StampaQuotidiana ,
Ad
un
certo
momento
del
suo
«
concerto
»
,
si
rivolge
al
pubblico
e
dice
:
«
Non
bisogna
stupirsi
se
un
uomo
con
i
capelli
grigi
canta
una
canzone
in
onore
della
mamma
...
»
.
Maurice
Chevalier
ha
sessantadue
anni
,
sua
madre
deve
vivere
da
un
pezzo
nella
pace
del
Signore
,
la
buona
donna
di
Menilmontant
che
aveva
messo
al
mondo
dieci
figli
di
cui
,
quando
nacque
Maurice
,
tre
soli
erano
vivi
.
La
ribalta
è
tutta
ornata
di
rose
,
di
garofani
,
di
violette
.
Sulla
sagoma
nera
del
grande
pianoforte
a
coda
spicca
,
posata
lì
dopo
la
prima
canzone
,
l
'
ormai
storica
paglietta
dello
chansonnier
.
Gli
applausi
sono
fitti
,
molte
le
richieste
di
bis
,
molti
i
saluti
ai
refrains
già
noti
e
ritrovati
come
vecchi
amici
.
Ma
a
me
più
di
tutto
,
mentre
Chevalier
canta
la
Prière
in
onore
della
mamma
,
piace
ricordare
proprio
la
singolare
infanzia
di
questo
ultimo
«
birichino
di
Parigi
»
,
degno
di
entrare
in
un
romanzo
di
Louis
-
Henri
Boussenard
forse
più
che
in
uno
dei
foschi
«
documentari
»
di
Zola
.
Straordinaria
vita
,
un
po
'
dickensiana
,
quella
del
ragazzetto
di
Menilmontant
che
,
finite
le
scuole
elementari
,
è
messo
a
faccia
a
faccia
con
la
vita
,
fra
gli
ospedali
dove
viene
ricoverata
sua
madre
e
gli
artigiani
dai
quali
dovrebbe
apprendere
un
mestiere
che
una
volta
è
quello
dell
'
elettricista
,
una
volta
quello
del
pittore
di
bambole
e
,
infine
,
quello
di
operaio
specializzato
a
fabbricare
puntine
da
disegno
.
La
madre
la
chiamavano
la
Louque
e
s
'
era
ridotta
anche
ad
andare
a
servizio
ad
ore
,
nelle
case
dei
vicini
:
i
ragazzi
cercavano
di
guadagnare
qualcosa
.
Maurice
pensò
,
con
il
fratello
,
di
diventare
acrobata
,
finché
a
dodici
anni
imparò
a
memoria
qualche
canzone
.
Storia
forse
non
nuova
,
simile
,
probabilmente
,
a
quella
di
tanti
altri
artisti
,
a
cominciare
,
per
dirne
una
,
da
quella
del
nostro
Petrolini
,
garzone
macellaio
della
romana
piazza
Guglielmo
Pepe
;
ma
straordinaria
sempre
quando
si
stabilisca
il
rapporto
tra
il
punto
di
partenza
e
il
punto
di
arrivo
,
una
conquista
del
pubblico
che
dura
ormai
da
quasi
mezzo
secolo
.
Maurice
ha
i
capelli
grigi
e
quasi
addirittura
argentei
ed
è
ancora
la
vedette
numero
uno
del
music
-
hall
internazionale
,
in
quella
singolare
costellazione
del
teatro
minore
dove
la
musica
non
è
musica
e
dove
l
'
attore
non
è
attore
ma
dove
,
talvolta
,
si
va
più
in
là
del
bel
canto
e
della
bella
recitazione
.
Il
suo
stile
è
fatto
di
schiettezza
,
di
franchezza
,
di
disinvoltura
.
Chevalier
è
la
negazione
dell
'
Uomo
Fatale
,
del
Bellissimo
,
dell
'
Adone
1900
.
Se
si
volesse
trovargli
un
'
assomiglianza
,
egli
si
potrebbe
identificare
con
quel
tipo
«1910»
che
sorprese
la
nostra
infanzia
dagli
avvisi
pubblicitari
dei
primi
rasoi
di
sicurezza
,
quell
'
antico
giovanotto
che
si
radeva
allegramente
davanti
ad
una
finestra
aperta
e
che
suscitava
l
'
ammirazione
di
noi
ragazzi
,
figli
di
una
generazione
che
usava
ancora
,
per
quanto
di
nascosto
,
il
piegabaffi
e
una
pomata
ungherese
per
appuntirli
e
profumarli
.
La
sua
carnagione
ha
il
colorito
sanguigno
dei
gaulois
autentici
:
quello
di
Lucien
Dietrich
e
del
suo
amico
Dédé
Leducq
,
maglia
gialla
del
Tour
1931
.
È
francese
ma
non
assomiglia
a
Menjou
;
non
ha
nulla
di
untuoso
,
di
gommoso
,
di
cerimonioso
:
potrebbe
esser
tutto
(
magari
Fantomas
)
,
ma
mai
un
cameriere
o
un
danseur
mondano
cui
mettere
una
mancia
in
mano
.
La
sua
vena
guascone
è
sottilissima
,
il
boulevard
non
lo
ha
corrotto
.
Chevalier
si
è
presentato
per
la
prima
volta
al
pubblico
a
dodici
anni
,
esattamente
nel
1900
,
con
in
testa
un
berrettuccio
da
ciclista
,
monello
di
periferia
.
Era
un
figlio
del
popolo
,
un
ragazzo
della
strada
,
di
una
delle
sperdute
avenuer
dove
nasceva
la
Parigi
industriale
.
Erano
i
tempi
in
cui
Parigi
era
la
regina
del
teatro
,
i
tempi
della
Réjane
,
della
Lavallière
,
di
Guitry
.
Tristan
Bernard
aveva
la
barba
nera
,
Alfred
Capus
il
monocolo
con
il
nastro
di
seta
e
Abel
Hermant
non
aveva
ancora
scritto
I
Transatlantici
.
Erano
i
tempi
della
piena
gloria
degli
chansonniers
Mayol
e
Bruant
:
nelle
boites
di
Montmartre
si
ricordavano
ancora
gli
anni
in
,
cui
le
parole
per
le
canzonette
venivano
scritte
da
Maurice
Donnay
,
l
'
autore
degli
Amanti
.
Chevalier
debutta
con
il
secolo
,
con
quel
1900
che
oggi
fa
sorridere
con
il
ricordo
della
sua
Esposizione
Universale
.
Mezzo
secolo
di
vita
teatrale
è
passato
davanti
agli
occhi
e
al
sorriso
dell
'
antico
monello
di
Parigi
,
ultima
incarnazione
di
Gavroche
.
Nel
suo
bagaglio
di
canzoni
,
stanno
i
canti
vissuti
fra
due
guerre
,
resistendo
al
jazz
e
opponendo
le
ruote
dei
mulini
a
vento
di
Montmartre
alle
sagome
dei
grattacieli
americani
.
Queste
canzoni
parlano
quasi
tutte
d
'
amore
come
le
novelle
di
Maupassant
:
per
questo
non
invecchiano
e
non
fanno
invecchiare
Maurice
.
StampaQuotidiana ,
Il
poeta
è
morto
la
sera
del
primo
marzo
del
1938
,
alle
19.55
.
Da
un
paio
di
giorni
non
si
sentiva
bene
,
ma
non
voleva
riconoscerlo
.
Aveva
settantacinque
anni
.
L
'
uomo
aveva
goduto
di
una
salute
di
ferro
,
piccolo
,
magro
,
muscoloso
,
alieno
dal
vino
e
dal
fumo
.
Una
sola
volta
aveva
provato
a
fumare
,
ad
Arcachon
,
e
si
era
sentito
male
.
Ai
liquori
dava
nomi
pittoreschi
ma
non
li
beveva
.
Mangiava
poco
,
aveva
sempre
mangiato
poco
.
La
sua
tavola
da
pranzo
,
al
Vittoriale
,
nel
lato
dell
'
edificio
costruito
da
Gian
Carlo
Maroni
,
ha
una
apparenza
fastosissima
,
con
una
tovaglia
lumeggiata
d
'
oro
e
coperta
da
infiniti
ninnoli
preziosi
.
Questa
tavola
non
vide
quasi
mai
il
poeta
a
pranzo
o
a
cena
.
I
suoi
digiuni
non
nascevano
da
un
particolare
ascetismo
,
ma
dalla
volontà
di
tenere
il
cervello
sgombro
,
di
non
rendere
opaca
l
'
intelligenza
con
le
fatiche
della
digestione
,
che
avevano
,
diceva
,
fatto
appisolare
persino
gli
Apostoli
.
Mangiava
spesso
nello
studio
dell
'
ultimo
piano
,
dove
si
chiudeva
alle
volte
per
intere
settimane
.
Una
cameriera
,
chiamata
a
seconda
degli
umori
con
il
nome
di
«
fante
»
o
di
«
suora
»
,
gli
passava
attraverso
la
porta
un
vassoietto
e
tornava
di
lì
a
poco
a
prenderlo
,
sempre
attraverso
lo
spiraglio
.
Capitava
spesso
che
non
ci
fosse
nulla
per
l
'
ospite
arrivato
all
'
improvviso
.
Era
dunque
un
uomo
sano
e
ancora
robusto
per
la
sua
età
.
Quando
venne
a
Milano
per
correggere
le
bozze
delle
Faville
,
volle
provarsi
nella
lotta
greco
-
romana
con
un
giovane
giornalista
che
era
andato
a
visitarlo
.
Il
giovanotto
sentì
,
sotto
le
sue
mani
,
muscoli
ancora
pronti
e
forti
.
Molte
chiacchiere
erano
state
fatte
su
malattie
di
cui
avrebbe
dovuto
soffrire
.
I
suoi
medici
di
Salò
che
lo
sottoposero
in
varie
occasioni
ad
analisi
e
radioscopie
potevano
testimoniare
il
contrario
.
Le
sue
radiografie
e
la
sua
cartella
clinica
esistono
ancora
,
e
certificano
che
il
sangue
era
perfetto
,
il
cuore
perfetto
,
i
polmoni
perfetti
.
Era
malato
,
se
mai
,
del
male
della
clausura
:
era
il
male
della
melanconia
di
un
uomo
che
aveva
trasformato
in
abitudine
l
'
antica
volontà
di
isolarsi
dal
mondo
per
lavorare
.
Anche
negli
ultimi
anni
,
quando
il
suo
lavoro
cessò
di
essere
creativo
,
egli
passava
infinite
ore
allo
scrittoio
,
in
una
atmosfera
irrespirabile
.
Le
sue
stanze
,
d
'
inverno
,
erano
sempre
riscaldate
a
trenta
gradi
,
prima
con
grandi
stufe
di
terracotta
e
infine
con
termosifoni
,
che
si
spegnevano
solamente
in
maggio
.
Passava
talvolta
intere
settimane
e
mesi
senza
uscire
dalle
sue
stanze
,
dove
nascondeva
le
sue
irritazioni
e
le
sue
melanconie
.
Era
triste
anche
di
sentirsi
invecchiare
e
di
dover
confessare
,
come
aveva
fatto
in
una
nota
del
Notturno
nel
1921
,
che
i
suoi
pensieri
,
come
quelli
di
Michelangelo
,
erano
tutti
carichi
di
morte
.
Mentre
in
gioventù
non
aveva
mai
usato
,
per
lavorare
,
altro
eccitante
che
il
digiuno
,
anche
di
caffè
non
aveva
mai
abusato
,
invecchiando
non
seppe
evitare
qualche
eccitante
che
mani
malevole
gli
porgevano
.
Un
paio
di
anni
prima
di
morire
poté
disintossicarsi
del
tutto
.
Fu
più
alacre
e
persino
più
lieto
.
Le
visite
si
erano
fatte
ormai
rare
.
D
'
Annunzio
non
aveva
voglia
di
farsi
vedere
invecchiato
.
Anche
i
suoi
messaggi
erano
meno
frequenti
.
Il
telegrafo
di
Gardone
lavorava
sempre
meno
,
il
cannone
della
nave
Puglia
tuonava
di
rado
e
il
mas
di
Buccari
restava
placidamente
ancorato
nella
sua
darsena
.
Leggere
gli
costava
molta
fatica
,
e
si
temeva
anche
che
l
'
unico
occhio
superstite
si
indebolisse
definitivamente
.
D
'
Annunzio
era
stato
sempre
un
uomo
di
grande
coraggio
.
Di
una
sola
persona
aveva
paura
:
del
dentista
.
Si
può
dire
senza
offendere
la
sua
memoria
,
poiché
non
si
parla
dell
'
adolescente
bellissimo
negli
anni
di
Isaotta
Guttadauro
ma
del
vecchio
settantacinquenne
chiuso
nella
silenziosa
villa
di
Gardone
,
che
il
mal
di
denti
era
stato
uno
dei
fastidi
maggiori
della
vecchiaia
di
D
'
Annunzio
.
Un
dentista
di
Salò
era
riuscito
a
preparare
il
calco
per
un
apparecchio
che
gli
avrebbe
consentito
di
mangiare
senza
fatica
-
il
poeta
non
mangiava
mai
alla
presenza
di
ospiti
perché
non
voleva
mostrare
come
gli
fosse
faticoso
masticare
-
ma
l
'
apparecchio
non
fu
mai
fatto
perché
D
'
Annunzio
dichiarò
alla
fine
che
non
si
sarebbe
mai
adattato
a
portarlo
.
La
morte
venne
dunque
improvvisa
,
preceduta
solo
da
qualche
lieve
malessere
al
quale
D
'
Annunzio
non
volle
dare
importanza
.
Gian
Carlo
Maroni
,
l
'
architetto
del
Vittoriale
,
aveva
insistito
inutilmente
perché
l
'
amico
si
facesse
visitare
da
un
medico
.
D
'
Annunzio
aveva
risposto
chiudendosi
in
studio
.
Maroni
,
quelle
notti
,
che
furono
le
ultime
di
una
convivenza
e
di
una
amicizia
durata
diciassette
anni
,
le
passava
nella
poltrona
di
una
stanza
adiacente
alla
camera
da
letto
dove
D
'
Annunzio
era
agitato
dall
'
insonnia
.
Una
cameriera
era
incaricata
di
vigilare
durante
il
giorno
,
non
vista
,
su
quello
che
il
poeta
faceva
.
D
'
Annunzio
passò
le
ultime
ore
del
pomeriggio
del
primo
marzo
nel
grande
studio
al
primo
piano
,
quello
del
mappamondo
,
con
le
pareti
coperte
di
libri
fino
al
soffitto
.
Le
finestre
,
al
solito
,
erano
oscurate
.
In
quelle
stanze
si
viveva
sempre
alla
luce
artificiale
.
Verso
le
sette
,
il
poeta
passò
nello
studiolo
che
precede
la
camera
da
letto
.
È
una
piccola
stanza
con
grandi
antichi
armadi
usati
anche
come
guardaroba
personale
.
C
'
è
un
piccolo
tavolo
dove
spesso
D
'
Annunzio
si
soffermava
per
qualche
lavoro
.
Su
quel
tavolo
c
'
erano
e
ci
sono
ancora
dei
vasi
pieni
di
penne
,
di
matite
e
scatolette
che
contengono
i
sigilli
di
carta
dorata
a
rilievo
con
i
quali
chiudeva
le
lettere
.
Nel
cassetto
di
un
armadietto
sono
ancora
i
rotoli
dei
nastri
con
i
colori
di
Fiume
,
azzurri
e
rossi
,
che
il
poeta
usava
per
i
pacchi
dei
doni
che
amava
fare
agli
ospiti
.
Non
mancavano
la
carta
assorbente
e
il
calamaio
.
Al
Vittoriale
non
era
mai
entrata
,
almeno
per
l
'
uso
personale
del
poeta
,
una
macchina
da
scrivere
.
D
'
Annunzio
la
odiava
così
come
odiava
il
telefono
.
Una
volta
aveva
dichiarato
che
considerava
un
'
ingiuria
il
consiglio
di
usare
il
dictaphon
.
Era
contrario
ad
ogni
forma
di
trascrizione
meccanica
della
voce
e
non
aveva
quasi
mai
acconsentito
che
il
cinema
sonoro
registrasse
la
sua
parola
.
D
'
Annunzio
sedette
al
tavolo
.
Forse
di
lì
a
poco
avrebbe
chiamato
la
«
fante
»
per
farsi
portare
da
mangiare
.
La
«
fante
»
,
che
lo
«
spiava
»
da
una
delle
camere
vicine
lo
vide
con
il
braccio
appoggiato
al
tavolino
,
in
un
atteggiamento
che
non
dava
adito
ad
alcuna
preoccupazione
.
Su
quel
tavolino
c
'
era
e
c
'
è
ancora
il
vecchio
lunario
del
Barbanera
che
D
'
Annunzio
,
per
il
suo
amore
delle
vecchie
tradizioni
abruzzesi
,
aveva
voluto
che
,
come
ogni
anno
,
fosse
comprato
all
'
inizio
del
1938
.
Al
primo
marzo
il
lunario
annunciava
la
morte
di
un
grande
uomo
.
Mancavano
dieci
minuti
alle
otto
,
quando
la
cameriera
si
sentì
chiamare
,
D
'
Annunzio
voleva
un
bicchiere
d
'
acqua
.
Gli
fu
portato
.
Non
disse
nulla
e
bevve
.
La
donna
si
accorse
di
qualcosa
d
'
insolito
nell
'
aspetto
del
«
padrone
»
,
come
il
senso
di
una
grave
fatica
.
Il
respiro
era
basso
e
affannoso
,
Maroni
accorse
.
Il
poeta
aveva
reclinato
la
testa
sul
tavolo
e
stava
per
cadere
dalla
sedia
.
Fu
sostenuto
e
portato
sul
letto
della
camera
accanto
.
Maroni
stesso
gli
fece
immediatamente
due
iniezioni
di
olio
canforato
.
Ma
il
cuore
del
poeta
che
aveva
dato
voce
ad
Aligi
era
già
spento
,
senza
dolore
.
Pochi
minuti
dopo
l
'
arciprete
della
chiesa
di
San
Nicolò
,
don
Fava
,
entrava
al
Vittoriale
per
dare
l
'
assoluzione
alla
spoglia
del
poeta
.
D
'
Annunzio
si
era
molte
volte
lamentato
in
vita
che
le
campane
della
chiesa
,
a
Gardone
,
suonavano
troppo
a
lungo
e
aveva
cercato
di
frenare
gli
scampanii
con
elemosine
per
i
poveri
.
Alle
otto
in
punto
,
il
vecchio
campanaro
Valentino
cominciò
a
suonare
a
morto
.
StampaQuotidiana ,
Era
di
quasi
un
anno
o
forse
di
due
superiore
per
età
al
suo
futuro
marito
,
la
duchessina
Maria
di
Gallese
,
quando
conobbe
Gabriele
d
'
Annunzio
,
che
allora
,
in
fatto
di
titoli
araldici
,
aveva
solamente
quello
del
tutto
immaginario
di
Duca
Minimo
con
il
quale
firmava
le
note
di
cronaca
mondana
sulla
appena
nata
«
Tribuna
»
di
Roma
.
La
fama
aveva
già
accarezzato
la
fronte
,
ancora
aureolata
di
riccioli
biondi
,
dell
'
autore
delle
Novelle
della
Pescara
e
di
Primo
Vere
,
che
distribuiva
uno
per
uno
i
ricordi
dei
suoi
giovanili
amori
romani
,
in
parte
veri
e
in
parte
immaginari
,
nei
versi
morbidissimi
e
qua
e
là
lussuosamente
torbidi
di
Isaotta
Guttadauro
.
Gabriele
era
allora
,
soprattutto
,
poeta
d
'
amore
,
teso
a
spiare
le
veneri
agresti
d
'
Abruzzo
e
quelle
,
vestite
di
raso
e
velluto
,
delle
alcove
eleganti
di
Roma
.
Piccolo
di
statura
,
ma
bello
nel
volto
,
ornatissimo
nella
parola
,
e
indicato
già
,
nell
'
età
in
cui
gli
altri
giovani
si
affannano
sui
banchi
dell
'
università
,
come
il
poeta
destinato
a
raccogliere
lo
scettro
della
poesia
in
Italia
,
i
parenti
di
Maria
di
Gallese
furono
certamente
imprudenti
a
sceglierlo
per
dare
qualche
lezione
di
letteratura
italiana
alla
giovane
e
bellissima
duchessina
di
cui
si
voleva
completare
l
'
educazione
.
In
pochi
giorni
,
alternando
la
lettura
dei
classici
del
Trecento
e
del
Cinquecento
con
qualche
passeggiata
fra
le
antichità
di
Roma
,
o
alla
quercia
del
Tasso
o
alla
tomba
di
Cecilia
Metella
-
si
sa
che
le
«
passeggiate
»
sono
state
uno
dei
migliori
punti
di
partenza
per
la
poesia
di
D
'
Annunzio
-
i
due
si
trovarono
romanticissimamente
innamorati
.
Come
in
un
romanzo
,
la
giovane
patrizia
si
era
innamorata
di
un
giovane
,
ricco
solo
della
sua
poesia
e
di
qualche
piccolo
bene
familiare
a
Pescara
,
severamente
custodito
dal
padre
Don
Francesco
e
dalla
madre
Donna
Luisa
.
Quella
del
poeta
era
una
famiglia
borghese
,
di
piccoli
proprietari
terrieri
e
di
armatori
di
paranze
abruzzesi
.
La
madre
di
Maria
,
dopo
avere
sposato
un
duca
di
Gallese
che
non
le
aveva
dato
figli
,
si
era
unita
con
un
giovane
ufficiale
francese
,
venuto
a
Roma
con
gli
Zuavi
che
Napoleone
III
aveva
mandato
a
difendere
Pio
IX
:
l
'
ufficiale
si
chiamava
Hardouin
.
Lo
stesso
Pontefice
si
era
interessato
per
la
buona
riuscita
del
secondo
matrimonio
.
Maria
apparteneva
dunque
a
quella
che
si
chiamava
ancora
l
'
aristocrazia
nera
,
papalina
.
La
distanza
sociale
fra
i
due
innamorati
era
grande
.
Gabriele
,
futuro
sterminatore
di
cuori
femminili
,
la
superò
di
un
balzo
,
come
se
si
fosse
trattato
,
per
lui
volontario
di
un
anno
in
Cavalleria
,
di
superare
al
galoppo
una
staccionata
in
una
prateria
dell
'
Agro
romano
.
Disse
a
Maria
:
«
Fuggiamo
!
»
.
Maria
acconsentì
e
preparò
la
fuga
.
Allora
non
si
fuggiva
più
a
cavallo
,
né
si
poteva
ancora
fuggire
in
automobile
.
I
due
fidanzati
segreti
si
trovarono
in
un
treno
fumoso
,
alla
stazione
Termini
,
su
un
vagone
diretto
a
Firenze
.
Messa
facilmente
la
polizia
sulle
loro
tracce
,
furono
scovati
in
una
stanza
d
'
albergo
con
le
finestre
sull
'
Arno
.
I
Gallese
sembra
volessero
far
arrestare
il
rapitore
;
ma
si
lasciarono
indurre
a
consigli
più
miti
e
acconsentirono
che
la
fuga
,
anche
perché
Maria
era
ormai
maggiorenne
,
si
concludesse
con
un
matrimonio
.
Il
primo
figlio
si
chiamò
Mario
,
il
secondo
Veniero
,
il
terzo
e
ultimo
-
assomigliò
più
di
tutti
alla
madre
bellissima
,
ma
ebbe
dalla
sorte
un
dono
umano
che
era
stato
forse
'
negato
tanto
al
suo
grande
padre
poeta
quanto
a
sua
madre
,
quello
della
mitezza
mesta
e
melanconica
dell
'
animo
-
si
chiamò
Gabriellino
.
Maria
Hardouin
di
Gallese
,
principessa
di
Montenevoso
,
non
amava
riandare
al
suo
passato
,
al
suo
lontanissimo
passato
.
Parlando
di
suo
marito
non
diceva
«
mio
marito
»
,
ma
«
Gabriele
»
.
Lo
diceva
con
una
voce
apparentemente
indifferente
,
straordinariamente
fresca
per
la
sua
età
,
quasi
avesse
parlato
di
un
estraneo
.
Probabilmente
la
figura
del
marito
aveva
voluto
da
moltissimi
anni
cancellarla
dal
ricordo
:
collocando
al
suo
posto
l
'
immagine
di
un
amico
di
cui
aveva
conosciuto
,
certamente
come
nessun
'
altra
,
le
virtù
e
i
difetti
.
Gli
anni
dell
'
unione
giovanile
non
erano
stati
né
felici
né
facili
.
Maria
era
donna
tale
da
poter
amare
,
ma
non
certamente
da
lasciarsi
dominare
da
un
uomo
né
per
debolezza
,
né
per
vanità
,
né
per
tornaconto
.
Gabriele
non
aveva
né
la
forza
morale
né
la
fedele
schiettezza
amorosa
per
essere
totalmente
un
buon
marito
e
un
buon
padre
di
famiglia
:
assomigliava
troppo
ai
suoi
personaggi
per
poter
esserlo
.
Maria
di
Gallese
era
,
invece
,
il
contrario
dei
personaggi
dannunziani
:
il
suo
sangue
per
metà
francese
,
un
sano
sangue
provinciale
francese
,
la
faceva
fiera
,
sanamente
realista
,
contraria
alla
retorica
,
più
facile
,
anche
negli
ultimissimi
anni
,
all
'
ironia
che
alle
pose
di
donna
fatale
.
La
sua
eleganza
era
autentica
,
quanto
forse
era
di
dubbio
gusto
quella
di
Gabriele
:
anche
l
'
eleganza
del
suo
spirito
.
Capì
di
non
poter
sbarrare
il
passo
al
marito
,
che
correva
dietro
ad
ogni
tentazione
,
né
voleva
seguirlo
,
lei
donna
francesemente
«
pratica
»
,
nelle
sue
esperienze
economicamente
pericolose
di
un
po
'
smemorato
«
signore
delle
lettere
»
.
Gabriele
non
pensava
,
se
non
a
tratti
e
con
lunghe
amnesie
,
all
'
educazione
dei
figli
.
I
suoi
amori
extraconiugali
facevano
parte
delle
cronache
mondane
d
'
ogni
giorno
.
Gli
anni
che
la
coppia
di
così
differenti
caratteri
passò
nella
casa
al
numero
2
di
via
Gregoriana
-
in
un
appartamentino
al
quarto
piano
con
un
balcone
che
dominava
il
palazzotto
dello
Zuccari
dove
Gabriele
immaginava
vivesse
il
protagonista
del
Piacere
-
furono
tormentati
da
una
disillusione
di
cui
Maria
non
fece
forse
mai
colpa
diretta
al
poeta
quanto
a
se
stessa
,
per
essersi
lasciata
illudere
.
Il
distacco
avvenne
gradualmente
,
senza
esser
mai
totale
dal
punto
di
vista
dell
'
amicizia
,
che
sopravvisse
,
se
pur
di
lontano
,
se
pure
quasi
solamente
attraverso
alle
lettere
,
finché
il
poeta
,
vecchio
,
confermò
,
dopo
tante
esperienze
,
di
voler
avere
vicino
,
come
la
più
spiritualmente
rispettata
delle
compagne
,
la
donna
cui
,
in
lontanissimi
tempi
,
aveva
dato
l
'
amore
dei
venti
anni
.
Di
tutto
questo
Maria
d
'
Annunzio
parlava
poco
:
si
può
dire
,
anzi
,
che
non
parlasse
mai
.
Non
ignorava
certamente
che
la
sua
vita
non
lieta
di
moglie
del
poeta
era
notissima
.
Le
vicende
sentimentali
di
suo
marito
appartengono
alla
storia
letteraria
e
alla
storia
di
una
delle
più
singolari
esperienze
umane
.
Non
era
certamente
il
caso
di
conversare
con
lei
di
inganni
grandi
e
piccoli
per
cercare
di
indovinare
quali
potevano
essere
state
e
quali
potevano
essere
ancora
le
sue
reazioni
innanzi
a
certi
nomi
celeberrimi
che
,
se
non
nel
cuore
,
certo
nella
vita
di
Gabriele
avevano
pesato
molto
.
Spostando
la
propria
figura
dal
piedistallo
di
moglie
a
quello
di
amica
così
come
aveva
saputo
signorilmente
fare
da
moltissimi
anni
,
essa
poteva
vivere
indifferentemente
fra
le
immagini
,
molte
delle
quali
diventate
poesia
,
di
altre
donne
nelle
quali
,
forse
eternamente
innamorato
solo
di
se
stesso
,
Gabriele
,
come
Narciso
,
s
'
era
eternamente
specchiato
.
Per
questo
aveva
potuto
serenamente
incontrarsi
con
lui
,
quando
egli
l
'
aveva
chiamata
al
Vittoriale
,
e
considerarsi
,
in
una
villa
a
lei
destinata
nel
parco
,
la
sua
ospite
amica
che
tutto
sapeva
e
tutto
,
se
non
perdonato
,
aveva
compatito
.
La
sua
vita
,
dopo
il
distacco
dal
marito
,
era
stata
per
molto
tempo
difficile
.
A
Roma
aveva
vissuto
per
molti
anni
in
un
piccolo
appartamento
di
piazza
di
Spagna
,
mettendo
a
frutto
,
per
vivere
,
la
sua
perizia
nel
ritrovare
,
scegliere
e
ordinare
le
belle
cose
antiche
.
Non
aveva
,
Donna
Maria
,
come
del
resto
i
figli
,
certamente
gravato
sui
bilanci
spesso
disordinati
del
poeta
.
Solo
dopo
la
morte
di
lui
aveva
ricevuto
un
vitalizio
sui
suoi
diritti
d
'
autore
e
l
'
usufrutto
perenne
della
villa
Mirabella
entro
il
secondo
recinto
del
Vittoriale
.
Aveva
finito
per
lasciare
anche
la
sua
ultima
dimora
romana
,
una
pensione
in
una
traversa
di
via
Veneto
,
per
vivere
la
metà
dell
'
anno
a
Gardone
e
l
'
altra
metà
a
Parigi
,
dove
suo
figlio
Veniero
,
con
i
suoi
guadagni
di
ingegnere
in
America
,
le
aveva
comperato
e
donato
un
appartamentino
vicino
all
'
Etoile
.
Ad
onta
della
tardissima
età
viaggiava
da
sola
e
a
Parigi
viveva
sola
,
dopo
che
le
era
morta
,
sotto
ad
un
bombardamento
,
una
fedele
cameriera
.
Durante
la
occupazione
tedesca
non
aveva
voluto
restare
sul
lago
di
Garda
,
preferendo
,
a
ottant
'
anni
di
parecchio
passati
,
vivere
in
solitudine
nella
città
dei
suoi
avi
francesi
.
Al
suo
ritorno
aveva
saputo
che
la
sua
casa
di
Gardone
era
stata
abitata
da
una
tragica
creatura
:
da
Claretta
Petacci
,
che
di
lì
era
partita
per
andare
alla
morte
.
Aveva
detto
:
«
È
destino
che
io
,
senza
romanzo
,
viva
accanto
ai
romanzi
!
»
.
Era
stata
bellissima
,
come
testimoniava
,
alla
Mirabella
,
un
grande
ritratto
dipinto
da
La
Gandara
che
D
'
Annunzio
vi
aveva
fatto
collocare
come
per
dire
che
quella
casa
era
della
donna
che
non
aveva
mai
dimenticato
.
Aveva
sorriso
,
la
vegliarda
infaticabile
,
quando
le
era
stato
mostrato
un
volume
francese
intitolato
Paris
,
mon
coeur
nel
quale
quel
ritratto
era
riprodotto
per
far
conoscere
il
«
tipo
ormai
classico
della
donna
francese
,
dell
'
elegante
parigina
dei
tempi
di
Maurice
Donnay
e
di
Paul
Bourget
»
.
Pur
nella
tardissima
età
,
sottile
nella
figura
,
rapida
e
leggera
nel
passo
,
con
i
capelli
colorati
di
rosso
e
pettinati
come
quelli
delle
donne
di
Boldini
,
la
si
vedeva
andar
in
su
e
in
giù
,
a
piedi
,
per
i
sentieri
della
collina
del
Vittoriale
,
veramente
simile
,
nella
figura
,
a
quelle
ormai
tramontate
immagini
che
ispiravano
un
tempo
il
concetto
dell
'
alta
e
scintillante
aristocrazia
.
Attendeva
da
anni
serenamente
la
morte
,
ma
intanto
parlava
della
vita
come
di
un
bene
che
non
si
sarebbe
esaurito
mai
.
Fissava
convegni
e
viaggi
a
distanza
di
mesi
e
di
anni
,
e
intanto
,
fermandosi
in
un
certo
angolo
del
parco
,
pensava
anche
a
quella
che
poteva
essere
la
sua
ultima
dimora
.
Comprendeva
,
nella
sua
fierezza
di
gran
dama
,
di
non
poter
chiedere
d
'
essere
seppellita
vicino
al
marito
,
dopo
tanti
trascorsi
che
avevano
per
quarant
'
anni
annebbiata
la
loro
unione
.
Aveva
indicato
,
per
sé
,
un
angolo
del
parco
e
un
sarcofago
di
pietra
come
quelli
nei
quali
Gabriele
aveva
chiuso
le
spoglie
dei
suoi
legionari
:
ma
diceva
che
doveva
essere
ornato
,
a
mosaico
,
con
i
profili
di
due
pavoni
.
Amava
viaggiare
,
ma
ogni
volta
,
quando
partiva
per
Parigi
o
per
Charleville
,
la
patria
del
poeta
Rimbaud
,
dove
aveva
parenti
e
amici
fedeli
,
lasciava
ad
una
persona
fidata
,
confermando
così
il
suo
istinto
di
donna
ordinata
e
pratica
come
sono
quasi
sempre
le
francesi
,
una
busta
con
il
denaro
che
considerava
potesse
essere
all
'
improvviso
necessario
per
riportarla
,
morta
,
in
patria
.
La
sua
vitalità
era
sempre
stata
straordinaria
.
Aveva
una
attenzione
estrema
nel
non
rivelare
i
suoi
anni
.
Nel
1882
,
quando
conobbe
il
diciannovenne
D
'
Annunzio
,
sembra
che
la
duchessina
fosse
già
maggiorenne
.
Lo
era
già
,
in
ogni
modo
,
nel
1883
,
quando
si
sposò
.
Per
la
sua
età
,
dunque
,
bisognava
tirare
a
indovinare
,
facendo
oscillare
il
pendolo
fra
i
novantadue
delle
opinioni
ottimiste
e
i
novantacinque
dei
«
pessimisti
»
.
La
primavera
scorsa
,
ospitata
in
una
clinica
di
Riva
del
Garda
,
aveva
dichiarato
,
in
tono
di
celia
,
di
avere
sessantacinque
anni
:
e
nessuno
aveva
osato
contraddirla
perché
le
sue
risposte
potevano
essere
sferzanti
.
Sette
anni
or
sono
,
mi
aveva
tenuto
un
po
'
il
broncio
perché
,
scrivendo
dopo
la
morte
del
figlio
suo
Gabriellino
,
avevo
parlato
di
lei
come
di
una
«
vecchia
signora
»
.
Doveva
essere
già
allora
vicino
agli
ottantasette
anni
.
StampaQuotidiana ,
Ecco
,
davanti
a
me
,
un
viso
«
da
magistrato
»
,
quello
di
Peppino
De
Filippo
.
Trent
'
anni
fa
,
il
viso
di
un
giovanissimo
pretore
di
primissima
nomina
,
che
ha
vinto
pochi
giorni
prima
il
concorso
.
Poi
,
di
anno
in
anno
,
ha
fatto
carriera
:
dal
magistrato
di
Pretura
è
giunto
al
Tribunale
,
è
arrivato
alle
Assise
,
si
avvia
verso
la
Cassazione
:
lo
vedrò
con
la
toga
della
Corte
Costituzionale
:
sempre
magistrato
è
.
Il
viso
un
po
'
assorto
,
in
cui
appare
ogni
tanto
,
pungente
,
un
elemento
di
arguzia
:
un
viso
di
calma
dignità
e
un
poco
timido
:
ogni
tanto
,
nella
vita
,
la
sua
voce
è
insidiata
da
un
trepidare
che
può
sembrar
persino
un
impaccio
d
'
una
breve
parvenza
di
balbuzie
.
Un
magistrato
un
po
'
filosofo
,
che
ha
avuto
l
'
infanzia
non
sempre
comoda
di
tanti
napoletani
:
che
ha
avuto
compagni
di
scuola
molto
poveri
e
che
conosce
a
fondo
,
pietoso
,
le
miserie
dell
'
umanità
.
Dice
giustamente
Peppino
:
«
In
fondo
,
io
ripugno
dal
comico
di
mezza
misura
e
sono
tutto
fuorché
un
"
brillante
"
:
io
sto
tutto
nella
farsa
o
tutto
nella
tragedia
:
e
la
farsa
sta
gomito
a
gomito
con
la
tragedia
...
»
.
Ecco
un
giudizio
da
magistrato
che
non
riesce
a
dividere
gli
uomini
in
due
rigorose
categorie
,
angeli
e
demoni
:
pietoso
per
i
loro
peccati
,
sorridente
e
un
po
'
dubitoso
per
le
loro
virtù
.
Con
questo
spirito
,
il
«
magistrato
»
Peppino
ha
scritto
una
cinquantina
di
commedie
,
con
centinaia
di
personaggi
dell
'
umanità
grigia
,
«
buoni
»
intrisi
di
astuzia
,
sciocchi
con
lampi
di
genio
,
straccioni
con
una
speranza
di
eleganza
,
tristanzuoli
con
una
scintilla
d
'
oro
di
poesia
,
prepotenti
che
se
la
fanno
sotto
,
cornuti
illuminati
da
una
incancellabile
fede
nella
purità
:
una
giornata
di
pioggia
,
un
desiderio
di
sole
;
le
manette
pronte
,
ma
un
sogno
di
guanti
bianchi
.
Attore
dall
'
età
di
sei
anni
-
il
debutto
avvenne
con
la
particina
del
bambino
Peppiniello
in
Miseria
e
nobiltà
-
De
Filippo
potrebbe
raccontare
a
non
finire
storie
di
allegra
,
ma
non
sempre
allegra
,
povertà
.
Era
il
mondo
dei
poveri
guitti
girovaghi
-
aveva
lasciato
la
Compagnia
di
Vincenzo
Scarpetta
-
nelle
province
napoletane
.
Ogni
tanto
,
la
sorte
portava
ad
avventurarsi
fino
nell
'
Abruzzo
e
nelle
Marche
.
Peppino
faceva
un
po
'
di
tutto
:
prosa
,
varietà
,
macchiettista
in
miseri
teatrucoli
,
pianista
in
cinematografi
di
campagna
,
pittore
di
manifesti
-
la
sua
vera
passione
era
quella
della
pittura
-
trovarobe
,
corista
di
operette
.
Fu
in
quegli
anni
lontani
,
addirittura
amministratore
della
piccola
troupe
.
Erano
arrivati
nelle
Marche
a
piedi
,
risalendo
dalle
spiagge
abruzzesi
:
e
si
erano
addentrati
in
una
vallata
verso
Jesi
.
Lassù
,
erano
rimasti
incastrati
in
un
paesello
di
collina
.
Avevano
montato
il
loro
teatrino
ambulante
in
uno
sterrato
fuori
le
mura
:
era
nato
così
un
piccolo
teatro
con
«
comodo
di
fave
»
.
Il
fondale
dava
sulla
campagna
buia
:
in
quel
buio
,
gli
attori
avevano
scoperto
alcuni
campi
di
fave
.
Fra
un
atto
e
l
'
altro
,
scivolavano
giù
dal
rustico
palcoscenico
,
facevano
una
rapida
scorpacciata
di
fave
,
e
poi
,
rinfrancati
tornavano
alla
ribalta
a
recitare
.
Quando
si
trattò
di
ripartire
da
quel
paesello
,
Peppino
scese
verso
Ancona
,
per
trovare
un
teatrino
che
li
ospitasse
.
Era
lui
,
o
no
,
l
'
amministratore
?
Ed
ecco
nella
torrida
estate
,
Peppino
partire
a
piedi
,
accompagnato
dal
«
segretario
»
che
era
totalmente
calvo
.
Ma
perché
i
due
attori
avevano
sulle
guance
una
folta
barba
?
Nera
,
Peppino
,
e
bianca
,
fluente
il
«
segretario
»
,
con
un
paio
di
occhiali
neri
da
povero
cieco
.
Fu
Peppino
a
inventare
,
per
diminuire
la
fatica
della
marcia
,
il
sistema
che
oggi
si
chiama
dell
'
autostop
.
Erano
luoghi
quasi
deserti
.
Ogni
tanto
si
vedeva
arrivare
un
carretto
tirato
da
un
somaro
.
Il
«
segretario
»
si
sosteneva
al
braccio
di
Peppino
,
marciando
curvo
sotto
il
solleone
.
Quando
il
carretto
li
raggiungeva
,
Peppino
indicava
pietosamente
il
vegliardo
:
«
Ci
potreste
dare
un
passaggio
?
»
.
Il
contadino
si
impietosiva
e
li
accompagnava
sino
alla
prima
svolta
,
seduti
sulle
fascine
.
Un
altro
miglio
a
piedi
,
e
poi
spuntava
un
altro
carretto
.
Quando
Peppino
De
Filippo
non
reciterà
più
Le
metamorfosi
di
un
suonatore
ambulante
,
cercheremo
di
raccontare
ai
nostri
figli
e
ai
nostri
nipoti
la
scenetta
in
cui
,
affamatissimo
«
posteggiatore
»
,
cerca
di
vedere
chiaro
in
un
certo
imbroglio
per
il
quale
è
richiesta
la
sua
complicità
.
Il
suonatore
è
napoletano
e
,
come
tale
,
gesticola
vivacemente
:
le
sue
mani
sono
in
continuo
movimento
e
,
ogni
tanto
,
si
protendono
e
restano
sospese
a
mezz
'
aria
.
Gli
interlocutori
credono
che
egli
abbia
finito
di
parlare
,
che
l
'
affare
sia
concluso
e
che
sia
venuto
il
momento
di
salutarsi
:
afferrano
la
mano
del
suonatore
e
la
stringono
cordialmente
.
Il
discorso
,
invece
,
non
è
affatto
finito
.
Bisogna
liberare
quella
mano
e
riprendere
la
conversazione
interrotta
.
Gli
altri
sono
sempre
pronti
a
stringere
,
sul
più
bello
,
la
mano
dell
'
ambulante
che
non
può
frenare
la
sua
mimica
partenopea
e
che
,
se
non
muove
le
mani
,
non
può
parlare
.
La
graduazione
della
sorpresa
,
dell
'
impaccio
,
dell
'
inquietudine
,
che
prende
e
quasi
paralizza
l
'
eloquenza
del
suonatore
ambulante
,
crea
un
«
crescendo
comico
»
forse
ineguagliato
in
questi
ultimi
anni
:
certo
il
più
sottile
e
trascinante
.
Quando
cercheremo
di
riferire
questa
scenetta
ai
nostri
figli
e
ai
nostri
nipoti
stenteremo
a
farci
capire
,
come
non
capivamo
i
nostri
vecchi
quando
ci
parlavano
del
«
gioco
del
ferro
da
stiro
»
di
Eleonora
Duse
nella
Locandiera
o
della
«
scena
del
candeliere
»
di
Ermete
Novelli
nella
farsa
Felice
il
cerimonioso
.
Sono
scoperte
,
gioie
,
sorrisi
di
cui
gode
solamente
«
chi
vede
»
:
intraducibili
per
«
sentito
dire
»
.
Per
questo
,
il
teatro
è
forse
fatto
di
incantesimi
paragonabili
a
quelli
dell
'
amore
,
bellissimi
quando
viviamo
il
nostro
amore
,
mentre
,
se
ci
raccontano
quelli
degli
altri
,
ci
sono
assolutamente
indifferenti
.
StampaQuotidiana ,
Cerco
di
ritrovare
,
per
le
vie
di
Napoli
,
la
figura
di
Salvatore
Di
Giacomo
.
Mi
dice
un
amico
:
«
Sta
nell
'aria...»
.
Si
guarda
attorno
,
fa
un
cenno
,
indica
qualcosa
con
un
gesto
circolare
.
È
vero
.
Sta
nell
'
aria
,
il
suo
monumento
è
la
strada
di
Napoli
,
il
vicolo
di
Napoli
,
è
la
«
tavernella
»
,
è
il
«
munasterio
»
è
il
«
funndeco
»
di
Napoli
:
è
il
sole
,
è
l
'
acqua
,
è
lo
scoglio
,
è
il
pino
di
Napoli
.
Bellissima
convinzione
:
un
po
'
retorica
.
Napoli
non
ha
fatto
molto
per
il
suo
poeta
.
Gli
ha
dedicato
una
strada
verso
Posillipo
e
una
lapide
sotto
alla
finestra
di
«
Marechiare
»
in
ricordo
di
quella
canzone
tanto
bella
,
scritta
a
diciotto
anni
,
e
la
cui
fama
,
mi
hanno
detto
,
un
po
'
lo
infastidiva
.
Le
proposte
per
onorare
Di
Giacomo
non
sono
mancate
:
intelligenti
,
affettuose
,
entusiastiche
.
Si
partì
dalla
semplice
idea
di
un
busto
,
si
arrivò
a
quella
di
dedicare
al
suo
ricordo
un
boschetto
o
una
esedra
arborea
sul
colle
di
Posillipo
.
Altri
propose
che
le
sue
spoglie
fossero
collocate
accanto
a
quelle
di
Giacomo
Leopardi
;
e
subito
qualcuno
ricordò
,
sia
pure
a
bassa
voce
,
i
dubbi
sull
'
autenticità
delle
ossa
di
Leopardi
,
di
quel
povero
scheletro
cui
mancherebbe
addirittura
la
testa
.
Città
,
più
dolorosa
che
lieta
,
mi
pare
Napoli
,
piena
di
crucci
,
di
affanni
,
di
disastri
cui
è
difficile
rimediare
.
Le
perle
e
le
melanconie
dei
vivi
sono
tante
che
forse
non
si
ha
tempo
di
pensare
a
quelle
dei
morti
,
che
forse
vivono
già
nell
'
eterna
serenità
.
Un
anno
dopo
la
morte
del
poeta
una
lapide
,
è
vero
,
fu
collocata
sulla
casa
dove
era
nato
.
Poi
venne
la
guerra
e
vennero
le
incursioni
aeree
.
Quella
casa
è
stata
colpita
,
è
crollata
,
per
un
miracolo
era
rimasto
in
piedi
il
pezzo
di
muro
dove
era
collocata
la
lastra
di
marmo
.
In
mezzo
a
quello
sfacelo
e
sotto
le
altre
incursioni
,
la
lapide
restava
,
alla
meglio
,
appiccicata
a
quel
rudere
.
Poi
cadde
anche
lei
;
sparì
:
non
si
sa
,
naturalmente
,
dove
sia
andata
a
finire
.
Anche
al
numero
107
di
via
Santa
Lucia
,
dove
abitò
gli
ultimi
anni
della
sua
vita
,
di
fronte
a
quella
chiesa
della
Madonna
della
Catena
dove
vanno
a
pregare
tutte
le
donnette
del
quartiere
,
il
cui
nome
ricorre
in
ogni
poesia
e
in
ogni
canzone
napoletana
,
non
c
'
è
un
segno
di
ricordo
.
Forse
era
fatale
che
fosse
così
.
Non
si
possono
trasformare
in
musei
degli
appartamenti
piccolo
-
borghesi
,
come
quello
in
cui
visse
Di
Giacomo
,
come
tutti
gli
altri
scrittori
del
suo
tempo
e
non
solamente
napoletani
.
Non
avevano
,
quegli
scrittori
,
ville
,
eremi
,
Capponcine
e
Vittoriali
.
In
una
casa
con
cento
finestre
,
come
si
può
«
eternare
»
la
finestra
di
un
poeta
?
Mi
dicono
:
«
È
nell
'aria...»
.
Di
Giacomo
ha
i
suoi
fedeli
,
che
credo
siano
tutti
,
o
quasi
,
gente
fra
i
cinquanta
e
gli
ottant
'
anni
,
legati
al
suo
ricordo
,
oltre
che
dalla
grandezza
della
sua
poesia
,
anche
da
una
certa
nostalgia
per
la
Napoli
della
loro
gioventù
,
la
«
vecchia
Napoli
»
,
la
cui
vita
intellettuale
dava
ancora
dei
punti
a
quelle
di
tutte
le
altre
città
italiane
.
Leopardi
l
'
aveva
esaltata
,
moribondo
,
con
il
canto
della
Ginestra
:
Francesco
De
Sanctis
aveva
fatto
da
Napoli
il
dono
all
'
Italia
intera
di
quella
Storia
della
letteratura
che
,
all
'
Italia
unita
da
pochi
anni
,
aveva
fatto
per
la
prima
volta
intendere
l
'
unità
dello
spirito
italiano
attraverso
i
secoli
.
A
suo
modo
,
l
'
Ottocento
intellettuale
di
Napoli
assomigliava
,
nella
varietà
e
nella
fecondità
dei
suoi
aspetti
,
all
'
Ottocento
di
Parigi
,
a
quello
che
fu
chiamato
lo
«
stupido
»
Ottocento
'
e
che
era
invece
-
ce
ne
accorgiamo
adesso
a
metà
del
Novecento
-
il
prodigioso
Ottocento
.
È
probabile
che
Di
Giacomo
debba
essere
spogliato
di
un
suo
fogliame
ottocentesco
,
liberato
da
una
sorta
di
macchiaiolismo
per
far
venire
in
luce
tutto
ciò
che
giustamente
di
virgineo
e
di
greco
fu
trovato
nella
sua
arte
ed
in
talune
sue
illuminate
sillabazioni
di
fremiti
e
sussurri
.
Fatto
il
lavoro
di
cernita
,
spogliata
l
'
ammirazione
per
lui
del
fatto
affettuoso
,
il
poeta
resterà
,
e
certamente
in
molte
parti
grandissimo
e
di
misura
italiana
fra
le
più
nobili
.
Segno
di
questa
sua
vitalità
e
di
questa
sua
insostituibilità
è
il
fatto
che
,
a
Napoli
,
per
chi
arriva
da
fuori
,
il
suo
nome
e
la
sua
opera
sono
ancora
il
miglior
punto
di
orientamento
quando
ci
si
accorge
subito
che
,
dopo
di
lui
,
non
è
più
il
caso
di
parlare
di
«
poesia
napoletana
»
,
essendo
ormai
spenti
anche
tutti
i
suoi
rivali
e
i
suoi
epigoni
.
È
nell
'
aria
anche
un
'
eredità
non
raccolta
nel
paese
dove
i
Russo
,
i
Bovio
,
i
Murolo
non
hanno
avuto
una
discendenza
,
né
si
pretende
che
possano
averla
,
poiché
anche
la
poesia
ha
le
sue
stagioni
e
non
si
può
farla
rinverdire
artificialmente
.
Quella
cara
stagione
è
finita
,
quel
giardino
è
chiuso
:
ma
lo
sentite
come
,
dietro
al
muricciolo
,
profumano
ancora
i
fiori
della
poesia
di
Di
Giacomo
?
Sono
andato
,
una
sera
dopo
il
tramonto
,
a
salutare
la
vedova
del
poeta
,
donna
Elisa
Di
Giacomo
,
nella
sua
casa
affacciata
sui
giardini
della
Riviera
di
Ghiaia
.
Donna
Elisa
era
di
almeno
vent
'
anni
più
giovane
del
poeta
-
bibliotecario
quando
,
studentessa
di
lettere
,
andò
da
lui
,
in
biblioteca
,
per
chiedergli
alcuni
consigli
su
una
tesi
di
laurea
.
Fu
lei
che
,
furtiva
,
depose
sul
tavolo
del
poeta
un
mazzolino
di
viole
o
di
ciclamini
.
Salvatore
viveva
con
la
madre
,
era
un
vecchio
ragazzo
sentimentale
e
inquieto
,
molto
timido
forse
sotto
il
suo
largo
cappello
alla
guappa
.
La
studentessa
dovette
attendere
assai
prima
che
il
poeta
riuscisse
a
compiere
il
gran
passo
.
Passeggiavano
al
sole
,
per
via
Caracciolo
.
Ad
una
parete
della
stanza
c
'
è
un
'
istantanea
in
cui
la
signorina
Elisa
ha
tutta
la
grazia
di
un
tempo
in
cui
il
sorriso
della
donna
che
si
teneva
a
braccio
del
suo
futuro
sposo
aveva
la
luce
di
un
sentimento
che
oggi
può
sembrare
ottocentesco
e
che
si
chiama
Fiducia
.
Prima
di
diventare
la
sposa
,
fu
la
donna
della
poesia
di
Don
Salvatore
,
quella
dei
malinconici
struggimenti
e
degli
inquieti
sospiri
,
quella
che
a
maggio
saliva
alla
tavernella
'
ncopp
'
Antignano
.
Stamno
a
na
tavulclla
/
tutte
e
dduie
.
Chiavo
chiano
/
s
'
allunga
sta
manella
/
e
m
'
accarezza
'
a
mano
...
Adesso
la
signorina
Elisa
di
un
tempo
è
Donna
Elisa
,
la
professoressa
che
è
andata
quest
'
anno
in
pensione
,
sottile
nella
figura
,
arguta
nel
volto
.
Vive
sola
al
secondo
piano
di
uno
dei
tanti
vecchi
solenni
palazzi
nobili
di
Napoli
che
hanno
tutti
,
nel
cortile
e
negli
scaloni
semibui
,
non
so
quale
aria
conventuale
.
In
un
nobile
silenzio
,
vive
con
le
finestre
aperte
su
questa
Napoli
molto
affettuosa
ma
-
penso
io
-
un
po
'
distratta
,
la
buona
signora
che
si
vide
morire
fra
le
braccia
,
con
lunghi
anni
di
malattia
,
il
vecchio
poeta
intristito
.
Questa
è
la
Madonna
di
Di
Giacomo
:
e
quello
lì
,
in
quel
disegno
a
penna
di
Paolo
Vietri
,
il
genero
di
Morelli
,
è
lui
,
come
era
a
diciotto
anni
.
StampaQuotidiana ,
Trent
'
anni
sono
passati
dalla
sua
morte
e
ormai
,
in
questi
tre
decenni
,
sono
andati
scomparendo
quasi
tutti
coloro
che
conobbero
Eleonora
e
l
'
ascoltarono
nel
tempo
della
sua
più
fervida
stagione
che
,
vista
adesso
nella
prospettiva
della
storia
,
non
sembra
sia
stata
quella
dannunziana
,
anche
se
questa
fu
la
più
folta
di
eventi
e
di
cronaca
.
Nel
teatro
di
D
'
Annunzio
,
probabilmente
,
la
Duse
esaurì
la
sua
forza
vitale
non
tanto
per
le
vicissitudini
di
una
passione
che
ebbe
molte
illuminazioni
,
ma
anche
molti
disinganni
,
quanto
perché
,
prima
di
D
'
Annunzio
,
nei
testi
che
recitava
c
'
era
sempre
stata
,
bene
o
male
,
la
vita
,
mentre
,
dal
Sogno
di
un
mattino
di
primavera
in
poi
,
il
teatro
di
Gabriele
le
offrì
più
che
altro
perfettissime
parole
d
'
oro
.
La
Duse
apparteneva
-
o
la
precedeva
di
poco
-
alla
generazione
del
verismo
venuta
al
mondo
delle
scene
italiane
quasi
in
reazione
ai
tragici
paludamenti
di
Adelaide
Ristori
e
al
«
velluto
»
e
al
«
tuono
»
di
Ernesto
Rossi
e
di
Tommaso
Salvini
.
La
famiglia
da
cui
usciva
era
di
attori
dialettali
,
originariamente
chioggiotti
:
figli
cioè
di
una
razza
popolana
in
cui
le
tradizioni
fondamentali
sono
quelle
della
povertà
e
della
delusa
melanconia
.
Agli
attori
dalle
voci
d
'
oro
e
dai
polmoni
di
bronzo
che
essa
avrebbe
dovuto
considerare
i
suoi
maestri
,
sembrò
sempre
una
«
nevrotica
»
,
una
creatura
debole
e
inquieta
.
Essi
erano
abituati
a
dar
voce
ai
giganti
:
a
Ree
Regine
,
e
non
a
gente
di
tutti
i
giorni
,
i
cui
sentimenti
non
erano
di
misura
«
eroica
»
,
ma
,
tutt
'
al
più
,
di
drammaticità
quotidiana
.
Tommaso
Salvini
,
titano
della
scena
ottocentesca
,
la
collocava
un
gradino
più
in
alto
di
Sarah
Bernhardt
,
che
egli
considerava
una
«
meticcia
»
perché
,
non
figlia
d
'
arte
,
e
come
tale
,
quasi
quasi
,
una
grandissima
dilettante
.
Alla
Duse
,
anche
come
figlia
d
'
arte
,
riconosceva
il
diritto
d
'
esser
considerata
un
'
attrice
«
di
razza
»
,
ammirevole
in
un
preciso
gruppo
di
caratteri
,
dai
quali
la
consigliava
di
non
uscire
mai
,
ammirevole
nell
'
esprimere
l
'
amore
contrastato
,
la
gelosia
,
il
dispetto
,
il
rancore
,
la
recriminazione
repressa
dei
torti
ricevuti
,
il
rammarico
o
un
intenso
dolore
,
ma
non
adatta
ai
sentimenti
«
alteri
,
grandi
,
maestosi
»
.
Attrice
della
realtà
drammatica
borghese
e
non
della
misura
tragica
,
attrice
che
,
spiritualmente
e
tecnicamente
,
precedeva
il
gusto
del
Théâtre
Libre
alla
Antoine
,
l
'
incontro
con
D
'
Annunzio
la
convinse
di
aver
trovato
l
'
approdo
al
porto
di
un
superiore
teatro
di
poesia
.
L
'
inchiostro
del
giudizio
di
Tommaso
Salvini
,
che
contiene
forse
non
pochi
elementi
di
saggezza
,
era
ancora
fresco
quando
,
nel
1898
,
con
il
Sogno
di
un
mattino
di
primavera
,
Eleonora
pensò
di
salire
un
gradino
più
in
alto
del
suo
destino
di
interprete
di
anime
«
borghesi
»
.
A
trent
'
anni
dalla
sua
morte
,
gli
spettatori
contemporanei
della
sua
grande
stagione
sono
tutti
scomparsi
.
Restano
,
fra
i
critici
e
gli
storici
del
teatro
,
solo
coloro
stessi
che
l
'
hanno
udita
quasi
esclusivamente
nel
periodo
dannunziano
e
hanno
dovuto
aspettare
il
suo
ritorno
alle
scene
nel
1921
,
ormai
stanca
e
canuta
,
per
riscoprirla
,
dopo
quattordici
anni
di
«
esilio
»
,
negli
accenti
del
dramma
ibseniano
e
del
realismo
venato
di
patetico
romanticismo
di
Praga
.
Nel
tempo
della
riscoperta
della
Duse
-
e
della
sua
scoperta
per
gli
spettatori
che
avevano
poco
più
di
vent
'
anni
quando
essa
uscì
dal
suo
lunghissimo
silenzio
-
la
sua
leggenda
era
già
formata
.
Da
una
parte
,
c
'
era
il
gruppo
degli
anziani
e
dei
vecchi
che
,
pur
ammirandola
,
l
'
avevano
definita
«
nevrotica
»
e
«
pososa
»
,
dall
'
altra
quelli
che
,
parteggiando
per
il
suo
lungo
e
dolente
romanzo
d
'
amore
e
per
il
sacrificio
ch
'
essa
aveva
fatto
al
sogno
di
un
teatro
«
di
poesia
»
-
termine
su
cui
è
difficilissimo
intendersi
-
parlavano
di
lei
come
della
«
santa
»
e
della
«
martire
»
.
Solamente
Santa
Teresa
di
Lisieux
,
solamente
Bernadette
hanno
avuto
biografi
esaltati
e
lagrimanti
come
lo
furono
,
per
la
Duse
,
il
francese
Schneider
e
Matilde
Serao
.
D
'
Annunzio
stesso
,
che
per
una
fatalità
di
temperamenti
l
'
aveva
così
mal
compresa
,
l
'
aveva
chiamata
«
la
Divina
»
.
Le
ciocche
dei
capelli
bianchi
quasi
incolte
,
la
vita
in
ombra
per
tanti
anni
,
una
vaga
aspirazione
religiosa
,
il
suo
sognare
di
essere
maestra
di
giovani
,
la
sua
povertà
nomade
dall
'
uno
all
'
altro
rifugio
segreto
,
la
sua
dichiarazione
,
una
volta
,
di
voler
recitare
solamente
invisibile
,
per
dar
voce
alle
marionette
del
Teatro
dei
Piccoli
nella
Tempesta
di
Shakespeare
,
la
sua
riluttanza
a
mostrare
il
volto
all
'
obbiettivo
di
Cenere
perché
per
lo
schermo
dovevano
bastare
le
sue
sole
mani
,
le
sue
lettere
scritte
in
inchiostro
viola
,
a
velocità
frenetica
,
disseminate
di
puntini
di
sospensione
e
di
sottolineature
,
i
veli
quasi
monastici
e
vagamente
languidi
dei
suoi
cappellini
estivi
,
la
sua
gracilità
,
la
sua
tosse
,
la
sua
febbre
erano
tutti
elementi
della
leggenda
alla
quale
si
affacciarono
nel
1921
gli
spettatori
poco
più
che
ventenni
.
Si
andava
a
sentire
una
donna
o
una
santa
?
Dovevamo
pensare
al
suo
lontano
passato
di
donna
o
dimenticarlo
?
Dovevamo
vederla
solo
come
avesse
avuto
il
capo
coperto
dalla
cenere
dei
deludenti
fuochi
dannunziani
?
La
fortuna
ci
aiutò
:
la
donna
che
,
tra
il
1895
e
il
1921
,
aveva
dato
se
stessa
,
con
l
'
arte
prima
e
poi
con
il
silenzio
,
a
D
'
Annunzio
,
ci
apparve
senza
le
tracce
e
senza
le
cicatrici
gloriose
del
suo
sacrificio
alla
«
bella
parola
»
che
tanto
a
lungo
l
'
aveva
incantata
.
Ci
apparve
,
nella
Donna
del
mare
e
nella
Porta
chiusa
,
la
donna
che
essa
era
stata
nelle
sue
giovanili
ore
grandissime
,
tutta
immersa
nella
Vita
,
in
un
suo
trasumanato
realismo
.
E
non
ci
sembrò
una
semplice
coincidenza
che
Eleonora
fosse
nata
nel
1859
,
tre
anni
dopo
che
Flaubert
aveva
messo
al
mondo
Madame
Bovary
.
Emma
è
del
1856
,
Eleonora
del
1859
.
Si
può
imputare
alla
Duse
d
'
avere
creduto
,
oltre
che
alla
sua
nativa
realtà
poetica
,
in
una
poesia
al
di
fuori
del
«
vero
»
che
le
sembrò
più
alta
della
prima
,
e
di
non
aver
inteso
la
differenza
tra
«
cosa
»
e
«
parola
»
?
Non
era
caduto
nello
stesso
errore
Flaubert
,
scrivendo
la
rimbombante
Salammbô
e
le
Tentazioni
di
Sant
'
Antonio
?
La
sua
crisi
e
il
suo
dramma
segreto
furono
una
crisi
e
un
dramma
di
valutazioni
sbagliate
sotto
l
'
impeto
di
un
entusiasmo
d
'
amore
.
Figlia
della
grande
generazione
della
Bovary
,
dobbiamo
stupirci
che
essa
,
ad
un
certo
momento
,
abbia
creduto
più
nelle
«
atmosfere
»
di
Francesca
e
della
Città
morta
che
in
quelle
del
realismo
e
del
naturalismo
in
cui
,
con
reazione
antiromantica
,
era
nata
?
Essa
fu
certamente
l
'
unica
attrice
degna
di
essere
definita
«
flaubertiana
»
,
la
grande
sorella
italiana
di
Emma
Bovary
e
,
facendo
un
passo
più
avanti
nel
tempo
,
di
Anna
Karenina
.
Ebbe
maestri
?
Figlia
di
attori
oscurissimi
,
sua
prima
maestra
fu
certamente
la
povertà
dei
nomadi
che
le
dette
la
coscienza
di
quel
dovere
ch
'
essa
chiamò
,
umilmente
,
il
lavoro
.
Forse
,
nell
'
infanzia
e
nella
prima
adolescenza
recitò
anche
diversamente
da
come
le
avrebbe
comandato
il
suo
istinto
,
così
come
volevano
attorno
a
lei
la
voce
e
la
cadenza
dei
compagni
.
Nessuno
pensava
che
si
avvicinasse
il
tramonto
del
tempo
romantico
,
e
fanciulla
,
dicendo
quasi
senza
capirle
le
battute
dei
grandi
testi
d
'
amore
,
un
'
eco
romantica
passò
nella
sua
voce
.
Nelle
tragedie
come
la
Francesca
da
Rimini
di
Silvio
Pellico
,
giovinetta
,
declamò
come
poi
non
fece
mai
.
La
liberazione
del
suo
istinto
cominciò
con
le
parole
di
Giulietta
,
nel
dialogo
d
'
amore
con
Romeo
,
con
una
rosa
sfogliata
quasi
ad
ogni
parola
.
La
morte
della
madre
le
aveva
aperto
l
'
anima
alla
verità
del
dolore
.
Negli
anni
del
suo
debutto
,
quella
di
Eleonora
è
una
storia
di
stenti
,
di
lunghe
miserie
,
di
molta
autentica
fame
,
di
abiti
poverissimi
,
di
teatri
squallidi
,
di
inverni
gelidi
,
di
lunghi
notturni
estenuanti
colpi
di
tosse
.
Era
piccola
,
magra
,
bruna
,
fu
detto
,
come
una
calabrese
.
Talvolta
la
sua
gracile
bellezza
fioriva
in
un
improvviso
turgore
dell
'
adolescenza
,
ma
poi
già
si
velava
d
'
ombre
,
si
scavava
intensamente
nelle
guance
dagli
zigomi
risentiti
.
L
'
alto
arco
delle
sopracciglia
sembrava
,
sugli
occhi
vasti
,
profondi
,
un
nido
di
interrogazioni
.
Ebbe
in
verità
,
come
le
maschere
del
Teatro
Antico
,
due
volti
:
l
'
uno
forte
,
sereno
,
anche
ridente
,
perché
non
sempre
la
sua
anima
era
solamente
dolore
;
l
'
altro
scolpito
con
i
segni
della
delusione
come
in
una
cera
scura
,
nella
cera
della
sofferenza
.
Il
volto
della
Locandiera
il
primo
:
quello
della
Signora
delle
camelie
,
il
secondo
.
Illusione
e
delusione
furono
in
modo
sovrano
le
due
espressioni
dominanti
di
quel
viso
che
diventò
celebre
in
tutto
il
mondo
;
reclinato
e
come
concentrato
sulla
fiamma
di
un
sorriso
che
dava
un
fremito
alla
bella
bocca
ampia
:
in
alto
nelle
interrogazioni
del
dolore
come
sotto
al
soffio
di
un
vento
che
volesse
tutto
rimodellarlo
,
in
un
sospiro
o
in
un
gemito
.
Diventò
donna
,
e
recitò
tutto
.
Non
poteva
permettersi
una
scelta
,
né
di
compagni
né
di
repertorio
.
Pareva
dovesse
restare
sempre
una
genericuccia
,
dicevano
che
non
aveva
voce
né
scatto
né
energia
di
dizione
:
pareva
non
avesse
mestiere
,
e
tanto
meno
,
davanti
a
sé
,
un
destino
.
A
Trieste
il
pubblico
fu
duro
:
chiese
che
venisse
cancellata
dalla
locandina
.
Poi
fu
un
primo
passo
avanti
,
recitando
vicino
al
Belli
-
Blanes
,
a
Giovanni
Emanuel
,
a
Giacinta
Pezzana
,
a
Cesare
Rossi
.
A
Napoli
,
una
sera
,
il
pubblico
ebbe
l
'
impressione
di
vedere
per
la
prima
volta
in
scena
la
vera
Ofelia
che
andava
verso
la
morte
.
Rossi
,
Emanuel
,
Giacinta
Pezzana
sono
i
primi
maestri
,
e
subito
la
Duse
diventa
una
loro
pari
.
Eleonora
è
portata
dalla
sorte
a
non
dovere
più
ripetere
l
'
accento
dei
vecchi
modesti
compagni
che
andavano
orecchiando
di
maniera
le
intonazioni
e
il
gesto
dei
grandi
attori
romantici
come
Salvini
e
la
Ristori
.
Rossi
,
Emanuel
e
la
grandissima
Pezzana
le
confermano
che
il
teatro
ha
una
voce
nuova
,
che
cammina
verso
una
verità
più
meditata
,
più
acuta
,
più
intensa
.
L
'
attrice
che
reciterà
Teresa
Raquin
scoprirà
che
il
romanticismo
è
finito
e
che
il
«
vero
»
sta
arrivando
alla
ribalta
.
La
sua
ansia
di
verità
non
chiede
altro
.
Scoperta
la
via
,
riconosce
che
è
quella
verso
cui
la
portava
il
suo
istinto
e
su
cui
la
guida
la
sua
giovanile
meditazione
.
Viene
l
'
ora
di
quelle
che
saranno
le
prime
grandi
creazioni
:
cominciano
gli
anni
vertiginosi
della
Principessa
di
Bagdad
,
della
Moglie
di
Claudio
,
della
Signora
delle
camelie
.
A
ventitré
anni
qualcuno
la
paragonava
già
alla
Bernhardt
.
Amò
.
Ma
l
'
uomo
della
leggenda
era
ancora
un
giovinetto
e
apparve
quando
già
la
giovinezza
di
Eleonora
cominciava
a
sfiorire
.
Amò
come
ogni
altra
donna
uomini
della
sua
vita
di
tutti
i
giorni
:
un
giornalista
napoletano
:
la
lasciò
con
un
figlio
in
grembo
che
doveva
morire
nascendo
.
Fu
sposa
,
ma
senza
torridi
fuochi
d
'
amore
,
di
un
compagno
d
'
arte
,
Tebaldo
Checchi
.
Amò
,
con
un
improvviso
ardore
,
il
compagno
d
'
arte
Flavio
Andò
che
recitava
con
lei
nella
Signora
delle
camelie
.
Per
lui
creò
il
grido
«
Armando
!
Armando
!...»,
che
diventò
leggenda
.
Ma
di
tutto
questo
,
sia
nelle
illusioni
che
negli
errori
-
come
il
distacco
dal
marito
che
lasciò
a
lei
la
cura
della
figlia
Enrichetta
-
si
parlava
,
a
quei
tempi
,
a
bassa
voce
.
La
storia
dei
«
palpiti
»
della
giovane
attrice
,
che
sta
già
conquistando
la
sua
celebrità
nel
mondo
,
non
giunge
che
sommessamente
al
di
là
del
sipario
.
Non
diventa
cronaca
.
Di
amore
,
per
lei
,
devono
parlare
palesemente
al
mondo
solo
i
personaggi
,
ed
ecco
la
Duse
creare
,
come
forse
nessuno
prima
di
lei
aveva
potuto
,
il
personaggio
a
cento
volti
che
sarà
per
tutta
la
vita
quello
della
grande
innamorata
.
La
donna
,
insomma
,
in
funzione
della
passione
,
della
gelosia
,
del
peccato
,
della
espiazione
,
dell
'
abbandono
quasi
allucinante
del
cuore
e
dei
sensi
:
in
funzione
anche
della
perfidia
,
della
civetteria
,
della
crudeltà
.
Non
più
l
'
eroismo
modellato
dalle
grandi
voci
del
romanticismo
,
ma
quello
della
quotidiana
verità
della
natura
umana
.
Verismo
o
cosiddetto
verismo
?
In
molti
casi
,
si
tratta
di
teatro
borghese
,
adattamento
«
domenicale
»
della
verità
,
in
modo
persino
vieto
e
frusto
.
La
Duse
non
amò
le
Odette
e
le
Fernande
.
Ma
essa
sapeva
essere
più
in
alto
dei
testi
che
recitava
,
più
forte
delle
«
battute
»
e
delle
«
scene
madri
»
,
perché
il
suo
lavoro
era
fatto
tutto
di
approfondimento
nell
'
interno
del
personaggio
,
o
,
come
amava
dire
,
nelle
sue
«
fodere
»
.
Cosa
trovava
là
dentro
?
Trovava
se
stessa
,
il
suo
io
di
donna
sempre
pronto
a
rivelarsi
e
a
moltiplicarsi
in
cento
aspetti
.
Non
più
adattamento
da
teatro
domenicale
,
ma
una
sua
verità
che
poteva
assomigliare
,
appunto
,
a
quella
di
Emma
Bovary
o
di
Anna
Karenina
.
L
'
ansia
per
un
«
vero
»
fatto
di
poesia
e
di
meditazione
l
'
agita
sempre
più
intensamente
.
Su
questa
strada
arriverà
a
Ibsen
,
e
sarà
un
giorno
,
a
trent
'
anni
,
l
'
interprete
di
Casa
di
bambola
.
Aveva
già
amato
un
poeta
.
Ma
l
'
amore
per
Boito
fu
probabilmente
l
'
unione
con
un
«
compagno
d
'
intelligenza
»
.
L
'
attrice
è
celebre
ormai
in
tutto
il
mondo
quando
incontra
quello
che
sarà
l
'
uomo
del
suo
destino
.
Per
D
'
Annunzio
fu
«
obbedienza
infiammata
»
.
Non
si
vuole
fare
il
processo
al
«
superuomo
»
.
Ella
stessa
non
lo
fece
mai
.
Sognò
per
lui
ogni
impresa
,
affrontò
ogni
sacrificio
,
lo
stimolò
a
creare
,
lo
difese
contro
il
pubblico
,
modificò
il
proprio
stile
per
adattarlo
alla
sua
parola
,
perdonò
certe
pagine
del
Fuoco
che
l
'
avevano
amareggiata
.
Per
lui
,
più
giovane
di
cinque
anni
,
la
Duse
combatte
la
battaglia
d
'
amore
della
donna
che
sente
già
la
propria
giovinezza
dileguare
.
Di
volta
in
volta
,
si
esalta
e
si
rattrista
e
in
segreto
si
umilia
.
Vuole
amare
le
cose
che
egli
ama
,
leggere
i
libri
ch
'
egli
legge
,
prediligere
le
pitture
,
i
luoghi
,
le
spiagge
che
quel
gran
«
cicerone
»
le
fa
conoscere
.
Anch
'
egli
l
'
ama
,
ma
non
con
devozione
eguale
.
La
Duse
ha
quarantacinque
anni
,
quando
D
'
Annunzio
scrive
la
Figlia
di
Jorio
.
Ma
il
canto
disperato
di
Mila
non
sarà
più
per
lei
dal
momento
in
cui
l
'
attrice
scopre
che
il
castello
dell
'
amore
si
è
incenerito
e
che
davanti
all
'
inganno
bisogna
uscirne
come
una
donna
velata
.
Sono
,
adesso
,
ancora
nuove
strade
,
nuovi
viaggi
,
nuove
esperienze
nei
nomi
di
Ibsen
,
di
Maeterlinck
,
di
Gor
'
kij
.
Essa
è
sempre
più
«
l
'
attrice
del
mondo
»
,
pallida
malata
,
con
un
viso
da
esilio
per
un
dolore
di
cui
non
parla
mai
.
Si
ritira
.
Comincia
il
grande
silenzio
.
Quattordici
anni
e
la
povertà
le
dice
:
«
Bisogna
ritornare
...
»
.
Ormai
la
sua
salute
è
minata
,
un
filo
d
'
aria
fredda
basta
a
ferirla
.
La
sera
del
grande
ritorno
una
specie
di
galleria
di
tela
si
dice
la
protegga
dalle
correnti
d
'
aria
quando
esce
dal
camerino
per
entrare
in
scena
.
Ha
i
capelli
bianchi
,
non
ha
voluto
nemmeno
un
filo
di
cipria
«
per
non
mentire
»
.
I
fiori
saranno
,
da
allora
in
poi
,
sempre
per
una
chiesa
.
«
Dammi
,
Signore
,
un
cuore
vigilante
in
modo
che
nessun
pensiero
estraneo
mi
porti
lontano
da
te
...
»
,
diceva
una
preghiera
che
le
era
cara
.
Ormai
era
tutta
nella
fede
.
Ancora
l
'
Europa
,
ancora
l
'
America
,
sempre
più
stanca
,
sempre
più
fragile
,
finché
basta
uno
scroscio
di
pioggia
,
sulla
porta
chiusa
del
teatro
di
Pittsburgh
,
per
spegnerla
.
Così
basta
poco
per
morire
alle
bambine
malate
del
paese
dei
suoi
avi
sui
canali
di
Chioggia
battuti
dal
vento
dell
'
Adriatico
,
là
nel
paese
dove
,
a
quattro
anni
,
aveva
recitato
la
parte
di
Cosetta
in
una
riduzione
dei
Miserabili
.
StampaQuotidiana ,
La
sera
del
3
marzo
1904
si
alzò
per
la
prima
volta
il
sipario
sulla
vicenda
di
Aligi
e
di
Mila
di
Codra
.
Nasceva
alla
vita
dello
spettacolo
,
dopo
esser
nata
sui
grandi
fogli
di
carta
a
mano
del
manoscritto
-
fu
poi
riprodotto
in
un
facsimile
che
reca
tutte
le
tracce
della
sua
elaborazione
-
la
Figlia
di
Jorio
.
II
sipario
si
aprì
puntualmente
alle
20.45
.
Per
chi
volesse
saperlo
,
i
prezzi
d
'
ingresso
al
teatro
Lirico
di
Milano
erano
,
per
quei
tempi
,
eccezionalissimi
.
I
palchi
costavano
120
lire
:
una
poltrona
30
lire
.
Prezzi
,
dunque
,
scaligeri
.
Nevicava
fitto
.
Una
fila
interminabile
di
carrozze
padronali
,
con
pariglie
e
cocchieri
in
tuba
,
sostava
sotto
alla
neve
in
via
Larga
e
nelle
strade
adiacenti
.
Gabriele
d
'
Annunzio
avrebbe
compiuto
di
lì
a
pochi
giorni
i
quarantun
anni
.
Virgilio
Talli
,
che
aveva
messo
in
scena
la
«
tragedia
pastorale
»
e
guidato
e
concertato
la
recitazione
,
ne
aveva
quarantasette
,
come
Oreste
Calabresi
cui
era
affidato
il
ruolo
di
Lazaro
di
Rojo
.
Ruggero
Ruggeri
che
vestiva
i
panni
di
Aligi
ne
aveva
trentatré
,
e
trentuno
Irma
Gramatica
,
cui
era
stata
affidata
la
parte
della
protagonista
.
La
Talli
-
Gramatica
-
Calabresi
(
Ruggeri
non
aveva
ancora
il
nome
«
in
ditta
»
,
come
si
dice
nel
gergo
dei
comici
)
era
indicata
,
nelle
conversazioni
degli
appassionati
di
teatro
,
come
la
«
compagnia
dei
giovani
»
,
animata
,
pur
sotto
la
disciplina
ferrea
di
Talli
,
da
tendenze
«
rivoluzionarie
»
.
Lyda
Borelli
faceva
parte
della
compagnia
nel
gruppo
delle
attrici
giovani
:
ed
era
appena
una
giovinetta
.
Le
erano
affidate
le
battute
di
Favetta
.
Ornella
-
ecco
un
nome
inventato
da
D
'
Annunzio
che
diventò
popolare
quasi
come
quelli
dei
personaggi
dei
melodrammi
:
furono
moltissime
le
bambine
che
ebbero
il
suo
nome
-
era
Giannina
Chiantoni
.
Il
poeta
non
aveva
avuto
sempre
favorevole
il
pubblico
nelle
sue
prove
di
autore
teatrale
:
aveva
conosciuto
,
anzi
,
qualche
duro
assalto
negativo
da
parte
delle
platee
,
per
quanto
sostenuto
con
appassionata
fede
da
Eleonora
Duse
,
che
gli
era
stata
compagna
in
tutte
le
sue
esperienze
di
palcoscenico
.
L
'
attesa
era
,
in
ogni
modo
,
immensa
.
La
vittoria
doveva
essere
superba
:
certamente
la
più
alta
di
tutto
il
teatro
dannunziano
.
Una
cronaca
dell
'
«
Illustrazione
Italiana
»
narra
che
il
poeta
fu
chiamato
alla
ribalta
«
le
dieci
,
le
quindici
volte
...
»
.
Era
proprio
il
segno
del
trionfo
perché
,
in
quegli
anni
,
due
o
tre
chiamate
dopo
ogni
atto
già
erano
la
misura
di
un
vivo
successo
.
Il
teatro
di
prosa
non
conosceva
una
robusta
claque
.
Da
parte
di
Virgilio
Talli
fu
la
prova
più
alta
e
più
faticosa
delle
sue
capacità
di
«
regista
»
,
come
si
direbbe
oggi
:
di
«
capocomico
»
come
si
diceva
allora
.
E
fu
anche
una
prova
di
diplomazia
,
di
pazienza
,
di
sottile
intuito
organizzativo
.
Il
grande
«
capocomico
»
non
doveva
armeggiare
solamente
per
rispondere
degnamente
all
'
attesa
e
alle
esigenze
dello
scrittore
:
doveva
anche
,
senza
mostrare
di
immischiarsi
nei
fatti
personali
dell
'
autore
,
prevedere
,
ed
esser
pronto
ad
agire
di
conseguenza
,
una
grossa
crisi
di
carattere
sentimentale
che
avrebbe
potuto
mettere
in
pericolo
,
da
un
momento
all
'
altro
,
la
realizzazione
dello
spettacolo
.
La
cronaca
,
oggi
,
si
impadronisce
subito
di
qualsiasi
episodio
sentimentale
delle
dive
.
Viviamo
nel
tempo
delle
conferenze
stampa
,
nel
corso
delle
quali
mogli
o
amanti
che
si
suppongono
tradite
dettano
ai
cronisti
la
storia
dei
loro
dissidi
d
'
amore
.
Allora
,
nel
1904
,
la
discrezione
della
stampa
era
ancora
obbligatoria
.
Delle
avventure
sentimentali
si
parlava
sottovoce
.
Le
amanti
deluse
piangevano
in
silenzio
,
senza
offrire
le
proprie
lacrime
ai
lampi
dei
fotoreporters
.
L
'
andata
in
scena
della
Figlia
di
Jorio
doveva
coincidere
con
la
crisi
finale
di
quella
che
,
dopo
l
'
amore
di
De
Mussct
per
George
Sand
,
poteva
essere
definita
«
la
passione
del
secolo
»
.
Sarebbe
inutile
,
di
ciò
,
ricercare
la
traccia
nei
giornali
del
1904
,
.
e
,
per
molti
anni
ancora
,
ricercarne
qualche
indicazione
precisa
nei
libri
di
storia
e
di
biografia
teatrale
.
L
'
autobiografia
di
'
falli
è
molto
velata
in
proposito
.
I
libri
che
narrano
la
vita
della
Duse
-
almeno
quelli
scritti
sotto
la
sua
diretta
ispirazione
-
usano
,
in
proposito
,
lunghe
,
caute
,
morbide
perifrasi
.
La
versione
ufficiale
dei
fatti
che
portarono
alla
rinuncia
della
Duse
a
dare
vita
al
personaggio
di
Mila
di
Codra
è
quella
che
attribuisce
la
rinuncia
ad
un
«
molesto
raffreddore
»
.
Virgilio
Talli
non
aveva
studiato
medicina
,
ma
con
tutta
probabilità
aveva
previsto
questo
«
raffreddore
»
sino
da
otto
mesi
prima
quando
tramite
Adolfo
Orvieto
-
il
direttore
del
Marzocco
-
era
stato
convocato
da
D
'
Annunzio
alla
Capponcina
per
sentirsi
affidare
la
messa
in
scena
della
tragedia
.
D
'
Annunzio
e
Talli
erano
stati
compagni
di
collegio
al
Cicognini
di
Prato
.
Talli
che
aveva
sei
anni
più
cli
D
'
Annunzio
era
stato
,
al
Cicognini
,
uno
,
dei
«
grandi
»
,
mentre
il
figlio
del
pescarese
don
Francesco
d
'
Annunzio
era
uno
dei
«
piccoli
»
.
S
'
erano
poi
,
effettivamente
,
perduti
di
vista
,
Il
poeta
,
incontrandosi
con
Talli
nell
'
atmosfera
di
sagrestia
e
di
antiquariato
che
caratterizzava
l
'
arredamento
della
villetta
fiesolana
,
evocò
a
lungo
,
e
molto
con
l
'
immaginazione
,
gli
anni
di
collegio
.
Poi
raccontò
la
trama
della
tragedia
.
Il
nome
e
la
figura
della
Figlia
di
Jorio
erano
già
noti
attraverso
il
quadro
di
Francesco
Paolo
Michetti
che
,
vari
anni
prima
,
aveva
avuto
un
successo
clamoroso
di
pubblico
.
D
'
Annunzio
disse
che
la
parte
di
Mila
sarebbe
stata
interpretata
da
Eleonora
Duse
,
almeno
nelle
città
principali
,
e
soprattutto
nella
prima
presentazione
dell
'
opera
al
pubblico
.
Innanzi
a
tanto
nome
Talli
non
aveva
che
da
inchinarsi
.
In
quanto
ad
essere
sicuro
di
aver
Eleonora
alla
«
prima
»
aveva
segretamente
molti
dubbi
.
Per
quanto
le
cronache
fossero
,
in
materia
di
«
notiziari
amorosi
»
,
assolutamente
mute
,
nessuno
ignorava
-
e
forse
non
lo
ignorava
la
stessa
Duse
-
che
una
nuova
donna
era
entrata
nel
labirinto
di
fascini
del
poeta
.
Si
trattava
di
una
donna
giovane
e
molto
bella
,
di
alta
nascita
-
era
figlia
di
un
presidente
del
Consiglio
dei
ministri
-
e
di
nobile
matrimonio
.
Alessandra
Starabba
di
Rudinì
maritata
marchesa
Carlotti
,
la
cui
vita
doveva
essere
travolta
dal
tempestoso
sentimento
che
la
unì
al
poeta
e
che
doveva
trovare
pace
più
tardi
solamente
quando
volle
vestire
l
'
abito
di
clausura
delle
Carmelitane
,
aveva
sollevato
grande
rumore
negli
ambienti
del
patriziato
veronese
con
i
suoi
atteggiamenti
e
costumi
di
donna
«
moderna
»
.
Ancora
molti
anni
dopo
,
a
Verona
,
le
signore
la
ricordavano
alla
guida
di
un
tiro
a
quattro
o
in
sella
di
maldomi
cavalli
da
corsa
.
Si
favoleggiava
che
,
dovendo
per
la
prima
volta
ricevere
il
poeta
nella
sua
villa
,
avesse
fatto
cospargere
di
rose
tutto
il
viale
del
parco
.
Il
poeta
l
'
aveva
incontrata
a
Firenze
e
,
poi
,
sulla
riva
del
Garda
,
a
San
Vigilio
,
dove
la
marchesa
possedeva
una
grande
villa
.
Essa
era
insomma
colei
che
,
nella
biografia
delle
donne
che
hanno
impegnato
il
loro
cuore
nella
fede
per
D
'
Annunzio
,
prese
il
nome
di
«
Dama
del
Garda
»
.
La
collaborazione
teatrale
fra
il
poeta
e
la
«
divina
Eleonora
»
era
,
prima
di
tutto
,
alleanza
di
un
amore
entusiastico
.
Si
sarebbe
mantenuta
questa
collaborazione
il
giorno
in
cui
Eleonora
avesse
dubitato
,
o
saputo
con
certezza
,
di
questo
nuovo
«
romanzo
»
di
Gabriele
?
Era
ciò
che
rendeva
assai
perplesso
Talli
il
quale
ad
ogni
buon
conto
-
egli
aveva
anche
la
responsabilità
organizzativa
ed
economica
dello
spettacolo
-
per
evitare
troppo
gravi
sorprese
pensò
bene
,
ad
insaputa
del
poeta
,
di
passare
il
copione
in
lettura
a
Irma
Gramatica
,
dicendole
di
tenersi
pronta
non
solo
per
le
«
riprese
»
della
tragedia
pastorale
,
ma
,
addirittura
,
per
la
«
prima
»
qualora
il
segreto
dramma
d
'
amore
della
Duse
fosse
giunto
ad
una
crisi
irreparabile
.
Tutto
questo
retroscena
non
era
materia
di
cronaca
,
ma
era
noto
negli
ambienti
teatrali
,
e
di
qui
,
con
i
«
si
dice
»
dei
salotti
mondani
,
era
diventato
notissimo
anche
al
pubblico
.
La
curiosità
per
l
'
imminente
avvenimento
ne
era
così
anche
più
acuita
.
E
intanto
si
parlava
dell
'
impegno
con
cui
gli
amici
abruzzesi
di
Gabriele
,
con
alla
testa
Michetti
,
andavano
raccogliendo
nei
villaggi
d
'
Abruzzo
tutta
la
suppellettile
folcloristica
necessaria
per
la
messa
in
scena
:
vecchi
costumi
,
orci
,
borracce
intarsiate
,
gioielli
,
scialli
,
scapolari
.
Michetti
e
Ferraguti
preparavano
i
bozzetti
per
le
scene
che
Rovescalli
,
lo
scenografo
della
Scala
,
doveva
dipingere
in
grande
.
Michetti
disegnava
il
costume
di
Mila
per
la
Duse
e
il
bozzetto
veniva
mandato
da
Talli
alla
sartoria
teatrale
.
Il
poeta
aveva
letto
il
copione
agli
attori
e
Irma
Gramatica
-
che
lo
aveva
già
letto
di
nascosto
-
obbedendo
a
Talli
fingeva
di
non
conoscerne
nemmeno
una
parola
.
D
'
Annunzio
continuava
a
parlare
della
Duse
come
di
una
interprete
sicura
.
Ed
egli
era
forse
sicuro
che
,
all
'
ultimo
,
la
sua
autorità
di
poeta
avrebbe
avuto
il
potere
di
placare
nella
Duse
le
ansie
,
i
crucci
,
le
gelosie
della
donna
.
Si
vide
che
egli
si
era
sbagliato
.
E
le
cronache
cominciarono
a
parlare
della
salute
della
Duse
,
di
vaghe
indisposizioni
,
di
abbassamenti
di
voce
,
di
persistenti
faringiti
.
Quello
che
segretamente
giungeva
alla
sua
conclusione
,
mentre
si
iniziavano
le
prove
,
era
il
dramma
più
grave
e
tormentoso
della
vita
della
grande
attrice
.
Alla
fine
si
capì
che
era
impossibile
parlare
di
accomodamenti
e
di
rinvii
.
Velatamente
,
raccontando
la
vita
della
Duse
,
Olga
Signorelli
,
richiamandosi
ad
un
brano
del
Fuoco
,
dice
così
di
quell
'
ora
:
«...Nulla
era
accaduto
,
nulla
accadeva
...
Nessuna
parola
era
stata
proferita
che
stabilisse
un
termine
,
che
accennasse
ad
una
interruzione
...
E
nondimeno
ella
sentiva
in
quel
punto
l
'
impossibilità
assoluta
di
seguitare
a
vivere
accanto
all
'amato...»
.
La
crisi
arrivava
al
culmine
.
Meno
poeticamente
Talli
,
che
era
stato
in
grande
agitazione
e
l
'
aveva
confidato
a
Marco
Praga
fin
dal
gennaio
-
il
poeta
era
spessissimo
a
Verona
,
si
sapeva
perché
e
nelle
sue
epistole
parlava
lietamente
di
cavalcate
e
di
cacce
-
racconta
che
,
alla
fine
,
il
poeta
stesso
aveva
detto
non
esser
«
ormai
prudente
prolungare
troppo
un
'
illusione
che
avrebbe
potuto
procurare
dispiaceri
non
lievi
...
»
.
Il
nome
della
Duse
non
fu
più
pronunciato
e
il
costume
di
Mila
fu
portato
nel
camerino
di
Irma
Gramatica
.
La
sera
del
3
marzo
,
a
Genova
,
costretta
a
letto
in
albergo
dalla
febbre
,
avendo
compagna
Matilde
Serao
,
Eleonora
Duse
,
mentre
a
Milano
si
apriva
il
sipario
del
Lirico
,
declamò
a
se
stessa
la
tragedia
.
La
sapeva
a
memoria
dal
primo
all
'
ultimo
verso
.
E
continuò
sino
alla
fine
,
nella
notte
,
sino
alla
battuta
suprema
:
«
La
fiamma
è
bella
!
La
fiamma
è
bella
!
»
.
Intanto
,
mentre
l
'
ispiratrice
piangeva
disfatta
sul
cuscino
,
il
pubblico
chiamava
il
poeta
in
trionfo
alla
ribalta
.
La
Figlia
di
Jorio
iniziava
la
sua
vita
di
poesia
:
Eleonora
Duse
quella
della
sua
lunga
disperata
melanconia
.
StampaQuotidiana ,
Ogni
tanto
,
la
Divina
passa
sotto
alla
mia
finestra
nella
piazzetta
del
porticciolo
di
Portofino
.
La
Divina
è
«
diventata
di
casa
»
.
Domani
o
dopodomani
-
mi
ha
detto
lo
scrittore
americano
Truman
Capote
-
tornerà
qui
per
qualche
giorno
.
L
'
altra
sera
,
si
dimostrava
più
acclimatata
o
più
fiduciosa
nella
discrezione
della
gente
:
aveva
riposto
nella
borsa
i
suoi
grandi
occhiali
neri
,
e
,
passando
davanti
al
gelataio
o
davanti
alla
vetrina
della
piccola
friggitoria
,
non
affrettava
il
passo
,
e
lasciava
che
,
sia
pure
in
una
cauta
distanza
,
il
riverbero
della
modesta
luce
dei
due
spacci
le
sfiorasse
il
volto
.
Nemmeno
per
lei
ha
una
qualche
eccezione
la
regola
della
piazzetta
:
le
automobili
non
possono
entrare
.
Anche
la
Divina
deve
obbedire
al
divieto
marcato
da
una
vecchia
catena
:
l
'
auto
dei
suoi
ospiti
sosta
cinquanta
metri
più
in
là
,
nel
posteggio
scavato
nella
gola
della
valle
.
Anche
lei
deve
attraversare
la
piazza
a
piedi
,
andare
a
piedi
alla
Calata
,
o
salire
a
piedi
per
il
viottolo
scosceso
che
sale
a
San
Giorgio
.
La
catena
non
è
stata
abbassata
,
nessun
baldo
giovane
in
maglietta
da
marinaio
posticcio
si
è
fatto
avanti
per
portarla
in
collo
,
così
come
essa
,
quasi
trent
'
anni
or
sono
,
in
una
scena
della
Carne
e
il
diavolo
si
faceva
portare
con
un
abbandono
d
'
amore
che
la
memoria
fa
sembrare
incomparabile
.
La
Divina
,
se
desidera
evitare
la
troppa
luce
delle
trattorie
e
dei
caffè
,
i
troppi
sguardi
curiosi
deve
fidarsi
solo
delle
proprie
gambe
e
dei
propri
zoccoli
camminando
là
dove
,
forse
,
l
'
acciottolato
è
più
rude
.
Là
era
la
penombra
,
e
nel
suo
filo
ultimo
,
al
di
là
del
quale
si
iniziava
il
buio
della
notte
,
la
Divina
camminava
appartata
,
equilibrandosi
sugli
zoccoli
che
le
signore
dei
caffè
giudicavano
,
con
una
rapida
occhiata
,
assai
fuori
moda
.
In
quel
filo
di
penombra
dove
la
luce
sfuma
e
dove
il
buio
ancora
non
nasconde
,
passa
dunque
colei
che
fu
chiamata
la
Divina
così
come
Eleonora
Duse
fu
chiamata
,
dai
suoi
compagni
d
'
arte
,
la
Signora
.
Da
quel
filo
di
penombra
,
ogni
giorno
un
millimetro
,
essa
va
lentamente
portandosi
verso
l
'
ombra
dove
più
non
entra
che
la
luce
della
storia
.
La
sua
è
la
storia
di
uno
sguardo
,
di
un
volto
,
di
un
sorriso
,
di
un
palpito
melanconico
delle
pupille
,
di
un
bacio
e
,
forse
più
che
di
un
bacio
,
di
un
sospiro
.
È
la
storia
del
volto
che
lei
ha
dato
alla
Signora
delle
Camelie
e
ad
Anna
Karenina
:
un
volto
che
ormai
,
per
la
nostra
generazione
,
non
si
separa
più
dai
due
volti
immortali
modellati
dalla
poesia
teatrale
e
dal
romanzo
.
Quel
volto
sta
adesso
all
'
ultima
ribalta
della
penombra
:
presto
verrà
l
'
età
con
i
suoi
colpi
di
lima
pesanti
;
la
luce
di
quegli
occhi
si
attenuerà
;
l
'
enigma
di
quelle
pupille
sembrerà
,
a
chi
non
sappia
ritrovarne
l
'
impallidito
mistero
,
un
modesto
rebus
da
vecchia
raccolta
di
ingialliti
settimanali
dei
padri
e
dei
nonni
.
Io
,
mentre
Greta
passa
in
quella
penombra
,
o
nel
breve
riflesso
della
piccola
festosa
luce
della
botteguccia
del
gelataio
sotto
alla
mia
finestra
,
penso
alla
immensa
fatica
e
forse
all
'
immensa
noia
e
certo
alla
fatale
tristezza
di
portare
in
giro
quel
volto
che
con
il
tempo
si
farà
stanco
,
che
già
oggi
è
un
po
'
stanco
,
e
di
sentir
su
di
esso
il
peso
,
il
carico
,
il
giogo
di
infiniti
,
di
innumerevoli
sguardi
,
curiosi
,
avidi
e
persino
spietati
.
Questo
è
il
destino
di
chi
,
volendo
tornare
forse
ad
essere
una
donna
come
tante
altre
e
,
anzi
,
a
differenza
delle
altre
desiderosa
solamente
di
non
essere
guardata
,
porta
,
sotto
il
cappellaccio
di
paglia
o
sotto
il
fazzoletto
malamente
annodato
,
un
volto
che
fa
parte
della
storia
del
Novecento
,
di
questo
strano
secolo
in
cui
,
forse
più
di
ogni
altra
cosa
il
dominio
dell
'
Immagine
ci
lega
alle
misteriose
catene
della
poesia
e
della
bellezza
.
Il
suo
destino
è
stato
di
non
avere
un
«
romanzo
»
,
pure
avendo
dato
il
suo
viso
alle
protagoniste
di
venti
o
trenta
romanzi
.
Avrebbe
potuto
essere
tutte
le
donne
:
le
donne
vere
e
le
donne
immaginarie
,
le
donne
della
poesia
e
le
donne
della
cronaca
,
Laura
de
Sade
,
Ilaria
del
Carretto
,
Emma
Bovary
,
Maria
Tarnowska
,
Hedda
Gabler
,
e
persino
Nanà
e
persino
Zazà
.
Dove
passa
lei
,
sono
esse
che
passano
.
Ma
lei
,
la
Divina
,
lei
Greta
Garbo
mi
sembra
che
là
,
nella
penombra
,
vada
come
appesantita
dal
corteo
che
quelle
,
invisibili
,
fanno
alla
sua
figura
,
ormai
più
che
fragile
,
un
po
'
affaticata
:
le
altre
che
le
hanno
rapito
il
diritto
di
avere
un
'
anima
solamente
sua
,
come
nel
racconto
di
Poe
del
pittore
che
,
per
dipingere
il
Ritratto
ovale
,
ogni
giorno
con
un
colpo
di
pennello
porta
via
qualcosa
dall
'
anima
della
sua
modella
.
Dal
caffè
,
dai
tavoli
delle
trattorie
,
dalle
pietre
del
molo
della
Calata
,
dalle
finestre
,
dai
terrazzini
,
o
fra
le
siepi
leggere
illuminate
a
festa
,
o
fra
i
sartiami
dei
velieri
o
fra
le
sagome
bianche
degli
yachts
dove
le
accada
di
salire
,
le
donne
,
le
giovinette
la
guardano
.
L
'
altra
sera
,
era
sulla
illuminatissima
barca
del
duca
di
Windsor
che
non
volle
essere
re
e
imperatore
.
Gli
sguardi
hanno
potuto
contare
quante
volte
ha
vuotato
,
prima
di
mezzanotte
,
il
suo
bicchiere
di
whisky
.
Si
sa
tutto
:
l
'
hanno
vista
a
pranzo
nella
loggia
di
una
trattoria
del
molo
,
e
si
sa
,
fino
al
più
minuscolo
boccone
,
cosa
ha
mangiato
.
Si
sa
che
ha
rifiutato
,
con
uno
strano
riso
,
di
firmare
un
album
.
Da
una
settimana
,
da
dieci
giorni
ci
si
domanda
:
«
È
bella
?
»
.
E
la
stessa
domanda
ricomincerà
,
fra
un
tavolino
e
l
'
altro
dei
caffè
,
fra
due
giorni
,
quando
ritornerà
.
Si
sente
dire
:
«
Io
trovo
ancora
bellissima
la
fronte
...
Per
me
,
la
bocca
è
un
po
'
stanca
...
Io
non
posso
perdonarle
quei
calzoni
...
E
io
non
le
perdono
quella
maglietta
...
Lei
,
avvocato
,
le
ha
guardato
i
piedi
?
»
.
Quando
,
l
'
altra
sera
,
ha
attraversato
la
piazzetta
al
braccio
dell
'
attrice
Lilli
Palmer
,
le
signore
di
Portofino
hanno
affrettato
il
passo
per
poter
confrontare
la
loro
statura
con
la
sua
.
Gruppi
di
ragazzette
hanno
abbandonato
i
tavolini
del
gelataio
per
vederla
da
vicino
e
sono
tornate
sghignazzando
,
dicendo
che
è
brutta
.
Mi
è
passata
accanto
.
L
'
antica
,
prodigiosa
bellezza
è
ancora
evidente
sotto
al
velo
di
melanconia
dell
'
età
che
sembra
consumarla
dal
di
dentro
.
Le
tempie
,
lo
zigomo
,
l
'
arco
dell
'
orbita
sono
ancora
perfetti
anche
se
tendono
ad
appassire
.
Parlava
a
bassa
voce
,
ridendo
donnescamente
,
con
l
'
amica
che
le
dava
il
braccio
.
È
sparita
nella
penombra
.
Ho
pensato
che
,
mentre
è
facile
,
è
quasi
istintivo
immaginare
nude
le
donne
,
è
difficile
immaginare
nuda
Greta
Garbo
.
Non
so
se
questo
sia
più
segno
di
rispetto
o
melanconia
d
'
amore
.
StampaQuotidiana ,
Restai
sgomento
,
la
prima
volta
che
-
era
il
settembre
del
1929
-
entrai
nella
chiesa
del
Santo
Sepolcro
:
e
,
ripetendo
come
una
bestemmia
le
parole
con
le
quali
l
'
Angelo
annunciò
a
Maria
di
Magdala
la
Resurrezione
,
stavo
per
dire
:
«
Non
est
hic
!
Non
è
qui
!
»
.
L
'
attesa
di
quell
'
istante
metteva
a
nudo
il
cuore
.
L
'
ospite
inquieto
che
accompagnavo
giù
per
gli
acciottolati
della
via
del
Mercato
,
era
l
'
anima
.
E
io
portavo
quei
giorni
la
mia
anima
,
solitario
,
per
le
strade
di
Gerusalemme
.
La
mia
anima
era
stata
a
lungo
offesa
:
per
le
vie
si
era
combattuto
,
avevo
visto
uomini
inseguirsi
e
pugnalarsi
ai
crocicchi
:
colpi
di
fucile
partivano
dalle
terrazze
:
solo
dopo
tre
giorni
gli
spari
erano
cessati
e
io
avevo
potuto
concedermi
una
mattinata
per
entrare
nella
città
vecchia
a
visitare
il
Santo
Sepolcro
.
Lo
stato
d
'
assedio
continuava
:
alla
Porta
di
David
mi
avevano
fatto
sostare
fra
i
contadini
arabi
che
recavano
con
i
somarelli
gli
ortaggi
al
Mercato
.
I
gendarmi
inglesi
avevano
perquisito
minuziosamente
loro
e
me
.
Portavo
pistole
o
bombe
?
Il
gendarme
che
si
chinava
a
palparmi
le
tasche
mandava
odore
di
sigaretta
virginia
.
La
mia
anima
era
nuda
come
una
vena
scoperta
.
La
giornata
non
era
bella
:
il
cielo
era
insolitamente
grigio
.
Bisogna
rendersi
conto
che
,
per
quanto
raramente
,
piove
anche
a
Gerusalemme
,
e
il
suo
scenario
può
colorirsi
di
grigio
e
di
fango
.
Tutta
la
pittura
sacra
è
invece
una
serie
di
immagini
senza
piogge
e
senza
fango
.
Quel
cielo
grigio
dopo
tre
giornate
di
spari
e
di
uccisioni
,
trovava
il
mio
spirito
impreparato
.
All
'
albergo
ero
stato
assediato
dagli
inviti
a
recarmi
al
disseppellimento
di
alcuni
israeliti
uccisi
dagli
arabi
nei
complotti
di
quei
giorni
,
e
sepolti
frettolosamente
dopo
essere
stati
evirati
.
Ero
fuggito
dall
'
albergo
,
ma
mi
pareva
d
'
essere
inseguito
dall
'
odore
di
quelle
lugubri
fosse
.
L
'
anima
era
stata
lungamente
e
profondamente
offesa
.
Beata
,
mi
dicevo
,
la
dolce
cecità
di
chi
altro
non
vede
che
la
meta
:
beata
l
'
ansia
innamorata
di
chi
altro
non
conosce
che
la
pietra
dell
'
arrivo
:
beata
la
verginità
di
spirito
di
chi
non
discerne
il
peccato
difeso
dallo
scudo
dell
'
innocenza
.
Tristezza
inconscia
dell
'
abito
mentale
dello
scrittore
che
viaggia
e
che
misura
le
proprie
impressioni
in
rapporto
all
'
attesa
che
di
esse
possono
rendere
,
quando
sono
inquadrate
in
una
pagina
.
Io
ero
,
insomma
,
in
quell
'
anno
lontano
,
«
colui
il
quale
»
si
reca
,
più
che
a
vedere
,
a
constatare
se
ciò
che
si
vede
è
«
superiore
all
'
attesa
»
.
Io
ero
il
disprezzato
scrittore
di
mestiere
che
teme
la
«
disillusione
»
.
E
,
andando
,
chiedevo
di
tutto
ciò
perdono
;
ma
la
prova
dell
'
umiltà
era
dura
,
perché
i
richiami
della
vita
erano
aspri
,
e
continui
gli
oltraggi
lungo
il
cammino
.
Avrei
dovuto
passar
per
la
città
bendato
,
come
le
ambascerie
che
passano
per
i
campi
nemici
.
E
ad
un
certo
punto
anche
la
febbre
di
vedere
e
l
'
affanno
di
giungere
mi
sembravano
,
se
non
un
insulto
,
un
errore
.
Ma
andavo
egualmente
entro
i
vicoli
del
bivacco
saracino
che
apre
i
suoi
fetidi
mercati
fin
sulla
soglia
,
in
su
e
in
giù
per
le
rampe
che
inabissano
il
mercato
ed
elevano
il
tempio
.
Il
vicolo
immondo
rovesciava
sulle
soglie
la
frutta
imputridita
dal
fiato
dell
'
estate
,
le
carni
biancastre
e
il
sangue
raggrumato
e
il
grano
maculato
di
giallo
delle
pecore
macellate
all
'
ombra
del
tugurio
.
Andavo
per
il
sentiero
che
sapeva
di
stalla
e
di
fieno
,
fra
le
risciacquature
dei
piccoli
caffè
riaperti
pigramente
dopo
i
tre
giorni
di
eccidio
e
il
tanfo
delle
friggitorie
,
tra
il
sentore
dei
dolciumi
e
quello
delle
uve
calpestate
da
piedi
distratti
,
in
mezzo
al
traffico
dei
somarelli
che
piegavano
le
ginocchia
sotto
il
peso
,
dei
vasi
d
'
olio
o
dei
bidoni
di
benzina
o
dei
sacchi
di
farina
che
incipriavano
il
lastrico
,
o
che
recavano
a
bisdosso
,
come
sacchi
umani
,
i
cenci
,
i
piedi
sporchi
,
le
braccia
legnose
,
le
grinte
rabbiose
dei
beduini
.
Urtavo
nell
'
indolenza
dei
panciuti
passeggiatori
arabi
vestiti
di
azzurre
palandrane
,
nella
fretta
dei
portatori
che
recavano
,
con
un
cingolo
teso
sulla
fronte
,
carichi
di
ferro
,
di
tavole
e
mobili
e
casse
.
Gli
occhi
vagavano
sulle
camicie
sventolanti
dei
ragazzi
rissosi
,
sugli
sguardi
insanguinati
dei
tracomatosi
,
sugli
arti
rattrappiti
dei
mendicanti
paralitici
,
sui
panni
bisunti
del
vecchio
ebreo
che
scivolava
via
,
in
quella
falsa
quiete
di
armistizio
,
cercando
di
non
farsi
riconoscere
,
sul
velo
nero
dell
'
araba
dal
corpo
intriso
di
caldo
profumo
di
muschio
,
sul
canestro
recato
in
capo
dalla
beduina
chiusa
in
sette
gonnelle
,
sul
calcio
del
moschetto
del
poliziotto
inglese
seduto
ai
crocicchi
,
sul
velo
bianco
della
vecchia
dama
che
insisteva
a
portare
il
costume
coloniale
delle
turiste
inglesi
da
operetta
.
I
sarti
ebrei
,
con
le
labbra
piene
di
aghi
e
di
gugliate
di
filo
,
misuravano
all
'
aria
aperta
giacche
e
camicie
;
i
ciceroni
siriaci
cominciano
a
venir
fuori
dai
loro
nascondigli
,
i
ragazzini
mi
davano
la
caccia
,
per
accompagnarmi
alla
Pietra
dell
'
Unzione
.
Ipocriti
figuri
-
respinti
per
le
vie
,
riapparsi
nel
mezzo
della
Chiesa
-
erano
decisi
ad
approfittare
di
ogni
mio
attimo
di
incertezza
,
di
ogni
mio
segno
di
disorientamento
per
offrirmi
i
loro
servizi
e
per
porgermi
una
canna
con
la
quale
mi
sarebbe
stato
possibile
toccare
,
attraverso
un
pertugio
nel
muro
dell
'
altare
,
la
colonna
della
Flagellazione
.
La
piccola
umanità
assetata
di
mance
mi
inseguiva
sino
alla
Pietra
della
Tomba
,
e
mi
aveva
visto
entrare
,
senza
che
quasi
me
ne
accorgessi
,
in
quello
strano
paesaggio
di
pietre
che
è
la
chiesa
del
Santo
Sepolcro
.
La
difficoltà
di
liberarmi
dagli
intrusi
,
ciceroni
,
guide
,
monelli
,
mendicanti
e
dragomanni
con
i
giubbetti
ricamati
d
'
argento
mi
aveva
spezzato
i
nervi
.
Dimenticavo
che
i
giorni
di
battaglia
e
lo
stato
d
'
assedio
avevano
fatto
stare
per
sette
giorni
quasi
digiuni
i
miei
persecutori
.
L
'
impresa
di
rinserrare
un
mondo
in
uno
scrigno
di
pietre
,
di
mosaici
e
di
bronzi
isterilisce
in
un
attimo
,
alla
prima
visione
,
la
terra
più
feconda
,
la
terra
che
il
passo
di
Gesù
ha
reso
divina
.
Pietre
,
navate
,
ambulacri
,
pareti
di
mosaico
,
foreste
di
candelieri
,
vigneti
metallici
carichi
di
grappoli
di
lampade
,
la
schiera
fitta
dei
cordami
che
pendono
come
sartie
di
navi
per
la
manovra
dell
'
illuminazione
,
tutta
un
'
atmosfera
mista
di
stiva
,
di
magazzino
e
di
fondaco
,
le
incrostature
di
marmi
,
di
smalti
,
di
placche
d
'
argento
,
e
le
incorniciature
d
'
oro
,
i
cancelli
,
le
ringhiere
,
i
ballatoi
,
le
cripte
,
i
sottopassaggi
,
le
tane
degli
spogliatoi
,
le
decorazioni
di
perline
,
di
nastri
rossi
,
di
madreperla
e
persino
di
noci
di
cocco
,
il
soqquadro
e
la
confusione
e
la
rissa
fra
i
colori
e
le
architetture
e
le
sagome
,
fra
altari
di
un
rito
e
controaltari
di
un
altro
,
e
,
da
ogni
parte
,
il
richiamo
di
un
cicerone
inoperoso
e
l
'
urlare
di
un
altro
che
indica
ad
una
comitiva
i
luoghi
della
Via
Crucis
:
«
Qui
stava
la
Madonna
!
Qui
è
apparso
l
'
Angelo
!
Lassù
i
soldati
hanno
giocato
ai
dadi
la
veste
,
del
Redentore
!
»
.
Ecco
quello
che
io
vedevo
,
che
sentivo
,
che
indovinavo
nell
'
atto
di
entrare
.
Quindici
secoli
di
culti
opposti
,
quindici
secoli
di
guerre
,
di
persecuzioni
,
di
capricci
architettonici
,
di
ire
e
di
gelosie
ecclesiastiche
,
di
devozioni
che
volevano
quasi
imbarbarire
il
simbolo
,
di
litigi
,
di
mercati
,
di
abusi
,
di
risse
fra
sagrestani
hanno
qui
la
loro
testimonianza
.
La
Terra
Santa
,
sepolta
sotto
ai
marmi
e
ai
conflitti
,
è
invisibile
.
E
mi
dissi
:
«
Il
Suo
spirito
non
è
qui
...
»
.
Ed
è
qui
,
invece
.
Salii
per
una
scaletta
ripida
e
consunta
sulle
mura
del
Golgota
.
La
collina
del
Martirio
è
chiusa
entro
il
muro
,
squadrata
e
foderata
di
marmi
in
modo
da
formare
,
ora
,
un
altare
pensile
,
tenebroso
sotto
ai
riflessi
degli
ottoni
e
degli
argenti
dei
lampadari
.
In
terra
,
buttato
carponi
,
sotto
l
'
altare
del
rito
greco
,
entro
un
focolare
di
lampade
,
toccai
il
foro
,
incorniciato
d
'
argento
entro
il
pavimento
di
marmo
,
dove
fu
piantata
la
Croce
.
Qui
stavano
,
mi
dissero
,
le
croci
dei
due
ladroni
.
L
'
aria
sapeva
,
quel
giorno
,
di
incenso
,
di
cera
,
di
olio
,
e
io
,
in
quell
'
aria
di
cappella
tenebrosa
,
dovevo
figurarmi
il
cielo
del
tragico
tramonto
sulle
tre
croci
e
il
gesto
beffardo
del
legionario
guercio
che
trafisse
con
la
lancia
il
costato
di
Cristo
.
Qui
era
la
nuda
terra
del
disperato
campo
fuori
dalle
mura
della
città
,
e
laggiù
era
il
breve
giardino
di
Giovanni
d
'
Arimatea
,
cinto
da
un
fragile
muricciolo
a
secco
.
Poche
piante
;
forse
nessuna
:
un
'
erba
rara
e
gialla
,
e
polvere
,
e
la
roccia
affiorante
del
Golgota
.
Tutto
è
stato
incoronato
di
pietre
:
tutto
è
diventato
altare
.
Ma
lo
spirito
è
qui
.
Indietreggiai
,
percorrendo
i
dieci
metri
di
questa
terrazza
ornata
di
alabastri
e
d
'
oro
e
d
'
argento
,
che
una
volta
era
il
nudo
Calvario
,
la
rupe
senz
'
erba
,
e
mi
affacciai
alla
balaustra
che
guarda
sul
labirinto
della
Chiesa
.
Lì
sotto
era
la
pietra
dell
'
Unzione
,
dove
il
Corpo
deposto
fu
avvolto
nel
Sudario
.
Attorno
ad
una
cosa
che
non
avevo
ancora
vista
,
difesa
solamente
da
un
piccolo
cancello
circolare
,
con
tre
o
quattro
ceri
sottili
come
un
mignolo
,
attorno
a
quel
segno
trascurato
di
marmo
,
così
dimesso
nella
povertà
e
nell
'
oblio
,
non
conteso
da
nessun
rito
,
solitario
nel
suo
ricordo
,
la
visione
si
trasformava
,
le
mura
ad
un
tratto
si
facevano
sottili
,
le
architetture
trasparenti
e
tutta
la
costruzione
semibarbarica
e
litigiosa
delle
mura
contese
e
ripartite
fra
quattro
riti
si
dissolveva
,
spariva
,
liberava
d
'
un
tratto
il
suolo
,
il
cielo
,
le
rocce
,
gli
alberelli
del
giardino
di
Giovanni
d
'
Arimatea
,
la
buca
del
Sepolcro
,
i
sentieri
,
le
gramigne
,
la
polvere
,
i
sassi
,
gli
scoscendimenti
del
luogo
sinistro
e
dolcissimo
.
Attorno
a
quel
segno
solitario
e
trascurato
nel
giro
di
poche
fiammelle
,
sparivano
d
'
un
tratto
,
i
quasi
duemila
anni
trascorsi
dall
'
ora
del
Sacrificio
e
la
Terra
Santa
riappariva
attorno
al
luogo
dove
,
inginocchiata
,
Maria
aveva
assistito
al
Supplizio
.
E
vidi
sorgere
,
là
dove
le
mura
erano
sparite
,
l
'
ora
terribile
e
divina
del
Sacrificio
.
Vidi
la
carne
fustigata
e
sanguinante
,
cerea
,
sospesa
alla
Croce
nel
silenzio
della
agonia
.
Il
tramonto
d
'
Oriente
recava
la
voce
roca
della
folla
in
sudore
.
Era
l
'
ora
in
cui
i
colori
si
spengono
e
si
spegneva
anche
il
tenue
verde
del
piccolo
giardino
di
Giovanni
d
'
Arimatea
.
Quella
fossa
che
io
adesso
vedevo
,
tagliata
nella
roccia
,
là
,
dentro
al
piccolo
orto
era
quella
che
Giovanni
aveva
fatto
intagliare
nel
sasso
per
sé
,
era
quella
destinata
a
divenire
il
Sepolcro
della
Resurrezione
.
E
vidi
i
soldati
,
che
già
avevano
tratto
dai
vestiti
del
Crocefisso
una
moneta
per
il
vino
e
una
moneta
forse
per
il
lupanare
,
allontanarsi
in
drappello
,
lasciando
soli
gli
uomini
della
guardia
.
E
vidi
la
folla
,
dissetata
della
sua
sete
di
sangue
,
tornare
per
i
sentieri
bruni
della
sera
alla
città
,
agli
ozi
del
sabato
festivo
,
ai
litigi
sui
gradini
del
tempio
.
StampaQuotidiana ,
Qual
è
l
'
anno
di
nascita
di
un
tenore
?
È
quello
del
giorno
in
cui
,
nascendo
,
manda
i
primi
strilli
,
la
prima
voce
di
pianto
alla
luce
?
O
è
l
'
altro
,
del
misterioso
giorno
in
cui
egli
scopre
,
in
se
stesso
,
la
prima
gioia
del
canto
?
Lo
domandai
tre
o
quattro
anni
fa
,
a
Beniamino
Gigli
.
Avevo
appuntamento
con
lui
,
nella
sua
villa
di
Roma
,
per
una
intervista
.
Lo
avevo
udito
infinite
volte
,
ma
non
lo
avevo
conosciuto
mai
:
e
non
ero
contento
di
scrivergli
e
di
chiedergli
quell
'
intervista
.
Il
tema
di
questo
«
servizio
»
era
stato
suggerito
da
una
notizia
:
Beniamino
Gigli
aveva
annunciato
di
dover
mettere
fine
alla
propria
carriera
.
Era
stanco
e
probabilmente
era
già
molto
ammalato
.
Il
suo
cuore
era
ammalato
e
-
tragico
a
dirlo
-
il
grande
tenore
sapeva
di
essere
,
in
un
certo
senso
,
la
tomba
della
propria
voce
.
Il
corpo
,
gli
occhi
,
il
pensiero
,
l
'
animo
erano
vivissimi
:
ma
la
voce
era
ormai
costretta
a
tacere
,
profondamente
sigillata
dalla
catena
delle
arterie
affaticate
.
Uno
sforzo
per
sprigionarla
poteva
voler
dire
la
morte
.
Di
tutto
ciò
,
naturalmente
,
nella
intervista
non
si
sarebbe
parlato
.
Io
ero
un
poco
nella
situazione
del
medico
che
deve
sempre
sorridere
davanti
all
'
ammalato
.
Dovevo
«
mentire
»
con
lui
,
sorridere
contraddicendo
ad
una
sua
eventuale
melanconia
,
mostrarmi
sicuro
di
un
suo
«
ritorno
»
.
Ero
un
giornalista
:
non
un
confessore
.
Scrivere
?
Sì
:
avrei
scritto
;
ma
pensando
che
lui
,
l
'
intervistato
,
avrebbe
letto
le
mie
parole
.
Queste
,
per
non
allarmarlo
,
avrebbero
dovuto
essere
tutte
«
color
di
rosa
»
:
piene
di
una
purezza
e
di
una
certezza
che
non
potevano
assolutamente
trovare
un
logico
spazio
nel
mio
animo
,
dopo
quanto
alcuni
intimi
mi
avevano
rivelato
sulla
verità
delle
sue
condizioni
.
La
villa
di
Gigli
doveva
essere
stata
costruita
venticinque
anni
prima
,
in
un
quartiere
non
ancora
affollato
.
Era
,
se
ben
ricordo
,
costruita
in
uno
stile
fra
quattrocentesco
e
cinquecentesco
,
come
s
'
era
usato
per
tanti
anni
,
con
riflessi
di
architettura
bramantesca
.
Era
una
casa
solida
,
«
ricca
»
.
All
'
ingresso
si
saliva
per
una
scaletta
esterna
di
taglio
un
po
'
romantico
,
tipo
«
Giulietta
e
Romeo
»
.
L
'
espandersi
della
città
l
'
aveva
un
po
'
soffocata
.
Lontano
si
sentiva
lo
stridore
dei
tram
.
Per
il
viale
correva
un
fiume
di
automobili
e
non
c
'
era
una
«
zona
del
silenzio
»
attorno
alla
casa
dell
'
uomo
dalla
«
voce
di
oro
»
.
Il
giardino
aveva
vialetti
inghiaiati
:
una
lunga
siepe
di
piante
fiorite
lo
divideva
dalla
strada
.
Queste
ville
,
troppo
grandi
,
troppo
«
impegnative
»
per
una
famiglia
sola
,
di
solito
siamo
abituati
a
vederle
trasformate
in
cliniche
private
di
lusso
.
Ebbi
anche
questo
pensiero
triste
quando
mi
trovai
davanti
al
cancelletto
dove
,
su
una
targhetta
d
'
ottone
,
era
inciso
il
nome
del
più
famoso
,
del
massimo
interprete
del
melodramma
italiano
.
Gigli
mi
aspettava
in
giardino
,
seduto
su
una
poltrona
di
giunco
,
collocata
vicino
alla
romantica
scaletta
.
Erano
con
lui
alcuni
amici
.
Un
cane
stava
quieto
quieto
accovacciato
sulla
ghiaia
.
Il
tenore
aveva
perduto
la
floridezza
del
volto
e
della
figura
,
per
quanto
apparisse
ancora
massiccio
.
C
'
era
qualcosa
di
stanco
nelle
sue
guance
,
nel
collo
,
negli
stessi
abiti
,
come
se
il
corpo
si
fosse
all
'
improvviso
infiacchito
.
Era
autunno
,
ma
un
autunno
estremamente
mite
.
Dietro
alla
siepe
si
sentivano
,
sul
marciapiede
,
voci
di
ragazzini
e
ragazzine
che
correvano
sui
pattini
a
rotelle
.
Gigli
parlava
con
voce
piuttosto
bassa
,
come
vigilando
per
non
affaticarsi
.
Lo
guardavo
in
viso
:
le
guance
nascondevano
a
mala
pena
un
tono
cinerino
:
la
sclerotica
dell
'
occhio
era
troppo
bianca
.
Il
respiro
non
appariva
faticoso
;
ma
la
sua
voce
non
aveva
gaiezza
.
Mi
spiegò
che
tutta
la
mattina
aveva
parlato
con
la
moglie
di
Ignazio
Silone
che
l
'
aiutava
nella
stesura
,
in
lingua
inglese
,
delle
sue
memorie
per
un
editore
di
Londra
.
Disse
:
«
Divento
scrittore
,
come
lei
vede
...
segno
che
il
tenore
è
stanco
...
»
.
Poi
,
mi
spiegò
con
termini
quasi
tecnici
quale
sia
il
problema
del
respiro
,
per
un
cantante
:
«
Si
dice
che
cantiamo
con
il
cuore
.
È
vero
,
e
il
cuore
è
,
di
me
,
il
primo
ad
affaticarsi
.
Ma
non
rida
!
Cantiamo
soprattutto
con
il
ventre
.
È
il
diaframma
che
lavora
come
un
mantice
:
è
lui
,
più
che
i
polmoni
,
a
regolare
la
potenza
e
la
durata
dei
respiri
e
a
calibrare
i
fiati
...
Il
cuore
è
un
po
'
stanco
,
e
il
diaframma
è
come
un
organista
che
non
sa
più
regolare
l
'
afflusso
dell
'
aria
nei
mantici
.
Io
di
organi
me
ne
intendo
.
Mio
padre
era
sagrestano
a
Recanati
:
io
cominciai
da
bambino
a
cantare
,
in
chiesa
,
vicino
all
'organo...»
.
La
data
di
nascita
della
voce
?
«
Se
,
come
dice
,
un
tenore
nasce
quando
per
la
prima
volta
scopre
la
gioia
del
canto
,
lei
non
mi
ringiovanisce
troppo
.
Sono
nato
nel
1890
,
secondo
l
'
anagrafe
:
cinque
o
sei
anni
più
tardi
,
secondo
la
musica
...
Come
vede
,
di
annetti
ne
ho
abbastanza
,
sia
in
un
senso
che
nell
'altro...»
.
Aveva
la
bella
,
ampia
,
pacata
pronuncia
dei
marchigiani
.
Glielo
feci
notare
,
benché
l
'
osservazione
fosse
ovvia
,
essendo
lui
nato
a
Recanati
.
Aggiunsi
:
«
Sa
cosa
ho
pensato
?
Che
Leopardi
,
bambino
,
doveva
avere
la
stessa
pronuncia
del
piccolo
Beniamino
Gigli
...
»
.
Sorrise
:
e
commentò
:
«
Oggi
ho
tutt
'
al
più
la
voce
del
papà
di
Leopardi
,
del
vecchio
conte
Monaldo
!
»
.
Aveva
cominciato
a
cantare
da
bambino
.
Da
chi
aveva
ereditato
la
voce
?
Disse
:
«
Non
lo
so
:
ma
penso
spesso
di
averla
ereditata
da
mia
mamma
.
Quand
'
ero
piccino
,
ogni
sera
,
prima
di
mettermi
a
letto
,
mi
faceva
cantare
una
canzoncina
paesana
,
che
in
un
certo
modo
serviva
anche
da
ninnananna
.
Mi
aiutava
a
spogliarmi
e
,
quando
restavo
in
camicia
,
cantavo
:
S
'
io
fossi
una
formica
queste
mura
vorrei
varcar
,
le
varcherei
senza
paura
,
la
mia
bella
a
riveder
.
A
questo
punto
era
mia
mamma
che
attaccava
,
con
una
voce
piccolina
,
ma
soave
e
melodiosa
:
La
mia
mamma
è
una
contessa
il
mio
babbo
un
cavaliere
.
E
poi
si
finiva
cantando
,
insieme
:
Ed
io
povera
meschinella
son
rinchiusa
in
monaster
.
Vuol
saperlo
?
Adesso
che
i
medici
mi
hanno
proibito
di
cantare
,
almeno
per
parecchio
tempo
,
e
sono
come
un
vecchio
pensionato
,
quando
vado
a
letto
,
a
bassa
voce
per
non
svegliare
nessuno
,
prima
di
coricarmi
,
canto
ancora
:
Ed
io
,
povera
meschinella
son
rinchiusa
,
in
monaster
...
Come
vede
,
fra
il
monastero
e
la
casa
di
un
tenore
che
non
può
più
cantare
non
c
'
è
,
in
verità
,
una
grande
differenza
...
»
.
Si
parlò
della
povertà
di
quand
'
era
bambino
:
ma
ne
parlava
come
si
parla
di
una
favola
lontana
:
come
delle
storie
di
Puccettino
.
Il
padre
sagrestano
arrotondava
la
sua
magra
paga
facendo
il
ciabattino
:
con
sette
figli
c
'
era
poco
da
scherzare
.
Probabilmente
,
quando
il
figlio
fu
mandato
a
sette
anni
alla
Schola
Cantorum
di
Recanati
,
sulla
decisione
contribuì
il
fatto
che
ogni
prestazione
dei
piccoli
cantori
era
ricompensata
con
dieci
centesimi
,
con
due
soldi
che
Beniamino
portava
a
casa
nella
tasca
del
grembiule
.
Ma
nessuno
in
casa
si
illudeva
che
quella
paga
potesse
mai
aumentare
;
per
questo
,
a
dieci
anni
lo
avviarono
ad
un
mestiere
più
«
serio
»
,
affidandolo
ad
un
falegname
.
Per
ore
e
ore
,
Beniamino
scaldava
il
pentolino
della
colla
e
sceglieva
i
chiodi
,
nel
cassetto
.
Era
arrivato
,
in
un
paio
di
anni
,
a
saper
lavorare
di
pialla
.
Sua
madre
pensò
ad
un
mestiere
più
pacifico
e
il
piccolo
Beniamino
passò
nella
bottega
di
un
sarto
,
e
di
qui
,
come
garzoncello
,
nella
farmacia
di
Recanati
.
Fu
il
tempo
in
cui
Beniamino
imparò
a
pesare
i
cartocci
di
bicarbonato
,
a
preparare
l
'
elisir
di
china
,
a
versare
l
'
oncia
,
o
le
due
once
di
olio
di
ricino
nei
bicchieri
portati
dalle
madri
di
famiglia
che
dovevano
purgare
i
loro
figli
.
Disse
:
«
Ho
appreso
allora
molti
nomi
delle
medicine
che
mi
fanno
inghiottire
adesso
»
.
La
storia
del
suo
debutto
è
nota
e
risale
al
1905
.
Lo
scoprirono
alcuni
studenti
di
Macerata
.
Mettevano
su
,
per
carnevale
,
una
specie
di
piccola
rivista
che
aveva
anche
una
parte
femminile
.
A
Macerata
non
c
'
era
nessuna
signorina
-
erano
tempi
di
grande
prudenza
-
che
osasse
partecipare
ad
uno
spettacolo
goliardico
.
Uno
degli
studenti
parlò
di
un
ragazzo
che
cantava
a
Recanati
con
una
voce
perfetta
di
soprano
.
Partirono
,
convinsero
Beniamino
a
interpretare
la
parte
di
Angelica
nella
rivistina
che
si
intitolava
La
fuga
di
Angelica
.
Vestito
da
ragazza
in
piquet
bianco
,
con
castissimo
sottanone
lungo
sino
a
coprire
i
piedi
,
la
testa
coperta
da
un
parruccone
che
pareva
fatto
con
la
stoppia
del
grano
turco
,
Gigli
ebbe
il
suo
primo
trionfo
.
Il
sogno
del
teatro
non
doveva
abbandonarlo
più
.
La
voce
di
«
fanciulla
»
stava
per
scomparire
e
al
suo
posto
nasceva
una
bella
voce
di
tenore
.
La
famiglia
si
indebitò
per
mandare
il
ragazzo
a
studiare
,
a
Roma
:
la
spesa
del
viaggio
e
del
trasferimento
-
sessanta
lire
per
lui
e
per
il
fratello
Catervo
che
sarebbe
andato
a
bottega
da
uno
scultore
marchigiano
-
sembrò
folle
.
I
due
ragazzi
«
sbarcarono
»
a
Roma
con
qualche
provvista
alimentare
nella
valigia
.
Il
pane
a
Beniamino
non
sarebbe
mancato
perché
un
farmacista
romano
aveva
accettato
di
assumerlo
come
fattorino
-
commesso
.
La
leggenda
di
Gigli
si
inizia
in
un
dedalo
di
viuzze
romane
;
tante
ore
al
giorno
in
farmacia
,
dal
momento
in
cui
sollevava
le
saracinesche
fino
a
quello
in
cui
le
chiudeva
:
un
lavoro
paziente
nella
retrobottega
,
a
impastar
pillole
e
a
preparare
pastiglie
per
la
tosse
.
Alla
sera
,
cinque
piani
di
scale
per
andare
da
una
vecchia
cantante
che
gli
dava
le
lezioni
.
A
quei
tempi
si
studiava
ancora
il
canto
per
sette
,
otto
,
nove
anni
:
sembra
non
ne
occorressero
di
meno
per
diventare
padroni
della
voce
.
Gigli
mi
disse
:
«
Dovrebbe
essere
così
anche
oggi
»
.
Finché
venne
,
nel
1912
,
il
tempo
di
andare
ad
un
corso
di
perfezionamento
,
all
'
Accademia
di
Santa
Cecilia
,
dal
maestro
Cotogni
.
A
questo
punto
parlai
io
,
per
dire
che
proprio
in
un
giorno
di
uno
di
quegli
ultimi
due
anni
di
studio
,
lo
avevo
sentito
cantare
accompagnato
al
piano
da
Cotogni
.
Gli
raccontai
come
io
fossi
salito
un
giorno
lassù
,
al
terzo
piano
dell
'
Accademia
in
via
dei
Greci
,
per
accompagnare
Vittorio
Podrecca
che
era
segretario
dell
'
Accademia
e
che
,
come
tale
,
doveva
infatti
controfirmare
il
diploma
al
termine
degli
studi
.
Ascoltare
le
lezioni
era
proibito
,
ma
Vittorio
Podrecca
sapeva
che
,
a
me
,
suo
nipote
,
era
noto
il
passato
di
Antonio
Cotogni
.
Il
vecchio
baritono
aveva
quasi
ottant
'
anni
,
era
stato
il
primo
interprete
del
Don
Carlos
di
Verdi
:
Verdi
aveva
pianto
quando
l
'
ignoto
baritono
trasteverino
era
andato
a
Sant
'
Agata
a
cantare
la
romanza
del
marchese
di
Posa
.
Io
volevo
vedere
chi
«
aveva
fatto
piangere
Verdi
»
.
Mi
avevano
detto
che
,
durante
le
lezioni
,
qualche
volta
Cotogni
accennava
ancora
qualche
battuta
di
canto
.
Chissà
!
I
sogni
dei
ragazzini
sono
singolari
:
forse
speravo
di
lagrimare
anch
'
io
,
al
suono
di
quella
voce
.
Era
estate
,
nei
giorni
che
precedevano
gli
esami
:
e
Roma
,
dalle
finestre
dell
'
ultimo
piano
del
palazzo
di
via
dei
Greci
,
era
già
torrida
.
L
'
estate
d
'
oro
batteva
sui
vecchi
tetti
del
Babuino
e
di
via
Margutta
:
il
bastione
del
Pincio
saliva
come
un
sipario
antico
con
le
sue
ghirlande
di
verde
.
Io
ero
appiattato
dietro
ad
una
porta
,
nell
'
ombra
di
un
corridoio
.
Nella
sala
Antonio
Cotogni
stava
al
pianoforte
:
vedevo
le
sue
solide
spalle
,
i
suoi
tenui
capelli
bianchi
,
la
«
voglia
»
bruna
che
gli
macchiava
una
tempia
.
Vicino
a
lui
stava
un
giovane
basso
e
forte
,
in
maniche
di
camicia
,
cui
il
maestro
aveva
permesso
di
slacciare
il
colletto
inamidato
.
Era
lo
«
studente
Gigli
»
che
si
preparava
a
ripassare
una
delle
romanze
dell
'
esame
.
Cosa
avrebbe
cantato
?
O
paradiso
dell
'
Africana
?
Celeste
Aida
?
Spirto
gentil
?
Che
gelida
manina
?
Cantò
la
romanza
di
Edgardo
nella
Lucia
di
Lammermoor
.
Al
vecchio
tenore
,
seduto
nella
sua
melanconica
poltrona
di
giunco
,
avrei
dovuto
dirgli
che
ricordavo
benissimo
le
prime
parole
di
quella
romanza
.
Ma
davanti
al
suo
volto
così
segretamente
velato
di
grigio
,
davanti
agli
occhi
dalla
sclerotica
troppo
bianca
,
non
ebbi
l
'
animo
di
riferire
quel
verso
melanconico
che
dice
Tombe
degli
avi
miei
...
Temetti
per
la
sua
melanconia
:
e
mentii
:
«
Non
mi
dimenticherò
mai
,
caro
Gigli
,
come
ha
battuto
il
mio
cuore
di
ragazzo
di
quattordici
anni
quando
lei
ha
attaccato
Che
gelida
manina
.
Gigli
sorrise
come
preso
nel
ricordo
di
quel
canto
d
'
amore
.
Taceva
.