StampaQuotidiana ,
Firenze
,
30
marzo
.
Di
notte
,
all
'
Osservatorio
,
d
'
Arcetri
,
sopra
Firenze
.
Chi
ha
mai
cantato
in
questo
secolo
ansioso
e
sapiente
le
lodi
dell
'
ignoranza
,
e
quanto
essa
giovi
alla
felicità
?
E
quanto
alla
poesia
,
cioè
alla
maraviglia
?
Non
dico
dell
'
ignoranza
che
ignora
anche
sé
stessa
;
ma
di
quella
che
dobbiamo
dentro
noi
curare
e
custodire
come
una
riserva
di
giovinezza
,
anzi
d
'
infanzia
,
per
sovvenire
l
'
età
matura
.
Amore
,
fede
,
coraggio
,
speranza
,
le
più
belle
qualità
dell
'
uomo
,
hanno
bisogno
d
'
un
tanto
d
'
ignoranza
come
l
'
oro
si
fa
più
resistente
al
conio
con
un
poco
di
lega
.
Sto
seduto
in
una
stanza
di
legno
rotonda
,
accanto
a
una
lampada
velata
;
e
poiché
niente
capisco
di
quello
che
mi
circonda
,
mi
conforto
con
questi
pensieri
.
A
un
passo
da
me
un
vecchino
canuto
muove
una
lucida
ruota
che
ha
il
mozzo
confitto
nella
parete
,
e
una
cupola
scorre
giro
giro
sopra
i
muri
della
stanza
con
tutte
le
sue
persiane
,
scalette
e
ballatoi
,
così
dolcemente
volubile
che
il
moto
dei
suoi
congegni
dà
appena
il
suono
d
'
un
sospiro
.
Un
giovane
astronomo
,
biondo
,
ilare
e
magro
,
il
professore
Giorgio
Abetti
,
curvo
sopra
una
tavola
,
guardando
un
libro
brulicante
di
cifre
e
con
la
matita
segnando
su
una
scheda
altri
numeri
,
dà
brevi
comandi
all
'
uomo
della
ruota
come
il
capitano
d
'
una
nave
al
suo
timoniere
.
Navigano
nel
firmamento
.
In
mezzo
alla
stanza
il
telescopio
ha
l
'
aria
sorniona
d
'
un
«
grosso
calibro
»
infrascato
sulla
sua
piazzola
.
Nella
penombra
lo
seguo
con
l
'
occhio
fino
alla
bocca
e
m
'
accorgo
che
la
cupola
,
quant
'
è
larga
,
è
tagliata
da
un
'
apertura
nera
palpitante
di
stelle
;
sembra
la
bocca
d
'
un
cetaceo
schiusa
ad
afferrare
tra
le
due
mandibole
quel
che
le
càpiti
nel
mar
delle
tenebre
.
Subito
parteggio
per
le
stelle
contro
il
mostro
:
pel
mistero
,
contro
la
scienza
accoccolata
qui
a
spiare
l
'
infinito
da
questa
fessura
.
Se
l
'
astronomo
adesso
m
'
annunciasse
:
Il
cielo
s
'
è
rannuvolato
,
stanotte
non
si
vede
niente
,
confesso
che
sorriderei
come
a
uno
dei
tanti
scherzi
che
il
cielo
fa
all
'
uomo
e
ai
suoi
saldi
propositi
.
Ma
,
fermata
la
cupola
,
Giorgio
Abetti
ha
ormai
con
una
manovella
puntato
il
suo
cannocchiale
,
ha
spento
un
'
altra
lampada
,
è
salito
su
per
una
ripida
scaletta
,
ha
messo
l
'
occhio
all
'
oculare
,
e
dall
'
alto
mi
chiama
.
Quando
gli
sono
vicino
e
m
'
appoggio
a
lui
,
scorgo
nella
sua
pupilla
un
punto
bianco
tanto
splendente
che
mi
pare
debba
forargliela
e
abbacinarlo
.
Guardi
Orione
,
mi
dice
,
e
mi
lascia
solo
su
quella
cima
.
Lancio
un
ultimo
sguardo
all
'
arco
di
firmamento
che
s
'
incurva
sulla
mia
testa
,
alle
tante
stelle
che
rabbrividiscono
in
quel
fosco
gorgo
,
e
metto
l
'
occhio
alla
lente
.
La
prima
impressione
è
che
il
cielo
sia
vuoto
.
Su
quel
fondo
di
velluto
nero
i
diamanti
delle
stelle
sono
più
grandi
,
è
vero
,
e
d
'
una
luce
più
pura
ed
immobile
,
ma
sono
più
radi
.
Ne
vedo
quattro
come
agli
angoli
d
'
un
trapezio
,
e
altri
tre
a
sinistra
.
Più
fisso
quel
vuoto
,
più
esso
mi
si
fa
lontano
profondo
e
pauroso
.
Il
suo
mistero
che
già
m
'
era
divino
,
m
'
appare
nullo
,
gelido
e
disperato
.
E
quel
tanto
d
'
umanità
con
cui
religioni
,
superstizioni
e
astrologie
hanno
da
decine
e
decine
di
secoli
cercato
di
legare
il
cielo
alla
terra
chiamando
a
nome
gli
astri
come
se
potessero
udirci
,
legando
il
destino
di
noi
lunatici
,
marziali
o
gioviali
ai
presunti
comandi
di
quelli
,
ecco
,
mi
si
disperde
in
un
infinito
indifferente
e
vacuo
,
in
una
notte
stupida
e
senza
fondo
,
così
che
penso
d
'
afferrarmi
a
queste
leve
e
manubri
per
non
precipitarvi
a
capofitto
dal
trampolino
della
mia
scaletta
.
Intanto
m
'
afferro
alle
immagini
e
ai
paragoni
.
E
poiché
fissando
così
la
costellazione
d
'
Orione
comincio
a
vederle
attorno
un
chiarore
confuso
,
una
nubecola
triangolare
che
ha
la
forma
d
'
un
'
Affrica
messa
lassù
per
traverso
,
mi
sembra
che
quelle
stelle
s
'
affatichino
a
districarsi
come
da
una
rete
per
venirmi
incontro
.
Giochi
.
Davanti
a
quei
grossi
lontani
irraggiungibili
diamanti
posati
a
caso
su
quel
fiocco
d
'
ovatta
,
il
vecchio
trucco
di
prestar
l
'
anima
nostra
a
tutto
quello
che
ci
circonda
,
perfino
a
stelle
e
a
pianeti
,
diventa
vano
e
puerile
come
lanciar
sassi
al
sole
.
Che
vede
?
Vedo
dietro
sette
stelle
una
nuvola
.
La
nebulosa
d
'
Orione
.
La
distinguerà
meglio
sulle
fotografie
.
Le
stelle
le
vede
chiare
?
Chiare
.
Sono
stelle
giovani
e
caldissime
.
Provo
ancóra
su
questi
due
umani
aggettivi
a
ricontemplarle
e
a
godermele
.
Niente
.
Discendo
.
Adesso
metterò
l
'
apparecchio
sulla
luna
.
La
cupola
ricomincia
a
girare
,
il
telescopio
continua
a
seguirne
la
fenditura
mediana
.
Io
metto
le
mie
speranze
nell
'
amica
luna
,
tanto
vicina
,
docile
e
nostra
.
Quando
l
'
apparecchio
è
al
punto
,
torno
lassù
.
Prima
la
guardo
con
un
cannocchiale
più
piccolo
:
è
al
primo
quarto
,
una
calottina
d
'
argento
mal
fuso
,
con
le
bave
ancóra
e
le
bolle
e
le
schiume
.
Metto
l
'
occhio
al
cannocchiale
più
potente
:
vedo
solo
un
gran
disco
di
gesso
illuminato
come
da
una
lampada
elettrica
troppo
forte
.
La
luce
radente
sottolinea
con
ombre
nette
i
cigli
dei
cento
crateri
,
e
un
ricordo
di
guerra
mi
vien
su
dal
cuore
:
da
un
osservatorio
d
'
inverno
,
sul
Pasubio
un
pianoro
nevoso
tutto
sforacchiato
dai
proiettili
nemici
.
Rivedo
le
pareti
di
larice
dell
'
osservatorio
,
la
tavola
rozza
,
i
binoccoli
,
il
telefono
,
i
bicchierini
di
Strega
,
il
fondello
che
fa
da
portacenere
,
il
cane
barbone
che
ha
imparato
ad
alzarsi
in
piedi
quando
arriva
il
colonnello
;
rivedo
i
compagni
che
mi
narrano
il
bombardamento
notturno
e
m
'
indicano
laggiù
gli
ultimi
reticolati
ridotti
dalla
neve
gelata
a
un
candido
muretto
uguale
uguale
che
ha
l
'
ombra
segnata
col
tiralinee
;
i
compagni
che
mi
descrivono
l
'
uscita
d
'
una
pattuglia
vestita
di
bianco
,
sotto
la
luce
della
luna
,
per
raccogliere
un
ferito
austriaco
e
lo
avevano
invece
trovato
morto
assiderato
,
dentro
una
mano
rattrappita
la
fotografia
d
'
una
donna
(
Ma
che
fotografia
!
Una
cartolina
illustrata
col
ritratto
di
una
canzonettista
scollata
fin
qui
....
)
e
l
'
avevano
sepolto
così
in
una
cassa
tant
'
alta
perché
non
avevano
più
potuto
distenderne
le
membra
rattratte
;
e
fanno
a
gara
,
i
compagni
,
a
magnificarmi
le
fattezze
di
lei
,
certo
viva
di
là
,
e
nessuno
pensa
più
alle
fattezze
di
lui
povero
morto
....
La
luna
e
la
guerra
.
Ora
che
le
sono
così
vicino
,
mi
riassale
come
un
odio
per
lei
che
riconduceva
a
data
fissa
sugli
accampamenti
,
sui
villaggi
,
sulle
città
,
aeroplani
,
dirigibili
,
bombe
,
urli
,
rovine
;
e
riodo
i
tre
urli
della
sirena
e
il
tiro
degli
antiaerei
e
quello
delle
mitragliatrici
e
il
rombo
dei
motori
e
lo
scroscio
delle
bombe
sulla
città
pallida
e
vuota
che
pareva
morta
,
che
faceva
il
possibile
per
assomigliare
a
lei
,
voglio
dire
a
questa
luna
maledetta
,
perché
lei
ne
avesse
pietà
.
Vede
bene
?
Benissimo
.
Quelle
tre
conche
si
chiamano
Teofilo
,
Cirillo
e
Caterina
.
Quella
distesa
è
il
Mare
Tranquillitatis
.
Quella
più
in
alto
....
giri
il
manubrio
a
destra
....
è
il
Mare
Serenitatis
.
E
poi
il
Mare
Nectaris
....
Lassù
,
quei
nomi
da
manifesto
per
stagione
balneare
;
e
noi
quaggiù
dovevamo
correre
,
acquattarci
,
sparare
,
dopo
secoli
e
secoli
che
l
'
umana
imbecillità
aveva
adorato
e
invocato
in
tutte
le
lingue
e
in
tutte
le
metriche
il
suo
tranquillo
astro
d
'
argento
.
Adesso
,
a
guardare
quei
crateri
spenti
e
sgonfiati
,
con
quel
cocuzzolo
o
con
quella
buca
nel
centro
,
m
'
immagino
che
siano
tante
mammelle
smunte
dai
mille
e
mille
poeti
dei
secoli
che
furono
.
E
sono
contento
di
vederla
così
,
senza
una
stilla
d
'
acqua
o
un
respiro
di
vapore
,
arida
,
calcinata
e
finita
.
Scusi
,
professore
;
a
memoria
d
'
astronomo
,
si
è
mai
notato
alcun
mutamento
in
questo
rudere
d
'
un
mondo
?
Mai
.
Da
Galileo
ad
oggi
,
sempre
la
stessa
.
Sono
soddisfatto
e
rallegrato
.
Giorgio
Abetti
è
paziente
con
me
.
Mi
mostra
Saturno
che
è
una
perlina
col
suo
anelluccio
di
smalto
bianco
molto
grazioso
,
poco
costoso
,
come
ve
n
'
è
cento
nelle
botteghe
di
Ponte
Vecchio
.
Mi
mostra
Giove
che
s
'
alza
adesso
,
circonfuso
ancóra
dal
fiato
d
'
uno
sbadiglio
,
tinto
di
bianco
rosso
e
verde
,
secondo
è
,
per
fortuna
,
la
moda
.
Andiamo
via
,
ché
è
quasi
mezzanotte
.
Dal
panico
del
vuoto
infinito
,
ecco
sono
ridisceso
a
ridere
,
che
è
la
povera
vecchia
difesa
donataci
dalla
Provvidenza
contro
i
pensieri
troppo
grandi
.
La
mia
guida
mi
conduce
a
vedere
le
sale
terrene
dell
'
Osservatorio
,
la
biblioteca
,
l
'
archivio
,
le
fotografie
.
Astronomo
figlio
d
'
astronomo
,
giovane
com
'
è
,
ha
viaggiato
mezza
terra
per
veder
le
sue
stelle
.
Dall
'
osservatorio
di
Mount
Wilson
in
California
,
da
quello
Yerkes
presso
Chicago
all
'
osservatorio
di
Greenwich
accanto
a
Londra
e
a
quello
di
Potsdam
accanto
a
Berlino
,
egli
ha
veduto
,
studiato
,
confrontato
tutto
;
e
quando
mi
nomina
questo
o
quell
'
astronomo
celebre
,
mi
sembra
che
pel
mondo
egli
sia
andato
cercando
tutti
gli
uomini
che
tengono
la
faccia
volta
all
'
insù
.
Ma
l
'
idea
è
sbagliata
perché
adesso
gli
astronomi
coi
loro
grandi
specchi
prendono
le
stelle
e
se
le
portano
tremanti
sul
loro
tavolino
,
senza
nemmeno
soffrir
l
'
incomodo
che
abbiamo
noi
di
torcere
il
collo
per
interrogarle
.
L
'
astronomo
insomma
della
vecchia
leggenda
che
per
guardar
le
stelle
cadeva
nel
pozzo
,
è
d
'
una
razza
perduta
da
molti
anni
.
Ora
all
'
Osservatorio
d
'
Arcetri
verrà
non
so
che
gran
lente
dalla
Germania
«
in
conto
riparazioni
»
;
e
la
Fondazione
William
Hale
nordamericana
aiuta
coi
suoi
dollari
l
'
Abetti
a
costruirsi
una
Torre
solare
per
sorvegliare
,
d
'
accordo
con
Mount
Wilson
,
il
sole
anche
di
qui
.
L
'
America
,
l
'
America
torna
ogni
minuto
nella
conversazione
,
qui
sulla
collina
di
Galileo
,
come
nelle
conferenze
politiche
di
Londra
,
Parigi
o
Losanna
.
Le
grandi
fotografie
del
cielo
,
venute
anch
'
essi
d
'
oltreoceano
,
mi
riafferrano
con
lo
stesso
fascino
dello
spettacolo
al
telescopio
.
A
guardare
quella
su
cui
la
nebulosa
d
'
Orione
appare
sconvolta
e
stracciata
da
gorghi
e
vortici
di
luce
e
d
'
ombra
sembra
d
'
udire
l
'
urlo
d
'
un
gran
vento
che
in
quelli
eccelsi
faccia
stormire
le
stelle
.
Da
un
lato
,
contro
il
nero
stellato
,
la
nebulosa
si
delinea
con
un
netto
profilo
da
cui
avanza
una
testa
di
mostro
simile
a
una
garguglia
sul
fianco
d
'
una
cattedrale
gotica
;
e
tutto
quel
profilo
è
segnalo
da
un
ciglio
candido
,
luce
d
'
altri
astri
,
d
'
altri
mondi
,
d
'
altri
soli
,
d
'
altri
iddii
,
che
l
'
uomo
non
vedrà
mai
se
non
nell
'
estasi
d
'
un
'
adorazione
.
E
molte
altre
fotografie
vedo
del
sole
,
con
folti
intrichi
di
riccioli
come
d
'
un
vello
leonino
,
tagliati
qua
e
là
dai
labbri
sinuosi
di
ferite
profonde
.
La
terra
in
proporzione
quant
'
è
grande
?
L
'
astronomo
ha
in
mano
una
matita
.
La
mette
perpendicolare
sulla
fotografia
così
da
segnare
un
punto
largo
quanto
la
punta
della
matita
:
Questa
sarebbe
la
terra
.
Basta
.
Sento
che
l
'
impensabile
torna
a
stordirmi
ed
esco
all
'
aperto
.
Ecco
Firenze
,
Firenze
segnata
anch
'
essa
soltanto
dai
suoi
lumi
,
ma
tutta
nostra
,
tutta
nota
,
tutta
bella
,
tutta
umana
.
Il
ciglio
alberato
del
colle
sta
davanti
alla
città
,
come
una
gran
ribalta
.
Lassù
a
destra
,
tra
due
cipressi
,
si
gonfia
la
collina
di
Settignano
,
con
la
piramide
dei
suoi
lumi
che
l
'
assomiglia
a
un
altare
coi
ceri
accesi
.
A
sinistra
laggiù
,
da
una
massa
bruna
alta
e
nuda
pendono
due
o
tre
lunghe
collane
d
'
oro
,
quasi
da
un
vascello
le
catene
che
lo
tengono
all
'
àncora
in
questo
golfo
di
tenebre
.
E
la
chiesa
di
Santa
Maria
Novella
,
sono
i
fanali
lungo
i
binarii
della
stazione
.
Di
fronte
a
noi
,
su
dall
'
alone
di
due
sciami
di
luci
,
là
un
fuso
bianco
,
qua
un
fuso
nero
s
'
alzano
e
si
perdono
nel
cielo
,
come
due
pigre
fumate
,
il
campanile
di
Giotto
,
la
torre
d
'
Arnolfo
.
Pian
piano
ritroviamo
la
città
,
le
sue
strade
,
i
suoi
monumenti
,
il
luogo
delle
nostre
case
:
amabili
come
mai
.
Addio
,
povere
stelle
.
StampaQuotidiana ,
Il
fascino
del
personaggio
di
Mercadet
,
nella
commedia
di
Balzac
presentata
ieri
sera
dal
Piccolo
Teatro
di
Milano
,
sta
nel
suo
nucleo
autobiografico
.
Mercadet
è
Balzac
per
lo
meno
nelle
sue
apparenze
esterne
,
quelle
consegnateci
dalla
tradizione
:
il
grand
'
uomo
al
centro
del
turbine
di
cambiali
in
scadenza
,
la
fantasia
eccitata
dalle
stesse
difficoltà
in
cui
si
dibatte
.
Che
poi
il
personaggio
sia
la
rappresentazione
d
'
un
certo
tipo
di
borghesia
francese
che
andava
affermando
i
suoi
concreti
ideali
di
denaro
e
di
potenza
negli
anni
che
seguirono
la
Rivoluzione
di
luglio
,
questo
è
talmente
palese
da
sembrare
persino
ovvio
.
Se
esistette
mai
uno
scrittore
il
cui
esclusivo
campo
di
indagine
fu
proprio
la
società
del
suo
tempo
,
questi
è
proprio
da
identificarsi
nel
creatore
della
Comédie
humaine
.
È
chiaro
perciò
che
il
teatro
dovette
esercitare
una
forte
suggestione
su
Balzac
,
essere
una
continua
tentazione
della
sua
fantasia
.
I
biografi
,
Théophile
Gautier
in
testa
,
dicono
che
,
in
realtà
,
nel
teatro
egli
vedeva
una
comoda
e
copiosa
fonte
di
guadagno
,
da
sfruttare
sull
'
esempio
di
certi
mediocri
e
fortunati
commediografi
dell
'
epoca
.
Ma
un
po
'
di
scetticismo
,
su
questi
suoi
pittoreschi
atteggiamenti
(
buttava
giù
,
scrivono
,
un
dramma
in
una
notte
,
con
la
collaborazione
di
quattro
o
cinque
amici
,
convocati
all
'
ultimo
momento
;
così
sarebbe
nata
la
versione
teatrale
del
Vautrin
)
,
è
necessario
.
Mercadet
l
'
affarista
,
(
titolo
originale
Le
Faiseur
)
è
,
secondo
la
maggioranza
degli
studiosi
,
la
prima
in
ordine
di
tempo
,
delle
sei
commedie
firmate
da
Balzac
;
secondo
altri
,
l
'
ultima
.
È
senza
dubbio
la
migliore
,
la
più
completa
e
realizzata
.
Perché
anche
Le
Faiseur
,
nella
riduzione
del
De
Ennery
(
l
'
autore
de
Le
due
orfanelle
!
)
,
venne
rappresentata
postuma
,
un
anno
dopo
la
morte
di
Balzac
,
nel
1851
.
E
si
dovette
arrivare
,
verso
il
1934
,
alla
riesumazione
che
ne
fece
Dullin
,
perché
l
'
opera
fosse
rivalutata
.
Le
Faiseur
è
la
rappresentazione
d
'
un
grande
personaggio
,
un
vero
e
proprio
«
carattere
»
al
centro
di
un
'
immensa
burla
finanziaria
,
un
'
accesa
parodia
dei
giochi
di
borsa
,
delle
speculazioni
,
delle
avventure
economiche
insieme
fantasiose
e
concrete
cui
cominciava
ad
abbandonarsi
la
borghesia
del
tempo
di
Luigi
Filippo
.
Mercadet
è
assediato
dai
creditori
,
ha
l
'
acqua
alla
gola
;
angosciate
gli
sono
accanto
la
moglie
e
la
figlia
;
infidi
,
pettegoli
e
non
pagati
,
i
servi
lo
sorvegliano
.
Con
tutto
ciò
,
dal
disastro
imminente
,
come
dal
fondo
d
'
un
cappello
di
prestigiatore
,
egli
trae
gli
estri
della
sua
fantasia
di
grande
avventuriero
dei
titoli
non
riscuotibili
,
delle
cambiali
protestate
,
dei
sequestri
giudiziari
.
Chimeriche
imprese
,
con
tutte
le
vele
spiegate
al
vento
delle
illusioni
,
navigano
nell
'
atmosfera
eccitata
di
quella
sua
casa
-
trabocchetto
da
grande
uomo
d
'
affari
senza
uno
spicciolo
in
tasca
.
Ha
però
i
suoi
assi
nella
manica
:
il
matrimonio
della
figlia
con
un
giovane
che
egli
crede
ricchissimo
(
ed
è
invece
uno
spiantato
,
carico
di
debiti
e
di
iniziative
truffaldine
)
e
il
ritorno
di
Godeau
,
il
socio
in
affari
che
,
vent
'
anni
prima
,
egli
racconta
,
se
ne
fuggì
con
la
cassa
.
Gli
va
fallito
il
colpo
del
matrimonio
della
figlia
(
che
si
sposerà
con
un
giovanotto
fra
sentimentale
e
prudentemente
calcolatore
,
cui
alla
fine
è
affidata
la
funzione
di
Deus
ex
machina
dello
scioglimento
)
,
e
starebbe
per
andargli
a
vuoto
anche
la
fantastica
trovata
del
grande
ritorno
di
Godeau
,
da
lui
organizzato
con
truffaldina
genialità
,
se
il
socio
fantasma
,
poi
,
a
conclusione
della
favola
,
non
tornasse
per
davvero
,
dalle
Indie
,
carico
d
'
oro
,
a
sistemare
tutto
.
Tutto
ciò
sarebbe
sulla
linea
d
'
un
macchinoso
vaudeville
,
alla
Scribe
,
o
addirittura
alla
Labiche
,
se
non
ci
fosse
quel
grosso
personaggio
centrale
,
quel
Mercadet
,
ipotesi
che
Balzac
sembra
prospettarsi
di
se
stesso
(
e
in
tal
senso
si
è
detto
sopra
che
il
fascino
di
questo
protagonista
ha
i
bagliori
d
'
una
delle
biografie
più
poetiche
dell
'
Ottocento
)
.
Manca
però
a
Mercadet
un
antagonista
che
lo
condizioni
.
Allora
,
questa
sarebbe
davvero
una
grande
commedia
.
Gli
altri
personaggi
,
infatti
,
sono
tutti
convenzionali
o
non
escono
,
al
più
,
dai
limiti
della
macchietta
.
Un
certo
rilievo
psicologico
hanno
la
moglie
e
la
figlia
del
protagonista
,
con
la
loro
misura
umana
,
piccolo
-
borghese
;
ma
si
tratta
di
figure
che
restano
approssimative
.
La
vera
scoperta
è
lui
,
Mercadet
;
la
cui
presenza
determina
un
paio
di
scene
per
cui
è
senz
'
altro
esagerato
citare
Molière
,
ma
che
sono
indubbiamente
belle
.
Aggiungi
il
gusto
dell
'
aforisma
,
la
viva
parodia
scenica
delle
opinioni
politiche
e
morali
del
tempo
.
È
destino
che
non
ascolteremo
mai
la
commedia
di
Balzac
nella
sua
stesura
originale
(
si
tratta
d
'
altronde
di
cinque
atti
lunghissimi
e
piuttosto
mal
calibrati
per
il
gusto
di
uno
spettatore
moderno
)
.
Della
riduzione
presentata
dal
Piccolo
si
è
incaricato
Carlo
Terron
,
che
ha
forse
abbondato
,
seppure
con
gusto
,
nelle
modifiche
e
nei
ritocchi
.
Ha
tra
l
'
altro
leggermente
alterato
il
personaggio
della
moglie
di
Mercadet
,
per
fare
di
quel
suo
spicciolo
moralismo
un
contrappeso
teatralmente
efficace
al
cinismo
avventuroso
del
marito
;
e
ha
cambiato
il
finale
,
spiritoso
arbitrio
per
cui
dovrà
intendersela
direttamente
con
l
'
ombra
di
Balzac
;
ma
in
complesso
la
riduzione
è
efficace
e
finisce
con
giovare
al
testo
.
A
differenza
di
quanto
fece
Jean
Vilar
quando
,
due
anni
fa
,
mise
in
scena
e
recitò
Le
Fausier
,
tenendosi
a
metà
tra
i
ritmi
della
commedia
seria
e
di
quella
giocosa
,
Virginio
Puecher
,
regista
dello
spettacolo
,
ha
puntato
sull
'
interpretazione
satirica
del
testo
,
cavandone
quindi
effetti
grotteschi
e
momenti
di
tensione
drammatica
e
giocando
in
chiave
ironica
sull
'
attesa
del
mitico
Godeau
.
Se
c
'
è
un
difetto
,
sta
nell
'
andatura
un
po
'
lenta
,
specialmente
nella
seconda
parte
.
Uno
spettacolo
,
comunque
,
approfondito
e
,
a
tratti
,
rivelatore
.
Al
centro
della
serata
,
Tino
Buazzelli
,
che
s
'
era
combinata
un
'
efficacissima
faccia
alla
Balzac
e
che
ha
recitato
,
ha
riso
,
pianto
,
si
è
mosso
,
con
una
corposa
evidenza
,
una
versatilità
di
toni
e
di
mimica
notevolissima
;
Mercadet
sembra
cucito
sulle
sue
spalle
;
accanto
a
lui
,
brillante
quantunque
un
po
'
manierato
,
Aldo
Giuffré
,
Gabriella
Giacobbe
,
che
ha
dato
una
patetica
misura
alla
figura
della
moglie
,
Giulia
Lazzarini
,
che
era
la
malinconica
figlia
da
maritare
,
il
comicamente
violento
Tarascio
e
tutti
gli
altri
,
da
Gastone
Moschin
ad
Andrea
Matteuzzi
,
assai
efficaci
.
Una
festosa
scena
di
Damiani
,
musiche
di
Carpi
.
Molti
applausi
,
alla
fine
delle
due
parti
.
StampaQuotidiana ,
Nessuno
si
stupisca
della
soddisfazione
comunista
per
il
voto
sul
Concordato
alla
Camera
.
Longo
,
che
pure
non
è
un
amante
delle
sfumature
,
ha
superato
Togliatti
nel
giuoco
delle
allusioni
e
degli
ammiccamenti
filocattolici
.
Nelle
file
comuniste
,
a
differenza
di
tutte
le
forze
di
sinistra
,
non
c
'
è
stata
una
voce
,
una
sola
voce
,
che
si
sia
schierata
per
l
'
abrogazione
del
Concordato
:
la
disciplina
di
partito
ha
funzionato
ferreamente
e
gli
eventuali
dubbi
o
casi
di
coscienza
hanno
ceduto
alla
«
ragion
di
Stato
»
del
Pci
,
e
oggi
come
ai
tempi
dell
'
articolo
7
,
come
ai
tempi
della
canonizzazione
costituzionale
dei
Patti
lateranensi
,
ventiquattro
anni
or
sono
,
in
sede
di
assemblea
costituente
.
E
si
spiega
.
I
comunisti
hanno
tutto
l
'
interesse
a
salvaguardare
il
«
modello
concordatario
»
per
l
'
Italia
.
Parliamo
del
modello
concordatario
:
non
di
tutte
le
disposizioni
del
Concordato
sottoscritto
da
Mussolini
con
Pio
XI
,
evidentemente
indifendibili
anche
per
i
seguaci
del
più
spregiudicato
tatticismo
o
mimetismo
rivoluzionario
.
Preservando
in
Italia
il
Concordato
,
cioè
un
certo
tipo
di
regime
speciale
e
preferenziale
fra
Chiesa
e
Stato
,
i
nostri
comunisti
-
che
vedono
lontano
molto
più
di
tanti
loro
avversari
-
ipotizzano
una
somiglianza
sempre
maggiore
del
nostro
paese
con
quegli
Stati
dell
'
Europa
orientale
,
in
primis
la
Polonia
,
che
elaborano
faticosamente
nuove
formule
concordatarie
per
superare
i
tanti
ostacoli
di
una
possibile
convivenza
,
diciamolo
pure
armistiziale
,
fra
Chiesa
e
comunismo
.
È
la
stessa
ragione
per
cui
la
diplomazia
vaticana
più
aperta
a
sinistra
sostiene
ad
oltranza
la
salvaguardia
del
Concordato
italiano
,
pur
dichiarandosi
,
ed
essendo
,
disponibile
alle
più
larghe
e
accomodanti
revisioni
sui
singoli
articoli
(
si
ricordino
le
dichiarazioni
,
smentite
solo
a
metà
,
di
monsignor
Casaroli
:
un
nome
che
da
solo
è
un
programma
)
.
Anche
larghi
gruppi
dirigenti
della
Chiesa
cattolica
considerano
la
difesa
degli
assetti
concordatari
italiani
essenziale
e
imprescindibile
al
fine
di
realizzare
,
a
Varsavia
oggi
e
domani
a
Praga
e
a
Budapest
(
l
'
operazione
con
Belgrado
è
già
in
atto
:
lo
abbiamo
visto
con
la
visita
di
Tito
al
Papa
)
,
determinate
forme
di
compromesso
o
di
accomodamento
concordatario
,
che
restaurino
le
condizioni
elementari
e
primordiali
di
quel
proselitismo
religioso
che
subì
tante
sanguinose
umiliazioni
e
tante
feroci
ingiurie
ai
tempi
di
Stalin
.
C
'
è
in
tutto
questo
una
logica
profonda
:
che
sfugge
solo
agli
spiriti
superficiali
.
I
Concordati
si
sono
sempre
imposti
alla
Chiesa
per
difendere
l
'
esercizio
del
ministero
pastorale
dalle
esorbitanze
o
dalle
prevaricazioni
del
potere
politico
:
così
fu
con
Napoleone
e
con
Hitler
,
con
risultati
,
in
entrambi
i
casi
,
assai
deludenti
.
Nei
paesi
dove
la
libertà
religiosa
è
un
dato
della
vita
di
ogni
giorno
,
una
conquista
acquisita
e
irretrattabile
,
non
si
impongono
,
e
neppure
si
consigliano
,
le
scorciatoie
concordatarie
.
Il
caso
italiano
è
reso
,
a
sua
volta
,
infinitamente
più
complesso
e
controverso
e
difficile
dalla
contemporaneità
della
soluzione
della
questione
romana
e
della
instaurazione
del
regime
concordatario
,
coi
patti
,
appunto
,
del
1929
nell
'
Italia
del
fascismo
e
di
Papa
Ratti
,
i
patti
che
crearono
,
in
un
nesso
difficile
a
rivedere
o
a
separare
,
lo
Stato
della
Città
del
Vaticano
,
al
posto
del
defunto
potere
temporale
,
e
il
nuovo
tipo
di
relazioni
fra
le
due
rive
del
Tevere
.
Relazioni
concordatarie
,
anziché
separatiste
,
come
nel
sessantennio
delle
Guarentigie
.
Il
complesso
dei
Patti
lateranensi
,
com
'
è
noto
,
fu
recepito
nella
Costituzione
repubblicana
e
ne
diventò
in
certo
modo
parte
integrante
:
contro
il
parere
di
Croce
e
di
Nenni
ma
con
l
'
appoggio
determinante
del
partito
di
Togliatti
,
un
partito
per
cui
«
Parigi
vale
sempre
una
messa
»
.
Nella
situazione
italiana
di
adesso
,
sarebbe
del
tutto
irrealistico
pensare
ad
una
abrogazione
del
Concordato
,
che
finirebbe
per
rimettere
in
discussione
lo
stesso
Trattato
(
ma
come
potrà
sopravvivere
,
anche
nella
sola
revisione
concordataria
,
l
'
articolo
primo
del
Trattato
,
quello
che
definisce
la
religione
cattolica
religione
dello
Stato
?
)
.
Il
voto
della
Camera
,
sulle
responsabili
ed
equilibrate
dichiarazioni
del
presidente
Colombo
,
ha
rispecchiato
in
questo
senso
una
situazione
obbligata
,
un
equilibrio
delle
forze
politiche
che
non
è
nell
'
interesse
di
nessuno
turbare
o
sconvolgere
.
Per
una
larga
revisione
delle
norme
concordatarie
,
per
un
loro
necessario
adeguamento
allo
spirito
e
alla
lettera
della
Costituzione
,
più
che
mai
indifferibile
dopo
le
recenti
sentenze
della
Corte
,
si
sono
schierate
,
quasi
senza
riserve
,
tutte
le
correnti
di
quella
grande
confederazione
di
forze
che
è
la
democrazia
cristiana
non
meno
dei
nuclei
più
rappresentativi
della
tradizione
laica
e
risorgimentale
,
senza
neppure
l
'
eccezione
dei
liberali
di
Malagodi
che
,
pur
astenendosi
sul
documento
governativo
,
hanno
riconosciuto
il
valore
del
principio
revisionistico
.
Ora
c
'
è
da
augurarsi
che
i
negoziati
bilaterali
fra
Italia
e
Santa
Sede
procedano
in
uno
spirito
di
larga
comprensione
,
senza
impennate
di
intransigenza
o
brividi
di
guerra
religiosa
:
nel
solco
delineato
,
con
eccellente
lavoro
di
scavo
,
dalla
commissione
Gonella
,
una
commissione
di
cui
faceva
parte
un
uomo
come
Jemolo
.
Oggi
più
ancora
che
ai
tempi
del
governo
Moro
del
'67
,
benemerito
artefice
del
primo
passo
revisionista
,
esiste
un
larghissimo
schieramento
parlamentare
in
favore
dell
'
ammodernamento
delle
norme
concordatarie
.
Sarebbe
grave
e
imperdonabile
che
tale
capitale
di
disponibilità
,
un
po
'
sincera
e
un
po
'
strumentale
,
del
mondo
laico
verso
la
Chiesa
e
verso
i
cattolici
fosse
messo
a
repentaglio
o
in
pericolo
da
un
ritorno
di
fiamma
dell
'
integralismo
confessionale
sui
due
punti
-
chiave
suscettibili
dei
confronti
più
delicati
,
la
revisione
dell
'
art.
34
in
tema
di
legislazione
matrimoniale
e
la
revisione
dell
'
art.
36
sull
'
insegnamento
religioso
nelle
scuole
.
Occorre
,
da
parte
di
entrambi
i
contraenti
,
un
grande
senso
di
responsabilità
e
di
equilibrio
.
Molto
più
dello
scudo
concordatario
,
sempre
labile
ed
effimero
e
precario
,
servirà
alla
Chiesa
cattolica
post
-
conciliare
il
soffio
della
libertà
religiosa
,
una
libertà
che
viene
sempre
offesa
o
diminuita
dal
laccio
di
un
privilegio
o
dal
dono
di
un
'
esenzione
.
Una
delegazione
della
Santa
Sede
,
che
interpretasse
veramente
lo
spirito
del
concilio
vaticano
secondo
,
dovrebbe
far
getto
di
talune
norme
concordatarie
con
maggior
fretta
,
e
diciamolo
pure
con
maggiore
facilità
,
degli
interlocutori
laici
.
La
pace
dei
cuori
vale
più
di
tutte
le
concessioni
o
garanzie
concordatarie
.
Un
'
eventuale
campagna
per
il
referendum
abrogativo
della
legge
sui
casi
di
divorzio
non
contribuirebbe
certo
né
alla
pace
dei
cuori
né
alla
revisione
del
Concordato
.
Rischierebbe
,
anzi
,
di
compromettere
la
prima
e
di
paralizzare
la
seconda
.
A
vantaggio
di
quelli
che
rimangono
,
oggi
come
ieri
,
i
comuni
avversari
dello
spirito
di
religione
e
dello
spirito
di
libertà
.
StampaQuotidiana ,
4
aprile
.
È
morto
a
Rapallo
il
principe
Federico
Giovanni
Carlo
Alessandro
Adamo
Egon
Maria
di
Hohenlohe
Waldenburg
Schillingfurst
,
Altezza
Serenissima
,
più
brevemente
chiamato
dai
suoi
amici
veneziani
Fritz
Hohenlohe
.
La
Casetta
Rossa
sul
Canal
Grande
che
durante
la
guerra
fu
presa
in
affitto
da
Gabriele
d
'
Annunzio
,
la
casa
insomma
del
«
Notturno
»
,
era
di
Fritz
Hohenlohe
,
il
quale
,
principe
austriaco
,
se
n
'
era
allora
dovuto
andare
,
col
cuore
gonfio
,
a
vivere
in
Isvizzera
.
La
presenza
del
nostro
poeta
in
quella
sua
casa
,
alla
sua
mensa
,
nel
suo
letto
,
mentre
i
suoi
connazionali
venivano
a
bombardare
dal
cielo
Venezia
,
fu
il
suo
conforto
nell
'
esilio
:
assoluzione
dall
'
involontario
delitto
d
'
essere
austriaco
sebbene
nato
a
Venezia
.
Quella
bomboniera
o
casetta
che
dir
si
voglia
,
era
il
suo
orgoglio
e
la
sua
beatitudine
:
tutta
settecento
dal
campanello
sulla
porta
alla
gabbia
del
canarino
laccata
e
dorata
.
Fritz
Hohenlohe
adorava
il
settecento
:
il
settecento
del
Casanova
e
del
Longhi
,
del
Goldoni
e
del
teatro
San
Luca
,
del
Glück
e
del
Burg
-
Theater
e
(
questo
non
guastava
)
di
Maria
Teresa
e
di
Giuseppe
secondo
;
il
settecento
in
cui
Venezia
e
Vienna
vivevano
ancora
in
pace
;
il
settecento
,
insomma
,
prima
di
Campoformio
e
di
Austerlitz
,
e
dell
'
infame
Napoleone
.
Solo
nei
romanzi
di
Henri
de
Régnier
che
fu
anch
'
egli
un
assiduo
della
Casetta
Rossa
sebbene
,
lungo
com
'
è
,
quasi
toccasse
col
cranio
il
soffitto
di
quelle
stanzette
profumate
di
sandalo
,
si
possono
incontrare
innamorati
di
quel
secolo
altrettanto
fanatici
e
appassionali
e
anche
,
come
i
fantasmi
,
altrettanto
sospirosi
e
discreti
.
Col
suo
passo
saltellante
,
il
suo
cappellino
minuscolo
,
il
volto
paffuto
appuntito
da
una
barbetta
ormai
grigia
,
il
biondo
e
buon
Fritz
,
quando
dopo
le
undici
appariva
al
sole
in
piazza
San
Marco
,
per
primo
saluto
agli
amici
annunciava
sempre
la
scoperta
di
qualcosa
di
settecentesco
:
un
libro
,
una
legatura
,
una
miniatura
,
un
palmo
di
merletto
,
due
palmi
di
specchio
,
una
bambola
,
un
mazzo
di
tarocchi
,
un
orologino
che
non
camminava
più
.
Conosceva
Venezia
meglio
di
molti
veneziani
;
ma
da
San
Marco
ai
Frari
,
tutto
quello
che
non
era
settecento
,
lo
tollerava
,
non
lo
amava
.
Tutt
'
al
più
gli
piaceva
come
una
bella
e
rara
cornice
per
la
bambola
,
la
miniatura
,
il
disegnino
,
il
vero
Longhi
o
il
falso
Guardi
che
egli
aveva
scoperto
un
'
ora
prima
;
e
sopra
tutto
,
come
una
cornice
per
la
sua
Casetta
Rossa
,
cioè
pel
suo
cuore
.
Perché
il
gran
settecento
di
Giambattista
Tiepolo
e
di
Benedetto
Marcello
,
con
le
sue
vòlte
turbinose
d
'
angeli
e
di
sante
,
coi
suoi
pieni
d
'
organo
,
coi
suoi
avventurieri
trascorrenti
dalla
Russia
alla
Spagna
,
coi
suoi
filosofi
rinnovatori
dal
Vico
al
Rousseau
,
dal
Beccaria
al
Montesquieu
,
Fritz
Hohenlohe
lo
vedeva
in
piccolo
,
ridotto
a
gingilli
da
star
tutti
nella
calotta
d
'
un
tricorno
,
ridotto
a
cavatine
e
cabalette
da
cantarsi
su
una
spinetta
dipinta
:
ridotto
insomma
alla
misura
della
sua
casa
tanto
piccina
che
a
uscirne
in
fretta
si
credeva
di
portarsela
in
spalla
.
Dei
tanti
poeti
che
vi
sono
passati
,
solo
la
contessa
di
Noailles
e
Gabriele
d
'
Annunzio
vi
si
trovavano
come
a
casa
loro
,
cioè
in
proporzione
.
Ma
quando
entrava
nel
salotto
Mariano
Fortuny
con
la
sua
bella
pancia
,
le
spalle
quadre
e
il
faccione
sorridente
tra
tanto
pelo
,
veniva
voglia
d
'
aprir
la
porticina
a
vetri
sul
giardinetto
e
sul
Canalazzo
per
respirare
.
Fortuny
lo
sapeva
ed
entrava
congiungendo
le
due
mani
sullo
stomaco
,
stringendo
i
gomiti
sui
fianchi
e
camminando
a
passi
brevi
dopo
aver
guardato
in
terra
se
tra
le
gambe
d
'
un
tavolino
,
il
bracciolo
d
'
una
poltrona
e
i
piedi
di
un
invitato
poteva
trovare
posto
anche
per
un
piede
suo
.
Più
pericoloso
era
il
pittore
Marius
de
Maria
,
specie
quando
discuteva
e
per
discutere
s
'
alzava
e
gestiva
.
Portava
egli
allora
un
paio
d
'
occhiali
con
una
lente
sola
e
,
sull
'
altr
'
occhio
,
il
cerchio
vuoto
per
la
lente
che
non
c
'
era
più
;
e
di
questo
cerchio
vuoto
e
arrugginito
si
serviva
come
d
'
un
manico
per
fissare
meglio
gli
occhiali
sul
naso
,
così
che
pian
piano
il
cerchio
vuoto
era
salito
a
incorniciare
un
poco
del
sopracciglio
.
Tra
l
'
alzare
le
braccia
al
cielo
nel
calor
della
disputa
e
quel
continuo
soccorrere
gli
occhiali
e
rimetterli
in
punto
,
era
un
continuo
urtare
il
candeliere
o
il
bruciaprofumi
,
la
cornice
o
il
vasetto
di
viole
,
la
chicchera
del
caffè
o
la
boccia
del
rosolio
.
E
tutti
,
con
prudenti
gesti
,
ad
accorrere
;
ed
egli
a
interrompersi
e
a
riprendere
con
più
veemenza
;
e
noi
ad
ascoltarlo
e
a
dargli
ragione
per
evitare
i
cocci
;
ed
egli
a
spiegarci
che
non
avevamo
capito
.
V
'
erano
,
come
sempre
nei
salotti
veneziani
,
molti
ufficiali
di
marina
,
cominciando
dall
'
ammiraglio
Presbitero
e
dall
'
ammiraglio
Cusani
.
Abituati
alle
cabine
di
bordo
,
usciti
magari
un
'
ora
prima
dal
quadratino
d
'
una
torpediniera
o
dalla
cella
d
'
un
sottomarino
,
erano
in
quelle
strettezze
i
più
composti
e
i
più
agili
.
Ma
l
'
ospitalità
era
cordiale
per
tutti
,
uguale
a
distanza
di
mesi
e
d
'
anni
.
Eppure
una
sera
credetti
di
sentirmi
cadere
addosso
quel
teatrino
dorato
.
La
sera
del
4
settembre
1916
pranzavo
lì
con
Gabriele
d
'
Annunzio
quando
cominciò
l
'
incursione
.
Sirene
,
antiaerei
,
mitragliatrici
,
fucileria
,
rombi
,
sibili
,
scrosci
:
pranzo
con
concerto
viennese
.
Eravamo
al
dolce
,
con
una
certa
cotognata
offerta
da
un
ammiratore
al
poeta
in
tanta
copia
che
da
Cervignano
a
Udine
,
da
Monfalcone
a
Gradisca
,
non
v
'
era
mensa
di
ufficiali
che
ormai
non
ne
avesse
gustato
.
Ed
ecco
uno
scoppio
fragoroso
assordarci
,
le
sottili
pareti
oscillare
,
i
bracci
e
le
gocce
del
lampadario
di
vetro
tinnire
,
e
dalla
vetriata
dietro
le
tende
di
seta
verde
,
giù
vetri
,
l
'
uno
dopo
l
'
altro
,
che
non
finivano
più
.
Una
bomba
era
caduta
sui
gradini
di
approdo
del
palazzo
della
Prefettura
,
a
venti
metri
dalla
Casetta
Rossa
.
In
coro
,
tutti
e
due
esclamammo
:
Povero
Fritz
,
se
fosse
qui
....
E
mi
sembra
che
a
ricordar
oggi
quelle
parole
gli
si
faccia
la
necrologia
che
,
se
egli
potesse
leggerla
,
gli
sarebbe
più
cara
.
Quella
notte
una
bomba
incendiaria
cadde
anche
a
due
metri
dalla
maggior
porta
di
San
Marco
.
Ma
chi
se
ne
ricorda
più
?
Certo
nemmeno
chi
la
lanciò
.
StampaQuotidiana ,
Ieri
sera
il
pubblico
,
raccolto
nella
conchiglia
del
Gerolamo
-
platea
e
palchi
gremiti
-
ha
salutato
,
cori
fittissimi
applausi
,
la
nascita
di
un
nuovo
interprete
,
nella
difficile
specializzazione
del
teatro
parodistico
-
satirico
.
Chi
è
il
giovanissimo
Giancarlo
Cobelli
,
unico
protagonista
di
Cabaret
'59
,
lo
spettacolo
andato
in
scena
nel
minuscolo
teatro
su
testi
di
Giancarlo
Fusco
,
dello
stesso
interprete
e
di
Quinto
Parmeggiani
e
con
le
musiche
di
Fiorenzo
Carpi
,
Gino
Negri
e
Jacqueline
Perrotin
?
È
un
mimo
,
si
potrebbe
dire
,
poiché
la
sua
vocazione
al
teatro
affonda
le
radici
,
prevalentemente
,
nella
tecnica
e
nell
'
arte
del
mimo
;
ma
è
anche
un
attore
,
bisogna
subito
aggiungere
,
poiché
dell
'
attore
,
e
dell
'
attore
comico
in
particolare
,
sono
quei
suoi
toni
violentemente
caratterizzati
,
che
superano
la
stretta
misura
,
di
solito
soltanto
allusiva
,
dei
«
diseurs
»
,
da
una
parte
,
dei
macchiettisti
tradizionali
dall
'
altra
.
Egli
riesce
in
realtà
ad
evocare
veri
e
propri
personaggi
,
naturalmente
sintetizzandoli
,
trasformandoli
in
simboli
con
un
crudo
segno
espressionistico
.
Aggiungete
le
possibilità
,
che
egli
possiede
,
di
cantare
e
danzare
,
e
avrete
l
'
immagine
di
questa
specie
di
elettrico
«
clown
»
recitante
;
né
vi
meraviglierete
che
egli
possa
,
sulle
giovani
spalle
,
sostenere
l
'
intero
peso
di
uno
spettacolo
che
dura
due
ore
buone
.
Naturalmente
,
come
la
maggior
parte
degli
spettacoli
di
questo
genere
,
anche
Cabaret
'59
è
basato
soprattutto
sugli
spunti
di
attualità
,
un
'
attualità
guardata
attraverso
il
prisma
deformante
dell
'
ironia
.
Così
,
dal
primo
quadro
,
che
si
intitola
Ciampino
,
cinturino
e
Rugantino
,
all
'
ultimo
,
Valzer
d
'
addio
,
sono
gli
aspetti
del
costume
italiano
contemporaneo
che
vengono
presi
di
mira
:
il
cinema
,
gli
interpreti
di
canzonette
,
quei
singolari
,
morbidi
,
apparentemente
svaniti
,
in
realtà
attentissimi
divi
del
tempo
nostro
che
sono
i
grandi
creatori
della
moda
femminile
,
il
giornalismo
,
i
«
teddy
-
boys
»
,
le
televisive
anime
gemelle
,
gli
eroi
del
pugilato
e
così
via
.
Ma
bisogna
dire
che
,
salvo
un
paio
di
notazioni
,
che
appaiono
strettamente
per
iniziati
(
l
'
esilarante
parodia
di
Paolo
Grassi
,
per
esempio
)
,
tutto
il
resto
è
su
una
chiave
di
comicità
largamente
accessibile
,
elegante
ma
popolare
.
Si
veda
per
esempio
la
parodia
del
grande
balletto
scaligero
,
in
cui
il
Cobelli
,
con
nervoso
fregolismo
(
per
usare
una
definizione
tradizionale
,
ma
efficace
)
si
trasforma
in
una
serie
di
personaggi
(
mimi
e
ballerini
)
imitati
con
una
sorta
di
comica
,
affettuosa
crudeltà
.
Giancarlo
Fusco
,
cui
si
devono
la
maggior
parte
dei
testi
,
ha
accompagnato
col
«
pizzicato
»
pungente
del
suo
umorismo
,
le
felici
evoluzioni
interpretative
del
Cobelli
;
fra
i
suoi
sketches
,
tutti
spiritosi
e
mordenti
,
ci
sono
particolarmente
piaciuti
quelli
dedicati
al
giornalismo
,
al
grande
sarto
e
al
funerale
,
con
rassegna
di
buone
azioni
,
trasformate
in
ottimi
affari
,
del
grosso
imprenditore
.
Ma
tutto
lo
spettacolo
è
vivo
.
Nella
seconda
parte
,
accanto
a
qualche
momento
di
stanchezza
,
ci
sono
però
anche
le
cose
migliori
,
le
più
inedite
.
Mario
Missiroli
,
un
altro
giovane
,
ha
curato
la
regia
dei
due
tempi
;
le
musiche
sono
apparse
tutte
diversamente
efficaci
.
Insomma
,
è
stato
un
successo
,
con
moltissimi
applausi
,
come
s
'
è
detto
,
all
'
interprete
unico
,
che
alla
fine
appariva
un
po
'
provato
.
Bisogna
capirlo
:
due
ore
sulla
corda
.
StampaQuotidiana ,
Da
qualche
tempo
si
parla
della
riforma
costituzionale
con
un
fervore
senza
precedenti
.
Sono
intervenute
nel
dibattito
,
forse
per
la
prima
volta
contemporaneamente
,
le
più
alte
autorità
dello
Stato
,
a
cominciare
dal
presidente
della
Repubblica
,
che
,
con
espressione
felice
,
ha
auspicato
al
paese
una
«
democrazia
più
matura
»
.
La
discussione
è
nata
circa
una
decina
d
'
anni
fa
,
ha
attraversato
due
legislature
,
l
'
ottava
e
la
nona
,
e
ora
si
riaffaccia
all
'
inizio
della
decima
.
Sono
stati
scritti
sull
'
argomento
migliaia
di
articoli
,
sono
state
date
migliaia
d
'
interviste
,
sono
stati
pubblicati
decine
di
libri
di
esperti
.
Sotto
la
direzione
di
Gianfranco
Miglio
si
era
costituito
alcuni
anni
fa
un
gruppo
di
studio
per
la
«
nuova
Costituzione
»
da
cui
sono
usciti
nel
1983
tre
o
quattro
volumi
molto
commentati
alla
loro
apparizione
.
Per
ben
due
volte
si
è
detto
:
questa
sarà
la
legislatura
della
grande
riforma
.
Ora
è
la
terza
.
Eppure
sinora
la
grande
riforma
non
ha
mosso
neppure
il
primo
passo
.
Né
la
grande
né
la
piccola
.
Neppure
la
piccolissima
,
quella
dei
regolamenti
parlamentari
.
Perché
?
La
spiegazione
più
semplice
di
cui
tutti
sono
consapevoli
ma
che
fingono
d
'
ignorare
,
è
la
seguente
.
L
'
esigenza
di
cambiare
la
Costituzione
nasce
dalla
constatazione
,
diventata
ormai
quasi
ossessiva
,
che
il
nostro
sistema
politico
è
inefficiente
.
Ma
è
proprio
l
'
inefficienza
del
sistema
che
sinora
ha
reso
difficile
,
se
non
impossibile
,
il
cambiamento
.
La
funzione
del
sistema
politico
è
quella
di
produrre
decisioni
ovvero
regole
imperative
per
risolvere
conflitti
d
'
interesse
fra
individui
e
fra
gruppi
al
fine
di
renderne
possibile
la
pacifica
convivenza
.
Si
dice
che
un
sistema
politico
funziona
bene
quando
riesce
a
prendere
decisioni
opportune
nel
più
breve
tempo
possibile
e
con
il
minor
dispendio
di
energie
da
parte
dei
decisori
.
Sotto
questo
aspetto
il
nostro
sistema
avrebbe
dimostrato
di
non
essere
un
buon
sistema
.
Di
qua
l
'
esigenza
di
riformarlo
sveltendone
le
procedure
.
La
maggior
parte
delle
proposte
sinora
fatte
convergono
verso
questo
scopo
,
dalla
modificazione
del
sistema
bicamerale
alla
riforma
dei
regolamenti
delle
Camere
,
dall
'
attribuzione
di
maggiore
autorità
al
presidente
del
Consiglio
al
cambiamento
della
legge
elettorale
per
diminuire
il
numero
dei
partiti
e
rendere
meno
affollate
le
coalizioni
di
governo
.
Queste
proposte
per
essere
attuate
debbono
trasformarsi
in
decisioni
.
Ma
chi
deve
prendere
queste
decisioni
?
Naturalmente
gli
stessi
organi
dello
Stato
di
cui
si
chiede
a
gran
voce
la
riforma
perché
decidono
male
.
Con
un
'
aggravante
in
più
:
che
le
decisioni
in
materia
costituzionale
sono
regolate
da
norme
che
le
rendono
più
difficili
.
Il
paradosso
della
riforma
costituzionale
,
il
paradosso
che
spiega
la
paralisi
,
è
tutto
qui
:
per
riformare
la
Costituzione
occorrono
condizioni
,
per
lo
più
aggravate
,
dalla
cui
mancanza
è
nata
l
'
esigenza
di
riformare
la
Costituzione
.
In
altre
parole
,
le
condizioni
che
rendono
necessaria
la
riforma
sono
quelle
stesse
che
sinora
l
'
hanno
resa
impossibile
.
Se
la
riforma
della
Costituzione
fosse
un
'
operazione
facile
,
vorrebbe
dire
che
il
nostro
sistema
funziona
bene
.
Ma
se
funzionasse
bene
,
che
bisogno
ci
sarebbe
della
riforma
?
Siamo
in
un
circolo
vizioso
,
da
cui
non
si
sa
bene
come
uscire
.
Ho
voluto
forzare
un
po
'
il
ragionamento
unicamente
per
mostrare
la
reale
difficoltà
dell
'
operazione
,
e
per
cercare
di
capire
perché
,
nonostante
la
montagna
di
parole
,
non
ne
sia
venuto
fuori
in
tanti
anni
neppure
il
topolino
di
un
fatto
concreto
.
La
discussione
è
ancora
ferma
ai
preliminari
:
è
meglio
cominciare
dalle
grandi
riforme
e
procedere
verso
le
piccole
o
partire
dalle
piccole
per
salire
a
poco
a
poco
alle
grandi
?
Conviene
dare
la
precedenza
alla
Costituzione
vera
e
propria
oppure
al
sistema
elettorale
?
La
prima
alternativa
sembra
ormai
risolta
:
si
poteva
cominciare
dalle
piccole
riforme
subito
,
ma
ora
,
dopo
tanti
rinvii
e
tante
aspettative
deluse
,
non
si
può
cominciare
se
non
da
qualche
azione
clamorosa
.
Dare
una
risposta
alla
seconda
alternativa
è
più
difficile
,
perché
,
se
ci
sono
convergenze
rispetto
alla
prima
,
rispetto
a
questa
ogni
partito
va
per
conto
suo
e
cerca
di
tirar
l
'
acqua
al
proprio
mulino
.
E
si
capisce
:
non
esiste
una
procedura
elettorale
da
cui
possano
trarre
vantaggio
tutti
i
partiti
.
C
'
è
una
sola
procedura
che
a
rigore
renda
a
ciascuno
il
suo
ed
è
la
proporzionale
pura
con
il
minimo
di
correttivi
.
Ma
,
guarda
caso
,
questa
è
proprio
una
delle
cause
del
difetto
del
sistema
per
quel
che
riguarda
la
sua
capacità
operativa
.
Di
qua
un
altro
paradosso
:
il
procedimento
più
equo
dal
punto
di
vista
del
modo
di
comporre
il
Parlamento
è
anche
quello
meno
conveniente
dal
punto
di
vista
del
suo
buon
funzionamento
.
Si
può
mettere
il
problema
anche
in
questo
modo
:
i
due
organi
più
importanti
per
la
formazione
delle
decisioni
sono
il
Parlamento
e
il
Governo
.
La
proporzionale
è
la
procedura
migliore
per
la
composizione
del
Parlamento
che
,
se
deve
essere
un
organo
rappresentativo
,
deve
rispecchiare
con
la
massima
precisione
gli
orientamenti
del
paese
.
Per
la
capacità
operativa
del
Governo
,
invece
,
occorre
la
drastica
riduzione
dei
gruppi
politici
,
che
si
può
ottenere
soltanto
abolendo
o
correggendo
la
proporzionale
.
Queste
difficoltà
sono
sotto
gli
occhi
di
tutti
.
Oggi
rese
se
mai
più
gravi
dal
fatto
che
il
naturale
inizio
di
un
serio
dibattito
avrebbe
potuto
essere
una
commissione
parlamentare
.
Ma
questo
espediente
è
stato
ormai
bruciato
durante
la
nona
legislatura
con
la
Commissione
presieduta
dall
'
on.
Bozzi
,
composta
da
alcuni
dei
più
bravi
giuristi
italiani
.
Il
risultato
del
lavoro
della
Commissione
è
stato
una
bella
relazione
,
diventata
rapidamente
un
documento
d
'
archivio
,
se
non
addirittura
carta
da
macero
.
Nessuno
oggi
pensa
di
proporre
la
ripetizione
della
prova
.
Si
parla
d
'
incontri
bilaterali
.
Ma
che
cosa
s
'
intende
?
Se
s
'
intende
l
'
incontro
di
un
partito
,
per
esempio
quello
di
maggioranza
relativa
,
con
i
principali
partiti
di
governo
e
di
opposizione
,
la
cosa
sarebbe
possibile
ma
non
sarebbe
giusta
.
Se
s
'
intende
l
'
incontro
di
ogni
partito
con
tutti
gli
altri
,
come
si
dovrebbe
intendere
alla
lettera
,
ne
verrebbe
fuori
una
bella
confusione
.
Dopo
quasi
dieci
anni
insomma
sembra
che
si
debba
cominciare
da
capo
.
Ma
ormai
non
si
può
più
tornare
indietro
.
La
grande
riforma
è
diventata
una
sfida
per
la
nostra
classe
politica
.
Una
sfida
che
essa
deve
vincere
se
non
vuol
perdere
un
'
altra
parte
della
sua
credibilità
.
A
furia
di
fare
della
Costituzione
il
capro
espiatorio
di
tutti
i
guai
della
repubblica
,
si
è
finito
per
screditarla
.
Non
si
può
più
tornare
indietro
ma
non
si
può
neppure
fallire
.
Il
fallimento
sarebbe
un
ulteriore
segno
della
crisi
irreversibile
del
sistema
democratico
,
che
solleva
più
problemi
di
quelli
che
sia
in
grado
di
risolvere
,
e
non
riuscendo
a
risolvere
i
piccoli
se
ne
pone
di
sempre
più
grandi
.
Come
il
giocatore
che
punta
somme
via
via
più
alte
per
rifarsi
delle
perdite
precedenti
e
alla
fine
perde
tutto
:
oltre
la
camicia
,
anche
l
'
onore
.
StampaQuotidiana ,
Aquileia
,
21
aprile
.
Natale
di
Roma
.
Dopo
Terzo
entro
sulla
strada
romana
che
arriva
diritta
fino
a
Belvedere
,
a
pochi
passi
dall
'
imbarco
per
Grado
,
e
m
'
appare
il
campanile
d
'
Aquileia
quasi
nero
contro
il
cielo
basso
e
piovoso
.
Ai
suoi
piedi
la
pianura
è
tutta
verde
d
'
un
verde
schietto
e
lavato
,
nato
da
un
mese
.
Non
avevo
più
riveduto
il
campanile
dai
giorni
dell
'
armistizio
.
No
,
non
è
un
campanile
da
chiesa
:
è
una
torre
da
fortezza
,
così
alta
e
quadrata
e
imperiale
e
incrollabile
che
le
campane
stanno
appese
lassù
come
un
amuleto
al
collo
d
'
un
gigante
.
E
attorno
per
miglia
non
c
'
è
di
vivo
che
lui
.
È
stato
per
tre
anni
di
guerra
una
di
quelle
cime
cui
dalle
trincee
e
dalle
retrovie
,
dai
monti
e
dalla
palude
,
convergevano
col
sole
cento
e
centomila
sguardi
e
speranze
,
come
le
onde
elettriche
alle
antenne
d
'
una
radio
:
il
castello
rotondo
di
Gorizia
,
la
vetta
precipite
del
monte
Santo
,
le
gobbe
gialle
del
San
Michele
,
la
rocca
bigia
di
Monfalcone
,
il
campanile
d
'
Aquileia
.
Quando
giungevi
lassù
,
non
scorgevi
anima
viva
,
ma
ti
pareva
d
'
essere
alla
ribalta
e
che
compagni
e
nemici
te
solo
guardassero
.
Soffia
scirocco
,
e
pioviggina
.
Nei
canali
l
'
acqua
che
pel
vento
rigurgita
dalla
laguna
,
viene
coprendo
le
sponde
,
ne
accarezza
per
un
poco
l
'
erba
tenera
,
la
fa
oscillare
quasi
già
fosse
alga
,
poi
la
sommerge
.
In
questa
bassura
,
appena
piove
,
l
'
acqua
si
mette
a
pullulare
su
dal
suolo
come
se
quella
che
cade
dal
cielo
non
sia
che
un
richiamo
al
mare
nascosto
sotto
i
giunchi
e
le
canne
,
da
punta
Sdobba
a
Treporli
.
Sembra
di
stare
sopra
una
gran
zattera
tra
le
cui
travi
s
'
oda
sempre
lo
sciacquio
dell
'
onda
.
Aquileia
è
pallida
e
solitaria
.
Da
vicino
,
la
sua
torre
,
le
rotte
colonne
,
le
arche
,
tutte
le
sue
pietre
hanno
sotto
la
livida
luce
il
colore
delle
nubi
.
Dalla
cella
della
torre
pende
un
tricolore
sbiadito
,
una
ancóra
di
quelle
bandiere
lunghe
quanto
orifiamme
che
improvvisavamo
in
guerra
con
tre
quadrati
tagliati
da
tre
teli
di
cotonina
troppo
bassi
:
come
s
'
erano
trovati
dal
merciaio
di
Cervignano
,
di
Cormons
,
di
Gorizia
.
Il
cuore
mi
batte
come
se
dovessi
dopo
anni
e
anni
ritrovare
un
amico
e
temessi
di
non
essere
riconosciuto
,
di
non
toccare
più
il
suo
cuore
.
Che
hai
fatto
in
questi
anni
?
Hai
pensato
a
me
?
Sei
stato
fedele
a
me
?
Io
sì
,
sono
sempre
quello
.
Vorrei
già
aver
riveduto
tutto
,
e
invece
resto
titubante
nel
mezzo
della
via
.
Per
questo
non
vado
súbito
alla
basilica
e
al
cimitero
.
Comincio
da
più
lontano
.
Quel
che
m
'
ha
sempre
,
anche
prima
della
guerra
,
innamorato
d
'
Aquileia
è
stata
l
'
ombra
di
Roma
,
quanto
vi
resta
di
Roma
,
ed
è
ancora
per
tre
quarti
sepolto
sotto
le
strade
,
le
piazze
,
le
vigne
,
le
biade
.
Perciò
l
'
Austria
teneva
questo
villaggio
in
sospetto
come
fosse
una
popolosa
città
,
silenziosa
ma
ostile
:
una
città
di
morti
che
a
un
tócco
rivivevano
e
gridavano
Roma
.
Appena
un
rudere
affiorava
dal
suolo
,
lasciava
che
fosse
distrutto
e
su
vi
passasse
l
'
aratro
.
Quello
che
di
più
prezioso
era
rimasto
dentro
il
piccolo
museo
,
monete
d
'
oro
imperiali
,
bronzi
,
vetri
,
gioielli
,
ambre
lavorate
,
tutto
fu
nell
'
aprile
del
1915
ficcato
frettolosamente
in
poche
casse
:
mille
e
seicento
pezzi
.
E
spedito
a
Vienna
.
In
quei
giorni
,
per
tenerci
a
bada
,
l
'
Austria
fingeva
d
'
offrirci
anche
l
'
Aquileiese
fino
all
'
Isonzo
.
Pur
qualcosa
rimase
.
E
bastò
a
provare
che
l
'
Austria
con
quei
sospetti
mirava
giusto
.
Bisogna
avere
veduto
nei
primi
mesi
di
guerra
i
soldati
italiani
entrare
nella
basilica
o
nel
museo
d
'
Aquileia
,
riconoscere
stupefatti
in
quelle
distese
di
mosaici
,
in
quelle
statue
togate
,
in
quei
rocchi
di
colonne
membrute
come
atleti
,
Roma
,
Napoli
,
Pompei
,
Venezia
,
per
sapere
quanto
possa
l
'
arte
nella
storia
e
nel
cuore
d
'
un
popolo
.
Erano
i
documenti
tangibili
del
loro
diritto
ad
essere
lì
,
armati
e
vincitori
.
E
la
fede
dei
più
incolti
più
commoveva
,
perché
non
si
perdeva
in
raffronti
minuti
ma
sorrideva
sicura
come
di
chi
in
terra
lontana
rioda
all
'
improvviso
la
propria
favella
e
il
proprio
dialetto
.
Il
museo
è
quello
d
'
allora
.
L
'
Italia
non
ha
ancora
danari
per
riordinarlo
,
per
ingrandirlo
,
nemmeno
per
rafforzarne
le
finestre
contro
i
ladri
,
così
che
molti
dei
gioielli
,
delle
monete
,
dei
cammei
finalmente
tornati
da
Vienna
devono
restare
chiusi
nella
cassaforte
.
Giovanni
Brusìn
che
vigila
con
sollecito
amore
sul
museo
,
sulla
basilica
,
sui
pochi
scavi
,
e
che
è
anche
sindaco
di
Aquileia
,
ha
la
bontà
di
mostrarmi
di
sala
in
sala
il
tesoretto
ricuperato
.
È
un
uomo
dotto
,
cordiale
e
compito
che
non
so
come
abbia
fatto
a
sapere
tutto
quello
che
è
accaduto
qui
tra
il
maggio
del
'15
e
l
'
ottobre
del
'17
mentre
egli
era
di
là
,
sospettato
,
internato
e
sorvegliato
.
Mi
parla
di
Cadorna
e
del
Duca
,
di
d
'
Annunzio
e
di
don
Celso
Costantini
come
se
li
avesse
allora
veduti
tra
questi
cipressi
e
questi
ruderi
cogli
occhi
del
desiderio
;
e
di
Benito
Mussolini
mi
parla
che
l
'
autunno
scorso
venne
qui
di
volata
dopo
il
discorso
di
Udine
.
(
Così
ho
trovato
uno
dei
due
musei
da
lui
visitati
;
e
s
'
ha
da
dire
che
almeno
questo
l
'
ha
scelto
bene
)
.
Intanto
io
guardo
e
ammiro
.
Del
grande
emporio
per
cui
tutto
l
'
Oriente
comunicava
con
l
'
Italia
settentrionale
e
con
l
'
Europa
centrale
,
della
fastosa
residenza
imperiale
dove
Augusto
venne
ad
incontrare
Erode
,
quel
che
resta
proprio
d
'
intatto
,
d
'
ancora
vivo
,
non
sono
che
gingilli
da
donne
:
reticelle
e
catenelle
d
'
oro
e
di
perle
;
vaselli
da
profumi
e
da
unguenti
,
questo
d
'
avorio
con
due
putti
che
aizzano
un
cane
al
laccio
,
quello
di
vetro
a
vene
d
'
oro
,
di
viola
,
di
verde
e
d
'
azzurro
che
trema
se
gli
respiri
da
presso
;
una
lucernetta
di
terra
con
Cupido
addormentato
nel
giro
d
'
una
conchiglia
;
un
anello
d
'
ambra
col
ritrattino
d
'
una
bionda
che
tra
le
due
bende
della
chioma
ti
spalanca
addosso
gli
occhi
stupefatti
;
una
cicala
di
cristallo
di
rocca
;
un
cammeo
d
'
agata
con
l
'
Amore
sulla
biga
;
un
pettine
d
'
avorio
;
il
serpe
d
'
oro
d
'
un
'
armilla
;
uno
specchietto
d
'
argento
inserito
nel
rovescio
d
'
un
'
ambra
larga
quanto
la
mano
d
'
un
bimbo
,
scolpita
a
raffigurare
l
'
Amore
giovinetto
accanto
alla
sua
Psiche
tremante
.
Quando
alzo
gli
occhi
da
quei
vezzi
e
da
quelle
grazie
,
vedo
dietro
i
vetri
le
magnolie
e
i
cipressi
del
giardino
piegarsi
sottola
tempesta
dello
scirocco
.
Se
entrasse
qui
una
folata
sola
di
vento
,
rapirebbe
tutto
in
un
attimo
.
Ma
che
il
vento
per
un
minuto
s
'
acqueti
,
ecco
gli
uccelli
cinguettare
,
trillare
,
fischiare
,
garrire
come
allora
,
quando
le
donne
di
queste
gemme
erano
vive
e
giovani
,
e
anch
'
esse
ridevano
.
L
'
agro
intorno
a
Roma
,
la
pianura
e
la
laguna
intorno
a
Aquileia
ci
dànno
con
lo
spazio
vuoto
la
misura
del
tempo
da
allora
trascorso
;
ci
riducono
cioè
alla
nostra
misura
,
tanto
breve
al
confronto
che
ci
sgomenta
e
raddoppia
l
'
amore
per
queste
rare
fragili
reliquie
superstiti
,
quasi
che
scampate
alla
morte
e
toccate
dal
miracolo
abbiano
ormai
qualcosa
di
sacro
e
di
taumaturgico
.
Non
piove
più
.
Andiamo
a
vedere
il
mosaico
scoperto
in
questi
giorni
,
appena
fuori
del
paese
,
in
un
campo
di
viti
e
di
grano
.
È
il
pavimento
d
'
una
sala
di
terme
.
In
uno
dei
riquadri
salvi
,
una
naiade
siede
sulla
coda
squamata
d
'
un
gran
tritone
e
s
'
abbandona
dolcemente
al
navigare
.
Il
tritone
barbuto
reca
nelle
mani
una
cesta
stillante
colma
di
pesci
d
'
argento
e
d
'
alghe
smeraldine
.
Ma
più
m
'
attirano
i
ritratti
di
tre
atleti
,
chiusi
in
un
cerchio
a
greche
e
a
volute
.
Uno
è
d
'
un
giovane
nudo
,
pingue
,
tronfio
e
roseo
,
il
collo
tozzo
,
i
capelli
neri
,
rasi
e
,
dritto
sulla
fronte
,
il
solito
ciuffo
,
cirrus
in
vertice
,
come
la
cresta
sulla
testa
del
gallo
;
ma
nei
grandi
occhi
tondi
e
fissi
,
cerchiati
di
viola
e
di
rosso
,
nella
bocca
schiusa
egli
ha
un
che
di
doloroso
come
il
ginnasta
che
viene
ansando
a
ringraziare
il
pubblico
con
una
smorfia
per
sorriso
.
Un
altro
è
d
'
un
ginnasta
a
barba
nera
ricciuta
,
più
maturo
ed
umano
,
la
testa
piegata
con
nobiltà
sulla
spalla
destra
quasi
ad
allontanarsi
un
poco
da
chi
lo
guarda
.
E
il
terzo
ritratto
è
d
'
un
placido
vecchio
,
forse
un
maestro
o
il
magistrato
preposto
alle
terme
,
a
barba
bianca
,
con
tunica
e
toga
,
sul
capo
una
ghirlanda
.
La
tecnica
del
mosaico
semplice
e
dura
e
netta
,
che
non
sbaglia
un
colpo
,
è
fatta
per
questi
volti
energici
,
per
questi
sguardi
diritti
.
Lo
scavo
è
appena
a
due
metri
sotto
il
piano
arato
,
e
un
operaio
ricopre
i
mosaici
,
man
mano
che
li
ho
ammirati
,
con
lembi
di
quel
feltro
incatramato
che
faceva
in
guerra
da
tetto
alle
baracche
.
Il
gran
vento
scuote
questi
cenci
,
li
fa
volar
via
finché
un
gran
sasso
non
li
inchiodi
;
e
nella
vicenda
i
tre
volti
imperiosi
,
più
grandi
del
vero
,
appaiono
e
scompaiono
,
fissi
al
cielo
.
Finalmente
m
'
avvio
alla
basilica
e
al
cimitero
.
Un
gran
folto
di
allori
,
di
bossi
,
di
rose
è
sorto
su
dalle
tombe
nostre
.
Adesso
il
pieno
scarmigliato
rigoglio
primaverile
nasconde
croci
,
arche
,
stele
,
iscrizioni
.
È
come
un
'
offerta
tumultuosa
di
virgulti
,
di
fronde
,
di
bocci
che
sotto
i
loro
gran
cipressi
i
sepolti
ci
fanno
:
una
folla
,
una
calca
,
un
confuso
ondeggiare
nel
quale
noi
superstiti
ancora
non
sappiamo
trovare
la
via
:
e
su
tutto
,
un
odor
d
'
acre
e
d
'
amaro
che
la
pioggia
fa
più
acuto
.
Lo
respiro
,
tra
i
lauri
e
le
mortelle
,
lo
sento
nella
bocca
,
nel
petto
,
sulle
mani
con
cui
ho
scostato
due
frasche
per
rileggere
le
parole
scritte
sulla
tomba
di
chi
ho
veduto
morto
.
Cerco
le
salme
dei
dieci
ignoti
venuti
da
tutti
i
campi
di
battaglia
,
quelle
che
nell
'
ottobre
del
1921
rimasero
qui
nell
'
ombra
e
nel
silenzio
quando
l
'
undicesimo
s
'
involò
verso
Roma
e
il
Campidoglio
e
la
gloria
.
Seguendo
il
desiderio
di
don
Gelso
Costantini
,
dietro
l
'
abside
,
su
due
scalinate
,
al
colmo
del
muro
di
cinta
sotto
cui
fluisce
al
mare
il
verde
Natissa
,
è
stato
alzato
qui
un
altare
di
pietra
.
Chi
v
'
officia
,
alza
il
calice
e
l
'
ostia
su
tutta
la
pianura
dell
'
Isonzo
,
verso
tutte
le
vette
della
guerra
carsica
dal
San
Michele
a
Sei
Busi
.
Adesso
sotto
la
nuvolaglia
,
quei
monti
non
sono
che
una
riga
di
cupo
turchino
come
se
,
quando
svaniranno
le
nubi
,
tutto
il
cielo
abbia
da
essi
a
riprendere
colore
e
vigore
.
StampaQuotidiana ,
Scandalo
sotto
la
luna
di
Eugenio
Ferdinando
Palmieri
fu
rappresentata
per
la
prima
volta
a
Milano
nel
1940;
e
venne
scritta
due
anni
prima
.
È
dunque
una
commedia
di
più
che
vent
'
anni
fa
e
appartiene
all
'
esiguo
gruppetto
delle
quattro
o
cinque
(
sulle
dodici
che
scrisse
per
la
scena
veneta
)
che
Palmieri
,
critico
rigoroso
di
sé
come
degli
altri
,
non
rifiuti
a
distanza
di
tanti
anni
.
La
ripresa
che
ne
ha
fatto
ieri
sera
,
al
teatro
Nuovo
,
Cesco
Baseggio
,
con
la
regia
di
Carlo
Lodovici
,
è
stata
opportuna
perché
ha
riaperto
uno
spiraglio
su
un
teatro
veneto
ingiustamente
dimenticato
.
Il
Palmieri
,
che
del
dialetto
ha
la
vocazione
e
l
'
istinto
(
la
sua
stagione
poetica
si
è
svolta
sotto
il
mutevole
cielo
della
parlata
polesana
)
si
è
sempre
battuto
,
con
saggi
e
articoli
,
per
un
teatro
veneto
moderno
che
superasse
le
dolcezze
e
le
lividure
(
crepuscolari
le
une
e
le
altre
)
di
Giacinto
Gallina
e
di
Gino
Rocca
;
per
un
teatro
veneto
che
non
fosse
fatto
di
epigoni
bonari
,
malinconici
o
gai
con
lacrimetta
;
un
teatro
che
,
d
'
una
provincia
italiana
antica
,
irrequieta
e
cupa
d
'
ombre
molteplici
,
non
ripetesse
un
'
immagine
convenzionale
.
Scandalo
sotto
la
luna
è
in
questo
senso
una
commedia
sufficientemente
indicativa
.
Ma
nella
produzione
di
Palmieri
commediografo
è
certo
una
delle
sue
opere
più
cordiali
,
meno
anarchiche
;
infatti
,
il
suo
mondo
più
autentico
è
quello
rapsodico
,
vagamente
picaresco
e
comunque
ribelle
,
della
sua
giovinezza
polesana
,
il
mondo
che
si
può
ritrovare
in
un
'
altra
commedia
,
I
lazzaroni
,
recentemente
pubblicata
in
un
fascicolo
di
«
Sipario
»
dedicato
al
teatro
veneto
.
Qui
viene
dipinto
l
'
affresco
satirico
dell
'
aristocrazia
veneta
e
lo
spunto
è
offerto
da
un
matrimonio
andato
a
monte
perché
la
nobile
sposina
se
ne
scappa
con
un
altro
,
un
pittore
povero
e
di
natali
alquanto
umili
.
Il
matrimonio
,
principesco
,
era
stato
predisposto
,
per
la
sorella
minore
,
da
Marina
Ravazzin
,
agra
zitella
ambiziosa
,
capofamiglia
,
praticamente
,
della
nobile
casata
,
che
comanda
a
bacchetta
anche
sui
due
fratelli
,
un
gentiluomo
che
fa
il
deputato
conservatore
,
tanto
per
occuparsi
di
qualcosa
(
il
primo
atto
della
commedia
è
datato
1914
)
,
e
un
giovanotto
tonto
,
che
è
ufficiale
dei
lancieri
e
corre
dietro
,
come
di
rigore
,
alle
stelle
del
café
chantant
.
La
commedia
racconta
lo
scandalo
,
e
lo
sdegno
ipocrita
,
provocati
in
quell
'
ambiente
di
nobili
parrucconi
,
dal
gesto
di
rivolta
della
promessa
sposa
che
preferisce
,
all
'
ebete
rampollo
di
un
principe
(
d
'
altronde
,
squattrinato
e
avaro
)
un
proletario
artista
.
Ventidue
anni
dopo
i
Ravazzin
,
cui
per
quello
scandalo
era
stato
dato
l
'
ostracismo
e
che
hanno
vissuto
in
solitudine
,
ma
badando
a
saggiamente
amministrare
il
patrimonio
,
vengono
riammessi
nel
«
giro
»
,
per
iniziativa
del
principe
il
cui
figlio
s
'
ebbe
a
suo
tempo
il
rovente
smacco
;
in
realtà
,
perché
si
ha
bisogno
di
loro
e
,
soprattutto
,
dei
loro
aristocratici
quattrini
.
Nel
frattempo
una
figlia
della
fuggitiva
è
felicemente
rientrata
nella
famiglia
e
Gasparo
,
lo
zio
ex
-
deputato
,
se
ne
serve
per
fare
,
in
uno
,
le
vendette
dei
Ravazzin
e
la
felicità
di
lei
che
,
come
la
madre
,
s
'
è
innamorata
di
un
giovanotto
di
nome
oscuro
.
Là
per
là
,
su
due
piedi
,
il
principe
sussiegoso
e
ipocrita
viene
«
comperato
»
dai
milioni
di
Gasparo
;
offrirà
alla
nuova
coppia
la
protezione
,
squattrinata
ma
blasonata
,
della
sua
autorità
di
«
padre
spirituale
»
di
tutto
il
sangue
blu
che
scorre
fra
la
laguna
e
il
Garda
.
I
tre
atti
sono
sagacemente
costruiti
su
tre
visite
,
del
principe
,
alla
famiglia
nemica
;
e
questo
,
del
principe
,
è
anche
il
personaggio
più
felice
.
Come
il
miglior
atto
della
commedia
è
il
secondo
,
quando
la
nobiltà
fa
il
suo
ingresso
solenne
,
dopo
ventidue
anni
,
nella
casa
degli
«
esiliati
»
.
Qui
,
prende
rilievo
il
ritratto
satirico
di
quella
provincia
,
di
quelle
figure
per
museo
da
statue
di
cera
;
e
la
comicità
diventa
cattiva
.
Del
resto
,
la
trama
,
alquanto
forzata
(
sta
qui
il
difetto
della
commedia
,
che
cioè
a
quelle
solenni
e
patetiche
mummie
non
si
contrappongono
antagonisti
veramente
vivi
)
,
è
il
pretesto
per
la
rappresentazione
beffarda
di
un
mondo
post
-
fogazzariano
.
È
in
questa
satira
che
il
Palmieri
è
davvero
riuscito
;
e
in
un
«
parlato
»
dialettale
vivo
,
semplice
,
rigoroso
,
sparso
di
intelligenti
battute
comiche
.
L
'
interpretazione
,
guidata
dalla
regia
di
Carlo
Lodovici
,
è
stata
buona
,
quantunque
l
'
avremmo
preferita
più
aspra
,
più
risentita
;
colpa
forse
dell
'
eccessiva
preoccupazione
di
volgere
in
lingua
un
dialetto
per
sé
chiarissimo
.
Cesco
Baseggio
ha
felicemente
tratteggiato
l
'
ipocrisia
avida
e
ghiotta
del
vecchio
principe
,
il
Lodovici
ha
fatto
con
disinvoltura
,
ma
anche
con
qualche
approssimazione
,
la
parte
del
Deus
ex
machina
;
e
hanno
ben
recitato
,
come
di
consueto
,
Elsa
Vazzoler
,
Luisa
Borseggio
,
Rina
Franchetti
,
il
Cavalieri
,
Giorgio
Gusso
e
tutti
gli
altri
.
Un
bel
successo
.
StampaQuotidiana ,
«
Perché
agli
uragani
vengono
dati
nomi
di
donne
?
Le
donne
non
sono
disastri
che
recano
morte
e
distruzione
.
»
Questa
protesta
presentata
da
un
gruppo
di
donne
a
un
ufficio
meteorologico
americano
è
l
'
episodio
faceto
di
un
movimento
protestatario
femminile
che
si
va
diffondendo
negli
Stati
Uniti
,
nella
Germania
occidentale
,
nell
'
Inghilterra
,
nel
Belgio
,
nell
'
Olanda
e
i
cui
primi
accenni
si
annunziano
anche
in
Italia
.
Questo
movimento
è
contro
il
sessismo
:
una
parola
coniata
per
analogia
con
razzismo
e
che
indica
la
credenza
e
la
pratica
della
dominazione
maschile
sulle
donne
.
Il
movimento
«
antisessista
»
è
soprattutto
diffuso
nei
paesi
in
cui
le
donne
hanno
conquistato
la
piena
parità
di
diritti
con
gli
uomini
e
,
in
linea
di
principio
,
sono
ammesse
a
tutte
le
professioni
e
le
cariche
.
Ma
,
in
realtà
,
in
questi
paesi
le
cose
non
vanno
secondo
il
principio
.
Gli
uomini
hanno
conservato
il
loro
predominio
in
tutti
i
posti
chiave
della
società
contemporanea
.
Eppure
,
come
molti
oggi
riconoscono
,
il
cervello
non
ha
sesso
.
Non
c
'
è
differenza
sostanziale
o
misurabile
tra
i
due
sessi
per
l
'
intelligenza
,
la
capacità
di
imparare
e
insegnare
,
l
'
equilibrio
della
personalità
,
il
controllo
di
se
stesso
e
degli
altri
.
Le
differenze
su
tutti
questi
punti
sono
individuali
,
non
sessuali
;
e
volerle
stabilire
sulla
base
del
numero
degli
individui
di
un
sesso
e
dell
'
altro
che
raggiungono
il
successo
,
significa
solo
elevare
a
principio
un
costume
tradizionale
.
Questo
costume
permane
,
come
i
fatti
dimostrano
;
e
contro
di
esso
appunto
si
schiera
il
nuovo
femminismo
.
Il
problema
verte
soprattutto
sui
compiti
che
devono
essere
riconosciuti
propri
della
donna
.
La
cura
del
marito
,
dei
figli
,
della
casa
sembra
il
compito
specifico
della
donna
;
e
di
fronte
a
questo
,
gli
altri
compiti
sembrano
accessori
e
subordinati
.
Alle
donne
che
dopo
essersi
dedicate
per
un
certo
numero
di
anni
a
questo
compito
,
si
sentono
frustrate
ed
inutili
-
specialmente
quando
i
figli
sono
cresciuti
e
vivono
per
loro
conto
-
gli
psicanalisti
(
dei
quali
esse
sono
i
migliori
clienti
)
consigliano
di
«
accettare
la
loro
funzione
»
.
Ma
la
biologia
,
che
viene
spesso
invocata
a
giustificare
questa
accettazione
,
non
può
dir
nulla
in
proposito
.
La
riproduzione
della
specie
non
è
una
funzione
esclusivamente
femminile
.
Sebbene
siano
le
donne
a
portare
in
grembo
i
figli
e
a
metterli
al
mondo
,
anche
gli
uomini
sono
responsabili
della
loro
nascita
e
delle
cure
ad
essi
dovute
.
Non
ha
torto
quindi
il
nuovo
femminismo
quando
rivendica
per
la
donna
la
stessa
libertà
di
scelta
,
di
sviluppo
spirituale
e
di
impegno
personale
che
gli
uomini
hanno
sempre
rivendicato
per
sé
e
che
nessuno
chiede
loro
di
sacrificare
alle
esigenze
della
famiglia
.
Se
è
spreco
o
disgrazia
che
un
uomo
di
talento
sia
costretto
a
un
lavoro
umile
e
privo
di
soddisfazioni
,
lo
stesso
vale
per
ogni
donna
che
per
la
sua
educazione
,
i
suoi
interessi
e
la
sua
personalità
potrebbe
svolgere
compiti
adeguati
e
che
è
invece
costretta
a
consumare
la
sua
vita
nell
'
angusta
cerchia
dell
'
ambiente
familiare
.
Nella
molteplicità
dei
compiti
e
delle
funzioni
che
la
società
moderna
esige
e
nella
loro
crescente
complessità
,
questo
spreco
può
,
a
lungo
andare
,
diminuire
l
'
efficienza
complessiva
del
genere
umano
e
ridurne
la
possibilità
di
sopravvivenza
.
Ma
nel
nuovo
femminismo
il
problema
dei
compiti
della
donna
diventa
soprattutto
un
problema
morale
.
Ciò
che
oggi
la
donna
rivendica
è
la
sua
dignità
,
il
diritto
di
realizzare
la
propria
personalità
in
un
'
attività
di
sua
scelta
,
cui
sia
portata
dalla
sua
preparazione
e
dai
suoi
interessi
,
e
di
non
valere
come
un
puro
strumento
del
piacere
maschile
o
della
continuazione
della
specie
.
Esse
lamentano
(
e
non
a
torto
)
che
la
cosiddetta
«
rivoluzione
sessuale
»
ha
aggravato
,
non
migliorato
,
la
loro
condizione
.
Lo
sfruttamento
strumentale
della
donna
come
oggetto
di
piacere
,
di
desiderio
o
di
decorazione
è
stato
favorito
dalla
rivoluzione
sessuale
che
ha
dato
libero
corso
alla
più
sfrenata
pornografia
.
Gli
stessi
movimenti
contestatari
,
pur
nelle
loro
velleità
rivoluzionarie
,
aggravano
lo
sfruttamento
o
l
'
asservimento
sessuale
delle
donne
.
Gli
psicanalisti
,
a
partire
da
Freud
,
insistono
sulla
malformazione
del
SuperEgo
nella
donna
;
e
il
SuperEgo
è
la
parte
critica
e
razionale
della
personalità
umana
.
Veri
e
propri
«
insulti
alle
donne
»
sono
considerati
le
immagini
e
gli
avvisi
pubblicitari
che
sfruttano
la
figura
femminile
o
si
rivolgono
alle
donne
come
a
semplici
animali
domestici
o
propongono
prodotti
d
'
igiene
intima
che
le
fanno
sentire
in
una
condizione
servile
.
Non
c
'
è
dubbio
che
il
modello
stereotipato
della
donna
come
un
essere
debole
e
bisognoso
di
protezione
,
di
scarso
cervello
e
di
molto
sentimento
,
che
ha
bisogno
di
vivere
la
sua
vita
attraverso
quella
del
marito
e
dei
figli
e
che
solo
attraverso
questa
mediazione
partecipa
alle
cose
del
mondo
,
è
duro
a
morire
e
ancora
domina
la
mentalità
dei
paesi
che
si
ritengono
più
evoluti
.
A
questo
modello
si
contrappone
l
'
altro
,
altrettanto
stereotipato
,
del
maschio
forte
e
sicuro
di
sé
,
privo
di
debolezze
sentimentali
,
volitivo
e
dominatore
.
Ma
proprio
dal
contrasto
di
questi
due
modelli
e
dal
tentativo
di
ognuno
dei
due
sessi
di
adeguarsi
al
proprio
nascono
le
maggiori
difficoltà
per
la
comprensione
reciproca
,
per
la
reciproca
soddisfazione
sessuale
e
per
la
vita
in
comune
.
Non
solo
gli
uomini
,
certo
,
sono
responsabili
della
sopravvivenza
anacronistica
di
questi
fittizi
stereotipi
:
perché
anche
la
grande
maggioranza
delle
donne
si
adegua
ad
essi
più
o
meno
inconsapevolmente
e
contribuisce
a
mantenerli
in
vita
,
dando
agli
uomini
la
possibilità
di
sfruttarle
per
il
proprio
vantaggio
o
il
proprio
piacere
.
Ma
il
nuovo
femminismo
ha
almeno
il
coraggio
di
denunciare
apertamente
questa
sommissione
.
Certo
il
nuovo
femminismo
corre
il
rischio
di
mascolinizzare
la
donna
e
di
femminilizzare
l
'
uomo
,
mantenendo
così
in
piedi
,
e
addizionando
,
gli
effetti
negativi
di
quei
modelli
stereotipi
che
si
vorrebbero
abolire
.
Immesse
bruscamente
in
un
mondo
duro
e
competitivo
in
cui
la
carriera
,
il
successo
,
il
denaro
e
il
godimento
immediato
sono
i
valori
fondamentali
,
la
donna
rischia
di
perdere
proprio
quei
valori
di
umanità
,
di
sensibilità
,
di
tenerezza
amichevole
in
nome
dei
quali
combatte
.
E
già
alcune
manifestazioni
del
movimento
femminista
,
che
è
finora
variopinto
e
diversamente
orientato
,
preannunciano
questo
pericolo
.
Ma
i
rischi
,
come
si
sa
,
insorgono
ovunque
ci
si
rivolga
.
E
non
si
può
,
in
nome
di
essi
,
ignorare
o
rifiutare
a
priori
l
'
esigenza
di
dignità
morale
che
è
alla
base
del
nuovo
femminismo
.
D
'
altronde
,
il
mondo
degli
uomini
non
ha
finora
dato
buona
prova
di
sé
.
Le
questioni
di
prestigio
e
di
orgoglio
,
i
ripicchi
crudeli
,
l
'
intolleranza
,
i
conflitti
,
i
fanatismi
di
ogni
specie
,
che
traggono
spesso
occasione
da
pretesti
puerili
,
si
aggravano
ogni
giorno
in
un
mondo
che
è
governato
praticamente
dal
«
sesso
forte
»
.
Se
la
partecipazione
crescente
delle
donne
a
un
mondo
siffatto
potrà
fermare
e
diminuire
l
'
espansione
di
queste
tendenze
negative
e
promuovere
la
considerazione
dei
problemi
concreti
(
ai
quali
la
donna
rimane
finora
più
attaccata
dell
'
uomo
)
,
la
diminuzione
dell
'
orgoglio
e
della
violenza
e
la
solidarietà
amichevole
fra
gli
esseri
umani
,
questa
partecipazione
sarà
salutata
con
gioia
da
tutti
gli
uomini
di
buona
volontà
.
Si
tratta
,
certo
,
solo
di
una
speranza
o
di
una
promessa
:
di
una
possibilità
che
può
anche
non
verificarsi
.
Ma
essa
non
può
essere
senz
'
altro
scartata
perché
il
genere
umano
,
di
fronte
ai
problemi
che
gli
si
prospettano
,
non
può
rinunciare
all
'
aiuto
effettivo
della
metà
degli
esseri
che
lo
costituiscono
.
StampaQuotidiana ,
Cremona
,
10
maggio
.
A
Cremona
,
in
Duomo
.
La
gran
cerimonia
,
omelie
,
panegirici
,
cantate
,
messa
,
i
carabinieri
in
fila
lungo
la
balaustrata
dell
'
altar
maggiore
,
il
riflettore
che
dall
'
alto
del
pulpito
illuminava
a
giorno
la
statua
del
gran
Vescovo
appena
scoperta
,
il
cerchio
di
poltrone
dorate
da
dove
Eccellenze
in
mantello
rosso
e
croce
d
'
oro
,
Eccellenze
in
finanziera
e
guanti
bianchi
,
generali
canuti
col
colletto
bianco
,
generali
bruni
col
colletto
nero
fissavano
da
un
'
uguale
distanza
il
morto
mitrato
,
disteso
in
pace
sul
suo
sarcofago
,
certo
pensando
a
lui
ma
anche
pensando
a
quel
che
potrà
essere
tra
cent
'
anni
la
loro
statua
e
provandone
intanto
le
pose
più
convenienti
:
la
gran
cerimonia
è
finita
.
La
folla
può
avvicinarsi
al
monumento
.
Molti
si
genuflettono
;
qualcuno
s
'
alza
in
punta
di
piedi
e
socchiudendo
gli
occhi
bacia
le
mani
di
Geremia
Bonomelli
ormai
di
freddo
immutabile
bronzo
,
poi
in
fretta
si
segna
e
s
'
allontana
.
Non
credo
che
per
molti
anni
la
Chiesa
abbia
a
beatificarlo
;
ma
al
popolo
di
Cremona
egli
già
sembra
santo
,
e
questa
sua
effige
in
Duomo
è
,
pei
più
fedeli
,
un
principio
di
consacrazione
.
Perciò
la
giornata
è
di
festa
.
Monsignor
Emilio
Lombardi
,
per
più
di
vent
'
anni
fedelissimo
segretario
di
lui
,
è
raggiante
,
la
commenda
al
collo
,
il
ciuffo
candido
ritto
sul
volto
roseo
e
rotondo
,
gli
occhi
azzurri
lucidi
per
la
gioia
.
Con
la
destra
drappeggiandosi
sul
petto
la
mantellina
di
seta
pavonazza
,
con
la
sinistra
stringendo
il
telegramma
della
Regina
Madre
,
mi
sussurra
all
'
orecchio
:
Lui
lo
diceva
:
la
via
giusta
è
questa
,
gli
applausi
verranno
quando
sarò
morto
.
Adesso
ci
si
ritrova
tutti
,
pel
ricevimento
,
nella
spaziosa
canonica
di
monsignor
Lombardi
,
nel
suo
giardino
fiorito
e
imbandierato
di
tricolori
,
all
'
ombra
della
rossa
chiesa
di
Sant
'
Agostino
che
sola
in
tutta
l
'
Italia
settentrionale
può
offrire
,
a
chi
pregando
vuol
sospirare
,
una
Madonna
del
Perugino
.
Folla
autorevole
:
vescovi
le
cui
sete
ed
ori
luccicano
nel
pieno
sole
;
ufficiali
tutti
medaglie
e
galloni
abbaglianti
.
Le
patronesse
dell
'
Opera
Bonomelli
nelle
loro
semplici
vesti
grige
o
nere
,
appena
un
vezzo
di
perle
al
collo
,
sembrano
monache
al
confronto
di
quei
virili
splendori
.
Sotto
il
pergolato
l
'
onorevole
Jacini
in
ombra
conversa
con
l
'
onorevole
Farinacci
al
sole
.
Parlano
d
'
una
casa
paterna
.
Di
Sudermann
o
di
Miglioli
?
Trentacoste
che
ha
dovuto
firmare
cento
cartoline
col
suo
Bonomelli
di
bronzo
,
è
fuggito
all
'
aria
aperta
e
adesso
presso
un
roseto
,
flebile
e
felice
,
spiega
sottovoce
,
una
parola
al
minuto
,
l
'
arte
del
beato
Angelico
a
un
giovane
parroco
tutto
fuoco
che
gli
annuncia
sicuro
:
Dipingo
anch
'
io
.
L
'
onorevole
Marchi
commemora
fraterno
l
'
onorevole
Siciliani
,
decaduto
.
Seguitano
a
piovere
telegrammi
da
ogni
parte
del
mondo
.
Sul
colmo
del
bersò
pende
una
palla
di
vetro
da
specchi
,
che
riflette
tutti
e
non
rispetta
nessuno
:
è
capace
di
far
piccolo
un
vescovo
e
grande
un
seminarista
.
Arriva
il
prefetto
.
Appena
scorge
l
'
onorevole
Farinacci
,
si
ferma
e
impalato
lo
saluta
a
braccio
teso
.
Dentro
casa
,
poltrone
,
divani
,
caffè
,
sigarette
,
mensa
imbandita
,
fotografie
di
monsignor
Bonomelli
,
piccole
e
grandi
,
in
piedi
e
seduto
,
solo
e
con
la
Regina
Margherita
,
col
generale
Thaon
de
Revel
,
con
Antonio
Fogazzaro
,
con
Piero
Giacosa
,
sullo
sfondo
d
'
una
cattedrale
tedesca
o
nello
studiolo
al
vescovato
di
Cremona
.
Afferro
al
volo
Monsignor
Lombardi
:
Lei
qui
deve
nascondere
un
tesoro
di
ricordi
.
Mi
prende
per
la
mano
,
cordiale
e
imperioso
come
l
'
angelo
prese
Tobiolo
,
mi
porta
davanti
alla
sua
libreria
,
apre
un
cassetto
,
mi
dà
un
opuscolo
giallo
e
un
mazzo
di
cartelle
dattilografate
:
Legga
,
e
torna
tra
i
suoi
cento
ospiti
.
Odo
che
annuncia
:
Ha
telegrafato
il
duca
degli
Abruzzi
,
ha
telegrafato
Luigi
Luzzatti
....
L
'
opuscolo
è
un
estratto
dalla
«
Rassegna
Nazionale
»
,
del
marzo
1889
:
«
Roma
e
l
'
Italia
e
la
realtà
delle
cose
»
.
L
'
articolo
famoso
sulla
questione
del
potere
temporale
fu
allora
condannato
dalla
Chiesa
.
E
la
condanna
fu
da
Geremia
Bonomelli
accettata
con
una
pubblica
sottomissione
,
dal
pulpito
,
in
Duomo
.
Per
pronunciarla
si
vestì
da
vescovo
,
in
piviale
e
mitra
.
Ma
sulla
copertina
gialla
leggo
adesso
queste
righe
:
«
Quest
'
opuscolo
fu
scritto
da
me
nel
marzo
1889
.
Fu
condannato
.
Eppure
(
lo
dico
con
tutta
la
coscienza
di
dire
la
verità
)
non
contiene
nessun
errore
,
nessuna
irriverenza
.
Mi
sottomisi
come
dovevo
.
Ma
la
verità
è
la
verità
.
Ah
,
se
fosse
stato
giudicato
secondo
il
Vangelo
!
Quanti
sofismi
per
mostrare
la
necessità
di
quest
'
errore
!
Quando
ci
penso
mi
sento
ferire
nel
cuore
.
Così
si
poté
delirare
!
Geremia
vescovo
.
»
La
scrittura
cancella
con
le
sue
righe
diritte
lo
stampato
,
vuole
essere
come
una
voce
più
forte
della
prudenza
.
È
rapida
e
minuta
.
A
decifrarla
rivedo
dietro
le
lenti
i
rotondi
occhi
di
lui
,
bruni
focati
,
che
scrutavano
l
'
interlocutore
da
vicino
,
in
silenzio
,
finché
,
compiuta
la
indagine
,
un
sorriso
venisse
a
spianare
la
gran
fronte
.
E
quando
non
riesco
a
leggere
una
frase
,
rivedo
il
gesto
che
gli
era
abituale
,
di
passarsi
un
dito
tra
la
palpebra
e
la
lente
per
aggiustarsi
gli
occhiali
,
e
che
per
un
attimo
ti
separava
dal
suo
sguardo
e
da
lui
.
Passarono
anni
ed
anni
.
La
sua
fede
nella
necessità
che
ai
cattolici
italiani
fosse
restituito
il
modo
d
'
amare
insieme
la
patria
e
la
chiesa
,
s
'
era
fatta
anche
più
sicura
e
palese
.
Ed
ecco
,
nell
'
autunno
del
1911
,
quand
'
egli
compie
gli
ottant
'
anni
,
nella
pace
del
villaggio
nativo
,
a
Nigoline
sopra
Iseo
,
la
lettera
a
Pio
decimo
di
cui
adesso
ho
sotto
gli
occhi
la
copia
.
È
il
suo
testamento
di
sacerdote
italiano
,
scritto
in
una
prosa
logica
e
serrata
sotto
la
quale
si
sente
pulsare
l
'
ansia
della
passione
come
un
cuore
nella
gabbia
dell
'
orsa
.
Ne
trascrivo
poche
frasi
:
«
Abbattiamo
l
'
ostacolo
tra
la
Patria
e
la
Fede
.
Voi
solo
potete
abbatterlo
.
Centinaia
di
migliaia
d
'
anime
stanno
sulla
soglia
della
chiesa
ed
aspettano
....
Lo
stato
di
lotta
tra
l
'
Italia
e
la
Santa
Sede
deve
cessare
,
o
tra
cinquanta
o
sessant
'
anni
le
chiese
saranno
vuote
....
Ciò
che
dal
1860
ho
preveduto
,
s
'
é
tutto
avverato
....
Gli
stranieri
,
benché
figli
vostri
anch
'
essi
,
non
saranno
mai
figli
d
'
Italia
....
Se
ho
errato
,
punitemi
,
ne
sarò
lieto
,
come
a
voi
piaccia
.
Benedite
il
povero
vescovo
pieno
di
difetti
,
ma
che
non
ricorda
d
'
avere
mai
mentito
....
e
che
ha
sempre
amato
la
sola
Verità
o
quella
che
almeno
credeva
la
verità
.
Vi
bacio
umilmente
il
piede
.
Nigoline
,
10
ottobre
1911.»
Ha
letto
?
mi
chiede
monsignor
Lombardi
.
Questa
lettera
la
pubblicheremo
.
Una
copia
è
nelle
mani
di
Sua
Santità
.
I
tempi
sono
mutati
,
e
indica
il
tricolore
che
palpita
fuori
della
finestra
e
ad
ogni
soffio
di
vento
pare
che
voglia
entrare
qui
dentro
,
tra
queste
memorie
,
come
un
grande
uccello
al
suo
nido
:
Ma
lui
nemmeno
allora
aveva
paura
.
La
prudenza
,
diceva
,
è
una
virtù
,
ma
una
virtù
negativa
.
La
collera
,
sì
,
è
un
gran
peccato
;
ma
aggiungeva
che
il
Signore
la
perdona
facilmente
perché
la
subiamo
non
la
amiamo
.
Era
bresciano
monsignor
Bonomelli
.
Ed
ella
sa
che
in
tutta
la
Lombardia
la
collera
si
chiama
la
bressanina
.
Gl
'
invitati
cominciano
a
diradarsi
.
Adesso
monsignor
Lombardi
mi
pone
tra
le
mani
due
o
tre
agende
legate
in
nero
.
Geremia
Bonomelli
notava
tutto
:
le
lettere
più
memorabili
che
riceveva
o
scriveva
,
le
messe
,
le
omelie
.
Aveva
bisogno
d
'
ordinare
tutto
attorno
a
sé
con
chiarezza
e
puntualità
,
quasi
a
restringere
solo
nel
suo
petto
il
groviglio
e
il
rovello
d
'
ogni
disputa
.
Apro
a
caso
l
'
agenda
del
1913
,
l
'
anno
prima
della
sua
morte
,
l
'
anno
prima
della
guerra
.
Quel
che
colpisce
è
la
sua
cura
a
notare
ogni
giorno
meticolosamente
il
tempo
che
faceva
.
Figlio
di
contadini
,
era
rimasto
legato
ai
campi
dove
una
nuvola
può
mutare
non
solo
le
occupazioni
d
'
un
giorno
ma
la
vita
d
'
un
anno
.
Misurava
la
sua
età
su
quella
degli
alberi
che
aveva
piantato
a
Nigoline
con
le
sue
mani
.
«
Questo
gelso
l
'
ho
piantato
quando
avevo
otto
anni
.
Da
allora
ogni
autunno
torno
a
guardarlo
.
Ormai
anch
'
egli
cede
....
»
Per
questo
amò
i
poeti
:
quelli
morti
,
Dante
pel
primo
,
e
ne
rileggeva
una
pagina
ogni
giorno
,
dopo
messa
;
e
quelli
vivi
,
Pascoli
o
Fogazzaro
.
Per
questo
amò
gli
uccelli
come
tutti
i
cacciatori
che
li
uccidono
ma
li
adorano
;
e
fino
in
vescovado
nella
stanzetta
da
pranzo
aveva
fatto
costruire
una
gran
gabbia
pei
suoi
fringuelli
.
Con
quel
suo
sguardo
al
cielo
,
appena
s
'
alzava
dal
letto
alla
prima
alba
,
ristabiliva
la
sua
armonia
e
la
sua
obbedienza
al
creato
.
«
Nuvolo
.
Notte
sic
sic
.
Dolori
soliti
ma
tollerabili
.
Nessuna
visita
.
Dio
mio
,
vi
ringrazio
....
Nigoline
.
Nebbia
fitta
,
notte
eccellente
.
Passeggiata
in
carrozza
.
Campagne
coltivate
a
meraviglia
.
Conferenza
socialista
di
R
.
Ridicola
....
Cremona
.
Sereno
.
Notte
buona
.
Chierici
,
chierici
.
Parroci
,
parroci
....
Bormio
.
Credaro
mi
dice
che
s
'
è
fatto
male
ad
abolire
le
facoltà
teologiche
nelle
Università
.
Bravo
.
Quis
credat
?
...
Nigoline
.
Notte
passabile
.
Tempo
sereno
senza
vento
.
Caccia
ottima
.
Domani
verrà
Giacosa
....
13
ottobre
1913
.
Nigoline
.
Sereno
.
Uccelli
niente
.
Passeggiata
ai
Castelli
che
sarà
l
'
ultima
.
Quante
care
memorie
,
al
cimitero
...
»
.
Ebbe
ragione
,
lassù
non
tornò
più
.
Morì
il
3
agosto
1914
,
il
giorno
in
cui
si
scatenava
la
guerra
.
La
guerra
era
stata
il
suo
incubo
.
Da
anni
la
sentiva
venire
.
Dai
viaggi
in
Germania
per
visitare
i
suoi
emigranti
,
traeva
argomenti
precisi
,
per
lui
indiscutibili
,
sull
'
imminenza
della
guerra
.
Una
volta
,
nel
'13
,
io
mi
permisi
di
lodargli
non
so
che
frase
d
'
un
discorso
dell
'
imperatore
Guglielmo
.
Egli
mi
mise
una
mano
sulla
spalla
,
mi
fissò
negli
occhi
,
da
vicino
:
Sei
un
bambino
.
Tremerà
il
mondo
per
siffatte
parole
.
Nel
decembre
del
1913
scriveva
alla
contessa
Antonietta
Rossi
Martini
:
«
Vivo
sotto
l
'
incubo
d
'
una
conflagrazione
europea
come
la
terra
non
ha
mai
veduta
l
'uguale.»
Ormai
gl
'
invitati
sono
partiti
.
Nella
sala
,
intorno
a
monsignor
Lombardi
,
non
restano
che
i
fedelissimi
:
monsignor
Monti
,
professore
in
seminario
,
volto
acceso
,
occhi
grigi
,
naso
aguzzo
,
capelli
bianchi
ben
lisciati
quasi
ch
'
egli
speri
a
furia
di
spazzola
di
domare
finalmente
anche
il
fervor
dei
pensieri
,
dantista
sottile
che
per
amore
a
monsignor
Bonomelli
ha
scritto
un
libro
in
cui
immagina
di
scendere
guidato
da
lui
,
sulle
orme
di
Dante
,
nei
regni
bui
e
con
uno
stile
arguto
e
limpido
vi
parla
di
tutto
,
anche
di
Dante
;
don
Illemo
Camelli
,
anch
'
egli
professore
,
rosso
di
pelo
,
parco
di
gesti
ed
asciutto
,
pittore
e
scrittore
che
della
storia
e
dell
'
arte
di
Cremona
sa
tutto
;
don
Tinelli
,
anima
e
volto
d
'
asceta
,
parroco
di
Sant
'
Abbondio
,
che
ha
la
fortuna
di
vivere
nel
più
bel
chiostro
cinquecentesco
di
Cremona
,
presso
sua
madre
ottantenne
che
stamane
m
'
ha
detto
sorridendo
una
frase
indimenticabile
:
Ormai
sono
giunta
alla
riva
del
mare
....
Me
lo
descrivono
gesto
per
gesto
,
parola
per
parola
,
il
loro
gran
Vescovo
,
perché
hanno
ancora
il
cuore
colmo
di
lui
.
E
tutto
vorrei
notare
,
ma
prima
questa
scia
d
'
amore
e
d
'
ardore
che
egli
ha
lasciato
dietro
di
sé
.
Ed
uno
me
lo
descrive
al
paretaio
su
a
Nigoline
,
attento
ai
richiami
,
pronto
a
citar
del
suo
Dante
tutto
quel
che
tocca
la
vita
degli
uccelli
,
ché
per
lui
il
Ghibellin
fuggiasco
doveva
essere
stato
in
vita
sua
un
uccellatore
maestro
:
Gittansi
di
quel
lito
ad
una
ad
una
,
Per
cenni
,
come
augel
per
suo
richiamo
.
Ma
se
un
fringuello
fischiava
,
rompeva
il
verso
a
metà
,
le
due
mani
sull
'
asta
dello
spauracchio
:
Dai
,
dai
!
Amò
giù
!
Sbrofa
!
E
un
altro
me
lo
descrive
nella
chiesetta
di
quel
villaggio
,
a
confessare
,
a
predicare
,
a
far
da
parroco
,
ché
quand
'
egli
saliva
lassù
a
mezzo
settembre
il
parroco
lo
mandava
via
:
Tu
vai
a
riposarti
.
Il
parroco
lo
faccio
io
.
Accanto
a
me
,
su
un
tavolino
,
tra
un
ritratto
della
Regina
Madre
e
uno
del
vescovo
,
sta
una
pendola
di
legno
a
foggia
di
capanna
da
eremita
,
col
suo
campaniletto
a
punta
.
Ecco
,
la
porta
della
capanna
si
spalanca
;
e
si
vede
un
fraticello
alto
un
pollice
che
si
china
a
tirare
la
corda
della
campana
.
Uno
,
due
,
tre
.
Monsignor
Lombardi
balza
in
piedi
,
alza
le
braccia
:
Sono
le
tre
.
Bisogna
andare
al
teatro
Ponchielli
pei
discorsi
.