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Un concerto dedicato ai francesi ( Montale Eugenio , 1960 )
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Venezia , 15 settembre - Il concerto di ieri sera , che si è tenuto come i precedenti nella sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale , è l ' unico di questo festival che non sia dedicato esclusivamente alla musica contemporanea . Vi abbiamo ascoltato , infatti , una sinfonia di Berlioz , Il corsaro , che risale al 1845; la ben nota Sinfonia n . 1 in do maggiore di Bizet ( 1855 ) ; e una Suite provençale del Milhaud , che crediamo non nuova per l ' Italia . Di nuovo c ' era solo la Prima sinfonia di Henri Dutilleux , compositore abbastanza giovane , già prix de Rome e ora caposervizio delle trasmissioni musicali alla radiodiffusione francese . Il maggiore elemento d ' interesse era dato dal fatto che queste musiche erano eseguite dall ' Orchestra nazionale della Radiodiffusione - Televisione francese , una delle più perfette compagini orchestrali attualmente esistenti , e che il direttore era André Cluytens , già applaudito dai milanesi come eccellente interprete del Parsifal alla Scala . Ancora una volta l ' illustre direttore fiammingo ha confermato le sue qualità di autentico dominatore dell ' orchestra , la sicurezza e la sobrietà del suo gusto , la capacità di far rivivere musiche di stile assai diverso rispettandone il carattere e non sopraffacendole . Né Berlioz , né il Bizet della Sinfonia in ( lo maggiore e nemmeno il quasi folcloristico impressionismo del Milhaud potevano offrire serie difficoltà a lui e alla sua orchestra . Forse più difficile la musica liberamente atonale del Dutilleux . Il programma ci dice che essa dovrebbe rappresentare un sogno o un incubo sospeso tra due evanescenze . Forse l ' incubo fu dell ' autore , ma all ' ascoltazione questa musica disordinata , sconquassata , inutilmente fragorosa non produce che noia e fastidio . Non si comprende perché sia stata eseguita al festival : forse la posizione occupata dal Dutilleux alla Radiodiffusione francese spiega tutto . Certo , se si doveva scegliere tra l ' Ottocento e il Novecento di Francia , si sarebbe potuto presentare un programma assai più interessante . Ciò sia detto senza negare il merito delle vigorose , popolaresche gighe e trescone che formano il tessuto della Suite provençale .
Classici contemporanei ( Montale Eugenio , 1960 )
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Venezia , 17 settembre - Nei due concerti che si sono susseguiti nella sala delle Colonne di Ca ' Giustinian , il primo ci ha fatto conoscere il famoso Quartetto Julliard , interprete di musiche di Gian Francesco Malipiero , Anton Webern ed Elliot Carter . I quattro strumentisti del quartetto , dei quali il programma non ci fa conoscere i nomi , sono davvero formidabili e la loro collaborazione dura dal tempo dei loro studi musicali . ( Julliard è il nome di un ' alta scuola di musica negli Stati Uniti . ) Un ' ottima impressione hanno destato i Rispetti e strambotti di Malipiero di una chiara linea melodica e anche i Cantari alla madrigalesca dello stesso autore , forse un po ' meno felici nella loro sovrabbondanza . Questi lavori risalgono rispettivamente al 1920 e al 1931 e appartengono alla migliore stagione dell ' arte malipieriana . I Julliard hanno poi eseguito il Secondo quartetto per archi di Elliot Carter , un americano nato a Nuova York nel 1908 . A questo lavoro è stato assegnato il premio Pulitzer nel '59 , data della sua composizione . Si tratta di una musica caotica , ispida , volutamente inespressiva , di una aridità che non è nemmeno sconcertante perché nessuno è più capace di meravigliarsi di nulla . Tanto il Carter è rumoroso quanto era invece rarefatto Anton Webern , nei Cinque movimenti per quartetto d ' archi ( 1909 ) . Questi movimenti che appartengono alla musica del silenzio , oggi molto in auge , ci portano alla frontiera del nulla assoluto non forse per la sapiente disgregazione del rapporto tonale ma per l ' insolito gioco dei rapporti di intervallo . Resta sorprendente che dopo il Webern si sia scritta altra musica nella stessa direzione . Eppure il culto di questo maestro avrebbe dovuto sconsigliarlo . Scarso il pubblico , entusiastico il successo personale dei meravigliosi strumentisti del Julliard . Il secondo concerto era dedicato ai classici contemporanei : Schönberg , Stravinskij , Hindemith e Bartók . Di Schönberg è stato eseguito il ben noto Pierrot lunaire ( 1912 ) in una insufficiente interpretazione vocale di Magda Laszlo . È per noi un mistero perché Schönberg abbia musicato poesie che ci riportano al tempo della « Scena Illustrata » di Pilade Pollazzi . Sebbene non si intendesse alcuna parola , un mutismo completo ci avrebbe permesso di gustare meglio il sottofondo armonico di questi 21 melodrammi in miniatura . Dell ' Opera 36 n . 4 di Hindemith ( Kammermusik n . 5 ) per viola e orchestra da camera ( 1927 ) , dell ' Ottetto per strumenti a fiato di Stravinskij ( 1933 ) e della Sonata per due pianoforti e percussione di Béla Bartók ( 1937 ) non c ' è che da lodare la vigorosa , vibrante sostanza sonora , carattere che rende ancor vive e attuali queste musiche di ieri . Ha diretto molto bene il Pierrot lunaire il pianista Piero Scarpini , assistito dagli strumentisti Gazzelloni , Gaudini , Fusco , Asciolla , Morselli . Ottimo direttore delle composizioni è stato Ettore Gracis . Da notare il violista Dino Asciolla , il duo pianistico Gorini - Lorenzi e i batteristi Torrebruno e Striano . Molto pubblico a questo secondo concerto e molti applausi .
Dodecafonici a Venezia ( Montale Eugenio , 1960 )
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Venezia , 19 settembre - Sabato ci siamo trasferiti alla Fenice , felicemente riaperta , ma a quanto pare per quella sola serata , e abbiamo ascoltato musiche dodecafoniche , alcune nuove per l ' Italia , e una addirittura « novità assoluta » . Interpreti del programma l ' orchestra e il coro di Radio Colonia - un insieme eccellente - sotto la direzione di Bruno Maderna , il più accreditato specialista italiano di questo genere di musica . Si è cominciato con la Settima sinfonia di Karl Amadeus Hartmann , compositore di Monaco , oggi cinquantacinquenne , un lavoro che esprime la predilezione dell ' autore per la polifonia e le forme concertanti ; ma che non si alza mai dal grigiore del più convenzionale , anche se moderno , accademismo . Lo stesso può dirsi per l ' Aulodia per oboe e orchestra di Wolfgang Fortner , fastidioso elaborato di un tema di tre note rovesciate , retrogradate e invertite in modo da raggiungere il fatidico numero di dodici note . Sostituiva l ' aulos greco l ' oboe del poderoso solista Lothar Faber , acclamatissimo . Novità assoluta erano i Dialoghi per violoncello e orchestra di Luigi Dallapiccola , ultimo lavoro del maestro . Il maggior pregio di questi Dialoghi sta nell ' aver tolto allo strumento solista ogni possibilità di abbandonarsi a quel virtuosismo individuale che oggi rende poco sopportabili le composizioni del genere . Qui il solista parla senza esibirsi in una personale oratoria ; e non importa poi se parli con quei suoni afoni e smozzicati ( quando non siano duramente strappati ) che i nuovi asceti musicali prediligono . Il pubblico ha ascoltato con simpatia i diciotto minuti di musica dei Dialoghi e il maestro Dallapiccola è apparso due volte al proscenio ; anche alle precedenti composizioni dell ' Hartmann e del Fortner non erano mancati applausi , seppure poco convinti . Nuovo per l ' Italia , ma già apprezzato altrove , era il Canto sospeso per soprano , contralto , tenore , coro misto e orchestra di Luigi Nono , che si è servito di alcuni brani delle Lettere di condannati a morte della Resistenza europea , pubblicate da Einaudi . Il motivo psicologico fondamentale della vasta composizione , divisa in nove parti , non differisce da quello , espresso più sobriamente , del Diario polacco dello stesso Nono , ascoltato al festival dello scorso anno . Più che di polifonia o di contrappunto sembra che si debba parlare di aggregati di masse o strutture sonore , che delimitano larghe zone di angoscioso silenzio . Aggregati , s ' intende , nei quali i singoli strumenti sono impiegati ai limiti estremi delle loro possibilità di estensione e di timbro . Siamo portati , per quanto riguarda gli effetti timbrici , quasi ai confini della musica elettronica . Le parole non s ' intendono neppure nei brani affidati ai solisti , costretti ai consueti , difficili intervalli . La maggiore efficacia è quindi data dalla parte orchestrale e da quella corale ( questa , « a cappella » nel primo coro , più libera nel finale , con largo intervento di ottoni ) . Avremo occasione di riascoltare questo Canto sospeso , il quale ha ottenuto l ' effetto di suggestione al quale mirava , strappando calorose acclamazioni all ' autore e agli interpreti . Ha diretto il magnifico coro Bernhard Zimmerman ; solisti il soprano Hollweg , il contralto Bornemann , il tenore Lenz . Per concludere : la musica di estrema avanguardia può ottenere oggi i più trionfali successi da parte del pubblico borghese ; il che non poteva essere nelle sue profonde aspirazioni . C ' è qui , evidentemente , una contraddizione che stride .
«Gesualdo Monumentum» di Stravinskij ( Montale Eugenio , 1960 )
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Venezia , 28 settembre - Il Festival musicale di Venezia ha sparato ieri sera il suo ultimo mortaretto con l ' atteso Gesualdo Monumentum di Stravinskij diretto dall ' autore . Domani al Teatro del Ridotto si avrà la serata di chiusura con Giro a vuoto n . 2 , canzoni di noti poeti e musicisti interpretate da Laura Berti . Assai maggiore l ' interesse del concerto di ieri sera , nel quale , oltre alla assoluta novità stravinskiana , abbiamo avuto una « retrospettiva » di Alban Berg comprendente i predodecafonici Cinque « Lieder » orchestrali su testi di cartoline illustrate di Peter Altenberg ( 1912 ) , l ' aria da concerto per soprano e orchestra Il vino , su testi di Baudelaire tradotti da George ( 1919 ) e due dei Tre pezzi per orchestra che risalgono al '14 . Di queste composizioni nessuna aveva carattere di novità , ma solo Il vino è spesso ascoltata nei festival . Il carattere fortemente espressionistico e letterario di quest ' aria - che precede e annunzia l ' incompiuta opera Lulu - è oggi facilmente accessibile a un pubblico abbastanza vasto . Molti applausi sono andati alle musiche berghiane , al direttore d ' orchestra Robert Craft e alla solista di canto Magda Laszlo . Ha invece diretto personalmente il Gesualdo Monumentum il venerando autore che non per la prima volta largisce , sia pure col contagocce , le sue novità al festival di Venezia . Questa è del '60 , freschissima . Il principe Gesualdo da Venosa , madrigalista vissuto a cavallo tra il Cinque e il Seicento , è posto da anni sugli altari , non solo perché fece trucidare la moglie , ma anche per la ricchezza armonica della sua scrittura vocale . Si vede in lui un sorprendente anticipatore del moderno cromatismo , sebbene egli si muova nell ' ambito di una ortodossa tonalità e rimanga pur sempre nel ritmo ( come dice Stravinskij ) , piuttosto « plump » . I tre madrigali che l ' autore del Sacre ha trascritto per gruppi di strumenti hanno offerto al grande maestro l ' occasione di scrivere alcune di quelle nugae ( musica scritta su altra musica , oppure composta à la maniere de ... ) che formano una notevole parte della sua recente produzione . Alterazioni ritmiche - a quanto dice il trascrittore - dovrebbero essercene poche , nei tre madrigali tolti dai libri V e VI di Gesualdo , ma è molto dubbio che sia conservato molto dell ' originario carattere vocale , inscindibile dall ' ispirazione di Gesualdo . Lo stesso Stravinskij , presentando questi sei minuti di musica ( i quattordici delle precedenti Lamentazioni di Geremia sembrano ora un Himalaya musicale ) , ha ammesso , del resto , che in una trascrizione del genere la parte originariamente vocale dev ' essere sentita come assolutamente nuova e diversa , tanto diversa da sopprimere ogni somiglianza col disegno e il carattere dell ' originale . E allora ? Non resta che da ammirare la scintillante trama sonora che il trascrittore , servendosi di strumenti di vario sesso , e persino « ermafroditi » come i corni , ha gettato sulle brevi e dopo tutto non troppo complesse melodie gesualdiane .
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Venezia , 10 aprile - Nella grandiosa sala superiore della Scuola Grande di San Rocco ieri sera si è inaugurato il XXIV Festival musicale veneziano , quest ' anno diretto da Mario Labroca . La tradizione di cominciare con uno spettacolo teatrale è stata parzialmente rispettata , perché di teatro si può appena parlare per le due opere prescelte : Il diluvio di Noè di Britten è una sacra rappresentazione nuova per l ' Italia , mentre La via della Croce , « novità assoluta » di Ghedini su testi di Nicola Lisi , si può definire naturalmente come un « mistero » . Il diluvio di Noè è il rifacimento di una di quelle rappresentazioni bibliche del Chester Miracle che nel Cinquecento inglese venivano portate in giro da un assai primitivo carro di Tespi . Le esigenze sceniche erano minime . Britten ha scritto la sua opera per personaggi adulti e bambini e per un ' orchestra in cui accanto a professionisti figurano dilettanti che suonano violini , strumenti a percussione , campanelli a mano e trombe . In questi spettacoli medioevali il pubblico ( o meglio le congregazioni ) prendeva parte all ' azione e si univa al coro intonando il canto . Nulla di simile , naturalmente , ieri sera . Il coro era quello della Fenice istruito da Sante Zanon , e dello stesso teatro era l ' orchestra diretta da Ettore Gracis . Il testo è tradotto in italiano da Piero Nardi e l ' adattamento ritmico è opera del Nardi e di Raffaele Cumar . E già che ci siamo aggiungiamo i nomi del regista ( Giulio Pacuvio ) e dello scenografo ( Gianrico Becher ) . Il breve , intenso spettacolo , di un primitivismo anche musicalmente assai prezioso ci fa assistere alla costruzione dell ' arca di Noè dopo l ' annuncio divino , al diluvio , all ' imbarco di Noè e di sua moglie ( questa assai riluttante ) , nonché di Seni , Cam e Iafet e delle loro rispettive consorti . Non è dimenticata neppure una larga rappresentanza delle varie specie zoologiche , l ' arcobaleno , il volo della colomba che annuncia la fine del diluvio tornando all ' arca col ramoscello d ' olivo ; e ha grande rilievo la voce di Dio , affidata alla tonante recitazione di Annibale Ninchi . La musica di Britten , tempestosa nella descrizione del diluvio , onomatopeica quando riproduce le voci degli animali , talvolta umoristica nelle scene di carattere , è in complesso degna dell ' autore del Giro di vite , bilanciata com ' è tra il sacro e il profano . E il lavoro , assai poco adatto al salone che lo ospitava , è stato assai applaudito anche per merito degli interpreti : il basso Clabassi , il tenore Andreolli , e le signore Garazioti , Benetti , Eggenberger , Fornaro , Marangoni , Zuliani . Il secondo spettacolo ( se tale può chiamarsi La via della Croce ) è formato da testi di Nicola Lisi sul mistero della Passione affidati a molte voci recitanti . A sfondo sonoro di queste voci Giorgio Federico Ghedini ha posto canti gregoriani rituali della Settimana Santa per coro , inquadrando il tutto con musiche originali sue per archi e coro di donne . Anche qui il complesso d ' archi era diretto da Gracis e la minima regia necessaria era affidata a Giovanni Poli . Hanno contribuito ai cori La Fenice e i monaci benedettini di San Giorgio Maggiore . Malgrado l ' inevitabile monotonia della parte recitata , la musica del Ghedini è sembrata di elevata ispirazione , tale da concludere in un ' atmosfera di solenne religiosità e con pieno successo una serata inaugurale forse voluta tale per fare da contrappeso al nuovo lavoro scenico Intolleranza 1960 di Luigi Nono , che si rappresenterà giovedì prossimo e che sembra ispirato a un aperto laicismo « progressista » . Il festival si annuncia assai interessante , durerà sino alla fine del mese . Vi prenderanno parte l ' orchestra sinfonica della 1360 , l ' orchestra da camera di Cracovia ( mai apparsa al festival veneziano ) , l ' orchestra milanese della Radiotelevisione italiana , il gruppo Melos di Londra . Un concerto - profilo sarà dedicato a Hindemith , una intera serata ricorderà Respighi nel venticinquesimo anniversario della morte . Inoltre , da domani a tutto il giorno 13 , si svolgerà nel salone dell ' ala neoclassica dell ' isola di San Giorgio il Congresso internazionale di musica sperimentale . Ascolteremo molte musiche non tutte ultramoderne e saranno relatori Piene Schaeffer , Roman Vlad e Luigi Rognoni . Danno il loro contributo ben nove Studi di fonologia . Ma l ' apporto della Fondazione Cini a questo festival non si ferma qui . Sarà una sorpresa per tutti il concerto di musiche polifoniche di Ioseffo Zarlini ( 1517-1590 ) eseguite dal Monteverdi Chor di Amburgo . È un prezioso dono che solo la Fondazione Cini poteva darci .
«Intolleranza 1960» di Nono ( Montale Eugenio , 1961 )
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Venezia , 14 aprile - La novità attesa con febbrile impazienza dagli ammiratori di Luigi Nono è apparsa stasera , alla Fenice , sotto la direzione di Bruno Maderna e col concorso dell ' orchestra della BBC . Il titolo è Intolleranza 1960 , autore del libretto lo slavista Angelo Maria Ripellino . Il testo originale del librettista ha subito una drastica potatura : da trentanove a nove pagine , accettando la definizione non di dramma , ma di « idea » , e il tutto si presenta come un ' azione scenica che molto richiede al gioco delle luci , alla lanterna magica e a effetti elettronici . Registrata in precedenza a Milano , perché ineseguibile direttamente , era la parte corale , diffusa poi da altoparlanti disposti in ogni parte della sala : il che dovrebbe produrre effetti spaziali , ma porta con sé anche fastidiosi strascichi di echi e rende problematica la sincronia del nastro con l ' orchestra . L ' impressione generale dello spettacolo è subito quella di una laboriosa macchina visivo - uditiva , dalla quale è quasi inevitabile che lo spettatore - auditore si ritragga con una certa diffidenza . Viene in mente la frase di Tolstoj : « Andreev vuole farci paura , ma noi non abbiamo paura » . Luigi Nono , invece , ci fa paura , ma non solo per il triste destino del suo personaggio : l ' Emigrante ; ci fa paura per il suo progressivo aderire a quell ' avanguardia industrializzata alla quale egli sacrifica il suo forte talento di musicista . Sacrificio , è inutile dirlo , compiuto in buona fede e con le più nobili intenzioni . Ma vediamo come si svolge lo spettacolo , perché non di altro si tratta . Sul palcoscenico è posto un corridoio di cavalli di frisia , verticale alla buca del suggeritore : sulle assi dei cavalletti si adagia una piattaforma che può avanzare e indietreggiare ; e su questa piattaforma si muovono , ma non sempre , i personaggi . Può accadere che l ' Emigrante protagonista sia sospeso su un ' altalena alta sulla piattaforma . Intorno , al disopra e ai lati di questa costruzione si alzano e si abbassano schermi mobili in forma di palloni o di triangoli o di strisce o di irregolari parallelepipedi ; e su tali lacerti di schermo la lanterna magica proietta senza risparmio immagini visive di Emilio Vedova e , talvolta , sullo schermo centrale , l ' intera opera sua , con innegabili effetti di suggestione ; e , anzi , per essere giusti , con uno straordinario effetto nella scena finale dell ' alluvione . Che cosa accade all ' Emigrante ? Lo sappiamo leggendo ciò che sopravvive del libretto , perché le sue parole e le parole di tutti , compreso il coro ed escluso qualche accento del basso Italo Tajo , restano incomprensibili . L ' Emigrante è dapprima minatore . Impreca al suo triste destino , respinge le proteste d ' amore di una sua donna e si mette in viaggio per tornare in patria . Nelle scene successive , egli si trova ad assistere a un comizio antinazista , viene arrestato , torturato e portato in un campo di concentramento dal quale riesce a fuggire . Il primo quadro finisce con un duetto tra il fuggiasco e un non meglio identificato « ribelle » . Nel secondo quadro , l ' Emigrante si aggira tra proiezioni , voci , mimi « simboleggianti le assurdità della vita contemporanea » . La scena culmina in una grande esplosione : la bomba di Hiroshima , commentata dal canto di una donna , la « compagna » dell ' Emigrante , che inneggia alla vita e all ' amore e alla fraternità , beni perduti dall ' uomo imbestiato . Ma la pronuncia della compagna , che dovrebbe farci sentire un canto di allegri rigogoli ( la signora Katherine Gayer , condannata a proibitivi intervalli ) ci lascia all ' oscuro di tutto . Seguono episodi di violenza , immagini di fanatismo razziale , contro cui l ' Emigrante e la compagna si scagliano . Infine , i due viaggiatori giungono a un gran fiume in piena , l ' inondazione dominando tutto e tutti , mentre la voce di uno speaker dice : « Il Governo ha provveduto , la colpa è del metano » . Si abbassa una saracinesca , sulla quale sono proiettate parole di Brecht : « Voi che siete immersi dai gorghi dove fummo travolti , pensate anche ai tempi bui da cui siete scampati . Andammo noi , più spesso cambiando paese che scarpe , attraverso guerre di classe , disperati , quando solo l ' ingiustizia c ' era . Voi , quando sarà venuta l ' ora che all ' uomo un aiuto sia l ' uomo , pensate a noi con indulgenza » . A dare un senso musicale al mutilato canovaccio ha provveduto Nono con una agghiacciante dovizia di mezzi timbrici , talvolta accresciuti dal concorso dell ' elettrofonia . E qui , in fatto di ricerche acustiche , egli raggiunge risultati impressionanti . Razionalmente condotto , seriale anche nelle strutture , l ' ordigno non risparmia nulla per riempire le nostre orecchie di una cosmico - politico - esistenziale desolazione . Ma l ' orecchio si abitua presto : apprezza al giusto la parte corale in cui le dissonanze si fondono in un blocco unico , ma poco dopo , quando entrano in scena personaggi che dovrebbero esprimere sentimenti umani , l ' orecchio è già « mitridatizzato » , l ' orrore fa posto alla curiosità e la curiosità è sostituita dal senso di assistere a una pura esercitazione accademica , rispettabile senza dubbio , destinata certamente ad avere libero corso in teatri stranieri di eccezione , ma pur sempre gravata dall ' equivoco di sollecitare l ' emozione poetica con la sola esasperazione del fatto tecnico inteso come produttore di stimoli fisici . È come se un poeta volesse integrare la lettura di un suo desolato testo infliggendoci alle membra un buon numero di nerbate : l ' effetto sarebbe certo , ma a quale spesa ! Con tutto questo , non neghiamo all ' azione scenica di Nono i suoi quarti di nobiltà , ma restiamo convinti che il suo innegabile talento meriti di approfondirsi e svolgersi senza l ' incubo del « sempre più difficile » : la peggiore di tutte le « alienazioni » , la sola che i « progressisti » professionisti si guardano bene dal deprecare . Esecuzione approssimativa della stupenda orchestra della BBC sotto la direzione di Bruno Maderna , il solo , secondo l ' autore , che possa dirigere la difficilissima opera . Regia espressionistica di Václav Svoboda , Coro polifonico di Milano diretto da Giulio Bertola , nastri elettronici dell ' Istituto milanese di fonologia , costumi e scene di Emilio Vedova . Cantanti , oltre ai già citati , Petre Munteanu , Heinz Rehfuss e Carla Henius , tutti condannati all ' impossibile . Un insieme che , dopo altre quaranta prove , potrebbe rendere di più . L ' esito è stato burrascoso , come poteva prevedersi , dato l ' argomento dell ' opera e le provocazioni della musica . I due atti sono arrivati in porto a stento , tra fischi , vociferazioni , alterchi e pioggia di manifestini fascisti dalle gallerie . Alla fine i superstiti spettatori hanno organizzato un polemico trionfo ai vari autori e responsabili dell ' immaturo spettacolo . Non è stata , purtroppo , la battaglia di Hernani . È stata una serata incivile che ha lasciato tutti a bocca amara .
VIALE DEL TRAMONTO ( Palazzeschi Aldo , 1951 )
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Questo film mi ricorda certe scatole cinesi di porcellana , avorio o lacca , che sono una dentro l ' altra a scala : il cinematografo nel cinematografo nel cinematografo ... Dicono che è l ' autobiografia di Gloria Swanson : neanche per idea . E qualcosa di più vasto , è il dramma di Hollywood essenzialmente hollywoodiano e visto con l ' occhio spietato degli europei del secolo nostro . Che succede di queste figure che per dieci o vent ' anni riempiono il mondo del loro nome e del loro fascino ? Dopo la luce accecante dei riflettori , scompaiono nell ' oscurità : dove sono ? che fanno ? Billy Wilder e Charles Brackett hanno svelato il mistero creando questa Norma Desmond che promette d ' essere il personaggio più scottante dell ' annata . L ' ambiente , macabro , e l ' atmosfera nella quale fanno sopravvivere la ex diva tra il rimpianto del passato e la frenesia di un avvenire puramente illusorio , costituiscono lo stupendo segreto del film . Facendoci poi capitare , per un caso leggermente diabolico , il bello e giovane scenarista fallito e squattrinato col quale la ex diva crede di riafferrare la sua vita di donna e d ' artista al tempo stesso , più che di satira si dovrebbe parlare di beffa sanguinosa . Le scene si susseguono di una progressiva , gelida tristezza , fino al crimine , fino alla follia . E qui , pur nel suo eccesso di colore , dalla cerchia ristretta di Hollywood diviene dramma dell ' umanità intera . Attenti , perché da questo viale bisogna passarci tutti , senza far tanto strepito , s ' intende , non siamo né divi né dive , e sappiamo nascondere il dolore nel segreto delle nostre anime , dolore per ciò più grande . E sulla cinquantina , di regola , che ne imbocchiamo il cammino , e non abbiamo troppa fretta a cantar vittoria , attenti all ' ultima cantonata : ce n ' è sempre un ' altra . Gloria Swanson non ci ha dato con questo film l ' autobiografia ma ci fa , al contrario , assistere al miracolo : da quell ' ombra si può anche uscire e in modo magnifico : non le conoscevamo ancora tanta originalità e profondità . In certi momenti mi ricordava la Duse , l ' ultima Duse , quella di Ibsen ' e delle sue donne pazze di poesia , che con la più grande disinvoltura si potevano suicidare come potevano sfasciare una famiglia . Anche lei era pazza di poesia , era quello che la poneva al disopra di tutte le attrici del suo tempo , anche lei aveva vissuto questo dramma nel massimo riserbo , e quando ne uscì coi capelli bianchi , fu per correre incontro alla morte . Malgrado i 52 anni e 4 mariti , Gloria Swanson è ancora una bella donna , e dopo vent ' anni di silenzio si riafferma con questo interessante film quale attrice di primo piano .
Paul Hindemith ( Montale Eugenio , 1961 )
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Venezia , 15 aprile - Un intero concerto di musiche per flauto rischia di annoiare mortalmente quando l ' esecutore non abbia la bravura di Severino Gazzelloni che si è presentato nel pomeriggio di ieri nelle sale Apollinee della Fenice con un nutrito programma . In breve egli ci ha dato un saggio dell ' evoluzione tecnica che ha subìto il suo strumento a partire dall ' Après - midi d ' un faune di Debussy . Abbiamo così ascoltato difficilissime musiche moderne e di estrema avanguardia . Di André Jolivet Cinque Incantesimi per flauto solo accompagnati da esoteriche didascalie ; del tedesco - americano Stefan Wolpe una Sonata per flauto e pianoforte ali ordinaria amministrazione seriale ; di Edgar Varèse Density 21 , 5 , un difficile brano che risale al '36 e che impone portentose acrobazie allo strumentista ; di Olivier Messiaen un massiccio Merlo nero per flauto e pianoforte , virtuosistico all ' eccesso e alquanto opprimente ; di Debussy l ' ormai classica Syrinx per flauto solo , un piccolo capolavoro ; di Franco Evangelisti alcune Proporzioni per flauto solo , di una soporifera aridità . Completavano il programma una Sonatine per flauto solo ali Pierre Boulez , seconda versione scritta per il Gazzelloni di un ' opera che fu composta nel '36 e che si può ascoltare disponendo di molta pazienza ; e un recente lavoro di Mario Peragallo , Vibrazioni per tre flauti , pianoforte e tiptofono : uno strumento che è una specie di carillon di percussioni d ' ogni tipo a intonazione indeterminata . Completano l ' insieme l ' ottavino , il flauto e un diapason a tasto . Nulla di eccezionale , ma un successo di stima . Il pubblico ha applaudito con entusiasmo il fenomenale Gazzelloni e il valente pianista Frederik Rzewski . Nel concerto serale , che si è tenuto nella Scuola Grande di San Rocco , Paul Hindemith , dirigendo l ' Orchestra della Fenice , ci ha fatto conoscere la sua Pittsburgh Symphony , da lui scritta per festeggiare il bicentenario di quella città . È un lavoro di ampie proporzioni , ma di troppo evidente carattere occasionale . Altre musiche da lui dirette : La grande fuga in si bemolle opera 133 per orchestra d ' archi di Beethoven ; le Variazioni di Blacher su un tema di Paganini ( opera 26 ) per orchestra ; la Sinfonia opera 21 di Webern per orchestra da camera che il programma annuncia come la bibbia dell ' ermetismo musicale e che per la sua brevità si ascolta ancora con piacere . Vivissimo il successo , scarso l ' interesse .
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La " violenza " è la maieutica della storia , è spirito , soggetto , libertà , diritto . Nel suo grembo covano i germi di ogni civiltà poiché il concepimento e la gestazione di ogni nuovo ordine civile è tragedia incoscientemente , illimitata - limitata , disorganica - organica . Ha visto giusto Mussolini giudicando la violenza " perfettamente morale , più morale del compromesso e della transazione . " " Quando la nostra violenza , " Egli ha detto , " è risolutiva di una situazione cancrenosa , è moralissima , sacrosanta e necessaria . " Ma quel che c ' interessa particolarmente è che il popolo italiano non ha la libidine della violenza , non fa " della violenza una scuola , un sistema o peggio ancora una estetica " poiché una millenaria tradizione di armonia spirituale gli ha insegnato istintivamente che la violenza ha " la giustificazione della sua alta moralità " solo quando " sia sempre guidata da un ' idea , giammai da un basso calcolo , da un meschino interesse . " Occorre " non la piccola violenza individuale , sporadica , spesso inutile , ma la grande , la bella , la inesorabile violenza delle ore decisive . È necessario , quando il momento arriva , di colpir con la massima decisione e con la massima inesorabilità . " Di contro alla " violenza " demiurgo del processo umano , sta la " forza , " negatrice di ogni avanzamento storico . La " forza " è sterile e inerte , la " violenza " è feconda e mutevole . La prima è materia e " potenza fisica , " la seconda è idea e potenza etica .
DONNE IN DIVISA ( FABBIANINI ITALIA , 1940 )
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Vi sono ancora delle signore le quali si presentano nelle cerimonie fasciste facendo delle esposizioni personali di sgargianti vestiti e capricciosi cappellini con penne lunghe magari mezzo metro , e poi nascondono sotto la volpe argentata il distintivo fascista . Questo ho dovuto notare più volte in dette cerimonie , fra le massaie rurali , dignitose e corrette , col loro fazzoletto allacciato al collo . Ebbene , noi massaie rurali , noi fasciste , non permettiamo che dove si esige serietà , semplicità , cameratismo , si ostenti una inopportuna distinzione di categoria sociale come per dire : " Lo vedi quanto sono elegante ? " Meno goffaggini e più solidarietà . E la divisa fascista appena è possibile . Nelle cerimonie è l ' unica moda che ci piace .