Tipi di Ricerca: Ricerca per parole
Trova:
LA LUNA E LE STELLE. ( OJETTI UGO , 1923 )
StampaQuotidiana ,
Firenze , 30 marzo . Di notte , all ' Osservatorio , d ' Arcetri , sopra Firenze . Chi ha mai cantato in questo secolo ansioso e sapiente le lodi dell ' ignoranza , e quanto essa giovi alla felicità ? E quanto alla poesia , cioè alla maraviglia ? Non dico dell ' ignoranza che ignora anche sé stessa ; ma di quella che dobbiamo dentro noi curare e custodire come una riserva di giovinezza , anzi d ' infanzia , per sovvenire l ' età matura . Amore , fede , coraggio , speranza , le più belle qualità dell ' uomo , hanno bisogno d ' un tanto d ' ignoranza come l ' oro si fa più resistente al conio con un poco di lega . Sto seduto in una stanza di legno rotonda , accanto a una lampada velata ; e poiché niente capisco di quello che mi circonda , mi conforto con questi pensieri . A un passo da me un vecchino canuto muove una lucida ruota che ha il mozzo confitto nella parete , e una cupola scorre giro giro sopra i muri della stanza con tutte le sue persiane , scalette e ballatoi , così dolcemente volubile che il moto dei suoi congegni dà appena il suono d ' un sospiro . Un giovane astronomo , biondo , ilare e magro , il professore Giorgio Abetti , curvo sopra una tavola , guardando un libro brulicante di cifre e con la matita segnando su una scheda altri numeri , dà brevi comandi all ' uomo della ruota come il capitano d ' una nave al suo timoniere . Navigano nel firmamento . In mezzo alla stanza il telescopio ha l ' aria sorniona d ' un « grosso calibro » infrascato sulla sua piazzola . Nella penombra lo seguo con l ' occhio fino alla bocca e m ' accorgo che la cupola , quant ' è larga , è tagliata da un ' apertura nera palpitante di stelle ; sembra la bocca d ' un cetaceo schiusa ad afferrare tra le due mandibole quel che le càpiti nel mar delle tenebre . Subito parteggio per le stelle contro il mostro : pel mistero , contro la scienza accoccolata qui a spiare l ' infinito da questa fessura . Se l ' astronomo adesso m ' annunciasse : Il cielo s ' è rannuvolato , stanotte non si vede niente , confesso che sorriderei come a uno dei tanti scherzi che il cielo fa all ' uomo e ai suoi saldi propositi . Ma , fermata la cupola , Giorgio Abetti ha ormai con una manovella puntato il suo cannocchiale , ha spento un ' altra lampada , è salito su per una ripida scaletta , ha messo l ' occhio all ' oculare , e dall ' alto mi chiama . Quando gli sono vicino e m ' appoggio a lui , scorgo nella sua pupilla un punto bianco tanto splendente che mi pare debba forargliela e abbacinarlo . Guardi Orione , mi dice , e mi lascia solo su quella cima . Lancio un ultimo sguardo all ' arco di firmamento che s ' incurva sulla mia testa , alle tante stelle che rabbrividiscono in quel fosco gorgo , e metto l ' occhio alla lente . La prima impressione è che il cielo sia vuoto . Su quel fondo di velluto nero i diamanti delle stelle sono più grandi , è vero , e d ' una luce più pura ed immobile , ma sono più radi . Ne vedo quattro come agli angoli d ' un trapezio , e altri tre a sinistra . Più fisso quel vuoto , più esso mi si fa lontano profondo e pauroso . Il suo mistero che già m ' era divino , m ' appare nullo , gelido e disperato . E quel tanto d ' umanità con cui religioni , superstizioni e astrologie hanno da decine e decine di secoli cercato di legare il cielo alla terra chiamando a nome gli astri come se potessero udirci , legando il destino di noi lunatici , marziali o gioviali ai presunti comandi di quelli , ecco , mi si disperde in un infinito indifferente e vacuo , in una notte stupida e senza fondo , così che penso d ' afferrarmi a queste leve e manubri per non precipitarvi a capofitto dal trampolino della mia scaletta . Intanto m ' afferro alle immagini e ai paragoni . E poiché fissando così la costellazione d ' Orione comincio a vederle attorno un chiarore confuso , una nubecola triangolare che ha la forma d ' un ' Affrica messa lassù per traverso , mi sembra che quelle stelle s ' affatichino a districarsi come da una rete per venirmi incontro . Giochi . Davanti a quei grossi lontani irraggiungibili diamanti posati a caso su quel fiocco d ' ovatta , il vecchio trucco di prestar l ' anima nostra a tutto quello che ci circonda , perfino a stelle e a pianeti , diventa vano e puerile come lanciar sassi al sole . Che vede ? Vedo dietro sette stelle una nuvola . La nebulosa d ' Orione . La distinguerà meglio sulle fotografie . Le stelle le vede chiare ? Chiare . Sono stelle giovani e caldissime . Provo ancóra su questi due umani aggettivi a ricontemplarle e a godermele . Niente . Discendo . Adesso metterò l ' apparecchio sulla luna . La cupola ricomincia a girare , il telescopio continua a seguirne la fenditura mediana . Io metto le mie speranze nell ' amica luna , tanto vicina , docile e nostra . Quando l ' apparecchio è al punto , torno lassù . Prima la guardo con un cannocchiale più piccolo : è al primo quarto , una calottina d ' argento mal fuso , con le bave ancóra e le bolle e le schiume . Metto l ' occhio al cannocchiale più potente : vedo solo un gran disco di gesso illuminato come da una lampada elettrica troppo forte . La luce radente sottolinea con ombre nette i cigli dei cento crateri , e un ricordo di guerra mi vien su dal cuore : da un osservatorio d ' inverno , sul Pasubio un pianoro nevoso tutto sforacchiato dai proiettili nemici . Rivedo le pareti di larice dell ' osservatorio , la tavola rozza , i binoccoli , il telefono , i bicchierini di Strega , il fondello che fa da portacenere , il cane barbone che ha imparato ad alzarsi in piedi quando arriva il colonnello ; rivedo i compagni che mi narrano il bombardamento notturno e m ' indicano laggiù gli ultimi reticolati ridotti dalla neve gelata a un candido muretto uguale uguale che ha l ' ombra segnata col tiralinee ; i compagni che mi descrivono l ' uscita d ' una pattuglia vestita di bianco , sotto la luce della luna , per raccogliere un ferito austriaco e lo avevano invece trovato morto assiderato , dentro una mano rattrappita la fotografia d ' una donna ( Ma che fotografia ! Una cartolina illustrata col ritratto di una canzonettista scollata fin qui .... ) e l ' avevano sepolto così in una cassa tant ' alta perché non avevano più potuto distenderne le membra rattratte ; e fanno a gara , i compagni , a magnificarmi le fattezze di lei , certo viva di là , e nessuno pensa più alle fattezze di lui povero morto .... La luna e la guerra . Ora che le sono così vicino , mi riassale come un odio per lei che riconduceva a data fissa sugli accampamenti , sui villaggi , sulle città , aeroplani , dirigibili , bombe , urli , rovine ; e riodo i tre urli della sirena e il tiro degli antiaerei e quello delle mitragliatrici e il rombo dei motori e lo scroscio delle bombe sulla città pallida e vuota che pareva morta , che faceva il possibile per assomigliare a lei , voglio dire a questa luna maledetta , perché lei ne avesse pietà . Vede bene ? Benissimo . Quelle tre conche si chiamano Teofilo , Cirillo e Caterina . Quella distesa è il Mare Tranquillitatis . Quella più in alto .... giri il manubrio a destra .... è il Mare Serenitatis . E poi il Mare Nectaris .... Lassù , quei nomi da manifesto per stagione balneare ; e noi quaggiù dovevamo correre , acquattarci , sparare , dopo secoli e secoli che l ' umana imbecillità aveva adorato e invocato in tutte le lingue e in tutte le metriche il suo tranquillo astro d ' argento . Adesso , a guardare quei crateri spenti e sgonfiati , con quel cocuzzolo o con quella buca nel centro , m ' immagino che siano tante mammelle smunte dai mille e mille poeti dei secoli che furono . E sono contento di vederla così , senza una stilla d ' acqua o un respiro di vapore , arida , calcinata e finita . Scusi , professore ; a memoria d ' astronomo , si è mai notato alcun mutamento in questo rudere d ' un mondo ? Mai . Da Galileo ad oggi , sempre la stessa . Sono soddisfatto e rallegrato . Giorgio Abetti è paziente con me . Mi mostra Saturno che è una perlina col suo anelluccio di smalto bianco molto grazioso , poco costoso , come ve n ' è cento nelle botteghe di Ponte Vecchio . Mi mostra Giove che s ' alza adesso , circonfuso ancóra dal fiato d ' uno sbadiglio , tinto di bianco rosso e verde , secondo è , per fortuna , la moda . Andiamo via , ché è quasi mezzanotte . Dal panico del vuoto infinito , ecco sono ridisceso a ridere , che è la povera vecchia difesa donataci dalla Provvidenza contro i pensieri troppo grandi . La mia guida mi conduce a vedere le sale terrene dell ' Osservatorio , la biblioteca , l ' archivio , le fotografie . Astronomo figlio d ' astronomo , giovane com ' è , ha viaggiato mezza terra per veder le sue stelle . Dall ' osservatorio di Mount Wilson in California , da quello Yerkes presso Chicago all ' osservatorio di Greenwich accanto a Londra e a quello di Potsdam accanto a Berlino , egli ha veduto , studiato , confrontato tutto ; e quando mi nomina questo o quell ' astronomo celebre , mi sembra che pel mondo egli sia andato cercando tutti gli uomini che tengono la faccia volta all ' insù . Ma l ' idea è sbagliata perché adesso gli astronomi coi loro grandi specchi prendono le stelle e se le portano tremanti sul loro tavolino , senza nemmeno soffrir l ' incomodo che abbiamo noi di torcere il collo per interrogarle . L ' astronomo insomma della vecchia leggenda che per guardar le stelle cadeva nel pozzo , è d ' una razza perduta da molti anni . Ora all ' Osservatorio d ' Arcetri verrà non so che gran lente dalla Germania « in conto riparazioni » ; e la Fondazione William Hale nordamericana aiuta coi suoi dollari l ' Abetti a costruirsi una Torre solare per sorvegliare , d ' accordo con Mount Wilson , il sole anche di qui . L ' America , l ' America torna ogni minuto nella conversazione , qui sulla collina di Galileo , come nelle conferenze politiche di Londra , Parigi o Losanna . Le grandi fotografie del cielo , venute anch ' essi d ' oltreoceano , mi riafferrano con lo stesso fascino dello spettacolo al telescopio . A guardare quella su cui la nebulosa d ' Orione appare sconvolta e stracciata da gorghi e vortici di luce e d ' ombra sembra d ' udire l ' urlo d ' un gran vento che in quelli eccelsi faccia stormire le stelle . Da un lato , contro il nero stellato , la nebulosa si delinea con un netto profilo da cui avanza una testa di mostro simile a una garguglia sul fianco d ' una cattedrale gotica ; e tutto quel profilo è segnalo da un ciglio candido , luce d ' altri astri , d ' altri mondi , d ' altri soli , d ' altri iddii , che l ' uomo non vedrà mai se non nell ' estasi d ' un ' adorazione . E molte altre fotografie vedo del sole , con folti intrichi di riccioli come d ' un vello leonino , tagliati qua e là dai labbri sinuosi di ferite profonde . La terra in proporzione quant ' è grande ? L ' astronomo ha in mano una matita . La mette perpendicolare sulla fotografia così da segnare un punto largo quanto la punta della matita : Questa sarebbe la terra . Basta . Sento che l ' impensabile torna a stordirmi ed esco all ' aperto . Ecco Firenze , Firenze segnata anch ' essa soltanto dai suoi lumi , ma tutta nostra , tutta nota , tutta bella , tutta umana . Il ciglio alberato del colle sta davanti alla città , come una gran ribalta . Lassù a destra , tra due cipressi , si gonfia la collina di Settignano , con la piramide dei suoi lumi che l ' assomiglia a un altare coi ceri accesi . A sinistra laggiù , da una massa bruna alta e nuda pendono due o tre lunghe collane d ' oro , quasi da un vascello le catene che lo tengono all ' àncora in questo golfo di tenebre . E la chiesa di Santa Maria Novella , sono i fanali lungo i binarii della stazione . Di fronte a noi , su dall ' alone di due sciami di luci , là un fuso bianco , qua un fuso nero s ' alzano e si perdono nel cielo , come due pigre fumate , il campanile di Giotto , la torre d ' Arnolfo . Pian piano ritroviamo la città , le sue strade , i suoi monumenti , il luogo delle nostre case : amabili come mai . Addio , povere stelle .
StampaQuotidiana ,
Il fascino del personaggio di Mercadet , nella commedia di Balzac presentata ieri sera dal Piccolo Teatro di Milano , sta nel suo nucleo autobiografico . Mercadet è Balzac per lo meno nelle sue apparenze esterne , quelle consegnateci dalla tradizione : il grand ' uomo al centro del turbine di cambiali in scadenza , la fantasia eccitata dalle stesse difficoltà in cui si dibatte . Che poi il personaggio sia la rappresentazione d ' un certo tipo di borghesia francese che andava affermando i suoi concreti ideali di denaro e di potenza negli anni che seguirono la Rivoluzione di luglio , questo è talmente palese da sembrare persino ovvio . Se esistette mai uno scrittore il cui esclusivo campo di indagine fu proprio la società del suo tempo , questi è proprio da identificarsi nel creatore della Comédie humaine . È chiaro perciò che il teatro dovette esercitare una forte suggestione su Balzac , essere una continua tentazione della sua fantasia . I biografi , Théophile Gautier in testa , dicono che , in realtà , nel teatro egli vedeva una comoda e copiosa fonte di guadagno , da sfruttare sull ' esempio di certi mediocri e fortunati commediografi dell ' epoca . Ma un po ' di scetticismo , su questi suoi pittoreschi atteggiamenti ( buttava giù , scrivono , un dramma in una notte , con la collaborazione di quattro o cinque amici , convocati all ' ultimo momento ; così sarebbe nata la versione teatrale del Vautrin ) , è necessario . Mercadet l ' affarista , ( titolo originale Le Faiseur ) è , secondo la maggioranza degli studiosi , la prima in ordine di tempo , delle sei commedie firmate da Balzac ; secondo altri , l ' ultima . È senza dubbio la migliore , la più completa e realizzata . Perché anche Le Faiseur , nella riduzione del De Ennery ( l ' autore de Le due orfanelle ! ) , venne rappresentata postuma , un anno dopo la morte di Balzac , nel 1851 . E si dovette arrivare , verso il 1934 , alla riesumazione che ne fece Dullin , perché l ' opera fosse rivalutata . Le Faiseur è la rappresentazione d ' un grande personaggio , un vero e proprio « carattere » al centro di un ' immensa burla finanziaria , un ' accesa parodia dei giochi di borsa , delle speculazioni , delle avventure economiche insieme fantasiose e concrete cui cominciava ad abbandonarsi la borghesia del tempo di Luigi Filippo . Mercadet è assediato dai creditori , ha l ' acqua alla gola ; angosciate gli sono accanto la moglie e la figlia ; infidi , pettegoli e non pagati , i servi lo sorvegliano . Con tutto ciò , dal disastro imminente , come dal fondo d ' un cappello di prestigiatore , egli trae gli estri della sua fantasia di grande avventuriero dei titoli non riscuotibili , delle cambiali protestate , dei sequestri giudiziari . Chimeriche imprese , con tutte le vele spiegate al vento delle illusioni , navigano nell ' atmosfera eccitata di quella sua casa - trabocchetto da grande uomo d ' affari senza uno spicciolo in tasca . Ha però i suoi assi nella manica : il matrimonio della figlia con un giovane che egli crede ricchissimo ( ed è invece uno spiantato , carico di debiti e di iniziative truffaldine ) e il ritorno di Godeau , il socio in affari che , vent ' anni prima , egli racconta , se ne fuggì con la cassa . Gli va fallito il colpo del matrimonio della figlia ( che si sposerà con un giovanotto fra sentimentale e prudentemente calcolatore , cui alla fine è affidata la funzione di Deus ex machina dello scioglimento ) , e starebbe per andargli a vuoto anche la fantastica trovata del grande ritorno di Godeau , da lui organizzato con truffaldina genialità , se il socio fantasma , poi , a conclusione della favola , non tornasse per davvero , dalle Indie , carico d ' oro , a sistemare tutto . Tutto ciò sarebbe sulla linea d ' un macchinoso vaudeville , alla Scribe , o addirittura alla Labiche , se non ci fosse quel grosso personaggio centrale , quel Mercadet , ipotesi che Balzac sembra prospettarsi di se stesso ( e in tal senso si è detto sopra che il fascino di questo protagonista ha i bagliori d ' una delle biografie più poetiche dell ' Ottocento ) . Manca però a Mercadet un antagonista che lo condizioni . Allora , questa sarebbe davvero una grande commedia . Gli altri personaggi , infatti , sono tutti convenzionali o non escono , al più , dai limiti della macchietta . Un certo rilievo psicologico hanno la moglie e la figlia del protagonista , con la loro misura umana , piccolo - borghese ; ma si tratta di figure che restano approssimative . La vera scoperta è lui , Mercadet ; la cui presenza determina un paio di scene per cui è senz ' altro esagerato citare Molière , ma che sono indubbiamente belle . Aggiungi il gusto dell ' aforisma , la viva parodia scenica delle opinioni politiche e morali del tempo . È destino che non ascolteremo mai la commedia di Balzac nella sua stesura originale ( si tratta d ' altronde di cinque atti lunghissimi e piuttosto mal calibrati per il gusto di uno spettatore moderno ) . Della riduzione presentata dal Piccolo si è incaricato Carlo Terron , che ha forse abbondato , seppure con gusto , nelle modifiche e nei ritocchi . Ha tra l ' altro leggermente alterato il personaggio della moglie di Mercadet , per fare di quel suo spicciolo moralismo un contrappeso teatralmente efficace al cinismo avventuroso del marito ; e ha cambiato il finale , spiritoso arbitrio per cui dovrà intendersela direttamente con l ' ombra di Balzac ; ma in complesso la riduzione è efficace e finisce con giovare al testo . A differenza di quanto fece Jean Vilar quando , due anni fa , mise in scena e recitò Le Fausier , tenendosi a metà tra i ritmi della commedia seria e di quella giocosa , Virginio Puecher , regista dello spettacolo , ha puntato sull ' interpretazione satirica del testo , cavandone quindi effetti grotteschi e momenti di tensione drammatica e giocando in chiave ironica sull ' attesa del mitico Godeau . Se c ' è un difetto , sta nell ' andatura un po ' lenta , specialmente nella seconda parte . Uno spettacolo , comunque , approfondito e , a tratti , rivelatore . Al centro della serata , Tino Buazzelli , che s ' era combinata un ' efficacissima faccia alla Balzac e che ha recitato , ha riso , pianto , si è mosso , con una corposa evidenza , una versatilità di toni e di mimica notevolissima ; Mercadet sembra cucito sulle sue spalle ; accanto a lui , brillante quantunque un po ' manierato , Aldo Giuffré , Gabriella Giacobbe , che ha dato una patetica misura alla figura della moglie , Giulia Lazzarini , che era la malinconica figlia da maritare , il comicamente violento Tarascio e tutti gli altri , da Gastone Moschin ad Andrea Matteuzzi , assai efficaci . Una festosa scena di Damiani , musiche di Carpi . Molti applausi , alla fine delle due parti .
CONCORDATO E LIBERTÀ ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
Nessuno si stupisca della soddisfazione comunista per il voto sul Concordato alla Camera . Longo , che pure non è un amante delle sfumature , ha superato Togliatti nel giuoco delle allusioni e degli ammiccamenti filocattolici . Nelle file comuniste , a differenza di tutte le forze di sinistra , non c ' è stata una voce , una sola voce , che si sia schierata per l ' abrogazione del Concordato : la disciplina di partito ha funzionato ferreamente e gli eventuali dubbi o casi di coscienza hanno ceduto alla « ragion di Stato » del Pci , e oggi come ai tempi dell ' articolo 7 , come ai tempi della canonizzazione costituzionale dei Patti lateranensi , ventiquattro anni or sono , in sede di assemblea costituente . E si spiega . I comunisti hanno tutto l ' interesse a salvaguardare il « modello concordatario » per l ' Italia . Parliamo del modello concordatario : non di tutte le disposizioni del Concordato sottoscritto da Mussolini con Pio XI , evidentemente indifendibili anche per i seguaci del più spregiudicato tatticismo o mimetismo rivoluzionario . Preservando in Italia il Concordato , cioè un certo tipo di regime speciale e preferenziale fra Chiesa e Stato , i nostri comunisti - che vedono lontano molto più di tanti loro avversari - ipotizzano una somiglianza sempre maggiore del nostro paese con quegli Stati dell ' Europa orientale , in primis la Polonia , che elaborano faticosamente nuove formule concordatarie per superare i tanti ostacoli di una possibile convivenza , diciamolo pure armistiziale , fra Chiesa e comunismo . È la stessa ragione per cui la diplomazia vaticana più aperta a sinistra sostiene ad oltranza la salvaguardia del Concordato italiano , pur dichiarandosi , ed essendo , disponibile alle più larghe e accomodanti revisioni sui singoli articoli ( si ricordino le dichiarazioni , smentite solo a metà , di monsignor Casaroli : un nome che da solo è un programma ) . Anche larghi gruppi dirigenti della Chiesa cattolica considerano la difesa degli assetti concordatari italiani essenziale e imprescindibile al fine di realizzare , a Varsavia oggi e domani a Praga e a Budapest ( l ' operazione con Belgrado è già in atto : lo abbiamo visto con la visita di Tito al Papa ) , determinate forme di compromesso o di accomodamento concordatario , che restaurino le condizioni elementari e primordiali di quel proselitismo religioso che subì tante sanguinose umiliazioni e tante feroci ingiurie ai tempi di Stalin . C ' è in tutto questo una logica profonda : che sfugge solo agli spiriti superficiali . I Concordati si sono sempre imposti alla Chiesa per difendere l ' esercizio del ministero pastorale dalle esorbitanze o dalle prevaricazioni del potere politico : così fu con Napoleone e con Hitler , con risultati , in entrambi i casi , assai deludenti . Nei paesi dove la libertà religiosa è un dato della vita di ogni giorno , una conquista acquisita e irretrattabile , non si impongono , e neppure si consigliano , le scorciatoie concordatarie . Il caso italiano è reso , a sua volta , infinitamente più complesso e controverso e difficile dalla contemporaneità della soluzione della questione romana e della instaurazione del regime concordatario , coi patti , appunto , del 1929 nell ' Italia del fascismo e di Papa Ratti , i patti che crearono , in un nesso difficile a rivedere o a separare , lo Stato della Città del Vaticano , al posto del defunto potere temporale , e il nuovo tipo di relazioni fra le due rive del Tevere . Relazioni concordatarie , anziché separatiste , come nel sessantennio delle Guarentigie . Il complesso dei Patti lateranensi , com ' è noto , fu recepito nella Costituzione repubblicana e ne diventò in certo modo parte integrante : contro il parere di Croce e di Nenni ma con l ' appoggio determinante del partito di Togliatti , un partito per cui « Parigi vale sempre una messa » . Nella situazione italiana di adesso , sarebbe del tutto irrealistico pensare ad una abrogazione del Concordato , che finirebbe per rimettere in discussione lo stesso Trattato ( ma come potrà sopravvivere , anche nella sola revisione concordataria , l ' articolo primo del Trattato , quello che definisce la religione cattolica religione dello Stato ? ) . Il voto della Camera , sulle responsabili ed equilibrate dichiarazioni del presidente Colombo , ha rispecchiato in questo senso una situazione obbligata , un equilibrio delle forze politiche che non è nell ' interesse di nessuno turbare o sconvolgere . Per una larga revisione delle norme concordatarie , per un loro necessario adeguamento allo spirito e alla lettera della Costituzione , più che mai indifferibile dopo le recenti sentenze della Corte , si sono schierate , quasi senza riserve , tutte le correnti di quella grande confederazione di forze che è la democrazia cristiana non meno dei nuclei più rappresentativi della tradizione laica e risorgimentale , senza neppure l ' eccezione dei liberali di Malagodi che , pur astenendosi sul documento governativo , hanno riconosciuto il valore del principio revisionistico . Ora c ' è da augurarsi che i negoziati bilaterali fra Italia e Santa Sede procedano in uno spirito di larga comprensione , senza impennate di intransigenza o brividi di guerra religiosa : nel solco delineato , con eccellente lavoro di scavo , dalla commissione Gonella , una commissione di cui faceva parte un uomo come Jemolo . Oggi più ancora che ai tempi del governo Moro del '67 , benemerito artefice del primo passo revisionista , esiste un larghissimo schieramento parlamentare in favore dell ' ammodernamento delle norme concordatarie . Sarebbe grave e imperdonabile che tale capitale di disponibilità , un po ' sincera e un po ' strumentale , del mondo laico verso la Chiesa e verso i cattolici fosse messo a repentaglio o in pericolo da un ritorno di fiamma dell ' integralismo confessionale sui due punti - chiave suscettibili dei confronti più delicati , la revisione dell ' art. 34 in tema di legislazione matrimoniale e la revisione dell ' art. 36 sull ' insegnamento religioso nelle scuole . Occorre , da parte di entrambi i contraenti , un grande senso di responsabilità e di equilibrio . Molto più dello scudo concordatario , sempre labile ed effimero e precario , servirà alla Chiesa cattolica post - conciliare il soffio della libertà religiosa , una libertà che viene sempre offesa o diminuita dal laccio di un privilegio o dal dono di un ' esenzione . Una delegazione della Santa Sede , che interpretasse veramente lo spirito del concilio vaticano secondo , dovrebbe far getto di talune norme concordatarie con maggior fretta , e diciamolo pure con maggiore facilità , degli interlocutori laici . La pace dei cuori vale più di tutte le concessioni o garanzie concordatarie . Un ' eventuale campagna per il referendum abrogativo della legge sui casi di divorzio non contribuirebbe certo né alla pace dei cuori né alla revisione del Concordato . Rischierebbe , anzi , di compromettere la prima e di paralizzare la seconda . A vantaggio di quelli che rimangono , oggi come ieri , i comuni avversari dello spirito di religione e dello spirito di libertà .
FRITZ HOHENLOHE. ( OJETTI UGO , 1923 )
StampaQuotidiana ,
4 aprile . È morto a Rapallo il principe Federico Giovanni Carlo Alessandro Adamo Egon Maria di Hohenlohe Waldenburg Schillingfurst , Altezza Serenissima , più brevemente chiamato dai suoi amici veneziani Fritz Hohenlohe . La Casetta Rossa sul Canal Grande che durante la guerra fu presa in affitto da Gabriele d ' Annunzio , la casa insomma del « Notturno » , era di Fritz Hohenlohe , il quale , principe austriaco , se n ' era allora dovuto andare , col cuore gonfio , a vivere in Isvizzera . La presenza del nostro poeta in quella sua casa , alla sua mensa , nel suo letto , mentre i suoi connazionali venivano a bombardare dal cielo Venezia , fu il suo conforto nell ' esilio : assoluzione dall ' involontario delitto d ' essere austriaco sebbene nato a Venezia . Quella bomboniera o casetta che dir si voglia , era il suo orgoglio e la sua beatitudine : tutta settecento dal campanello sulla porta alla gabbia del canarino laccata e dorata . Fritz Hohenlohe adorava il settecento : il settecento del Casanova e del Longhi , del Goldoni e del teatro San Luca , del Glück e del Burg - Theater e ( questo non guastava ) di Maria Teresa e di Giuseppe secondo ; il settecento in cui Venezia e Vienna vivevano ancora in pace ; il settecento , insomma , prima di Campoformio e di Austerlitz , e dell ' infame Napoleone . Solo nei romanzi di Henri de Régnier che fu anch ' egli un assiduo della Casetta Rossa sebbene , lungo com ' è , quasi toccasse col cranio il soffitto di quelle stanzette profumate di sandalo , si possono incontrare innamorati di quel secolo altrettanto fanatici e appassionali e anche , come i fantasmi , altrettanto sospirosi e discreti . Col suo passo saltellante , il suo cappellino minuscolo , il volto paffuto appuntito da una barbetta ormai grigia , il biondo e buon Fritz , quando dopo le undici appariva al sole in piazza San Marco , per primo saluto agli amici annunciava sempre la scoperta di qualcosa di settecentesco : un libro , una legatura , una miniatura , un palmo di merletto , due palmi di specchio , una bambola , un mazzo di tarocchi , un orologino che non camminava più . Conosceva Venezia meglio di molti veneziani ; ma da San Marco ai Frari , tutto quello che non era settecento , lo tollerava , non lo amava . Tutt ' al più gli piaceva come una bella e rara cornice per la bambola , la miniatura , il disegnino , il vero Longhi o il falso Guardi che egli aveva scoperto un ' ora prima ; e sopra tutto , come una cornice per la sua Casetta Rossa , cioè pel suo cuore . Perché il gran settecento di Giambattista Tiepolo e di Benedetto Marcello , con le sue vòlte turbinose d ' angeli e di sante , coi suoi pieni d ' organo , coi suoi avventurieri trascorrenti dalla Russia alla Spagna , coi suoi filosofi rinnovatori dal Vico al Rousseau , dal Beccaria al Montesquieu , Fritz Hohenlohe lo vedeva in piccolo , ridotto a gingilli da star tutti nella calotta d ' un tricorno , ridotto a cavatine e cabalette da cantarsi su una spinetta dipinta : ridotto insomma alla misura della sua casa tanto piccina che a uscirne in fretta si credeva di portarsela in spalla . Dei tanti poeti che vi sono passati , solo la contessa di Noailles e Gabriele d ' Annunzio vi si trovavano come a casa loro , cioè in proporzione . Ma quando entrava nel salotto Mariano Fortuny con la sua bella pancia , le spalle quadre e il faccione sorridente tra tanto pelo , veniva voglia d ' aprir la porticina a vetri sul giardinetto e sul Canalazzo per respirare . Fortuny lo sapeva ed entrava congiungendo le due mani sullo stomaco , stringendo i gomiti sui fianchi e camminando a passi brevi dopo aver guardato in terra se tra le gambe d ' un tavolino , il bracciolo d ' una poltrona e i piedi di un invitato poteva trovare posto anche per un piede suo . Più pericoloso era il pittore Marius de Maria , specie quando discuteva e per discutere s ' alzava e gestiva . Portava egli allora un paio d ' occhiali con una lente sola e , sull ' altr ' occhio , il cerchio vuoto per la lente che non c ' era più ; e di questo cerchio vuoto e arrugginito si serviva come d ' un manico per fissare meglio gli occhiali sul naso , così che pian piano il cerchio vuoto era salito a incorniciare un poco del sopracciglio . Tra l ' alzare le braccia al cielo nel calor della disputa e quel continuo soccorrere gli occhiali e rimetterli in punto , era un continuo urtare il candeliere o il bruciaprofumi , la cornice o il vasetto di viole , la chicchera del caffè o la boccia del rosolio . E tutti , con prudenti gesti , ad accorrere ; ed egli a interrompersi e a riprendere con più veemenza ; e noi ad ascoltarlo e a dargli ragione per evitare i cocci ; ed egli a spiegarci che non avevamo capito . V ' erano , come sempre nei salotti veneziani , molti ufficiali di marina , cominciando dall ' ammiraglio Presbitero e dall ' ammiraglio Cusani . Abituati alle cabine di bordo , usciti magari un ' ora prima dal quadratino d ' una torpediniera o dalla cella d ' un sottomarino , erano in quelle strettezze i più composti e i più agili . Ma l ' ospitalità era cordiale per tutti , uguale a distanza di mesi e d ' anni . Eppure una sera credetti di sentirmi cadere addosso quel teatrino dorato . La sera del 4 settembre 1916 pranzavo lì con Gabriele d ' Annunzio quando cominciò l ' incursione . Sirene , antiaerei , mitragliatrici , fucileria , rombi , sibili , scrosci : pranzo con concerto viennese . Eravamo al dolce , con una certa cotognata offerta da un ammiratore al poeta in tanta copia che da Cervignano a Udine , da Monfalcone a Gradisca , non v ' era mensa di ufficiali che ormai non ne avesse gustato . Ed ecco uno scoppio fragoroso assordarci , le sottili pareti oscillare , i bracci e le gocce del lampadario di vetro tinnire , e dalla vetriata dietro le tende di seta verde , giù vetri , l ' uno dopo l ' altro , che non finivano più . Una bomba era caduta sui gradini di approdo del palazzo della Prefettura , a venti metri dalla Casetta Rossa . In coro , tutti e due esclamammo : Povero Fritz , se fosse qui .... E mi sembra che a ricordar oggi quelle parole gli si faccia la necrologia che , se egli potesse leggerla , gli sarebbe più cara . Quella notte una bomba incendiaria cadde anche a due metri dalla maggior porta di San Marco . Ma chi se ne ricorda più ? Certo nemmeno chi la lanciò .
IL «CABARET» DI COBELLI RIVELA UN INTERPRETE ( De Monticelli Roberto , 1959 )
StampaQuotidiana ,
Ieri sera il pubblico , raccolto nella conchiglia del Gerolamo - platea e palchi gremiti - ha salutato , cori fittissimi applausi , la nascita di un nuovo interprete , nella difficile specializzazione del teatro parodistico - satirico . Chi è il giovanissimo Giancarlo Cobelli , unico protagonista di Cabaret '59 , lo spettacolo andato in scena nel minuscolo teatro su testi di Giancarlo Fusco , dello stesso interprete e di Quinto Parmeggiani e con le musiche di Fiorenzo Carpi , Gino Negri e Jacqueline Perrotin ? È un mimo , si potrebbe dire , poiché la sua vocazione al teatro affonda le radici , prevalentemente , nella tecnica e nell ' arte del mimo ; ma è anche un attore , bisogna subito aggiungere , poiché dell ' attore , e dell ' attore comico in particolare , sono quei suoi toni violentemente caratterizzati , che superano la stretta misura , di solito soltanto allusiva , dei « diseurs » , da una parte , dei macchiettisti tradizionali dall ' altra . Egli riesce in realtà ad evocare veri e propri personaggi , naturalmente sintetizzandoli , trasformandoli in simboli con un crudo segno espressionistico . Aggiungete le possibilità , che egli possiede , di cantare e danzare , e avrete l ' immagine di questa specie di elettrico « clown » recitante ; né vi meraviglierete che egli possa , sulle giovani spalle , sostenere l ' intero peso di uno spettacolo che dura due ore buone . Naturalmente , come la maggior parte degli spettacoli di questo genere , anche Cabaret '59 è basato soprattutto sugli spunti di attualità , un ' attualità guardata attraverso il prisma deformante dell ' ironia . Così , dal primo quadro , che si intitola Ciampino , cinturino e Rugantino , all ' ultimo , Valzer d ' addio , sono gli aspetti del costume italiano contemporaneo che vengono presi di mira : il cinema , gli interpreti di canzonette , quei singolari , morbidi , apparentemente svaniti , in realtà attentissimi divi del tempo nostro che sono i grandi creatori della moda femminile , il giornalismo , i « teddy - boys » , le televisive anime gemelle , gli eroi del pugilato e così via . Ma bisogna dire che , salvo un paio di notazioni , che appaiono strettamente per iniziati ( l ' esilarante parodia di Paolo Grassi , per esempio ) , tutto il resto è su una chiave di comicità largamente accessibile , elegante ma popolare . Si veda per esempio la parodia del grande balletto scaligero , in cui il Cobelli , con nervoso fregolismo ( per usare una definizione tradizionale , ma efficace ) si trasforma in una serie di personaggi ( mimi e ballerini ) imitati con una sorta di comica , affettuosa crudeltà . Giancarlo Fusco , cui si devono la maggior parte dei testi , ha accompagnato col « pizzicato » pungente del suo umorismo , le felici evoluzioni interpretative del Cobelli ; fra i suoi sketches , tutti spiritosi e mordenti , ci sono particolarmente piaciuti quelli dedicati al giornalismo , al grande sarto e al funerale , con rassegna di buone azioni , trasformate in ottimi affari , del grosso imprenditore . Ma tutto lo spettacolo è vivo . Nella seconda parte , accanto a qualche momento di stanchezza , ci sono però anche le cose migliori , le più inedite . Mario Missiroli , un altro giovane , ha curato la regia dei due tempi ; le musiche sono apparse tutte diversamente efficaci . Insomma , è stato un successo , con moltissimi applausi , come s ' è detto , all ' interprete unico , che alla fine appariva un po ' provato . Bisogna capirlo : due ore sulla corda .
Il paradosso della riforma ( Bobbio Norberto , 1987 )
StampaQuotidiana ,
Da qualche tempo si parla della riforma costituzionale con un fervore senza precedenti . Sono intervenute nel dibattito , forse per la prima volta contemporaneamente , le più alte autorità dello Stato , a cominciare dal presidente della Repubblica , che , con espressione felice , ha auspicato al paese una « democrazia più matura » . La discussione è nata circa una decina d ' anni fa , ha attraversato due legislature , l ' ottava e la nona , e ora si riaffaccia all ' inizio della decima . Sono stati scritti sull ' argomento migliaia di articoli , sono state date migliaia d ' interviste , sono stati pubblicati decine di libri di esperti . Sotto la direzione di Gianfranco Miglio si era costituito alcuni anni fa un gruppo di studio per la « nuova Costituzione » da cui sono usciti nel 1983 tre o quattro volumi molto commentati alla loro apparizione . Per ben due volte si è detto : questa sarà la legislatura della grande riforma . Ora è la terza . Eppure sinora la grande riforma non ha mosso neppure il primo passo . Né la grande né la piccola . Neppure la piccolissima , quella dei regolamenti parlamentari . Perché ? La spiegazione più semplice di cui tutti sono consapevoli ma che fingono d ' ignorare , è la seguente . L ' esigenza di cambiare la Costituzione nasce dalla constatazione , diventata ormai quasi ossessiva , che il nostro sistema politico è inefficiente . Ma è proprio l ' inefficienza del sistema che sinora ha reso difficile , se non impossibile , il cambiamento . La funzione del sistema politico è quella di produrre decisioni ovvero regole imperative per risolvere conflitti d ' interesse fra individui e fra gruppi al fine di renderne possibile la pacifica convivenza . Si dice che un sistema politico funziona bene quando riesce a prendere decisioni opportune nel più breve tempo possibile e con il minor dispendio di energie da parte dei decisori . Sotto questo aspetto il nostro sistema avrebbe dimostrato di non essere un buon sistema . Di qua l ' esigenza di riformarlo sveltendone le procedure . La maggior parte delle proposte sinora fatte convergono verso questo scopo , dalla modificazione del sistema bicamerale alla riforma dei regolamenti delle Camere , dall ' attribuzione di maggiore autorità al presidente del Consiglio al cambiamento della legge elettorale per diminuire il numero dei partiti e rendere meno affollate le coalizioni di governo . Queste proposte per essere attuate debbono trasformarsi in decisioni . Ma chi deve prendere queste decisioni ? Naturalmente gli stessi organi dello Stato di cui si chiede a gran voce la riforma perché decidono male . Con un ' aggravante in più : che le decisioni in materia costituzionale sono regolate da norme che le rendono più difficili . Il paradosso della riforma costituzionale , il paradosso che spiega la paralisi , è tutto qui : per riformare la Costituzione occorrono condizioni , per lo più aggravate , dalla cui mancanza è nata l ' esigenza di riformare la Costituzione . In altre parole , le condizioni che rendono necessaria la riforma sono quelle stesse che sinora l ' hanno resa impossibile . Se la riforma della Costituzione fosse un ' operazione facile , vorrebbe dire che il nostro sistema funziona bene . Ma se funzionasse bene , che bisogno ci sarebbe della riforma ? Siamo in un circolo vizioso , da cui non si sa bene come uscire . Ho voluto forzare un po ' il ragionamento unicamente per mostrare la reale difficoltà dell ' operazione , e per cercare di capire perché , nonostante la montagna di parole , non ne sia venuto fuori in tanti anni neppure il topolino di un fatto concreto . La discussione è ancora ferma ai preliminari : è meglio cominciare dalle grandi riforme e procedere verso le piccole o partire dalle piccole per salire a poco a poco alle grandi ? Conviene dare la precedenza alla Costituzione vera e propria oppure al sistema elettorale ? La prima alternativa sembra ormai risolta : si poteva cominciare dalle piccole riforme subito , ma ora , dopo tanti rinvii e tante aspettative deluse , non si può cominciare se non da qualche azione clamorosa . Dare una risposta alla seconda alternativa è più difficile , perché , se ci sono convergenze rispetto alla prima , rispetto a questa ogni partito va per conto suo e cerca di tirar l ' acqua al proprio mulino . E si capisce : non esiste una procedura elettorale da cui possano trarre vantaggio tutti i partiti . C ' è una sola procedura che a rigore renda a ciascuno il suo ed è la proporzionale pura con il minimo di correttivi . Ma , guarda caso , questa è proprio una delle cause del difetto del sistema per quel che riguarda la sua capacità operativa . Di qua un altro paradosso : il procedimento più equo dal punto di vista del modo di comporre il Parlamento è anche quello meno conveniente dal punto di vista del suo buon funzionamento . Si può mettere il problema anche in questo modo : i due organi più importanti per la formazione delle decisioni sono il Parlamento e il Governo . La proporzionale è la procedura migliore per la composizione del Parlamento che , se deve essere un organo rappresentativo , deve rispecchiare con la massima precisione gli orientamenti del paese . Per la capacità operativa del Governo , invece , occorre la drastica riduzione dei gruppi politici , che si può ottenere soltanto abolendo o correggendo la proporzionale . Queste difficoltà sono sotto gli occhi di tutti . Oggi rese se mai più gravi dal fatto che il naturale inizio di un serio dibattito avrebbe potuto essere una commissione parlamentare . Ma questo espediente è stato ormai bruciato durante la nona legislatura con la Commissione presieduta dall ' on. Bozzi , composta da alcuni dei più bravi giuristi italiani . Il risultato del lavoro della Commissione è stato una bella relazione , diventata rapidamente un documento d ' archivio , se non addirittura carta da macero . Nessuno oggi pensa di proporre la ripetizione della prova . Si parla d ' incontri bilaterali . Ma che cosa s ' intende ? Se s ' intende l ' incontro di un partito , per esempio quello di maggioranza relativa , con i principali partiti di governo e di opposizione , la cosa sarebbe possibile ma non sarebbe giusta . Se s ' intende l ' incontro di ogni partito con tutti gli altri , come si dovrebbe intendere alla lettera , ne verrebbe fuori una bella confusione . Dopo quasi dieci anni insomma sembra che si debba cominciare da capo . Ma ormai non si può più tornare indietro . La grande riforma è diventata una sfida per la nostra classe politica . Una sfida che essa deve vincere se non vuol perdere un ' altra parte della sua credibilità . A furia di fare della Costituzione il capro espiatorio di tutti i guai della repubblica , si è finito per screditarla . Non si può più tornare indietro ma non si può neppure fallire . Il fallimento sarebbe un ulteriore segno della crisi irreversibile del sistema democratico , che solleva più problemi di quelli che sia in grado di risolvere , e non riuscendo a risolvere i piccoli se ne pone di sempre più grandi . Come il giocatore che punta somme via via più alte per rifarsi delle perdite precedenti e alla fine perde tutto : oltre la camicia , anche l ' onore .
AQUILEIA. ( OJETTI UGO , 1923 )
StampaQuotidiana ,
Aquileia , 21 aprile . Natale di Roma . Dopo Terzo entro sulla strada romana che arriva diritta fino a Belvedere , a pochi passi dall ' imbarco per Grado , e m ' appare il campanile d ' Aquileia quasi nero contro il cielo basso e piovoso . Ai suoi piedi la pianura è tutta verde d ' un verde schietto e lavato , nato da un mese . Non avevo più riveduto il campanile dai giorni dell ' armistizio . No , non è un campanile da chiesa : è una torre da fortezza , così alta e quadrata e imperiale e incrollabile che le campane stanno appese lassù come un amuleto al collo d ' un gigante . E attorno per miglia non c ' è di vivo che lui . È stato per tre anni di guerra una di quelle cime cui dalle trincee e dalle retrovie , dai monti e dalla palude , convergevano col sole cento e centomila sguardi e speranze , come le onde elettriche alle antenne d ' una radio : il castello rotondo di Gorizia , la vetta precipite del monte Santo , le gobbe gialle del San Michele , la rocca bigia di Monfalcone , il campanile d ' Aquileia . Quando giungevi lassù , non scorgevi anima viva , ma ti pareva d ' essere alla ribalta e che compagni e nemici te solo guardassero . Soffia scirocco , e pioviggina . Nei canali l ' acqua che pel vento rigurgita dalla laguna , viene coprendo le sponde , ne accarezza per un poco l ' erba tenera , la fa oscillare quasi già fosse alga , poi la sommerge . In questa bassura , appena piove , l ' acqua si mette a pullulare su dal suolo come se quella che cade dal cielo non sia che un richiamo al mare nascosto sotto i giunchi e le canne , da punta Sdobba a Treporli . Sembra di stare sopra una gran zattera tra le cui travi s ' oda sempre lo sciacquio dell ' onda . Aquileia è pallida e solitaria . Da vicino , la sua torre , le rotte colonne , le arche , tutte le sue pietre hanno sotto la livida luce il colore delle nubi . Dalla cella della torre pende un tricolore sbiadito , una ancóra di quelle bandiere lunghe quanto orifiamme che improvvisavamo in guerra con tre quadrati tagliati da tre teli di cotonina troppo bassi : come s ' erano trovati dal merciaio di Cervignano , di Cormons , di Gorizia . Il cuore mi batte come se dovessi dopo anni e anni ritrovare un amico e temessi di non essere riconosciuto , di non toccare più il suo cuore . Che hai fatto in questi anni ? Hai pensato a me ? Sei stato fedele a me ? Io sì , sono sempre quello . Vorrei già aver riveduto tutto , e invece resto titubante nel mezzo della via . Per questo non vado súbito alla basilica e al cimitero . Comincio da più lontano . Quel che m ' ha sempre , anche prima della guerra , innamorato d ' Aquileia è stata l ' ombra di Roma , quanto vi resta di Roma , ed è ancora per tre quarti sepolto sotto le strade , le piazze , le vigne , le biade . Perciò l ' Austria teneva questo villaggio in sospetto come fosse una popolosa città , silenziosa ma ostile : una città di morti che a un tócco rivivevano e gridavano Roma . Appena un rudere affiorava dal suolo , lasciava che fosse distrutto e su vi passasse l ' aratro . Quello che di più prezioso era rimasto dentro il piccolo museo , monete d ' oro imperiali , bronzi , vetri , gioielli , ambre lavorate , tutto fu nell ' aprile del 1915 ficcato frettolosamente in poche casse : mille e seicento pezzi . E spedito a Vienna . In quei giorni , per tenerci a bada , l ' Austria fingeva d ' offrirci anche l ' Aquileiese fino all ' Isonzo . Pur qualcosa rimase . E bastò a provare che l ' Austria con quei sospetti mirava giusto . Bisogna avere veduto nei primi mesi di guerra i soldati italiani entrare nella basilica o nel museo d ' Aquileia , riconoscere stupefatti in quelle distese di mosaici , in quelle statue togate , in quei rocchi di colonne membrute come atleti , Roma , Napoli , Pompei , Venezia , per sapere quanto possa l ' arte nella storia e nel cuore d ' un popolo . Erano i documenti tangibili del loro diritto ad essere lì , armati e vincitori . E la fede dei più incolti più commoveva , perché non si perdeva in raffronti minuti ma sorrideva sicura come di chi in terra lontana rioda all ' improvviso la propria favella e il proprio dialetto . Il museo è quello d ' allora . L ' Italia non ha ancora danari per riordinarlo , per ingrandirlo , nemmeno per rafforzarne le finestre contro i ladri , così che molti dei gioielli , delle monete , dei cammei finalmente tornati da Vienna devono restare chiusi nella cassaforte . Giovanni Brusìn che vigila con sollecito amore sul museo , sulla basilica , sui pochi scavi , e che è anche sindaco di Aquileia , ha la bontà di mostrarmi di sala in sala il tesoretto ricuperato . È un uomo dotto , cordiale e compito che non so come abbia fatto a sapere tutto quello che è accaduto qui tra il maggio del '15 e l ' ottobre del '17 mentre egli era di là , sospettato , internato e sorvegliato . Mi parla di Cadorna e del Duca , di d ' Annunzio e di don Celso Costantini come se li avesse allora veduti tra questi cipressi e questi ruderi cogli occhi del desiderio ; e di Benito Mussolini mi parla che l ' autunno scorso venne qui di volata dopo il discorso di Udine . ( Così ho trovato uno dei due musei da lui visitati ; e s ' ha da dire che almeno questo l ' ha scelto bene ) . Intanto io guardo e ammiro . Del grande emporio per cui tutto l ' Oriente comunicava con l ' Italia settentrionale e con l ' Europa centrale , della fastosa residenza imperiale dove Augusto venne ad incontrare Erode , quel che resta proprio d ' intatto , d ' ancora vivo , non sono che gingilli da donne : reticelle e catenelle d ' oro e di perle ; vaselli da profumi e da unguenti , questo d ' avorio con due putti che aizzano un cane al laccio , quello di vetro a vene d ' oro , di viola , di verde e d ' azzurro che trema se gli respiri da presso ; una lucernetta di terra con Cupido addormentato nel giro d ' una conchiglia ; un anello d ' ambra col ritrattino d ' una bionda che tra le due bende della chioma ti spalanca addosso gli occhi stupefatti ; una cicala di cristallo di rocca ; un cammeo d ' agata con l ' Amore sulla biga ; un pettine d ' avorio ; il serpe d ' oro d ' un ' armilla ; uno specchietto d ' argento inserito nel rovescio d ' un ' ambra larga quanto la mano d ' un bimbo , scolpita a raffigurare l ' Amore giovinetto accanto alla sua Psiche tremante . Quando alzo gli occhi da quei vezzi e da quelle grazie , vedo dietro i vetri le magnolie e i cipressi del giardino piegarsi sottola tempesta dello scirocco . Se entrasse qui una folata sola di vento , rapirebbe tutto in un attimo . Ma che il vento per un minuto s ' acqueti , ecco gli uccelli cinguettare , trillare , fischiare , garrire come allora , quando le donne di queste gemme erano vive e giovani , e anch ' esse ridevano . L ' agro intorno a Roma , la pianura e la laguna intorno a Aquileia ci dànno con lo spazio vuoto la misura del tempo da allora trascorso ; ci riducono cioè alla nostra misura , tanto breve al confronto che ci sgomenta e raddoppia l ' amore per queste rare fragili reliquie superstiti , quasi che scampate alla morte e toccate dal miracolo abbiano ormai qualcosa di sacro e di taumaturgico . Non piove più . Andiamo a vedere il mosaico scoperto in questi giorni , appena fuori del paese , in un campo di viti e di grano . È il pavimento d ' una sala di terme . In uno dei riquadri salvi , una naiade siede sulla coda squamata d ' un gran tritone e s ' abbandona dolcemente al navigare . Il tritone barbuto reca nelle mani una cesta stillante colma di pesci d ' argento e d ' alghe smeraldine . Ma più m ' attirano i ritratti di tre atleti , chiusi in un cerchio a greche e a volute . Uno è d ' un giovane nudo , pingue , tronfio e roseo , il collo tozzo , i capelli neri , rasi e , dritto sulla fronte , il solito ciuffo , cirrus in vertice , come la cresta sulla testa del gallo ; ma nei grandi occhi tondi e fissi , cerchiati di viola e di rosso , nella bocca schiusa egli ha un che di doloroso come il ginnasta che viene ansando a ringraziare il pubblico con una smorfia per sorriso . Un altro è d ' un ginnasta a barba nera ricciuta , più maturo ed umano , la testa piegata con nobiltà sulla spalla destra quasi ad allontanarsi un poco da chi lo guarda . E il terzo ritratto è d ' un placido vecchio , forse un maestro o il magistrato preposto alle terme , a barba bianca , con tunica e toga , sul capo una ghirlanda . La tecnica del mosaico semplice e dura e netta , che non sbaglia un colpo , è fatta per questi volti energici , per questi sguardi diritti . Lo scavo è appena a due metri sotto il piano arato , e un operaio ricopre i mosaici , man mano che li ho ammirati , con lembi di quel feltro incatramato che faceva in guerra da tetto alle baracche . Il gran vento scuote questi cenci , li fa volar via finché un gran sasso non li inchiodi ; e nella vicenda i tre volti imperiosi , più grandi del vero , appaiono e scompaiono , fissi al cielo . Finalmente m ' avvio alla basilica e al cimitero . Un gran folto di allori , di bossi , di rose è sorto su dalle tombe nostre . Adesso il pieno scarmigliato rigoglio primaverile nasconde croci , arche , stele , iscrizioni . È come un ' offerta tumultuosa di virgulti , di fronde , di bocci che sotto i loro gran cipressi i sepolti ci fanno : una folla , una calca , un confuso ondeggiare nel quale noi superstiti ancora non sappiamo trovare la via : e su tutto , un odor d ' acre e d ' amaro che la pioggia fa più acuto . Lo respiro , tra i lauri e le mortelle , lo sento nella bocca , nel petto , sulle mani con cui ho scostato due frasche per rileggere le parole scritte sulla tomba di chi ho veduto morto . Cerco le salme dei dieci ignoti venuti da tutti i campi di battaglia , quelle che nell ' ottobre del 1921 rimasero qui nell ' ombra e nel silenzio quando l ' undicesimo s ' involò verso Roma e il Campidoglio e la gloria . Seguendo il desiderio di don Gelso Costantini , dietro l ' abside , su due scalinate , al colmo del muro di cinta sotto cui fluisce al mare il verde Natissa , è stato alzato qui un altare di pietra . Chi v ' officia , alza il calice e l ' ostia su tutta la pianura dell ' Isonzo , verso tutte le vette della guerra carsica dal San Michele a Sei Busi . Adesso sotto la nuvolaglia , quei monti non sono che una riga di cupo turchino come se , quando svaniranno le nubi , tutto il cielo abbia da essi a riprendere colore e vigore .
SATIREGGIATI I PARRUCCONI DELLO STEMMA ( De Monticelli Roberto , 1959 )
StampaQuotidiana ,
Scandalo sotto la luna di Eugenio Ferdinando Palmieri fu rappresentata per la prima volta a Milano nel 1940; e venne scritta due anni prima . È dunque una commedia di più che vent ' anni fa e appartiene all ' esiguo gruppetto delle quattro o cinque ( sulle dodici che scrisse per la scena veneta ) che Palmieri , critico rigoroso di sé come degli altri , non rifiuti a distanza di tanti anni . La ripresa che ne ha fatto ieri sera , al teatro Nuovo , Cesco Baseggio , con la regia di Carlo Lodovici , è stata opportuna perché ha riaperto uno spiraglio su un teatro veneto ingiustamente dimenticato . Il Palmieri , che del dialetto ha la vocazione e l ' istinto ( la sua stagione poetica si è svolta sotto il mutevole cielo della parlata polesana ) si è sempre battuto , con saggi e articoli , per un teatro veneto moderno che superasse le dolcezze e le lividure ( crepuscolari le une e le altre ) di Giacinto Gallina e di Gino Rocca ; per un teatro veneto che non fosse fatto di epigoni bonari , malinconici o gai con lacrimetta ; un teatro che , d ' una provincia italiana antica , irrequieta e cupa d ' ombre molteplici , non ripetesse un ' immagine convenzionale . Scandalo sotto la luna è in questo senso una commedia sufficientemente indicativa . Ma nella produzione di Palmieri commediografo è certo una delle sue opere più cordiali , meno anarchiche ; infatti , il suo mondo più autentico è quello rapsodico , vagamente picaresco e comunque ribelle , della sua giovinezza polesana , il mondo che si può ritrovare in un ' altra commedia , I lazzaroni , recentemente pubblicata in un fascicolo di « Sipario » dedicato al teatro veneto . Qui viene dipinto l ' affresco satirico dell ' aristocrazia veneta e lo spunto è offerto da un matrimonio andato a monte perché la nobile sposina se ne scappa con un altro , un pittore povero e di natali alquanto umili . Il matrimonio , principesco , era stato predisposto , per la sorella minore , da Marina Ravazzin , agra zitella ambiziosa , capofamiglia , praticamente , della nobile casata , che comanda a bacchetta anche sui due fratelli , un gentiluomo che fa il deputato conservatore , tanto per occuparsi di qualcosa ( il primo atto della commedia è datato 1914 ) , e un giovanotto tonto , che è ufficiale dei lancieri e corre dietro , come di rigore , alle stelle del café chantant . La commedia racconta lo scandalo , e lo sdegno ipocrita , provocati in quell ' ambiente di nobili parrucconi , dal gesto di rivolta della promessa sposa che preferisce , all ' ebete rampollo di un principe ( d ' altronde , squattrinato e avaro ) un proletario artista . Ventidue anni dopo i Ravazzin , cui per quello scandalo era stato dato l ' ostracismo e che hanno vissuto in solitudine , ma badando a saggiamente amministrare il patrimonio , vengono riammessi nel « giro » , per iniziativa del principe il cui figlio s ' ebbe a suo tempo il rovente smacco ; in realtà , perché si ha bisogno di loro e , soprattutto , dei loro aristocratici quattrini . Nel frattempo una figlia della fuggitiva è felicemente rientrata nella famiglia e Gasparo , lo zio ex - deputato , se ne serve per fare , in uno , le vendette dei Ravazzin e la felicità di lei che , come la madre , s ' è innamorata di un giovanotto di nome oscuro . Là per là , su due piedi , il principe sussiegoso e ipocrita viene « comperato » dai milioni di Gasparo ; offrirà alla nuova coppia la protezione , squattrinata ma blasonata , della sua autorità di « padre spirituale » di tutto il sangue blu che scorre fra la laguna e il Garda . I tre atti sono sagacemente costruiti su tre visite , del principe , alla famiglia nemica ; e questo , del principe , è anche il personaggio più felice . Come il miglior atto della commedia è il secondo , quando la nobiltà fa il suo ingresso solenne , dopo ventidue anni , nella casa degli « esiliati » . Qui , prende rilievo il ritratto satirico di quella provincia , di quelle figure per museo da statue di cera ; e la comicità diventa cattiva . Del resto , la trama , alquanto forzata ( sta qui il difetto della commedia , che cioè a quelle solenni e patetiche mummie non si contrappongono antagonisti veramente vivi ) , è il pretesto per la rappresentazione beffarda di un mondo post - fogazzariano . È in questa satira che il Palmieri è davvero riuscito ; e in un « parlato » dialettale vivo , semplice , rigoroso , sparso di intelligenti battute comiche . L ' interpretazione , guidata dalla regia di Carlo Lodovici , è stata buona , quantunque l ' avremmo preferita più aspra , più risentita ; colpa forse dell ' eccessiva preoccupazione di volgere in lingua un dialetto per sé chiarissimo . Cesco Baseggio ha felicemente tratteggiato l ' ipocrisia avida e ghiotta del vecchio principe , il Lodovici ha fatto con disinvoltura , ma anche con qualche approssimazione , la parte del Deus ex machina ; e hanno ben recitato , come di consueto , Elsa Vazzoler , Luisa Borseggio , Rina Franchetti , il Cavalieri , Giorgio Gusso e tutti gli altri . Un bel successo .
Un nuovo femminismo ( Abbagnano Nicola , 1970 )
StampaQuotidiana ,
« Perché agli uragani vengono dati nomi di donne ? Le donne non sono disastri che recano morte e distruzione . » Questa protesta presentata da un gruppo di donne a un ufficio meteorologico americano è l ' episodio faceto di un movimento protestatario femminile che si va diffondendo negli Stati Uniti , nella Germania occidentale , nell ' Inghilterra , nel Belgio , nell ' Olanda e i cui primi accenni si annunziano anche in Italia . Questo movimento è contro il sessismo : una parola coniata per analogia con razzismo e che indica la credenza e la pratica della dominazione maschile sulle donne . Il movimento « antisessista » è soprattutto diffuso nei paesi in cui le donne hanno conquistato la piena parità di diritti con gli uomini e , in linea di principio , sono ammesse a tutte le professioni e le cariche . Ma , in realtà , in questi paesi le cose non vanno secondo il principio . Gli uomini hanno conservato il loro predominio in tutti i posti chiave della società contemporanea . Eppure , come molti oggi riconoscono , il cervello non ha sesso . Non c ' è differenza sostanziale o misurabile tra i due sessi per l ' intelligenza , la capacità di imparare e insegnare , l ' equilibrio della personalità , il controllo di se stesso e degli altri . Le differenze su tutti questi punti sono individuali , non sessuali ; e volerle stabilire sulla base del numero degli individui di un sesso e dell ' altro che raggiungono il successo , significa solo elevare a principio un costume tradizionale . Questo costume permane , come i fatti dimostrano ; e contro di esso appunto si schiera il nuovo femminismo . Il problema verte soprattutto sui compiti che devono essere riconosciuti propri della donna . La cura del marito , dei figli , della casa sembra il compito specifico della donna ; e di fronte a questo , gli altri compiti sembrano accessori e subordinati . Alle donne che dopo essersi dedicate per un certo numero di anni a questo compito , si sentono frustrate ed inutili - specialmente quando i figli sono cresciuti e vivono per loro conto - gli psicanalisti ( dei quali esse sono i migliori clienti ) consigliano di « accettare la loro funzione » . Ma la biologia , che viene spesso invocata a giustificare questa accettazione , non può dir nulla in proposito . La riproduzione della specie non è una funzione esclusivamente femminile . Sebbene siano le donne a portare in grembo i figli e a metterli al mondo , anche gli uomini sono responsabili della loro nascita e delle cure ad essi dovute . Non ha torto quindi il nuovo femminismo quando rivendica per la donna la stessa libertà di scelta , di sviluppo spirituale e di impegno personale che gli uomini hanno sempre rivendicato per sé e che nessuno chiede loro di sacrificare alle esigenze della famiglia . Se è spreco o disgrazia che un uomo di talento sia costretto a un lavoro umile e privo di soddisfazioni , lo stesso vale per ogni donna che per la sua educazione , i suoi interessi e la sua personalità potrebbe svolgere compiti adeguati e che è invece costretta a consumare la sua vita nell ' angusta cerchia dell ' ambiente familiare . Nella molteplicità dei compiti e delle funzioni che la società moderna esige e nella loro crescente complessità , questo spreco può , a lungo andare , diminuire l ' efficienza complessiva del genere umano e ridurne la possibilità di sopravvivenza . Ma nel nuovo femminismo il problema dei compiti della donna diventa soprattutto un problema morale . Ciò che oggi la donna rivendica è la sua dignità , il diritto di realizzare la propria personalità in un ' attività di sua scelta , cui sia portata dalla sua preparazione e dai suoi interessi , e di non valere come un puro strumento del piacere maschile o della continuazione della specie . Esse lamentano ( e non a torto ) che la cosiddetta « rivoluzione sessuale » ha aggravato , non migliorato , la loro condizione . Lo sfruttamento strumentale della donna come oggetto di piacere , di desiderio o di decorazione è stato favorito dalla rivoluzione sessuale che ha dato libero corso alla più sfrenata pornografia . Gli stessi movimenti contestatari , pur nelle loro velleità rivoluzionarie , aggravano lo sfruttamento o l ' asservimento sessuale delle donne . Gli psicanalisti , a partire da Freud , insistono sulla malformazione del SuperEgo nella donna ; e il SuperEgo è la parte critica e razionale della personalità umana . Veri e propri « insulti alle donne » sono considerati le immagini e gli avvisi pubblicitari che sfruttano la figura femminile o si rivolgono alle donne come a semplici animali domestici o propongono prodotti d ' igiene intima che le fanno sentire in una condizione servile . Non c ' è dubbio che il modello stereotipato della donna come un essere debole e bisognoso di protezione , di scarso cervello e di molto sentimento , che ha bisogno di vivere la sua vita attraverso quella del marito e dei figli e che solo attraverso questa mediazione partecipa alle cose del mondo , è duro a morire e ancora domina la mentalità dei paesi che si ritengono più evoluti . A questo modello si contrappone l ' altro , altrettanto stereotipato , del maschio forte e sicuro di sé , privo di debolezze sentimentali , volitivo e dominatore . Ma proprio dal contrasto di questi due modelli e dal tentativo di ognuno dei due sessi di adeguarsi al proprio nascono le maggiori difficoltà per la comprensione reciproca , per la reciproca soddisfazione sessuale e per la vita in comune . Non solo gli uomini , certo , sono responsabili della sopravvivenza anacronistica di questi fittizi stereotipi : perché anche la grande maggioranza delle donne si adegua ad essi più o meno inconsapevolmente e contribuisce a mantenerli in vita , dando agli uomini la possibilità di sfruttarle per il proprio vantaggio o il proprio piacere . Ma il nuovo femminismo ha almeno il coraggio di denunciare apertamente questa sommissione . Certo il nuovo femminismo corre il rischio di mascolinizzare la donna e di femminilizzare l ' uomo , mantenendo così in piedi , e addizionando , gli effetti negativi di quei modelli stereotipi che si vorrebbero abolire . Immesse bruscamente in un mondo duro e competitivo in cui la carriera , il successo , il denaro e il godimento immediato sono i valori fondamentali , la donna rischia di perdere proprio quei valori di umanità , di sensibilità , di tenerezza amichevole in nome dei quali combatte . E già alcune manifestazioni del movimento femminista , che è finora variopinto e diversamente orientato , preannunciano questo pericolo . Ma i rischi , come si sa , insorgono ovunque ci si rivolga . E non si può , in nome di essi , ignorare o rifiutare a priori l ' esigenza di dignità morale che è alla base del nuovo femminismo . D ' altronde , il mondo degli uomini non ha finora dato buona prova di sé . Le questioni di prestigio e di orgoglio , i ripicchi crudeli , l ' intolleranza , i conflitti , i fanatismi di ogni specie , che traggono spesso occasione da pretesti puerili , si aggravano ogni giorno in un mondo che è governato praticamente dal « sesso forte » . Se la partecipazione crescente delle donne a un mondo siffatto potrà fermare e diminuire l ' espansione di queste tendenze negative e promuovere la considerazione dei problemi concreti ( ai quali la donna rimane finora più attaccata dell ' uomo ) , la diminuzione dell ' orgoglio e della violenza e la solidarietà amichevole fra gli esseri umani , questa partecipazione sarà salutata con gioia da tutti gli uomini di buona volontà . Si tratta , certo , solo di una speranza o di una promessa : di una possibilità che può anche non verificarsi . Ma essa non può essere senz ' altro scartata perché il genere umano , di fronte ai problemi che gli si prospettano , non può rinunciare all ' aiuto effettivo della metà degli esseri che lo costituiscono .
TRA I FEDELI BONOMELLIANI. ( OJETTI UGO , 1923 )
StampaQuotidiana ,
Cremona , 10 maggio . A Cremona , in Duomo . La gran cerimonia , omelie , panegirici , cantate , messa , i carabinieri in fila lungo la balaustrata dell ' altar maggiore , il riflettore che dall ' alto del pulpito illuminava a giorno la statua del gran Vescovo appena scoperta , il cerchio di poltrone dorate da dove Eccellenze in mantello rosso e croce d ' oro , Eccellenze in finanziera e guanti bianchi , generali canuti col colletto bianco , generali bruni col colletto nero fissavano da un ' uguale distanza il morto mitrato , disteso in pace sul suo sarcofago , certo pensando a lui ma anche pensando a quel che potrà essere tra cent ' anni la loro statua e provandone intanto le pose più convenienti : la gran cerimonia è finita . La folla può avvicinarsi al monumento . Molti si genuflettono ; qualcuno s ' alza in punta di piedi e socchiudendo gli occhi bacia le mani di Geremia Bonomelli ormai di freddo immutabile bronzo , poi in fretta si segna e s ' allontana . Non credo che per molti anni la Chiesa abbia a beatificarlo ; ma al popolo di Cremona egli già sembra santo , e questa sua effige in Duomo è , pei più fedeli , un principio di consacrazione . Perciò la giornata è di festa . Monsignor Emilio Lombardi , per più di vent ' anni fedelissimo segretario di lui , è raggiante , la commenda al collo , il ciuffo candido ritto sul volto roseo e rotondo , gli occhi azzurri lucidi per la gioia . Con la destra drappeggiandosi sul petto la mantellina di seta pavonazza , con la sinistra stringendo il telegramma della Regina Madre , mi sussurra all ' orecchio : Lui lo diceva : la via giusta è questa , gli applausi verranno quando sarò morto . Adesso ci si ritrova tutti , pel ricevimento , nella spaziosa canonica di monsignor Lombardi , nel suo giardino fiorito e imbandierato di tricolori , all ' ombra della rossa chiesa di Sant ' Agostino che sola in tutta l ' Italia settentrionale può offrire , a chi pregando vuol sospirare , una Madonna del Perugino . Folla autorevole : vescovi le cui sete ed ori luccicano nel pieno sole ; ufficiali tutti medaglie e galloni abbaglianti . Le patronesse dell ' Opera Bonomelli nelle loro semplici vesti grige o nere , appena un vezzo di perle al collo , sembrano monache al confronto di quei virili splendori . Sotto il pergolato l ' onorevole Jacini in ombra conversa con l ' onorevole Farinacci al sole . Parlano d ' una casa paterna . Di Sudermann o di Miglioli ? Trentacoste che ha dovuto firmare cento cartoline col suo Bonomelli di bronzo , è fuggito all ' aria aperta e adesso presso un roseto , flebile e felice , spiega sottovoce , una parola al minuto , l ' arte del beato Angelico a un giovane parroco tutto fuoco che gli annuncia sicuro : Dipingo anch ' io . L ' onorevole Marchi commemora fraterno l ' onorevole Siciliani , decaduto . Seguitano a piovere telegrammi da ogni parte del mondo . Sul colmo del bersò pende una palla di vetro da specchi , che riflette tutti e non rispetta nessuno : è capace di far piccolo un vescovo e grande un seminarista . Arriva il prefetto . Appena scorge l ' onorevole Farinacci , si ferma e impalato lo saluta a braccio teso . Dentro casa , poltrone , divani , caffè , sigarette , mensa imbandita , fotografie di monsignor Bonomelli , piccole e grandi , in piedi e seduto , solo e con la Regina Margherita , col generale Thaon de Revel , con Antonio Fogazzaro , con Piero Giacosa , sullo sfondo d ' una cattedrale tedesca o nello studiolo al vescovato di Cremona . Afferro al volo Monsignor Lombardi : Lei qui deve nascondere un tesoro di ricordi . Mi prende per la mano , cordiale e imperioso come l ' angelo prese Tobiolo , mi porta davanti alla sua libreria , apre un cassetto , mi dà un opuscolo giallo e un mazzo di cartelle dattilografate : Legga , e torna tra i suoi cento ospiti . Odo che annuncia : Ha telegrafato il duca degli Abruzzi , ha telegrafato Luigi Luzzatti .... L ' opuscolo è un estratto dalla « Rassegna Nazionale » , del marzo 1889 : « Roma e l ' Italia e la realtà delle cose » . L ' articolo famoso sulla questione del potere temporale fu allora condannato dalla Chiesa . E la condanna fu da Geremia Bonomelli accettata con una pubblica sottomissione , dal pulpito , in Duomo . Per pronunciarla si vestì da vescovo , in piviale e mitra . Ma sulla copertina gialla leggo adesso queste righe : « Quest ' opuscolo fu scritto da me nel marzo 1889 . Fu condannato . Eppure ( lo dico con tutta la coscienza di dire la verità ) non contiene nessun errore , nessuna irriverenza . Mi sottomisi come dovevo . Ma la verità è la verità . Ah , se fosse stato giudicato secondo il Vangelo ! Quanti sofismi per mostrare la necessità di quest ' errore ! Quando ci penso mi sento ferire nel cuore . Così si poté delirare ! Geremia vescovo . » La scrittura cancella con le sue righe diritte lo stampato , vuole essere come una voce più forte della prudenza . È rapida e minuta . A decifrarla rivedo dietro le lenti i rotondi occhi di lui , bruni focati , che scrutavano l ' interlocutore da vicino , in silenzio , finché , compiuta la indagine , un sorriso venisse a spianare la gran fronte . E quando non riesco a leggere una frase , rivedo il gesto che gli era abituale , di passarsi un dito tra la palpebra e la lente per aggiustarsi gli occhiali , e che per un attimo ti separava dal suo sguardo e da lui . Passarono anni ed anni . La sua fede nella necessità che ai cattolici italiani fosse restituito il modo d ' amare insieme la patria e la chiesa , s ' era fatta anche più sicura e palese . Ed ecco , nell ' autunno del 1911 , quand ' egli compie gli ottant ' anni , nella pace del villaggio nativo , a Nigoline sopra Iseo , la lettera a Pio decimo di cui adesso ho sotto gli occhi la copia . È il suo testamento di sacerdote italiano , scritto in una prosa logica e serrata sotto la quale si sente pulsare l ' ansia della passione come un cuore nella gabbia dell ' orsa . Ne trascrivo poche frasi : « Abbattiamo l ' ostacolo tra la Patria e la Fede . Voi solo potete abbatterlo . Centinaia di migliaia d ' anime stanno sulla soglia della chiesa ed aspettano .... Lo stato di lotta tra l ' Italia e la Santa Sede deve cessare , o tra cinquanta o sessant ' anni le chiese saranno vuote .... Ciò che dal 1860 ho preveduto , s ' é tutto avverato .... Gli stranieri , benché figli vostri anch ' essi , non saranno mai figli d ' Italia .... Se ho errato , punitemi , ne sarò lieto , come a voi piaccia . Benedite il povero vescovo pieno di difetti , ma che non ricorda d ' avere mai mentito .... e che ha sempre amato la sola Verità o quella che almeno credeva la verità . Vi bacio umilmente il piede . Nigoline , 10 ottobre 1911.» Ha letto ? mi chiede monsignor Lombardi . Questa lettera la pubblicheremo . Una copia è nelle mani di Sua Santità . I tempi sono mutati , e indica il tricolore che palpita fuori della finestra e ad ogni soffio di vento pare che voglia entrare qui dentro , tra queste memorie , come un grande uccello al suo nido : Ma lui nemmeno allora aveva paura . La prudenza , diceva , è una virtù , ma una virtù negativa . La collera , sì , è un gran peccato ; ma aggiungeva che il Signore la perdona facilmente perché la subiamo non la amiamo . Era bresciano monsignor Bonomelli . Ed ella sa che in tutta la Lombardia la collera si chiama la bressanina . Gl ' invitati cominciano a diradarsi . Adesso monsignor Lombardi mi pone tra le mani due o tre agende legate in nero . Geremia Bonomelli notava tutto : le lettere più memorabili che riceveva o scriveva , le messe , le omelie . Aveva bisogno d ' ordinare tutto attorno a sé con chiarezza e puntualità , quasi a restringere solo nel suo petto il groviglio e il rovello d ' ogni disputa . Apro a caso l ' agenda del 1913 , l ' anno prima della sua morte , l ' anno prima della guerra . Quel che colpisce è la sua cura a notare ogni giorno meticolosamente il tempo che faceva . Figlio di contadini , era rimasto legato ai campi dove una nuvola può mutare non solo le occupazioni d ' un giorno ma la vita d ' un anno . Misurava la sua età su quella degli alberi che aveva piantato a Nigoline con le sue mani . « Questo gelso l ' ho piantato quando avevo otto anni . Da allora ogni autunno torno a guardarlo . Ormai anch ' egli cede .... » Per questo amò i poeti : quelli morti , Dante pel primo , e ne rileggeva una pagina ogni giorno , dopo messa ; e quelli vivi , Pascoli o Fogazzaro . Per questo amò gli uccelli come tutti i cacciatori che li uccidono ma li adorano ; e fino in vescovado nella stanzetta da pranzo aveva fatto costruire una gran gabbia pei suoi fringuelli . Con quel suo sguardo al cielo , appena s ' alzava dal letto alla prima alba , ristabiliva la sua armonia e la sua obbedienza al creato . « Nuvolo . Notte sic sic . Dolori soliti ma tollerabili . Nessuna visita . Dio mio , vi ringrazio .... Nigoline . Nebbia fitta , notte eccellente . Passeggiata in carrozza . Campagne coltivate a meraviglia . Conferenza socialista di R . Ridicola .... Cremona . Sereno . Notte buona . Chierici , chierici . Parroci , parroci .... Bormio . Credaro mi dice che s ' è fatto male ad abolire le facoltà teologiche nelle Università . Bravo . Quis credat ? ... Nigoline . Notte passabile . Tempo sereno senza vento . Caccia ottima . Domani verrà Giacosa .... 13 ottobre 1913 . Nigoline . Sereno . Uccelli niente . Passeggiata ai Castelli che sarà l ' ultima . Quante care memorie , al cimitero ... » . Ebbe ragione , lassù non tornò più . Morì il 3 agosto 1914 , il giorno in cui si scatenava la guerra . La guerra era stata il suo incubo . Da anni la sentiva venire . Dai viaggi in Germania per visitare i suoi emigranti , traeva argomenti precisi , per lui indiscutibili , sull ' imminenza della guerra . Una volta , nel '13 , io mi permisi di lodargli non so che frase d ' un discorso dell ' imperatore Guglielmo . Egli mi mise una mano sulla spalla , mi fissò negli occhi , da vicino : Sei un bambino . Tremerà il mondo per siffatte parole . Nel decembre del 1913 scriveva alla contessa Antonietta Rossi Martini : « Vivo sotto l ' incubo d ' una conflagrazione europea come la terra non ha mai veduta l 'uguale.» Ormai gl ' invitati sono partiti . Nella sala , intorno a monsignor Lombardi , non restano che i fedelissimi : monsignor Monti , professore in seminario , volto acceso , occhi grigi , naso aguzzo , capelli bianchi ben lisciati quasi ch ' egli speri a furia di spazzola di domare finalmente anche il fervor dei pensieri , dantista sottile che per amore a monsignor Bonomelli ha scritto un libro in cui immagina di scendere guidato da lui , sulle orme di Dante , nei regni bui e con uno stile arguto e limpido vi parla di tutto , anche di Dante ; don Illemo Camelli , anch ' egli professore , rosso di pelo , parco di gesti ed asciutto , pittore e scrittore che della storia e dell ' arte di Cremona sa tutto ; don Tinelli , anima e volto d ' asceta , parroco di Sant ' Abbondio , che ha la fortuna di vivere nel più bel chiostro cinquecentesco di Cremona , presso sua madre ottantenne che stamane m ' ha detto sorridendo una frase indimenticabile : Ormai sono giunta alla riva del mare .... Me lo descrivono gesto per gesto , parola per parola , il loro gran Vescovo , perché hanno ancora il cuore colmo di lui . E tutto vorrei notare , ma prima questa scia d ' amore e d ' ardore che egli ha lasciato dietro di sé . Ed uno me lo descrive al paretaio su a Nigoline , attento ai richiami , pronto a citar del suo Dante tutto quel che tocca la vita degli uccelli , ché per lui il Ghibellin fuggiasco doveva essere stato in vita sua un uccellatore maestro : Gittansi di quel lito ad una ad una , Per cenni , come augel per suo richiamo . Ma se un fringuello fischiava , rompeva il verso a metà , le due mani sull ' asta dello spauracchio : Dai , dai ! Amò giù ! Sbrofa ! E un altro me lo descrive nella chiesetta di quel villaggio , a confessare , a predicare , a far da parroco , ché quand ' egli saliva lassù a mezzo settembre il parroco lo mandava via : Tu vai a riposarti . Il parroco lo faccio io . Accanto a me , su un tavolino , tra un ritratto della Regina Madre e uno del vescovo , sta una pendola di legno a foggia di capanna da eremita , col suo campaniletto a punta . Ecco , la porta della capanna si spalanca ; e si vede un fraticello alto un pollice che si china a tirare la corda della campana . Uno , due , tre . Monsignor Lombardi balza in piedi , alza le braccia : Sono le tre . Bisogna andare al teatro Ponchielli pei discorsi .