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Il clandestino ( Lerner Gad , 1986 )
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Chiedo scusa al lettore , ma per una volta devo cominciare parlando di me . Sono nato a Beirut ( da una famiglia ebraica ) e , benché risieda in Italia fin dalla più tenera infanzia , il nome straniero accompagnato sui documenti d ' identità all ' indicazione di quella città insanguinata procura immancabilmente - quando io li debba mostrare ad un qualche controllo - istintivi sospetti , soste prolungate , accurate ispezioni . Per una volta , dunque , ho utilizzato il mio nome e il mio scomodo luogo di nascita a un utile scopo : percorrere l ' Italia ( Razzista ? Spaventata ? Generosa ? Ospitale ? ) lungo l ' itinerario tipico di un immigrato clandestino , con la barba lunga ed un abbigliamento adatto . È una striscia di mare da niente , solo 138 chilometri , ma divide il Sud dal Nord del mondo , e attraversarla dalla Tunisia alla Sicilia è un po ' come passare il Rio Grande a El Paso , dal Messico al Texas . Fra qualche settimana Roma imporrà il visto - e allora bisognerà pagare caro i pescherecci disponibili al trasbordo clandestino - ma per ora lo sbarco a Trapani o a Palermo richiede in tutto poco meno di cinquantamila lire per il biglietto . Basta un ' occhiata veloce al registro dei ricercati e degli indesiderabili , poi il timbro d ' ingresso arriva puntuale sull ' ennesimo passaporto tunisino , algerino , marocchino . Molti marocchini da Trapani prenderanno il pullman per Palermo , sperando di trovare un letto al loro solito albergo Diana di via Roma e ritirando subito i primi accendini , orologi , tappeti dai grossisti di via Bandiera , quelli che in pegno ti chiedono il passaporto . Quasi tutti i tunisini , invece , cercheranno di rendere meno brusco il trapasso andando col treno a far sosta nella loro colonia di Mazara del Vallo . Li seguo . Penetro le viuzze dietro al porto dei pescherecci e incontro suor Margherita Fortuna , una fiorentina che si sforza di aiutare gli stranieri clandestini almeno quando sono vecchi o malati . « Sorella , non c ' è un centro di prima accoglienza , un dormitorio ? » « Non c ' è niente , bisogna arrangiarsi con l ' ospitalità degli altri cinquemila tunisini già entrati nelle case abbandonate o affittate dagli italiani . » « Neanche una pensione ? » « Una volta a chi arrivava qui senza parenti , consigliavo le camere di una signora , in fondo a via Giotto . Ma poi ci ho litigato , ammucchiava la gente come bestie su due piani abusivi senza vetri e senza porte , gli diceva di procurarsi da sé brandine e pagliericci e per giunta si lamentava che erano sporchi e le distruggevano la casa . » Vado in via Giotto la sera di lunedì 13 gennaio e trovo uno stabile piuttosto nuovo , anonimo , senza insegne , lontano dalle case fatiscenti e terremotate della vecchia casbah . Sotto il portone due ragazzi arabi mi confermano che lì si fa pensione e che la proprietaria è una vedova energica e robusta , la signora Roccafiorita . Con me non perde tempo : « Via , via , di questi tempi non ci si può fidare , qui siamo tutti parenti , prendo solo gente conosciuta » . Il giorno dopo , quando riuscirò a entrarci grazie ai buoni uffici di un vecchio residente , troveranno conferma le peggiori descrizioni della suora , e la vedova mostrerà con disappunto l ' ultimo piano diroccato che ora tiene vuoto , ma che vorrebbe affittare ad una famiglia tunisina con donne al seguito : « Gli uomini soli bevono , litigano , si picchiano e sfasciano tutto » . Intanto lo spilungone dall ' aria molto derelitta e dalla pelle molto scura che mi riaccompagna verso il molo giura che quella lì è un ' ottima pensione , quasi di lusso , roba da diecimila lire a notte , secondo lui . In quanti per stanza ? Cinque o sei , ma solo di nazionalità tunisina . È gentile , per consolarmi mi offre di andare a dormire nella sua stanza dietro al porto , ma - lo confesso - sono impedito dal suo indelebile , nauseabondo odore di stiva di peschereccio , là dove forse si sbudellano i pesci da surgelare . Se anche questo è razzismo , ne sarò subito punito : per sbaglio una donna mi rovescia addosso sul molo l ' acqua in cui stavano a bagno i suoi pesci morti . Ora la mia somiglianza con gli immigrati è ancora più completa . Martedì sera , 14 gennaio , il circolo dei biliardini è stranamente meno affollato del solito . « Molti ragazzi preferiscono non rischiare . Sanno che la nave per Tunisi parte il mercoledì , e dunque se la polizia ha l ' ordine di espellere un po ' di gente viene qui a fare la retata una sera prima » mi spiegano . Mohamed Bazine , il gestore , si fa chiamare Roberto e mi dà buoni consigli . Evitare l ' inutile passeggio lungo il molo perché tanto sui 400 pescherecci trovano lavoro solo i più robusti e sperimentati . Meglio provare a vendersi la mattina presto di fronte al tabaccaio di Porta Palermo oppure sulla piazza di Campobello per una giornata di lavoro in campagna , anche se non è la stagione migliore . A meno che uno abbia la forza di andare a tagliare e caricare « cantuni » , cioè massi di tufo , nelle « perriere » , le cave tra Marsala e Mazara ( « quelli sono come gli schiavi » mi aveva però avvertito suor Margherita , pensando agli stranieri che poi si fermano a dormire lì di fianco alle cave , nelle grotte o nei ruderi di muratura ) . « Schiavi ? Perché offenderli ? » si inquieta Roberto . « Nessuna vita è schifosa , se uno se la sceglie , e loro , soli , senza famiglia , scelgono di risparmiare . Dormono sulla paglia , è vero , col tetto aperto , ma hanno le coperte e quindi non soffrono il freddo . » L ' indomani un nuovo amico , Habib , mi accompagnerà a Santo Padre delle perriere , dove la terra è piena di buchi come una gruviera . I neri , sotto l ' occhio vigile dei loro padroncini , ne scavano le pareti con la sega elettrica fino a tagliare dei « cantuni » da costruzione perfettamente regolari . Poi bisogna sollevarli con delicatezza uno a uno ( pesano decine di chili ) , levigarli e caricarli a mano . Si lavora dieci ore al giorno , si possono guadagnare duecentomila lire alla settimana . Il massimo , per uno straniero . Intanto la nostra discussione ha attirato Ayed , un ragazzo dalla pelle chiara , detto Maradona per via della sua pettinatura . Suo cugino è in mare col peschereccio , se voglio per stanotte c ' è un letto libero , all ' ultimo portone di via Guido Cavalcanti . « Gheddafi ? Chiddu non mi piace , chiddu tiniri i fimmine divisi dalli masculi ... » Ayed - Maradona , aiuto - cuoco in un ristorante di Marsala , ha imparato a parlare il dialetto ma non l ' italiano . È un giovanotto fortunato , Ayed . Il suo padrone gli passa 600 mila lire al mese , d ' estate qualche volta lo porta con la Bmw in una discoteca di Trapani , poi lo fa dormire nella cucina del ristorante . In cambio , se arriva l ' ispezione della polizia , Ayed dichiara di essere solo un amico . Abita in una casa di recente costruzione , di quelle mai del tutto completate eppure già degradate . Nessun armadio , pochi indumenti di ricambio appesi al muro . La finestra con il vetro rotto , la lampadina nuda che pende dal soffitto , il vecchio frigorifero arrugginito . Spoglio più ancora di una cella carceraria , è un dormitorio occasionale al punto che Ayed non ha un giaciglio suo abituale , ma sceglie a caso fra le quattro brandine notte per notte . Notti animate da arrivi improvvisi , chiacchiere e risate fino alle ore piccole quando i primi cominciano ad alzarsi per cercare « servizio » . E poi magari il rumore di un sasso lanciato sulla tapparella : allora si sbircia per controllare chi cerca un letto nel cuore della notte e se è una persona sgradita si fa finta che non ci sia nessuno . L ' odore di fogna che viene dalle tubature del cesso impregna tutta la casa . Meglio coricarsi , vestiti e con le coperte fin sulla testa a proteggersi dal freddo . Domattina sveglia alle cinque e mezza per cercare « servizio » . Mercoledì 15 gennaio , prima dell ' alba . Ci si vende sulla piazza di Campobello , la frazione agricola di Mazara , sotto il cartello dell ' Agip , di fianco alla locandina dell ' ennesimo cinema porno oppure di fronte , dove c ' è l ' ingresso della Cassa Rurale . Saremo una ventina , dritti , immobili e silenziosi come prostitute . Sto con alcuni ragazzi che ho visto la sera prima al circolo , hanno tutti l ' alito inacidito dal vino bevuto di prima mattina . Io preferisco il cappuccino , ma quando la padrona del bar Mericaff si accorge che sono un italiano subito si sfoga : « Io ho paura , non se ne può più , se Iddio facesse la grazia di lasciarcene solo qualcuno di quelli bravi , selezionati e si portasse via tutti gli altri ! Questi si ubriacano tutto il tempo , hanno violentato una ragazza » . « Davvero ? Qui a Campobello ? » « No , a Castelvetrano , ma può sempre succedere . Non sono razzista , anch ' io sono emigrata in Svizzera e però lì erano duri , chi sgarrava veniva sbattuto via . » Torno sul marciapiede . Una 131 che ne prende su tre caricherebbe anche me . « Quanto ? » « Ventimila come tutti gli altri , è un lavoro leggero , c ' è solo da potare la vite . » « No , è poco , non mi va » . E gli altri si voltano stupiti di questa rivolta , mentre l ' autista neanche mi risponde e dà un ' accelerata col suo carico umano infreddolito . A chi non ci sta , resta una sola alternativa : salire su un treno ed emigrare ancora più a nord . Ci vogliono più di venti ore di viaggio per arrivare a Roma , capitale dell ' immigrazione clandestina ( con i suoi presunti centomila irregolari ) , città che la strage di Fiumicino ha reso ostile nei confronti di chi ha la pelle nera od olivastra e che comunque non è più da tempo in grado di dare lavoro . Chi , come me , la considera solo una tappa del viaggio verso nord , non può che mantenersi a ridosso di quell ' epicentro della disperazione che è la stazione Termini . Saremo in un centinaio a dover passare la notte , fortunatamente tiepida , alla stazione . Quasi tutti arabi e neri , ricomparsi alla spicciolata nell ' atrio della biglietteria dopo che si è allontanata la speciale roulotte di sorveglianza piazzata lì di fronte dalla polizia . Ma alle ventitré i barboni italiani , sicuri di non venir più disturbati , ed esperti conoscitori di ogni anfratto , hanno già occupato i posti migliori . In via Giolitti , quella dell ' air terminal , hanno trovato degli ottimi cartoni semi - nuovi con su scritto « Fragile » . A vederli si direbbe che lì dentro non c ' è nessuno , non fosse che per un piede che spunta . Sull ' altro lato , invece , in via Marsala , gli ambitissimi balconcini con le grate di aerazione che soffiavano aria calda sono stati da tempo carognescamente bloccati con obliqui coperchi di lamiera , per cui nemmeno un equilibrista ci si potrebbe distendere più . Restano dunque i pur sempre comodi sedili di plastica dell ' atrio , che oltretutto sono al chiuso , su cui accartocciarsi , magari tirandosi sulla testa un maglione a collo alto fino a nasconderla completamente . Di fronte ho una vecchia eritrea senza calze , con i capelli candidi , licenziata l ' anno scorso da colf . Di fianco un ragazzo tunisino che domani vuole continuare il viaggio , non sa neppure bene lui per dove , e quindi trova stupido spendere i soldi per una pensione . Siamo tutti disturbati da un algerino alto e robusto che non smette un attimo di offrirci sigarette , passeggia con la bottiglia in mano , grida in un miscuglio di francese , arabo e italiano , sputa dappertutto . Sarà la nostra colonna sonora molto a lungo . Ma intanto , all ' una meno dieci , i primi appisolamenti sono bruscamente interrotti da un ferroviere che si mette a gridare « Fuori ! » , « Closed » . Così , all ' aperto , ricomincia un brulichio umano disperato . Si tratta di resistere tre ore : alle quattro la stazione riapre . Ma sono le ore della disperazione , è qui che - in caso di freddo e pioggia - si organizzano le comitive per cercare rifugio in qualche vagone . Passeggio per piazza dei Cinquecento , incontro i primi omosessuali che vengono fin sotto la vetrata di Termini , là dove c ' è il posteggio dei taxi , a rimorchiare con sguardi disperati i ragazzi arabi desiderosi di un letto purchessia . Davanti al tabaccaio di turno , urto per sbaglio un tipo grande e grosso : « Sta ' attento , mao mao ! » impreca . Quando un poliziotto sardo delle tante pattuglie che ronzano per la piazza mi ferma e m ' identifica , ricevo la seguente spiegazione : « È ovvio che nella sorveglianza se si deve chiudere un occhio è per il vecchietto italiano che dorme , poverino . Per gli stranieri invece è diverso , con tutti i casini che stanno facendo di questi tempi » . Alle tre siamo quasi tutti accucciati sotto la tettoia , anzi , chissà come , stiamo aumentando di numero . Le grida gutturali dell ' ubriaco non si spengono mai . Lui , un posto per dormire le prossime sere l ' ha trovato poco più tardi , quando , chissà perché , s ' è avventato su uno qualunque dei tanti mucchi di cartone e ha preso a calci in testa un barbone italiano . Le pantere della polizia se lo sono portato via , insieme a un distributore di giornali che farà da testimone e al barbone tutto insanguinato . Ora c ' è più silenzio . L ' ufficio stranieri della questura di Milano per fortuna non richiede le famigerate file dalle cinque del mattino necessarie a Roma . Ma pure in questi giorni vi si coglie il nervosismo tipico dei reparti sotto pressione . Sento protestare nella stanza accanto : « Ma chi è che ci dà certe segnalazioni ? Siamo andati in quattro pantere a piazza Aspromonte per trovarci solo uno jugoslavo e un altro straniero segnato sul registro . Questo è spreco ! » . C ' è chi dice che dopo la strage di Fiumicino le espulsioni di stranieri irregolari sono già state duemila in tutta Italia , di certo solo a Milano si firmano cinquemila fogli di via all ' anno ( ma sono quasi tutti solo dei pezzi di carta : se non viene proprio espulso - a spese dello Stato - lo straniero mica se ne va ) . Si avverte la polemica con la Curia che protegge i clandestini : « Dandogli da dormire anche se sono fuorilegge credono di aiutarli , e invece aiutano chi li sfrutta » . C ' è un fondo di verità anche in questi discorsi poco pietosi : se per strada forse non ho incontrato il razzismo classico dei tedeschi e dei francesi , non ci sarà invece una certa predisposizione allo schiavismo , a far soldi con disinvoltura sulla disperazione altrui ? Me lo chiedo dopo essere sceso con molti altri marocchini dal tram 33 davanti alla SOCOR di via Morgagni , nei pressi della casbah di Porta Venezia . I gestori napoletani buttano a piene mani sul banco orologi , pinze per batterie , calcolatorini , portachiavi sonori , qualche sveglia ... I marocchini scelgono con una cura che appare patetica , visto che poi tanto riusciranno a vendere quasi solo accendini . Dopo che hanno chiuso l ' albergo Nazionale - quello la cui proprietaria sequestrava i passaporti dei debitori - a Sesto San Giovanni mi hanno consigliato l ' alloggio Il Ponte , vicolo Baldanza . Ma il proprietario è secco : « Niente stranieri , non ne prendo più . Mi dispiace , ci saranno anche dei bravi ragazzi , ma litigano e poi danno rogne » . Dice solo una mezza verità , perché lui gli stranieri li ha cacciati , sì , quasi tutti , meno Franco , camera numero 3 . Franco si chiama Busheib Jakini , è un marocchino di Casablanca senza la gamba destra che cammina per Sesto con la sua stampella arrugginita , e che da anni ogni sera gli paga 14 mila lire di pensione . Eppure Franco è anche un fortunato , perché lui ormai ha il suo posto di vendita fisso alla stazione della metropolitana . Vende - anzi , oggi , venerdì 17 gennaio vendiamo insieme - pullover e pantaloni con su l ' etichetta di Armani o Coveri . Il prezzo è di 35 mila lire a capo , a meno che veda un poveretto come lui , e allora gli fa lo sconto . Quando ha tolto le 400 mila e più della pensione , di lire gliene restano appena per mangiare . Qualcuno compra per amicizia , per carità . Ma non adesso , che sono appena passate le feste . Si avvicina un giovanotto dalla giacca a vento azzurra : « Allora Gheddafi , madonna sei proprio identico a Gheddafi , non ti hanno ancora cacciato via ? » . « Tu parlare sempre fuori posto . Gheddafi ha i miliardi , io non ho i miliardi . » « Come no ? Chissà perché voi marocchini siete come gli ebrei , avete sempre le tasche piene di questi ! » e fa il segno dei quattrini con le dita , mettendogli l ' altra mano sulla spalla . Insiste : « Ehi , Busheib Jakini , dove hai messo le tue quattordici mogli ? Non sai che non puoi averne più di quattro , che se no ti tagliano il " zeb " ? E cos ' è , oggi ti sei portato l ' amico ? » . Ride , poi timbra il biglietto e se ne va . « Fa così tutti i giorni , due volte al giorno » mi confesserà con disagio Franco , che non ha altri nemici se non i vigili urbani : se ti sequestrano la merce per vendita senza licenza , con quali soldi ne comprerai dell ' altra ? Per questo lui , che è mutilato e non può scappare veloce , ha scelto í pantaloni al posto degli accendini . Si nascondono in valigia molto più in fretta . Al mercato di Sesto San Giovanni , il sabato mattina , funziona invece un buon servizio di vedetta . Appena un vigile compare in lontananza , la merce si nasconde dietro un ' auto in sosta . Ad ogni potenziale acquirente , poi , vibra un « pregoo » che suona come un ' implorazione . Così , gli accendini e i ricambi di gas vanno discretamente . E stasera si andrà tutti in mezzo alla folla di corso Buenos Aires : « Dove c ' è ressa comprano più facilmente » . Già , se non altro per eliminare il disagio di un marocchino sempre intorno . Questo disagio dei passanti , pietoso o disgustato , derivato dal contatto con una realtà sempre più invadente oltreché limitrofa , mi appare come una possibile premessa di quel nuovo , moderno antisemitismo , che del semitismo avversa anche il ceppo arabo oltre che quello ebraico , prendendo le distanze da un mondo considerato inferiore , sporco , inquinante . « Sì , qualche volta sono stato anche da fratel Ettore , però è meglio dormire all ' aperto . Lì si dorme e si mangia gratis ma c ' è della brutta gente , con la testa mica a posto » mi aveva avvertito Franco . Ma la sera di sabato 18 gennaio vado lo stesso in via Sammartini , proprio sul fondo , nel ventre oscuro e riparato della Stazione Centrale , fra sotterranei e binari morti , là dove fratel Ettore , a differenza di quanto accade nel dormitorio comunale di viale Ortles , non chiede agli stranieri se hanno il permesso di soggiorno . C ' è una specie di rete di pollaio che divide i barboni buoni da quelli cattivi , ubriachi , urlanti . Se hai l ' aria calma , gli ( eroici ) volontari cattolici aprono con cautela un lucchetto e ti fanno passare . Gli altri , i « pericolosi » che assediano la rete , ti lanciano sguardi d ' odio e alimentano il grande falò che , notte dopo notte , ha rinsecchito il salice piangente sotto cui s ' accovacciano . Vado dentro . Sembra una caverna , questo grande archivolto , ex rifugio antiaereo , tappezzato con vari spezzoni di linoleum e di ondulex , con sulla destra il deposito della biancheria sporca , sulla sinistra i cessi , in mezzo i tavoli e tutto intorno dei divani rimediati chissà dove con i vecchi che ci dormono già . Questa è la casa dei malati di mente , dei vecchi dalle barbe di lunghezza inverosimile , ma soprattutto degli stranieri annichiliti dall ' incapacità di vivere . C ' è l ' egiziano con un incredibile orecchino che cerca di fregarmi dalla tasca il berretto di lana . Altri si disputano una sciarpa per la notte . Un tunisino s ' è impietrito davanti alla sala dormitorio , con un sorriso ebete . Ilsuo amico insiste , aspetta che entri : « Ma cosa vuoi ? Che ti spogli io ? Vuoi dormire in piedi ? » . Ma quello non si sposta , non risponde . Già per due sere consecutive sono venuti i carabinieri a setacciare gli immigrati clandestini , e gli ospiti italiani del dormitorio ne sono soddisfatti : « Lo vedi quel fazzoletto nuovo per terra ? Lo ha chiesto uno di quelli , solo che non sa come si usa e lo ha subito buttato via . Cosa credi , che se vado a chiederne uno io me lo danno , il fazzoletto ? » . « Io facevo il cameriere , e se sono finito qui è perché quelli mi hanno rubato il lavoro . » « Si vede che gli italiani ci hanno scritto in fronte che sanno arrangiarsi , e invece gli arabi bisogna aiutarli . » « Alla Stazione Centrale da quando ci sono gli stranieri non si può più passare la notte in pace , ma finalmente la polizia ha cominciato a beccarli per bene ! » Saremo in ottanta , nel dormitorio tappezzato con le scritte in scotch rosso dei dieci comandamenti , quando si apre una porta a soffietto e appare un altare ingenuamente decorato . Non so se sia un sacerdote quello strano personaggio , piccolo , con gli occhi a mandorla , grembiule blu e zuccotto maghrebino , che recita in mezzo ai clandestini : « Al termine di questo giorno rendiamo grazie a Dio per quello che ci ha dato » .