove il pensiero ed il sentimento comune ; al contrario i veri innovatori , gli scienziati sottili ed originali , sia che scrivano , sia che parlino , non soltanto non vengono compresi , ma incorrono necessariamente nell ' ostilità e nel motteggio . Più tardi trionferanno , quando , a poco alla volta , crescendo il numero dei seguaci ( che non saranno ciechi fanatici , ma studiosi ) , questi avranno compiuta , dalla punta alla base , la piramide che li estolla in trionfo . Ricorderà il Ferri , quand ' egli in Parlamento , propugnatore delle nuove idee pel Codice penale , fu soffocato dall ' enorme peso dell ' opinione di presso che tutti i deputati , i quali nel Codice di Zanardelli glorificavano il trionfo della opinione pubblica , che si era arrestata alle vittoriose idealità , già da venti anni diventate , scientificamente , anticaglie . Ecco dunque , secondo me , l ' errore della polemica fra Sighele e Ferri . L ' uno ammette la sola diffusibilità e sommabilità dei sentimenti , e non si accorge che ciò si deve all ' esser i sentimenti e gli atti volitivi che li rispecchiano , fatti psichici di patrimonio comune , onde dall ' oratore essi non vengono seminati , ma solamente evocati , e , per effetto delle leggi dal Sighele stesso così bene illustrate , rinforzati , sommati e , fino a un certo segno , moltiplicati nell ' intensità , non già , intendiamoci , nella qualità e nel numero . L ' altro , il Ferri , dicendo che nello scambio le idee si rinforzano , dice bene , a mio parere , soltanto nel senso che le idee individuali , prodotte da una mente alta e di larghe vedute , rispecchiano sempre un lato solo del prisma , mentre , preso l ' abbrivo e il suggerimento da una opinione , le altre , emesse dagli altri , si svolgono a riguardar nuovi lati del prisma medesimo , onde l ' opinione prima si può modificare , allargare , rinforzare , innalzare e talora anche indebolire . Obbiettivamente considerando gli effetti di una discussione di idee , si rilevano due fatti : il primo , che l ' idea emessa dal proponente , dirò così , viene attenuata o modificata dalla diversa base sulla quale , dopo l ' opinione altrui , essa dovrà poggiarsi ; e l ' altro che il resultato finale dell ' opinione di ciascuno , compresa quella del proponente , non sarà un ' idea acuta , elevata quant ' era quella di prima , la quale tanto più si distendeva in altezza quanto meno s ' allargava alla base , ma sarà un modo più esatto , più largo , per quanto meno geniale , di vedere le cose . Dunque in parte ha ragione il Sighele , a dire che , riguardo ai prodotti intellettuali , lo scambio delle idee ha per effetto una diminuzione d ' intensità e di forza nell ' idea iniziale ; ma viceversa avrebbe ragione il Ferri in quanto la discussione eliminando i pericoli delle unilateralità e delle utopie , infonde vigore ed efficacia all ' idea medesima , migliorata e corretta . Dopo ciò , la distinzione , in proposito , fra i sentimenti e le idee non dovrebbe più esser quella fatta dal Sighele e dal Ferri , poiché , a seconda della coltura o delle speciali condizioni della folla un sentimento d ' ordine comune può venir non compreso ed essere espresso senza efficacia come fosse un ' idea geniale e di peregrina fattura : ed in assemblea diversa un ' idea geniale può destare entusiasmi e muovere ad azioni al pari che se fosse un sentimento universo ed anticamente sentito . E , per valermi di esempi simili a quelli portati dai nominati scrittori , se Garibaldi creò non solo degli eroi , ma mosse un popolo intiero colla magica parola di Italia unita , questa parola non avrebbe avuto efficacia alcuna un secolo innanzi , poiché il 1859 trovava in Italia un popolo nel quale il concetto dell ' unità italiana erasi fatto sentimento , mentre non lo era affatto prima dell ' epoca napoleonica , ed era ancora , come ai tempi di Dante , sogno d ' idealità geniali . Per chiarir meglio il mio concetto e meglio formulare il motivo per il quale vi ha una differente potenza di comunicabilità , non già solo fra sentimenti e idee , ma fra sentimenti e sentimenti , fra idee e idee , ricorderò come il prodotto del genio accenni ad una divergenza nell ' evoluzione civile , e inizii un nuovo ramo nell ' albero delle umane attività ; non altrimenti la varietà , che spunta da una specie , crea nuovi indirizzi di forma e di vita , e segna le origini d ' una specie novella , che più tardi , attraverso i perfezionamenti della nuova varietà , si andrà affermando . Tale significazione biologica del genio che io , primo , ho additato e illustrato in lavori , che già datano da cinque o sei anni , e di cui ho pur fatto applicazione nello studio della psiche sociale e nella storia , chiarisce il fatto per il quale il pensiero dell ' uomo di genio , che spesso crea istantaneamente o per lo meno da poco ha maturato l ' idea geniale , non può trovare nella folla né intendimento né consenso , poiché questa intende e risponde solamente a sentimenti e a idee che le sono materia assimilata . Ma non perciò mancherà nella folla , che ascolta l ' oratore geniale , una piccola punta d ' intenditori i quali , a lui più prossimi per cultura o abbastanza sottili da afferrare fra il misticismo della non sicura dottrina l ' idealità geniale , plaudiranno , nobile e fortunosa claque a colui che sarà dai più o fischiato o deriso . E , per contrapposto , ognuno di noi ricorda di aver udito in piazza e nei pubblici comizî portar a cielo oratori , i quali nulla dissero di nuovo , ma infarcirono i loro discorsi con frasi fatte e di moda , che hanno la immancabile efficacia di muovere il pubblico consenso . Mi sembra ingannevole l ' argomento , che si intravvede tra le righe del Ferri ( chiedo scusa se ho male interpretato ) , che vorrebbe indurre la prova della comunicabilità non solo , ma dell ' effetto diffusivo delle idee , dall ' esempio del discorso a scopo istruttivo che tiene il maestro agli scolari o il conferenziere al pubblico vario dei suoi ascoltatori . Invero , il buon docente è quello che sa tenersi al livello , non solo della intelligenza , ma della coltura dei suoi scolari , un po ' più alto , niente più ; ed ha fama di buon conferenziere colui che , guardandosi dagli alti o peregrini voli , sa con lenocinio fecondo spezzare il pane della sua scienza , così da farla inghiottire alla diversa capacità delle fauci . Dò pur io importanza all ' azione suggestiva delle correlative espressioni fisionomiche e degli atteggiamenti della persona e della voce di colui che , parlando , sente vivamente ciò che dice . Nessuno meglio di Orazio ha espresso una simile cognizione . Da alienista , fo anche notare che fra i sentimenti e le azioni si stringe facile un legame , così che gli uni chiamano gli altri quasi a rifletterli , e ciò tanto più vivamente quanto più i sentimenti siano assimilati agli individui . Un ' analoga correlazione si stabilisce fra idee ed azioni , e ciò in principio dell ' intermedio dell ' emotività , e più innanzi , mano mano che l ' idea si impossessa dell ' individuo , anco senza di essa . Tanto i sentimenti quanto le idee dunque possono suscitare negli uditori lo scoppio delle azioni correlative , onde una parola di odio determina mille ruggiti di rabbia e fa portare mille mani al bastone ; ma perché ciò succeda bisogna che i sentimenti espressi dall ' oratore non gli sieno individuali , ma rispondano ad altrettali od a somiglianti nella folla ; e le idee che esprime sieno o così semplici o così comuni che , o ancora per il tramite di stati emotivi , o direttamente se sieno ancor più mature , trovino nella folla medesima di essere già largamente e vivamente comprese . Oggidì ancora nessun oratore sarebbe capace di entusiasmare una moltitudine di Indù colla parola eguaglianza . La stessa parola trovò tanti ostacoli ad essere accolta quando veniva dalla bocca dei primi cristiani : e , al contrario , sollevò il mondo pubblicata dalla Rivoluzione francese . Non era forse un ' idea prima e dopo ? Ma prima era un ' idea solitaria e lontana dalla comune cognizione ; più tardi un ' idea comune e resa assimilabile , fatta eguale ad un sentimento . Girifalco , 22 novembre 1894 . SILVIO VENTURI . VI . Lettera di Pio Viazzi a Scipio Sighele * Egregio Signore , Ella sa come io abbia sempre avuto grande ammirazione per l ' opera sua di scienziato , e non vorrà credere a petulanza , se mi permetto ora di contrastare a qualche sua asserzione , forse troppo assoluta , a proposito dell ' intelligenza della folla . Ella osserva , con molta giustezza , che bisogna distinguere gli stadî acuti della associazione umana , quale è una folla e , in grado minore , una setta , dallo stadio normale , quale è la convivenza sociale . Ma poi afferma genericamente che " se le collettività ( e più avanti spiega , si chiamino Giurì o Commissioni , assemblea o folla ) nell ' ordine morale sono suscettibili dei due estremi opposti , della più selvaggia criminalità e del più sublime eroismo , - nell ' ordine intellettuale invece non conoscono che un estremo , l ' infimo , giacché se possono discendere a degli abissi di pazzia o d ' imbecillità sconosciuti all ' individuo isolato , non sanno elevarsi alla manifestazione suprema dell ' intelligenza e dell ' immaginazione creatrice . Vi sono , infatti , eroismi collettivi : non vi sono né nell ' arte , né nella scienza capolavori collettivi " . Questa è l ' affermazione sua . E le cagioni del fenomeno , ella dice , sarebbero le seguenti : Si dovrebbe accettare come esatta l ' affermazione del Tarde che " l ' opera del genio e del talento è sempre complicata e differisce in natura , non in grado soltanto , da un atto di intelligenza volgare " . In altre parole : dei sentimenti si fa la somma , delle idee non si può fare che la media ; e ciò perché le facoltà intellettuali non possono comunicarsi per suggestione , in quanto non hanno mezzi per manifestarsi esteriormente . Che se vi ha , pure nelle idee , una forma di suggestione , questa non fa che dei discepoli , dei seguaci , vale a dire degli inferiori , non degli uguali , come avviene per la suggestione dei sentimenti . Concludendo , ella dice addirittura che unirsi nel mondo umano , vorrebbe dire peggiorarsi . Ora , a me pare abbia ragione il Ferri , quando , invitante i volonterosi a discutere la questione , modifica le accennate asserzioni a questo modo : essere vero che i sentimenti si comunicano e si sommano nelle collettività più che le idee , ma che esse pure , le idee , si sommano ; per conchiuderne , da codesta innegabile comunicazione delle idee , al principio d ' ordine generale , che la collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica , in senso buono o cattivo , secondo la prevalenza degli uni o degli altri elementi che la compongono . Ed in primo luogo , quando si dimentichi pure un istante la premessa da lei posta alle sue ricerche , che non bisogna confondere le forme ristrette e più o meno transitorie dell ' associazione umana , col fatto costituente ed universale della società umana * , è troppo facile opporre , ad ogni altro ragionamento , che , alla fine , ogni acquisto sul progressivo evolversi dell ' umanità , è opera collettiva , e prodotto di mille cause e di mille influenze e di mille relazioni d ' uomo con uomo , della società con l ' individuo . Ma a parte ciò , e stando anche alle semplici parziali transitorie aggregazioni , o io sbaglio grossolanamente , o nei ragionamenti suoi , egregio amico , intravvedo l ' equivoco . E l ' equivoco sarebbe , che nell ' opera d ' arte o di scienza necessariamente la forma esteriore ai risultati di una più o meno lunga elaborazione psichica è data dall ' individuo , e per questo è facile attribuirla senz ' altro esclusivamente alla personalità di costui , senza risalire alla genesi psicologica del prodotto . La realtà poi è che una grande opera d ' arte ed una potente coordinazione di idee , dovuta nella sua forma ultima concreta esteriore ad un individuo , non solo presuppone un insieme di condizioni mentali derivate dall ' elaborazione collettiva anteriore , e ciò non concluderebbe abbastanza ; ma nella massima parte dei casi ad essa ha concorso potentemente quello stato speciale di elevazione psichica che è determinato dall ' azione suggestiva di un ambiente speciale , atto a facilitare le creazioni dello spirito . Sensazioni , emozioni , pensieri frammentarî , ripercossi in una mente sola ed accumulatisi , convergendo in essa per vie molteplici , fino al momento in cui determinarono la esplosione creatrice . Non so se ho reso l ' idea . Certo ognuno di noi ha provato la enorme differenza di duttilità , spontaneità e felicità nel pensiero e di facilità nell ' estrinsecazione , secondoché l ' abituale conversione è più o meno elevata , secondoché si respira un ' atmosfera intellettuale o materiale . Chi sa dire quanta parte nell ' opera di Donatello o di Michelangiolo abbiano avuto le corti di Cosimo I e di Giulio II ; nell ' opera di qualcuno fra i nostri batteriologi o psicologi il gabinetto di Pasteur e la clinica di Charcot ; nell ' opera dei precursori della rivoluzione francese qualche salotto del secolo scorso ? E la suggestione è evidente nel campo delle idee , per mezzo della parola parlata e scritta : nell ' arte , è addirittura condizione essenziale al godimento estetico . L ' opera d ' arte afferra lo spettatore , lo assorbe , esclude altre sensazioni , provoca uno stato di monoideismo simile all ' ipnosi ed allora il suo contenuto , la sua significazione intellettuale determina nello spettatore rappresentazioni mentali conformi a quelle dello autore , il quale per tal modo sostituisce alle altre la propria personalità . Moltiplicate in una collettività simili reciproche influenze , e i risultati , fermi nelle opere dei singoli , si estrinsecano però in quelle fioriture , apparentemente inesplicabili , che a quando a quando ricorrono nella storia . V ' ha di più . Non mancano esempi di vere e proprie attuazioni concrete di opere elevatissime , dovute a collettività ; e si presentano subito alla mente le compagnie di maestri alle quali dobbiamo le grandiose e talora bellissime costruzioni gotiche . Ma un caso splendido ci è dato dalla fabbrica di Santa Maria del Fiore , una delle cose più organiche , più felici , sorte per opera d ' uomo a rallegrare , sotto il sole rilucente , le generazioni delle anime fini . Il disegno della crociata e delle cappelle posteriori è dovuto all ' opera collettiva di otto maestri e pittori , in concordia , Neri di Fioravante , Benci di Cione , Francesco Salvetti , l ' Orcagna , Taddeo Gaddi , Andrea Bonajuti , Niccolò di Tommaso , Neri di Mone ; esso fu giudicato , nel concorso , migliore , prima dagli operai della chiesa , e poi da tutto il popolo convocato dai banditori . Al giudizio sul disegno pei basamenti e capitelli delle colonne furono chiamati cinque maestri , poi altri quattro , poi altri cinque , ed infine cento cittadini e religiosi . Ad ogni avanzamento della fabbrica poi emerge bensì qualche nome superiore , ma è sempre incombente l ' opera collettiva ed anonima degli operai . A mio parere , dunque , ella , egregio amico , è nel vero quando constata la comune insufficienza delle collettività nelle opere d ' ingegno ; ha torto quando eleva questa constatazione a regola assoluta generale * . E credo con ciò che non si possano accettare tali e quali le ragioni che ella porge d ' inferiorità di risultati nelle opere della intelligenza in confronto alle opere del puro sentimento . I sentimenti si comunicano e si propagano e riflettono con più facilità perché più fondamentalmente uniti alla natura umana , e sostanzialmente conformi nelle varietà degli individui : per gli stati intellettuali manca spesso invece quella affinità che possa permettere l ' incontro delle idee , essendo maggiore infinitamente la differenza fra uomo ed uomo nel campo della intelligenza . Riunite invece intelligenze affini , capacità emozionali conformi - occorre una certa affinità fra i semi perché si fecondino - : allora l ' unione sarà procreazione . Con ossequio , suo PIO VIAZZI . Alessandria , 4 dicembre 1894 .