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Fuga dal tempo ( Montale Eugenio , 1958 )
StampaQuotidiana ,
Molti anni fa , a Firenze , quando il caffè delle Giubbe Rosse era ancora luogo di riunione di artisti veri o presunti , mi accadeva di incontrarvi spesso Mario Castelnuovo Tedesco , il musicista al quale è stato assegnato giorni fa , qui a Milano , un grande premio per un ' opera lirica tratta dal Mercante di Venezia di Shakespeare . Castelnuovo portava con sé fasci di musiche antiche e moderne , voluminosi « spartiti » , e li leggeva come si legge un romanzo o una rivista , assistito da una facoltà di audizione interna che per me aveva del miracoloso . La sua lettura non era , beninteso , un fatto puramente oculare , volta soltanto a studiare gli ingranaggi , la meccanica dei « pezzi » ; era una lettura che riusciva a materializzare , sia pure con un suono interiore , i colori e i timbri degli impasti orchestrali . Era dunque un ' esecuzione assoluta , se qualcosa di assoluto può darsi nella trasmissione e comunicazione di un ' opera d ' arte . Ed era , comunque , un ' approssimazione in nulla diversa dalla lettura di un libro di poesia : con un limite ch ' è dato dalla sensibilità del lettore - ascoltatore . Purtroppo , essendo molto rari i lettori di musica provveduti di un simile dono , le opere musicali vivono nel tempo solo attraverso la loro fisica estrinsecazione , che richiede edifizi ad hoc , sale da concerto , cantanti , strumentisti , ed oggi anche registi , scenografi e teatranti d ' ogni genere . Quella che si sarebbe detta , in certo senso , la più immateriale delle arti ( la musica , antica come il canto degli uccelli ) è diventata la più ingombrante , la più materiale di tutte le espressioni artistiche . Pensate alla triste sorte del Grande Musicista . Ha scritto , due secoli or sono , oltre a molte composizioni di musica da concerto , quaranta , cinquanta melodrammi dei quali si conosce solo il titolo . Le partiture sono andate perdute ; forse non esistettero mai e quelle opere furono un coacervo di parti , di « pezzi » , messi insieme di volta in volta . In ogni modo , due o tre di quei drammi - forse i peggiori dell ' autore - si conservano in qualche archivio . Dopo un paio di secoli si decide di rappresentarne uno . L ' impresa si rivela difficile : gli strumenti di oggi non sono quelli di ieri , le voci degli evirati non esistono più , bisogna rifare di sana pianta lo strumentale , completare accompagnamenti che non sono scritti o lo sono in modo approssimativo . Inoltre , l ' opera si rivela noiosa al gusto d ' oggi ; occorrerà tagliare , sopprimere qualche parte , eventualmente sostituire qualche brano o aria con altro dello stesso autore . Infine , col conforto di ogni genere di accorgimenti spettacolari , l ' opera viene varata . Il pubblico che vi accorre è un pubblico di ! lite ; ha pagato caro il biglietto e va ad assistere a un fatto mondano . Tolte rare eccezioni , il suo interesse per quella musica è nullo . Dopo tre o quattro sere l ' opera - giudicata concordemente una « barba » - viene tolta dal cartellone . Non se ne riparla più ; forse eccezionalmente , sarà ripresa cinquant ' anni dopo , con ulteriori manipolazioni e contaminazioni . Il gusto è mutato e si rendono necessarie nuove salse , nuovi sapori . Il Grande Musicista , dopo essersi riaffacciato per un attimo alla vita , torna al suo luogo naturale . Il suo nome figura nei dizionari biografici , nelle enciclopedie , nei trattati . È il nome di un « classico » . Ma la gente ha ben altro da fare che di occuparsi dei classici . La musicologia e la critica d ' arte sono più recenti della storia e della critica della poesia , ma stanno recuperando il tempo perduto . Da vari anni le musiche sono registrate , incise ; e dei quadri si fanno riproduzioni a colori che quasi si scambiano con gli originali . Se un nuovo diluvio non sommergerà il mondo intero è lecito pensare che molte opere d ' arte del nostro tempo sopravvivranno . Anch ' esse , peni , dovranno essere lette e interpretate ; ed è verosimile che i quadri dipinti con la scopa e le musiche pulviscolari che oggi deliziano intere popolazioni civili riescano fra qualche secolo totalmente incomprensibili . Forse non è nemmeno il caso di parlare di incomprensione , perché l ' arte nuova sempre meno fa appello alla ragione ; ma il fatto è che quando i ritrovati della nuova arte saranno diventati motivi di decorazione ( per esempio , musiche di scena , fregi e disegni per stoffe o ceramiche ) , sarà estremamente problematico distinguere tra opera d ' arte e oggetto d ' uso . Anzi , si può dire che mai conce oggi l ' arte è stata una fuga dal tempo , una corsa verso l ' anonimato : tant ' è vero che l ' arte preistorica riesce più accessibile agli indotti che l ' arte strettamente localizzata in un tempo e in una civiltà ben conosciuti . Non credo al fatto che noi riusciremo a « comprendere » i fantocci e i feticci che André Malraux va proponendo alla nostra ammirazione . È quasi certo che in opere simili prese forma un sacrale sentimento della vita onninamente lontano dal nostro . Un sentimento s ' intende , che conteneva anche una ragione , sebbene ne fosse indistinto , e un pensiero che oggi ci sfugge . Opere così fatte sono ormai per noi soltanto motivi plastici , destinati poi a ricorrere nelle arti moderne per opera di artefici desiderosi , razionalmente , di imbarbarirsi . Tuttavia noi , pur ammirando l ' arte preistorica , l ' accogliamo a grandi bracciate , prendendo d ' infilata secoli e secoli , del tutto incapaci di dare di ogni singola opera un giudizio individuante . Si tratta , si dirà , di preistoria . Eppure l ' interesse che destano i millenni più bui non avrebbe senso se non corrispondesse a un profondo bisogno dei nostri giorni . E a ben guardare può dirsi che l ' oscuro proposito delle nuove arti sia proprio di accelerare l ' avvento di un tempo nel quale anche l ' evo moderno , per non dire dell ' antico , diventi preistoria . Se consideriamo che il mondo produttore d ' arte è , da circa un secolo almeno , quadruplicato per l ' apporto di continenti prima sconosciuti , e che tale espansione è lungi dall ' esser finita , in relazione al graduale decrescere dell ' analfabetismo e alla diffusione di un concetto che riduce l ' arte allo stile , in una totale indifferenza ai così detti contenuti , non dovrebbe essere troppo lontana l ' era in cui i secoli delle « magnifiche sorti » saranno considerati a volo d ' uccello , come una riserva di « pezzi » artistici aventi un carattere del tutto impersonale . Qualora l ' avvenire ci riserbi un universale Welfare State non solo economico ma anche culturale , una vita intensamente meccanicizzata e standardizzata , un vasto calderone nel quale tutte le culture si fondano smarrendo i loro caratteri originali , l ' arte non potrà che mantenere e accentuare i caratteri che già distinguono le più avanzate manifestazioni del nostro tempo . Sarà un ' arte in larga misura sensoriale , acustica , visiva , destinata al divertimento e non alla contemplazione ; un ' arte conformistica che potrà avere il suo pubblico in quelli stessi che ne saranno gli autori : gli artisti , l ' immensa legione degli artisti . La poesia , per il momento , non è giunta a questo punto : molti poeti si ricordano che nella poesia interessa sommamente la situazione spirituale che l ' ha espressa . E la letteratura , in senso lato , darà ancora libri che saranno giudicati importanti al di là del loro valore artistico . Ma fuori di questo campo tutto sembra tendere all ' eccitazione e allo spettacolo . D ' altronde , anche la parola sta diventando un ingrediente che ha bisogno d ' altri sussidi . Cerchereste invano il nome e la voce dell ' autore in uno di quei lavori teatrali che vengono rappresentati sulle scene italiane e straniere . Poco importa che si tratti di Shakespeare o di Arthur Miller o di uno zibaldone tratto da un famoso romanzo : il vero autore è l ' équipe che ha montato la macchina teatrale dopo aver provveduto a purgare l ' opera di quei superstiti accenti di poesia che per avventura possano trovarvisi . E non diverso è lo stato della musica e della pittura . In una pittura intesa soprattutto come un fatto oculare ( anche se in origine l ' astrattismo poté essere altra cosa ) un bambino può superare un adulto ; e darà il meglio della musica elettronica colui che non abbia mai acquistato regolari nozioni musicali . L ' uomo d ' oggi guarda , ma non contempla , vede , ma non pensa . Rifuggendo dal tempo , che è fatto di pensiero , non può sentire che il proprio tempo , il presente ; e anche di questo suo tempo non può sentire che come ridicole e anacronistiche le espressioni del sentimento individuale . La nostra ipotesi può sembrare catastrofica oppure ottimistica , perché suppone che una civiltà universale ( sia pure spiritualmente a basso livello ) possa essere raggiunta dall ' umanità : una civiltà senza servi e padroni , forse senza frontiere , e in ogni modo liberata da quei flagelli che l ' uomo ha scoperto per distruggere su vasta scala i suoi simili . Può darsi , invece , che nulla di simile accada e che dopo una imprevedibile svolta ( che nessuno di noi si augura di vedere ) vada perduto persino il ricordo della nostra civiltà meccanica . Possiamo però consolarci pensando che anche in questo caso il nostro tempo lascerà ai suoi superstiti eredi un buon numero di totem , fantocci e feticci che ne documenteranno l ' esistenza e saranno studiati e intesi , e fraintesi , con molto interesse .
UTOPIE ( PARETO VILFREDO , 1920 )
StampaQuotidiana ,
L ' instabilità economica sociale e politica opera fortemente per accrescere i guai della vita presente , ed in parte , sia pure non grande , ha origine da quell ' ordinamento che , sotto il nome di Società delle Nazioni , vuolsi imporre al mondo come recante un migliore assetto degli Stati , e che invece è solo una forma dell ' imperialismo di certi Stati vincitori . Dell ' indole intrinseca della Società delle Nazioni qui non vo ’ dire di proposito , e mi limito ad alcune osservazioni per mostrare come poco alla volta vanno svelandosi le utopie che in essa si appiattano , e di cui ha dovizia al pari dei molti disegni che l ' hanno preceduta , col lodevole scopo di procacciare alle Nazioni pace se non perpetua , duratura . Già molto si scrisse di una delle vane speranze suscitate dal nuovo disegno , cioè di quella che , mercé il supposto principio di nazionalità , a cui il Wilson infondeva rinnovata gioventù si aveva di porre termine a parte almeno dei gravissimi conflitti internazionali . Sino dal suo apparire ne fu prevista la fallacia , confermata poi , ogni giorno , dai fatti . Esso , lungi dall ' appianare i passati conflitti , ne fa sorgere di nuovi ; ed è appunto per ciò che il partito detto repubblicano negli Stati Uniti , respinge la Società delle Nazioni , secondo la formula wilsoniana , non volendo impacciarsi in quel semenzaio di litigi . In Italia , la quistione di Fiume trascende interamente dalle ideologie wilsoniane , che meglio non valgono per l ' Irlanda , l ' Egitto , la Turchia , la Russia , né , per dir breve , pel rimanente del globo . René Johannet , in un volume denso di fatti e di idee , ha fatto vedere che quel bel principio di nazionalità somiglia ad una bolla di sapone , e finisce la sua prefazione dicendo essere prossimo il tempo in cui esso avrà un posto d ' onore nel museo delle ideologie smesse . Egli ben s ' appone circa al merito intrinseco , ma erra forse circa il tempo che ancora avrà credito il principio . Tali ideologie hanno vita lunga , e quando si credono spente , tosto risuscitano sotto altre vesti . Così ora , nella domanda fatta dagli alleati alla Olanda , per la estradizione del Kaiser , abbiamo visto redivivo l ’ « universale consenso » che in realtà è molto parziale considerato come fonte di indirizzo che si sovrappone ai diritti positivi e li signoreggia ; tantoché « i difensori del diritto e della giustizia » buttano via i primi , e si danno sol cura del secondo ... sinché a loro torna comodo . La Svizzera esita a far parte della Società delle Nazioni , temendo che sia insidiata la sua neutralità . È vero che questa rimane malsicura in ogni modo , e il prof . André Mercier la dice un mito . Le considerazioni che egli svolge in proposito sono importanti e vanno molto al di là del caso particolare e fugace da cui hanno origine . Egli principia ricordando i fatti storici , i quali mostrano che la neutralità della Svizzera non l ' ha salvata da parecchie invasioni . È questo un capitolo particolare del quesito generale , il quale investiga l ' effetto reale dei trattati , spesso diverso , talvolta diversissimo dal contenuto formale . La conclusione sperimentale è che i trattati non sono né interamente efficaci né interamente inefficaci ; valgono sino ma non oltre un certo punto . Seguita il nostro autore mostrando che il nome di « neutralità » corrisponde ad un concetto non rigoroso né ben determinato . Egli ha interamente ragione . Anche questo è un capitolo particolare di un quesito generale . Tutti i termini dei generi di quello di « neutralità » patiscono difetto di precisione e di rigore . Di ciò lungamente scrissi nella Sociologia e la conclusione è che non possono fare parte di un ragionamento rigorosamente sperimentale . Non mi fermo sulla parte pratica dello studio del prof . Mercier , perché trascende dall ' argomento generale che qui espongo . Su tale argomento ancora ho da ricordare un autore . Yves Guyot , valoroso capo del partito della libertà economica in Europa , e degno successore del Cobden , ha scritto una trilogia , che principia con un volume sulle cause e sulle conseguenze della guerra , e seguita poi due volumi dell ' opera selle guarentigie della pace ; nel primo dei quali si raccolgono , mirabilmente compendiati , gli ammaestramenti del passato , nel secondo si passa all ' esame critico , e si conclude mostrando quanto poco di reale sia contenuto nella Società delle Nazioni , in cui l ' autore vede « la risurrezione di un vecchio mito » . La paragona alla Santa Alleanza , e scrive : « Ho studiato in modo oggettivo i risultamenti negativi ottenuti dalla Santa Alleanza e dal trattato che la confermò . Vi è ora , tra gli Alleati , coerenza maggiore di quella che c ' era tra l ' imperatore di Russia , il re di Prussia , l ' imperatore d ' Austria , i ministri d ' Inghilterra e il re Luigi XVIII » ? La risposta è negativa suffragata da infiniti fatti , ed appare evidente la vanità della Società delle Nazioni , per recare pace al mondo . Nel volume sulle cause e le conseguenze della guerra l ' autore , nel luglio 1915 , scriveva : « I tedeschi paiono proporsi di eccitare e di meritare un odio profondo . Tale odio è un fattore di guerra che è utile mentre questa dura ; poiché reca la necessità di una vittoria decisiva , senza la quale la pace potrebbe essere solo provvisoria e fallace . Ma né gli individui né i popoli vivono di odio ; esso non è un genere alimentare : colui che lo pasce ne è divorato » . Ciò è ora più che mai vero e non è certo coi sentimenti di odio , od altri di tal fatta che si potranno sciogliere i gravi problemi economici e sociali che premono sul mondo . Non è col gridare morte a questi o a quelli che si farà crescere la produzione ; e non è neppure coi predicozzi morali che si farà scemare il consumo ; questi possono forse avere effetto su pochi imbecilli borghesi , non mai sul grandissimo numero di individui i quali costituiscono il rimanente della popolazione , né specialmente su coloro che sanno conquistare e godersi la roba degli imbelli . Il sapere quale somma si ha « diritto » di togliere al vinto nemico preme assai meno che il conoscere quale somma esso « potrà » pagare . Lo avere confuse queste due cose non è estraneo alle prodigalità degli Stati vincitori ed al conseguente loro dissesto finanziario . Se poi dalle contese internazionali passiamo alle civili , ripeteremo che il sapere quale somma la plutocrazia - demagogica ha il « diritto » di estorcere ai risparmiatori , preme assai meno che il conoscere quale somma « può » ad essi togliere senza ferire o rovinare la produzione . Il padrone della gallina dalle uova d ' oro aveva certo il « diritto » di ucciderla , ma ha operato pel proprio vantaggio così facendo ? Può darsi benissimo che la viltà borghese non assegni verun limite alle richieste di certi salariati e dei pescicani loro capi , ma non c ' è alcun altro limite imposto dalle stesse condizioni della produzione ? Ogni diminuzione delle ore di lavoro , ogni aumento di salario conseguiti oggi sono solo scala a nuove richieste domani . Ci sono ora minatori che vogliono giornate di sei ore con , naturalmente , un aumento di paga . Si può seguitare indefinitamente a percorrere tale via ? Si può giungere , per esempio , ad un ' ora di lavoro con mille lire ( oro ) di paga giornaliera ? Evidentemente no . Dunque vi è un certo limite oltre al quale non conviene andare , e non si può trascurare tale considerazione . Pare a molti che si può trovare una ricetta esclusivamente economica e finanziaria per risanare i guai economici e finanziari , ma è vana speranza . Questi guai dipendono in gran parte dall ' ordinamento sociale e politico , e non si possono studiare indipendentemente dal caso . « Fatevi buona politica e vi farò buone finanze » , diceva un ministro ; e tale sentenza è vera in ogni paese e in ogni tempo .
IL DOVERE DEL VIVERE SOBRIO, II ( EINAUDI LUIGI , 1915 )
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Quanto più la guerra procede , tanto più cresce l ' importanza della campagna a favore dell ' economia iniziata dai più autorevoli giornali inglesi , fatta propria dal governo di quel paese , ed a cui anche in Italia si rivolge oggi il consenso crescente dell ' opinione pubblica . Dall ' osservanza della più rigida economia ha finora tratto gran giovamento sovratutto la Germania , la quale deve ad essa se ha sentito scarsamente gli effetti del blocco alimentare ordinato ai suoi danni dall ' Inghilterra ; il pane kappa , il razionamento della popolazione , la campagna per utilizzare i rifiuti della cucina e della casa recarono notevole vantaggio alla resistenza economica tedesca contro gli alleati . E poiché le risorse economiche non sono inesauribili in nessun paese , neppure in Inghilterra , è naturale che anche lì si sia ripetuto il grido : fate economia ! Dal successo di questa campagna dipende , più che non si creda , la capacità di resistenza bellica delle nazioni alleate . Se l ' Inghilterra deve mantenersi in grado di aiutare finanziariamente i suoi alleati , uopo è che essa riduca al minimo i suoi acquisti all ' estero a scopo di consumo ed il consumo medesimo delle cose prodotte all ' interno ; così da diminuire il formidabile e crescente sbilancio commerciale , e da frenare l ' ascesa del cambio , che anche là comincia a farsi sentire . Da un calcolo istituito dal signor Hobson nell ' ultimo numero dell ' « Economic Journal » risulta che nei primi nove mesi di guerra l ' Inghilterra dovette vendere circa 125 milioni di lire sterline ( 3 miliardi e 350 milioni di lire nostre ) di titoli stranieri da essa posseduti per provvedere allo sbilancio economico causato dalla guerra . Se non si pone riparo con l ' economia agli eccessivi dispendi , arriverà il giorno in cui le vendite dovranno essere aumentate molto al di là di questa cifra ed il mercato nordamericano sarà incapace di assorbire le enormi partite di titoli venduti . Di qui il fervore con cui uomini di governo , giornalisti , propagandisti vanno inculcando agli inglesi la necessità di porre un freno alle loro abitudini spenderecce . È un appello , il quale deve , anche fra noi , essere rivolto a tutte le classi sociali . Alle classi alte , ricche ed agiate in primo luogo . Non si lascino esse trarre in inganno dal pregiudizio comunemente diffuso che sia loro dovere di spendere molto per dare lavoro alle masse operaie . Questo dello « spendere per dare lavoro » è un pregiudizio erroneo sempre , e massimamente in tempo di guerra . Gli economisti non affermano che gli uomini siano meritevoli di lode solo quando risparmiamo e siano biasimevoli sempre quando spendono il loro reddito . Ognuno impiega i propri redditi nel modo che ritiene più opportuno ; e dal punto di vista economico è fuor di luogo affermare che l ' atto del risparmiare sia più virtuoso dell ' atto del consumare . Per raggiungere il fine di un progresso economico generale , di un miglioramento costante nella produzione della ricchezza e nel tenor di vita degli uomini , è necessario che sia serbato un certo equilibrio fra il consumo ed il risparmio ; fa d ' uopo che , per risparmiare denaro , non si riducano gli uomini alla macilenza fisica ed alla sordidezza intellettuale e morale ; e d ' altro canto non si consumi tutto il reddito in godimenti presenti , occorrendo provvedere all ' avvenire . Queste sono verità ovvie ; ma non è inutile insistere sul punto che il ricco , il quale spende tutto il suo reddito e forse parte del suo patrimonio , non acquista perciò alcuna maggiore benemerenza , verso i poveri , di colui che risparmia . Apparentemente il ricco spendaccione sembra meritevole di maggiore lode dell ' avaro parsimonioso ; ed invero egli è lodato da servitori , camerieri , cocchieri , negozianti , parassiti , come colui che sa spendere i propri denari a beneficio altrui . Costoro guardano con disprezzo al ricco avaro che tesaurizza e pone in serbo i suoi denari , rifiutando di farne partecipe altrui . In realtà , tutti sanno che questa è solo l ' apparenza delle cose . Nel mondo moderno , in cui nessuno tesaurizza in realtà chi usa ancora riporre sottoterra i denari messi in serbo ? ma tutti risparmiano , risparmiare vuoi dire portare i propri denari alla banca o cassa di risparmio o comprare titoli o fare mutui altrui o comprare terre o case . E poiché banche e casse di risparmio non tengono inutilizzati i depositi , ma li dànno a mutuo ad industriali , commercianti , comuni bisognosi di compiere opere pubbliche ecc . ecc . ; risparmiare vuol dire fare « domanda di lavoro » altrettanto e forse più di quanto non accada consumando . Le l000 lire consumate impiegano gli operai che tessono panni o macinano il grano : ma , senza le l000 lire risparmiate , industriali tessitori e mugnai non avrebbero potuto fare le provviste di lana o di frumento , o comprare le macchine senza di cui il lavoro sarebbe stato impossibile . La quale verità acquista maggior forza in tempo di guerra . Supponiamo vi sia taluno in dubbio se gli convenga acquistare un ' automobile ovvero mettere in serbo i denari per la sottoscrizione di cartelle del futuro prestito nazionale . Quali sono le conseguenze delle due diverse maniere di agire ? Dannose alla generalità nel primo caso , utili nel secondo . Se egli acquista l ' automobile , avrà la scelta fra una marca nazionale od una marca estera . È quasi certo che egli non potrà comperare un ' automobile nazionale , tutta la produzione interna essendo accaparrata per le necessità militari . Quando vi riescisse , sarebbe a danno del paese ; il quale ha interesse che tutti gli operai ed i capitali dell ' industria automobilistica siano impiegati a crescere la resistenza contro il nemico . Egli , aumentando la domanda di maestranze e di materiali così necessari , ne aumenterebbe il prezzo e crescerebbe quindi il costo della guerra per lo stato . Né meno dannoso all ' interesse nazionale sarebbe l ' acquisto dell ' automobile all ' estero . Egli dovrebbe pagare all ' estero 10 o 20.000 lire e crescerebbe d ' altrettanto il debito commerciale dell ' Italia verso l ' estero . Colla sua azione egli : 1 ) impedirebbe all ' Italia di acquistare frumento o munizioni da guerra per altrettante somme ; ovvero 2 ) provocando una nuova domanda di divisa estera , farebbe crescere l ' aggio dell ' oro sulla cartamoneta e contribuirebbe al crescere del prezzo dei cereali , delle carni , delle lane , delle munizioni e di tutte le cose le quali noi dobbiamo comperare all ' estero . L ' azione di chi compra un ' automobile all ' estero , come di chi acquista gemme , brillanti , pizzi , vestiti , stoffe di lusso , libri , di cui la lettura è prorogabile , deve dunque essere reputata nociva alla patria . Osservazioni simili si possono fare per i nuovi impianti industriali , edilizi , per i lavori pubblici prorogabili e non ancora iniziati . Crescono , per queste richieste facilmente prorogabili , i prezzi del legname , del ferro , del cemento e di molti altri materiali , di cui il governo ha gran bisogno per le sue occorrenze militari ; si distolgono gli operai dall ' accorrere a quelle fabbricazioni di panni , di materiali bellici ed a quelle colture dei campi che sono necessarie ed urgenti nel momento attuale . Colui , il quale rinuncia all ' acquisto dell ' automobile od a qualunque altra spesa , anche di cibo o di vestito , prorogabile od evitabile , compie invece opera utile al paese . Il suo risparmio , consegnato allo stato in cambio di cartelle del prestito nazionale , è dallo stato impiegato forse ugualmente nell ' acquisto di automobili o nel riattamento di strade , nell ' ampliamento di stazioni ferroviarie o nella costruzione di ponti o di tronchi di ferrovie e quindi è rivolto a richiesta di lavoro nella stessa misura che s ' egli consumasse quella somma . Ma le automobili , le stazioni , le opere pubbliche compiute o comprate dal governo servono al fine pubblico della difesa nazionale e non al fine privato di un godimento personale , che nel momento presente è dissolvitore . Né è minore il dovere di fare economia per le classi più numerose . Purtroppo , la utilizzazione delle varie sostanze alimentari è imperfettissima nelle masse operaie . Nelle campagne si utilizzano discretamente i rifiuti con l ' allevamento di porci , di conigli , di volatili da cortile ; ma nelle città si comincia appena adesso a comprendere quali vantaggi si potrebbero ricavare dall ' allevamento , anche in piccole proporzioni , di conigli per la produzione della carne e delle pelli . Molta strada potrebbe farsi nelle città altresì con la utilizzazione orticola di tutti gli spazi vacanti , delle aree fabbricabili , che ora non dànno alcun frutto a nessuno . Del pari la diffusione di opportune regole di cucina gioverebbe ad insegnare alle madri di famiglia operaie la possibilità di trarre partito da molte sostanze alimentari ora malamente cucinate e di utilizzare gran parte di quelli che sono considerati rifiuti . Si pensi che ogni chilogrammo di farina o di carne consumato in meno o meglio utilizzato è un minor debito del paese , è un prolungamento della nostra capacità di resistenza militare ! Anche nelle file dell ' esercito combattente la campagna per l ' economia potrebbe essere feconda di utili risultati . Da lettere ricevute ho ricavato l ' impressione che la razione di pane e di carne assegnata ai soldati nella zona di guerra sia in molti casi individuali esuberante . Da un punto di vista generale è bene far così : ma ad evitare sprechi costosi , sarebbe saggio consiglio promuovere tra i soldati l ' economia , incoraggiando con opportuni riacquisti l ' utilizzazione delle razioni rimaste da consumare . Il ritorno della pace sarà accompagnato da uno stato di prosperità economica solo se durante la guerra si sarà diffusa ed accentuata l ' abitudine della economia e del risparmio . Ho già altra volta notato come , in tutti i paesi belligeranti , la guerra abbia dato luogo a fenomeni di apparente prosperità economica , dai quali importa non lasciarsi suggestionare . Una parte invero del capitale già risparmiato viene ora mutuata allo stato , il quale la spende di giorno in giorno per la condotta della guerra e la converte così in reddito dei suoi ufficiali , dei suoi soldati , dei suoi fornitori , dei suoi creditori . Ciò che era capitale si trasforma in reddito ; e cresce così la quantità delle cose che gli uomini ritengono di potere spendere . Guai a ritenere che sul serio i redditi sieno aumentati permanentemente e sia aumentata la spesa che gli uomini possono fare senza pregiudizio del loro patrimonio ! Finita la guerra e finite le spese straordinarie dello stato , i redditi torneranno ad essere quelli di prima . Anzi saranno minori , perché fu consumata una parte del capitale che era stato precedentemente risparmiato e questa parte non può più essere impiegata alla produzione di nuove ricchezze . Fa d ' uopo perciò , se non si vuole che il benessere generale scemi al ritorno della pace , che durante la guerra si cerchi di fare la maggiore economia possibile , in guisa da ricostituire i risparmi distrutti per la condotta della guerra . Supponiamo che la guerra costi all ' Italia 6 miliardi di lire . Una parte di questi 6 miliardi sarà coperta con i redditi dell ' anno , i quali , invece di alimentare operai , contadini , redditieri , alimenteranno soldati , ufficiali , lavoratori nelle fabbriche di munizioni . Una parte sarà prelevata però sul capitale già esistente ; ed è questa parte che occorre ricostituire con nuovo risparmio , affinché alla fine della guerra le banche e le casse di risparmio non si trovino nella impossibilità di soddisfare le richieste degli industriali , commercianti , agricoltori bisognosi di capitale circolante . Per fortuna , il rialzo nel saggio dell ' interesse , cagionato dalle fortissime richieste di somme a mutuo da parte degli stati belligeranti , incoraggia a risparmiare di più . Non forse tutti i risparmiatori , ma certamente parecchi di essi sono maggiormente spinti a risparmiare quando sperano di ottenere un interesse del 5% , piuttostoché solo del 3,50% . È questa una delle principali ragioni per cui i mali cagionati dalle guerre del passato si sono curati più rapidamente di quanto non prevedessero i pessimisti . Nel mondo economico molte malattie provocano il proprio rimedio . Grazie al rialzo del saggio dell ' interesse , il risparmio , invece di limitarsi ad un miliardo all ' anno , cresce ad uno e mezzo e forse due ; sicché in breve volgere di anni le ferite della guerra sono rimarginate . Gli uomini si sono stretti un po ' la cintola , hanno cambiato meno frequentemente vestiti e calzari , si sono divertiti di meno ed hanno risparmiato di più . Il ritorno ad abitudini più frugali di vita non deve però essere considerato soltanto una « dolorosa » necessità . Sotto molti rispetti esso è un beneficio economico e morale . Importa persuaderci che , risparmiando , noi non compiamo solo un atto necessario ed economicamente vantaggioso . Così operando , noi adempiamo ad un dovere verso la patria e contribuiamo al perfezionamento morale delle future generazioni .
Tornare nella strada ( Montale Eugenio , 1949 )
StampaQuotidiana ,
Il cosiddetto divorzio fra l ' arte odierna e il pubblico non è un fatto di questi giorni . Anche cinquanta , anche cento anni fa - e si potrebbe risalire ben più addietro - esisteva un ' arte per pochi , un ' arte per iniziati . Leopardi e Baudelaire non ebbero in vita entusiastici consensi e Manet dovette schiaffeggiare un suo denigratore per trasformarlo in un suo devoto famulo e mecenate . Tuttavia , nel secolo scorso , il pubblico degli iniziati era ancora un pubblico , non una pattuglia di artisti falliti . Coloro che , alla fine dell ' Ottocento , si accostavano al Parsifal e alla Tetralogia , erudendosi su ponderose « guide tematiche » e seguendo col dito i temi conduttori , erano avvocati , medici , commercianti , non sempre musicisti o poeti mancati . Oggi le cose non vanno più così . Solo l ' uomo del mestiere ( fallito o no ) , solo « l ' addetto ai lavori » può sperare di trarre non dico ricreazione , ma minor spavento da certe forme d ' arte che rifiutano categoricamente di incarnarsi in modo troppo visibile e sensibile . Andate ad ascoltare l ' Ode a Napoleone di Arnold Schönberg : un uomo recita versi di Byron ( brutti ) a voce stentorea . Il suo grido riesce e non riesce a sormontare un mare di borborigmi e di dissonanze che non ingenerano sorpresa bensì noia , perché l ' orecchio è pronto ad assuefarsi ai nuovi timbri , alle nuove stonature . Il pezzo dura a lungo , non vive durante l ' esecuzione né può sperare di vivere dopo , perché non incide in nulla che sia veramente vivo in noi . Se l ' esempio non basta , provatevi a leggere una poesia « ininterrotta » di Eluard o , peggio , di un suo seguace : vi troverete pagine composte di filze di aggettivi ( centinaia di aggettivi ) senz ' alcuno sostantivo : vi troverete liriche in cui ogni verso cammina per conto suo , ha un senso in sé , ma non lega con gli altri . La sintassi non c ' è o è respinta su un piano non pure extra - logico , ma anche extra - intuitivo . È sostenuta , tutt ' al più , da una meccanica associazione di idee . Chi legge deve fabbricarsi la poesia per conto proprio ; l ' autore non ha scelto per lui , non ha voluto qualcosa per lui , si è limitato a fornirgli una possibilità di poesia . È molto , ma è troppo poco per durare dopo la lettura . Un ' arte che distrugge la forma pretendendo di affinarla si preclude la sua seconda e maggiore vita : quella della memoria e della circolazione spicciola . E cercherò di spiegare qual è questa seconda vita dell ' arte , per non essere frainteso . È vero : l ' opera d ' arte non creata , il libro non scritto , il capolavoro che poteva nascere e non nacque sono mere astrazioni e illusioni . Un frammento di musica o di poesia , una pagina , un quadro cominciano a vivere nell ' atto della loro creazione ma compiono la loro esistenza quando vengono ricevuti , intesi o fraintesi da qualcuno : dal pubblico . Compiono la loro vita quando circolano , e non importa se la circolazione sia vasta o ristretta ; a rigore , il pubblico può essere formato da una sola persona , purché questa persona non sia l ' autore stesso . Tutti d ' accordo su questo punto , non bisogna però cader nell ' errore di credere che l ' appercezione , o consumazione , di un particolare momento o frammento espressivo debba essere necessariamente quasi sincrona al suo presentarsi a noi con un immediato rapporto di causa a effetto . Se così fosse la musica sarebbe goduta soltanto al momento dell ' esecuzione , la poesia e la pittura soltanto nel momento in cui l ' occhio si posa sul foglio stampato o sulla tela dipinta . Finita la causa , finito il narcotico , tutto cesserebbe ; si charta cadit dovrà svanire nel nulla ogni bagliore di musica o di commozione poetica . Io non dico che tale sia , consapevolmente , l ' abbaglio estetico di molti artisti moderni : ma rilevo che , conscia o no , una grossolana materializzazione del fatto artistico è alla radice di molte esperienze d ' oggi . Per essa viene del tutto misconosciuta quella che è la seconda vita dell ' arte , il suo oscuro pellegrinaggio attraverso la coscienza e la memoria degli uomini , il suo totale riflusso alla vita donde l ' arte stessa ha tratto il suo primo alimento . Sono pienamente convinto che un arabesco musicale che non è un motivo , non è un ' « idea » perché l ' orecchio non l ' avverte come tale , un tenia che non è un tema perché non sarà mai riconoscibile , un verso o una serie di versi , una situazione o una figura di romanzo che non potranno tornare mai a noi , magari alterati e contaminati , non appartengono veramente al mondo della forma , al mondo dell ' arte espressa . È questo secondo momento , di consumazione minuta e magari di fraintendimento , quello che in arte m ' interessa di più . Paradossalmente si potrebbe dire che musica pittura e poesia nascono alla comprensione quando vengono presentate , ma non vivono veramente se non hanno il potere di continuare ad agire con le loro forze al di là di tale momento , sciogliendosi , rispecchiandosi in quella particolare situazione di vita che le ha rese possibili . Godere un ' opera d ' arte o un suo momento è insomma un ritrovarla fuori sede ; solo in quell ' istante il circolo della comprensione è perfetto e l ' arte si salda con la vita come tutti i romantici hanno sognato . Io non posso vedere un codazzo d ' indifferenti a un funerale né posso sentir soffiare la bora senza ricordarmi dello Zeno di Italo Svevo ; non posso guardare alcune merveilleuses d ' oggi senza pensare a Modigliani e a Matisse ; non posso contemplare certi figli di portinaia o di mendicante senza che mi torni dinanzi il bambino ebreo di Medardo Rosso ; non posso pensare a qualche strano animale - zebra o zebù - senza che si apra in me lo Zoo di Paul Klee ; non posso incontrare chi so io - Clizia o Angela oppure ... omissis omissis - senza rivedere arcani volti di Piero e del Mantegna e senza che un verso manzoniano ( « era folgore l ' aspetto » ) mi avvampi la memoria ; e neppure posso - se scendo di qualche gradino - individuare alcuni episodi dell ' eterna lotta fra il diavolo e l ' acqua santa senza sentirmi in cuore ( con la voce di Rosina Storchio ) l ' avvolgente , felino miagolio dell ' aria di San Sulpizio . Fin qui ho dato esempi chiari ma forse troppo ovvi di ciò che io intendo per circolazione di un momento espressivo o di un ' intera figura d ' artista , riassunta in suo atteggiamento ; ma non occorre pensare a nomi grossi per spiegare l ' intensità del fenomeno . Non c ' è frase musicale o poetica , figura dipinta o raccontata che non abbiano fatto presa , che non abbiano inciso su una vita , modificato un destino , alleviato o aggravato un dolore . Infiniti amori sono sorti fra le spire di un motivuccio volgare , infinite tragedie si sono suggellate con le battute di una canzonetta , di uno spiritual negro o con un verso di cui nessun altro ( forse nemmeno l ' autore ) si ricordava più . Si badi ; io non dico che l ' arte e particolarmente la musica e la poesia debbano essere facilmente mnemoniche , ricordabili . È un ' opinione che , in fatto di poesia , ho visto attribuire , in una intervista , all ' onorevole Palmiro Togliatti , e quando l ' ho letta mi sono rallegrato di non figurare tra gli zelatori di quell ' esteta ( e di quell ' uomo ) . Se essa fosse giusta , il Chiabrera batterebbe il Petrarca . Metastasio rivenderebbe Shakespeare e le poesie di Alice nel paese delle meraviglie metterebbero nel sacco tutte le odi di John Keats . Ma dico che ha adempiuto il suo fine e ha raggiunto la Forma qualsiasi espressione che abbia avuto , presso qualcuno , un effetto taumaturgico , liberatore : un effetto di liberazione e di comprensione del mondo . Ripeto che tali effetti si raggiungono a distanza e soo imprevedibili . Talora un grande artista , come Proust ossessionato dalla « petite phrase » di Vinteuil ( Franck o Gabriel Fauré ? ) , può costruire tutto un mondo su una reminiscenza , può organizzarla , riportarla a un suo modo particolare di vivere ; ma non è necessario ' giungere a tanto perché l ' arte s ' intruda in noi e continui nel nostro petto un ' esistenza assurda e incalcolabile . E non direi nemmeno che la seconda vita dell ' arte sia in relazione a un ' obiettiva vitalità e importanza dell ' arte stessa . Si può affrontare la morte per una nobilissima causa fischiettando « Funiculì funiculà » : si può ricordare un verso di Catullo entrando in un ' austera cattedrale ; si può seguire un profano desiderio anche associandolo a un ' aria di Haendel piena d ' unzione religiosa ; si può essere fulminati da una cariatide dell ' Erettèion facendo coda allo sportello delle tasse ; ci si può ricordare un verso del Poliziano persino in giorni di follie e di carneficina . Tutto è malcerto , nulla è necessario nel mondo delle rifrazioni artistiche ; l ' unica necessità è che tale rifrazione prima o poi sia resa possibile . Gli artisti moderni ( non parlo di tutti ) che per naturale impotenza o per il terrore di entrare in strade già battute o per un malinteso rispetto all ' ineffabilità della vita si rifiutano di darle una forma ; coloro che respingono deliberatamente ogni piacevolezza dal suono , ogni figuratività dalla pittura , ogni progressione sintattica dall ' arte della parola , si condannano semplicemente a questo : a non circolare , a non esistere per nessuno . Venuta meno la possibilità delle grandi comunioni fra pubblico e artisti , essi respingono anche quell ' ultima ipotesi di socialità che ha sempre un ' arte nata dalla vita : di tornare alla vita , di servire all ' uomo , di contare qualcosa per l ' uomo . Lavorano come i castori , traforando il visibile e l ' invisibile , spinti da un impulso automatico o da un ' oscura urgenza di sfogo o dal bisogno di costruirsi un riparo buio , sempre più buio , sempre più nascosto . Ma non si salveranno mai se non avranno il coraggio di tornare alla luce e di fissare in volto gli altri uomini ; non si salveranno se , usciti dalla strada e non dai musei , non avranno il coraggio di dir parole che possano tornare nella strada .
BILANCIO DELLO STATO ( PARETO VILFREDO , 1920 )
StampaQuotidiana ,
Poiché l ' uso vuole che ci sia un bilancio della Stato e una relazione su di esso , abbiamo quello e questa . Essi riferiscono le entrate e le spese in una certa unità che dicesi lira . Che mai sarà , di preciso o almeno con discreta approssimazione , non si sa , poiché tace l ' Oracolo di Delfo ed è morta M.me de Thèbes . Sei o sette anni fa , questa lira non era molto lontana dalla pari coll ' oro ; poi si è data a vita selvaggia ; fa salti da capriolo . Se si paragona al franco svizzero , che è più fermo , ma non fermissimo , si trova che mentre scrivo questo articolo ( 15 febbraio ) 100 lire valgono 33,47 franchi svizzeri , mentre il 15 febbraio 1919 , valevano circa 76 franchi ; dunque il prezzo della lira , in franchi svizzeri , è scemato di metà almeno in un sol anno , che è anno di pace e non di guerra . È quindi lecito porre il quesito : scemerà ancora , in analoga proporzione , o crescerà , da oggi al febbraio 1921; e , secondo che scemerà , o crescerà , che ne sarà di quel bel bilancio espresso in lire ? Per trovare alcunché di meno fluttuante , sarebbe bene di potere paragonare la lira carta alla lira oro ; ma per ciò occorre almeno un mercato libero dell ' oro : c ' è a Londra , ma non c ' era nel febbraio 1919 . Per altro , lo essere quasi solo in Europa fa sì che i suoi prezzi non sono quelli che si avrebbero se dovunque libero fosse , il commercio dell ' oro , libera l ' esportazione della moneta aurea . Aggiungasi che neppure il « valore » dell ' oro è stabile . Infine , poiché non possiamo avere di meglio , contentiamoci del poco che possiamo ricavare dalle notizie dei mercati dei cambi . Intanto , il film dei cambi gira tanto rapido , che ciò che è vero oggi non lo è più domani . Le variazioni che durano breve tempo , non operano sul bilancio , quelle che durano a lungo lo possono mutare notevolmente . A Londra , nella prima metà di febbraio , l ' oncia di oro puro è giunta al prezzo di 12o scellini ; il che dà , per la sterlina carta , il prezzo di franchi oro 17 mentre la parità è di franchi oro 25,22 . A Ginevra , il 14 febbraio , la sterlina carta era quotata franchi svizzeri 20,69 . Da ciò si deduce che il franco svizzero vale franchi oro 0,86 . In altro modo si possono avere quei valori . L ' 11 febbraio , a Londra , la sterlina carta era quotata dollari 3,37 mentre la parità è di dollari 4,867 . La sterlina varrebbe dunque franchi oro 17,46 . A Ginevra , il 14 febbraio , il dollaro era quotato franchi svizzeri 6,03 e la sua parità è di franchi oro 5,18 . Dunque il franco svizzero varrebbe franchi oro 0,86 . Le differenze di tali valori coi precedenti sono piccole e quindi trascurabili . Di sfuggita . Pochi giorni or sono si poteva leggere in un giornale italiano che il franco svizzero era alla pari con l ' oro . È proprio vero che un bel tacere non fu mai scritto . Non mi fermo qui sulla variabilità del « valore » dell ' oro ; i lettori di questo giornale ne avranno veduto alcun cenno nell ' articolo mio riprodotto nel n . 31 . Paragonando dunque la lira italiana al franco svizzero , faremo , circa il valore effettivo , due errori ; cioè uno avente origine dal non essere il franco svizzero pari all ' oro , l ' altro dal non essere il presente « valore » dell ' oro pari a quello che aveva nel tempo che precedette la guerra . Veniamo ai particolari . Dice la relazione dell ' onorevole Bonomi che l ' onere pel bilancio degli interessi dei debiti è di circa 4,5 miliardi di lire ; ma che è tale onere , valutato in beni economici ? Se si paragona la lira al franco svizzero , quest ' onere sarebbe oggi solo di 1,55 miliardi , e sarebbe minore paragonata la lira all ' oro , minore ancora tenuto conto che il « valore » dell ' oro è scemato . Come feci notare in un articolo pubblicato nel 1916 dalla « Rivista di scienza bancaria » , si poteva agevolmente prevedere che parecchi Stati , per sottrarsi all ' obbligo del pagamento reale dei loro debiti , pur fingendo di ciò fare , li avrebbero pagati con moneta deprezzata . Tali previsioni fecero scandalo e suscitarono sdegni , ma i fatti mostrano che si sono avverate e che seguitano ad avverarsi ogni giorno . Nell ' ipotesi , per dir vero assurda , che , nel 1920-21 , la lira tornasse alla pari col franco svizzero meglio ancora col franco oro l ' onere tornerebbe ad essere di 4,5 miliardi , ma effettivi , non più solo nominali . Nell ' ipotesi speriamo egualmente fallace che la lira seguisse il cattivo esempio del marco e decadesse sino a 0,06 franchi svizzeri , gli interessi , in lire , del debito sarebbero solo 270 milioni di franchi effettivi . Tra questi limiti estremi , di miliardi 4,5 e di 0,270 , quale sarà l ' onere effettivo del bilancio ? E se non si sa , che significa il bilancio ? Tutto ciò andrebbe bene se l ' onere dei prestiti fosse solo in lire , con pagamenti all ' interno ; se in parte è in altre monete , pagabile all ' estero , occorre tenere conto del cambio di queste monete , e navighiamo più che mai su di un mare incognito . Pei privati , il fenomeno è l ' inverso di quello ora notato pel governo . Coloro che hanno sottoscritto ad un prestito che dà 5,71 per cento d ' interesse avranno impiegato il loro capitale precisamente a quest ' interesse . Se il valore della lira non varia , lo avranno impiegato al 17,30 per cento , se la lira diventa alla pari con l ' oro all'1,04 per cento , se la lira decade sino a 6 centesimi oro , ad un saggio intermedio , se la lira si fissa ad un saggio intermedio . Ma quale sarà tal saggio ? Indovinalo grillo ! Analoghe osservazioni si possono fare per le imposte . Se la lira tornasse alla pari con l ' oro sarebbe impossibile che i contribuenti seguitassero a pagare la stessa somma , in lire , che pagano oggi . Se decadesse sino a 6 centesimi , pagherebbero agevolmente molto più . Incertissime sono pure le altre spese del bilancio . L ' onorevole Bonomi giustamente osserva : « I residui 5 miliardi e mezzo di entrate sono però insidiati ora da una spesa che minaccia di travolgere la nostra finanza se i ripari non sono pronti ed efficaci . Le spese per il personale si sono accresciute in misura così allarmante da venire subito dopo quelle sì cospicue degli oneri del debito » . Certo , ci vorrebbero « ripari » , ma dove si troveranno ? Non nel Parlamento ; il recente sciopero dei ferrovieri , al quale è probabile che facciano seguito altri simili , è segno non trascurabile che del Parlamento si può fare a meno per impegnare la finanza pubblica . Nessuno può dire ciò che sta per accadere né che intensità acquisteranno le forze operanti per fare variare il bilancio . Al presente , vediamo sgretolarsi lo Stato e crescere l ' anarchia : ognuno procura di ricavare quanto più può dal bilancio , e scema ognora la resistenza a tali imprese . Sino a che punto si spingeranno ? Se a ciò non si può rispondere neppure si può conoscere il futuro della finanza . Si può opporre che simili incertezze ci sono per tutti i bilanci , in ogni tempo . Verissimo ; ma , nello stato normale , le differenze sono lievi e quindi trascurabili . Oggi vediamo seguire repentini e gravi movimenti , i quali non accennano per niente a cessare : le differenze sono grandi , ed esse , più che una sterile contabilità formale , danno la realtà del bilancio .
Il giudizio estetico ( Montale Eugenio , 1958 )
StampaQuotidiana ,
Una quarantina d ' anni fa , in un suo dotto e bizzarro libro che non credo abbia destato molte discussioni : La scepsi estetica , il filosofo Giuseppe Rensi si sforzava di dimostrare che il giudizio estetico è sempre soggettivo e non può aspirare all ' assolutezza . Secondo il Rensi , di uno che avesse preferito , supponiamo , Parzanese a Dante , Franz Lehár a Beethoven in nessun modo poteva dirsi che fosse nel falso . Nel mondo dell ' estetica non c ' era verità e errore , ma solo il gusto individuale , sempre vero e inconfutabile . La tesi non fu presa molto sul serio . Teneva allora il campo la filosofia idealistica , per la quale l ' individuo era qualcosa come un felice inganno , una illusione ; e ben pochi si arrischiavano a mettere in dubbio l ' assolutezza del giudizio estetico . Anche in questo settore o spicchio della vita individuale l ' individuo era battuto a favore del super - individuo : lo Spirito Universale . Nemmeno mezzo secolo è passato , e già i filosofi sembrano correre altre vie . Due mesi or sono , a Venezia , in un « simposio di estetica » , l ' insigne storico della filosofia medievale Étienne Gilson affermò che la ragione umana non riesce neppure a sfiorare l ' intimo processo della creazione artistica . La ragione , secondo Gilson , coglie l ' opera d ' arte quand ' esca è fatta , quando è diventata un oggetto , non può coglierla nel suo divenire . Il linguaggio dell ' artista e il linguaggio del critico non sono omogenei . Se lo fossero , il critico dell ' arte pittorica si esprimerebbe dipingendo ; il critico dell ' arte musicale si esprimerebbe scrivendo altra musica ; il che non avviene . L ' arte è dunque creazione di oggetti che prima non esistevano , non è linguaggio o almeno non è linguaggio razionale : mentre la critica , che ha per suo strumento il linguaggio , non è che ricognizione di oggetti già fatti . Caduto il principio dell ' imitazione del vero nelle arti che furono dette figurali o plastiche ( nessuno dei molti intervenuti sembrò porre in dubbio la necessità di questa caduta ) , ne consegue che non può darsi critica razionale dei prodotti di queste arti . L ' arte d ' oggi , in gran parte delle sue manifestazioni , non è dunque giudicabile in alcun modo ; anzi l ' arte non fu giudicabile mai , perché l ' antica critica fondata sul principio della mimesi , dell ' imitazione , non compiva che l ' inventario di una più o meno felice adeguazione al vero , ma restava muta dinanzi all ' ineffabilità dell ' arte . A riprova delle sue idee il Gilson portava il fatto che nel mondo delle arti non ha validità il principio di contraddizione . La scienza evolve , una tesi dimostrata vera elimina la tesi contraria . In arte , di due tesi opposte non avviene che una elida l ' altra . Non potrete mai dimostrare che una canzonetta di Modugno sia inferiore all ' Odissea ; potrete dire che sono due cose diverse . ( Naturalmente , non mi valgo sempre degli stessi termini del Gilson : che non cita Modugno e definisce la figuratività come imagerie ; ma il senso non varia . ) La prima e vera obiezione che potrebbe farsi è che esiste un ' arte : la poesia , la quale si serve della parola e possiede dunque uno strumento omogeneo a quello della critica . Ma il Gilson ha previsto l ' obiezione e ha tentato di smontarla . In realtà , a suo avviso anche la critica della poesia si fonda sull ' apprezzamento della imagerie , cioè sull ' involucro che fa di una poesia un oggetto , ma non coglie il moto irrazionale che sceglie la parola ( quella parola e non un ' altra ) come materia . La critica letteraria si risolve perciò in una storia di contenuti , o tutt ' al più in un ' indicazione di « luoghi » più o meno suggestivi . Il più e il meglio le sfugge : anche la poesia non conosce evoluzione ed evade dal tempo . E a questo punto è opportuno notare quanto il Gilson sia vicino , almeno qui , al pensiero del Croce , che potrebbe sembrare toto coelo diverso . Anche per l ' idealismo crociano non si dà storia della poesia , ma storia di poeti ; anzi qualcuno , portando quel pensiero alle ultime conseguenze , crede che si dia solo storia delle singole opere di poesia , essendo il poeta stesso , come unico autore di opere diverse , un ' astrazione . Come si vede , filosofi di opposte tendenze possono , per diverse vie , proporre la medesima distruzione dell ' individuo . Non so se la tesi del Gilson abbia destato obiezioni . A Venezia tutti sembravano convinti che la distruzione dell ' imagerie nelle arti visive e della tonalità naturale ( ammesso che essa esista ) nella musica sia ormai conquista della quale non può farsi a meno . L ' unica risposta da me letta porta la firma di uno storico dell ' arte medievale , Sergio Bettini , ed è apparsa sulla rivista della Biennale veneziana ( « La Biennale » , gennaio - marzo 1958 ) . Il Bettini non contraddice del tutto il Gilson , ma propone alcune rettifiche o vie d ' uscita . Pensiamo , egli dice , all ' architettura , che Aristotile , e non lui solo , escludeva dal novero delle arti appunto perché essa non si propone l ' imitazione del vero . Oggi tutte le opere d ' arte dovranno essere « lette » come opere architettoniche , prescindendo definitivamente dall ' imagerie che può formarne il pretesto . Se è arte l ' architettura ( e nessuno osa più negarlo ) , se noi possiamo leggerne le opere anche senza tener conto della loro destinazione pratica , così potremo leggere come opere architettoniche anche le più strane pitture tachistes o informali : o anche , aggiungiamo noi , le più strazianti musiche elettroniche . Ma è una lettura , riconosce il Bettini , estremamente difficile , alla quale noi non siamo ancora addestrati . A suo avviso , nell ' arte che ha rinunziato alla mimesi , solo un capello divide il capolavoro dall ' aborto . Compito del critico è di cogliere questa differenza infinitesimale e di indicarla ; ma con quali parole ? Forse solo con una interiezione , un mugolio . Sostanzialmente il Bettini sembra d ' accordo col Gilson nel ritenere che dell ' arte moderna ( e forse d ' ogni arte ) non può farsi utile discorso . II critico d ' oggi non può essere che un rabdomante che con la sua bacchetta tocca qui e tocca là ; ma non ha nessun monopolio del vero . Si può pensare diversamente da lui senza essere imputati di falsità . E qui si torna alle idee del troppo dileggiato ( allora ) Giuseppe Rensi . Un tempo il corso e ricorso delle stesse idee avveniva lentamente , nel giro di secoli . Oggi s ' è fatto rapidissimo . Torniamo un passo addietro . Non dovete credere che questo universale relativismo porti l ' accademico di Francia Étienne Gilson a un pessimismo assoluto . Se la ragione umana ha dei limiti , l ' uomo deve lavorare e agire con gli strumenti di cui dispone . E il Gilson , trasferendosi inopinatamente sul piano dell ' empiria , pensa che studiando le correnti e le modificazioni del gusto individuale si possa disporre le opere d ' arte nel tempo e si possa classificarle secondo criteri di probabile validità estetica . È vero : su un piano strettamente teorico sarà sempre impossibile confutare chi preferisca le sculture di fil di ferro esposte a Venezia alle opere di Michelangelo : chi anteponga alla Gioconda un paio ( stracciato ) di calze di nylon debitamente esposte in cornice . Ma esiste pure , di epoca in epoca , un consenso delle maggioranze , un certo numero di indicazioni collettive che non possiamo trascurare . Si trasformi dunque l ' indagine estetica in uno studio statistico dei gusti e delle « mode » : si fondino a tale intento istituti di ricerca ad hoc ; e forse si potrà individuare qualche norma utile agli artisti e ai profani « consumatori » d ' arte . Ma potranno simili norme sfuggire alle accuse di soggettività che si muovono al giudizio dei singoli ? In verità , questa parte del discorso del Gilson , del resto appena abbozzata , ci sembra singolarmente campata nelle nuvole . Oggi la pietra d ' inciampo delle speculazioni estetiche non è più data dall ' architettura , ma dalla poesia , dall ' arte della parola . La poesia , che per metà è discorso e per metà è altra cosa , è orinai un ' intrusa in considerazioni di questo genere . Lo è , d ' altronde , sempre stata : fin da quando si è parlato della poesia e « delle arti » , unificando e insieme distinguendo . Non è mai avvenuto , nemmeno nelle punte estreme del surrealismo , che un poeta , uno scrittore , rinunciasse del tutto alla raffigurazione , all ' imagerie . Ammettiamo pure che le manifestazioni non figurali delle arti visive abbiano avuto il merito ( o l ' effetto ) di porre in crisi l ' arte figurativa , l ' abbiano resa più che mai difficile : e ammettiamo altresì che da almeno cent ' anni , per la suggestione che le viene dalle altre arti , la poesia stessa si sia fatta sempre meno mimetica , meno rappresentativa . Resta pur sempre la speranza che l ' arte della parola , arte inguaribilmente semantica , presto o tardi faccia sentire il suo contraccolpo anche sulle arti che pretendono di essersi affrancate da ogni obbligo verso l ' identificazione e la rappresentazione del vero .
IL DOVERE DEL VIVERE SOBRIO ( EINAUDI LUIGI , 1915 )
StampaQuotidiana ,
Ora che la guerra è cominciata , diventa concreto il problema , che , già presente agli italiani , non ancora doveva essere risoluto senza indugio : come ci dobbiamo comportare nelle faccende ordinarie della nostra vita materiale ed economica ? Una formula ebbe grande voga in Inghilterra nei primi otto o nove mesi della guerra : operate e vivete come se la guerra non fosse ; attendete tranquillamente ai lavori vostri e continuate serenamente nel vostro genere ordinario di vita e di spese , senza preoccuparvi della guerra . In tal modo voi servirete il vostro paese ; il quale ha d ' uopo che il meccanismo della vita economica funzioni regolarmente e senza scosse , che la terra seguiti a fruttificare , che le industrie lavorino in pieno , che il traffico segua le sue vie , e che il popolo non sia malcontento per la disoccupazione . L ' esperienza dei primi nove mesi di guerra ha dimostrato che la formula , sebbene contenesse una parte di verità , non era compiuta e poteva diventare pericolosa . Nell ' Inghilterra stessa , l ' opinione pubblica ha dovuto persuadersi che la vita ordinaria della popolazione doveva mutare per adattarsi alle necessità urgenti e pressanti della guerra ; e che un non piccolo coefficiente di vittoria stava appunto nella capacità del popolo di adattarsi alle mutate condizioni ed esigenze della vita in tempo di guerra . Sì , fa d ' uopo che ognuno , il quale non sia chiamato sotto le armi , continui a lavorare nel suo mestiere e nella sua professione ; e questo è certo il miglior modo per servire il paese . Gli industriali , i commercianti , i professionisti , gli agricoltori che attenderanno con la consueta cura ai propri lavori e negozi , contribuiranno a far funzionare senza scosse il meccanismo della vita del paese ; e daranno opera alla vittoria ; meglio che non abbandonando il proprio mestiere ed offrendo la propria collaborazione a servizi bellici , od ausiliari , a cui possono essere disadatti . Lavorare come prima tanto meglio si può , in quanto il governo , fin dal primo momento , ha veduto che importava dare opera a promuovere il proseguimento regolare della vita economica . Niente moratoria , la quale avrebbe perturbato grandemente gli affari e gettato il seme del dubbio e dell ' incertezza ; bensì larghe anticipazioni a banche ed a consorzi per consentire loro di effettuare rimborsi e di concedere prestiti su titoli e su merci . Rassicurati e fiduciosi , gli industriali , i commercianti e gli agricoltori , non debbono sostare neppure un giorno dalle consuete faccende e dai lavori ordinari . Ma lavorare come prima non basta . Bisogna lavorare meglio e più di prima . In un momento in cui milioni di uomini robusti e giovani sono chiamati a difendere il paese , occorre che il vuoto lasciato dalla loro chiamata sotto le bandiere non sia avvertito . I comitati di preparazione che sono sorti in tante città e si stanno costituendo nelle campagne fanno e faranno opera benemerita se contribuiranno a far penetrare nella mente e nel cuore di tutti gli italiani il convincimento che ognuno deve lavorare meglio e più di prima . Ognuno stia al suo posto ; ma dia opera con raddoppiato zelo al lavoro di tutti i giorni . Il contadino sappia che se , coll ' aiuto delle donne , dei ragazzi , dei vecchi di casa sua , riuscirà , in assenza del figlio soldato , a portare in salvo il fieno e le messi , a curare le viti , ad allevare il bestiame , egli si sarà reso benemerito della patria . L ' impiegato pensi che le pratiche d ' ufficio debbono ora essere definite ancor più rapidamente di prima , sebbene parecchi suoi colleghi siano stati richiamati . Volendo , è sempre possibile far in modo che il lavoro sia sbrigato : si viene più presto in ufficio , si va via più tardi e non si pensa ad altro che al lavoro che deve essere fatto . Né si chiedano compensi per ore straordinarie . L ' operaio sappia che il successo della nobile e dura impresa nazionale dipende anche dalla diligenza del suo lavoro , dall ' essere egli pronto a sacrificare ogni svago , e talvolta a rinunciare alla domenica , pur che il lavoro si faccia . Lavorare come prima non sempre però è possibile . Vi sono industrie , di cui lo smercio diminuisce o cessa in tempo di guerra . Sono le industrie di lusso , quelle le quali lavorano per le cose non indispensabili all ' esistenza . Sarebbe strano che lo stato , mentre deve rivolgere i suoi sforzi più intensi alla condotta della guerra , disperdesse i suoi mezzi finanziari nella medesima quantità , ad esempio , di lavori pubblici di prima . Gli operai e gli industriali addetti a questi lavori chieggano che sia fatto ogni sforzo affinché sia impedita la loro disoccupazione ; ma si rassegnino a mutare genere e località di lavoro . I servizi ausiliari della guerra , le officine di armamento e di riparazione , le fabbriche di forniture militari avranno tali urgenze di lavoro che i disoccupati potranno facilmente trovar lavoro . Occorre che essi si adattino a compiere quei lavori che sono necessari e non si agitino per ottenere la prosecuzione di opere utilissime in tempo di pace , ma prorogabili in tempo di guerra . La guerra ha messo forzatamente in vacanze molti professori e ridurrà molto il lavoro dei professionisti . Già si sono costituiti comitati di questi « intellettuali » per avvisare ai mezzi di scrivere opuscoli , fogli volanti , di tenere letture e fare propaganda per innalzare il tono e lo spirito di sacrificio del paese . Molte cose utili si possono fare in questo campo , purché non si faccia della rettorica : spiegare ai soldati perché essi sono chiamati a combattere , quali sono le regole igieniche che devono osservare per non cadere vittime di malattie evitabili , organizzare invii di giornali e di libri ai soldati nelle trincee . L ' esperienza fatta da ambe le parti nelle trincee di Francia e del Belgio ha dimostrato che i soldati sono avidissimi di letture e di quanto possa ricordare loro i parenti , gli amici ed i cittadini della patria per cui combattono . Sì , fa d ' uopo che ognuno continui a spendere quanto spendeva prima . Ma non come prima . Sarebbe un delitto verso la patria . Non forse la guerra ha dimostrato la necessità di sopprimere o di ridurre al minimo il consumo di bevande alcooliche ? A tacer della Russia , che ha dato al mondo il magnifico esempio di un governo il quale rinuncia ad un ' entrata netta di forse 1 miliardo e 800 milioni di lire , pur di sopprimere il flagello dell ' alcoolismo ; dappertutto , in Germania , in Francia , in Inghilterra i governi hanno fatto sforzi perseveranti per ridurre il consumo delle bevande alcooliche . E come delle bevande , così sarebbe necessario ridurre il consumo di tutto ciò che non è necessario per l ' esistenza . Ognuno giudichi e valuti per conto suo le necessità della vita . Ma chi spendeva 100 , rifletta che egli ha il dovere di ridurre la spesa , quando lo possa fare senza detrimento della sua salute fisica , a 90 ad 80 a 70 per consacrare il risparmio a spese pubbliche . La spesa più urgente che oggi ogni cittadino consapevole deve fare è quella dell ' imposta . Pagare puntualmente le imposte dovute vuol dire soddisfare oggi ad una spesa altrettanto urgente come quella del pane o della minestra e certamente più urgente di quella da farsi per un vestito nuovo , od una scampagnata domenicale o per la villeggiatura . Chi può , rinunci quest ' anno alla villeggiatura ; e si dia dattorno per fare qualche cosa lungo i mesi estivi . Talvolta , il modo migliore di rendersi utile sarà di attendere alla sorveglianza dei lavori di campagna , quando fattori e contadini siano sotto le armi . In tal caso , quando la collaborazione agricola sia una cosa seria , anche la villeggiatura potrà moralmente essere spiegata . Altrimenti sarebbe una spesa deplorevole e dannosa . Tutto il margine di risparmio ottenuto sulle spese sia dato allo stato . Le guerre costano ; e costerà gravi sacrifici di uomini e di denari anche questa nostra guerra per la liberazione d ' Italia . Un prestito sarà necessario per somma grandiosa . Tutti devono sottoscrivere , anche con piccole quote ; e tutti devono fare ogni sforzo affinché nella spesa dell ' anno entri l ' acquisto di qualche cartella del nuovo prestito nazionale . Nel suo ultimo discorso sul bilancio , il signor Lloyd George disse che quest ' anno gli inglesi devono risparmiare il doppio degli anni scorsi : 800 milioni di lire sterline invece di 400; 20 miliardi invece di 10 miliardi di lire italiane . Così dovrà avvenire , mutate le cifre , anche in Italia . Resecate le altre spese ; ma tenetevi pronti a dare allo stato quanto più potrete ! È in gioco la ragione più alta della nostra vita , e della vita dei nostri figli e nepoti ; ed in confronto a ciò , appaiono ben piccola cosa le rinunce a qualche godimento materiale od intellettuale ! Né si tema , così operando , di favorire la disoccupazione . Senza volere fare discussioni troppo precise e minute , è chiaro che tutto ciò che noi forniremo allo stato a titolo di imposta o di prestito si convertirà immediatamente in domanda di merci e di prodotti utili all ' esercito e quindi in domanda di lavoro . Dopo , ritorneremo ad impiegare i nostri mezzi , gli uni nello spendere , gli altri nel migliorare terre o fabbricare case . Per ora , tutti gli italiani debbono rinunciare a qualunque altra meta che non sia la difesa della patria comune . Così hanno fatto , è d ' uopo dirlo anche ora , i tedeschi ; e ciò ridonda a loro grande onore . Così dobbiamo fare pure noi , se vogliamo dimostrare al mondo che la nostra causa è giusta . Una meta così alta , come il compimento della unità d ' Italia , non si tocca senza dolore e sacrificio . Affrontiamoli con cuore saldo e coi nervi tranquilli ; e la meta sarà raggiunta . Se avremo fiducia in noi stessi , la battaglia sarà vinta ; e sia fiducia senza jattanza , austera e piena .
Gente in fuga ( Montale Eugenio , 1953 )
StampaQuotidiana ,
Non so se molti fra coloro che hanno scritto saggi o tesi di laurea sul Carducci si siano dati la pena di visitare l ' umile , quasi inabitabile casa di Valdicastello in cui il poeta nacque , nel 1835 . Di là all ' università il volo fu breve : a venticinque anni il Carducci era già in cattedra . Viaggi veri e propri il poeta non compì mai ; non vide mai Parigi , meta immancabile di ogni intellettuale moderno . Le vie di comunicazione , in quel tempo , non dovevano esser molto diverse da quelle che permisero all ' Alfieri di trasferirsi da Asti a Firenze . Non esistevano radio , cinema , giornali illustrati , edizioni « della notte » ; le lingue straniere bisognava studiarsele da sé , a lume di candela . Il ritmo della vira era sicuramente au ralenti . Probabilmente anche le stagioni avevano un altro peso e un altro senso . Aggiungete a queste condizioni di vita la natura stessa della terra di Toscana , satura di storia e di civiltà , e i buoni studi umanistici condotti sotto la guida dei preti d ' allora ; e avrete tutti gli addendi che sommati insieme ( non dimenticando il talento individuale ) potevano portare al risultato ultimo : una poesia insieme culturale e ingenua . Una poesia , in ogni modo , che par fatta apposta per permettere alla critica di tirar fuori i ferri del mestiere . Quando di un artista si sa tutto o quasi tutto : vita , opere , amicizie , ambiente ; quando insomma è relativamente facile fare un salto indietro e ripercorrere le tracce di una vita che ha lasciato reliquie numerose e ancora recenti ; allora è fatica abbastanza agevole quella che ci propongono i critici storicisti , di rifarci mentalmente contemporanei di un uomo che non esiste più ; e di ripensare un ' opera alla stregua delle premesse che l ' hanno resa non solo possibile ma necessaria e irripetibile . L ' impresa che ho rudimentalmente descritto ( e che consiste nello « storicizzare » un ' opera e un autore ) diventa quanto mai ardua nei casi in cui opere e uomini si allontanino nel tempo e nello spazio . Dalla storia si passa , qui , nella metastoria . Si lavora su qualcosa che è esistito ma che , strada facendo , si è arricchito d ' incrostazioni d ' ogni genere ; rimuovendo le quali ( fosse possibile ) l ' oggetto in esame diverrebbe non già più chiaro ma presumibilmente oscurissimo . Non allontaniamoci troppo : Medio Evo e Rinascimento ( pochi secoli , un batter d ' occhio nella vita dell ' umanità ) sono già termini in discussione , origini di dibattiti e di ipotesi inconciliabili ; e se dietro a queste etichette passiamo alle opere ( opere controverse , inattribuite o inattribuibili , opere scomparse o falsificate , opere gergali di cui abbiamo perduto la chiave , manufatti di cui non sapremo mai se si tratti di arte o di industria , ecc . ) ci convinceremo di quanto sia breve il raggio d ' illuminazione che è consentito all ' indagine storica . L ' Ottocento è il paradiso di tale indagine : tempo di crescenza , diverso di decennio in decennio , tempo vicino a noi , pienamente comprensibile e ricostruibile . Ma se questa crescenza un giorno finisse ? Se la velocità della vita moderna ingenerasse secoli e secoli di apparente stasi ? Suppongo che una macchina lanciatissima dia quasi il senso di esser ferma ; ed è possibile immaginare un ' umanità futura in cui il progresso , sceso per li rami a particolari minutissimi , sembri in qualche modo immobile , non più in divenire . È possibile pensare un tempo in cui non solo da un decennio all ' altro ma da un secolo all ' altro non avvengano più mutazioni apparenti , e in cui il figlio sembri eguale al padre e al nonno . Anche in un simile caso si avrà la trasformazione della storia in metastoria : e la professione di critico ( storico ) di arte o di letteratura non sarà delle più invidiabili . L ' uomo che nasce oggi non può più permettersi il lusso - o la perdita di tempo - che fu concesso a un Carducci . A vent ' anni non sa nulla ma in certo modo sa tutto , ha vissuto esperienze che farebbero strabiliare i nostri antenati . Ma le ha vissute svuotandole , rendendole inutili . Rendersene conto , strabiliarne vorrebbe dire essere per metà antichi e per metà moderni , e il risultato non potrebbe essere che la pazzia . È probabile che lo stato di collasso nervoso in cui vivono giovani e vecchi del nostro inoltrato Novecento sia il prodotto di un inadattamento , di uno scompenso . L ' uomo nuovo nasce , per eredità , ancora troppo vecchio per poter sopportare il nuovo mondo ; le attuali condizioni di vita non hanno ancora fatto tabula rasa del passato , si corre troppo ma si sta ancora troppo fermi . L ' uomo nuovo è , in altre parole , tuttora in fase sperimentale . O decide di tornare indietro ( cosa forse impossibile ) o deve correre di più , per avere il beneficio di un ' apparente stasi : quella dell ' ultravelocità . Correre di più vuol dire alleggerire il bagaglio della propria cultura , gettar via la zavorra dei propri legami col mondo antico . Vuol dire diventare un essere di cui non abbiamo la più vaga nozione . Qui mi fermo perché sento di essere in errore . Mi basta guardare oltre i cancelli della pineta da cui scrivo per convincermi che già esistono numerosi campioni di un ' umanità divisa fra lavoro e loisirs , fra lavoro più o meno meccanicizzato e ozi più o meno pianificati , non forse ingrati ma infecondi . Oggi come ieri l ' uomo lavora e si diverte ; ma il lavoro è quello che compie la parte di un ingranaggio e gli ozi sono laboriosi , faticosi e talvolta abbrutenti . Sono in ozio gli uomini e le donne che vedo sbarcare da macchine di lusso dinanzi alla « Grande Chaumière » che monopolizza i divertimenti di qui ? Donne dalle pettinature faraoniche e dai calzoncini attillati , a tubo , fino a metà del polpaccio ; uomini che hanno brache cascanti e maglie arrotolate e annodate sul ventre si avviano a finire nel can - can una giornata di canasta e di bridge . Non sono pochi , sono milioni in tutto il mondo , sono in qualche modo la parte più progredita dell ' umanità . Certo il progresso ad essi deve moltissimo . Non è gente in ozio questa : è gente veloce , in fuga dal tempo , dalle responsabilità e dalla storia . È gente che smesso il lavoro non può restare in compagnia di se stessa ed ha bisogno - in qualsiasi modo - di « far qualcosa » per riempire il vuoto dal quale deve difendersi . Non sono villeggianti , in una villa morirebbero di noia , in uno di questi orti non saprebbero accorgersi del lavoro che i ragni , i beccafichi e le cetonie compiono sulla più zuccherina frutta del mondo , sulla pesca noce , sull ' uva erbarola e sui grappoli dell ' aleatico . Sono estivants , gente che cerca la città e « fa città » dovunque arriva . Ed ora sono giunti in Versilia che fino a pochi anni fa ne era immune . Li accoglie qui un collare di perle , la delicata illuminazione notturna che dal Cinquale a Fiumetto distingue questa spiaggia dalle altre ; ed è tutto , perché all ' alba essi non sentono certo il ronzio dei maggiolini sulle zinnie , lo schiocco dei superstiti merli delle pinete . Le loro camere si aprono sull ' asfalto e quando scendono sulla spiaggia ( quasi asfaltata ) coi loro costumi a due pezzi , mezzogiorno è suonato e sulle loro teste non passa che un aeroplano che sparge manifestini e piccoli paracadute réclame . Il giorno che tutti avranno lavoro e loisirs a sufficienza e siano scomparsi quegli improduttivi otia che permettevano la maturazione della grande poesia non è detto che anche l ' arte venga meno sulla faccia della terra . Una totale trasformazione dell ' uomo in macchina non è immaginabile . Ma si accentuerà nell ' arte futura quel carattere preistorico che già colpisce nelle odierne manifestazioni . Avremo « pezzi » d ' arte pura , e perciò assolutamente inspiegabile ; pezzi da mettersi accanto ai migliori dell ' arte sumera , egiziana , maya , ecc . ; e che nessuno vorrà affaticarsi a porre in rapporto con una figura , con una personalità d ' autore ; pezzi o , se si vuole , opere che non sarà possibile inserire in una storia individuale . Ridotta a bocconi anche la poesia figurerà nel museo immaginario di domani . E forse allora nessuno ricorderà che un grande filosofo umanista - il nostro Croce - non ammise che possa darsi storia della poesia . O solo qualche erudito ne saprà qualcosa e vedrà in questa teoria uno dei più singolari aspetti della lotta del nostro tempo contro il Tempo .
StampaQuotidiana ,
Gli ultimi , come i precedenti , provvedimenti finanziari hanno avuto in generale una buona stampa e soltanto qua e là si sono elevate alcune voci contro l ' errore che avrebbe commesso il governo , tassando con eccessiva mitezza gli extraprofitti degli industriali e con grande durezza il sale del povero . A questo punto conviene che si metta ben chiaro il problema . Premetto che faccio astrazione dalle imposte che si dovrebbero mettere per motivi « morali » , per ossequio alle « nuove » idee « sociali » e via dicendo . Tutte queste , finanziariamente , sono pure « parole » gettate al vento . Da esse non si cava fuori una lira e neppure un soldo . Il problema finanziario che si deve risolvere dai paesi belligeranti è il seguente : come ottenere nuove entrate per somme variabili , nell ' ipotesi che la guerra finisca entro il 1916 , da forse 700 milioni di lire ( ed è probabilmente il caso dell ' Italia , compresi i maggiori tributi già stabiliti , il cui reddito complessivamente si può valutare in 260 milioni ) a 34 miliardi di lire all ' anno , come è il caso dei maggiori tra i paesi in lotta ? E , badisi , devono essere centinaia di milioni e miliardi di lire effettive , non di « parole » . Non deve trattarsi di imposte del genere di quelle « morali » , « democratiche » , « sociali » , che il signor Lloyd George fece approvare col famoso bilancio del 1909 , che fu l ' origine della rovina della Camera dei lordi , ed il cui unico costrutto sino al 31 marzo 1914 fu di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più di 15 milioni di lire . No ; da questo genere di imposte nessun aiuto sostanziale può venire ai tesori affamati . Né si può sperare somme sostanzialmente apprezzabili dalle imposte sui profitti di guerra che a gara vanno sorgendo in Inghilterra , Francia , Italia , Germania . Ho già spiegato come il frutto più sostanziale che si può sperare da questa imposta in Italia non sia un suo provento reale vero e proprio , ma la possibilità di benefici duraturi derivanti da alcune apparentemente piccole riforme , che accortamente l ' on . Daneo colse l ' occasione presente di introdurre nell ' organismo della ordinaria imposta di ricchezza mobile . L ' imposta sui profitti di guerra la possiamo concepire costrutta in tre sole maniere : I ) Quella proposta dal comm . Bocca , presidente della Camera di commercio di Torino , di una percentuale ad esempio del 5% , sull ' ammontare lordo delle forniture fatte allo stato . Ignoro se il metodo possa andar bene per l ' industria del cuoio , di cui il Bocca è cospicuo rappresentante . Ma è cosa certissima che il metodo da lui proposto è : sperequato perché vi sono forniture su cui si guadagna il 10 , il 15 od il 20% e su cui l ' imposta del 5% potrebbe essere pagata , e vi sono forniture in cui il margine di guadagno è inferiore al 5% , e può ridursi pur con molto lucro del fornitore al 0,50% . Come pagare in tal caso un balzello del 5% ? Ed è metodo altresì di impossibile applicazione ai guadagni non derivanti da forniture fatte allo stato ; e quindi è metodo che imbroglierebbe stranamente i conti , perché imporrebbe , per ogni azienda , la tenuta di due contabilità , una per le forniture e l ' altra per gli altri guadagni . Cosa impossibile e che metterebbe la finanza di fronte a problemi inesplicabili ed insormontabili . Finalmente , fa d ' uopo notare che una imposta di questo genere esisteva già , sotto il nome di diritto di registro dell'1,35% sul valore dei contratti conchiusi dallo stato . Fu abolita , in seguito alle lagnanze dei fornitori , con la legge ° aprile 1915; ma è stata ripristinata con l ' allegato 5° agli ultimissimi provvedimenti finanziari . Questa tassa era e rimane dell'I,35% del valore della fornitura . Che non è piccola cosa e va in aggiunta all ' imposta sugli extraprofitti di guerra . Mi sia lecito però osservare che il solo effetto suo era prima di indurre gli industriali ad aumentare , arrotondando la cifra , del 2% i preventivi delle forniture . Auguriamoci , pur con molto scetticismo , come farebbero a pagare quelli che guadagnano meno dell'1,35% ? che ciò non abbia più ad accadere in avvenire , e che non si tratti di una pura partita di giro . 2 ) Quella proposta da taluni i quali vorrebbero che l ' imposta assorbisse il 100% dei profitti di guerra , in guisa che , dopo la guerra , nessun italiano dovesse essere più ricco di prima . Io non giudico il concetto dal punto di vista politico - sociale . Ed ammetto volentieri che questa imposta del 100% sarebbe efficace e reale . I contribuenti , salvo la frode , non avrebbero alcun mezzo per sfuggirvi . Ma a che prezzo ? Finché gli uomini sono fatti nel modo che tutti conosciamo , e che non è in potere di alcuno di mutare , un ' imposta siffatta avrebbe un unico effetto : di togliere ogni stimolo agli industriali di produrre un paio di scarpe , un metro di stoffa , un pacco di munizioni di più di quello che producevano prima della guerra . Ottenuto il guadagno di prima , nessuno avrebbe interesse ad andare più in là . Nessuna imposta sarebbe , più di questa , utile al nemico . Chi avanzò una tesi simile certamente non pose mente a questa logica conseguenza della sua proposta . Ma sarebbe conseguenza certa , ineluttabile . 3 ) Quella attuata dal ministro Daneo ; forse con qualche maggiore gravezza di aliquote . Di essa questo si può dire di probabilmente sicuro : che quanto più cresce la gravezza delle aliquote , tanto minore è il provento netto ottenuto dal tesoro . Una imposta tenue può darsi cada solo sulla porzione dei profitti aventi carattere di monopolio e quindi può darsi rimanga sui colpiti e da essi non possa essere trasferita sul cliente , che nel caso nostro è il ministero della guerra . Quanto più invece cresce l ' aliquota , tanto più è probabile che essa cada anche sulla quota normale dei profitti ( di guerra bensì , ma normali , dato l ' aumentato saggio di interesse e di rischio ) e che li colpisca in modo speciale di fronte agli altri profitti . Qui non è il luogo di ripetere i lunghi discorsi che in proposito si possono leggere nei libri degli economisti ; basti dire che i due caratteri , della gravezza su profitti non di monopolio , e delle specialità sono , tra tutti , i caratteri che maggiormente facilitano la traslazione dell ' imposta sul cliente , ossia sullo stato . Se il ministro Daneo non voleva creare una imposta - comparsa , se voleva evitare di istituire una partita di giro , doveva necessariamente tenersi moderato nelle aliquote . Le quali del resto , giungendo al 41,50% paiono alte ; ed in quanto sono alte poco renderanno sul serio al fisco . Il reddito vero , netto , sostanziale si avrà sovratutto dalla revisione straordinaria dell ' imposta di ricchezza mobile e dall ' applicazione dell ' aliquota ordinaria dell'11,50% . Affermano ancora i critici che il governo ha fatto male ad aumentare di 10 centesimi al chilogrammo il prezzo del sale . Ciò è anti - democratico . Io non so che cosa significhi questa parola in materia di imposte ; ma posso andare d ' accordo con i critici nel ritenere che trattasi di imposta condannabile , perché grava in modo sperequato sui contribuenti , a parità di reddito . Dopo aver fatto questa dichiarazione , debbo subito aggiungere che la colpa dell ' aumento del prezzo del sale non è del governo ; ma di quei numerosissimi quasi tutti industriali , commercianti , proprietari agricoli , fittavoli che trascurano di denunciare nome e cognome e salario di quei loro dipendenti impiegati , operai , lavoratori in genere che guadagnano almeno lire 3,50 al giorno ; è di quei lavoratori che , avendone essi direttamente in altri casi per legge l ' obbligo , non fanno la dichiarazione dovuta . È di quei contribuenti in genere che , trovandosi più in su della scala sociale , imitano col silenzio o col parziale occultamento l ' esempio di coloro che si trovano più in giù . Non giova declamare contro i ricchi ed invocare il 30 , 11 40 , il 50% e più contro i loro redditi . Nessuno stato è mai vissuto contro le sole imposte sui ricchi . È utile che i ricchi paghino di persona e di denaro : e paghino più degli altri . Ma non bisogna farsi illusioni . Le imposte sui ricchi possono rendere , anche se seriamente e correttamente accertate e pagate , le unità e le decine di milioni . Ora occorrono invece le centinaia di milioni . E , come dice il signor T . Gibson Bowles , forse il migliore conoscitore e critico del bilancio inglese , nell ' ultimo numero della « Candid Quarterly Review » : « Ogni cancelliere dello scacchiere , il quale abbia saputo qualche cosa del suo mestiere , seppe bene che , se egli doveva riempire la rete della sua imposta sul reddito , doveva fare la maglia abbastanza piccola da poter pescare i molto piccoli , al pari dei pochi grossi pesci » . Finché in Italia i pesci grossi cercheranno , quando vi riescono , di sottrarre agli accertamenti parte dei loro redditi ; fino a quando i pesci medi imiteranno , con discreto successo , il loro esempio ; e fino a quando i pesci piccoli rimarranno quasi completamente fuori delle maglie della rete dell ' imposta di ricchezza mobile ; fino a che tutto ciò non sarà cambiato , il ministro del tesoro , che ha bisogno di denari contanti e non di parole , dovrà raccomandarsi al ministro delle finanze affinché questi applichi o cresca imposte produttive . Abbiamo avuto ora l ' imposta sul sale : ma , se i contribuenti non si emendano necessariamente vedremo imposte anche peggiori . La salute sta in noi , non nei governi . Se i contribuenti chiedessero : 1 ) l ' obbligatorietà della dichiarazione giurata di tutto il complesso e delle singole partite del proprio reddito : con penalità di multe e reclusione comminate ed eseguite a carico degli spergiuri ; e con la maggiore pena del disprezzo dell ' opinione pubblica verso i frodatori ; 2 ) l ' obbligatorietà per tutti i contribuenti non analfabeti della tenuta dei libri di entrata ed uscita ; ed inoltre dei libri - giornale per tutti i commercianti , industriali e professionisti ; con severe penalità per i contravventori , e con opportune garanzie di segreto per coloro a cui recasse danno far conoscere al pubblico i fatti ed i redditi propri ; 3 ) la abolizione delle attuali commissioni delle imposte dirette , presiedute e composte di delegati dei prefetti , dei consigli provinciali e comunali , ossia composte di persone soggette ad ogni influenza politica e controllate da poverelli agenti delle imposte , mobili quali frasche al vento , trasferibili da luogo a luogo , promovibili senza regole fisse ; 4 ) la sostituzione ad esse di nuove commissioni , di cui la figura centrale e dominante fosse il presidente , funzionario finanziario , arrivato al più alto grado della sua carriera , nominato per un periodo fisso di tempo , inamovibile ed impromovibile , salvoché per cooptazione in una suprema magistratura finanziaria centrale ; ed incaricato , con alto stipendio , della unica e stabile mansione di controllare gli accertamenti e decidere sulle controversie relative . Se i contribuenti comprendessero tutto questo ed altro , che per brevità per ora tralascio , non farebbe d ' uopo , per pigliare nella rete i piccoli , alzare il prezzo del sale e per colpire gli agiati ed i ricchi , istituire i centesimi di guerra e le imposte sugli extraprofitti ? Basterebbero le tre « vecchie » come in Francia chiamano le imposte affini alle tre nostre sui terreni , sui fabbricati e sulla ricchezza mobile a procurare all ' erario somme cospicue e crescenti . E si potrebbero istituire quelle due imposte , complementari alle già esistenti imposte sul reddito , la progressiva sul reddito globale e la patrimoniale , che oggi , allo stato attuale degli accertamenti , sarebbero ben poco interessanti dal punto di vista finanziario ; ma domani potrebbero diventare il perno di una feconda trasformazione dei nostri ordini tributari .
Una vera orgia di modernismo ( Montale Eugenio , 1960 )
StampaQuotidiana ,
Venezia , 12 settembre - Si è inaugurato ieri sera nella sala dello Scrutinio nel Palazzo Ducale il XXIII Festival internazionale di musica contemporanea . I concerti in programma saranno quindici , le orchestre quattro : due italiane ( della Fenice e della Rni di Torino ) e due straniere ( i complessi della Radiodiffusione - Televisione francese e della Kölner Rundfunk ) . Direttori d ' orchestra Maazel , Sanzogno , Ehrling , Craft , Stravinskij , Cattini , Cluytens , Dutilleux , Maderna , Rossi , Albert . Sedici saranno le novità assolute e tredici le prime esecuzioni per l ' Italia . Musiche sinfoniche e musiche da camera si alterneranno ; non mancherà uno spettacolo di danza e sarà presente la musica elettronica . A parte la serata dedicata a Schumann e un concerto con classici francesi dell ' Ottocento , si avrà quindi una vera orgia di modernismo musicale . Come il lettore noterà manca quest ' anno uno di quegli spettacoli operistici che soli richiamavano il pubblico ( La carriera del libertino di Stravinskij nacque qui alla Fenice ) e che quasi da soli esaurivano le magre risorse finanziarie del festival . È forse inutile rammaricarsene . Quanto alla lamentata ( da parte dei vecchi musicisti ) tendenziosità del programma , quasi esclusivamente ultramoderno , si può osservare che non è colpa di Mario Labroca , direttore del festival , se oggi la musica di forme e spiriti tradizionali attraversa una crisi di stanchezza . Non è colpa di nessuno se ai giorni nostri il vento soffia in una sola direzione . E il discorso probabilmente può valere anche per la Biennale veneziana , patrona del festival . Resta inteso che qui a Venezia le manifestazioni musicali successive alla Mostra del cinema avvengono un poco in una scatola chiusa e spesso interessano soltanto gli autori e i loro amici . In larga misura si ascolteranno musiche sperimentali che non pretendono di avere successo , e che anzi sarebbero desiderose di ottenere un effetto di choc e di fare scandalo . Il guaio è che scandali non ne avvengono più ; l ' orecchio degli ascoltatori si è abituato a ogni genere di dissonanze e le ricerche del « totale cromatico » sono ben lungi dal dare il talento a chi ne è scarsamente provvisto . Nulla di troppo moderno , in ogni modo , nel concerto di ieri sera dedicato alla commemorazione di Gustav Mahler , un compositore che ebbe larghi successi come direttore d ' orchestra , ma non altrettanto come autore di musiche proprie . La reputazione del Mahler - morto nel 1911 appena cinquantenne - è piuttosto postuma . I suoi estimatori citano per lui Nietzsche e Kierkegaard e lo vedono come un uomo di rottura che , esasperando il sistema tonale e mostrandone i limiti , introduce direttamente all ' espressionismo dei viennesi . Ma in verità l ' espressionismo non nasce con Berg e Webern e quello di Mahler è ancora gonfio di romanticismo ottocentesco . Le musiche che abbiamo ascoltato ieri sera - non nuove per l ' Italia e anzi assai note anche attraverso registrazioni - ci danno una diversa misura del suo temperamento . La Prima sinfonia scritta tra il 1885 e il 1888 e ispirata al Titano di Jean - Paul Richter è largamente occupata da un ossessivo mimetismo naturalistico . Ascoltandola senza tener conto della traccia offerta dal libretto ne riconosciamo il carattere composito , indifferenziato , monotono malgrado la ricchezza timbrica e armonica . Il Mahler , tipico esponente del gusto liberty tedesco , ha sempre qualcosa da cincischiare , da aggiungere e da postillare , e potrebbe così continuare all ' in finito . Folclore , sentimentalismo , profetici slanci e una perpetua atmosfera di epifania che non illude nessuno ( perché noi sappiamo che non accadrà nulla di notevole ) sono anche gli elementi del Canto della Terra per contralto , tenore e orchestra ( 1908 ) eseguito nella seconda parte del programma . In fondo Mahler aveva molti doni , qui più presenti che mai ; è dubbio però che avesse « il dono » , quello che conta . Ma andate a dirlo ai suoi ammiratori ! Esecuzione buona da parte dell ' orchestra della Fenice diretta da Lorin Maazel . Il tenore era Richard Lewis , il contralto Kerstin Meyer . Applausi calorosi , pubblico abbastanza folto .