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Profeta e poeta del cosmo ( Vergani Orio , 1955 )
StampaQuotidiana ,
Nelle Stanze del Vaticano esiste , come tutti sanno , un affresco di Raffaello che si intitola La Scuola di Atene . Sotto le volte di un tempio bramantesco si incontrano gli « eroi del sapere » , chi sostando contro un pilastro , chi standosene appartato come in meditazione , chi mostrando al compagno una figura di geometria disegnata su una lavagna , chi , come Tolomeo , reggendo fra le mani la sfera terrestre , chi avanzando con libri e con rotoli , chi , come Pitagora , scrivendo le sue tavole , chi , seminudo e sdegnoso - Diogene - sdraiato sui gradini . Avanzano dal fondo - che si illumina alle loro spalle nei chiarori spioventi dalle cupole - Platone e Aristotele , il primo , come filosofo della speculazione metafisica , reggendo con una mano il libro del Timeo , e con l ' altra accennando al cielo ; il secondo accennando con la destra alla terra , aperta all ' Esperimento e alla Fisica . Da Socrate a Empedocle , da Senofonte ad Eschine , da Archimede a Zoroastro - e , per dare un volto a Platone , Raffaello pensò a Leonardo - tutti gli « eroi del sapere » sono qui raccolti , avvolti nelle toghe che lasciano ignude le braccia , e monumentalmente avanzano o si consultano , con una maestà di gesto che corrisponde alla maestà del pensiero . Questa era la visione che il Cinquecento poteva suggerire , di quella che si potrebbe chiamare la umana parvenza del Genio , ad un genio come fu Raffaello ; e , nel trascorrere dei secoli , l ' uomo non ha avuto modo di superare mai i canoni poetici di questa visione che , fatta pittura , reca il ricordo esaltante del sapere ellenico nella casa stessa della Cristianità , facendo delle figure degli assorti filosofi e dei meditanti matematici , avvolte nei loro pensieri come nel panneggio dei loro manti e delle loro toghe , immagini simili a quelle che la pittura e la scultura dovevano donare agli apostoli , agli eremiti e ai santi nelle cupole delle chiese e sui colonnati e nelle nicchie dei templi . Idea di Sapienza e idea di Santità , sia che sorgessero dalle lontananze del mondo biblico o da quelle del mondo dell ' Ellade o da quelle , con figure sempre più vicine ed operanti , del mondo cristiano , si compendiavano , nel riflesso dell ' Umanesimo , in questi simboli figurativi alti e solenni , in una sinfonica maestà di gesti , nell ' aura e nel soffio misterioso dei luoghi dove la vita è ormai storia . Bernard Shaw disse : « Otto uomini possono essere indicati come i facitori di mondi » . E ne indicò i nomi : Pitagora , Aristotele , Tolomeo , Copernico , Galileo , Keplero , Newton ed Einstein . Tre di queste figure sono comprese nel « compendio » e nel « trionfo » dell ' allegoria raffaellesca . Il mondo ha continuato , dopo il Cinquecento , il suo cammino , mentre la forma pittorica e poetica della allegoria non ha trovato nuove vie al proprio solenne cammino . I Fasti e i Trionfi appartengono ad un clima di venerazioni e di entusiasmi che non trova più né rime né colori adatti . Alla « emozione » che ancora operava e che trova la sua formula conclusiva nell ' affresco della Scuola di Atene , è andato seguendo lentamente il suggerimento accademico , sino all ' algida venustà del disegno di Ingres per il suo Trionfo di Omero . È dunque ben difficile per noi fare , degli uomini , statue , e , del loro pensiero e del loro poetare o filosofico speculare e matematico calcolare , immagine « eroica » . Tuniche , toghe , elamídi sono vestimenta di un accademismo fra le cui immagini non riusciamo più ad inserire né Goethe né Pasteur , né Leopardi né Beethoven . Lo stesso concetto di luce olimpica - quella luce che indirettamente scende dalle cupole bramantesche della Scuola di Atene , o che , attorno alla fonte di Ippocrene , nel raffaellesco Parnaso , illumina le figure dei grandi eroi della Poesia , da Omero a Virgilio , da Saffo a Petrarca , da Pindaro a Catullo - tramonta o impallidisce con i secoli che portano a noi . Per questo le figure dei nuovi Eroi , ai quali talvolta può accadere che noi stessi si sia stati vicini , non però avvolte nel manto della Storia , ma segnate dal rigore addirittura minuzioso del Documento e della Cronaca , ben difficilmente , e forse solamente per un esercizio di scolastico accademismo , si potrebbero far campeggiare , o adunarle , fra i pilastri e le navate di un immaginario luogo di incontri come , disceso da Urbino fra le vestigia di Roma , fra i suoi archi e fra le sue cupole , fra i suoi Pantheon e i suoi Colossei era stato possibile a Raffaello per le grandi « fantasime » che fanno monumentale corteggio a Platone . Dove collocheremo , fra Archimede ed Aristotele , fra Socrate e Tolomeo , questo Alberto Einstein , traendolo dalle solitudini del suo piccolo studio di professore in una Università svizzera , o dalla piccola casa americana di una città che ha , come se il fato l ' avesse scelto , íl nome dell ' isola di Itaca da cui salpò Ulisse , il solo degli eroi omerici che per primo obbedisse all ' ansia della « conoscenza » , sino a sfidare , come Dante disse , il « folle volo » oltre ai termini segnati dalle Colonne di Ercole ? Dove collocheremmo - ci chiediamo mentre la sua spoglia è ormai immota , e solo , invisibile , è il suo spirito nell ' Inconoscibile - questo Alberto Einstein , con la lavagna che gli fu sempre cara come al tempo del suo primo insegnamento , con i suoi quadernetti di appunti , con le paginette delle sue vertiginose equazioni ? Tra figure che l ' ultimo soffio epico della pittura coronava di misteriosa maestà , della più alta maestà che sta sui troni del Sapere , ecco , per noi , immenso e persino misterioso eroe del nostro Sapere ma anche dolente protagonista di una nostra amara Storia , questo timido , assorto , silenzioso vecchio studioso , che , a distanza di secoli , aveva continuato la lezione di Keplero e di Newton . Il Documento ci insegue nella sua rievocazione : non consente se non con difficoltà di astrarre la sua immagine nell ' attimo sublime in cui giunge alla meta la sua speculazione . Davanti alla nostra ricerca di un ' astrazione platonica egli ci appare nella sua estrema semplicità di vecchio professore dai lunghi capelli bianchi - í capelli bianchi degli antichi maghi , degli astronomi della favola - che trova il suo solo riposo nella musica , che ama suonare il violino quando si adunano i suoi discepoli ad onorarlo , e che , quando deve viaggiare , si presenta con il suo nero vecchio abito quasi ancora da antico Doktor germanico , sotto al quale indossa un maglione rammendato , con una borsa nella destra , per i suoi scartafacci , e , nella sinistra , retto per la maniglietta di ottone , l ' astuccio del vecchio violino . Così appariva l ' uomo che forse , ragazzo tardivo e molte volte zimbello dei suoi compagni di classe , si era trovato probabilmente a nascere là dove si incontrano Filosofia , Matematica e Poesia , e dove , da Tolomeo a Copernico , da Keplero a Newton , e finalmente ad Einstein , l ' umanità manda , a distanza di secoli , piccoli uomini ad affacciarsi , per tutti noi , agli abissi sui quali viaggia la Terra , ardono i Soli , cammina la Luce , muove le sue forze misteriose il Magnetismo universale , e tutto modella , trasforma , distrugge e crea quell ' elemento , quella quarta dimensione che Einstein indicò essere il Tempo . La storia di questo genio è la storia di un antico professore che , giovane , dava di casa in casa ripetizioni private ai ragazzi « deboli » in matematica , « deboli » in fisica . Additato un giorno come il prototipo perfetto del genio germanico , doveva vedere più tardi bruciare i suoi libri nelle piazze tedesche come il prototipo della cultura ebraica : bruciato nelle sue opere , egli probabilmente non sarebbe sfuggito alla morte se non avesse cercato rifugio in America . La sua gloria non si era trasformata in ricchezza ; le sue equazioni che avevano lo scatto poetico di quelli che furono chiamati dagli antichi i voli pindarici non lo avevano portato che ad un premio Nobel e ad una cattedra universitaria . Uno dei libri più famosi del mondo , quello sulla teoria della relatività , fra il 1923 e il 1953 aveva visto vendere in America esattamente 20.002 esemplari , e gli aveva « reso » come diritti d ' autore meno di 240 dollari all ' anno . Ma come poteva far calcolo sui beni terreni della ricchezza quest ' uomo che varcava gli abissi sui ponti della Filosofia , della Matematica , della Poesia , questo mago i cui calcoli si diceva fossero capiti , in parte , da dodici soli uomini al mondo e , quasi interamente , solamente da cinque ? Keplero , per quanto fosse stato uno dei maggiori matematici del suo tempo , non era stato in grado di portare le prove matematiche delle sue intuizioni sulla teoria della gravitazione . Dovevano passare cento anni perché Newton riuscisse in ciò che era stato impossibile a Keplero ma per poter farlo - lo ricordò lo stesso Einstein - dovette inventare il calcolo infinitesimale . È stato detto che , nella vecchiaia , davanti alla necessità di dare la prova matematica dello sviluppo delle sue teorie , Einstein si trovava nelle condizioni dell ' artigiano che , per prima cosa , per fare realtà e oggetto di ciò che il suo spirito gli suggerisce , deve inventare e costruire i propri nuovi strumenti di lavoro . Così , si disse , il vecchio Einstein - l ' uomo che infilava le scarpe senza calze , e che , interrogato con quali armi sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale , aveva risposto : « Non lo so . So però che la quarta guerra mondiale sarà combattuta a sassate ... » - avrebbe dovuto modellare ancora lo strumento matematico che gli mancava . Era possibile questo , ora che il tempo e l ' età erano alleati contro di lui ? La matematica , si disse , è un privilegio della giovinezza : dell ' adolescenza di Pascal , dei ventitré anni di Newton quando formulò il suo teorema , e dei ventisei anni che lo stesso Einstein toccava appena quando , piccolo impiegato nell ' ufficio svizzero dei Brevetti , pubblicò i quattro fogli di calcoli che dovevano rivoluzionare negli uomini tutti i concetti di spazio e di tempo . Probabilmente , come taluni della sua razza , a suo modo anche Einstein fu un profeta , e le sue teorie , al pari di quelle di Keplero e di Newton che lo hanno preceduto nella prodigiosa esplorazione del mistero del creato , troveranno la loro totale conferma nei secoli avvenire . Così accade , del resto , per le altre esplorazioni abissali che compiono la Filosofia e la Poesia ; così attendono i millenni e li superano e li illuminano Socrate , Platone , Omero e Dante . Profeta e poeta , l ' uomo che a sedici anni disse : « Vorrei imprigionare un raggio di luce per vedere cosa succede ... » . Questo pensiero , se lo confrontiamo con gli annali della sua biografia , dovette averlo , giovinetto , a Milano , fra via Santa Radegonda dove il padre aveva una botteguccia di articoli elettrici , e via Bigli dove abitava . E , che il pensiero di indagare sul mistero della luce e del suo « cammino » abbia avuto la sua origine in una giornata italiana e lombarda , in questa città dove suo padre morì e fu sepolto , ci dà , nell ' ora in cui egli entra nella grande Ombra che forse è solamente l ' infinita Luce , un senso di riconoscenza ai fati di questa nostra terra , che al ragazzo israelita tedesco parlò in una giornata di sole così come aveva parlato al giovane viaggiatore Goethe .
Già, io bocciai anche Sofia Loren ( Vergani Orio , 1957 )
StampaQuotidiana ,
Quando seguivo il Giro di Francia nell ' automobile di Emilio Colombo - si tratta di una ventina di anni or sono - , nella raffica della corsa , con le pupille fisse , « incollato » alle gomme dei corridori , il mio buon amico Emilio non aveva occhio per nemmeno un metro del paesaggio o delle cose che sfilavano ad andatura furiosa ai lati della strada in senso inverso a quello della gara . Lui sedeva nel sedile anteriore , a fianco dell ' autista : io in quello posteriore , incastrato fra le valigie . Per varie ore il mio « seguendo » non si riduceva ad altro che ad una fatica indemoniata per non essere sbalzato fuori dalla macchina galoppante , e per non lasciar schizzar fuori le valigie . Ad un certo punto gli toccavo la spalla , lui si voltava pensando : " Vergavi ne avrà una delle sue ... " ; lo svegliavo dal grande sogno sportivo in cui viveva giorno e notte da quando era nato ; ma gentilmente cercava di dimostrarmi di essere pronto a interessarsi a quanto stavo per dirgli . Nel rombo della corsa e nel tunnel di clamori della Folla , gli gridavo nell ' orecchio : « Emilio ! Hai visto , a destra , la Cattedrale di Reims ? » . Oppure : « Emilio ! Hai visto , a sinistra , l ' Arena romana di Nîmes ? » . Uomo leale , mi confessava candidamente di non essersi accorto né della Cattedrale né dell ' Arena . Cosa c ' entra Emilio Colombo con Sofia Scicolone , e cioè con Sofia Loren , con la diciottenne ragazza napoletana cui va , con un certo furore , il mio ricordo di « giudice di bellezza » in una lontana stagione di Salsomaggiore ? Colombo , l ' amico dei « giganti della strada » , non c ' era , a Salsomaggiore ; ma c ' ero io , considerato espertissimo di ogni cosa bella che possiamo incontrare per le vie del mondo , sia essa una cattedrale gotica o una bella ragazza . C ' ero io perché , come Emilio Colombo non si accorgeva di passare davanti a Notre - Dame o davanti al Campanile di Pisa , non mi accorsi di Sofia Scicolone . Richiamato a fare un po ' di attenzione dal telegramma di un vecchio amico , alzai gli occhi verso di lei , le parlai , la misurai e la scrutai attentamente con lo sguardo , la fissai negli occhi , vidi - bisogna dirlo ? - le sue gambe , guardai la sua bocca , chiacchierai una mezz ' ora con lei , seduto su uno sgabello del bar del grande Albergo , conclusi l ' incontro con questa melanconica e frettolosa considerazione : « Ecco un ' altra povera ragazza che si illude ... » . Povero Paride , fu la cantonata più grossa della tua carriera . Per fortuna , non ero il solo a dir di no , sotto il velo del giudizio segreto , sulla futura Sofia Loren . Disse di no anche un altro mio amico , un super - esperto in fatto di « selezione » di belle donne : quasi quasi , come dicono alla TV , un « tecnico » , e altri dissero di no , finché il produttore cinematografico Mambretti , un milanese , propose una soluzione , per non mandar via troppo amareggiata la ragazza napoletana . Coniò un titolo di « Miss Eleganza » e propose di assegnarlo - quarta in graduatoria - alla dolente e forse segretamente irritata « piccola Sofia » . La signorina Scicolone ebbe - mi sembra - in dono un abito da sera bianco , e con quello subito sfilò quarta sulla passerella di Salsomaggiore . Se a qualcuno capitano sott ' occhio le fotografie di quei giorni , « esumate » da Dino Villani nel suo libro sulla storia delle Miss Italia edito dalla Domus , osserverà che Sofia non sorride mai : che ha un ' espressione assente , e in qualche fotografia dura e contratta . Insomma , come dicono a Milano , aveva un gran « magone » . Ed oggi - mi ha detto un amico - chi disse « no » Si trova nella situazione in cui si trovarono i maestri al Conservatorio di Milano quando , con in testa il maestro Rolla , dissero « no » a Verdi che chiedeva di essere ammesso al Conservatorio , e , a titolo di consolazione , gli consigliarono di studiare ancora : privatamente indicandogli bonariamente i due insegnanti , il Negri e il Lavigna . Una mezza offerta di tipo « verdiano » , e cioè di andare a scuola , di studiare da « privatista » , fu per la verità data anche alla signorina Scicolone , tanto per darle , prima ancora che fosse assegnato il giudizio finale , un « contentino » . Ma fu un suggerimento dato a mezza voce , quasi perché si temeva che , « odorando la bocciatura » , la bella ragazza cominciasse a lagrimare . Ma la futura Sofia Loren non pianse : divenne altera , sicura di sé , e - lo dico arrossendo - quasi sprezzante . Si capiva che si tratteneva solo per rispetto dei capelli grigi dei due giudici che le stavano di fronte , dei quali è più che legittimo immaginare che essa , da brava napoletana , li giudicasse due « fessi » . [ fatti le hanno dato ragione . Né io né il grande « tecnico » che condivideva la mia opinione ci rendemmo conto di aver davanti una ragazza capace , diventando donna , di incantare il mondo . Sofia Scicolone finì il suo bitter , e rimase , su di noi , nella sua precisa impressione : « due fessi » . Ci salutò con un sorriso smagliante , in cui palpitava più che una mondana cordialità , una specie di sfida . Io e il « tecnico » sorridemmo : e poi finimmo , fra di noi , a sghignazzare . Credo che l ' ascensore del Grand Hotel tremi ancora per il nostro ridere convulso , per il nostro ridere spietato . Paride I e Paride II dormirono quella notte come le altre notti in un sonno tranquillissimo . Il nostro giudizio non era stato incrinato dal minimo dubbio . Il « tecnico » era - bisogna dirlo - Remigio Paone , che pilotava non so quanti spettacoli di prosa , di rivista , di danza ; che partiva ogni settimana per Parigi o per Londra per scegliere , con occhio infallibile , la bellissima fra le belle ; che era allora , in un certo senso , il Re delle Bluebell e che veniva ricevuto con profondissimi inchini , fra spari di champagne , quando si presentava al teatro del Lido di Parigi per passare in rivista le « ragazze » da arruolare per gli spettacoli del Nuovo , del Lirico , del Sistina . Era il caro nostro Remigio , fanatico del teatro e della bellezza che è uno dei suoi pilastri . Credo che , a sette anni di distanza , Remigio non abbia finito di mordersi le mani per quella « topica » e che ormai , a furia di morsi , le abbia scarnificate e sanguinanti fino all ' osso . Topica aggravata dal fatto di dover ripensare che , lui napoletano , aveva detto di no ad una compaesana . Salsomaggiore di settembre non era forse la località più adatta per accogliere le aspiranti reginette . È una città alberghiera di carattere piuttosto solenne : tutto parla di cure importantissime e miracolose , di medici illustri , di inalazioni , di irrigazioni e di fanghi che restituiscono la giovinezza . La « clinica » è elegantemente mascherata , nessuno parla con brutalità di ginecologia o di affezioni bronchiali croniche o di laringi ostinatamente arrossate : ma l ' aria della clinica c ' è : è molto difficile « curarsi in letizia » senza vedersi attorno , ogni tanto , un viso imbronciato . Quando passeggiavano per i viali di Salsomaggiore , le bellissime scattanti e fulgide diciottenni erano guardate con una punta di gelosia dalle cinquantenni sedute ai tavolini delle gelaterie , o dagli squadroni delle anziane che marciavano verso le Terme Berzieri con il fogliettino delle mutue . Gli svaghi che rimanessero al di fuori dalla cornice termale o curativa erano pochi . Il tiro al piccione - a meno che non si tratti del piccione matrimoniale - non ha interesse per delle ragazze di diciotto anni . Pochissime furono quelle che visitarono le sale dove era esposta la famosa collezione storica del professor Lombardi , con i ritratti di Maria Luisa moglie di Napoleone : che fu forse una bella donna di fattezze austere , ma che , in fatto di concorso di bellezza , avrebbe dovuto essere sostituita , se mai , dalla Paolina di Antonio Canova , davanti alla quale , probabilmente , la maggioranza delle miss si sarebbe sentita invasa dalla tremarella . Lo scopritore di Sofia Loren - quello che aveva mandato il telegramma di segnalazione e di raccomandazione ai due amici di cui sapeva la presenza in giuria - fu un uomo che ormai da molti anni si vantava solamente di essere un ottimo pescatore dilettante . Aveva un bellissimo nome , discendeva da una intelligentissima famiglia milanese : era un Ricordi , discendente cioè da una famiglia di scopritori di geni musicali . Aveva molto viaggiato , aveva condotto una vita molto elegante . È probabile che Sofia Loren si rammenti appena del gentile vecchio signore Alfredo Ricordi che , galantemente e paternamente , la raccomandò agli amici milanesi Vergani e Paone . Chieda , Sofia , e probabilmente le verrà spiegato che fu un Ricordi l ' uomo che per il primo fece credito a Verdi . Alfredo Ricordi , rimasto vedovo , aveva trovato la sola consolazione al suo dolore nella vita di mare e nella pesca ; vestiva con un paio di pantaloni da marinaio e con una maglietta da ostricaro . A Portofino o a Cannes non parlava d ' altro che di cefali , di branzini , di ombrine , di pesci - cappone , di sardine , di triglie , di polipi e di murene . Era , bisogna dirlo , un caro attaccabottoni per via di quella sua esclusiva frenesia per la pesca . Cercava inutilmente compagni che sfidassero con lui le notti di burrasca o che lo aiutassero a tirar su la « sciabica » . Non mangiava il suo pesce : lo regalava alle belle signore un po ' anziane che gli ricordavano il suo passato di viveur . Seduto nella spiaggetta di Paraggi ad accomodare le sue reti , se vedeva passare una bella ragazza diceva : « Guarda che bella tinca ! Che appetitoso merluzzetto ! È fragrante come una sogliola ! » . Sofia Loren - me lo sono chiesto sempre - si ricorderà del caro vecchio un po ' picchiatello che spedì da Alassio - dove , non potendo più affrontare il mare per l ' artrite , viveva in un appartamentino con le finestre aperte a tutti i venti del Tirreno - il telegramma che ci raccomandava la sua « scoperta » ? Noi leggemmo quel nome : Scicolone . E pensammo : " Quel caro matto di Alfredo Ricordi dove avrà pescato una ragazza con un nome così strano ? " . Le ragazze erano già sfilate un paio di volte davanti a noi . Né Paone né io ci ricordavamo di una Scicolone . Con il vecchio Ricordi bisognava però essere gentili . Non buttammo il telegramma nel cestino ; mi spiace non averlo conservato : nel cestino di Salsomaggiore finì la sera dell ' ultimo esame , prima che prendessimo la macchina per Milano . Avevamo cercato questa Sofia , questa Scicolone , nel gregge delle ragazze che , aspettando i turni di chiamata , prendevano al bar una tazza di caffè o una pastiglia di aspirina . Il settembre era torrido , le finestre chiuse per tener lontani i curiosi ; le ragazze stavano tutto il giorno in costume da bagno , o coperte da un accappatoio , a parlare con le madri o con le amiche ; portavano al lato sinistro del costume da bagno un distintivo con il numero di iscrizione . Questo numero permise a me e a Paone di riconoscere la raccomandata di Alfredo Ricordi , vecchio pescatore malato di artrite . Sofia si era accorta della nostra manovra , dei nostri esami da lontano , del nostro bisbigliare , delle occhiate radenti di Paone , delle mie occhiate furtive dietro agli occhiali . Era bella ? Non ci parve . Prima di tutto ci sembrava appartenesse a quello che i nostri padri , amici delle bellezze floride , chiamavano il genere « pertica » . Troppo alta , troppo magra , troppo poco donna , troppo adolescente ancora , male impastata ; e soprattutto « troppo bocca » . Era proprio sulla bocca - oggi è una delle più famose del mondo - che alle nostre occhiate di lontano cascava l ' asino . Quale poteva essere il destino di quella « spilungona » ? Tutt ' al più , con un po ' di fortuna , quello di mannequin . Toccò a me avvicinarmi alla ragazza dallo strano nome . Lo feci solo per rendere una cortesia ad Alfredo Ricordi . Le dissi del telegramma , le offrii di avvicinarsi al banco del bar per prendere un aperitivo . Si alzò , venne avanti , sedette su uno dei suoi alti sgabelli : le presentai Paone e le spiegai che si trattava di un celebre impresario teatrale . Sorrise : ma era evidente che non l ' aveva mai sentito nominare . Parlava con un accento napoletano degno dei dialoghi più stringenti di Peppino De Filippo . Cosa aveva di bello ? Non glielo dissi : aveva delle gambe bellissime , ma il mio elogio non poteva soffermarsi su questi particolari anatomici . Non sapevo fingere né entusiasmo né esprimere una qualunque promessa . Ma probabilmente mi sarei salvato davanti al giudizio della posterità proprio per via di quelle gambe . Domandai : « Le piacerebbe di far del teatro dialettale ? Penso che Paone potrebbe presentarla a De Filippo o a Taranto ... » . La ragazza taceva . Io guardai ancora quelle gambe ; dissi : « Le piacerebbe di far della rivista ? Sa cantare ? Sa ballare ? Anche se non lo sa non importa . In tre mesi , Paone potrebbe farla istruire da una brava maestra ... Non ti pare , Remigio , che si potrebbe cavarne fuori una bella subrettina ? Se dovessi dire , in passerella la vedo ... la vedrei subito ... » . Remigio non aveva l ' aria molto convinta , ma , per non contraddirmi , fece un gesto di assenso . « Creda » continuai , « sarebbe un primo passo ... Con Macario , per esempio , o con la Osiris , una piccola scrittura si potrebbe pescarla ... » La ragazza ci guardava senza più sorridere . Si asciugò con il mignolo una goccia di aperitivo che le era caduta , dal bicchiere , su una gamba e si pulì il dito come una bambina , passandolo sulla bocca . Rispose semplicemente : « Teatro ? No ... Rivista ? No ... O cinema o niente ... » . Farfugliammo qualche parola di risposta , tanto per essere gentili . Lei ripeté : « O cinema o niente » . Ci strinse la mano , ci salutò , si allontanò sulle lunghissime gambe , sparì verso l ' atrio degli ascensori . La saletta del bar era deserta . Remigio ed io sbottammo a ridere , sempre più fragorosamente . « Hai capito che presunzione ? Cinema ? Ma in questo albergo non ci sono specchi nelle camere ? Cinema ! ! ! Con quella bocca ! ! ! » E il nostro riso si faceva addirittura tonante . Non ho più visto Sofia Loren . Ma , guardando le sue vecchie fotografie di quei giorni , conosco il perché di quel loro tono di dispetto e di malcelato corruccio . Non so darle torto se , con ogni probabilità , non ha mai perdonato né a me né a Remigio Paone .
Il grande airone ha chiuso le ali ( Vergani Orio , 1960 )
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Il grande airone ha chiuso le ali . Quante volte Fausto Coppi evocò in noi l ' immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali e sfiorare valli e monti , spiagge e nevai ? Fortissimo e fragile al tempo stesso , qualche volta la stanchezza o la sfortuna lo abbattevano e lo facevano crollare a terra , sul ciglio di una strada o sull ' erba del prato di un velodromo ; la sua figura sembrava spezzarsi in una strana geometria , come quella di un pantografo , e una volta di più suscitava l ' immagine di un airone ferito . Altre volte , era l ' immagine di una tragica conclusione di caccia . Quante volte , di lui affranto per la stanchezza sull ' erba , a pochi metri da un traguardo , sentimmo dire : « Sembra un cervo moribondo ! » . L ' occhio galleggiava immobile , con la pupilla arrovesciata al limite della palpebra : le guance erano scavate , le labbra anelanti per l ' amara fatica : le lunghe braccia , le lunghe gambe come buttate là , senza più armonia , scompostamente , in una stanchezza mortale . La fragilità fu la compagna sinistra di quest ' uomo che per tanti anni sembrò un ragazzo , il ragazzo più forte di tutti , sostenuto da una energia quasi magica , una forza da racconto delle fate . Il trittico su cui poggiava il misterioso « sistema » delle sue capacità fisiche - cuore , polmoni , muscoli - nascondeva , quasi invisibile , un punto di estrema vulnerabilità . Questa era la vulnerabilità dei ragazzi . Coppi era rimasto tale : sembrava si fosse fermato al gradino dei sedici anni : ossa troppo leggere - dicevano : « uno scheletro di canna ... » - nervi troppo scoperti , un ingenuo palpitare dei sentimenti , un difficile equilibrio fra l ' animo del ragazzotto di campagna ch ' egli era stato e l ' uomo che la vita l ' aveva costretto a diventare . Un abulico che poteva scatenare fulminei scatti di lampeggiante volontà : un uomo rimasto per tutta la vita stranamente melanconico ; favorito dalla natura , perseguitato - bisogna dirlo anche se toccò le soglie della più alta fortuna - perseguitato , ripeto , dalla sorte . Ora che le ali del « campionissimo » si sono chiuse , non si può non ricordare quante volte la sua carriera e la sua vita stessa corsero il rischio di essere spezzate da quello che si chiama abitualmente un « banale incidente » : una caduta come un ragazzo ne fa a centinaia , cavandosela con una sbucciatura ad un gomito o ad un ginocchio . Non mai nella forsennata vertigine della corsa , quando la ruota della bicicletta va saettando a disegnare il filo sospeso fra la vita e la morte sul ciglio di un burrone : ma a metà di una pedalata senza storia , a passo di carovana , a passo di trasferta . Anche oggi , è un piccolo , misterioso , atroce e imponderabile intervento del fato - dicono l ' insidia invincibile di un « virus » tropicale , o la funesta chimica organica di una per ora inesplicabile intossicazione - quello che colloca l ' angosciosa parola della fine al romanzo della sua vita . Ricordate ? Non meno rapido fu il « banale incidente » che , una decina di anni or sono , fece morire , dopo due o tre ore di agonia , suo fratello Serse . I due fratelli in « bianco - celeste » avevano finito di correre sulle strade sferzate dalla pioggia il Giro del Piemonte . La gara si era conclusa sull ' anello di cemento del velodromo torinese . Tra la folla che si assiepava sul viale di periferia e all ' uscita della pista , Fausto aveva cercato un rifugio - troppi applausi , troppi abbracci , troppo clamore - sull ' automobile della casa . Serse , che poteva passare tra la folla inosservato , aveva preferito risalire in bicicletta , per andarsene all ' albergo al piccolo passo . Non pioveva più , l ' asfalto si asciugava . Bastò un piccolo scarto della ruota . Serse cadde , toccò appena con la tempia sul cordone di un marciapiede . Non sentì che un piccolo colpo : le dita non trovarono nemmeno una goccia di sangue . Rimontò in sella , fece senza altri pensieri il percorso sul lungo viale che portava all ' albergo : salì alla sua camera senza attendere l ' ascensore , si spogliò della maglia fangosa , andò subito alla doccia , si coricò sul letto in attesa del massaggio . Quando il masseur girò la maniglia della porta la stanza era al buio : Serse pareva addormentato . Invece , era già in agonia . La stessa cosa , senza nemmeno la spiegazione di una piccola caduta , è avvenuta adesso , nel doloroso Capodanno di Novi Ligure , al ritorno da una tournée sulle strade equatoriali del Centro - Africa , piccole corse da kermesse alternate con le quattro schioppettate di qualche partita di caccia grossa . Fausto è andato a ritrovare Serse . La loro mamma piange due figli : Serse l ' oscuro , Fausto il lampeggiante . E nella stessa corsia d ' ospedale piangono due donne , diversamente e tragicamente uscite dalla sua storia d ' uomo , in quel romanzo d ' amore che fece tanto e così triste clamore e che ebbe anch ' esso - ci sembra di poterlo dire ora - la sigla del destino di un ragazzo inquieto condannato dalla stessa fragilità dei suoi nervi agli errori di coloro la cui adolescenza non sa concludersi . Inutile dire che l ' atleta appartenne alla ristrettissima schiera dei « fenomeni » , come Paavo Nurmi , come Carpentier , come Ladoumègue , come Zatopek . Egli - nella lunga stagione che enumerò i nomi deí Ganna , dei Girardengo , dei Binda , dei Guerra , dei Bartali , tanto per nominare solamente gli italiani - fu veramente « l ' atleta del secolo » . In altre sedi agonistiche - penso alla Spagna , e agli uragani di entusiasmo delle Plazas de Toros - i suoi « gemelli » potevano essere i grandi espada come Juan Belmonte . Sua mamma è forse la sola che lo ricorda ragazzino , ai tempi della sua prima bicicletta , la vecchia bicicletta di suo padre contadino . Quale sarebbe stato il suo avvenire ? Quale il mestiere a cui si sarebbe avviato ? Viver sempre tra le siepi , le stalle , le nebbie della piatta campagna ? Allora , Tortona sembrò la « metropoli » dove il ragazzino Fausto avrebbe potuto trovare il sentiero di una nuova vita . Era un ragazzo gentile , timido , riservato . Sembrò una fortuna ch ' egli trovasse un « posto » come garzoncello di salumeria : portava i pacchetti a domicilio , imparava la manovra dell ' affettatrice automatica , abituava l ' occhio a misurare l ' etto e mezzo o i due etti di formaggio . Sono molte donne di Tortona che lo ricordano quando , ventitré , venticinque anni fa , con il grembiule bianco avvolto alla cintola , Fausto arrivava di gran carriera sulla rugginosa bicicletta di suo padre , e suonava un colpetto timido di campanello ... È la storia umile , quasi crepuscolare , di un ragazzetto di campagna che portava ogni tanto a sua madre il gruzzolo delle piccole mance . La sua prima vittoria , a vent ' anni , sull ' Abetone , quando « scavalcò » sotto alla pioggia di una tappa del Giro d ' Italia il « solitario delle Dolomiti » , e suo caposquadra Gino Barrali ? Una ragazzata , un atto di quasi fanciullesca indisciplina ... L ' airone di Castellania aveva aperto all ' improvviso le ali in confronto al « gallo cedrone » di Ponte a Ema . Lo ricordo mentre andava su - pareva che addirittura corresse fischiettando - su per le svolte delle salite , sulla strada sparsa degli « aghi » degli abeti , sferzata dal taglio gelido della pioggia . La gente ai lati della strada si accucciava sotto gli ombrelli , cercando di leggere il « numero » stampato sul telaio , cercava nel giornale il nome che corrispondeva a quel numero ... Coppi ; un ignoto ... Fausto , nome ancora più ignoto ... Fausto vinse sempre senza mai sorridere , quasi non credendo mai totalmente in se stesso . Sembrava sempre soprapensiero : come stranamente e fissamente in ascolto di una qualche voce interna che gli andasse mormorando dentro una incomprensibile parola . Quella parola segreta non era : «Fortuna...» . La « guigne » , vecchia parola dei tempi lontanissimi delle antiche corse su strada , ha spezzato il filo della sua vita fragilissima , come un piccolo soffio di vento spezza il filo di una tela di ragno coperta di brina , là , sulle siepi invernali del suo paese di campagna . Restano una mamma desolata : e due donne diversamente ma egualmente infelici : una bambina che non lo vedeva da anni , un fanciulletto che , come lui , si chiama Fausto . Desolata mattina del due gennaio ...
Corrado Alvaro ( Vergani Orio , 1956 )
StampaQuotidiana ,
È morto Corrado Alvaro . Il mio primo ricordo di lui risale al tempo in cui - sradicato dalla nativa Calabria , ventenne , mutilato sul Carso , fatto esperto da una prima esperienza giornalistica al « Carlino » di Bologna e poi al « Corriere della Sera » - arrivò a Roma . Doveva essere fra il '19 e il '20 . Le date precise non contano , nel ricordo : ma il colore del . tempo , la stagione della storia . Erano giorni decisivi , nel senso morale , soprattutto per la generazione dei giovani e per il maturare o per il doloroso frangersi o corrompersi delle loro intelligenze e delle loro speranze . Giorni decisivi anche per l ' arte e per la letteratura , e non solamente in Italia . Per quanto Marinetti fosse di parere contrario , il futurismo era già da tempo avviato al tramonto . Non si considerava possibile il rinascere dei movimenti fiorentini della « Voce » di « Lacerba » . « La Ronda » parlava di un ritorno all ' ordine , riunendo nelle sue pagine le prose di alta solennità di Cardarelli , i saggi teatrali di Riccardo Bacchelli , la tempesta immaginifica del grande « barocco » di Bruno Barilli . Era una stagione molto singolare . D ' Annunzio aveva trovato una nuova clausura fra gli ulivi del lago di Garda . Grazia Deledda scriveva con regolarità i suoi romanzi , lavorando dalle nove alle undici del mattino in una modesta villetta impiegatizia di via Porto Maurizio , sulla stessa tavola dove avrebbe poi steso la tovaglia per la colazione della sua famiglia . Luigi Pirandello era ancora catalogato fra i cosiddetti « scrittori ameni » . Federigo Tozzi entrava da Aragno solo per uscirne in preda a un violento corruccio . Odiava - e lo dichiarava - le chiacchiere . Fra i ragazzi di quegli anni - che forse davano un po ' presuntuosamente del « tu » a tutti - il giovane Alvaro era già « qualcuno » . Le sue poesie di ispirazione militare - le Poesie grigioverdi , stampate da un libraio editore che aveva bottega a due passi da Aragno in via delle Convertite - lo avevano reso noto . Quei versi erano stati scritti nella corsia di un ospedale militare , a Bologna , dove il sottotenente Alvaro - bel nome romantico e spagnolesco - era andato a rieducare alla meglio le mani mutilate . Si era curiosi , quando il giovanotto arrivò a Roma , di vedere da quale parte si sarebbe indirizzato , in quale « scuola » si sarebbe irreggimentato , quale « capo » avrebbe scelto . Così si ragionava a diciotto e a diciannove anni . Quello che vedemmo era un giovane che non sorrideva mai , o pochissimo , che aveva rare conoscenze e non desiderava forse di averne . Accompagnato talvolta dalla giovane moglie , sedeva a un tavolino appartato del famoso caffè letterario , dove non c ' era giornalista che non entrasse per dare un ' occhiata . Era piuttosto piccolo di statura : un vero fante , un vero « soldato meridionale » come quelli che aveva avuto vicini in guerra : ma dei « meridionali » , almeno come li immaginano i « manieristi » , non aveva certamente il volto . Della sua terra dell ' Aspromonte , la faccia custodiva un ' antica , silente melanconia : i suoi lineamenti erano in modo singolare assomiglianti a quelli di un mugik russo , forse di un piccolo fante russo . Il suo viso sembrava modellato dallo stesso pollice che aveva plasmato il volto di Massimo Gorkij . Spesso « il volto è l ' uomo » , è modellato dall ' anima dell ' uomo . Ce ne accorgemmo quando ci accadde di leggere i primi racconti firmati da Alvaro . La melanconia , la mestizia , la desolazione non hanno paesi precisi . Il dolore umano è uguale nella steppa slava e sui monti di Calabria . Alvaro veniva dal grande ceppo del « regionalismo » italiano . Solamente le acque dello stretto di Messina lo separavano da Giovanni Verga . Era dello stesso sangue , letterariamente , di Federigo Tozzi , così duramente radicato fra le « crete » senesi e i vicoli foschi della sua Siena . Erano tempi , in sede europea , di narrativa cosmopolita . Ma su Alvaro non operavano gli incantesimi delle metropoli e delle terre lontane . Il suo cuore era rimasto ancorato ai monti di Calabria come quello di Grazia Deledda ai sughereti e alla « tanca » della sua Sardegna . Si trattava di una fedeltà poetica : la fedeltà ai segreti miti tragici della povera gente nelle ultime , contorte vallate dell ' Appennino . In quel cerchio di ricordi del mondo esplorato e vissuto durante la prima giovinezza , Alvaro doveva compiere i suoi schietti , profondi , sicuri approdi di scrittore . Nei romanzi - in quell ' Uomo nel labirinto , che resta fra gli esemplari della sua generazione , e in quell ' Uomo e forte pubblicato molti anni dopo - la sua indagine si svolse in più profonde psicologie , in più folte tenebre , in più complesse angosce . Ma il suo « mondo » trovò la sua definizione completa in quei racconti della sua terra che concludono , in una misura degna del maestro e della tradizione , il tempo che si iniziò con Verga e che ebbe il suo ultimo fiorire con Tozzi e con Alvaro . Giornalista fu sempre , anche se negli ultimi anni aveva potuto raccogliersi e risparmiarsi in pagine e fatiche meno rapidamente professionali , sostando anche sui piani di un suo meditare che si volgeva all ' intimità di quella « condizione umana » che con termine più facile viene chiamato il problema delle nuove società . Era stato - negli anni della giovinezza - a Parigi : e più tardi in Russia . Non si può dimenticare ciò che egli seppe vedere allora con il suo sguardo apparentemente lento e quasi immoto . Le sue emozioni di viaggiatore in mondi lontani erano tutte in rapporto a una facoltà meditativa che pareva derivasse dal fondo greco che sta alla base di ogni uomo nato in vista del Mediterraneo . Per tutta la vita , fu un « uomo in disparte » chiuso negli stessi silenzi , rotti da poche parole e da improvvisi affetti , che da ragazzi conoscemmo al terzo piano della sua casa in via Sistina dove abitava quasi di fronte alle finestre dietro alle quali aveva vissuto Gogol ' . La vita non gli era stata facile , era stata talvolta dura e anche di alto dolore . Dissentiva dal fascismo , ma non ebbe , alla sua caduta , rancori o ironie . Del suo paese soffrì la tragedia . Era un animo nobile : un solitario .
Bruno Barilli ( Vergani Orio , 1952 )
StampaQuotidiana ,
Costretto a vivere in uno studio da pittore , di quelli all ' antica con la luce che piove verticale e accademica dall ' alto , attraverso ai vetri di un lucernario sul quale passa l ' ombra volante dei piccioni e delle rondini , Bruno Barilli s ' addormentava con la luna e le stelle che gli « battevano » in faccia . Rincasava a tarda ora , arrivando alto e spettrale da via del Babuino e da piazza del Popolo , dove non c ' era altra voce al di fuori di quella delle fontane attorno all ' obelisco : si inselvava in un parco cintato che fiancheggiava Villa Borghese , dove un vecchio signore olandese , dalla barba e dai silenzi simili a quelli di un mago , aveva costruito certi padiglioni a forma di baita per affittarli , in cambio di pochissima moneta , agli artisti che avessero voluto vivere in una specie di labirinto arboreo , lontani dai rumorosi selci delle strade di Roma e dal vocio dei vetturini e dei cocomerari . L ' arredamento dello studio era costituito da un materasso buttato su due trespoli , i vestiti si attaccavano a quattro chiodi , la biancheria stava per terra , fra due fogli di giornale . Nelle notti di estate , nella stagione degli amori , arrivavano fra gli alberi il ruggito dei leoni e l ' urlo delle tigri chiusi nelle gabbie del vicino Giardino Zoologico . All ' alba il sole illuminava il letto sfatto , la grande figura del dormiente e il lungo volto ossuto traversato , all ' altezza degli occhi , da una larga benda di seta nera . Barilli - in quello scenario da Fantasma dell ' Opera - usava le sue precauzioni per difendersi dalla luce . Sul pavimento un tappeto balcanico , avanzo dei ricordi di antichi viaggi , pareva , con le sue ruvide lane rosse , una larga traccia di sangue . Questo è un ricordo vecchissimo , quasi antico : risale al tempo in cui , se ritroviamo la loro immagine , gli uomini sono ancora vestiti in costume , con la bombetta , con le ghette , con grande sciupio di amido per i colletti e i polsini . Le donne si tingevano gli occhi con una ditata di cerone azzurro e le adultere , nascoste sotto al mantice di tela cerata delle carrozzelle , riparavano il viso sotto velette fiorate . Se prestavi l ' orecchio , sulla dirittura del Corso pareva di udire ancora l ' eco delle corse dei « barberi » e per via Gregoriana il passo di Andrea Sperelli . Ogni tanto sfilava qualche gruppetto di arditi , con il fez nero dal lungo fiocco , che parevano usciti da una stampa del Callot . Era , insomma , il tempo fra il 1918 e il 1920 , quando i sottosegretari dei governi non avevano ancora a disposizione l ' automobile , ma una vasta carrozza foderata di panno verde . Bruno Barilli , scrittore di musica , violoncellista , figlio di uno scenografo del Regio di Parma , marito di una nipote del re Pietro di Serbia , erede di una duplice assomiglianza con Berlioz e con Niccolò Paganini , rosso nei capelli cespugliosi , scavato nel volto come il personaggio di un disegno di Gustavo Doré , povero in canna , lungo come un flauto , avvolto in larghi abiti di serge blu , il candido colletto floscio sventolante con i due pizzi sotto alle lunghe mascelle , sembrava arrivare dritto dritto dalla soffitta dove vivevano i personaggi dei racconti di Hoffmann , di Poe , di Gérard de Nerval . Quando , nel 1924 , gli fu offerto di raccogliere le sue prose in un volumetto , che ebbe per titolo Delirama e che segnò un punto preciso come libro essenziale della letteratura italiana di questo primo mezzo secolo , Barilli si era guardato attorno lieto e impacciato . Dove , come ritrovare i suoi scritti ? Ne aveva disseminati nelle « terze pagine » , non li aveva mai conservati . Solo la buona volontà di Emilio Cecchi poteva compiere il miracolo di recuperare quelle settanta - ottanta preziose paginette . Di qualcuna che non era possibile scovare da nessuna parte , Bruno trovò la traccia a lapis su vecchi programmi del Costanzi e dell ' Augusteo o nel rovescio di qualche biglietto d ' ingresso . Anche di correggere le bozze si incaricò Cecchi , perché Barilli non lo sapeva fare e perché , come al solito , doveva partire . La vita di Barilli fu effettivamente una continua partenza . Era incapace di avere una casa , un recapito , un indirizzo . Viaggiava , lasciava la valigia con il frac al giornale , arrivava trafelato , si cambiava in redazione , si cibava durante lo spettacolo con un cartoccetto di bucce d ' arancia candite , prendeva le sue note al buio appoggiando il taccuino sul ginocchio ossuto . Non c ' è da stupirsi che i suoi libri e i suoi articoli uscissero a urlo di lupo . La povertà , la melanconia , la difficoltà di farsi capire come musicista , un orgoglio leonino e un animo di fanciullo sperduto , l ' incapacità agli accomodamenti e alle alleanze , le lunghe amnesie , le ansie e i triboli di una vita solitaria disperdevano la sua vita come quella di un esiliato . Compiuti gli studi a Parma assieme a Ildebrando Pizzetti , il figlio del pittore Cecrope Barilli è diviso fra la creazione musicale , l ' estro letterario e la vocazione per la vita nomade . Prima della Grande Guerra è a Parigi che resterà spiritualmente , dopo Parma , la sua seconda patria . Il suo animo illuminato e stoico gli permette di vivere con quasi nulla , gli consente i più duri adattamenti . Viaggia qua e là per l ' Europa . La prima guerra balcanica lo sorprende in Serbia . Invece di tornare in Italia - non vuole , perché si è innamorato di una nipote di re Pietro , e , contro la volontà del sovrano , finirà per sposarla e per avere da lei una figlia , Milena - telegrafa al « Corriere della Sera » offrendosi come inviato al fronte . Aveva già scritto per « La Tribuna » . L ' offerta è accettata dagli Albertini . Barilli però non è tipo di adattarsi a un giornalismo rigoroso che finirebbe a non lasciargli tempo per la musica : per scriverne e soprattutto per pensarla e amarla . Ritorna a Parigi e si sfama e sfama la piccola Milena suonando il violoncello nelle orchestrine dei caffè . Suona anche il pianoforte in qualche cinematografo di periferia . Conosce il russo . Si lega d ' amicizia con i musicisti e con le ballerine della prima troupe di Diaghilev quando questi cala a Parigi . Sono i tempi in cui impara a cibarsi di valenciennc ' e di acqua . Il richiamo della sua classe lo riporta in patria , con un berrettuccio da ufficiale calcato sui capelli rossi . Riappare a Parma e a Roma . È uno strano ufficiale che pretende di farsi la barba con un paio di forbicine da unghie . Questa è un ' abitudine che gli resta per tutta la vita : le sue forbicine lavorano al caffè , in strada , in tutti i momenti in cui Barilli naviga tra le sue fantasie . Sono gli anni in cui , dopo avere scritto Medusa , compone 1'Emiral . Dove ? In quello studio da pittore di villa Strohl - Fern , non c ' è l ' ombra di un pianoforte . Barilli non può permettersi di noleggiarne uno e si fa assumere come pianista in un piccolo cinema dalle parti del Vaticano . Deve accompagnare i film muti . Nelle ore del primo pomeriggio , quando in sala ci sono soltanto due , tre coppie di innamorati che non fanno attenzione né al film né alla musica , Barilli , tranquillo come se fosse nel proprio studio , lavora all ' Emiral . Gli amici della « Ronda » sono curiosi di conoscere l ' opera . Barilli invita tutti al cinematografo e , durante la proiezione di un film di Tom Mix , la suona . Fa tutti i mestieri , solo perché si è promesso di non fare « musica di mestiere » . Per pagarsi questo lusso , diventa comparsa nei film muti . Diventa anche attore . Caramba gli fa interpretare la parte di Virgilio , in una specie di fantasia sulla Divina Commedia , e Arnaldo Fratelli , che in quegli anni è regista , lo sceglie per protagonista della Rosa , il primo film tratto da una novella di Pirandello . Barilli recita bene , puntuale , disciplinato . Rifiuta solo una sequenza dove deve figurare in terra , morto , con vicino una candela . Per scaramanzia ? No . Perché gli pareva fa scena della morte di Scarpia e , come musicista , quella scena della ' rosea non gli piaceva . La sua carriera è stroncata da un atto di sincerità artistica nel quale sa di giocare tutte le sue già tanto precarie fortune di operista . Dopo la prima del Nerone , a Milano , scrive in un giornale romano una fiammeggiante bellissima pagina di prosa nella quale Boito , Mefistofele compreso , è fatto in briciole . L ' industria del teatro d ' opera non gli perdonerà mai quell ' articolo che , dal punto di vista critico , è perfetto . Non si può più ascoltare Boito senza ricordare la stroncatura di Barilli . Ma sono gesti che pesano : lo scrittore di musica è messo al bando dai giornali benpensanti che non amano le « grane » . Se vuole mangiare , Barilli deve trasformarsi in scrittore di viaggi . Dal suo periplo dell ' Africa , nasce il più bel libro italiano su quel continente . La poesia melanconica , la cupa segreta disperazione di Barilli si riflettono nell ' Africa e negli occhi delle sue umili genti come in uno specchio nero . Al termine del viaggio , si ammala e resta per tre mesi in fin di vita , al Cairo . La sua fine è segnata . Le sue capacità di lavoro - un lavoro lento , fatto di raccoglimento e di lunghissime osservazioni - diminuiscono . Vive solitario in una stanzuccia d ' albergo a Roma , sorretto da un solo entusiasmo . Sua figlia Milena , che è emigrata negli Stati Uniti , si è fatta un buon nome come pittrice , e aiuta il suo strano papà mandandogli in dono quadri da vendere . Bruno si intenerisce e , invece di venderli , attacca i quadri alle pareti della sua camera . Vive poveramente , dignitosamente chiuso nei suoi vecchi vestiti azzurri , scrivendo ogni tanto , a fatica , qualche elzeviro . Sembra che abbia dimenticato di essere un musicista . Un giorno , un telegramma dall ' America gli annuncia che Milena è morta cadendo da cavallo . Bruno si avvia al naufragio . Continua a vivere in silenzio a tazze di tè , di grissini , di valenciennes . Perde uno alla volta i denti . Si riconosce alla fine nello specchio come un triste vecchio sdentato . I suoi scritti non sono ormai che la tragica storia di una decadenza . Una sera , trova in albergo l ' avviso di andare alla stazione a prendere un pacco in arrivo da New York . È la cassettina con l ' urna che contiene le ceneri di Milena . Tutti sapevano quanto la prosa italiana - e non solamente la prosa , perché il riflesso dell ' arte di Barilli ha agito in vari modi a cominciare , per esempio , dalle composizioni pittoriche e dal clima fantastico del pittore Scipione - doveva a Bruno Barilli : ma da questo ad avere per lui un segno fattivo di riconoscenza il passo è stato lungo e incompiuto . Sembra fosse stato firmato un decreto che , nominandolo ispettore musicale di un istituto cinematografico , gli avrebbe assicurato il pane . Il decreto è arrivato quando , in clinica , Barilli già vaneggiava e dal fondo del suo letto come chiamando una amica , ripeteva con voce ancora ferma : « Avanti , Morte ! » .
Luigi Barzini senior ( Vergani Orio , 1959 )
StampaQuotidiana ,
La storia del mondo voltava pagina . Quando Luigi Barzini , ragazzo di Orvieto , scese a Roma , arruolato in un modesto giornale , che mescolava i piccoli entrefilets con i « pupazzetti » nel genere di quelli di Vamba e di Gandolin , e fu scovato da Luigi Albertini e spedito a Londra come corrispondente del « Corriere della Sera » , erano , senza che molti se ne rendessero conto , anni di avvenimenti favolosi . Dalla lanterna magica si passava alle pellicole dei Lumière , la Patti e Tamagno incidevano i loro primi « cilindri di cera » per il fonografo , Marconi studiava il telegrafo senza fili , l ' uomo si ostinava a tentare di volare affidato ad un paio d ' ali simili a quelle di un pipistrello . Molto cambiava nel mondo . Al corredo dei soldati giapponesi sarebbe stata aggiunta di lì a poco una zappetta per scavare , idea difensiva del tutto nuova , una trincea . Barzini aveva ventidue anni al tempo di Adua , dove cadde ucciso il primo inviato speciale italiano . Il suo spirito di italiano rimase per tutta la vita , per quel ricordo , legato al problema di una dignità da salvare . Il giornalismo al cui servizio lo chiamò Luigi Albertini - Barzini aveva ventiquattro anni , Albertini ventotto - sarebbe stato del tutto diverso da quello dei Bottero , dei Bersezio , dei Mercatelli , dei Gobbi - Belcredi , dei Roux e del principe Sciarra . Fosse rimasto a Roma , Barzini sarebbe probabilmente naufragato nelle cronache , nei pettegolezzi e fra i « pupazzetti » di Montecitorio . Albertini mandava Ugo Ojetti , altro coetaneo , a conoscere le terre d ' oltre Adriatico da cui sarebbe giunta in Italia la bellissima Principessa Elena e , subito dopo , lo mandava in Calabria sulle tracce del brigante Musolino . A Barzini , alto , magro , pettinato con una riga in mezzo , Albertini consegnò le chiavi del mondo ad un ' età in cui , mentre l ' Ottocento tramontava , era ancora difficile che si affidassero ai ragazzi le chiavi di casa . Negli uffici del « Corriere » Barzini non ebbe mai una propria scrivania . A casa , per vari anni , non ebbe il telefono , in una Milano che nel 1906 aveva solamente mille apparecchi . Il figlio non ci racconta se suo padre « batteva » a macchina . La stilografica era appena nata ed era una novità addirittura entusiasmante , tanto che certi giornalisti intitolavano Stilografiche le loro rubriche . Gli articoli di viaggio e le corrispondenze si chiamavano Lettere da Londra o Lettere dalla Russia o addirittura , più tardi , Lettere dal fronte perché erano proprio delle lettere da porto doppio , impostate con francobolli da 15 centesimi . Milano non toccava il mezzo milione di abitanti . Barzini andava in terre lontane : e , nelle terre lontane , viaggiava ancora a cavallo . Nei conti che , al ritorno , consegnava all ' amministratore Eugenio Balzan , c ' erano « voci » che oggi sanno di favola : cavallo , stalla , striglia , avena , carrube . La Cina per la guerra dei Boxers ; la Siberia vista dalla Transiberiana ; la tragica epopea della guerra russo - giapponese fino alla battaglia di Mukden ; infine i 16 mila chilometri di viaggio in automobile da Pechino a Parigi : sono i sette anni stupefacenti di Barzini , scrittore lento , pieno di dubbi e di tormenti , infaticabile nello sforzo di raggiungere una « limpidità » che fino allora , salvo per De Amicis , sembrava negata alla nostra prosa non solamente giornalistica . Per chi conosce i suoi predecessori , la differenza di tono appare evidente . Barzini non amoreggia con i crepuscolari : non è un seguace del « naturalismo » e , soprattutto , non si lascia prendere nemmeno con la punta del mignolo nelle tagliole del dannunzianesimo . Sempre salvo da ogni contagio , è probabile che leggesse assai poco i suoi contemporanei . Era tutto teso a « vedere » , si fidava più della memoria visiva che non del taccuino . Collega di due grossi bibliofili come Ojetti e Simoni , in casa - salii una volta , a vent ' anni , al suo quarto piano - non aveva vistose librerie . I libri erano quasi tutti , probabilmente , di sua moglie , ch ' era buona scrittrice : e per quanto io guardassi attorno sulle pareti e sugli scaffali e persino nei corridoi , non aveva souvenirs de voyage non , come avevo immaginato , selle arabe , fucili dal calcio intarsiato di madreperla , tappeti , gualdrappe di cammelli , paraventi cinesi , ventagli giapponesi . Anche le sue pagine di viaggio nel mondo delle geishe , o nella vecchia Pechino , o nelle città czariste , non convogliano in sé colori di rigatteria o di esotismo turistico , per esempio alla Pierre Loti o alla Claude Farrère . Barzini tornava a casa con un bagaglio leggerissimo , sempre pronto a ripartire all ' indomani . Egli credeva , penso , solamente nel filtro della memoria e nel potere , che chiamerei epistolare , del suo stile . Di qui la chiarezza del suo colloquio con il lettore , una parola senza riboboli e senza barocchismi , un disegno descrittivo netto , e mai il fiato corto o il fiato grosso , e mai il compiacimento del « pezzo » che strizza l ' occhio sul virtuosismo e dice : « Guardate quanto son bravo ! » . Un intuito infallibile negli « attacchi » - chi fa il nostro mestiere sa che nelle prime righe si mette tutto in gioco - , nessun crescendo retorico , mai troppa spinta nel premere il pedale . Dopo quasi sessant ' anni la prosa di queste « avventure » non ha forfora , non ha chiazze di sopraggiunta calvizie , non ha rughe o zampe di gallina , non ci appare , mai in « costume » , non denuncia un « gusto » . La sua lezione è ancora valida , dopo che tre generazioni si sono lustrate le maniche sul tavolo a buttar fuori prosa che faccia velocemente girare la rotativa .
Harry Belafonte ( Vergani Orio , 1958 )
StampaQuotidiana ,
Su un fondo rosso tempestato di grosse stelle , un manifesto porta a grandi maiuscole il nome di Harry Belafonte . Nelle vetrine della galleria da cui si accede al milanese Teatro Nuovo , le custodie di cartoncino dei dischi microsolco ripetono il suo nome . Ed ecco in altri manifesti il suo viso , il suo viso di bel giovanotto dalla bocca ridente e dagli occhi lievemente tristi , segnati da un enigmatico lampo di intesa . Al proscenio si presenta molto confidenzialmente in maniche di camicia : prima parte del concerto , camicia cilestrina di un tono che varia d ' intensità sotto ai riflessi delle « gelatine » di riflettori e bilance ; seconda parte , una camicia color rosso geranio ; terza parte , una camicia bianca fittamente rigata . Attorno alla vita una cintura di pelle nera con un fregio d ' argento di cui gli spettatori miopi non possono dire il disegno . Teatro esauritissimo . Ecco l ' uomo che a quanto si dice guadagna ventidue milioni la settimana cantando e soprattutto vendendo a centinaia di migliaia di copie ogni edizione dei suoi dischi e toccando talvolta il record del milione di copie . Ecco il re del Calypso , nome omerico leggermente magico , emigrato laggiù fra le isole e sulle coste d ' oltreoceano , addirittura - se si volesse credere agli studi classici - dall ' Odissea e dalla leggenda di Ulisse e della ninfa Calypso , che incantò d ' amore il grande naufrago per sette anni e non lo lasciò partire finché non lo ordinò Zeus . Ecco l ' uomo di trent ' anni che si è scoperto cantante quasi per caso dopo avere tentato in un primo tempo di affermarsi come attore all ' Arnerican Negro Theater . Ecco un uomo tipico della « leggenda americana » , venuto su dal nulla , dopo aver lavorato - quando sul suo destino musicale c ' era pochissimo da contare - in una industria di abbigliamento e dopo aver gestito un piccolo ristorante nel Greenwich Village . Venire su dal nulla sottintende una vita di fatiche , mestieri umili , l ' amarezza del ragazzo « colorato » che incontra sempre motivo di melanconia nei rapporti razziali di quella che pure è la sua terra natale . Eccolo davanti a noi , celebre e acclamatissimo . Le fortune sono cominciate nel 1950 : il ragazzo , che cantava in coro con gli avventori della trattoria al Greenwich Village , batte pochi anni dopo tutti i primati di incassi della musica leggera . Adesso è qui , per la prima volta approdato in Europa , al centro del palcoscenico sgombro , contro un fondale che muta tono sotto ai diffusori di luci colorate . Gli sta davanti il microfono che gli stampa sulla camicia un ' ombra come l ' emblema araldico del suo destino . Attore , cantante , narratore sui toni di elegia , di melanconia , di ironia fanciullesca , di patetico pianto e di accorato lamento sull ' onda di note , di motivi che direttamente arrivano dall ' accorato , trasognato folclore delle genti di colore , Belafonte dà il senso che la musica gli si sia tutta affinata nel cuore e nei nervi : una straordinaria spontaneità che farebbe pensare ad una sorta di poetica improvvisazione , ad una specie di istintiva confessione fatta a se stesso quasi in segreto .
Vincenzo Cardarelli ( Vergani Orio , 1959 )
StampaQuotidiana ,
Tarquinia , quando vi nacque il primo maggio del 1887 Vincenzo Cardarelli , si chiamava ancora come ai tempi dello Stato di Santa Romana Chiesa , con il bonario nome agricolo di Corneto perché nei suoi poggi solitari cresceva spontaneamente l ' arbusto del corniolo che copre tutto l ' alto Lazio con quella vegetazione cui si dà il nome di « macchia » , propizia un tempo ai briganti che sulle strade dirette verso Roma aspettavano di far pagare duri pedaggi alle diligenze . Cardarelli nacque da madre marchigiana e da padre « etrusco » , come egli amò sempre dire . Il cognome di famiglia era Caldarelli , il bambino fu battezzato con un nome assai diffuso in tutta quella che adesso è la provincia di Viterbo : Nazareno . Nella adolescenza vissuta a Roma , quel Caldarelli , adattandosi alla pronuncia romana che trasforma coltello in cortello e caldo in cardo , diventò Cardarelli . In quanto a Nazareno , nome non molto adatto per un giovane letterato che vantava idee vagamente sovversive , fu cambiato con quello di Vincenzo , che era il secondo di battesimo . La famiglia di Cardarelli conduceva al paese una vita umile . Se non sbagliammo su quanto lasciava intendere , ma senza troppe precisazioni , il poeta dei Prologhi quando , ragazzi , lo conoscemmo a Roma , il padre aveva cercato inutilmente di assicurarsi una vita pacifica conducendo un ' osteria nei pressi della stazione di Corneto . Anche Cardarelli era dunque figlio di un oste , come lo era stato a Siena , Federigo Tozzi . Nel ricordo , o , per meglio dire , nel mondo di favola epica che Cardarelli costruì sulle memorie del paese della sua infanzia , il posto della madre è minore di quello del padre . Tra l ' ascendenza marchigiana e quella etrusca , Cardarelli scelse e sostenne sempre la seconda . Egli era infatti sceso a Roma con tutti i complessi di inferiorità del ragazzo di provincia e addirittura di campagna , senza titoli di studio e con le tasche imbottite solamente di volumetti della Universale Sonzogno . Dichiarandosi etrusco , egli iniziava quella che gli sembrava dovesse essere la sua lunga e ininterrotta polemica fra due civiltà . Arrivò a Roma nei primi anni del Novecento , in una città ancora intellettualmente infatuata di D ' Annunzio e del tutto assomigliante a quella descritta nei capitoli del Piacere . Campava di piccoli impieghi : fu , tra l ' altro , segretario di una cooperativa socialista di scalpellini , di quei « selciaioli » che lastricavano Roma con blocchetti quadrati di granito . La povertà e una naturale tendenza al disdegno , tipica quasi sempre dei timidi , lo tenevano lontano dal pur ristretto mondo intellettuale romano dei Diego Angeli , dei Domenico Gnoli , dei Fausto Salvatori e da quello dialettale e ironico di Trilussa . Entrato come cronista all ' « Avanti ! » di Leonida Bissolati , cominciò a pubblicare qualche breve prosa firmata con lo pseudonimo dannunzianeggiante di Simonetto . Diventò , come giornalista , frequentatore della terza saletta di Aragno : ma forse più che altro perché i suoi guadagni , molto aleatori e sottili , non gli permettevano spesso di nutrirsi altro che di caffellatte . Oltretutto , Aragno era l ' evasione dal chiuso delle piccole camere in qualche modesta pensione di famiglia dove era obbligato a vivere , spesso con un tavolino traballante come tutta scrivania . Sui tavolini di marmo del caffè , nei pomeriggi solitari , quando i giornalisti si trasferivano nella tribuna stampa di Montecitorio o nella sala al pianoterra del palazzo delle Poste a San Silvestro dove avevano i loro uffici di corrispondenza , Cardarelli scriveva le sue prime prose e lungamente le correggeva e le limava , sino a impararle addirittura a memoria . Aragno fu per molti anni la sua « casa » , il luogo delle sue « declamazioni » e delle sue indispettite rampogne . Da Aragno conobbe il giovanissimo pittore Amerigo Bartoli , che gli fu amico fedelissimo per tutta la vita , e che a lui e agli amici letterati del tempo della « Ronda » doveva dedicare il quadro degli Amici al caffè . Vi appariva abitualmente alle due del pomeriggio perché si alzava molto tardi per evitare la spesa di una colazione regolare , e si tratteneva quasi l ' intera giornata , spesso ne era l ' ultimo cliente nottambulo . I camerieri , cominciando dal vecchio Forina che sembra avesse fatto , in gioventù , qualche piccolo prestito a D ' Annunzio e dall ' eternamente biondo Leonetti che teneva chilometrici conti di tazze di caffè pagate con lunghi ritardi , avevano per lui , per quanto ancora ignoto , un singolare affettuoso rispetto . Era , fisicamente , uno di quegli uomini che le donne definiscono « interessanti » . Pallido , quasi esangue in volto , assomigliava vagamente a Ruggero Ruggeri . Vestito poveramente ma , con un aggettivo che gli piacque , sempre in modo « decente » anche se il suo guardaroba fu spesso composto solamente di abiti smessi dai suoi amici , nascondeva con un fiero pudore una sua menomazione fisica : aveva un braccio rinsecchito e quasi paralizzato da un attacco di poliomielite che da fanciullo l ' aveva portato vicino alla morte . Questo problema fisico aveva forse influito su certe asprezze del suo carattere e acuito in lui un senso di difesa che poteva essere affidato solamente alla parola , e alla polemica talvolta bruciante . Parlava con una bella voce lievemente velata , talvolta come trasognato , talvolta irridente e tagliente : per l ' eleganza della parola e per la lucidità della sua polemica , lo chiamavano scherzosamente « l ' incantatore di serpenti » . I suoi primi amici letterari - al tempo della giovinezza dei poco più che ventenni Antonio Baldini e Umberto Fracchia e degli incontri con Emilio Cecchi e con Armando Spadini - furono conquistati , forse più che dai suoi rarissimi scritti , dal misterioso incantesimo della sua parola . È probabile - nella sua camera ammobiliata aveva ben pochi libri , gettati alla rinfusa in un cassetto del comò con la sua scarsa biancheria - che la sua cultura di autodidatta fosse racchiusa nella lettura di poche opere , che lo fecero vivere nel clima di Nietzsche e soprattutto in quello di Leopardi : quando fondò « La Ronda » , lo indicò come il maggiore fra quelli che la rivista , indicando i maestri dell ' alto stile italiano , chiamava i « convitati di pietra » . Cultura non molto diffusa , in una intelligenza però assai profonda . Gran parte di lui si esauriva nei suoi colloqui con gli amici , e soprattutto in quella specie di lungo monologo che fu la sua vita . Le sue prime prose - le pagine liriche che intitolò poi I Prologhi - apparvero poco prima della Grande Guerra nella rivista « Lirica » , in cui debuttarono con lui giovani scrittori come Antonio Baldíni , Fracchia , Rosso di San Secondo . La rivista doveva durare pochi numeri : il conflitto portò alla sua sospensione . Cardarelli rimase quasi del tutto solo a Roma , nel caffè Aragno reso deserto dalla mobilitazione . Il dannunzianesimo letterario decadeva nell ' interesse dei giovani , il Futurismo non aveva avuto una particolare risonanza romana . Cardarelli era rimasto appartato nei confronti dei movimenti di « Lacerba » e della « Voce » . Scrittore lentissimo , componeva le poesie che più tardi sarebbero state riunite in sottili volumi e finalmente raccolte tutte da Mondadori . La salute sempre malferma , qualche vicissitudine d ' amore - nel piccolo mondo delle Lettere certe sue giovanili passioni rimasero , per così dire , storiche - l ' inquietudine di uno spirito inappagabile lo portarono a viaggiare verso climi più propizi di quello degli inverni romani , a Venezia e in Riviera . Tentò anche un soggiorno milanese : ma la nostalgia di A ragno gli fece ben presto riprendere il treno . Egli era , in verità , assai simile all ' enfant malade apparentemente cinico e crudele , sostanzialmente melanconico , caro a certi romanzieri crepuscolari francesi . L ' uomo era affascinante ; per lui il mecenatismo nasceva spontaneo anche e soprattutto da parte di gente non ricca . Cardarelli ebbe sempre amici segretamente pronti , e affettuosi , anche se il suo carattere era assai difficile . Appartenendo alla razza dei déracinés o dei poètes maudits , si comprendeva che la sua apparente infingardaggine derivava da latenti stati di depressioni melanconiche . Le donne che lo amarono lo considerarono appartenente alla razza degli « angeli caduti » , lievemente demoniaci . Diventava vanitoso come un fanciullo , quando una famosa diva del « muto » lo mandava a prendere con una carrozza padronale a due cavalli per conversare con lui di letteratura nelle poltrone di un albergo romano a via Veneto . Poi capitava di vederlo silenzioso e assorto quando , al crepuscolo o alla notte , percorreva il lungotevere per soffermarsi a tentar di declamare a qualche venere vagante il Canto del pastore di Leopardi , con una aspirazione tolstoiana di redenzione attraverso alla poesia . Per qualche tempo , fu critico drammatico del « Tempo » , chiamato da Giovanni Papini che al giornale di Filippo Naldi aveva voluto Bruno Barilli e Ardengo Soffici . La rapida scrittura notturna , mentre la tipografia attendeva impaziente le cartelle , gli riusciva penosa : presto interruppe quel lavoro , dopo aver però scritto alcuni saggi assai acuti su Shakespeare , Ibsen , Shaw e sul primo Pirandello . La fine della guerra gli restituì i suoi amici . Il conte Aurelio Saffi , nipote del « quadrumviro » della repubblica romana , si fece finanziatore di una rivista che si intitolò « La Ronda » . La rivista aveva un ufficio vicino all ' Altare della Patria : Cardarelli ebbe finalmente una poltrona , una scrivania , uno stipendio . Da Bologna arrivava Riccardo Bacchelli , da Verona Lorenzo Montano : Baldini giungeva in tram da via dei Serpenti , Emilio Cecchi da corso Italia , Bruno Barilli dal parco di Villa Strolfen , Armando Spadini dalla villetta sul colle dei Parioli ancora non conquistato dal pubblico dei « quartieri alti » . « La Ronda » ebbe un ' importanza formativa per le generazioni che seguivano quella « vociana » ; Bacchellí scriveva le tragedie di Spartaco e di Amleto o saggi di politica liberale . Barilli vi pubblicava le sue prose barocche che dovevano influire persino sulla pittura di Scipione . Comparvero sulla « Ronda » i primi scritti di Savinio . Cardarelli vi esercitava la sua predicazione leopardiana e , cercando di frenare i suoi umori polemici verso gli amici , visse comunque la sua stagione letterariamente più intensa . I giovani lo guardavano come un caposcuola . Fu il tempo più felice della sua non felice esistenza . Il giovane Malaparte sospirava per sedere al suo tavolo . Il ragazzo Longanesi lo ascoltava in silenzio . Cardarelli diventava persino gioviale : con gli amici , si concedeva qualche cenetta nelle osterie fuori porta e davanti ad un piatto di fave e pecorino parlava dei pastori del suo paese . Sono di quel tempo le sue prose più belle , quelle che probabilmente meglio affideranno il suo nome alla storia letteraria del Novecento : contenute in un primo tempo in un piccolo quaderno della Terza pagina con il titolo di Terra genitrice e riprese poi quasi integralmente in un volume edito dal giovane Leo Longanesi con il nuovo titolo de Il sole a picco ; prose dedicate alle memorie , quasi favolose , del paese della sua infanzia , evocazioni di quelle terre dove aveva sostato qualche anno prima , ignoto viaggiatore , lo scrittore inglese D.H. Lawrence . Cardarelli aveva trentasette anni : con quel volumetto longanesiano ebbe l ' affettuoso alloro del premio Bagutta di cui Cardarelli attese nervosamente il piccolo vaglia a Roma . A Milano le edizioni di Bottega di Poesia stamparono i suoi « Canti » , uno dei quali cominciava : « Domani ho quarant 'anni...» . « La Ronda » morì presto . Cardarelli fece un breve viaggio in Russia e tentò di nuovo il giornalismo che tanto lo affaticava . Era evidente che a soli quarant ' anni le scarse forze della sua gioventù andavano già spegnendosi . Preso nel cerchio di una inquietudine amara , la sola forza che gli restava era quella della sua malinconica eloquenza , delle sue ire improvvise . Più che scrivere pagine nuove , andava ripubblicando quelle vecchie , che pur non erano molte . Andava stentatamente d ' accordo con i vecchi amici , nessuno dei quali però lo abbandonò . Segretamente aveva paura della povertà , ora che una precoce vecchiaia andava avvicinandosi . Aspettò la nomina ad Accademico d ' Italia , e non l ' ebbe . Viveva in un « letto di famiglia » in casa di un cameriere di Aragno . La vita gli si mostrò sempre più squallida . La guerra del '40 aprì nel suo cuore di malato alti sgomenti . Roma stessa non assomigliava più a quella della sua giovinezza . Ogni tanto i compaesani lo volevano con loro a Tarquinia per celebrare in lui quello che ormai era considerato l ' ultimo poeta della Etruria . Sotto ad una apparente albagia , ammalato , incapace ormai d ' ogni lavoro , il dopoguerra lo vide trasferito in una pensione di via Veneto , per cercare un po ' di sole sul marciapiede di destra che sembra la « Riviera di Roma » . Per qualche tempo , riuscì ad attraversare la strada per raggiungere i banchi della Libreria Rossetti dove aveva gli ultimi contatti con la letteratura vecchia e giovane . Riceveva un piccolo stipendio per dare il suo nome di direttore alla « Fiera letteraria » . Da Milano gli erano arrivati aiuti affettuosi . Non ancora del tutto vecchio , Cardarelli viveva nel timore della povertà assoluta se la vecchiaia si fosse prolungata e se la memoria della sua breve stagione di poesia si fosse spenta . Accettava umilmente anche doni segreti di vestiario , di biancheria , di maglie , di scialli . La sua malattia , che lo portava lentamente all ' immobilità , gli gelava le vene . In piena estate , con tre cappotti addosso , durante lo scirocco romano , Cardarelli aveva freddo come in Siberia . Quando , in un torrido settembre partenopeo , ricevette , assieme a Dino Buzzati , il Premio Napoli , volle in albergo una stufa elettrica e dormì senza levarsi da dosso i pastrani per non morire , diceva , assiderato . Due amici lo portarono in braccio su per le scale e attraverso i saloni del Palazzo Reale per la consegna del Premio . La voce gli si era fatta fioca ma aveva ancora qualche soffocato accento di disagio e di polemica se non addirittura d ' ira caparbia . A sentire che non poteva più reggersi in piedi , gli occhi alteri si riempivano di malfrenate lagrime . Bisogna dire che la morte ha avuto alla fine pietà di lui , per lasciare a noi che lo ascoltammo , che lo leggemmo , che lo amammo , il puro acquetato e limpido ricordo della sua anima di poeta , lampeggiante nel mesto profilo di un ' esistenza amara e melanconica come di chi avesse troppo a lungo respirato l ' aura mortale delle tombe trimillenarie delle genti etrusche .
Primo Carnera ( Vergani Orio , 1959 )
StampaQuotidiana ,
Carnera debutta a Milano nelle giostre ammaestrate della lotta libera , del catch . Mi dicono che abbia nuovamente fortuna . L ' ho conosciuto molti anni fa , a Barcellona , ed è probabile , è anzi sicuro , che egli non si ricordi affatto di me . Eppure , appunto perché egli mi fece tornare fanciullo , fui il suo profeta . Attorno a lui i grandi saggi , i grandi sapienti della scienza sportiva segretamente sghignazzavano . Essi lo avevano già visto a Milano , in una esibizione di pugilato al Palazzo dello Sport , lo avevano inquadrato dal basso in alto , arcuando scetticamente un sopracciglio , lo avevano scientificamente « soppesato » . Avevano guardato le vene varicose delle sue gambe affaticate per sostenere quella sua mole torreggiante : avevano detto che il suo pugno era lento come un « merci » ; gli negavano ogni intelligenza e ogni spirito combattivo . Davanti alle loro definizioni - « colosso dai piedi d ' argilla » , o , più popolarescamente , « sacco di patate » - io tremavo , prendendo il treno che , sul finire del novembre 1930 , mi portava in Spagna per assistere al suo incontro con Paolino Uzcudum . Avevo visto al lavoro , quattro o cinque anni prima , il « toro di Bilbao » . Contro l ' ex spaccalegna che aveva il torace ampio , quadrato , solido come una cassaforte cosa avrebbe fatto quel marmittone di gigantesco emigrato friulano ? Primo Camera , da ragazzino , aveva frequentato le scuole dei mosaicisti di Sequals , dove l ' arte delle « tessere » è tramandata , dicono , sin dai tempi di Aquileia . Mosaicista contro Spaccalegna . Chi avrebbe vinto ? Segretamente puntai sul Mosaicista . Emilio Colombo , mattatore bonariamente roboante del giornalismo sportivo , lo indovinò : e mi guardava con sorridente , amichevole pietà . Condannato io pure alla vecchia legge che impone al cronista sportivo il pronostico , dopo aver visto Carnera , dopo aver parlato con Carnera , scrissi : « Il Mosaicista batterà il Legnaiolo » . A Carnera chiesi : « Come va ? » . Mi rispose : «Così...» . Eravamo nella stanza di un albergo sulle Ramblas di Barcellona . Camera era disteso sul letto e un cinese lo massaggiava . Seduto vicino al letto stava il suo manager , il giornalista che lo aveva scoperto due o tre anni prima in un baraccone di lottatori da fiera . Il giornalista era un ometto piccolo che pesava cinquantacinque chili contro í centoventi del suo pupillo , e che aveva un accenno di baffi alla Menjou . Vigilava sul massaggio e vigilava , mi sembrò , anche sulle risposte del gigante , che , prima di parlare , lo guardava intimidito come fa un grande cane con il suo piccolo padrone . Sull ' attaccapanni era appesa la giacca di Carnera : vasta come un paltò . Di sotto il letto , spuntavano le famosissime scarpe del gigante , che per qualche tempo furono celebri come le scarpe di Charlot . I vetri erano socchiusi : l ' estate torrida . Il nudo colosso era depilato scrupolosamente : la mano untuosa del cinese correva sul torace , sul ventre , sulle cosce , sulle reni . La stanza era piccola : sembrava che i piedi del gigante la occupassero tutta . Sapevo la sua storia ed era inutile me la facessi ripetere . Al paese , un pane scarsissimo , come in tante case delle Prealpi friulane . A dodici anni , un biglietto di terza classe , l ' indirizzo di un cugino in un villaggio delle Lande francesi . Il colossale ragazzo friulano aveva ripercorso la strada che vent ' anni prima era stata familiare a Gabriele D ' Annunzio quando cantava press ' a poco così : « Ascolto il grido della procellaria / nel vento della Landa solitaria ... » . Ma il grido delle procellarie non interessava il ragazzo : egli non udiva altro che il grido , molto più insistente , dell ' appetito . Mosaicista , legnaiolo , manovale , muratore : nessun mestiere gli dava abbastanza da sfamarsi . Alla meglio , masticò qualche lenta parola di francese , con una voce cupa e gutturale . Aveva ossa colossali da uomo delle caverne : ma rivestite di poca carne . Il padrone di un baraccone disse . « A forza di zappa , lo farò ingrassare e ne farò un numero che sbalordirà tutti i villaggi delle Lande e della Guascogna » . Così , fiutando come un cane randagio un calderone di minestra , il ragazzo , vagabondo da un cantiere all ' altro , trova la sua strada che lo porta alle tende delle baracche e dei circhi . Alla sera , nelle luci dell ' acetilene , sta in fila con gli altri lottatori sulla pedana della baracca . soia a stando di due palmi tutti i compagni . In pochi mesi tocca i centotrenta chili e supera di parecchio i due metri di statura . Un futuro corazziere ? No . Non potrebbe farlo perché ha i piedi appiattiti dal peso che su essi sovrasta . A vedere quei torace , là , sul letto d ' albergo di Barcellona , non si poteva far a meno di dire : « Questo è certamente l ' uomo più forte del mondo » . Il Padreterno s ' era tolto il capriccio di fare venire al mondo una statua . Dalla cintola in su , Carnera era un capolavoro della creazione . Quel « sacco di patate » era degno di Fidia , di Giove , dei Ciclopi . Si deve a quel torace se il mondo ha avuto il « romanzo Carnera » , la sua strana storia di Tarzan tante volte gabbato dai piccoli uomini furbi , colossale e - dicevano i saggi - incapace di cattiveria , ibrido di semidio e di disgraziato , imbarcato sull ' altalena della vita che , una volta , lo portava verso la ricchezza e , un ' altra volta , giù nella miseria , costretto sempre a risalire faticosamente . Vinse a Barcellona . Rivinse Per lui , si mosse anche Mussolini . L ' Italia ebbe in questo emigrante friulano dalla voce gutturale e dal mento « senza grinta » , senza volontà in un tempo di « mascelle volitive » il suo unico campione del mondo . Poi , il ko , í lestofanti che lo abbandonano dopo aver fatto volatilizzare i suoi guadagni , persino un periodo di immobilità per una paralisi , e il lento , affranto risollevarsi e di nuovo la povertà del vagabondo che vende per le strade , davanti a un tavolino pieghevole , bustine di lamette da barba . Adesso , con il catch ammaestrato , pare abbia fatto nuovamente fortuna .
Gino Cervi ( Vergani Orio , 1959 )
StampaQuotidiana ,
Racconta un vecchio collega bolognese : « Me lo ricordo , come fosse adesso . Antonio Cervi era un uomo buono , cordiale , sempre di buon umore . Una vera eccezione , vederlo preoccupato . Per questo non mi sono passati di mente i giorni dell ' ultima settimana dell ' aprile del 1901 . Non si poteva dire che Antonio Cervi fosse di malumore , ma certamente non era il solito Cervi . Finalmente si sfogò con me . " Sto aspettando , di giorno in giorno , che mi nasca un bambino . Ora , maschio o femmina che sia , non vorrei che mi combinasse lo scherzo di nascere la sera di una ' prima ' ' . Lo so che è difficile farglielo capire , ma bisognerebbe che lo sapesse subito . Se uno è figlio di un critico drammatico , non si nasce mai la sera di una ' prima ' " » . Antonio Cervi - il suo pseudonimo era quello , un po ' misterioso , di Gace , che , secondo quanto ricorda il figlio Gino , ma che ignorano i dizionari , dovrebbe essere un personaggio della Mitologia - era critico drammatico del « Resto del Carlino » . Il piccolo Gino « obbedì » . Il 3 maggio del 1901 non c ' era nessuna « prima » né al Teatro Brunetti , né al Corso , ne al Contavalli , né al Nazionale che aveva proprio in quel tempo lasciato l ' antico bizzarro nome di Teatro della Nosadella , né all ' Arena del Sole . Antonio Cervi poté dunque restare a casa e ricevere dalla levatrice l ' annuncio : « È un bel maschio ! » . Gino Cervi è dunque l ' unico attore che sia figlio di un critico drammatico . Suo padre lo fu per trentaquattro anni , dal 1889 al 1923 . Rincasava nel pieno della notte , alle tre e alle quattro del mattino . Entrava in punta di piedi per non svegliare i bambini . Stava ancora un po ' sveglio , per leggere il giornale di cui aveva portato a casa una delle prime copie fresche di inchiostro . Alla mattina , erano i bambini , che per andare a scuola , dovevano uscire in punta di piedi . A mezzogiorno , all ' ora dei tortellini , il papà parlava di quanto aveva sentito a teatro la sera avanti : esprimeva certe opinioni che nel giornale erano state attenuate o velate . Per non rovinare le Compagnie , i critici dei giornali importanti non potevano divertirsi al gioco del massacro , mordendo e sbriciolando a destra e a sinistra . Anche allora si diceva che il teatro era « in crisi » . Le Compagnie primarie erano una quarantina , sempre con non meno di una trentina di attori scritturati ; quelle secondarie un ' ottantina e un centinaio quelle di terz ' ordine . L ' Italia aveva una popolazione viaggiante di 45 mila attori e attrici . Bologna era la loro segreta capitale , come si dice che Gonzaga , presso Mantova , sia quella degli zingari . Gino respirò sempre teatro . Subito dopo le aste - in quell ' anno fu portato in braccio a vedere i funerali di Carducci - imparò a leggere sulle colonne del « Resto del Carlino » , per la curiosità di sapere che cosa scrivesse suo padre . Imparò il significato di certe frasi : « reiterati applausi , recitazione incisiva , palesi segni di dissenso , bene gli altri » . Imparò presto alcuni nomi assai difficili : Shakespeare , Marivaux , Bjørnstjerne Bjørnson , Portoriche . Sognava i teatri come regge misteriose , con i palchetti dorati , con le poltrone di velluto rosso . In casa erano familiari i nomi di Panzacchi , di Lipparini , di Olindo Guerrini , di Testoni sulle cui ginocchia il piccolo Gino aveva ballato . Accompagnando il padre a spasso , Gino - polpacci nudi , giubba alla marinara col fischietto nel nodo della cravatta - entrava nella libreria di Zanichelli . Ogni tanto Antonio si fermava a parlare con un grosso uomo dall ' aspetto di timido campagnolo vestito di nero . Era Giovanni Pascoli . Di Carducci si parlava come di un Nume scomparso fra le nuvole ma sempre misteriosamente presente . Antonio Cervi , al cui cuore cordiale era stata sempre cara la parte del paciere , era riuscito a riconciliare Carducci con D ' Annunzio - non c ' erano mai stati veri attriti , ma certe diffidenze sì - nel famoso banchetto in cui , avendo Carducci offerto il vino a D ' Annunzio , questi aveva detto : « Grazie ... Non bevo mai ... » il Leone di Maremma aveva risposto un po ' bruscamente : « Io , sempre ! » . Bologna , era amica del teatro fin dal Seicento , quando ogni famiglia patrizia aveva un suo piccolo palcoscenico , in casa Zoppio , in casa Pepoli , in casa Casali , all ' accademia degli Ardenti o dei Riaccesi . Nel Settecento , c ' era stato un teatro persino nel Palazzo del Podestà . I patrizi avevano le loro sale da spettacolo anche nelle ville sui colli . Per quella privata della famiglia Albergati , che ospitava durante l ' estate tutto il patriziato bolognese , Goldoni scrisse cinque commedie , fra le quali Il cavaliere di spirito e l ' Osteria della Posta . Perché gli attori volevano bene a Bologna ? C ' erano camere , alloggi , locande a poco prezzo . Le padrone di casa erano cordiali , socievoli , aspettavano molto pazientemente l ' affitto , magari da un anno all ' altro . Le porzioni di fettuccine erano abbondantissime . La popolazione amava passeggiare fino a notte tarda , certi caffè erano aperti fino all ' alba . Alla legione degli attori , delle attrici , dei generici e delle attricette si aggiungevano gli innumerevoli filodrammatici . Ogni tanto questi ultimi organizzavano tournées nei centri anche più minuscoli della provincia , sino al Po e fino in Romagna , e rinforzavano il loro complesso chiamando a parteciparvi qualche attore di più larga esperienza . Anche Gino , mentre studiava greco al liceo - suo padre era stato inflessibile per il greco e per il latino - bazzicava la filodrammatica del Circolo degli impiegati civili . Fu l ' Arena del Sole il primo teatro dove , bambino , una domenica Gino Cervi debuttò come spettatore : uscendo , vide al caffè quel grande e melanconico vecchio attore , oscillante fra il genio e la follia , che fu Enrico Capelli : in gioventù Amleto quasi impareggiabile , e , in vecchiaia , ridotto a tale povertà e trasandatezza da tingersi i capelli con qualche spazzolata di lucido da scarpe . All ' Arena del Sole si assisteva agli spettacoli in maniche di camicia . Se una commedia non piaceva , i cuscini volavano dalle gradinate fino alla ribalta . Negli intervalli gli spettatori si passavano il fiasco di Sangiovese , la bottiglia di lambrusco , bevendo a canna . Fu in quel teatro che il « figlio del critico » , entrato con la tessera del padre , vide da ragazzo Zacconi e Ruggeri , come aveva visto nel 1914 , dal loggione del Brunetti , Sarah Bernhardt che recitava ancora ad onta di una gamba amputata . Studente universitario , Cervi avrebbe forse fatto l ' avvocato o sarebbe entrato un giorno o l ' altro al « Resto del Carlino » se la morte del padre nel 1923 non lo avesse lasciato libero di decidere del suo destino . Fu un altro attore bolognese che veniva lui pure dai filodrammatici , Nerio Bernardi - il cui vero nome era quello antico e dottorale di Irnerio - a dirgli , come si fa con chi deve imparare a nuotare : « Buttati ! » . E fu così che , seguendo quel consiglio , lo scolaro , cui Lipparini aveva fatto tante volte declamare al liceo l ' Ode al Clitumno e il Canto di un pastore errante , diventò attore , debuttando nella Vergine folle di Bataille , accanto ad Alda Borelli . Un anno dopo era a Roma , cercava sulla guida dove si trovasse una ignota via dove si stava aprendo un nuovo piccolo teatro , il primo dei futuri « Piccoli Teatri » d ' Italia . Trovò là dentro un gruppo di suoi coetanei che , già prima di iniziare gli spettacoli , si dibattevano in un labirinto di debiti : ma a capo di quei ragazzi c ' era un signore con la barbetta già quasi bianca che Cervi aveva già visto , una volta , come autore , alla ribalta dell ' Arena del Sole . Il vecchio signore era Luigi Pirandello . Quella attraverso la quale , in vicolo Odescalchi , entrava il giovane figlio del critico bolognese poteva sembrare una porta assai piccola . Cervi , figlio di un uomo che tanto intelligentemente aveva amato e servito il teatro , si accorse che era la porta grande di una intelligenza rinnovatrice .