StampaQuotidiana ,
Uno
dei
residui
fogli
dell
'
emigrazione
anti
-
fascista
la
quale
si
trova
in
condizioni
sempre
più
disperate
anche
in
Francia
confessa
in
un
articolo
di
fondo
i
propri
errori
.
E
vi
aggiunge
,
a
rincalzo
,
una
nota
di
Herzen
,
che
calza
a
pennello
con
la
situazione
economica
e
morale
dei
fuorusciti
italiani
.
Il
foglio
di
cui
parliamo
è
Giustizia
e
Libertà
che
nel
suo
ultimo
numero
del
16
novembre
,
1a
pagina
,
1a
colonna
,
in
questa
maniera
netta
,
straccia
i
veli
coi
quali
per
tanti
anni
si
è
tentato
di
nascondere
la
realtà
.
«
Affinché
non
si
dica
che
rimaniamo
nel
vago
,
specificheremo
qualcuno
degli
errori
più
fatali
in
cui
cadono
gli
esiliati
:
presentare
il
fascismo
come
in
procinto
di
cadere
da
un
momento
all
'
altro
;
esagerare
l
'
importanza
dei
movimenti
esistenti
;
impiegare
un
tono
roboante
e
minaccioso
;
esagerare
nelle
critiche
di
dettaglio
e
nello
scandalismo
,
anziché
attaccare
nelle
fondamenta
e
guardare
l
'
insieme
;
condurre
le
requisitorie
su
motivi
prevalentemente
sentimentali
o
sulle
violenze
del
passato
;
assumere
verso
coloro
che
stanno
in
paese
il
tono
di
una
aristocrazia
antifascista
;
aver
l
'
aria
di
difendere
la
cosiddetta
democrazia
pre
-
fascista
o
le
pseudo
-
democrazie
esistenti
;
negare
che
alcunché
si
sia
fatto
di
utile
sotto
il
regime
;
contestare
a
Mussolini
ogni
qualità
;
oppure
,
con
esagerazione
opposta
,
risolvere
il
fascismo
in
Mussolini
;
non
insistere
abbastanza
sull
'
elemento
positivo
dell
'
antifascismo
.
La
lista
potrebbe
allungarsi
»
.
Ma
noi
,
ad
esempio
,
crediamo
che
sia
abbastanza
lunga
e
completa
.
È
una
grande
sassaiola
in
tutte
le
piccionaie
dei
fuorusciti
,
ivi
compresa
quella
del
foglio
in
questione
.
Si
tratta
,
dunque
,
di
«
errori
fatali
»
.
Ma
se
sono
come
sono
«
fatali
»
non
c
'
è
più
nulla
da
fare
per
l
'
antifascismo
fuoruscito
.
Della
qual
cosa
tutti
sono
più
che
convinti
da
un
pezzo
.
StampaQuotidiana ,
Antonio
Comelli
,
cinquantenne
da
Palanzano
,
entrò
l
'
altro
giorno
in
cucina
e
si
sentì
profondamente
seccato
.
Sua
sorella
Teresa
,
d
'
anni
quaranta
,
stava
acerbamente
rampognandogli
la
giovane
figlia
di
cui
ci
sfugge
il
nome
.
Il
sistema
di
insegnare
il
verbo
a
suon
di
nerbo
è
cattivo
sotto
tutti
i
riguardi
.
Coi
giovani
la
maniera
forte
non
va
:
da
essi
si
può
ottener
molto
di
più
con
la
dolcezza
,
perché
se
una
paziente
spiegazione
persuade
,
una
bastonata
,
o
peggio
,
una
certa
quantità
di
parolacce
,
non
fanno
che
irritare
.
Lo
sdegno
di
Antonio
Comelli
era
dunque
ragionato
e
i
Regi
Carabinieri
di
Palanzano
si
sarebbero
guardati
bene
dall
'
intervenire
nella
vicenda
familiare
se
il
nostro
uomo
non
avesse
fatto
in
modo
di
far
entrare
in
ballo
l
'
articolo
582
CPC
.
Antonio
,
infatti
,
forse
per
far
comprendere
quanto
egli
disapprovasse
certi
violenti
sistemi
di
educazione
,
prendeva
a
calci
e
a
bastonate
la
disgraziata
sorella
Teresa
,
producendole
lesioni
guaribili
in
non
meno
di
dodici
giorni
.
Per
questo
,
saputa
la
cosa
,
i
Regi
Carabinieri
provvedevano
a
mettere
al
sicuro
il
Comelli
,
il
quale
avrebbe
,
a
suo
favore
,
la
scusante
dell
'
eccessivo
amore
paterno
,
se
non
avesse
,
a
suo
sfavore
,
l
'
aggravante
di
una
condanna
a
dieci
mesi
di
reclusione
comminatagli
il
16
dicembre
1931
per
maltrattamenti
in
famiglia
.
StampaQuotidiana ,
Giuseppe
Avanzini
,
cinquantaquattrenne
e
proprietario
dello
stabile
segnalato
col
numero
diciotto
in
Piazzale
Inzani
,
se
ne
stava
verso
le
tredici
di
ieri
accudendo
alle
proprie
faccenduole
in
cucina
quando
aveva
un
improvviso
tuffo
al
cuore
.
Uno
strano
rumore
si
udiva
provenir
dal
piano
superiore
,
e
precisamente
dalla
camera
da
letto
.
L
'
Avanzini
dimentica
le
cinquantaquattro
primavere
e
in
due
salti
raggiunge
il
primo
piano
:
spalanca
la
porta
e
getta
un
urlo
:
«
Al
ladro
,
al
ladro
!
»
.
Un
intruso
sta
rovistando
nel
cassettone
.
Accorre
alle
grida
del
vecchio
un
inquilino
:
l
'
unione
fa
la
forza
,
la
porta
vien
rinchiusa
rapidamente
e
assicurata
con
ripetuti
giri
di
corda
attorno
alla
maniglia
.
Il
sorcio
è
in
trappola
e
l
'
Avanzini
può
andarsene
a
chieder
l
'
aiuto
dei
Regi
Carabinieri
dell
'
Oltretorrente
,
i
quali
non
avranno
che
da
aprir
l
'
uscio
e
agguantare
il
giovinotto
per
il
bavero
.
Quando
i
Militi
apron
la
porta
,
il
topo
è
fuggito
di
gabbia
:
ha
spuntato
le
ali
e
con
un
ardito
salto
ha
guadagnata
la
piazza
e
la
libertà
.
A
ogni
modo
rimarrà
uccel
di
bosco
per
poco
tempo
perché
si
andrà
a
costituire
spontaneamente
poche
ore
dopo
ben
sapendo
d
'
esser
stato
dall
'
Avanzini
riconosciuto
per
il
diciannovenne
Giuseppe
Cantarelli
.
Il
nostro
giovane
aveva
facilmente
potuto
introdursi
nella
camera
dell
'
Avanzini
essendo
ancora
in
possesso
di
una
chiave
della
porta
della
camera
che
egli
,
fino
a
pochi
mesi
fa
,
aveva
occupato
come
inquilino
.
StampaQuotidiana ,
Accade
ancora
oggi
,
in
pieno
anno
XIII
,
aprendo
dei
giornali
stranieri
di
trovare
usata
troppo
spesso
e
svisata
nei
modi
più
bestiali
la
parola
«
Fascismo
»
.
Tale
abuso
deve
finire
.
È
l
'
ultima
offensiva
della
socialdemocrazia
che
,
dopo
aver
combattuto
inutilmente
l
'
affermazione
della
dottrina
mussoliniana
in
Italia
,
cerca
oggi
di
arginarne
l
'
espansione
spontanea
nel
mondo
,
spostando
la
lotta
dal
campo
teorico
:
al
campo
pratico
del
suo
divenire
fra
i
diversi
popoli
.
Un
colpo
di
Stato
,
una
repressione
sanguinosa
,
l
'
affermarsi
brutale
di
una
dittatura
,
tutto
è
buono
per
venire
raccolto
e
buttato
di
peso
nelle
colonne
della
stampa
internazionale
socialdemocratica
,
goffamente
standardizzato
sotto
la
dicitura
«
Fascismo
»
.
La
demagogia
proletaria
,
secondo
il
suo
costume
,
crede
ancora
alla
potenza
del
famoso
detto
creato
da
un
poeta
e
finito
da
un
re
:
vulgus
vult
decipi
ergo
decipiatur
.
Ma
il
trucco
è
troppo
grossolano
per
sfuggire
anche
ad
una
superficiale
osservazione
.
La
Rivoluzione
delle
Camicie
Nere
,
che
continua
e
che
rappresenta
l
'
espressione
unica
e
viva
del
vastissimo
movimento
sociale
che
ha
caratterizzato
il
sec
.
xx
,
ed
altri
secoli
caratterizzerà
,
trae
la
sua
quotidiana
e
normale
affermazione
universale
non
dalle
profezie
utopistiche
di
divinità
improvvisate
,
ma
dal
profondo
spirito
di
umanità
che
l
'
anima
e
ne
dirige
il
cammino
storico
.
È
pur
sempre
essa
che
,
sfuggendo
alle
strettoie
dei
modelli
convenzionali
delle
rivoluzioni
,
si
è
affermata
senza
bisogno
di
una
Enciclopedia
,
e
con
il
retaggio
di
una
guerra
vittoriosa
.
È
il
Fascismo
che
si
trova
sempre
presente
dove
il
popolo
lavoratore
si
crea
meraviglioso
artefice
dei
suoi
destini
,
dove
la
menzogna
tortuosa
della
diplomazia
vecchio
stile
viene
smascherata
in
tutta
la
sua
ipocrita
meschinità
,
dove
senza
tregua
si
afferma
la
lotta
intransigente
contro
la
mistificazione
classista
.
Cercare
quindi
di
costringere
il
Fascismo
in
un
fenomeno
di
natura
inferiore
,
in
un
accidente
sorto
dalla
sfrenata
ambizione
di
un
sogno
imperialistico
,
in
una
contingenza
voluta
dalla
versatile
malvagità
di
subdoli
affaristi
sarebbe
come
pretendere
di
chiudere
in
un
pugno
una
folgore
.
Saggistica ,
IN
MEMORIA
DI
FRANCESCO
PESARO
TENACE
PROPUGNATORE
NEL
VENETO
SENATO
D
'
UNA
VENEZIA
FORTE
.
PREMESSA
Ayez
les
choses
de
première
main
;
puisez
à
la
source
!
....
(
LA
BRUYÈRE
.
-
Maximes
)
Il
presente
studio
non
vuol
essere
che
una
prefazione
intesa
a
far
conoscere
l
'
ambiente
militare
ed
i
personaggi
che
accompagnarono
la
Serenissima
al
sepolcro
.
Perché
,
se
esiste
qualche
opera
di
indubbio
valore
intorno
all
'
armata
della
Veneta
Repubblica
,
poco
o
nulla
di
edito
si
trova
relativamente
al
suo
esercito
,
quasi
che
fosse
argomento
trascurabile
nella
vasta
trama
delle
politiche
vicende
dello
Stato
nato
sul
mare
e
per
il
mare
.
Ora
questa
presunzione
non
è
equa
.
Qualunque
ramo
dell
'
attività
pubblica
merita
riguardo
e
considerazione
,
e
soltanto
il
giudizio
particolare
sopra
ciascun
ramo
dell
'
attività
medesima
può
mettere
capo
ad
una
sintesi
illuminata
e
completa
.
Al
caso
concreto
poi
dell
'
attività
militare
veneta
,
cimentata
nei
tempi
dello
splendore
alle
tenaci
e
vittoriose
lotte
contro
i
Turchi
in
difesa
della
Cristianità
,
dei
commerci
e
dell
'
incivilimento
contro
la
barbarie
,
sembra
argomento
cospicuo
di
studio
l
'
esame
dell
'
evoluzione
di
questa
attività
giunta
al
termine
del
suo
ciclo
ed
il
coglierla
quando
sta
per
accasciarsi
sopra
sé
stessa
come
una
persona
fatta
decrepita
,
pavida
ed
intransigente
.
Questo
dal
lato
puramente
soggettivo
della
speculazione
storica
.
Ma
v
'
ha
ancora
un
altro
argomento
di
peculiare
interesse
che
può
spingere
all
'
indagine
intorno
alla
decadenza
militare
della
Veneta
Repubblica
.
L
'
ambiente
della
storia
presenta
ricorsi
di
singolare
rilievo
,
suggestioni
forti
e
spontanee
sulle
quali
,
a
determinati
periodi
di
tempo
,
non
sembra
né
vano
né
inutile
riportare
il
contributo
positivo
degli
studi
e
della
meditazione
,
affinché
traccino
a
loro
volta
norma
ad
un
nuovo
ricorso
di
fatti
.
E
Venezia
,
con
gli
svariati
suoi
atteggiamenti
della
politica
,
dei
commerci
,
dell
'
arte
,
dell
'
incremento
economico
e
marinaro
,
è
soggetto
che
volentieri
s
'
impone
oggigiorno
allo
spirito
ed
alla
fantasia
e
li
occupa
con
l
'
inesauribile
fascino
di
una
figura
dalle
perfezioni
classiche
.
L
'
opera
del
Molmenti
sulla
storia
di
Venezia
nella
vita
privata
simboleggia
l
'
espressione
più
bella
ed
alta
di
questi
sensi
.
Per
le
cose
della
decadenza
e
della
rovina
militare
della
Serenissima
i
documenti
non
scarseggiano
.
V
'
ha
anzi
plètora
,
come
per
solito
accade
dei
periodi
storici
e
sociali
di
debolezza
e
di
dissolvimento
,
i
quali
sono
pur
sempre
anche
i
più
loquaci
e
papirofili
,
perché
appunto
sono
i
meno
attivi
e
materiati
di
fatti
.
E
questi
documenti
assai
numerosi
e
del
tutto
inesplorati
nelle
grosse
filze
del
Senato
militar
e
dei
provveditori
Foscarini
e
Battagia
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
,
oltre
che
illustrare
il
periodo
storico
singolarmente
considerato
,
gittano
per
riverbero
nuova
luce
sulle
operazioni
dell
'
esercito
francese
e
del
generale
Buonaparte
,
da
Lodi
a
Leoben
.
Sicché
studiando
questo
brano
di
storia
militare
inedita
nel
campo
pratico
delle
vicende
storiche
e
militari
nostrane
,
si
stende
la
mano
a
quella
meravigliosa
messe
di
studi
e
di
documentazione
delle
guerre
napoleoniche
che
ci
viene
d
'
oltre
Alpe
,
e
che
con
i
volumi
del
capitano
Fabry
spinge
innanzi
la
bella
marcia
delle
indagini
fin
sulla
soglia
degli
Stati
Veneti
,
all
'
Adda
ed
all
'
Oglio
nella
primavera
dell
'
anno
1796
(
2
)
.
Roma
,
dicembre
1909
.
E.B.
NOTA
BIBLIOGRAFICA
Non
può
essere
copiosa
,
una
nota
bibliografica
quando
gli
argomenti
dell
'
indagine
si
riferiscono
pressocché
esclusivamente
all
'
inedito
.
Nondimeno
occorre
citare
a
questo
punto
qualche
opera
di
interesse
generale
utile
per
inquadrare
la
materia
particolare
dello
studio
presente
.
La
documentazione
inedita
,
riferita
più
specialmente
alla
raccolta
«
Deliberazioni
Senato
Militar
»
e
«
Deliberazioni
Senato
Militar
in
Terraferma
»
,
si
trova
singolarmente
descritta
per
ogni
argomento
di
trattazione
.
L
.
CELLI
.
-
Le
ordinanze
militari
della
Repubblica
Veneta
nel
secolo
XVI
.
-
Nuova
Antologia
-
Vol
.
LIII
-
Serie
III
-
Fascicoli
del
1
settembre
e
1
ottobre
1894
.
F
.
NANI
MOCENICO
-
Giacomo
Nani
-
Memorie
e
documenti
-
Venezia
,
Tip
.
dell
'
Ancora
,
1893
:
V
.
MARCHESI
.
-
Tunisi
e
la
Repubblica
di
Venezia
.
-
Torino
,
Roux
edit
.
A
.
MENEGHELLI
.
-
Vita
di
Angelo
Emo
.
-
Padova
,
1836
.
M
.
FERRO
.
-
Dizionario
del
Diritto
comune
e
Veneto
.
-
Venezia
,
Santini
Edit
.
1845
.
S
.
ROMANIN
.
-
Storia
documentata
di
Venezia
-
Vol
.
IX
,
Venezia
,
1850
.
S
.
ROMANIN
.
-
Lezioni
di
storia
veneta
.
-
Firenze
,
Le
Monnier
,
1876
.
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
Terza
-
Il
decadimento
.
-
Bergamo
,
Istituto
Italiano
di
Arti
Grafiche
,
1908
,
CASONI
.
-
Forze
militari
(
in
Venezia
e
le
sue
lagune
,
Vol
I
)
.
A
.
RIGHI
.
-
Il
conte
di
Lilla
e
l
'
emigrazione
francese
a
Verona
.
(
1794-1796
)
-
Perugia
,
Bertelli
edit
.
,
1909
.
E
.
PESENTI
.
-
Angelo
Emo
e
la
Marina
Veneta
del
suo
tempo
.
-
Venezia
.
Naratovich
,
1899
.
LA
CAMPAGNA
DEL
1796
NEL
VENETO
PARTE
PRIMA
LA
DECADENZA
MILITARE
DELLA
SERENISSIMA
CAPO
I
.
Le
fonti
della
milizia
veneta
.
La
sera
del
2
giugno
1796
deve
essere
stata
assai
tragica
per
i
senatori
veneziani
convenuti
al
casino
del
procuratore
Pesaro
,
alla
Canonica
(
3
)
,
per
deliberare
intorno
a
gravi
oggetti
concernenti
la
Repubblica
.
Il
provveditore
generale
in
Terra
Ferma
,
Nicolò
Foscarini
,
aveva
avuto
il
dì
avanti
,
sotto
Peschiera
,
un
colloquio
burrascoso
con
il
generale
Buonaparte
,
né
gli
era
riuscito
a
rabbonirlo
che
a
prezzo
di
dolorose
abdicazioni
per
la
dignità
della
vetusta
Serenissima
.
E
l
'
uomo
nuovo
,
con
la
visione
dinanzi
agli
occhi
di
sconfinati
orizzonti
di
gloria
,
si
era
trovato
di
fronte
all
'
uomo
del
passato
,
che
vedeva
chiudersi
per
la
sua
patria
quegli
orizzonti
medesimi
sotto
il
velo
grigio
e
melanconico
del
tramonto
.
Il
generale
Buonaparte
aveva
accusato
il
Senato
Veneto
di
tradimento
per
avere
permesso
giorni
avanti
agli
Austriaci
di
occupare
Peschiera
,
di
slealtà
per
avere
dato
asilo
in
Verona
al
conte
di
Lilla
,
di
parzialità
colpevole
-
come
egli
diceva
-
per
male
corrispondere
alle
pressanti
esigenze
di
vettovaglie
e
di
carriaggi
da
parte
dell
'
esercito
francese
,
di
neutralità
violata
infine
in
vantaggio
dei
nemici
suoi
,
gli
Austriaci
.
Ora
,
di
tutto
questo
,
Buonaparte
aveva
dichiarato
al
vecchio
Foscarini
di
doverne
trarre
aspra
vendetta
per
ordine
del
Direttorio
,
incendiando
Verona
e
marciando
contro
Venezia
.
Il
rappresentante
Veneto
,
atterrito
,
era
riuscito
alla
fine
a
indurre
il
focoso
generale
a
più
umani
consigli
ed
a
salvare
Verona
,
ma
più
con
l
'
aspetto
della
sua
desolata
canizie
che
con
la
virtù
della
parola
,
a
condizione
però
«
che
le
truppe
del
generale
Massona
fossero
ammesse
in
città
,
occupassero
i
tre
ponti
sull
'
Adige
,
avvertendo
che
le
minime
rimostranze
che
si
imaginassero
di
fare
i
veneti
riuscirebbero
il
segnale
dell
'
attacco
(
4
)
»
.
Tra
l
'
incendio
e
l
'
occupazione
militare
non
era
dubbia
la
scelta
,
ed
al
Foscarini
fu
giocoforza
di
cedere
.
Duramente
Buonaparte
aveva
rifiutato
al
vecchio
provveditore
perfino
il
tempo
necessario
,
per
prendere
gli
ordini
dal
Senato
e
lo
aveva
accomiatato
«
con
i
modi
che
il
vincitore
detta
leggi
al
vinto
(
5
)
»
.
Era
il
principio
della
fine
della
Serenissima
.
All
'
udire
i
dolenti
messaggi
del
Foscarini
,
l
'
accolta
dei
senatori
veneti
alla
Canonica
,
pavida
,
discorde
,
sfiaccolata
,
non
trovò
altro
rimedio
al
male
che
spacciare
due
Savi
del
Collegio
a
Verona
per
assistere
il
provveditore
in
altri
colloqui
con
il
generale
Buonaparte
,
quasi
che
il
loro
mandato
fosse
quello
di
sorreggere
con
le
dande
gli
estremi
passi
del
valetudinario
diplomatico
e
della
agonizzante
Repubblica
.
La
fiducia
nelle
arti
della
parola
e
del
protocollo
rappresentava
ancora
,
agli
occhi
dei
contemporanei
,
l
'
ultima
àncora
di
salvezza
,
perché
i
tempi
di
Sebastiano
Verniero
e
di
Francesco
Morosini
erano
trascorsi
da
un
pezzo
.
Ed
i
due
nuovi
eletti
in
quella
tumultuaria
adunanza
notturna
per
implorare
mercé
al
vincitore
di
Dego
,
di
Millesimo
e
del
ponte
di
Lodi
,
furono
Francesco
Battagia
e
Nicolò
Erizzo
I
.
Essi
partirono
sùbito
alla
volta
del
campo
francese
sotto
Verona
,
recando
seco
«40
risme
di
carta
di
buona
qualità
,
12
risme
di
carta
piccola
da
lettere
lattesina
,
2000
penne
,
3000
bolini
grandi
ed
altrettanti
piccioli
,
36
libbre
di
cera
Spagna
,
un
barilotto
di
inchiostro
,
6000
fogli
di
carta
imperiale
,
registri
,
spaghi
e
spaghetti
in
grande
quantità
»
(
6
)
.
La
burocrazia
aulica
della
Serenissima
,
in
difetto
di
soldati
e
di
armi
,
così
provvedeva
alla
difesa
delle
sue
città
murate
e
del
suo
territorio
.
A
quel
tempo
,
l
'
esercito
veneto
si
era
oramai
consunto
per
vecchiezza
.
I
lunghi
e
sfibranti
periodi
di
pace
e
di
neutralità
in
cui
l
'
inazione
suonava
colpa
e
l
'
assenteismo
politico
della
Repubblica
,
prolungata
offesa
alla
dignità
del
vecchio
e
glorioso
Stato
italico
,
l
'
abbandono
,
lo
scadimento
d
'
ogni
istituto
,
lo
scetticismo
e
l
'
indifferenza
,
avevano
siffattamente
prostrata
la
milizia
veneziana
da
imprimere
sul
suo
volto
,
un
tempo
già
gagliardo
e
raggiante
per
le
vittorie
d
'
Italia
e
d
'
Oriente
,
le
rughe
più
squallide
della
decrepitezza
ed
il
marchio
più
profondo
della
dissoluzione
.
La
bella
e
radiosa
visione
del
monumento
a
Bartolomeo
Colleoni
,
fiera
ed
energica
come
il
suggello
di
una
volontà
prepotente
,
stupenda
come
l
'
annunzio
di
una
vittoria
pressoché
astratta
dall
'
ordine
dei
tempi
,
grado
a
grado
si
era
dileguata
nell
'
esercito
della
Serenissima
,
come
svanisce
un
sogno
carezzato
alla
luce
di
una
triste
realtà
.
*
*
*
Il
nerbo
degli
armati
della
Serenissima
traeva
origine
da
due
provenienze
distinte
:
i
mercenari
e
le
cerne
.
E
queste
e
quelli
,
per
la
comunanza
del
servizio
sul
mare
,
ritraevano
un
tal
carattere
anfibio
che
imprimeva
alla
milizia
veneta
fisionomia
ed
atteggiamenti
del
tutto
diversi
dalle
altre
milizie
contemporanee
.
Queste
due
fonti
si
erano
nel
passato
così
bene
intrecciate
assieme
,
da
dar
vita
ad
un
fiume
ricco
d
'
acque
e
poderoso
nel
quale
,
in
determinati
e
non
infrequenti
periodi
della
storia
,
si
erano
come
trasfuse
tutte
le
tradizioni
militari
dei
Comuni
e
degli
Stati
dell
'
Italia
.
Il
mercenarismo
rampollava
dalle
antiche
compagnie
di
ventura
e
ne
aveva
dapprincipio
tutto
il
sapore
e
tutto
lo
spirito
,
considerate
le
forme
repubblicane
della
Serenissima
e
le
tendenze
della
sua
società
aristocratica
e
marinara
.
Questo
spirito
,
a
grado
a
grado
,
si
era
modificato
e
quasi
plasmato
sotto
il
ferreo
stampo
fortemente
unitario
degli
istituti
veneziani
del
Rinascimento
;
sicché
il
mercenarismo
,
tratto
fuori
dal
martellare
delle
passioni
partigiane
e
dall
'
angusta
cerchia
delle
passioni
cittadine
,
aveva
alla
fine
assunto
in
Venezia
una
individualità
più
piena
,
lineamenti
più
decisi
e
sicuri
da
organismo
di
Stato
.
Infine
la
medesima
stabilità
ed
unità
degli
ordini
oligarchici
veneti
,
l
'
èsca
dei
largheggiati
premi
,
il
miraggio
delle
accumulate
ricchezze
,
il
cemento
glorioso
del
sangue
prodigato
per
un
vincolo
mistico
e
positivo
insieme
-
quello
della
fede
e
della
pubblica
economia
rivendicate
sotto
i
fieri
colpi
del
Turco
-
avevano
contribuito
ad
imprimere
a
quel
vecchio
istituto
militare
del
Trecento
una
fisionomia
veneta
.
schiettamente
originale
,
che
sembrava
quasi
fusa
dentro
l
'
orma
formidabile
del
leone
di
San
Marco
.
Nel
frattempo
il
periodo
eroico
della
guerra
di
Cambrai
,
delle
lotte
di
Candia
e
delle
campagne
del
Morosini
erano
volti
al
tramonto
(
7
)
.
La
Serenissima
divenuta
più
sollecita
di
conservare
che
di
conquistare
,
aveva
stimato
savio
consiglio
quello
di
fare
più
largamente
partecipi
de
'
suoi
beni
i
propri
soldati
,
specie
i
mercenari
dalmati
,
allo
scopo
di
meglio
stringerseli
dattorno
con
i
vincoli
della
gratitudine
e
dell
'
interesse
,
con
quei
legami
di
amorevolezza
che
suscitano
il
reggimento
paterno
e
la
coscienza
della
solidarietà
delle
fonti
del
comune
benessere
.
Questo
cammino
,
che
sapeva
del
romano
antico
,
pareva
bello
e
fiorito
ma
celava
non
pochi
rovi
e
non
poche
spine
.
La
Serenissima
,
fatta
vegliarda
,
largheggiò
per
troppa
debolezza
in
autonomie
,
in
franchigie
e
donativi
a
benefizio
de
'
suoi
soldati
di
mestiere
,
ed
apparecchiò
fatalmente
a
sé
medesima
ed
alle
istituzioni
militari
quella
rovina
che
,
in
altri
tempi
,
aveva
annientato
il
vigore
delle
colonie
legionarie
di
Roma
.
Anzitutto
,
quella
continua
e
gagliarda
corrente
di
forze
fresche
e
nuove
che
,
dal
littorale
dalmata
,
rifluiva
ai
dominî
di
Terraferma
e
di
Levante
per
rinsanguare
le
schiere
dei
così
detti
reggimenti
di
Oltremarini
-
levati
in
origine
per
servire
sulle
navi
-
cominciò
ad
inaridire
pel
tralignare
degli
ordini
feudali
in
Dalmazia
e
pel
diffondersi
del
benessere
nelle
repubbliche
marinare
e
nei
municipi
liberi
.
Infine
,
il
difetto
di
stimolo
alle
audaci
imprese
-
primo
incentivo
allo
spirito
di
ventura
-
e
le
lunghe
paci
,
lo
asfissiarono
e
l
'
uccisero
come
sotto
le
distrette
di
una
enorme
camicia
da
Nesso
.
Le
angustie
finanziarie
compirono
l
'
opera
.
Così
le
truppe
levate
per
ingaggio
tanto
Oltremare
che
in
Italia
principiarono
a
morire
a
sé
medesime
.
Francesco
Morosini
già
da
tempo
aveva
avvisata
questa
lenta
ruina
,
quando
per
mantenere
a
numero
il
suo
esercito
del
Peloponneso
aveva
dovuto
ricorrere
ai
rifiuti
di
pressocché
tutti
i
mercati
d
'
uomini
d
'
armi
d
'
Europa
ed
incettare
,
coi
Toscani
e
Lombardi
,
anche
gli
Svizzeri
,
gli
Olandesi
,
i
Luneburghesi
ed
i
Francesi
;
di
guisa
che
con
cosiffatta
genia
-
come
egli
disse
-
corse
rischio
non
già
di
dettare
legge
al
nemico
bensì
di
riceverla
dai
suoi
soldati
medesimi
(
8
)
.
Nel
1781
,
come
risulta
dai
piedilista
,
ruoli
organici
e
stanza
dei
corpi
insieme
delle
milizie
venete
redatti
dall
'
inquisitore
ai
pubblici
rolli
,
mancavano
654
oltremarini
nei
presidi
di
Levante
,
353
in
quelli
di
Dalmazia
,
263
in
quelli
del
Golfo
e
42
infine
in
quelli
d
'
Italia
.
In
totale
1312
soldati
oltremarini
mancanti
,
su
3449
che
dovevano
essere
presenti
alle
armi
in
quell
'
anno
,
suddivisi
in
99
compagnie
ed
11
reggimenti
(
9
)
.
In
questo
intervallo
i
nobili
dalmati
-
feudatari
un
tempo
,
poi
condottieri
eroici
e
devoti
delle
milizie
venete
di
ventura
,
modificate
e
migliorate
nel
senso
di
cui
sopra
è
cenno
-
si
erano
venuti
imborghesendo
grado
a
grado
(
10
)
.
L
'
antico
privilegio
loro
di
levare
e
di
vestire
i
propri
fanti
con
le
vistose
casacche
cremisine
e
di
donarli
poscia
,
come
in
simbolo
di
fede
ardente
e
di
accesa
devozione
alla
Serenissima
,
era
degenerato
col
tempo
e
diventato
un
mercimonio
tra
le
mani
venali
degli
ingaggiatori
,
dei
capi
-
leva
e
degli
ingordi
racoleurs
.
La
Serenissima
tentò
dapprima
di
ravvivare
i
sopiti
spiriti
bellicosi
di
quella
nobiltà
,
un
po
'
distratta
dalle
fortune
commerciali
della
Repubblica
raguséa
,
dalle
libertà
comunali
di
Spàlato
e
di
Zara
e
dalle
autonomie
di
Poglizza
,
col
largire
nuovi
privilegi
,
decime
,
concessioni
e
bacili
di
formento
.
Ma
la
prodigalità
attizzò
alla
fine
l
'
avarizia
e
non
accese
i
desiderati
spiriti
di
patriottismo
,
talché
i
deputati
et
aggionti
alla
provvigion
del
dinaro
nell
'
agosto
del
1745
si
videro
obbligati
a
porre
un
freno
alla
disastrosa
ed
infruttuosa
corrività
della
Repubblica
verso
la
nobiltà
dalmata
;
corrività
che
minacciava
,
di
rovinare
le
«
camere
(
tesorerie
)
di
quelle
province
,
costringendo
per
questo
oggetto
a
farsi
più
abbondanti
et
frequenti
le
missioni
di
pubblico
danaro
per
le
esigenze
di
quelle
parti
»
(
11
)
.
Né
più
valeva
a
risollevare
l
'
intisichito
spirito
di
ventura
tra
i
Dalmati
-
i
mercenari
per
eccellenza
-
l
'
imagine
della
forza
e
della
potenza
guerriera
della
Serenissima
.
Le
parvenze
esterne
dell
'
imperio
,
alle
quali
si
affidava
buona
parte
del
suo
prestigio
presso
le
popolazioni
soggette
,
erano
precipitate
a
quel
tempo
in
uno
stato
di
abbandono
colpevole
.
«
Le
fortificazioni
di
Levante
,
della
Dalmazia
e
dell
'
Albania
-
scriveva
nel
1782
il
brigadiere
degli
ingegneri
Moser
de
Filseck
al
Doge
-
sono
in
uno
stato
di
desolazione
tale
da
commuovere
a
riguardarle
...
A
Zara
,
ogni
parte
delle
opere
componenti
i
recinti
e
le
fortificazioni
è
in
rovina
...
Spàlato
è
in
decadimento
,
ed
un
nemico
può
eseguirvi
un
colpo
di
mano
,
a
suo
talento
...
Lo
stato
infine
del
forte
S
.
Francesco
a
Cerigo
fa
rabbrividire
pel
decoro
del
Principato
»
(
12
)
.
Le
armi
vecchie
e
rugginose
avevano
dunque
disamorato
i
venturieri
a
detergerle
in
Italia
,
ed
Oltremare
.
Restava
soltanto
qua
e
là
per
la
Dalmazia
ed
in
Levante
qualche
guizzo
del
fulgore
antico
,
raccomandato
ad
un
sentimento
di
gratitudine
giammai
sopito
nel
cuore
delle
genti
d
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
verso
la
Veneta
Repubblica
,
che
le
aveva
raccolte
sotto
le
proprie
ali
nei
tempi
più
travagliati
della
Cristianità
e
difesi
contro
il
Turco
.
Ed
a
questi
sentimenti
,
le
ultime
compagnie
di
ventura
italiane
avevano
raccomandato
i
loro
estremi
giorni
di
vita
a
Venezia
.
*
*
*
L
'
altra
fonte
delle
milizie
venete
era
rappresentata
dalle
cerne
,
che
fornivano
soldati
dei
luoghi
ordinati
con
previdenze
territoriali
,
specie
di
Landwehr
che
si
levava
in
tempo
di
guerra
o
di
neutralità
a
rincalzo
dei
mercenari
,
cioè
dei
provvisionati
.
Le
cerne
venete
,
o
soldati
d
'
ordinanza
,
emanavano
adunque
direttamente
dal
pensiero
politico
e
militare
di
Nicolò
Macchiavelli
,
che
volle
l
'
istituto
delle
milizie
nazionali
tratto
dal
popolo
pedestremente
armato
(
13
)
.
Costituiva
il
nerbo
delle
cerne
l
'
elemento
rurale
dei
domini
di
Terraferma
e
d
'
Oltremare
,
cui
la
Serenissima
aveva
fatto
larghe
concessioni
per
rinfrancarlo
nel
suo
innato
spirito
conservatore
ed
adescarlo
a
servire
,
lietamente
ed
in
buon
numero
,
nella
milizia
regionale
.
Di
queste
prime
pratiche
conservò
memoria
il
Bembo
.
«
Deliberò
il
Senato
-
egli
scrisse
-
che
,
nel
Veronese
,
l
'
anno
1507
,
un
certo
numero
di
contadini
che
potessero
armi
portare
,
si
scegliesse
e
descrivesse
;
i
quali
all
'
arte
militare
si
avvezzassero
,
e
costoro
liberi
da
tutte
gravezze
fossero
,
acciò
più
pronti
alle
cose
della
guerra
essere
potessero
,
e
chiamati
alle
loro
insegne
incontanente
v
'
andassero
.
Il
qual
raccoglimento
di
soldati
di
contado
agli
altri
fini
della
Repubblica
(
come
suole
l
'
uso
essere
di
tutte
le
cose
maestro
)
in
breve
passò
e
si
diffuse
.
Il
perché
ora
le
ville
ed
i
ragunamenti
degli
uomini
del
contado
di
ogni
città
,
parte
de
'
suoi
hanno
che
a
questa
cosa
intendono
,
di
essere
armati
ed
apparecchiati
di
maniera
che
,
senza
spazio
,
alla
guerra
subitamente
gire
e
trovarsi
e
servire
alla
Repubblica
e
per
lei
adoperare
si
possono
.
E
queste
genti
tutte
soldati
di
ordinanza
,
o
cernite
,
si
chiamarono
»
(
14
)
.
La
guerra
della
lega
di
Cambrai
,
combattuta
per
l
'
integrità
dei
domini
della
Signoria
,
consolidò
questa
milizia
paesana
e
la
fece
popolare
,
ad
onta
dei
tentativi
fatti
per
denigrarla
-
più
che
tutto
dopo
lo
sbaraglio
di
Vailate
-
per
opera
dei
troppo
interessati
fautori
delle
milizie
assoldate
,
gli
industriali
della
guerra
d
'
allora
.
In
sostanza
,
si
voleva
rovesciare
sopra
i
soldati
di
ordinanza
un
po
'
di
quel
discredito
e
di
quella
noncuranza
di
cui
gli
eserciti
regolari
furono
sempre
prodighi
verso
le
«
guardie
nazionali
»
.
Il
grande
vantaggio
delle
cerne
consisteva
,
anzitutto
,
nel
loro
costo
sensibilmente
minore
in
confronto
del
necessario
per
mantenere
un
eguale
numero
di
soldati
di
mestiere
.
Toccava
infatti
al
comune
di
descriverle
,
di
armarle
e
d
'
inquadrarle
in
centurie
;
laddove
questo
còmpito
,
per
i
soldati
di
mestiere
,
toccava
ai
capi
-
leva
che
ne
ritraevano
un
utile
per
sé
e
per
la
compagnia
.
Anche
i
gradi
delle
cerne
,
fino
a
quello
dei
capi
di
cento
incluso
,
si
attribuivano
di
massima
per
elezione
nei
villaggi
che
contavano
il
maggior
numero
di
descritti
.
Gli
obblighi
di
questi
ultimi
erano
limitati
a
cinque
mostre
o
rassegne
annuali
(
mostrini
)
,
oltre
a
talune
riviste
straordinarie
(
generali
)
in
luoghi
designati
,
con
il
comune
consenso
dei
soldati
medesimi
,
escluse
però
le
fortezze
,
le
terre
murate
,
i
castelli
ed
i
grossi
villaggi
.
Epperciò
le
rassegne
si
compievano
d
'
ordinario
in
rasa
campagna
.
Le
cerne
dovevano
presentarsi
alle
rassegne
con
le
armi
che
avevano
personalmente
in
consegna
dai
comuni
,
come
si
pratica
per
lunga
tradizione
nella
Svizzera
:
le
assenze
erano
punite
con
la
descrizione
a
galeotto
,
oppure
con
la
multa
di
5
ducati
(
15
)
.
In
queste
rassegne
le
cerne
ricevevano
la
polvere
da
moschetto
,
il
piombo
e
la
corda
occorrenti
per
confezionare
li
scartocci
,
i
quali
erano
poi
verificati
dai
capitani
alla
presenza
dei
capi
di
cento
.
Con
queste
munizioni
i
soldati
si
esercitavano
al
palio
,
vale
a
dire
al
tiro
a
segno
nei
campi
appositamente
stabiliti
.
Dal
lato
economico
adunque
le
cerne
rappresentavano
un
notevole
vantaggio
per
le
finanze
della
Signoria
,
una
vàlvola
di
sicurezza
all
'
aprirsi
delle
guerre
,
perché
esse
esimevano
lo
Stato
dal
ricorrere
-
sotto
la
pressione
del
bisogno
e
sotto
il
giogo
della
domanda
-
al
mercato
sempre
sostenuto
dei
soldati
di
mestiere
.
*
*
*
Ma
il
vantaggio
delle
milizie
paesane
non
era
solo
d
'
indole
economica
-
cosa
per
certo
non
disprezzabile
tenuto
conto
delle
angustie
finanziarie
in
cui
versava
la
Serenissima
verso
la
sua
fine
-
ma
anche
di
natura
morale
.
Lo
schietto
spirito
di
regionalità
di
cui
erano
come
impregnate
le
cerne
,
il
quale
traeva
origine
dai
sani
e
vigorosi
succhi
della
terra
,
conferiva
loro
molto
prestigio
e
dava
affidamento
di
moralità
grande
,
laddove
i
soldati
di
mestiere
,
rifiuto
della
società
del
tempo
,
erano
rappresentati
dal
generale
veneto
Salimbeni
come
«
sentina
d
'
ogni
vizio
»
.
Dalle
cerne
infatti
erano
esenti
i
capi
di
famiglia
,
per
un
patriarcale
riguardo
riferito
alle
cose
della
guerra
e
nelle
famiglie
stesse
non
si
descriveva
più
di
un
soldato
per
ognuna
,
tenendo
fermo
il
concetto
di
non
ammettere
in
questa
milizia
che
sudditi
genuini
della
Repubblica
.
Dalle
cerne
erano
inoltre
esclusi
i
servitori
,
i
girovaghi
,
i
condannati
ed
i
galeotti
,
sicché
l
'
elemento
di
esse
era
incomparabilmente
migliore
di
quello
dei
soldati
di
mestiere
,
tra
i
quali
si
accoglievano
«
tutti
gli
oziosi
ed
i
vagabondi
che
dalla
Terraferma
si
spediscono
in
castigo
nelle
province
di
Oltremare
,
per
cui
cresce
la
massa
dei
vizi
e
delle
corruttele
nella
truppa
,
e
sono
cagione
della
poca
disciplina
e
del
fisico
deperimento
di
essa
»
(
16
)
.
Passate
quindi
le
guerre
unicamente
ispirate
al
concetto
della
difesa
dei
dominî
italici
,
prese
il
sopravvento
la
presunzione
dei
riguardi
dovuti
in
uno
Stato
marinaresco
e
repubblicano
alla
libertà
individuale
dei
propri
sudditi
,
che
si
voleva
completamente
arbitra
di
esplicarsi
,
senza
restrizione
alcuna
,
secondo
il
miglior
rendimento
delle
energie
di
ciascuno
di
essi
.
La
tolleranza
dei
pubblici
uffizi
,
il
benessere
diffuso
,
il
vezzo
delle
neutralità
ripetute
invariabilmente
allo
aprirsi
di
ciascuna
campagna
,
a
partire
dalla
sciagurata
pace
di
Bologna
(
1530
)
,
invogliarono
le
genti
già
disamorate
delle
armi
a
colorire
codeste
teorie
di
liberismo
militare
con
le
tinte
più
accese
dell
'
arte
tizianesca
.
E
la
presunzione
,
oppure
la
consuetudine
,
per
l
'
ignavia
degli
uomini
e
per
la
debolezza
dei
tempi
acquistò
alla
fine
vigore
di
legge
.
La
Repubblica
,
ricca
ed
imbelle
,
poteva
ben
concedersi
anche
il
lusso
di
comperare
i
soldati
di
cui
abbisognava
per
la
difesa
de
'
propri
domini
.
Principiò
così
a
diffondersi
la
costumanza
delle
tasse
militari
,
o
tanse
,
cioè
del
prezzo
di
riscatto
dal
servizio
dovuto
nelle
cerne
,
con
il
cui
prodotto
componevasi
un
fondo
destinato
ad
assoldare
altrettanti
mercenari
.
Gli
artieri
ne
approfittarono
subito
,
poi
i
barcaiuoli
veneziani
e
gli
ascritti
alle
scuole
di
Santa
Barbara
,
da
cui
levavansi
i
cannonieri
dell
'
esercito
della
Serenissima
.
E
le
tanse
acquistarono
fin
d
'
allora
la
denominazione
di
insensibili
,
perché
essendo
ripartite
per
arte
su
tutte
le
persona
che
le
componevano
,
ne
venivano
a
risultare
delle
quote
d
'
affrancazione
individuale
dal
servizio
molto
tenui
;
vale
a
dire
quasi
insensibili
.
Cresciuto
il
favore
delle
tanse
,
crebbe
in
parallelo
la
corrività
delle
cassazioni
,
cioè
delle
esonerazioni
tra
le
cerne
,
e
divenne
facile
l
'
esimersi
dal
servizio
facendosi
sostituire
per
denaro
da
un
altro
soldato
tratto
dalla
medesima
milizia
.
Le
rassegne
caddero
col
tempo
in
dissuetudine
,
si
trascurò
la
vigilanza
da
parte
dei
comuni
,
e
questo
primo
e
magnifico
esempio
di
landwehr
veneta
principiò
a
languire
ed
a
morire
(
17
)
.
Nella
Dalmazia
le
cerne
furono
introdotte
da
Valerio
Chierigato
intorno
all
'
anno
1570
,
e
si
denominarono
craine
o
craicinich
.
Ma
per
gli
stessi
motivi
dianzi
esposti
,
esse
erano
scadute
sul
finire
della
Repubblica
anche
da
quelle
parti
e
le
loro
sorti
si
erano
già
accomunate
con
quelle
dei
soldati
oltremarini
o
di
mestiere
.
Così
delle
due
fonti
essenziali
della
milizia
veneta
-
eredità
dell
'
arte
italica
del
Cinquecento
-
i
soldati
prezzolati
e
le
cerne
,
gli
uni
sopravvivevano
ancora
alle
ingiurie
dei
tempi
ma
tutti
squassati
e
ridotti
come
una
larva
di
sé
medesimi
,
le
altre
erano
pressoché
scomparse
dalla
scena
della
vita
militare
veneziana
,
o
si
consideravano
tutto
al
più
come
un
rudere
di
un
vetusto
edifizio
abbandonato
da
gran
tempo
.
In
questa
guisa
delle
due
grandi
correnti
che
alimentavano
le
vecchie
armi
della
Serenissima
e
formavano
,
insieme
commiste
,
un
fiume
regale
gonfio
d
'
acque
e
fecondo
d
'
energie
,
non
era
rimasto
che
l
'
ampio
alveo
,
tutto
pantani
ed
acquitrini
dai
quali
emanavano
miasmi
e
malaria
.
CAPO
II
.
L
'
amministrazione
centrale
della
guerra
.
Il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
e
le
magistrature
militari
.
Come
il
rendimento
di
una
macchina
ottimamente
costituita
si
commisura
dalla
somma
di
attriti
che
riesce
a
vincere
,
sicché
il
suo
lavoro
procede
rapido
,
silenzioso
e
produttivo
,
così
l
'
opera
proficua
di
uno
Stato
si
arguisce
dall
'
armonia
degli
sforzi
de
'
suoi
organi
direttivi
e
dal
loro
coordinamento
,
in
modo
che
tutte
le
energie
abbiano
impiego
e
non
si
smarriscano
in
sterili
conati
,
o
per
superfluità
di
uffizi
o
per
contraddizione
di
còmpiti
.
Ora
la
macchina
statale
veneta
della
decadenza
era
complicata
e
rugginosa
,
epperciò
assai
pigra
e
poco
produttiva
.
Aveva
addentellati
con
molteplici
sopravvivenze
feudali
,
intrecci
con
privilegi
oligarchici
,
vincoli
con
un
proteiforme
organismo
amministrativo
burocratico
e
cancelleresco
onusto
d
'
impiegati
;
sì
che
tutto
impaludava
nello
apparecchio
e
nelle
forme
e
poco
o
nulla
rendeva
nella
sostanza
(
18
)
.
L
'
amministrazione
della
guerra
poi
-
che
per
il
suo
istituto
più
risentiva
delle
sopravvivenze
del
passato
-
era
così
multiforme
e
farraginosa
da
incontrare
attriti
ed
intoppi
ad
ogni
passo
.
Le
cose
della
guerra
mettevano
capo
al
Collegio
,
ossia
al
Consiglio
dei
ministri
della
Repubblica
,
composto
di
16
membri
,
o
Savi
(
19
)
.
Di
questo
Collegio
facevano
parte
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
ed
il
Savio
di
terraferma
alle
ordinanze
;
i
due
centri
esecutivi
dell
'
amministrazione
delle
milizie
di
mestiere
e
delle
milizie
paesane
,
cioè
delle
cerne
.
Il
Savio
alla
scrittura
era
preposto
,
oltre
che
all
'
ordinamento
delle
milizie
stanziali
,
anche
a
quello
delle
fortificazioni
,
delle
artiglierie
e
delle
scuole
militari
,
e
traeva
il
nome
dall
'
antico
suo
ufficio
di
tenere
cioè
al
corrente
i
ruoli
dei
soldati
ingaggiati
.
Era
,
in
sostanza
,
il
ministro
della
guerra
della
Serenissima
.
Il
Savio
alle
ordinanze
sopravvegliava
invece
al
governo
delle
cerne
e
corrispondeva
ad
un
vero
e
proprio
ministro
alle
Landwehr
,
cioè
ad
un
centro
organatore
della
difesa
territoriale
.
Queste
supreme
magistrature
militari
,
come
le
altre
del
Collegio
,
erano
elettive
.
Più
antica
-
per
ragione
di
precedenza
storica
delle
milizie
prezzolate
sulle
paesane
-
era
la
carica
di
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
il
cui
istituto
venne
riordinato
al
principio
del
XVI
secolo
,
quando
cioè
le
armi
della
Serenissima
più
sfolgoravano
per
i
domini
d
'
Italia
ed
oltremare
(
20
)
.
Più
recente
era
invece
il
saviato
alle
ordinanze
,
largamente
citato
nella
riforma
di
quelle
milizie
dettata
da
Giovanni
Battista
Del
Monte
(
1592
)
.
Il
Savio
alla
scrittura
(
come
gli
altri
membri
del
Collegio
)
durava
in
carica
un
semestre
,
ma
poteva
essere
rieletto
quando
fosse
spirato
un
intervallo
di
sei
mesi
almeno
dal
decadimento
dell
'
ultimo
mandato
.
Ne
derivava
perciò
una
specie
di
oligarchia
politico
-
amministrativa
,
vincolata
o
ad
una
determinata
consorteria
oppure
ad
un
monopolio
nei
pubblici
affari
.
La
molteplicità
degli
uffici
burocratici
accentuando
i
danni
di
tale
esclusivismo
rendeva
la
macchina
statale
rigida
,
lenta
ed
improduttiva
.
Per
le
cose
della
milizia
questo
monopolio
politico
ed
amministrativo
doveva
essere
temperato
,
in
origine
,
dalla
carica
del
generale
in
capo
.
Straniero
,
di
regola
,
esso
era
destinato
ad
impiegare
le
truppe
in
guerra
-
sotto
la
responsabilità
dei
provveditori
del
Senato
incaricati
di
sorvegliarlo
a
mo
'
dei
commissari
della
Repubblica
di
Francia
-
ed
in
pace
a
suffragare
della
sua
autorevole
esperienza
l
'
apparecchio
delle
armi
e
degli
armati
(
21
)
.
Il
generale
in
capo
doveva
essere
infatti
una
specie
di
responsabile
tecnico
,
mentre
il
Savio
alla
scrittura
non
era
altro
che
un
semplice
amministratore
dei
fondi
destinati
dalla
Serenissima
al
mantenimento
ed
all
'
armamento
dei
propri
soldati
.
Ed
essendo
la
carica
di
generale
in
capo
vitalizia
,
non
pareva
gran
male
che
gli
uffizi
amministrativi
si
alternassero
attorno
ad
essa
,
con
vicenda
più
o
meno
frequente
,
emanando
da
una
ristretta
base
nella
scelta
delle
persone
a
ciò
deputate
.
Ma
poiché
si
resero
sempre
più
rare
le
guerre
ed
il
vezzo
delle
neutralità
le
confinarono
alla
fine
tra
i
ferrivecchi
,
la
benefica
influenza
moderatrice
del
generale
in
capo
sulle
magistrature
militari
,
politiche
e
burocratiche
,
cominciò
a
scadere
,
fintantoché
scomparve
del
tutto
.
Rimasero
i
danni
ed
i
pericoli
delle
consorterie
,
senza
argine
e
senza
riparo
.
Dopo
lo
Schoulemburg
,
distinto
generale
sàssone
cui
la
Signoria
aveva
conferito
il
titolo
di
maresciallo
e
l
'
incarico
della
difesa
di
Corfù
,
nel
1716;
dopo
i
generali
Greem
e
Witzbourg
-
tutti
stranieri
ed
eletti
generali
in
capo
delle
forze
venete
-
per
amore
di
economia
(
22
)
o
per
mal
concepite
diffidenze
verso
una
carica
che
sembrava
oramai
destituita
di
ogni
significato
pratico
,
essa
passò
in
dissuetudine
con
il
tacito
consenso
del
Collegio
,
del
Senato
e
del
Doge
.
Da
quel
punto
,
il
Savio
alla
scrittura
si
rinchiuse
senza
controllo
nelle
sue
funzioni
burocratiche
e
cancelleresche
e
diventò
,
alternatamente
,
o
una
carica
monopolizzata
dalle
medesime
persone
-
-
salvo
l
'
intervallo
legale
nella
rielezione
-
quando
si
trovavano
coloro
che
volentieri
la
disimpegnassero
;
oppure
un
caleidoscopio
di
persone
diverse
prive
di
competenza
e
di
pratica
(
23
)
-
Sulla
cooperazione
del
collega
alle
ordinanze
non
v
'
era
oramai
più
da
contare
alla
fine
della
Serenissima
,
perché
questa
magistratura
si
era
completamente
atrofizzata
.
Per
formarsi
un
'
idea
circa
l
'
attività
e
l
'
importanza
di
quel
Savio
,
basta
citare
alcune
cifre
relative
al
maneggio
che
esso
faceva
del
pubblico
denaro
per
l
'
amministrazione
dipendente
.
Nel
bilancio
pel
militar
dell
'
anno
1737
,
solo
9511
ducati
e
grossi
21
erano
assegnati
al
Savio
alle
ordinanze
per
le
cerne
,
e
ducati
309
e
grossi
17
per
le
loro
mostre
e
mostrini
;
e
ciò
sopra
una
spesa
totale
di
2,060,965
ducati
e
grossi
11
effettivamente
fatta
in
quell
'
anno
dalla
Signoria
per
le
cose
della
milizia
(
24
)
.
I
migliori
Savi
avvicendatisi
nell
'
amministrazione
veneta
della
guerra
,
non
mancarono
di
levare
la
loro
voce
contro
la
soppressione
della
carica
di
comandante
in
capo
;
mancanza
che
abbandonava
quei
magistrati
a
sé
medesimi
senza
l
'
appoggio
di
spiccate
capacità
militari
che
rappresentassero
la
continuità
nello
apparecchio
degli
uomini
e
delle
armi
;
e
più
che
tutti
,
Francesco
Vendramin
,
il
miglior
Savio
alla
scrittura
della
decadenza
della
Repubblica
.
Questi
nel
1785
dichiarava
infatti
al
Doge
che
il
malessere
dell
'
esercito
dipendeva
dalla
rinunzia
,
fatta
da
tempo
,
«
di
eleggersi
un
commandante
supremo
,
dalla
cui
sapienza
e
virtù
si
possano
ritrarre
quei
lumi
e
direzioni
che
valghino
a
sistemare
in
buon
modo
le
truppe
»
(
25
)
.
Ma
,
ad
onta
di
queste
franche
parole
-
come
sempre
le
usava
il
Savio
Vendramin
-
il
generalissimo
tanto
invocato
non
venne
a
rialzare
i
depressi
spiriti
militari
dei
Veneti
,
e
rimase
la
burocrazia
che
non
passa
(
26
)
.
Questa
intensificò
anzi
l
'
opera
sua
,
così
da
avvolgere
il
Savio
alla
scrittura
in
una
rete
inestricabile
di
intralci
e
di
formalità
innumerevoli
.
Esaminiamo
in
particolare
codesto
viluppo
,
congegnato
a
bella
posta
per
troncare
i
nervi
ad
ogni
energia
.
Il
Savio
alla
scrittura
nell
'
esercizio
delle
sue
funzioni
aveva
rapporti
con
tutte
le
magistrature
politiche
,
marinare
e
civili
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
.
Quanto
al
reclutamento
ed
agli
assegni
in
ordine
alla
forza
bilanciata
,
egli
aveva
relazioni
con
l
'
Inquisitore
ai
rolli
,
con
il
Savio
Cassier
e
con
i
magistrati
sopra
camere
,
o
tesorerie
provinciali
:
quanto
al
reclutamento
ed
all
'
ordinamento
delle
cerne
,
egli
doveva
accordarsi
con
il
collega
deputato
ad
esse
.
Per
le
cose
attinenti
il
servizio
anfibio
dell
'
esercito
sulle
navi
armate
,
egli
doveva
intendersi
con
i
Savi
agli
ordini
per
le
milizie
,
con
i
Provveditori
generali
da
Mar
,
con
quelli
in
Dalmazia
ed
Albania
,
con
i
Provveditori
att
'
Arsenale
ed
,
infine
,
con
il
Capitanio
del
Golfo
(
contado
delle
Bocche
di
Cattaro
)
.
Per
il
riparto
ed
il
servizio
territoriale
delle
truppe
,
il
Savio
alla
scrittura
doveva
prendere
accordi
con
i
capitani
e
podestà
delle
province
,
con
il
magistrato
e
con
il
sopraintendente
all
'
artiglieria
,
con
il
provveditore
alla
cavalleria
,
con
il
sopraintendente
del
genio
e
con
i
provveditori
alle
fortezze
.
Lo
sfruttamento
dell
'
industria
privata
-
usato
sempre
in
buona
misura
dalla
Serenissima
per
le
cose
della
guerra
-
obbligava
inoltre
il
Savio
competente
ad
una
continua
vigilanza
sui
deputati
alle
miniere
,
per
quanto
si
riferiva
l
'
industria
metallurgica
della
Bresciana
e
del
Bergamasco
,
e
sui
capi
delle
maestranze
per
le
industrie
estrattive
dell
'
alto
Cadore
(
27
)
.
Oltre
a
ciò
,
per
quanto
riguardava
il
servizio
sanitario
,
l
'
amministrazione
della
guerra
era
in
rapporti
continui
con
i
provveditori
agli
ospedali
e
con
i
capi
religiosi
di
talune
confraternite
incaricate
dell
'
assistenza
degli
infermi
(
28
)
;
per
quanto
concerneva
il
servizio
di
commissariato
,
con
i
magistrati
sopra
biade
e
frumento
,
con
i
Savi
alla
mercanzia
e
con
i
provveditori
all
'
agricoltura
;
per
quanto
rifletteva
infine
l
'
amministrazione
della
giustizia
,
con
il
missier
grande
,
o
capo
della
polizia
esecutiva
,
e
con
i
governatori
alle
galere
dei
condannati
.
Né
si
arrestava
a
questo
il
frantumamento
delle
autorità
militari
venete
,
spesso
discoste
l
'
un
l
'
altra
ed
animate
da
interessi
contradditori
,
e
l
'
intralcio
con
le
magistrature
civili
.
Nei
rapporti
aulici
e
cancellereschi
,
era
deputato
ogni
settimana
un
Savio
designato
a
turno
nel
Collegio
-
epperciò
detto
Savio
di
settimana
-
per
esporre
al
Senato
le
proposizioni
ed
i
decreti
deliberati
dal
Consiglio
.
Tale
costumanza
,
per
certo
assai
comoda
,
non
era
però
in
pratica
molto
giovevole
per
la
trattazione
degli
affari
-
specie
dei
militari
-
rimettendo
il
patrocinio
di
essi
a
mani
del
tutto
inesperte
o
ignare
.
*
*
*
Consideriamo
ora
un
poco
questa
mastodontica
macchina
burocratica
in
azione
.
Nel
1784
,
solo
per
riformare
alcune
parti
del
vestiario
e
dell
'
equipaggiamento
della
fanteria
veneta
,
riputate
o
troppo
incomode
o
troppo
costose
,
convennero
assieme
in
più
conferenze
il
Savio
alla
scrittura
attuale
ed
uscito
(
29
)
,
i
Savi
alla
mercanzia
in
numero
di
cinque
ed
il
magistrato
sopra
camere
.
Ciò
nondimeno
,
dodici
anni
dopo
,
la
riforma
non
era
ancora
del
tutto
attuata
tra
le
file
dell
'
esercito
veneto
.
Fino
dal
1775
il
Savio
alla
scrittura
e
l
'
Inquisitore
ai
rolli
,
concordi
,
deploravano
in
Collegio
e
presso
il
Principe
le
tristissime
condizioni
in
cui
versavano
le
artiglierie
e
le
armi
portatili
,
alle
cui
deficienze
non
era
più
in
grado
di
porre
rimedio
il
vetusto
Arsenale
di
Venezia
.
Soltanto
sette
anni
dopo
il
grido
d
'
allarme
venne
raccolto
da
Francesco
Vendramin
,
in
una
delle
sue
riconferme
al
Saviato
alla
scrittura
,
e
la
questione
venne
finalmente
da
lui
posta
dinanzi
al
Doge
con
criteri
da
industria
di
Stato
meglio
che
moderni
.
L
'
industria
militare
privata
aveva
tenaci
e
floridissime
radici
a
Venezia
,
e
le
armi
bianche
venete
,
assai
pregiate
nella
tempra
e
nel
lavoro
del
cesello
(
30
)
,
avevano
una
fama
incomparabile
.
Cresciuto
poi
il
favore
delle
armi
da
fuoco
,
degli
archibugi
e
delle
artiglierie
navali
e
terrestri
,
le
fucine
della
Bresciana
vennero
procacciandosi
nell
'
industria
manifatturiera
quel
nome
che
si
è
tramandato
fino
ai
giorni
nostri
.
La
trasformazione
decisa
e
cosciente
dell
'
industria
militare
privata
in
industria
di
Stato
,
avrebbe
quindi
corrisposto
in
modo
mirabile
alle
esigenze
economiche
e
tecniche
della
Serenissima
,
poiché
avrebbe
consentito
di
ridurre
con
immenso
vantaggio
economico
l
'
improduttivo
organismo
dell
'
Arsenale
e
di
sostituire
al
suo
lavoro
,
o
lento
o
negativo
,
quello
più
proficuo
delle
maestranze
dei
metallurgi
e
degli
artieri
,
organizzati
e
disciplinati
in
forme
corporative
tradizionali
,
vigilate
per
di
più
di
continuo
dalle
magistrature
apposite
.
Così
fu
concluso
,
nel
1782
,
un
contratto
con
la
Società
mercantile
di
Girolamo
Spazziani
,
mediante
il
quale
essa
si
assumeva
l
'
obbligo
-
usufruendo
delle
due
migliori
fonderie
e
miniere
dal
Bergamasco
(
31
)
-
di
fornire
alla
Serenissima
entro
14
anni
,
in
lotti
proporzionali
,
le
artiglierie
di
cui
abbisognava
;
e
cioè
35
cannoni
da
30
libbre
(
32
)
,
52
da
14
,
24
da
12
,
oltre
le
munizioni
,
gli
attrezzi
e
gli
armamenti
necessari
.
Lo
Stato
si
sarebbe
garantito
della
buona
qualità
delle
forniture
,
obbligando
la
ditta
Spazziani
ad
uniformarsi
strettamente
nella
fondita
dei
pezzi
alle
regole
all
'
uopo
prescritte
dal
maresciallo
Schoulemburg
,
e
con
l
'
assoggettare
le
bocche
da
fuoco
a
speciali
prove
forzate
da
compiersi
al
Lido
,
a
spese
esclusive
della
società
assuntrice
ed
alla
presenza
del
magistrato
all
'
artiglieria
.
Queste
prove
dovevano
essere
da
due
a
quattro
per
ogni
pezzo
da
collaudarsi
,
ed
i
pezzi
rifiutati
si
dovevano
restituire
alla
ditta
per
essere
rifusi
e
nuovamente
esperimentati
.
Nel
contratto
infine
erano
comminate
penalità
e
multe
alla
ditta
Spazziani
,
al
caso
di
inosservanza
di
impegni
da
parte
della
medesima
(
33
)
.
L
'
artiglieria
veneta
,
con
il
concorso
dell
'
industria
privata
,
poteva
e
doveva
quindi
rinnovarsi
tra
il
1782
ed
il
1796
.
In
questo
periodi
di
tempo
dovevano
inoltre
rifondersi
o
ristaurarsi
le
bocche
da
fuoco
dichiarate
inservibili
,
e
non
erano
poche
in
quel
tempo
:
82
cannoni
di
diverso
calibro
,
85
colubrine
,
63
sacri
e
passavolanti
,
180
petrieri
,
5
mortai
,
9
trabucchi
ed
1
bastardo
(
34
)
.
Se
così
fosse
stato
,
la
Serenissima
all
'
aprirsi
della
campagna
del
1796
avrebbe
avuto
536
bocche
da
fuoco
disponibili
,
nuove
del
tutto
o
riparate
;
e
non
si
sarebbero
visti
sui
rampari
di
Verona
«
i
pezzi
così
malandati
,
i
letti
(
affusti
)
«
così
rôsi
dal
tempo
...
che
se
fosse
occorso
di
maneggiarne
taluno
non
si
saprebbe
come
eseguire
l
'
ordine
»
(
35
)
.
Ma
per
assicurare
tali
vantaggi
all
'
esercito
sarebbero
occorsi
continuità
di
vedute
nell
'
amministrazione
della
guerra
,
preparazione
,
vigore
di
energie
da
parte
delle
persone
elevate
all
'
ufficio
di
Savio
alla
scrittura
,
accordo
infine
deciso
e
cosciente
di
tutti
nell
'
attuare
una
riforma
finanziaria
ed
industriale
che
avrebbe
legato
il
nome
della
Serenissima
ad
un
grande
e
razionale
progresso
nella
pubblica
economia
.
Ora
la
vecchia
e
già
tanto
sapiente
Repubblica
,
ridotta
a
lottare
indarno
contro
la
morte
vicina
,
non
poteva
più
trovare
nel
consunto
organismo
lo
rinnovate
energie
capaci
di
redimerla
dalla
triste
eredità
del
passato
.
Fino
al
1786
,
cioè
durante
il
periodi
delle
riconferme
al
Saviato
di
Francesco
Vendramin
-
il
ministro
riformatore
della
decadenza
militare
veneta
-
le
consegne
della
ditta
Spazziani
procedettero
con
ordine
e
regolarità
,
ma
da
quell
'
anno
in
avanti
gli
impegni
cominciarono
ad
allentarsi
finché
non
ne
rimase
più
traccia
.
Ai
lagni
in
materia
delle
pubbliche
cariche
militari
si
rispondeva
invariabilmente
con
delle
buone
promesse
,
con
caute
direzioni
,
con
voti
e
parole
,
mentre
i
mali
reclamavano
urgentemente
fatti
,
mentre
gli
ufficiali
attestavano
«
che
in
Dalmazia
ed
in
Levante
vi
sono
ancora
compagnie
di
fanti
armate
ancora
dei
fucili
dell
'
ultima
campagna
(
36
)
...
si
che
il
solo
smontarli
e
rimontarli
,
ogni
volta
che
pulir
si
debbono
,
basta
a
renderne
un
gran
numero
fuori
di
servizio
»
(
37
)
.
Vero
è
che
per
i
fatti
,
oltre
che
alla
ferma
e
cosciente
volontà
dei
deputati
a
compierli
,
occorre
anche
il
danaro
;
e
questo
,
come
succede
del
sangue
in
ogni
organismo
indebolito
,
è
il
primo
a
scarseggiare
nei
governi
travagliati
dalla
decadenza
.
Alla
fine
della
seconda
neutralità
d
'
Italia
-
cioè
subito
dopo
la
guerra
per
la
successione
di
Polonia
-
lo
sbilanzo
,
o
deficit
delle
finanze
veneziane
,
era
infatti
salito
a
770-784
ducati
all
'
anno
,
ed
all
'
amministrazione
della
guerra
toccò
di
scontare
queste
falle
con
sacrifizi
e
con
lesinerie
le
quali
finirono
per
annientare
del
tutto
la
compagine
materiale
e
morale
dell
'
esercito
.
«
Con
queste
riduzioni
-
diceva
un
rapporto
al
Principe
-
il
corpo
delle
truppe
non
può
oramai
più
supplire
con
la
propria
forza
agli
essenziali
bisogni
dello
Stato
...
e
quindi
occorre
sia
tolto
da
quel
languore
e
miseria
in
cui
presentemente
esso
si
trova
,
somministrandogli
i
mezzi
di
cui
ha
bisogno
»
(
38
)
.
Ma
anche
sa
questo
punto
la
voce
del
Savio
Vendramin
predicò
invano
,
ed
i
denari
non
vennero
-
ironia
del
caso
-
se
non
quando
si
trattò
non
già
di
apparecchiare
armi
ed
armati
in
difesa
della
Repubblica
,
ma
di
mantenere
lautamente
due
eserciti
sul
suo
suolo
,
nemici
l
'
uno
dell
'
altro
,
della
Serenissima
,
ed
entrambi
emuli
nell
'
opera
triste
di
taglieggiarla
e
di
calpestarla
.
Ma
ritorniamo
al
Savio
alla
scrittura
ed
alla
sua
fisionomia
burocratica
.
Quale
magistrato
supremo
alla
milizia
esso
,
di
regola
,
non
abbandonava
la
Dominante
-
cioè
Venezia
-
se
non
per
compiere
l
'
annuale
visita
al
Collegio
militare
di
Verona
,
in
Castelvecchio
,
dal
quale
uscivano
i
giovani
ufficiali
di
artiglieria
e
genio
della
Repubblica
.
Era
questa
una
comparsa
periodica
all
'
epoca
degli
esami
finali
,
che
circondavasi
a
bella
posta
di
solennità
,
sia
nell
'
intento
di
lasciar
traccia
nell
'
animo
dei
futuri
ufficiali
delle
milizie
venete
,
sia
in
quello
di
ravvivare
,
a
scadenza
fissa
,
il
prestigio
ed
il
nome
del
Savio
alla
scrittura
nella
principale
fortezza
dei
domini
d
'
Italia
.
Ma
le
apparizioni
erano
troppo
rapide
e
,
sovratutto
,
affogate
sotto
il
cumulo
delle
formalità
proprie
del
manierismo
incipriato
del
tempo
.
Di
una
di
queste
visite
si
conserva
traccia
nel
diario
del
Collegio
militare
di
Verona
.
«
Il
Savio
Alvise
Quirini
-
dice
il
diario
-
partì
da
Venezia
un
mercoledì
dopo
pranzo
del
luglio
1787
,
alle
ore
20
,
per
Mestre
.
Aveva
seco
due
staffieri
ed
un
furier
.
Il
legno
era
pronto
a
Marghera
,
con
quattro
cavalli
ed
il
furier
davanti
,
pure
a
cavallo
.
Al
Dolo
si
cambiarono
i
cavalli
:
a
Padova
il
Savio
pernottò
nel
palazzo
Quirini
ed
il
provveditor
straordinario
di
colà
,
Zorzi
Contarini
,
gli
diede
scorta
di
due
soldati
a
cavallo
.
Il
giorno
appresso
(
giovedì
)
,
alle
ore
22
suonate
,
il
Savio
arrivò
a
Verona
»
(
39
)
.
In
quella
città
un
ufficiale
della
guarnigione
venne
subito
comandato
a
disimpegnare
la
carica
di
aiutante
presso
il
Savio
Alvise
Quirini
,
ed
un
'
ora
dopo
l
'
arrivo
di
questi
il
tenente
Zulatti
,
ufficiale
di
guardia
alla
piazza
,
venne
a
felicitarsi
seco
lui
per
l
'
ottimo
viaggio
compiuto
e
ad
esibirsi
,
cioè
a
profferire
servigi
.
Ma
il
Savio
alla
scrittura
,
congedati
bellamente
gli
ufficiali
venuti
per
fargli
onore
,
andò
ad
alloggiare
in
casa
del
cugino
Marin
Zorzi
,
e
la
«
tavola
fu
servita
per
quella
sera
dal
locandier
alle
Due
Torri
(
40
)
,
essendo
stato
convenuto
il
prezzo
di
tutto
dal
brigadier
Mario
Lorgna
,
governatore
militare
del
Collegio
.
La
sera
stessa
venne
il
brigadiere
Lorgna
a
fare
ossequio
al
Savio
alla
scrittura
,
e
si
combinò
subito
per
verificare
la
scuola
ed
incominciare
gli
esami
lo
stesso
giorno
seguente
.
La
sera
poi
il
Savio
andò
alla
comedia
al
Nobile
Teatro
ed
il
vescovo
mandò
il
suo
nome
a
casa
Zorzi
»
(
41
)
.
CAPO
III
.
Ufficiali
grandi
e
piccini
.
Perduto
è
quell
'
organismo
il
cui
cuore
si
attarda
di
spingere
il
sangue
nelle
vene
.
Ed
il
cuore
ed
il
cervello
si
erano
da
tempo
intorpiditi
nell
'
esercito
della
Serenissima
nelle
persone
de
'
suoi
generali
.
Quando
il
brigadiere
Fiorella
(
42
)
nella
notte
dell'8
agosto
1796
,
all
'
avanguardia
della
divisione
Serurier
,
reduce
dalla
vittoria
di
Castiglione
si
riaffacciava
a
Verona
abbandonata
giusto
una
settimana
innanzi
per
rioccuparla
d
'
ordine
di
Buonaparte
,
il
generale
Salimbeni
comandante
di
quella
piazza
indugiò
alquanto
nel
riaprire
ai
Francesi
la
porta
di
San
Zeno
.
Il
brigadiere
Fiorella
l
'
abbatté
allora
con
alcune
volate
di
mitraglia
,
e
si
trovò
comoda
scusa
per
il
ritardo
dei
Veneti
di
rovesciare
la
colpa
sulla
tarda
vecchiaia
del
Salimbeni
.
Questo
generale
-
si
disse
-
oramai
ottuagenario
,
incapace
di
montare
a
cavallo
,
costretto
a
servirsi
di
un
carrozzino
(
43
)
,
non
poteva
trovarsi
ovunque
in
quel
trambusto
della
notte
dell'8
agosto
.
E
Buonaparte
lieto
delle
riportate
vittorie
e
del
riacquisto
di
Verona
,
non
fece
gran
caso
di
questi
fiacche
scuse
dei
Veneti
,
ondeggianti
tra
gli
Austriaci
padroni
dell
'
interno
della
città
ed
i
Francesi
padroni
delle
campagne
,
oscitanti
tra
i
vincitori
ed
i
vinti
.
La
vecchiaia
dei
generali
veneti
esisteva
nondimeno
,
e
grave
.
Il
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
l
'
aveva
denunciata
al
Principe
come
il
male
precipuo
che
rodeva
l
'
esercito
,
e
scongiurava
di
provvedervi
in
tempo
:
«
Di
eguale
impedimento
-
egli
così
scriveva
nel
1785
-
alle
buone
disposizioni
della
milizia
in
genere
si
è
pure
l
'
impotenza
di
non
pochi
ufficiali
,
specie
delle
cariche
generalizie
,
che
giunti
alla
più
fredda
vecchiaia
,
ritenuti
dalle
viste
del
proprio
vantaggio
,
vogliono
ancora
continuare
nel
servizio
sino
alla
fine
della
vita
....
.
Sicché
,
malgrado
quella
riverenza
che
si
conviene
alle
pubbliche
deliberazioni
,
mi
è
forza
dire
che
,
spesse
volte
,
questo
Augusto
Governo
è
più
commosso
dalla
pietà
che
dal
proprio
interesse
,
cui
talvolta
antepone
le
convenienze
particolari
di
coloro
che
godono
la
distinta
fortuna
di
essergli
soggetti
»
(
44
)
.
Non
si
pensò
però
con
questo
a
svecchiare
gli
alti
gradi
dell
'
esercito
Veneto
.
Fino
dal
1786
,
allo
scopo
di
ripartire
in
modo
equo
e
vantaggioso
per
il
servizio
i
beni
ed
i
mali
delle
diverse
guarnigioni
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
,
il
Senato
aveva
stabilito
un
turno
di
generali
;
ossia
un
determinato
ordine
di
successione
dei
generali
medesimi
al
comando
dei
quattro
grandi
riparti
militari
in
cui
si
suddivideva
il
territorio
della
Repubblica
(
45
)
.
Fu
assegnato
allora
in
Levante
il
sergente
-
generale
Maroti
,
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Bubich
e
Craina
;
in
Dalmazia
il
sergente
generale
Salimbeni
-
ricordato
più
sopra
-
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Nonveller
ed
Arnerich
;
in
Italia
il
tenente
generale
Pasquali
,
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Stràtico
e
Bado
.
Dopo
quattro
anni
questi
generali
dovevano
mutare
residenza
,
ma
nel
1790
-
cioè
allo
spirare
del
primo
quadriennio
dacché
la
determinazione
fu
presa
-
il
sergente
maggiore
di
battaglia
Arnerich
faceva
sapere
al
Savio
alla
scrittura
che
egli
non
era
più
in
grado
di
muoversi
dalla
Dalmazia
,
perché
diventato
più
che
nonagenario
.
E
non
soltanto
i
generali
erano
incapaci
di
viaggiare
dall
'
Italia
,
oltremare
e
viceversa
.
Nello
stesso
anno
1790
anche
i
colonnelli
brigadieri
Macedonia
e
Gazo
si
dovettero
lasciare
alle
rispettive
guarnigioni
,
stante
la
loro
tarda
vecchiezza
.
La
gerarchia
generalizia
era
poi
troppo
ristretta
in
confronto
degli
aspiranti
.
La
piramide
gerarchica
nell
'
esercito
Veneto
si
restringeva
talmente
verso
il
vertice
da
rendere
necessaria
una
longevità
pressoché
biblica
per
raggiungerla
.
Nel
1781
i
quadri
dello
stato
generale
erano
:
1
tenente
generale
,
2
sergenti
generali
,
6
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
oltre
ai
sopraintendenti
del
genio
e
della
cavalleria
con
il
grado
di
colonnelli
brigadieri
.
Il
tenente
generale
era
Alvise
Fracchia
-
Magagnini
di
85
anni
,
di
cui
68
di
continuato
servizio
;
i
sergenti
generali
erano
Pasquali
e
Rade
-
Maina
,
vecchi
colonnelli
dei
fanti
oltramarini
;
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Arnerich
,
Salimbeni
,
Maroli
,
Nonveller
,
Rado
e
Stràtico
.
Non
pochi
di
questi
occupavano
ancora
le
cariche
generalizie
nel
1796
,
vale
a
dire
che
erano
infeudati
nell
'
ufficio
da
oltre
tre
lustri
.
*
*
*
Teoricamente
i
metodi
per
la
elevazione
degli
ufficiali
agli
alti
gradi
dell
'
esercito
dovevano
essere
di
garanzia
sicura
per
la
bontà
dei
quadri
.
La
procedura
per
la
nomina
delle
cariche
generalizie
-
esclusivamente
devolute
alla
scelta
-
era
infatti
assai
minuta
,
abbenché
non
scevra
di
sospetti
di
favoritismo
.
A
tenore
della
così
detta
legge
di
Ottazione
,
cioè
di
avanzamento
(
46
)
,
le
vacanze
nei
gradi
dovevano
ripianarsi
entro
tre
mesi
dacché
avvenivano
;
tempo
più
che
necessario
per
una
scrupolosa
valutazione
dei
titoli
dei
concorrenti
,
ma
anche
più
che
sufficiente
per
dar
modo
alle
consorterie
di
raggiungere
i
propri
fini
.
I
titoli
presentati
dai
candidati
formavano
,
nel
loro
assieme
,
i
così
detti
piani
di
prova
.
Vi
figuravano
i
lunghi
e
buoni
servigi
prestati
sotto
la
vermiglia
bandiera
della
Repubblica
,
le
ferite
,
le
malattie
sofferte
a
motivo
del
contagio
,
le
azioni
di
merito
e
-
ove
ne
era
il
caso
-
anche
le
prigionie
passate
sotto
i
Turchi
,
i
naufragi
patiti
e
la
perdita
degli
averi
.
Gli
ultimi
tempi
imbelli
della
Serenissima
avevano
naturalmente
assottigliato
di
molto
il
bagaglio
eroico
di
codesti
titoli
,
surrogandoli
con
i
più
modesti
e
comuni
dell
'
anzianità
e
della
età
dei
candidati
,
e
su
questi
titoli
si
esercitava
la
retorica
degli
ufficiali
concorrenti
.
Il
sergente
maggiore
di
battaglia
Antonio
Maroli
così
faceva
,
ad
esempio
,
nel
1782
l
'
apologia
di
sé
medesimo
,
aspirando
al
grado
del
valetudinario
Rade
-
Maina
collocato
finalmente
a
riposo
:
«
Fino
dai
primi
anni
Antonio
Maroli
si
incamminò
alla
professione
delle
armi
.
Passato
per
la
trafila
dei
vari
gradi
,
con
l
'
assiduità
del
servizio
e
con
la
provata
sua
abilità
giunse
,
nell
'
anno
1768
,
ad
occupare
il
grado
di
colonnello
.
Le
attestazioni
delle
primarie
cariche
da
Mar
e
degli
ufficiali
dello
Stato
generale
e
di
molti
altri
graduati
,
rilevano
di
avere
egli
utilmente
servito
nel
laborioso
carico
di
sergente
maggiore
nella
importante
piazza
di
Corfù
,
impiegandosi
pure
,
per
varî
anni
,
nella
istruzione
del
reggimento
,
negli
esercizi
e
nella
militare
disciplina
anche
in
pubblici
bastimenti
in
mar
.
«
Imbarcato
sopra
la
nave
San
Carlo
che
tradusse
a
Tenedo
il
fu
Ecc.mo
Kav
.
Correr
,
bailo
(
47
)
,
si
fermò
sulla
medesima
in
attenzione
dell
'
arrivo
dell
'
altro
Ecc.mo
bailo
Francesco
Foscari
,
ed
in
questo
frattempo
attaccatasi
grave
epidemia
nell
'
equipaggio
di
detta
nave
si
maneggiò
egli
presso
i
comandanti
turchi
per
avere
ricovero
in
terra
...
Nel
sostenere
i
governi
delle
armi
(
comandi
di
presidio
)
di
alcune
città
e
fortezze
nei
differenti
riparti
di
terra
e
di
mar
,
eguale
fu
la
di
lui
attenzione
ed
attività
,
che
gli
conciliò
approvazione
.
Molto
fu
poi
riconosciuta
la
di
lui
direzione
nel
seguito
ammutinamento
di
prigionieri
di
Brescia
per
metterli
a
dover
,
nel
quale
malagevole
incontro
per
18
ore
sostenne
con
coraggio
il
fuoco
degli
ammutinati
,
e
gli
toccò
vedere
ai
suoi
piedi
ucciso
un
caporale
e
ferito
un
soldato
»
(
48
)
.
Le
apologie
più
salienti
dei
piani
di
prova
erano
pubblicate
per
le
stampe
dai
candidati
più
audaci
o
facoltosi
,
e
diffuse
per
la
Dominante
ad
apparecchiare
terreno
per
le
deliberazioni
finali
del
Savio
alla
scrittura
e
del
Senato
.
Era
una
specie
di
gara
a
foglietti
,
dai
tipi
vistosi
e
dalla
studiata
mostra
delle
benemerenze
personali
;
una
vera
rassegna
pubblica
alla
quale
dovevano
interessarsi
non
poco
gli
spettatori
dell
'
epoca
ciarliera
e
spensierata
dei
casini
,
dei
caffè
e
delle
gazzette
.
Per
troncare
gli
effetti
della
mala
pianta
il
Senato
,
nel
1783
,
volle
abolite
codeste
costumanze
alquanto
teatrali
.
Vietò
ai
candidati
di
rimanere
a
Venezia
durante
le
elezioni
delle
cariche
generalizie
,
e
nel
periodo
di
tempo
immediatamente
anteriore
,
ed
in
luogo
dei
piani
di
prova
commise
al
Savio
alla
scrittura
di
compilare
delle
apposite
note
personali
,
da
produrre
alla
Consulta
al
caso
di
ciascuna
vacanza
.
La
Consulta
poi
,
avuto
l
'
elenco
dei
migliori
candidati
,
votava
o
ballottava
su
ciascuno
di
essi
,
in
Pien
Collegio
,
con
quattro
quinti
dei
voti
e
l
'
elezione
si
confermava
da
ultimo
in
Senato
.
Eletto
il
nuovo
generale
,
con
le
ducali
di
nomina
se
ne
fissava
anche
lo
stipendio
.
*
*
*
Scendiamo
ora
dal
vertice
della
piramide
gerarchica
verso
la
grande
e
massiccia
sua
base
.
Gli
ufficiali
veneti
erano
troppi
per
i
soldati
che
avevano
da
comandare
e
per
le
attribuzioni
che
dovevano
compiere
.
Nel
1776
si
trovavano
nei
reggimenti
attivi
33
colonnelli
,
altrettanti
tenenti
colonnelli
,
30
sergenti
maggiori
,
203
capitani
,
31
capitani
-
tenenti
,
184
tenenti
,
237
alfieri
o
cornette
per
la
cavalleria
e
163
cadetti
.
In
totale
,
964
officiali
sull
'
effettivo
di
10,605
fazionieri
o
comuni
che
contava
l
'
esercito
veneto
di
quel
tempo
;
e
ciò
senza
tener
conto
degli
ufficiali
in
servizio
sedentario
,
alle
fortezze
,
al
corpo
del
genio
,
all
'
Arsenale
,
ai
governatorati
delle
armi
,
alle
scuole
e
di
quelli
infine
con
riserva
di
anzianità
.
In
sostanza
,
i
quadri
degli
officiali
della
Serenissima
avevano
tutta
l
'
aria
di
un
grande
stato
-
maggiore
a
spasso
.
Il
grosso
di
questo
stato
-
maggiore
proveniva
dalla
trafila
della
troppa
,
come
ne
fa
fede
lo
scarso
numero
dei
cadetti
presenti
alle
armi
nel
1776
.
Delle
scuole
militari
esistenti
a
quell
'
epoca
,
il
collegio
di
Verona
provvedeva
al
reclutamento
dei
corpi
di
artiglieria
e
genio
:
quello
di
Zara
,
per
la
fanteria
oltremarina
,
era
ancora
allo
stato
rudimentale
.
Riformatisi
in
appresso
questi
due
istituti
,
quello
di
Verona
nel
1764
e
quello
di
Zara
nel
1784
,
una
nuova
ondata
,
di
formidabili
competitori
venne
ad
affiancarsi
alla
vecchia
corrente
dei
provenienti
dalla
troppa
nello
aspirare
ai
gradi
,
di
ufficiale
(
49
)
.
Dal
Militar
Collegio
di
Verona
-
come
è
noto
-
uscivano
gli
alfieri
dell
'
artiglieria
e
del
genio
ed
,
accessoriamente
,
anche
quelli
di
fanteria
e
di
cavalleria
.
In
queste
ultime
armi
si
transitavano
però
quegli
allievi
che
,
al
termine
dei
corsi
,
riportavano
una
classificazione
inferiore
alla
minima
ritenuta
necessaria
per
servire
nelle
armi
dotte
,
o
coloro
infine
che
-
per
mancanza
di
posti
-
non
trovavano
più
luogo
nelle
armi
medesime
.
In
questo
caso
i
diseredati
dalla
sorte
potevano
aspirare
a
far
ritorno
alle
armi
cui
aspiravano
,
concorrendo
in
turno
ogni
anno
con
i
nuovi
licenziati
dall
'
istituto
veronese
.
Dal
collegio
militare
di
Zara
uscivano
gli
alfieri
dei
reggimenti
oltremarini
e
le
cornette
dei
reggimenti
di
cavalleria
.
L
'
istituto
esisteva
fin
dal
1740
,
ma
per
difetto
di
concorrenti
aveva
vissuto
una
vita
stentata
ed
anemica
fino
al
1784
,
perché
la
massa
dei
Dalmati
aspiranti
ai
gradi
dell
'
esercito
preferiva
la
via
più
lunga
ma
più
avventurosa
del
servizio
anfibio
sui
pubblici
legni
e
verso
i
confini
turcheschi
,
a
quella
più
tediosa
e
nuova
degli
studî
e
dei
riparti
d
'
istruzione
.
Ma
poiché
-
sotto
l
'
impulso
di
Angelo
Emo
e
del
Savio
Francesco
Vendramin
-
l
'
amministrazione
veneta
della
guerra
accennò
a
battere
nuove
vie
,
ed
il
reclutamento
degli
ufficiali
usciti
dalle
scuole
parve
destinato
a
soppiantare
ogni
altra
provenienza
,
il
conflitto
tra
il
vecchio
ed
il
nuovo
,
tra
la
pratica
e
la
teoria
,
scoppiò
clamoroso
ed
inevitabile
.
Si
accese
allora
la
guerra
tra
i
fautori
del
tirocinio
,
dell
'
esperienza
e
dei
titoli
acquisiti
,
e
quelli
delle
accademie
delle
prove
e
degli
esami
.
I
tempi
grigi
e
fiacchi
non
offrendo
verun
'
altra
distrazione
,
fecero
sì
che
gli
ufficiali
dell
'
epoca
si
ingolfassero
in
queste
lotte
sterili
ed
acerbe
con
l
'
ardore
che
proviene
dall
'
ozio
.
Mèta
del
tirocinio
nei
gradi
di
truppa
era
l
'
alfierato
.
Ad
esso
si
perveniva
pel
tramite
dei
cadetti
,
da
parte
dei
giovani
provenienti
dalle
scuole
,
o
per
quello
dei
sergenti
per
parte
dei
borghesi
e
dei
gregari
di
truppa
.
Gli
aspiranti
alla
carriera
delle
armi
usciti
dalle
buone
famiglie
veneziane
,
per
essere
ammessi
nelle
file
dell
'
esercito
quale
cadetti
dovevano
contare
almeno
14
anni
di
età
.
Per
raggiungere
lo
stesso
grado
nella
truppa
occorrevano
invece
dai
sei
agli
otto
anni
.
Dopo
tre
anni
di
buon
servizio
come
cadetto
,
questi
era
promosso
alfiere
,
se
di
fanteria
e
cornetta
se
di
cavalleria
;
e
con
l
'
alfiere
,
detto
per
antonomasia
il
primo
grado
di
goletta
,
cominciava
il
lungo
e
faticoso
calvario
dell
'
ascesa
ai
gradi
di
ufficiale
(
50
)
.
Questi
si
conferivano
nell
'
interno
del
reggimento
fino
al
grado
di
sergente
-
maggiore
.
Ed
i
gradi
erano
quelli
di
tenente
,
di
capitano
-
tenente
,
o
comandante
della
compagnia
del
colonnello
,
di
capitano
,
di
sergente
-
maggiore
,
o
comandante
di
battaglione
:
i
gradi
di
tenente
colonnello
e
di
colonnello
si
conferivano
a
ruolo
unico
sulla
totalità
della
rispettiva
arma
o
riparto
(
51
)
.
Per
progredire
nella
carriera
si
doveva
tenere
conto
delle
prove
comparative
,
dell
'
abilità
,
del
merito
e
della
anzianità
dei
singoli
concorrenti
(
52
)
;
requisiti
tutti
codesti
domandati
sia
dalle
anteriori
leggi
di
ottazione
,
compilate
da
Francesco
Morosini
,
sia
da
quelle
redatte
dal
generale
Molin
(
1695
)
.
Nella
pratica
delle
cose
però
l
'
anzianità
ed
il
merito
avevano
la
preminenza
,
comprendendosi
sotto
questo
ultimo
titolo
le
campagne
di
guerra
,
le
ferite
e
le
«
occasioni
vive
»
,
come
dicevasi
a
quel
tempo
con
vocabolo
comprensivo
per
dinotare
tutte
le
benemerenze
dei
candidati
dovute
comunque
al
rischio
personale
.
Ma
cresciuto
il
favore
delle
scuole
professionali
,
il
merito
e
l
'
anzianità
dovettero
cedere
di
fronte
all
'
abilità
comprovata
dagli
esami
,
e
con
questi
e
per
questi
il
Savio
si
proponeva
di
svecchiare
i
quadri
dell
'
esercito
.
L
'
alfiere
doveva
dar
saggio
di
comandare
in
modo
inappuntabile
tutti
gli
esercizi
della
compagnia
,
in
presenza
del
sergente
maggiore
,
del
colonnello
e
del
tenente
colonnello
del
reggimento
.
Egli
doveva
inoltre
rispondere
a
tutte
le
interrogazioni
che
i
detti
ufficiali
avessero
creduto
di
rivolgergli
sul
Libretto
Militar
,
ossia
catechismo
degli
esercizi
,
e
sul
servizio
in
campagna
compilato
dal
maresciallo
Schoulemburg
.
Infine
doveva
rivelarsi
provetto
nel
maneggio
delle
armi
,
della
picca
e
della
sargentina
,
conoscere
la
suddivisione
del
reggimento
in
plotoni
,
divisioni
,
ali
,
centro
,
dare
ragione
di
tutti
i
tocchi
di
tamburo
e
superare
alcune
prove
sulle
matematiche
elementari
e
sul
disegno
.
Il
tenente
-
oltre
che
dimostrarsi
come
l
'
alfiere
idoneo
nel
maneggio
del
fucile
e
della
picca
-
doveva
saper
compilare
polizze
di
scansi
,
ossia
liste
di
deconto
individuale
,
redigere
quietanze
dei
depositi
di
danaro
che
,
eventualmente
,
i
soldati
gli
avessero
confidato
,
tenere
al
corrente
la
vacchetta
,
o
giornale
di
presenza
della
compagnia
,
infine
comprovare
un
'
abilità
professionale
pari
alla
richiesta
nelle
prove
degli
alfieri
.
In
questi
semplici
esperimenti
s
'
accanì
quindi
la
lotta
tra
conservatori
e
novatori
in
materia
di
avanzamento
,
quando
i
programmi
furono
rimaneggiati
con
criteri
restrittivi
,
specie
per
i
gradi
superiori
.
Nel
giugno
1785
,
rendendosi
vacante
il
posto
di
sergente
-
maggiore
nel
reggimento
di
fanti
italiani
Marin
Conti
,
aspirarono
ad
esso
tre
capitani
del
corpo
medesimo
.
Il
verbale
giurato
di
idoneità
a
sostenere
le
prove
di
uno
dei
candidati
così
si
esprimeva
:
«
Facciamo
fede
,
con
nostro
giuramento
et
vincolo
di
onore
,
noi
qui
sottoscritti
graduati
nel
reggimento
colonnello
Marin
Conti
,
dei
fanti
italiani
,
come
il
capitanio
Michiel
Antonio
Gosetti
ha
sempre
adempiuto
alle
parti
tutte
del
suo
dovere
,
con
puntualità
ed
abilità
in
tutto
quello
che
appartiene
al
pubblico
servizio
.
Come
anche
nella
subordinazione
et
obbedienza
con
i
suoi
superiori
e
con
nostra
intera
soddisfazione
egli
non
è
mai
incorso
in
verun
militar
castigo
,
né
si
abusò
di
licenze
per
stare
lontano
dal
proprio
reggimento
,
adornato
essendo
di
onorati
costumi
,
degno
adunque
delle
nostre
veridiche
attestazioni
,
per
cui
gli
rilasciamo
la
presente
perché
possa
valersene
»
(
53
)
.
*
*
*
Gli
esami
da
capitano
a
sergente
-
maggiore
erano
insieme
pratici
e
teorici
.
Nei
primi
il
candidato
doveva
sottoporsi
alle
prove
seguenti
:
«1°
)
Riconoscerà
il
battaglione
in
tutte
le
sue
parti
e
lo
ripartirà
con
i
bassi
uffiziali
-
2°
)
Farà
la
disposizione
degli
uffiziali
e
li
manderà
in
parata
-
3°
)
Farà
passare
ufficiali
e
sottufficiali
in
coda
per
il
maneggio
delle
armi
-
4°
)
Ordinerà
e
comanderà
il
maneggio
delle
armi
,
con
li
necessari
avvertimenti
-
5°
)
Ordinerà
due
raddoppi
di
file
,
uno
sulla
sinistra
in
avanti
,
per
mezzo
-
battaglione
,
l
'
altro
che
le
divisioni
delle
ali
raddoppino
quelle
del
centro
-
6°
)
Si
ridurrà
in
istato
di
battaglia
-
7°
)
Farà
fuoco
con
quattro
plotoni
,
principiando
dalli
quattro
plotoni
del
centro
-
8°
)
Farà
fuoco
con
due
mezze
divisioni
dalle
ali
al
centro
-
9°
)
Staccherà
la
marcia
per
mezze
-
divisioni
in
fianco
,
e
si
ridurrà
in
divisioni
con
passo
francese
(
accelerato
)
-
10°
)
Formerà
il
quadrato
in
marcia
-
11°
)
Farà
una
scarica
generale
-
12°
)
Disfarà
il
quadrato
e
ridurrà
il
battaglione
in
istato
di
parata
»
(
54
)
.
Gli
esami
teorici
comprendevano
i
doveri
degli
ufficiali
di
ogni
grado
,
cominciando
da
quelli
dell
'
alfiere
e
terminando
con
quelli
del
sergente
maggiore
,
tanto
nel
reggimento
che
nella
brigata
.
Le
tesi
trattavano
del
giornaliero
servizio
di
piazza
,
del
modo
di
accampare
ed
acquartierare
il
reggimento
,
di
marciare
con
il
reggimento
da
un
luogo
ad
un
altro
,
di
imbarcarlo
e
di
sbarcarlo
in
buon
ordine
,
della
maniera
di
tenere
disciplinati
gli
ufficiali
,
i
sottufficiali
e
la
truppa
,
dei
sistemi
di
redigere
piedilista
,
dettagli
,
di
passar
rassegne
,
di
distribuire
infine
i
riparti
nei
quartieri
e
di
raccoglierli
nelle
piazze
d
'
armi
(
55
)
.
Più
caratteristiche
erano
le
prove
per
l
'
arma
di
cavalleria
,
in
quanto
quest
'
arma
poteva
considerarsi
esotica
in
un
esercito
a
base
marinaresca
come
era
quello
della
Serenissima
,
anche
nei
tempi
dello
splendore
.
Così
,
nel
marzo
del
1795
,
rendendosi
vacante
in
Verona
il
posto
di
sergente
-
maggiore
(
56
)
nel
reggimento
dei
dragoni
Colonnello
Giovanni
Antonio
Soffietti
,
si
presentarono
candidati
alle
prescritte
prove
sei
degli
otto
capitani
comandanti
di
compagnia
,
e
ad
essi
furono
proposti
i
seguenti
quesiti
,
da
estrarsi
a
sorte
in
numero
di
quattro
per
ogni
esaminando
:
«1°
)
Data
una
distanza
di
100
miglia
,
data
la
premura
del
comandante
che
il
nostro
squadrone
arrivi
quanto
più
presto
possibile
ad
unirsi
ad
un
'
altra
cavalleria
colà
esistente
,
e
data
infine
la
qualità
del
cammino
,
si
ricerca
in
quanti
giorni
,
senza
troppo
disagio
,
sarà
compiuta
la
marcia
e
di
quali
avvertenze
abbia
a
far
uso
durante
il
viaggio
-
2°
)
Acquartierata
la
cavalleria
in
una
grossa
terra
in
prossimità
del
nemico
,
quali
saranno
le
precauzioni
contro
le
sorprese
-
3°
)
Con
quali
avvertenze
si
custodiscono
i
prigionieri
di
guerra
mentre
si
conducono
al
luogo
loro
assegnato
-
4°
)
In
qual
modo
si
scorta
un
convoglio
di
vittuarie
passando
per
i
luoghi
sospetti
-
5°
)
Come
si
marcia
alla
sordina
-
6°
)
Contromarce
per
righe
-
7°
)
Come
si
mettono
in
contribuzione
i
villaggi
nemici
,
vigente
sempre
il
timore
che
il
nemico
ci
sia
alle
spalle
-
8°
)
Se
lo
squadrone
arrivasse
ad
un
fiume
inguadabile
,
che
ripieghi
si
farebbero
-
9°
)
Lo
squadrone
,
in
colonna
di
divisioni
,
si
trova
su
di
una
strada
dove
i
cavalli
non
possono
che
marciare
di
passo
:
esso
è
forzato
a
ritirarsi
facendo
fuoco
.
Si
effettui
la
relativa
ritirata
-
10°
)
Modo
di
caricare
contemporaneamente
il
nemico
sulla
fronte
e
sulle
ali
:
la
parte
più
forte
sulla
fronte
,
due
parti
minori
sulle
ali
-
11°
)
Attacco
di
cavalleria
in
un
bosco
-
12°
)
Come
si
fa
a
foraggiare
-
13°
)
Cammin
facendo
,
se
si
trovasse
uno
staccamento
(
distaccamento
)
nemico
trincerato
che
ci
impedisse
di
marciare
,
quale
sia
il
partito
migliore
»
(
57
)
.
Esaminiamo
da
ultimo
le
prove
prescritte
per
l
'
artiglieria
,
allo
scopo
di
formarci
un
giudizio
esatto
sull
'
entità
degli
esperimenti
e
sul
grado
,
di
istruzione
degli
ufficiali
Veneti
del
tempo
.
Nel
1782
,
per
gli
aspiranti
al
posto
vacante
di
capitano
-
tenente
nel
Reggimento
Artiglieria
si
richiedevano
le
prove
seguenti
:
«1°
)
Le
quattro
prime
operazioni
aritmetiche
,
frazioni
,
radici
quadrate
e
cubiche
,
regola
del
tre
diretta
ed
inversa
-
2°
)
Sui
primi
sei
libri
della
geometria
-
3°
)
Sulla
trigonometria
piana
-
4°
)
Sull
'
uso
delle
tavole
balistiche
per
i
tiri
orizzontali
ed
obliqui
-
5°
)
Sopra
la
proprietà
della
parabola
relativamente
ai
tiri
di
bomba
-
6°
)
Sull
'
uso
della
tavoletta
pretoriana
-
7°
)
Sopra
i
vari
generi
di
calibri
dell
'
artiglieria
-
8°
)
Come
si
prendono
le
misure
di
un
pezzo
di
artiglieria
per
farvi
un
letto
(
affusto
)
-
9°
)
Quali
sono
gli
apprestamenti
usati
nell
'
artiglieria
veneta
per
il
servizio
delle
artiglierie
navali
,
murali
e
campali
-
10°
)
Quale
è
il
modo
di
numerare
le
palle
,
bombe
,
granate
,
unite
in
piramide
o
in
altra
figura
-
11°
)
Come
disporre
le
cose
spettanti
all
'
artiglieria
sopra
i
legni
armati
al
caso
di
combattere
-
12°
)
Come
si
forniscono
le
racchette
ad
uso
di
segnali
e
le
candele
ardenti
ad
uso
delle
minute
artiglierie
,
le
spolette
e
le
bombe
ad
uso
dei
cannoni
,
mortai
ed
obusieri
-
13°
)
Come
si
misura
il
tempo
in
cui
una
bomba
percorre
un
dato
spazio
-
14°
)
Esercizi
campali
ed
evoluzioni
del
Reggimento
Artiglieria
,
giusta
le
istruzioni
del
brigadiere
conte
Stràtico
»
(
58
)
.
Per
gli
aspiranti
al
grado
di
sergente
-
maggiore
nell
'
arma
(
59
)
alle
menzionate
prove
si
aggiungevano
esami
di
meccanica
,
di
stàtica
,
di
resistenza
delle
bocche
da
fuoco
,
di
potenza
degli
esplosivi
,
oltre
ad
esperimenti
sulle
manopere
di
forza
e
relativi
comandi
,
sulle
opere
difensive
e
di
fortificazione
(
60
)
.
*
*
*
Si
spiega
adunque
come
col
crescere
di
tale
florilegio
scientifico
,
sbocciato
come
un
'
oasi
nel
campo
uniforme
degli
umili
fiori
campestri
dell
'
anzianità
e
delle
occasioni
vive
,
i
giovani
ufficiali
usciti
dalle
scuole
venete
del
tempo
si
trovassero
in
condizioni
spiccatamente
favorevoli
in
paragone
dei
canuti
colleghi
passati
per
i
gradi
inferiori
di
truppa
.
Molti
di
questi
erano
invecchiati
nelle
scolte
sui
diruti
rampari
della
Repubblica
,
a
Corfù
,
a
Parga
,
a
Zante
ed
a
Cefalonia
,
si
erano
temprati
ai
miasmi
mortiferi
dì
Prevesa
,
di
Vonizza
e
di
Butrinto
,
avevano
scritto
infine
l
'
ultimo
capitolo
-
per
quanto
assai
mutato
nel
decoro
guerresco
-
dell
'
epica
lotta
accesasi
tra
la
Cristianità
ed
il
Turco
,
dalle
crociate
a
Lepanto
e
da
Candia
in
Morea
,
vigilando
come
sentinelle
perdute
verso
i
confini
musulmani
sui
lontani
castelli
di
Dernis
,
di
Clissa
e
di
Knin
.
Ed
il
bilancio
del
servizio
di
queste
scolte
fedeli
-
quasi
fatte
simbolo
di
una
potenza
della
quale
più
non
rimaneva
che
il
nome
-
era
solenne
come
un
piccolo
monumento
di
storia
individuale
.
Storia
dei
tempi
,
fatta
non
già
di
novità
sibbene
di
lunga
e
paziente
attesa
.
Sfogliamo
un
poco
tra
le
pagine
di
codesti
titoli
vetusti
.
Dagli
stati
di
servizio
prodotti
dai
capitani
Zorzi
Rizzardi
e
Donà
Dobrilovich
al
Senato
per
ottenere
la
loro
giubilazione
,
risulta
che
il
primo
di
questi
era
soldato
dal
1734
,
cadetto
nel
1740
,
alfiere
nel
1753
,
tenente
nel
1766
,
capitano
-
tenente
nel
1778
,
capitano
nell
'
anno
medesimo
;
vale
a
dire
che
aveva
impiegato
ben
51
anni
di
servizio
per
ottenere
quest
'
ultimo
grado
,
dei
68
di
età
che
contava
il
postulante
.
Il
collega
Dobrilovich
era
soldato
dal
1733
,
caporale
nel
1739
,
sergente
nel
1742
,
alfiere
nel
1745
,
tenente
nel
1766
,
capitano
-
tenente
nel
1773
e
capitano
pure
nello
stesso
anno
:
gli
erano
quindi
occorsi
51
anni
per
raggiungere
la
desiderata
mèta
di
comandante
di
compagnia
,
accumulando
per
via
il
fardello
di
ben
68
anni
di
età
.
Né
gli
accademici
,
per
dir
così
,
erano
i
soli
a
far
concorrenza
ai
vecchi
soldati
della
Repubblica
.
Oltre
ad
essi
si
dovevano
contare
gli
ufficiali
sopranumerari
,
cioè
quelli
il
cui
rollo
di
anzianità
era
per
un
motivo
qualsivoglia
sospeso
,
i
provenienti
dai
nobili
e
dai
figli
degli
ufficiali
,
ed
infine
i
titolati
,
cioè
coloro
che
in
virtù
di
una
grazia
sovrana
,
per
benemerenze
personali
o
di
famiglia
,
ricevevano
un
grado
ed
i
relativi
emolumenti
senza
però
disimpegnarne
gli
uffici
.
Ingrossata
così
la
schiera
dei
competitori
-
talché
i
cadetti
nel
1781
erano
cresciuti
a
605
,
laddove
nel
1776
toccavano
il
centinaio
e
mezzo
appena
-
il
malcontento
dei
vecchi
ufficiali
non
ebbe
più
ritegno
.
«
Quando
-
dice
un
'
istanza
avanzata
al
Senato
dal
tenente
Teodoro
Psalidi
,
del
Reggimento
di
Artiglieria
-
dovetti
fare
le
prove
anche
nelle
scienze
matematiche
,
volendo
aspirare
al
grado
di
capitano
-
tenente
,
e
mi
venne
imposto
di
prestarmi
in
tali
studi
che
non
mi
erano
mai
stati
prescritti
,
mai
insegnati
dai
miei
superiori
,
cui
infine
non
ebbi
mai
il
tempo
di
applicarmi
,
mi
cadde
l
'
animo
.
Pensi
dunque
l
'
E
.
V
.
quanto
inaspettato
mi
giungesse
il
nuovo
precetto
,
grave
e
difficile
,
di
immergermi
in
quei
ardui
studi
nel
periodo
ristretto
di
18
mesi
,
termine
alle
prove
assegnato
,
e
quanto
fosse
il
mio
svantaggio
rimpetto
ai
giovani
tenenti
di
me
meno
anziani
,
che
tratti
recentemente
dal
Militar
Collegio
di
Verona
avevano
avuta
la
fortuna
di
essere
da
valenti
maestri
istrutti
con
ottima
disciplina
in
quelle
scienze
»
(
61
)
.
Nelle
armi
di
linea
,
si
impugnava
in
luogo
delle
tesi
scientifiche
il
valore
delle
prescritte
prove
,
per
quanto
si
riferivano
alla
parte
teorica
del
regolamento
di
esercizi
e
di
quello
sul
servizio
delle
truppe
in
campagna
.
Il
Senato
ed
il
Savio
,
imbarazzati
di
fronte
a
questa
selva
di
proteste
che
rimpinzavano
di
suppliche
e
di
lagni
le
voluminose
filze
del
carteggio
,
ordinarono
infine
alle
commissioni
reggimentali
di
rassegnare
i
titoli
dei
candidati
e
le
prove
di
esame
al
Savio
stesso
,
acciocché
questi
potesse
giudicare
con
uniformità
,
di
criteri
,
come
in
ultimo
appello
.
Ma
non
per
questo
i
lagni
cessarono
:
occorreva
un
rinnovamento
profondo
di
uomini
e
di
principi
per
porre
rimedio
al
male
,
e
questo
rimedio
non
poteva
essere
nelle
mani
della
vetusta
Serenissima
.
Era
l
'
estate
del
1796
,
quando
il
Savio
alla
Scrittura
Leonardo
Zustinian
-
già
denominato
in
alcuni
reclami
con
il
vocabolo
giacobino
di
cittadino
-
si
risolse
di
proporre
al
Senato
uno
schema
di
svecchiamento
dell
'
esercito
,
mercé
una
larga
applicazione
del
sistema
dei
limiti
di
età
,
visto
che
quello
degli
esami
aveva
ormai
dichiarato
la
sua
bancarotta
.
«
Occorre
-
diceva
il
Savio
Zustinian
al
Principe
-
purgare
una
buona
volta
la
milizia
dagli
ufficiali
inetti
,
di
età
troppo
avanzata
,
ovvero
affetti
da
mali
incurabili
...
prescrivendo
la
giubilazione
di
questi
con
intera
paga
del
rispettivo
grado
,
a
moneta
di
ogni
riparto
.
E
le
norme
che
sembrano
da
stabilirsi
,
sono
quelle
di
70
anni
di
età
per
i
graduati
(
ufficiali
superiori
)
,
di
60
anni
per
i
capitani
,
capitani
-
tenenti
ed
alfieri
»
(
62
)
.
Ma
era
troppo
tardi
.
L
'
esercito
Veneto
cadeva
giusto
allora
sotto
la
rovina
della
Repubblica
,
ed
i
provvedimenti
escogitati
dal
Savio
alla
Scrittura
Leonardo
Zustinian
non
servirono
ad
altro
che
a
formare
argomento
di
curiosità
nella
storia
della
vecchia
organica
militare
dei
Veneziani
,
ed
a
fornire
oltre
a
ciò
un
buon
esempio
atto
a
comprovare
come
talvolta
ad
eguali
difficoltà
,
o
molto
simili
,
ad
onta
dei
mutati
tempi
,
si
procura
di
far
fronte
con
espedienti
assai
affini
.
*
*
*
Sparpagliati
nei
diversi
presidi
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
,
gli
ufficiali
della
Serenissima
non
erano
tra
loro
in
eguali
condizioni
d
'
istruzione
e
di
addestramento
professionale
.
Quelli
poi
che
soggiornavano
nella
Dominante
,
per
le
loro
occupazioni
da
guardia
oligarchica
e
per
i
loro
contatti
con
le
primarie
cariche
dello
Stato
,
godevano
di
un
prestigio
che
non
aveva
riscontro
con
gli
altri
colleghi
dell
'
esercito
.
Lo
stesso
carattere
della
milizia
veneta
-
prevalentemente
levata
per
ingaggio
-
contribuiva
oltre
a
ciò
a
creare
attorno
agli
ufficiali
stessi
un
ambiente
molto
affine
a
quello
in
cui
trascorrono
oggigiorno
la
loro
esistenza
gli
ufficiali
di
taluni
eserciti
delle
libere
repubbliche
d
'
America
.
Nullameno
,
ad
onta
di
queste
circostanze
poco
favorevoli
dell
'
ambiente
-
cristallizzato
nelle
vecchie
pratiche
e
nei
vetusti
pregiudizi
,
sopravvissuti
ancora
dal
tempo
delle
compagnie
di
ventura
e
del
Quattrocento
-
la
decadenza
militare
della
Serenissima
brilla
ancora
per
il
nome
di
qualche
ufficiale
,
salito
in
fama
unicamente
per
virtù
propria
;
ciò
che
è
garanzia
del
suo
merito
indiscusso
.
E
sono
nomi
cari
non
soltanto
nel
ristretto
cerchio
della
Repubblica
oramai
moritura
,
ma
eziandio
in
quello
più
vasto
e
luminoso
della
storia
militare
italiana
.
Tra
essi
primeggia
il
brigadiere
del
genio
militare
Anton
Mario
Lorgna
,
da
Cerea
,
fondatore
di
quel
corpo
;
architetto
,
idraulico
,
topografo
e
matematico
di
gran
fama
,
il
cui
nome
va
indivisibilmente
congiunto
alla
riputazione
del
Collegio
Militare
di
Verona
,
già
grande
prima
della
caduta
di
Venezia
,
talché
non
pochi
eserciti
stranieri
facevano
a
gara
nel
richiederne
gli
allievi
al
Senato
(
63
)
ed
egregia
anche
dopo
la
caduta
,
talché
non
sdegnò
di
occuparsene
il
Foscolo
.
Meritevoli
di
nota
in
questo
periodo
di
tempo
sono
pure
i
nomi
del
maggiore
di
artiglieria
Domenico
Gasparoni
,
veneziano
,
ordinatore
del
Museo
dell
'
Arsenale
ed
autore
di
una
pregevole
opera
sull
'
artiglieria
veneta
dedicata
al
doge
Paolo
Senior
(
64
)
;
del
sergente
maggiore
di
battaglia
Stràtico
,
introduttore
di
considerevoli
riforme
nei
regolamenti
militari
Veneti
,
ed
infine
di
Giacomo
Nani
,
per
quanto
quest
'
ultimo
appartenga
per
provenienza
alla
marina
,
ma
per
anima
e
per
circostanze
della
gloriosa
sua
camera
delle
armi
all
'
esercito
,
intorno
al
quale
scrisse
il
volume
inedito
dal
titolo
Della
Milizia
Veneta
(
65
)
e
l
'
opera
perduta
relativa
alla
difesa
di
Venezia
(
66
)
.
Gli
stimoli
per
suscitare
una
nobile
gara
di
emulazione
e
di
benemerenze
tra
gli
ufficiali
Veneti
erano
ben
pochi
.
Le
stesse
ristrettezze
del
bilancio
impedivano
perfino
di
assolvere
il
sacrosanto
obbligo
contratto
dalla
Serenissima
verso
i
prodi
combattenti
sotto
le
bandiere
di
Angelo
Emo
,
assegnando
loro
quel
grado
e
quello
stipendio
che
erano
stati
decretati
dal
Senato
per
merito
di
guerra
(
67
)
.
Per
questo
titolo
-
abbenché
con
molta
minor
frequenza
-
si
assegnavano
agli
ufficiali
anche
delle
medaglie
d
'
oro
,
con
l
'
impronta
del
leone
di
San
Marco
,
del
valore
medio
di
30
zecchini
(
68
)
.
Ma
per
l
'
assenza
di
clamorose
imprese
,
verso
la
fine
della
Repubblica
anche
questa
costumanza
,
derivata
dai
tempi
eroici
,
cadde
in
disuso
,
sicché
se
ne
ricorda
a
mala
pena
qualche
raro
caso
.
Tale
è
quello
del
capitano
Gregorio
Franinovich
,
del
Reggimento
Cernizza
,
decorato
per
speciali
benemerenze
ed
atti
di
valore
compiuti
dal
detto
ufficiale
in
Levante
(
69
)
.
E
passiamo
al
rovescio
della
medaglia
.
Le
punizioni
degli
ufficiali
Veneti
avevano
,
in
prevalenza
,
il
carattere
di
coercizione
morale
.
Così
l
'
ammonizione
,
l
'
arresto
semplice
,
l
'
arresto
più
lungo
,
la
sospensione
dal
grado
,
la
notazione
speciale
sul
libro
-
registro
del
servizio
-
della
quale
si
teneva
conto
a
suo
tempo
per
la
compilazione
dei
titoli
di
esame
-
infine
l
'
esclusione
o
la
sospensione
temporanea
dalle
adunanze
,
o
circoli
di
persone
per
grado
e
per
nobiltà
distinte
(
70
)
.
*
*
*
L
'
antica
foggia
di
vestire
degli
ufficiali
era
stata
riformata
nel
1789
sull
'
esempio
degli
Austriaci
e
dei
Prussiani
.
In
seguito
a
questa
riforma
introdotta
dallo
Stràtico
,
che
compilò
la
relativa
«
Ordinanza
contenente
la
prammatica
e
la
disciplina
relativa
all
'
uniforme
della
fanteria
italiana
»
,
tutti
gli
ufficiali
veneti
,
dall
'
alfiere
al
colonnello
,
dovevano
indossare
la
nuova
divisa
,
non
soltanto
in
servizio
ma
anche
nelle
presentazioni
,
negli
spettacoli
e
nelle
pubbliche
solennità
.
Erano
comminate
punizioni
a
chi
non
ottemperasse
a
questi
precetti
o
alterasse
la
foggia
del
vestire
.
E
che
tali
mancanze
non
fossero
rare
,
lo
attestano
le
minuziose
cure
con
cui
l
'
Ordinanza
sopra
citata
prevedeva
i
relativi
casi
.
«
Tutti
-
soggiungeva
l
'
Ordinanza
-
dentro
un
triennio
dovranno
avere
la
nuova
uniforme
,
pena
la
sospensione
dal
servizio
e
la
sottomissione
a
ritenute
,
finché
la
nuova
uniforme
non
sia
fatta
,
oltre
le
notazioni
da
farsi
sul
Libro
Registro
,
a
pregiudizio
dello
avanzamento
»
.
La
pettinatura
degli
ufficiali
veneti
era
liscia
,
con
due
bucali
(
riccioli
)
,
uno
per
parte
delle
tempia
,
sostenuti
dalle
forchette
che
giungevano
fino
a
mezza
orecchia
:
i
capelli
dovevano
essere
bene
incipriati
(
polverizzati
)
e
la
chioma
raccolta
in
una
rete
(
fodero
)
di
pelle
nera
.
Il
principale
capo
di
vestiario
della
fanteria
italiana
era
la
velada
,
o
abito
a
coda
di
rondine
di
panno
blò
,
foderato
di
roè
bianco
(
71
)
,
guarnito
di
un
collarino
e
di
balzanelle
,
o
manopole
,
pure
di
panno
bianco
,
adorno
di
grossi
bottoni
di
metallo
dorato
con
impresso
,
in
cifre
romane
,
il
numero
del
corpo
cui
gli
ufficiali
appartenevano
(
72
)
.
Gli
ufficiali
dei
fanti
oltramarini
avevano
l
'
abito
di
panno
cremisi
,
come
i
soldati
,
e
quelli
di
artiglieria
di
panno
gris
di
ferro
.
Nella
stagione
fredda
si
indossava
da
tutti
un
cappotto
di
panno
bianco
,
della
stoffa
di
quello
usato
per
il
bavero
della
velada
,
guernito
di
bottoni
pure
di
metallo
dorato
e
foderato
assai
spesso
di
una
buona
pelliccia
.
I
calzoni
d
'
inverno
erano
di
panno
blò
e
nella
stagione
calda
di
rigadino
bianco
forte
.
L
'
abbigliamento
degli
ufficiali
veneti
era
completato
dal
colletto
di
pelle
nera
lucida
,
dai
manichini
di
buona
tela
batista
,
dai
guanti
di
pelle
gialla
lavabile
,
dagli
stivali
di
bulgaro
cerato
,
dagli
stivaletti
di
pelle
nera
da
usarsi
in
estate
,
allacciati
dalle
cordelle
,
e
dal
cappello
a
tricorno
.
I
distintivi
di
grado
si
portavano
sul
cappello
.
L
'
alfiere
non
recava
sopra
di
esso
alcuna
distinzione
,
i
tenenti
ed
i
capitani
-
tenenti
si
riconoscevano
invece
per
una
rosetta
,
o
coccarda
,
mista
d
'
oro
e
di
seta
azzurra
,
assicurata
sull
'
ala
sinistra
del
tricorno
mediante
un
bottone
ed
un
'
asola
(
laccio
)
di
seta
nera
.
I
capitani
si
distinguevano
per
due
rosette
simili
alle
anzi
descritte
,
assicurate
sopra
ciascun
'
ala
del
copricapo
:
i
sergenti
maggiori
,
i
tenenti
colonnelli
ed
i
colonnelli
infine
recavano
tutti
,
senza
distinzione
alcuna
,
due
rosette
come
i
capitani
,
intessute
però
per
intero
di
solo
filo
d
'
oro
.
Oltre
a
ciò
il
bavero
degli
abiti
degli
ufficiali
superiori
era
ornato
di
un
largo
gallone
d
'
oro
mentre
quello
degli
ufficiali
inferiori
ne
era
sprovvisto
.
Anche
i
fiocchi
delle
spade
e
dei
bastoni
erano
differenti
per
ogni
grado
.
I
bastoni
dei
subalterni
erano
guerniti
di
un
pomo
d
'
avorio
,
quelli
dei
capitani
di
un
pomo
di
metallo
liscio
dorato
:
i
bastoni
degli
ufficiali
superiori
non
avevano
altro
distintivo
che
un
risalto
anulare
disposto
verso
l
'
attacco
del
pomo
alla
canna
.
Le
cinture
ed
i
pendoni
(
tracolle
)
delle
spade
erano
di
pelle
bianca
lucida
,
con
scudetti
di
metallo
recanti
in
rilievo
l
'
emblema
del
leone
di
San
Marco
:
gli
scudetti
degli
ufficiali
subalterni
erano
semplicemente
inargentati
,
quelli
dei
capitani
inquartati
dentro
un
ribordo
dorato
,
quelli
degli
ufficiali
superiori
infine
erano
tutti
dorati
(
73
)
.
Quanto
alle
armi
,
abolita
definitivamente
la
picca
nel
1790
,
le
lame
delle
spade
,
le
fasce
ed
i
puntali
dei
foderi
dovettero
,
in
tutto
e
per
tutto
,
uniformarsi
al
modello
prescritto
dall
'
Ordinanza
dello
Stràtico
.
*
*
*
Prima
di
lasciare
l
'
argomento
degli
ufficiali
veneti
,
occorre
aggiungere
ancora
qualche
cenno
che
valga
a
lumeggiare
la
loro
posizione
interiormente
ed
esteriormente
all
'
ambiente
militare
del
tempo
.
I
sistemi
di
ingaggio
delle
truppe
-
sopravvissuti
a
Venezia
per
lunga
tradizione
fino
dall
'
epoca
delle
compagnie
di
ventura
-
riflettevano
di
necessità
sugli
ufficiali
la
fisionomia
particolare
di
comandanti
non
tanto
d
'
uomini
,
quanto
di
custodi
di
merce
acquistata
a
suon
di
quattrini
dalla
Serenissima
sul
mercato
dei
soldati
di
mestiere
.
Si
spiega
quindi
come
,
dato
tale
ambiente
,
le
occupazioni
dell
'
ufficiale
fossero
in
prevalenza
amministrative
,
anziché
tecniche
,
educative
e
morali
.
Le
tradizioni
del
reggimento
,
i
ricordi
dei
principali
fatti
di
guerra
-
che
solevano
tramandarsi
egregiamente
in
Piemonte
tra
le
milizie
paesane
-
non
avevano
quindi
un
equivalente
riscontro
morale
tra
i
Veneti
,
neppure
tra
le
cerne
dei
migliori
tempi
della
Serenissima
.
I
soldati
di
mestiere
avevano
anzi
smarrite
tutte
queste
tradizioni
,
a
motivo
dell
'
avvicendarsi
dei
nuovi
ingaggiati
nei
corpi
,
del
frantumarsi
dei
riparti
nelle
varie
guarnigioni
e
degli
atteggiamenti
diversi
assunti
dalle
milizie
venete
della
decadenza
,
divise
di
continuo
tra
il
servizio
di
sentinella
,
quello
ai
daziere
,
di
guardia
confinaria
e
campestre
,
oppure
di
rincalzo
ai
satelliti
degli
Inquisitori
di
Stato
.
Epperciò
,
all
'
infuori
del
comandante
di
compagnia
,
il
cui
compito
era
quello
di
amministrare
il
mezzo
centinaio
di
uomini
che
la
Repubblica
gli
confidava
,
per
essere
equipaggiato
,
armato
e
nutrito
,
nessun
altro
ufficiale
aveva
attributi
speciali
nell
'
ordine
dell
'
educazione
e
dello
apparecchio
morale
dei
propri
dipendenti
.
Neppure
il
colonnello
aveva
sotto
questo
riguardo
particolari
incarichi
;
che
anzi
,
per
l
'
uniforme
costume
di
ridurre
tutto
quanto
aveva
attinenza
al
soldato
al
denominatore
comune
dell
'
amministrazione
,
seguendo
la
moda
del
tempo
anche
nell
'
esercito
veneto
sopravviveva
la
compagnia
colonnella
,
alle
cui
funzioni
contabilesche
non
potendo
accudire
di
persona
il
capo
del
reggimento
venivano
da
lui
delegate
ad
un
tenente
anziano
,
detto
perciò
capitano
-
tenente
.
In
analogia
si
regolava
il
tenente
colonnello
ed
il
sergente
maggiore
,
che
avevano
pure
essi
la
rispettiva
compagnia
,
confidata
figuratamente
al
governo
di
un
capitano
che
ne
faceva
in
realtà
le
veci
amministrative
in
tutto
e
per
tutto
.
Dal
capitano
,
comeché
si
trattasse
di
un
vero
e
proprio
possesso
individuale
,
prendevano
poi
nome
le
altre
compagnie
,
la
cui
anzianità
e
disposizione
nelle
manovra
era
fissata
dall
'
anzianità
del
rispettivo
comandante
,
dopo
la
compagnia
del
colonnello
e
degli
altri
ufficiali
superiori
del
reggimento
.
Il
prevalente
carattere
mercenario
delle
milizie
venete
aveva
inoltre
,
da
tempo
,
avvezzi
i
governanti
a
considerarle
quale
strumento
ligio
all
'
oligarchia
che
le
manteneva
in
vita
;
e
tale
modo
di
essere
-
contrario
ad
ogni
libero
svolgersi
delle
attività
morali
-
si
rifletteva
necessariamente
anche
sul
carattere
degli
ufficiali
.
Valgano
a
questo
proposito
due
ordini
di
concetti
:
quello
di
servirsi
degli
ufficiali
nelle
operazioni
poliziesche
di
maggior
rilievo
,
-
quale
l
'
arresto
fatto
dal
colonnello
Craina
,
dei
fanti
oltremarini
,
del
noto
patrizio
liberale
Zorzi
Pisani
-
e
della
fiscalità
continua
esercitata
sopra
di
essi
-
specie
sui
comandanti
di
compagnia
-
in
tutte
le
manifestazioni
amministrative
;
ciò
che
contribuiva
a
far
ritenere
gli
ufficiali
medesimi
come
asserviti
di
continuo
ad
una
specie
di
stato
di
tutela
da
parte
delle
maggiori
autorità
e
magistrature
competenti
.
Ma
,
ad
onore
degli
ufficiali
Veneti
,
conviene
pure
soggiungere
a
questo
punto
che
mai
,
nelle
voluminose
filze
del
carteggio
militare
della
decadenza
,
si
trova
citato
un
caso
che
giustifichi
codesta
diffidenza
fiscale
,
la
quale
d
'
altronde
era
connaturata
nei
tempi
ed
in
molti
eserciti
d
'
allora
,
e
che
si
è
tramandata
per
qualche
traccia
perfino
a
giorni
non
lontani
dai
nostri
(
74
)
.
*
*
*
Se
la
grande
massa
degli
ufficiali
adunque
-
quelli
di
Linea
-
trascorreva
l
'
esistenza
morale
ed
intellettuale
in
tale
angusto
cerchio
di
attribuzioni
e
di
consuetudini
,
fatto
ancora
più
uniforme
dal
grigio
dell
'
inoperosità
della
decadenza
repubblicana
,
ciò
non
toglie
che
qualche
altro
corpo
di
ufficiali
stessi
-
a
base
più
ristretta
ed
a
reclutamento
più
omogeneo
,
-
non
intravedesse
degli
spiragli
verso
orizzonti
più
audaci
o
verso
aspirazioni
che
precorrevano
il
futuro
.
Il
Collegio
Militare
di
Verona
,
per
le
sue
relazioni
scientifiche
con
l
'
Università
di
Padova
,
per
l
'
indole
e
la
nazionalità
di
taluni
suoi
insegnanti
,
si
prestava
anzitutto
da
buon
crogiuolo
delle
nuove
idee
ed
a
propalarle
nell
'
esercito
.
Fino
dal
1764
si
lamentava
infatti
dal
Savio
alla
Scrittura
,
che
tra
i
giovani
dell
'
istituto
serpeggiassero
«
dei
mali
principi
,
pregiudicievoli
alla
buona
morale
,
molto
più
ancora
contaminata
dalle
massime
di
libertà
che
vien
fatto
di
credere
che
si
siano
nel
Collegio
disseminate
»
.
Tale
sospetto
motivò
un
'
inchiesta
,
eseguita
dal
Savio
alla
Scrittura
Marco
Antonio
Priuli
,
la
quale
accertò
che
tre
ufficiali
capisquadra
del
Collegio
,
«
consumavano
il
loro
tempo
con
la
lettura
di
romanzi
e
di
libri
oltramontani
,
dei
quali
contribuiscono
pure
i
giovani
,
avendosi
giurata
deposizione
che
si
fossero
vedute
nelle
mani
di
qualche
alunno
le
opere
di
Volter
(
sic
)
,
e
venendo
perfino
introdotto
il
sospetto
che
si
leggessero
quelle
ancora
di
Niccolò
Macchiavello
»
(
75
)
.
Gli
ufficiali
modernisti
vennero
sfrattati
dal
Collegio
di
Verona
,
e
la
mala
pianta
delle
idee
novatrici
pareva
del
tutto
spenta
quando
,
nella
primavera
del
1785
,
vi
si
scoperse
una
loggia
di
Liberi
Muratori
,
fondata
da
Giovambattista
Joure
,
maestro
di
lingua
francese
nell
'
istituto
,
allo
scopo
di
diffondere
tra
i
futuri
ufficiali
veneti
i
principi
delle
nuove
dottrine
liberali
,
e
«
di
restituire
alfine
l
'
uomo
alla
prisca
libertà
naturale
,
da
cui
la
teocrazia
ed
il
principato
lo
avevano
allontanato
»
(
76
)
.
A
questa
loggia
«
muratoria
»
militare
deve
avere
partecipato
molto
probabilmente
anche
il
colonnello
Lorgna
-
poiché
le
adunanze
degli
affigliati
si
tenevano
in
certe
camere
dal
medesimo
occupate
in
Castel
Vecchio
-
e
,
certamente
,
non
pochi
ufficiali
della
guarnigione
di
Verona
appartenenti
al
corpo
di
artiglieria
,
come
risulta
dagli
interrogatori
del
processo
,
nei
quali
sono
spesso
citati
il
maggiore
alle
fortezze
Solidi
e
l
'
alfiere
conte
Rambaldo
,
da
Legnago
(
77
)
.
Scoperta
l
'
associazione
,
gli
Inquisitori
(
78
)
sfrattarono
subito
il
maestro
Joure
dagli
Stati
Veneti
e
sbandarono
gli
ufficiali
ascritti
alla
loggia
di
Verona
in
diverse
guarnigioni
di
terraferma
ed
oltremare
.
Nullameno
,
i
germi
diffusi
dal
Joure
nel
maggior
istituto
militare
della
Repubblica
lasciarono
traccia
oltre
al
rogo
dei
libri
e
dei
registri
della
loggia
ordinato
dagli
Inquisitorì
,
ed
essa
traspare
nel
continuo
fermento
cui
andò
soggetto
il
collegio
,
da
quell
'
epoca
fino
alla
violenta
sua
soppressione
accaduta
per
opera
del
generale
Rampon
,
a
metà
luglio
del
1796
.
Il
desiderio
di
riforme
era
dunque
la
spinta
principale
di
quei
moti
,
intesi
«
a
sovvertire
l
'
attuale
spirito
di
concordia
,
di
pace
e
le
leggi
della
sottomissione
e
del
buon
ordine
che
furono
naturalmente
stabilite
»
e
di
realizzare
infine
«
delle
novità
nei
metodi
nello
insegnare
...
non
volendo
ufficiali
ed
alunni
più
vivere
soggetti
»
(
79
)
.
Pure
anche
questi
germogli
di
giacobinismo
,
cresciuti
come
pianta
sporadica
all
'
ombra
delle
torri
merlate
del
castello
Scaligero
di
Verona
,
dovevano
un
giorno
tornare
utili
alla
Repubblica
(
80
)
.
E
ciò
avvenne
quando
si
trattò
di
spedire
i
primi
messaggeri
di
pace
al
generale
Buonaparte
,
sotto
Brescia
;
messaggeri
che
il
Senato
volle
servilmente
prescelti
fra
gli
antichi
allievi
del
Collegio
Militare
veronese
,
nella
speranza
che
il
ricordo
delle
relazioni
«
muratorie
»
,
perseguitate
un
tempo
e
ritornate
in
onore
per
la
circostanza
,
valesse
a
propiziare
loro
ed
alla
Repubblica
l
'
animo
del
conquistatore
(
81
)
.
E
questi
ufficiali
furono
il
colonnello
Giovanni
Francesco
Avesani
ed
il
capitano
Leonardo
Salimbeni
,
inviati
il
27
maggio
1796
a
Brescia
con
il
mandato
di
implorare
grazia
da
Buonaparte
per
l
'
avvenuta
occupazione
di
Peschiera
,
fatta
pochi
giorni
avanti
di
sorpresa
dagli
Austriaci
.
Di
ufficiali
inferiori
dell
'
esercito
infine
,
coimplicati
in
movimenti
politici
,
non
si
trova
traccia
nel
carteggio
della
decadenza
militare
veneta
.
E
questo
serve
da
conferma
,
tanto
del
carattere
di
guardia
oligarchica
-
conservato
dall
'
esercito
stesso
fino
alla
rovina
del
governo
della
Serenissima
-
quanto
della
infondatezza
del
timore
da
alcuni
nutrito
che
esso
avesse
potuto
tralignare
in
mano
di
audaci
e
di
novatori
.
L
'
espressione
di
questo
sospetto
di
tradimento
-
naturale
d
'
altronde
in
ogni
organismo
inesorabilmente
votato
alla
rovina
-
si
trova
in
talune
«
polizze
»
anonime
trovate
nei
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
durante
l
'
anno
1796
(
82
)
.
Queste
«
polizze
»
insinuavano
di
diffidare
dell
'
ottuagenario
tenente
generale
Salimbeni
,
comandante
in
capo
delle
milizie
venete
raccolte
sotto
la
piazza
di
Verona
e
dei
suoi
figliuoli
,
tra
i
quali
era
il
capitano
Leonardo
citato
più
sopra
.
Uno
di
questi
foglietti
così
diceva
:
«
Non
prestar
fede
al
generale
Salimbeni
»
.
Un
altro
ancora
proclamava
:
«
Governo
,
nò
ve
fidè
del
generale
Salimbeni
,
Recordève
del
Carmagnola
»
.
Un
terzo
riproduceva
il
rozzo
disegno
di
una
forca
,
con
la
scritta
:
«
Per
il
general
Salimbeni
»
.
Un
ultimo
infine
insinuava
:
«
Il
tenente
generale
Salimbeni
è
giacobino
coi
figli
ed
adora
solo
l
'
oro
,
Governo
,
guardatevi
che
non
vi
tradisca
essendo
più
francese
che
suddito
»
.
CAPO
IV
.
Le
truppe
assoldate
.
Tra
il
principio
dell
'
assedio
di
Mantova
e
le
giornate
di
Lonato
e
Castiglione
i
fanti
oltremarini
,
per
comando
espresso
dal
generale
Buonaparte
,
furono
clamorosamente
allontanati
da
Verona
.
Questi
soldati
-
denominati
volgarmente
Schiavoni
-
raccolti
in
buon
numero
in
quella
città
(
83
)
andavano
di
certo
a
contraggenio
al
giovane
generale
francese
.
Forse
egli
li
riteneva
una
specie
di
guardia
pretoriana
,
ed
imbevuto
di
studi
e
di
prevenzioni
sul
governo
dispotico
degli
antichi
Stati
d
'
Italia
,
ne
deve
avere
desiderato
lo
scioglimento
come
un
impegno
civico
commesso
alla
sua
opera
ed
a
quella
del
Direttorio
di
Francia
.
Rispondendo
ad
analogo
concetto
il
generale
Schérer
,
sul
finire
del
1795
,
aveva
imposto
lo
scioglimento
dei
corpi
còrsi
alla
Repubblica
di
Genova
(
84
)
.
L
'
indisciplina
degli
Schiavoni
era
d
'
altronde
grande
,
documentata
perfino
dalle
attestazioni
del
generale
Salimbeni
.
Essa
poteva
prorompere
ogni
momento
ad
eccessi
e
costituire
il
focolare
dei
mal
repressi
spiriti
di
malcontento
che
serpeggiavano
tra
le
popolazioni
veronesi
,
taglieggiate
,
angariate
,
violentate
nelle
persone
e
negli
averi
.
Certo
,
sotto
questi
riflessi
,
Buonaparte
divinava
in
qualche
misura
l
'
esplosione
cittadina
delle
Pasque
Veronesi
.
Anche
le
esigenze
militari
imponevano
urgentemente
ai
Francesi
di
premunirsi
da
tale
minaccia
.
La
fortezza
di
Verona
era
diventata
,
ai
primi
di
luglio
del
1796
,
la
loro
principale
base
d
'
operazione
contro
l
'
esercito
mobile
degli
Austriaci
e
contro
la
piazza
di
Mantova
,
il
punto
d
'
appoggio
contro
gli
sbocchi
dal
Tirolo
e
dalla
Val
Sugana
,
la
tappa
intermedia
dal
Milanese
e
dal
Bresciano
nella
vagheggiata
marcia
dei
Francesi
alla
volta
di
Venezia
,
del
Friuli
e
dei
confini
occidentali
dell
'
Impero
(
85
)
.
Occorreva
perciò
rompere
subito
gli
indugi
ed
in
quest
'
arte
Buonaparte
era
maestro
insuperabile
.
Il
caso
di
un
ufficiale
francese
ucciso
per
le
campagne
di
Villafranca
,
qualche
borseggio
,
qualche
rissa
accaduta
fra
gli
oltremarini
mal
compresi
dai
soldati
di
Francia
non
famigliari
con
l
'
idioma
illirico
,
porsero
l
'
occasione
propizia
per
imporre
al
Senato
di
sfrattare
da
Verona
le
casacche
cremisine
dei
fidi
dalmati
.
Al
generale
Massena
toccò
di
apparecchiare
l
'
animo
dei
Veneti
alla
grave
rinunzia
.
«
Il
est
temps
enfin
,
monsieur
le
provvediteur
»
-
così
scriveva
quel
generale
a
Nicolò
Foscarini
,
il
4
luglio
1796
-
que
les
assassinats
que
vos
soldats
ne
cessent
de
commettre
envers
les
miens
,
finissent
.
Le
général
Rampon
,
commandant
à
Veronne
,
m
'
a
dejà
rendu
compte
que
plusieurs
de
nos
volontaires
avoient
été
assassinés
a
coups
de
stilet
,
ou
de
sabre
,
par
vos
Esclavons
»
[
86
]
.
Tre
giorni
dopo
Massena
ribadiva
ancora
la
sua
tesi
con
cresciuta
insistenza
e
protervia
:
«
Par
les
piéces
ci
jontes
Vous
verrez
que
les
assassinats
continuent
,
et
que
les
ordres
que
je
presume
que
Vous
avez
donné
pour
les
reprimer
ne
sont
nullement
suivis
.
Je
Vous
previens
que
si
ces
horreurs
ne
finissent
pas
,
je
ne
pourrai
plus
Vous
répondre
des
suites
funestes
q
'
elles
causeront
infalliblement
»
(
86
)
.
Infine
,
dopo
il
cupo
rombo
della
tempesta
lontana
,
venne
il
guizzo
della
folgore
.
L'8
di
luglio
Buonaparte
indirizzava
al
provveditore
Foscarini
la
lettera
che
segue
:
«
Il
y
a
entre
la
troupe
française
et
les
Esclavons
une
animosité
que
des
malveillaux
,
sans
doute
,
se
plaisent
à
cimenter
.
Il
est
indispensable
,
Monsieur
,
pour
eviter
des
plus
grands
malheurs
,
ainsi
facheux
que
contraires
aux
intéréts
des
deux
Republiques
,
que
Vous
fassiez
sortir
demain
de
Veronne
,
sous
les
pretexes
les
plus
specieux
,
les
bataillons
d
'
Esclavons
que
Vous
avez
dans
la
ville
de
Veronne
»
(
87
)
.
L
'
espressione
della
volontà
del
vincitore
era
chiara
e
precisa
e
non
ammetteva
replica
.
Essa
si
fondava
per
di
più
sulla
presunzione
che
il
contingente
illirico
stanziato
a
Verona
fosse
di
molto
superiore
al
mezzo
migliaio
di
dalmati
che
vi
teneva
effettivamente
guarnigione
sui
primi
di
luglio
.
Epperciò
ogni
tentativo
per
far
recedere
Buonaparte
dalla
determinazione
presa
riuscì
vano
,
ad
onta
che
il
provveditore
Foscarini
,
col
collega
Battagia
,
si
fossero
adoperati
coi
modi
più
soavi
ed
insinuanti
a
produrre
l
'
effetto
bramato
.
«
Ciò
però
non
servì
ad
altro
-
aggiungevano
i
provveditori
-
che
a
far
prendere
a
Buonaparte
un
tuono
ancora
più
deciso
,
sicché
abbandonando
quelle
maniere
piacevoli
colle
quali
ci
aveva
in
prima
accolti
,
disse
che
era
tempo
oramai
che
cessassero
tutti
gli
scandali
,
e
che
fosse
tolta
radicalmente
l
'
occasione
a
querele
...
e
che
senza
dilazione
di
sorta
gli
Schiavoni
si
rimpiazzassero
con
Italiani
,
in
quel
numero
che
fosse
piaciuto
.
Che
egli
poi
(
Buonaparte
)
non
si
curava
di
esaminare
chi
tra
gli
Schiavoni
o
Francesi
avesse
ragione
o
torto
,
che
non
dovevamo
però
ignorare
che
scambievole
era
tra
queste
due
nazioni
il
livore
e
lo
spirito
di
vendetta
.
E
facendoci
intendere
che
era
necessitato
di
occuparsi
di
altri
affari
,
ci
obbligò
subito
a
congedarci
»
(
88
)
.
Ai
due
rappresentanti
di
un
potere
oramai
morituro
messi
così
duramente
alla
porta
,
tra
la
vergogna
del
sottomettersi
e
l
'
incertezza
dell
'
esito
in
una
reazione
improvvisata
senza
la
ferma
volontà
di
rinsanguarla
con
il
braccio
e
con
la
fede
,
il
primo
partito
parve
più
prudente
e
conforme
alle
necessità
dell
'
ora
.
E
gli
Schiavoni
,
all
'
alba
del
9
di
luglio
-
come
Buonaparte
aveva
voluto
-
uscirono
da
Verona
di
soppiatto
,
come
fuggiaschi
di
fronte
alla
fatalità
di
un
destino
che
incombeva
sul
loro
capo
come
su
quello
dei
governanti
della
Serenissima
.
Le
casacche
cremisi
,
che
mai
avevano
indietreggiato
per
lungo
volgere
di
anni
di
fronte
alla
furia
turchesca
,
cedevano
ora
misteriosamente
terreno
come
pressati
dall
'
avvento
delle
nuove
età
.
Sotto
questa
oscura
minaccia
il
passato
,
quasi
fatto
persona
in
quegli
ultimi
soldati
fedeli
della
Signoria
,
pareva
ripiegarsi
su
sé
medesimo
,
come
dentro
le
pieghe
della
vermiglia
bandiera
della
Repubblica
.
Tre
compagnie
del
reggimento
oltremarino
Medin
si
trasferirono
a
Vicenza
e
quattro
a
Padova
,
«
attendendo
in
quelle
città
gli
ultimi
ordini
dell
'Ecc.mo
Senato
»
.
Lo
stesso
giorno
9
di
luglio
1796
,
le
artiglierie
del
generale
francese
Rampon
salivano
indisturbate
sui
rampari
della
fortezza
di
Verona
e
,
con
gesto
violento
,
si
surrogavano
alle
armi
paesane
che
vergognosamente
si
erano
date
alla
latitanza
.
Così
uscirono
gli
Schiavoni
da
Verona
.
Vi
dovevano
però
ritornare
quasi
un
anno
appresso
,
nel
crepuscolo
sanguinoso
delle
Pasque
Veronesi
,
per
tingere
di
rosso
quella
scena
drammatica
con
cui
la
Serenissima
doveva
chiudere
il
suo
lungo
e
glorioso
dominio
in
terraferma
(
89
)
.
*
*
*
Gli
oltremarini
costituivano
le
milizie
assoldate
per
eccellenza
della
Repubblica
.
Corrispondevano
un
poco
agli
Svizzeri
,
con
i
quali
quei
soldati
di
mestiere
avevano
comuni
lo
spirito
di
ventura
,
la
tenacia
delle
tradizioni
militari
e
la
religione
della
fede
giurata
;
sentimenti
tutti
che
,
saldamente
ed
atavisticamente
,
si
trasmettevano
tra
le
milizie
dalmate
come
un
vero
e
proprio
culto
per
la
Signoria
.
E
la
Signoria
-
quella
dello
splendore
del
Cinquecento
-
ben
sicura
di
questo
lealismo
e
di
questa
fede
,
il
cui
eco
non
è
ancora
del
tutto
spento
sull
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
,
aveva
confidato
agli
oltremarini
la
custodia
e
la
difesa
delle
fonti
della
sua
ricchezza
e
della
sua
gloria
:
il
presidio
de
'
propri
navigli
quale
fanteria
di
marina
,
la
guardia
delle
stazioni
commerciali
più
esposte
alle
incursioni
musulmane
,
la
difesa
delle
teste
di
tappa
sulle
strade
commerciali
più
sensibili
e
rimunerative
per
i
traffici
veneziani
,
infine
il
servizio
da
scolta
più
disagioso
e
pericoloso
sui
castelli
sperduti
in
mezzo
all
'
aridità
delle
Alpi
Dinariche
.
Gli
oltremarini
si
distinguevano
tra
la
milizia
veneta
per
il
loro
armamento
pesante
da
arrembaggio
,
costituito
da
una
grave
e
lunga
spada
detta
palosso
-
corruzione
della
pallasch
degli
Imperiali
-
munita
di
un
'
impugnatura
a
più
else
,
e
per
la
loro
vistosa
assisa
di
panno
cremisino
,
ornamento
delle
navi
parate
a
festa
nelle
solennità
del
Bucintoro
e
segno
da
raccolta
nelle
mischie
navali
più
aspre
e
serrate
.
Si
ingaggiavano
,
come
tutti
i
soldati
mercenari
della
Repubblica
,
esclusivamente
nei
domini
di
oltremare
,
d
'
onde
traevano
il
loro
nome
da
battaglia
:
illirico
era
il
loro
linguaggio
ed
i
comandi
militari
.
I
capi
-
leva
si
occupavano
del
loro
reclutamento
-
edizione
senza
confronto
migliore
e
corretta
dei
racoleurs
dell
'
antico
regime
-
anzitutto
perché
questo
ufficio
era
disimpegnato
da
ufficiali
,
in
secondo
luogo
perché
era
espressamente
vietato
nello
ingaggiare
le
reclute
di
usare
lusinghe
per
indurle
più
facilmente
ad
imprendere
il
pubblico
servizio
.
«
Tutte
le
reclute
-
dicevano
infatti
le
capitolazioni
dei
capi
-
leva
-
dovranno
essere
volontarie
e
non
ingaggiate
con
frode
o
con
ubbriacarle
,
sotto
pena
a
chi
avesse
ingaggiato
con
frode
alcuna
recluta
,
di
essere
casso
immediatamente
dal
rollo
della
compagnia
(
di
leva
)
e
spedito
in
Levanto
per
anni
sei
in
figura
di
soldato
;
ed
essendo
incapace
del
servizio
,
di
essere
condannato
in
prigione
ad
arbitrio
di
S
.
E
.
il
Savio
alla
Scrittura
,
dovendo
i
soldati
rimettersi
ad
incontrare
il
pubblico
servizio
di
buon
genio
e
di
tutta
loro
buona
volontà
»
(
90
)
.
D
'
altronde
le
tradizioni
militari
dei
Dalmati
ed
il
prestigio
che
aveva
presso
di
loro
il
veneto
governo
,
disimpegnavano
ampiamente
gli
ingaggiatori
dal
ricorrere
a
queste
arti
subdole
.
Tra
i
capi
leva
in
Dalmazia
godeva
anzi
di
bella
fama
,
ai
tempi
di
Angelo
Emo
,
il
tenente
colonnello
Carlo
Marchiondi
(
91
)
.
I
capi
-
leva
si
aggiravano
per
le
borgate
e
le
campagne
di
oltremare
a
far
l
'
incetta
d
'
uomini
,
coadiuvati
da
provetti
subalterni
esperti
nella
lingua
illirica
,
e
l
'
attività
loro
si
esplicava
rispetto
allo
Stato
pressoché
nell
'
orbita
di
un
vero
e
proprio
appalto
da
privative
(
92
)
.
La
levata
regolavasi
mediante
apposite
capitolazioni
accettate
dalle
due
parti
contraenti
,
l
'
ingaggiatore
a
nome
del
governo
e
l
'
ingaggiato
.
Le
reclute
dovevano
contare
«
almeno
4
piedi
ed
8
oncie
di
statura
,
(
metri
1,622216
)
(
93
)
avere
un
'
età
compresa
tra
i
16
ed
i
40
anni
,
essere
sani
,
senza
alcuna
imperfezione
di
corpo
,
parlare
l
'
illirico
,
non
essere
disertori
dalle
pubbliche
insegne
,
non
avere
infine
esercitato
mai
alcun
mestiere
infame
(
94
)
»
.
All
'
atto
dell
'
ingaggio
e
dopo
la
visita
«
di
un
chirurgo
stipendiato
dal
pubblico
o
dalla
comunità
,
il
quale
era
tenuto
inoltre
a
risarcire
in
ogni
caso
la
Signoria
col
suo
stipendio
di
qualunque
frode
»
,
la
recluta
contraeva
la
.
ferma
di
sei
anni
di
servizio
continuo
sotto
le
bandiere
.
Ammassati
-
come
si
diceva
allora
-
i
nuovi
oltremarini
,
si
suddividevano
nei
diversi
riparti
territoriali
della
Serenissima
.
Quelli
destinati
alla
Dalmazia
erano
nuovamente
visitati
dal
provveditore
della
provincia
residente
a
Zara
,
quelli
assegnati
a
prestare
servizio
sulla
squadra
dal
Capitanio
del
golfo
,
quelli
infine
destinati
alla
Terraferma
dal
Savio
alla
Scrittura
,
al
Lido
di
Venezia
.
Non
appena
le
anzidette
autorità
avevano
riconosciuta
la
piena
attitudine
al
servizio
de
'
nuovi
inscritti
,
questi
si
descrivevano
sui
pubblici
rolli
,
d
'
accordo
con
gli
inquisitori
competenti
,
e
da
quel
punto
cominciavano
a
decorrere
gli
assegni
in
conto
della
forza
bilanciata
della
Repubblica
.
Con
queste
pratiche
di
accentramento
amministrativo
e
di
controllo
,
l
'
esercito
veneto
andava
sicuramente
esente
dalla
piaga
dei
passavolanti
.
Gli
assegni
dei
nuovi
soldati
erano
di
doppio
ordine
,
verso
i
medesimi
e
verso
i
loro
impresari
.
Ogni
ufficiale
ingaggiatore
riceveva
infatti
per
ciascuna
recluta
riconosciuta
idonea
22
ducati
,
se
destinata
alla
Terraferma
e
20
ducati
se
assegnata
alla
Dalmazia
o
al
Golfo
.
Su
questo
premio
poi
si
dovevano
prelevare
12
ducati
per
l
'
uniforme
ordinaria
la
quale
,
in
omaggio
alla
vecchia
tradizione
feudale
dalmata
-
che
ancora
sussisteva
tra
le
sopravvivenze
formali
-
doveva
essere
fornita
insieme
al
nuovo
soldato
dall
'
ufficiale
capo
-
leva
,
laddove
l
'
uniforme
cremisi
di
parata
era
somministrata
dal
rispettivo
comandante
di
compagnia
.
Rimanevano
così
in
attivo
ai
capo
-
leva
dagli
8
ai
10
ducati
di
guadagno
per
ciascuna
recluta
,
vale
a
dire
dalle
32
alle
40
lire
,
a
secondo
del
corso
della
moneta
;
ciò
che
costituiva
il
lucro
di
tali
operazioni
.
*
*
*
Seguiamo
ora
la
nuova
recluta
oltremarina
nelle
sue
peregrinazioni
e
tra
le
strettoie
della
fiscalità
amministrativa
del
tempo
.
I
trasporti
a
Venezia
si
eseguivano
con
le
cosidette
manzere
,
barche
onerarie
della
specie
dei
trabaccoli
e
generalmente
usate
dai
beccaj
di
Venezia
per
trasportare
colà
i
buoi
da
macello
(
manzi
)
dalle
province
d
'
oltremare
.
Ordinariamente
i
trasporti
si
effettuavano
dagli
scali
di
Spalato
,
di
Traù
,
di
Sebenico
e
di
Zara
.
Sul
littorale
del
Lido
-
vera
e
propria
caserma
di
passaggio
dei
soldati
della
Serenissima
(
95
)
-
i
nuovi
Schiavoni
ricevevano
,
nell
'
attesa
di
essere
sbandati
o
assegnati
ai
corpi
,
un
'
istruzione
sommaria
.
Poi
,
per
via
d
'
acqua
,
si
trasferivano
a
Fusina
e
Padova
,
d
'
onde
si
iniziava
il
loro
faticoso
pellegrinaggio
per
raggiungere
i
corpi
cui
erano
stati
destinati
,
nel
Veronese
,
nel
Bresciano
e
sui
lontani
confini
del
Bergamasco
.
La
paga
mensile
era
di
31
lire
venete
(
96
)
-
oltre
il
biscotto
per
uso
di
barca
che
gli
Schiavoni
ricevevano
sempre
in
omaggio
alle
loro
tradizioni
originali
di
servizio
sulle
pubbliche
navi
-
laddove
i
fanti
italiani
,
ossia
gli
ingaggiati
nei
paesi
di
Terraferma
,
avevano
il
pane
.
Con
questa
somma
,
pari
a
circa
16
lire
odierne
(
97
)
,
lo
Schiavone
doveva
soddisfare
le
voraci
brame
del
fisco
,
del
proprio
comandante
di
compagnia
,
e
provvedere
infine
al
proprio
vitto
durante
il
mese
.
Egli
doveva
cioè
lasciare
8
lire
venete
per
la
massa
vestiario
,
2
e
mezza
al
comandante
di
compagnia
che
lo
riforniva
dell
'
abito
cremisi
di
parata
,
sborsare
oltre
a
ciò
l
'
importo
dell
'
olio
per
l
'
illuminazione
delle
camerate
,
della
terrabianca
(
bianchetto
)
per
tenere
monde
e
pulite
le
buffetterie
e
le
parti
bianche
dell
'
uniforme
,
comperare
il
grasso
,
il
lucido
per
le
scarpe
e
perfino
i
piccoli
oggetti
di
pulizia
personale
.
Restavano
così
allo
Schiavone
poco
più
di
15
lire
venete
al
mese
per
sfamarsi
,
eguali
a
7
e
mezzo
delle
attuali
.
I
compensi
dei
soldati
veneziani
non
erano
quindi
molto
lauti
.
Invano
i
Savi
alla
Scrittura
avevano
rappresentato
al
Senato
la
necessità
di
aumentare
l
'
assegno
della
truppa
,
ma
le
strettezze
finanziarie
lo
avevano
vietato
sempre
.
Ed
i
comandanti
di
compagnia
-
tra
l
'
incudine
delle
masse
vestiario
oberate
ed
il
martello
delle
cariche
superiori
che
esigevano
negli
Schiavoni
«
velade
»
sempre
fiammanti
-
picchiavano
sul
grigio
del
ferro
che
tenevano
tra
le
mani
,
cioè
sulle
masse
dei
loro
dipendenti
,
il
cui
peculio
castrense
di
7
lire
e
mezzo
si
assottigliava
allora
ancora
di
più
.
Il
Senato
in
molte
di
queste
circostanze
soleva
venire
in
soccorso
,
ma
a
beneficio
dei
comandanti
di
compagnia
piuttosto
che
dei
soldati
,
specie
al
caso
di
mostre
straordinarie
,
di
passaggi
di
principi
e
di
visite
.
Così
essendo
di
passaggio
per
Udine
nel
gennaio
del
1782
i
principi
imperiali
di
Russia
,
sotto
il
nome
di
principi
del
Nord
,
e
volendosi
in
quella
circostanza
che
la
compagnia
del
capitano
Borissevich
,
dei
fanti
oltremarini
Cernizza
,
destinata
loro
per
scorta
d
'
onore
si
presentasse
nella
maggiore
militare
decenza
,
il
Senato
trovò
giusto
di
compensare
quel
capitano
delle
maggiori
spese
incontrate
nella
circostanza
per
il
corredo
della
truppa
con
120
ducati
di
valuta
corrente
(
98
)
.
In
queste
strettezze
,
diventate
sempre
più
acute
verso
la
caduta
della
Repubblica
per
l
'
abbandono
deplorevole
delle
cose
della
guerra
,
la
merce
uomo
scadeva
quindi
sempre
più
sul
mercato
dei
soldati
di
mestiere
.
Così
convenne
transigere
con
le
prescrizioni
delle
capitolazioni
ed
ammettere
nella
truppa
schiavona
«
li
vagabondi
e
li
malviventi
,
nonché
i
banditi
che
disturbano
ed
infestano
la
Dalmazia
,
provvedimento
suggerito
dell
'
attual
Provveditore
Generale
con
plausibili
argomenti
di
carità
verso
i
sudditi
e
di
sicurezza
di
transito
sulle
pubbliche
strade
di
quella
provincia
,
ed
in
vista
di
rendere
utile
in
qualche
modo
allo
Stato
tale
sorta
di
gente
scorretta
ed
indisciplinata
»
(
99
)
.
Il
corpo
dei
Travagliatori
-
o
compagnie
di
disciplina
istituite
nel
1785
per
sfollare
i
riparti
dai
più
torbidi
elementi
raccolti
dai
capi
-
leva
-
alleviò
alcun
poco
l
'
esercito
della
Serenissima
da
questo
còmpito
d
'
istituto
di
correzione
(
100
)
.
Ma
il
male
aveva
troppo
salde
e
profonde
radici
perché
questo
provvedimento
,
escogitato
dal
Savio
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
,
potesse
sortire
a
buon
esito
.
Anzitutto
il
male
travagliava
le
milizie
prezzolate
con
il
tarlo
roditore
delle
diserzioni
.
Dal
1°
settembre
1780
al
1°
febbraio
1784
,
abbandonarono
le
insegne
nei
reggimenti
oltremarini
ben
662
soldati
:
dal
1°
marzo
1785
al
1°
settembre
1789
ne
disertarono
altri
1129;
e
ciò
sopra
una
media
di
3500
uomini
presenti
in
quel
torno
di
tempo
nei
reggimenti
oltremarini
(
101
)
.
Con
queste
cifre
significative
alla
mano
,
si
spiega
il
grido
d
'
allarme
gittato
non
molto
prima
dell
'
arrivo
dei
Francesi
nel
Veneto
dal
generale
Salimbeni
;
grido
che
se
parve
a
taluno
troppo
pessimista
a
tal
'
altro
sembrò
perfino
sospetto
di
fellonia
.
Ed
i
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
,
come
si
è
detto
più
sopra
,
ne
sanno
qualche
cosa
.
«
I
nostri
vecchi
soldati
-
scriveva
il
Salimbeni
al
Savio
alla
Scrittura
Iseppo
Priuli
-
sono
oramai
diventati
sentina
d
'
ogni
vizio
.
Bisogna
separarli
nelle
fazioni
della
piazza
(
di
Verona
)
dalle
cernide
,
ma
non
è
possibile
di
separarli
anche
nei
quartieri
dove
hanno
alloggio
in
comune
»
(
102
)
.
Ed
il
Salimbeni
proponeva
sommessamente
al
Savio
di
allontanare
gli
Schiavoni
più
facinorosi
da
Verona
,
e
più
specialmente
le
compagnie
dei
capitani
Missevich
e
Valerio
,
«
le
quali
venute
dalla
Dalmazia
sono
da
sostituirsi
con
altre
...
per
preservare
le
cernide
dal
contagio
dei
vizi
»
.
Il
Savio
Iseppo
Priuli
non
ascoltò
la
proposta
ed
il
destino
serbava
a
Buonaparte
di
farla
accogliere
con
la
forza
.
*
*
*
Gli
Oltremarini
erano
ordinati
in
11
reggimenti
contrassegnati
dal
nome
del
rispettivo
comandante
oppure
da
quello
del
circolo
di
reclutamento
più
cospicuo
.
Nel
piedilista
del
1°
settembre
1776
quei
corpi
erano
descritti
come
segue
(
103
)
:
Reggimento
Bubich
,
Selich
,
Scutari
,
Sinj
,
Matutinovich
,
Craina
,
Minotto
,
Rado
,
Macedonia
,
Dandria
e
Bua
.
Ciascun
reggimento
contava
di
regola
9
compagnie
,
o
raccolte
per
intero
in
uno
dei
grandi
riparti
territoriali
della
Serenissima
,
o
suddivise
tra
i
riparti
medesimi
e
le
navi
armate
.
Faceva
però
eccezione
da
questa
regola
il
reggimento
degli
oltremarini
del
circondario
di
Sinj
,
il
quale
contava
11
compagnie
ripartite
nelle
province
d
'
Italia
e
di
Dalmazia
.
La
maggior
forza
di
questo
corpo
era
dovuta
all
'
importanza
militare
del
territorio
nel
quale
esso
si
levava
,
ed
al
valore
e
numero
dei
castelli
di
frontiera
che
in
esso
esistevano
(
Spalato
,
Salona
,
Clissa
,
Sinj
ecc
.
)
.
Secondo
le
tabelle
organiche
di
formazione
,
approvate
dal
Senato
,
il
reggimento
di
oltremarini
non
doveva
superare
la
forza
di
432
uomini
,
ciò
che
stabiliva
l
'
effettivo
delle
compagnie
in
una
media
di
54
presenti
ognuna
.
Tale
forza
non
era
però
mai
effettiva
,
neppure
nei
periodi
di
neutralità
o
durante
i
mesi
del
completo
armamento
delle
due
squadre
,
grossa
e
sottile
,
quando
trattavasi
cioè
di
spedizioni
marittime
o
di
crociere
di
maggiore
rilievo
.
Così
nel
1787
,
al
tempo
delle
imprese
di
Angelo
Emo
,
presero
imbarco
il
1°
marzo
del
detto
anno
sulle
navi
armate
in
guerra
ben
19
compagnie
di
fanti
oltremarini
,
ma
essendo
tale
contingente
troppo
scarso
nella
sua
forza
complessiva
di
un
migliaio
di
uomini
appena
,
convenne
ricorrere
al
complemento
dei
reggimenti
italiani
,
i
quali
fornirono
altre
12
compagnie
alla
squadra
,
oltre
alle
19
fornite
dagli
Schiavoni
.
Alla
vigilia
dell
'
arrivo
dei
Francesi
nel
Veneto
gli
oltremarini
avevano
24
delle
loro
compagnie
dislocate
in
Terraferma
,
con
una
forza
complessiva
di
1648
uomini
compresi
i
rinforzi
dovuti
alle
craine
(
104
)
.
Tutte
queste
compagnie
erano
ripartite
come
segue
:
A
Verona
,
Legnago
e
Peschiera
9
,
a
Brescia
con
il
castello
di
Orzinovi
4
1/2
(
105
)
,
a
Bergamo
e
contado
3
,
a
Crema
mezza
compagnia
,
al
Lido
,
con
Chioggia
e
Capo
d
'
Istria
7
compagnie
.
*
*
*
I
soldati
del
tempo
oziavano
molto
,
e
nell
'
ozio
sfibrante
e
prolungato
che
li
logorava
gli
elementi
più
torbidi
degli
ingaggiati
avevano
modo
di
compiere
un
vero
e
proprio
corso
di
perfezionamento
.
L
'
azione
degli
ufficiali
non
rappresentava
di
certo
alcun
freno
in
questi
moti
,
perché
essa
si
limitava
al
controllo
delle
cifre
sui
registri
,
alla
sorveglianza
del
maneggio
d
'
armi
nei
cortili
delle
caserme
e
dei
castelli
,
e
si
arrestava
alla
soglia
delle
camerate
che
perciò
restavano
abbandonate
a
sé
medesime
ed
ai
propri
inquilini
in
un
vero
stato
di
abbiezione
morale
e
di
miseria
materiale
.
Al
tocco
del
tamburo
,
che
batteva
la
diana
ogni
mattina
all
'
alba
,
cominciava
il
giornaliero
servizio
sulle
navi
armate
e
nelle
caserme
.
I
soldati
si
levavano
dai
loro
giacigli
,
composti
di
regola
della
semplice
schiavina
,
o
rozza
,
coperta
da
letto
gittata
semplicemente
sulle
nude
tavole
,
o
più
spesso
sul
terreno
sul
quale
essi
dormivano
quasi
sempre
vestiti
.
I
paglioni
,
o
pagliericci
,
vennero
a
mitigare
la
durezza
di
queste
vita
dei
soldati
della
Serenissima
soltanto
verso
la
sua
fine
,
e
più
precisamente
a
principiare
dall
'
anno
1781;
e
furono
limitati
dapprima
ai
presidi
delle
più
notevoli
fortezze
ed
in
particolari
circostanze
di
servizio
(
106
)
.
Le
guardie
rappresentavano
il
pensiero
dominante
della
vita
di
guarnigione
,
epperciò
il
soldato
semplice
era
anche
denominato
con
l
'
appellativo
di
fazioniere
,
come
che
quello
fosse
il
suo
ufficio
esclusivo
.
Nel
servizio
territoriale
era
impiegato
ordinariamente
un
terzo
della
forza
,
del
qual
costume
è
rimasta
traccia
fino
ai
giorni
nostri
nella
norma
regolamentare
la
quale
prescrive
che
il
soldato
debba
avere
almeno
due
notti
libere
per
una
passata
in
sentinella
.
Le
esigenze
della
società
del
tempo
,
il
grande
numero
delle
magistrature
militari
e
la
frequenza
delle
risse
tra
i
soldati
moltiplicavano
a
dismisura
i
posti
di
guardia
.
Così
vi
erano
gran
-
guardie
nelle
principali
piazze
delle
città
fortificate
,
guardie
d
'
onore
alle
primarie
cariche
militari
del
luogo
,
agli
ufficiali
superiori
del
reggimento
,
e
così
via
.
Valga
ad
esempio
il
seguente
specchio
delle
guardie
della
città
di
Verona
,
nell
'
anno
1794
(
107
)
:
MUTE
GUARDIE
E
PORTE
Capi
-
tani
Subal
-
terni
Ser
-
genti
Capo
-
rali
Tam
-
buri
e
pifferi
Fazio
-
nieri
Totale
Artiglieri
Guardia
di
S
.
E
.
il
capitano
e
podestà
(
108
)
-
-
2
1
2
2
37
44
Croati
Guardia
detta
di
cavalieri
al
medesimo
.
-
-
-
-
-
-
1
-
-
11
12
Italiani
Guardia
di
S
.
E
.
il
tenente
generale
comandante
(
109
)
1
2
1
1
2
24
31
Guardia
alle
bandiere
dei
reggimenti
-
-
-
-
-
-
7
-
-
35
42
Picchetti
dei
reggimenti
-
-
5
-
-
6
-
-
36
47
Gran
Guardia
1
1
1
2
2
24
32
Porta
Nuova
-
-
1
1
1
1
20
24
Porta
San
Zeno
-
-
1
1
1
1
20
24
Porta
Vescovo
-
-
1
1
1
1
20
24
Oltramarini
Porta
San
Giorgio
-
-
1
1
1
1
16
20
N
.
2
pattuglie
-
-
-
-
2
2
2
16
22
Castello
San
Felice
-
-
-
-
1
1
-
-
8
10
Id
.
San
Pietro
-
-
-
-
-
-
1
-
-
6
7
Ospedale
delle
Milizie
-
-
-
-
-
-
2
-
-
8
10
Guardia
in
Ghetto
-
-
-
-
-
-
1
-
-
5
6
2
14
10
30
12
279
355
Né
è
forse
fuori
luogo
ricordare
a
questo
punto
anche
il
servizio
di
guardia
che
le
truppe
prestavano
nelle
isole
e
nell
'
estuario
di
Venezia
,
nel
1792
(
110
)
.
Guardia
al
Lido
,
44
uomini
;
appostamenti
e
feluche
di
sanità
al
Lido
,
24;
feluca
S
.
Erasmo
,
8;
feluca
Tre
Porti
,
8;
Falconera
,
8;
Carvale
,
8;
Porto
Quieto
,
8;
sciabecco
del
canale
dei
Marani
,
12;
feluca
del
canale
dei
Marani
,
12;
due
feluche
a
Poveglia
,
16;
feluca
S
.
Pietro
in
Volta
,
8;
feluca
di
Fisolo
,
8;
feluca
delle
urgenze
8;
fusta
,
24;
sciabecco
Po
di
Goro
,
48;
feluca
Po
di
Goro
,
8;
feluca
Malamocco
,
8;
seconda
feluca
di
Malamocco
,
8;
servizi
vari
di
guardia
alle
reclute
,
alle
caserme
ecc
.
,
60
.
Totale
,
308
uomini
comandati
a
Venezia
e
nell
'
estuario
in
giornaliero
servizio
da
«
fazionieri
»
.
*
*
*
Al
distacco
della
guardia
,
fatto
con
solennità
intorno
al
mezzodì
,
tutta
la
truppa
prendeva
le
armi
.
Si
faceva
l
'
appello
per
segnalare
i
disertori
,
si
leggevano
gli
ordini
,
si
dava
una
sommaria
occhiata
alle
armi
ed
agli
abiti
,
dopo
la
quale
funzione
la
vita
militare
formale
cessava
di
regola
per
riprendersi
l
'
indomani
alla
medesima
ora
.
Restava
la
grigia
monotonia
della
vita
di
caserma
.
Con
quei
pochi
soldi
che
rimanevano
ancora
nelle
mani
dell
'
oltremarino
,
dopo
il
passaggio
sotto
le
forche
caudine
del
fisco
e
del
comandante
di
compagnia
,
egli
doveva
rifocillarsi
.
E
disinteressandosi
ancora
lo
Stato
dal
fornire
il
vitto
ai
propri
soldati
-
all
'
infuori
del
biscotto
agli
oltremarini
e
del
pane
agli
altri
-
v
'
era
taluno
che
lo
surrogava
in
quest
'
opera
con
ingordigia
ed
esosità
,
di
guisa
che
il
misero
peculio
castrense
dei
soldati
di
mestiere
veniva
ad
assoggettarsi
per
questo
ad
una
nuova
ed
estrema
decimazione
.
Esistevano
all
'
uopo
sulle
navi
armate
e
nelle
caserme
i
così
detti
bettolini
,
specie
di
vivanderie
esercitate
assai
spesso
da
loschi
personaggi
,
nelle
quali
i
soldati
si
provvedevano
dei
generi
di
prima
necessità
ed
anche
delle
vivande
confezionate
.
A
coloro
poi
cui
le
strettezze
non
consentivano
di
procurarsi
le
vivande
confezionate
,
i
bettolieri
fornivano
gli
arnesi
di
cucina
per
apparecchiare
di
solito
la
classica
polenta
ed
un
misero
intingolo
per
companatico
,
e
ciò
previo
un
piccolo
compenso
che
lo
scarso
nucleo
degli
utenti
corrispondeva
a
titolo
di
noleggio
degli
arnesi
stessi
all
'
esercente
del
bettolino
.
Delle
norme
-
ossia
terminazioni
-
regolavano
il
servizio
di
queste
vivanderie
,
specie
sulle
pubbliche
navi
,
ma
l
'
ingordigia
dei
bettolieri
era
assai
spesso
più
forte
anche
delle
terminazioni
.
Lo
sconcio
era
anzi
giunto
a
tal
segno
,
poco
avanti
alla
caduta
della
Repubblica
,
da
indurre
il
generale
Salimbeni
a
proporre
al
Savio
alla
Scrittura
dei
provvedimenti
radicali
in
materia
:
«
Bisognerebbe
-
egli
diceva
-
assegnare
ad
ogni
camerata
di
10
soldati
almeno
una
caldaia
da
polenta
,
una
secchia
di
larice
cerchiata
ed
una
tavola
per
rovesciarvi
di
sopra
la
polenta
stessa
...
Sarebbe
inoltre
desiderabile
,
per
liberare
il
soldato
dall
'
obbligo
che
ora
ha
di
spendere
la
mòdica
sua
paga
in
una
bettola
,
o
bettolino
,
con
grave
danno
della
disciplina
e
peso
della
sua
sussistenza
,
di
fornire
anche
la
legna
necessaria
per
cucinare
il
cibo
.
Con
questi
mezzi
si
potrebbero
tener
uniti
i
soldati
,
lontani
dalle
osterie
,
dove
è
forza
che
dimentichino
la
loro
nativa
semplicità
e
contraggano
il
mal
costume
»
(
111
)
.
Il
governo
disciplinare
risentiva
fortemente
degli
effetti
di
questo
colpevole
regime
di
abbandono
e
di
trascuranza
,
acuito
dalla
fiacchezza
dei
tempi
.
Abolita
virtualmente
la
bastonatura
sull
'
ultimo
quarto
del
secolo
XVIII
,
restava
la
prigionia
e
la
condanna
al
remo
,
la
punizione
classica
delle
milizie
della
Repubblica
marinara
la
quale
ne
usava
sempre
con
molta
larghezza
.
La
pena
della
galera
o
del
remo
era
solitamente
inflitta
ai
disertori
,
ma
anch
'
essa
aveva
perduto
sulla
fine
della
Repubblica
molta
parte
del
suo
prestigio
,
per
essersi
assottigliato
il
numero
delle
navi
armate
e
ridotta
a
poca
cosa
la
loro
navigazione
.
La
punizione
alla
galera
era
così
diventata
un
succedaneo
della
prigione
ordinaria
.
Circa
questa
bancarotta
del
governo
disciplinare
e
dei
suoi
freni
,
basti
dire
che
molti
disertori
preferivano
la
condanna
al
remo
al
servizio
militare
,
triste
preferenza
che
illumina
l
'
ambiente
dell
'
epoca
.
«
Considerano
infatti
i
soldati
-
dice
un
documento
-
una
breve
condanna
al
remo
assai
meno
pesante
della
vita
militare
,
stentata
,
faticosa
e
prolungata
per
un
più
lungo
periodo
di
tempo
»
(
112
)
.
La
disinvoltura
,
con
cui
affrontavasi
questa
pena
appare
infine
nei
trucchi
che
solevano
usarsi
,
alla
caduta
della
Repubblica
,
per
gabellare
al
Savio
alla
Scrittura
i
premi
promessi
a
colui
che
restituisse
alle
insegne
un
disertore
.
Si
accordavano
per
questo
in
un
medesimo
corpo
due
soldati
,
l
'
uno
s
'
infingeva
di
abbandonare
le
bandiere
,
l
'
altro
di
scoprirlo
in
un
rifugio
convenuto
in
precedenza
;
«
sicché
colludendo
notoriamente
assieme
captori
e
fuggiaschi
tra
loro
si
dividevano
il
premio
assegnatosi
ai
primi
...
Onde
sarebbe
utile
,
in
luogo
di
dare
il
premio
a
questi
captori
,
di
servirsi
al
caso
dei
metodi
usati
dagli
esteri
eserciti
,
cioè
di
obbligare
le
terre
,
ville
e
paesi
,
ad
arrestare
i
fuggiaschi
e
condurli
senza
mercede
alcuna
alle
pubbliche
forze
,
con
la
cominativa
che
venendo
scoverto
in
qualsivoglia
tempo
e
modo
negletto
il
fermo
di
qualche
disertore
,
sarebbe
obbligato
il
villaggio
o
terra
a
supplire
alle
spese
incontrate
dalle
pubbliche
casse
per
il
mantenimento
e
vestiario
di
un
altro
soldato
»
(
113
)
.
Quanto
si
disse
fino
ad
ora
trattando
più
particolarmente
degli
Oltremarini
può
riferirsi
anche
all
'
altra
specie
di
milizia
pedestre
ingaggiata
,
cioè
agli
Italiani
.
Questi
si
levavano
nei
domini
della
Serenissima
in
Italia
e
nell
'
Istria
Veneta
e
si
raccoglievano
al
Lido
d
'
onde
,
accertata
la
loro
idoneità
alle
armi
,
«
in
tempo
di
pace
,
in
tempo
di
guerra
,
che
Iddio
non
voglia
,
o
di
neutralità
»
erano
«
sbandati
»
nelle
diverse
guarnigioni
di
terraferma
.
Gli
itinerari
delle
nuove
reclute
erano
minutamente
stabiliti
nei
capitolati
dei
capi
-
leva
e
circondati
da
cautele
,
tutte
intese
a
far
giungere
sicuramente
a
destinazione
la
preziosa
merce
dei
soldati
di
mestiere
,
incerti
in
questi
primi
passi
tra
la
rude
alternativa
di
seguire
una
strada
intrapresa
di
mala
voglia
,
oppure
di
abbandonarla
al
suo
inizio
medesimo
.
Drappelli
di
croati
o
di
dragoni
,
oltre
la
scorta
dei
soldati
delle
compagnie
di
leva
,
accompagnavano
in
queste
marce
le
giovani
reclute
che
,
così
guardate
,
potevano
rassomigliarsi
in
tutto
e
per
tutto
ad
un
triste
convoglio
di
prigionieri
di
guerra
.
Partiti
dal
littorale
del
Lido
,
cioè
dal
deposito
di
reclutamento
,
i
nuovi
fanti
italiani
facevano
una
prima
tappa
al
Castello
di
Padova
che
,
in
molti
rispetti
,
funzionava
da
deposito
succursale
del
Lido
.
Dopo
una
breve
sosta
in
quell
'
antico
maniero
,
le
reclute
destinate
a
proseguire
il
loro
èsodo
continuavano
nel
cammino
fino
agli
estremi
presidi
della
Serenissima
,
cioè
fin
sulle
rive
dell
'
Adda
e
dell
'
Oglio
.
Talvolta
queste
tappe
erano
abbreviate
da
qualche
trasporto
per
via
d
'
acqua
dal
Lido
a
Chioggia
,
e
di
qui
con
i
barconi
(
burchi
)
a
ritroso
dell
'
Adige
fino
a
Verona
.
Ma
erano
casi
poco
frequenti
e
subordinati
in
ogni
modo
alla
occasione
di
qualche
grande
trasporto
militare
da
Venezia
alla
grande
piazza
di
terraferma
(
114
)
.
*
*
*
La
fanteria
italiana
surrogò
nel
1775
il
tricorno
,
che
aveva
portato
in
giro
con
qualche
gloria
nelle
campagne
di
Morea
sotto
il
Morosini
,
con
un
caschetto
di
pelle
di
vitello
adorno
di
una
«
placca
de
otton
.
»
In
quella
circostanza
le
compagnie
di
granatieri
degli
stessi
fanti
-
create
assai
tempo
prima
-
ebbero
dei
berrettoni
di
pelle
d
'
orso
sul
modello
francese
,
guarniti
di
fiocchi
azzurri
e
della
«
placca
»
con
l
'
impronta
del
leone
di
San
Marco
.
Pure
in
quel
torno
di
tempo
il
colore
bianco
degli
abiti
della
fanteria
italiana
-
che
ne
era
stato
a
lungo
il
distintivo
caratteristico
,
come
il
cremisi
lo
era
stato
per
gli
oltremarini
ed
il
grigio
ferro
per
gli
artiglieri
-
venne
sostituito
dal
panno
azzurro
.
Così
le
vecchie
velade
e
bragoni
di
panno
bianco
cedettero
il
campo
ad
abiti
di
colore
e
di
taglia
alquanto
più
succinta
,
chiusi
sul
davanti
da
bottoni
metallici
fin
sotto
alla
cravatta
;
e
ciò
per
ovviare
all
'
incomodo
svolazzamento
delle
falde
e
per
meglio
riparare
il
soldato
nella
cattiva
stagione
.
Tale
riforma
aveva
anche
una
portata
economica
,
perché
il
nuovo
abito
meglio
serrato
alla
vita
del
fante
rendeva
possibile
l
'
abolizione
delle
così
dette
camiciole
,
o
corsetti
di
colore
che
si
usavano
sotto
la
«velada.»
Il
soldato
portava
una
cravatta
di
pelle
nera
,
due
incrociature
,
o
bandoliere
di
bulgaro
,
una
per
sorreggere
il
tasco
o
bisaccia
,
l
'
altra
per
sostenere
la
baionetta
.
Le
cartucce
-
venti
di
regola
-
costituenti
il
munizionamento
del
fante
italiano
erano
riposte
nel
tasco
.
Il
governo
amministrativo
della
fanteria
italiana
si
differenziava
in
qualche
parte
da
quello
dell
'
oltremarina
.
Un
sostanziale
divario
concerneva
anzitutto
il
vestiario
,
che
nell
'
italiana
era
fornito
dallo
Stato
e
mantenuto
dai
comandanti
di
compagnia
,
laddove
per
gli
oltremarini
-
come
è
detto
più
sopra
-
era
fornito
dai
capitani
.
Al
ramo
delicato
ed
importante
dell
'
amministrazione
sopravvegliavano
i
magistrati
sopra
camere
,
cioè
i
funzionari
delle
tesorerie
locali
,
impegnando
a
tal
'
uopo
le
somme
che
ciascuna
di
esse
aveva
disponibili
per
le
cose
della
milizia
(
Casse
al
Quartieron
)
.
Le
stoffe
per
le
uniformi
militari
provenivano
dall
'
industria
privata
,
ed
erano
fornite
dalle
fabbriche
e
lanifici
di
Schio
,
Castelfranco
(
115
)
ed
Alzano
nel
Bergamasco
(
116
)
.
Anche
Venezia
si
distingueva
in
quest
'
arte
con
due
stabilimenti
di
molta
fama
,
specie
nella
confezione
dei
panni
colorati
di
scarlatto
,
di
cremisi
e
di
azzurro
,
che
si
esportavano
pure
largamente
in
Dalmazia
e
nelle
contigue
terre
balcaniche
.
Le
merci
che
l
'
industria
privata
così
offriva
alla
Repubblica
erano
collaudate
di
regola
presso
i
depositi
al
Quartieron
,
o
magazzini
di
equipaggiamento
e
di
vestiario
della
truppa
.
I
lanifici
e
le
fabbriche
di
cui
sopra
,
erano
oltre
a
ciò
ispezionate
ogni
bimestre
da
due
dei
cinque
Savi
alla
mercanzia
,
i
quali
dovevano
vegliare
sulla
qualità
e
sulla
quantità
delle
lane
da
incettarsi
per
confezionare
i
panni
per
uso
militar
.
Queste
lane
dovevano
essere
tassativamente
della
specie
nominata
sacco
,
scopia
o
Puglia
(
117
)
.
Le
medesime
cautele
vigevano
per
la
fornitura
delle
buffetterie
e
dei
cuoî
necessari
per
esse
:
incrociature
,
taschi
,
pendoni
,
o
centurini
da
sciabole
,
baionette
,
palossi
e
palossetti
,
che
erano
pure
somministrati
dall
'
industria
privata
e
più
precisamente
dai
fratelli
Zaghis
di
Treviso
.
I
reggimenti
di
fanteria
italiana
alla
caduta
della
Serenissima
erano
in
numero
di
18
.
Per
decreto
del
Senato
,
nel
maggio
1790
i
reggimenti
di
cui
sopra
assunsero
un
numero
progressivo
fisso
,
oltre
al
nome
variabile
derivato
dal
rispettivo
colonnello
comandante
.
E
questi
numeri
erano
:
Reggimento
Veneto
Real
n
.
I
del
colonnello
Alberti
-
reggimento
n
.
II
del
colonnello
Mario
Alberti
-
reggimento
n
.
III
del
colonnello
Marin
Conti
-
reggimento
n
.
IV
del
colonnello
Francesco
Guidi
-
reggimento
n
.
V
del
colonnello
Teodoro
Volo
-
reggimento
n
.
VI
del
colonnello
Giambattista
Galli
-
reggimento
n
.
VII
del
colonnello
Lòdoli
-
reggimento
n
.
VIII
del
colonnello
Pacmor
-
reggimento
n
.
IX
del
colonnello
Marco
Conti
-
reggimento
n
.
X
del
colonnello
Francesco
Covi
-
reggimento
n
.
XI
del
colonnello
Andrea
Toffoletti
-
reggimento
n
.
XII
del
colonnello
Marino
Stamula
-
reggimento
n
.
XIII
del
colonnello
Giacomo
Sarotti
-
reggimento
n
.
XIV
del
colonnello
Francesco
Galli
-
reggimento
n
.
XV
di
Rovigo
-
reggimento
n
.
XVI
di
Treviso
-
reggimento
n
.
XVII
di
Padova
-
reggimento
n
.
XVIII
di
Verona
(
118
)
.
Il
numero
di
questi
reggimenti
era
marchiato
a
caratteri
romani
sui
grossi
bottoni
di
metallo
dorato
di
cui
erano
adorni
gli
abiti
dei
fanti
italiani
.
Come
gli
oltramarini
,
anche
reggimenti
di
italiani
si
suddividevano
in
9
compagnie
ciascuno
(
119
)
.
La
loro
forza
complessiva
oscillava
nel
1790
intorno
ai
6276
uomini
,
ripartiti
in
162
compagnie
organiche
.
Di
queste
,
43
con
2712
uomini
erano
nelle
guarnigioni
di
terraferma
,
raccolte
in
massima
parte
nei
presidi
di
Verona
,
Legnago
e
Peschiera
,
quando
a
quelle
terre
venne
ad
affacciarsi
Napoleone
Buonaparte
.
CAPO
V
.
Le
milizie
paesane
.
L
'
esercito
assoldato
del
vecchio
regime
agonizzava
adunque
a
Venezia
sotto
il
peso
degli
anni
,
degli
errori
e
dell
'
universale
indifferenza
.
Indebolito
nel
principio
di
autorità
,
roso
dal
tarlo
profondo
dell
'
indisciplina
,
conscio
di
essere
diventato
da
ultimo
uno
strumento
inutile
a
sé
medesimo
,
maleviso
ai
novatori
come
un
'
arma
da
tirannide
decrepita
,
trascurato
dai
medesimi
governanti
che
ne
sapevano
tutta
l
'
intima
debolezza
organica
e
morale
,
l
'
esercito
assoldato
veneto
più
non
rappresentava
alla
caduta
della
Repubblica
se
non
l
'
ombra
di
sé
medesimo
,
una
sopravvivenza
intristita
che
il
primo
soffio
di
fronda
sarebbe
stato
sufficiente
a
rovesciare
nella
polvere
.
Causa
dunque
la
pertinace
riluttanza
della
Serenissima
nel
concedere
all
'
organismo
nato
ai
bei
tempi
dei
condottieri
del
Trecento
le
riforme
e
l
'
evoluzione
che
esso
richiedeva
,
l
'
organismo
medesimo
stava
per
giungere
all
'
ultima
mèta
del
suo
travagliato
ciclo
nella
città
delle
lagune
.
Si
spiega
così
come
nello
spirito
dei
migliori
-
per
quanto
pochi
-
si
rappresentasse
la
necessità
di
surrogare
alla
imminente
rovina
delle
armi
regolate
venete
qualche
altro
istituto
che
valesse
a
raffermare
nelle
medesime
quella
fiducia
che
sembrava
oramai
spenta
nei
cuori
.
Ed
il
rimedio
meglio
adatto
alle
esigenze
pressanti
dell
'
ora
sembrava
consistere
in
una
risurrezione
delle
vecchie
cernide
veneziane
,
in
un
adattamento
cioè
degli
ordini
di
queste
-
nate
in
tempi
non
meno
travagliati
per
la
Repubblica
-
alle
condizioni
militari
,
economiche
e
sociali
delle
nuove
età
.
Nella
fede
ancora
superstite
in
questi
illusi
,
la
maschia
e
vigorosa
fondazione
di
Bartolomeo
d
'
Alviano
pareva
ancora
sorridere
,
piena
di
promesse
e
di
lusinghe
,
come
dopo
la
Ghiara
d
'
Adda
e
la
perdita
dei
domini
Veneti
di
terraferma
,
nel
1794
,
come
al
tempo
della
Lega
di
Cambrai
.
Alla
perfine
non
si
erano
perduti
dai
Veneti
né
terreni
,
né
battaglie
ordinate
,
e
l
'
uniforme
tranquillità
dell
'
epoca
pareva
propizia
,
purché
si
volesse
,
a
restaurare
la
milizia
secondo
forme
meno
viete
e
più
progredite
.
Si
trattava
in
sostanza
di
fare
ritorno
alla
semplicità
ed
alla
spontaneità
delle
funzioni
dell
'
istituto
militare
,
reso
pesante
dagli
attriti
,
rugginoso
dalla
lunga
e
sfibrante
inazione
,
improduttivo
per
essersi
ridotto
-
causa
la
sfiaccolata
bontà
dei
governanti
-
a
disimpegnare
insieme
i
còmpiti
di
istituto
di
beneficenza
e
di
vasta
casa
di
correzione
.
Le
cerne
,
vera
e
prima
milizia
territoriale
ed
archetipo
della
Landwehr
di
Stato
,
dovevano
perciò
evoluzionare
nelle
forme
e
nella
sostanza
.
Di
conseguenza
,
al
concetto
della
prestazione
personale
dei
componenti
di
tale
milizia
derivato
dalle
antiche
compagnie
del
popolo
,
durante
una
campagna
di
guerra
o
un
determinato
periodo
di
neutralità
armata
,
doveva
sostituirsi
quello
di
un
servizio
temporaneo
sotto
le
bandiere
,
anche
all
'
infuori
delle
dette
eventualità
;
un
criterio
da
coscrizione
progressiva
,
una
specie
di
prefazione
insomma
al
servizio
personale
individuale
ed
obbligatorio
.
La
riforma
era
dunque
ardita
perché
i
tempi
della
decadenza
veneta
repubblicana
potessero
accoglierla
,
comprenderla
ed
attuarla
.
Nondimeno
,
per
qualche
sintomo
,
essa
poteva
sembrare
ancora
possibile
a
coloro
che
la
vagheggiavano
.
Anzitutto
il
buon
volere
con
cui
,
dopo
tanti
anni
di
dissuetudine
,
le
cerne
erano
accorse
alle
armi
nella
primavera
del
1794
per
rimpolpare
le
scheletrite
compagnie
dei
soldati
di
mestiere
,
ed
in
secondo
luogo
l
'
arrendevolezza
con
cui
le
cerne
medesime
si
erano
sottomesse
agli
sbandi
resi
necessari
per
colmare
in
modo
uniforme
le
deficienze
dei
diversi
presidi
militari
di
terraferma
.
In
linea
di
diritto
e
di
organica
militare
adunque
l
'
evoluzione
aveva
compiuto
indubbiamente
un
grande
passo
.
L
'
elemento
campagnuolo
delle
cerne
rassicurava
oltre
a
ciò
i
più
retrivi
e
timorosi
del
governo
della
Serenissima
,
coloro
cioè
che
a
tutto
si
sarebbero
rassegnati
pur
di
non
toccare
di
un
punto
il
vetusto
e
tradizionale
edificio
degli
ordini
repubblicani
.
Il
rinvigorimento
delle
cerne
infatti
,
mentre
poteva
rafforzare
i
ben
noti
spiriti
conservatori
della
popolazione
delle
campagne
,
affezionate
all
'
antico
ordine
delle
cose
,
ligie
ai
patrizi
ed
al
clero
,
poteva
nel
contempo
costituire
nelle
mani
di
questi
ultimi
un
sicurissimo
presidio
da
contrapporre
a
qualunque
novità
avesse
potuto
arrecare
l
'
avvenire
.
I
documenti
di
tali
sensi
di
ossequio
,
come
pure
la
presunzione
che
essi
avrebbero
corrisposto
al
caso
di
una
reazione
improvvisata
non
facevano
difetto
nelle
masse
rurali
nelle
quali
le
cerne
si
reclutavano
.
Nella
primavera
del
1796
i
contadini
del
Bergamasco
,
sorpresi
dalla
mareggiata
giacobina
nelle
loro
campagne
in
fiore
,
affluivano
a
torme
al
capoluogo
della
terra
,
si
accalcavano
allo
sbocco
delle
vallate
,
si
armavano
ed
eccitavano
il
loro
podestà
Ottolini
ad
organizzarli
in
vasta
e
tenace
guerriglia
e
capitanarli
nel
nome
della
patria
in
pericolo
.
«
Non
sarà
però
molesto
a
V
.
E
.
-
scriveva
l
'
Ottolini
al
Doge
,
il
2
giugno
1796
-
se
,
con
la
mia
solita
ingenuità
.
confermo
esser
sempre
vivi
i
miei
timori
sulle
direzioni
della
popolazione
all
'
arrivo
dei
Francesi
.
Ravviso
anzi
in
generale
una
tale
e
tanta
animosità
contro
di
essi
,
che
attribuirò
sempre
ad
un
tratto
di
fortuna
se
non
succede
inconveniente
,
sebbene
dal
canto
mio
faccia
tutto
il
possibile
per
evitarlo
.
Ho
rinnovato
quindi
le
commissioni
di
fare
stare
tutti
tranquilli
ai
capi
dei
comuni
ed
ai
parroci
della
città
e
provincia
,
ed
impegnai
i
sacerdoti
a
secondarmi
con
tutto
il
fervore
possibile
»
(
120
)
.
Non
molto
tempo
dopo
,
accompagnando
lo
stesso
Ottolini
una
proposta
fatta
dai
campagnuoli
bergamaschi
al
Doge
,
di
levarsi
cioè
a
massa
,
quel
magistrato
soggiungeva
:
«
In
relazione
a
quanto
ebbi
a
rassegnare
alla
E
.
V
.
intorno
alle
spiegate
generose
impazienze
di
numerose
popolazioni
delle
vallate
di
questo
territorio
,
di
esporre
tutte
volontarie
le
vite
proprie
per
la
difesa
e
la
gloria
del
Principato
,
precise
come
sono
e
confermate
in
reale
proposizione
accolta
dall
'
universale
uniforme
voto
dei
rispettivi
consigli
,
mi
formo
dovere
di
assoggettarla
devotamente
a
cognizione
di
V
.
E
.
raccolta
nell
'
unita
parte
(
deliberazione
)
del
General
Consiglio
...
con
cui
si
offrono
a
pubblica
disposizione
10,000
uomini
riuniti
delle
loro
armi
,
tutta
gente
scelta
,
capace
e
ben
diretta
,
che
può
prestare
un
ottimo
servizio
...
desiderosa
infine
di
sacrificarsi
per
la
perpetua
e
felice
costituzione
loro
sotto
il
Veneto
dolcissimo
impero
»
(
121
)
.
*
*
*
Adunque
,
se
a
questo
slancio
delle
popolazioni
rurali
soggette
a
Venezia
avesse
corrisposto
l
'
opera
prudente
e
cosciente
del
governo
della
Repubblica
,
si
sarebbe
per
certo
acceso
sui
fianchi
e
sul
tergo
degli
eserciti
di
Napoleone
Buonaparte
nella
loro
marcia
dall
'
Adda
all
'
Isonzo
un
terribile
incendio
reazionario
da
Vandea
(
122
)
.
In
realtà
,
al
tempo
di
cui
si
parla
,
la
Serenissima
aveva
preso
oramai
il
suo
partito
riguardo
alle
milizie
paesane
ed
alle
cerne
,
il
partito
grigio
delle
mezze
misure
,
dei
compromessi
e
dei
destreggiamenti
,
tutto
proprio
delle
individualità
e
delle
collettività
fiacche
e
malate
.
Alle
prime
novelle
della
rivoluzione
di
Francia
,
il
Senato
aveva
deciso
di
risciorinare
la
vecchia
e
comoda
divisa
della
neutralità
armata
,
quella
medesima
che
aveva
servito
così
bene
a
nascondere
le
magagne
della
Serenissima
,
nel
1701
,
nel
1735
e
nel
1743
.
Ma
,
dileguatasi
alquanto
l
'
impressione
del
primo
momento
,
si
vide
che
quella
vecchia
e
sdrucita
zimarra
della
neutralità
in
armi
si
rivestiva
in
circostanze
ben
diverse
da
quelle
degli
anni
precedenti
.
La
Serenissima
era
minacciata
questa
volta
da
un
lato
dalla
nuova
Francia
nelle
basi
del
suo
reggimento
politico
e
fors
'
anco
nei
suoi
domini
,
e
dall
'
altro
dall
'
Impero
che
,
per
ragioni
di
frontiere
e
di
militari
interessi
,
poteva
violare
la
proclamata
neutralità
ad
ogni
occasione
propizia
.
La
Serenissima
doveva
quindi
essere
pronta
a
tutelare
un
bene
senza
disporre
della
necessaria
forza
per
allontanare
il
male
.
In
questi
frangenti
l
'
unica
forza
e
speranza
erano
le
cerne
.
Per
rimetterle
in
valore
si
presentavano
due
partiti
:
l
'
uno
derivato
dalla
consorteria
conservatrice
militare
veneta
,
l
'
altro
dal
piccolo
nucleo
dei
riformatori
.
Il
primo
caldeggiava
un
largo
e
fecondo
innesto
delle
cerne
nelle
truppe
prezzolate
,
per
scansarle
dalla
prossima
morte
mediante
una
trasfusione
di
sangue
rigoglioso
in
un
corpo
infermo
,
e
proponeva
quindi
un
amalgama
;
il
secondo
partito
mirava
invece
decisamente
a
soppiantare
i
regolati
ed
a
surrogarli
senza
compromessi
di
sorta
con
le
milizie
paesane
.
Vinse
il
partito
dell
'
amalgama
,
dopo
molte
discussioni
accademiche
sui
pregi
di
un
metodo
e
sugli
svantaggi
dell
'
altro
,
mentre
il
vento
di
fronda
che
veniva
dalla
Francia
si
era
oramai
tramutato
in
procella
.
Fino
dalla
primavera
del
1791
,
il
Savio
aveva
esortato
le
primarie
cariche
militari
a
riunirsi
per
concretare
i
provvedimenti
più
adatti
a
riordinare
le
cerne
.
Per
questi
studi
mancavano
però
i
dati
di
fatto
,
poiché
la
costumanza
delle
mostre
generali
e
dei
mostrini
era
passata
in
dissuetudine
come
un
'
anticaglia
,
sicché
convenne
attendere
ancora
un
'
altra
primavera
per
riordinare
i
ruoli
e
raggranellare
gli
inscritti
,
«
essendo
questi
quasi
tutti
ammogliati
,
laonde
si
credono
dispensati
,
quantunque
non
cassi
,
oltreché
non
sono
poche
le
emigrazioni
nel
territorio
e
le
morti
avvenute
da
tempo
»
(
123
)
.
Finalmente
,
nella
primavera
del
1794
,
le
cerne
riapparvero
alla
luce
in
uno
degli
ultimi
tramonti
della
Serenissima
.
La
fusione
di
esse
con
i
regolati
era
allora
al
sommo
dei
pensieri
del
Senato
,
«
che
si
proponeva
,
non
già
di
ripetere
da
questo
corpo
una
truppa
agguerrita
,
capace
di
marciar
subito
tutta
unita
e
direttamente
contro
il
nemico
,
ma
bensì
un
corpo
da
potersi
,
tutto
o
in
porzione
,
prontamente
unire
alle
altre
truppe
...
disposto
ad
essere
in
assai
più
breve
tempo
delle
reclute
comuni
istruito
nelle
militari
evoluzioni
,
reso
capace
a
presidî
,
difese
e
battaglie
.
Tale
essendo
il
servizio
che
da
esso
corpo
si
propone
di
ritrarre
il
Senato
,
basterà
disporre
quello
che
può
essere
atto
a
preparare
ed
ottenere
dalle
cerne
subito
l
'
occorrente
da
poter
divenire
,
con
poche
istruzioni
,
un
ottimo
soldato
»
(
124
)
.
Ma
per
questo
amalgama
-
compiuto
per
di
più
in
evidente
condizione
di
inferiorità
delle
cerne
rispetto
ai
regolati
-
occorreva
una
certa
misura
tra
gli
elementi
da
fondersi
,
affinché
riuscisse
una
forte
e
vigorosa
combinazione
non
già
un
miscuglio
instabile
.
Si
addivenne
così
al
partito
del
sorteggio
,
ossia
all
'
estrazione
tra
le
cerne
,
ed
all
'
adozione
di
una
ferma
biennale
da
attribuirsi
a
quei
descritti
cui
sarebbe
toccato
in
sorte
di
amalgamarsi
con
i
regolati
.
La
costumanza
d
'
altronde
aveva
qualche
precedente
nei
periodi
delle
neutralità
anteriori
,
specie
nel
1703
e
nel
1709
(
125
)
,
sicché
fu
accolta
dalle
masse
campagnuole
con
uno
spirito
di
rassegnazione
che
parve
superare
le
aspettative
.
L
'
esempio
del
piccolo
ma
forte
Piemonte
-
rievocato
a
proposito
dal
Fontana
ambasciatore
Veneto
a
Torino
-
aveva
persuaso
alla
fine
anche
i
più
scettici
in
materia
di
cerne
(
126
)
.
Quivi
i
reggimenti
stanziali
erano
assai
di
frequente
rincalzati
con
uomini
tratti
dai
reggimenti
provinciali
,
cioè
dalle
milizie
paesane
piemontesi
,
e
mercé
tale
incorporamento
periodico
,
replicato
a
più
riprese
e
quindi
numeroso
di
elementi
scelti
del
paese
obbligati
temporariamente
alle
armi
,
ben
sicuri
di
far
ritorno
alle
case
al
termine
della
ferma
,
il
sistema
di
reclutamento
dell
'
esercito
subalpino
aveva
fatto
un
grande
passo
verso
i
metodi
in
fiore
ai
nostri
giorni
(
127
)
.
In
queste
buone
predisposizioni
ed
in
queste
analogie
organiche
,
i
novatori
di
cui
sopra
scorgevano
da
ultimo
un
indizio
benaugurante
per
la
propria
tesi
.
*
*
*
Adunque
,
nel
maggio
dell
'
anno
1794
,
dietro
istanza
del
brigadiere
Stràtico
-
il
miglior
campione
del
partito
conservatore
militare
veneto
del
tempo
-
il
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Antonio
Zen
emanò
un
decreto
con
il
quale
si
prescriveva
,
«
di
effettuare
l
'
estrazione
tra
le
cerne
dell
'
Istria
e
la
coscrizione
tra
le
craine
della
Dalmazia
,
di
un
competente
numero
di
individui
per
essere
imbarcati
ed
inoltrati
al
Lido
per
rinforzo
occorrente
ai
soldati
di
Terraferma
(
128
)
.
L
'
obbligo
alle
armi
dei
sorteggiati
doveva
essere
di
un
biennio
,
i
compensi
di
2
ducati
a
titolo
di
donativo
da
corrispondersi
all
'
atto
del
loro
innesto
nella
milizia
regolata
,
la
paga
eguale
in
tutto
e
per
tutto
a
quella
dei
soldati
di
mestiere
,
cioè
a
31
lire
venete
nominali
.
In
questo
modo
,
nel
maggio
dell
'
anno
sopra
ricordato
,
si
ingaggiarono
sull
'
altra
sponda
dell
'
Adriatico
500
reclute
,
e
cioè
125
nell
'
Istria
Veneta
e
375
nella
Dalmazia
,
sorteggiate
rispettivamente
e
proporzionatamente
sopra
un
contingente
di
525
uomini
atti
alle
armi
della
prima
provincia
e
1375
nella
seconda
.
Il
mese
successivo
si
levarono
altre
450
reclute
tra
le
cerne
di
Terraferma
e
nell
'
agosto
altrettante
in
Dalmazia
:
in
complesso
1400
uomini
in
4
mesi
.
Erano
esenti
da
questa
prestazione
i
comuni
della
Bresciana
,
per
l
'
antico
privilegio
loro
di
servire
con
la
gente
solo
nell
'
interno
della
terra
,
sicché
quelle
cerne
si
incorporarono
nei
presidi
della
provincia
e
più
precisamente
nelle
due
compagnie
dei
fanti
italiani
di
presidio
in
Orzinovi
.
Ma
,
più
che
altrove
,
questi
primi
saggi
di
coscrizione
avevano
incontrato
grande
favore
sull
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
.
«
L
'
estensione
della
Dalmazia
-
diceva
la
relazione
di
un
piedilista
dall
'
epoca
-
la
sua
aperta
e
moltiplicata
confinazione
esigendo
talora
per
l
'
indole
dei
finitimi
uno
straordinario
aggregato
di
individui
,
anche
per
una
sola
occasione
al
servizio
,
così
si
arrolano
ivi
le
colletizie
,
le
quali
sono
più
adatte
di
ogni
altro
per
la
loro
nascita
ed
educazione
a
difendere
i
focolari
ed
il
pubblico
suolo
.
Armigeri
per
istituto
,
essi
non
hanno
bisogno
di
annui
esercizî
che
li
addestrino
come
i
sudditi
della
Terraferma
e
dell
'
Istria
,
ma
cadono
ben
volentieri
in
stipendio
per
il
solo
tempo
del
servizio
che
fanno
nel
corpo
delle
colletizie
sotto
i
loro
ufficiali
che
,
stipendiati
con
costanti
tenuissime
paghe
,
tengono
una
certa
sopravveglianza
sull
'
andamento
dei
sudditi
della
Sardarìa
(
o
rispettivo
contado
)
,
sono
come
accreditati
e
riveriti
dalla
popolazione
e
preposti
al
caso
a
dirigerla
con
paghe
in
tal
caso
corrispondenti
al
grado
che
dalla
pratica
è
loro
accordato
per
rientrare
,
tosto
che
cada
la
ragion
dell
'
armo
,
nel
consueto
metodico
loro
piede
»
(
129
)
.
In
quell
'
anno
1794
si
ristabilirono
pure
le
mostre
generali
,
si
completarono
i
ruoli
sotto
la
responsabilità
dei
singoli
rappresentanti
e
capi
di
provincia
nonché
di
2
colonnelli
delle
cernide
oltre
Mincio
ed
in
Terraferma
e
di
4
ufficiali
dello
Stato
Generale
all
'
uopo
prescelti
dal
Savio
alle
Ordinanze
,
pure
due
per
di
qua
e
due
per
di
là
del
Mincio
;
infine
si
ristamparono
le
norme
della
«
Elementar
istruzione
ad
uso
delle
cernide
»
edite
nel
1763
(
130
)
.
Sempre
però
ligio
al
concetto
fondamentale
dell
'
amalgama
-
da
attuarsi
cautamente
e
circospettamente
-
il
Senato
aveva
prescritto
di
escludere
al
possibile
i
volontari
dalle
nuove
coscrizioni
,
sia
perché
il
vocabolo
aveva
troppo
sapore
di
giacobinismo
,
sia
perché
ammettendo
i
volontari
medesimi
quella
suprema
magistratura
temeva
che
l
'
istituto
tradizionale
delle
cerne
tralignasse
con
troppo
rapida
vicenda
nel
campo
dei
fautori
delle
nuove
milizie
.
Intanto
su
questo
terreno
delle
mezze
misure
il
tempo
passava
veloce
.
Scoccati
due
anni
dalla
coscrizione
delle
prime
cerne
con
ferma
biennale
,
nella
primavera
del
1796
convenne
provvedere
ad
altre
levate
in
Terraferma
ed
Oltremare
(
131
)
.
I
ruoli
ben
preparati
dai
merighi
,
o
capi
plotoni
delle
cerne
,
dovevano
rimanere
esposti
nelle
chiese
per
8
giorni
almeno
prima
della
rassegna
e
del
sorteggio
,
onde
aprire
l
'
adito
ad
ognuno
di
produrre
i
propri
gravami
,
o
titoli
di
esenzione
.
Per
coloro
che
comunque
avessero
beneficiato
di
questi
ultimi
,
il
Savio
aveva
in
animo
di
adottare
una
speciale
tansa
,
o
tassa
militare
alle
ordinanze
,
sicché
riducendo
i
gravami
personali
allo
stretto
indispensabile
,
o
magari
sopprimendoli
,
il
passo
verso
una
coscrizione
regolare
e
perfino
verso
una
leva
in
massa
sarebbe
riuscito
semplice
ed
agevole
(
132
)
.
Ma
il
tempo
per
attuare
tali
riforme
mancò
.
Per
questa
seconda
grande
levata
delle
cerne
il
Savio
alla
Scrittura
aveva
promulgato
non
poche
norme
,
da
osservarsi
scrupolosamente
da
tutte
le
cariche
cioè
autorità
militari
competenti
.
I
drappelli
dei
congedandi
della
levata
del
1794
dovevano
essere
riaccompagnati
alle
rispettive
case
da
ufficiali
:
tutti
i
mezzi
di
trasporto
oltremare
dovevano
sfruttarsi
all
'
uopo
,
come
tutte
le
lusinghe
dovevano
pure
adoperarsi
nell
'
intento
d
'
indurre
le
cerne
più
volonterose
ad
assoggettarsi
ad
una
riafferma
con
premio
(
133
)
.
E
ciò
urgeva
oltremodo
.
La
proporzione
delle
cerne
ai
«
regolati
»
,
causa
l
'
inaridirsi
delle
fonti
di
reclutamento
di
questi
ultimi
,
minacciava
di
far
traboccare
il
piatto
della
bilancia
a
favore
delle
milizie
paesane
,
ciò
che
se
poteva
sorridere
ai
novatori
non
poteva
talentare
per
certo
ai
conservatori
.
Sicché
le
riafferme
mantenendo
alle
armi
un
certo
numero
di
cerne
che
,
sotto
molti
rispetti
,
potevano
considerarsi
come
«
regolati
»
,
dovevano
funzionare
quasi
da
vàlvola
di
sicurezza
del
sistema
dell
'
amalgama
.
*
*
*
Le
unità
dei
soldati
permanenti
,
intristite
dall
'
indisciplina
,
scheletrite
dalle
diserzioni
,
si
fondevano
infatti
come
neve
al
sole
.
«
Devo
infatti
far
presente
alla
E
.
V
.
-
scriveva
il
16
febbraio
1796
il
Savio
alla
Scrittura
Priuli
al
Doge
,
«
-
che
presidiate
essendo
le
presenti
piazze
e
fortezze
d
'
Oltre
-
Mincio
compresa
Verona
da
fanteria
italiana
,
con
teste
2712
,
artiglieri
173
e
1223
nazionali
(
Oltramarini
)
,
eseguito
lo
sbando
tra
giugno
e
novembre
degli
Istriani
,
delle
Craine
e
delle
Cernide
Italiane
levate
nell
'
anno
1794
,
il
totale
delle
pubbliche
forze
della
Repubblica
in
Italia
verrà
a
ridursi
a
4
compagnie
di
invalidi
-
in
tutto
teste
327
-
che
formano
il
presidio
delle
città
di
Palma
,
Udine
,
Treviso
,
Padova
,
Rovigo
e
Vicenza
,
a
7
compagnie
di
cavalleria
ed
a
325
invalidi
Oltremarini
disposti
tra
gli
appostamenti
del
Lido
,
Istria
e
Padova
,
e
finalmente
a
24
compagnie
di
Nazionali
formanti
teste
789
,
tra
il
Lido
e
la
Terraferma
,
oltre
a
4
compagnie
di
cannonieri
,
con
teste
141
ed
Italiani
attive
compagnie
13
,
con
teste
325
.
In
tutti
,
teste
2187
,
che
occorrer
dovranno
alle
molteplici
esigenze
della
sanità
,
biave
,
oltre
le
guardie
,
i
dazi
etc
.
»
(
134
)
A
questi
estremi
si
era
oramai
ridotto
l
'
esercito
della
Serenissima
.
Epperciò
parlare
ancora
di
amàlgama
in
tali
frangenti
come
nella
primavera
del
1794
sarebbe
stato
follia
,
dal
momento
che
l
'
esercito
dei
«
regolati
»
,
il
quale
doveva
funzionare
da
crogiuolo
della
fòndita
,
più
non
esisteva
se
non
di
nome
:
ostinarsi
a
mantenere
un
sistema
di
reclutamento
che
i
tempi
e
le
circostanze
unanimi
designavano
per
anacronismo
,
sarebbe
stato
lo
stesso
che
chiudere
le
caserme
per
sciopero
di
soldati
.
Tutto
questo
avrebbe
oltre
a
ciò
contrariate
le
viste
politiche
della
neutralità
armata
,
«
non
sospetta
,
ma
necessariamente
richiesta
dall
'
onore
e
dalla
salute
della
Repubblica
,
»
,
come
aveva
pubblicamente
dichiarato
in
Senato
Francesco
Pesaro
in
una
concione
diventata
poi
memoranda
(
135
)
.
Il
partito
militare
novatore
della
Serenissima
,
il
fautore
cioè
delle
milizie
paesane
in
tutto
e
per
tutto
,
aveva
così
vinta
la
propria
tesi
mentre
la
Repubblica
moriva
.
Le
novelle
di
Francia
,
i
metodi
rapidi
e
decisi
delle
guerre
della
Rivoluzione
,
i
sistemi
di
leva
in
massa
avevano
spinta
la
loro
eco
fino
alla
città
delle
lagune
.
L
'
ultimo
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
se
ne
era
fatto
persino
il
portavoce
,
unitamente
al
Savio
uscito
Bernardino
Renier
,
a
Francesco
Gritti
Savio
alle
Ordinanze
in
carica
ed
a
Domenico
Almorò
Tiepolo
Savio
alle
Ordinanze
uscito
,
al
tenente
generale
Salimbeni
,
e
,
tutti
insieme
-
come
si
costumava
per
le
deliberazioni
di
maggior
rilievo
-
avevano
proposto
al
Senato
di
adottare
anche
per
l
'
esercito
Veneto
un
sistema
di
reclutamento
per
coscrizione
,
con
ferma
triennale
(
136
)
.
Un
premio
di
due
ducati
doveva
essere
corrisposto
subito
agli
estratti
nelle
rassegne
delle
cerne
,
il
doppio
a
coloro
che
si
offrissero
spontaneamente
alle
bandiere
.
Ai
nuovi
soldati
si
prometteva
oltre
a
ciò
una
licenza
di
almeno
un
mese
all
'
anno
,
da
fruirsi
alle
proprie
case
durante
il
periodo
invernale
,
e
più
precisamente
dal
1°
novembre
al
31
marzo
.
Al
termine
della
ferma
triennale
gli
inscritti
dovevano
ricevere
un
donativo
di
18
ducati
ognuno
.
Questa
fu
l
'
ultima
evoluzione
delle
vecchie
cernide
venete
,
conforme
al
concetto
che
presiede
al
reclutamento
degli
eserciti
odierni
.
Per
essa
l
'
antico
preludeva
il
nuovo
,
ed
il
passato
di
Vailate
e
di
Rusecco
avrebbe
schiuso
la
strada
ad
una
nuova
serie
di
memorande
imprese
,
se
la
Repubblica
avesse
avuto
occhi
per
vedere
e
cuore
per
intendere
.
E
Giacomo
Nani
,
l
'
ordinatore
delle
nuove
milizie
paesane
in
battaglioni
regolari
vestiti
ancora
della
fiammante
divisa
degli
Oltremarini
(
137
)
,
avrebbe
eguagliato
per
certo
la
fama
di
Bartolomeo
d
'
Alviano
,
se
il
popolo
veneto
che
vide
cadere
la
Repubblica
come
un
lògoro
e
vecchio
castello
di
carte
da
giuoco
davanti
alla
furia
di
Napoleone
Buonaparte
,
fosse
stato
pari
in
vigore
e
tenacia
al
popolo
della
Lega
di
Cambrai
.
*
*
*
Ma
i
tempi
,
i
condottieri
e
le
buone
milizie
non
si
improvvisano
,
perché
sono
frutto
dell
'
evoluzione
lenta
dei
principi
e
,
sopratutto
,
della
rude
esperienza
individuale
e
collettiva
.
Epperciò
la
vecchia
Repubblica
doveva
prima
,
perire
e
poscia
rinnovarsi
nell
'
anima
del
suo
popolo
.
In
queste
condizioni
di
fatto
,
il
fermento
delle
nuove
età
ed
i
sintomi
precisi
e
sicuri
di
un
rinnovamento
prossimo
non
potevano
manifestarsi
-
anche
agli
occhi
dei
più
apparecchiati
a
comprenderli
-
se
non
con
contorni
indecisi
e
mal
definiti
,
come
una
linea
di
orizzonte
ampia
e
nubilosa
alla
luce
dalla
prima
aurora
.
Di
tali
sentimenti
fanno
fede
alcune
scritture
dell
'
epoca
,
e
specialmente
è
suggestiva
una
dovuta
alla
meditazione
,
più
che
alla
penna
,
di
un
antico
allievo
del
Militar
Collegio
di
Verona
discepolo
del
maestro
Giambattista
Joure
,
cioè
il
capitano
del
genio
Leonardo
Salimbeni
,
figlio
del
tenente
generale
comandante
delle
milizie
venete
concentrate
a
Verona
:
«
Mi
sono
fatto
incontro
al
generale
Buonaparte
-
dice
quella
scrittura
-
verso
la
città
di
Brescia
.
Tutte
le
terre
ed
i
villaggi
dello
Stato
Veneto
per
dove
i
Francesi
si
incamminano
si
mostrano
pieni
di
spavento
e
di
terrore
.
Gli
abitanti
si
ritirano
con
i
loro
effetti
nei
paesi
più
lontani
e
lasciano
deserte
le
case
e
le
campagne
.
Ho
sentito
qualche
soldato
francese
lamentarsi
di
questo
(
così
lo
chiamano
)
difetto
di
fidanza
,
epperciò
io
ho
cercato
di
far
cuore
agli
abitanti
delle
terre
per
le
quali
sono
passato
...
I
soldati
francesi
sono
tutti
giovani
e
volonterosi
....
.
in
una
colonna
forte
di
20.000
uomini
almeno
non
ne
ho
veduto
alcuno
che
giungesse
all
'
età
di
40
anni
.
Erano
molto
allegri
,
cantavano
di
continuo
canzoni
repubblicane
,
e
mi
si
mostrarono
persuasi
della
capacità
e
del
coraggio
dei
loro
condottieri
,
lodando
sopra
tutto
e
levando
al
cielo
il
merito
di
Buonaparte
.
Fui
assicurato
da
molti
che
quei
soldati
non
disertano
mai
,
da
quelli
infuori
che
temono
imminente
un
qualche
severo
castigo
.
Infatti
le
loro
marce
senza
le
solite
cautele
per
impedire
la
diserzione
mi
hanno
persuaso
che
ciò
sia
proprio
vero
;
ma
non
sarebbe
forse
così
al
caso
che
fossero
battuti
.
«
Il
vestiario
di
questi
giovani
soldati
di
fanteria
consiste
in
un
paio
di
calzoni
lunghi
di
panno
bianco
,
o
di
tela
,
in
un
farsetto
di
roba
simile
ed
in
una
velada
turchina
,
del
taglio
ordinario
,
fornita
di
mostre
e
di
paramani
bianchi
.
Hanno
cappello
in
testa
,
buone
scarpe
,
camicie
proprie
e
grosse
cravatte
al
collo
.
Gli
artiglieri
differiscono
nel
colore
delle
mostre
e
dei
paramani
,
che
sono
di
rosso
.
La
cavalleria
è
meglio
vestita
,
ma
in
varie
maniere
.
Non
si
vede
però
alcuna
eleganza
di
vestiario
in
nessun
corpo
di
questa
armata
,
né
l
'
uniformità
e
la
proprietà
osservata
dalle
truppe
tedesche
,
sicché
si
riscontrano
molti
soldati
aventi
i
loro
vestiti
affatto
lògori
e
coi
gomiti
fuori
.
«
La
fanteria
è
armata
di
fucile
leggero
con
una
lunga
baionetta
e
di
una
sciabla
al
fianco
.
La
cavalleria
al
solito
,
ma
con
carabine
più
corte
,
ed
è
fornita
di
cavalli
eccellenti
.
Gli
artiglieri
sono
tutti
a
cavallo
in
vicinanza
dei
loro
pezzi
,
il
che
rende
quanto
mai
spedito
il
loro
manneggio
durante
l
'
azione
,
sì
volendo
avanzare
che
in
ritirata
.
Nella
colonna
che
ho
incontrata
non
eravi
che
artiglieria
leggiera
.
Abbondano
di
pezzi
da
8
del
calibro
francese
e
di
obusieri
da
8
pollici
,
sicché
hanno
per
questo
conto
un
vantaggio
grande
sopra
gli
Austriaci
i
cui
pezzi
sono
per
la
maggior
parte
di
calibro
minore
.
«
Un
capitano
mi
ha
permesso
di
esaminare
i
suoi
pezzi
e
mi
spiegò
tutte
le
innovazioni
delle
nuove
artiglierie
di
Francia
.
«
Si
ottiene
tutto
da
essi
con
la
civiltà
e
con
la
franchezza
.
La
disciplina
di
questa
armata
è
tutta
di
una
nuova
natura
,
e
non
è
veramente
in
vigore
se
non
quando
i
soldati
si
mettono
sotto
le
armi
.
Dormono
sempre
allo
scoperto
e
senza
tende
,
passano
i
fiumi
di
poca
larghezza
sempre
a
nuoto
ed
i
loro
ufficiali
di
fanteria
,
fino
al
capitano
incluso
,
marciano
a
piedi
alla
testa
dei
loro
uomini
.
Ufficiali
e
soldati
tutti
portano
delle
bisacce
sul
dorso
,
essendo
assai
piccolo
il
numero
dei
domestici
permessi
dalle
loro
ordinanze
militari
....
«
Bisogna
ora
fare
un
succinto
ritratto
del
generale
Buonaparte
.
La
sua
statura
è
al
disotto
della
mediocre
,
viso
scarno
e
pallido
,
occhio
vivace
,
corpo
esile
.
È
assai
composto
di
sua
persona
e
molto
riflessivo
.
Egli
dà
ordini
così
chiari
e
precisi
ai
generali
subalterni
,
che
ad
essi
poco
o
nulla
rimane
da
aggiungere
.
Conosce
siffattamente
la
forza
delle
sue
armate
,
anche
nelle
più
diverse
posizioni
di
manovra
,
che
a
memoria
ed
in
un
istante
egli
ne
ordina
i
movimenti
senza
per
ciò
ricorrere
ad
altri
aiuti
.
«
Buonaparte
è
fertile
in
progetti
che
sa
condurre
a
fine
sempre
per
li
modi
i
più
semplici
.
È
risoluto
nell
'
operare
ed
ama
in
sommo
grado
la
gloria
,
e
la
lode
.
«
Così
lo
ho
veduto
e
così
me
lo
hanno
dipinto
i
suoi
ufficiali
ed
i
suoi
soldati
»
(
138
)
.
Con
questa
confusa
visione
di
un
esercito
dell
'
avvenire
levato
dalla
nazione
e
per
la
nazione
,
pulsante
della
vita
,
della
volontà
e
della
forza
cosciente
di
quest
'
ultima
di
cui
rappresentava
il
fiore
;
con
l
'
imagine
davanti
agli
occhi
di
un
esercito
condotto
da
un
generale
come
Napoleone
Buonaparte
,
amante
al
sommo
della
gloria
e
della
lode
,
cadeva
l
'
esercito
veneto
dei
soldati
di
mestiere
per
lasciare
il
posto
al
nuovo
,
sull
'
esempio
di
quelli
che
dalla
Francia
venivano
allora
ad
affacciarsi
alle
lagune
di
Venezia
.
CAPO
VI
.
L
'
artiglieria
veneziana
.
La
veneta
repubblica
,
romanamente
e
saviamente
,
ha
sempre
prediletta
la
massima
in
pedite
robur
.
Sui
18
reggimenti
di
fanti
italiani
e
sugli
11
di
oltramarini
essa
non
contava
infatti
,
alla
caduta
,
che
4
reggimenti
di
cavalleria
,
1
di
artiglieria
ed
1
di
operai
(
il
così
detto
reggimento
Arsenal
)
,
proporzione
per
certo
assai
favorevole
all
'
arma
del
popolo
,
qualora
si
consideri
il
fondamento
oligarchico
ed
aristocratico
dello
Stato
e
la
necessità
di
ben
presidiare
i
numerosi
castelli
e
fortezze
che
esso
aveva
sparsi
,
dall
'
Adda
e
dall
'
Oglio
,
giù
per
il
littorale
dalmata
,
fino
allo
scoglio
di
Cerigotto
.
A
cifre
tonde
,
a
262
compagnie
di
fanteria
non
facevano
quindi
riscontro
che
43
compagnie
,
tra
dragoni
,
corazzieri
,
croati
e
cannonieri
.
La
prevalente
soverchianza
numerica
della
fanteria
sulle
altre
armi
non
fece
però
dimenticar
mai
alla
Serenissima
la
cavalleria
e
l
'
artiglieria
,
e
quest
'
ultima
in
particolar
modo
.
Quale
ramo
progredito
dell
'
arte
,
l
'
artiglieristica
vantava
anzi
a
Venezia
belle
tradizioni
dottrinali
e
bibliografiche
:
basta
sfogliare
la
cospicua
e
diligente
raccolta
del
Cicogna
per
convincersene
(
139
)
.
Figurano
in
essa
,
tra
le
opere
più
conosciute
,
il
Breve
esame
da
sotto
-
bombardiere
,
capo
e
scolaro
,
redatto
sotto
forma
di
dialogo
,
l
'
Esercizio
dell
'
artiglieria
veneta
e
maneggio
del
fucil
,
oltre
all
'
opera
classica
del
maggiore
Domenico
Gasperoni
,
ricordata
più
sopra
e
dedicata
al
doge
Paolo
Renier
.
Però
,
fino
all
'
anno
1757
,
l
'
esercito
veneto
non
ebbe
un
corpo
di
artiglieria
a
sé
,
a
somiglianza
dei
reggimenti
delle
altre
armi
.
Né
la
specializzazione
tattica
dei
cannonieri
era
giunta
ancora
a
tal
segno
da
richiedere
particolari
provvedimenti
a
loro
riguardo
,
sicché
la
Serenissima
si
compiaceva
di
conservare
loro
,
al
possibile
,
quella
tal
veste
di
maestranza
,
rimasuglio
di
vecchi
statuti
e
consorterie
,
dalla
quale
il
corpo
medesimo
,
con
poca
spesa
,
ritraeva
grande
prestigio
e
saldo
vincolo
organico
.
Al
servizio
ordinario
nei
castelli
,
nelle
fortezze
e
sui
pubblici
legni
armati
,
provvedevano
i
così
detti
artiglieri
urbani
,
bombardieri
o
bombisti
;
propaggine
delle
cerne
e
particolare
aspetto
delle
Landwehr
venete
che
,
in
origine
,
erano
così
ricche
di
multiformi
e
fecondi
atteggiamenti
da
milizia
popolare
.
Ai
bombardieri
appartenevano
infatti
per
obbligo
gli
affigliati
alle
maestranze
ed
alle
scuole
devote
al
culto
di
Santa
Barbara
,
il
quale
rifletteva
sulla
consorteria
uno
spiccato
carattere
religioso
militante
.
Dopo
il
1570
la
confraternita
si
ridusse
in
fraglia
,
cioè
scuola
o
associazione
laica
,
sotto
la
protezione
della
medesima
santa
,
con
capitolari
che
prescrivevano
ai
componenti
dell
'
arte
alquanti
esercizi
personali
obbligatoli
da
compiersi
al
Lido
.
Il
Consiglio
dei
Dieci
ed
i
Provveditori
del
Comun
(
140
)
dovevano
scrupolosamente
vegliare
all
'
assetto
di
questa
scuola
ed
all
'
osservanza
dei
doveri
degli
affigliati
,
d
'
accordo
con
il
magistrato
alle
artiglierie
(
141
)
e
con
«
quello
alle
fortezze
»
.
Ogni
città
fortificata
o
castello
disponeva
di
un
nucleo
organizzato
di
codesti
bombardieri
,
istruito
,
disciplinato
e
condotto
da
ufficiali
medesimamente
prescelti
tra
le
maestranze
.
I
bombardieri
di
Venezia
,
dell
'
estuario
e
dei
riparti
Oltremare
,
con
le
rispettive
scuole
,
dovevano
provvedere
al
servizio
delle
artiglierie
sui
pubblici
legni
,
oppure
assoggettarsi
al
pagamento
della
relativa
tansa
,
o
tassa
di
esonerazione
come
si
è
detto
più
sopra
.
I
bombardieri
-
secondo
i
capitolari
dell
'
arte
-
dovevano
presentarsi
a
raccolta
ad
ogni
tocco
di
generala
,
o
assemblea
,
sottomettersi
alla
estrazion
del
bossolo
,
cioè
a
dire
al
sorteggio
,
come
praticavasi
con
le
cerne
ove
occorresse
designare
gli
artigiani
necessari
per
servire
le
artiglierie
sulle
navi
,
formare
pattuglie
notturne
nelle
città
murate
,
montare
dì
guardia
alle
porte
,
scortare
convogli
di
polveri
e
di
munizioni
da
guerra
ed
estinguere
incendi
nelle
province
di
terraferma
.
I
bombardieri
di
Venezia
infine
,
dovevano
esercitarsi
nei
pubblici
bersagli
di
S
.
Alvise
e
del
Lido
,
«
onde
ammaestrarsi
nel
maneggio
di
tutte
le
armi
che
usar
debbono
in
guerra
,
con
cannoni
ad
uso
di
mar
e
di
terra
,
moschettoni
a
cavalletto
,
fucili
e
carabine
,
lancio
delle
bombe
e
maneggio
della
spada
»
.
Oltre
a
questo
tirocinio
,
i
bombardieri
veneziani
dovevano
far
mostra
di
sé
nelle
pubbliche
solennità
,
in
quella
dello
Sposalizio
del
mare
,
nelle
feste
dell
'
incoronamento
del
Doge
ed
all
'
atto
dell
'
ingresso
dei
patriarchi
,
procuratori
e
cavalieri
della
Stola
d
'oro.Tutti
questi
servizi
erano
gratuiti
-
compreso
quello
di
pompiere
cui
erano
astretti
i
bombardieri
di
Terraferma
-
salvo
una
bonifica
di
8
ducati
,
corrisposta
annualmente
dallo
Stato
per
ogni
componente
dell
'
arte
a
pro
'
della
confraternita
ed
a
titolo
di
maestranza
perduta
(
142
)
.
*
*
*
Col
tempo
queste
costumanze
derivate
dalle
età
eroiche
,
da
una
condizione
semplicista
ed
arretrata
dell
'
evoluzione
industriale
e
della
compagine
operaia
,
cominciarono
prima
a
scadere
e
dopo
a
degenerare
.
Molti
bombardieri
si
svincolarono
dal
giogo
del
servizio
personale
obbligatorio
pagando
le
tanse
,
individuali
dapprima
,
collettive
di
poi
-
vale
a
dire
le
insensibili
-
quando
cioè
,
con
l
'
insofferenza
del
servizio
,
crebbero
l
'
avarizia
ed
il
disamore
alle
armi
,
ed
il
mestierantismo
militare
attecchì
su
questo
terreno
brullo
ed
infecondo
come
una
fioritura
di
erbàcce
selvatiche
.
Sulla
seconda
metà
del
secolo
XVIII
quasi
tutte
le
compagnie
venete
dei
bombardieri
si
erano
assottigliate
in
modo
straordinario
,
e
con
esse
-
ridotte
in
totale
a
poche
centinaia
di
uomini
-
si
doveva
provvedere
al
servizio
dei
5338
(
143
)
pezzi
esistenti
a
quell
'
epoca
sui
rampari
e
sui
navigli
della
Repubblica
.
Quale
truppa
infine
,
i
seguaci
di
Santa
Barbara
si
erano
ridotti
-
come
scriveva
il
maggiore
Domenico
Gasperoni
-
né
più
né
meno
che
un
branco
di
individui
,
la
cui
uniforme
e
le
stesse
baionette
erano
quasi
sempre
impegnate
o
in
vendita
ai
cenciauoli
.
Urgeva
quindi
porre
riparo
a
tanta
rovina
,
resa
ancor
più
grave
dal
progresso
cospicuo
che
altrove
aveva
realizzato
l
'
arma
d
'
artiglierìa
nella
tecnica
e
nella
tattica
,
mercé
l
'
addestramento
continuo
ed
intenso
dei
cannonieri
;
laddove
i
bombardieri
veneti
dedicavano
all
'
arte
di
Santa
Barbara
soltanto
il
limitato
tempo
che
le
giornaliere
occupazioni
loro
concedevano
,
ed
anche
questo
di
malavoglia
o
facendosi
surrogare
dai
peggiori
rifiuti
della
società
.
Ebbe
così
vita
,
nel
1757
,
il
primo
nucleo
del
Reggimento
veneto
all
'
artiglieria
,
reclutato
con
i
soliti
metodi
delle
milizie
di
mestiere
,
mercé
le
cure
del
sopraintendente
dell
'
arma
di
allora
,
che
era
il
brigadiere
Tartagna
,
venuto
al
servizio
della
Repubblica
dall
'
Austria
.
Successivamente
il
brigadiere
Saint
-
March
ed
il
sergente
generale
Patisson
(
144
)
)
proseguirono
l
'
opera
del
Tartagna
,
specie
il
secondo
che
può
considerarsi
il
vero
e
proprio
riformatore
dell
'
artiglieria
veneta
della
decadenza
.
Tra
il
1770
ed
il
1778
il
reggimento
crebbe
di
forza
e
migliorò
d
'
assetto
.
L
'
istituzione
del
Collegio
militare
di
Verona
-
avvenuta
pressoché
al
tempo
della
creazione
del
primo
nucleo
stanziale
dell
'
arma
-
doveva
inoltre
assicurare
alla
medesima
una
corrente
continua
di
ufficiali
,
tratti
dal
miglior
ceto
della
società
veneta
,
convenientemente
addestrati
ed
istruiti
;
uno
stato
maggiore
insomma
degno
dei
migliori
eserciti
e
dei
più
bei
tempi
della
Serenissima
.
In
sei
anni
di
corso
si
studiava
infatti
nel
Collegio
la
grammatica
usando
i
libri
di
Fedro
,
i
Commentari
di
Giulio
Cesare
e
le
Vite
degli
uomini
illustri
di
Plutarco
,
il
latino
,
il
francese
,
le
matematiche
pure
,
tanto
teoricamente
che
in
pratica
ed
infine
le
matematiche
miste
,
«
quali
sono
adatte
al
matematico
ed
al
fisico
,
abbracciando
perciò
la
meccanica
,
la
balistica
,
l
'
idrostatica
,
l
'
idraulica
,
l
'
ottica
,
la
perspettiva
,
l
'
astronomia
,
l
'
architettura
civile
e
militare
,
la
nautica
e
la
geografia
»
(
145
)
.
E
poiché
era
«
scopo
principale
dell
'
istituto
di
rendere
i
giovani
,
al
possibile
,
perfetti
nell
'
ufficio
di
artiglieri
,
di
ingegneri
e
di
battaglisti
»
,
così
si
doveva
,
oltre
alle
materie
teoriche
di
cui
sopra
,
«
insegnare
loro
il
modo
di
guerreggiare
degli
antichi
,
l
'
uso
di
accamparsi
,
la
condotta
delle
mine
,
l
'
arte
teorica
e
pratica
dell
'
artiglieria
ed
il
modo
di
guerreggiare
presentemente
in
rapporto
con
gli
antichi
»
.
Nel
piedilista
del
1781
adunque
il
reggimento
di
artiglieria
appare
di
già
adulto
.
Esso
contava
681
cannonieri
suddivisi
in
12
compagnie
,
quattro
delle
quali
erano
dislocate
nei
presidi
di
Levante
,
tre
in
quelli
di
Dalmazia
e
le
rimanenti
cinque
in
Italia
.
Dai
diversi
presidi
poi
si
prelevavano
in
proporzione
i
contingenti
necessari
per
il
servizio
delle
navi
armate
in
guerra
.
Alla
disciplina
,
all
'
istruzione
ed
all
'
impiego
dei
cannonieri
imbarcati
sopravvegliavano
a
turno
,
due
degli
otto
capitani
del
reggimento
residenti
a
Venezia
,
l
'
uno
a
bordo
della
nave
capitana
,
l
'
altro
a
bordo
della
galera
provveditrice
dell
'
armata
,
e
ciò
durante
il
tempo
in
cui
la
squadra
teneva
il
mare
,
vale
a
dire
ordinariamente
dal
giugno
all
'
ottobre
di
ogni
anno
.
Il
numero
dei
cannonieri
imbarcati
sulle
navi
era
,
di
regola
,
di
una
ventina
per
ogni
fregata
e
di
una
dozzina
per
ogni
sciabecco
.
L
'
impiego
delle
batterie
galleggianti
verificatosi
in
quei
tempi
gloriosi
per
le
imprese
coloniali
dell
'
Emo
,
richiedeva
oltre
a
ciò
uno
speciale
contingente
anche
per
tali
navigli
,
pari
in
forza
a
quello
che
si
usava
sulle
fregate
.
All
'
infuori
di
questi
còmpiti
essenziali
del
reggimento
,
di
servire
cioè
sui
pubblici
navigli
,
esso
funzionava
da
centro
d
'
istruzione
e
da
istituto
di
collaudo
dei
materiali
dell
'
arma
.
Queste
pratiche
si
eseguivano
al
tiro
al
bersaglio
del
Lido
-
l
'
antico
palio
dello
splendore
veneziano
-
dove
si
trovavano
raccolti
i
falconetti
ed
i
cannoni
,
in
prevalenza
del
calibro
da
12
e
da
16
,
necessari
per
eseguire
i
tiri
di
prova
,
il
saggio
delle
polveri
e
dei
proiettili
e
per
verificare
la
resistenza
dei
materiali
.
Pure
al
poligono
del
Lido
si
esperimentavano
i
prodotti
della
Casa
all
'
Arsenal
,
l
'
officina
classica
delle
armi
,
degli
arredi
e
degli
strumenti
guerreschi
veneziani
,
i
letti
o
affusti
da
cannone
,
gli
attrezzi
e
gli
armamenti
,
e
si
collaudavano
pure
i
lavori
che
l
'
industria
privata
somministrava
alla
Repubblica
,
specie
i
cannoni
forniti
dalla
ditta
Spazziani
.
Le
artiglierie
e
le
munizioni
-
regolarmente
apprestate
per
qualche
tempo
dalla
detta
casa
mercantile
-
erano
assoggettate
al
Lido
ai
prescritti
tiri
forzati
,
e
così
anche
le
canne
dei
fucili
di
nuovo
modello
,
tipo
Tartagna
,
fucinate
a
Gardone
in
Valtrompia
,
le
armi
bianche
e
da
fuoco
somministrate
dagli
stabilimenti
metallurgici
della
Bresciana
.
Infine
,
al
Lido
ed
a
Mestre
,
i
cannonieri
del
reggimento
si
esercitavano
nelle
prove
di
traino
con
buoi
e
cavalli
,
e
d
'
inverno
si
adoperavano
per
riconoscere
lo
spessore
dei
ghiacci
al
margine
della
laguna
e
nei
canali
navigabili
,
per
determinare
la
capacità
di
transito
dei
veicoli
sopra
le
superficî
congelate
.
*
*
*
Ma
tutte
le
previdenze
del
sergente
generale
inglese
Patisson
e
poscia
dello
Stràtico
,
nominato
sovraintendente
delle
cose
tutte
all
'
artiglieria
nel
1786
(
146
)
,
coadiuvato
dal
capitano
Buttafogo
elevato
alla
carica
di
ispettore
-
non
sarebbero
state
sufficienti
per
assicurare
al
corpo
degli
artiglieri
veneti
quel
prestigio
che
essi
toccarono
alla
caduta
della
Repubblica
,
senza
l
'
opera
del
grande
contemporaneo
Angelo
Emo
.
Occorre
perciò
menzionare
a
questo
punto
i
progressi
della
tecnica
artiglieristica
,
realizzati
per
opera
ed
impulso
dell
'
ultimo
ammiraglio
veneto
.
Prima
di
lui
la
decadenza
batteva
il
suo
pieno
nell
'
Arsenale
e
sulle
navi
armate
.
«
Le
sale
di
quel
vecchio
e
grande
edifizio
-
scriveva
Giovanni
Andrea
Spada
-
erano
adorne
a
pompa
,
non
a
difesa
,
né
v
'
era
in
esso
quanto
bastasse
a
l
'
armamento
completo
di
tre
reggimenti
.
I
cannoni
quasi
tutti
di
ferro
e
non
adatti
agli
usi
della
nuova
arte
della
guerra
,
le
palle
in
relazione
...
,
le
maestranze
erano
poi
così
svogliate
,
ignoranti
e
corrotte
,
che
un
operaio
lavorava
alle
volte
un
solo
giorno
al
mese
»
.
Rimediò
per
primo
a
questa
rovina
il
Patisson
,
spalleggiato
dall
'
Emo
,
grande
e
geniale
ammiratore
dell
'
arte
e
della
disciplina
marinara
e
militare
inglese
,
ch
'
egli
vagheggiava
introdotte
a
Venezie
.
«
Le
polveri
nostre
sono
umide
-
dichiarava
il
Patisson
al
Savio
alla
Scrittura
-
e
non
si
provvede
a
sostituirle
che
con
altre
ugualmente
cattive
...
Le
artiglierie
impongono
urgenti
provvedimenti
per
rendere
utili
i
pezzi
che
sono
nelle
cinque
principali
piazze
di
Oltremare
,
cioè
Corfù
,
Cattaro
,
Zara
,
Knin
e
Clissa
,
e
validi
i
pezzi
destinati
all
'
armo
dei
pubblici
legni
,
nonché
all
'
attual
sottile
armata
di
18
navi
,
6
fregate
,
5
sciabecchi
,
fissato
con
decreto
del
1°
agosto
1780
...
alla
difesa
dei
forti
della
Dominante
,
per
il
treno
di
campagna
e
per
le
altre
eventualità
»
(
147
)
.
Il
noto
contratto
con
la
ditta
Spazziani
doveva
ovviare
alla
gravissima
crisi
,
unitamente
ai
provvedimenti
organici
adottati
per
l
'
arma
di
artiglieria
,
alla
abolizione
delle
mezze
paghe
ai
cannonieri
meno
abili
ed
al
trasferimento
degli
inabili
nel
corpo
dei
veterani
.
Fu
così
possibile
armare
nell
'
estate
del
1784
la
squadra
veneziana
destinata
all
'
impresa
di
Tunisi
(
148
)
;
sforzo
assai
modesto
se
si
riguarda
il
passato
,
ma
tuttavia
soddisfacente
e
lusinghiero
se
si
considerano
le
critiche
contingenze
del
tempo
,
le
trascuranze
e
gli
abbandoni
degli
istituti
militari
e
marinari
.
Nel
seguente
anno
1785
i
cannonieri
del
reggimento
artiglieria
si
distinguevano
nel
violento
bombardamento
della
cittadella
di
Sfax
.
La
bombarda
Distruzione
,
nel
combattimento
del
30
luglio
colpiva
31
volte
il
segno
su
32
tiri
,
il
31
luglio
23
volte
su
47
,
il
1°
agosto
infine
39
volte
su
47
.
La
bombarda
Polonia
il
1°
agosto
stesso
colpiva
55
volte
il
nemico
su
61
colpi
lanciati
.
Il
porto
di
Trapani
-
prescelto
dall
'
Emo
con
sagace
intuito
militare
e
navale
-
per
servire
da
base
eventuale
di
rifornimento
della
propria
squadra
e
delle
artiglierie
venete
,
ferveva
allora
di
apparecchi
guerreschi
.
Quivi
si
apportavano
gli
ultimi
ritocchi
alle
batterie
galleggianti
protette
,
ideate
ed
allestite
dal
grande
ammiraglio
.
«
La
poca
influenza
delle
navi
-
così
egli
lasciò
scritto
-
sopra
le
batterie
rasenti
del
molo
,
suggerì
alla
mia
imaginazione
un
espediente
alla
prima
apparentemente
ridicolo
...
di
formare
cioè
,
con
artificiosa
connessione
,
clausura
e
rivestimento
della
unita
superficie
di
due
masse
di
venti
botti
,
due
zattere
o
galleggianti
munite
di
un
grosso
cannone
da
40
ciascuno
...
protetto
da
parapetti
formati
da
una
doppia
riga
di
mucchi
di
sabbia
...
bagnata
e
rinchiusa
da
sacchi
»
(
149
)
.
Il
5
ottobre
1785
l
'
Emo
,
coadiuvato
dai
suoi
cannonieri
,
impiegava
per
la
prima
volta
due
di
tali
batterie
blindate
galleggianti
nel
bombardamento
della
Goletta
,
«
ed
era
molto
cosa
piacevole
-
scriveva
un
testimonio
oculare
-
nel
veder
da
tutti
i
lati
cadere
fulminanti
le
nostre
bombe
sopra
la
rinomata
Goletta
che
,
tutta
fumante
,
mi
sembrava
un
Vesuvio
»
(
150
)
.
Queste
batterie
galleggianti
-
migliorate
in
seguito
ed
accresciute
di
numero
-
ricevettero
due
cannoni
ognuna
,
tra
cui
un
obice
,
e
quindi
appresso
anche
un
mortaio
da
200
.
Al
comando
dell
'
artiglieria
di
ciascuna
zattera
blindata
furono
destinati
due
ufficiali
del
reggimento
,
e
le
zattere
stesse
si
denominarono
obusiere
,
bombardiere
o
cannoniere
,
a
seconda
del
tipo
dei
pezzi
che
recavano
a
bordo
.
Ma
le
imprese
dell
'
Emo
rappresentarono
il
canto
del
cigno
della
morente
grandezza
militare
e
navale
dei
Veneziani
.
Morto
questi
,
il
1°
marzo
1792
,
l
'
artiglieria
veneta
ripiombò
nella
sua
rovina
.
*
*
*
Quale
servizio
prettamente
tecnico
,
l
'
artiglieria
faceva
capo
al
Reggimento
così
detto
all
'
Arsenal
ed
all
'
Arsenale
medesimo
;
talché
le
due
branche
dell
'
attività
artiglieristica
-
il
tattico
ed
il
tecnico
-
trovavano
nella
pratica
due
enti
destinati
a
rappresentarle
,
cioè
il
reggimento
suddetto
e
quello
all
'
artiglieria
.
Dopo
i
grandiosi
ampliamenti
introdotti
nell
'
Arsenale
ai
tempi
dello
splendore
(
151
)
,
l
'
aggiunta
del
braccio
nuovissimo
,
del
riparto
delle
galeazze
e
della
casa
del
canevo
,
ossia
la
corderia
(
denominata
comunemente
la
tana
)
,
la
meravigliosa
fabbrica
dei
veneziani
era
caduta
prima
in
abbandono
e
poscia
in
completa
rovina
.
La
stupenda
officina
delle
armi
e
dei
navigli
veneti
,
verso
la
caduta
della
Serenissima
si
era
quindi
ridotta
un
'
ombra
di
sé
medesima
,
una
bellezza
stanca
e
disfatta
dall
'
opera
demolitrice
degli
anni
,
la
cui
fama
richiamava
ancora
le
genti
a
visitarla
,
ma
più
come
un
monumento
delle
passate
età
che
come
cosa
viva
.
Così
la
visitò
Giuseppe
II
nell
'
estate
dell
'
anno
1769
.
L
'
Arsenale
conservava
ancora
a
quel
tempo
oltre
tre
miglia
di
circuito
,
e
tutto
intero
il
giro
delle
sue
muraglie
guarnite
di
bertesche
sulle
quali
,
di
continuo
,
vigilavano
le
sentinelle
per
preservare
il
cantiere
da
ogni
funesto
accidente
,
specie
dal
fuoco
.
Queste
sentinelle
erano
in
corrispondenza
con
una
guardia
centrale
posta
in
mezzo
all
'
Arsenale
,
con
cui
,
ad
ora
ad
ora
,
esse
scambiavano
alla
voce
il
grido
di
all
'
erta
per
sapere
se
vegliassero
.
Dalla
sera
all
'
alba
un
drappello
di
soldati
-
Oltremarini
in
massima
parte
-
girava
tutt
'
attorno
al
grande
cantiere
veneziano
,
ed
anche
questi
solevano
chiamare
dal
di
fuori
l
'
attenzione
di
quelli
che
vigilavano
sull
'
alto
delle
mura
,
di
guisa
che
l
'
incrocio
delle
voci
delle
scolte
era
continuo
e
persistente
.
Dei
due
maggiori
ingressi
dell
'
edifizio
,
quello
detto
da
mare
,
d
'
onde
entravano
ed
uscivano
le
navi
,
era
guardato
sempre
da
un
buon
nerbo
di
truppa
disposto
presso
al
ponte
di
legno
.
L
'
ingresso
detto
da
terra
,
che
si
apriva
sul
Campo
dell
'
Arsenal
,
era
invece
custodito
da
un
altro
manipolo
di
cannonieri
e
di
schiavoni
,
i
quali
facevano
la
scolta
sotto
la
grande
porta
del
leone
alato
,
sopra
alla
quale
troneggia
la
statua
di
Santa
Giustina
.
Vicino
alla
porta
da
mare
-
segno
manifesto
della
corruzione
e
della
decadenza
dei
tempi
-
sorgeva
una
cantina
o
vascone
che
,
«
da
tre
bocche
versava
vino
in
gran
copia
per
dissetare
a
pubbliche
spese
tutto
quel
popolo
di
operai
(
152
)
,
cresciuto
tra
l
'
ignavia
universale
e
fatto
baldanzoso
dalle
debolezze
dei
governanti
.
E
gli
arsenalotti
,
intorno
all
'
anno
1775
,
ascendevano
ancora
a
più
di
duemila
,
suddivisi
in
squadre
comandate
da
appositi
capi
detti
proti
,
sotto
-
proti
o
capi
d
'
opera
,
tutti
vestiti
con
abiti
talari
(
153
)
.
Al
riparto
delle
fonderie
e
dei
metallurgi
sopravegliava
ancora
a
quei
tempi
la
dinastia
degli
Alberghetti
,
«
membri
della
famiglia
benemerita
di
antico
servigio
la
quale
aveva
mai
sempre
prodotto
uomini
valenti
nelle
meccaniche
ed
inventori
di
nuove
artiglierie
»
(
154
)
.
E
tra
questi
operai
tutti
si
reclutava
il
grosso
del
Reggimento
Arsenal
,
più
corporazione
e
confraternita
del
tipo
degli
antichi
bombisti
,
che
corpo
regolarmente
ordinato
.
A
tale
arte
facevano
pure
capo
i
lavori
di
ristauro
più
delicati
delle
armi
portatili
,
quali
il
rinnovo
degli
azzalini
(
acciarini
)
,
il
calibramento
delle
canne
e
la
trasformazione
dei
fucili
dall
'
antico
modello
(
1715
)
al
nuovo
,
del
campione
Tartagna
.
Al
lavoro
delle
vele
ed
alla
fattura
dei
cordami
sottili
attendevano
le
donne
«
le
quali
,
a
togliere
ogni
sorta
di
scandalo
,
albergavano
in
un
luogo
disgiunto
affatto
dagli
uomini
,
custodite
da
altre
donne
attempate
e
di
buona
fama
,
e
con
la
sopraintendenza
di
un
ministro
di
età
matura
»
(
155
)
.
Altri
operai
-
pure
ascritti
al
Reggimento
Arsenal
-
si
occupavano
di
«
filar
canape
e
formarne
gomene
,
alla
qual
cosa
era
destinato
un
luogo
che
è
bensì
dentro
il
circuito
dell
'
Arsenal
,
ma
separato
da
esso
in
modo
che
con
quello
non
abbia
comunicazione
veruna
»
(
156
)
.
Questa
era
la
Tana
sopranominata
,
laboratorio
,
deposito
di
cànapi
e
magazzino
di
legname
da
lavoro
e
di
altri
attrezzi
marinareschi
,
governato
dagli
appositi
visdomini
,
o
sottointendenti
.
Era
questa
Tana
un
vasto
locale
lungo
400
pertiche
,
governato
di
un
magistrato
apposito
,
e
non
lungi
da
esso
si
ergeva
il
real
naviglio
del
Bucintoro
,
che
una
volta
all
'
anno
,
la
vigilia
dell
'
Ascensione
,
usciva
fuori
dell
'
Arsenale
per
far
di
sé
bella
mostra
il
dì
seguente
,
«
nel
più
bello
di
tutti
gli
spettacoli
che
si
possano
mai
vedere
in
qualunque
parte
del
mondo
»
(
157
)
.
*
*
*
Il
magistrato
all
'
artiglieria
aveva
giurisdizione
sull
'
Arsenale
insieme
agli
altri
colleghi
(
158
)
,
ma
l
'
opera
sua
si
esplicava
più
particolarmente
rispetto
al
reggimento
all
'
Arsenal
,
mentre
quella
del
sopraintendente
,
o
del
brigadiere
dell
'
arma
,
si
riferiva
in
modo
speciale
al
reggimento
artiglieria
.
Quel
magistrato
teneva
infatti
i
ruoli
dei
«
fonditori
,
carreri
,
fabbri
,
tornitori
ed
altri
uffiziali
unicamente
dipendenti
da
esso
»
,
aveva
in
consegna
i
parchi
dei
cannoni
di
bronzo
e
di
ferro
,
le
munizioni
,
le
bombe
,
gli
apprestamenti
d
'
ogni
genere
ed
i
salnitri
.
Funzionava
adunque
,
sotto
questo
punto
di
vista
,
da
ufficio
burocratico
ed
amministrativo
;
còmpito
non
lieve
né
facile
quando
si
pensi
allo
svariatissimo
numero
di
bocche
da
fuoco
che
la
Repubblica
manteneva
ancora
in
servizio
alla
sua
caduta
,
claudicanti
sui
letti
che
invano
attendevano
l
'
opera
riparatrice
e
rinnovatrice
della
ditta
mercantile
Spazziani
.
Erano
24
modelli
diversi
di
cannoni
,
tra
bronzo
e
ferro
,
5
di
falconetti
,
6
di
colubrine
,
4
di
petrieri
,
13
di
mortaj
,
3
di
obusieri
,
3
di
obizzi
;
senza
contare
le
artiglierie
di
minor
calibro
e
le
speciali
,
come
gli
aspidi
,
i
passavolanti
,
i
saltamartini
,
i
trabucchi
,
le
spingarde
,
gli
organetti
ed
i
mortaretti
per
la
prova
delle
polveri
(
159
)
.
Ma
il
peggior
lavoro
da
Sisifo
in
questa
decadenza
delle
armi
veneziane
si
era
per
certo
quello
di
resistere
alle
continue
insidie
che
si
tendevano
al
Deposito
intangibile
,
di
cui
il
magistrato
all
'
artiglieria
era
responsabile
coma
prima
autorità
tecnica
del
reggimento
all
'
Arsenale
.
Questo
deposito
era
costituito
da
una
cospicua
raccolta
d
'
armi
d
'
ogni
fatta
,
composte
in
alquante
sale
dell
'
Arsenale
medesimo
,
«
le
cui
pareti
erano
tutte
maestrevolmente
guernite
,
dall
'
alto
al
basso
,
di
loriche
,
di
elmi
,
di
spade
,
di
archibugi
e
di
altri
militari
strumenti
.
Alcuni
di
questi
saloni
forniti
erano
di
armi
per
25,000
soldati
,
tali
altri
per
30,000
,
tali
altri
ancora
ne
somministravano
fino
a
40,000
:
e
ve
ne
erano
ancora
altri
per
25,000
o
30,000
galeotti
.
Le
dette
sale
si
vedevano
ancora
adorne
con
le
imagini
di
molti
ed
illustri
capitani
»
(
160
)
.
Il
deposito
intangibile
,
ampliato
e
riordinato
nella
parte
moderna
dal
sopraintendente
Patisson
e
nell
'
antica
del
maggiore
Gasperoni
(
161
)
,
era
così
detto
perché
ad
esso
non
si
doveva
ricorrere
salvo
che
al
caso
di
estrema
urgenza
ed
immediato
pericolo
di
guerra
,
dappoiché
agli
usi
correnti
dell
'
armo
o
della
neutralità
dovevano
sopperire
altri
depositi
detti
di
consumo
,
pure
stabiliti
dentro
la
cinta
dell
'
Arsenale
con
annesse
riserve
di
cannoni
e
di
munizioni
.
Ora
un
organismo
come
il
veneto
della
decadenza
,
il
quale
consumava
senza
produrre
,
doveva
necessariamente
intaccare
il
patrimonio
del
passato
senza
reintegrarlo
in
alcuna
guisa
,
e
mordere
dentro
l
'
eredità
del
deposito
intangibile
senza
ricostituirla
.
Ed
al
magistrato
all
'
artiglieria
toccò
di
assistere
a
questa
lenta
morìa
delle
armi
veneziane
,
registrandone
a
mano
a
mano
i
battiti
decrescenti
del
polso
,
assistendo
inoperoso
ed
inutile
a
questo
sfasciarsi
,
grado
a
grado
,
di
una
potenza
militare
accumulata
da
secoli
,
la
quale
andava
sgretolandosi
come
sotto
le
percosse
monotone
ed
uniformi
di
un
mare
ondoso
e
profondo
.
I
registri
del
magistrato
all
'
artiglieria
rilevano
tutto
questo
con
impassibilità
e
precisione
.
Il
deposito
intangibile
faceva
così
bancarotta
,
ed
ogni
fucile
ed
ogni
spada
che
si
toglieva
da
esso
e
non
si
rinnovava
,
sembrava
una
nuova
e
fiera
rampogna
all
'
ignavia
della
Serenissima
.
Nel
1794
i
presidi
di
Brescia
,
di
Bergamo
e
di
Verona
,
erano
sprovvisti
di
schioppi
per
armare
le
cerne
pur
allora
arruolate
,
le
quali
abbisognavano
di
2300
fucili
e
di
66
moschetti
da
cavalletto
.
Il
Reggimento
all
'
Arsenal
non
potendo
fare
fronte
alle
richieste
con
le
armi
del
deposito
di
consumo
fu
autorizzato
,
«
a
fare
le
relative
pratiche
,
cioè
«
a
far
passare
dal
deposito
intangibile
a
quello
di
consumo
il
numero
dei
fucili
occorrenti
,
guarniti
di
bajonetta
»
(
162
)
.
Da
quel
punto
la
rovina
non
ebbe
più
ritegno
.
Nel
1796
il
deposito
di
consumo
-
secondo
scrisse
il
colonnello
Molari
del
Reggimento
Arsenale
-
si
era
ridotto
a
soli
360
fucili
con
bajonetta
,
a
199
senza
,
a
200
tromboni
per
uso
delle
navi
,
a
639
palossi
di
bordo
ed
a
359
palossetti
;
vale
a
dire
a
nulla
o
pressoché
(
163
)
.
Il
deposito
intangibile
era
pure
disceso
a
quel
tempo
a
24,084
fucili
completi
,
a
7750
pistole
poco
atte
al
servizio
e
difettose
di
azzalini
,
a
1558
palossi
e
ad
89
moschettoni
(
164
)
.
È
bensì
vero
che
si
trovavano
oltre
a
ciò
sparse
alla
rinfusa
nelle
sale
20.966
canne
da
rimontarsi
in
fucili
,
7455
lame
da
palosso
,
2624
azzalini
,
11,862
guardie
da
palosso
,
3366
lame
da
palossetto
e
2500
guardie
corrispondenti
;
ma
per
adattare
tutte
quelle
parti
d
'
arme
occorrevano
tempo
,
fede
e
lavoro
,
e
così
come
si
trovavano
potevano
rassomigliarsi
ai
frantumi
di
una
grande
e
meravigliosa
nave
sfasciata
dalla
tempesta
.
Pure
,
in
mezzo
a
tanta
dissoluzione
,
si
rileva
dai
documenti
la
nota
semplice
ed
ingenua
,
cioè
l
'
offerta
fatta
da
taluni
abitanti
dell
'
estuario
veneziano
di
crescere
,
comunque
,
con
le
loro
vecchie
e
logore
armi
il
deposito
dell
'
Arsenale
.
Erano
i
cittadini
di
Burano
che
in
tali
frangenti
facevano
omaggio
al
Principe
di
20
schiopponi
e
di
25
schioppi
da
brazzo
,
«
(
braccio
)
serventi
alla
cazza
(
caccia
)
dei
volatili
»
(
165
)
.
La
piccola
e
modesta
profferta
se
lumeggia
il
patriottismo
dei
bravi
Buranesi
,
rivela
nondimeno
la
fatalità
e
la
grandezza
della
rovina
militare
della
Repubblica
,
e
riflette
ancora
molta
luce
sul
modo
di
intendere
e
di
comprendere
la
guerra
in
quei
tempi
.
CAPO
VII
.
Il
corpo
degli
ingegneri
militari
.
Quando
nacque
il
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
,
esso
legava
il
suo
nome
ad
un
'
opera
che
può
sembrare
benaugurante
anche
oggigiorno
.
Nella
primavera
dell
'
anno
1771
il
Capitanio
del
Golfo
segnalava
al
Senato
la
necessità
di
ridurre
in
quarto
il
grande
disegno
topografico
dell
'
Albania
,
e
ciò
per
gli
usi
correnti
e
per
conservarne
copia
nella
Fiscal
Camera
delle
Bocche
di
Cattato
.
Il
lavoro
fu
commesso
dal
Savio
alla
Scrittura
al
tenente
colonnello
Lorgna
,
e
questi
l
'
affidò
a
sua
volta
ai
migliori
allievi
del
Collegio
Militare
di
Verona
destinati
ad
uscire
in
quell
'
anno
alfieri
nel
nuovissimo
corpo
degli
ingegneri
militari
;
così
quei
giovani
uscirono
dall
'
ombra
delle
scure
torri
scaligere
al
sole
di
una
vagheggiata
vita
di
operosità
e
di
studi
guerreschi
,
con
la
visione
davanti
agli
occhi
di
quella
grande
provincia
sulla
quale
,
in
altri
tempi
,
si
era
largamente
e
fortemente
diffuso
il
nome
e
la
gloria
di
Venezia
.
La
decisione
di
istituire
un
corpo
di
ingegneri
militari
giungeva
infatti
in
buon
punto
.
Si
poteva
beneficiare
delle
tradizioni
e
della
pratica
compiuta
altrove
,
specie
in
Francia
,
dai
corpi
analoghi
;
costituire
un
prezioso
ausilio
per
l
'
esercito
veneto
,
oltre
che
quale
organo
tecnico
anche
come
istituto
direttivo
,
uniformandosi
ai
còmpiti
che
gli
altri
corpi
del
genio
militare
esercitavano
altrove
disimpegnando
gli
affici
inerenti
al
servizio
di
stato
maggiore
(
166
)
.
Ma
non
basta
.
Il
novello
corpo
del
genio
militare
veneto
avrebbe
potuto
rendere
grandi
servigi
anche
nelle
relazioni
civili
.
Infatti
le
condizioni
speciali
del
suolo
della
Repubblica
,
il
regime
delle
sue
acque
costiere
e
rivierasche
,
la
lotta
continua
e
tenace
sempre
impegnata
con
queste
affine
di
conservare
igienico
e
fruttifero
il
suolo
,
portuosi
gli
scali
,
facili
e
spedite
le
vie
fluviali
di
transito
ed
i
canali
navigabili
,
avrebbero
offerto
una
inesauribile
materia
di
attività
e
di
lavoro
fecondo
agli
ingegneri
militari
veneti
,
una
auspicata
occasione
insomma
per
bene
meritare
del
pubblico
benessere
.
Ma
l
'
occasione
desiderata
di
creare
un
cosiffatto
strumento
,
utile
insieme
all
'
esercito
e
dallo
Stato
,
mancò
per
l
'
ignavia
degli
uomini
e
per
l
'
indifferenza
dei
tempi
.
Rimase
solamente
traccia
del
buon
proposito
,
della
sua
pratica
assai
tardiva
,
e
,
come
simbolo
,
il
prestigio
del
nome
di
un
illustre
ufficiale
degli
ingegneri
militari
veneti
che
,
da
solo
,
bastò
alla
deficienza
di
tutti
gli
altri
.
Tale
fu
il
brigadiere
Giovanni
Mario
Lorgna
(
167
)
-
più
volte
ricordato
-
la
cui
sfera
d
'
attività
va
indivisibilmente
congiunta
a
quella
di
Bernardino
Zendrini
(
168
)
,
il
celebre
matematico
della
Repubblica
che
studiò
e
costrusse
Murazzi
,
ed
a
quella
degli
ingegneri
idraulici
che
sistemarono
l
'
alveo
del
Brenta
ed
il
suo
Taglio
Nuovissimo
(
169
)
.
Ma
la
fama
militare
del
brigadiere
degli
ingegneri
Lorgna
va
sopratutto
collegata
alla
pratica
degli
insegnamenti
da
lui
professati
per
sette
lustri
nella
scuola
d
'
applicazione
di
artiglieria
e
genio
della
Serenissima
in
Verona
,
agli
studi
sull
'
impiego
delle
mine
,
sul
miglior
rendimento
degli
esplosivi
e
sul
tracciamento
delle
gallerie
,
a
qualche
restauro
ed
ampliamento
nelle
fortezze
di
Mantova
,
di
Legnago
e
di
Peschiera
,
ai
rilievi
topografici
da
lui
intrapresi
nel
territorio
irriguo
del
Polesine
,
con
il
concorso
dei
suoi
allievi
,
con
la
cooperazione
di
Giacomo
Nani
e
con
l
'
aiuto
delle
tavolette
pretoriane
commissionate
,
per
iniziativa
del
Lorgna
medesimo
,
in
Inghilterra
(
170
)
.
Frutto
di
questi
ultimi
lavori
fu
la
grande
carta
corografica
della
regione
del
basso
Adige
,
pubblicata
però
dalla
Serenissima
tanto
tardi
che
essa
servì
prima
ai
suoi
nemici
-
Austriaci
e
Francesi
-
che
ai
Veneti
.
Risultavano
in
questa
carta
chiaramente
tracciati
il
corso
dei
fiumi
,
dei
canali
,
l
'
andamento
degli
scoli
,
degli
argini
e
delle
strade
rispetto
alle
province
finitime
,
nonché
la
postura
delle
chiuse
e
delle
conche
.
La
scala
era
circa
del
50.000
.
Anche
lo
stato
delle
fortificazioni
e
dei
castelli
di
Venezia
e
d
'
Oltremare
-
dei
quali
si
parlerà
più
avanti
-
ovunque
in
rovina
,
richiedeva
urgentemente
l
'
opera
riparatrice
degli
ingegneri
militari
.
A
questo
compito
avevano
atteso
fino
allora
-
però
in
modo
insufficiente
ed
inadeguato
-
il
personale
dei
provveditori
alle
fortezze
,
i
quartiermastri
alle
fortificazioni
e
perfino
gli
ingegneri
ai
confini
,
corpo
di
professionisti
di
Stato
dipendenti
dalle
Camere
ai
confini
,
incaricati
in
special
modo
del
tracciamento
e
della
manutenzione
della
viabilità
sulle
frontiere
della
Repubblica
(
171
)
.
Con
questi
auspizî
adunque
,
nel
1770
,
venne
creato
con
apposito
senato
-
consulto
il
Corpo
degli
Ingegneri
militari
,
unitamente
al
Reggimento
di
Artiglieria
(
172
)
.
Il
grande
favore
,
tutto
proprio
del
tempo
,
verso
quanto
di
tecnica
militare
e
navale
proveniva
dall
'
Inghilterra
,
indusse
il
Savio
alla
Scrittura
a
ricercare
da
quella
parte
anche
il
primo
sovraintendente
nel
corpo
novello
-
come
si
era
fatto
per
l
'
artiglieria
-
;
e
questi
fu
il
colonnello
Dixon
,
scozzese
di
origine
.
Gli
organici
degli
ingegneri
militari
furono
stabiliti
come
appresso
:
1
colonnello
,
1
tenente
colonnello
,
2
sergenti
maggiori
,
8
capitani
,
8
tenenti
ed
altrettanti
alfieri
,
da
trarsi
questi
ultimi
annualmente
dal
Collegio
Militare
di
Verona
.
In
totale
il
corpo
doveva
contare
sul
primo
piede
28
ufficiali
senza
alcun
riparto
di
truppa
.
L
'
uniforme
era
«
di
scarlatto
,
con
fodera
,
giustacuore
e
calzoni
bianchi
,
con
paramenti
e
mostre
fino
alla
metà
del
vestito
di
velluto
nero
,
dragona
d
'
oro
alla
spala
,
e
spada
con
fioco
uniforme
»
(
173
)
.
Adunque
la
buona
volontà
di
costituire
il
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
non
mancava
,
almeno
alle
apparenze
.
Ma
,
tra
il
detto
ed
il
fatto
,
le
correlazioni
non
erano
né
semplici
né
rapide
sotto
la
decadenza
del
governo
della
Serenissima
.
Il
Piano
regolatore
del
corpo
,
studiato
dal
colonnello
Dixon
,
prescriveva
che
,
«
esaminato
fosse
il
merito
non
solo
degli
ufficiali
già
titolati
come
ingegneri
e
destinati
a
comporlo
,
ma
degli
altri
ancora
da
inserirsi
nel
medesimo
»
.
E
poiché
si
constatò
,
con
opportune
prove
ed
esami
,
che
nessuno
dei
candidati
possedeva
i
necessari
requisiti
di
idoneità
-
all
'
infuori
di
uno
(
174
)
-
il
Senato
deliberò
subito
di
rimandare
a
miglior
epoca
la
definitiva
costituzione
del
corpo
medesimo
.
Trascorso
un
biennio
,
lo
scozzese
Dixon
,
contrariato
dalle
lungaggini
e
dalle
oscitanze
verso
quel
corpo
degli
ingegneri
che
egli
non
aveva
fino
allora
comandato
che
sui
lindi
specchi
dei
Piedilista
,
nella
primavera
del
1772
chiese
ed
ottenne
di
essere
esonerato
dallo
sterile
servizio
,
e
gli
successe
il
colonnello
Moser
de
Filseck
,
tirolese
di
origine
e
proveniente
dall
'
esercito
austriaco
.
Pure
tra
il
vecchio
ed
il
nuovo
,
tra
lo
scozzese
che
abbandonava
la
città
delle
lagune
ed
il
tirolese
che
gli
subentrava
,
il
Senato
continuò
a
nicchiare
,
ad
onta
che
le
istanze
e
le
circostanze
incalzassero
per
indurlo
una
buona
volta
a
dare
corpo
e
vita
al
Piano
regolatore
decretato
fino
dal
1770
.
«
È
oramai
tempo
di
decidersi
-
lasciò
scritto
il
Savio
nel
1779
-
e
con
ciò
noi
non
facciamo
che
rappresentare
non
già
sciogliere
i
dubbi
che
si
affacciano
su
quest
'
argomento
degli
ingegneri
militari
,
ma
giudicheremo
tuttavia
colpa
tacere
e
ritenere
alcune
riflessioni
in
merito
e
che
lo
zelo
ci
indica
...
La
disciplina
è
l
'
anima
dei
militari
,
e
la
differenza
nei
gradi
rende
più
sicura
la
dipendenza
ed
il
buon
ordine
.
Un
sopraintendente
degli
ingegneri
adunque
,
occupato
nelle
generali
riviste
per
tutto
lo
Stato
,
il
colonnello
ispettore
,
costante
e
necessario
al
Collegio
militare
di
Verona
,
esercitato
per
di
più
ben
di
frequente
in
molteplici
e
varie
commissioni
...
il
corpo
senza
ufficiali
...
tutto
ciò
insomma
non
giova
a
conservare
l
'
armonia
nel
medesimo
.
Bisogna
decidersi
!...»(175)
Finalmente
,
nel
1782
,
il
corpo
degli
ingegneri
militari
cominciò
a
contare
qualche
ufficiale
ritenuto
capace
di
disimpegnarne
gli
uffici
.
Ma
siccome
quel
numero
era
pur
sempre
esiguo
e
di
gran
lunga
inferiore
all
'
organico
,
così
si
adottò
un
servizio
promiscuo
tra
gli
ingegneri
militari
ed
i
colleghi
ingegneri
ai
confini
,
una
specie
di
compromesso
tra
i
due
corpi
tecnici
veneti
.
Sulla
fine
di
quell
'
anno
si
trova
infatti
che
i
tenenti
ingegneri
Carlo
Canòva
e
Francesco
Medin
,
unitamente
al
tenente
colonnello
Milanovich
,
prestavano
la
loro
opera
nell
'
arginatura
dell
'
Adige
,
alle
dipendenze
del
magistrato
al
detto
fiume
ed
in
collaborazione
a
taluni
ingegneri
civili
(
176
)
.
Indi
appresso
,
rendendosi
sempre
più
frequenti
i
casi
di
questo
servizio
cumulativo
,
particolarmente
nelle
province
d
'
Oltremare
,
le
meno
desiderate
e
le
più
trascurate
,
«
per
lo
stato
di
desolazione
di
tutte
le
caserme
,
opere
interne
ed
esterne
di
fortificazione
,
ospitali
,
magazzini
,
depositi
,
cisterne
ed
altro
»
(
177
)
,
il
Savio
alla
Scrittura
deliberò
di
meglio
precisare
i
limiti
della
prestazione
comune
dei
due
corpi
,
e
stabilì
«
che
l
'
aiuto
dovesse
essere
per
l
'
avvenire
reciproco
,
ma
libero
da
ogni
vincolo
l
'
un
l
'
altro
»
(
178
)
.
Il
senso
della
disposizione
non
era
molto
chiaro
.
Rimase
però
inteso
,
in
tanta
indeterminatezza
di
forme
,
che
gli
ingegneri
ai
confini
dovessero
occuparsi
più
specialmente
dei
lavori
stradali
in
genere
,
ed
in
ispecie
delle
vie
del
Canale
del
Ferro
,
di
Venzone
,
di
Gemona
,
di
San
Daniele
,
del
Taglio
Nuovo
di
Palma
,
della
prosecuzione
dei
lavori
in
corso
sull
'
Isonzo
,
a
Porto
Buso
,
nell
'
Istria
,
alli
scogli
di
Tessaròlo
,
lungo
la
strada
di
Campara
in
Val
Lagarina
,
nel
territorio
di
Cremona
e
verso
gli
Stati
del
Pontefice
;
e
che
gli
ingegneri
militari
dovessero
dedicare
di
preferenza
la
loro
attività
ai
lavori
di
carattere
militare
,
cioè
alle
opere
di
fortificazione
,
ai
castelli
ed
alle
caserme
(
179
)
.
Cosicché
,
soltanto
nel
1785
,
vale
a
dire
dopo
circa
quindici
anni
dalla
fondazione
teorica
del
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
,
questo
principiava
ad
avere
un
inizio
di
vita
,
assicuratagli
da
nuove
cure
e
previdenze
del
brigadiere
Lorgna
,
concretate
nella
riforma
delle
«
Leggi
,
regole
e
scuole
del
Militar
Collegio
di
Verona
»
.
*
*
*
Era
però
troppo
tardi
.
Rimediare
al
passato
non
era
più
possibile
,
tanto
era
grande
ed
irreparabile
la
rovina
del
presente
.
Tra
il
1782
ed
il
1783
il
brigadiere
degli
ingegneri
Moser
de
Filseck
,
reduce
da
un
lungo
e
fortunoso
viaggio
d
'
ispezione
nei
domini
Veneti
di
Oltremare
,
così
dipingeva
al
Principe
il
triste
stato
delle
fortificazioni
della
Repubblica
:
«
Prima
di
ogni
altra
cosa
-
così
scriveva
il
Moser
-
voglia
V
.
E
.
consentirmi
che
,
con
il
cuore
veramente
dolente
,
io
mi
lagni
del
deperimento
nel
quale
attrovai
quasi
ogni
parte
delle
opere
componenti
i
recinti
e
le
fortificazioni
dei
domini
d
'
Oltremare
...
specie
della
piazza
di
Zara
,
il
più
forte
propugnàcolo
della
provincia
di
Dalmazia
,
e
delle
riflessibili
mancanze
e
bisogni
riconosciuti
nelle
sue
interne
militari
fabbriche
.
Non
mi
sorprende
però
,
Eccellentissimo
Signore
,
le
grandiosi
somme
che
occorrerebbero
per
un
general
restauro
di
esse
opere
,
bensì
il
riconoscere
una
grande
parte
dei
danni
medesimi
portati
dalla
malizia
degli
uomini
e
per
difetto
di
convenienti
diligenze
,
che
profittando
delli
primi
intacchi
in
un
'
opera
la
riducono
in
consunzione
in
breve
spazio
di
tempo
,
senza
alcun
riguardo
né
timore
.
Tanto
maggiore
fu
la
mia
sorpresa
quando
vidi
considerabili
mancanze
in
situazioni
che
sono
alla
vista
delle
sentinelle
e
degli
stessi
corpi
di
guardia
.
Il
quartiermastro
dovrebbe
essere
uomo
di
fermissima
attenzione
ed
attivo
,
avere
registri
esatti
ed
accompagnare
gli
ingegneri
nelle
visite
che
essi
dovrebbero
fare
....
ma
invece
nulla
avviene
di
tutto
questo
.
Manca
il
ponte
che
traversa
il
fosso
capitale
della
piazza
di
Zara
alla
porta
di
Terraferma
,
unica
comunicazione
con
il
continente
,
e
per
conseguenza
la
sola
parte
per
la
quale
si
può
entrare
in
Zara
da
tutta
la
estesa
provincia
,
per
la
via
di
terra
;
è
rovesciato
il
molo
dalla
parte
di
mare
.
Vi
si
rimediò
con
un
ponte
provvisionale
,
ma
è
bisognevole
di
restauro
,
ed
il
molo
è
sfasciato
dalla
violenza
delle
onde
»
(
180
)
.
Né
in
migliori
condizioni
di
Zara
-
la
Venezia
della
Dalmazia
-
erano
le
altre
piazze
e
castelli
del
littorale
e
dell
'
interno
:
«
Spalato
-
soggiungeva
l
'
ora
detta
relazione
-
ha
una
situazione
stupenda
per
sé
.
L
'
imperatore
Diocleziano
vi
eresse
il
suo
palagio
ed
ha
per
appoggi
il
castello
di
Clissa
per
proteggerne
il
commercio
verso
l
'
interno
e
quello
di
Sign
(
181
)
.
Ma
Spalato
è
ora
in
decadimento
ed
un
nemico
può
eseguirvi
un
colpo
di
mano
.
Vale
perciò
meglio
per
lo
Stato
di
stabilire
colà
i
soli
depositi
generali
di
munizioni
da
bocca
e
da
guerra
,
e
fidarsi
meglio
degli
appoggi
di
Clissa
e
Sign
,
però
bene
appropriati
.
«
Per
Sign
,
fu
il
veltz
-
maresciallo
Schoulemburg
che
dimostrò
la
necessità
di
fortificarla
fino
dal
1718
.
Ma
il
piano
non
ebbe
seguito
,
e
la
Repubblica
parve
allora
contentarsi
di
fortificare
,
Clissa
e
Dernis
ed
il
passo
di
Roncislap
,
sulla
Kerka
(
182
)
.
Infine
,
nel
1752
,
furono
fatti
pochi
lavori
a
Sign
...
ed
a
Spalato
non
furono
toccate
che
poche
rovine
del
vecchio
forte
e
nulla
più
.
Eppure
Sign
è
luogo
di
confine
,
vi
si
fermano
le
carovane
dei
Turchi
prima
di
scendere
a
Spalato
e
vi
è
una
caserma
confinaria
.
«
Clissa
è
disposta
sull
'
erto
di
un
greppo
che
domina
il
solo
passo
per
il
quale
,
da
Sign
,
si
può
entrare
nel
contado
di
Spalato
.
I
recinti
della
fortezza
sono
in
buono
stato
e
,
con
piccole
aggiunte
alle
opere
attuali
,
si
potrebbe
ridurre
quel
posto
molto
forte
.
Clissa
è
provvista
di
conservatorî
da
acqua
(
serbatoj
)
,
requisito
assai
necessario
per
una
piazza
di
guerra
in
queste
regioni
.
Qualche
ristauro
vi
è
però
necessario
,
acciocché
possano
contenere
quest
'
ultimo
elemento
nella
qualità
e
nella
quantità
indispensabili
...
Occorrono
però
ristauri
anche
sulla
strada
di
Sign
,
per
Clissa
,
fino
a
Spalato
(
183
)
.
In
questa
strada
,
a
quattro
miglia
circa
da
Spalato
(
dove
sono
ancora
alcuni
residui
della
città
di
Salona
)
è
fissato
un
appostamento
per
una
compagnia
di
Dalmatini
(
Oltramarini
)
,
il
cui
quartiere
è
però
così
miserabile
che
opprime
lo
spirito
entrando
nel
medesimo
»
.
Proseguendo
nel
triste
pellegrinaggio
,
dalla
Dalmazia
alle
terre
Levantine
,
le
tinte
del
rapporto
Moser
si
fanno
ancora
più
fosche
,
come
che
la
vita
pubblica
veneta
scemasse
di
vigore
e
di
calore
a
misura
che
si
allontanava
dalla
Dominante
e
dalle
province
a
questa
più
vicine
.
«
A
Corfù
-
continua
la
ricordata
relazione
-
le
opere
sono
tutte
ingombre
,
i
parapetti
rovesciati
,
disfatte
le
embrasure
(
feritoie
)
...
sicché
confesso
che
grande
fu
la
mia
sorpresa
nell
'
attraversare
tanta
rovina
.
A
Cerigo
ed
Asso
,
la
medesima
desolazione
.
Quivi
i
N.N.
H.H.
(
184
)
rappresentanti
,
nelle
loro
abitazioni
,
sono
appena
riparati
dai
raggi
solari
ed
il
vento
e
la
pioggia
entra
per
ogni
parte
.
Gli
ufficiali
di
Cerigo
pagano
alloggio
di
casa
,
essendo
atterrate
quelle
che
loro
servivano
da
ricovero
;
i
soldati
sono
pessimamente
posti
nei
corpi
di
guardia
.
Ad
Asso
infine
tutte
le
fabbriche
militari
sono
in
rovina
.
Le
condizioni
del
forte
di
San
Francesco
di
Cerigo
...
mi
hanno
poi
fatto
rabbrividire
,
ed
invoco
provvedimenti
per
il
decoro
del
Principato
.
Li
otto
pezzi
che
quivi
sono
nella
casa
di
San
Nicolò
,
3
da
30
e
5
da
20
,
sarebbe
più
decoroso
che
fossero
interamente
a
terra
,
piuttostoché
vederli
appoggiati
sui
fracidissimi
rottami
dei
loro
letti
(
affusti
)
.
«
A
Cefalonia
le
due
fortezze
sono
ora
interamente
disabitate
...
Prèvesa
acquistata
nell
'
ultima
guerra
contro
il
Turco
,
nel
golfo
di
Arta
,
insieme
a
Voniza
(
185
)
esposta
alle
incursioni
nemiche
,
è
fortezza
solo
di
nome
ma
in
realtà
è
un
mal
conservato
trinceramento
»
.
Ed
il
sopraintendente
Moser
dopo
questa
fiera
requisitoria
così
concludeva
:
«
Si
faccia
presto
a
provvedere
.
Siano
fornite
le
milizie
di
quartieri
e
di
ospitali
che
loro
sono
urgentemente
necessari
,
capitali
i
più
preziosi
per
le
convenienze
del
Principato
.
Se
no
,
a
nulla
servono
le
bene
intese
e
solide
fortificazioni
,
gli
utensili
,
gli
attrezzi
da
guerra
,
armi
di
buona
tempera
e
ben
conservate
,
se
non
vengono
difese
le
une
e
maneggiate
le
altre
da
destro
e
robusto
braccio
»
.
*
*
*
Il
triste
spettacolo
delle
province
d
'
oltremare
in
rovina
,
senza
difesa
,
senza
cannoni
,
senza
milizie
,
l
'
imagine
delle
residenze
dei
rappresentanti
della
Repubblica
sul
punto
di
crollare
;
dei
picchetti
di
Oltremarini
usciti
fuori
delle
caserme
per
cercare
miglior
sicurezza
e
riparo
sotto
le
tende
,
presso
le
rive
di
quel
mare
che
fu
già
pieno
del
nome
e
della
gloria
di
Venezia
,
quasi
attendessero
di
momento
in
momento
di
mutare
dimora
,
deve
avere
per
certo
commosso
lo
spirito
del
Senato
Veneto
.
Ma
poiché
l
'
azione
era
a
quel
tempo
assai
più
ardua
della
commiserazione
ed
i
mezzucci
assai
più
facili
delle
decisioni
pronte
e
virili
,
si
ricorse
anche
questa
volta
ai
timidi
tentativi
,
tanto
per
ingannare
il
pericolo
dell
'
ora
.
Così
avvenne
che
in
risposta
al
disperato
appello
del
Moser
,
la
Serenissima
si
contentò
di
istituire
il
corpo
dei
Travagliatori
del
genio
.
Taluni
storici
della
Repubblica
-
ed
il
Romanin
tra
gli
altri
(
186
)
-
vollero
attribuire
a
quel
corpo
un
significato
moderno
,
qualificandolo
per
precursore
dell
'
odierna
arma
del
genio
.
Ma
il
paragone
a
tutto
rigore
di
critica
non
regge
.
Al
massimo
i
travagliatori
veneti
potevano
rassomigliarsi
alle
compagnie
di
ouvriers
,
che
esistevano
nell
'
esercito
francese
prima
dell
'
anno
1776;
compagnie
che
vennero
poi
surrogate
dai
soldati
pionniers
con
precisi
attributi
di
arma
tecnica
,
ciò
che
significa
che
i
predecessori
degli
ouvriers
non
possedevano
i
requisiti
dei
pionieri
o
,
quanto
meno
,
in
modo
assai
incompleto
.
Ma
anche
facendo
astrazione
da
questi
còmpiti
e
da
questi
paralleli
,
occorre
mettere
in
rilievo
qualche
altro
aspetto
che
meglio
serva
a
chiarire
il
valore
militare
e
morale
del
nuovo
corpo
dei
travagliatori
,
e
le
differenze
sostanziali
con
il
corpo
dei
soldati
pionniers
di
Francia
,
cui
si
vorrebbe
troppo
corrivamente
ricollegare
le
tradizioni
organiche
dei
travagliatori
veneti
.
Il
Moser
adunque
,
esponendo
l
'
urgenza
di
far
argine
al
decadere
delle
fortificazioni
veneziane
,
proponeva
d
'
impiegare
nei
ristauri
un
personale
militare
ordinato
in
compagnie
,
con
reclutamento
,
còmpiti
e
trattamento
assai
analoghi
a
quelli
delle
odierne
compagnie
di
disciplina
.
Era
quindi
una
specie
di
stabilimento
di
correzione
militare
che
si
trattava
di
istituire
,
realizzando
con
esso
due
vantaggi
precipui
:
quello
cioè
di
purgare
i
corpi
dai
soggetti
più
pericolosi
e
di
impiegare
la
loro
mano
d
'
opera
nei
restauri
delle
fortificazioni
e
delle
caserme
a
prezzo
più
conveniente
della
mano
d
'
opera
borghese
.
Quest
'
opera
di
risanamento
dal
lato
morale
militare
-
particolarmente
caldeggiata
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
in
carica
Niccolò
Foscarini
-
piacque
al
Senato
che
l
'
approvò
anzitutto
per
tali
viste
.
«
Per
togliere
i
perniciosi
effetti
-
come
diceva
la
relazione
premessa
dal
detto
Savio
al
decreto
che
ordinava
la
costituzione
del
corpo
dei
travagliatori
-
derivati
dalla
introduzione
nella
truppa
dì
quelle
figure
che
,
quantunque
ree
di
non
gravi
delitti
,
chiamano
tuttavia
la
pubblica
vigilanza
ad
impedire
loro
maggiori
trapassi
,
...
e
nell
'
intento
precipuo
di
tenere
aperta
una
via
per
allontanare
dalla
Terraferma
e
dalla
Dominante
gli
individui
infesti
alla
comune
quiete
,
si
assoggetta
l
'
ora
intesa
scrittura
.
«
Ed
essa
si
dirige
a
stabilire
l
'
istituzione
di
due
Corpi
di
Travagliatori
(
187
)
che
raccoglier
abbiano
le
sopra
indicate
figure
ed
inoltre
quei
soldati
che
,
per
indisciplina
e
scostumatezza
,
venissero
giudicati
dalle
pubbliche
cariche
d
'
Oltremare
e
Savio
alla
Scrittura
degni
di
tale
correzione
,
per
essere
impiegati
nelle
fabbriche
ed
in
ogni
altro
pubblico
lavoro
d
'
Oltremare
.
Ed
il
Senato
,
che
adatto
ciò
riconosce
alle
viste
del
suo
servizio
ed
alla
tranquillità
dei
suoi
sudditi
,
avvalora
il
provvedimento
con
la
sua
approvazione
.
«
I
soldati
travagliatori
avranno
la
paga
di
soldato
di
fanteria
italiana
,
più
una
diaria
di
cinque
gazzette
(
188
)
nei
giorni
di
continuato
lavoro
,
onde
possano
procurarsi
una
nutrizione
adatta
alle
fatiche
:
ai
capi
-
squadra
saranno
corrisposte
dieci
gazzette
.
Il
vestiario
dei
travagliatori
deve
esser
fatto
dal
Magistrato
sopra
Camere
(
189
)
e
di
due
in
due
anni
loro
somministrato
,
giusta
il
modello
che
l
'
esattezza
della
conferenza
assoggetta
,
e
che
si
rileva
corrispondere
in
un
sessennio
al
valore
di
quello
usato
dalla
truppa
italiana
»
(
190
)
Tale
fu
l
'
ordinamento
del
corpo
di
travagliatori
Veneti
suddiviso
in
due
compagnie
:
una
destinata
ai
lavori
di
Levante
,
l
'
altra
a
quelli
della
Dalmazia
(
191
)
.
È
chiaro
adunque
che
l
'
idea
di
istituire
un
corpo
del
genio
militare
era
ben
lungi
ancora
dalla
mente
dei
governanti
veneti
nel
1785
.
E
come
non
bastassero
ad
attestarlo
le
espressioni
del
senatoconsulto
ora
citato
,
v
'
ha
ancora
il
libro
dei
Doveri
del
Corpo
dei
Travagliatori
,
pronto
a
ribadire
tale
concetto
.
A
custodia
delle
principali
residenze
delle
due
compagnie
-
cioè
la
Cittadella
di
Corfù
ed
il
Forte
di
Zara
-
erano
stabiliti
dei
grossi
picchetti
di
guardia
,
ciò
che
dinota
la
condizione
molto
simile
a
quella
dei
forzati
in
cui
erano
tenuti
i
componenti
del
corpo
.
L
'
anzidetto
libro
dei
Doveri
(
192
)
specifica
ancora
meglio
tale
condizione
pressoché
ergastolana
dei
travagliatori
quando
prescrive
che
,
«
a
far
parte
di
diritto
dei
detti
corpi
sono
chiamati
quegli
individui
che
,
dai
varî
tribunali
,
uffizi
,
magistrati
e
reggimenti
,
vengono
condannati
a
servire
nella
truppa
.
Non
possono
però
introdurvisi
gli
individui
rei
di
gravi
delitti
ed
infamanti
,
né
incapaci
al
lavoro
...
Dietro
parere
delle
primarie
cariche
delle
province
di
Oltremare
e
del
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
si
possono
altresì
condannare
a
servire
nei
corpi
dei
travagliatori
quei
soldati
che
si
mostrassero
di
mal
costume
,
o
indisciplinati
,
o
che
meritassero
almeno
due
anni
di
correzione
.
Spirati
questi
due
anni
e
non
dando
i
soldati
segni
di
ravvedimento
termineranno
quivi
l
'
ingaggio
.
I
ravveduti
termineranno
invece
lo
ingaggio
nella
truppa
dove
saranno
nuovamente
trasferiti
»
.
I
travagliatori
non
erano
adunque
che
tristi
soggetti
allontanati
dall
'
esercito
,
e
la
cura
di
liberarnelo
al
possibile
primeggiava
sopra
ogni
altra
,
ad
onta
della
rovina
delle
fortificazioni
veneziane
e
della
fosca
dipintura
del
sopraintendente
Moser
.
Fu
soltanto
pochi
mesi
prima
della
caduta
della
Serenissima
che
il
generale
Stràtico
richiese
effettivamente
al
Savio
alla
Scrittura
di
istituire
un
corpo
del
genio
militare
,
con
attributi
e
còmpiti
da
arma
nel
senso
moderno
;
«
formando
finalmente
un
corpo
di
guastatori
,
istrutto
nella
costruzione
dei
trinceramenti
ed
opere
campali
sotto
la
direzione
degli
ufficiali
ingegneri
e
nella
gittata
dei
ponti
per
il
passaggio
dei
fiumi
.
Così
ad
ogni
comando
nulla
verrebbe
a
mancare
,
tanto
per
muovere
la
truppa
contro
l
'
oste
nemica
che
per
assicurarle
una
forza
superiore
alla
medesima
»
.
Ma
lo
Stràtico
scriveva
così
soltanto
il
20
luglio
1796
(
193
)
.
CAPO
VIII
.
La
cavalleria
veneta
.
Le
armi
nel
loro
complesso
,
il
governo
ed
il
riparto
difensivo
e
territoriale
.
I
veterani
.
Le
glorie
della
cavalleria
leggera
stradiotta
erano
sfiorite
da
gran
tempo
.
I
fieri
cavalieri
albanesi
-
o
cappelletti
-
al
soldo
della
Repubblica
,
vestiti
di
abiti
succinti
,
armati
di
piccolo
scudo
,
di
lancia
e
di
spada
,
che
avevano
empito
delle
loro
fulminee
gesta
i
campi
d
'
Italia
nel
Cinquecento
,
si
erano
a
grado
a
grado
ammansiti
.
Avevano
dapprima
smussate
le
unghie
,
poscia
ripiegate
le
zanne
e
si
erano
da
ultimo
confusi
e
perduti
in
un
largo
innesto
nei
più
miti
cavalleggeri
Dalmati
e
Croati
.
L
'
essenza
dell
'
arte
del
combattere
leggero
alla
stradiotta
,
fatto
di
balenare
d
'
incursioni
,
di
tagli
ratti
e
violenti
inferti
sul
corpo
greve
dell
'
avversario
,
di
solchi
sanguigni
e
profondi
vibrati
sulle
terre
devastate
dalla
loro
rapacità
,
era
esulata
altrove
sotto
forme
più
disciplinate
e
conformi
al
diritto
delle
genti
,
specie
in
Francia
,
dove
si
era
raccolta
e
tramandata
,
con
qualche
sapore
di
venezianità
,
sotto
le
insegne
del
reggimento
cavalleggeri
Royal
Cravates
(
194
)
.
A
Venezia
rimase
,
come
di
tutto
il
bello
ed
il
buono
del
passato
,
soltanto
l
'
eredità
delle
memorie
.
Trascorso
il
periodo
delle
grandi
guerre
e
delle
lotte
di
conquista
,
nelle
quali
la
cavalleria
stradiotta
con
il
suo
rapido
dilagare
parve
quasi
il
simbolo
e
l
'
arma
per
eccellenza
;
ripiegatasi
la
Serenissima
in
sé
medesima
,
la
cavalleria
divenne
nell
'
esercito
veneto
un
'
arma
esotica
.
Si
restrinse
cioè
al
modesto
compito
di
milizia
addetta
alla
custodia
dei
confini
,
alla
scorta
dei
convogli
di
privative
dello
Stato
(
195
)
e
delle
reclute
,
alla
guardia
d
'
onore
delle
missioni
e
delle
alte
cariche
governative
;
dedicò
infine
il
proprio
servizio
al
mestiere
di
staffetta
lungo
le
principali
rotabili
,
per
trasmettere
con
qualche
celerità
lungo
di
esse
le
ducali
e
gli
ordini
più
urgenti
del
Savio
alla
Scrittura
.
Sotto
questo
riguardo
adunque
la
cavalleria
veneziana
prese
la
veste
di
un
pubblico
servizio
e
si
spogliò
delle
caratteristiche
di
arma
combattente
.
Le
esenzioni
e
le
difficoltà
dei
pascoli
,
mentre
tendevano
a
raccoglierla
in
determinati
centri
meglio
provvisti
di
foraggio
,
obbligavano
per
contro
a
frazionarla
in
piccoli
posti
là
dove
questo
scarseggiava
.
E
ciò
anche
per
meglio
soddisfare
alle
esigenze
del
servizio
di
scorta
e
di
staffetta
.
La
campagna
bresciana
e
la
veronese
primeggiavano
per
floridezza
dei
pascoli
e
quivi
i
riparti
di
cavalleria
potevano
stare
più
raccolti
:
la
provincia
del
Friuli
,
specie
il
circondario
di
Pordenone
(
196
)
,
pur
essendo
assai
più
ricca
di
foraggi
era
nondimeno
esente
da
ogni
servitù
,
e
ciò
per
antico
privilegio
.
Nei
dintorni
del
Chievo
(
Clevo
)
stava
quindi
alloggiato
un
buon
terzo
della
cavalleria
veneta
al
tempo
della
decadenza
,
ed
a
Verona
risiedeva
il
suo
sopraintendente
.
I
possessori
di
quelle
praterie
acclive
e
dei
pingui
pascoli
sotto
quella
fortezza
erano
obbligati
-
per
vecchi
statuti
-
a
somministrare
le
decime
dei
loro
fieni
alla
cavalleria
(
197
)
.
Ma
quel
vincolo
-
fatto
di
antiche
schiavitù
terriere
-
era
diventato
insopportabile
ai
terrazzani
veronesi
della
decadenza
della
Repubblica
,
che
ripetutamente
ed
acerbamente
se
ne
dolevano
,
offrendosi
perfino
di
pagare
la
prescrìtta
decima
in
denaro
sonante
.
Con
ciò
quei
terrazzani
intendevano
piuttosto
a
liberarsi
delle
guarnigioni
che
dell
'
onere
che
loro
derivava
per
la
presenza
della
cavalleria
nelle
loro
terre
.
Ma
il
Senato
,
nel
1782
,
riconfermò
nel
modo
più
esplicito
il
pieno
vigore
delle
antiche
servitù
,
«
essendoché
la
fornitura
delle
decime
alla
pubblica
cavalleria
è
destinata
alla
comune
salvezza
di
tutti
,
per
il
mantien
di
quell
'
arma
»
(
198
)
.
A
squadriglie
,
a
drappelli
,
il
rimanente
della
cavalleria
era
suddiviso
in
parte
nelle
città
e
nel
contado
della
Bresciana
e
del
Bergamasco
,
ed
in
parte
tra
i
centri
di
Padova
,
Rovigo
,
Treviso
,
Udine
e
Palmanova
.
Delle
province
di
Oltremare
,
la
sola
Dalmazia
aveva
cavalleria
preferibilmente
croata
,
oppure
di
corazze
;
e
poiché
a
questa
specialità
da
tempo
era
affidato
il
servizio
di
vigilanza
verso
le
frontiere
turchesche
e
nell
'
interno
,
i
nomi
di
corazze
e
di
croati
suonavano
nei
luoghi
come
sinonimi
di
gendarmi
ed
anche
di
sgherri
(
199
)
.
Inauguratosi
poi
,
nel
1783
,
il
sistema
dei
cambi
di
guarnigione
o
dei
turni
-
come
si
disse
più
avanti
-
-
fra
i
grandi
riparti
territoriali
della
Serenissima
,
questa
tradizione
poliziesca
andò
a
grado
a
grado
affievolendosi
,
ed
il
servizio
di
ordine
pubblico
fu
indi
appresso
egualmente
ripartito
tra
le
diverse
specialità
dell
'
arma
che
si
avvicendavano
nei
presidi
d
'
Oltremare
.
*
*
*
I
còmpiti
della
cavalleria
veneta
si
esplicavano
anzitutto
nei
servizi
mobili
,
cioè
nella
perlustrazione
delle
strade
di
maggior
transito
insidiate
dai
malviventi
,
nella
sorveglianza
delle
linee
di
confine
,
nella
protezione
dei
convogli
di
biave
(
frumento
)
che
dovevano
servire
alla
panificazione
per
la
truppa
(
200
)
e
nei
servizi
fissi
di
guardia
e
di
vigilanza
locale
;
cioè
nei
così
detti
appostamenti
dell
'
arma
stabiliti
ai
nodi
stradali
di
maggior
rilievo
,
nelle
vicinanze
delle
fortezze
e
dei
castelli
più
importanti
.
Sotto
quest
'
ultimo
aspetto
,
la
cavalleria
veneta
si
prestava
all
'
occorrenza
anche
al
disimpegno
del
servizio
di
staffetta
e
di
corriere
,
come
si
è
ricordato
più
sopra
.
Il
senso
di
cosiffatto
servizio
spigliato
,
disimpegnato
a
piccoli
nuclei
,
contribuiva
nondimeno
a
rendere
l
'
arma
maneggevole
,
usa
alle
fatiche
e
bene
allenata
.
I
frequenti
contatti
tra
l
'
una
e
l
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
avevano
fatto
inoltre
acquistare
alla
medesima
buona
pratica
degli
imbarchi
,
degli
sbarchi
e
dimesticità
nelle
traversate
oltremare
,
abbenché
nessuna
prescrizione
regolamentare
si
occupasse
della
materia
e
se
ne
lamentasse
oltremodo
il
difetto
(
201
)
.
I
trasporti
si
eseguivano
di
solito
tra
il
Lido
e
Zara
usando
le
manzere
,
o
barche
per
il
trasporto
dei
bovini
,
ed
in
genere
«
approfittando
di
tutti
i
legni
in
partenza
,
sia
per
armo
che
per
scorta
delle
reclute
»
(
202
)
.
Quanto
al
frazionamento
della
cavalleria
esso
era
per
certo
molto
considerevole
.
Nel
1794
,
le
quattro
compagnie
di
croati
del
Reggimento
Colonnello
Avesani
e
le
quattro
compagnie
di
dragoni
del
Reggimento
Colonnello
Soffietti
,
che
avevano
stanza
attorno
al
Chievo
,
fornivano
appostamenti
a
Mozzecane
,
Valeggio
(
Valeso
)
,
Sorgà
,
Villanova
,
Castelnuovo
,
San
Pietro
in
Valle
,
Caldiero
,
Cà
de
'
Capri
,
Sega
,
ed
eventualmente
anche
posti
di
vigilanza
attorno
alle
fortezze
di
Legnago
e
di
Peschiera
(
203
)
.
Le
rimanenti
quattro
compagnie
di
ciascuno
dei
reggimenti
sopra
ricordati
,
che
tenevano
guarnigione
nella
Bresciana
,
provvedevano
a
loro
volta
agli
appostamenti
di
Palazzolo
,
Ospedaletto
,
Ponte
San
Marco
,
Orzinovi
,
Àsola
,
Pontevico
,
Salò
e
Crema
.
Infine
,
due
compagnie
del
reggimento
croati
del
Colonnello
Emo
distaccate
nel
Bergamasco
,
somministravano
gli
appostamenti
di
Cavernago
,
di
Vercurago
,
Lavalto
,
Sorta
,
Villadoda
,
Cividale
,
Barican
,
Sola
,
Brambat
,
Lurano
,
San
Gervasio
,
Romano
e
Pontida
(
204
)
.
E
le
compagnie
della
cavalleria
veneta
a
quel
tempo
,
«
detratti
gli
ufficiali
,
bassi
-
ufficiali
,
camerata
(
attendenti
e
piantoni
di
scuderia
)
selleri
,
forier
e
marescalco
,
che
non
fanno
servizio
...
»
si
erano
ridotte
a
soli
27
cavalieri
ognuna
(
205
)
.
Intorno
a
questo
medesimo
tempo
l
'
arma
si
suddivideva
in
due
reggimenti
di
croati
,
in
uno
di
cavalleria
dragona
ed
uno
di
cavalleria
corazziera
.
I
reggimenti
di
croati
e
di
dragoni
avevano
la
forza
di
otto
compagnie
ciascuno
,
quello
di
corazzieri
ne
contava
solamente
sei
.
Le
compagnie
di
dragoni
,
croati
e
corazzieri
,
accoppiate
due
a
due
,
formavano
uno
squadrone
agli
ordini
di
un
sergente
maggiore
.
I
corazzieri
,
per
vecchia
tradizione
nobilesca
,
costituivano
anche
nella
cavalleria
veneta
la
milizia
a
cavallo
più
pregiata
e
ragguardevole
,
e
la
legge
di
Ottazione
assicurava
ai
loro
graduati
alcuni
privilegi
in
confronto
agli
altri
graduati
della
Serenissima
(
206
)
.
I
dragoni
erano
destinati
a
combattere
occorrendo
anche
a
piedi
ed
erano
perciò
armati
di
moschettoni
(
207
)
;
i
croati
infine
formavano
la
cavalleria
leggera
.
Sulla
fine
della
Repubblica
era
sopraintendente
dell
'
arma
il
già
colonnello
delle
corazze
conte
Giulio
Santonini
.
Quando
questi
fa
elevato
alla
suprema
carica
della
cavalleria
veneta
(
1788
)
con
l
'
anzidetto
titolo
di
sopraintendente
e
con
il
grado
di
sergente
maggiore
di
battaglia
,
il
Santonini
contava
52
anni
di
servizio
e
67
di
età
,
dedicati
in
massima
parte
al
pubblico
servizio
nelle
guarnigioni
di
Dalmazia
e
di
Levante
(
208
)
.
*
*
*
Il
grande
frazionamento
delle
truppe
venete
,
le
loro
unità
stremate
di
gregari
e
decrepite
nei
quadri
,
il
servizio
anfibio
che
esse
prestavano
tra
terra
e
mare
,
tra
le
frontiere
turchesche
e
le
isole
sperdute
dell
'
arcipelago
ionico
,
rendevano
assai
rare
le
occasioni
utili
per
stabilire
contatti
reciproci
di
cameratismo
,
per
affinare
il
senso
dell
'
arte
,
per
esercitare
insomma
le
truppe
medesime
in
nuclei
di
qualche
rilievo
,
conforme
a
quanto
si
usava
a
quell
'
epoca
nei
campi
di
manovra
di
Francia
e
dell
'
Impero
.
Richiamate
poi
a
nuova
vita
le
cerne
nel
1794
,
con
il
loro
innesto
nei
riparti
di
soldati
del
vecchio
piede
le
unità
si
rinsanguarono
alcun
poco
,
sicché
le
compagnie
anemiche
dei
fanti
italiani
ed
oltremarini
,
da
una
trentina
di
soldati
appena
salirono
in
media
a
circa
il
doppio
.
Si
presentava
allora
propizia
l
'
occasione
per
addestrare
le
truppe
venete
in
qualche
simulacro
di
campo
o
di
manovra
,
ed
il
tenente
generale
Salimbeni
-
il
tacciato
di
giacobinismo
nei
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
-
la
colse
ben
volentieri
a
Verona
,
là
dove
,
sulla
fine
del
detto
anno
,
si
trovavano
raccolti
ben
2507
tra
fanti
e
cannonieri
,
con
326
tra
dragoni
e
croati
(
209
)
.
«
Il
capitanio
di
Verona
(
Alvise
Mocenigo
)
come
pure
il
tenente
generale
Salimbeni
-
così
diceva
una
relazione
del
Savio
al
Doge
-
si
mostrano
molto
soddisfatti
dei
progressi
della
guarnigione
nei
campali
esercizî
,
ad
onta
del
tempo
non
lungo
scorso
dalla
prima
raccolta
delle
cernide
e
di
qualche
rèmora
nelle
successive
.
Né
per
essere
di
già
terminata
la
stagione
delle
campali
evoluzioni
(
210
)
si
introdusse
l
'
inazione
nella
piazza
.
Mentre
quel
comandante
delle
armi
profitta
di
questa
stessa
circostanza
per
stabilirvi
il
giornaliero
servizio
,
senza
tenere
di
soverchio
occupata
la
truppa
che
gode
di
altrettanto
riposo
e
coglie
sempre
le
buone
giornate
per
esercitarle
anche
riunite
in
corpo
,
il
medesimo
si
propone
alla
ventura
primavera
di
eseguire
anche
col
presidio
qualche
evoluzione
di
tattica
»
(
211
)
.
Le
buone
intenzioni
avevano
adunque
fruttato
qualche
cosa
.
Più
tardi
,
nel
luglio
del
1796
,
il
sergente
generale
conte
Stràtico
-
il
fautore
di
una
artiglieria
veneta
da
battaglia
leggera
e
manovriera
ed
il
riformatore
del
regolamento
di
esercizi
per
le
fanterie
italiana
ed
oltremarina
-
riaffermava
ancora
la
necessità
di
queste
manovre
d
'
assieme
,
nella
premessa
al
ricordato
regolamento
e
nel
carteggio
che
esso
diede
luogo
tra
lo
stesso
Stràtico
ed
il
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
in
carica
.
Con
la
visione
oramai
netta
e
precisa
della
patria
violentata
sul
margine
delle
lagune
-
come
al
tempo
della
guerra
di
Cambrai
-
quel
generale
vagheggiava
la
costituzione
di
alcuni
campi
stabili
sotto
ai
forti
di
San
Pietro
in
Volta
e
di
Malamocco
,
presso
i
trinceramenti
della
Motta
detta
di
Sant
'
Antonio
e
presso
il
Lido
,
allo
scopo
di
formarne
una
scuola
d
'
armi
e
d
'
armati
sempre
pronta
ad
ogni
evenienza
,
sempre
desta
ad
ogni
minaccia
;
di
apparecchiare
insomma
un
buon
istrumento
di
difesa
per
Venezia
e
per
l
'
estuario
.
Giacomo
Nani
,
con
il
prestigio
del
suo
nome
,
con
la
profondità
delle
sue
dottrine
,
con
il
suo
patriottismo
illuminato
,
aggiungeva
a
questi
disegni
forza
e
decoro
.
«
È
bene
-
scriveva
lo
Stràtico
-
che
si
radunino
al
più
presto
assieme
queste
truppe
e
siano
messe
sotto
le
tende
,
come
nella
ultima
neutralità
(
212
)
al
tempo
del
maresciallo
Schoulemburg
.
Tale
metodo
è
poi
molto
utile
nel
formarsi
in
battaglia
,
nel
marciare
fuori
dei
campi
per
qualche
lungo
tratto
interrotto
da
fossi
,
da
siepi
e
da
altri
impedimenti
,
e
finalmente
per
eseguire
le
grandi
manovre
.
Da
questo
primo
passo
dello
attendamento
è
facile
condursi
poi
a
quegli
altri
che
formano
la
catena
continua
delle
militari
istruzioni
;
vale
a
dire
nel
rendere
in
pari
tempo
ed
in
unione
con
la
fanteria
esercitati
gli
artiglieri
nella
disposizione
e
nello
esercizio
dell
'
artiglieria
di
corpo
e
del
treno
da
campagna
,
di
cui
dovrebbero
essere
forniti
i
progettati
accampamenti
,
come
anche
la
cavalleria
che
vi
si
volesse
assegnare
sia
nei
finti
assalti
che
in
foraggiare
,
scortare
convogli
e
bagagli
...
Quanto
poi
riflette
questa
ultima
arma
,
il
maresciallo
Schoulemburg
era
del
parere
doversi
armare
i
lidi
di
Venezia
(
213
)
,
specie
i
dipartimenti
di
Pellestrina
e
di
Chioggia
,
con
buoni
corpi
di
cavalleria
per
impedire
gli
sbarchi
ed
appoggiare
occorrendo
quelle
milizie
che
,
da
Venezia
,
fossero
spedite
in
Terraferma
.
Converrebbe
quindi
chiamare
a
questa
parte
almeno
quattro
compagnie
di
croati
,
aumentando
però
la
loro
forza
attuale
fino
a
cento
teste
,
formare
con
esse
tre
buoni
squadroni
(
di
due
compagnie
ognuno
)
ed
aggiungervene
un
quarto
di
cavalleggeri
»
.
Così
,
mentre
la
Serenissima
stava
agonizzando
,
si
istituirono
in
tumulto
gli
ultimi
campi
di
manovra
dell
'
esercito
Veneto
,
sicché
essi
uscirono
alla
luce
del
sole
come
nati
-
morti
.
*
*
*
Il
riparto
militare
della
Repubblica
comprendeva
i
quattro
dipartimenti
territoriali
d
'
Italia
,
di
Dalmazia
,
del
Golfo
e
del
Levante
.
I
tre
ultimi
,
per
essere
d
'
oltremare
,
avevano
stretta
correlazione
con
la
suprema
magistratura
politica
,
civile
e
marinara
di
ciascuna
provincia
(
i
provveditori
generali
)
.
Il
primo
dipartimento
invece
,
quello
d
'
Italia
,
non
avendo
normalmente
tale
analogia
di
forme
e
di
reggimenti
-
a
meno
che
speciali
circostanze
politiche
non
consigliassero
di
nominare
anche
colà
un
provveditore
-
esercitava
la
propria
giurisdizione
per
mezzo
dei
capitani
e
dei
podestà
.
Nel
riparto
di
Levante
(
214
)
primeggiava
l
'
isola
di
Corfù
,
per
la
sua
posizione
geografica
e
per
il
ricordo
degli
ultimi
fasti
di
guerra
della
Serenissima
(
1716
)
indivisibilmente
congiunti
alla
strenua
difesa
del
maresciallo
Schoulemburg
.
E
la
fortezza
corfiotta
nel
1796
contava
ancora
sui
rovinati
rampari
ben
512
bocche
da
fuoco
di
varia
specie
e
calibro
.
Dopo
Corfù
,
in
ordine
d
'
importanza
,
si
contava
Santa
Maura
(
Levkàs
)
cui
pendevano
di
continuo
sul
capo
come
scimitarra
gli
orrori
delle
incursioni
turchesche
;
Zante
(
Zakynthos
)
la
boscosa
e
feconda
per
i
pingui
pascoli
,
assai
mal
guardata
dai
suoi
21
cannoni
barcollanti
sugli
affusti
tarlati
;
Prevesa
la
cittadella
perduta
in
fondo
al
promontorio
aziaco
,
ricca
di
gloria
romana
ed
anche
un
poco
orgogliosa
per
la
recente
fortuna
dei
Veneti
(
215
)
,
guardata
da
un
pugno
di
soldati
macilenti
per
i
miasmi
dell
'
acquitrino
ambracico
.
Venivano
ultime
Vonizza
,
l
'
isola
di
Cefalonia
con
il
presidio
di
Asso
,
e
li
scogli
perduti
di
Cerigo
e
Cerigotto
.
Nel
contado
delle
Bocche
,
cioè
in
parte
della
giurisdizione
del
Golfo
,
aveva
il
primo
posto
la
fortezza
di
Cattaro
con
153
cannoni
,
compreso
l
'
armamento
del
Forte
Spagnuolo
di
Castelnuovo
(
216
)
,
quello
del
castello
di
Budua
e
degli
appostamenti
di
Zupa
e
del
contado
dei
Pastrovicchi
.
Frequenti
erano
le
relazioni
politiche
e
commerciali
dei
governatori
delle
armi
di
queste
due
ultime
fortezze
con
l
'
attiguo
territorio
dei
Montenegrini
e
dei
pascià
dell
'
Erzegovina
(
217
)
.
Il
riparto
di
Dalmazia
aveva
per
capoluogo
Zara
.
Non
minore
importanza
dopo
questa
città
avevano
i
castelli
di
Knin
,
di
Sign
,
di
Spalato
,
di
Traù
,
le
opere
di
Sebenico
,
quelle
di
Almissa
e
di
Imoschi
.
Nell
'
Istria
Veneta
primeggiava
infine
Capodistria
armata
con
12
pezzi
.
Tra
le
piazze
forti
d
'
Italia
aveva
grande
fama
Palma
,
o
Palmanova
,
retta
da
uno
speciale
magistrato
militare
.
Il
numero
dei
castelli
e
delle
fortificazioni
di
Venezia
e
dell
'
estuario
era
assai
grande
,
e
tale
si
trasmise
pressoché
in
integro
,
attraverso
le
dominazioni
francese
ed
austriaca
,
fino
al
1848
.
Tra
le
opere
più
notevoli
si
contavano
,
al
tempo
della
caduta
della
Repubblica
,
quelle
del
Lido
,
di
Campalto
,
della
Certosa
,
di
San
Giorgio
Maggiore
,
della
Motta
di
Sant
'
Antonio
,
del
Maltempo
,
di
San
Pietro
in
Volta
,
degli
Alberoni
,
di
Chioggia
,
di
Bròndolo
,
del
Castello
di
Sant
'
Andrea
,
di
San
Giovanni
della
Polvere
,
di
San
Giorgio
in
Alga
;
oltre
una
folla
di
opere
minori
,
batterie
,
trinceramenti
,
ottagoni
,
palizzate
ed
appostamenti
(
218
)
.
Sugli
spalti
di
queste
opere
di
Venezia
e
dell
'
estuario
risultavano
collocate
in
complesso
2471
bocche
da
fuoco
,
comprese
le
disponibili
nell
'
Arsenale
.
Caposaldo
della
difesa
di
Terraferma
era
la
fortezza
di
Verona
.
In
essa
si
notavano
il
castello
di
San
Pietro
e
quello
di
San
Felice
(
219
)
,
entrambi
ricchi
di
solide
muraglie
,
di
torricelle
,
di
opere
a
corno
e
di
terrapieni
d
'
ogni
maniera
,
demoliti
in
buona
parte
in
forza
del
trattato
di
Luneville
nel
marzo
1801;
Castel
Vecchio
di
remota
costruzione
Scaligera
(
220
)
con
grossi
parapetti
,
feritoie
sui
piloni
del
classico
ponte
e
merlature
,
opere
deturpate
anch
'
esse
in
virtù
del
detto
trattato
;
e
la
cinta
murata
con
le
numerose
porte
,
cortine
e
bastioni
illustrati
dall
'
arte
del
Sammichieli
.
Minore
importanza
avevano
infine
la
piazze
di
Legnago
e
di
Peschiera
-
recentemente
sistemate
nei
fossi
acquei
e
nelle
mure
dal
colonnello
Lorgna
-
il
castello
di
Brescia
,
le
opere
di
Orzinovi
(
Orzi
-
Novi
)
,
di
Crema
,
di
Àsola
,
di
Pontevico
e
di
Bergamo
.
*
*
*
L
'
alta
giurisdizione
territoriale
militare
sui
riparti
di
Levante
,
Dalmazia
,
Golfo
ed
Italia
,
era
esercitata
dai
rispettivi
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
secondo
i
turni
dei
quali
si
disse
più
sopra
.
Il
comando
effettivo
delle
fortezze
competeva
invece
ai
singoli
governatori
delle
armi
,
suddivisi
in
alquante
categorie
a
seconda
dell
'
importanza
delle
fortezze
medesime
.
Ai
governatori
delle
armi
spettava
un
certo
numero
di
lance
spezzate
costituenti
una
piccola
guardia
del
corpo
.
Successivamente
però
questo
diritto
andò
modificandosi
e
si
trasformò
,
sul
finire
della
Repubblica
,
in
una
specie
di
indennità
di
carica
da
corrispondersi
in
contanti
.
A
questi
governatori
delle
armi
nelle
fortezze
d
'
Oltre
mare
incombeva
un
còmpito
assai
spesso
difficile
e
pericoloso
.
Quello
cioè
di
servire
da
ago
della
bilancia
in
mezzo
alla
violenza
delle
passioni
politiche
delle
genti
contermini
,
e
da
scudo
contro
le
incursioni
e
le
depredazioni
delle
vicine
tribù
turchesche
.
E
l
'
uno
e
l
'
altro
ufficio
essi
dovevano
assolvere
con
dignità
e
con
fermezza
,
quasi
sempre
con
scarsissimi
presidi
,
con
armi
spuntate
e
rugginose
.
In
quest
'
opera
giovava
ancora
alcun
poco
il
bagaglio
delle
antiche
memorie
e
del
vecchio
prestigio
repubblicano
rinverdito
dopo
le
campagne
del
1716-17
,
ma
più
che
tutto
valeva
l
'
intreccio
dei
vincoli
politici
,
sociali
e
feudali
,
solidamente
ribadito
dalla
Repubblica
nei
domini
d
'
Oltremare
tra
i
suoi
stessi
rappresentanti
ed
i
maggiorenti
delle
terre
.
Così
,
con
fine
accorgimento
,
la
Serenissima
soleva
scegliere
non
pochi
dei
governatori
delle
armi
delle
principali
fortezze
di
Dalmazia
e
di
Levante
tra
gli
ufficiali
superiori
degli
Oltremarini
,
vale
a
dire
tra
i
conterranei
medesimi
;
sicché
,
per
tale
riguardo
,
le
genti
entravano
di
leggeri
in
una
tal
specie
di
convinzione
di
godere
una
autonomia
propria
,
convinzione
che
gli
istituti
repubblicani
rafforzavano
e
corroboravano
.
Il
crogiuolo
delle
milizie
regionali
oltremarine
serviva
così
da
elemento
unificatore
,
da
valido
intermediario
tra
le
libertà
cantonali
d
'
Oltremare
ed
il
potere
centrale
repubblicano
,
da
scuola
d
'
armi
insieme
e
di
pubblici
poteri
dalla
quale
il
dominio
veneto
usciva
rafforzato
e
popolarizzato
.
Le
migliori
famiglie
dalmate
quivi
dovevano
acquistare
i
titoli
per
l
'
esercizio
del
governo
sui
conterranei
,
in
nome
della
stessa
Serenissima
,
e
questo
automatico
ricambio
di
uomini
e
di
reggitori
raddolciva
le
suscettività
individuali
e
collettive
delle
municipalità
dalmate
e
le
cointeressava
agli
accorti
fini
politici
della
Repubblica
.
Nelle
principali
fortezze
i
governatori
delle
armi
erano
inoltre
coadiuvati
dai
così
detti
maggiori
alle
fortezze
,
tratti
in
buona
parte
dal
corpo
degli
artiglieri
,
con
incarichi
esclusivamente
sedentari
.
Non
mancavano
però
degli
strappi
a
tale
consuetudine
circa
il
reclutamento
di
questi
ufficiali
,
e
tra
gli
altri
merita
particolare
rilievo
quello
che
si
verificò
nel
1794
quando
-
nell
'
assoluta
impossibilità
di
trovare
un
posto
agli
ufficiali
promossi
per
merito
di
guerra
da
Angelo
Emo
-
convenne
trasferirli
appunto
nel
personale
delle
fortezze
,
senza
riguardo
di
sorta
all
'
ufficio
ed
all
'
arma
di
provenienza
.
I
còmpiti
di
questi
ufficiali
alle
fortezze
erano
assai
simili
a
quelli
che
,
sotto
la
Francia
del
vecchio
regime
,
erano
attribuiti
ai
majors
ed
agli
aides
majors
généreaux
des
logis
(
221
)
.
Poche
parole
rimangono
da
dire
intorno
alla
dislocazione
effettiva
delle
truppe
venete
.
I
documenti
più
autorevoli
in
materia
sono
per
certo
i
«
Piedilista
generali
di
tutte
le
pubbliche
forze
»
compilati
all
'
Inquisitorato
sull
'
amministrazione
dei
pubblici
ruoli
.
Codesti
specchi
,
che
servivano
di
base
ai
càlcoli
relativi
alla
forza
bilanciata
dell
'
esercito
della
Repubblica
,
comprendevano
gli
effettivi
sotto
le
armi
,
gli
aumenti
e
le
diminuzioni
dei
fazioneri
in
confronto
del
periodo
di
tempo
immediatamente
precedente
,
gli
amassi
o
risultati
delle
nuove
leve
,
i
cassi
o
congedati
per
compimento
d
'
ingaggio
o
per
inabilità
fisica
,
i
fuggiti
o
disertori
,
i
morti
,
i
passati
di
riparto
o
trasferiti
ad
altra
sede
,
ed
infine
i
realditi
,
o
condannati
la
cui
pena
era
sospesa
momentaneamente
per
revisione
di
processo
(
222
)
.
Le
modalità
di
tali
piedilista
erano
tassativamente
fissate
dalle
Terminazioni
degli
Ill.mi
ed
Ecc.mi
Signori
Inquisitori
sopra
l
'
amministrazione
dei
pubblici
rolli
(
223
)
,
e
ad
esse
si
dovevano
uniformare
tutti
i
comandanti
di
truppa
nello
intento
di
evitare
brogli
,
peculati
e
tentativi
di
frode
per
via
dei
passavolanti
(
224
)
.
Epperciò
ogni
ufficiale
,
sulla
propria
fede
di
uomo
d
'
onore
,
doveva
redigere
la
copia
del
rispettivo
rollo
,
o
riparto
,
da
trasmettersi
quindi
agli
inquisitori
competenti
,
vidimata
dalle
autorità
superiori
.
Analoghe
pratiche
si
osservavano
per
le
truppe
imbarcate
sui
pubblici
legni
,
disposte
a
guardia
di
lontani
presidi
e
negli
appostamenti
.
I
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
i
capi
dei
riparti
territoriali
,
gli
aiutanti
di
reggimento
e
di
battaglione
,
dovevano
sorvegliare
con
somma
cura
la
compilazione
scrupolosa
dei
piedilista
,
che
si
trasmettevano
all
'
Inquisitorato
semestralmente
prima
dell
'
anno
1790
,
ed
annualmente
dopo
di
quell
'
anno
(
225
)
.
*
*
*
Dai
piedilista
adunque
-
orgoglio
e
tormento
della
burocrazia
militare
veneta
dell
'
epoca
-
si
rileva
che
la
forza
bilanciata
sullo
scorcio
di
vita
della
Repubblica
oscillava
intorno
alla
dozzina
di
migliaia
di
soldati
,
e
che
pochi
anni
prima
della
caduta
questa
forza
era
timidamente
salita
sopra
alle
quindici
migliaia
di
uomini
(
226
)
.
Tale
contingente
di
truppe
era
suddiviso
pressoché
in
parti
proporzionali
tra
i
quattro
dipartimenti
militari
.
Così
nel
1780
,
sopra
un
totale
di
313
compagnie
e
12,406
teste
a
ruolo
,
compresi
gli
invalidi
,
gli
addetti
all
'
Arsenale
,
alle
scuole
militari
ed
alle
compagnie
di
leva
,
spettavano
a
ciascuno
dei
grandi
riparti
gli
effettivi
seguenti
:
Riparto
di
Levante
.
-
Presidi
,
numero
24
(
227
)
.
A
terra
,
uomini
3326
.
Sulle
navi
,
nomini
1683
(
228
)
.
Riparto
di
Dalmazia
.
-
Presidi
,
numero
49
(
229
)
.
A
terra
,
uomini
2761
.
Sulle
navi
,
uomini
255
.
Riparto
d
'
Italia
.
-
Presidi
,
numero
43
(
230
)
.
A
terra
,
uomini
2141
.
Sulle
navi
,
uomini
453
.
Riparto
del
Golfo
.
-
Presidi
,
numero
2
(
231
)
.
A
terra
,
uomini
197
.
Sulle
navi
,
uomini
460
.
Nell
'
interno
dei
corpi
le
guarnigioni
di
solito
erano
distribuite
in
giusta
misura
,
con
senso
di
equità
e
di
equilibrio
tra
i
buoni
ed
i
cattivi
distaccamenti
,
e
con
riguardo
ai
turni
destinati
a
ristabilire
l
'
equilibrio
in
questa
necessaria
altalena
di
«
bona
mixta
malis
»
delle
guarnigioni
degli
eserciti
a
base
nazionale
.
Pochi
erano
invece
i
corpi
che
avevano
tutte
le
compagnie
raccolte
in
una
medesima
sede
,
o
riparto
territoriale
,
e
ciò
dipendeva
ordinariamente
tanto
da
necessità
di
transito
da
un
riparto
all
'
altro
(
Lido
-
Padova
-
Zara
)
,
quanto
da
convenienze
particolari
d
'
arma
(
corazzieri
,
croati
,
travagliatori
,
invalidi
etc
.
)
.
Nel
piedilista
del
V
settembre
1776
(
232
)
-
uno
dei
più
accurati
della
specie
-
risulta
infatti
che
,
dei
18
reggimenti
di
Fanteria
Italiana
,
14
avevano
le
proprie
compagnie
tutte
riunite
nell
'
interno
di
uno
stesso
riparto
,
che
i
rimanenti
reggimenti
le
avevano
frazionate
,
e
che
tutti
i
corpi
di
Fanti
Oltramarini
all
'
infuori
di
due
(
233
)
si
trovavano
con
le
proprie
unità
sparpagliate
tra
la
Dalmazia
,
il
Levante
,
l
'
Italia
ed
il
Golfo
.
Della
cavalleria
veneta
,
il
Reggimento
di
Corazze
aveva
le
sue
sei
compagnie
tutte
in
Dalmazia
,
quello
di
Dragoni
era
per
intero
dislocato
in
Italia
.
Il
reggimento
Croati
del
Colonnello
Begna
presidiava
la
Dalmazia
senza
distaccamenti
in
altri
riparti
,
quello
del
Colonnello
Gregorina
era
tutto
raccolto
in
Italia
.
Il
Reggimento
artiglieria
infine
era
suddiviso
con
sei
compagnie
in
Levante
,
tre
nella
Dalmazia
ed
altrettante
in
Italia
.
Questa
dislocazione
delle
truppe
venete
si
mantenne
presso
a
poco
immutata
fino
alla
caduta
della
Repubblica
.
Subì
soltanto
qualche
alterazione
nel
1796
quando
,
a
cominciare
dai
primi
di
giugno
,
dalle
province
d
'
Oltremare
furono
chiamate
alla
Dominante
truppe
per
la
difesa
delle
lagune
minacciate
dagli
eserciti
di
Francia
.
Allora
,
per
la
seconda
volta
dopo
la
guerra
di
Cambrai
,
si
videro
raccolte
milizie
in
buon
numero
dentro
l
'
abitato
cittadino
di
Venezia
,
violando
la
tradizionale
consuetudine
che
ne
le
escludeva
in
via
normale
in
omaggio
alle
libertà
repubblicane
.
All
'
infuori
di
codesti
casi
eccezionalissimi
,
unici
rappresentanti
della
legge
e
della
forza
armata
veneta
dentro
alla
città
delle
lagune
erano
i
birri
ed
i
fanti
,
ministri
questi
ultimi
al
servizio
del
Consiglio
dei
Dieci
e
degli
Inquisitori
di
Stato
(
234
)
.
*
*
*
Poiché
l
'
esercito
veneto
della
rovina
repubblicana
accentuò
il
proprio
carattere
di
istituto
di
beneficenza
,
pullularono
come
una
fungaia
i
corpi
degli
invalidi
,
o
dei
benemeriti
,
senza
contare
i
nuclei
di
militari
fisicamente
inadatti
al
servizio
,
non
inquadrati
in
unità
sedentarie
ma
semplicemente
mantenuti
a
ruolo
e
stipendio
con
il
benefizio
delle
così
dette
mezze
paghe
.
Di
queste
ultime
si
avvantaggiavano
in
particolar
modo
i
cannonieri
,
intendendo
con
ciò
la
Serenissima
di
conservarsi
sotto
mano
-
prima
della
fondazione
del
Reggimento
Artiglieria
e
subito
dopo
di
essa
-
una
certa
riserva
di
militari
pratici
delle
artiglierie
per
far
fronte
alle
eventuali
esigenze
.
Ma
poiché
lo
scandaloso
costume
delle
mezze
-
paghe
,
che
manteneva
a
spese
del
pubblico
erario
una
falange
di
fannulloni
e
di
disadatti
fu
abolita
nell
'
anno
1777
,
un
'
ondata
di
postulanti
e
di
malcontenti
venne
a
rifluire
alle
unità
organizzate
degli
invalidi
.
Se
ne
rammaricava
inutilmente
il
Senato
,
rilevando
il
grave
danno
pecuniario
che
causava
tale
corrività
,
eccitando
il
Savio
alla
Scrittura
a
provvedere
:
«
perché
questa
caritatevole
disposizione
(
dei
benemeriti
)
non
vada
a
danno
del
dinaro
pubblico
,
né
trovi
il
privato
interesse
una
fonte
di
illeciti
vantaggi
»
(
235
)
.
La
piaga
però
aveva
troppo
salde
e
profonde
radici
,
d
'
altronde
le
strettezze
dell
'
erario
non
permettevano
di
concedere
giubilazioni
che
ai
militari
fatti
decrepiti
sotto
l
'
assisa
repubblicana
;
e
ciò
non
poteva
accadere
di
solito
che
verso
i
60
o
70
anni
di
età
.
Nel
1790
esistevano
nell
'
esercito
veneto
7
compagnie
o
distaccamenti
di
benemeriti
.
Una
compagnia
di
essi
era
dislocata
al
Lido
e
nelle
opere
contermini
,
una
a
Palmanova
ed
una
nel
Castello
di
Brescia
.
Un
distaccamento
assai
numeroso
di
quei
vecchi
soldati
guardava
il
forte
di
San
Pietro
dei
Nembi
sotto
Zara
,
un
altro
quello
del
Maltempo
presso
Venezia
,
i
due
ultimi
infine
erano
dislocati
a
Zara
e
nel
Collegio
Militare
di
Verona
.
Principale
còmpito
di
questi
benemeriti
era
il
servizio
di
guardia
agli
istituti
ed
edifizi
militari
affidati
alla
loro
custodia
,
«
senza
mai
staccarsi
dal
posto
sotto
qualunque
pretesto
,
per
ubbidire
ai
comandi
che
loro
venissero
impartiti
e
vietando
l
'
asporto
di
pubblica
o
di
privata
roba
»
(
236
)
.
CAPO
IX
.
L
'
addestramento
della
truppa
veneta
.
Cadeva
la
Repubblica
quando
,
dopo
una
serie
di
reiterate
istanze
intese
a
porre
in
rilievo
la
vetustà
dei
regolamenti
tattici
compilati
dal
maresciallo
Schoulemburg
al
principio
del
secolo
XVIII
-
sui
quali
era
passato
indarno
tutto
lo
splendore
dell
'
arte
federiciana
-
il
Senato
si
induceva
finalmente
a
nominare
una
commissione
con
l
'
incarico
di
redigerne
dei
nuovi
.
Si
trattava
anzitutto
di
rendere
più
agili
e
manovriere
le
forme
tattiche
della
fanteria
,
anchilosate
ancora
nella
vecchia
suddivisione
di
ali
,
di
divisioni
e
di
plotoni
,
di
imprimere
maggiore
impulso
al
fuoco
,
scioltezza
agli
ordinamenti
e
vigoria
alle
azioni
da
combattimento
.
La
circostanza
che
un
buon
nucleo
di
truppe
venete
si
trovava
raccolto
sotto
Verona
,
e
che
il
generale
Salimbeni
ed
il
governatore
delle
armi
di
quella
città
avevano
cominciato
ad
esercitarle
in
simulacri
di
esercitazioni
e
di
manovre
,
si
presentava
assai
propizia
per
compiere
le
necessarie
esperienze
della
riforma
dei
regolamenti
.
Nella
primavera
del
1795
una
commissione
composta
dal
detto
generale
Salimbeni
,
dal
sergente
generale
Stràtico
e
da
altri
ufficiali
inferiori
,
compiva
infatti
la
prima
metà
dell
'
opera
,
cioè
quella
della
revisione
della
parte
formale
dei
regolamenti
tattici
dal
titolo
«
Esercizi
personali
per
gli
Uffiziali
,
bassi
-
uffiziali
e
soldati
della
truppa
veneta
»
,
e
la
presentava
al
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Iseppo
Priuli
con
una
dotta
relazione
a
corredo
,
acciocché
questo
magistrato
la
rassegnasse
a
sua
volta
al
Doge
.
La
relazione
faceva
riserva
,
«
che
i
detti
benemeriti
ufficiali
Salimbeni
e
Stràtico
avrebbero
fatta
successivamente
completa
produzione
anche
della
seconda
parte
dell
'
opera
...
la
quale
abbracciar
deve
i
movimenti
dei
corpi
,
così
avendo
essi
creduto
di
dividerla
per
maggiore
facilità
e
chiarezza
»
(
237
)
.
Questa
prima
parte
del
regolamento
che
vedeva
allora
la
luce
comprendeva
adunque
il
maneggio
del
fucile
del
modello
Tartagna
,
i
movimenti
con
la
bandiera
per
gli
alfieri
,
con
la
spada
per
gli
ufficiali
e
le
varianti
ed
aggiunte
per
la
fanteria
oltramarina
.
Nel
proemio
si
esprimeva
il
voto
,
«
che
il
libro
venisse
stampato
in
entrambe
le
lingue
italiana
ed
illirica
,
due
essendo
le
nazioni
con
differente
linguaggio
che
hanno
l
'
onore
di
servire
Vostra
Serenità
»
,
e
prometteva
di
estendere
gli
studi
e
le
esperienze
anche
alla
cavalleria
,
«
la
quale
ha
eguale
e
forse
anche
maggiore
bisogno
della
infanteria
di
regolazioni
nello
esercizio
non
solo
,
ma
anche
nella
tattica
,
usando
ancora
quelle
che
furono
estese
fino
dal
secolo
passato
dal
generale
Stenau
»
.
Ispirandosi
a
modernità
di
concetti
,
«
come
si
deve
»
ed
alle
«
nuove
pratiche
introdotte
ed
usitate
dalle
nazioni
più
agguerrite
»
,
i
compilatori
del
nuovo
regolamento
esprimevano
da
ultimo
la
fiducia
che
la
«
nazionalità
veneta
potrà
,
con
esso
,
diventare
mirabilmente
istrutta
»
.
Le
nuove
ordinanze
conservavano
la
formazione
della
fanteria
su
tre
righe
,
ponevano
in
rilievo
la
sempre
crescente
potenza
del
fuoco
e
procuravano
di
disciplinare
l
'
urto
.
Semplificavano
oltre
a
ciò
-
nei
limiti
del
possibile
-
il
maneggio
dell
'
armi
ed
assottigliavano
d
'
alcun
poco
il
pesante
bagaglio
delle
evoluzioni
,
delle
marce
,
delle
contromarce
e
delle
colonne
d
'
attacco
.
*
*
*
Per
eseguire
i
movimenti
con
la
spada
,
oramai
definitivamente
sostituita
alla
picca
fino
dall
'
anno
1790
(
238
)
,
gli
ufficiali
dovevano
prendere
la
posizione
di
attenti
,
epperciò
essi
dovevano
:
«
impiantarsi
con
la
vita
dritta
,
petto
in
fuori
,
capo
alto
,
tacchi
tra
loro
distanti
di
due
dita
,
punte
dei
piedi
in
fuori
,
ginocchia
tese
,
braccia
pendenti
al
naturale
in
giù
,
cappello
che
riposi
sopra
le
ciglia
ma
voltato
un
poco
verso
sinistra
»
(
239
)
.
I
movimenti
con
la
spada
erano
17
e
cioè
:
spada
alla
mano
o
in
parata
,
primo
saluto
,
spada
in
parata
,
secondo
saluto
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
parata
,
spada
all
'
orazion
,
spada
in
parata
,
spada
a
funeral
,
spada
in
parata
,
spada
in
riposo
,
spada
in
parata
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
riposo
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
parata
,
spada
nel
fodero
.
Il
saluto
con
la
spada
si
rendeva
dagli
ufficiali
veneti
presso
a
poco
come
si
pratica
oggigiorno
e
così
si
salutavano
:
«L'Ecc.mo
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
i
Provveditori
Generali
da
Mar
,
della
Dalmazia
e
gli
Ecc.mi
Capi
di
Provincia
in
Terraferma
»
.
Per
rendere
onore
alle
altre
autorità
militari
il
saluto
con
la
spada
si
arrestava
al
primo
tempo
dell
'
odierno
saluto
,
e
cioè
«
con
la
coccia
della
spada
«
dirimpetto
al
mento
,
alla
distanza
di
un
palmo
,
guardamano
voltato
verso
il
lato
sinistro
e
lama
verticale
e
di
piatto
»
.
Questi
modi
di
salutare
le
autorità
militari
superiori
ed
inferiori
surrogarono
rispettivamente
la
battuta
della
picca
ed
il
levarsi
del
cappello
,
quando
la
picca
stessa
costituiva
l
'
ordinario
armamento
dell
'
ufficiale
.
Altre
regole
disciplinavano
il
modo
di
portare
la
spada
all
'
orazion
,
che
stendevasi
a
quell
'
atto
davanti
al
corpo
con
il
braccio
disteso
e
la
punta
fin
presso
terra
,
mentre
l
'
ufficiale
ripiegava
il
ginocchio
destro
sotto
il
sinistro
,
si
toglieva
di
capo
il
cappello
e
lo
raccomandava
alla
mano
sinistra
;
a
funeral
,
nella
quale
positura
la
spada
si
portava
serrata
contro
il
petto
lungo
il
lato
sinistro
,
assicurata
sotto
l
'
avambraccio
piegato
all
'
altezza
della
mammella
;
in
battaglia
infine
cioè
con
la
spada
stesa
lungo
il
fianco
destro
,
«
appoggiandola
verticalmente
nel
vuoto
della
spalla
,
col
filo
in
fuori
»
(
240
)
.
Gli
alfieri
portavano
normalmente
la
bandiera
«
sul
fianco
destro
,
l
'
asta
alquanto
inclinata
verso
dritta
e
pendente
in
avanti
,
la
lancia
(
freccia
)
voltata
in
piano
ed
il
calcio
a
terra
»
.
Nei
tempi
sereni
e
senza
vento
la
bandiera
si
lasciava
«
a
drappo
volante
»
,
nei
piovosi
invece
o
con
vento
si
prendeva
«
il
canto
(
lembo
)
pendente
del
drappo
e
con
la
mano
destra
si
serrava
all
'
asta
»
.
Nelle
parate
-
senza
eccezione
di
tempo
-
la
bandiera
doveva
essere
sempre
spiegata
.
L
'
alfiere
abbassava
la
bandiera
davanti
a
quelle
medesime
supreme
cariche
militari
cui
si
rendeva
dagli
ufficiali
il
completo
saluto
con
la
spada
,
«
compiendo
un
ottavo
di
giro
a
«
dritta
,
poi
con
la
mano
dritta
abbassando
l
'
asta
della
bandiera
verso
la
parte
sinistra
,
finché
il
piatto
della
lancia
sia
ad
un
palmo
distante
da
terra
...
nell
'
atto
stesso
si
raccoglieva
con
la
mano
sinistra
il
drappo
e
si
impugnava
per
di
fuori
dell
'
asta
»
.
Per
salutare
tutti
gli
altri
superiori
l
'
alfiere
toglieva
semplicemente
di
capo
il
cappello
(
241
)
.
E
passiamo
agli
esercizi
con
il
fucile
(
242
)
.
Poche
premesse
poste
innanzi
alla
descrizione
dei
relativi
movimenti
richiamavano
l
'
attenzione
sul
fatto
,
«
che
il
maneggio
del
fucile
deve
compiersi
dai
soldati
con
desterità
e
scioltezza
...
epperciò
essi
dovranno
stare
con
l
'
orecchio
attento
al
comando
,
muovere
le
mani
sempre
in
vicinanza
del
corpo
,
eseguire
con
vigore
ogni
tempo
di
una
mozione
restando
poi
immobili
da
uno
all
'
altro
tempo
»
.
Per
facilitare
poi
la
simultaneità
e
l
'
esatta
esecuzione
degli
esercizi
,
si
prescriveva
che
«
essendo
i
soldati
in
rango
e
fila
,
quelli
di
prima
riga
abbiano
a
guardare
attentamente
il
campione
(
istruttore
)
e
quelli
delle
due
ultime
file
quelli
della
prima
,
onde
muoversi
tutti
contemporaneamente
»
.
Tra
il
comando
di
ciascun
movimento
e
l
'
esecuzione
del
primo
tempo
di
esso
,
il
campione
doveva
lasciar
correre
un
intervallo
bastevole
per
contare
a
cadenza
i
primi
tre
numeri
.
Tra
i
tempi
successivi
questo
intervallo
doveva
essere
prolungato
di
alquanto
e
diventare
eguale
all
'
intervallo
di
tempo
che
è
necessario
per
contare
i
primi
sei
numeri
.
Si
eccettuavano
da
questa
regola
mnemonica
i
comandi
per
i
fuochi
e
per
ritirare
le
armi
,
i
quali
dovevano
eseguirsi
non
appena
ordinati
.
La
posizione
di
base
per
eseguire
il
maneggio
dell
'
armi
era
quella
del
fucile
collocato
sulla
spalla
sinistra
,
con
la
canna
in
fuori
,
sostenendo
il
calcio
con
la
palma
della
mano
sinistra
appoggiata
al
fianco
,
«
sicché
il
pollice
premeva
il
calcio
e
le
altre
dita
lo
stringevano
per
di
sotto
:
il
braccio
sinistro
non
doveva
essere
né
troppo
teso
né
troppo
inarcato
,
col
gomito
daccosto
alla
vita
in
modo
tale
che
la
mammella
cadesse
tra
le
due
viti
della
piastrina
»
(
243
)
.
Il
rigido
formalismo
dominante
non
si
arrestava
però
a
tali
prescrizioni
e
rilevando
,
«
che
vi
sono
uomini
che
hanno
più
anca
che
spalla
e
di
quelli
che
sono
al
contrario
»
,
presumeva
di
correggere
anche
le
differenze
fisiologiche
dei
diversi
attori
con
compensi
e
temperamenti
,
in
modo
da
ottenere
che
tutti
i
fusti
dei
fucili
si
adagiassero
in
un
medesimo
piano
inclinato
,
perfettamente
uniforme
.
«
Se
il
soldato
-
-
diceva
dunque
il
regolamento
-
ha
più
anca
che
spalla
,
esso
dovrà
sostenere
il
fucile
sulla
spalla
volgendo
il
pugno
un
poco
in
dentro
perché
la
canna
più
si
scosti
dalla
testa
;
e
se
al
contrario
avesse
più
spalla
che
anca
,
allora
volgerà
il
pugno
un
poco
più
in
fuori
appoggiando
maggiormente
il
calcio
alla
coscia
per
avvicinare
di
più
la
canna
alla
testa
.
Con
tale
avvertenza
si
riuscirà
a
mettere
nello
stesso
piano
tutti
i
fucili
di
una
riga
di
soldati
»
.
E
sulla
pratica
di
questi
ripieghi
i
campioni
fondavano
il
supremo
segreto
dell
'
arte
,
la
ricetta
che
assicurava
fortuna
alla
complicata
coreografia
del
maneggio
dell
'
armi
.
I
principali
movimenti
con
il
fucile
erano
34
.
La
loro
progressione
cominciava
col
presentar
l
'
arme
,
la
quale
si
sosteneva
verticalmente
davanti
al
corpo
«
in
candela
,
proprio
dirimpetto
al
mezzo
del
capo
,
col
vidone
(
vitone
)
del
cane
contro
il
centurino
...
ed
il
piede
destro
tre
dita
dietro
il
piede
sinistro
,
in
modo
che
il
calcagno
di
questo
guardi
il
mezzo
dell
'
altro
piede
,
e
ciò
senza
cangiare
di
fronte
»
(
244
)
.
Sull
'
esecuzione
dei
fuochi
il
regolamento
richiamava
«
tutta
l
'
attenzione
dei
soldati
...
avezzandoli
a
mirare
con
franchezza
,
a
non
torcere
in
verun
modo
la
testa
,
a
non
muovere
né
il
corpo
né
il
fucile
,
perché
ogni
piccolo
moto
può
alterare
la
direzione
del
colpo
.
Allorché
poi
questo
vada
a
maggior
distanza
,
si
insegnerà
ai
soldati
a
premere
bene
col
calcio
la
spalla
nell
'
atto
di
far
fuoco
»
(
245
)
.
Gli
esercizi
del
fuoco
erano
preceduti
dal
movimento
di
base
del
preparatevi
.
A
tale
comando
il
fucile
si
portava
presso
a
poco
nella
positura
di
«
presentat
-
arm
»
e
da
questa
si
armava
il
cane
,
premendo
con
il
pollice
della
mano
destra
sul
vitone
del
cane
medesimo
.
Ciò
fatto
si
passava
al
secondo
movimento
,
cioè
all
'
impostatevi
,
portando
il
piede
destro
un
palmo
dietro
al
sinistro
e
volgendo
il
corpo
verso
destra
,
in
guisa
da
«
metterlo
a
mezzo
profilo
»
.
Così
si
spianava
l
'
arma
«
appoggiando
la
guancia
destra
sul
calcio
,
chiudendo
l
'
occhio
sinistro
per
potere
aggiustatamente
mirare
col
destro
lungo
la
canna
l
'
oggetto
che
si
vuole
colpire
....
Quando
non
sia
determinato
questo
oggetto
da
prendere
di
mira
,
il
soldato
farà
cadere
la
bocca
del
fucile
al
livello
circa
degli
occhi
»
.
I
tempi
della
carica
erano
laboriosissimi
.
Al
comando
di
pigliate
la
carica
il
soldato
estraeva
dal
tasco
(
cartucciera
)
una
carica
,
bene
avvertendo
«
di
aprirlo
in
mezzo
e
non
da
fianco
per
ritrovarla
più
facilmente
»
;
quindi
portava
la
detta
carica
alla
bocca
,
ne
strappava
la
carta
con
i
denti
sino
a
scoprire
la
polvere
aiutandosi
per
ciò
con
uno
«
sforzo
della
mano
verso
la
sinistra
»
.
Ciò
fatto
si
poneva
mano
al
focone
chinando
la
testa
per
poterlo
bene
innescare
,
quindi
si
chiudeva
la
batteria
e
si
impugnava
con
la
destra
il
fucile
verso
la
bocca
,
«
in
modo
che
il
calcio
poggi
a
terra
accosto
al
piede
sinistro
,
la
cartella
sia
in
fuori
,
il
fucil
tocchi
la
coscia
sinistra
e
la
bocca
resti
dirimpetto
alla
spalla
destra
,
impugnato
con
la
detta
mano
destra
»
.
Da
questa
posizione
,
«
dopo
di
aver
soffregata
con
le
due
dita
pollice
ed
indice
la
sommità
della
carica
per
bene
aprirla
del
tutto
,
si
versava
la
polvere
in
canna
mandandole
dietro
la
carta
,
e
si
intasava
da
ultimo
con
la
bacchetta
stendendo
naturalmente
il
braccio
e
spingendola
con
forza
dentro
la
canna
stessa
»
.
Tutto
ciò
esigeva
una
quarantina
di
tempi
.
Non
minor
cura
esigevano
l
'
armare
le
baionette
(
246
)
,
il
disarmarle
,
il
sostenere
l
'
urto
(
247
)
e
portare
il
fucile
alla
pioggia
,
assicurato
con
il
calcio
sotto
l
'
ascella
sinistra
«
la
bocca
in
basso
e
la
bacchetta
in
sù
»
;
il
recare
l
'
arma
alle
bandiere
cioè
a
fianc
-
arm
;
a
funeral
,
sotto
l
'
ascella
sinistra
con
il
calcio
all
'
insù
e
davanti
,
la
canna
inclinata
indietro
tenendo
il
fucile
con
la
sinistra
all
'
impugnatura
e
la
destra
dietro
la
schiena
al
mezzo
di
essa
;
infine
all
'
orazion
,
verticalmente
davanti
la
spalla
destra
mentre
il
soldato
stava
nella
posizione
di
in
ginocchio
con
la
mano
sinistra
in
atto
di
saluto
sul
frontone
del
caschetto
.
Un
'
appendice
agli
Esercizi
personali
regolava
i
movimenti
speciali
della
fanteria
oltremarina
per
quanto
riguardava
il
maneggio
del
palosso
e
recava
,
a
mò
di
chiusa
,
un
capitolo
relativo
alla
visita
delle
armi
e
delle
monizioni
.
*
*
*
Tale
fu
la
riforma
dei
regolamenti
per
la
fanteria
veneta
.
Con
essa
si
dovevano
abbandonare
d
'
un
tratto
i
vincoli
che
collegavano
i
regolamenti
stessi
all
'
arte
del
Principe
Eugenio
di
Savoia
,
per
ravvicinarli
decisamente
alle
tradizioni
più
recenti
della
scuola
francese
e
federiciana
.
Forse
tali
progressi
sarebbero
stati
assai
più
sensibili
nella
seconda
parte
che
si
attendeva
,
quella
cioè
,
relativa
all
'
impiego
tattico
delle
truppe
,
ma
il
tempo
tolse
non
solo
la
facoltà
di
pubblicare
quest
'
ultima
,
ma
ben
anco
il
destro
di
diffondere
più
largamente
la
prima
oltre
il
ristretto
cerchio
delle
milizie
che
componevano
il
campo
veneziano
sotto
Verona
.
La
parte
formale
degli
Esercizi
personali
non
vide
infatti
neppure
l
'
onore
delle
stampe
.
Essa
rimase
allo
stato
di
manoscritto
tra
le
mani
gli
ufficiali
veneti
che
la
sperimentarono
,
e
così
si
tramandò
pure
ai
posteri
confinata
tra
le
polverose
carte
del
Savio
alla
Scrittura
(
248
)
.
Restò
così
ancora
in
vigore
,
fino
alla
caduta
della
Serenissima
,
il
libretto
del
maresciallo
Schoulemburg
,
l
'
ultimo
capitano
della
Repubblica
.
Gli
uomini
delle
tre
righe
erano
disposti
l
'
uno
dietro
all
'
altro
alla
distanza
di
un
passo
.
Gli
esercizi
erano
comandati
alla
voce
o
con
il
tocco
del
tamburo
,
e
si
dovevano
eseguire
all
'
ultima
parola
del
comando
che
il
campione
doveva
pronunciare
breve
e
forte
,
oppure
al
termine
del
tocco
seguendo
l
'
esempio
dei
sottufficiali
o
dei
campioni
medesimi
.
Gli
esercizi
del
reggimento
erano
preceduti
dal
riconoscimento
,
o
formazione
delle
unità
di
manovra
.
Si
pareggiavano
allora
le
file
,
si
eguagliava
la
forza
delle
compagnie
,
si
suddividevano
tra
i
riparti
secondo
l
'
ordine
di
precedenza
gli
ufficiali
ed
i
sottufficiali
i
quali
,
fuori
delle
righe
,
attendevano
in
questo
frattempo
di
prendere
posto
.
La
compagnia
inquadrata
perdeva
da
quel
momento
ogni
personalità
e
tutta
la
truppa
si
ripartiva
in
tre
divisioni
,
cioè
il
centro
e
le
due
ali
.
Tale
formazione
era
pure
la
normale
per
il
combattimento
(
249
)
.
Ogni
divisione
era
comandata
da
un
capitano
o
da
un
sergente
maggiore
:
si
suddivideva
in
mezze
divisioni
,
e
queste
ancora
in
plotoni
di
manovra
.
Le
evoluzioni
principali
consistevano
nel
raddoppiare
le
file
e
le
righe
,
nel
serrarle
,
nelle
conversioni
,
nello
spezzare
la
fronte
,
nel
formare
le
colonne
ed
i
quadrati
,
nelle
contromarce
e
nei
fuochi
.
Per
raddoppiare
le
file
i
soldati
di
ciascuna
fila
si
spostavano
lateralmente
ed
entravano
nella
distanza
di
circa
un
passo
che
intercedeva
di
solito
tra
uomo
ed
uomo
.
Quando
il
movimento
doveva
eseguirsi
sulla
destra
si
spostavano
le
file
pari
,
se
a
sinistra
si
spostavano
invece
le
disparì
.
Le
conversioni
si
effettuavano
a
perno
fisso
e
per
ottenere
il
necessario
contatto
facevasi
assai
spesso
porre
ai
soldati
le
mani
sui
fianchi
,
alla
costumanza
tedesca
.
Le
contromarce
facevansi
per
righe
e
per
file
.
Per
eseguire
i
fuochi
si
serravano
le
righe
da
petto
a
schiena
,
cioè
si
annullava
l
'
ordinaria
distanza
di
circa
un
passo
che
esisteva
tra
le
righe
medesime
.
V
'
erano
fuochi
così
detti
di
riga
,
di
mezze
divisioni
,
di
plotoni
,
da
fermo
e
marciando
,
cioè
alternandosi
le
righe
nello
sparare
usufruendo
all
'
uopo
degli
intervalli
interposti
.
Contro
la
cavalleria
si
formava
il
quadrato
,
sia
da
fermo
che
in
marcia
,
armando
le
baionette
e
sostenendo
l
'
urto
.
Il
libro
del
maresciallo
Schoulemburg
trattava
oltre
a
ciò
del
servizio
territoriale
,
o
di
piazza
,
del
modo
di
accampare
e
di
accantonare
un
reggimento
e
le
unità
inferiori
ad
esso
,
di
porlo
in
marcia
con
le
misure
di
sicurezza
e
di
scortare
un
convoglio
.
Però
,
stante
l
'
esiguità
delle
forze
disponibili
e
l
'
abbandono
degli
esercizi
nei
campi
di
manovra
,
queste
pratiche
non
erano
che
semplici
attestazioni
teoriche
.
Invece
-
come
si
disse
altrove
-
era
assai
deplorato
il
difetto
di
norme
regolamentari
circa
l
'
imbarco
e
lo
sbarco
di
truppe
a
piedi
o
a
cavallo
sui
pubblici
legni
;
operazioni
di
qualche
frequenza
nell
'
esercito
della
Repubblica
specie
dopo
l
'
adozione
dei
turni
di
guarnigione
(
250
)
.
Le
evoluzioni
della
cavalleria
erano
più
antiquate
di
quelle
della
fanteria
e
risalivano
alla
fine
del
XVII
secolo
,
cioè
a
dire
alla
pratica
del
generale
Stenau
,
altro
capitano
della
Veneta
Repubblica
.
Anche
la
cavalleria
-
come
la
fanteria
-
si
ordinava
su
tre
righe
e
la
distanza
tra
queste
era
normalmente
di
cinque
passi
.
Gli
intervalli
tra
fila
e
fila
erano
tali
che
i
cavalieri
potevano
introdursi
liberamente
in
questi
spazi
senza
toccarsi
l
'
un
l
'
altro
.
Le
evoluzioni
consistevano
nello
sdoppiare
e
nel
raddoppiare
le
file
e
le
righe
,
con
procedimenti
analoghi
a
quelli
risati
dalle
armi
a
piedi
.
Le
conversioni
-
di
180
gradi
-
si
eseguivano
tanto
a
righe
aperte
che
serrate
:
si
adoperavano
per
cambiare
diametralmente
direzione
di
marcia
e
si
compievano
per
divisioni
,
mozze
divisioni
,
per
file
ed
anche
individualmente
per
ogni
singolo
cavaliere
.
L
'
esercizio
con
le
armi
consisteva
,
per
le
corazze
ed
i
croati
,
nel
maneggio
della
spada
,
della
sciabola
e
dei
pistoloni
da
arcione
;
per
i
dragoni
inoltre
nell
'
uso
del
moschetto
armato
di
baionetta
.
Le
tendenze
difensive
diffuse
nell
'
arma
di
cavalleria
-
a
motivo
della
importanza
crescente
del
combattimento
a
fuoco
-
avevano
accentuato
nella
pratica
degli
esercizi
l
'
impiego
delle
colonne
vuote
di
dentro
e
dei
quadrati
.
La
prima
di
queste
formazioni
si
assumeva
dagli
squadroni
in
colonna
di
divisione
,
«
facendo
che
la
testa
stia
ferma
e
che
conversino
le
mezze
divisioni
delle
altre
,
dimodoché
rivolgano
la
fronte
alla
campagna
»
,
cioè
verso
il
nemico
(
251
)
I
quadrati
si
ottenevano
invece
dalla
linea
spiegata
,
ripiegando
le
ali
all
'
indentro
e
ripiegandosi
ancora
ciascuna
metà
di
queste
ultime
in
sé
medesime
dopo
effettuata
la
conversione
verso
l
'
interno
,
in
guisa
da
costituire
nell
'
insieme
il
quarto
lato
della
figura
.
Ciò
fatto
tutti
eseguivano
una
conversione
individuale
«
verso
la
campagna
»
.
Le
cariche
si
effettuavano
di
regola
in
modo
avvolgente
.
In
quest
'
arte
-
tramandatasi
tradizionalmente
nella
cavalleria
veneta
dagli
stradiotti
e
dai
cappelletti
-
si
distinguevano
ancora
,
sul
cadere
della
Repubblica
,
i
Croati
.
Questi
medesimi
recavano
ancora
la
palma
nel
foraggiare
,
nel
portare
gli
attacchi
in
terreni
intricati
e
scuri
,
nel
passaggio
dei
corsi
d
'
acqua
ed
infine
nei
combattimenti
temporeggianti
e
nelle
ritirate
.
Le
corazze
distinguevansi
a
loro
volta
nelle
salve
con
i
pistoloni
,
ed
i
dragoni
nei
fuochi
con
i
moschetti
e
nei
combattimenti
pedestri
.
Gli
esercizi
campali
e
le
evoluzione
del
Reggimento
artiglierìa
erano
infine
regolate
,
sul
tipo
di
quelle
della
fanteria
,
da
un
libretto
appositamente
redatto
dal
brigadiere
Stràtico
.
La
carica
dei
pezzi
si
eseguiva
con
la
cucchiaia
o
con
i
cartocci
.
Con
il
calcatoio
si
spingeva
la
polvere
nella
camera
della
bocca
da
fuoco
e
vi
si
intasava
,
adoperando
all
'
uopo
un
poco
di
strame
palustre
,
delle
alghe
di
mare
oppure
della
paglia
aggrovigliata
,
fintantoché
la
polvere
stessa
affiorava
nello
intorno
del
focone
.
Indi
appresso
si
introduceva
nell
'
anima
del
pezzo
la
palla
elevandone
alquanto
la
volata
.
Eseguito
questo
primo
tempo
della
carica
,
con
un
fiaschetto
si
colmava
di
polvere
da
innesco
il
focone
,
se
ne
spargeva
un
poco
anche
nella
parte
posteriore
di
esso
,
ed
il
cannone
era
allora
pronto
per
la
punteria
e
lo
sparo
.
CAPO
X
.
Dei
bilanci
militari
.
Anche
l
'
energia
motrice
di
ogni
organismo
sociale
,
il
denaro
,
difettava
grandemente
al
tempo
della
decadenza
repubblicana
.
È
perciò
necessario
di
toccare
anche
questa
materia
nelle
sue
relazioni
con
i
bilanci
della
guerra
,
per
conoscere
quanta
parte
della
rovina
nelle
armi
venete
tocchi
ai
fattori
morali
e
quanta
,
non
meno
notevole
,
sia
da
attribuirsi
invece
ai
fattori
materiali
,
al
governo
della
lésina
,
al
metodico
rifiuto
dei
mezzi
necessari
per
mantenere
in
vita
il
prezioso
strumento
della
difesa
della
patria
,
all
'
ostinatezza
infine
di
negare
ad
esso
le
necessario
riforme
.
Importa
dunque
sfogliare
anche
il
carteggio
dei
Savi
cassieri
-
o
ministri
veneziani
delle
finanze
-
quello
dei
Magistrati
sopra
Camere
,
o
sopraintendenti
delle
tesorerie
provinciali
,
esaminare
le
pòlizze
dei
preposti
al
Quartieron
,
o
cassa
militare
destinata
a
sopperire
ai
bisogni
della
milizia
stanziata
nel
territorio
dipendente
da
ciascuna
Camera
..
E
da
questa
indagine
emergerà
una
verità
di
molto
rilievo
.
Che
cioè
i
primi
allarmi
nelle
angustie
finanziarie
si
sogliono
,
con
improvvido
consiglio
,
far
scontare
alle
milizie
-
come
che
queste
possano
in
ogni
evenienza
privarsi
di
tutto
quasi
arnesi
inutili
e
parassitari
-
e
che
questa
decimazione
mal
frutta
allo
Stato
che
la
pratica
nel
momento
del
pericolo
,
quando
cioè
esso
si
accorge
troppo
tardi
di
essersi
apparecchiato
lentamente
e
di
proposito
alla
rovina
,
all
'
umiliazione
ed
al
servaggio
.
Al
caso
concreto
,
Venezia
negò
ai
propri
soldati
e
marinai
il
necessario
per
affilare
le
armi
,
tenere
asciutte
le
polveri
e
validi
i
propri
navigli
,
ed
il
mal
fatto
risparmio
andò
profuso
e
sperduto
nel
mantenere
sul
proprio
suolo
due
eserciti
,
nemici
tra
di
loro
e
pronti
a
sovvertirla
.
Ora
vediamo
un
poco
addentro
a
queste
cifre
.
Alla
fine
della
Seconda
Neutralità
d
'
Italia
(
1737
)
la
Serenissima
aveva
accumulato
un
sensibile
deficit
,
o
sbilanzo
-
come
si
diceva
nel
linguaggio
d
'
allora
-
epperciò
si
escogitarono
riduzioni
,
falcidie
ed
economie
,
atte
possibilmente
a
colmarlo
.
A
quell
'
epoca
le
entrate
annue
della
Repubblica
erano
valutate
in
ducati
5,114,915
,
cioè
a
dire
in
lire
21,426,378
circa
:
le
spese
complessive
ammontavano
a
ducati
5,810,037
,
talché
lo
sbilanzo
si
aggirava
annualmente
intorno
a
705,722
ducati
,
cioè
a
2,960,161
lire
.
Da
questo
complessivo
gèttito
di
pubblico
danaro
,
le
spese
militari
(
Esercito
e
Marina
)
prelevavano
ogni
anno
due
milioni
e
mezzo
di
ducati
,
all
'
incirca
(
252
)
.
Tali
spese
nell
'
anno
1737
erano
ripartite
come
segue
;
Arsenale
e
Tana
,
ducati
218,037
e
grossi
6
(
253
)
;
Spese
per
l
'
armar
,
comprese
le
navi
e
le
galere
,
ducati
46,836
e
grossi
3;
Fortezze
,
ducati
32,776
e
grossi
12;
Artiglierie
,
ducati
25,841
e
grossi
15;
per
formento
ad
uso
di
lavoro
dei
forni
,
ducati
109,264
e
grossi
19
.
Simile
,
per
formento
bonificato
alle
decime
,
ducati
215,165
e
grossi
6;
per
le
milizie
del
Lido
,
ducati
215,107
e
grossi
3;
per
il
loro
vestiario
,
ducati
56,594
e
grossi
22
.
Per
capitoli
varii
,
quali
spazzi
(
viaggi
)
dei
capi
da
Mar
,
sopracomiti
etc
.
,
ducati
28,512
o
grossi
17
.
Paghe
e
paghette
alle
predette
autorità
e
serventi
,
ducati
28,348
e
grossi
17
.
Per
gli
stipendi
,
compreso
quello
del
veltz
-
maresciallo
Schoulemburg
(
254
)
,
ducati
31,296
e
grossi
12
.
Totale
per
l
'
ordine
militar
nella
Dominante
,
ducati
1,008,511
e
grossi
23
.
Il
rimanente
del
bilancio
era
assorbito
dalle
truppe
dislocate
negli
altri
riparti
della
Serenissima
,
distinto
in
analoghi
capitoli
di
spesa
,
e
questa
fu
precisamente
di
ducati
2,060,965
e
grossi
11
(
255
)
.
Sempre
nell
'
anzidetto
anno
,
con
questo
bilancio
la
Serenissima
manteneva
nelle
armi
19,385
uomini
.
Ma
premendo
ovunque
le
proteste
e
gli
incitamenti
ad
assottigliare
gli
apparecchi
militari
ed
a
porli
in
armonia
con
la
politica
di
rinuncia
e
di
stretta
neutralità
dichiarate
dalla
Repubblica
dopo
la
pace
di
Passarowitz
,
il
Senato
nell
'
inverno
del
1738
convocò
,
«
una
conferenza
per
meditare
e
far
suggerire
quei
sollievi
e
risparmi
che
conciliar
si
possano
tra
i
riguardi
della
pubblica
economia
e
quelli
della
necessaria
custodia
degli
Stati
»
.
Quali
fossero
i
termini
di
questa
equazione
vaghissima
,
a
più
incognite
,
solita
a
rinverdire
ad
ogni
crisi
delle
finanze
e
molto
più
ad
ogni
depressione
di
spirito
ed
infrollimento
della
volontà
collettiva
delle
nazioni
,
non
è
detto
.
Certo
si
voleva
che
l
'
Esercito
e
la
marineria
veneta
facessero
le
spese
dello
sbilanzo
e
lo
risarcissero
.
La
navigazione
più
non
allettava
,
il
commercio
veneziano
era
allora
arenato
,
l
'
impero
coloniale
scomparso
miseramente
:
di
questo
ormai
non
rimanevano
superstiti
che
i
pochi
brandelli
delle
isole
Ionie
,
del
Cerigo
e
di
Cerigotto
.
I
porti
franchi
di
Trieste
,
di
Livorno
,
di
Ancona
e
di
Sinigaglia
avevano
soppiantato
i
traffici
della
Repubblica
,
che
si
era
ormai
ridotta
a
dimenticare
affogando
le
memorie
del
passato
nella
vita
spensierata
,
spendereccia
e
voluttuaria
del
presente
.
Ed
in
quei
frangenti
di
allegro
consumo
senza
un
'
equivalente
produzione
riparatrice
,
lo
sbilanzo
cresceva
.
Nondimeno
il
credito
della
Repubblica
era
ancora
considerevole
-
una
bella
facciata
architettonica
che
imponeva
pur
sempre
per
quanta
rovina
nascondesse
nell
'
interno
-
ed
il
fratto
degli
antecedenti
risparmi
poteva
consentire
di
far
ancora
fronte
alla
situazione
,
purché
si
ponessero
un
poco
all
'
incanto
le
armi
e
meglio
si
colorisse
con
quest
'
atto
la
divisa
assunta
dallo
Stato
godereccio
,
scettico
ed
imbelle
.
Frutto
adunque
della
conferenza
indetta
dal
Senato
Veneto
si
fu
una
prima
riduzione
della
forza
bilanciata
la
quale
,
da
circa
20,000
nomini
,
discese
a
meno
di
16,000
.
Si
sospesero
inoltre
le
reclutazioni
e
le
giubilazioni
e
si
incitò
la
conferenza
anzidetta
a
proseguire
nelle
riforme
e
nelle
falcidie
per
realizzare
nuovi
e
più
copiscui
risparmi
.
Nel
1738
il
bilancio
militare
veneto
si
ridusse
infatti
ad
1,886,322
ducati
;
quello
del
1739
discese
ancora
a
1,670,333
ducati
;
quello
del
1740
infine
precipitò
a
1,592,784
ducati
.
L
'
esercito
o
la
marineria
veneziani
si
erano
adunque
sacrificati
alla
generale
assenza
d
'
ogni
spirito
di
sacrifizio
individuale
e
collettivo
,
ed
in
questa
bancarotta
di
sentimenti
e
di
mezzi
essi
avevano
riportati
dei
colpi
così
fieri
da
non
riaversi
mai
più
.
Così
la
Repubblica
cominciò
a
morire
da
quando
decretò
la
liquidazione
dei
propri
armamenti
.
«
Va
ben
-
aveva
esclamato
il
penultimo
doge
Paolo
Renier
-
«
No
gavemo
più
forze
,
non
terrestri
,
non
marittime
,
non
alleanze
,
..
Vivaremo
dunque
a
sorte
e
per
accidente
!...»
.
*
*
*
Vennero
ben
presto
nuove
angustie
derivate
dal
contegno
che
doveva
serbare
la
Repubblica
all
'
aprirsi
della
guerra
per
la
Successione
Austriaca
.
Il
docile
strumento
dei
bilanci
guerreschi
che
sembrava
adattarsi
all
'
infinito
all
'
umile
compito
di
dare
senza
nulla
mai
chiedere
,
di
risarcire
il
patrimonio
pubblico
perché
altri
spensieratamente
lo
godesse
senza
ombra
di
preoccupazioni
o
di
affanni
per
l
'
avvenire
,
di
servire
da
vàlvola
di
sicurezza
dell
'
erario
che
si
avviava
al
fallimento
,
cominciò
a
farsi
meno
duttile
e
più
prezioso
.
Le
diffidenze
verso
la
Francia
e
verso
la
Spagna
,
l
'
aperto
viso
dell
'
armi
assunto
dall
'
Austria
,
avevano
richiamato
alla
realtà
delle
cose
con
quella
pavidità
pronta
ad
ogni
dedizione
,
con
quella
premura
decisa
a
troncare
ogni
imbarazzo
e
che
potevano
eguagliare
la
spensieratezza
imbelle
con
cui
si
era
posto
mano
a
disfare
gli
armamenti
.
Pure
conveniva
apparecchiare
qualche
cosa
,
se
non
altro
per
semplice
mostra
.
La
Repubblica
aprì
allora
docilmente
la
strada
di
Campara
(
Val
Lagarina
)
agli
Austriaci
-
i
nemici
più
vicini
-
per
ingraziarseli
;
suonò
a
raccolta
per
le
cerne
e
racimolò
qualche
migliaio
di
vagabondi
tratti
dai
riparti
d
'
Italia
e
d
'
Oltremare
per
innestarli
nell
'
esercito
.
Alle
potenze
più
lontane
offrì
in
pegno
la
dichiarazione
della
sua
terza
neutralità
a
mò
di
una
presuntuosa
etichetta
fatta
per
coprire
una
merce
avariata
.
Ed
il
costrutto
positivo
di
tutte
queste
pratiche
si
fu
quello
di
riallentare
i
cordoni
della
borsa
.
Nel
1741
i
bilanci
militari
veneti
risalirono
ad
1,818,147
ducati
,
nell
'
anno
appresso
-
con
la
leva
di
due
migliaia
di
cerne
-
crebbero
ancora
sino
a
2,845,481
ducati
e
si
mantennero
a
questo
livello
per
tutto
il
rimanente
periodo
della
terza
neutralità
d
'
Italia
.
Ma
dopo
la
pace
di
Acquisgrana
il
governo
della
lèsina
riprese
di
bel
nuovo
il
sopravvento
ed
accompagnò
senza
interruzione
le
vicende
militari
della
Repubblica
fino
alla
sua
caduta
.
L
'
esercito
si
ridusse
daccapo
prima
alla
forza
bilanciata
di
circa
una
quindicina
di
migliaia
di
uomini
,
poi
ad
una
dozzina
di
migliaia
,
compresi
i
non
valori
.
Le
compagnie
di
fanteria
precipitarono
alla
forza
di
una
trentina
di
individui
,
quelle
di
cavalleria
ad
una
ventina
,
i
bilanci
militari
al
milione
e
mezzo
di
ducati
ed
anche
meno
.
La
bancarotta
non
poteva
essere
più
completa
.
L
'
Arsenale
ridusse
pressoché
a
nulla
il
proprio
lavoro
,
le
milizie
incanutirono
sugli
artificiosi
piedilista
,
gli
ufficiali
furono
obbligati
a
morire
ancora
in
servizio
nella
più
tarda
vecchiaia
per
mancanza
di
danari
necessari
a
giubilarli
.
Nondimeno
la
vetusta
macchina
della
Repubblica
continuava
a
reclamare
tutta
la
sua
parte
di
dissipazione
dell
'
erario
,
senza
che
il
più
timido
tentativo
di
riforma
valesse
ad
alleviarne
l
'
insopportabile
peso
.
La
macchina
lavorava
unicamente
a
vuoto
e
peggio
.
A
comprovare
questo
spèrpero
di
energie
basta
l
'
esame
dei
bilanci
dell
'
Arsenale
veneziano
,
considerato
come
pietra
angolare
del
vetusto
edifizio
guerresco
della
Repubblica
.
Esso
richiedeva
in
media
per
il
suo
mantenimento
-
affatto
parassitario
-
218,837
ducati
all
'
anno
,
46,836
ducati
per
l
'
anno
dei
pubblici
navigli
,
25,841
ducati
per
il
rabberciamento
delle
artiglierìe
più
sganghenate
,
30,000
ducati
per
il
Reggimento
Arsenal
.
In
totale
il
maggior
stabilimento
marinaro
dei
Veneti
pesava
adunque
sulla
pubblica
finanza
per
324,504
ducati
all
'
anno
-
cioè
a
dire
per
1,356,426
lire
odierne
-
senza
contare
le
giubilazioni
,
le
spese
ordinarie
per
i
trasporti
Oltremare
,
per
le
esperienze
ed
altro
.
E
tutto
ciò
per
lasciar
marcire
sugli
squeri
(
cantieri
)
navi
più
che
quarantenarie
ed
una
perfino
-
la
Fedeltà
-
impostata
nel
1718
e
varata
nel
1770;
per
lanciare
in
mare
tra
il
1717
ed
il
1780
soltanto
28
legni
,
che
venivano
così
a
costare
all
'
erario
pressoché
tre
milioni
e
mezzo
ognuno
,
ammesso
che
questo
prodotto
di
lavoro
possa
ritenersi
il
solo
veramente
sensibile
dello
stabilimento
durante
il
menzionato
periodo
di
oltre
sessant
'
anni
.
Il
costo
di
produzione
soverchiava
adunque
in
modo
inaudito
il
valore
del
prodotto
,
né
v
'
erano
fede
ed
energia
capaci
di
metterli
in
correlazione
,
amputando
con
sicurezza
un
organismo
mastodontico
di
consorterie
,
lento
e
parassitario
.
Occorreva
perciò
romperla
con
le
tradizioni
corporative
di
una
industria
di
Stato
divenuta
oramai
un
anacronismo
economico
,
sociale
e
politico
;
stendere
la
mano
franca
e
sicura
all
'
industria
privata
che
nella
produzione
delle
armi
aveva
pur
fatto
passi
lusinghieri
e
decisi
.
Ora
i
buoni
propositi
di
giovare
in
questo
senso
l
'
amministrazione
della
guerra
attingendo
alle
floride
officine
della
Bresciana
,
del
Bergamasco
,
del
Salodiano
,
mettendo
a
contributo
i
servizi
della
compagnia
mercantil
dello
Spazziani
,
le
ferriere
di
Agordo
,
i
lanifici
della
Trevigiana
e
del
Vicentino
,
tramontarono
non
appena
si
dileguò
al
Saviato
alla
Scrittura
il
benefico
influsso
dell
'
opera
riformatrice
di
Francesco
Vendramin
(
256
)
.
*
*
*
Rimase
adunque
nella
sua
integrità
opprimente
il
bagaglio
delle
spese
e
,
per
fronteggiarle
,
dopo
di
avere
liquidato
l
'
esercito
e
la
flotta
convenne
ricorrere
alla
rovinosa
china
del
credito
.
Subito
dopo
la
pace
di
Acquisgrana
venne
aperto
un
deposito
o
prestito
di
quattro
milioni
di
ducati
,
valuta
corrente
,
di
soldo
vivo
al
tasso
del
3,50
per
cento
.
Il
prestito
doveva
essere
affrancabile
,
cioè
rimborsabile
entro
40
anni
mediante
estrazioni
(
premi
e
rimborsi
)
da
effettuarsi
per
maggiore
garanzia
in
pien
Collegio
,
e
per
la
somma
di
centomila
ducati
ogni
anno
.
Il
pagamento
dei
pro
,
cioè
degli
interessi
,
doveva
compiersi
semestralmente
.
Questi
nuovi
aggravi
esaurirono
i
bilanci
militari
e
diedero
il
tracollo
alla
moribonda
milizia
veneta
.
Il
bilancio
annuo
della
guerra
si
restrinse
allora
sul
milione
di
ducati
,
né
si
provvide
per
questo
a
sfrondare
le
spese
inutili
,
allo
scopo
di
rendere
più
efficaci
e
produttive
le
scarse
risorse
superstiti
.
In
tali
angustie
finanziarie
,
in
tanto
disordine
amministrativo
,
in
tale
ostinatezza
nel
persistere
negli
antichi
errori
,
nella
primavera
del
1794
vennero
chiamate
alle
armi
le
cerne
.
Indarno
i
deputati
ed
aggionti
sopra
la
provvision
del
pubblico
danaro
ed
il
Savio
Cassier
moltiplicarono
le
interviste
,
per
far
fronte
alle
nuove
e
più
gravi
esigenze
e
sollecitarono
l
'
opera
degli
scansadori
(
257
)
.
Ad
onta
di
tutto
ciò
si
resero
necessari
altri
centomila
ducati
per
la
prima
levata
delle
cerne
,
poi
altri
duecentomila
e
più
,
ed
alla
fine
di
quell
'
anno
il
consuntivo
delle
spese
maggiori
per
gli
armamenti
della
Repubblica
era
salito
a
238,584
ducati
e
grossi
12
,
compresa
la
cavalleria
e
qualche
lavoro
più
urgente
da
praticarsi
nelle
fortezze
(
258
)
.
Fu
perciò
aperto
un
nuovo
credito
,
il
nuovissimo
,
e
si
convenne
di
porre
mano
anche
alla
Cassa
del
deposito
intangibile
,
così
come
si
porrà
mano
più
tardi
a
quella
del
Bagatin
e
si
inaspriranno
le
decime
,
come
infine
,
per
sopperire
ai
bisogni
delle
armi
,
si
era
deciso
di
svaligiare
senza
remissione
i
magazzini
dell
'
Arsenale
(
259
)
.
L
'
anno
terribile
stava
per
scoccare
.
La
commedia
della
finanza
allegra
si
avviava
a
diventare
dramma
e
tragedia
,
ma
prima
dell
'
epilogo
essa
doveva
passare
ancora
sotto
le
forche
caudine
dei
Commissari
del
Direttorio
,
piegarsi
davanti
alla
voracità
insaziabile
dei
cassieri
dell
'
esercito
francese
incaricati
di
dimostrare
alla
Francia
che
la
Serenissima
poteva
pur
dare
ancora
,
e
che
la
guerra
si
doveva
alimentare
con
la
stessa
guerra
a
qualunque
costo
,
a
spese
degli
ignavi
e
degli
imbelli
.
Questa
fanfara
era
già
stata
audacemente
lanciata
all
'
aria
dallo
stesso
generale
Napoleone
Buonaparte
:
«
Io
-
aveva
dichiarato
al
colonnello
Veneto
Fratacchio
,
a
Castiglione
,
il
12
Luglio
1706
-
batterò
gli
Austriaci
e
farò
che
i
Veneziani
paghino
tutte
le
spesa
di
guerra
!
»
(
260
)
Un
mese
dopo
Bonaparte
imponeva
una
contribuzioue
di
tre
milioni
di
franchi
alla
città
di
Brescia
e
trattava
col
Battagia
un
prestito
da
imporsi
alla
Repubblica
(
261
)
.
CAPO
XI
.
Conclusione
.
La
«
Serenissima
»
si
apparecchiava
adunque
a
scomparire
sotto
una
marèa
montante
di
contraddizioni
tristi
ed
anche
ridicole
.
Essa
voleva
sinceramente
la
pace
con
tutti
e
si
sforzava
di
preparare
delle
armi
lògore
e
spuntate
;
fidava
palesemente
nelle
dichiarazioni
di
neutralità
e
,
privatamente
,
non
si
dissimulava
le
difficoltà
di
mantenere
il
rispetto
ai
trattati
in
un
periodo
di
violenze
e
di
usurpazioni
in
cui
unico
diritto
sovrano
era
la
forza
;
aveva
dichiarato
la
bancarotta
nelle
finanze
insufficienti
a
mantenere
in
vita
persino
il
proprio
esercito
anemico
e
la
propria
flotta
tarlata
,
ed
i
Francesi
e
gli
Austriaci
ben
rovistando
con
sfrontatezza
e
rapacità
nelle
casse
dello
Stato
e
nelle
tasche
dei
privati
,
si
apparecchiavano
a
trarne
il
necessario
per
mantenere
e
nutrire
non
solo
un
esercito
,
ma
ben
anco
tre
,
lautamente
ed
allegramente
.
Triste
stato
dei
deboli
codesto
,
fatto
di
speranza
e
di
timore
,
di
alternative
di
fiducia
e
di
sconforto
.
La
Repubblica
,
ridotta
a
palleggiarsi
delle
responsabilità
non
sue
,
a
stendere
la
mano
capitale
al
nemico
ammesso
a
forza
dentro
il
cerchio
delle
mura
cittadine
doveva
,
da
Verona
,
strizzare
l
'
occhio
all
'
altro
nemico
che
stava
ancora
fuori
e
voleva
penetrarvi
.
Obbligata
a
piatire
in
note
diplomatiche
,
in
richiami
,
in
proteste
,
le
spinosità
di
una
situazione
politica
,
sociale
e
morale
insostenibile
,
poteva
rassomigliarsi
ad
una
dannazione
di
Procuste
fatta
persona
.
Passava
da
Verona
il
20
maggio
1796
il
maresciallo
Colli
per
ritrarsi
nel
Tirolo
,
col
livido
in
volto
per
le
recenti
sconfitte
patite
nella
Liguria
e
nel
Milanese
,
e
prometteva
al
provveditore
generale
Foscarini
:
«
pieno
riguardo
alle
autorità
venete
,
disciplina
nelle
truppe
,
pagamento
delle
somministrazioni
in
contanti
»
.
E
tutto
ciò
mentre
giungevano
alte
proteste
dalle
comunità
venete
,
«
per
i
violenti
modi
con
i
quali
si
trattano
i
villici
nel
trasporto
dei
bagagli
austriaci
per
le
vie
di
Campata
,
obbligati
essendo
a
forza
di
oltrepassare
con
i
loro
carriaggi
i
confini
convenzionati
...
asportandone
gli
Austriaci
poscia
perfino
i
bovi
»
(
262
)
.
Ed
il
Foscarini
:
«
convinto
essendo
che
tutto
ciò
sia
contrario
alle
intenzioni
della
Corte
Cesarea
ed
agli
ordini
dei
di
Lei
generali
»
comandava
«
ai
commissari
ai
Campara
di
rimostrare
ai
generali
austriaci
le
cose
accennate
,
di
interessarsi
a
rilasciare
ordini
precisi
onde
tutto
proceder
avesse
secondo
le
regole
e
le
discipline
convenzionate
per
i
passaggi
a
Campara
medesima
»
(
263
)
.
I
Francesi
erano
ancora
lontani
e
la
fiducia
nell
'
equilibrismo
era
ancora
fresca
e
promettente
.
«
I
Francesi
scriveva
il
22
maggio
Foscarini
al
Doge
,
di
cui
ancora
non
conosco
le
forze
sono
-
per
quanto
la
diligenza
dell
'
eccellentissimo
rappresentante
di
Brescia
mi
scrive
con
sua
lettera
di
ieri
-
a
Robecco
,
da
dove
,
staccato
un
uffiziale
con
cinque
soldati
per
passare
il
ponte
sull
'
Olio
entrarono
nella
terra
di
Ponte
Vico
,
ricercando
se
vi
fossero
altri
ponti
vicini
o
altri
porti
,
e
quanto
fondo
il
fiume
avesse
.
Quindi
,
fatta
ricerca
a
chi
appartenesse
quella
terra
e
conosciuta
essere
soggetta
al
dominio
Veneto
,
sono
al
momento
retrocessi
a
Robecco
»
(
264
)
.
Buoni
adunque
parevano
i
principii
della
nuova
avventura
con
i
Francesi
,
e
tutta
l
'
arte
e
tutte
le
speranze
sembravano
rivolte
allo
scopo
di
propiziarsi
gli
Austriaci
,
quando
il
menzognero
zeffiro
che
veniva
di
Lombardia
crebbe
d
'
un
colpo
d
'
audacia
e
di
violenza
.
«
I
mali
asprissimi
-
scriveva
il
26
maggio
Foscarini
al
Doge
-
che
l
'
attual
guerra
fa
provare
all
'
Italia
cominciano
a
produrre
non
lievi
conseguenze
.
Già
ho
rassegnato
i
disordini
occorsi
a
Crema
per
parte
delle
truppe
francesi
...
ma
la
vivacità
di
questa
nazione
ed
il
genio
intraprendente
dei
suoi
generali
lasciano
oramai
delusa
ogni
speranza
.
In
queste
circostanze
,
ben
volentieri
avrei
desiderato
accorrere
io
pure
a
confortar
personalmente
i
sudditi
di
V
.
E
.
a
quel
paese
...
ma
coperte
essendo
le
strade
di
armati
delle
belligeranti
potenze
,
il
riguardo
di
non
compromettere
il
decoro
della
pubblica
rappresentanza
ha
fatto
sopprimere
per
ora
in
me
stesso
tale
vivo
desiderio
»
.
*
*
*
Fu
l
'
avventura
di
Peschiera
che
scatenò
l
'
uragano
,
occupata
di
sorpresa
dagli
Austriaci
di
Beaulieu
il
26
maggio
come
res
nullius
,
tanto
che
il
Beaulieu
stesso
agli
ufficiali
veneti
inviati
a
protestare
per
questa
rapina
non
si
faceva
scrupolo
di
dire
:
«
che
lorquando
le
ragioni
di
guerra
fanno
credere
necessaria
una
cosa
a
chi
la
tratta
...
non
valgono
le
deboli
ragioni
del
diritto
e
vengono
sforzati
a
tacere
tutti
i
riguardi
»
(
265
)
.
Al
danno
si
aggiungevano
dunque
l
'
ironia
e
le
beffe
.
Nella
notte
del
27
alla
rapina
di
Peschiera
seguì
la
violenza
della
Chiusa
d
'
Adige
.
Prima
dell
'
alba
del
detto
giorno
si
era
presentato
davanti
a
quella
fortezza
un
gruppo
di
ufficiali
austriaci
accompagnato
da
una
colonna
di
fanti
,
per
imporre
al
governatore
veneto
Bajo
di
aprire
le
porte
.
Questi
rispose
dal
chiavesin
(
266
)
che
quello
«
non
era
il
luogo
di
passaggio
e
retrocedessero
perciò
a
Loman
,
ma
gli
ufficiali
austriaci
insistettero
dicendo
di
aver
lettere
di
somma
premura
da
consegnare
alla
posta
di
Volargne
,
dirette
a
Verona
»
.
Sorpreso
nella
buona
fede
l
'
ingenuo
Bajo
introdusse
allora
gli
ufficiali
austriaci
dentro
la
Chiesa
ma
,
«
nell
'
aprire
le
bianchette
erano
appiattati
i
soldati
,
che
sforzarono
il
chiaverino
e
si
introdussero
in
più
di
duecento
in
fortezza
,
senza
il
minimo
sconcerto
»
(
sic
)
.
Così
cominciò
per
la
Serenissima
il
tristissimo
calvario
dei
disinganni
,
delle
estorsioni
e
delle
usurpazioni
,
senza
forza
di
ribellarsi
al
tormento
del
martirologio
,
senza
fede
per
trovare
in
sé
medesima
un
'
ultima
stilla
di
energia
capace
di
abbreviarlo
con
una
scossa
suprema
.
Era
il
destino
che
fatalmente
ed
implacabilmente
si
compieva
sopra
un
organismo
fiaccato
dagli
anni
e
rassegnato
a
morire
.
L
'
occupazione
di
Peschiera
da
parte
degli
Austriaci
fornì
a
Buonaparte
buon
argomento
per
esigere
un
vistoso
compenso
nell
'
occupazione
di
Verona
-
necessaria
alla
sua
manovra
con
la
linea
dell
'
Adige
e
Legnago
-
non
appena
i
Francesi
ebbero
forzata
la
linea
del
Mincio
(
30
maggio
)
.
In
questo
intento
Buonaparte
apparecchiò
una
di
quelle
rappresentazioni
a
tesi
delle
quali
egli
era
maestro
.
Atterrì
il
Foscarini
minacciando
d
'
incendiare
Verona
,
poi
sembrò
placarsi
,
«
purché
vi
entrassero
le
sue
truppe
,
occupassero
i
tre
ponti
sull
'
Adige
traversando
la
città
e
lasciando
guarnigioni
sugli
stessi
,
fino
a
che
le
ragioni
della
guerra
lo
esigessero
»
.
Il
1°
giugno
infatti
una
colonna
di
20,000
Francesi
capitanata
dal
generale
Massena
si
affacciò
alla
Porta
di
San
Zeno
e
penetrò
in
città
minacciando
l
'
uso
della
forza
in
caso
di
resistenza
(
267
)
.
Così
cominciò
la
spoliazione
della
Repubblica
che
doveva
avere
il
suo
classico
epilogo
ai
preliminari
di
Leoben
.
Ma
siccome
per
il
momento
conveniva
osservare
ancora
qualche
parvenza
di
riguardo
verso
la
Serenissima
-
che
pur
non
era
ancora
radiata
dal
novero
degli
Stati
-
così
,
di
buon
accordo
,
si
decise
di
continuare
nella
serie
delle
reticenze
parziali
,
delle
contraddizioni
,
delle
umiliazioni
e
delle
figure
artificiose
,
come
per
ingannare
l
'
estrema
ora
che
stava
maturando
.
La
speranza
,
dopo
tutto
,
è
sempre
l
'
ultima
dea
a
sgombrare
dall
'
orizzonte
.
I
Francesi
pretesero
un
rifornimento
giornaliero
di
12,000
razioni
.
Per
salvare
le
apparenze
della
neutralità
,
la
ditta
mercantile
Vivante
si
prestò
alla
bisogna
,
figurando
di
dare
con
una
mano
agli
ospiti
incomodi
e
di
riceverne
con
l
'
altra
il
valsente
;
ma
in
realtà
la
ditta
non
era
pagata
che
dalla
Serenissima
la
quale
,
per
evitare
maggiori
guai
,
si
era
docilmente
adattata
a
mantenere
il
protervo
nemico
sullo
stesso
suolo
della
patria
che
conculcava
(
268
)
.
La
commedia
piacque
e
si
diffuse
largamente
,
come
un
allegro
diversivo
in
mezzo
al
trambusto
della
guerra
ed
alla
concitazione
bellicosa
.
«
Cinquantamila
razioni
di
pane
da
24
oncie
l
'
una
chiedono
giornalmente
i
Francesi
sotto
Peschiera
-
scriveva
il
6
giugno
il
Foscarini
-
più
60
grossi
bovi
,
150
carra
di
fieno
,
prodigiosa
quantità
di
vino
,
legna
ed
altro
»
(
269
)
.
E
la
Repubblica
compiacente
faceva
per
questo
scivolare
nelle
tasche
della
ditta
Vivante
-
che
moltiplicava
le
sue
filiali
-
danaro
sopra
danaro
,
come
una
buona
nonna
passa
di
soppiatto
al
nepotino
capriccioso
un
balocco
rifiutatogli
dalla
mamma
severa
.
Dopo
le
razioni
,
il
pane
ed
i
buoi
,
venne
la
richiesta
delle
armi
,
cioè
2000
fucili
per
armare
parte
delle
reclute
del
corpo
di
Massena
(
270
)
.
E
poiché
le
rappresentazioni
della
compagnia
mercantile
Vivante
riscuotevano
il
plauso
generale
,
si
pensò
bene
di
aggiungere
alla
piacente
commedia
qualche
nuova
scena
ad
effetto
.
«
Si
sono
concertati
finalmente
-
scriveva
il
Foscarini
al
Principe
(
271
)
-
i
modi
più
adatti
per
la
consegna
dei
fucili
.
Abbiamo
perciò
creduto
opportuno
di
richiamare
il
munizioniere
del
territorio
ed
il
Vela
,
l
'
agente
noto
della
ditta
Vìvante
,
ed
imposto
ad
essi
il
più
scrupoloso
segreto
con
la
minaccia
di
incorrere
nella
pubblica
disgrazia
,
prescrissimo
(
272
)
al
primo
di
avere
sul
fatto
a
cancellare
dalli
ricercati
fucili
le
marche
in
essi
impresse
del
territorio
e
riponendoli
in
casse
,
con
le
loro
baionette
,
di
trasportarli
questa
sera
in
modo
inosservato
nel
luogo
dove
il
Vela
forma
i
magazzini
per
i
suoi
generi
.
Al
Vela
poi
abbiamo
ingionto
che
,
lorquando
avrà
a
presentarglisi
un
commissario
francese
per
parte
del
generale
Massena
,
abbia
a
dirgli
che
essendo
stato
da
noi
incaricato
di
procurare
da
mano
privata
la
prestanza
di
duemila
fucili
,
era
a
lui
riuscito
di
averne
mille
subito
e
gli
altri
sarebbero
somministrati
nei
seguenti
giorni
,
a
diverse
partite
.
E
questa
dilazione
abbiamo
combinata
perché
la
ristrettezza
del
tempo
conceder
non
poteva
di
verificar
tutto
il
travaglio
di
togliere
dai
fucili
l
'
impronta
del
territorio
ed
accomodare
quelli
che
in
qualche
misura
ne
abbisognano
»
.
*
*
*
Lunga
sarebbe
la
serie
di
queste
umiliazioni
e
di
queste
mistificazioni
,
patite
con
eguale
improntitudine
dalla
Serenissima
per
opera
dei
Francesi
come
degli
Austriaci
.
Ma
importa
ora
di
conchiudere
.
La
ragione
ultima
di
ogni
debolezza
,
di
ogni
contraddizione
,
di
ogni
transazione
vergognosa
,
stava
nel
miserando
stato
di
esaurimento
militare
in
cui
versava
la
Repubblica
.
Questa
,
fiduciosa
nei
trattati
e
nelle
dichiarazioni
di
neutralità
,
nella
politica
di
equilibrismo
e
di
opportunità
spinta
oltre
ai
limiti
del
ragionevole
,
spensierata
,
allegra
,
disamorata
della
milizia
,
aveva
creduto
di
trovare
nei
trattati
medesimi
un
'
arma
sempre
valida
e
rispettata
,
una
specie
di
talismano
,
dimentica
che
la
guerra
li
rompe
e
li
calpesta
quando
così
piaccia
al
più
forte
.
In
tale
sfera
di
cieche
confidenze
,
di
ostentate
omissioni
,
di
trascuranze
ignobili
,
la
milizia
veneta
si
era
appartata
dal
grande
organismo
dello
Stato
,
come
vergognosa
di
essere
,
come
desiderosa
di
vivere
semplicemente
tollerata
.
E
decadde
ed
intisichì
in
questo
abbandono
come
una
pianta
selvatica
e
parassitaria
.
Quando
la
vecchia
Repubblica
fu
destata
dal
lungo
sonno
dal
rumore
delle
armi
nemiche
sopra
il
suo
suolo
abbandonato
alla
mercé
dello
straniero
,
essa
cercò
invano
le
armi
proprie
,
ma
non
le
trovò
più
,
perché
ben
diceva
Giacomo
Nani
che
:
«
non
vi
può
essere
piano
militare
che
sia
acconcio
a
combattere
una
malattia
puramente
di
ordine
morale
e
politico
»
(
273
)
.
Così
la
Serenissima
,
ostinata
nel
negare
al
proprio
esercito
quelle
riforme
che
l
'
avrebbero
potuto
salvare
dalla
rovina
,
lo
aveva
reso
organicamente
un
anacronismo
,
economicamente
uno
strumento
di
dissipazione
del
pubblico
danaro
,
militarmente
un
istituto
incapace
di
esplicare
una
forza
qualunque
.
Esso
poteva
perciò
rassomigliarsi
ad
una
personificazione
grandiosa
della
statua
di
Laocoonte
,
paralizzata
dai
molteplici
intralci
e
viluppi
dell
'
amministrazione
faragginosa
dello
Stato
,
sfibrata
dalla
specializzazione
delle
autorità
,
dai
controlli
e
dalle
consorterie
,
schiacciata
dalla
sovrapposizione
delle
autorità
,
dal
bagaglio
opprimente
di
un
immenso
macchinario
di
pubblici
poteri
.
In
questi
intralci
delle
energie
e
delle
volontà
,
in
questa
atrofìa
degli
organi
motori
dell
'
amministrazione
di
Stato
,
il
mercenarismo
poté
sviluppare
l
'
intera
gamma
delle
proprie
caratteristiche
,
fino
alle
conseguenze
estreme
.
Indifferenza
cioè
al
contenuto
morale
della
patria
,
separatismo
nella
società
,
venalità
,
protervia
nel
chiedere
,
pari
alla
debolezza
nel
cedere
o
nel
promettere
da
parte
dell
'
organismo
dello
Stato
che
alimentava
il
mercenarismo
medesimo
.
Cosicché
mentre
altrove
-
specie
in
Piemonte
-
l
'
evoluzione
degli
ordini
ed
il
largo
appello
alle
milizie
paesane
permettevano
di
compiere
riforme
decise
nel
tralignato
organismo
degli
eserciti
mercenari
,
apparecchiando
il
trapasso
verso
gli
odierni
sistemi
di
reclutamento
,
Venezia
,
cieca
nella
fede
giurata
alle
sue
costituzioni
vetuste
,
dimentica
dell
'
eredità
legatale
dall
'
Alviano
-
che
nelle
cerne
aveva
additata
la
fortuna
militare
della
Repubblica
-
si
ostinava
pur
sempre
a
mantenere
nelle
caserme
una
larva
di
esercito
che
si
dissolveva
come
neve
al
sole
.
Così
fu
possibile
,
anzi
necessaria
,
la
viltà
suprema
della
Veneta
Repubblica
nel
1796
.
Nondimeno
,
tra
il
vecchio
che
cadeva
a
brandelli
in
rovina
ed
il
nuovo
che
maturava
,
ad
onta
delle
volontà
dei
governanti
e
dei
governati
e
della
pertinace
immutabilità
degli
istituti
,
si
apparecchiavano
gli
eserciti
odierni
fatti
con
la
nazione
e
per
la
nazione
.
Riguardare
quindi
le
vie
del
passato
,
riandare
il
cammino
percorso
per
toccare
lo
sviluppo
d
'
oggi
,
non
può
qualificarsi
opera
vana
,
purché
si
mediti
sulle
circostanze
che
hanno
accompagnata
la
grande
evoluzione
e
sulle
contingenze
particolari
che
l
'
hanno
affrettata
.
Perché
-
ad
onta
di
ogni
sapienza
postuma
di
storia
e
di
esperienza
umana
più
generalmente
note
-
v
'
ha
sempre
qualche
spunto
a
suggestioni
molto
proficue
da
raccogliere
,
dimenticato
lungo
la
grande
ed
ampia
via
maestra
,
come
assai
spesso
si
notano
sovra
a
'
suoi
cigli
dei
modestissimi
fiori
che
sfuggono
alla
vista
dei
più
.
(
1
)
Nota
del
trascrittore
:
la
Parte
II
non
sembra
essere
stata
mai
pubblicata
(
2
)
G
.
FABRY
.
-
Campagne
de
l
'
Armée
d
'
Italie
(
1796-1797
)
.
(
3
)
Presso
alla
piazza
di
S
.
Marco
.
Erano
detti
casini
,
al
tempo
della
decadenza
della
Repubblica
,
luoghi
di
generale
riunione
di
liete
brigate
e
da
galanti
ritrovi
.
(
4
)
Carteggio
del
prov
.
generale
in
T.F.
Filza
n
.
1
(
1796
)
.
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
.
(
5
)
Ibidem
.
(
6
)
Carteggio
del
proc
.
gen
.
in
T
.
F
.
Filza
n
.
1
(
1706
)
.
B
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
.
(
7
)
Vedasi
per
i
due
primi
periodi
di
tempo
la
bella
scrittura
dell
'
avvocato
LUIGI
CELLI
,
dal
titolo
:
Le
ordinanze
militari
della
Repubblica
Veneta
nel
secolo
XVI
,
nella
Nuova
Antologia
,
vol
.
LIII
,
serie
III
,
fascicoli
del
1°
settembre
e
del
1°
ottobre
1894
.
(
8
)
A
.
DELL
'
ACQUA
GIUSTI
.
-
I
Veneziani
in
Atene
nel
1687
.
(
9
)
Dettaglio
sullo
stato
militare
del
1°
settembre
1781
,
per
osservare
li
generi
della
milizia
reggimentata
e
disposta
nei
rispettivi
dipartimenti
del
Veneto
Dominio
,
in
confronto
al
voler
dei
decreti
,
nonché
per
conoscere
il
numero
difettivo
di
allora
.
Formato
alla
Ragioneria
sopra
ai
rolli
,
dietro
comandi
dell
'
Ecc
.
Savio
Francesco
Vendramin
,
Savio
di
Terra
Ferma
alla
Scrittura
(
Archivio
Stato
,
Frari
.
Deliberazioni
Senato
Militar
1781
.
Filza
106
)
.
(
10
)
I
primi
riparti
di
Oltremarini
si
levarono
nel
1507
e
servirono
più
specialmente
da
fanteria
marina
.
A
partire
dalla
guerra
di
Candia
si
accentuò
il
loro
carattere
di
milizia
ingaggiata
,
da
impiegarsi
in
modo
anfibio
,
epperciò
anche
nelle
guerre
terrestri
.
Francesco
Morosini
per
le
campagne
del
Levante
e
del
Peloponneso
li
ordinò
in
reggimenti
regolari
.
(
11
)
Decreto
del
26
agosto
1745
.
-
Stampato
per
li
figliuoli
del
quondam
Z
.
Antonio
Pinelli
,
stampatori
ducali
.
-
Sulle
condizioni
politiche
ed
economiche
delle
città
dalmate
,
si
veda
l
'
opera
del
prof
.
TULLO
EBBER
,
Storia
della
Dalmazia
dal
1796
al
1814
,
-
Zara
,
1886
,
tip
.
Woditzka
(
6
fascicoli
)
.
(
12
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
107
,
anno
1782
.
(
R
.
Archivio
Stato
dei
Frari
in
Venezia
)
.
(
13
)
Documenti
per
servire
alla
storia
della
milizia
italiana
dal
XIII
secolo
al
XVI
,
raccolti
negli
archivi
della
Toscana
e
preceduti
da
un
discorso
di
Giuseppe
Canestrini
.
-
Firenze
,
Vieusseux
,
1851
.
(
Archivio
Storico
Italiano
,
tomo
XV
)
.
(
14
)
BEMBO
.
-
Dell
'
Istoria
Veneta
.
Libro
I
,
pag
.
350
.
LODOVICO
MOSTARDI
.
-
Storia
di
Verona
dall
'
origine
fino
all
'
anno
1668
.
Verona
,
A
.
Rossi
,
edit
.
,
1668
.
-
CELLI
.
-
Op
.
cit
.
in
Nuova
Antologia
.
(
15
)
Il
ducato
veneto
,
moneta
d
'
argento
,
corrispondeva
sul
termine
della
Repubblica
a
lire
italiane
4,189
.
(
Vedi
:
PAPADOPOLI
,
-
Sul
valore
della
moneta
Veneta
.
-
Venezia
1880
)
.
(
16
)
Relazione
ai
piedilista
del
1781
del
Savio
di
T.F.
alla
Scrittura
,
Francesco
Vendramin
(
29
dicembre
1781
)
.
-
Delib
.
Senato
Militar
.
Agosto
-
Dicembre
detto
.
Senato
I
.
Secreta
,
Filza
106
(
17
)
Verso
la
caduta
della
Repubblica
,
le
cerne
erano
considerate
né
più
ne
meno
di
guardie
campestri
.
Si
veda
a
questo
proposito
qualche
episodio
citato
nelle
Memorie
di
un
ottuagenario
di
IPPOLITO
NIEVO
.
(
18
)
«
Nell
'
amministrazione
veneta
era
insomma
una
farragine
di
impiegati
e
tale
numero
di
uffici
,
da
rendere
impossibile
rappresentarli
anche
teoricamente
in
piena
evidenza
»
.
-
(
ROMANIN
.
-
Storia
documentata
di
Venezia
,
Tomo
VIII
,
pag
.
368
)
.
(
19
)
Il
Collegio
era
composto
come
appresso
:
sei
Savi
grandi
cui
spettavano
le
preposizioni
al
Senato
,
cinque
Savi
agli
ordini
incaricati
di
vigilare
sulle
cose
della
marina
,
cinque
Savi
di
terraferma
,
e
cioè
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
il
Savio
alle
ordinanze
e
tre
altri
Savi
più
semplicemente
detti
di
terraferma
,
con
il
compito
di
riferire
sulle
condizioni
politiche
,
economiche
ed
amministrative
di
quest
'
ultima
.
(
20
)
Fino
dal
principio
del
secolo
XVI
,
dovendosi
accentrare
in
particolari
registri
le
scritture
riguardanti
le
spese
per
la
milizia
,
fu
delegato
a
ciò
taluno
dei
Savi
del
Collegio
.
Un
decreto
del
26
maggio
1523
sancì
poi
la
riforma
di
simili
scritture
ed
ordinò
che
vigilasse
su
di
esse
un
Savio
apposito
.
Ebbe
cosi
origine
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
che
si
incaricò
indi
appresso
delle
spese
e
dell
'
amministrazione
degli
eserciti
della
Repubblica
Veneta
.
I
Savi
erano
eletti
in
principio
di
ogni
anno
,
che
,
secondo
il
costume
Veneto
,
principiava
in
marzo
(
more
veneto
)
.
(
21
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
.
-
(
IV
edizione
,
Bergamo
1908
.
Parte
III
,
pag
.
23
,
nota
)
.
(
22
)
Lo
stipendio
medio
del
maresciallo
Schoulemburg
era
di
ducati
12.500
,
pari
a
lire
52.302
circa
.
Vedasi
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
di
Venezia
.
Serie
II
.
Bilanci
generali
dal
1736
al
1766
(
Scritture
e
decreti
)
.
-
Venezia
,
tipografia
Vicentini
,
1903
.
Lo
stipendio
del
detto
maresciallo
salì
però
fino
a
ducati
25.000
all
'
anno
.
(
23
)
Nella
seconda
metà
del
secolo
XVIII
sono
notevoli
le
seguenti
rielezioni
nel
Saviato
di
terraferma
alla
scrittura
:
Alvise
Tiepolo
,
1764-1765;
Zuane
Quirini
,
1765-1766;
Antonio
Zen
,
1778-1779-1790;
Francesco
-
Vendramin
,
1781-1782-1784-1785;
Iseppo
Priuli
,
1794-1795
.
(
24
)
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
di
Venezia
(
op
.
cit
.
)
.
(
25
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
117
.
(
26
)
La
proposta
di
nominare
un
generale
in
capo
venne
indarno
ripetuta
,
nell
'
estate
del
1796
,
anche
da
Giacomo
Nani
.
(
27
)
Miniere
di
piriti
ramifere
di
Agordo
.
(
28
)
Tra
le
più
notevoli
confraternite
della
specie
,
si
debbono
notare
quella
dei
Santi
Giovanni
e
Paolo
di
Venezia
,
dei
padri
di
San
Giovanni
di
Dio
a
Zara
,
dell
'
ospedale
militare
di
San
Sérvolo
pure
in
Venezia
.
(
29
)
Quando
trattavasi
di
deliberare
su
argomenti
di
maggior
interesse
intervenivano
nelle
deliberazioni
,
oltre
il
Savio
in
carica
(
attuale
)
,
anche
quello
che
lo
era
nel
semestre
antecedente
(
uscito
)
.
(
30
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
II
,
pag
53
,
160
,
199
.
(
31
)
Bongion
e
Maniva
.
(
32
)
I
pesi
erano
in
libbre
grosse
e
corrispondevano
ognuna
(
12
oncie
)
a
kg
.
0,476999
.
(
MARTINI
.
-
Manuale
di
Metrologia
,
pag
.
817
e
Segg
.
-
Torino
1883
)
.
(
33
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1782
.
Filza
107
.
(
34
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1782
.
Filza
107
.
(
35
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Maggio
1796
.
Filza
23
.
Relazione
del
tenente
generale
Salimbeni
sulle
condizioni
della
fortezza
di
Verona
.
(
36
)
Campagne
del
1715-1718
a
Corfù
ed
in
Morea
.
(
37
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1783
.
Filza
107
.
(
38
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
117
.
Anno
1786
.
(
39
)
Collegio
Militar
di
Verona
.
Busta
n
.
264
.
(
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
di
Venezia
)
.
Intorno
all
'
ordinamento
ed
alla
vita
di
questo
istituto
militare
,
si
veda
:
E
.
BARBARICH
-
Una
scuola
di
artiglierìa
e
genio
sotto
la
Serenissima
-
(
Rivista
di
artiglieria
e
genio
-
luglio
,
agosto
-
1908
)
.
(
40
)
Celebrata
locanda
al
tempo
della
Veneta
Repubblica
,
posta
a
fianco
della
chiesa
di
Santa
Anastasia
di
Verona
.
(
41
)
Sull
'
uso
dei
biglietti
di
visita
al
tempo
della
decadenza
veneziana
vedasi
:
P
.
MOLMENTI
.
-
(
Op
.
cit
.
,
parte
III
,
pagg
.
45
,
434
,
458
,
459
,
474
,
476
)
.
(
42
)
Comandava
allora
interinalmente
la
divisione
Serurier
.
(
43
)
Carteggio
del
Provveditore
Generale
Nicolò
Foscarini
.
Filza
2
(
1°
luglio
-
15
agosto
1796
)
.
(
44
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1785
.
Filza
117
.
(
45
)
Italia
,
Dalmazia
,
Levante
e
Golfo
.
(
46
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Tavola
I
,
Registro
29
(
Ducali
del
maggio
1786
)
.
(
47
)
Gli
ambasciatori
a
Costantinopoli
si
denominavano
più
specialmente
nel
linguaggio
diplomatico
Veneto
baili
.
(
48
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1782
.
I
Secreta
.
Filza
106
(
49
)
La
riforma
delle
scuole
militari
fu
preceduta
ed
accompagnata
dalla
riforma
delle
scuole
civili
,
le
quali
vennero
laicizzate
a
Venezia
per
opera
di
Gasparo
Gozzi
.
Il
periodo
di
maggiore
attività
in
quest
'
opera
corrisponde
agli
anni
che
corsero
dal
1773
al
1775
.
Il
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
desiderava
di
questa
riforma
farne
il
caposaldo
per
i
progettati
miglioramenti
do
introdursi
nell
'
esercito
Veneto
,
seguendo
i
criteri
già
enunciati
dal
Gribeauval
,
che
suonavano
come
appresso
:
«
Le
but
est
des
réduire
à
peu
de
chose
les
droits
à
l
'
anciennete
,
aneantir
ceux
de
la
protection
,
donner
toute
faveur
aux
talente
supérieure
et
les
initier
dans
le
commandement
avant
l
'
âge
où
le
corps
commence
à
perdre
et
l
'
esprit
cesse
d
'anquérir.Tale
opera
si
era
già
magnificamente
affermata
in
Francia
ai
tempi
del
maggior
lustro
militare
del
regno
di
Luigi
XV
.
(
50
)
Il
nome
di
alfiere
deriva
manifestamente
dal
latino
aquilifer
,
titolo
e
grado
di
colui
che
,
nelle
antiche
ordinanze
romane
,
portava
l
'
aquila
,
insegna
principale
della
legione
.
Nella
milizia
moderna
si
tramandò
il
nome
per
designare
l
'
officiale
incaricato
di
portare
le
insegne
di
una
compagnia
di
fanti
.
In
cavalleria
l
'
alfiere
prendeva
il
nome
di
cornetta
,
dalla
piccola
insegna
quadra
oltre
volte
usata
in
quell
'
arma
.
(
51
)
Non
esisteva
correlazione
gerarchica
tra
i
gradi
dell
'
esercito
e
quelli
della
marina
veneta
repubblicana
.
Il
grado
di
alfiere
,
o
di
cornetta
,
corrispondeva
però
in
qualche
misura
a
quello
di
nobile
in
nave
,
che
rappresentava
il
primo
gradino
della
gerarchia
degli
ufficiali
di
vascello
.
Il
grado
di
sopracomito
,
secondo
nella
scalèa
,
disponendo
del
comando
di
una
nave
(
ordinariamente
una
galera
)
eguagliava
,
sotto
qualche
rispetto
,
quello
del
capitano
comandante
di
una
compagnia
di
fanti
oppure
di
una
compagnia
di
cavalli
.
I
gradi
più
elevati
della
marina
,
quale
il
governatore
di
galeazza
,
il
governatore
dei
condannati
(
o
ispettore
alle
ciurme
ed
all
'
armamento
delle
navi
)
,
il
capitanio
del
Golfo
,
o
comandante
della
squadra
adriatica
,
sottoposti
a
loro
volta
al
capitanio
generale
,
al
provveditor
dell
'
Armata
,
al
patron
delle
navi
,
all
'
almirante
,
al
capitan
delle
navi
ed
infine
al
provveditore
generale
da
Mar
,
non
avevano
riscontro
approssimativo
nei
gradi
dell
'
esercito
.
(
52
)
Legge
di
Ottazione
per
la
promozione
degli
uffiziali
e
bassi
-
uffiziali
nei
Reggimenti
Italiani
,
Oltramarini
,
Cimarioto
,
Croati
a
cavallo
,
Corazzieri
,
Dragoni
,
al
servizio
della
Serenissima
Repubblica
di
Venezia
.
Stampata
per
ordine
dell
'Ecc.mo
signor
Michele
Morosini
,
Kav
.
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
in
esecuzione
al
Sovrano
decreto
dell
'Ecc.mo
Senato
,
2
giugno
1740
.
Pinelli
,
stampatori
ducali
,
Venezia
,
1740
.
(
53
)
La
dichiarazione
,
datate
da
Brescia
li
16
giugno
1785
,
è
firmata
dal
tenente
colonnello
Zorzi
Molari
e
dal
colonnello
Giovanni
Marin
Conti
,
comandante
del
reggimento
(
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
I
.
Filza
116
,
1786
)
.
(
54
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Filza
116
.
Anno
1785
.
(
55
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Filza
116
.
Anno
1785
.
(
56
)
Capo
-
squadrone
,
vale
dire
comandante
di
due
compagnie
di
cavalli
.
(
57
)
Delib
.
Senato
Militar
.
,
1795
.
Filza
n
.
146
Le
principali
norme
di
manovra
della
cavalleria
veneta
si
possono
desumere
dall
'
opera
intitolata
:
«
Esercito
militare
e
regola
universale
della
cavalleria
e
dragoni
della
Serenissima
Repubblica
di
Venezia
,
stabiliti
da
S.E.
Daniele
Dolfin
»
(
Verona
1707
)
.
(
58
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1782
.
Filza
n
.
105
.
(
59
)
Vale
a
dire
maggiore
,
comandante
di
una
o
più
compagnie
di
cannonieri
.
(
60
)
Buona
parte
di
queste
prove
pratiche
si
effettuavano
al
«
Bersaglio
di
artiglieria
»
di
Sant
'
Alvise
,
a
Venezia
,
oppure
al
Lido
.
Sui
particolari
delle
artiglierie
venete
,
si
veda
:
«
Le
artiglierie
Venete
,
fatte
incidere
in
rame
dall
'
Ispettore
generale
Domenico
Gasparoni
.
(
1779
)
»
.
(
61
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
1785
.
Filza
116
.
(
62
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1796
.
Filza
25
.
(
63
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1777
.
Collegio
Militar
di
Verona
.
Busta
224
.
Il
Senato
in
esito
a
tali
richieste
aveva
decretato
,
che
i
provenienti
dal
Collegio
Militare
di
Verona
non
potessero
allontanarsi
dal
servizio
sotto
le
pubbliche
bandiere
se
non
dopo
un
triennio
di
permanenza
nell
'
ufficio
cui
attendevano
.
(
64
)
Pubblicata
nel
1779
,
in
folio
,
col
titolo
:
«
Le
Artiglierie
Venete
,
fatte
incidere
in
rame
dall
'
Ispettore
generale
Domenico
Gasparoni
.
»
(
65
)
Il
manoscritto
trovasi
al
Museo
di
Padova
(
Biblioteca
)
.
(
66
)
FILIPPO
NANI
MOCENIGO
-
GIACOMO
NANI
.
-
Memorie
e
documenti
.
-
Venezia
,
1893
.
L
'
opera
della
«
Milizia
Veneta
aveva
il
seguente
motto
:
«
Non
ci
può
essere
piano
militare
che
sia
acconcio
a
combattere
una
malattia
puramente
morale
e
politica
»
.
(
67
)
Erano
43
ufficiali
che
Angelo
Emo
aveva
elevato
al
grado
superiore
,
con
il
consenso
del
Senato
,
per
benemerenze
acquisite
nelle
campagne
di
Tunisi
e
di
Algeria
.
Essi
furono
distribuiti
in
soprannumero
tra
i
diversi
corpi
,
ma
poi
ricollocati
in
congedo
per
mancanza
di
posti
.
Questi
ufficiali
reclamarono
vivacemente
ed
infine
,
nel
1795
,
ebbero
dal
Senato
dei
posti
al
governo
delle
piazze
e
delle
fortezze
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1795
.
Filza
146
)
.
(
68
)
Il
zecchino
era
pari
a
lire
venete
22
,
e
la
lira
veneta
a
soldi
20
(
Italiane
lire
0,5228
)
.
(
69
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1793
.
Filza
139
.
(
70
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Filza
130
.
(
71
)
Panno
assai
leggero
(
rarus
)
.
(
72
)
«
Riconoscendo
buona
la
pratica
-
diceva
un
Senatoconsulto
dell
'
anno
1769
-
seguita
dalle
estere
truppe
di
porre
un
segno
distintivo
di
reggimento
,
e
non
essendo
quello
sufficiente
della
diversità
dei
mostrini
(
mostreggiature
)
comunemente
usato
,
il
Senato
emette
l
'
avviso
che
con
il
numero
impresso
sui
bottoni
ai
debbano
distinguere
i
18
reggimenti
italiani
»
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1789
.
Filza
127
)
.
(
73
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Registro
n
.
29
.
Decreto
29
aprile
1790
.
Si
noti
l
'
analogia
di
tali
distinzioni
di
grado
usata
dagli
ufficiali
Veneti
con
quella
tradizionalmente
adottata
dagli
ufficiali
dell
'
esercito
del
Montenegro
.
Presso
di
questi
i
segni
del
grado
si
portano
sul
berretto
,
e
sono
:
ufficiali
generali
,
scudetto
d
'
oro
dalle
insegne
principesche
;
maggiori
scudetto
d
'
oro
con
le
scimitarre
d
'
argento
;
ufficiali
inferiori
scudetto
d
'
argento
con
le
scimitarre
d
'
oro
.
(
74
)
Dalla
fiscalità
amministrativa
militare
dell
'
epoca
ai
erano
da
qualche
tempo
affrancati
gli
eserciti
di
Luigi
XV
.
Sotto
il
regno
di
questi
venne
regolata
l
'
amministrazione
dei
reggimenti
,
la
proprietà
delle
compagnie
fu
tolta
ai
capitani
,
un
ufficiale
contabile
venne
infine
assegnato
presso
ciascun
comando
di
corpo
.
(
75
)
Collegio
Militare
di
Verona
.
Busta
241
.
Relazione
del
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
M
.
A
.
Priuli
.
Intorno
ai
particolari
di
questa
avventura
,
si
veda
:
E
.
BARBARICH
.
«
Una
scuola
di
artiglieria
e
genio
sotto
la
Serenissima
Repubblica
»
(
Rivista
di
artiglieria
e
genio
-
Luglio
,
agosto
1908
)
.
(
76
)
Inquisitori
di
Stato
.
-
Lettere
dei
rettori
di
Verona
,
1781-1787
.
Busta
n
.
110
.
-
Idem
.
Dispacci
dei
rettori
di
Verona
,
1785-1788
.
Busta
n
.
367
.
(
77
)
Carteggio
citato
.
(
78
)
Erano
Girolamo
Diedo
,
Angelo
Maria
Gabriel
e
Giovanni
Sagredo
.
Sulla
loro
opera
di
repressione
delle
logge
massoniche
in
terraferma
,
si
veda
:
ROMANIN
.
Storia
documentata
dì
Venezia
,
Tomo
VIII
,
Capo
VIII
,
pag
.
272
,
399
.
(
79
)
Collegio
Militare
di
Verona
.
Busta
n
.
224
.
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Busta
178
.
Registri
dei
deputati
al
Militar
Collegio
di
Verona
.
Anni
1764-1797
.
(
80
)
Devesi
notare
la
strana
coincidenza
che
nelle
stesse
sale
di
Castel
Vecchio
venne
a
stabilirsi
,
ai
primi
tempi
del
dominio
francese
,
l
'
accademia
detta
degli
Aletofili
,
cioè
amanti
della
verità
,
e
che
quivi
pure
si
installò
l
'
accademia
dei
Neoterici
,
cioè
dei
seguaci
delle
nuove
scienze
fisiche
e
medicali
.
(
81
)
Le
relazioni
tra
il
governo
francese
e
le
«
Logge
Muratorie
»
furono
intensificate
,
nell
'
estate
del
1796
,
dal
Salicati
.
(
LAPORTE
-
Souvenir
d
'
un
emigré
-
pag
.
19
)
.
(
82
)
Carteggio
degli
«
Inquisitori
di
Stato
»
Busta
n
.
920
.
(
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
)
.
(
83
)
Si
trovavano
a
Verona
,
ai
primi
di
luglio
del
1796
,
sette
compagnie
di
fanti
oltremarini
con
un
effettivo
combattente
di
532
uomini
,
tutti
appartenenti
al
Reggimento
Medin
.
(
Carteggio
del
Provveditore
Nicolò
Foscarini
,
Busta
n
.
1
)
.
(
84
)
Vedasi
:
FABRY
.
-
Campagne
de
l
'
Armée
d
'
Italie
.
-
(
Vol
.
IV
,
pagine
24
,
26
,
29
,
30
,
31
,
32
,
94
,
95
ecc
.
)
(
85
)
Per
decisione
del
26
Pratile
,
presa
dal
Commissario
del
governo
della
Repubblica
francese
,
i
magazzini
di
Castelnuovo
,
Garda
e
Salò
furono
sistemati
in
modo
che
essi
disponessero
sempre
di
15
giorni
di
viveri
per
tutta
l
'
armata
.
Anche
Verona
fu
posta
in
tale
condizione
.
Il
magazzino
di
riserva
di
Brescia
fu
aumentato
in
questa
circostanza
con
15.000
razioni
di
biada
.
Il
provvigioniere
generale
della
Repubblica
veneta
,
Vivante
,
doveva
incaricarsi
di
tutti
questi
rifornimenti
.
Giornalmente
dovevano
inoltre
versarsi
nei
magazzini
del
commissario
Gachet
,
a
Verona
,
60
carri
di
fieno
di
100
pesi
ciascuno
,
40
carri
di
paglia
pure
di
100
pesi
ognuno
,
550
stara
di
avena
,
oltre
un
'
aliquota
di
generi
diversi
per
i
bisogni
impreveduti
.
Il
4
luglio
,
il
nominato
commissario
francese
impose
d
'
urgenza
la
fornitura
di
12.000
sacchi
di
farina
.
(
Carteggio
del
Provveditore
generale
in
Terraferma
Nicolò
Foscarini
.
Filza
n
.
2
.
Senato
Secreta
III
)
.
Il
10
luglio
doveva
funzionare
in
Brescia
un
ospitale
da
200
letti
,
per
il
quale
argomento
si
dovevano
accordare
assieme
il
commissario
generale
francese
Flament
con
il
segretario
Sanfermo
,
un
cancelliere
ducale
ed
il
colonnello
d
'
artiglieria
veneta
Fratacchio
.
(
Carteggio
citato
)
(
86
)
FOSCARINI
.
-
Carteggio
citato
.
(
87
)
La
lettera
reca
la
intestazione
che
segue
:
Quartier
General
de
Veronne
,
le
20
Messidor
de
l
'
An
IX
de
la
Republique
Française
,
une
et
indivisible
.
È
annessa
alla
Filza
n
.
2
del
citato
carteggio
del
Provveditore
Nicolò
Foscarini
.
(
88
)
Loc
.
cit
.
(
89
)
Intorno
alle
Pasque
Veronesi
si
consulti
-
tra
le
fonti
più
recenti
-
il
libro
del
BONNEFONS
:
La
chute
de
la
Republique
de
Venise
(
1780-1797
)
.
Librairie
Académique
Perrin
,
Paris
,
1908
,
pag
.
225
e
sgg
.
(
90
)
Capitolazioni
.
-
Delib
.
Senato
Militare
1785
.
Filza
118
.
(
91
)
Carlo
Marchiondi
,
eccellente
ingaggiatore
di
fanti
oltremarini
,
trovasi
citato
a
titolo
di
onore
nel
carteggio
del
Senato
fino
dall
'
anno
1783
,
perché
in
quattro
anni
era
riuscito
a
condurre
sotto
le
venete
insegne
oltre
5000
reclute
,
numero
doppio
del
richiesto
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
Fu
perciò
promosso
tenente
colonnello
(
22
maggio
1783
)
.
Il
tenente
colonnello
Carlo
Marchiondi
morì
nel
1785
.
(
92
)
La
forza
di
una
compagnia
di
leva
,
o
centro
di
reclutamento
delle
milizie
ingaggiate
,
era
la
seguente
:
1
tenente
o
capitanio
,
1
alfiere
,
1
sergente
,
2
caporali
,
1
tamburo
o
piffero
,
36
fanti
.
(
93
)
Il
piede
veneziano
corrispondeva
a
metri
0,347735
:
a
sua
volta
l
'
oncia
,
di
12
linee
,
equivaleva
a
metri
0,028978
.
(
94
)
Capitolazioni
sopra
citate
.
-
Delib
.
Senato
Militar
,
anno
1785
.
Filza
118
.
Tra
i
mestieri
infami
era
compreso
quello
dello
sbirro
.
(
95
)
Le
caserme
principali
si
trovavano
nel
rione
di
Santa
Maria
Elisabetta
del
Lido
ed
erano
capaci
di
oltre
4000
uomini
.
-
(
Vedasi
:
Il
forastiere
illuminato
intorno
le
cose
più
belle
,
rare
e
curiose
,
antiche
e
moderne
della
città
di
Venezia
e
delle
isole
circonvicine
.
Venezia
,
1740
.
Giovambattista
Albrizzi
,
editore
,
pag
.
301
)
.
(
96
)
La
lira
veneta
,
di
20
soldi
ognuna
,
corrispondeva
ad
Italiane
lire
0,5228
.
(
97
)
Esattamente
a
L
.
16,182
.
(
98
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Anno
1782
.
Secreta
I
.
Filza
107
.
(
99
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
1782-1784
.
(
100
)
Sull
'
istituzione
delle
compagnie
di
travagliatori
,
si
veda
il
capitolo
relativo
al
Genio
nello
studio
presente
.
(
101
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Filza
131
.
(
102
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
146
.
(
103
)
Già
dalla
fine
del
XVII
secolo
,
nel
corpo
degli
oltremarini
si
erano
fuse
tutte
le
speciali
milizie
d
'
oltremare
note
ai
tempi
dello
splendore
con
il
nome
di
Dalmati
,
Cimeriotti
e
Montenegrini
.
La
reggimentazione
degli
oltremarini
risale
però
più
precisamente
all
'
anno
1688
,
quando
cioè
il
Morosini
tracciò
la
grande
suddivisione
della
fanteria
veneta
in
oltramontani
ed
oltramarini
,
attribuendo
a
questi
ultimi
il
carattere
di
socii
.
Dell
'
antica
differenziazione
di
queste
milizie
d
'
oltremare
sopravviveva
ancora
,
al
tempo
della
caduta
di
Venezia
,
il
Reggimento
Corfù
di
San
Marco
,
o
dei
Corfiotti
,
impiegato
nel
presidio
dell
'
isola
.
(
104
)
Dettaglio
della
forza
di
infanteria
italiana
ed
oltremarina
,
artiglieria
e
cavalleria
,
esistente
il
1°
marzo
1796
in
Terraferma
,
con
l
'
innesto
delle
cernide
italiane
ed
istriane
e
delle
craine
dalmatine
.
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Filza
149
)
.
Come
è
noto
,
le
cerne
levate
in
Dalmazia
denominavansi
più
specialmente
craine
,
oppure
craicinich
.
(
105
)
Orzinovi
ora
fortezza
di
confine
,
correndo
in
questo
tratto
la
frontiera
veneta
tra
la
Serenissima
e
lo
Stato
di
Milano
lungo
la
destra
dell
'
Oglio
.
Il
contado
di
Crema
rappresentava
un
possedimento
isolato
della
Repubblica
al
di
là
del
confine
,
compreso
tutto
intorno
dal
territorio
milanese
di
Soncino
,
Robecco
,
Lodi
e
Vailate
.
La
frontiera
nel
contado
bergamasco
tra
Serenissima
e
Milano
correva
,
per
buon
tratto
,
lungo
l
'
Adda
fino
alle
adiacenze
di
Trezzo
,
indi
,
mediante
una
linea
obliqua
convenzionale
,
si
rivolgeva
oll
'
Oglio
in
direzione
di
Martinengo
.
(
106
)
Nell
'
estate
del
1796
non
tutte
le
truppe
venete
raccolte
da
Giacomo
Nani
per
la
difesa
dell
'
estuario
di
Venezia
erano
ancora
fornite
di
pagliericci
.
Convenne
disfare
all
'
uopo
delle
vecchie
tende
riposte
nella
tana
dell
'
Arsenale
per
sopperire
alla
bisogna
,
e
si
impiegarono
in
quella
circostanza
alquante
vellere
,
o
cucitrici
di
vele
,
addette
al
grande
cantiere
eneto
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
giugno
1796
.
Filza
23
)
.
(
107
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Anno
1794
.
Filza
143
.
(
108
)
Nel
1784
,
era
primo
capitano
e
podestà
di
Verona
Alvise
Mocenigo
.
(
109
)
Il
tenente
generate
Salimbeni
.
(
110
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1792
,
Filza
134
.
(
111
)
Il
generale
Salimbeni
si
riferiva
specialmente
alle
condizioni
delle
cerne
e
delle
craine
raccolte
a
Verona
nel
1794
.
(
Delib
.
Senato
Militar
,
Filza
145
)
.
(
112
)
Relazione
al
piedilista
del
1781
del
Savio
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1781
.
Filza
106
)
.
(
113
)
Relazione
al
piedilista
del
1781
(
Delib
.
Senato
Militar
-
1781
-
Filza
106
)
.
(
114
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
III
,
pag
.
167
.
(
115
)
Opificio
esercitato
sulla
fine
della
Serenissima
da
Giacomo
Zannoni
.
(
116
)
Condotto
a
quell
'
epoca
da
Francesco
Bascarezzi
.
(
117
)
Terminazione
della
conferenza
delli
Savi
alla
scrittura
,
attual
ed
uscito
,
di
due
dei
cinque
Savi
alla
mercanzia
e
magistrati
sopra
camere
intorno
al
metodo
per
il
vestiario
dei
reggimenti
italiani
.
(
Delib
.
Senato
militar
,
1755
)
.
(
118
)
La
riforma
della
numerazione
dei
corpi
di
fanti
italiani
fu
caldeggiata
,
fino
dal
1785
,
dai
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
e
dal
brigadiere
Stràtico
.
«
Riconoscendo
poi
-
diceva
una
relazione
estesa
da
quest
'
ultimo
-
per
buona
pratica
seguita
dalle
estere
truppe
di
porre
un
segno
distintivo
di
reggimento
,
e
non
essendo
quello
sufficiente
della
diversità
dei
mostrini
comunemente
usati
,
si
emette
l
'
avviso
che
con
il
numero
impresso
sui
bottoni
si
debbano
distinguere
i
18
reggimenti
di
fanti
italiani
,
assegnando
gli
ultimi
quattro
numeri
ai
reggimenti
di
città
,
in
ordine
all
'
epoca
di
loro
istituzione
»
.
(
Delib
.
Senato
milit
.
,
anno
1785
.
Registro
n
.
29
)
.
(
119
)
Le
compagnie
prendevano
nome
dai
rispettivi
comandanti
,
e
cioè
:
1a
Colonnella
-
2a
Tenente
colonnella
:
-
3a
Sergente
maggiore
..
La
4a
,
5a
,
6a
,
7a
,
8a
e
9a
si
intitolavano
dal
nome
dei
rispettivi
capitani
comandanti
.
Vedasi
a
questo
riguardo
quanto
nel
presente
studio
è
stato
detto
nel
capitolo
relativo
agli
ufficiali
veneti
.
(
120
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
,
Filza
n
.
25
.
(
121
)
Ibidem
.
Filza
25
.
-
Lettera
al
Doge
in
data
dell'8
luglio
1796
.
(
122
)
[
122
]
La
fiera
esibizione
delle
genti
del
Bergamasco
finì
ai
capi
del
Consiglio
dei
X
,
i
quali
furono
al
riguardo
«
del
geloso
affare
...
e
dell
'
alto
segreto
che
esso
importava
...
ricercati
a
divenire
,
con
il
loro
consiglio
e
per
le
vie
le
più
secrete
,
a
quelle
deliberazioni
che
pareranno
proprie
alla
loro
prudenza
»
.
In
altri
termini
,
il
Senato
nel
rassegnare
al
Consiglio
dei
Dieci
quella
proposta
con
144
voti
favorevoli
alla
decisione
presa
e
30
incerti
,
dimostrò
il
suo
fermo
intendimento
di
cestinarla
.
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Filza
25
.
In
Pregadì
,
12
luglio
1796
)
.
(
123
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1792
,
Filza
134
.
(
124
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
142
.
(
125
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
134
.
(
126
)
Rapporto
del
rappresentante
veneto
a
Torino
,
Giovanni
Andrea
Fontana
.
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
119
.
(
127
)
Vedi
il
§
31
del
R
.
Viglietto
24
dicembre
1736
.
(
Raccolta
delle
leggi
e
decreti
del
Duboin
,
vol
.
XXVIII
,
pag
.
193
)
.
(
128
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
142
.
(
129
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
135
.
(
130
)
Registri
delle
deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Secreta
30
.
Le
norme
si
erano
esaurite
da
gran
tempo
.
(
131
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Decreto
del
3
marzo
detto
.
Filza
n
.
149
.
(
132
)
I
gravami
personali
ai
riferivano
-
come
si
sa
-
specialmente
ai
coniugati
,
ai
fittaoli
,
agli
indegni
ecc
.
(
133
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
,
1796
Filza
149
-
Lo
stato
delle
cerne
incorporate
nell
'
anno
1794
,
la
loro
suddivisione
per
circoli
di
reclutamento
ed
i
loro
effettivi
,
al
termine
del
primo
biennio
di
ferma
risultano
dallo
specchio
seguente
:
Descritte
nei
ruoli
Morti
Fuggiti
Cassi
Effettivi
nel
1796
a
)
Cerne
Italiane
.
Padovane
355
8
-
-
22
325
Vicentine
366
7
20
15
324
Veronesi
e
Colognesi
403
14
17
10
362
Bresciane
152
1
4
14
133
Dette
privilegiate
(
Orzinovi
)
125
-
-
13
8
104
Bergamasche
164
-
-
19
7
138
Cremasche
50
-
-
1
2
47
Bellunesi
110
9
2
10
89
Bassanesi
135
3
5
6
111
Feltrine
79
-
-
-
-
11
65
Trevisane
389
4
5
42
338
Salodiane
51
2
1
6
42
Friulane
267
5
11
12
239
Polesane
148
-
-
3
-
-
145
Totale
2781
53
101
165
2462
b
)
Cerne
Istriane
226
5
10
3
208
c
)
Craine
Dalmate
732
31
31
15
651
3739
89
142
183
3321
(
134
)
Deliberazione
Senato
Militar
.
Filza
149
.
(
135
)
Discorso
al
Senato
del
cav
.
Francesco
Pesaro
(
ottobre
1792
)
.
(
136
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
26
marzo
1796
.
Filza
149
.
(
137
)
Vedasi
l
'
ordinamento
dalle
craine
in
battaglioni
e
la
loro
dislocazione
a
Venezia
e
nell
'
estuario
in
ottobre
-
novembre
dell
'
anno
1796
nelle
:
«
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
»
Filza
161
.
-
Per
l
'
opera
di
Giacomo
Nani
in
questa
circostanza
si
veda
specialmente
il
volume
di
Filippo
Nani
-
Mocenigo
ricordato
più
sopra
.
(
138
)
Carteggio
del
Provveditor
Generale
in
Terraferma
Nicolò
Foscarini
.
-
1796
.
Filza
n
.
1
.
(
Carteggio
dal
18
maggio
a
tutto
giugno
detto
)
.
(
139
)
CICOGNA
.
-
Bibliografia
Veneziana
.
-
Vedasi
nella
raccolta
la
sezione
relativa
alla
bibliografia
militare
.
(
140
)
Magistratura
molto
antica
cui
metteva
capo
tutto
ciò
che
si
riferiva
all
'
azienda
comunale
.
I
provveditori
del
Comune
avevano
una
particolare
sorveglianza
sull
'
istituto
delle
arti
,
sulle
scuola
di
devozione
etc
.
(
141
)
Diventato
dopo
il
1588
una
magistratura
stabile
.
Il
culto
della
santa
protettrice
degli
artiglieri
si
mantenne
sempre
vivo
sino
alla
caduta
della
Serenissima
e
si
accentuò
nella
scuola
di
Santa
Barbara
,
dove
è
eretto
un
altare
con
un
dipinto
del
Tintoretto
.
Questa
scuola
conserva
il
capo
della
denominata
santa
,
recato
a
Venezia
da
Candia
nell
'
anno
1070
(
Il
forastiere
illuminato
intorno
le
cose
più
rare
e
curiose
antiche
e
moderne
della
città
di
Venezia
)
.
-
Sulle
prime
sedi
dell
'
arte
dei
bombardieri
a
Venezia
,
si
veda
l
'
opera
del
BIANCHINI
;
La
chiesa
di
Santa
Maria
Formosa
,
pag
.
31
,
Venezia
1892
,
e
la
nota
apposta
dal
MOLMENTI
a
pagina
54
del
2°
volume
della
sua
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
(
Bergamo
,
Istituto
italiano
di
arti
grafiche
,
1906
)
.
(
142
)
Più
tardi
,
agli
otto
ducati
di
bonifica
per
testa
si
aggiunsero
altri
quattro
ducati
di
bonifica
,
ossia
di
taglione
.
(
143
)
Di
cui
3713
di
bronzo
e
1025
di
ferro
,
per
il
valore
complessivo
di
quattro
milioni
di
ducati
.
(
144
)
Assunto
al
servizio
veneto
nel
1771
(
6
ottobre
)
.
Il
Patisson
era
inglese
di
nascita
.
(
145
)
Piano
generale
degli
studi
da
farsi
in
un
sessennio
nel
pubblico
Militar
Collegio
di
Verona
,
fatto
estendere
da
Alvise
Tiepolo
,
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Venezia
,
1763
.
-
Per
i
figliuoli
del
quondam
Z
.
Antonio
Pinelli
,
stampatori
ducali
.
(
146
)
Decreto
del
Senato
del
27
settembre
1786
(
Delib
.
Senato
Militar
,
n
.
29
Secreta
-
Registro
)
.
(
147
)
Relazione
sullo
stato
dell
'
artiglieria
Veneta
,
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Filza
103
,
anno
1781
)
.
La
relazione
è
firmata
da
Angelo
Diedo
,
Francesco
Battagia
e
Francesco
Falier
.
(
148
)
Navi
di
primo
rango
Fama
(
capitana
)
e
Forza
,
fregata
Palma
,
sciabecco
Tritton
,
bombarde
Distruzion
,
Polonia
;
galeotta
Esploratore
.
La
fregata
Concordia
e
gli
sciabecchi
Cupido
e
Nettuno
si
aggiunsero
alle
sopra
dette
navi
nelle
acque
di
Corfù
.
(
149
)
V
.
MARCHESI
.
-
Tunisi
e
la
Repubblica
di
Venezia
.
Lettera
di
Angelo
Emo
,
in
data
dell
'
ll
ottobre
1785
.
(
150
)
Giornale
storico
del
viaggio
in
Africa
della
Veneta
squadra
,
-
Pag
.
63
.
Vedasi
anche
«
Angelo
Emo
»
in
Rivista
marittima
,
2°
Semestre
1907
.
(
151
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
.
Parte
II
,
pag
.
50
.
(
152
)
Il
forastiere
illuminato
ecc
.
,
pag
.
104
(
op
.
cit
.
)
.
(
153
)
Idem
,
pag
104
.
(
154
)
Idem
,
pag
.
97
.
(
155
)
Il
forastiere
illuminato
,
op
.
cit
.
,
pag
.
97
98
.
(
156
)
Ibidem
,
pag
.
103
.
(
157
)
Ibidem
,
pag
.
103
.
(
158
)
Le
magistrature
all
'
Arsenale
erano
molte
e
complesse
.
Anzitutto
i
Provveditori
all
'
Arsenal
(
3
)
scelti
dal
Senato
con
carica
biennale
,
i
Patroni
all
'
Arsenal
(
3
)
che
duravano
in
ufficio
32
mesi
ed
erano
incaricati
materialmente
della
custodia
e
della
polizia
del
cantiere
,
i
Visdomini
alla
Tana
(
3
)
e
gli
Inquisitori
all
'
Arsenal
,
nominati
questi
ultimi
soltanto
al
caso
di
particolari
inchieste.Tali
cariche
erano
prevalentemente
di
ordine
politico
.
Le
cariche
militari
e
marittime
avevano
uffici
a
parte
non
meno
numerosi
:
così
i
Provveditori
all
'
armamento
,
i
pagadori
(
5
)
,
i
presidenti
ed
aggionti
alla
milizia
da
mar
,
il
magistrato
all
'
artiglieria
ecc
.
(
159
)
Il
preciso
campionario
dell
'
artiglieria
veneta
della
decadenza
risulta
dal
seguente
prospetto
:
Cannoni
:
120
B
-
100
B
-
60
B
-
50
B
-
50
F
-
40
B
-
40
F
-
30
B
-
30
F
-
20
B
-
20
F
-
16
B
-
16
F
-
14
B
-
14
F
-
12
B
.
ordinario
-
12
B
.
medio
-
12
F
.
leggero
-
12
F
.
ordinario
-
9
B
-
9
F
-
6
B
.
ordinario
-
6
B
.
leggero
-
6
F
.
ordinario.Falconetti:
8
B
-
9
B
-
6
B
-
3
B
-
1
B.Colubrine:
100
B
-
60
B
-
40
B
-
30
B
-
20
B
-
14
B.Apiede
12
B.Passavolante:
9
B.Saltamartino:
6
B.Sacri:
12
B.Spingarde:
10
F.Petrieri:
14
B
.
-
12
B
-
6
B
.
-
1
B.Mortari:
1000
B
-
1000
F
-
500
B
-
500
F
-
300
B
-
200
B
-
100
B
-
50
B
-
30
B
-
20
B
-
16
B
-
14
B
-
14
F.Trabucchi:
20
B
-
16
B
-
14
B
-
14
F.Obusieri:
100
B
-
30
B
-
16
B.Obizzi:
200
B
-
120
F
-
20
F.Organetti:
B
-
F.Mortaretti:
B
-
F
.
(
Foglio
dimostrante
l
'
esistenza
dei
pezzi
di
artiglieria
nell
'
Arsenal
,
nei
forti
della
Dominante
,
flotta
,
ecc
.
nell
'
anno
1781
.
-
Delib
.
Senato
Militar
,
-
Filza
N
.
103
)
.
(
160
)
Il
forastiere
illuminato
,
op
.
cit
.
,
pag
.
99
.
(
161
)
Il
maggiore
Domenico
Gasperoni
,
riordinatore
del
Museo
dell
'
Arsenale
.
(
162
)
Delib
.
del
Senato
Militar
di
Terraferma
,
1794
.
Filza
,
143
.
(
163
)
Rapporto
del
colonnello
Molari
,
citato
nell
'
opera
di
FILIPPO
NANI
MOCENIGO
Giacomo
Nani
.
Memorie
,
etc
.
pag
.
67
.
(
164
)
Idem
.
(
165
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Carteggio
dall'11
genn
.
1796
al
25
detto
.
Filza
n
.
24
.
Unitamente
a
questa
offerta
i
Buranesi
dichiaravano
di
aver
pronte
«500
persone
da
prendere
le
armi
,
6
tartane
per
uso
«
di
pesca
e
9
pieleghe
ad
uso
di
negozio
di
legna
».Le
pieleghe
erano
barche
pescherecce
a
tre
alberi
della
foggia
dei
trabaccoli
e
della
portata
minore
di
100
tonnellate
.
L
'
etimologia
di
esse
proviene
forse
dal
latino
pelagus
,
perché
queste
barche
si
esponevano
con
qualche
facilità
ai
pericoli
del
mare
nella
pesca
.
(
166
)
Le
funzioni
del
servizio
di
stato
maggiore
,
disimpegnate
in
Francia
per
gran
tempo
dal
corpo
degli
ingegneri
militari
,
furono
trasferite
nell
'
anno
1783
al
corpo
di
stato
maggiore
propriamente
detto
.
(
167
)
Nacque
il
Lorgna
il
22
ottobre
1735
a
Cerea
di
Verona
e
morì
in
questa
ultima
città
,
nel
Collegio
Militare
,
il
27
giugno
1796
.
«
Fu
aggregato
-
dicono
i
documenti
-
alle
prime
accademie
dell
'
Europa
,
carteggiò
con
tutti
i
dotti
della
terra
e
produsse
opere
matematiche
e
fisiche
che
gli
procurarono
la
stima
universale
.
Dei
60
anni
che
visse
,
35
ne
dedicò
al
Militar
Collegio
di
Verona
nello
insegnamento
»
.
(
Carteggio
del
Collegio
Militar
di
Verona
.
-
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Busta
246
)
(
168
)
L
'
autore
dell
'
opera
insigne
dal
titolo
:
Del
corso
delle
acque
.
(
169
)
L
'
idea
dei
Murazzi
si
deve
effettivamente
al
padre
Coronelli
che
ne
trattò
dapprima
nell
'
opuscolo
assai
raro
dal
titolo
:
«
Proposte
del
padre
Coronelli
importanti
al
pubblico
e
privato
,
svelate
e
delucidate
con
disegni
»
(
170
)
Vedasi
carteggio
del
Collegio
Militar
di
Verona
sopra
citato
.
Anni
1769-1770
.
(
171
)
Il
corpo
degli
Ingegneri
ai
confini
possiede
negli
Archivi
di
Stato
di
Venezia
un
copioso
carteggio
del
tutto
inesplorato
.
(
172
)
Decreto
del
Senato
,
5
ottobre
l770
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
)
Filza
n
.
100
.
Secreta
I
.
(
173
)
Collegio
Militare
di
Verona
,
-
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
-
Busta
246
.
(
174
)
Il
capitano
degli
ingegneri
militari
Ferro
,
da
Treviso
(
Delib
.
Senato
militar
,
Filza
n
.
102
,
1770
)
.
(
175
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
100
.
1779-1781
.
(
176
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
.
Registro
n
.
28
.
1782-1785
.
(
177
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Rapporto
al
Principe
del
brigadiere
Sopraintendente
degli
ingegneri
militari
veneti
,
Moser
de
Filseck
.
(
178
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
115
.
Anno
1785
.
(
179
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
117
.
Anno
1785
.
(
180
)
Rapporto
del
sopraintendente
del
corpo
degli
ingegneri
militari
,
Moser
de
Filseck
,
sullo
stato
delle
piazze
di
Oltremare
,
allegato
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
in
una
relazione
al
Doge
.
-
(
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
I
.
Filza
107
.
Anno
1782
)
.
(
181
)
L
'
odierna
Sinj
in
val
di
Cetina
.
(
182
)
Presso
la
stretta
di
Slap
,
all
'
uscita
del
fiume
Kerka
nella
zona
lacustre
di
Prokljan
e
di
Sebenico
.
(
Foglio
della
carta
austriaca
,
alla
scala
di
1:200.000
.
Spalato
.
34°-44°
)
.
(
183
)
Strade
poi
migliorate
nel
1806
al
tempo
del
governo
del
Provveditore
Generale
Vincenzo
Dandalo
in
Dalmazia
.
(
Vedasi
,
La
Dalmazia
al
31
dicembre
1806
.
Opera
economica
e
politica
umiliata
a
S
.
M
.
Imperatore
e
Re
)
.
(
184
)
Abbreviazione
usata
per
dinotare
il
predicato
di
nobili
uomini
,
dovuto
ai
rappresentanti
della
Veneta
Repubblica
.
(
185
)
Venute
alla
Repubblica
in
forza
del
trattato
di
Passarowitz
(
21
luglio
1718
)
.
-
Vedasi
a
questo
riguardo
ROMANIN
.
Storia
documentata
di
Venezia
,
tomo
VIII
,
pag
.
56-57
.
(
186
)
Dice
questo
storico
:
«
Il
decreto
del
Senato
del
21
luglio
1785
«
istituì
inoltre
due
corpi
di
travagliatori
e
zappatori
-
minatori
dipendenti
«
dal
corpo
del
genio
»
.
Storia
documentata
di
Venezia
,
vol
.
VIII
,
pag
.
373
.
-
È
doveroso
però
notare
a
questo
punto
che
il
senato
-
consulto
non
fa
cenno
di
questo
seconda
denominazione
,
di
zappatori
-
minatori
che
si
vuole
dal
ROMANIN
attribuita
nel
senato
-
consulto
medesimo
ai
travagliatori
.
(
187
)
Il
decreto
non
parla
quindi
di
zappatori
-
minatori
.
(
188
)
La
gazzetta
era
di
tre
bezzi
.
(
189
)
Il
suo
importo
era
preventivato
in
lire
Venete
78.8
.
(
190
)
Deliberazioni
Senato
Militar
Registro
N
.
29
,
I
Secreta
.
Anni
1788-1790
.
Decreto
del
21
luglio
1788
.
(
191
)
Le
due
compagnie
dovevano
contare
in
origine
140
uomini
ognuna
.
(
192
)
Il
libro
più
precisamente
ai
intitola
come
appresso
:
Doveri
delle
persone
incaricate
della
disciplina
ed
uso
dei
Corpi
dei
Travagliatori
.
Delib
.
Senato
Militar
,
Filza
116
,
(
1785
)
.
(
193
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Filza
36
(
1796
)
.
(
194
)
E
.
BARBARICH
.
Gli
Stradiotti
nell
'
arte
militare
veneziana
.
(
Rivista
di
Cavalleria
,
1904
)
.
-
PAJOL
.
Les
guerres
sous
Louis
XV
,
vol
.
VII
,
pag
.
329-329
Paris
,
Firmin
-
Didot
,
Editeurs
,
1891
.
(
195
)
Specie
del
sale
in
Dalmazia
-
Vedasi
:
«
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
»
,
del
Sabalich
-
(
Zara
,
Tipografia
Vitaliani
,
1907
,
pag
.
23
.
(
196
)
Da
cui
dipendono
le
vaste
praterie
denominate
dei
Camoi
.
(
197
)
A
senso
delle
Tasse
per
le
genti
d
'
arme
ed
alloggi
per
la
cavalleria
vigenti
.
(
Deliberazioni
Senato
Militar
)
.
Secreta
.
Registro
N
.
28
,
(
1782-1784
)
.
(
198
)
Delib
.
Senato
Militar
,
I
,
Secreta
,
Filza
104
(
1782
)
.
(
199
)
In
realtà
il
servizio
di
sgherro
era
affidato
in
Dalmazia
ai
cosidetti
panduri
.
Picchetti
di
cavalleria
solevano
nondimeno
scortare
le
caravane
turche
che
,
dall
'
interno
,
scendevano
di
porti
dalmati
;
specie
a
Spàlato
.
(
Vedi
Sabalich
-
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
-
pag
.
54
)
(
200
)
Cioè
il
biscotto
per
la
fanteria
oltremarina
ed
il
pane
per
la
fanteria
italiana
.
(
201
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
146
(
1795
)
.
(
202
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Registro
N
.
28
(
1783-1784
)
.
(
203
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
N
.
143
,
(
1704
)
.
(
204
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
N
.
143
,
(
1704
)
.
(
205
)
Lettera
di
Iseppo
Priuli
,
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
al
Doge
in
data
13
giugno
1794
(
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
143
)
.
(
206
)
«
Le
promozioni
si
faranno
in
ogni
reggimento
da
caporale
a
sergente
-
maggiore
incluso
.
Per
i
tenenti
-
colonnelli
e
colonnelli
sul
totale
delle
troppe
della
nazione
rispettiva
,
salvi
i
privilegi
che
sono
accordati
ai
reggimenti
delle
città
di
Terraferma
,
alle
corazze
,
ai
reggimenti
di
Cimarioti
e
Marina
»
.
(
Legge
di
Ottazione
.
Capo
I
,
2
giugno
1740
)
.
(
207
)
Un
esercizio
assai
interessante
della
«
cavalleria
dragona
»
si
nota
in
un
acquarello
inserito
nella
«
Raccolta
Gherro
»
nel
civico
Museo
di
Venezia
.
L
'
acquarello
raffigura
gli
esercizi
di
alcuni
riparti
di
dragoni
di
presidio
nella
fortezza
di
Osoppo
.
Le
evoluzioni
pedestri
dei
dragoni
si
rilevano
dalla
tavola
6
del
libro
«
Esercito
militare
e
regola
universale
della
Cavalleria
e
dragoni
etc
.
»
del
Dolfin
,
dal
titolo
«
Reggimento
di
cavalleria
o
dragoni
a
piedi
,
disposto
in
ordine
di
fare
l
'
esercizio
o
far
fuoco
»
.
(
208
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Registro
N
.
29
(
1785-1790
)
.
Il
Santonini
era
al
servizio
della
Repubblica
fino
dal
1735
.
(
209
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
filza
N
.
145
(
1794
)
(
210
)
La
stagione
autunnale
.
(
211
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
145
,
(
1794
)
.
(
212
)
Guerra
per
la
Successione
d
'
Austria
-
La
neutralità
della
Repubblica
Veneta
venne
proclamata
nel
1741
(
3a
Neutralità
d
'
Italia
)
.
(
213
)
Nei
pressi
di
San
Niccolò
del
Lido
si
dovevano
infatti
riattare
,
nell
'
estate
del
1796
,
la
caserma
di
cavalleria
colà
esistente
ed
i
tre
pozzi
attigui
.
Tali
progetti
erano
stati
studiati
da
Giuseppe
Ferretti
e
da
Vincenzo
Dandolo
,
i
quali
dovevano
pure
riferire
sulla
capacità
di
alloggiamento
delle
truppe
e
sulle
condizioni
di
rifornimento
dell
'
acqua
potabile
a
Chioggia
ed
alle
Porte
di
Bròndolo
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
Filza
N
.
26
.
Dal
16
luglio
al
30
detto
-
1796
-
Senato
,
Secreta
I
).La
relazione
del
Ferretti
e
del
Dandolo
relativa
a
tali
lavori
è
particolarmente
interessante
per
la
conoscenza
,
a
quell
'
epoca
,
del
sottosuolo
del
Lido
e
della
zona
dell
'
estuario
veneziano
.
Essa
stabiliva
,
per
quanto
concerne
la
ricerca
delle
acque
potabili
,
«
che
all
'
intorno
del
Lido
esiste
una
catena
di
corpi
i
quali
negano
l
'
ingresso
alle
acque
salse
circostanti
ed
uscita
alle
acque
dolci
che
dalle
nuvole
cadono
alla
superficie
del
detto
Lido
;
che
quantunque
la
superficie
del
littorale
sia
continuamente
irregolare
per
cagione
dei
corpi
estranei
appositamente
portativi
per
innalzare
in
alcuni
punti
il
livello
,
formar
argini
etc
,
e
per
la
ricorrenza
in
alcuni
altri
punti
di
grandi
masse
di
sabbia
dai
flutti
sollevate
,
nulladimeno
è
cosa
bene
avverata
che
a
più
o
meno
profondità
,
secondo
l
'
elevazione
del
suolo
,
si
incontra
,
sempre
al
medesimo
livello
,
la
sabbia
pura
che
copre
tutta
l
'
estensione
;
che
le
acque
attraverso
le
sabbie
si
equilibrano
e
si
orizzontano
a
diverse
distanze
,
qualunque
esse
siano
».Il
Ferretti
ed
il
Dandolo
proponevano
quindi
l
'
estrazione
delle
acque
dai
pozzi
chiusi
ed
a
qualche
profondità
mediante
pompe
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
loc
.
cit
.
)
.
Alla
relazione
sono
allegate
alcune
mappe
ed
i
disegni
delle
pompe
idrauliche
che
si
dovevano
costruire
.
(
214
)
Il
Levante
Veneto
al
tempo
della
decadenza
comprendeva
le
isole
Ionie
con
144,959
abitanti
in
maggioranza
Greci
.
(
215
)
Campagna
del
1717
.
(
216
)
Il
nome
di
questo
forte
delle
Bocche
ripete
la
sua
origine
dalla
conquista
che
ne
fecero
i
Veneziani
e
Spagnuoli
collegati
,
nel
1538
,
sopra
i
Turchi
.
Il
detto
Forte
Spagnuolo
fu
ripreso
dai
Musulmani
nel
1539
,
e
poi
dai
Veneziani
nel
1687
.
(
217
)
Il
Montenegro
nelle
relazioni
dei
Provveditori
Veneti
(
1687-1735
)
,
Edizione
Principe
,
Roma
1896
.
Vedasi
anche
,
SABALICH
-
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
-
(
op
.
cit
.
)
.
(
218
)
In
un
riparto
della
pubblica
forza
al
presidio
delle
principali
opere
di
Venezia
ai
primi
di
agosto
del
1796
si
trovano
menzionate
le
seguenti
:
Opere
del
Lido
-
Appostamenti
vari
-
18
compagnie
di
fanteria
-
Cavalleria
40
uomini
-
Artiglieria
260
-
Compagnia
Avesani
87
-
Battaglione
Paravia
(
dalmato
)
267.Castello
S
.
Andrea
,
3
compagnie
di
Italiani
-
Certosa
,
8
compagnie
.
-
S
.
Giorgio
Maggiore
,
7
compagnie
-
Giudecca
,
battaglione
Danese
-
Idem
,
battaglione
Cippico
-
Motta
di
S
.
Antonio
,
battaglione
Paravia
-
S
.
Giovanni
della
Polvere
,
battaglione
Nachich
-
S
.
Giorgio
in
Alga
,
compagnia
Zanchì
-
Murano
,
14
compagnie
di
Italiani
-
Campalto
,
compagnia
Costacchi
-
Forte
Alberoni
,
compagnia
Grabovaz
-
Forte
S
.
Pietro
,
battaglione
Iuva
-
Chioggia
,
battaglioni
Mida
,
Michieli
e
Bortoluzzi
-
Bròndolo
,
battaglione
Matutinovich
.
(
Vedasi
Filippo
Nani
-
Mocenigo
«
Giacomo
Nani
»
Memorie
e
documenti
,
Venezia
,
Tipografia
dell
'
Ancora
,
1893
).Sulle
correlazioni
tra
l
'
assetto
difensivo
di
Venezia
alla
caduta
della
Repubblica
e
quello
che
esisteva
nella
stessa
città
nel
1848
,
si
vedano
le
preziose
cartelle
lasciate
da
G
.
B
.
Cavedalis
,
ministro
della
guerra
durante
il
Governo
Provvisorio
,
nella
busta
N
.
388
(
Cavedalis
)
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
di
Venezia
.
Si
consultino
inoltre
a
questo
riguardo
i
Commentari
sugli
anni
1848-49
dello
stesso
ministro
Cavedalis
,
tuttora
inediti
.
(
219
)
Quivi
fu
detenuto
per
qualche
tempo
il
famoso
novatore
Zorzi
Pisani
.
(
Vedasi
-
Romanin
-
Lezioni
di
Storia
Veneta
-
Vol
.
I
,
pag
.
503
-
Firenze
-
Le
Monnier
editore
,
1875
)
.
(
220
)
Venne
edificato
nel
1355
da
Can
Grande
II
per
rassicurarsi
in
città
dopo
la
ribellione
di
Frignano
suo
fratello
spurio
.
Era
annesso
all
'
opera
il
famoso
ponte
sull
'
Adige
.
(
G
.
B
.
da
Persico
-
Verona
e
la
sua
provincia
-
pag
.
43
,
-
Verona
-
Pollidi
editore
1838
)
.
Castel
Vecchio
venne
riattato
a
più
riprese
dai
Veneziani
e
particolarmente
dopo
il
1759
,
cioè
dopo
che
venne
istituito
in
esso
il
Collegio
Militare
di
Artiglieria
e
Genio
.
Vedasi
,
E
.
BARBARICH
-
Un
Collegio
di
Artiglieria
e
Genio
sotto
la
Serenissima
(
Op
.
cit
.
)
(
221
)
In
Francia
,
a
quell
'
epoca
,
i
gouverneurs
particuliers
des
places
avevano
alle
loro
dipendenza
i
majors
,
gli
aides
-
majors
ed
i
sous
-
aides
-
majors
.
(
PAJOL
-
Les
guerres
sous
Louis
XV
.
Vol
.
VII
,
pag
.
508
.
Paris
,
Firmin
Didot
Ed
.
,
1891
)
.
(
222
)
La
realdizione
metteva
assai
spesso
capo
alla
riabilitazione
d
'
onde
traeva
nome
il
vocabolo
(
realdire
)
.
(
223
)
2a
Edizione
1790
.
(
224
)
«
Alcuni
scrittori
del
secolo
XVII
usavano
questa
parola
per
indicare
quel
soldato
finto
che
,
in
occasione
di
rassegna
,
si
faceva
dai
capitani
passare
alla
banca
per
mostrare
le
compagnie
piene
»
.
GRASSI
-
Dizionario
militare
italiano
-
Torino
,
1833
,
Vol
.
III
,
pag
.
179
.
(
225
)
Decreto
del
Senato
in
data
22
luglio
1790
.
(
226
)
Forza
bilanciata
:
Anno
1781,11,607
uomini
-
1782
,
11,705
-
1790
,
14,946
-
1791
,
14,348
-
1792
,
14,484
-
1793
,
14,303
-
1794
,
15,620
.
(
227
)
Corfù
,
Guino
,
Lestimo
,
Lazzaretto
,
Butrinto
,
Potamò
,
Manduchio
,
Parga
,
Paxo
,
S
.
Maura
,
Amaxachi
,
Prevesa
,
Vonizza
,
Cefalonia
,
Argastoli
,
Cottoleo
,
Lixuri
,
Fortezza
,
Asso
,
Teachi
,
Zante
,
Cerigo
,
Forte
di
San
Francesco
,
Pubbliche
fabbriche
.
(
228
)
Navi
638
uomini
,
fregate
268
,
sciabecchi
296
,
galere
225
,
brigantini
,
feluche
27
,
galiotte
220
,
caicchi
8
.
(
229
)
Zara
,
Nona
,
Novegradi
,
Obrovazzo
,
Dracevaz
,
Zemonico
,
Bencovatz
,
Ostrovizza
,
Zegar
,
Arbe
,
Pago
,
Sebenico
,
Scardona
,
Cossovo
,
Stermizza
,
Pagine
,
Chistagne
,
Bilibrigh
,
Cadina
-
Cugna
,
Knin
,
Dernis
,
Vrbas
,
Verlica
,
Spalato
,
Salona
,
Clissa
,
Traù
,
Sign
,
Haan
,
Trigl
,
Roncislap
,
Bazzana
,
Almissa
,
Duares
,
Imoschi
,
Sista
,
Macarsca
,
Vergoraz
,
Narenta
,
Brazza
,
Lesina
,
Curzola
,
Risano
,
Perasto
,
Trinità
(
Troitza
)
,
Castelnuovo
,
Suttorina
,
Budua
,
Maini
.
(
230
)
Capo
d
'
Istria
,
Porto
Quieto
,
Pinguente
,
Saline
d
'
Istria
,
Pola
,
Lido
di
Venezia
,
Lazzaretto
Nuovo
,
Chioggia
,
Padova
,
Vicenza
,
Montebello
,
Bassano
,
Verona
,
Peschiera
,
Castelnuovo
,
Malcesine
,
Mozzecane
,
Ossenigo
,
Tormini
,
Villanuova
,
Sega
,
Caldiero
,
Valeggio
,
Legnago
,
Monzambano
,
Cadecapri
,
Salò
,
Desenzano
,
Brescia
,
Orzinovi
,
Asola
,
Palazzolo
,
Ospedaletto
,
Ponte
San
Marco
,
Bergamo
,
Martinengo
,
Cavernago
,
Boltier
,
Crema
,
Palmanova
,
Udine
,
Treviso
,
Rovigo
(
231
)
.
Cattaro
(
città
)
,
Lazzaretto
di
Castelnuovo
delle
Bocche
.
(
232
)
Allorquando
i
piedilista
si
compilavano
ogni
semestre
,
essi
si
pubblicavano
al
1°
marzo
,
ed
al
1°
settembre
di
ciascun
anno
,
poiché
i
Veneziani
negli
atti
pubblici
e
civili
cominciavano
l
'
anno
-
perciò
detto
more
veneto
-
al
1°
marzo
e
si
comprendevano
quindi
in
esso
i
due
primi
mesi
dell
'
anno
successivo
.
(
233
)
Reggimenti
dei
colonnelli
Bubich
(
Italia
)
e
Matutinovich
(
Levante
)
(
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
N
.
87
)
(
1777
)
.
(
234
)
Sempre
in
via
eccezionale
i
fanti
erano
talvolta
spalleggiati
nell
'
esercizio
del
loro
ministero
da
qualche
pattuglia
di
fanti
oltramarini
o
italiani
.
Così
si
usava
negli
arresti
di
maggior
grido
ed
in
quelli
di
natura
politica
,
come
quando
fu
arrestato
Zorzi
Pisani
.
L
'
ultimo
famoso
«
fante
»
degli
inquisitori
fu
Cristofolo
Cristofoli
il
quale
,
come
si
usava
dire
,
«
aveva
più
forza
di
un
battaglione
di
granatieri
»
(
P
.
MOLMENTI
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
P
.
III
pag
.
181
,
Bergamo
-
Istituto
Italiano
di
arti
grafiche
-
1908
)
.
(
235
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Registro
N
.
28
.
(
1782-1784
)
.
(
236
)
Libro
dei
doveri
per
il
Collegio
Militare
di
Verona
,
(
1764
)
.
(
237
)
Deliberazioni
Senato
Milit
.
Secreta
I
,
Filza
146
(
1795
)
.
(
238
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Registro
n
.
29
(
1790
)
.
Decreto
29
aprile
detto
.
L
'
esercito
veneto
fu
l
'
ultimo
ad
abbandonare
la
picca
nello
armamento
dei
propri
ufficiali
.
(
239
)
Esercizi
personali
per
gli
uffiziali
etc
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Filza
n
.
146
,
Anno
1795
)
.
(
240
)
Esercizi
personali
,
etc
.
numeri
VI
,
VIII
,
X
.
(
241
)
Esercizi
personali
,
etc
.
Capitolo
II
.
Esercizio
della
bandiera
per
gli
alfieri
.
(
242
)
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
-
Serie
di
comandi
del
maneggio
del
fucil
:
1
)
Presentate
le
armi
-
2
)
Fucile
in
spalla
-
3
)
A
dritta
-
4
)
Fronte
-
5
)
A
sinistra
-
6
)
Fronte
-
7
)
Mezzo
giro
a
dritta
-
8
)
Fronte
-
9
)
Preparatevi
-
10
)
Impostate
-
11
)
Fuoco
-
12
)
Ritirate
le
armi
-
13
)
Pigliate
la
carica
-
14
)
Carica
in
canna
-
15
)
Bacchetta
in
canna
-
16
)
Bacchetta
a
suo
luogo
-
17
)
Fucil
in
spalla
-
18
)
Armate
la
baionetta
-
19
)
Sostenete
l
'
urto
-
20
)
Fucil
in
spalla
-
21
)
Portate
l
'
urto
-
22
)
Fucil
in
spalla
-
23
)
Disarmate
la
baionetta
-
24
)
Fucil
alla
pioggia
-
25
)
Fucil
in
spalla
-
26
)
Fucil
a
funeral
-
27
)
Fucil
in
spalla
-
28
)
Fucil
all
'
orazion
-
29
)
Fucil
in
spalla
-
30
)
Sostenete
l
'
arma
-
31
)
Fucil
in
spalla
-
32
)
Portate
l
'
arma
-
33
)
Riposate
l
'
arma
-
34
)
Fucil
in
spalla
.
(
243
)
Esercizi
personali
etc
.
Capitolo
III
.
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
.
(
244
)
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
-
Articolo
I
.
(
245
)
Nota
Spiegativa
all
'
Articolo
XII
.
(
246
)
Innestare
le
baionette
sul
fucile
.
(
247
)
Crociat
-
et
.
(
248
)
L
'
esemplare
che
si
conserva
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
si
trova
nella
Filza
n
.
146
dell
'
anno
1795
,
relativa
al
carteggio
delle
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
.
(
249
)
In
massima
dicevasi
ala
di
ordinanza
la
destra
:
soltanto
se
il
reggimento
veniva
a
trovarsi
a
sinistra
del
centro
di
un
corpo
più
grosso
,
ala
di
ordinanza
diventava
allora
la
sinistra
.
(
250
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
n
.
116
(
1785
)
(
251
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
n
.
146
(
1795
)
(
252
)
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
Veneta
.
Serie
II
op
.
cit
.
-
Bilancio
dell
'
anno
1737
.
(
253
)
Il
ducato
d
'
argento
veneto
si
suddivideva
in
24
grossi
e
32
piccoli
ed
equivaleva
complessivamente
a
L
.
4,189
.
(
Papadopoli
-
Sul
valore
della
moneta
Veneta
-
Venezia
1885
)
.
(
254
)
Tra
i
generali
stranieri
al
soldo
della
Repubblica
,
oltre
allo
Schoulemburg
,
erano
compresi
il
Principe
di
Castiglione
ed
il
tenente
generale
Guglielmo
Greem
.
(
255
)
Vedi
R
.
Commissione
etc
.
(
op
cit
.
)
.
(
256
)
Secondo
la
convenzione
stipulata
con
la
ditta
Spazziani
,
questa
sì
era
assunto
il
carico
di
fornire
alla
Repubblica
pezzi
di
tutti
i
calibri
al
costo
di
100
ducati
effettivi
al
migliaro
(
peso
grosso
veneto
)
,
laddove
la
produzione
di
Stato
non
era
capace
di
fornirli
a
meno
di
170
ducati
effettivi
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Filza
107
,
Anno
1782
)
.
Il
migliaro
equivaleva
a
1000
libbre
grosse
cioè
a
Kg
.
476,998;
la
libbra
grossa
di
12
oncie
corrispondeva
a
Kg
.
0,476
-
Il
peso
grosso
era
in
uso
per
la
più
parte
delle
merci
;
metalli
,
legname
,
lana
,
cotone
etc
,
(
Martini
-
Manuale
di
metrologia
-
op
.
cit
.
-
pag
.
817
e
segg
.
(
257
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
145
(
1793
)
.
(
258
)
Scansadori
,
magistrati
appositi
istituiti
nel
1376
per
provvedere
nella
pubblica
amministrazione
ad
eliminare
le
spese
superflue
.
(
259
)
Il
prestito
nuovissimo
fu
decretato
in
Senato
il
12
aprile
1794
.
L
'
imposizione
delle
decime
straordinarie
fu
decisa
nell
'
estate
del
1796
.
(
260
)
Filza
F
.
Battagia
,
Provveditore
Straordinario
in
Terraferma
.
-
Anno
1796
.
Filza
N
.
1
.
(
261
)
Filza
F
.
Battagia
,
idem
.
Lettera
14
agosto
1796
,
N
.
19
della
serie
.
«
Buonaparte
aggiunse
che
tutte
le
nazioni
avevano
dei
debiti
e
che
la
Repubblica
Veneta
aveva
cento
mezzi
per
fare
denari
con
uno
Stato
così
florido
,
risparmiando
se
non
altro
il
gettato
in
un
armo
che
,
o
non
aveva
nessuno
oggetto
,
o
lo
aveva
contro
la
Francia
»
.
(
262
)
Carteggio
del
Provveditor
generale
in
terraferma
,
Nicolò
Foscarini
.
Filza
N
.
1
.
(
18
maggio
,
tutto
giugno
1796
)
.
Senato
III
.
Secreta
.
(
263
)
Editto
in
data
del
22
maggio
1796
(
ibidem
)
.
(
264
)
Robecco
,
terra
del
contado
di
Lodi
presso
all
'
Adda
,
dipendeva
allora
dallo
Stato
di
Milano
.
(
265
)
Lettera
del
Foscarini
al
Doge
il
27
maggio
1796
(
N
10
)
.
-
Carteggio
citato
.
-
I
due
ufficiali
veneti
spediti
al
campo
austriaco
erano
il
tenente
colonnello
Vonveiller
ed
il
capitano
Zulati
.
(
266
)
Sportello
.
(
267
)
Carteggio
Nicolò
Foscarini
,
lettere
N
.
18
e
19
.
(
268
)
«
Salvate
così
le
apparenze
che
non
esista
pubblica
intervenzione
,
conviene
poi
che
non
occulti
a
V.E.
le
conseguenze
...
O
pagheranno
i
francesi
o
sarà
esposta
la
pubblica
cassa
.
La
salute
di
questa
città
e
del
territorio
dipendono
dall
'
esito
di
queste
misure
»
.
(
Lettera
del
Foscarini
al
Doge
il
1°
giugno
1796
.
Carteggio
citato
)
.
(
269
)
Carteggio
Nicolò
Foscarini
.
Lettera
n
.
24
.
(
270
)
Lettera
n
.
27
,
in
data
del
9
giugno
1796
.
(
271
)
Lettera
n
.
29
,
in
data
dell'11
giugno
1796
.
(
272
)
Per
combinare
questa
indecorosa
mistificazione
si
erano
accordati
insieme
il
Provveditore
Generale
Nicolò
Foscarini
ed
il
Provveditore
Straordinario
Francesco
Battagia
.
(
273
)
Motto
premesso
da
Giacomo
Nani
alla
sua
opera
inedita
dal
titolo
,
Della
Milizia
Veneta
,
conservata
nella
Biblioteca
del
Museo
di
Padova
.
Saggistica ,
I
Il
paese
del
melodramma
A
In
quella
enorme
zanzariera
che
è
la
valle
del
Po
fra
Parma
e
Mantova
doveva
nascere
il
genio
di
Giuseppe
Verdi
,
e
Parma
diventare
la
roccaforte
dei
verdiani
.
Da
quelle
terre
arate
e
grasse
tu
vedi
le
torri
e
i
monumenti
e
le
mura
di
questa
antica
capitale
dove
ebbe
sede
anche
la
corte
di
Maria
Luisa
d
'
Austria
,
moglie
del
grande
Imperatore
.
Per
toccare
il
fondo
dell
'
anima
di
Verdi
non
nuoce
l
'
aver
vissuto
a
lungo
là
dentro
,
quarant
'
anni
fa
,
fra
un
popolo
facile
ad
accalorarsi
,
travagliato
e
pieno
di
una
sinistra
inclinazione
musicale
.
Quella
era
l
'
epoca
delle
sedizioni
fulminee
,
dei
grossi
adulterii
,
dei
preti
e
dei
mangiapreti
,
l
'
epoca
del
gaz
,
dei
ladri
di
gatti
,
e
dei
lampionari
che
vanno
con
l
'
asta
nell
'
Ave
Maria
fuligginosa
e
accendono
dei
lampioni
rotti
:
la
plebe
porta
il
tabarro
alla
spagnuola
,
il
cappelluccio
calcato
sugli
occhi
,
e
sputa
fuori
dei
denti
con
tracotanza
parlando
a
grumi
quel
dialetto
mescolato
e
gagliardo
che
ancora
dura
.
Il
cosidetto
vino
della
bassa
,
mistura
schiumosa
e
spropositata
che
faceva
bum
nello
stomaco
,
dava
fuoco
ai
loro
discorsi
e
aggiungeva
risonanza
all
'
umore
fondo
di
questi
odiatori
del
genere
umano
.
Parma
chiudeva
entro
i
suoi
bastioni
umidi
un
dedalo
di
straducole
,
porticati
,
tane
e
borghetti
carichi
di
passione
,
di
violenza
e
di
generosità
.
Covi
di
anarchici
e
di
bombardieri
ratés
,
le
sue
osterie
erano
sempre
piene
di
vociferazioni
e
di
canti
.
Quando
vedevi
sbucar
fuori
dal
buio
delle
porte
certe
fosche
,
scarne
e
spiritate
figure
di
popolani
,
dagli
occhi
assonnati
e
biechi
,
facevi
presto
ad
accorgerti
che
in
quel
clima
infuriava
ancora
il
microbo
dell
'
ottantanove
.
Immersa
nel
fiato
torbido
dei
suoi
cieli
di
novembre
,
questa
città
logora
e
illustre
rassomigliava
molto
a
un
quartiere
del
vecchio
Parigi
.
Anche
sulla
sua
piazza
della
Rocchetta
avrebbe
potuto
degnamente
figurare
il
palco
della
prima
ghigliottina
.
Popolo
turbolento
e
temibile
,
popolo
che
disprezza
il
villano
,
odia
lo
sbirro
e
massacra
la
spia
dove
la
trova
,
quello
di
Parma
.
Tutta
la
città
era
un
teatro
continuo
:
contumelie
,
gazzarre
e
tumulti
finivano
la
giornata
di
questi
cittadini
pericolosi
e
fierissimi
.
Quante
volte
non
abbiamo
veduto
scoppiare
da
un
nonnulla
la
ribellione
,
torme
di
gente
rabbiosa
accorrere
e
fra
botte
e
legnate
volare
all
'
aria
qualche
kepí
di
questurino
.
Le
cagnare
,
nella
luce
verde
dell
'
inverno
si
trasformavano
in
sommosse
e
in
un
baleno
,
fra
mille
urli
e
sbatacchiamenti
di
imposte
,
la
situazione
diventava
grave
.
Gli
arresti
,
gli
strilli
forsennati
delle
donne
,
le
sassate
,
gli
spari
,
le
fughe
e
gli
inseguimenti
allargavano
il
campo
della
lotta
che
si
protraeva
poi
nell
'
oscurità
,
circospetta
,
accanita
,
feroce
e
micidiale
.
O
,
lunghe
notti
d
'
ansia
passate
ad
ascoltare
il
crepitare
dei
moschetti
,
il
passo
di
corsa
delle
pattuglie
di
rinforzo
,
le
cariche
dei
cavalleggeri
,
le
maledizioni
strazianti
dei
caduti
e
l
'
acciottolio
delle
barricate
distrutte
!
All
'
agitazione
tragica
e
sospesa
di
quelle
tenebre
facevano
allora
riscontro
,
come
in
uno
specchio
calmo
,
i
lucori
silenziosi
e
sepolti
di
qualche
palazzo
,
le
vampate
dei
forni
del
pane
,
la
fabbrica
infuocata
del
vetro
e
le
finestre
dell
'
interminabile
ospedale
che
duravano
accese
fino
all
'
alba
,
quando
,
coi
nervi
distesi
,
udivi
finalmente
morire
sotto
la
neve
alta
il
grido
dello
spazzacamino
.
B
Ma
il
mondo
gira
,
girano
le
stagioni
e
poiché
l
'
afa
d
'
agosto
ci
spinge
fuori
,
usciamo
un
poco
dalle
mura
di
questa
città
dal
clima
troppo
continentale
-
-
incontro
ci
viene
l
'
odore
del
fieno
,
e
il
fiato
bricco
e
pesante
della
canapa
messa
a
macerare
.
Lí
,
a
due
passi
,
Parma
stracca
e
mezzo
sepolta
nella
cerchia
dei
suoi
terrapieni
nicchia
assopita
nella
siesta
pomeridiana
.
Un
breve
orizzonte
si
apre
dinanzi
a
noi
regolare
monotono
e
triste
.
Verdi
nacque
qui
,
né
si
volle
più
muovere
da
questi
luoghi
.
Il
suo
respiro
fu
tutt
'
uno
con
l
'
aria
carica
e
violenta
di
questa
pianura
lavorata
a
fondo
dai
più
grami
contadini
.
Ostinatamente
rivolto
verso
le
memorie
d
'
una
età
passata
,
egli
lasciava
che
il
sole
lo
folgorasse
alle
spalle
grande
figura
adusta
che
rimane
lungamente
ferma
sul
tramontare
del
secolo
scorso
.
Non
si
ha
un
'
idea
del
suo
ordine
,
della
sua
atavica
semplicità
e
della
sua
profonda
fatica
.
Se
gli
avessero
portato
per
le
briglie
Pegaso
,
il
cavallo
dalle
ali
,
egli
lo
avrebbe
attaccato
a
un
aratro
o
a
un
qualunque
carrettino
rurale
.
Vuole
la
terra
sotto
i
suoi
piedi
quest
'
uomo
tetragono
come
il
toro
nel
buio
della
stalla
,
e
il
suo
occhio
cerca
nell
'
ombra
la
scintilla
e
la
vampa
.
Dunque
con
lui
niente
teorie
,
esperimenti
,
avvenirismi
.
Egli
sa
che
quando
l
'
arte
progredisce
rapidamente
è
segno
che
precipita
e
che
dall
'
infuriare
delle
mode
e
delle
novità
non
si
avranno
che
tegole
e
rottami
sul
capo
.
Tuttavia
ciò
non
lo
trattiene
dal
fare
,
sul
tardi
,
quel
che
i
critici
chiamano
con
ammirazione
«
seguire
i
tempi
»
-
-
ma
i
tempi
un
artista
li
precede
o
li
ripudia
;
per
concludere
,
egli
che
dopo
la
prova
amava
ancora
su
ogni
altra
sua
opera
il
Trovatore
,
lasciò
detto
:
torniamo
all
'
antico
.
E
tutto
il
suo
teatro
s
'
identifica
con
il
suo
paese
d
'
origine
.
Sul
volto
crucciato
e
stanco
di
Parma
Verdi
fa
come
il
macchinista
della
luce
che
conosce
l
'
arte
di
rubare
gli
effetti
ai
vecchi
teloni
del
melodramma
.
La
sua
voce
querula
e
tellurica
scoppia
e
fa
cadere
l
'
uno
su
l
'
altro
i
colpi
di
scena
;
e
mentre
affondano
e
risorgono
là
dentro
il
fasto
rugginoso
,
gli
aspetti
sordidi
,
i
colori
,
i
riflessi
,
l
'
architettura
,
gli
sfondi
di
questa
antica
capitale
,
ti
par
di
vedere
Verdi
,
come
un
enorme
stregone
di
campagna
incombere
fra
il
fumo
dei
comignoli
sulla
città
faziosa
.
C
Durante
la
recita
il
nostro
cuore
di
credenti
palpita
appeso
all
'
icone
dei
padri
.
Gli
occhi
aperti
nell
'
oscurità
,
vigiliamo
come
dei
macchinisti
ipnotizzati
dal
riverbero
violento
della
fornace
,
mentre
la
nave
fila
a
tutto
vapore
sugli
abissi
dell
'
oceano
:
e
fissiamo
febbrilmente
i
lumi
dell
'
orchestra
.
Quel
pubblico
verdiano
cupo
e
fedele
che
è
capace
nella
sua
passione
sacrosanta
di
inviare
lettere
anonime
fregiate
di
teschio
e
di
pugnali
incrociati
a
chi
osasse
esprimere
dubbi
o
riserve
sull
'
idoleggiato
bussetano
,
è
con
noi
,
dietro
di
noi
,
mentre
canta
la
voce
dolorosa
di
Ernani
,
o
squilla
la
musica
vermiglia
del
Trovatore
.
E
pensiamo
nell
'
ascoltare
il
sacro
respiro
de
'
suoi
corali
e
la
veemenza
de
'
suoi
concertati
tradotti
in
disegni
larghi
esatti
,
al
realismo
e
alla
concretezza
di
questo
grande
uomo
.
Gl
'
insegnanti
del
Conservatorio
di
Milano
dissero
che
egli
non
aveva
attitudini
per
la
musica
e
ch
'
egli
non
possedeva
nessuna
abilità
;
e
non
aveva
che
del
genio
:
troppo
poco
per
dei
professori
e
dei
critici
.
Non
siamo
noi
di
quelli
che
propongono
il
Falstaff
come
il
capolavoro
,
e
lo
pongono
a
culminare
innanzi
a
tutte
le
altre
opere
di
Giuseppe
Verdi
.
Intorno
a
questo
grande
capolavoro
,
sollievo
ed
edificazione
di
tutti
i
kapellmeister
,
i
contatti
e
gli
attriti
violenti
si
placano
ragionevolmente
,
la
lava
si
intiepidisce
,
il
fuoco
non
è
più
che
cenere
calda
.
Qui
fra
le
scorie
appare
e
si
allarga
una
topografia
disegnata
e
tranquillizzante
,
e
qui
vengono
a
piantare
le
tende
i
competenti
,
gli
elaboratori
,
gli
alchimisti
,
mentre
il
pubblico
si
allontana
rispettosamente
per
far
posto
al
loro
proficuo
e
amoroso
lavoro
d
'
inventario
.
Nel
Falstagg
,
che
va
considerato
a
parte
,
tutto
è
obbiettivamente
realizzato
con
quella
mentalità
calma
e
prevenuta
che
dà
soltanto
la
cultura
agli
uomini
di
tarda
età
.
Là
dentro
Verdi
s
'
è
fatto
,
per
quel
che
poteva
,
protestante
,
e
ha
versato
con
circospezione
gli
ultimi
spiccioli
del
suo
genio
e
le
melanconiche
tenerezze
della
sua
verve
discreta
e
senile
:
ma
la
sua
antica
voce
è
indebolita
,
i
suoi
atteggiamenti
non
sono
più
i
frutti
meravigliosi
,
spaccati
e
strabocchevoli
dell
'
intuito
,
e
le
sue
decisioni
sono
attraversate
da
un
elemento
nuovo
e
preoccupante
.
Una
bruna
ombra
di
tristezza
si
allunga
per
pagine
e
pagine
su
questa
partitura
,
e
alla
luce
solforosa
della
ribalta
,
la
commedia
musicale
del
vecchio
misantropo
appare
spesso
fredda
,
prudente
,
indiretta
ed
evasiva
.
Egli
era
incappato
per
la
seconda
volta
in
un
poeta
certamente
autorevole
,
ma
pieno
di
ideologie
e
di
scombiccherature
dilettantesche
;
costretto
a
sottolineare
un
dialogo
molto
fitto
e
complicato
,
tutto
seminato
di
arguzie
arzigogolate
e
di
accorgimenti
letterari
,
il
vecchio
Verdi
,
che
era
costruito
alla
maniera
semplice
e
sdegnosa
dei
grandi
,
sentí
forse
il
dissidio
,
ma
non
ebbe
la
forza
di
dominare
,
di
distruggere
e
di
ricostruire
a
linee
larghe
,
sommarie
e
potenti
la
materia
del
libretto
.
D
'
altronde
si
trattava
finalmente
di
mostrar
la
faccia
ai
contrappuntisti
e
agli
intellettuali
accantonati
e
ostili
,
e
allora
,
nel
silenzio
sterile
e
superbo
del
tramonto
,
egli
si
volse
lentamente
a
quelli
e
diede
loro
l
'
opera
riflettuta
,
riposata
,
ed
esemplare
come
un
gran
quadro
placido
ed
educativo
.
A
parer
nostro
egli
raggiunse
con
una
immediatezza
tutta
meridionale
il
culmine
più
eccelso
della
bellezza
proprio
nel
Trovatore
.
Senza
dubbio
,
dinanzi
a
quest
'
opera
impareggiabile
i
commentatori
rimangono
sconcertati
e
senza
compenso
.
Ecco
dove
l
'
arte
di
Verdi
,
che
è
tutta
sovvertimento
,
deformazione
,
caricatura
sublime
,
mette
a
fuoco
i
quattro
canti
della
terra
.
Il
suo
ritmo
prodigioso
e
veemente
,
scagliato
con
la
fionda
,
durevole
come
il
bagliore
di
una
scarica
cosmica
,
arrossa
allora
tutto
il
cielo
vibrante
dell
'
arte
.
Lí
ribolle
,
entro
schemi
rozzi
ma
larghi
e
solidi
,
il
suo
temperamento
facinoroso
e
straordinario
,
sussulta
la
sua
natura
copiosa
,
scoppiano
i
suoi
canti
capovolti
,
ripresi
e
innalzati
clamorosamente
.
Chi
è
abituato
per
una
certa
dimestichezza
a
ficcare
le
dita
fra
gli
ingranaggi
dei
componimenti
musicali
,
le
ritrae
improvvisamente
,
fa
un
salto
indietro
e
rimane
trasecolato
al
prorompere
della
sua
foga
folgorante
e
irreparabile
.
Con
l
'
isteria
che
dà
l
'
esuberanza
,
tumultuante
e
cieca
,
con
una
stravaganza
e
una
convulsione
tutta
italiana
,
fulminea
e
positiva
,
lasciando
impraticate
le
strade
maestre
,
egli
divora
,
senza
por
tempo
in
mezzo
,
come
un
bolide
radente
,
le
scorciatoie
più
impensate
,
sempre
fugace
e
irraggiungibile
per
colmo
di
forza
e
di
impeto
.
Irritato
,
imperioso
e
gigantesco
,
egli
lambisce
felinamente
il
sangue
caldo
dalle
proprie
ferite
;
e
la
preghiera
e
l
'
invettiva
sembrano
uscire
dalla
sua
gola
come
una
minaccia
inarticolata
dalle
fauci
di
un
ciclope
tetro
e
appassionato
.
D
Le
sue
straordinarie
creazioni
hanno
spesso
origine
dai
motivi
più
frusti
e
popolari
.
Egli
può
rivedere
tutto
un
Oriente
nell
'
interno
di
un
frutto
nostrano
come
il
cocomero
.
Verdi
,
quando
vuole
,
fa
ballare
le
rovine
;
con
un
colpo
eccentrico
egli
sa
rialzare
,
come
nell
'
Aida
,
i
valori
scaduti
e
antichissimi
.
Entro
l
'
atmosfera
equinoziale
di
quest
'
opera
,
con
un
certo
caldo
,
profumato
e
svenevole
che
sa
acutamente
di
belle
donne
,
Verdi
,
il
colosso
che
non
conosce
distanze
,
muove
a
passi
di
gigante
da
un
pozzo
desertico
all
'
altro
per
attingere
melodie
africane
e
rovesciarle
sull
'
assemblea
ardente
e
prostrata
in
un
languore
gonfio
di
sospiri
.
In
questa
opera
tipica
,
piena
di
caldura
e
di
freschezza
saturnina
,
la
musa
nera
di
Verdi
,
ci
si
para
dinanzi
per
la
prima
volta
,
come
la
Sibilla
,
e
dietro
lei
si
spalancano
le
meraviglie
templari
e
i
tesori
massicci
delle
Mille
e
una
notte
.
Le
mescolanze
di
gregoriano
secolare
,
di
moresco
e
di
italiano
del
ceppo
più
focoso
,
sulle
quali
il
genio
letargico
e
temporalesco
del
bussetano
scarica
saette
e
fulmini
silenziosi
dai
bagliori
abbronzati
e
torridi
,
fanno
uno
spettacolo
unito
e
portentoso
di
geroglifici
subitanei
,
di
forme
piramidali
dai
colori
atri
,
che
affondano
,
man
mano
,
nelle
cupe
oscurità
azzurrine
del
quadro
,
rintuonando
interminabilmente
.
Ci
sembra
che
tutta
una
miracolosa
razza
teatrale
si
sia
spenta
con
lui
sul
finire
del
secolo
scorso
.
Nelle
generazioni
successive
,
rimescolate
e
confuse
frettolosamente
dalla
politica
,
dalla
guerra
e
dalla
così
detta
cultura
economica
,
non
ritroviamo
più
traccia
di
quel
che
fu
l
'
affanno
lirico
,
l
'
idolatria
romanzesca
e
musicale
degli
italiani
dell
'
ottocento
;
si
direbbe
che
i
legami
di
sangue
,
le
affinità
di
temperamento
e
di
sentimento
che
dovrebbero
unirci
al
passato
sieno
scaduti
e
dimenticati
per
sempre
.
Dove
sono
oggi
gli
artisti
che
han
voce
,
anima
e
carattere
da
regalare
agli
eroi
stravaganti
ché
Verdi
ci
pone
innanzi
come
problemi
?
È
avvenuto
,
a
noi
,
udendo
l
'
Aida
tirata
via
con
brutale
routine
,
di
pensare
che
il
teatro
lirico
italiano
si
avviasse
di
corsa
verso
la
più
assordante
e
babelica
confusione
.
Su
una
piattaforma
cruda
e
volgare
i
trasporti
castissimi
,
gli
scorci
,
e
il
volo
vago
dell
'
ispirazione
possono
diventare
giuochi
pesanti
e
imprese
da
circo
.
In
tal
caso
scene
d
'
insieme
e
finali
gravidi
di
coreografia
rischiano
di
sembrarci
troppo
panciuti
e
carichi
di
mostarda
esplodente
.
A
vedere
l
'
orchestra
e
i
cori
nel
loro
colmo
rinculare
d
'
improvviso
e
rimpiattarsi
sotto
i
colpi
infaticabili
che
la
grancassa
tira
giú
a
due
mani
,
c
'
è
da
credere
di
esser
capitati
mentre
è
in
corso
l
'
espugnazione
d
'
un
fortilizio
.
E
Dopo
Verdi
il
teatro
lirico
italiano
decaduto
,
tradito
e
vilipeso
ogni
giorno
di
dentro
e
di
fuori
,
va
alla
deriva
e
scompare
umilmente
come
un
annegato
.
La
clientela
aggressiva
e
demagogica
dei
politicanti
ha
guastato
il
chiuso
e
storico
giardino
italiano
,
ha
tratto
in
rovina
anche
questo
istituto
nativo
e
carico
di
carattere
,
che
,
coronato
di
gloria
,
una
volta
,
e
investito
di
un
vero
potere
temporale
,
par
divenuto
oggi
un
terrapieno
sconvolto
per
costruzioni
edilizie
.
Oggi
la
molla
magica
è
spezzata
,
gli
spiriti
sono
fuggiti
dalle
nostre
terre
,
e
con
essi
,
il
genio
,
l
'
ispirazione
.
Sui
paesi
gelati
del
Settentrione
,
anche
quando
fa
bello
,
la
luce
vien
giú
così
debole
e
fioca
che
la
gente
della
città
è
costretta
ad
accendere
tutti
i
lampioni
per
vedere
se
davvero
c
'
è
o
non
c
'
è
il
sole
:
allo
stesso
modo
,
noi
,
di
questi
tempi
,
diamo
fuoco
ai
nostri
innumerevoli
becchi
a
gaz
e
incendiamo
tutto
il
combustibile
rimasto
pur
d
'
illuminare
da
vicino
un
mondo
caliginoso
,
ridotto
e
basso
,
nel
quale
non
si
muovono
più
intenzioni
né
disegni
plausibili
.
Dove
è
finito
lo
splendore
brioso
del
nostro
teatro
?
Ci
sono
ancora
fra
i
giovani
delle
creature
eteree
,
gazzose
,
satinate
e
leggere
che
salgono
nell
'
atmosfera
lietamente
sino
a
toccare
il
cielo
con
un
dito
.
Poeti
,
musicisti
,
così
,
quasi
incollati
al
firmamento
,
rimangono
muti
e
sospesi
in
quelle
altitudini
inaccessibili
,
deserte
e
luminose
,
e
attendono
in
conserva
per
mesi
e
anche
per
anni
il
giorno
del
loro
giudizio
quasi
universale
.
Sotto
i
loro
piedi
si
apre
tumultuoso
e
informe
il
baratro
,
essi
scivolano
aggrappati
pericolosamente
e
volteggiano
con
dei
raccapriccianti
capovolgimenti
astrali
come
dei
jongleurs
fra
i
raggi
oscillanti
e
sottili
del
loro
proprio
sistema
celeste
.
Corifei
meteorici
volanti
negli
spazi
dell
'
immaginazione
,
essi
naturalmente
si
nutrono
non
più
di
carne
e
di
sangue
come
prima
,
ma
di
aria
,
d
'
incenso
,
di
mosche
e
di
speranze
.
Ma
giunge
la
Notte
del
giudizio
:
essi
possono
cadere
,
e
,
se
cadono
,
cadono
e
bruciano
,
traversando
tutto
il
cielo
,
come
le
stelle
filanti
.
Un
solo
fischio
,
un
fischio
soprannaturale
nel
silenzio
della
mezzanotte
,
il
guaito
funereo
d
'
un
cane
,
il
lamento
sinistro
di
un
neonato
,
la
stecca
recisa
e
micidiale
d
'
un
cantante
può
staccarli
di
colpo
dalla
cupola
degli
spazi
e
farli
precipitare
,
fantocci
lontani
in
combustione
che
s
'
inabissano
e
si
consumano
in
una
dispersione
silenziosa
e
quasi
totale
.
I
pantani
tenebrosi
dove
guazzano
i
coccodrilli
,
accolgono
i
loro
resti
miserevoli
.
Ormai
chi
ha
più
la
forza
di
vestire
,
di
portare
le
antiche
e
preziose
armature
battute
a
fuoco
e
cesellate
d
'
oro
?
Tutte
le
più
belle
voci
stanno
consumandosi
e
spegnendosi
l
'
una
dopo
l
'
altra
come
ceri
sull
'
altare
.
Con
un
coraggio
metodico
ciascuno
s
'
industria
di
sgorbiare
a
casaccio
le
opere
immortali
.
Il
suggeritore
propone
e
il
cantante
dispone
.
Si
dànno
le
opere
senza
provarle
,
anzi
si
provano
senza
darle
.
Gli
esecutori
vengono
scelti
fra
i
più
apatici
e
mansueti
,
come
si
scelgono
i
cavalli
bianchi
per
le
fanfare
di
cavalleria
,
perché
non
s
'
imbizzarriscano
e
non
tirino
calci
al
suono
e
allo
strepito
degli
strumenti
.
Costoro
,
infatti
,
entrano
esitanti
e
s
'
avvicinano
al
pubblico
con
il
fare
sbalordito
e
diffidente
che
hanno
le
bestie
dentro
i
macelli
.
Le
prime
donne
in
scena
hanno
l
'
aria
di
voler
allattare
fino
all
'
ultimo
respiro
il
tenore
mingherlino
e
tremante
il
quale
annusa
inquietamente
sul
palcoscenico
la
polvere
,
tutto
invaso
dal
terrore
del
si
bemolle
che
sta
per
essergli
presentato
come
un
effetto
scaduto
.
Il
nostro
melodramma
oggi
è
in
uno
stato
d
'
atrofia
moribonda
.
Ogni
tanto
un
Golia
molle
,
sfasciato
,
senza
volto
,
si
presenta
al
pubblico
:
ebbene
,
al
solo
fischio
della
fionda
,
guarda
,
questo
colosso
crolla
come
un
masso
,
e
si
muove
in
pochi
istanti
lasciando
distesa
a
traverso
la
strada
la
sua
corpulenza
esanime
.
L
'
ingombro
enorme
è
difficile
da
rimuovere
;
e
allora
guai
«
a
chi
deve
procedere
oltre
:
ci
vuole
forza
di
braccia
,
e
pali
,
badili
e
accetta
non
bastano
per
dar
libera
via
alla
nostra
vena
che
forse
c
'
è
ancora
,
ma
intristisce
,
per
mancanza
di
sfogo
,
in
pozzanghere
malsane
»
.
Se
lo
ricorda
l
'
immaginazione
il
nostro
teatro
d
'
opera
,
piccolo
,
odoroso
,
stagionato
,
sonoro
,
dorato
e
pieno
tutto
di
genio
fino
al
soffitto
:
reggia
di
acchito
e
di
fantasia
,
sulle
cui
scene
i
cantanti
si
presentavano
con
il
sorriso
sulle
labbra
e
la
morte
nel
cuore
a
un
pubblico
gerarchico
che
mostrava
d
'
ascoltare
a
seconda
del
rango
con
un
aristocratico
attaccamento
,
con
una
squisita
bigotteria
musicale
o
con
un
infiammato
e
incontenibile
furore
.
Gli
apparati
della
ribalta
e
gli
arnesi
convenienti
all
'
illusione
creavano
ai
sensi
delle
dimensioni
imprevedute
e
sbalorditive
:
quando
poi
nella
foga
della
recita
capitava
in
vista
,
fra
gli
spettatori
,
la
presenza
sorprendente
di
qualche
eunuco
celebre
,
agghindato
e
nonchalant
,
un
nuovo
prestigio
sembrava
aggiungersi
alla
voce
dolce
e
spietata
di
Eros
che
risuonava
,
invadendo
la
sala
con
una
indolenza
folle
e
spirante
.
E
allora
il
fuoco
indomabile
incendiava
i
cuori
delle
dame
seminude
,
le
faceva
anelare
mortalmente
e
dava
le
traveggole
ai
cavalieri
dal
sorriso
incantato
e
vacillante
.
F
Ohimè
,
ché
caduto
è
il
lirico
furore
,
e
gli
applausi
di
un
popolo
famoso
si
estinguono
lontano
.
Anche
il
prestigio
della
scenografia
è
scomparso
per
sempre
dal
teatro
italiano
.
Si
architetta
,
si
costruisce
,
ma
si
dimentica
che
soltanto
l
'
illuminazione
può
dar
corpo
alle
immagini
.
Fra
le
coulisses
non
circola
come
un
elisire
la
musica
,
il
focolare
della
tradizione
sembra
spento
.
La
luce
elettrica
,
igienica
e
pallida
ispettrice
,
imbianca
tutto
col
suo
squallore
,
pone
in
fuga
le
ombre
,
spazza
via
dalla
scena
ogni
residuo
fantastico
e
mette
in
evidenza
un
ceppo
annerito
e
freddo
.
La
luce
,
elemento
prezioso
,
vuol
essere
propinata
avaramente
come
un
filtro
.
Il
palcoscenico
non
è
che
un
pozzo
nero
e
profondo
da
esplorare
prudentemente
con
la
lanterna
cieca
,
e
se
il
macchinista
apre
tutte
le
valvole
dell
'
elettricità
,
diventa
un
buco
enorme
e
deserto
,
uno
spogliatoio
miserabile
;
il
fondale
appare
lí
innanzi
pencolante
e
scolorito
,
le
quinte
si
reggono
male
ai
suoi
lati
livide
e
servili
.
Non
si
devono
mai
colpire
,
per
intero
,
né
di
faccia
né
di
striscio
,
gli
scenarii
che
sono
superfici
piatte
,
con
una
luce
folgorante
.
In
un
palcoscenico
pieno
d
'
ombra
e
di
mistero
i
personaggi
,
questi
prigionieri
del
melodramma
che
tentano
di
liberarsi
contorcendosi
michelangiolescamente
,
passeranno
a
traverso
tutte
le
fasi
della
illuminazione
come
la
luna
nel
corso
del
suo
viaggio
notturno
.
La
luce
li
cercherà
allora
nella
semioscurità
,
li
sceglierà
,
e
colpirà
con
la
sua
mira
i
loro
corpi
mobili
e
plastici
.
Mentre
cantano
ornerà
viva
e
granulosa
i
loro
gesti
di
argento
.
Brucierà
sui
loro
contorni
come
pepe
di
Caienna
che
arde
;
farà
nascere
riflessi
e
balzare
lampeggiamenti
di
gelatina
dalla
seta
cangiante
dei
loro
costumi
,
investirà
con
un
riverbero
pieno
di
fermento
le
loro
faccie
stravolte
.
I
raggi
sfuggiti
a
una
lanterna
magica
picchieranno
e
si
frantumeranno
come
una
bottiglia
di
vetriolo
,
contro
i
seni
turgidi
di
Eleonora
che
sta
delirando
.
A
volte
il
caso
ci
ha
procurato
spettacoli
di
questa
qualità
nei
teatri
di
provincia
.
In
una
piccola
città
durante
una
recita
di
Otello
verso
la
fine
del
primo
atto
sul
cominciare
del
duetto
la
luna
piena
frusciando
rotolò
giú
d
'
improvviso
e
finí
per
impigliarsi
come
un
volatile
di
fuoco
fra
le
aste
di
una
palma
bassa
rovesciando
aggressivamente
alcuni
grossi
raggi
sgarbati
e
crudi
di
magnesio
sulla
coppia
degli
sposi
male
assortiti
che
si
fiutavano
rifugiati
lí
sotto
;
ci
parve
di
vedere
allora
Desdemona
,
gigantessa
coperta
di
veli
perlacei
,
perdersi
come
neve
che
si
scioglie
fra
le
braccia
di
un
enorme
pezzo
di
cioccolata
lucente
che
digrignava
i
denti
con
un
umorismo
feroce
da
negro
.
Questo
effetto
esagerato
e
fulmineo
provocò
una
grandinata
di
applausi
.
Ecco
come
s
'
incaricò
l
'
imprevisto
di
fare
dell
'
arte
a
dispetto
del
metteur
en
scène
.
G
Giuseppe
Verdi
,
sembra
l
'
uomo
nato
apposta
per
spazzare
via
col
suo
pugno
sterminatore
ogni
parassitismo
intellettualistico
,
per
mettere
in
fuga
la
musicologia
ragionante
,
per
scomporre
le
tele
di
ragno
dei
sistemi
metafisici
.
Allorché
si
presenta
la
sua
faccia
ardente
e
corrugata
,
e
risuona
la
sua
musica
litigiosa
e
violenta
,
teatrale
e
spaziosa
,
sono
vane
le
spiegazioni
e
le
proteste
capziose
,
le
obiezioni
filosofiche
e
il
gesuitismo
letterario
;
è
perfettamente
inutile
allora
,
il
parlare
di
suggestione
e
di
sensibilità
,
di
modernità
e
di
cultura
.
Egli
non
è
per
buona
sorte
un
missionario
,
ma
un
contadino
eroe
.
Il
suo
alito
ha
un
sano
odor
di
cipolla
e
la
sua
voce
è
imperiosa
,
i
suoi
istinti
pieni
di
veemenza
primitiva
.
Egli
ignora
le
parafrasi
,
s
'
intromette
furiosamente
,
taglia
i
nodi
colla
roncola
,
e
fa
scorrere
lacrime
e
sangue
esilaranti
,
piomba
sul
pubblico
,
lo
mette
tutto
in
un
sacco
,
se
lo
carica
sulle
spalle
e
lo
porta
a
gran
passi
entro
i
rossi
,
vulcanici
dominii
della
sua
arte
.
H
Un
giorno
un
vecchio
mentore
,
persona
conosciuta
e
famigliare
che
sosteneva
in
città
la
parte
di
Matusalemme
,
ci
toccò
una
spalla
.
Eravamo
sotto
i
portici
del
palazzo
del
Governatore
.
Trentadue
gradi
all
'
ombra
.
In
quell
'
estasi
canicolare
udivi
salire
fino
al
cielo
il
ritornello
querulo
di
un
venditore
di
terraglie
.
-
-
Ragazzo
mio
,
-
-
fece
il
nostro
autorevole
amico
indicandoci
una
delle
arcate
che
si
aprivano
in
piena
luce
sulla
piazza
Grande
,
-
-
proprio
di
là
ho
visto
venir
su
Verdi
appoggiato
al
braccio
della
Stolz
.
Nel
fermo
stupore
solare
questi
due
pellegrini
sorsero
dinanzi
a
me
improvvisamente
.
Lo
stesso
grido
noioso
e
solitario
che
tu
odi
ripetersi
in
questo
momento
echeggiava
anche
allora
qui
sotto
le
volte
.
Verdi
ne
parve
sorpreso
.
Si
sciolse
dalla
sua
compagna
,
cavò
fuori
un
libriccino
e
segnò
una
sull
'
altra
quelle
quattro
note
approssimative
.
La
cantilena
del
merciaio
ambulante
era
andata
a
incastrarsi
dritta
nella
sua
fantasia
.
Ferro
tira
ferro
,
ragazzo
mio
.
Il
cervello
umano
quando
lavora
diventa
una
calamita
.
Qualche
volta
un
accessorio
rimette
in
movimento
la
macchina
,
poi
l
'
opera
si
stacca
come
un
frutto
maturo
e
rotola
sull
'
erba
.
Vedi
come
procede
di
sorpresa
e
per
indicazioni
il
lavoro
creativo
?
Non
si
potrebbe
forse
pensare
che
in
un
pomeriggio
arido
e
sonnolento
come
questo
da
una
costola
di
Adamo
venne
fuori
Eva
e
si
addormentò
vicino
a
lui
?
Basta
,
se
lo
vuoi
sapere
il
grido
ozioso
di
poco
fa
ha
trovato
la
sua
nicchia
nella
Aida
.
Vent
'
anni
or
sono
,
nell
'
udire
quest
'
opera
,
riconobbi
,
durante
l
'
atto
del
Nilo
,
nell
'
invocazione
rituale
dei
sacerdoti
nascosti
nel
tempio
,
la
voce
del
nostro
venditore
di
terraglie
che
da
cinquant
'
anni
trascina
il
suo
piato
e
la
sua
merce
per
le
strade
di
Parma
.
Questa
fu
la
nostra
prima
lezione
di
composizione
.
Di
lí
a
poco
il
vecchio
mentore
messo
a
giacere
spari
divorato
dagli
anni
.
Accade
qualche
volta
d
'
incrociare
sulla
strada
una
sconosciuta
che
ci
fa
rimanere
lí
smemorati
e
perplessi
.
Carica
di
evidenza
essa
cammina
isolata
e
immersa
in
quel
fluido
pittorico
che
gli
artisti
chiamano
«
il
vero
»
.
Qualunque
sia
il
genere
e
il
grado
della
sua
bellezza
,
eccone
una
che
ha
le
fisique
du
rôle
.
Pienezza
,
fragilità
,
fascino
di
provenienza
portentosa
,
costei
è
là
,
fuori
del
tempo
,
fugace
,
improvvisa
,
come
un
'
assente
rientrata
di
soppiatto
tra
le
file
.
La
grande
razza
risplende
sui
suoi
tratti
,
mentre
corre
verso
un
profondo
destino
,
il
suo
passaggio
tocca
una
corda
,
e
la
tua
marcia
,
i
tuoi
pensieri
si
arrestano
netto
sotto
il
colpo
della
sorpresa
.
Sei
colto
al
varco
;
curvo
,
sospeso
sul
mistero
della
sua
origine
poco
t
'
importa
di
sapere
dove
vada
;
è
al
suo
atto
di
nascita
che
tu
miri
,
è
la
sua
carta
d
'
identità
che
vorresti
vedere
.
Di
quale
amorosa
combinazione
è
il
frutto
questa
creatura
straordinaria
?
In
fondo
a
una
perplessità
di
questa
sorta
ci
gettano
i
tratti
più
crudi
e
felici
delle
opere
di
Verdi
.
Noi
che
scrivendo
di
lui
vorremmo
essere
il
vento
nel
fuoco
,
ci
fermiamo
a
certi
passaggi
e
dimentichiamo
di
seguirlo
per
gustare
meglio
nel
fiore
l
'
amaro
della
radice
.
Un
amaro
che
penetra
e
affonda
nella
nostra
memoria
;
e
il
ricordo
fatuo
inafferrabile
entra
in
giuoco
.
L
'
attenzione
stimolata
si
concentra
,
circoscrive
il
suo
raggio
e
preme
appassionatamente
su
quel
punto
torbido
e
remoto
.
Guardiamo
la
vita
trascorsa
dietro
una
lente
d
'
ingrandimento
:
sgranata
,
formicolante
,
vivida
visione
.
In
questo
stato
di
lucidità
ansiosa
il
problema
del
più
pesante
dell
'
aria
sembra
risolversi
.
I
fatti
si
alterano
,
la
realtà
travisata
si
sposta
,
si
solleva
e
comincia
la
mise
en
route
dell
'
immaginazione
.
Ci
accade
allora
di
cogliere
d
'
un
tratto
i
rapporti
e
le
aderenze
che
uniscono
Verdi
al
pittoresco
scheletrico
della
vecchia
Parma
,
e
di
scoprire
su
quale
vacillante
e
provvisorio
piede
di
casa
s
'
innalzi
l
'
arte
clamorosa
e
grande
di
quest
'
uomo
universale
.
La
nostra
città
è
rotta
in
due
,
e
si
dà
l
'
aria
di
essere
traversata
da
un
famoso
corso
d
'
acqua
.
Il
torrente
scende
ogni
tanto
dalla
montagna
e
le
fa
una
visita
improvvisa
e
minacciosa
.
I
parmigiani
gli
hanno
preparato
per
ogni
evenienza
un
gran
letto
che
non
basta
ai
suoi
trasporti
.
A
primavera
vien
giú
in
piena
,
impennato
e
tuonante
come
se
fosse
preceduto
da
una
fila
di
tamburi
,
s
'
ingrossa
,
monta
,
supera
i
livelli
e
sale
con
la
rapidità
di
un
aerostato
fomentato
da
un
falò
.
La
folla
nera
protesa
sui
parapetti
grida
e
gongola
,
mentre
sotto
i
suoi
piedi
i
ponti
tremano
,
e
guarda
passare
nei
gorghi
e
roteare
intorno
ai
pilastri
tronchi
d
'
albero
,
stie
galleggianti
,
asini
e
cani
affogati
e
gonfi
come
sacchi
di
zampogne
.
Già
l
'
acqua
sta
per
lambire
il
segno
dell
'
ultima
inondazione
e
chiudere
gli
occhi
dei
ponti
:
schiuma
e
tempesta
contro
gli
ostacoli
velocissima
.
Le
ali
dei
muraglioni
e
le
case
dai
camini
che
fumano
sembrano
filare
in
senso
inverso
come
una
flotta
pigiata
e
fuggente
.
Allo
stesso
modo
impetuoso
si
abbatte
sul
popolo
radunato
nel
teatro
di
Parma
la
melodia
corale
di
Verdi
,
poi
decresce
,
si
ritira
e
lascia
allo
scoperto
il
greto
ampio
ardente
,
impervio
e
abbagliante
.
Ci
sono
individui
che
hanno
molto
in
più
e
qualcosa
in
meno
del
normale
,
per
cui
quando
non
possono
far
meglio
degli
altri
cadono
al
disotto
di
tutti
.
Come
gli
ordigni
di
invenzione
empirica
così
anche
gli
spiriti
veramente
primitivi
e
originali
subiscono
delle
pannes
impreviste
e
irreparabili
.
Verdi
è
uno
di
questi
.
Alti
e
bassi
,
annientamenti
,
lacune
,
risurrezioni
miracolose
,
tutto
concorre
a
rendere
variabile
e
avventuroso
il
suo
ritmo
,
e
fin
che
il
suo
genio
traversa
il
cielo
come
un
aquilone
che
soltanto
la
corsa
può
sostenere
egli
trascura
di
essere
intelligente
,
finge
d
'
ignorare
che
i
corpi
subiscono
l
'
attrazione
della
terra
e
che
là
dove
la
vita
si
spegne
la
spoglia
precipita
.
Insomma
a
vederlo
rinunciare
ai
salvataggi
artificiosi
,
meccanici
,
all
'
ortopedia
della
tecnica
,
lo
diresti
l
'
uomo
che
non
crede
alla
morte
.
La
sua
opera
rimane
sospesa
come
una
nube
carica
di
elettricità
sui
luoghi
e
sull
'
epoca
immobile
della
nostra
giovinezza
.
Noi
sentiamo
agitarsi
là
dentro
e
insorgere
il
tramestio
turbolento
d
'
un
anniversario
.
Come
per
il
rifluire
di
una
vita
anteriore
quel
mondo
di
suoni
diventa
vorticoso
,
scialbo
,
teatrale
,
pieno
di
escamotages
silenziosi
,
di
crolli
.
Tutto
un
passato
ancora
caldo
e
recente
sembra
risalire
pigramente
il
suo
corso
.
Dobbiamo
dichiarare
che
le
nostre
preferenze
vanno
a
quell
'
arte
mutevole
,
rudimentale
e
caduca
,
che
porta
nella
sua
fisionomia
terrestre
il
segno
forte
della
sua
stagione
.
Tutto
quel
che
dovrà
subire
la
legge
fatale
del
ritorno
offre
,
quando
si
stacca
e
s
'
innalza
,
uno
spettacolo
pieno
di
somiglianza
umana
,
di
emozione
e
di
interesse
.
Il
profilo
grottesco
e
rivoluzionario
della
prima
locomotiva
a
vapore
,
questo
grosso
bébé
del
Progresso
,
e
l
'
aspetto
rurale
di
tutti
i
meccanismi
e
apparecchi
di
una
scienza
ancora
incerta
che
lavora
colle
proprie
mani
servendosi
di
alberi
abbattuti
e
di
pietre
sepolte
suscitano
insieme
al
piacere
e
alla
curiosità
la
venerazione
più
viva
.
Ma
appena
si
giunge
agli
sviluppi
,
alla
pienezza
tecnica
,
alla
fabbricazione
anonima
,
ai
piani
elevati
e
praticabili
,
al
lusso
e
alla
chiaroveggenza
della
matematica
,
al
calcolo
sublime
,
il
nostro
interesse
si
perde
nel
vuoto
della
eccellenza
professionale
.
Il
moto
perpetuo
della
perfezione
che
vuol
dire
immobilità
ci
fa
morire
di
noia
e
colare
a
picco
.
Nella
gran
luce
assoluta
la
perfezione
sta
,
senza
oscillare
,
in
una
fissità
implacabile
.
Intorno
ad
essa
cadono
le
possibilità
,
si
esauriscono
i
pericoli
,
si
spezza
ogni
rapporto
,
ogni
stimolo
,
ogni
speranza
:
le
carriere
si
chiudono
,
cessano
gli
aumenti
di
stipendio
.
Là
comincia
un
vitalizio
eterno
e
immutabile
.
Nel
melodramma
di
Verdi
c
'
è
musica
per
tutte
le
borse
.
I
suoi
difetti
e
le
sue
qualità
han
radici
profonde
nella
nostra
terra
.
Estirpare
i
primi
vuol
dire
distruggere
anche
le
seconde
.
«
Non
bisogna
esagerare
-
-
egli
scriveva
-
-
nella
smania
di
voler
ogni
cosa
perfetta
,
perché
si
corre
il
pericolo
di
compiere
ben
poco
,
o
di
non
compiere
nulla
.
La
natura
,
la
sincerità
di
un
maestro
si
rivela
mantenendo
pressoché
intatto
ciò
che
gli
è
uscito
spontaneamente
dal
cervello
,
molto
meglio
che
tormentando
instancabilmente
ciò
che
egli
ha
fatto
.
Anzi
nell
'
alternativa
di
cose
un
po
'
basse
con
altre
elevate
queste
s
'
avvantaggiano
di
più
nel
contrasto
.
Io
non
istento
a
credere
che
alcuni
poeti
abbiano
calcolato
su
simili
effetti
»
.
-
-
Così
serenamente
Giuseppe
Verdi
riconosceva
che
la
sua
opera
resterà
per
sempre
incompiuta
.
Nelle
opere
di
Verdi
ci
sono
dei
quadri
di
un
romanticismo
così
morto
e
caloroso
che
quasi
ti
sembra
di
vedere
come
in
un
sogno
astronomico
,
la
jena
passar
ratta
su
terreni
sbiancati
,
ondeggianti
,
e
tutto
un
cimitero
che
succhia
il
latte
alle
poppe
della
luna
.
Nel
secondo
atto
del
Ballo
in
maschera
,
per
esempio
,
la
scena
rappresenta
un
paesaggio
che
sprofonda
e
affoga
nella
marea
lunare
.
Fremono
le
chiome
basse
dei
salici
e
la
loro
ombra
va
e
viene
lentamente
sui
marmi
sepolcrali
.
Il
Tempo
brucia
in
qualche
lumicino
votivo
con
l
'
intermittenza
di
un
polso
malato
.
O
Valle
piena
di
avventuroso
silenzio
,
Tribunale
supremo
della
galanteria
,
intorno
al
tuo
recinto
funebre
che
brulica
di
fatui
lucori
s
'
aggirano
come
grandi
farfalle
notturne
i
tenebrosi
porte
manteaux
del
teatro
melodrammatico
,
personaggi
speronati
e
illustrissimi
che
al
cospetto
dei
tuoi
monumenti
lapidari
si
strappano
l
'
anima
a
lembi
;
li
chiama
dall
'
orchestra
con
una
lunga
cantilena
di
malaugurio
la
voce
esangue
del
corno
inglese
;
ed
eccoli
,
i
colpevoli
,
dal
fondo
della
scena
,
muovere
verso
di
noi
i
passi
incerti
.
Fra
l
'
intrico
di
gramigne
che
inceppano
il
loro
cammino
,
afforano
le
assi
di
qualche
bara
sfasciata
.
Una
spada
,
delle
lacrime
luccicano
;
bacche
d
'
argento
spuntano
fra
le
gramaglie
d
'
una
vesta
,
e
il
suono
d
'
una
voce
istrumentale
echeggia
.
Udite
come
brilla
in
quella
voce
il
quid
della
celebrità
!
Udite
gli
accenti
sbigottiti
che
fluttuano
nebbiosamente
sulle
due
bocche
confuse
nell
'
amore
!
Son
essi
,
gli
adulteri
fuggitivi
,
che
il
cimitero
stringe
e
assale
da
ogni
lato
con
tutte
le
sue
croci
ed
i
suoi
mausolei
:
rinculano
i
meschini
e
s
'
innalza
la
disperazione
del
tenore
sull
'
arco
dei
violoncelli
.
Ma
con
l
'
invasione
dei
cori
lo
spettacolo
assume
un
portamento
da
grande
opera
,
la
melodia
s
'
allarga
,
e
quando
la
scena
nereggia
lugubremente
di
cospiratori
sghignazzanti
e
un
'
onda
di
feroce
derisione
sollevata
e
sospinta
dal
ritmo
musicale
si
abbatte
sui
malcapitati
amanti
,
come
non
riconoscere
in
quei
volti
numerosi
e
contorti
,
in
quella
crudeltà
,
gli
stessi
partigiani
,
impalliditi
cogli
anni
,
che
nei
giorni
lontani
infestavano
la
vita
pubblica
della
nostra
città
?
Opere
di
Verdi
,
vicenda
burrascosa
e
mortale
,
inedia
,
agonie
e
risurrezioni
miracolose
!
Un
punto
forte
,
anzi
fortissimo
,
quello
della
riscossa
,
c
'
è
sempre
là
dentro
,
quando
la
faccia
stessa
del
melodramma
ottocentesco
emerge
sfolgorante
e
intrisa
di
sangue
come
quella
di
un
terremotato
che
scappa
fuori
vivo
da
un
avello
crollato
.
La
cabaletta
esce
allora
dalla
più
abusata
e
nera
routine
con
un
rilievo
bellissimo
.
Una
freccia
vien
dritta
a
piantarsi
nel
nostro
cuore
e
dobbiamo
gridare
:
toccato
.
Col
piede
leggero
e
il
cranio
pieno
di
una
esultanza
scarlatta
entriamo
in
argomento
.
Chi
se
l
'
aspettava
?
Finalmente
il
tenore
mostra
i
denti
.
In
teatro
nasce
il
disordine
e
la
rivoluzione
si
propaga
.
La
lingua
batte
do
ve
il
dente
duole
!
Trasecolati
si
apostrofano
l
'
un
l
'
altro
gli
spettatori
trionfanti
:
Evviva
,
abbasso
!
Fuori
di
casa
Strauss
,
Debussy
e
Stravinski
!
Intanto
un
ritmo
di
ben
altra
stagione
,
un
ritmo
portentoso
e
schietto
,
rotola
in
orchestra
sotto
il
sole
campagnolo
.
La
caricatura
entra
in
un
clima
ampio
tutto
meridionale
.
Al
diavolo
il
contrappunto
e
le
fughe
;
il
barometro
sale
.
L
'
udite
correre
infuriata
sul
fondo
della
scena
la
vecchia
tradizione
,
risorta
fra
i
rimorsi
,
che
ammonisce
e
invoca
implacabile
come
la
canzone
d
'
un
amore
che
fu
?
«
Ma
non
vedi
che
l
'
albero
pende
,
e
la
foglia
la
va
,
la
va
,
la
va
.
-
-
Se
mi
volevi
bene
non
mi
dovevi
abbandonà
...
»
Appena
fuori
della
porta
di
Parma
ci
veniva
fatto
,
da
ragazzi
,
di
capitare
a
ridosso
dei
bastioni
in
certe
località
disperate
e
propizie
alle
infantili
paure
,
fra
casematte
,
cisterne
putride
,
dove
le
male
erbe
sembrano
nascondere
pietrame
di
tombe
.
-
-
Nell
'
ora
fallace
del
giorno
che
cade
la
luce
traspare
,
s
'
annida
,
lotta
per
districarsi
fra
le
masse
del
fogliame
e
rompere
là
dentro
lacerante
,
stanca
,
velata
,
mobile
.
A
due
passi
la
vita
ferveva
,
e
il
suon
dell
'
opre
raggiungendoci
nel
nostro
labirinto
,
pigliava
un
tono
canoro
;
irreale
come
d
'
un
grido
che
fa
vòrtice
in
un
pozzo
:
eco
continua
che
si
volgeva
in
minore
con
una
scordatura
soave
.
Quello
era
il
tempo
del
nostro
tirocinio
in
faccia
alla
natura
.
Piaceva
a
noi
rimanere
lí
e
guardare
accasciarsi
e
scemare
la
giornata
.
Sollevato
a
intervalli
,
come
un
velario
in
grembo
al
vento
,
il
cielo
ricadeva
in
repentini
squallori
,
colmo
di
una
lucida
e
smemorata
vacuità
.
Tremule
irradiazioni
spaziali
attraversavano
il
mondo
,
fin
che
,
arrestato
lo
spento
rimescolio
,
l
'
occhio
poteva
fermarsi
su
uno
spettacolo
di
silente
e
immobile
riposo
.
Sull
'
incudine
cadeva
abbandonato
il
martello
del
fabbro
,
cessava
l
'
indistinto
strepito
dei
lavori
quotidiani
e
il
fossato
s
'
andava
riempiendo
di
fantasmi
.
Simili
a
forme
animalesche
e
buie
le
cose
intorno
affondavano
,
vacillanti
,
nell
'
ombra
'
.
Ultime
e
nuove
affioravano
le
lucciole
e
s
'
allontanavano
come
portate
via
sulle
acque
notturne
.
Respirando
a
pieni
polmoni
la
freschezza
di
quel
clima
mortuario
sentivamo
quasi
,
in
preda
a
un
sublime
sgomento
,
frusciare
sul
nostro
capo
il
cielo
e
le
sue
stelle
.
Col
primo
raggio
di
luna
sorgevano
titubanti
,
a
spiarci
,
ad
una
ad
una
,
fra
le
fronde
e
i
rami
,
le
facce
d
'
argento
dei
congiurati
del
«
Ballo
in
maschera
,
che
una
nuvoletta
a
poco
a
poco
»
spegneva
.
Allora
lentamente
il
sonno
della
terra
ci
prese
in
grembo
,
mentre
ancora
pareva
a
noi
di
udire
un
gramo
motivo
d
'
orchestra
allungarsi
,
accorciarsi
e
accordare
il
suo
timbro
al
grido
della
civetta
.
Su
quel
verso
romito
e
ferale
,
antica
e
paurosa
cadenza
,
l
'
anima
trovava
a
occhi
chiusi
il
modo
di
passare
sui
precipizi
con
una
leggerezza
sonnambolica
.
O
,
il
vaporoso
risveglio
quando
nell
'
altissima
notte
,
con
un
vento
che
trascina
e
fa
stormire
i
vecchi
ippocastani
dei
bastioni
,
mutevole
,
fra
l
'
uragano
e
una
tristezza
di
pioggia
echeggiò
,
molto
lontano
,
nel
canto
sgranato
e
lunatico
d
'
un
viandante
la
cabaletta
di
Verdi
.
II
Migliavacca
Trent
'
anni
fa
viveva
a
Parma
un
vecchio
violinista
lacero
e
randagio
chiamato
Migliavacca
,
cieco
,
obeso
e
sbarbato
come
un
diacono
.
Acidità
,
patema
e
sarcasmo
sfogava
masticando
ingiurie
con
la
voce
vinosa
.
Era
tenuto
in
gran
conto
e
rispettato
da
tutti
.
Con
quella
sua
testa
maestosa
chinata
sul
petto
,
inchiodata
nel
buio
,
incuteva
timore
,
e
un
codazzo
di
ammiratori
lo
seguiva
a
debita
distanza
durante
le
sue
peregrinazioni
e
i
suoi
concerti
serali
.
Migliavacca
vagava
da
un
'
osteria
all
'
altra
stringendo
sempre
sotto
l
'
ascella
un
violinuccio
mingherlino
e
unto
come
un
osso
di
prosciutto
.
Amò
sino
all
'
ultimo
dei
suoi
giorni
la
musica
d
'
opera
,
il
vino
di
bottiglia
e
le
donne
calde
da
trivio
.
Per
amore
di
queste
ultime
si
lasciava
condurre
docilmente
verso
le
case
di
malaffare
.
Saliva
brancolando
quelle
scale
piene
di
lezzo
e
di
canzoni
avariate
,
poi
su
nel
salotto
,
quando
lo
sfiorava
il
braccio
nudo
e
morbido
di
qualche
rauca
baldracca
,
allungava
il
broncio
come
un
vizioso
e
la
sua
grossa
e
pesante
maschera
impassibile
,
che
chiudeva
una
sciagura
di
fuoco
,
sembrava
volersi
spezzare
e
sciogliere
in
una
lascivia
muta
.
Subito
tutte
quelle
femmine
gli
si
facevano
sopra
a
pregarlo
:
Migliavacca
,
nonno
mio
,
una
sonata
carina
!
Egli
trasaliva
a
quei
fiati
postribolari
;
con
un
sorriso
lubrico
sulle
umide
labbra
andava
tastando
il
violino
,
l
'
imbracciava
e
raccoglieva
il
volto
congestionato
sulla
cassa
dell
'
istrumento
.
Le
dita
aggrappate
alla
tastiera
come
a
scavare
con
le
unghie
in
un
petto
,
egli
arrivava
allora
sino
a
toccarci
il
cuore
.
Poi
,
il
pezzo
,
fra
sospiri
e
armonie
,
finiva
,
e
Migliavacca
,
spinto
rotoloni
sopra
un
divano
,
colava
gloriosamente
a
picco
sotto
gli
amplessi
e
le
carezze
di
quelle
prostitute
.
Il
giorno
dopo
di
primo
mattino
lo
ritrovavi
già
al
lavoro
fermo
e
soletto
sul
marciapiedi
,
all
'
ombra
,
dinanzi
all
'
Albergo
della
Fontana
.
Guadagnava
così
,
umilmente
,
il
suo
pane
,
suonando
per
i
clienti
che
in
maniche
di
camicia
si
facevano
alla
finestra
,
mentre
intorno
ai
capricci
del
suo
archetto
tumultuavano
con
una
famigliarità
pittoresca
i
piccioni
del
palazzo
comunale
.
La
sera
stessa
lo
rivedevi
poi
all
'
ultimo
atto
dell
'
opera
,
seduto
sul
loggione
del
Teatro
Regio
.
Come
siede
in
chiesa
,
abbandonato
su
uno
stallo
della
cantoria
il
più
vecchio
canonico
del
capitolo
,
eccoti
Migliavacca
che
ascolta
nel
buio
la
Traviata
,
biascicando
non
si
sa
quale
gioia
concentrata
.
Gli
era
guida
e
compagno
fedele
un
chitarrista
mezzo
orbo
anche
lui
,
bruciato
dal
vino
,
sbrindellato
e
beceresco
come
un
mulatto
andaluso
di
Gustavo
Doré
.
La
faccia
di
costui
era
una
spugna
d
'
alcool
.
Mentre
strappava
sonnecchiando
il
mazzo
delle
corde
,
una
ruota
di
mosche
e
di
sogni
ronzava
di
continuo
intorno
a
quella
sua
gemebonda
chitarra
.
Di
tanto
in
tanto
Migliavacca
,
con
un
grugnito
represso
,
era
costretto
a
scuoterlo
,
perché
s
'
addormentava
su
un
accordo
.
Suonavano
insieme
dinanzi
al
caffè
Marchesi
per
un
pubblico
seduto
all
'
aria
aperta
.
Vanitosa
esposizione
di
piccole
famiglie
,
società
provinciale
,
ragazze
da
marito
,
esasperazione
,
indolenza
e
noia
immortale
della
vita
cittadina
facevano
durante
quelle
portentose
serate
commemorative
un
quadro
colorito
e
vivace
.
Fra
gli
strilli
e
le
eccentriche
piroette
dei
camerieri
,
tra
il
luccicore
di
caraffe
,
di
scodelle
e
di
bicchieri
,
anime
lasse
vibrano
sospese
alle
corde
d
'
un
cagionevole
violino
.
O
,
quante
bocche
di
rosa
socchiuse
come
per
un
bacio
dinanzi
a
una
granita
di
limone
.
Sono
le
signorine
di
buona
condizione
,
piantonate
dai
cari
genitori
,
che
si
dànno
anch
'
esse
a
inseguire
di
soppiatto
,
sul
tema
musicale
,
l
'
idea
unica
e
fissa
d
'
un
matrimonio
eventuale
.
Dormiveglia
,
candore
,
allibimento
di
quell
'
architettura
arciducale
.
Quasi
emersa
da
una
storica
oscurità
la
gente
squattrinata
si
addensava
dietro
i
due
sonatori
.
Odii
,
rivalità
,
ira
,
rancori
covava
in
seno
tutta
quella
plebe
assaporando
la
musica
cupamente
in
pose
rapite
e
meditabonde
.
Intanto
sui
vecchi
edifici
circostanti
sembrava
allungarsi
man
mano
rigida
e
coricata
l
'
ombra
di
Napoleone
.
Quei
concerti
,
duravano
l
'
estate
oltre
la
mezzanotte
a
languire
così
.
La
adunanza
popolare
,
chiusa
e
nera
ammutoliva
come
un
firmamento
intorno
al
cieco
.
Simili
a
stelle
cadenti
,
nel
chimerico
silenzio
creato
dal
violino
,
arcane
cupídigie
e
ipotesi
lanciate
sprofondavano
negli
universi
misteriosi
.
Quando
Migliavacca
suonava
,
il
traffco
era
bloccato
;
lui
vivo
non
si
sarebbe
potuto
pensare
di
posare
sulla
strada
principale
le
rotaie
del
tram
.
Egli
mori
;
e
fu
in
quel
vuoto
improvviso
che
la
più
balorda
e
intraprendente
genía
prese
piede
in
città
.
Lo
spettro
del
progresso
s
'
infiltrò
fra
quei
vicoli
quasi
verdi
di
erba
.
Asfaltisti
,
ingegneri
,
vagneriani
,
socialisti
,
entrarono
e
sorsero
a
sconvolgere
ogni
angolo
.
Fu
la
rivoluzione
nei
costumi
,
nelle
abitudini
,
in
tutto
,
ma
i
veri
rivoluzionari
rimasero
tuttavia
i
verdiani
pallidi
e
feroci
di
Parma
.
Musicisti
sciupati
e
giú
di
moda
,
coi
loro
baffi
fradici
di
nebbia
,
chiusi
nelle
loro
fruste
pelliccie
,
spente
figure
di
nottambuli
che
lasciano
penzolare
la
testa
e
hanno
delle
austere
borse
sotto
gli
occhi
,
costoro
se
ne
andavano
lungo
i
muri
come
dei
vecchi
topi
spelacchiati
e
pieni
di
acciacchi
salivano
e
scendevano
solinghi
sul
tardi
,
i
ponti
a
schiena
d
'
asino
.
Con
certi
cappelli
neri
,
larghi
e
pioventi
come
ombrelli
,
questi
peripatetici
pitocchi
in
preda
a
un
acerbo
rovello
,
cercavano
,
capitando
sotto
il
lume
smorto
d
'
un
lampione
,
di
nascondere
quella
cera
magra
,
gonfiata
da
una
tosse
che
tien
le
loro
bocche
in
continua
emozione
.
O
eroi
affranti
che
avete
bevuto
nel
calice
sino
alla
feccia
,
guardiani
laidi
e
dignitosi
d
'
un
passato
incantevole
,
voi
che
oggi
riposate
trafelati
sugli
ultimi
lembi
di
silenzio
,
sappiate
che
la
gloria
non
esiste
più
.
Guardate
la
vostra
città
.
Han
demolito
le
mura
,
hanno
abbattuto
anche
le
centenarie
alberate
dei
bastioni
.
Al
suono
dei
claroni
il
villano
traversa
in
automobile
le
vostre
strade
.
Polvere
che
il
vento
solleva
,
polvere
che
ricade
sulla
polvere
,
in
quel
deserto
di
memorie
che
è
diventata
la
vita
.
Altro
che
arte
!
È
la
velocità
che
conta
oggi
,
i
pugilati
,
le
truffe
e
poi
,
di
nuovo
,
la
velocità
.
Masticate
dunque
l
'
amaro
veleno
,
voi
che
avete
ancora
nel
petto
il
ritmo
lento
,
nodoso
e
ostile
dei
congiurati
e
dei
creatori
.
III
Il
ponte
verde
Era
un
ponte
a
schiena
d
'
asino
,
fatto
di
legname
.
Più
pittoresco
che
non
si
creda
,
edificante
come
la
doppia
scala
allegorica
della
vignetta
che
rappresenta
«
Le
età
dell
'
uomo
»
.
Andava
su
ripido
,
s
'
impennava
,
e
poi
giú
dall
'
altra
parte
,
scavalcando
il
corso
d
'
acqua
nel
luogo
più
antico
,
monumentale
e
solitario
della
città
.
Parma
e
il
suo
cielo
facevano
sfondo
.
Qualche
raro
passante
arrivato
sulla
gobba
del
ponte
,
sostava
appoggiato
al
bastone
,
imitando
egregiamente
il
gramo
omino
della
parabola
che
dopo
la
balda
giovinezza
affronta
la
china
della
vecchiaia
.
In
quei
tempi
ero
un
ragazzino
che
dall
'
orto
d
'
una
casa
affacciata
e
sospesa
sul
torrente
,
spiava
,
verso
l
'
ora
di
cena
,
il
ritorno
del
suo
papà
.
Lo
vedevo
scendere
,
mio
padre
,
stanco
e
a
capo
chino
,
il
ponte
,
e
sprofondare
tra
le
spallette
-
-
era
ancora
lí
,
tanto
vicino
a
me
:
lo
chiamavo
con
una
subitanea
angoscia
prima
che
scomparisse
del
tutto
.
Più
di
vent
'
anni
fa
questo
ponte
venne
distrutto
e
sostituito
da
un
piatto
canalone
,
in
cemento
armato
,
al
quale
la
coalizione
degli
ingegneri
e
dei
socialisti
che
amministrava
insolentemente
la
città
diede
il
nome
di
«
ponte
Verdi
»
.
Omaggio
di
quei
che
proclamavano
l
'
arte
«
spesa
improduttiva
»
fatto
a
un
originale
musicista
che
essendo
sul
punto
di
morire
perdeva
proprio
allora
una
bella
occasione
di
protestare
.
Ma
l
'
antico
ponte
scomparso
,
da
non
confondere
con
quello
attuale
,
si
chiamava
verde
perché
di
verde
era
stato
dipinto
da
oltre
un
secolo
.
E
di
esso
restarono
fermi
nella
limpida
corrente
i
piloni
spezzati
e
i
massi
dispersi
qua
e
là
.
Quand
'
era
in
piedi
,
il
ponte
verde
,
univa
la
Pilotta
,
colossale
edificio
costruito
dai
Farnese
che
distende
la
sua
facciata
sulla
destra
del
torrente
,
alla
riva
opposta
,
difesa
da
un
muraglione
altissimo
e
decrepito
,
che
un
immenso
tappeto
sventolante
di
erbe
,
di
fioracci
,
e
di
bocche
di
leone
copriva
a
perdita
d
'
occhio
.
Nella
stagione
di
magra
le
lucertole
,
le
donnole
,
le
biscie
strisciavano
fitte
entro
quella
gramigna
abbarbicata
al
mattone
;
i
topi
d
'
acqua
,
a
schiere
,
girellavano
lungo
la
muraglia
,
fra
i
ciuffi
verdi
s
'
inseguivano
e
si
lasciavan
cadere
come
dei
sacchetti
scotendo
e
facendo
tremare
le
cascate
d
'
edera
.
Raggiunta
quella
riva
così
popolata
di
animalacci
immondi
,
la
strada
del
ponte
passava
sotto
l
'
arco
d
'
un
torrione
merlato
e
sboccava
nel
profondo
parco
ducale
.
Sul
torrazzo
dalla
sagoma
tozza
e
guerresca
lavorava
un
fabbro
ferraio
.
Tutto
il
giorno
s
'
udiva
il
martello
e
la
lima
cantare
.
Specialista
di
grosse
serrature
,
di
catenacci
e
di
chiavi
governamentali
,
quest
'
uomo
viveva
solo
là
dentro
.
Usciva
solo
,
non
seppi
mai
da
qual
porta
.
Sbucava
dal
voltone
,
sempre
un
po
'
nero
di
fumo
e
lucente
di
polvere
di
ferro
.
Salutava
mio
padre
con
un
rispetto
simpatico
e
civile
.
Ci
si
sentiva
onorati
e
contenti
del
suo
«
buongiorno
»
.
E
ogni
volta
avevo
una
gran
curiosità
di
avvicinarlo
,
di
conoscerlo
,
di
dargli
la
mano
.
La
domenica
usciva
con
un
cappello
duro
.
Era
un
artigiano
all
'
antica
;
abbottonato
,
individualista
,
senza
tracotanza
.
Il
giorno
del
riposo
lo
passava
nelle
vicinanze
della
sua
fucina
,
senza
altra
occupazione
che
di
guardare
il
colore
dell
'
acqua
sotto
il
ponte
,
e
il
colore
del
cielo
.
Ma
quando
udivi
il
picchiettio
del
suo
lavoro
,
che
per
lo
più
durava
fino
a
notte
,
allora
ti
sembrava
che
un
mistero
armonioso
si
diffondesse
dalla
torre
chiusa
,
il
più
gran
mistero
della
mia
fanciullezza
.
Ascoltavo
,
tendevo
le
orecchie
a
quel
suono
domestico
e
remoto
.
Là
dentro
non
c
'
era
metallurgia
,
non
c
'
era
il
terremoto
meccanico
,
né
le
pulegge
,
né
i
torni
,
né
i
rocchetti
d
'
un
opificio
.
Egli
forse
,
soletto
,
col
cappello
in
testa
,
accomodava
in
quel
momento
delle
vecchie
suppellettili
,
degli
ordigni
casalinghi
,
rifaceva
il
fondo
di
qualche
fornello
,
il
manico
d
'
un
girarrosto
,
o
il
coperchio
d
'
una
pentola
.
Intanto
quel
suo
martellino
faceva
una
musica
tenera
,
dettagliata
,
amorosa
.
Saltando
sull
'
incudine
,
i
colpi
cominciavano
forte
,
continuavano
più
rapidi
,
e
finivano
in
una
pioggia
argentina
.
Il
fuoco
della
fucina
volteggiava
azzurro
dietro
i
vetri
della
sua
finestra
medioevale
.
E
quella
finestra
a
vetri
piombati
non
s
'
apriva
mai
.
Il
mio
fabbro
ferraio
non
mostrò
mai
la
sua
faccia
lassú
.
Quando
il
torrente
era
in
piena
,
il
governo
della
città
dava
l
'
allarme
,
ma
il
vecchio
ponte
non
aveva
paura
che
la
furia
delle
acque
lo
portasse
via
:
con
quella
sua
solida
gabbia
'
di
travi
,
simile
a
un
leggendario
battello
,
il
ponte
Verde
avrebbe
potuto
galleggiare
sino
al
Po
'
.
Tuttavia
il
malumore
contro
di
lui
cresceva
col
crescer
del
torrente
.
Le
autorità
non
dormivano
più
.
Quella
balaustra
verde
col
suo
salto
da
gobbo
irrideva
al
pericolo
,
e
la
sua
mossa
allegra
,
precisa
,
scheletrica
cantava
sopra
i
flutti
per
i
poeti
invece
di
ragionare
per
i
geometri
.
In
quell
'
ambiente
pieno
di
balorde
investiture
politiche
e
di
declamazioni
victorhughiane
,
là
dove
c
'
era
un
padre
del
popolo
e
alcune
decine
di
democratici
massoni
a
costituire
il
Consiglio
comunale
,
si
demolivan
le
chiese
,
si
abbattevan
le
torri
,
si
atterravan
gli
alberi
,
si
scavava
la
fossa
ai
secoli
passati
,
si
distruggeva
tutto
per
dar
lavoro
al
popolo
.
Più
un
lavoro
era
inutile
e
più
ce
n
'
era
urgenza
.
Il
padre
del
popolo
aveva
pronti
dei
piani
formidabili
di
lavori
inutili
:
ce
n
'
era
da
lavorare
inutilmente
per
cinquant
'
anni
almeno
.
E
il
ponte
fu
condannato
.
Chi
poteva
salvare
questo
piroscafo
che
da
cent
'
anni
stava
in
quarantena
fra
due
file
di
case
,
dall
'
odio
di
tanti
filantropi
?
Due
santi
,
due
patroni
,
due
difensori
,
li
aveva
il
ponte
Verde
,
ma
l
'
uno
era
cieco
,
l
'
altro
sordo
,
laceri
ambedue
e
in
uno
stato
avanzato
d
'
inedia
.
Da
tempo
immemorabile
stavan
li
di
fazione
ai
due
accessi
chiedendo
l
'
elemosina
.
La
rovina
del
ponte
li
travolse
ambedue
,
e
scomparvero
insieme
.
Il
primo
,
un
vegliardo
dai
lunghi
capelli
d
'
argento
,
sedeva
tutto
il
giorno
,
dal
lato
della
Pilotta
,
su
uno
sgabello
basso
,
col
bastone
fra
le
gambe
,
e
tendeva
il
cappello
.
Una
barba
veneranda
gli
incorniciava
la
faccia
imponente
e
tranquilla
.
Sulle
spalle
larghe
portava
una
gran
casacca
scolorita
.
La
sua
voce
grave
e
profonda
,
come
l
'
ultima
canna
d
'
un
organo
,
l
'
udivi
di
lontano
,
prima
di
vederlo
.
Era
sempre
la
stessa
salmodia
sonnolenta
:
fate
la
carità
al
povero
cieco
.
L
'
altro
,
un
vecchio
mummificato
,
seduto
nel
cantone
più
buio
della
volta
che
conduce
al
parco
ducale
,
vendeva
dei
dolci
speciali
,
alti
quattro
dita
,
e
composti
d
'
ogni
sorta
d
'
avanzi
.
Questi
pezzi
di
torta
,
tagliati
a
losanga
,
che
a
noi
discoli
sembravano
cosa
ghiottissima
,
venivano
chiamati
,
non
saprei
perché
,
paste
greche
-
-
c
'
era
dentro
di
tutto
:
mandorle
,
pasta
frolla
in
briciole
,
ossi
di
ciliege
,
cioccolato
,
biscotti
avariati
,
avanzi
di
marzapane
,
pan
pepato
e
qualche
volta
,
bottoni
di
soldato
-
-
un
tritume
nero
,
impastato
e
poi
cotto
al
forno
.
Intorno
a
quei
dolci
di
dubbio
colore
,
che
una
fitta
polvere
di
zucchero
copriva
,
ronzavano
le
mosche
e
la
ragazzaglia
della
strada
.
Bisognava
vedere
gli
occhi
avidissimi
e
le
pose
languenti
di
tutta
quella
marmaglia
che
protraeva
accanitamente
l
'
assedio
.
Il
vecchio
cisposo
vendeva
i
suoi
dolci
un
soldo
l
'
uno
,
ma
aveva
la
vista
corta
e
incassava
i
palanconi
falsi
.
I
monelli
cocciuti
aspettavano
che
gli
si
chiudessero
gli
occhi
,
che
la
testa
cadesse
sul
petto
,
per
dargli
un
urtone
e
rubargli
all
'
improvviso
qualche
pasta
greca
.
Poi
erano
strilli
e
fughe
nel
greto
del
torrente
.
Tutta
la
gente
,
tutto
il
bel
mondo
dei
pomeriggi
festivi
,
e
gli
amanti
della
sera
,
passavano
sotto
l
'
arco
oscuro
della
torre
,
dove
il
mio
fabbro
invisibile
faceva
suonar
le
chiavi
.
Passavano
le
belle
donne
sfiorando
con
i
loro
volans
di
seta
quell
'
ombra
di
mendicante
accucciato
sulla
terra
,
quell
'
esoso
venditore
di
sudici
dolciumi
,
che
rimaneva
là
,
immobile
,
abbandonato
nelle
tenebre
,
fin
che
il
fanale
verde
s
'
accendeva
in
groppa
al
ponte
a
illuminare
debolmente
i
due
versanti
.
I
pipistrelli
volteggiavano
leggeri
e
silenziosi
intorno
a
quel
faro
smorto
e
stralunato
.
IV
Teatro
Fra
la
babilonia
sempiterna
del
cartone
dipinto
,
in
una
stroppiatura
feroce
della
realtà
,
sotto
l
'
azzurro
disperato
dei
cieli
,
fra
i
lampi
del
magnesio
che
fanno
trasecolare
i
volti
imbiancati
e
anneriscono
gli
occhi
come
olive
ardenti
,
si
desta
di
soprassalto
l
'
oro
rimoto
delle
attrezzature
e
risplendono
i
laghi
nei
regni
bruciacchiati
e
secolari
di
Solimano
.
Là
regna
,
come
un
principio
,
la
Spagnola
con
la
sua
vena
strana
di
delirio
canoro
,
intorno
a
lei
nella
gran
luce
e
nel
vuoto
piove
la
polvere
di
un
mondo
in
consunzione
.
Dalla
fabbriceria
degli
ori
armonici
sale
un
ronzio
sonoro
di
violini
appisolati
,
uno
zufolo
flebile
e
un
fiatare
roco
di
legni
musicali
;
i
violoncelli
vanno
gorgogliando
giú
fino
al
fondo
delle
iridescenze
,
il
fagotto
borbotta
fra
l
'
afa
smaniando
e
gli
ottoni
accaldati
sembrano
digerire
,
sopra
una
nota
lunga
,
un
sonnifero
denso
nella
gran
siesta
cocente
del
fossato
orchestrale
:
la
Spagnola
attacca
con
la
voce
indolenzita
una
boutade
lunatica
appresa
al
sillabario
puerile
d
'
un
usignolo
,
che
sente
molto
il
genere
«
crepuscolo
»
,
e
la
sua
voce
sempre
più
esitante
scompare
in
un
indistinto
naufragio
di
malinconia
.
D
'
un
tratto
un
acutissimo
fischio
,
un
fischio
simile
a
quello
che
avvisa
gli
equipaggi
delle
navi
in
manovra
,
fa
cambiare
rotta
e
quadro
alla
prova
:
un
'
oscurità
caotica
precipita
rombando
sulla
scena
;
i
fondali
rovinano
dall
'
alto
fra
i
richiami
concitati
di
una
folla
anonima
.
Cieli
nuovi
escono
dalle
spaccature
della
ribalta
e
vanno
su
a
occupare
il
posto
di
quelli
già
sfruttati
.
Le
quinte
da
ogni
parte
vacillano
e
navigano
tra
un
diradare
di
nebbia
rossastra
.
Poi
,
a
poco
a
poco
,
come
da
un
antro
vulcanico
,
emerge
il
palcoscenico
con
le
sue
fumose
muraglie
bruciacchiate
e
qualche
lembo
di
scenario
che
dalle
bilancie
pende
fino
a
terra
.
Allora
un
fiato
da
caverna
e
una
oscura
,
misteriosa
tristezza
venne
giú
da
quell
'
inerte
laboratorio
lirico
.
Guardiamo
,
contriti
,
intorno
e
in
alto
le
file
replicate
dei
palchi
rossi
e
riboccanti
dove
stanno
in
comunanza
gli
sparati
immacolati
,
le
decolletées
pallide
e
ambigue
,
i
crani
lucidi
e
le
lunghe
braccia
guantate
.
L
'
alto
ceto
siede
,
fra
la
seta
e
le
gemme
,
affacciato
ai
davanzali
dei
balconi
innumerevoli
,
in
pose
d
'
eleganza
e
d
'
abbandono
musicale
,
come
vegliando
sotto
i
piccoli
lampadari
di
cristallo
veneziano
,
mentre
sul
fondo
indistinto
vigila
,
eretta
e
ossequiente
,
la
nera
galanteria
dei
cavalieri
serventi
.
Tutta
la
grande
sala
fin
su
agli
estremi
capitelli
carica
di
volti
protesi
e
accesi
,
sembra
voler
roteare
in
un
parossismo
d
'
insania
e
di
concitazione
,
fra
grida
di
ebbrezza
e
di
fanatica
passione
delirante
.
Rosina
Storchio
,
silfide
milanese
,
sentimentale
di
alto
lignaggio
,
in
una
veste
gonfia
di
trine
legg
[
i
]
ere
e
appena
tinte
di
colore
,
abbandonata
vaporosa
nel
gran
salone
rococò
,
solitaria
fra
i
mobili
fastosi
e
i
candelabri
viventi
,
delicata
e
leggera
sui
piedi
di
gran
dama
,
versa
nella
sua
bella
voce
,
trasparente
cristallo
di
Murano
,
lacrime
,
angoscia
,
e
il
fragile
ridere
tremante
di
un
'
anima
che
naufraga
in
ricordi
deliziosi
.
I
suoi
accenti
sono
quelli
sincera
d
'
una
passione
mille
volte
provata
e
non
mai
esaurita
.
Ella
sembra
invocare
con
pena
graziosa
la
concordia
,
l
'
amore
,
e
la
pietà
,
perché
l
'
arte
italiana
e
celebrata
non
abbia
a
decadere
e
a
morire
,
sembra
invocare
con
una
abnegazione
cosi
viva
da
tener
in
catena
la
supina
platea
e
il
proteso
loggione
.
V
Bottesini
Fu
uno
dei
più
geniali
fra
gli
artisti
del
secolo
verdiano
,
e
fra
i
virtuosi
il
più
fantastico
.
Egli
riuscí
a
spiritualizzare
la
grottesca
meccanica
del
suo
istrumento
,
soffiando
su
tutti
gli
ostacoli
col
fiato
di
un
mistificatore
prodigioso
.
All
'
apogeo
,
questo
artista
sommo
traduceva
vivamente
Paganini
sul
contrabbasso
.
Figlio
d
'
un
'
epoca
nella
quale
i
padroni
della
terra
non
erano
degli
ingegneri
,
ma
dei
signori
magnifici
che
una
gerarchia
intellettuale
innalzava
e
illuminava
,
incontro
a
lui
si
mosse
graziosamente
il
favore
di
quel
tempo
generoso
e
romantico
.
Fino
all
'
ultimo
giorno
egli
mangiò
il
pane
della
gloria
,
poi
fu
dimenticato
.
Con
Giovanni
Bottesini
scomparve
l
'
ultimo
esemplare
del
contrabbassista
virtuoso
.
Non
lasciò
eredi
.
La
sua
superba
arte
istrumentale
gli
mori
a
lato
come
una
sposa
che
non
vuol
sopravvivere
.
Là
dove
egli
era
giunto
,
per
un
colpo
mancino
del
genio
e
con
la
più
stravagante
complicità
della
natura
,
nessuno
potrà
arrivare
mai
più
,
né
farsi
da
presso
per
capirne
e
spiegarne
il
miracolo
.
Il
suo
posto
solitario
sta
distrattamente
al
di
là
di
ogni
limite
.
Ai
suoi
tempi
il
Gusto
aveva
una
funzione
,
il
Genio
un
carattere
e
l
'
Arte
una
tradizione
.
La
politica
,
questa
scienza
divenuta
flagello
,
taceva
subordinata
e
sottomessa
.
I
grossi
affari
di
Stato
lasciavano
appena
un
'
ombra
di
fastidio
sul
volto
dei
ministri
e
qualche
granulosa
traccia
di
tabacco
sui
loro
panciotti
.
Del
resto
,
le
palle
di
cannone
si
contavano
sulle
dita
,
ed
erano
così
pigre
che
,
contrariate
da
un
vento
forte
,
cambiavano
direzione
e
finivano
qualche
volta
per
tornare
indietro
.
In
quel
mondo
spiritoso
e
volubile
come
la
fiamma
aggressiva
e
vacillante
del
gaz
,
l
'
astrazione
esatta
non
era
preveduta
:
il
baratro
spettrale
della
luce
elettrica
non
s
'
era
ancora
spalancato
dinanzi
agli
uomini
.
In
teatro
si
leggeva
il
libretto
al
fumo
di
una
candela
e
,
sulla
scena
,
la
pece
greca
poteva
rappresentare
,
senza
opposizione
,
la
collera
degli
elementi
.
Anche
la
matematica
soffriva
allora
l
'
umidità
;
e
la
meccanica
,
che
viveva
in
buona
lega
con
il
legname
,
scricchiolava
faticosamente
e
si
schiantava
ai
primi
geli
rimanendo
ostruita
e
ferma
sotto
le
stagioni
.
Allora
eran
permesse
soltanto
le
invenzioni
buffe
;
le
burle
che
facevan
crepare
dal
ridere
eran
di
moda
;
c
'
era
per
la
musica
e
per
la
danza
del
fanatismo
e
del
furore
;
l
'
Italia
da
Venezia
a
Napoli
era
un
solo
carnevale
,
del
tutto
innocente
.
Dunque
,
non
per
caso
,
un
bel
giorno
il
nostro
pubblico
si
trovò
fra
i
piedi
anche
Giovanni
Bottesini
con
il
suo
contrabbasso
.
Quest
'
uomo
che
viaggiò
il
mondo
tutta
la
vita
e
lasciò
dovunque
tracce
profonde
di
costernazione
e
di
stupore
,
era
grande
di
statura
e
aveva
un
aspetto
lunare
e
corroso
,
sciupato
e
assonnato
,
insomma
un
artista
dal
sangue
guasto
e
dalle
abitudini
dissolute
.
Entrava
in
fretta
all
'
ultimo
minuto
sul
palcoscenico
fradicio
e
semibuio
del
teatro
ducale
,
sbirciando
,
col
collo
torto
,
di
tra
le
coulisses
,
il
loggione
stipato
di
gente
,
mentre
il
servo
di
scena
gli
levava
l
'
immensa
pelliccia
.
Allorquando
,
dinoccolato
,
si
presentava
tirandosi
dietro
,
bonariamente
,
quell
'
enorme
topaia
,
tutti
,
del
pubblico
,
ridevano
e
lui
con
tutti
,
a
crepapelle
.
Faceva
volentieri
della
parodia
;
cominciavano
prima
i
grugniti
del
contrabbasso
;
dopo
si
passava
nel
regno
dei
calabroni
e
ti
preva
che
tutta
l
'
aria
e
la
luce
brulicassero
di
pungiglioni
.
Allora
quasi
intontito
tra
il
ronzare
,
nel
torpore
e
nell
'
afa
sovraccarica
di
idrofobia
,
egli
,
il
suonatore
,
rotolava
,
a
poco
a
poco
addormentato
,
giú
per
la
tastiera
attaccandosi
,
per
miracolo
,
alla
quarta
corda
.
Oh
,
quel
russare
profondo
,
voluminoso
,
inaccessibile
,
sembrava
confondersi
con
i
trasalimenti
assonnati
dell
'
asse
terrestre
o
con
il
lamentoso
e
artritico
scricchiolio
di
una
stiva
tappata
e
troppo
carica
!
Adagio
,
adagio
,
pigliava
poi
via
,
serpeggiando
,
con
un
tramestio
obliquo
,
cieco
e
dilungato
,
come
rettile
mostruoso
che
s
'
inselva
.
Fin
che
si
buttava
,
piegato
in
due
,
a
suonare
con
voglia
,
sferzando
l
'
istrumento
come
per
rompere
una
crosta
dura
.
Dal
credenzone
spiritato
uscivano
,
allora
,
i
suoni
più
volubili
,
scivolando
via
stretti
in
successioni
di
accordi
e
in
glissandi
veloci
,
leggeri
e
lucenti
come
i
raggi
che
trafiggono
le
nubi
.
Gli
arpeggi
,
le
corde
doppie
e
i
pizzicati
azzeccati
saltavano
all
'
aria
in
una
prodigiosa
mescolanza
,
formando
una
grandiosa
e
barocca
architettura
che
crollava
precipitosamente
,
circondata
e
distrutta
con
furia
da
una
sequela
di
tonfi
mistificatori
.
Il
suo
era
un
cantare
tutto
invaghito
e
pieno
di
spasimo
che
somigliava
,
sulla
prima
corda
,
a
quello
del
violoncello
,
solo
che
il
suono
intonato
era
reso
un
po
'
enigmatico
quasi
da
una
maschera
fosca
che
non
desse
di
riconoscerlo
.
La
sua
arcata
dolce
,
interminabile
,
tenace
,
pacifica
e
distesa
,
e
il
suo
stile
nobile
,
pieno
di
sentimento
e
di
santità
tant
'
opra
facevano
da
persuadere
e
indurre
il
trappolone
puntiglioso
e
refrattario
a
parlare
con
voce
ammansita
,
soave
,
incalorita
,
fremente
,
e
a
sciogliere
nel
velluto
d
'
un
pianissimo
,
una
per
una
,
le
note
sospirate
e
perplesse
della
più
adorabile
malinconia
.
Niente
lo
accontentava
.
Istrione
,
disseppellitore
di
effetti
sempre
più
rari
e
pericolosi
,
egli
si
rifaceva
sotto
,
mettendo
,
di
nuovo
,
tutto
a
soqquadro
per
stanare
,
scuotere
e
risvegliare
il
mostro
sedentario
.
Superando
le
difficoltà
,
così
,
a
scalinate
;
sfasciando
piramidi
di
ottave
;
sollevando
,
in
burrasca
,
il
suo
lento
pachiderma
sino
alle
stelle
,
con
uno
scrollare
avventato
,
astioso
e
gigantesco
egli
frullava
l
'
arco
tozzo
e
formidabile
,
come
una
tramontana
tempestosa
,
fra
il
groviglio
dei
cordami
.
Echeggiava
allora
,
fuggendo
,
sull
'
intrico
temporalesco
,
un
debole
e
lontano
scampanio
di
bronzi
,
insistente
e
ferale
,
e
a
quello
ecco
rispondere
,
d
'
acchito
,
strangolata
e
vicina
,
l
'
anima
sprangata
e
sordida
del
contrabbasso
.
Muovente
dai
silenzi
stagionati
,
una
voce
gobba
e
sepolta
di
ventriloquio
si
affacciava
domesticamente
fra
le
corde
canterellando
con
una
insolenza
ironica
delle
variazioni
grottesche
sul
motivo
del
Carnevale
di
Venezia
:
la
modulazione
oscena
l
'
alzava
audacemente
di
tono
,
poi
ricadeva
in
mollezze
veneree
dondolandosi
,
al
fondo
,
sull
'
arco
del
contrabbasso
.
Quel
che
succedeva
a
questo
punto
in
teatro
è
indescrivibile
.
Il
pubblico
aristocratico
della
corte
si
torceva
sulle
poltrone
in
preda
ad
una
ilarità
stridula
.
Gli
applausi
e
le
richieste
di
bis
scoppiavano
lungo
le
file
scomposte
,
ad
ogni
battuta
.
Le
dame
seminude
e
portentose
,
che
facevan
corona
nelle
logge
dei
nobili
,
tirate
in
ballo
senza
preamboli
s
'
ingegnavano
di
salvare
il
pudore
,
ridendo
inorridite
dietro
i
ventagli
.
Bottesini
,
appoggiato
al
suo
carcassone
di
legno
,
s
'
inchinava
,
intanto
,
da
trionfatore
.
VI
Mastro
Titta
Una
volta
,
qui
a
Roma
c
'
era
un
uomo
rosso
,
maestoso
e
dabbene
,
certo
mastro
Titta
,
che
aveva
l
'
incarico
di
separare
le
teste
dai
corpi
.
Egli
compieva
questo
ufficio
puntualmente
con
una
sveltezza
e
una
nettezza
degne
di
grande
memoria
.
Doveva
egli
,
anche
,
appena
fatto
il
colpo
,
acciuffare
la
testa
mozza
per
i
capelli
e
levarla
su
in
alto
con
gesto
teatrale
in
modo
che
il
popolo
,
tutto
,
la
vedesse
grondare
e
i
più
vicini
potessero
mirare
gli
occhi
che
s
'
invetrano
e
si
chiudono
.
Questo
spettacolo
,
che
aveva
luogo
,
immaginiamo
,
sul
crepuscolo
,
fra
il
litaniare
di
un
branco
di
frati
e
lo
scampanio
lento
delle
quattro
chiese
Michelangiolesche
che
presidiano
agli
sbocchi
la
immensa
piazza
del
Popolo
,
doveva
servire
d
'
ammonimento
agli
empi
e
di
ristoro
ai
probi
cittadini
.
Nell
'
aria
era
diffuso
un
lutto
scintillante
,
armonia
promiscua
dell
'
ora
che
il
sole
e
la
luna
falcata
,
entrambi
nel
cielo
,
si
guardano
brevemente
.
I
leoni
di
pietra
della
monumentale
fontana
egizia
soffiavano
fuori
a
scrosci
impetuosi
e
lucidi
ventagli
di
acqua
nelle
innumerevoli
vasche
dove
fra
un
tumulto
silenzioso
d
'
acque
guizzavano
ormai
gli
argenti
della
sera
.
I
lumi
delle
preganti
Madonnine
murali
erano
,
sulle
vie
,
già
tutti
accesi
e
gialli
.
La
gente
accorsa
che
aveva
interrotto
i
proprii
mestieri
,
acciecata
dal
baleno
della
scure
e
dalla
vista
del
sangue
tornava
mogia
,
sospettosa
e
rabbuiata
verso
il
centro
e
le
botteghe
.
Allora
sulla
piazza
deserta
rimaneva
il
patibolo
eretto
.
Solo
a
notte
alta
il
pastore
,
seguíto
da
un
fiume
dilagante
di
pecore
querule
,
passava
su
quel
sangue
,
attraversando
,
col
plenilunio
,
la
città
.
VII
Cimarosa
Tempi
belli
,
ben
fatti
e
magnifici
.
Il
popolo
ricciuto
di
Roma
,
pieno
di
devozione
e
di
tornaconto
,
viveva
adunato
sotto
le
mura
del
Vaticano
.
Ovunque
visioni
eccelse
,
e
antiche
rovine
.
I
terrapieni
sacri
reggono
alto
sul
cielo
le
Palme
sante
e
la
Chiesa
.
La
capra
invereconda
bruca
lassú
.
I
vescovi
mitrati
e
splendenti
sbucavano
dai
portali
ecclesiastici
seguiti
dalle
processioni
osannanti
e
angeliche
,
proprio
come
nei
quadri
degli
altari
.
Il
Milord
attraversava
a
cavallo
la
piazza
di
Spagna
.
E
il
brigante
,
dai
lacci
scarlatti
,
guatava
,
titubante
e
acceso
,
tra
il
fogliame
folto
delle
fratte
cresciute
intorno
al
Colosseo
,
le
donne
forastiere
arrivate
in
diligenza
,
che
liberando
dalla
portiera
le
loro
gonne
di
tulle
a
canestro
,
saltavano
nel
polverone
,
spargendosi
in
ogni
direzione
sfrenate
,
bianche
,
leggere
e
innocenti
come
il
latte
appena
munto
.
Al
calar
del
sole
,
l
'
ora
del
Rosario
suonava
lentamente
,
e
i
frati
zoccolanti
tornavano
sull
'
asinello
dalla
cerca
.
Qua
e
là
un
credente
,
un
uomo
erculeo
,
cadeva
supplice
ai
piedi
di
qualche
cappella
solitaria
e
tutta
l
'
antica
Ciociaria
si
prosternava
,
mentre
l
'
acqua
delle
fontane
spiegava
più
forte
i
suoi
grandi
ventagli
e
le
immense
coppe
squassavano
rumorosamente
nei
laghi
sottostanti
la
loro
vestaglia
liquida
.
Si
accendevano
le
nicchie
contornate
di
lumicini
a
olio
e
cominciava
il
supplizio
dei
Santi
nelle
cui
ferite
miracolose
sembrava
ribollire
sottovetro
e
sgranarsi
a
tratti
dirottamente
il
sangue
.
Nere
,
sotto
la
cupola
del
firmamento
,
le
due
chiese
sorelle
del
Foro
Traiano
sembravano
dormire
laggiú
l
'
una
addosso
all
'
altra
su
quel
fumido
e
deserto
avello
di
romanità
che
era
la
piazza
affondata
nel
buio
.
Tra
le
pietre
calde
e
gli
oscuri
massi
d
'
architetture
crollate
,
sfavillavano
a
miriadi
,
aerei
come
dei
fuochi
fatui
,
gli
occhi
dei
gatti
selvatici
,
abitatori
di
quel
Foro
ardente
.
Nella
notte
tutta
risciacquata
c
'
era
un
silenzio
calmo
e
magnifico
entro
il
quale
le
stelle
sventolavano
con
un
luccichio
ansioso
e
solenne
.
In
quella
quiete
,
che
trae
seco
le
ombre
,
i
sospiri
e
le
benedizioni
,
le
famiglie
scamiciate
finivan
di
cenare
sulla
porta
delle
taverne
e
,
scendendo
su
loro
un
sonno
greve
come
quello
che
colse
i
centurioni
sul
sepolcro
di
Cristo
,
li
vedevi
cascar
l
'
uno
dopo
l
'
altro
colla
faccia
sulla
tavola
,
o
rovesciarsi
sulle
scranne
,
mentre
in
fondo
,
tra
gli
splendori
velati
del
rione
,
si
schiudeva
all
'
improvviso
brillante
come
uno
speco
biblico
l
'
ingresso
al
teatro
dell
'
opera
buffa
.
Tra
le
pieghe
di
un
sipario
squallido
'
la
faccia
gialla
e
lampante
di
Cimarosa
si
mostrava
per
un
attimo
nel
gaz
della
ribalta
e
dietro
di
lui
echeggiavano
scrosciando
i
dolcissimi
fragori
del
settecento
musicale
.
Era
così
bella
a
vedere
l
'
orchestra
imbandita
e
largamente
provvista
.
I
suonatori
là
intorno
parevano
dei
commensali
.
I
violoncellisti
in
disparte
stringevano
il
loro
istrumento
fra
le
ginocchia
,
brandendo
a
testa
bassa
l
'
archetto
,
come
dei
famigliari
in
atto
di
scannare
il
capretto
per
i
banchettanti
.
I
professori
di
oboe
,
di
corno
,
di
clarinetto
e
di
fagotto
gonfiavano
le
gote
ingordamente
dinanzi
a
tutti
quei
tovaglioli
di
musica
sciorinati
sotto
i
lumi
.
I
trombisti
levavano
la
tromba
a
mo
'
di
inaffiatoio
su
chi
beve
e
chi
mangia
.
In
piena
luce
rossa
all
'
altezza
del
pubblico
,
su
quella
mensa
carica
di
provvigioni
i
timbri
più
sani
e
rallegranti
giuocavano
allo
scoperto
;
strumento
colorito
e
sonoro
che
un
direttoruccio
anonimo
seduto
su
un
sediolino
rosso
pizzicava
qua
e
là
dimenandosi
come
un
buongustaio
in
mezzo
ai
condimenti
.
In
cima
a
quel
trionfo
apparecchiato
brillava
teneramente
il
cielo
ameno
del
teatro
antico
e
stormivano
le
fronde
dei
boschetti
balsamici
dipinti
sulla
carta
del
fondale
.
Il
grosso
manico
,
dal
barocchissimo
riccio
,
dei
cinque
contrabbassi
spiccava
a
pie
'
del
boccascena
e
decorava
il
quadro
come
il
principio
di
una
portentosa
piantagione
istrumentale
.
Niente
potrà
uguagliare
quest
'
arte
che
non
vuole
essere
scienza
.
Quest
'
arte
che
porta
così
leggermente
il
segno
della
personalità
e
del
genio
sembra
creata
per
abitare
a
lungo
senza
peso
nell
'
anima
di
un
popolo
.
La
piccola
orchestra
è
trattata
e
posseduta
da
Cimarosa
con
un
garbo
castigato
e
ardente
:
amore
pieno
d
'
omaggi
,
nell
'
intimità
matrimoniale
d
'
una
alcova
.
Quei
pizzicati
bassi
imitano
alla
lontana
i
passi
misteriosi
di
Pulcinella
che
sale
le
scale
d
'
un
casamento
dove
ne
succedono
di
tutti
i
colori
,
ad
ogni
piano
tonale
e
istrumentale
.
Intorno
c
'
è
un
profumo
di
baci
,
di
bucato
,
e
quell
'
odore
grato
di
cucina
della
vecchia
maniera
italiana
;
c
'
è
la
terra
,
c
'
è
il
sole
d
'
un
giorno
felice
,
il
bianco
delle
pause
,
gli
scorci
nuovi
e
lo
spazio
ridente
,
virginale
,
delle
cose
sottintese
con
una
verecondia
napoletana
.
Il
Matrimonio
segreto
chiude
una
sua
propria
acustica
interna
:
architettura
,
illuminazione
,
caratteri
,
han
leggi
e
funzioni
originali
lí
dentro
,
e
Cimarosa
respira
nel
clima
della
ribalta
come
un
pesce
che
viene
alla
superficie
a
bere
l
'
aria
salata
.
La
musica
,
nelle
semplici
mosse
,
ha
in
costume
,
una
vita
,
una
faccia
di
carne
e
una
bocca
parlante
.
-
-
Esce
trepida
,
fitta
dal
labbro
del
cantante
quella
melodia
che
il
cuore
dipana
via
via
,
come
il
nastro
d
'
un
rocchetto
telegrafico
.
A
mezzo
di
Bidú
Sayao
Cimarosa
ci
risponde
dall
'
altra
riva
-
-
la
riva
dei
Campi
Elisi
.
-
-
È
Bidú
Sayao
che
guida
la
barca
di
Caronte
.
Lei
entra
a
cuor
leggero
in
quel
regno
pieno
di
segni
e
di
forme
incorporee
e
il
pubblico
la
segue
in
punta
di
piedi
.
Bidú
Sayao
ha
dell
'
anima
fin
tra
le
pieghe
della
sua
veste
.
Il
suo
cuore
che
è
piccolo
come
si
conviene
a
quello
di
una
prima
donna
,
di
un
soprano
leggero
,
batte
sotto
l
'
orlo
di
seta
del
suo
busto
,
e
per
poco
che
sia
ferito
va
su
dal
fianco
alla
gola
con
tale
impeto
gentile
che
fa
quasi
capolino
-
-
e
dalla
sua
bocca
graziosa
lo
vedi
sanguinare
nella
sua
voce
.
La
musica
frattanto
si
sparge
adagio
adagio
,
irradia
il
silenzio
,
e
s
'
avvicina
con
la
prima
luce
che
risveglia
i
fiori
,
le
erbe
,
e
solleva
le
montagne
fuori
dai
veli
e
dall
'
oscurità
del
caos
diluviale
in
cui
è
immersa
la
nostra
epoca
di
modernità
nella
quale
il
sentimento
,
la
naturalezza
e
il
senno
sono
delle
cose
irreperibili
.
In
quest
'
opera
antica
,
l
'
orchestra
trema
di
gioia
,
come
le
foglie
al
venticello
d
'
estate
;
allora
olezzano
,
la
rosa
,
il
ginepro
e
il
garofano
.
-
-
Stride
agitata
dal
zeffiro
la
cristallina
fontana
-
-
il
più
geloso
,
l
'
ultimo
segreto
d
'
un
carillon
si
sgrana
-
-
son
fasci
di
reminiscenze
,
suoni
sommessi
e
teneri
,
è
il
canto
.
di
una
voce
buia
e
bagnata
di
pianto
.
Spinta
dal
fiato
roco
dei
flauti
l
'
ispirazione
traversa
il
palcoscenico
come
un
fantasma
in
pieno
giorno
.
Odi
negli
echi
leggeri
che
vagano
nell
'
aria
i
fruscii
soffici
e
spenti
d
'
un
corpo
che
si
spoglia
:
forcinelle
,
spilloni
,
e
stecche
sottilissime
di
osso
di
balena
che
saltano
dal
busto
.
-
-
Poi
ti
sembra
di
udire
,
insieme
a
un
gemito
lasso
,
il
turgido
tremore
d
'
un
seno
sprigionato
che
prorompe
dai
lacci
-
-
e
tra
un
basso
e
sontuoso
volo
di
veli
,
il
soffio
d
'
una
gonna
calda
che
cade
sul
pavimento
.
In
un
baleno
un
grave
senso
di
fuoco
invade
tutta
la
sala
.
A
traverso
l
'
esumazione
elegiaca
ti
par
che
brilli
nell
'
ombra
una
figura
di
carne
,
una
figura
ineffabile
:
è
Bidú
Sayao
che
si
muove
e
vacilla
,
fra
lo
spettrale
saltellamento
del
cembalo
,
quasi
sul
punto
di
cadere
nel
nulla
.
Nel
Matrimonio
segreto
tutta
una
psicologia
settecentesca
rinasce
da
quattro
note
.
-
-
Nei
giri
precisi
,
nei
larghi
respiri
di
quelle
cantilene
il
movimento
scenico
è
implicito
.
-
-
Guidati
dall
'
orecchio
gli
artisti
non
hanno
che
da
agire
senza
volere
per
raggiungere
e
superare
il
colmo
di
splendore
,
di
vita
,
di
spirito
e
di
calma
che
è
in
questa
musica
.
Qui
il
ritmo
ha
un
itinerario
,
e
tutte
le
sue
stazioni
un
senso
e
una
utilità
.
O
natura
chiara
e
felice
che
spira
negli
adagi
con
un
garbo
ritemprato
e
sereno
.
Qui
è
la
perfezione
discreta
,
la
gaiezza
casta
,
il
brio
profondo
e
pieno
di
beneplacito
.
Sull
'
ultima
battuta
della
recita
i
contrabbassi
abbandonati
fra
le
braccia
dei
professori
d
'
orchestra
sembrano
russare
à
la
belle
étoile
come
se
la
notte
non
dovesse
finire
mai
più
.
Dopo
questa
di
Cimarosa
vien
l
'
opera
di
Rossini
che
gorgheggia
e
stride
con
l
'
esuberanza
che
dà
alle
donne
l
'
età
pericolosa
.
VIII
Prime
donne
Elvira
de
Hidalgo
.
Nel
quadro
spagnolesco
del
Barbiere
di
Siviglia
(
questa
opera
che
rimescola
il
sangue
giovanilmente
,
lieta
e
inebriante
come
un
vino
raro
,
quest
'
opera
indemoniata
da
crescendi
orchestrali
,
che
fanno
una
fulminea
propaganda
di
follia
)
tutto
è
imbroccato
con
una
genialità
leggera
e
favolosa
.
Questo
capolavoro
,
stravagante
e
superbuffo
,
è
pieno
d
'
un
'
ilarità
musicale
che
turba
la
ragione
e
suscita
un
pandemonio
e
un
delirio
parodistico
.
Rossini
ci
appare
là
,
nero
,
secco
,
grottesco
eppure
brillante
,
luminoso
,
colorito
,
tenero
,
trasparente
,
spirituale
e
ammantato
di
fantasia
e
di
romanzo
come
un
personaggio
di
Goya
.
Il
genio
creativo
ha
un
'
incalcolabile
forza
trascendente
.
Il
limite
voluto
e
raggiunto
viene
superato
mille
volte
dall
'
impeto
che
ha
generato
l
'
atto
-
-
un
travaglio
ulteriore
che
opera
sempre
più
profondo
e
attivo
,
e
dà
all
'
idea
il
rilievo
e
la
forza
soggiogante
d
'
uno
stampo
.
La
natura
imita
l
'
arte
.
Il
personaggio
diventa
vivo
,
sorge
dall
'
impronta
,
scoppia
perfetto
nel
sole
,
e
spicca
tra
la
folla
che
la
sfiora
,
creatura
che
reca
nella
sua
carne
i
segni
di
uno
straordinario
privilegio
.
Come
il
Dio
volante
di
Michelangelo
crea
con
un
gesto
lieve
che
sfiora
,
il
primo
uomo
sulla
terra
,
così
papà
Rossini
,
questo
mostro
di
pigrizia
e
di
genio
,
nell
'
eccelso
e
onnipotente
attimo
della
verve
,
con
un
soffio
amoroso
spinto
entro
il
tessuto
impalpabile
di
una
visione
,
dà
lo
sguardo
,
la
voce
e
il
sangue
miracoloso
a
Rosina
-
-
oggi
,
allo
stato
civile
,
Elvira
de
Hidalgo
.
Elvira
de
Hidalgo
è
pur
la
figlia
del
grande
pesarese
.
Lo
dice
quel
ventaglio
che
ella
muove
con
destrezza
gentile
a
nascondere
il
proprio
volto
,
quel
ventaglio
tremulo
e
vivo
come
l
'
ala
d
'
una
farfalla
,
lo
dice
quella
sua
rara
moue
d
'
un
comico
antico
da
théàtre
des
bouffes
,
e
la
melanconia
,
lo
dice
,
della
sua
voce
all
'
ultima
scena
notturna
,
allorquando
deposta
lí
in
terra
,
accesa
,
la
lanterna
delle
avventure
galanti
,
splende
l
'
amaranto
della
sua
crinolina
di
broccato
ed
ella
esprime
in
tono
di
languore
l
'
incantevole
sospiro
d
'
esser
presa
e
protetta
nell
'
ombra
calorosa
di
un
epilogo
matrimoniale
.
Al
suono
innocente
della
sua
voce
che
ha
un
timbro
pallido
e
tenero
come
l
'
argento
,
ricadono
stroncate
le
mani
minaccianti
della
critica
e
si
spianano
i
volti
più
sconvolti
;
note
umili
e
ridenti
spiccano
il
volo
dalla
sua
gola
e
si
librano
in
giri
per
la
sala
come
colombe
bianche
che
rechino
nel
becco
il
ramo
d
'
ulivo
.
Un
imbarazzo
dolce
conquista
anche
i
più
burberi
controllori
.
Ella
gorgheggia
e
smorza
i
suoni
nel
silenzio
con
una
gemebonda
malinconia
che
pare
un
'
eco
della
meraviglia
,
o
la
fine
di
un
colloquio
sublime
tenuto
con
la
luna
.
Il
gesto
delle
sue
dita
di
zucchero
è
pieno
di
candore
,
di
moina
,
e
nel
suo
canto
c
'
è
la
mansuetudine
,
il
pudore
,
il
capriccio
,
e
l
'
inquietudine
della
più
casta
e
volubile
bambina
.
Allora
le
falangi
della
claque
,
che
serpeggiano
per
le
gradinate
circolari
,
si
riposano
con
fiducia
e
tacciono
con
galanteria
mentre
già
scoppiano
come
folgori
le
acclamazioni
di
mille
spasimanti
;
e
dietro
le
coulisses
,
simulacri
spezzati
di
stagioni
dipinte
,
sotto
i
riverberi
crudi
e
frantumati
del
gaz
,
nel
fumoso
incantesimo
giallo
della
pece
greca
che
arde
,
il
pompiere
di
servizio
,
guardia
assonnata
dei
lumi
,
preso
di
mano
in
mano
nel
sortilegio
canoro
,
finisce
per
piombare
boccheggiando
ai
piedi
della
corista
,
idolo
nuziale
,
bianca
di
gesso
e
tinta
di
carminio
come
un
confetto
da
tre
soldi
l
'
etto
,
vomitando
a
pacchetti
infiammati
di
Bengala
le
litanie
accese
della
sua
grande
passione
estemporanea
.
Maria
Labia
.
Mi
piacciono
quelli
che
capiscono
a
volo
,
e
rispondono
a
tono
.
Gli
uomini
d
'
ingegno
e
le
donne
di
cuore
.
Mio
padre
era
pittore
,
ed
io
non
sono
che
un
martire
del
dolce
far
niente
.
Dopo
gli
sforzi
accaniti
e
senza
frutto
il
risultato
viene
come
in
sogno
.
La
sorgente
prorompe
al
buio
.
La
formula
limpida
del
giunco
appare
nel
cuore
della
notte
.
In
uno
stato
di
riposo
e
di
rilassamento
,
mentre
i
contorni
delle
cose
si
svuotano
adagio
nell
'
elemento
lontano
e
vago
,
abbandonato
al
semplice
ritmo
animale
,
eccola
uscir
sola
dalla
dissociazione
mentale
.
Mi
piace
l
'
ombra
cupa
che
viene
fuori
dai
tasti
neri
d
'
un
pianoforte
,
e
quel
fremito
alato
che
un
vento
leggero
rapisce
a
un
'
arpa
eolia
.
Mi
piace
il
suono
opaco
e
debole
che
ode
chi
s
'
immerge
nel
sonno
come
nell
'
acqua
corrente
.
Mi
piace
la
voce
di
corallo
di
Maria
Labia
.
Immagino
una
piazzetta
dove
la
vecchiaia
ha
fatto
il
vuoto
.
La
piazzetta
d
'
una
città
sull
'
orlo
del
deserto
interrotto
:
solitudine
d
'
acqua
.
Coricata
da
secoli
sul
mare
la
città
si
addormenta
stracca
nel
suo
splendido
e
fastoso
deperimento
.
Profili
greci
tirati
per
i
capelli
.
Commedia
sacra
e
ridente
.
Nella
piazzetta
,
rifugio
degli
Illusi
,
c
'
è
un
'
aria
leggera
da
cervelli
ristucchi
e
da
pleurite
secca
.
Ciclisti
con
l
'
ombrello
.
Altissimi
muri
quasi
senza
finestre
.
Da
un
abbaino
sbuca
una
testa
che
guarda
sulla
strada
.
Grigia
e
scarmigliata
figura
di
donna
.
Nelle
occhiaie
e
sul
viso
ha
il
nero
della
fame
e
della
morte
cui
questa
razza
oppone
una
tenacia
medioevale
.
Equilibrata
all
'
indietro
sulla
scena
come
la
statua
della
Fortuna
,
Maria
Labia
sembra
trattenere
l
'
ultimo
passo
sul
limitare
della
danza
:
l
'
onda
della
fontana
lambisce
quasi
il
suo
piede
.
Veduta
che
l
'
hai
,
non
la
perdi
più
d
'
occhio
,
e
se
tu
non
la
vuoi
guardare
la
riconoscerai
subito
alla
voce
,
per
quei
puntigliosi
nonnulla
azzeccati
come
colpi
di
spillo
.
Dalla
sua
gola
escono
volta
a
volta
frecce
e
confetti
matrimoniali
,
canzoni
di
carnevale
,
parabole
filanti
,
e
commenti
tenuissimi
che
svaporano
al
segno
della
perfezione
.
Colla
mollezza
imperiosa
e
tutta
l
'
elastica
imponenza
della
sua
persona
Maria
Labia
accompagna
il
proprio
cantare
e
muove
a
cerchio
intorno
a
sé
l
'
incantevole
e
spumosa
mareggiata
della
sua
crinolina
,
lieve
,
barcamenandosi
,
sontuosamente
.
La
gran
parrucca
bianca
,
costellata
di
gemme
,
la
porta
sul
capo
come
una
torre
senza
peso
.
Due
poppe
planetarie
erompenti
dal
busto
inturgidiscono
allora
da
sembrare
ingessate
.
Quelle
sue
mani
madreperlacee
,
che
riposano
vuote
nell
'
aria
e
si
aprono
adagio
rovesciandosi
come
conchiglie
travolte
lentamente
nell
'
onda
,
chi
mai
in
Francia
,
in
Spagna
,
in
Inghilterra
potrebbe
vantarne
due
similmente
nude
,
delicate
e
toccanti
?
Quanta
discrezione
è
la
loro
nel
volersi
confondere
quasi
celare
fra
la
musica
mentre
,
come
infervorata
,
Maria
Labia
le
posa
,
con
dei
gesti
lievissimi
che
sfiorano
,
sul
seno
,
o
sulla
bocca
.
Per
la
grazia
piena
e
cattolica
dei
suoi
alti
fianchi
,
per
quell
'
accento
d
'
oro
,
che
esce
estenuato
e
sonoro
dalle
sue
labbra
,
e
traballa
in
un
raggio
medianico
,
per
quelle
sue
braccia
sublimi
levate
a
candelabro
,
Maria
Labia
ci
ricorda
di
lontano
,
e
in
una
luce
opposta
,
Elvira
de
Hidalgo
.
Che
diremo
ancora
di
questo
fiore
di
prima
donna
?
Tutto
è
prezioso
in
lei
,
nulla
soverchio
.
Dalla
sua
bocca
che
canta
il
fondo
dell
'
anima
risplende
:
una
anima
aperta
e
tuttavia
misteriosa
come
uno
specchio
nell
'
ombra
.
In
quel
timbro
d
'
argento
entra
e
passa
lento
come
in
una
fase
di
eclissi
lo
spettro
d
'
un
secolo
passato
,
e
intorno
a
quel
fantasma
a
poco
a
poco
il
taglio
della
sua
voce
s
'
accende
rinnovato
,
e
brilla
come
una
falce
.
Intensità
sottile
,
suono
fulmineo
e
fioco
,
manierismo
canoro
dove
un
certo
giunco
di
armonie
e
di
riposi
inumidisce
e
fa
trascolorire
il
cielo
veneziano
,
sollevando
nel
silenzio
un
sussurrio
di
adesione
sempre
più
larga
,
e
placida
,
come
un
fiato
di
vento
che
raggiunge
e
invade
tutto
quel
gruppo
estatico
di
isole
che
dormono
sulla
laguna
.
La
luna
sgorga
su
Venezia
,
e
ingrandisce
a
poco
a
poco
,
spiccata
e
libera
da
quel
bianco
seno
portentoso
.
La
Toti
dal
Monte
.
...
ci
sono
degli
uomini
di
legno
,
degli
uomini
di
minerale
,
di
ferro
:
per
esempio
Toscanini
-
-
meraviglioso
congegno
-
-
e
ci
son
degli
uomini
fatti
di
terra
-
-
la
terra
dei
camposanti
-
-
mescolanza
di
carne
consunta
e
di
fiori
sotto
la
pioggia
.
Talvolta
mille
cimiteri
non
giungono
a
darci
uno
di
questi
esseri
umani
che
ci
vengono
dall
'
al
di
là
.
Gli
artisti
per
noi
sono
questi
.
Salici
immensi
,
muraglie
millenarie
coperte
di
licheni
,
ruderi
;
vegetazione
,
«
a
soli
»
delle
arpe
parassitarie
,
esaltati
tramonti
;
e
dal
putridume
romantico
vien
su
il
più
sublime
lirismo
.
Qui
la
Toti
dal
Monte
che
per
l
'
eccellenza
,
il
bel
volto
,
la
statura
concentrata
e
piccante
,
si
può
chiamare
il
soprano
in
barattolo
,
la
vediamo
irretita
nell
'
atmosfera
dell
'
opera
,
quando
nel
viola
della
luce
serale
che
si
fa
sempre
più
debole
e
morta
,
le
sue
note
di
gola
,
piene
di
una
tristezza
colossale
,
volteggiano
ad
una
ad
una
,
come
dei
petali
erranti
.
Viene
la
notte
buia
e
un
cavaliere
più
buio
della
notte
sopraggiunge
.
Pavida
mormorante
la
piccola
fidanzata
con
un
gesto
timoroso
d
'
addio
pone
una
mano
sulla
nera
spalla
di
velluto
del
suo
fatale
amante
,
e
qui
s
'
accende
sulle
sue
dita
bianche
di
milionaria
un
brillante
focoso
,
fulgidissimo
,
un
brillante
grosso
come
una
noce
che
,
mentre
la
Toti
spiega
il
canto
,
irraggia
capricciosamente
le
tenebre
della
scena
.
Tutto
è
sogno
in
quel
punto
che
odi
il
motivo
«
verranno
a
te
sull
'
aure
i
miei
sospiri
ardenti
»
.
Sì
,
questo
è
il
teatro
italiano
,
ingenuo
convenzionale
,
estremamente
poetico
e
pieno
di
una
vivacità
spettrale
.
IX
Vecchio
repertorio
È
nei
numeri
del
vecchio
repertorio
che
troviamo
qualche
sollievo
-
-
lí
dentro
rallenta
un
poco
il
lavorio
,
s
'
alleggerisce
il
fardello
.
Lí
dentro
di
tanto
in
tanto
qualche
battuta
discioglie
il
suo
rabbuffo
e
si
apre
per
dar
luogo
a
delle
fioriture
di
cadenza
,
piene
di
volatine
e
di
gorgheggi
dietro
i
quali
,
in
un
comico
mistero
,
i
pianissimi
corali
s
'
incamminano
come
una
folla
-
-
attratta
dai
fuochi
artificiali
.
In
queste
opere
ingenue
il
coro
è
altrettanto
scandalista
quanto
lo
è
la
nostra
gente
di
provincia
.
Allorché
si
svolge
un
duetto
d
'
amore
,
o
una
scena
di
gelosia
,
eccoli
non
richiesti
,
i
cori
che
han
trovato
la
porta
aperta
,
sopraggiungere
in
corteo
e
allinearsi
in
casa
d
'
altri
,
lungo
le
pareti
,
per
assistere
imperterriti
allo
scioglimento
di
un
qualunque
incidente
privato
;
e
per
meritare
la
palma
dell
'
indiscrezione
eccoli
mettersi
magari
a
inseguire
il
tenore
perfino
nel
gabinetto
dove
egli
è
costretto
a
cantare
la
celebre
romanza
con
i
calzoni
in
mano
.
Nella
Sonnambula
per
esempio
vediamo
le
spose
del
villaggio
alpino
diventare
sonnambule
dinanzi
alle
brache
troppo
attillate
di
un
occasionale
dongiovanni
,
e
affrettarsi
,
prima
ancora
che
il
sole
declini
,
a
uscir
dormendo
di
casa
,
in
camicia
da
notte
,
seguite
con
trepidazione
dai
rispettivi
mariti
i
quali
,
ciascuno
per
quel
che
glielo
permette
la
sua
rigorosa
dignità
di
cornuto
,
con
parole
sommesse
azzardano
pronostici
.
In
un
paesotto
del
Tirolo
,
dove
fummo
per
cura
,
c
'
era
nella
piazza
al
posto
del
solito
giardinetto
un
piccolo
cimitero
senza
mura
.
Dopo
il
lavoro
,
la
sera
,
sotto
le
finestre
della
mia
locanda
,
una
vacca
brucava
fra
le
tombe
e
le
croci
.
Un
crocchio
di
notabili
seduti
sulle
pietre
sepolcrali
,
accendevano
con
i
fuochi
fatui
le
pipe
tirolesi
-
-
fumavano
e
conversavano
alla
buona
costoro
,
mentre
dietro
la
loro
schiena
,
sdraiate
sulle
erbacce
,
le
più
casalinghe
comari
,
in
preda
a
un
misticismo
di
alta
montagna
,
stringendo
fra
le
braccia
qualche
meschino
villeggiante
arrivato
di
fresco
,
guardavano
la
luna
sbalorditivamente
.
X
Tempo
che
fugge
Con
l
'
unità
e
il
suffragio
universale
l
'
arte
da
noi
fece
un
capitombolo
per
le
scale
,
e
reclamò
dallo
Stato
un
paio
di
stampelle
.
L
'
arlecchino
italiano
buttò
via
la
sua
pelle
a
scacchi
per
indossare
un
«
tout
de
méme
»
burocratico
,
da
funzionario
nazionale
.
Sorgevano
in
quel
disordine
nuovo
Arrigo
Boito
,
il
ballo
Excelsior
,
la
pittura
sociale
e
il
monumento
a
Vittorio
Emanuele
.
Il
teatro
che
era
tutto
spensieratezza
e
passione
e
mirava
al
cuore
della
gente
,
invece
di
restar
fedele
al
gusto
popolare
della
vecchia
Italia
,
divenne
officioso
,
autorizzato
,
e
girò
sui
tacchi
rivolgendosi
con
sussiego
alla
sedicente
pubblica
opinione
.
Nacque
la
coreografia
del
nuovo
regno
,
prese
piede
l
'
allegoria
massonica
,
si
inscenarono
le
apoteosi
per
il
canale
di
Suez
,
e
debuttarono
anche
le
antenne
del
telegrafo
Marconi
(
costumi
di
Caramba
)
.
Anche
la
danza
che
da
più
di
un
secolo
s
'
abbandonava
ai
deliziosi
capricci
di
ragionar
coi
piedi
,
fu
costretta
,
per
seguire
il
movimento
generale
,
a
pensar
con
la
testa
,
come
la
foca
sapiente
.
Difatti
c
'
era
poco
da
scherzare
da
quando
il
Paese
,
seduto
nella
prima
fila
di
poltrone
,
strappandosi
la
maschera
,
mostrò
alla
prima
ballerina
assoluta
,
due
baffi
da
doganiere
.
D
'
allora
in
poi
la
danza
non
offrí
più
che
masse
negligenti
,
acrobati
viziati
,
istruttori
caparbi
e
ignoranti
.
Chi
non
conosce
quel
popolo
infame
che
sverna
sgambettando
sulle
scene
durante
la
scialba
stagione
di
carnevale
?
Fra
questi
avanzi
isteriliti
e
rei
di
una
spodestata
nazione
,
dinanzi
a
torme
di
sacripanti
e
a
sciami
di
silfidi
cucite
nel
cotone
,
la
sfera
magniloquente
e
taciturna
degli
artisti
dal
nobile
passo
sgombrò
i
luoghi
e
disparve
in
un
arcano
scompiglio
.
Udite
come
tremano
le
vetrate
del
vecchio
teatro
ducale
al
vento
di
tramontana
.
Non
un
grido
,
non
un
latrato
scoppia
,
fra
quelle
mura
.
Solo
uno
sciagurato
portiere
s
'
aggira
in
ciabatte
là
dentro
;
i
suoi
passi
perduti
e
la
sua
tosse
risvegliano
degli
echi
interminabili
lungo
le
gallerie
deserte
;
e
il
buio
androne
-
-
i
sorci
han
fatto
il
nido
nelle
poltrone
:
colmo
d
'
inerzia
,
disordine
,
deperimento
,
lembi
di
scenari
che
si
staccano
.
Poi
,
subitamente
,
silenzio
e
armonia
sorgente
al
soffio
innumerevole
di
voci
che
si
levano
da
un
sonno
d
'
oltre
tomba
-
-
gemiti
,
sospiri
disperati
di
tanti
eroi
che
s
'
immolarono
.
La
guerra
e
il
dopo
guerra
ci
hanno
accorciato
la
vita
,
e
i
marmocchi
di
ieri
son
diventati
di
punto
in
bianco
i
nostri
concorrenti
di
oggi
senza
lasciarci
il
tempo
di
accorgerci
della
nostra
vecchiezza
.
Rimaniamo
lí
a
guardare
con
sorpresa
questa
nuova
generazione
che
vuole
assolutamente
passare
sul
nostro
corpo
.
Adesso
c
'
è
dunque
un
'
ironia
,
combinata
alle
nostre
spalle
durante
il
periodo
della
guerra
,
che
consiste
nell
'
esser
giovani
.
A
volte
qualche
ragazzino
più
audace
ci
vien
sotto
camminando
maliziosamente
sulle
uova
,
si
fa
portavoce
delle
mani
e
ci
urla
all
'
improvviso
all
'
orecchio
:
«
Ohi
vecchio
bacucco
,
lo
sai
che
siamo
in
pieno
novecento
?
»
Sbirciando
quello
stecco
verde
e
lattiginoso
,
caviamo
dai
bronchi
la
nostra
voce
più
rauca
:
«
eh
,
eh
,
va
bene
»
ci
tocca
brontolare
«
il
nostro
secolo
è
proprio
questo
»
.
Un
giovanetto
bennato
e
studioso
fa
un
buon
scolaro
.
Ma
fra
l
'
arte
e
la
scuola
c
'
è
divergenza
.
Un
buon
scolaro
fa
un
eccellente
professionista
il
quale
darà
,
a
sua
volta
,
un
proprietario
,
piccino
,
è
vero
,
ma
padre
esemplare
d
'
una
famiglia
numerosa
che
coltiverà
diligentemente
i
cavoli
.
Si
potrebbe
desiderare
il
meglio
da
un
punto
di
vista
provvisorio
e
sociale
?
Il
beneficio
di
una
simile
carriera
è
evidente
,
benché
modesto
.
In
quanto
all
'
arte
,
darai
alla
tua
vita
tutt
'
altra
direzione
e
incontrerai
presto
i
carabinieri
.
Su
per
questa
strada
non
ti
aspettar
suffragi
,
né
umana
solidarietà
.
Ma
non
fa
niente
,
cammina
,
trascinati
a
tutti
i
costi
senza
perdere
di
vista
quella
stellina
che
si
vela
,
si
copre
,
riappare
e
ti
conduce
.
L
'
esercito
non
sopporta
l
'
eroe
,
il
Parlamento
non
sopporta
il
dittatore
,
la
Corte
non
sopporta
l
'
aristocratico
,
il
teatro
non
sopporta
l
'
artista
.
L
'
artista
che
ha
rotto
le
catene
,
strappato
tutti
i
lacci
,
respinto
le
cinture
di
salvataggio
e
rifiutato
il
rond
de
cuir
,
l
'
artista
abbandonato
dal
successo
,
lavora
,
lavora
,
lavora
a
fondo
perduto
e
perde
la
sua
stessa
esistenza
a
fondo
,
in
accanite
ricerche
di
denaro
,
laceramenti
dell
'
umore
,
inimicizie
,
furori
costanti
,
fatica
,
demoralizzazione
,
e
capelli
bianchi
.
Fin
che
,
al
termine
d
'
ogni
illusione
,
egli
sembra
già
appartenere
al
mondo
degli
immortali
.
Questo
eremita
della
grande
città
,
questo
principe
indolente
che
conserva
l
'
incognito
,
comincia
con
qualche
bottone
di
meno
e
finisce
col
perderli
tutti
.
La
stentorea
vita
quotidiana
lo
respinge
ai
margini
.
Davanti
a
lui
si
spalanca
una
vertiginosa
attrazione
,
dall
'
alto
e
dal
basso
.
Avida
e
sospesa
tra
gli
umori
più
transitorii
,
la
sua
esistenza
accidiosa
fa
l
'
altalena
fra
candide
nonchalances
e
lucidi
intervalli
;
poi
precipita
nei
burroni
dove
giacciono
intorpiditi
i
vermi
e
i
mostri
.
Ma
quella
che
fu
la
sua
gaiezza
venerea
brilla
ora
nel
cielo
d
'
un
fuoco
puro
e
rallentato
come
quello
delle
stelle
spente
;
vogliamo
dire
,
lungamente
,
dopo
la
morte
,
a
distanze
immense
nello
spazio
e
nel
tempo
.
L
'
artista
non
terrà
conto
delle
esigenze
del
pubblico
,
poiché
egli
stesso
rappresenta
la
più
spinta
esigenza
dello
spirito
.
Non
sarà
riconosciuto
da
tutti
quei
teorici
che
pretendono
di
avere
le
uova
senza
ricorrere
alla
gallina
.
Egli
non
subisce
la
Moda
,
perché
la
Moda
,
piccola
o
grande
,
dovrà
sorgere
da
lui
,
e
non
darà
mai
quel
che
si
cerca
da
lui
.
Lo
si
aspetterà
a
destra
e
verrà
fuori
a
sinistra
;
supponiamo
che
avanzi
ed
ecco
invece
che
rincula
.
Il
gambero
,
per
esempio
,
che
cerca
il
suo
alimento
sa
molto
meglio
di
voi
e
di
noi
dove
trovarlo
-
-
e
poi
in
fin
dei
conti
ciascuno
ha
il
suo
modo
di
crepare
di
fame
.
La
gloria
s
'
avvicina
all
'
artista
al
passo
di
danza
macabra
.
Quando
sarà
disteso
sotto
la
sua
croce
,
egli
avrà
tutte
le
fortune
.
L
'
ultima
notte
troverà
le
strade
bloccate
,
tutte
le
porte
chiuse
,
le
case
asserragliate
e
i
fucili
spianati
su
di
lui
.
Nella
luce
che
filtra
e
trapela
dai
neri
edifici
mille
occhi
splenderanno
d
'
invidia
,
fissandolo
ostinatamente
.
Sarà
quella
la
sua
ora
di
morire
come
un
ubriacone
,
e
di
lasciarsi
andare
a
rovescio
sulla
scalinata
di
qualche
basilica
,
con
il
gesto
di
chi
abbraccia
il
cielo
.
I
topi
delle
chiaviche
gli
andranno
addosso
a
fiutarlo
;
poi
si
metteranno
,
con
i
loro
musi
rabbiosi
,
ad
ispezionare
le
sue
tasche
.
Salutiamo
profondamente
quest
'
uomo
ancora
caldo
,
che
respira
,
questo
missionario
caduto
,
questo
santo
che
fece
miracoli
inutili
.
Poniamo
la
faccia
contro
terra
sul
passare
di
questo
arcangelo
appiedato
,
ricoperto
d
'
oltraggi
e
d
'
immondizie
come
un
ambasciatore
tornato
da
Cartagine
.
La
vita
moderna
ha
un
ritmo
falso
.
I
nostri
tassametri
continuano
a
salire
e
tutti
abbiamo
paura
di
non
poter
pagare
.
Allora
si
improvvisano
i
valori
,
le
celebrità
,
si
distribuiscono
lotti
di
parti
da
rappresentare
e
si
pretende
di
fare
la
storia
con
dei
fantocci
di
paglia
.
I
grandi
artisti
boccheggiano
là
dentro
confusi
fra
le
comparse
.
Le
idee
più
stolte
s
'
attaccano
alle
teste
e
nella
corsa
s
'
accendono
istantaneamente
.
Non
hai
finito
di
spartire
i
grulli
dai
sani
di
mente
che
,
ecco
,
ti
scoppia
fra
questi
ultimi
salvati
un
'
altra
grulleria
epidemica
.
Allora
ogni
starnuto
diventa
un
grido
di
guerra
,
il
trotto
si
muta
in
galoppo
,
le
opinioni
subitanee
fan
volgere
la
marcia
ora
da
un
lato
ora
dall
'
altro
.
Tutto
questo
miracolismo
folle
,
creato
dal
giornalismo
,
entra
ruzzoloni
in
campi
riservati
e
difficili
,
e
distrugge
la
stabilità
,
l
'
opera
del
tempo
,
manda
in
fumo
l
'
arrosto
.
Intanto
queste
folle
puerili
di
snob
senza
direzione
le
vediamo
,
dai
piedi
in
su
,
svanire
d
'
un
tratto
in
fumo
di
sigaretta
.
Appoggiato
con
timorosa
leggerezza
allo
spigolo
di
una
vecchia
chiesa
romana
,
come
un
danzatore
pieno
di
fatica
e
d
'
amarezza
,
ascolto
senza
volere
,
l
'
organo
sepolto
che
russa
e
assisto
a
questo
défilé
di
corridori
contratti
sui
quali
una
ruota
rovescia
continuamente
,
come
secchi
di
ciottoli
,
le
crisi
,
i
temi
,
le
riforme
esoteriche
e
gli
ordini
della
moda
.
-
-
No
!
Meglio
esser
pigri
come
una
pera
che
matura
.
L
'
Arte
ha
bisogno
di
assorbire
tutta
la
sua
stagione
favorevole
.
Lasciamola
sul
ramo
,
giorno
e
notte
,
inverno
,
primavera
,
estate
,
fin
che
il
suo
frutto
rotola
a
pie
'
dell
'
albero
e
si
apre
.
XI
Omaggio
a
Puccini
A
Quando
il
Metodo
entrò
dalla
porta
,
dalla
finestra
uscí
ratta
l
'
ispirazione
,
la
quale
non
aveva
mai
avuto
,
del
resto
,
abitudini
troppo
sedentarie
.
-
-
Nei
tempi
passati
accadeva
spesso
d
'
imbattersi
in
lei
,
larva
fuggitiva
a
traverso
il
clamore
dei
carnevali
italiani
,
ma
poi
,
su
questa
terra
,
le
sue
visite
si
fecero
rare
e
caute
.
Essa
fissava
ostinata
,
febbrile
,
le
sue
vittime
,
e
il
suo
seno
pietroso
s
'
alzava
e
s
'
abbassava
affannosamente
come
per
il
tormento
di
una
risurrezione
fittizia
.
-
-
Faceva
le
sue
apparizioni
mute
e
inavvertite
in
ogni
luogo
,
a
tutte
le
ore
,
e
a
qualcuno
avvenne
,
incontrando
i
suoi
occhi
nello
specchio
opposto
di
un
caffè
,
di
fare
un
balzo
e
,
alzandosi
come
ipnotizzato
,
rovesciarsi
fuori
sulla
strada
,
tra
la
folla
,
senza
pagare
,
all
'
inseguimento
di
lei
che
dileguava
rapidissima
sotto
il
sole
.
-
-
Nell
'
alba
fredda
,
dietro
i
vetri
appannati
e
rosei
essa
apparve
talvolta
allo
studioso
;
o
nella
notte
d
'
inverno
,
su
una
scalinata
monumentale
,
in
mezzo
a
un
gruppo
di
mendicanti
accoccolati
,
presso
un
falò
che
illuminava
la
facciata
della
chiesa
romana
,
l
'
ispirazione
coperta
di
stracci
guardò
con
un
invito
pieno
di
suprema
follia
il
viandante
solitario
;
più
tardi
,
quel
giorno
,
di
primo
mattino
,
sotto
il
lampione
ancora
acceso
,
il
corpo
gelido
e
inerte
di
un
uomo
rannicchiato
entro
un
mantello
venne
trovato
nelle
vicinanze
deserte
.
-
-
O
chi
non
ha
nella
memoria
,
mentre
tramontava
il
sole
,
d
'
averla
veduta
,
questa
sirena
,
scivolare
,
volare
via
veloce
feerica
su
le
spallette
del
vecchio
ponte
,
scomparire
nell
'
aria
e
riapparire
immersa
e
trascinata
dalle
acque
del
fiume
,
con
la
capigliatura
disciolta
tutta
accesa
da
un
ultimo
bagliore
?
-
-
Non
fu
per
lei
che
Schumann
si
precipitò
nelle
onde
spumeggianti
del
Reno
?
-
-
B
Salutiamo
Puccini
,
illustre
autore
della
Bohème
,
uno
degli
ultimi
che
han
mirato
da
vicino
la
Sfinge
.
Egli
la
conobbe
nel
cuore
della
notte
.
Mentre
,
fra
i
candelabri
accesi
che
mangiano
l
'
aria
avidamente
la
vita
sembra
accorciarsi
,
odi
sui
tappeti
camminare
a
passi
di
lupo
qualcuno
,
che
,
se
ti
volti
,
sparisce
.
Notti
lunghe
a
trascorrere
.
Al
guizzar
delle
fiammelle
morenti
volteggiano
le
ombre
sul
soffitto
come
in
un
giunco
cieco
e
tumultuoso
della
estenuata
fantasia
,
e
un
sapore
di
fiele
sale
alla
tua
bocca
.
Poi
,
quando
le
dita
rosate
dell
'
aurora
toccano
le
alte
imposte
e
il
sangue
sembra
grondare
dai
tagli
delle
persiane
,
ecco
che
un
'
ultima
porta
si
apre
con
un
trasalimento
medianico
:
è
il
«
caira
»
teatrale
che
sorge
:
è
l
'
ispirazione
che
entra
.
L
'
imperiosa
figura
,
mossa
dal
vento
,
traluce
spettralmente
.
Oh
,
quello
sguardo
nero
che
filtra
a
traverso
i
fori
di
una
maschera
insolente
,
chi
lo
può
sostenere
?
Puccini
lavorava
sino
all
'
alba
,
chiuso
nel
suo
studio
a
Torre
del
Lago
.
Come
un
pescatore
notturno
che
muove
appena
il
remo
e
lascia
dondolare
la
lanterna
a
fior
d
'
acqua
,
Puccini
,
seduto
al
suo
lavoro
,
riconduceva
il
motivo
sempre
sullo
stesso
punto
profondo
,
sommessamente
ribadiva
l
'
accordo
e
si
chinava
a
spiare
la
medusa
sotto
il
velo
oscillante
del
ritmo
.
I
suoi
vicini
di
casa
,
testimoni
assonnati
di
tanta
solitaria
creazione
,
ne
sapevano
qualcosa
.
Sfiorando
la
notte
fonda
,
il
suono
del
suo
pianoforte
giungeva
debolmente
al
loro
orecchio
-
-
voce
di
cristallo
,
trasognante
eco
che
si
spegneva
e
rinasceva
mille
volte
,
-
-
rado
,
assopito
,
continuo
nel
silenzio
.
Quel
cauto
centellinare
di
musica
accompagnava
i
loro
sogni
leggeri
e
le
ore
di
veglia
perplessa
-
-
fin
che
sul
far
del
giorno
il
concerto
remoto
svaniva
a
poco
a
poco
disperso
confusamente
nel
mare
dei
ruggiti
uscenti
dalle
stalle
che
si
riaprivano
.
La
pagina
bianca
ha
l
'
attrazione
d
'
una
grande
finestra
.
L
'
idea
,
come
una
mosca
contro
la
vetrata
,
batte
la
testa
sul
foglio
senza
comprendere
che
bisogna
girare
a
ritroso
e
ritrovare
lo
spazio
donde
la
prima
parola
è
venuta
.
Il
difficile
non
sta
nello
scrivere
ma
nel
rendersi
conto
ex
abrupto
di
quel
che
vale
ciò
che
si
è
scritto
.
Anche
Puccini
nell
'
assidua
ricerca
,
spinto
dall
'
ansia
,
passava
qualche
volta
il
segno
e
usciva
dal
suo
elemento
naturale
come
un
pesce
che
per
il
troppo
slancio
finisce
in
mezzo
all
'
erba
di
un
prato
.
Povero
Puccini
,
quando
la
vena
lo
abbandonava
,
piuttosto
che
impuntarsi
come
uno
che
perde
al
giuoco
,
egli
affogava
nell
'
ipocondria
,
con
l
'
aria
supplichevole
d
'
un
bevitore
malato
che
afferra
la
bottiglia
.
È
inutile
-
-
diceva
-
-
che
uno
si
decida
per
la
melodia
,
se
la
melodia
non
si
decide
per
lui
.
Il
suo
tenero
cuore
era
scontento
,
insaziato
di
vita
,
di
musica
,
d
'
amore
,
e
per
cercarle
meglio
,
queste
cose
,
e
trovarle
più
presto
,
Puccini
teneva
a
disposizione
della
sua
malinconia
tre
automobili
.
Lasciava
aperto
lo
spartito
sull
'
ultima
battuta
umida
ancora
d
'
inchiostro
-
-
raggiungeva
il
confine
e
scompariva
verso
il
nord
,
fuggitivo
,
irreperibile
.
Fra
i
canali
,
le
dune
,
le
città
brumose
del
Belgio
e
dell
'
Olanda
ne
perdevi
ogni
traccia
.
Per
settimane
e
mesi
non
ne
sapevi
più
nulla
.
Finalmente
,
un
bel
giorno
la
celebrità
,
come
una
sposa
inquieta
,
si
metteva
in
moto
,
riusciva
a
raggiungerlo
in
qualche
nascondiglio
disperato
e
lo
riconduceva
a
casa
.
Puccini
possedeva
lo
spirito
di
casta
che
ogni
artista
deve
possedere
,
ma
non
poteva
soffrire
la
volgarità
,
le
molestie
e
i
commenti
malevoli
che
il
suo
successo
gli
procurava
.
Tutti
a
suo
tempo
gli
sono
passati
sotto
il
naso
,
e
tutti
gli
han
fatto
le
corna
:
ancora
oggi
del
suo
talento
pratico
,
dei
suoi
guadagni
,
del
suo
sentimentale
egoismo
si
parla
.
-
-
Ohimè
,
le
chiacchiere
assurde
!
-
-
In
fondo
in
fondo
,
dei
suoi
quattrini
,
egli
non
faceva
gran
caso
:
artista
,
galantuomo
,
milionario
,
bohemien
fortunato
ed
infelice
,
Puccini
era
ben
d
'
altro
inquieto
e
ansioso
.
Mite
e
fiero
ad
un
tempo
,
riservato
e
pur
nobile
nel
tratto
,
Puccini
aveva
un
carattere
caldo
,
netto
,
un
carattere
delicato
e
bellissimo
d
'
italiano
sul
serio
e
senza
macchia
.
Egli
ammirava
con
chiuso
entusiasmo
chi
doveva
ammirare
.
Degli
altri
taceva
garbatamente
.
Era
generoso
,
ma
non
faceva
credito
al
primo
venuto
.
Solo
agli
amici
apriva
l
'
animo
suo
.
Scendere
in
fondo
alla
più
grande
miseria
umana
,
toccare
i
limiti
della
disperazione
e
sperare
nelle
tenebre
,
immergersi
nella
follia
e
raggiungere
la
morte
e
il
genio
:
ecco
le
nostalgie
incredibili
di
quest
'
uomo
così
diritto
,
saldo
e
sobrio
.
Me
ne
parlava
una
sera
in
una
di
quelle
taverne
russe
che
si
schiusero
pochi
anni
fa
nel
suolo
di
Roma
,
come
gioiellerie
sotterranee
.
Puccini
respirava
in
quel
luogo
la
musica
e
si
gonfiava
di
gioia
come
una
spugna
nascosta
nella
grotta
marina
.
Egli
sembrava
in
preda
a
un
orgasmo
elegante
,
a
una
felicità
inusitata
.
Sotto
le
penne
di
struzzo
,
sontuosamente
giaceva
in
quel
nido
d
'
esilio
una
aristocrazia
vinta
,
santificata
dai
debiti
e
dalle
disgrazie
:
sterilità
dagli
sguardi
di
smalto
;
violenza
superba
,
splendore
fatale
di
quella
folla
che
andava
a
seppellirsi
sempre
più
in
basso
,
lontano
dalla
strada
.
Quell
'
ermetico
reame
della
moda
e
dell
'
arte
era
vertiginosamente
carico
di
destini
in
pericolo
.
Sedevamo
là
insieme
da
tre
ore
.
Il
volto
di
Puccini
,
quel
suo
volto
dolce
,
acceso
,
virile
vacillava
nell
'
azzurro
barlume
della
lampada
posata
al
nostro
tavolo
.
Stranamente
commosso
e
sincero
si
fece
più
vicino
a
me
per
dirmi
:
«
I
miei
giorni
,
tutte
le
mie
ore
avrei
volute
passarle
in
un
'
atmosfera
come
questa
,
senza
uscirne
mai
più
»
,
poi
aggiunse
a
fior
di
labbro
con
affettuosa
mestizia
:
«
Caro
Barilli
,
la
mia
vita
è
fallita
»
.
C
Un
giorno
,
parecchi
anni
fa
,
ci
trassero
per
mano
in
un
teatro
.
Si
trattava
di
assistere
alla
recita
di
una
Bohème
insuperabile
:
il
tenore
aveva
in
gola
,
a
mazzi
,
le
saette
di
Giove
,
la
prima
donna
stemperava
nella
sua
voce
,
più
vivida
e
lucida
del
mercurio
,
l
'
amore
febbrile
e
le
lacrime
di
tutte
le
couturières
dell
'
altro
secolo
;
il
baritono
?
una
tromba
marina
coi
fiocchi
;
Musetta
il
trionfo
dell
'
insolenza
elegante
,
della
civetteria
e
del
buon
cuore
;
Colline
,
un
quattrocentoventi
filosofico
che
spazzava
ad
ogni
nota
i
fogli
dai
leggii
dell
'
orchestra
e
coi
suoi
lunghi
fiati
possenti
rovesciava
i
paraventi
e
faceva
dondolare
le
frangie
delle
poltrone
;
l
'
orchestra
poi
,
le
masse
corali
e
la
mise
en
scène
,
la
perfezione
assurda
.
Mai
non
s
'
era
udito
né
veduto
al
mondo
nulla
di
simile
.
Il
pubblico
filava
il
perfetto
amore
con
l
'
impresa
,
ma
l
'
impresa
,
da
femmina
,
cominciò
a
cambiare
le
carte
in
tavola
e
a
mutar
le
pedine
;
nella
compagnia
spuntarono
subito
i
pezzi
di
ricambio
,
gli
scenari
bellissimi
filarono
presto
in
America
con
i
vestiari
;
il
tenore
seguì
la
stessa
via
degli
scenari
,
il
direttore
d
'
orchestra
fuggì
con
la
moglie
d
'
un
ricco
negoziante
d
'
ombrelli
;
la
prima
donna
,
chiamata
telegraficamente
al
letto
di
morte
di
uno
dei
suoi
cento
padri
,
scomparve
senza
ritorno
;
il
baritono
per
uno
scivolone
avvenuto
appunto
nel
voler
cogliere
un
la
bemolle
che
non
c
'
è
scritto
passò
armi
e
bagagli
all
'
ospedale
;
Musetta
,
che
era
provvisoriamente
sua
moglie
,
ne
approfittò
per
scivolare
più
giú
;
il
basso
crepò
d
'
indigestione
;
orchestra
e
cori
furono
ingoiati
in
un
batter
d
'
occhio
dalle
leve
di
guerra
.
L
'
impresa
imperturbabile
ricorse
a
tutti
i
canili
del
regno
,
riempí
i
vuoti
e
sostituí
malamente
tutto
e
tutti
.
-
-
Non
rimase
più
altro
della
prima
recita
,
su
questa
zona
di
scambii
in
tumulto
che
il
gran
cappello
di
feltro
grigio
galleggiante
or
su
una
testa
ora
sull
'
altra
dei
diversi
Rodolfi
che
guaivano
per
turno
di
sera
in
sera
-
-
fin
che
l
'
ultimo
,
il
più
mingherlino
della
serie
,
fu
acciuffato
a
metà
della
romanza
dalle
guardie
,
e
schiaffato
in
carcere
per
diserzione
-
-
il
teatro
fu
chiuso
,
e
il
cappello
rimase
in
questura
appeso
a
un
chiodo
.
D
Un
altro
giorno
al
Costanzi
andò
in
scena
la
Butterfly
con
l
'
artista
Tamaki
Miura
,
una
vera
figlia
del
sole
di
levante
.
Dell
'
arte
giapponese
non
conoscevamo
sino
a
quel
giorno
che
alcuni
disegni
e
i
giunchi
delicati
dei
ginnasti
che
senza
prendere
la
rincorsa
spiccano
un
salto
leggero
e
sembrano
chiamati
dal
cielo
.
L
'
arte
impalpabile
dei
giapponesi
spazia
sospesa
come
un
profumo
ed
è
fatta
di
passaggi
segreti
e
impraticati
.
Arte
silenziosa
che
va
sempre
al
segno
,
anzi
lo
supera
occultamente
.
Le
frecce
volano
l
'
una
sulla
parabola
dell
'
altra
e
fan
dondolare
la
cima
di
un
fiore
:
ma
l
'
arciere
taciturno
porta
una
maschera
di
ferro
.
Impenetrabilità
di
quei
volti
!
L
'
anima
di
costoro
è
scesa
a
vivere
nelle
loro
membra
di
danzatori
e
di
lottatore
.
Mentre
noi
occidentali
pretendiamo
di
mirare
al
sodo
,
di
stare
al
positivo
e
come
San
Tommaso
vogliamo
toccare
tutto
con
mano
,
nella
puerile
illusione
di
acquistare
la
certezza
,
essi
non
toccano
mai
nulla
,
né
si
direbbe
che
abbiano
curiosità
o
sospetto
di
alcuna
cosa
:
tuttavia
sono
proprio
i
giapponesi
quelli
che
troveranno
il
pelo
nell
'
uovo
,
senza
rompere
'
il
guscio
.
E
se
un
giorno
vedremo
uno
dei
loro
camminare
sulle
acque
,
non
sarà
quello
un
miracolo
,
ma
l
'
ultimo
trionfo
di
una
tecnica
misteriosa
e
sublime
.
Stoicismo
e
impassibilità
sembrano
essere
la
loro
regola
.
Forse
la
morte
soltanto
può
strappare
a
costoro
un
singulto
.
Quando
cadranno
vinti
,
in
tuo
potere
e
vorrai
sollevare
i
veli
del
loro
segreto
eroico
,
chinandoti
a
scrutare
il
loro
volto
morente
,
tu
li
vedrai
,
questi
simulatori
già
volti
dal
letargo
ostentare
in
un
sorriso
accanito
la
loro
dentatura
animalesca
.
Ma
il
grido
gutturale
sfuggito
al
loro
petto
e
simile
a
quello
del
sordomuto
non
lo
potrai
dimenticare
mai
più
.
Calati
in
gran
numero
sul
teatro
come
avanguardie
del
pericolo
giallo
,
questi
figli
del
sole
suscitano
fra
il
nostro
pubblico
molta
curiosità
per
quella
loro
aria
appartata
di
jongleurs
in
vacanza
vestiti
provvisoriamente
all
'
europea
,
e
con
certi
tubini
neri
,
sotto
i
quali
sembrano
dormire
i
loro
occhi
di
pietra
tirati
col
filo
sulle
tempie
.
Come
loro
,
anche
noi
siamo
là
dentro
per
assistere
alla
recita
di
questa
straordinaria
Tamaki
Miura
.
Non
è
costei
una
delle
solite
prime
donne
ridondanti
,
esplicite
,
sbottonate
a
mezzo
il
petto
,
che
nel
trasporto
lirico
si
premono
il
cuore
a
due
mani
,
traboccano
e
dànno
lo
squillo
della
loro
voce
,
squassando
la
testa
come
campanelli
.
Questa
Butterfly
di
bruna
e
lucida
marca
giapponese
,
ha
gli
occhi
piantati
sulla
fronte
come
due
semi
di
mela
,
e
la
sua
bocca
sembra
fatta
per
stritolare
noci
e
strappare
la
corteccia
agli
alberi
.
Tamaki
Miura
,
risalendo
dalle
più
remote
origini
darwiniane
,
si
è
arrampicata
velocissima
fino
qui
alla
luce
delle
nostre
ribalte
.
Equivoca
,
perplessa
apparizione
su
una
scena
ormai
decaduta
e
deserta
.
Essa
ha
portato
con
sé
dall
'
oriente
estremo
e
mattiniero
,
certi
vestimenti
sfarzosi
e
delicati
entro
i
quali
si
muove
,
ondeggia
,
ravvolta
quietamente
,
come
un
pesce
nell
'
acqua
.
Si
muove
e
si
fa
trascinare
dal
flutto
sonoro
.
Le
sue
molli
e
biforcute
estremità
che
sembrano
lambire
il
fondo
di
un
golfo
marino
,
gonfiano
veli
di
sabbia
,
mentre
ella
s
'
ingolfa
e
canta
.
Gli
è
che
nel
cantare
Tamaki
Miura
danza
in
quel
suo
ritmo
obeso
e
inafferrabile
.
Non
è
a
dire
con
quanto
interesse
e
stupore
noi
studiamo
le
mosse
lente
e
mutevoli
di
questa
esotica
e
pingue
creatura
.
Con
un
tufo
a
nostra
volta
ci
immergiamo
per
gradi
nella
massa
liquida
della
musica
.
Palombari
impacciati
,
nello
scafandro
rimbalzando
adagio
e
rigirando
l
'
occhio
senz
'
anima
come
dei
grossi
mammiferi
tumefatti
,
cerchiamo
di
seguire
il
filo
pauroso
della
sua
voce
,
che
sgrana
volanti
colonne
di
bollicine
d
'
aria
e
giunge
a
noi
singolarmente
distinta
da
una
lontananza
antropologica
.
Fra
il
dondolio
monotono
,
l
'
altalena
e
gli
elastici
zig
zag
di
tutte
quelle
cose
lente
,
annegate
per
sempre
,
fugge
pasciuta
e
pigra
,
Tamaki
Nliura
,
né
mostra
darsi
pena
del
nostro
cauto
,
ostinato
inseguimento
;
anzi
,
quasi
per
gioco
,
sparisce
e
ricompare
,
preda
scintillante
e
alata
,
s
'
inoltra
fra
i
meandri
corallini
,
e
vuol
forse
condurci
a
rimorchio
,
presi
all
'
uncino
,
legati
alla
sua
voce
,
vuol
condurci
,
chissà
dove
,
a
Jokohama
?
Naiade
oleosa
e
pesante
,
piegasi
'
rovesciata
,
si
capovolge
piano
come
un
monumento
.
Con
un
grido
disperso
esala
la
rinchiusa
nostalgia
,
emerge
a
poco
a
poco
;
e
mentre
intorno
a
lei
stillano
,
tremuli
nell
'
aria
,
i
lacrimosi
rubini
del
suo
fuoco
subacqueo
,
fa
inchini
gravi
,
parlamentando
melodiosamente
fra
la
spuma
dei
violini
,
in
quel
suo
gergo
rinfrescato
e
fluttuante
che
sa
di
sale
e
di
vento
.
Ma
ecco
un
'
ombra
gigantesca
strisciare
sul
fondo
panoramico
del
mare
e
in
alto
,
controluce
,
farsi
innanzi
la
chiglia
buia
,
enorme
di
una
corazzata
americana
.
Come
a
una
gran
bordata
della
nave
,
corre
l
'
ondata
istrumentale
di
Giacomo
Puccini
,
sopra
Tamaki
,
la
ghermisce
,
la
copre
tutta
,
e
se
la
porta
via
.
Povera
Butterfly
,
ferita
,
sanguinante
,
inabissata
.
Affievoliscono
man
mano
i
suoi
lamenti
problematici
e
il
silenzio
di
quella
solitudine
ci
sembra
allora
più
che
mai
profondamente
vigilato
dalla
platea
supina
e
dal
proteso
loggione
.
Il
velario
si
chiude
-
-
la
recita
finisce
quasi
improvvisamente
.
Intorno
a
noi
il
pubblico
caduto
in
un
originale
dormiveglia
sembra
rimasticare
ancora
i
grumi
della
musica
.
Avvinti
al
fascino
postumo
di
questa
rappresentazione
,
ci
leviamo
a
fatica
e
avviamo
i
nostri
passi
verso
il
palcoscenico
decisi
ad
affrontare
l
'
artista
degli
antipodi
.
Traversiamo
la
scena
fra
gente
d
'
ogni
risma
che
grida
e
lavora
di
sgombero
,
e
raggiungiamo
il
camerino
della
prima
donna
.
Tamaki
Miura
è
là
,
seduta
dinanzi
alla
toilette
,
avvolta
in
un
kimono
verde
mare
,
intenta
a
strofinarsi
con
un
asciugamano
la
faccia
tonda
che
assume
una
espressione
chiusa
e
fonda
di
sonno
al
cloroformio
.
Mentre
le
annunciamo
il
nostro
nome
e
la
nostra
qualità
di
critici
inquirenti
i
suoi
occhi
si
aprono
ed
incontrano
nello
specchio
il
nostro
sguardo
chiaro
che
arde
di
curiosità
.
E
Nei
tempi
successivi
alla
guerra
lo
spirito
'
e
il
genio
di
razza
sostennero
le
battaglie
più
dure
e
disperate
.
Si
sarebbe
detto
che
la
vecchia
civiltà
d
'
Europa
non
si
trovasse
più
a
possedere
che
un
patrimonio
ingombrante
di
pregiudizii
e
uno
stock
di
formule
improvvisate
e
sterili
.
L
'
intelligenza
,
il
buon
gusto
e
il
buon
senso
eran
costretti
a
incassare
colpi
su
colpi
.
La
guerra
organizzò
il
disordine
in
tutti
i
paesi
;
da
noi
fu
come
una
bastonata
all
'
ultima
lucerna
che
illuminava
debolmente
la
nostra
vita
intellettuale
.
Rimanemmo
al
buio
.
Si
sa
che
dell
'
oscurità
approfittano
i
ladri
,
i
topi
e
tutti
quei
che
sentono
odor
di
formaggio
.
Fu
allora
che
buttati
sulla
terra
nuda
,
col
fucile
spianato
,
spiando
come
dei
comitagi
le
tenebre
,
noi
cominciammo
a
sparare
qua
e
là
,
su
coloro
che
alla
chetichella
cercavano
di
scavalcare
i
ranghi
.
Giacomo
Puccini
che
era
in
uno
dei
periodi
della
sua
laboriosa
inquietudine
si
mise
a
seguire
la
nostra
azione
con
benevolo
interesse
.
Anch
'
egli
,
sempre
insidiato
,
teneva
a
fatica
il
suo
posto
,
il
grande
posto
che
gli
compe
te
nella
storia
del
teatro
lirico
italiano
-
-
lo
si
accusava
di
non
esser
né
Wagner
né
Verdi
.
O
,
guarda
la
ipocrisia
degli
anonimi
.
Come
se
i
colossi
fossero
roba
di
tutti
i
giorni
,
e
una
montagna
dinanzi
alla
finestra
ci
volesse
ogni
mattina
,
per
far
piacere
a
chi
si
mette
al
davanzale
.
L
'
essere
italiani
costituisce
già
di
per
sé
una
fatica
non
indifferente
-
-
figurarsi
il
logorio
di
Puccini
che
italiano
lo
era
dieci
volte
.
Quando
si
tratta
di
spacciare
delle
sciocchezze
,
da
noi
,
tutti
si
fanno
avanti
generosamente
e
tutti
sono
splendidi
.
Parlando
di
Puccini
i
mangiatori
di
ipofosfiti
si
compromisero
sino
al
ridicolo
;
intorno
a
lui
le
più
stupide
leggende
circolarono
senza
firma
.
Ce
n
'
era
da
farlo
cader
malato
di
malinconia
.
Bisognò
che
morisse
e
che
i
birboni
si
tirassero
un
po
'
da
un
lato
,
per
rimettere
sensibilmente
in
equilibrio
la
bilancia
.
Egli
aveva
sacrosantamente
ragione
di
vivere
in
campagna
e
di
prendere
a
fucilate
le
anatre
di
Torre
del
Lago
.
Puccini
possedeva
quella
che
si
vuol
chiamare
la
tecnica
,
ma
non
ne
era
posseduto
.
Seguiva
con
attento
interesse
ogni
atteggiamento
nuovo
,
assorbiva
ogni
specie
di
novità
dell
'
arte
,
ma
nel
suo
sangue
agiva
il
contro
veleno
e
nella
sua
testa
funzionava
egregiamente
il
mangiafumo
.
Senza
agitarsi
,
egli
contemplava
,
dalla
sua
poltrona
,
la
grottesca
vicenda
delle
tenzoni
teoretiche
,
ben
sapendo
che
a
battersi
a
colpi
di
tecnica
non
si
conclude
un
'
acca
.
C
'
è
un
argomento
sfatato
,
un
ambiente
sciupato
,
un
luogo
comune
,
una
cifra
particolarmente
cara
ai
compositori
italiani
,
quella
del
fiorentinismo
medioevale
-
-
roba
da
inglesi
,
altrettanto
falsa
in
rapporto
a
Giotto
che
a
Paoli
il
trattore
.
-
-
Quasi
tutti
i
musicisti
hanno
tentato
il
colpo
,
e
partendo
dal
luogo
comune
sono
arrivati
puntualmente
allo
zero
.
-
-
Puccini
riprende
quella
cifra
abusata
e
ne
fa
un
capolavoro
.
Abbiamo
potuto
assistere
,
dieci
anni
fa
,
al
banchetto
che
si
diede
in
Roma
al
Grand
Hotel
in
onore
di
Puccini
dopo
il
trionfo
del
Gianni
Schicchi
.
Il
celebre
operista
sedeva
tra
due
uomini
di
stato
:
due
ministri
.
-
-
Si
mangiò
'
e
si
bevve
in
centocinquanta
con
il
naso
sopra
dei
bellissimi
cespi
di
rose
che
sembravano
essere
sbocciate
d
'
incanto
sulla
tovaglia
dinanzi
ad
ogni
commensale
.
Piatti
,
cucchiai
,
forchette
,
bicchieri
e
violini
facevano
insieme
una
musica
ordinata
e
dolce
nel
salone
riscaldato
del
Grand
Hotel
.
Ma
venne
l
'
ora
dei
discorsi
e
tutti
si
voltarono
attenti
come
al
passaggio
della
Cometa
.
Il
Ministro
della
Pubblica
Istruzione
posò
il
tovagliolo
,
si
levò
solennemente
,
cominciò
ad
allargare
le
frasi
con
un
gesto
avvocatesco
delle
braccia
;
ma
aveva
un
bel
tuonare
,
corrugato
:
ci
parve
che
in
vita
sua
l
'
omaccione
di
Governo
non
avesse
mai
ascoltato
una
nota
di
musica
;
il
suo
,
era
un
vero
parlare
arabo
.
La
squillante
voce
del
Ministro
della
Pubblica
Istruzione
arrestò
il
servizio
e
sconvolse
profondamente
il
capocameriere
.
Poi
si
fece
innanzi
un
cronista
borioso
e
ricciuto
come
il
re
dei
mori
che
finì
,
con
un
ottimismo
tutto
meridionale
,
per
concedere
a
Puccini
il
permesso
di
sedere
alla
stessa
tavola
insieme
a
ministri
e
a
giornalisti
come
lui
.
Non
si
era
ancora
chetato
il
cronista
quando
in
mezzo
alla
sala
si
precipitò
l
'
impresario
.
-
-
Apriti
cielo
;
che
strilli
,
che
sproloquio
,
che
storpiatura
!
-
-
La
lingua
cominciò
a
girargli
in
bocca
come
un
succhiello
che
stia
bucando
una
cassa
forte
;
si
accompagnava
nella
foga
del
dire
con
le
mani
,
agitandole
intorno
alla
propria
faccia
come
se
volesse
schiaffeggiarsi
,
così
furiosamente
,
ma
senza
decidersi
a
farlo
.
L
'
autore
di
Gianni
Schicchi
,
ascoltando
,
sembrava
in
preda
a
una
commozione
amara
-
-
pensava
forse
alla
propria
casa
,
al
proprio
lavoro
.
-
-
I
suoi
occhi
posati
con
malinconica
considerazione
sui
personaggi
incredibili
che
gli
stavano
intorno
,
parevano
dire
:
troppo
tardi
,
signori
.
-
-
Voi
volate
sempre
in
soccorso
del
vincitore
.
Oggi
gli
onori
che
l
'
Italia
rende
al
suo
genio
cominciano
ad
assumere
un
tono
alto
,
sincero
e
magnifico
.
-
-
Disgraziatamente
Puccini
che
fu
il
musicista
più
fortunato
dei
nostri
tempi
,
non
c
'
è
più
.
Sopra
le
ultime
pagine
della
sua
ultima
opera
il
cuore
di
Puccini
,
quel
cuore
tenero
e
virile
cominciò
a
rallentare
,
mentre
il
capo
del
caro
ed
alto
amico
ripiegava
su
di
un
lato
.
La
sua
commemorazione
fu
cosa
indimenticabile
.
Un
gran
colpo
di
timpano
fu
il
segnale
solenne
del
raccoglimento
.
Apparve
allora
sulla
scena
la
sua
effigie
.
Silenzio
.
Quel
volto
immobile
e
dolce
che
si
dissolveva
adagio
in
un
raggio
di
paradiso
sembrava
dire
ancora
una
volta
alla
platea
allibita
:
troppo
tardi
,
signori
.
XII
Commiato
L
'
Arte
è
sempre
in
regola
con
il
passato
e
tuttavia
in
perfetto
orario
con
l
'
avvenire
.
All
'
alba
del
dí
,
spinta
oltre
dal
suo
alacre
travaglio
di
esplorazione
essa
è
già
fuori
all
'
avanguardia
.
Dietro
di
lei
il
mondo
di
ieri
annaspa
nella
notte
,
decade
,
si
capovolge
e
scompare
maledicendo
agli
antipodi
.
Essendo
l
'
Arte
,
nel
suo
compito
fortunato
di
rinascere
e
di
rinnovarsi
,
cosa
febbrile
e
distruttiva
,
l
'
odio
,
il
sospetto
,
l
'
antipatia
,
il
biasimo
,
la
colgono
sulla
strada
,
e
tutto
vale
come
arma
d
'
offesa
per
la
razza
refrattaria
e
formicolante
che
s
'
informa
a
tentoni
e
blatera
nel
suo
buio
dormitorio
di
morale
e
di
salute
.
È
difficile
assai
di
fare
comprendere
a
questi
così
detti
benpensanti
che
,
per
esempio
,
si
può
essere
buoni
padri
di
famiglia
,
ma
l
'
arte
è
un
'
altra
cosa
.
Se
poi
ti
affanni
a
parlare
di
idee
nuove
,
di
forze
giovani
,
di
tendenze
moderne
,
vedrai
una
parte
,
la
più
rispettabile
del
pubblico
,
infischiarsene
,
in
un
modo
che
non
potrebbe
essere
più
fatale
,
e
l
'
altra
volgersi
appena
per
fiutarli
,
così
obliquamente
come
fa
la
vacca
quando
annusa
il
vitello
morto
.
VII
Niccolò
Paganini
Amò
le
donne
,
la
gloria
,
il
denaro
,
ma
il
suo
vero
amore
fu
soltanto
quello
per
il
suo
istrumento
.
«
Il
violino
che
ha
un
'
anima
che
pensa
»
.
Nei
primordi
della
sua
carriera
una
voce
a
Milano
lo
saluta
grande
pagliaccio
del
violino
«
quando
farà
meno
caricature
sul
suo
strumento
...
»
aggiungeva
il
critico
meneghino
.
In
quel
torno
di
tempo
Paganini
profittava
di
ogni
cadenza
per
imitar
sul
violino
le
voci
dell
'
asino
,
del
cane
e
del
gallo
,
la
voce
degli
uccelli
,
il
suono
delle
trombe
,
dei
corni
e
dei
tamburi
.
Fu
chiamato
«
giacobino
genovese
Paganini
»
e
accusato
di
non
avere
«
né
criterio
né
giudizio
musicale
»
.
Preda
,
ancor
giovane
,
di
terribili
mali
fisici
,
tormentato
dalla
necessità
,
e
da
continuo
desiderio
d
'
amore
,
inseguito
dalla
calunnia
,
romanticamente
insaziato
e
insaziabile
,
vero
figlio
del
tempo
in
cui
visse
,
Paganini
,
trascinò
,
si
può
dire
,
dietro
di
sé
tutto
un
secolo
,
e
il
romanticismo
nacque
proprio
da
lui
.
Vero
personaggio
di
Hoffmann
.
Schubert
dopo
averlo
ascoltato
scrisse
a
un
amico
:
«
ho
sentito
cantare
un
angelo
»
.
«
Bisogna
fortemente
sentire
per
far
sentire
»
,
diceva
questo
italiano
.
Istrione
,
alfiere
dell
'
imponderabile
.
Egli
voleva
soltanto
il
«
sicuro
»
effetto
sul
pubblico
.
Come
Tartini
scrisse
Il
trillo
del
diavolo
,
egli
scrisse
,
Le
streghe
.
Come
è
risaputo
Paganini
fu
anche
un
prodigioso
suonatore
di
chitarra
.
Per
due
lustri
dura
il
brillare
splendente
di
quest
'
uomo
cometa
sul
cielo
europeo
.
Poi
in
coda
a
tante
lotte
,
avventure
e
trionfi
,
la
sua
fine
segnò
nelle
onde
vermiglie
di
rivoluzioni
e
di
guerre
,
una
traccia
di
spietata
solitudine
.
E
caduto
che
fu
,
l
'
ostilità
umana
si
scatenò
sul
suo
corpo
di
gigante
immobile
.
Le
spoglie
di
Paganini
peregrinarono
accolte
in
deposito
e
cacciate
da
pietosi
asili
.
Una
odissea
funeraria
trascinava
qua
e
là
la
sua
cassa
.
È
noto
che
il
vescovo
di
Nizza
,
dove
Paganini
si
spense
,
negò
il
riposo
in
terra
benedetta
e
il
rito
ecclesiastico
alla
salma
,
essendo
egli
morto
,
non
ostante
le
esortazioni
del
parroco
,
senza
conforti
religiosi
.
Paganini
aveva
promesso
di
scrivere
su
di
un
'
ardesia
,
perché
afono
,
non
poteva
più
parlare
,
la
propria
«
confessione
»
.
Masi
ridusse
a
morte
repentina
,
senza
adempire
la
promessa
.
Dopo
lunga
e
crudele
peregrinazione
,
la
sfortunata
salma
del
grande
violinista
,
imbalsamata
conservata
col
metodo
tranchiniano
,
trovò
riparo
nella
Villa
di
Gaione
in
quel
di
Parma
.
Avendo
i
giudici
ecclesiastici
annullato
la
sentenza
del
vescovo
di
Nizza
.
Il
figlio
Achille
pensò
di
trasferire
le
spoglie
paterne
dalla
villa
stessa
,
al
cimitero
di
Parma
.
Un
testimone
oculare
,
tuttora
vivente
,
Abramo
Germoni
,
chierichetto
,
allora
,
di
Gaione
,
ha
narrato
che
il
funebre
corteo
,
sul
far
della
sera
(
era
l
'
autunno
,
pioveva
;
la
notte
era
caduta
innanzi
tempo
)
,
si
mosse
dalla
parrocchiale
preceduto
dal
Germoni
come
crocifero
,
e
dall
'
arciprete
Don
Pettenati
.
Alla
bara
si
avvicendavano
sedici
portatori
ai
quali
era
rischiarata
la
via
da
alcuni
lampioni
portatili
.
Percorrendo
l
'
argine
destro
del
torrente
Baganza
,
fra
lo
stupore
dei
rari
passanti
,
per
l
'
insolito
spettacolo
,
il
corteo
giunse
a
notte
fonda
dinanzi
ai
cancelli
aperti
della
«
Villetta
»
che
è
il
camposanto
parmense
.
Sovente
,
quand
'
ero
ancora
un
ragazzo
,
vedevo
sovente
,
a
Parma
,
il
Barone
Achille
Paganini
,
e
l
'
ho
anche
conosciuto
di
persona
;
un
signore
molto
vecchio
,
ma
robusto
e
dritto
nella
persona
-
-
gentiluomo
campagnolo
-
-
figura
appartata
e
singolare
,
e
andava
sempre
solo
.
Ma
nei
giorni
di
mercato
s
'
aggirava
vestito
all
'
inglese
,
fra
la
calca
degli
opulenti
villani
,
e
trafficanti
della
provincia
.
Egli
rassomigliava
fatidicamente
a
Niccolò
Paganini
,
d
'
una
rassomiglianza
intermittente
fugace
,
come
un
colpo
di
febbre
una
fiamma
gli
fissava
i
tratti
,
era
l
'
identità
-
-
poi
tutto
scompariva
in
un
baleno
-
-
e
mi
ricordo
d
'
averlo
osservato
in
quel
suo
atteggiamento
furtivo
,
muover
gesti
e
passi
perduti
,
mentre
le
sue
pupille
sfolgoravano
selvaggiamente
,
come
quelle
d
'
un
perseguitato
.
Era
suo
figlio
.
IX
..
Cremona
c
'
ero
stato
da
ragazzo
,
vale
a
dire
nel
secolo
scorso
.
Non
ho
ricordi
di
quel
viaggio
e
di
quella
visita
;
ma
so
d
'
un
desiderio
assurdo
che
mi
venne
fin
dall
'
arrivo
'
a
Cremona
:
avrei
voluto
esserci
nato
.
Troppo
tardi
,
non
è
vero
?
Sissignori
.
Pestavo
i
piedi
,
m
'
impuntavo
,
e
ne
chiedevo
ragione
con
gran
petulanza
al
mio
papà
che
mi
ci
aveva
portato
,
e
non
sapeva
rispondermi
-
-
insomma
la
gita
finí
in
una
arrabbiatura
.
Lui
mi
teneva
per
mano
e
non
gli
parlavo
più
,
e
non
guardavo
più
niente
.
E
qui
ecco
che
ritroviamo
le
traccie
del
mio
carattere
,
delizioso
e
insopportabile
.
Per
me
Cremona
vista
tra
il
corruccio
,
le
lagrime
e
il
rimpianto
di
non
esserci
nato
era
la
capitale
del
lattemiele
e
dei
cialdoni
.
Adesso
dopo
quarantacinque
anni
la
rivedo
e
la
riconosco
molte
opere
nuove
e
importanti
sono
cresciute
dentro
e
intorno
a
Cremona
,
molti
luoghi
sono
cambiati
,
tuttavia
il
suo
naturale
equilibrio
e
il
suo
tono
posato
è
sempre
quello
di
prima
.
Una
città
estremamente
ordinata
,
comoda
,
senza
difetti
.
Non
ci
manca
nulla
,
e
tutto
è
in
armonia
.
Belle
botteghe
,
palazzi
tranquilli
,
case
ricche
,
strade
pulite
,
buoni
alberghi
gente
buona
,
facce
contente
-
-
e
il
centro
,
dove
l
'
antico
,
illustre
,
e
il
moderno
ben
costruito
e
spazioso
,
si
toccano
tranquillamente
,
è
il
più
solido
e
caro
luogo
del
mondo
-
-
con
un
bel
giardino
pubblico
che
una
pioggia
dolce
bagna
,
fa
brillare
e
inzuppa
di
silenzio
.
Salvo
una
breve
parentesi
(
14991509
)
in
cui
la
città
appartenne
a
Venezia
,
Cremona
'
seguí
in
genere
le
sorti
di
Milano
-
-
sia
all
'
epoca
del
Risorgimento
come
in
quella
fascista
,
e
fu
un
ardente
focolaio
di
vita
politica
e
patriottica
.
In
ogni
tempo
fu
centro
di
studi
e
vi
furono
tenute
in
grande
onore
le
armi
e
tuttavia
è
città
noci
molto
nota
.
È
celebre
la
scuola
di
pittura
cremonese
dal
quindicesimo
e
sedicesimo
secolo
-
-
più
tardi
fu
la
patria
dei
celebri
liutai
Stradivari
,
Guarnieri
,
Amati
e
Bergonzi
e
dei
musicisti
Claudio
Monteverdi
,
e
Ponchielli
.
Direi
che
è
già
molto
per
una
città
di
provincia
.
Ma
non
basta
:
Giuseppe
Cesari
,
il
compianto
musicologo
e
critico
del
«
Corriere
della
Sera
»
,
mio
amico
e
collega
di
studi
musicali
al
Conservatorio
di
Monaco
di
Baviera
,
dal
quale
siamo
usciti
laureati
e
maestri
di
musica
ambedue
nello
stesso
giorno
,
era
anche
lui
di
Cremona
.
Nel
centro
di
Cremona
sorge
il
Torrazzo
,
o
torre
campanaria
,
meraviglia
e
simbolo
della
città
lombarda
.
È
un
superbo
campanile
gotico
.
Il
più
alto
d
'
Italia
.
Il
Torrazzo
ha
figliato
il
Torrone
,
squisito
mastice
commestibile
(
per
chi
ha
buoni
denti
)
conosciuto
in
tutto
il
mondo
civile
.
Ma
a
Cremona
c
'
è
anche
l
'
insuperabile
mostarda
,
denso
intruglio
di
frutta
cotta
e
di
senape
eccellente
durante
le
cene
d
'
inverno
con
il
cappone
o
il
tacchino
lesso
,
oppure
col
manzo
o
il
cotechino
.
Ne
van
pazzi
i
nonni
e
i
ragazzi
.
A
tavola
,
in
cucina
,
magari
,
la
mostarda
domestica
riscalda
la
bocca
,
le
budella
e
il
cervello
,
come
fa
l
'
alcool
.
Dà
dell
'
allegria
e
dello
slancio
familiare
a
questi
simposi
di
stretto
parentado
e
diffonde
per
tutto
l
'
essere
un
'
euforia
feerica
da
cenone
di
Natale
.
Com
'
è
uso
vecchio
e
tenace
di
tutte
le
piacevoli
città
della
bassa
:
Cremona
,
Piacenza
,
Parma
e
soprattutto
Mantova
,
che
son
piene
di
buone
cose
da
mangiare
,
e
hanno
il
culto
della
tavola
.
Dopo
,
viene
il
teatro
,
l
'
opera
e
il
Trovatore
di
Verdi
,
col
quale
la
mostarda
di
Cremona
ha
in
certa
maniera
molti
punti
di
contatto
lirico
.
Ed
eccoci
finalmente
arrivati
alla
musica
,
ragione
non
ostante
tutte
della
nostra
venuta
qui
.
«
Inaugurazione
solenne
del
nuovo
organo
,
e
concerto
nella
cattedrale
alla
presenza
di
S
.
M
.
la
Regina
Imperatrice
»
.
Imbandierata
fino
ai
tetti
,
lieta
e
calma
sotto
la
pioggia
,
con
tutta
la
popolazione
schierata
onestamente
lungo
la
strada
(
cittadini
e
campagnoli
che
volevano
vedere
la
Sovrana
)
,
Cremona
aveva
un
aspetto
festoso
,
composto
:
veramente
di
farsi
onore
.
Quando
la
macchina
della
Regina
spuntò
,
passò
un
fremito
su
tutta
la
folla
,
e
un
grido
corse
e
si
propagò
,
grido
della
folla
alla
folla
,
da
un
capo
all
'
altro
del
percorso
:
«
chiudete
gli
ombrelli
»
.
Era
come
dire
,
scopritevi
dinanzi
a
Elena
di
Savoia
,
e
aver
le
mani
libere
per
applaudire
.
L
'
automobile
reale
che
procedeva
a
passo
d
'
uomo
veniva
continuamente
circondata
,
le
donne
e
le
bambine
le
prime
,
in
un
impeto
d
'
amore
popolare
davvero
commovente
.
Guardie
di
città
e
militi
avevan
non
poco
da
fare
per
aprire
colle
buone
la
strada
alla
Regina
,
la
quale
dietro
il
cristallo
sorrideva
e
inchinava
gentilmente
il
capo
a
tutti
,
incontrando
gli
occhi
negli
occhi
,
la
fedeltà
incantata
e
gloriosa
delle
popolane
venute
a
ringraziarla
.
Accoglienze
e
risposta
così
felice
e
sincera
,
non
l
'
ho
vista
mai
invita
mia
.
Un
incontro
,
e
una
giornata
fu
questa
che
resterà
a
lungo
nella
memoria
di
questa
ritrosa
e
degnissima
città
.
Dopo
il
concerto
in
Chiesa
,
ebbe
luogo
la
chiusura
della
Mostra
,
che
credevo
Stradivariana
,
e
invece
era
quella
dell
'
Ottocento
,
promossa
dagli
antiquari
.
La
Mostra
Stradivariana
purtroppo
era
chiusa
da
un
pezzo
:
ero
venuto
apposta
a
Cremona
dove
non
c
'
era
più
neanche
un
violino
da
vedere
.
Tutti
gli
istrumenti
preziosi
avevano
preso
il
volo
.
Andai
al
Museo
dove
c
'
è
una
vetrina
con
gli
arnesi
della
bottega
di
Stradivari
.
Allora
cercai
qualche
altro
.
La
casa
di
Stradivari
era
stata
demolita
dal
tempo
dei
tempi
,
la
chiesa
dove
c
'
era
la
sua
tomba
anch
'
essa
era
scomparsa
,
e
demolita
era
pure
la
tomba
,
dalla
quale
nel
momento
di
scoperchiarla
venne
alla
luce
in
tutto
soltanto
un
teschio
,
che
un
ladro
sconosciuto
afferrò
e
scappò
via
,
né
venne
più
rintracciato
.
Strano
destino
di
quest
'
uomo
leggendario
del
quale
ormai
si
sa
soltanto
che
aveva
un
gran
naso
:
pare
di
sì
,
un
gran
naso
.
X
..
Il
Melodramma
italiano
è
un
'
opera
d
'
arte
tutta
speciale
,
costruita
sul
ciglio
d
'
un
abisso
di
ridicolo
,
ci
si
sostiene
a
forza
di
genio
.
Da
un
secolo
,
questo
equilibrio
prodigioso
si
verifica
.
È
qualcosa
come
del
combustibile
:
s
'
accende
per
confricazione
fra
ribalta
e
platea
,
fra
un
tenore
e
il
loggione
.
D
'
effetto
vivo
ed
immediato
il
Melodramma
è
fatto
di
quella
musica
che
si
chiama
da
Stendhal
fino
ai
nostri
giorni
la
musica
fisica
:
categoria
nella
quale
primeggiano
Rossini
,
Donizetti
e
Verdi
.
In
un
certo
senso
e
durante
un
certo
periodo
,
per
un
popolo
come
il
nostro
il
Melodramma
è
stato
per
così
dire
la
«
Macchina
infernale
»
.
I
piccoli
teatri
di
una
volta
eran
se
si
può
dire
delle
rosticcerie
del
sentimento
pubblico
.
Un
podio
da
saltimbanchi
,
quattro
lumi
a
petrolio
,
e
qualche
testa
da
morto
bastavano
all
'
uopo
.
Fra
il
pubblico
e
gli
artisti
in
un
lampo
s
'
avverava
il
contatto
:
ed
eran
gridi
,
abbracci
,
fischi
,
baci
e
coltellate
.
Oggi
il
Melodramma
vive
i
suoi
tardi
giorni
,
pieno
d
'
acciacchi
-
-
ma
vive
ancora
:
crudo
,
concreto
,
atavico
-
-
così
com
'
è
,
e
come
è
sempre
stato
.
Sarà
certo
meno
antico
del
Colosseo
per
esempio
o
della
Torre
di
Pisa
,
ma
è
più
vecchio
,
infinitamente
più
vecchio
.
Dicono
,
il
Melodramma
sta
per
morire
tira
le
cuoia
tal
quale
Don
Chisciotte
.
La
macchina
infernale
non
funziona
più
:
non
dà
fuori
più
altro
che
orina
e
fetore
.
Nel
calore
dei
termosifoni
e
dei
ceri
che
bruciano
intorno
al
catafalco
del
Melodramma
,
crebbe
continuamente
e
aumenterà
l
'
ansia
funebre
e
l
'
attenzione
del
pubblico
.
Oggi
che
il
nostro
teatro
è
diventato
un
arsenale
da
rimpinzare
per
dar
corpulenza
allo
spettacolo
,
una
palestra
,
un
'
arena
,
un
«
cantiere
del
fare
e
disfare
»
.
Oggi
che
bisogna
gonfiare
le
gote
,
puntare
i
piedi
,
forzare
la
voce
,
in
mezzo
a
un
orribile
,
agitato
e
costoso
meccanismo
scenico
,
che
entra
in
campo
con
tutto
il
suo
legname
,
i
suoi
chiodi
,
le
sue
martellate
,
i
suoi
impianti
idraulici
,
i
suoi
ascensori
i
giganti
,
e
i
suoi
trabocchetti
che
fumano
a
nubi
di
acre
vapore
,
invadendo
di
starnuti
l
'
ambiente
.
Quest
'
opere
eran
scritte
con
una
verve
inimitabile
,
con
una
abilità
grandiosa
e
meticolosa
ad
un
tempo
-
-
i
punti
di
ricamo
,
le
pitture
,
i
colori
,
i
lustrini
preziosi
,
le
cadenze
fuori
uso
formavano
un
insieme
d
'
apparenze
straordinarie
e
irresistibili
-
-
i
vezzi
originali
del
Melodramma
fan
presto
a
diventare
vizi
abbominevoli
,
le
qualità
giovanili
a
diventar
difetti
.
«
Effetti
della
metempsicosi
»
che
fa
girare
il
mondo
,
vediamo
coi
nostri
occhi
il
rovescio
della
medaglia
.
L
'
opera
diventò
tutta
una
rete
d
'
inganni
e
di
disinganni
,
una
congerie
di
trucchi
-
-
l
'
ispirazione
innegabile
,
la
stessa
sincerità
si
misero
a
guardar
storto
,
e
ti
sembrò
sospetta
.
Erano
opere
che
ormai
facevan
paura
queste
dell
'
Ottocento
:
c
'
eran
delle
toppe
logore
e
delle
nudità
commoventi
.
Carne
ce
n
'
era
ancora
sotto
:
e
sangue
lento
che
tremava
di
morire
.
Si
tratta
di
coglier
l
'
opera
sull
'
ultimo
guizzo
vitale
e
di
scaldarla
col
fiato
.
Così
l
'
un
dopo
l
'
altro
caddero
i
melodrammi
del
glorioso
Ottocento
.
-
-
Non
tutti
però
-
-
anzi
alcuni
di
Verdi
rinacquero
come
l
'
araba
fenice
dalle
proprie
ceneri
.
XI
Trovatore
Così
in
questo
Trovatore
,
Eleonora
,
Manrico
,
Azucena
,
Il
conte
di
Luna
,
e
persino
Ferrando
(
il
basso
)
,
sono
i
sacripanti
immortali
di
un
palcoscenico
eterno
,
del
quale
Verdi
ha
gettato
le
basi
,
eretto
l
'
arco
,
e
acceso
le
luci
miracolose
,
d
'
un
gesto
solo
,
d
'
un
gesto
onnipotente
.
Nel
Trovatore
non
si
riesce
a
scoprire
la
molla
e
gli
ingranaggi
primi
del
movimento
sorprendentissimo
che
lo
anima
tutto
e
lo
fa
vibrare
come
un
battello
in
partenza
.
Ecco
dunque
che
cantare
,
qualunque
sia
la
parte
,
in
quest
'
opera
che
sta
in
bilico
sopra
un
abisso
,
è
cosa
pericolosa
,
anzi
quasi
altrettanto
mortale
come
il
gioco
della
«
corrida
»
.
Ci
vogliono
l
'
occhio
,
o
l
'
orecchio
,
la
sveltezza
,
il
fiato
,
e
il
coraggio
di
un
toreador
.
Chi
sbaglia
la
mira
d
'
un
pelo
,
crolla
sotto
le
cornate
del
pubblico
,
e
non
si
rialza
mai
più
.
Quando
Verdi
ha
per
le
mani
dei
soldati
o
degli
armigeri
soltanto
li
tratta
con
gran
conoscenza
del
loro
fiero
mestiere
,
e
ne
fa
degli
animosi
coristi
:
e
viceversa
,
che
è
quel
che
conta
.
Si
può
dire
che
attraverso
i
cori
soldateschi
delle
sue
opere
egli
abbia
contribuito
a
formare
,
ottant
'
anni
fa
,
il
giovane
esercito
italiano
,
in
quel
suo
caratteristico
aspetto
,
movimento
e
ardore
che
ancora
oggi
vale
.
Caserme
,
bivacchi
,
corpo
di
guardia
,
schieramento
,
sfilate
,
scaramucce
,
baldorie
e
battaglie
hanno
un
calore
popolaresco
,
un
piglio
,
un
tono
crudo
ma
cordiale
,
un
'
allegria
robusta
e
franca
,
e
una
naturalezza
generosa
e
poetica
particolarmente
nazionale
.
Densa
e
straordinaria
è
,
per
esempio
,
la
prima
scena
soldatesca
nell
'
opera
il
Trovatore
.
Dal
punto
di
vista
musicale
è
un
vero
primo
tempo
di
sinfonia
,
perfetto
:
d
'
un
risalto
e
colore
teatrale
,
strepitosi
e
bui
insieme
.
Il
Trovatore
si
fa
tutto
al
disopra
del
libretto
,
per
evaporazione
lirica
.
Il
canto
scavalca
il
testo
,
lo
espelle
,
lo
distrugge
:
la
musica
fa
il
dramma
da
sé
sola
.
La
vicenda
,
trae
tutta
la
sua
virulenza
dal
ritmo
,
e
non
si
può
raccontarla
,
o
spiegarla
per
mezzo
di
parole
,
mentre
si
capisce
in
un
lampo
attraverso
l
'
esecuzione
sonora
.
Il
barocco
libretto
non
è
che
l
'
elemento
occasionale
che
provoca
l
'
esplosione
,
e
dietro
quella
ricade
annientato
(
dispersione
confusa
di
rime
,
sillabe
e
balbettamenti
)
e
scompare
senza
traccia
per
sempre
.
Poi
,
quel
che
è
stato
è
stato
:
il
libretto
non
esiste
più
.
Ma
c
'
è
l
'
opera
viva
,
immortale
.
Quest
'
opera
è
divisa
con
magistrale
rigore
,
in
quadri
,
in
scene
,
in
atti
isolati
e
contrastanti
-
-
staccati
e
definiti
in
modo
irreparabile
-
-
ognuna
di
queste
parti
,
organismo
bloccato
,
fa
corpo
totale
,
ermeticamente
chiuso
in
suoni
,
voci
,
movimenti
e
portentosi
silenzi
.
Ogni
parte
del
Trovatore
è
un
quadro
senza
cornice
,
nella
sua
luce
di
rogo
,
o
di
luna
,
o
di
fucina
,
o
di
crepuscolo
,
o
di
prigione
.
Visione
fonda
improvvisa
,
e
d
'
una
evidenza
surreale
.
Opera
dove
tutto
è
diretto
alfine
immediato
dell
'
effetto
:
senza
preparazioni
,
preludi
,
introduzioni
,
interludi
senza
ricorsi
tematici
,
o
commenti
orchestrali
,
e
senza
rallentare
di
danze
,
o
indugi
,
e
diffusioni
di
coreografie
.
È
il
teatro
dei
suoni
in
atto
:
la
musica
piroetta
e
si
proietta
in
fatti
.
Fatti
sonori
:
d
'
una
intensità
e
interesse
che
colpisce
,
centra
e
sconvolge
ogni
ingenua
immaginazione
.
E
come
si
attacca
la
materia
amorosa
,
e
fa
presa
,
e
morde
tesa
,
e
feconda
.
Intermediari
,
cultori
,
dottori
dello
stile
,
contrappuntisti
,
storici
,
controllori
analisti
,
sprecan
tempo
e
fatica
su
quest
'
opera
che
non
si
lascia
legare
,
né
sta
ferma
sul
tavolo
anatomico
.
Col
Trovatore
la
scienza
non
fa
un
passo
avanti
,
anzi
ne
fa
uno
indietro
.
Qui
non
c
'
è
progresso
tecnico
,
né
novità
,
né
riforme
di
procedure
,
né
ricerche
,
né
conquiste
istruttive
.
La
fattura
è
più
che
normale
,
anzi
è
ovvia
addirittura
.
Qui
non
c
'
è
edificazione
studiata
,
ma
crepitio
di
genio
:
tanto
genio
che
grandina
.
Quest
'
opera
,
tutto
corallo
,
vien
su
dal
suo
tempo
improvvisa
come
una
emersione
vulcanica
.
È
un
fenomeno
caotico
ogni
volta
,
sotto
una
pioggia
di
fuoco
e
di
lapilli
.
Purtroppo
negli
ultimi
anni
le
esecuzioni
di
quest
'
opera
partecipano
dell
'
incertezza
generale
.
Forse
per
la
buona
musica
son
brutti
momenti
questi
,
non
basta
la
buona
volontà
.
Alla
domanda
:
-
-
Come
si
fa
il
Trovatore
?
Rispondiamo
:
-
-
Se
ne
è
perduto
la
ricetta
.
Tuttavia
,
l
'
altra
sera
,
al
Teatro
Reale
dell
'
Opera
,
il
Trovatore
prese
fuoco
e
saltò
,
come
un
barile
di
polvere
.
Tra
schianti
,
chiarori
abbaglianti
,
turgido
e
un
nugolo
di
scintille
.
Insomma
fu
una
recita
ben
riuscita
.
Il
pubblico
romano
non
ce
la
fece
a
resistere
-
-
fu
commosso
fino
all
'
entusiasmo
-
-
e
il
successo
avvenne
,
e
si
formò
metereologicamente
,
nel
cielo
del
teatro
,
come
un
temporale
,
e
scoppiò
molto
clamoroso
alla
fine
.
XII
Una
cronaca
che
fa
proprio
al
nostro
caso
Se
dovessimo
dar
la
stura
alla
nostra
meraviglia
,
e
alle
nostre
descrizioni
intorno
a
quest
'
opera
incomparabile
di
Verdi
,
dieci
pagine
non
basterebbero
.
Ma
saremo
brevi
:
Ecco
qua
:
la
Traviata
è
appena
cominciata
,
il
maestro
concertatore
dirige
,
per
così
dire
,
a
barchetta
,
scrutando
il
palcoscenico
,
da
vecchio
lupo
di
mare
che
voga
fuori
del
porto
:
lo
sguardo
sempre
addosso
ai
cantanti
più
celebri
,
cercando
di
scoprire
le
loro
orgogliose
intenzioni
.
Perché
son
proprio
i
più
celebri
quelli
che
potrebbero
fargli
qualche
scherzo
:
sarebbe
a
dire
,
per
esempio
,
che
potrebbero
saltare
a
piè
pari
mezza
battuta
,
o
uscir
di
tono
così
sensazionalmente
come
può
uscire
dai
gangheri
un
illustre
portone
.
Sulle
immacolate
tovaglie
,
fra
le
camelie
in
fiore
della
casa
di
Violetta
,
scintilla
il
Frascati
d
'
oro
.
A
tavola
tutti
.
Un
brindisi
.
Il
coro
si
mette
il
tovagliolo
,
impugna
il
bicchiere
vuoto
,
e
canta
:
«
Libiamo
libiamo
nei
lieti
calici
...
»
,
mentre
la
prima
donna
,
meravigliosamente
giovane
,
lavora
di
gorgheggi
,
spensierata
e
febbrile
peccatrice
sull
'
orlo
d
'
un
precipizio
.
«
Verdi
è
sempre
Verdi
»
,
sospira
una
dama
dietro
la
nostra
poltrona
.
«
Amen
»
,
rispondiamo
con
la
voce
bianca
d
'
un
chierico
che
serve
la
messa
,
guardando
contriti
il
teatro
riboccante
e
silenzioso
al
pari
d
'
una
chiesa
durante
la
sacra
funzione
.
La
gran
sala
,
fin
su
agli
ultimi
capitelli
,
appare
tutta
carica
di
volti
protesi
,
e
da
un
momento
all
'
altro
diresti
che
si
muove
e
si
mette
a
ruotare
come
un
'
immensa
girandola
,
travolta
in
una
voragine
d
'
ebbrezza
e
d
'
entusiasmo
,
striando
la
penombra
con
le
sue
sete
splendenti
,
le
sue
gemme
,
i
suoi
occhi
lucidi
,
i
suoi
sparati
intangibili
,
le
sue
lunghe
braccia
guantate
,
e
i
suoi
tenui
lampadari
lunari
a
ogni
balcone
.
L
'
attenzione
del
pubblico
è
incatenata
e
supina
,
e
son
rari
gli
istanti
in
cui
la
folla
ha
la
forza
di
liberarsi
dall
'
ammirazione
religiosa
per
tradurre
in
un
grido
la
propria
riconoscenza
.
Sì
,
Verdi
è
sempre
Verdi
.
Però
qui
,
niente
retorica
,
né
enfasi
,
né
trivialità
focosa
,
né
fervore
coreografico
:
qui
invece
frivolezza
profonda
,
vezzi
,
pungenti
melodie
,
banchieri
,
baccarat
,
risate
di
cristallo
,
biancheria
di
bucato
,
bel
mondo
,
buone
maniere
,
mal
sottile
,
amore
e
morte
.
Nella
Traviata
c
'
è
mischiato
il
magro
e
il
grasso
a
grandezza
naturale
.
E
l
'
ispirazione
che
regge
questo
miracoloso
equilibrio
è
la
più
sincera
,
la
più
nuda
,
la
più
elegante
e
ritrosa
che
ci
sia
.
Per
quel
che
riguarda
la
sua
consistenza
e
struttura
,
quest
'
opera
potrebbe
galleggiare
sull
'
acqua
,
come
Ofelia
.
Come
Ofelia
quest
'
opera
muore
d
'
amore
.
Ebbene
,
durante
la
recita
,
quando
il
successo
iperbolico
va
su
fin
alle
stelle
:
al
critico
non
resta
più
altro
da
fare
che
muover
le
sue
obiezioni
al
progresso
teatrale
,
alla
musica
d
'
avanguardia
,
all
'
arte
nuova
,
scientifica
e
senza
cuore
,
che
,
pur
essendo
recente
,
è
ormai
rimasta
l
'
ultima
,
in
coda
al
vecchio
repertorio
.
Sul
finire
del
dramma
,
un
clamore
altissimo
di
carnevale
batte
alla
porta
chiusa
della
dimora
dove
Violetta
si
spegne
oscuramente
;
in
uno
scorcio
fulmineo
intravedi
le
notturne
mense
imbandite
,
che
la
malinconia
minaccia
,
dai
tempi
di
Chopin
.
Quest
'
opera
è
un
capolavoro
,
modello
compiuto
e
perfetto
d
'
arte
e
di
sentimento
,
l
'
opera
più
italiana
che
ci
sia
.
Fatta
di
musica
viva
,
sempre
presente
e
connessa
alla
realtà
teatrale
di
ottant
'
anni
fa
.
I
suoi
canti
emergono
oggi
dal
pelago
concitato
e
inconcludente
della
produzione
moderna
,
più
teneri
e
commoventi
che
mai
.
Cadeva
il
sipario
sull
'
ultimo
accordo
dell
'
opera
,
e
ho
visto
coi
miei
propri
occhi
lacrimar
donne
,
vecchi
e
ragazze
,
e
i
professori
d
'
orchestra
levarsi
adagio
adagio
,
pallidi
,
trasognati
,
tenendo
il
loro
violino
come
si
tiene
un
ombrello
:
non
si
rendevano
conto
che
la
recita
era
finita
.
3
XIII
..
Benché
le
altre
arti
esistano
nel
presente
e
nel
futuro
,
direi
che
la
musica
è
piuttosto
impegnata
nel
passato
.
La
sua
potenza
evocativa
va
ben
lontano
da
noi
,
torna
indietro
,
ci
rapisce
,
e
noi
ne
siamo
trasportati
volta
per
volta
al
di
là
di
ogni
espressione
.
In
questo
senso
retroattivo
,
Verdi
è
il
musicista
per
eccellenza
.
Nessuno
è
più
popolare
,
più
sconvolgente
di
lui
.
L
'
intera
razza
umana
pende
dalle
corde
della
sua
chitarra
.
Il
suo
genio
si
rivela
senza
preamboli
.
Di
colpo
,
come
gli
sorge
dentro
.
E
nelle
sue
opere
c
'
è
musica
d
'
ogni
prezzo
,
d
'
ogni
misura
,
per
tutte
le
borse
e
per
tutti
i
livelli
sociali
.
Poi
,
verso
la
fine
dei
suoi
melodrammi
,
è
uno
schianto
:
la
commozione
spezza
i
cuori
di
pietra
,
e
le
lacrime
calde
piovono
dirottamente
.
Verdi
tira
avanti
senza
circonlocuzioni
.
Non
sa
di
etichetta
,
non
ha
il
mazzo
delle
chiavi
d
'
oro
,
non
ha
il
carnet
delle
formule
magiche
:
con
un
colpo
di
spalla
butta
giú
le
porte
,
calpesta
la
legge
,
i
divieti
e
,
in
cambio
,
appaga
l
'
istinto
.
I
suoi
difetti
e
le
sue
qualità
hanno
radici
profonde
nella
nostra
terra
.
Estirpare
i
primi
vuol
dire
distruggere
anche
le
seconde
.
Ma
quanta
consapevolezza
in
lui
.
Uditelo
.
«
Non
bisogna
esagerare
,
-
-
scriveva
Verdi
,
-
-
nella
smania
di
voler
ogni
cosa
perfetta
,
perché
si
corre
il
pericolo
di
compiere
ben
poco
o
di
non
compiere
nulla
.
La
natura
,
la
sincerità
di
un
maestro
si
rivela
mantenendo
pressoché
intatto
ciò
che
gli
è
uscito
spontaneamente
dal
cervello
,
molto
meglio
che
tormentando
instancabilmente
ciò
che
egli
ha
fatto
.
Anzi
,
nell
'
alternativa
di
cose
un
po
'
basse
con
altre
elevate
;
queste
s
'
avvantaggiano
di
più
nel
contrasto
.
Io
non
istento
a
credere
che
alcuni
poeti
abbiano
calcolato
su
simili
effetti
»
.
Così
,
serenamente
,
Verdi
riconosceva
che
la
sua
opera
resterà
per
sempre
incompiuta
.
Siamo
sulla
via
di
Sant
'
Agata
dove
«
Omnibus
»
ci
ha
mandato
in
pellegrinaggio
.
La
campagna
,
in
questa
stagione
,
è
disseminata
di
alberi
spogli
e
stecchiti
.
C
'
è
l
'
aria
dolce
delle
buone
e
brumose
giornate
d
'
inverno
.
Ecco
Sant
'
Agata
fra
la
nebbia
.
E
pioppi
molto
alti
che
van
su
nella
nebbia
,
e
salici
ossuti
che
annunziano
la
vicinanza
del
Po
.
Qua
e
là
,
nel
torpore
,
casolari
dai
vecchi
muri
porosi
.
Curiosa
sensazione
di
periferia
.
La
campagna
giace
,
per
così
dire
,
con
l
'
acqua
alla
gola
.
Dorme
quasi
affogata
.
Come
non
immaginare
Utrillo
,
alle
inferriate
del
manicomio
,
contemplare
questo
paesaggio
sparuto
e
malinconico
?
E
pensiamo
,
da
questi
luoghi
,
al
sacro
respiro
dei
corali
di
Verdi
,
alla
veemenza
dei
suoi
concertati
tradotti
in
disegni
larghi
,
esatti
,
al
realismo
e
alla
concretezza
di
questo
grande
uomo
.
Gli
insegnanti
del
Conservatorio
di
Milano
dissero
che
egli
non
aveva
attitudini
per
la
musica
,
e
che
non
possedeva
alcuna
abilità
.
Non
aveva
che
del
genio
.
Troppo
poco
per
dei
professori
e
dei
critici
.
Una
gran
buona
fede
patriottica
gonfia
,
gonfia
quei
suoi
corali
smisurati
e
provinciali
.
Busseto
.
Questi
grossi
paesi
,
o
piccole
città
,
han
dei
viali
,
dalla
stazione
all
'
abitato
,
che
non
finiscono
più
,
e
bisogna
farli
a
piedi
:
coi
piedi
nel
fango
dove
serpeggiano
e
guazzano
,
senza
cascare
,
dozzine
di
ciclisti
intabarrati
,
contadini
per
lo
più
,
col
naso
rosso
e
il
cappellaccio
sugli
occhi
.
È
un
giorno
festivo
,
e
nei
campi
non
si
lavora
.
Un
silenzio
diluito
vigila
a
mezz
'
aria
.
Sciami
di
uccellini
scivolano
giú
con
volo
incerto
,
ondeggiano
,
non
sapendo
dove
posarsi
,
e
si
cacciano
impauriti
fra
i
rami
di
qualche
alberello
senza
foglie
,
scomparendo
in
fila
come
un
ventaglio
che
si
chiude
.
Tutto
questo
scenario
in
dissoluzione
par
pieno
di
lividi
fantasmi
che
svaniscono
fra
densi
vapori
.
Lembi
cenciosi
di
nebbia
scendono
sino
a
lambire
le
siepi
.
Il
suolo
non
è
più
che
uno
specchio
rotto
,
nero
picchiettío
di
pozzanghere
e
di
rivoli
che
,
seguendo
il
pianeggiare
del
terreno
,
si
versano
gli
uni
negli
altri
.
Qui
c
'
è
posto
per
i
panoramici
corali
verdiani
,
dove
dondola
uguale
la
cadenza
del
buon
senso
del
nostro
biblico
Ottocento
.
Camminiamo
da
più
di
mezz
'
ora
verso
Sant
'
Agata
che
è
a
tre
chilometri
da
Busseto
.
Un
torrente
d
'
acqua
piovana
cola
fra
due
profondi
argini
erbosi
.
È
pieno
di
canne
selvatiche
e
forse
di
anatre
.
Qualche
cane
da
caccia
corre
,
col
muso
in
aria
e
la
coda
dritta
,
lungo
le
rive
,
verso
il
Po
che
deve
essere
colmo
a
straripare
con
questa
stagione
.
Il
piccolo
campanile
di
Sant
'
Agata
suona
allegramente
,
alla
rinfusa
:
è
un
concerto
argentino
nella
nebbia
del
cielo
tutto
ugualmente
madido
di
caligine
fino
all
'
orizzonte
.
Le
galline
strepitano
dai
pollai
,
squassando
le
ali
bagnate
.
Belle
galline
grasse
da
brodo
,
che
fan
conversazione
fra
di
loro
,
razzolando
imperiosamente
sulle
concimaie
.
Giungono
talvolta
,
al
nostro
orecchio
,
rotti
e
ovattati
discorsi
di
ciclisti
lontani
.
Poi
,
ad
un
certo
punto
,
ecco
suonare
una
grossa
campana
,
quella
di
Busseto
.
Quei
rintocchi
lenti
e
funebri
fan
venire
in
mente
il
«
miserere
»
del
Trovatore
.
Invece
,
è
proprio
mezzogiorno
in
punto
.
Molte
opere
di
Verdi
vennero
rappresentate
cinquant
'
anni
fa
per
l
'
ultima
volta
.
Non
caddero
,
ma
furono
abbandonate
.
E
non
se
ne
parlò
più
.
Non
vennero
sepolte
,
ché
non
erano
morte
definitivamente
,
né
vive
sembravano
più
essere
.
Rimasero
fuori
rotta
,
in
quarantena
.
Chiuse
,
aspettando
.
E
il
tempo
non
le
ingoiò
.
Luisa
Miller
,
I
due
Foscari
,
Macbeth
,
Nabucco
...
Erano
ricche
,
nobili
e
salde
,
nutrite
di
quella
vena
inesauribile
e
popolaresca
che
distingue
il
miglior
Verdi
e
durarono
più
della
loro
condanna
.
Armate
di
ferro
e
d
'
argento
,
con
tutte
le
vele
spiegate
,
sonanti
come
tante
navi
in
partenza
,
queste
opere
bussetane
e
genovesi
rientrano
,
una
dopo
l
'
altra
,
sontuosamente
in
servizio
,
dopo
cinquant
'
anni
d
'
inedia
,
che
non
le
distrussero
né
le
accasciarono
.
Non
fu
necessario
ritirarle
a
secco
per
le
riparazioni
d
'
uso
.
Non
presentavano
avarie
o
deterioramenti
,
né
di
fuori
né
di
dentro
:
erano
intatte
.
E
più
che
nuove
,
apparvero
.
Rafforzate
dalla
stagionatura
,
e
in
istato
di
riprendere
il
mare
;
passando
in
bilico
perfetto
,
e
galleggiando
valide
,
maestose
e
dolci
dinanzi
agli
occhi
stupiti
del
mondo
,
del
mondo
moderno
.
Questa
fenomenale
attualità
e
questo
adattamento
ad
ogni
tempo
e
luogo
della
musica
di
Verdi
,
mi
ricorda
un
episodio
lontano
della
mia
vita
a
Londra
.
Ero
arrivato
lassú
con
una
giornata
come
questa
,
brumosa
,
silenziosa
,
invernale
.
Il
tassi
mi
aveva
deposto
in
uno
square
deserto
e
buio
.
Eran
le
otto
di
sera
.
Cercavo
un
albergo
nei
pressi
,
e
non
si
vedeva
niente
.
Tutto
chiuso
.
Sabato
festivo
.
Queste
son
le
ore
terribili
per
chi
rimane
sul
lastrico
,
a
Londra
.
Sono
le
ore
dei
pasti
.
Si
subisce
la
regola
.
La
legge
dei
focolari
non
s
'
infrange
in
questa
città
ordinata
:
chi
è
dentro
è
dentro
,
e
chi
è
fuori
ci
resta
.
La
strada
londinese
in
cui
mi
trovo
,
vapora
e
fumiga
come
una
concimaia
.
La
nebbia
sale
,
turbina
lentamente
,
si
addensa
e
vela
i
lampioni
.
La
nebbia
infradicia
tutto
.
Le
fiammelle
han
guizzi
di
agonia
,
e
i
vetri
si
bagnano
man
mano
:
si
bagnano
di
pianto
.
La
strada
diventa
un
teatro
,
un
teatro
sprangato
,
sommerso
,
fra
apparizioni
natanti
e
dissolvenze
feeriche
.
Ogni
formasi
stacca
,
naviga
senza
peso
,
sparisce
.
Non
ci
sono
più
case
,
non
ci
son
più
muraglie
,
né
cancelli
,
né
cielo
.
Dall
'
alto
,
qualche
raggio
di
luce
polverosa
cola
giú
serpeggiando
come
il
gesso
,
in
questa
cupa
marea
caliginosa
.
A
un
tratto
,
tutta
la
zona
echeggia
.
C
'
è
una
voce
:
umana
o
divina
?
C
'
è
un
'
arpa
,
nella
nebbia
;
lo
spleen
,
la
nostalgia
dell
'
ultima
canzone
della
Traviata
di
Verdi
.
La
voce
è
d
'
una
donna
,
d
'
un
ragazzo
o
d
'
una
sirena
;
ma
così
forte
,
giovane
,
disperata
,
in
questa
colossale
solitudine
,
che
mi
domando
:
è
un
concerto
o
un
naufragio
?
Sono
lí
a
due
passi
i
musici
ambulanti
,
italiani
.
Potrei
quasi
toccarli
,
ma
non
scorgo
,
aguzzando
lo
sguardo
,
che
una
rorida
parvenza
che
ondeggia
e
sfuma
,
argentea
,
piramidale
,
forse
l
'
arpa
.
È
ancora
il
lembo
di
un
povero
scialle
di
lana
.
Spettri
,
fantasmi
,
sull
'
orlo
del
marciapiede
.
La
strada
,
tutta
impregnata
di
miasmi
,
da
un
capo
all
'
altro
trasecola
,
riecheggia
,
e
tace
a
lungo
.
Intanto
qualche
spiraglio
si
schiude
,
lassú
,
dove
son
gli
abbaini
:
ombre
bianche
s
'
affacciano
:
fatue
movenze
.
Dal
cielo
invisibile
piove
a
poco
a
poco
;
e
comincia
una
caduta
lenta
di
palanconi
.
Solennemente
,
come
in
un
incubo
che
s
'
allenta
,
tintinnano
sull
'
asfalto
le
monete
:
son
gli
angeli
delle
soffitte
,
le
cameriere
e
i
facchini
di
questi
hótels
di
lusso
che
buttano
,
senza
interruzione
,
i
loro
risparmi
ai
misteriosi
musici
della
strada
deserta
e
sommersa
.
Finalmente
siamo
a
Sant
'
Agata
,
davanti
alla
villa
di
Verdi
.
Traversiamo
un
ponticello
.
Ci
viene
aperto
un
cancello
.
Entriamo
in
un
cortile
,
e
un
cane
ci
fa
festa
.
La
custode
ci
introduce
nella
vecchia
casa
di
Verdi
,
dove
non
c
'
è
nessuno
,
dove
tutto
è
conservato
puntualmente
,
in
bell
'
ordine
,
e
spolverato
ogni
giorno
col
piumaccio
.
Ci
accorgiamo
subito
di
essere
in
una
casa
ancor
viva
e
abitabile
,
non
in
un
museo
.
Ecco
la
camera
da
letto
col
baldacchino
,
il
pianoforte
di
Verdi
,
la
sua
camicia
da
notte
,
i
bei
mobili
neri
.
La
rastrelliera
con
i
fucili
da
caccia
.
In
un
angolo
,
i
bastoni
d
'
un
gentiluomo
di
campagna
,
e
,
in
tutto
l
'
arredamento
,
non
c
'
è
nulla
che
ricordi
il
cattivo
gusto
dell
'
Ottocento
.
La
porta
aperta
sul
parco
ci
dà
un
senso
confuso
di
attesa
e
di
presenza
.
Tutto
questo
parco
ozioso
,
appisolato
nella
nebbia
,
è
quasi
più
alto
che
largo
,
sì
,
d
'
una
statura
altrettanto
incredibile
quanto
la
sua
vecchiaia
:
alberi
venerabili
e
giganteschi
dalla
scorza
rugosa
e
durissima
,
che
la
mano
stessa
di
Verdi
piantò
,
forse
cento
anni
fa
;
tortuosi
viali
coperti
di
foglie
bagnate
;
solitudine
signorile
,
una
forza
di
terra
antica
e
riservata
,
e
l
'
odor
grave
e
intatto
dell
'
autunno
immobile
intorno
alla
villa
del
Maestro
,
dove
tutto
respira
come
se
fosse
ieri
,
e
l
'
atmosfera
eterna
di
lavoro
e
di
pace
dell
'
artista
che
l
'
abitò
durante
cinquant
'
anni
.
Una
lunga
pipa
di
schiuma
,
in
un
astuccio
aperto
e
foderato
di
velluto
rosso
,
sta
sul
pianoforte
.
«
To
,
Verdi
fumava
,
era
un
fumatore
?
»
«
Oh
,
no
,
-
-
mi
dice
la
custode
.
-
-
Nella
sua
prima
giovinezza
Verdi
era
di
costituzione
molto
debole
.
Soffriva
di
mali
di
gola
,
e
non
fumava
che
qualche
trabuco
dolce
,
di
tanto
in
tanto
,
e
con
tutta
la
precauzione
»
.
«
più
tardi
,
la
sua
salute
migliorò
,
diventò
buonissima
;
e
nell
'
età
più
avanzata
,
Verdi
era
robustissimo
e
molto
resistente
al
lavoro
»
.
Il
suo
mestiere
di
compositore
,
insieme
a
quello
di
contadino
proprietario
,
le
lunghe
passeggiate
sulle
sue
terre
,
ch
'
egli
percorreva
sovente
a
piedi
e
qualche
volta
in
vettura
per
sorvegliare
i
lavori
,
gli
avevano
restituito
completamente
le
forze
del
corpo
e
dello
spirito
.
Verdi
non
ha
mai
avuto
una
decadenza
.
Fino
a
ottantasette
anni
godette
di
una
salute
straordinaria
.
«
L
'
ho
visto
vecchio
soltanto
sei
mesi
,
-
-
mi
dice
il
dottor
Carrara
Verdi
,
suo
nipote
,
-
-
cadde
giú
dopo
la
morte
di
Re
Umberto
.
Non
si
riconosceva
più
.
E
,
poco
dopo
,
morì
anche
lui
»
.
È
una
gran
fortuna
che
non
ci
sian
cimeli
,
né
alcuna
messa
in
scena
postuma
,
in
questa
bella
casa
.
Tutto
è
allo
stesso
posto
originale
,
di
dimora
semplice
e
tranquilla
che
funziona
.
Si
aspetta
quasi
che
il
padrone
rientri
dal
giardino
.
Ci
sembra
davvero
che
,
da
un
momento
all
'
altro
,
Egli
possa
rientrare
col
suo
gran
cappello
di
feltro
,
e
la
sua
figura
accigliata
e
benevola
.
Sulle
mensole
ci
son
due
statuette
di
bronzo
:
Manzoni
e
Vittorio
Emanuele
II
.
Alle
pareti
,
c
'
è
un
ritratto
di
Crispi
.
Sotto
campane
di
vetro
,
ci
sono
gustose
terrecotte
napoletane
.
«
Sono
tutte
cose
regalate
»
,
mi
dice
la
custode
sottovoce
.
Tutto
è
rimasto
tal
quale
dal
giorno
che
se
ne
andò
.
E
tutto
qui
lo
aspetta
,
anche
gli
alberi
nel
parco
.
E
cresce
un
po
'
l
'
inquietudine
come
se
,
dopo
trentasette
anni
della
sua
assenza
,
dovesse
ritornare
da
un
momento
all
'
altro
.
E
sulla
scrivania
,
c
'
è
un
cartoncino
sul
quale
Verdi
ha
scritto
con
una
calligrafia
senza
disinvoltura
.
«
Un
tedesco
che
sa
,
sa
troppo
.
Un
russo
che
sa
,
è
un
pericolo
»
.
I
Parigi
Parigi
,
superficie
lucente
ammantata
di
schiuma
e
di
bave
sanguigne
,
che
ruotano
leggere
intorno
a
tetri
monumenti
come
il
velo
febbrile
degli
stagni
intorno
ai
piloni
dei
ponti
.
Parigi
,
umida
nebbia
,
atmosfera
di
tisi
,
sotto
la
tua
carezza
le
negre
vagabonde
impallidiscono
e
van
pigliando
il
colore
del
cedro
affumicato
.
Eccitamento
,
estenuazione
,
delirio
.
I
gridi
disperati
delle
tue
vittime
sembrano
affievolire
sotto
il
tuo
cielo
sordo
.
Al
levarsi
del
tuo
giorno
malato
,
un
problema
s
'
affaccia
,
sempre
lo
stesso
problema
:
non
perdere
terreno
-
-
il
pane
da
guadagnare
,
la
gloria
da
difendere
-
-
e
tutto
da
ricominciare
.
Già
all
'
aurora
,
dietro
le
verande
dei
caffè
,
in
quelle
innumerevoli
gabbie
di
vetro
lavate
dalla
pioggia
,
mille
donne
sedute
davant
all
'
apéritif
bivaccano
aspettando
la
sera
.
Donne
calate
dalla
Normandia
,
dal
paese
di
Galles
,
dal
Perú
,
provenzali
,
spagnuole
,
donne
di
tutto
il
mondo
,
creature
che
sembrano
venir
giú
dal
cielo
all
'
ora
dell
'
Ave
Maria
,
sboccano
dalla
chiesa
della
Madeleine
e
scendono
come
un
fiume
inesauribile
i
grandi
boulevards
.
Tutte
riconoscibili
alla
divisa
dell
'
ordine
,
l
'
eleganza
,
esse
portano
,
a
guisa
d
'
armature
,
diademi
e
cinture
d
'
argento
.
Con
un
ritmo
sacro
,
incessanti
cortei
di
cortigiane
,
popolo
di
demoni
,
mandre
belluine
s
'
inoltrano
,
come
le
belve
spinte
dal
bisogno
,
a
invadere
la
strada
.
E
fluttuando
lentamente
,
sommergono
i
marciapiedi
.
Son
le
milizie
che
ogni
sera
conquistano
Parigi
,
sacerdotesse
dell
'
amore
che
cercano
inquietamente
negli
occhi
della
folla
che
arranca
contro
corrente
la
promessa
d
'
una
cena
eventuale
.
Sotto
torrenti
di
luce
un
pensiero
,
le
assilla
:
come
vivere
oggi
.
Parigi
è
l
'
oceano
umano
dove
ogni
certezza
va
a
picco
.
Nessuno
è
sicuro
di
sé
.
Ciascuno
dubita
,
ma
non
si
scopre
né
si
scoraggia
mai
.
Sempre
in
armi
;
al
lavoro
con
instancabile
lena
.
Ogni
esitazione
è
fatale
.
Leggerezza
e
noncuranza
fan
maschera
ai
volti
-
-
ostentata
malvagità
delle
parole
,
e
onore
sulla
punta
delle
spade
-
-
così
ciascuno
,
avido
e
guardingo
,
giuoca
il
suo
giuoco
,
da
un
'
alba
all
'
altra
sotto
pena
di
perdersi
nelle
ventiquattr
'
ore
,
di
veder
precipitare
il
proprio
nome
.
Il
ridicolo
e
la
fame
,
ecco
il
pericolo
.
Basta
un
gesto
infelice
,
un
malessere
,
una
confessione
;
e
però
con
quanta
arte
,
con
quanta
felina
destrezza
costoro
schivano
i
fulmini
dell
'
avversa
fortuna
.
In
questo
clima
che
demolisce
un
ercole
,
e
fa
ammuffire
l
'
aria
intorno
alle
lampade
ad
arco
,
in
questo
clima
che
conferisce
un
aspetto
livido
a
tante
facce
affrante
,
la
buona
educazione
e
la
vivacità
galante
son
di
prammatica
.
Fra
questo
popolo
sì
ragionevole
e
umano
ci
sono
degli
occhi
che
dardeggiano
come
quelli
dei
topi
appestati
.
In
questo
vivere
da
far
paura
ad
un
forzato
,
un
verminaio
innumerevole
si
affatica
da
mane
a
sera
.
E
la
fatica
diventa
veleno
e
il
veleno
odio
.
Miseria
,
angoscia
,
sangue
e
coraggio
sublime
,
van
su
alla
superficie
e
brillano
di
uno
splendore
sinistro
.
Allora
si
vedono
degli
individui
strani
ritirarsi
in
certi
grigi
casamenti
,
chiudersi
in
una
stanza
e
vivere
degli
anni
lontano
dalla
strada
e
dal
mondo
.
Fortificati
fra
uno
scrittoio
e
un
muro
,
tracciare
delle
linee
,
fare
dei
calcoli
,
ingiallire
come
l
'
avorio
,
e
perdere
i
peli
,
alimentarsi
di
chimica
e
di
caffè
,
e
scatenare
dai
loro
quaderni
aperti
,
rivoluzioni
,
cataclismi
oscuri
e
leggi
nuove
,
e
idee
che
durano
e
sfavillano
remote
come
le
stelle
su
questa
babilonia
immortale
,
dove
,
per
riparare
a
tanti
stomachí
sfondati
,
a
tante
teste
che
girano
la
cucina
s
'
è
fatta
delicata
,
squisita
,
omeopatica
.
Qui
si
succhiano
gli
ossicini
degli
uccelletti
marci
,
si
cavano
ingordamente
le
lumache
dal
guscio
e
si
finisce
la
cena
con
del
formaggio
fetido
.
Come
qui
si
lavora
,
e
con
quale
dispendio
di
forza
e
di
spiriti
!
Ognuno
sfrutta
se
stesso
al
massimo
grado
.
Si
trae
dalla
propria
salute
tutta
la
rendita
e
se
questa
non
basta
s
'
intacca
il
capitale
.
Si
rischia
all
'
occasione
anche
il
patibolo
.
Non
si
teme
che
il
vuoto
,
il
marasma
,
l
'
inedia
.
Superando
il
disgusto
e
la
nausea
si
avanza
a
marce
forzate
verso
la
morte
:
ebbene
,
eccola
una
grande
città
!
E
tutto
questo
immenso
lavoro
vien
fatto
per
creare
,
ogni
dí
,
la
modernità
,
per
ringiovanire
la
vita
,
per
reintegrare
le
illusioni
cadute
,
le
speranze
avvizzite
,
per
utilizzare
e
rendere
innocua
l
'
eternità
.
Apparenza
,
menzogna
e
fatuità
fan
da
scenario
,
sono
i
vessilli
eroici
di
tutti
questi
martiri
;
ma
nel
fondo
,
nel
fango
,
strenua
resistenza
,
sacrificio
stoico
,
dolore
e
grandezza
.
Mai
rinuncia
,
sconforto
,
diserzione
.
Sempre
avanti
,
a
denti
stretti
,
trattenendo
un
singulto
;
fischia
il
vento
attraverso
gli
anni
e
lacera
l
'
esistenza
;
sempre
di
corsa
verso
il
denaro
e
la
celebrità
.
Allora
si
capisce
come
questa
popolazione
non
sia
prolifica
,
si
capisce
l
'
isteria
,
le
crisi
politiche
,
la
ferocia
e
le
anomalie
di
questa
razza
raffinata
e
cagionevole
.
Parigi
sorge
invidiata
,
si
trasforma
da
un
'
ora
all
'
altra
,
crolla
di
volta
in
volta
e
tuttavia
cresce
sempre
,
e
ingrandisce
in
fretta
il
suo
raggio
.
Profondo
e
fragile
specchio
che
accoglie
la
luce
del
mondo
,
Parigi
sfida
il
tempo
:
e
poi
si
dice
che
il
tempo
si
vendica
di
quel
che
fu
compiuto
senza
di
lui
.
II
Moulin
Rouge
Sulle
insegne
luminose
di
Montmartre
turbina
un
impetuoso
nebbione
violetto
.
È
il
cielo
basso
di
Parigi
,
il
cielo
che
non
può
dormire
e
ha
le
palpebre
bruciate
di
fatica
.
Dal
boulevard
che
arde
come
una
fornace
vengono
su
buffate
d
'
incendio
,
e
clamori
assordanti
di
folla
.
Il
cielo
s
'
agita
fra
le
sue
coltri
di
nubi
.
Scintille
di
tizzoni
l
'
avvolgono
e
mettono
fuoco
al
suo
lenzuolo
.
Attaccato
ai
parafulmini
,
il
cielo
di
Parigi
si
sporge
di
tratto
in
tratto
sul
vuoto
e
fa
alla
strada
delle
grandi
smorfie
meteorologiche
.
I
lampi
di
magnesio
scuotono
e
fan
guizzare
i
vetri
:
le
leggende
réclame
volteggiano
infiammate
,
sembrano
vacillare
e
rianimarsi
al
vento
,
brulicano
come
vermi
lucenti
intorno
ai
cornicioni
delle
case
.
Qualche
vecchia
facciata
balza
innanzi
,
livida
,
e
vibra
per
un
attimo
come
metallo
fuso
.
Fra
i
bizzarri
edifici
chiamati
in
causa
così
bruscamente
da
un
proiettore
che
spalanca
il
suo
occhio
e
si
spegne
,
ce
n
'
è
uno
,
più
stravagante
degli
altri
,
color
sangue
di
bue
,
un
padiglione
che
fuma
e
frigge
,
come
una
rosticceria
,
avvolto
nel
fuoco
dei
bengala
.
Due
mulini
a
vento
presidiano
come
due
corpi
di
guardia
il
raggiante
portale
dove
la
gente
entra
come
da
noi
la
domenica
in
Chiesa
.
È
il
Moulin
Rouge
.
Il
Moulin
Rouge
apre
i
suoi
battenti
alle
tre
dopopranzo
.
I
nottambuli
accecati
dal
sole
,
con
un
salto
riparano
là
dentro
.
Nel
dancing
si
respira
ancora
l
'
aria
della
notte
.
Il
luogo
indefinito
annega
in
un
lucore
sulfureo
e
ferale
;
sembra
di
essere
alla
foce
d
'
un
fiume
nell
'
ora
del
tramonto
e
benché
manchino
i
pipistrelli
a
guazzare
fra
quei
vapori
palustri
,
due
mulini
olandesi
,
che
si
drizzan
là
in
fondo
,
bastan
a
darci
l
'
idea
d
'
un
paesaggio
disteso
.
Le
pale
,
incrostate
di
lampadine
rosse
,
continuano
a
girare
lentamente
e
,
moltiplicate
negli
specchi
,
che
sonnecchiano
nella
profonda
penombra
della
sala
,
han
l
'
aria
d
'
un
fuoco
artificiale
che
si
sgrana
e
piove
adagio
adagio
.
Quando
la
musica
attacca
,
il
dancing
si
riempie
come
una
piscina
.
I
danzatori
scendono
a
precipizio
le
scalette
di
quattro
o
cinque
gradini
e
si
buttano
tra
il
pubblico
che
balla
.
È
l
'
atto
di
chi
vuole
annegare
.
Stando
seduti
a
un
tavolo
si
può
contemplare
dall
'
alto
lo
spettacolo
.
Languide
coppie
,
flutti
amorosi
,
marosi
densi
di
schiuma
,
amplessi
,
cuori
spezzati
,
abbracciamenti
di
naufraghi
,
e
sorrisi
morenti
;
smarrite
figure
di
efebi
,
ricciuti
come
gli
agnelli
,
che
nuotano
appaiati
;
linfatiche
fanciulle
che
balbettano
in
quel
bagno
cocente
;
l
'
una
all
'
altra
allacciate
,
esse
si
chiudono
come
i
fiori
la
sera
in
una
stretta
che
non
si
allenta
più
.
Marinai
di
Toione
,
branchi
di
cortigiane
,
negri
della
Martinica
,
carbone
nella
farina
,
arrancano
in
schiere
fitte
.
Americani
del
sud
madidi
di
sudore
e
gente
d
'
ogni
razza
,
stranieri
che
han
perduto
il
nome
e
le
radici
,
galleggiano
inerti
e
colmano
di
procelloso
letargo
quest
'
ultimo
peno
boreale
.
I
riflettori
sembrano
frugare
in
quel
vivaio
mostruoso
che
fa
corpo
e
cammina
a
rilento
come
un
immenso
camaleonte
.
Le
ali
dei
mulini
rimuovono
e
sospingono
la
calca
.
Si
macina
davvero
là
dentro
,
si
macina
,
con
un
accanimento
pesante
,
sonnolento
.
I
suonatori
del
jazz
band
imitano
alla
lontana
gli
urli
di
un
'
orda
indiana
,
e
il
saxofono
a
solo
,
ripete
le
obiezioni
,
i
lagni
e
le
risate
d
'
un
ottentotto
che
soffre
il
solletico
.
Le
più
strane
vociferazioni
istrumentali
ripercosse
dalle
gole
dei
monti
s
'
estinguono
nelle
aperte
campagne
.
Fu
dopo
l
'
armistizio
che
capitai
la
prima
volta
in
questo
luogo
.
La
virtú
come
un
uccello
preso
al
vischio
,
batteva
le
ali
e
perdeva
le
penne
:
ma
,
come
erano
belle
le
giovani
donne
quel
giorno
;
e
nei
ballerini
,
quanta
eleganza
caduca
.
C
'
era
passata
la
guerra
,
la
febbre
spagnuola
,
poi
s
'
era
abbattuto
sul
Moulin
Rouge
il
fuoco
bianco
,
la
nevicata
leggera
e
diaccia
degli
stupefacenti
.
L
'
amore
al
suo
apogeo
s
'
era
gelato
là
dentro
.
Ti
pareva
vedere
le
grandi
ondate
impennarsi
,
frangersi
nell
'
angelico
tango
,
l
'
una
sull
'
altra
,
come
cristallo
.
Un
assideramento
,
un
'
angoscia
solenne
regnava
nella
sala
.
Colavano
tutti
con
una
acquiescenza
collettiva
verso
l
'
orlo
d
'
un
mondo
che
finisce
,
quei
danzatori
,
e
sembravano
poeti
,
condannati
a
morte
,
spoglie
di
preti
annegati
che
vanno
alla
deriva
.
Oh
,
quel
silenzio
di
tante
bocche
aperte
,
o
premute
contro
altre
bocche
!
Il
pallore
di
quelle
facce
che
volteggiano
abbagliate
e
cadono
nel
segno
di
zone
oscure
e
calde
!
Non
un
grido
che
rompesse
l
'
alta
veglia
.
Il
silenzio
di
quella
folla
bagnata
nella
luce
dolce
dei
fari
era
il
silenzio
eroico
di
una
ciurma
che
danza
su
un
battello
che
affonda
.
Oggi
la
mise
en
scène
è
la
stessa
,
e
a
dir
la
verità
tutti
gli
apparati
vieux
jeu
sono
a
posto
e
badano
a
funzionare
,
ma
la
clientela
è
cambiata
;
le
pale
girano
invano
cercando
di
riprendere
la
rotta
d
'
una
volta
,
i
tempi
sono
scarsi
e
il
Moulin
Rouge
non
è
più
il
mare
,
l
'
inferno
,
l
'
eternità
del
piacere
;
le
chimere
alate
che
accompagnavano
quel
viaggio
interminabile
sono
dileguate
.
Il
«
dopoguerra
»
è
finito
con
tutte
le
sue
prodigalità
e
i
suoi
vizi
;
eccola
quasi
sgombra
nel
riverbero
bieco
,
la
gran
sala
da
ballo
rossa
di
vergogna
e
di
luce
!
La
grandezza
,
lo
stoicismo
pauroso
di
quella
folla
che
un
impeto
di
distruzione
trasfigurava
,
tutto
è
scomparso
.
Adesso
si
vivacchia
là
dentro
.
Il
piccolo
ceto
trionfa
.
Gli
approcci
sono
cauti
,
i
contatti
prudenti
;
si
balla
per
fare
un
esercizio
igienico
.
Un
ordine
borghese
e
una
rigorosa
economia
presiedono
quei
festini
.
L
'
egoismo
inquadrato
nella
morale
fa
le
sue
evoluzioni
,
qui
dove
molti
anni
or
sono
era
in
voga
il
prodigioso
contorsionista
chiamato
le
desossé
,
qui
dove
faceva
furore
la
celebre
Golue
,
danzatrice
indecente
,
che
più
tardi
mise
su
una
baracca
e
fece
la
domatrice
di
leoni
.
Ormai
il
Moulin
Rouge
è
diventato
il
fondo
d
'
una
caverna
nuda
.
Il
genius
loci
è
scappato
con
tutto
il
suo
arsenale
di
cose
celesti
e
malefiche
;
perseguitato
dalla
polizia
,
ha
cambiato
quartiere
e
chissà
dove
nasconde
adesso
i
suoi
veleni
.
La
storia
di
questo
stabilimento
è
scritta
da
un
pittore
umorista
sui
muri
della
sala
,
pornografica
memoria
'
d
'
un
'
età
scandalosa
che
un
illustre
destino
illumina
grandiosamente
.
Un
furore
erotico
,
scatenamento
dei
sensi
,
si
sferrò
da
Montmartre
e
più
precisamente
dal
Moulin
Rouge
sul
mondo
.
I
più
bizzarri
spiriti
di
Parigi
son
ricordati
nell
'
album
di
questo
venerabile
bordello
.
La
sala
che
venne
rinnovata
pochi
anni
fa
era
più
ristretta
,
a
quei
tempi
,
era
l
'
epoca
del
chiaro
scuro
,
del
brio
all
'
italiana
,
e
i
veri
diamanti
,
le
gemme
,
e
gli
occhi
neri
di
quella
gioventú
guarivano
di
cupi
lampi
il
buio
delle
logge
.
La
spavalderia
francese
s
'
impegnava
,
come
in
una
mischia
,
nei
«
lancieri
»
che
allora
eran
di
moda
.
Ai
comandi
stentorei
d
'
un
direttore
di
«
quadriglia
»
gli
ampi
mantelli
scarlatti
degli
spahis
fluttuavano
,
e
gli
zuavi
dai
lunghi
baffi
a
punta
e
dal
pizzo
alla
Napoleone
III
avanzavano
a
scaglioni
tenendo
per
la
mano
le
loro
belle
dai
cappelli
di
paglia
.
Sciami
di
brillanti
ufficiali
dal
petto
coperto
di
medaglie
portavano
là
dentro
un
soffio
di
gloria
coloniale
.
Irresistibili
megere
,
tra
uno
sfolgorio
di
guerrieri
,
tiravan
su
le
gonne
e
si
abbandonavano
ai
parossismi
osceni
del
cancan
.
III
Montparnasse
Si
tratta
di
una
montagna
alta
pochi
metri
;
poniamo
che
siano
dieci
.
Dalla
Senna
si
risale
un
pendio
dolce
e
lunghissimo
.
Il
boulevard
Raspail
mena
su
insensibilmente
alla
città
delle
arti
.
Dal
piano
al
monte
Parnaso
.
A
Parigi
senza
immaginazione
non
c
'
è
realtà
e
le
più
esagerate
definizioni
hanno
in
questo
paese
una
naturalezza
indiscutibile
.
Benché
la
decantata
montagna
sia
poco
più
alta
d
'
un
primo
piano
dal
livello
medio
della
metropoli
,
la
sua
ariosa
groppa
non
è
lontana
dal
cielo
.
Le
nubi
e
le
stelle
si
mescolano
alla
gente
accampata
sul
dorso
tondo
e
interminabile
di
questa
planetaria
altura
.
Vivere
qui
vuol
dire
aver
tutta
Parigi
sotto
i
piedi
.
Qui
prima
che
in
ogni
altro
luogo
si
risveglia
la
vita
del
mondo
.
Montparnasse
è
l
'
avanguardia
che
entra
nel
futuro
.
Molti
anni
fa
Montparnasse
fu
il
rifugio
di
alcuni
imbrattatele
profughi
di
Montmartre
.
Discesi
furtivamente
da
un
versante
,
traversando
la
bassa
e
i
ponti
della
Senna
,
costoro
risalirono
l
'
altro
versante
.
Fu
un
atto
di
secessione
,
umile
e
silenzioso
ma
pieno
di
una
funebre
eloquenza
.
Allora
Montparnasse
era
un
villaggio
senza
lumi
,
un
sordido
nido
di
apaches
,
di
misantropi
,
di
anacoreti
e
di
beghíne
.
Fantasmi
s
'
aggiravano
nella
bruma
serale
.
Nei
giorni
di
sole
i
primi
pittori
esponevano
le
loro
croste
sul
trottoir
e
,
avvolti
nei
loro
mantelli
,
si
sedevano
a
lato
.
Col
coprifuoco
,
la
popolazione
era
già
tutta
a
letto
.
I
più
eleganti
nottambuli
cominciarono
allora
a
spingere
lassú
le
loro
pericolose
escursioni
.
Il
quartiere
aveva
il
suo
clima
Victorhughiano
,
e
le
sue
burrasche
di
montagna
.
Quasi
invisibile
nei
cieli
carichi
di
nuvolaglia
,
come
un
naviglio
rovesciato
,
quando
la
tempesta
è
passata
,
Montparnasse
riprendeva
al
mattino
il
suo
equibrio
in
una
atmosfera
abbuiata
.
Modigliani
venne
qui
dall
'
Italia
.
Fornito
di
speranze
e
di
quattrini
.
Arrivato
di
fresco
,
bianco
e
rosso
come
una
rosa
,
egli
era
un
giovane
in
gamba
che
si
tirava
dietro
un
bel
cane
di
lusso
.
Ma
si
buscò
il
mal
del
paese
:
la
pittura
.
Cominciò
a
menare
una
vita
grama
.
Il
zerbinotto
si
trasformò
in
un
leone
affranto
.
Basta
,
fu
il
solito
scherzo
.
Era
già
celebre
,
e
moriva
di
fame
.
Un
fremito
d
'
orrore
e
un
miserabile
intenerimento
circondarono
la
sua
fine
prematura
.
Oggi
i
suoi
quadri
valgon
cento
sterline
.
Un
congresso
perenne
dei
cinque
continenti
imperversa
quassú
.
Montparnasse
,
mercato
della
pittura
,
è
chiassoso
come
una
Borsa
Americana
.
Mercanti
,
espositori
,
negozianti
di
colori
,
modelli
,
critici
,
letterati
,
poeti
e
artisti
,
fabbricanti
di
cornici
,
consiglieri
ed
amici
fanno
una
popolazione
di
centomila
persone
.
Secondo
l
'
ultimo
censimento
i
pittori
son
trentamila
,
di
cui
tremila
giapponesi
.
La
pittura
è
la
legge
che
regge
il
circondario
.
Picasso
,
Giorgio
de
Chirico
,
Derain
,
Braque
,
Fujita
son
gli
dei
sull
'
altare
.
Ma
tutto
cambia
:
nella
stagione
propizia
il
cielo
s
'
apre
e
ondeggia
come
un
ventaglio
,
e
l
'
angelo
dell
'
avvenire
sbuca
dall
'
alto
con
indicibile
fragore
.
Eccolo
volare
su
queste
straordinarie
terrazze
dei
caffè
di
Montparnasse
.
Le
mogli
dei
pittori
,
le
amiche
,
le
compagne
,
le
concubine
,
le
ammiratrici
anch
'
esse
e
le
maîtresses
si
mettono
a
dipingere
e
a
digiunare
entusiasticamente
;
e
all
'
impensata
i
successi
precipitano
su
qualche
testa
fortunata
.
E
molte
teste
le
senti
friggere
,
le
vedi
schizzar
sale
come
casseruole
sui
fornelli
,
ci
sono
delle
teste
bollenti
che
fischiano
,
traboccano
come
marmitte
e
dan
fuori
all
'
improvviso
le
più
portentose
invenzioni
.
Quello
che
gli
uni
sprecano
vien
raccolto
dagli
altri
;
anche
la
poesia
,
il
genio
.
Il
plagio
flagrante
arricchisce
i
poveri
di
spirito
.
Quei
che
cadde
risorge
per
bocca
degli
apostoli
.
La
scuola
libera
dei
caffè
e
degli
ateliers
,
fa
le
rivoluzioni
,
la
luce
e
le
scoperte
.
Qui
non
si
perde
nulla
,
né
un
gesto
,
né
un
'
idea
.
Anche
i
morti
ritornano
.
Donne
fatali
,
coi
gomiti
sul
tavolo
,
stan
mute
come
furie
a
guardare
.
Femmine
con
le
tempie
rosa
,
le
labbra
accese
di
minio
e
gli
occhi
neri
che
rîon
finiscono
più
,
fumano
e
sghignazzano
.
Altre
,
a
gambe
larghe
,
ingoiano
ostriche
,
apostrofano
senza
riserve
il
prossimo
,
e
poi
si
fan
chiamar
principesse
.
Montparnasse
,
periferica
regione
,
cosmopoli
di
artisti
.
A
sentir
loro
non
c
'
è
che
Montparnasse
,
strapaese
del
mondo
.
Qui
ci
sono
dei
tipi
,
venuti
dagli
antipodi
,
che
frequentano
,
dieci
anni
di
fila
,
sempre
lo
stesso
bar
,
e
non
han
mai
visto
Parigi
:
ci
son
profeti
e
fachiri
in
quarantena
;
s
'
allungano
i
loro
visi
a
forza
di
caffè
e
latte
,
ma
i
loro
discorsi
non
mutano
:
tavolozze
e
colori
.
Un
vecchio
e
tenace
abitué
del
caffè
della
Rotonde
,
col
mento
appoggiato
al
bastone
,
ascolta
costernato
le
ragioni
dell
'
uno
e
dell
'
altro
,
poi
guardandosi
intorno
prorompe
,
comincia
a
strillare
:
«
Ah
,
prima
di
morire
vorrei
pur
conoscere
anch
'
io
qualcuno
che
non
sia
pittore
!
»
L
'
arte
,
qui
si
rinnova
a
catena
.
Di
deduzione
in
deduzione
,
di
nome
in
nome
passa
la
corrente
.
Gli
uni
aiutano
gli
altri
:
è
una
collaborazione
accanita
e
tenace
che
fa
l
'
arte
francese
.
Ogni
tanto
un
anello
si
spezza
e
cade
.
Il
circolo
s
'
accorcia
e
si
stringe
.
Chi
è
perduto
se
ne
va
per
le
strade
,
si
affaccia
alla
porta
dei
caffè
come
un
'
ombra
.
Genio
morso
dalla
paralisi
;
straziante
agonia
!
Il
povero
raté
cammina
da
un
posto
all
'
altro
e
quasi
ti
sembra
di
vedere
il
sangue
spicciare
sul
suo
fianco
.
Quando
la
giornata
è
quasi
finita
,
quando
il
lavoro
è
cessato
,
e
i
bagliori
del
giorno
corrono
a
incrociarsi
un
'
ultima
volta
nell
'
aria
come
fasci
di
frecce
,
quando
il
cielo
si
copre
gradatamente
di
veli
e
di
silenzio
,
l
'
illustre
Babele
sembra
vacillare
sulle
sue
radici
,
dilatarsi
e
bere
tutto
il
lume
che
gronda
.
Dall
'
Avenue
de
l
'
Observatoire
fino
alla
gare
di
Montparnasse
l
'
immenso
quartiere
s
'
accende
pavesato
di
colori
e
di
fuochi
,
vuol
rompere
gli
ormeggi
e
sollevarsi
su
un
'
onda
di
clamori
gonfio
e
glorioso
,
come
una
gran
nave
che
salpa
.
IV
Jean
Lurçat
È
un
pittore
di
mia
scelta
.
Il
caso
me
lo
fece
conoscere
quand
'
egli
era
già
celebre
a
Parigi
.
Dinanzi
a
qualche
sua
tela
m
'
accorsi
che
una
improvvisa
e
vivace
parentela
mi
legava
a
lui
:
cominciavo
a
sentire
il
suono
dei
suoi
colori
.
Partiva
per
l
'
Egitto
per
due
mesi
.
Gli
chiesi
se
avrebbe
dipinto
molto
laggiú
.
Non
dipingerò
,
prenderò
soltanto
qualche
nota
,
rispose
Lurçat
,
mostrandomi
un
piccolo
quaderno
da
cinque
soldi
.
La
luce
del
sole
ti
mostra
un
lato
e
ti
nasconde
l
'
altro
che
la
luna
rischiara
.
Lo
stesso
paesaggio
,
a
seconda
del
lume
non
lo
riconosci
più
.
La
luce
piglia
mille
forme
:
la
spada
,
il
raggio
,
la
nebbia
,
il
punto
invetrato
,
il
bagliore
,
la
scarica
,
il
vapore
,
il
miraggio
,
il
riverbero
,
la
freccia
,
la
fascia
,
ecc
.
,
sempre
inganna
.
Sempre
ingiusta
e
parziale
,
complice
nella
frode
della
tenebra
,
la
luce
morta
e
sanguigna
cammina
nell
'
oscurità
e
provoca
l
'
incendio
.
È
una
miscela
che
cola
dalle
fessure
.
Batte
contro
il
muro
e
ripiega
.
Squadra
i
massi
che
le
ostruiscono
il
cammino
,
fa
l
'
angolo
e
ricade
più
in
là
come
un
mantello
fumante
.
La
luce
è
il
bene
e
il
male
,
la
luce
tradisce
i
fatti
che
stan
quatti
nell
'
ombra
.
Tutto
il
mondo
fu
creato
al
buio
e
dall
'
interno
.
La
luna
,
il
sole
,
vennero
appesi
clandestinamente
all
'
universo
come
quando
si
prepara
uno
spettacolo
.
E
perfino
le
stelle
,
l
'
acqua
,
i
fiori
,
tutto
venne
finito
alla
cieca
,
a
tastoni
nell
'
inerzia
spenta
d
'
un
'
eclisse
totale
.
Il
primo
razzo
sprizzò
dai
vulcani
.
La
luce
entrò
in
iscena
come
una
ballerina
sulle
cime
più
alte
dei
monti
:
e
tutti
gli
occhi
la
seguirono
impazziti
.
Poi
invase
il
cielo
e
scivolò
sul
mare
.
In
quel
punto
Qualcuno
si
copri
e
scomparve
,
come
il
macchinista
quando
s
'
alza
il
sipario
.
La
luce
è
la
strada
che
un
foro
nelle
persiane
ti
mostra
sul
soffitto
:
la
strada
che
si
muove
sulla
tua
testa
e
va
alla
rovescia
-
-
la
luce
è
la
negativa
fotografica
.
Quel
che
è
bianco
diventa
nero
-
-
e
viceversa
.
E
quella
elettrica
è
una
maschera
diabolica
:
sta
là
come
un
enigma
e
poi
d
'
un
tratto
si
spegne
.
È
sempre
lo
stesso
inganno
.
Il
cervello
ne
soffre
!
La
nostra
intelligenza
educata
a
quel
giuoco
diventò
come
quella
,
fece
le
stesse
manovre
,
e
ne
assunse
le
veci
.
Oramai
si
può
dipingere
con
l
'
intelligenza
,
che
non
è
soltanto
la
memoria
della
luce
,
ma
ne
è
la
rivale
.
Ecco
perché
Lurçat
non
pianta
il
cavalletto
nel
deserto
,
ma
torna
in
Francia
e
dipinge
la
notte
.
Crea
e
distrugge
,
non
tiene
mai
fede
la
luce
.
Si
sposta
,
fugge
codarda
come
un
profeta
che
abbandona
il
suo
popolo
.
Così
l
'
intelligenza
.
Anch
'
essa
prende
tutti
gli
aspetti
.
Penetra
e
si
ritrae
.
Il
pittore
si
guardi
dall
'
una
e
dall
'
altra
.
La
loro
velocità
turba
continuamente
le
sue
lunghe
esperienze
.
Sul
posto
illuminato
,
prontezza
,
abilità
non
servono
;
non
c
'
è
che
il
ricordo
che
un
sentimento
trattiene
,
quella
memoria
che
pesa
sui
nostri
destini
,
la
memoria
che
vale
.
Da
un
bisogno
di
esprimersi
per
dimenticare
tralucenti
figure
sorgono
e
si
svuotano
mollemente
nel
nulla
.
È
in
questo
modo
tacito
che
si
risolve
l
'
arte
ultima
di
Lurçat
.
Stan
là
i
suoi
disegni
con
la
fissità
di
una
proiezione
medianica
.
Sospesi
nel
vuoto
lasciato
da
un
mistero
svelato
,
allo
sbocco
di
uno
di
quegli
amori
inenarrabili
nei
quali
si
penetra
senza
paura
,
disperatamente
fin
che
ci
si
trova
dinanzi
a
un
muro
,
le
bocche
di
otto
fucili
dietro
la
schiena
,
e
la
grazia
arriva
appena
in
tempo
.
Allora
solamente
si
ha
il
diritto
di
dipingere
,
di
fare
della
musica
,
e
di
scrivere
in
versi
.
Se
no
è
meglio
tenersi
in
riserva
.
L
'
astinenza
è
al
sommo
dell
'
arte
.
I
suoi
disegni
sono
un
filo
caduto
sull
'
acqua
corrente
;
l
'
oblio
se
lo
porta
via
.
Rimembranza
,
sul
punto
di
snodarsi
ancora
riconoscibile
.
Sono
un
lungo
capello
di
donna
che
si
torce
nel
catino
.
Un
arabesco
,
un
geroglifico
,
una
scrittura
ampia
che
segna
l
'
itinerario
dell
'
umore
di
un
artista
.
Prospettive
che
hanno
un
livello
e
un
equilibrio
olimpico
.
Ci
si
vede
la
mano
abituata
a
disegnare
dopo
il
diluvio
le
nuove
carte
geografiche
:
spartizione
della
terra
e
delle
acque
.
Il
semplice
contorno
d
'
un
nudo
ti
sembra
un
continente
.
Figure
che
s
'
ingrandiscono
a
guardarle
,
pigliano
un
'
aria
di
antico
mistero
,
assorte
in
quella
lucidità
divina
che
precede
la
morte
.
Fluido
che
emana
dai
durissimi
pensieri
che
non
si
sciolgono
.
Apparizione
estremamente
labile
che
non
può
essere
veduta
,
scoperta
e
capita
che
una
sola
volta
;
una
volta
sola
prima
che
si
spezzi
.
Lurçat
è
capace
di
creare
col
semplice
ausilio
d
'
un
foglio
bianco
delle
grandi
distanze
tranquille
.
Passato
il
periodo
delle
contrazioni
,
dei
tormenti
del
fuoco
creativo
,
l
'
artista
lontano
,
quasi
assente
,
un
ritmo
largo
e
tranquillo
,
un
ritmo
d
'
ispirazione
postuma
fa
galleggiare
guida
e
conduce
oziosamente
queste
composizioni
piene
di
limpide
risonanze
.
Immagini
che
eran
rimaste
per
anni
impacchettate
nella
memoria
,
sfilano
dalla
matita
dell
'
artista
e
s
'
avviano
al
largo
;
veicolo
,
veicolo
progressivo
da
un
cartone
all
'
altro
.
Quel
che
vi
spinge
a
chiedere
se
non
c
'
è
là
sotto
una
storia
.
Non
saprei
quale
storia
-
-
mormora
Lurçat
-
-
e
pur
tuttavia
una
storia
ignorata
si
muove
occultamente
in
quei
lavori
:
la
storia
degli
anelli
di
fumo
che
fan
catena
senza
che
il
fumatore
pensieroso
ci
pensi
.
È
l
'
ispirazione
clandestina
che
distrattamente
sfugge
in
spirali
dal
comignolo
quando
il
fuoco
non
è
ancora
spento
.
La
sua
pittura
è
sobria
,
preziosa
,
circoscritta
da
un
esaltato
lirismo
,
aristocratica
,
chiara
e
nutrita
di
solitarie
arditezze
.
Nei
suoi
cieli
c
'
è
del
metallo
,
il
metallo
più
leggero
,
l
'
alluminio
.
Poi
i
suoi
volumi
sono
dei
pani
di
gesso
insozzati
di
rossetto
e
di
sangue
.
Alcuni
segnacci
neri
ci
sono
,
ma
son
rari
,
sguardi
di
corvo
,
spessi
e
crassi
come
le
tracce
d
'
un
sughero
bruciato
.
E
l
'
oscurità
c
'
è
,
ma
rosa
,
piuttosto
che
violetta
.
Mentre
le
ombre
portate
son
nere
come
l
'
Estate
.
V
Italia
e
Francia
L
'
italiana
è
una
lingua
sincera
e
poetica
,
ma
ritrosa
e
senza
praticità
.
Non
si
lascia
sfruttare
,
né
ridurre
in
briciole
.
Con
essa
non
si
fa
mercato
.
Senza
la
ritrosia
che
la
protegge
e
l
'
inceppa
la
nostra
lingua
avrebbe
raggiunto
il
Polo
e
l
'
Equatore
;
invece
l
'
italiana
,
la
lingua
più
bella
di
tutte
,
è
rimasta
quasi
sempre
tappata
in
casa
,
pudica
di
modi
e
di
costumi
.
E
nel
viver
ritirato
conservò
una
freschezza
coperta
e
intatta
,
come
una
monaca
in
clausura
.
Ci
vuole
un
cuore
filiale
,
mille
precauzioni
e
un
sentimento
fortissimo
per
smuovere
dal
buio
i
suoi
vocaboli
prodigiosi
,
per
trasportare
questa
lingua
timorosa
e
devota
di
qualche
passo
più
innanzi
,
in
modo
che
la
luce
del
mondo
cada
,
per
un
giorno
almeno
,
su
essa
.
Lieve
e
lungo
ha
il
respiro
,
e
nei
ricordi
,
la
lingua
nostra
,
trova
degli
accenti
da
sonnambula
che
durano
a
girare
nell
'
ombra
,
come
il
vento
in
un
pozzo
.
Schiva
,
e
incerta
nelle
sue
leggi
grammaticali
,
tarda
nella
compilazione
del
suo
dizionario
,
piena
di
amene
sentenze
proverbiali
,
la
lingua
italiana
si
esaurisce
subito
,
non
si
lascia
acchiappare
e
mettere
in
cattedra
.
Fugge
i
ragionamenti
,
cerca
la
melodia
.
Non
vuol
servire
,
non
vuole
obbedire
.
Umile
,
ma
tenace
,
essa
tende
a
dominare
il
pensiero
a
traverso
l
'
orecchio
.
Invece
la
lingua
francese
è
tutta
a
frasi
fatte
,
e
scorre
via
come
un
tapis
roulant
.
Ti
porta
dove
vuoi
.
In
città
,
in
campagna
.
Duttile
,
disinvolta
,
maneggevole
,
logica
,
e
animatissima
lingua
;
non
c
'
è
che
da
immergere
le
mani
nel
suo
sacco
per
cavarle
fosforescenti
di
spirito
.
Là
dentro
sembrano
fervere
tutti
i
tesori
illusorii
.
Le
sue
frasi
entrano
l
'
una
nell
'
altra
agevolmente
come
gli
anelli
di
una
catena
.
Ciascuno
può
variare
il
giunco
.
Parlando
,
o
scrivendo
,
il
francese
è
un
mercato
aperto
.
Mentre
,
in
italiano
,
per
comporla
,
una
pagina
,
ci
vuole
un
talismano
,
ci
vuole
la
cupa
passione
d
'
un
poeta
.
Se
no
la
nostra
lingua
si
sbarazza
crudelmente
dei
suoi
esploratori
.
Il
francese
è
tutto
sfumature
e
sfondi
.
La
nostra
lingua
invece
non
sembra
avere
che
una
dimensione
:
la
sua
superficie
nuda
.
Non
sembra
promettere
che
una
ricompensa
:
la
sua
consistenza
sonora
.
E
bisogna
riscaldarla
col
proprio
fiato
,
questo
candore
di
lingua
.
Il
suo
volto
uniforme
,
immoto
,
sembra
senza
rilievo
,
tanto
il
rilievo
è
cancellato
dagli
anni
;
e
le
cavità
sono
piene
di
polvere
.
Palpandola
come
un
cieco
,
soltanto
al
tatto
,
si
ritrovano
le
tracce
della
sua
bellezza
immortale
.
Ma
se
la
crosta
classica
si
rompe
,
un
sangue
caldo
scaturisce
e
ti
spruzza
-
-
il
linguaggio
popolare
altrettanto
rosso
quanto
è
bianca
quella
fronte
di
gesso
.
In
francese
ogni
parola
è
un
arnese
.
Il
francese
si
gonfia
,
si
moltiplica
,
ci
riempie
le
tasche
ed
í
cassetti
,
s
'
adatta
a
tutte
le
dimensioni
dell
'
intelligenza
.
È
come
il
colore
sulla
tavolozza
.
Col
francese
si
dipinge
,
si
fan
velature
,
si
avvolge
la
verità
,
il
nudo
e
i
suoi
difetti
.
La
lingua
italiana
quando
l
'
hai
fra
le
braccia
,
e
non
ti
scappa
,
ti
pare
,
fuor
di
senno
,
che
palpiti
offrendoti
il
fianco
,
invece
si
raffredda
da
capo
,
si
distende
e
non
si
muove
più
.
Ci
vuole
il
potere
magnetico
,
l
'
energia
d
'
un
Cagliostro
,
perché
la
lingua
italiana
si
levi
,
cammini
,
e
ti
segua
.
È
la
lingua
della
Sibilla
che
rifiuta
di
spiegarsi
.
-
-
Poche
parole
traversano
la
notte
dei
tempi
,
molte
parole
non
direbbero
nulla
.
Il
suo
antico
pudore
è
diventato
solennità
.
Nella
conversazione
perde
il
senso
e
si
spegne
.
Per
cavarne
un
suono
giusto
bisogna
che
la
nostra
fantasia
e
la
sua
originalità
si
tocchino
,
e
ci
vuole
il
più
amoroso
accorgimento
per
non
turbare
la
sua
trasparenza
di
sorgente
alla
quale
non
si
può
bere
che
a
fior
d
'
acqua
,
essendo
il
fondo
torbido
facile
a
salire
leggero
.
La
Francia
e
l
'
Italia
sono
due
modi
differenti
di
rappresentare
l
'
eternità
;
e
la
loro
vicinanza
è
un
capolavoro
del
tempo
.
Che
cosa
sarebbe
la
Francia
senza
l
'
Italia
al
suo
fianco
?
E
viceversa
.
I
due
colori
attigui
sulla
carta
d
'
Europa
dànno
un
accordo
portentoso
;
ma
non
potresti
dire
quale
è
quello
dei
due
,
che
fa
cantare
l
'
altro
.
Quale
preferire
fra
queste
due
sorelle
?
L
'
una
mobile
,
capricciosa
,
diversa
di
giorno
in
giorno
,
l
'
altra
,
dal
collo
taurino
,
ferma
come
una
statua
abituata
a
portare
sul
capo
il
peso
dei
secoli
.
Dinanzi
a
quello
scenario
della
Storia
che
è
il
Mediterraneo
,
l
'
Italia
e
la
Francia
seggono
vicine
,
come
due
sorelle
a
teatro
.
L
'
una
è
golosa
,
spiritata
,
inquietante
,
quasi
fastidiosa
,
per
civetteria
perde
in
pubblico
ogni
contegno
.
L
'
altra
modesta
e
nobile
,
s
'
offende
e
si
colora
di
fuoco
fino
al
bianco
degli
occhi
.
La
Francia
smania
,
soffre
il
solletico
,
per
farci
dispetto
tira
la
lingua
e
si
busca
qualche
gomitata
fra
le
costole
.
La
colpa
di
questi
litigi
è
tutta
delle
due
lingue
,
che
pur
somigliando
sono
sempre
discordi
.
Ci
vorrebbe
un
traduttore
intelligente
sino
alla
punta
dei
capelli
,
un
musicista
addirittura
,
per
creare
quell
'
armonia
che
manca
.
L
'
equivalente
non
si
trova
e
,
il
commercio
ne
soffre
.
Tu
gli
dai
un
cinghiale
,
egli
ti
restituisce
un
maiale
,
poi
ti
dà
lui
un
coniglio
e
tu
gli
rendi
una
lepre
.
E
sempre
lo
stesso
equivoco
,
fra
italiani
e
francesi
,
e
il
conto
non
torna
mai
.
Tuttavia
,
per
rappresaglia
,
dobbiamo
noi
cadere
in
ginocchio
dinanzi
agli
inventori
del
W.C.
?
Non
è
forse
la
nostra
burrascosa
convivenza
illustrata
da
fatti
chiari
e
gloriosi
?
Si
dice
che
della
moderna
civiltà
americana
non
rimarranno
che
mari
di
scatole
di
latta
.
L
'
impero
ottomano
non
ci
lasciò
che
piramidi
di
teschi
;
i
turchi
non
produssero
che
deserti
di
sabbia
.
La
Russia
non
è
più
che
uno
spaccio
di
disperazione
.
I
tedeschi
,
da
Wagner
,
a
traverso
Bruckner
,
Strauss
e
Reger
s
'
andarono
a
ficcare
nel
cemento
armato
,
e
lí
sono
rimasti
.
Dopo
la
guerra
mondiale
,
il
Tempo
se
vuol
ritrovare
la
compiacenza
e
l
'
orgoglio
d
'
esser
vecchio
e
immortale
deve
posare
il
piede
sulla
terra
latina
,
e
rientrare
nel
suo
mondo
cattolico
.
Spagna
,
Italia
e
Francia
lo
consoleranno
d
'
essere
eterno
.
L
'
Italia
che
da
Roma
in
poi
concede
a
questo
ospite
il
suo
silenzio
sacro
,
conservi
il
suo
atteggiamento
olimpico
.
Con
due
arance
al
posto
degli
occhi
,
simulacro
arcaico
squassato
dai
terremoti
,
l
'
Italia
riprende
la
sua
accecata
immobilità
d
'
avamposto
.
Il
deserto
è
vicino
.
Mentre
l
'
altra
sorella
,
velata
dalle
sue
piogge
,
esaltata
dai
venti
dell
'
Atlantico
,
sempre
nuova
di
umore
e
di
toilettes
,
in
un
cocchio
a
due
ruote
leggere
scarrozza
mollemente
.
La
sua
è
una
passeggiata
letteraria
;
poeti
,
scrittori
,
artisti
e
giornalisti
si
slanciano
alle
stanghe
e
le
fan
fare
il
giro
del
bosco
di
Boulogne
.
La
poesia
italiana
è
una
statua
posata
su
un
carrello
basso
e
grossolano
;
dalle
tozze
ruote
di
legno
,
simile
a
quelli
che
trasportano
i
blocchi
di
marmo
di
Carrara
.
Un
uomo
erculeo
tira
quel
carro
,
che
esce
al
sole
come
un
idolo
una
volta
ogni
cent
'
anni
.
Tutta
l
'
antica
ciociaria
prosternata
fa
ala
al
suo
passaggio
.
VI
L
'
Opéra
Eravamo
smemorati
del
tutto
e
ravvolti
in
una
perplessità
senza
causa
.
Pioveva
ancora
un
poco
,
a
tratti
.
Per
l
'
aria
c
'
era
una
sospensione
vaga
e
inquieta
come
per
la
presenza
nebulosa
e
immota
di
cose
disfatte
,
passate
.
Lo
spazio
,
pieno
di
caligine
,
sembrava
assordito
e
remoto
,
e
tra
gli
aspetti
tumultuosi
e
crudi
della
realtà
avresti
creduto
di
sentir
frusciar
via
quieto
,
assorto
,
il
panorama
di
una
vita
anteriore
.
E
pure
quella
era
l
'
ora
febbrile
e
clamorosa
delle
ultime
notizie
di
Parigi
.
Da
vicino
e
da
lontano
gli
strilloni
urlavano
come
demonii
scatenati
«
L
'
intransigeant
...
la
Ruhr
...
l
'
Armée
française
à
Coblenz
...
»
La
folla
si
muoveva
a
precipizio
con
quel
furore
francese
che
mescolato
alla
passione
politica
fa
di
certi
uomini
dei
fantocci
ridicoli
e
pericolosi
.
Fiumi
di
veicoli
enormi
e
d
'
ogni
specie
impazienti
circolavano
e
s
'
incrociavano
intorno
a
noi
,
scampanellando
senza
tregua
e
scaricando
a
bruciapelo
dalle
trombe
i
più
rauchi
e
mostruosi
avvertimenti
.
Nella
buca
ardente
della
ferrovia
sotterranea
si
gettavano
a
denti
stretti
torme
innumerevoli
di
pedoni
frettolosi
.
La
luce
elettrica
s
'
era
accesa
d
'
improvviso
sui
grandi
boulevards
e
sulla
lucida
Avenue
che
porta
al
Palais
Royal
.
Stavo
lí
su
due
piedi
fra
la
baraonda
dinanzi
all
'
edificio
dell
'
Opéra
.
La
gran
pignatta
costruita
dal
Garnier
e
circondata
di
statue
e
di
lampioni
malinconici
dominava
la
piazza
come
un
'
isola
fortificata
e
tenebrosa
.
In
alto
sul
frontone
del
famoso
e
diffamato
teatro
s
'
apriva
il
loggiato
pensile
che
illuminato
con
fuochi
di
bengala
svaporava
in
una
calda
tristezza
di
solitudine
.
Figure
incerte
e
femminee
s
'
affacciavano
all
'
aperto
,
si
sporgevano
nella
notte
,
si
muovevano
e
si
mescolavano
delicatamente
lassú
come
visioni
trepide
in
una
sede
sacra
ed
eccelsa
.
Trasecolando
guardavo
quel
presepio
aereo
.
La
baraonda
circostante
,
i
gridi
e
le
gomitate
mi
logoravano
i
nervi
mentre
quell
'
al
di
là
mi
invitava
col
suo
ineffabile
richiamo
.
Detto
fatto
slanciatomi
in
uno
spazio
libero
fra
le
automobili
con
un
salto
mi
trovai
fra
lo
scialbore
dei
fanali
ottocenteschi
,
l
'
ombra
delle
colonne
.
Nel
vestibolo
maestoso
e
vacuo
ogni
accesso
è
presidiato
da
una
specie
di
tribunale
eretto
sul
quale
troneggiano
,
solenni
,
dei
signori
in
frack
e
sparato
bianco
,
rasati
sino
al
blu
,
che
inalberano
sulla
testa
dei
magnifici
cilindri
di
alta
forma
.
Sono
questi
,
pallidi
tipi
di
croupiers
che
sorvegliano
,
sbadigliando
con
un
sussiego
accigliato
e
taciturno
,
gli
ingressi
e
verificano
i
biglietti
di
quelli
che
entrano
.
Ci
par
d
'
essere
nella
più
solenne
e
deserta
Corte
d
'
Assisi
.
E
fin
qui
,
nessuna
eco
musicale
che
giunga
a
noi
,
nessun
presentimento
lirico
.
Una
estenuazione
scoraggiante
,
un
che
di
blasé
fluttua
e
s
'
allunga
pei
vasti
corridoi
silenziosi
,
rischiarati
pigramente
.
Qualche
persona
di
qualità
entra
ancora
,
con
domestica
lentezza
.
Sono
dei
ritardatarii
:
un
cenno
,
e
traversano
stanchi
questo
primo
monumentale
controllo
.
Lo
spettacolo
deve
essere
già
incominciato
da
un
pezzo
.
Ci
buttiamo
verso
il
celebre
scalone
,
facciamo
i
gradini
a
due
per
volta
correndo
sul
tappeto
che
ci
guida
sempre
più
in
alto
.
I
giri
e
rigiri
sono
interminabili
:
durante
l
'
ascensione
ci
vien
fatto
d
'
intravvedere
tra
gli
splendori
spalancati
dei
promenoirs
l
'
uniforme
di
parata
di
una
guardia
repubblicana
che
vigila
sui
beni
dello
Stato
;
costui
ci
rimette
paternamente
su
la
buona
strada
.
Finalmente
eccoci
,
col
cuore
in
gola
,
all
'
ultimo
piano
;
là
ci
colpiscono
l
'
orecchio
gli
scoppi
vaghi
degli
ottoni
soffocati
dalla
porta
chiusa
e
i
mormorii
indistinti
di
un
coro
che
sembra
sepolto
.
C
'
è
ancora
tempo
,
tra
il
muro
e
la
porta
,
di
sbagliare
indirizzo
;
per
fortuna
la
guardarobiera
del
loggione
ci
soccorre
e
ci
mette
dentro
con
un
sorriso
e
un
inchino
impercettibile
.
Nell
'
oscurità
d
'
una
grotta
sonora
popolata
da
silhouettes
protese
,
intente
e
lampeggianti
come
terrecotte
nel
riverbero
di
un
forno
,
una
piccola
poltrona
di
velluto
rosso
,
vuota
,
al
davanzale
,
ci
aspetta
;
e
siamo
a
posto
.
Una
spanna
più
su
del
nostro
capo
il
soffitto
cupo
,
enorme
,
s
'
allarga
e
s
'
allontana
oscuramente
.
La
recita
è
in
pieno
corso
.
La
sala
immensa
del
teatro
s
'
apre
tutta
sotto
i
nostri
piedi
come
un
abisso
semibuio
,
silenzioso
e
formicolante
;
annegata
in
un
rosso
amaro
che
i
lumi
radi
e
protetti
non
riescono
a
guastare
.
Contempliamo
,
da
questo
nido
di
piccioni
,
la
turbinosa
inerzia
di
quel
mondo
sontuosamente
prostrato
in
una
beatitudine
crepuscolare
.
Nella
veglia
accaldata
e
sonnolenta
l
'
orchestra
quasi
roca
rimescola
e
sciupa
dolcemente
i
suoi
timbri
.
Le
armonie
si
addensano
e
si
diffondono
trasfigurate
come
a
vespero
.
I
violoncelli
circolano
sommessi
e
chini
fra
i
fiati
declinanti
mentre
le
trombe
echeggiano
tristi
,
trionfali
e
lente
nella
lontananza
.
Nessuno
potrà
dire
l
'
insistente
turbamento
che
dà
la
musica
in
questo
luogo
memorabile
,
popolato
e
fastoso
.
Una
ricchezza
pesante
e
ravvolta
di
colori
indistinti
quieti
si
coagula
all
'
intorno
.
Forme
gelide
dai
riflessi
misteriosi
nella
torrida
semi
oscurità
guizzano
irretite
nel
vasto
sogno
musicale
,
come
mosche
iridescenti
e
innumerevoli
,
prese
in
una
immensa
tela
di
ragno
.
Un
lampadario
a
palloni
opachi
grosso
come
un
carroaisel
,
illumina
da
vicino
le
grevi
incrostazioni
dorate
e
la
fumosa
e
violenta
pittura
della
cupola
.
A
mezz
'
aria
lembi
di
luce
han
fremiti
velati
e
perlacei
di
neve
che
ondeggi
nel
tramonto
e
si
sciolga
.
Dal
respiro
profondo
di
quelle
tenebre
trasparenti
,
vive
con
un
rilievo
leggero
misterioso
e
aggraziato
una
folla
sospesa
e
senza
età
.
Nelle
loggie
riboccanti
di
alto
ceto
giacciono
in
atteggiamento
di
contrizione
gli
sparati
immacolati
,
le
décolletées
pallide
e
ambigue
,
i
Granii
lucidi
e
privilegiati
e
le
lunghe
braccia
guantate
;
fra
la
seta
e
le
gemme
affacciata
ai
davanzali
dei
balconi
la
folla
siede
quasi
prosternata
.
I
tenui
raggi
dei
lumi
scivolano
sulla
lunghe
spalle
azzurrine
,
sui
dorsi
polposi
e
lisci
,
echeggiando
sul
raso
e
sul
velluto
verde
cobalto
con
uno
splendore
stanco
,
dissonante
e
morbido
di
toni
.
Sul
'
fondo
indistinto
vigila
,
eretta
e
ossequíente
,
la
nera
galanteria
dei
cavalieri
francesi
.
Mentre
non
è
troppo
vecchio
questo
teatro
ha
un
aspetto
di
decrepitudine
esanime
incantevole
come
,
a
vederlo
ritornare
,
così
sterminato
,
un
tempo
che
fu
.
In
questa
cornice
il
pubblico
sembra
proprio
quello
di
cento
anni
fa
.
Certo
,
quassú
al
nostro
posto
devono
esser
venuti
a
covare
il
loro
odio
gli
anarchici
dell
'
epoca
di
Ravachol
e
di
Blanqui
,
i
romantici
alcoolizzati
,
i
bombardieri
feroci
e
tutto
quel
proletariato
verdiano
cupo
e
fedele
,
capace
nella
sua
passione
sacrosanta
di
minacciare
con
lettere
fregiate
di
teschi
e
di
pugnali
chi
osasse
toccare
l
'
idolo
del
loro
fanatismo
.
Il
sipario
venerabile
e
smorto
,
dipinto
a
larghe
pieghe
di
velluto
sanguigno
discende
silenziosamente
.
Nell
'
intervallo
molti
spettatori
leggono
il
libretto
.
Curiosa
usanza
quella
di
richiamare
il
pubblico
quando
la
recita
riprende
,
con
una
serie
di
colpi
lugubri
e
reiterati
come
se
dietro
il
sipario
inchiodassero
un
feretro
.
L
'
orchestra
è
già
di
nuovo
tutta
a
posto
disseminata
fra
i
lumi
verdi
dei
leggii
e
sembra
un
accampamento
di
scarabei
in
cravatta
bianca
;
la
lettura
ricomincia
svogliata
e
accademica
.
Le
poltrone
di
velluto
paonazzo
della
platea
montano
irruenti
come
squadroni
della
vecchia
guardia
lanciati
verso
un
'
altura
,
in
file
serrate
e
ondeggianti
.
Il
pubblico
è
così
folto
che
copre
le
architetture
e
sembra
piovere
giú
dalla
cupola
nel
fuoco
crollante
delle
cavità
più
oscure
e
disperate
.
La
parete
di
contro
sembra
un
'
apoteosi
al
suo
epilogo
che
s
'
inabissa
dissolvendosi
maestosamente
,
e
una
ascensione
infatuata
piena
d
'
un
lucore
agonizzante
.
Quella
sera
si
rappresentava
la
Kovancina
di
Moussorski
.
Quest
'
opera
fra
le
più
grandi
di
tutta
la
Russia
ci
rivelò
le
profondità
animate
,
intatte
,
delicate
e
brutali
dell
'
anima
musicale
slava
,
apparsa
improvvisamente
,
durante
questo
ultimo
mezzo
secolo
nell
'
agone
un
poco
routinier
del
nostro
teatro
lirico
.
La
verginità
monumentale
di
questa
musica
piena
di
emozione
primitiva
,
il
leggero
delirio
delle
melodie
,
e
i
ritmi
festosi
annunziano
,
con
un
risuonare
violento
e
disperso
,
l
'
avvento
della
Russia
nevosa
e
leggendaria
.
Il
paziente
e
solenne
dolore
,
l
'
ignavia
sbadigliante
e
l
'
indistruttibile
sperare
di
quel
popolo
grande
e
neghittoso
lampeggia
occultamente
in
orchestra
come
.
fuoco
sotto
una
distesa
dura
e
interminabile
di
ghiaccio
.
Dissipato
quel
brivido
vasto
,
puerile
,
quando
s
'
acqueta
l
'
ebbrezza
divina
e
precipitosa
l
'
ascoltatore
rimane
vuoto
di
parole
,
smemorato
e
sospeso
ai
limiti
di
quelle
melodiose
distese
,
pungenti
e
lontane
che
sfumano
poeticamente
.
Nella
storia
del
teatro
musicale
Moussorski
non
è
l
'
anello
di
una
catena
.
È
solo
.
Nessuno
lo
precede
,
nessuno
lo
segue
.
Appartenne
a
quella
scuola
che
si
formò
barometricamente
nel
grande
spazio
della
santa
Russia
,
come
una
nuvola
:
«
Glinka
,
Balakireff
,
Borodin
,
Liadoff
,
Rimski
Korsakoff
»
,
e
finalmente
«
Moussorski
»
,
che
scoppia
come
un
uragano
.
Lo
si
riconosce
al
suo
terribile
accento
,
alla
sua
larghezza
popolosa
e
senza
costruzione
,
alla
sua
implacabile
solennità
che
riposa
sul
numero
.
Si
può
dire
che
sulla
opera
di
Moussorski
come
sulle
terre
del
sacro
impero
non
tramonta
mai
il
sole
.
È
un
mondo
immerso
in
un
sublime
sgomento
.
Il
tempo
non
ha
presa
su
di
lui
.
In
Moussorski
c
'
è
grandezza
,
la
grossezza
omerica
.
Viene
avanti
.
A
ogni
battuta
ha
del
coraggio
,
della
forza
.
Non
una
parola
di
più
nel
suo
discorso
.
Una
mimica
enorme
,
una
profondità
,
una
magia
da
far
fremere
.
Egli
tira
a
sé
un
tappeto
infinito
.
Travolge
i
destini
di
un
popolo
.
Senza
tregua
-
-
patetico
,
formidabile
.
Vicino
a
lui
i
suoi
compagni
,
i
suoi
revisori
son
ben
meschini
.
Borodin
,
Glazunoff
e
Rimski
Korsakoff
il
quale
gli
corregge
le
partiture
d
'
orchestra
,
non
sono
che
dei
professori
,
degli
epigoni
,
che
scrivono
delle
sinfonie
,
dei
quartetti
e
nell
'
opera
fanno
del
folclore
.
Moussorski
,
tutto
istinto
,
non
scrisse
mai
una
fuga
.
La
sua
idea
era
la
Russia
.
E
per
la
Russia
scrisse
le
sue
opere
:
il
Boris
e
la
Kovancina
.
Infatti
Moussorski
possedeva
una
preparazione
tecnica
appena
rudimentale
,
egli
non
volle
mai
possedere
quella
che
si
chiama
l
'
abilità
del
mestiere
,
e
forse
non
poteva
.
Egli
sentiva
che
le
abitudini
dello
stile
acquisito
e
del
lavoro
metodico
pesano
sull
'
indipendenza
del
pensiero
musicale
e
intralciano
l
'
originalità
.
Orientato
decisamente
secondo
la
sua
vocazione
Moussorski
non
si
preoccupa
di
bellezza
pura
né
di
estetica
.
Borodin
racconta
che
un
giorno
Moussorski
cominciò
a
suonare
una
sinfonia
di
Schumann
,
arrivato
a
metà
smise
indispettito
e
chiuse
il
quaderno
:
«
Qui
cominciano
le
matematiche
musicali
»
,
esclamò
con
umore
.
Scriveva
poi
a
un
amico
:
«
Ditemi
perché
,
quando
ascolto
parlare
dei
giovani
artisti
,
pittori
e
scultori
,
io
posso
seguire
i
loro
pensieri
,
capire
le
loro
opinioni
,
il
loro
scopo
,
e
di
rado
mi
accade
di
sentirli
parlare
di
tecnica
,
mentre
,
al
contrario
,
quando
mi
trovo
con
dei
musicisti
,
quasi
non
odo
enunciare
una
idea
viva
,
essi
sembrano
sempre
seduti
sui
banchi
della
scuola
,
e
non
conoscono
che
tecnica
e
vocaboli
del
mestiere
.
L
'
arte
musicale
è
dunque
così
giovane
che
si
debba
studiarla
in
modo
puerile
?
»
Rimski
Korsakoff
che
ha
istrumentato
e
completato
la
Kovancina
dice
nelle
sue
Memorie
che
i
manoscritti
di
Moussorski
tradivano
«
un
dilettantisme
effronté
et
une
impuissance
technique
absolue
»
.
«
Amateci
fin
che
siamo
sporchi
,
perché
quando
saremo
puliti
ci
ameranno
tutti
»
è
il
detto
comune
dei
vagabondi
russi
.
Gli
è
che
fra
genio
e
intelligenza
c
'
è
un
abisso
incolmabile
.
Che
cosa
sono
il
pensiero
,
la
ragione
e
il
sapere
di
fronte
alla
fantasia
creativa
se
non
degli
accomodamenti
ambiziosi
e
provvisori
?
-
-
e
non
parliamo
della
verosimiglianza
e
della
piccola
logica
giudiziosa
,
insalatina
nell
'
orto
del
travet
.
Purtroppo
è
proprio
sotto
forma
d
'
insalata
che
l
'
arte
diventa
un
commestibile
popolare
.
Abbiamo
sempre
bisogno
di
intenderci
l
'
un
l
'
altro
e
di
riconciliarci
sulla
base
d
'
una
formula
vuota
e
convenzionale
.
Abituati
a
veder
Cristo
di
faccia
,
non
lo
riconosciamo
più
se
si
presenta
di
profilo
,
ed
è
solo
quando
ascoltiamo
Moussorski
istrumentato
da
Rimski
Korsakoff
che
ci
accorgiamo
che
Moussorski
vale
cento
volte
più
di
Rimski
.
In
conclusione
ogni
grand
'
uomo
ha
sempre
il
torto
di
non
rassomigliare
al
suo
ritratto
ufficiale
.
O
disgraziato
e
grande
Moussorski
!
Quando
la
foga
creativa
l
'
abbandonava
,
piuttosto
che
impuntarsi
dinanzi
al
lavoro
come
un
giocatore
di
scacchi
egli
afferrava
la
bottiglia
e
affogava
la
propria
pena
nella
vodka
.
E
povera
e
immensa
Kovancina
,
manomessa
salassata
!
Dove
l
'
uno
mette
,
l
'
altro
leva
.
Da
Rimski
e
Borodine
,
sino
all
'
ultimo
,
arrangeur
,
régisseur
,
o
direttore
d
'
orchestra
,
ciascuno
aggiunge
del
proprio
,
taglia
nel
vivo
,
scompone
,
inquadra
,
rabbercia
e
storpia
.
E
dopo
tanto
rimescolare
e
correggere
,
quest
'
opera
viene
scaguata
sulle
tavole
della
scena
,
così
come
si
gettano
i
dadi
alla
fortuna
,
finisce
per
dare
un
tono
quasi
differente
a
seconda
che
s
'
allunga
o
si
schiaccia
nel
cadere
.
Tuttavia
per
quante
riparazioni
o
abusi
si
possano
commettere
a
suo
danno
,
continua
lì
dentro
a
vivere
e
a
marciare
il
genio
dell
'
autore
.
Tutto
il
resto
non
può
trovare
che
una
giustificazione
appena
sopportabile
.
VII
Teatro
dei
Campi
Elisi
L
'
Italia
,
dunque
,
avrebbe
il
torto
di
non
conoscere
abbastanza
Alfredo
Casella
,
pianista
europeo
,
il
più
stonato
e
il
più
placido
dei
nostri
compositori
,
l
'
apostolo
,
per
così
dire
,
della
nota
falsa
,
il
più
pedagogico
dei
fumisti
e
fra
tanti
futuristi
,
avveniristi
,
dadaisti
,
dinamisti
,
il
più
intossicato
e
'
più
angelico
di
tutti
.
Quando
Giuseppe
Verdi
sul
declinare
della
vita
scrisse
«
torniamo
all
'
antico
»
,
aveva
egli
forse
veduto
con
terrore
emergere
sulla
lontana
curva
evanescente
dell
'
orizzonte
il
profilo
embrionale
e
fantomatico
di
Alfredo
Casella
?
Nato
con
un
anticipo
di
alcune
centinaia
di
anni
,
giunto
inaspettato
in
queste
nostre
province
trasandate
e
piene
di
pigre
e
succulente
banalità
,
capitato
fra
orecchianti
crapuloni
e
ammiratori
smargiassi
di
Gioacchino
Rossini
e
di
Gaetano
Donizetti
,
soffocato
da
un
'
atmosfera
grassa
di
cotechino
,
confuso
tra
gente
scamiciata
che
mandava
giú
certi
bocconi
pesanti
come
ferri
da
stirare
,
Alfredo
Casella
,
il
nostro
valoroso
amico
,
si
strinse
nei
panni
con
un
brivido
,
si
abbottonò
in
fretta
sino
al
mento
come
uno
spicchio
di
limone
e
cercò
di
passare
al
largo
filando
via
dissimulato
e
lieve
come
un
missionario
chiamato
altrove
.
Avido
di
un
'
avvenire
che
gli
si
mostrasse
alla
vista
con
le
sue
prospettive
geometriche
,
con
le
sue
solitudini
appartate
e
metafisiche
egli
distrusse
dietro
di
sé
le
insegne
della
vecchia
saggezza
,
i
ponti
della
ritirata
,
e
si
lanciò
alla
ricerca
di
un
mondo
irreprensibile
e
retto
dal
più
austero
proibizionismo
.
Nel
quale
gli
uomini
avessero
uno
stomaco
automatico
e
un
cuore
secco
come
un
terno
al
lotto
,
e
dove
il
progresso
politecnico
salisse
sempre
scivolando
verso
zone
più
frigorifere
con
la
continua
e
silenziosa
regolarità
di
un
ascensore
bene
ingrassato
.
Ecco
dunque
il
nostro
precursore
in
viaggio
;
avanguardia
perduta
fra
le
ombre
antelucane
di
un
'
epoca
che
non
vorrebbe
ancora
essere
rivelata
,
egli
procede
impassibile
e
rigoroso
oltre
i
limiti
segnati
sulle
carte
dalle
ultime
spedizioni
.
Le
fiere
e
gli
Iddii
di
quelle
plaghe
vergini
e
sacre
fuggono
ululando
fra
le
nebbie
dinanzi
alla
redingote
fatale
dell
'
ex
segretario
della
Società
italiana
di
musica
moderna
,
che
sembra
sgranare
sotto
i
suoi
passi
una
interminabile
legione
di
pianoforti
invisibili
.
Di
stagione
in
stagione
,
questo
franco
cacciatore
dell
'
idea
futura
riappare
persistente
e
immutato
fra
noi
accolto
e
ossequiato
dai
discepoli
categorici
della
santa
lega
modernistica
che
recano
in
mano
il
catechismo
della
cacofonia
pura
.
Egli
studia
,
saggia
,
incita
il
loro
fervore
sacrosanto
,
poi
si
immerge
con
grazia
pacata
nelle
diverse
correnti
della
più
matta
pubblicità
e
s
'
allontana
trasportato
verso
remotissimi
lidi
.
Così
,
all
'
inglese
,
se
ne
va
ogni
volta
questo
messaggero
dell
'
anno
duemila
.
L
'
America
elettrica
lo
attrae
irresistibilmente
con
i
suoi
fonografi
,
i
suoi
brevetti
d
'
invenzione
e
i
suoi
grattacieli
che
tanto
somigliano
ai
poemi
sinfonici
d
'
oggidì
.
Come
compositore
egli
è
del
tutto
imparziale
,
vale
a
dire
,
non
ci
mette
niente
di
suo
,
la
sua
posizione
nel
mondo
della
musica
è
quella
di
colui
che
non
persuade
nessuno
e
non
si
lascia
persuadere
da
nessuno
.
Questo
non
gli
impedisce
di
avere
per
il
globo
,
e
in
via
d
'
eccezione
,
non
pochi
ammiratori
e
sopratutto
moltissimi
amici
a
prova
di
bomba
.
Egli
è
,
senza
dubbio
,
il
primo
fra
i
charmants
garçons
della
giovane
scuola
italiana
,
i
suoi
nemici
lo
adorano
e
fra
questi
ultimi
,
Casella
può
mettere
anche
noi
che
scriviamo
di
lui
con
tanta
affettuosa
ingratitudine
.
«
La
freccia
volante
riposa
»
disse
un
filosofo
greco
.
Saggezza
sprecata
.
Casella
è
per
la
logica
scientifica
,
e
non
scrive
quattro
battute
di
melodia
qualunque
,
senza
rivestirle
con
la
camicia
di
spine
del
suo
sistema
.
Egli
fa
stridere
nel
bagno
gelato
del
suo
temperamento
il
ferrame
rovente
della
sua
volontà
.
Il
moto
dissonante
e
babelico
,
l
'
attrito
armonico
esasperato
e
insanabile
,
l
'
escoriazione
perpetua
sono
il
suo
rovello
.
Egli
lancia
all
'
aria
rottami
d
'
ogni
sorta
,
pone
mano
ad
altri
,
e
a
chi
tocca
tocca
.
Studia
giorno
e
notte
con
quella
tenacia
irreparabile
,
escogita
e
combina
ad
arte
i
suoni
in
modo
da
sconquassare
i
nervi
e
smontare
,
pezzo
per
pezzo
,
i
timpani
del
prossimo
:
strappa
alla
gente
malcapitata
gridi
di
spasimo
e
siccome
egli
è
fatto
per
metter
male
e
creare
screzii
fra
gli
strumenti
d
'
orchestra
,
tutto
gli
riesce
così
bene
da
suscitargli
intorno
orrore
e
spavento
,
per
il
raggio
di
dieci
miglia
.
Egli
lavora
di
sorpresa
,
piomba
su
una
sala
di
concerti
e
quasi
sempre
riesce
a
catturare
e
trarsi
dietro
il
pubblico
che
non
osa
più
né
fiatare
né
fuggire
.
Là
dove
passa
la
sua
musica
l
'
erba
non
rinasce
più
!
C
'
è
qualcuno
che
prende
la
cosa
al
tragico
e
si
domanda
con
costernazione
:
Quand
'
è
che
costui
avrà
il
coraggio
civile
di
farsi
capire
?
Errore
!
niente
da
fare
con
lui
.
Amici
e
nemici
insieme
egli
travolge
pur
di
raggiungere
i
posteri
,
egli
scrive
per
le
generazioni
future
;
sono
i
nostri
nipoti
quelli
che
capiranno
e
godranno
tutto
.
Il
bello
si
è
che
Casella
oltre
ad
essere
un
compositore
a
gran
velocità
è
anche
,
lo
diciamo
con
orgoglio
,
un
uomo
intelligentissimo
,
cosa
che
costituisce
,
per
un
musicista
d
'
oggidì
,
un
lusso
strepitoso
.
Tuttavia
a
vederlo
non
lo
diresti
da
tanto
.
Chi
non
lo
conosce
immagina
ch
'
egli
sia
un
tipo
da
non
star
nella
pelle
,
egli
invece
ci
sta
,
compunto
e
cauto
;
non
ci
sta
proprio
del
tutto
comodo
,
perché
di
pelle
ne
ha
ricevuta
in
dotazione
appena
quel
tantino
strettamente
necessario
;
ma
per
starci
,
ci
sta
,
lo
si
può
dire
,
docilmente
,
senza
batter
ciglio
,
né
fare
una
grinza
.
Se
ha
da
mostrarsi
lieto
,
prende
le
sue
precauzioni
e
,
con
uno
sforzo
calcolato
,
sorride
,
sorride
,
sorride
come
i
cavalli
di
legno
di
un
carrousel
.
Naturalmente
non
può
,
nelle
sue
condizioni
,
nemmeno
rimpinzarsi
di
pasticcini
o
gonfiarsi
di
vino
.
A
tavola
lo
vedi
sobrio
e
misurato
arrestarsi
al
dessert
,
posare
la
forchetta
e
il
coltello
e
scostare
tranquillamente
da
sé
il
bicchiere
,
alzando
gli
occhi
rassegnati
al
soffitto
.
Allora
tu
potrai
leggere
,
sulla
fronte
senza
rughe
,
la
legge
dura
:
Non
mangerai
né
cocomeri
né
poponi
.
Contro
i
casi
gravi
d
'
allegria
irrefrenabile
Casella
ha
escogitato
una
risata
,
diremo
così
,
idraulica
,
di
sua
fabbricazione
,
che
non
mette
in
pericolo
il
suo
squisito
involucro
,
né
lo
squassa
o
arriccia
:
una
risata
che
scoppia
,
erompe
e
scroscia
tutta
al
di
dentro
con
il
glu
,
glu
,
glu
lamentoso
di
secchio
che
vien
su
pieno
e
grondante
,
da
una
cisterna
d
'
acqua
gelata
.
L
'
incontrammo
in
gennaio
a
Parigi
,
la
sua
roccaforte
.
Egli
con
la
solita
impassibilità
ci
colmò
d
'
attenzioni
e
di
gentilezze
,
e
ci
invitò
,
per
il
giorno
dopo
,
ad
un
concerto
,
nel
quale
egli
avrebbe
preso
parte
come
pianista
e
come
compositore
.
Il
concerto
ebbe
luogo
,
infatti
,
nel
gran
teatro
dei
Campi
Elisi
e
fu
la
prima
volta
che
noi
mettemmo
piede
là
dentro
.
La
sala
era
gremita
e
magnifica
.
Dirigeva
l
'
orchestra
René
Baton
.
Casella
sedeva
al
pianoforte
.
Tutti
conoscono
il
suo
raro
talento
pianistico
e
la
sua
tecnica
chiara
,
brillante
e
delicata
;
è
inutile
,
quindi
,
descrivere
l
'
entusiasmo
che
il
nostro
connazionale
suscitò
quel
giorno
;
basti
dire
che
tra
il
continuo
andare
e
ritornare
,
per
presentarsi
al
pubblico
che
lo
acclamava
con
insistenza
delirante
,
Casella
fu
costretto
a
farsi
qualche
chilometro
col
capogiro
.
La
seconda
parte
del
programma
comprendeva
l
'
esecuzione
della
sua
Elegia
eroica
per
grande
orchestra
.
Casella
che
non
aveva
più
parte
in
scena
venne
su
in
palco
con
noi
e
si
mise
in
un
angolo
buio
per
ascoltarsi
.
E
l
'
angoscia
cominciò
.
La
musica
impelagata
e
stridula
dell
'
amico
,
trovando
,
questa
volta
,
un
sostegno
nella
nostra
disperata
solidarietà
tirava
innanzi
tutta
di
contropelo
fra
un
silenzio
di
malaugurio
.
Guardando
ben
dritto
dinanzi
a
noi
nelle
tenebre
pensavamo
con
accoramento
:
Dio
buono
,
si
può
zittirlo
e
fischiarlo
in
Italia
ma
all
'
estero
l
'
applaudiremo
a
tutti
i
costi
.
Intanto
l
'
Elegia
eroica
che
a
tutta
prima
sembrava
interminabile
andava
man
mano
rattrappendosi
fin
che
arrivò
all
'
ultimo
rantolo
e
si
distese
stecchita
.
Drizzammo
le
orecchie
in
quel
punto
ma
invano
;
non
un
segno
di
reazione
o
di
collaudo
sorse
a
rompere
il
silenzio
mortale
che
regnava
nella
sala
;
s
'
udí
invece
appena
il
rifiatare
pauroso
di
una
folla
scampata
allora
e
sollevata
fuor
di
pericolo
.
La
cupola
aerea
del
teatro
risuonò
fievolmente
e
lungamente
come
se
l
'
echeggiare
di
mille
sorrisi
enigmatici
l
'
avesse
percossa
.
In
quel
frangente
,
noi
,
possiamo
dirlo
senza
falsa
modestia
,
ci
portammo
da
buoni
italiani
e
cominciammo
a
far
strepito
per
dieci
,
battendo
le
mani
,
a
dita
aperte
,
senza
badare
al
bruciore
,
con
una
forza
e
uno
zelo
,
moltiplicati
;
ma
quel
che
ci
indignò
e
ci
fece
uscir
dai
gangheri
,
fu
il
vedere
Casella
seduto
,
freddo
e
immobile
nella
semioscurità
,
inerte
come
un
idolo
metafisico
.
Toh
!
,
gli
gridammo
con
furia
,
ci
lasci
soli
in
questo
guaio
,
proprio
tu
che
hai
la
colpa
di
tutto
?
-
-
Fu
allora
che
udimmo
tutto
d
'
un
tratto
,
la
sua
risata
stridere
come
una
carrucola
nella
sua
gola
,
mentre
le
sue
mani
di
pianista
si
mettevano
ad
applaudire
con
un
'
allegria
straordinaria
.
E
questa
volta
il
successo
si
delineò
assumendo
le
proporzioni
gigantesche
di
un
successo
a
quattro
mani
.
VIII
Museo
Grevin
È
un
gran
museo
di
figure
di
cera
.
Labirinto
,
teatro
,
galleria
,
catacomba
;
tutto
insieme
,
un
palazzo
.
Dentro
Dentro
c
'
è
Robespierre
,
Briand
,
Napoleone
,
Gambetta
,
Poincaré
,
Re
Alfonso
,
la
più
famosa
ballerina
dell
'
Opéra
,
poi
c
'
è
Charlot
,
Costes
e
Lebrix
.
In
tutto
tre
dozzine
di
personalità
molto
in
vista
,
alle
quali
devi
aggiungere
«
les
grandes
vedettes
du
Sport
et
de
la
Mode
»
.
Carico
di
ornamenti
,
lavorato
come
un
mobile
di
pessimo
gusto
rococò
-
-
appariscente
,
rosso
,
decrepito
e
tetro
,
l
'
ambiente
sembra
l
'
antica
sala
dei
festini
di
una
dimora
abbandonata
.
Quel
tanto
di
teatrale
che
un
simile
luogo
comporta
,
e
la
sua
funzione
postuma
applicata
al
Presente
,
darebbero
ragione
a
un
titolo
,
ad
un
nome
più
lungo
e
romanzesco
,
per
esempio
:
Museo
Grevin
,
ovvero
,
la
Forza
del
Destino
.
Di
punto
in
bianco
,
senza
detonazione
,
senza
il
tumulto
di
una
soluzione
chimica
,
l
'
Attualità
qui
dentro
diventa
Storia
con
l
'
emmediatezza
di
un
precipitato
.
Cos
'
è
?
Chiromanzia
,
o
forma
,
clima
,
effetto
del
locale
?
Chi
lo
sa
.
Qui
dentro
spira
un
'
aria
da
fine
di
carnevale
;
un
'
aria
di
esumazione
;
c
'
è
una
atmosfera
soffocante
e
surreale
,
che
ti
mozza
il
respiro
,
uno
scirocco
che
ti
fa
invecchiare
,
un
'
afa
dinanzi
alla
quale
rinculi
,
e
sprofondi
nel
Tempio
della
Fama
Universale
.
Insomma
la
mise
en
scène
sembra
sia
stata
attuata
nell
'
orgasmo
di
una
crisi
ministeriale
,
ed
è
in
tutto
e
per
tutto
degna
d
'
esser
firmata
dal
più
grande
pittore
dell
'
epoca
:
il
doganiere
Rousseau
.
I
grandi
personaggi
del
giorno
riprodotti
in
cera
sono
gli
ospiti
estatici
di
questa
formidabile
galera
.
Tutti
i
più
illustri
indiziati
di
genio
,
quelli
che
son
passibili
di
immortalità
,
eccoli
là
,
immersi
in
una
luce
,
per
così
dire
,
declamatoria
.
Sembrano
spegnersi
intorno
a
quei
tigt
verdognoli
gli
echi
di
un
'
orazione
funebre
.
Quanto
silenzio
.
L
'
imponente
brigata
luccica
e
non
si
muove
più
sotto
il
nevischio
della
naftalina
.
Giunta
a
questa
stazione
la
pubblicità
fa
alt
,
si
tace
e
sbadiglia
.
Qui
c
'
è
il
«
fermo
»
,
la
quarantena
della
gloria
.
Il
salone
d
'
ingresso
è
diviso
in
scomparti
,
in
box
(
salvo
i
trofei
,
gli
addobbi
,
e
la
tappezzeria
)
come
una
scuderia
.
Con
la
coda
dell
'
occhio
vedi
brillare
qua
e
là
delle
facce
che
sai
.
Stresemann
,
Hoover
,
Kellogg
,
malamente
equilibrati
,
sembra
che
nascondano
sotto
le
falde
dei
loro
diplomatici
krauss
delle
code
di
paglia
.
Statue
di
cera
?
-
-
dirai
.
-
-
Abbiamo
già
veduto
cento
volte
questa
roba
nei
baracconi
da
fiera
.
Non
è
la
stessa
cosa
.
Anch
'
io
ricordo
la
«
donna
nuda
rapita
dall
'
orangutan
,
il
maggiore
Toselli
ferito
ad
Amba
Alagi
e
il
Re
Galantuomo
che
muore
nel
suo
letto
»
;
ma
quelle
,
benché
ferite
e
morenti
,
sono
statue
felici
,
fortunate
;
viaggiano
,
cambiano
aria
e
paesi
.
Le
vedi
respirare
in
fin
dei
conti
,
girar
la
testa
e
gli
occhi
,
sia
pure
lentamente
;
insomma
credi
,
quel
regime
aperto
e
mutevole
fa
loro
proprio
un
gran
bene
.
Ma
nel
Museo
Grevin
non
c
'
è
movimento
.
Le
statue
in
questa
pensione
conservano
il
loro
atteggiamento
per
dei
mesi
e
dei
mesi
,
magari
per
degli
anni
,
finché
viene
il
momento
di
sparire
in
cantina
o
nel
solaio
.
I
posti
sono
contati
,
quindi
la
celebrità
vuol
essere
amministrata
qui
dentro
col
massimo
rigore
.
Scaduta
la
voga
,
appena
la
popolarità
accenna
a
scemare
,
gli
inquilini
in
ribasso
devono
ceder
la
scranna
ai
nuovi
che
sopravvengono
.
Quanti
ce
n
'
è
,
che
son
passati
di
qui
.
Nomi
mondiali
,
tipi
famosi
,
monumenti
che
pesavano
quintali
,
quintali
di
cera
preziosa
.
Dove
sono
finiti
?
Li
hanno
liquidati
.
Li
hanno
fatti
bollire
in
una
grande
caldaia
?
Dunque
anche
qui
tutto
cambia
,
tutto
si
rinnova
,
e
qualche
volta
più
presto
di
quel
che
non
avvenga
nelle
interminabili
e
sempre
fresche
vetrine
delle
Galeries
Lafayette
.
Basta
una
guerra
,
una
rivoluzione
,
e
anche
meno
,
una
seduta
parlamentare
,
perché
qualche
figura
vada
su
nel
granaio
,
e
un
'
altra
faccia
di
cera
venga
messa
a
quel
posto
.
Chi
si
ricorda
più
,
per
esempio
,
di
Combes
,
il
famoso
ministro
anticlericale
,
il
mangiapreti
famoso
,
il
cui
statuone
spadroneggiava
qua
dentro
?
Passato
il
suo
quarto
d
'
ora
politico
,
è
scomparso
il
grand
'
uomo
.
Forse
per
farlo
durare
un
po
'
di
più
ne
han
fatto
dei
ceri
sacri
.
E
adesso
Combes
illumina
l
'
altare
di
Notre
Dame
de
Paris
?
Un
triste
guardiano
,
con
la
candela
accesa
,
fa
qui
dentro
ogni
notte
il
suo
giro
di
ronda
,
ispeziona
il
locale
e
si
ritira
borbottando
.
Come
l
'
avaro
,
sordo
e
feroce
custode
del
Castello
di
Corneville
,
che
per
mezzo
delle
campane
spaventava
l
'
ignara
popolazione
e
usurpava
i
beni
del
padrone
.
Soltanto
che
sugli
zoccoli
disposti
nel
salone
invece
delle
sinistre
e
arrugginite
armature
degli
antenati
qui
ci
son
dei
doppioni
fuori
corso
,
ancora
più
sinistri
,
dei
terribili
sosia
,
dei
«
facenti
vece
»
di
cera
.
Chissà
quali
tragedie
avvengono
qui
la
notte
.
Quante
rivalità
e
odii
si
scatenano
quando
il
Museo
si
chiude
.
È
lecito
supporlo
:
vociferazioni
,
lamenti
,
strida
,
da
far
gelare
il
sangue
.
Benché
il
mattino
dopo
tutto
ritorni
in
ordine
,
il
pubblico
che
entra
non
si
lascia
ingannare
da
tutta
quella
cera
che
ora
sorride
e
si
compiace
in
silenzio
.
Troppa
diplomazia
.
Abbiamo
già
capito
,
solo
al
vedere
il
povero
Charlot
più
pesto
e
più
smorto
del
solito
,
quel
che
succede
qui
.
Tremante
,
mezzo
nascosto
dietro
una
colonna
,
Charlot
dopo
ogni
nottata
reca
ancora
sul
volto
le
tracce
di
una
minacciosa
paura
,
e
copre
con
le
braccia
la
vita
del
suo
piccolo
bene
:
Jackie
Coogan
.
Fu
nel
muovermi
per
uscire
dal
Museo
Grevin
che
dal
fondo
del
salone
d
'
ingresso
vidi
voltarsi
verso
di
me
un
mucchio
di
figure
di
cera
.
Una
folla
del
tutto
nuova
.
Dianzi
,
passando
dallo
stesso
salone
,
li
avevo
lasciati
scorrere
intorno
a
me
senza
accorgermene
.
Correttissimi
e
pieni
di
un
'
animazione
enigmatica
costoro
da
tutte
le
parti
mi
venivano
incontro
amabilmente
,
quasi
per
trattenermi
.
Benché
sembrassero
un
po
'
sazii
e
scoraggiati
di
esser
senza
voce
e
senz
'
anima
,
i
loro
lineamenti
,
resi
audaci
da
qualche
pennellata
recente
e
troppo
carica
,
luccicavano
come
la
galantina
.
Alcuni
si
affacciavano
ai
loro
scomparti
con
l
'
aria
ansiosa
,
curiosa
e
impettita
di
chi
aspetta
che
suoni
l
'
ora
della
libera
uscita
.
E
ce
n
'
eran
di
quelli
impazienti
,
che
avevan
già
messo
il
piede
sul
tappeto
che
copre
lo
spazio
adibito
alla
circolazione
del
pubblico
.
Fra
coloro
che
se
ne
stavan
quieti
al
loro
posto
rivedo
con
piacere
Hoover
.
Seduto
degnamente
egli
ascolta
,
con
un
sorriso
quadrato
come
il
suo
viso
,
un
rapporto
che
gli
fa
il
suo
segretario
.
C
'
è
fra
i
due
molto
spazio
e
molto
rispetto
.
La
gerarchia
funziona
anche
al
museo
.
Hoover
non
batte
ciglio
.
Il
suo
segretario
nemmeno
.
La
conferenza
può
continuare
.
Passiamo
oltre
.
Ed
ecco
Doumergue
,
il
più
scapolo
e
insieme
il
più
paterno
dei
presidenti
.
È
un
Doumergue
esageratamente
in
salute
,
che
fa
pensare
al
cognac
.
La
sciarpa
repubblicana
lo
taglia
trasversalmente
in
due
,
al
pari
dell
'
alfiere
di
un
mazzo
di
carte
francesi
-
-
uguale
di
sopra
e
di
sotto
.
Ha
lo
sparato
imbottito
,
gravido
forse
di
stoppa
.
Sul
petto
del
suo
frack
scintilla
,
come
un
granchio
d
'
oro
,
una
decorazione
.
Anch
'
egli
,
agghindato
e
scentrato
,
sorride
e
tiene
una
mano
posata
sulla
spalliera
della
poltrona
.
Scarpe
di
pelle
lucida
.
Mani
di
morto
.
Sorriso
da
ubbriaco
.
Consiglio
al
ritrattista
:
«
rifare
tutto
da
capo
»
.
Lí
vicino
alla
Francia
,
il
Vaticano
:
due
svizzeri
,
con
l
'
alabarda
,
fan
la
guardia
alla
nicchia
dove
il
Papa
seduto
in
trono
,
con
una
bolla
nella
mano
abbandonata
sui
ginocchi
,
guarda
un
monsignore
tutto
in
viola
,
che
tien
le
mani
incrociate
sul
ventre
.
In
piedi
è
un
giovane
cavaliere
barbato
,
in
cappa
e
spada
,
nel
nero
costume
spagnolo
,
catenella
d
'
oro
,
collare
,
spadino
e
scarpe
col
fiocco
.
Sul
fondo
un
crocifisso
.
È
il
pezzo
più
vivo
del
quadro
.
Accanto
a
me
,
un
signore
con
un
giornale
in
mano
(
l
'
«
Action
française
»
)
e
gli
occhiali
sul
naso
.
Ha
l
'
aria
di
tenere
il
fiato
,
guarda
S
.
Santità
con
un
'
attenzione
da
psichiatra
.
Guardiamo
tutti
e
due
a
lungo
,
ma
io
mi
stanco
per
primo
e
mi
rivolgo
verso
di
lui
:
Di
cera
,
di
cera
anche
lui
.
-
-
«
Leon
Daudet
»
mi
sussurra
in
un
orecchio
un
custode
avvicinatomisi
di
soppiatto
.
Mi
rivolto
di
soprassalto
squadrandolo
con
diffidenza
,
non
fosse
anche
costui
di
cera
.
Della
cera
incaricata
d
'
ingannarmi
?
O
di
qual
'
altra
materia
?
Era
un
surrogato
o
un
uomo
?
E
s
'
allontana
lasciandomi
nel
dubbio
.
Si
vede
del
resto
che
queste
figure
sono
di
cera
finissima
;
se
fossero
di
sego
,
con
questi
pomeriggi
che
un
'
afa
stanca
divora
,
le
mani
di
Doumergue
colerebbero
irreparabilmente
giú
per
i
bracciuoli
della
poltrona
.
Dunque
per
ora
i
fantocci
di
questa
serra
della
grandezza
politica
,
reagiscono
al
caldo
con
dei
sorrisi
melliflui
,
con
delle
smorfie
melense
.
Si
sa
il
miele
e
la
cera
sono
parenti
.
Ma
se
ti
fai
sotto
e
li
guardi
a
poca
distanza
non
ti
pare
che
questi
ritratti
abbozzino
un
sorriso
,
un
sorriso
un
po
'
contrariato
di
non
rassomigliare
a
nessuno
e
tanto
meno
a
se
stessi
?
Madida
di
stearico
sudore
a
forza
di
voler
essere
fedele
,
questa
ricostruzione
individuale
di
gente
che
circola
tuttora
nel
mondo
e
sta
benone
,
ti
sembrerà
viceversa
più
squallida
e
più
ardente
di
quel
che
è
naturale
.
S
[
t
]
udiamo
anche
noi
vivi
,
che
pur
siamo
d
'
argilla
;
poi
quando
la
terra
ci
copre
,
ne
usciamo
,
a
piccole
rate
notturne
,
in
fuochi
fatui
.
Vuoi
o
non
vuoi
la
cera
ha
sempre
voglia
di
ardere
,
se
non
d
'
altro
di
febbre
,
e
qui
i
personaggi
più
importanti
son
tutti
febbricitanti
.
Han
già
il
presentimento
che
presto
o
tardi
dovran
finire
tutti
in
sacra
o
profana
illuminazione
.
Infatti
in
questo
salone
combustibile
è
proibito
fumare
.
Qui
dentro
c
'
è
una
mise
à
point
storica
che
non
aspetta
il
tempo
.
Siamo
nel
regno
della
copia
conforme
.
Qui
si
sopprime
l
'
anima
,
si
sopprime
il
respiro
,
a
scopo
commemorativo
.
Si
mette
il
morto
al
posto
del
vivo
.
Qui
,
fra
una
nube
di
cloroformio
e
di
etere
,
si
tratta
di
estrarre
la
«
maschera
»
dell
'
epoca
presente
;
di
mettere
sotto
una
campana
di
vetro
,
lontano
,
lontano
dall
'
aria
'
,
delle
statue
che
han
sotto
il
braccio
immense
buste
di
cuoio
,
e
non
sono
esattori
.
Monumenti
autorevolissimi
ma
senza
piedistallo
che
stringono
nel
pugno
rotoli
di
carta
bollata
,
segno
antichissimo
di
onnipotenza
.
Questo
luogo
è
uno
spegnitoio
per
tutti
:
di
cera
e
di
carne
.
I
tappeti
smorzano
lo
slancio
,
moderano
l
'
andatura
del
visitatore
incerto
e
diffidente
.
Si
cammina
sulle
uova
.
Si
parla
sottovoce
come
in
casa
dell
'
ammazzato
.
Avviene
che
qualche
manichino
impaziente
venuto
ad
ingombrare
addirittura
il
passaggio
,
riesca
a
conservare
,
quasi
per
miracolo
,
la
propria
incolumità
fra
il
parapiglia
muto
e
rispettoso
della
gente
.
Lo
vedi
con
raccapriccio
tenersi
dritto
nell
'
ombra
,
in
mezzo
a
quel
via
vai
.
La
mossa
malaccorta
di
un
frettoloso
che
si
volta
,
uno
spintone
,
una
pestata
di
piedi
,
potrebbe
farlo
traballare
e
cascar
giú
tutto
d
'
un
pezzo
fra
le
braccia
di
un
custode
accorrente
.
Che
diavolo
,
sembra
vivo
-
-
e
sono
tanti
i
vivi
che
sembrano
morti
.
Lí
per
lí
non
viene
in
mente
a
nessuno
che
sia
falso
-
-
eppoi
con
questa
luce
così
equivoca
e
fioca
-
-
ci
vuole
tanto
poco
,
una
disattenzione
basta
;
ecco
che
rotola
in
terra
.
No
,
m
'
illudo
,
resiste
.
È
un
'
arte
da
imbalsamatori
.
Ogni
opera
di
questa
arte
è
opera
conservativa
anzi
reazionaria
:
sostituisce
al
vero
la
mummia
trionfale
,
il
cliché
burocratico
comun
denominatore
d
'
ogni
convenzionale
identificazione
.
Il
vivo
preso
di
mira
ha
sempre
il
torto
di
non
rassomigliare
al
suo
ritratto
ufficiale
-
-
gli
assenti
han
sempre
torto
-
-
dunque
in
certo
qual
modo
,
nell
'
ordine
definitivo
,
son
rivoluzionari
,
anzi
dobbiamo
aggiungere
che
a
colui
,
fra
costoro
,
che
si
compiace
d
'
esser
raffigurato
così
,
sub
specie
aeternitatis
,
l
'
esser
vivo
dispiace
,
l
'
esser
vivo
è
d
'
impaccio
.
Motivo
per
cui
molti
poveri
diavoli
,
che
credono
alla
gloria
,
o
sentono
d
'
esser
predestinati
a
passare
alla
storia
,
cercan
fin
dalla
nascita
il
gesto
,
il
silenzio
solenne
dei
musei
,
tengon
la
lingua
tra
i
denti
,
imitano
nel
loro
viso
il
legno
,
il
bronzo
,
la
cera
,
il
gesso
,
lo
stucco
dei
busti
da
consolle
,
e
serbano
fino
alla
morte
l
'
atteggiamento
degli
idoli
,
dei
tabú
.
Quando
usciamo
di
qui
il
sole
fa
l
'
ultimo
capitombolo
.
Fra
quel
fiume
di
gente
che
scende
i
grands
boulevards
si
resta
sbalorditi
e
interdetti
.
Del
vero
,
del
reale
non
c
'
è
più
traccia
nel
mondo
.
Sotto
le
miracolose
spavalderie
del
crepuscolo
c
'
è
un
'
esuberanza
distratta
di
colori
e
di
forme
vuote
che
si
muovono
senza
direzione
,
un
'
intensità
di
cose
vaghe
e
vacillanti
che
un
soffio
caldo
rende
più
luminose
e
ferme
.
Non
si
ha
più
il
senso
dell
'
autenticità
:
esseri
strani
che
ti
guardano
con
occhi
ingranditi
,
cocottes
erranti
in
preda
a
una
estasi
egiziana
,
strilloni
di
giornali
che
un
congegno
fu
urlare
sempre
la
stessa
parola
,
signore
dalle
parrucche
d
'
argento
,
cavalieri
manierati
e
stecchiti
che
si
chinan
su
quelle
;
lentissime
automobili
che
si
seguono
silenziosamente
a
catena
,
e
tutti
quei
lucenti
cristalli
di
vetture
troppo
nuove
,
dietro
i
quali
brillano
come
sante
reliquie
i
volti
più
consunti
e
antichi
di
Parigi
.
Sotto
il
terrore
delle
tenebre
che
calano
rapidamente
,
tutti
vacillano
,
incerti
sulla
via
da
pigliare
;
poi
sembra
che
ognuno
si
butti
a
dritta
o
a
manca
quasi
per
raggiungere
prima
di
notte
la
porta
del
proprio
Museo
Grevin
.
IX
Stella
Stella
Giuseppe
.
Pittore
napoletano
emigrato
a
New
York
34
anni
fa
.
Figura
straordinaria
.
Questa
«
nota
personale
»
la
trovo
scritta
sul
mio
taccuino
.
Mi
pare
che
valga
la
pena
di
svilupparla
.
Un
tipo
simile
non
s
'
incontra
ogni
giorno
.
Come
la
terra
del
suo
paese
,
costui
è
fatto
d
'
una
sostanza
vulcanica
,
ferace
e
saporita
,
che
può
viaggiare
e
non
si
guasta
mai
sotto
nessun
clima
.
Segnalo
dunque
ai
lettori
il
pittore
Giuseppe
Stella
,
calato
su
Parigi
dall
'
America
.
Egli
ha
già
piantato
la
sua
brava
tenda
nel
quartiere
di
Montparnasse
.
Ecco
un
uomo
che
non
ti
farà
mai
un
'
accoglienza
banale
.
L
'
ho
conosciuto
avant
'
ieri
,
dopo
la
mezzanotte
,
al
caffè
«
du
Dôme
»
.
Faceva
un
caldo
equatoriale
.
La
gente
seduta
fuori
sulla
veranda
,
studiando
il
modo
di
respirare
quel
fuoco
,
non
faceva
che
sbottonarsi
,
bere
dell
'
acqua
ghiacciata
,
e
farsi
vento
col
fazzoletto
.
Stella
arrivato
allora
da
Napoli
,
attraverso
Roma
e
Pisa
,
pretendeva
che
la
temperatura
di
qui
non
fosse
niente
in
confronto
alla
nostra
italiana
.
Stava
seduto
sulla
sua
scranna
come
un
re
.
La
sua
corporatura
sommergeva
tutto
quel
mondo
esausto
e
trito
che
sudava
intorno
a
lui
.
Era
,
come
si
suol
dire
,
in
forma
,
e
il
suo
umore
,
d
'
una
dimensione
grandiosa
e
piena
,
splendeva
addirittura
.
Deve
avere
una
salute
formidabile
costui
.
Ha
la
mascella
forte
di
Caruso
.
Probabilmente
le
sue
tele
cantano
.
Stella
è
di
Muro
Lucano
.
Si
mette
a
parlare
dei
monti
della
Basilicata
.
Sulla
casa
dove
è
nato
e
cresciuto
,
ha
fatto
costruire
ultimamente
una
terrazza
che
domina
tutta
la
vallata
.
Di
lassú
nell
'
ora
del
tramonto
egli
si
gode
la
vista
di
un
panorama
così
bello
da
togliere
il
fiato
.
Le
montagne
nude
,
senza
boscaglia
,
si
addormentano
le
une
appoggiate
alle
altre
e
vanno
digradando
verso
la
linea
dell
'
orizzonte
.
L
'
aria
è
tersa
.
La
vallata
che
è
lunga
chilometri
e
chilometri
affonda
tra
i
monti
con
curve
delicate
come
la
schiena
di
un
violino
.
«
È
un
istrumento
quella
vallata
-
-
dice
Stell
-
-
un
strumento
che
vibra
»
.
«
ogni
voce
,
ogni
suono
,
anche
il
più
piccolo
,
anche
l
'
eco
più
lontana
diventa
una
cantilena
a
motivo
locale
»
.
Nel
caffè
intanto
la
folla
dirada
.
Alla
nostra
volta
si
paga
,
e
ci
si
alza
dal
tavolo
.
Facciamo
insieme
un
po
'
di
strada
nella
notte
.
Stella
ha
forse
cinquant
'
anni
,
è
un
po
'
sbracato
,
ma
solido
,
allegro
e
raggiante
.
Parla
forte
come
tutti
i
meridionali
.
Camminando
con
lui
in
quel
torrido
boulevard
ho
l
'
impressione
che
egli
sia
il
residuo
vivente
di
una
giornata
d
'
agosto
.
Un
essere
,
che
il
sole
,
prima
di
sparire
,
ha
deposto
sulle
terra
che
dorme
.
La
faccia
di
Stella
è
una
palla
di
fuoco
.
Un
cappello
a
cono
dalle
ali
nere
e
spioventi
fa
da
paralume
a
quella
faccia
che
arde
come
una
lucerna
,
e
sembra
gettare
(
mi
si
perdoni
la
figura
)
un
tenue
riverbero
circolare
sui
marciapiedi
.
Per
lui
bruciano
ancora
qua
e
là
i
lumi
degli
ultimi
caffè
rimasti
aperti
.
Stella
parla
con
una
competenza
originale
della
sua
vita
e
dell
'
arte
.
Parla
meglio
d
'
un
filosofo
e
di
non
so
quale
poeta
.
Parla
del
«
naif
»
,
del
«
naif
»
italiano
,
e
dice
questa
parola
in
francese
perché
probabilmente
gli
pare
che
a
dirla
in
italiano
nessuno
ci
crede
.
Parla
di
quegli
artisti
popolari
che
continuano
una
tradizione
antichissima
:
la
pittura
istoriata
dei
baracconi
e
dei
carretti
.
Poi
il
discorso
gira
.
Adesso
viene
fuori
l
'
America
,
Edgardo
Poe
,
e
Walt
Whitman
.
Due
poeti
,
due
Americhe
digerenti
.
Quella
di
Poe
più
vera
dell
'
altra
.
«
Laggiú
-
-
dice
Stella
-
-
vedo
Poe
dappertutto
:
nella
tristissima
campagna
,
dove
,
trent
'
anni
fa
,
non
c
'
era
che
qualche
casamento
abbandonato
e
pauroso
;
nei
quartieri
sordidi
e
deserti
di
qualche
vecchia
città
-
-
per
esempio
di
Broocklin
»
.
«
Poe
non
si
può
tradurre
.
Quale
forma
italiana
o
francese
dare
per
esempio
al
Corvo
?
Lo
conoscete
in
inglese
?
Che
lingua
,
che
effetti
lucidi
e
prodigiosi
!
»
«
In
quanto
alle
traduzioni
di
Baudelaire
c
'
è
lí
dentro
un
'
indolenza
preziosa
,
una
cadenza
latina
che
non
va
;
un
non
so
che
,
un
colore
,
una
sensualità
di
cui
l
'
originale
non
reca
ombra
»
.
«
Poe
è
serafico
,
lucido
,
profondo
e
matematico
.
Materia
calamitata
.
Calmo
e
fatale
»
.
«
Chi
non
ha
visto
tutto
il
cielo
metallico
che
copre
New
York
non
può
capire
quel
che
intendo
dire
»
.
«
Il
Maelstrohm
,
leggetelo
in
inglese
.
Mai
una
lingua
raggiunse
la
vertigine
cristallina
,
il
calcolo
immutabile
e
arduo
di
questo
poema
in
prosa
»
.
«
In
America
la
nera
malinconia
,
la
solitudine
spaventevole
le
senti
appena
arrivi
.
Poe
non
poteva
essere
che
americano
»
.
«
Una
sera
ero
in
quella
orrenda
città
che
è
Broocklin
:
l
'
inferno
industriale
»
.
«
Badate
-
-
racconta
Stella
.
-
-
Un
luogo
da
fuggire
a
gambe
levate
»
.
«
La
neve
dura
copriva
tutto
.
Una
neve
chè
il
carbone
anneriva
:
tutta
ghiacciuoli
taglienti
,
e
croste
pericolose
.
C
'
era
ad
ogni
passo
da
rompersi
le
ossa
»
.
«
Insomma
vetro
in
terra
e
vetro
nell
'
aria
»
.
«
Nessuno
fuori
in
quell
'
ora
.
Neanche
un
cane
in
giro
»
.
«
Le
case
e
le
botteghe
di
quel
quartiere
anonimo
erano
chiuse
e
sprangate
.
E
sopratutto
un
buio
morto
,
un
silenzio
spietato
»
.
«
Aspettavo
il
tram
che
non
veniva
.
Avevo
freddo
.
Ero
solo
.
Per
riscaldarmi
cercai
di
muovere
qualche
passo
su
quel
difficilissimo
cammino
»
.
«
Vedevo
proiettarsi
laggiú
sulla
neve
una
luce
folgorante
.
Meno
male
,
pensai
,
c
'
è
un
Bar
aperto
,
un
Caffè
,
o
forse
un
Ristorante
»
.
«
Andai
avanti
incantato
verso
quella
zona
di
neve
che
sotto
la
luce
vivissima
sembrava
sollevarsi
leggera
nelle
tenebre
»
.
«
A
poco
a
poco
raggiunsi
l
'
angolo
e
nel
voltare
rimasi
quasi
acciecato
da
una
specie
di
forno
elettrico
»
.
«
Era
una
terribile
vetrina
delle
Pompe
funebri
che
vomitava
il
fuoco
bianco
di
cento
dinamo
su
tutta
la
neve
della
strada
»
.
«
In
mezzo
alla
vetrina
c
'
era
una
bara
di
smalto
bianco
,
foderata
di
seta
bianca
.
Su
quella
bara
un
cartello
`
As
you
like
it
'
che
vuol
dire
,
`
come
vi
piace
'
»
.
«
Questa
è
l
'
America
dai
pugni
di
ferro
e
dai
nervi
d
'
acciaio
!
»
X
I
Black
Birds
Il
formidabile
spettacolo
di
New
York
La
Rivista
di
Leslies
«
GLI
UCCELLI
NERI
»
con
ADELAIDE
HALL
AIDA
WARD
TIAN
MOORE
e
la
famosa
musica
di
Mr
Hugb
parole
di
Doroty
Fields
CON
UNA
COMPAGNIA
DI
STELLE
E
100
ARTISTI
DI
COLORE
Questo
fu
l
'
ultimo
cartellone
di
Music
hall
che
apparve
affisso
sulla
facciata
del
Moulin
Rouge
di
Parigi
.
Gli
Uccelli
neri
migratori
diedero
quella
sera
la
loro
recita
d
'
addio
.
Addio
vario
,
strabiliante
,
definitivo
.
Il
Music
hall
morí
quella
sera
d
'
una
bella
morte
,
e
il
cinematografo
parlato
s
'
insediò
ormai
nel
Moulin
Rouge
che
era
stato
la
rocca
forte
del
Variété
.
L
'
ultima
canzone
triste
di
Adelaide
Hall
diceva
la
nostalgia
trionfale
di
quell
'
addio
al
Moulin
Rouge
che
proprio
all
'
apogeo
essa
lasciava
,
per
non
rivederlo
mai
più
.
Fra
gli
orgiastici
bengala
di
questo
supremo
commiato
,
ci
parve
udire
allora
lo
strido
delle
procellarie
annunciante
,
nella
tempesta
,
il
naufragio
del
Music
hall
.
Non
si
vedrà
mai
più
nulla
di
più
vistoso
,
di
più
vivo
e
vibrante
di
questa
troupe
composta
di
negri
indiavolati
,
e
di
mulatte
le
cui
mani
s
'
attorcigliano
come
le
miccie
accese
,
i
cui
tratti
trasaltano
e
bruciano
nelle
esplosioni
infuocate
del
jazz
.
Non
vedremo
mai
più
tutti
quei
veli
schiumosi
e
bianchi
di
sposa
,
di
fidanzata
,
su
quei
volti
color
di
ciocco
lata
,
e
di
rosa
-
-
quelle
strane
figure
di
fanciulle
,
di
matrone
,
di
guappi
,
in
foggie
caricaturali
e
carnevalesche
-
-
tutte
quelle
vignette
da
«
Magazin
pitoresque
»
con
certe
mantelline
,
cuscinetti
,
ombrellini
,
che
una
volta
usavano
,
anche
nell
'
isole
di
Cuba
,
San
Domingo
e
Giamaica
,
all
'
epoca
e
nel
clima
dei
piantatori
di
zucchero
.
E
non
saprei
dire
perché
nella
follia
musicale
di
quell
'
orchestra
negra
ci
fosse
dello
Chopin
.
Forse
perché
a
traverso
l
'
amorosa
Georges
Sand
un
po
'
di
sangue
nero
è
colato
nelle
Mazurche
del
malinconico
pianista
polacco
?
Di
qui
la
pallida
e
cocente
ebbrezza
di
quei
ritmi
.
Tre
cuoche
della
Martiníca
col
fazzolettone
annodato
sulla
fronte
saltano
come
impazzite
giuocando
con
le
loro
sottane
di
percalle
a
fiorami
,
e
scoprendo
sulle
caviglie
le
mutande
antiquate
del
1860
-
-
mentre
da
quel
vespaio
sonoro
che
è
la
grande
«
Plantation
Orchestra
»
senti
venir
su
un
caldo
equatoriale
.
I
quadri
dello
spettacolo
si
seguono
l
'
un
l
'
altro
,
senz
'
altra
interruzione
che
quella
di
un
attimo
di
oscurità
:
-
-
Caffè
bui
,
clandestini
,
del
quartiere
di
Harlem
,
buffoneschi
episodi
della
malavita
,
vociferazioni
scimmiesche
,
tutto
quel
bianco
idioma
inglese
che
traversa
la
loro
anima
nera
-
-
la
scena
che
sprofonda
nel
buio
,
fra
un
minaccioso
luccicar
di
rasoi
.
Poi
le
coppie
dei
negri
in
abito
da
società
che
sfilano
nel
lume
zafferano
della
ribalta
-
-
i
riti
matrimoniali
-
-
le
smanie
sentimentali
-
-
e
finalmente
l
'
immenso
,
panteistico
richiamo
del
Sud
,
la
scena
della
Jungla
,
con
la
famosa
canzone
del
Di
ga
di
ga
do
:
tutto
ha
uno
svolgimento
vertiginoso
,
profondo
e
rievocatore
,
come
la
traversata
di
un
secolo
in
un
giorno
.
Questo
teatro
disceso
fra
noi
dall
'
America
è
proprio
di
una
innocenza
integrale
.
Naturalmente
i
Black
birds
,
o
uccelli
neri
che
dir
si
voglia
,
prima
di
venir
qui
abitavano
una
selva
,
una
selva
di
grattacieli
,
i
grattacieli
di
New
York
.
Ragione
per
cui
in
questa
curiosa
Parigi
che
il
nuovo
mai
non
sazia
,
essi
son
già
gli
esponenti
dell
'
ultima
moda
,
della
suprema
eleganza
.
Non
a
torto
del
resto
,
perché
son
tutti
negri
smilzi
,
costoro
,
dal
ventre
concavo
come
un
cucchiaio
ossidato
.
Negri
che
in
una
patetica
conflagrazione
di
pacatissime
cadenze
inglesi
e
di
strilli
gutturali
,
dan
valore
e
conferma
alle
teorie
di
Darwin
.
più
numerose
e
più
inquietanti
dei
maschi
anche
qui
sono
le
femmine
;
genia
combusta
,
adulterata
e
volubile
che
per
via
d
'
esorcismi
,
di
semicupi
,
e
di
cipria
,
riesce
a
far
la
spola
tra
il
grado
umano
più
basso
e
quello
più
sublime
,
lasciando
la
civiltà
dietro
sé
,
a
mezza
strada
,
come
una
vecchia
governante
.
Sulle
gote
queste
ragazze
hanno
delle
grosse
frittelle
di
rossetto
.
Lorde
in
tal
guisa
le
loro
oscure
fisionomie
han
preso
d
'
incanto
uno
slancio
frenetico
e
fatuo
come
la
fiamma
.
Così
avviene
che
una
paradossale
e
lampante
avvenenza
trasfiguri
le
loro
magre
teste
di
morto
.
Lì
per
lì
non
sai
come
da
quell
'
acre
e
fin
troppo
aromatico
branco
salti
fuori
di
colpo
la
più
radiosa
stella
di
Broadway
.
Son
tutte
men
che
ventenni
,
d
'
una
polpa
serpentina
e
durissima
,
pettinate
alla
maniera
eccentrica
di
Josephine
Baker
,
cioè
con
i
capelli
incollati
a
virgola
sulla
fronte
.
Sotto
questa
punteggiatura
audace
i
loro
occhi
dardeggiano
.
Non
c
'
è
donna
di
teatro
,
o
cometa
nel
cielo
,
che
fuggendo
sfolgori
più
viva
di
questa
.
Con
dei
notturni
riflessi
di
bronzo
i
loro
corpi
ignudi
,
che
un
agitato
e
gonfio
gonnellino
di
penne
di
struzzo
copre
,
guizzano
contro
luce
in
un
vegetariano
paesaggio
da
cinematografo
.
Beatissima
isola
del
Pacifico
.
In
fondo
,
la
luna
fa
una
scia
d
'
argento
sul
mare
di
smeraldo
che
appare
incorniciato
da
'
palmizi
giganti
.
Su
quel
terrestre
paradiso
di
banane
,
esse
son
le
hawajane
.
Una
bellissima
scena
,
che
non
basta
a
descriverla
la
penna
stilografica
:
ci
vogliono
i
tamburi
.
Si
direbbe
il
festino
di
una
tribú
di
pescatrici
di
perle
,
che
torno
torno
all
'
isola
,
nelle
acque
profonde
,
i
coscienziosi
pescicani
assediano
.
Ma
quel
che
più
addentro
deve
turbare
con
vaghe
nostalgie
l
'
anima
delle
platee
è
la
voce
strana
di
queste
fanciulle
di
colore
.
Voce
debole
,
ferma
sugli
albori
della
creazione
.
Liquide
voci
boschive
,
verdi
come
l
'
aria
tra
il
fogliame
,
monotone
come
l
'
acqua
.
Queste
negre
che
cantano
ballando
,
buttan
le
note
a
piena
gola
,
come
l
'
ultima
campana
che
s
'
addormenta
.
Suoni
lunghi
che
dondolano
ai
rami
,
polvere
di
melodia
:
il
sonno
scivola
,
s
'
adagia
.
Dormiveglia
della
jungla
sotto
la
pioggia
calda
.
Lamenti
di
leopardi
,
la
sera
.
Ruggito
che
illanguidisce
e
finisce
in
sfumature
color
di
vaniglia
.
Onde
gravi
di
sospiri
;
misteriosi
assopimenti
;
echi
dolenti
;
voci
nascoste
in
fondo
alla
natura
.
Cantilene
che
incantano
;
voci
comiche
,
rauche
,
lucenti
,
musicali
.
Musicali
accenti
di
una
fisarmonica
immensa
da
cui
nasce
il
nuovo
mito
negro
americano
.
Nel
genere
serio
,
poi
,
questa
troupe
ci
offre
un
numero
di
una
terribilità
addirittura
teologale
.
Qui
la
passione
di
Cristo
e
la
paura
del
diavolo
non
han
limiti
.
Il
motivo
ne
è
il
seguente
:
«
Negli
stati
del
Sud
il
paese
è
allo
stesso
livello
del
mare
,
e
quando
un
negro
muore
,
se
non
è
abbastanza
ricco
per
essere
sepolto
nelle
montagne
,
vien
sotterrato
nelle
adiacenze
lagunari
,
sì
che
l
'
acqua
fa
tornare
il
suo
corpo
a
galla
.
Allorché
muore
uno
di
questi
negri
poveri
tutti
i
negri
del
villaggio
si
riuniscono
intorno
alla
sua
bara
,
e
creano
coi
loro
canti
una
specie
di
isteria
che
spinge
gli
uomini
a
rubare
,
e
le
donne
a
vendersi
ai
bianchi
,
allo
scopo
di
raccogliere
il
denaro
sufficiente
per
l
'
inumazione
del
defunto
»
.
Il
velario
si
apre
su
un
quadro
spento
che
la
lanterna
cieca
esplora
.
È
la
navata
d
'
una
chiesa
anglicana
.
Il
cupo
laboratorio
dei
missionari
di
Boston
.
Luce
da
inquisizione
.
Là
dentro
un
'
oscura
e
devota
adunanza
intona
i
cantici
.
La
musica
è
quella
di
un
dogmatico
fox
trott
.
Voluminose
entità
si
distinguono
appena
in
quel
buio
.
Corpi
moventi
,
forme
dai
pallidi
balenii
d
'
alluminio
oscillano
fra
gli
opachi
vapori
d
'
un
altare
.
Un
fumido
velo
di
magnesio
ardente
imbianca
tutte
quelle
figure
di
negri
problematici
,
che
non
sono
più
altro
che
cifre
di
una
religione
,
simulacri
di
un
rito
funebre
e
corale
.
L
'
enorme
bocca
rosea
di
un
pastore
africano
affiora
e
affonda
lentamente
nel
tenebrore
:
apparizione
spettrale
che
riassorbita
dall
'
ombra
,
sparisce
nel
lucido
disco
girante
d
'
un
grammofono
.
Dietro
e
intorno
a
quel
segno
che
dilegua
c
'
è
solamente
il
nero
di
una
negativa
fotografica
.
Lastra
che
si
sviluppa
e
stride
in
un
bagno
di
acidi
:
il
Jazz
.
Mugghiano
in
quell
'
oscurità
le
voci
dell
'
apocalissi
.
L
'
orchestra
metallica
scroscia
e
spruzza
acciaio
fuso
.
È
il
film
sonoro
che
vive
.
Le
luci
dei
riflettori
,
che
il
luminista
sorveglia
,
invadono
a
poco
a
poco
con
una
nebbia
azzurrina
,
la
folla
dei
fanatici
il
cui
gesticolare
sempre
più
lungo
e
vasto
si
ripercuote
in
ombre
cinesi
sul
fondale
.
Così
da
un
processo
chimico
vien
fuori
una
specie
di
giudizio
universale
:
una
foresta
umana
che
si
piega
e
si
raddrizza
.
Foresta
senza
fine
.
Canto
,
minaccia
,
solenne
spavento
circonda
,
vaticinio
,
sermone
che
il
più
solenne
spavento
circonda
.
Qui
c
'
è
tutta
la
Bibbia
di
un
convertito
stregone
.
Evangelo
furente
entro
il
quale
cova
l
'
elettricità
di
un
temporale
,
entro
il
quale
brilla
fra
cento
dissolvenze
cinematografiche
il
fuoco
di
un
'
antichissima
magia
.
Qui
c
'
è
l
'
idolatria
,
e
insieme
,
ritmata
coi
pugni
del
mea
culpa
,
una
scolastica
,
violenta
e
celeste
,
che
fa
pensare
a
Bach
:
un
Bach
della
Polinesia
.
In
mezzo
ai
clamorosi
scongiuri
e
alle
orazioni
,
un
'
ombra
umana
caduta
sui
ginocchi
si
trascina
;
prorompe
un
urlo
selvaggio
che
porta
tutta
la
musica
sul
modo
maggiore
.
Il
contrappunto
aumenta
sino
all
'
uragano
e
la
popolosa
visione
va
'
su
a
braccia
levate
nei
cieli
del
palcoscenico
.
XI
Lauri
Volpi
«
La
carriera
del
tenore
non
ci
interessa
;
essa
è
quella
che
gli
permette
di
raggiungere
la
celebrità
prima
che
la
intonazione
-
-
nei
concertati
vuol
aver
ragione
lui
,
anche
quando
nessuno
gli
dà
torto
;
poi
bisogna
applaudirlo
se
non
si
vuol
passare
per
nemici
della
grande
arte
»
.
Ecco
un
'
opinione
,
uno
sfogo
,
un
giudizio
generico
,
forse
a
ragion
veduta
,
ma
che
non
calza
sempre
nel
caso
specifico
:
per
esempio
nel
caso
di
Lauri
Volpi
,
al
quale
non
fa
nessun
torto
l
'
avere
la
più
bella
voce
dei
nostri
giorni
.
La
voce
dell
'
uomo
felice
è
la
sua
.
L
'
Italia
gli
ha
dato
la
gloria
,
l
'
America
la
ricchezza
,
la
Francia
la
rosetta
della
legion
d
'
onore
.
E
la
Spagna
gli
diede
l
'
amore
d
'
una
sposa
,
gli
diede
la
ridente
compagnia
d
'
una
figlia
di
Valenza
.
La
prima
volta
che
andai
a
trovarlo
all
'
Opéra
di
Parigi
,
c
'
erano
nel
suo
camerino
ogni
sorta
di
personaggi
eccelsi
-
-
fra
gli
altri
l
'
ambasciatore
della
Repubblica
Argentina
,
e
il
duca
d
'
Alba
,
allora
ministro
di
Re
Alfonso
.
-
-
Neanche
a
farlo
apposta
,
nomi
sì
illustri
,
figure
sì
spiccate
e
magnanime
non
potevano
capitare
più
a
proposito
in
quel
fatidico
speco
riservato
al
melodramma
.
È
appunto
nel
camerino
,
prima
di
entrare
in
scena
,
che
la
missione
,
il
compito
nazionale
d
'
un
tenore
famoso
comincia
ad
esplicarsi
.
È
lí
,
fra
i
mazzi
di
fiori
che
ingombrano
le
consolle
,
e
i
costumi
sgargianti
che
pesano
,
gremiti
d
'
oro
,
ai
ganci
delle
pareti
:
in
mezzo
a
un
guazzabuglio
di
asciugamani
buttati
sulle
poltrone
e
di
scarpini
che
volano
al
sotto
,
che
il
nostro
globe
trotter
del
melodramma
italiano
incontra
a
tu
per
tu
i
potenti
della
terra
.
Son
proprio
quelli
e
quelle
,
i
momenti
importanti
e
le
arguzie
efficaci
.
Quando
dinanzi
allo
specchio
,
stropicciandosi
i
diversi
cerotti
sulla
faccia
,
l
'
artista
senza
voltarsi
replica
con
la
modestia
più
amabile
ai
signorili
omaggi
di
quei
Grandi
.
Allora
avviene
che
il
luogo
così
inquadrato
e
immerso
in
una
luce
cocente
e
malinconica
,
possa
sembrare
quello
di
un
'
antica
pittura
.
Giovane
e
seminudo
,
il
vello
sulle
spalle
,
come
san
Giovanni
Battista
-
-
il
nostro
Lauri
Volpi
sostiene
in
quel
frangente
,
con
una
fierezza
cattolica
,
il
centro
del
quadro
.
L
'
umana
mitezza
e
il
classico
vigore
del
suo
aspetto
,
ecco
quel
che
lo
rende
oltre
ogni
dire
simpatico
.
Perché
fortuna
vuole
che
fuori
del
palcoscenico
Lauri
Volpi
non
faccia
mai
il
tenore
.
Nella
conversazione
la
sua
voce
non
è
più
quella
che
canta
:
è
un
'
altra
voce
.
-
-
Ha
un
timbro
spento
,
ma
caldo
-
-
muove
bassa
dalle
sue
labbra
;
traluce
vagamente
dall
'
intimo
,
rivelando
l
'
oscura
sensibilità
dell
'
uomo
.
-
-
È
la
sua
voce
privata
;
quella
della
fede
.
Viene
da
una
corda
profonda
-
-
cangiante
ombra
d
'
un
suono
.
Celata
come
una
rosa
che
brucia
paonazza
nel
suo
rabbuffo
di
carta
velina
.
Negli
hôtels
dov
'
egli
scende
piovono
subito
gli
agenti
teatrali
e
lo
assediano
con
offerte
fantastiche
:
i
contratti
sono
pronti
,
non
c
'
è
più
che
la
firma
da
metterci
.
Bersagliato
di
seguito
da
tal
numero
di
affari
si
capisce
che
il
nostro
Lauri
Volpi
sia
qualche
volta
stufo
di
scritture
e
di
soldi
,
al
punto
di
rifiutare
delle
proposte
che
qualsiasi
compositore
o
poeta
con
tutta
la
sua
immaginazione
stenta
a
credere
.
Se
insisto
un
po
'
su
quest
'
argomento
poco
elegante
non
è
per
difetto
di
gusto
,
ma
bensì
per
concludere
che
di
tutte
le
varie
felicità
che
lo
circondano
è
proprio
a
questa
,
economica
,
che
Lauri
Volpi
seccato
volta
il
più
spesso
la
schiena
.
Gli
è
che
Volpi
,
innamorato
del
pubblico
,
come
della
sua
donna
,
vuole
ottenere
soltanto
che
il
pubblico
lo
ami
.
Ecco
perché
canta
.
Basta
guardarlo
col
binocolo
,
quando
entra
in
scena
.
La
sala
,
buia
e
gremita
,
lo
manda
in
visibilio
.
Veh
,
com
'
è
smorto
e
nobile
il
suo
volto
.
Il
suo
petto
si
alza
e
s
'
abbassa
come
quello
d
'
uno
spasimante
che
sta
lí
lí
per
spirare
sotto
un
balcone
chiuso
.
I
suoi
«
do
diesis
»
sono
dei
lunghi
e
umani
messaggi
che
arrivano
alla
luna
.
-
-
E
sul
punto
di
attaccare
l
'
acuto
degli
acuti
vedi
Lauri
Volpi
chiudere
vertiginosamente
gli
occhi
avvolti
nel
vuoto
come
uno
che
si
getta
dalla
torre
Eiffel
.
-
-
Ed
è
sempre
un
volo
canoro
stupendo
.
Tutto
quel
che
in
un
anno
può
spendere
,
di
note
sopra
i
righi
,
un
tenore
normale
,
egli
lo
spende
in
una
sera
.
È
un
vero
salasso
vocale
.
n
La
sua
recente
tournée
fu
un
arco
solo
di
trionfi
,
da
Budapest
a
Berlino
,
da
Parigi
fino
all
'
isola
di
Maiorca
.
In
Spagna
cantò
anche
nella
Plaza
dos
Toros
di
Barcellona
dinanzi
a
ventimila
persone
.
In
ogni
luogo
del
mondo
cantò
in
italiano
.
Questo
continuo
cambiar
paesi
,
teatri
,
compagnie
,
e
cantare
,
oggi
,
con
degli
ungheresi
,
con
dei
tedeschi
domani
,
è
una
cosa
che
ti
scombussola
-
-
mi
dice
Lauri
Volpi
.
-
-
La
memoria
della
parte
,
la
pronunzia
sicura
,
il
movimento
,
se
ne
vanno
a
Patrasso
-
-
bisogna
provare
e
riprovare
per
assuefarsi
a
certe
repliche
ostrogote
che
a
tutta
prima
ti
fan
rimanere
di
sasso
.
Povero
lui
,
per
una
settimana
Parigi
fu
piena
del
suo
nome
e
'
non
gli
diede
riposo
-
-
quattro
recite
e
tre
concerti
in
sette
giorni
.
L
'
ultima
sera
all
'
Opéra
fece
l
'
Aida
.
-
-
Recita
completamente
italiana
.
-
-
Gli
artisti
di
quel
teatro
,
dal
primo
all
'
ultimo
,
si
sforzarono
di
cantare
nella
nostra
lingua
,
e
ci
riuscirono
egregiamente
fu
intorno
a
Lauri
Volpi
una
gara
inaspettata
,
ed
un
omaggio
magnifico
reso
all
'
arte
nostra
.
Fra
il
terzo
e
il
quarto
atto
volli
andar
su
a
salutarlo
.
Per
arrivare
al
palcoscenico
c
'
è
un
viaggio
inenarrabile
da
fare
:
vestiboli
,
passaggi
,
boccaporti
,
androni
che
rimbombano
,
scalette
di
servizio
,
spazi
morti
,
scricchiolio
di
legname
sotto
i
passi
-
-
insomma
un
'
arca
,
questo
teatro
,
un
barcone
,
una
scuderia
,
un
labirinto
grandioso
,
vuoto
,
antidiluviano
e
provvisorio
.
In
fondo
a
certe
corsie
,
mezzo
annegate
nella
luce
fioca
e
traballante
del
gas
,
una
tribuna
da
corte
d
'
assisi
,
e
sulla
scranna
un
custode
che
non
da
piu
segno
di
vita
.
Mi
ci
volle
una
guida
per
arrivare
.
Sul
palcoscenico
,
turbe
di
comparse
ferme
nella
penombra
;
fra
le
quinte
le
masse
dei
coristi
aspettavano
il
segnale
,
come
dei
soldati
in
trincea
-
-
nell
'
aria
,
fino
al
soffitto
altissimo
,
noia
,
sonno
,
stanchezza
.
E
in
disparte
,
nel
buio
,
Lauri
Volpi
colle
braccia
conserte
.
Riconosco
i
suoi
occhi
lucenti
,
i
suoi
capelli
ricciuti
e
bagnati
di
naufrago
:
la
tunica
leggera
di
Radames
è
quasi
incollata
sulle
sue
spalle
-
-
su
tutto
il
suo
corpo
fuma
il
vapore
.
È
sudato
,
formidabile
,
come
un
boxeur
prima
dell
'
ultimo
round
.
Ma
allegro
.
Ride
-
-
sa
che
fra
cinque
minuti
un
'
altra
celeste
Aida
,
un
'
Aida
parigina
,
morirà
fra
le
sue
braccia
.
XII
Concerto
di
negri
La
sala
Gaveau
a
Parigi
sembra
quella
di
Santa
Cecilia
a
Roma
-
-
un
po
'
più
vasta
,
se
vuoi
,
e
sontuosa
-
-
con
delle
penombre
e
delle
profondità
appartate
,
quasi
delle
nicchie
,
entro
le
quali
gli
astanti
,
aspettando
che
il
concerto
cominci
,
siedono
in
una
solitudine
conventuale
.
Un
piccolo
organo
con
la
gerarchia
delle
sue
canne
mute
dorme
avvolto
in
un
barlume
grigio
e
argento
,
e
fa
fronte
al
pubblico
che
di
minuto
in
minuto
si
va
accumulando
in
platea
,
fitto
,
profumato
e
soffice
come
una
valanga
.
Ad
un
certo
punto
una
raggiera
di
lumi
dai
colori
arancioni
s
'
accende
e
indora
la
folla
distesa
e
sussurrante
.
Cinque
negri
in
smoking
son
già
allineati
sul
podio
.
Cinque
ceffi
di
pece
lampeggiano
sul
candore
degli
sparati
-
-
sembrano
tenebrose
maschere
intente
a
spiare
dai
fori
.
L
'
improvvisa
luce
non
ha
lasciato
a
loro
il
tempo
di
dileguarsi
.
La
scena
ha
l
'
aria
di
un
complotto
sventato
.
Tengon
la
testa
china
e
le
mani
dietro
la
schiena
.
Che
avranno
in
sorte
costoro
:
il
linciaggio
,
la
sedia
o
la
fucilazione
?
Su
un
lato
del
palco
un
pianoforte
a
coda
interminabile
,
una
specie
di
sarcofago
scoperchiato
,
sta
lí
sulle
ruotine
,
fermo
.
Lo
diresti
il
pauroso
veicolo
adibito
alla
traslazione
delle
loro
salme
.
Poveracci
;
tirano
appena
il
fiato
,
posseduti
da
uno
stesso
pensiero
funesto
;
e
quel
respiro
diventa
a
poco
a
poco
un
lamento
,
una
preghiera
che
fluttua
su
quelle
labbra
tumide
:
mescolanza
fioca
di
versetti
e
di
nenie
che
una
quiete
assonnata
mantiene
su
un
tono
monotono
e
lieve
.
Son
dei
quacqueri
neri
che
cantano
in
lingua
inglese
,
su
un
ritmo
che
suona
lento
,
scompigliato
,
arcano
-
-
cantano
senza
sostegno
istrumentale
.
Cantano
.
E
non
si
guardano
mai
.
Non
si
toccano
,
guai
!
-
-
curvi
,
immobili
,
assorti
come
bestie
catturate
.
Il
loro
insieme
è
ammirevole
,
l
'
intonazione
è
perfetta
,
e
sembra
desolata
di
esserlo
.
Le
voci
di
questi
negri
non
sono
fatte
per
primeggiare
ma
per
coprirsi
a
vicenda
,
e
intrecciarsi
in
un
gergo
rotto
,
confuso
,
puerile
,
indefinibile
.
C
'
è
un
mistero
,
un
'
ossessione
,
una
occulta
presenza
che
fa
loro
venir
la
tremarella
,
qualcosa
che
si
muove
come
l
'
ombra
dei
preti
missionari
sulla
sabbia
del
deserto
.
Ascoltiamo
perplessi
questa
musica
senza
gesti
,
che
gira
a
rilento
.
-
-
Formule
caute
,
echeggiamenti
vaghi
,
irreperibili
suoni
,
evasivi
accenti
.
È
un
'
arte
che
non
si
eleva
mai
,
non
si
spiega
,
gorgoglia
,
e
si
svuota
prima
di
avverarsi
:
ventriloquia
sobria
,
evanescente
armonia
che
fa
l
'
altalena
e
arriva
sino
a
noi
a
onde
successive
,
come
per
trasmissione
radiofonica
.
I
cinque
cantori
del
nuovo
mondo
sembrano
ancora
lontani
sui
flutti
dell
'
oceano
.
Sul
loro
sangue
infuocato
la
chiesa
protestante
ha
versato
la
Fede
-
-
ormai
le
loro
anime
cristiane
bruciano
onestamente
come
le
candele
sull
'
altare
.
Non
han
più
forza
,
né
foga
,
né
originalità
;
non
c
'
è
più
niente
di
verticale
nel
loro
modo
;
mai
un
colpo
azzeccato
-
-
effetti
d
'
ombra
nell
'
ombra
-
-
dissolvenze
sonore
.
Per
attaccare
insieme
s
'
intendono
fra
loro
a
cenni
impercettibili
,
serbando
tuttavia
un
atteggiamento
impersonale
pieno
di
dissimulazione
belluina
.
Ohimè
;
chi
s
'
aspettava
di
udire
da
costoro
qualche
esilarante
mistificazione
,
qualche
grossa
e
accorata
eccentricità
sul
genere
di
Alleluia
,
casca
dalle
nuvole
e
comincia
a
ingoiare
sbadigli
su
sbadigli
come
il
camaleonte
che
mangia
l
'
aria
.
Ma
la
natura
presto
o
tardi
si
vendica
.
Ed
ecco
che
a
poco
a
poco
dietro
tanta
devozione
nasce
la
luce
violetta
dell
'
alba
,
come
intorno
a
un
'
orgia
funebre
.
Senti
,
che
nostalgia
in
quegli
ululati
contriti
.
Le
u
inglesi
sospirano
nel
loro
naso
,
gemono
nella
loro
gola
;
e
tutto
l
'
alfabeto
dei
seminari
di
Boston
,
che
gonfia
le
loro
gote
che
fischia
fra
i
loro
denti
,
e
fa
roteare
i
loro
occhi
in
un
'
estasi
placida
,
si
mischia
malinconicamente
a
proposito
di
sermoni
,
di
Bibbia
e
di
pie
cerimonie
.
Dietro
quei
salmi
ci
son
le
canzoni
sotto
la
tenda
nell
'
accampamento
notturno
,
la
vittima
pronta
per
il
sacrificio
,
l
'
acquavite
per
la
danza
e
i
falsi
combattimenti
dei
guerrieri
.
Questi
negri
hanno
dunque
un
'
anima
a
doppio
fondo
,
e
non
sono
dei
trabucos
denicotinizzati
.
L
'
istinto
,
il
ritmo
vitale
li
invade
gradatamente
,
il
sacro
delirio
vien
fuori
dalle
loro
ugole
,
e
il
pubblico
elettrizzato
comincia
ad
agitarsi
.
Fra
i
ranghi
femminili
c
'
è
una
tribú
di
dame
color
di
liquirizia
,
che
si
gonfiano
esilarate
,
mostrano
i
denti
e
non
stan
più
nella
pelle
.
Proprio
in
quel
punto
m
'
accorgo
d
'
avere
per
vicina
una
negra
del
tropico
,
ingombrante
,
cresputa
,
e
una
sua
figluoletta
dalle
trecce
pesanti
e
bruciate
.
Ambedue
seguono
anelando
il
concerto
e
sembrano
al
settimo
cielo
.
A
bocca
aperta
la
piccola
sorride
,
sorride
in
silenzio
-
-
i
suoi
occhioni
di
bull
dog
guardano
nel
vuoto
con
uno
sbalordimento
travolgente
.
Comincio
anch
'
io
a
sentirmi
leggero
,
e
a
salire
a
traverso
regioni
metafisiche
,
al
di
là
di
tutte
le
mitologie
,
nell
'
elemento
cosmico
e
cieco
.
Tempestoso
,
immobile
,
l
'
universo
siderale
affonda
da
ogni
parte
infinito
.
I
grossi
unisoni
cantano
su
un
tono
equatoriale
-
-
un
inno
si
leva
dagli
uomini
,
dalle
foreste
,
dal
mare
e
va
su
in
cielo
-
-
un
cielo
immane
,
che
stride
,
sul
proprio
asse
,
e
tuona
lontano
.
Ansante
e
rorido
come
un
gran
ventre
sazio
il
firmamento
palpita
e
stilla
fuoco
.
Miriadi
di
astri
sanguigni
fumano
lentamente
.
La
via
lattea
luccica
come
una
cintura
incrostata
.
Corrono
i
messaggi
fra
l
'
uno
e
l
'
altro
polo
.
Tutto
è
ripetizioni
,
discrepanze
e
segnali
.
La
notte
fa
il
suo
lungo
viaggio
con
i
vapori
che
ne
derivano
e
le
luci
che
l
'
accompagnano
.
La
stella
di
Venere
riman
l
'
ultima
a
dondolare
lassú
.
Le
altre
sono
fuggite
tutte
dinanzi
al
prossimo
sorgere
del
sole
.
XIII
Parigi
1930
La
Patria
della
democrazia
par
diventata
una
cooperativa
anonima
,
e
Parigi
lavora
in
sordina
ma
sodo
:
quiete
e
semplicità
stanno
alla
superficie
.
A
tutta
prima
diresti
che
il
gallo
ha
messo
il
becco
sotto
l
'
ala
e
digerisce
.
Invece
seleziona
.
Le
iniziali
allegoriche
,
i
sostantivi
tonanti
della
Repubblica
son
scritti
in
lettere
piccole
.
Sui
biglietti
da
visita
non
vedi
che
minuscole
.
Genio
,
eroismo
,
gloria
,
cercano
di
non
dar
più
nell
'
occhio
,
strisciano
lungo
i
muri
e
vanno
in
bassa
tenuta
.
Vittoria
,
libertà
sono
parole
di
terza
qualità
.
Nell
'
arte
,
nella
politica
,
sono
aboliti
gli
altoparlanti
.
Tutto
quel
che
è
imperativo
o
pretensioso
marca
il
passo
e
si
tace
.
Bando
alle
esclamazioni
,
non
son
più
i
chiari
di
luna
della
rettorica
.
Gli
esteti
e
i
demagoghi
van
coperti
d
'
obbrobrio
a
crepare
sotto
i
ponti
.
All
'
enfasi
ci
pensa
lo
spazzino
.
Crisi
di
rinnovamento
,
giunco
di
influenze
,
trasfusione
del
sangue
.
I
discorsi
son
corti
,
le
parole
precise
,
si
cerca
l
'
essenziale
.
D
'
una
lotta
accanita
e
profonda
come
questa
non
odi
che
i
sospiri
e
qualche
rantolo
.
In
mezzo
a
tanto
silenzioso
tormento
il
rumore
d
'
una
porta
sbattuta
,
il
tonfo
d
'
un
suicida
,
il
grido
d
'
un
poeta
,
si
spengono
senza
traccia
in
questa
atmosfera
raccolta
che
è
come
un
coltrone
di
cenere
.
In
un
discorso
di
ieri
Paul
Claudel
constatava
senza
rincrescimento
che
l
'
americanismo
ha
invaso
da
un
capo
all
'
altro
tutta
la
Francia
.
C
'
è
dell
'
esagerazione
,
e
i
poeti
che
esagerano
son
messi
in
questo
momento
fuori
circolazione
come
le
maiuscole
dell
'
alfabeto
.
Ma
Claudel
è
anche
ambasciatore
e
la
frase
scabrosa
sollevò
un
putiferio
;
si
disse
da
ogni
parte
:
basta
,
basta
.
Prima
che
la
protestante
eco
sia
dispersa
del
tutto
,
leviamoci
per
affermare
a
nostra
volta
che
,
se
la
Francia
sta
americanizzandosi
,
la
città
di
Parigi
è
addirittura
dei
negri
.
Quassú
il
negro
è
il
modello
,
il
profeta
,
l
'
artista
.
Qui
si
dà
fondo
a
tutte
le
più
occulte
negrerie
.
L
'
Africa
ha
steso
il
suo
braccio
sulla
città
lumière
.
Settantamila
algerini
sudano
nelle
officine
.
Le
più
oscure
tribú
traversano
senza
tamburo
i
grandi
boulevards
.
Il
ritmo
di
questa
metropoli
è
imperiale
.
Nei
saloni
trionfa
il
giovane
stregone
dal
colore
dei
sigari
di
avana
.
I
negri
ti
dànno
il
biglietto
nei
carrozzoni
del
tram
.
Ammarrate
ai
piedi
del
Louvre
ballano
sui
flutti
della
Senna
le
piroghe
oceaniche
.
I
senegalesi
in
alta
uniforme
fan
la
guardia
all
'
Eliseo
.
Il
fatto
non
è
ancora
politico
,
è
piuttosto
mondano
.
Mala
moda
a
Parigi
fa
presto
a
diventare
politica
.
L
'
Italia
invece
e
il
vecchio
italianismo
perdono
dei
punti
,
anzi
precipitano
-
-
come
si
dice
in
borsa
.
[
Venezia
,
Michelangelo
,
Posillipo
)
,
il
sentimento
e
la
gelosia
passano
un
brutto
quarto
d
'
ora
.
Il
do
di
petto
,
il
dolce
far
niente
,
i
bersaglieri
e
la
vendetta
sono
spacciati
quassú
dove
il
risentimento
,
lo
sdegno
,
l
'
aversene
per
male
,
sono
il
segno
di
un
deplorevolissimo
costume
provincia
le
.
Oggidì
si
calpesta
,
si
riduce
in
frantumi
ogni
romanticheria
,
si
scaraventa
nel
fiume
tutto
quel
che
è
vieux
jeu
.
Parigi
è
diventata
un
'
isola
cosmopolita
intorno
alla
quale
galleggiano
ruotando
dei
tappi
di
champagne
,
qualche
berretto
di
carta
rossa
da
cotillon
e
molte
donne
disperate
e
fradicie
di
lacrime
.
Qui
certo
l
'
amore
non
fa
appannare
i
vetri
delle
case
private
:
qui
c
'
è
l
'
uomo
in
incognito
,
c
'
è
il
quacquero
.
L
'
uomo
integrale
,
anima
,
spirito
,
e
corpo
,
l
'
uomo
in
caratteri
da
scatola
,
è
morto
.
Quante
donne
dopo
un
naufragio
approdano
in
questi
paraggi
in
cerca
d
'
un
appoggio
,
d
'
un
protettore
.
Ohimè
!
A
Montparnasse
si
studia
,
ma
si
fa
poco
all
'
amore
.
E
tuttavia
in
nessun
altro
luogo
accorrono
come
qui
,
disperate
,
le
tapine
che
han
bisogno
d
'
essere
sostenute
per
cadere
di
nuovo
.
Del
resto
qui
,
amore
,
non
si
dice
più
:
si
dice
amicizia
e
l
'
amicizia
è
sperimentale
.
Così
d
'
esperimento
in
esperimento
la
vita
finisce
qualche
volta
a
spegnersi
sopra
un
fornello
di
carbone
.
Il
cancan
è
finito
.
Entrando
in
Parigi
fiuti
nell
'
aria
lo
spirito
serioso
della
città
,
che
da
qualche
anno
in
qua
si
moralizza
fin
che
può
.
Ti
permettono
appena
una
scrittura
che
dice
castamente
delle
cose
immorali
.
L
'
absinte
non
c
'
è
più
,
-
-
si
mena
una
vita
sorvegliata
e
pacifica
.
L
'
uno
dopo
l
'
altro
i
luoghi
clandestini
si
chiudono
.
In
poesia
le
note
son
leggere
,
intermittenti
,
ultimi
segni
balzati
alla
superficie
letteraria
,
come
le
bolle
d
'
aria
che
fa
un
annegato
sparito
sott
'
acqua
.
Quanta
severità
.
I
cervelli
son
diventati
più
forti
,
ma
i
cervelli
soltanto
.
Ora
si
cerca
d
'
essere
ragionevoli
e
si
aspetta
la
trasfusione
del
sangue
.
La
sera
il
cielo
è
zebrato
di
fulmini
,
ma
non
senti
tuonare
.
Di
tutto
un
apparecchio
pirotecnico
,
dopo
che
i
fuochi
artificiali
son
bruciati
,
e
il
fumo
è
dileguato
,
non
rimangono
al
mattino
che
tizzoni
,
trucioli
,
gabbie
schematiche
di
réclame
tramortita
,
e
la
freddezza
arcigna
d
'
una
città
che
non
ha
punto
goduto
.
È
la
corrente
invisibile
che
durante
la
notte
dà
tanti
occhi
,
e
un
milione
di
sguardi
sfolgoranti
,
a
queste
strade
funebri
.
Ecco
il
paesaggio
invernale
fatto
di
neve
,
di
cemento
,
e
pieno
di
ateliers
,
sterilizzati
dalla
luce
elettrica
-
-
dove
il
pensiero
moderno
brucia
,
brilla
,
si
spoglia
di
ceneri
calde
,
evapora
,
a
forza
di
combustione
,
fin
che
rimane
bianco
,
esiguo
,
ossificato
come
uno
scheletro
nella
calce
.
Ma
queste
non
sono
che
impressioni
di
un
ultimo
arrivato
.
Col
tempo
l
'
incanto
nascosto
di
Parigi
ci
avvolge
volubilmente
,
ci
penetra
,
e
una
dolce
avidità
di
viverci
ci
prende
:
entri
in
circolazione
,
sei
parte
del
tutto
,
trovi
un
destino
nuovo
e
senza
ribellione
finirai
anche
tu
per
trascinarti
dietro
la
catena
del
parigino
.
StampaQuotidiana ,
È
tempo
di
puntare
i
piedi
a
terra
!
Le
intenzioni
degli
avversari
appaiono
ogni
ora
più
evidenti
.
Non
è
il
processo
agli
autori
e
agli
ispiratori
dell
'
uccisione
di
Matteotti
quel
che
si
vuoi
fare
,
ma
bensì
il
processo
al
Fascismo
e
al
Governo
Fascista
.
Ciò
non
sarà
consentito
...
Chi
osa
parlare
con
tanta
burbanza
acida
e
con
arroganza
calunniosa
del
Fascismo
,
del
Governo
,
del
Presidente
?
E
.
quella
mala
gente
dell
'
opposizione
che
mostra
di
tenere
in
maggior
conto
una
inutile
e
pericolosa
campagna
diffamatoria
che
non
una
"
détente
"
di
reali
e
salutari
vantaggi
per
il
Paese
.
Mussolini
,
il
Fascismo
,
il
Governo
Fascista
sono
preparati
alle
più
incrollabili
decisioni
.
Vaste
illusioni
cullano
ancora
,
evidentemente
,
i
nostri
avversari
.
Noi
siamo
dei
forti
:
possiamo
sopportare
agevolmente
le
crisi
più
serie
;
uno
o
dieci
dei
nostri
uomini
maggiori
possono
cadere
sotto
le
colpe
più
gravi
e
il
Fascismo
non
sosta
per
questo
la
sua
marcia
;
altri
uomini
coprono
i
posti
lasciati
vuoti
.
Il
Fascismo
ha
abbandonato
tanti
deboli
e
tanti
indegni
lungo
la
sua
strada
che
non
si
sgomenta
se
qualcuno
dei
ritenuti
migliori
salta
.
Non
ci
si
arresta
;
non
ci
si
sbigottisce
.
Non
fa
nulla
.
Si
va
avanti
con
ritmo
più
forte
.
Non
ci
si
volta
neppure
indietro
.
Un
grande
partito
e
un
partito
come
il
nostro
in
un
grande
paese
come
l
'
Italia
non
può
e
non
deve
conoscere
patèmi
da
donnicciuole
.
Le
opposizioni
badino
ai
mali
passi
!
È
tempo
di
puntare
i
piedi
!
Indietro
gli
sciacalli
!
StampaQuotidiana ,
La
repressione
sanguinosa
dei
moti
insurrezionali
delle
Asturie
repressione
che
è
stata
ordinata
dal
fondatore
della
Repubblica
,
repressione
che
non
ha
riscontro
in
nessun
momento
della
storia
della
Monarchia
ha
lasciato
un
violento
strascico
di
polemiche
che
infuriano
nei
fogli
e
foglietti
sovversivi
d
'
oltre
Alpe
.
Ci
voleva
la
Repubblica
per
massacrare
una
moltitudine
così
imponente
di
operai
!
Le
accuse
di
tradimento
e
di
viltà
rimbalzano
dagli
uni
agli
altri
:
socialisti
contro
comunisti
,
anarchici
contro
gli
uni
e
gli
altri
,
il
furore
polemico
tocca
i
culmini
.
Ecco
ad
esempio
il
commento
del
Risveglio
di
Ginevra
,
che
trae
conclusioni
antibolsceviche
dagli
episodi
spagnuoli
:
«
Non
pare
a
quei
socialisti
che
ci
vogliono
presentare
i
Largo
Caballero
e
i
Prieto
come
degli
eroi
che
furono
invece
essi
a
fornire
le
migliori
armi
al
nemico
?
E
non
s
'
avvedono
quanto
fu
grave
errore
il
non
insorgere
fin
dal
primo
momento
come
lo
fecero
gli
anarchici
?
È
vero
che
si
trovavano
minacciati
dalla
loro
propria
legalità
!
Sta
bene
che
noi
non
disperiamo
in
questa
più
che
in
altra
circostanza
,
anzi
i
fatti
stessi
sono
piuttosto
di
natura
da
lasciar
sperare
in
un
prossimo
avvenire
,
ma
intanto
si
è
avuta
la
perdita
di
un
tempo
prezioso
e
di
vite
ancor
più
preziose
.
Il
movimento
socialista
è
oggi
tutto
inquinato
dalla
bestiale
idea
di
dittatura
,
la
quale
se
è
rigorosamente
logica
ed
utile
pei
partigiani
della
finanza
,
del
trono
e
dell
'
altare
,
è
assurda
per
gli
araldi
dell
'
emancipazione
integrale
.
Certi
dementi
ci
ripetono
che
«
bisogna
fare
come
in
Russia
»
,
giustificando
così
in
primo
luogo
il
Fascismo
nella
sua
soppressione
d
'
ogni
diritto
umano
e
libertà
personale
e
prospettando
a
quanti
non
sono
staliniani
al
cento
per
cento
il
carcere
,
la
deportazione
,
l
'
esilio
,
la
fucilazione
e
qualche
massacro
in
grande
stile
come
a
Cronstadt
,
con
la
diffamazione
in
più
di
essere
qualificati
da
una
turba
di
fanatici
,
ciechi
ed
abbietti
servi
di
controrivoluzionari
.
È
questo
equivoco
di
controrivoluzione
e
rivoluzione
entrambe
della
dittatura
,
che
ha
confuse
le
menti
,
guasti
i
cuori
,
falsate
le
idee
,
corrotti
pensieri
ed
atti
.
Le
fraseologie
opposte
preconizzano
in
fondo
uno
stesso
metodo
di
disciplina
di
ferro
,
di
sottomissione
assoluta
,
di
degradazione
integrale
,
ed
a
scopi
definiti
contrari
si
fanno
corrispondere
identiche
vie
»
.
Se
i
comunisti
chiamati
così
direttamente
in
causa
,
risponderanno
per
le
rime
,
noi
,
guidati
dal
nostro
superiore
senso
di
obiettività
,
faremo
conoscere
il
loro
punto
di
vista
.
Il
nostro
è
noto
.
Gli
uni
e
gli
altri
e
tutti
insieme
sono
degli
ignobili
mistificatori
delle
masse
operaie
,
ch
'
essi
coscientemente
guidano
alla
disfatta
nel
sangue
e
piantano
in
asso
,
dopo
il
disastro
,
quando
un
solo
superstite
istinto
li
assilla
:
salvare
la
pancia
e
,
se
possibile
,
la
cassa
.
Saggistica ,
A
MIA
SORELLA
EMMA
CASTELLINI
SIGHELE
.
Questa
,
ch
'
io
ti
offro
,
è
la
frammentaria
relazione
di
un
vagabondaggio
intellettuale
attraverso
un
territorio
psicologico
molto
studiato
e
sempre
poco
conosciuto
.
Tu
sai
che
la
parte
migliore
di
me
è
in
quei
libri
coi
quali
ho
voluto
servire
la
scienza
in
cui
credo
,
è
in
quella
propaganda
patriottica
con
la
quale
ho
voluto
difendere
la
mia
terra
irredenta
che
amo
.
Al
di
fuori
di
questa
fede
e
di
questo
amore
,
io
guardo
il
mondo
con
la
tranquilla
serenità
di
un
modesto
studioso
che
non
ambisce
dir
cose
nuove
,
ma
desidera
soltanto
osservare
.
Queste
mie
pagine
sono
il
frutto
di
un
'
osservazione
obbiettiva
:
raccolgono
,
commentano
,
criticano
quello
che
gli
altri
hanno
detto
:
sono
ricami
intessuti
coll
'
ago
dell
'
improvvisazione
su
un
tema
che
oggi
interessa
:
sono
brevi
fuochi
d
'
artificio
con
cui
ho
tentato
illuminare
fugacemente
una
questione
molto
complessa
e
molto
confusa
.
Pure
,
in
queste
pagine
è
un
sentimento
che
le
rende
forse
non
indegne
di
essere
dedicate
a
te
.
Il
libro
è
in
alcune
parti
ardito
,
ma
il
suo
scopo
è
profondamente
morale
.
Tu
vi
troverai
,
a
volte
,
un
'
eccessiva
semplicità
,
a
volte
un
po
'
d
'
ironia
.
L
'
una
e
l
'
altra
non
sono
che
la
paura
di
dar
troppa
importanza
al
mio
pensiero
.
Ma
tu
vi
troverai
,
anche
,
la
convinzione
sincera
che
il
maggiore
e
migliore
ideale
della
donna
si
realizza
nella
sua
missione
di
madre
.
Per
me
è
vangelo
la
parola
di
Nietzsche
:
la
donna
è
un
enigma
la
cui
soluzione
si
chiama
maternità
.
E
per
questo
a
te
-
che
della
missione
di
madre
hai
inteso
modernamente
tutti
i
doveri
e
godi
oggi
meritamente
tutti
gli
orgogli
-
per
questo
a
te
ho
voluto
dedicare
il
mio
libro
,
come
un
atto
di
riconoscenza
d
'
affetto
e
d
'
ammirazione
.
S
.
S
.
Firenze
,
marzo
1910
.
Una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
-
"
On
peut
prédire
à
coup
sûr
que
la
morale
de
demain
sera
ce
que
seront
les
convictions
de
demain
relativement
à
l
'
importance
,
à
la
nature
,
à
la
signification
des
rapports
sexuels
.
"
-
GABRIEL
TARDE
.
Un
destino
ironico
vuole
che
i
grandi
uomini
creino
dei
discepoli
piuttosto
per
esagerare
e
deformare
le
loro
idee
paradossali
anziché
per
seguire
e
diffondere
ciò
che
vi
è
di
umanamente
bello
e
nobile
nelle
loro
teorie
.
Tolstoi
che
è
insuperabile
artista
e
mediocre
filosofo
,
ha
visto
sorgere
troppi
seguaci
della
sua
filosofia
e
troppo
pochi
imitatori
della
sua
arte
.
E
delle
sue
dottrine
filosofiche
,
che
risentono
tutte
l
'
assolutismo
del
solitario
e
peccano
tutte
per
l
'
inapplicabilità
d
'
una
psicologia
d
'
eccezione
,
quella
che
ha
avuto
,
anni
or
sono
,
più
largo
onore
di
discussione
e
anche
il
successo
di
un
assentimento
verbale
,
è
stata
la
teoria
dell
'
amore
.
Una
teoria
negativa
,
che
si
è
diffusa
nel
mondo
per
mezzo
di
quel
delizioso
racconto
inverosimile
che
è
la
Sonata
a
Kreutzer
.
Per
Tolstoi
l
'
amore
nella
sua
significazione
fisiologica
di
atto
che
obbedisce
all
'
istinto
è
vizio
e
lussuria
;
e
da
perfetto
asceta
egli
sacrifica
volentieri
la
perpetuità
della
specie
a
questa
perpetuità
del
male
.
L
'
intelligenza
ottusa
degli
uomini
normali
credeva
ingenuamente
che
il
consiglio
di
Tolstoi
non
sarebbe
stato
accolto
.
A
rigore
di
logica
,
non
si
poteva
ammettere
che
l
'
ideale
dell
'
umanità
consistesse
nella
negazione
dell
'
amore
e
quindi
nella
soppressione
dell
'
umanità
.
Ma
la
logica
non
è
forse
che
un
'
opinione
....
come
l
'
aritmetica
,
e
a
combattere
contro
di
essa
pullularono
i
discepoli
tolstoiani
.
L
'
inno
alla
castità
fu
cantato
su
tutti
i
toni
da
un
coro
di
imitatori
;
e
non
soltanto
l
'
inno
alla
castità
relativa
come
vuole
la
morale
cristiana
,
ma
l
'
inno
alla
castità
assoluta
come
pretende
il
gran
sacerdote
di
Jasnaja
Poljana
.
Nell
'
ultimo
capitolo
della
Femme
inquiète
di
Jules
Bois
si
legge
questa
pagina
ove
è
simbolizzata
la
"
coppia
futura
"
la
coppia
platonica
che
rispecchia
il
divino
ma
inutile
amore
secondo
lo
sterile
vangelo
di
Tolstoi
:
-
"
...
Il
secolo
stava
per
finire
.
Noi
eravamo
diventati
i
discepoli
di
Isaja
che
era
il
Messia
della
religione
suprema
.
Un
giorno
il
maestro
mi
disse
:
-
Io
ho
molto
amato
,
ma
i
miei
amori
mi
avevano
lasciato
un
senso
di
disgusto
....
Finalmente
incontrai
colei
che
doveva
decidere
del
mio
destino
e
mutare
la
mia
esistenza
.
Ella
era
vergine
.
Io
ero
sorpreso
del
rispetto
che
mi
ispirava
.
Una
sera
tuttavia
ho
creduto
che
la
mia
passione
sarebbe
stata
più
forte
del
mio
rispetto
.
Ed
ella
che
mi
vedeva
pallido
e
tremante
e
mi
comprendeva
,
appoggiandomi
la
testa
sulla
spalla
mi
disse
:
-
Voi
me
lo
avete
confessato
:
le
coppe
ove
avete
bevuto
non
vi
hanno
mai
soddisfatto
:
perché
ricominciare
un
'
esperienza
vana
?
fra
qualche
istante
voi
non
avrete
più
ideali
ma
soltanto
un
'
amante
di
più
.
Noi
abbiamo
un
gesto
più
splendido
a
compiere
sulla
terra
.
-
Ed
io
la
ho
ascoltata
,
soggiunse
Isaja
,
ed
ora
dopo
molti
anni
sento
che
essa
mi
guidò
sulla
via
perfetta
.
Le
parole
del
maestro
,
malgrado
la
rivolta
della
carne
,
mi
parvero
la
verità
,
ed
io
compresi
che
non
valeva
la
pena
di
vivere
se
non
si
sorpassava
la
vita
"
.
Il
gesto
splendido
che
Isaja
e
la
vergine
avevano
da
compiere
sulla
terra
e
che
hanno
compiuto
,
era
di
rimanere
amici
anziché
diventare
amanti
:
e
a
questo
gesto
splendido
Jules
Bois
concede
la
sua
incondizionata
ammirazione
.
Ma
crede
veramente
Jules
Bois
a
quello
che
scrive
,
o
la
sua
non
è
che
un
'
ammirazione
....
letteraria
,
subito
sconfessata
appena
egli
è
costretto
a
rispondere
alla
facile
obbiezione
che
la
sua
teoria
,
anziché
elevare
l
'
amore
,
lo
annulla
e
sopprime
l
'
umanità
?
Un
giorno
egli
mi
scriveva
:
-
"
Voi
vi
siete
un
poco
sorpreso
di
vedermi
celebrare
la
castità
assoluta
.
Io
credo
veramente
che
vi
sia
una
castità
superiore
,
completa
,
tanto
per
l
'
uomo
che
per
la
donna
,
ma
mi
guarderei
bene
dall
'
indicarla
come
esempio
alle
moltitudini
.
È
un
'
idea
personale
che
io
non
mi
permetterei
di
imporre
a
nessuno
.
Io
predico
soltanto
la
castità
relativa
.
Ma
il
profeta
,
colui
che
,
sacerdote
d
'
una
religione
,
trova
le
verità
geniali
per
mezzo
delle
quali
il
mondo
di
secolo
in
secolo
è
esaltato
e
trasfigurato
,
colui
deve
secondo
me
essere
sempre
casto
.
Gesù
e
Buddha
vissero
nella
purità
assoluta
.
Giovanna
d
'
Arco
non
ebbe
le
sue
visioni
che
perché
il
suo
cuore
e
il
suo
corpo
restarono
intatti
.
Sono
delle
eccezioni
così
rare
e
così
venerabili
che
la
loro
imitazione
non
mi
sembra
pericolosa
,
sopratutto
presso
di
noi
che
dobbiamo
temere
l
'
eccesso
opposto
.
Amiamo
e
riveriamo
questi
genii
incomparabili
.
I
fanali
delle
strade
non
ci
bastano
:
noi
abbiamo
bisogno
anche
di
guardare
le
stelle
"
.
Interpretata
e
modificata
così
,
la
dottrina
della
castità
comincia
ad
apparir
meno
assurda
:
dalle
nebbie
del
misticismo
si
scende
sul
terreno
pratico
della
realtà
,
e
si
confessa
che
il
precetto
assoluto
è
messo
innanzi
soltanto
perché
abbia
delle
applicazioni
relative
.
Non
altrimenti
la
nostra
psicologia
dell
'
educazione
crede
di
dover
porre
innanzi
ai
giovani
gli
esempii
di
virtù
rare
ed
eroiche
perché
essi
,
imitandole
da
lontano
,
sappiano
diventare
,
se
non
degli
eroi
,
almeno
dei
galantuomini
.
Si
domanda
mille
per
esser
certi
di
ottener
cento
.
È
la
tattica
di
tutti
i
propagandisti
.
E
si
ritorna
così
,
senza
saperlo
o
senza
volerlo
confessare
,
alla
dottrina
cristiana
,
la
quale
pur
riconoscendo
la
verginità
come
lo
stato
perfetto
,
riconosce
tuttavia
e
benedice
anche
il
matrimonio
.
La
castità
assoluta
rimane
cioè
l
'
ideale
cui
tutti
dovrebbero
tendere
,
ma
che
a
pochi
è
dato
raggiungere
.
Vi
è
però
fra
questi
moderni
predicatori
di
castità
e
l
'
antico
precetto
della
religione
cattolica
,
una
differenza
di
metodo
e
di
scopo
.
La
castità
religiosa
,
cioè
monacale
,
era
incompleta
e
socialmente
dannosa
perché
la
castità
obbligatoria
è
una
diminuzione
di
energia
e
un
avvilimento
.
Invece
,
la
castità
quale
è
voluta
dai
riformatori
moderni
alla
Jules
Bois
,
la
castità
volontaria
e
"
dosata
"
può
essere
socialmente
utile
perché
è
innegabilmente
un
aumento
di
forza
per
l
'
individuo
e
una
prova
ch
'
egli
sa
comandare
all
'
istinto
.
La
religione
aveva
posto
in
contrasto
quasi
fossero
due
termini
irreducibili
la
castità
e
l
'
amore
:
la
verginità
da
una
parte
,
il
peccato
dall
'
altra
.
Oggi
si
corregge
questo
assolutismo
e
non
si
vogliono
mantener
distinte
le
due
categorie
di
vergini
e
di
peccatori
:
oggi
Jules
Bois
dice
:
bisogna
unire
la
castità
e
l
'
amore
,
bisogna
cioè
realizzare
l
'
amore
casto
,
l
'
amore
psichico
,
nel
quale
l
'
unione
non
sia
la
conseguenza
d
'
un
desiderio
o
d
'
un
interesse
,
ma
lo
svolgersi
d
'
un
sentimento
delicato
e
puro
.
Come
realizzarlo
?
*
Prima
di
rispondere
a
questa
domanda
,
constatiamo
che
i
seguaci
di
Tolstoi
,
partiti
dall
'
aberrazione
del
maestro
,
sono
arrivati
all
'
affermazione
di
una
regola
morale
ed
igienica
molto
semplice
alla
quale
tutti
potrebbero
sottoscrivere
.
Per
attirar
l
'
attenzione
intorno
a
sé
hanno
spiegata
al
sole
la
bandiera
della
castità
assoluta
,
confidando
di
radunar
la
folla
curiosa
intorno
a
questa
insegna
mattoide
,
e
poi
,
ripiegando
a
poco
a
poco
sotto
la
grandine
del
ridicolo
,
hanno
finito
collo
sventolare
soltanto
il
pallido
labaro
della
castità
relativa
.
Per
far
questo
,
non
occorreva
atteggiarsi
a
discepoli
di
Tolstoi
,
e
nemmeno
pretendere
di
essere
dei
novatori
.
Bastava
ascoltare
quello
che
consigliano
i
medici
o
,
ancor
più
modestamente
,
quello
che
insegnano
il
senso
comune
e
il
senso
morale
.
La
castità
relativa
è
per
un
popolo
come
per
un
individuo
una
condizione
di
superiorità
.
Per
l
'
individuo
è
l
'
indice
di
un
self
control
,
di
una
padronanza
su
sé
stesso
che
gli
permetterà
di
esercitare
in
tanti
campi
più
utili
quell
'
energia
che
altri
spreca
unicamente
nel
piacere
.
Per
un
popolo
è
la
ragione
della
sua
forza
conquistatrice
e
civilizzatrice
nel
mondo
.
La
superiorità
di
espansione
d
'
una
razza
è
dovuta
in
gran
parte
alla
sua
salute
fisica
:
un
popolo
fiacco
per
eccessi
sensuali
può
avere
soltanto
una
civiltà
che
non
dura
.
Queste
sono
,
ormai
,
verità
che
corron
le
strade
;
e
si
capisce
e
si
perdona
che
le
ripetano
i
francesi
i
quali
,
vedendo
che
il
loro
paese
muore
per
la
continua
diminuzione
di
nascite
,
e
attribuendo
giustamente
questo
pauroso
fenomeno
all
'
immoralità
dei
loro
costumi
sessuali
,
cercano
di
ricondurre
la
linfa
nell
'
albero
inaridito
della
loro
razza
predicando
dai
libri
e
dai
giornali
una
castità
relativa
che
nessuno
sa
o
può
mettere
in
pratica
.
Sono
dei
moribondi
che
chiedono
ossigeno
.
Di
fronte
a
una
generazione
di
nevrastenici
e
di
degenerati
che
non
sanno
più
la
via
dell
'
amore
fecondo
e
si
perdono
nei
viottoli
della
lussuria
o
prudentemente
adoperano
le
pratiche
malthusiane
,
è
legittima
nei
francesi
la
reazione
che
consiglia
e
invoca
quella
castità
relativa
che
darà
all
'
unione
fra
uomo
e
donna
non
solo
un
valore
psicologicamente
più
alto
,
ma
anche
una
conseguenza
socialmente
più
utile
,
e
creerà
delle
famiglie
ove
il
figlio
non
è
l
'
accidente
imprevisto
e
rimpianto
,
ma
il
simbolo
vivo
,
il
fiore
umano
,
lo
scopo
ultimo
cui
tende
e
in
cui
si
nobilita
la
passione
d
'
amore
.
A
realizzare
praticamente
questo
ideale
,
Jules
Bois
non
vede
che
un
mezzo
.
Poiché
,
secondo
lui
,
in
questa
crisi
di
immoralità
la
colpa
è
tutta
o
quasi
tutta
dell
'
uomo
al
quale
la
società
permette
e
perdona
una
troppo
libera
condotta
sessuale
che
non
permette
e
non
perdona
alla
donna
,
noi
dobbiamo
esigere
dal
maschio
quella
stessa
castità
relativa
che
noi
esigiamo
dalla
femmina
,
e
,
modificando
i
nostri
costumi
,
inaugurare
una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
Al
giovane
non
deve
essere
lecito
ciò
che
non
è
lecito
alla
fanciulla
:
l
'
uomo
deve
arrivare
al
matrimonio
nello
stesso
stato
di
purezza
nel
quale
vi
arriva
,
normalmente
,
una
ragazza
.
Lasciando
da
parte
-
per
ora
-
l
'
ingenuità
di
questa
tesi
,
riconosciamo
che
essa
porta
all
'
ultimo
limite
quel
desiderio
assurdo
di
perfetta
eguaglianza
fra
i
due
sessi
che
è
nel
programma
del
feminismo
.
Jules
Bois
osa
attaccare
il
monopolio
dell
'
uomo
,
come
lo
chiamava
Anna
Kuliscioff
,
in
ciò
che
ha
o
crede
d
'
avere
di
più
sicuro
e
di
più
legittimo
:
un
diritto
di
moralità
sessuale
diverso
dalla
donna
.
Jules
Bois
vuole
che
la
morale
per
i
due
sessi
sia
unica
.
Vuole
che
non
solo
le
leggi
scritte
ma
anche
le
leggi
morali
parifichino
dinnanzi
al
tribunale
della
pubblica
opinione
l
'
uomo
e
la
donna
.
Ed
egli
fa
questa
non
nuova
,
ma
lucida
osservazione
:
oggi
le
colpe
amorose
sono
per
la
donna
quasi
un
marchio
d
'
infamia
,
per
l
'
uomo
quasi
un
titolo
di
gloria
.
Se
una
donna
ha
un
amante
,
essa
è
punita
col
disprezzo
gesuiticamente
verbale
di
tutti
coloro
che
la
conoscono
:
se
un
uomo
ha
un
'
amante
,
egli
non
è
punito
che
dalla
tacita
invidia
degli
altri
uomini
.
Se
una
fanciulla
diventa
madre
e
si
consacra
nobilmente
e
coraggiosamente
al
suo
bambino
,
la
sua
azione
sembra
una
sfida
e
un
insulto
alla
moralità
:
se
un
uomo
tiene
con
sé
un
figlio
naturale
,
tutti
esclamano
in
coro
:
quale
generosità
!
che
nobiltà
d
'
animo
!
Questi
diversi
giudizii
sono
per
il
Bois
un
'
ingiustizia
e
un
'
illogicità
.
Ogni
adulterio
per
compiersi
,
ogni
bambino
per
nascere
hanno
bisogno
non
soltanto
d
'
una
donna
ma
anche
d
'
un
uomo
(
il
signor
de
la
Palisse
ne
converrebbe
anche
lui
!
)
:
quindi
si
dia
la
stessa
pena
o
lo
stesso
elogio
a
entrambi
i
complici
necessarii
di
quel
delitto
o
di
....
quella
buona
azione
.
C
'
è
molta
onestà
in
questi
principii
,
ma
c
'
è
anche
troppo
semplicismo
.
V
'
è
l
'
illusione
di
ridurre
il
tumulto
della
vita
all
'
aridità
semplice
di
un
'
equazione
.
V
'
è
l
'
ingenuità
di
poter
tagliare
coll
'
arma
rigida
della
logica
i
nodi
gordiani
della
sociologia
che
solo
un
duttile
bisturi
psicologico
può
sciogliere
.
La
vita
non
è
un
'
aritmetica
dove
due
e
due
fanno
sempre
quattro
:
è
piuttosto
una
chimica
dove
la
riunione
di
diversi
elementi
può
condurre
a
quei
risultati
imprevisti
che
si
chiamano
combinazioni
e
precipitati
.
La
morale
,
e
sopratutto
la
morale
dell
'
amore
,
vive
di
contraddizioni
.
E
non
si
possono
,
non
si
debbono
applicare
ai
rapporti
sessuali
le
stesse
leggi
che
si
applicano
ad
altri
rapporti
sociali
.
Vedete
,
per
esempio
:
l
'
uomo
che
riconosce
suo
preciso
dovere
avvertire
un
altro
che
un
biglietto
di
banca
cade
dal
suo
portafoglio
,
giudicherà
una
bassezza
avvertirlo
che
qualcuno
gli
ruba
la
moglie
.
Così
,
noi
possiamo
essere
d
'
accordo
con
Jules
Bois
(
e
come
del
resto
non
esserlo
?
)
che
per
ottenere
una
colpa
sessuale
(
come
egli
la
chiama
)
occorre
un
uomo
e
una
donna
:
ma
noi
sorrideremo
della
sua
logica
ingenua
che
vuole
identica
la
responsabilità
dell
'
uno
e
dell
'
altra
.
Sono
forse
sempre
identiche
le
conseguenze
della
colpa
dell
'
uno
e
quelle
della
colpa
dell
'
altra
?
E
si
può
seriamente
pretendere
che
un
giovanotto
si
mantenga
così
platonico
nei
suoi
amori
come
si
mantiene
,
o
si
dovrebbe
mantenere
,
una
signorina
?
O
si
dimentica
,
o
si
vuole
appositamente
dimenticare
che
l
'
istinto
sessuale
è
nell
'
uomo
assai
più
forte
che
nella
donna
?
Uno
psicologo
arguto
ha
detto
che
come
non
v
'
è
equivalenza
fra
l
'
adulterio
della
moglie
e
quello
del
marito
,
così
non
v
'
è
equivalenza
fra
il
peccato
d
'
amore
d
'
una
fanciulla
e
quello
d
'
un
giovane
.
Se
ad
ogni
costo
si
volesse
stabilir
questa
equivalenza
,
essa
non
potrebbe
stabilirsi
che
fra
la
completa
infedeltà
,
il
peccato
consumato
dall
'
uomo
,
e
la
semplice
coquetteriedella
donna
.
L
'
istinto
che
nell
'
uomo
si
manifesta
in
modo
attivo
,
si
traduce
nella
donna
in
una
coquetteriepassiva
.
Un
uomo
che
prova
,
e
soddisfa
,
un
vivo
e
breve
desiderio
per
una
donna
che
egli
ha
incontrato
in
una
via
o
in
un
salotto
,
non
commette
un
'
infrazione
più
grave
della
donna
che
accoglie
o
incoraggia
presso
un
adoratore
l
'
espressione
del
suo
amore
.
Ma
Jules
Bois
non
tien
conto
né
di
quelle
mie
domande
né
di
questa
osservazione
:
egli
astrae
dalla
vita
e
da
ogni
dato
della
fisiologia
e
della
psicologia
:
egli
si
limita
ad
enunciare
degli
aforismi
:
la
colpa
non
conosce
sesso
,
non
vi
è
un
peccato
esclusivamente
femminile
,
e
lancia
i
fulmini
della
sua
eloquenza
predicatoria
contro
l
'
egoismo
maschile
che
,
per
soddisfare
le
sue
passioni
o
i
suoi
capricci
,
deprava
le
mogli
e
perverte
la
sua
anima
al
contatto
delle
cortigiane
.
Per
lui
,
il
tipo
ideale
dell
'
uomo
è
rappresentato
da
quel
suo
amico
di
cui
cita
la
franca
confessione
:
-
Je
me
suis
marié
jeune
avec
une
femme
qui
fut
pour
moi
la
première
révélation
de
l
'
amour
:
et
je
vous
avoue
que
je
ne
m
'
en
repens
pas
.
-
Io
non
dirò
,
come
molti
direbbero
,
che
questo
tipo
ideale
è
molto
ridicolo
:
io
dico
soltanto
che
è
molto
raro
e
che
le
teorie
non
si
possono
costruire
sulle
eccezioni
.
Per
il
Bois
,
come
per
la
Chiesa
cattolica
,
l
'
unione
tra
uomo
e
donna
non
dovrebbe
dunque
avvenire
altro
che
....
dopo
la
celebrazione
del
matrimonio
.
E
gli
scapoli
?
Dovrebbero
far
voto
di
castità
e
mantenerlo
?
Che
la
religione
professi
di
queste
dottrine
,
non
è
più
il
caso
di
meravigliarsi
:
ma
che
seriamente
le
professi
un
letterato
geniale
è
inverosimile
.
Noi
credevamo
che
tale
propaganda
fosse
riserbata
a
quei
giovinetti
pallidi
e
solitarii
che
,
nei
congressi
per
la
moralità
,
s
'
illudono
di
riformare
un
mondo
che
non
conoscono
.
Sarà
bene
ripeterci
per
non
essere
fraintesi
:
è
fuori
di
dubbio
che
la
vita
viziosa
di
molti
giovani
merita
il
disprezzo
di
tutti
.
Ma
dovremmo
concludere
per
questo
,
come
conclude
il
Bois
,
che
l
'
uomo
debba
rimaner
sempre
puro
?
Le
esagerazioni
uccidono
la
teoria
che
vorrebbero
sostenere
.
Carpenter
ha
detto
:
l
'
ascetismo
non
è
uno
scopo
ma
un
esercizio
.
Spieghiamo
meglio
la
frase
e
diciamo
apertamente
:
la
castità
non
è
uno
scopo
ma
un
esercizio
.
Noi
dobbiamo
praticarla
come
un
'
igiene
del
corpo
e
dell
'
anima
,
senza
assolutismi
che
comprimendo
l
'
istinto
danneggierebbero
la
salute
:
in
altre
parole
,
noi
dovremmo
fare
dell
'
amore
,
non
il
vermut
o
l
'
assenzio
che
gli
alcoolisti
prendono
troppo
spesso
,
ma
il
vino
generoso
che
gli
uomini
sani
bevono
regolarmente
.
Jules
Bois
pretende
addirittura
che
gli
uomini
siano
astemii
;
e
la
sua
domanda
che
sorpassa
ogni
limite
ragionevole
non
può
che
ottenere
un
effetto
contrario
a
quello
voluto
.
*
A
dir
vero
,
la
dottrina
del
Bois
fu
ripresa
ed
esagerata
or
non
è
molto
in
Germania
da
Otto
Weininger
ma
in
Francia
ha
suscitato
,
tra
i
feministi
,
anziché
discepoli
,
un
forte
movimento
di
reazione
.
Il
principio
che
Jules
Bois
ha
posto
a
base
della
sua
teoria
-
una
sola
morale
per
i
due
sessi
-
rimane
identico
.
Soltanto
,
se
ne
capovolgono
le
applicazioni
.
E
invece
di
pretendere
dal
maschio
quella
castità
relativa
e
temporanea
che
i
nostri
costumi
esigono
dalle
fanciulle
,
si
propone
di
estendere
a
queste
la
libertà
sessuale
che
oggi
i
costumi
accordano
al
maschio
.
L
'
araldo
di
tale
dottrina
audace
,
il
feminista
che
scende
in
campo
per
offrire
e
consigliare
alle
vergini
quelle
numerose
ma
brevi
avventure
d
'
amore
che
oggi
,
prima
del
matrimonio
,
sono
un
privilegio
dei
giovani
,
è
Leone
Blum
il
quale
ha
dedicato
un
grosso
libro
e
innegabilmente
un
bel
libro
alla
dimostrazione
della
sua
tesi
.
Leone
Blum
non
ha
,
si
capisce
,
né
gli
scrupoli
sentimentali
di
Jules
Bois
,
né
le
pretensioni
moralizzatrici
di
Tolstoi
.
Egli
non
si
chiede
ciò
che
sia
bene
e
ciò
che
sia
male
da
un
punto
di
vista
assoluto
.
Egli
non
è
un
idealista
ma
semplicemente
un
osservatore
.
E
osservando
la
nostra
vita
sessuale
-
la
quale
legalmente
si
impernia
sul
matrimonio
-
s
'
è
accorto
(
cosa
non
difficile
)
che
la
felicità
vi
è
rara
e
fortuita
,
e
per
renderla
meno
rara
e
meno
fortuita
ha
proposto
un
suo
sistema
che
ora
discuteremo
.
In
lui
non
è
alcun
pessimismo
alla
Schopenhauer
che
par
maledica
ai
bassi
istinti
che
perpetuano
il
mondo
:
in
lui
non
è
che
il
desiderio
di
coordinare
e
per
così
dire
incanalar
questi
istinti
in
modo
che
ne
risulti
una
maggior
somma
di
felicità
per
l
'
uomo
e
per
la
donna
.
Egli
dice
:
"
né
la
monogamia
(
matrimonio
)
né
la
poligamia
(
unione
libera
)
sciolgono
in
modo
soddisfacente
e
completo
il
problema
della
relazione
fra
i
sessi
.
Non
si
può
affermare
né
per
il
maschio
né
per
la
femmina
che
la
monogamia
o
la
poligamia
costituiscano
la
legge
naturale
e
unica
dei
loro
rapporti
.
L
'
uomo
e
la
donna
sono
,
prima
,
poligami
e
poi
,
nella
gran
maggioranza
dei
casi
,
arrivati
a
una
certa
età
e
a
un
certo
grado
del
loro
sviluppo
,
tendono
verso
la
monogamia
.
Le
unioni
precarie
corrispondono
al
primo
stadio
:
il
matrimonio
è
la
forma
naturale
del
secondo
.
Io
propongo
che
l
'
uomo
e
la
donna
si
sposino
solo
quando
si
sentono
disposti
al
matrimonio
,
quando
cioè
il
desiderio
dei
mutamenti
e
dell
'
avventura
si
è
affievolito
per
lasciar
sorgere
il
desiderio
della
fedeltà
,
dell
'
unione
placida
,
del
riposo
sentimentale
"
.
Era
già
stato
osservato
che
uno
dei
difetti
del
matrimonio
,
forse
il
difetto
massimo
,
è
quello
di
unire
un
uomo
che
ha
vissuto
,
un
uomo
cioè
già
arrivato
a
quello
che
il
Blum
chiama
lo
stadio
monogamico
,
con
una
donna
ancora
nuova
fisiologicamente
e
psicologicamente
.
I
moralisti
si
illudevano
di
rimediare
a
questo
difetto
pretendendo
come
Jules
Bois
che
anche
l
'
uomo
fosse
nuovo
al
momento
del
matrimonio
.
Leone
Blum
,
meno
ingenuo
,
non
crede
possibile
realizzare
l
'
unione
di
queste
due
verginità
,
e
per
evitare
lo
squilibrio
fisico
che
secondo
lui
fatalmente
deriva
dall
'
unire
un
uomo
a
una
vergine
,
propone
che
anche
la
donna
entri
nel
matrimonio
dopo
aver
vissuto
anch
'
essa
la
vita
,
dopo
avere
speso
tutto
ciò
che
vi
era
di
troppo
ardente
nel
suo
istinto
....
Con
questo
sistema
egli
spera
e
crede
di
rendere
il
contratto
matrimoniale
più
sicuro
dai
colpi
di
temperino
,
perché
l
'
uomo
e
la
donna
che
hanno
liberamente
dato
sfogo
ai
loro
capricci
sensuali
non
troveranno
più
alcun
sapore
nell
'
adulterio
.
Il
Blum
segue
,
senza
citarlo
,
il
pensiero
che
Rousseau
aveva
espresso
con
questa
frase
:
-
il
faut
toujours
un
temps
de
libertinage
,
ou
dans
un
état
ou
dans
l
'
autre
;
c
'
est
un
mauvais
levain
qui
fermente
tôt
ou
tard
.
-
E
per
evitare
che
questo
cattivo
lievito
fermenti
tardi
,
cioè
dopo
il
matrimonio
,
il
Blum
vuole
che
lo
si
lasci
fermentar
prima
.
Egli
ha
insomma
,
di
fronte
agli
appetiti
sensuali
,
la
stessa
linea
di
condotta
,
la
stessa
prevenzione
che
,
di
fronte
all
'
appetito
dello
stomaco
,
avrebbe
colui
il
quale
,
ad
evitare
durante
il
pranzo
i
peccati
di
gola
dei
convitati
,
li
obbligasse
a
sfamarsi
prima
.
È
innegabilmente
una
tattica
molto
semplice
.
Ma
appunto
perché
troppo
semplice
,
non
so
quanto
sia
vera
ed
efficace
.
Anzitutto
,
facciamo
una
ovvia
constatazione
.
Gli
uomini
,
normalmente
,
si
sposano
nelle
condizioni
volute
dal
Blum
.
Egli
stesso
lo
riconosce
.
E
i
mariti
sono
forse
,
per
ciò
,
più
fedeli
delle
mogli
?
Se
l
'
infedeltà
e
quindi
l
'
infelicità
matrimoniale
dipendono
esclusivamente
,
secondo
il
Blum
,
dal
non
aver
fatto
precedere
,
una
vita
d
'
avventure
alla
vita
calma
del
matrimonio
,
o
come
va
che
proprio
quel
coniuge
(
il
marito
)
che
ha
esperimentato
questa
vita
di
avventure
è
il
più
infedele
o
,
per
lo
meno
,
è
infedele
quanto
l
'
altro
coniuge
(
la
moglie
)
che
è
arrivato
al
matrimonio
senza
esperienza
?
Affinché
la
tesi
del
Blum
fosse
riconosciuta
vera
,
bisognerebbe
ch
'
egli
dimostrasse
che
gli
adulterii
dei
mariti
sono
molto
meno
numerosi
di
quelli
delle
mogli
.
E
la
prova
,
io
credo
,
sarebbe
un
poco
difficile
.
Ma
un
'
altra
obbiezione
sorge
spontanea
contro
la
tesi
del
Blum
.
E
questa
,
per
dire
la
verità
,
egli
stesso
l
'
ha
preveduta
.
Secondo
il
suo
sistema
,
il
matrimonio
non
sarebbe
che
l
'
ospizio
dei
rassegnati
,
l
'
ospedale
ove
si
rifugiano
gli
invalidi
dell
'
amore
,
il
porto
ove
riparano
,
stanchi
e
annoiati
,
coloro
che
attraversarono
un
mare
assai
burrascoso
.
Il
matrimonio
sarebbe
cioè
in
amore
quello
che
è
il
Senato
in
politica
.
Vi
arriverebbero
,
a
una
rispettabile
età
,
coloro
che
hanno
molto
combattuto
,
molto
goduto
,
molto
sofferto
.
Ed
è
assai
dubbio
che
sotto
questa
forma
(
la
quale
farebbe
dei
coniugi
una
specie
di
pensionati
dell
'
amore
)
il
matrimonio
continuerebbe
ad
essere
,
come
è
oggi
,
la
forma
normale
e
legale
dell
'
unione
fra
i
sessi
.
Può
darsi
che
sia
un
pregiudizio
del
maschio
il
credersi
in
diritto
di
essere
il
primo
a
svegliare
l
'
amore
nella
sua
sposa
:
ma
mi
par
certo
che
egli
non
si
rassegnerebbe
ad
essere
l
'
ultimo
a
coronare
la
vita
d
'
avventure
della
sua
svelta
ed
esperimentata
compagna
.
Anziché
l
'
orgoglio
di
svegliare
l
'
amore
nella
psicologia
e
nella
fisiologia
d
'
una
vergine
,
egli
non
avrebbe
che
il
malinconico
ufficio
di
addormentare
,
di
spegnere
gli
ultimi
guizzi
dell
'
istinto
nell
'
ormai
stanco
organismo
di
una
donna
che
ha
troppo
vissuto
.
Su
che
cosa
potrebbero
costruire
la
loro
felicità
questi
coniugi
che
arriverebbero
al
matrimonio
come
due
viaggiatori
arrivano
per
caso
insieme
a
un
albergo
da
paesi
lontani
,
dopo
lunghe
peregrinazioni
durante
le
quali
ognuno
ha
lasciato
il
meglio
della
propria
energia
,
i
fiori
più
belli
della
propria
giovinezza
,
gli
entusiasmi
più
sinceri
della
propria
passione
?
Quale
ombra
stenderebbe
sull
'
avvenire
questo
passato
?
E
veniamo
all
'
obbiezione
più
forte
.
Che
accadrebbe
dei
figli
?
Forse
che
il
marito
dovrebbe
,
oltre
che
sposare
una
donna
la
quale
ha
messo
in
pratica
il
motto
dell
'
Accademia
del
Cimento
provando
e
riprovando
,
provvedere
anche
ai
figli
di
questa
donna
,
figli
che
sarebbero
naturalmente
di
molti
letti
,
data
la
teoria
delle
molte
avventure
?
Qui
,
se
non
mi
sbaglio
,
si
cade
dalla
commedia
nella
farsa
.
Ma
il
Blum
ha
un
suo
modo
spiccio
per
liberarsi
da
questa
paurosa
obbiezione
.
Nella
Denise
di
Dumas
figlio
,
un
seduttore
di
professione
descrive
a
un
moralista
le
sensazioni
deliziose
e
sempre
nuove
del
suo
mestiere
,
e
alla
domanda
del
moralista
:
E
i
figli
?
risponde
:
I
figli
sono
gli
inconvenienti
del
piacere
.
Si
vede
-
commenta
il
Blum
-
che
la
commedia
è
vecchia
:
oggi
il
seduttore
risponderebbe
:
-
Des
enfants
?
On
n
'
en
a
plus
!
-
La
risposta
è
breve
ma
eloquente
.
E
faccio
grazia
al
lettore
delle
lunghe
pagine
esplicative
nelle
quali
il
Blum
con
un
cinismo
veramente
parigino
illustra
l
'
utilità
della
teoria
malthusiana
.
Dunque
,
secondo
lui
,
non
solo
il
capriccio
dovrebbe
esser
legge
nei
rapporti
d
'
amore
,
non
solo
le
fanciulle
dovrebbero
oggi
risuscitare
con
poche
modificazioni
il
costume
antico
della
prostituzione
sacra
,
e
concedersi
al
dio
istinto
quante
volte
questo
lo
chieda
,
ed
essere
certe
che
quante
più
avventure
potranno
contare
come
fanciulle
,
tanto
più
saranno
apprezzate
e
richieste
come
mogli
,
ma
esse
dovrebbero
anche
con
moderna
sapienza
mescolare
le
precauzioni
malthusiane
a
quell
'
atto
di
gioia
e
di
abbandono
che
è
l
'
amore
,
esse
dovrebbero
diventare
prudenti
e
calcolatrici
,
non
concedersi
che
a
metà
,
prendere
tutto
ciò
che
è
piacere
,
rifiutare
tutto
ciò
che
è
responsabilità
,
e
frodando
la
legge
di
natura
,
rinnegare
ogni
poesia
,
rinnegare
la
più
alta
poesia
dell
'
amore
che
è
la
maternità
.
Se
ci
piacesse
insistere
su
un
argomento
tanto
scabroso
,
noi
osserveremmo
che
non
sempre
queste
abilissime
fanciulle
e
i
loro
amanti
d
'
un
giorno
o
d
'
un
mese
potrebbero
essere
sicuri
di
evitare
il
pericolo
e
il
danno
della
fecondità
.
Malgrado
le
precauzioni
,
vi
sono
sempre
delle
sorprese
.
E
malgrado
il
vangelo
predicato
da
Leone
Blum
vi
potranno
sempre
essere
(
lo
crediamo
e
lo
speriamo
!
)
dei
giovani
cui
ripugna
intorbidare
la
limpidità
della
loro
passione
sia
pure
effimera
,
col
veleno
d
'
un
calcolo
utilitario
,
e
che
non
osano
,
non
sanno
,
non
vogliono
offendersi
reciprocamente
insegnando
o
proponendo
l
'
uno
all
'
altro
delle
pratiche
che
ripugnano
-
almeno
in
principio
!
-
a
due
amanti
sinceri
.
E
allora
,
i
figli
nascerebbero
malgrado
la
volontà
dei
genitori
,
e
allora
molte
fanciulle
porterebbero
al
marito
,
anziché
una
corona
di
fiori
d
'
arancio
,
una
collana
di
bambini
formata
colla
cooperazione
di
molti
padri
!
Non
sarebbe
questo
un
ostacolo
al
matrimonio
tardivo
,
al
matrimonio
di
rassegnazione
e
di
consolazione
quale
lo
sogna
Leone
Blum
?
A
me
pare
di
sì
.
Al
Blum
pare
di
no
.
Egli
anzi
sostiene
che
i
mariti
accetteranno
con
gioia
quei
figli
di
varia
e
incerta
provenienza
,
e
scrive
con
una
filosofia
che
somiglia
molto
all
'
ingenuità
:
"
L
'
agrément
des
enfants
pourra
même
les
determiner
(
i
mariti
)
au
même
titre
que
les
qualités
de
la
mère
.
Et
j
'
en
sais
qui
,
redoutant
de
vieillir
sans
famille
,
n
'
auraient
pas
été
fachés
de
trouver
des
enfants
tous
faits
"
.
Così
,
il
quadro
della
famiglia
futura
è
completo
.
Non
solo
il
marito
stende
un
velo
sul
passato
di
sua
moglie
,
ma
il
suo
ideale
matrimoniale
è
di
trovare
dei
figli
già
fatti
....
evidentemente
per
evitarsi
il
disturbo
di
farli
.
*
Se
nella
tesi
di
Jules
Bois
ci
ha
sorpreso
la
troppo
poca
considerazione
degli
invincibili
bisogni
del
senso
,
e
l
'
illusione
di
ridur
quasi
tutto
l
'
amore
all
'
amore
platonico
,
nella
tesi
di
Leone
Blum
ci
ha
sorpreso
e
,
diciamolo
francamente
,
ci
ha
scandalizzato
il
veder
ridotto
a
un
problema
puramente
fisiologico
quello
che
è
anche
e
sopratutto
un
problema
psicologico
.
Per
il
Blum
,
sembra
che
tutte
le
fanciulle
non
siano
altro
che
delle
attrici
le
quali
,
per
poter
recitar
bene
la
loro
parte
alla
prima
rappresentazione
davanti
al
sindaco
,
debbono
averla
prima
ripetuta
assai
volte
in
molte
prove
con
varii
attori
.
Egli
non
crede
che
una
donna
possa
amare
per
sempre
un
uomo
solo
.
Egli
crede
che
la
fedeltà
sia
uno
stato
secondo
,
un
fenomeno
raro
che
appare
soltanto
come
una
conseguenza
fatale
della
stanchezza
quando
si
è
abusato
dell
'
infedeltà
.
Io
credo
invece
che
la
virtù
delle
donne
sia
una
questione
di
temperamento
.
E
non
mi
illuderei
sulla
fedeltà
di
una
moglie
solo
perché
questa
,
da
fanciulla
,
ha
potuto
esaurire
in
dieci
o
venti
avventure
il
bisogno
del
suo
istinto
poligamo
.
Chi
ha
bevuto
,
berrà
.
Il
matrimonio
sognato
da
Leone
Blum
non
sopprimerà
l
'
adulterio
:
sopprimerà
forse
la
gelosia
,
questa
malattia
dell
'
immaginazione
sessuale
.
I
mariti
che
arrivano
....
ultimi
,
mostrerebbero
infatti
poca
psicologia
ad
esser
gelosi
dell
'
avvenire
.
Il
pericolo
del
tradimento
esisterà
come
esiste
oggi
,
con
la
sola
differenza
che
potrà
essere
un
poco
diminuito
....
per
l
'
età
dei
coniugi
.
Se
infatti
il
Blum
vuole
che
gli
uomini
e
le
donne
si
sposino
tardi
,
è
evidente
che
per
ragioni
aritmetiche
il
numero
degli
adulterii
sarà
diminuito
.
Ma
ciò
non
prova
nulla
a
vantaggio
del
suo
sistema
:
prova
soltanto
questa
verità
banale
:
che
quando
la
maggioranza
degli
uomini
e
delle
donne
si
sposano
fra
i
35
e
i
50
anni
,
anziché
fra
i
20
e
i
40
,
le
probabilità
degli
adulterii
sono
diminuite
per
una
ragione
fisiologica
.
Del
resto
,
io
vorrei
sapere
perché
il
Blum
si
preoccupa
tanto
della
fedeltà
post
-
matrimoniale
,
una
volta
che
egli
dà
così
poco
peso
a
quello
che
noi
siamo
abituati
a
chiamare
l
'
onore
d
'
una
fanciulla
.
Se
egli
trova
legittimo
che
la
donna
possa
mutare
come
e
quanto
vuole
i
suoi
amanti
fin
che
non
è
maritata
,
per
quale
ragione
troverà
necessario
e
doveroso
che
tutto
ad
un
tratto
questa
donna
si
irrigidisca
nella
più
assoluta
onestà
?
Non
ricordo
più
chi
ha
scritto
che
il
tramonto
dura
dieci
minuti
all
'
orizzonte
e
dieci
anni
nel
cuore
d
'
una
donna
.
E
quali
bagliori
di
fuoco
hanno
talvolta
certi
tramonti
femminili
!
È
dunque
possibile
,
se
non
probabile
,
che
anche
una
donna
maritata
secondo
i
consigli
del
Blum
,
cioè
a
un
'
età
non
più
giovanissima
,
senta
in
sé
rifiorire
quell
'
istinto
della
mutabilità
che
il
nostro
autore
,
con
un
criterio
troppo
matematico
,
vuole
restringere
entro
il
primo
periodo
della
vita
pubere
.
E
allora
?
Allora
,
se
questa
donna
ama
,
perché
deve
essere
vietato
a
lei
l
'
abbandonarsi
al
suo
amore
,
se
proprio
voi
,
signor
Blum
,
avete
sostenuto
che
bisogna
seguire
e
non
frenare
l
'
istinto
?
Tutto
l
'
errore
della
tesi
del
Blum
consiste
nel
termine
cronologico
ch
'
egli
le
ha
voluto
assegnare
.
Egli
ha
diviso
in
due
,
con
una
linea
ipotetica
,
la
vita
sessuale
.
Libertà
assoluta
prima
del
matrimonio
,
fedeltà
rigida
dopo
.
Egli
non
ha
mai
fatto
questione
di
sentimento
:
egli
ha
fatto
soltanto
questione
d
'
istinto
.
Egli
ha
considerato
l
'
uomo
e
la
donna
come
uno
zoologo
:
ha
assegnato
a
questi
animali
la
loro
stagione
degli
amori
.
Miopìa
grande
,
perché
l
'
uomo
,
contrariamente
ad
ogni
altro
animale
,
ama
in
tutte
le
stagioni
e
,
si
può
dire
,
a
tutte
le
età
.
Miopìa
ancora
più
imperdonabile
perché
l
'
uomo
ha
trasformato
l
'
amore
da
un
semplice
gesto
fisiologico
in
un
poema
di
sentimento
.
Ora
,
secondo
il
mio
modesto
parere
,
ciò
che
va
difeso
è
la
libertà
incondizionata
di
questo
sentimento
,
non
già
la
licenza
di
quell
'
istinto
.
Ciò
che
dobbiamo
chiedere
e
pretendere
è
che
le
fanciulle
possano
unirsi
a
coloro
che
veramente
amano
,
non
già
che
esse
possano
divertirsi
col
primo
maschio
che
sveglia
il
loro
istinto
.
Il
Blum
si
è
preoccupato
troppo
dell
'
amore
fisiologico
e
troppo
poco
dell
'
amore
psicologico
.
Ha
rivendicato
i
diritti
del
senso
,
non
i
diritti
della
passione
.
Ha
visto
nella
donna
più
una
lussuriosa
che
un
'
amante
.
E
le
ha
detto
:
sfògati
con
un
periodo
di
carnevale
in
cui
sotto
la
maschera
della
libertà
tutto
ti
sarà
lecito
:
poi
,
verrà
la
quaresima
del
matrimonio
e
allora
dovrai
far
la
beghina
.
Più
limpido
,
più
logico
,
più
onesto
sarebbe
stato
rivendicare
arditamente
il
diritto
all
'
amore
libero
,
senza
barriere
matrimoniali
e
senza
la
volgarità
di
preoccupazioni
malthusiane
.
Rivendicarlo
in
nome
del
sentimento
,
anziché
in
nome
del
senso
.
Io
credo
vi
sia
un
'
esagerazione
e
un
equivoco
in
tutti
quei
moralisti
o
feministi
che
danno
oggi
un
'
eccessiva
importanza
alla
questione
sessuale
e
par
la
considerino
quasi
come
la
chiave
di
volta
dell
'
edificio
di
tutta
la
nostra
moralità
.
Noi
siamo
colpiti
da
una
specie
di
ossessione
del
problema
sessuale
e
lo
discutiamo
sotto
tutte
le
forme
e
ad
ogni
momento
.
Vogliamo
insegnare
ai
ragazzi
nelle
scuole
i
fenomeni
della
riproduzione
,
vogliamo
che
ne
siano
edotte
con
esaurienti
spiegazioni
anche
le
fanciulle
,
quasi
che
l
'
amante
non
sia
preferibile
a
un
professore
di
fisiologia
per
svelare
dei
segreti
così
belli
!
Vogliamo
,
infine
,
che
anche
la
donna
pregusti
con
libere
e
varie
avventure
ciò
che
una
volta
le
era
negato
dalla
morale
fino
al
giorno
del
matrimonio
.
E
anche
coloro
che
sono
agli
antipodi
di
queste
audaci
dottrine
rivoluzionarie
,
anche
i
feministi
alla
Jules
Bois
non
nascondono
il
loro
desiderio
,
direi
quasi
la
loro
voluttà
di
parlare
dell
'
atto
fisiologico
che
costituisce
l
'
amore
,
sia
pure
per
bestemmiarlo
,
e
rinnovano
in
letteratura
la
psicologia
lubrica
del
confessore
che
gode
di
poter
almeno
parlare
di
quegli
argomenti
che
la
sua
religione
gli
vieta
di
conoscere
in
un
modo
un
po
'
più
positivo
.
È
uno
scatenamento
di
sensualità
verbale
dove
i
più
arditi
nel
vocabolario
e
i
più
precisi
nei
particolari
sono
giovinetti
che
ancora
non
sanno
o
zitellone
che
si
rammaricano
di
non
avere
ancora
saputo
.
Sembra
che
la
nostra
società
attraversi
un
periodo
di
senilità
impotente
,
e
come
i
vecchi
,
goda
nella
descrizione
di
azioni
che
non
le
è
più
dato
di
compiere
.
Per
questo
,
forse
,
anche
scrittori
della
forza
e
dell
'
originalità
di
Leone
Blum
non
vedono
nel
problema
dell
'
amore
che
il
senso
e
nella
donna
che
la
femmina
.
E
non
offrono
a
questa
che
il
mezzo
per
ottenere
soddisfazioni
materiali
e
volgari
.
Vittime
dell
'
ambiente
,
questi
scrittori
non
sentono
che
più
alto
è
l
'
ideale
femminile
,
più
nobile
il
desiderio
di
libertà
nella
donna
.
Essa
vuole
conquistare
i
diritti
dell
'
anima
,
oltre
e
più
che
il
diritto
di
concedere
il
proprio
corpo
.
Ella
non
chiede
pluralità
d
'
amanti
e
non
ha
sete
di
sensualità
:
ella
chiede
semplicemente
amore
nel
significato
più
umano
e
più
poetico
di
questa
parola
.
-
"
Les
femmes
-
diceva
Balzac
-
abandonneront
les
bénéfices
de
toutes
les
nuits
de
Messaline
pour
vivre
avec
un
être
qui
leur
prodiguera
ces
caresses
d
'
âme
dont
elles
sont
si
friandes
,
et
qui
ne
coutent
rien
aux
Lommes
si
ce
n
'
est
un
peu
d
'attention...."
LA
CRIMINALITÀ
ANCILLARE
.
Ricordate
,
lettrici
,
il
Journal
d
'
une
femme
de
chambre
di
Ottavio
Mirbeau
?
Questo
libro
,
che
è
un
'
opera
d
'
arte
e
nello
stesso
tempo
uno
studio
sociale
,
che
è
ardito
fino
all
'
indecenza
e
triste
fino
alle
lagrime
,
narra
la
vita
d
'
una
cameriera
,
e
lascia
comprendere
qual
è
,
in
generale
,
la
vita
di
tutte
le
cameriere
.
Il
tipo
di
Célestine
,
di
questa
bella
fanciulla
venuta
d
'
Audierne
a
Parigi
per
corrompersi
,
come
un
fiore
viene
dai
campi
per
avvizzir
nei
salotti
,
ricorda
la
figura
malinconica
di
Germinie
Lacerteux
;
ma
mentre
i
Goncourt
nel
loro
romanzo
avevano
analizzato
soltanto
la
psicologia
d
'
una
donna
,
il
Mirbeau
seppe
compiere
nel
suo
volume
l
'
analisi
di
tutta
una
classe
sociale
.
È
la
classe
delle
persone
di
servizio
che
nel
Journal
d
'
une
femme
de
chambre
confessa
audacemente
,
cinicamente
le
sue
miserie
e
le
sue
vergogne
,
svelando
quelle
dei
suoi
padroni
.
Classe
sociale
ibrida
,
che
non
ha
più
il
sangue
generoso
del
popolo
donde
esce
,
ma
che
ha
già
acquistato
i
vizi
della
borghesia
ove
vuol
penetrare
;
esercito
di
malcontenti
e
di
invidiosi
che
noi
manteniamo
nelle
nostre
case
per
sua
o
nostra
sventura
,
che
avvelena
la
nostra
vita
corrompendo
la
propria
,
che
imita
ciò
che
abbiamo
di
peggio
e
desidera
ciò
che
abbiamo
di
meglio
,
che
si
mescola
necessariamente
alla
nostra
intimità
,
ed
è
quindi
complice
o
spia
di
quanto
abbiamo
di
più
geloso
e
di
più
segreto
....
*
Forse
molti
leggendo
il
libro
del
Mirbeau
l
'
avranno
creduto
una
descrizione
fantastica
o
esagerata
,
dovuta
allo
spirito
ironico
e
paradossale
dell
'
autore
francese
.
Malauguratamente
la
lettura
in
questo
caso
non
è
stata
che
lo
specchio
della
verità
.
Ho
qui
sul
tavolo
un
volume
di
quasi
500
pagine
in
ottavo
:
La
servante
criminelle
,
étude
de
criminologie
professionnelle
di
Raymond
de
Ryckère
,
un
magistrato
sociologo
,
e
leggendolo
m
'
è
parso
vedermi
svolger
dinanzi
la
prova
documentata
di
quella
diagnosi
dolorosa
che
Ottavio
Mirbeau
aveva
sintetizzata
in
un
'
opera
d
'
arte
.
Colle
cifre
e
coi
fatti
,
con
la
fredda
eloquenza
della
statistica
e
con
la
precisione
inoppugnabile
di
inchieste
rigidamente
condotte
,
il
De
Ryckère
dimostra
che
la
classe
delle
persone
di
servizio
è
,
relativamente
,
una
di
quelle
che
offrono
la
più
alta
percentuale
alla
delinquenza
,
e
ad
ogni
forma
di
degenerazione
:
pazzia
,
suicidio
,
alcoolismo
,
prostituzione
.
E
bisogna
aggiungere
che
la
statistica
non
può
numerare
tutti
i
delitti
,
in
ispecie
i
furti
,
delle
persone
di
servizio
,
perché
dei
domestici
che
rubano
accade
quasi
sempre
ciò
che
accade
dei
giocatori
che
barano
:
quando
vengono
scoperti
si
cacciano
,
per
unica
punizione
.
*
Se
è
vero
che
le
società
hanno
i
delinquenti
che
si
meritano
,
deve
essere
altrettanto
vero
che
i
padroni
hanno
i
servitori
che
si
meritano
.
L
'
atto
di
accusa
contro
questi
include
quindi
un
atto
di
accusa
anche
contro
quelli
.
E
la
crisi
della
domesticità
,
che
preoccupa
le
nostre
famiglie
ed
è
oggi
uno
dei
leit
-
motiv
dei
discorsi
delle
nostre
signore
,
si
eleva
dalla
meschinità
del
pettegolezzo
al
valore
di
problema
sociale
ed
assurge
a
sintomo
non
trascurabile
della
trasformazione
morale
ed
economica
di
tutta
la
nostra
vita
.
Se
le
persone
di
servizio
peggiorano
,
gli
è
infatti
perché
peggiorano
i
padroni
,
perché
l
'
ambiente
della
casa
è
mutato
da
quel
che
era
una
volta
.
Uomo
o
donna
,
il
domestico
non
è
più
,
salvo
rare
eccezioni
,
come
l
'
edera
che
muore
ove
s
'
attacca
.
Nelle
famiglie
moderne
sfilano
figure
sempre
nuove
di
cuoche
,
di
cameriere
,
di
servitori
,
con
la
rapidità
di
un
cinematografo
.
Si
direbbe
che
,
alla
stessa
guisa
che
si
son
rallentati
i
vincoli
famigliari
,
s
'
è
perduto
anche
il
prestigio
di
attrazione
che
le
famiglie
antiche
avevano
sui
loro
domestici
.
Una
volta
,
la
persona
di
servizio
faceva
quasi
parte
della
famiglia
,
vi
rimaneva
a
lungo
,
ne
divideva
le
gioie
e
i
dolori
:
oggi
,
non
è
che
un
salariato
che
passa
.
Colpa
,
in
parte
,
del
modo
come
oggi
da
molti
padroni
sono
trattati
i
domestici
.
La
distanza
che
separa
gli
uni
dagli
altri
è
accentuata
.
Non
più
dolcezza
nei
comandi
:
non
più
confidenza
sincera
nelle
reciproche
relazioni
.
Ordini
brevi
,
o
generosità
del
genere
di
queste
:
"
Voi
potete
mangiare
questa
pera
;
è
marcia
"
.
-
"
Finite
pure
questo
pollo
in
cucina
,
sa
di
cattivo
odore
"
.
Ah
,
eleganti
ed
educate
padrone
di
casa
che
vi
lamentate
tanto
dell
'
insolenza
delle
vostre
persone
di
servizio
,
siete
voi
ben
sicure
di
aver
sempre
rispettata
la
loro
dignità
?
Colpa
,
anche
,
dell
'
aumento
vertiginoso
che
si
è
manifestato
in
questi
ultimi
tempi
nel
numero
delle
persone
di
servizio
.
Nella
sola
città
di
Parigi
i
domestici
in
undici
anni
sono
raddoppiati
.
E
la
qualità
ha
avuto
naturalmente
un
'
evoluzione
inversa
alla
quantità
.
Mentre
una
volta
avere
una
persona
di
servizio
significava
una
discreta
agiatezza
,
e
averne
due
quasi
la
ricchezza
,
adesso
non
c
'
è
modesta
famiglia
che
non
voglia
avere
la
cuoca
e
la
cameriera
....
pagate
e
trattate
dio
sa
come
!
Colpa
,
infine
,
di
quella
corrente
egalitaria
che
ormai
domina
i
sentimenti
e
i
pensieri
di
tutte
le
classi
inferiori
.
E
la
classe
dei
domestici
,
più
di
ogni
altra
,
è
in
caso
di
far
confronti
che
suscitano
legittima
invidia
,
perché
non
solo
essa
è
necessaria
spettatrice
delle
maggiori
ingiustizie
sociali
,
del
danaro
che
si
profonde
spensieratamente
da
alcuni
mentre
troppi
ne
mancano
,
ma
anche
perché
essa
è
giudice
del
valore
morale
dei
suoi
padroni
,
e
conoscendone
i
vizî
trova
doppiamente
ingiusta
la
loro
superiorità
economica
.
Per
tutte
queste
ragioni
,
c
'
è
fra
le
persone
di
servizio
e
chi
le
paga
un
antagonismo
latente
ma
forse
più
acuto
che
fra
le
altre
classi
di
sfruttati
e
di
sfruttatori
;
e
questo
antagonismo
che
non
può
o
non
sa
ancora
manifestarsi
in
forme
violente
ma
almeno
leali
,
si
sfoga
in
modi
subdoli
e
vili
,
quasi
una
lotta
nell
'
ombra
,
che
ha
per
unico
risultato
di
peggiorare
sempre
più
i
rapporti
fra
le
due
classi
,
e
di
far
degenerare
sempre
più
la
classe
delle
persone
di
servizio
che
combattono
la
loro
battaglia
con
armi
immorali
e
delittuose
.
*
Schwift
,
il
celebre
umorista
inglese
,
ha
scritto
un
piccolo
libro
interessantissimo
:
L
'
arte
di
rubare
ai
padroni
.
-
Consigli
ai
domestici
dei
due
sessi
.
Certamente
nessuna
persona
di
servizio
lo
ha
letto
,
eppure
moltissime
ne
appliccano
ogni
giorno
gli
insegnamenti
.
Io
non
so
se
sia
vero
,
come
pretende
Mercier
,
che
su
dieci
domestiche
quattro
son
ladre
:
so
che
il
40
per
cento
delle
donne
condannate
per
furto
in
Francia
appartengono
alla
classe
delle
persone
di
servizio
,
e
che
in
Italia
la
proporzione
è
presso
a
poco
la
stessa
.
Aggiungete
a
queste
constatazioni
statistiche
i
mille
modi
in
cui
una
cameriera
e
sopratutto
una
cuoca
può
rubare
ai
padroni
senza
che
questi
se
ne
accorgano
,
e
forse
si
converrà
che
il
Mercier
non
aveva
tutti
i
torti
.
Diceva
Balzac
:
"
un
cuoco
o
una
cuoca
non
sono
altro
che
dei
ladri
domestici
che
noi
abbiamo
l
'
ingenuità
di
ricompensare
con
un
salario
.
Fra
la
tavola
da
pranzo
e
il
mercato
,
essi
hanno
stabilito
un
'
imposta
;
e
nessun
municipio
di
nessuna
città
è
così
abile
a
far
valere
i
suoi
diritti
di
dazio
,
come
essi
lo
sono
su
tutto
ciò
che
dalle
botteghe
dei
fornitori
entra
nella
casa
del
padrone
"
.
Codesta
è
una
forma
di
criminalità
specifica
cui
non
si
può
negare
che
la
professione
stessa
invita
e
quasi
provoca
,
e
che
,
appunto
per
la
sua
universalità
,
merita
le
attenuanti
.
I
padroni
la
conoscono
,
la
sopportano
e
chiudono
un
occhio
.
Un
'
altra
forma
,
assai
più
grave
e
pericolosa
,
di
criminalità
specifica
ancillare
è
quella
delle
associazioni
di
ladri
che
hanno
per
loro
affigliate
le
cuoche
e
le
cameriere
.
Queste
,
che
potrebbero
definirsi
le
commesse
viaggiatrici
dell
'
associazione
,
hanno
l
'
incarico
di
entrare
a
servizio
nelle
famiglie
per
poter
descrivere
ai
....
colleghi
la
topografia
degli
appartamenti
,
indicare
le
stanze
e
i
mobili
ove
son
racchiusi
i
danari
e
l
'
argenteria
,
facilitare
insomma
il
furto
con
scasso
.
A
Parigi
pochi
anni
or
sono
era
famosa
la
banda
dei
grembiuli
bianchi
diretta
da
Giuseppina
Varille
,
una
deliziosa
soubrette
che
riuscì
per
molto
tempo
a
tenere
in
iscacco
la
polizia
.
Dopo
aver
molto
guadagnato
,
indisturbata
,
fu
finalmente
scoperta
e
arrestata
nel
1905
.
Sul
suo
esempio
si
son
formate
altre
associazioni
,
e
ormai
le
bandes
de
bonnes
danno
molto
filo
da
torcere
a
Lépine
,
l
'
irrequieto
e
astutissimo
prefetto
di
polizia
di
Parigi
.
Prevedo
che
qualche
lettrice
sorriderà
a
questo
racconto
,
pensando
con
tranquilla
sicurezza
che
son
cose
che
accadono
a
Parigi
e
di
cui
non
c
'
è
ancora
pericolo
nelle
nostre
quiete
città
di
provincia
.
Si
disilluda
.
Una
signora
mi
raccontava
or
son
pochi
mesi
a
Firenze
questo
fatto
.
Ella
aveva
preso
al
suo
servizio
una
cameriera
che
si
era
presentata
a
lei
con
ottime
informazioni
.
La
cameriera
il
giorno
dopo
entrata
in
casa
ammalò
,
e
gravemente
.
La
signora
non
ebbe
cuore
di
mandarla
all
'
ospedale
e
la
curò
con
affetto
quasi
materno
per
circa
un
mese
.
Quando
la
ragazza
guarì
disse
alla
padrona
che
voleva
immediatamente
lasciar
la
sua
casa
.
-
Ma
come
-
rispose
la
signora
-
dopo
tutte
le
cure
che
ti
ho
prodigato
,
mi
vuoi
ricompensare
con
un
atto
di
ingratitudine
?
-
La
cameriera
scoppiò
in
pianto
,
le
confessò
che
era
affigliata
a
una
banda
di
ladri
,
e
che
non
volendo
tradire
la
sua
benefattrice
né
correre
il
rischio
delle
rappresaglie
dei
suoi
compagni
se
non
avesse
dato
loro
le
indicazioni
richieste
,
credeva
compiere
il
suo
dovere
allontanandosi
.
*
Scrive
Célestine
nel
suo
Giornale
:
"
Quana
je
pense
qu
'
une
femme
de
chambre
ou
une
cuisinière
tient
chaque
jour
dans
ses
mains
la
vie
des
maîtres
....
une
pincée
d
'
arsenic
à
la
place
du
sel
....
un
petit
filet
de
strychnine
au
lieu
du
vinaigre
....
et
C6a
y
est
!
Eh
bien
,
non
..
tant
-
il
est
vrai
que
nous
avons
tout
de
même
la
servitude
dans
le
sang
!
"
.
Celestina
si
sbaglia
e
regala
alla
classe
cui
appartiene
un
elogio
ironico
ch
'
essa
non
merita
.
Le
persone
di
servizio
non
hanno
tutte
nel
sangue
quell
'
istinto
servile
che
le
fa
rifuggire
dall
'
avvelenamento
.
Se
è
vero
che
questo
reato
è
in
grande
diminuzione
dopo
i
progressi
della
chimica
moderna
la
quale
ne
scopre
facilmente
le
traccie
,
è
anche
vero
che
la
diminuzione
è
dovuta
alla
criminalità
maschile
e
non
alla
criminalità
femminile
.
La
donna
,
più
debole
dell
'
uomo
,
deve
necessariamente
servirsi
nel
delitto
di
mezzi
subdoli
e
vili
.
Come
normalmente
essa
adopera
più
la
furberia
che
l
'
ingegno
,
più
la
finzione
che
la
lealtà
,
così
anormalmente
essa
adopera
piuttosto
il
veleno
che
il
coltello
.
E
fra
le
donne
,
quelle
addette
ai
servizii
domestici
danno
all
'
avvelenamento
una
percentuale
fortissima
perché
la
scarsezza
della
loro
coltura
le
lascia
inconscie
dei
pericoli
d
'
un
delitto
ch
'
esse
s
'
illudono
non
possa
venire
scoperto
,
e
perché
la
facilità
quotidiana
che
hanno
di
commetterlo
,
è
una
suggestione
cui
non
sempre
sanno
resistere
.
Da
Eufrasia
Mercier
che
avvelenò
la
sua
padrona
da
cui
s
'
era
fatta
nominare
erede
,
fino
a
Clementina
Tosetti
che
avvelenò
la
povera
Lardera
De
Medici
per
sposarne
il
marito
,
la
lista
delle
cameriere
avvelenatrici
è
lunghissima
.
Avvelenano
per
interesse
,
avvelenano
per
amore
,
avvelenano
sopratutto
per
vendetta
.
Forse
di
tutte
le
passioni
femminili
la
più
profonda
e
la
più
lunga
è
la
vendetta
.
Bisogna
essere
donna
,
ha
detto
Madame
de
Rieux
,
per
sapere
qual
voluttà
sia
vendicarsi
.
Le
persone
di
servizio
,
che
vivono
in
una
condizione
e
in
un
ambiente
dove
tutto
le
offende
le
irrita
le
inasprisce
,
hanno
più
di
ogni
altro
l
'
occasione
di
dare
sfogo
al
loro
rancore
,
e
si
vendicano
infatti
dei
loro
padroni
nella
maniera
più
crudele
e
più
atroce
.
Si
vendicano
per
il
motivo
più
futile
,
spesso
per
un
semplice
rimprovero
.
Questa
sproporzione
fra
il
movente
e
l
'
atto
,
fra
il
sentimento
e
i
mezzi
adoperati
per
soddisfarlo
,
può
far
credere
in
certi
casi
si
tratti
di
un
'
intelligenza
ammalata
o
degenerata
:
non
è
invece
generalmente
che
l
'
effetto
dell
'
impulsività
femminile
....
Una
cameriera
di
18
anni
,
rimproverata
dalla
padrona
perché
aveva
rotto
un
piatto
,
mette
del
veleno
nella
minestra
.
La
padrona
e
il
marito
muoiono
fra
atroci
spasimi
.
La
cameriera
confessa
piangendo
il
suo
delitto
orribile
e
vorrebbe
uccidersi
per
espiarlo
.
Qual
prova
migliore
che
talvolta
nella
donna
il
delitto
non
è
che
la
conseguenza
della
fulminea
impulsività
con
cui
l
'
idea
si
traduce
in
azione
?
Ma
questi
sono
evidentemente
dei
casi
eccezionali
,
per
quanto
,
ripeto
,
la
statistica
ne
segni
piuttosto
l
'
aumento
che
la
diminuzione
.
Uccidere
i
padroni
è
forse
del
resto
un
atto
di
ingenuità
da
parte
dei
domestici
.
Ucciderli
,
e
perché
?
Forse
che
si
uccide
la
mucca
che
dà
il
latte
o
il
montone
che
dà
la
lana
?
Si
munge
la
mucca
e
si
tosa
il
montone
,
abilmente
,
con
molta
delicatezza
....
Ecco
il
furbo
consiglio
di
Celestina
.
E
spunta
allora
quell
'
altra
forma
specifica
di
criminalità
ancillare
che
ha
la
sua
base
e
la
sua
origine
nell
'
immoralità
sessuale
.
Quando
una
domestica
ha
ceduto
al
padrone
o
al
figlio
del
padrone
,
non
è
soltanto
il
suo
onore
di
vergine
che
si
è
infranto
,
è
tutta
la
sua
moralità
che
ha
subìto
una
diminuzione
.
In
lei
il
rispetto
della
proprietà
altrui
,
dato
che
esistesse
assai
vivo
,
si
fa
assai
debole
,
ed
ella
non
distingue
più
nettamente
la
differenza
fra
il
ricevere
un
dono
dal
suo
amante
e
il
prendere
da
sé
ciò
a
cui
crede
d
'
aver
diritto
.
Dice
molto
bene
il
Joly
:
"
les
femmes
ont
le
vague
sentiment
que
tout
leur
est
permis
dans
leurs
rapports
avec
l
'
homme
,
car
elles
peuvent
en
quelque
sorte
tout
payer
par
leur
complaisance
"
.
E
una
volta
acquistata
questa
sicurezza
d
'
avere
nel
loro
corpo
nella
loro
gioventù
il
facile
e
pronto
mezzo
per
pagare
qualunque
debito
e
per
essere
assolte
da
qualunque
furto
,
chi
può
dire
dove
e
quando
si
arresteranno
sulla
china
dell
'
immoralità
?
La
prostituzione
ancillare
ha
varie
forme
:
la
più
antica
certo
,
la
più
semplice
e
forse
anche
la
più
comune
è
la
prostituzione
domestica
:
quella
che
l
'
occasione
,
più
che
il
vizio
,
determina
quasi
fatalmente
.
È
il
padrone
o
un
servitore
o
un
frequentatore
della
famiglia
che
,
approfittando
di
circostanze
favorevoli
,
prendono
la
fanciulla
....
la
cui
resistenza
non
è
mai
molto
energica
.
V
'
è
la
prostituzione
larvata
dei
caffè
delle
trattorie
degli
alberghi
(
la
cui
forma
più
tipica
è
offerta
dalle
kellerinnentedesche
)
,
ove
l
'
avventore
sa
di
trovare
soddisfazione
per
tutti
i
suoi
appetiti
.
E
v
'
è
infine
la
prostituzione
vera
e
propria
ma
clandestina
esercitata
da
certe
agenzie
che
,
mediante
avvisi
sui
giornali
o
agenti
speciali
,
ingannano
le
fanciulle
e
col
pretesto
di
trovar
loro
un
posto
di
cameriera
o
di
cuoca
le
fanno
invece
servire
come
stromenti
di
un
turpe
guadagno
.
Ove
si
arriva
scendendo
più
o
meno
volontariamente
queste
scale
del
vizio
?
Si
arriva
al
delitto
,
all
'
infanticidio
,
all
'
aborto
,
con
tutto
il
corteo
delle
megere
che
per
professione
favoriscono
questi
reati
;
si
arriva
a
quell
'
ultimo
gradino
della
prostituzione
,
il
caput
mortuum
della
società
,
ove
spuntano
coloro
che
speculano
su
questa
miseria
umana
,
e
la
donna
che
si
vende
è
alla
mercé
dell
'
uomo
che
ruba
ed
uccide
e
ne
diventa
la
complice
.
Che
cosa
fa
la
società
per
impedire
,
o
almeno
per
diminuire
,
questa
demoralizzazione
crescente
della
classe
delle
persone
di
servizio
?
Che
cosa
fanno
i
governi
di
fronte
alle
rivelazioni
statistiche
che
ci
avvertono
ogni
anno
della
aumentata
percentuale
di
aborti
,
di
infanticidii
,
di
furti
,
di
reati
d
'
ogni
genere
,
dovuti
alle
domestiche
?
Si
crede
forse
che
i
Goncourt
abbiano
mentito
quando
nella
prima
pagina
di
Germinie
Lacerteux
scrissero
che
è
una
storia
vera
?
O
si
suppone
che
Ottavio
Mirbeau
abbia
tolto
unicamente
dalla
sua
fantasia
tutti
i
fatti
ch
'
egli
descrive
?
Non
sentiamo
noi
invece
che
è
vicino
a
noi
,
intorno
a
noi
,
nelle
nostre
case
,
una
folla
di
persone
che
sordamente
mina
la
tranquillità
della
nostra
esistenza
,
e
che
questo
lavoro
sotterraneo
esige
da
noi
un
pronto
rimedio
appunto
perché
noi
ne
abbiamo
la
maggior
responsabilità
?
Quali
metodi
profilattici
e
terapeutici
abbiamo
noi
adoperato
per
diminuire
la
paurosa
delinquenza
ancillare
?
*
Bisogna
constatare
anzitutto
,
e
con
dolore
,
che
in
nessun
paese
del
mondo
il
Governo
ha
creduto
di
intervenire
in
favore
della
disgraziatissima
classe
delle
persone
di
servizio
.
Ovunque
,
sotto
la
pressione
delle
idee
moderne
,
è
sorta
una
legislazione
nuova
,
la
legislazione
del
lavoro
.
C
'
è
un
minimo
d
'
età
per
gli
operai
addetti
alle
industrie
,
ci
sono
disposizioni
concernenti
l
'
igiene
dei
locali
ove
essi
lavorano
,
ci
sono
delle
limitazioni
alle
ore
di
lavoro
,
in
una
parola
c
'
è
un
insieme
di
leggi
protettrici
della
salute
dell
'
operaio
,
e
ci
sono
degli
ispettori
incaricati
della
sorveglianza
di
queste
leggi
.
La
classe
ancillare
invece
è
rimasta
estranea
a
questa
protezione
legale
.
Una
fanciulla
,
da
cui
i
parenti
vogliono
trarre
precoci
guadagni
,
può
essere
messa
a
servire
in
età
giovanissima
.
Chi
sorveglia
quanto
ella
lavora
?
Chi
si
preoccupa
se
essa
è
mal
nutrita
e
peggio
alloggiata
?
Come
i
suoi
genitori
senza
scrupoli
,
così
i
suoi
padroni
senza
pietà
,
possono
liberalmente
sfruttarla
,
con
quali
dolorose
conseguenze
per
la
sua
salute
fisica
e
morale
è
facile
immaginare
.
La
burocrazia
dei
Governi
non
ha
saputo
far
altro
che
estendere
alla
classe
delle
persone
di
servizio
il
dono
....
un
po
'
troppo
platonico
delle
decorazioni
.
In
Inghilterra
la
regina
Vittoria
aveva
istituito
fin
dal
1872
una
decorazione
speciale
per
i
domestici
che
fossero
rimasti
venticinque
anni
nella
stessa
famiglia
.
Nel
Granducato
di
Assia
-
Darmstadt
,
l
'
identica
decorazione
(
una
croce
d
'
oro
che
porta
nel
centro
a
smalto
il
monogramma
della
granduchessa
)
fu
istituita
nel
1895
.
E
nel
Belgio
,
un
decreto
del
ministro
dell
'
Industria
e
del
Lavoro
ha
esteso
nel
1906
anche
ai
domestici
che
dimostrino
d
'
aver
servito
lealmente
per
venticinque
anni
uno
stesso
padrone
,
la
medaglia
speciale
del
Lavoro
.
Ora
,
nessuno
nega
che
ciò
sia
ingenuamente
giusto
ed
utile
,
ma
nessuno
vorrà
sostenere
che
ciò
sia
l
'
unico
o
il
miglior
mezzo
per
contribuire
all
'
elevazione
morale
delle
persone
di
servizio
.
*
Più
pratica
è
senza
dubbio
la
via
per
cui
s
'
è
messa
l
'
iniziativa
privata
.
Tutte
le
associazioni
o
le
opere
filantropiche
che
,
sotto
un
titolo
o
sotto
un
altro
,
imitando
l
'
Oeuvre
des
servantes
liberées
di
Parigi
,
o
l
'
Arachne
Club
di
Londra
,
o
la
Borsa
del
lavoro
di
Bruxelles
,
tentano
di
trovar
lavoro
alle
domestiche
disoccupate
o
di
salvarle
dai
pericoli
che
le
circondano
quando
sono
sole
e
senza
risorse
,
fanno
innegabilmente
del
bene
.
Soltanto
lo
fanno
,
per
necessità
,
in
una
sfera
troppo
ristretta
,
e
non
rimediano
che
a
una
parte
del
grave
problema
.
Il
quale
rimarrà
fatalmente
insoluto
finché
rimarrà
nei
nostri
costumi
quella
specie
di
schiavitù
addolcita
e
larvata
che
è
la
condizione
della
persona
di
servizio
che
affitta
a
noi
per
uno
stipendio
meschino
,
non
solo
l
'
opera
sua
,
ma
la
sua
libertà
di
tutti
i
giorni
e
di
tutte
le
ore
.
Non
v
'
è
nessuna
altra
forma
di
lavoro
umano
che
tolga
così
completamente
l
'
indipendenza
.
Il
domestico
o
la
domestica
debbono
fare
sempre
ciò
che
è
loro
comandato
;
la
loro
volontà
è
abolita
:
la
loro
libertà
non
esiste
che
per
eccezione
in
alcune
ore
della
domenica
.
Ed
è
in
questo
stato
di
servilismo
che
risiede
la
causa
maggiore
dell
'
immoralità
e
della
criminalità
ancillare
.
Già
,
a
priori
,
coloro
che
entrano
a
far
parte
della
classe
delle
persone
di
servizio
rivelano
,
per
il
solo
fatto
della
scelta
della
loro
professione
,
uno
scarso
sentimento
di
dignità
personale
.
I
caratteri
forti
,
in
cui
è
sviluppato
il
rispetto
della
propria
personalità
e
in
cui
parla
alto
la
fierezza
umana
,
cercano
in
altro
modo
di
guadagnarsi
la
vita
.
Ciò
che
oggi
noi
domandiamo
e
vogliamo
è
l
'
indipendenza
.
Per
questo
,
molte
ragazze
preferiscono
a
un
posto
di
cameriera
,
il
lavoro
della
fabbrica
,
più
faticoso
e
spesso
meno
rimunerato
,
ma
che
lascia
loro
,
alla
fine
della
giornata
,
tutta
la
loro
libertà
.
Quelle
invece
che
si
rassegnano
a
diventare
persone
di
servizio
dimostrano
-
come
ho
detto
-
una
fiacca
coscienza
della
loro
dignità
,
la
quale
non
solo
le
predispone
ai
compromessi
colla
morale
,
ma
aumenta
nell
'
ambiente
in
cui
sono
costrette
a
vivere
,
e
non
può
che
offrirle
,
facili
vittime
,
a
tutte
le
tentazioni
.
Se
dunque
un
rimedio
è
possibile
alla
cosiddetta
crisi
delle
persone
di
servizio
,
questo
non
si
troverà
altro
che
trasformando
radicalmente
il
servizio
domestico
,
riducendolo
cioè
ai
minimi
termini
,
ed
elevandolo
in
dignità
là
dove
non
potrà
essere
soppresso
.
Ma
non
è
forse
questa
un
'
utopia
?
*
Per
ora
è
senza
dubbio
un
'
utopia
,
e
un
'
utopia
che
si
presta
al
ridicolo
.
Sono
quasi
dieci
anni
che
le
persone
di
servizio
imitano
la
tattica
delle
altre
classi
proletarie
protestando
collettivamente
contro
la
loro
condizione
.
A
Brooklyn
,
a
Chicago
,
a
Filadelfia
,
si
ebbero
nel
1899
i
primi
scioperi
delle
cuoche
e
cameriere
che
chiedevano
maggiori
salarii
e
sopratutto
un
numero
maggiore
di
ore
di
libertà
.
Poi
si
formarono
i
sindacati
che
esigevano
addirittura
dai
padroni
un
mese
di
vacanza
all
'
anno
....
come
le
amministrazioni
pubbliche
lo
accordano
ai
loro
impiegati
.
E
l
'
agitazione
s
'
estese
dal
nuovo
continente
al
vecchio
.
In
Olanda
nel
1902
l
'
associazione
delle
domestiche
aveva
il
suo
giornale
settimanale
che
combatteva
..
per
i
diritti
ancillari
.
E
in
Inghilterra
,
in
Russia
,
in
Ungheria
,
in
Germania
,
pullularono
a
poco
a
poco
sotto
forme
legali
e
illegali
le
dimostrazioni
della
classe
dei
domestici
,
che
con
meetingso
con
memoriali
,
con
scioperi
o
con
Società
,
levavano
alta
la
loro
voce
di
protesta
.
Il
pubblico
però
,
che
guarda
sempre
con
interesse
,
spesso
con
paura
,
alle
agitazioni
operaie
,
non
concedeva
alle
agitazioni
ancillari
che
il
suo
sorriso
e
la
sua
ironia
.
E
a
Berlino
fece
furore
la
frase
di
un
impiegato
di
polizia
,
il
quale
,
a
una
cuoca
che
si
era
andata
a
lagnare
perché
i
suoi
padroni
la
facevano
lavorare
19
ore
su
24
,
aveva
bruscamente
e
causticamente
risposto
:
"
Anche
il
gran
Federico
non
si
concedeva
che
5
ore
di
riposo
al
giorno
"
.
*
Nondimeno
,
malgrado
il
ridicolo
,
l
'
idea
di
una
trasformazione
nel
servizio
domestico
si
fa
strada
,
nei
giornali
e
nei
libri
.
Uno
dei
più
eleganti
chroniqueurs
parigini
scriveva
or
non
è
molto
:
"
Tutto
si
industrializza
oggi
:
e
perché
le
prestazioni
del
servizio
domestico
non
seguiranno
anch
'
esse
la
corrente
generale
?
La
domesticità
,
salvo
quella
di
gran
lusso
,
è
destinata
a
sparire
.
I
diversi
servizî
della
casa
saranno
intrapresi
à
forfaitda
compagnie
industriali
"
.
E
Charles
Gide
preconizzava
anch
'
esso
a
breve
scadenza
l
'
avvento
di
una
êra
di
liberazione
per
i
domestici
.
Non
solo
-
egli
diceva
-
la
maggior
parte
di
questi
scomparirà
,
ma
quelli
che
resteranno
non
daranno
più
in
affitto
la
loro
persona
,
bensì
,
come
ogni
altro
operaio
,
soltanto
alcune
ore
del
loro
tempo
.
Io
non
so
se
queste
previsioni
ottimiste
potranno
realizzarsi
tanto
presto
.
So
che
nel
fondo
della
coscienza
umana
dorme
un
istinto
di
giustizia
che
di
tratto
in
tratto
si
sveglia
e
produce
in
noi
un
vago
indefinibile
malessere
davanti
ai
fatti
in
cui
si
mostra
troppo
brutalmente
l
'
ineguaglianza
sociale
e
lo
spirito
di
casta
.
È
questo
istinto
che
a
poco
a
poco
nella
storia
ha
abolito
tutte
le
differenze
politiche
fra
gli
uomini
.
Perché
non
dovrebbe
esso
col
tempo
arrivare
anche
ad
abolire
,
o
per
lo
meno
ad
attenuare
,
la
differenza
sociale
fra
padroni
e
servitori
?
LA
DONNA
e
le
ingiustizie
della
legislazione
.
Nous
parlerons
contre
les
lois
insensées
jusqu
'
a
ce
qu
'
on
les
reforme
et
,
en
attendant
,
nous
nous
y
sonmettrons
avenglement
.
DIDEROT
.
Per
chi
voglia
discutere
obbiettivamente
questo
tema
,
che
ha
suscitato
e
suscita
intorno
a
sé
così
alto
fragor
di
polemiche
,
vi
è
anzitutto
una
semplice
ma
importante
constatazione
da
fare
,
ed
è
questa
:
"
le
donne
sono
le
sole
persone
cui
ai
nostri
giorni
vengano
dalla
legge
interdette
certe
capacità
,
per
ragione
di
nascita
"
.
Come
anticamente
gli
schiavi
,
come
fino
a
poco
tempo
fa
i
negri
in
America
,
le
donne
escono
alla
vita
col
marchio
indelebile
d
'
una
inferiorità
giuridica
.
Io
non
discuto
,
per
ora
:
io
mi
limito
a
ricercare
le
cause
di
queste
disposizioni
de
'
Codici
.
La
causa
principale
e
più
ovvia
consiste
nell
'
opinione
diffusissima
che
la
donna
sia
inferiore
all
'
uomo
.
Io
non
ripeterò
ciò
che
è
stato
detto
con
tanta
insistenza
noiosa
!
Dai
Padri
della
Chiesa
ai
rappresentanti
più
illustri
della
scienza
positiva
moderna
,
dai
poeti
ai
fisiologi
,
dagli
scrittori
socialisti
ai
conservatori
,
è
un
coro
per
concludere
col
Leopardi
che
la
donna
dell
'
uomo
al
tuttoda
natura
è
minor
.
Ché
se
più
mollie
più
tenui
le
membra
,
essa
la
mentemen
capace
e
men
forte
anco
riceve
.
Ciò
che
è
strano
si
è
che
coi
nemici
della
donna
si
son
trovati
d
'
accordo
,
nelle
conseguenze
,
i
suoi
più
validi
difensori
.
La
seconda
causa
infatti
per
cui
si
è
sempre
considerata
la
donna
una
minorenne
perpetua
consiste
nell
'
opinione
di
coloro
i
quali
giudicano
la
donna
un
essere
così
nobile
e
puro
da
doverlo
tener
lontano
dalla
realtà
della
vita
perché
non
sia
profanato
.
Gli
uni
dunque
hanno
detto
:
la
donna
è
un
essere
moralmente
malefico
,
e
intellettualmente
inferiore
,
non
bisogna
accordarle
tutti
i
diritti
che
ha
l
'
uomo
.
Gli
altri
hanno
detto
:
la
donna
è
un
essere
quasi
divino
,
il
fiore
della
nostra
esistenza
,
la
luce
della
nostra
via
,
ma
appunto
per
questo
bisogna
proteggerla
come
si
protegge
un
fiore
od
un
bimbo
.
E
gli
uni
per
disprezzo
,
gli
altri
per
ammirazione
hanno
concluso
col
tenerla
giuridicamente
soggetta
.
Come
ha
saputo
la
donna
portare
le
sue
catene
?
Ella
ha
imitato
gli
angeli
che
nell
'
affresco
di
Raffaello
vengono
a
liberare
San
Pietro
:
ella
non
ha
cercato
di
spezzare
colle
sue
fragili
e
bianche
mani
le
solide
sbarre
di
ferro
:
ella
ha
semplicemente
addormentato
e
ipnotizzato
i
guardiani
...
Che
le
importava
,
in
fondo
,
di
essere
esclusa
dalla
fabbricazione
delle
leggi
,
se
ella
dirigeva
coloro
che
le
fabbricano
?
Che
le
importava
di
essere
considerata
da
meno
dell
'
uomo
se
questo
maschio
orgoglioso
e
prepotente
che
le
negava
certi
diritti
,
era
viceversa
,
di
fronte
a
lei
,
umile
come
un
servo
ed
obbediente
come
un
automa
?
Dicono
sia
una
legge
storica
che
i
popoli
vinti
si
vendichino
dei
popoli
conquistatori
corrompendoli
.
La
donna
si
è
storicamente
vendicata
dell
'
oppressione
maschile
,
non
tanto
corrompendo
l
'
uomo
,
quanto
facendolo
agire
secondo
la
sua
volontà
e
lasciandogli
soltanto
l
'
illusione
dell
'
indipendenza
.
Se
mi
si
chiedesse
qual
forza
ha
più
contribuito
al
progresso
del
mondo
,
dopo
la
spada
dei
grandi
capitani
e
le
scoperte
dei
genii
,
direi
che
fu
la
seduzione
e
il
fascino
delle
donne
.
Una
forza
,
codesta
,
oscura
e
latente
che
non
ebbe
i
clangori
della
fama
come
ogni
cosa
bella
o
perfida
compiuta
dall
'
uomo
,
ma
una
forza
che
ha
invaso
e
pervaso
nei
secoli
tutti
i
meandri
della
vita
sociale
,
come
quelle
acque
sotterranee
che
diffondendosi
quetamente
pei
campi
sono
la
ragione
nascosta
e
perenne
della
fecondità
di
certi
terreni
.
Io
non
so
se
tutte
le
opere
dell
'
uomo
siano
dovute
all
'
ispirazione
femminile
:
certo
so
che
l
'
uomo
solo
,
l
'
uomo
senza
la
donna
non
è
che
la
metà
di
sé
stesso
:
per
esser
completo
egli
deve
aver
sentito
vibrare
vicino
a
sé
il
cuore
di
una
madre
,
d
'
una
sorella
,
d
'
una
amante
,
e
di
tutte
queste
grazie
,
di
tutte
queste
tenerezze
,
di
tutti
questi
fiori
dell
'
anima
fusi
tra
loro
in
un
solo
profumo
come
i
grappoli
della
vite
,
egli
deve
aver
saputo
crearsi
un
'
anima
forte
e
buona
,
l
'
anima
ardita
di
chi
tenta
qualunque
impresa
per
l
'
amor
d
'
una
donna
,
l
'
anima
generosa
di
chi
sente
di
dovere
il
meglio
dell
'
esser
suo
a
colei
che
gli
sta
a
fianco
e
che
le
leggi
pongono
tanto
al
di
sotto
di
lui
!
Ma
,
pur
troppo
,
gli
uomini
che
hanno
questa
coscienza
del
loro
relativo
valore
son
rari
,
e
ad
ogni
modo
non
basta
,
non
può
bastare
alla
donna
la
parte
silenziosa
di
ispiratrice
nascosta
.
Senza
dubbio
è
una
grande
soddisfazione
morale
per
lei
il
poter
dire
,
vedendo
l
'
agitarsi
e
l
'
affannarsi
degli
uomini
sul
palcoscenico
della
vita
:
son
io
che
dietro
alle
quinte
dirigo
i
loro
movimenti
;
ma
,
oltre
alle
soddisfazioni
dell
'
amor
proprio
,
occorrono
le
soddisfazioni
effettive
,
e
la
donna
vuol
uscire
dall
'
ombra
giuridica
e
politica
in
cui
è
stata
relegata
finora
,
vuol
conquistare
il
suo
posto
al
sole
,
vuole
agire
non
soltanto
con
l
'
arma
indiretta
del
suo
fascino
,
ma
per
mezzo
dei
diritti
che
le
leggi
le
devono
riconoscere
.
Ed
ecco
-
allora
-
il
feminismo
.
*
Il
punto
di
partenza
del
feminismo
è
questo
:
l
'
uomo
e
la
donna
sono
eguali
nella
nascita
e
nella
morte
:
le
differenze
fisiologiche
esistono
nel
loro
corpo
,
ma
non
ne
esiste
alcuna
nella
loro
costituzione
morale
:
il
cuore
ed
il
cervello
non
hanno
sesso
.
Per
conseguenza
fra
l
'
uomo
e
la
donna
tutto
dev
'
essere
uguale
.
Mi
permetto
di
credere
scientificamente
sbagliata
la
premessa
di
questa
teoria
.
Nella
questione
femminile
,
come
in
ogni
altra
,
il
punto
di
partenza
non
dev
'
essere
l
'
eguaglianza
,
questa
gloria
politica
,
ma
questo
errore
scientifico
dei
nostri
tempi
.
La
legge
che
regola
il
mondo
non
è
l
'
uguaglianza
,
ma
la
disuguaglianza
,
il
che
non
significa
inferiorità
e
oppressione
,
ma
differenza
e
gerarchia
.
La
donna
non
è
uguale
all
'
uomo
,
non
per
lo
stolto
pregiudizio
del
diritto
canonico
che
diceva
"
mulier
non
est
facta
ad
imaginem
Dei
"
,
non
per
la
più
stolta
ragione
addotta
da
Proudhon
-
un
socialista
!
-
che
affermava
non
potervi
essere
società
fra
uomo
e
donna
più
che
fra
animali
di
specie
diversa
,
ma
perché
,
dice
Spencer
,
il
supporre
che
l
'
animo
e
l
'
intelletto
dell
'
uomo
e
della
donna
possano
essere
identici
mentre
il
corpo
offre
tante
differenze
tra
l
'
uno
e
l
'
altro
e
mentre
è
così
diverso
nella
vita
l
'
ufficio
paterno
dal
materno
,
gli
è
un
supporre
che
a
funzioni
speciali
non
debbano
corrispondere
facoltà
speciali
,
il
che
,
a
dir
vero
,
sarebbe
un
esempio
unico
nella
natura
.
Lasciamo
dunque
ai
semplicisti
della
psicologia
il
sognare
fra
i
due
sessi
delle
identità
che
l
'
osservazione
quotidiana
facilmente
smentisce
,
e
constatiamo
che
non
occorre
partire
da
una
premessa
così
sbagliata
per
arrivare
alla
giustissima
conseguenza
dell
'
uguaglianza
giuridica
fra
uomo
e
donna
.
Se
infatti
la
donna
è
diversa
dall
'
uomo
,
non
per
questo
gli
è
inferiore
:
è
diversa
da
lui
,
ma
a
lui
equivalente
,
e
di
lui
egualmente
necessaria
.
Quindi
non
deve
soffrire
alcuna
diminuzione
di
diritti
.
Del
resto
,
a
mantenere
,
ad
aumentare
anzi
la
profonda
diversità
congenita
fra
le
doti
psichiche
dei
due
sessi
,
hanno
certamente
contribuito
i
lunghi
secoli
di
barbarie
e
di
oscurantismo
durante
i
quali
la
donna
era
considerata
poco
più
che
una
schiava
,
tenuta
lontana
non
pure
dalla
vita
pubblica
ma
da
ogni
luce
di
coltura
e
di
intellettualità
.
Chi
può
dire
che
cosa
sarebbe
diventata
la
donna
se
sistemi
orientali
di
educazione
non
avessero
atrofizzate
in
lei
tante
energie
?
Chi
può
dire
qual
senso
di
misura
e
di
relatività
avrebbe
acquistato
la
sua
mente
,
ancor
oggi
impulsiva
e
assoluta
,
se
gli
uomini
non
avessero
irrigidito
il
suo
cervello
nella
cieca
obbedienza
al
despotismo
del
marito
,
o
inacidito
il
suo
cuore
nelle
solitudini
dei
conventi
?
Chi
può
dire
qual
dignità
e
qual
fiera
difesa
di
sé
stessa
avrebbe
ella
imparato
dall
'
esperienza
,
se
i
Codici
non
l
'
avessero
considerata
-
e
non
la
considerassero
ancora
-
come
una
minorenne
od
una
interdetta
?
Io
non
credo
vi
sieno
maledizioni
bibliche
che
dannino
in
eterno
all
'
inferiorità
una
razza
,
e
tanto
meno
un
sesso
.
Noi
,
popoli
di
razza
bianca
,
stiamo
accorgendoci
ora
di
ciò
che
sa
fare
e
dove
ha
saputo
arrivare
in
pochi
anni
la
razza
gialla
,
che
certi
pseudo
-
scienziati
avevano
già
bollata
come
refrattaria
ad
ogni
progresso
!
Noi
vedremo
-
se
lo
sapremo
educare
e
se
lo
lascieremo
liberamente
espandersi
al
sole
della
civiltà
-
che
cosa
sa
fare
e
dove
può
arrivare
il
sesso
femminile
!
Tutto
si
muove
ed
evolve
nel
mondo
,
e
non
ci
sono
,
o
per
lo
meno
non
ci
saranno
più
un
giorno
,
cosiddette
fatalità
che
la
storia
non
abbia
smentite
.
La
donna
che
finora
era
rimasta
stazionaria
o
aveva
progredito
assai
lentamente
,
entra
adesso
in
un
periodo
di
evoluzione
più
rapida
,
e
-
migliorando
sé
stessa
-
conquista
in
pochi
anni
ciò
che
prima
impiegava
secoli
a
conquistare
.
I
filosofi
della
storia
affermano
che
l
'
evolversi
della
donna
e
il
suo
ascendere
verso
condizioni
giuridiche
migliori
abbia
sempre
accompagnato
ogni
progresso
dei
popoli
e
sia
il
segno
infallibile
del
passaggio
dalla
barbarie
alla
civiltà
.
Io
credo
che
questo
principio
generale
soffra
qualche
eccezione
,
giacché
le
leggi
barbariche
punivano
,
per
esempio
,
con
maggior
mitezza
alcuni
delitti
delle
donne
,
e
viceversa
con
maggior
severità
le
offese
recate
dagli
uomini
alle
donne
,
mostrando
con
ciò
di
applicare
forse
con
più
giustizia
,
certo
con
più
cortesia
quella
differenza
dei
sessi
che
le
leggi
romane
e
in
genere
le
leggi
dei
popoli
civili
,
applicavano
-
ed
applicano
-
in
ben
altro
modo
.
Ma
,
senza
insistere
in
particolari
e
limitandomi
a
segnare
le
tappe
principali
del
cammino
fatto
dalla
condizione
giuridica
della
donna
nel
mondo
,
dirò
che
se
nelle
leggi
romane
come
,
del
resto
,
in
tutte
le
leggi
d
'
allora
la
donna
sul
principio
contava
poco
o
nulla
perché
non
poteva
disporre
né
di
sé
né
dei
suoi
beni
,
ed
era
assorbita
completamente
dall
'
autorità
paterna
o
maritale
,
a
poco
a
poco
in
Roma
stessa
,
ella
uscì
da
questa
servitù
assoluta
.
Al
tempo
di
Cicerone
la
donna
era
proprietaria
:
alla
fine
dell
'
Impero
il
diritto
consuetudinario
s
'
era
sovrapposto
alle
leggi
e
la
donna
,
libera
da
ogni
tutela
per
ciò
che
concerne
i
suoi
beni
,
poteva
comprare
,
vendere
,
disporre
insomma
della
sua
proprietà
a
suo
talento
.
Tutto
il
lavoro
dei
giureconsulti
romani
ha
consistito
dunque
nello
staccare
Eva
dalla
costa
di
Adamo
,
per
darle
un
'
esistenza
autonoma
.
E
si
può
dire
che
l
'
idea
dell
'
ugual
dignità
dei
due
sessi
è
un
'
idea
romana
,
confermata
più
tardi
dal
cristianesimo
.
Un
'
idea
però
,
più
teorica
che
pratica
,
poiché
solo
parzialmente
applicata
,
e
che
,
per
tradursi
efficacemente
in
realtà
,
dovette
attendere
che
passassero
le
epoche
buie
del
medioevo
e
del
feudalismo
,
e
che
scoppiasse
la
rivoluzione
francese
.
Fu
infatti
la
rivoluzione
francese
a
rivoluzionare
anche
il
diritto
privato
.
Il
nuovo
giure
femminile
,
le
cui
basi
furono
poste
dall
'
Assemblea
legislativa
e
di
cui
l
'
intero
sistema
apparve
nel
Codice
Civile
Napoleonico
riposa
veramente
,
ben
più
che
il
diritto
romano
,
sull
'
eguaglianza
dei
due
sessi
.
In
omaggio
a
questo
principio
,
le
leggi
per
la
prima
volta
sancirono
:
l
'
uguaglianza
fra
la
donna
e
l
'
uomo
nella
capacità
di
acquistare
e
di
disporre
;
l
'
abolizione
del
Senato
Consulto
vellejano
,
ossia
della
incapacità
per
la
donna
di
obbligarsi
per
altri
;
la
pari
libertà
di
concludere
e
di
sciogliere
il
matrimonio
;
il
diritto
di
successione
intestata
per
le
figlie
,
a
pari
condizioni
coi
fratelli
.
Non
era
tutto
,
ma
era
molto
.
Non
era
,
nemmeno
,
una
vera
conquista
femminile
,
giacché
quelle
riforme
,
pur
essendo
favorevoli
alle
donne
,
non
erano
state
determinate
da
teorie
feministe
.
Erano
la
conseguenza
logica
e
necessaria
dell
'
abolizione
dei
maggioraschi
e
di
altri
privilegi
di
origine
feudale
ed
aristocratica
.
Se
la
donna
ne
veniva
favorita
,
ciò
era
un
corollario
,
non
lo
scopo
.
La
Rivoluzione
francese
-
e
intendo
tanto
coloro
che
intellettualmente
la
determinarono
,
quanto
coloro
che
la
eseguirono
-
non
ebbe
tempo
di
occuparsi
della
donna
e
dei
suoi
diritti
.
Rousseau
,
nel
Contratto
Sociale
,
non
ne
parla
:
Montesquieu
,
nello
Spirito
delle
leggi
,
vi
è
contrario
:
Robespierre
,
questo
tiranno
mistico
e
sanguinario
,
teneva
la
donna
a
vile
e
voleva
che
l
'
uomo
fosse
un
dittatore
nel
seno
della
famiglia
.
Ed
è
perciò
che
se
il
Codice
francese
sancì
e
portò
pel
mondo
-
coi
diritti
dell
'
uomo
-
l
'
uguaglianza
giuridica
della
donna
,
non
spense
interamente
quel
residuo
di
feodalità
mascolina
,
che
nel
Codice
stesso
si
rivela
coll
'
assoggettare
la
moglie
alla
ferrea
volontà
del
marito
.
Secondo
il
Codice
infatti
,
la
donna
,
se
rimane
nubile
o
se
,
dopo
essersi
sposata
,
diviene
vedova
,
è
giuridicamente
capace
e
libera
di
possedere
,
di
comperare
,
di
vendere
,
di
contrattare
,
di
commerciare
,
ma
la
moglie
,
oh
la
moglie
è
incapace
,
nel
senso
che
nulla
può
senza
l
'
autorizzazione
del
marito
.
Lo
spirito
dominatore
del
maschio
,
lo
spirito
giacobino
del
politicante
è
tutto
in
questa
differenza
tra
la
donna
che
ha
marito
e
la
donna
che
non
lo
ha
.
Napoleone
,
commentando
appunto
le
disposizioni
del
suo
Codice
,
diceva
:
"
il
est
une
chose
qui
n
'
est
pas
franC6aise
:
c
'
est
qu
'
une
femme
mariée
puisse
faire
ce
qui
lui
plaît
"
.
Ebbene
noi
possiamo
parafrasare
questa
brutale
asserzione
dell
'
imperatore
,
e
dire
:
"
c
'
è
una
cosa
che
non
è
logica
,
ed
è
che
una
donna
capace
giuridicamente
alla
vigilia
del
matrimonio
,
diventi
incapace
la
mattina
dopo
"
.
Se
mai
,
la
dignità
di
sposa
,
la
gloria
di
madre
,
dovrebbe
aumentare
i
suoi
diritti
,
non
diminuirli
!
Lo
so
che
,
se
si
è
colpita
la
sposa
d
'
una
incapacità
che
comincia
dal
matrimonio
e
finisce
con
esso
,
non
è
stato
in
odio
alla
donna
o
unicamente
pel
pregiudizio
feudale
che
l
'
uomo
è
il
padrone
assoluto
in
casa
sua
,
ma
è
stato
anche
per
una
ragione
più
alta
e
innegabilmente
rispettabile
:
per
impedire
che
la
disciplina
domestica
s
'
indebolisca
,
per
tenere
intatta
l
'
unità
della
famiglia
.
Dicono
i
giureconsulti
,
e
ripete
,
del
resto
,
il
buon
senso
di
tutti
:
una
direzione
ci
vuole
:
non
si
concepisce
una
nave
senza
pilota
,
uno
Stato
senza
sovrano
,
un
esercito
senza
generale
,
una
società
senza
direttore
,
un
'
assemblea
senza
presidente
,
e
quindi
non
si
può
concepire
una
società
coniugale
senza
un
capo
.
Siamo
d
'
accordo
.
Ma
non
si
concepisce
nemmeno
che
oggi
,
quando
le
condizioni
economiche
di
tutti
e
specialmente
della
donna
sono
mutate
,
ella
sia
poco
o
nulla
padrona
del
suo
danaro
,
del
danaro
ch
'
ella
guadagna
!
Non
si
concepisce
che
oggi
,
quando
la
donna
,
pel
fatto
ch
'
ella
lavora
non
solo
fra
le
pareti
domestiche
,
ma
al
di
fuori
,
nelle
fabbriche
,
nelle
officine
,
ed
ha
acquistato
un
valore
commerciale
e
industriale
che
prima
non
aveva
,
ed
è
non
più
l
'
oggetto
di
lusso
cui
si
chiede
qualche
ora
di
piacere
,
ma
il
valido
aiuto
del
maschio
nel
sopportare
i
pesi
materiali
e
morali
della
famiglia
,
non
si
concepisce
-
ripeto
-
che
il
legislatore
voglia
ancora
lasciare
nei
Codici
questa
tutela
economica
della
moglie
,
tutela
che
è
spesso
la
prima
origine
delle
discordie
coniugali
,
ed
è
talvolta
anche
l
'
origine
della
rovina
delle
famiglie
!
Non
è
qui
il
caso
di
precisar
meglio
ciò
che
vado
dicendo
,
citare
articoli
di
Codice
e
commentarli
,
ma
voglio
dire
,
a
onor
nostro
,
che
il
Codice
Civile
italiano
è
,
per
ciò
che
riguarda
la
condizione
economica
della
moglie
,
migliore
del
Codice
Napoleonico
,
contro
cui
insorge
oggi
in
Francia
una
lega
di
intellettuali
,
migliore
anche
di
altri
Codici
Civili
d
'
Europa
,
ma
non
tale
da
soddisfare
le
esigenze
,
ch
'
io
credo
legittime
,
dei
feministi
.
Il
matrimonio
,
anche
in
Italia
,
è
per
la
donna
,
quanto
ai
beni
,
un
profondo
sonno
:
un
sonno
da
cui
spesso
è
svegliata
di
soprassalto
per
il
romore
d
'
un
disastro
.
Il
marito
,
abituato
a
non
dipendere
da
nessuno
,
chiede
raramente
in
affari
il
consiglio
della
moglie
....
anche
quando
si
tratta
dei
danari
di
lei
.
La
moglie
,
in
parte
obbligata
dalla
legge
,
e
ancor
più
abituata
dal
costume
,
si
tiene
estranea
a
ciò
che
non
è
la
quotidiana
azienda
domestica
.
E
questo
letargo
dell
'
attività
femminile
è
,
oltre
che
un
'
ingiustizia
,
un
errore
,
perché
la
donna
ha
più
prudenza
dell
'
uomo
,
ed
essendo
per
indole
più
conservatrice
,
non
sarebbe
mai
favorevole
a
quelle
incoscienti
larghezze
che
a
poco
a
poco
corrodono
i
patrimonii
,
né
a
quelle
speculazioni
arrischiate
che
d
'
un
tratto
li
inghiottono
.
*
Senonché
,
non
è
soltanto
come
moglie
e
come
proprietaria
che
la
donna
potrebbe
lagnarsi
del
Codice
Civile
.
È
sopratutto
come
fanciulla
e
come
madre
ch
'
ella
potrebbe
protestare
contro
le
ingiustizie
della
legislazione
.
Strana
e
triste
ironia
!
Il
legislatore
,
per
giustificare
la
tutela
giuridica
cui
assoggettava
la
donna
,
ha
fatto
ricorso
alla
debolezza
di
lei
e
al
suo
bisogno
di
protezione
:
ma
si
è
dimenticato
totalmente
di
questa
debolezza
femminile
e
di
questo
bisogno
di
protezione
quando
si
trattava
di
protegger
la
donna
dalle
seduzioni
del
maschio
....
Il
legislatore
,
cioè
,
ha
avuto
tutte
le
precauzioni
per
salvaguardare
il
patrimonio
economico
della
donna
e
ha
voluto
che
,
non
lei
sola
,
ma
anche
il
marito
ne
fosse
responsabile
:
non
ha
avuto
nessuna
preoccupazione
per
salvaguardare
il
patrimonio
morale
,
l
'
onore
della
fanciulla
,
e
all
'
uomo
che
l
'
ha
compromessa
ha
detto
sorridendo
:
"
stai
pure
tranquillo
!
tu
non
sei
responsabile
!
la
ricerca
della
paternità
è
interdetta
!
"
.
È
logico
questo
?
è
giusto
?
è
umano
?
Io
leggo
nel
nostro
Codice
Civile
l
'
articolo
1151
che
dice
:
"
qualunque
fatto
dell
'
uomo
che
arreca
danno
ad
altri
,
obbliga
quello
per
colpa
del
quale
è
avvenuto
a
risarcire
il
danno
"
.
Questo
articolo
protegge
le
nostre
finestre
,
le
nostre
porte
,
i
nostri
mobili
,
i
cancelli
dei
nostri
giardini
,
le
derrate
delle
nostre
campagne
,
il
nostro
cane
e
il
nostro
cavallo
....
ma
non
protegge
la
donna
!
Davanti
al
Codice
,
la
donna
è
meno
delle
nostre
bestie
!
Eppure
non
è
forse
arrecar
danno
alla
donna
il
sedurla
,
farla
soffrire
,
distruggere
,
forse
per
sempre
,
la
sua
bellezza
e
la
sua
salute
,
e
lasciarle
la
doppia
croce
del
disonore
e
dell
'
obbligo
materiale
di
nutrire
il
bambino
e
allevarlo
?
Oh
,
io
sento
le
voci
degli
uomini
prudenti
e
severi
,
che
hanno
tanto
rispetto
per
la
famiglia
legale
e
così
poco
per
le
famiglie
illegali
che
l
'
amore
crea
e
danna
all
'
infelicità
,
io
sento
le
voci
dure
e
fredde
che
dicono
:
"
la
donna
fu
debole
,
ella
doveva
riflettere
prima
di
cedere
,
che
colpa
ha
l
'
uomo
s
'
ella
non
gli
ha
saputo
resistere
?
"
ed
io
sento
anche
le
voci
maligne
che
susurrano
:
"
è
un
'
ingenuità
il
credere
che
chi
seduce
sia
l
'
uomo
!
è
la
donna
che
nella
maggior
parte
dei
casi
seduce
!
"
.
Ebbene
?
e
se
anche
ciò
fosse
vero
?
In
qual
trattato
di
logica
o
di
morale
si
può
trovare
il
principio
che
dei
due
complici
di
un
'
azione
,
uno
solo
deve
pagarne
la
pena
e
sopportarne
le
conseguenze
?
E
mi
si
concederà
per
lo
meno
,
che
se
l
'
uomo
non
è
il
primo
autore
del
male
,
è
innegabilmente
il
complice
necessario
.
E
perché
mai
questo
complice
necessario
,
compiuto
ciò
che
ha
creduto
di
compiere
,
succhiato
il
miele
del
fiore
,
se
ne
può
partire
indisturbato
,
libero
come
l
'
ape
vagabonda
,
con
un
pensiero
di
meno
ed
un
trionfo
di
più
,
lasciando
nell
'
abbandono
,
nel
dolore
,
nella
vergogna
colei
che
gli
ha
dato
il
meglio
dell
'
esser
suo
?
Ma
-
ripetono
ancora
quelle
voci
severe
e
prudenti
-
:
"
il
Codice
non
può
preoccuparsi
di
tutti
questi
infiniti
piccoli
drammi
d
'
amore
ove
l
'
uomo
compie
la
sua
esperienza
di
maschio
saggiando
la
virtù
femminile
;
questi
casi
non
dipendono
che
dalla
coscienza
!
"
.
Ebbene
:
io
credevo
appunto
che
la
legge
dovesse
essere
la
coscienza
di
quelli
che
non
ne
hanno
!
Credevo
che
la
legge
dovesse
ristabilire
l
'
equilibrio
fra
la
responsabilità
dell
'
uomo
,
che
ora
è
nulla
,
e
la
responsabilità
della
donna
,
che
ora
è
troppa
,
non
solo
per
ubbidire
a
un
criterio
di
giustizia
e
per
diminuire
quel
tributo
di
anime
e
di
corpi
femminili
che
l
'
umanità
paga
al
minotauro
dell
'
egoismo
maschile
,
ma
anche
per
ragioni
di
previdenza
sociale
.
Sapete
voi
che
accade
di
tutte
le
fanciulle
abbandonate
e
di
tutti
i
figli
illegittimi
?
Che
cosa
accada
delle
fanciulle
tradite
è
facile
immaginare
.
Tolte
le
pochissime
eroine
che
hanno
la
sapiente
dolcezza
della
rassegnazione
e
che
col
lavoro
onesto
sanno
ricostruirsi
la
vita
che
l
'
inganno
d
'
un
uomo
minacciava
di
spezzare
per
sempre
,
tolte
le
poche
energiche
che
nell
'
impeto
del
dolore
pel
vigliacco
abbandono
trovano
il
coraggio
criminoso
di
vendicarsi
dell
'
amante
col
coltello
,
col
revolver
,
col
vetriolo
,
tutte
le
altre
scendono
più
o
meno
lentamente
la
scala
del
vizio
,
povere
candide
foglie
di
magnolia
che
il
primo
contatto
ha
ingiallito
per
sempre
!
E
che
accade
dei
figli
?
di
quell
'
esercito
di
illegittimi
che
sorgono
ogni
anno
a
minacciare
la
società
,
di
cui
dicono
i
vizii
nascendo
,
e
di
cui
rappresentano
,
vivendo
,
i
vizii
e
i
delitti
?
Un
piccolo
numero
di
illegittimi
paga
subito
,
colla
morte
violenta
,
la
colpa
e
la
vergogna
della
nascita
.
L
'
infanticidio
è
l
'
estrema
aberrazione
della
fanciulla
tradita
,
che
non
seppe
uccider
sé
stessa
né
vendicarsi
contro
l
'
amante
,
e
che
sopprime
l
'
innocente
,
la
prova
viva
e
strillante
del
suo
disonore
.
E
i
giurati
assolvono
il
delitto
orrendo
-
33
assoluzioni
ogni
100
infanticidii
-
non
solo
perché
essi
sentono
che
il
delitto
in
questo
caso
non
è
la
conseguenza
di
passioni
malvagie
,
bensì
la
testimonianza
sanguinosa
d
'
una
rivolta
legittima
,
ma
assolvono
anche
perché
essi
si
trovano
di
fronte
solo
la
fanciulla
-
madre
,
non
vedono
l
'
uomo
,
il
complice
necessario
che
è
lontano
,
e
questa
ingiustizia
li
disarma
e
li
rende
indulgenti
....
E
quando
l
'
infanticidio
non
lo
compie
la
madre
,
pensa
la
società
matrigna
a
commetterlo
sui
figli
illegittimi
.
Usciti
alla
luce
dopo
mesi
di
ansie
e
di
dolori
,
privi
d
'
ogni
cura
igienica
come
d
'
ogni
cura
morale
,
essi
sono
sacrati
dalla
morte
;
e
ne
muore
infatti
l'11
per
cento
nel
primo
mese
e
il
24
per
cento
nel
primo
anno
.
Poi
....
poi
....
gli
altri
che
restano
-
senza
un
nome
,
senza
una
posizione
,
incapaci
d
'
orgoglio
-
traversano
la
vita
con
l
'
odio
latente
contro
l
'
ingiustizia
di
cui
son
vittime
,
e
popolano
i
nostri
ospedali
e
le
nostre
prigioni
!
E
allora
,
in
presenza
di
questi
bimbi
che
,
se
non
sono
uccisi
o
non
muoion
di
stenti
,
divengono
la
zavorra
sociale
,
in
presenza
di
tante
donne
che
cadon
nel
fango
,
se
non
entrano
in
prigione
per
essersi
vendicate
dell
'
amante
,
io
vorrei
ripetere
la
domanda
che
il
Senatore
Rivet
rivolgeva
ai
legislatori
del
suo
paese
:
io
vorrei
chiedere
ai
gravi
uomini
politici
che
nelle
questioni
di
commercio
e
di
dogana
sono
così
spesso
protezionisti
arrabbiati
,
io
vorrei
chiedere
se
troveranno
ancora
che
è
inutile
protegger
la
donna
dalle
seduzioni
del
maschio
,
e
se
si
pronuncieranno
ancora
per
il
libero
scambio
degli
abbandoni
e
degli
infanticidii
,
dicendo
con
una
beata
indifferenza
:
lasciate
fare
,
lasciate
passare
!
*
Forse
-
poiché
l
'
egoismo
maschile
è
tanto
grande
-
non
si
riuscirà
ad
ottenere
che
l
'
uomo
provveda
,
almeno
economicamente
,
alle
prime
necessità
dei
figli
illegittimi
,
finché
le
donne
non
avranno
pari
agli
uomini
il
diritto
di
voto
e
quindi
il
diritto
di
fare
le
leggi
.
Lo
constatava
col
suo
sorriso
arguto
di
filosofo
canzonatore
anche
Beaumarchais
quando
nel
Mariage
de
Figaro
,
alludendo
appunto
al
modo
con
cui
il
Codice
tratta
la
donna
che
ha
peccato
d
'
amore
,
scriveva
:
de
cette
absurde
injusticefaut
-
il
dire
le
pourquoi
?
Les
plus
forts
ont
fait
la
loi
!
Questa
questione
del
voto
alle
donne
-
in
cui
s
'
appunta
lo
sforzo
maggiore
del
feminismo
-
parmi
appartenga
al
numero
di
quei
problemi
politici
,
e
son
molti
,
pur
troppo
,
che
spaventano
più
per
l
'
ignoranza
che
si
ha
delle
loro
conseguenze
,
che
per
la
conoscenza
delle
ragioni
che
li
sostengono
.
Noi
abbiamo
,
spesso
,
la
paura
delle
parole
:
noi
abbiamo
,
talvolta
,
l
'
avversione
istintiva
per
certe
riforme
che
immaginiamo
gravide
di
chi
sa
quanti
e
quali
pericoli
.
Anche
gli
uomini
adulti
,
come
i
bambini
,
hanno
i
loro
cauchemars
.
Ma
quando
spunta
il
sole
i
fantasmi
scompaiono
,
e
quando
certi
problemi
si
studiano
da
vicino
al
lume
tranquillo
dell
'
osservazione
scientifica
,
ci
si
accorge
che
essi
non
erano
così
rivoluzionarii
come
la
nostra
timidità
e
il
nostro
misoneismo
temevano
.
Il
voto
alle
donne
!
Per
essere
sincero
comincio
col
dichiarare
che
io
non
credo
che
le
nostre
leggi
attuali
lo
riconoscano
:
chi
lo
crede
non
può
essere
che
un
partigiano
il
quale
scambia
il
suo
desiderio
per
la
realtà
,
o
un
avvocato
,
il
quale
-
secondo
il
solito
-
sostiene
che
la
legge
sancisce
l
'
opinione
del
suo
cliente
!
No
:
le
nostre
leggi
non
riconoscono
nella
donna
il
diritto
di
voto
politico
....
ma
lo
potrebbero
,
lo
dovrebbero
riconoscere
.
Ho
letto
molte
pagine
pro
e
contro
il
voto
femminile
,
e
naturalmente
anche
i
discorsi
pronunziati
recentemente
alla
Camera
,
dove
,
per
miracolo
!
l
'
estrema
destra
di
Luigi
Luzzatti
si
è
trovata
d
'
accordo
coll
'
estrema
sinistra
dell
'
on
.
Mirabelli
in
un
atto
di
cavalleresca
cortesia
verso
le
signore
:
ma
confesso
di
non
aver
trovato
nulla
di
meglio
,
né
per
logica
né
per
chiarezza
,
degli
argomenti
che
sviluppava
Condorcet
,
nientemeno
che
120
anni
fa
,
nel
Journal
de
la
Sociéte
de
1789
.
Il
diritto
di
eleggere
ed
essere
eletto
è
fondato
per
gli
uomini
sul
loro
carattere
di
creature
intelligenti
e
libere
.
Non
sono
creature
tali
anche
le
donne
?
I
soli
limiti
a
quel
diritto
sono
la
condanna
a
una
pena
afflittiva
o
infamante
,
e
la
minorità
.
Ebbene
:
forse
che
tutte
le
donne
ebbero
conti
a
regolare
colla
giustizia
,
o
non
è
scritto
all
'
articolo
240
del
Codice
Civile
che
ogni
individuo
dei
due
sessi
all
'
età
di
21
anno
è
maggiore
?
Si
argomenterà
forse
dalla
pretesa
inferiorità
mentale
della
donna
?
È
assurdo
,
perché
-
dato
che
tale
inferiorità
esista
-
forse
che
gli
uomini
poco
intelligenti
non
hanno
diritto
di
voto
?
Ma
l
'
infimo
impiegato
d
'
ordine
dell
'
infima
amministrazione
ha
gli
identici
diritti
politici
di
Guglielmo
Marconi
!
Si
argomenterà
dalla
debolezza
fisica
delle
donne
?
Se
questa
obbiezione
valesse
,
bisognerebbe
sottoporre
gli
elettori
a
un
giurì
di
medici
,
e
poiché
non
si
è
ancora
istituita
la
visita
medica
elettorale
e
votano
nevrastenici
,
epilettici
ed
alcoolisti
,
mi
sembra
che
-
per
ciò
che
riguarda
la
salute
-
potrebbero
votare
anche
le
donne
.
L
'
obbiezione
capitale
-
tutti
lo
sanno
e
lo
sentono
-
consiste
nell
'
osservare
che
,
aprendo
alle
donne
la
vita
politica
,
si
distolgono
dalla
famiglia
.
Ma
non
le
distolgono
dalla
famiglia
anche
oggi
,
più
assai
dell
'
ipotetica
partecipazione
alla
vita
politica
,
le
professioni
manuali
e
il
commercio
?
Non
è
la
nostra
vita
affrettata
e
febbrile
che
lancia
nelle
officine
,
nei
magazzini
,
nelle
amministrazioni
,
le
fanciulle
,
le
spose
,
le
madri
?
Non
è
questo
terribile
aculeo
della
lotta
economica
,
non
è
l
'
ansia
del
guadagno
,
non
è
la
fatalità
della
grande
industria
che
toglie
l
'
operaia
al
suo
focolare
,
al
suo
bambino
,
ai
suoi
doveri
di
madre
e
di
moglie
,
per
sequestrarla
tutto
il
giorno
là
dove
il
mostro
della
civiltà
ha
bisogno
del
suo
lavoro
?
Protestiamo
pure
contro
questa
immane
e
dura
necessità
,
ma
non
accusiamo
il
voto
politico
di
produrre
un
danno
che
già
il
capitalismo
,
la
macchina
,
la
creazione
dei
grandi
opifici
hanno
prodotto
.
Non
è
la
piccola
scheda
bianca
che
toglierebbe
la
donna
alla
casa
e
alla
famiglia
,
di
dove
l
'
ha
già
distolta
la
grande
industria
e
la
nera
officina
.
Forse
che
per
votare
-
o
per
apprendere
quel
tanto
che
occorre
per
votare
con
coscienza
e
con
libertà
-
la
donna
dovrebbe
impiegare
quelle
otto
o
dieci
ore
di
lavoro
al
giorno
,
che
oggi
ella
ruba
alla
sua
famiglia
....
senza
che
gli
antifeministi
protestino
?
O
forse
che
gli
antifeministi
non
si
preoccupano
della
donna
che
deve
guadagnarsi
la
vita
col
suo
lavoro
-
e
che
è
pure
la
gran
maggioranza
-
e
pensano
soltanto
alla
donna
ricca
e
agiata
,
facendo
una
comoda
sociologia
da
salotto
,
come
Paul
Bourget
fa
della
psicologia
da
milionari
studiando
soltanto
anime
umane
che
abbiano
almeno
cento
mila
lire
di
rendita
?
Io
non
vedo
,
dunque
,
lo
confesso
,
un
solo
argomento
che
possa
validamente
contrastare
in
teoria
il
diritto
di
voto
alle
donne
.
Quanto
alla
pratica
-
cioè
all
'
immediata
attuazione
-
prescindendo
da
coloro
che
temono
dal
voto
femminile
una
riscossa
reazionaria
-
sono
le
donne
stesse
che
dimostrano
di
non
sentirne
l
'
imperiosa
necessità
.
In
Austria
dove
,
da
oltre
trent
'
anni
,
le
donne
del
grande
possesso
nobile
hanno
diritto
di
voto
,
poco
e
raramente
lo
esercitano
.
In
Francia
e
in
Belgio
,
paesi
più
evoluti
del
nostro
,
non
si
è
ancora
tentata
l
'
ardita
riforma
.
In
Italia
,
basterebbe
constatare
l
'
indifferenza
con
cui
la
maggior
parte
del
pubblico
femminile
ha
seguìto
la
recente
discussione
parlamentare
-
che
fu
del
resto
più
un
'
esercitazione
rettorica
che
l
'
espressione
eloquente
d
'
un
sentimento
sincero
-
per
convincersi
che
all
'
entusiasmo
di
poche
non
segue
il
consenso
pieno
e
caldo
di
tutte
.
Basterebbe
,
sopratutto
,
gettare
uno
sguardo
sulla
statistica
spaventosa
delle
donne
analfabete
-
il
50
per
cento
delle
spose
italiane
non
sanno
nemmeno
firmare
col
proprio
nome
l
'
atto
di
matrimonio
!
!
-
per
comprendere
che
troppe
altre
cose
più
urgono
fra
noi
per
la
vera
emancipazione
della
donna
!
*
Proclamare
,
dunque
,
tutti
i
diritti
,
non
far
dedizione
d
'
alcuno
anche
lontano
ed
altissimo
,
ma
perseguire
con
tenacia
conquiste
immediatamente
più
utili
e
necessarie
,
ecco
la
tattica
di
un
feminismo
fecondo
.
Volere
la
donna
pari
all
'
uomo
,
ma
cercar
di
elevarla
,
con
l
'
educazione
e
con
l
'
istruzione
a
quella
dignità
cui
ella
agogna
.
Giacché
,
più
che
la
donna
elettrice
,
più
che
la
donna
politicante
,
urge
oggi
rivendicare
la
donna
nella
semplicità
della
sua
sacra
funzione
,
cioè
la
donna
che
ama
.
Io
non
credo
al
feminismo
spurio
che
sotto
il
nome
di
lotta
di
sesso
vuol
far
guerra
all
'
uomo
,
vuol
mascolinazzare
la
donna
,
vuol
dare
ad
intendere
ch
'
essa
possa
fare
a
meno
dell
'
uomo
.
Ciò
è
contro
la
natura
,
contro
la
bellezza
,
contro
l
'
amore
!
Io
credo
al
feminismo
che
innalza
la
donna
,
che
le
apre
tutte
le
vie
,
in
modo
che
la
sua
mente
possa
spaziare
fin
là
dove
una
volta
non
arrivava
nemmeno
il
suo
sguardo
,
ma
le
lascia
però
intatte
tutte
le
sue
femminili
attrattive
.
Gli
è
appunto
quando
la
donna
è
veramente
donna
,
e
non
un
ibrido
campione
del
terzo
sesso
,
che
ella
può
creare
capolavori
.
Le
donne
che
hanno
scritto
dei
libri
che
resteranno
non
sono
le
donne
che
hanno
ucciso
in
sé
stesse
il
sesso
per
meglio
misurarsi
nella
concorrenza
brutale
col
maschio
,
ma
sono
le
donne
che
hanno
amato
.
Se
c
'
è
una
poesia
femminile
che
commuova
,
è
quando
esprime
la
passione
:
se
c
'
è
un
'
opera
d
'
arte
di
donna
che
s
'
imponga
è
quando
l
'
ha
infiammata
l
'
amore
.
Diceva
il
Guizot
che
ricercando
un
giorno
con
Macaulay
quale
fosse
,
nella
letteratura
,
l
'
opera
femminile
che
più
si
avvicinava
alla
perfezione
,
s
'
eran
trovati
d
'
accordo
nel
pensare
che
erano
le
lettere
di
M.me
de
Sevigné
,
e
che
entrambi
avevano
attribuito
la
superiorità
di
quel
capolavoro
al
fatto
che
era
l
'
opera
d
'
una
madre
.
Non
dunque
un
feminismo
che
spenga
ciò
che
vi
è
di
più
puro
e
di
più
sacro
nella
donna
:
non
un
feminismo
che
divida
ed
odii
,
ma
un
feminismo
che
eguagli
e
rinsaldi
i
legami
spirituali
fra
l
'
uomo
e
la
donna
.
Diamo
alla
donna
tutti
i
diritti
che
le
spettano
-
ella
vedrà
se
è
il
caso
di
esercitarli
-
ma
diamole
sopratutto
quell
'
educazione
libera
e
fiera
di
cui
manca
,
e
che
le
è
necessaria
per
comprendere
che
ella
deve
essere
,
non
la
nostra
concorrente
,
ma
la
nostra
alleata
,
e
che
il
suo
miglioramento
significa
raddoppiare
le
forze
intellettuali
del
genere
umano
e
quindi
le
probabilità
di
una
vita
felice
.
Come
l
'
uomo
e
la
donna
sono
fisiologicamente
necessari
per
creare
la
vita
,
così
l
'
accordo
fra
loro
-
pari
ormai
di
coltura
di
dignità
di
diritti
-
è
necessario
per
creare
il
progresso
.
Questa
è
la
verità
,
e
questa
,
io
credo
,
è
anche
la
poesia
!
Una
delle
più
illustri
feministe
italiane
,
Anna
Maria
Mozzoni
,
confessava
:
"
povere
ribelli
siamo
noi
,
che
amiamo
i
nostri
nemici
!
"
.
E
in
queste
parole
sta
la
conclusione
migliore
del
nostro
problema
,
giacché
se
è
vero
che
l
'
uomo
non
è
mosso
ad
agire
altro
che
dal
desiderio
di
far
omaggio
di
tutto
ciò
che
egli
conquista
-
fama
onori
ricchezze
-
alla
donna
che
ama
,
anche
il
feminismo
non
può
e
non
deve
essere
che
la
rivendicazione
della
personalità
della
donna
perché
questa
possa
più
nobilmente
offrirla
a
colui
che
essa
liberamente
si
è
scelto
.
L
'
ISTRUZIONE
DELLA
DONNA
.
Il
faut
élever
la
jeune
fille
avec
la
pensée
constante
qu
'
elle
sera
un
jour
la
compagne
de
l
'
homme
.
M.me
DE
STAËL
.
Si
racconta
che
essendosi
chiesto
una
volta
a
Legouvé
in
quale
periodo
della
vita
dei
suoi
figli
egli
cominciasse
la
sua
azione
di
educatore
:
Prima
che
nascano
,
rispose
.
Pur
troppo
,
pochissimi
padri
saprebbero
e
potrebbero
rispondere
con
la
profondità
filosofica
e
con
la
previdente
affettuosità
di
Ernesto
Legouvé
;
e
certo
nessun
governo
ha
mai
voluto
spingere
così
indietro
e
così
lontano
le
sue
cure
per
l
'
educazione
de
'
cittadini
.
I
governi
,
in
genere
,
non
pensano
all
'
educazione
ma
soltanto
all
'
istruzione
,
e
non
sempre
felicemente
e
compiutamente
nemmeno
a
questa
.
Se
la
statistica
fu
definita
una
specie
di
bromuro
scientifico
poiché
calma
,
colla
doccia
fredda
delle
cifre
,
i
nervi
eccitati
della
nostra
curiosità
,
c
'
è
una
statistica
che
dovrebbe
,
anziché
calmare
i
nostri
nervi
,
irritarli
,
e
farci
salire
al
viso
le
fiamme
della
vergogna
per
la
nostra
inferiorità
di
fronte
agli
altri
popoli
civili
.
Intendo
la
statistica
dell
'
analfabetismo
.
Mentre
in
Germania
si
contano
appena
2.45
analfabeti
su
100
abitanti
,
e
in
Inghilterra
3.45
,
e
in
Francia
3.50
,
noi
italiani
vinciamo
il
triste
record
della
barbarie
anche
in
confronto
alla
Russia
,
giacché
questa
ha
36
analfabeti
su
100
abitanti
,
e
noi
ne
abbiamo
52.93
.
E
pur
troppo
questa
statistica
complessiva
-
se
si
volesse
distinguere
per
sesso
-
riuscirebbe
assai
più
grave
per
la
donna
che
per
l
'
uomo
!
Infatti
,
prendendo
come
termine
di
paragone
i
dati
demografici
che
riguardano
i
matrimonii
innanzi
agli
ufficiali
dello
Stato
Civile
(
se
si
consultassero
anche
i
matrimonii
religiosi
sarebbe
ancor
peggio
!
)
noi
troviamo
che
su
100
sposi
,
soltanto
35.50
non
seppero
firmare
l
'
atto
nuziale
,
mentre
su
100
spose
non
lo
seppero
firmare
47.95
.
Quindi
-
ed
è
veramente
doloroso
a
dirsi
-
quindi
la
metà
delle
mogli
e
delle
madri
italiane
non
sanno
nemmeno
scrivere
il
proprio
nome
!
Immaginiamoci
la
coltura
della
maggior
parte
dell
'
altra
metà
!
E
sorvolo
,
per
carità
di
patria
,
sul
fatto
che
in
Germania
,
in
Francia
e
in
Inghilterra
le
spose
che
non
sanno
sottoscrivere
l
'
atto
di
matrimonio
raggiungono
appena
la
cifra
del
2
,
del
3
,
al
massimo
del
4
per
cento
.
Di
fronte
a
queste
constatazioni
-
che
sono
vergognose
e
socialmente
pericolose
,
ma
che
i
nostri
uomini
politici
pare
siano
abituati
a
considerare
con
olimpica
indifferenza
,
come
un
male
necessario
che
la
terza
Italia
ha
ereditato
dall
'
Italia
dei
Papi
-
di
fronte
a
queste
constatazioni
verrebbe
fatto
a
un
ingenuo
di
domandare
:
"
Ma
c
'
è
o
non
c
'
è
,
in
Italia
,
una
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
?
"
.
La
legge
c
'
è
,
e
da
più
di
trent
'
anni
,
perché
appunto
dal
1877
fa
parte
della
raccolta
delle
innumerevoli
Leggi
e
Decreti
del
Regno
,
ma
....
chi
pon
mano
ad
essa
?
Questa
nostra
legge
-
che
ebbe
l
'
unico
merito
di
precedere
quelle
analoghe
di
Francia
e
di
Inghilterra
-
ebbe
,
fra
gli
altri
,
il
torto
gravissimo
,
dovuto
a
ragioni
finanziarie
,
di
limitare
dai
6
ai
9
anni
l
'
età
in
cui
l
'
istruzione
è
obbligatoria
.
Questo
periodo
di
tre
anni
era
troppo
breve
,
non
solo
per
lo
scopo
diretto
dell
'
istruzione
,
ma
anche
per
lo
scopo
indiretto
di
prevenzione
sociale
che
la
scuola
dovrebbe
prefiggersi
.
Tutti
i
paesi
civili
avevano
stabilito
un
periodo
più
lungo
per
lo
meno
del
doppio
:
in
Francia
l
'
istruzione
è
obbligatoria
dai
6
ai
13
anni
,
in
Austria
,
in
Ungheria
,
in
Germania
dai
6
ai
14
,
in
Inghilterra
dai
5
ai
14
,
in
Isvizzera
dai
6
ai
16
anni
.
E
sorgeva
spontanea
la
domanda
:
il
bambino
e
la
bambina
italiani
che
a
9
anni
compiuti
non
hanno
più
l
'
obbligo
di
frequentare
la
scuola
,
che
cosa
faranno
?
(
Parlo
,
si
capisce
,
dei
bimbi
di
quelle
infime
classi
sociali
che
non
potendo
darsi
il
lusso
di
continuare
l
'
istruzione
per
conto
proprio
,
mandano
i
loro
figli
a
scuola
-
se
li
mandano
!
-
solo
nel
periodo
fissato
dalla
legge
)
.
A
questi
bambini
sarà
evidentemente
scuola
la
strada
,
poiché
il
padre
e
la
madre
,
contadini
o
operai
,
occupati
nei
lavori
dei
campi
o
delle
officine
,
li
lascieranno
vagabondare
,
lieti
d
'
avere
per
qualche
ora
un
pensiero
e
una
noia
di
meno
....
Il
ministro
Orlando
si
rese
conto
di
questa
inferiorità
del
nostro
paese
,
che
equivaleva
a
un
pericolo
sociale
,
e
colla
legge
.
luglio
1904
estese
l
'
obbligo
dell
'
istruzione
fino
al
dodicesimo
anno
di
età
e
fornì
ai
Comuni
i
mezzi
per
istituire
corsi
d
'
istruzione
elementare
superiore
.
L
'
intenzione
era
nobilissima
,
ma
rimase
semplicemente
....
intenzione
.
Si
può
dire
infatti
senza
peccare
di
soverchio
pessimismo
,
che
la
legge
del
1904
non
è
osservata
in
pratica
.
E
non
è
osservata
perché
le
pene
ai
genitori
che
vi
contravvengono
sono
più
miti
che
altrove
(
un
'
ammenda
di
50
centesimi
!
)
e
perché
oltre
ad
essere
miti
,
sono
rarissimamente
applicate
.
Così
non
solo
la
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
non
è
osservata
,
ma
è
del
tutto
inutile
,
giacché
in
Italia
la
scuola
è
frequentata
soltanto
....
da
chi
vi
si
reca
spontaneamente
.
Mentre
,
infatti
,
in
Inghilterra
e
agli
Stati
Uniti
,
sia
per
la
maggiore
educazione
del
popolo
,
sia
per
l
'
inflessibile
rigore
anglosassone
con
cui
sono
puniti
i
contravventori
alla
legge
,
non
esiste
una
differenza
apprezzabile
fra
il
numero
degli
alunni
che
dovrebbero
frequentare
la
scuola
e
il
numero
di
coloro
che
effettivamente
la
frequentano
,
da
noi
invece
pur
troppo
,
un
terzo
degli
alunni
che
vi
sarebbero
obbligati
disertano
la
scuola
.
Si
tratta
cioè
di
un
milione
,
badate
,
di
un
milione
di
bambini
e
bambine
che
dovrebbero
frequentare
la
scuola
e
non
la
frequentano
.
Ed
è
così
apatica
la
nostra
indole
,
che
nessuno
chiede
spiegazione
di
questa
trascuratezza
che
costituisce
un
delitto
;
nessuno
domanda
di
chi
è
la
colpa
se
la
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
non
viene
osservata
;
nessuno
pensa
che
un
milione
di
bimbi
fra
i
6
e
i
12
anni
sul
lastrico
della
via
significa
un
futuro
pericolo
sociale
gravissimo
,
significa
l
'
analfabetismo
colle
sue
conseguenze
fatali
,
il
vagabondaggio
e
la
delinquenza
!
E
mentre
è
facile
trovare
,
nel
Parlamento
e
fuori
,
chi
alzi
fiere
proteste
contro
ogni
irregolarità
e
contro
ogni
abuso
-
purché
siano
,
s
'
intende
,
commessi
dagli
avversarii
politici
,
perché
quando
sono
commessi
dai
correligionarii
anche
i
delitti
si
scusano
,
-
è
difficilissimo
il
trovare
chi
senta
il
bisogno
e
il
dovere
di
salire
su
dalla
morta
gora
del
pettegolezzo
politico
e
del
piccolo
scandalo
parlamentare
,
per
guardare
in
faccia
i
veri
problemi
che
interessano
la
vita
della
nazione
,
e
per
chiedere
che
non
sia
abbandonata
all
'
ignoranza
dei
più
e
all
'
indolenza
del
governo
la
funzione
della
scuola
,
in
cui
riposa
la
migliore
energia
del
popolo
e
la
salute
dell
'
avvenire
!
Mi
si
perdoni
se
,
per
chiudere
questo
argomento
,
insisto
ancora
con
delle
cifre
:
saranno
le
ultime
.
Il
numero
degli
alunni
d
'
ambo
i
sessi
raggiunge
circa
il
20
per
cento
sul
totale
della
popolazione
in
tutti
i
paesi
civili
:
è
il
20.70
nella
Svizzera
,
il
20.38
agli
Stati
Uniti
,
il
20.00
in
Baviera
e
Sassonia
:
da
noi
è
soltanto
il
7.89
per
cento
.
E
non
occorre
fare
dell
'
alta
sociologia
per
riconoscere
questa
verità
assiomatica
:
che
la
percentuale
massima
nel
numero
degli
alunni
è
l
'
indice
tangibile
della
massima
civiltà
,
ossia
dei
paesi
dove
è
maggiore
il
benessere
materiale
,
più
diffusa
l
'
industria
,
e
minore
il
numero
de
'
reati
.
*
Sono
molte
le
scuse
o
le
giustificazioni
che
si
adducono
per
spiegare
questa
nostra
inferiorità
.
Ma
,
sorvolando
sulle
secondarie
,
le
cause
principali
del
doloroso
fenomeno
si
possono
ridurre
a
due
,
una
sociale
,
l
'
altra
strettamente
economica
.
La
causa
sociale
e
,
in
parte
,
di
razza
,
-
che
potrà
,
speriamo
,
affievolirsi
col
tempo
ma
che
oggi
è
ancora
fortissima
specie
nell
'
Italia
meridionale
,
-
consiste
nel
fatto
che
i
genitori
italiani
non
intendono
l
'
utilità
della
scuola
pei
loro
bambini
,
preferiscono
sfruttarli
col
lavoro
e
colla
mendicità
in
età
ancor
tenera
,
o
lasciarli
in
ozio
in
mezzo
alla
via
....
Il
vizio
è
nel
sangue
,
e
le
leggi
possono
fare
ben
poco
!
Nel
Belgio
,
per
esempio
,
non
esiste
istruzione
obbligatoria
;
eppure
colà
le
scuole
sono
frequentatissime
.
Altra
razza
,
e
,
diciamolo
pure
,
altro
grado
di
civiltà
!
E
poiché
in
Italia
le
autorità
-
come
ho
detto
-
non
si
prendon
la
pena
di
infligger
multe
a
quei
genitori
che
non
inviano
i
loro
figli
alla
scuola
,
il
cattivo
esempio
s
'
estende
,
e
la
piaga
si
fa
cancrena
.
Dunque
:
in
basso
,
incredulità
nei
vantaggi
dell
'
istruzione
:
in
alto
,
indolenza
nel
reprimere
le
contravvenzioni
,
-
ecco
gli
ostacoli
contro
cui
si
dibatte
fra
noi
il
problema
della
scuola
.
Ma
l
'
ostacolo
maggiore
è
l
'
ostacolo
economico
,
la
difficoltà
finanziaria
.
È
noto
che
in
molti
Comuni
le
scuole
sono
in
uno
stato
così
deplorevole
,
da
giustificare
quasi
coloro
che
non
le
frequentano
.
Si
è
sempre
detto
,
e
si
continua
a
dire
,
che
non
ci
sono
denari
per
il
Ministero
dell
'
Istruzione
Pubblica
,
il
cui
bilancio
è
notoriamente
la
cenerentola
dei
bilanci
italiani
.
Io
credo
che
,
come
i
giornali
ricorrono
alla
scusa
della
tirannia
dello
spazio
per
giustificare
la
non
pubblicazione
di
ciò
che
non
vogliono
pubblicare
,
così
i
governi
riparano
dietro
la
scusa
della
tirannia
finanziaria
per
non
spendere
mai
danari
dove
non
li
vogliono
spendere
.
Noi
siamo
ancor
vittime
del
pregiudizio
che
per
la
grandezza
della
patria
occorra
crear
fucili
e
cannoni
anziché
teste
ed
uomini
,
e
noi
dimentichiamo
che
le
vittorie
dell
'
esercito
tedesco
sono
dovute
alla
coltura
dei
suoi
soldati
.
Per
questo
la
Germania
,
che
sa
preparare
da
lontano
le
sue
vittorie
,
non
lesina
danaro
all
'
istruzione
pubblica
:
per
questo
il
solo
regno
di
Prussia
spende
356
milioni
all
'
anno
per
la
sola
istruzione
popolare
,
e
la
stampa
tedesca
anche
la
più
conservatrice
trova
che
è
poco
,
e
noi
invece
ci
accontentiamo
di
un
bilancio
totale
dell
'
istruzione
pubblica
che
s
'
aggira
intorno
ai
100
milioni
,
di
cui
lo
Stato
ne
paga
meno
della
metà
e
il
resto
lo
pagano
i
Comuni
!
Io
non
voglio
-
né
saprei
-
discutere
se
oggi
in
Italia
uomini
politici
che
veramente
e
fermamente
volessero
,
potrebbero
ottenere
che
per
l
'
istruzione
pubblica
si
facesse
più
di
quanto
oggi
si
faccia
:
certo
so
che
la
grande
riforma
che
la
patria
aspetta
è
l
'
aumento
delle
risorse
materiali
della
scuola
.
Aumento
tanto
più
necessario
in
quanto
che
ora
s
'
avanza
-
oltre
e
insieme
ai
maschi
-
l
'
esercito
femminile
,
che
una
volta
era
non
solo
assolutamente
escluso
dalle
scuole
secondarie
e
,
Dio
liberi
,
dalle
Università
,
ma
era
anche
escluso
,
se
non
in
via
assoluta
,
almeno
in
forza
del
costume
e
dell
'
abitudine
,
dalla
scuola
primaria
.
Una
volta
non
si
riconosceva
alcun
diritto
di
istruzione
nelle
donne
.
Sottomesse
giuridicamente
,
lo
erano
anche
intellettualmente
,
e
gli
uomini
le
lasciavano
,
le
volevano
lasciare
nella
più
beata
ignoranza
.
Une
femme
en
sait
toujours
assez
diceva
Molière
quand
la
capacité
de
son
esprit
so
hausseà
connaître
un
pourpoint
d
'
avec
un
haut
de
cnausse
.
E
Goethe
in
una
lettera
ad
un
amico
sosteneva
che
l
'
istruzione
della
donna
doveva
limitarsi
alle
nozioni
più
elementari
e
consigliava
di
affidare
alle
ragazze
le
cure
della
cucina
e
del
giardino
e
di
far
lavorare
coll
'
ago
quelle
che
preferissero
star
sedute
.
La
citazione
è
forse
un
po
'
troppo
antica
?
Elisabetta
d
'
Austria
confessava
al
suo
fedele
e
forse
unico
amico
il
dottor
Christomanos
:
"
meno
le
donne
imparano
e
più
esse
hanno
pregio
,
poiché
esse
estraggono
dal
loro
io
tutta
la
loro
scienza
.
Il
resto
non
fa
che
snaturarle
:
esse
disimparano
una
parte
di
loro
stesse
per
appropriarsi
imperfettamente
un
po
'
di
grammatica
o
un
po
'
di
logica
"
.
Questa
avversione
alla
coltura
può
sorprendere
nella
bocca
di
un
'
imperatrice
coltissima
,
la
quale
forse
pronunciò
quelle
parole
in
un
giorno
di
tristezza
e
di
ironia
;
ma
era
lo
stato
d
'
animo
di
quasi
tutti
fino
a
trent
'
anni
or
sono
.
Fino
a
quell
'
epoca
infatti
soltanto
una
piccola
minoranza
di
fanciulle
frequentava
le
scuole
primarie
.
E
del
resto
,
non
abbiamo
,
ognuno
di
noi
,
dei
documenti
dolorosi
di
ciò
che
fosse
l
'
educazione
femminile
della
generazione
che
ci
ha
preceduto
?
Non
troviamo
oggi
noi
stessi
nelle
donne
attempate
delle
classi
inferiori
una
gran
maggioranza
di
analfabete
,
e
non
troviamo
anche
nelle
donne
delle
classi
ricche
,
specialmente
di
certe
provincie
,
una
coltura
così
bassa
da
lasciar
germogliare
ogni
sorta
di
superstizione
?
Il
concetto
di
educare
la
donna
-
non
per
semplice
abbellimento
come
in
certi
conventi
e
in
certi
collegi
di
cui
parleremo
fra
poco
-
ma
per
renderla
intellettualmente
e
moralmente
migliore
è
dunque
un
concetto
relativamente
nuovo
.
Come
è
recente
il
fatto
che
la
donna
osi
uscire
,
per
istruirsi
,
dalla
famiglia
,
e
mescolarsi
nelle
scuole
pubbliche
coi
fanciulli
.
Ancora
pochi
anni
fa
il
numero
degli
alunni
maschi
nelle
scuole
primarie
era
dovunque
assai
maggiore
di
quello
delle
fanciulle
:
ora
tendono
ad
equilibrarsi
,
e
in
alcuni
Stati
,
in
Francia
per
esempio
e
in
Baviera
,
il
numero
delle
femmine
supera
quello
dei
maschi
.
Da
noi
-
ed
il
fenomeno
è
confortante
-
il
numero
delle
fanciulle
che
frequentano
le
scuole
elementari
va
gradatamente
e
regolarmente
crescendo
,
e
poiché
le
ultime
statistiche
di
qualche
anno
fa
davano
una
minima
differenza
fra
i
due
sessi
,
è
probabile
che
ora
l
'
esercito
delle
piccole
alunne
abbia
raggiunto
numericamente
l
'
esercito
maschile
.
C
'
è
un
'
altra
constatazione
a
farsi
,
per
noi
italiani
(
dopo
aver
rilevato
il
male
,
è
bene
poter
constatare
anche
il
bene
del
nostro
paese
)
ed
è
che
l
'
Italia
può
dirsi
fra
i
paesi
latini
il
più
progredito
riguardo
a
quel
sistema
di
coeducazione
dei
sessi
o
scuola
mista
,
universalmente
adottato
agli
Stati
Uniti
,
ma
viceversa
ancora
respinto
in
tutto
o
in
parte
dai
paesi
d
'
Europa
.
Io
credo
all
'
efficacia
intellettuale
e
morale
della
scuola
mista
,
giacché
essa
dà
maggior
vita
e
colorito
,
maggior
emulazione
al
lavoro
,
e
come
diceva
un
esperto
educatore
"
elimina
l
'
isterismo
e
ridona
l
'
ozono
della
vita
naturale
ad
una
atmosfera
resa
deleteria
dagli
antichi
costumi
monastici
"
.
È
una
triste
abitudine
quella
invalsa
finora
-
e
che
stranamente
prevale
ancor
oggi
nella
arditissima
Francia
-
di
voler
tenere
distinti
e
ben
divisi
ragazze
e
ragazzi
nei
primi
anni
della
vita
,
quando
il
sesso
ancora
non
parla
,
per
lasciarli
poi
insieme
nella
vita
di
società
proprio
quando
il
sentimento
dominante
da
una
parte
e
dall
'
altra
è
l
'
amore
!
Abituati
a
stare
insieme
fin
da
bambini
,
i
maschi
e
le
femmine
acquistano
quella
franca
e
libera
e
fraterna
camaraderie
senza
secondi
fini
,
che
,
se
spaventa
forse
le
anime
timorate
,
è
certo
più
leale
e
più
sana
di
quelle
sapienti
ritrosie
gesuitiche
in
cui
si
riassume
talvolta
tutto
il
pudore
di
certe
fanciulle
.
La
scuola
mista
non
fu
in
Italia
un
atto
di
volontà
:
fu
una
conquista
inconscia
del
pubblico
sul
governo
.
Essa
sorse
quasi
di
sorpresa
,
inavvertitamente
.
Si
cominciò
-
in
qualche
città
dove
non
esistevano
istituti
femminili
-
ad
accordar
per
favore
a
un
padre
l
'
ammissione
in
un
ginnasio
o
in
una
scuola
tecnica
della
sua
figliuola
;
e
l
'
iniziativa
ardita
,
prima
criticata
e
combattuta
come
tutte
le
iniziative
,
fu
a
poco
a
poco
imitata
.
Gli
uomini
,
sul
principio
,
sono
ribelli
,
ma
poi
,
e
in
questo
caso
per
fortuna
,
ritornano
pecore
.
Oggi
,
e
intendo
per
oggi
la
data
delle
più
recenti
statistiche
,
oltre
le
20
mila
alunne
delle
scuole
normali
,
abbiamo
più
di
9000
alunne
nelle
Scuole
tecniche
e
più
di
500
negli
Istituti
tecnici
,
più
di
2000
nei
Ginnasii
e
oltre
400
nei
Licei
.
E
ogni
anno
segna
un
aumento
costante
Ecco
le
cifre
precise
:
Debbo
questa
statistica
alla
cortesia
del
comm
.
De
Negri
,
Direttore
Generale
della
Statistica
,
che
volle
compilarla
per
me
sui
Bollettini
Ufficiali
del
Ministero
della
Pubblica
Istruzione
.
Nelle
Università
il
progresso
fu
più
lento
.
Nessuna
donna
s
'
era
laureata
in
Italia
prima
del
1877
.
In
quell
'
anno
e
nei
tre
successivi
si
ebbe
una
laureata
all
'
anno
.
Il
numero
rimase
scarsissimo
fino
al
1893
,
in
cui
furono
15
,
e
poi
salirono
fino
alla
cifra
di
52
nel
1900
Anche
questa
statistica
è
dovuta
al
Comm
.
C
.
De
Negri
=
.
Dato
l
'
abbrivo
,
è
facile
prevedere
che
l
'
aumento
continuerà
in
proporzioni
sempre
maggiori
.
Non
arriveremo
,
e
non
ci
avvicineremo
nemmeno
agli
Stati
Uniti
,
dove
le
alunne
che
frequentano
i
corsi
secondarii
(
ossia
i
nostri
ginnasii
e
licei
)
sono
più
numerose
dei
maschi
,
dove
nel
1900
si
contavano
di
fronte
a
130
mila
ragazzi
che
dicevano
di
studiare
il
latino
,
190
mila
ragazze
che
lo
studiavano
,
e
dove
oltre
alle
Università
miste
esistono
13
Collegi
universitarii
unicamente
destinati
alle
donne
con
5100
studentesse
,
-
ma
ci
metteremo
senza
dubbio
anche
noi
per
la
grande
strada
maestra
che
consente
alla
donna
quell
'
alto
grado
di
istruzione
che
la
rende
non
solo
eguale
all
'
uomo
ma
,
ciò
che
più
importa
,
indipendente
da
lui
.
Il
Tocqueville
,
il
quale
scriveva
quando
le
condizioni
della
donna
americana
non
avevano
ancor
raggiunto
il
livello
che
toccano
ai
nostri
giorni
,
era
stato
fin
da
allora
colpito
dai
progressi
del
movimento
femminile
in
America
,
e
confessava
:
"
Se
voi
mi
domandate
a
che
cosa
io
penso
doversi
attribuire
la
prosperità
singolare
e
la
forza
ognor
crescente
del
popolo
americano
,
io
risponderò
doversi
attribuire
alla
superiorità
intellettuale
delle
sue
donne
"
.
Potremo
anche
noi
meritare
,
in
un
tempo
più
o
meno
lontano
,
un
simile
elogio
da
un
altro
grande
storico
dell
'
avvenire
?
*
Prima
di
rispondere
a
questa
domanda
,
bisogna
porne
un
'
altra
:
bisogna
domandarci
:
perché
studiano
queste
studentesse
?
perché
vengono
,
sorelle
intellettuali
,
a
combattere
con
noi
la
grande
battaglia
della
scienza
contro
l
'
ignoto
,
o
dell
'
arte
per
la
bellezza
?
perché
le
troviamo
sui
nostri
passi
,
concorrenti
gentili
e
temute
,
a
darci
il
sorriso
della
loro
compagnia
,
ma
a
rubarci
,
spesso
,
la
palma
del
trionfo
?
Esse
vengon
fra
noi
perché
le
sospinge
forse
l
'
amore
allo
studio
,
perché
le
trascina
senza
forse
la
necessità
economica
.
Anche
la
donna
sente
oggi
al
pari
dell
'
uomo
il
desiderio
di
una
sua
propria
espressione
individuale
:
sente
il
bisogno
di
affermarsi
da
sola
,
col
proprio
lavoro
,
col
proprio
cervello
,
per
rendersi
indipendente
.
Direi
che
agogna
ad
una
vita
umana
nell
'
ampio
senso
latino
della
parola
,
e
non
vuol
più
rimaner
chiusa
nella
semplice
vita
sessuale
,
dove
la
storia
l
'
aveva
confinata
finora
.
Vuole
il
mondo
per
sé
,
e
non
la
famiglia
soltanto
.
È
un
bene
?
è
un
male
?
Non
importa
qui
dire
:
è
la
fatalità
!
La
donna
era
sempre
vissuta
in
una
specie
di
parassitismo
economico
.
L
'
unica
sua
speranza
e
l
'
unica
sua
carriera
era
il
matrimonio
.
Lo
stato
psicologico
della
fanciulla
era
l
'
attesa
;
e
questa
sua
condizione
di
dover
aspettare
il
marito
non
era
che
una
forma
di
muta
mendicità
.
Perciò
,
se
non
si
maritava
,
e
se
il
chiostro
non
accoglieva
le
sue
verginali
speranze
deluse
,
essa
restava
nell
'
ambiente
sociale
come
un
ramo
secco
tra
la
gloria
della
foresta
verde
e
fiorita
,
come
un
organo
che
abbia
fallito
alla
sua
funzione
,
come
un
peso
inutile
e
gravoso
alla
propria
famiglia
.
E
già
molti
anni
or
sono
l
'
Holtzendorff
aveva
presentito
la
gravità
sociale
di
questa
ingiusta
condizione
di
cose
,
e
con
la
fredda
calma
del
giurista
tedesco
aveva
posto
brutalmente
il
problema
così
:
o
la
poligamia
,
oppure
procacciare
alle
donne
escluse
dal
matrimonio
altri
modi
di
onesto
e
lucroso
collocamento
.
Allora
,
quando
l
'
Holtzendorff
scriveva
,
si
contavano
in
Germania
più
di
due
milioni
di
ragazze
di
età
superiore
ai
25
anni
non
maritate
,
capo
d
'
accusa
vivente
-
egli
diceva
-
contro
lo
spensierato
egoismo
degli
uomini
.
Quante
saranno
oggi
,
e
non
in
Germania
soltanto
,
le
oneste
ragazze
che
,
non
volendo
e
non
potendo
sposarsi
,
hanno
pur
diritto
a
un
'
esistenza
che
non
sia
l
'
avvilente
inutile
e
parassitaria
vita
della
vecchia
zitella
?
Saranno
certamente
di
più
,
poiché
in
questa
nostra
epoca
ove
tutto
è
ridotto
al
comun
denominatore
danaro
,
e
dove
le
esigenze
di
tutte
le
classi
sono
smisuratamente
cresciute
,
l
'
uomo
non
può
contrarre
matrimonio
con
la
facilità
con
cui
lo
contraeva
una
volta
.
C
'
è
-
minore
fra
noi
che
altrove
,
ma
non
trascurabile
-
una
crisi
del
matrimonio
,
prodotta
dal
fatto
che
oggi
il
mantenere
una
famiglia
è
un
problema
economico
che
non
a
tutti
è
dato
risolvere
.
Chi
muove
l
'
attività
maschile
è
ancora
e
sempre
,
come
fu
e
come
sarà
in
eterno
,
la
donna
,
e
Rudyard
Kipling
può
cantare
:
"
finché
le
nostre
donne
debbano
andare
per
le
vie
bene
abbigliate
e
il
danaro
occorra
a
comperare
i
loro
monili
,
le
baleniere
correranno
d
'
anno
in
anno
,
pe
'
mari
,
alla
ventura
"
,
-
ma
è
l
'
amante
d
'
un
mese
o
d
'
un
'
ora
che
fa
fare
all
'
uomo
questi
sacrifizii
e
questi
eroismi
:
per
la
moglie
egli
non
ha
,
generalmente
,
né
questi
pensieri
né
queste
energie
!
E
poiché
la
fanciulla
sente
questa
verità
psicologica
,
poiché
ella
s
'
accorge
che
la
dura
necessità
economica
rende
i
matrimonii
meno
frequenti
,
poiché
,
nel
rinascere
dignitoso
della
sua
personalità
,
ella
sdegna
di
attendere
come
una
schiava
che
l
'
uomo
le
getti
,
quasi
fosse
un
sultano
,
il
suo
fazzoletto
,
ecco
che
ella
ha
voluto
,
e
in
parte
ha
saputo
,
rendersi
indipendente
,
ecco
che
ella
ha
detto
:
io
studierò
,
io
lavorerò
,
io
basterò
a
me
stessa
come
un
uomo
.
Ed
è
sorto
così
un
tipo
di
donna
che
non
ha
ancora
trovato
,
forse
,
la
sua
espressione
precisa
,
ma
che
senza
dubbio
esce
dalle
tre
grandi
categorie
in
cui
Alessandro
Dumas
s
'
illudeva
di
chiudere
tutti
i
tipi
di
donna
.
Diceva
il
Dumas
che
le
donne
sono
o
vestali
o
matrone
o
cortigiane
,
cioè
donne
o
del
tempio
o
del
focolare
o
della
strada
.
Ebbene
:
per
coloro
che
si
vergognerebbero
d
'
essere
cortigiane
,
per
coloro
che
non
vogliono
essere
vestali
,
per
coloro
che
non
possono
diventare
matrone
,
deve
pur
esistere
un
'
altra
categoria
:
la
categoria
severa
ed
altera
della
donna
che
non
chiede
al
suo
sesso
e
alle
sue
attrattive
la
ragione
di
piacere
,
ma
chiede
al
suo
cervello
e
al
suo
lavoro
la
ragione
di
vivere
rispettata
e
indipendente
nel
mondo
.
*
Senonché
-
per
quanto
il
fenomeno
di
cui
ora
ho
parlato
sia
grave
ed
interessante
e
rappresenti
uno
dei
casi
più
acuti
del
nostro
malessere
sociale
-
bisogna
riconoscere
che
esso
è
in
un
certo
senso
un
fenomeno
eccezionale
nel
grande
problema
dell
'
educazione
della
donna
.
Dopo
aver
constatato
,
con
le
parole
argute
di
Anatole
France
,
che
"
la
science
peut
bien
avoir
,
comme
la
religion
,
ses
vierges
et
ses
diaconesses
"
,
dopo
aver
confessato
che
è
giusto
che
la
fanciulla
possa
trovare
le
sue
condizioni
d
'
esistenza
al
di
fuori
del
matrimonio
,
occorre
anche
dire
che
se
è
doveroso
che
la
società
gliele
faciliti
in
tutti
i
modi
,
è
altrettanto
giusto
e
direi
quasi
più
doveroso
che
la
società
si
preoccupi
di
formare
nella
fanciulla
la
sposa
e
la
madre
futura
.
Compie
quest
'
alto
ufficio
l
'
educazione
che
noi
impartiamo
oggi
alle
fanciulle
nelle
nostre
scuole
?
Ha
lo
Stato
coscienza
di
questo
suo
grande
dovere
?
Pur
troppo
noi
dobbiamo
confessare
che
oltre
la
misera
scuola
obbligatoria
,
l
'
insegnamento
femminile
assume
nel
nostro
paese
,
come
del
resto
anche
in
altre
nazioni
civili
,
un
carattere
di
privilegio
del
quale
,
sia
per
la
spesa
,
sia
per
altre
cento
difficoltà
,
ben
poche
possono
godere
.
La
scuola
secondaria
è
infatti
frequentata
in
Italia
solo
da
1/10
del
numero
totale
delle
fanciulle
.
E
vi
è
un
'
altra
e
più
dolorosa
confessione
da
fare
.
Lo
Stato
-
amo
credere
ancora
e
sempre
per
la
terribile
tirannia
finanziaria
-
non
ha
potuto
,
non
ha
saputo
attirare
a
sé
la
fiducia
delle
famiglie
,
le
quali
in
gran
maggioranza
disertano
le
scuole
e
gli
istituti
governativi
,
inviando
le
loro
figlie
ad
istituti
privati
.
Nel
1898
le
fanciulle
che
frequentavano
le
scuole
dello
Stato
erano
in
tutta
Italia
24.335
,
e
le
fanciulle
che
compivano
la
loro
educazione
nei
monasteri
erano
invece
95.404
!
!
!
Vale
a
dire
:
più
dei
3/4
delle
fanciulle
italiane
sono
educate
dalle
monache
!
Lontana
da
me
l
'
idea
di
entrare
,
a
proposito
di
queste
cifre
,
in
una
discussione
di
principii
:
io
rispetto
tutte
le
fedi
e
tutte
le
opinioni
,
e
appunto
perché
sono
incrollabilmente
ma
serenamente
fermo
nella
mia
,
non
ho
verso
le
opinioni
degli
altri
,
né
quelle
furie
verbali
,
né
quei
despotismi
giacobini
che
credono
di
essere
manifestazioni
d
'
energia
,
e
non
sono
talvolta
che
convulsioni
di
anime
incerte
le
quali
sperano
di
affogare
nella
violenza
il
dubbio
che
le
tormenta
.
Ma
mi
sarà
permesso
di
deplorare
che
lo
Stato
abbandoni
con
tanta
indifferenza
l
'
educazione
della
donna
a
chi
,
anche
se
non
guasta
per
sempre
le
idee
,
certo
non
può
dare
quel
sentimento
di
italianità
e
di
modernità
che
pure
noi
vogliamo
insegnare
ai
maschi
nelle
scuole
governative
.
Forse
è
qui
il
germe
di
quella
dissonanza
di
convinzioni
e
di
tendenze
fra
i
due
sessi
che
impedisce
a
questi
di
aver
idee
comuni
e
concordi
;
e
forse
l
'
opera
educativa
più
utile
sarebbe
appunto
di
togliere
questa
dissonanza
,
ristabilire
l
'
unissono
fra
l
'
uomo
e
la
donna
che
ora
,
pur
troppo
,
sentono
pensano
e
quindi
agiscono
in
modo
contradditorio
!
Lasciando
tuttavia
questo
problema
di
tanto
lontana
e
difficile
soluzione
,
e
limitandomi
a
parlare
dell
'
educazione
femminile
,
quale
essa
è
attualmente
,
io
credo
che
le
si
possano
rivolgere
due
critiche
,
due
critiche
opposte
ma
che
,
secondo
i
casi
,
saranno
riconosciute
per
vere
.
Negli
istituti
femminili
,
o
si
studia
troppo
,
o
si
studia
troppo
poco
.
O
v
'
è
cioè
,
l
'
eccesso
dello
studio
serio
che
uccide
l
'
allegria
e
l
'
igiene
,
o
v
'
è
la
frivolezza
di
certi
studii
fatti
più
che
altro
per
abbellimento
e
per
....
attirare
il
marito
,
frivolezza
che
corrompe
nella
fanciulla
il
carattere
e
ne
diminuisce
il
senso
di
dignità
.
In
alcuni
istituti
s
'
insegna
sopratutto
ciò
che
serve
per
far
figura
,
per
illudere
,
per
conquistare
;
si
dà
,
direi
quasi
,
una
polverizzazione
di
coltura
superficiale
perché
il
profumo
passeggiero
di
questa
coltura
inganni
chi
si
avvicina
:
non
si
insegna
nulla
di
ciò
che
nutre
veramente
il
cervello
,
di
ciò
che
rinsalda
la
coscienza
,
di
ciò
che
prepara
alla
vita
.
Da
questi
istituti
escono
quelle
bambole
che
suonano
e
cantano
,
che
civettano
e
flirtano
in
tre
o
quattro
lingue
,
e
che
la
società
accoglie
sorridendo
come
i
tipi
della
perfetta
educazione
,
senza
chiedersi
mai
se
la
fabbricazione
non
potrebbe
essere
più
accurata
o
almeno
più
solida
!
Bambole
che
attraversano
la
vita
facendo
più
male
che
bene
,
facendo
spesso
molto
male
con
la
più
tranquilla
incoscienza
,
perché
non
amano
che
sé
stesse
e
credono
che
il
mondo
sia
stato
creato
unicamente
perché
esse
possano
divertirsi
....
"
Deliziose
e
terribili
piccole
belve
-
così
le
definisce
De
Ryons
nell
'
Ami
des
femmes
-
per
le
quali
ci
si
disonora
,
ci
si
rovina
,
ci
si
uccide
,
e
di
cui
l
'
unica
preoccupazione
-
in
mezzo
a
questa
carneficina
-
è
di
vestirsi
secondo
la
moda
,
alle
volte
come
un
ombrello
,
alle
volte
come
una
campana
!
"
.
Quale
contrasto
fra
la
figura
ambigua
di
queste
donne
perfidamente
leggere
,
e
il
profilo
della
fanciulla
seria
che
dà
tutto
il
suo
giovanile
e
sincero
entusiasmo
agli
studî
,
e
vuole
ottenere
da
questi
non
una
batteria
di
seduzioni
per
accalappiare
un
marito
,
ma
un
patrimonio
intellettuale
che
serva
a
lei
sola
!
Eppure
,
come
c
'
è
l
'
esagerazione
nel
male
,
c
'
è
anche
l
'
esagerazione
nel
bene
!
Non
solo
in
molte
ragazze
,
ma
in
molti
padri
di
famiglia
,
nelle
madri
stesse
si
è
infiltrata
oggi
ed
ha
messo
radice
la
convinzione
che
più
si
studia
,
più
si
ingobbisce
sui
banchi
della
scuola
col
naso
nei
libri
e
nei
vocabolarii
,
e
meglio
è
.
L
'
abuso
e
l
'
eccesso
della
scuola
-
non
sono
io
che
lo
dico
,
ma
è
il
senatore
Angelo
Mosso
-
è
come
un
'
edera
fatale
che
ora
si
è
avvinghiata
anche
all
'
organismo
della
donna
,
e
ne
rattrista
l
'
esistenza
inaridendone
le
sorgenti
della
vita
.
Alle
fanciulle
noi
facciamo
imparare
l
'
estrazione
della
radice
cubica
,
e
neghiamo
loro
un
cortile
dove
possano
correre
a
prendere
una
boccata
d
'
aria
,
a
sgranchirsi
le
gambe
,
a
non
sentire
più
i
gomiti
delle
compagne
nei
proprii
fianchi
!
È
il
pregiudizio
dell
'
intellettualità
pedante
ed
anti
-
igienica
che
viola
le
leggi
della
salute
!
È
la
ribellione
,
in
origine
giustissima
,
contro
l
'
ignoranza
,
che
arriva
a
conseguenze
esagerate
ed
illogiche
!
Bisogna
ristabilir
l
'
equilibrio
fra
lo
sviluppo
del
cervello
e
lo
sviluppo
delle
altre
facoltà
umane
.
Bisogna
avere
per
l
'
educazione
morale
quel
concetto
armonico
che
i
greci
avevano
per
la
bellezza
fisica
.
L
'
arte
antica
non
si
preoccupava
,
come
la
nostra
,
soltanto
dell
'
ampiezza
della
fronte
pensosa
,
della
piega
del
labbro
ironica
,
della
contrazione
della
sopracciglia
irritata
.
L
'
espressione
della
bellezza
scaturiva
allora
da
tutte
le
membra
,
non
come
oggi
dalla
testa
sola
,
e
tutta
la
persona
umana
parlava
alla
fantasia
dell
'
artista
e
del
popolo
.
Ebbene
:
bisogna
applicare
questo
criterio
artistico
anche
alla
vita
sociale
.
Bisogna
sviluppare
tutte
le
membra
e
tutte
le
facoltà
dell
'
individuo
,
non
solo
il
cervello
,
perché
il
progresso
non
è
il
frutto
unico
e
mostruoso
di
quella
pianta
rara
che
è
l
'
ingegno
,
ma
è
la
messe
benefica
che
si
raccoglie
dall
'
umanità
quando
alla
vigoria
intellettuale
s
'
uniscono
la
salute
fisica
e
la
salute
morale
.
Questo
pensiero
,
questa
preoccupazione
della
salute
fisica
dovrebbe
essere
dominante
nel
problema
dell
'
educazione
della
donna
.
Anzitutto
perché
l
'
igiene
fisica
è
anche
igiene
morale
.
Là
dove
,
come
in
Inghilterra
,
nei
grandi
parchi
attigui
alle
scuole
,
le
fanciulle
alternano
le
ore
di
studio
con
le
ore
di
gioco
,
esse
sentono
aleggiare
anche
intorno
alla
loro
anima
quell
'
atmosfera
ossigenata
che
è
intorno
al
loro
corpo
,
e
come
tutto
il
loro
organismo
diventa
più
forte
,
così
i
loro
discorsi
diventan
più
puri
e
più
sani
:
non
alligna
il
pettegolezzo
sciocco
o
l
'
allusione
lubrica
che
fiorisce
invece
come
muschio
all
'
ombra
umida
delle
scuole
ove
le
fanciulle
siedono
immobili
per
lunghe
ore
del
giorno
.
Ed
è
per
questo
che
si
accentua
,
specie
all
'
estero
,
un
movimento
che
vorrebbe
trasportare
,
fuori
delle
fumose
e
assordanti
città
,
nell
'
ambiente
verde
e
tranquillo
della
campagna
le
scuole
e
gli
istituti
d
'
educazione
.
È
per
questo
che
,
oltre
alle
scuole
normali
ed
ai
ginnasii
e
ai
licei
femminili
,
dovrebbero
sorgere
anche
fra
noi
quelle
scuole
agrarie
femminili
,
di
cui
or
son
tre
anni
si
faceva
apostolo
la
più
geniale
poetessa
italiana
.
Vedendo
che
malgrado
le
rigurgitanti
scuole
normali
-
dalle
quali
fra
breve
uscirà
un
numero
di
maestre
superiore
alle
scolare
-
il
problema
della
disoccupazione
femminile
restava
immutato
,
Ada
Negri
si
chiedeva
:
"
Perché
non
tentar
d
'
aprire
,
per
la
donna
,
anche
in
Italia
,
una
via
di
attività
più
sana
e
più
serena
,
all
'
aria
aperta
,
fra
le
cose
semplici
e
pure
della
terra
,
secondando
il
suo
istinto
naturale
e
il
suo
sviluppo
fisiologico
?
Perché
non
indirizzare
verso
le
scuole
agrarie
tutte
quelle
anemiche
fanciulle
moderne
,
che
ora
impoveriscono
il
loro
sangue
sui
banchi
delle
scuole
cittadine
?
"
.
E
la
poetessa
aveva
ragione
non
solo
perché
,
anche
per
la
donna
come
per
l
'
uomo
,
val
più
oggi
un
'
istruzione
tecnica
e
pratica
di
quelle
sapienti
inutilità
di
puro
abbellimento
che
si
insegnano
in
certi
collegi
,
ma
aveva
ragione
sopratutto
perché
il
problema
dell
'
educazione
della
donna
,
a
chi
guardi
lontano
,
coincide
oggi
col
problema
della
razza
.
Se
vogliamo
che
le
generazioni
future
siano
fisicamente
più
sane
e
quindi
moralmente
più
equilibrate
di
questa
nostra
generazione
ove
i
nervi
sono
i
terribili
despoti
del
nostro
organismo
,
e
la
nevrastenia
è
,
più
che
un
'
eccezione
morbosa
,
la
triste
regola
generale
,
bisognerà
pure
che
noi
pensiamo
ad
educare
la
donna
in
modo
ch
'
essa
possa
trasmettere
ai
suoi
figli
un
sangue
purificato
dall
'
ossigeno
dell
'
aria
libera
e
dal
fresco
e
sano
odor
della
terra
.
Pur
troppo
se
la
nostra
iniziativa
latina
è
feconda
in
opere
di
beneficenza
,
è
quasi
sterile
nelle
opere
di
prevenzione
.
Noi
abbiamo
lagrime
e
danari
per
tutte
le
malattie
e
per
tutte
le
colpe
umane
.
Vecchi
,
ammalati
,
pazzi
,
ciechi
,
sordomuti
,
deficienti
,
rachitici
,
scrofolosi
,
tubercolosi
,
delinquenti
,
ogni
piaga
fisica
e
morale
è
classificata
e
curata
in
questo
immenso
ospedale
che
è
il
mondo
.
La
nostra
pietà
postuma
è
grande
quasi
quanto
la
nostra
miseria
!
Ma
noi
non
abbiamo
che
assai
raramente
danari
e
pensieri
per
prevenire
tutti
questi
mali
e
tutti
questi
dolori
!
Noi
non
riflettiamo
che
,
se
si
sapesse
educare
,
molte
di
queste
miserie
scomparirebbero
e
tutte
diminuirebbero
.
Diminuirebbero
,
sopratutto
,
se
alla
donna
,
oltre
a
un
'
educazione
religiosa
,
oltre
a
un
'
educazione
mondana
,
oltre
a
un
'
educazione
scientifica
,
si
desse
un
'
educazione
sociale
.
Aprire
il
suo
cervello
ai
problemi
maggiori
che
agitano
la
mente
dell
'
uomo
,
in
modo
che
essa
possa
essere
non
solo
la
sua
compagna
che
lo
comprende
,
ma
la
sua
coscienza
che
lo
guida
:
aprire
anche
il
suo
sentimento
affinché
ella
impari
-
nell
'
età
in
cui
è
facile
imparare
le
cose
buone
e
generose
-
che
il
suo
destino
e
la
sua
missione
non
si
chiudono
nella
mediocrità
del
benessere
egoista
,
ma
devono
spaziare
più
lontano
e
più
in
alto
.
Senza
dubbio
,
il
primo
dovere
d
'
una
donna
è
di
creare
la
felicità
intorno
a
sé
,
nella
sua
famiglia
:
crearla
coll
'
onestà
,
mantenerla
colla
dolcezza
:
ma
questo
dovere
non
basta
:
la
donna
deve
andare
più
oltre
.
Essa
deve
integrare
coi
fatti
,
coll
'
esempio
,
quanto
v
'
è
di
puro
nel
socialismo
:
essa
deve
compiere
,
non
per
un
impulso
di
pietà
inconscia
come
una
volta
,
non
per
una
moda
o
per
uno
sport
come
oggi
,
ma
per
un
dovere
cosciente
,
quasi
come
un
ufficio
specifico
della
femminilità
,
quell
'
opera
di
aiuto
,
di
conforto
materiale
e
morale
che
,
oltrepassando
l
'
orizzonte
famigliare
,
si
rivolge
ai
dolori
e
alle
ingiustizie
che
non
ci
toccano
da
vicino
.
Di
fianco
all
'
uomo
che
combatte
,
essa
deve
essere
la
fata
che
ingentilisce
ed
attenua
le
fatali
conseguenze
della
lotta
:
essa
deve
socializzare
le
anime
per
avvicinare
gli
uomini
,
-
opera
più
degna
che
socializzare
la
proprietà
per
sopprimere
le
classi
.
LA
DONNA
e
il
problema
dell
'
educazione
.
Le
donne
esercitano
una
così
grande
influenza
sugli
uomini
,
che
sono
esse
che
determinano
il
loro
carattere
.
PLATONE
.
Il
problema
femminile
sul
quale
tanto
e
forse
troppo
si
discute
,
ha
questo
di
particolare
:
che
ha
schierato
,
pro
e
contro
le
rivendicazioni
della
donna
,
gli
uomini
in
una
strana
confusione
,
quasi
essi
avessero
portato
nel
decidersi
,
non
le
ragioni
calme
e
spassionate
dell
'
osservatore
imparziale
,
ma
le
impressioni
fuggevoli
ed
egoiste
della
propria
esperienza
.
La
logica
infatti
vi
dice
che
tutti
i
novatori
dovrebbero
difendere
la
completa
ed
assoluta
emancipazione
della
donna
,
e
che
tutti
i
conservatori
dovrebbero
,
dal
canto
loro
,
avversare
questo
movimento
di
emancipazione
.
Viceversa
,
voi
trovate
-
con
sorpresa
-
dei
novatori
e
dei
socialisti
che
sono
antifeministi
,
e
dei
conservatori
e
dei
reazionarii
che
sono
feministi
.
Vicino
ad
Achille
Loria
,
anima
rigida
di
socialista
scienziato
,
il
quale
proclama
l
'
eguaglianza
della
donna
e
dell
'
uomo
e
vuole
per
la
prima
diritti
identici
a
quelli
del
secondo
,
ecco
Cesare
Lombroso
,
un
altro
scienziato
socialista
,
il
quale
dichiara
la
donna
assolutamente
inferiore
all
'
uomo
e
le
nega
perciò
eguali
diritti
.
Vicino
a
Ferdinando
Brunetière
che
,
anche
nella
questione
femminile
,
volle
farsi
paladino
di
ciò
che
è
vecchio
e
tradizionale
e
sostenne
quindi
che
la
donna
dovesse
rimanere
una
minorenne
perpetua
,
ecco
Edoardo
Rod
,
un
romanziere
cui
certo
non
si
possono
rimproverare
teorie
sovversive
,
il
quale
,
come
un
eterodosso
,
chiede
per
la
donna
diritti
identici
a
quelli
dell
'
uomo
.
Da
che
dipende
questo
vario
,
strano
ed
illogico
aggrupparsi
degli
uomini
intorno
al
problema
del
feminismo
?
Dipende
forse
dal
soggetto
stesso
della
disputa
,
e
dovremmo
noi
riconoscere
che
la
donna
-
come
ci
fa
spesso
nella
vita
dimenticare
le
nostre
idee
più
salde
rendendoci
illogici
verso
noi
stessi
-
abbia
,
anche
nel
campo
della
teoria
,
il
supremo
potere
di
piegare
alla
contraddizione
la
lama
inflessibile
del
pensiero
scientifico
?
Chi
sa
dire
se
nell
'
antifeminismo
degli
uni
non
v
'
è
,
come
lievito
inconscio
,
il
rancore
di
amori
infelici
,
e
nel
feminismo
degli
altri
il
ricordo
indulgente
di
dolcezze
passate
?
Certo
,
se
è
sempre
difficile
in
ogni
questione
l
'
astrarre
dalla
propria
persona
e
dai
casi
della
propria
vita
,
è
difficilissimo
nel
problema
femminile
,
dove
mal
si
scorge
la
linea
sottile
che
separa
il
pensiero
dal
sentimento
,
e
dove
noi
portiamo
-
senza
saperlo
e
senza
volerlo
-
quel
cumulo
di
odî
o
di
amori
,
di
speranze
o
di
gelosie
,
di
generosi
ideali
o
di
ambizioni
egoiste
,
che
la
donna
,
eterna
animatrice
,
suscita
nella
nostra
esistenza
.
Forse
ogni
uomo
,
se
vuol
esser
sincero
,
dovrà
confessare
che
quante
volte
avrà
discusso
di
feminismo
,
sostenendo
per
la
donna
ampia
partecipazione
alla
vita
pubblica
,
libertà
di
adire
tutte
le
professioni
e
godimento
di
tutti
i
diritti
fino
al
diritto
di
voto
politico
,
gli
sarà
passata
dinanzi
agli
occhi
della
mente
-
come
un
dolce
fantasma
contradditore
-
la
figura
della
sua
donna
,
della
donna
che
egli
deve
amare
sopra
tutto
e
sopra
tutti
,
e
l
'
istinto
atavico
dell
'
egoismo
maschile
,
che
vuol
mantener
chiuso
nello
scrigno
della
famiglia
il
gioiello
prezioso
,
sarà
risorto
in
lui
per
lottare
contro
il
libero
convincimento
dell
'
uomo
moderno
che
sente
di
dover
permettere
che
almeno
i
raggi
di
luce
di
quel
gioiello
vadano
ad
illuminare
gli
altri
,
e
che
sa
di
non
poter
rendere
schiava
un
'
anima
che
ha
anch
'
essa
diritto
alla
vita
multipla
e
complessa
del
mondo
moderno
.
Ma
-
al
di
fuori
di
queste
ragioni
sentimentali
-
io
credo
che
la
contraddizione
a
cui
ho
accennato
e
per
la
quale
uomini
di
idee
e
di
partiti
opposti
si
trovan
fra
loro
d
'
accordo
sia
nel
combattere
sia
nel
favorire
il
movimento
feminista
,
dipenda
da
un
motivo
più
generale
,
più
profondo
e
di
importanza
ben
più
sostanziale
.
Dipende
,
secondo
me
,
dal
fatto
che
il
problema
femminile
è
stato
mal
posto
.
Finora
si
è
creduto
che
la
base
,
quasi
direi
la
piattaforma
su
cui
si
doveva
erigere
la
disputa
consistesse
in
questa
domanda
:
è
la
donna
inferiore
o
superiore
all
'
uomo
?
Domanda
che
a
tutta
prima
sembra
afferrare
il
problema
nelle
tanaglie
di
un
dilemma
cui
non
è
dato
sfuggire
,
e
che
viceversa
è
una
domanda
inutile
e
sbagliata
.
In
psicologia
e
in
sociologia
non
valgono
le
leggi
rigide
dell
'
aritmetica
:
e
se
è
vero
che
un
dato
numero
deve
essere
necessariamente
o
inferiore
o
superiore
ad
un
altro
,
non
è
altrettanto
vero
che
un
dato
organismo
deva
anch
'
esso
essere
o
superiore
o
inferiore
ad
un
altro
:
può
essere
semplicemente
diverso
.
Un
medico
cui
si
chiedesse
se
per
vivere
è
più
importante
la
respirazione
o
la
nutrizione
,
risponderebbe
che
entrambe
sono
egualmente
importanti
e
necessarie
.
E
non
potrebbe
istituire
fra
loro
un
paragone
per
decidere
il
più
o
il
meno
dell
'
importanza
reciproca
,
giacché
la
necessità
assoluta
della
vita
non
ammette
queste
distinzioni
materiali
di
grado
.
Così
è
del
nostro
problema
.
La
donna
non
è
né
superiore
né
inferiore
all
'
uomo
:
è
diversa
.
Diversa
e
imparagonabile
ed
ugualmente
necessaria
,
giacché
l
'
uomo
e
la
donna
sono
i
due
atomi
che
formano
la
molecola
della
vita
sociale
,
senza
uno
dei
quali
la
vita
non
è
.
E
da
questa
differenza
-
profonda
psicologicamente
come
fisiologicamente
-
non
nasce
soltanto
quel
delirio
adorabile
che
si
chiama
l
'
amore
,
ma
scaturiscono
altresì
limpide
tutte
le
ragioni
per
cui
la
donna
deve
avere
diritti
non
eguali
all
'
uomo
,
ma
equivalenti
.
Non
eguali
,
perché
è
diversa
;
non
minori
perché
non
è
inferiore
;
ma
equivalenti
perché
il
suo
posto
nel
mondo
è
per
legge
di
natura
all
'
identica
altezza
di
quello
dell
'
uomo
.
Se
il
nostro
problema
fosse
stato
posto
così
-
sulla
base
cioè
di
una
disuguaglianza
tra
i
due
sessi
che
non
implica
né
superiorità
né
inferiorità
-
noi
non
avremmo
avuto
,
riguardo
al
feminismo
,
né
le
esagerazioni
pessimiste
di
certi
scienziati
,
né
le
esagerazioni
ottimiste
di
coloro
che
,
per
natural
reazione
,
vorrebbero
far
credere
che
la
donna
ha
tutte
le
attitudini
sociali
dell
'
uomo
e
in
identico
grado
.
Vedete
,
per
esempio
.
I
fisiologi
hanno
trovato
nei
tessuti
della
donna
,
nei
globuli
del
suo
sangue
,
nel
processo
evolutivo
del
suo
cervello
,
la
prova
ch
'
essa
è
fisicamente
meno
sviluppata
dell
'
uomo
.
E
gli
psicologi
,
analizzandone
l
'
intelligenza
e
la
sensibilità
,
hanno
paragonato
la
donna
ad
un
adulto
con
le
passioni
d
'
un
bambino
,
e
l
'
hanno
definita
,
come
il
bambino
,
una
spugna
educabile
.
Da
queste
constatazioni
-
che
io
per
il
primo
riconosco
vere
in
gran
parte
-
alcuni
scienziati
,
polarizzati
nell
'
idea
di
istituire
un
confronto
aritmetico
fra
i
due
sessi
,
e
sopratutto
il
pubblico
dei
profani
che
ha
la
triste
prerogativa
di
rendere
antipatica
la
scienza
interpretandola
male
-
hanno
tratto
la
conseguenza
che
la
donna
è
inferiore
all
'
uomo
.
Ma
io
vi
domando
:
forse
che
la
missione
della
donna
nel
mondo
è
uguale
a
quella
dell
'
uomo
?
e
poiché
non
lo
è
,
vi
sembra
logico
allora
il
pretendere
-
sotto
pena
di
bollarla
col
marchio
dell
'
inferiorità
-
che
la
donna
la
quale
ha
una
missione
diversa
abbia
identiche
qualità
fisiche
e
morali
dell
'
uomo
?
o
non
è
semplicemente
assurdo
l
'
esigere
che
chi
deve
compiere
funzioni
diverse
abbia
eguali
attitudini
?
Questo
equivoco
che
è
causa
dell
'
opinione
illogica
degli
anti
-
feministi
,
è
causa
altresì
dell
'
opinione
esagerata
dei
feministi
.
Costoro
voglion
la
donna
eguale
all
'
uomo
,
come
quelli
la
vogliono
inferiore
,
perché
nessuno
s
'
adatta
a
riconoscerla
diversa
e
imparagonabile
.
E
l
'
eguaglianza
fanno
consistere
non
solo
nella
conquista
che
io
reputo
legittima
di
diritti
giuridici
e
politici
,
ma
anche
nel
voler
imporre
socialmente
una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
Due
feministi
illustri
,
nella
loro
manìa
di
voler
identificare
i
diritti
della
donna
e
dell
'
uomo
anche
di
fronte
all
'
amore
,
sono
giunti
a
due
conseguenze
estreme
ed
opposte
che
potrebbero
esse
sole
dare
la
prova
degli
assurdi
cui
si
arriva
quando
ci
si
lascia
guidare
,
non
dall
'
esame
sereno
della
realtà
,
ma
dalla
passione
e
da
un
preconcetto
.
Jules
Bois
,
il
letterato
francese
che
ama
avvolgere
la
sue
idee
sociali
nelle
nebbie
del
misticismo
e
dello
spiritismo
,
pretende
nientemeno
dai
maschi
quella
castità
pre
-
matrimoniale
che
si
esige
dalle
fanciulle
,
giacché
-
egli
dice
-
l
'
uomo
e
la
donna
devono
arrivare
al
matrimonio
in
identiche
condizioni
;
e
viceversa
Giacomo
Novicow
,
il
sociologo
russo
profondo
ed
ardito
,
vorrebbe
accordare
alle
fanciulle
la
stessa
libertà
che
hanno
gli
uomini
,
e
predica
nel
suo
libro
:
La
redenzione
della
donna
nientemeno
che
l
'
abolizione
del
matrimonio
,
e
il
pieno
assoluto
diritto
per
l
'
uomo
e
per
la
donna
di
unirsi
quando
vogliono
e
appena
che
lo
vogliono
,
senza
alcuna
formalità
,
e
salvo
a
mutar
legame
cogli
anni
o
coi
mesi
,
o
col
periodo
di
tempo
ancora
più
breve
che
il
fato
assegna
ai
capricci
d
'
amore
.
Io
non
discuto
qui
queste
due
opinioni
:
io
mi
limito
a
constatare
,
come
un
fenomeno
abbastanza
significativo
,
che
in
nome
di
uno
stesso
principio
-
il
feminismo
-
si
giunge
da
un
lato
alla
castità
forzata
,
dall
'
altro
lato
all
'
amore
libero
;
e
mi
permetto
di
osservare
che
mentre
la
passione
trascina
ad
idee
estreme
ed
assurde
gli
apostoli
del
feminismo
,
perduti
dietro
il
miraggio
di
un
paragone
matematico
fra
i
due
sessi
che
è
assolutamente
impossibile
,
ben
pochi
hanno
visto
ciò
che
vi
ha
di
veramente
superiore
e
sublime
nella
donna
,
la
madre
;
ben
pochi
hanno
sentito
che
a
questa
sua
funzione
socialmente
sacra
-
che
spiega
anche
tutte
le
diversità
psicologiche
dei
due
sessi
-
bisogna
ricondurre
non
solo
le
cure
e
gli
omaggi
,
di
cui
noi
uomini
siamo
generosi
perché
ci
costano
poco
,
ma
anche
i
diritti
della
donna
,
che
noi
siamo
lenti
ed
avari
nel
riconoscere
perché
costerebbero
molto
al
nostro
egoismo
maschile
.
E
il
primo
diritto
della
donna
,
quello
che
è
sancito
dalla
stessa
legge
di
natura
perché
prolunga
moralmente
la
funzione
fisiologica
della
maternità
,
è
il
diritto
all
'
educazione
dei
figli
.
Come
adempiono
oggi
le
donne
a
questo
diritto
,
che
dovrebbe
nobilitarsi
in
esse
e
diventare
un
sacrosanto
dovere
?
Che
facciamo
noi
uomini
per
lasciar
esercitare
questo
diritto
alle
nostre
mogli
,
per
renderle
sopratutto
coscienti
e
degne
d
'
esercitarlo
?
Non
vi
pare
che
dinanzi
a
questo
pauroso
problema
che
tiene
racchiuso
in
germe
l
'
avvenire
della
società
,
impallidiscano
come
questioni
secondarie
tutte
le
altre
rivendicazioni
giuridiche
o
politiche
che
la
donna
pretende
?
Senza
dubbio
-
ed
io
sono
lieto
di
dichiararlo
altamente
-
per
le
donne
che
non
vogliono
o
non
possono
formarsi
una
famiglia
,
per
le
donne
che
,
pur
avendo
una
famiglia
,
posseggono
cuore
,
ingegno
e
mezzi
materiali
per
diffondere
su
più
vasto
campo
la
loro
attività
,
esistono
oggi
e
devono
essere
libere
ed
aperte
altre
vie
,
feconde
di
bene
,
su
cui
se
splende
meno
intenso
il
raggio
del
sentimento
intimo
,
brilla
forse
più
viva
la
luce
d
'
un
altruismo
cosciente
.
Ma
,
pur
dando
tutta
la
mia
ammirazione
alle
donne
che
si
dedicano
alla
risoluzione
di
problemi
e
alla
cura
di
piaghe
sociali
,
e
che
lottano
coraggiosamente
per
la
loro
indipendenza
morale
ed
economica
,
ancora
così
indegnamente
conculcata
,
io
non
credo
si
possa
negare
che
la
prima
funzione
-
perché
la
più
normale
-
della
donna
sia
quella
che
si
svolge
nel
cerchio
della
famiglia
:
cerchio
ristretto
e
meschino
secondo
alcuni
,
e
che
nondimeno
costituisce
il
nucleo
da
cui
si
irradiano
tutte
le
energie
sociali
,
il
propulsore
spesso
ignorato
e
trascurato
che
,
per
mezzo
dell
'
educazione
,
dà
forza
ed
anima
a
tutte
le
forme
della
vita
civile
.
Alla
mente
degli
uomini
di
governo
il
problema
dell
'
educazione
si
presenta
per
necessità
sotto
la
forma
unica
della
scuola
:
è
debito
riconoscere
che
vi
hanno
provveduto
in
parte
,
ed
è
bene
sperare
vi
provvedano
sempre
più
,
quantunque
la
scuola
sia
ancora
la
cenerentola
delle
istituzioni
sociali
;
ma
bisogna
dir
alto
e
forte
che
la
scuola
,
non
solo
ha
una
missione
più
istruttiva
che
educatrice
,
ma
altresì
ch
'
essa
è
l
'
ambiente
secondario
in
cui
il
fanciullo
si
forma
e
diventa
uomo
.
L
'
ambiente
primo
e
più
importante
è
la
famiglia
:
e
il
maestro
di
scuola
potrà
ben
poco
sul
cervello
e
sul
cuore
dei
fanciulli
se
non
lo
aiuta
e
quasi
direi
non
gli
prepara
il
terreno
la
madre
.
Orbene
,
chiediamoci
qual
è
oggi
l
'
influenza
della
famiglia
,
esaminiamo
che
cosa
dovrebbe
fare
,
e
che
cosa
in
realtà
può
fare
la
madre
per
l
'
educazione
dei
figli
.
*
Uno
dei
fenomeni
più
gravi
e
più
strani
che
si
verifica
specialmente
nelle
classi
colte
,
ma
che
non
manca
neppure
nelle
classi
inferiori
,
è
la
disarmonia
,
lo
squilibrio
intellettuale
fra
il
marito
e
la
moglie
.
Si
direbbe
che
quella
disuguaglianza
fra
i
due
sessi
ch
'
io
ho
constatata
e
che
costituisce
il
segreto
e
il
fascino
della
vita
,
sia
stata
ad
arte
e
patologicamente
esagerata
fino
a
costituire
un
difetto
e
un
pericolo
.
Nelle
nostre
classi
superiori
il
matrimonio
,
se
è
sempre
un
organismo
fisiologico
,
se
è
talvolta
anche
un
organismo
psicologico
(
quando
gli
sposi
si
amano
e
realizzano
l
'
ipotesi
poetica
di
formar
due
corpi
in
un
'
anima
sola
)
non
è
quasi
mai
,
o
ben
raramente
,
un
vero
e
proprio
organismo
intellettuale
,
giacché
le
idee
tanto
religiose
quanto
politiche
quanto
generali
sull
'
educazione
,
sono
spesso
diverse
ed
opposte
fra
il
marito
e
la
moglie
.
Guardiamoci
attorno
,
e
togliendoci
almeno
per
un
minuto
quella
patina
di
gesuitismo
con
cui
ricopriamo
per
amore
del
quieto
vivere
i
nostri
discorsi
,
confessiamo
che
nelle
nostre
famiglie
manca
spesso
l
'
unità
intellettuale
,
l
'
accordo
intimo
assoluto
sincero
di
idealità
e
di
fede
tra
marito
e
moglie
,
confessiamo
che
i
genitori
danno
talvolta
dinanzi
ai
figli
lo
spettacolo
deleterio
di
discussioni
sui
principii
fondamentali
della
morale
e
della
vita
,
o
(
ciò
che
è
forse
peggio
)
si
chiudono
in
un
silenzio
prudente
che
dice
la
paura
di
discutere
quei
problemi
perché
v
'
è
la
certezza
preventiva
di
non
trovarsi
all
'
unissono
,
silenzio
terribile
ed
eloquente
che
il
bambino
intuisce
ed
interpreta
coll
'
inconscia
lucidità
dell
'
anima
vergine
,
restandone
turbato
,
e
divinando
l
'
incertezza
,
il
dubbio
,
la
contraddizione
che
lo
accompagneranno
più
tardi
dalla
famiglia
nella
scuola
e
dalla
scuola
nella
vita
.
Ecco
dunque
il
primo
vizio
dell
'
educazione
:
la
base
mal
sicura
o
contradditoria
delle
credenze
dei
genitori
,
il
dissidio
silenzioso
tra
le
loro
opinioni
.
Come
possono
i
figli
-
in
questa
nebbia
intellettuale
che
li
circonda
e
che
è
squarciata
ogni
tanto
dai
lampi
rivelatori
di
una
disputa
-
formarsi
una
fede
ed
una
coscienza
?
E
come
potremo
noi
lagnarci
che
la
gioventù
cresca
incerta
,
scettica
e
pessimista
,
se
nella
famiglia
ha
trovato
,
invece
che
la
guida
sicura
di
principii
affermati
di
comune
accordo
dal
padre
e
dalla
madre
,
un
dualismo
di
indirizzo
più
o
meno
apparente
?
A
comporre
-
almeno
in
parte
-
questo
dualismo
,
si
segue
in
generale
questo
sistema
:
il
marito
lascia
sulle
prime
alla
moglie
l
'
educazione
dei
figli
,
le
permette
cioè
di
istillar
loro
le
nozioni
e
le
pratiche
della
sua
fede
e
dei
suoi
principii
,
abdica
insomma
,
non
so
se
per
noncuranza
o
per
desiderio
di
pace
,
alla
sua
autorità
,
e
si
consola
e
si
tranquillizza
pensando
con
filosofia
fatalista
che
più
tardi
i
figli
muteranno
d
'
idee
e
diverranno
quel
che
è
divenuto
egli
stesso
.
E
i
figli
mutano
infatti
,
sotto
l
'
influenza
dei
compagni
,
sotto
gli
sprazzi
di
luce
dell
'
istruzione
,
sotto
l
'
aculeo
continuo
della
vita
che
fa
svanire
a
poco
a
poco
le
dolci
primitive
illusioni
,
le
ingenue
credenze
infantili
.
Ma
,
senza
notare
che
è
faticoso
ed
illogico
il
lasciare
che
i
fanciulli
si
nutrano
da
principio
di
idee
che
dovranno
più
tardi
rinnegare
,
io
mi
domando
se
non
v
'
è
in
questo
sistema
un
pericolo
.
Un
pericolo
grave
,
perché
a
torto
si
crede
che
le
prime
idee
istillate
nei
bambini
possano
per
sempre
seppellirsi
come
cose
morte
nel
cervello
e
nel
cuore
dell
'
uomo
.
Esse
hanno
un
potere
di
resurrezione
che
sembra
miracoloso
,
e
che
non
è
se
non
la
conseguenza
d
'
una
legge
fisiologica
.
Noi
possiamo
perdere
la
memoria
di
fatti
recenti
,
o
non
più
sentire
l
'
influenza
di
recenti
suggestioni
intellettuali
,
ma
noi
non
perdiamo
mai
il
ricordo
di
fatti
,
l
'
influenza
di
idee
lontane
.
Falstaff
,
mentre
spira
a
Londra
in
una
taverna
dopo
una
vita
dissoluta
,
parla
dei
verdi
campi
e
rivede
il
paesaggio
dove
visse
bambino
.
E
questo
ritorno
della
mente
d
'
un
moribondo
ai
fatti
più
lontani
dell
'
esistenza
non
è
un
artificio
poetico
,
né
un
'
abile
invenzione
sentimentale
:
è
l
'
intuizione
del
genio
di
Shakespeare
che
,
precorrendo
la
scienza
come
avviene
agli
artisti
grandissimi
,
scolpiva
in
un
episodio
drammatico
la
verità
che
alcuni
secoli
dopo
il
Ribot
doveva
formulare
scientificamente
così
:
le
idee
nate
per
ultime
sono
le
prime
a
degenerare
:
le
sensazioni
invece
che
colpirono
il
nostro
organismo
infantile
non
muoiono
mai
,
ma
sulla
fine
della
vita
ritornano
.
Gli
è
in
forza
di
questa
legge
che
il
sistema
d
'
educazione
generalmente
adottato
diventa
pericoloso
:
gli
è
in
forza
di
questa
legge
che
noi
assistiamo
spesso
a
quelli
che
il
Sergi
chiamava
tramonti
cerebrali
,
alla
riapparizione
cioè
e
alla
tirannia
,
nell
'
uomo
adulto
,
delle
idee
che
hanno
formato
la
base
delle
prime
abitudini
mentali
nell
'
infanzia
e
nella
gioventù
,
e
che
un
'
osservazione
superficiale
credeva
morte
per
sempre
.
Le
mie
parole
non
devono
essere
intese
come
un
'
allusione
larvata
al
disprezzo
di
alcune
idee
o
all
'
elogio
di
altre
:
io
mi
spoglio
per
un
momento
della
mia
qualità
di
modesto
positivista
,
io
cerco
di
elevarmi
al
di
sopra
di
tutte
le
passioni
e
di
tutti
i
partiti
intellettuali
,
e
parlo
non
in
nome
di
una
dottrina
-
che
per
quanto
sinceramente
professata
può
essere
erronea
-
ma
in
nome
dell
'
educazione
del
carattere
,
la
più
degna
di
cure
e
viceversa
pur
troppo
la
più
trascurata
.
Date
ai
vostri
figli
la
fede
e
l
'
ideale
che
più
vi
piace
:
-
qualunque
opinione
ha
diritto
al
rispetto
ed
è
una
forza
attiva
nel
mondo
pur
che
sia
onestamente
sentita
e
non
venduta
ai
dominatori
o
all
'
interesse
di
far
carriera
-
ma
non
date
loro
il
dubbio
,
non
inquinate
l
'
acqua
limpida
e
pura
dell
'
entusiasmo
infantile
coi
furbi
veleni
del
calcolo
,
sperando
,
o
di
ipotecare
per
sempre
il
bambino
alle
suggestioni
della
prima
infanzia
,
o
fidando
ch
'
egli
le
perderà
lungo
la
scettica
via
dell
'
esperienza
.
Entrambe
queste
speranze
-
qualunque
sia
la
realizzata
-
avranno
una
conseguenza
dolorosa
:
esse
impediranno
la
formazione
del
carattere
,
non
solo
per
l
'
esempio
di
mutabilità
e
di
contraddizione
ch
'
esse
danno
,
ma
anche
perché
,
se
è
sempre
difficile
rifare
l
'
educazione
,
quest
'
educazione
rifatta
diventa
anche
inutile
quando
nella
vecchiaia
,
indebolito
il
cervello
,
si
cade
nella
miseria
del
fatale
tramonto
.
*
Un
'
unità
di
indirizzo
,
un
ambiente
fermo
di
principii
,
-
ecco
dunque
ciò
che
sopratutto
occorre
al
bambino
perché
l
'
anima
sua
si
svolga
in
modo
libero
e
degno
.
Non
è
qui
il
caso
di
dire
come
quest
'
unità
dovrebbe
esser
creata
,
con
quali
mezzi
cioè
la
famiglia
-
dallo
stato
incerto
e
contradditorio
che
oggi
ci
presenta
-
potrebbe
elevarsi
alla
dignità
di
un
tutto
organico
,
di
un
ambiente
uniforme
.
Io
mi
contento
di
constatare
che
per
molti
segni
noi
possiamo
legittimamente
sperare
in
una
evoluzione
progressiva
della
donna
,
che
la
avvicini
sempre
più
alla
scienza
e
alla
vita
,
e
la
renda
,
al
pari
dell
'
uomo
,
conscia
e
partecipe
di
quel
moderno
movimento
sociale
che
ormai
d
'
ogni
parte
ci
avvolge
e
ci
si
impone
.
E
augurando
che
quest
'
unissono
famigliare
divenga
presto
una
realtà
,
io
mi
permetto
di
credere
che
a
completarlo
-
a
renderlo
cioè
fecondo
pei
figli
-
gioverebbe
il
ritardare
in
un
certo
senso
e
entro
certi
limiti
l
'
invio
del
bambino
alla
scuola
.
Io
parlo
qui
specialmente
per
quelle
famiglie
che
avendo
un
relativo
benessere
e
almeno
la
sicurezza
della
vita
quotidiana
,
permettono
che
le
madri
dedichino
un
po
'
di
tempo
ai
figli
:
non
oserei
,
pur
troppo
,
parlare
anche
a
quella
folla
di
famiglie
proletarie
,
in
cui
la
donna
è
,
come
l
'
uomo
e
peggio
dell
'
uomo
,
schiava
d
'
un
lavoro
che
la
snerva
,
la
abbrutisce
e
la
costringe
a
trascurare
i
suoi
bambini
,
affidandoli
il
più
presto
possibile
alla
scuola
.
Per
queste
dolci
e
rassegnate
vittime
del
lavoro
,
non
v
'
è
che
la
speranza
lontana
che
una
maggiore
giustizia
nel
mondo
arrivi
a
redimerle
!
Noi
dobbiamo
tendere
più
allo
sviluppo
morale
che
allo
sviluppo
intellettuale
del
fanciullo
:
noi
dobbiamo
cercare
di
formar
in
lui
la
coscienza
prima
che
la
coltura
.
La
pianta
-
uomo
,
come
le
altre
piante
,
ha
bisogno
per
crescere
forte
e
salda
,
di
restare
qualche
tempo
nel
terreno
dove
è
nata
.
Il
trapiantarla
finch
'
essa
è
molto
giovane
,
significa
spesso
intralciare
coscientemente
il
suo
sviluppo
.
E
il
nuovo
ambiente
della
scuola
,
se
viene
a
sovrapporsi
troppo
presto
all
'
ambiente
della
famiglia
,
può
essere
talvolta
una
causa
di
turbamento
,
anziché
,
come
si
crede
,
una
ragione
di
progresso
e
di
elevazione
.
Per
una
madre
che
sta
morendo
il
dolore
più
acuto
è
senza
dubbio
il
pensiero
di
dover
abbandonare
il
suo
bambino
,
di
doverlo
lasciare
alle
cure
di
altri
,
talvolta
di
persone
estranee
ed
ignote
.
Eppure
,
quante
madri
ricche
s
'
affrettano
volontariamente
a
distaccarsi
dal
loro
bambino
inviandolo
troppo
presto
alla
scuola
,
mescolandolo
,
prima
che
ve
ne
sia
bisogno
,
ad
un
ambiente
che
gli
è
sconosciuto
.
È
vero
però
ch
'
esse
sentono
in
fondo
quanto
c
'
è
di
poco
naturale
in
questo
sistema
,
giacché
pur
ripetendosi
che
la
scuola
è
la
strada
necessaria
alla
vita
,
e
pur
sognando
con
la
preveggenza
dell
'
affetto
materno
le
corone
della
gloria
sopra
le
piccole
teste
bionde
,
esse
non
isfuggono
ad
un
vivo
dolore
quando
il
primo
giorno
di
scuola
,
il
giorno
della
separazione
è
venuto
.
Certo
quel
dolore
passa
:
il
piccolo
scolaro
s
'
abitua
alla
scuola
come
il
piccolo
orfano
s
'
abitua
al
nuovo
ambiente
;
ma
quel
dolore
è
il
sintomo
ed
il
trionfo
del
buon
senso
materno
che
intuisce
il
dovere
e
il
potere
della
famiglia
.
Lasciamo
vivere
i
nostri
figli
fra
noi
e
con
noi
!
lasciamoli
formarsi
fisicamente
e
moralmente
prima
di
costringerli
a
imbottirsi
di
cognizioni
!
Questi
primi
anni
di
vita
intima
,
vissuti
in
un
'
atmosfera
calda
d
'
affetto
,
saranno
non
solo
un
vantaggio
per
il
bambino
,
ma
anche
per
la
madre
.
Nessun
maestro
ha
così
lucida
la
visione
del
modo
con
cui
si
debba
educare
un
fanciullo
,
come
la
madre
,
perché
la
donna
intuisce
per
istinto
i
temperamenti
e
può
dosare
-
permetettemi
la
parola
-
i
premii
e
i
castighi
,
le
parole
e
gli
atti
a
seconda
della
necessità
.
Anche
se
un
maestro
avesse
questa
squisita
acuità
femminile
,
anche
s
'
egli
possedesse
la
facoltà
che
è
specifica
nella
donna
,
di
leggere
a
fondo
nell
'
anima
,
di
strappare
da
un
semplice
sguardo
,
da
un
movimento
,
da
una
risposta
,
il
segreto
della
psiche
infantile
,
come
potrebbe
egli
fare
buon
uso
di
queste
sue
facoltà
in
una
scuola
dove
sono
venti
o
quaranta
bambini
,
educando
ognuno
diversamente
?
E
noi
lo
vediamo
qual
sorte
hanno
alla
scuola
i
bambini
più
difficili
da
educarsi
,
i
bambini
tardi
,
timidi
,
chiusi
,
che
paion
negati
alla
gioia
e
alla
vita
.
Essi
sono
generalmente
lasciati
in
disparte
,
odiati
,
maltrattati
forse
dagli
altri
.
Nella
famiglia
invece
,
senza
il
confronto
umiliante
dei
compagni
,
senza
la
severità
fredda
ed
insofferente
del
maestro
,
ma
sotto
le
cure
materne
che
li
avvolgono
al
pari
di
una
carezza
,
essi
potranno
rinascere
come
rifiorisce
un
virgulto
debole
e
isterilito
se
una
mano
pietosa
e
affettuosa
ne
prende
cura
e
lo
espone
al
sole
e
all
'
aria
che
danno
la
vita
!
Ma
-
io
dicevo
-
questa
prima
educazione
materna
gioverà
non
solo
al
figlio
,
ma
anche
alla
madre
.
Per
la
donna
infatti
occuparsi
del
suo
bambino
,
significa
lavorare
al
suo
stesso
miglioramento
.
Oh
per
le
poche
cose
che
noi
insegniamo
ai
bambini
,
quante
essi
ne
possono
insegnare
a
noi
,
se
li
sappiamo
studiare
e
comprendere
!
e
come
è
vero
che
mentre
noi
cerchiamo
di
educarli
,
sono
essi
che
inconsciamente
migliorano
ed
elevano
noi
,
se
le
nostre
cure
sono
materiate
d
'
affetto
!
Nel
mondo
dei
ricchi
e
dei
colti
le
signore
hanno
tante
ore
oziose
,
conducono
una
vita
fittizia
che
le
stanca
e
le
annoia
,
eppure
qualcuna
non
sente
,
non
s
'
accorge
d
'
avere
al
suo
fianco
un
'
occupazione
buona
e
forte
che
la
salverebbe
....
e
non
dalla
noia
soltanto
!
Vede
intorno
a
sé
che
tutto
si
trasforma
e
si
muta
,
e
non
intende
che
bisognerebbe
anche
mutare
qualche
abitudine
;
lascia
che
la
sua
vita
continui
ad
essere
determinata
dalla
routine
del
costume
e
non
ha
il
coraggio
di
ribellarvisi
,
dedicandosi
,
anziché
alle
frivolità
della
vita
mondana
,
a
un
pensiero
profondo
,
a
una
fede
che
si
incarnerebbe
in
un
'
opera
importante
:
l
'
educazione
dei
figli
.
E
scusa
sé
stessa
,
-
poiché
il
rimorso
le
parla
forse
dal
fondo
della
coscienza
,
-
dicendosi
che
è
tanto
occupata
dei
suoi
doveri
mondani
che
non
ha
nemmeno
un
'
ora
di
tempo
libero
.
Quanta
ironica
verità
in
queste
parole
!
Certo
,
solo
le
persone
molto
occupate
e
degnamente
occupate
trovano
il
tempo
per
occuparsi
ancora
di
altre
cose
.
Chi
non
fa
nulla
di
degno
,
non
ha
mai
tempo
per
nulla
!
Ma
poi
che
cosa
occorre
perché
la
madre
compia
veramente
il
suo
dovere
verso
i
suoi
figli
?
Non
certo
il
sacrificio
di
molte
ore
per
insegnamenti
speciali
,
che
non
tutte
le
madri
possono
dare
,
e
ai
quali
,
del
resto
,
può
provvedere
il
maestro
.
Occorre
soltanto
che
nella
madre
sia
sempre
vivo
ed
all
'
erta
il
sentimento
della
sua
missione
,
che
la
sua
cura
sia
rivolta
non
soltanto
a
sorvegliare
i
figli
,
ma
sopratutto
a
sorvegliare
sé
stessa
,
occorre
ch
'
essa
li
guidi
e
li
formi
coll
'
esempio
di
ogni
giorno
,
non
colle
parole
pronunciate
ogni
tanto
.
L
'
educazione
non
è
che
una
catena
ininterrotta
di
suggestioni
;
e
sbaglia
molto
chi
crede
che
basti
o
sopra
ogni
altra
cosa
importi
,
insegnar
delle
massime
di
morale
o
affermar
verbalmente
dei
principii
.
Queste
massime
e
questi
principii
scivoleranno
sullo
specchio
dell
'
anima
infantile
senza
lasciar
traccia
,
se
non
saranno
confortati
dall
'
esempio
quotidiano
,
che
solo
ha
il
potere
di
incidere
impressioni
durevoli
nella
mente
e
nel
cuore
del
bambino
.
Ed
è
perciò
che
non
vale
predicare
il
dovere
d
'
esser
sinceri
e
l
'
odio
contro
la
menzogna
,
se
noi
stessi
,
come
purtroppo
avviene
spesso
,
siamo
poco
franchi
nelle
nostre
azioni
,
ambigui
nei
nostri
discorsi
,
se
la
nostra
occupazione
più
frequente
e
più
gradita
è
la
maldicenza
a
riguardo
di
tutti
e
specialmente
dei
nostri
amici
.
La
sincerità
deve
essere
inoculata
coi
fatti
,
non
colle
parole
:
ed
è
di
sincerità
che
noi
tutti
oggi
abbiamo
bisogno
,
poiché
essa
è
l
'
igiene
dell
'
anima
.
Non
mentire
mai
al
bambino
:
essere
semplici
e
veri
dinanzi
a
lui
:
non
nascondergli
la
nostra
ignoranza
se
una
sua
domanda
ci
imbarazza
:
non
credere
di
dover
mantenere
la
nostra
dignità
insistendo
in
una
nostra
opinione
,
se
per
caso
ci
siamo
sbagliati
o
abbiamo
oltrepassato
la
giusta
misura
.
La
sincerità
è
un
'
arma
sicura
:
il
fanciullo
s
'
abitua
a
veder
limpido
dentro
di
noi
,
e
più
tardi
egli
diventerà
un
uomo
,
a
patto
che
noi
abbiamo
cercato
d
'
essere
degli
uomini
di
fronte
a
lui
.
Se
l
'
abitudine
della
sincerità
è
l
'
igiene
dell
'
anima
,
l
'
abitudine
del
lavoro
-
del
lavoro
manuale
-
costituisce
anche
per
chi
non
vi
è
obbligato
dalla
necessità
,
l
'
igiene
del
corpo
.
In
teoria
noi
stimiamo
molto
il
lavoro
,
ma
in
pratica
noi
stimiamo
ancor
più
le
classi
sociali
che
possono
darsi
il
lusso
di
farne
a
meno
,
e
lo
disprezzano
quindi
implicitamente
.
Come
nelle
classi
elevate
il
sogno
lontano
per
l
'
avvenire
dei
figli
è
ch
'
essi
divengano
dei
laureati
e
degli
intellettuali
,
anziché
degli
uomini
che
nella
vita
dell
'
officina
,
dei
commerci
e
dei
campi
si
siano
formati
a
costo
di
sacrifici
una
coscienza
e
a
costo
di
energia
una
posizione
,
così
la
preoccupazione
vicina
per
l
'
educazione
dei
figli
è
ch
'
essi
imparino
le
lingue
anziché
un
mestiere
,
e
maneggino
la
penna
più
presto
che
la
zappa
o
la
pialla
.
Noi
non
abbiamo
ancora
inteso
,
come
intesero
gli
Anglosassoni
,
tutta
la
feconda
influenza
non
solo
fisica
ma
anche
morale
che
l
'
abitudine
del
lavoro
può
avere
sul
bambino
;
e
mentre
crediamo
nostro
dovere
insegnargli
il
più
presto
possibile
a
leggere
e
a
scrivere
,
ci
sembrerebbe
di
umiliarlo
e
di
umiliarci
l
'
insegnargli
a
compiere
da
sé
stesso
alcuni
uffici
umili
,
ad
adoperare
le
sue
qualità
fisiche
,
oltre
che
le
sue
qualità
morali
,
ad
essere
insomma
pratico
nella
vita
e
non
soltanto
teorico
.
Eppure
,
insegnato
da
principio
,
il
lavoro
è
una
distrazione
:
alternato
collo
studio
è
un
divertimento
;
e
il
fanciullo
intanto
s
'
abitua
a
non
disprezzarlo
ma
ad
amarlo
,
perché
esso
gli
dà
quell
'
allegria
sana
,
quella
soddisfazione
di
sé
che
proviene
dal
sentimento
di
bastare
a
sé
stesso
,
di
non
aver
bisogno
per
la
più
piccola
fatica
o
per
il
più
piccolo
inconveniente
materiale
di
ricorrere
ad
altri
.
Quando
il
fanciullo
avrà
presa
quest
'
abitudine
del
lavoro
,
quando
nella
famiglia
egli
avrà
imparato
ad
esser
franco
,
e
l
'
animo
suo
si
sarà
temprato
alla
verità
,
alla
semplicità
e
alla
praticità
,
che
sono
le
condizioni
prime
d
'
una
vita
utile
e
degna
,
allora
soltanto
l
'
influenza
della
scuola
potrà
essere
salutare
,
sviluppando
e
migliorando
la
psiche
infantile
senza
il
pericolo
che
la
affatichi
o
la
turbi
.
E
dalla
scuola
non
si
dovranno
attendere
soltanto
dei
risultati
che
attestino
i
progressi
intellettuali
,
ma
sopratutto
dei
risultati
che
sian
la
prova
di
progressi
morali
.
È
stata
scolpita
molto
bene
la
differenza
che
intercede
fra
l
'
educazione
latina
e
l
'
educazione
inglese
e
americana
,
dicendo
che
mentre
presso
di
noi
un
maestro
crede
d
'
aver
raggiunto
l
'
apice
della
sua
missione
quando
può
dire
ai
genitori
d
'
uno
scolaro
:
"
vostro
figlio
è
docile
,
ubbidiente
e
impara
tutto
ciò
ch
'
io
gli
insegno
"
,
presso
gli
Anglosassoni
invece
un
maestro
mette
il
suo
orgoglio
nel
poter
dire
ai
genitori
d
'
un
fanciullo
:
"
vostro
figlio
dà
sempre
più
prova
di
formarsi
un
'
individualità
:
ha
le
sue
preferenze
negli
studii
,
dimostra
di
voler
essere
e
di
saper
essere
qualcuno
"
.
Noi
tendiamo
insomma
all
'
uniformità
grigia
,
alla
beata
mediocrità
,
alla
formazione
del
gregge
docile
che
seguirà
senza
ribellioni
il
pastore
:
gli
altri
tendono
all
'
individualità
insofferente
ma
promettitrice
di
feconde
energie
,
alla
formazione
di
un
popolo
libero
e
sciolto
che
non
s
'
acqueterà
negli
stagni
degli
impieghi
,
ma
navigherà
ardito
il
mare
tempestoso
della
lotta
per
l
'
esistenza
.
E
non
v
'
ha
dubbio
che
questo
secondo
sistema
d
'
educazione
sia
il
migliore
,
sopratutto
oggi
,
quando
ciò
che
più
manca
e
più
è
necessario
è
il
carattere
.
La
coltura
e
l
'
ingegno
non
ci
fanno
per
fortuna
difetto
:
è
la
merce
di
cui
siamo
più
ricchi
e
che
esportiamo
con
migliore
successo
.
È
il
carattere
che
ci
manca
per
risollevarci
moralmente
e
politicamente
a
quel
posto
,
cui
il
nostro
passato
ci
dà
il
diritto
di
tendere
,
e
che
conquisteremo
,
malgrado
le
denigrazioni
degli
scettici
e
i
rancori
degli
invidiosi
.
La
malattia
grave
dell
'
epoca
nostra
,
quella
che
ha
caratterizzato
vergognosamente
la
fine
del
secolo
scorso
e
si
prolunga
sull
'
alba
del
nostro
,
non
è
già
che
vi
siano
troppi
uomini
immorali
e
perversi
-
ve
ne
son
sempre
stati
!
-
è
che
vi
siano
troppi
individui
che
non
hanno
una
coscienza
formata
e
che
quindi
sono
in
balìa
delle
suggestioni
dell
'
ambiente
.
La
nostra
società
muore
per
la
debolezza
e
l
'
incertezza
morale
dei
suoi
figli
,
per
l
'
abulìa
della
volontà
.
Noi
non
abbiamo
quasi
più
-
e
la
politica
ne
è
l
'
indice
eloquente
-
di
quegli
uomini
che
Balzac
chiamava
uomini
-
quercia
e
ch
'
eran
la
gloria
d
'
un
tempo
:
noi
abbiamo
troppi
uomini
-
arbusti
che
si
piegano
dalla
parte
d
'
onde
spira
il
vento
.
Certo
è
la
civiltà
che
ci
ha
ridotto
in
questa
deplorevole
condizione
:
la
nostra
vita
troppo
intensamente
vissuta
,
e
le
tentazioni
troppo
numerose
di
questa
stessa
civiltà
esercitano
di
continuo
sulla
nostra
debolezza
nervosa
una
triste
opera
di
degenerazione
.
Ma
il
nostro
dovere
è
di
reagire
;
e
come
i
medici
quando
non
possono
togliere
un
individuo
dall
'
ambiente
malsano
,
cercano
di
neutralizzarne
gli
effetti
fortificando
per
mezzo
dell
'
igiene
l
'
organismo
individuale
,
così
noi
,
pur
riconoscendo
i
pericoli
dell
'
epoca
nostra
,
dobbiamo
cercare
di
neutralizzarne
gli
effetti
fortificando
il
nostro
carattere
coll
'
igiene
morale
ed
intellettuale
.
Quando
nel
bambino
si
è
cercato
di
formare
un
carattere
,
quando
si
è
bene
scolpito
nella
creta
della
natura
umana
il
profilo
d
'
un
uomo
onesto
,
state
pur
sicuri
che
le
tempeste
della
vita
potranno
forse
far
piegare
talvolta
quest
'
uomo
,
ma
egli
rialzerà
subito
la
fronte
,
come
l
'
albero
saldo
che
,
passato
l
'
uragano
,
raddrizza
verso
il
cielo
la
sua
cima
orgogliosa
.
Ora
,
quest
'
opera
necessaria
e
suprema
della
formazione
del
carattere
,
deve
essere
lo
scopo
più
importante
dell
'
educazione
.
La
scuola
e
la
vita
servono
a
dirigere
verso
un
ideale
o
verso
un
altro
le
tendenze
individuali
,
a
canalizzare
,
se
posso
dir
così
,
la
sorgente
viva
dell
'
entusiasmo
giovanile
che
altrimenti
si
sperderebbe
negli
infiniti
rigagnoli
di
desideri
e
di
sogni
infiniti
.
Ma
è
la
famiglia
che
crea
la
potenzialità
di
questo
entusiasmo
:
è
la
famiglia
che
formando
solidamente
il
carattere
nel
fanciullo
,
lo
rende
capace
di
servire
più
tardi
con
sincerità
e
con
fervore
quella
qualsiasi
idea
che
lo
avrà
convinto
ed
appassionato
.
Degli
uomini
che
credano
in
quello
che
dicono
,
che
cerchino
di
realizzare
quello
in
cui
credono
,
degli
uomini
la
cui
vita
sia
una
fede
operata
,
-
ecco
ciò
che
occorre
all
'
epoca
nostra
,
ed
ecco
ciò
che
un
'
educazione
sapiente
potrebbe
darle
.
E
il
compito
altissimo
è
sopratutto
affidato
alle
donne
perché
le
donne
sono
non
solo
il
sorriso
ed
il
premio
della
nostra
esistenza
,
ma
sono
anche
,
e
devono
essere
,
le
nostre
educatrici
e
le
nostre
animatrici
.
Qualunque
cosa
una
nazione
sia
-
ha
detto
un
filosofo
-
essa
è
dovuta
principalmente
alle
madri
di
questa
nazione
.
La
verità
di
tale
sentenza
fu
suggellata
all
'
epoca
del
nostro
risorgimento
,
quando
ogni
martire
ed
ogni
eroe
testimoniava
col
sacrificio
della
sua
vita
della
fede
patriottica
che
il
labbro
materno
gli
aveva
istillato
:
io
mi
auguro
che
la
verità
di
questa
sentenza
sia
novellamente
suggellata
dalla
generazione
futura
,
la
quale
,
per
merito
delle
donne
che
sapranno
educarla
,
porterà
nella
vita
sociale
ciò
che
oggi
vi
è
molto
raro
:
una
coscienza
secura
che
creda
e
non
pieghi
,
un
carattere
che
sdegnando
i
furbi
accomodamenti
che
fanno
arrivar
le
persone
,
lavori
soltanto
al
trionfo
pacifico
delle
idee
.
PER
I
NOSTRI
FIGLI
.
"....on
se
demaude
où
mènent
les
fastidieuses
études
classiques
qu
'
on
impose
à
la
jeune
bourgeoisie
:
elles
mènent
au
café
.
"
MAURICE
BARRÈS
.
Les
Déracinés
.
Vi
sono
-
verso
l
'
infanzia
-
due
grandi
categorie
di
doveri
:
l
'
una
riguarda
tutti
quei
provvedimenti
di
beneficenza
di
assistenza
di
prevenzione
che
noi
ci
studiamo
di
moltiplicare
a
vantaggio
dei
bambini
degli
altri
,
dei
bambini
infelici
,
siano
essi
vittime
del
delitto
o
delinquenti
essi
stessi
,
sieno
miserabili
o
vagabondi
,
ammalati
o
degenerati
:
l
'
altra
categoria
riguarda
tutto
ciò
che
noi
potremmo
e
dovremmo
fare
per
i
nostri
bambini
,
per
i
bambini
felici
,
per
coloro
cioè
cui
non
manca
,
nascendo
,
nessuna
delle
condizioni
necessarie
alla
vita
,
e
che
chiedono
a
noi
soltanto
sapienza
e
pazienza
di
educazione
per
affacciarsi
nel
mondo
sani
fidenti
agguerriti
.
Orbene
,
di
questi
due
lati
opposti
sotto
cui
si
presenta
il
grave
problema
dell
'
infanzia
,
parmi
che
il
primo
sia
più
studiato
oggi
che
non
il
secondo
,
parmi
che
al
primo
si
consacrino
oggi
le
nostre
maggiori
e
migliori
energie
.
Si
direbbe
che
noi
abbiamo
dato
ascolto
ai
lamenti
che
ci
venivano
dalla
strada
,
piuttosto
che
alle
piccole
voci
della
nostra
casa
:
si
direbbe
che
noi
abbiamo
sentito
,
in
un
magnifico
slancio
di
altruismo
,
i
nostri
doveri
verso
la
società
,
oltre
e
forse
più
che
i
nostri
doveri
verso
la
famiglia
.
Era
giusto
,
del
resto
,
ed
era
fatale
che
avvenisse
così
.
Troppo
lungo
era
stato
il
periodo
della
noncuranza
sdegnosa
verso
i
piccoli
sventurati
che
soffrivano
in
silenzio
o
s
'
incamminavano
inconsci
per
la
triste
via
della
degenerazione
,
troppo
timidi
ed
empirici
erano
stati
i
tentativi
dell
'
antica
beneficenza
quasi
tutta
rivolta
ad
ospedali
e
ad
ospizii
,
ai
vecchi
e
ai
malati
,
perché
l
'
epoca
nostra
non
sentisse
il
bisogno
di
rimediare
al
passato
,
rivolgendo
le
sue
cure
feconde
sopratutto
all
'
infanzia
diseredata
.
Troppo
tristi
e
gravi
,
infine
,
erano
le
rivelazioni
statistiche
perché
noi
-
sotto
l
'
impulso
della
pietà
,
e
anche
forse
sotto
l
'
aculeo
della
paura
-
non
cercassimo
di
opporre
all
'
abbandono
,
al
vagabondaggio
,
alla
delinquenza
dei
minorenni
che
spaventosamente
aumentano
,
dighe
più
forti
di
quelle
finora
costrutte
.
Dicono
le
statistiche
che
la
cifra
dei
fanciulli
abbandonati
supera
annualmente
in
Italia
i
30
mila
,
e
che
ogni
anno
vanno
in
carcere
70
mila
minorenni
,
un
decimo
dei
quali
non
ha
raggiunto
i
14
anni
!
E
dice
ogni
giorno
la
cronaca
quali
delitti
si
compiano
,
non
dall
'
infanzia
,
ma
contro
l
'
infanzia
,
quale
strazio
si
faccia
delle
loro
anime
e
dei
loro
corpi
,
non
solo
nei
bassi
fondi
sociali
,
ma
anche
là
dove
nessuno
avrebbe
osato
supporre
,
in
quei
conventi
e
in
quegli
asili
religiosi
dove
qualche
degenerato
si
serve
del
manto
mistico
della
fede
per
coprire
il
contrabbando
osceno
dei
suoi
vizii
contro
natura
.
Era
quindi
naturale
che
sorgessero
ovunque
Società
ed
Istituti
per
provvedere
a
questi
mali
e
per
prevenir
queste
infamie
:
era
legittima
negli
scrittori
la
preoccupazione
di
studiar
sopratutto
nel
problema
infantile
ciò
che
vi
è
di
pericoloso
e
di
guasto
:
era
spontaneo
e
bello
nelle
classi
più
ricche
e
più
colte
il
desiderio
di
esercitare
la
loro
pietà
,
alleviando
dolori
,
curando
miserie
,
proteggendo
ed
educando
i
fanciulli
dei
poveri
.
Nobilissimo
esempio
di
solidarietà
doverosa
,
che
non
è
diminuito
dallo
scetticismo
ironico
con
cui
alcuni
lo
giudicano
.
Una
scrittrice
straniera
ha
osato
dire
che
questa
nostra
filantropia
,
la
quale
non
fu
mai
prima
d
'
ora
così
estesa
ed
invadente
,
è
incenso
bruciato
allo
sbocco
d
'
una
cloaca
:
il
profumo
attenua
momentaneamente
i
miasmi
,
ma
non
li
può
distruggere
.
Giudizio
ingiusto
d
'
un
'
opera
giusta
,
perché
anche
fosse
vero
che
tutta
questa
filantropia
non
dà
risultati
pratici
-
e
ne
dà
viceversa
moltissimi
e
quotidiani
!
-
basterebbe
a
suo
onore
ed
a
prova
della
sua
utilità
l
'
aver
diffuso
quel
senso
di
fratellanza
umana
per
cui
noi
ci
sentiamo
legati
uno
all
'
altro
,
e
non
ci
sembra
d
'
aver
compiuto
il
nostro
dovere
se
,
oltre
all
'
aver
pensato
a
noi
,
non
diamo
anche
un
po
'
del
nostro
tempo
e
del
nostro
danaro
a
chi
è
più
infelice
di
noi
!
Soltanto
-
e
mi
si
permetterà
d
'
esser
sincero
-
soltanto
,
bisogna
non
dimenticare
che
a
fianco
di
questa
attività
sociale
,
grande
e
diffusa
,
v
'
è
anche
un
'
attività
famigliare
,
più
modesta
e
più
intima
,
che
pure
esige
la
nostra
attenzione
:
bisogna
ricordarsi
che
il
merito
di
far
parte
di
comitati
di
beneficenza
per
l
'
una
o
l
'
altra
categoria
di
bambini
infelici
,
non
assolve
dall
'
obbligo
di
occuparsi
dei
proprii
bambini
;
bisogna
insomma
riconoscere
che
l
'
esercizio
della
filantropia
non
è
e
non
deve
essere
,
come
invece
pur
troppo
credono
alcuni
,
una
specie
di
carta
di
scusa
con
cui
si
compra
il
diritto
di
trascurare
altri
doveri
.
Vi
sono
dei
ricchi
i
quali
destinano
ogni
anno
una
data
somma
in
elemosina
,
e
credono
con
quest
'
atto
di
generosità
amministrativa
d
'
aver
tranquillato
la
loro
coscienza
.
Così
vi
sono
persone
che
tutto
l
'
anno
lavorano
con
fervore
in
opere
di
beneficenza
,
e
credono
con
ciò
d
'
aver
esaurito
ogni
loro
obbligo
,
d
'
aver
quasi
acquistato
il
diritto
a
non
preoccuparsi
di
chi
li
circonda
più
da
vicino
,
sopratutto
dei
loro
bambini
i
quali
sentono
la
nostalgia
di
questi
genitori
troppo
affaccendati
e
troppo
lontani
.
Diffidiamo
di
queste
forme
illogiche
di
un
altruismo
che
s
'
estende
troppo
e
non
si
concentra
abbastanza
,
e
affermiamo
ben
alto
e
ben
forte
che
solo
quando
ci
siamo
degnamente
occupati
dei
nostri
figli
,
noi
possiamo
crederci
degni
d
'
elogio
,
occupandoci
anche
dei
figli
degli
altri
.
È
un
errore
scindere
questi
due
doveri
,
staccando
quasi
l
'
umanità
dalla
famiglia
,
perché
soltanto
coloro
che
sanno
amar
molto
i
pochi
,
sanno
veramente
amare
un
poco
i
moltissimi
.
Ecco
la
ragione
per
cui
io
preferisco
restringere
in
modesti
confini
il
mio
tema
,
e
limitarmi
a
ricercare
quali
siano
gli
obblighi
nostri
verso
quell
'
infanzia
che
cresce
da
noi
e
con
noi
.
Ecco
perché
,
lasciando
la
grande
strada
maestra
dei
doveri
sociali
,
ormai
troppo
battuta
,
io
tenterò
di
internarmi
nelle
vie
meno
note
dei
nostri
più
semplici
e
famigliari
doveri
verso
i
bambini
.
*
È
assai
lontano
il
tempo
in
cui
Erberto
Spencer
,
pubblicando
il
suo
libro
sull
'
educazione
,
descriveva
,
con
l
'
umorismo
un
po
'
pesante
ma
profondo
della
sua
razza
,
i
gentiluomini
campagnuoli
e
i
funzionarii
di
provincia
tutti
occupati
a
discorrere
,
dopo
pranzo
,
dell
'
allevamento
dei
polli
,
dell
'
arte
di
render
grasso
e
forte
un
bue
,
di
formar
d
'
un
cavallo
un
buon
trottatore
,
e
soggiungeva
:
"
nessuno
di
loro
pensa
e
parla
dell
'
arte
di
portare
un
fanciullo
al
massimo
del
suo
vigore
e
della
sua
energia
morale
"
.
Da
allora
,
si
pensa
e
si
parla
molto
di
quest
'
arte
dell
'
allevamento
umano
;
anzi
l
'
umanità
pare
abbia
non
solo
ascoltato
il
rimprovero
di
Spencer
,
ma
fatta
propria
,
almeno
a
parole
,
la
sentenza
un
po
'
cruda
e
volgare
di
Emerson
che
,
per
l
'
uomo
,
la
prima
condizione
di
successo
nel
mondo
è
di
essere
un
buon
animale
.
Il
vecchio
pregiudizio
sentimentale
e
poetico
che
ci
faceva
un
tempo
disprezzar
la
salute
e
persuadeva
alle
fanciulle
il
desiderio
d
'
esser
pallide
"
come
una
bella
sera
d
'
autunno
"
,
è
ormai
lontano
e
dimenticato
tra
le
nebbie
del
romanticismo
.
Noi
siamo
oggi
convinti
-
forse
perché
vediamo
sorgere
intorno
a
noi
generazioni
sempre
più
deboli
e
più
nervose
-
che
la
salute
fisica
è
la
base
di
ogni
educazione
.
Ne
siamo
tanto
convinti
che
il
medico
è
diventato
nelle
nostre
famiglie
e
nella
nostra
società
ciò
che
era
il
prete
nelle
famiglie
e
nella
società
d
'
una
volta
:
una
specie
di
direttore
spirituale
che
,
se
non
giudica
i
nostri
pensieri
e
le
nostre
azioni
,
fissa
però
l
'
orario
della
nostra
vita
e
ce
ne
detta
le
norme
igieniche
.
Ora
,
io
non
so
se
in
questa
dittatura
dei
medici
sia
forse
un
po
'
d
'
esagerazione
,
e
se
non
siamo
un
po
'
vittime
tutti
di
quella
manìa
professionale
che
vuol
sostituire
,
come
dice
argutamente
Bourget
,
"
la
boîte
de
pilules
à
la
page
de
l
'
Evangile
"
;
io
non
so
nemmeno
se
la
passione
anglo
-
americana
(
che
ha
invaso
anche
noi
)
per
ogni
forma
di
ginnastica
e
di
sport
vada
assumendo
la
tinta
patologica
della
moda
,
e
se
Nansen
non
abbia
ragione
di
criticarla
osservando
che
"
mentre
lo
scopo
della
vita
semplice
e
sana
è
di
farci
vivere
nella
natura
,
lo
scopo
dello
sport
è
soltanto
quello
,
molto
egoistico
,
di
farci
toccar
la
meta
qualche
secondo
prima
dei
nostri
competitori
"
;
so
che
tutto
questo
ossequio
alla
medicina
dovrebbe
esser
messo
in
pratica
non
solo
e
non
tanto
per
ciò
che
riguarda
il
lato
estetico
,
lo
sviluppo
fisico
dei
fanciulli
,
ma
anche
e
sopratutto
per
ciò
che
riguarda
il
lato
psicologico
,
il
loro
sviluppo
morale
.
Uno
fra
i
più
gravi
difetti
nostri
nell
'
educazione
,
è
di
non
ricordarci
mai
che
il
temperamento
del
bambino
dipende
dalla
sua
salute
,
e
che
,
il
più
delle
volte
,
bambino
cattivo
è
sinonimo
di
bambino
non
sano
.
Noi
sappiamo
tutto
ciò
,
in
teoria
,
perché
non
è
certo
una
cosa
nuova
e
l
'
abbiamo
letta
infinite
volte
:
ma
....
noi
la
dimentichiamo
quasi
sempre
in
pratica
,
e
mentre
ci
affrettiamo
a
chiamare
il
medico
per
il
più
piccolo
mal
di
gola
del
nostro
bimbo
,
non
lo
chiamiamo
mai
,
o
quasi
mai
,
perché
egli
ci
consigli
la
cura
-
ben
più
importante
!
-
per
correggere
i
capricci
,
l
'
insubordinazione
,
la
caparbietà
dei
nostri
figliuoli
.
Eppure
,
bisognerebbe
insistere
fino
alla
noia
su
questa
gran
verità
:
che
il
morale
del
bambino
,
come
dell
'
uomo
,
è
così
strettamente
legato
colla
disposizione
dei
suoi
organi
,
che
solo
curando
o
modificando
questi
,
si
potrà
trovare
il
modo
di
rendere
i
bambini
più
buoni
e
gli
uomini
più
saggi
.
Forse
ad
alcuno
,
a
qualche
mamma
specialmente
,
ripugna
,
perché
sa
troppo
di
materialismo
,
il
riconoscere
questo
stretto
e
fatale
legame
tra
l
'
organismo
e
le
manifestazioni
dell
'
anima
,
e
pare
ad
esse
che
,
riconoscendolo
,
si
abbassi
e
si
profani
quel
concetto
del
bene
e
della
bontà
che
esse
vorrebbero
tenere
molto
elevato
:
ma
queste
mamme
ignorano
che
le
conquiste
della
fisiologia
sono
ormai
universalmente
riconosciute
anche
dagli
spiritualisti
,
e
che
-
se
la
scienza
ha
dimostrato
che
i
nostri
pensieri
e
i
nostri
sentimenti
,
in
una
parola
l
'
anima
nostra
,
si
manifesta
e
,
per
così
dire
,
s
'
incarna
,
nella
materialità
del
nostro
sistema
nervoso
-
la
scienza
lascia
però
libero
a
tutti
di
far
librare
il
bel
volo
della
Psiche
immortale
al
di
sopra
dell
'
apparecchio
umano
che
le
serve
di
intermediario
col
mondo
esteriore
.
Quando
si
fosse
vinto
questo
pregiudizio
di
voler
attribuire
i
difetti
e
le
cattive
tendenze
dei
bambini
a
una
loro
specifica
perversità
dovuta
unicamente
al
libero
arbitrio
,
quando
si
fosse
riconosciuto
che
essi
sono
moralmente
ciò
che
il
loro
organismo
fisico
permette
che
siano
,
il
problema
dell
'
educazione
apparirebbe
più
semplice
,
e
noi
diventeremmo
non
solo
educatori
più
abili
,
ma
sopratutto
giudici
più
sereni
e
più
equi
.
Noi
accoglieremmo
cioè
umilmente
quella
grande
lezione
di
modestia
che
ci
viene
dalla
legge
d
'
eredità
.
Io
ho
sentito
,
per
esempio
,
molte
volte
-
e
ogni
lettore
potrà
controllare
la
verità
di
quanto
sto
per
dire
-
io
ho
sentito
molte
volte
alcuni
genitori
sorprendersi
e
indignarsi
per
il
carattere
indisciplinato
disobbediente
irritabile
del
loro
bambino
,
quasi
che
essi
non
fossero
le
cause
responsabili
di
tutto
ciò
che
pensa
e
fa
questa
piccola
anima
e
questo
piccolo
corpo
.
Non
sanno
essi
forse
che
tutto
ciò
che
è
il
bambino
,
egli
lo
deve
ai
suoi
genitori
e
ai
suoi
ascendenti
?
Non
sanno
essi
che
i
nostri
figli
sono
ciò
che
noi
siamo
?
E
non
intendono
che
contro
il
cattivo
temperamento
,
contro
le
tendenze
,
o
false
o
violente
,
o
colleriche
o
bugiarde
,
il
bambino
non
potrà
lottare
altro
che
col
mezzo
di
quelle
suggestioni
educative
che
noi
stessi
eserciteremo
su
di
lui
,
e
che
quindi
-
anche
per
questa
ragione
-
noi
siamo
i
veri
responsabili
delle
sue
azioni
?
Eppure
,
tale
ragionamento
di
logica
intuitiva
e
di
elementare
giustizia
è
molto
spesso
dimenticato
.
Constatando
i
difetti
dei
nostri
figli
noi
non
pensiamo
mai
che
in
gran
parte
sono
dovuti
a
noi
;
e
nel
correggerli
ci
lasciamo
vincere
spesso
da
una
severità
e
da
una
irritazione
incosciente
che
somiglia
alla
stupida
rabbia
con
cui
un
floricultore
volesse
battere
le
sue
piante
e
i
suoi
fiori
che
crescono
male
!
E
fosse
almeno
questa
severità
la
conseguenza
voluta
di
un
sistema
,
la
risposta
calma
del
nostro
cervello
a
ciò
che
ci
sembra
meritevole
di
castigo
,
l
'
adempimento
di
ciò
che
noi
crediamo
un
dovere
!
Ma
il
più
delle
volte
,
pur
troppo
,
non
è
così
.
Bisogna
aver
la
franchezza
di
confessare
che
spesso
i
nostri
atti
di
severità
verso
i
nostri
bimbi
non
hanno
nulla
né
di
calmo
né
di
saggio
,
né
di
voluto
,
né
di
cosciente
.
Essi
sono
-
semplicemente
-
il
riflesso
di
un
nostro
stato
di
nervosità
passeggiera
.
Forse
è
una
di
quelle
giornate
in
cui
,
per
ragioni
barometriche
o
per
motivi
personali
di
malumore
(
e
la
nostra
vita
ne
offre
tanti
!
)
,
c
'
è
tensione
elettrica
nell
'
aria
e
tensione
nervosa
nei
temperamenti
:
e
allora
accade
che
il
rumore
dei
giuochi
dei
bambini
,
il
frastuono
che
essi
fanno
,
la
loro
innocente
birichinata
-
che
altre
volte
erano
per
noi
ragioni
di
compiacenza
e
di
allegria
-
ci
annoino
e
ci
stanchino
:
-
noi
alziamo
indispettiti
la
voce
in
tono
di
rimprovero
:
i
bimbi
disobbediscono
:
noi
insistiamo
:
essi
si
ribellano
,
e
questa
ribellione
scatena
il
nostro
furore
.
Poiché
le
parole
non
bastano
,
occorrono
argomenti
più
persuasivi
;
e
ben
presto
non
è
più
un
educatore
che
punisce
col
solo
scopo
di
emendare
il
bambino
,
ma
è
un
sistema
nervoso
eccitato
che
si
sfoga
come
può
,
ciecamente
,
con
la
voce
e
con
le
percosse
.
Più
tardi
,
noi
ci
accorgiamo
dell
'
umiliante
spettacolo
che
abbiamo
offerto
ai
nostri
figli
,
e
ne
sentiamo
rimorso
e
vergogna
.
E
allora
,
cerchiamo
di
rimediare
con
un
'
affettuosità
esagerata
,
cerchiamo
di
compensare
con
una
pioggia
di
carezze
e
di
baci
,
i
lampi
e
le
folgori
momentanee
del
nostro
furore
.
Ma
il
rimedio
è
inutile
,
giacché
il
bambino
ci
comprende
e
ci
giudica
con
una
lucida
intuizione
precoce
,
e
sente
questa
tacita
confessione
del
nostro
torto
:
il
rimedio
,
oltre
che
inutile
,
è
erroneo
e
deleterio
nelle
sue
conseguenze
,
perché
sono
appunto
queste
nostre
oscillazioni
d
'
energia
che
fanno
i
bambini
disordinati
di
spirito
,
incoerenti
di
desiderî
,
incapaci
a
comprendere
quando
noi
abbiamo
veramente
ragione
,
proclivi
sempre
a
supporre
che
ogni
nostro
rimprovero
,
anche
il
più
giusto
,
non
sia
che
l
'
effetto
del
nostro
malumore
e
dei
nostri
nervi
.
Avviene
così
che
la
severità
,
la
quale
vorrebbe
essere
il
mezzo
migliore
per
tener
alta
la
nostra
autorità
,
è
viceversa
spesso
un
mezzo
per
esautorarci
....
*
Molti
genitori
hanno
coscienza
di
questo
risultato
negativo
,
e
per
rimediarvi
,
o
forse
semplicemente
ed
egoisticamente
per
sbarazzarsi
di
una
responsabilità
che
pesa
e
che
toglierebbe
troppo
tempo
alle
loro
giornate
....
piene
di
tante
altre
cose
,
decidono
di
chiudere
in
collegio
il
bambino
la
cui
educazione
presenta
qualche
difficoltà
.
Oh
,
io
non
sarò
così
ingiusto
e
così
assoluto
da
formulare
un
giudizio
unico
su
tutti
i
collegi
!
Ve
ne
sono
oggi
di
quelli
che
valgono
la
migliore
delle
famiglie
-
disgraziatamente
i
più
non
sono
in
Italia
!
-
e
che
creano
degli
uomini
sani
e
forti
,
preparati
modernamente
alla
vita
e
alle
sue
lotte
,
e
non
imbottiti
classicamente
di
sola
coltura
....
Ma
prescindendo
dai
meriti
intellettuali
e
didattici
,
il
collegio
quale
era
una
volta
ovunque
e
qual
è
ancora
adesso
,
generalmente
,
in
Italia
,
il
collegio
chiuso
nella
città
,
specie
di
caserma
e
convento
,
fa
moralmente
tristezza
.
Il
fanciullo
sente
come
un
'
impressione
di
freddo
nell
'
immergersi
d
'
un
tratto
in
quella
folla
di
ignoti
,
e
pensa
a
sua
madre
.
Avete
letto
voi
Sous
le
fardeau
dei
Rosny
?
avete
meditato
le
pagine
eloquenti
che
descrivono
ciò
che
una
delicata
anima
infantile
può
soffrir
nei
collegi
?
E
ricordate
i
versi
di
Sully
Prudhomme
in
cui
è
un
così
triste
e
giusto
rimprovero
:
On
voit
dans
les
sombres
écolesdes
petits
qui
pleurent
toujours.Oh
mères
!
coupables
absentes
!
Meglio
-
assai
meglio
-
che
le
madri
non
siano
colpevoli
assenti
,
se
esse
vogliono
veramente
meritare
il
dolce
nome
con
cui
le
chiama
il
loro
bambino
!
Meglio
per
lui
e
per
loro
,
se
esse
cercheranno
di
adempiere
personalmente
il
loro
dovere
di
educatrici
!
Giacché
l
'
abbandonare
ad
estranei
la
prima
educazione
dei
propri
figli
-
salvo
i
casi
di
necessità
che
nessuno
nega
-
è
una
vigliaccheria
famigliare
.
Bisogna
vincere
gli
ostacoli
,
se
vi
sono
,
sopportare
i
pesi
immancabili
dell
'
educazione
,
modificare
il
proprio
temperamento
,
armarsi
di
quella
serenità
materna
che
Sofia
Bisi
Albini
ha
così
suggestivamente
descritta
,
e
comprendere
che
non
la
durezza
e
i
castighi
,
non
sopratutto
l
'
altalena
pericolosa
fra
le
sgridate
e
i
baci
,
ma
la
calma
noi
dobbiamo
ai
nostri
figli
,
la
calma
e
la
fermezza
,
in
modo
che
essi
sentano
in
noi
un
riposo
e
un
sostegno
,
e
abbiano
verso
di
noi
quel
rispetto
che
è
una
paura
amata
.
Generalmente
,
invece
,
ciò
che
manca
nell
'
educazione
è
appunto
l
'
unione
e
direi
la
fusione
tra
queste
due
qualità
:
noi
non
sappiamo
essere
nello
stesso
tempo
calmi
e
sereni
verso
i
bambini
,
e
noi
non
conosciamo
che
i
due
sistemi
opposti
ed
esagerati
della
troppa
severità
o
della
troppa
indulgenza
.
Il
primo
sistema
,
sistema
di
disciplina
rude
che
crea
dei
piccoli
esseri
sempre
tremanti
,
e
li
foggia
meccanicamente
all
'
obbedienza
passiva
,
è
senza
dubbio
molto
comodo
per
noi
,
ma
non
altrettanto
utile
ai
fanciulli
,
giacché
spegne
in
loro
o
atrofizza
l
'
istinto
di
iniziativa
,
la
coscienza
della
propria
personalità
,
quel
sano
individualismo
senza
del
quale
,
più
tardi
,
essi
non
faranno
nulla
di
degno
nel
mondo
:
e
molte
volte
anche
produce
-
all
'
entrata
nella
vita
-
una
reazione
pericolosa
,
perché
il
giovane
,
nell
'
impeto
di
liberazione
da
una
disciplina
troppo
ferrea
,
passa
di
slancio
a
una
vita
di
disordine
.
Il
secondo
sistema
,
d
'
un
'
educazione
troppo
tenera
,
tutta
condiscendenze
e
debolezze
,
che
abitua
il
fanciullo
a
credersi
il
piccolo
despota
della
famiglia
,
ha
in
sé
,
evidente
,
la
sua
condanna
:
per
voler
fare
troppo
felice
il
bambino
non
negandogli
mai
nulla
,
ne
fa
immancabilmente
un
uomo
infelice
,
che
non
potrà
sopportare
le
contraddizioni
e
vincere
gli
ostacoli
che
la
vita
gli
prepara
e
a
cui
nessuno
in
famiglia
lo
ha
abituato
.
E
il
guaio
maggiore
di
entrambi
questi
sistemi
è
che
essi
non
ripetono
sempre
la
loro
giustificazione
-
come
apparentemente
potrebbe
credersi
-
dal
concetto
che
i
genitori
si
formano
del
modo
d
'
educare
i
figli
,
ma
bensì
dal
loro
inconscio
egoismo
.
Non
è
cioè
un
meditato
giudizio
intellettuale
che
ci
fa
seguire
il
sistema
della
severità
o
quello
dell
'
indulgenza
,
ma
semplicemente
il
nostro
tornaconto
.
Se
teniamo
i
nostri
figli
sotto
una
disciplina
rigida
,
è
,
il
più
delle
volte
,
perché
ci
disturberebbe
averli
sempre
nelle
nostre
stanze
,
dove
vogliamo
essere
liberi
e
indipendenti
a
tutte
le
ore
:
se
invece
li
mescoliamo
alla
nostra
vita
,
tenendoli
troppo
con
noi
e
fra
noi
e
accontentandoli
in
tutto
,
è
perché
,
il
più
delle
volte
,
il
nostro
affetto
degenera
in
sentimentalità
morbosa
e
non
sa
compiere
ciò
che
gli
imporrebbe
il
dovere
.
In
una
parola
,
ciò
che
noi
facciamo
per
i
nostri
figli
ha
l
'
apparenza
,
direi
l
'
etichetta
,
di
essere
fatto
per
il
loro
bene
:
in
realtà
,
è
fatto
,
spesso
,
per
la
nostra
comodità
,
per
seguire
automaticamente
gli
impulsi
,
non
sempre
ragionevoli
,
che
il
nostro
istinto
ci
suggerisce
.
E
anche
quando
noi
amiamo
veramente
,
profondamente
i
nostri
figli
,
li
amiamo
-
senza
accorgercene
-
più
per
noi
che
per
loro
.
Il
nostro
modo
infatti
di
comprendere
la
loro
felicità
è
così
fatalmente
egoistico
,
che
non
ci
adattiamo
a
saperli
felici
senza
di
noi
.
Nel
nostro
affetto
verso
di
loro
,
noi
sappiamo
talvolta
toccare
le
più
alte
vette
dell
'
altruismo
,
ma
,
normalmente
,
noi
siamo
incapaci
di
compiere
quei
quotidiani
sacrifici
-
più
umili
e
perciò
più
difficili
-
che
,
cooperando
alla
felicità
del
fanciullo
,
lo
staccherebbero
da
noi
.
La
stessa
madre
che
è
sublime
di
devozione
al
letto
del
figlio
ammalato
,
e
non
calcola
fatiche
e
dimentica
sé
stessa
e
rischia
,
felice
e
inconscia
,
la
vita
per
lui
,
non
saprà
dimenticare
sé
stessa
né
rischiare
il
passeggero
dolore
della
lontananza
,
permettendo
che
questo
figlio
,
più
tardi
,
si
cerchi
una
via
e
si
costruisca
una
felicità
lontana
da
lei
.
Eroica
in
casi
eccezionali
,
essa
non
avrà
,
nei
casi
normali
,
nemmeno
il
piccolo
coraggio
di
saper
dimenticare
sé
stessa
.
Diceva
molto
bene
il
Desmolins
che
uno
degli
ostacoli
più
grandi
alla
riforma
dell
'
educazione
nei
paesi
latini
è
la
tenerezza
troppo
esclusiva
delle
mamme
.
Ed
io
mi
permetterei
di
aggiungere
-
anche
troppo
illogica
.
Alcune
mamme
,
che
lasciano
talvolta
senza
molto
dolore
il
loro
figlio
ancor
piccolo
entrare
in
un
collegio
-
basta
che
sia
un
collegio
vicino
!
-
si
ribellano
poi
a
lasciarlo
allontanare
da
loro
quando
,
fatto
più
grande
,
egli
avrebbe
tanto
bisogno
di
scuotere
d
'
intorno
a
sé
la
polvere
sentimentale
della
sua
casa
e
di
imparare
,
viaggiando
,
come
ci
si
formi
un
carattere
e
come
si
conquisti
una
posizione
.
Noi
abbiamo
invertito
,
se
posso
dir
così
e
salvo
,
s
'
intende
,
numerose
eccezioni
,
la
legge
di
natura
che
vuole
il
bambino
vicino
ai
genitori
nei
primi
anni
,
e
libero
in
seguito
;
e
mentre
non
ci
ripugna
troppo
,
in
certi
casi
,
abbandonare
ad
altri
,
ad
estranei
,
la
prima
educazione
del
nostro
bambino
,
vogliamo
poi
che
questo
,
divenuto
giovane
e
adulto
,
trascorra
la
sua
vita
sempre
vicino
a
noi
.
Inversione
dovuta
al
nostro
egoismo
,
alla
nostra
sentimentalità
latina
,
che
è
ben
lontana
dal
comprendere
e
dall
'
adottare
,
sia
pure
in
piccola
parte
,
la
larga
visione
dell
'
educazione
inglese
,
dove
i
fanciulli
,
a
una
certa
età
,
lasciano
il
nido
della
famiglia
,
quasi
uccelli
in
apparenza
ingrati
che
lo
dimentichino
,
ma
per
ritornarvi
più
tardi
,
coll
'
orgoglio
di
una
giovinezza
degnamente
vissuta
,
colla
soddisfazione
d
'
aver
dato
alla
patria
,
in
paesi
lontani
,
quel
tesoro
di
energie
che
la
fa
grande
nel
mondo
.
*
Ora
,
sarebbe
evidentemente
assurdo
pretendere
che
la
famiglia
latina
fosse
,
come
la
famiglia
anglosassone
,
pronta
a
recidere
i
suoi
nervi
troppo
sensibili
,
e
pensosa
soltanto
che
i
propri
figli
trovino
la
ricchezza
lontani
dal
proprio
nido
:
vi
si
opporrebbe
la
razza
,
la
nostra
stessa
costituzione
sociale
ed
economica
,
e
d
'
altronde
io
per
il
primo
riconosco
che
nel
nostro
modo
di
intender
la
vita
è
un
profumo
di
poesia
e
di
gentilezza
che
compensa
forse
,
in
parte
,
i
vantaggi
materiali
dell
'
insensibilità
inglese
.
Ma
noi
potremmo
dagli
stranieri
,
se
non
imparar
tutto
,
almeno
imparar
qualche
cosa
:
questa
sopratutto
:
imparare
a
lasciar
che
si
manifestino
liberamente
le
tendenze
dei
nostri
figli
,
che
si
svolgano
le
loro
iniziative
,
che
s
'
espanda
la
loro
originalità
;
noi
dovremmo
imparare
a
dirigere
la
loro
natura
,
anziché
,
come
troppo
spesso
facciamo
,
affaticarci
a
correggerla
ed
a
comprimerla
per
seguire
il
concetto
aprioristico
che
noi
ci
siamo
fatti
della
loro
carriera
e
del
loro
avvenire
.
Malauguratamente
non
è
così
.
Se
noi
volgiamo
lo
sguardo
ai
nostri
sistemi
di
educazione
e
di
istruzione
,
ci
accorgiamo
che
la
loro
caratteristica
è
una
desolante
uniformità
.
Si
direbbe
che
tutti
i
fanciulli
sono
gettati
nello
stesso
stampo
perché
ne
esca
un
unico
tipo
intellettuale
:
il
tipo
dell
'
impiegato
,
del
professore
,
del
professionista
,
imbottito
di
una
coltura
più
o
meno
ben
digerita
.
Anni
sono
era
venuta
di
Francia
una
grande
ventata
di
reazione
contro
questo
sistema
d
'
educazione
,
ma
essa
aveva
appena
fatto
stormir
qualche
foglia
del
nostro
quieto
ed
immobile
paesaggio
intellettuale
:
non
ne
aveva
scosso
i
tronchi
robusti
né
turbata
la
saldezza
delle
radici
antiche
.
Pochissimi
avevano
sentito
quanta
sincerità
fosse
in
questa
ventata
di
ribellione
:
i
più
,
credendo
si
volesse
attentare
al
diritto
intangibile
che
ha
nella
nostra
coltura
lo
studio
del
latino
e
del
greco
,
avevano
bollato
come
opinione
di
barbari
o
volgare
preoccupazione
di
bottegai
,
il
desiderio
di
dare
all
'
istruzione
dei
nostri
figli
un
indirizzo
più
pratico
e
socialmente
più
utile
.
Costoro
-
e
mi
duole
il
dirlo
-
non
avevano
capito
nulla
o
avevano
finto
di
non
capir
nulla
.
Costoro
ignoravano
,
anzitutto
,
che
a
capo
della
bestemmiata
crociata
era
,
non
un
barbaro
o
uno
spirito
bottegaio
,
ma
uno
dei
più
illustri
accademici
di
Francia
,
uno
degli
scrittori
didatticamente
e
politicamente
più
ortodossi
,
Jules
Lemaître
.
Costoro
dimenticavano
,
inoltre
,
che
la
crociata
non
combatteva
il
latino
e
il
greco
,
ma
soltanto
il
modo
con
cui
queste
lingue
....
e
tante
altre
cose
!
vengono
insegnate
.
Mettiamoci
una
mano
sulla
coscienza
e
confessiamo
che
noi
sappiamo
ben
poco
di
latino
e
quasi
nulla
di
greco
dopo
otto
o
cinque
anni
di
studio
!
Diceva
il
dottor
Toulouse
,
ed
io
posso
ripetere
testualmente
le
sue
parole
:
"
ho
quarant
'
anni
e
sono
trent
'
anni
che
affatico
il
mio
spirito
sui
libri
e
sull
'
osservazione
dei
fatti
;
e
non
potrei
,
sul
momento
,
trovare
in
alcuna
delle
discipline
che
ho
studiato
quelle
risposte
che
si
esigono
dagli
scolari
e
che
io
stesso
ho
fornito
ai
miei
tempi
in
diverse
riprese
"
.
Ecco
una
constatazione
che
dovrebbe
essere
meditata
da
coloro
che
preparano
i
programmi
per
le
scuole
,
da
coloro
che
istituiscono
gli
esami
e
credono
alla
loro
efficacia
.
L
'
insegnamento
attuale
consiste
nel
trasmettere
delle
cognizioni
,
mentre
il
suo
scopo
dovrebbe
essere
formare
lo
spirito
e
il
carattere
.
Oggi
,
alla
scuola
,
si
impara
tutto
fuor
che
a
pensare
e
ad
agire
:
oggi
si
dimentica
che
lo
sforzo
d
'
ogni
educazione
deve
consistere
non
nell
'
appiccicare
della
coltura
,
ma
nel
formare
delle
attitudini
.
La
superiorità
vera
,
in
ogni
ambiente
,
è
di
creare
,
non
di
sapere
;
e
per
questo
il
commerciante
che
sa
dar
vita
a
un
'
azienda
meglio
adatta
ai
bisogni
della
clientela
fa
opera
di
creazione
eguale
,
e
forse
più
utile
,
di
colui
che
scrive
un
bel
libro
.
È
in
tal
senso
e
seguendo
questi
concetti
che
noi
protestiamo
contro
l
'
uniformità
di
un
'
educazione
che
dà
l
'
illusione
e
non
la
realtà
della
coltura
,
che
crea
più
spostati
che
non
uomini
atti
a
tramutare
in
succo
e
sangue
il
cibo
classico
di
cui
furon
nutriti
.
Eppure
,
sia
vanità
,
abitudine
od
indolenza
,
i
genitori
,
-
e
parlo
,
si
capisce
,
dei
genitori
delle
classi
più
elevate
,
-
continuano
a
mandare
i
loro
figli
a
quelle
scuole
classiche
che
hanno
fama
di
formare
automaticamente
il
cosiddetto
giovane
colto
,
come
se
per
la
soddisfazione
di
creare
qualche
erudito
,
si
avesse
il
diritto
di
lanciar
nel
mondo
una
folla
di
mediocri
inutili
,
o
come
se
noi
non
dovessimo
essere
che
un
popolo
immenso
di
filosofi
di
romanzieri
di
scrittori
,
un
popolo
di
puri
spiriti
,
che
vivessero
....
di
letteratura
,
e
pei
quali
tutte
le
altre
attività
ed
energie
umane
non
contassero
quasi
nulla
.
Quanti
sono
coloro
che
si
preoccupano
di
sviluppare
e
determinare
a
tempo
i
gusti
naturali
del
bambino
....
se
per
caso
non
fossero
proprio
quelli
di
studiare
latino
e
greco
?
Quanti
sono
coloro
che
hanno
l
'
istinto
e
il
tatto
di
comprendere
le
sue
inclinazioni
?
Ai
più
,
non
balena
neppure
l
'
idea
che
vi
sia
nell
'
anima
del
fanciullo
,
come
v
'
è
nel
suo
viso
,
qualche
cosa
che
lo
distingua
dagli
altri
,
e
che
perciò
esigerebbe
,
da
parte
nostra
,
uno
studio
speciale
.
Cioè
,
mi
correggo
.
Noi
avvertiamo
talvolta
alcune
delle
cosiddette
disposizioni
naturali
dei
nostri
figlioli
:
le
avvertiamo
per
gloriarcene
nel
nostro
istintivo
orgoglio
paterno
o
materno
o
per
sventolarle
vanitosamente
presso
i
conoscenti
e
presso
gli
amici
:
ma
noi
non
approfondiamo
l
'
analisi
di
queste
facoltà
che
rompono
l
'
equilibrio
della
psiche
infantile
:
noi
non
ci
chiediamo
se
non
sarebbe
forse
nostro
dovere
di
dare
ad
esse
tutte
le
nostre
cure
,
mutando
,
se
posso
dir
così
,
l
'
orientazione
educativa
del
bambino
:
noi
non
calcoliamo
il
danno
di
lasciar
sperdere
sul
principio
pei
mille
rigagnoli
della
distrazione
una
vena
che
potrebbe
diventare
feconda
,
e
senza
un
rimorso
,
senza
un
dubbio
,
noi
insistiamo
nel
solito
vecchio
sistema
:
inviamo
cioè
il
fanciullo
a
quella
scuola
che
a
noi
pare
per
lui
la
più
utile
,
e
dove
l
'
obbligo
di
studiare
contro
genio
materie
ch
'
egli
non
ama
,
lo
fa
riuscire
spesso
mediocre
od
infimo
.
Forse
è
qui
che
bisogna
cercar
la
ragione
per
cui
certe
scuole
danno
risultati
di
cui
non
possiamo
troppo
vantarci
.
E
quando
Alessandro
Dumas
-
volendo
appunto
lanciare
una
frecciata
ironica
contro
la
scuola
-
si
chiedeva
:
Come
mai
vi
sono
tanti
ragazzi
intelligenti
e
tanti
uomini
imbecilli
?
egli
intravvedeva
che
questa
curiosa
e
dolorosa
trasformazione
è
dovuta
al
fatto
che
la
scuola
,
invece
di
sviluppare
le
qualità
specifiche
del
fanciullo
,
le
atrofizza
,
e
quindi
,
invece
di
formare
l
'
uomo
,
lo
deforma
.
È
questo
il
grande
delitto
pedagogico
dei
nostri
giorni
:
delitto
che
compiono
quotidianamente
non
solo
i
maestri
nella
scuola
,
ma
i
genitori
nella
famiglia
,
e
che
si
estende
non
solo
verso
i
bambini
ma
verso
i
giovani
.
Quando
suona
l
'
ora
della
scelta
della
professione
e
della
carriera
-
che
dovrebb
'
essere
la
più
importante
nella
vita
d
'
un
giovane
perché
da
essa
dipende
la
sua
felicità
-
quanti
sono
i
padri
che
si
preoccupano
di
lasciar
libero
il
corso
a
quelle
disposizioni
innate
dei
loro
figli
,
di
cui
pure
s
'
eran
fatti
un
orgoglio
in
passato
?
Quanti
sono
coloro
i
quali
riflettono
che
-
nella
vita
-
chi
fa
ciò
per
cui
natura
l
'
ha
creato
sopporta
facilmente
ogni
fatica
ed
ogni
contrarietà
,
mentre
invece
chi
è
costretto
a
una
professione
cui
la
sua
natura
ripugna
,
ha
eternamente
in
sé
un
'
intima
tristezza
e
un
'
intima
ribellione
che
gli
renderanno
amaro
il
lavoro
e
difficilissimo
il
raggiungere
una
meta
elevata
?
La
maggioranza
dei
genitori
non
ha
scrupolo
di
opprimere
la
natura
propria
del
loro
figlio
per
sostituirgliene
un
'
altra
.
Vogliono
fabbricare
un
avvocato
o
un
ingegnere
,
un
professore
,
un
magistrato
o
un
impiegato
,
secondo
la
tradizione
della
famiglia
,
il
presunto
vantaggio
economico
,
l
'
opportunità
del
momento
,
senza
preoccuparsi
affatto
che
,
così
facendo
,
essi
soffocano
un
cervello
e
violentano
un
'
anima
.
E
se
osate
avvertirli
dell
'
errore
,
essi
si
armano
di
argomenti
che
paiono
vittoriosi
,
e
vi
dicono
che
è
inutile
preoccuparsi
delle
singole
disposizioni
del
giovane
,
perché
le
vere
vocazioni
si
fanno
strada
quand
même
,
attraverso
tutti
gli
ostacoli
,
e
vi
citano
Voltaire
che
era
commesso
nello
studio
d
'
un
procuratore
,
e
Musset
che
era
impiegato
presso
un
banchiere
....
il
che
,
innegabilmente
,
non
ha
impedito
che
essi
abbiano
fatto
carriera
.
Ma
questi
padri
troppo
logici
dimenticano
che
le
leggi
e
i
metodi
dell
'
educazione
non
sono
fatti
per
gli
individui
eccezionali
,
i
quali
certamente
trovano
sempre
il
modo
di
manifestarsi
,
bensì
per
l
'
infinito
numero
degli
uomini
medii
e
normali
i
quali
non
possiedono
la
forza
di
togliersi
di
dosso
quella
cappa
di
piombo
con
cui
furono
oppressi
e
di
cui
per
la
vita
rimangono
vittime
.
Ecco
il
maggiore
equivoco
che
domina
il
gran
problema
dei
nostri
doveri
verso
la
gioventù
.
Siamo
tutti
persuasi
che
il
primo
dovere
sia
di
dare
ai
figli
la
felicità
,
o
,
poiché
questa
è
irraggiungibile
,
di
avviarli
almeno
sul
cammino
della
felicità
:
ma
generalmente
si
crede
che
la
felicità
consista
nella
sicurezza
placida
d
'
un
impiego
,
e
non
si
intende
invece
che
essa
è
un
premio
che
si
conquista
palmo
a
palmo
col
libero
sviluppo
delle
proprie
energie
.
Noi
vogliamo
fare
dei
giovani
,
dei
vecchi
precoci
e
calcolatori
,
che
si
accontentino
subito
d
'
un
piccolo
posto
sicuro
e
vicino
,
pur
di
non
correre
quell
'
alea
del
rischio
che
è
la
poesia
della
vita
.
Con
una
suggestione
a
ritroso
,
noi
inoculiamo
in
essi
i
germi
di
un
pessimismo
utilitarista
che
addormenta
coscienza
e
ardore
,
e
li
fa
timidi
dinanzi
a
ogni
ostacolo
,
preoccupati
soltanto
di
procacciarsi
una
posizione
mediocre
pur
che
garantisca
il
loro
tranquillo
avvenire
.
E
non
sentiamo
quanto
più
bello
e
più
utile
,
più
dignitoso
e
più
fiero
,
sarebbe
invece
sviluppare
in
essi
il
senso
della
libera
iniziativa
,
e
fecondare
la
dote
migliore
e
maggiore
della
gioventù
che
è
l
'
entusiasmo
.
Lasciarli
liberi
,
perché
essi
possano
seguire
le
loro
naturali
disposizioni
e
interpretar
quella
voce
che
detta
dentro
:
volerli
entusiasti
,
cioè
innamorati
di
quella
qualunque
idea
che
sostengono
,
con
un
cervello
che
calcola
ma
con
un
cuore
che
non
calcola
punto
,
simili
a
un
soldato
che
conta
i
suoi
nemici
,
ma
poi
se
ne
dimentica
il
numero
pensando
alla
bellezza
della
sua
bandiera
....
*
Tale
io
penso
dovrebbe
essere
l
'
ideale
dell
'
educazione
:
e
tale
,
forse
,
nell
'
intimo
dell
'
animo
è
riconosciuto
da
molti
.
Ma
ben
pochi
osano
applicarlo
.
Perché
?
Perché
uno
dei
fenomeni
più
strani
e
contradditorii
della
nostra
psicologia
è
che
mentre
noi
siamo
modernamente
audaci
nel
pensiero
e
approviamo
le
idee
più
ardite
suscitate
da
libri
e
studi
recenti
,
siamo
ancora
pavidi
nell
'
azione
,
perché
mentre
il
nostro
cervello
vede
lucidamente
la
via
nuova
che
dovremmo
percorrere
,
la
nostra
volontà
non
sa
essere
abbastanza
indipendente
per
abbandonare
d
'
un
tratto
la
via
vecchia
,
a
cui
siamo
legati
da
una
fitta
rete
di
tradizioni
e
di
pregiudizi
,
e
si
ripercuote
così
anche
nel
problema
dell
'
educazione
quell
'
eterno
dissidio
fra
teoria
e
pratica
,
che
si
manifesta
dovunque
,
e
che
è
dovuto
al
fatto
che
l
'
uomo
opera
come
sente
e
non
come
pensa
.
Un
giorno
io
assistevo
a
una
conferenza
sull
'
Educazione
nuova
detta
da
una
nostra
illustre
scrittrice
.
Gran
folla
di
signore
nella
sala
e
grandissimi
applausi
.
Uscendo
,
sorpresi
questo
dialogo
fra
due
mamme
:
-
Son
cose
verissime
diceva
l
'
una
-
ma
come
si
fa
a
metterle
in
pratica
?
-
Già
-
rispose
l
'
altra
-
io
non
vorrei
certo
esser
la
prima
!
-
Così
è
.
Noi
abbiamo
un
sacro
orrore
dell
'
azione
isolata
,
e
nessuno
di
noi
vuol
essere
il
primo
ad
applicare
certi
principii
,
a
fare
sui
proprii
figli
l
'
esperienza
di
certi
metodi
e
di
certe
idee
.
Quando
si
tratta
di
un
atto
qualsiasi
della
nostra
vita
,
noi
non
domandiamo
mai
se
è
bene
compierlo
:
noi
domandiamo
sempre
e
soltanto
se
è
generalmente
ammesso
che
lo
si
compia
.
E
per
paura
d
'
essere
i
primi
,
per
il
terrore
d
'
assumere
un
'
iniziativa
che
potrebbe
essere
criticata
,
noi
continuiamo
nella
vecchia
routine
.
Ora
,
bisognerebbe
distruggere
quest
'
antitesi
fra
la
teoria
e
la
pratica
;
bisognerebbe
avere
il
coraggio
di
compiere
questo
sforzo
che
riavvicinasse
le
idee
ai
fatti
e
rendesse
le
nostre
azioni
logicamente
degne
dei
nostri
pensieri
.
Diceva
il
Lemaître
:
"
basta
che
le
classi
privilegiate
comincino
,
le
altre
seguono
fatalmente
"
.
Anch
'
io
lo
credo
,
e
perciò
ho
voluto
ripetere
qui
quello
che
troppi
altri
e
troppo
meglio
di
me
hanno
detto
.
L
'
ANIMA
DEL
FANCIULLO
.
Quando
noi
pronunciamo
il
nome
d
'
infanzia
,
si
sveglia
nella
nostra
memoria
un
cumulo
di
ricordi
che
hanno
il
fascino
d
'
un
romanzo
.
È
la
nostra
giovinezza
che
rivive
,
come
in
un
sogno
,
è
la
nostra
esperienza
che
la
vede
e
la
racconta
,
mescolando
la
poesia
della
realtà
all
'
attrattiva
della
lontananza
,
deformando
alcuni
episodii
che
il
tempo
ingrandisce
dinanzi
alla
nostra
coscienza
,
come
lo
spazio
ingrandisce
dinanzi
ai
nostri
occhi
-
attraverso
i
rami
degli
alberi
-
il
profilo
degli
astri
che
sorgono
....
Ed
è
così
spontanea
,
così
inconscia
questa
alterazione
del
vero
,
che
non
solo
noi
crediamo
a
tutto
quanto
rievoca
la
nostra
fantasia
,
la
quale
tinge
talvolta
troppo
in
roseo
e
talvolta
troppo
in
nero
il
primo
periodo
della
vita
,
ma
noi
osiamo
anche
spiegare
e
giudicare
tutto
il
complicato
meccanismo
della
nostra
piccola
anima
di
fanciulli
con
la
nostra
superba
psicologia
di
uomini
adulti
.
Forse
le
pagine
meno
vere
nelle
autobiografie
di
certi
scrittori
,
sono
quelle
che
riguardano
la
loro
fanciullezza
;
pagine
dalle
quali
s
'
effonde
un
conforto
o
un
rimpianto
,
l
'
eco
lontana
di
gioie
ingenue
o
di
incompresi
dolori
,
ma
nelle
quali
,
se
è
spesso
mirabile
la
descrizione
di
un
'
epoca
o
di
un
ambiente
,
non
è
quasi
mai
esatta
,
precisa
,
sincera
la
figura
morale
del
protagonista
.
Anche
lo
fosse
,
noi
avremmo
la
psicologia
di
un
fanciullo
,
non
già
la
psicologia
del
fanciullo
.
Per
tentar
questa
,
bisogna
dunque
tenersi
lontano
dagli
esseri
superiori
ed
eccezionali
che
spesso
vogliono
presentare
anche
la
loro
infanzia
sul
palcoscenico
della
gloria
,
bisogna
non
dar
troppa
importanza
ai
propri
ricordi
,
che
peccano
di
soggettivismo
,
e
occorre
invece
moltiplicare
le
osservazioni
serene
e
spassionate
intorno
a
noi
,
tra
le
famiglie
che
ci
circondano
,
tra
la
folla
anonima
della
strada
e
della
scuola
....
Solo
così
-
coll
'
analisi
minuta
e
diffusa
-
è
stato
possibile
alla
scienza
moderna
strappare
almeno
qualche
segreto
a
quella
sfinge
eterna
che
è
l
'
anima
del
fanciullo
.
*
Rileggendo
-
come
io
ho
dovuto
e
voluto
fare
-
una
non
piccola
parte
di
ciò
che
si
è
scritto
intorno
all
'
infanzia
,
mi
sono
convinto
che
fino
ad
alcuni
anni
fa
,
la
psicologia
del
bambino
poteva
riassumersi
in
due
opinioni
diametralmente
opposte
ed
egualmente
assolute
.
Da
un
lato
,
erano
i
denigratori
per
partito
preso
,
i
quali
definivano
i
fanciulli
tutti
egoisti
,
ribelli
,
bugiardi
,
crudeli
:
dall
'
altro
lato
erano
i
lodatori
quand
même
,
i
quali
li
definivano
simboli
di
perfezione
,
angeli
di
bontà
e
di
innocenza
.
Fra
i
primi
,
fra
coloro
che
dissero
più
male
dell
'
infanzia
,
emergono
il
La
Bruyère
,
un
celibe
,
e
il
Dupanloup
,
un
vescovo
.
Ed
è
abbastanza
spiegabile
-
lo
dico
senza
malignità
-
che
un
teologo
,
il
quale
aveva
tutto
l
'
interesse
a
mantener
ferma
la
dottrina
della
depravazione
congenita
,
e
un
vecchio
scapolo
,
al
quale
i
bambini
degli
altri
saranno
parsi
dei
diavoletti
noiosi
e
tormentatori
,
li
abbiano
bollati
con
così
severo
giudizio
.
Fra
i
secondi
,
fra
quelli
che
io
chiamerei
i
cortigiani
dell
'
infanzia
,
primeggia
Rousseau
,
sostenendo
che
il
bambino
esce
perfetto
dalle
mani
del
creatore
,
e
che
soltanto
la
nostra
falsa
educazione
lo
deforma
e
lo
guasta
.
Ed
è
altrettanto
spiegabile
il
suo
ottimismo
quanto
il
pessimismo
degli
altri
.
Il
filosofo
-
poeta
,
sedotto
dalla
grazia
infantile
,
e
più
che
altro
forse
dal
suo
preconcetto
antisociale
,
ha
idealizzato
un
'
età
,
che
tutti
i
poeti
,
del
resto
,
prima
e
dopo
di
lui
,
avevano
ravvolto
nell
'
azzurro
della
leggenda
.
Senza
discutere
-
per
ora
-
quanta
esagerazione
vi
sia
nell
'
una
e
nell
'
altra
di
queste
due
opinioni
,
è
necessario
anzitutto
constatare
che
esse
partono
da
un
punto
di
vista
falso
.
Esse
pretendono
di
dare
un
giudizio
morale
sull
'
attività
psicologica
del
bambino
,
ciò
che
è
un
equivoco
e
un
'
illusione
.
Non
si
debbono
prestare
al
bambino
dei
motivi
determinanti
che
egli
non
ha
.
Non
si
possono
interpretare
i
suoi
sentimenti
,
le
sue
impulsioni
,
le
sue
tendenze
,
come
interpretiamo
le
nostre
.
Quello
che
per
noi
ha
un
significato
,
per
lui
non
lo
ha
.
La
sua
coscienza
ignora
ciò
che
è
il
cardine
della
nostra
.
Egli
si
affaccia
alla
vita
,
senza
comprenderla
,
come
una
pianta
che
spunti
dal
suolo
;
e
nel
crepuscolo
mattutino
della
sua
esistenza
egli
afferma
istintivamente
le
sue
naturali
energie
,
ignorando
che
queste
più
tardi
dovranno
essere
giudicate
e
dirette
da
una
luce
morale
,
come
ogni
erba
e
ogni
albero
innalza
e
svolge
all
'
alba
liberamente
il
suo
stelo
e
il
suo
tronco
,
ignorando
che
fra
poco
dardeggierà
su
di
essi
,
per
trasformarli
,
il
raggio
del
sole
.
Lasciamo
dunque
ai
teologi
,
ai
filosofi
ed
ai
poeti
,
la
platonica
soddisfazione
di
giudicare
l
'
animo
del
fanciullo
alla
stregua
dell
'
animo
di
un
adulto
,
e
invece
di
infiorare
l
'
infanzia
di
lodi
illogiche
o
di
coprirla
con
un
disprezzo
ancora
più
illogico
,
cerchiamo
modestamente
e
semplicemente
di
spiegare
il
perché
della
sua
strana
e
contradditoria
psicologia
.
*
Una
delle
leggi
fisiologiche
ormai
meno
discusse
,
e
degna
quindi
di
esser
tenuta
quasi
come
un
assioma
,
è
che
la
ontogenia
riproduce
la
filogenia
.
Le
quali
parole
un
po
'
oscure
,
tradotte
in
lingua
povera
,
significano
che
l
'
individuo
,
dall
'
atto
del
concepimento
a
quello
della
nascita
,
riproduce
le
fasi
per
cui
è
passata
evolutivamente
la
specie
.
Gli
uomini
-
prima
di
giungere
a
quello
stato
di
civiltà
relativa
di
cui
la
storia
più
lontana
ci
conserva
notizie
-
vissero
migliaia
e
migliaia
di
anni
in
condizioni
e
sotto
forme
che
noi
tentiamo
oggi
di
evocare
,
ricostruendo
il
meno
fantasticamente
possibile
,
cogli
sprazzi
di
luce
che
ci
vengono
dalla
scienza
,
la
lunga
via
crucis
attraverso
la
quale
a
poco
a
poco
i
nostri
antenati
svestirono
la
loro
animalità
per
acquistare
aspetto
e
coscienza
umana
.
Ebbene
:
ogni
individuo
nel
suo
sviluppo
fetale
rifà
in
pochi
mesi
questa
strada
faticosamente
percorsa
dalla
specie
in
un
periodo
di
secoli
,
e
la
vita
dell
'
embrione
può
dirsi
il
riassunto
a
grande
velocità
(
mi
si
permetta
questa
espressione
)
del
viaggio
fatto
dalla
specie
nel
mondo
.
Da
questa
legge
fisiologica
che
Haeckel
ha
splendidamente
illustrata
,
parmi
possa
derivare
per
analogia
,
e
quasi
corollario
spontaneo
,
un
'
altra
legge
di
ordine
psicologico
.
Come
nello
sviluppo
fetale
noi
riproduciamo
la
fisiologia
dei
nostri
antenati
,
nelle
forme
e
nelle
anomalie
scheletriche
,
così
nei
primi
anni
di
vita
ne
riproduciamo
la
psicologia
,
nelle
attitudini
della
mente
e
della
volontà
.
Il
bambino
,
cioè
,
sente
e
agisce
come
un
primitivo
e
come
un
selvaggio
,
e
tutta
la
sua
incoerente
impulsiva
psicologia
che
ci
sorprende
e
ci
turba
,
non
è
che
la
resurrezione
,
per
fortuna
transitoria
,
della
psiche
antica
,
quasi
per
ricordare
a
noi
-
umiliandoci
-
donde
siamo
venuti
.
Se
è
dunque
vero
,
come
comunemente
si
afferma
,
che
nel
fanciullo
c
'
è
,
in
potenza
,
lo
scorcio
dell
'
uomo
futuro
,
è
altrettanto
vero
che
c
'
è
,
in
realtà
,
lo
scorcio
dell
'
uomo
primitivo
,
il
riassunto
di
tutta
una
psicologia
atavica
che
noi
abbiamo
ormai
sorpassata
.
Questa
constatazione
scientifica
è
non
soltanto
la
piattaforma
su
cui
devono
basarsi
tutti
gli
studii
relativi
all
'
infanzia
,
ma
è
anche
,
in
un
certo
senso
,
la
spiegazione
implicita
di
ogni
forma
di
attività
del
fanciullo
.
Esaminando
infatti
i
suoi
sentimenti
,
i
suoi
pensieri
,
le
sue
azioni
,
noi
ritroveremo
in
tutti
l
'
eco
e
il
ricordo
,
quasi
direi
la
fotografia
di
un
mondo
morale
lontano
e
scomparso
.
*
La
caratteristica
più
tipica
dell
'
anima
infantile
è
,
senza
dubbio
,
la
potenza
della
sua
immaginazione
.
L
'
infanzia
è
l
'
età
del
sogno
,
nella
quale
questo
mondo
che
noi
non
conosciamo
ancora
si
veste
dei
più
brillanti
colori
;
è
l
'
età
in
cui
il
massimo
godimento
consiste
nell
'
ascoltare
fiabe
e
racconti
straordinari
.
Ebbene
:
non
è
forse
durante
l
'
infanzia
del
mondo
che
si
sono
formati
i
miti
e
le
leggende
,
queste
storie
dell
'
umanità
bambina
,
destinate
a
coprire
sotto
una
fantasia
lussureggiante
la
povertà
delle
conoscenze
umane
?
L
'
immaginazione
-
nel
fanciullo
come
nel
selvaggio
-
è
così
grande
che
trasforma
gli
oggetti
in
esseri
coscienti
e
sensibili
,
dà
il
soffio
della
vita
alle
cose
inanimate
ed
inerti
.
Un
bambino
di
4
anni
attribuiva
alle
pietre
una
specie
di
anima
e
le
compiangeva
perché
esse
dovevano
restare
sempre
immobili
allo
stesso
posto
.
Non
altrimenti
il
selvaggio
crede
che
nell
'
albero
che
stormisce
sia
uno
spirito
e
presta
non
solo
un
corpo
ma
un
'
anima
al
vento
che
urla
durante
la
notte
.
Chi
non
osserva
,
quotidianamente
,
le
adorabili
manifestazioni
di
simpatia
che
una
bimba
prodiga
alla
sua
bambola
,
come
se
questa
fosse
viva
?
Essa
le
parla
,
essa
la
bacia
,
essa
la
veste
e
la
sveste
,
e
la
sera
la
vuol
vicina
al
suo
letto
perché
non
stia
sola
al
buio
e
non
abbia
paura
!
Chi
non
sa
che
i
bambini
,
nei
loro
giuochi
,
acutizzano
questa
potenza
della
loro
immaginazione
,
non
solo
sino
a
prestare
una
personalità
a
cose
che
non
l
'
hanno
,
ma
sino
al
cambiamento
della
loro
stessa
personalità
,
sino
a
una
completa
illusione
di
metamorfosi
?
Un
fanciullo
di
5
anni
,
cui
piaceva
molto
giocare
al
carbonaio
,
viveva
con
così
completa
illusione
il
suo
personaggio
fittizio
che
pretendeva
che
tutti
lo
chiamassero
il
carbonaio
anziché
col
suo
nome
,
e
la
sera
nella
sua
preghiera
ingenua
diceva
a
Dio
:
Fa
,
o
Signore
,
ch
'
io
sia
domani
un
buon
carbonaio
!
Lo
so
,
e
lo
prevedo
:
noi
dovremmo
domandarci
:
fino
a
che
punto
questa
illusione
è
completa
?
fino
a
che
punto
il
fanciullo
è
vittima
della
sua
stessa
immaginazione
?
Non
è
forse
egli
talvolta
un
artista
precoce
che
giuoca
alla
commedia
e
vuol
burlarsi
di
noi
?
La
risposta
è
difficile
e
,
come
ben
si
comprende
,
non
potrebbe
esser
data
che
caso
per
caso
.
Vi
sono
delle
impercettibili
nuancesin
queste
illusioni
,
che
vanno
dalla
fede
più
cieca
al
primo
barlume
d
'
incredulità
che
spunta
con
un
sorriso
:
vi
sono
dei
gradi
,
delle
sfumature
psicologiche
,
secondo
l
'
età
e
secondo
il
temperamento
più
o
meno
intelligente
od
ottuso
del
bambino
.
Ma
una
cosa
è
fuori
di
dubbio
:
che
in
molti
fanciulli
l
'
illusione
è
sincera
e
assoluta
,
perché
l
'
immaginazione
esercita
sulla
loro
psiche
un
'
influenza
così
dispotica
da
essere
veramente
,
come
diceva
Pascal
,
"
la
creatrice
sovrana
di
errori
e
di
falsità
"
.
È
in
questa
potenza
dell
'
immaginazione
infantile
che
noi
dobbiamo
ricercare
l
'
origine
di
una
delle
più
gravi
e
pericolose
caratteristiche
del
bambino
:
la
menzogna
.
Si
dice
ch
'
egli
nasce
bugiardo
:
e
si
dice
bene
:
ma
non
si
interpreta
sempre
egualmente
bene
il
meccanismo
della
sua
bugia
.
Ellen
Key
,
l
'
autrice
di
uno
fra
i
più
suggestivi
e
profondi
libri
intorno
all
'
infanzia
,
distingueva
argutamente
le
bugie
dei
bambini
in
bugie
fredde
,
ossia
coscienti
e
quindi
colpevoli
,
e
bugie
calde
,
le
quali
sono
l
'
espressione
di
un
'
eccitazione
momentanea
e
di
una
fantasia
ardente
.
Ella
,
senza
saperlo
,
volgarizzava
così
,
con
parola
piana
,
un
dato
della
psicologia
sperimentale
che
il
Sully
e
il
Ribot
avevano
messo
in
luce
,
e
cioè
,
che
fra
immaginazione
e
allucinazione
non
c
'
è
che
una
differenza
di
gradi
,
e
spesso
si
toccano
e
coincidono
.
Certe
bugie
calde
-
per
conservare
il
vocabolo
di
Ellen
Key
-
non
sono
nei
fanciulli
che
delle
transitorie
allucinazioni
,
da
cui
esula
totalmente
la
mala
fede
.
Quando
un
bambino
che
gioca
lo
sentite
gridare
ch
'
egli
è
un
cocchiere
o
ch
'
egli
è
un
soldato
,
state
certi
che
in
quel
momento
egli
è
sicuro
di
esserlo
e
non
mentisce
:
quando
a
una
bimba
si
domanda
improvvisamente
:
chi
ti
ha
dato
la
tal
cosa
?
ed
essa
risponde
confusa
:
la
mia
bambola
,
-
è
assai
probabile
ch
'
essa
non
sia
colpevole
d
'
una
vera
bugia
ma
vittima
d
'
una
illusione
.
Oh
,
non
v
'
ha
dubbio
che
da
queste
piccole
menzogne
dette
per
ischerzo
,
il
fanciullo
sale
alle
bugie
fredde
,
alle
bugie
meditate
con
quella
grande
astuzia
e
con
quella
sottile
perfidia
che
è
talvolta
racchiusa
nella
sua
piccola
anima
:
ma
non
siamo
forse
noi
che
,
coll
'
esempio
,
gli
insegnamo
a
perseverare
nella
menzogna
e
a
perfezionarla
?
Ci
scandalizziamo
tanto
delle
bugie
del
fanciullo
,
ma
forse
che
noi
,
suoi
modelli
e
maestri
,
siamo
sinceri
nella
nostra
vita
e
sopratutto
dinanzi
a
lui
?
che
deve
egli
imparare
da
noi
,
se
i
nostri
discorsi
sono
sempre
ambigui
,
se
la
nostra
vita
sociale
è
un
tessuto
di
abili
menzogne
,
e
se
la
nostra
occupazione
più
frequente
è
più
gradita
è
la
maldicenza
a
riguardo
di
tutti
e
specialmente
dei
nostri
amici
?
Un
atto
di
contrizione
sarebbe
più
giusto
,
a
questo
proposito
,
di
un
atto
d
'
accusa
!
E
del
resto
,
anche
in
quelle
menzogne
coscienti
che
più
ci
addolorano
e
ci
sorprendono
nel
fanciullo
,
qual
è
la
parte
della
perversità
e
quale
quella
della
suggestione
e
dell
'
allucinazione
?
Vi
è
tutta
una
letteratura
-
volumi
e
volumi
di
medici
e
di
psichiatri
-
sulle
menzogne
e
sulle
false
testimonianze
dei
bambini
;
e
tutti
gli
autori
indistintamente
concludono
ch
'
esse
sono
la
conseguenza
di
auto
-
suggestioni
.
La
potenza
dell
'
autosuggestione
è
tale
,
in
certi
casi
,
che
il
bambino
arriva
a
creder
reali
degli
avvenimenti
ch
'
egli
ha
sognati
,
a
confondere
i
suoi
ricordi
,
a
mescolare
colla
realtà
le
sue
finzioni
.
E
quando
racconta
un
fatto
lo
trasfigura
:
crea
una
leggenda
e
vi
crede
.
Gli
annali
giudiziarii
son
pieni
dei
terribili
errori
con
cui
le
false
testimonianze
dei
fanciulli
hanno
prolungato
o
deviato
processi
.
Basta
che
il
caso
abbia
reso
spettatore
un
fanciullo
d
'
un
delitto
,
immediatamente
la
sua
immaginazione
infiora
la
realtà
con
una
generazione
spontanea
di
mille
particolari
nuovi
:
basta
anche
semplicemente
che
alcuno
racconti
un
fatto
dinanzi
a
lui
,
perché
si
illuda
di
esserne
stato
testimone
,
e
sia
pronto
ad
affermarlo
e
a
giurarlo
.
Strano
e
misterioso
e
pauroso
prestigio
dell
'
immaginazione
che
altera
la
psiche
del
fanciullo
e
lo
conduce
,
a
sua
insaputa
,
alle
frontiere
del
delitto
!
*
Pur
troppo
,
del
resto
,
anche
per
altre
vie
il
fanciullo
s
'
avvicina
al
delitto
,
e
si
può
dire
che
la
sua
psicologia
è
spesso
quella
del
delinquente
.
L
'
infanzia
infatti
è
non
solo
organicamente
bugiarda
,
ma
anche
organicamente
crudele
.
Cet
âge
est
sans
pitié
,
scriveva
il
Lafontaine
,
e
forse
pochi
uomini
sono
arrivati
alle
crudeltà
assurde
ed
inutili
cui
arrivano
i
bambini
,
per
il
solo
piacere
-
apparentemente
-
di
veder
soffrire
.
Quando
un
povero
uccellino
o
un
gatto
o
un
insetto
capita
per
disgrazia
nelle
loro
terribili
e
piccole
mani
,
essi
gli
infliggono
i
più
atroci
e
lunghi
supplizii
con
una
gioia
incosciente
che
merita
davvero
il
nome
di
pazzia
morale
.
È
,
in
essi
,
come
un
furore
di
distruzione
,
che
non
pensa
e
non
calcola
le
sofferenze
che
infligge
.
È
come
lo
sfogo
impulsivo
di
un
istinto
di
dominazione
,
la
voluttà
di
possedere
interamente
-
a
non
importa
qual
prezzo
-
la
vittima
che
ha
svegliato
il
loro
desiderio
.
È
il
ritorno
atavico
della
psicologia
del
selvaggio
il
quale
non
conosce
freni
ai
suoi
appetiti
;
è
anche
lo
scorcio
individuale
di
quella
psicologia
collettiva
crudele
ed
egoista
di
certi
popoli
civili
che
non
rispettano
i
diritti
dei
deboli
e
vogliono
ad
ogni
costo
soggiogarli
ed
opprimerli
:
è
,
cioè
,
un
piccolo
imperialismo
.
Imperialismo
di
despota
incosciente
,
o
dirò
meglio
caricatura
d
'
imperialismo
,
che
si
sfoga
non
solo
su
persone
e
su
animali
,
ma
-
per
vendetta
-
anche
su
oggetti
inanimati
.
Quante
volte
non
vediamo
noi
un
bambino
battere
la
sedia
o
il
tavolo
contro
cui
ha
urtato
e
che
gli
ha
fatto
male
?
E
ci
ritorna
alla
memoria
la
ridicola
vendetta
di
Serse
che
,
irritato
perché
una
tempesta
aveva
impedito
al
suo
esercito
di
passare
il
mare
,
fece
battere
colle
verghe
l
'
Ellesponto
dai
suoi
soldati
.
Talvolta
la
crudeltà
contro
le
cose
-
che
si
manifesta
sotto
la
forma
della
distruzione
senza
motivo
-
è
determinata
nel
bambino
dalla
curiosità
che
diviene
una
specie
di
manìa
iconoclasta
.
È
per
curiosità
che
molti
fanciulli
spezzano
i
loro
giocattoli
,
come
Goethe
,
il
quale
confessava
d
'
aver
gettato
,
da
bambino
,
tutto
il
vasellame
della
casa
dalla
finestra
per
vedere
in
qual
modo
si
rompeva
sul
marciapiede
,
o
come
Ruskin
,
il
quale
racconta
che
nella
sua
infanzia
strappava
e
tagliuzzava
i
fiori
in
preda
a
uno
stupore
ammirativo
.
*
Ma
ciò
che
più
offende
e
sorprende
l
'
animo
nostro
nello
studio
dell
'
anima
del
fanciullo
,
è
il
constatare
in
molte
,
in
troppe
occasioni
,
la
sua
profonda
insensibilità
di
fronte
ai
dolori
morali
.
Il
bambino
è
un
indifferente
e
un
impassibile
dinanzi
alle
disgrazie
,
dinanzi
alle
malattie
degli
altri
,
persino
dinanzi
alla
morte
.
Egli
è
,
spesso
,
il
simbolo
del
più
assoluto
egoismo
.
Non
pensa
che
a
sé
e
ai
suoi
giuochi
.
Ricordo
a
questo
proposito
un
aneddoto
caratteristico
.
Un
giorno
d
'
estate
due
fanciulli
nuotavano
in
mare
.
Dalla
spiaggia
li
osservava
la
madre
,
che
aveva
vicino
a
sé
la
figlia
minore
,
una
bimba
di
sei
anni
.
A
un
certo
punto
i
ragazzi
che
si
erano
spinti
troppo
lontano
,
non
si
videro
più
.
Le
onde
li
avevano
travolti
.
Si
può
immaginare
l
'
ansia
della
madre
che
inviò
barche
e
marinai
al
salvataggio
.
La
piccola
bimba
,
tranquilla
e
sorridente
,
visto
che
i
fratelli
non
ricomparivano
,
disse
:
-
Non
pensarci
più
,
mamma
!
ormai
è
certo
che
sono
affogati
:
è
mezzogiorno
,
andiamo
a
colazione
!
-
Ho
citato
questo
aneddoto
,
a
prova
dell
'
analgesia
morale
dei
bambini
,
perché
esso
è
di
mia
personale
esperienza
,
ma
quanti
altri
analoghi
potrei
riferirne
!
Senonché
,
ritorna
qui
,
molto
a
proposito
,
l
'
osservazione
che
già
feci
di
sfuggita
in
principio
:
constatata
questa
assenza
di
pietà
,
questo
predominio
cinico
dell
'
egoismo
nel
fanciullo
,
possiamo
noi
giudicarlo
come
lo
giudicheremmo
in
un
uomo
?
possiamo
noi
applicare
ai
bambini
la
nostra
morale
?
Vi
è
,
evidentemente
,
una
gran
differenza
tra
l
'
essere
impassibili
davanti
a
una
sventura
,
sapendo
che
cosa
essa
sia
e
rappresentandocene
tutte
le
conseguenze
,
e
l
'
essere
indifferenti
perché
non
se
ne
intende
il
valore
e
non
se
ne
prevedono
i
risultati
.
Noi
proiettiamo
la
nostra
psiche
nella
psiche
infantile
,
e
noi
immaginiamo
che
i
bambini
debbano
rendersi
conto
dei
nostri
dolori
per
istinto
,
o
che
,
almeno
,
possano
comprenderli
quando
noi
li
esprimiamo
apertamente
.
Orbene
,
ciò
è
illusorio
,
ciò
non
è
che
un
daltonismo
mentale
.
Le
nostre
ansie
,
le
nostre
preoccupazioni
e
i
nostri
patemi
d
'
animo
lo
lasciano
nella
maggior
parte
dei
casi
indifferente
per
la
semplice
ed
unica
ragione
che
oltrepassano
la
sua
capacità
di
simpatia
.
Per
esempio
,
sappiamo
noi
che
idea
si
facciano
i
bambini
della
morte
?
Ne
intendono
essi
il
significato
e
le
conseguenze
terribili
?
hanno
essi
quella
sensazione
d
'
irreparabile
che
è
per
noi
la
più
triste
e
la
più
angosciosa
?
Non
credo
.
Una
signora
inglese
,
M.me
Burnett
,
ci
offre
al
riguardo
un
documento
eloquente
.
Ella
racconta
le
impressioni
provate
nelle
due
volte
che
la
morte
visitò
la
sua
casa
mentre
era
bambina
.
La
prima
volta
non
ebbe
che
un
desiderio
:
toccare
il
cadavere
per
sapere
che
cosa
significasse
la
frase
ch
'
ella
aveva
udita
:
freddo
come
la
morte
;
la
seconda
volta
,
dinanzi
al
cadavere
d
'
una
bimba
di
tre
anni
,
bionda
e
bella
,
ella
non
provò
che
un
'
impressione
piacevole
per
lo
spettacolo
poetico
del
letto
bianco
tutto
coperto
di
fiori
!
E
M.me
Burnett
aggiunge
:
-
Io
non
mi
sono
sentita
commossa
,
io
non
ho
potuto
versare
una
lagrima
,
quantunque
prima
mi
fossi
immaginata
che
avrei
pianto
molto
!
-
È
dunque
assurdo
,
lo
ripeto
,
pretendere
dal
fanciullo
,
in
faccia
al
dolore
o
alla
sventura
,
delle
emozioni
ch
'
egli
non
può
sentire
perché
il
suo
cervello
non
arriva
a
comprenderle
.
Come
è
assurdo
,
per
la
stessa
ragione
,
giudicare
altri
lati
della
psicologia
infantile
coi
nostri
criterii
,
con
la
nostra
severità
che
presuppone
una
coscienza
.
Il
furto
,
per
esempio
,
è
frequente
nei
bambini
.
Ogni
volta
che
essi
possono
rubare
un
dolce
senz
'
esser
visti
,
lo
rubano
.
Ma
forse
che
essi
-
nei
primissimi
anni
-
sanno
che
cosa
sia
il
mio
ed
il
tuo
?
Qualunque
cosa
veda
o
tocchi
il
bambino
,
egli
grida
impulsivamente
che
è
sua
,
come
il
selvaggio
prende
impulsivamente
ciò
che
gli
capita
sotto
mano
;
e
l
'
appropriarsi
ciò
che
lo
attornia
,
ciò
che
eccita
in
un
dato
momento
il
suo
desiderio
non
è
,
per
il
bambino
,
che
una
tendenza
naturale
,
è
,
se
posso
dir
così
,
un
'
estensione
della
sua
personalità
.
Più
tardi
,
senza
dubbio
,
egli
esce
da
questa
incoscienza
e
impara
che
vi
sono
dei
limiti
ai
proprii
desiderii
e
dei
diritti
altrui
che
bisogna
rispettare
,
e
allora
,
ma
allora
soltanto
,
se
ruba
,
noi
potremo
dire
ch
'
egli
è
veramente
un
ladro
.
Così
,
quando
noi
constatiamo
che
una
gran
parte
dei
fanciulli
sono
disobbedienti
e
ribelli
,
noi
affermiamo
la
verità
,
ma
non
interpretiamo
sempre
esattamente
il
perché
della
loro
disobbedienza
e
della
loro
ribellione
.
Per
il
bambino
,
il
principio
d
'
autorità
e
la
sua
conseguenza
che
è
il
castigo
,
sono
cose
che
non
dovrebbero
esistere
.
Egli
non
intende
l
'
amore
altro
che
come
l
'
intendiamo
noi
....
quando
siamo
innamorati
,
sotto
forma
cioè
di
carezze
e
di
baci
,
di
soddisfazione
immediata
umile
e
volontaria
a
ogni
nostro
desiderio
....
Egli
non
capisce
che
l
'
amore
di
chi
lo
circonda
può
manifestarsi
,
per
il
suo
bene
,
in
rimproveri
ed
in
rifiuti
.
E
la
mamma
o
il
babbo
che
gli
negano
qualche
cosa
,
si
trasformano
nella
sua
fantasia
in
esseri
crudeli
che
lo
tormentano
e
che
lo
rendono
infelice
.
È
così
forte
e
violento
questo
antagonismo
dell
'
anima
infantile
contro
ogni
regola
e
contro
ogni
autorità
,
che
il
desiderio
dei
fanciulli
di
diventare
grandi
non
è
,
in
fondo
,
che
la
speranza
di
sottrarsi
a
questa
legge
,
a
questo
controllo
.
Essere
grande
,
per
il
bambino
,
significa
sopratutto
essere
sbarazzato
dall
'
obbligo
di
obbedire
,
essere
libero
di
fare
ciò
che
vuole
.
E
sfoga
intanto
-
fin
che
non
può
esser
libero
-
il
suo
istinto
di
insubordinazione
con
quelle
rivolte
a
cui
noi
diamo
il
nome
di
capricci
,
intendendo
con
questa
parola
di
definire
un
atto
impulsivo
,
senza
ragione
,
libero
ed
inspiegabile
,
come
il
vento
che
soffia
.
Eppure
-
come
il
vento
che
soffia
-
anche
il
capriccio
ha
le
sue
cause
e
le
sue
condizioni
.
E
sarebbe
bene
,
di
volta
in
volta
,
studiarle
.
Sarebbe
bene
specialmente
ricordare
che
l
'
anima
del
bambino
non
è
logica
riflessiva
cosciente
come
la
nostra
,
ma
è
una
piccola
anima
anarchica
,
e
che
egli
è
un
inconscio
discepolo
di
Rousseau
,
che
non
vede
nei
nostri
tentativi
d
'
educazione
se
non
un
intervento
noioso
ed
inutile
al
suo
naturale
sviluppo
.
Ma
a
questo
punto
,
io
sento
sorgere
in
voi
una
domanda
:
voi
mi
direte
:
abbia
o
non
abbia
il
bambino
coscienza
di
ciò
che
sente
e
di
ciò
che
fa
,
sieno
vere
o
false
le
spiegazioni
e
le
giustificazioni
date
fin
qui
,
certo
è
che
il
quadro
della
psicologia
infantile
da
voi
tracciato
è
molto
triste
ed
oscuro
:
ed
è
anche
esatto
?
È
vero
,
cioè
,
che
nel
fanciullo
non
palpitino
che
istinti
egoisti
,
bugiardi
,
ribelli
,
crudeli
?
Rispondo
che
,
nella
vita
e
sopratutto
in
psicologia
,
nulla
è
assoluto
perché
nulla
è
semplice
.
L
'
organismo
umano
è
una
macchina
complicata
,
delicata
,
misteriosa
,
e
come
non
esistono
uomini
in
tutto
perversi
o
uomini
ottimi
in
tutto
,
perché
la
natura
mette
degli
sprazzi
di
luce
nelle
anime
più
abbiette
,
e
delle
chiazze
d
'
ombra
nelle
anime
più
buone
,
così
non
esistono
fanciulli
in
cui
circoli
sempre
il
veleno
di
impulsioni
ataviche
,
e
non
spunti
mai
il
fiore
candido
della
dolcezza
e
della
serenità
.
Ognuno
di
noi
conserva
nella
memoria
il
ricordo
-
se
non
ha
la
fortuna
d
'
aver
la
prova
viva
vicino
sé
-
di
tipi
di
fanciulli
miti
,
sensibilissimi
,
che
chiudono
nel
loro
organismo
delicato
le
più
squisite
manifestazioni
del
cuore
,
sensitive
morali
,
se
posso
dir
così
,
che
rispondono
con
fremiti
affettuosi
se
appena
noi
le
tocchiamo
.
E
,
anche
al
di
fuori
di
queste
eccezioni
sentimentali
,
è
certo
che
ogni
bambino
conosce
l
'
altruismo
e
la
simpatia
,
se
non
altro
perché
imita
ciò
che
vede
,
e
piange
se
vede
piangere
;
ogni
bambino
ha
slanci
di
tenerezza
verso
il
cane
ed
il
gatto
che
gli
sono
compagni
di
giuoco
,
e
che
forse
in
un
altro
momento
potrà
martirizzare
;
ogni
bambino
ha
tesori
di
affezione
e
fascino
di
carezze
per
le
persone
che
lo
circondano
,
e
sa
farsi
deliziosamente
perdonare
la
desolante
insensibilità
del
suo
temperamento
e
i
lampi
del
suo
egoismo
feroce
.
Ma
questa
psicologia
normale
che
lo
avvicina
a
noi
,
sorge
in
lui
gradatamente
coll
'
età
,
mano
mano
che
dalla
sua
psiche
atavica
esce
e
si
forma
,
come
farfalla
dal
bozzolo
,
la
psiche
dell
'
uomo
futuro
.
È
-
se
posso
dir
così
-
un
lento
lavoro
di
ricamo
con
cui
l
'
educazione
a
poco
a
poco
ingentilisce
e
trasforma
il
tessuto
troppo
rude
della
sua
originaria
natura
.
Il
fondo
della
sua
anima
rimane
quale
io
ho
tentato
descriverlo
,
certo
non
pretendendo
di
essere
stato
né
completo
né
esatto
,
ma
forse
sperando
di
essermi
avvicinato
al
vero
.
Avviene
in
psicologia
quello
che
avviene
in
pittura
.
Quando
si
deve
fare
un
ritratto
,
bisogna
restringersi
e
quasi
direi
riassumersi
a
significarne
l
'
intima
e
più
gagliarda
e
dominatrice
espressione
:
bisogna
,
cioè
,
colpire
ciò
che
vi
è
di
caratteristico
nella
fisonomia
fisica
e
morale
d
'
una
persona
,
trascurando
forzatamente
molti
particolari
,
su
cui
si
affanna
invece
la
vista
dei
pedanti
e
dei
miopi
.
Ora
,
il
ritratto
dell
'
infanzia
non
poteva
esser
dipinto
che
coi
colori
che
ci
offrono
le
ricerche
positive
e
scientifiche
,
senza
chiedere
alla
poesia
le
sue
sfumature
ideali
e
alla
rettorica
le
sue
tinte
esagerate
.
Ma
ciò
che
è
confortante
si
è
che
questo
ritratto
è
transitorio
:
è
cioè
uno
di
quei
ritratti
ai
quali
,
col
tempo
,
non
si
assomiglia
più
.
Tutta
quella
psicologia
che
rievoca
nel
fanciullo
i
primordii
dell
'
umanità
,
sfuma
lentamente
cogli
anni
e
svanisce
all
'
epoca
della
pubertà
.
Essa
non
è
,
nella
vita
-
e
salvo
casi
eccezionali
di
delinquenza
congenita
-
che
una
parentesi
fisiologica
,
il
saluto
,
il
ricordo
,
l
'
ammonimento
delle
lontane
miserie
onde
siamo
ascesi
alla
civiltà
,
una
specie
di
malattia
-
come
ve
ne
son
tante
!
-
che
noi
dobbiamo
soffrire
e
superar
da
fanciulli
,
e
dalla
quale
usciamo
più
sani
,
più
forti
,
moralmente
migliori
.
E
non
è
raro
infatti
il
caso
,
che
coloro
i
quali
sono
stati
da
bimbi
i
più
violenti
,
i
più
capricciosi
,
i
più
cattivi
,
diventino
poi
gli
uomini
più
saggi
ed
egregi
,
e
le
donne
più
oneste
e
più
austere
.
Soltanto
,
per
ottener
questo
risultato
,
bisogna
saper
comprendere
il
bambino
,
e
per
comprenderlo
,
bisogna
amarlo
.
Amarlo
,
non
con
la
sentimentalità
esagerata
-
e
forse
più
di
parole
che
di
sostanza
-
che
oggi
è
di
moda
:
amarlo
non
con
la
nostra
ansietà
nervosa
e
ridicola
che
trema
per
ogni
sorso
d
'
acqua
non
bollita
e
per
ogni
biscotto
fuori
programma
;
amarlo
non
per
viziarlo
,
e
nemmeno
per
imporgli
nei
suoi
studii
e
nei
suoi
divertimenti
il
giogo
d
'
un
orario
cui
la
sua
natura
repugna
;
ma
amarlo
per
fondersi
nell
'
anima
sua
,
per
vivere
la
sua
vita
di
impulsi
e
di
contraddizioni
,
per
spiegarsi
la
mancanza
d
'
unità
e
di
costanza
della
sua
psicologia
,
per
comprendere
,
infine
,
ch
'
egli
è
come
un
campo
ove
sono
radici
antiche
di
piante
maligne
che
bisogna
sopprimere
,
e
germi
nuovi
di
piante
feconde
che
bisogna
aiutare
a
svilupparsi
e
non
lasciar
soffocare
da
quelle
.
E
sopratutto
bisogna
essere
sereni
e
generosi
verso
di
lui
:
dimenticare
ch
'
egli
è
insensibile
ai
nostri
dolori
perché
non
li
capisce
,
e
cercare
invece
di
comprendere
i
suoi
.
Il
nostro
torto
maggiore
verso
l
'
infanzia
è
di
ripagarla
,
spesso
,
con
quell
'
indifferenza
sentimentale
ch
'
essa
mostra
verso
di
noi
.
Noi
sorridiamo
dei
suoi
dolori
,
perché
,
paragonandoli
ai
nostri
,
ci
sembrano
meschini
,
e
non
ci
accorgiamo
che
sbagliamo
i
termini
del
raffronto
.
Ciò
che
par
futile
a
noi
,
è
grave
per
il
fanciullo
,
precisamente
come
ciò
che
è
importante
per
noi
,
non
arriva
nemmeno
ad
esser
compreso
da
lui
.
Vi
sono
in
quelle
piccole
anime
delle
grandi
e
paurose
tragedie
,
che
noi
definiamo
come
capricci
.
Vi
sono
,
in
germe
,
tutte
le
passioni
che
dilaniano
il
cuore
dell
'
uomo
,
e
che
noi
ingenuamente
crediamo
di
poter
placare
con
un
rimprovero
od
un
castigo
,
mentre
non
facciamo
che
esacerbarle
.
Vi
sono
delle
strane
intuizioni
precoci
che
permettono
al
bambino
di
vedere
,
di
sentire
,
di
giudicare
tutte
le
ingiustizie
che
noi
commettiamo
verso
di
lui
,
illudendoci
ch
'
egli
non
arrivi
a
capirle
.
L
'
orgoglio
e
la
gelosia
,
per
esempio
,
queste
precocissime
fra
le
passioni
umane
,
fanno
forse
più
soffrire
i
fanciulli
che
non
gli
adulti
,
e
creano
il
tipo
,
non
raro
,
del
bambino
chiuso
nella
sua
tristezza
silenziosa
e
nella
sua
testardaggine
,
che
porta
con
incompresa
dignità
il
dolore
del
suo
orgoglio
ferito
,
e
contro
il
quale
scioccamente
e
perversamente
si
sfoga
la
nostra
severità
,
pretendendo
di
correggerlo
di
un
difetto
di
cui
ignoriamo
le
cause
.
E
v
'
è
,
infine
,
al
di
sopra
di
tutte
queste
considerazioni
,
un
'
altra
considerazione
più
alta
e
più
vasta
,
che
dovrebbe
oggi
modificare
non
solo
i
giudizi
sull
'
anima
del
fanciullo
,
ma
specialmente
il
metodo
dell
'
educazione
.
Io
ho
tracciato
alcune
linee
della
psicologia
infantile
,
analizzando
l
'
infanzia
in
sé
stessa
,
da
un
punto
di
vista
scientifico
,
isolandola
quasi
dal
tempo
e
dall
'
ambiente
.
L
'
analisi
-
lo
confesso
-
non
era
completa
.
Io
ho
dimenticato
che
non
si
può
fare
astrazione
nello
studio
di
nessun
organismo
dall
'
ambiente
ove
sorge
,
e
che
-
opera
od
uomo
,
individuo
o
collettività
-
tutti
,
come
le
piante
,
risentono
l
'
influenza
del
terreno
che
li
ha
prodotti
.
Anche
l
'
infanzia
sente
oggi
,
oltre
le
cause
ereditarie
e
congenite
,
l
'
influenza
dell
'
epoca
in
cui
vive
,
subisce
la
temperatura
morale
che
la
circonda
,
è
illuminata
dal
riflesso
di
quel
mondo
grande
che
s
'
agita
intorno
a
lei
.
E
l
'
anima
sua
incoscientemente
palpita
di
ciò
che
è
il
palpito
dell
'
anima
nostra
.
I
fanciulli
moderni
sono
diversi
dai
fanciulli
di
cinquanta
anni
fa
,
perché
non
possono
sottrarsi
e
ignorare
la
febbre
da
cui
è
dominata
la
nostra
civiltà
frettolosa
.
Oggi
essi
entrano
troppo
presto
nella
vita
:
troppo
presto
affaticano
il
cervello
negli
studi
:
troppo
presto
sciupano
la
loro
adorabile
semplicità
infantile
,
partecipando
in
società
all
'
esistenza
complicata
,
irritata
,
affaccendata
degli
adulti
.
Oggi
ciò
che
essi
odono
in
famiglia
,
il
molto
che
leggono
,
il
troppo
e
il
turpe
che
vedono
nelle
strade
,
la
stessa
ansiosa
preoccupazione
dei
genitori
che
si
ripercuote
in
loro
e
li
eccita
,
la
coscienza
di
essere
divenuti
i
personaggi
più
importanti
della
casa
,
questa
inebriante
mistura
d
'
orgoglio
e
di
vanità
per
cui
s
'
illudono
d
'
esser
qualcuno
mentre
non
sono
ancor
nulla
,
e
vogliono
già
emergere
in
quel
mondo
che
ancora
li
ignora
,
fanno
sì
che
essi
accelerino
e
saltino
i
periodi
fisiologicamente
normali
del
loro
sviluppo
,
e
siano
dei
precoci
e
dei
nervosi
.
Tutte
le
distanze
s
'
abbreviano
oggi
,
nel
mondo
fisico
come
nel
mondo
morale
.
La
nostra
legge
sovrana
è
la
fretta
.
Abolire
fin
che
si
può
e
più
che
si
può
quegli
ostacoli
antichi
che
si
chiamano
il
tempo
e
lo
spazio
,
ecco
la
meta
dietro
cui
corriamo
vertiginosamente
.
E
noi
stiamo
abolendo
o
accorciando
l
'
infanzia
.
Come
noi
diventiamo
vecchi
prima
del
tempo
,
così
il
fanciullo
,
prima
del
tempo
,
diventa
uomo
.
Sotto
la
pressione
violenta
di
emozioni
e
di
sensazioni
superiori
alla
sua
età
,
egli
diventa
uomo
per
i
desiderî
,
per
le
ambizioni
,
per
le
passioni
,
non
per
la
forza
e
per
la
coscienza
.
Ed
è
da
questo
squilibrio
fra
il
volere
e
il
potere
,
da
questa
antinomia
fra
la
legge
di
natura
e
le
esigenze
della
civiltà
,
che
scoppia
talvolta
nell
'
anima
infantile
il
dramma
più
pauroso
e
più
doloroso
:
il
suicidio
!
Noi
credevamo
che
il
rifiuto
della
vita
fosse
possibile
solo
in
chi
conobbe
la
vita
:
noi
credevamo
che
quest
'
attimo
di
coraggio
in
cui
si
nasconde
forse
una
lunga
viltà
,
fosse
una
conseguenza
dei
dolori
e
delle
preoccupazioni
dell
'
età
matura
.
E
invece
,
ecco
che
l
'
epidemia
suicida
si
diffonde
anche
tra
i
fanciulli
,
ecco
che
le
statistiche
ne
notano
ogni
anno
il
regolare
crescente
aumento
,
ecco
che
noi
vediamo
e
leggiamo
che
si
uccidono
non
solo
ragazzi
di
quindici
o
sedici
anni
,
ma
bimbi
di
dieci
,
di
otto
,
persino
di
sei
anni
!
Ah
,
chi
potrà
mai
immaginare
la
tempesta
di
idee
troppo
grandi
in
quei
cervelli
troppo
piccoli
?
chi
potrà
mai
ridire
il
tormento
di
quelle
anime
prima
di
compiere
l
'
atto
fatale
?
Qui
non
soccorre
a
spiegarci
il
mistero
la
teoria
atavica
!
qui
la
colpa
non
è
né
dell
'
eredità
,
né
della
natura
!
La
colpa
è
nostra
perché
siamo
noi
,
è
la
nostra
civiltà
troppo
intensa
,
febbrile
e
cerebrale
che
intorbida
ed
avvelena
anche
l
'
ingenuità
del
fanciullo
e
ne
eccita
fino
alla
patologia
tutto
il
sistema
nervoso
.
E
noi
dovremmo
sentire
questo
rimorso
,
aver
coscienza
di
questa
responsabilità
:
noi
dovremmo
finalmente
comprendere
che
il
primo
dovere
dell
'
educazione
è
di
creare
intorno
al
bambino
un
ambiente
moralmente
sano
e
bello
,
ove
non
penetri
l
'
eco
di
tutte
le
ansie
che
ci
tormentano
,
e
ove
l
'
anima
del
fanciullo
possa
svolgersi
liberamente
secondo
le
leggi
della
natura
,
senza
essere
troppo
presto
soffocata
o
martirizzata
dai
pensieri
e
dalle
sensazioni
dell
'
anima
nostra
.
E
solo
allora
-
quando
avremo
ridato
all
'
infanzia
la
sua
pace
serena
e
la
vedremo
fiorire
intorno
a
noi
simbolo
di
speranza
-
solo
allora
noi
potremo
comprendere
e
meritare
la
frase
di
Amiel
:
che
il
po
'
di
paradiso
che
noi
troviamo
sulla
terra
è
dovuto
alla
presenza
del
bambino
!
FINE
.
Saggistica ,
PREFAZIONE
ALLA
PRIMA
EDIZIONE
Questo
libro
che
presento
oggi
al
lettore
non
pretende
d
'
essere
un
lavoro
rigidamente
scientifico
come
il
volume
I
delitti
della
folla
,
ma
soltanto
una
raccolta
di
studî
i
quali
,
da
diversi
punti
di
vista
,
cercano
di
gettare
un
po
'
di
luce
nell
'
oscuro
problema
della
psicologia
collettiva
.
La
maggior
parte
di
questi
studî
furono
già
pubblicati
qua
e
là
,
e
se
io
li
riunisco
e
li
ripubblico
ora
gli
è
non
solo
perché
essi
sono
legati
organicamente
fra
loro
dall
'
identità
dell
'
oggetto
,
ma
anche
per
queste
due
altre
ragioni
:
anzitutto
perché
di
fronte
al
grande
sviluppo
preso
negli
ultimi
anni
dalla
psicologia
collettiva
,
non
mi
pare
inutile
rievocare
i
tentativi
,
sia
pur
manchevoli
e
frammentarî
,
di
chi
per
primo
si
occupò
con
amore
e
con
fervore
di
quella
scienza
;
in
secondo
luogo
perché
tali
tentativi
sono
la
più
eloquente
ed
esauriente
risposta
alle
critiche
che
da
alcune
parti
mi
vennero
per
il
modo
con
cui
io
avevo
definito
e
interpretato
la
psicologia
collettiva
.
Questa
recentissima
scienza
attraversa
ora
un
periodo
di
confusione
dovuto
a
un
equivoco
.
Allorché
apparvero
alcuni
anni
fa
i
primi
lavori
di
psicologia
collettiva
,
essi
interessarono
e
appassionarono
il
pubblico
,
non
certo
per
merito
del
loro
autore
,
ma
per
la
novità
del
tema
.
E
quindi
moltissimi
,
con
felice
intuito
del
momento
,
si
dettero
a
coltivare
quel
ramo
di
scienza
.
Ma
,
coltivandolo
,
sconfinarono
;
e
sotto
la
bandiera
della
psicologia
collettiva
fecero
passare
degli
studî
che
con
quella
non
avevano
che
delle
relazioni
molto
indirette
.
Per
esempio
Gustavo
Le
Bon
e
Pasquale
Rossi
nei
loro
libri
,
del
resto
assai
importanti
,
hanno
confuso
spesso
la
psicologia
delle
folle
(
che
è
veramente
della
psicologia
collettiva
,
cioè
della
psicologia
dal
punto
di
vista
statico
)
con
la
psicologia
dei
popoli
(
la
quale
non
è
altro
che
della
psicologia
collettiva
dinamica
o
sociologia
)
.
Ora
,
io
non
ripeterò
qui
la
mia
distinzione
fondamentale
tra
psicologia
collettiva
e
sociologia
perché
la
ho
già
troppe
volte
esposta
altrove
*
,
e
non
cercherò
di
dimostrarne
l
'
esattezza
perché
Alessandro
Groppali
l
'
ha
così
lucidamente
difesa
da
tutte
le
obbiezioni
che
le
furono
mosse
,
ch
'
io
non
potrei
che
ripetere
,
e
assai
meno
bene
,
ciò
ch
'
egli
scrisse
con
mirabile
precisione
scientifica
*
.
Ma
mi
limiterò
a
dire
che
il
presente
volume
vuol
essere
-
ed
io
mi
lusingo
che
sia
-
un
'
altra
battaglia
combattuta
per
dissipare
quell
'
equivoco
e
per
togliere
quella
confusione
che
hanno
,
a
torto
,
schierato
in
due
campi
i
cultori
della
psicologia
collettiva
,
bollando
gli
uni
come
nemici
ed
esaltando
gli
altri
come
amici
della
folla
.
Il
lettore
vedrà
che
non
è
il
caso
di
fare
queste
divisioni
ingiuste
e
antipatiche
,
e
riconoscerà
che
chi
ha
dedicato
una
gran
parte
della
propria
attività
allo
studio
dell
'
anima
collettiva
ne
ha
saputo
comprendere
così
i
difetti
come
le
virtù
,
appunto
perché
non
essendo
dominato
da
alcun
preconcetto
,
ha
potuto
serenamente
distinguere
il
momento
statico
dal
momento
dinamico
dell
'
attività
collettiva
,
e
constatare
i
risultati
dolorosi
che
si
hanno
spesse
volte
dal
primo
,
come
riconoscere
le
straordinarie
e
feconde
energie
che
si
sviluppano
sempre
dal
secondo
.
Ottobre
1903
.
SCIPIO
SIGHELE
.
PREFAZIONE
ALLA
SECONDA
EDIZIONE
Nell
'
inverno
scorso
ho
tenuto
all
'
Istituto
di
Scienze
Sociali
di
Firenze
,
per
invito
del
Direttore
l
'
illustre
prof
.
Riccardo
Dalla
Volta
,
un
breve
corso
di
conferenze
intorno
alla
Sociologia
e
la
psicologia
collettiva
.
E
l
'
esito
insperato
di
quel
corso
,
se
da
un
lato
mi
dimostrò
che
certi
problemi
sono
sempre
di
attualità
,
dall
'
altro
lato
mi
fu
di
incitamento
a
ristudiarli
e
riordinarli
.
Per
questo
,
or
son
pochi
mesi
presentavo
al
pubblico
la
quarta
edizione
dei
Delitti
della
folla
,
e
mentre
sto
preparando
una
nuova
edizione
della
Delinquenza
settaria
,
offro
oggi
al
lettore
questa
seconda
edizione
dell
'
Intelligenza
della
folla
,
sperando
di
dare
così
all
'
opera
mia
un
carattere
meno
incompleto
e
meno
inorganico
.
Questi
tre
volumi
poco
si
intenderebbero
e
mal
si
giudicherebbero
,
isolati
.
Considerati
insieme
,
essi
appariranno
,
io
credo
,
come
le
parti
di
un
tutto
,
come
le
conseguenze
e
le
applicazioni
logiche
di
un
pensiero
unico
e
di
una
dottrina
a
lungo
meditata
.
Nella
presente
edizione
,
non
solo
è
totalmente
mutato
l
'
ordine
primitivo
dei
capitoli
,
e
tutti
sono
corretti
ed
ampliati
,
ma
ho
aggiunto
lo
studio
Contro
il
Parlamentarismo
che
nella
prima
edizione
mancava
,
e
un
capitolo
inedito
su
La
folla
e
Gabriele
d
'
Annunzio
.
Forse
il
pubblico
si
convincerà
che
l
'
arte
e
la
scienza
,
malgrado
le
apparenze
,
malgrado
cioè
il
dispregio
dei
superuomini
per
la
folla
,
non
sono
in
fondo
discordi
nel
considerare
il
valore
sociale
e
intellettuale
della
psicologia
collettiva
.
NAGO
(
Trentino
)
,
settembre
1910
.
SCIPIO
SIGHELE
.
CAPITOLO
PRIMO
Il
problema
morale
dell
'
anima
collettiva
Uno
dei
fenomeni
più
caratteristici
del
momento
presente
-
il
solo
forse
per
cui
esso
può
definirsi
con
esattezza
-
è
l
'
importanza
che
è
andata
assumendo
la
collettività
in
confronto
dell
'
individuo
.
Mentre
quasi
tutte
le
antiche
credenze
barcollano
o
muoiono
,
mentre
le
vecchie
colonne
della
società
pare
crollino
l
'
una
dopo
l
'
altra
,
la
potenza
delle
masse
è
la
sola
che
nulla
minaccia
e
il
cui
prestigio
ingrandisce
ogni
giorno
.
Appena
un
secolo
fa
la
politica
tradizionale
dei
governi
e
le
rivalità
dei
principi
erano
i
più
importanti
fattori
degli
avvenimenti
.
L
'
opinione
del
pubblico
contava
per
poco
,
anzi
spesso
non
contava
per
nulla
.
Oggi
,
sono
le
tradizioni
ereditarie
dei
singoli
Stati
,
i
desiderî
e
i
capricci
dei
singoli
principi
che
non
contano
nulla
,
ed
è
-
invece
-
la
voce
collettiva
e
grandiosa
della
folla
che
guida
il
mondo
.
Una
volta
la
coscienza
di
un
popolo
si
poteva
impersonare
in
un
uomo
che
ne
era
l
'
espressione
ed
il
segno
dinanzi
alla
storia
.
Il
secolo
d
'
oro
della
Grecia
si
può
simbolizzare
in
Pericle
:
un
periodo
della
storia
di
Roma
si
può
simbolizzare
in
Cesare
,
e
non
a
torto
uno
storico
illustre
ha
detto
che
la
frase
di
Luigi
XIV
:
lo
Stato
sono
io
,
per
quanto
odiosa
e
pericolosa
,
non
era
allora
né
psicologicamente
né
socialmente
inesatta
.
Ma
oggi
,
chi
potrebbe
affermare
che
un
popolo
è
rappresentato
da
un
uomo
solo
,
il
quale
ne
riassuma
e
ne
esprima
tutti
i
desiderî
,
tutte
le
tendenze
,
tutte
le
idee
?
Anche
quei
popoli
che
-
non
so
se
per
loro
fortuna
o
per
loro
disgrazia
-
sono
retti
da
un
monarca
più
personale
e
più
significativo
degli
altri
,
possono
tutt
'
al
più
vantarsi
che
questo
monarca
simbolizzi
alcuni
lati
,
e
spesso
i
più
patologici
della
loro
poliedrica
anima
collettiva
,
non
certo
che
egli
la
rappresenti
completa
ed
intera
.
E
come
nella
politica
,
così
anche
nella
scienza
,
dopo
la
crisi
d
'
individualismo
che
ha
imperato
ovunque
,
in
economia
,
in
morale
,
in
diritto
,
si
ritorna
a
studiare
ogni
azione
umana
come
un
prodotto
della
collettività
piuttosto
che
dell
'
individuo
,
e
si
segue
quell
'
onda
di
reazione
sociologica
o
socialista
che
va
ad
infrangersi
con
crescente
violenza
contro
lo
scoglio
dell
'
illusione
egocentrica
forse
troppo
a
lungo
durata
.
L
'
individuo
,
insomma
,
che
una
volta
era
il
perno
intorno
a
cui
roteava
si
può
dire
tutta
la
civiltà
,
oggi
scompare
,
in
politica
,
dinanzi
a
quell
'
ente
collettivo
che
è
il
partito
o
l
'
opinione
pubblica
,
nella
scienza
,
dinanzi
a
quell
'
ente
collettivo
che
è
la
specie
.
Esso
è
considerato
ormai
come
la
goccia
d
'
acqua
nel
mare
:
una
quantità
trascurabile
per
sé
stessa
,
una
potenza
immensa
e
terribile
soltanto
quando
è
unito
ai
suoi
simili
.
E
mentre
fino
a
poco
tempo
fa
la
psicologia
e
la
filosofia
-
troppo
sempliciste
e
superficiali
-
avevano
creduto
di
spiegare
l
'
evoluzione
sociale
colla
apparizione
sporadica
di
qualche
grand
'
uomo
,
e
avevano
ridotto
tutta
la
storia
-
l
'
arte
come
la
scienza
,
la
religione
come
la
politica
-
a
un
seguito
di
biografie
,
oggi
si
è
compreso
che
il
protagonista
vero
della
storia
,
quantunque
non
sempre
visibile
,
è
stato
il
popolo
,
vale
a
dire
la
folla
anonima
su
cui
l
'
egoismo
dei
grandi
lavorava
come
su
un
corpo
vile
per
costrurre
l
'
edificio
della
propria
potenza
e
della
propria
ambizione
,
e
che
,
viceversa
,
era
la
immensa
oscura
miniera
donde
quei
grandi
traevano
inconsciamente
le
loro
idee
e
i
mezzi
per
attuarle
.
Si
parla
dei
problemi
gravi
che
il
secolo
XIX
ha
lasciato
in
eredità
al
secolo
nostro
.
Se
io
non
mi
sbaglio
,
il
legato
più
glorioso
e
nello
stesso
tempo
più
pericoloso
di
questa
eredità
è
precisamente
quello
che
si
riassume
nella
parte
che
giocherà
la
folla
nell
'
avvenire
.
Oggi
infatti
non
si
tratta
soltanto
di
riconoscere
-
da
un
punto
di
vista
letterario
-
la
influenza
della
collettività
nell
'
evoluzione
umana
:
si
tratta
sopratutto
di
constatare
-
da
un
punto
di
vista
politico
-
l
'
impero
assoluto
che
ormai
la
collettività
ha
preso
sui
destini
del
mondo
.
La
folla
ha
sempre
tenuto
nelle
sue
mani
incoscienti
la
sorte
del
mondo
.
Terribile
e
immensa
parte
,
la
sua
,
ma
passiva
.
Essa
è
stata
,
di
fronte
al
prodotto
che
chiamasi
civiltà
,
la
femmina
feconda
il
cui
amore
suscita
il
lavoro
e
offre
la
ricompensa
.
È
per
lei
,
in
fondo
,
che
anche
il
più
egoarchico
degli
eroi
lavora
,
come
l
'
uomo
per
la
donna
;
ma
appunto
come
la
donna
,
essa
non
sa
produrre
da
sola
.
La
sua
gloria
anonima
è
sempre
stata
quella
di
procreare
,
a
sua
insaputa
,
il
genio
che
avrebbe
aumentato
di
qualche
linea
il
catalogo
delle
sue
ricchezze
.
Perciò
la
sua
funzione
avrebbe
dovuto
essere
unicamente
quella
di
amare
e
di
servire
i
genii
,
come
la
sposa
ama
e
serve
lo
sposo
;
ma
viceversa
la
folla
non
fu
mai
né
sposa
né
madre
:
essa
non
fu
che
femmina
,
e
il
più
spesso
la
sua
riconoscenza
è
consistita
nel
crucifiggere
i
salvatori
,
lasciando
alle
anime
di
altri
eroi
avvenire
la
cura
del
loro
culto
*
.
Finora
,
infatti
,
l
'
opera
più
evidente
che
compiron
le
folle
fu
un
'
opera
di
distruzione
.
Esse
agirono
nei
secoli
,
come
quei
microbi
che
dissolvono
i
corpi
indeboliti
e
i
cadaveri
.
I
barbari
,
che
furono
le
grandi
folle
dell
'
antichità
,
come
gli
operai
sono
le
grandi
folle
dei
nostri
giorni
,
non
avrebbero
certo
costrutto
l
'
edificio
della
civiltà
romana
,
ma
quando
quell
'
edificio
fu
barcollante
occorrevano
i
barbari
per
atterrarlo
,
e
rendere
possibile
la
creazione
d
'
una
civiltà
nuova
con
gli
avanzi
del
vecchio
colosso
*
.
Parve
,
allora
,
un
'
opera
totalmente
negativa
a
chi
non
sapeva
che
la
distruzione
è
il
fondamento
della
costruzione
:
ma
fu
allora
che
,
per
la
prima
volta
,
si
rivelò
la
tragica
potenza
delle
folle
,
e
che
,
per
un
istante
,
la
filosofia
del
numero
diventò
la
sola
filosofia
della
storia
.
Ai
nostri
giorni
,
se
ancor
si
può
temere
come
eccezione
brutale
e
sanguinosa
l
'
opera
distruggitrice
delle
folle
,
bisogna
riconoscere
che
l
'
opera
loro
si
esplica
in
modo
normale
e
pacifico
colle
grandi
correnti
dell
'
opinione
pubblica
,
coi
comizî
e
colla
scheda
elettorale
.
Pure
noi
sentiamo
di
tanto
in
tanto
tutta
la
colossale
potenza
della
loro
opera
negativa
in
quegli
scioperi
che
,
arrestando
d
'
un
tratto
con
mirabile
uniformità
la
vita
sociale
,
ci
dànno
collettivamente
un
brivido
di
paura
,
come
quelle
mancanze
di
respiro
che
ci
dànno
individualmente
la
sensazione
,
il
brivido
della
morte
.
La
folla
è
dunque
oggi
,
come
sempre
,
e
quantunque
in
diverso
modo
,
l
'
arbitra
del
nostro
avvenire
:
e
bisogna
quindi
preoccuparsi
di
questo
nuovo
possente
e
soverchiante
fattore
collettivo
della
vita
sociale
che
,
grazie
alla
libertà
politica
,
è
uscito
dall
'
incoscienza
,
e
può
agire
adesso
alla
luce
dei
comizî
,
della
stampa
,
delle
elezioni
,
degli
scioperi
,
anziché
essere
costretto
come
una
volta
,
ad
esplicare
di
quando
in
quando
le
sue
torve
energie
all
'
ombra
delle
congiure
,
delle
sette
e
delle
rivolte
.
La
logica
rigida
di
qualche
intellettuale
individualista
è
ancora
tormentata
da
questo
dubbio
:
è
veramente
degna
la
folla
dello
scettro
che
la
libertà
politica
le
ha
donato
?
questo
nuovo
Briareo
merita
di
ricevere
nelle
sue
mille
braccia
il
bastone
del
comando
ormai
caduto
dalle
mani
dei
despoti
?
è
giusto
che
,
come
una
volta
si
era
sovrani
per
nascita
,
oggi
lo
si
sia
per
il
numero
,
e
che
l
'
aritmetica
abbia
detronizzato
l
'
eredità
?
Ma
a
queste
retoriche
e
paurose
domande
,
mi
par
quasi
ozioso
dare
risposta
,
giacché
vi
risponde
coll
'
argomento
sovrano
dei
fatti
,
non
solo
tutta
la
storia
recente
del
mondo
civile
,
ma
tutta
la
nostra
vita
da
che
l
'
Italia
è
nazione
libera
ed
una
.
Lasciamo
pure
che
talvolta
,
per
comodo
di
polemica
,
si
insulti
l
'
anima
collettiva
chiamandola
la
piazza
:
in
realtà
tutti
sentono
il
dovere
di
rispettarla
sotto
il
nome
di
opinione
pubblica
;
e
ciò
è
tanto
vero
che
la
stessa
forma
politica
che
ci
regge
ha
sentito
il
bisogno
di
trovare
il
suo
più
sincero
e
più
forte
punto
di
appoggio
e
la
sorgente
sua
più
fresca
e
più
limpida
nei
plebisciti
,
i
quali
non
sono
altro
che
l
'
espressione
statistica
della
volontà
collettiva
.
Il
destino
-
ed
io
credo
un
giusto
destino
-
ci
ha
ormai
condotti
al
despotismo
della
collettività
,
e
quindi
-
più
che
discutere
questo
despotismo
teoricamente
,
e
del
resto
platonicamente
,
poiché
non
si
può
mai
ritogliere
al
popolo
quello
che
gli
fu
dato
-
mi
sembra
necessario
discutere
i
modi
e
i
mezzi
con
cui
quel
despotismo
si
può
rendere
sempre
più
cosciente
e
più
degno
.
Ecco
dove
-
secondo
me
-
consiste
il
problema
dell
'
anima
collettiva
:
nello
studiare
quest
'
anima
multiforme
e
complessa
che
ormai
tiene
nelle
sue
mani
il
nostro
avvenire
e
nel
cercare
di
elevarla
moralmente
e
intellettualmente
.
Io
non
so
se
voi
abbiate
mai
fermata
la
vostra
attenzione
su
questo
strano
fenomeno
:
gli
italiani
sono
-
individualmente
-
dotati
da
natura
di
una
innegabile
superiorità
su
molti
altri
popoli
,
e
nondimeno
-
tutti
insieme
-
formano
una
nazione
che
,
se
è
stata
una
volta
la
prima
,
non
è
pur
troppo
più
la
prima
nel
mondo
moderno
.
Viaggiando
,
io
mi
son
sentito
spesso
rivolgere
da
amici
sinceri
e
spassionati
del
nostro
paese
questa
domanda
che
racchiudeva
,
con
misterioso
contrasto
,
un
elogio
e
una
umiliazione
:
"
Come
è
possibile
-
mi
dicevano
-
che
un
popolo
come
il
vostro
sia
collettivamente
inferiore
al
popolo
tedesco
e
al
popolo
inglese
,
se
il
più
umile
degli
italiani
ha
più
ingegno
,
più
sobria
moralità
,
più
energia
e
più
resistenza
al
lavoro
del
migliore
degli
operai
inglesi
e
tedeschi
?
Che
fate
voi
della
vostra
abbondanza
di
uomini
,
della
vostra
ricchezza
di
ingegno
,
di
questo
tesoro
che
la
sorte
vi
ha
dato
,
se
non
siete
capaci
di
usufruirlo
,
di
organizzarlo
sapientemente
,
per
la
gloria
e
per
la
prosperità
della
patria
comune
?
"
.
Ed
io
sentivo
la
verità
dolorosa
di
questa
domanda
,
accorgendomi
ovunque
all
'
estero
che
se
qualche
italiano
-
come
individuo
-
era
rispettato
e
adulato
,
l
'
Italia
-
come
organismo
collettivo
-
non
solo
non
era
adulata
,
ma
talvolta
non
era
nemmeno
conosciuta
.
E
mi
dovevo
confermare
sempre
più
in
una
idea
che
già
m
'
era
balenata
come
un
'
incognita
psicologica
,
l
'
idea
che
mentre
l
'
anima
dell
'
italiano
rimane
sempre
la
più
agile
,
la
più
viva
,
la
più
aperta
ad
ogni
sogno
di
bellezza
e
ad
ogni
ideale
di
grandezza
,
l
'
anima
collettiva
dell
'
Italia
è
ancora
incerta
paurosa
e
quasi
scontenta
di
sé
,
perché
minore
degli
elementi
che
la
compongono
.
E
mi
chiedevo
:
perché
le
grandi
potenze
europee
,
la
Francia
,
e
sopratutto
la
Germania
e
l
'
Inghilterra
,
valgono
socialmente
assai
più
di
noi
,
mentre
la
materia
prima
di
cui
sono
formate
-
l
'
individuo
-
è
assai
inferiore
alla
nostra
?
Dove
risiede
la
causa
di
questo
paradosso
psicologico
per
il
quale
con
unità
elementari
migliori
noi
italiani
diamo
collettivamente
un
prodotto
peggiore
?
E
fra
le
infinite
cause
di
questo
paradosso
,
una
mi
parve
avesse
un
'
importanza
generale
e
di
primo
ordine
,
poiché
da
essa
tutte
le
altre
,
per
varie
e
diverse
ragioni
dipendono
.
Fra
noi
non
si
è
ancora
formata
,
non
si
è
potuta
formare
,
un
'
unica
anima
italiana
;
esistono
invece
molte
e
differenti
anime
italiane
,
quante
sono
le
regioni
del
nostro
paese
.
Quell
'
inconscio
lavoro
di
polarizzazione
che
storicamente
si
è
compiuto
presso
altri
popoli
,
così
da
far
convergere
tutti
i
raggi
delle
singole
energie
individuali
in
un
unico
fuoco
,
e
da
dare
-
oltre
e
più
che
la
prova
scientifica
-
la
sensazione
artistica
che
milioni
di
anime
possono
riassumersi
,
simbolizzarsi
e
fremere
in
una
sola
grande
anima
collettiva
;
questo
inconscio
lavoro
,
che
è
la
forza
specifica
della
Francia
,
della
Germania
e
dell
'
Inghilterra
,
non
è
avvenuto
fra
noi
.
I
nostri
troppo
diversi
temperamenti
,
e
più
la
nostra
storia
,
ce
lo
hanno
impedito
:
ognuno
di
noi
,
prima
di
essere
italiano
,
è
o
meridionale
o
settentrionale
,
o
siciliano
o
milanese
,
o
veneto
o
napoletano
,
e
quindi
le
nostre
energie
non
convergono
e
non
si
sommano
in
un
fuoco
centrale
,
ma
tendono
a
raggrupparsi
indipendentemente
,
secondo
antichi
legami
regionali
,
frutto
dell
'
eredità
e
dell
'
abitudine
,
-
e
formano
perciò
dell
'
Italia
non
un
faro
unico
che
splenda
di
luce
uniforme
ed
intensa
,
ma
una
riunione
di
sistemi
planetarî
ove
sono
molti
i
soli
che
vivono
di
luce
propria
e
che
hanno
ciascuno
un
seguito
d
'
astri
minori
.
L
'
Italia
infatti
non
è
-
per
chi
la
consideri
dall
'
alto
e
da
lontano
come
un
'
astratta
entità
psicologica
-
né
un
organismo
mastodontico
come
la
Germania
,
né
un
organismo
meno
pesante
ma
forse
ancora
più
burocraticamente
uniforme
come
la
Francia
.
Ogni
tedesco
ed
ogni
francese
portano
impresso
il
loro
carattere
nazionale
e
da
quello
solo
voi
potete
riconoscerli
e
definirli
:
ogni
italiano
invece
,
oltre
e
più
del
suo
carattere
nazionale
,
porta
impresso
lo
stigma
della
sua
provincia
;
ed
è
perciò
che
mentre
una
riunione
di
francesi
o
di
tedeschi
vi
dà
la
sensazione
d
'
una
musica
monocorde
,
una
riunione
di
italiani
ha
tutto
il
fascino
d
'
una
sinfonia
ove
s
'
intreccino
mille
motivi
melodici
.
L
'
Italia
insomma
è
nell
'
anima
del
suo
popolo
quello
che
è
nella
sua
geografia
:
il
paese
che
riunisce
gli
spettacoli
più
diversi
:
e
come
voi
potete
,
attraversandola
,
passare
dai
ghiacciai
delle
Alpi
al
sorriso
delle
marine
,
da
campagne
ubertose
a
terreni
deserti
e
malarici
,
da
selve
ove
cresce
soltanto
la
nordica
pianta
dell
'
abete
a
giardini
ove
fiorisce
l
'
arancio
;
così
giudicandola
socialmente
,
voi
dovete
confessare
che
molti
suoi
abitanti
paiono
,
anziché
italiani
,
greci
o
spagnuoli
o
tedeschi
,
e
che
mentre
alcuni
hanno
l
'
indolenza
dei
popoli
orientali
,
altri
son
dominati
dalla
febbre
del
danaro
propria
degli
americani
.
Orbene
,
questa
varietà
antropologica
e
psicologica
che
costituisce
la
bellezza
artistica
e
potrebbe
costituire
la
perfezione
sociale
del
nostro
paese
,
è
,
viceversa
,
fonte
di
invidia
fra
gli
italiani
e
quindi
di
debolezza
collettiva
dinanzi
agli
stranieri
,
perché
noi
-
anziché
riconoscerla
francamente
e
svilupparla
sapientemente
-
ci
siamo
ostinati
a
negarla
e
a
comprimerla
in
omaggio
a
un
falso
concetto
del
patriottismo
.
L
'
esagerazione
e
l
'
iperbole
,
che
sono
fra
i
nostri
maggiori
difetti
,
ci
hanno
fatto
credere
che
noi
eravamo
non
soltanto
tutti
fratelli
,
ma
anche
tutti
eguali
,
da
un
capo
all
'
altro
della
penisola
,
e
siamo
andati
sempre
innanzi
sulle
stampelle
della
retorica
e
al
suono
dei
grandi
nomi
,
proclamando
che
noi
dovevamo
essere
tutti
governati
ad
un
modo
,
italiani
della
Sicilia
e
del
Veneto
,
del
Piemonte
e
della
Calabria
.
E
quando
-
dapprima
-
qualche
voce
isolata
di
osservatori
indipendenti
osò
ammonire
:
"
Badate
,
noi
siamo
diversi
per
razza
,
per
storia
,
per
abitudini
,
e
bisogna
quindi
piuttosto
che
imporre
a
forza
un
'
unificazione
formale
,
preparare
a
poco
a
poco
un
'
unificazione
sincera
e
reale
"
,
i
più
copersero
quelle
voci
isolate
sotto
il
clangore
degli
squilli
della
loro
retorica
patriottica
;
e
quando
più
tardi
quelle
voci
s
'
alzarono
più
forti
e
più
numerose
e
non
fu
possibile
ridurle
al
silenzio
,
si
disse
da
molti
che
esse
erano
l
'
opera
di
scuole
scientifiche
superficiali
e
paradossali
,
o
di
uomini
e
di
partiti
che
volevano
minare
l
'
unità
politica
del
nostro
paese
.
Invece
-
prescindendo
dal
modo
e
dalla
forma
con
cui
certe
verità
si
dovevano
e
si
debbono
dire
-
io
credo
ed
affermo
che
il
pericolo
vero
per
l
'
unità
della
nostra
patria
,
non
istà
nel
riconoscere
apertamente
ch
'
essa
è
formata
di
regioni
che
hanno
idee
,
sentimenti
e
bisogni
diversi
,
ma
consiste
nell
'
ostinarsi
a
negare
questa
differenza
,
e
nel
voler
quindi
educare
e
governare
tutti
gli
italiani
in
un
modo
identico
,
costringendoli
amministrativamente
e
legislativamente
in
un
letto
di
Procuste
,
che
fa
sorgere
gli
urli
della
protesta
,
e
fa
deviare
patologicamente
quello
spirito
regionale
che
-
se
fosse
rispettato
nei
suoi
giusti
limiti
-
sarebbe
ancor
oggi
,
come
fu
all
'
epoca
dei
Comuni
,
la
fortuna
d
'
Italia
.
È
questa
manìa
di
un
'
eguaglianza
e
di
una
uniformità
impossibili
e
innaturali
,
che
ci
ha
impedito
di
formare
un
'
anima
collettiva
veramente
degna
di
noi
,
specchio
fedele
di
quello
che
siamo
e
di
quanto
valiamo
.
Perduti
nel
pregiudizio
che
base
necessaria
dell
'
unità
politica
sia
l
'
uniformità
sociale
,
noi
abbiamo
lavorato
inutilmente
-
colle
leggi
e
colle
frasi
-
a
creare
un
tipo
unico
di
italiano
che
non
esiste
e
non
può
esistere
;
e
non
ci
siamo
accorti
che
il
nostro
dovere
di
cittadini
e
di
uomini
sinceri
era
invece
di
lavorare
-
con
un
prudente
sistema
di
federalismo
amministrativo
-
allo
sviluppo
autonomo
dei
vari
tipi
di
italiani
,
i
quali
,
tutti
insieme
,
avrebbero
cooperato
a
formare
dell
'
Italia
,
non
un
organismo
rigidamente
monotono
,
ma
un
organismo
sciolto
,
libero
,
snello
,
che
nella
stessa
diversità
delle
indoli
ond
'
era
composto
,
avrebbe
trovato
la
ragione
della
sua
bellezza
e
della
sua
forza
.
Giacché
-
ed
è
questa
davvero
un
'
opera
di
sano
patriottismo
-
se
noi
non
dobbiamo
tacere
che
alcune
nostre
regioni
sono
ancora
indietro
sulla
via
del
progresso
e
della
moralità
,
noi
non
dobbiamo
nemmeno
tacere
che
ciò
dipende
da
una
minoranza
che
ancora
le
domina
medioevalmente
e
che
politicamente
le
sfrutta
:
l
'
anima
vera
di
quelle
luminose
regioni
è
un
tesoro
nascosto
di
qualità
morali
e
di
genialità
intellettuale
che
non
attende
se
non
un
aiuto
fraterno
per
esplicarsi
libera
al
sole
e
scuotere
il
giogo
dei
pochi
furbi
che
la
fanno
apparire
diversa
da
quella
che
è
realmente
.
E
questo
aiuto
fraterno
si
riassume
anzitutto
e
sopratutto
in
un
'
opera
di
sincerità
.
Noi
dobbiamo
lasciare
ai
paladini
della
maffia
e
della
camorra
,
a
coloro
che
ingenuamente
o
gesuiticamente
credono
si
possa
uccidere
un
male
negandolo
,
o
cancellare
una
macchia
coprendola
,
il
bugiardo
sistema
di
proclamarsi
tutti
eguali
e
tutti
arrivati
a
un
identico
grado
di
civiltà
:
noi
dobbiamo
inaugurare
arditamente
il
sistema
della
verità
che
,
svelando
,
per
guarirli
,
le
colpe
e
i
difetti
,
che
sono
di
pochi
,
scopra
e
sviluppi
anche
le
doti
e
le
qualità
ignorate
,
che
per
fortuna
sono
di
molti
.
Così
-
e
non
altrimenti
-
potrà
formarsi
la
genuina
anima
nostra
:
così
l
'
Italia
potrà
essere
nel
suo
insieme
all
'
altezza
morale
e
intellettuale
delle
regioni
che
la
compongono
,
e
apparire
dinanzi
agli
stranieri
come
la
risultante
armonica
in
cui
si
fondono
le
diverse
e
mirabili
energie
del
popolo
più
riccamente
dotato
dalla
natura
.
Un
bagno
di
sincerità
:
ecco
ciò
di
cui
ha
bisogno
la
patria
nostra
.
La
debolezza
dell
'
Italia
è
tutta
nelle
menzogne
di
cui
s
'
è
nutrita
dal
'70
in
poi
.
E
se
la
menzogna
più
grande
è
quella
di
cui
ho
parlato
finora
,
altre
ve
ne
sono
-
meno
gravi
forse
politicamente
-
ma
altrettanto
pericolose
dal
punto
di
vista
sociale
.
Noi
ci
dibattiamo
fra
due
teorie
,
egualmente
esagerate
e
bugiarde
,
che
si
contraddicono
nei
termini
stessi
con
cui
vengono
esposte
.
Per
alcuni
,
noi
siamo
un
popolo
giovine
;
per
altri
,
noi
siamo
addirittura
un
popolo
decrepito
.
Vi
son
quelli
che
con
implacabile
scetticismo
fanno
udire
il
lugubre
rintocco
delle
campane
a
morto
della
razza
latina
;
e
vi
son
quelli
che
con
troppo
patriottico
orgoglio
suonano
la
fanfara
d
'
un
rinnovamento
della
stirpe
italiana
.
Costoro
s
'
empion
la
bocca
,
e
vorrebbero
intronar
le
orecchie
degli
altri
,
col
ricordo
delle
nostre
glorie
passate
:
quelli
invece
traggono
eccessive
conseguenze
da
alcuni
fenomeni
di
innegabile
degenerazione
,
e
come
medici
troppo
frettolosi
predicono
la
morte
d
'
un
organismo
basandosi
soltanto
su
sintomi
passeggieri
e
superficiali
.
Gli
uni
e
gli
altri
-
secondo
me
-
hanno
torto
.
Noi
non
dobbiamo
essere
né
troppo
vani
e
ottimisti
,
né
troppo
pessimisti
e
modesti
.
Noi
non
dobbiamo
far
nostra
la
sciocca
psicologia
del
nobile
moderno
,
il
quale
s
'
illude
che
basti
il
suo
blasone
a
renderlo
rispettato
e
temuto
,
e
s
'
adagia
nella
contemplazione
dei
meriti
dei
suoi
avi
,
senza
sentire
il
bisogno
e
il
dovere
di
rendersi
degno
di
loro
,
ma
noi
non
dobbiamo
neppure
avvilirci
nella
teoria
snervante
di
coloro
che
,
proclamandoci
un
popolo
vecchio
,
ci
dannano
a
una
decadenza
fatale
.
In
questi
ultimi
tempi
si
è
troppo
abusato
di
similitudini
nel
campo
sociologico
,
e
troppo
spesso
si
è
voluta
paragonare
la
vita
di
un
popolo
a
quella
di
un
individuo
.
Le
nazioni
non
possono
essere
in
tutto
paragonate
agli
organismi
individuali
,
giacché
mentre
per
questi
il
corso
della
vita
è
inesorabilmente
tracciato
dalle
leggi
di
natura
,
e
dopo
un
periodo
di
gioventù
in
cui
l
'
uomo
ardisce
e
promette
,
v
'
è
un
periodo
di
virilità
in
cui
agisce
e
mantiene
,
e
un
periodo
di
senilità
in
cui
decade
e
che
prelude
alla
morte
,
-
per
quelle
collettività
che
si
chiamano
nazioni
,
può
verificarsi
invece
o
il
miracolo
dell
'
immortalità
o
almeno
quello
della
resurrezione
.
Vale
a
dire
che
nazioni
anche
vecchissime
possono
o
continuare
a
vivere
prospere
e
rigogliose
,
o
,
dopo
un
periodo
di
decadimento
e
di
morte
apparente
,
rifiorire
e
risorgere
agli
splendori
d
'
un
tempo
.
Tale
fu
,
nella
storia
,
il
destino
felice
di
alcuni
popoli
;
tale
può
essere
-
io
lo
spero
e
lo
auguro
-
anche
il
destino
del
nostro
popolo
.
L
'
Italia
ha
troppe
volte
mostrato
di
possedere
la
misteriosa
virtù
di
alternare
periodi
di
gloria
e
di
potenza
con
periodi
di
silenzio
e
di
miseria
,
come
certi
terreni
alternano
anni
di
fecondità
con
anni
di
sterilità
,
per
non
legittimare
la
speranza
che
ancora
una
volta
si
riproduca
il
miracolo
confortante
!
Ma
l
'
attuazione
di
questo
miracolo
noi
non
dobbiamo
attenderla
soltanto
dal
nostro
passato
,
quasi
questo
fosse
una
fiamma
eterna
che
ci
deve
riscaldare
ed
illuminare
perennemente
nei
secoli
,
noi
dobbiamo
volerla
e
meritarla
colle
nostre
attuali
energie
.
E
invece
di
cullarci
in
un
orgoglio
che
confina
colla
vanità
,
o
rinchiuderci
in
una
modesta
rassegnazione
che
confina
con
un
'
umiltà
suicida
,
noi
dobbiamo
svegliare
in
noi
una
serena
e
ferma
fiducia
in
noi
stessi
,
e
non
soltanto
spazzar
via
le
menzogne
che
ci
degradano
e
i
pregiudizi
che
ci
indeboliscono
,
ma
sopratutto
svecchiare
la
nostra
educazione
e
la
nostra
istruzione
,
le
quali
sono
-
anche
esse
-
non
ultime
cause
di
quella
atonia
della
nostra
anima
collettiva
che
ci
fa
apparire
minori
di
quello
che
siamo
.
Le
razze
anglo
-
sassoni
sono
attualmente
superiori
alle
razze
latine
,
non
solo
e
non
tanto
perché
,
in
confronto
a
noi
,
sono
razze
giovani
,
quanto
e
sopratutto
perché
esse
hanno
sistemi
d
'
educazione
giovani
,
mentre
noi
li
abbiamo
vecchissimi
,
e
perché
si
preoccupano
di
formare
e
di
agguerrire
l
'
uomo
per
le
lotte
della
vita
moderna
,
piuttosto
che
di
imbottirlo
di
cognizioni
sul
mondo
antico
.
Senza
essere
esagerati
,
io
credo
che
il
nostro
sistema
d
'
educazione
classica
si
può
riassumere
così
:
in
un
atto
di
fede
davanti
l
'
infallibilità
d
'
un
maestro
o
d
'
una
teoria
,
e
in
un
continuo
atto
d
'
adorazione
verso
il
nostro
passato
,
che
ci
è
imposto
come
un
esempio
immutabile
e
insuperabile
.
Infatti
,
prima
e
più
che
insegnare
le
cose
necessarie
alla
vita
,
nelle
nostre
scuole
si
insegna
,
esaltandola
,
la
storia
antica
,
la
quale
non
è
se
non
il
trionfo
della
forza
brutale
:
-
e
lo
strano
è
che
noi
siamo
pronti
a
meravigliarci
e
a
inorridire
davanti
a
un
delitto
politico
moderno
,
mentre
non
facciamo
altro
che
lodare
i
delitti
politici
del
passato
,
e
mentre
la
nostra
educazione
non
è
che
una
glorificazione
continua
della
violenza
!
Nelle
nostre
scuole
,
invece
di
formar
degli
uomini
,
si
forman
degli
eruditi
:
invece
di
preparare
i
giovani
alle
difficoltà
della
lotta
per
la
esistenza
,
si
preparano
soltanto
alle
carriere
burocratiche
:
invece
di
sviluppare
l
'
iniziativa
individuale
,
si
cerca
di
spegnere
sotto
un
livello
mediocre
ogni
lampo
di
originalità
.
In
una
parola
,
nelle
scuole
dove
si
dovrebbe
aver
di
mira
lo
sviluppo
delle
più
alte
facoltà
umane
,
non
si
tende
invece
che
a
un
unico
ideale
,
molto
prossimo
,
il
diploma
.
E
lo
Stato
che
fabbrica
,
a
colpi
di
manuale
,
tutti
questi
laureati
,
non
può
utilizzarne
che
una
parte
e
lascia
perciò
senza
impiego
tutti
gli
altri
.
Esso
deve
quindi
rassegnarsi
a
nutrire
i
primi
e
ad
aver
per
nemici
i
secondi
,
deve
rassegnarsi
cioè
a
creare
due
categorie
di
individui
:
quelli
che
avendo
assediato
le
carriere
,
hanno
potuto
ottenere
un
posto
,
e
quelli
che
pur
avendo
messo
l
'
assedio
sono
rimasti
al
di
fuori
della
fortezza
burocratica
.
I
primi
costituiscono
una
folla
schiava
del
Governo
,
sempre
pronta
a
sostenerlo
per
paura
di
perdere
il
loro
impiego
e
per
inconscia
difesa
di
classe
;
i
secondi
costituiscono
una
folla
ribelle
al
Governo
,
sempre
pronta
a
combatterne
e
a
intralciarne
le
iniziative
;
-
e
la
cosiddetta
opinione
pubblica
non
è
spesso
che
la
risultante
di
queste
due
strane
correnti
che
portano
nei
giudizi
,
non
le
idee
e
i
sentimenti
veri
del
popolo
,
ma
o
gli
egoismi
d
'
una
folla
che
ha
troppo
mangiato
,
o
le
rappresaglie
d
'
una
folla
che
ha
fame
.
Tale
è
-
per
disgrazia
-
la
condizione
di
una
gran
parte
delle
folle
latine
e
specialmente
italiane
,
perché
la
nostra
gioventù
intellettuale
è
resa
precocemente
vecchia
dai
nostri
sistemi
d
'
educazione
.
L
'
idea
di
farsi
un
posto
al
sole
e
di
essere
utili
al
proprio
paese
al
di
fuori
dell
'
ingranaggio
della
burocrazia
o
dell
'
ambiente
parlamentare
,
è
un
'
idea
quasi
ignota
alla
maggioranza
dei
giovani
cervelli
italiani
.
E
ciò
,
non
tanto
per
un
abbassamento
intellettuale
,
quanto
per
una
organica
sfiducia
in
sé
stessi
,
per
la
quale
anche
i
giovani
si
credono
e
si
sentono
vecchi
,
e
come
i
vecchi
hanno
bisogno
per
camminare
di
appoggiarsi
al
bastone
del
Governo
o
del
favoritismo
politico
.
Qual
differenza
con
altri
popoli
,
dove
,
-
come
per
esempio
nell
'
America
del
Nord
-
tanto
gli
impieghi
governativi
come
i
posti
di
deputati
non
sono
ambiti
dai
giovani
,
sono
anzi
lasciati
a
coloro
che
non
hanno
fatto
in
altro
modo
carriera
!
Là
non
si
crede
che
un
Governo
ed
un
popolo
sieno
tutti
ed
unicamente
nella
burocrazia
e
nel
Parlamento
!
Là
si
sente
che
le
energie
individuali
e
collettive
del
paese
sono
fuori
da
quelle
due
istituzioni
che
da
noi
invece
le
atrofizzano
:
i
cittadini
hanno
,
cioè
,
fiducia
in
sé
stessi
,
hanno
,
dirò
meglio
,
coscienza
di
sé
stessi
,
e
sanno
quindi
che
i
funzionarî
non
sono
altro
che
dei
servitori
della
nazione
,
e
i
deputati
dei
mandatari
-
non
dei
despoti
-
dell
'
opinione
pubblica
.
La
nazione
vera
è
nei
suoi
cittadini
indipendenti
,
che
indipendentemente
lavorano
,
pensano
e
parlano
.
Ebbene
:
noi
dovremmo
imitare
questo
tipo
d
'
educazione
,
e
invece
di
tendere
,
nelle
nostre
scuole
,
all
'
uniformità
grigia
,
alla
beata
mediocrità
,
alla
formazione
del
gregge
docile
che
seguirà
senza
ribellioni
il
pastore
,
noi
dovremmo
tendere
alla
individualità
insofferente
,
ma
promettitrice
di
feconde
energie
,
alla
formazione
di
un
popolo
libero
e
sciolto
che
non
s
'
acqueti
negli
stagni
degli
impieghi
,
ma
navighi
ardito
il
mare
tempestoso
dell
'
esistenza
.
Se
noi
sapremo
compiere
anche
la
parziale
trasformazione
della
nostra
educazione
classica
in
una
istruzione
professionale
,
che
riconduca
una
parte
della
gioventù
ai
campi
,
alle
officine
,
ai
commerci
piuttosto
che
farla
ammuffir
negli
uffici
,
e
dia
ad
essa
più
che
l
'
erudizione
di
ciò
che
è
vecchio
,
il
senso
pratico
della
vita
moderna
,
e
,
più
che
l
'
ammirazione
per
l
'
ingegno
,
l
'
ammirazione
per
l
'
attività
e
per
il
carattere
,
noi
formeremo
allora
veramente
un
'
anima
collettiva
degna
della
potenza
che
ormai
il
progresso
le
ha
riconosciuto
.
Il
problema
,
il
pericolo
,
il
bisogno
del
momento
presente
consistono
appunto
in
quest
'
opera
di
educazione
delle
masse
:
e
ne
è
prova
il
fatto
che
là
dove
le
folle
rimasero
ancor
vittime
della
incoscienza
e
dell
'
ignoranza
secolare
,
incancrenite
nei
vecchi
sistemi
di
una
vecchia
educazione
,
diedero
al
mondo
spettacolo
triste
di
ingiustizie
e
di
violenze
collettive
,
-
e
là
invece
dove
poterono
sollevarsi
alla
visione
serena
dei
loro
diritti
,
guardare
con
anima
aperta
e
illuminata
il
loro
destino
,
diedero
un
grande
magnifico
impulso
alla
formazione
di
una
rinnovata
coscienza
sociale
,
-
quasi
bagliore
lontano
d
'
una
vera
giustizia
che
scenderà
con
luce
calma
e
ferma
a
sostituire
la
ipocrita
giustizia
del
tempo
nostro
.
Guardiamoci
attorno
:
e
confessiamo
che
se
un
'
opera
di
moralità
fu
compiuta
,
rivelando
colpe
finora
prudentemente
nascoste
,
se
un
'
opera
di
equità
fu
tentata
,
elevando
il
lavoro
alla
dignità
e
alla
considerazione
che
merita
,
lo
si
deve
,
non
tanto
a
questo
o
a
quell
'
individuo
,
quanto
allo
sviluppo
lento
,
continuo
,
grandioso
dell
'
anima
collettiva
,
cui
finalmente
si
osò
e
si
volle
far
sentire
la
sua
potenza
legittima
,
e
che
agisce
ora
come
fiamma
purificatrice
di
altruismo
ad
oscurare
e
disperdere
l
'
egoismo
individualista
da
cui
eravamo
dominati
finora
.
Né
si
dica
che
è
la
semplice
forza
numerica
che
ora
appare
d
'
un
tratto
,
e
che
soverchia
brutalmente
ogni
altra
forza
,
poiché
le
furon
tolti
o
allentati
i
freni
che
la
tenevano
paurosamente
silenziosa
.
Ciò
che
oggi
impone
,
fa
pensare
e
per
fortuna
fa
anche
provvedere
,
non
è
la
forza
bruta
della
folla
,
la
quale
ha
sempre
esistito
,
ma
è
la
coscienza
nuova
sviluppatasi
nella
folla
,
coscienza
nutrita
di
verità
e
di
modernità
.
Oggi
noi
non
abbiamo
dinanzi
a
noi
,
come
una
volta
,
degli
automi
che
lavorano
e
soffrono
e
sono
temibili
soltanto
per
il
loro
numero
;
noi
abbiamo
innanzi
a
noi
degli
organismi
coscienti
che
sanno
il
prezzo
del
loro
lavoro
e
che
si
sono
formati
un
'
anima
collettiva
la
quale
giovanilmente
fronteggia
la
nostra
ancor
vecchia
e
chiedono
a
noi
economicamente
quel
che
noi
chiedemmo
politicamente
,
or
è
un
secolo
,
ad
altre
classi
sociali
.
Due
artisti
,
i
fratelli
Goncourt
,
lanciavano
,
più
di
cinquant
'
anni
fa
,
uno
di
quei
paradossi
letterarî
che
la
storia
s
'
incarica
di
tramutare
,
almeno
parzialmente
,
in
realtà
positiva
.
"
Ogni
quattro
o
cinquecento
anni
-
essi
dicevano
-
la
barbarie
è
necessaria
per
rivivificare
il
mondo
.
Una
volta
in
Europa
,
quando
una
vecchia
popolazione
d
'
una
amabile
contrada
era
diventata
anemica
,
le
cadevano
addosso
dal
nord
dei
colossi
di
sei
piedi
che
rifacevano
la
razza
.
Adesso
che
l
'
Europa
non
ha
più
selvaggi
,
sono
gli
operai
che
faranno
quel
lavoro
fra
una
cinquantina
d
'
anni
e
ciò
si
chiamerà
la
rivoluzione
sociale
"
.
Io
non
ho
citato
questo
brano
per
il
suo
contenuto
politico
:
-
non
voglio
occuparmi
di
politica
e
ad
ogni
modo
dichiaro
che
sono
ottimista
ed
evoluzionista
e
non
credo
ai
funebri
minacciatori
di
cataclismi
!
-
ho
citato
questo
brano
per
il
suo
contenuto
psicologico
e
morale
.
Ed
io
penso
sia
vero
,
fortunatamente
vero
,
che
una
grande
rivoluzione
morale
si
sta
compiendo
in
noi
per
l
'
avvento
e
l
'
elevazione
del
popolo
,
per
lo
svolgersi
ed
il
fiorire
di
un
'
anima
collettiva
cui
si
aveva
negato
finora
la
luce
e
la
vita
.
Da
troppo
tempo
noi
eravamo
polarizzati
nella
illusione
che
tutto
quanto
di
bello
e
di
grande
era
al
mondo
fosse
il
dono
di
qualche
mostruoso
cervello
individuale
:
da
troppo
tempo
noi
ci
curvavamo
dinanzi
al
novissimo
despotismo
delle
supreme
facoltà
individuali
.
E
l
'
adorazione
per
l
'
uomo
d
'
ingegno
era
tanta
,
che
gli
si
perdonava
assai
più
facilmente
che
agli
altri
le
immoralità
e
persino
i
delitti
che
commetteva
.
Se
era
un
artista
lo
si
onorava
,
anche
se
la
sua
arte
era
degenerata
e
sovvertiva
i
principî
della
morale
:
se
era
un
uomo
politico
,
lo
si
lasciava
libero
anche
se
rubava
.
Orbene
,
l
'
anima
collettiva
è
sorta
a
ribellarsi
,
e
a
farci
ribellare
,
contro
questa
teoria
superba
ed
aristocratica
:
e
non
soltanto
ci
ha
insegnato
,
più
che
l
'
ammirazione
per
qualche
cervello
superiore
,
l
'
amore
vivo
e
fraterno
per
la
folla
degli
umili
;
ma
ci
ha
rivelato
altresì
che
se
i
progressi
intellettuali
sono
innegabilmente
dovuti
al
genio
di
qualche
individuo
,
i
progressi
morali
sono
dovuti
sempre
all
'
opera
oscura
della
collettività
,
cui
non
sorride
speranza
di
gloria
,
ma
verso
cui
deve
scendere
-
più
giusta
e
più
grande
-
la
nostra
riconoscenza
.
Avviene
-
per
le
conquiste
morali
della
folla
-
ciò
che
avviene
nell
'
arte
per
le
maggiori
e
più
mirabili
opere
architettoniche
.
Come
,
dinanzi
alla
nera
cattedrale
di
Colonia
o
dinanzi
alla
candida
meraviglia
del
Duomo
di
Milano
,
si
dimentica
il
nome
di
chi
le
ideò
e
di
coloro
che
ne
diressero
ed
eseguirono
il
lavoro
,
e
solo
rimane
viva
l
'
ammirazione
per
il
sentimento
religioso
che
ne
fu
l
'
ispirazione
anonima
e
collettiva
,
così
,
dinanzi
al
progresso
morale
cui
il
nostro
secolo
assiste
e
che
fa
suo
dogma
di
dare
il
benessere
,
l
'
educazione
e
il
potere
al
maggior
numero
possibile
d
'
individui
,
anziché
riserbarli
a
caste
privilegiate
,
noi
dobbiamo
dimenticare
il
nome
degli
apostoli
che
quel
progresso
diressero
e
fecondarono
,
e
dare
il
dovuto
merito
alla
grande
anima
collettiva
del
popolo
che
di
quel
progresso
fu
l
'
origine
e
l
'
istigatrice
maggiore
.
Suprema
opera
di
giustizia
,
codesta
,
perché
riconduce
alla
sua
vera
causa
ciò
che
noi
credevamo
merito
di
pochi
,
-
suprema
opera
di
modestia
,
perché
piega
i
nostri
orgogli
individuali
dinanzi
all
'
azione
oscura
della
folla
,
e
-
come
una
religione
più
umana
-
ci
umilia
tutti
dinanzi
alla
misteriosa
divinità
dell
'
anima
collettiva
.
CAPITOLO
SECONDO
L
'
arte
e
la
folla
L
'
arte
e
la
folla
sono
due
nomi
che
ai
più
debbono
sembrare
contradditorî
e
inassociabili
,
giacché
mentre
l
'
uno
rappresenta
l
'
aristocrazia
del
pensiero
,
l
'
altro
non
significa
che
la
volgarità
del
numero
.
Può
la
folla
intendere
l
'
arte
e
giudicarla
?
È
il
suo
plebiscito
una
di
quelle
sentenze
contro
cui
non
è
ammesso
l
'
appello
,
e
che
pro
veritate
habentur
?
O
viceversa
,
come
pretendono
molti
,
l
'
arte
che
piace
alla
folla
non
è
arte
o
,
tutt
'
al
più
,
non
è
che
una
forma
di
arte
inferiore
?
Ecco
il
problema
non
del
tutto
nuovo
,
ma
che
alcuni
studî
recenti
hanno
rimesso
alla
moda
;
problema
interessante
e
importante
,
non
solo
per
le
soluzioni
che
può
avere
,
ma
altresì
e
sopratutto
per
le
analisi
psicologiche
che
,
per
risolverlo
,
rende
necessarie
.
È
la
psicologia
collettiva
,
questo
mare
immenso
,
profondo
e
misterioso
,
che
occorre
sondare
per
scoprire
,
non
la
ragione
intima
ed
ultima
che
è
inafferrabile
,
ma
almeno
alcune
cause
dei
suoi
flussi
e
riflussi
,
delle
sue
calme
e
delle
sue
tempeste
improvvise
.
I
.
Sorridono
alcuni
dell
'
ufficio
moralizzatore
che
il
Guyau
prima
e
il
Tolstoi
poi
attribuirono
all
'
arte
,
e
non
ammettono
ch
'
essa
possa
avere
di
mira
il
miglioramento
progressivo
dell
'
umanità
,
seguendo
volta
a
volta
le
riforme
che
spuntano
nell
'
ambiente
sociale
.
Negan
costoro
che
vi
sia
un
'
arte
conservatrice
ed
una
rivoluzionaria
,
un
'
arte
realista
ed
una
repubblicana
,
un
'
arte
militarista
ed
una
antiguerresca
,
perché
-
essi
dicono
-
tutti
questi
e
molti
altri
piccoli
fenomeni
dell
'
anima
contemporanea
sono
dall
'
arte
vera
guardati
dall
'
alto
e
spesse
volte
trattati
con
disprezzo
.
Può
darsi
.
Io
non
mi
arrogo
il
diritto
di
definir
l
'
arte
vera
e
umilmente
confesso
di
ignorare
chi
abbia
la
privativa
di
questa
definizione
.
Ma
sento
che
l
'
arte
riflette
come
uno
specchio
le
correnti
religiose
,
politiche
,
scientifiche
che
attraversano
la
psiche
umana
,
e
quindi
affermo
-
con
la
modestia
doverosa
in
un
profano
-
che
l
'
arte
segue
in
questo
senso
i
pensieri
e
i
sentimenti
diffusi
nell
'
anima
collettiva
e
,
quasi
direi
,
si
nutre
di
essi
.
L
'
arte
rappresenta
tra
i
fenomeni
umani
quello
che
la
sensitiva
rappresenta
tra
gli
organismi
vegetali
.
Essa
avverte
,
con
una
straordinaria
dote
di
percezione
che
nessun
altro
ha
e
che
pare
prescienza
,
tutto
ciò
che
avviene
intorno
a
lei
,
e
o
reagisce
ai
fenomeni
del
mondo
esteriore
o
li
assorbe
,
ma
sempre
li
riassume
con
una
limpida
evidenza
sintetica
.
Prova
ne
sia
il
problema
che
oggi
ritorna
ad
occupare
lo
spirito
umano
e
che
io
ho
posto
a
tema
di
questo
studio
.
Questa
ricerca
dei
rapporti
tra
l
'
arte
e
la
folla
,
questo
chiederci
se
l
'
una
possa
essere
giudicata
dall
'
altra
,
che
cosa
è
,
se
non
la
forma
artistica
sotto
cui
si
manifesta
il
gran
dissidio
fra
individualismo
e
socialismo
che
turba
la
coscienza
contemporanea
?
In
questa
sdegnosa
superbia
dell
'
artista
creatore
che
nega
alla
folla
il
diritto
di
consacrarlo
alla
fama
o
all
'
oblio
,
non
vediam
noi
risorgere
e
scolpirsi
il
duello
eterno
fra
l
'
individuo
e
la
società
,
non
sentiamo
noi
agitarsi
il
grande
dubbio
-
nelle
cui
nebbie
il
secolo
sorge
-
se
sia
cioè
il
progresso
un
merito
esclusivo
di
alcuni
individui
geniali
che
trascinaron
dietro
le
folle
come
i
pastori
le
pecore
,
o
non
piuttosto
la
meravigliosa
opera
incosciente
di
tutti
,
una
specie
di
immensa
piramide
cui
ogni
uomo
che
visse
portò
la
sua
pietra
?
Abbiamo
dunque
di
fronte
,
nel
campo
nell
'
arte
,
come
in
quello
della
politica
,
due
partiti
opposti
ed
irriducibili
:
l
'
uno
esalta
la
folla
,
l
'
altro
la
spregia
;
l
'
uno
la
crede
degna
d
'
esser
giudice
d
'
ogni
opera
individuale
e
quindi
anche
di
governare
,
l
'
altro
le
nega
ogni
capacità
intellettiva
,
e
la
vorrebbe
quindi
non
giudice
e
despota
,
ma
ancella
e
schiava
,
dominata
sempre
ed
in
tutto
da
uno
o
da
pochi
.
In
politica
,
il
partito
che
spregia
la
folla
è
ristretto
ormai
in
assai
brevi
confini
:
la
tesi
superba
ed
egoista
è
ormai
difficile
ad
essere
sostenuta
nella
sua
rigida
purezza
,
perché
urta
contro
uno
stato
di
fatto
che
non
si
può
mutare
:
il
diritto
di
voto
.
Bisogna
aggiungere
inoltre
che
la
politica
,
essendo
il
fenomeno
sociale
in
cui
la
sincerità
e
la
franchezza
sono
più
scarse
,
non
permette
quella
divisione
netta
e
leale
di
partiti
che
altrove
esiste
,
e
si
manifesta
piuttosto
con
gradazioni
indecise
,
che
non
con
colori
risolutamente
spiccati
.
È
raro
infatti
trovare
nella
politica
un
individualista
ad
oltranza
,
cioè
un
dispotico
:
come
è
raro
trovare
un
socialista
ad
oltranza
,
cioè
un
uomo
che
neghi
ogni
e
qualsiasi
influenza
o
diritto
all
'
individuo
isolato
:
entrambi
sono
intimamente
rosi
da
una
contraddizione
facile
ad
essere
messa
a
nudo
,
quantunque
non
confessata
:
l
'
individualista
cercherà
quell
'
adesione
e
quel
successo
nel
pubblico
,
ch
'
egli
a
parole
disprezza
;
e
il
socialista
lotterà
per
quel
sentimento
egoistico
di
sopravvanzare
gli
altri
e
di
accumulare
per
sé
,
che
teoricamente
condanna
.
In
arte
,
il
partito
che
spregia
la
folla
è
più
numeroso
.
Senza
accennare
alla
falange
estrema
dei
sostenitori
della
teoria
del
superuomo
,
sono
innegabilmente
molti
coloro
che
rifiutano
alla
moltitudine
il
diritto
di
giudicare
una
qualunque
manifestazione
artistica
,
e
lo
accordano
tutt
'
al
più
soltanto
a
un
cenacolo
di
competenti
che
vanno
sotto
il
nome
di
critici
.
Anche
qui
si
riproduce
il
fenomeno
contradditorio
per
il
quale
codesti
aristocratici
del
pensiero
non
sono
poi
troppo
malcontenti
se
la
turba
li
colma
di
elogi
e
di
applausi
;
ma
,
pur
beandosi
dell
'
aura
popolare
che
li
accarezza
,
essi
non
cessano
di
disprezzarla
,
e
quando
quell
'
aura
è
loro
contraria
anziché
favorevole
,
non
se
ne
sgomentano
,
ma
ne
sorridono
dall
'
alto
della
loro
incontestabile
superiorità
.
Dall
'
antico
oratore
greco
che
,
quando
la
folla
lo
applaudiva
,
si
interrompeva
per
chiedere
ironicamente
:
mi
applaudono
?
ho
dunque
detto
una
sciocchezza
?
fino
al
genio
italianamente
moderno
di
Arrigo
Boito
che
,
nella
memorabile
sera
della
prima
rappresentazione
del
Mefistolele
,
impassibile
sul
suo
scanno
di
direttore
d
'
orchestra
,
rispondeva
ai
fischi
del
pubblico
,
dicendo
sorridente
ai
vicini
:
che
onore
mi
fanno
!
,
-
questo
supremo
disprezzo
dell
'
individuo
-
artista
verso
la
folla
-
beota
è
uno
dei
fenomeni
più
comuni
.
Ma
è
altresì
sempre
un
fenomeno
logico
e
giusto
?
Ecco
finalmente
e
veramente
il
problema
.
II
.
Si
è
detto
da
alcuni
e
si
ripete
ormai
quotidianamente
da
tutti
,
che
la
folla
è
moralmente
e
intellettualmente
inferiore
all
'
individuo
.
Chi
scrive
cooperò
,
anzi
fu
il
primo
,
a
mettere
in
luce
questa
verità
,
ed
ebbe
il
piacere
di
veder
riprodotte
spesso
le
proprie
idee
.
Soltanto
,
questi
riproduttori
,
o
inconscientemente
per
miopia
,
o
coscientemente
per
spirito
di
parte
,
hanno
dimenticato
che
se
io
avevo
formulato
una
legge
,
ne
avevo
anche
constatate
le
non
rare
eccezioni
.
Eccezioni
morali
,
anzitutto
.
La
folla
è
senza
dubbio
un
terreno
in
cui
il
microbo
del
male
si
sviluppa
assai
facilmente
,
e
in
cui
viceversa
il
microbo
del
bene
quasi
sempre
muore
,
non
trovandovi
le
condizioni
di
vita
.
Da
una
folla
voi
temete
sempre
,
sperate
di
rado
:
tutti
sentono
e
tutti
sanno
,
pur
troppo
,
per
esperienza
,
che
l
'
esempio
di
un
malfattore
o
di
un
pazzo
può
trascinare
la
folla
al
delitto
:
ben
pochi
credono
,
e
raro
avviene
,
che
la
voce
d
'
un
pacificatore
possa
indurre
la
folla
alla
calma
.
L
'
opera
della
folla
fu
nella
storia
più
un
'
opera
di
odio
e
di
distruzione
che
non
di
creazione
e
d
'
amore
,
perché
la
folla
,
organismo
incosciente
e
impulsivo
,
fatalmente
agisce
più
cogli
istinti
del
selvaggio
e
del
bruto
che
non
con
quelli
dell
'
uomo
civile
.
Ma
non
si
può
negare
che
talvolta
la
moltitudine
arriva
ad
altezze
psicologiche
che
l
'
uomo
isolato
non
saprebbe
raggiungere
,
o
manifesta
una
generosità
così
sublime
che
nessun
individuo
potrebbe
spiegare
.
"
Quando
il
più
grande
degli
oratori
riuscì
a
convincere
gli
Ateniesi
che
l
'
uomo
il
quale
aveva
attirato
su
di
essi
dei
disastri
irreparabili
persuadendoli
ad
armarsi
contro
Filippo
,
meritava
non
pene
ma
corone
di
lauro
;
quando
egli
si
gloriò
d
'
aver
salvato
a
Maratona
l
'
onore
del
suo
paese
,
e
persuase
a
dei
bottegai
e
a
degli
artigiani
che
l
'
onore
doveva
esser
loro
più
caro
della
vita
,
si
assistè
quel
giorno
al
più
bel
trionfo
che
la
parola
umana
abbia
mai
riportato
,
e
il
popolo
ateniese
provò
che
una
moltitudine
non
è
sempre
mediocre
e
che
le
grandi
ispirazioni
sanno
trovar
qualche
volta
la
strada
per
penetrare
nella
sua
anima
.
Ogni
cittadino
,
forse
,
isolatamente
,
avrebbe
resistito
all
'
eloquenza
di
Demostene
,
ma
egli
parlava
a
una
folla
,
e
la
folla
si
è
arresa
"
*
.
Così
nella
celebre
notte
del
4
agosto
,
l
'
assemblea
di
Francia
,
facendo
getto
dei
suoi
diritti
ereditari
,
ha
dato
prova
d
'
un
altruismo
collettivo
,
il
cui
equivalente
invano
si
cercherebbe
nella
storia
degli
altruismi
individuali
.
Così
,
la
folla
briaca
dei
parigini
,
all
'
epoca
della
rivoluzione
,
ebbe
dei
lampi
di
dolcezza
sentimentale
in
mezzo
all
'
oscura
bufera
della
sua
ferocia
bestiale
.
Quando
Sombreuil
,
condannato
a
morte
,
apparve
tra
la
fila
delle
baionette
,
e
sua
figlia
gli
si
allacciò
al
collo
,
scongiurando
gli
assassini
di
risparmiarlo
,
o
di
uccidere
anche
lei
insieme
a
lui
,
un
grido
di
grazia
s
'
elevò
tra
la
moltitudine
.
E
si
accordò
alla
figlia
la
vita
del
padre
,
al
patto
orribile
ch
'
ella
immergesse
le
labbra
in
una
tazza
piena
del
sangue
di
aristocratici
.
La
figlia
prese
il
bicchiere
con
mano
ferma
e
lo
vuotò
alla
salute
del
padre
suo
.
Il
gesto
supremo
operò
il
miracolo
.
Vi
sono
delle
sorprese
della
natura
anche
nel
delitto
;
vi
sono
delle
imprevedibili
rivoluzioni
negli
abissi
del
cuore
umano
.
Quei
mostri
,
ancor
tinti
di
sangue
,
portarono
in
trionfo
Sombreuil
e
sua
figlia
fino
al
loro
palazzo
e
giurarono
di
difenderli
contro
ogni
nemico
*
.
Così
-
per
passare
dalle
tragedie
vere
e
vissute
a
quelle
false
e
rappresentate
-
non
si
può
negare
che
nelle
società
più
equivoche
,
nelle
masse
composte
dei
peggiori
elementi
,
c
'
è
un
sentimento
collettivo
di
onestà
e
di
giustizia
che
vince
l
'
istinto
individuale
più
perverso
.
Ricordo
di
aver
letto
l
'
indignazione
che
invase
una
platea
di
forzati
a
una
rappresentazione
concessa
loro
dalla
Direzione
del
penitenziario
,
quando
il
traditore
Golo
fa
uccidere
da
due
sicari
la
pia
e
virtuosa
Genoveffa
di
Brabante
col
suo
bambino
.
Non
c
'
è
quindi
alcun
dubbio
che
pur
dovendo
affermare
in
generale
che
la
folla
è
moralmente
peggiore
dell
'
individuo
,
bisogna
anche
riconoscere
che
talvolta
essa
lo
supera
nell
'
esplicazione
delle
più
alte
facoltà
dell
'
anima
umana
.
La
folla
,
come
la
donna
,
ha
una
psicologia
estrema
,
capace
solo
di
eccessi
,
mirabile
alle
volte
di
abnegazione
,
spaventosa
spesso
di
ferocia
,
mai
o
quasi
mai
mediocre
e
misurata
nei
suoi
sentimenti
.
Orbene
:
potremo
noi
dire
che
la
folla
ha
-
anche
,
nel
campo
intellettuale
-
questo
carattere
estremo
e
contradditorio
;
potremo
noi
dire
che
la
sua
intelligenza
,
come
la
sua
psicologia
,
conosce
altezze
di
vette
o
profondità
di
abissi
ignoti
all
'
individuo
isolato
?
Qui
il
problema
si
fa
più
complesso
e
difficile
.
A
tutta
prima
sembra
che
la
legge
da
me
formulata
e
secondo
la
quale
il
prodotto
intellettuale
d
'
una
collettività
è
sempre
inferiore
a
quello
che
avrebbe
dato
ciascuno
degli
individui
che
la
compongono
,
non
soffra
eccezioni
.
Dodici
uomini
di
buon
senso
,
riuniti
insieme
per
formare
un
giurì
,
emanano
spesso
verdetti
che
non
hanno
senso
comune
.
Dieci
o
venti
artisti
o
scienziati
riuniti
insieme
per
formare
una
Commissione
emanano
spesso
decisioni
contrarie
ai
più
elementari
principî
della
scienza
e
dell
'
arte
.
Centinaia
di
uomini
di
ingegno
riuniti
insieme
per
formare
un
Parlamento
si
comportano
collettivamente
in
modo
da
offrire
spesso
materia
al
disprezzo
o
al
sorriso
più
che
al
rispetto
.
La
compagnia
insomma
,
indebolisce
-
riguardo
al
risultato
complessivo
-
così
la
forza
dell
'
ingegno
,
come
quella
dei
sentimenti
buoni
e
pietosi
.
Con
questa
aggravante
però
,
a
sfavore
del
prodotto
intellettuale
:
che
mentre
la
compagnia
,
se
generalmente
abbassa
il
livello
morale
degli
individui
può
talvolta
,
come
vedemmo
,
per
eccezione
innalzarlo
,
non
può
mai
innalzarne
il
livello
intellettuale
.
La
collettività
cioè
può
essere
qualche
volta
geniale
dal
punto
di
vista
del
sentimento
;
non
può
mai
esserlo
dal
punto
di
vista
del
pensiero
.
Vi
sono
infatti
degli
eroismi
collettivi
ma
non
vi
sono
dei
capolavori
collettivi
.
La
folla
può
arrivare
alle
manifestazioni
supreme
della
virtù
,
ma
non
può
raggiungere
le
manifestazioni
supreme
dell
'
intelligenza
creatrice
.
Noi
non
troviamo
in
nessuna
storia
politica
,
scientifica
,
letteraria
,
l
'
esempio
d
'
una
folla
che
abbia
avuto
-
essa
sola
,
in
un
dato
momento
,
e
senza
che
alcuno
gliela
suggerisse
-
un
'
idea
geniale
.
Chi
potrebbe
citare
un
Consiglio
di
guerra
donde
sia
uscito
un
piano
di
battaglia
paragonabile
a
quelli
di
Napoleone
?
Chi
potrebbe
citare
un
Consiglio
di
ministri
donde
sia
uscita
una
di
quelle
riforme
politiche
che
fanno
la
gloria
di
un
'
epoca
e
che
rendono
celebri
i
nomi
di
un
Machiavelli
,
di
un
Richelieu
e
di
un
Bismarck
?
Chi
potrebbe
citare
un
Congresso
di
scienziati
donde
sia
uscita
una
di
quelle
scoperte
che
mutano
il
mondo
e
che
rendono
immortali
un
Laplace
o
un
Galileo
*
?
Ecco
dunque
perché
i
nemici
della
folla
possono
basare
su
innegabili
ragioni
scientifiche
il
loro
disprezzo
verso
la
moltitudine
.
Questa
non
è
soltanto
composta
generalmente
di
ignoranti
e
di
incompetenti
,
ma
anche
quando
è
formata
da
dotti
e
da
competenti
,
il
suo
prodotto
intellettuale
non
rappresenta
che
il
prodotto
numerico
della
mediocrità
.
Il
fuoco
sacro
del
pensiero
di
genio
non
è
mai
uscito
dall
'
anima
collettiva
:
è
il
dono
esclusivo
del
cervello
individuale
.
III
.
A
questo
punto
però
s
'
impone
un
'
osservazione
di
grandissima
importanza
che
i
più
hanno
trascurato
.
Tutto
ciò
che
noi
abbiamo
detto
intorno
alla
folla
,
si
riferisce
soltanto
al
suo
modo
di
pensare
e
d
'
agire
considerato
dal
punto
di
vista
statico
.
Quando
cioè
noi
constatiamo
che
gli
uomini
riuniti
valgono
sempre
intellettualmente
meno
dell
'
uomo
isolato
,
intendiamo
di
applicare
questo
principio
unicamente
a
quelle
collettività
che
si
formano
più
o
meno
improvvisamente
e
sporadicamente
in
un
dato
momento
,
quali
sono
appunto
:
le
moltitudini
di
piazza
,
i
pubblici
dei
teatri
,
i
giurì
,
le
Commissioni
,
i
Parlamenti
,
ecc
.
;
non
intendiamo
certo
-
e
sarebbe
assurdo
-
di
applicare
questo
stesso
principio
alla
folla
considerata
dal
punto
di
vista
dinamico
,
a
tutta
cioè
la
società
umana
nel
suo
sviluppo
storico
.
È
necessario
dunque
fissare
ben
chiaramente
questa
distinzione
che
per
non
essere
stata
compresa
dai
più
,
ha
dato
luogo
a
moltissimi
equivoci
:
altra
cosa
è
la
psicologia
della
folla
quand
'
essa
agisce
quasi
per
improvvisazione
in
un
dato
e
breve
momento
,
altra
cosa
è
la
psicologia
della
folla
quand
'
essa
agisce
lentamente
nel
corso
dei
secoli
.
Nel
primo
caso
,
le
sue
manifestazioni
sono
sempre
inferiori
a
quelle
dell
'
individuo
:
nel
secondo
caso
invece
,
non
solo
non
sono
sempre
inferiori
,
ma
talvolta
sono
superiori
.
Se
infatti
non
esistono
capolavori
collettivi
sbocciati
quasi
per
miracolo
tutto
a
un
tratto
da
un
'
assemblea
di
uomini
,
esistono
però
delle
meravigliose
opere
create
a
poco
a
poco
coll
'
aiuto
del
tempo
dalla
folla
alle
quali
si
cercherebbe
invano
di
imporre
il
suggello
d
'
un
genio
unico
.
Le
tele
,
le
statue
,
i
poemi
,
alcune
scoperte
scientifiche
,
possono
e
debbono
individualizzarsi
in
un
nome
:
Raffaello
o
Van
Dyck
,
Dante
o
Shakespeare
,
Fidia
o
Michelangelo
,
Keplero
o
Newton
.
Ma
certe
creazioni
complesse
e
nondimeno
d
'
una
immensa
importanza
-
come
per
esempio
la
lingua
e
la
scrittura
-
non
possono
aver
avuto
un
autore
unico
.
Esse
sono
il
risultato
del
lavoro
di
milioni
di
uomini
,
e
nessuno
avrebbe
potuto
compierle
da
solo
,
perché
sorpassano
il
genio
e
la
vita
di
qualsiasi
individuo
.
Esse
sono
un
'
opera
collettiva
,
fluttuante
e
inafferrabile
come
l
'
acqua
d
'
un
fiume
,
e
come
questa
eterna
e
formata
da
un
infinito
numero
di
piccoli
ruscelli
sconosciuti
,
che
pur
tuttavia
producono
,
tutti
insieme
,
un
effetto
colossale
.
È
la
folla
che
ha
saputo
elevare
le
prime
forme
mimiche
e
imitative
della
voce
umana
fino
alla
nostra
straordinaria
ricchezza
di
espressione
;
è
la
folla
che
,
senza
avere
il
sorriso
della
gloria
,
concesso
solo
al
genio
individuale
,
ha
saputo
da
pochi
vocaboli
delle
lingue
primitive
far
uscire
quel
monumento
che
è
l
'
ultimo
dizionario
di
Fluegel
,
contenente
94
mila
parole
.
È
la
folla
che
,
passando
dalla
scrittura
pictografica
alla
scrittura
fonetica
e
alfabetica
ci
ha
permesso
di
scolpire
e
di
dipingere
con
le
gradazioni
più
sottili
i
nostri
sentimenti
e
i
nostri
pensieri
e
di
trasmetterli
alla
posteriorità
con
un
'
esattezza
che
vince
quella
della
fotografia
*
.
E
che
dire
delle
leggende
,
dei
cicli
eroici
che
ogni
popolo
possiede
quando
fa
la
sua
prima
apparizione
sul
palcoscenico
della
storia
?
I
poemi
omerici
della
Grecia
,
le
creazioni
rapsodiche
di
ogni
paese
non
sono
che
lente
formazioni
intellettuali
create
o
trasmesse
dalla
folla
.
Ma
non
basta
.
L
'
intelligenza
della
folla
,
-
latente
e
dispersa
in
un
'
infinità
di
individui
-
ha
anche
altre
manifestazioni
.
La
collettività
precede
spesso
,
quasi
direi
che
annunzia
in
modo
vago
e
indeterminato
la
scoperta
precisa
e
determinata
dell
'
individuo
.
Che
cosa
sono
i
proverbî
,
se
non
l
'
esperienza
incoscientemente
accumulata
dalla
folla
e
sinteticamente
espressa
?
Che
cosa
sono
le
preveggenze
geniali
tanto
comuni
nel
popolo
,
quantunque
tanto
poco
considerate
?
Quando
un
genio
scopre
una
nuova
teoria
scientifica
si
può
dire
ch
'
essa
era
già
stata
intravvista
e
preannunciata
dalla
folla
.
Prima
che
sorgessero
la
grafologia
e
i
grafologi
,
la
scrittura
si
chiamava
carattere
,
quasi
a
significare
il
rapporto
colle
facoltà
morali
della
persona
.
Prima
di
Lister
,
nelle
montagne
della
Calabria
si
guarivano
le
ferite
colla
terebentina
che
sgorga
dalla
scorza
dei
pini
.
Prima
che
Lombroso
avesse
enunciato
la
sua
teoria
della
simbiosi
del
delitto
,
un
fabliau
ne
aveva
avuto
l
'
intuizione
,
raccontando
la
storia
di
un
astrologo
il
quale
,
avendo
letto
negli
astri
che
un
fanciullo
sarebbe
divenuto
un
assassino
,
aveva
consigliato
il
padre
di
questo
fanciullo
di
farne
un
chirurgo
,
per
appagare
così
in
una
maniera
utile
a
lui
e
agli
altri
,
il
suo
istinto
di
crudeltà
*
.
Il
genio
è
dunque
,
sotto
questo
punto
di
vista
,
il
rivelatore
di
verità
che
sonnecchiano
nella
coscienza
di
tutti
;
è
colui
che
trova
la
formula
e
dà
la
dimostrazione
di
ciò
che
l
'
anima
collettiva
ha
soltanto
abbozzato
o
intravvisto
nel
suo
lavoro
oscuro
ed
anonimo
;
è
il
grande
riflettore
ove
convergono
migliaia
e
migliaia
di
raggi
e
donde
la
luce
si
diffonde
con
un
'
intensità
centuplicata
.
I
grandi
uomini
-
diceva
il
Bourdeau
-
non
fanno
che
compiere
una
funzione
sociale
;
essi
si
agitano
,
ma
è
la
folla
che
li
conduce
;
e
nel
destino
misterioso
che
li
innalza
alla
gloria
e
li
fa
ricadere
nel
nulla
non
si
deve
vedere
che
l
'
insieme
delle
volontà
e
delle
aspirazioni
popolari
.
Uomini
politici
,
artisti
e
scienziati
,
essi
credono
di
dirigere
un
popolo
e
di
imporgli
i
propri
gusti
e
le
proprie
idee
;
in
realtà
essi
non
fanno
che
seguire
l
'
impulso
che
viene
a
loro
dal
popolo
.
E
non
soltanto
si
deve
riconoscere
che
ogni
collettività
crea
il
suo
genio
,
come
ogni
sentimento
crea
la
sua
espressione
e
come
ogni
idea
confusa
e
diffusa
si
riassume
in
un
simbolo
;
ma
bisogna
altresì
riconoscere
che
la
collettività
corregge
,
sviluppa
ed
eleva
le
conquiste
del
pensiero
e
del
sentimento
fatte
dal
genio
individuale
.
Il
genio
è
il
presente
,
vale
a
dire
il
figlio
del
passato
,
del
lavoro
oscuro
e
collettivo
di
tutta
l
'
umanità
;
ma
appunto
come
il
presente
,
è
non
soltanto
il
figlio
del
passato
,
ma
altresì
il
padre
dell
'
avvenire
;
e
perciò
,
come
tutti
i
padri
,
deve
sottomettersi
alla
fatalità
evoluzionista
che
farà
giudicare
e
modificare
le
sue
idee
e
le
sue
conquiste
dalla
folla
dei
suoi
discendenti
.
Ed
ecco
che
da
queste
semplici
osservazioni
mi
pare
scaturisca
limpidamente
una
conclusione
che
non
è
né
incerta
né
contradittoria
come
le
premesse
avrebbero
potuto
lasciar
supporre
:
la
folla
,
che
è
inferiore
all
'
individuo
nel
momento
statico
in
cui
questi
enuncia
le
sue
idee
o
mette
in
azione
le
sue
energie
volitive
,
è
viceversa
utile
e
necessaria
all
'
individuo
,
non
solo
nel
passato
per
formarlo
,
ma
anche
nell
'
avvenire
per
correggere
e
migliorare
le
sue
idee
e
le
sue
azioni
.
Io
direi
volentieri
-
e
mi
si
perdonerà
il
paragone
-
che
la
collettività
ha
nella
storia
la
identica
funzione
che
ha
la
semente
nella
vita
vegetativa
:
essa
produce
dei
frutti
meravigliosi
,
i
genii
;
quando
questi
frutti
imbalsamano
l
'
atmosfera
,
voi
dovete
riconoscere
che
nulla
li
uguaglia
né
per
il
sapore
,
né
per
l
'
odore
,
né
per
la
bellezza
:
la
semente
è
,
in
questo
minuto
,
innegabilmente
inferiore
al
suo
prodotto
:
ma
nel
cielo
della
vita
voi
dovete
riconoscere
che
questi
frutti
sono
molto
inferiori
alla
semente
,
perché
essi
non
esisterebbero
senza
questa
,
e
perché
,
se
la
terra
non
fecondasse
i
germi
che
portano
in
loro
stessi
,
la
loro
magnificenza
sarebbe
inutile
,
come
sarebbe
inutile
l
'
opera
del
genio
,
se
la
folla
non
ne
fecondasse
i
pensieri
.
IV
.
E
mi
pare
anche
che
tale
conclusione
apra
la
via
ad
illuminare
il
problema
dei
rapporti
fra
l
'
arte
e
la
folla
,
e
,
più
che
ad
illuminare
,
a
comporre
il
dissidio
tra
questi
due
termini
che
paion
oggi
tra
loro
opposti
ed
inconciliabili
.
Questo
dissidio
non
è
già
-
come
sembra
superficialmente
-
una
questione
fra
l
'
artista
e
il
pubblico
,
un
duello
fra
l
'
uno
e
i
molti
:
è
soltanto
,
ridotto
nei
suoi
veri
termini
,
una
questione
di
tempo
.
L
'
artista
,
infatti
,
può
ribellarsi
al
giudizio
della
folla
contemporanea
,
ma
non
può
ribellarsi
al
giudizio
della
folla
dei
posteri
:
egli
può
spregiare
la
moltitudine
in
mezzo
alla
quale
vive
:
non
può
spregiare
la
moltitudine
che
verrà
dopo
di
lui
.
Nel
mondo
non
vi
è
e
non
vi
può
essere
altro
criterio
per
giudicare
qualsiasi
manifestazione
intellettuale
che
l
'
adesione
dei
più
:
adesione
senza
dubbio
lenta
e
lontana
anziché
immediata
,
ma
che
rispecchia
tuttavia
un
giudizio
collettivo
,
un
giudizio
della
folla
.
E
nessun
uomo
potrebbe
pretendere
d
'
essere
un
genio
,
se
i
suoi
successori
non
lo
riconoscessero
come
tale
,
perché
la
sua
superbia
sarebbe
vana
e
risibile
quando
i
posteri
coprissero
il
suo
nome
di
silenzio
e
di
oblìo
.
Nel
campo
della
scienza
e
dell
'
arte
non
vige
il
sistema
dispotico
che
aveva
vigore
in
altri
tempi
nel
campo
politico
:
non
si
può
cioè
crearsi
principî
a
dispetto
e
contro
il
volere
della
maggioranza
.
Nel
campo
della
scienza
e
dell
'
arte
vige
il
sistema
dei
plebisciti
,
plebisciti
tanto
più
sinceri
e
coscienti
in
quanto
che
,
essendo
promulgati
dai
posteri
,
escludono
ogni
sospetto
di
corruzione
e
di
suggestione
.
E
se
,
come
io
penso
,
questa
è
una
verità
di
evidenza
assiomatica
,
confesso
che
mi
è
sempre
parso
,
non
solo
ingiusto
,
ma
strano
,
che
l
'
artista
,
per
il
solo
fatto
che
la
folla
non
sa
di
primo
acchito
interpretarlo
e
comprenderlo
,
lanci
contro
di
essa
gli
anatemi
e
le
scomuniche
della
superbia
.
Sì
,
lo
riconosciamo
.
Il
pubblico
molto
spesso
non
intende
l
'
opera
d
'
arte
che
è
chiamato
a
giudicare
:
fischiò
Rossini
alla
prima
rappresentazione
del
Barbiere
di
Siviglia
,
e
ha
fischiato
Wagner
a
quasi
tutte
le
manifestazioni
del
suo
straordinario
genio
musicale
:
lasciò
passare
sotto
silenzio
o
ferocemente
combatté
sulle
prime
,
altre
opere
di
pittura
,
di
scultura
o
di
letteratura
,
che
rimasero
poi
come
gemme
di
eterno
splendore
nell
'
arte
.
Ebbene
,
anche
ammettendo
tutto
ciò
,
e
anche
tralasciando
di
notare
che
talvolta
,
vicino
ai
verdetti
assurdi
della
folla
,
vi
sono
i
verdetti
logici
e
giusti
,
io
voglio
soltanto
chiedere
agli
artisti
superbi
:
perché
voi
soli
vi
inalberate
davanti
alla
lentezza
che
la
folla
adopera
per
comprendervi
,
mentre
questa
lentezza
dell
'
animo
collettivo
verso
le
intuizioni
del
genio
individuale
è
una
fatale
e
anche
una
benefica
necessità
,
non
solo
per
quanto
riguarda
l
'
arte
,
ma
per
tutte
le
manifestazioni
intellettuali
?
Anche
nella
scienza
,
anche
nella
politica
,
in
qualunque
ramo
dell
'
attività
umana
,
non
si
è
mai
visto
-
o
si
è
visto
assai
raramente
per
una
di
quelle
eccezioni
che
confermano
la
regola
-
che
il
pubblico
,
che
la
folla
,
abbraccino
d
'
un
subito
,
d
'
emblée
,
la
nuova
idea
che
qualche
veggente
ha
annunziato
o
la
nuova
scoperta
che
è
stata
fatta
da
qualche
genio
individuale
.
Napoleone
sorrise
quando
gli
fu
presentato
e
descritto
il
modello
di
una
nave
a
vapore
:
Thiers
affermò
in
pieno
Parlamento
francese
che
la
trazione
a
vapore
e
le
strade
ferrate
erano
un
'
utopia
,
e
che
il
mondo
non
avrebbe
avuto
mai
altro
mezzo
di
comunicazione
che
la
diligenza
a
cavalli
;
Aristotile
non
ammetteva
che
gli
uomini
nascessero
uguali
,
e
credeva
che
vi
sarebbe
sempre
stata
la
divisione
fra
liberi
e
schiavi
.
Eppure
nessuno
-
io
credo
e
spero
-
vorrà
dare
del
mediocre
a
Napoleone
,
a
Thiers
e
ad
Aristotile
.
E
perché
dunque
gli
artisti
-
pittori
,
scultori
,
o
letterati
-
si
arrogano
il
diritto
di
coprire
dei
loro
insulti
coloro
che
non
ammirano
subito
le
loro
opere
e
non
vanno
in
estasi
al
primo
momento
in
cui
le
vedono
,
le
leggono
o
le
odono
?
Perché
-
sotto
pena
d
'
esser
trattata
di
ignorante
-
la
folla
deve
avere
dinanzi
a
un
'
opera
di
Wagner
quella
celerità
d
'
intuizione
che
Napoleone
e
Thiers
non
ebbero
dinanzi
alla
scoperta
di
Watt
?
La
verità
è
che
qualunque
idea
,
prima
di
riuscir
vittoriosa
,
deve
attraversare
un
periodo
di
lotta
e
di
avversità
.
Lo
sanno
tutti
coloro
che
hanno
lottato
in
politica
per
il
raggiungimento
d
'
un
ideale
:
lo
sanno
tutti
coloro
che
hanno
lottato
nella
scienza
per
la
conquista
di
una
parte
di
quell
'
inconoscibile
che
è
ancora
infinito
.
Eppure
nel
periodo
di
lotta
,
né
gli
apostoli
e
i
martiri
,
né
gli
scienziati
,
osarono
trarre
dall
'
opposizione
che
trovarono
nell
'
ambiente
che
li
circondava
ragione
di
insultante
disprezzo
verso
la
folla
,
la
quale
non
sapeva
e
non
poteva
a
tutta
prima
comprenderli
.
Più
modesti
,
appunto
perché
più
forti
e
più
degni
,
di
certi
superbi
artisti
moderni
,
essi
intendevano
che
nella
folla
l
'
effetto
d
'
un
'
idea
o
d
'
una
immagine
non
può
sempre
ottenersi
immediatamente
,
come
scintilla
che
si
sprigioni
da
un
attrito
improvviso
,
ma
deve
propagarsi
a
poco
a
poco
come
quando
si
getta
un
sasso
nell
'
acqua
e
le
onde
si
formano
sempre
più
grandi
e
più
lontane
fino
alla
riva
.
Essi
intendevano
che
le
abitudini
ereditarie
e
il
misoneismo
-
assai
più
che
l
'
ignoranza
o
il
cervello
ristretto
-
impediscono
al
pubblico
di
far
buon
viso
alla
novità
che
s
'
annuncia
e
che
lo
turba
per
un
senso
indefinibile
che
è
di
sorpresa
e
di
paura
insieme
.
E
aspettavano
pazienti
dal
tempo
quell
'
applauso
e
quell
'
adesione
che
i
contemporanei
negavan
loro
,
senza
per
questo
bollare
di
incapacità
e
di
idiozia
-
come
ora
pare
che
s
'
usi
-
coloro
che
non
li
comprendevano
.
Ripetiamolo
dunque
ancora
una
volta
:
non
si
può
pretendere
dalla
folla
una
grande
celerità
di
intuizione
davanti
a
un
'
opera
d
'
arte
,
e
non
si
deve
-
per
questa
mancanza
di
celerità
-
insultarla
.
Anche
l
'
uomo
isolato
non
possiede
sempre
questa
celerità
d
'
intuizione
davanti
alle
opere
d
'
arte
o
ad
altre
manifestazioni
intellettuali
o
ad
altri
problemi
.
Non
tutti
i
poeti
sono
estemporanei
,
non
tutti
gli
uomini
di
ingegno
sono
oratori
improvvisati
:
ma
non
per
questo
si
potrà
disprezzare
chi
manca
di
queste
facoltà
d
'
improvvisazione
.
Anzi
,
forse
il
vero
poeta
,
come
il
vero
scienziato
,
coloro
cioè
che
resteranno
nella
storia
per
opere
eterne
,
sono
appunto
quelli
che
mancano
di
queste
doti
appariscenti
e
suggestive
.
Orbene
,
la
folla
è
,
nella
sua
immensa
anima
collettiva
,
come
uno
di
quegli
individui
il
cui
ingegno
non
sa
manifestarsi
istantaneamente
e
che
,
colto
all
'
improvviso
,
fa
una
figura
minore
di
quella
che
merita
,
ma
che
viceversa
-
se
gli
lasciate
il
tempo
e
la
riflessione
-
sa
darvi
il
capolavoro
.
Gli
è
perciò
che
invece
dell
'
antitesi
che
una
gran
parte
di
individui
superiori
sentono
fra
essi
e
la
folla
,
invece
del
disprezzo
con
cui
la
coprono
,
quasi
essa
non
fosse
che
il
corpus
vile
su
cui
i
genii
possono
tentare
,
come
i
medici
negli
ospedali
,
le
loro
esperienze
,
io
vorrei
si
sviluppasse
tra
gli
artisti
e
la
folla
un
sentimento
di
amore
e
di
solidarietà
.
Sentimento
di
solidarietà
che
produrrebbe
,
anziché
la
mala
pianta
d
'
uno
sterile
orgoglio
,
una
modestia
feconda
,
insegnando
che
,
come
il
pensiero
non
è
che
l
'
opera
misteriosa
di
migliaia
di
cellule
celebrali
,
ciascuna
delle
quali
isolata
nulla
potrebbe
,
così
l
'
artista
geniale
e
l
'
opera
sua
non
sono
che
la
risultante
individuale
e
simbolica
del
lavoro
collettivo
di
milioni
di
uomini
,
ciascuno
dei
quali
,
isolato
,
non
potrebbe
né
pensare
,
né
agire
,
né
vivere
.
Sentimento
di
solidarietà
,
che
fugherebbe
la
nera
nube
del
pessimismo
contemporaneo
,
per
cui
da
certi
superuomini
si
disprezza
la
folla
come
un
'
accozzaglia
di
bruti
,
indegna
persino
di
ricevere
il
dono
di
un
'
opera
d
'
arte
,
e
svilupperebbe
invece
la
luce
limpida
e
ferma
di
un
sano
ottimismo
,
in
nome
del
quale
si
sentirebbe
il
fraterno
dovere
di
lavorare
per
l
'
elevazione
intellettuale
e
per
la
redenzione
morale
di
questa
folla
.
Ah
!
io
non
so
come
vi
possano
essere
ancora
taluni
scettici
e
pessimisti
i
quali
sostengono
che
la
vita
non
vale
la
pena
d
'
esser
vissuta
,
giacché
l
'
uomo
di
genio
non
è
compreso
,
e
l
'
uomo
onesto
è
sopraffatto
dal
furbo
.
Ma
questo
è
un
calcolo
miope
e
utilitario
!
E
chi
lo
fa
non
può
essere
che
un
perverso
o
un
ammalato
.
Vi
sono
tante
miserie
,
tanti
dolori
,
tante
ignoranze
,
e
non
si
sente
che
solo
per
la
divina
poesia
di
alleviare
una
di
queste
miserie
o
uno
di
questi
dolori
,
per
combattere
una
sola
di
queste
ignoranze
,
varrebbe
la
pena
di
vivere
?
E
deve
essere
l
'
arte
,
e
devon
esser
gli
artisti
che
dànno
questo
triste
esempio
di
superbia
e
di
egoismo
,
spregiando
la
folla
e
allontanandosi
da
lei
come
da
un
ambiente
mefitico
?
No
.
Dal
campo
sereno
dell
'
arte
deve
venire
e
verrà
-
io
ne
son
certo
-
ben
altro
esempio
.
Gli
artisti
,
questi
milionari
dell
'
ingegno
,
non
devono
imitare
certi
milionari
del
danaro
che
tengon
tutte
le
loro
ricchezze
per
sé
e
sprezzano
chi
non
ne
possiede
di
equivalenti
.
Essi
devono
riconoscere
,
anzitutto
,
che
la
loro
ricchezza
,
il
genio
,
è
come
l
'
oro
del
capitalista
,
il
frutto
del
lavoro
incosciente
ed
ereditario
di
migliaia
e
migliaia
di
uomini
e
non
un
loro
esclusivo
merito
personale
:
devono
sentire
inoltre
che
il
loro
dovere
è
di
gettare
questa
ricchezza
nel
crogiuolo
dell
'
anima
collettiva
per
farla
feconda
,
come
il
dovere
del
ricco
è
rimettere
il
suo
oro
in
circolazione
,
per
aumentare
la
prosperità
di
un
paese
.
Che
importa
se
sulle
prime
non
saranno
compresi
,
come
il
ricco
che
dispensa
il
suo
danaro
raccoglie
sulle
prime
,
non
riconoscenza
,
ma
ingratitudine
?
La
riconoscenza
,
che
è
rara
nell
'
individuo
,
è
sempre
sicura
quantunque
assai
lenta
,
nella
folla
,
ed
ha
un
nome
dinanzi
al
quale
il
più
rigido
degli
aristocratici
,
il
più
logico
degli
individualisti
,
e
il
più
superbo
degli
artisti
si
deve
inchinare
,
perché
si
chiama
la
Gloria
.
CAPITOLO
TERZO
La
folla
e
Gabriele
D
'
Annunzio
Se
ci
pungesse
il
desiderio
di
estrarre
dalle
opere
dei
grandi
autori
le
pagine
che
essi
scrissero
per
insultare
e
per
diffamare
la
folla
,
noi
compiremmo
un
'
opera
molto
lunga
e
forse
vana
di
erudizione
.
La
folla
è
sempre
stata
nella
letteratura
un
oggetto
di
dispregio
e
contro
di
essa
furono
scagliati
sempre
dalla
superbia
degli
individui
gli
strali
della
più
rovente
ironia
.
Pure
in
questo
odio
-
come
forse
in
tutti
gli
odî
-
non
era
che
una
trasformazione
di
un
inconfessato
amore
e
di
un
desiderio
inconscio
.
Della
moltitudine
esecrata
,
anche
il
più
egoarchico
degli
autori
ambiva
l
'
applauso
:
della
plebe
diffamata
anche
il
più
aristocratico
degli
uomini
non
sdegnava
il
suffragio
.
E
una
intima
contraddizione
annullava
quindi
il
valore
di
certe
pagine
,
dettate
dall
'
orgoglio
e
rinnegate
dalla
vanità
.
Vorrei
dire
,
se
la
similitudine
non
sembrasse
azzardata
,
che
l
'
attitudine
di
molti
letterati
verso
la
folla
fu
eguale
a
quella
di
molti
filosofi
verso
la
donna
.
Teoricamente
gli
uni
e
gli
altri
dimostravano
un
disprezzo
che
in
pratica
si
risolveva
in
un
desiderio
.
La
folla
e
la
donna
sono
le
due
più
grandi
incognite
psicologiche
che
abbiano
affaticato
il
cervello
e
turbato
i
sensi
dell
'
uomo
.
Sono
le
due
sfingi
che
hanno
proposto
sempre
i
più
insolubili
enigmi
.
E
spesso
il
non
saper
risolvere
questi
enigmi
persuadeva
,
per
vendetta
,
all
'
ingiuria
contro
la
sfinge
.
L
'
individuo
è
,
di
fronte
alla
folla
,
nella
stessa
condizione
psicologica
dell
'
amante
dinanzi
all
'
amata
:
egli
è
dominato
da
un
tumulto
di
sensazioni
varie
e
contradditorie
che
possono
però
riassumersi
tutte
in
questa
nota
fondamentale
:
il
desiderio
del
possesso
e
della
conquista
.
L
'
amore
e
l
'
ambizione
non
hanno
altro
scopo
:
possedere
una
donna
,
conquistare
una
moltitudine
.
E
come
,
in
ultima
analisi
,
due
amanti
non
sono
che
due
avversarî
inconsci
dalla
cui
lotta
esce
,
risultato
fisiologicamente
fecondo
,
l
'
amore
,
così
l
'
individuo
e
la
folla
non
sono
che
due
nemici
fatali
dalla
cui
antitesi
esce
,
risultato
socialmente
fecondo
,
il
progresso
.
La
vita
è
sempre
e
soltanto
un
duello
;
o
tra
due
individui
,
o
tra
un
individuo
e
la
moltitudine
.
Forse
colui
che
intuì
più
profondamente
e
più
genialmente
questa
condizione
necessaria
della
vita
,
colui
che
ebbe
la
più
esatta
visione
della
psicologia
amorosa
come
della
psicologia
collettiva
,
fu
Gabriele
D
'
Annunzio
.
Nell
'
opera
del
poeta
io
ho
visto
balenare
quella
verità
scientifica
che
mi
affatico
modestamente
da
tempo
a
mettere
in
luce
.
Altrove
*
ho
già
cercato
di
dimostrare
che
la
Nave
è
-
prescindendo
dai
meriti
letterarî
e
teatrali
della
tragedia
-
una
mirabile
ricostruzione
di
psicologia
collettiva
primitiva
,
perché
l
'
anima
della
folla
barbara
vi
palpita
e
freme
come
in
pochissime
altre
opere
d
'
arte
.
Ma
non
una
sola
tragedia
Gabriele
D
'
Annunzio
intendeva
dedicare
al
mistero
dell
'
anima
collettiva
.
Quando
apparve
la
Nave
,
io
mi
risovvenni
che
alcuni
anni
innanzi
il
poeta
aveva
annunziato
fra
le
sue
prossime
opere
una
che
portava
il
titolo
:
La
tragedia
della
folla
,
e
gli
scrissi
chiedendogli
se
per
avventura
la
Nave
non
fosse
,
sotto
altro
titolo
,
la
stessa
cosa
della
Tragedia
della
folla
.
Egli
rispose
così
:
"
Nella
Tragedia
della
folla
intendevo
di
rappresentare
per
cinque
episodi
i
vasti
movimenti
dell
'
anima
innumerevole
.
I
titoli
degli
episodi
basteranno
forse
a
darle
un
'
idea
chiara
del
mio
intendimento
:
la
Fame
,
la
Pestilenza
,
la
Paura
,
la
Ribellione
,
la
Vittoria
.
Ciascun
episodio
si
svolgeva
fra
il
Protagonista
e
la
Folla
.
I
protagonisti
erano
:
un
Condottiere
,
un
Santo
,
una
Sibilla
,
un
Tribuno
,
un
Messo
:
tipi
di
grande
potenza
ideale
,
ora
dominatori
,
ora
inspiratori
,
ora
travolti
:
una
voce
e
un
cuore
contro
mille
e
mille
voci
,
contro
mille
e
mille
cuori
.
La
rappresentazione
doveva
esser
fatta
"
sotto
la
specie
dell
'
eterno
"
.
Difficile
era
il
còmpito
.
Ma
quale
ebbrezza
scrivere
un
poema
per
grande
orchestra
!
La
mancanza
dell
'
orchestra
(
cioè
degli
esecutori
)
e
del
teatro
adatto
mi
sconfidò
.
Una
parte
dei
miei
studî
e
delle
mie
divinazioni
passò
in
certe
scene
della
Nave
"
.
Appare
chiaro
,
dunque
,
che
non
per
una
fuggevole
inspirazione
,
ma
per
meditato
proposito
Gabriele
D
'
Annunzio
volle
studiare
e
studiò
"
i
vasti
movimenti
dell
'
anima
innumerevole
"
.
Appare
chiaro
,
altresì
,
che
egli
intese
appunto
la
psicologia
collettiva
come
un
duello
fra
il
Protagonista
e
la
Folla
.
Nella
Nave
non
è
che
un
frammento
di
quest
'
opera
vasta
,
non
è
che
un
episodio
di
questa
storia
.
Ma
frammento
ed
episodio
bastano
a
far
intendere
il
concetto
dell
'
autore
.
Diceva
Baudelaire
che
fra
tutti
i
diritti
di
cui
troppo
si
parla
uno
ve
n
'
è
che
è
stato
dimenticato
e
alla
dimostrazione
del
quale
ognuno
è
interessato
:
il
diritto
di
contraddirsi
.
Gabriele
D
'
Annunzio
ha
molto
usufruito
di
questo
diritto
.
Credo
,
del
resto
,
non
esista
opera
di
scrittore
nella
quale
non
sia
facile
cogliere
numerose
contraddizioni
.
Confrontando
le
Vergini
delle
Rocce
col
Fuoco
-
i
due
romanzi
ove
il
poeta
meglio
e
maggiormente
analizza
dal
lato
politico
-
filosofico
e
dal
lato
estetico
-
psicologico
l
'
anima
collettiva
-
noi
potremmo
comporre
un
'
antologia
di
pagine
ugualmente
belle
ma
il
cui
significato
è
perfettamente
contrario
.
Nelle
Vergini
delle
Rocce
,
-
opera
compiuta
dopo
un
periodo
di
vita
romana
,
durante
il
quale
le
bassezze
e
le
viltà
del
mondo
affaristico
-
parlamentare
avevano
determinato
nel
poeta
una
reazione
ultra
-
aristocratica
,
-
la
folla
è
il
bersaglio
di
tutte
le
critiche
,
di
tutte
le
ironie
,
di
tutto
il
profondo
disprezzo
del
superuomo
nauseato
dalla
indegna
democrazia
invadente
.
Nel
Fuoco
-
opera
compiuta
sotto
l
'
inspirazione
di
una
attrice
grandissima
"
che
pareva
portare
nelle
pieghe
delle
sue
vesti
raccolta
e
muta
la
frenesia
delle
moltitudini
lontane
da
cui
ella
aveva
sollevato
il
brivido
fulmineo
e
divino
dell
'
arte
con
un
grido
di
passione
e
con
un
silenzio
di
morte
"
,
-
nel
Fuoco
il
poeta
intese
,
per
virtù
dell
'
inspiratrice
,
che
cosa
veramente
fosse
la
folla
...
Non
già
che
mutasse
o
dovesse
mutare
il
giudizio
politico
intorno
alla
moltitudine
.
Credo
che
Gabriele
D
'
Annunzio
,
malgrado
sia
stato
deputato
,
giudichi
ancora
i
suoi
ex
-
colleghi
come
li
giudicava
nelle
Vergini
delle
Rocce
(
pag
.
69
)
:
-
"
gli
stallieri
della
Gran
Bestia
vociferanti
nell
'
Assemblea
"
;
e
credo
ch
'
egli
abbia
ancor
fede
in
questo
assurdo
assolutista
:
"
essere
lo
Stato
eretto
sulle
basi
del
suffragio
e
dell
'
eguaglianza
,
una
costruzione
ignobile
e
anche
precaria
"
(
pag
.
73
)
.
Ma
è
mutata
-
dalle
Vergini
al
Fuoco
-
la
concezione
psicologica
ed
estetica
della
folla
.
Ciò
che
egli
riteneva
sterile
,
diventa
fecondo
.
Il
contatto
colla
moltitudine
ch
'
egli
insultava
come
una
degradazione
,
diventa
invece
un
'
elevazione
per
l
'
individuo
.
Egli
comprende
cioè
che
non
solo
l
'
individuo
non
s
'
abbassa
a
comunicar
colla
folla
,
ma
riceve
anzi
da
questa
sensazioni
e
pensieri
che
nel
suo
cuore
e
nel
suo
cervello
solitari
non
sarebbero
sorti
mai
;
sente
insomma
aumentarsi
,
al
contatto
dell
'
anima
collettiva
,
il
vigore
e
il
valore
della
sua
cenestesi
.
Nelle
Vergini
delle
Rocce
,
questo
era
il
vangelo
dell
'
Ammonitore
:
-
"
A
giudicarne
dalla
qualità
dei
tuoi
pensieri
,
tu
sembri
contaminato
dalla
folla
o
preso
da
una
femmina
.
Per
aver
attraversato
la
folla
che
ti
guardava
,
ecco
,
tu
già
ti
senti
diminuito
dinnanzi
a
te
medesimo
.
Non
vedi
tu
gli
uomini
che
la
frequentano
divenire
infecondi
come
i
muli
?
Lo
sguardo
della
folla
è
peggio
che
un
getto
di
fango
:
il
suo
alito
è
pestifero
.
Vattene
lontano
mentre
la
cloaca
si
scarica
"
(
pag
.
98
)
.
Nel
Fuoco
,
il
vangelo
è
profondamente
diverso
.
Gabriele
D
'
Annunzio
,
che
aveva
rovesciato
tutta
la
dovizia
dei
suoi
più
insultanti
aggettivi
addosso
alla
plebe
,
ne
riconosce
l
'
oscura
potenza
animatrice
,
e
scrive
ripetendo
la
verità
profonda
enunciata
da
Riccardo
Wagner
:
"
il
solo
creatore
dell
'
opera
d
'
arte
è
il
popolo
e
l
'
artista
può
soltanto
cogliere
ed
esprimere
la
creazione
del
popolo
inconsapevole
"
.
Quale
abisso
tra
questa
doverosa
constatazione
e
le
pagine
delle
Vergini
delle
Rocce
,
ove
il
popolo
non
era
che
un
gregge
imbelle
e
idiota
contro
cui
non
potevansi
e
non
dovevansi
adoperare
che
fruste
sibilanti
!
Ma
l
'
ammenda
migliore
che
il
poeta
fa
delle
antiche
sue
teorie
è
in
questa
pagina
,
della
quale
non
ne
conosco
una
psicologicamente
più
bella
:
-
"
...
il
sentimento
straordinario
di
cui
egli
(
Stelio
Effrena
)
erasi
stupito
quando
dal
trono
dei
Dogi
parlava
alla
folla
,
tornò
ad
occuparlo
.
Nella
comunione
tra
la
sua
anima
e
l
'
anima
della
folla
un
mistero
era
sopravvenuto
,
quasi
divino
:
qualche
cosa
di
più
grande
e
di
più
forte
erasi
aggiunto
al
sentimento
ch
'
egli
aveva
della
sua
persona
consueta
;
un
ignoto
potere
era
parso
convergere
in
lui
,
abolendo
i
confini
della
persona
particolare
e
conferendo
alla
voce
solitaria
la
concordia
di
un
coro
.
V
'
era
dunque
nella
moltitudine
una
bellezza
riposta
donde
il
poeta
e
l
'
eroe
soltanto
poteano
trarre
baleni
.
Quando
quella
bellezza
si
rivelava
per
l
'
improvviso
clamore
alzato
nel
teatro
o
sulla
piazza
pubblica
o
sulla
trincea
,
allora
un
torrente
di
gioia
gonfiava
il
cuore
di
colui
che
aveva
saputo
suscitarla
col
verso
,
con
l
'
arringa
,
col
segno
della
spada
.
La
parola
del
poeta
comunicata
alla
folla
era
dunque
un
atto
,
come
il
gesto
dell
'
eroe
.
Era
un
atto
che
creava
dall
'
oscurità
dell
'
anima
innumerevole
un
'
istantanea
bellezza
,
come
uno
statuario
portentoso
potrebbe
da
una
mole
d
'
argilla
trarre
con
un
sol
tocco
del
suo
pollice
plastico
una
statua
divina
"
.
Or
dunque
:
quella
moltitudine
che
nelle
Vergini
delle
Rocce
era
definita
"
una
cloaca
"
e
rendeva
gli
uomini
"
infecondi
come
i
muli
"
,
nel
Fuoco
diventa
una
miniera
"
che
possiede
una
sua
bellezza
riposta
"
e
che
suscita
nell
'
individuo
l
'
impulso
fecondo
per
creare
statue
divine
...
Riconoscere
che
nella
moltitudine
è
questo
inconscio
potere
:
confessare
che
essa
è
necessaria
al
genio
come
la
terra
al
seme
,
come
la
donna
all
'
uomo
,
per
creare
:
rispettarla
come
la
collaboratrice
anonima
e
oscura
di
ogni
cosa
grande
e
bella
che
sia
apparsa
nel
mondo
,
-
ecco
ciò
che
Gabriele
D
'
Annunzio
afferma
nella
sua
lucida
prosa
meravigliosa
.
Ed
ecco
ciò
che
io
volevo
constatare
.
Null
'
altro
.
CAPITOLO
QUARTO
L
'
opinione
pubblica
Che
cosa
è
la
pubblica
opinione
?
Tutti
,
nominandola
,
si
illudono
di
sapere
che
cosa
sia
;
in
realtà
nessuno
saprebbe
-
e
forse
potrebbe
-
definirla
esattamente
.
È
,
nel
mondo
,
quello
che
è
Dio
in
cielo
:
un
giudice
invisibile
impersonale
e
temuto
;
è
,
come
la
religione
,
una
potenza
arcana
,
in
nome
della
quale
si
sono
compiuti
i
più
sublimi
eroismi
e
le
più
abbiette
iniquità
;
è
,
come
la
legge
,
invocata
e
interpretata
,
a
torto
o
a
ragione
,
in
ogni
momento
della
vita
;
è
,
come
la
forza
,
sostenitrice
a
volte
del
diritto
,
più
spesso
dell
'
errore
;
è
,
infine
,
come
una
bandiera
,
disposta
a
volgersi
sempre
dalla
parte
donde
spira
il
vento
.
E
se
si
volesse
azzardare
su
di
essa
una
definizione
,
non
si
potrebbe
che
applicarle
la
frase
ironica
che
Pauline
de
Grandpré
applicava
alla
donna
:
on
peut
dire
sur
son
compte
tout
ce
qu
'
on
voudra
,
on
trouvera
toujours
une
raison
.
Forse
è
per
questo
suo
carattere
indefinibile
che
la
pubblica
opinione
è
stata
finora
così
poco
studiata
.
Essa
è
,
socialmente
,
un
fenomeno
inafferrabile
,
direi
quasi
-
se
la
parola
non
facesse
sorridere
-
che
è
psicologicamente
un
'
anguilla
,
poiché
quando
credete
di
averla
presa
vi
sfugge
da
tutte
le
parti
.
Quali
sono
le
cause
che
la
producono
?
Quali
le
leggi
che
la
governano
?
E
,
anzitutto
,
di
chi
e
di
quanti
è
composta
?
A
queste
domande
noi
tenteremo
rispondere
.
I
.
Ruggero
Bonghi
,
in
un
memorabile
discorso
tenuto
alla
Camera
nel
1873
,
cercò
di
mettere
a
questo
studio
un
principio
d
'
ordine
,
scrivendo
:
"
Non
bisogna
credere
o
fingere
di
credere
che
ogni
manifestazione
di
animo
esprima
davvero
una
pubblica
opinione
.
L
'
opinione
pubblica
per
avere
autorità
deve
essere
vera
,
certa
,
ed
avere
fondamento
sul
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
"
.
Parole
d
'
oro
,
ma
parole
vane
.
È
sempre
possibile
-
in
pratica
-
distinguere
la
vera
opinione
pubblica
definita
dal
Bonghi
,
da
quella
che
manca
dei
caratteri
che
egli
ritiene
necessarii
a
formarla
?
Chi
,
e
dove
sarà
il
giudice
supremo
il
quale
sentenzierà
,
volta
per
volta
,
che
una
data
corrente
dello
spirito
pubblico
merita
o
non
merita
il
nome
di
pubblica
opinione
?
Con
qual
mezzo
aritmetico
si
potrà
sicuramente
affermare
che
la
maggioranza
pensa
in
un
dato
modo
,
e
con
qual
criterio
sociologico
si
potranno
sicuramente
distinguere
le
menti
colte
di
un
paese
dalle
menti
incolte
?
E
dato
anche
,
per
una
ipotesi
inverosimile
,
che
questa
difficilissima
operazione
di
matematica
psicologica
fosse
possibile
,
quale
ne
sarebbe
praticamente
il
frutto
?
Vi
sono
molti
casi
in
cui
è
notorio
che
l
'
opinione
pubblica
prevalente
non
è
fondata
sul
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
;
e
si
può
forse
,
per
questo
,
non
tener
conto
di
quella
opinione
?
Individui
o
collettività
,
sudditi
o
governanti
,
tutti
siamo
spesse
volte
in
balìa
della
cosidetta
opinione
pubblica
,
qualunque
essa
sia
e
in
qualunque
modo
si
sia
formata
.
Pretendere
che
si
cerchi
se
essa
rappresenta
davvero
la
maggioranza
delle
persone
colte
,
è
una
ingenuità
:
la
si
teme
o
la
si
segue
anche
avendo
la
certezza
che
essa
non
possiede
i
caratteri
di
cui
Ruggero
Bonghi
la
voleva
fornita
;
e
i
governi
se
ne
devono
preoccupare
,
venga
essa
dall
'
ignoranza
di
migliaia
di
contadini
,
o
dall
'
intelligenza
di
alcune
personalità
superiori
.
Prendiamo
due
esami
relativamente
recenti
,
per
spiegar
meglio
il
nostro
pensiero
.
Dopo
il
disastro
di
Adua
si
manifestò
in
Italia
un
'
opinione
pubblica
sul
nuovo
indirizzo
da
dare
alla
nostra
politica
in
Africa
,
che
portò
all
Ministero
,
con
l
'
appoggio
degli
stessi
radicali
e
dei
socialisti
,
il
marchese
Di
Rudinì
.
Era
quella
una
vera
opinione
pubblica
?
Noi
non
osiamo
dirlo
:
ma
constatiamo
il
fatto
che
essa
,
due
anni
dopo
,
era
completamente
mutata
,
tanto
è
vero
che
il
Ministero
Rudinì
dovette
dare
le
dimissioni
.
Orbene
:
sia
stata
falsa
l
'
opinione
pubblica
del
1896
,
o
quella
del
1898
-
e
una
delle
due
deve
esserlo
stata
di
certo
-
una
cosa
è
fuori
di
dubbio
:
che
in
entrambi
i
casi
si
è
ceduto
all
'
opinione
pubblica
,
senza
troppo
sottilizzare
se
essa
era
o
non
era
costituita
dalla
maggioranza
delle
persone
colte
del
paese
.
Era
l
'
opinione
pubblica
-
e
bastava
,
perché
vi
si
obbedisse
come
ad
un
despota
.
Il
secondo
esempio
che
voglio
recare
,
è
ancor
più
calzante
.
Si
tratta
della
questione
Dreyfus
.
Qual
parte
ha
giuocato
-
in
questo
infame
e
famoso
affare
-
l
'
opinione
pubblica
francese
?
Unanime
,
prima
,
nel
negare
la
revisione
del
processo
,
quasi
unanime
,
dopo
,
nel
chiederla
ad
alte
grida
.
L
'
opinione
pubblica
di
prima
aveva
torto
:
non
era
né
vera
,
né
certa
,
come
la
vuole
il
Bonghi
:
era
il
risultato
patologico
d
'
una
suggestione
imposta
dalla
perfidia
di
alcuni
e
subìta
dalla
ingenuità
patriottica
di
quasi
tutti
:
eppure
sarebbe
stato
possibile
non
tener
conto
di
quell
'
opinione
?
Voi
l
'
avete
visto
:
in
una
memoranda
seduta
-
del
7
luglio
1898
-
tutta
la
Camera
francese
si
inchinò
pecorilmente
a
quell
'
opinione
pubblica
,
decretando
l
'
affissione
in
tutti
i
comuni
della
Repubblica
del
discorso
di
Cavaignac
.
E
Ruggero
Bonghi
avrebbe
dovuto
ammettere
che
la
Camera
dei
deputati
rappresenta
le
menti
colte
d
'
un
paese
,
e
che
quindi
un
suo
plebiscito
è
un
plebiscito
cosciente
e
sensato
.
Io
-
modestamente
-
giudico
in
modo
diverso
i
Parlamenti
ma
non
è
qui
il
luogo
di
dirne
il
perché
e
del
resto
alla
mia
tesi
attuale
,
il
perché
non
importa
.
La
conseguenza
a
cui
volevo
arrivare
,
e
a
cui
mi
sembra
di
essere
arrivato
,
è
questa
:
1°
L
'
opinione
pubblica
si
impone
,
anche
quando
non
è
formata
dal
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
;
2°
Anche
il
pensiero
degli
uomini
colti
può
essere
figlio
di
un
'
impressione
improvvisa
,
erronea
o
rettificabile
(
come
nel
caso
della
Camera
francese
)
e
quindi
non
basta
-
per
riconoscere
autorità
all
'
opinione
pubblica
-
il
dimostrare
che
essa
è
fondata
sulla
maggioranza
delle
persone
colte
.
Queste
,
come
gli
ignoranti
,
si
possono
sbagliare
.
L
'
avvocato
G
.
A
.
Pugliese
-
in
un
breve
ma
acuto
articolo
*
-
s
'
accorse
che
la
definizione
dell
'
opinione
pubblica
tentata
dal
Bonghi
non
era
completa
,
e
propose
di
aggiungere
-
ai
caratteri
di
cui
la
voleva
fornita
il
Bonghi
-
un
altro
:
che
essa
riposi
su
un
costante
stato
d
'
animo
.
Così
-
egli
pensava
-
non
si
scambierà
per
vera
opinione
pubblica
quella
che
in
Francia
negava
la
revisione
del
processo
Dreyfus
,
giacché
essa
non
fu
costante
.
E
aggiungeva
:
"
dicesi
che
in
materia
di
appalti
di
opere
pubbliche
il
vero
collaudo
viene
dato
dal
tempo
:
ebbene
,
a
me
pare
che
anche
il
battesimo
di
vera
pubblica
opinione
debba
attendersi
dal
tempo
"
.
La
similitudine
è
bella
,
ma
io
son
tentato
di
ripetere
a
questo
proposito
:
parole
d
'
oro
,
ma
parole
vane
.
Anzitutto
si
potrebbe
chiedere
all
'
avvocato
Pugliese
:
quanto
tempo
occorre
...
perché
avvenga
il
collaudo
?
Quando
si
potrà
dire
che
una
data
opinione
pubblica
è
vera
e
certa
?
Dopo
dieci
anni
,
dopo
venti
,
dopo
trenta
?
In
secondo
luogo
-
ammesso
che
si
trovi
questo
limite
di
tempo
,
che
a
me
pare
introvabile
-
non
sarebbe
ciò
una
soddisfazione
puramente
platonica
?
Dato
,
per
esempio
,
che
oggi
si
manifesti
una
corrente
dello
spirito
pubblico
,
dovremo
,
e
potremo
noi
,
trascurarla
,
e
pacificamente
attendere
,
per
tenerne
calcolo
,
che
sia
passato
...
un
quarto
di
secolo
?
In
terzo
luogo
,
non
è
evidente
che
una
simile
opinione
pubblica
non
sarebbe
più
un
'
opinione
pubblica
,
ma
qualche
cosa
che
assomiglia
molto
alla
tradizione
?
Che
cosa
è
,
infatti
,
la
tradizione
se
non
un
'
opinione
pubblica
che
si
è
fissata
e
cristallizzata
nel
popolo
?
Or
dunque
-
s
'
io
non
mi
sbaglio
-
le
definizioni
tentate
dal
Bonghi
e
dal
Pugliese
non
sono
complete
,
né
,
se
lo
fossero
,
sarebbero
pratiche
.
In
conclusione
,
i
due
autori
citati
si
limitano
ad
affermare
che
la
vera
opinione
pubblica
è
quella
che
dalle
persone
di
senno
,
dal
tempo
,
e
dagli
avvenimenti
è
stata
riconosciuta
per
giusta
.
Una
definizione
,
come
si
vede
,
che
potrebbe
portar
la
firma
di
Monsieur
de
la
Palisse
;
ma
che
,
pur
essendo
una
verità
,
non
è
feconda
di
nessuna
conseguenza
.
Io
credo
che
nel
problema
che
ci
occupa
,
non
si
debbano
cercare
a
priori
delle
definizioni
-
le
quali
,
come
diceva
argutamente
il
Lombroso
,
tolte
le
geometriche
,
sono
tutte
inesatte
-
ma
si
debba
piuttosto
tentar
di
studiare
in
qual
modo
l
'
opinione
pubblica
si
forma
e
da
quali
strane
e
oscure
leggi
psicologiche
è
governata
.
La
definizione
non
è
che
la
sintesi
della
descrizione
di
un
fenomeno
:
ed
è
manifestamente
un
errore
il
volere
esporre
la
sintesi
prima
di
aver
fatto
l
'
analisi
.
Distinguere
l
'
opinione
pubblica
vera
e
certa
da
quella
non
vera
ed
incerta
,
mi
sembra
impresa
molto
difficile
,
prima
di
avere
bene
stabilito
che
cosa
è
l
'
opinione
pubblica
.
E
per
stabilire
che
cosa
è
l
'
opinione
pubblica
,
bisogna
anzitutto
sapere
-
o
per
lo
meno
cercar
di
sapere
-
che
cosa
è
il
pubblico
.
Noi
,
quindi
,
fedeli
a
queste
idee
che
son
quelle
del
metodo
positivo
,
analizzeremo
in
primo
luogo
l
'
ente
collettivo
che
si
chiama
pubblico
e
cercheremo
di
isolarlo
dagli
altri
enti
collettivi
coi
quali
generalmente
e
facilmente
lo
si
confonde
;
in
secondo
luogo
studieremo
come
nel
pubblico
si
vengano
formando
,
a
poco
a
poco
o
d
'
un
tratto
,
fisiologicamente
o
patologicamente
,
le
varie
opinioni
;
infine
cercheremo
di
determinare
quali
siano
i
caratteri
per
cui
si
può
riconoscere
se
una
data
opinione
del
pubblico
è
attendibile
,
e
se
quindi
deve
o
non
deve
essere
rispettata
e
seguita
.
Questa
è
,
secondo
il
nostro
sommesso
parere
,
l
'
unica
strada
che
ci
potrà
condurre
,
non
a
svelare
interamente
(
l
'
affermazione
sarebbe
superba
)
ma
almeno
a
rendere
meno
nebuloso
quel
mistero
di
psicologia
collettiva
che
chiamasi
opinione
pubblica
,
e
che
nel
mondo
moderno
ha
una
così
grande
e
pericolosa
influenza
.
II
.
Pubblico
è
una
parola
che
,
come
tutte
quelle
che
non
indicano
un
oggetto
materialmente
definito
,
ha
un
significato
molto
vago
ed
elastico
.
Sappiamo
,
all
'
ingrosso
,
che
cosa
vuol
dire
ma
saremmo
imbarazzatissimi
a
precisarlo
.
Si
dice
:
il
pubblico
di
un
teatro
,
d
'
un
'
assemblea
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
determinato
,
che
si
restringe
a
quelle
persone
che
erano
in
teatro
o
assistevano
all
'
assemblea
,
ed
è
sinonimo
di
folla
.
Si
dice
:
il
tal
libro
ha
avuto
un
gran
successo
nel
pubblico
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
meno
specifico
;
non
si
riferisce
più
a
un
dato
numero
di
persone
riunite
,
non
è
quindi
più
sinonimo
di
folla
,
ma
comprende
una
data
parte
della
popolazione
sparsa
anziché
riunita
,
che
si
intende
e
si
interessa
di
arte
,
di
letteratura
o
di
scienza
.
Si
dice
ancora
:
sulla
data
questione
politica
-
poniamo
una
guerra
-
il
pubblico
ha
la
data
opinione
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
ancor
più
generale
:
non
si
riferisce
soltanto
ad
una
parte
della
popolazione
,
a
quella
o
questa
classe
o
casta
o
scuola
o
partito
,
ma
comprende
tutto
il
popolo
,
talvolta
molti
popoli
,
talvolta
tutto
il
mondo
civile
.
In
quali
di
questi
significati
va
intesa
la
parola
pubblico
?
Per
rispondere
a
tale
domanda
,
bisogna
rifarci
un
po
'
indietro
ed
esaminare
l
'
evoluzione
che
ha
seguito
nel
tempo
quell
'
organismo
complesso
ed
indeterminato
che
oggi
indichiamo
col
nome
di
pubblico
.
Se
noi
volgiamo
uno
sguardo
ai
più
bassi
regni
dell
'
animalità
,
vediamo
che
in
essi
il
carattere
dominante
è
l
'
individualità
assoluta
.
"
Des
êtres
d
'
espèces
multiples
-
scrive
l
'
Espinas
-
et
dont
le
nombre
est
prodigieux
,
vivent
dans
les
eaux
,
sur
la
terre
et
sur
les
autres
animaux
à
l
'
état
d
'
isolement
complet
.
Un
grand
nombre
de
Foraminifères
,
dont
les
carapaces
ont
formé
des
continents
,
sont
isolés
physiologiquement
:
de
tels
êtres
sont
faibles
,
non
seulement
parce
qu
'
ils
sont
petits
,
mais
encore
parce
qu
'
ils
sont
seuls
"
*
.
In
questi
infimi
stadî
dell
'
animalità
,
non
essendovi
associazione
,
non
vi
può
evidentemente
essere
nemmeno
l
'
embrione
lontano
del
pubblico
.
Nondimeno
,
appena
si
sale
un
poco
sull
'
albero
della
vita
,
l
'
associazione
appare
.
È
,
sulle
prime
,
un
semplice
aggregato
materiale
,
puramente
fisico
.
L
'
associazione
consiste
tutta
in
una
azione
di
presenza
:
se
gli
individui
si
allontanano
al
punto
da
non
potersi
più
vedere
,
o
restano
distanti
fra
loro
un
certo
tempo
,
cessano
per
questo
solo
fatto
di
essere
associati
.
L
'
associazione
,
in
una
parola
,
è
,
in
questi
casi
,
sinonimo
di
contatto
fisico
.
Man
mano
che
dalle
forme
inferiori
si
ascende
alle
forme
superiori
dell
'
associazione
fra
gli
animali
,
troviamo
che
il
contatto
fisico
non
è
più
la
condizione
necessaria
per
costituire
la
società
:
anche
se
i
singoli
organismi
sono
distanti
,
l
'
associazione
sussiste
:
il
legame
che
li
tiene
uniti
non
è
più
soltanto
materiale
,
ma
si
spiritualizza
e
diventa
morale
e
intellettuale
.
Gli
animali
elevati
nella
scala
zoologica
formano
quegli
aggregati
che
si
potrebbero
chiamare
tribù
o
popoli
(
le
api
colla
loro
regina
)
,
ed
hanno
la
divisione
del
lavoro
e
i
segnali
a
distanza
e
la
voce
che
-
se
non
è
la
parola
umana
-
è
tuttavia
un
mezzo
possente
di
comunicazione
.
In
queste
società
noi
possiamo
scorgere
non
solo
l
'
embrione
della
folla
-
ossia
di
individui
fisicamente
a
contatto
-
bensì
anche
l
'
embrione
del
pubblico
-
ossia
di
individui
fisicamente
separati
,
ma
riuniti
,
secondo
la
giusta
espressione
del
Tarde
,
da
una
coesione
mentale
.
Il
fenomeno
fisio
-
psicologico
della
folla
lo
si
osserva
-
per
esempio
-
in
una
volata
di
uccelli
,
dove
il
minimo
sbattere
di
ali
di
uno
solo
produce
in
tutti
un
panico
irresistibile
,
come
il
grido
di
allarme
di
un
uomo
in
una
via
o
in
una
piazza
affollate
induce
la
paura
e
la
fuga
in
tutti
coloro
che
gli
sono
vicini
.
Il
fenomeno
di
psicologia
collettiva
cui
noi
diamo
il
nome
di
pubblico
,
lo
si
osserva
-
con
più
lontana
analogia
e
minore
chiarezza
-
nel
contegno
che
alcune
specie
di
animali
tengono
verso
uno
dei
loro
.
Ammirato
od
odiato
,
seguìto
o
sfuggito
-
anche
l
'
animale
prova
il
riflesso
sociale
-
se
posso
dir
così
-
delle
sue
doti
o
dei
suoi
difetti
congeniti
,
e
questo
riflesso
non
è
che
l
'
embrione
del
pubblico
.
L
'
elefante
a
istinti
cattivi
sta
sempre
isolato
e
non
vive
mai
nella
società
degli
altri
:
ciò
dipende
in
parte
dal
suo
spontaneo
desiderio
,
in
parte
perché
gli
altri
vogliono
lasciarlo
solo
.
E
questo
è
innegabilmente
un
giudizio
del
pubblico
.
Se
dalle
associazioni
animali
passiamo
alle
associazioni
umane
,
l
'
evoluzione
del
fenomeno
che
stiamo
analizzando
ci
appare
identica
quantunque
immensamente
ingrandita
e
complicata
.
Come
nelle
infime
società
animali
il
legame
sociale
è
costituito
da
un
semplice
contatto
fisico
,
così
nelle
prime
società
umane
il
cosiddetto
pubblico
si
riduce
alla
folla
,
giacché
è
costituito
soltanto
da
individui
fisicamente
a
contatto
.
E
come
nelle
società
animali
più
evolute
il
legame
sociale
non
è
soltanto
materiale
ma
anche
morale
e
intellettuale
,
così
nelle
più
moderne
società
umane
il
pubblico
è
un
vero
pubblico
anziché
semplicemente
una
folla
,
poiché
è
costituito
non
da
individui
fisicamente
riuniti
,
ma
da
individui
distanti
fra
loro
nello
spazio
,
e
nondimeno
collegati
da
un
'
idea
,
da
un
sentimento
comune
,
da
una
invisibile
coesione
mentale
.
Gli
esempî
chiariranno
il
mio
pensiero
meglio
di
quanto
abbian
saputo
fare
le
mie
parole
.
Nell
'
antichità
greco
-
romana
(
per
non
perderci
in
ricerche
di
tempi
più
lontani
o
di
popoli
barbari
)
possiamo
noi
dire
che
esistesse
un
pubblico
?
Esistevano
delle
folle
,
ma
non
esistevano
pubblici
.
Tutto
ciò
che
si
riferiva
alla
politica
era
discusso
nel
foro
,
nelle
assemblee
,
nei
comizî
,
-
cioè
dalla
folla
:
i
reggitori
di
Stati
,
i
tribuni
,
i
novatori
,
non
avevano
alcun
mezzo
per
portare
a
distanza
il
loro
pensiero
e
per
inocularlo
negli
individui
sparsi
e
isolati
:
dovevano
-
per
forza
-
agire
sul
pubblico
riunito
e
presente
,
cioè
sulla
folla
.
Gesù
Cristo
non
aveva
che
la
parola
per
diffondere
la
sua
dottrina
;
dal
primo
nucleo
di
persone
cui
aveva
parlato
,
sorgevano
i
discepoli
che
alla
loro
volta
parlavano
ad
altri
nuclei
di
persone
.
Il
nuovo
verbo
si
estendeva
così
-
di
folla
in
folla
-
allargando
sempre
più
il
cerchio
di
coloro
che
erano
istintivamente
chiamati
ad
udirlo
,
come
un
sasso
lanciato
nell
'
acqua
estende
-
di
onda
in
onda
-
l
'
effetto
prodotto
dalla
sua
caduta
.
Tutto
ciò
che
si
riferisce
all
'
arte
e
alla
scienza
non
aveva
,
allora
,
un
pubblico
,
nel
senso
in
cui
noi
oggi
lo
intendiamo
:
aveva
semplicemente
un
uditorio
;
cioè
una
folla
.
I
poeti
non
eran
forse
degli
oratori
...
in
versi
?
I
loro
poemi
non
erano
forse
detti
,
dinanzi
a
una
moltitudine
più
o
meno
numerosa
,
che
non
poteva
conoscerli
se
non
recandosi
in
massa
ad
udirli
?
Gli
stessi
scienziati
come
diffondevano
la
loro
scienza
,
se
non
rivelandola
a
viva
voce
ad
alcuni
discepoli
riuniti
?
Si
dirà
-
ed
è
vero
-
che
se
questa
era
la
regola
generale
,
non
mancava
l
'
eccezione
:
non
mancavano
cioè
i
lettori
singoli
dei
manoscritti
copiati
a
mano
in
qualche
diecina
di
esemplari
e
che
contenevano
i
poemi
di
Virgilio
o
d
'
Omero
,
le
storie
di
Tacito
o
di
Cesare
;
ma
possiamo
noi
affermare
(
e
l
'
osservazione
è
di
Gabriele
Tarde
*
)
che
questi
singoli
lettori
avessero
la
coscienza
di
formare
un
aggregato
sociale
,
come
ai
nostri
giorni
i
lettori
d
'
uno
stesso
giornale
o
,
anche
,
di
uno
stesso
romanzo
alla
moda
.
No
,
certamente
.
Essi
erano
le
lontane
avanguardie
del
pubblico
:
ma
non
avevano
coscienza
di
esserlo
,
ed
erano
troppo
pochi
.
Per
il
numero
e
per
l
'
incoscienza
,
rappresentavano
quindi
una
quantità
trascurabile
*
.
Nel
medio
evo
esisteva
un
pubblico
?
Il
Tarde
lo
nega
,
sostenendo
che
non
v
'
erano
che
delle
fiere
,
dei
pellegrinaggi
,
delle
moltitudini
tumultuose
nelle
quali
correvano
-
volta
a
volta
-
delle
frenesie
religiose
o
guerresche
,
delle
collere
spaventose
o
delle
paure
vilissime
.
Basta
pensare
alle
crociate
e
ai
terrori
che
precedettero
la
fine
dell
'
anno
mille
,
per
comprendere
che
allora
qualunque
manifestazione
del
movimento
sociale
era
determinata
dalla
folla
e
dalla
sua
strana
psicologia
.
Ma
se
è
certo
che
,
in
quell
'
epoca
,
l
'
influenza
dell
'
individuo
sulla
massa
si
esercitava
quasi
unicamente
colla
parola
parlata
,
se
è
certo
cioè
che
i
grandi
agitatori
esercitavano
la
loro
influenza
sopratutto
su
persone
presenti
,
e
che
-
d
'
altra
parte
-
gli
uomini
facevano
sentire
i
loro
odî
ed
i
loro
amori
collettivi
,
sempre
nella
forma
compatta
e
brutale
della
folla
,
-
è
anche
fuori
di
dubbio
che
quell
'
avanguardia
del
pubblico
che
noi
abbiamo
riscontrato
ai
tempi
di
Grecia
e
Roma
,
si
faceva
poco
a
poco
più
cosciente
e
più
numerosa
.
I
lettori
isolati
dei
manoscritti
aumentavano
;
e
sotto
il
pensiero
intermittente
e
violento
delle
folle
,
si
andava
disegnando
il
pensiero
continuo
e
pacifico
del
pubblico
;
-
pensiero
meno
visibile
,
e
più
trascurato
,
ma
non
trascurabile
,
e
che
attendeva
da
una
scoperta
,
ormai
prossima
,
di
diventare
visibile
e
importantissimo
.
Questa
scoperta
fu
la
stampa
.
L
'
invenzione
della
stampa
fu
per
il
sorgere
del
pubblico
quello
che
è
una
rivoluzione
politica
per
il
sorgere
di
un
nuovo
ordinamento
sociale
:
il
momento
storico
,
cioè
,
in
cui
un
organo
entra
in
attività
e
tramuta
la
sua
esistenza
,
fino
allora
potenziale
,
in
un
'
esistenza
di
fatto
.
Questo
nuovo
organo
era
la
coscienza
collettiva
che
fino
allora
era
stata
forzatamente
costretta
a
rinchiudersi
nell
'
ignoranza
o
nel
silenzio
e
la
cui
possibile
manifestazione
-
sia
per
apprendere
il
pensiero
di
chi
la
dirigeva
,
sia
per
approvare
o
per
combattere
questo
pensiero
-
era
consistita
nelle
riunioni
di
parlamenti
,
di
assemblee
,
di
fiere
o
di
folle
.
La
stampa
portava
a
tutti
gli
uomini
civili
la
voce
dei
meneurs
anche
lontani
,
e
offriva
-
reciprocamente
-
il
modo
di
far
sentire
a
questi
meneurs
la
volontà
o
i
desiderii
del
popolo
,
senza
aver
bisogno
che
esso
fosse
riunito
e
presente
e
urlasse
sotto
le
finestre
d
'
una
reggia
le
sue
minaccie
,
o
commettesse
eccessi
in
una
via
o
in
una
piazza
.
Noi
,
nati
quando
la
stampa
era
già
un
'
abitudine
ereditaria
di
qualche
secolo
,
non
possiamo
-
senza
uno
sforzo
di
volontà
-
immaginarci
il
contraccolpo
che
la
sua
invenzione
ebbe
nel
mondo
.
I
libri
pubblicati
e
diffusi
-
per
la
prima
volta
-
a
migliaia
di
copie
davano
a
chi
li
leggeva
la
sensazione
di
formare
una
classe
nuova
di
persone
;
di
persone
le
quali
pur
non
conoscendosi
fra
loro
ed
essendo
distanti
le
une
dalle
altre
,
si
sentivano
nondimeno
legate
dall
'
invisibile
filo
intellettuale
della
lettura
d
'
un
identico
volume
e
dalle
riflessioni
che
quella
lettura
faceva
nascere
in
ognuno
di
loro
.
Fino
a
quel
momento
gli
uomini
,
per
sentire
la
loro
solidarietà
e
per
manifestarla
,
non
avevano
che
un
solo
mezzo
:
riunirsi
in
folla
.
La
stampa
faceva
sentire
quella
loro
solidarietà
e
ne
rendeva
possibile
la
manifestazione
,
senza
bisogno
che
essi
si
riunissero
;
al
contatto
fisico
aveva
sostituito
il
contatto
morale
:
alla
folla
aveva
sostituito
il
pubblico
.
Senza
dubbio
,
il
pubblico
,
quando
nacque
,
non
era
un
organismo
così
complicato
e
così
possente
quale
è
divenuto
oggi
.
Come
ogni
cosa
viva
,
traversò
varie
fasi
,
prima
di
giungere
alla
fase
odierna
.
Se
si
può
dire
che
esso
data
dal
secolo
XVI
,
dopo
il
grande
sviluppo
preso
dalla
stampa
,
è
dovere
riconoscere
che
allora
aveva
un
'
estensione
e
un
'
importanza
infinitamente
minore
di
quella
che
assunse
in
seguito
.
Era
,
sulle
prime
,
un
pubblico
quasi
esclusivamente
letterario
scientifico
o
religioso
;
e
in
fondo
,
sempre
formato
da
una
minoranza
di
persone
colte
.
Nella
seconda
metà
del
secolo
XVIII
sorge
il
vero
pubblico
politico
,
formato
non
da
una
minoranza
di
uomini
colti
,
ma
dalla
grande
maggioranza
del
popolo
,
e
a
poco
a
poco
assorbe
tutti
gli
altri
pubblici
più
o
meno
speciali
e
ristretti
.
La
Rivoluzione
francese
dà
a
questo
pubblico
una
nuova
estensione
,
poiché
è
appunto
a
quell
'
epoca
che
il
giornalismo
prende
uno
slancio
che
,
per
allora
,
possiamo
dire
grandissimo
*
.
La
stampa
tuttavia
,
pur
avendo
creato
il
pubblico
quasi
in
sostituzione
della
folla
,
non
aveva
saputo
offrire
al
pubblico
quel
vantaggio
che
pur
la
folla
possedeva
:
voglio
dire
l
'
attualità
.
E
mi
spiego
.
Coloro
che
leggevano
i
giornali
,
sapevano
bensì
quanto
accadeva
nel
mondo
,
ma
lo
sapevano
forzatamente
in
ritardo
.
Tra
le
molte
differenze
che
esistono
tra
folla
e
pubblico
,
la
più
grave
,
allora
,
era
questa
:
che
i
membri
di
una
folla
erano
tutti
colpiti
contemporaneamente
da
una
notizia
,
e
si
sentivano
quindi
legati
fra
loro
-
oltre
che
dal
contatto
fisico
-
dal
pensiero
che
ognuno
di
loro
provava
nell
'
identico
istante
le
identiche
impressioni
;
mentre
gli
individui
sparsi
che
facevano
parte
del
pubblico
,
oltre
che
essere
distanti
nello
spazio
,
lo
erano
anche
nel
tempo
,
giacché
apprendevano
le
notizie
,
non
tutti
nello
stesso
momento
,
ma
chi
molte
ore
,
chi
qualche
giorno
,
chi
,
talvolta
,
una
o
più
settimane
dopo
.
Le
comunicazioni
non
erano
né
frequenti
,
né
veloci
,
e
le
provincie
lontane
dovevano
accontentarsi
di
sapere
con
gran
ritardo
ciò
che
era
accaduto
alla
capitale
.
Questa
mancanza
di
contemporaneità
nell
'
apprendere
notizie
rendeva
meno
forte
e
meno
attiva
l
'
influenza
del
pubblico
:
toglieva
a
questo
la
grande
prerogativa
e
il
maggior
segreto
della
temibilità
della
folla
:
l
'
unisono
.
Ma
ciò
che
non
poteva
dare
la
invenzione
della
stampa
,
venne
dato
da
altre
scoperte
,
non
meno
gravide
di
incalcolabili
conseguenze
sociali
:
la
ferrovia
e
il
telegrafo
e
,
s
'
intende
,
il
telefono
e
il
telegrafo
senza
fili
.
Colla
prima
,
le
distanze
si
diminuirono
e
i
giornali
poterono
arrivare
in
luoghi
lontani
in
un
breve
spazio
di
tempo
:
colle
altre
le
distanze
si
ridussero
quasi
al
nulla
e
una
notizia
poté
percorrere
centinaia
e
migliaia
di
chilometri
in
pochi
minuti
.
La
ferrovia
,
il
telegrafo
ed
il
telefono
diedero
le
ali
alla
stampa
,
e
dettero
al
pubblico
quel
senso
di
attualità
che
fino
allora
non
possedeva
.
È
stato
detto
egregiamente
che
il
trasporto
della
forza
a
distanza
è
un
nulla
,
di
fronte
a
questo
trasporto
del
pensiero
a
distanza
*
.
Certo
il
telegrafo
ed
il
telefono
han
fatto
sì
che
il
pubblico
di
lettori
fosse
,
per
la
contemporaneità
,
quasi
uguale
a
una
folla
di
uditori
,
poiché
il
tempo
che
impiegano
la
parola
di
un
uomo
o
la
notizia
di
un
fatto
ad
arrivare
sotto
gli
occhi
di
chi
legge
un
giornale
è
-
nei
suoi
rapporti
sociali
-
poco
più
lungo
di
quello
che
impiega
la
voce
di
un
oratore
ad
arrivare
agli
orecchi
di
chi
lo
ascolta
.
Oggi
,
in
tutto
il
mondo
civile
si
può
sapere
a
poche
ore
di
distanza
che
cosa
hanno
detto
il
presidente
degli
Stati
Uniti
o
lo
Czar
,
ciò
che
è
accaduto
a
Parigi
o
a
Buenos
-
Ayres
.
Il
pubblico
cioè
ha
conquistato
quell
'
unità
di
tempo
che
gli
mancava
,
e
che
lo
faceva
,
in
un
certo
senso
,
socialmente
inferiore
alla
folla
.
Inoltre
la
folla
era
un
aggregato
che
aveva
necessariamente
i
suoi
limiti
:
non
poteva
essere
composta
di
un
numero
di
persone
che
eccedesse
una
data
cifra
.
Prendiamo
pure
,
come
esempio
,
il
Colosseo
-
il
più
vasto
anfiteatro
dell
'
antichità
-
che
conteneva
,
dicesi
,
100.000
persone
;
prendiamo
pure
,
come
esempio
,
gli
innumerevoli
individui
che
formavano
-
all
'
aria
aperta
-
l
'
uditorio
di
un
Pier
l
'
Eremita
:
per
quanto
la
nostra
fantasia
sia
generosa
,
potremo
arrivare
tutto
al
più
alla
cifra
di
due
o
trecento
mila
persone
:
non
oltre
.
Il
pubblico
,
invece
-
e
intendo
il
pubblico
moderno
-
non
conosce
limiti
;
un
sovrano
od
un
genio
per
mezzo
delle
grandi
scoperte
:
stampa
,
ferrovia
,
telefono
e
telegrafo
-
parlano
oggi
contemporaneamente
a
milioni
di
individui
,
a
tutto
il
mondo
che
legge
.
III
.
Io
mi
lusingo
che
il
poco
che
ho
detto
fin
qui
sarà
bastato
a
far
conoscere
-
almeno
a
larghi
tratti
-
l
'
evoluzione
del
pubblico
,
e
a
stabilirne
le
differenze
colla
folla
.
Il
pubblico
non
è
che
una
trasformazione
della
folla
,
compiuta
lentamente
dalla
civiltà
,
la
quale
-
mano
mano
che
progrediva
-
scopriva
mezzi
sempre
migliori
per
poter
tener
legati
idealmente
gli
uomini
,
senza
bisogno
che
essi
fossero
fisicamente
vicini
.
La
folla
è
un
aggregato
semplice
nella
sua
formazione
e
improvviso
,
quindi
in
un
certo
senso
animale
;
il
pubblico
è
un
aggregato
più
difficile
a
formarsi
e
più
lento
,
quindi
più
umano
.
La
folla
non
è
che
una
riunione
di
contatti
psichici
essenzialmente
prodotti
da
contatti
fisici
:
il
pubblico
non
ha
alcun
bisogno
della
vicinanza
dei
corpi
per
essere
un
intricato
complesso
di
comunicazioni
da
anima
ad
anima
.
La
folla
,
insomma
,
è
una
collettività
eminentemente
barbara
ed
atavica
:
il
pubblico
è
una
collettività
eminentemente
civile
e
moderna
.
Se
la
similitudine
non
sembrasse
azzardata
,
direi
che
tra
la
folla
ed
il
pubblico
passa
l
'
identica
differenza
che
corre
tra
l
'
orda
selvaggia
e
la
società
attuale
.
Il
progresso
,
che
ha
saputo
trasformare
a
poco
a
poco
l
'
orda
selvaggia
nel
tipo
dello
Stato
moderno
,
ha
saputo
anche
tramutare
a
poco
a
poco
la
folla
in
pubblico
.
Si
tratta
,
in
entrambi
i
casi
,
di
aver
sostituito
all
'
informe
agglomero
umano
che
sentiva
,
pensava
ed
agiva
impulsivamente
e
tumultuariamente
,
un
altro
agglomero
umano
che
sente
,
pensa
ed
agisce
con
maggior
riflessione
e
sotto
il
freno
di
certe
leggi
.
Le
prove
di
questa
differenza
tra
la
folla
e
il
pubblico
abbondano
.
È
un
assioma
che
,
quanto
più
un
organismo
è
semplice
,
tanto
più
è
soggetto
alle
forze
della
natura
.
L
'
uomo
civile
si
difende
meglio
dell
'
uomo
barbaro
dalle
intemperie
,
e
il
variare
periodico
delle
stagioni
ha
sulla
sua
vita
sociale
un
'
influenza
minore
che
sull
'
uomo
barbaro
.
Per
la
stessa
ragione
l
'
uomo
barbaro
sa
e
può
opporre
all
'
ambiente
fisico
una
maggior
resistenza
e
una
migliore
difesa
dell
'
animale
superiore
,
e
questo
,
a
sua
volta
,
dell
'
animale
inferiore
.
Orbene
,
le
folle
sono
organismi
semplici
e
primitivi
,
perché
la
loro
azione
dipende
molto
dallo
stato
dell
'
atmosfera
e
delle
stagioni
.
Una
giornata
di
pioggia
basta
ad
allontanare
il
pericolo
d
'
un
assembramento
;
e
non
per
nulla
tutti
i
questori
e
tutti
i
prefetti
di
polizia
,
seguendo
l
'
esempio
di
Bailly
,
benedicono
il
brutto
tempo
che
fa
vuotare
le
vie
e
le
piazze
e
rende
difficilissime
,
se
non
impossibili
,
le
folle
e
quindi
le
dimostrazioni
o
le
sommosse
.
Il
pubblico
-
organismo
più
complicato
e
più
civile
-
non
si
risente
affatto
dell
'
instabilità
dell
'
atmosfera
:
splenda
il
sole
o
diluvi
,
esso
rimane
identico
nella
sua
sostanza
e
nella
sua
efficacia
.
Così
il
caldo
o
il
freddo
,
l
'
estate
o
l
'
inverno
,
che
hanno
tanta
influenza
sulle
folle
,
non
ne
hanno
alcuna
sui
pubblici
.
Veggansi
in
proposito
le
osservazioni
del
Fournial
*
e
sopratutto
quelle
del
Lombroso
e
del
Laschi
*
:
esse
dicono
,
col
linguaggio
preciso
ed
inconfutabile
delle
cifre
,
come
le
folle
siano
più
o
meno
frequenti
e
numerose
,
secondo
le
stagioni
ed
i
gradi
di
calore
.
Per
i
pubblici
,
invece
,
tutto
ciò
è
indifferente
;
e
prova
ne
sia
,
come
ha
osservato
il
Tarde
,
che
la
crisi
più
acuta
di
una
sovra
-
eccitazione
del
pubblico
,
quella
dell
'
affare
Dreyfus
,
è
scoppiata
e
si
è
diffusa
in
inverno
.
Un
altro
assioma
sociologico
è
che
l
'
impronta
della
razza
va
facendosi
sempre
più
debole
,
mano
mano
che
gli
organismi
salgono
nella
scala
sociale
.
E
questo
assioma
è
tanto
evidente
che
non
ha
quasi
bisogno
di
spiegazione
.
Più
si
moltiplicano
e
si
intrecciano
le
influenze
sociali
,
più
è
difficile
scorgere
lo
stigma
ereditario
della
razza
-
nascosto
,
attenuato
o
trasformato
da
cause
o
da
concause
ulteriori
.
Nel
regno
vegetale
e
nel
regno
animale
(
escluso
l
'
uomo
)
noi
possiamo
agire
con
una
relativa
sicurezza
affidandoci
soltanto
all
'
immancabile
efficacia
della
razza
e
dell
'
ereditarietà
.
Gli
allevatori
di
piante
e
di
animali
lo
sanno
:
coi
loro
innesti
e
coi
loro
incroci
,
essi
ottengono
-
con
precisione
quasi
matematica
-
quello
che
vogliono
:
le
qualità
dello
stame
e
del
pistillo
,
del
padre
e
della
madre
,
si
combinano
e
si
riproducono
nei
figli
con
un
'
esattezza
meravigliosa
.
Possiamo
noi
agire
in
egual
modo
sugli
uomini
?
No
,
certamente
.
Per
questi
,
se
la
razza
e
l
'
ereditarietà
valgono
molto
,
vale
moltissimo
l
'
ambiente
in
cui
nascono
e
vivono
,
vale
cioè
moltissimo
l
'
influenza
sociale
.
Dato
-
per
un
'
ipotesi
inverosimile
-
che
si
potessero
conoscere
perfettamente
nel
morale
e
nel
fisico
i
genitori
e
i
loro
antenati
,
non
per
questo
si
potrebbe
disegnare
a
priori
l
'
aspetto
fisico
del
figlio
,
e
tanto
meno
descrivere
la
sua
fisonomia
morale
ed
intellettuale
.
Orbene
,
trasportiamo
quest
'
osservazione
dall
'
organismo
individuale
all
'
organismo
collettivo
,
e
chiediamoci
se
non
è
evidente
che
la
razza
ha
maggiore
influenza
su
una
folla
che
non
su
un
pubblico
.
Chi
non
saprebbe
distinguere
una
folla
italiana
da
una
folla
tedesca
?
Chi
potrebbe
confondere
un
meeting
d
'
inglesi
con
un
meeting
di
napoletani
?
Chi
non
sa
che
una
folla
veneta
non
arriverebbe
mai
agli
eccessi
di
crudeltà
cui
arrivano
le
folle
calabresi
o
palermitane
?
Basta
avere
assistito
una
volta
ad
una
rappresentazione
in
un
teatro
tedesco
,
e
aver
confrontato
il
contegno
degli
spettatori
con
quello
che
tengono
ordinariamente
gli
spettatori
italiani
,
per
comprendere
come
le
folle
siano
sotto
l
'
impero
assoluto
della
razza
da
cui
escono
.
Calme
o
entusiastiche
,
fredde
o
bollenti
,
secondo
che
sono
germaniche
o
latine
.
I
pubblici
delle
varie
nazionalità
non
offrono
certo
differenze
così
spiccate
.
E
non
le
offrono
perché
-
mentre
nelle
folle
gli
individui
smussano
gli
angoli
delle
loro
singole
personalità
per
non
lasciar
scorgere
che
il
contorno
del
loro
tipo
nazionale
-
nei
pubblici
invece
non
c
'
è
questa
neutralizzazione
dell
'
individuo
a
intero
profitto
del
carattere
di
razza
,
appunto
perché
nei
pubblici
-
aggregati
più
civili
e
moderni
-
predomina
il
fattore
sociale
anziché
quello
atavico
.
Un
terzo
assioma
sociologico
-
anch
'
esso
di
intuitiva
evidenza
-
è
che
la
superiorità
d
'
un
organismo
-
sia
esso
individuale
o
collettivo
-
si
misura
dalla
maggiore
riflessione
ch
'
esso
mette
nelle
sue
manifestazioni
.
Gli
uomini
e
i
popoli
sono
più
o
meno
civili
,
secondo
che
sanno
più
o
meno
vincere
,
col
potere
d
'
inibizione
,
che
la
educazione
e
la
civiltà
han
sviluppato
in
loro
,
gli
istinti
atavici
e
selvaggi
che
li
trascinerebbero
ad
agire
impulsivamente
.
Orbene
,
chi
vorrà
e
potrà
negare
che
le
folle
sono
assai
più
impulsive
e
quindi
più
violente
dei
pubblici
?
Confrontiamo
,
per
esempio
,
le
folle
femminili
coi
pubblici
femminili
.
C
'
è
,
psicologicamente
,
un
abisso
fra
le
une
e
gli
altri
.
Le
folle
femminili
sono
la
quintessenza
della
crudeltà
e
della
barbarie
:
nei
loro
eccessi
esse
superano
di
gran
lunga
le
folle
maschili
.
Aprite
un
libro
di
storia
di
qualsiasi
epoca
,
voi
vi
leggerete
degli
episodi
raccapriccianti
sull
'
inverosimile
grado
di
bestialità
cui
possono
arrivare
le
donne
quando
discendono
e
si
riuniscono
nelle
strade
.
La
Rivoluzione
francese
offre
al
riguardo
un
gran
numero
di
fatti
che
incutono
orrore
e
terrore
:
e
anche
senza
risalire
a
tempi
lontani
,
chi
ha
assistito
alle
sommosse
di
Sicilia
nell
'
inverno
1893
94
,
e
alle
tristi
giornate
di
Milano
nel
maggio
1898
,
non
ha
bisogno
d
'
imparare
da
altri
che
le
donne
,
in
folla
,
sono
,
peggio
che
selvagge
,
cannibali
.
Che
cosa
v
'
ha
,
invece
,
di
più
civile
,
nel
senso
buono
e
anche
nel
senso
cattivo
di
questa
parola
,
dei
pubblici
femminili
?
Le
lettrici
dei
giornali
e
dei
romanzi
alla
moda
,
e
quelle
dei
giornali
e
delle
riviste
femministe
,
sono
,
è
vero
,
appassionate
ed
anche
talvolta
un
poco
esaltate
;
ma
la
loro
passione
è
sempre
sapientemente
tenuta
in
freno
da
una
non
trascurabile
dose
di
furberia
,
e
le
loro
manifestazioni
somigliano
assai
più
al
modo
di
agire
della
volpe
che
a
quello
della
tigre
.
Per
questo
ho
detto
che
i
pubblici
femminili
sono
civili
anche
nel
cattivo
senso
della
parola
:
hanno
cioè
della
civiltà
non
solo
la
mitezza
,
ma
altresì
-
mi
perdonino
le
signore
-
la
doppiezza
gesuitica
.
Ed
ora
che
abbiamo
,
o
almeno
crediamo
di
avere
dimostrato
l
'
inferiorità
della
folla
di
fronte
al
pubblico
,
poiché
l
'
una
rappresenta
un
aggregato
barbaro
ed
atavico
,
l
'
altro
un
aggregato
moderno
e
civile
,
è
necessario
domandarsi
qual
parte
abbiano
rispettivamente
,
nel
movimento
sociale
odierno
,
questi
due
diversi
e
indefinibili
organismi
che
riassumono
tutta
la
misteriosa
e
pur
possente
psicologia
collettiva
.
Il
dottor
Le
Bon
*
,
ed
io
con
lui
*
,
abbiamo
,
anni
or
sono
,
proclamato
che
la
nostra
epoca
è
"
l
'
êra
delle
folle
"
.
Gabriele
Tarde
invece
sostiene
che
la
nostra
epoca
è
"
l
'
êra
dei
pubblici
"
.
Ci
siamo
sbagliati
,
in
parte
,
tutti
.
La
nostra
epoca
è
,
nello
stesso
tempo
,
l
'
êra
dei
pubblici
e
delle
folle
.
Senza
dubbio
,
il
sorgere
e
lo
svilupparsi
del
pubblico
ha
diminuito
la
frequenza
delle
folle
,
ma
non
le
ha
soppresse
.
Ha
aperto
,
per
così
dire
,
una
nuova
valvola
al
bisogno
del
popolo
di
manifestare
i
proprî
sentimenti
e
i
proprî
pensieri
,
ma
non
ha
chiuso
l
'
antica
.
Vi
sono
oggi
-
oltre
le
folle
-
i
pubblici
,
ma
non
vi
sono
soltanto
i
pubblici
.
Il
progresso
modifica
e
,
modificando
,
migliora
;
ma
non
cancella
totalmente
le
abitudini
ataviche
.
Carlyle
ha
detto
che
la
civiltà
non
è
che
una
corteccia
entro
cui
può
ardere
viva
,
col
suo
fuoco
infernale
,
la
passione
selvaggia
dell
'
uomo
.
E
la
verità
di
questa
affermazione
è
confermata
quotidianamente
dai
fatti
:
noi
vediamo
persone
-
che
si
comportano
nella
vita
normale
con
tutte
le
forme
insegnate
dal
vivere
civile
-
scoppiare
ad
un
tratto
in
una
azione
crudele
che
rivela
in
esse
la
bestia
umana
.
È
il
così
detto
delitto
passionale
.
La
corteccia
della
civiltà
-
dinanzi
a
una
provocazione
-
si
è
spezzata
per
lasciar
uscir
fuori
la
linfa
della
barbarie
.
Quel
che
avviene
per
gli
individui
avviene
per
le
collettività
.
La
civiltà
ha
tramutato
la
folla
in
pubblico
,
ma
il
pubblico
a
sua
volta
ritorna
folla
,
quando
il
sentimento
che
lo
domina
è
così
forte
da
non
sapersi
più
contenere
e
da
aver
bisogno
per
la
sua
manifestazione
della
forma
atavica
con
cui
si
esplicava
una
volta
.
Ogni
giorno
noi
assistiamo
a
questo
fenomeno
di
un
pubblico
che
produce
una
folla
.
Quando
,
per
esempio
,
l
'
idea
che
muove
un
partito
,
ossia
un
pubblico
politico
,
ha
raggiunto
un
altissimo
grado
di
espansione
,
da
quel
pubblico
esce
,
quasi
per
generazione
spontanea
,
una
folla
che
fa
dimostrazioni
,
sommosse
,
rivoluzioni
.
Quando
il
sentimento
religioso
diffuso
nel
pubblico
si
acutizza
nella
superstizione
,
ecco
che
dal
pubblico
di
fedeli
escono
le
folle
religiose
peregrinanti
a
un
santuario
,
o
deliranti
dinanzi
a
qualche
madonna
o
a
qualche
santo
miracoloso
.
Quando
l
'
amore
o
la
stima
-
o
viceversa
l
'
odio
e
il
disprezzo
per
una
data
persona
-
oltrepassano
nel
pubblico
certi
limiti
,
ecco
che
da
questo
pubblico
escono
le
folle
urlanti
di
entusiasmo
e
di
ammirazione
,
o
di
esecrazione
e
di
ferocia
,
intorno
ad
un
sovrano
,
a
un
generale
,
a
un
artista
.
Il
pubblico
,
insomma
,
in
certi
casi
,
ritorna
folla
,
come
l
'
uomo
civile
,
in
certi
casi
,
ritorna
barbaro
.
E
in
questo
senso
quindi
possiamo
dire
che
la
folla
non
è
oggi
che
una
forma
acuta
e
patologica
del
pubblico
.
IV
.
A
questo
punto
,
dopo
avere
,
nel
modo
più
breve
e
più
chiaro
che
per
me
si
poteva
,
tentato
di
spiegare
che
cosa
è
il
pubblico
,
isolandolo
dagli
altri
enti
collettivi
con
cui
potrebbe
confondersi
,
è
necessario
ed
è
men
difficile
ritornare
all
'
oggetto
del
nostro
studio
e
chiederci
in
qual
modo
si
forma
l
'
opinione
pubblica
.
Da
quanto
ho
esposto
,
risulta
chiaramente
che
l
'
opinione
pubblica
è
,
qualche
volta
,
non
l
'
opinione
del
pubblico
propriamente
detto
,
ma
l
'
opinione
della
folla
.
Il
pensiero
e
il
sentimento
della
collettività
,
noi
lo
abbiamo
visto
,
se
si
esprimono
oggi
normalmente
per
mezzo
dei
giornali
e
se
si
diffondono
quindi
sugli
individui
sparsi
e
lontani
,
si
esprimono
anche
anormalmente
per
mezzo
delle
moltitudini
,
le
quali
sanno
dire
ed
imporre
in
modo
staticamente
violento
ciò
che
i
pubblici
pensano
in
modo
dinamicamente
pacifico
.
I
discorsi
,
le
adunanze
,
le
riunioni
elettorali
,
le
dimostrazioni
di
piazza
,
sono
altrettante
forme
di
folle
,
che
influiscono
anche
oggi
-
e
molto
!
-
sulla
formazione
dell
'
opinione
pubblica
.
Dietro
queste
folle
c
'
è
sempre
-
siamo
d
'
accordo
-
un
partito
,
cioè
un
pubblico
,
che
è
la
loro
causa
e
,
per
dir
così
,
il
bozzolo
da
cui
escono
:
ma
ciò
non
toglie
che
siano
quelle
folle
che
conquistano
d
'
un
tratto
-
colla
suggestione
immediata
e
fortissima
che
da
loro
si
sprigiona
-
il
cuore
e
il
cervello
degli
individui
i
quali
,
altrimenti
,
avrebbero
impiegato
più
tempo
a
convertirsi
.
Per
rispondere
dunque
alla
domanda
:
in
qual
modo
si
determina
una
data
opinione
pubblica
?
bisognerebbe
fare
non
solo
la
psico
-
fisiologia
del
pubblico
,
ma
anche
quella
della
folla
.
Senonché
,
la
psico
-
fisiologia
della
folla
noi
l
'
abbiamo
studiata
altrove
*
e
non
amiamo
ripeterci
.
Ci
resta
a
studiare
quella
del
pubblico
.
Ed
è
ciò
che
noi
tenteremo
.
Una
prima
divisione
dei
pubblici
si
presenta
spontanea
quando
si
voglia
considerare
,
da
un
lato
il
diverso
grado
di
coltura
,
dall
'
altro
lato
i
diversi
interessi
degli
uomini
.
Qui
se
ressemble
s
'
assemble
,
dice
un
proverbio
,
e
ciò
è
vero
non
solo
per
le
folle
,
ma
anche
per
i
pubblici
.
Una
stessa
educazione
,
un
identico
scopo
,
riuniscono
gli
individui
in
un
fascio
intellettuale
,
come
un
identico
sentimento
li
spinge
tutti
ad
agglomerarsi
in
una
via
o
in
una
piazza
.
Noi
abbiamo
quindi
i
pubblici
giudiziari
,
industriali
,
agricoli
,
letterari
,
scientifici
,
religiosi
,
politici
,
secondo
che
gli
individui
appartengono
alla
magistratura
,
all
'
industria
,
all
'
agricoltura
,
alla
letteratura
,
alla
scienza
,
alla
religione
,
alla
politica
.
Questi
pubblici
non
differiscono
fra
loro
soltanto
per
lo
scopo
che
perseguono
,
ma
bensì
anche
per
l
'
estensione
che
hanno
e
per
la
tecnicità
che
possiedono
.
Più
il
pubblico
è
ristretto
,
più
è
tecnico
;
e
più
è
possente
e
quindi
temibile
,
quanto
più
l
'
interesse
che
difende
è
generale
.
Una
volta
,
la
diversità
di
coltura
e
di
interessi
dava
luogo
nella
società
a
divisioni
di
altro
genere
,
che
si
chiamavano
corporazioni
,
mestieri
,
classi
o
caste
.
Erano
divisioni
più
stabili
e
più
ben
definite
,
anzitutto
perché
si
fondavano
qualche
volta
sull
'
eredità
,
in
secondo
luogo
perché
chi
ne
faceva
parte
non
ne
poteva
uscir
facilmente
,
e
chi
non
v
'
era
ascritto
non
vi
poteva
con
facilità
penetrare
.
Erano
,
in
un
certo
senso
,
dei
campi
chiusi
nei
quali
si
poteva
contare
il
numero
dei
soldati
e
donde
l
'
emigrazione
e
dove
l
'
immigrazione
erano
quasi
impossibili
.
I
pubblici
odierni
,
che
hanno
sostituito
queste
divisioni
,
sono
assai
meno
stabili
e
assai
meno
definiti
;
sono
,
se
posso
dir
così
,
organismi
fluttuanti
,
perché
non
si
può
mai
precisare
la
qualità
degli
individui
che
li
compongono
e
tanto
meno
il
loro
numero
.
Un
pubblico
è
oggi
una
specie
di
nebulosa
,
di
cui
se
è
facile
distinguere
il
nucleo
centrale
,
è
difficilissimo
determinare
i
confini
.
Vi
entra
e
ne
esce
chi
vuole
;
e
non
valgono
,
o
valgono
poco
,
le
ragioni
ereditarie
e
tradizionali
per
costringere
l
'
una
o
l
'
altra
persona
a
far
parte
di
questo
o
di
quel
pubblico
.
Noi
possiamo
dire
che
il
pubblico
è
-
per
la
vita
sociale
-
quello
che
è
per
la
vista
,
una
cascata
d
'
acqua
,
la
quale
ci
fa
sempre
l
'
identica
impressione
malgrado
che
le
goccie
di
cui
è
composta
mutino
continuamente
.
Le
goccie
del
pubblico
sono
gli
individui
.
E
non
solo
vi
è
una
continua
variazione
nelle
goccie
che
forman
la
cateratta
o
-
per
lasciare
la
metafora
-
nelle
cellule
che
formano
quell
'
organismo
collettivo
che
è
il
pubblico
;
ma
anche
questo
stesso
organismo
va
sempre
più
perdendo
quei
caratteri
di
stabilità
e
di
infrangibilità
che
presentava
una
volta
.
Confrontate
-
e
non
solo
in
Italia
-
i
partiti
politici
di
mezzo
secolo
fa
con
quelli
attuali
.
Destra
e
Sinistra
erano
allora
due
nomi
che
,
nella
Camera
e
nel
paese
,
rispondevano
a
due
correnti
di
idee
che
seguivano
ognuna
il
loro
corso
indipendente
.
Qualunque
confusione
fra
quei
due
partiti
e
fra
gli
uomini
che
li
rappresentavano
,
sarebbe
parsa
impossibile
,
o
,
se
fosse
avvenuta
,
sarebbe
stata
giudicata
come
una
viltà
od
un
tradimento
.
La
divisione
era
netta
,
recisa
,
intangibile
.
Le
goccie
,
cioè
gli
uomini
,
mutavano
necessariamente
,
ma
la
cateratta
,
cioè
l
'
idea
,
rimaneva
intatta
ed
immobile
.
Possiamo
noi
dire
lo
stesso
dei
partiti
attuali
?
È
pietà
non
rispondere
a
questa
domanda
,
giacché
tutti
vedono
e
sanno
,
pur
troppo
quanta
poca
forza
di
coesione
e
quanta
poca
impermeabilità
(
mi
si
perdoni
la
parola
)
abbiano
i
partiti
politici
dei
nostri
giorni
.
Essi
non
sono
che
una
etichetta
che
l
'
uomo
tiene
appiccicata
fin
che
gli
fa
comodo
,
e
getta
lontano
quando
gli
conviene
di
farla
dimenticare
.
Tra
i
vari
partiti
c
'
è
oggi
in
permanenza
un
fenomeno
di
osmosi
e
di
endosmosi
:
le
idee
dell
'
uno
penetrano
in
quelle
dell
'
altro
e
viceversa
;
e
gli
uomini
che
le
sostenevano
non
trovano
quindi
strano
,
anzi
trovano
logico
,
di
allearsi
dopo
di
essersi
combattuti
.
Questa
continua
mobilità
dei
partiti
o
dei
pubblici
attuali
(
che
è
giustamente
,
secondo
il
Tarde
,
una
delle
loro
caratteristiche
principali
)
non
merita
però
troppo
severo
giudizio
,
giacché
le
cause
da
cui
dipende
,
se
non
la
giustificano
,
la
scusano
molto
.
In
primo
luogo
,
è
evidente
che
gli
uomini
non
possono
essere
oggi
tenacemente
fedeli
a
un
'
idea
,
come
lo
potevano
essere
,
e
lo
erano
,
una
volta
.
In
passato
,
ogni
uomo
nascendo
aveva
già
designato
non
solo
la
sua
carriera
e
quindi
il
suo
posto
nel
mondo
,
ma
anche
il
complesso
di
teorie
cui
doveva
serbarsi
rigidamente
attaccato
.
Occorreva
allora
un
fatto
molto
grave
(
ed
era
ad
ogni
modo
un
fenomeno
molto
strano
)
per
vedere
,
ad
esempio
,
un
aristocratico
nutrire
sentimenti
diversi
da
quelli
della
sua
casta
.
Oggi
,
invece
,
ogni
uomo
che
nasce
è
,
in
gran
parte
,
un
'
incognita
,
perché
non
si
può
sapere
con
sicurezza
né
la
carriera
che
sceglierà
,
né
le
idee
cui
sarà
devoto
.
Non
solo
:
ma
mentre
una
volta
,
generalmente
,
si
invecchiava
e
si
moriva
con
idee
presso
a
poco
uguali
a
quelle
della
gioventù
,
-
oggi
è
più
che
probabile
di
cambiare
di
idee
,
o
per
lo
meno
di
modificarle
,
coi
lustri
se
non
cogli
anni
.
Il
progresso
che
avanza
con
velocità
sempre
maggiore
rende
quasi
forzatamente
necessario
il
mutar
opinione
,
e
non
a
torto
un
filosofo
diceva
che
chi
non
cambia
mai
la
propria
opinione
non
può
essere
che
colui
il
quale
non
vuole
o
non
sa
imparar
nulla
.
Un
'
altra
causa
della
mobilità
dei
pubblici
,
che
si
riattacca
alla
prima
e
non
ne
è
che
un
diverso
aspetto
,
consiste
nel
fatto
che
oggi
la
opinione
di
ciascuno
è
messa
a
dura
prova
perché
quotidianamente
insidiata
dal
diffondersi
di
opinioni
diverse
o
addirittura
contrarie
.
Un
uomo
si
conserva
più
facilmente
onesto
,
quanto
minori
sono
le
occasioni
che
lo
tentano
:
un
uomo
si
mantiene
più
facilmente
d
'
un
dato
parere
,
quanto
minori
sono
i
pareri
opposti
che
egli
sente
svolgere
intorno
a
lui
.
Non
occorreva
certo
un
carattere
adamantino
per
serbar
fede
,
in
addietro
,
a
quel
patrimonio
di
idee
in
cui
si
era
nati
e
cresciuti
,
poiché
non
era
frequente
il
caso
che
nuove
correnti
di
idee
venissero
ad
urtare
ed
a
turbare
le
correnti
tradizionali
ed
ereditarie
.
E
,
viceversa
,
non
è
sintomo
di
poca
saldezza
di
carattere
,
oggi
,
il
mutar
opinione
,
poiché
sono
infinite
le
forme
di
suggestione
che
la
nostra
vita
sociale
offre
a
ciascuno
,
per
trascinarlo
a
pensare
e
a
sentire
in
un
senso
piuttosto
che
in
un
altro
.
Tra
queste
forme
di
suggestione
,
la
più
importante
,
quella
che
riassume
e
concentra
tutte
le
altre
,
è
senza
dubbio
la
stampa
.
Non
vi
è
professione
,
non
partito
,
non
scuola
artistica
,
religiosa
o
scientifica
che
non
voglia
avere
il
suo
giornale
o
la
sua
rivista
,
come
non
v
'
è
reggimento
che
non
abbia
la
sua
bandiera
.
Affermarsi
con
un
giornale
è
,
nel
mondo
moderno
,
il
primo
bisogno
di
un
'
idea
che
nasce
,
come
di
ogni
interesse
che
non
vuole
essere
soffocato
da
interessi
rivali
.
Ed
è
perciò
che
si
potrebbe
fare
una
statistica
e
una
psicologia
della
nostra
vita
sociale
,
solo
contando
ed
esaminando
i
giornali
che
vengono
pubblicati
.
Il
sentire
la
imperiosa
necessità
di
possedere
un
proprio
giornale
,
prova
implicitamente
che
ogni
partito
sa
e
crede
che
quello
è
il
modo
migliore
per
formarsi
un
seguito
di
fedeli
.
Sa
e
crede
cioè
,
che
gli
uomini
si
schierano
dietro
un
'
idea
,
non
tanto
,
come
una
volta
,
per
ragioni
ereditarie
e
tradizionali
,
quanto
per
ragioni
attuali
,
di
persuasione
immediata
.
Senonché
-
a
questo
punto
-
ci
si
presenta
formidabile
la
domanda
:
è
il
giornale
o
il
giornalista
che
forma
il
pubblico
,
o
viceversa
?
Dico
formidabile
la
domanda
,
non
tanto
perché
,
secondo
il
mio
parere
,
lo
sia
realmente
,
quanto
perché
tale
è
considerata
in
genere
dagli
scrittori
.
Noi
abbiamo
in
sociologia
molte
di
queste
questioni
,
che
si
potrebbero
tutte
ridurre
a
una
questione
unica
:
se
cioè
sia
l
'
ambiente
che
ha
maggior
influenza
sull
'
individuo
,
o
l
'
individuo
sull
'
ambiente
.
Problemi
,
in
fondo
,
che
servono
soltanto
a
mostrare
l
'
acutezza
psicologica
dei
singoli
avversari
,
i
quali
,
per
sostenere
la
loro
tesi
,
fanno
sfoggio
di
argomenti
e
di
paragoni
bellissimi
,
ma
esagerati
e
paradossali
.
Prendiamo
,
ad
esempio
,
la
cosidetta
teoria
del
grand
'
uomo
.
Secondo
Spencer
che
la
mise
in
ridicolo
,
è
un
errore
attribuire
socialmente
una
grande
influenza
all
'
uomo
di
genio
:
esso
non
è
che
il
prodotto
necessario
dell
'
ambiente
in
cui
sorge
e
,
per
così
dire
,
un
figlio
del
suo
tempo
:
un
uomo
non
attivo
,
ma
rappresentativo
,
come
lo
chiamava
l
'
Emerson
;
un
attore
,
non
un
autore
del
dramma
storico
.
Secondo
altri
,
invece
-
Carlyle
il
primo
-
tutto
ciò
che
noi
vediamo
di
buono
e
di
bello
nel
mondo
è
dovuto
agli
eroi
,
cioè
ai
grandi
uomini
:
l
'
anima
della
storia
intera
non
è
che
la
loro
storia
:
essi
sono
,
per
ripetere
l
'
espressione
di
Stuart
Mill
:
"
il
sale
della
terra
e
senza
di
loro
la
vita
umana
diverrebbe
una
palude
stagnante
"
.
Chi
ha
torto
o
ragione
?
Mi
si
permetta
-
prima
di
rispondere
-
di
ricorrere
a
una
similitudine
,
certo
banale
,
ma
che
ha
,
se
non
altro
,
il
pregio
di
essere
chiara
.
Ogni
uomo
è
il
prodotto
dei
suoi
genitori
;
senza
di
essi
non
esisterebbe
,
e
con
genitori
diversi
sarebbe
diverso
da
quello
che
è
.
Su
ciò
ci
troviamo
senza
dubbio
tutti
d
'
accordo
.
Così
ci
troviamo
certo
tutti
d
'
accordo
nel
credere
che
ogni
genio
sia
il
prodotto
dell
'
epoca
sua
,
e
che
epoche
diverse
producano
genii
diversi
.
Or
bene
,
pur
ammettendo
queste
premesse
che
a
me
paiono
assiomi
,
negheremmo
noi
che
ogni
figlio
-
una
volta
fatto
uomo
-
possa
esercitare
sui
suoi
genitori
una
grande
influenza
?
O
per
il
solo
fatto
ch
'
egli
è
il
prodotto
fisiologico
e
psicologico
di
suo
padre
e
di
sua
madre
,
dovremmo
negare
la
possibilità
di
questa
influenza
?
No
,
non
è
vero
?
Lo
stesso
,
s
'
io
non
mi
sbaglio
,
deve
dirsi
del
genio
.
Napoleone
e
Garibaldi
,
Dante
e
Shakespeare
,
sorsero
quando
sorsero
perché
fatalmente
dovevano
sorgere
,
e
in
questo
senso
è
vero
che
essi
sono
i
figli
del
loro
tempo
,
lo
scorcio
incosciente
in
cui
si
è
,
per
così
dire
,
simbolizzata
l
'
umanità
di
una
data
epoca
;
ma
chi
vorrà
contestare
che
,
pur
essendo
prodotti
necessari
della
storia
,
dettero
poi
essi
stessi
un
nuovo
indirizzo
alla
storia
,
esercitando
nel
mondo
un
grande
impero
materiale
o
morale
?
Scendiamo
ora
da
queste
altezze
,
ove
si
parla
di
genii
e
di
epoche
storiche
,
e
ritornando
al
nostro
più
modesto
argomento
,
parliamo
di
giornalisti
e
di
pubblici
.
I
nomi
saranno
diversi
ma
il
ragionamento
non
muterà
.
Senza
dubbio
,
ogni
pubblico
,
produce
i
giornalisti
che
hanno
i
suoi
istinti
,
le
sue
tendenze
,
le
sue
doti
ed
i
suoi
difetti
;
che
sono
,
in
una
parola
,
creature
sue
;
ma
una
volta
che
il
pubblico
ha
,
per
dir
così
partorito
il
suo
giornalista
,
è
questo
che
,
come
figlio
verso
i
genitori
,
può
cominciare
ad
avere
influenza
sul
pubblico
,
a
dirigerne
e
a
modificarne
le
opinioni
.
In
questo
caso
si
può
dire
che
la
psicologia
del
pubblico
somiglia
a
quella
della
folla
.
Che
cosa
sono
i
meneurs
delle
folle
,
se
non
prodotti
incoscienti
e
istantanei
delle
folle
stesse
?
In
una
moltitudine
assembrata
e
fremente
,
voi
sentite
ad
un
tratto
una
voce
o
un
grido
,
dietro
il
quale
corre
subito
,
con
cieca
ed
uniforme
credulità
,
tutta
la
turba
,
per
dare
sfogo
ai
suoi
sentimenti
di
odio
o
di
amore
.
Di
quella
voce
o
di
quel
grido
non
è
responsabile
l
'
uomo
che
li
ha
lanciati
,
ma
la
misteriosa
anima
della
folla
che
l
'
ha
costretto
a
lanciarli
.
Il
meneur
è
dunque
creato
dalla
collettività
.
Ma
,
appena
creato
,
egli
acquista
un
tal
potere
dispotico
su
coloro
che
lo
attorniano
,
che
può
condurli
ove
vuole
,
ad
eccessi
ed
a
delitti
che
la
folla
non
avrebbe
voluto
né
pensato
mai
di
commettere
.
Il
giornalista
non
è
che
un
meneur
del
suo
pubblico
.
Creato
da
questo
,
può
trascinarlo
al
di
là
di
dove
esso
stesso
voleva
andare
.
V
.
Se
la
logica
,
dunque
,
serve
a
qualche
cosa
,
io
credo
che
essa
ci
dia
il
diritto
di
affermare
che
l
'
opinione
pubblica
è
,
se
non
del
tutto
creata
,
certo
plasmata
,
modificata
e
diretta
dai
giornalisti
.
In
quale
misura
?
Ecco
il
problema
.
Problema
difficilissimo
a
risolvere
,
giacché
-
quantunque
i
fenomeni
di
psicologia
collettiva
somiglino
molto
,
per
i
loro
imprevisti
precipitati
,
ai
fenomeni
chimici
-
pur
tuttavia
è
impossibile
in
psicologia
collettiva
quel
che
è
possibile
in
chimica
:
sapere
cioè
qual
dose
occorra
delle
varie
sostanze
per
ottenere
la
sostanza
nuova
.
Per
uscir
di
metafora
:
come
si
può
determinare
quanta
parte
ebbe
,
nel
creare
una
data
opinione
pubblica
,
l
'
opera
personale
di
questo
o
quel
giornalista
,
e
quanta
parte
l
'
opera
anonima
,
collettiva
ed
istintiva
del
popolo
?
Si
dice
,
per
esempio
*
,
che
la
statistica
degli
abbonamenti
è
un
eccellente
termometro
-
spesso
consultato
-
che
avverte
i
redattori
di
un
giornale
della
linea
di
condotta
da
seguirsi
.
In
questo
caso
è
il
pubblico
che
impone
,
colla
sanzione
economica
,
il
suo
parere
ai
giornalisti
,
non
questi
a
quello
.
E
c
'
è
in
proposito
l
'
esempio
famoso
del
"
Figaro
"
,
che
nel
1897
dopo
aver
pubblicato
i
primi
articoli
di
Emilio
Zola
in
favore
di
Dreyfus
e
di
chi
lo
difendeva
,
mutò
bandiera
per
non
disgustare
i
suoi
abbonati
ed
i
suoi
lettori
*
.
Senza
ricorrere
,
del
resto
,
a
un
fatto
tanto
noto
,
e
compiuto
se
non
altro
con
una
franchezza
che
ne
potrebbe
essere
una
attenuante
,
ognuno
di
noi
-
per
poco
che
abbia
pratica
del
mondo
giornalistico
-
conosce
dei
fatti
analoghi
;
conosce
cioè
dei
giornali
e
,
quel
che
è
peggio
,
dei
giornalisti
,
che
hanno
mutato
o
modificato
le
loro
opinioni
perché
gli
umori
del
pubblico
,
e
quindi
la
cifra
degli
incassi
,
consigliavano
loro
utilmente
di
modificarle
.
Malgrado
questi
fatti
,
io
inclino
però
a
credere
più
frequente
e
più
intensa
l
'
influenza
del
giornalista
sul
pubblico
,
che
non
quella
del
pubblico
sul
giornalista
.
E
non
solo
quell
'
influenza
è
,
secondo
me
,
più
intensa
,
ma
può
essere
anche
moralmente
più
dannosa
.
Ed
ecco
il
perché
.
Il
pubblico
potrà
far
mutare
indirizzo
a
un
giornale
:
noi
riconosciamo
che
questa
è
una
brutta
cosa
per
il
carattere
e
l
'
indipendenza
del
giornale
giacché
è
,
in
fondo
,
una
forma
di
corruzione
.
Ma
è
una
corruzione
che
non
fa
che
una
sola
specie
di
vittime
:
le
facili
coscienze
dei
convertiti
.
Si
tratta
quindi
semplicemente
di
una
questione
di
morale
individuale
.
Se
,
per
tenerci
all
'
esempio
citato
,
i
lettori
del
"
Figaro
"
volevano
che
il
loro
giornale
difendesse
lo
Stato
maggiore
francese
e
ribadisse
la
catena
del
relegato
dell
'
Isola
del
Diavolo
,
e
se
il
Consiglio
d
'
amministrazione
del
grande
giornale
parigino
ha
creduto
suo
interesse
di
accontentarli
,
peggio
per
quei
lettori
,
e
peggio
,
ripeto
,
per
le
coscienze
dei
giornalisti
e
per
l
'
indipendenza
del
giornale
che
a
quel
mutamento
si
sono
adattati
.
Non
c
'
è
altro
da
deplorare
.
L
'
influenza
,
invece
,
del
giornalista
sul
pubblico
può
essere
moralmente
e
materialmente
assai
più
dannosa
,
giacché
il
giornalista
può
mentire
,
può
far
credere
al
suo
pubblico
cose
non
vere
,
e
quindi
traviarne
il
giudizio
;
può
,
insomma
,
commettere
verso
di
lui
molti
delitti
,
sfruttando
la
sua
credulità
e
la
sua
buona
fede
.
C
'
è
forse
il
bisogno
di
portar
degli
esempi
per
provare
quante
imprese
losche
-
finanziarie
e
politiche
-
furono
gabellate
per
buone
al
pubblico
dall
'
arte
sapiente
dei
giornalisti
?
I
Panama
francese
e
italiano
informino
.
Del
danaro
,
molto
danaro
,
moltissimo
danaro
,
e
si
crea
l
'
opinione
pubblica
che
si
vuole
.
Non
parliamo
poi
dei
periodi
elettorali
,
dove
,
oltre
il
danaro
,
sono
in
gioco
mille
passioni
,
non
tutte
nobili
e
pure
.
Come
vi
sono
i
candidati
o
i
loro
grandi
elettori
che
mentiscono
alla
folla
che
ascolta
i
loro
discorsi
,
e
promettono
cose
che
sanno
di
non
poter
mantenere
e
diffamano
i
loro
avversarî
,
-
così
vi
sono
i
giornalisti
dell
'
uno
e
dell
'
altro
campo
che
mentiscono
al
loro
pubblico
per
trascinarlo
a
dare
il
voto
a
Tizio
piuttosto
che
a
Caio
.
Nel
dover
constatare
questi
fatti
dolorosi
c
'
è
una
sola
consolazione
:
ed
è
che
i
giornali
,
come
gli
oratori
,
si
servono
l
'
un
l
'
altro
d
'
antidoto
e
si
neutralizzano
.
Ma
non
resta
men
vero
che
il
pubblico
è
,
in
moltissimi
casi
,
come
la
creta
molle
su
cui
imprime
la
sua
impronta
la
mano
del
giornalista
.
Gabriele
Tarde
colla
sua
abituale
acutezza
diceva
che
-
quasi
a
contrappeso
psicologico
a
questi
delitti
commessi
verso
il
pubblico
-
vi
sono
anche
i
delitti
commessi
dal
pubblico
.
Ed
è
vero
.
Già
,
quel
fenomeno
di
peggioramento
morale
collettivo
che
io
ho
constatato
nella
folla
avviene
fatalmente
anche
nel
pubblico
,
il
quale
non
è
che
una
folla
diffusa
.
Gli
individui
che
compongono
una
folla
od
un
pubblico
-
presi
uno
per
uno
-
sono
,
in
generale
,
buone
e
brave
persone
:
riuniti
insieme
,
si
direbbe
che
le
loro
qualità
migliori
si
elidono
e
si
nascondono
per
lasciare
scorgere
e
sopravvanzare
le
qualità
peggiori
.
Si
svegliano
,
cioè
,
nelle
collettività
-
siano
esse
statiche
come
una
folla
,
o
dinamiche
come
un
pubblico
-
gli
istinti
più
bassi
,
e
delle
stratificazioni
del
carattere
salgono
alla
superficie
le
prime
,
le
più
animali
e
le
più
selvaggie
.
Le
folle
son
più
feroci
e
brutali
,
nella
manifestazione
di
questi
istinti
,
appunto
perché
sono
organismi
atavici
;
i
pubblici
son
meno
brutali
e
feroci
appunto
perché
sono
organismi
moderni
e
civili
.
Le
une
,
nel
loro
parossismo
d
'
odio
,
corrono
all
'
assassinio
;
gli
altri
si
limitano
all
'
ingiuria
e
alla
diffamazione
.
Le
une
uccidono
materialmente
,
gli
altri
si
limitano
ad
uccidere
moralmente
.
Dobbiamo
dire
-
per
questo
-
che
tanto
le
folle
come
i
pubblici
sieno
incapaci
di
slanci
nobili
,
generosi
ed
eroici
?
Nemmeno
per
idea
.
Ma
questi
slanci
sono
rari
,
e
la
regola
è
che
,
nelle
collettività
,
gli
istinti
buoni
rimangono
addormentati
.
Prendete
,
come
esempio
,
le
forme
più
ristrette
e
più
comuni
del
pubblico
:
i
salotti
,
i
clubs
,
ecc
.
;
provate
in
una
conversazione
a
dir
bene
d
'
una
persona
:
qualcuno
farà
eco
,
gli
altri
,
se
non
contraddiranno
,
rimarranno
zitti
e
il
discorso
morirà
ben
presto
.
Provate
invece
a
dirne
male
:
sarà
un
coro
:
ognuno
avrà
il
suo
piccolo
sassolino
da
aggiungere
alla
valanga
del
pettegolezzo
,
e
l
'
argomento
,
state
pur
certi
,
non
si
estinguerà
tanto
presto
.
Bisogna
confessarlo
:
la
leggenda
biblica
è
psicologicamente
verissima
:
i
frutti
dell
'
albero
del
male
sono
assai
più
saporiti
di
quelli
dell
'
albero
del
bene
.
Passiamo
dai
pubblici
ristretti
ai
pubblici
vasti
:
dal
salotto
al
giornalismo
.
Nella
stampa
,
se
si
vuole
veramente
svegliare
l
'
interesse
e
la
curiosità
del
pubblico
,
occorre
creargli
non
un
oggetto
d
'
amore
,
ma
un
oggetto
d
'
odio
.
Piacciono
,
per
dir
il
vero
,
anche
gli
idoli
,
e
vi
si
bruciano
incensi
con
grande
prodigalità
,
ma
finiscono
per
stancare
:
e
d
'
altronde
non
è
sempre
troppa
malignità
il
supporre
che
il
pubblico
crei
degli
idoli
per
darsi
poi
il
divertimento
di
abbatterli
.
Un
'
osservazione
che
non
ho
intesa
fare
a
suo
tempo
da
alcuno
e
che
pure
mi
sembra
semplicissima
,
è
che
l
'
affare
Dreyfus
ha
preso
un
nuovo
slancio
ed
ha
maggiormente
appassionato
il
pubblico
dei
due
mondi
quando
il
fratello
dell
'
infelice
capitano
accusò
Esterhazy
di
essere
l
'
autore
del
bordereau
.
Egli
aveva
trovato
l
'
oggetto
d
'
odio
da
offrire
in
pascolo
al
popolo
.
Fino
allora
si
combatteva
per
l
'
innocenza
di
un
uomo
ma
non
si
conosceva
.
il
nome
del
vero
colpevole
:
era
una
campagna
negativa
,
la
cui
nobiltà
non
poteva
essere
sentita
da
tutti
,
ma
soltanto
da
coloro
che
si
appassionano
idealmente
per
la
verità
e
per
la
giustizia
.
Il
grosso
del
pubblico
,
come
le
folle
a
teatro
,
vuole
che
i
drammi
finiscano
non
solo
col
trionfo
dell
'
innocente
,
ma
anche
colla
condanna
del
colpevole
.
E
la
simpatia
per
Dreyfus
aveva
bisogno
,
per
crescere
,
di
riscaldarsi
al
fuoco
dell
'
odio
contro
Esterhazy
.
Dice
benissimo
il
Tarde
:
"
Scoprire
o
inventare
un
nuovo
e
grande
oggetto
di
odio
per
l
'
uso
del
pubblico
,
è
ancora
uno
dei
mezzi
più
sicuri
per
diventare
uno
dei
re
del
giornalismo
.
In
nessun
paese
,
in
nessuna
epoca
,
l
'
apologetica
ha
avuto
tanto
successo
quanto
la
diffamazione
"
.
Ed
è
questa
considerazione
,
e
nessun
'
altra
,
che
può
spiegare
l
'
enorme
successo
della
stampa
diffamatoria
,
dei
Drumont
,
dei
Rochefort
,
e
di
tutte
le
altre
tigri
letterarie
di
Francia
e
di
altrove
.
Il
pubblico
,
quindi
,
è
per
sé
stesso
un
po
'
delinquente
,
giacché
ha
degli
istinti
e
delle
passioni
basse
ed
impure
.
Nei
periodi
storici
,
durante
i
quali
il
progresso
si
accelera
e
si
acutizza
in
forme
rivoluzionarie
,
il
pubblico
può
diventare
delinquente
davvero
.
Allora
è
facile
che
dalla
ferocia
verbale
passi
alla
ferocia
materiale
e
che
esso
voglia
colpire
,
non
soltanto
a
parole
,
i
suoi
oggetti
d
'
odio
.
Allora
è
facile
che
esso
applauda
chi
propone
,
e
spinga
anzi
a
proporre
,
le
leggi
di
proscrizione
,
le
condanne
,
i
massacri
,
le
persecuzioni
di
qualunque
genere
.
Senza
l
'
esistenza
e
senza
le
provocazioni
di
un
certo
pubblico
,
gli
orrori
della
Rivoluzione
francese
,
come
del
resto
di
tutte
le
rivoluzioni
,
non
sarebbero
stati
possibili
.
Nei
periodi
storici
normali
,
il
carattere
delittuoso
di
certi
pubblici
è
diverso
,
si
vede
meno
,
ma
non
è
per
questo
meno
effettivo
.
Allora
il
pubblico
,
più
che
autore
è
complice
di
delitti
;
non
li
commette
,
ma
sopporta
che
i
suoi
capi
li
commettano
,
e
cerca
nasconderli
o
attenuarli
in
base
a
una
speciale
moralità
che
non
è
altro
se
non
un
interesse
di
partito
.
Da
ciò
,
le
congiure
del
silenzio
su
azioni
non
belle
compiute
da
personalità
politiche
;
da
ciò
,
i
tentativi
di
salvataggio
,
quando
i
nodi
vengono
al
pettine
e
suona
l
'
ora
paurosa
delle
inchieste
.
Ma
il
tema
è
scabroso
,
e
non
è
facile
né
forse
bello
l
'
insistervi
.
Se
vi
sono
dei
pubblici
delinquenti
,
vi
sono
anche
dei
pubblici
pazzi
o
,
per
lo
meno
,
incoscienti
.
Il
pubblico
è
qualche
volta
assalito
di
improvviso
da
un
eccesso
di
follia
,
senza
che
se
ne
possano
spiegare
le
ragioni
:
fenomeno
codesto
che
non
trova
altro
paragone
se
non
in
quelle
folate
di
vento
che
turbano
d
'
un
tratto
la
quiete
dell
'
atmosfera
.
Il
pubblico
greco
che
or
sono
alcuni
anni
impose
al
suo
governo
la
guerra
colla
Turchia
,
era
in
uno
di
questi
accessi
;
e
forse
anche
il
popolo
italiano
traversò
una
fase
di
incoscienza
dopo
il
disastro
di
Adua
,
nel
giudicare
la
responsabilità
della
guerra
e
nel
decidere
la
condotta
che
i
suoi
ministri
dovevano
tenere
.
Meno
gravi
e
meno
importanti
,
socialmente
ma
psicologicamente
simili
,
questi
engoûments
sono
anche
la
caratteristica
dei
pubblici
,
non
politici
,
ma
artistici
e
letterari
.
Viene
alle
volte
un
momento
in
cui
un
letterato
diventa
improvvisamente
di
moda
,
e
per
un
po
'
di
tempo
non
si
parla
che
di
lui
,
non
si
scrive
che
di
lui
;
è
il
re
del
giorno
.
Magari
egli
non
ha
prodotto
nulla
di
nuovo
,
o
l
'
ultimo
suo
libro
è
inferiore
ai
precedenti
:
eppure
soltanto
allora
sembra
che
il
pubblico
s
'
accorga
della
sua
celebrità
.
In
tutti
questi
casi
la
psicologia
dei
pubblici
ritorna
ad
assomigliare
alla
psicologia
delle
folle
,
dove
non
si
sa
come
o
perché
nascano
certi
impulsi
e
scoppino
certe
azioni
violente
,
o
delittuose
o
pazzesche
,
che
nessuna
forza
umana
è
capace
di
moderare
.
E
appunto
in
questi
casi
ritorna
più
imperiosa
la
domanda
:
dietro
ogni
pubblico
non
ci
son
forse
sempre
dei
pubblicisti
che
lo
aizzano
,
come
dietro
ogni
folla
c
'
è
sempre
una
setta
che
ne
è
quasi
il
lievito
?
Qualunque
sia
la
risposta
che
si
voglia
dare
a
questa
domanda
-
e
una
risposta
recisa
,
categorica
,
sarebbe
a
mio
parere
impossibile
-
essa
avrebbe
,
per
lo
scopo
del
nostro
studio
,
una
relativa
importanza
.
A
noi
basta
avere
constatato
che
alcune
volte
-
io
direi
molte
volte
-
è
il
giornalista
che
forma
l
'
opinione
pubblica
.
In
questi
soli
casi
si
può
tentare
di
proporre
qualche
suggerimento
che
serva
a
rendere
più
onesta
e
più
utile
l
'
influenza
del
giornale
,
e
quindi
più
cosciente
e
più
vera
l
'
opinione
pubblica
.
Per
i
casi
in
cui
-
non
il
giornale
esercita
il
suo
potere
di
suggestione
sul
pubblico
,
ma
questo
su
quello
,
-
io
non
vedo
possibilità
di
rimedî
o
consigli
,
se
non
forse
in
una
vasta
e
lunga
opera
di
educazione
e
di
istruzione
popolare
,
che
trascenderebbe
i
limiti
del
nostro
lavoro
.
Se
infatti
voi
credete
che
una
qualsiasi
opinione
si
manifesti
nel
pubblico
,
senza
che
vi
abbia
influito
la
voce
di
alcun
pubblicista
,
per
un
fenomeno
incomprensibile
di
generazione
spontanea
,
voi
potrete
tutto
al
più
studiare
il
modo
e
le
forme
con
cui
questa
opinione
si
è
manifestata
,
ma
non
potrete
consigliare
alcun
mezzo
per
cercar
di
modificare
quell
'
opinione
.
Essa
sarebbe
una
fatalità
,
contro
cui
è
vano
lottare
.
Ma
poiché
,
ripeto
,
se
si
potrà
discutere
sulla
misura
dell
'
influenza
della
stampa
,
non
si
può
certo
discutere
sulla
realtà
effettiva
di
questa
influenza
,
noi
cercheremo
se
v
'
è
un
modo
di
disciplinarla
affinché
essa
adempia
con
maggior
moralità
e
più
coscienza
al
suo
difficilissimo
còmpito
di
creare
la
pubblica
opinione
.
VI
.
È
un
fenomeno
,
in
apparenza
,
un
po
'
strano
che
mentre
lo
Stato
esige
delle
garanzie
intellettuali
e
morali
per
lasciare
esercitare
la
professione
del
medico
,
dell
'
avvocato
,
dell
'
ingegnere
,
dell
'
impiegato
,
non
ne
esiga
nessuna
per
esercitare
quella
del
giornalista
.
Si
direbbe
-
e
perdonatemi
il
paradosso
-
che
lo
Stato
lasci
in
balìa
degli
incompetenti
le
funzioni
più
alte
e
più
difficili
;
lascia
infatti
ai
giurati
(
che
non
hanno
l
'
obbligo
di
essere
giuristi
o
psicologi
)
il
giudicare
della
vita
e
dell
'
onore
dei
singoli
cittadini
;
lascia
ai
deputati
(
che
non
hanno
l
'
obbligo
d
'
aver
fatto
studi
di
sociologia
)
il
giudicare
degli
interessi
collettivi
della
nazione
;
infine
lascia
ai
giornalisti
(
che
non
debbono
dare
nessun
esame
né
presentare
la
fedina
criminale
pulita
)
il
terribile
potere
di
formare
la
pubblica
opinione
.
Con
ciò
-
e
mi
preme
di
dichiararlo
subito
-
io
non
intendo
affatto
di
invocare
delle
leggi
che
restringano
il
diritto
di
diventar
giurato
,
deputato
o
giornalista
.
Io
non
credo
-
o
per
lo
meno
credo
assai
poco
-
alla
valutazione
ufficiale
delle
attitudini
:
credo
invece
che
-
sopratutto
nel
campo
intellettuale
-
imperi
la
legge
di
selezione
e
di
sopravvivenza
dei
più
adatti
.
Lo
Stato
può
distribuire
lauree
e
diplomi
:
chi
,
pur
avendoli
ottenuti
,
non
ne
è
degno
,
muore
ugualmente
di
fame
o
trascina
una
oscura
e
faticosa
esistenza
.
Tutto
ciò
che
ha
il
bollo
governativo
-
laurea
,
esame
,
concorso
-
non
è
in
fondo
che
un
mezzo
per
la
diffusione
di
quella
crisi
di
mediocrità
che
si
va
determinando
oggi
fra
i
notabili
della
borghesia
.
Parmi
però
che
se
sarebbe
del
tutto
inutile
-
oltre
che
ridicolo
-
l
'
esigere
per
il
giornalista
un
diploma
,
non
sarebbe
affatto
inutile
esigere
per
il
giornalista
stesso
una
garanzia
della
sua
moralità
e
della
sua
intelligenza
.
Il
diploma
è
una
responsabilità
indiretta
che
si
assume
lo
Stato
e
che
,
in
pratica
,
non
esiste
:
l
'
obbligo
di
firmare
gli
articoli
sarebbe
-
se
io
non
mi
illudo
-
una
responsabilità
personale
e
diretta
,
che
avrebbe
in
pratica
une
grande
e
benefica
efficacia
.
Tutti
sappiamo
il
feticismo
che
il
popolo
ha
per
ciò
che
è
stampato
:
gran
parte
di
coloro
che
leggono
un
giornale
credono
a
quello
che
leggono
con
fede
cieca
,
lo
reputano
possibile
e
probabile
,
lo
ripetono
,
lo
raccontano
,
lo
ampliano
,
lo
svisano
.
Di
ogni
notizia
stampata
si
può
dire
quel
che
si
dice
della
calunnia
:
anche
se
non
v
'
è
nulla
di
vero
,
ne
resterà
sempre
qualche
cosa
.
Orbene
,
a
me
pare
che
non
bisognerebbe
approfittare
troppo
di
questa
inconscia
credulità
del
pubblico
e
che
il
più
elementare
sentimento
di
lealtà
dovrebbe
consigliare
a
mettere
un
nome
-
ossia
una
persona
che
ne
risponda
-
in
fondo
a
ogni
articolo
.
Così
il
lettore
avrebbe
,
in
quel
nome
,
una
garanzia
,
o
per
lo
meno
un
indice
per
prestare
maggiore
o
minore
fede
a
quello
che
legge
.
Quand
'
io
vedo
sui
giornali
certi
attacchi
violenti
contro
questa
o
quella
persona
,
contro
una
società
,
contro
una
istituzione
,
e
non
trovo
in
calce
all
'
articolo
un
nome
,
mi
vien
fatto
di
pensare
-
per
associazione
di
idee
-
a
una
lettera
anonima
.
Lo
so
:
si
può
obbiettare
che
c
'
è
l
'
organismo
giornale
,
il
quale
risponde
di
quello
che
è
stampato
nelle
sue
colonne
.
Ma
a
che
si
riduce
questa
responsabilità
?
Nel
maggior
numero
dei
casi
il
processo
non
si
vuol
fare
o
non
si
può
fare
perché
mancano
nell
'
articolo
gli
estremi
del
reato
;
ed
è
giusto
,
allora
,
che
si
getti
la
lode
o
il
discredito
senza
che
si
sappia
chi
è
colui
che
loda
o
diffama
?
Nei
casi
in
cui
il
processo
si
fa
,
vi
è
la
magra
consolazione
e
l
'
inutilissima
sanzione
,
di
veder
condannare
il
gerente
che
non
ha
mai
nessuna
colpa
,
o
il
direttore
che
può
non
averla
,
o
-
ipotesi
rarissima
-
l
'
autore
dell
'
articolo
anonimo
,
se
egli
sentirà
il
bisogno
di
rivelarsi
all
'
ultima
ora
,
mentre
avrebbe
dovuto
,
per
lealtà
,
mostrarsi
prima
.
Ma
,
si
dice
,
resterebbe
ad
ogni
modo
la
responsabilità
finanziaria
dell
'
amministrazione
del
giornale
.
Prescindendo
dal
discutere
quanto
sia
effettiva
questa
responsabilità
,
io
domando
:
è
giusto
ed
è
civile
il
ridurre
a
una
responsabilità
collettiva
,
anonima
e
soltanto
finanziaria
,
i
delitti
che
per
mezzo
della
stampa
si
possono
commettere
?
Non
sarebbe
questo
un
risuscitare
l
'
epoca
longobarda
in
cui
anche
gli
omicidii
si
scontavano
soltanto
in
danaro
,
o
,
peggio
ancora
,
l
'
epoca
barbara
,
in
cui
rispondeva
di
un
delitto
non
solo
colui
che
lo
aveva
commesso
,
ma
tutta
la
sua
famiglia
,
tutto
il
suo
clan
?
Intendiamoci
bene
:
io
credo
doveroso
che
l
'
amministrazione
di
un
giornale
risponda
dinanzi
alla
legge
civile
di
tutto
ciò
che
nel
giornale
si
pubblica
:
ma
non
credo
che
questa
responsabilità
sia
sufficiente
,
e
non
credo
equo
che
il
pietoso
velo
di
un
'
anonima
collettività
copra
la
non
bella
figura
dell
'
uomo
che
ha
scritte
cose
degne
d
'
esser
condannate
o
anche
soltanto
di
essere
biasimate
.
La
gogna
è
,
tra
le
pene
più
antiche
,
quella
che
trasformata
civilmente
,
sembra
ancora
a
me
la
più
giusta
.
Si
sappia
pubblicamente
da
tutti
il
nome
di
colui
che
per
vendetta
,
per
invidia
,
o
per
altri
più
bassi
motivi
ha
gettato
il
discredito
su
una
persona
o
ha
ingannato
e
traviato
i
suoi
lettori
.
Questo
è
,
secondo
la
mia
coscienza
,
il
criterio
con
cui
parmi
si
debba
intendere
la
responsabilità
.
Senonché
i
fautori
dell
'
articolo
anonimo
hanno
degli
altri
argomenti
in
favore
della
loro
tesi
.
L
'
articolo
anonimo
,
essi
dicono
,
ha
più
efficacia
sul
pubblico
,
giacché
rispecchia
non
l
'
opinione
singola
d
'
uno
scrittore
,
ma
quella
d
'
un
partito
,
e
giacché
permette
al
giornale
di
mantenere
unità
di
indirizzo
.
Ha
più
efficacia
sul
pubblico
?
Forse
.
Ma
che
genere
d
'
efficacia
?
Io
penso
che
l
'
articolo
firmato
si
possa
paragonare
alla
voce
d
'
un
oratore
,
e
l
'
articolo
anonimo
ad
uno
di
quei
gridi
ignoti
che
escono
spesso
dalla
folla
.
Io
non
nego
che
questo
grido
possa
suggestionare
la
moltitudine
più
di
quel
che
possa
persuadere
il
suo
uditorio
la
parola
di
un
oratore
:
ma
qual
è
la
suggestione
più
cosciente
e
più
onesta
?
Del
resto
si
può
affermare
,
tanto
per
fare
una
frase
,
che
l
'
articolo
anonimo
rispecchia
,
non
l
'
opinione
d
'
una
persona
,
bensì
quella
d
'
un
intero
partito
:
in
realtà
l
'
articolo
è
sempre
scritto
da
una
sola
persona
o
per
lo
meno
sulla
falsariga
delle
idee
suggerite
da
una
sola
persona
,
e
quindi
il
voler
far
credere
che
è
un
'
opera
collettiva
...
come
i
poemi
d
'
Omero
,
è
una
finzione
.
Nessuno
più
di
me
riconosce
,
e
l
'
ho
già
detto
,
che
il
vero
giornalista
è
,
come
in
un
altro
campo
il
vero
artista
,
un
uomo
che
intende
,
riassume
in
sé
ed
esprime
bisogni
,
desiderii
e
pensieri
che
giacciono
confusi
e
diffusi
nella
psiche
collettiva
;
ma
se
egli
ha
questa
dote
felice
di
rendersi
interprete
del
sentimento
di
molti
,
perché
nascondere
il
suo
nome
?
Anzitutto
egli
potrebbe
sbagliarsi
,
e
in
tal
caso
è
bene
si
sappia
che
l
'
opinione
o
il
giudizio
espresso
son
l
'
opinione
ed
il
giudizio
di
un
solo
e
non
di
molti
;
in
secondo
luogo
,
se
egli
veramente
dice
quello
che
molti
pensano
,
dov
'
è
il
danno
che
produrrebbe
la
sua
firma
?
I
giornali
possono
molto
,
ma
possono
molto
anche
i
libri
nella
formazione
e
nella
trasformazione
delle
idee
e
dei
sentimenti
.
E
i
libri
,
specialmente
i
libri
che
hanno
rifatto
la
gente
,
non
sono
anonimi
.
Quanto
al
mantenere
unità
di
indirizzo
al
giornale
,
riconosco
che
il
sistema
di
scrivere
senza
firmare
è
...
il
sistema
ideale
.
Siccome
nessuno
sa
chi
è
colui
che
scrive
,
nessuno
può
rimproverare
a
Tizio
o
a
Caio
di
scrivere
oggi
in
un
giornale
il
contrario
di
quello
che
scriveva
ieri
in
un
altro
.
Io
invece
desidero
che
gli
articoli
sian
firmati
appunto
per
evitare
smistamenti
di
persone
che
,
lavorando
anonimamente
,
possono
,
senza
cadere
in
discredito
,
uniformarsi
all
'
indirizzo
di
un
giornale
che
,
magari
,
poco
prima
,
in
un
altro
giornale
avevano
combattuto
.
E
d
'
altra
parte
,
pur
riconoscendo
che
si
può
onestamente
mutare
le
proprie
opinioni
,
vorrei
che
queste
naturali
modificazioni
del
pensiero
politico
dei
singoli
giornalisti
fossero
compiute
alla
luce
del
sole
e
colla
franca
lealtà
di
chi
non
si
vergogna
d
'
aver
cambiato
parere
.
L
'
articolo
anonimo
è
una
specialità
del
giornale
politico
quotidiano
:
le
riviste
scientifiche
o
letterarie
,
salvo
casi
rarissimi
,
portano
tutti
articoli
firmati
.
Eppure
,
o
appunto
,
l
'
opinione
pubblica
formata
dalle
riviste
,
su
una
qualsiasi
questione
tecnica
,
scientifica
o
letteraria
,
è
sempre
più
equa
,
più
misurata
,
più
cosciente
dell
'
opinione
pubblica
politica
formata
dai
giornali
quotidiani
.
Perché
?
Le
ragioni
sono
evidenti
.
Anzitutto
perché
gli
scrittori
delle
riviste
sono
ritenuti
più
onesti
degli
scrittori
dei
giornali
,
nel
senso
che
si
crede
e
si
sa
che
essi
sostengono
sempre
la
loro
opinione
sincera
,
non
quella
che
in
un
dato
momento
potrebbe
piacere
al
pubblico
,
e
tanto
meno
quella
che
potrebbe
essere
loro
imposta
,
e
magari
pagata
,
da
chi
avesse
interesse
a
vederla
trionfare
.
In
secondo
luogo
,
perché
gli
scrittori
delle
riviste
sono
intellettualmente
migliori
,
cioè
più
competenti
nel
soggetto
che
trattano
,
e
non
fanno
l
'
articolo
(
come
i
giornalisti
)
su
qualsiasi
argomento
,
ad
essi
magari
ignoto
un
'
ora
prima
.
Orbene
,
questa
superiorità
morale
e
intellettuale
che
hanno
incontestabilmente
le
riviste
sui
giornali
quotidiani
è
,
in
fondo
,
dovuta
al
fatto
che
nelle
riviste
gli
articoli
sono
firmati
.
Esigete
la
firma
anche
per
gli
articoli
dei
giornali
quotidiani
,
e
gli
articoli
saranno
migliorati
moralmente
e
intellettualmente
.
VII
.
Arrivato
alla
fine
del
mio
saggio
,
sento
e
prevedo
io
stesso
due
critiche
.
Si
dirà
,
in
primo
luogo
,
che
se
la
stampa
ha
molta
importanza
nella
formazione
dell
'
opinione
pubblica
,
non
ne
è
però
la
causa
unica
:
si
dirà
,
in
secondo
luogo
,
che
il
limitarsi
ad
esigere
che
gli
articoli
sian
firmati
,
dato
che
sia
un
rimedio
,
è
un
rimedio
meschino
di
fronte
al
male
che
il
giornalismo
può
fare
.
Accetto
in
parte
la
prima
critica
,
ma
rispondo
con
le
seguenti
parole
di
Max
Nordau
:
"
L
'
uomo
di
Stato
che
or
sono
circa
60
anni
diceva
che
"
la
stampa
è
il
quarto
potere
"
credeva
di
dire
un
paradosso
;
inconsciamente
pronunziava
una
profezia
.
La
stampa
,
senza
volerlo
,
senza
saperlo
quasi
,
entra
in
concorrenza
vitale
coi
poteri
costituiti
.
Essa
tende
ad
impadronirsi
dei
diritti
del
Governo
,
del
Parlamento
e
dell
'
Accademia
.
Naturalmente
questi
corpi
si
difendono
.
Essi
odiano
la
stampa
perché
sentono
in
lei
la
loro
erede
un
poco
impaziente
.
Ma
il
loro
odio
sarà
impotente
.
Le
stampa
sarà
la
più
forte
.
Poiché
essa
è
la
figlia
delle
condizioni
nuove
della
vita
civile
,
mentre
gli
altri
poteri
sono
stati
creati
da
una
civiltà
che
non
conosceva
ancora
né
ferrovie
,
né
telegrafo
,
né
telefono
,
né
istruzione
obbligatoria
e
universale
.
La
base
sociologica
di
tutte
le
istituzioni
di
una
democrazia
è
l
'
opinione
pubblica
,
vale
a
dire
il
sentimento
e
la
volontà
della
maggioranza
del
popolo
.
Tutto
il
meccanismo
del
parlamentarismo
:
agitazioni
elettorali
,
elezioni
,
Camera
,
regolamento
delle
sedute
,
discussioni
,
votazioni
,
non
sono
che
la
messa
in
opera
dell
'
opinione
pubblica
.
Ma
quanto
pesante
e
fuor
di
moda
è
questa
macchina
!
E
quanto
elegante
,
mobile
,
efficace
,
al
contrario
,
quella
della
stampa
!
Come
incarnazione
del
suffragio
universale
,
essa
è
infinitamente
più
adattata
alle
invenzioni
moderne
che
il
parlamentarismo
!
"
.
È
dunque
perdonabile
se
,
in
questo
primo
abbozzo
d
'
uno
studio
sull
'
opinione
pubblica
,
ci
siamo
fermati
a
considerare
l
'
influenza
della
stampa
che
è
,
nello
stesso
tempo
,
dell
'
opinione
pubblica
la
causa
e
l
'
espressione
più
profonda
e
più
vera
.
Alla
seconda
critica
rispondo
che
,
se
vi
saranno
senza
dubbio
molte
riforme
più
radicali
per
correggere
i
difetti
e
quindi
la
influenza
della
stampa
periodica
,
codeste
riforme
sarebbero
per
le
leggi
che
governano
la
stampa
,
non
per
gli
uomini
che
la
incarnano
e
la
rappresentano
,
ed
io
penso
modestamente
che
occorra
,
oggi
sopratutto
,
mutar
piuttosto
gli
uomini
che
non
le
leggi
.
Le
leggi
,
anche
ottime
,
sono
inutili
,
se
non
dannose
,
quando
son
mediocri
o
cattivi
gli
uomini
che
le
applicano
.
E
se
anche
si
potesse
,
senza
ledere
i
prìncipi
di
libertà
,
escogitare
un
'
ottima
legge
sulla
stampa
,
essa
rimarrebbe
inefficace
se
i
pubblicisti
non
avessero
maggiore
coscienza
e
non
sentissero
maggiore
responsabilità
della
loro
missione
.
Ora
,
a
sviluppare
questa
coscienza
e
a
far
sentire
questa
responsabilità
,
io
non
so
spinta
maggiore
di
quella
che
verrebbe
dall
'
esigere
che
il
pubblicista
mettesse
sempre
il
suo
nome
a
fianco
delle
sue
parole
.
A
poco
a
poco
si
eleverebbe
-
per
eliminazione
degli
indegni
e
dei
mediocri
-
il
livello
morale
e
intellettuale
della
stampa
periodica
,
e
si
darebbe
la
meritata
influenza
sul
pubblico
a
quella
élite
della
intelligenza
che
è
ancora
la
sola
forma
di
aristocrazia
che
possa
avere
dei
diritti
sul
popolo
.
Giacché
,
se
è
vero
che
per
giudicare
della
bontà
di
un
'
idea
basta
contare
i
voti
dei
posteri
,
è
vero
altresì
che
occorre
pesare
quelli
dei
contemporanei
.
E
per
quanto
si
voglia
,
e
si
debba
,
abbassare
e
diminuire
l
'
efficacia
dei
singoli
individui
sull
'
ambiente
che
li
circonda
e
attribuire
tutto
l
'
onore
del
progresso
umano
alle
collettività
,
bisogna
riconoscere
che
l
'
uomo
ha
ancora
un
potere
di
suggestione
personale
,
e
che
sarebbe
dannoso
il
volerglielo
togliere
coll
'
esigere
che
egli
si
nascondesse
sempre
sotto
l
'
anonimo
.
Per
comprendere
quel
che
possa
-
più
che
l
'
idea
,
il
nome
di
colui
che
la
sostiene
e
la
divulga
-
basta
pensare
al
famoso
Io
accuso
!
di
Emilio
Zola
.
La
straordinaria
forza
di
suggestione
di
quell
'
atto
superbamente
bello
,
non
stava
tanto
nel
sentimento
e
nel
pensiero
,
quanto
nell
'
uomo
che
lo
manifestava
:
e
il
bene
immenso
che
ha
fatto
quella
lettera
alla
causa
della
giustizia
e
della
umanità
,
capovolgendo
un
'
opinione
pubblica
iniqua
,
dipendeva
non
dal
contenuto
della
lettera
,
ma
dalla
firma
.
CAPITOLO
QUINTO
Il
Parlamento
e
la
psicologia
collettiva
"
Les
Parlements
ressemblent
à
ces
ruines
que
l
'
on
foule
aux
pieds
,
mais
qui
rappellent
toujours
l
'
idée
de
quelque
temple
fameux
pour
l
'
ancienne
religion
des
peuples
"
.
MONTESQUIEU
,
Lettres
Persanes
Lettre
92
-
Usbeck
à
Rustan
.
Io
non
so
se
,
come
molti
sperano
e
alcuni
credono
,
sia
vicina
l
'
ora
in
cui
il
sistema
parlamentare
dovrà
trasformarsi
o
morire
.
Certo
so
che
non
poche
accuse
vengon
lanciate
contro
di
esso
da
uomini
politici
e
da
pensatori
,
e
che
la
grande
massa
del
pubblico
non
gli
risparmia
critiche
acerbe
e
talvolta
uno
sdegnoso
disprezzo
.
Parmi
però
che
nella
severa
requisitoria
siasi
dimenticata
l
'
accusa
più
grave
.
Finora
si
è
combattuto
il
parlamentarismo
soprattutto
nelle
persone
:
i
deputati
-
si
è
detto
-
non
sono
,
salvo
rare
eccezioni
,
i
migliori
della
nazione
,
sono
spesso
anzi
gente
mediocre
;
conquistano
il
seggio
,
fanno
i
proprî
interessi
non
quelli
degli
elettori
,
o
fanno
gl
'
interessi
di
questi
solo
in
riguardo
al
vantaggio
personale
che
ne
possono
trarre
;
manca
od
è
debole
la
disciplina
di
partito
ove
sarebbe
necessaria
,
e
la
si
ritrova
invece
sotto
la
forma
losca
di
camorra
o
sotto
la
forma
ridicola
di
puntiglio
nelle
questioni
in
cui
le
grandi
idee
politiche
non
entrano
e
gli
estremi
settori
della
Camera
potrebbero
andar
d
'
accordo
senza
offendere
la
logica
e
l
'
integrità
del
carattere
;
il
regionalismo
e
il
campanilismo
,
queste
due
manifestazioni
di
meschino
e
miope
egoismo
collettivo
,
dominano
e
spadroneggiano
insieme
all
'
egoismo
individuale
,
portando
l
'
immoralità
dentro
e
fuori
del
Parlamento
,
e
facendo
del
deputato
,
che
dovrebb
'
essere
un
legislatore
conscio
del
suo
altissimo
ufficio
,
un
uomo
che
rende
molti
favori
nella
speranza
che
a
lui
si
ricambino
con
un
solo
:
eleggerlo
nuovamente
.
E
tutto
ciò
senza
accennare
al
più
brutto
e
pur
troppo
forse
al
non
meno
diffuso
fra
i
vermi
che
rodono
il
sistema
parlamentare
:
la
compera
dei
voti
nelle
elezioni
.
Nessuno
ha
creduto
,
ch
'
io
mi
sappia
,
di
combattere
il
Parlamento
,
anziché
nelle
persone
che
lo
costituiscono
,
nella
sua
essenza
di
organismo
collettivo
.
Nessuno
cioè
si
è
posto
questo
problema
:
dato
anche
,
per
un
'
ipotesi
inverosimile
,
che
tutti
i
singoli
membri
che
lo
compongono
fossero
moralmente
e
intellettualmente
gli
ottimi
della
nazione
,
potrebbe
il
Parlamento
dare
ottimi
risultati
?
In
altre
parole
:
nel
solo
fatto
d
'
essere
una
riunione
di
molti
,
non
è
insita
la
ragione
di
quasi
tutti
i
suoi
difetti
?
A
questa
domanda
noi
tenteremo
di
rispondere
.
I
.
È
un
'
idea
volgare
,
-
che
un
ottimista
potrebbe
attribuire
alla
modestia
umana
,
e
un
pessimista
al
desiderio
di
non
assumere
responsabilità
,
-
il
credere
che
più
persone
sappiano
decidere
meglio
che
una
persona
sola
una
qualunque
questione
.
Quattro
occhi
vedono
più
di
due
,
-
dice
un
proverbio
,
che
è
senza
dubbio
vero
in
molti
casi
ma
è
anche
senza
dubbio
falso
in
molti
altri
,
come
accade
in
genere
di
tutti
i
proverbi
,
nati
dall
'
esperienza
raccolta
su
alcuni
fatti
,
e
non
applicabili
perciò
a
tutti
.
E
allargando
il
principio
contenuto
in
quel
proverbio
,
che
pareva
di
evidenza
assiomatica
,
si
è
venuti
man
mano
in
ogni
ramo
della
vita
civile
costituendo
la
regola
che
le
decisioni
importanti
dovessero
essere
prese
da
un
collegio
di
individui
anziché
da
un
solo
individuo
.
La
magistratura
giudicante
,
popolare
o
togata
,
fu
collegiale
;
i
problemi
che
riguardano
argomenti
di
arte
,
di
scienza
,
d
'
industria
,
d
'
amministrazione
,
furono
sottoposti
al
giudizio
di
Consigli
o
di
Commissioni
;
e
anche
le
leggi
,
che
sono
i
più
gravi
problemi
dei
popoli
,
dovettero
sottoporsi
al
Parlamento
,
ossia
al
voto
di
molte
persone
.
Si
credeva
con
ciò
di
ovviare
ai
pericoli
che
presenta
,
così
dal
lato
morale
come
da
quello
intellettuale
,
il
sistema
di
lasciar
arbitro
un
solo
.
Sommando
più
intelligenze
,
-
dicevasi
,
-
si
avrà
un
risultato
migliore
di
quello
che
darebbe
una
intelligenza
unica
,
e
unendo
più
persone
,
esse
si
controlleranno
a
vicenda
,
evitando
così
le
ingiustizie
,
altrimenti
assai
facili
.
Il
ragionamento
,
-
bisogna
confessarlo
,
-
era
semplice
,
e
in
apparenza
d
'
una
logica
ferrea
.
Ma
era
vero
poi
nella
pratica
?
A
me
pare
di
no
.
Anzitutto
,
per
ragioni
che
chiamerò
estrinseche
e
che
ha
egregiamente
accennate
Aristide
Gabelli
.
"
Si
dice
-
egli
scriveva
-
che
le
Giunte
,
le
Commissioni
,
i
Consigli
,
in
una
parola
i
molti
che
esercitano
il
potere
insieme
,
sono
una
guarentigia
contro
gli
abusi
.
Sarà
anche
vero
.
Ma
prima
bisogna
vedere
se
sono
di
aiuto
all
'
uso
.
Il
fine
per
cui
i
poteri
si
dànno
,
è
infatti
questo
,
che
si
adoperino
.
Quando
le
guarentigie
contro
gli
abusi
son
tali
che
ne
impediscono
l
'
uso
,
diventa
inutile
ancora
il
darle
.
Ora
i
molti
sono
appunto
una
guarentigia
di
questo
genere
,
per
le
partigianerie
e
le
discordie
che
generano
fra
loro
gli
interessi
,
le
opinioni
e
gli
umori
contrarii
;
perché
,
in
mancanza
di
questi
,
uno
viene
,
uno
non
viene
,
uno
è
ammalato
,
un
altro
è
in
viaggio
,
e
di
frequente
tutto
dev
'
esser
rimandato
con
perdita
inestimabile
di
tempo
e
spesso
di
opportunità
e
di
efficacia
;
perché
,
se
è
difficile
di
trovare
in
tutti
l
'
ingegno
,
assai
più
difficile
è
trovare
la
risoluzione
e
la
fermezza
;
perché
,
non
essendovi
responsabilità
personale
,
chi
può
cerca
di
schermirsi
;
perché
chi
ha
il
potere
e
non
l
'
esercita
,
non
è
che
un
impedimento
a
chi
dovrebbe
esercitarlo
;
perché
infine
,
senza
ripetere
ragioni
che
tutti
sanno
,
le
forze
degli
uomini
uniti
si
elidono
e
non
si
sommano
.
Ciò
è
tanto
vero
,
che
moltissime
volte
vien
fuori
una
cosa
mediocre
da
un
consesso
di
tal
natura
che
ognuno
di
quelli
che
lo
compongono
sarebbe
stato
in
grado
di
farla
meglio
da
solo
.
Gli
uomini
,
diceva
Galileo
,
non
sono
come
cavalli
attaccati
a
un
carro
che
tutti
tirano
;
ma
come
cavalli
sciolti
che
corrono
e
uno
dei
quali
guadagna
il
pallio
"
*
.
Quest
'
ultima
idea
che
il
Gabelli
enuncia
soltanto
di
sfuggita
è
,
secondo
me
,
la
più
importante
e
la
più
profonda
.
Sta
bene
il
dire
:
più
intelligenze
sommate
insieme
daranno
un
risultato
migliore
di
quello
che
darebbe
un
'
unica
intelligenza
,
ma
possiamo
noi
in
sociologia
applicare
questi
criteri
puramente
ed
esclusivamente
matematici
?
Io
non
lo
credo
.
"
Que
de
fois
j
'
ai
constaté
-
scriveva
l
'
infelice
Guy
de
Maupassant
,
-
que
l
'
intelligence
s
'
agrandit
et
s
'
élève
dès
qu
'
on
vit
seul
,
qu
'
elle
s
'
amoindrit
et
s
'
abaisse
dès
qu
'
on
se
mêle
de
nouveau
aux
autres
hommes
!
Les
contacts
,
tout
ce
qu
'
on
est
forcé
d
'
ecouter
,
d
'
entendre
et
de
répondre
,
agissent
sur
la
pensée
.
Un
flux
et
reflux
d
'
idées
va
de
tête
en
tête
,
et
un
niveau
s
'
établit
,
une
moyenne
d
'
intelligence
pour
toute
agglomération
nombreuse
d
'
individus
.
Les
qualités
d
'
initiative
intellectuelle
,
de
réflexion
sage
et
même
de
pénétration
de
tout
homme
isolé
,
disparaissent
dès
que
cet
homme
est
mêlé
à
un
grand
nombre
d
'
autres
hommes
"
*
.
Il
Maupassant
non
faceva
che
parafrasare
due
versi
di
Lamartine
:
"
Il
faut
se
séparer
,
pour
penser
,
de
la
fouleEt
s
'
y
confondre
pour
agir
"
.
La
psiche
umana
,
infatti
,
non
è
una
cifra
che
possa
andar
soggetta
alle
leggi
semplici
ed
elementari
della
scienza
dei
numeri
;
è
piuttosto
una
strana
entità
che
si
governa
colle
complicatissime
leggi
della
chimica
e
che
nell
'
associarsi
con
altre
entità
simili
dà
luogo
a
quei
fenomeni
sempre
sorprendenti
,
spesso
inspiegabili
,
che
si
chiamano
combinazioni
e
fermentazioni
.
È
perciò
che
il
risultato
dato
da
una
riunione
di
uomini
non
è
mai
una
somma
,
ma
è
sempre
un
prodotto
,
è
un
quid
ignoto
che
si
sprigiona
-
quasi
improvvisa
scintilla
psicologica
-
dai
diversi
elementi
psichici
individuali
che
si
incontrano
e
si
urtano
.
A
chi
volesse
sapere
il
perché
di
questo
fenomeno
-
certo
da
tutti
osservato
,
-
a
chi
volesse
conoscere
la
ragione
per
la
quale
,
come
dice
sinteticamente
il
Gabelli
,
le
forze
degli
uomini
riuniti
s
'
elidono
e
non
si
sommano
,
noi
non
potremmo
risponder
meglio
che
citando
una
pagina
di
Max
Nordau
,
il
forte
ed
acuto
scienziato
che
ha
il
torto
di
voler
diventare
di
quando
in
quando
un
romanziere
mediocre
.
-
"
Riunite
venti
o
trenta
Goethe
,
Kant
,
Helmholz
,
Shakespeare
,
Newton
,
ecc
..
,
-
egli
scrive
,
-
e
sottomettete
al
loro
giudizio
una
qualsiasi
questione
pratica
del
momento
.
I
loro
discorsi
saranno
forse
diversi
da
quelli
che
potrebbe
pronunziare
un
'
assemblea
di
gente
comune
(
benché
io
non
vorrei
rispondere
nemmeno
di
questo
)
,
ma
quanto
alle
loro
decisioni
io
sono
certo
ch
'
esse
non
differirebbero
in
nulla
da
quelle
di
un
'
assemblea
qualunque
.
E
perché
ciò
?
Perché
ciascuno
dei
venti
o
trenta
eletti
,
oltre
alla
propria
originalità
che
fa
di
lui
un
individuo
eccellente
,
possiede
anche
il
patrimonio
delle
qualità
ereditate
dalla
specie
,
che
lo
rendono
simile
non
solo
al
suo
vicino
nell
'
assemblea
,
ma
anche
a
tutti
gli
individui
sconosciuti
che
passano
per
la
strada
.
Si
può
dire
che
tutti
gli
uomini
allo
stato
normale
posseggono
certe
qualità
che
costituiscono
un
valore
comune
,
identico
,
-
supponiamo
eguale
a
x
,
-
valore
che
è
aumentato
negli
individui
superiori
da
un
altro
valore
,
per
ognuno
differente
,
e
che
per
ciò
deve
esser
indicato
in
modo
diverso
per
ciascuno
di
essi
:
sia
,
per
esempio
,
eguale
a
b
,
c
,
d
,
ecc
.
Ciò
ammesso
,
ne
segue
che
in
un
'
assemblea
di
20
uomini
,
tutti
genii
di
primo
ordine
,
si
avranno
20
x
,
e
soltanto
1
b
,
1
c
,
1
d
,
ecc
.
,
e
necessariamente
le
20
x
,
vinceranno
le
b
,
c
,
d
,
isolate
;
vale
a
dire
l
'
essenza
generale
umana
vincerà
la
personalità
individuale
,
e
il
berretto
dell
'
operaio
coprirà
completamente
il
cappello
del
medico
,
del
pensatore
e
del
filosofo
"
*
.
Queste
parole
,
che
a
me
paiono
un
assioma
piuttosto
che
una
dimostrazione
,
vengono
confermate
,
per
chi
dubitasse
della
loro
esattezza
,
da
una
lunga
serie
di
fatti
.
A
che
si
devono
,
se
non
al
fenomeno
così
acutamente
spiegato
dal
Nordau
,
i
frequentissimi
verdetti
assurdi
dei
giurati
?
Io
ho
visto
assolvere
tre
giovani
che
s
'
erano
,
essi
stessi
,
confessati
colpevoli
d
'
aver
fatto
subire
a
una
povera
ragazza
gli
ultimi
oltraggi
e
di
averla
in
seguito
martirizzata
in
un
modo
osceno
.
Credete
voi
che
i
giurati
,
presi
ognuno
separatamente
,
avrebbero
assolto
quei
tre
miserabili
?
Io
mi
permetto
di
dubitarlo
.
Raffaele
Garofalo
ricorda
un
esperimento
da
lui
fatto
sopra
un
collegio
di
sei
distinti
medici
,
i
quali
,
pregati
di
dare
un
giudizio
su
un
uomo
accusato
di
furto
,
lo
dichiararono
innocente
malgrado
le
prove
evidenti
di
colpabilità
,
e
riconobbero
più
tardi
d
'
essersi
sbagliati
.
In
questi
casi
,
-
e
negli
infiniti
altri
che
si
potrebbero
citare
,
-
è
appunto
il
semplice
fatto
d
'
essere
in
alcuni
invece
che
soli
,
la
causa
del
verdetto
spropositato
.
L
'
unione
di
più
intelligenze
diminuisce
,
anziché
accrescere
,
il
valore
intellettuale
della
decisione
da
prendersi
;
e
come
nell
'
assemblea
di
genii
sognata
da
Nordau
è
probabile
che
il
risultato
sia
quale
potrebbe
darlo
il
cervello
d
'
un
uomo
mediocre
,
così
in
questi
giurì
di
uomini
di
buon
senso
è
facile
ottenere
un
verdetto
che
scenda
non
solo
al
disotto
del
buon
senso
,
ma
anche
al
disotto
del
senso
comune
.
L
'
identico
fenomeno
si
verifica
,
-
e
naturalmente
dovuto
alle
identiche
cause
,
-
in
seno
alle
troppe
Commissioni
artistiche
,
scientifiche
,
industriali
,
che
sono
una
delle
piaghe
più
dolorose
del
nostro
sistema
amministrativo
.
Accade
spesso
che
le
loro
decisioni
sorprendano
il
pubblico
per
la
loro
stranezza
.
Come
è
possibile
,
-
si
dice
-
che
degli
uomini
come
quelli
che
facevan
parte
della
Commissione
abbiano
potuto
emettere
un
giudizio
così
illogico
,
così
falso
?
Come
è
possibile
che
dieci
o
venti
artisti
,
dieci
o
venti
scienziati
,
diano
un
verdetto
che
non
è
conforme
né
ai
principi
dell
'
arte
né
a
quelli
della
scienza
?
L
'
autore
delle
"
Menzogne
convenzionali
"
risponderebbe
che
anche
qui
...
il
berretto
dell
'
operaio
copre
il
cappello
del
professore
.
Melchior
de
Vogüé
,
colla
sua
abituale
acutezza
,
diceva
un
giorno
,
a
proposito
d
'
uno
degli
ultimi
ministeri
francesi
:
-
"
Ces
ministres
,
dont
je
plaisais
à
constater
plus
haut
la
valeur
individuelle
,
ces
hommes
qui
,
pour
la
plupart
,
montrent
dans
leurs
départemens
respectifs
d
'
éminentes
qualités
d
'
administration
,
il
semble
qu
'
une
paralysie
foudroyante
les
frappe
quand
ils
se
trouvent
réunis
autour
de
la
table
du
Conseil
ou
au
pied
de
la
tribune
,
devant
une
résolution
collective
à
prendre
"
.
Orbene
,
nei
Parlamenti
perché
non
dovrà
accadere
la
stessa
cosa
?
Il
ragionamento
del
Nordau
vale
anche
se
al
posto
della
cifra
20
si
mette
quella
di
100
o
di
500
.
Anzi
l
'
aumento
del
numero
non
fa
che
esagerare
e
rendere
più
acuto
il
fenomeno
.
Lord
Chesterfield
,
in
una
lettera
a
suo
figlio
,
constatava
questa
fatale
eliminazione
delle
qualità
migliori
dell
'
intelligenza
in
ogni
numerosa
riunione
di
uomini
.
"
Dopo
di
me
,
-
egli
scriveva
,
-
prese
la
parola
lord
Macclefield
che
ebbe
una
grandissima
parte
nella
preparazione
del
bill
e
che
è
uno
dei
più
grandi
matematici
e
astronomi
dell
'
Inghilterra
,
e
parlò
con
una
conoscenza
profonda
della
questione
e
una
grande
chiarezza
.
Ma
,
malgrado
ciò
,
la
preferenza
fu
data
a
me
,
molto
ingiustamente
,
lo
confesso
"
.
Indi
aggiunge
:
"
Sarà
sempre
così
.
Ogni
assemblea
è
una
folla
;
qualunque
sieno
le
individualità
che
la
compongono
,
non
bisogna
mai
pretendere
da
essa
il
linguaggio
della
ragione
:
una
collettività
d
'
individui
non
possiede
la
facoltà
di
comprendere
...
"
.
L
'
esperienza
popolare
,
del
resto
,
aveva
già
intuito
quello
che
il
filosofo
tedesco
ha
dimostrato
recentemente
e
che
lord
Chesterfield
osservava
fin
dal
1751
.
Un
vecchio
proverbio
dice
:
senatores
boni
viri
,
senatus
autem
mala
bestia
:
e
il
pubblico
oggi
ribadisce
questo
dettato
,
quando
a
proposito
di
certi
gruppi
sociali
afferma
che
,
presi
separatamente
,
gli
individui
che
li
compongono
sono
galantuomini
,
messi
insieme
sono
birbanti
.
Enrico
Ferri
aveva
quindi
ragione
di
scrivere
che
"
la
riunione
di
persone
capaci
non
è
arra
sicura
della
capacità
complessiva
e
definitiva
:
dalla
riunione
di
persone
di
buon
senso
si
può
ottenere
un
'
assemblea
che
manchi
del
senso
comune
,
come
nella
chimica
dalla
riunione
di
due
gaz
si
può
avere
un
corpo
liquido
"
*
.
È
doloroso
ma
è
vero
:
contro
le
leggi
della
logica
matematica
,
l
'
essere
in
molti
,
anche
intelligentissimi
,
non
può
che
condurre
a
un
risultato
intellettualmente
mediocre
.
II
.
Ma
dunque
,
-
dirà
a
questo
punto
il
lettore
il
quale
essendo
,
secondo
Aristotele
,
un
animale
politico
,
vedrà
subito
le
gravissime
conseguenze
politiche
che
possono
derivare
dalle
nostre
osservazioni
,
-
ma
dunque
,
se
voi
condannate
a
priori
le
decisioni
prese
da
più
persone
,
volete
il
ritorno
alla
tirannia
personale
dispotica
,
senza
sindacato
alcuno
e
senza
alcuna
garanzia
?
Volete
far
vostra
la
frase
del
Casti
:
meglio
fra
gli
artigli
di
un
leone
che
fra
le
unghie
di
cento
topi
?
Io
non
dico
questo
perché
la
conclusione
sarebbe
esagerata
e
troppo
assoluta
:
io
mi
limito
a
criticare
quelli
che
credo
difetti
del
sistema
attuale
.
Questo
sistema
è
nato
appunto
,
-
da
una
parte
per
la
ragione
accennata
più
sopra
,
che
in
più
ci
si
vede
meglio
che
in
uno
,
-
e
dall
'
altra
parte
per
reagire
al
pericoloso
vecchio
sistema
tirannico
dell
'
arbitrio
supremo
d
'
un
solo
.
Due
vizî
erano
contenuti
nelle
tirannie
antiche
:
essere
ereditarie
ed
essere
individuali
.
Il
primo
era
senza
dubbio
più
grave
del
secondo
,
-
e
il
mezzo
migliore
ma
quasi
impossibile
per
correggerlo
,
sarebbe
stato
di
attuare
il
sogno
di
Carlyle
facendo
despoti
i
geni
anziché
i
figli
del
despota
precedente
.
Si
è
voluto
invece
correggere
entrambi
quei
vizî
e
sopratutto
il
secondo
e
si
è
dato
il
potere
al
popolo
.
Alla
tirannia
di
uno
si
è
sostituita
quella
di
moltissimi
;
il
pregiudizio
del
diritto
divino
dei
re
,
-
direbbe
Spencer
,
-
è
stato
sostituito
dal
pregiudizio
del
diritto
divino
dei
Parlamenti
.
Un
tempo
si
era
sovrani
per
nascita
,
oggi
lo
si
è
per
numero
.
L
'
aritmetica
ha
detronizzato
l
'
eredità
.
Veramente
ci
sono
ancora
alcuni
solitarii
spiriti
aristocratici
i
quali
non
sanno
vedere
la
ragione
di
questo
scettro
gettato
forse
imprudentemente
alla
massa
.
O
perché
il
voto
di
100
calzolai
dovrà
valere
quanto
il
voto
di
100
uomini
colti
?
-
"
J
'
aime
mieux
faire
ma
cour
à
M
.
Guizot
qu
'
à
mon
portier
"
,
-
diceva
il
Beyle
,
riassumendo
così
con
la
sua
rovente
ironia
l
'
apparente
paradosso
che
,
mettendo
l
'
origine
del
potere
in
basso
,
sembra
asservire
l
'
intelligenza
al
numero
.
Ed
è
nota
l
'
orgogliosa
boutade
di
quell
'
oratore
che
sentendosi
applaudir
dalla
folla
esclamò
interrompendosi
:
"
Mi
applaudono
?
ho
dunque
detto
una
sciocchezza
?
"
.
Insieme
a
lui
sono
molti
gli
ingegni
che
,
sdegnando
l
'
opinione
del
pubblico
,
fanno
proprii
i
versi
superbi
del
poeta
:
"
Rien
ne
me
plaît
,
hors
ce
qui
peut
déplaireAu
jugement
du
rude
populaire
"
.
Ma
hanno
veramente
ragione
queste
anime
sdegnose
e
sono
esse
veramente
sincere
?
Il
filisteo
tanto
disprezzato
non
è
forse
il
fertile
campo
su
cui
esse
lavorano
,
la
condizione
necessaria
della
loro
stessa
esistenza
,
perché
è
a
lui
ch
'
esse
debbono
la
palma
del
trionfo
e
la
consacrazione
della
gloria
?
S
'
io
non
erro
,
in
fondo
a
questa
teoria
come
in
fondo
alla
teoria
di
chi
sostiene
il
diritto
assoluto
della
maggioranza
,
si
cela
un
equivoco
.
Entrambi
,
aristocratici
e
democratici
(
chiamiamoli
così
per
brevità
)
,
hanno
in
parte
ragione
e
in
parte
torto
.
Hanno
ragione
i
secondi
se
fanno
giudice
supremo
la
maggioranza
soltanto
nel
tempo
;
hanno
ragione
i
primi
se
i
secondi
voglion
far
giudice
la
maggioranza
.
non
solo
nel
tempo
,
ma
anche
in
ogni
dato
e
attuale
momento
storico
.
E
mi
spiego
.
Tutto
ciò
che
esiste
e
che
è
opera
dell
'
uomo
,
-
dagli
oggetti
materiali
alle
idee
,
-
non
è
che
l
'
imitazione
o
la
ripetizione
più
o
meno
modificata
di
un
'
idea
già
inventata
da
un
'
individualità
superiore
.
Come
tutte
le
parole
del
nostro
vocabolario
,
oggi
molto
comuni
,
erano
una
volta
neologismi
,
così
tutto
ciò
che
oggi
è
comune
,
era
una
volta
unico
e
originale
.
L
'
originalità
,
-
fu
detto
molto
spiritosamente
,
-
non
è
altro
che
la
première
della
volgarità
.
Se
questa
originalità
non
ha
in
sé
stessa
le
condizioni
di
vita
,
gli
imitatori
mancano
ed
essa
muore
nell
'
oblio
,
come
ricade
nel
nulla
una
commedia
fischiata
alla
sua
prima
rappresentazione
:
al
contrario
se
essa
ha
in
sé
un
sol
germe
di
utile
,
un
'
anima
di
verità
,
gli
imitatori
aumentano
all
'
infinito
come
le
rappresentazioni
d
'
un
dramma
vitale
.
Il
fondo
delle
idee
che
noi
disprezziamo
oggi
come
troppo
volgari
perché
corrono
su
tutte
le
bocche
,
è
dunque
formato
dalle
intuizioni
,
-
un
tempo
miracolose
,
oggi
invecchiate
,
-
dei
filosofi
dell
'
antichità
,
e
i
luoghi
comuni
dei
discorsi
più
ordinari
hanno
cominciato
la
loro
carriera
come
scintille
brillanti
d
'
originalità
.
Ciò
che
non
era
degno
di
vivere
è
morto
,
e
ciò
che
oggi
forma
la
sapienza
e
la
coscienza
della
gran
massa
del
pubblico
è
quanto
di
meglio
i
genii
hanno
inventato
nei
secoli
.
È
quindi
giusto
il
dire
che
nel
tempo
l
'
unico
giudice
d
'
ogni
idea
è
la
maggioranza
.
Essa
sola
col
suo
lento
e
tardo
verdetto
dà
la
sanzione
suprema
a
quello
che
i
grandi
uomini
hanno
creato
o
trovato
.
Ma
se
da
questo
punto
di
vista
,
che
chiamerò
dinamico
,
è
necessario
il
riconoscere
nella
maggioranza
il
diritto
di
giudicare
,
possiamo
noi
riconoscere
egualmente
questo
diritto
dal
punto
di
vista
statico
?
In
altre
parole
,
la
maggioranza
che
è
in
grado
di
giudicare
,
ed
è
anzi
l
'
unico
giudice
,
di
un
'
idea
di
cento
o
di
mille
anni
fa
,
-
è
anche
in
grado
di
giudicare
l
'
idea
di
un
pensatore
contemporaneo
?
Soppressa
la
distanza
nel
tempo
,
in
questo
fenomeno
collettivo
del
pensiero
,
possiamo
noi
dire
che
le
altre
condizioni
rimangano
eguali
?
Evidentemente
la
risposta
non
può
che
essere
negativa
.
Coloro
stessi
che
si
inchinano
al
parere
dato
dalla
maggioranza
su
una
questione
attuale
,
non
possono
disconoscere
che
questo
parere
è
spesso
o
per
lo
meno
alcune
volte
sbagliato
,
mentre
necessariamente
tutti
si
inchinano
al
parere
dato
dalla
maggioranza
,
-
e
in
essa
formatasi
per
lenta
evoluzione
,
-
su
un
'
idea
che
sorse
molti
secoli
addietro
.
Il
numero
,
insomma
,
è
supremo
giudice
dal
punto
di
vista
dinamico
:
non
lo
è
dal
punto
di
vista
statico
.
E
per
esprimermi
con
una
frase
,
forse
in
parte
inesatta
,
ma
che
ad
ogni
modo
intesa
in
senso
relativo
scolpisce
il
mio
pensiero
,
dirò
che
,
se
per
giudicare
di
un
'
idea
basta
contare
i
voti
dei
posteri
,
occorre
pesare
quelli
dei
contemporanei
*
.
Sostenere
che
i
più
,
in
un
dato
momento
storico
,
hanno
sempre
ragione
,
e
i
meno
hanno
sempre
torto
,
è
constatare
un
fatto
politicamente
innegabile
(
e
fatalmente
necessario
)
ma
non
giusto
.
Le
minoranze
invece
,
nel
mondo
come
nei
Parlamenti
,
sono
sempre
state
la
gloria
di
ogni
paese
.
A
priori
quindi
,
il
diritto
della
maggioranza
,
applicato
com
'
è
alla
nostra
vita
politica
,
pare
urti
contro
la
logica
,
giacché
l
'
opinione
dei
più
non
è
in
tutti
i
casi
l
'
opinione
migliore
;
urta
specialmente
quando
si
consideri
che
questo
diritto
della
maggioranza
si
esplica
col
mezzo
dei
Parlamenti
,
cioè
di
numerose
riunioni
di
uomini
,
le
quali
,
-
come
noi
tentammo
dimostrare
più
indietro
,
-
abbassano
sempre
,
per
legge
fatale
di
psicologia
collettiva
,
il
valore
intellettuale
della
decisione
da
prendersi
.
E
non
solo
si
abbassa
necessariamente
il
valore
dei
risultati
,
ma
questi
possono
dipendere
da
cause
improvvise
,
inaspettate
e
sproporzionate
all
'
effetto
che
producono
.
Una
parola
,
un
gesto
,
un
atto
qualsiasi
,
mutano
repentinamente
le
tendenze
di
un
'
assemblea
come
di
una
folla
;
il
contagio
fulmineo
di
un
'
emozione
cambia
in
un
momento
il
parere
di
tutti
,
come
una
folata
di
vento
che
curvi
tutte
da
un
lato
le
cime
di
un
campo
di
biade
;
e
quindi
,
oltre
all
'
abbassamento
del
livello
intellettuale
,
un
'
assemblea
può
andar
soggetta
ad
un
istantaneo
traviamento
intellettuale
:
dare
cioè
dei
risultati
non
soltanto
di
valore
minore
di
quello
che
darebbe
ognuno
dei
suoi
membri
,
ma
altresì
di
valore
totalmente
diverso
.
Ciò
accade
in
ogni
riunione
di
uomini
:
accade
tanto
più
nei
Parlamenti
,
i
quali
,
pel
modo
come
sono
formati
e
per
il
modo
come
decidono
,
rappresentano
e
riuniscono
due
fasi
di
psicologia
collettiva
le
quali
si
sovrappongono
,
o
,
per
usare
un
'
espressione
chimicamente
più
esatta
,
si
combinano
.
Infatti
,
non
solo
le
votazioni
dei
deputati
,
ma
anche
le
elezioni
dei
deputati
sono
dovute
al
giuoco
d
'
azzardo
della
psicologia
collettiva
.
Quali
sono
i
coefficienti
più
importanti
che
concorrono
all
'
elezione
di
un
deputato
,
tralasciando
la
compera
dei
voti
sulla
quale
è
inutile
insistere
,
giacché
per
se
stessa
mostra
il
suo
danno
?
Sono
i
discorsi
e
i
giornali
.
Orbene
,
questi
due
mezzi
di
persuasione
,
o
,
-
dirò
meglio
,
-
di
suggestione
sul
pubblico
,
sono
i
più
forti
e
nello
stesso
tempo
i
meno
sicuri
:
quelli
cioè
che
possono
dare
l
'
esito
più
impreveduto
e
più
illogico
,
appunto
perché
agiscono
(
e
sopratutto
il
primo
)
approfittando
delle
sorprese
della
psicologia
collettiva
.
Senonché
,
a
chiarir
bene
il
mio
concetto
,
qui
ho
bisogno
di
chiedere
al
lettore
ch
'
egli
mi
segua
in
una
breve
parentesi
su
quel
fenomeno
facilmente
osservabile
ma
poco
osservato
,
che
è
la
fisiologia
del
successo
.
III
.
Nel
campo
intellettuale
,
la
figura
che
si
eleva
ha
,
secondo
il
genere
di
arte
o
di
scienza
cui
s
'
è
dedicata
,
diversa
celerità
nell
'
arrivare
alla
notorietà
e
alla
fama
.
Prescindendo
anche
qui
dalla
réclame
che
si
compera
,
noi
possiam
dire
che
la
suggestione
sulla
massa
,
e
quindi
il
successo
può
essere
lento
o
immediato
,
e
generalmente
è
lento
se
la
suggestione
si
esercita
in
modo
diffuso
,
ossia
su
un
individuo
alla
volta
,
immediato
se
si
esercita
in
modo
intenso
,
ossia
su
una
folla
di
individui
insieme
.
Un
libro
,
per
esempio
,
non
è
mai
giudicato
come
un
dramma
;
quello
è
letto
dai
singoli
studiosi
che
nella
quiete
solitaria
della
loro
stanza
possono
spontaneamente
formarsi
un
'
opinione
sincera
;
-
questo
è
ascoltato
dagli
spettatori
riuniti
,
i
quali
si
suggestionano
incoscientemente
a
vicenda
,
e
formano
tutti
insieme
un
mostro
a
mille
teste
che
par
voglia
intimare
al
povero
autore
questo
dilemma
terribile
:
divertimi
o
ti
divoro
!
Le
condizioni
del
giudizio
sono
evidentemente
diverse
.
Qual
'
è
la
migliore
?
Prima
di
rispondere
,
facciamo
un
'
altra
domanda
.
Avete
mai
sottoposto
ad
una
analisi
di
chimica
psicologica
quelli
scoppi
infrenabili
di
entusiasmo
che
,
in
un
teatro
o
in
una
sala
,
coprono
talvolta
sotto
un
uragano
di
applausi
la
fine
di
una
scena
drammatica
o
le
ultime
parole
di
un
discorso
eloquente
?
In
quel
momento
,
il
pubblico
crede
d
'
essere
giusto
e
sincero
,
perché
egli
prova
veramente
l
'
emozione
che
manifesta
;
ma
è
proprio
tutto
merito
del
dramma
o
dell
'
oratore
se
gli
spettatori
sono
giunti
a
quel
grado
di
approvazione
frenetica
,
o
non
c
'
è
forse
invece
qualche
altra
droga
che
ha
contribuito
a
far
spumeggiare
questo
inebriante
vino
dell
'
entusiasmo
?
Nessuno
ignora
la
legge
psicologica
,
di
indiscutibile
verità
,
che
l
'
intensità
di
una
emozione
cresce
in
proporzione
diretta
del
numero
delle
persone
che
risentono
quell
'
emozione
nello
stesso
luogo
e
contemporaneamente
.
Alfredo
Espinas
nel
suo
volume
Des
Sociétés
animales
,
ha
dato
la
prova
matematica
di
questo
fenomeno
:
-
"
Supponiamo
,
-
egli
scrive
,
-
che
l
'
emozione
risentita
da
un
dato
oratore
quando
si
presenta
al
pubblico
possa
essere
rappresentata
dalla
cifra
10
,
e
che
alle
prime
parole
,
ai
primi
lampi
della
sua
eloquenza
,
egli
ne
comunichi
almeno
la
metà
ai
suoi
uditori
che
saranno
,
-
supponiamo
ancora
,
-
300
.
Ognuno
reagirà
con
degli
applausi
o
col
raddoppiare
la
propria
attenzione
e
ciò
produrrà
quello
che
nei
resoconti
dicesi
un
movimento
(
sensazione
)
.
Ma
questo
movimento
sarà
risentito
da
tutti
nello
stesso
tempo
,
giacché
l
'
uditore
non
è
meno
preoccupato
dell
'
uditorio
,
che
dell
'
oratore
,
e
la
sua
immaginazione
è
immediatamente
colpita
dallo
spettacolo
di
queste
300
persone
in
preda
tutte
ad
un
'
emozione
;
spettacolo
che
non
può
non
produrre
in
lui
un
'
emozione
reale
.
Ammettendo
che
esso
non
risenta
che
la
metà
di
questa
emozione
,
la
scossa
da
lui
subìta
sarà
rappresentata
non
più
da
5
,
ma
dalla
metà
di
5
moltiplicata
per
300
,
vale
a
dire
da
750
"
.
Orbene
,
s
'
io
non
m
'
inganno
,
queste
parole
bastano
a
dimostrare
che
tutti
i
giudizi
dati
da
una
folla
sono
fatalmente
esagerati
,
giacché
la
singola
opinione
dell
'
uditore
si
eleva
alla
ennesima
potenza
per
il
solo
fatto
della
presenza
di
altre
persone
.
Il
numero
in
questo
caso
,
è
il
coefficiente
primo
e
più
importante
del
successo
,
il
quale
non
è
certo
creato
da
lui
,
ma
è
però
da
lui
sviluppato
a
proporzioni
che
toccano
talvolta
le
cime
dell
'
inverosimile
.
Non
per
nulla
Luigi
di
Baviera
,
che
era
pazzo
ma
che
era
anche
un
grande
artista
,
e
una
grande
coscienza
d
'
artista
,
voleva
assistere
da
solo
,
nel
teatro
deserto
,
alle
rappresentazioni
delle
opere
di
Vagner
.
Egli
sentiva
che
in
tal
modo
soltanto
,
libero
da
qualunque
suggestione
,
avrebbe
potuto
sinceramente
giudicare
e
godere
le
manifestazioni
del
genio
.
Per
uno
scienziato
o
un
artista
che
si
diriga
al
pubblico
sparso
anziché
al
pubblico
riunito
,
gli
effetti
e
la
misura
del
successo
sono
sostanzialmente
diversi
*
.
Voi
conoscete
la
lettera
che
l
'
Esther
di
Balzac
-
questa
fanciulla
insensibile
e
depravata
che
l
'
amore
purifica
e
innalza
-
scrive
al
suo
amante
prima
di
morire
.
Ella
si
uccide
perché
si
è
venduta
a
Nucingen
per
Rubempré
.
Lascia
al
suo
poeta
settecento
e
cinquanta
mila
lire
,
prezzo
di
questo
mercato
,
e
scherzando
sull
'
orlo
del
sepolcro
affinché
egli
rimanga
men
triste
,
gli
scrive
:
"
Qui
est
-
ce
qui
te
fera
comme
moi
ta
raie
dans
les
cheveux
?
"
Si
dice
che
Balzac
,
leggendo
questa
lettera
ad
alta
voce
,
s
'
interrompesse
,
esclamando
colle
lagrime
agli
occhi
:
"
Comme
c
'
est
beau
!
"
.
Quante
volte
non
è
accaduto
ad
ognuno
di
noi
di
commoverci
-
pur
troppo
non
come
autori
-
alla
lettura
di
certe
pagine
sublimi
?
Ma
quel
fiotto
di
ammirazione
che
ci
saliva
dal
cuore
e
che
,
se
fossimo
stati
in
un
teatro
o
in
una
sala
affollata
,
avrebbe
condotto
istantaneamente
per
sola
virtù
di
contagio
al
delirio
dell
'
applauso
,
si
spegneva
solitario
nell
'
anima
nostra
e
fra
le
pareti
del
nostro
studio
.
L
'
autore
di
un
libro
non
vede
e
non
sa
queste
isolate
manifestazioni
d
'
entusiasmo
:
egli
non
conosce
quel
pubblico
sparso
che
lo
ammira
,
e
,
se
ne
ode
le
singole
voci
,
non
ne
ode
però
la
voce
collettiva
e
grandiosa
.
Egli
non
può
mai
essere
come
un
oratore
o
come
l
'
autore
d
'
un
dramma
o
d
'
un
melodramma
,
il
fuoco
ove
convengono
in
un
unico
istante
tutte
le
impressioni
risentite
da
centinaia
di
uditori
,
centuplicate
,
-
ognuna
di
esse
,
-
sul
suo
valore
effettivo
dal
solo
fatto
della
presenza
di
altri
uditori
;
ed
è
perciò
ch
'
egli
non
gode
mai
la
voluttà
acuta
e
suprema
di
veder
tutto
un
pubblico
commosso
e
delirante
ai
suoi
piedi
,
come
lo
vedono
invece
oratori
e
autori
drammatici
che
valgono
-
talvolta
-
assai
meno
di
lui
.
Altra
cosa
dunque
,
è
agire
su
un
pubblico
riunito
,
altra
cosa
è
agire
su
un
pubblico
diffuso
.
Quale
-
ripeto
-
la
condizione
migliore
?
Soggettivamente
,
non
saprei
.
La
risposta
dipende
dal
temperamento
individuale
.
V
'
è
chi
si
compiace
d
'
essere
travolto
dalle
acclamazioni
di
una
folla
;
v
'
è
chi
si
accontenta
di
conoscere
per
vie
indirette
l
'
ammirazione
che
il
pubblico
gli
tributa
.
Mascagni
e
Zola
possono
essere
ugualmente
soddisfatti
nella
loro
vanità
o
nel
loro
giusto
orgoglio
,
-
l
'
uno
assistendo
a
quell
'
attacco
epilettico
d
'
entusiasmo
che
colpì
i
viennesi
alla
rappresentazione
di
Cavalleria
Rusticana
e
dell
'
Amico
Fritz
,
-
l
'
altro
apprendendo
dal
suo
editore
Charpentier
che
la
Debâcle
in
pochi
mesi
aveva
raggiunto
il
150°
migliaio
.
Sono
due
plebisciti
,
diversi
nella
manifestazione
,
simili
nel
significato
.
Oggettivamente
,
-
non
v
'
è
dubbio
che
il
giudizio
del
pubblico
sparso
è
il
più
sicuro
e
il
più
vero
.
Ho
già
dimostrato
che
il
giudizio
di
una
folla
è
sempre
esagerato
per
la
sola
influenza
del
numero
,
la
quale
eleva
necessariamente
il
diapason
delle
singole
opinioni
individuali
.
Credo
di
poter
aggiungere
che
questo
giudizio
è
anche
spesso
sbagliato
.
La
psicologia
collettiva
rare
volte
è
guidata
dalla
logica
e
dal
buon
senso
.
L
'
occasione
,
il
caso
fortuito
,
l
'
incosciente
,
determinano
nella
maggior
parte
dei
casi
le
sue
manifestazioni
.
Un
grido
di
un
solo
,
forza
a
quel
grido
tutti
gli
altri
.
Il
contagio
dell
'
applauso
o
della
disapprovazione
,
è
fulmineo
,
come
in
una
volata
d
'
uccelli
il
minimo
sbatter
d
'
ali
produce
in
tutti
un
panico
irresistibile
.
E
allora
,
il
giudizio
che
ne
esce
e
che
noi
crediamo
la
somma
dei
giudizi
di
tutti
,
non
è
che
il
parere
d
'
un
solo
il
quale
,
per
l
'
ignoto
fenomeno
della
suggestione
,
è
divenuto
ad
un
tratto
il
casuale
ed
istantaneo
despota
di
tutta
la
folla
.
...
"
J
'
ai
l
'
horreur
des
foules
,
scriveva
Guy
de
Maupassant
:
je
ne
puis
entrer
dans
un
théâtre
ni
assister
à
une
fête
publique
.
J
'
y
éprouve
aussitôt
un
malaise
bizarre
,
insoutenable
,
un
énervement
affreux
,
comme
si
je
luttais
de
toute
ma
force
contre
une
influence
irrésistible
et
mystérieuse
.
Et
je
lutte
en
effet
contre
l
'
âme
de
la
foule
qui
essaye
de
pénétrer
en
moi
...
"
.
Il
fenomeno
più
meraviglioso
che
avviene
nelle
folle
è
appunto
questo
annientamento
delle
singole
personalità
in
una
personalità
unica
,
immensa
,
diversa
da
ognuna
di
quelle
che
la
compongono
.
Si
direbbe
che
ogni
individuo
perde
la
facoltà
di
sentire
e
di
pensare
e
diviene
strumento
cieco
di
un
cervello
e
di
un
'
anima
ignoti
.
Nella
folla
,
un
uomo
applaude
,
fischia
,
grida
viva
o
morte
,
quasi
senza
saperlo
.
Togliete
quest
'
uomo
dalla
folla
,
sottraetelo
a
quel
fascino
,
ed
egli
pel
primo
si
meraviglierà
di
quello
che
ha
fatto
.
S
'
aggiunga
che
dinanzi
ad
una
folla
,
qualunque
manifestazione
dell
'
ingegno
corre
dei
grandissimi
rischi
.
La
psicologia
collettiva
,
-
in
questo
simile
alla
psicologia
femminile
(
mi
perdonino
le
signore
)
-
è
fatta
di
crudeltà
e
di
contraddizioni
,
e
passa
,
o
meglio
,
salta
velocissimamente
da
un
dato
sentimento
al
sentimento
opposto
.
Un
attore
od
un
oratore
che
pronuncino
male
una
parola
,
possono
-
suscitando
,
anche
nel
momento
più
serio
,
una
crudele
risata
-
compromettere
l
'
esito
d
'
una
commedia
o
di
un
discorso
;
un
dramma
che
cominci
con
una
frase
strana
o
che
si
presti
ad
un
giuoco
di
parole
,
può
esser
sicuro
di
non
andar
più
innanzi
.
Prova
ne
sia
il
famoso
"
O
Salamini
!
"
della
tragedia
di
Alfieri
.
Il
ridicolo
-
in
questi
casi
-
uccide
tutto
,
anche
la
gloria
,
checché
ne
dica
M.me
de
Staël
.
Il
giudizio
del
pubblico
sparso
,
quello
che
tocca
ai
libri
,
non
presenta
questi
pericoli
.
Certo
,
anche
per
il
libro
,
il
verdetto
collettivo
si
forma
a
poco
a
poco
,
giacché
tutti
i
lettori
diffusi
si
comunicano
le
loro
impressioni
,
e
i
singoli
pareri
si
fondono
insieme
come
singole
note
che
assurgano
ad
un
unico
accordo
;
ma
è
questo
un
unisono
che
sorge
più
gradatamente
riunendo
opinioni
più
ponderate
e
perciò
meno
facilmente
modificabili
,
anziché
esser
dovuto
a
scoppio
improvviso
di
psicologia
collettiva
incosciente
.
Analogo
all
'
effetto
che
produce
un
discorso
pronunziato
innanzi
a
centinaia
di
individui
riuniti
,
è
l
'
effetto
prodotto
da
un
'
idea
espressa
o
da
una
persona
lodata
in
un
giornale
politico
quotidiano
.
Per
la
psicologia
collettiva
si
può
dire
che
il
giornale
-
in
questi
casi
-
equivale
al
discorso
.
Infatti
l
'
istantaneità
dell
'
impressione
prodotta
dall
'
oratore
su
persone
riunite
,
è
sostituita
da
un
brevissimo
spazio
di
tempo
(
le
2
o
3
ore
posteriori
all
'
uscita
del
giornale
,
entro
le
quali
tutti
l
'
hanno
letto
)
in
cui
l
'
impressione
dell
'
articolo
o
della
notizia
si
diffonde
su
persone
vicine
e
comunicanti
,
per
necessità
di
vita
,
fra
loro
.
Basta
aver
assistito
una
sola
volta
-
alla
capitale
o
in
provincia
,
in
un
caffè
o
alla
farmacia
-
all
'
arrivo
di
un
giornale
aspettato
,
per
convincersi
quanto
sia
grande
l
'
effetto
e
istantanea
la
suggestione
della
notizia
che
interessa
e
che
era
attesa
.
Il
contenuto
dell
'
articolo
passa
di
bocca
in
bocca
con
una
celerità
quasi
eguale
a
quella
con
cui
le
emozioni
si
propagano
in
una
folla
:
i
commenti
favorevoli
o
sfavorevoli
hanno
la
forza
suggestiva
dell
'
applauso
o
della
disapprovazione
che
accoglie
un
discorso
,
e
il
pensiero
di
ognuno
subisce
,
cosciente
o
incosciente
-
una
vera
costrizione
,
come
quella
d
'
ogni
singolo
spettatore
in
un
teatro
o
in
una
assemblea
.
In
una
parola
,
l
'
effetto
del
giornale
è
,
come
quello
di
un
discorso
,
esagerato
e
spesso
anche
fallace
.
IV
.
Ora
,
dopo
la
digressione
,
ritorniamo
al
punto
donde
siamo
partiti
.
Io
dicevo
che
l
'
elezione
del
deputato
è
dovuta
specialmente
alle
forze
di
suggestione
sprigionantisi
da
questi
due
mezzi
:
arte
oratoria
e
giornali
quotidiani
.
È
dovuta
cioè
ai
due
mezzi
che
più
facilmente
e
più
velocemente
costruiscono
quell
'
edificio
che
si
chiama
il
successo
(
edificio
poco
solido
certamente
se
non
è
meritato
,
ma
la
cui
solidità
e
durata
poco
importa
per
gli
effetti
riguardo
ai
quali
noi
lo
studiamo
)
e
che
maggiormente
turbano
,
per
legge
di
psicologia
collettiva
,
la
indipendente
e
sincera
determinazione
dell
'
elettore
.
Che
cosa
avviene
allora
?
Avviene
che
l
'
elettore
,
il
quale
depone
la
sua
scheda
nell
'
urna
e
pare
compia
un
'
azione
libera
ed
isolata
,
non
è
altro
che
un
suggestionato
,
vittima
di
una
suggestione
che
può
essere
oggi
un
discorso
,
domani
un
giornale
.
E
pazienza
fosse
suggestionato
da
un
'
idea
o
da
una
persona
che
valgano
qualche
cosa
,
-
sarebbe
allora
socialmente
utile
la
suggestione
!
-
ma
non
c
'
è
bisogno
d
'
essere
scettici
per
affermare
che
tali
casi
son
rari
.
Nel
nostro
lieto
paese
della
rettorica
sono
molti
quelli
che
sanno
cucire
insieme
un
discorso
ad
effetto
,
e
la
massa
è
abbastanza
ignorante
per
ammirare
coloro
che
tuonano
grandi
frasi
anche
se
non
sanno
far
brillare
nessun
lampo
di
pensiero
.
L
'
arte
oratoria
,
che
è
fra
le
più
nobili
e
le
più
difficili
,
si
abbassa
spesso
alla
volgarità
di
un
semplice
artificio
,
adoperato
per
attrarre
a
sé
gli
uditori
incolti
ed
ingenui
.
"
Un
diluvio
di
parole
sopra
un
deserto
d
'
idee
"
,
ecco
la
frase
terribile
ma
giusta
con
cui
in
molti
casi
si
possono
definire
i
discorsi
dei
candidati
e
quelli
dei
loro
grandi
elettori
.
E
la
potenza
suggestiva
di
questi
discorsi
di
secondo
o
di
terzo
ordine
è
dimostrata
dal
fatto
del
numero
grandissimo
di
avvocati
che
giungono
a
Montecitorio
.
Quanto
alla
stampa
quotidiana
,
-
o
chi
non
sa
quale
valore
abbiano
le
lodi
ch
'
essa
tributa
?
Queste
lodi
,
o
si
pagano
(
in
danaro
o
con
lavori
)
,
o
si
ottengono
per
amicizia
di
qualche
redattore
o
si
scrivono
dagli
stessi
lodati
.
Il
buon
pubblico
di
provincia
crede
alla
sincerità
della
réclame
,
e
non
sospetta
le
piccole
vigliaccherie
e
le
piccole
umiliazioni
che
il
candidato
ha
dovuto
subire
per
far
mettere
vicino
al
suo
nome
un
aggettivo
laudativo
.
E
laggiù
,
nel
piccolo
paesello
,
quando
si
legge
il
giornale
,
l
'
effetto
del
soffietto
è
immancabile
.
Così
,
purtroppo
,
si
fabbricano
i
deputati
,
cui
le
migliaia
di
voti
in
tal
modo
e
con
tali
mezzi
ottenute
(
e
non
parlo
dei
mezzi
delittuosi
)
dànno
l
'
illusione
d
'
essere
dei
grandi
uomini
.
Quando
poi
,
in
un
momento
di
sincerità
e
di
sconforto
,
si
fa
la
fisiologia
del
Parlamento
,
e
si
vede
ch
'
esso
è
in
gran
parte
composto
di
personalità
ignote
o
insignificanti
,
si
dice
,
quasi
argomento
di
meschina
soddisfazione
:
la
colpa
è
del
paese
:
esso
è
stato
interrogato
ed
ha
risposto
con
quella
scelta
.
La
colpa
è
del
paese
,
siamo
d
'
accordo
;
ma
esso
risponde
così
,
cioè
male
,
perché
lo
si
interroga
e
lo
si
obbliga
a
dare
una
risposta
col
mezzo
ingannatore
della
psicologia
collettiva
.
Se
si
potesse
interrogarlo
isolatamente
,
individuo
per
individuo
,
sarebbe
,
io
credo
,
diverso
il
risultato
,
come
sarebbero
meno
frequenti
i
verdetti
assurdi
dei
giurati
,
se
ognuno
di
questi
dodici
valentuomini
potesse
dare
il
suo
voto
senza
soggiacere
alla
mutua
suggestione
dei
colleghi
e
a
quella
dell
'
accusatore
,
del
difensore
e
del
pubblico
.
Il
guaio
è
che
questo
rimedio
è
inattuabile
,
o
almeno
,
io
non
vedo
la
possibilità
d
'
attuarlo
.
Formato
una
volta
il
Parlamento
,
esso
funziona
,
ancora
e
sempre
,
a
base
di
psicologia
collettiva
.
E
il
livello
intellettuale
di
chi
lo
compone
,
già
basso
,
scende
ancor
più
per
la
legge
che
abbiamo
enunciata
.
Gli
uffici
,
le
Giunte
,
le
Commissioni
-
piccoli
Parlamenti
nel
grande
-
moltiplicano
le
probabilità
di
risultati
mediocri
e
di
dolorose
sorprese
.
La
ragione
politica
fa
spesso
passare
sotto
la
sua
bandiera
il
contrabbando
di
molte
illogicità
o
di
molte
ingiustizie
.
Si
sopprimono
o
si
modificano
degli
articoli
di
legge
,
senza
pensare
che
questi
sono
in
relazione
con
altri
che
andrebbero
alla
lor
volta
soppressi
o
modificati
;
si
approva
talvolta
tutto
un
progetto
sol
perché
una
parte
è
ottima
e
deve
essere
approvata
.
E
non
manca
mai
-
nei
momenti
solenni
-
l
'
appello
ai
grandi
nomi
e
alle
grandi
idealità
della
patria
,
per
strappare
al
sentimento
,
e
per
conquistare
d
'
assalto
,
un
'
approvazione
che
il
raziocinio
forse
si
rifiuterebbe
di
dare
.
Ne
segue
che
il
Parlamento
può
in
molti
casi
paragonarsi
a
un
filtro
a
rovescio
:
i
progetti
di
legge
,
anziché
migliorarsi
,
peggiorano
,
attraversando
tutte
quelle
fasi
cui
si
vogliono
assoggettare
.
Vedete
,
per
esempio
.
Un
testo
di
legge
arriva
in
discussione
.
Non
sarà
certamente
un
capolavoro
,
e
si
può
-
a
questo
proposito
-
deplorare
che
i
progetti
non
siano
affidati
a
uno
specialista
della
materia
*
.
Ma
,
ad
ogni
modo
,
il
testo
di
legge
è
stato
redatto
da
persone
competenti
e
presenta
una
certa
coesione
.
Ebbene
:
immediatamente
la
pioggia
degli
emendamenti
si
rovescia
su
quell
'
infelice
progetto
:
alcuni
,
forse
,
ispirati
dal
desiderio
sincero
di
migliorare
la
legge
,
i
più
,
certo
,
dettati
da
secondi
fini
politici
,
e
che
prendono
insidiosamente
pretesto
da
questa
legge
per
tendere
un
trabocchetto
in
cui
cadrà
il
Ministero
.
La
seduzione
d
'
una
frase
felice
,
la
pressione
di
qualche
giornale
,
la
necessità
momentanea
di
non
scontentar
gli
avversari
,
mille
motivi
estranei
all
'
oggetto
vero
della
discussione
,
possono
far
adottare
un
primo
emendamento
.
Il
giorno
dopo
,
dei
motivi
d
'
altro
ordine
ne
faranno
accogliere
un
secondo
,
spesso
contradditorio
al
primo
,
e
votato
da
deputati
assenti
il
giorno
innanzi
e
non
al
corrente
perciò
della
discussione
.
E
così
di
seguito
,
fino
al
momento
in
cui
la
legge
non
sarà
che
un
insieme
confuso
di
articoli
eterogenei
,
un
mostro
dinanzi
al
quale
la
Camera
si
spaventerà
e
ch
'
essa
rimanderà
al
nulla
.
La
Camera
infine
è
psicologicamente
una
femmina
e
spesso
anche
una
femmina
isterica
.
Basterebbe
,
per
provare
la
verità
di
questa
definizione
umiliante
,
osservare
la
differenza
che
esiste
fra
i
deputati
quando
sono
nell
'
aula
,
e
i
deputati
quando
sono
nei
corridoi
.
La
mobilità
straordinaria
della
loro
psicologia
non
ha
davvero
riscontro
altro
che
nei
temperamenti
isterici
.
Gli
uomini
che
voi
avevate
visto
,
un
minuto
prima
,
minacciarsi
colla
voce
e
col
gesto
,
sfidarsi
quasi
cogli
occhi
,
li
vedete
ora
venirsi
incontro
col
sorriso
sulla
labbra
e
stendersi
amichevolmente
la
mano
.
Se
un
ministro
passa
,
coloro
che
lo
coprivan
d
'
ingiurie
,
l
'
accolgono
ridendo
,
si
congratulano
con
lui
per
la
sua
replica
brillante
,
forse
(
ed
ecco
il
veleno
)
trovano
il
modo
di
raccomandargli
una
supplica
.
I
rapporti
sono
mutati
,
e
più
ancora
le
parole
e
i
giudizi
.
I
discorsi
che
si
applaudirono
,
la
proposta
che
si
appoggiò
col
proprio
voto
,
diventano
l
'
oggetto
di
critiche
acerbe
.
L
'
uno
parla
con
ironia
della
dottrina
che
ha
difeso
,
con
amarezza
delle
persone
che
ha
sostenuto
.
Un
altro
si
esprime
con
grande
moderazione
sul
conto
di
uomini
e
di
idee
che
ha
violentemente
attaccato
.
Le
frasi
fatte
che
,
nell
'
aula
,
si
tuonavano
come
fossero
assiomi
,
ora
vengon
messe
in
ridicolo
.
Chi
gridava
che
la
salvezza
era
nella
libertà
,
implora
adesso
un
uomo
,
cioè
una
dittatura
,
per
salvare
la
situazione
.
Verità
-
al
di
qua
della
porta
;
errore
-
al
di
là
.
Da
una
parte
,
il
palcoscenico
,
dall
'
altra
,
la
realtà
delle
cose
*
.
Paul
Bourget
,
mi
pare
,
ha
detto
che
la
vita
è
"
un
volume
de
Labiche
interfolié
par
du
Shakespeare
"
.
Così
,
e
a
maggior
ragione
può
dirsi
della
vita
parlamentare
.
Una
farsa
nei
corridoi
,
una
tragedia
nell
'
aula
.
V
.
Se
questi
sono
i
probabili
risultati
intellettuali
di
un
Parlamento
,
quali
saranno
i
risultati
morali
?
La
riunione
di
molti
,
come
diminuisce
la
forza
del
cervello
,
indebolirà
anche
l
'
energia
del
carattere
?
Pur
troppo
,
oggi
non
si
può
più
discutere
se
il
Parlamento
nel
suo
complesso
risponda
ai
fini
più
alti
della
moralità
:
recenti
dolorosissimi
fatti
vietano
il
dubbio
a
questo
proposito
.
La
discussione
dunque
è
solo
possibile
sulle
cause
di
questa
immoralità
.
La
prima
e
la
più
evidente
si
rintraccia
nel
modo
con
cui
molti
deputati
vengono
eletti
.
Sbalzati
al
seggio
di
rappresentanti
della
nazione
coll
'
appoggio
di
Tizio
o
di
Cajo
,
anziché
per
meriti
proprii
riconosciuti
dal
popolo
,
essi
trascinano
necessariamente
con
sé
la
catena
di
una
riconoscenza
forzata
.
E
questa
riconoscenza
si
traduce
in
favori
che
sono
parzialità
e
ingiustizie
.
Pel
deputato
è
un
obbligo
contraccambiare
le
prove
di
devozione
che
ha
ricevute
:
per
l
'
elettore
è
un
diritto
ricevere
questo
contraccambio
.
Il
mandato
legislativo
viene
così
a
snaturarsi
dalla
base
e
prepara
il
terreno
a
nuove
e
più
grandi
immoralità
.
Queste
-
data
una
tale
predisposizione
-
non
si
fanno
lungamente
aspettare
.
Già
è
cosa
nota
che
la
compagnia
,
di
qualunque
genere
essa
possa
essere
,
aumenta
quella
piccola
o
grande
tendenza
al
male
che
cova
latente
,
come
fuoco
sotto
la
cenere
,
in
ognuno
di
noi
.
Guardate
i
bambini
:
quando
si
trovano
insieme
,
è
allora
che
diventano
più
cattivi
e
più
crudeli
.
Lo
scherzo
un
po
'
ardito
,
il
piccolo
furto
,
la
scalata
d
'
un
muricciuolo
,
che
nessuno
avrebbe
ardito
commettere
e
neppur
pensare
da
solo
,
sono
pensati
e
commessi
quando
trovansi
in
alcuni
od
in
molti
.
Noi
stessi
-
già
uomini
-
dobbiamo
riconoscere
che
se
c
'
è
un
caso
in
cui
possiamo
venir
meno
alle
leggi
della
delicatezza
o
a
quelle
della
pietà
,
è
appunto
quando
siamo
in
alcuni
,
giacché
allora
spunta
in
noi
il
coraggio
del
male
e
giudichiamo
leggermente
l
'
azione
poco
corretta
che
soli
non
saremmo
stati
capaci
di
compiere
.
Chi
non
ha
,
nella
sua
giovinezza
,
qualche
episodio
che
confermi
l
'
esattezza
di
quel
che
siamo
venuti
dicendo
?
Qual
'
è
il
gentiluomo
che
non
ricordi
d
'
aver
commesso
con
dei
compagni
-
e
soltanto
perché
era
con
loro
-
una
birichinata
che
rasentava
l
'
azione
immorale
se
non
il
delitto
*
?
.
La
ragione
di
questi
fatti
,
-
tanto
comuni
da
non
esigere
la
prova
ma
soltanto
un
accenno
,
-
è
anzitutto
aritmetica
.
Come
la
media
di
alcuni
numeri
non
può
evidentemente
essere
uguale
ai
più
elevati
fra
questi
,
così
un
aggregato
di
uomini
non
può
riflettere
nelle
sue
manifestazioni
le
facoltà
più
elevate
proprie
ad
alcuni
soltanto
di
questi
uomini
:
essa
rifletterà
soltanto
le
facoltà
morali
che
si
ritrovano
in
tutti
.
Giuseppe
Sergi
direbbe
,
con
una
sua
bella
e
biologicamente
esatta
similitudine
,
che
le
ultime
e
migliori
stratificazioni
del
carattere
-
quelle
che
la
civiltà
e
l
'
educazione
son
riuscite
a
formare
in
qualche
individuo
privilegiato
-
vengono
ecclissate
dalle
stratificazioni
medie
che
son
patrimonio
di
tutti
,
e
nella
somma
totale
queste
prevalgono
e
le
altre
scompaiono
.
Avviene
cioè
dal
punto
di
vista
morale
ciò
che
noi
osservammo
più
indietro
dal
punto
di
vista
intellettuale
.
La
compagnia
indebolisce
così
il
talento
,
come
i
sentimenti
morali
.
E
ciò
,
anche
per
un
'
altra
ragione
.
Basta
che
-
in
un
aggregato
di
uomini
-
vi
sia
un
malvagio
,
perché
esso
faccia
dei
discepoli
,
degli
imitatori
.
Gli
uomini
,
diceva
il
Bagehot
,
sono
guidati
da
modelli
non
da
ragionamenti
,
-
e
diceva
bene
,
ma
egli
dimenticava
di
aggiungere
che
"
sono
guidati
sopratutto
dai
modelli
cattivi
"
.
È
la
pera
guasta
che
corrompe
le
sane
:
non
s
'
è
mai
visto
che
queste
migliorino
quella
.
Il
microbo
del
male
ha
una
potenza
d
'
espansione
infinitamente
più
grande
di
quella
del
microbo
del
bene
,
dato
che
quest
'
ultimo
esista
,
giacché
mentre
pur
troppo
si
sa
che
molte
malattie
sono
contagiose
,
non
è
ugualmente
provato
che
sia
contagiosa
anche
la
salute
.
È
ben
più
facile
ammalarsi
per
suggestione
,
che
non
guarire
.
È
quindi
più
facile
corrompersi
socialmente
,
che
non
rafforzare
il
proprio
carattere
,
tanto
più
che
la
corruzione
morale
presenta
la
grande
attrattiva
dell
'
interesse
.
Un
minimo
strappo
alla
coscienza
può
significare
un
immenso
vantaggio
economico
,
-
e
nell
'
epoca
borghese
che
attraversiamo
il
danaro
risplende
di
troppo
vivida
luce
per
non
ipnotizzare
anche
coloro
che
si
credono
,
e
sono
fino
ad
un
certo
punto
,
degli
uomini
onesti
.
L
'
ambiente
li
circonda
come
in
una
spira
,
ed
è
veramente
un
boa
constrictor
che
a
poco
a
poco
soffoca
la
delicatezza
,
l
'
onore
,
persino
il
rimorso
.
Chi
può
analizzare
i
modi
in
cui
avviene
questa
degenerazione
?
Anzitutto
,
la
vita
del
deputato
-
intendo
le
ore
passate
nei
corridoi
della
Camera
-
non
è
certo
fatta
per
fortificare
il
carattere
.
In
mezzo
a
quei
discorsi
,
che
si
gabellano
per
idee
politiche
e
non
sono
spesso
che
pettegolezzi
,
la
volontà
si
fonde
in
parole
.
Avvicinando
continuamente
gli
avversari
le
convinzioni
meglio
temprate
si
smussano
,
si
ammolliscono
.
Il
sarcasmo
dei
colleghi
più
astuti
umilia
sulle
prime
gli
ingenui
e
gli
onesti
della
politica
;
le
ribellioni
spontanee
che
questi
hanno
il
pudore
di
fare
,
trova
degli
scettici
,
degli
indifferenti
,
dei
canzonatori
;
la
loro
rigida
onestà
,
dinanzi
a
quel
plebiscito
contrario
,
comincia
a
vacillare
,
ed
essi
si
chiedono
:
se
gli
altri
avesser
ragione
?
E
una
volta
entrato
il
dubbio
-
poiché
dinanzi
all
'
onore
dubitare
vuol
dire
essere
sconfitti
,
-
la
vittoria
dell
'
immoralità
è
sicura
.
Un
piacere
dapprima
,
una
piccolissima
ingiustizia
in
seguito
:
la
breccia
è
aperta
.
E
mano
mano
che
si
procede
per
questa
strada
,
così
ripida
da
esser
certi
che
una
volta
messovi
il
piede
si
precipita
fino
in
fondo
,
la
coscienza
cerca
di
scusare
il
suo
cambiamento
col
più
gesuitico
e
più
inutile
dei
conforti
:
tutti
fanno
così
!
la
mia
responsabilità
,
se
pur
esiste
,
è
infinitesima
.
E
per
tal
modo
,
nel
fatto
d
'
essere
in
molti
,
oltre
la
causa
della
corruzione
trovano
-
ultimo
danno
-
l
'
illusione
d
'
una
scusa
.
I
pochissimi
che
si
salvano
da
questa
lebbra
-
i
refrattarii
-
non
possono
nulla
per
diminuire
l
'
epidemia
.
Raramente
si
fanno
denunciatori
,
perché
il
buono
è
compassionevole
e
-
mi
duole
il
dirlo
-
in
certi
casi
è
anche
vile
.
Viltà
che
in
lui
deriva
da
una
virtù
,
dall
'
esser
pietoso
.
Giudicando
gli
altri
alla
sua
stregua
,
egli
s
'
immagina
e
si
rappresenta
il
dolore
e
l
'
umiliazione
del
malvagio
che
venga
svergognato
,
e
non
osa
gettargli
in
faccia
l
'
accusa
.
Come
per
essere
eroi
sul
campo
di
battaglia
bisogna
essere
un
po
'
crudeli
,
così
per
essere
coraggiosi
e
franchi
nel
mondo
politico
,
bisogna
esser
privi
di
una
certa
delicatezza
di
sentimento
.
E
solo
un
alto
,
imperioso
dovere
può
vincere
questo
riserbo
e
far
d
'
un
collega
un
accusatore
.
La
conseguenza
è
che
i
buoni
,
col
loro
contegno
negativo
,
facilitano
le
losche
imprese
ai
malvagi
e
a
tutti
quei
deboli
,
quegli
uomini
arbusti
,
come
direbbe
Balzac
,
che
piegano
ove
il
vento
spira
,
e
ove
vogliono
i
forti
.
Si
forma
così
a
poco
a
poco
una
associazione
non
confessata
,
latente
,
incosciente
anche
,
se
vogliamo
,
la
quale
stende
la
sua
invisibile
rete
su
tutta
la
vita
pubblica
.
È
una
potenza
che
non
si
ha
il
coraggio
di
nominare
,
ma
che
si
conosce
:
è
una
forza
che
non
si
vede
,
ma
che
si
sente
:
assomiglia
a
quelle
acque
sotterranee
che
non
si
sospettano
alla
superficie
ma
che
costituiscono
la
causa
della
vegetazione
che
cresce
sul
suolo
.
E
quella
vegetazione
è
il
favoritismo
,
l
'
immoralità
,
il
delitto
.
Il
pubblico
sa
che
per
ottenere
qualche
cosa
basta
rivolgersi
a
un
deputato
:
sia
anche
contro
giustizia
,
non
importa
;
e
il
deputato
chiede
,
prega
,
impone
ed
ottiene
.
Ottiene
dal
Governo
ipotecando
il
suo
voto
(
salvo
poi
a
tradire
quando
senta
l
'
odor
di
cadavere
)
-
ottiene
dalle
banche
,
vendendo
il
fumo
della
sua
influenza
,
-
ottiene
dalla
burocrazia
,
facendo
brillare
l
'
oro
della
sua
medaglietta
e
il
titolo
d
'
onorevole
,
così
poco
meritato
.
Ai
ministeri
vi
sono
volumi
che
contengono
le
raccomandazioni
dei
deputati
e
nessuno
si
meraviglia
che
sia
così
.
E
il
Governo
che
sa
e
tollera
tutte
queste
cose
-
e
le
tollera
perché
ne
trae
dei
vantaggi
-
non
teme
certi
oppositori
alla
Camera
,
giacché
sono
troppo
legati
a
lui
da
legami
inconfessabili
per
avere
l
'
audacia
di
dire
tutta
ed
intera
la
verità
.
Sotto
le
invettive
più
forti
degli
oppositori
-
fatte
pour
la
galerie
,
per
ingannare
gli
ingenui
-
sta
l
'
accordo
e
la
congiura
del
silenzio
.
Essi
non
possono
rivelare
tutti
i
reati
degli
avversarii
perché
nella
rovina
verrebbero
travolti
come
complici
anche
loro
.
È
questa
la
vera
delinquenza
politica
moderna
,
fatta
di
sotterfugi
e
di
ipocrisie
,
delinquenza
settaria
di
quei
pochi
che
arrivarono
in
alto
,
e
che
fa
degno
riscontro
alla
delinquenza
settaria
delle
infime
classi
sociali
.
Queste
,
più
franche
,
adoperano
la
violenza
,
e
i
loro
mezzi
di
lotta
si
chiamano
l
'
assassinio
e
la
dinamite
;
quelli
,
più
gesuiticamente
civili
,
adoperano
le
astuzie
,
e
i
loro
mezzi
di
lotta
si
chiamano
l
'
appropriazione
indebita
,
il
falso
,
la
frode
.
Immoralità
di
persona
-
immoralità
di
partito
-
immoralità
di
governo
,
-
tutto
questo
è
la
conseguenza
necessaria
e
fatale
di
un
sistema
che
pare
creato
apposta
per
peggiorare
gli
uomini
anziché
migliorarli
.
Il
deputato
-
prima
di
diventare
tale
-
stigmatizza
il
contegno
e
la
condotta
di
quelli
che
erano
allora
deputati
;
come
i
ministri
,
prima
di
essere
tali
,
cioè
dai
banchi
dell
'
opposizione
,
gridavano
contro
il
Governo
.
Gli
è
che
,
non
essendo
ancor
presi
nei
denti
della
ruota
fatale
,
avevano
l
'
illusione
che
vi
si
potesse
resistere
.
Non
sapevano
che
la
politica
è
una
lenta
depravazione
cui
pochissimi
sanno
sfuggire
;
e
anche
i
migliori
,
quando
venivano
dalle
lontane
provincie
con
alti
ideali
e
con
sogni
rosei
,
non
sospettavano
che
alla
luce
che
li
attirava
avrebbero
bruciata
la
loro
onestà
.
VI
.
La
requisitoria
è
finita
,
ed
il
modesto
pubblico
ministero
che
l
'
ha
pronunciata
dovrebbe
ora
,
invece
che
richieder
la
pena
,
indicare
i
rimedii
al
male
che
ha
lamentato
.
Veramente
questo
male
ha
cause
così
profonde
e
così
radicate
nella
natura
umana
che
l
'
eliminarle
sembra
difficile
.
Esso
potrebbe
paragonarsi
alla
morte
,
il
fenomeno
fatale
di
cui
si
cerca
sempre
di
attenuare
la
gravità
,
ma
che
non
si
può
sopprimere
.
Chi
oserebbe
combattere
il
diritto
supremo
della
maggioranza
e
conseguentemente
il
potere
dei
Parlamenti
?
E
qual
rimedio
è
possibile
al
fatto
che
ogni
riunione
,
ogni
gruppo
di
uomini
è
moralmente
e
intellettualmente
inferiore
agli
elementi
che
lo
compongono
,
se
la
vita
sociale
altro
non
è
che
la
risultante
o
il
complesso
di
tutti
questi
infiniti
gruppi
che
in
essa
si
agitano
,
e
che
si
chiamano
classi
,
chiese
,
associazioni
,
partiti
?
Il
rimedio
evidentemente
non
c
'
è
,
e
la
constatazione
di
questa
verità
dolorosa
è
forse
l
'
ipotesi
più
pessimista
che
si
sia
mai
formulata
.
Unirsi
nel
mondo
umano
vuol
dire
peggiorarsi
;
che
cosa
volete
di
più
desolante
?
Gabriele
Tarde
-
quand
'
io
esposi
per
la
prima
volta
una
tale
idea
-
ne
trasse
,
con
quell
'
acume
logico
che
non
è
l
'
ultimo
dei
suoi
pregi
,
una
deduzione
assai
ardita
.
"
Segnalo
-
egli
scriveva
-
senza
insistervi
,
la
portata
inattesa
di
cui
quest
'
idea
è
suscettibile
se
la
si
estende
al
di
là
dell
'
umanità
.
Tutti
sanno
che
gli
organismi
sono
stati
considerati
a
ragione
come
delle
società
di
cellule
,
e
le
cellule
come
società
di
molecole
.
Ora
,
supponiamo
che
il
nostro
principio
si
applichi
a
queste
società
biologiche
o
chimiche
,
supponiamo
cioè
che
anche
in
queste
l
'
aggregato
non
sia
superiore
ai
suoi
elementi
,
che
gli
sia
anzi
inferiore
o
tutto
al
più
eguale
;
noi
vediamo
allora
l
'
Universo
intero
apparirci
sotto
un
nuovo
aspetto
,
ed
è
al
perfezionamento
del
microscopio
,
non
del
telescopio
,
che
noi
dovremo
domandare
la
rivelazione
delle
più
mirabili
meraviglie
del
mondo
.
Forse
,
infatti
,
fu
in
virtù
di
un
puro
pregiudizio
ingiustificato
che
l
'
io
dell
'
atomo
si
ritenne
sempre
più
semplice
,
più
meschino
,
più
basso
dell
'
io
animale
od
umano
.
Forse
,
nel
fondo
nascosto
degli
esseri
viventi
,
nelle
loro
intimità
elementari
,
vive
e
si
diffonde
invisibilmente
assai
più
di
intelligenza
e
di
arte
che
non
alla
superficie
"
*
.
Ma
arrestiamoci
sulla
china
di
queste
congetture
paradossali
*
.
La
inverosimiglianza
della
nostra
teoria
quando
vien
portata
agli
estremi
nulla
toglie
alla
sua
verità
quando
la
si
applichi
ai
casi
cui
noi
l
'
abbiamo
applicata
.
Che
una
riunione
di
uomini
sia
nei
suoi
risultati
collettivi
peggiore
della
media
dei
singoli
che
la
compongono
,
è
un
'
affermazione
di
cui
ci
lusinghiamo
d
'
aver
portato
le
prove
e
di
essa
ci
accontentiamo
.
Quanto
al
diritto
della
maggioranza
,
pur
tralasciando
di
notare
ch
'
esso
si
esplica
col
mezzo
dei
parlamenti
cioè
della
psicologia
collettiva
,
fu
anch
'
esso
combattuto
teoricamente
e
praticamente
.
Infatti
è
riposta
in
lui
la
prima
fondamentale
ragione
della
bassezza
politica
a
cui
siamo
scesi
.
"
Il
governo
della
mediocrità
-
scriveva
lo
Stuart
Mill
-
non
può
essere
che
un
governo
mediocre
.
Nessuno
Stato
governato
dalla
democrazia
o
da
una
aristocrazia
numerosa
,
ha
mai
potuto
sollevarsi
al
disopra
della
mediocrità
,
né
nella
sua
condotta
politica
,
né
nelle
sue
opinioni
e
nei
suoi
costumi
,
se
non
là
dove
il
popolo
sovrano
si
è
lasciato
guidare
dai
consigli
e
dall
'
influenza
di
un
uomo
o
di
alcuni
uomini
superiori
"
*
.
Stuart
Mill
adunque
,
condannava
in
modo
assoluto
il
governo
dei
molti
,
soltanto
ammetteva
la
possibilità
di
un
'
eccezione
:
"
quando
il
popolo
sovrano
si
lasciasse
guidare
da
un
genio
"
.
Ma
in
tal
caso
,
invece
che
di
un
'
eccezione
,
non
si
tratta
forse
di
una
conferma
della
regola
stabilita
?
Sappiamo
anche
noi
che
molte
volte
le
assemblee
politiche
possono
sollevarsi
ad
altezze
sublimi
di
pensiero
o
di
sentimento
,
quando
le
infiamma
la
parola
fascinatrice
di
un
Mirabeau
o
l
'
idea
grandiosa
di
un
Camillo
Cavour
,
-
ma
che
cosa
provano
questi
fatti
in
favore
del
diritto
della
maggioranza
?
Non
provano
nulla
,
perché
in
tali
casi
non
è
la
voce
della
maggioranza
quella
che
s
'
impone
,
ma
il
dispotismo
d
'
un
solo
,
dispotismo
che
si
fonda
,
anziché
-
come
un
tempo
-
sulla
forza
materiale
,
sulla
suggestione
incosciente
.
Tutte
le
volte
che
un
'
assemblea
ha
proclamato
una
verità
o
conquistato
un
diritto
,
tutte
le
volte
insomma
ch
'
essa
non
è
stata
mediocre
nelle
sue
manifestazioni
,
ha
dovuto
seguire
-
come
l
'
ipnotizzato
il
suo
ipnotizzatore
-
un
uomo
che
la
affascinava
e
intellettualmente
la
possedeva
.
Voi
potete
dire
-
in
tali
casi
-
che
il
risultato
è
dovuto
all
'
assemblea
o
alla
sua
maggioranza
.
È
un
'
illusione
.
Quel
risultato
fu
voluto
da
un
solo
,
e
da
lui
imposto
,
per
forza
suggestiva
,
a
coloro
che
lo
attorniavano
*
.
La
vita
sociale
-
e
quindi
anche
la
vita
politica
-
si
impernia
sul
fenomeno
della
suggestione
.
Felici
le
epoche
e
i
popoli
che
posseggono
un
genio
il
quale
polarizza
tutti
i
desideri
,
tutti
i
sentimenti
,
e
si
trae
dietro
ciecamente
la
folla
!
Ma
sono
casi
rari
codesti
nella
vita
delle
nazioni
,
e
quando
il
genio
non
c
'
è
,
quando
manca
questo
fuoco
in
cui
attirare
tutte
le
energie
individuali
,
abbiamo
veramente
il
regno
delle
mediocrità
,
perché
la
forza
di
suggestione
,
invece
di
individualizzarsi
,
si
diffonde
e
si
disperde
,
dando
luogo
alle
mille
sorprese
della
psicologia
collettiva
.
Gli
è
in
questi
casi
-
che
sono
i
più
comuni
e
i
più
normali
-
che
si
verificano
nei
Parlamenti
gli
effetti
dolorosi
che
abbiamo
notati
,
ed
è
per
questi
casi
che
-
non
un
vero
rimedio
-
ma
almeno
un
'
attenuazione
del
male
si
troverebbe
nel
diminuire
il
numero
dei
deputati
.
Se
,
per
esempio
,
i
rappresentanti
della
nazione
fossero
ridotti
a
100
,
è
certo
che
la
media
di
questi
100
sarebbe
superiore
intellettualmente
e
moralmente
alla
media
dei
500
deputati
attuali
.
E
perché
?
Perché
limitando
il
numero
,
è
difficile
che
rimangano
fuori
i
buoni
,
ed
è
invece
facile
,
per
fortuna
,
che
siano
esclusi
i
cattivi
.
Quando
i
posti
sono
troppi
la
zavorra
vi
entra
quasi
necessariamente
.
Bisogna
pur
eleggere
il
deputato
!
e
se
non
c
'
è
chi
merita
d
'
essere
eletto
,
bisognerà
accontentarsi
del
primo
venuto
.
Avviene
per
i
seggi
al
Parlamento
,
quello
che
accade
per
le
cattedre
alle
Università
.
Fin
che
queste
saranno
troppe
,
vedremo
molti
professori
che
non
meritano
d
'
esser
tali
;
diminuite
le
cattedre
,
e
i
migliori
si
faranno
avanti
,
occuperanno
i
posti
,
e
la
media
del
corpo
insegnante
sarà
migliore
.
Poi
,
con
un
numero
di
deputati
più
limitato
si
eviterà
un
altro
inconveniente
.
Oggi
basta
che
una
persona
si
elevi
in
qualunque
ramo
della
scienza
o
dell
'
arte
,
perché
la
sua
provincia
,
la
sua
città
-
che
sono
un
po
'
vane
del
loro
concittadino
,
come
le
madri
del
figlio
che
ha
fatto
buona
riuscita
-
si
credano
in
obbligo
di
gettarlo
entro
la
caldaia
di
Montecitorio
.
È
un
uomo
d
'
ingegno
.
E
sta
bene
.
Ma
forse
perché
fa
dei
bei
versi
o
dei
buoni
libri
,
sarà
anche
un
operoso
ed
utile
uomo
politico
?
Generalmente
è
il
contrario
.
E
così
si
crea
un
deputato
mediocre
,
strappando
all
'
arte
o
alla
scienza
un
ottimo
artista
o
un
egregio
scienziato
.
No
.
Alla
politica
si
dedichi
chi
vuole
,
e
gli
elettori
mandino
in
Parlamento
chi
ha
mostrato
d
'
aver
doti
politiche
.
Non
crediamo
che
a
reggere
il
popolo
o
a
far
delle
leggi
basti
della
gente
d
'
ingegno
.
È
un
ingegno
speciale
che
occorre
,
come
per
tutte
le
professioni
.
Altrimenti
noi
vedremo
degli
avvocati
,
ministri
o
viceministri
alla
marina
o
al
tesoro
,
degli
ingegneri
alla
grazia
e
giustizia
e
dei
signori
che
spropositano
allegramente
al
ministero
dell
'
istruzione
pubblica
.
Col
numero
di
posti
limitato
,
questi
smistamenti
saranno
più
rari
e
men
facili
,
e
ci
guadagneranno
tutti
in
omaggio
alla
legge
della
specificazione
del
lavoro
.
Aggiungete
che
si
renderà
finalmente
possibile
il
pagare
un
'
indennità
ai
deputati
,
obbligandoli
a
non
fare
che
il
deputato
.
La
qualità
di
rappresentante
del
popolo
,
che
adesso
è
una
sinecura
e
non
serve
che
per
ottenere
ovunque
scappellate
e
facilitazioni
,
diverrà
una
carica
che
esige
del
lavoro
;
la
responsabilità
divisa
in
100
invece
che
in
500
sarà
più
fortemente
sentita
,
e
gli
eletti
dovranno
occuparsi
delle
cose
importanti
e
di
interesse
veramente
generale
,
lasciando
che
ogni
provincia
provveda
autonoma
e
indipendente
ai
proprii
interessi
particolari
,
lasciando
soprattutto
ai
faccendieri
di
fare
in
Roma
i
commessi
e
i
corrispondenti
degli
elettori
per
le
loro
esigenze
meschine
e
personali
.
E
allora
forse
un
miglioramento
ci
sarà
;
e
questo
ormai
vecchio
organismo
parlamentare
,
semplificandosi
,
potrà
vivere
senza
infamia
e
forse
con
lode
.
Io
credo
che
di
esso
si
possa
dire
come
di
certi
veleni
,
i
quali
uccidono
o
rinforzano
secondo
le
dosi
in
cui
vengono
adoperati
.
Ora
la
dose
o
,
per
lasciar
la
metafora
,
l
'
estensione
e
l
'
importanza
che
il
parlamentarismo
è
andato
prendendo
,
è
così
grande
che
minaccia
di
uccidere
la
vita
pubblica
.
Chissà
che
,
limitando
la
dose
,
non
possa
,
invece
che
ucciderla
,
rinforzarla
.
CAPITOLO
SESTO
L
'
intelligenza
e
la
moralità
della
folla
.
POLEMICA
.
Poiché
,
come
ho
detto
nella
Prefazione
,
questo
libro
vuole
avere
anzitutto
un
valore
di
documento
per
la
storia
della
psicologia
collettiva
,
riproduco
qui
integralmente
una
polemica
svoltasi
parecchi
anni
or
sono
intorno
al
problema
dell
'
intelligenza
e
della
moralità
della
folla
,
fra
me
,
Enrico
Ferri
,
Gabriele
Tarde
,
Pio
Viazzi
e
Silvio
Venturi
.
I
.
Lettera
di
Scipio
Sighele
a
Gabriele
Tarde
.
Illustre
Signore
ed
Amico
,
È
una
fortuna
ed
un
onore
per
me
,
che
voi
vi
occupiate
da
qualche
tempo
della
criminalità
collettiva
,
tema
cui
io
vado
dedicando
i
miei
studi
assidui
e
il
mio
povero
ingegno
.
Una
fortuna
,
perché
,
nel
difficile
lavoro
,
voi
mi
siete
spesso
una
guida
geniale
,
sempre
un
critico
acuto
e
sottile
;
un
onore
,
perché
l
'
interesse
che
dimostrate
per
quel
soggetto
,
mi
prova
che
non
fece
opera
inutile
chi
pel
primo
attirò
su
di
esso
l
'
attenzione
degli
studiosi
.
In
uno
dei
vostri
ultimi
articoli
*
,
che
sono
ricami
psicologici
deliziosi
per
la
soavità
delle
tinte
,
voi
vi
occupate
della
folla
non
solo
dal
punto
di
vista
morale
,
ma
anche
dal
punto
di
vista
intellettuale
,
e
poiché
su
questo
argomento
parmi
d
'
aver
qualche
cosa
da
dire
,
mi
son
permesso
di
dirigervi
questa
lettera
,
che
voi
leggerete
-
spero
-
con
quell
'
indulgenza
che
è
una
dote
naturale
nelle
individualità
superiori
.
Io
non
so
se
sia
vera
la
teoria
un
po
'
paradossale
sostenuta
da
alcuni
,
che
il
progresso
consista
nel
ritornare
all
'
antico
:
certo
mi
sembra
matematicamente
perfetta
la
similitudine
di
Goethe
,
il
quale
diceva
che
il
progresso
non
è
che
una
spirale
:
ritorna
su
se
stesso
,
ma
sempre
innalzandosi
.
Se
voi
applicate
questa
definizione
al
diritto
penale
e
più
propriamente
al
tema
di
cui
voglio
occuparmi
,
vedrete
quanto
sia
vera
.
In
tempi
lontani
erasi
intravveduta
-
in
modo
confuso
,
erroneo
e
anche
barbaro
-
l
'
esistenza
di
una
criminalità
collettiva
;
poi
,
quel
primo
barlume
da
cui
potevansi
trarre
utili
e
umane
applicazioni
,
era
stato
oscurato
da
quella
grande
crisi
d
'
individualismo
che
,
come
voi
dite
benissimo
,
è
scoppiata
ed
ha
imperato
ovunque
,
in
politica
come
in
economia
,
in
morale
come
in
diritto
;
ed
oggi
soltanto
-
a
distanza
di
secoli
-
noi
ritorniamo
a
considerare
i
delitti
come
azioni
della
collettività
piuttosto
che
della
persona
,
seguendo
anche
noi
,
nel
campo
limitato
del
diritto
penale
,
quell
'
onda
di
reazione
sociologica
o
socialista
,
che
va
ad
infrangersi
con
crescente
violenza
contro
l
'
illusione
egocentrica
,
forse
troppo
a
lungo
durata
.
Ritorniamo
-
io
dicevo
-
al
concetto
della
criminalità
collettiva
,
ma
-
come
la
spirale
-
vi
ritorniamo
innalzandoci
.
Una
volta
si
estendeva
alla
famiglia
,
a
tutto
il
clan
,
la
pena
di
un
delitto
di
cui
un
solo
erasi
reso
colpevole
.
E
ciò
dipendeva
dal
fatto
che
,
a
quelle
epoche
primitive
,
ogni
gruppo
di
formazione
naturale
-
come
appunto
la
tribù
o
la
famiglia
-
costituiva
un
ente
indissolubile
ed
indivisibile
.
L
'
individuo
era
una
parte
,
non
un
tutto
,
un
organo
,
non
un
organismo
,
e
colpire
lui
solo
sarebbe
apparso
allora
un
'
assurdità
,
come
parrebbe
adesso
un
assurdo
il
punire
un
membro
solo
dell
'
uomo
.
Questa
embrionale
concezione
del
delitto
collettivo
basavasi
su
un
rapporto
famigliare
o
di
casta
,
ed
era
ingiusta
nelle
sue
conseguenze
,
perché
sbagliata
nelle
sue
cause
:
dipendeva
da
un
concetto
politico
,
non
da
un
'
osservazione
obbiettiva
.
Oggi
si
è
corretto
l
'
errore
.
Oggi
ci
siamo
accorti
che
esistono
dei
delitti
collettivi
,
ma
non
quali
li
scorgeva
la
miope
,
paurosa
e
tirannica
legge
dei
tempi
andati
,
bensì
quali
li
rivela
la
moderna
scienza
positiva
del
diritto
penale
,
che
si
affatica
a
distinguere
la
parte
che
in
ogni
azione
umana
-
e
quindi
anche
nel
delitto
-
è
dovuta
all
'
ambiente
da
quella
che
è
dovuta
alla
costituzione
antropologica
dell
'
individuo
.
Tale
distinzione
,
facile
,
se
vogliamo
,
nel
reato
personale
,
commesso
da
un
solo
,
diventa
difficile
nel
reato
settario
,
difficilissimo
nel
reato
della
folla
,
perché
in
questi
ultimi
le
cause
determinanti
sono
così
numerose
e
così
intrecciate
da
non
poterne
fare
la
somma
,
ma
da
tentare
soltanto
di
trovarne
la
risultante
,
-
una
specie
di
diagonale
in
quel
misterioso
parallelogramma
delle
forze
psichiche
,
nel
quale
non
entrano
soltanto
le
energie
palesi
e
a
noi
note
,
ma
s
'
agita
anche
la
vita
ignota
dell
'
incosciente
.
Io
ho
tuttavia
cercato
di
studiare
questo
parallelogramma
,
di
tracciarne
,
se
è
possibile
,
le
dimensioni
.
E
col
vostro
aiuto
,
ciò
mi
è
riuscito
meno
arduo
e
più
divertente
.
Un
punto
però
avevo
soltanto
di
sfuggita
toccato
,
mentre
meritava
di
essere
svolto
con
qualche
ampiezza
.
Polarizzato
nello
studio
della
moralità
della
folla
,
avevo
trascurato
di
analizzarne
l
'
intelligenza
*
.
Avevo
detto
che
la
folla
-
come
la
donna
*
-
ha
una
psicologia
estrema
,
capace
di
tutti
gli
eccessi
,
forse
capace
solo
di
eccessi
,
mirabile
alle
volte
di
abnegazione
,
spaventosa
spesso
di
ferocia
,
mai
o
quasi
mai
mediocre
e
misurata
nei
suoi
sentimenti
.
Avevo
dimenticato
di
soggiungere
che
se
le
collettività
,
nell
'
ordine
morale
,
sono
suscettibili
dei
due
estremi
opposti
,
della
più
selvaggia
criminalità
e
del
più
sublime
eroismo
,
nell
'
ordine
intellettuale
invece
,
non
conoscono
che
un
estremo
,
l
'
infimo
,
giacché
se
possono
discendere
a
degli
abissi
di
pazzia
o
di
imbecillità
sconosciuti
all
'
individuo
isolato
,
non
sanno
elevarsi
alla
manifestazione
suprema
dell
'
intelligenza
e
dell
'
immaginazione
creatrice
.
Vi
sono
,
-
infatti
-
eroismi
collettivi
:
non
vi
sono
né
nell
'
arte
,
né
nella
scienza
capolavori
collettivi
*
.
Orbene
,
per
qual
motivo
-
vi
chiedete
voi
,
fermandovi
su
questo
fatto
che
racchiude
a
tutta
prima
un
'
anomalia
,
-
per
qual
motivo
la
altissima
manifestazione
dell
'
ingegno
è
sconosciuta
ai
gruppi
sociali
,
mentre
la
grande
e
potente
manifestazione
della
volontà
e
della
virtù
è
a
loro
accessibile
?
"
Egli
è
-
dite
voi
,
e
traduco
le
vostre
parole
-
che
l
'
atto
di
virtù
il
più
eroico
è
qualche
cosa
di
molto
semplice
,
e
non
differisce
dall
'
atto
di
moralità
ordinaria
che
per
il
grado
:
ora
,
appunto
,
la
potenza
di
unisono
,
che
è
racchiusa
negli
assembramenti
umani
,
dove
le
emozioni
e
le
opinioni
si
rafforzano
rapidamente
per
il
loro
contatto
moltiplicatore
,
è
per
eccellenza
outrancière
.
Ma
l
'
opera
del
genio
o
del
talento
è
sempre
complicata
e
differisce
in
natura
,
non
in
grado
soltanto
,
da
un
atto
d
'
intelligenza
volgare
"
.
Se
mi
permettete
,
io
,
invece
della
vostra
frase
,
giusta
,
ma
un
poco
involuta
,
avrei
detto
semplicemente
così
:
l
'
uomo
,
dal
punto
di
vista
morale
,
è
una
quantità
addizionabile
;
dal
punto
di
vista
intellettuale
,
non
lo
è
.
In
altre
parole
:
dei
sentimenti
si
può
fare
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
far
che
la
media
.
Questa
è
la
ragione
per
cui
cento
uomini
di
coraggio
dànno
una
collettività
coraggiosissima
,
mentre
cento
uomini
d
'
ingegno
dànno
una
collettività
intellettualmente
mediocre
.
Senonché
,
dicendo
questo
,
noi
non
abbiamo
ancora
spiegato
nulla
,
e
ritorna
insistente
la
domanda
:
perché
le
facoltà
morali
hanno
caratteri
tanto
diversi
da
quelli
delle
facoltà
intellettuali
?
Perché
-
io
credo
-
l
'
ingegno
e
il
genio
non
hanno
quella
forza
di
suggestione
che
posseggono
in
grado
altissimo
le
impressioni
,
le
sensazioni
,
gli
affetti
.
C
'
è
una
frase
-
nell
'
uso
comune
-
che
spiega
molto
bene
questa
differenza
.
Si
dice
che
il
coraggio
s
'
infonde
,
ed
è
vero
:
ed
è
così
anche
di
molte
altre
doti
e
di
molti
altri
difetti
morali
:
s
'
infonde
la
paura
,
l
'
odio
,
la
fede
,
la
simpatia
;
ma
l
'
ingegno
e
tanto
meno
il
genio
non
si
possono
infondere
.
Sono
facoltà
incomunicabili
,
appunto
perché
sono
il
frutto
della
eredità
piuttosto
che
dell
'
ambiente
.
Si
nasce
o
non
si
nasce
con
esse
;
non
è
possibile
acquistarle
.
Voi
mi
direte
che
anche
le
facoltà
morali
si
ereditano
e
non
si
acquistano
,
che
si
nasce
ottimi
o
pessimi
,
come
si
nasce
intelligenti
od
idioti
:
ed
è
vero
in
gran
parte
anche
questo
,
e
fu
anzi
la
scuola
positiva
ad
affermare
categoricamente
tale
verità
.
Ma
è
certo
tuttavia
che
,
-
salvo
,
ripeto
,
le
eccezioni
,
-
è
più
facile
formare
di
un
bambino
un
buon
uomo
che
non
un
uomo
intelligente
.
Del
resto
la
mia
osservazione
non
vuol
essere
applicata
alle
persone
che
vivono
in
società
allo
stato
diffuso
,
bensì
alle
persone
che
vivono
allo
stato
riunito
.
Intendo
cioè
parlare
degli
stadii
acuti
della
associazione
umana
,
qual
è
una
folla
e
,
in
grado
minore
,
una
setta
,
non
già
dello
stadio
normale
qual
è
la
quotidiana
convivenza
sociale
.
E
-
applicato
a
questi
stadii
acuti
-
credo
davvero
che
il
principio
da
me
esposto
non
si
possa
combattere
.
Ogni
dimostrazione
sarebbe
inutile
;
è
l
'
evidenza
che
parla
.
Prendete
una
riunione
qualsiasi
di
persone
:
il
grido
,
il
gesto
,
la
parola
d
'
un
solo
potrà
farla
vile
od
eroica
,
ma
nessun
grido
,
nessun
gesto
,
nessuna
parola
potrà
elevare
il
suo
livello
intellettuale
,
potrà
dare
a
quelle
migliaia
di
cervelli
la
scintilla
del
genio
.
Le
facoltà
intellettuali
-
dunque
-
non
si
possono
sommare
,
come
le
facoltà
morali
,
perché
,
a
differenza
di
queste
,
non
possono
comunicarsi
per
suggestione
.
Ma
perché
non
si
possono
comunicare
per
suggestione
?
Voi
vedete
.
Le
domande
si
susseguono
,
avvicinandosi
ad
una
spiegazione
.
Riusciremo
a
trovarla
?
Io
lo
spero
.
La
ragione
per
cui
le
facoltà
intellettuali
non
si
possono
comunicare
per
mezzo
della
suggestione
consiste
,
secondo
me
,
nel
fatto
che
esse
non
hanno
-
al
contrario
dei
sentimenti
-
mezzi
esteriori
di
manifestazione
.
Suol
dirsi
-
e
non
a
torto
-
che
la
fisonomia
rivela
la
persona
d
'
ingegno
;
ma
certo
non
rivela
la
forma
e
la
qualità
dell
'
ingegno
,
certo
non
rivela
quale
idea
passi
in
un
dato
momento
nel
cervello
d
'
un
uomo
.
Invece
la
fisonomia
esprime
assai
bene
le
emozioni
dell
'
anima
,
e
le
può
esprimere
non
in
un
modo
vago
ed
indefinito
,
ma
definito
e
preciso
:
si
può
leggere
sul
volto
di
una
persona
la
gioia
,
la
paura
,
l
'
odio
,
quasi
tutti
gli
affetti
del
cuore
.
Ora
voi
m
'
insegnate
-
ed
io
stesso
ho
speso
qualche
pagina
a
dimostrarlo
-
che
"
è
una
legge
universale
in
tutto
il
regno
della
vita
intelligente
che
la
rappresentazione
d
'
uno
stato
emozionale
provoca
la
nascita
di
quest
'
identico
stato
in
colui
che
ne
è
testimonio
"
.
Dato
che
quest
'
emozione
sia
,
per
esempio
,
di
furore
o
di
collera
,
in
un
attimo
il
volto
di
coloro
che
la
vedono
assumerà
un
'
espressione
d
'
ira
in
cui
vi
sarà
un
non
so
che
di
teso
e
di
tragico
.
E
non
solo
questa
emozione
sarà
esteriormente
manifestata
,
ma
sarà
anche
intimamente
sentita
.
"
La
speciale
azione
muscolare
-
dice
il
Maudsley
-
non
è
solo
l
'
esponente
della
passione
,
ma
eziandio
una
parte
essenziale
di
essa
.
Atteggiate
la
fisonomia
ad
una
particolare
emozione
,
e
l
'
emozione
così
imitata
non
fallirà
di
destarsi
in
voi
"
.
Ecco
dunque
perché
i
sentimenti
si
propagano
,
e
si
propagano
con
una
celerità
spaventosa
:
ecco
perché
basta
un
uomo
irritato
per
rendere
irritati
tutti
coloro
che
lo
attorniano
;
ecco
perché
la
collettività
che
essi
compongono
può
essere
la
somma
dei
singoli
stati
d
'
animo
di
ciascuno
e
avere
quella
forza
immensa
che
dà
l
'
unione
,
quella
terribilità
irreparabile
che
dà
l
'
unisono
psicologico
.
L
'
ingegno
e
il
genio
,
invece
,
non
hanno
-
ripeto
-
mezzi
esteriori
di
comunicazione
:
non
possono
quindi
diffondersi
in
grado
eguale
,
e
,
per
così
dire
,
allo
stesso
livello
fra
centinaia
migliaia
d
'
individui
riuniti
,
e
far
sì
che
la
manifestazione
intellettuale
della
collettività
sia
la
somma
delle
singole
facoltà
intellettuali
.
Sento
dirmi
da
voi
:
però
anche
l
'
ingegno
ha
un
mezzo
di
suggestione
immediata
,
la
parola
,
e
un
mezzo
di
suggestione
mediata
,
il
libro
.
E
-
per
non
accennare
che
al
primo
di
questi
mezzi
di
suggestione
,
quello
che
ci
riguarda
più
da
vicino
-
chi
non
ha
assistito
a
quelle
esplosioni
di
applausi
che
chiudono
talvolta
il
discorso
d
'
un
oratore
eloquente
?
Ma
potremo
noi
dire
che
questa
suggestione
intellettuale
somigli
alla
suggestione
delle
emozioni
e
dei
sentimenti
?
Potremo
noi
dire
che
,
in
tal
caso
,
gli
uditori
sono
saliti
all
'
altezza
dell
'
ingegno
dell
'
oratore
,
come
-
negli
altri
casi
-
gli
spettatori
salgono
al
grado
di
odio
,
di
paura
,
di
eroismo
manifestato
da
colui
che
li
suggestiona
?
Evidentemente
no
.
Giacché
,
la
distinzione
che
qui
bisogna
fare
e
che
a
me
sembra
di
capitale
importanza
,
è
,
che
mentre
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
la
suggestione
delle
idee
non
fa
che
dei
discepoli
,
dei
seguaci
,
vale
a
dire
degli
inferiori
.
Diffondete
un
'
emozione
in
mezzo
a
una
folla
:
in
un
brevissimo
spazio
di
tempo
ogni
individuo
la
risentirà
nell
'
identico
modo
in
cui
voi
la
risentirete
:
moralmente
,
quindi
,
voi
vi
sarete
creato
intorno
un
popolo
di
eguali
.
Diffondete
invece
un
'
idea
in
mezzo
a
una
folla
:
tutti
-
supponiamo
-
vi
applaudiranno
e
saranno
con
voi
,
ma
intellettualmente
voi
vi
sarete
creato
intorno
un
popolo
di
seguaci
,
non
di
eguali
.
Nel
primo
caso
avrete
riprodotto
,
per
suggestione
,
il
vostro
io
morale
in
tanti
individui
quanti
erano
coloro
che
vi
ascoltavano
e
vi
vedevano
:
avevate
coraggio
,
e
avete
creato
100
coraggiosi
;
avevate
paura
,
e
avete
creato
100
paurosi
.
Nel
secondo
caso
,
il
vostro
io
intellettuale
non
s
'
è
trasfuso
in
nessuno
:
siete
un
genio
,
ma
non
avete
creato
nessun
genio
,
avete
soltanto
costretto
,
per
suggestione
,
100
mediocri
ad
applaudirvi
e
a
seguirvi
.
Ed
ecco
perché
,
nell
'
ordine
morale
,
la
collettività
conosce
vette
inaccessibili
all
'
individuo
isolato
,
giacché
essa
può
rassomigliarsi
a
un
ammasso
di
polvere
il
cui
scoppio
,
data
la
miccia
,
è
tanto
più
fragoroso
quanti
più
sono
i
grani
di
polvere
che
lo
compongono
,
-
e
nell
'
ordine
intellettuale
non
può
raggiungere
le
altezze
cui
un
uomo
solo
arriva
,
giacché
-
anche
data
la
minaccia
-
il
sacro
fuoco
del
pensiero
non
può
propagarsi
.
Che
se
,
non
accontentandoci
di
rilevare
questo
fatto
innegabile
,
noi
volessimo
anche
ricercarne
la
ragione
intima
,
scoprire
cioè
con
curiosità
metafisica
il
perché
la
natura
abbia
posto
quella
differenza
fra
le
facoltà
del
cervello
e
le
facoltà
del
cuore
,
noi
potremmo
dire
che
la
collettività
non
sa
elevarsi
all
'
altezza
intellettuale
dell
'
individuo
isolato
perché
,
se
lo
sapesse
,
farebbe
opera
inutile
o
dannosa
,
e
sa
invece
sorpassare
l
'
individuo
nelle
supreme
manifestazioni
morali
,
perché
l
'
opera
sua
,
in
questo
caso
,
è
più
che
utile
,
necessaria
.
In
un
dato
momento
storico
,
e
in
qualunque
ramo
dell
'
attività
umana
,
basta
infatti
che
un
solo
abbia
genio
,
ma
non
basta
che
un
solo
sia
eroe
.
Basta
un
Garibaldi
e
mille
eroi
per
vincere
una
battaglia
.
Mille
Garibaldi
sarebbero
inutili
.
In
altre
parole
:
staticamente
il
numero
è
inutile
al
genio
:
è
invece
utilissimo
all
'
eroismo
come
a
tutti
i
sentimenti
dell
'
uomo
.
Senonché
,
-
malgrado
questo
mio
tentativo
di
spiegazione
,
-
è
indubitato
che
la
conclusione
che
sgorga
dalle
vostre
e
dalle
mie
osservazioni
è
sconfortante
.
La
collettività
,
si
chiami
Giurì
o
Commissione
,
assemblea
o
folla
,
dà
un
prodotto
morale
e
intellettuale
peggiore
di
quello
che
darebbe
ognuno
degli
uomini
che
la
compongono
.
Unirsi
nel
mondo
umano
vuol
dunque
dire
peggiorarsi
.
È
questo
il
principio
cui
arriviamo
,
ed
è
questa
l
'
ultima
formula
del
pessimismo
più
acuto
.
È
forse
un
'
illusione
od
un
paradosso
?
A
voi
non
è
parsa
tale
,
perché
quando
io
l
'
enunciai
la
prima
volta
,
l
'
avete
accettata
e
le
avete
dato
un
grande
valore
.
Voi
scrivevate
:
"
Segnalo
l
'
importanza
inattesa
di
cui
questo
principio
è
suscettibile
se
lo
si
estende
al
di
là
dell
'
umanità
.
Sappiamo
che
gli
organismi
sono
stati
considerati
,
e
a
ragione
,
come
delle
società
di
cellule
,
e
sappiamo
anche
che
si
è
potuto
vedere
nelle
cellule
stesse
delle
società
di
molecole
...
Ora
supponiamo
che
quel
principio
si
applichi
a
queste
società
biologiche
o
chimiche
,
che
cioè
,
anche
in
queste
società
l
'
aggregato
non
sia
superiore
ai
suoi
elementi
,
anzi
che
sia
inferiore
o
tutto
al
più
eguale
;
noi
vediamo
l
'
universo
intero
apparirci
sotto
un
aspetto
nuovo
ed
è
ai
perfezionamenti
del
microscopio
,
non
del
telescopio
,
che
noi
dovremo
domandare
le
rivelazioni
delle
più
grandi
meraviglie
del
mondo
.
Del
resto
,
è
forse
in
causa
di
un
pregiudizio
ingiustificato
,
che
l
'
io
dell
'
atomo
è
stato
sempre
ritenuto
più
semplice
,
più
povero
,
più
basso
dell
'
io
animale
od
umano
.
Forse
,
nel
fondo
nascosto
degli
esseri
viventi
,
nelle
loro
intimità
elementari
,
viene
invisibilmente
spiegata
assai
più
intelligenza
ed
arte
che
non
si
spieghi
alla
superficie
...
"
*
.
Io
vi
lascio
con
questo
oscuro
problema
insoluto
.
La
soluzione
verrà
data
dalla
psicologia
dell
'
atomo
,
che
voi
invocate
,
e
che
non
è
altro
,
in
fondo
,
se
non
la
psicologia
dell
'
incosciente
,
ancora
così
ignota
e
così
misteriosa
.
Credetemi
con
ammirazione
Vostro
SCIPIO
SIGHELE
.
II
.
Nota
di
Enrico
Ferri
.
La
lettera
che
precede
,
veniva
pubblicata
nel
numero
del
l
°
novembre
1894
della
"
Critica
Sociale
"
.
Prima
che
giungesse
la
risposta
di
Gabriele
Tarde
(
che
il
lettore
troverà
più
innanzi
)
,
Enrico
Ferri
combatteva
le
mie
osservazioni
psicologiche
con
la
Nota
che
qui
riproduco
,
a
cui
faccio
seguire
le
mie
controosservazioni
.
La
psicologia
collettiva
-
come
io
la
battezzai
sino
dalla
2ª
edizione
dei
Nuovi
Orizzonti
-
ha
avuto
organismo
così
rigoglioso
dagli
studi
geniali
e
meritatamente
lodati
del
mio
carissimo
Sighele
,
ed
essa
risponde
troppo
al
colore
del
tempo
,
che
mette
in
luce
sempre
crescente
così
i
dolori
come
le
forze
benefiche
e
malefiche
della
collettività
umana
,
perché
non
debba
prestarsi
nella
infinita
varietà
poliedrica
dei
suoi
elementi
e
delle
sue
manifestazioni
,
ad
una
diversità
di
osservazioni
e
di
induzioni
,
anche
fra
chi
abbia
completo
accordo
di
teorie
fondamentali
.
Tale
è
il
caso
della
presente
Nota
alla
lettera
,
sempre
acuta
e
profonda
,
di
Scipio
Sighele
a
Gabriele
Tarde
.
L
'
impressione
-
per
dirla
subito
-
che
io
ho
avuto
leggendo
questa
lettera
,
è
un
'
impressione
di
urto
mentale
.
Si
legge
.
Il
cervello
comincia
l
'
acceleramento
della
ideazione
,
e
l
'
aumenta
via
via
trascinato
con
intensità
progressiva
dalle
ben
graduate
osservazioni
dello
scrittore
e
poi
,
alla
fine
,
quando
il
moto
intellettuale
dovrebbe
rallentarsi
e
fissarsi
nella
conclusione
finale
,
logicamente
indotta
dalle
premesse
,
si
trova
invece
dinanzi
un
'
affermazione
brusca
,
ottusa
,
che
vi
ricorda
l
'
urto
di
un
treno
a
grande
velocità
contro
la
sbarra
immobile
di
un
binario
morto
.
Ed
è
veramente
un
binario
morto
quello
in
cui
l
'
amico
Sighele
mi
pare
si
sia
messo
;
in
gran
parte
,
io
credo
,
trascinato
e
quasi
direi
deraillé
dal
vagabondaggio
metafisico
della
sociologia
del
Tarde
.
Il
quale
,
per
quanto
gallicamente
seducente
,
mi
pare
appunto
un
ricamatore
che
,
presa
una
idea
(
e
per
solito
la
prende
da
altri
)
,
sa
ricamarne
delle
"
variazioni
"
molteplici
,
sempre
ingegnose
e
brillanti
,
ma
più
spesso
unilaterali
e
sopratutto
anarchiche
,
nel
senso
che
non
sono
il
prodotto
logico
e
necessario
del
metodo
sperimentale
di
osservazione
e
di
induzione
,
ma
rappresentano
piuttosto
la
fantasia
logica
,
il
zig
-
zag
arabescato
di
un
cervello
analitico
e
fecondo
,
ma
scientificamente
eslege
.
Tali
sono
i
caratteri
dei
lavori
più
notevoli
del
Tarde
,
dopo
i
suoi
primi
e
più
originali
articoli
pubblicati
anni
fa
nella
"
Revue
philosophique
"
.
Egli
prende
l
'
idea
sulla
influenza
dell
'
imitazione
,
svolta
fra
gli
altri
dal
Despine
in
una
monografia
del
1871
,
e
vi
ricama
sopra
le
sue
Lois
de
l
'
imitation
,
che
sono
l
'
esagerazione
unilaterale
e
inconcludente
di
un
aspetto
vero
della
vita
.
Così
egli
prende
l
'
idea
del
Pugliese
,
mia
,
e
del
Sighele
,
sul
delitto
collettivo
(
folla
delinquente
)
e
vi
ricama
sopra
i
suoi
saggi
critici
,
prima
al
Congresso
di
antropologia
criminale
a
Bruxelles
,
poi
nella
"
Revue
des
deux
Mondes
"
.
Oppure
egli
prende
le
osservazioni
fondamentali
della
scuola
positiva
italiana
e
vi
ricama
d
'
attorno
la
Criminalité
comparée
e
la
Philosophie
pénale
,
accordandosi
,
anche
per
l
'
indole
dell
'
intelletto
,
con
quegli
analitici
e
comparatori
e
ricamatori
italiani
,
che
s
'
illudevano
d
'
aver
messa
su
una
"
terza
scuola
"
di
"
naturalismo
o
positivismo
critico
"
sol
perché
,
per
esempio
,
alle
statue
michelangiolescamente
scolpite
da
Lombroso
,
son
capaci
,
a
tavolino
,
di
grattare
qualche
cosa
col
magistero
sottile
e
miope
della
lima
sillogistica
.
Non
dico
per
questo
che
anche
gli
ingegni
critici
,
malgrado
l
'
indole
loro
parassitaria
,
non
abbiano
una
funzione
utile
nella
scienza
e
nella
vita
.
Dico
invece
che
bisogna
guardarsi
,
a
forza
di
scorrere
qua
e
là
,
di
non
mettersi
in
un
qualche
binario
morto
,
come
parmi
sia
il
caso
di
questa
nota
del
Sighele
.
Egli
fa
questa
lucida
osservazione
:
le
forze
sentimentali
possono
comunicarsi
e
sommarsi
dall
'
individuo
in
una
folla
,
mentre
le
forze
intellettive
no
.
L
'
osservazione
mi
pare
fondamentalmente
esatta
;
ma
purché
si
esprima
in
senso
relativo
e
non
assoluto
.
Io
direi
che
i
sentimenti
si
comunicano
e
si
sommano
nella
collettività
,
più
che
le
idee
.
E
quindi
non
credo
esatta
l
'
affermazione
consequenziale
del
Sighele
,
che
chi
comunica
un
sentimento
ad
una
collettività
fa
degli
eguali
a
sé
,
mentre
chi
comunica
un
'
idea
fa
dei
seguaci
.
Sta
bene
che
il
coraggio
come
l
'
odio
o
la
vendetta
si
possono
"
infondere
"
da
un
individuo
ad
una
folla
:
ma
i
suggestionati
saranno
sempre
diversi
dal
suggestionatore
.
E
diversi
nel
senso
del
più
come
del
meno
.
Garibaldi
fu
giustamente
detto
"
eroe
creatore
di
eroi
"
:
ma
i
garibaldini
che
lo
seguivano
e
lo
sopravvanzavano
nella
battaglia
,
infuocati
dalla
sua
persona
,
non
erano
eroi
eguali
a
lui
,
che
,
per
esempio
,
doveva
conservare
sempre
un
certo
sangue
freddo
,
per
essere
,
come
fu
,
così
geniale
capitano
e
stratega
.
Anche
l
'
artista
o
l
'
oratore
comunicano
agli
uditori
la
loro
passione
;
ma
nell
'
amore
o
nell
'
odio
o
nella
pietà
o
nell
'
ilarità
gli
uditori
sono
ben
diversi
dall
'
attore
o
dall
'
oratore
.
Questi
deve
serbare
il
suo
sangue
freddo
,
mentre
gli
uditori
tutto
dimenticano
e
arrivano
al
monoideismo
,
finché
dura
la
suggestione
sentimentale
.
E
come
fra
i
garibaldini
ci
può
essere
uno
più
o
diversamente
coraggioso
di
Garibaldi
,
così
fra
gli
uditori
vi
può
essere
uno
più
o
diversamente
artista
e
intelligente
dell
'
attore
o
dell
'
oratore
.
Lo
stesso
avviene
per
l
'
intelligenza
della
folla
.
Sighele
dice
che
quando
l
'
oratore
getta
una
idea
nella
folla
degli
uditori
,
questi
,
se
ne
restano
suggestionati
e
applaudiscono
,
diventano
dei
seguaci
,
cioè
degli
inferiori
,
non
degli
eguali
.
Non
è
esatto
.
In
iscuola
,
in
un
comizio
,
in
tribunale
,
in
un
'
assemblea
,
l
'
oratore
che
dice
veramente
delle
cose
,
non
delle
parole
soltanto
,
eleva
il
livello
intellettuale
dei
suoi
uditori
,
non
solo
perché
accresce
il
loro
patrimonio
attuale
di
cognizioni
ma
soprattutto
perché
dà
loro
per
l
'
avvenire
un
metodo
,
una
lente
e
una
bussola
per
osservare
il
mondo
.
E
fra
gli
uditori
può
esservi
chi
resta
al
disotto
di
lui
,
se
è
ingegno
potente
-
e
questo
è
evidente
-
ma
può
esservi
chi
lo
superi
.
Qualche
volta
il
discepolo
passerà
il
maestro
,
meno
nell
'
arte
,
ma
più
nel
metodico
lavoro
della
scienza
.
Ciò
non
toglie
,
ripeto
,
che
realmente
i
sentimenti
(
moralità
)
siano
più
comunicabili
che
le
idee
(
intelligenza
)
,
ed
una
delle
ragioni
può
essere
quella
indicata
dal
Sighele
,
dei
segni
di
espressione
,
più
precisi
e
completi
e
quindi
più
suggestivi
per
le
emozioni
che
per
le
idee
.
Un
'
altra
,
e
più
fondamentale
,
può
essere
che
i
sentimenti
toccano
più
da
vicino
che
non
le
idee
la
base
stessa
della
vita
animale
comune
ai
viventi
;
un
debole
di
mente
può
procacciarsi
da
vivere
,
anche
allo
stato
selvaggio
;
ma
un
uomo
che
non
senta
il
dolore
(
questa
sentinella
della
vita
)
o
l
'
istinto
di
fame
,
di
sete
,
ecc
.
,
muore
inevitabilmente
e
presto
.
È
quindi
sempre
questione
di
grado
,
nella
comunicabilità
ed
addizionabilità
così
dei
sentimenti
come
delle
idee
.
Ma
poi
Sighele
e
Tarde
qui
trascurano
completamente
l
'
altro
lato
del
fenomeno
,
l
'
influenza
della
folla
sull
'
individuo
,
non
solo
per
i
sentimenti
(
ciò
che
fu
fatto
appunto
colla
teoria
del
delitto
collettivo
)
ma
anche
per
le
idee
.
Già
il
proverbio
dice
che
"
quattro
occhi
vedono
più
di
due
"
.
E
se
l
'
opera
del
genio
(
forse
anche
per
la
gran
parte
che
vi
ha
il
sentimento
e
l
'
immaginazione
,
secondo
le
osservazioni
di
Huxley
)
è
opera
più
individuale
di
ogni
altra
,
tuttavia
né
in
essa
si
deve
escludere
l
'
azione
della
intelligenza
collettiva
né
questa
si
può
disconoscere
in
quella
forza
,
ben
più
continua
e
quotidiana
della
evoluzione
umana
,
che
è
l
'
opera
del
talento
.
Chi
sa
dire
dove
e
da
chi
abbia
avuta
una
data
immagine
il
poeta
,
che
la
rende
immortale
coi
suoi
versi
?
Forse
da
un
intelletto
mediocre
,
in
una
conversazione
fugace
o
insipida
per
tutto
il
resto
.
Io
ho
provato
,
dopo
le
mie
lezioni
all
'
Università
,
quanto
utile
mi
venga
dalle
conversazioni
e
dalle
osservazioni
fattemi
da
questo
o
da
quello
dei
miei
uditori
e
che
io
non
avevo
fatto
e
che
a
me
poi
possono
servire
di
scintilla
per
illuminare
tutto
un
vasto
campo
di
ulteriori
osservazioni
.
"
Il
y
a
quelqu
'
un
qui
a
plus
d
'
esprit
que
M
.
de
Voltaire
:
c
'
est
tout
le
monde
"
.
Ecco
la
conferma
di
questa
mia
affermazione
.
Il
cervello
di
un
genio
o
artistico
o
scientifico
può
riassumere
e
coordinare
e
fecondare
in
sé
moltissimi
fra
i
lati
dell
'
infinito
poliedro
della
vita
;
ma
migliaia
di
cervelli
,
siano
pure
mediocri
,
ma
pregni
di
esperienze
ed
osservazioni
,
infinitamente
diverse
e
più
svariate
,
sia
pure
embrionali
e
frammentarie
,
abbracciando
l
'
infinito
poliedro
da
un
maggior
numero
di
lati
,
mettono
in
luce
cose
e
idee
che
il
cervello
di
un
genio
da
solo
non
vede
.
Il
calzolaio
vide
l
'
errore
nello
stivale
scolpito
dall
'
artista
greco
,
così
come
si
narra
del
contadino
toscano
che
nel
cavallo
plasmato
da
uno
scultore
di
genio
scoperse
che
mancavano
quei
due
bitorzoli
senza
pelo
che
stanno
alle
ginocchia
di
tutti
i
cavalli
.
Bisogna
provare
,
per
esempio
,
in
una
riunione
di
studenti
,
di
operai
o
di
contadini
:
gettate
là
un
'
idea
,
che
vada
al
midollo
delle
cose
,
e
ve
la
sentirete
poco
dopo
rimbalzata
dai
cervelli
di
questo
o
di
quell
'
uditore
,
rinforzata
,
corretta
,
ampliata
da
cento
altre
osservazioni
e
rilievi
parziali
,
che
rimanendo
frammentari
e
isolati
nel
cervello
o
denutrito
o
inesperto
o
incolto
di
chi
le
fa
,
restano
nel
vuoto
,
come
seme
che
non
può
gettare
radici
nella
rena
circostante
.
Ma
,
per
una
parte
,
quell
'
altra
idea
,
specialmente
se
direttiva
e
metodica
,
svolta
dall
'
oratore
,
coordina
e
rafforza
le
idee
frammentarie
e
deboli
degli
uditori
e
quindi
eleva
il
loro
diapason
intellettuale
;
e
d
'
altra
parte
,
le
osservazioni
di
rimbalzo
,
fatte
dalla
collettività
,
fecondano
e
rafforzano
il
meccanismo
intellettivo
dell
'
individuo
.
Vale
a
dire
,
amico
Sighele
,
che
è
inutile
correr
dietro
alle
bolle
di
sapone
,
come
l
'
io
dell
'
atomo
che
è
una
contraddizione
in
termini
,
dacché
l
'
atomo
è
l
'
individuo
vero
e
solo
,
cioè
l
'
indivisibile
e
il
semplice
,
ed
io
invece
significa
risultante
complessa
(
conscia
od
inconscia
)
di
molti
elementi
psichici
primordiali
.
Dove
non
c
'
è
collettività
non
ci
può
essere
l
'
io
:
e
la
psicologia
dei
microrganismi
fatta
dal
Binet
è
possibile
solo
,
perché
il
più
semplice
dei
microrganismi
è
sempre
una
collettività
federata
e
diversa
,
di
cellule
viventi
.
Vale
a
dire
,
infine
,
che
la
conclusione
finale
è
precisamente
l
'
opposta
:
non
è
che
unirsi
,
nel
mondo
,
voglia
dire
peggiorarsi
o
indebolirsi
.
La
realtà
è
che
non
si
vive
se
non
vi
è
unione
;
perché
,
come
dissi
altrove
,
Robinson
Crosuè
,
che
sarebbe
l
'
ideale
umano
così
dell
'
individualismo
come
della
sua
logica
conclusione
,
non
può
essere
che
una
leggenda
o
un
caso
patologico
.
Ma
poi
,
come
sarebbe
stata
possibile
l
'
evoluzione
dal
microbo
all
'
uomo
e
dall
'
uomo
selvaggio
all
'
uomo
civile
se
l
'
unione
,
cioè
l
'
associazione
,
volesse
dire
peggioramento
e
indebolimento
?
...
E
non
è
tutta
l
'
evoluzione
,
in
sostanza
,
che
un
processo
di
crescente
associazione
e
di
riunione
?
Vero
è
che
Sighele
applica
la
sua
osservazione
soltanto
alle
forme
ristrette
e
più
o
meno
transitorie
dell
'
associazione
umana
,
anziché
al
fatto
costituente
ed
universale
della
società
umana
.
E
questa
limitazione
rende
in
qualche
parte
accettabile
,
cioè
rispondente
alla
realtà
delle
cose
,
la
sua
conclusione
.
Ma
,
malgrado
questa
distinzione
necessaria
,
-
già
da
me
fatta
fin
dai
primordii
tra
psicologia
individuale
,
psicologia
collettiva
e
psicologia
sociale
,
-
io
credo
tuttavia
che
in
ogni
e
qualsiasi
manifestazione
della
materia
inorganica
ed
organica
,
dall
'
aggregazione
e
combinazione
degli
atomi
nell
'
ordine
siderale
o
chimico
sino
alla
aggregazione
e
combinazione
delle
sensazioni
ed
idee
elementari
nell
'
ordine
psicologico
individuale
e
dei
sentimenti
e
delle
idee
individuali
nell
'
ordine
della
psicologia
collettiva
e
sociale
,
-
sempre
si
deve
dire
che
"
l
'
unione
fa
la
forza
"
.
E
mi
parrebbe
fare
offesa
all
'
ingegno
del
Sighele
se
credessi
necessario
indicargliene
qui
le
prove
,
dopo
che
l
'
ho
tratto
fuori
dal
binario
morto
in
cui
s
'
era
ficcato
col
tardigrado
io
dell
'
atomo
.
La
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
.
Ecco
la
conclusione
positiva
:
e
più
intensa
non
è
sinonimo
di
più
buona
.
Ma
se
in
un
dato
momento
e
in
una
data
collettività
prevale
un
elemento
cattivo
(
antisociale
o
immorale
)
,
questo
si
rafforzerà
come
si
rafforzerà
invece
un
elemento
buono
(
sociale
o
morale
)
se
avrà
la
prevalenza
.
Insomma
,
io
credo
sempre
esatta
la
mia
prima
fondamentale
osservazione
,
che
nella
psicologia
collettiva
avviene
non
già
la
semplice
miscela
degli
elementi
individuali
,
ma
la
loro
combinazione
chimica
.
Sicché
la
risultante
psichica
collettiva
non
è
eguale
-
tanto
per
i
sentimenti
quanto
per
le
idee
-
alla
somma
degli
elementi
psichici
individuali
:
è
anzi
sempre
diversa
,
in
meglio
o
in
peggio
,
così
come
dalla
combinazione
chimica
di
due
o
più
sostanze
si
ha
nella
massa
finale
una
temperatura
o
più
alta
o
più
bassa
di
quella
dei
corpi
componenti
*
.
Certo
,
ora
più
spesso
avviene
che
nella
collettività
prevalga
il
meno
buono
e
il
meno
intelligente
;
ma
per
quale
recondita
ragione
?
Qui
,
amico
Sighele
,
devi
ficcare
lo
sguardo
a
fondo
,
ed
il
fondo
è
la
lotta
antagonistica
ed
anarchica
degli
interessi
egoistici
nel
mondo
presente
,
senza
la
base
e
la
disciplina
della
solidarietà
vera
e
viva
.
In
un
'
accademia
come
in
un
comizio
,
come
in
un
Parlamento
,
ognuno
cercherà
sempre
di
giovare
a
sé
:
ma
nel
mondo
individualista
l
'
utile
proprio
troppe
volte
non
è
conciliabile
coll
'
utile
altrui
.
Ecco
perché
,
incoscientemente
,
rebus
sic
stantibus
,
nella
collettività
più
spesso
avviene
il
fascio
degli
egoismi
antisociali
invece
che
l
'
unione
degli
egoismi
sociali
.
La
conferma
se
ne
ha
in
certi
casi
eccezionali
.
Quando
in
una
battaglia
l
'
entusiasmo
è
al
colmo
o
in
un
'
opera
di
salvataggio
(
inondazioni
,
incendi
,
epidemie
,
ecc
.
)
l
'
elemento
della
solidarietà
sociale
prevale
su
quello
dell
'
isolamento
anti
-
sociale
,
la
riunione
centuplica
allora
la
forza
del
sacrificio
e
dell
'
eroismo
e
della
virtù
,
come
centuplica
quella
del
delitto
,
in
altre
diverse
condizioni
di
tempo
e
di
luogo
.
Tutto
sta
adunque
nel
dare
alle
collettività
umane
un
'
orientazione
tale
,
per
cui
l
'
egoismo
individuale
,
inseparabile
dalla
vita
(
perché
primum
vivere
deinde
philosophare
)
non
sia
costretto
ad
essere
anti
-
sociale
per
affermarsi
,
ma
trovi
invece
nella
vita
collettiva
anche
le
condizioni
di
maggiore
e
miglior
vita
per
sé
.
Il
come
di
questa
orientazione
sociale
esce
dai
limiti
di
questa
Nota
ed
è
risolto
dal
socialismo
scientifico
.
Per
ora
mi
fermo
a
queste
considerazioni
di
psicologia
collettiva
,
che
interessano
la
giurisprudenza
penale
come
la
sociologia
criminale
.
E
sarò
lieto
se
il
Sighele
od
altri
vorrà
continuare
la
cortese
polemica
di
idee
;
dalla
quale
,
appunto
perché
anche
nel
campo
dell
'
intelligenza
,
unirsi
vuol
dire
rafforzarsi
,
non
potrà
che
risultare
il
vantaggio
e
l
'
incremento
della
nostra
scienza
positiva
.
ENRICO
FERRI
.
III
.
Risposta
di
Scipio
Sighele
a
Enrico
Ferri
.
Roma
,
2
novembre
1894
.
Mio
carissimo
Enrico
,
Grazie
delle
parole
cortesi
ch
'
io
debbo
all
'
indulgenza
del
maestro
e
all
'
affetto
dell
'
amico
;
grazie
sopratutto
della
critica
franca
e
sincera
che
io
cerco
e
desidero
,
giacché
mi
sembra
il
risultato
più
utile
e
la
soddisfazione
più
grande
di
coloro
che
scrivono
.
Tu
dici
che
io
"
ho
urtato
contro
la
sbarra
immobile
d
'
un
binario
morto
"
.
Un
disastro
ferroviario
e
...
intellettuale
,
dunque
.
Può
darsi
.
Ma
la
colpa
è
veramente
e
solamente
mia
?
O
non
accade
spesso
alla
scienza
di
incontrare
questi
binari
morti
che
le
vietano
la
sua
corsa
a
grande
velocità
,
queste
sbarre
immobili
che
arrestano
la
macchina
ancora
avida
di
cammino
?
Sono
io
responsabile
se
il
pensiero
ha
le
sue
colonne
d
'
Ercole
,
se
esiste
l
'
ignoto
dell
'
incosciente
,
e
se
mi
dichiaro
vinto
dinanzi
a
un
problema
che
nessuno
ha
saputo
risolvere
?
E
merito
io
d
'
essere
tacciato
di
metafisico
perché
invoco
la
psicologia
dell
'
atomo
?
Qualche
centinaio
d
'
anni
fa
(
anzi
qualche
diecina
)
il
buon
pubblico
avrebbe
sorriso
se
gli
avessero
detto
che
esisteva
la
psicologia
dei
microrganismi
!
Eppure
,
Binet
l
'
ha
studiata
!
Io
penso
che
,
se
il
vero
temperamento
positivista
deve
credere
soltanto
a
ciò
che
vede
o
a
ciò
di
cui
ha
le
prove
,
non
deve
però
escludere
a
priori
nessuna
ipotesi
.
Tutto
è
possibile
al
mondo
,
e
l
'
affermare
categoricamente
:
la
scienza
non
arriverà
oltre
questo
limite
,
è
una
forma
di
ipoteca
sull
'
avvenire
che
le
meravigliose
sorprese
del
presente
e
del
passato
dovrebbero
consigliarci
di
evitare
.
Del
resto
,
che
importa
credere
o
non
credere
possibile
questa
psicologia
dell
'
atomo
?
Il
mio
,
era
un
desiderio
,
una
speranza
,
un
augurio
,
che
gettavo
là
,
alla
fine
della
mia
lettera
,
per
attenuare
lo
sconforto
che
invade
chi
,
dopo
aver
molto
cercato
,
s
'
accorge
di
non
aver
trovato
nulla
o
quasi
nulla
.
La
spiegazione
ultima
mi
sfuggiva
:
la
sentivo
inarrivabile
ed
intangibile
,
ma
volevo
almeno
indicare
dove
,
a
parer
mio
,
essa
stava
racchiusa
.
Non
potendo
vedere
il
tesoro
,
mi
accontentavo
di
supporre
dove
era
nascosto
.
Ad
altri
più
fortunati
di
me
il
saperlo
scoprire
.
Ho
sbagliato
?
Può
darsi
,
-
ripeto
.
Ma
alla
mia
ipotesi
tu
non
hai
sostituito
nessun
assioma
,
al
mio
dubbio
nessuna
certezza
.
Il
mistero
rimane
,
e
noi
ci
troviamo
almeno
d
'
accordo
nel
dover
confessare
la
nostra
ignoranza
.
Senonché
,
non
è
su
questo
incerto
ed
oscuro
problema
che
vale
la
pena
di
soffermarsi
a
discutere
.
Noi
possiamo
continuare
più
utilmente
la
nostra
polemica
intorno
a
quelle
mie
osservazioni
di
psicologia
collettiva
che
tu
non
accusi
di
essere
metafisiche
,
e
che
-
se
non
m
'
inganno
-
pur
criticandole
,
accetti
nel
fondo
interamente
.
Io
avevo
detto
che
le
forze
sentimentali
si
sommano
in
una
folla
,
le
forze
intellettive
no
,
e
che
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
mentre
la
suggestione
delle
idee
fa
degli
inferiori
.
Tu
trovi
troppo
assolute
queste
affermazioni
,
perché
la
differenza
,
secondo
te
,
è
di
gradi
non
di
sostanza
.
A
rigore
di
logica
tu
hai
ragione
.
In
natura
non
esiste
nulla
di
sostanzialmente
diverso
e
distinto
:
tutto
si
riannoda
e
si
riallaccia
attraverso
sfumature
infinite
:
la
legge
d
'
evoluzione
lo
insegna
.
Ci
sono
delle
zone
neutre
che
vietano
persino
di
sentenziare
se
un
organismo
appartiene
al
regno
vegetale
o
al
regno
animale
.
Perché
dunque
dovrebbero
esistere
delle
barriere
divisionali
in
psicologia
?
Ma
la
logica
troppo
severa
fa
commettere
degli
errori
,
come
la
corda
tirata
troppo
si
spezza
.
Tu
stesso
mi
hai
insegnato
che
,
per
comodità
di
studio
e
per
maggiore
chiarezza
,
si
usa
,
nella
scienza
e
nella
vita
,
chiamar
con
nomi
diversi
le
cose
che
in
ultima
analisi
non
sono
che
uno
sviluppo
ulteriore
una
dell
'
altra
,
-
e
così
io
credo
che
si
possano
tener
distinti
in
psicologia
dei
fenomeni
che
-
pur
non
differendo
fra
loro
sostanzialmente
-
differiscono
però
di
tanti
gradi
da
far
quasi
dimenticare
l
'
origine
comune
.
Orbene
,
la
suggestione
dei
sentimenti
differisce
tanto
dalla
suggestione
delle
idee
,
che
io
ho
creduto
di
poter
stabilire
fra
l
'
una
e
l
'
altra
questo
carattere
distintivo
:
l
'
una
fa
degli
eguali
,
l
'
altra
dei
seguaci
,
degli
inferiori
.
So
bene
,
-
e
lo
potevi
capire
anche
tu
-
che
quell
'
aggettivo
eguali
non
ha
il
significato
che
gli
si
dovrebbe
attribuire
in
una
dimostrazione
matematica
:
in
psicologia
sopratutto
(
e
anche
in
natura
)
non
c
'
è
nulla
di
identico
,
e
quando
si
adoperano
certe
parole
,
si
lascia
a
chi
legge
di
interpretarle
non
alla
lettera
,
ma
nel
senso
che
loro
si
è
dato
scrivendole
.
So
bene
che
gli
eroi
creati
da
Garibaldi
non
erano
e
non
potevano
essere
eguali
a
lui
,
e
che
il
grado
di
passione
cui
sale
il
pubblico
non
è
preciso
a
quello
dell
'
oratore
che
lo
ha
suggestionato
-
(
l
'
anima
umana
non
è
una
cifra
e
la
psicologia
non
è
l
'
aritmetica
)
,
-
ma
è
certo
che
quegli
eroi
e
quel
pubblico
modellavano
sé
stessi
incoscientemente
sulla
figura
morale
del
loro
suggestionatore
,
e
che
tutti
insieme
costituivano
un
unisono
psicologico
,
che
autorizzava
la
mia
affermazione
.
L
'
espressione
di
un
sentimento
ha
,
per
coloro
che
vi
assistono
,
l
'
identico
effetto
della
vibrazione
d
'
una
nota
sulle
corde
musicali
che
si
trovano
sotto
la
influenza
di
questa
vibrazione
.
La
persona
risponde
collo
stesso
sentimento
,
come
la
corda
risponde
colla
stessa
nota
.
Sarà
forse
un
tono
più
alto
o
più
basso
,
ma
è
l
'
identico
suono
,
è
l
'
accordo
.
Delle
idee
,
invece
,
non
avviene
così
.
Garibaldi
può
,
colla
sola
virtù
dell
'
esempio
,
creare
un
eroe
.
Spencer
non
può
,
con
una
sua
frase
o
colla
lettura
d
'
un
suo
capitolo
,
creare
un
genio
e
nemmeno
un
ingegno
.
Non
insisto
su
questa
dimostrazione
perché
l
'
evidenza
mi
par
meridiana
.
Tu
dici
però
-
per
combattere
la
mia
tesi
-
che
l
'
oratore
il
quale
dica
veramente
delle
cose
e
non
delle
parole
soltanto
,
eleva
il
livello
intellettuale
dei
suoi
uditori
,
-
e
fin
qui
siamo
d
'
accordo
e
l
'
ho
ammesso
anch
'
io
,
scrivendo
che
l
'
oratore
,
in
tal
caso
,
fa
dei
seguaci
,
cioè
suggestiona
e
avvicina
a
sé
intellettualmente
il
suo
pubblico
;
-
e
sostieni
anche
che
fra
gli
uditori
può
esservi
chi
superi
l
'
oratore
perché
spesso
il
discepolo
sorpassa
il
maestro
.
E
qui
-
pur
essendo
d
'
accordo
con
te
nella
osservazione
(
troppo
semplice
,
del
resto
,
perché
si
possa
combattere
)
,
-
mi
permetto
di
dirti
che
non
modifica
in
nulla
la
mia
tesi
.
Verdi
ha
avuto
un
maestro
di
musica
,
Dante
avrà
avuto
un
maestro
di
letteratura
,
Raffaello
un
maestro
di
disegno
.
Che
cosa
significa
questo
,
per
la
psicologia
collettiva
?
Significa
forse
-
come
tu
tenderesti
a
provare
-
che
le
facoltà
intellettuali
non
solo
fanno
degli
eguali
,
come
le
forze
sentimentali
,
ma
fanno
dei
superiori
?
Qui
-
mi
pare
tu
abbia
dimenticata
quella
tua
felice
distinzione
fra
psicologia
collettiva
e
psicologia
sociale
,
che
è
stata
la
scintilla
del
mio
libro
sulla
Folla
delinquente
.
La
psicologia
collettiva
-
quale
tu
stesso
la
definisci
ed
io
ho
studiata
-
è
la
psicologia
delle
collettività
riunite
staticamente
.
Quando
dunque
io
dico
che
la
suggestione
delle
idee
-
al
contrario
della
suggestione
dei
sentimenti
-
fa
,
non
degli
uguali
,
ma
degli
inferiori
,
intendo
parlare
da
un
punto
di
vista
statico
.
Il
rispondermi
che
in
un
'
aula
d
'
università
dove
parla
un
professore
,
o
in
un
teatro
dove
parla
un
Demostene
,
vi
può
essere
-
nascosto
ed
ignoto
fra
il
pubblico
-
uno
scienziato
o
un
artista
che
supererà
quel
professore
o
un
oratore
che
supererà
quel
Demostene
,
-
è
un
eludere
la
questione
,
non
un
risolverla
,
è
un
uscire
dal
campo
della
psicologia
collettiva
per
entrare
in
quello
della
psicologia
sociale
.
La
mia
tesi
-
esposta
in
un
modo
esagerato
e
brutale
-
è
questa
:
staticamente
,
cioè
in
un
brevissimo
spazio
di
tempo
,
per
sola
virtù
di
contagio
,
si
può
fare
d
'
un
uomo
un
eroe
o
un
assassino
,
non
si
può
fare
un
genio
del
pensiero
.
E
sfido
chiunque
a
contraddirmi
.
-
Quando
tu
poi
,
per
provare
la
forza
di
suggestione
delle
idee
,
mi
citi
i
discepoli
che
superano
i
maestri
o
,
per
provare
che
non
solo
l
'
individuo
ha
influenza
sul
pubblico
,
ma
anche
,
e
più
,
il
pubblico
,
sull
'
individuo
,
mi
avverti
che
a
un
poeta
può
venire
un
'
ispirazione
da
un
intelletto
mediocre
,
e
che
a
uno
scienziato
può
balenare
un
'
idea
geniale
da
una
conversazione
fugace
o
insipida
,
-
io
ti
rispondo
che
hai
ragione
,
ma
che
questa
è
psicologia
sociale
e
non
psicologia
collettiva
.
E
degli
effetti
e
dell
'
importanza
della
suggestione
(
tanto
dei
sentimenti
come
delle
idee
)
da
un
punto
di
vista
dinamico
e
non
statico
,
io
ho
troppo
a
lungo
parlato
altrove
,
perché
deva
ripetermi
qui
.
Tu
scrivi
questi
periodi
limpidi
,
e
inconfutabili
:
"
Non
è
sempre
esatto
che
la
somma
collettiva
delle
idee
sia
peggiore
delle
idee
genialmente
individuali
.
Nel
genio
,
e
anche
nell
'
ingegno
potente
,
c
'
è
sempre
una
qualche
esagerazione
,
un
qualche
squilibrio
nelle
premesse
più
acutamente
vedute
e
ravvicinate
,
come
nelle
induzioni
più
velocemente
anticipate
.
Nella
collettività
,
invece
,
è
vero
che
domina
la
media
,
ma
appunto
perché
tale
,
questa
rappresenta
così
una
elevazione
equilibrata
e
definitiva
della
intelligenza
comune
di
fronte
allo
stadio
precedente
,
come
un
'
attenuazione
integratrice
delle
audacie
più
o
meno
squilibrate
,
ma
sempre
precoci
e
perciò
meno
vitali
,
del
genio
individuale
.
Nella
scienza
la
scuola
dei
seguaci
vale
sempre
più
e
meglio
del
maestro
iniziatore
,
ed
hanno
-
l
'
una
e
l
'
altro
-
due
funzioni
utilmente
diverse
.
Senza
l
'
individuo
creatore
la
scuola
non
si
farebbe
e
la
media
individuale
non
si
eleverebbe
;
ma
senza
una
collettività
solidale
,
l
'
intuizione
del
genio
non
vive
e
cade
in
un
torpore
e
in
un
oblio
talvolta
secolare
,
finché
le
condizioni
più
propizie
e
meglio
adatte
della
collettività
,
o
spontaneamente
,
o
per
spinta
rinnovata
di
un
altro
genio
o
anche
di
un
talento
,
non
ne
fissino
definitivamente
la
struttura
e
lo
sviluppo
"
.
Parole
d
'
oro
,
-
ma
che
non
levano
una
virgola
a
quel
che
io
ho
affermato
,
perché
sono
parole
e
concetti
applicabili
in
sociologia
e
non
in
psicologia
collettiva
.
Ho
ammesso
anch
'
io
,
e
ho
scritto
*
tutto
questo
:
ho
ammesso
anch
'
io
,
-
e
l
'
ho
scritto
-
che
il
genio
non
è
che
un
simbolo
il
quale
rappresenta
le
aspirazioni
e
le
tendenze
di
una
data
classe
e
di
un
dato
periodo
;
ch
'
egli
non
è
se
non
lo
scorcio
incosciente
di
un
momento
storico
,
quasi
una
figura
in
cui
si
riassumono
e
si
fissano
tutte
le
suggestioni
infinite
e
diverse
che
su
di
lui
hanno
agito
;
-
ma
riconoscendo
che
il
genio
è
un
parto
meraviglioso
della
collettività
,
ho
inteso
e
intendo
riconoscere
soltanto
dinamicamente
il
potere
della
collettività
sull
'
individuo
.
Anche
staticamente
esiste
questo
potere
,
ma
produce
il
male
anzi
che
il
bene
,
abbassa
e
non
eleva
l
'
intelligenza
.
Ed
è
in
questo
senso
,
cioè
da
un
punto
di
vista
statico
,
che
io
ho
osato
esporre
la
frase
pessimista
che
"
unirsi
,
nel
mondo
umano
,
vuol
dire
peggiorarsi
"
.
Da
un
punto
di
vista
dinamico
cioè
di
psicologia
sociale
,
bisognerebbe
essere
pazzi
per
affermare
una
cosa
simile
,
e
tu
hai
ragione
di
dire
che
-
allora
-
bisognerebbe
anche
rinnegare
la
teoria
dell
'
evoluzione
e
riconoscere
che
il
selvaggio
val
più
dell
'
uomo
civile
,
e
la
scimmia
antropomorfa
più
del
selvaggio
.
Per
essere
più
preciso
io
avrei
dovuto
scrivere
che
-
"
unirsi
nel
mondo
umano
,
solo
staticamente
,
vuol
dire
peggiorarsi
"
.
-
Ma
all
'
esattezza
del
linguaggio
,
che
ho
trascurata
,
poteva
rimediare
il
senso
e
l
'
intonazione
del
mio
articolo
.
Io
parlavo
della
folla
non
della
società
:
io
parlavo
di
suggestione
immediata
e
incosciente
,
non
di
suggestione
lenta
e
cosciente
;
io
-
in
una
parola
-
parlavo
di
improvvise
rivoluzioni
psicologiche
,
non
di
graduali
evoluzioni
;
io
non
applicavo
quindi
la
mia
conclusione
a
tutto
il
vasto
campo
della
sociologia
,
ma
soltanto
al
campo
ristretto
della
psicologia
collettiva
.
Tu
mi
hai
voluto
far
dire
più
di
quello
che
avevo
in
animo
di
dire
,
e
per
combattere
una
tesi
che
io
non
ho
sostenuta
,
hai
esagerato
.
Tu
hai
scritto
che
il
principio
:
l
'
unione
fa
la
forza
è
vero
sempre
in
psicologia
sociale
e
in
psicologia
collettiva
.
No
:
in
psicologia
collettiva
l
'
unione
spesso
fa
,
intellettualmente
,
non
la
forza
,
ma
la
debolezza
:
i
Giurì
,
le
Commissioni
,
le
assemblee
informino
:
soprattutto
i
tuoi
Nuovi
Orízzonti
,
dove
questa
verità
è
stata
così
genialmente
accennata
.
Ed
io
non
avrei
altro
da
aggiungere
se
non
prevedessi
una
tua
domanda
,
anzi
alcune
domande
:
"
quali
sono
i
limiti
-
tu
potresti
dirmi
-
quali
i
confini
tra
la
psicologia
collettiva
e
la
psicologia
sociale
?
dove
finisce
l
'
una
e
comincia
l
'
altra
?
non
si
verificherà
anche
qui
la
legge
d
'
evoluzione
,
e
non
si
passerà
dall
'
una
all
'
altra
per
fasi
e
per
gradazioni
indistinte
?
e
non
sarà
allora
impossibile
o
quasi
applicare
a
queste
diverse
fasi
le
leggi
che
tu
credi
vere
per
l
'
una
e
che
sarebbero
quindi
false
per
l
'
altra
?
"
.
I
problemi
racchiusi
in
queste
interrogazioni
sono
gravi
e
importanti
.
Io
tenterò
di
risolverli
nel
mio
prossimo
volume
:
La
delinquenza
settaria
*
.
La
setta
è
infatti
una
collettività
che
potrebbe
dirsi
il
trait
-
d
'
union
fra
la
folla
e
la
società
,
la
zona
neutra
,
per
ripetere
un
'
espressione
felice
,
tra
la
psicologia
collettiva
e
la
psicologia
sociale
.
L
'
argomento
mi
porterebbe
molto
lontano
:
ma
io
non
posso
abusare
della
cortesia
della
"
Critica
sociale
"
,
alla
quale
ho
già
rubato
qualche
colonna
.
Altrove
e
meglio
io
potrò
dire
il
mio
pensiero
.
Intanto
credimi
,
con
l
'
affetto
e
con
l
'
ammirazione
che
sai
,
sempre
tuo
SCIPIO
SIGHELE
.
IV
.
Risposta
di
Gabriele
Tarde
a
Scipio
Sighele
*
.
Io
sono
sempre
lieto
,
e
voi
,
caro
Sighele
,
lo
sapete
,
di
rendere
la
giustizia
dovuta
ai
vostri
belli
e
profondi
lavori
;
e
non
solo
è
il
vigore
e
il
raro
acume
di
uno
spirito
veramente
personale
,
che
io
ammiro
in
voi
,
ma
eziandio
quella
nobiltà
naturale
di
carattere
che
vi
tiene
al
disopra
delle
misere
questioni
d
'
amor
proprio
.
Noto
questo
tanto
più
volentieri
,
dacché
è
pur
tempo
ch
'
io
risponda
a
certi
attacchi
che
se
non
mi
commuovono
,
non
cessano
però
di
sorprendermi
,
succedendo
bruscamente
,
non
so
troppo
il
perché
,
a
numerose
testimonianze
d
'
amicizia
e
a
buoni
uffici
reciproci
.
Io
non
seguirò
il
Ferri
nella
via
ch
'
egli
ha
battuta
a
mio
riguardo
.
Un
uomo
così
abile
,
com
'
egli
è
,
all
'
adattamento
e
al
volgarizzamento
delle
idee
altrui
dovrebbe
più
di
chiunque
astenersi
dal
gettare
ad
altri
epiteti
scortesi
di
parassita
di
vagabondo
e
di
plagiario
;
dovrebbe
astenersene
e
sopratutto
verso
qualcuno
che
maturò
a
lungo
,
nella
più
profonda
solitudine
,
il
frutto
delle
sue
proprie
riflessioni
,
fino
al
giorno
in
cui
il
suo
pensiero
schietto
e
personale
si
è
diffuso
con
qualche
onore
nel
modo
scientifico
.
Certo
,
ben
io
so
che
in
fatto
di
idee
la
proprietà
individuale
deve
sempre
esser
intesa
in
un
senso
molto
relativo
;
che
il
collettivismo
è
qui
al
suo
posto
,
meglio
che
in
qualsiasi
altro
campo
;
e
che
noi
non
siamo
mai
se
non
i
comproprietari
comunisti
e
indivisi
delle
nostre
idee
le
più
originali
.
Ciononostante
,
il
merito
d
'
una
tal
quale
originalità
mi
fu
così
spesso
riconosciuto
,
da
ogni
parte
e
su
tutti
i
toni
,
e
persino
dai
più
acerbi
miei
critici
,
che
io
credo
di
potere
,
-
senza
troppa
illusione
-
attribuirmi
la
paternità
de
'
miei
scritti
a
dispetto
del
mio
amabile
contradditore
.
Il
deputato
Ferri
era
ancora
sulle
panche
della
scuola
quando
già
il
mio
sistema
d
'
idee
era
fissato
nelle
linee
principali
.
Io
non
potei
quindi
toglierlo
a
prestito
né
da
lui
né
da
alcuno
dei
suoi
e
neppure
dal
Despine
,
che
mai
non
lessi
.
Che
quest
'
ultimo
si
sia
occupato
della
imitazione
,
è
ben
cosa
possibile
.
Lo
stesso
Platone
ne
sentì
alcun
po
'
l
'
importanza
nella
sua
Repubblica
.
La
questione
non
è
qui
.
Il
pubblico
filosofico
l
'
ha
ben
compreso
ed
è
esso
,
in
fin
dei
fini
,
il
solo
giudice
del
merito
dei
nostri
lavori
.
In
ogni
caso
io
posso
affermare
che
quand
'
anche
io
non
avessi
conosciuta
la
nuova
scuola
,
io
non
avrei
a
cangiar
verbo
delle
mie
due
opere
principali
:
Le
leggi
dell
'
imitazione
e
La
logica
sociale
.
Quanto
alla
mia
Criminalità
comparata
e
alla
mia
Filosofia
penale
,
questi
due
volumi
non
sono
che
l
'
applicazione
pura
e
semplice
del
mio
punto
di
vista
generale
-
pubblicato
fin
dal
1881
nella
"
Revue
Philosophique
"
e
finito
assai
prima
-
al
lato
criminale
della
Società
;
a
quel
modo
ch
'
io
l
'
applicai
al
lato
linguistico
,
religioso
,
economico
,
estetico
e
giuridico
.
Questa
applicazione
criminologica
io
non
l
'
avrei
fatta
nella
stessa
maniera
se
non
avessi
avuto
il
vantaggio
di
leggere
un
giorno
l
'
Uomo
delinquente
di
Lombroso
e
gli
scritti
della
scuola
.
Ma
il
rimprovero
di
averli
saccheggiati
mi
sorprende
singolarmente
;
avrei
capito
piuttosto
quello
di
averli
un
tal
po
'
demoliti
:
e
ancora
ciò
equivarrebbe
a
disconoscere
tutta
la
benevolenza
(
voi
diceste
un
giorno
beneficenza
)
della
mia
critica
da
amico
.
Se
tutti
coloro
che
criticano
il
Ferri
l
'
hanno
copiato
,
i
suoi
copisti
sono
legione
,
cominciando
dall
'
onorevole
Colajanni
che
gli
ha
assestato
di
così
bei
colpi
,
e
senza
dire
del
Lucchini
,
del
Carnevale
,
dell
'
Alimena
e
di
tanti
altri
rudi
giostratori
della
terza
scuola
.
Io
non
so
del
resto
a
qual
proposito
,
senza
aver
nulla
di
molto
particolare
da
dire
,
Ferri
interviene
nella
piccola
conversazione
cortese
ed
istruttiva
che
voi
impegnaste
con
me
su
un
punto
assai
delicato
della
psicologia
delle
folle
.
S
'
egli
fu
il
padrino
della
psicologia
collettiva
,
come
a
più
riprese
si
vanta
,
s
'
ingannerebbe
,
ad
ogni
modo
,
supponendo
di
esserne
il
padre
e
che
nessuno
abbia
ormai
il
diritto
di
toccare
a
questo
soggetto
di
studi
senza
il
suo
consenso
.
Il
difficile
non
era
di
trovare
il
nome
,
bensì
di
trovare
e
approfondire
la
cosa
.
È
ciò
che
voi
fate
,
è
ciò
che
io
pure
ho
tentato
di
fare
.
E
ciò
che
mi
dà
qualche
fiducia
nelle
mie
ricerche
è
che
mi
sembra
ch
'
esse
si
accordino
spesso
con
le
vostre
,
anche
in
quanto
concerne
il
piccolo
problema
da
voi
recentemente
discusso
nella
"
Critica
sociale
"
.
Perciò
non
ho
che
qualche
riflessione
da
aggiungere
alle
vostre
fini
osservazioni
.
Io
distinsi
nello
spirito
collettivo
delle
folle
il
lato
intellettuale
e
il
lato
morale
,
e
feci
notare
che
,
moralmente
,
esse
uguagliano
ed
anche
superano
l
'
individuo
nel
bene
e
nel
male
,
nell
'
eroismo
e
nel
delitto
,
mentre
,
intellettualmente
,
esse
scendono
quanto
è
più
basso
di
lui
nella
stoltezza
e
nella
follìa
,
senza
mai
elevarsi
alla
sua
altezza
nella
genialità
.
Ora
,
voi
reputate
vera
questa
osservazione
,
ma
la
spiegazione
ch
'
io
ne
dò
non
vi
soddisfa
e
ne
tentate
un
'
altra
.
Le
due
,
tuttavia
,
forse
si
completano
più
che
non
sieno
in
contrasto
,
e
io
credo
che
voi
stesso
ve
ne
avvedrete
tosto
che
io
abbia
un
po
'
rettificato
il
mio
pensiero
.
Qui
,
mi
sembra
,
si
ha
da
aggiungere
alla
distinzione
già
fatta
,
un
'
altra
distinzione
:
quella
dell
'
aspetto
quantitativo
e
dell
'
aspetto
qualitativo
dei
fenomeni
psichici
,
siano
intellettuali
o
morali
.
La
credenza
affermativa
o
negativa
,
che
passa
per
tanti
gradi
senza
cangiar
di
natura
,
è
una
quantità
mentale
.
Il
desiderio
,
esso
pure
,
positivo
o
negativo
,
lo
è
del
pari
e
per
la
stessa
ragione
perché
segue
una
scala
continua
,
dalla
più
leggera
tendenza
alla
passione
più
sfrenata
,
in
una
stessa
determinata
direzione
.
Anche
l
'
intensità
delle
sensazioni
è
,
sino
a
un
certo
punto
,
una
quantità
.
Ma
un
'
idea
,
in
quanto
combinazione
particolare
di
percezioni
o
d
'
imagini
e
indipendentemente
dalla
più
o
meno
forte
adesione
dello
spirito
,
è
qualcosa
di
qualitativo
,
che
differisce
in
natura
,
e
non
soltanto
in
grado
,
da
un
'
altra
idea
.
Lo
stesso
dirò
del
sentimento
,
considerato
non
già
sotto
l
'
aspetto
dell
'
energia
,
ma
sotto
quello
della
sua
composizione
e
della
sua
distinta
sfumatura
,
nella
quale
si
fondono
mille
impressioni
,
mille
pene
o
piaceri
elementari
.
Ebbene
,
è
notevole
che
di
quanto
il
lato
quantitativo
della
psicologia
individuale
,
così
definito
si
riproduce
amplificato
ed
esagerato
in
psicologia
collettiva
,
di
altrettanto
il
lato
qualitativo
si
riflette
attenuato
e
impoverito
.
Le
folle
,
senz
'
alcun
dubbio
,
davanti
a
uno
spettacolo
commovente
,
come
una
corsa
di
tori
o
una
carica
di
cavalleria
in
sommossa
,
hanno
sensazioni
più
forti
di
gioie
o
di
dolori
più
vivi
,
che
non
risentirebbe
isolato
ciascuno
degli
individui
che
le
compongono
.
Esse
hanno
una
capacità
di
godere
e
di
soffrire
,
e
parimenti
di
affermare
o
di
negare
,
di
desiderare
o
respingere
,
superiore
alla
capacità
analoga
dell
'
individuo
.
Ma
al
tempo
stesso
,
cotesto
assembramento
,
cotesto
affollamento
effervescente
degli
individui
così
adatto
a
rafforzare
in
ciascun
d
'
essi
le
loro
sensazioni
espresse
,
i
loro
desiderî
e
le
loro
convinzioni
reciprocamente
corroborate
pel
solo
fatto
del
loro
scambio
,
è
assolutamente
inadatto
a
suscitare
,
ad
accelerare
nello
spirito
e
nel
cuore
di
questi
individui
,
anche
in
quelli
che
hanno
più
anima
e
più
genio
,
lo
sbocciare
di
un
'
idea
davvero
nuova
e
feconda
,
od
anche
di
un
sentimento
nuovo
e
fecondo
,
di
una
specie
inedita
di
entusiasmo
o
di
amore
.
Perché
se
vi
ha
delle
idee
geniali
,
vi
ha
pure
dei
sentimenti
geniali
.
Lungi
dall
'
affrettarne
o
dall
'
agevolarne
l
'
apparizione
,
l
'
azione
della
folla
la
inceppa
o
la
impedisce
.
In
altri
termini
,
le
folle
esaltano
la
facoltà
imitativa
dell
'
individuo
,
ma
ne
deprimono
la
facoltà
inventiva
.
Lamartine
in
due
versi
ben
coniati
,
disse
qualcosa
d
'
analogo
:
Il
faut
se
séparer
,
pour
penser
,
de
la
foule
,
Et
s
'
y
confondre
pour
agir
.
Infatti
il
pensatore
si
isola
,
e
così
il
poeta
o
l
'
artista
.
L
'
uno
per
elaborare
le
sue
nuove
e
forti
concezioni
,
l
'
altro
per
estrarre
dal
proprio
cuore
un
aroma
più
raffinato
e
complesso
dei
sentimenti
ordinarî
,
hanno
bisogno
di
raccoglimento
e
di
silenzio
.
La
germinazione
del
loro
cervello
è
a
questo
prezzo
.
Vi
hanno
senza
dubbio
eccezioni
,
ma
non
sono
che
apparenti
e
confermano
la
regola
.
Il
Nouma
Roumestan
di
Daudet
,
ad
esempio
,
al
quale
le
idee
non
venivano
che
parlando
in
mezzo
a
un
vasto
uditorio
.
Disgraziatamente
le
idee
che
vengono
in
tal
modo
,
nel
chiasso
e
nella
calca
,
hanno
per
carattere
distintivo
di
essere
semplici
luoghi
comuni
,
o
tutt
'
al
più
di
quei
paradossi
che
non
sono
se
non
luoghi
comuni
rovesciati
e
ai
quali
si
applica
a
meraviglia
il
paragone
delle
bolle
di
sapone
.
Quanto
ai
veri
"
nuovi
orizzonti
"
dello
spirito
,
schiusi
da
un
Newton
o
da
un
Descartes
;
quanto
alle
nuove
tonalità
del
cuore
apportate
al
mondo
da
tutti
i
grandi
visionari
mistici
o
patrioti
del
passato
,
profeti
ebrei
,
aedi
greci
,
bardi
celti
,
da
un
Orfeo
o
un
Budda
,
da
un
Virgilio
o
un
San
Paolo
o
un
San
Francesco
d
'
Assisi
o
un
Dante
o
un
Rousseau
o
un
Chateaubriand
-
è
sempre
nel
deserto
,
lunge
dalle
moltitudini
che
cotesti
germi
destinati
a
una
così
lontana
disseminazione
sono
creati
per
la
prima
volta
.
Poi
vengono
i
grandi
tribuni
,
i
grandi
pubblicisti
,
i
missionari
che
si
dedicano
all
'
apostolato
di
quelle
innovazioni
,
le
seminano
dappertutto
e
le
fanno
cadere
nel
pubblico
dominio
.
È
così
che
si
formarono
tutti
i
sentimenti
maggiori
che
mossero
i
popoli
,
l
'
onore
della
famiglia
,
l
'
onore
della
città
,
la
religione
della
patria
,
la
pietà
,
la
fedeltà
feudale
...
È
così
,
che
,
ancor
più
manifestamente
,
il
gusto
della
tragedia
classica
nel
secolo
XVII
,
la
passione
dell
'
architettura
gotica
nel
medio
evo
e
il
disgusto
di
essa
nel
secolo
XVIII
,
o
,
ai
dì
nostri
,
il
culto
entusiasta
della
libertà
e
dell
'
uguaglianza
,
divennero
successivamente
fonti
di
emozioni
nazionali
tra
i
francesi
delle
varie
epoche
;
per
modo
che
,
adunate
nel
teatro
,
nella
chiesa
,
nel
museo
,
sulla
pubblica
piazza
,
le
folle
francesi
furono
soventi
elettrizzate
da
capolavori
che
in
altre
epoche
avrebbero
fischiati
,
ed
ebbero
i
più
bei
slanci
d
'
eroismo
civico
o
militare
per
cause
che
,
un
secolo
prima
,
le
avrebbero
lasciate
indifferenti
o
mosse
ad
orrore
.
Il
contrasto
,
voi
lo
vedete
,
che
oggi
vi
propongo
,
non
è
del
tutto
il
medesimo
da
cui
sono
partito
nell
'
articolo
che
voi
citaste
.
Alla
distinzione
dell
'
intellettuale
e
del
morale
io
sovrappongo
,
più
ch
'
io
non
sostituisca
,
quella
della
quantità
e
della
qualità
,
dell
'
imitativo
e
dell
'
inventivo
,
distinzione
che
non
è
contraria
,
ma
,
per
così
dire
,
perpendicolare
alla
precedente
.
Ora
,
non
trovate
voi
che
,
presentato
sotto
questa
nuova
luce
,
il
mio
pensiero
appaia
più
vero
e
,
insieme
,
meno
scoraggiante
?
Ed
ora
domandiamoci
:
perché
mai
le
folle
,
che
superano
tanto
l
'
individuo
nell
'
energia
delle
loro
convinzioni
vere
o
false
,
come
nell
'
intensità
delle
loro
passioni
buone
o
cattive
e
,
per
conseguenza
,
nello
slancio
delle
loro
azioni
eroiche
o
criminose
,
sono
impotenti
a
sprigionare
dal
loro
proprio
seno
quelle
verità
o
quegli
errori
,
quelle
forme
del
bene
o
del
male
,
la
cui
iniziativa
appartiene
sempre
all
'
individuo
?
Egli
è
che
l
'
individuo
è
un
'
associazione
armonica
,
e
non
soltanto
un
aggregato
incoerente
,
di
cellule
cerebrali
;
e
che
il
lavoro
coordinato
,
logico
e
teleologico
di
queste
,
che
esige
una
profonda
pace
,
è
naturalmente
suscettivo
di
produrre
frutti
di
qualità
ben
diversa
dai
prodotti
d
'
una
fermentazione
tumultuosa
.
Il
giorno
in
cui
si
sarà
trovata
un
'
associazione
di
uomini
che
funzioni
altrettanto
armonicamente
quanto
la
società
cellulare
del
nostro
cervello
,
quel
giorno
la
genialità
diventerà
l
'
appannaggio
dei
corpi
costituiti
,
scambio
di
essere
il
privilegio
dell
'
uomo
solitario
e
si
vedranno
i
lampi
di
genio
sprizzare
dalle
deliberazioni
di
un
'
assemblea
anziché
dalla
muta
meditazione
.
Fino
a
quel
giorno
non
si
vedrà
che
il
contrario
.
Si
ha
un
bel
dire
che
quattr
'
occhi
veggono
meglio
di
due
;
non
è
perciò
men
vero
che
in
un
Parlamento
,
fosse
pure
composto
di
500
Enrico
Ferri
,
mille
occhi
appuntati
su
una
questione
militare
o
diplomatica
da
risolvere
,
non
riescono
mai
a
percepire
,
senza
gli
occhiali
d
'
un
ministro
circondato
da
uomini
competenti
,
un
'
idea
legislativa
che
stia
in
piedi
.
Parimenti
,
benché
mille
cuori
battano
più
forte
di
un
solo
,
non
è
perciò
meno
vero
che
,
nei
momenti
critici
in
cui
il
bisogno
di
una
data
riforma
dei
cuori
si
fa
sentire
,
quando
si
tratta
di
suscitare
un
sentimento
salvatore
,
una
emozione
speciale
e
rigeneratrice
,
è
in
un
cuore
solitario
che
si
produce
per
la
prima
volta
cotesta
pulsazione
salutare
e
caratteristica
,
ripercossa
poi
da
tutti
gli
altri
.
Dirò
io
con
voi
che
v
'
è
qui
una
differenza
essenziale
,
che
in
fatto
,
"
mentre
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
la
suggestione
delle
idee
fa
degli
inferiori
"
,
ossia
dei
discepoli
?
Eppure
,
imitazione
vi
ha
tanto
nel
primo
caso
quanto
nel
secondo
.
Malgrado
tutto
,
la
distinzione
che
voi
stabilite
ha
la
sua
parte
di
vero
e
giustifica
al
tempo
stesso
quella
ch
'
io
avevo
stabilita
fra
l
'
intelligenza
e
la
moralità
della
folla
.
Perché
,
in
fatto
di
sentimenti
,
il
difficile
e
l
'
importante
non
è
,
abitualmente
,
di
scoprirli
,
cosa
alla
fin
fine
abbastanza
facile
;
ma
è
di
sentirli
collo
stesso
grado
d
'
energia
,
necessario
a
renderli
efficaci
;
mentre
,
in
fatto
d
'
idee
,
la
difficoltà
è
di
trovarle
e
di
formularle
,
non
già
di
affermarle
con
una
grande
intensità
di
fede
;
e
le
idee
le
più
credute
,
le
più
dommatizzate
dal
fanatismo
delle
masse
,
non
sono
per
nulla
affatto
le
più
feconde
.
Un
pizzico
di
scetticismo
è
un
ottimo
lievito
per
la
fecondità
di
un
'
idea
.
Che
un
sentimento
sia
nuovo
,
poco
importa
,
generalmente
;
l
'
essenziale
e
il
raro
è
ch
'
esso
sia
molto
forte
e
quindi
molto
utile
.
Ma
non
basta
che
una
idea
sia
molto
vera
,
bisogna
che
essa
sia
nuova
;
e
il
più
sovente
la
sua
novità
fa
,
in
qualche
misura
,
parte
integrante
della
sua
verità
,
quasi
sempre
relativa
...
Molte
altre
cose
avrei
da
dire
a
questo
proposito
;
ma
già
mi
debbo
scusare
di
essermi
tanto
diffuso
.
Il
piacere
di
conversare
con
voi
mi
ha
trascinato
...
Ancora
una
parola
,
se
consentite
.
Io
non
diedi
che
a
titolo
di
ipotesi
,
e
come
tale
ho
confinato
in
calce
di
pagina
,
il
brano
sull
'
io
dell
'
atomo
,
che
voi
voleste
citare
.
Checché
si
pensi
a
questo
riguardo
,
ciò
non
altera
in
nulla
l
'
assieme
delle
mie
idee
positive
.
Queste
devono
essere
distinte
con
molta
cura
dalle
congetture
che
spesso
io
vi
ho
mescolato
,
non
senza
caritatevolmente
avvertire
il
lettore
,
che
,
in
questi
casi
,
hypotheses
fingo
.
Novembre
1894
.
G
.
TARDE
.
V
.
Nota
di
Silvio
Venturi
*
.
I
lettori
ricordano
certo
per
quali
motivi
il
Sighele
conclude
:
che
dei
sentimenti
si
può
,
per
suggestione
,
fare
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
fare
che
la
media
;
mentre
,
pel
Ferri
,
la
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
,
con
ciò
intendendo
che
la
comunicazione
delle
idee
alla
folla
non
solo
è
possibile
,
ma
dalla
comunione
stessa
le
idee
vengono
rinforzate
.
Ora
io
vo
'
dire
non
soltanto
che
sono
d
'
opinione
un
po
'
dell
'
uno
e
un
po
'
dell
'
altro
,
e
più
del
Sighele
che
del
Ferri
,
ma
che
sovra
tutto
fra
l
'
uno
e
l
'
altro
sarei
quasi
di
parere
contrario
.
Tale
posizione
colombiana
,
che
assumo
nella
discussione
,
vuol
dire
semplicemente
che
io
vedo
la
cosa
da
un
punto
di
vista
differente
.
Mi
sbrigo
in
due
parole
.
L
'
oratore
che
parla
alla
folla
trova
un
'
eco
perfetta
in
questa
quand
'
egli
esprima
sentimenti
o
idee
che
ad
essa
non
solo
sieno
facili
,
ma
che
essa
già
in
qualche
modo
possegga
,
ed
egli
non
faccia
che
evocarle
,
riassumerle
,
dimostrarle
,
illustrarle
.
Allora
la
folla
,
nella
sua
espressione
collettiva
,
a
parte
le
singole
stonature
di
individualità
o
eminenti
,
o
inferiori
,
od
estranee
,
trova
nell
'
oratore
,
come
nel
foco
d
'
uno
specchio
,
conversa
la
propria
opinione
o
il
proprio
sentimento
,
il
quale
dall
'
oratore
stesso
,
caldo
o
ingegnoso
,
vien
tradotto
intenso
,
come
fosse
la
somma
del
sentimento
o
del
pensiero
di
tutti
.
Se
,
al
contrario
,
l
'
oratore
esprime
sentimenti
o
pensieri
,
i
quali
,
o
per
essere
esclusivamente
suoi
,
o
per
essere
nuovi
,
sono
come
fortemente
staccati
dallo
stato
,
ordinario
dell
'
opinione
o
dei
sentimenti
del
pubblico
,
egli
in
tal
caso
né
viene
sentito
,
né
viene
compreso
.
Ricordo
,
al
proposito
,
l
'
opinione
del
Mausdey
,
il
quale
divide
gli
uomini
di
genio
in
due
categorie
:
quelli
che
hanno
ingegno
da
rappresentare
in
sé
stessi
ed
esprimere
i
sentimenti
o
le
idee
del
momento
storico
in
cui
vivono
;
e
quelli
che
sentono
o
pensano
in
modo
avanzato
,
lontano
ancora
dal
comune
intendimento
.
I
primi
possono
aver
gloria
in
vita
,
per
quanto
duri
poco
oltre
la
tomba
,
poiché
sono
uomini
del
tempo
e
passano
con
questo
;
gli
altri
avranno
gloria
più
tardi
,
quando
la
comunità
,
passo
passo
,
avrà
conquistato
il
terreno
intermedio
,
e
sarà
arrivata
ad
intendere
l
'
uomo
che
l
'
ha
preceduta
.
Fra
questa
classe
d
'
uomini
vi
hanno
pur
gli
utopisti
,
i
quali
separati
che
siano
dai
folli
,
si
può
dire
che
abbiano
avuto
la
sfortuna
di
gettare
nello
spazio
dell
'
avvenire
idee
traverso
le
quali
,
per
loro
sventura
,
non
è
passata
la
traiettoria
dell
'
umano
progresso
,
onde
furon
lasciati
da
parte
,
come
gente
che
,
anziché
precedere
il
progresso
comune
,
l
'
avrebbe
deviato
.
Assistiamo
giornalmente
alla
dimostrazione
di
quanto
io
dico
.
Nelle
pubbliche
assemblee
(
specialmente
nelle
politiche
)
gli
oratori
festeggiati
e
che
dominano
sono
coloro
che
non
dicono
nulla
di
nuovo
,
ma
che
sanno
toccar
bene
il
tasto
che
muove
il
pensiero
ed
il
sentimento
comune
;
al
contrario
i
veri
innovatori
,
gli
scienziati
sottili
ed
originali
,
sia
che
scrivano
,
sia
che
parlino
,
non
soltanto
non
vengono
compresi
,
ma
incorrono
necessariamente
nell
'
ostilità
e
nel
motteggio
.
Più
tardi
trionferanno
,
quando
,
a
poco
alla
volta
,
crescendo
il
numero
dei
seguaci
(
che
non
saranno
ciechi
fanatici
,
ma
studiosi
)
,
questi
avranno
compiuta
,
dalla
punta
alla
base
,
la
piramide
che
li
estolla
in
trionfo
.
Ricorderà
il
Ferri
,
quand
'
egli
in
Parlamento
,
propugnatore
delle
nuove
idee
pel
Codice
penale
,
fu
soffocato
dall
'
enorme
peso
dell
'
opinione
di
presso
che
tutti
i
deputati
,
i
quali
nel
Codice
di
Zanardelli
glorificavano
il
trionfo
della
opinione
pubblica
,
che
si
era
arrestata
alle
vittoriose
idealità
,
già
da
venti
anni
diventate
,
scientificamente
,
anticaglie
.
Ecco
dunque
,
secondo
me
,
l
'
errore
della
polemica
fra
Sighele
e
Ferri
.
L
'
uno
ammette
la
sola
diffusibilità
e
sommabilità
dei
sentimenti
,
e
non
si
accorge
che
ciò
si
deve
all
'
esser
i
sentimenti
e
gli
atti
volitivi
che
li
rispecchiano
,
fatti
psichici
di
patrimonio
comune
,
onde
dall
'
oratore
essi
non
vengono
seminati
,
ma
solamente
evocati
,
e
,
per
effetto
delle
leggi
dal
Sighele
stesso
così
bene
illustrate
,
rinforzati
,
sommati
e
,
fino
a
un
certo
segno
,
moltiplicati
nell
'
intensità
,
non
già
,
intendiamoci
,
nella
qualità
e
nel
numero
.
L
'
altro
,
il
Ferri
,
dicendo
che
nello
scambio
le
idee
si
rinforzano
,
dice
bene
,
a
mio
parere
,
soltanto
nel
senso
che
le
idee
individuali
,
prodotte
da
una
mente
alta
e
di
larghe
vedute
,
rispecchiano
sempre
un
lato
solo
del
prisma
,
mentre
,
preso
l
'
abbrivo
e
il
suggerimento
da
una
opinione
,
le
altre
,
emesse
dagli
altri
,
si
svolgono
a
riguardar
nuovi
lati
del
prisma
medesimo
,
onde
l
'
opinione
prima
si
può
modificare
,
allargare
,
rinforzare
,
innalzare
e
talora
anche
indebolire
.
Obbiettivamente
considerando
gli
effetti
di
una
discussione
di
idee
,
si
rilevano
due
fatti
:
il
primo
,
che
l
'
idea
emessa
dal
proponente
,
dirò
così
,
viene
attenuata
o
modificata
dalla
diversa
base
sulla
quale
,
dopo
l
'
opinione
altrui
,
essa
dovrà
poggiarsi
;
e
l
'
altro
che
il
resultato
finale
dell
'
opinione
di
ciascuno
,
compresa
quella
del
proponente
,
non
sarà
un
'
idea
acuta
,
elevata
quant
'
era
quella
di
prima
,
la
quale
tanto
più
si
distendeva
in
altezza
quanto
meno
s
'
allargava
alla
base
,
ma
sarà
un
modo
più
esatto
,
più
largo
,
per
quanto
meno
geniale
,
di
vedere
le
cose
.
Dunque
in
parte
ha
ragione
il
Sighele
,
a
dire
che
,
riguardo
ai
prodotti
intellettuali
,
lo
scambio
delle
idee
ha
per
effetto
una
diminuzione
d
'
intensità
e
di
forza
nell
'
idea
iniziale
;
ma
viceversa
avrebbe
ragione
il
Ferri
in
quanto
la
discussione
eliminando
i
pericoli
delle
unilateralità
e
delle
utopie
,
infonde
vigore
ed
efficacia
all
'
idea
medesima
,
migliorata
e
corretta
.
Dopo
ciò
,
la
distinzione
,
in
proposito
,
fra
i
sentimenti
e
le
idee
non
dovrebbe
più
esser
quella
fatta
dal
Sighele
e
dal
Ferri
,
poiché
,
a
seconda
della
coltura
o
delle
speciali
condizioni
della
folla
un
sentimento
d
'
ordine
comune
può
venir
non
compreso
ed
essere
espresso
senza
efficacia
come
fosse
un
'
idea
geniale
e
di
peregrina
fattura
:
ed
in
assemblea
diversa
un
'
idea
geniale
può
destare
entusiasmi
e
muovere
ad
azioni
al
pari
che
se
fosse
un
sentimento
universo
ed
anticamente
sentito
.
E
,
per
valermi
di
esempi
simili
a
quelli
portati
dai
nominati
scrittori
,
se
Garibaldi
creò
non
solo
degli
eroi
,
ma
mosse
un
popolo
intiero
colla
magica
parola
di
Italia
unita
,
questa
parola
non
avrebbe
avuto
efficacia
alcuna
un
secolo
innanzi
,
poiché
il
1859
trovava
in
Italia
un
popolo
nel
quale
il
concetto
dell
'
unità
italiana
erasi
fatto
sentimento
,
mentre
non
lo
era
affatto
prima
dell
'
epoca
napoleonica
,
ed
era
ancora
,
come
ai
tempi
di
Dante
,
sogno
d
'
idealità
geniali
.
Per
chiarir
meglio
il
mio
concetto
e
meglio
formulare
il
motivo
per
il
quale
vi
ha
una
differente
potenza
di
comunicabilità
,
non
già
solo
fra
sentimenti
e
idee
,
ma
fra
sentimenti
e
sentimenti
,
fra
idee
e
idee
,
ricorderò
come
il
prodotto
del
genio
accenni
ad
una
divergenza
nell
'
evoluzione
civile
,
e
inizii
un
nuovo
ramo
nell
'
albero
delle
umane
attività
;
non
altrimenti
la
varietà
,
che
spunta
da
una
specie
,
crea
nuovi
indirizzi
di
forma
e
di
vita
,
e
segna
le
origini
d
'
una
specie
novella
,
che
più
tardi
,
attraverso
i
perfezionamenti
della
nuova
varietà
,
si
andrà
affermando
.
Tale
significazione
biologica
del
genio
che
io
,
primo
,
ho
additato
e
illustrato
in
lavori
,
che
già
datano
da
cinque
o
sei
anni
,
e
di
cui
ho
pur
fatto
applicazione
nello
studio
della
psiche
sociale
e
nella
storia
,
chiarisce
il
fatto
per
il
quale
il
pensiero
dell
'
uomo
di
genio
,
che
spesso
crea
istantaneamente
o
per
lo
meno
da
poco
ha
maturato
l
'
idea
geniale
,
non
può
trovare
nella
folla
né
intendimento
né
consenso
,
poiché
questa
intende
e
risponde
solamente
a
sentimenti
e
a
idee
che
le
sono
materia
assimilata
.
Ma
non
perciò
mancherà
nella
folla
,
che
ascolta
l
'
oratore
geniale
,
una
piccola
punta
d
'
intenditori
i
quali
,
a
lui
più
prossimi
per
cultura
o
abbastanza
sottili
da
afferrare
fra
il
misticismo
della
non
sicura
dottrina
l
'
idealità
geniale
,
plaudiranno
,
nobile
e
fortunosa
claque
a
colui
che
sarà
dai
più
o
fischiato
o
deriso
.
E
,
per
contrapposto
,
ognuno
di
noi
ricorda
di
aver
udito
in
piazza
e
nei
pubblici
comizî
portar
a
cielo
oratori
,
i
quali
nulla
dissero
di
nuovo
,
ma
infarcirono
i
loro
discorsi
con
frasi
fatte
e
di
moda
,
che
hanno
la
immancabile
efficacia
di
muovere
il
pubblico
consenso
.
Mi
sembra
ingannevole
l
'
argomento
,
che
si
intravvede
tra
le
righe
del
Ferri
(
chiedo
scusa
se
ho
male
interpretato
)
,
che
vorrebbe
indurre
la
prova
della
comunicabilità
non
solo
,
ma
dell
'
effetto
diffusivo
delle
idee
,
dall
'
esempio
del
discorso
a
scopo
istruttivo
che
tiene
il
maestro
agli
scolari
o
il
conferenziere
al
pubblico
vario
dei
suoi
ascoltatori
.
Invero
,
il
buon
docente
è
quello
che
sa
tenersi
al
livello
,
non
solo
della
intelligenza
,
ma
della
coltura
dei
suoi
scolari
,
un
po
'
più
alto
,
niente
più
;
ed
ha
fama
di
buon
conferenziere
colui
che
,
guardandosi
dagli
alti
o
peregrini
voli
,
sa
con
lenocinio
fecondo
spezzare
il
pane
della
sua
scienza
,
così
da
farla
inghiottire
alla
diversa
capacità
delle
fauci
.
Dò
pur
io
importanza
all
'
azione
suggestiva
delle
correlative
espressioni
fisionomiche
e
degli
atteggiamenti
della
persona
e
della
voce
di
colui
che
,
parlando
,
sente
vivamente
ciò
che
dice
.
Nessuno
meglio
di
Orazio
ha
espresso
una
simile
cognizione
.
Da
alienista
,
fo
anche
notare
che
fra
i
sentimenti
e
le
azioni
si
stringe
facile
un
legame
,
così
che
gli
uni
chiamano
gli
altri
quasi
a
rifletterli
,
e
ciò
tanto
più
vivamente
quanto
più
i
sentimenti
siano
assimilati
agli
individui
.
Un
'
analoga
correlazione
si
stabilisce
fra
idee
ed
azioni
,
e
ciò
in
principio
dell
'
intermedio
dell
'
emotività
,
e
più
innanzi
,
mano
mano
che
l
'
idea
si
impossessa
dell
'
individuo
,
anco
senza
di
essa
.
Tanto
i
sentimenti
quanto
le
idee
dunque
possono
suscitare
negli
uditori
lo
scoppio
delle
azioni
correlative
,
onde
una
parola
di
odio
determina
mille
ruggiti
di
rabbia
e
fa
portare
mille
mani
al
bastone
;
ma
perché
ciò
succeda
bisogna
che
i
sentimenti
espressi
dall
'
oratore
non
gli
sieno
individuali
,
ma
rispondano
ad
altrettali
od
a
somiglianti
nella
folla
;
e
le
idee
che
esprime
sieno
o
così
semplici
o
così
comuni
che
,
o
ancora
per
il
tramite
di
stati
emotivi
,
o
direttamente
se
sieno
ancor
più
mature
,
trovino
nella
folla
medesima
di
essere
già
largamente
e
vivamente
comprese
.
Oggidì
ancora
nessun
oratore
sarebbe
capace
di
entusiasmare
una
moltitudine
di
Indù
colla
parola
eguaglianza
.
La
stessa
parola
trovò
tanti
ostacoli
ad
essere
accolta
quando
veniva
dalla
bocca
dei
primi
cristiani
:
e
,
al
contrario
,
sollevò
il
mondo
pubblicata
dalla
Rivoluzione
francese
.
Non
era
forse
un
'
idea
prima
e
dopo
?
Ma
prima
era
un
'
idea
solitaria
e
lontana
dalla
comune
cognizione
;
più
tardi
un
'
idea
comune
e
resa
assimilabile
,
fatta
eguale
ad
un
sentimento
.
Girifalco
,
22
novembre
1894
.
SILVIO
VENTURI
.
VI
.
Lettera
di
Pio
Viazzi
a
Scipio
Sighele
*
Egregio
Signore
,
Ella
sa
come
io
abbia
sempre
avuto
grande
ammirazione
per
l
'
opera
sua
di
scienziato
,
e
non
vorrà
credere
a
petulanza
,
se
mi
permetto
ora
di
contrastare
a
qualche
sua
asserzione
,
forse
troppo
assoluta
,
a
proposito
dell
'
intelligenza
della
folla
.
Ella
osserva
,
con
molta
giustezza
,
che
bisogna
distinguere
gli
stadî
acuti
della
associazione
umana
,
quale
è
una
folla
e
,
in
grado
minore
,
una
setta
,
dallo
stadio
normale
,
quale
è
la
convivenza
sociale
.
Ma
poi
afferma
genericamente
che
"
se
le
collettività
(
e
più
avanti
spiega
,
si
chiamino
Giurì
o
Commissioni
,
assemblea
o
folla
)
nell
'
ordine
morale
sono
suscettibili
dei
due
estremi
opposti
,
della
più
selvaggia
criminalità
e
del
più
sublime
eroismo
,
-
nell
'
ordine
intellettuale
invece
non
conoscono
che
un
estremo
,
l
'
infimo
,
giacché
se
possono
discendere
a
degli
abissi
di
pazzia
o
d
'
imbecillità
sconosciuti
all
'
individuo
isolato
,
non
sanno
elevarsi
alla
manifestazione
suprema
dell
'
intelligenza
e
dell
'
immaginazione
creatrice
.
Vi
sono
,
infatti
,
eroismi
collettivi
:
non
vi
sono
né
nell
'
arte
,
né
nella
scienza
capolavori
collettivi
"
.
Questa
è
l
'
affermazione
sua
.
E
le
cagioni
del
fenomeno
,
ella
dice
,
sarebbero
le
seguenti
:
Si
dovrebbe
accettare
come
esatta
l
'
affermazione
del
Tarde
che
"
l
'
opera
del
genio
e
del
talento
è
sempre
complicata
e
differisce
in
natura
,
non
in
grado
soltanto
,
da
un
atto
di
intelligenza
volgare
"
.
In
altre
parole
:
dei
sentimenti
si
fa
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
fare
che
la
media
;
e
ciò
perché
le
facoltà
intellettuali
non
possono
comunicarsi
per
suggestione
,
in
quanto
non
hanno
mezzi
per
manifestarsi
esteriormente
.
Che
se
vi
ha
,
pure
nelle
idee
,
una
forma
di
suggestione
,
questa
non
fa
che
dei
discepoli
,
dei
seguaci
,
vale
a
dire
degli
inferiori
,
non
degli
uguali
,
come
avviene
per
la
suggestione
dei
sentimenti
.
Concludendo
,
ella
dice
addirittura
che
unirsi
nel
mondo
umano
,
vorrebbe
dire
peggiorarsi
.
Ora
,
a
me
pare
abbia
ragione
il
Ferri
,
quando
,
invitante
i
volonterosi
a
discutere
la
questione
,
modifica
le
accennate
asserzioni
a
questo
modo
:
essere
vero
che
i
sentimenti
si
comunicano
e
si
sommano
nelle
collettività
più
che
le
idee
,
ma
che
esse
pure
,
le
idee
,
si
sommano
;
per
conchiuderne
,
da
codesta
innegabile
comunicazione
delle
idee
,
al
principio
d
'
ordine
generale
,
che
la
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
,
in
senso
buono
o
cattivo
,
secondo
la
prevalenza
degli
uni
o
degli
altri
elementi
che
la
compongono
.
Ed
in
primo
luogo
,
quando
si
dimentichi
pure
un
istante
la
premessa
da
lei
posta
alle
sue
ricerche
,
che
non
bisogna
confondere
le
forme
ristrette
e
più
o
meno
transitorie
dell
'
associazione
umana
,
col
fatto
costituente
ed
universale
della
società
umana
*
,
è
troppo
facile
opporre
,
ad
ogni
altro
ragionamento
,
che
,
alla
fine
,
ogni
acquisto
sul
progressivo
evolversi
dell
'
umanità
,
è
opera
collettiva
,
e
prodotto
di
mille
cause
e
di
mille
influenze
e
di
mille
relazioni
d
'
uomo
con
uomo
,
della
società
con
l
'
individuo
.
Ma
a
parte
ciò
,
e
stando
anche
alle
semplici
parziali
transitorie
aggregazioni
,
o
io
sbaglio
grossolanamente
,
o
nei
ragionamenti
suoi
,
egregio
amico
,
intravvedo
l
'
equivoco
.
E
l
'
equivoco
sarebbe
,
che
nell
'
opera
d
'
arte
o
di
scienza
necessariamente
la
forma
esteriore
ai
risultati
di
una
più
o
meno
lunga
elaborazione
psichica
è
data
dall
'
individuo
,
e
per
questo
è
facile
attribuirla
senz
'
altro
esclusivamente
alla
personalità
di
costui
,
senza
risalire
alla
genesi
psicologica
del
prodotto
.
La
realtà
poi
è
che
una
grande
opera
d
'
arte
ed
una
potente
coordinazione
di
idee
,
dovuta
nella
sua
forma
ultima
concreta
esteriore
ad
un
individuo
,
non
solo
presuppone
un
insieme
di
condizioni
mentali
derivate
dall
'
elaborazione
collettiva
anteriore
,
e
ciò
non
concluderebbe
abbastanza
;
ma
nella
massima
parte
dei
casi
ad
essa
ha
concorso
potentemente
quello
stato
speciale
di
elevazione
psichica
che
è
determinato
dall
'
azione
suggestiva
di
un
ambiente
speciale
,
atto
a
facilitare
le
creazioni
dello
spirito
.
Sensazioni
,
emozioni
,
pensieri
frammentarî
,
ripercossi
in
una
mente
sola
ed
accumulatisi
,
convergendo
in
essa
per
vie
molteplici
,
fino
al
momento
in
cui
determinarono
la
esplosione
creatrice
.
Non
so
se
ho
reso
l
'
idea
.
Certo
ognuno
di
noi
ha
provato
la
enorme
differenza
di
duttilità
,
spontaneità
e
felicità
nel
pensiero
e
di
facilità
nell
'
estrinsecazione
,
secondoché
l
'
abituale
conversione
è
più
o
meno
elevata
,
secondoché
si
respira
un
'
atmosfera
intellettuale
o
materiale
.
Chi
sa
dire
quanta
parte
nell
'
opera
di
Donatello
o
di
Michelangiolo
abbiano
avuto
le
corti
di
Cosimo
I
e
di
Giulio
II
;
nell
'
opera
di
qualcuno
fra
i
nostri
batteriologi
o
psicologi
il
gabinetto
di
Pasteur
e
la
clinica
di
Charcot
;
nell
'
opera
dei
precursori
della
rivoluzione
francese
qualche
salotto
del
secolo
scorso
?
E
la
suggestione
è
evidente
nel
campo
delle
idee
,
per
mezzo
della
parola
parlata
e
scritta
:
nell
'
arte
,
è
addirittura
condizione
essenziale
al
godimento
estetico
.
L
'
opera
d
'
arte
afferra
lo
spettatore
,
lo
assorbe
,
esclude
altre
sensazioni
,
provoca
uno
stato
di
monoideismo
simile
all
'
ipnosi
ed
allora
il
suo
contenuto
,
la
sua
significazione
intellettuale
determina
nello
spettatore
rappresentazioni
mentali
conformi
a
quelle
dello
autore
,
il
quale
per
tal
modo
sostituisce
alle
altre
la
propria
personalità
.
Moltiplicate
in
una
collettività
simili
reciproche
influenze
,
e
i
risultati
,
fermi
nelle
opere
dei
singoli
,
si
estrinsecano
però
in
quelle
fioriture
,
apparentemente
inesplicabili
,
che
a
quando
a
quando
ricorrono
nella
storia
.
V
'
ha
di
più
.
Non
mancano
esempi
di
vere
e
proprie
attuazioni
concrete
di
opere
elevatissime
,
dovute
a
collettività
;
e
si
presentano
subito
alla
mente
le
compagnie
di
maestri
alle
quali
dobbiamo
le
grandiose
e
talora
bellissime
costruzioni
gotiche
.
Ma
un
caso
splendido
ci
è
dato
dalla
fabbrica
di
Santa
Maria
del
Fiore
,
una
delle
cose
più
organiche
,
più
felici
,
sorte
per
opera
d
'
uomo
a
rallegrare
,
sotto
il
sole
rilucente
,
le
generazioni
delle
anime
fini
.
Il
disegno
della
crociata
e
delle
cappelle
posteriori
è
dovuto
all
'
opera
collettiva
di
otto
maestri
e
pittori
,
in
concordia
,
Neri
di
Fioravante
,
Benci
di
Cione
,
Francesco
Salvetti
,
l
'
Orcagna
,
Taddeo
Gaddi
,
Andrea
Bonajuti
,
Niccolò
di
Tommaso
,
Neri
di
Mone
;
esso
fu
giudicato
,
nel
concorso
,
migliore
,
prima
dagli
operai
della
chiesa
,
e
poi
da
tutto
il
popolo
convocato
dai
banditori
.
Al
giudizio
sul
disegno
pei
basamenti
e
capitelli
delle
colonne
furono
chiamati
cinque
maestri
,
poi
altri
quattro
,
poi
altri
cinque
,
ed
infine
cento
cittadini
e
religiosi
.
Ad
ogni
avanzamento
della
fabbrica
poi
emerge
bensì
qualche
nome
superiore
,
ma
è
sempre
incombente
l
'
opera
collettiva
ed
anonima
degli
operai
.
A
mio
parere
,
dunque
,
ella
,
egregio
amico
,
è
nel
vero
quando
constata
la
comune
insufficienza
delle
collettività
nelle
opere
d
'
ingegno
;
ha
torto
quando
eleva
questa
constatazione
a
regola
assoluta
generale
*
.
E
credo
con
ciò
che
non
si
possano
accettare
tali
e
quali
le
ragioni
che
ella
porge
d
'
inferiorità
di
risultati
nelle
opere
della
intelligenza
in
confronto
alle
opere
del
puro
sentimento
.
I
sentimenti
si
comunicano
e
si
propagano
e
riflettono
con
più
facilità
perché
più
fondamentalmente
uniti
alla
natura
umana
,
e
sostanzialmente
conformi
nelle
varietà
degli
individui
:
per
gli
stati
intellettuali
manca
spesso
invece
quella
affinità
che
possa
permettere
l
'
incontro
delle
idee
,
essendo
maggiore
infinitamente
la
differenza
fra
uomo
ed
uomo
nel
campo
della
intelligenza
.
Riunite
invece
intelligenze
affini
,
capacità
emozionali
conformi
-
occorre
una
certa
affinità
fra
i
semi
perché
si
fecondino
-
:
allora
l
'
unione
sarà
procreazione
.
Con
ossequio
,
suo
PIO
VIAZZI
.
Alessandria
,
4
dicembre
1894
.