StampaQuotidiana ,
Venezia
,
15
settembre
-
Il
concerto
di
ieri
sera
,
che
si
è
tenuto
come
i
precedenti
nella
sala
dello
Scrutinio
di
Palazzo
Ducale
,
è
l
'
unico
di
questo
festival
che
non
sia
dedicato
esclusivamente
alla
musica
contemporanea
.
Vi
abbiamo
ascoltato
,
infatti
,
una
sinfonia
di
Berlioz
,
Il
corsaro
,
che
risale
al
1845;
la
ben
nota
Sinfonia
n
.
1
in
do
maggiore
di
Bizet
(
1855
)
;
e
una
Suite
provençale
del
Milhaud
,
che
crediamo
non
nuova
per
l
'
Italia
.
Di
nuovo
c
'
era
solo
la
Prima
sinfonia
di
Henri
Dutilleux
,
compositore
abbastanza
giovane
,
già
prix
de
Rome
e
ora
caposervizio
delle
trasmissioni
musicali
alla
radiodiffusione
francese
.
Il
maggiore
elemento
d
'
interesse
era
dato
dal
fatto
che
queste
musiche
erano
eseguite
dall
'
Orchestra
nazionale
della
Radiodiffusione
-
Televisione
francese
,
una
delle
più
perfette
compagini
orchestrali
attualmente
esistenti
,
e
che
il
direttore
era
André
Cluytens
,
già
applaudito
dai
milanesi
come
eccellente
interprete
del
Parsifal
alla
Scala
.
Ancora
una
volta
l
'
illustre
direttore
fiammingo
ha
confermato
le
sue
qualità
di
autentico
dominatore
dell
'
orchestra
,
la
sicurezza
e
la
sobrietà
del
suo
gusto
,
la
capacità
di
far
rivivere
musiche
di
stile
assai
diverso
rispettandone
il
carattere
e
non
sopraffacendole
.
Né
Berlioz
,
né
il
Bizet
della
Sinfonia
in
(
lo
maggiore
e
nemmeno
il
quasi
folcloristico
impressionismo
del
Milhaud
potevano
offrire
serie
difficoltà
a
lui
e
alla
sua
orchestra
.
Forse
più
difficile
la
musica
liberamente
atonale
del
Dutilleux
.
Il
programma
ci
dice
che
essa
dovrebbe
rappresentare
un
sogno
o
un
incubo
sospeso
tra
due
evanescenze
.
Forse
l
'
incubo
fu
dell
'
autore
,
ma
all
'
ascoltazione
questa
musica
disordinata
,
sconquassata
,
inutilmente
fragorosa
non
produce
che
noia
e
fastidio
.
Non
si
comprende
perché
sia
stata
eseguita
al
festival
:
forse
la
posizione
occupata
dal
Dutilleux
alla
Radiodiffusione
francese
spiega
tutto
.
Certo
,
se
si
doveva
scegliere
tra
l
'
Ottocento
e
il
Novecento
di
Francia
,
si
sarebbe
potuto
presentare
un
programma
assai
più
interessante
.
Ciò
sia
detto
senza
negare
il
merito
delle
vigorose
,
popolaresche
gighe
e
trescone
che
formano
il
tessuto
della
Suite
provençale
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
17
settembre
-
Nei
due
concerti
che
si
sono
susseguiti
nella
sala
delle
Colonne
di
Ca
'
Giustinian
,
il
primo
ci
ha
fatto
conoscere
il
famoso
Quartetto
Julliard
,
interprete
di
musiche
di
Gian
Francesco
Malipiero
,
Anton
Webern
ed
Elliot
Carter
.
I
quattro
strumentisti
del
quartetto
,
dei
quali
il
programma
non
ci
fa
conoscere
i
nomi
,
sono
davvero
formidabili
e
la
loro
collaborazione
dura
dal
tempo
dei
loro
studi
musicali
.
(
Julliard
è
il
nome
di
un
'
alta
scuola
di
musica
negli
Stati
Uniti
.
)
Un
'
ottima
impressione
hanno
destato
i
Rispetti
e
strambotti
di
Malipiero
di
una
chiara
linea
melodica
e
anche
i
Cantari
alla
madrigalesca
dello
stesso
autore
,
forse
un
po
'
meno
felici
nella
loro
sovrabbondanza
.
Questi
lavori
risalgono
rispettivamente
al
1920
e
al
1931
e
appartengono
alla
migliore
stagione
dell
'
arte
malipieriana
.
I
Julliard
hanno
poi
eseguito
il
Secondo
quartetto
per
archi
di
Elliot
Carter
,
un
americano
nato
a
Nuova
York
nel
1908
.
A
questo
lavoro
è
stato
assegnato
il
premio
Pulitzer
nel
'59
,
data
della
sua
composizione
.
Si
tratta
di
una
musica
caotica
,
ispida
,
volutamente
inespressiva
,
di
una
aridità
che
non
è
nemmeno
sconcertante
perché
nessuno
è
più
capace
di
meravigliarsi
di
nulla
.
Tanto
il
Carter
è
rumoroso
quanto
era
invece
rarefatto
Anton
Webern
,
nei
Cinque
movimenti
per
quartetto
d
'
archi
(
1909
)
.
Questi
movimenti
che
appartengono
alla
musica
del
silenzio
,
oggi
molto
in
auge
,
ci
portano
alla
frontiera
del
nulla
assoluto
non
forse
per
la
sapiente
disgregazione
del
rapporto
tonale
ma
per
l
'
insolito
gioco
dei
rapporti
di
intervallo
.
Resta
sorprendente
che
dopo
il
Webern
si
sia
scritta
altra
musica
nella
stessa
direzione
.
Eppure
il
culto
di
questo
maestro
avrebbe
dovuto
sconsigliarlo
.
Scarso
il
pubblico
,
entusiastico
il
successo
personale
dei
meravigliosi
strumentisti
del
Julliard
.
Il
secondo
concerto
era
dedicato
ai
classici
contemporanei
:
Schönberg
,
Stravinskij
,
Hindemith
e
Bartók
.
Di
Schönberg
è
stato
eseguito
il
ben
noto
Pierrot
lunaire
(
1912
)
in
una
insufficiente
interpretazione
vocale
di
Magda
Laszlo
.
È
per
noi
un
mistero
perché
Schönberg
abbia
musicato
poesie
che
ci
riportano
al
tempo
della
«
Scena
Illustrata
»
di
Pilade
Pollazzi
.
Sebbene
non
si
intendesse
alcuna
parola
,
un
mutismo
completo
ci
avrebbe
permesso
di
gustare
meglio
il
sottofondo
armonico
di
questi
21
melodrammi
in
miniatura
.
Dell
'
Opera
36
n
.
4
di
Hindemith
(
Kammermusik
n
.
5
)
per
viola
e
orchestra
da
camera
(
1927
)
,
dell
'
Ottetto
per
strumenti
a
fiato
di
Stravinskij
(
1933
)
e
della
Sonata
per
due
pianoforti
e
percussione
di
Béla
Bartók
(
1937
)
non
c
'
è
che
da
lodare
la
vigorosa
,
vibrante
sostanza
sonora
,
carattere
che
rende
ancor
vive
e
attuali
queste
musiche
di
ieri
.
Ha
diretto
molto
bene
il
Pierrot
lunaire
il
pianista
Piero
Scarpini
,
assistito
dagli
strumentisti
Gazzelloni
,
Gaudini
,
Fusco
,
Asciolla
,
Morselli
.
Ottimo
direttore
delle
composizioni
è
stato
Ettore
Gracis
.
Da
notare
il
violista
Dino
Asciolla
,
il
duo
pianistico
Gorini
-
Lorenzi
e
i
batteristi
Torrebruno
e
Striano
.
Molto
pubblico
a
questo
secondo
concerto
e
molti
applausi
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
19
settembre
-
Sabato
ci
siamo
trasferiti
alla
Fenice
,
felicemente
riaperta
,
ma
a
quanto
pare
per
quella
sola
serata
,
e
abbiamo
ascoltato
musiche
dodecafoniche
,
alcune
nuove
per
l
'
Italia
,
e
una
addirittura
«
novità
assoluta
»
.
Interpreti
del
programma
l
'
orchestra
e
il
coro
di
Radio
Colonia
-
un
insieme
eccellente
-
sotto
la
direzione
di
Bruno
Maderna
,
il
più
accreditato
specialista
italiano
di
questo
genere
di
musica
.
Si
è
cominciato
con
la
Settima
sinfonia
di
Karl
Amadeus
Hartmann
,
compositore
di
Monaco
,
oggi
cinquantacinquenne
,
un
lavoro
che
esprime
la
predilezione
dell
'
autore
per
la
polifonia
e
le
forme
concertanti
;
ma
che
non
si
alza
mai
dal
grigiore
del
più
convenzionale
,
anche
se
moderno
,
accademismo
.
Lo
stesso
può
dirsi
per
l
'
Aulodia
per
oboe
e
orchestra
di
Wolfgang
Fortner
,
fastidioso
elaborato
di
un
tema
di
tre
note
rovesciate
,
retrogradate
e
invertite
in
modo
da
raggiungere
il
fatidico
numero
di
dodici
note
.
Sostituiva
l
'
aulos
greco
l
'
oboe
del
poderoso
solista
Lothar
Faber
,
acclamatissimo
.
Novità
assoluta
erano
i
Dialoghi
per
violoncello
e
orchestra
di
Luigi
Dallapiccola
,
ultimo
lavoro
del
maestro
.
Il
maggior
pregio
di
questi
Dialoghi
sta
nell
'
aver
tolto
allo
strumento
solista
ogni
possibilità
di
abbandonarsi
a
quel
virtuosismo
individuale
che
oggi
rende
poco
sopportabili
le
composizioni
del
genere
.
Qui
il
solista
parla
senza
esibirsi
in
una
personale
oratoria
;
e
non
importa
poi
se
parli
con
quei
suoni
afoni
e
smozzicati
(
quando
non
siano
duramente
strappati
)
che
i
nuovi
asceti
musicali
prediligono
.
Il
pubblico
ha
ascoltato
con
simpatia
i
diciotto
minuti
di
musica
dei
Dialoghi
e
il
maestro
Dallapiccola
è
apparso
due
volte
al
proscenio
;
anche
alle
precedenti
composizioni
dell
'
Hartmann
e
del
Fortner
non
erano
mancati
applausi
,
seppure
poco
convinti
.
Nuovo
per
l
'
Italia
,
ma
già
apprezzato
altrove
,
era
il
Canto
sospeso
per
soprano
,
contralto
,
tenore
,
coro
misto
e
orchestra
di
Luigi
Nono
,
che
si
è
servito
di
alcuni
brani
delle
Lettere
di
condannati
a
morte
della
Resistenza
europea
,
pubblicate
da
Einaudi
.
Il
motivo
psicologico
fondamentale
della
vasta
composizione
,
divisa
in
nove
parti
,
non
differisce
da
quello
,
espresso
più
sobriamente
,
del
Diario
polacco
dello
stesso
Nono
,
ascoltato
al
festival
dello
scorso
anno
.
Più
che
di
polifonia
o
di
contrappunto
sembra
che
si
debba
parlare
di
aggregati
di
masse
o
strutture
sonore
,
che
delimitano
larghe
zone
di
angoscioso
silenzio
.
Aggregati
,
s
'
intende
,
nei
quali
i
singoli
strumenti
sono
impiegati
ai
limiti
estremi
delle
loro
possibilità
di
estensione
e
di
timbro
.
Siamo
portati
,
per
quanto
riguarda
gli
effetti
timbrici
,
quasi
ai
confini
della
musica
elettronica
.
Le
parole
non
s
'
intendono
neppure
nei
brani
affidati
ai
solisti
,
costretti
ai
consueti
,
difficili
intervalli
.
La
maggiore
efficacia
è
quindi
data
dalla
parte
orchestrale
e
da
quella
corale
(
questa
,
«
a
cappella
»
nel
primo
coro
,
più
libera
nel
finale
,
con
largo
intervento
di
ottoni
)
.
Avremo
occasione
di
riascoltare
questo
Canto
sospeso
,
il
quale
ha
ottenuto
l
'
effetto
di
suggestione
al
quale
mirava
,
strappando
calorose
acclamazioni
all
'
autore
e
agli
interpreti
.
Ha
diretto
il
magnifico
coro
Bernhard
Zimmerman
;
solisti
il
soprano
Hollweg
,
il
contralto
Bornemann
,
il
tenore
Lenz
.
Per
concludere
:
la
musica
di
estrema
avanguardia
può
ottenere
oggi
i
più
trionfali
successi
da
parte
del
pubblico
borghese
;
il
che
non
poteva
essere
nelle
sue
profonde
aspirazioni
.
C
'
è
qui
,
evidentemente
,
una
contraddizione
che
stride
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
28
settembre
-
Il
Festival
musicale
di
Venezia
ha
sparato
ieri
sera
il
suo
ultimo
mortaretto
con
l
'
atteso
Gesualdo
Monumentum
di
Stravinskij
diretto
dall
'
autore
.
Domani
al
Teatro
del
Ridotto
si
avrà
la
serata
di
chiusura
con
Giro
a
vuoto
n
.
2
,
canzoni
di
noti
poeti
e
musicisti
interpretate
da
Laura
Berti
.
Assai
maggiore
l
'
interesse
del
concerto
di
ieri
sera
,
nel
quale
,
oltre
alla
assoluta
novità
stravinskiana
,
abbiamo
avuto
una
«
retrospettiva
»
di
Alban
Berg
comprendente
i
predodecafonici
Cinque
«
Lieder
»
orchestrali
su
testi
di
cartoline
illustrate
di
Peter
Altenberg
(
1912
)
,
l
'
aria
da
concerto
per
soprano
e
orchestra
Il
vino
,
su
testi
di
Baudelaire
tradotti
da
George
(
1919
)
e
due
dei
Tre
pezzi
per
orchestra
che
risalgono
al
'14
.
Di
queste
composizioni
nessuna
aveva
carattere
di
novità
,
ma
solo
Il
vino
è
spesso
ascoltata
nei
festival
.
Il
carattere
fortemente
espressionistico
e
letterario
di
quest
'
aria
-
che
precede
e
annunzia
l
'
incompiuta
opera
Lulu
-
è
oggi
facilmente
accessibile
a
un
pubblico
abbastanza
vasto
.
Molti
applausi
sono
andati
alle
musiche
berghiane
,
al
direttore
d
'
orchestra
Robert
Craft
e
alla
solista
di
canto
Magda
Laszlo
.
Ha
invece
diretto
personalmente
il
Gesualdo
Monumentum
il
venerando
autore
che
non
per
la
prima
volta
largisce
,
sia
pure
col
contagocce
,
le
sue
novità
al
festival
di
Venezia
.
Questa
è
del
'60
,
freschissima
.
Il
principe
Gesualdo
da
Venosa
,
madrigalista
vissuto
a
cavallo
tra
il
Cinque
e
il
Seicento
,
è
posto
da
anni
sugli
altari
,
non
solo
perché
fece
trucidare
la
moglie
,
ma
anche
per
la
ricchezza
armonica
della
sua
scrittura
vocale
.
Si
vede
in
lui
un
sorprendente
anticipatore
del
moderno
cromatismo
,
sebbene
egli
si
muova
nell
'
ambito
di
una
ortodossa
tonalità
e
rimanga
pur
sempre
nel
ritmo
(
come
dice
Stravinskij
)
,
piuttosto
«
plump
»
.
I
tre
madrigali
che
l
'
autore
del
Sacre
ha
trascritto
per
gruppi
di
strumenti
hanno
offerto
al
grande
maestro
l
'
occasione
di
scrivere
alcune
di
quelle
nugae
(
musica
scritta
su
altra
musica
,
oppure
composta
à
la
maniere
de
...
)
che
formano
una
notevole
parte
della
sua
recente
produzione
.
Alterazioni
ritmiche
-
a
quanto
dice
il
trascrittore
-
dovrebbero
essercene
poche
,
nei
tre
madrigali
tolti
dai
libri
V
e
VI
di
Gesualdo
,
ma
è
molto
dubbio
che
sia
conservato
molto
dell
'
originario
carattere
vocale
,
inscindibile
dall
'
ispirazione
di
Gesualdo
.
Lo
stesso
Stravinskij
,
presentando
questi
sei
minuti
di
musica
(
i
quattordici
delle
precedenti
Lamentazioni
di
Geremia
sembrano
ora
un
Himalaya
musicale
)
,
ha
ammesso
,
del
resto
,
che
in
una
trascrizione
del
genere
la
parte
originariamente
vocale
dev
'
essere
sentita
come
assolutamente
nuova
e
diversa
,
tanto
diversa
da
sopprimere
ogni
somiglianza
col
disegno
e
il
carattere
dell
'
originale
.
E
allora
?
Non
resta
che
da
ammirare
la
scintillante
trama
sonora
che
il
trascrittore
,
servendosi
di
strumenti
di
vario
sesso
,
e
persino
«
ermafroditi
»
come
i
corni
,
ha
gettato
sulle
brevi
e
dopo
tutto
non
troppo
complesse
melodie
gesualdiane
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
10
aprile
-
Nella
grandiosa
sala
superiore
della
Scuola
Grande
di
San
Rocco
ieri
sera
si
è
inaugurato
il
XXIV
Festival
musicale
veneziano
,
quest
'
anno
diretto
da
Mario
Labroca
.
La
tradizione
di
cominciare
con
uno
spettacolo
teatrale
è
stata
parzialmente
rispettata
,
perché
di
teatro
si
può
appena
parlare
per
le
due
opere
prescelte
:
Il
diluvio
di
Noè
di
Britten
è
una
sacra
rappresentazione
nuova
per
l
'
Italia
,
mentre
La
via
della
Croce
,
«
novità
assoluta
»
di
Ghedini
su
testi
di
Nicola
Lisi
,
si
può
definire
naturalmente
come
un
«
mistero
»
.
Il
diluvio
di
Noè
è
il
rifacimento
di
una
di
quelle
rappresentazioni
bibliche
del
Chester
Miracle
che
nel
Cinquecento
inglese
venivano
portate
in
giro
da
un
assai
primitivo
carro
di
Tespi
.
Le
esigenze
sceniche
erano
minime
.
Britten
ha
scritto
la
sua
opera
per
personaggi
adulti
e
bambini
e
per
un
'
orchestra
in
cui
accanto
a
professionisti
figurano
dilettanti
che
suonano
violini
,
strumenti
a
percussione
,
campanelli
a
mano
e
trombe
.
In
questi
spettacoli
medioevali
il
pubblico
(
o
meglio
le
congregazioni
)
prendeva
parte
all
'
azione
e
si
univa
al
coro
intonando
il
canto
.
Nulla
di
simile
,
naturalmente
,
ieri
sera
.
Il
coro
era
quello
della
Fenice
istruito
da
Sante
Zanon
,
e
dello
stesso
teatro
era
l
'
orchestra
diretta
da
Ettore
Gracis
.
Il
testo
è
tradotto
in
italiano
da
Piero
Nardi
e
l
'
adattamento
ritmico
è
opera
del
Nardi
e
di
Raffaele
Cumar
.
E
già
che
ci
siamo
aggiungiamo
i
nomi
del
regista
(
Giulio
Pacuvio
)
e
dello
scenografo
(
Gianrico
Becher
)
.
Il
breve
,
intenso
spettacolo
,
di
un
primitivismo
anche
musicalmente
assai
prezioso
ci
fa
assistere
alla
costruzione
dell
'
arca
di
Noè
dopo
l
'
annuncio
divino
,
al
diluvio
,
all
'
imbarco
di
Noè
e
di
sua
moglie
(
questa
assai
riluttante
)
,
nonché
di
Seni
,
Cam
e
Iafet
e
delle
loro
rispettive
consorti
.
Non
è
dimenticata
neppure
una
larga
rappresentanza
delle
varie
specie
zoologiche
,
l
'
arcobaleno
,
il
volo
della
colomba
che
annuncia
la
fine
del
diluvio
tornando
all
'
arca
col
ramoscello
d
'
olivo
;
e
ha
grande
rilievo
la
voce
di
Dio
,
affidata
alla
tonante
recitazione
di
Annibale
Ninchi
.
La
musica
di
Britten
,
tempestosa
nella
descrizione
del
diluvio
,
onomatopeica
quando
riproduce
le
voci
degli
animali
,
talvolta
umoristica
nelle
scene
di
carattere
,
è
in
complesso
degna
dell
'
autore
del
Giro
di
vite
,
bilanciata
com
'
è
tra
il
sacro
e
il
profano
.
E
il
lavoro
,
assai
poco
adatto
al
salone
che
lo
ospitava
,
è
stato
assai
applaudito
anche
per
merito
degli
interpreti
:
il
basso
Clabassi
,
il
tenore
Andreolli
,
e
le
signore
Garazioti
,
Benetti
,
Eggenberger
,
Fornaro
,
Marangoni
,
Zuliani
.
Il
secondo
spettacolo
(
se
tale
può
chiamarsi
La
via
della
Croce
)
è
formato
da
testi
di
Nicola
Lisi
sul
mistero
della
Passione
affidati
a
molte
voci
recitanti
.
A
sfondo
sonoro
di
queste
voci
Giorgio
Federico
Ghedini
ha
posto
canti
gregoriani
rituali
della
Settimana
Santa
per
coro
,
inquadrando
il
tutto
con
musiche
originali
sue
per
archi
e
coro
di
donne
.
Anche
qui
il
complesso
d
'
archi
era
diretto
da
Gracis
e
la
minima
regia
necessaria
era
affidata
a
Giovanni
Poli
.
Hanno
contribuito
ai
cori
La
Fenice
e
i
monaci
benedettini
di
San
Giorgio
Maggiore
.
Malgrado
l
'
inevitabile
monotonia
della
parte
recitata
,
la
musica
del
Ghedini
è
sembrata
di
elevata
ispirazione
,
tale
da
concludere
in
un
'
atmosfera
di
solenne
religiosità
e
con
pieno
successo
una
serata
inaugurale
forse
voluta
tale
per
fare
da
contrappeso
al
nuovo
lavoro
scenico
Intolleranza
1960
di
Luigi
Nono
,
che
si
rappresenterà
giovedì
prossimo
e
che
sembra
ispirato
a
un
aperto
laicismo
«
progressista
»
.
Il
festival
si
annuncia
assai
interessante
,
durerà
sino
alla
fine
del
mese
.
Vi
prenderanno
parte
l
'
orchestra
sinfonica
della
1360
,
l
'
orchestra
da
camera
di
Cracovia
(
mai
apparsa
al
festival
veneziano
)
,
l
'
orchestra
milanese
della
Radiotelevisione
italiana
,
il
gruppo
Melos
di
Londra
.
Un
concerto
-
profilo
sarà
dedicato
a
Hindemith
,
una
intera
serata
ricorderà
Respighi
nel
venticinquesimo
anniversario
della
morte
.
Inoltre
,
da
domani
a
tutto
il
giorno
13
,
si
svolgerà
nel
salone
dell
'
ala
neoclassica
dell
'
isola
di
San
Giorgio
il
Congresso
internazionale
di
musica
sperimentale
.
Ascolteremo
molte
musiche
non
tutte
ultramoderne
e
saranno
relatori
Piene
Schaeffer
,
Roman
Vlad
e
Luigi
Rognoni
.
Danno
il
loro
contributo
ben
nove
Studi
di
fonologia
.
Ma
l
'
apporto
della
Fondazione
Cini
a
questo
festival
non
si
ferma
qui
.
Sarà
una
sorpresa
per
tutti
il
concerto
di
musiche
polifoniche
di
Ioseffo
Zarlini
(
1517-1590
)
eseguite
dal
Monteverdi
Chor
di
Amburgo
.
È
un
prezioso
dono
che
solo
la
Fondazione
Cini
poteva
darci
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
14
aprile
-
La
novità
attesa
con
febbrile
impazienza
dagli
ammiratori
di
Luigi
Nono
è
apparsa
stasera
,
alla
Fenice
,
sotto
la
direzione
di
Bruno
Maderna
e
col
concorso
dell
'
orchestra
della
BBC
.
Il
titolo
è
Intolleranza
1960
,
autore
del
libretto
lo
slavista
Angelo
Maria
Ripellino
.
Il
testo
originale
del
librettista
ha
subito
una
drastica
potatura
:
da
trentanove
a
nove
pagine
,
accettando
la
definizione
non
di
dramma
,
ma
di
«
idea
»
,
e
il
tutto
si
presenta
come
un
'
azione
scenica
che
molto
richiede
al
gioco
delle
luci
,
alla
lanterna
magica
e
a
effetti
elettronici
.
Registrata
in
precedenza
a
Milano
,
perché
ineseguibile
direttamente
,
era
la
parte
corale
,
diffusa
poi
da
altoparlanti
disposti
in
ogni
parte
della
sala
:
il
che
dovrebbe
produrre
effetti
spaziali
,
ma
porta
con
sé
anche
fastidiosi
strascichi
di
echi
e
rende
problematica
la
sincronia
del
nastro
con
l
'
orchestra
.
L
'
impressione
generale
dello
spettacolo
è
subito
quella
di
una
laboriosa
macchina
visivo
-
uditiva
,
dalla
quale
è
quasi
inevitabile
che
lo
spettatore
-
auditore
si
ritragga
con
una
certa
diffidenza
.
Viene
in
mente
la
frase
di
Tolstoj
:
«
Andreev
vuole
farci
paura
,
ma
noi
non
abbiamo
paura
»
.
Luigi
Nono
,
invece
,
ci
fa
paura
,
ma
non
solo
per
il
triste
destino
del
suo
personaggio
:
l
'
Emigrante
;
ci
fa
paura
per
il
suo
progressivo
aderire
a
quell
'
avanguardia
industrializzata
alla
quale
egli
sacrifica
il
suo
forte
talento
di
musicista
.
Sacrificio
,
è
inutile
dirlo
,
compiuto
in
buona
fede
e
con
le
più
nobili
intenzioni
.
Ma
vediamo
come
si
svolge
lo
spettacolo
,
perché
non
di
altro
si
tratta
.
Sul
palcoscenico
è
posto
un
corridoio
di
cavalli
di
frisia
,
verticale
alla
buca
del
suggeritore
:
sulle
assi
dei
cavalletti
si
adagia
una
piattaforma
che
può
avanzare
e
indietreggiare
;
e
su
questa
piattaforma
si
muovono
,
ma
non
sempre
,
i
personaggi
.
Può
accadere
che
l
'
Emigrante
protagonista
sia
sospeso
su
un
'
altalena
alta
sulla
piattaforma
.
Intorno
,
al
disopra
e
ai
lati
di
questa
costruzione
si
alzano
e
si
abbassano
schermi
mobili
in
forma
di
palloni
o
di
triangoli
o
di
strisce
o
di
irregolari
parallelepipedi
;
e
su
tali
lacerti
di
schermo
la
lanterna
magica
proietta
senza
risparmio
immagini
visive
di
Emilio
Vedova
e
,
talvolta
,
sullo
schermo
centrale
,
l
'
intera
opera
sua
,
con
innegabili
effetti
di
suggestione
;
e
,
anzi
,
per
essere
giusti
,
con
uno
straordinario
effetto
nella
scena
finale
dell
'
alluvione
.
Che
cosa
accade
all
'
Emigrante
?
Lo
sappiamo
leggendo
ciò
che
sopravvive
del
libretto
,
perché
le
sue
parole
e
le
parole
di
tutti
,
compreso
il
coro
ed
escluso
qualche
accento
del
basso
Italo
Tajo
,
restano
incomprensibili
.
L
'
Emigrante
è
dapprima
minatore
.
Impreca
al
suo
triste
destino
,
respinge
le
proteste
d
'
amore
di
una
sua
donna
e
si
mette
in
viaggio
per
tornare
in
patria
.
Nelle
scene
successive
,
egli
si
trova
ad
assistere
a
un
comizio
antinazista
,
viene
arrestato
,
torturato
e
portato
in
un
campo
di
concentramento
dal
quale
riesce
a
fuggire
.
Il
primo
quadro
finisce
con
un
duetto
tra
il
fuggiasco
e
un
non
meglio
identificato
«
ribelle
»
.
Nel
secondo
quadro
,
l
'
Emigrante
si
aggira
tra
proiezioni
,
voci
,
mimi
«
simboleggianti
le
assurdità
della
vita
contemporanea
»
.
La
scena
culmina
in
una
grande
esplosione
:
la
bomba
di
Hiroshima
,
commentata
dal
canto
di
una
donna
,
la
«
compagna
»
dell
'
Emigrante
,
che
inneggia
alla
vita
e
all
'
amore
e
alla
fraternità
,
beni
perduti
dall
'
uomo
imbestiato
.
Ma
la
pronuncia
della
compagna
,
che
dovrebbe
farci
sentire
un
canto
di
allegri
rigogoli
(
la
signora
Katherine
Gayer
,
condannata
a
proibitivi
intervalli
)
ci
lascia
all
'
oscuro
di
tutto
.
Seguono
episodi
di
violenza
,
immagini
di
fanatismo
razziale
,
contro
cui
l
'
Emigrante
e
la
compagna
si
scagliano
.
Infine
,
i
due
viaggiatori
giungono
a
un
gran
fiume
in
piena
,
l
'
inondazione
dominando
tutto
e
tutti
,
mentre
la
voce
di
uno
speaker
dice
:
«
Il
Governo
ha
provveduto
,
la
colpa
è
del
metano
»
.
Si
abbassa
una
saracinesca
,
sulla
quale
sono
proiettate
parole
di
Brecht
:
«
Voi
che
siete
immersi
dai
gorghi
dove
fummo
travolti
,
pensate
anche
ai
tempi
bui
da
cui
siete
scampati
.
Andammo
noi
,
più
spesso
cambiando
paese
che
scarpe
,
attraverso
guerre
di
classe
,
disperati
,
quando
solo
l
'
ingiustizia
c
'
era
.
Voi
,
quando
sarà
venuta
l
'
ora
che
all
'
uomo
un
aiuto
sia
l
'
uomo
,
pensate
a
noi
con
indulgenza
»
.
A
dare
un
senso
musicale
al
mutilato
canovaccio
ha
provveduto
Nono
con
una
agghiacciante
dovizia
di
mezzi
timbrici
,
talvolta
accresciuti
dal
concorso
dell
'
elettrofonia
.
E
qui
,
in
fatto
di
ricerche
acustiche
,
egli
raggiunge
risultati
impressionanti
.
Razionalmente
condotto
,
seriale
anche
nelle
strutture
,
l
'
ordigno
non
risparmia
nulla
per
riempire
le
nostre
orecchie
di
una
cosmico
-
politico
-
esistenziale
desolazione
.
Ma
l
'
orecchio
si
abitua
presto
:
apprezza
al
giusto
la
parte
corale
in
cui
le
dissonanze
si
fondono
in
un
blocco
unico
,
ma
poco
dopo
,
quando
entrano
in
scena
personaggi
che
dovrebbero
esprimere
sentimenti
umani
,
l
'
orecchio
è
già
«
mitridatizzato
»
,
l
'
orrore
fa
posto
alla
curiosità
e
la
curiosità
è
sostituita
dal
senso
di
assistere
a
una
pura
esercitazione
accademica
,
rispettabile
senza
dubbio
,
destinata
certamente
ad
avere
libero
corso
in
teatri
stranieri
di
eccezione
,
ma
pur
sempre
gravata
dall
'
equivoco
di
sollecitare
l
'
emozione
poetica
con
la
sola
esasperazione
del
fatto
tecnico
inteso
come
produttore
di
stimoli
fisici
.
È
come
se
un
poeta
volesse
integrare
la
lettura
di
un
suo
desolato
testo
infliggendoci
alle
membra
un
buon
numero
di
nerbate
:
l
'
effetto
sarebbe
certo
,
ma
a
quale
spesa
!
Con
tutto
questo
,
non
neghiamo
all
'
azione
scenica
di
Nono
i
suoi
quarti
di
nobiltà
,
ma
restiamo
convinti
che
il
suo
innegabile
talento
meriti
di
approfondirsi
e
svolgersi
senza
l
'
incubo
del
«
sempre
più
difficile
»
:
la
peggiore
di
tutte
le
«
alienazioni
»
,
la
sola
che
i
«
progressisti
»
professionisti
si
guardano
bene
dal
deprecare
.
Esecuzione
approssimativa
della
stupenda
orchestra
della
BBC
sotto
la
direzione
di
Bruno
Maderna
,
il
solo
,
secondo
l
'
autore
,
che
possa
dirigere
la
difficilissima
opera
.
Regia
espressionistica
di
Václav
Svoboda
,
Coro
polifonico
di
Milano
diretto
da
Giulio
Bertola
,
nastri
elettronici
dell
'
Istituto
milanese
di
fonologia
,
costumi
e
scene
di
Emilio
Vedova
.
Cantanti
,
oltre
ai
già
citati
,
Petre
Munteanu
,
Heinz
Rehfuss
e
Carla
Henius
,
tutti
condannati
all
'
impossibile
.
Un
insieme
che
,
dopo
altre
quaranta
prove
,
potrebbe
rendere
di
più
.
L
'
esito
è
stato
burrascoso
,
come
poteva
prevedersi
,
dato
l
'
argomento
dell
'
opera
e
le
provocazioni
della
musica
.
I
due
atti
sono
arrivati
in
porto
a
stento
,
tra
fischi
,
vociferazioni
,
alterchi
e
pioggia
di
manifestini
fascisti
dalle
gallerie
.
Alla
fine
i
superstiti
spettatori
hanno
organizzato
un
polemico
trionfo
ai
vari
autori
e
responsabili
dell
'
immaturo
spettacolo
.
Non
è
stata
,
purtroppo
,
la
battaglia
di
Hernani
.
È
stata
una
serata
incivile
che
ha
lasciato
tutti
a
bocca
amara
.
StampaPeriodica ,
Questo
film
mi
ricorda
certe
scatole
cinesi
di
porcellana
,
avorio
o
lacca
,
che
sono
una
dentro
l
'
altra
a
scala
:
il
cinematografo
nel
cinematografo
nel
cinematografo
...
Dicono
che
è
l
'
autobiografia
di
Gloria
Swanson
:
neanche
per
idea
.
E
qualcosa
di
più
vasto
,
è
il
dramma
di
Hollywood
essenzialmente
hollywoodiano
e
visto
con
l
'
occhio
spietato
degli
europei
del
secolo
nostro
.
Che
succede
di
queste
figure
che
per
dieci
o
vent
'
anni
riempiono
il
mondo
del
loro
nome
e
del
loro
fascino
?
Dopo
la
luce
accecante
dei
riflettori
,
scompaiono
nell
'
oscurità
:
dove
sono
?
che
fanno
?
Billy
Wilder
e
Charles
Brackett
hanno
svelato
il
mistero
creando
questa
Norma
Desmond
che
promette
d
'
essere
il
personaggio
più
scottante
dell
'
annata
.
L
'
ambiente
,
macabro
,
e
l
'
atmosfera
nella
quale
fanno
sopravvivere
la
ex
diva
tra
il
rimpianto
del
passato
e
la
frenesia
di
un
avvenire
puramente
illusorio
,
costituiscono
lo
stupendo
segreto
del
film
.
Facendoci
poi
capitare
,
per
un
caso
leggermente
diabolico
,
il
bello
e
giovane
scenarista
fallito
e
squattrinato
col
quale
la
ex
diva
crede
di
riafferrare
la
sua
vita
di
donna
e
d
'
artista
al
tempo
stesso
,
più
che
di
satira
si
dovrebbe
parlare
di
beffa
sanguinosa
.
Le
scene
si
susseguono
di
una
progressiva
,
gelida
tristezza
,
fino
al
crimine
,
fino
alla
follia
.
E
qui
,
pur
nel
suo
eccesso
di
colore
,
dalla
cerchia
ristretta
di
Hollywood
diviene
dramma
dell
'
umanità
intera
.
Attenti
,
perché
da
questo
viale
bisogna
passarci
tutti
,
senza
far
tanto
strepito
,
s
'
intende
,
non
siamo
né
divi
né
dive
,
e
sappiamo
nascondere
il
dolore
nel
segreto
delle
nostre
anime
,
dolore
per
ciò
più
grande
.
E
sulla
cinquantina
,
di
regola
,
che
ne
imbocchiamo
il
cammino
,
e
non
abbiamo
troppa
fretta
a
cantar
vittoria
,
attenti
all
'
ultima
cantonata
:
ce
n
'
è
sempre
un
'
altra
.
Gloria
Swanson
non
ci
ha
dato
con
questo
film
l
'
autobiografia
ma
ci
fa
,
al
contrario
,
assistere
al
miracolo
:
da
quell
'
ombra
si
può
anche
uscire
e
in
modo
magnifico
:
non
le
conoscevamo
ancora
tanta
originalità
e
profondità
.
In
certi
momenti
mi
ricordava
la
Duse
,
l
'
ultima
Duse
,
quella
di
Ibsen
'
e
delle
sue
donne
pazze
di
poesia
,
che
con
la
più
grande
disinvoltura
si
potevano
suicidare
come
potevano
sfasciare
una
famiglia
.
Anche
lei
era
pazza
di
poesia
,
era
quello
che
la
poneva
al
disopra
di
tutte
le
attrici
del
suo
tempo
,
anche
lei
aveva
vissuto
questo
dramma
nel
massimo
riserbo
,
e
quando
ne
uscì
coi
capelli
bianchi
,
fu
per
correre
incontro
alla
morte
.
Malgrado
i
52
anni
e
4
mariti
,
Gloria
Swanson
è
ancora
una
bella
donna
,
e
dopo
vent
'
anni
di
silenzio
si
riafferma
con
questo
interessante
film
quale
attrice
di
primo
piano
.
StampaQuotidiana ,
Venezia
,
15
aprile
-
Un
intero
concerto
di
musiche
per
flauto
rischia
di
annoiare
mortalmente
quando
l
'
esecutore
non
abbia
la
bravura
di
Severino
Gazzelloni
che
si
è
presentato
nel
pomeriggio
di
ieri
nelle
sale
Apollinee
della
Fenice
con
un
nutrito
programma
.
In
breve
egli
ci
ha
dato
un
saggio
dell
'
evoluzione
tecnica
che
ha
subìto
il
suo
strumento
a
partire
dall
'
Après
-
midi
d
'
un
faune
di
Debussy
.
Abbiamo
così
ascoltato
difficilissime
musiche
moderne
e
di
estrema
avanguardia
.
Di
André
Jolivet
Cinque
Incantesimi
per
flauto
solo
accompagnati
da
esoteriche
didascalie
;
del
tedesco
-
americano
Stefan
Wolpe
una
Sonata
per
flauto
e
pianoforte
ali
ordinaria
amministrazione
seriale
;
di
Edgar
Varèse
Density
21
,
5
,
un
difficile
brano
che
risale
al
'36
e
che
impone
portentose
acrobazie
allo
strumentista
;
di
Olivier
Messiaen
un
massiccio
Merlo
nero
per
flauto
e
pianoforte
,
virtuosistico
all
'
eccesso
e
alquanto
opprimente
;
di
Debussy
l
'
ormai
classica
Syrinx
per
flauto
solo
,
un
piccolo
capolavoro
;
di
Franco
Evangelisti
alcune
Proporzioni
per
flauto
solo
,
di
una
soporifera
aridità
.
Completavano
il
programma
una
Sonatine
per
flauto
solo
ali
Pierre
Boulez
,
seconda
versione
scritta
per
il
Gazzelloni
di
un
'
opera
che
fu
composta
nel
'36
e
che
si
può
ascoltare
disponendo
di
molta
pazienza
;
e
un
recente
lavoro
di
Mario
Peragallo
,
Vibrazioni
per
tre
flauti
,
pianoforte
e
tiptofono
:
uno
strumento
che
è
una
specie
di
carillon
di
percussioni
d
'
ogni
tipo
a
intonazione
indeterminata
.
Completano
l
'
insieme
l
'
ottavino
,
il
flauto
e
un
diapason
a
tasto
.
Nulla
di
eccezionale
,
ma
un
successo
di
stima
.
Il
pubblico
ha
applaudito
con
entusiasmo
il
fenomenale
Gazzelloni
e
il
valente
pianista
Frederik
Rzewski
.
Nel
concerto
serale
,
che
si
è
tenuto
nella
Scuola
Grande
di
San
Rocco
,
Paul
Hindemith
,
dirigendo
l
'
Orchestra
della
Fenice
,
ci
ha
fatto
conoscere
la
sua
Pittsburgh
Symphony
,
da
lui
scritta
per
festeggiare
il
bicentenario
di
quella
città
.
È
un
lavoro
di
ampie
proporzioni
,
ma
di
troppo
evidente
carattere
occasionale
.
Altre
musiche
da
lui
dirette
:
La
grande
fuga
in
si
bemolle
opera
133
per
orchestra
d
'
archi
di
Beethoven
;
le
Variazioni
di
Blacher
su
un
tema
di
Paganini
(
opera
26
)
per
orchestra
;
la
Sinfonia
opera
21
di
Webern
per
orchestra
da
camera
che
il
programma
annuncia
come
la
bibbia
dell
'
ermetismo
musicale
e
che
per
la
sua
brevità
si
ascolta
ancora
con
piacere
.
Vivissimo
il
successo
,
scarso
l
'
interesse
.
StampaPeriodica ,
La
"
violenza
"
è
la
maieutica
della
storia
,
è
spirito
,
soggetto
,
libertà
,
diritto
.
Nel
suo
grembo
covano
i
germi
di
ogni
civiltà
poiché
il
concepimento
e
la
gestazione
di
ogni
nuovo
ordine
civile
è
tragedia
incoscientemente
,
illimitata
-
limitata
,
disorganica
-
organica
.
Ha
visto
giusto
Mussolini
giudicando
la
violenza
"
perfettamente
morale
,
più
morale
del
compromesso
e
della
transazione
.
"
"
Quando
la
nostra
violenza
,
"
Egli
ha
detto
,
"
è
risolutiva
di
una
situazione
cancrenosa
,
è
moralissima
,
sacrosanta
e
necessaria
.
"
Ma
quel
che
c
'
interessa
particolarmente
è
che
il
popolo
italiano
non
ha
la
libidine
della
violenza
,
non
fa
"
della
violenza
una
scuola
,
un
sistema
o
peggio
ancora
una
estetica
"
poiché
una
millenaria
tradizione
di
armonia
spirituale
gli
ha
insegnato
istintivamente
che
la
violenza
ha
"
la
giustificazione
della
sua
alta
moralità
"
solo
quando
"
sia
sempre
guidata
da
un
'
idea
,
giammai
da
un
basso
calcolo
,
da
un
meschino
interesse
.
"
Occorre
"
non
la
piccola
violenza
individuale
,
sporadica
,
spesso
inutile
,
ma
la
grande
,
la
bella
,
la
inesorabile
violenza
delle
ore
decisive
.
È
necessario
,
quando
il
momento
arriva
,
di
colpir
con
la
massima
decisione
e
con
la
massima
inesorabilità
.
"
Di
contro
alla
"
violenza
"
demiurgo
del
processo
umano
,
sta
la
"
forza
,
"
negatrice
di
ogni
avanzamento
storico
.
La
"
forza
"
è
sterile
e
inerte
,
la
"
violenza
"
è
feconda
e
mutevole
.
La
prima
è
materia
e
"
potenza
fisica
,
"
la
seconda
è
idea
e
potenza
etica
.
StampaPeriodica ,
Vi
sono
ancora
delle
signore
le
quali
si
presentano
nelle
cerimonie
fasciste
facendo
delle
esposizioni
personali
di
sgargianti
vestiti
e
capricciosi
cappellini
con
penne
lunghe
magari
mezzo
metro
,
e
poi
nascondono
sotto
la
volpe
argentata
il
distintivo
fascista
.
Questo
ho
dovuto
notare
più
volte
in
dette
cerimonie
,
fra
le
massaie
rurali
,
dignitose
e
corrette
,
col
loro
fazzoletto
allacciato
al
collo
.
Ebbene
,
noi
massaie
rurali
,
noi
fasciste
,
non
permettiamo
che
dove
si
esige
serietà
,
semplicità
,
cameratismo
,
si
ostenti
una
inopportuna
distinzione
di
categoria
sociale
come
per
dire
:
"
Lo
vedi
quanto
sono
elegante
?
"
Meno
goffaggini
e
più
solidarietà
.
E
la
divisa
fascista
appena
è
possibile
.
Nelle
cerimonie
è
l
'
unica
moda
che
ci
piace
.