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Maurice Chevalier ( Vergani Orio , 1950 )
StampaQuotidiana ,
Ad un certo momento del suo « concerto » , si rivolge al pubblico e dice : « Non bisogna stupirsi se un uomo con i capelli grigi canta una canzone in onore della mamma ... » . Maurice Chevalier ha sessantadue anni , sua madre deve vivere da un pezzo nella pace del Signore , la buona donna di Menilmontant che aveva messo al mondo dieci figli di cui , quando nacque Maurice , tre soli erano vivi . La ribalta è tutta ornata di rose , di garofani , di violette . Sulla sagoma nera del grande pianoforte a coda spicca , posata lì dopo la prima canzone , l ' ormai storica paglietta dello chansonnier . Gli applausi sono fitti , molte le richieste di bis , molti i saluti ai refrains già noti e ritrovati come vecchi amici . Ma a me più di tutto , mentre Chevalier canta la Prière in onore della mamma , piace ricordare proprio la singolare infanzia di questo ultimo « birichino di Parigi » , degno di entrare in un romanzo di Louis - Henri Boussenard forse più che in uno dei foschi « documentari » di Zola . Straordinaria vita , un po ' dickensiana , quella del ragazzetto di Menilmontant che , finite le scuole elementari , è messo a faccia a faccia con la vita , fra gli ospedali dove viene ricoverata sua madre e gli artigiani dai quali dovrebbe apprendere un mestiere che una volta è quello dell ' elettricista , una volta quello del pittore di bambole e , infine , quello di operaio specializzato a fabbricare puntine da disegno . La madre la chiamavano la Louque e s ' era ridotta anche ad andare a servizio ad ore , nelle case dei vicini : i ragazzi cercavano di guadagnare qualcosa . Maurice pensò , con il fratello , di diventare acrobata , finché a dodici anni imparò a memoria qualche canzone . Storia forse non nuova , simile , probabilmente , a quella di tanti altri artisti , a cominciare , per dirne una , da quella del nostro Petrolini , garzone macellaio della romana piazza Guglielmo Pepe ; ma straordinaria sempre quando si stabilisca il rapporto tra il punto di partenza e il punto di arrivo , una conquista del pubblico che dura ormai da quasi mezzo secolo . Maurice ha i capelli grigi e quasi addirittura argentei ed è ancora la vedette numero uno del music - hall internazionale , in quella singolare costellazione del teatro minore dove la musica non è musica e dove l ' attore non è attore ma dove , talvolta , si va più in là del bel canto e della bella recitazione . Il suo stile è fatto di schiettezza , di franchezza , di disinvoltura . Chevalier è la negazione dell ' Uomo Fatale , del Bellissimo , dell ' Adone 1900 . Se si volesse trovargli un ' assomiglianza , egli si potrebbe identificare con quel tipo «1910» che sorprese la nostra infanzia dagli avvisi pubblicitari dei primi rasoi di sicurezza , quell ' antico giovanotto che si radeva allegramente davanti ad una finestra aperta e che suscitava l ' ammirazione di noi ragazzi , figli di una generazione che usava ancora , per quanto di nascosto , il piegabaffi e una pomata ungherese per appuntirli e profumarli . La sua carnagione ha il colorito sanguigno dei gaulois autentici : quello di Lucien Dietrich e del suo amico Dédé Leducq , maglia gialla del Tour 1931 . È francese ma non assomiglia a Menjou ; non ha nulla di untuoso , di gommoso , di cerimonioso : potrebbe esser tutto ( magari Fantomas ) , ma mai un cameriere o un danseur mondano cui mettere una mancia in mano . La sua vena guascone è sottilissima , il boulevard non lo ha corrotto . Chevalier si è presentato per la prima volta al pubblico a dodici anni , esattamente nel 1900 , con in testa un berrettuccio da ciclista , monello di periferia . Era un figlio del popolo , un ragazzo della strada , di una delle sperdute avenuer dove nasceva la Parigi industriale . Erano i tempi in cui Parigi era la regina del teatro , i tempi della Réjane , della Lavallière , di Guitry . Tristan Bernard aveva la barba nera , Alfred Capus il monocolo con il nastro di seta e Abel Hermant non aveva ancora scritto I Transatlantici . Erano i tempi della piena gloria degli chansonniers Mayol e Bruant : nelle boites di Montmartre si ricordavano ancora gli anni in , cui le parole per le canzonette venivano scritte da Maurice Donnay , l ' autore degli Amanti . Chevalier debutta con il secolo , con quel 1900 che oggi fa sorridere con il ricordo della sua Esposizione Universale . Mezzo secolo di vita teatrale è passato davanti agli occhi e al sorriso dell ' antico monello di Parigi , ultima incarnazione di Gavroche . Nel suo bagaglio di canzoni , stanno i canti vissuti fra due guerre , resistendo al jazz e opponendo le ruote dei mulini a vento di Montmartre alle sagome dei grattacieli americani . Queste canzoni parlano quasi tutte d ' amore come le novelle di Maupassant : per questo non invecchiano e non fanno invecchiare Maurice .
Gabriele D'Annunzio ( Vergani Orio , 1948 )
StampaQuotidiana ,
Il poeta è morto la sera del primo marzo del 1938 , alle 19.55 . Da un paio di giorni non si sentiva bene , ma non voleva riconoscerlo . Aveva settantacinque anni . L ' uomo aveva goduto di una salute di ferro , piccolo , magro , muscoloso , alieno dal vino e dal fumo . Una sola volta aveva provato a fumare , ad Arcachon , e si era sentito male . Ai liquori dava nomi pittoreschi ma non li beveva . Mangiava poco , aveva sempre mangiato poco . La sua tavola da pranzo , al Vittoriale , nel lato dell ' edificio costruito da Gian Carlo Maroni , ha una apparenza fastosissima , con una tovaglia lumeggiata d ' oro e coperta da infiniti ninnoli preziosi . Questa tavola non vide quasi mai il poeta a pranzo o a cena . I suoi digiuni non nascevano da un particolare ascetismo , ma dalla volontà di tenere il cervello sgombro , di non rendere opaca l ' intelligenza con le fatiche della digestione , che avevano , diceva , fatto appisolare persino gli Apostoli . Mangiava spesso nello studio dell ' ultimo piano , dove si chiudeva alle volte per intere settimane . Una cameriera , chiamata a seconda degli umori con il nome di « fante » o di « suora » , gli passava attraverso la porta un vassoietto e tornava di lì a poco a prenderlo , sempre attraverso lo spiraglio . Capitava spesso che non ci fosse nulla per l ' ospite arrivato all ' improvviso . Era dunque un uomo sano e ancora robusto per la sua età . Quando venne a Milano per correggere le bozze delle Faville , volle provarsi nella lotta greco - romana con un giovane giornalista che era andato a visitarlo . Il giovanotto sentì , sotto le sue mani , muscoli ancora pronti e forti . Molte chiacchiere erano state fatte su malattie di cui avrebbe dovuto soffrire . I suoi medici di Salò che lo sottoposero in varie occasioni ad analisi e radioscopie potevano testimoniare il contrario . Le sue radiografie e la sua cartella clinica esistono ancora , e certificano che il sangue era perfetto , il cuore perfetto , i polmoni perfetti . Era malato , se mai , del male della clausura : era il male della melanconia di un uomo che aveva trasformato in abitudine l ' antica volontà di isolarsi dal mondo per lavorare . Anche negli ultimi anni , quando il suo lavoro cessò di essere creativo , egli passava infinite ore allo scrittoio , in una atmosfera irrespirabile . Le sue stanze , d ' inverno , erano sempre riscaldate a trenta gradi , prima con grandi stufe di terracotta e infine con termosifoni , che si spegnevano solamente in maggio . Passava talvolta intere settimane e mesi senza uscire dalle sue stanze , dove nascondeva le sue irritazioni e le sue melanconie . Era triste anche di sentirsi invecchiare e di dover confessare , come aveva fatto in una nota del Notturno nel 1921 , che i suoi pensieri , come quelli di Michelangelo , erano tutti carichi di morte . Mentre in gioventù non aveva mai usato , per lavorare , altro eccitante che il digiuno , anche di caffè non aveva mai abusato , invecchiando non seppe evitare qualche eccitante che mani malevole gli porgevano . Un paio di anni prima di morire poté disintossicarsi del tutto . Fu più alacre e persino più lieto . Le visite si erano fatte ormai rare . D ' Annunzio non aveva voglia di farsi vedere invecchiato . Anche i suoi messaggi erano meno frequenti . Il telegrafo di Gardone lavorava sempre meno , il cannone della nave Puglia tuonava di rado e il mas di Buccari restava placidamente ancorato nella sua darsena . Leggere gli costava molta fatica , e si temeva anche che l ' unico occhio superstite si indebolisse definitivamente . D ' Annunzio era stato sempre un uomo di grande coraggio . Di una sola persona aveva paura : del dentista . Si può dire senza offendere la sua memoria , poiché non si parla dell ' adolescente bellissimo negli anni di Isaotta Guttadauro ma del vecchio settantacinquenne chiuso nella silenziosa villa di Gardone , che il mal di denti era stato uno dei fastidi maggiori della vecchiaia di D ' Annunzio . Un dentista di Salò era riuscito a preparare il calco per un apparecchio che gli avrebbe consentito di mangiare senza fatica - il poeta non mangiava mai alla presenza di ospiti perché non voleva mostrare come gli fosse faticoso masticare - ma l ' apparecchio non fu mai fatto perché D ' Annunzio dichiarò alla fine che non si sarebbe mai adattato a portarlo . La morte venne dunque improvvisa , preceduta solo da qualche lieve malessere al quale D ' Annunzio non volle dare importanza . Gian Carlo Maroni , l ' architetto del Vittoriale , aveva insistito inutilmente perché l ' amico si facesse visitare da un medico . D ' Annunzio aveva risposto chiudendosi in studio . Maroni , quelle notti , che furono le ultime di una convivenza e di una amicizia durata diciassette anni , le passava nella poltrona di una stanza adiacente alla camera da letto dove D ' Annunzio era agitato dall ' insonnia . Una cameriera era incaricata di vigilare durante il giorno , non vista , su quello che il poeta faceva . D ' Annunzio passò le ultime ore del pomeriggio del primo marzo nel grande studio al primo piano , quello del mappamondo , con le pareti coperte di libri fino al soffitto . Le finestre , al solito , erano oscurate . In quelle stanze si viveva sempre alla luce artificiale . Verso le sette , il poeta passò nello studiolo che precede la camera da letto . È una piccola stanza con grandi antichi armadi usati anche come guardaroba personale . C ' è un piccolo tavolo dove spesso D ' Annunzio si soffermava per qualche lavoro . Su quel tavolo c ' erano e ci sono ancora dei vasi pieni di penne , di matite e scatolette che contengono i sigilli di carta dorata a rilievo con i quali chiudeva le lettere . Nel cassetto di un armadietto sono ancora i rotoli dei nastri con i colori di Fiume , azzurri e rossi , che il poeta usava per i pacchi dei doni che amava fare agli ospiti . Non mancavano la carta assorbente e il calamaio . Al Vittoriale non era mai entrata , almeno per l ' uso personale del poeta , una macchina da scrivere . D ' Annunzio la odiava così come odiava il telefono . Una volta aveva dichiarato che considerava un ' ingiuria il consiglio di usare il dictaphon . Era contrario ad ogni forma di trascrizione meccanica della voce e non aveva quasi mai acconsentito che il cinema sonoro registrasse la sua parola . D ' Annunzio sedette al tavolo . Forse di lì a poco avrebbe chiamato la « fante » per farsi portare da mangiare . La « fante » , che lo « spiava » da una delle camere vicine lo vide con il braccio appoggiato al tavolino , in un atteggiamento che non dava adito ad alcuna preoccupazione . Su quel tavolino c ' era e c ' è ancora il vecchio lunario del Barbanera che D ' Annunzio , per il suo amore delle vecchie tradizioni abruzzesi , aveva voluto che , come ogni anno , fosse comprato all ' inizio del 1938 . Al primo marzo il lunario annunciava la morte di un grande uomo . Mancavano dieci minuti alle otto , quando la cameriera si sentì chiamare , D ' Annunzio voleva un bicchiere d ' acqua . Gli fu portato . Non disse nulla e bevve . La donna si accorse di qualcosa d ' insolito nell ' aspetto del « padrone » , come il senso di una grave fatica . Il respiro era basso e affannoso , Maroni accorse . Il poeta aveva reclinato la testa sul tavolo e stava per cadere dalla sedia . Fu sostenuto e portato sul letto della camera accanto . Maroni stesso gli fece immediatamente due iniezioni di olio canforato . Ma il cuore del poeta che aveva dato voce ad Aligi era già spento , senza dolore . Pochi minuti dopo l ' arciprete della chiesa di San Nicolò , don Fava , entrava al Vittoriale per dare l ' assoluzione alla spoglia del poeta . D ' Annunzio si era molte volte lamentato in vita che le campane della chiesa , a Gardone , suonavano troppo a lungo e aveva cercato di frenare gli scampanii con elemosine per i poveri . Alle otto in punto , il vecchio campanaro Valentino cominciò a suonare a morto .
Maria D'Annunzio ( Vergani Orio , 1954 )
StampaQuotidiana ,
Era di quasi un anno o forse di due superiore per età al suo futuro marito , la duchessina Maria di Gallese , quando conobbe Gabriele d ' Annunzio , che allora , in fatto di titoli araldici , aveva solamente quello del tutto immaginario di Duca Minimo con il quale firmava le note di cronaca mondana sulla appena nata « Tribuna » di Roma . La fama aveva già accarezzato la fronte , ancora aureolata di riccioli biondi , dell ' autore delle Novelle della Pescara e di Primo Vere , che distribuiva uno per uno i ricordi dei suoi giovanili amori romani , in parte veri e in parte immaginari , nei versi morbidissimi e qua e là lussuosamente torbidi di Isaotta Guttadauro . Gabriele era allora , soprattutto , poeta d ' amore , teso a spiare le veneri agresti d ' Abruzzo e quelle , vestite di raso e velluto , delle alcove eleganti di Roma . Piccolo di statura , ma bello nel volto , ornatissimo nella parola , e indicato già , nell ' età in cui gli altri giovani si affannano sui banchi dell ' università , come il poeta destinato a raccogliere lo scettro della poesia in Italia , i parenti di Maria di Gallese furono certamente imprudenti a sceglierlo per dare qualche lezione di letteratura italiana alla giovane e bellissima duchessina di cui si voleva completare l ' educazione . In pochi giorni , alternando la lettura dei classici del Trecento e del Cinquecento con qualche passeggiata fra le antichità di Roma , o alla quercia del Tasso o alla tomba di Cecilia Metella - si sa che le « passeggiate » sono state uno dei migliori punti di partenza per la poesia di D ' Annunzio - i due si trovarono romanticissimamente innamorati . Come in un romanzo , la giovane patrizia si era innamorata di un giovane , ricco solo della sua poesia e di qualche piccolo bene familiare a Pescara , severamente custodito dal padre Don Francesco e dalla madre Donna Luisa . Quella del poeta era una famiglia borghese , di piccoli proprietari terrieri e di armatori di paranze abruzzesi . La madre di Maria , dopo avere sposato un duca di Gallese che non le aveva dato figli , si era unita con un giovane ufficiale francese , venuto a Roma con gli Zuavi che Napoleone III aveva mandato a difendere Pio IX : l ' ufficiale si chiamava Hardouin . Lo stesso Pontefice si era interessato per la buona riuscita del secondo matrimonio . Maria apparteneva dunque a quella che si chiamava ancora l ' aristocrazia nera , papalina . La distanza sociale fra i due innamorati era grande . Gabriele , futuro sterminatore di cuori femminili , la superò di un balzo , come se si fosse trattato , per lui volontario di un anno in Cavalleria , di superare al galoppo una staccionata in una prateria dell ' Agro romano . Disse a Maria : « Fuggiamo ! » . Maria acconsentì e preparò la fuga . Allora non si fuggiva più a cavallo , né si poteva ancora fuggire in automobile . I due fidanzati segreti si trovarono in un treno fumoso , alla stazione Termini , su un vagone diretto a Firenze . Messa facilmente la polizia sulle loro tracce , furono scovati in una stanza d ' albergo con le finestre sull ' Arno . I Gallese sembra volessero far arrestare il rapitore ; ma si lasciarono indurre a consigli più miti e acconsentirono che la fuga , anche perché Maria era ormai maggiorenne , si concludesse con un matrimonio . Il primo figlio si chiamò Mario , il secondo Veniero , il terzo e ultimo - assomigliò più di tutti alla madre bellissima , ma ebbe dalla sorte un dono umano che era stato forse ' negato tanto al suo grande padre poeta quanto a sua madre , quello della mitezza mesta e melanconica dell ' animo - si chiamò Gabriellino . Maria Hardouin di Gallese , principessa di Montenevoso , non amava riandare al suo passato , al suo lontanissimo passato . Parlando di suo marito non diceva « mio marito » , ma « Gabriele » . Lo diceva con una voce apparentemente indifferente , straordinariamente fresca per la sua età , quasi avesse parlato di un estraneo . Probabilmente la figura del marito aveva voluto da moltissimi anni cancellarla dal ricordo : collocando al suo posto l ' immagine di un amico di cui aveva conosciuto , certamente come nessun ' altra , le virtù e i difetti . Gli anni dell ' unione giovanile non erano stati né felici né facili . Maria era donna tale da poter amare , ma non certamente da lasciarsi dominare da un uomo né per debolezza , né per vanità , né per tornaconto . Gabriele non aveva né la forza morale né la fedele schiettezza amorosa per essere totalmente un buon marito e un buon padre di famiglia : assomigliava troppo ai suoi personaggi per poter esserlo . Maria di Gallese era , invece , il contrario dei personaggi dannunziani : il suo sangue per metà francese , un sano sangue provinciale francese , la faceva fiera , sanamente realista , contraria alla retorica , più facile , anche negli ultimissimi anni , all ' ironia che alle pose di donna fatale . La sua eleganza era autentica , quanto forse era di dubbio gusto quella di Gabriele : anche l ' eleganza del suo spirito . Capì di non poter sbarrare il passo al marito , che correva dietro ad ogni tentazione , né voleva seguirlo , lei donna francesemente « pratica » , nelle sue esperienze economicamente pericolose di un po ' smemorato « signore delle lettere » . Gabriele non pensava , se non a tratti e con lunghe amnesie , all ' educazione dei figli . I suoi amori extraconiugali facevano parte delle cronache mondane d ' ogni giorno . Gli anni che la coppia di così differenti caratteri passò nella casa al numero 2 di via Gregoriana - in un appartamentino al quarto piano con un balcone che dominava il palazzotto dello Zuccari dove Gabriele immaginava vivesse il protagonista del Piacere - furono tormentati da una disillusione di cui Maria non fece forse mai colpa diretta al poeta quanto a se stessa , per essersi lasciata illudere . Il distacco avvenne gradualmente , senza esser mai totale dal punto di vista dell ' amicizia , che sopravvisse , se pur di lontano , se pure quasi solamente attraverso alle lettere , finché il poeta , vecchio , confermò , dopo tante esperienze , di voler avere vicino , come la più spiritualmente rispettata delle compagne , la donna cui , in lontanissimi tempi , aveva dato l ' amore dei venti anni . Di tutto questo Maria d ' Annunzio parlava poco : si può dire , anzi , che non parlasse mai . Non ignorava certamente che la sua vita non lieta di moglie del poeta era notissima . Le vicende sentimentali di suo marito appartengono alla storia letteraria e alla storia di una delle più singolari esperienze umane . Non era certamente il caso di conversare con lei di inganni grandi e piccoli per cercare di indovinare quali potevano essere state e quali potevano essere ancora le sue reazioni innanzi a certi nomi celeberrimi che , se non nel cuore , certo nella vita di Gabriele avevano pesato molto . Spostando la propria figura dal piedistallo di moglie a quello di amica così come aveva saputo signorilmente fare da moltissimi anni , essa poteva vivere indifferentemente fra le immagini , molte delle quali diventate poesia , di altre donne nelle quali , forse eternamente innamorato solo di se stesso , Gabriele , come Narciso , s ' era eternamente specchiato . Per questo aveva potuto serenamente incontrarsi con lui , quando egli l ' aveva chiamata al Vittoriale , e considerarsi , in una villa a lei destinata nel parco , la sua ospite amica che tutto sapeva e tutto , se non perdonato , aveva compatito . La sua vita , dopo il distacco dal marito , era stata per molto tempo difficile . A Roma aveva vissuto per molti anni in un piccolo appartamento di piazza di Spagna , mettendo a frutto , per vivere , la sua perizia nel ritrovare , scegliere e ordinare le belle cose antiche . Non aveva , Donna Maria , come del resto i figli , certamente gravato sui bilanci spesso disordinati del poeta . Solo dopo la morte di lui aveva ricevuto un vitalizio sui suoi diritti d ' autore e l ' usufrutto perenne della villa Mirabella entro il secondo recinto del Vittoriale . Aveva finito per lasciare anche la sua ultima dimora romana , una pensione in una traversa di via Veneto , per vivere la metà dell ' anno a Gardone e l ' altra metà a Parigi , dove suo figlio Veniero , con i suoi guadagni di ingegnere in America , le aveva comperato e donato un appartamentino vicino all ' Etoile . Ad onta della tardissima età viaggiava da sola e a Parigi viveva sola , dopo che le era morta , sotto ad un bombardamento , una fedele cameriera . Durante la occupazione tedesca non aveva voluto restare sul lago di Garda , preferendo , a ottant ' anni di parecchio passati , vivere in solitudine nella città dei suoi avi francesi . Al suo ritorno aveva saputo che la sua casa di Gardone era stata abitata da una tragica creatura : da Claretta Petacci , che di lì era partita per andare alla morte . Aveva detto : « È destino che io , senza romanzo , viva accanto ai romanzi ! » . Era stata bellissima , come testimoniava , alla Mirabella , un grande ritratto dipinto da La Gandara che D ' Annunzio vi aveva fatto collocare come per dire che quella casa era della donna che non aveva mai dimenticato . Aveva sorriso , la vegliarda infaticabile , quando le era stato mostrato un volume francese intitolato Paris , mon coeur nel quale quel ritratto era riprodotto per far conoscere il « tipo ormai classico della donna francese , dell ' elegante parigina dei tempi di Maurice Donnay e di Paul Bourget » . Pur nella tardissima età , sottile nella figura , rapida e leggera nel passo , con i capelli colorati di rosso e pettinati come quelli delle donne di Boldini , la si vedeva andar in su e in giù , a piedi , per i sentieri della collina del Vittoriale , veramente simile , nella figura , a quelle ormai tramontate immagini che ispiravano un tempo il concetto dell ' alta e scintillante aristocrazia . Attendeva da anni serenamente la morte , ma intanto parlava della vita come di un bene che non si sarebbe esaurito mai . Fissava convegni e viaggi a distanza di mesi e di anni , e intanto , fermandosi in un certo angolo del parco , pensava anche a quella che poteva essere la sua ultima dimora . Comprendeva , nella sua fierezza di gran dama , di non poter chiedere d ' essere seppellita vicino al marito , dopo tanti trascorsi che avevano per quarant ' anni annebbiata la loro unione . Aveva indicato , per sé , un angolo del parco e un sarcofago di pietra come quelli nei quali Gabriele aveva chiuso le spoglie dei suoi legionari : ma diceva che doveva essere ornato , a mosaico , con i profili di due pavoni . Amava viaggiare , ma ogni volta , quando partiva per Parigi o per Charleville , la patria del poeta Rimbaud , dove aveva parenti e amici fedeli , lasciava ad una persona fidata , confermando così il suo istinto di donna ordinata e pratica come sono quasi sempre le francesi , una busta con il denaro che considerava potesse essere all ' improvviso necessario per riportarla , morta , in patria . La sua vitalità era sempre stata straordinaria . Aveva una attenzione estrema nel non rivelare i suoi anni . Nel 1882 , quando conobbe il diciannovenne D ' Annunzio , sembra che la duchessina fosse già maggiorenne . Lo era già , in ogni modo , nel 1883 , quando si sposò . Per la sua età , dunque , bisognava tirare a indovinare , facendo oscillare il pendolo fra i novantadue delle opinioni ottimiste e i novantacinque dei « pessimisti » . La primavera scorsa , ospitata in una clinica di Riva del Garda , aveva dichiarato , in tono di celia , di avere sessantacinque anni : e nessuno aveva osato contraddirla perché le sue risposte potevano essere sferzanti . Sette anni or sono , mi aveva tenuto un po ' il broncio perché , scrivendo dopo la morte del figlio suo Gabriellino , avevo parlato di lei come di una « vecchia signora » . Doveva essere già allora vicino agli ottantasette anni .
Peppino De Filippo ( Vergani Orio , 1959 )
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Ecco , davanti a me , un viso « da magistrato » , quello di Peppino De Filippo . Trent ' anni fa , il viso di un giovanissimo pretore di primissima nomina , che ha vinto pochi giorni prima il concorso . Poi , di anno in anno , ha fatto carriera : dal magistrato di Pretura è giunto al Tribunale , è arrivato alle Assise , si avvia verso la Cassazione : lo vedrò con la toga della Corte Costituzionale : sempre magistrato è . Il viso un po ' assorto , in cui appare ogni tanto , pungente , un elemento di arguzia : un viso di calma dignità e un poco timido : ogni tanto , nella vita , la sua voce è insidiata da un trepidare che può sembrar persino un impaccio d ' una breve parvenza di balbuzie . Un magistrato un po ' filosofo , che ha avuto l ' infanzia non sempre comoda di tanti napoletani : che ha avuto compagni di scuola molto poveri e che conosce a fondo , pietoso , le miserie dell ' umanità . Dice giustamente Peppino : « In fondo , io ripugno dal comico di mezza misura e sono tutto fuorché un " brillante " : io sto tutto nella farsa o tutto nella tragedia : e la farsa sta gomito a gomito con la tragedia ... » . Ecco un giudizio da magistrato che non riesce a dividere gli uomini in due rigorose categorie , angeli e demoni : pietoso per i loro peccati , sorridente e un po ' dubitoso per le loro virtù . Con questo spirito , il « magistrato » Peppino ha scritto una cinquantina di commedie , con centinaia di personaggi dell ' umanità grigia , « buoni » intrisi di astuzia , sciocchi con lampi di genio , straccioni con una speranza di eleganza , tristanzuoli con una scintilla d ' oro di poesia , prepotenti che se la fanno sotto , cornuti illuminati da una incancellabile fede nella purità : una giornata di pioggia , un desiderio di sole ; le manette pronte , ma un sogno di guanti bianchi . Attore dall ' età di sei anni - il debutto avvenne con la particina del bambino Peppiniello in Miseria e nobiltà - De Filippo potrebbe raccontare a non finire storie di allegra , ma non sempre allegra , povertà . Era il mondo dei poveri guitti girovaghi - aveva lasciato la Compagnia di Vincenzo Scarpetta - nelle province napoletane . Ogni tanto , la sorte portava ad avventurarsi fino nell ' Abruzzo e nelle Marche . Peppino faceva un po ' di tutto : prosa , varietà , macchiettista in miseri teatrucoli , pianista in cinematografi di campagna , pittore di manifesti - la sua vera passione era quella della pittura - trovarobe , corista di operette . Fu in quegli anni lontani , addirittura amministratore della piccola troupe . Erano arrivati nelle Marche a piedi , risalendo dalle spiagge abruzzesi : e si erano addentrati in una vallata verso Jesi . Lassù , erano rimasti incastrati in un paesello di collina . Avevano montato il loro teatrino ambulante in uno sterrato fuori le mura : era nato così un piccolo teatro con « comodo di fave » . Il fondale dava sulla campagna buia : in quel buio , gli attori avevano scoperto alcuni campi di fave . Fra un atto e l ' altro , scivolavano giù dal rustico palcoscenico , facevano una rapida scorpacciata di fave , e poi , rinfrancati tornavano alla ribalta a recitare . Quando si trattò di ripartire da quel paesello , Peppino scese verso Ancona , per trovare un teatrino che li ospitasse . Era lui , o no , l ' amministratore ? Ed ecco nella torrida estate , Peppino partire a piedi , accompagnato dal « segretario » che era totalmente calvo . Ma perché i due attori avevano sulle guance una folta barba ? Nera , Peppino , e bianca , fluente il « segretario » , con un paio di occhiali neri da povero cieco . Fu Peppino a inventare , per diminuire la fatica della marcia , il sistema che oggi si chiama dell ' autostop . Erano luoghi quasi deserti . Ogni tanto si vedeva arrivare un carretto tirato da un somaro . Il « segretario » si sosteneva al braccio di Peppino , marciando curvo sotto il solleone . Quando il carretto li raggiungeva , Peppino indicava pietosamente il vegliardo : « Ci potreste dare un passaggio ? » . Il contadino si impietosiva e li accompagnava sino alla prima svolta , seduti sulle fascine . Un altro miglio a piedi , e poi spuntava un altro carretto . Quando Peppino De Filippo non reciterà più Le metamorfosi di un suonatore ambulante , cercheremo di raccontare ai nostri figli e ai nostri nipoti la scenetta in cui , affamatissimo « posteggiatore » , cerca di vedere chiaro in un certo imbroglio per il quale è richiesta la sua complicità . Il suonatore è napoletano e , come tale , gesticola vivacemente : le sue mani sono in continuo movimento e , ogni tanto , si protendono e restano sospese a mezz ' aria . Gli interlocutori credono che egli abbia finito di parlare , che l ' affare sia concluso e che sia venuto il momento di salutarsi : afferrano la mano del suonatore e la stringono cordialmente . Il discorso , invece , non è affatto finito . Bisogna liberare quella mano e riprendere la conversazione interrotta . Gli altri sono sempre pronti a stringere , sul più bello , la mano dell ' ambulante che non può frenare la sua mimica partenopea e che , se non muove le mani , non può parlare . La graduazione della sorpresa , dell ' impaccio , dell ' inquietudine , che prende e quasi paralizza l ' eloquenza del suonatore ambulante , crea un « crescendo comico » forse ineguagliato in questi ultimi anni : certo il più sottile e trascinante . Quando cercheremo di riferire questa scenetta ai nostri figli e ai nostri nipoti stenteremo a farci capire , come non capivamo i nostri vecchi quando ci parlavano del « gioco del ferro da stiro » di Eleonora Duse nella Locandiera o della « scena del candeliere » di Ermete Novelli nella farsa Felice il cerimonioso . Sono scoperte , gioie , sorrisi di cui gode solamente « chi vede » : intraducibili per « sentito dire » . Per questo , il teatro è forse fatto di incantesimi paragonabili a quelli dell ' amore , bellissimi quando viviamo il nostro amore , mentre , se ci raccontano quelli degli altri , ci sono assolutamente indifferenti .
Di Giacomo Salvatore ( Vergani Orio , 1949 )
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Cerco di ritrovare , per le vie di Napoli , la figura di Salvatore Di Giacomo . Mi dice un amico : « Sta nell 'aria...» . Si guarda attorno , fa un cenno , indica qualcosa con un gesto circolare . È vero . Sta nell ' aria , il suo monumento è la strada di Napoli , il vicolo di Napoli , è la « tavernella » , è il « munasterio » è il « funndeco » di Napoli : è il sole , è l ' acqua , è lo scoglio , è il pino di Napoli . Bellissima convinzione : un po ' retorica . Napoli non ha fatto molto per il suo poeta . Gli ha dedicato una strada verso Posillipo e una lapide sotto alla finestra di « Marechiare » in ricordo di quella canzone tanto bella , scritta a diciotto anni , e la cui fama , mi hanno detto , un po ' lo infastidiva . Le proposte per onorare Di Giacomo non sono mancate : intelligenti , affettuose , entusiastiche . Si partì dalla semplice idea di un busto , si arrivò a quella di dedicare al suo ricordo un boschetto o una esedra arborea sul colle di Posillipo . Altri propose che le sue spoglie fossero collocate accanto a quelle di Giacomo Leopardi ; e subito qualcuno ricordò , sia pure a bassa voce , i dubbi sull ' autenticità delle ossa di Leopardi , di quel povero scheletro cui mancherebbe addirittura la testa . Città , più dolorosa che lieta , mi pare Napoli , piena di crucci , di affanni , di disastri cui è difficile rimediare . Le perle e le melanconie dei vivi sono tante che forse non si ha tempo di pensare a quelle dei morti , che forse vivono già nell ' eterna serenità . Un anno dopo la morte del poeta una lapide , è vero , fu collocata sulla casa dove era nato . Poi venne la guerra e vennero le incursioni aeree . Quella casa è stata colpita , è crollata , per un miracolo era rimasto in piedi il pezzo di muro dove era collocata la lastra di marmo . In mezzo a quello sfacelo e sotto le altre incursioni , la lapide restava , alla meglio , appiccicata a quel rudere . Poi cadde anche lei ; sparì : non si sa , naturalmente , dove sia andata a finire . Anche al numero 107 di via Santa Lucia , dove abitò gli ultimi anni della sua vita , di fronte a quella chiesa della Madonna della Catena dove vanno a pregare tutte le donnette del quartiere , il cui nome ricorre in ogni poesia e in ogni canzone napoletana , non c ' è un segno di ricordo . Forse era fatale che fosse così . Non si possono trasformare in musei degli appartamenti piccolo - borghesi , come quello in cui visse Di Giacomo , come tutti gli altri scrittori del suo tempo e non solamente napoletani . Non avevano , quegli scrittori , ville , eremi , Capponcine e Vittoriali . In una casa con cento finestre , come si può « eternare » la finestra di un poeta ? Mi dicono : « È nell 'aria...» . Di Giacomo ha i suoi fedeli , che credo siano tutti , o quasi , gente fra i cinquanta e gli ottant ' anni , legati al suo ricordo , oltre che dalla grandezza della sua poesia , anche da una certa nostalgia per la Napoli della loro gioventù , la « vecchia Napoli » , la cui vita intellettuale dava ancora dei punti a quelle di tutte le altre città italiane . Leopardi l ' aveva esaltata , moribondo , con il canto della Ginestra : Francesco De Sanctis aveva fatto da Napoli il dono all ' Italia intera di quella Storia della letteratura che , all ' Italia unita da pochi anni , aveva fatto per la prima volta intendere l ' unità dello spirito italiano attraverso i secoli . A suo modo , l ' Ottocento intellettuale di Napoli assomigliava , nella varietà e nella fecondità dei suoi aspetti , all ' Ottocento di Parigi , a quello che fu chiamato lo « stupido » Ottocento ' e che era invece - ce ne accorgiamo adesso a metà del Novecento - il prodigioso Ottocento . È probabile che Di Giacomo debba essere spogliato di un suo fogliame ottocentesco , liberato da una sorta di macchiaiolismo per far venire in luce tutto ciò che giustamente di virgineo e di greco fu trovato nella sua arte ed in talune sue illuminate sillabazioni di fremiti e sussurri . Fatto il lavoro di cernita , spogliata l ' ammirazione per lui del fatto affettuoso , il poeta resterà , e certamente in molte parti grandissimo e di misura italiana fra le più nobili . Segno di questa sua vitalità e di questa sua insostituibilità è il fatto che , a Napoli , per chi arriva da fuori , il suo nome e la sua opera sono ancora il miglior punto di orientamento quando ci si accorge subito che , dopo di lui , non è più il caso di parlare di « poesia napoletana » , essendo ormai spenti anche tutti i suoi rivali e i suoi epigoni . È nell ' aria anche un ' eredità non raccolta nel paese dove i Russo , i Bovio , i Murolo non hanno avuto una discendenza , né si pretende che possano averla , poiché anche la poesia ha le sue stagioni e non si può farla rinverdire artificialmente . Quella cara stagione è finita , quel giardino è chiuso : ma lo sentite come , dietro al muricciolo , profumano ancora i fiori della poesia di Di Giacomo ? Sono andato , una sera dopo il tramonto , a salutare la vedova del poeta , donna Elisa Di Giacomo , nella sua casa affacciata sui giardini della Riviera di Ghiaia . Donna Elisa era di almeno vent ' anni più giovane del poeta - bibliotecario quando , studentessa di lettere , andò da lui , in biblioteca , per chiedergli alcuni consigli su una tesi di laurea . Fu lei che , furtiva , depose sul tavolo del poeta un mazzolino di viole o di ciclamini . Salvatore viveva con la madre , era un vecchio ragazzo sentimentale e inquieto , molto timido forse sotto il suo largo cappello alla guappa . La studentessa dovette attendere assai prima che il poeta riuscisse a compiere il gran passo . Passeggiavano al sole , per via Caracciolo . Ad una parete della stanza c ' è un ' istantanea in cui la signorina Elisa ha tutta la grazia di un tempo in cui il sorriso della donna che si teneva a braccio del suo futuro sposo aveva la luce di un sentimento che oggi può sembrare ottocentesco e che si chiama Fiducia . Prima di diventare la sposa , fu la donna della poesia di Don Salvatore , quella dei malinconici struggimenti e degli inquieti sospiri , quella che a maggio saliva alla tavernella ' ncopp ' Antignano . Stamno a na tavulclla / tutte e dduie . Chiavo chiano / s ' allunga sta manella / e m ' accarezza ' a mano ... Adesso la signorina Elisa di un tempo è Donna Elisa , la professoressa che è andata quest ' anno in pensione , sottile nella figura , arguta nel volto . Vive sola al secondo piano di uno dei tanti vecchi solenni palazzi nobili di Napoli che hanno tutti , nel cortile e negli scaloni semibui , non so quale aria conventuale . In un nobile silenzio , vive con le finestre aperte su questa Napoli molto affettuosa ma - penso io - un po ' distratta , la buona signora che si vide morire fra le braccia , con lunghi anni di malattia , il vecchio poeta intristito . Questa è la Madonna di Di Giacomo : e quello lì , in quel disegno a penna di Paolo Vietri , il genero di Morelli , è lui , come era a diciotto anni .
Eleonora Duse ( Vergani Orio , 1954 )
StampaQuotidiana ,
Trent ' anni sono passati dalla sua morte e ormai , in questi tre decenni , sono andati scomparendo quasi tutti coloro che conobbero Eleonora e l ' ascoltarono nel tempo della sua più fervida stagione che , vista adesso nella prospettiva della storia , non sembra sia stata quella dannunziana , anche se questa fu la più folta di eventi e di cronaca . Nel teatro di D ' Annunzio , probabilmente , la Duse esaurì la sua forza vitale non tanto per le vicissitudini di una passione che ebbe molte illuminazioni , ma anche molti disinganni , quanto perché , prima di D ' Annunzio , nei testi che recitava c ' era sempre stata , bene o male , la vita , mentre , dal Sogno di un mattino di primavera in poi , il teatro di Gabriele le offrì più che altro perfettissime parole d ' oro . La Duse apparteneva - o la precedeva di poco - alla generazione del verismo venuta al mondo delle scene italiane quasi in reazione ai tragici paludamenti di Adelaide Ristori e al « velluto » e al « tuono » di Ernesto Rossi e di Tommaso Salvini . La famiglia da cui usciva era di attori dialettali , originariamente chioggiotti : figli cioè di una razza popolana in cui le tradizioni fondamentali sono quelle della povertà e della delusa melanconia . Agli attori dalle voci d ' oro e dai polmoni di bronzo che essa avrebbe dovuto considerare i suoi maestri , sembrò sempre una « nevrotica » , una creatura debole e inquieta . Essi erano abituati a dar voce ai giganti : a Ree Regine , e non a gente di tutti i giorni , i cui sentimenti non erano di misura « eroica » , ma , tutt ' al più , di drammaticità quotidiana . Tommaso Salvini , titano della scena ottocentesca , la collocava un gradino più in alto di Sarah Bernhardt , che egli considerava una « meticcia » perché , non figlia d ' arte , e come tale , quasi quasi , una grandissima dilettante . Alla Duse , anche come figlia d ' arte , riconosceva il diritto d ' esser considerata un ' attrice « di razza » , ammirevole in un preciso gruppo di caratteri , dai quali la consigliava di non uscire mai , ammirevole nell ' esprimere l ' amore contrastato , la gelosia , il dispetto , il rancore , la recriminazione repressa dei torti ricevuti , il rammarico o un intenso dolore , ma non adatta ai sentimenti « alteri , grandi , maestosi » . Attrice della realtà drammatica borghese e non della misura tragica , attrice che , spiritualmente e tecnicamente , precedeva il gusto del Théâtre Libre alla Antoine , l ' incontro con D ' Annunzio la convinse di aver trovato l ' approdo al porto di un superiore teatro di poesia . L ' inchiostro del giudizio di Tommaso Salvini , che contiene forse non pochi elementi di saggezza , era ancora fresco quando , nel 1898 , con il Sogno di un mattino di primavera , Eleonora pensò di salire un gradino più in alto del suo destino di interprete di anime « borghesi » . A trent ' anni dalla sua morte , gli spettatori contemporanei della sua grande stagione sono tutti scomparsi . Restano , fra i critici e gli storici del teatro , solo coloro stessi che l ' hanno udita quasi esclusivamente nel periodo dannunziano e hanno dovuto aspettare il suo ritorno alle scene nel 1921 , ormai stanca e canuta , per riscoprirla , dopo quattordici anni di « esilio » , negli accenti del dramma ibseniano e del realismo venato di patetico romanticismo di Praga . Nel tempo della riscoperta della Duse - e della sua scoperta per gli spettatori che avevano poco più di vent ' anni quando essa uscì dal suo lunghissimo silenzio - la sua leggenda era già formata . Da una parte , c ' era il gruppo degli anziani e dei vecchi che , pur ammirandola , l ' avevano definita « nevrotica » e « pososa » , dall ' altra quelli che , parteggiando per il suo lungo e dolente romanzo d ' amore e per il sacrificio ch ' essa aveva fatto al sogno di un teatro « di poesia » - termine su cui è difficilissimo intendersi - parlavano di lei come della « santa » e della « martire » . Solamente Santa Teresa di Lisieux , solamente Bernadette hanno avuto biografi esaltati e lagrimanti come lo furono , per la Duse , il francese Schneider e Matilde Serao . D ' Annunzio stesso , che per una fatalità di temperamenti l ' aveva così mal compresa , l ' aveva chiamata « la Divina » . Le ciocche dei capelli bianchi quasi incolte , la vita in ombra per tanti anni , una vaga aspirazione religiosa , il suo sognare di essere maestra di giovani , la sua povertà nomade dall ' uno all ' altro rifugio segreto , la sua dichiarazione , una volta , di voler recitare solamente invisibile , per dar voce alle marionette del Teatro dei Piccoli nella Tempesta di Shakespeare , la sua riluttanza a mostrare il volto all ' obbiettivo di Cenere perché per lo schermo dovevano bastare le sue sole mani , le sue lettere scritte in inchiostro viola , a velocità frenetica , disseminate di puntini di sospensione e di sottolineature , i veli quasi monastici e vagamente languidi dei suoi cappellini estivi , la sua gracilità , la sua tosse , la sua febbre erano tutti elementi della leggenda alla quale si affacciarono nel 1921 gli spettatori poco più che ventenni . Si andava a sentire una donna o una santa ? Dovevamo pensare al suo lontano passato di donna o dimenticarlo ? Dovevamo vederla solo come avesse avuto il capo coperto dalla cenere dei deludenti fuochi dannunziani ? La fortuna ci aiutò : la donna che , tra il 1895 e il 1921 , aveva dato se stessa , con l ' arte prima e poi con il silenzio , a D ' Annunzio , ci apparve senza le tracce e senza le cicatrici gloriose del suo sacrificio alla « bella parola » che tanto a lungo l ' aveva incantata . Ci apparve , nella Donna del mare e nella Porta chiusa , la donna che essa era stata nelle sue giovanili ore grandissime , tutta immersa nella Vita , in un suo trasumanato realismo . E non ci sembrò una semplice coincidenza che Eleonora fosse nata nel 1859 , tre anni dopo che Flaubert aveva messo al mondo Madame Bovary . Emma è del 1856 , Eleonora del 1859 . Si può imputare alla Duse d ' avere creduto , oltre che alla sua nativa realtà poetica , in una poesia al di fuori del « vero » che le sembrò più alta della prima , e di non aver inteso la differenza tra « cosa » e « parola » ? Non era caduto nello stesso errore Flaubert , scrivendo la rimbombante Salammbô e le Tentazioni di Sant ' Antonio ? La sua crisi e il suo dramma segreto furono una crisi e un dramma di valutazioni sbagliate sotto l ' impeto di un entusiasmo d ' amore . Figlia della grande generazione della Bovary , dobbiamo stupirci che essa , ad un certo momento , abbia creduto più nelle « atmosfere » di Francesca e della Città morta che in quelle del realismo e del naturalismo in cui , con reazione antiromantica , era nata ? Essa fu certamente l ' unica attrice degna di essere definita « flaubertiana » , la grande sorella italiana di Emma Bovary e , facendo un passo più avanti nel tempo , di Anna Karenina . Ebbe maestri ? Figlia di attori oscurissimi , sua prima maestra fu certamente la povertà dei nomadi che le dette la coscienza di quel dovere ch ' essa chiamò , umilmente , il lavoro . Forse , nell ' infanzia e nella prima adolescenza recitò anche diversamente da come le avrebbe comandato il suo istinto , così come volevano attorno a lei la voce e la cadenza dei compagni . Nessuno pensava che si avvicinasse il tramonto del tempo romantico , e fanciulla , dicendo quasi senza capirle le battute dei grandi testi d ' amore , un ' eco romantica passò nella sua voce . Nelle tragedie come la Francesca da Rimini di Silvio Pellico , giovinetta , declamò come poi non fece mai . La liberazione del suo istinto cominciò con le parole di Giulietta , nel dialogo d ' amore con Romeo , con una rosa sfogliata quasi ad ogni parola . La morte della madre le aveva aperto l ' anima alla verità del dolore . Negli anni del suo debutto , quella di Eleonora è una storia di stenti , di lunghe miserie , di molta autentica fame , di abiti poverissimi , di teatri squallidi , di inverni gelidi , di lunghi notturni estenuanti colpi di tosse . Era piccola , magra , bruna , fu detto , come una calabrese . Talvolta la sua gracile bellezza fioriva in un improvviso turgore dell ' adolescenza , ma poi già si velava d ' ombre , si scavava intensamente nelle guance dagli zigomi risentiti . L ' alto arco delle sopracciglia sembrava , sugli occhi vasti , profondi , un nido di interrogazioni . Ebbe in verità , come le maschere del Teatro Antico , due volti : l ' uno forte , sereno , anche ridente , perché non sempre la sua anima era solamente dolore ; l ' altro scolpito con i segni della delusione come in una cera scura , nella cera della sofferenza . Il volto della Locandiera il primo : quello della Signora delle camelie , il secondo . Illusione e delusione furono in modo sovrano le due espressioni dominanti di quel viso che diventò celebre in tutto il mondo ; reclinato e come concentrato sulla fiamma di un sorriso che dava un fremito alla bella bocca ampia : in alto nelle interrogazioni del dolore come sotto al soffio di un vento che volesse tutto rimodellarlo , in un sospiro o in un gemito . Diventò donna , e recitò tutto . Non poteva permettersi una scelta , né di compagni né di repertorio . Pareva dovesse restare sempre una genericuccia , dicevano che non aveva voce né scatto né energia di dizione : pareva non avesse mestiere , e tanto meno , davanti a sé , un destino . A Trieste il pubblico fu duro : chiese che venisse cancellata dalla locandina . Poi fu un primo passo avanti , recitando vicino al Belli - Blanes , a Giovanni Emanuel , a Giacinta Pezzana , a Cesare Rossi . A Napoli , una sera , il pubblico ebbe l ' impressione di vedere per la prima volta in scena la vera Ofelia che andava verso la morte . Rossi , Emanuel , Giacinta Pezzana sono i primi maestri , e subito la Duse diventa una loro pari . Eleonora è portata dalla sorte a non dovere più ripetere l ' accento dei vecchi modesti compagni che andavano orecchiando di maniera le intonazioni e il gesto dei grandi attori romantici come Salvini e la Ristori . Rossi , Emanuel e la grandissima Pezzana le confermano che il teatro ha una voce nuova , che cammina verso una verità più meditata , più acuta , più intensa . L ' attrice che reciterà Teresa Raquin scoprirà che il romanticismo è finito e che il « vero » sta arrivando alla ribalta . La sua ansia di verità non chiede altro . Scoperta la via , riconosce che è quella verso cui la portava il suo istinto e su cui la guida la sua giovanile meditazione . Viene l ' ora di quelle che saranno le prime grandi creazioni : cominciano gli anni vertiginosi della Principessa di Bagdad , della Moglie di Claudio , della Signora delle camelie . A ventitré anni qualcuno la paragonava già alla Bernhardt . Amò . Ma l ' uomo della leggenda era ancora un giovinetto e apparve quando già la giovinezza di Eleonora cominciava a sfiorire . Amò come ogni altra donna uomini della sua vita di tutti i giorni : un giornalista napoletano : la lasciò con un figlio in grembo che doveva morire nascendo . Fu sposa , ma senza torridi fuochi d ' amore , di un compagno d ' arte , Tebaldo Checchi . Amò , con un improvviso ardore , il compagno d ' arte Flavio Andò che recitava con lei nella Signora delle camelie . Per lui creò il grido « Armando ! Armando !...», che diventò leggenda . Ma di tutto questo , sia nelle illusioni che negli errori - come il distacco dal marito che lasciò a lei la cura della figlia Enrichetta - si parlava , a quei tempi , a bassa voce . La storia dei « palpiti » della giovane attrice , che sta già conquistando la sua celebrità nel mondo , non giunge che sommessamente al di là del sipario . Non diventa cronaca . Di amore , per lei , devono parlare palesemente al mondo solo i personaggi , ed ecco la Duse creare , come forse nessuno prima di lei aveva potuto , il personaggio a cento volti che sarà per tutta la vita quello della grande innamorata . La donna , insomma , in funzione della passione , della gelosia , del peccato , della espiazione , dell ' abbandono quasi allucinante del cuore e dei sensi : in funzione anche della perfidia , della civetteria , della crudeltà . Non più l ' eroismo modellato dalle grandi voci del romanticismo , ma quello della quotidiana verità della natura umana . Verismo o cosiddetto verismo ? In molti casi , si tratta di teatro borghese , adattamento « domenicale » della verità , in modo persino vieto e frusto . La Duse non amò le Odette e le Fernande . Ma essa sapeva essere più in alto dei testi che recitava , più forte delle « battute » e delle « scene madri » , perché il suo lavoro era fatto tutto di approfondimento nell ' interno del personaggio , o , come amava dire , nelle sue « fodere » . Cosa trovava là dentro ? Trovava se stessa , il suo io di donna sempre pronto a rivelarsi e a moltiplicarsi in cento aspetti . Non più adattamento da teatro domenicale , ma una sua verità che poteva assomigliare , appunto , a quella di Emma Bovary o di Anna Karenina . L ' ansia per un « vero » fatto di poesia e di meditazione l ' agita sempre più intensamente . Su questa strada arriverà a Ibsen , e sarà un giorno , a trent ' anni , l ' interprete di Casa di bambola . Aveva già amato un poeta . Ma l ' amore per Boito fu probabilmente l ' unione con un « compagno d ' intelligenza » . L ' attrice è celebre ormai in tutto il mondo quando incontra quello che sarà l ' uomo del suo destino . Per D ' Annunzio fu « obbedienza infiammata » . Non si vuole fare il processo al « superuomo » . Ella stessa non lo fece mai . Sognò per lui ogni impresa , affrontò ogni sacrificio , lo stimolò a creare , lo difese contro il pubblico , modificò il proprio stile per adattarlo alla sua parola , perdonò certe pagine del Fuoco che l ' avevano amareggiata . Per lui , più giovane di cinque anni , la Duse combatte la battaglia d ' amore della donna che sente già la propria giovinezza dileguare . Di volta in volta , si esalta e si rattrista e in segreto si umilia . Vuole amare le cose che egli ama , leggere i libri ch ' egli legge , prediligere le pitture , i luoghi , le spiagge che quel gran « cicerone » le fa conoscere . Anch ' egli l ' ama , ma non con devozione eguale . La Duse ha quarantacinque anni , quando D ' Annunzio scrive la Figlia di Jorio . Ma il canto disperato di Mila non sarà più per lei dal momento in cui l ' attrice scopre che il castello dell ' amore si è incenerito e che davanti all ' inganno bisogna uscirne come una donna velata . Sono , adesso , ancora nuove strade , nuovi viaggi , nuove esperienze nei nomi di Ibsen , di Maeterlinck , di Gor ' kij . Essa è sempre più « l ' attrice del mondo » , pallida malata , con un viso da esilio per un dolore di cui non parla mai . Si ritira . Comincia il grande silenzio . Quattordici anni e la povertà le dice : « Bisogna ritornare ... » . Ormai la sua salute è minata , un filo d ' aria fredda basta a ferirla . La sera del grande ritorno una specie di galleria di tela si dice la protegga dalle correnti d ' aria quando esce dal camerino per entrare in scena . Ha i capelli bianchi , non ha voluto nemmeno un filo di cipria « per non mentire » . I fiori saranno , da allora in poi , sempre per una chiesa . « Dammi , Signore , un cuore vigilante in modo che nessun pensiero estraneo mi porti lontano da te ... » , diceva una preghiera che le era cara . Ormai era tutta nella fede . Ancora l ' Europa , ancora l ' America , sempre più stanca , sempre più fragile , finché basta uno scroscio di pioggia , sulla porta chiusa del teatro di Pittsburgh , per spegnerla . Così basta poco per morire alle bambine malate del paese dei suoi avi sui canali di Chioggia battuti dal vento dell ' Adriatico , là nel paese dove , a quattro anni , aveva recitato la parte di Cosetta in una riduzione dei Miserabili .
La figlia di Jorio ( Vergani Orio , 1954 )
StampaQuotidiana ,
La sera del 3 marzo 1904 si alzò per la prima volta il sipario sulla vicenda di Aligi e di Mila di Codra . Nasceva alla vita dello spettacolo , dopo esser nata sui grandi fogli di carta a mano del manoscritto - fu poi riprodotto in un facsimile che reca tutte le tracce della sua elaborazione - la Figlia di Jorio . II sipario si aprì puntualmente alle 20.45 . Per chi volesse saperlo , i prezzi d ' ingresso al teatro Lirico di Milano erano , per quei tempi , eccezionalissimi . I palchi costavano 120 lire : una poltrona 30 lire . Prezzi , dunque , scaligeri . Nevicava fitto . Una fila interminabile di carrozze padronali , con pariglie e cocchieri in tuba , sostava sotto alla neve in via Larga e nelle strade adiacenti . Gabriele d ' Annunzio avrebbe compiuto di lì a pochi giorni i quarantun anni . Virgilio Talli , che aveva messo in scena la « tragedia pastorale » e guidato e concertato la recitazione , ne aveva quarantasette , come Oreste Calabresi cui era affidato il ruolo di Lazaro di Rojo . Ruggero Ruggeri che vestiva i panni di Aligi ne aveva trentatré , e trentuno Irma Gramatica , cui era stata affidata la parte della protagonista . La Talli - Gramatica - Calabresi ( Ruggeri non aveva ancora il nome « in ditta » , come si dice nel gergo dei comici ) era indicata , nelle conversazioni degli appassionati di teatro , come la « compagnia dei giovani » , animata , pur sotto la disciplina ferrea di Talli , da tendenze « rivoluzionarie » . Lyda Borelli faceva parte della compagnia nel gruppo delle attrici giovani : ed era appena una giovinetta . Le erano affidate le battute di Favetta . Ornella - ecco un nome inventato da D ' Annunzio che diventò popolare quasi come quelli dei personaggi dei melodrammi : furono moltissime le bambine che ebbero il suo nome - era Giannina Chiantoni . Il poeta non aveva avuto sempre favorevole il pubblico nelle sue prove di autore teatrale : aveva conosciuto , anzi , qualche duro assalto negativo da parte delle platee , per quanto sostenuto con appassionata fede da Eleonora Duse , che gli era stata compagna in tutte le sue esperienze di palcoscenico . L ' attesa era , in ogni modo , immensa . La vittoria doveva essere superba : certamente la più alta di tutto il teatro dannunziano . Una cronaca dell ' « Illustrazione Italiana » narra che il poeta fu chiamato alla ribalta « le dieci , le quindici volte ... » . Era proprio il segno del trionfo perché , in quegli anni , due o tre chiamate dopo ogni atto già erano la misura di un vivo successo . Il teatro di prosa non conosceva una robusta claque . Da parte di Virgilio Talli fu la prova più alta e più faticosa delle sue capacità di « regista » , come si direbbe oggi : di « capocomico » come si diceva allora . E fu anche una prova di diplomazia , di pazienza , di sottile intuito organizzativo . Il grande « capocomico » non doveva armeggiare solamente per rispondere degnamente all ' attesa e alle esigenze dello scrittore : doveva anche , senza mostrare di immischiarsi nei fatti personali dell ' autore , prevedere , ed esser pronto ad agire di conseguenza , una grossa crisi di carattere sentimentale che avrebbe potuto mettere in pericolo , da un momento all ' altro , la realizzazione dello spettacolo . La cronaca , oggi , si impadronisce subito di qualsiasi episodio sentimentale delle dive . Viviamo nel tempo delle conferenze stampa , nel corso delle quali mogli o amanti che si suppongono tradite dettano ai cronisti la storia dei loro dissidi d ' amore . Allora , nel 1904 , la discrezione della stampa era ancora obbligatoria . Delle avventure sentimentali si parlava sottovoce . Le amanti deluse piangevano in silenzio , senza offrire le proprie lacrime ai lampi dei fotoreporters . L ' andata in scena della Figlia di Jorio doveva coincidere con la crisi finale di quella che , dopo l ' amore di De Mussct per George Sand , poteva essere definita « la passione del secolo » . Sarebbe inutile , di ciò , ricercare la traccia nei giornali del 1904 , . e , per molti anni ancora , ricercarne qualche indicazione precisa nei libri di storia e di biografia teatrale . L ' autobiografia di ' falli è molto velata in proposito . I libri che narrano la vita della Duse - almeno quelli scritti sotto la sua diretta ispirazione - usano , in proposito , lunghe , caute , morbide perifrasi . La versione ufficiale dei fatti che portarono alla rinuncia della Duse a dare vita al personaggio di Mila di Codra è quella che attribuisce la rinuncia ad un « molesto raffreddore » . Virgilio Talli non aveva studiato medicina , ma con tutta probabilità aveva previsto questo « raffreddore » sino da otto mesi prima quando tramite Adolfo Orvieto - il direttore del Marzocco - era stato convocato da D ' Annunzio alla Capponcina per sentirsi affidare la messa in scena della tragedia . D ' Annunzio e Talli erano stati compagni di collegio al Cicognini di Prato . Talli che aveva sei anni più cli D ' Annunzio era stato , al Cicognini , uno , dei « grandi » , mentre il figlio del pescarese don Francesco d ' Annunzio era uno dei « piccoli » . S ' erano poi , effettivamente , perduti di vista , Il poeta , incontrandosi con Talli nell ' atmosfera di sagrestia e di antiquariato che caratterizzava l ' arredamento della villetta fiesolana , evocò a lungo , e molto con l ' immaginazione , gli anni di collegio . Poi raccontò la trama della tragedia . Il nome e la figura della Figlia di Jorio erano già noti attraverso il quadro di Francesco Paolo Michetti che , vari anni prima , aveva avuto un successo clamoroso di pubblico . D ' Annunzio disse che la parte di Mila sarebbe stata interpretata da Eleonora Duse , almeno nelle città principali , e soprattutto nella prima presentazione dell ' opera al pubblico . Innanzi a tanto nome Talli non aveva che da inchinarsi . In quanto ad essere sicuro di aver Eleonora alla « prima » aveva segretamente molti dubbi . Per quanto le cronache fossero , in materia di « notiziari amorosi » , assolutamente mute , nessuno ignorava - e forse non lo ignorava la stessa Duse - che una nuova donna era entrata nel labirinto di fascini del poeta . Si trattava di una donna giovane e molto bella , di alta nascita - era figlia di un presidente del Consiglio dei ministri - e di nobile matrimonio . Alessandra Starabba di Rudinì maritata marchesa Carlotti , la cui vita doveva essere travolta dal tempestoso sentimento che la unì al poeta e che doveva trovare pace più tardi solamente quando volle vestire l ' abito di clausura delle Carmelitane , aveva sollevato grande rumore negli ambienti del patriziato veronese con i suoi atteggiamenti e costumi di donna « moderna » . Ancora molti anni dopo , a Verona , le signore la ricordavano alla guida di un tiro a quattro o in sella di maldomi cavalli da corsa . Si favoleggiava che , dovendo per la prima volta ricevere il poeta nella sua villa , avesse fatto cospargere di rose tutto il viale del parco . Il poeta l ' aveva incontrata a Firenze e , poi , sulla riva del Garda , a San Vigilio , dove la marchesa possedeva una grande villa . Essa era insomma colei che , nella biografia delle donne che hanno impegnato il loro cuore nella fede per D ' Annunzio , prese il nome di « Dama del Garda » . La collaborazione teatrale fra il poeta e la « divina Eleonora » era , prima di tutto , alleanza di un amore entusiastico . Si sarebbe mantenuta questa collaborazione il giorno in cui Eleonora avesse dubitato , o saputo con certezza , di questo nuovo « romanzo » di Gabriele ? Era ciò che rendeva assai perplesso Talli il quale ad ogni buon conto - egli aveva anche la responsabilità organizzativa ed economica dello spettacolo - per evitare troppo gravi sorprese pensò bene , ad insaputa del poeta , di passare il copione in lettura a Irma Gramatica , dicendole di tenersi pronta non solo per le « riprese » della tragedia pastorale , ma , addirittura , per la « prima » qualora il segreto dramma d ' amore della Duse fosse giunto ad una crisi irreparabile . Tutto questo retroscena non era materia di cronaca , ma era noto negli ambienti teatrali , e di qui , con i « si dice » dei salotti mondani , era diventato notissimo anche al pubblico . La curiosità per l ' imminente avvenimento ne era così anche più acuita . E intanto si parlava dell ' impegno con cui gli amici abruzzesi di Gabriele , con alla testa Michetti , andavano raccogliendo nei villaggi d ' Abruzzo tutta la suppellettile folcloristica necessaria per la messa in scena : vecchi costumi , orci , borracce intarsiate , gioielli , scialli , scapolari . Michetti e Ferraguti preparavano i bozzetti per le scene che Rovescalli , lo scenografo della Scala , doveva dipingere in grande . Michetti disegnava il costume di Mila per la Duse e il bozzetto veniva mandato da Talli alla sartoria teatrale . Il poeta aveva letto il copione agli attori e Irma Gramatica - che lo aveva già letto di nascosto - obbedendo a Talli fingeva di non conoscerne nemmeno una parola . D ' Annunzio continuava a parlare della Duse come di una interprete sicura . Ed egli era forse sicuro che , all ' ultimo , la sua autorità di poeta avrebbe avuto il potere di placare nella Duse le ansie , i crucci , le gelosie della donna . Si vide che egli si era sbagliato . E le cronache cominciarono a parlare della salute della Duse , di vaghe indisposizioni , di abbassamenti di voce , di persistenti faringiti . Quello che segretamente giungeva alla sua conclusione , mentre si iniziavano le prove , era il dramma più grave e tormentoso della vita della grande attrice . Alla fine si capì che era impossibile parlare di accomodamenti e di rinvii . Velatamente , raccontando la vita della Duse , Olga Signorelli , richiamandosi ad un brano del Fuoco , dice così di quell ' ora : «...Nulla era accaduto , nulla accadeva ... Nessuna parola era stata proferita che stabilisse un termine , che accennasse ad una interruzione ... E nondimeno ella sentiva in quel punto l ' impossibilità assoluta di seguitare a vivere accanto all 'amato...» . La crisi arrivava al culmine . Meno poeticamente Talli , che era stato in grande agitazione e l ' aveva confidato a Marco Praga fin dal gennaio - il poeta era spessissimo a Verona , si sapeva perché e nelle sue epistole parlava lietamente di cavalcate e di cacce - racconta che , alla fine , il poeta stesso aveva detto non esser « ormai prudente prolungare troppo un ' illusione che avrebbe potuto procurare dispiaceri non lievi ... » . Il nome della Duse non fu più pronunciato e il costume di Mila fu portato nel camerino di Irma Gramatica . La sera del 3 marzo , a Genova , costretta a letto in albergo dalla febbre , avendo compagna Matilde Serao , Eleonora Duse , mentre a Milano si apriva il sipario del Lirico , declamò a se stessa la tragedia . La sapeva a memoria dal primo all ' ultimo verso . E continuò sino alla fine , nella notte , sino alla battuta suprema : « La fiamma è bella ! La fiamma è bella ! » . Intanto , mentre l ' ispiratrice piangeva disfatta sul cuscino , il pubblico chiamava il poeta in trionfo alla ribalta . La Figlia di Jorio iniziava la sua vita di poesia : Eleonora Duse quella della sua lunga disperata melanconia .
Garbo Greta ( Vergani Orio , 1953 )
StampaQuotidiana ,
Ogni tanto , la Divina passa sotto alla mia finestra nella piazzetta del porticciolo di Portofino . La Divina è « diventata di casa » . Domani o dopodomani - mi ha detto lo scrittore americano Truman Capote - tornerà qui per qualche giorno . L ' altra sera , si dimostrava più acclimatata o più fiduciosa nella discrezione della gente : aveva riposto nella borsa i suoi grandi occhiali neri , e , passando davanti al gelataio o davanti alla vetrina della piccola friggitoria , non affrettava il passo , e lasciava che , sia pure in una cauta distanza , il riverbero della modesta luce dei due spacci le sfiorasse il volto . Nemmeno per lei ha una qualche eccezione la regola della piazzetta : le automobili non possono entrare . Anche la Divina deve obbedire al divieto marcato da una vecchia catena : l ' auto dei suoi ospiti sosta cinquanta metri più in là , nel posteggio scavato nella gola della valle . Anche lei deve attraversare la piazza a piedi , andare a piedi alla Calata , o salire a piedi per il viottolo scosceso che sale a San Giorgio . La catena non è stata abbassata , nessun baldo giovane in maglietta da marinaio posticcio si è fatto avanti per portarla in collo , così come essa , quasi trent ' anni or sono , in una scena della Carne e il diavolo si faceva portare con un abbandono d ' amore che la memoria fa sembrare incomparabile . La Divina , se desidera evitare la troppa luce delle trattorie e dei caffè , i troppi sguardi curiosi deve fidarsi solo delle proprie gambe e dei propri zoccoli camminando là dove , forse , l ' acciottolato è più rude . Là era la penombra , e nel suo filo ultimo , al di là del quale si iniziava il buio della notte , la Divina camminava appartata , equilibrandosi sugli zoccoli che le signore dei caffè giudicavano , con una rapida occhiata , assai fuori moda . In quel filo di penombra dove la luce sfuma e dove il buio ancora non nasconde , passa dunque colei che fu chiamata la Divina così come Eleonora Duse fu chiamata , dai suoi compagni d ' arte , la Signora . Da quel filo di penombra , ogni giorno un millimetro , essa va lentamente portandosi verso l ' ombra dove più non entra che la luce della storia . La sua è la storia di uno sguardo , di un volto , di un sorriso , di un palpito melanconico delle pupille , di un bacio e , forse più che di un bacio , di un sospiro . È la storia del volto che lei ha dato alla Signora delle Camelie e ad Anna Karenina : un volto che ormai , per la nostra generazione , non si separa più dai due volti immortali modellati dalla poesia teatrale e dal romanzo . Quel volto sta adesso all ' ultima ribalta della penombra : presto verrà l ' età con i suoi colpi di lima pesanti ; la luce di quegli occhi si attenuerà ; l ' enigma di quelle pupille sembrerà , a chi non sappia ritrovarne l ' impallidito mistero , un modesto rebus da vecchia raccolta di ingialliti settimanali dei padri e dei nonni . Io , mentre Greta passa in quella penombra , o nel breve riflesso della piccola festosa luce della botteguccia del gelataio sotto alla mia finestra , penso alla immensa fatica e forse all ' immensa noia e certo alla fatale tristezza di portare in giro quel volto che con il tempo si farà stanco , che già oggi è un po ' stanco , e di sentir su di esso il peso , il carico , il giogo di infiniti , di innumerevoli sguardi , curiosi , avidi e persino spietati . Questo è il destino di chi , volendo tornare forse ad essere una donna come tante altre e , anzi , a differenza delle altre desiderosa solamente di non essere guardata , porta , sotto il cappellaccio di paglia o sotto il fazzoletto malamente annodato , un volto che fa parte della storia del Novecento , di questo strano secolo in cui , forse più di ogni altra cosa il dominio dell ' Immagine ci lega alle misteriose catene della poesia e della bellezza . Il suo destino è stato di non avere un « romanzo » , pure avendo dato il suo viso alle protagoniste di venti o trenta romanzi . Avrebbe potuto essere tutte le donne : le donne vere e le donne immaginarie , le donne della poesia e le donne della cronaca , Laura de Sade , Ilaria del Carretto , Emma Bovary , Maria Tarnowska , Hedda Gabler , e persino Nanà e persino Zazà . Dove passa lei , sono esse che passano . Ma lei , la Divina , lei Greta Garbo mi sembra che là , nella penombra , vada come appesantita dal corteo che quelle , invisibili , fanno alla sua figura , ormai più che fragile , un po ' affaticata : le altre che le hanno rapito il diritto di avere un ' anima solamente sua , come nel racconto di Poe del pittore che , per dipingere il Ritratto ovale , ogni giorno con un colpo di pennello porta via qualcosa dall ' anima della sua modella . Dal caffè , dai tavoli delle trattorie , dalle pietre del molo della Calata , dalle finestre , dai terrazzini , o fra le siepi leggere illuminate a festa , o fra i sartiami dei velieri o fra le sagome bianche degli yachts dove le accada di salire , le donne , le giovinette la guardano . L ' altra sera , era sulla illuminatissima barca del duca di Windsor che non volle essere re e imperatore . Gli sguardi hanno potuto contare quante volte ha vuotato , prima di mezzanotte , il suo bicchiere di whisky . Si sa tutto : l ' hanno vista a pranzo nella loggia di una trattoria del molo , e si sa , fino al più minuscolo boccone , cosa ha mangiato . Si sa che ha rifiutato , con uno strano riso , di firmare un album . Da una settimana , da dieci giorni ci si domanda : « È bella ? » . E la stessa domanda ricomincerà , fra un tavolino e l ' altro dei caffè , fra due giorni , quando ritornerà . Si sente dire : « Io trovo ancora bellissima la fronte ... Per me , la bocca è un po ' stanca ... Io non posso perdonarle quei calzoni ... E io non le perdono quella maglietta ... Lei , avvocato , le ha guardato i piedi ? » . Quando , l ' altra sera , ha attraversato la piazzetta al braccio dell ' attrice Lilli Palmer , le signore di Portofino hanno affrettato il passo per poter confrontare la loro statura con la sua . Gruppi di ragazzette hanno abbandonato i tavolini del gelataio per vederla da vicino e sono tornate sghignazzando , dicendo che è brutta . Mi è passata accanto . L ' antica , prodigiosa bellezza è ancora evidente sotto al velo di melanconia dell ' età che sembra consumarla dal di dentro . Le tempie , lo zigomo , l ' arco dell ' orbita sono ancora perfetti anche se tendono ad appassire . Parlava a bassa voce , ridendo donnescamente , con l ' amica che le dava il braccio . È sparita nella penombra . Ho pensato che , mentre è facile , è quasi istintivo immaginare nude le donne , è difficile immaginare nuda Greta Garbo . Non so se questo sia più segno di rispetto o melanconia d ' amore .
Gerusalemme ( Vergani Orio , 1949 )
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Restai sgomento , la prima volta che - era il settembre del 1929 - entrai nella chiesa del Santo Sepolcro : e , ripetendo come una bestemmia le parole con le quali l ' Angelo annunciò a Maria di Magdala la Resurrezione , stavo per dire : « Non est hic ! Non è qui ! » . L ' attesa di quell ' istante metteva a nudo il cuore . L ' ospite inquieto che accompagnavo giù per gli acciottolati della via del Mercato , era l ' anima . E io portavo quei giorni la mia anima , solitario , per le strade di Gerusalemme . La mia anima era stata a lungo offesa : per le vie si era combattuto , avevo visto uomini inseguirsi e pugnalarsi ai crocicchi : colpi di fucile partivano dalle terrazze : solo dopo tre giorni gli spari erano cessati e io avevo potuto concedermi una mattinata per entrare nella città vecchia a visitare il Santo Sepolcro . Lo stato d ' assedio continuava : alla Porta di David mi avevano fatto sostare fra i contadini arabi che recavano con i somarelli gli ortaggi al Mercato . I gendarmi inglesi avevano perquisito minuziosamente loro e me . Portavo pistole o bombe ? Il gendarme che si chinava a palparmi le tasche mandava odore di sigaretta virginia . La mia anima era nuda come una vena scoperta . La giornata non era bella : il cielo era insolitamente grigio . Bisogna rendersi conto che , per quanto raramente , piove anche a Gerusalemme , e il suo scenario può colorirsi di grigio e di fango . Tutta la pittura sacra è invece una serie di immagini senza piogge e senza fango . Quel cielo grigio dopo tre giornate di spari e di uccisioni , trovava il mio spirito impreparato . All ' albergo ero stato assediato dagli inviti a recarmi al disseppellimento di alcuni israeliti uccisi dagli arabi nei complotti di quei giorni , e sepolti frettolosamente dopo essere stati evirati . Ero fuggito dall ' albergo , ma mi pareva d ' essere inseguito dall ' odore di quelle lugubri fosse . L ' anima era stata lungamente e profondamente offesa . Beata , mi dicevo , la dolce cecità di chi altro non vede che la meta : beata l ' ansia innamorata di chi altro non conosce che la pietra dell ' arrivo : beata la verginità di spirito di chi non discerne il peccato difeso dallo scudo dell ' innocenza . Tristezza inconscia dell ' abito mentale dello scrittore che viaggia e che misura le proprie impressioni in rapporto all ' attesa che di esse possono rendere , quando sono inquadrate in una pagina . Io ero , insomma , in quell ' anno lontano , « colui il quale » si reca , più che a vedere , a constatare se ciò che si vede è « superiore all ' attesa » . Io ero il disprezzato scrittore di mestiere che teme la « disillusione » . E , andando , chiedevo di tutto ciò perdono ; ma la prova dell ' umiltà era dura , perché i richiami della vita erano aspri , e continui gli oltraggi lungo il cammino . Avrei dovuto passar per la città bendato , come le ambascerie che passano per i campi nemici . E ad un certo punto anche la febbre di vedere e l ' affanno di giungere mi sembravano , se non un insulto , un errore . Ma andavo egualmente entro i vicoli del bivacco saracino che apre i suoi fetidi mercati fin sulla soglia , in su e in giù per le rampe che inabissano il mercato ed elevano il tempio . Il vicolo immondo rovesciava sulle soglie la frutta imputridita dal fiato dell ' estate , le carni biancastre e il sangue raggrumato e il grano maculato di giallo delle pecore macellate all ' ombra del tugurio . Andavo per il sentiero che sapeva di stalla e di fieno , fra le risciacquature dei piccoli caffè riaperti pigramente dopo i tre giorni di eccidio e il tanfo delle friggitorie , tra il sentore dei dolciumi e quello delle uve calpestate da piedi distratti , in mezzo al traffico dei somarelli che piegavano le ginocchia sotto il peso , dei vasi d ' olio o dei bidoni di benzina o dei sacchi di farina che incipriavano il lastrico , o che recavano a bisdosso , come sacchi umani , i cenci , i piedi sporchi , le braccia legnose , le grinte rabbiose dei beduini . Urtavo nell ' indolenza dei panciuti passeggiatori arabi vestiti di azzurre palandrane , nella fretta dei portatori che recavano , con un cingolo teso sulla fronte , carichi di ferro , di tavole e mobili e casse . Gli occhi vagavano sulle camicie sventolanti dei ragazzi rissosi , sugli sguardi insanguinati dei tracomatosi , sugli arti rattrappiti dei mendicanti paralitici , sui panni bisunti del vecchio ebreo che scivolava via , in quella falsa quiete di armistizio , cercando di non farsi riconoscere , sul velo nero dell ' araba dal corpo intriso di caldo profumo di muschio , sul canestro recato in capo dalla beduina chiusa in sette gonnelle , sul calcio del moschetto del poliziotto inglese seduto ai crocicchi , sul velo bianco della vecchia dama che insisteva a portare il costume coloniale delle turiste inglesi da operetta . I sarti ebrei , con le labbra piene di aghi e di gugliate di filo , misuravano all ' aria aperta giacche e camicie ; i ciceroni siriaci cominciano a venir fuori dai loro nascondigli , i ragazzini mi davano la caccia , per accompagnarmi alla Pietra dell ' Unzione . Ipocriti figuri - respinti per le vie , riapparsi nel mezzo della Chiesa - erano decisi ad approfittare di ogni mio attimo di incertezza , di ogni mio segno di disorientamento per offrirmi i loro servizi e per porgermi una canna con la quale mi sarebbe stato possibile toccare , attraverso un pertugio nel muro dell ' altare , la colonna della Flagellazione . La piccola umanità assetata di mance mi inseguiva sino alla Pietra della Tomba , e mi aveva visto entrare , senza che quasi me ne accorgessi , in quello strano paesaggio di pietre che è la chiesa del Santo Sepolcro . La difficoltà di liberarmi dagli intrusi , ciceroni , guide , monelli , mendicanti e dragomanni con i giubbetti ricamati d ' argento mi aveva spezzato i nervi . Dimenticavo che i giorni di battaglia e lo stato d ' assedio avevano fatto stare per sette giorni quasi digiuni i miei persecutori . L ' impresa di rinserrare un mondo in uno scrigno di pietre , di mosaici e di bronzi isterilisce in un attimo , alla prima visione , la terra più feconda , la terra che il passo di Gesù ha reso divina . Pietre , navate , ambulacri , pareti di mosaico , foreste di candelieri , vigneti metallici carichi di grappoli di lampade , la schiera fitta dei cordami che pendono come sartie di navi per la manovra dell ' illuminazione , tutta un ' atmosfera mista di stiva , di magazzino e di fondaco , le incrostature di marmi , di smalti , di placche d ' argento , e le incorniciature d ' oro , i cancelli , le ringhiere , i ballatoi , le cripte , i sottopassaggi , le tane degli spogliatoi , le decorazioni di perline , di nastri rossi , di madreperla e persino di noci di cocco , il soqquadro e la confusione e la rissa fra i colori e le architetture e le sagome , fra altari di un rito e controaltari di un altro , e , da ogni parte , il richiamo di un cicerone inoperoso e l ' urlare di un altro che indica ad una comitiva i luoghi della Via Crucis : « Qui stava la Madonna ! Qui è apparso l ' Angelo ! Lassù i soldati hanno giocato ai dadi la veste , del Redentore ! » . Ecco quello che io vedevo , che sentivo , che indovinavo nell ' atto di entrare . Quindici secoli di culti opposti , quindici secoli di guerre , di persecuzioni , di capricci architettonici , di ire e di gelosie ecclesiastiche , di devozioni che volevano quasi imbarbarire il simbolo , di litigi , di mercati , di abusi , di risse fra sagrestani hanno qui la loro testimonianza . La Terra Santa , sepolta sotto ai marmi e ai conflitti , è invisibile . E mi dissi : « Il Suo spirito non è qui ... » . Ed è qui , invece . Salii per una scaletta ripida e consunta sulle mura del Golgota . La collina del Martirio è chiusa entro il muro , squadrata e foderata di marmi in modo da formare , ora , un altare pensile , tenebroso sotto ai riflessi degli ottoni e degli argenti dei lampadari . In terra , buttato carponi , sotto l ' altare del rito greco , entro un focolare di lampade , toccai il foro , incorniciato d ' argento entro il pavimento di marmo , dove fu piantata la Croce . Qui stavano , mi dissero , le croci dei due ladroni . L ' aria sapeva , quel giorno , di incenso , di cera , di olio , e io , in quell ' aria di cappella tenebrosa , dovevo figurarmi il cielo del tragico tramonto sulle tre croci e il gesto beffardo del legionario guercio che trafisse con la lancia il costato di Cristo . Qui era la nuda terra del disperato campo fuori dalle mura della città , e laggiù era il breve giardino di Giovanni d ' Arimatea , cinto da un fragile muricciolo a secco . Poche piante ; forse nessuna : un ' erba rara e gialla , e polvere , e la roccia affiorante del Golgota . Tutto è stato incoronato di pietre : tutto è diventato altare . Ma lo spirito è qui . Indietreggiai , percorrendo i dieci metri di questa terrazza ornata di alabastri e d ' oro e d ' argento , che una volta era il nudo Calvario , la rupe senz ' erba , e mi affacciai alla balaustra che guarda sul labirinto della Chiesa . Lì sotto era la pietra dell ' Unzione , dove il Corpo deposto fu avvolto nel Sudario . Attorno ad una cosa che non avevo ancora vista , difesa solamente da un piccolo cancello circolare , con tre o quattro ceri sottili come un mignolo , attorno a quel segno trascurato di marmo , così dimesso nella povertà e nell ' oblio , non conteso da nessun rito , solitario nel suo ricordo , la visione si trasformava , le mura ad un tratto si facevano sottili , le architetture trasparenti e tutta la costruzione semibarbarica e litigiosa delle mura contese e ripartite fra quattro riti si dissolveva , spariva , liberava d ' un tratto il suolo , il cielo , le rocce , gli alberelli del giardino di Giovanni d ' Arimatea , la buca del Sepolcro , i sentieri , le gramigne , la polvere , i sassi , gli scoscendimenti del luogo sinistro e dolcissimo . Attorno a quel segno solitario e trascurato nel giro di poche fiammelle , sparivano d ' un tratto , i quasi duemila anni trascorsi dall ' ora del Sacrificio e la Terra Santa riappariva attorno al luogo dove , inginocchiata , Maria aveva assistito al Supplizio . E vidi sorgere , là dove le mura erano sparite , l ' ora terribile e divina del Sacrificio . Vidi la carne fustigata e sanguinante , cerea , sospesa alla Croce nel silenzio della agonia . Il tramonto d ' Oriente recava la voce roca della folla in sudore . Era l ' ora in cui i colori si spengono e si spegneva anche il tenue verde del piccolo giardino di Giovanni d ' Arimatea . Quella fossa che io adesso vedevo , tagliata nella roccia , là , dentro al piccolo orto era quella che Giovanni aveva fatto intagliare nel sasso per sé , era quella destinata a divenire il Sepolcro della Resurrezione . E vidi i soldati , che già avevano tratto dai vestiti del Crocefisso una moneta per il vino e una moneta forse per il lupanare , allontanarsi in drappello , lasciando soli gli uomini della guardia . E vidi la folla , dissetata della sua sete di sangue , tornare per i sentieri bruni della sera alla città , agli ozi del sabato festivo , ai litigi sui gradini del tempio .
Beniamino Gigli ( Vergani Orio , 1957 )
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Qual è l ' anno di nascita di un tenore ? È quello del giorno in cui , nascendo , manda i primi strilli , la prima voce di pianto alla luce ? O è l ' altro , del misterioso giorno in cui egli scopre , in se stesso , la prima gioia del canto ? Lo domandai tre o quattro anni fa , a Beniamino Gigli . Avevo appuntamento con lui , nella sua villa di Roma , per una intervista . Lo avevo udito infinite volte , ma non lo avevo conosciuto mai : e non ero contento di scrivergli e di chiedergli quell ' intervista . Il tema di questo « servizio » era stato suggerito da una notizia : Beniamino Gigli aveva annunciato di dover mettere fine alla propria carriera . Era stanco e probabilmente era già molto ammalato . Il suo cuore era ammalato e - tragico a dirlo - il grande tenore sapeva di essere , in un certo senso , la tomba della propria voce . Il corpo , gli occhi , il pensiero , l ' animo erano vivissimi : ma la voce era ormai costretta a tacere , profondamente sigillata dalla catena delle arterie affaticate . Uno sforzo per sprigionarla poteva voler dire la morte . Di tutto ciò , naturalmente , nella intervista non si sarebbe parlato . Io ero un poco nella situazione del medico che deve sempre sorridere davanti all ' ammalato . Dovevo « mentire » con lui , sorridere contraddicendo ad una sua eventuale melanconia , mostrarmi sicuro di un suo « ritorno » . Ero un giornalista : non un confessore . Scrivere ? Sì : avrei scritto ; ma pensando che lui , l ' intervistato , avrebbe letto le mie parole . Queste , per non allarmarlo , avrebbero dovuto essere tutte « color di rosa » : piene di una purezza e di una certezza che non potevano assolutamente trovare un logico spazio nel mio animo , dopo quanto alcuni intimi mi avevano rivelato sulla verità delle sue condizioni . La villa di Gigli doveva essere stata costruita venticinque anni prima , in un quartiere non ancora affollato . Era , se ben ricordo , costruita in uno stile fra quattrocentesco e cinquecentesco , come s ' era usato per tanti anni , con riflessi di architettura bramantesca . Era una casa solida , « ricca » . All ' ingresso si saliva per una scaletta esterna di taglio un po ' romantico , tipo « Giulietta e Romeo » . L ' espandersi della città l ' aveva un po ' soffocata . Lontano si sentiva lo stridore dei tram . Per il viale correva un fiume di automobili e non c ' era una « zona del silenzio » attorno alla casa dell ' uomo dalla « voce di oro » . Il giardino aveva vialetti inghiaiati : una lunga siepe di piante fiorite lo divideva dalla strada . Queste ville , troppo grandi , troppo « impegnative » per una famiglia sola , di solito siamo abituati a vederle trasformate in cliniche private di lusso . Ebbi anche questo pensiero triste quando mi trovai davanti al cancelletto dove , su una targhetta d ' ottone , era inciso il nome del più famoso , del massimo interprete del melodramma italiano . Gigli mi aspettava in giardino , seduto su una poltrona di giunco , collocata vicino alla romantica scaletta . Erano con lui alcuni amici . Un cane stava quieto quieto accovacciato sulla ghiaia . Il tenore aveva perduto la floridezza del volto e della figura , per quanto apparisse ancora massiccio . C ' era qualcosa di stanco nelle sue guance , nel collo , negli stessi abiti , come se il corpo si fosse all ' improvviso infiacchito . Era autunno , ma un autunno estremamente mite . Dietro alla siepe si sentivano , sul marciapiede , voci di ragazzini e ragazzine che correvano sui pattini a rotelle . Gigli parlava con voce piuttosto bassa , come vigilando per non affaticarsi . Lo guardavo in viso : le guance nascondevano a mala pena un tono cinerino : la sclerotica dell ' occhio era troppo bianca . Il respiro non appariva faticoso ; ma la sua voce non aveva gaiezza . Mi spiegò che tutta la mattina aveva parlato con la moglie di Ignazio Silone che l ' aiutava nella stesura , in lingua inglese , delle sue memorie per un editore di Londra . Disse : « Divento scrittore , come lei vede ... segno che il tenore è stanco ... » . Poi , mi spiegò con termini quasi tecnici quale sia il problema del respiro , per un cantante : « Si dice che cantiamo con il cuore . È vero , e il cuore è , di me , il primo ad affaticarsi . Ma non rida ! Cantiamo soprattutto con il ventre . È il diaframma che lavora come un mantice : è lui , più che i polmoni , a regolare la potenza e la durata dei respiri e a calibrare i fiati ... Il cuore è un po ' stanco , e il diaframma è come un organista che non sa più regolare l ' afflusso dell ' aria nei mantici . Io di organi me ne intendo . Mio padre era sagrestano a Recanati : io cominciai da bambino a cantare , in chiesa , vicino all 'organo...» . La data di nascita della voce ? « Se , come dice , un tenore nasce quando per la prima volta scopre la gioia del canto , lei non mi ringiovanisce troppo . Sono nato nel 1890 , secondo l ' anagrafe : cinque o sei anni più tardi , secondo la musica ... Come vede , di annetti ne ho abbastanza , sia in un senso che nell 'altro...» . Aveva la bella , ampia , pacata pronuncia dei marchigiani . Glielo feci notare , benché l ' osservazione fosse ovvia , essendo lui nato a Recanati . Aggiunsi : « Sa cosa ho pensato ? Che Leopardi , bambino , doveva avere la stessa pronuncia del piccolo Beniamino Gigli ... » . Sorrise : e commentò : « Oggi ho tutt ' al più la voce del papà di Leopardi , del vecchio conte Monaldo ! » . Aveva cominciato a cantare da bambino . Da chi aveva ereditato la voce ? Disse : « Non lo so : ma penso spesso di averla ereditata da mia mamma . Quand ' ero piccino , ogni sera , prima di mettermi a letto , mi faceva cantare una canzoncina paesana , che in un certo modo serviva anche da ninnananna . Mi aiutava a spogliarmi e , quando restavo in camicia , cantavo : S ' io fossi una formica queste mura vorrei varcar , le varcherei senza paura , la mia bella a riveder . A questo punto era mia mamma che attaccava , con una voce piccolina , ma soave e melodiosa : La mia mamma è una contessa il mio babbo un cavaliere . E poi si finiva cantando , insieme : Ed io povera meschinella son rinchiusa in monaster . Vuol saperlo ? Adesso che i medici mi hanno proibito di cantare , almeno per parecchio tempo , e sono come un vecchio pensionato , quando vado a letto , a bassa voce per non svegliare nessuno , prima di coricarmi , canto ancora : Ed io , povera meschinella son rinchiusa , in monaster ... Come vede , fra il monastero e la casa di un tenore che non può più cantare non c ' è , in verità , una grande differenza ... » . Si parlò della povertà di quand ' era bambino : ma ne parlava come si parla di una favola lontana : come delle storie di Puccettino . Il padre sagrestano arrotondava la sua magra paga facendo il ciabattino : con sette figli c ' era poco da scherzare . Probabilmente , quando il figlio fu mandato a sette anni alla Schola Cantorum di Recanati , sulla decisione contribuì il fatto che ogni prestazione dei piccoli cantori era ricompensata con dieci centesimi , con due soldi che Beniamino portava a casa nella tasca del grembiule . Ma nessuno in casa si illudeva che quella paga potesse mai aumentare ; per questo , a dieci anni lo avviarono ad un mestiere più « serio » , affidandolo ad un falegname . Per ore e ore , Beniamino scaldava il pentolino della colla e sceglieva i chiodi , nel cassetto . Era arrivato , in un paio di anni , a saper lavorare di pialla . Sua madre pensò ad un mestiere più pacifico e il piccolo Beniamino passò nella bottega di un sarto , e di qui , come garzoncello , nella farmacia di Recanati . Fu il tempo in cui Beniamino imparò a pesare i cartocci di bicarbonato , a preparare l ' elisir di china , a versare l ' oncia , o le due once di olio di ricino nei bicchieri portati dalle madri di famiglia che dovevano purgare i loro figli . Disse : « Ho appreso allora molti nomi delle medicine che mi fanno inghiottire adesso » . La storia del suo debutto è nota e risale al 1905 . Lo scoprirono alcuni studenti di Macerata . Mettevano su , per carnevale , una specie di piccola rivista che aveva anche una parte femminile . A Macerata non c ' era nessuna signorina - erano tempi di grande prudenza - che osasse partecipare ad uno spettacolo goliardico . Uno degli studenti parlò di un ragazzo che cantava a Recanati con una voce perfetta di soprano . Partirono , convinsero Beniamino a interpretare la parte di Angelica nella rivistina che si intitolava La fuga di Angelica . Vestito da ragazza in piquet bianco , con castissimo sottanone lungo sino a coprire i piedi , la testa coperta da un parruccone che pareva fatto con la stoppia del grano turco , Gigli ebbe il suo primo trionfo . Il sogno del teatro non doveva abbandonarlo più . La voce di « fanciulla » stava per scomparire e al suo posto nasceva una bella voce di tenore . La famiglia si indebitò per mandare il ragazzo a studiare , a Roma : la spesa del viaggio e del trasferimento - sessanta lire per lui e per il fratello Catervo che sarebbe andato a bottega da uno scultore marchigiano - sembrò folle . I due ragazzi « sbarcarono » a Roma con qualche provvista alimentare nella valigia . Il pane a Beniamino non sarebbe mancato perché un farmacista romano aveva accettato di assumerlo come fattorino - commesso . La leggenda di Gigli si inizia in un dedalo di viuzze romane ; tante ore al giorno in farmacia , dal momento in cui sollevava le saracinesche fino a quello in cui le chiudeva : un lavoro paziente nella retrobottega , a impastar pillole e a preparare pastiglie per la tosse . Alla sera , cinque piani di scale per andare da una vecchia cantante che gli dava le lezioni . A quei tempi si studiava ancora il canto per sette , otto , nove anni : sembra non ne occorressero di meno per diventare padroni della voce . Gigli mi disse : « Dovrebbe essere così anche oggi » . Finché venne , nel 1912 , il tempo di andare ad un corso di perfezionamento , all ' Accademia di Santa Cecilia , dal maestro Cotogni . A questo punto parlai io , per dire che proprio in un giorno di uno di quegli ultimi due anni di studio , lo avevo sentito cantare accompagnato al piano da Cotogni . Gli raccontai come io fossi salito un giorno lassù , al terzo piano dell ' Accademia in via dei Greci , per accompagnare Vittorio Podrecca che era segretario dell ' Accademia e che , come tale , doveva infatti controfirmare il diploma al termine degli studi . Ascoltare le lezioni era proibito , ma Vittorio Podrecca sapeva che , a me , suo nipote , era noto il passato di Antonio Cotogni . Il vecchio baritono aveva quasi ottant ' anni , era stato il primo interprete del Don Carlos di Verdi : Verdi aveva pianto quando l ' ignoto baritono trasteverino era andato a Sant ' Agata a cantare la romanza del marchese di Posa . Io volevo vedere chi « aveva fatto piangere Verdi » . Mi avevano detto che , durante le lezioni , qualche volta Cotogni accennava ancora qualche battuta di canto . Chissà ! I sogni dei ragazzini sono singolari : forse speravo di lagrimare anch ' io , al suono di quella voce . Era estate , nei giorni che precedevano gli esami : e Roma , dalle finestre dell ' ultimo piano del palazzo di via dei Greci , era già torrida . L ' estate d ' oro batteva sui vecchi tetti del Babuino e di via Margutta : il bastione del Pincio saliva come un sipario antico con le sue ghirlande di verde . Io ero appiattato dietro ad una porta , nell ' ombra di un corridoio . Nella sala Antonio Cotogni stava al pianoforte : vedevo le sue solide spalle , i suoi tenui capelli bianchi , la « voglia » bruna che gli macchiava una tempia . Vicino a lui stava un giovane basso e forte , in maniche di camicia , cui il maestro aveva permesso di slacciare il colletto inamidato . Era lo « studente Gigli » che si preparava a ripassare una delle romanze dell ' esame . Cosa avrebbe cantato ? O paradiso dell ' Africana ? Celeste Aida ? Spirto gentil ? Che gelida manina ? Cantò la romanza di Edgardo nella Lucia di Lammermoor . Al vecchio tenore , seduto nella sua melanconica poltrona di giunco , avrei dovuto dirgli che ricordavo benissimo le prime parole di quella romanza . Ma davanti al suo volto così segretamente velato di grigio , davanti agli occhi dalla sclerotica troppo bianca , non ebbi l ' animo di riferire quel verso melanconico che dice Tombe degli avi miei ... Temetti per la sua melanconia : e mentii : « Non mi dimenticherò mai , caro Gigli , come ha battuto il mio cuore di ragazzo di quattordici anni quando lei ha attaccato Che gelida manina . Gigli sorrise come preso nel ricordo di quel canto d ' amore . Taceva .